LA GAZETA ISTRIANA - gennaio 2012

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LA GAZETA ISTRIANA - gennaio 2012
Arena di Pola
LA GAZETA ISTRIANA - gennaio 2012
La Gazeta Istriana a cura di Stefano Bombardierianche in internet ai seguenti siti
:http://10febbraiodetroit.wordpress.com/http://www.arenadipola.it/Gennaio 2012 – Num. 2201 – RID Rivista
Italiana Difesa Dicembre 2011 Vent'anni fa divampava la guerra in Jugoslavia - I combattimenti al confine italo-sloveno di
Rozna Dolina (Casa Rossa) e Nova Vas. (Gianluca Scagnetti)
02 - Panorama Edit 15/12/11 Convegno - Un risorgimento di frontiera, Trento e Trieste dal 1848 all'annessione (Fulvio
Salimbeni)
03 - La Voce in Più Storia e Ricerca 03/12/11 Con la penna e con i pugni.150 anni della Dieta provinciale istriana mostra a Parenzo (Kristjan Knez)
04 – La Voce del Popolo 03/12/11 Reportage - Suggestiva San Lorenzo, un tempo sfarzosa villa romana in riva al
mare
05 - Limes 05/01/12 Balcani, censimenti 2011: i conti non tornano (Adriano Remiddi)°°°°° °°°°° °°°°°
01 – RID Rivista Italiana Difesa Dicembre 2011 Vent'anni fa divampava la guerra in Jugoslavia - I combattimenti
al confine italo-sloveno di Rozna Dolina (Casa Rossa) e Nova Vas.
Sezione STORICA
Gianluca Scagnetti
Vent'anni fa divampava la guerra in Jugoslavia
I combattimenti al confine italo-sloveno di Rozna Dolina e Nova Vas.
La guerra d'indipendenza slovena dell'estate 1991, nota anche come "Guerra dei dieci giorni", fu il primo atto di una
tragedia che nell'immediato futuro avrebbe insanguinato i Balcani portando alla completa disgregazione della Repubblica
federativa fondata da Josip Broz Tito. Oggi si possono svolgere delle riflessioni più lucide e precise riguardo alle
dinamiche della guerra di secessione slovena. Quelle che allora per noi giornalisti inviati erano cronache oggi possono
essere rilette in una chiave diversa attraverso l'approccio storico, offrendo così ai lettori un ulteriore spunto di
approfondimento.
La Slovenia verso la secessione
Nell'aprile 1990 a seguito delle prime elezioni libere svoltesi nella Repubblica Socialista federata Jugoslava di Slovenia
(Paese di circa 2.000.000 abitanti distribuiti su una superficie di 20.000 kmq), la coalizione DEMOS, cartello elettorale dei
partiti di orientamento democratico, otteneva la maggioranza assoluta dei voti, eleggendo così al parlamento di Lubiana
127 rappresentanti su complessivi 240. Dalla consultazione elettorale usciva invece sconfitto lo schieramento che
avrebbe voluto perpetuare l'esistenza del sistema federale jugoslavo. Nel
programma del nuovo esecutivo l'obiettivo primario era la proclamazione dell'indipendenza da Belgrado facendo così
divenire la Slovenia uno stato sovrano, sovranità che sarebbe stata approvata il due luglio successivo mediante una
dichiarazione del parlamento. Due mesi dopo il Presidente della Repubblica Milan Kucan assumeva il diretto comando
della Difesa Territoriale (Teritorialna Obramba, TO), una struttura militare che in passato era stata organizzata a livello
repubblicano nel più vasto ambito del cosiddetto sistema di difesa popolare totale della Federazione Jugoslava. La TO
era stata istituita allo scopo di cooperare strettamente con l'Armata Federale Jugoslava (Jugoslavenska Narodna Armija,
JNA), con la protezione civile (Civilna Zastita) e con le altre organizzazioni difensive organizzate nell'ambito delle
municipalità e delle fabbriche. Il 23 dicembre 1990 gli Sloveni venivano nuovamente chiamati alle urne per esprimersi nel
referendum sull'indipendenza e la sovranità del proprio Paese. Nella consultazione l’88,2% dei votanti (pari al
93,2% degli aventi diritto) optava per il distacco dalla Federazione Jugoslava. Si trattava di un vero e proprio plebiscito
che avrebbe preluso alla proclamazione ufficiale d'indipendenza giunta sei mesi dopo, il 25 giugno del 1991. Il giorno
successivo a questa storica data sul territorio della neoindependente Slovenia ebbe luogo l’intervento militare
della JNA e con esso divampò la breve "Guerra dei dieci giorni', tragico epilogo dei catastrofici conflitti che negli anni
seguenti avrebbero insanguinato buona parte del resto della Jugoslavia. A Belgrado l’operazione militare
condotta dai federali in Slovenia venne denominata in codice "Bedem 91" ("Trincea 91").
La strategia jugoslava di difesa popolare totale
Per comprendere meglio come Lubiana giunse a disporre di una struttura segreta alternativa di comando per le proprie
forze sarà utile ripercorrere brevemente le fasi dello sviluppo della difesa jugoslava, con un particolare riguardo però alla
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piccola repubblica alpina del Tricorno. La presunta efficacia della strategia di difesa popolare totale era forcata sullo
stretto legame intercorrente tra la JNA e i vari popoli costituenti la Federazione Socialista Jugoslava. Si trattava di un
impianto strategico già interessato da una radicale revisione a seguito dell'invasione della Cecoslovacchia da parte del
Patto di Varsavia nell'agosto 1968. evento che aveva evidenziato in modo evidente le potenziali minacce di penetrazione
in Jugoslavia di grandi unità corazzate e aviotrasportate da oriente. Conseguentemente a Belgrado venne definita una
strategia difensiva del Paese Incentrata sul coordinamento delle operazioni di guerriglia e resistenza condotte da
formazioni diverse da quelle della JNA, una guerriglia che però avrebbe dovuto simultaneamente affiancarsi all'intervento
delle unità convenzionali jugoslave sotto la direzione di un unico vertice di comando. Il nuovo orientamento portava a una
parziale revisione della legge di difesa varata soltanto tre anni prima nel 1965, che aveva previsto la mobilitazione di
forze decentrate della guerriglia soltanto a seguito di un attacco militare proveniente dall'estero. I riflessi dei fatti di Praga
avevano quindi posto in seria discussione l'efficacia delle dottrine difensive elaborate a Belgrado, dato che l'intervento
del Patto di Varsavia in Cecoslovacchia aveva dimostrato la scarsa efficacia di uno strumento eccessivamente
sbilanciato in senso convenzionale. In sostanza la JNA non avrebbe minimamente retto all’urto delle soverchianti
Armate sovietiche tenuto perfettamente nel conto che era Mosca a quel tempo il potenziale nemico da cui Tito poteva
temere un aggressione aggressione. Le Forze Armale sovietiche ( e quelle dei suoi alleati del Patto di Varsavia) erano
infatti nelle condizioni di lanciare un massiccio attacco impiegando le divisioni motocorazzate schierate in Ungheria, a
breve distanza dalla frontiera jugoslava, in coordinazione con le unità aviotrasportate dispiegabili in tempi estremamente
rapidi.
Il nuovo concetto di difesa popolare totale del territorio jugoslavo prevedeva un coordinamento delle forze convenzionali
tradizionali (la JNA) con forme di resistenza attuate nelle varie repubbliche federate, queste ultime concepite sul modello
della lotta partigiana sperimentata con relativo successo da Tito nel corso della Seconda Guerra Mondiale. I combattenti
partigiani sarebbero stati inquadrati in unità etnicamente omogenee costituite in ogni singola repubblica e provincia
autonoma attraverso la formazione di unità territoriali, denominate inizialmente appunto Partizanske Enote (Unità
partigiane). Veniva dunque attuato un decentramento delle funzioni difensive presso le repubbliche federate e lo sviluppo
successivo sarebbe stato quello dell’istruzione delle cosiddette Difese territoriali, entità dirette attraverso proprie
linee di comando distinte da quelle della JNA, ma allo stesso tempo a essa strettamente legate (e in buona parte
dipendenti) nel più vasto ambito della struttura di difesa popolare totale. I nuovi concetti vennero fissati in una concreta
cornice giuridica attraverso la nuova legge federale sulla difesa del 27 febbraio 1969, normativa che regolamentava la
materia prevedendo un esteso impiego delle attività di guerriglia mediante lo strumento della costituenda Difesa
territoriale. La differenza sostanziale da quanto precedentemente statuito dalla vecchia normativa emanata nel 1965
risiedeva nel fatto che le forze resistenti avrebbero operato già da prima dell'inizio delle ostilità, mentre al contrario nei
passato avrebbero ricevuto l'ordine di attivazione soltanto dopo una invasione straniera del territorio nazionale. Con la
formazione di una possente struttura di guerriglia, alimentata dal mito della vittoriosa guerra partigiana di Tito, Belgrado
intendeva scoraggiare possibili attacchi nemici tentando di frustrare in loro le aspettative di un rapido successo con una
deterrenza rappresentata all'esterno ai potenziali aggressori della Jugoslavia. La nuova struttura difensiva che veniva
costituita si articolava sulle sei Repubbliche Federate Jugoslave e le due province autonome serbe, entità territoriali
all'interno delle quali le organizzazioni di difesa avrebbero dovuto disporre dei propri comandi, delle fonti di
finanziamento e dove avrebbero dovuto strutturare l'organizzazione. Restava però il fatto non indifferente che al vertice
delle varie Difese territoriali repubblicane i comandanti venivano nominati a Belgrado dal Comandante in Capo delle
Forze Armate Federali (1).
In questo modo prendeva dunque corpo una nuova struttura difensiva che negli anni seguenti avrebbe attraversato la
sua fase embrionale, evidenziando gravi carenze sui piani dell'inquadramento e della disciplina del personale impiegato.
Anche per queste ragioni nel 1975 il sistema nel suo complesso venne interessato da un ulteriore radicale processo di
riorganizzazione, che tra i suoi effetti ebbe anche la rimodulazione delle forze, trasformate da Partizanske Enote in
Teritorijalna Bdbrana, in Slovenia Teritorialna Obramba Republike Slovenije (TO), cioè in quella Difesa territoriale che
sarebbe rimasta in vita fino al 1991. Nel 1982, dopo la morte di Tito, venne promulgata l'ennesima legge federale sulla
difesa popolare totale, normativa che affidava alla Lega dei comunisti jugoslavi la responsabilità principale e diretta in
materia di organizzazione e conduzione della resistenza popolare in caso di attacco militare straniero al Paese.
La Teritorialna Obramba e le altre componenti del sistema difensivo
La TO (Teritorijalna Odbrana in serbo-croato o Teritorialna Obramba in sloveno) per importanza costituiva la seconda
componente del sistema di difesa popolare totale jugoslavo. Essa si articolava in varie unità e specializzazioni attraverso
una propria linea di comando e diverse componenti operative sul terreno sfruttando una ottimale integrazione del livello
di vertice repubblicano con quelli municipali e delle strutture produttive (ad esempio gli stabilimenti industriali di maggiore
importanza presenti sul territorio). Il suo punto di forza era la spiccata capacità di intervento in aree e ambienti di cui
possedeva una perfetta conoscenza. Nello specifico caso sloveno l'organizzazione della TO seguiva delle sue proprie
linee di sviluppo, in parte differenti da quelle delle organizzazioni similari delle altre repubbliche jugoslave. Tale
particolarità affondava le sue radici nella ricerca di autonomia dall'Armata Federale che a un certo punto della sua
esistenza ha caratterizzato la TO di Lubiana, che portava la TO a configurarsi come un "esercito sloveno" inserito
all'interno del più vasto dispositivo jugoslavo. Formalmente la sua linea di comando faceva capo al Presidente della
Repubblica, ma la direzione concreta dell'organizzazione era nelle mani dello Stato Maggiore (Republiskji Stab
Teritorialne obrambe), che si interfacciava con i comandi regionali dipendenti (Pokrajinski Stab Teritorialne Obrambe) e
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con i comandi di zona delle municipalità (Ob-cjinski Stab Teritorialne Obrambe). Questi ultimi avevano competenza
sull'intera area della municipalità, quindi oltre alla città intesa in senso stretto, anche al suo circondario, comprensivo delle
frazioni e delle zone suburbane. Un ulteriore particolarità della TO slovena derivava dal fatto che, a differenza dalle altre
TO jugoslave, essa dal 1975 veniva finanziata direttamente dal bilancio di Lubiana, dunque attraverso fonti autonome. Il
governo sloveno pagava buona parte della propria Difesa territoriale e questo faceva la differenza, anche se
ufficialmente l'organizzazione restava conforme al dettato delle leggi federali. In concreto la diversità della TO derivava
proprio del suo bilancio separato, che permetteva forme di approvvigionamento di sistemi d'arma e materiali senza
passare per la linea di rifornimento centralizzata controllata da Belgrado. Questo scopo veniva perseguito dalla TO sulla
base degli apporti finanziari ricevuti da tutti I livelli territoriali della repubblica (centrale, regionali e municipali). Anche le
attività addestrative seguivano in parte cicli autonomi differenziati da quelli effettuati in concorso con la JNA: istruzione e
addestramento del personale erano infatti competenza di ufficiali riservisti di nazionalità slovena in forza all'Armata
Federale e, soprattutto, di ufficiali in organico alla TO. Va ricordato comunque che In Jugoslavia, prima di transitare nelle
organizzazione difensive territoriali delle varie repubbliche, il personale (ufficiali, sottufficiali e truppa) era tenuto alla
prestazione del servizio militare obbligatorio nella JNA. L'Armata Federale si occupava inoltre dell'addestramento dei
riservisti in alcune strutture militari all'uopo deputate. Le attività addestrative della TO slovena avevano luogo all'interno
del territorio della propria repubblica, anche se poteva capitare che gli ufficiali frequentassero corsi (ad esemplo I corsi
comando) presso altre strutture militari federali. Tutte le rimanenti attività venivano autogestite dagli Sloveni e a questo
scopo ogni pokrajina (regione) disponeva di sue strutture. In luoghi diversi trovavano invece sede i centri di mobilitazione
delle forze, solitamente quattro o cinque siti specifici per ogni singola brigata sul quali veniva mantenuta la segretezza e
che rientravano nella pianificazione di queste unità. In caso di mobilitazione generale seguita a un allarme fungevano da
organi di concentrazione del personale richiamato in servizio, elementi successivamente aggregati In base alle previste
destinazioni e quindi polverizzati sul territorio sloveno in vista del loro impiego operativo. In caso di conflitto i comandi
provinciali e municipali avrebbero dovuto prendere la guida delle componenti operative locali (solitamente compagnie),
mentre la dislocazione e l'Impiego di unità di diversa conformazione e/o consistenza rispondeva al grado di Importanza
strategica rivestita dalle zone di operazioni o poteva essere prevista per adeguare In maniera ottimale la risposta alla
specifica minaccia. La TO era articolata In diverse componenti operative: Teritorialne Jedinice, unità territoriali di tipo
convenzionale solitamente delle dimensioni di una brigata, composte da un numero variabile di battaglioni e affiancate
da gruppi di artiglieria controcarro e antiaerea. Al momento dell'esplosione del conflitto del 1991 in Slovenia risultavano
operative circa quindici unità di questo tipo per una forza totale ammontante in via potenziale a oltre 70.000 uomini. Al pari
delle brigate dell'Esercito Jugoslavo (Kop-nena Vojska,KV) anche quelle della TO disponevano di un proprio comando e
II loro ordine di battaglia "tipico" era II seguente: comando brigata (brigada) su una compagnia comando (ceta) e una
compagnia sorveglianza e osservazione (nelle brigate della TO non era presente il livello ordinativo reggimentale, puk);
tre battaglioni di fanteria (odred); una compagnia controcarri, una antiaerea, una trasmissioni e una supporti logistici.
