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Poste italiane spa - spedizione in a. p. D.L. 353/03 (conv. L. 46/04) art. 1 comma 1, NE/VR
settimanale diretto da luigi amicone
anno 18 | numero 35 | 5 settembre 2012 |  2,00
Un consiglio
superiore
alla magistratura
Il caso Ingroia-Napolitano fa
implodere la sinistra giustizialista.
Fine del ventennio sfascista?
EDITORIALI
PIÙ PERSONE, MENO ETICHETTE
Radio Radicale, la prova provata che
l’identità fa bene e che “Cl è bella”
S
i chiama Emiliano Silvestri ed è uno degli ottimi giornalisti di Radio Radicale, testata
fortemente identitaria e al tempo stesso emittente radiofonica finanziata dal governo italiano perché riconosciuta come «impresa radiofonica che svolge attività
di informazione di interesse generale». (Detto per inciso: non è forse Radio Radicale la
prova provata che un’identità forte non è in contrasto con il bene comune e che un servizio di “interesse generale” non coincide automaticamente con il servizio reso direttamente dallo Stato ma coincide piuttosto con il servizio reso da qualunque entità, privata o statale essa sia, che dimostri non nell’etichetta ma nei fatti di svolgere un servizio
di “interesse generale”? Non è forse in ragione di questa semplice considerazione che
bisognerebbe pregare giornali, partiti e insegnanti “democratici”, di piantarla lì, una
volta per tutte, col pattume ideologico che da quarant’anni ci imbandisce la tavola delle polemiche e manifestazioni “in difesa della scuola pubblica contro il finanziamento
delle scuole private”, e pregare il governo italiano di dotarsi finalmente di un vero atto
di riconoscimento paritario, e perciò finanziario, di tutte le scuole, statali e non statali
esse siano, che svolgono un servizio di “interesse generale”?). Ma dicevamo di Emiliano,
questo zelante e professionale inviato radicale che in margine al Meeting intrattenne
il direttore di Tempi in una lunga intervista
(vedi tempi.it). E che passeggiando nei salo- Non è forse l’emittente del partito
ni infuocati, ci confessò quello che da semdi Pannella la dimostrazione che
pre prova quando viene a Rimini «tra quelli
di Cl», il «vorrei anch’io essere parte di que- un servizio “di interesse generale”
sto popolo» e l’osservazione che «è bello che non coincide automaticamente
esistete, siete come dei guardiani di tesori».
con il servizio reso dallo Stato?
BOCCIATA A STRASBURGO LA LEGGE 40
Incoerente è la Corte dei diritti umani
che riduce le persone a prodotti
N
el bocciare la legge 40 sulla fecondazione assistita la Corte dei diritti umani di Strasburgo ha definito “incoerente” la normativa italiana, perché mentre vieta l’indagine su malattie congenite degli embrioni allo scopo di scartare quelli malati,
autorizza l’aborto terapeutico quando è un feto a essere diagnosticato affetto da gravi
malattie. In realtà a essere difettosa è la sentenza europea. La legge 194 autorizza l’aborto se una malformazione accertata del feto rappresenta un pericolo per la salute della
donna. Una donna restata incinta con la fecondazione assistita potrebbe esercitare la
facoltà di abortire se una successiva diagnosi di malattia del feto mettesse a rischio la
sua salute mentale: non c’è nessuna incoerenza. Invece la sentenza europea mette sullo stesso piano un fatto (gravidanza pericolosa) con una mera ipotesi (l’eventualità che
dagli embrioni derivi un feto malato). E per farlo deve prima mettere sullo stesso piano il concepimento naturale e quello extracorporeo. Nel primo caso il concepito è un
avvenimento, nel secondo è un prodotto. Equiparando le cose la Corte di Strasburgo in
realtà spiana la strada all’egemonia del secondo: se non c’è discrimine morale fra uomo-avvenimento e uomo-prodotto, tutti si sposteranno sul concepimento che rende
possibile il secondo, perché potranno controllarne la qualità sin dalla fase progettuale.
Che questa sentenza rappresenti una formidabile spinta al business miliardario della feEquiparando in sostanza la
fecondazione naturale e quella condazione assistita è solo un corollario della premessa giurisprudenziale, che accetta la
extracorporea, il tribunale
reificazione dell’uomo. Anziché vigilaeuropeo spiana la strada
re sui diritti umani, la Corte di Straall’egemonia della seconda
sburgo ha ridotto l’uomo a una cosa.
FOGLIETTO
Sempre i migliori.
Ci vorrebbe De Gasperi,
certo. Ma ancor più
ci manca (a sinistra)
il coraggio di Togliatti
N
Duemila non è più possibile
un Alcide De Gasperi: la Chiesa non può e (opportunamente) non vuole sostituire una borghesia
come quella del ’48 segnata dai compromessi con il fascismo, Washington
non dà più le “deleghe ampie” (quelle
ora ai vari tecnici sono ben “più strette”) di quando l’Italia era frontiera
fondamentale verso Mosca, non c’è
quella disciplina dei ceti medi che
derivava dal dover far fronte al più
grande Partito comunista d’Occidente.
Certo ci sarebbe bisogno anche oggi
della serietà, della visione, dell’indipendenza degasperiane, ma questo sia a
destra, dove chi si ispira a Luigi Sturzo vuol dare espressione al “popolo
dei liberi e forti”, sia a sinistra, dove gli
eredi di Giuseppe Dossetti sostengono
una prospettiva ancora centrata sullo
Stato. Anche a sinistra non esiste
un’attualità di un Palmiro Togliatti, segnato dal legame “costitutivo”
non solo con il totalitarismo leninista
ma anche con la barbarie asiatica di
Giuseppe Stalin. Ma anche questa oggettiva constatazione non impedisce
di ricordare come nel vecchio Pci si
leggesse la storia d’Italia non solo sui
bollettini dei pm, ci si ispirasse persino
a Camillo Benso di Cavour e a Giovanni Giolitti, si facessero i compromessi
(dall’articolo 7 all’amnistia per i fascisti) che aiutarono la nazione a evitare
una nuova guerra civile. In
questo senso l’improponibile Togliatti resta
un’aquila rispetto a
falchetti da parata come Massimo D’Alema
per non parlare dei polletti d’allevamento del
Pd spaventati da tutto.
Lodovico Festa
el
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| 5 settembre 2012 |
3
SOMMARIO
poveri e provvidenza
Dietro le quinte di uno spettacolo di marionette, tra i barboni che
hanno commosso il Meeting raccontando con mani, fili, incidenti
e diserzioni la storia eccezionale del frate che salvò la loro vita
I componenti della compagnia teatrale
Le marionette della Misericordia
che hanno debuttato al Meeting di Rimini
con lo spettacolo Ettore dei poveri
LA SETTIMANA
Foglietto
14
Lodovico Festa...................................3
Ettore
anno 18 | numero 35 | 5 settembre 2012 |  2,00
settimanale diretto da luigi amicone
Renato Farina................................. 35
La Divina Commedia della carità
UN coNsIglIo
Poste italiane spa - spedizione in a. p. d.l. 353/03 (conv. l. 46/04) art. 1 comma 1, ne/Vr
Boris Godunov
sUperIore
alla magIstratUra
Le nuove lettere di
Berlicche..................................................... 47
Il caso Ingroia-Napolitano fa
implodere la sinistra giustizialista.
Fine del ventennio sfascista?
Mamma Oca
Annalena Valenti..................... 55
Post Apocalypto
Aldo Trento........................................ 60
6
Colle intercettato. L’ultimo
capitolo dell’indagine sulla
trattativa Stato-mafia
fa implodere il regime
mediatico-giudiziario?
| 5 settembre 2012 |
7
INTERNI
Un consiglio superiore alla magistratura
Il presidente del Consiglio, Mario Monti,
in un’intervista a Tempi, parlando delle
intercettazioni telefoniche e del caso
che ha coinvolto il capo dello Stato, ha
usato due parole che hanno scatenato
la polemica reazione di alcuni giornali
e di taluni magistrati. Sono finiti sotto
accusa l’aggettivo “grave”, riferito dal
presidente del Consiglio all’ascolto e
alla registrazione delle telefonate del
presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano, e il sostantivo “abusi”. Lei
pensa che Monti abbia usato correttamente questi due termini?
Io penso che il presidente del Consiglio abbia tutto il diritto di parlare di questioni attinenti alla giustizia, perché sin
dalla nascita del suo governo ha rivendicato correttamente la stretta correlazione
che lega il buon funzionamento del sistema giudiziario al buon funzionamento
del sistema economico e al buon funzionamento del sistema paese. Non mi scandalizza che chi deve risanare il paese parli
di giustizia, che non è una variabile indipendente di un’economia che funzioni.
Del sistema giustizia fanno parte le
intercettazioni, che in un paese civile debbono rispettare tre interessi concorrenti:
quello degli inquirenti di disporre di un
insostituibile strumento di indagine al
cui utilizzo non si devono frapporre ostacoli speciosi; quello della libera stampa
di esercitare il suo diritto all’informazione, attraverso cui si esercita anche il controllo democratico delle istituzioni e dei
suoi rappresentanti; e, infine, quello della riservatezza, che nel concorso con gli
altri due diritti può affievolirsi nei confronti degli indagati, almeno da una certa fase processuale, quando viene meno
il segreto, ma che, viceversa, va rigorosamente tutelato a norma di Costituzione
nei confronti dei terzi estranei alle indagini, specie quando riferiscono circostanze ininfluenti e prive di rilevanza penale.
Le sembra una fotografia dei giornali
italiani?
Dire che nella nostra
cronaca più o meno recente l’equilibrio tra questi
diritti sia stato sempre
rispettato senza che si siano verificati abusi vuol
dire recitare la parte di
Alice nel paese delle meraviglie. Perciò credo che un
intervento normativo su
questa materia sia opportuno, non con spirito di rivalsa contro
qualcuno e tanto meno contro un ufficio
giudiziario, né prendendo spunto dalla
contingenza, che inevitabilmente porta
con sé strascichi polemici, ma con la lucidità e la visione generale che dovrebbero
sempre ispirare il legislatore, il quale scrive regole generali e astratte e non consuma mai vendette.
A proposito di insostituibilità delle
intercettazioni, le leggo una frase di
Michele Vietti è stato
nominato vicepresidente
del Csm nel 2010. Suo
predecessore al vertice
dell’autogoverno della
magistratura è stato
proprio l’ex ministro
dell’Interno Nicola
Mancino, ora finito al
centro dell’inchiesta sulla
trattativa Stato-mafia
Roberto Scarpinato, pubblico ministero a Caltanissetta: «Unico momento
di visibilità del modo in cui viene realmente esercitato il potere sono rimaste
le intercettazioni; solo le macchine (le
microspie) ci consentono di ascoltare
in diretta la vera e autentica voce del
potere. Le intercettazioni sono rimaste
l’ultimo tallone di Achille di un potere
che nel tempo ha sempre più circondato di segreto il proprio operato, perché
Foto: AP/LaPresse
ichele Vietti, avvocato torinese,
docente universitario, già parlamentare dell’Udc, ha presieduto in precedenti legislature la Commissione ministeriale per la riforma del diritto societario ed è stato sottosegretario
al ministero della Giustizia nel secondo
governo Berlusconi. Attualmente è vicepresidente del Consiglio superiore della
magistratura. Riservato, soprattutto quando si deve parlare di giustizia, accetta questa intervista sulle polemiche nate intorno alle intercettazioni del presidente della Repubblica e al dibattito sulla loro
riforma che ne è scaturito, con toni aspri
non solo tra esponenti politici, ma anche
tra personaggi delle istituzioni (quelli dei
giornalisti non fanno più notizia).
principio voler riscrivere la storia in una
l’opposizione è venuta meno al proprio
chiave manichea, che vede un popolo idecompito, il giornalismo indipendente è
alizzato sempre buono contro un poteemarginato e non ha più spazi nella telere demoniaco sempre cattivo, mi sembra
visione, la magistratura rischia di divefrancamente semplicistico e fuorviante.
nire sempre più addomesticata».
Mi sottraggo decisamente allo sport
Giorgio Napolitano, vistosi immotivatamente intercettato, si è rivolto alla
estivo, che ho visto molto diffuso, conCorte costituzionale. Anche questo atto
sistente nel chiosare le dichiarazioni di
ha suscitato aspre critiche da parte di
magistrati come il dottor Scarpinato o il
settori della magistratura e dei media,
suo collega palermitano Antonio Ingrooltre che di qualche esponente politico.
ia, del quale, peraltro, preferisco limitarA suo avviso il capo dello Stato poteva
mi a ricordare l’ultima intervista al Corpercorrere altre strade?
riere della Sera, che mi è sembrata ispirata a equilibrio e ragionevolezza. Resto conIl presidente della Repubblica ha eservinto che i magistrati, sia i pubblici mini- citato un suo legittimo diritto, utilizzando
steri sia i giudicanti, debbano accertare e persegui- «I magistrati devono accertare e perseguire
re le responsabilità penali specifiche individuali e le responsabilità penali specifiche individuali,
non occuparsi di fenomeni non riscrivere la storia in chiave manichea,
storico-sociologici. In via di il popolo buono contro un potere demoniaco»
uno strumento che l’ordinamento appronta proprio per risolvere, nel rispetto delle
regole, casi in cui le norme possono prestarsi a plurime interpretazioni. Altre volte uffici giudiziari hanno sollevato conflitti con altri poteri dello Stato, ad esempio
con le Camere, e nessuno si è mai sognato
di gridare alla lesa maestà. La Corte costituzionale ha tra le sue competenze anche
quella di dirimere i conflitti di attribuzione, e interpellarla sul punto in un caso
di contrasto di interpretazioni è non solo
legittimo ma opportuno. Eviterei qua-
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Copertina. Consiglio superiore alla magistratura
Michele Vietti (Csm) sulla vicenda Mancino-Napolitano
e Lodovico Festa sull’imbarazzo della sinistra........................................14
Taranto. «Ilva, sì alla concertazione»
L’arcivescovo Santoro riempie il vuoto della politica
Luigi Amicone............................................................................................................................................................................................................ 20
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ESTERI
ESTERI
Salvatore Cordileone,
56 anni, attualmente
vescovo di Oakland, si
insedierà il prossimo
4 ottobre alla guida
dell’arcidiocesi di San
Francisco. Quattro anni
fa promosse (e vinse)
il referendum contro
i matrimoni gay in
California. Oggi, con la
conferenza episcopale
americana, è impegnato
nella battaglia contro
la riforma della sanità
di Obama che costringe
anche gli enti cattolici
a pagare ai dipendenti
polizze assicurative
che comprendono
contraccezione e aborto
Nel 2008 promosse il referendum contro le nozze
gay in California. Ora tocca a lui guidare la diocesi
di San Francisco, capitale mondiale della religione
progressista. Così un cattolico di ferro si prepara a
gettarsi nel cuore della guerra culturale americana
hanno definita «il “ground zero” della guerra culturale americana» e
«la peggiore destinazione possibile» per un vescovo cattolico: San Francisco è la capitale mondiale del movimento Lgbt, e per “San Francisco values” gli
americani intendono non solo la tendenza al riconoscimento legale di matrimoni
fra persone dello stesso sesso, ma anche le
politiche per la legalizzazione della marijuana, le legislazioni abortiste più spinte, la tolleranza del nudismo in pubblico, eccetera. Promuovere a capo della locale arcidiocesi un vescovo come Salvatore
Cordileone può significare solo due cose:
o una provocazione e una reazione alle
decisioni sgradevoli che l’amministrazione Obama ha preso in questo anno di elezioni presidenziali, o un segnale che dice
che la Chiesa non ha timidezze né complessi di inferiorità verso la cultura liberal nella sua versione più radicale. Cordileone, infatti, è presidente della sottocommissione per la Promozione e la Difesa del
matrimonio della Conferenza episcopale americana ed è stato co-promotore del
referendum che nel 2008 introdusse nella
costituzione della California la proibizione dei matrimoni fra persone dello stesso
sesso. In una trasmissione radiofonica definì lo stravolgimento del matrimonio tradizionale «un complotto del diavolo» e finan-
ziò a titolo personale la campagna referendaria con una donazione di 6 mila dollari.
Ma oltre che persona decisa e ferma nella
fede, Cordileone è persona serena e disponibile. Come dimostra questa intervista.
Da vescovo di Oakland ad arcivescovo
di San Francisco a partire dal prossimo
4 ottobre. Monsignor Cordileone, non
si sentirà un po’ isolato nella sua nuova
destinazione episcopale?
Perché mai? Certamente San Francisco
è l’avanguardia dei movimenti della cosiddetta “guerra culturale”. Però c’è anche
tanta brava gente, molto cattolica, impe-
gnata per la missione della Chiesa. Ci sono
risorse spirituali da valorizzare.
cattolici si parla. Credo si tratti di persone
che si dichiarano cattoliche, ma che non
vanno abitualmente in chiesa e non hanno una formazione nella fede. Penso che
avremmo un risultato diverso se facessimo un sondaggio tra quelli che vanno a
Messa tutte le domeniche. C’è poi da dire
che quando si fanno queste rilevazioni la
gente non vuole rispondere in un modo
che la faccia apparire cattiva o bigotta, o
piena di pregiudizi. Però al momento del
voto, nel segreto dell’urna, votano secondo coscienza, e il risultato è sempre più
favorevole al matrimonio tradizionale di
quanto dicessero i sondaggi pre-elettorali:
lo abbiamo visto in tutti gli stati del paese che hanno avuto referendum sulla definizione del matrimonio.
Lei è conosciuto per aver sostenuto la
“proposition 8”, l’iniziativa referendaria
che ha messo al bando i matrimoni omosessuali in California, ma San Francisco
è la città che più di tutte votò contro
la riforma costituzionale: 75 per cento
di “no”. Come si rapporterà con questa
maggioranza che dissente da lei?
Bisogna sempre trattare gli altri con
rispetto. Ho già ricevuto inviti al dialogo,
sono interessato a capire bene questi interlocutori. Ma quella che riguarda il matrimonio è una verità di natura, non la possiamo cambiare. Poi è importante educare
la nostra gente circa il matrimonio come
bene pubblico, perché il matrimonio ha
importanza per la società. Come vescovo cercherò di collaborare coi non cattolici sui valori che abbiamo in comune, di
approfondire la comprensione della gente
e della cultura intorno a me e di formare
la nostra gente nella fede.
Secondo vari sondaggi anche la maggioranza dei cattolici americani risulterebbe favorevole al riconoscimento di matrimoni fra persone dello stesso sesso.
Che ne pensa? Dovrà rimettere in riga i
cattolici prima di occuparsi degli altri?
Quella è certamente la prima delle
priorità, ma bisogna anche capire di quali
Quali sono i più urgenti bisogni pastorali
della sua nuova arcidiocesi? Dove pensa
che metterà le mani per prima cosa?
Foto: AP/LaPresse
L’
| 5 settembre 2012 |
Questo lo decideremo collegialmente.
