Alla ricerca del Dio vivo.

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Alla ricerca del Dio vivo.
ALLA RICERCA DEL DIO VIVO
L‟espresione riecheggia da vicino il titolo di un recente libro
della teologa Elizabeth Johnson, Quest for the Living God
appunto Ricerca del Dio vivo, che si apre con queste parole:
“Dalla metà del XX secolo ha preso piede una progressiva
rinascita della comprensione di Dio. […] Viviamo in
un‟epoca d‟oro quanto a nuove scoperte, al punto che è
divenuta abitudine per i teologi dire che siamo testimoni
niente di meno che di una „rivoluzione‟ nella teologia di
Dio”. In realtà, con la rinascita dell‟ateismo frontale che si
ripresenta soprattutto nella sua forma scientifica, il
permanente e diffuso fenomeno dell‟indifferenza,
l‟affermazione della tipica idolatria dei tempi moderni1,
dobbiamo registrare anche il crescente interesse per il
problema di Dio, che soltanto qualche tempo fa, col
progressivo estendersi della secolarizzazione, era dato per
moribondo e si aspettava come vicina la data della morte,
del resto già dichiarata da F. Nietzsche nel noto testo de La
gaia scienza. Un articolo di un recente numero di Concilium
(settembre-ottobre 2010) portava questo titolo: “Lo
spettacolare
ritorno di Dio in filosofia”, un ritorno
soprattutto nel nome della ragione, ma anche, al contrario,
come conseguenza della fine della modernità e della sua
fede nella stessa ragione. Un filone interessante che
meriterebbe di essere visitato con tutta la nostra attenzione.
La teologia cristiana ha ripreso il tema sotto due spinte
ugualmente forti e significative: il concilio Vaticano II e la
modernità intesa soprattutto come esaltazione della libertà e
dell‟autonomia dell‟intero cosmo, in particolare dell‟uomo,
quest‟ultima da considerarsi come la causa fondamentale
dell‟ateismo umanistico.
1
La tradizione biblica non conosce l’opposizione fra religione e ateismo, bensì
quella fra fede e idolatria. Le tre caratteristiche di ogni manifestazione idolatrica (si
pensi oggi al mercato, al consumo, al successo, al sesso): l’idolo è opera di mani
d’uomo, tutto gli viene sacrificato, nell’idolo viene riposta una fiducia totale. La
sorte degli idoli descritta nella storia della statua di Dan 2, 31-35. Cf. M. Teani,
“Idoli”, in Aggiornamenti sociali, luglio-agosto 2011, pp. 551-554.
1
La Gaudium et spes afferma chiaramente a questo proposito
che fra le cause diverse dell‟ateismo “anche i credenti
spesso hanno una certa responsabilità”, anzi si deve dire
“che essi nascondono piuttosto che manifestare il vero
volto di Dio” (n. 19) e, subito dopo, che “il rimedio
dell‟ateismo, lo si deve attendere sia dall‟esposizione
adeguata della dottrina della chiesa, sia dalla purezza della
vita di essa e dei suoi membri” (n. 21).
Per parte sua, l‟affermazione dell‟autonomia e della libertà,
che segna il solenne inizio della modernità e che fa da
sottofondo alla negazione di Dio visto come nemico
dell‟uomo, ha certamente influito sulla rinnovata riflessione
teologica come tentativo di risposta alla negazione degli
atei2. (Va detto però che anche la post-modernità col suo
pensiero debole ha influito sull‟attuale concezione di Dio3).