Esistevano Inoltre delle formazioni minori, tra di esse c'erano i plotoni indipendenti (samostojini vhod); ledlverzantske
jedinice che erano unità di diversione preposte ad azioni di sabotaggio, ricognizioni offensive e azioni diversive alle quali
veniva affidato anche Il compito della formazione di nuclei per la guerriglia e la controguerriglia nel caso di invasione del
territorio nazionale; la jedinice radnih organizacija che era l'unità delle organizzazioni di lavoro, reparti costituiti a livello di
compagnia o battaglione nell'ambito delle strutture produttive (stabilimenti industriali e cooperative di produzione) con
funzioni di protezione delle infrastrutture. Esse si integravano anche con le unità della TO; le omladlnske jedinice erano
formazioni paramilitari giovanili che Inquadravano personale che non aveva ancora
svolto II servizio militare ma che aveva ricevuto un addestramento basico all'impiego delle armi. Le ultime due
componenti del sistema di difesa popolare totale erano la civilna zastita (protezione civile), formata da varie unità con
specifiche specializzazioni presenti a livello capillare in tutte le strutture della società e, infine, la polizia (Milica), corpo
normalmente preposto al mantenimento della sicurezza e dell'ordine pubblico ma che in caso di mobilitazione generale
avrebbe concorso alla difesa militare del territorio.
Collaborazione con le altre strutture di sicurezza jugoslave
In caso di conflitto la TO avrebbe assunto il controllo di tutte le altre componenti del sistema di sicurezza organizzato a
livello repubblicano, operando sul territorio di concerto con la JNA. Al riguardo era previsto che in operazioni il comando
delle forze venisse assunto dall'ufficiale di grado più elevato presente nello specifico settore del fronte: ad esempio, in un
settore dove fossero stati presenti un battaglione della KV e una brigata della TO il comando sarebbe spettato al
generale sloveno e non al colonnello jugoslavo, qualunque fosse statal'arma o la specialità dell'unità militare federale. Della
JNA faceva poi parte la Guardia di Frontiera, o Granicka Straza (GS) in serbocroato e Obmejne Enote in sloveno,
articolazione dell'Esercito Federale avente specifici compiti di controllo della linea di frontiera e dei valichi di confine. Nel
caso il Paese fosse stato interessato da un conflitto era però prevista la sua trasformazione in vero e proprio corpo
combattente e a questo scopo le varie compagnie di granièarij venivano formate come reparti di arma base o specialità
(fanteria, unità di arresto alla frontiera, controcarri, antiaerea, eccetera). In caso di guerra esse avrebbero dovuto
abbandonare le loro originarie competenze divenendo parte dello schieramento difensivo jugoslavo. Nell'estate del 1991
le unità della GS presenti nelle zone della Severnoprimorska pokrajina che vennero coinvolte nei combattimenti furono il
63s e il 62a Battaglione, il primo di stanza nell'area di Nova Gorica e il secondo in quella di Tolmino. Nelle piccole
caserme e nelle ridotte situate a ridosso del confine operavano plotoni o compagnie rinforzate e normalmente un
battaglione "tipo" della GS comprendeva circa dieci plotoni. La sede e il comando del 63a Battaglione (unità competente
per territorio sull'obèina di Nova Gorica) erano insediati nella caserma situata nel villaggio di Ajsevica. L'unità in questione
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controllava l'area che si estendeva dal Carso goriziano fino alla città di Nova Gorica, compresa la Valle di Vipacco (2). Già
negli ultimi anni di vita del Maresciallo Tito le forze di polizia (Milica in sloveno o Milicija in serbo-croato), organizzate e
inquadrate dalle singole repubbliche, parallelamente alle loro tradizionali attività di istituto avevano anche ricevuto
crescenti competenze nel settore del contrasto della guerriglia. La costituzione di reparti di pronto intervento, i cui
organici venivano alimentati anche mediante il richiamo del personale precedentemente posto in riserva, rispondeva alle
esigenze emerse con il divampare delle crisi generate dalla contrapposizione di gruppi etnici e di potere in alcune regioni
della Federativa, in particolare a partire dal 1989 soprattutto in Kosovo. Le unità di polizia con queste funzioni
disponevano di veicoli blindati di vario tipo (TAM BOV-M, BTR-50, BTR-60, BRDM-2 nonché VTT cingolati M-60) e di
specifici mezzi antisommossa, inoltre la polizia aveva le sue linee di volo basate su elicotteri ALOUETTE, GA-ZELA e
Agusta Bell 205 e 206. In Slovenia i reparti antisommossa della locale Milica, pur avendo dimensioni minori rispetto a
quelli della TO, ricalcavano comunque la struttura di comando e l'articolazione delle forze sul territorio, sia a livello
provinciale che municipale, di quest'ultima. La direzione della Milica (che era un corpo di polizia civile e non militare)
faceva capo al Ministero dell'Interno di Lubiana e in caso di guerra doveva concorrere alla difesa della Jugoslavia, ma in
tempo di pace i miliènikij svolgevano le loro ordinarie attività di istituto. Oltre al normale autoparco di mezzi di servizio, i
reparti antisommossa della Milica slovena disponevano anche di mezzi blindati TAM BOV-M recanti la classica livrea
celeste, mezzi dislocati nella capitale Lubiana. Per l'espletamento delle attività ordinarie la Milica utilizzava i normali
automezzi di servizio (autovetture di vario tipo, fuoristrada, autocarri, eccetera). Come accennato in precedenza, nella
capitale federale Belgrado esisteva una speciale unità di polizia federale preposta alle operazioni speciali e alle attività
antisommossa e di mantenimento dell'ordine pubblico. Questa unità della Milicija era dotata di numerosi mezzi blindati
ruotati e cingolati, identificabili dagli omologhi mezzi in servizio nelle milizie delle varie repubbliche per il loro particolare
identificativo presente sulle fiancate: la scritta di colore bianco in lingua serbo-croata (in caratteri latini) "Milicija"
sovrastata dallo stemma della Federazione Socialista Jugoslava. Alcuni reparti eliportati dell'unità speciale di polizia
federale vennero impiegati In territorio sloveno nel corso del conflitto del 1991.
Gli eventi precipitano: Lubiana implementa la Manevrska Struktura Narodne Zascite
Già dal 1976 nell'Obcinski Stab Terltorlalne Obrambe di Nova Gorica non risultavano più presenti ufficiali dell'Armata
Federale Jugoslava. La completa uscita della TO slovena dalla struttura di comando della JNA sarebbe stata poi
decretata nel 1988 per ordine del governo di Lubiana e da questo momento gli Sloveni con la JNA mantennero Inalterati
soltanto I rapporti nel settore dell'addestramento. Si trattava del primo concreto passo verso la creazione di una
organizzazione militare esclusivamente nazionale. Con l'acutizzarsi della crisi tra Lubiana e il governo federale jugoslavo
si registrarono I primi gravi riflessi sul piano militare. Belgrado decise di disarmare la TO slovena servendosi di un
pretesto: mediante la scusa della riorganizzazione del sistema di Immagazzinamento e distribuzione delle armi in
dotazione alla difesa territoriale, la JNA tentò il trasferimento nei propri depositi della maggior parte dei materiali in carico
alle forze di Lubiana che in quel momento si trovavano fuori dal diretto controllo di queste ultime. Infatti numerosi depositi
di armi slovene si trovavano all'Interno delle caserme jugoslave e la conseguenza fu che il 17 maggio 1990 la TO si trovò
privata di quasi l’80% del suo armamento. L'obiettivo perseguito da Belgrado era di sottrarre strumenti per
combattere una futura guerra a un'organizzazione militare che ormai dipendeva in tutto e per tutto da un governo
secessionista. Naturalmente Lubiana chiese la restituzione delle sue armi e le dimissioni del comandante In carica della
TO, ma, come era prevedibile, Belgrado oppose un netto rifiuto. Questo avvenimento di fondamentale Importanza
segnava l'inizio della fase di implementazione della Manevrska Struktura Narodne Zascite slovena (MSNZ), quella
struttura di manovra per la difesa nazionale In realtà già preesistente ma funzionante in assoluto segreto. SI trattava di
un'organizzazione concepita per lo svolgimento di attività di pianificazione e comando parallele a quelle svolte
ufficialmente dalla TO, che risultava formalmente ancora agganciata alla JNA. Sarà proprio la MSNZ a consentire alla
stessa TO di sopravvivere autonomamente come Forza Armata della Slovenia. Nel settembre 1990 Lubiana su mandato
dell'Assemblea Parlamentare Slovena assunse Il pieno controllo della TO. demandando al proprio Ministero della Difesa
tutti i compiti di pianificazione militare e nominando un nuovo comandante delle forze. Il passo successivo fu il blocco
dell'invio di coscritti sloveni destinati alle unità dell'Armata Federale Jugoslava stanziate al ci fuori del territorio della
Slovenia e della Croazia. Contestualmente venne decisa l'Importazione dall'estero di armi ed equipaggiamenti per le
truppe, acquisti che sarebbero stati effettuati dopo II maggio 1990, con l'ingresso clandestino dei materiali attraverso le
frontiere terrestri e quelle marittime della repubblica. Erano ridotti quantitativi di armi moderne volutamente esibite alla
stampa allo scopo di produrre nelle opinioni pubbliche interne e internazionali un impatto psicologico durante l'importante
campagna propagandistica che avrebbe caratterizzato l'azione di Lubiana nell'intero corso del conflitto. Della struttura
occulta della MSNZ facevano parte esclusivamente ufficiali di nazionalità slovena, spesso personale in servizio alla TO
che lavorava quotidianamente al fianco degli ufficiali della JNA all'Interno di strutture di comando comuni. Elementi che
svolgevano regolarmente il loro servizio continuando a mantenere i contatti con tutti i vari livelli militari e amministrativi,
federali e repubblicani, ma che però operavano in segreto anche all'Interno della MSNZ e quindi su due livelli, uno ufficiale
e uno clandestino. Nello specifico caso dell'Obclnski Stab Teritorlalne Obrambe di Nova Gorica, alla MSNZ erano stati
assegnati otto elementi, ma di essi ne operarono in maniera continuativa soltanto due e questo in ragione del fatto che
non risultava necessario il loro pieno coinvolgimento nella struttura occulta locale. Essi sarebbero stati Investiti di funzioni
in esclusivo caso di necessità. Nell'ottobre 1990, data in cui terminarono le attività di pianificazione, la MSNZ inquadrava
complessivamente oltre 15.000 uomini. All'inizio del 1991, quindi dopo il plebiscito sull'indipendenza del 23 dicembre
1990, la TO di fatto era divenuta la base del nuovo Esercito Nazionale Sloveno. Al rifiuto di Lubiana di disarmare il suo
dispositivo militare Belgrado pose In stato di allerta le unità federali stanziate in territorio sloveno. Nel marzo seguente
Lubiana bloccava completamente ogni invio di coscritti sloveni all'Armata Federale, facendo prestare loro un servizio
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obbligatorio della durata di sette mesi nelle unità della TO. Lo stesso mese, nel corso dell'esercitazione militare "Premlk
'91" (attività che vide impegnato oltre Il 90% del personale In forza alla TO), attraverso una serie di simulazioni, emersero
con evidenza i potenziali effetti negativi del totale dominio dello spazio aereo dell'Aeronautica Federale e, Inoltre, i limiti
operativi delle unità minori della TO, adatte alla difesa a livello locale ma non a manovre ad ampio raggio. In prossimità
della data stabilita per la dichiarazione ufficiale della propria indipendenza dalla Federazione Jugoslava il governo di
Lubiana richiamò sul territorio della repubblica tutti i militari di nazionalità slovena che in quel momento prestavano servizio
nella JNA.
La mobilitazione generale in Slovenia
Lo Stato Maggiore della Difesa territoriale di Lubiana (Republlski Stab za Teritorialno Obrambo, RSTO) ordinò la
mobilitazione generale il giorno 24 giugno 1991 attivando in primo luogo tutti i centri di comando, richiamando allo scopo
in servizio 2.251 riservisti. Poi, alle ore venti dello stesso giorno, per proteggere il territorio sloveno dall'imminente
aggressione militare della JNA, seguì anche quella delle unità operative, In questo secondo caso vennero richiamati in
servizio 9.689 riservisti e di questi se ne presentarono 7.013, pari al 72% della forza. Verso i centri di formazione era
invece previsto un afflusso di 729 uomini, di questi se ne presentarono 644, pari all'81% della forza assegnata. Il
complesso delle attività inerenti alla mobilitazione generale della TO dovettero essere occultate all'Armata Federale, ma
tale mantenimento della segretezza si rivelò un fattore critico comportando una serie di problemi agli Sloveni. Il 26 giugno
1991 i comandi regionali della TO (PSTO) presentavano i seguenti organici: 2. PSTO Novo Mesto - in organico 2.760
elementi, effettivi 2.384 (86% della forza); 3. PSTO Kranj - In organico 946 elementi, effettivi 748 (79% della forza); 4.
PSTO Postojna - In organico 1.328 elementi, effettivi 1.123 (85% della forza); 5. PSTO Ljubljana - in organico 4.306
elementi, effettivi 3.121 (72% della forza); 6. PSTO Nova Gorlca - in organico 466 elementi, effettivi 379 (81% della
forza); 7. PSTO Maribor - in organico 5.956 elementi, effettivi 4.283 (72% della forza); 8. PSTO Celje -In organico 4.146
elementi, effettivi 3.462 (84% della forza); 30e Gruppo di Formazione - in organico 207 elementi, effettivi 207 (100% della
forza). Il totale completamento degli organici sarebbe stato raggiunto soltanto durante i primi giorni di guerra, nel
momento In cui furono Inquadrati nella TO 35.000 uomini. Immediatamente prima dell'attacco della JNA la TO schierava
sul terreno: 85 gruppi di arresto, 95 gruppi controcarro, 59 sezioni di fanteria d'assalto, 150 compagnie e 60 battaglioni;
l'armamento In dotazione comprendeva 39.000 armi leggere con annesso munizionamento (17.000.000 di cartucce di
vario calibro), 1.100 sistemi controcarro (inclusi 2.750 razzi a carica cava), 200 armi di appoggio di vario tipo e 100
sistemi missilistici antiaerei spalleggiablli (MANPADS). Lubiana poteva Inoltre contare anche su una ridotta componente
di forze speciali, la 1. Specialna Brigada MORiS (Mlnistr-stvo za Obrambo Republlke Slovenije), I cui elementi erano
riconoscibili dalle nuove uniformi mimetiche e dal basco di colore verde. All'inizio del conflitto gli Sloveni non
disponevano né di mezzi corazzati né di velivoli di alcun genere, soltanto In seguito, attraverso la cattura di prede
belliche, avrebbero formato due compagnie carri, la Tankovska ceta 6. PSTO e la Tankovska ceta 7. PSTO (3).
Immediatamente prima dell'inizio dei combattimenti il RSTO venne ridetocato in una località segreta diversa dala capitale,
consentendo così alla MSNZ di estromettere definitivamente dalla conduzione delle operazioni quegli elementi di vertice
ritenuti non completamente affidabili in quanto sospettati di essere in parte ancora legati a Belgrado. All’inizio
delle ostilità la TO non concentrò le proprie forze in un'area specifica della Repubblica, al contrario diffuse la sua presenza
in modo capillare su tutto il territorio sloveno, non rendenco necessari trasferimenti di forze in supporto a unità impegnate
su fronti diversi. Gli unici movimenti di truppe (che avvennero a livello di compagnia) si verificarono all'interno delle
singole province zone di impiego ere avrebbero rafforzato la motivazione del personaje in quanto investito del compito di
difendere il proprio luogo di origine o di residenza. Gli automezzi a disposizione della TO, tutti posti al di fuori del
controllo della JNA. erano veicoli civili di vario tipo e modello di proprietà di soggetti privati, obbligati a porli a disposizione
della struttura difensiva nazionale in caso di mobilitazione generale. Per l'effettuazione di trasporti clandestini la MSNZ
preferiva però rivolgersi a piccoli padroncini, in quanto era noto che all'interno delle cooperative socialiste di lavoro,
aziende che disponevano di un numero ragguardevole di furgoni e autocarri, erano presenti e attivi gli informatori del
SDB e del KOS (Kontraobavjestajna Sluzba, servizio di controspionaggio militare della JNA). Allo scopo di risarcire i
proprietari degli autoveicoli requisiti da eventuali danni derivati loro nel corso delle operazioni era stato previsto un
rimborso, inoltre gli stessi proprietari percepivano un indennizzo per l'uso del mezzo da parte della TO.