Ma i bisogni sono gli stessi che la Chiesa ha
dappertutto negli Stati Uniti: la catechesi,
la formazione dei giovani, la liturgia, la
preghiera, i problemi sociali (la povertà,
le famiglie divise, eccetera). La formazione
però è al primo posto, soprattutto dei candidati al sacerdozio e al diaconato permanente e dei catechisti. È importante la loro
buona formazione perché sono loro che
trasmettono la fede agli altri.
Della Chiesa cattolica americana in Europa si parla soprattutto per i problemi
e per gli scandali: la pedofilia nel clero,
i conflitti fra le religiose e la Congregazione per la dottrina della fede, eccetera. Se lei dovesse fare il ritratto della
Chiesa americana oggi, quanto spazio
occuperebbero queste questioni, e quanto altri aspetti meno pubblicizzati?
I problemi che lei cita sono reali e gravi, ma è vero che c’è anche un altro lato:
io vedo un rinnovamento della Chiesa
qui da noi, specialmente fra i giovani; fra
loro cresce la sete per la verità, per la fede
genuina, e anche per la tradizione. Altro
elemento positivo è che abbiamo molti immigrati che arrivano da paesi di tradizione cattolica: Messico e altre nazioni
dell’America latina, Filippine, vietnamiti e coreani, indiani. Tutti costoro hanno
ancora una fede intatta, una devozione
che arricchisce la vita della Chiesa locale. Integrarli nella vita della Chiesa di San
Francisco, nelle parrocchie, è certamente
una sfida, ma rappresentano comunque
un arricchimento, che è un vero vantaggio per la Chiesa.
A novembre gli Stati Uniti avranno le
loro elezioni presidenziali. Come si porrà
la Chiesa cattolica?
Siamo già intervenuti. Cerchiamo di
educare la nostra gente sulle questioni
più urgenti che riguardano la libertà religiosa, l’importanza del matrimonio e della santità della vita umana. Specialmente
la questione della libertà religiosa è, per
la nostra nazione, particolarmente urgente, visti i cambiamenti che hanno avuto
luogo in questi mesi.
Si riferisce alla riforma della sanità?
A quella e ad altro. Collegata alla libertà religiosa è la libertà di coscienza, e in
America sempre più persone non possono
lavorare nel rispetto della propria coscienza. Ci sono molti esempi: la fotografa che
è stata denunciata perché si è rifiutata
di fare il servizio di un “matrimonio” di
lesbiche, il ristorante fast food Chik-fil-A,
boicottato perché il suo presidente si è
dichiarato contrario ai matrimoni fra persone dello stesso sesso. Ma non soltanto
boicottato: gli sono state negate le licenze commerciali nelle città di Boston e Chicago da parte dei sindaci. Siamo di fronte ad amministratori pubblici che usano
arbitrariamente il loro potere d’ufficio
per negare i diritti agli altri. Gli obblighi
assicurativi imposti attraverso la riforma
sanitaria non sono l’unico problema. E
voglio ricordare che come vescovi cattolici siamo sempre stati a favore di una riforma della sanità. Ma che rispetti la coscienza di chi fornisce i servizi sanitari!
Rodolfo Casadei
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America. Un Cordileone tra i progressisti
Il cattolico di ferro a capo della diocesi di San Francisco
Rodolfo Casadei.................................................................................................................................................................................................... 24
Brasile. «Qui entra l’uomo, non il reato»
La rieducazione possibile nei penitenziari Apac.............................. 26
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IL CASO
WIKILEAKS ALLA SBARRA
La nebbia
che avvolge
Mr. Trasparenza
il caso
LA CACCIA
LE ACCUSE SVEDESI
A processo per reati sessuali
Julian Assange è stato incriminato in Svezia per reati sessuali,
ma si rifiuta di consegnarsi
alla giustizia scandinava nel
timore di essere estradato da
Stoccolma negli Stati Uniti, dove
potrebbe essere processato per
spionaggio (reato punibile in
America con la pena capitale).
IL RIFUGIO DIPLOMATICO
«Obama rinunci a catturarmi»
Per evitare l’estradizione in
Svezia, due mesi fa il fondatore di Wikileaks si è rifugiato
nell’ambasciata dell’Ecuador a
Londra. Il 19 agosto ha pronunciato dal balcone un discorso
urbi et orbi: «Gli Stati Uniti non
devono perseguirmi, non devono
perseguire la democrazia».
L’indefinibile vicenda di Julian Assange
dimostra che nemmeno l’impero senza
frontiere della glasnost globale è pronto
a subire l’invasione degli ambigui adoratori
del diritto di cronaca. Una déjà vu del 1987
ulian assange e Mathias Rust. Bella
coppia, eh? Ricordate chi è Mathias
Rust? È un aviatore tedesco che nel
1987 con un piccolo aereo da turismo
atterrò a Mosca, vicino al Teatro Bolscioi,
e se ne andò a parcheggiare l’apparecchio sulla Piazza Rossa. I giornali lo presentarono come un pazzo. Aveva diciannove anni, e sul suo conto se ne ipotizzò una quantità. Il desiderio di Rust era
semplicemente di violare un confine per
dimostrare quanto fosse assurda e fragile quella linea che da quarantadue
anni divideva l’Occidente democratico
dall’Est comunista. Era un atto di pace,
il suo. Uno sconsiderato atto di pace e
di libertà. Era però persuaso che il suo
gesto sarebbe stato perdonato in quanto plateale, e che sarebbe stato perdonato perché in quei mesi Michail Gorbaciov aveva preso a parlare di perestrojka
e di glasnost, di rinnovamento e di trasparenza. Anche quelle due parole contribuirono a fargli avere, di lì a qualche
anno, il premio Nobel per la pace, quella
pace – e quella libertà – che Rust l’ingenuo, Rust il pazzo voleva portare fin nel
cuore del soviet. Rust venne condannato
a quattro anni di gulag per spionaggio.
C’è chi pensa che il gulag fosse affare
| 5 settembre 2012 |
di Stalin, forse di Krusciov e di Breznev.
Invece no, il gulag fu affare di tutti, fino
all’ultimo minuto. Il direttore del carcere, dove Rust attendeva il trasferimento
in Siberia, prese in simpatia il ragazzo e
con una più che cospicua serie di diavolerie riuscì a evitargli il gulag, dove correva il rischio di incontrare uno dei molti ufficiali e sottufficiali e soldati che –
poiché non erano stati capaci di neutralizzare il suo volo – erano stati licenziati
e mandati al campo di lavoro siberiano.
Idealisti naïf o pericolose spie?
Probabilmente Assange non è mosso dai
medesimi sentimenti di purezza quasi fanciullesca che mossero Rust. Però,
come Rust, sta ponendo un problema di
confini e di libertà. Quali sono i confini
che un giornalista – per quanto sia vago
il termine oggi che l’informazione sfugge sempre più alle nostre mani e si concentra su internet attraverso tutti, blogger, hacker, sofisticatissimi dilettanti – è
tenuto a rispettare? Qual è il limite invalicabile della sua libertà d’informazione?
Julian Assange è il
fondatore di Wikileaks,
organizzazione no profit
che si prefigge di
intercettare e divulgare
le verità nascoste dei
potenti della Terra.
Assai spesso le carte
“top secret” pubblicate
contengono più
suggestioni e gossip
diplomatico che notizie
Dov’è che si possono mettere le mani e
dov’è che no?
Assange, per i pochi che non lo sapessero, era l’editor in chief, il direttore di
Wikileaks, l’organizzazione no profit che
si prefigge – forse con uno
Da sempre i giornalisti non sognano altro che spirito non meno utopistico di quello che portò Rust
di oltrepassare frontiere invalicabili in nome sulla Piazza Rossa – di sve(pomposamente) della libertà. Ma una volta lare le porcherie del mondo
erano pronti a subirne le conseguenze. Oggi? in nome della trasparenza
Foto: AP/LaPresse
di Mattia Feltri
J
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(della glasnost), e soprattutto le porcherie dei governi, degli eserciti, delle multinazionali, della banche. Conta migliaia di
collaboratori. Coi suoi pirati informatici
ha violato siti che si credevano inviolabili, rivelato conversazioni e manovre spesso più suggestive o gossippare che oscure.
Ed è per questa ragione che Barack Obama (guarda un po’, un altro Nobel per la
pace) vorrebbe Assange negli Stati Uniti,
e processarlo per spionaggio (guarda un
ti anni fa, quando i formidabili strumenti con cui si lavora oggi non esistevano –
in cui i giornalisti sapevano perfettamente quali frontiere non erano oltrepassabili. Ma proprio come Rust e come Assange non sognavano altro che il momento di oltrepassarle. Soltanto che l’occasione non era così frequente. Si girava
con un taccuino. Forse un registratore.
I documenti si doveva andarli a prendere a mano, farne fotocopie oppure riceverli con il fax, con tutti i rischi che dunque si correvano. Trovare una fonte così
coraggiosa – e che magari si sentisse eroicamente nel pieno di un Watergate –
non era tanto facile. Però talvolta capitava. Di rado, ma capitava. E in quel precipo’, come Rust). E lo spionaggio, negli Sta- so istante, qualsiasi giornalista era pronti Uniti, comporta come pena massima la to a subirne le conseguenze, perché tutti
pena di morte.
i giornalisti sanno che le frontiere esistoC’è stato un tempo – nemmeno tan- no per niente altro che per essere attrato lontano, diciamo fino a quindici o ven- versate in nome (naturalmente e molto
pomposamente) della libertà. Pubblicare una notizia
I cronisti à la Assange non reclamano più
non pubblicabile era motila libertà di infrangere una legge (e di essere vo di vanto, e di ammiraeventualmente puniti) in nome di un ideale.
zione da parte dei colleghi.
Pretendono di estendere l’ideale all’universo Certo, si finiva davanti al
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Wikileaks. La guerra atomica del diritto di cronaca
Oggi come nel 1987, il mondo senza limes e frontiere
soccombe ai paladini dell’informazione alla Assange.
Convinti che dietro ogni muro si nasconda il Leviatano
Mattia Feltri................................................................................................................................................................................................................. 30
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CULTURA
QUESTO NON È UN ROTOCALCO/1
Ma che ne
sapete voi
dell’amore
di Davide Rondoni
(con cinquanta
sfumature o mille) parlano d’amore.
Fan bene. Lo han sempre fatto anche
i cristiani. È ora che ricomincino a farlo. Non si può non fare. Perché l’amore è
forte come la morte, come dice il Cantico
dei Cantici. Spiazza e attrae tutti. Non ha
misura. In Romagna, dove il Cantico dei
Cantici non è certo la lettura più diffusa, si
usava però la stessa parola, “trasporto”, per
indicare l’innamoramento e il funerale. In
entrambi i casi sei portato da qualcosa a
cui non ti puoi opporre. Per questo l’amore – come la morte – non è giusto. Non sta
in nessuna giustizia che non sia una strana giustizia “ingiusta” secondo le misure umane. Siamo tutti amati “ingiustamente”. Per fortuna. Quale bacio, abbraccio, quale perdono e quale “ti amo” meritiamo? Che razza d’amore sarebbe quello
che non riesce a essere un po’ ingiusto…
Lo dice la splendida Violaine. personaggio chiave de L’Annuncio a Maria, capolavoro di Paul Claudel, ignorato in Italia se
non fosse per le letture che ne ha mosso
don Luigi Giussani. Violaine, il personaggio in cui il poeta adombra la sua amata e
sfortunata sorella, la gran scultrice Camille, a un certo punto dice al suo fidanzato
Giacomo: «Io non ti amo perché è giusto».
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rotocalchi, le tv, i libri
| 5 settembre 2012 |
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Verso dinamitardo. Da scrivere sugli stipiti
delle porte di ogni genere di casa, di famiglia o convento, di don Giovanni o di consacrati. Cent’anni fa mentre a Parigi veniva
rappresentato per la prima volta L’Annuncio, uno strano personaggio, figlio di gente
ombrosa, tentato dal suicidio e però definito da Oscar Wilde “poetry itself”, la poesia
stessa, dava alle stampe un dramma teatrale. Oscar Vladislas Milosz scrive la vera storia del personaggio che ha ispirato la figura di don Giovanni, il nobiluomo di Siviglia Miguel Mañara. Colui che nel 1619,
dopo aver collezionato un catalogo di ogni
tipo di femmina (per abbracciare le infinite possibilità, dice), sposa Girolama. Anche
nel destino di don Giovanni amore e morte si incontrano, come nel Cantico dei Cantici. Due cose ingiuste e ugualmente forti.
Da comprendere e vivere veramente fino
in fondo nella loro “ingiustizia”.
I mormoratori naturalmente oppongono a questa idea il fatto che l’amore vero
corregge, cerca di condurre a giustizia, alla
misura giusta le cose. Non è così. La vita è
un continuo debordare nostro dalla giusti-
zia, e tali debordamenti sono da correggere, sì, ma amando. Forse è giusta l’esuberanza erotica di un diciassettenne, forse è
giusto l’invecchiamento che tutti assale? O
la ritrosia della bella ragazza? Tutto giusto
e ingiusto insieme, una misura con una
dismisura dentro. Non si capisce bene, perciò occorre parlarne di continuo.
«Possiamo soltanto amare/ il resto non
conta/ non funziona». I poeti ne parlano sempre, anche per chi non ne ha più
voglia, non si azzarda, o
crede che non ci sia più
Pochi come il cristiano Baudelaire, che
niente da dire. Ma l’amore,
dedicava poesie come a una principessa
finché lo si vive, mobilita
alla sua prostituta mulatta Jeanne, sono
parole. Siamo la patria delpenetrati nel dramma misterioso dell’amore
la canzone d’amore. Non
cultura
«Io non ti amo
perché è giusto»,
dice al fidanzato
la Violaine de
L’Annuncio a Maria
di Paul Claudel
(qui accanto, una
rappresentazione
del 1948).
Nell’immagine
grande a sinistra,
Velazquez,
Ritratto di uomo
Fuori dai rotocalchi. Chi sa cosa è l’amore
Nessuno come i cristiani dovrebbe parlarne sempre
ma d’esperienza dei teologi del secolo precedente e dei poeti. Gli uni discutevano se
si conosce Dio amandolo, gli altri inventano la grande poesia provenzale e stilnovista cantando un oggetto “imprendibile”
come Dio (le dame sono sempre sposate
o d’altri), amando il quale l’uomo si nobilita e si conosce. Dante compie la sintesi:
amando Beatrice, che sua non è, e che gli
viene sottratta dalla morte, arriva a conoscere Dio, la stoffa dell’Essere.
Già cent’anni fa il dongiovanni Miguel Mañara e
la Violaine di Claudel ricordavano ai cristiani ciò
di cui solo loro dovrebbero parlare sempre. Perché
nessuno come loro conosce questa strana cosa che
impasta i destini degli uomini con paradisi e inferni
I
Fred Perri................................................. 62
Cartolina dal Paradiso
Pippo Corigliano........................ 63
Diario
Marina Corradi............................66
RUBRICHE
L’Italia che lavora.................... 48
Green Estate.........................................54
Per Piacere.............................................. 57
Mobilità 2000.................................. 59
Lettere al direttore................. 62
Taz&Bao..................................................... 64
LA CHIESA IN CAMPO/2
Un Cordileone
nella tana
dei liberal
24
Sport über alles
DOPO L’INTERVISTA
POSIZIONI CHIARE
Monti scatena la polemica
È «grave» che le telefonate
di Napolitano siano state
ascoltate dalla procura di
Palermo che indaga sulla
trattativa Stato-mafia; «sulle
intercettazioni si verificano
abusi. È compito del governo
prendere iniziative». Così,
nell’intervista a Tempi, il
premier Monti ha preso per
la prima volta posizione sul
caso Mancino-Quirinale.
Provocando le lamentele del
pm Antonio Ingroia («critiche ingenerose») e dell’Anm
(«improprio parlare di presunti abusi», ha scritto in una
nota il sindacato delle toghe),
ma anche inedite aperture,
come quella di Magistratura
democratica (sinistra Anm),
che ha avviato un dibattito
online: è opportuno che un
magistrato esprima idee
politiche? O che si candidi
magari negli stessi luoghi in
cui ha indagato da pm?
Monti ha parlato in modo specifico di
intercettazioni.
di Ubaldo Casotto
M
| 5 settembre 2012 |
|
COPERTINA
Colle intercettato, scende in campo il vicepresidente
del Csm Vietti: «La giustizia non è una variabile
indipendente, anche il premier ha pieno diritto di
occuparsene. Si cominci a ragionare non più di un
potere opposto agli altri ma di servizio ai cittadini»
14
|
Accade a Rimini. La Divina Commedia della carità
Incidenti, stampelle, fughe e un compito eccezionale.
Raccontare con le marionette la storia di fratel Ettore.
Storia di un gruppo di barboni che ha incantato il Meeting
Leone Grotti, Salvatore Abbruzzese.....................................................................................................................................6
14
INTERNI
| 5 settembre 2012 |
Senza voler insegnare niente
Dire “ti amo” non significa dire sei mio
o mia. Pochi come il cristiano Baudelaire, che dedicava poesie come a una principessa alla sua prostituta mulatta Jeanne, sono penetrati nel dramma misterioso
dell’amore. E non è il cattolico Manzoni il
primo grande autore italiano di telenovela (lui, lei, l’altro che la vuole…) mettendo
in scena il dramma di Renzo, Lucia e don
Rodrigo? Sia Dante che Manzoni san bene,
senza bisogno di fare letteratura banale,
i legami misteriosi tra corpo, amore, tra
desiderio sessuale e legame. Tra corpo e
anima amanti. Il cattolico Ungaretti scrive
tra le più belle poesie d’amore e di desiderio. E il filosofo accademico di Francia JeanLuc Marion sta da tempo riflettendo sulla
conoscenza erotica.
Certo, rispetto al fuoco della poesia,
spesso gli uomini di Chiesa hanno parlato dell’amore – tranne rare eccezioni tra
cui Wojtyla e il Papa in carica – in modo
banale, spesso untuoso e
complessato. È ora di voltaE non è il cattolico Manzoni il primo
re pagina. Senza voler insegrande autore italiano di telenovela (lui,
gnare niente, se non quello
lei, l’altro che la vuole…) mettendo in scena
che tutti, in fondo, sappiail dramma di Renzo, Lucia e don Rodrigo?
mo. Ci state?
Davide Rondoni, Livia Orlandi, Pippo Corigliano..................................................................36
Amando Beatrice, che
sua non è, e che gli
viene sottratta dalla
morte, Dante arriva a
conoscere Dio, la stoffa
dell’Essere. È la sintesi
della disputa tra teologi
e poeti medievali
abbiamo mai preso troppo sul serio quelli che pensano che il diavolo abbia la minigonna. Mio nonno a ottantatré anni inventava soprannomi per mia nonna. Non era
stato di certo un marito perfetto. Aveva
una concezione romagnola del matrimonio (che è durato 65 anni, fino alla morte).
Ma inventava nomi per lei.