Due sollecitazioni che si possono anche collegare insieme,
perché l‟approfondimento della rivelazione va normalmente
di pari passo col cammino della storia e dei connessi segni
dei tempi, essendo ambedue sotto l‟egida e la mozione
dell‟unico Spirito Santo, che guida dall‟alto il cammino
della chiesa e dell‟umanità. Una ricerca, la nostra, non
proprio “a tentoni” come quella della ragione umana,
secondo l‟espressione di Paolo all‟areopago di Atene,
perché illuminata dalla rivelazione, però, non dobbiamo mai
dimenticarlo, una ricerca chiamata a inoltrarsi nel fitto di un
mistero mai del tutto sondabile. Come tutta la teologia, se
vogliamo come tutte le scienze umane, anche la ricerca di
Dio è stata condotta nel passato con concetti troppo sicuri e
troppo precisi, come se Dio fosse a ogni effetto oggetto di
una piena comprensione razionale. Nonostante tutto, Dio
rimane e rimarrà sempre un mistero incomprensibile. Non è
soltanto la teologia negativa che ci porta a queste
2
Il riconoscimento che l’ateismo ha aiutato la riflessione teologica a purificarsi e ad
approfondirsi è pressoché unanime. David Turoldo si rivolge all’ateo con parole
tenere: “Fratello ateo nobilmente pensoso”.
3
I tempi corrono veloci: si sta già parlando di un ritorno al pensiero forte e alla
filosofia realista. Un prossimo convegno, che si terrà a Bonn, segnerà ufficialmente
la nascita del nuovo movimento.
2
affermazioni, lo stesso san Tommaso, il teologo razionale
per eccellenza, afferma che “in fine nostrae cognitionis
Deum tanquam ignotum cognoscimus”: una vera e propria
“docta ignorantia”, come diranno filosofi e teologi di altre
tendenze. Tutto sommato, una conoscenza più negativa che
positiva, comunque sempre analogica e incerta, che
dovrebbe sempre essere introdotta dalla frase degli antichi
rabbini ki-vjakhol, “se così si può dire”. Secondo l‟Esodo, il
volto di Dio è invisibile, come dice Dio a Mosè: “Tu non
potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi
e restare vivo… Vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si
può vedere” (Es 33, 20. 23). La concezione illuministica che
si muove e ragiona per idee chiare e distinte, almeno in
questo campo va respinta come una vera e propria
tentazione, anche se la conoscenza di Dio ci è facilitata
dalla conoscenza diretta di Gesù Cristo, l‟immagine del
Padre e l‟impronta della sua sostanza, l‟ultimo e definitivo
rivelatore di Dio. Un pensiero che dovremo ricordare più
volte: “Chi vede me vede il Padre”, perché “io e il Padre
siamo una cosa sola”.
I caratteri fondamentali della nuova concezione di Dio
corrono su queste linee: un Dio assai diverso da quello che
abbiamo ereditato nel passato, diverso da quello delle
religioni naturali, delle filosofie pagane, comprese le
filosofie classiche a cui si ispirano i Padri della chiesa,
diverso anche da quello del primo Testamento, se si
eccettuano alcuni passaggi (come la visione di Elia sul
monte e le affermazioni sull‟amore materno di Dio fatte dai
grandi profeti). E‟ un Dio padre-madre, un Dio amore, un
Dio umile, Abbà, tenerezza infinita, un Dio che ama di
amore preferenziale i “poveri”, un Dio che nella creazione
specialmente dell‟uomo si è privato della sua onnipotenza,
un Dio non provvidenzialista che ci dispensa da ogni
responsabilità, un Dio che non procede a base di miracoli,
un Dio che valorizza l‟opera dell‟uomo sua immagine e suo
partner, un Dio che non punisce, che non si vendica, un Dio
che non comanda ma propone, un Dio che non condanna, un
3
Dio che non ci fa soffrire, ma che soffre con noi, un Dio
vicino, non relegato in un altro mondo, ma presente nel
dinamismo
del creato, secondo gli schemi di una
concezione che va sotto il nome di panenteismo. Un Dio
diverso. Un Dio rivoluzionato. Un Dio dal volto umano che,
alla resa dei conti, è il volto di Gesù Cristo, di cui, come non
mai, in questi ultimi tempi, proprio per questo, si sono
ricercati i lineamenti storici. La teo-logia, cominciando dalla
sua parte primaria e fondamentale, messa veramente a
soqquadro. Come la chiesa è arrivata a questa nuova
immagine? La cosa è troppo importante per non impegnarci
a rispondere a questa domanda. Dobbiamo prenderne atto,
perché è necessario allinearsi a questa concezione, perché
non abbiamo nessun diritto a pensare e parlare
diversamente. In un suo discorso tenuto a Regensburg il 10
marzo 2010, Benedetto XVI, parlando delle distruzioni delle
immagini di Dio a causa dell‟odio e del fanatismo attuali,
esortava i fedeli in questo senso: “E‟ importante dire con
chiarezza in quale Dio noi crediamo e professare convinti
questo volto umano di Dio. Solo questo ci libera dalla paura
di Dio – un sentimento dal quale, in definitiva, nacque
l‟ateismo moderno. Solo questo Dio ci salva dalla paura del
mondo e dall‟ansia di fronte al vuoto della propria
esistenza”. Non abbiamo nessun diritto e nessuna possibilità
di annunciare un altro Dio.