Armata federale jugoslava: forze di terra presenti in Slovenia
Il controllo militare del territorio della Repubblica socialista federata di Slovenia era competenza della 55 Regione militare
dell'Esercito Jugoslavo (52 Vojaskega Obmocija), con comando a Zagabria (Croazia), che articolava le sue forze
attraverso i seguenti korpus (unità paragonabili grossomeoo a un Corpo d'Armata): 10a Korpus con comando a Zagabria
(Croazia); 135 Korpus con cornando a Rijeka (Croazia); 142 Korpus cor co-a-oo a Lubiana; 312 Korpus con cornanoo a
Maribor: 3? Korpus con comando a Varazdin (Croazia). Sotto il diretto controlo deHa 5* Regione militare in Slovenia
ricadevano le seguenti unità: una brigata di artiglieria mista al 60-75% dell'organico previsto stanziata a Slovenska
Bistrica; un reggimento al 10-30% dell'organico a Èrnomelj: una squadriglia elicotteri da ricognizione e collegamento con
base nell'aeroporto di Ljublja-na/Brnik: ura ccroagnia per la sorveglianza
elettronica a Lubiana; una base logistica al 1030% dell'organico a Lubiana; un battaglione del genio pontieri al 10-30%
dell'organico a Novo Mesto. Dal 142 Korpus con comando a Lubiana dipendevano: un battaglione di collegamento
stanziato a Lubiana; un battaglione della Vojska Policija (polizia militare) a Lubiana; la 253a Brigata motorizzata al 6075% dell'organico, con comando a Postojna e due battaglioni dislocati ad Ajdovscina e Pivka; la 1a Brigata corazzata al
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60-75% dell'organico a Vrhnika; una brigata motorizzata al 10-0% dell'organico a Lubiana, la 345a Brigata di fanteria da
montagna al 30-60% dell'organico con comando a Kranj e due battaglioni dislocati a Tolmino e Bohinjsko Belo (Krajna,
Croazia); un reggimento di artiglieria misto al 30-60% dell'organico a Rtonica: un reggimento controcarri al 10-30%
dell’organico a Postojna; un reggimento della diesa antiaerea leggero al 3060% dell'organico a Lubiana:
Diverzantski odred a Lubiana; un plotone per la sorveglianza elettronica a Lubiana; una batteria controcarri d'assalto al
10-30 % dell'organico a Jesenice; operavano inoltre le seguenti unità della Granicka Straza: 62Q Battaglione stanziato a
Tolmino, 63a Battaglione a Nova Gorica, 64e Battaglione a Sezana e 61 - Battaglione a Ra-dovljica, con i loro numerosi
distaccamenti dislocati lungo tutta la linea di frontiera. Dal 31 -Korpus con comando a Maribor dipendevano: un
battaglione di collegamento, un battaglione della Vojska Policija e le Diverzantski Odred stanziati a Maribor; una brigata
motorizzata al 60-75% dell'organico a Maribor; una brigata motorizzata al 10-30 % dell'organico a Celje; una brigata
motorizzata al 10-30 % dell'organico a Novo Mesto; un reggimento di artiglieria misto al 10-30 % dell'organico a Maribor;
un reggimento controcarri al 10-30 % dell'organico a Ptuj; un reggimento di difesa contraerea leggera a Ptuj; un
battaglione del genio al 1030 % dell'organico a Celje; una batteria controcarri d'assalto al 10-30 % dell'organico nelle
due caserme di Celje e Slovenska Blstrlca; operavano inoltre I distaccamenti della Granicka Straza di Dravograd,
Marlbor e llirska Bistrica (Croazia) ; dal 31 - Korpus dipendeva inoltre una brigata motorizzata al 60-75% dell'organico
stanziata in Croazia nella sua sede di llirska Bistrica. In quel periodo la presenza globale di militari dell'Armata Federale
in Slovenia era quantificata In 15-20.000 uomini, mentre la composizione etnica delle unità risultava varia ma con una
minima percentuale di coscritti sloveni. Nel corso delle operazioni effettuate durante la guerra trovarono Impiego tutte le
unità dipendenti dalla 5a Regione militare. Nella Slovenia occidentale era schierato il 14e Korpus di Lubiana, la cui punta
di lancia era costituita dalla \ - Brigata corazzata di Vrhnika, unità articolata su due battaglioni corazzati (su carri M-84 e
veicoli da combattimento per la fanteria BVP M-80A), un battaglione carri montato su T-55 e un battaglione
meccanizzato dotato di veicoli da combattimento per la fanteria M-80A. I mezzi di questa brigata erano dislocati
principalmente nei pressi di Brnik e a Vrhnika. La seconda unità per Importanza del 145 Korpus era la 228. Proletarska
Motorlzirana Brigada (Brigata motorizzata) di Postojna, articolata sul battaglione motorizzato di Ajdovscina e sul
complesso controcarri divisionale di Vipava, che in operazioni era destinato a incorporare anche il battaglione carri
stanziato a Pivka. Questa era l'unità della KV operante nella Phmorska, la regione confinante direttamente con II Friuli
Venezia Giulia. Durante il loro Intervento le forze jugoslave già presenti In Slovenia ricevettero il sostegno di altre unità
stanziate nella vicina Croazia, tra queste va ricordata la 269a Planinska Brigada (fanteria da montagna) stanziata In
Krajna, che ricevette l'ordine di trasferimento per il suo battaglione di Bohisko Belo ai valichi di confine settentrionali
(Karavanke, Ljubelj e Jezersko). Compiti di minore rilievo vennero assolti dal 2895 Battaglione di polizia militare e dal
142 Diverzan-tskl Ored, entrambi operativi nell'area di Lubiana. Nella Stajerska era schierato il 31s Korpus, del quale
faceva parte II battaglione corazzato appartenente alla 195a Proletarska Mo-torizirana Brigada, unità scontratasi con la
TO nel pressi del valico di confine con l'Austria di Sentilj. Il 13s Korpus di Rljeka schierato in territorio sloveno aveva un
unico battaglione (corazzato), unità inclusa nella 13a Proletarska Motorlzirana Brigada di llirska Bistrica. Infine il 10s
Korpus di Zagabria inviò in Slovenia un battaglione carri della 4a Brigata corazzata di Ja-strebarsko. La componente
d'urto espressa dalla Kopnena Vojska nel settore orientale della Stajerska venne rinforzata mediante l'Invio In zona di
operazioni di un battaglione corazzato della 328 Brigata corazzata di Varazdin, mentre la 63a Brigata paracadutisti di Nis
(Serbia) fornì una compagnia d'assalto che venne aviotrasportata In Slovenia per difendere le basi aeree di Cerklje e
Krka.
Armata Federale Jugoslava: forze aeree presenti in Slovenia
Dalla 5a Regione militare dipendeva la squadriglia elicotteri per la ricognizione e i collegamenti di Ljublljana/Brnik, unità
trasferita poi nelle basi aeree di Cerklje, Krka e Ples, in seguito agli sviluppi degli eventi bellici in ragione della loro
migliore difendibilità nel confronti degli attacchi della TO rispetto all'aeroporto della capitale. La protezione aerea era di
competenza del 52 Korpus RV i PVO (Ratno Vazduho-plostvo i Protiv Vazdusna Obrana), aviazione e difesa aerea
federale, con comando a Zagabria e alle dipendenze della brigata aerea schierata In territorio sloveno. Il 5S Korpus RV I
PVO controllava la regione aerea settentrionale presidiandone lo spazio aereo, i principali centri urbani e i poli industriali.
In Jugoslavia era attiva una rete radar impiegante apparati in grado di operare entro un raggio di 300-500 chilometri; dai
siti sloveni e croati si riusciva dunque a rilevare il movimento di aeromobili nei cieli delle vicine Austria e Italia. Tale rete
era costituita da una quindicina di apparti di produzione sovietica, sistemi acquistati da Belgrado nel 1964 dopo il
parziale rlawicinamento di Tito a Mosca. Insieme ai radar la RV i PVO ricevette anche dei sistemi missilistici contraerei
superficie-aria, tra i quali figuravano anche gli S-75M VOLCHOV (NATO SA-2 GUIDELINE) nonché una trentina di
velivoli da combattimento. In Slovenia operava un Battaglione di controllo e difesa aerea con comando e centrale
operativa a Vrhnika, mentre le sue stazioni radar collegate insistevano sul siti di Ljubljanski Vhr nad Vrhnika, Koprivnik
(Carso) e Gornja Radgona (4). Sempre a Vhmika era schierato un battaglione missilistico antiaereo che aveva del
distaccamenti a Lubiana e a Logatec. infine una divisione missilistica antiaerea aveva il comando nella località di
Kerestinec na Krku e suoi distaccamenti a Cerklje e Krka. In territorio sloveno la base aerea di maggiore importanza, sia
per dimensioni che per tipologia di velivoli schierati, era quella di Cerklje (Dolenjska), ma naturalmente esistevano
numerose altre basi di rischiaramento e una fondamentale importanza assumevano gli aeroporti di Ljubljana/ Brnik e
Maribor. Nel corso del conflitto in Slovenia ricevettero l'ordine di tenersi pronte ad intervenire le seguenti unità: 82- Brigata
aerea di Cerklje e Krka. 185= Reggimento cacciabombardieri di Pola. 105£ Reggimento cacciabombardieri di Zara. 1175
Reggimento caccia di Bihaae e Reggimento trasporti di Ples. Dalla base di Zagabria operarono i reparti da trasporto con
aerei ed elicotteri. Alla guerra presero inoltre parte altre formazioni militari che fornirono protezione a strutture e
magazzini.
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L'azione del controspionaggio jugoslavo
Al pari del SDB. dalla seconda metà degli anni Sessanta, ai primi segnali di una ricerca di autonomia e indipendenza
manifestati dalla dirigenza politica di Lubiana, anche il KOS aveva intensificato la sua azione di controllo in Slovenia e
nei primi anni Ottanta, con l'esplosione delle proteste giovanili e studentesche dirette contro lo sganciamento dell'Armata
Federale dal controllo della società civile, accentuò il lavoro di capillare raccolta di informazioni. In quegli anni cruciali per la
Jugoslavia le attenzioni del servizio vennero concentrate (forse in modo eccesivo) sul dissenso politico interno ed
esterno alle Forze Armate, trascurando in parte il contestuale processo di organizzazione in atto di una forza
combattente autonoma da parte slovena. Il KOS raggiunse quindi discrete capacità nell'infiltrazione delle strutture militari
clandestine di Lubiana e. paradossalmente, a volte era la stessa MSNZ a penetrare entrambi i servizi di informazione
federali. Nonostante la precedente epurazione degli ufficiali di nazionalità slovena dai livelli apicali dei servizi segreti
(sostituiti soprattutto con personale di etnia croata e serba), alcuni elementi della TO che lavoravano segretamente nei
comandi regionali e municipali della MSNZ nel corso dell'espletamento delle loro normali attività di ufficio venivano a
contatto con il KOS e l'SDB. Essi ufficialmente continuarono a restare in collegamento con la Sicurezza jugoslava
facendo però il doppio gioco in favore della MSNZ, che in questo modo riusciva a carpire importanti informazioni utili,
probabilmente giungendo nel 1991 a conoscere buona parte della rete dei servizi di Belgrado attiva in Slovenia. Da parte
slovena si tende a sottolineare un eccesso di autostima e di presunzione di capacità del controspionaggio militare
jugoslavo, atteggiamento che avrebbe indotto a commettere gravi errori. Alla metà degli anni Settanta, in un periodo di
coesione politica a livello federale, nell'ambito della pianificazione e della verifica dello strumento difensivo jugoslavo
compiute mediante esercitazioni militari congiunte, le difese territoriali delle varie Repubbliche erano in grado di disporre
di informazioni classificate (ad esempio quelle relative ai potenziali nemici frontalieri come Ungheria. Austria. Italia)
attingendo dai servizi segreti federali, ma anche allora nei comandi della TO si riteneva che tali informazioni non fossero
completamente attendibili. Inoltre, anche in tempi non sospetti, le relazioni tra TO e KOS erano contraddistinte aa attriti e
reticenze, mentre il servizio federale appariva come una sorta di 'stato nello stato . Il controspionaggio militare jugoslavo
opponeva spesso resistenze alla richiesta di diffusione di informazioni su organici, armamento e specifiche capacità delle
unità della KV che avrebbero dovuto operare al fianco della TO slovena. In ogni caso Lubiana avrebbe ritenuto che il KOS
non fosse stato a completa conoscenza delle dimensioni e della struttura della sua TO, anche per la ragione che la
Slovenia aveva posto in riserva il 90% del personale in forza, cosa che rendeva maggiormente difficoltosa la raccolta di
informazioni da parte federale. Un'altra grande difficoltà incontrata dal KOS durante il conflitto del 1991 fu il monitoraggio
delle comunicazioni del nemico, perché nel corso delle operazioni gli Sloveni stabilirono e mantennero i propri
collegamenti servendosi di telefoni della rete pubblica (apparecchi via cavo, dato che nel 1991 non erano ancora diffusi i
telefoni cellulari). Una particolarità di questo conflitto è stata Infatti quella dello svolgimento di quasi tutti i combattimenti in
luoghi situati in prossimità di telefoni fissi in grado di porre in contatto tra loro i comandi della TO con le unità schierate sul
terreno. Quindi mai in luoghi eccessivamente isolati e comunque sempre in ambienti perfettamente conosciuti dalle unità
impiegate in azione. Per il KOS sarebbe risultato praticamente impossibile porre simultaneamente sotto controllo tutte le
utenze telefoniche della Repubblica Slovena, inoltre il controspionaggio militare jugoslavo non era a conoscenza delle
precise dislocazioni del nemico, mentre la TO di volta in volta poteva disporre sia di apparecchi telefonici in abitazioni
private, sia di quelli pubblici installati nelle cabine, all'interno delle stazioni di servizio, nei caffè e in altri luoghi.
Ovviamente le comunicazioni degli Sloveni avvenivano mediante l'utilizzo di codici segreti.
"Bedem '91"
Al momento della dichiarazione unilaterale di indipendenza di Lubiana del 26 giugno la TO era schierata a difesa del
principali punti strategici della Slovenia. Particolare attenzione fu riversata sui ventisette valichi di confine con l'estero,
luoghi dove era previsto l'arrivo delle unità Inviate da Belgrado per presidiare le frontiere con Austria, Italia e Ungheria. Il
blocco da parte della TO delle caserme federali e la contestuale interruzione dei principali assi di comunicazione In
Slovenia, compresi quelli fondamentali che collegavano la capitale al suo aeroporto Internazionale, furono causa di gravi
ostacoli che ridussero (e in alcuni casi impedirono completamente) la mobilità delle unità jugoslave. All'evidente inefficienza
del sistema di alimentazione logistico della JNA (prodotto di storiche carenze che si manifestavano anche attraverso la
scarsa aderenza con le unità operative impegnate sul terreno che di conseguenza non ricevevano adeguati rifornimenti),
si aggiunsero gli effetti del potere contraereo di Lubiana. Infatti l'abbattimento di alcuni elicotteri dell'Armata Federale
mediante l'Impiego di MANPADS ridusse ancora di più le residue capacità delle forze di Belgrado di sopperire alle
carenze nella logistica attraverso l'impiego della propria aeronautica. Così la TO riuscì a interrompere la linea di alimentazione nemica, bloccando con le barricate e le imboscate lungo le strade l'afflusso di
rincalzi alla KV messisi in marcia dalle loro caserme in Croazia. Contestualmente, l'assedio posto alle caserme della JNA
sottrasse a essa ulteriori forze altrimenti disponibili per un impiego sul campo. Questo complesso di fattori produsse II
conseguente risultato di far perdere il controllo di numerosi valichi di confine alle unità federali che erano state
precedentemente inviate a presidiarli, unità polverizzate su tutto II territorio sloveno ben presto trovatesi isolate. L'Armata
Federale Jugoslava manifestò una modesta efficienza e risultò impreparata a una guerra di occupazione; pur possedendo
le capacità di piegare la resistenza nemica, essa però evitò di impegnarsi a fondo nel teatro operativo sloveno. Una Ipotesi
che giustifichi tale scelta potrebbe ricondursi ai reali orientamenti (non dichiarati) dei vertici politici e militari di Belgrado,
che erano con ogni probabilità già Indirizzati verso le previste (e maggiormente impegnative) future crisi di Croazia e
Bosnia Erzegovina. Sulla base di questa Ipotesi la Slovenia veniva ormai considerata come irrimediabilmente perduta,
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dunque sarebbe stato inutile accanirsi In quel conflitto con attacchi Indiscriminati che avrebbero provocato pesanti effetti
collaterali ed eccessivi danni alle infrastrutture della piccola repubblica. E questa potrebbe essere stata la ragione alla
base dell'impiego selettivo della forza da parte della JNA. A Belgrado, avuta consapevolezza dei limiti dell'impiego dello
strumento bellico nella risoluzione della crisi, si sarebbe compresa la necessità di un compromesso con la secessionista
Lubiana, questo al fine di spostare più a sud in tutta tranquillità uomini e mezzi bloccati in territorio sloveno, in vista
dell'atteso scontro con la Croazia di Franjo Tudman.