Nessuno come il cristiano sa d’amore
che impasta i destini, gli attimi di uomini
e donne con paradisi e inferni. Così mentre settimanali e rotocalchi ne parlano in
modo superficiale e soprattutto d’estate
per riempire vuoti e pascersi lettori annoiati con storielle e gossip, ecco che Tempi, settimanale catto-corsaro, e d’ora in
poi catto-amoroso, chiede a me di parlar-
ne, mentre le ferie finiscono e riprende la
vita di tutti i giorni. Perché la vita di tutti
i giorni senza amore inaridisce. Del resto, i
grandi autori (cristiani) hanno sempre parlato d’amore. Quindi lo posso far anch’io,
il minimo. Dante non scrive mica la Commedia perché voleva lasciarci un malloppone sintetico sulla cultura e sull’universo
medievale. Ma perché ha incontrato Beatrice. E capisce che in quella esperienza si sintetizza il grande dibattito e il grande dram-
|
| 5 settembre 2012 |
Il documento. Il mistero dell’unità dell’io
37
Giancarlo Cesana............................................................................................................................................................................................... 42
Reg. del Trib. di Milano n. 332 dell’11/6/1994
settimanale di cronaca, giudizio,
libera circolazione di idee
Anno 18 – N. 35 dal 30 agosto
al 5 settembre 2012
IN COPERTINA Foto: Ap/LaPresse
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LUIGI AMICONE
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Mariapia Bruno, Rodolfo Casadei (inviato
speciale), Benedetta Frigerio, Massimo
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Rizzo, Chiara Sirianni
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Dietro le quinte di uno spettacolo di marionette, tra i barboni che
hanno commosso il Meeting raccontando con mani, fili, incidenti
e diserzioni la storia eccezionale del frate che salvò la loro vita
Ettore
La Divina Commedia della carità
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poveri e provvidenza
I componenti della compagnia teatrale
Le marionette della Misericordia
che hanno debuttato al Meeting di Rimini
con lo spettacolo Ettore dei poveri
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di Leone Grotti
«N
non ce la
faremo». Tre mesi prima che
lo spettacolo Ettore dei poveri andasse in scena al Meeting di Rimini,
Vittoria era scettica. E anche se suor Teresa Martino continuava a dire che «la speranza è un nostro dovere», Vittoria non
aveva tutti i torti: Vittorio, che ha il compito di manovrare la Madonna nella scena finale, è caduto in cucina per colpa del
pavimento bagnato: ginocchio in trazione e stampelle obbligatorie. Come farà a
manovrare le marionette e spostarsi dietro le quinte in piedi? Viorel, sulla sedia
a rotelle quando sta bene, in questo caso
a letto per dei brutti buchi sui polpacci,
risponde a qualsiasi domanda in semiromeno affermando: «Non am de fumare». Ha un pensiero fisso e sembra sco-
8
on ce la faremo,
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raggiato. Abdul, marocchino che ha il
compito chiave di manovrare fratel Ettore, è il talento del gruppo ma arriva in
ritardo alle prove perché non si sbriga a
lavare i piatti. Come se non bastasse, il
capanno dove erano contenuti i materiali per costruire parte della scenografia,
ha appena preso fuoco. Come poteva la
compagnia Le marionette della Misericordia, composta dai poveri di fratel Ettore,
ospiti della comunità nella Casa Betania
a Seveso, portare in scena al Meeting in
queste condizioni la storia dell’uomo che
ha fatto della sua vita una «Divina Commedia della carità» con legno, cartone e
fili, cioè tutto quello che occorre a un teatrino di marionette?
«Il Signore ci ha guidati in questa
avventura vincente. Evidentemente voleva che fratel Ettore tornasse a predicare»,
spiega Teresa, suora camilliana che dalla morte di Ettore Boschini nel 2004, con
altre due sorelle, Ester e Laura, guida casa
Betania e si prende cura dei più poveri
tra i poveri, «quelli che non chiedono aiuto da soli, quelli che restano attaccati al
loro cartone, sia quello per dormire che
quello di vino». “Vincente” però è l’aggettivo giusto per descrivere quello che suor
Teresa chiama, invece che spettacolo di
marionette, «dichiarazione d’amore». Al termine
Vittorio era in stampelle, Viorel allettato,
di ciascuna delle due esiAbdul era in ritardo, parte della scenografia
bizioni al Meeting infatera bruciata. Come potevano andare in scena ti – dopo che dalle mani
dei barboni hanno preso
al Meeting con la storia del Servo di Dio?
poveri e provvidenza PRIMALINEA
A sinistra, alcuni momenti
dello spettacolo che
racconta la storia della
carità rivoluzionaria di
fratel Ettore, l’uomo che
don Giussani chiamava «il
grande santo di Milano»
e che ha speso la sua vita
con i barboni della Stazione
Centrale. Nella foto sopra,
Teresa Martino, la suora
camilliana che dal 2004
prosegue l’opera di Ettore
insieme a Ester e Laura
vita la Stazione Centrale di Milano degli
anni 80, «la Ford azzurrina di fratel Ettore che ogni sera andava di persona a cercare i poveri», i volontari, l’umanità varia
che dormiva tra i treni e le rotaie, casa
Betania e la Madonna – gli incessanti
applausi del pubblico, che hanno riempito fino all’ultima seggiola il teatro D2,
hanno fatto da cornice ai volti commossi
e agli occhi gonfi dei grandi, oltre che allo
sguardo stupito e divertito dei bambini.
«Ci abbiamo messo due anni per
mettere su Ettore dei poveri» racconta
suor Teresa alla fine del Meeting, mentre smonta insieme agli altri protagonisti
il teatrino e lo carica sul camion. «Abbiamo costruito il nostro teatro, il castelletto, pezzettino di legno su pezzettino di
legno, pedana su pedana. Non volevamo
raccontare appena degli aneddoti di fratel
Ettore, ma rendere l’impressione, i colo-
il modo adatto per far conoscere la sua
carità rivoluzionaria. Un giorno mi parlano della Compagnia Colla e mi balena nella mente l’idea delle marionette:
quale strumento migliore per raccontare
Ettore? Il teatrino infatti è uno strumento umile, nel senso che bisogna metterci
tutto di sé ma si rimane protetti, nascosti
dietro la scenografia, c’è quindi un protagonismo discreto, com’era il suo. E poi le
marionette sono uno strumento povero,
composte da fili, legno, colore, carta. Senza considerare le coincidenze».
«Qua è già tutta una commedia»
Quali coincidenze? «Quando vent’anni
fa ho incontrato Ettore, gli ho detto che
mi sarebbe piaciuto fare teatro con i suoi
poveri. Lui si è opposto dicendomi che
non c’era bisogno, “perché qui è già tutto
una commedia”. Poi mi sono dimenticata, perché stando al suo fianco assistevo
ogni giorno a una “Divina Commedia delri e i sapori di una carità rivoluzionaria la carità”. E vent’anni dopo questo spetcome la sua». Vedendo lo spettacolo, non tacolo, che io chiamo testimonianza, ha
c’è spettatore che non sia rimasto colpito contribuito a completare l’opera di Ettodalla bravura, dalla cura e dalla comples- re, perché lui non faceva assistenza, ma
sità con cui i personaggi si muovevano. accoglienza». Non si limitava a «sfamare,
«Roba da professionisti» conferma suor nutrire, curare, lavare i poveri e pregare
Teresa, «e infatti ci siamo fatti aiutare dal- con loro. Faceva anche di più: condividela Compagnia Colla che, su nostra richie- va con loro la vita. Grazie a questo spetsta, ci ha fatto un seminario e costruito tacolo, questa condivisione, che io reputo la cosa più importante, è aumentata:
per noi i dettagli delle marionette».
Tutto il resto, però, è opera dei pove- perché ha cominciato a riguardare un
ri e, come dice suor Teresa, della Provvi- mondo personale, quello poetico e artidenza: «Da quando è morto Ettore, abbia- stico, che ognuno di noi si porta dentro,
mo fatto incontri, testimonianze, stam- a suo modo».
Ed è per far risaltare la figura di fratel
pato libri. Ma non avevamo mai trovato
Ettore che i marionettisti non parlano ma lascia«Il teatrino è uno strumento umile, c’è un
no che la voce originale
protagonismo discreto, come quello di fratel
dell’uomo che don GiusEttore. E le marionette sono uno strumento
sani definiva «il grande
povero, composte da fili, legno, colore, carta» santo di Milano», rac|
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poveri e provvidenza PRIMALINEA
conti quello che succede in scena attraverso la riproposizione accurata di stralci
delle interviste e delle registrazioni rilasciate da Ettore durante la sua vita. «Ecco
la seconda coincidenza. Proprio mentre un mio amico sacerdote sognava che
Ettore tornava a predicare, noi realizzavamo questa testimonianza. Grazie alla sua
voce che racconta le scene, infatti, è come
se tornasse in vita a predicare».
«Io e i colleghi ce l’abbiamo fatta»
Mentre suor Teresa racconta, Emanuele
Fant, regista e coordinatore della compagnia, tra il trasporto di una trave e quello di una marionetta, trova il tempo di
aggiungere: «Questo spettacolo non sarebbe mai riuscito se ognuno di noi non si
fosse rivisto mentre muoveva le marionette, se quella storia non fosse anche la
nostra storia». Si ferma, e
approfondisce: «Io ho fatto il volontario con fratel
Ettore per tanti sabati della mia vita. Non sono un
consulente, questa è la mia
storia. Se non fosse così
non avrei potuto affrontare questa faticaccia».
Che, scendendo nei dettagli, significa «affrontare le
tante fragilità dei poveri,
anche solo diventare un
gruppo è stata una conquista. Poi c’erano i problemi
di memoria, di concentrazione, ogni tanto qualcuno
scappava e bisognava andare a ritrovarlo, altri non si
presentavano alle prove, altri ancora dovevano superare dei blocchi che alcune scene, chissà perché, formavano in loro. Ma
siamo sempre ripartiti e ora sono colpito
dalla loro professionalità».
Perché io e «i miei colleghi», come
ormai li chiama Viorel, romeno costretto sulla sedia a rotelle, «ce l’abbiamo fatta». Mentre spiega in un italiano stentato
«la soddisfazione per quello che sono riuscito a fare» e «la bellezza del Meeting», le
suore cercano inutilmente di fargli notare, indicando una tasca della giacchetta rigonfia, che non avrebbe dovuto raccogliere tutte quelle cicche di sigarette e
mettersele in tasca. Il Meeting, infatti, per
lui è anche un’ottima occasione per non
ritrovarsi, tra tre mesi, a dire: «Non am de
fumare». Inutile insistere e ricordargli che
aveva smesso, ma non è proprio il caso di
badare a queste cose perché la coerenza
morale non è certo il metro con cui si viene giudicati in casa Betania: «Questi ami-
Sotto, il marocchino
Abdul, il talento di
Casa Betania, mentre
si allena a manovrare
fratel Ettore.
I marionettisti
non parlano: la voce
del protagonista
è originale, tratta
da registrazioni e
interviste rilasciate
da Ettore nel corso
della sua vita
il sociologo e la rivoluzione di don giussani
«Non siamo più una cosa che
pensa ma un cuore che desidera»
Affermare che la natura dell’uomo è data dal suo rapporto con l’infinito, implica la presenza di un desiderio incontenibile,
un desiderio che guarda lontano e che solo l’orizzonte gli consente di non soffocare, di non chinare il capo, sconfitto dai mille
condizionamenti, dalle mille fatiche che nascono dal “mestiere di
vivere”. Solo l’orizzonte è all’altezza della sua pretesa al vero, al
giusto, al bene. Solo l’infinito, che la linea dell’orizzonte consente
di cogliere, è l’unico confine accettabile per un desiderio che si
ribella ad ogni miseria. Proprio come Giovanni Pascoli che – lo
ha ricordato Davide Rondoni in una presentazione struggente
– insorge contro la morte dei suoi genitori scrivendo: «E io non
voglio. Non voglio che sian morti».
Ma se così è, allora noi non siamo più “una cosa che pensa”,
bensì “un cuore che desidera”. Non si parte da una “cosa”, cioè
da un intelletto, ma da un cuore; non si parte da un pensiero
che elabora e sintetizza, critica e riduce il reale a leggi – meccaniche o meno, poco cambia – che ne assicurano movimento e
trasformazioni. Prima di questo, prima di ogni pensiero critico
e di ogni pignola erudizione, c’è il desiderio, cioè la coscienza
di una mancanza. Si parte da una ferita per qualcosa, o per
qualcuno, che manca. Perciò, come ha detto Giancarlo Cesana
nell’incontro riminese sulle neuroscienze, «l’intelligere, il comprendere, è carico affettivamente; se non è carico affettivamente, non comprende, non si attacca, non capisce». Don Giussani
ha saputo cogliere questa domanda, per quanto confusa tra
mille riserve, per quanto sia stato costretto a spianarsi la strada
tra le mille panacee che dagli anni Cinquanta in poi, decennio
dopo decennio, gli sbarravano la strada del dialogo con quanti
continuavano e continuano a cercare. L’eco di questa rivoluzione copernicana, che dall’uomo che pensa passa all’uomo che
desidera, attraversa tutto il meeting di Rimini, sala per sala,
conferenza per conferenza, alla ricerca del vero. Grazie.
Salvatore Abbruzzese
ci sono usciti da mille storie diverse – continua suor Teresa – ed è stupefacente che
ogni giorno siano più bravi a muovere le
marionette. Fino a pochi giorni fa i fili si
intrecciavano ancora e invece, in queste
due serate al Meeting, è stato il loro cuore,
attraverso le mani e il legno, a muovere le
marionette. Mi colpisce che cosa la fiducia, l’amore e il lavoro possono riuscire a
fare su una persona». Tutto in Ettore dei
poveri è una conquista: «Riuscire a muovere la testa del cane», quando in una il frate
camilliano lo accarezza, «perché si veda la
tenerezza della scena e l’animale sembri
vivo» racconta Vittoria. Oppure «riuscire a
far ballare la Madonna nella scena finale,
senza farle piegare le ginocchia», aggiun-
ge Vittorio, che mentre si trovava in riabilitazione all’ospedale, continuava ad allenarsi con le marionette. «Che poi ho capito perché succedeva, perché non alleggerivo la mano e così lei piegava le ginocchia.
Invece ora riesco a farla stare in piedi e a
muovere la sua testa a ritmo».
E Abdul, il più bravo di tutti? «Lui
non parla» ammette suor Teresa, «è troppo timido». Fratel Ettore, però, lo manovra benissimo. Tanto che i movimenti
sembrano naturali, mentre la voce registrata del Servo di Dio parla, catturando
l’attenzione di tutto il pubblico, che vede
incarnato il titolo del Meeting, La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito:
«Ho lavato un povero per mezz’ora, ma
continuava a sanguinare.
Forse Viorel non avrebbe dovuto infilarsi tutte Sono andato avanti per
ora, finché non
quelle cicche di sigarette in tasca. Ma tutto in un’altra
ha smesso. E poi ho senEttore dei poveri è una conquista. Anche far
tito una voce che diceva:
ballare Maria senza piegarla sulle ginocchia
“Lo hai fatto a me”». n
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L’ALTRO
EDITORIALE
ALCUNE COSE CHE DURANO OLTRE LE FERIE
Notizie, notabene e noticine
su cattolici, politica e giornali
di Luigi Amicone
C
ari amici lettori, approfitto della momentanea fuga
per fermare il declino di Oscar Giannino per confessarvi qualche pensiero, ringraziamento e, perché no, per chiedervi se avete un’idea di come potrebbe
essere una festa popolare di Tempi (facciamo metà ottobre o più in là?) di cui ragioneremo in un prossimo numero: ma intanto grazie se vi portate avanti voi e ci date già
la disponibilità a mettere braccia e idee (le feste si fanno
col popolo, le altre sono conferenze) segnalando la vostra
disponibilità e le vostre proposte a [email protected]
Durante i giorni della famosa Rimini, per non stare
proprio in panciolle, sull’onda delle emozioni suscitate dalla nostra intervista a Mario Monti (emozioni particolarmente ardenti presso il procurator Ingroia, il Fatto quotidiano e la segreteria dell’Anm), siamo andati a
irretire un paio di reazionari che hanno tenuto banco
nelle polemiche intorno a quelle due parole – “grave” e
“abusi” – riferite alle intercettazioni delle telefonate di
Napolitano (“grave”) e, più in generale, allo spregiudicato uso mediatico (“abusi”) che si fa di telefonate registrate che dovrebbero rimanere chiuse in cassaforte ed
essere usate esclusivamente nell’ambito delle inchieste
giudiziarie, mentre, come si sa, nonostante la Costituzione preveda garanzie di giusto processo e di giusta considerazione dell’imputato come “presunto innocente”, da
un ventennio a questa parte, vengono servite come olio
di ricino e utilizzate come gogna per marchiare a fuoco e
condannare in via preventiva l’indagato di turno. Abbiamo perciò bussato alla porta di Antonino Ingroia, protagonista dello scontro aperto con il Quirinale da un’indagine al di sopra di ogni realismo processuale ma non al
di sotto dell’ideologia (abbastanza pazzesca ma non politicamente incomprensibile) che tenta di farci credere
che la storia è redimibile con la famosa “verità” dei tribunali (mentre la storia è storia, punto, e i magistrati sono
funzionari dello Stato applicati a rappresentare la legge,
non lottatori di sumo; e se possibile, i magistrati procuratori nonché i giudici dovrebbero essere funzionari dotati
di equilibrio e di senso della misura; funzionari che si devono porre il problema di apparire oltre che essere indipendenti e imparziali, necessariamente ponendosi delle
priorità, pur nell’esercizio dell’obbligo penale, e non, visti i cinque milioni di processi pendenti, scegliersi loro le
pendenze). E bon, Ingroia al momento tace alla richiesta
Che ne pensiamo della “Formigoni evening” a
Rimini? Pensiamo che i cronisti andassero a caccia
di divisioni in Cl. Che la realtà è lì, tutta dispiegata,
e che alla fine le illazioni sono state messe a tacere
di una nostra intervista, mentre il suo avversario numero uno, il Fondatore di Repubblica e dell’idea ottantunesca (intervista a Enrico Berlinguer del 1981) delle “mani pulite” e della “questione morale” secondo la versione
della nota lobby in fatto di “superiorità antropologica”
della sinistra – ribadita recentemente dal direttore Ezio
Mauro parteggiando per il Fondatore contro la triplice
Ingroia-Zagrebelsky-Fatto quotidiano – ci ha dato picche
per tramite la segreteria del direttore.