Nell‟acquisizione del nuovo volto di Dio, tutt‟e tre le vie del
progresso della nostra comprensione del mistero rivelato
sono entrate in funzione: la via dei mistici (Teresa di
Lisieux, ma non solo), la sensibilità della comunità,
riassunta ed esplicitata dall‟opera dei teologi, il magistero
della chiesa (in particolare, ultimamente, di Giovanni Paolo
II [Dives in misericordia] e di Benedetto XVI [Deus caritas
est]). Il punto di partenza della nuova concezione è una più
completa presa di coscienza dell‟ultima definizione di Dio
trasmessaci dalla Sacra Scrittura per mezzo dell‟apostolo
Giovanni, ritenuto oggi l‟ultima e più completa espressione
della rivelazione divina, il culmine dell‟autocomunicazione
4
di Dio all‟umanità, di conseguenza il termine ultimo della
nostra ricerca e della nostra comprensione. “Deus caritas
est”: “Ho theòs agàpe estìn”. Tutto nasce di qui, tutto rotea
intorno a questa certezza, tutto rifluisce e si acquieta in
questa sconvolgente e rivoluzionaria rivelazione. Il Dio di
Aristotele è amato, ma non ama; il Dio cristiano ama, ama
sempre, ama tutti, ama senza stancarsi, anche quando non è
amato. Se è per definizione l‟amore, egli non può mai
dimenticare la sua natura o tradire la sua essenza4. Un‟epoca
nuova, la nostra, contrassegnata dalla misericordia anziché
dalla paura, un “paradigma” nuovo, nel senso inteso da
Thomas Kuhn, che ha cambiato profondamente e
radicalmente l‟intera teologia del nostro tempo. Lo storico
francese ricostruttore dei secoli della paura, Jean Delumeau,
ha potuto dire con piena consapevolezza che la paura,
almeno negli ultimi tempi, è stata una delle grandi artefici
della negazione di Dio. La paura insieme al male, chiamato
anche la roccia dell‟ateismo. Senza giudicare il passato con
le categorie di oggi, abbiamo il dovere di allinearci alle
linee di pensiero sostanzialmente oggi fatte proprie anche
dalla chiesa. Rimanendo ancora aperti al futuro, perché il
cammino di aggiornamento e di approfondimento non è
certo finito, è destinato anzi a perdurare durante l‟intero
tempo della storia.
Riprendiamo ora lo schema prima enunciato per fare su di
esso una presentazione più distesa, succintamente di tipo
sistematico.