Severnoprimorska pokrajina TO
Il 26 giugno 1991 lo Stato Maggiore jugoslavo diramava alle unità che erano impegnate nell'esercitazione "Bedem '91"
l'ordine di inizio delle operazioni. In conseguenza di tale ordine anche la Brigata motocorazzata di Pivka mosse dalle sue
basi stanziali allo scopo di congiungersi entro sera alla 253a Proletarska Motorizlrana Brlgada di Ajdovsclna e Vipava,
con l'obiettivo previsto per II giorno seguente di raggiungere e presidiare i valichi di confine con l'Italia di Nova Gorica. I
plani prevedevano l'assunzione del controllo delle aree di Rozna Dolina (posto di confine sul versante jugoslavo opposto
a quello della Casa Rossa di Gorizia) e di Vrtojba (versante jugoslavo opposto a quello di Sant'Andrea/Standrez, sempre
nel capoluogo Isontino). Una volta giunti a Nova Gorica le unità della KV insediarono il loro comando nella località di
Ajscevica. Il 26 giugno Lubiana non aveva ancora diramato alla TO l'ordine di inizio delle ostilità, disposizione che i reparti
sloveni avrebbero ricevuto soltanto alle ore dieci del giorno successivo e questo consentiva dunque alle formazioni
motocorazzate della JNA di superare senza problemi le postazioni della TO. in quel momento non ancora rese palesi,
raggiungendo così i confini. Prima che la MSNZ ordinasse l'ingaggio delle unità federali, la TO si limitò a effettuare una
sorveglianza discreta delle rotabili interessate dagli spostamenti delle colonne nemiche. L'Armata Federale conseguiva
temporaneamente i suoi obiettivi, in ragione dell'assenza di contrasti armati da parte slovena in quella prima fase del
conflitto. Soltanto la popolazione civile oppose una simbolica resistenza inscenando alcune proteste al passaggio delle
colonne della JNA in movimento, contro le quali vennero lanciate delle pietre. Nel frattempo a livello regionale si
costituiva la struttura integrata di coordinamento delle forze comprendente TO, Milica e altre organizzazioni paramilitari e
civili della Severnoprimorska. Nell'ambito di essa sarebbe stata elaborata nel dettaglio la pianificazione operativa. Il 28
giugno questa struttura di comando diramava l'ordine del passaggio all'azione e allo scopo venivano segretamente
convocati i vertici locali della TO. In un primo momento venne caldeggiata l'idea di attaccare una piccola caserma della
JNA situata nel Trnovski Gozd (Selva di Tmovo). installazione ospitante un centro d'ascolto elettronico del KOS dove
prestavano servizio una decina rj elementi del controspionaggio militare. Data la natura della base e l'entità del personale
presente al suo interno, si sarebbe trattato di un obiettivo di facile acquisizione ma scarsamente pagante nei termini
dell'impatto psicologico e mediatico successivamente riflessosi sull'opinione pubblica jugoslava e i vertici militari di
Belgrado.
Per questa ragione e anche per assecondare i desiderata politici di Lubiana che chiedevano un'azione di forte impatto
simbolico, nella struttura integrata di coordinamento di Nova Gori-ca venne abbandonata l'ipotesi iniziale (ritenuta di
scarso peso) e si concentrarono le attenzioni su obiettivi maggiormente paganti come i concentramenti di forze federali ai
confini. La strategia era evidente: per loro stessa natura i valichi di confine si trovavano a immediato ridosso di Paesi
esteri e inoltre costituivano il punto di passaggio obbligato per chi attraversava la frontiera (turisti in fuga, lavoratori
transfrontalieri, soggetti che si erano recati in Jugoslavia per fare acquisti di benzina o sigarette, eccetera), ma
soprattutto, data la presenza di militari e mezzi corazzati federali, avevano attratto la stampa internazionale. Per Lubiana
rappresentavano quindi una potenziale formidabile cassa di risonanza utile ad amplificare il proprio grido di libertà di fronte
alla dura repressione di Belgrado, mostrando al contempo la violazione di fondamentali libertà da parte dell'esecutivo
federale jugoslavo. Un'azione militare condotta a Rozna Dolina avrebbe assunto una enorme importanza, infatti
l'accesso all'Italia dalla Casa Rossa di Gorizia era noto a tutti i cittadini jugoslavi perché era sempre
stato una delle principali porte di ingresso al Paese occidentale confinante per tutti quelli che si recavano a fare acquisti
negli esercizi commerciali del Friuli. In seno alla struttura integrata di coordinamento di Nova Gorica vennero sollevati dei
dubbi sulle reali possibilità di successo di azioni del genere, al punto che alcuni ufficiali della TO giunsero a definirle come
suicide, ma alla fine prevalse la linea orientata a un attacco fulmineo e devastante ai danni della 253a Brigata
motorizzata federale, unità che a Rozna Dolina aveva schierato due compagnie di fanteria appoggiate da un plotone carri.
Attacco al presidio della Kopnena Vojska a Rozna Dolina
Dell'esecuzione del blitz di Rozna Dolina vennero incaricati otto elementi della TO, un gruppo di fuoco preventivamente
selezionato in gran segreto dal Maggiore Srecko Lisiak, ufficiale che ne avrebbe guidato in seguito le azioni sul campo.
Una volta definita l'azione da compiere si passava alla fase di pianificazione degli attacchi, definendone le procedure
operative. Prima di aprire il fuoco contro i militari dell'Armata Federale il commando sloveno guidato dal Maggiore Lisiak
avrebbe dovuto intimare loro la resa con un megafono. Nel frattempo una compagnia di milicnikij (poliziotti) in assetto di
guerra avrebbe avuto l'incarico di appoggiare il commando della TO cinturando l'area di operazioni per prevenire un
eventuale afflusso di rinforzi inviati in sostegno ai militari jugoslavi sotto attacco.
I poliziotti avrebbero anche dovuto evitare l'intervento del locale nucleo di granicarij, le circa venti guardie di confine della
casermetta situata non lontano dal posto di confine. Altri elementi della Milica, questi ultimi però vestiti in abiti borghesi,
immediatamente prima dell'attacco avrebbero poi avuto il compito di allontanare dalla zona di operazioni tutti i civili in
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quel momento presenti. Ma, come verrà compiutamente descritto nel prosieguo, la partecipazione della Milica slovena non
venne limitato a questi compiti. In prossimità dell'attacco vennero infine poste in preallarme tutte le strutture sanitarie
locali. Nel tardo pomeriggio del 28 giugno il commando iniziava la sua breve marcia di avvicinamento all'obiettivo
muovendo da Nova Gorica a bordo di un furgone civile e raggiungendo pochi minuti dopo la località di Kostanjevlca. Lì tutti
e nove gli elementi si occultavano temporaneamente all'interno di una fattoria sita in prossimità del monastero, luogo dove
venne atteso l'arrivo della squadra degli otto milicnikij incaricati della cinturazione d'area, che erano armati di fucili
automatici d'assalto Zastava M-70 AB2 e delle loro ordinanze da fianco.
In realtà all'interno della struttura segreta di coordinamento si aveva la quasi certezza che le guardie di frontiera jugoslave
non sarebbero intervenute nel combattimenti e questa previsione in seguito non si rivelò errata, infatti nel timore di subire
un attacco dagli Sloveni i granicarij si asserragliarono all'interno della loro casermetta minandone addirittura gli accessi
(5). Da Kostanjevica il commando proseguiva a piedi in direzione di Rozna Dolina. Uno degli otto elementi del gruppo di
fuoco era armato di fucile di precisione M-67 in calibro 7,9 mm, gli altri sette erano dotati di fucili mitragliatori UL-TIMAX
in calibro 5,56 mm prodotti a Singapore, armi acquistate da Lubiana alcuni mesi prima e successivamente introdotte
clandestinamente in Slovenia. Tutti i membri del commando disponevano inoltre di pistole automatiche Ingram in calibro
9 mm e di granate, mentre soltanto il comandante aveva un fucile automatico Zastava M-70 AB2. Quattro territoriali
erano stati preposti all'Ingaggio di mezzi corazzati nemici e allo scopo dotati di lanciarazzi ARMBRUST. Questo sistema
d'arma prodotto in Germania era particolarmente adatto al tipo di azione della TO, in quanto progettato sulla base di
requisiti specifici relativi ad un minimo effetto vampa al momento dell'espulsione del razzo dal tubo di lancio. Inoltre la
sua ridotta segnatura acustica e la minimizzazione dei residui della combustione causati dallo sparo lo rendevano
particolarmente idoneo all'Impiego da ambienti chiusi, dunque ottimizzato per i combattimenti urbani. Il commando
raggiunse l'obiettivo avvicinandovisi in assetto tattico e arrestandosi quindi sulla linea costituita dalla prima fila di edifici in
costruzione situata ai piedi della collina di Rafut, proprio alle spalle del Bistrò Rozna Dolina, Il bar ristorante del valico di
confine e in quel punto prese posizione per l'attacco. Gli uomini si disposero su tre linee di tiro a diverse quote: la prima,
più avanzata, vedeva occultati dietro un cespuglio il comandante Lisiak e un elemento armato di ARMBRUST;
immediatamente dietro, riparati dietro un muretto del cortile di una palazzina la cui edificazione del piano terra era stata
ultimata, erano piazzati lo sniper col fucile di precisione e altri territoriali armati di fucili d'assalto e di un lanciarazzi
controcarro; la terza linea, formata da due elementi armati di ARMBRUST, era In posizione protetta dietro un muro di
cemento di un cantiere adiacente al primo edificio, all'angolo della strada che proveniva dalla collina. Nella zona era
totale l'assenza di postazioni di sorveglianza degli Jugoslavi, che evidentemente in quel frangente non si attendevano
attacchi.
Questo fatto venne poi confermato dalle incertezze manifestate durante le prime reazioni all'intimazione della resa
comunicata dal comandante della TO. A questo punto tutto si consumò velocemente. Udita la voce del Maggiore Lisiak
amplificata dal megafono i militari della JNA tentarono in fretta e disordinatamente di assumere le posizioni di
combattimento, volgendosi nella presunta direzione di provenienza della minaccia senza però riuscire a localizzare con
precisione il nemico. I piloti del T-55 accesero i motori dei loro carri mentre i comandanti degli equipaggi brandeggiavano
le torrette puntando le bocche da fuoco In varie direzioni. Contestualmente, mentre alcuni autoveicoli civili si
allontanavano rapidamente dalla zona, tutti I cittadini sloveni, I pochi stranieri presenti e i giornalisti fuggivano In
direzione della stazione di servizio Petrol cercando riparo al suo Interno, aiutati dagli agenti in borghese della Milica che
esortavano la gente ad allontanarsi indirizzandola verso zone sicure o ripari occasionali più vicini. Al riguardo va
sottolineato il fatto che le ordinarie attività civili, comprese quelle commerciali, non erano state interrotte a causa della
presenza dei carri armati federali, quindi tutti I negozi e gli uffici situati nel piazzale di Rozna Dolina (bistrò, pompe di
benzina, agenzia viaggi e cambiavalute) erano ancora aperti. Alle ore 18.21 la TO apriva il fuoco con gli ARMBRUST. Il
primo razzo lanciato colpiva il carro più vicino alle posizioni del commando perforandone la corazza In uno dei suoi punti
più vulnerabili, lo scafo all'altezza del cingolo. Il secondo ARMBRUST colpiva invece il vomere di un bulldozer della KV,
mezzo utilizzato durante il movimento della colonna federale per sgomberare le strade percorse da eventuali barricate
allestite dai civili per protesta.
Il vomere aveva offerto a quattro militari jugoslavi una temporanea precaria protezione, ma l'esplosione del razzo a
carica cava provocava egualmente la morte di uno di essi e il ferimento degli altri tre. I tiratori di ARMBRUST ricevevano
la necessaria copertura dal resto dei componenti del commando, che aprivano il fuoco con le loro armi leggere contro i
militari federali. Nel frattempo, mentre il primo carro colpito era ormai in fiamme, l'esplosione della riservetta delle
munizioni situata al suo interno trasmetteva il fuoco anche all'altro T-55 fermo nelle sue immediate adiacenze, che a sua
volta iniziava lentamente a bruciare. Nonostante che a seguito dei primi lanci di razzi avessero preso posizione all'interno
del bo-schetto dietro il bistro, i federali continuavano a non riuscire a individuare con precisione le posizioni della maggior
parte degli attaccanti sloveni, scorgendo esdusivamerrte i due ele-menti della postazione dello sniper. L'unica risposta
concreta degli Jugoslavi venne dalle armi leggere, in quanto i carri erano praticamente "ciechi". Soltanto il T-55 che
all'inizio dell'attacco si era spostato di alcune decine di metri per posizionarsi di fronte alla stazione di servizio Petrol,
iniziava ad aprire il fuoco all'impazzata con la propria mitragliatrice di bordo nella direzione opposta al valico di confine,
dunque contro il luogo dove a quel tempo si trovava l'edificio della Primex, una società cooperativa di import-export attiva
al tempo della Jugoslavia. L’equipaggio di questo carro completamente colto di sorpresa dell’azione della
TO, non disponendo di un campo di tiro utile alla sue spalle (cioè nella zona retrostante maggiormente interessata dai
combattimenti sparava numerosi colpi in calibro 12.7 mm meramente in via preventiva ma senza mirare contro alcun
obiettivo reale, questo nel timore della possibile presenza di un altro gruppo di fuoco sloveno. Il combattimento ebbe una
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durata complessiva di circa dieci minuti e produsse risultati catastrofici per i reparti dell'Armata Federale coinvolti.
I militari della 253s Brigata motorizzata dopo il breve attacco iniziarono ad arrendersi ai territoriali consegnando loro le
armi. Alcuni ufficiali dell'Esercito italiano che in quel momento prestavano servizio presso il punto di osservazione
avanzato situato all'interno del castello veneziano di Gorizia hanno in seguito riferito che nel corso di questa fase
dell'azione alcuni elementi della Milica slovena appostati sui tetti di alcuni edifici circostanti il posto di confine, poliziotti in
regolare uniforme d'ordinanza ma privi di copricapo o di elmetto, aprirono il fuoco con i fucili d'assalto (presumibilmente
gli Zastava M-70 AB2) contro gli equipaggi dei carri federali mentre questi abbandonavano i loro mezzi.
Al termine dello scontro soltanto tre territoriali scesero nel piazzale del valico di confine per disarmare e concentrare i
prigionieri nemici, gli altri sei rimasero occultati e in copertura. La resa fu praticamente spontanea, l'azione si era
consumata in tempi brevissimi e non aveva consentito agli uomini dell'Armata Federale, in massima parte militari di leva,
di realizzare cosa stesse realmente accadendo anche perché rimasti subito privi del loro comandante, un capitano di
etnia croata che non si aspettava un attacco del genere, ferito a un braccio e sotto shock. Per la JNA il bilancio fu
pesante: 3 militari caduti, 16 feriti e 98 catturati dagli Sloveni; 2 carri T-55 distrutti, 3 carri T-55, un carro gittaponte BTS-1
(T-55A-T), numerosi automezzi e armi di vario genere e tipo caduti in mani nemiche. Nel corso dell'azione di Rozna
Dolina il commando della TO aveva sparato due razzi controcarro e circa 700 colpi di armi leggere di vario tipo.
