A. primepagine 4.05 - La Nuvola del Lavoro

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A. primepagine 4.05 - La Nuvola del Lavoro
L’immigrazione come opportunità:
occupazione femminile, crescita economica,
redistribuzione delle risorse*
Chiara Agostini, Ernesto Longobardi, Giuseppe Vitaletti
In questo lavoro si considerano alcuni effetti dei fenomeni migratori dal
punto di vista economico e sociale con particolare riferimento all’Italia.
Si mostrerà, in primo luogo, come l’immigrazione favorisca la tenuta del sistema di protezione sociale, perché incide positivamente sul trend demografico del Paese, e come essa aumenti l’offerta di lavoro femminile, nella misura
in cui libera le donne autoctone dai compiti di assistenza nell’ambito familiare,
ai quali sono state tradizionalmente legate dalle carenze delle politiche pubbliche nei confronti delle famiglie. L’aumento del tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro risulta, a sua volta, benefico per le prospettive di
crescita dell’intero sistema economico. C’è dunque una specifica catena che
lega l’immigrazione alla liberazione delle donne dai compiti domestici e di qui
a una maggiore ricchezza collettiva.
La riflessione sull’immigrazione verrà poi sviluppata con specifico riferimento agli elementi di crisi strutturale dell’economia italiana, tenendo presente, sullo sfondo, lo scenario delle emergenze globali del pianeta. Si argomenterà che l’immigrazione può risultare una forza determinante di cambiamento
economico e sociale nei paesi occidentali di più antica industrializzazione e
un elemento portante della costruzione di un nuovo assetto di cooperazione e
coordinamento a livello mondiale, nel contesto di un “progetto-pianeta” largamente condiviso, unica possibilità di estensione pacifica all’intera umanità delle condizioni di benessere finora godute da una quota relativamente ristretta
della popolazione mondiale.
Immigrazione, andamento demografico, protezione sociale
Il progressivo invecchiamento della popolazione, dovuto all’aumento della
speranza di vita e alla riduzione della natalità, mina alle fondamenta la tenuta
dei sistemi di protezione sociale. Esso determina infatti, da un lato, una con-
* Una prima stesura di questo articolo è apparsa, con il titolo L’alternativa al declino, in “Mondoperaio”, 1,
2011, pp. 30-36.
Il sogno della farfalla 2/2011 pp. 65-81
Il sogno della farfalla 2/2011
trazione della quota di popolazione attiva e conseguentemente una riduzione
delle risorse destinate al finanziamento delle prestazioni di welfare e, dall’altro, un aumento della domanda di protezione, derivante dalla presenza di una
crescente quota di popolazione anziana.
Il nostro sistema di protezione sociale, come quello degli altri paesi europei, si è strutturato e consolidato nel trentennio che va dalla fine della Seconda guerra mondiale alla crisi petrolifera della metà degli anni Settanta. Questa
fase, l’“epoca d’oro” dello stato sociale, si caratterizzò per la rapida espansione
dei programmi di welfare e il consolidamento di ampi diritti di cittadinanza.
Lo sviluppo della protezione sociale poggiava, oltre che su un sistema economico in espansione e su un diffuso consenso politico, anche su una struttura
demografica profondamente diversa da quella attuale. Lo si può vedere ponendo a confronto le Figure 1 e 2, che riportano le “piramidi di età” della popolazione italiana rispettivamente nel 1961 e nel 2009.
La base ampia della piramide relativa al 1961 testimonia l’elevata quota di
popolazione giovane: si vede, in particolare, come le fasce di età dai 0 ai 4 anni e dai 10 ai 14 anni risultassero le più popolose, in conseguenza dell’elevato
tasso di natalità registrato negli anni immediatamente seguenti la guerra e nella seconda metà degli anni Cinquanta, quando avevano cominciato a migliorare sensibilmente le prospettive economiche del paese. La natalità continua a
crescere negli anni successivi, raggiungendo il suo apice nel 1965, quando il
numero medio di figli per donna risultò pari a 2,66.
Nel 2009 il quadro demografico appare profondamente mutato. La base
della piramide si è fortemente contratta a seguito del crollo della natalità: dal
1965 al 2009 il numero medio di figli per donna passa infatti da 2,66 a 1,41.
Dall’altro lato, l’allargamento della parte alta della piramide mostra il notevole
incremento della popolazione anziana, dovuto all’aumento della speranza di
vita.
In questo nuovo scenario l’immigrazione costituisce un potente fattore di
riequilibrio della struttura demografica e di antidoto ai suoi effetti negativi sugli equilibri finanziari del sistema di sicurezza sociale. Come si vede, infatti,
dalla piramide demografica degli immigrati presenti in Italia nel 2009, riportata nella Figura 3, i flussi migratori sono composti prevalentemente da individui appartenenti alla fascia di popolazione attiva, mentre la quota di popolazione con 65 anni e oltre appare praticamente irrilevante. Dai dati Istat1 risulta
anche che al 1º gennaio 2010 gli stranieri residenti in Italia hanno un’età media di 31,5 anni mentre i residenti di cittadinanza italiana hanno mediamente
44,2 anni.