Dio è amore. Oltre le parole, a dircelo è la vita e la
testimonianza di Gesù, il grande e definitivo rivelatore del
Padre (di Dio). Dio ha creato per amore (non per essere
servito), per amore ci ha redenti, per amore ci libera dalla
morte e, divinizzandoci, ci dona la sua stessa vita. Due
icone devono imprimersi saldamente nel nostro animo: la
lavanda dei piedi e l‟autoconsegna del Figlio di Dio nella
4
E’ questo uno dei motivi per cui la preghiera d’intercessione è sotto inchiesta. Ha
senso, per esempio, pregare come si fa addirittura nella liturgia della chiesa:
“Ricordati, o Dio, del tuo amore”?
5
mani dell‟umanità. Per amore, solo per amore, ci ha dato le
indicazioni della vita piena e felice con quelli che per una
certa superficialità abbiamo chiamato comandamenti, leggi,
precetti, imposti a noi con la minaccia del castigo. Come se
Dio potesse anche parlarci in altro modo, come se Dio,
comportandosi come si è comportato, sia per definizione il
nemico della nostra felicità, Uno dei grandi fraintendimenti
della vecchia morale. Quelle che chiamiamo leggi divine
non sono manifestazioni arbitrarie della volontà di Dio, che
potrebbero anche essere diverse, ma affermazioni che
rispecchiano la sua vita, cioè la vita nella sua piena
espressione, la vita trinitaria, al di fuori della quale non c‟è
che il disordine, la confusione, la morte. Se vogliamo,
quelle che noi chiamiamo leggi di Dio non sono tanto
espressione della sua volontà, quanto della sua intelligenza.
Leggi di vita. Oggettive, necessarie, indispensabili per lui
stesso prima che per noi. Leggi che definiscono l‟uomo
nella sua vera essenza 5. La stessa legge naturale va collocata
su questa linea. La nostra conversione al Dio di Gesù Cristo
ha qui uno dei suoi punti fondamentali. Si tratta di una sfida
anche culturale che, se è sempre oggetto della riflessione
dell‟uomo, lo è specialmente oggi quando l‟uomo rivendica
con orgoglio e convinzione la sua autonomia e la sua libertà.
Le cosiddette leggi divine sono consigli, ammonimenti,
richieste di attenzione per non smarrire la giusta strada.
Opponendosi con la sua libertà al piano di Dio, l‟uomo,
prima che il Creatore, danneggia se stesso, si preclude la
possibilità della sua piena realizzazione come individuo e
come società. C‟è una frase di san Tommaso che dice tutto
questo in modo meraviglioso e che illumina tutta questa
materia con una chiarezza sorprendente e inaspettata. Si
trova nella Summa contra gentiles e suona esattamente così:
“Dio non viene offeso da noi se non da ciò che noi facciamo
contro il nostro stesso bene” (III, 122). Dio soffre per il
5
La nota frase di Dostoevskij: “Se Dio non esiste, tutto è permesso”, per essere
accettata dovrebbe essere completata dall’altra frase: “E l’uomo non esiste”.
Perché, anche senza Dio, l’uomo (che per la Bibbia è la sua immagine), visto nella
sua interezza, può ancora fondare la moralità dei singoli e della società. Può
esistere, di fatto esiste, anche l’ateo onesto.
6
nostro peccato, ma soffre perché danneggiamo noi stessi6. In
questo senso l‟Atto di dolore (come, del resto, tutti gli altri
Atti che noi conosciamo) dovrebbe essere rivisto.
Un piano di vita inteso così non si impone. Dobbiamo per
questo spostare il nostro modo di pensare e di comunicare
(nelle omelie, nelle prediche, nella catechesi, nei colloqui
quotidiani) dalle categorie dell‟imposizione e del comando a
quelle più soffici e più apprezzate dall‟uomo moderno della
proposta, del progetto, del piano, del programma, cui fa da
sostegno e fondamento l‟esempio, di Dio anzitutto, ma
anche di colui che ne interpreta e ne comunica il pensiero.
