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Che cosa ti fa arrabbiare di più?
L'indifferenza individualista, della serie: io mi faccio la mia vita e del resto, finché non mi danneggia, non m'interessa. Chi si piange addosso. La politica italiana, in modo feroce. Quelli che pretendono di avere un opinione su tutto, senza
sapere nemmeno di cosa parlano. Le professoresse di liceo frustrate nelle aspirazioni che si rifanno sugli studenti. Gli automobilisti sempre nevrotici. Il vaticano.
Vittorio Feltri, barbara D'Urso e Vespa.
Come passi il tempo quando non scrivi?
Famiglia, amici, ragazzo (quando non è in giro per il mondo), cane. Studio, leggo
libri, quotidiani, blog e riviste di cinema, vedo film, (alcune) serie tv e le gare di
formula uno. Appena posso viaggio, dove si può e con chi si può. Mi piace cucinare il pesce, in tutte le maniere. Ho la musica sempre accesa, anche quando studio. Esco, mi piace andare per pub (preferisco la birra ai cocktail e la musica dal
vivo alle discoteche) e a mangiare messicano, cinese, greco, libanese. Faccio liste
di cose che vorrei fare. E mi piace curiosare nei siti delle compagnie aeree, facendo calcoli ipotetici su costi e possibilità di viaggi. :)
Quando hai cominciato a scrivere davvero, pensando che forse quella
sarebbe stata davvero la tua strada?
Non lo so. Forse un po' l'ho sempre pensato, sentito. Più che altro perché, quando avevo periodi in cui m'immaginavo su altri sentieri - medicina, psicologia,
dinosauri (!)- finivo comunque per sentirmi incompleta. O comunque non felice.
Non so se scrivere sia la mia strada, ma sicuramente è una condizione d'essere
che non possono scindere da quello che sono e che vorrò diventare.
Qual è stato il motivo che ti ha spinto a scrivere?
I libri che leggevo, penso. Sono sempre stata una divoratrici di carta stampata, in
tutte le sue forme. A un certo punto, scrivere è stata una conseguenza naturale.
Non c'è stata una ragione precisa: direi più un miscuglio di curiosità, esigenze,
voglia d'espressione. E, credo, una sostanziale insoddisfazione rispetto a ciò che
mi circondava, che mi sembrava banale, ordinario. Soprattutto privo di una lettura chiara. Un po' come ora, comunque.
Qual è stato il motivo che ti ha spinto a scrivere questo libro?
Volevo raccontare quello che non capivo. Direi che la ragione essenziale è stata
questa. E c'era moltissimo, che non capivo (e la situazione non è cambiata): famiglia, scuola, città caotiche, estremismi, concetti di scelta e di rinuncia. Tutto
quello che avevo sperimentato fino a quel momento, in misure e impatti differenti.
Il protagonista è un professore che inizia bruciando i libri sulla cattedra. Che rapporto c’è con la scuola, la cultura, eccetera eccetera?
Con la scuola ho avuto un rapporto travagliato. Sono sempre stata molto esigente e lo sono tuttora, quindi le delusioni sono state parecchie. La scuola mi ha
temprato, ho incontrato persone terribili ed esseri umani che è un privilegio aver
conosciuto. Però ho sempre avuto la sensazione di essere, come tutti gli studenti
italiani, "parcheggiata" in uno spazio di cinque, sei ore, dove tutto è compresso
nella fretta dei programmi, della burocrazia e della frustrazione di insegnanti che
non possono fare il loro lavoro come vorrebbero.
Circolo di
Intervista all’autrice
lettura
E. Baldoni
18 gennaio 2011
L’autrice (raccontata da sé medesima)
Nata un sabato pomeriggio, il 12 settembre 1987, a Ponte dell'Olio; tre
anni dopo, arriva mia sorella e la famiglia è al completo (dopo transiteranno tre tartarughe dai nomi improbabili e due criceti destinati a una
morte precoce e adesso anche un cane). Alle elementari imparo a leggere,
scrivere, a sgusciare le nocciole, a picchiare i maschi, a fare torte di fango,
a fondare società segrete, a divorare libri sotto il banco, a consolare gli
adulti, a innamorarmi di Sandokan, Sherlock Holmes, Roald Dahl e
Guerre Stellari. Alle medie scopro di poter prendere ottimi voti senza aprire libro, così come scopro William (Shakespeare), il teatro, Ciak, i ragazzi, il lutto e la mia dipendenza dal mare.
Alle superiori i libri si aprono eccome, ma non imparo tutte le cose che
avevo imparato alle elementari. Tra letture feroci, scrittura insopprimibile e irrequieti scontri di principio, nel 2006 finisco il Liceo Classico.
Molto diligente a scuola, all'inizio, poi ho cominciato a fare selezione
(sono riuscita a prendere 10 nei temi e 2 nella terza prova di chimica).