1 ISTAT, Indicatori demografici. Anno 2009, www.istat.it, 2010.
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C. Agostini, E. Longobardi, G. Vitaletti, L’immigrazione come opportunità
FIGURA 1. LA
POPOLAZIONE ITALIANA NEL
1961
Fonte: Elaborazioni sui dati del censimento del 1961 (Istat).
FIGURA 2. LA
POPOLAZIONE ITALIANA NEL
2009
Fonte: Elaborazioni su dati Istat (http://demo.istat.it/).
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Il sogno della farfalla 2/2011
FIGURA 3. LA
POPOLAZIONE STRANIERA RESIDENTE IN ITALIA NEL
2009
Fonte: Elaborazioni su dati Istat (http://demo.istat.it/).
FIGURA 4. LA
POPOLAZIONE COMPLESSIVA IN ITALIA NEL
Fonte: Elaborazioni su dati Istat (http://demo.istat.it/).
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2009 (ITALIANI
E STRANIERI)
C. Agostini, E. Longobardi, G. Vitaletti, L’immigrazione come opportunità
L’effetto prodotto dall’immigrazione sulla struttura demografica della popolazione complessiva risulta dal confronto tra la piramide della Figura 4, relativa
all’intera popolazione residente (italiani e stranieri) e quella della Figura 2, già
considerata, relativa ai soli cittadini italiani: si nota l’effetto di allargamento
delle fasce centrali, composte dagli individui in età lavorativa.
Si deve anche notare che le donne straniere residenti nel nostro paese tendono ad avere più figli rispetto alle italiane: nel 2009 le donne italiane hanno
avuto in media 1,33 figli, le straniere 2,05 (Tabella 1).
TABELLA 1. ETÀ MEDIA E TASSO DI FECONDITÀ TOTALE DEI RESIDENTI IN ITALIA
Età media (anni)
Numero di figli
per donna
Cittadini italiani
44,2
Stranieri
31,5
1,33
2,05
Fonte: ISTAT, Indicatori demografici. Anno 2009 (www.istat.it).
L’impatto positivo dell’immigrazione sulla struttura demografica presenta
dunque una duplice natura: nell’immediato, l’ingresso di una popolazione
straniera prevalentemente giovane aumenta la quota della popolazione attiva;
nel lungo periodo, il più alto tasso di fecondità nelle famiglie di immigrati produce un aumento della natalità media.
Le modifiche alla struttura demografica della popolazione residente complessiva, indotte dall’immigrazione, generano a loro volta effetti molto positivi
sul sistema di protezione sociale. Ci si può fare un’idea dell’attuale ordine di
grandezza di tali effetti guardando ai dati del principale ente previdenziale2.
Nel 2009 gli iscritti all’Inps non comunitari sono stati più di 1,5 milioni. La
percentuale dei non autoctoni fra i lavoratori dipendenti che versano contributi è risultata di circa l’8%: senza questo apporto, il gettito contributivo nell’anno 2009 sarebbe stato inferiore di oltre il 4%, vale a dire di oltre 6 miliardi
di euro.
Se da una parte, nel breve termine, per l’effetto sulle entrate contributive,
l’immigrazione provoca una riduzione del deficit previdenziale, dall’altra, nel
lungo termine, essa concorre a sostenere la dinamica dei trattamenti pensionistici. Il regime pensionistico vigente in Italia, che è di tipo contributivo a ripartizione, prevede infatti l’indicizzazione del monte dei contributi versati in base
2 INPS, Rapporto annuale 2009, www.inps.it, 2010; in particolare si veda p. 130 per l’ammontare complessivo
delle entrate contributive e p. 54 per i contributi versati dagli immigrati.
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Il sogno della farfalla 2/2011
al tasso di aumento del Pil: l’apporto dell’immigrazione alla produzione si risolve dunque anche in un fattore di crescita delle pensioni. Siamo pertanto,
con tutta evidenza, di fronte a un caso di complementarità tra benessere dei
lavoratori immigrati e autoctoni: i benefici dell’inserimento degli immigrati nel
mercato del lavoro regolare non interessano esclusivamente i singoli lavoratori
immigrati, ma investono l’intero sistema previdenziale.
Immigrazione e occupazione femminile
Nel nostro Paese si può a ragione parlare di un sistema di protezione sociale di tipo “familistico”: la famiglia – anziché le istituzioni pubbliche – è stata
tradizionalmente riconosciuta come il luogo privilegiato per la risposta ai bisogni sociali. Questo ha avuto un’ovvia conseguenza: le donne sono risultate da
sempre le protagoniste dell’erogazione dei servizi di assistenza agli anziani e
ai minori.
Non è dunque un caso che l’Italia spenda meno rispetto agli altri paesi europei per le misure di sostegno alle famiglie. Nel 2006 la spesa per prestazioni
di welfare è stata pari al 25,7% del Pil, con un differenziale negativo rispetto
alla media europea dello 0,7%: di tale spesa solo il 4,5% è stata impiegata per
le famiglie, per un ammontare pari al 1,2% del Pil, molto al di sotto della media europea, che è stata del 2,1% (Tabella 2).