Le parole del Deuteronomio sono significative a questo
proposito: “Ti ho posto dinanzi la vita e la morte. Ora
scegli, scegli con libertà, ma tu stesso misura anche le
conseguenze delle tue scelte e dei comportamenti
susseguenti”. Dio non castiga, meno che mai castiga con la
sofferenza e il dolore della vita (c‟è anche un insegnamento
chiaro della Bibbia e di Gesù in persona a questo
proposito7). Dio non castiga, non sa castigare. Il castigo è
immanente alla colpa, senza bisogno di un intervento
esterno di qualcuno, nemmeno di Dio.
Bisogna imparare a leggere in profondità lo stesso primo
Testamento, sostanzialmente la storia delle sconfitte di Dio:
il cosiddetto peccato originale, il diluvio, la torre di Babele,
le ribellioni del deserto del popolo d‟Israele in marcia verso
la terra promessa, la storia quasi ossessionante dei Giudici,
la storia politicamente gloriosa dei Re. Nonostante tutto,
l‟amore di Dio non viene mai meno e si rinnova, si può dire,
a ogni passo della storia del popolo eletto. Si ricordi a
6
Una considerazione a proposito della devozione al Sacro Cuore, che ha avuto oggi
l’appoggio di teologi importanti come K. Rahner. Che Dio soffre è un’acquisizione
del sensus fidei del popolo cristiano. Non è una conquista da poco avere superato la
tradizionale affermazione dell’impassibilità divina. Caso mai ci sarebbe da discutere
la connessa proposta di riparazione: non si tratta tanto di riparare piangendo
davanti all’altare, quanto piuttosto di riparare alle sofferenze che il Signore subisce
ancora nella persona dei poveri e dei sofferenti.
7
Si pensi a quanto è lontana dalla verità la frase consueta, normalmente detta e
ripetuta dinanzi a qualsiasi forma di sofferenza e di male: “Che cosa si è fatto di
male per meritarci questo castigo?”. Dinanzi al male, il cristiano deve sentirsi
esattamente come gli altri.
7
questo proposito l‟insegnamento del profeta Osea, che
paragona il Signore a uno sposo, la cui sposa lo tradisce in
continuità. Una l,unga vicenda umanamente inconcepibile.
“L‟insieme dell‟Antico Testamento, lungi dall‟illustrare un
Dio dominatore oppressivo della storia, ci presenta un Dio
„incredibile‟: messo infinite volte in scacco dalla „dura
cervice‟, egli si dimostra fedele, paziente, amante. Aspetta,
tende la mano, perdona. […] Il vero Dio non è che Amore:
umiliato, schiacciato, tradito, egli resta nondimeno fedele
alla sua creatura. Non è lui che la castiga, ma è essa stessa
che si fa del male staccandosi da lui” 8.
La parabola cosiddetta del figliol prodigo cadrà su questo
terreno e arriverà alle ultime conclusioni.
L‟amore non castiga, l‟amore non sa castigare, sa soltanto
perdonare. Le sofferenze fisiche avranno un‟altra
provenienza e l‟inferno non è una condanna, ma
un‟autodannazione e il purgatorio un‟esigenza avvertita
dalla stessa persona che sente in sé il bisogno di essere
totalmente purificata per poter entrare nel paradiso di Dio. Il
giudizio di Dio non è come il giudizio dell‟uomo, ma un
giudizio benevolo e un giudizio salvante. Se ci sarà qualche
episodio di dannazione, esso va spiegato col ricorso alla
libertà totale dell‟uomo, capace anche di dire un no
definitivo a Dio9.
Una impostazione, questa, che mette in particolare risalto
alcuni testi rivelati, che diventano fondamentali: quello della
8
S. Vitalini, Dio soffre con noi? Il mistero del male nel mondo, Meridiana, Molfetta
(BA) 2010, p. 55.