Politica e Meeting. Che ne pensiamo delle illazioni intorno alla “Formigoni evening”, la sera che Giannino ha dato i numeri dell’eccellenza Lombardia, il piacentino Magnaschi ha detto le radici di quella bella terra e Festa si è
commosso citando Antonio Simone? Pensiamo che i cronisti andassero a caccia della notizia di quante divisioni
ha Cl, che il Fatto ha provato a marciarci sopra (sia pur legittimamente e in una certa qual maniera “informata”) e
che la realtà è lì, tutta dispiegata, non c’è bisogno di alludere e di illudere chicchessia: pensavano che il popolo
avrebbe fischiato Formigoni (un Formigoni pimpante e
che fuori dal bicchiere ci sarà andato solo un paio di volte, ma che volete, Formigoni non doveva dire chi è, da
che parte viene e da che parte va?). Totale: le illazioni sulle divisioni sono state messe definitivamente a tacere da
una intervista di Giorgio Vittadini (il leader, secondo la
pubblicistica incalzante, della “vera” Cl, l’anti-Formigoni) al Giorno. E bon, rileggetevela su tempi.it.
Ritornati dalle ferie, ci piace rilevare che l’intervista di
Marco Tarquinio, direttore dell’Avvenire, al Corriere della Sera ha chiuso in bellezza il tormentone estivo su cattolici in politica e partito dei cattolici. Doveva arrivare
un simpatico perugino per rimettere le cose in fila. E
bon, viva Tarquinio che di tutto l’arrosto e il fumo raccontato dice che «siamo certamente in una fase di “grande smarrimento” in generale nei rapporti tra gli eletti e
gli elettori (per questo una nuova legge elettorale e non
una nuova presa in giro degli elettori è indispensabile),
così come tra i poteri e tra i diversi livelli dello Stato. C’è
smarrimento anche nei rapporti tra i cattolici associati
e impegnati e chi – a sinistra, a destra e anche al centro
– si candida a rappresentarli e magari sogna di poterseli annettere a suon di slogan vuoti o di strumentali disarticolazioni della comune visione antropologica e della stessa Dottrina sociale cristiana».
Dulcis in fundo, dalla nostra amica illustre collega citata nell’ultimo editoriale, ci arriva quest’altro messaggino
per diporto: «Ho letto l’editoriale, sono commossa, ma c’è
una parola più precisa di “punto di fuga”, è piuttosto una
frattura, un breakthrough, uno spiraglio: è come lo spiraglio dove nasce il bosone di Higgs, nella fisica, la particella di Dio». E bon, grazie breakthrough.
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INTERNI
COPERTINA
Un consiglio superiore a
Colle intercettato, scende in campo il vicepresidente
del Csm Vietti: «La giustizia non è una variabile
indipendente, anche il premier ha pieno diritto di
occuparsene. Si cominci a ragionare non più di un
potere opposto agli altri ma di servizio ai cittadini»
Monti ha parlato in modo specifico di
intercettazioni.
M
Vietti, avvocato torinese,
docente universitario, già parlamentare dell’Udc, ha presieduto in precedenti legislature la Commissione ministeriale per la riforma del diritto societario ed è stato sottosegretario
al ministero della Giustizia nel secondo
governo Berlusconi. Attualmente è vicepresidente del Consiglio superiore della
magistratura. Riservato, soprattutto quando si deve parlare di giustizia, accetta questa intervista sulle polemiche nate intorno alle intercettazioni del presidente della Repubblica e al dibattito sulla loro
riforma che ne è scaturito, con toni aspri
non solo tra esponenti politici, ma anche
tra personaggi delle istituzioni (quelli dei
giornalisti non fanno più notizia).
ichele
Il presidente del Consiglio, Mario Monti,
in un’intervista a Tempi, parlando delle
intercettazioni telefoniche e del caso
che ha coinvolto il capo dello Stato, ha
usato due parole che hanno scatenato
la polemica reazione di alcuni giornali
e di taluni magistrati. Sono finiti sotto
accusa l’aggettivo “grave”, riferito dal
presidente del Consiglio all’ascolto e
alla registrazione delle telefonate del
presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano, e il sostantivo “abusi”. Lei
pensa che Monti abbia usato correttamente questi due termini?
Io penso che il presidente del Consiglio abbia tutto il diritto di parlare di questioni attinenti alla giustizia, perché sin
dalla nascita del suo governo ha rivendicato correttamente la stretta correlazione
che lega il buon funzionamento del sistema giudiziario al buon funzionamento
del sistema economico e al buon funzionamento del sistema paese. Non mi scandalizza che chi deve risanare il paese parli
di giustizia, che non è una variabile indipendente di un’economia che funzioni.
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Del sistema giustizia fanno parte le
intercettazioni, che in un paese civile debbono rispettare tre interessi concorrenti:
quello degli inquirenti di disporre di un
insostituibile strumento di indagine al
cui utilizzo non si devono frapporre ostacoli speciosi; quello della libera stampa
di esercitare il suo diritto all’informazione, attraverso cui si esercita anche il controllo democratico delle istituzioni e dei
suoi rappresentanti; e, infine, quello della riservatezza, che nel concorso con gli
altri due diritti può affievolirsi nei confronti degli indagati, almeno da una certa fase processuale, quando viene meno
il segreto, ma che, viceversa, va rigorosamente tutelato a norma di Costituzione
nei confronti dei terzi estranei alle indagini, specie quando riferiscono circostanze ininfluenti e prive di rilevanza penale.
Le sembra una fotografia dei giornali
italiani?
Dire che nella nostra
cronaca più o meno recente l’equilibrio tra questi
diritti sia stato sempre
rispettato senza che si siano verificati abusi vuol
dire recitare la parte di
Alice nel paese delle meraviglie. Perciò credo che un
intervento normativo su
questa materia sia opportuno, non con spirito di rivalsa contro
qualcuno e tanto meno contro un ufficio
giudiziario, né prendendo spunto dalla
contingenza, che inevitabilmente porta
con sé strascichi polemici, ma con la lucidità e la visione generale che dovrebbero
sempre ispirare il legislatore, il quale scrive regole generali e astratte e non consuma mai vendette.
A proposito di insostituibilità delle
intercettazioni, le leggo una frase di
Michele Vietti è stato
nominato vicepresidente
del Csm nel 2010. Suo
predecessore al vertice
dell’autogoverno della
magistratura è stato
proprio l’ex ministro
dell’Interno Nicola
Mancino, ora finito al
centro dell’inchiesta sulla
trattativa Stato-mafia
Roberto Scarpinato, pubblico ministero a Caltanissetta: «Unico momento
di visibilità del modo in cui viene realmente esercitato il potere sono rimaste
le intercettazioni; solo le macchine (le
microspie) ci consentono di ascoltare
in diretta la vera e autentica voce del
potere. Le intercettazioni sono rimaste
l’ultimo tallone di Achille di un potere
che nel tempo ha sempre più circondato di segreto il proprio operato, perché
Foto: AP/LaPresse
di Ubaldo Casotto
e alla magistratura
DOPO L’INTERVISTA
POSIZIONI CHIARE
Monti scatena la polemica
È «grave» che le telefonate
di Napolitano siano state
ascoltate dalla procura di
Palermo che indaga sulla
trattativa Stato-mafia; «sulle
intercettazioni si verificano
abusi. È compito del governo
prendere iniziative». Così,
nell’intervista a Tempi, il
premier Monti ha preso per
la prima volta posizione sul
caso Mancino-Quirinale.
Provocando le lamentele del
pm Antonio Ingroia («critiche ingenerose») e dell’Anm
(«improprio parlare di presunti abusi», ha scritto in una
nota il sindacato delle toghe),
ma anche inedite aperture,
come quella di Magistratura
democratica (sinistra Anm),
che ha avviato un dibattito
online: è opportuno che un
magistrato esprima idee
politiche? O che si candidi
magari negli stessi luoghi in
cui ha indagato da pm?
Foto: AP/LaPresse
l’opposizione è venuta meno al proprio
compito, il giornalismo indipendente è
emarginato e non ha più spazi nella televisione, la magistratura rischia di divenire sempre più addomesticata».
principio voler riscrivere la storia in una
chiave manichea, che vede un popolo idealizzato sempre buono contro un potere demoniaco sempre cattivo, mi sembra
francamente semplicistico e fuorviante.
Mi sottraggo decisamente allo sport
Giorgio Napolitano, vistosi immotivaestivo, che ho visto molto diffuso, contamente intercettato, si è rivolto alla
sistente nel chiosare le dichiarazioni di
Corte costituzionale. Anche questo atto
magistrati come il dottor Scarpinato o il
ha suscitato aspre critiche da parte di
suo collega palermitano Antonio Ingrosettori della magistratura e dei media,
ia, del quale, peraltro, preferisco limitaroltre che di qualche esponente politico.
mi a ricordare l’ultima intervista al CorA suo avviso il capo dello Stato poteva
percorrere altre strade?
riere della Sera, che mi è sembrata ispirata a equilibrio e ragionevolezza. Resto conIl presidente della Repubblica ha eservinto che i magistrati, sia i pubblici mini- citato un suo legittimo diritto, utilizzando
steri sia i giudicanti, debbano accertare e persegui- «I magistrati devono accertare e perseguire
re le responsabilità penali specifiche individuali e le responsabilità penali specifiche individuali,
non occuparsi di fenomeni non riscrivere la storia in chiave manichea,
storico-sociologici. In via di il popolo buono contro un potere demoniaco»
uno strumento che l’ordinamento appronta proprio per risolvere, nel rispetto delle
regole, casi in cui le norme possono prestarsi a plurime interpretazioni. Altre volte uffici giudiziari hanno sollevato conflitti con altri poteri dello Stato, ad esempio
con le Camere, e nessuno si è mai sognato
di gridare alla lesa maestà. La Corte costituzionale ha tra le sue competenze anche
quella di dirimere i conflitti di attribuzione, e interpellarla sul punto in un caso
di contrasto di interpretazioni è non solo
legittimo ma opportuno. Eviterei qua|
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lunque drammatizzazione e tanto più
rifuggirei dal tipico sport nazionale di dividersi sempre su tutto in opposte tifoserie.
Nel merito del caso Mancino-Napolitano, al capo dello Stato si imputava
una indebita pressione sulla Corte di
cassazione perché intervenisse su alcune procure avocando a sé il potere di
coordinare le indagini sulla cosiddetta
trattativa Stato-mafia. Lo spettacolo
di procure che si accavallano tra loro
soprattutto su alcune inchieste, che si
sovrappongono, che si contendono gli
imputati, fa parte da tempo del panorama mediatico italiano. È fisiologico o si
può intervenire?
mo processi più rapidi, pene definitive più
certe e meno misure cautelari.
È uno dei tanti punti di una ormai chimerica riforma della giustizia… O forse
oggi, come dicono anche esponenti di
fronti politici opposti, sono maturate
condizioni per cui dopo le elezioni sarà
possibile parlare di riforma della giustizia senza i veti contrapposti che hanno
ingessato ogni possibile cambiamento
in questi anni?
Sulla cosiddetta “grande riforma della giustizia” si è fatta molta retorica e nes-
sun fatto. Forse sono maturate le condizioni per ragionare di giustizia non più e
non tanto come potere contrapposto agli
altri poteri, in un tentativo di scavare continuamente trincee tra i poteri da cui cannoneggiare l’avversario. Se vogliamo fare
interventi efficaci per ottenere un sistema giudiziario efficiente che contribuisca alla modernizzazione del paese, dobbiamo incominciare a ragionare di giustizia in termini di servizio per i cittadini, che hanno il diritto di ottenere risposte tempestive e prevedibili alle proprie
L’ordinamento giudiziario attribuisce
esplicitamente al procuratore generale
della Cassazione un potere di coordinamento delle indagini, il che vuol dire che
il legislatore immagina che esigenze di
questo genere possono verificarsi e che
chi esercita questa funzione lo fa legittimamente. Ora, soprattutto su vicende
complesse e delicate, la preoccupazione
di evitare sovrapposizioni o contraddizioni nell’operato dei diversi uffici risponde al principio del buon andamento della giurisdizione.
Che impressione le fa che il dibattito
sulla giustizia in Italia, sul ruolo dei
giudici, sull’uso delle intercettazioni, sul
coinvolgimento del capo dello Stato… si
sia aperto in modo decisamente franco
e con posizioni dure all’interno della sinistra, in Magistratura democratica?
In un paese democratico i dibattiti
sono sempre benvenuti, specie quando
mettono in discussione luoghi comuni,
talora cristallizzati. Se tutto questo ci aiuta ad uscire anche qui dalla logica da stadio secondo cui la sinistra è giustizialista
e sta con i magistrati e la destra è garantista ed è contro i magistrati, vorrà dire che
avremo fatto un bel passo avanti.
La carcerazione preventiva in un paese
normale dovrebbe essere l’extrema ratio a
cui si ricorre solo in ipotesi eccezionali e
residuali. Purtroppo l’irragionevole durata dei processi e il meccanismo perverso
della prescrizione rendono spesso impossibile pervenire all’accertamento definitivo della responsabilità penale e all’irrogazione della pena finale. Questo non giustifica ma spiega il ricorso anomalo alla
carcerazione preventiva. Modifichiamo il
regime della prescrizione, sospendendola in un certo stadio del processo, e avre16
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L’IMBARAZZO DELLA SINISTRA
Non ci sono santi
in Quirinale
Quelli che da anni straparlano di “vera verità”
sulla trattativa Stato-mafia dovrebbero
riesumare i loro eroi, a partire da Scalfaro e
Ciampi. Ecco perché ora litigano e balbettano
Foto: AP/LaPresse
A proposito di garantismo. La situazione delle carceri italiane è insostenibile,
l’uso della carcerazione preventiva, che
contribuisce ad affollarle, sembra, in
certi casi, disinvolto.
aspettative di sapere chi ha ragione e chi
ha torto.
In questa “grande riforma della giustizia” lei inserirebbe qualche condizione
in più per chi volesse passare dalla magistratura alla politica, magari dopo la
gestione di inchieste e processi mediaticamente clamorosi?
Il magistrato, fino a quando fa il suo
mestiere, deve essere terzo e imparziale e
impedire…
Anche il pubblico ministero?
Anche il pubblico ministero, almeno
Oscar Luigi Scalfaro
nel 1993 è capo dello
Stato. E Carlo Azeglio
Ciampi, all’epoca premier
tecnico, è “trascinato”
dal Colle, ma ha una
colpa morale: negli anni
della sua presidenza sarà
perseguitato, nel silenzio
quirinalizio, il senatore
Marcello Dell’Utri per
accuse in realtà connesse
al suo esecutivo
di Lodovico Festa
Foto: AP/LaPresse
U
’93 (l’attenuazione di
misure di carcerazione definite dal
41 bis per alcuni mafiosi, probabilmente decisa di fronte all’incalzare
militare dei corleonesi) è diventato occasione prima per inquisizioni in buona
parte strampalate e poi per uno scontro tra il timidissimo riformismo giudiziario napolitanian-montiano e la tentazione di svuotare la democrazia di certe
toghe, arrivate a teorizzare la sospensione del “voto” come base della lotta alla
criminalità. Da qui questioni di schieramento (è evidente come non si possa che
n episodio del
stare con il Quirinale e stupisce che persone di qualità firmino a sostegno dei deliri palermitani su cui ora vacilla lo stesso
Antonio Ingroia) e di merito (cioè come
riformare la Giustizia. Anche qui stupisce il ritrarsi di proclamati liberisti dalla
prima misura liberale di uno Stato democratico: la separazione “netta” tra giudici
e accusa). Ma qualunque scelta senza adeguata analisi storico-politica è fragile. E in
questo senso ostacola il metodo snasa-patte impostosi nella discussione pubblica di
questi anni: invece di capire le ragioni e
le forze in movimento, ci si concentra ad
annusare (snasare) il cavallo dei pantaloni (la patta) per vedere se vi è restata qual-
se vogliamo mantenere un assetto in cui
il pubblico ministero ha le stesse garanzie
del giudice, altrimenti lo trasformiamo in
avvocato dell’accusa o separiamo le carriere; ma nel nostro sistema la terzietà e l’imparzialità sia del pm che del magistrato
giudicante sono la condizione per la loro
credibilità nella delicata funzione che
esercitano agli occhi dei cittadini. Quando
decidessero di scendere nell’agone politico, cosa che nessuno può negare loro, personalmente ritengo che non dovrebbero
più poter tornare a fare i magistrati. n
che goccia di pipì di troppo per poi potersi “indignare”. Così la vergognosa diffusione delle conversazioni tra Nicola Mancino e Loris D’Ambrosio, che hanno portato alla morte per crepacuore di quest’ultimo, così le comaresche liti tra Eugenio
Scalfari e Gustavo Zagrebelsky.
Gli interrogativi censurati
E così si perde di vista il contesto storico,
la sua razionalità e quindi la valutazione seria di come sia possibile superarlo.
Nella circostanza ciò avviene anche perché il 1993 è stagione in cui sono in azione i principali “santi” del centrosinistra
e quindi per certuni è meglio dedicarsi
a “snasare” piuttosto che porsi interrogativi di fondo. Nel ’93 non ci sono solo
Giovanni Conso alla Giustizia e Nicola
Mancino agli Interni. Il presidente della
Repubblica è Oscar Luigi Scalfaro, quello
del Consiglio è Carlo Azeglio Ciampi, alla
Camera c’è Giorgio Napolitano, al Senato
Giovanni Spadolini e presidente dell’Antimafia è Luciano Violante. La tragedia per
la sinistra forcaiola (dalle Bonsanti ai Travaglio) è che, a parte quelli che oggi hanno “tradito” e si possono denunciare
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I guasti della supplenza tecnica
Fuor d’afasia c’è da riflettere sullo scombinamento dei poteri del 1992 (con innanzitutto l’esplosione della follia per il potere di certe toghe), sulla crisi di una Costituzione nata in un’altra conclusa epoca storica, su un certo eccesso d’influenza di ambienti americani divenuti protettori dell’ex Pci, sui guasti che combina a
un sistema democratico (al di là di qualche preziosa soluzione di emergenza) un
governo “tecnico”, sul deperimento del
ruolo nazionale delle maggiori correnti politiche della Prima Repubblica, sulla debolezza che ha determinato per lo
Stato una società inquadrata da un sistema di “partiti” invece che da “istituzioni
democratiche”.
Certo poi un qualche cedimento snasapattista potrebbe spingere a dire che
certi zelanti debenedettiani messisi ora
in azione – considerando l’idealismo e la
moralità del loro “ingegnere-capo” – hanno anche qualche cinquecento milioni
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L’ex presidente della Corte costituzionale
Gustavo Zagrebelsky e il fondatore di
Repubblica Eugenio Scalfari si sono azzuffati
nei giorni scorsi sulle pagine del quotidiano,
l’uno all’attacco, l’altro in difesa di Napolitano
di ragioni specifiche per cercare di condizionare una “prossima” sentenza della
Cassazione. Ma al di là di questa “snasatina”, il richiamo allo scenario storico, partendo dai “santi” rimossi della sinistra, ci
spiega bene la portata della crisi dello Stato italiano.
Il “caso” in sé – che qualche delirante cerca di gonfiare ancor di più collegandolo all’omicidio di Paolo Borsellino
– nasce dall’incertezza che si determina
in una democrazia con l’imposizione di
esecutivi tecnici. Le conseguenze attuali del “caso” vanno naturalmente gestite
hic et nunc limitando i guasti prodotti da
magistrati usciti dai binari. Ma la lezione
strutturale del “caso” parla della crisi dello Stato, di interi ambienti sociali privi di
vero senso di appartenenza, di istituzioni
(a partire da larghi settori della magistratura) divenute corpi separati dal sistema
democratico, di elementi di grave disgregazione frutto sia della difesa di livelli
oligarchici di potere interni sia di attivi
sistemi di influenze internazionali.