Resa del dispositivo federale al valico di Vrtojba
Contrariamente a quanto affermato in quei convulsi giorni di crisi dalla stampa, il grosso delle forze della JNA schierate
nella Severnoprimorska non era concentrato nella Selva di Trnovo, ma bensì al valico confinario di Vrtojba, dove si
trovavano 138 militari della fanteria e sette carri T-55. L'azione di Vrtojba venne caratterizzata da una minore drammaticità
e soprattutto dall'assenza di vittime. Il 29 giugno, giorno successivo a quello delazione di Rozna Dolina, la Milica slovena
venne incaricata della conduzione delle trattative per l'ottenimento della resa dell'unità federale posta a presidio
dell'importante posto di confine. Gli ufficiali della KV più alti in grado vennero invitati dai milicnikij a prendere posto in
alcune autovetture della polizia che recavano i colori d'istituto (celeste e bianco), questo per consentirgli di prendere
direttamente visione degli avvenimenti verificatisi il giorno prima a poche centinaia di metri di distanza. La motivazione
dello spostamento sotto scorta a bordo dei veicoli della Milica veniva ufficialmente motivata dalla necessità di preservare
l'incolumità fisica degli ufficiali jugoslavi, che sarebbe stata posta a repentaglio qualora essi avessero deciso di spostarsi
autonomamente dati gli elevati rischi di aggressione da parte della popolazione slovena. Il fine degli Sloveni era chiaro:
convincere jugoslavi che non sarebbe stato conveniente impegnare le loro forze in un combattimento con la TO.
Terminato il sopralluogo e le trattative, il mattino seguente gli ufficiali dell’ Armata Federale vennero ricondotti al
valico di Vrtojba. Essi non avevano ancora preso una deciione sul da farsi, ma d'altro canto nella caotica situazione
ingeneratasi in seno all'unità rimasta isolata al confine con l'Italia esplosero dei duri contrasti tra gli ufficiali, dato che
alcuni asserivano che non si sarebbero dovute violare le consegne con la resa al nemico. Un fatto fece però mutare
questo iniziale atteggiamento: nel pomeriggio squadre della TO giunsero a Vrtojba e presero posizione in vista del
combattimento con i militari federali e questo convinse il capitano che comandava la compagnia corazzata a porre fine
all'azione della propria unità, ordinando la resa ed evitando così l'attacco sloveno. Per effetto di essa la TO venne in
possesso di ulteriori quantitativi di materiali d'armamento e di munizioni, tra cui sette carri T-55.
Attacco alla ridotta della Granicka Straza di Nova Vas
L'ultima azione militare degna di nota che ebbe luogo nell'estate 1991 a ridosso del confine italiano fu l'attacco del primo
luglio alla ridotta della GS di Nova Vas, una località del Carso situata nei pressi del villaggio di Opatje Selo, sul versante
sloveno del Lago di Doberdò. In questo caso l'attacco venne condotto da un complesso di dimensioni maggiori rispetto a
quello protagonista del blitz di Rozna Dolina, infatti a Nova Vas operarono sessantatre uomini della TO (i nove del
commando del Maggiore Lisiak più cinquantaquattro elementi della Diverzantske Jedlnice) e un piccolo nucleo della
Mitica. L'obiettivo era costituito da una ridotta ospitante una sezione di granicarij, dispositivo confinario che in caso
conflitto con l'Italia era predisposto per la trasformazione in compagnia controcarri. La sezione GS era infatti armata di
lanciarazzi e cannoni senza rinculo modello B-10 in calibro 82 mm, artiglierie queste ultime che, se incavalcate su
affusto, sono In grado di essere utilizzate anche da fanterie appiedate. I granicarij erano al comando di un sottotenente
kosovaro di etnia albanese, militare che aveva ricevuto la promozione al grado più basso della scala ufficiali proprio nel
giorni Immediatamente precedenti la degenerazione politica della crisi slovena, dunque, almeno apparentemente, un
soggetto animato da elevata motivazione. Il sottotenente della GS a scopi precauzionali aveva fatto fortificare la ridotta
dove si trovava Insieme al suol sottoposti. La dinamica dello scontro fu la seguente: circondato Il villaggio di Nova Vas e
rastrellatolo casa per casa allo scopo di avere la certezza che al suo interno non vi fossero appostati del gra-niciarlj, gli
uomini della TO si avvicinarono alla ridotta federale assumendo le posizioni di combattimento. La fase successiva fu
l'intimazione della resa alle guardie di confine effettuata dagli agenti della Mllica mediante l'uso del megafono di bordo
del loro fuoristrada di servizio, una Campagnola Zastava (copia della FIAT 1107 AD 4X4/AR-76). Si voleva avviare una
trattativa che conducesse a una soluzione simile a quella ottenuta il giorno precedente al valico di Vrtojba, ma in questo
caso il tentativo fu inutile perché, a loro volta, anche i granièarij assunsero le posizioni di combattimento. Fonti della TO
asseriscono che la replica del sottotenente delle guardie di confine all'intimazione di resa ricevuta poco prima fu la
minaccia di aprire il fuoco con i cannoni senza rinculo contro le case del villaggio. Secondo le citate fonti slovene le sue
precise parole sarebbero state le seguenti: "Abbiamo molte armi che ci consentono di fare numerose vittime tra i civili".
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L'ufficiale avrebbe dato quindi l'ordine all'artigliere puntatore di prendere posizione al pezzo, commettendo però l'errore di
avvicinarsi lui per primo all'arma, provocando così la reazione armata da parte slovena. L'azione di fuoco ebbe una
durata di cinque minuti e il bilancio fu la morte l'ufficiale dei granicarij, il leggero ferimento di quattro guardie di frontiera e
la cattura delle rimanenti ventidue. Quello di Nova Vas è registrato come l'ultimo episodio di guerra verificatosi nella
Severnoprimorska pokrajina.
Approntamenti difensivi in Italia
Naturalmente gli eventi bellici verificatisi in Jugoslavia interessarono direttamente il sistema difensivo italiano e, dato il
particolare settore di confine, principalmente le componenti terrestre e aerea. Le attività di controllo e acquisizione delle
informazioni vennero espletate sotto la diretta responsabilità dei prefetti, come quando si verificano i casi di pubbliche
calamità. L'Esercito Italiano venne posto in stato di preallarme, con la conseguente Intensificazione dei pattugliamenti
lungo la frontiera con la Jugoslavia che venivano effettuati attraverso l'impiego di elicotteri da ricognizione e squadre di
fanteria motorizzata. La guerra nella vicina Slovenia era esplosa quando In Italia la Difesa attraversava una fase (peraltro
malinterrotta) di tagli al bilancio e mentre, contestualmente all'esplosione degli scontri a ridosso del confine nordorientale, l'Esercito attuava il programma di rischieramento al sud di alcune Grandi Unità precedentemente stanziate sulla
soglia di Gorizia. Si trattava dell'inizio di una trasformazione dello strumento difensivo terrestre che in quello specifico
frangente rifletteva i suol effetti soprattutto sull'area di competenza del V Corpo d'Armata, con una conseguente
sottrazione di forze operative che in precedenza si sarebbero rese altrimenti disponibili per fronteggiare l'emergenza
provocata dalla crisi slovena. Nell'estate del 1991 l'Esercito non fece ricorso allo spostamento dei battaglioni carri
presenti nelle altre province del Friuli Venezia Giulia; ufficialmente si voleva evitare di assumere atteggiamenti che
Belgrado avrebbe potuto interpretare o addirittura strumentalizzare come provocatori e aggressivi, facendo appello alla
coesione nazionale utilizzando l'equivoco della mobilitazione italiana alle frontiere). A quel tempo il Ve Corpo d'Armata
per il pattugliamento della frontiera impiegava I reparti forniti dalle Grandi Unità stanziate nelle province del Friuli Venezia
Giulia direttamente confinanti con la Jugoslavia, quindi, partendo dalla zona di Trieste e procedendo verso nord fino a
Tarvisio, le Brigate meccanizzate VITTORIO VENETO (zona di Trieste/Villa Opicina e del Carso in genere), GORIZIA
(con comando nell'omonimo capoluogo Isontino), MANTOVA (zone di Udine e Cividale) e, nel settore montano delle
Prealpi Giulie e delle Alpi Giulie settentrionali, dai tre battaglioni della Brigata alpina JULIA di Venzone, Chiusaforte e
Tarvisio. In realtà in quel preciso momento la Brigata meccanizzata VITTORIO VENETO di Trieste e, in posizione
arretrata nella provincia di Pordenone, la Brigata corazzata MANIN di Aviano, si trovavano però ridotte a "unità quadro",
mentre la Brigata meccanizzata GARIBALDI di Pordenone era da poco stata trasferita nelle sue sedi in Campania,
mentre restava operativa la Brigata corazzata MAMELI di Tauriano di Spilimbergo (PN). Per il pattugliamento a presidio
della frontiera nord-orientale si rendevano complessivamente disponibili soltanto le compagnie di nove battaglioni
meccanizzati o bersaglieri formate da personale appartenente agli scaglioni di leva che avevano completato
l'addestramento di primo e secondo ciclo, alle quali andavano aggiunte le citate compagnie alpine. Naturalmente a
Gorizia, proprio in una zona della città situata tra i valichi di confine della Casa Rossa e di Sant'Andrea, aveva la sua sede
anche il 13e Battaglione carabinieri FRIULI VENEZIA GIULIA (6). I pattugliamenti alla frontiera con la Jugoslavia non
rappresentavano certo una novità, essi avevano Infatti caratterizzato l'attività delle Grandi Unità schierate i quell'area. In
quella specifica fase storica, nel periodo di crisi politica che precedette l'esplosione del conflitto militare, l'Esercito Italiano
effettuava esclusivamente pattugliamenti di ricognizione e osservazione e quindi non di combattimento, finalizzati alla
rilevazione e alla successiva segnalazione ai comandi competenti di eventuali Infiltrazioni di militari della JNA o di
profughi all'interno del territorio nazionale. Tali pattuglie motorizzate operavano per tutte le ventiquattro ore a bordo di
veicoli fuoristrada AR-76 lungo Itinerari diurni e notturni prestabiliti senza mai spingersi fino al limite della linea di confine,
utilizzando anche i posti di osservazione e ascolto (anche elettronico) posti a ridosso della frontiera. Nel settore di
specifico interesse trattato In questo articolo, cioè l'area di Gorizia, il personale delle pattuglie veniva fornito dal
Battaglione meccanizzato NEMBO e dal 41 - Battaglione di fanteria MODENA. Con l'inizio dei combattimenti in Slovenia
queste stesse pattuglie vennero fatte arretrare a una certa distanza dalla frontiera al di fuori della portata delle armi dei
belligeranti, con lo scopo di evitarne un coinvolgimento, sia pure accidentale, negli scontri a fuoco. Il 28 giugno 1991 a
Gorizia non era stata approntata alcuna visibile difesa nei confronti nell’eventualità dell’allargamento del
conflitto anche alla città, soltanto dopo l'attacco sloveno alla JNA le forze dell’ordine italiane in servizio ai posti di
confine (Carabinieri, agenti della Polizia di Stato e della Guardia d Finanza) evacuarono loro stessi la zona e
successivamente, in concorso con il Corpo del vigili urbani del Comune di Gorizia, la interdirono al transito della
popolazione civile. In seguito, nella notte, nell’ampio e deserto piazzale della Casa Rossa e al valico di
sant'Andrea giunsero dalla caserma di Gradisca d'Isonzo delle squadre del 41° Battaglione di fanteria MODENA armate d
missili controcarro MILAN, che avevano ricevute l'ordine di approntare In alcuni punti nevralgia di Gorizia delle postazioni
difensive "discrete' protette da sacchetti di sabbia per contrastare eventuali sconfinamenti di carri armati jugoslavi in
territorio italiano. Tali postazioni controcarro vennero mantenute per qualche settimana fino al momento in cui vi fu
certezza dell'esaurimento della crisi nella vicina Slovenia. Nei giorni seguenti il Governo italiano decise anche di
dispiegare nelle aree a ridosso della frontiera, principalmente lungo gli assi viari, con la Jugoslavia delle aliquote
corazzate formate da carri LEOPARD 1 e VTT M-113. oltre a una serie di postazioni difensive fisse. Si trattava della
cosiddetta Operazione TESTUGGINE, che sarebbe stata protratta per alcune settimane.
La cessazione delle ostilitàIl giorno 7 luglio 1991. anche a seguito dell’intervento della comunità internazionale, le
pari belligeranti e i rappresentanti della Comunità Economica Europea firmarono la cosidetta Dichiarazione di Brioni. Atto
ufficiale che stabiliva la cessazione delle ostilità e una moratoria di tre mesi dell'indipendenza di Lubiana. Il 13 ottobre
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terminava anche la missione degli osservatori della CEE, mente iniziava il ritiro dal territorio della Repubblica di Slovenia
delle Unità dell’ Armata Federale, ritiro completato il giorno 25 dello stesso mese con l'imbarco dell’ultima
aliquota di militari jugoslavi dal porto di Capodistria.
(1) Con la scomparsa di Tito (1980) la competenza relativa alle nomine transitò al Presidium della Federazione Socialista
Jugoslava, organo che per legge avrebbe dovuto consultare preventivamente le varie Repubbliche. Dai livelli apicali delle
strutture di comando delle Difese territoriali, fino ai gradi di capitano e tenente (quindi ai comandanti di compagnia),
risultava obbligatoria riscrizione alla Lega dei comunisti jugoslavi (il partito al potere nel Paese), mentre al disotto non lo
era. Questo naturalmente non significava che tutti i componenti dei comandi provinciali della TO fossero comunisti, in
ogni caso lo era sicuramente il comandante.
(2) La Granicka Straza era la componente della JNA che rivestiva minori dimensioni. Il suo organico ammontava a circa
15.000 elementi e in massima parte era dislocato lungo la estesa frontiera della Repubblica Federativa Socialista
Jugoslava. Il corpo disponeva anche di una componente navale riunita in una brigata e il naviglio fornitogli in dotazione
era costituito da una ventina di motovedette delle classi MIRNA e BREZICE, mentre alcuni elicotteri GAZELA ne
costituivano la componente aerea.
(3) Ancora oggi il personale della 15a Letalska Brigada della Slovenska Vojska (l'Esercito della Slovenia Indipendente)
celebra la festa della propria unità il giorno 28 giugno, data della ricorrenza della cattura del primo (e unico) velivolo
all'Armata federale jugoslava nel corso della guerra del 1991. In quella occasione la TO entrò in possesso di un elicottero
GAZELA (copia jugoslava dell'Aérospatiale GAZELLE francese). In realtà più che di una cattura al nemico si dovrebbe
parlare di un'abile sottrazione, infatti gli Sloveni entrarono in possesso dell'aeromobile grazie alla furbizia del pilota Joze
Kalan e del tecnico motorista Bogo Sustar, che occultarono rapidamente il mezzo in loro possesso nella foresta di Golte,
centro sciistico presso Celje. Il GAZELA venne successivamente immatricolato con l'identificativo TO 001 e quindi
impiegato in missioni di ricognizione e collegamento.
(4) In seguito la stazione radar di Ljubljanski Vrh nad Vrhnika, situata nei pressi della capitale slovena, ospiterà nel suo
grande radome un apparato AN/TPS-70 prodotto dalla statunitense Westinghouse.
(5) Si tratta del servizio di sicurezza interno che nel 1966 aveva sostituito la preesistente UDBA.
(6) Nel quadro dell'approntamento di difese al confine nord-orientale conseguente alla crisi slovena. l'Aeronautica
militare italiana rischierò sul sedime dell'aeroporto civile di Ronchi dei Legionari (GO) due caccia F-104 S. Nello stesso
periodo si verificò almeno un caso di sconfinamento da parte jugoslava, quando due MiG-21 provenienti dai cieli sloveni
penetrarono lo spazio aereo nazionale e sorvolarono brevemente la città di Gorizia.