9
I temi escatologici hanno bisogno di una vigorosa revisione, che la teologia, con lo
stesso Magistero, ha preparato in questi ultimi anni. L’inferno è auto dannazione,
che si può spiegare in una duplice maniera: o si rinnega con l’opzione finale l’ultima
offerta di salvezza da parte di Dio, oppure (soluzione più tradizionale) l’indurimento
del cuore, provocato da una vita vissuta totalmente nel disordine e nel peccato,
rende impossibile l’accettazione della salvezza finale. Benedetto XVI allude a
questo quando nella Spe salvi afferma: Possono esserci persone che hanno
distrutto totalmente in se stesse il desiderio della verità e la disponibilità
dell’amore. *…+ E’ questo che si indica con la parola inferno”. L’autodannazione,
oltre che una realtà tremenda, è anche una scelta gravissima, che può realizzarsi
(se qualche volta si realizza) soltanto in condizioni eccezionalissime. Qualcosa di
veramente mostruoso. Certe immagini del passato è meglio lasciarle perdere.
8
chiamata alla perfezione, delle parole di Gesù dopo la
lavanda dei piedi (“Vi ho dato l‟esempio”),
dell‟affermazione dell‟Apocalisse (“Sto alla porta e busso”).
Di più, la stessa incarnazione (con la stessa redenzione) di
Gesù può essere presentata come la proposta di una vita
diversa, appunto della vita divina, resa possibile dal dono
dello Spirito Santo, dal momento che l‟uomo, lasciato alle
sole sue forze, non ne sarebbe capace. La teoria della
soddisfazione vicaria di sant‟Anselmo, (fra l‟altro,
normalmente mal presentata) ha già fatto troppo danno per
poterla continuare ancora. La grazia, la redenzione, frutto
dell‟obbedienza del Figlio e non del suo sangue, secondo un
teologo tedesco, è “Gesù stesso, colui che „dall‟esterno‟,
mediante il suo messaggio e il modello della sua cita, e
„dall‟interno‟ per mezzo del suo Spirito, ci consente
d‟incamminarci per la sua strada”. Una bellissima
presentazione del mistero cristiano: Dio si è fatto uomo per
insegnarci, col suo esempio e la sua parola, come dobbiamo
vivere e, insieme, con la divinizzazione, donandoci la forza
e la possibilità di poterlo imitare. Dio non si placa con il
sangue e la sofferenza, ma attraverso l‟ubbidienza,
esattamente come ha fatto Gesù. E‟ questo l‟autentico senso
della croce, di cui è fatto normalmente lo strumento di una
concezione coloristica della vita. Non dobbiamo ripetere sul
piano personale quanto è stato eliminato sul piano storicocomunitario. Dio per scontare i nostri peccati non chiede da
noi e non vuole le sofferenze e il dolore. La funzione
redentrice della sofferenza può essere salvata solo nel senso
che essa appare al peccatore come un mezzo di espiazione.
Al peccatore, non a Dio.
Oggi si parla giustamente dell‟umiltà di Dio. L‟amore non
può che essere umile (F. Varillon). La kenosi del Verbo è il
segno della kenosi di Dio. Von Balthasar parla a questo
proposito della Ur-kenose, della kenosi originale,
fondamentale, che precede quella visibile nella vita del
Figlio fatto uomo. Addirittura un Dio impotente dinanzi al
problema del male: del male morale e anche del male
9
fisico10, un Dio che soffre per l‟uomo, ancora per amore e
per grazia, come abbiamo appena detto, un Dio che consola,
il Paraclito11, un Dio che per la pienezza dell‟amore
straripante dal suo cuore si è sottoposto anche alle
vicissitudini del cambiamento. Un Dio che ha voluto aver
bisogno dell‟uomo, fatto suo collaboratore della creazione e
della venuta finale del Regno, in cui il male è allontanato e
in cui trionfa ogni bene, anche quello che attualmente non
riusciamo a vedere e immaginare. Finalmente un DioTrinità, perché la danza dell‟amore è cominciata
dall‟eternità, da sempre, prima ancora che il mondo fosse.