Per certi versi pare di vivere in una
rinnovata Weimar: quella originale, straziata dalle ingiuste condizioni imposte
ai tedeschi dopo la Prima guerra mondiale (una sorta di trattamento-Grecia
dei giorni nostri), dall’inflazione, dalla
disoccupazione e dal clima della guerra
civile europea, mentre la nostra è naturalmente sorretta da magnifiche industrie piccole e medie, e da varie stampelle economico-istituzionali offerte da Stati Uniti e Unione Europea: il che ha consentito sia una violenza (sinora?) radicalmente minore, sia una durata più lunga.
La Repubblica tedesca pre-hitleriana visse dal 1919 al 1933.
Non tutte le vacche sono nere
Certo lo squadrismo anti-Napolitano è
cartaceo, non fisico. Il Fatto o il blog di
Beppe Grillo non sono sicuramente le SA
di Ernst Röhm, e c’è un’abissale differenza tra Zagrebelsky e Alfred Rosenberg.
Eppure non si può essere certi che il ventre generatore dei mostri del Novecento
non sia più fecondo. Se la disgregazione
dello Stato diventa disgregazione generale della società, quel che accade dopo non
è più prevedibile.
Ecco – mi si consenta una considerazione a margine delle questioni trattate –
perché sarei prudente sulle “messe in soffitta”, sulle “denunce per tradimento”,
sul “destra, sinistra, giustizialisti, garantisti sono tutti uguali” con annessi appellini mobilitanti: è sacrosanta una critica
dura al berlusconismo, ma si è certi di
potere resistere alle derive della disgregazione senza utilizzare tutti i campi
di forza disponibili e reaIl caso parla di ambienti sociali privi di senso li piuttosto che affidarsi a
iniziative che puzzano londi appartenenza, di corpi separati dal sistema tano un miglio di demagodemocratico, di una grave disgregazione
gia condita con nicchiette
di influenza? n
frutto della difesa di un potere oligarchico
Foto: AP/LaPresse
(oltre Mancino, adesso anche Napolitano e Violante), al centro vi sono gli “eroi”
dei Fatti e delle Repubbliche: Oscar Luigi
e Carlo Azeglio.
Scalfaro (che nel 1995
nominerà Zagrebelsky giudice dell’Alta corte) via Vincenzo Parisi e Mancino è un protagonista, Ciampi – da copione di governo tecnico – è trascinato dal Quirinale: ma ha
comunque, al di là dell’incapacità di governo specifica,
una colpa morale gravissima.
Nei sette anni della sua presidenza della Repubblica verrà perseguitato, nel silenzio
quirinalizio, un parlamentare come Marcello Dell’Utri
per accuse in realtà connesse
all’esecutivo dell’ex governatore di Bankitalia.
Questa situazione spiega
l’afasia della sinistra (mentre
quella relativa della destra è
attribuibile più a cause culturali). E rende ridicolo il “vogliamo tutta la verità”
(slogan tipico del Pci quando voleva che
non si insistesse su questioni su cui era
meglio che tutta la verità non venisse
fuori: vedi per esempio l’attentato a Giovanni Paolo II organizzato da Yuri Andropov) di un Ezio Mauro, che peraltro gravemente imbarazzato concede spazio a
qualche garantismo. Infatti chiedere la
“vera verità” sulle vicende palermitane
significherebbe partire “almeno” da Scalfaro e Ciampi.
INTERNI LA CHIESA IN CAMPO/1
A Palazzo Chigi è una parola che qualcuno avrebbe
preferito bandire. Ci è voluto l’arcivescovo di Taranto
per riportarla (con successo) nell’incredibile vicenda
dell’Ilva. E non è questione di salvare capra e cavoli.
Ma di «stabilire un dialogo fondato sulla verità»
di Luigi Amicone
D
immi se è un vuoto o un pieno e da che
parte del bicchiere stai (ti dirò se sei
un indignato o una persona con
quoziente intellettivo non affamato
dall’ideologia): è bene o no che sotto la
sferza di una sentenza (arrivata anche un
po’ troppo tardi rispetto a quarant’anni di
inquinamento a oltranza) un vescovo di
Santa Romana Chiesa si ritrovi a essere il
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principale sponsor della “concertazione” –
come la chiama lui – che tenterà di evitare
la follia di cancellare l’Ilva di Taranto? «Noi
non abbiamo voluto fare una difesa unilaterale dell’azienda. Noi abbiamo voluto
difendere la vita in tutte le sue manifestazioni. Perché così come è vero che non si
può lasciare senza pane e lavoro migliaia e
migliaia di famiglie, è altrettanto evidente
che non si può accettare che pane e lavoro
siano difesi a prezzo di far morire la gente
di malattie e inquinando l’ambiente. Nessun cerchiobottismo, solo la considerazione di tutti i fattori in gioco. Questa è stata la nostra posizione. E questa mi pare sia
stata infine la posizione riconosciuta da
tutte le parti in causa come l’unica base
seria su cui costruire un dialogo e lavorare a una soluzione realistica del caso Ilva».
Misura le parole Filippo Santoro, prete di
Bari catapultato per quasi una vita in Brasile, lì nominato da Giovanni Paolo II vescovo di Petropolis e di lì revocato in patria e
portato da papa Ratzinger alla cattedra di
pastore in capo della Chiesa di Taranto. E
tiene per sé contorni (e aneddoti) di una
storia di limpida sordità e splendente ottusità. Storia semplice e piana di un colosso dell’industria pesante che occupa, tra
Taranto e gli indotti di Genova e Novi Ligure, qualcosa come sessantamila persone e
Foto: AP/LaPresse, Infophoto
Sacrosanta
concertazione
La Uilm contro le “sigle caserecce”:
«Si può conciliare il lavoro con la salute»
Antonio Talò è il segretario del maggiore sindacato all’interno delle
acciaierie: la Uilm che conta all’Ilva 3.400 iscritti (le altre sigle, tutte insieme, ne
raccolgono 2.300): «Speriamo che la magistratura, dopo i progetti messi in campo, possa fare un passo indietro». Talò ha concesso a tempi.it un’intervista – sul
nostro sito la trovate integrale – in cui racconta di essere un lavoratore dell’Ilva
«da 40 anni, e non ho mai visto lo Stato intervenire come ora. Forse è finalmente
possibile conciliare le esigenze del lavoro con quelle della salute». Ottimismo motivato dal fatto che, sebbene circoli ancora una certa ansia, «per lo meno abbiamo
la certezza che il posto di lavoro non si perderà e che verranno eseguite le bonifiche». Talò se la prende con quelle sigle “caserecce”, formate da professionisti della
protesta e non da cittadini, che si sono dimostrate fieramente contrarie a qualsiasi
tipo di compromesso. Mentre si rammarica di non aver potuto ancora incontrare
quelle associazioni che raccolgono i parenti delle vittime: «Si tratta di persone che
vivono o hanno vissuto drammi. Non ci hanno voluti incontrare: eppure anche tra
di noi ci sono stati malati. Ma sono quelli colpiti dell’inquinamento di ieri, vittime
dell’amianto e della vecchia situazione che oggi è diversa. Oggi, piuttosto, dobbiamo evitare i malati di domani. È un rischio che non possiamo più correre».
Foto: AP/LaPresse, Infophoto
L’arcivescovo di Taranto Filippo Santoro con il ministro dell’Ambiente Corrado
Clini al Meeting di Rimini. Per la messa in sicurezza degli impianti dell’Ilva il
governo ha sbloccato 336 milioni di euro, l’azienda è pronta a impiegarne 146
che si voleva chiudere per sentenza come
quando premi il dito sull’interruttore. Con
un “clic” spegni tutto.
Già Italsider, la storia dell’acciaieria di
Stato ceduta alla famiglia Riva è una delle
tragicommedie che mettono il sigillo allo
sbando causato alla vita di un paese dalla
guerra per bande che ha azzerato la politica, messo l’una contro l’altra le istituzioni, ingarbugliato perfino la percezione della portata del problema. Fosse un
caso mediatico-giudiziario qualunque, si
potrebbe capire forse perché, nel giorno in cui Mario Monti inviava a Taranto i ministri Passera e Clini perché l’Ilva
rischiava sul serio di chiudere per sempre
lasciando a casa 30 mila operai d’un botto e altrettanti di indotto, bè, quel giorno
il procuratore capo che aveva controfirmato sequestro e blocco della produzione
se ne stava a Soverato in vacanza e domenica 19 agosto rispondeva a Giusi Fasano del Corriere della Sera con una bella
alzata di spalle. «Ma come? È a tre ore di
distanza, arrivano i ministri a Taranto perché una sua inchiesta ha fatto dell’Ilva un
caso nazionale e lei non torna nemmeno
per una stretta di mano? “L’ho detto anche
a loro in una telefonata, cordialissima:
vedrete che non mancherà l’occasione”».
L’unica cosa che conta
Ecco, se questa è l’impersonificazione della Legge a Taranto, cosa ne sarà delle decine di migliaia di famiglie che campano
sulle braccia dei loro uomini operai? «Mi
sono sempre mosso nel costante rispetto
dell’azione della magistratura», dice monsignor Santoro. «E comunque, ciò che conta adesso è che anche il giudice del riesa-
me ha ammesso che la chiusura dell’Ilva
è solo una delle possibilità. E certamente,
almeno dal mio punto di vista, non la più
auspicabile. Ci saranno da intraprendere,
come prospettano le motivazioni del riesame, misure imponenti per bonificare il
territorio e consentire condizioni produttive che non minaccino così pesantemente come è accaduto fino ad oggi la salute
dei lavoratori e dei cittadini. Credo che ci
troviamo finalmente nella condizione di
poter cominciare quest’opera di bonifica.
E questo è un bene per tutti».
L’Ilva ha già messo a disposizione 146
milioni di euro, il governo ne ha stanziati altri 336. «Ecco, mi pare che ci siano tutte le condizioni per iniziare questa benedetta opera di difesa del lavoro e, insieme,
di vera salvaguardia della salute e dell’ambiente dei cittadini. Il resto (le polemi|
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LA CHIESA IN CAMPO/1 INTERNI
«Un silenzio durato troppi anni
che ora si pagherà caro»
Gaetano Pecorella (Pdl) è il presidente della commissione
bicamerale d’inchiesta sui rifiuti che lo scorso 20 giugno, prima
del decreto del Gip di Taranto Todisco, ha pubblicato una
dettagliata relazione (firmata all’unanimità) sulla Puglia, dedicando un intero capitolo al caso Ilva. In un’intervista a tempi.it
(integrale sul sito) Pecorella ha spiegato che «l’Ilva per anni ha
trovato modo di non mettersi in regola e di non spendere per
adeguare gli impianti. Lavora come tutto il capitalismo italiano,
nella logica che quando c’è da guadagnare si intasca, quando
c’è da spendere si scarica sulla collettività». Oggi «il problema
dei 15 mila posti di lavoro a rischio c’è, eccome. Ma in questa
vicenda non può passare il principio che per mettersi in regola
sia lo Stato a pagare. Credo che l’indicazione del Riesame con
l’interruzione della produzione come estrema ratio sia corretta.
Bisogna però tenere il fiato sul collo all’Ilva perché tutto non
passi sotto silenzio». Di silenzio ce ne è stato molto, e per molti
anni. «C’è stata a Taranto una sorta di connivenza da parte di
tutte le istituzioni, e questo lo dico a prescindere dai fenomeni
di corruzione in corso di accertamento dalla magistratura. Una
connivenza forse anche per la stessa paura che vediamo diffondersi oggi per la chiusura dello stabilimento». La conseguenza
è che oggi l’Ilva «dovrà affrontare investimenti ingenti per
adeguarsi, anche perché gli impianti sono obsoleti».
Foto: AP/LaPresse
che, il computo delle responsabilità, i
processi) sono tutte cose che immagino
i giornali e i tribunali svilupperanno e
affronteranno sistematicamente. Francamente, però, sono tutte cose che mi interessano meno del pane e della salute di
cui ha bisogno la nostra gente». E usa una
parola, il vescovo Santoro, che dalle parti
del governo Monti qualcuno ha dichiarato di non voler più sentire: la parola “concertazione”. «Sia chiaro, non voglio rubare il lavoro a nessuno: dico “concertazione” per tradurre in una parola l’importanza del dialogo tra le parti e, soprattutto, la
decisività di un dialogo fondato sulla verità, su come stanno le cose, senza esagerazioni, unilateralismi, estremismi».
Dalla fede l’unità del popolo
Vuoi vedere che nel vuoto lasciato dalla
politica adesso si infila la Chiesa? «Io non
ho fatto e non faccio politica. Io educo me
stesso e il mio popolo alla fede. Se c’è una
cosa che il carisma di don Luigi Giussani
mi ha insegnato e l’esperienza mi ha confermato è che se l’uomo nasce unito, la
fede, quando vissuta autenticamente, non
può essere qualcosa che divide, ma qualcosa che contribuisce a questa unità della vita. E infatti, qui a Taranto siamo partiti dalla fede. Fin dalla scorsa primavera,
ma vorrei dire dal 5 gennaio scorso, gior-
no in cui sono entrato ufficialmente in
città, ho richiamato la mia gente all’unità. Ho detto che l’unità sacramentale dei
fedeli e il lavoro di approfondimento della nostra fede deve documentarsi in una
rinnovata unità nella vita di tutti i giorni
e in un lavoro che sia approfondimento di
un bene al servizio di tutti. E così, anche
quando il caso Ilva sembrava dimostrare
un’impossibilità radicale di conciliazione tra salute e lavoro, tra ambiente e produzione, il popolo ha sentito che invece
si poteva e si doveva trovare una soluzione unitaria che salvasse non il proverbiale e scettico “capre e cavoli”, ma il razionale di cui è fatta la realtà umana e naturale. E infatti, siccome sarebbe stato irragionevole rassegnarsi all’idea che ciò che non
è stato fatto per tanti anni all’Ilva non si
potesse più fare, e dunque rassegnarsi alla
catastrofe di decine di migliaia di famiglie per strada, la presenza e l’unità proposta dalla Chiesa davanti al popolo e con il
popolo ha creato le condizioni perché alla
fine uomini e istituzioni sedessero intor-
no a un tavolo e mettessero sul piatto idee
e risorse da cui ripartire per cambiare le
condizioni di lavoro all’Ilva».
Non vitalismo ma presenza
Tutto ciò più che provvidenziale si sta
dimostrando quasi un miracolo in una
città abituata alla rassegnazione davanti a un capitalismo che sapeva come e chi
“oliare” per mantenere margini di utile
sulla pelle dei lavoratori. E tutti si voltavano dall’altra parte. È dalla missione in Brasile che ha imparato e importato a Taranto
questa vitalità e un certo metodo di esercizio della sua autorità, fatta più di presenza tra il popolo (come quel giorno appena
sbarcato da un volo Rio-Roma-Bari: qualcuno invita il nuovo vescovo a indossare una
maglia del Taranto calcio e lui sta al gioco) che di noiosi piani pastorali? «No, non
è il vitalismo brasiliano che mi ha insegnato un certo metodo che poi a me pare
il metodo evangelico per eccellenza. Presenza, questo stare deciso nel mondo consapevoli di ciò che si porta pur nella fragilità con cui lo si porta: Cristo. Unità della vita e di tut«Sarebbe stato irragionevole rassegnarsi
alla catastrofe. La presenza e l’unità proposta ti coloro che Cristo convoca
alla sua mensa. Queste cose
dalla Chiesa davanti al popolo e con il popolo
le ho imparate dalla chieha creato le condizioni perché infine uomini
sa attraverso il carisma di
Giussani». n
e istituzioni sedessero intorno a un tavolo»
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ESTERI
LA CHIESA IN CAMPO/2
Un Cordileone
nella tana
dei liberal
Nel 2008 promosse il referendum contro le nozze
gay in California. Ora tocca a lui guidare la diocesi
di San Francisco, capitale mondiale della religione
progressista. Così un cattolico di ferro si prepara a
gettarsi nel cuore della guerra culturale americana
L’
hanno definita «il “ground zero” del-
la guerra culturale americana» e
«la peggiore destinazione possibile» per un vescovo cattolico: San Francisco è la capitale mondiale del movimento Lgbt, e per “San Francisco values” gli
americani intendono non solo la tendenza al riconoscimento legale di matrimoni
fra persone dello stesso sesso, ma anche le
politiche per la legalizzazione della marijuana, le legislazioni abortiste più spinte, la tolleranza del nudismo in pubblico, eccetera. Promuovere a capo della locale arcidiocesi un vescovo come Salvatore
Cordileone può significare solo due cose:
o una provocazione e una reazione alle
decisioni sgradevoli che l’amministrazione Obama ha preso in questo anno di elezioni presidenziali, o un segnale che dice
che la Chiesa non ha timidezze né complessi di inferiorità verso la cultura liberal nella sua versione più radicale. Cordileone, infatti, è presidente della sottocommissione per la Promozione e la Difesa del
matrimonio della Conferenza episcopale americana ed è stato co-promotore del
referendum che nel 2008 introdusse nella
costituzione della California la proibizione dei matrimoni fra persone dello stesso
sesso. In una trasmissione radiofonica definì lo stravolgimento del matrimonio tradizionale «un complotto del diavolo» e finan-
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ziò a titolo personale la campagna referendaria con una donazione di 6 mila dollari.
Ma oltre che persona decisa e ferma nella
fede, Cordileone è persona serena e disponibile. Come dimostra questa intervista.
Da vescovo di Oakland ad arcivescovo
di San Francisco a partire dal prossimo
4 ottobre. Monsignor Cordileone, non
si sentirà un po’ isolato nella sua nuova
destinazione episcopale?
Perché mai? Certamente San Francisco
è l’avanguardia dei movimenti della cosiddetta “guerra culturale”. Però c’è anche
tanta brava gente, molto cattolica, impe-
gnata per la missione della Chiesa. Ci sono
risorse spirituali da valorizzare.
Lei è conosciuto per aver sostenuto la
“proposition 8”, l’iniziativa referendaria
che ha messo al bando i matrimoni omosessuali in California, ma San Francisco
è la città che più di tutte votò contro
la riforma costituzionale: 75 per cento
di “no”. Come si rapporterà con questa
maggioranza che dissente da lei?
Bisogna sempre trattare gli altri con
rispetto. Ho già ricevuto inviti al dialogo,
sono interessato a capire bene questi interlocutori. Ma quella che riguarda il matrimonio è una verità di natura, non la possiamo cambiare. Poi è importante educare
la nostra gente circa il matrimonio come
bene pubblico, perché il matrimonio ha
importanza per la società. Come vescovo cercherò di collaborare coi non cattolici sui valori che abbiamo in comune, di
approfondire la comprensione della gente
e della cultura intorno a me e di formare
la nostra gente nella fede.