TABELLA 2. SPESA PER PROTEZIONE SOCIALE. ITALIA ED EUROPA A CONFRONTO
Spesa sociale complessiva (% sul Pil)
Spesa per misure a sostegno della famiglia
(% sul Pil)
Italia
25,7
Unione europea
26,4
1,2
2,1
Fonte: F. R. Pizzuti, Rapporto sullo Stato Sociale 2010. La grande crisi del 2008 e il welfare state, Academia Universa Press, Torino 2009.
Un modello siffatto di protezione sociale porta con sé, come inevitabile
conseguenza, un basso tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro. Nel 2009 solo il 46,4% delle donne di età compresa fra i 15 e i 64 anni
è risultato occupato in Italia, contro il 66,2% della Germania, il 65% del Regno Unito, il 60,1% della Francia e contro una media europea del 58,6% (Figura 5).
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C. Agostini, E. Longobardi, G. Vitaletti, L’immigrazione come opportunità
FIGURA 5. TASSI DI OCCUPAZIONE FEMMINILE IN ALCUNI PAESI EUROPEI. ANNO 2009
Germania
66,2
Regno Unito
65,0
Francia
60,1
media UE
58,6
Italia
46,4
Fonte: ISTAT, Rapporto annuale. La situazione del Paese nel 2009, 2010 (www.istat.it).
Il tasso di occupazione femminile in Italia si riduce sensibilmente al crescere del numero di figli: dal 65% in caso di assenza di figli si scende di quattro
punti percentuali in presenza di un figlio (60,6%), di dieci se i figli sono due
(54,8%), di ventidue nel caso di tre o più figli (42,6)3. La differenza rispetto alla media europea raggiunge il massimo nel caso di due figli: 54,8% contro
69,2%, con un differenziale dunque di 14,4 punti (Tabella 3).
TABELLA 3. TASSI DI OCCUPAZIONE FEMMINILE (25-54 ANNI) PER NUMERO DI FIGLI. ANNO 2008
Numero di figli
Italia
Unione Europea
Differenza
0
65%
76,6%
-11,6
1
60,6%
72,4%
-11,8
2
54,8%
69,2%
-14,4
≥3
42,6%
55%
-12,4
Fonte. Elaborazione su dati ISTAT, Rapporto annuale. La situazione del Paese nel 2009 (www.istat.it).
Il fenomeno migratorio sta oggi colmando il vuoto prodotto dalla debolezza del sistema di protezione sociale nei confronti delle famiglie, attenuandone
quindi gli effetti negativi sull’offerta di lavoro femminile.
I lavoratori, e soprattutto le lavoratrici, immigrati aumentano l’offerta di servizi domestici, in particolare nel settore dell’assistenza all’infanzia e agli anziani, allentando così i vincoli all’attività lavorativa delle donne al di fuori del
contesto familiare. Vi sono ormai diverse ricerche che provano empiricamente
questi effetti4. Suscitò molto interesse, qualche tempo fa, uno studio della Ban-
3 Il riferimento è ora alla popolazione femminile tra i 25 e i 54 anni.
4 E. Longobardi, L’immigrazione è donna, in “Terra”, 25.8.2009.
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Il sogno della farfalla 2/2011
ca d’Italia5, pubblicato nell’ambito del rapporto sulle economie regionali nel
2008, che mostrava come la presenza straniera nelle regioni italiane non solo
non abbia ridotto le opportunità di lavoro per gli italiani, ma abbia provocato
un aumento dell’offerta di lavoro delle donne. Più recentemente un’altra analisi, anch’essa di origine Banca d’Italia6, ha provato una significativa correlazione fra la presenza di immigrati occupati nell’erogazione di servizi alle famiglie
e la quantità delle ore che le donne autoctone altamente qualificate dedicano
al lavoro. Viene anche mostrato come la presenza di questo tipo di immigrazione rivesta un ruolo particolarmente rilevante nel caso delle donne che hanno maggiori carichi familiari – connessi alla presenza di figli con meno di tre
anni o di un inabile in famiglia – e in quei territori in cui i servizi sociali sono
particolarmente scarsi7.
Occupazione femminile e sviluppo
Se l’immigrazione favorisce la presenza femminile nel mercato del lavoro,
questa, a sua volta, genera maggiore sviluppo. Questo secondo nesso – tra
l’aumento del tasso di partecipazione femminile e il tasso di crescita dell’economia – è al centro di un recente saggio di Maurizio Ferrera8, che vede due
principali vantaggi, dal punto di vista economico, nell’ingresso delle donne
nel mercato del lavoro. Il primo riguarda l’aumento delle entrate delle famiglie
e quindi le maggiori possibilità di consumo, investimento e risparmio. Le famiglie a doppio reddito sperimentano inoltre una diminuzione dei rischi di povertà e vulnerabilità rispetto ad eventi imprevisti, oltre che per le maggiori entrate, anche per il doppio aggancio al mercato del lavoro che garantisce più
tutela, più conoscenze e più relazioni sociali. Tutto questo si traduce in una
maggiore disponibilità ad assumere rischi e a scommettere sul futuro, che a
sua volta favorisce il dinamismo economico e sociale.