02 - Panorama Edit 15/12/11 Convegno - Un risorgimento di frontiera, Trento e Trieste dal 1848 all'annessione
UN CONVEGNO A ROVERETO SU TRENTO E TRIESTE DAL 1848 ALL'ANNESSIONE
UN RISORGIMENTO DI FRONTIERA
di Fulvio Salimbeni
II 150° anniversario dell'Unità d'Italia è stato oggetto di numerosi convegni, tra i quali, collocandosi a un indiscutibile livello
d'eccellenza, quello svoltosi a Rovereto dall'1 al 3 dicembre, a cura della gloriosa Accademia Roveretana degli Agiati,
dedicato a Trento e Trieste. Percorsi degli italiani d'Austria dal '48 all'annessione, che ha visto la partecipazione di
ventun relatori - italiani, sloveni e austriaci -, che in cinque sessioni, cronologicamente scandite, hanno preso in esame il
graduale e contrastato forgiarsi della coscienza nazionale nel Trentino e nella Venezia Giulia tra rivoluzione del 1848,
quella della primavera dei popoli, e Grande Guerra, che portò all'annessione al Regno delle terre "irredente".
Sede migliore non si sarebbe potuta scegliere per tale iniziativa, impostata in un'intelligente prospettiva pluridisci-plinare
e comparativa, sempre attenta al contesto generale europeo e della monarchia asburgica, onde evitare chiusure
municipalistiche, che nulla fanno intendere di fenomeni così complessi e di vasto respiro. La città trentina, per secoli luogo
di mediazione economica e culturale per eccellenza tra mondo veneziano e tedesco, era la sede ideale per un simile
incontro di studio, attento a rilevare consonanze e divergenze rispetto al processo generale di sviluppo della
consapevolezza identitaria - nel quale sempre hanno giocato un ruolo non trascurabile le varietà e specificità regionali - tra
Sud Tirolo e Litorale Austriaco, accomunati dal fatto d'essere abitati in prevalenza da popolazioni italiane, però molto
diverse sul piano economico, sociale, religioso, culturale, come rilevato in tutti gli interventi.
Se, nella prima sessione, incentrata sul periodo 1848-1867 (anno del riassetto istituzionale dell'impero asburgico, che
concludeva la stagione delle sue riforme amministrative e costituzionali), Antonio Trampus ha messo in luce i rapporti tra
Trento, Rovereto e Trieste - la città emporiale adriatica, che fornì occasioni d'affermazione sociale a molti trentini venuti a
cercarvi fortuna, lasciando la loro arretrata provincia -, analizzando in particolare alcune emblematiche biografie, le
relazioni successive hanno documentato il progressivo, e tutt'altro che lineare, affermarsi d'un comune sentire nelle aree
in esame (Marco Bellabarba) e il ruolo in esso avuto dal giornalismo locale in particolare nelle vicende del '48, in cui si
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distinse il trentino Antonio Gazzoletti, a lungo attivo a Trieste (Marcello Bonazza).
La seconda tornata dei lavori è stata incentrata sulla stagione dell'irredentismo, sorto tra gli anni Sessanta e Settanta,
quelli dello sviluppo e consolidamento della coscienza nazionale sia della componente italiana sia degli altri popoli
dell'Impero, in una dimensione legalitaria e culturale, impegnata a far valere nella realtà quotidiana i diritti riconosciuti a
livello legislativo, ma attuati a rilento e tra non pochi contrasti, avvalendosi di tutti gli strumenti disponibili, in primo luogo
di quelli educativi, privilegiando l'insegnamento e lo studio della lingua, della letteratura e della storia per fondare su
solide ragioni scientifiche le rispettive rivendicazioni, come ha mostrato chi scrive queste note.
La complessità del movimento irredentista è stata messa in evidenza da Diego Redivo, che d'esso -non identificabile
esclusivamente nella componente nazionalista e imperialista, affermatasi appena nel primo Novecento in un mutato
contesto internazionale - ha distinto le diverse anime, valorizzando in particolare quella mazziniana, espressione più alta
della quale fu Guglielmo Oberdan, protomartire della causa italiana, sentita quale una religione, come attesta lo stesso
lessico patriottico. La classe dirigente liberal-nazionale, inoltre, seppe avvalersi di tutte le forme di comunicazione per
plasmare le masse ai nuovi valori, a tal fine attuando pure un'abile politica monumentale, analizzata con grande finezza,
e facendo dialogare con maestria arte e storia, da Vania Gransinigh, soffermatasi sul caso specifico di Trieste, speculare
a quello di Trento, dove fu eretta la statua a Dante, propugnacolo d'italianità di fronte alla minaccia pangermanista. Siffatte
sintonie e relazioni tra queste provincie della duplice monarchia sono confermate anche a livello di vicende personali,
come quella del triestino Antonio Gerin, tra i promotori del movimento socialista in Trentino (Mirko Saltori), e, su un piano
diverso, sul versante cattolico, poiché i cristiano-sociali tridentini, tra i quali il giovane De Gasperi, seguivano con
attenzione le vicende adriatiche, connotate, in ambito italiano, da un cattolicesimo politicamente minoritario, mentre
quello degli sloveni, quantitativamente assai più rilevante, era orientato, come ovvio, in tutt'altra direzione, donde le
polemiche sul rapporto tra Chiesa e Patria (Maurizio Cau).
Gli anni a ridosso della Grande Guerra sono caratterizzati dall'innovativa esperienza della "Voce" di Prezzolini, in cui
assunse una posizione di rilievo il triestino Slataper, punta di diamante del gruppo dei collaboratori giuliani, fautori d'un
irredentismo solo culturale e tesi a proporre la realtà di provenienza quale luogo privilegiato di mediazione intellettuale tra
Italia, mondo tedesco e slavo, come documentato da Marino Biondi, mentre Alessandra Tiddia ha lumeggiato le nuove
tendenze artistiche e le loro espressioni simboliche nelle aree periferiche meridionali dello stato danubiano, dove perfino
le montagne divennero pretesto per competizioni nazionalistiche tra le società alpinistiche italiane, austriache, slovene,
fondate dalla seconda metà del XIX secolo in poi. in cui motivazioni scientifiche, sportive e geopolitiche s'intrecciavano
indissolubilmente (Diego Leoni).
Sulla centralità della scuola in un tale clima di competizione nazionale si sono soffermati Alessio Quercioli, illustrando il
caso di Slataper studente nell'ateneo fiorentino, con la sua vivacità contrapposto all'arretratezza culturale della città natia,
ed Elena Tonezzer, che ha esaminato l'opera della Lega Nazionale, rilevandone la modernità d'impostazione, con le sue
innovative aperture alla presenza delle donne, considerazioni, queste, che confermano la crescente attenzione della
ricerca alla storia di genere. Degli insegnanti trentini nel Litorale ha trattato Fabrizio Rasera, lumeggiando in particolare la
figura di Ferdinando Pasini, esponente di rilievo dei vociani "irredenti" e che poi avrebbe aderito al fascismo e
manifestato simpatia e ammirazione perfino per il nazionalsocialismo, il che pone un problema storiografico non da poco,
che riguarda tutta la cultura europea. Mentre in Trentino la sostanziale omogeneità etnica non dava adito a scontri
particolari per l'apertura di scuole nazionali, nel ben più frastagliato Litorale, dove convivevano italiani, tedeschi, sloveni
e croati, ciò accadeva di frequente, come nel caso della richiesta d'un ginnasio sloveno a Gorizia (Vittorio Caporrella),
espressione dell'ascesa nazionale slovena, presa in esame da Marta Verginella, che ne ha ripercorso le diverse fasi e
componenti, mostrando pure la varietà di posizioni nei riguardi dell'irredentismo italiano, condizionate dai diversi
orientamenti ideologici e collocazioni geografiche, i liberali di Maribor, antitedeschi, guardando ad esso con simpatia,
laddove i cattolici del Litorale ne diffidavano fortemente, essendo insediati in un'area di frontiera, ambita dal Regno
d'Italia.
La parte conclusiva del convegno, incentrata sul periodo bellico e postbellico, s'è articolata nelle relazioni di Fulvio
Senardi, acuto lettore degli scritti autobiografici di Giani Stuparich sulla sua esperienza militare - e pure in questo caso
non sono mancate interessanti riflessioni sui cedimenti al fascismo esaltatore della religione della Patria -; di Quinto
Antonelli sulle scritture popolari di guerra e di Paolo Malni sulle drammatiche vicende dei profughi trentini e giuliani in
Austria e in Italia, sovente oggetto di diffidenze e ostilità da parte di autorità e cittadini ospitanti. Difficoltà e problemi che
riemersero a "redenzione" avvenuta, dove i funzionari italiani preposti all'amministrazione delle nuove provincie spesso
non si mostrarono all'altezza del compito, trovandosi a misurarsi con una realtà diversa da quella abituale e con
popolazioni che avevano goduto di notevoli margini d'autogoverno, contrastanti con il centralismo del Regno (Andrea Di
Michele), il che apparve con la massima evidenza nell'ambito della scuola, in ispecie di quella giuliana, trattata con la
nota competenza da Renate Lunzer, che ha rilevato la frustrazione e delusione degli insegnanti locali di fronte alle
direttive ministeriali d'uniformazione e livellamento - rievocate pure da Stuparich nelle sue memorie -, anche se trovarono
un valido difensore in Francesco Salata, bella figura d'irredentista liberalnazionale, più volte ricordato in parecchi
interventi.
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Arena di Pola
A dare ulteriore sostanza a questo ricchissimo convegno, magistralmente organizzato e svoltosi in un operoso clima di
collaborazione generale, sono stati i vivaci e sempre stimolanti dibattiti conclusivi d'ogni sessione, che hanno aperto
nuovi fronti di ricerca, posto problemi di metodo e sottolineato l'esigenza di lavorare sempre più sulle biografie dei
protagonisti delle vicende esaminate, studiandone e pubblicandone carteggi, diari, memorie, scritti giornalistici, così da
sviluppare nel modo migliore il discorso positivamente avviato a Rovereto.»
03 - La Voce in Più Storia e Ricerca 03/12/11 Con la penna e con i pugni.150 anni della Dieta provinciale istriana mostra a ParenzoLa vita della dieta provinciale dell'Istria: mezzo secolo di storia istriana in mostra a Parenzo
Con la penna e con i pugni.
di Kristjan Knez
"Con la penna e con i pugni.150 anni della Dieta provinciale istriana" è il titolo della mostra dedicata al periodo 18611916, allestita da Tajana Ujcic e Gordana Milakovic, che rimarrà aperta al pubblico sino all'aprile del 2012, promossa dal
Museo storico dell'Istria di Pola e dalla Società umanistica Histria di Capodistria, rappresentate rispettivamente dal
direttore Gracijano Kesac e dal segretario Dean Kr-mac. La ricca e articolata esposizione si è avvalsa della
collaborazione jesperta di Salvator Zitko, Matej Zupancic, Elena Poropat, Katarina Maric, Katarina Pocedic e Lana
Skuljan.
Nel rispetto delle lingue parlate in regione, tutti i testi e le didascalie sono presentati in versione trilingue (croato, italiano,
sloveno). Perciò, una nota di plauso va senz'altro agli organizzatori sia per lo sforzo compiuto sia per aver ideato
un'esposizione destinata a tutti, presentando la realtà della penisola in tutta la sua complessità e ricchezza, senza
omissioni, anzi, molteplici aspetti sono illustrati sommariamente e senza pretestuosità.
Evidenziamo questo aspetto perché non è usuale trovare una trattazione del nostro territorio, ossia una sua
presentazione a tutto tondo, scevra di qualsivoglia forma di travisamento storico. E non è cosa da poco. A parlare ci
sono gli oggetti coevi, una scelta di carte relative a settori diversi, i giornali, ecc., elementi preziosi che, complice l'ottimo
allestimento, concepito in un'ottica moderna e accattivante, avvicinano a un pubblico più vasto un'epoca rendendola
meno "lontana". Le gigantografie e una sobria disposizione dei materiali eterogenei contribuiscono molto al "racconto" di
quelle pagine del passato istriano.
La regione alle soglie dell'era moderna
Ma come si presentava la penisola nel momento in cui a Parenzo fu convocata la prima Dieta? Una risposta ci viene
fornita nel pieghevole che accompagna la mostra stessa: "Nel 1861 l'Istria si trovava solo alle soglie dell'era moderna.
Veniva toccata da vicissitudini politiche che ponevano in primo piano la coscienza nazionale. Le navi a vapore raramente
entravano nei suoi porti, mentre i collegamenti sulla terraferma iniziavano appena allora a delinearsi. Non esisteva un
sistema scolastico e neppure quello sanitario. La maggior parte degli istriani non era consapevole di un'appartenenza
regionale: si ritenevano semplicemente capodistriani, buiesi, parentini, rovignesi, pisinesi, pinguentini, albonesi,... oppure
besiacchi, valacchi, morlacchi, saurini, carnioli, latini, slavi,... per diventare dopo il 1880 (anche) croati, sloveni e italiani o
solo semplici osservatori".
Studiare la storia della Dieta significa ripercorrere il passato della penisola istriana. Quella istituzione offre un punto
d'osservazione di notevole interesse, che potremmo definire panoramico, poiché in seno a questa, e nell'ambito della
Giunta provinciale, furono affrontati praticamente tutti i problemi ed ogni aspetto legato alla vita sociale in questo angolo
adriatico.
Dall'economia all'istruzione scolastica, dalla sanità alle infrastrutture, dai lavori di bonifica e di lotta alla malaria alla cultura
in tutte le sue espressioni, dal rifornimento idrico all'imboschimento, dalla tutela del patrimonio storico-culturale
all'edificazione di scuole e ospedali, dai dissidi politico-nazionali alle iniziative tese a risollevare le sorti della regione nei
più disparati ambiti, sono solo alcune delle questioni che emergono dall'attività della Dieta, espressione dell'autogoverno
di quella provincia dell'Impero asburgico.
Essa venne istituita con la patente imperiale del 26 febbraio 1861 e da quell'anno sino al 1916 era stata un corpo
rappresentativo regionale. Varie furono le sedi in cui si tennero le sessioni, gli spostamenti furono anche una
conseguenza del crescente scontro sul terreno politico da parte delle tre anime presenti sul territorio. Sino al 1897 le
sedute si tennero a Parenzo, sede anche della Giunta la quale però non conobbe alcuna traslazione, nel 1898, per poco
più di un mese (tra gennaio e febbraio), esse furono ospitate a Pola, quindi a Capodistria (aprile 1899-luglio 1902), poi
nuovamente all'ombra dell'Arena (dicembre 1902-novem-bre 1903) e infine ancora nella città di San Nazario (settembre
1904-ottobre 1910).
Il mondo della scuola
La mostra prende in esame alcuni segmenti della società e propone degli elementi che contribuiscono a coglierne la loro
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portata. La scuola, ad esempio, calamitò un ampio interesse tra Otto e Novecento, pertanto questa sezione non poteva
mancare. Con la riforma del 1869 fu introdotta l'istruzione obbligatoria per tutti i bambini di età compresa tra i 6 ed i 12
anni. Varie furono le iniziative relative a questo settore reputato di notevole importanza, vuoi per la formazione della
persona vuoi in termini nazionali. Verso il 1880 si iniziò a discutere in merito alla costituzione in Istria di un'Università sia in
lingua italiana sia nelle lingue slave. La formazione dei bambini e dei ragazzi fu, di conseguenza, anche oggetto di aspre
contese tra le varie parti in causa. La costituzione del ginnasio croato a Pisino, per citare un episodio che aveva
appassionato molto i contemporanei, dette origine a non poche polemiche, specie tra i liberalna-zionali i quali mal
tolleravano l'idea di vedere sorgere quella istituzione in un settore che ritenevano dovesse appartenere agli Italiani, di
conseguenza quell'istituto lo giudicavano alla stregua di una provocazione. Infine nel 1899 però, accanto al Liceo italiano
la città dell'Istria centrale ottenne anche quello croato.
Oggetti di particolare interesse accompagnano le descrizioni: si possono vedere quaderni, giocattoli, un banco in legno
dietro al quale si sedevano gli scolaretti, una lavagnetta nonché alcuni esemplari di libro di testo utilizzati nelle scuole
della penisola. Questi strumenti didattici erano dati alle stampe dall'i.r. Editoria dei libri scolastici di Vienna, in tutte le
lingue dell'Impero. A Parenzo è esposto il "Quinto Libro d'Aritmetica per le scuole popolari austriache di 6, 7 e 8 classi"
nonché la "Racunica avstrijske opce pucke skole" cioè più o meno lo stesso testo usato nelle scuole popolari con lingua
d'insegnamento croata.