Secondo vari sondaggi anche la maggioranza dei cattolici americani risulterebbe favorevole al riconoscimento di matrimoni fra persone dello stesso sesso.
Che ne pensa? Dovrà rimettere in riga i
cattolici prima di occuparsi degli altri?
Quella è certamente la prima delle
priorità, ma bisogna anche capire di quali
Salvatore Cordileone,
56 anni, attualmente
vescovo di Oakland, si
insedierà il prossimo
4 ottobre alla guida
dell’arcidiocesi di San
Francisco. Quattro anni
fa promosse (e vinse)
il referendum contro
i matrimoni gay in
California. Oggi, con la
conferenza episcopale
americana, è impegnato
nella battaglia contro
la riforma della sanità
di Obama che costringe
anche gli enti cattolici
a pagare ai dipendenti
polizze assicurative
che comprendono
contraccezione e aborto
cattolici si parla. Credo si tratti di persone
che si dichiarano cattoliche, ma che non
vanno abitualmente in chiesa e non hanno una formazione nella fede. Penso che
avremmo un risultato diverso se facessimo un sondaggio tra quelli che vanno a
Messa tutte le domeniche. C’è poi da dire
che quando si fanno queste rilevazioni la
gente non vuole rispondere in un modo
che la faccia apparire cattiva o bigotta, o
piena di pregiudizi. Però al momento del
voto, nel segreto dell’urna, votano secondo coscienza, e il risultato è sempre più
favorevole al matrimonio tradizionale di
quanto dicessero i sondaggi pre-elettorali:
lo abbiamo visto in tutti gli stati del paese che hanno avuto referendum sulla definizione del matrimonio.
Foto: AP/LaPresse
Quali sono i più urgenti bisogni pastorali
della sua nuova arcidiocesi? Dove pensa
che metterà le mani per prima cosa?
Questo lo decideremo collegialmente.
Ma i bisogni sono gli stessi che la Chiesa ha
dappertutto negli Stati Uniti: la catechesi,
la formazione dei giovani, la liturgia, la
preghiera, i problemi sociali (la povertà,
le famiglie divise, eccetera). La formazione
però è al primo posto, soprattutto dei candidati al sacerdozio e al diaconato permanente e dei catechisti. È importante la loro
buona formazione perché sono loro che
trasmettono la fede agli altri.
Della Chiesa cattolica americana in Europa si parla soprattutto per i problemi
e per gli scandali: la pedofilia nel clero,
i conflitti fra le religiose e la Congregazione per la dottrina della fede, eccetera. Se lei dovesse fare il ritratto della
Chiesa americana oggi, quanto spazio
occuperebbero queste questioni, e quanto altri aspetti meno pubblicizzati?
I problemi che lei cita sono reali e gravi, ma è vero che c’è anche un altro lato:
io vedo un rinnovamento della Chiesa
qui da noi, specialmente fra i giovani; fra
loro cresce la sete per la verità, per la fede
genuina, e anche per la tradizione. Altro
elemento positivo è che abbiamo molti immigrati che arrivano da paesi di tradizione cattolica: Messico e altre nazioni
dell’America latina, Filippine, vietnamiti e coreani, indiani. Tutti costoro hanno
ancora una fede intatta, una devozione
che arricchisce la vita della Chiesa locale. Integrarli nella vita della Chiesa di San
Francisco, nelle parrocchie, è certamente
una sfida, ma rappresentano comunque
un arricchimento, che è un vero vantaggio per la Chiesa.
A novembre gli Stati Uniti avranno le
loro elezioni presidenziali. Come si porrà
la Chiesa cattolica?
Siamo già intervenuti. Cerchiamo di
educare la nostra gente sulle questioni
più urgenti che riguardano la libertà religiosa, l’importanza del matrimonio e della santità della vita umana. Specialmente
la questione della libertà religiosa è, per
la nostra nazione, particolarmente urgente, visti i cambiamenti che hanno avuto
luogo in questi mesi.
Si riferisce alla riforma della sanità?
A quella e ad altro. Collegata alla libertà religiosa è la libertà di coscienza, e in
America sempre più persone non possono
lavorare nel rispetto della propria coscienza. Ci sono molti esempi: la fotografa che
è stata denunciata perché si è rifiutata
di fare il servizio di un “matrimonio” di
lesbiche, il ristorante fast food Chik-fil-A,
boicottato perché il suo presidente si è
dichiarato contrario ai matrimoni fra persone dello stesso sesso. Ma non soltanto
boicottato: gli sono state negate le licenze commerciali nelle città di Boston e Chicago da parte dei sindaci. Siamo di fronte ad amministratori pubblici che usano
arbitrariamente il loro potere d’ufficio
per negare i diritti agli altri. Gli obblighi
assicurativi imposti attraverso la riforma
sanitaria non sono l’unico problema. E
voglio ricordare che come vescovi cattolici siamo sempre stati a favore di una riforma della sanità. Ma che rispetti la coscienza di chi fornisce i servizi sanitari!
Rodolfo Casadei
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ESTERI una nuova redenzione è possibile
Da qui
non evade
nessuno
Nel Brasile delle carceri peggiori del mondo, la
storia degli Apac, penitenziari dove «entra l’uomo.
Il reato resta fuori». Costano meno, si pranza con
posate di metallo e nessuno tenta di scappare,
«perché non si fugge da chi ti vuole bene»
I
l cellulare della polizia penitenziaria
brasiliana si ferma davanti alla
palazzina verniciata di fresco. A fatica per le catene ai piedi e le manette
strette ai polsi quattro carcerati avvolti
in accecanti uniformi arancioni scendono dal veicolo e si trascinano nella polvere rossa dello sterrato. Lo sguardo verso terra, come stabilisce il regolamento.
Si dispongono in fila dietro a una guardia col berretto blu calcato e la visiera che
seminasconde il volto, mitra imbracciato.
Bussa al portone. Apre un uomo in sandali e maglietta, un filo di pancia e di baffi:
un detenuto pure lui. Per un’inspiegabile telepatia i quattro capiscono e sollevano la testa stupiti. «Buon giorno, chi siete, come vi chiamate?», chiede gentilmente l’uomo. L’agente risponde pronunciando un paio di numeri di articoli del codice penale. Il detenuto coi sandali sorride:
«No, volevo sapere i loro nomi. Entrate. Vi
aspettavamo. Per favore signora guardia
liberi loro le mani e i piedi: c’è una doccia
calda pronta per loro e poi devono provare vestiti della loro misura. Le uniformi
ve le restituiamo». Poco dopo il gruppetto
fa il suo ingresso all’interno della struttura, e sulla parete sopra agli ingressi delle
tre sezioni in cui è organizzata (“regime
segregato”, “regime semi-aperto”, “regime aperto”) i loro occhi incontrano una
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grande scritta blu sul muro bianco: «Qui
entra l’uomo. Il reato resta fuori».
Tutte le settimane una scena come questa si ripete in uno dei 34 “Apac” del Minas
Gerais. Gli Apac sono una forma alternativa di detenzione che in Brasile esiste da
ben quarant’anni. Quando la sigla è nata,
all’interno di un’esperienza di pastorale
carceraria, significava “Amando il prossimo amerai Cristo”. Quando poi l’esperienza si è trasformata in un ente no profit del
privato sociale, ha cambiato di significato
in un più preciso Associazione per la protezione e l’assistenza ai condannati. Infatti
a gestire questi centri dove si praticano forme di detenzione ad alto contenuto rieducativo sono esperti e volontari del no profit. Il Minas Gerais, invece, è uno Stato della federazione brasiliana con 20 milioni
di abitanti e 50 mila detenuti, 2 mila dei
quali sono insediati negli Apac: è anche la
regione del Brasile dove il metodo registra
oggi i maggiori successi, tanto che altri 20
stati della federazione stanno aumentando il numero degli Apac sul loro territorio e ampliando quelli esistenti. Come nel
Gli Apac sono una forma
alternativa di detenzione
che in Brasile esiste da ben
quarant’anni. Qui sopra, un
detenuto in abiti civili accoglie
i nuovi arrivati (foto a destra)
che ancora indossano
le uniformi arancioni
e hanno le manette ai polsi
Minas Gerais è stato già fatto negli ultimi
otto anni soprattutto per impulso del Procuratore Generale Tomaz de Aquino Resende. È l’uomo che ha voluto espandere il
“carcere dolce” per i condannati con sentenza passata in giudicato nonostante critiche, sospetti e scetticismo. Che giustifica
così i suoi orientamenti di politica carceraria: «Il tasso di recidiva fra i detenuti rimessi in libertà dalle prigioni convenzionali è
dell’80-90 per cento, e si tratta quasi sempre di reati più
Nel paese il tasso di recidiva è dell’80-90.
gravi di quello commesso
Fra questi detenuti è solo del 12 per cento.
la prima volta che sono staIn dieci anni sono evasi solo in nove,
ti imprigionati; fra i detenuti degli Apac, una volta defima la metà di loro si è poi riconsegnato
Foto: Avsi; AP/LaPresse
Sopra e a sinistra,
immagini di penitenziari
brasiliani, considerati
fra i peggiori al mondo.
In celle da 10 persone
ne vivono 80, non
c’è spazio e si fanno
i turni sia per dormire
sia per stare in piedi
nitivamente fuori dalla struttura il tasso di
recidività è solo del 12 per cento, e il reato
compiuto è lo stesso della prima condanna
oppure uno meno grave. Dalle loro strutture, dove non esistono agenti di custodia,
abbiamo avuto solo 9 evasioni nell’arco di
dieci anni, e metà degli evasi poi si è riconsegnato; nelle altre prigioni i tentativi di
evasione sono pressoché quotidiani».
Tutto ciò accade nel Brasile dei paradossi. Il paese delle peggiori carceri del
mondo (il più orrendo del pianeta per
comune ammissione si trova nel Rio Grande do Sul) è anche quello dove si incontrano i migliori del mondo, nel Minais Gerais,
dove i detenuti in “regime aperto” vanno
e vengono per lavorare all’esterno o visitare la famiglia nei week-end, usano il cortile per feste e matrimoni, la libreria per studiare, la cella per suonare la chitarra, autogestiscono l’ordine e la disciplina. Un miracolo carioca? No, solo il frutto della logica, che matura quando si decide di guardare ai delinquenti come persone piutto-
sto che identificarli col delitto che hanno commesso: se si immerge per anni una
persona in un ambiente scomodo, violento
e corrotto, se la si umilia quotidianamente
e la si espone ad abusi e degradazioni, non
ci si potrà meravigliare che al termine della pena esca dal carcere convinto di essere spazzatura sociale, destinato al crimine per il resto della vita. Se, al contrario,
una persona è trattata umanamente, se
viene stimolata continuamente a prendersi cura di se stessa e dei bisogni di chi convive con lui, e viene premiata nella misura
in cui mostra attenzioni per i suoi compagni, se anziché abbandonarla all’ozio che
è il padre di tutti i vizi le si dà la possibilità di lavorare, dentro o fuori dalla struttura a seconda della fase del recupero, e di
avere rapporti sociali, inclusi quelli con la
famiglia di origine. Beh, se si fa così, c’è da
meravigliarsi che il delinquente si redima
e non torni a commettere delitti? È così
semplice da restare imbarazzati per non
averlo capito prima…
«Entra negli Apac chi ha già trascorso un certo periodo nel carcere convenzionale, su disposizione del giudice di sorveglianza e previo impegno sottoscritto
dal detenuto di rispettare le regole della
struttura: svolgere turni di lavoro, occuparsi personalmente della manutenzione
del carcere, partecipare ai momenti religiosi, rispettare tempi e orari quando avrà
la semi-libertà e poi la libertà piena che
implica la possibilità di trascorrere il weekend fuori, mantenere un comportamento irreprensibile. Molti detenuti che pure
potrebbero entrare nel programma rifiutano, perché sanno che negli Apac non
entra la droga, che invece ci si può procurare facilmente nelle altre carceri. Alcuni firmano e vengono progettando di evadere e pensando che da qui sarà più facile: dopo una settimana rinunciano perché
scoprono tutti gli aspetti positivi. È passato
in una di queste strutture un pluriomicida
che aveva 50 anni di pena da scontare. Gli
hanno chiesto: “Sei già evaso o hai ten|
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ESTERI una nuova redenzione è possibile
i numeri di rebus (padova)
La tragedia economica e umana
di chi sta dietro le sbarre in Italia
tato di farlo 12 volte: perché non ci provi più? Da qui sarebbe più facile”. Risposta:
“Perché non si fugge dall’amore”».
Quando un detenuto deve recarsi dal
giudice per un aggiornamento del suo
caso, o per decidere sulla richiesta di passaggio da un regime carcerario a un altro
(chiuso, semi-libero, libero) ad accompagnarlo non sono le guardie dentro a un
cellulare, ma altri due detenuti che vegliano su di lui e che non usano manette. Tornano sempre tutti e tre, perché chi evade,
e viene ripreso finisce nel carcere di provenienza, dove «in celle da 10 persone ce ne
vivono 80, non c’è spazio e si fanno i turni sia per dormire sia per stare in piedi,
chi non ce la fa lega le lenzuola alle sbarre e dorme come in un’amaca. Le perquisizioni corporali sono la regola, nudi sdraiati in cortile; i detenuti hanno un numero al posto del nome e in presenza di estranei devono tenere sempre lo sguardo volto
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agenti di polizia penitenziaria, che sono
più numerosi dei carcerati. Un detenuto
costa allo Stato federale l’equivalente di
650 euro al mese (in Italia molto di più:
siamo intorno a 7.000 euro al mese, ndr),
ma negli Apac la sovvenzione è di soli 300
euro per internato. Bastano e avanzano
per un regime alimentare dignitoso, perché non c’è la corruzione che disperde
risorse delle carceri statali, e non ci sono
gli stipendi delle guardie da pagare. Logico che tutto questo generi proteste e rancori molto interessati».
«I veri malfidenti siete voi»
«Il metodo Apac coinvolge potenzialmente tutta la società nel recupero dei criIn alto,
minali. Nelle associazioni di volontariala scritta
to che gestiscono il progetto sulla base di
che appare
all’ingresso
una convenzione con lo Stato ci sono prodi un Apac:
fessionisti, comunità cristiane, insegnan«Qui entra
ti, operatori sociali, famiglie, ecc. Perché
l’uomo. Il reato
abbiamo preso coscienza che se questi
resta fuori»
nostri figli hanno sbagliato, è perché noi
a terra. Il personale di guardia è sempre in abbiamo fallito: come scuola, come Chieun atteggiamento ostile».
sa, come famiglia, come società. PossiaResende ha molto da dire su individui mo e dobbiamo correggerci insieme».
e gruppi di interesse che criticano l’espeA un momento conviviale in un Apac,
rimento degli Apac. «Per i politici in cerca nel corso del quale i detenuti pranzavadi facile consenso è più normale invocare no con posate di metallo, compresi coltelseverità contro i criminali che promuove- li e forchette, un giornalista ha posto una
re e incoraggiare politiche di rieducazio- domanda a Joao de Jesus, un pluriomicine che, per funzionare, devono basarsi su da: «Ma voi mangiate sempre così, o queun trattamento più umano dei detenuti. sta è una recita che avete allestito oggi
Ma poi ci sono veri e propri interessi eco- per fare colpo su di noi?». «Vede quell’uonomici costituiti che si ribellano perché mo di spalle?», ha risposto il condannato.
vengono ridimensionati. Pensate alle dit- «Quello è il giudice che mi ha condannate che hanno l’esclusiva nella fornitura to due volte. Io ho ammazzato cinque perdelle razioni alimentari ai detenuti; pen- sone. Crede che se lo desiderassi davvero
sate ai posti di lavoro rappresentati dagli non avrei già affondato un coltello nel
suo corpo? I veri malfidati siete voi: voi siete quelli
Un galeotto costa allo Stato l’equivalente
che quando prendono l’aedi 650 euro al mese (in Italia siamo intorno
reo mangiano usando solo
a 7.000 euro al mese), ma negli Apac la
posate di plastica».
sovvenzione è di soli 300 euro per internato
Rodolfo Casadei
Foto: AP/LaPresse
L’esperienza brasiliana di carcere “dolce” è stata fatta
conoscere in Italia al Meeting di Rimini della settimana scorsa:
lì Tomaz de Aquino Resende, procuratore di giustizia del Minas
Gerais, ha raccontato cosa siano gli Apac, strutture a sorveglianza attenuata e alto livello di rieducazione. Ma a Rimini
si è fatto sentire anche Nicola Boscoletto, presidente della
cooperativa Rebus che da un ventennio lavora per il recupero
e il reinserimento, soprattutto attraverso il lavoro, dei detenuti
del carcere di Padova. Oltre a presentare la sua esperienza e
i successi che la contrassegnano (fra i detenuti che passano
attraverso il programma, dopo il rilascio la recidiva dei reati è
dell’1 per cento, contro una media mondiale del 70 per cento),
Boscoletto ha lanciato un grido di dolore intorno alle realtà
della politica carceraria in Italia. «La somma di tutti i costi
diretti e indiretti fa sì che un detenuto costi alla collettività
quasi 250 euro al giorno, che significa poco meno di 100 mila
euro all’anno. Di queste cifre, solo 18 centesimi di euro all’anno
a persona sono investiti nel recupero dei detenuti attraverso
un vero lavoro. Eppure è provato che ogni milione di euro
investito in rieducazione permette un risparmio di 9 milioni di
euro di spese carcerarie. Si dice che non ci sono fondi, ma poi
si sprecano 1.110 milioni di euro in braccialetti elettronici mai
usati. Mentre nelle carceri si muore». Quello delle carceri italiane è un bilancio di guerra: «Al 21 agosto i detenuti che si sono
suicidati in carcere dall’inizio dell’anno sono 37, i deceduti in
totale sono 97; sono 7 gli agenti penitenziari suicidi. Dal 2000
ad oggi sono 729 i detenuti che si sono suicidati, 2.030 i morti
totali, 96 gli agenti di polizia penitenziaria suicidi, migliaia i
tentativi di suicidio sventati da detenuti e agenti. Nel solo 2010
gli atti di autolesionismo sono stati 5.703, gli scioperi della
fame 6.626». A questi numeri asciutti e impietosi Boscoletto
ha fatto seguire filmati e storie di chi si è “ripreso la vita”
dentro alla prigione, grazie al lavoro e allo sguardo di chi lo ha
fatto sentire una persona prima che un condannato. [rc]
IL CASO
WIKILEAKS ALLA SBARRA
La nebbia
che avvolge
Mr. Trasparenza
L’indefinibile vicenda di Julian Assange
dimostra che nemmeno l’impero senza
frontiere della glasnost globale è pronto
a subire l’invasione degli ambigui adoratori
del diritto di cronaca. Una déjà vu del 1987
J
ulian Assange e Mathias Rust. Bella
coppia, eh? Ricordate chi è Mathias
Rust? È un aviatore tedesco che nel
1987 con un piccolo aereo da turismo
atterrò a Mosca, vicino al Teatro Bolscioi,
e se ne andò a parcheggiare l’apparecchio sulla Piazza Rossa. I giornali lo presentarono come un pazzo. Aveva diciannove anni, e sul suo conto se ne ipotizzò una quantità. Il desiderio di Rust era
semplicemente di violare un confine per
dimostrare quanto fosse assurda e fragile quella linea che da quarantadue
anni divideva l’Occidente democratico
dall’Est comunista. Era un atto di pace,
il suo. Uno sconsiderato atto di pace e
di libertà. Era però persuaso che il suo
gesto sarebbe stato perdonato in quanto plateale, e che sarebbe stato perdonato perché in quei mesi Michail Gorbaciov aveva preso a parlare di perestrojka
e di glasnost, di rinnovamento e di trasparenza. Anche quelle due parole contribuirono a fargli avere, di lì a qualche
anno, il premio Nobel per la pace, quella
pace – e quella libertà – che Rust l’ingenuo, Rust il pazzo voleva portare fin nel
cuore del soviet. Rust venne condannato
a quattro anni di gulag per spionaggio.