Il secondo vantaggio sta nel fatto che l’incremento dell’occupazione femmi-
5 A. Accettauro, S. Mocetti, L’immigrazione nelle regioni italiane, in Banca d’Italia, Economie regionali. L’economia delle regioni italiane nell’anno 2008, www.bancaditalia.it, 2009, pp. 62-68.
6 G. Barone, S. Mocetti, With a little help from abroad: the effect of low skilled immigration of female labour
supply, lavoro presentato alla “International Conference in Memoriam of Etta Chiuri”, Università degli studi di Bari Aldo Moro, 1-3 luglio 2010, http://www.ettachiuriconference.it.
7 Ovviamente ci si può e ci si deve interrogare circa i limiti di questa “via italiana” alla crescita dell’occupazione femminile. Infatti, da un lato, siamo evidentemente di fronte al perpetuarsi di un sistema che non considera
l’erogazione dei servizi di assistenza e cura di pertinenza delle istituzioni pubbliche. Dall’altro lato, non si può
trascurare che in molti casi gli immigrati che offrono questo tipo di servizi sono in possesso di qualifiche professionali che potrebbero essere meglio valorizzate in altri comparti del mercato del lavoro (in proposito si consideri che il 15,4% degli immigrati presente in Italia svolge una professione dequalificante rispetto al proprio livello
di istruzione, mentre per gli autoctoni questo accade nel 6,9% dei casi. Cfr. INPS, Diversità culturale, identità di
tutela, III Rapporto su immigrati e previdenza negli archivi dell’Inps, 2009, www.inps.it, cap. 4, p. 27.
8 M. Ferrera, Il fattore D. Perché il lavoro delle donne farà crescere l’Italia, Mondadori, Milano 2008.
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C. Agostini, E. Longobardi, G. Vitaletti, L’immigrazione come opportunità
nile crea altro lavoro. Le famiglie bireddito, infatti, consumano più servizi rispetto alle monoreddito, sia per la maggiore disponibilità economica sia per il
minore tempo disponibile. Ferrera riporta stime secondo le quali ogni cento
donne che entrano nel mercato del lavoro si creerebbero fino a quindici ulteriori nuovi posti, in settori come la ristorazione, la ricreazione, l’assistenza all’infanzia, agli anziani e le prestazioni per i servizi domestici. Questo tipo di
servizi, a differenza di quelli alle imprese, ha poi il vantaggio di non poter essere trasferito in paesi dove la manodopera costa meno, poiché devono necessariamente essere prodotti in prossimità dei consumatori. I posti di lavoro
aggiuntivi che vengono a crearsi grazie alla crescita dell’occupazione femminile restano quindi all’interno del Paese e in particolare in quei territori dove si
genera la domanda. In questo senso, contrariamente a un’opinione diffusa, la
presenza degli immigrati si traduce in un beneficio diretto per le comunità locali che li ospitano. L’immigrazione potrebbe dunque favorire la rottura di
quel circolo vizioso, denunciato dallo stesso Ferrera, per il quale la scarsità dei
servizi è collegata alla bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro,
che è a sua volta collegata alla scarsità dei servizi9.
Gli effetti dell’emigrazione nei paesi d’origine
Si potrebbe ritenere che, a fronte dei vantaggi prodotti dalle migrazioni nei
paesi di destinazione, i paesi di origine dei migranti subiscano una perdita.
Supporre, in altri termini, che si tratti, ancora una volta, di una forma di depauperamento dei paesi più poveri da parte dei paesi più ricchi. Non è così.
La letteratura economica ha ampiamente provato, sul piano teorico ed empirico, che anche i paesi di provenienza traggono dall’emigrazione un rilevante
beneficio netto10. La migrazione innesca, infatti, un importante flusso bidirezionale di risorse tra paese ospitante e paese di origine, che può contribuire in
maniera decisiva al cambiamento economico e sociale di quest’ultimo.
Si tratta, in primo luogo, di risorse finanziarie, le “rimesse” degli emigrati alle proprie famiglie, con le quali queste ultime finanziano investimenti in atti-
9 Si può segnalare che la letteratura economica ha finora considerato sul piano empirico la relazione tra tasso
di partecipazione femminile al mercato del lavoro e tasso di crescita del sistema economico molto marginalmente e con risultati non univoci. Si possono, per esempio, vedere: R. McGuckin, B. van Ark, Productivity and
participation: An international comparison, Groningen Growth and Development Centre, Research Memorandum GD-78, agosto 2005 (http://www.ggdc.net/publications/memorandum/gd78.pdf); S. Walby, W. Olsen, The
Impact of women’s position in the labour market on pay and implications for U.K. productivity, Report to the
Women and Inequality Unit, Department of Trade and Industry, novembre 2002 (http://www.lancs.ac.uk/fass/sociology/papers/walby-weupayandproductivity.pdf); J. Bryant, V. Jacobsen, M. Bell, D. Garrett, Labour force participation and GDP in New Zealand, New Zealand Treasury Working Paper 04/07, giugno 2004 (http://www.treasury.govt.nz/publications/research-policy/wp/2004/04-07/).
10 Si rinvia per tutti a M. C. Chiuri, N. Coniglio, G. Ferri, L’esercito degli invisibili. Aspetti economici dell’immigrazione clandestina, Il Mulino, Bologna 2007, e all’ampia bibliografia ivi riportata.
