Claudio Magris - L`infinito viaggiare

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Claudio Magris - L`infinito viaggiare
Libera Universita' Autobiografia
Claudio Magris - L'infinito viaggiare
di Beatrice Carmellini
"Nella sala del monastero di Pedralbes, a Barcellona - uno dei grandi monumenti del gotico catalano - che ospiti una
sezione della collezione Thyssen-Bornemisza, si nota fra i poco numerosi visitatori, una coppia di padre e figlio. Il primo
è un lindo signore di circa settantacinque anni piccolo di statura e dall'aria tranquilla, e conduce per mano l'altro,
evidentemente affetto dalla sindrome di Down ovvero, come si usa impropriamente dire, un mongoloide.
I due, davanti a me, si fermano di fronte a ogni quadro e il padre spiega al figlio, sempre tenendolo per mano, la Vergine
dell'umiltà del Beato Angelico, tema prediletto degli ordini mendicanti, l'ombra da cui esce il Ritratto di Antonio Anselmi di
Tiziano, il canarino che scappa dalla sua gabbia nel Ritratto di una dama di Pietro Longhi. Il figlio sta a sentire, accenna
con la testa, mormora ogni tanto qualcosa; può avere quaranta o cinquant'anni, ma ha so-prattutto l'età indefinibile di un
bambino avvizzito. Il padre gli parla, lo ascolta, gli risponde; probabilmente è da una vita che fa questo e non sembra né
stanco né angosciato, ma compiaciuto di insegnare al figlio ad amare i Maestri.
Giunto davanti al Ritratto di Marianna d'Austria, regina di Spagna, si china per leggere il nome dell'autore, poi si rizza di
scatto e, rivolgendosi al figlio, gli dice, in un tono di voce un po' alto: «Velàzquez!» e si toglie il cappello, alzandolo il più
possibile. La croce che, con la minorazione del figlio, gli è stata gettata addosso da un'ingiustizia imperdonabile non ha
curvato le sue spalle, non lo ha piegato né incattivito, non gli ha tolto la gioia di riconoscere la grandezza, renderle
omaggio e farne partecipe la persona per la quale verosimilmente vive, suo figlio. Spesso il dolore stronca, inacidisce,
spinge comprensibilmente a negare ciò che altri, ai quali la sorte è stata prodiga di doni, sono riusciti a creare -ottenendo
gloria nel mondo; soprattutto una pena che costringe all'ombra, come quella minorazione, rende diffi-cile rallegrarsi e
godere dello splendore raggiunto da un al-tro. Quel gesto rispettoso e festoso di togliersi il cappello è un gesto regale e
lo è ancor più l'evidente piacere col quale il vecchio comunica il suo entusiasmo al figlio. Quell'amore paterno e filiale fa
sì che quelle due persone si bastino, co-me si basta l'amore. È davanti a quell'uomo, che senza sa-perlo è divenuto per
me un piccolo maestro, che c'è da togliersi il cappello.
19 marzo 1996" da: L’infinito viaggiare, p. 18-19, Un padre, un figlio -)
Ho voluto iniziare con questo piccolo racconto contenuto nel libro di Magris L’infinito viaggiare (243 pag.,
Euro17,00 - Mondadori 2005- ISBN: 88-04-54739-1) per dare immediatamente lo spessore, la densità e, insieme, il ricco
sapore speziato di quanto si potrà assaporare in ogni pagina di codesto saggio.
Illuminante ne è la prefazione anche se, come Magris stesso sostiene: "Le prefazioni sono sempre sospette; inutili se il
libro che esse introducono non le richiede o indizi della sua insuffi-cienza se esso ne ha bisogno, rischiano pure di
guastare la lettura, come la spiegazione di una barzelletta o l'anticipa-zione del suo finale."
Eppure, continua: "forse il prologo si addice a una raccolta di pagine di viaggio, perché il viaggio - nel mondo e sulla
carta - è di per sé un continuo preambolo, un preludio a qualcosa che deve sempre ancora venire e sta sempre ancora
dietro l'angolo; partire, fermarsi, tornare indietro, fare e disfare le valigie, annotare sul taccuino il paesaggio che, mentre
lo si attraversa, fugge, si sfalda e si ricompone come una sequenza cinematografica, con le sue dissolvenze e
riassestamenti, o come un volto che muta nel tempo.