E‟ questa pienezza di vita e di felicità che ha ispirato la
creazione di coloro che la possono sperimentare, certo
nell‟eternità, ma anche fin da questa vita nell‟esistenza
personale e comunitaria, in particolare nella famiglia e nella
chiesa. La Trinità è il nostro modello personale, familiare,
ecclesiale e sociale.
Questo, o pressappoco questo (diciamo: “se così si può
dire”), il Dio cristiano, il Dio di Gesù Cristo. Un Dio da
mostrare, più che da dimostrare, da narrare con la vita dei
cristiani e della comunità cristiana, che a lui ispirano la loro
condotta. Possiamo ora vedere Dio soltanto di spalle, come
racconta il famoso episodio dell‟Esodo (“in speculo et in
aenigmate”, come dice san Paolo), ma questa visione è già
sufficiente a far mutare sostanzialmente il nostro modo di
pensarlo e di presentarlo all‟uomo di oggi e, prima ancora, il
nostro modo di vivere l‟esperienza cristiana ed ecclesiale,
10
Il male morale, che nasce dalla libera volontà dell’uomo, non fa problema, non
dipende da Dio. Uno schema che si sta applicando anche per quanto concerne il
male fisico, lo scandalo che ha destato la ribellione di tanti, perché una creazione
perfetta fin dal’inizio è impossibile. Si tratta, come si sa, di una creazione in
evoluzione, cioè in divenire, in attesa del suo compimento. Una intuizione ripresa
anche dal Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 310). Nel numero successivo, lo
stesso afferma categoricamente: “Dio non è in alcun modo, né direttamente né
indirettamente, la causa del male”. Egli è l’anti-male che non vuole e nemmeno
permette il male e l’uomo collabora con lui nella lotta per eliminare ogni male dalla
faccia della terra. La rassegnazione non è un concetto cristiano. I miracoli ora li
deve fare l’uomo. Significativa a questo proposito la teoria dello zim zum della
Cabala ebraica: quando crea, Dio si ritira.
11
G. Bernanos fa sussurrare così Dio nell’orecchio del sofferente: “Perdonami. Un
giorno tu saprai, tu mi ringrazierai. Ma ora, ciò che attendo da te è il tuo perdono,
perdonami”. L’onnipotenza divina ha le mani legate.
10
nella sequela di Cristo e nella imitazione di Dio. Tutto il
resto verrà di conseguenza. “Teofori”, portatori di Dio,
narratori di Dio: è la vocazione del cristiano per il terzo
millennio dell‟era cristiana, il millennio dell‟altro, come ci
si è augurati al suo inizio, del volto dell‟altro, anzitutto
dell‟Altro con la maiuscola. La riflessione teologica non è
fine a se stessa, ma prepara alla preghiera e illumina la
nostra attività. Un impegno severo, capace da solo di
riempire l‟intera nostra esistenza.
“Dio, nessuno l‟ha mai visto - dice il prologo del quarto
vangelo -: Il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, è lui
che ce lo ha rivelato, ce lo ha narrato”. Si può narrare Dio
nella misura in cui si riposa nel suo seno, nella
contemplazione, nel silenzio, nella preghiera. Esattamente
come Gesù. Gli antichi ci tramandano la formula del nostro
rapporto completo con Dio: “Credere Deum, credere Deo,
credere in Deum”: credere che Dio esiste, credere a Dio che
si rivela, andare, muoversi verso di lui, affidarsi a lui, “come
un bimbo svezzato nel seno di sua madre”. E‟ la fede come
ce l‟ha descritta l‟apostolo Giovanni, come ce l‟ha insegnata
il concilio Vaticano II: una consegna totale di noi stessi a
lui, alla sua causa, al suo amore. La fede nella sua pienezza.
E‟ la conclusione migliore di questa lunga galoppata, che
segna il momento culminante della nostra Settimana
teologica.
11

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