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Il sogno della farfalla 2/2011
vità economiche o nell’istruzione dei giovani. È anche provato che l’emigrazione aumenta sia l’interscambio commerciale tra i due paesi, con vantaggio
reciproco, sia il flusso di investimenti diretti verso il paese di provenienza dell’emigrante.
Infine, nel caso in cui, dopo un certo numero di anni, il migrante rientri nel
proprio paese (migrazioni di ritorno) porta in genere con sé un capitale personale – non solo di denaro, ma anche di idee, conoscenze, competenze, relazioni – che viene messo a frutto nel proprio paese.
L'immigrazione come terapia alla crisi italiana
Da alcuni anni la collocazione del nostro paese nell’economia internazionale e le sue prospettive di crescita sono profondamente mutate. Si può muovere da una premessa: le nostre difficoltà di oggi affondano le radici nelle nostre
fortune di ieri.
Il decollo economico italiano, che prese avvio dopo la ricostruzione seguìta
al secondo conflitto mondiale, ebbe alcuni propellenti specifici di varia natura.
Risultarono fondamentali, in particolare:
- l’accesso alle nuove fonti di energia, in specie il metano e il petrolio, ottenuto, in condizioni difficili, anche grazie a legami non predatorî con i paesi
produttori;
- l’esistenza, a fianco delle grandi imprese, di una miriade di piccoli operatori, caratterizzati dall’attitudine a una visione d’insieme dei problemi produttivi e all’informalità delle procedure, qualità proprie della civiltà contadina e artigiana;
- l’inserimento in molteplici nicchie produttive, con successi legati anche alla capacità di soddisfare, con modalità non standardizzate e flessibili, alcuni
bisogni di base delle persone (specie nei campi dell’alimentazione, dell’abbigliamento, dei prodotti per la casa);
- un’elevata propensione al risparmio, nonostante i bassi redditi medi, che
contribuì sia a finanziare l’espansione della base produttiva, sia a contenere,
per lungo tempo, gli effetti negativi della crescita del debito pubblico.
Nell’insieme si poterono raggiungere livelli di occupazione elevati e un accettabile soddisfacimento dei bisogni per gran parte della popolazione, nonostante i molti e gravi squilibri (l’arretratezza del Sud, la ridotta offerta di lavoro
femminile, le falle del sistema fiscale, il gigantismo del sistema pensionistico).
Negli ultimi anni – ma già da molto prima della grave crisi iniziata nel
2008 – i fattori di forza sono progressivamente diventati elementi di debolezza:
- l’eccessiva dipendenza dal petrolio e dal metano, in presenza di una forte
intensificazione mondiale della domanda e con l’avvicinarsi della fase dell’e-
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C. Agostini, E. Longobardi, G. Vitaletti, L’immigrazione come opportunità
saurimento, espone l’economia italiana a rovinose fiammate inflazionistiche
nei periodi di crescita della produzione mondiale;
- l’ampliarsi su scala planetaria dei mercati rende indispensabile in molti
settori una crescita della dimensione aziendale a livelli che impongono gestioni organizzative complesse, oggi al di fuori della portata di gran parte delle
piccole imprese;
- quasi tutti i settori di nicchia sono stati attaccati dalla concorrenza di imprese con sede in paesi emergenti – soprattutto in Asia – che possono contare
su bassissimi costi del lavoro;
- l’intreccio tra risparmio privato e debito pubblico, che ha avuto valenze
positive fin quando il debito è stato al di sotto del prodotto nazionale, è divenuto pericoloso da quando si è andati oltre, a causa del rischio di insostenibilità degli oneri per interessi in caso di aumento dei rendimenti.
Le terapie suggerite da molti analisti si basano, da un lato, sull’impiego del
risparmio per lo sviluppo dei settori privati ad alta tecnologia, dall’altro, sull’aumento dell’età di pensionamento per fermare la crescita del debito. Si tratta
di prescrizioni forse in astratto corrette, ma certo molto difficili da mettere in
pratica, perché i settori ad alta tecnologia tendono ad assumere configurazioni
che rendono pressoché proibitiva l’entrata di nuovi concorrenti e, d’altro canto, l’aumento dell’età di pensionamento può essere accettata solo in un contesto di forte sviluppo produttivo, perché altrimenti crea ulteriori ostacoli all’inserimento occupazionale dei giovani.
Una strada alternativa per rivitalizzare il modello economico italiano può, a
nostro avviso, essere costruita proprio sull’immigrazione.
Da un lato, l’immigrazione contribuisce a limitare la crescita del rapporto
tra il debito pubblico e il Pil, agendo sia sul numeratore sia sul denominatore.
Sul primo, per l’apporto, diretto e indiretto, alla tenuta del sistema previdenziale, del quale già si è detto. Sul secondo, per il contributo diretto alla produzione: in Italia oggi l’11,1% del Pil è prodotto dagli immigrati11.
Sono potenzialmente di assoluto rilievo anche gli effetti sulla competitività
del sistema economico. La moderazione salariale e l’impegno sul lavoro, favoriti dai nuovi contesti occupazionali creati dall’immigrazione, possono ridare
slancio alle esportazioni e contenere le importazioni provenienti dai paesi dove le retribuzioni sono di mera sussistenza.