C’è chi pensa che il gulag fosse affare
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di Stalin, forse di Krusciov e di Breznev.
Invece no, il gulag fu affare di tutti, fino
all’ultimo minuto. Il direttore del carcere, dove Rust attendeva il trasferimento
in Siberia, prese in simpatia il ragazzo e
con una più che cospicua serie di diavolerie riuscì a evitargli il gulag, dove correva il rischio di incontrare uno dei molti ufficiali e sottufficiali e soldati che –
poiché non erano stati capaci di neutralizzare il suo volo – erano stati licenziati
e mandati al campo di lavoro siberiano.
Julian Assange è il
fondatore di Wikileaks,
organizzazione no profit
che si prefigge di
intercettare e divulgare
le verità nascoste dei
potenti della Terra.
Assai spesso le carte
“top secret” pubblicate
contengono più
suggestioni e gossip
diplomatico che notizie
Idealisti naïf o pericolose spie?
Probabilmente Assange non è mosso dai
medesimi sentimenti di purezza quasi fanciullesca che mossero Rust. Però,
come Rust, sta ponendo un problema di
confini e di libertà. Quali sono i confini
che un giornalista – per quanto sia vago
il termine oggi che l’informazione sfugge sempre più alle nostre mani e si concentra su internet attraverso tutti, blogger, hacker, sofisticatissimi dilettanti – è
tenuto a rispettare? Qual è il limite invalicabile della sua libertà d’informazione?
Dov’è che si possono mettere le mani e
dov’è che no?
Assange, per i pochi che non lo sapessero, era l’editor in chief, il direttore di
Wikileaks, l’organizzazione no profit che
si prefigge – forse con uno
Da sempre i giornalisti non sognano altro che spirito non meno utopistico di quello che portò Rust
di oltrepassare frontiere invalicabili in nome sulla Piazza Rossa – di sve(pomposamente) della libertà. Ma una volta lare le porcherie del mondo
erano pronti a subirne le conseguenze. Oggi? in nome della trasparenza
Foto: AP/LaPresse
di Mattia Feltri
LA CACCIA
LE ACCUSE SVEDESI
A processo per reati sessuali
Julian Assange è stato incriminato in Svezia per reati sessuali,
ma si rifiuta di consegnarsi
alla giustizia scandinava nel
timore di essere estradato da
Stoccolma negli Stati Uniti, dove
potrebbe essere processato per
spionaggio (reato punibile in
America con la pena capitale).
Foto: AP/LaPresse
IL RIFUGIO DIPLOMATICO
«Obama rinunci a catturarmi»
Per evitare l’estradizione in
Svezia, due mesi fa il fondatore di Wikileaks si è rifugiato
nell’ambasciata dell’Ecuador a
Londra. Il 19 agosto ha pronunciato dal balcone un discorso
urbi et orbi: «Gli Stati Uniti non
devono perseguirmi, non devono
perseguire la democrazia».
(della glasnost), e soprattutto le porcherie dei governi, degli eserciti, delle multinazionali, della banche. Conta migliaia di
collaboratori. Coi suoi pirati informatici
ha violato siti che si credevano inviolabili, rivelato conversazioni e manovre spesso più suggestive o gossippare che oscure.
Ed è per questa ragione che Barack Obama (guarda un po’, un altro Nobel per la
pace) vorrebbe Assange negli Stati Uniti,
e processarlo per spionaggio (guarda un
ti anni fa, quando i formidabili strumenti con cui si lavora oggi non esistevano –
in cui i giornalisti sapevano perfettamente quali frontiere non erano oltrepassabili. Ma proprio come Rust e come Assange non sognavano altro che il momento di oltrepassarle. Soltanto che l’occasione non era così frequente. Si girava
con un taccuino. Forse un registratore.
I documenti si doveva andarli a prendere a mano, farne fotocopie oppure riceverli con il fax, con tutti i rischi che dunque si correvano. Trovare una fonte così
coraggiosa – e che magari si sentisse eroicamente nel pieno di un Watergate –
non era tanto facile. Però talvolta capitava. Di rado, ma capitava. E in quel precipo’, come Rust). E lo spionaggio, negli Sta- so istante, qualsiasi giornalista era pronti Uniti, comporta come pena massima la to a subirne le conseguenze, perché tutti
pena di morte.
i giornalisti sanno che le frontiere esistoC’è stato un tempo – nemmeno tan- no per niente altro che per essere attrato lontano, diciamo fino a quindici o ven- versate in nome (naturalmente e molto
pomposamente) della libertà. Pubblicare una notizia
I cronisti à la Assange non reclamano più
non pubblicabile era motila libertà di infrangere una legge (e di essere vo di vanto, e di ammiraeventualmente puniti) in nome di un ideale.
zione da parte dei colleghi.
Pretendono di estendere l’ideale all’universo Certo, si finiva davanti al
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IL CASO WIKILEAKS
Nel 1987 un altro
paladino della
trasparenza subì
per le sue imprese
la ritorsione di un
Nobel per la pace:
Mathias Rust, che
atterrò col suo
aereo nella Mosca
sovietica per
sfidare la Cortina
di ferro. Si beccò
quattro anni di
gulag, regnante
Michail Gorbaciov
Un segreto non si nega a nessuno
C’è però una differenza che fa somigliare
quei giornalisti più a Rust che ad Assange. Quello di Rust fu un caso unico, quello di Assange un caso di tutti i giorni, sebbene infinitamente più ampio ed esplosivo. Oggi avere documenti riservati, carte occulte, dischetti, file audio o video,
è roba quotidiana. I cronisti di giudiziaria ricevono quasi in tempo reale sullo
loro mail le deposizioni dei detenuti o
dei testimoni. Le ricevono con tutte le belle sottolineature delle frasi cruciali, così
si fa prima. Ottengono incartamenti di
indagini pluriennali su dvd che vanno a
prendere personalmente a
casa dal tal magistrato, o
Il procuratore di Torino ha proposto che gli
in studio dal tal avvocato.
atti di indagine siano secretati fino all’inizio
Allegano sui siti dei loro
del dibattimento. Si gridi pure al bavaglio, ma
giornali le conversazioni
telefoniche, comprensive
«i processi non si fanno per diritto di cronaca»
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| 5 settembre 2012 |
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Insomma, è tutto un mondo nuovo,
che si rivolge giorno dopo giorno, a cui
non sappiamo prendere le misure. Viviamo in paesi che non hanno più limes,
non hanno eserciti, non hanno moneta
né diritto di governo. Un mondo famelico di libertà esercitate in maniera frenetica, e se ci si imbatte in un muro ci si persuade che dietro si nasconda il Leviatano. Sta diventando un’altra guerra civile, nella quale ognuno si sente autorizzato, perché ne ha gli strumenti, di entrare
in casa altrui, e nella quale si cerca (quando si può: non è il caso italiano) di fermare le orde barbariche con le leggi ai tempi
della macchina per scrivere, o del microfilm. Per questo si vuole tradurre Assange
in tribunale, dargli della spia traditrice,
farne una nuova Mata Hari. Strapazzarlo
come un folle che in Guerra fredda atterra sulla Piazza Rossa.
Un’ultima, naturale analogia
La vicenda di Assange dimostra che si fa
sempre più fatica a restare al passo coi
tempi perché i tempi ci sfuggono di mano.
Il diritto di cronaca sfreccia su altre strade
e dispone delle atomiche, e ha bisogno di
nuove norme, nuovi paletti, nuovi steccati. Tutta roba che sarà poi bello sfidare, se
il caso, purché il diritto di cronaca la smetta di essere un feticcio. n
Ps. Julian Assange, l’editor in chief di Wikileaks, l’uomo che un Nobel per la pace vuole
processare per spionaggio poiché ha infranto i
sacri confini dell’informazione, è anche accusato di stupro per essersi rifiutato, durante rapporti sessuali, di usare il preservativo. Mathias
Rust, l’uomo che un Nobel per la pace voleva
nel gulag poiché aveva varcato i sacri confini
dell’Unione Sovietica, venne in seguito condannato a quattro anni di reclusione per aver colpito con un coltello una donna da cui era stato respinto. Nessuno è santo.
Foto: AP/LaPresse
magistrato, senza alcun dubbio. Gli si
opponeva la deontologia professionale,
la segretezza della fonte, e se il pubblico
ministero aveva l’anima storta o giudicava il fatto non trascurabile, si finiva a processo e si intascava una condanna, magari tenue ma la si intascava.
delle parti più private e di nessun rilievo penale, fra indagati e indagati, indagati e le loro mogli, indagati e i loro figli,
indagati e le loro amanti. Tutto in nome
del diritto di cronaca, che è la libertà di
informare, di dire la verità, di essere pacificatori. Non c’è proposta di riforma (sulle intercettazioni telefoniche, sulla pubblicità degli atti processuali) che non venga bloccata dal cupo grido di chi si sente
lì lì per essere imbavagliato dai potenti,
e perché i potenti continuino a tramare
nell’ombra. Si pretende non più la libertà
di infrangere una legge (e di essere eventualmente puniti) in nome di un ideale
più alto, ma si pretende di estendere l’ideale all’universo intero.
Per essere un po’ più concreti: Marcello Maddalena, procuratore capo di Torino, ha proposto che gli atti di un processo non siano riversabili in pagina di giornale sinché non comincia il dibattimento; e all’intervistatore che gli contestava la
compressione del diritto di cronaca, Maddalena ha risposto: «I processi non si fanno per il diritto di cronaca».
Non è tutto. Non è soltanto un dibattito attorno al costume della nostra stampa. È che si moltiplicano, in questi anni,
le notizie sui maghi dell’informatica che
sono riusciti a penetrare i sistemi di sicurezza del Pentagono, sui maghi dell’informatica che sono riusciti a svelare i piani segreti di Gerusalemme contro l’Iran,
maghi dell’informatica che sono riusciti a
intercettare e diffondere le vere ragioni di
questa o quella guerra. Pare un’invasione
di lanzichenecchi che avanzano in punta di lancia, dritti alla pancia del sistema.
DA OLTRE CINQUANT’ANNI
LAVORIAMO PER LA TUA SICUREZZA
SULLE FERROVIE ITALIANE
GRUPPO ROSSI (GCF & GEFER) V i a l e d e l l ’O c e a n o A t l a n t i c o n . 190, 00144 R o m a
T e l . +39.06.597831 - F a x +39.06.5922814 - e - m a i l g c f @ g c f . i t - g e f e r @ g e f e r . i t
IL NOSTRO UOMO
A PALAZZO
SULLE TOGHE ANCHE IL PDL LO APPOGGI
Vi spiego perché Mario Monti
i nostri applausi se li è meritati
di Renato Farina
M
ario Monti in queste settimane ha detto un paio di cose decisive sull’Italia.
Lasciamo stare lo spread. Su queste faccende Monti è un esecutore delle
direttive europee per le quali ci è stato imposto. Sin dagli inizi di questo
BORIS
GODUNOV
suo incarico, Boris Godunov ha spiegato che si trattava di una “junta civil”, sostituta post-moderna delle giunte militari degli anni ’70 di America latina e Grecia. Dinanzi a queste forme di dittatura, mitigata dal voto parlamentare, o si fa resistenza
armata o si cerca di trarre dal male il bene. E il bene è la persona di Monti. Non perché sobria ma perché educata cristianamente. Il miglior dittatore che poteva capitare, una eterogenesi dei fini, non voluta dal Poterazzo che ce lo ha piazzato in testa. Trilateral, Bilderberg o come diavolo si chiama, non sono tutto di Monti.
Ed ecco che si presenta l’occasione in cui questa santa ambiguità zampilla dalla
botte del Bocconiano. Sono le parole di Monti sulla giustizia, dettate proprio a Tempi. Non uno scherzetto. La consapevolezza che le A Tempi ha detto che così non va.
intercettazioni sono un abuso. E lo sono in funzione di un uso che Che occorre denuclearizzare l’arma
stronca le persone per un disegno politico. Una cosa colossale. Indelle intercettazioni. Su questo
fatti, da quel momento Monti è stato appeso alla corda. Anche chi
lo sostiene tuttora, in ragione delle sue affiliazioni alla finanza, ha va sostenuto, incalzato, indotto
anestetizzato la questione. Come se fosse un incidente, o al massi- a spremere il meglio. Ora o mai più
mo un ricciolo cresciuto inspiegabilmente su una testa sobria e di
marmo, da tagliare subito o da schiarire, ossigenare, appiattire sul cranio di Monti.
Invece secondo Boris tutto questo è decisivo. Infatti l’anomalia italiana (l’impossibilità di governare) ha le sue radici nella forza spaventosa e antidemocratica dell’apparato giudiziario che avviluppa di sé élite e popolo unite nel soffocamento. La questione italiana non ha nella giustizia una delle sue articolazioni periferiche nefaste,
un tragico guasto laterale. Essa è il “tumor cordis”, il cancro al cuore, che rende qualsiasi riforma impossibile. La giustizia è il dominus autoreferenziale e infinitamente
più possente di quello politico, il quale o cede e si allea in modo subordinato, o viene sradicato grazie al combinato disposto con i mass media e la finanza graziata e foraggiata volta per volta dalla masnada avanguardista delle toghe.
Monti ha detto, alla sua maniera ingenuamente accademica, che così non va. Che
occorre denuclearizzare l’arma delle intercettazioni. Berlusconi lo ha chiamato per
dirsi d’accordo. E allora perché dopo due giorni anche tra le file del partito berlusconiano tutto questo è stato dimenticato? Che malinconia, che meschinità. Su questo
tema occorre sostenerlo, incalzarlo, indurlo a spremere il meglio. O adesso o mai. Invece alla sua bianca manina che proponeva una riforma, invece di tendere la nostra,
zac, in tanti a tagliargli il braccio anche tra i garantisti, anche tra i consiglieri prossimi a Silvio, tra chi sa bene che la questione dei pm e della loro forza demenziale
nei Palazzi della Giustizia, non riguarda solo la persona di S. B. ma riguarda S. B. in
quanto è l’espressione più forte e chiara di chi ha inteso svellere l’Alieno (chiamava
così Oriana Fallaci il cancro) che ci uccide tutti. Per questo ho applaudito il presidente Monti al Meeting. Non perché abbia detto cose monumentali. Ma perché si è lasciato stupire da un mondo positivo che cresce nonostante la crisi e gli attacchi della magistratura variamente politicizzata e l’odio anche dei cosiddetti amici.
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CULTURA
QUESTO NON È UN ROTOCALCO/1
Ma che ne
sapete voi
dell’amore
Già cent’anni fa il dongiovanni Miguel Mañara e
la Violaine di Claudel ricordavano ai cristiani ciò
di cui solo loro dovrebbero parlare sempre. Perché
nessuno come loro conosce questa strana cosa che
impasta i destini degli uomini con paradisi e inferni
di Davide Rondoni
I
(con cinquanta
sfumature o mille) parlano d’amore.
Fan bene. Lo han sempre fatto anche
i cristiani. È ora che ricomincino a farlo. Non si può non fare. Perché l’amore è
forte come la morte, come dice il Cantico
dei Cantici. Spiazza e attrae tutti. Non ha
misura. In Romagna, dove il Cantico dei
Cantici non è certo la lettura più diffusa, si
usava però la stessa parola, “trasporto”, per
indicare l’innamoramento e il funerale. In
entrambi i casi sei portato da qualcosa a
cui non ti puoi opporre. Per questo l’amore – come la morte – non è giusto. Non sta
in nessuna giustizia che non sia una strana giustizia “ingiusta” secondo le misure umane. Siamo tutti amati “ingiustamente”. Per fortuna. Quale bacio, abbraccio, quale perdono e quale “ti amo” meritiamo? Che razza d’amore sarebbe quello
che non riesce a essere un po’ ingiusto…
Lo dice la splendida Violaine. personaggio chiave de L’Annuncio a Maria, capolavoro di Paul Claudel, ignorato in Italia se
non fosse per le letture che ne ha mosso
don Luigi Giussani. Violaine, il personaggio in cui il poeta adombra la sua amata e
sfortunata sorella, la gran scultrice Camille, a un certo punto dice al suo fidanzato
Giacomo: «Io non ti amo perché è giusto».
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rotocalchi, le tv, i libri
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Verso dinamitardo. Da scrivere sugli stipiti
delle porte di ogni genere di casa, di famiglia o convento, di don Giovanni o di consacrati. Cent’anni fa mentre a Parigi veniva
rappresentato per la prima volta L’Annuncio, uno strano personaggio, figlio di gente
ombrosa, tentato dal suicidio e però definito da Oscar Wilde “poetry itself”, la poesia
stessa, dava alle stampe un dramma teatrale. Oscar Vladislas Milosz scrive la vera storia del personaggio che ha ispirato la figura di don Giovanni, il nobiluomo di Siviglia Miguel Mañara. Colui che nel 1619,
dopo aver collezionato un catalogo di ogni
tipo di femmina (per abbracciare le infinite possibilità, dice), sposa Girolama. Anche
nel destino di don Giovanni amore e morte si incontrano, come nel Cantico dei Cantici. Due cose ingiuste e ugualmente forti.
Da comprendere e vivere veramente fino
in fondo nella loro “ingiustizia”.
I mormoratori naturalmente oppongono a questa idea il fatto che l’amore vero
corregge, cerca di condurre a giustizia, alla
misura giusta le cose. Non è così. La vita è
un continuo debordare nostro dalla giusti-
zia, e tali debordamenti sono da correggere, sì, ma amando. Forse è giusta l’esuberanza erotica di un diciassettenne, forse è
giusto l’invecchiamento che tutti assale? O
la ritrosia della bella ragazza? Tutto giusto
e ingiusto insieme, una misura con una
dismisura dentro. Non si capisce bene, perciò occorre parlarne di continuo.