Da piccola scrivevo testi teatrali e detestavo i mercati. Io, mia sorella e
mia cugina avevamo creato una piccola e sgangherata compagnia teatrale, alla quale partecipavano anche un paio di amichette. spettacoli scritti e
messi in scena nel soggiorno di casa mia, e i genitori dovevano assistervi,
costretti. Scrivevo piccole cose, storie fantasiose, seguivo le mie fisse del momento, dai cavalieri a mago Merlino e il ciclo di Artù. Avevo 8 anni, quando abbiamo cominciato. I mercati, invece, li trovavo noiosissimi e pieni di vecchiette
aggressive e spintonatrici. Quando i miei mi ci portavano era terribile, soporifero. Odiavo soprattutto i mercati d'antiquariato, anche adesso m'ispirano noia
solo a vederli.
Primo amore cinematografico: Roy Scheider nello Squalo, a undici anni. Porto
38 di scarpe e ho una fissa per i cappelli. Scrivo senza disciplina, purtroppo. Sono innamorata della Liguria, di Londra e di Jonathan Safran Foer (e di molti altri). La mia famiglia va in Liguria dal 1960, e a Moneglia ci sono passate quattro
generazioni. Io avevo un paio di mesi quando mi hanno portata lì per la prima
volta. Da quel momento, ci ho passato tutte le estati. Per me era nuotate, nonni
che cucinavano pesce e tantissimi libri. Ci torno appena posso.
Ho studiato ungherese per un ragazzo (!). Adesso studio inglese e spagnolo, e mi
piacerebbe buttarmi sul francese, tra un po'. Perché studio lingue... A 19 anni
avevo voglia di lasciare le lingue antiche e buttarmi su qualcosa di contemporaneo. In più ho sempre amato moltissimo gli autori anglo-americani. Ma la ragione essenziale è che sono un'irrequieta, e pensavo che studiando lingue avrei avuto molte più occasioni per viaggiare, vedere posti e conoscere gente. E scriverci,
magari. Ed è così.
Non ho manualità, non ho memoria per le facce e non sopporto il caffè. E non so
che cosa farò da grande. Non lo so. So che voglio scrivere, ma anche fare qualcos'altro. Sicuramente viaggiare e spostarmi per un po'. Mi piace insegnare le
lingue, ma solo in determinati contesti. Niente scuola di sicuro. M'interessano
anche i giornali e le ong, ma alla fine potrebbe piacermi anche l'idea di lavorare
in una libreria o in un bar in Grecia, o in Messico, o chissà dove.
Nel 2010 mi laureo in Lingue e Culture Moderne a Pavia, e ora studio
Letterature Europee e Americane, continuando a passare dalla nebbia
lodigiana a quella pavese.
Persisto, irreparabilmente, a scrivere e a leggere.
Qualcosa pubblico, qualcosa vinco: Subway Letteratura 2006 Under 19,
Premio Campiello Giovani 2007.
Da settembre 2008 a marzo 2009 studio a Cardiff, UK, tra pioggia, birra
e incontri indimenticabili.
Il 27 febbraio 2009 esce il mio primo romanzo, “Tu che te ne andrai
ovunque”, Giulio Perrone Editore.
Il libro (“Tu che te ne andrai ovunque”)
Un giorno di maggio, una Milano tesa e irrespirabile. Eva, Nicola, Argo i
tre protagonisti. Eva, violinista, prova a scrivere lettere a un uomo che
non sa come amare, un uomo che le sfugge, che viene dalla Giordania e
culla in sé la bellezza e i misteri di una terra antica e lontana, un uomo in
bilico tra l’anima musulmana, con le sue regole e costrizioni, e l’anima
occidentale, spesso censurata, volutamente sopita. E c’è poi suo fratello
Nicola: una laurea in lettere, un amore perduto e una connaturata nostalgia, per una Liguria abbandonata da piccolo e per il padre, partito come
medico missionario e mai più tornato. Nicola, professore, lotta con il ricordo del padre scomparso del quale, ancora bambino, ha scoperto il profondo tradimento, e alimenta giorno dopo giorno una sottile ribellione
fino a quando, in classe, una mattina brucia i libri e prende a inseguire
fantasmi. Argo si spaccia per prete e vende dvd, ripromettendosi di ridare
presto un senso alle sue giornate, sperando di ricucire, anche lui, delle
ferite, di risarcire se stesso di troppe perdite. Tre esistenze sottilmente
legate, segnate dal comune destino dello spaesamento, della ricerca di un
punto fermo. Intorno una città convulsa, suicidi in chiesa, padri scomparsi venticinque anni prima e Padri faticosi e infissi ad altari, bambine con
zaini troppo pesanti. Intorno l’Italia tutta, il lento disgregarsi delle famiglie, l’asimmetria degli incontri e degli scontri, con se stessi e con l’altro
da sé, soprattutto quando è straniero e prega un Dio che ha nomi per noi
incomprensibili. Ed ancora la paura che ha le sembianze di un amore
controverso o quelle, più nebulose e insieme più agghiaccianti, di un kamikaze che si fa esplodere in metropolitana, sgretolando ogni fiducia, ogni speranza. Nel tentativo di comprendere, tra rimpianti e corse in metropolitana, come e perché prima o poi tutti i figli lasceranno tutti i padri,
a Milano, un giorno di maggio.