Nel più lungo periodo, ma anche più in profondità, ci si può attendere che
le contaminazioni culturali derivanti dall’immigrazione producano slanci di innovazione, che potranno essere recepiti più facilmente in contesti operativi
flessibili, come quelli delle piccole e medie imprese italiane, contribuendo an-
11 Caritas/Migrantes, Immigrazione, Dossier statistico 2010, XX Rapporto, Idos edizioni, Roma 2010, che riporta
(a p. 8) una stima di Unioncamere relativa al 2008.
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Il sogno della farfalla 2/2011
che alla loro crescita dimensionale. Se il cambiamento investirà anche le modalità di soddisfazione dei bisogni di base (ad esempio l’abitare e i suoi
confort, l’alimentarsi, il vestirsi), tradizionale roccaforte delle produzioni italiane, i benefici potrebbero essere rilevanti e duraturi, e riguardare positivamente
altri settori importanti, come il turismo. Un’ulteriore prospettiva per un nuovo
slancio delle produzioni italiane in tali comparti deriva dalla possibilità di un
loro maggiore apprezzamento nei paesi di origine dei flussi migratori, ovvero
quelli dell’Est europeo e del mondo arabo12. Uno stabile miglioramento dei
rapporti con tali paesi potrebbe, infine, agevolare un trattamento più favorevole nell’acquisto dei loro beni energetici: si ripristinerebbero così tutte le condizioni fondamentali per la crescita produttiva in Italia.
Migrazioni ed emergenze globali
I nessi tra economia e immigrazione sono peraltro più ampi. Un eventuale
incremento della competitività dell’economia italiana, pure positivo, si inserirebbe comunque nel contesto delle dinamiche dirompenti prodotte dalla globalizzazione.
Sono in atto processi di portata enorme, che stanno demolendo i due pilastri su cui si è storicamente retto lo sviluppo economico a matrice nord-occidentale. Il primo è stato l’uso delle risorse scarse dell’intero pianeta, in particolare di quelle minerarie energetiche, a beneficio di una parte minoritaria della
popolazione mondiale. Il secondo è stato il governo macroeconomico, diretto
a evitare che i possibili squilibri tra le due grandezze fondamentali per il buon
andamento dell’economia privata – gli investimenti e i risparmi – avessero come conseguenza l’inflazione e, soprattutto, le crisi produttive e occupazionali13. Tale obiettivo è stato perseguito con particolare efficacia dopo la grande
crisi del 1929, ed ha comportato l’uso di strumenti di intervento pubblico a livello nazionale sempre più sofisticati: le politiche di tutela del lavoro e del salario, i sistemi di welfare, il debito pubblico, le regolazioni monetarie.
Il primo pilastro crolla per l’irrompere sulla scena mondiale dei nuovi grandi paesi a sviluppo accelerato, in primo luogo la Cina, venendo essi a concorrere, in misura molto rilevante, alla spartizione delle risorse minerarie scarse.
Anche l’immigrazione alimenta la domanda energetica, per il contributo che
offre alla tenuta dell’economia occidentale.
Il secondo pilastro cede perché gli squilibri tra risparmi e investimenti
12 Come si è già accennato, è provato che la migrazione aumenta l’interscambio commerciale tra i paesi di origine e quelli di destinazione, cfr. M. C. Chiuri, N. Coniglio, G. Ferri, L’esercito degli invisibili cit., pp. 100 e ss.
13 In assenza di azioni di governo, investimenti superiori ai risparmi associati a elevati livelli di attività economica generano inflazione, investimenti inferiori producono invece riduzioni della produzione e dell’occupazione.
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C. Agostini, E. Longobardi, G. Vitaletti, L’immigrazione come opportunità
hanno assunto una dimensione e un’articolazione territoriale che li rendono
difficilmente governabili. Il problema sembra risiedere soprattutto nell’eccesso
di risparmio a livello mondiale, in larga misura imputabile all’abnorme volume
raggiunto dai redditi che si concentrano in poche mani: le rendite minerarie; i
grandi profitti delle imprese dei paesi emergenti, resi possibili da bassissimi
salari; i profitti dei paesi occidentali, molto cresciuti per effetto del progressivo
predominio degli oligopoli, che è a sua volta soprattutto dipeso dalle economie di scala (riduzione del costo per unità di prodotto al crescere della dimensione delle imprese); l’ampliamento delle royalties su brevetti; la lievitazione
esponenziale dei redditi da lavoro di chi detiene posizioni di potere. Producono effetti nella stessa direzione l’emarginazione delle attività non trainate dalla
pubblicità e, di nuovo, l’immigrazione, che, perlomeno nel breve termine, favorisce il contenimento delle retribuzioni operaie e impiegatizie.
Al di là delle cause contingenti che l’hanno innescata, si può ipotizzare
che la crisi attuale costituisca la prima manifestazione di questi squilibri. In
assenza di un’inversione di rotta gli scenari preconizzati da Marx per la fase
terminale del capitalismo potranno diventare realistici: la mondializzazione
delle interconnessioni che produce un impoverimento di massa e l’arricchimento di pochi.