Le campagne
L'esposizione dedica uno spazio anche alla vita nelle campagne. Nel 1848 si assistette all'abolizione del colonato, gli ex
coloni ricevettero sì la terra ma dovettero impegnarsi al pagamento di un terzo del suo valore sino al 1875. La restituzione
del debito rappresentava un onere troppo gravoso e perciò molti si trovarono nella situazione di non essere in grado di
onorare la relativa somma, di conseguenza sovente rimanevano senza terra, divenendo nuovamente coloni dei grandi
possidenti. Il debito fu annullato nel 1894 con una delibera della Dieta. Si parla pure dell'Istituto di credito fondiario del
Margraviato d'Istria (si può ammirare addirittura la targa marmorea originale), fondato a Parenzo nel 1881 con la chiara
finalità di studiare lo sviluppo economico della provincia concedendo al tempo stesso dei crediti al tasso d'interesse fino al
5 per cento. L'Istituto agrario provinciale fu istituito nel 1887, quattro anni prima era stata inaugurata, invece, la prima
scuola agraria. Si giunse a quei risultati grazie ad alcune iniziative per così dire preparatorie: nel 1869 comparve per la
prima volta un maestro ambulante per l'istruzione agraria e nel 1875 fu costituita la Stazione eno-polmologica provinciale
con sede nella città eufrasiana.
Infrastrutture e collegamenti
La realizzazione delle infrastrutture ed i nuovi mezzi di trasporto contribuirono non poco alla modernizzazione della
provincia. Nel 1876, con la costruzione della Ferrovia meridionale, da Trieste la strada ferrata giunse a Pola, passando
per Erpelle e Cosina. Fu creata anche una diramazione da Canfanaro a Rovigno. Nel 1902 con l'inaugurazione della
"Parenzana" anche le località gravitanti sulla valle del Quieto ottennero un collegamento sia in direzione di Parenzo sia
verso Trieste e il suo importante mercato.
Per congiungere le varie parti della penisola, specie le zone più interne, furono ideati alcuni tracciati, mai concretizzati
per il sopraggiungere della Grande Guerra. Se le cittadine costiere grazie ai collegamenti via mare si trovavano in una
posizione privilegiata ed i piroscafi delle varie compagnie attraccavano nei loro porti e le mettevano in contatto con la città
di San Giusto, diversa era la situazione dei villaggi e dei borghi più distanti dal mare. Essi, infatti, erano isolati o quasi e
le strade, il più delle volte, si presentavano in pessime condizioni, dissestate e quindi inadatte a percorrere lunghi
percorsi. Per fare fronte a siffatto problema furono ideati i tracciati: Parenzo-Pisino; Lupogliano-Monte Maggiore-Abbazia;
Montona-Cerreto-Abbazia-Volosca-Mattuglie; Parenzo-Canfanaro. Rimasero tutti solo sulla carta, come pure la
diramazione della "Parenzana" da Salvore verso Umago, ideata nel 1911. A cavallo tra i due secoli si registrarono anche
altre novità. Nel 1891 a Pola, ad esempio, fu introdotta la prima linea telefonica; nel 1901 furono iniziati i preparativi per
l'introduzione della linea telefonica a Parenzo; nel 1908 comparve in regione l'autobus postale il quale provocò, però, una
certa titubanza, tant'è che la popolazione in alcune occasioni lo prese a sassate; quattro anni più tardi, nel 1912, dalla
città di San Mauro partivano pure i taxi verso svariate località istriane. Questo servizio si affiancava alla linea di autocorriere
Pisino-Parenzo inaugurata nel 1907.
Primi grandi alberghi
I tempi nuovi furono contrassegnati anche dalle nascenti attività legate alla villeggiatura. Nel 1861, nel momento in cui si
apersero i lavori della prima Dieta, a Parenzo e in Istria in generale vi erano per lo più delle locande. Le strutture
alberghiere iniziarono a comparire negli ultimi decenni del XIX secolo. Nel 1880 ad Abbazia sorsero gli hotel "Kvar-ner" e
"Imperial" e in breve tempo la "Perla" del Quarnero divenne una meta importante che attirava i vacanzieri della duplice
monarchia. Nel 1908 troviamo l'"Hotel Riviera" a Pola, nel 1910 una struttura con lo stesso nome a Parenzo nonché il
"Palace" a Portorose, il quale divenne il simbolo del turismo in quella baia non lungi da Pirano. Nel 1913 sorse, invece,
f'Hotel Adriatic" a Rovigno, si sviluppò il complesso turistico sulle isole Brioni e anche i piccoli centri della penisola
annoveravano degli alberghi, a Pinguente, ad esempio, esisteva l'hotel "Fontana". I collegamenti marittimi assicurati dal
Lloyd triestino, con il "Prinz Hohenlohe" e il "Baron Gautsch", i quali mettevano in relazione un'ampia area, da Trieste
alle Bocche di Cattare, toccando i principali centri adriatici, nonché dalla Società di navigazione "Istria-Trieste", per
ricordame un'altra, costituivano un incentivo non indifferente alla nascente attività turistica, la quale, specie agli albori del
Novecento, per alcuni lustri, sino al fatidico 1914, aveva conosciuto uno sviluppo esponenziale e faceva ben sperare.
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La nazionalizzazione delle masse
La vivace scena politica in regione aveva dato vita anche ad associazioni le quali contribuirono non poco al confronto e
alla cosiddetta nazionalizzazione delle masse. Nel 1874 fu fondata la Società "Edinost" di Trieste, nel 1884 il "Partito
popolare croato-sloveno", mentre nel 1902 la "Società politica per i croati e gli sloveni in Istria". Nel 1884 vide la luce
anche la "Società politica istriana" e nel 1894 il "Partito liberale italiano". Per quanto concerne la partecipazione alla vita
politica va rilevato che era concesso il voto a tutti gli uomini di età superiore ai 24 anni, le donne potevano partecipare alle
elezioni solo se appartenevano alla curia del grande possesso fondiario. Nel 1861 gli appartenenti a tutte le curie
votavano con voto palese, accanto al nome dell'elettore si scriveva il nome del candidato prescelto. Il voto con scrutinio
segreto per le elezioni dei membri alla Dieta fu introdotto solo nel 1908. Potevano essere votati i maschi dai 30 anni in su.
Non potevano candidarsi: gli ufficiali e i soldati nonché le altre persone impiegate nell'esercito; coloro che per povertà
erano sostenuti grazie alle risorse pubbliche, tranne se ricevevano dei mezzi dalla cassa malattia, se si trovavano in cura
negli ospedali pubblici, se ottenevano delle indennità a causa di sinistri, per anzianità o per disabilità, oppure se erano
esentati dal pagamento della tassa scolastica; coloro che erano indebitati o il loro podere era in via di fallimento; le
persone punite per reato di furto o malversazione; chi si trovava sotto il controllo della polizia oppure in istituzioni di
lavoro forzato; coloro i quali era stata tolta la patria potestà o avevano dei figli a carico di altre persone; chi era finito in
carcere per ubriachezza.
Tasselli da gustare
Svariati sono gli oggetti che arricchiscono la mostra e testimoniano la vita nelle diverse località dell'Istria e nei più svariati
settori. Si possono notare: la carta intestata dello Stabilimento industriale Furian & Salvetti di Pirano (del 1883); la
pubblicità dell'"Estratto pomidoro" della Conti & Co di Capodistria; il "Pelincovac" (scritto proprio in questo modo) della
Premiata distilleria e fabbrica liquori di lusso Rodolfo Marincovich di Fasana; L' "Amaro Istria" della G.B. Petali & Co di
Rovigno la cui pubblicità invitava a fare uso del digestivo. Una signora nascondendo dietro alla schiena la bottiglia si
rivolge ad un signore: "Prendi un bicchierino di quest'ottimo corroborante, calmerà il tuo forte dolore'.
Nelle bacheche vi sono ancora altri pezzi provenienti da collezioni museali e private: una scatola postale della profumeria
"Apollo" di Vienna la quale inviava i propri prodotti anche nelle nostre zone; esemplari di lettere spedite alla fine
dell'Ottocento e agli inizi del Novecento; un bilancino delle poste, un telefono e una cassa, tutti dei primi del Ventesimo
secolo; un libretto di deposito postale di risparmio (Pola, 1916).
Tra le altre curiosità rammentiamo la presenza di un telegramma in cui si conferma la partecipazione della popolazione di
Portole alle elezioni tenutesi nel 1901. Nel medesimo, redatto in lingua tedesca, si evidenzia che a votare si erano recati
68 Italiani e 39 Slavi e la tornata elettorale si era svolta in tutta tranquillità ("alles ruhig"). Non mancano poi le curiosità.
Particolarmente interessante è un avviso, in lingua croata e italiana, relativo ai ciclisti e diffuso dal Capitanato distrettuale
di Pisino in data 26 luglio 1900. Nello stesso si avvertiva che: "Visto che alcuni biciclisti trascuravano in diversi casi le
relative prescrizioni e la dovuta precauzione; vengono gli stessi resi nuovamente allerti alle disposizioni della legge
provinciale 11 giugno 1898 N. 18 boli, prov. giusta le quali devono essi nottetempo, cioè da un'ora dopo il tramonto del
sole fino a un'ora avanti lo spuntare del sole, essere muniti di lanterna a luce bianca, e sempre quando percorrono le
strade pubbliche transitate da pedoni, veicoli ed animali, devono ad una distanza di almeno 30 metri annunziare il loro
passaggio col campanello/o fischiotto/e frenare la loro corsa, ed anche fermarsi se vedono che i pedoni e specialmente i
fanciulli o non li hanno inteso e non possono schivarli (...)". Da questo annuncio veniamo anche a conoscenza che era
severamente proibito transitare attraverso la via principale della cittadina e dalla piazzetta nei pressi della fontana piccola
in direzione del castello e del giardino pubblico. L'insieme dei vari pezzi e documenti esposti ci rivela l'esistenza di una
società plurale, ricca di iniziative, attiva in molteplici ambiti e ci riporta indietro nel tempo, in un periodo di grande fiducia
nel progresso e nel futuro. Quella sicurezza fu però spazzata via dal vortice del primo conflitto mondiale, con gli uomini
coscritti e mandati a sprofondare nelle trincee dei vari fronti, mentre coloro che rimasero a casa furono ugualmente
toccati dagli eventi: o dalla fame o addirittura dall'esilio, sorte toccata a migliaia di persone che dall'Istria meridionale per
lo più finirono nei campi di internamento dell'Austria-Ungheria. E con quella stagione indubbiamente plumbea si
conclude pure l'arco cronologico preso in esame.
Un utile compendio
In concomitanza con la mostra è uscito pure il volume quadrilingue, croato, italiano, sloveno e tedesco, "Zemaljski sabor
Markgrofovije Istre/Dieta provinciale del Margraviato d'Istria/Dezelni zbor Mejne groflje Istre/Landtag der Markgrafschaft
Istrien (18611916). Radoslijed sjednica-Po-pis zastupnika/Indice delle sedute-Elenco dei deputati/Zaporedje sej-Seznam
poslancev/Ubersicht der Sitzungen-Liste der Mitglie-der", curato da Dean Krmac ed Elena Poropat, edito dalla Società
umanistica "Histria" di Capodistria in coedizione con il Museo storico dell'Istria di Pola, terzo volume della collana "Histria
documentimi". La pubblicazione, seguita da un comitato di redazione intemazionale (formato da Pierpaolo Dorsi,
Gracijano Kesac, Harald Krahwinkler, Gorda-na Milakovic, DeborahRogoznica, Tajana Ujcic, Salvator Zitko, Matej
Zupancic nonché dai due curatori), offre una messe di dati di particolare importanza per seguire oltre mezzo secolo di
vita politica istriana.
Essa si rivelerà un utile compendio per tutti coloro che affronteranno le vicende della Dieta e dei suoi protagonisti. Infatti,
propone innumerevoli dati concernenti la vita istituzionale di quel parlamento regionale. Sono state riunite le informazioni
relative ai periodi elettorali, alle curie e ai collegi elettorali e alle sedi delle sessioni, segue l'indice delle sedute e la
corposa sezione dedicata ai deputati provinciali in cui vi sono molti riferimenti. Le date permettono di inquadrare
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cronologicamente l'attività dei singoli interessati: i capitani e i vicecapitani provinciali, i commissari governativi e i loro
sostituti, i deputati medesimi, gli assessori provinciali nonché i sostituti, i deputati al Consiglio dell'Impero e coloro che
sarebbero subentrati e contiene anche i nomi dei componenti presenti nelle varie commissioni.
Si tratta di un lavoro certosino, curato con particolare attenzione. Con questa pubblicazione i curatori ed i promotori
propongono un insieme di dati con l'auspicio possano risultare di qualche utilità magari in previsione di una ricostruzione
storica esauriente della Dieta, questo è l'augurio. Il volume, secondo i medesimi, "(... ) è soltanto un modesto contributo
alla storia di quest 'istituzione, troppo spesso trascurata dalla storiografia contemporanea, sia di parte italiana sia di parte
slovena e croata nonché austriaca. L'auspicio è che esso possa, in un futuro non troppo remoto, anche con l'unione
delle forze, incoraggiare la stesura di una completa e particolareggiata storia della Dieta provinciale istriana
__._,_.___
04 – La Voce del Popolo 03/12/11 Reportage - Suggestiva San Lorenzo, un tempo sfarzosa villa romana in riva al
mare
Reportage di Franco Sodomaco
Anche i popoli antichi sapevano scegliere con cura i luoghi più belli
e pittoreschi in cui costruire le proprie case di villeggiatura
Suggestiva San Lorenzo, un tempo sfarzosa villa romana in riva al mare
Sono radici profonde quelle di San Lorenzo, località dell’Umaghese che vanta una storia millenaria, le cui tracce
emergono oggi anche nel corso delle campagne di scavi archeologici. Come quelli che una decina di anni fa portarono
alla luce, fra Punta Saltarella, denominata così per l’uso di un particolare tipo di reti da pesca, e Punta Molin, i resti
di un antico mulino a vento. Tracce che confermano che questi luoghi erano abitati fin dall’epoca romana: lo
confermano, infatti, numerosi ritrovamenti.
Durante gli scavi effettuati nel 2002 per costruire la nuova rete della canalizzazione, gli archeologi individuarono a San
Lorenzo i resti di una lussuosa villa romana. Si trattava di una costruzione che gli esperti facevano risalire al primo
secolo. Sotto la supervisione della sovrintendente dell’Ufficio ministeriale dei restauri,Narcisa Bolšec Ferri,
il gruppo di archeologi, composto da Barbara Banovac, Branko Mikuši, Kristina Gergeta e Maja Šuka e
guidato dalla direttrice del Museo civico di Umago, Biljana Boji, individuò in zona tutta una serie di reperti archeologi
risalenti ad epoche diverse, ma che testimoniavano sostanzialmente che in questa zona nel lontano primo secolo, viveva
una comunità benestante.
COCCI, ANELLI E COLLANE Nella parte antistante l’odierna chiesa parrocchiale di San Lorenzo, costruita nel
1879, invece, altri scavi portarono alla luce dopo duemila anni, reperti estremamente interessanti, quali un anello, una
collana, cocci di terracotte, ma anche resti di bellissime ceramiche e elaborati mosaici. In quest’area furono inoltre
individuate delle antiche tombe con i resti di otto persone. In base ai reperti scoperti gli archologi conclusero che chi
viveva a San Lorenzo un tempo, aveva un tenore di vita piuttosto elevato. La villa romana in cui vivevano gli abitanti
dell’epoca si trovava in riva al mare e si estendeva fino all’entrata dell’odierna chiesa. Si è scoperto
inoltre che negli anni successivi la zona doveva essere stata soggetta a dei cambiamenti. A testimoniarlo erano i resti di
costruzioni erette in epoche più recenti, che risultavano sovrapposte. Al punto da formare una specie di enciclopedia
archeologica stratificata. Nella sua parte più antica la micro-località appena davanti alla chiesa parrocchiale, di alto
interesse archeologico, si presenta con i resti della villa romana digradanti verso il mare, con pavimentazioni e
decorazioni estremamente belle, tipiche delle abitazioni dei romani più lussuose.