La prefazione è una specie di valigia, un nécessaire, e quest'ultimo fa parte del viaggio; alla partenza, quando ci si
mette dentro le poche cose prevedibilmente indispensabili, dimenticando sempre qualcosa d'essenziale; durante il
cammino, quando si raccoglie ciò che si vuole portare a casa; al ritorno, quando si apre il bagaglio e non si trovano le
cose che erano sembrate più importanti, mentre saltano fuori oggetti che non ci si ricorda di aver messo dentro. Così
accade con la scrittura; qualcosa che, mentre si viaggiava e si viveva, pareva fondamentale è svanito, sulla carta non c'è
più, mentre prende imperiosamente forma e si impone come essenziale qualcosa che nella vita - nel viaggio della vita avevamo appena notato."
Non sono queste le parole, i contenuti, le sensazioni e le emozioni da noi provate nel nostro percorso di scrittura
autobiografica? Non è quanto ci dicevano i nostri emeriti insegnanti? Ebbene, Magris è quanto di più appropriato a noi
viaggiatori della Libera Università dell’Autobiografia! Per me leggere quella prefazione è stato come trovare scritto
in modo egregio quello che penso e avrei voluto dire: "Utopia e disincanto. Molte cose accadono, quando si viaggia;
certezze, valori, sentimenti, aspettative che si perdono per strada - la strada è una dura, ma anche buona maestra. Altre
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cose, altri valori e sentimenti si trovano, s’incontrano, si raccattano per via. Come viaggiare, pure scrivere
significa smontare, riassestare, ricombinare; si viaggia nella realtà come in un teatro di prosa, spostando quinte, aprendo
nuovi passaggi, perdendosi in vicoli ciechi e bloccandosi davanti a false porte disegnate sul muro. […] Si scoprono,
come in uno scavo archeologico, altri strati del reale, le possibilità concrete che non si sono materialmente realizzate ma
esistevano e sopravvivono in brandelli dimenticati dalla corsa del tempo, in varchi ancora aperti, in stati ancora fluttuanti.
Viaggiare significa fare i conti con la realtà ma anche con le sue alternative, con i suoi vuoti; con la Storia e con un'altra
storia o con altre storie da essa impedite e rimosse, ma non del tutto cancellate."
Ma forse quello ho sentito più corrispondente è quando dice che: "Il viaggio è anche una benevola noia, una protettrice
insignificanza. L’avventura più rischiosa, difficile e seducente si svolge a casa; è là che si gioca la vita, la capacità o
incapacità di amare e di costruire, di avere e dare felicità, di crescere con coraggio o rattrappirsi nella paura; è là che ci si
mette a rischio. La casa non è un idillio; è lo spazio dell'esistenza concreta e dunque esposta al conflitto, al malinteso,
all'errore, alla sopraffazione e all'aridità, al naufragio. Per questo essa è il luogo centrale della vita, col suo bene e il suo
male; il luogo della passione più forte, talora deva-stante - per la compagna e il compagno dei propri giorni, per i figli - e
la passione coinvolge senza riguardi."
Ecco perché sostiene che il viaggiare è anche: "... una scuola di umiltà, fa toccare con mano i limiti della propria
comprensione, la precarietà degli schemi e degli strumenti con cui una persona o una cultura presumono di capire o
giudicano un’altra."
Questo signore l’abbiamo visto anche sabato sera in tv a "Che tempo che fa", non mi dilungo a presentare un
personaggio che, credo, tutti conosciamo, mi limito ad indicare i link delle sue pubblicazioni e alcuni approfondimenti.
Bibliografia:
2006 - Danubio
2005 - Alla cieca
2005 - L'infinito viaggiare
2003 - Un altro mare
2002 - Dietro le parole
2001 - Utopia e disincanto
2001 - Microcosmi
2001 - La mostra
2001 - Fra il Danubio e il mare
1988 - Stadelmann
1992 - Illazioni su una sciabola
Itaca e oltre
Approfondimenti
Il testo dell'intervista su Rai News 24
Biografia su Italia Libri
Biografia su Italica
Biografia su Leonardo.it
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