L’esigenza di un nuovo progetto a livello planetario
Tra Marx e noi c’è stato tuttavia il crollo della concezione di un’economia
mondiale socialista senza mercato. Siamo oggi stretti tra il venir meno di questo riferimento ideale e l’impossibilità di un ritorno agli equilibri passati, al dominio mondiale degli stati-nazione occidentali. Sono necessarie nuove prospettive, un nuovo progetto-pianeta largamente condiviso.
Qualcosa di positivo si sta forse affacciando: la fiducia che i meccanismi di
mercato siano tendenzialmente virtuosi è stata fortemente scossa e sta crescendo l’importanza degli organismi che cercano di affrontare le questioni su un
piano globale, come il G20. L’attenzione è ancora, tuttavia, prevalentemente
concentrata sulla crisi finanziaria: questioni strategiche decisive rimangono
“fuori agenda” o risultano ancora immature dal punto di vista della consapevolezza e del consenso. Sono, in particolare, quelle legate alle due emergenze
globali di cui si è detto, ovvero la scarsità energetica e la crisi a livello mondiale del governo degli squilibri risparmi/investimenti. Ad esse si deve aggiungere la sempre più stringente esigenza di interventi su scala globale di tipo allocativo, vale a dire in merito alle grandi scelte sulle direzioni di impiego delle
risorse, con la questione del clima che ha fatto da apripista.
a) LA SCARSITÀ ENERGETICA. Come si è già argomentato, l’enorme produttività
delle economie avanzate, fattore principale della conquista di maggior tempo
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libero e di un soddisfacimento medio dei bisogni al di sopra della sussistenza,
è in gran parte imputabile allo sfruttamento intensivo di fonti energetiche non
rinnovabili. D’altro canto, molteplici fenomeni – quali le impennate vertiginose
del prezzo del petrolio e del metano verificatesi prima della crisi, i recenti disastri ambientali collegati a condizioni estrattive ormai estremamente difficili, il
superamento del picco produttivo di molti dei principali giacimenti – testimoniano che la fine dell’epoca propulsiva sta avvicinandosi forse molto più rapidamente di quanto si pensasse fino a pochi anni fa. Nonostante i rischi ormai
evidenti, adeguate contromisure tardano però a prendere corpo. Eppure non
sembra impraticabile una forte accelerazione della ricerca sulle energie rinnovabili14, che sarebbe possibile finanziare con i proventi di un’imposta mondiale
sulle transazioni15 e con un significativo incremento della tassazione delle fonti
energetiche esauribili. Né sembra impossibile una decisa svolta nel campo dei
modelli abitativi e di trasporto, con massicci incentivi per quelli a basso impatto energetico.
b) IL GOVERNO DELLO SQUILIBRIO RISPARMI/INVESTIMENTI. Nuovi orientamenti in
materia di energia, costruzioni e mobilità veicolare possono portare a una lunga fase di investimenti ad alto contenuto occupazionale. Tuttavia occorre agire
anche sull’altro versante dello squilibrio, quello del risparmio. È necessario, in
particolare, invertire l’attuale tendenza a una sovrabbondanza di risparmio, di
cui abbiamo visto le cause. Anche in questo campo, purché le misure siano
ampiamente condivise a livello internazionale, gli strumenti per intervenire
non mancherebbero: un’alta tassazione dei profitti oligopolistici, degli interessi
e dei superredditi dirigenziali; la sanzionabilità non solo dei disavanzi commerciali, ma anche degli avanzi, qualora eccessivi e persistenti, ricorrendo
eventualmente anche alla leva fiscale16; la differenziazione del trattamento dei
brevetti, con minori privilegi per quelli che non riguardano settori strategici, a
fronte del mantenimento della protezione per gli altri, con particolare riguardo
alle energie rinnovabili; una forte tassazione della pubblicità, con destinazione
del gettito a favore delle attività artigianali e delle piccole imprese.
c) GLI
INTERVENTI DI TIPO ALLOCATIVO.
Sul tema del clima il coordinamento
14 Singole iniziative, come quelle di utilizzo del deserto sahariano per produrre grandi quantitativi di elettricità
tramite l’energia solare ed eolica (la più nota è il progetto tedesco Desertec), mostrano una crescente consapevolezza della necessità di cambiamenti radicali degli assetti esistenti. Ci si muove tuttavia ancora in un’ottica limitata, avendo come orizzonte soprattutto la salvaguardia nazionale.
15 Si tratta di un’ipotesi di prelievo largamente dibattuta, in particolare con riferimento alle transazioni finanziarie. La destinazione del gettito al finanziamento dello sviluppo di fonti energetiche rinnovabili aumenterebbe la
forza della proposta, perché tale sviluppo è in realtà indispensabile per il mantenimento nel lungo termine di un
alto volume mondiale di scambi. Per una discussione sull’esigenza di rivedere i criteri ispiratori dei sistemi tributari nel nuovo contesto dell’economia globale, si rinvia a G. Vitaletti, Principi fiscali ed economia globale, in “Rivista di diritto finanziario e scienza delle finanze”, 2, 2010, pp. 117-156.