Antichi sfarzi, di una società scomparsa, ma che negli anni è servita per ospitare altri inquilini, che hanno costruito sopra
alle antiche fondamenta della casa, della cisterna e della piscina. Quanto scoperto indica che la casa aveva
praticamente tutto, proprio come le costruzioni moderne, con in più pavimentazioni bellissime a "spina di pesce",
affreschi di svariati colori, marmi e porfido.
Nelle epoche successive, cambiavano gli inquilini della villa e dell’abitato ma la zona, non è mutata moltissimo,.
Fino a quando, in tempi recenti, si è scatenata la costruzione selvaggia di centinaia di appartamenti, e con la costruzione
di muri di cinta alti e innaturali per la piccola e bella San Lorenzo è cambiato tutto.
CIRCONDATA DA VIGNETI E OLIVETI Appena dietro all’antica villa romana, vicinissima al mare, c’erano
un tempo gli oliveti e i vigneti degli antichi padroni, che vivevano agiatamente, praticamente in un angolo di paradiso
terrestre. Oggi dunque grazie agli scavi archeologici, su San Lorenzo si sa qualcosa di più.
Secondo alcune testimonianze nel 15.esimo secolo il campanile della chiesa di San Lorenzo era un tempo una torre che
veniva utilizzata dal vescovo di Cittanova durante udienze della chiesa e quelle civili ma che fungeva anche da faro.
L’idea di costruire la torre di San Lorenzo fu di monsignor Dobrila e tranne che per scopi religiosi doveva facilitare
l’orientamento delle navi che navigavano in questo territorio.
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Sulla penisola di Punta Finida dove si trovano i resti di alcuni insediamenti preistorici,Si trova oggi la chiesa di San
Giovanni del 12.esimo secolo, è stata rinnovata nel 1882. Nella baia di San Giovanni c’ è invece un antico sito
con i resti del molo e pure qui sono state ritrovate nel corso di scavi tracce di antiche sepolture e parte della torre di un
castello medievale distrutto alla fine dell’undicesimo secolo.
Nel 1028, si legge nei libri, l’imperatore Corrado II assegnò la località di San Lorenzo al Patriarcato di Aquileia. Il
patriarca però nel 1037 restituì il feudo all’imperatore al fine di "sovvenire la povera diocesi di Cittanova, che da
allora divenne proprietà dei vescovi emoniensi i quali esercitarono la piena giurisdizione fino al 1519, allorché cedettero
l’amministrazione civile al podestà di Umago".
San Lorenzo venne assoggettata al potere veneziano assieme ad Umago in base alla pace di Treviso del 1291, che
diede a Venezia pieni diritti sulle terre conquistate in Istria. Nell’abitato sorgeva a quei tempi una torre che veniva
utilizzata dal vescovo nelle udienze relative alle cause civili e religiose. Ai tempi del Medio evo la zona, come tante altre
dell’Istria, venne colpita a più riprese dalle pestilenze. Era inoltre resa insalubre dalla presenza della malaria. Le
pericolose malattie vennero debellate con successo appena nel Novecento.
LA FESTA DEI BOBICI Oggi a San Lorenzo ogni anno verso la fine di luglio viene organizzata la tradizionale Festa dei
bobici, dedicata alla tradizionale minestra che viene preparata con le pannocchie giovani di mais. Per l’occasione
viene organizzata in paese una competizione nella preparazione della minestra, con un corollario di altri eventi di svago
ai quali danno vita la locale Orchestra di fiati, il coro e altri gruppi e complessi musicali del posto. In occasione della
ricorrenza patronale, inoltre il borgo organizza la tradizionale festa popolare di San Lorenzo, nota oltre che per la ricca
offerta enogastronomica, anche per la vogalonga, una gara in barche a remi che si ispira all’omonima festa
tipicamente veneziana.
05 - Limes 05/01/12 Balcani, censimenti 2011: i conti non tornano
Balcani, censimenti 2011: i conti non tornano
di Adriano Remiddi
Il 2011 per i paesi balcanici è stato l’anno dei censimenti. Quella che altrove sarebbe considerata una semplice
inchiesta statistica sulla popolazione, da Zagabria a Skopje è diventata la questione politica più calda dell'anno.
Il censimento è un argomento sensibile nella penisola balcanica: qui le divisioni etnico-religiose sono state alla base dei
conflitti degli anni Novanta, quando milioni di persone hanno dovuto lasciare le loro terre di origine. Fortemente voluti da
Bruxelles in concomitanza con quelli dei 27 membri dell’Unione Europea, i censimenti nell’ex Jugoslavia e
Albania sono considerati una chiave di lettura per valutare i progressi nel cammino verso l’integrazione europea
della regione, ma c'è il rischio che possano avere pesanti risvolti politici, risvegliando tensioni etniche mai risolte.
Infatti l'aggiornamento dei dati demografici ha avuto (e sta avendo) forti conseguenze nei rapporti fra gli Stati, riaprendo
antiche ferite e nuove frustrazioni che hanno portato spesso al boicottaggio e allo spostamento delle operazioni
statistiche.
Ciò è accaduto perché i censimenti non forniscono solo un mero conteggio delle teste, ma scattano una fotografia della
precisa situazione etnica e sociale dei paesi interessati, svelando la reale composizione demografica e i trend migratori,
favorendo la legittimazione di politiche regionali e aiutando analisi precise degli investitori stranieri. Ecco gli esiti nei sei
Stati della regione.
La Croazia, dal 2013 membro dell’Unione Europea, ha svolto il suo censimento in aprile. I risultati preliminari
sono stati già pubblicati e hanno scatenato un dibattito acceso a Zagabria. I conti infatti non tornano, perché se il numero
degli abitanti censiti è 4.290.612, sembra che in Croazia ci siano più votanti che abitanti in alcune municipalità.
Questa incongruenza deriva da due caratteristiche della demografia recente della Croazia. Il primo è l’inclusione
dei cittadini di origine serba che hanno lasciato la Croazia durante la guerra ma che continuano a esservi registrati,
godendo quindi del diritto di elettorato passivo. Il secondo è la presenza di cittadini di origine bosniaca che, nonostante
vivano in Bosnia Erzegovina, non rinunciano alla residenza in Croazia per godere di benefici sociali, come sussidi di
maternità o disoccupazione.
Non bastasse, ci sono molti cittadini croati che mantengono la residenza in piccole municipalità nonostante si siano
spostati nei centri urbani più grandi, al fine di evadere aliquote di imposta maggiori. Lo stesso fanno molte imprese che si
registrano in aree particolari del paese per beneficiare degli stessi vantaggi fiscali. Di certo lo sviluppo sociale ed
economico non può essere raggiunto senza la condivisione di un senso di responsabilità pubblica e di rispetto per le leggi,
di cui il censimento mostra una sostanziale mancanza.
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Anche in Montenegro, candidato ufficiale all’ingresso nell’Ue, il censimento della popolazione è stato
condotto in aprile. I dati sono stati attesi con tensione a Podgorica, perché visti come potenziali destabilizzatori del
processo di State building in atto.
I mesi precedenti allo svolgersi del censimento si sono trasformati in uno scontro politico tra fazioni pro e antiserbe, a
confermare che la spaccatura creata dal referendum per l’indipendenza del 2006 è ancora vivissima. I partiti si
sono mobilitati come se ci fossero in ballo le elezioni politiche, considerando la rilevazione statistica come un test sulla
legittimità del Montenegro e della sua "nuova" lingua.
I risultati del conteggio hanno rivelato una popolazione di 625.266 abitanti, divisi tra un 45% di montenegrini e un 29% di
serbi, risultato incoraggiante per il giovane Stato ex jugoslavo considerando che il precedente censimento del 2003 dava
alla componente montenegrina una maggioranza relativa del 43,16%.
Cattive notizie per Podgorica arrivano invece dal fronte della lingua montenegrina, riconosciuta come propria solo dal
37% degli abitanti, contro il 44% a favore di quella serba. Il censimento sembra rivelare che gli intenti di ingegneria
sociale messi in atto dal governo non hanno ancora dato i frutti sperati e che i cittadini non accettano le etichette etniche
e linguistiche auspicate.
In Albania, che ha status di candidato potenziale all’Ue, il censimento è stato posticipato da aprile a ottobre,
ufficialmente per evitare la sovrapposizione con la campagna elettorale delle elezioni locali di maggio. In realtà, però, lo
slittamento delle operazioni statistiche è dovuto soprattutto alle questioni etniche e religiose che sono esplose con
l’avvicinarsi del censimento.
Da quando il governo albanese nel 2010 ha dichiarato che il censimento avrebbe incluso domande
sull’appartenenza etnica e sulla confessione, il panorama politico si è riscaldato e 52 intellettuali, tra cui gli ex
presidenti Alfred Moisiu e Rexhep Maidani, hanno firmato una petizione che vi si opponeva. A loro avviso i diritti di
confessione e di appartenenza etnica sono garantiti dalla costituzione, che però non fa obbligo di dichiararle. In realtà i
timori vertevano soprattutto sulla paura che Tirana avesse accettato di introdurre la questione religiosa ed etnica nel
nuovo censimento sotto la pressione del governo greco.
Una parte dell’opinione pubblica albanese è molto sensibile all’irredentismo greco in Albania e nel nord
dell’Epiro, e teme che i dati demografici raccolti possano riaccendere le mire revisioniste elleniche, soprattutto alla
luce del fatto che Atene permette a molti albanesi di chiedere la nazionalità greca e di approfittare in questo modo delle
generose pensioni che la Grecia accorda alle sue minoranze. Nonostante i boicottaggi e le polemiche roventi, il direttore
generale dell’Istituto nazionale di statistica (Instat) Ines Nurja si è detto soddisfatto della conduzione delle
rilevazioni e ha annunciato che i risultati verranno pubblicati entro la fine di dicembre.
Anche in Macedonia, candidato ufficiale a Bruxelles, il censimento è passato attraverso mesi di negoziazione molto
travagliati. Skopje è stata costretta inizialmente a posticipare le operazioni demografiche da aprile a ottobre per le
elezioni parlamentari di giugno, ma le proteste politiche erano già nell’aria.
La questione principale è rappresentata ancora una volta dalla registrazione dei cittadini macedoni residenti
all’estero e coinvolge la grande comunità albanese. A dispetto degli standard Eurostat imposti nei censimenti del
2011, la componente albanese insisteva per includere nel conteggio anche gli abitanti domiciliati all’estero da più
di 12 mesi, accusando il governo macedone di voler deliberatamente diminuire il numero di albanesi sul territorio.
La disputa etnico-statistica ha capitalizzato l’attenzione di tutto il paese, dei media e della politica senza che si
potesse trovare un accordo tra le parti. Infatti, nonostante le operazioni fossero iniziate il primo ottobre, per via delle
pressioni bilaterali la commissione statale per il censimento ha rassegnato le sue dimissioni a soli quattro giorni dalla fine
delle rilevazioni, costringendo il governo ad annullarle. Le opposizioni indicano il governo come responsabile della
debacle, insistendo perché l’esecutivo rimborsi di tasca propria i 14 milioni di euro sprecati. Per ora non è dato
sapere quando le operazioni verranno riprese.
Anche in Serbia, altro potenziale candidato, ci sono stati ritardi rispetto alla calendarizzazione, e il censimento, previsto
inizialmente in aprile, è stato rimandato a ottobre a causa della mancanza di fondi nelle casse dello Stato; è dovuta
intervenire l'Unione Europea per aiutare finanziariamente Belgrado.
Le operazioni statistiche, le prime dal 2002, hanno suscitato forti contestazioni e insistenti campagne per il boicottaggio
da parte delle minoranze albanesi, bosgnacche (musulmani di Bosnia) e kosovare. Le proteste hanno due motivazioni
principali: il ricordo del criticatissimo censimento del 2002, quando la Serbia aveva manomesso i dati per limitare il
numero di bosniaci musulmani, e la componente linguistica, poiché le minoranze insistevano per ricevere questionari
non esclusivamente in cirillico ma anche nelle proprie lingue in modo da garantire più trasparenza (nel 2002 erano gli
impiegati dell’ufficio statistico a dover tradurre dal serbo).
Alla fine è stato raggiunto un accordo e i moduli sono stati stampati anche in latino, indebolendo le pressioni per il
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boicottaggio da parte dei bosniacchi nel Sangiaccato e dagli albanesi nel sud del paese. I risultati preliminari sono stati
resi pubblici recentemente e attribuiscono alla Serbia una popolazione di 7.524.164 abitanti, che conferma le paure
iniziali sulla "diaspora" in atto. In un decennio dal paese sono uscite più di 300 mila persone, molte delle quali altamente
qualificate, confermando il trend per cui il numero dei serbi all’estero è approssimabile a quello dei serbi rimasti in
patria.
In Kosovo il censimento si è svolto regolarmente dal primo al 15 aprile scorsi e per la prima volta
dall’indipendenza del paese, a seguito di una lunga preparazione iniziata nel 2003 sotto l’assistenza di
Eurostat e dell’italiana Istat. I risultati sono stati pubblicati a novembre e sono molti discussi.
La popolazione risulta essere di 1.733.872 abitanti, ma non è stata inclusa nel conteggio la maggioranza serba delle
municipalità al nord, che hanno boicottato le rilevazioni per timore di manipolazioni sui dati. La componente serba infatti
gode di vantaggi sociali concessi da Pristina per ottenere il riconoscimento occidentale, ma si scontra adesso con i
cittadini kosovari che non accettano più di concedere certi privilegi a una comunità di sole 115 mila persone.
A rendere ancora più discutibili gli esiti del censimento c’è il rapporto tra abitanti e votanti, poiché il numero degli
elettori (1,630,636) è prossimo a quello dei residenti censiti, dato incoerente con le precedenti stime che davano il 30%
della popolazione kosovara sotto i 18 anni. Il margine di errore sembra essere più ampio del dichiarato e la
legittimazione dei risultati del censimento è piuttosto bassa agli occhi degli operatori internazionali.
La situazione più critica resta quella della Bosnia Erzegovina, candidato potenziale all’Unione Europea, che
contro tutti gli auspici di Bruxelles resta il solo paese a non aver neanche iniziato il censimento. In Bosnia la demografia
è una vera high politic che porta a galla tutte le incongruenze della giovane repubblica federale.
Alla base dello stallo c’è il boicottaggio dei deputati dell’Alleanza dei social democratici indipendenti,
partito indipendentista della Repubblica Srpska, che fanno appello alla costituzione per bloccare il censimento.
L’articolo 48 della carta sancisce che i risultati del censimento del 1991 devono essere considerati come validi fin
quando tutti i rifugiati del periodo bellico non abbiano fatto ritorno nelle proprie case.
Gli esecutivi bosniaci, nelle tre componenti serba, croata e musulmana, non sono riusciti finora a trovare un
compromesso. La partita si gioca soprattutto sul nodo dei quesiti su appartenenza etnica, religiosa e linguistica, ai quali i
musulmani si oppongono nel timore che i dati possano delegittimare la rilevanza della loro componente nella Repubblica
Srpska, ponendo ulteriori questioni sulla legittima esistenza della federazione bosniaca stessa.
La decisione di boicottare la votazione della legge sul censimento, da parte dell’Alleanza dei social democratici,
ha fatto si che non si raggiungesse il quorum alla Camera alta, decretando di fatto l’inizio dello stallo.
L’ambasciatore dell’Ue in Bosnia ha definito il ritardo delle rilevazioni statistiche come "un rischio verso il
maggiore isolamento della Bosnia Erzegovina" che oggi si stima abbia una popolazione compresa tra i 3.800.000 e i
4.300.000 abitanti, senza che nessuno ne abbia la certezza.
La demografia, si è visto, recita un ruolo di primo piano nei Balcani e rimane una sfida più che mai aperta per questi
giovani paesi in transizione. Una volta che tutti i censimenti saranno conclusi e tutti i dati definitivi pubblicati, le
informazioni ottenute rappresenteranno la base per analizzare il reale grado di modernizzazione e sviluppo della regione,
permettendo la creazione di politiche economiche e nuove riforme sociali che possano stabilizzare la penisola ed
avvicinarla sempre di più alle richieste di Bruxelles. Sempre che Bruxelles rimanga un obiettivo credibile.
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