16 Forti e persistenti avanzi commerciali sono il modo di scaricare all’esterno del paese i problemi legati a un
eccessivo livello interno di risparmio, spesso dovuto a forti sperequazioni nella distribuzione dei redditi.
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C. Agostini, E. Longobardi, G. Vitaletti, L’immigrazione come opportunità
mondiale, seppure ancora insufficiente, considerata la stringenza delle relazioni di interdipendenza, è in fase più avanzata rispetto ad altre fondamentali
questioni della stessa natura, che pure richiedono misure condivise sul piano
globale e che non sono ancora entrate in agenda. Tra queste: un piano strategico delle acque e della vegetazione, anche a supporto degli interventi sul clima; una distribuzione più equilibrata dei maggiori comparti produttivi (agricoltura ed estrazioni minerarie, trasformazione industriale, servizi), almeno
nell’ambito di grandi aree, superando le attuali eccessive specializzazioni geografiche; un uso massiccio dei nuovi strumenti di comunicazione per promuovere su vasta scala la formazione a distanza, puntando anche su organismi internazionali.
Si tratta, come si vede, di strategie che puntano a rilevanti correzioni degli
assetti che si determinerebbero per l’evoluzione spontanea dei sistemi economici e che richiedono una forte dose di coordinamento e di cooperazione.
Migrazioni e nuovi assetti mondiali
Si può concludere riflettendo sui nessi che legano l’immigrazione alle prospettive per una fuoriuscita dalle emergenze globali, sotto i tre principali profili che si sono considerati.
Del primo nesso si è in qualche misura già detto: l’immigrazione costringe
a prendere atto che nell’uso delle risorse non si potrà tornare al passato – al
godimento in via esclusiva da parte di una piccola frazione della popolazione
mondiale di materie prime scarse localizzate sull’intero pianeta – e che vanno
adottate misure tese a ridurre il ruolo delle risorse non rinnovabili.
Il secondo nesso riguarda la distribuzione dei redditi: se nel breve periodo
l’immigrazione ha un effetto di contenimento dei salari nei paesi ospitanti, nel
più lungo periodo, essa può concorrere all’instaurazione di un nuovo assetto
della distribuzione dei redditi a livello mondiale. L’immigrazione è infatti l’elemento che porta a compimento il processo di globalizzazione, e la conseguente crisi degli stati-nazione, ancora parziali fino a quando l’internazionalizzazione è risultata in larga misura limitata al movimento delle merci e dei capitali.
Di fronte a una crisi economica che ha natura globale, e che è prevalentemente imputabile alla generale caduta dei redditi da lavoro e alla conseguente
scarsità di domanda, si imporranno interventi a livello mondiale, come quelli
che si sono sommariamente discussi, che hanno indubbie ricadute positive
sulle condizioni economiche dei lavoratori e dei piccoli imprenditori.
Il terzo nesso è legato alla natura e alle cause degli attuali flussi migratori.
L’immigrazione oggi non consiste tanto, come è stato in passato, in un trasferimento di popolazione da aree densamente popolate ad altre scarsamente abitate, ma è piuttosto il portato di distorsioni strutturali nell’“uso” del territorio
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planetario, con massicci accumuli di squilibri ambientali, produttivi, informativi. Inutile e dannoso è dunque contrastarla con politiche protezionistiche, di
blocco dei flussi migratori. L’immigrazione testimonia la necessità di un approccio interconnesso ai problemi mondiali, in cui il ruolo dei singoli stati nazionali non consista più nell’attribuzione di diritti e di doveri in funzione di
valori ormai obsoleti, come la nazionalità e la cittadinanza17, ma nell’amministrare in maniera efficiente sulla propria porzione di territorio planetario decisioni strategiche prese in sedi sovranazionali.
17 Negli scenari descritti le norme giuridiche (compreso il diritto di voto) dovrebbero fare riferimento alla residenza piuttosto che alla nazionalità o alla cittadinanza, cosa che avviene già in molti campi, per esempio nella
normativa penale, del lavoro e in buona parte di quella fiscale.
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C. Agostini, E. Longobardi, G. Vitaletti, L’immigrazione come opportunità
Immigration as an opportunity: female employment, economic growth, redistribution
of resources
This work considers some positive effects of immigration from an economic and social point of view
with particular reference to Italy.
In the first part, using the data made available by the National Institute of Statistics and by the National Institute of Social Security, it is demonstrated that immigration favours the performance of the
social security system, in that it has a positive impact on the Italian demographic trend and increases
the offer of female workers. Immigration frees the local women from the tasks of family assistance,
which has traditionally been allocated to them given the lack of public policies concerning the family.
The increased rate of female participation in the workforce ends up being, in turn, beneficial for the
prospects of growth of the entire economic system.
In the second part, the reflection on immigration is developed with specific reference to elements of
structural crisis of the Italian economy, keeping in mind the scenario of the global emergencies of the
planet. It is argued that immigration could be a determining force of economic and social change in
Western countries with a longer tradition of industrialization and an structural element in the construction of the new order of cooperation and coordination at a world level. The adoption of a widely
shared “planetary project” is here considered as the only possibility for the peaceful distribution of
conditions of prosperity which only relatively very few have enjoyed up to now.
Correspondence to Dott. Chiara Agostini: [email protected]
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