«Possiamo soltanto amare/ il resto non
conta/ non funziona». I poeti ne parlano sempre, anche per chi non ne ha più
voglia, non si azzarda, o
crede che non ci sia più
Pochi come il cristiano Baudelaire, che
niente da dire. Ma l’amore,
dedicava poesie come a una principessa
finché lo si vive, mobilita
alla sua prostituta mulatta Jeanne, sono
parole. Siamo la patria delpenetrati nel dramma misterioso dell’amore
la canzone d’amore. Non
«Io non ti amo
perché è giusto»,
dice al fidanzato
la Violaine de
L’Annuncio a Maria
di Paul Claudel
(qui accanto, una
rappresentazione
del 1948).
Nell’immagine
grande a sinistra,
Velazquez,
Ritratto di uomo
ma d’esperienza dei teologi del secolo precedente e dei poeti. Gli uni discutevano se
si conosce Dio amandolo, gli altri inventano la grande poesia provenzale e stilnovista cantando un oggetto “imprendibile”
come Dio (le dame sono sempre sposate
o d’altri), amando il quale l’uomo si nobilita e si conosce. Dante compie la sintesi:
amando Beatrice, che sua non è, e che gli
viene sottratta dalla morte, arriva a conoscere Dio, la stoffa dell’Essere.
abbiamo mai preso troppo sul serio quelli che pensano che il diavolo abbia la minigonna. Mio nonno a ottantatré anni inventava soprannomi per mia nonna. Non era
stato di certo un marito perfetto. Aveva
una concezione romagnola del matrimonio (che è durato 65 anni, fino alla morte).
Ma inventava nomi per lei.
Nessuno come il cristiano sa d’amore
che impasta i destini, gli attimi di uomini
e donne con paradisi e inferni. Così mentre settimanali e rotocalchi ne parlano in
modo superficiale e soprattutto d’estate
per riempire vuoti e pascersi lettori annoiati con storielle e gossip, ecco che Tempi, settimanale catto-corsaro, e d’ora in
poi catto-amoroso, chiede a me di parlar-
Senza voler insegnare niente
Dire “ti amo” non significa dire sei mio
o mia. Pochi come il cristiano Baudelaire, che dedicava poesie come a una principessa alla sua prostituta mulatta JeanAmando Beatrice, che
ne, sono penetrati nel dramma misterioso
sua non è, e che gli
dell’amore. E non è il cattolico Manzoni il
viene sottratta dalla
morte, Dante arriva a
primo grande autore italiano di telenoveconoscere Dio, la stoffa
la (lui, lei, l’altro che la vuole…) mettendo
dell’Essere. È la sintesi
in scena il dramma di Renzo, Lucia e don
della disputa tra teologi
Rodrigo? Sia Dante che Manzoni san bene,
e poeti medievali
senza bisogno di fare letteratura banale,
ne, mentre le ferie finiscono e riprende la i legami misteriosi tra corpo, amore, tra
vita di tutti i giorni. Perché la vita di tutti desiderio sessuale e legame. Tra corpo e
i giorni senza amore inaridisce. Del resto, i anima amanti. Il cattolico Ungaretti scrive
grandi autori (cristiani) hanno sempre par- tra le più belle poesie d’amore e di desidelato d’amore. Quindi lo posso far anch’io, rio. E il filosofo accademico di Francia Jeanil minimo. Dante non scrive mica la Com- Luc Marion sta da tempo riflettendo sulla
media perché voleva lasciarci un mallop- conoscenza erotica.
Certo, rispetto al fuoco della poesia,
pone sintetico sulla cultura e sull’universo
medievale. Ma perché ha incontrato Beatri- spesso gli uomini di Chiesa hanno parlace. E capisce che in quella esperienza si sin- to dell’amore – tranne rare eccezioni tra
tetizza il grande dibattito e il grande dram- cui Wojtyla e il Papa in carica – in modo
banale, spesso untuoso e
complessato. È ora di voltaE non è il cattolico Manzoni il primo
re pagina. Senza voler insegrande autore italiano di telenovela (lui,
gnare niente, se non quello
lei, l’altro che la vuole…) mettendo in scena
che tutti, in fondo, sappiail dramma di Renzo, Lucia e don Rodrigo?
mo. Ci state?
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CULTURA QUESTO NON È UN ROTOCALCO/2
Stessa spiaggia
stesse trame
Flirt, triangoli, cotte travolgenti, improvvisi sogni
di maternità… Avete il sospetto che le tresche tra
vip propinate ogni estate dalle riviste patinate in
fondo riproducano sempre i soliti, scontatissimi
intrecci? Questo minicatalogo ve lo confermerà
I
che lasciano il
posto ai tronisti. I paparazzi eroici
sostituiti dagli scagnozzi di gente alla
Fabrizio Corona. Mettici pure che Ronn
Moss annuncia di voler lasciare i panni
del Ridge di Beautiful e tutto lascia presagire che la Caporetto del gossip sia dietro
l’angolo. Sta cambiando tutto oppure, gattopardescamente, non sta cambiando proprio niente? Ci sono estati più scariche e
estati più scoppiettanti, è innegabile. Ci
sono anni di bandane e anni di pantaloni
alla zuava. Ci sono paparazzate di un Gianfranco Fini in effusioni con l’allora neofidanzata Elisabetta Tulliani (Novella 2000,
2010). E anni di Rosy Bindi “pizzicata” a
fare la grigliata di Ferragosto sulle Dolomiti (Vanity Fair, 2012). Ma a ben vedere
ad alimentare le fornaci del pettegolezzo
nazionale sono sempre i soliti temi, interpretati da personaggi diversi ogni anno.
Perché l’amore dei rotocalchi si muove
dentro ben definite categorie, quasi generi tematici di un romanzone d’appendice.
divi della dolce vita
ESTATE DA SINGLE. Esemplare esistente tutto l’anno e non assente neppure tra i
vip, il single diventa particolarmente interessante nei mesi estivi. Con la tintarella
e un buon bikini egli diviene figura catartica poiché dimostra ai comuni mortali
che è possibile godere di una condizione
che comunemente viene subita. Per anni
frequentatrice del genere è stata Michelle Hunziker, puntualmente immortalata
a Varigotti a godersi il sole dopo i naufragi
amorosi invernali. Quest’anno a vivere felici da single ci sono Emma Marrone (molla-
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| 5 settembre 2012 |
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ta per Belen Rodriguez dal fidanzato ed ex
concorrente di Amici Stefano De Martino),
Guendalina Canessa (già concorrente del
Grande Fratello fresca di divorzio dal tronista Daniele Interrante), Melita Toniolo,
Laura Barriales, Rosy Dilettuso.
FLIRT. Strettamente collegata alla pre-
cedente, la categoria “Flirt” è in assoluto
la più importante per alimentare il pettegolezzo estivo. Perché l’estate accende
i bollori (si veda la metacategoria “Bagni
hot”) e soprattutto è terra fertile di storie
che promettono (o minacciano) di essere archiviate insieme alle infradito. Regola aurea perché un flirt sia tale è l’alzata di spalle quando finisce: doveva andare così. Segue la retorica degli adulti liberi e consenzienti nel prendersi e lasciarsi senza psicodrammi buoni per qualche
autunno. Ovviamente il premio dell’anno per la categoria va a Nicole Minetti e
Fabrizio Corona. È finita un secondo dopo
essere iniziata. Lui non si sentiva pronto
per una nuova storia e lei non voleva essere usata. «È stata un’avventura: è estate e
sono single. Ho voglia di divertirmi. Mica
ci si deve fidanzare con tutti. Il giorno che
mi innamorerò metterò la testa a posto». E
così cala il sipario su una storia giornalisticamente tanto assortita da sembrare finta,
Premio 2012
per la categoria
“Tradimenti” al
molto paparazzato
triangolo EmmaBelen-Stefano: il
ballerino di Amici ha
scaricato la cantante
per la farfallina
Sì, ci sono anni in cui Fini è paparazzato in
effusioni con la neofidanzatina e anni in cui si
“pizzica” Rosy Bindi alla grigliata di Ferragosto.
Ma a ben vedere, pur con personaggi diversi
ogni estate, i temi del gossip si ripetono sempre
Dopo anni di fotografatissime
estati solitarie a Varigotti, Michelle
Hunziker (ora felicemente accoppiata
con Tomaso Trussardi) cede il titolo
di “Single ma contenta” alle colleghe
Melita Toniolo e Laura Barriales
Senz’altro il “Flirt” dell’estate
è quello tra Nicole Minetti e
Fabrizio Corona, durato giusto
il tempo di finire tra le notizie
di gossip. Mentre Michele
Placido e la giovane Federica
hanno coronato la loro love
story con un matrimonio
davvero «intimo». C’erano
più fotografi che invitati
ma, come in ogni reality che si rispetti, la
domanda sulla veridicità dei fatti è del tutto secondaria. L’importante è che il copione funzioni e questo funzionava eccome.
NUOVI AMORI. Strettamente collegata
alla categoria “Tradimenti” e sempre attenta a rimarcare la sua distanza da quella
“Flirt”, la categoria raggruppa coloro che
Cupido ha colpito nuovamente dopo un
palese errore di mira precedente. Il premio
2012 va essenzialmente all’uomo che è riuscito a liberarci dalle fotogallery di Michelle Hunziker a Varigotti: Tomaso Trussardi.
Galeotti furono gli amici comuni, si dice,
e in men che non si dica i due scoppiano
di passione e sentimento al punto di candidarsi ad altre categorie come “Avremo un
bambino” e “Bagni hot”. Più rodati (hanno
già una figlia) l’ex di Michelle, Eros Ramazzotti, e la nuova fidanzata, la modella e
studentessa Marica Pellegrinelli. Che
a Diva e Donna, in un servizio in
cui legge Le affinità elettive di
Goethe insieme al cantante di
Terra promessa, dispensa saggezza: «In giro sembra che
non ci sia più spazio per
un amore solido e duraturo. Se ci convinciamo
noi per primi della forza
e della verità di un sentimento, possiamo farcela a
tenerlo in vita».
AVREMO UN BAMBINO.
Generalmente la frase rappresenta un augurio e non
l’annuncio di un test di gravidanza eseguito. Il modo
verbale è quello che le grammatiche greche chiamavano ottativo: il modo della
potenzialità che esprime
un auspicio o un desiderio, ben diverso dall’indicativo. Nell’amore da
rotocalco è un modo fondamentale. Nella categoria quest’anno merita menzione particolare la solita Michelle Hunziker. «L’uomo
giusto potrebbe essere proprio lui (Tomaso
Trussardi)», ha detto
al giornalista di Vanity Fair che le chiedeva
se pensasse a un fratellino per Aurora, 15
anni, nata dal matrimonio con Eros. Pensano a un altro figlio anche Federica Panicucci e Mario Fargetta (ne hanno già due) e
pure Gigi D’Alessio e Anna Tatangelo.
CI SPOSEREMO. MA NON ADESSO. A
dire il vero è solo Anna Tatangelo a pensare a un altro figlio («Mi piacerebbe dare
un fratellino o una sorellina ad Andrea.
L’idea di una famiglia numerosa mi piace
e la fatica di allevare un bambino non mi
pesa affatto», ha detto a Stop), mentre Gigi
D’Alessio la rassicura sulla serietà delle sue
intenzioni. Vuole sposarla, appena ottenuto il divorzio. Aspettano il momento giusto anche i già citati Marica Pellegrinelli ed
Eros Ramazzotti. «Stavolta voglio qualcosa
di intimo», dice lui. La stessa cosa che ha
detto Michele Placido al fotografo di Chi
invitato per immortalare il suo ricevimento di nozze con la compagna Federica Vincenti qualche settimana fa in Puglia. Pensano ai fiori d’arancio anche Andrea Bocelli e Veronica Berti, da poco genitori di una
bimba. «Stiamo aspettando solo il momento perfetto» (Diva e Donna).
TRADIMENTI E BAGNI HOT. Ma l’estate non è estate e l’amore non è amore senza l’immortale triangolo. E qui si torna
alla love story tra Belen Rodriguez (fresca
di rottura con Corona) e Stefano De Martino, ballerino di Amici che per buttarsi tra
le braccia della farfallina più famosa d’Italia ha mollato la vincitrice di Sanremo e
di Amici Emma Marrone. Emma si è guadagnata lo status di ragazza matura mollata da un maschietto muscoloso (certificato da una psicanalitica intervista firmata da Concita De Gregorio per Vanity Fair
a inizio stagione), Belen resta saldamente
detentrice del ruolo di bomba sexy nazionale. Trofeo che si assicura con i proverbiali “Bagni hot” (metacategoria a parte) con
il suddetto De Martino. Seguono, a parecchie lunghezze di distanza, i pur molto
atletici Giorgia Palmas (ex velina) e Vittorio Brumotti (sportivo e inviato di Striscia
la notizia). E così tramonta un’estate come
un’altra. In attesa del test del dna sul figlio
che Raffaella Fico attribuisce a Balotelli.
Perché la categoria “Paternità incerta” non
è più solo una categoria da soap opera.
Livia Orlandi
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CULTURA QUESTO NON È UN ROTOCALCO/3
Se non noi chi?
di Pippo Corigliano
T
empi le ha già fatto un’intervista il 3
febbraio scorso, ma vale la pena
tornare a parlare di Costanza
Miriano e del suo libro Sposati e sii sottomessa (Vallecchi) per il semplice motivo che è un libro imperdibile e che l’estate è il momento buono per leggerlo. L’autrice è spiritosa ma il suo umorismo ha
radici profonde: si alimenta di un autentico rapporto con Dio, che è il solo capace di dare vera allegria. Perciò dire che
questo è un libro divertente è una verità, ma è una verità parziale. Nella sostanza è un libro controcorrente e tostissimo:
mena fendenti come el Cid Campeador,
come Aiace Telamonio, come il Mazinga
degli anni Settanta. Le tesi proposte sono
quelle, ben conosciute, della dottrina della Chiesa sulla donna, sulla vita, il matri-
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| 5 settembre 2012 |
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monio, l’educazione, ma l’autrice non
procede per princìpi primi, procede dalla propria esperienza personale: è questa,
la propria esperienza, a convincere lei, e
il lettore, che la felicità si ottiene vivendo
in modo giusto.
A proposito delle donne Costanza dice:
«Noi dobbiamo dare, difendere, appoggiare, sostenere la vita. Mi sembra invece che
le donne della mia generazione che, per
la prima volta nella storia, possono chiedersi se accettare o no questo ruolo, gli
dicano di no con troppa fretta e leggerezza. Magari semplicemente perché è possibile dire di no. Salvo poi accorgersi quando è troppo tardi che forse non era quella la risposta che volevano dare. Salvo poi
accorgersi che la donna si ritrova dandosi.
Salvo poi accorgersi che quando c’è qualcuno da proteggere, una trova le forze per
rimettersi in piedi da qualsiasi situazione
personale, anche disastrosa. È una forza
potente l’istinto materno…».
Sull’amore dà un consiglio definitivo a una sua amica traballante: «Vivere
tutti gli amori non t’insegnerà sull’amore quanto viverne uno solo in profondità». Alle amiche femministe fa considerare «la nuova schiavitù in donne che credono di essere liberate e invece forse hanno sbagliato mira. “Verso tuo marito sarà
il tuo istinto ma egli ti dominerà” dice la
Genesi. Qui è nascosta una scintilla, una
via per la felicità. Già qui, su questa terra. E quindi la donna obbedisce perché sa
ascoltare, non perché si deprezza».
«L’indissolubilità del matrimonio ti
chiude tutte le strade ma ti apre un’autostrada. Cominci a sforzarti di amare
anche i difetti, non li rinfacci, ma li accogli. Non ti poni più il problema se la situazione ti vada o no, ma come farla funzio-
Foto: AP/LaPresse
«Se non lo facciamo noi donne, chi custodirà
la vita?». Corigliano ripesca il libro di Costanza
Miriano che smonta coraggiosamente il falso
mito dell’emancipazione femminile. Per restituire
al sesso debole la sua vera, potentissima libertà
PENSIERO FORTE
sposati e sii
sottomessa
C. Miriano
Autore
Editore
Vallecchi
252
Pagine
Prezzo 12,50 euro
Costanza Miriano,
41enne giornalista
Rai, è sposata e
madre di 4 figli (con
lei nella foto sotto).
Il suo libro Sposati
e sii sottomessa
è diventato un
caso letterario
Foto: AP/LaPresse
nare, visto che deve andare, a tutti i costi.
Allora cominci a vivere l’ordinario (compresi rotture di scatole, atteggiamenti
che ti fanno venire i nervi, contrasti, noia)
con amore, trasfigurandolo. E quando
cominci a donarti, ti viene da pensare che
è così bello vivere così, che quasi ti chiedi
dov’è la fregatura. Non c’è». E a proposito
della cosiddetta liberazione sessuale: «Io
tutta questa felicità, in chi finalmente si è
liberato, non la vedo proprio per niente…
Credendo di emanciparci ci siamo svendute per un piatto di lenticchie: abbiamo
adottato il modo maschile di concepire la
sessualità. Eravamo le custodi della vita,
non lo siamo più… in cambio della libertà
ottenuta, le prime a soffrire siamo noi. Ne
soffriamo noi e ne soffre tutto il mondo,
perché se non lo facciamo noi, chi custodirà l’amore per la vita?».
A proposito di realizzazione
E, a proposito dell’aborto, dice all’amica
in dubbio: «C’è una persona molto piccola, che ha bisogno che tu diventi un
po’ più grande, un po’ più forte e che la
difenda. Che vuoi fare?». E a chi teme di
perdere la propria autonomia suggerisce:
«Non decidi più quando dormire, mangiare, fare la doccia. Non decidi più quando essere di cattivo umore e quando trascorrere una giornata svaccata e inconcludente. Non decidi quando leggere e
quando telefonare. Eppure ho visto tante donne inquiete che in questa perdita
di sé hanno trovato la pace. Non povere
frustrate, con vite vuote e deprimenti che
finalmente hanno trovato un perché, ma
anche ingegneri, medici, avvocati, magistrati, docenti universitarie. Donne già
realizzate e felici che a un certo punto,
al bivio, passano dall’altra parte e cominciano a servire. Rinunciano ad essere brave in tutto, rinunciano ad avere mani in
ordine e scarpe intonate alla borsa, pelli
lisce e conversazioni aggiornate, e cominciano ad occuparsi di qualcun altro. Non
perché non amino più le scarpe abbinate
e la manicure, ma perché amano ancora
di più la felicità di qualcun altro».
E di fronte all’emergenza educativa:
«Non si sa perché si educa. A cosa si educa, se neanche i genitori sanno perché
vivono e dove vanno? Se si toglie il timor
di Dio, come si fa ad educare? Se si toglie
l’idea del peccato originale e del bisogno
di salvarsi, che cosa vuol dire educare?
Se togli inferno e paradiso – considerati
ridicola roba da donnicciuole da tutti gli
intellettuali, a parte Camillo Langone –
perché dovresti conquistarti l’eternità?».
È forte Costanza e inietta una buona
dose di ferro nell’animo del lettore. Se
la vedi in tv, o in qualche
presentazione del libro,
«Non decidi più quando dormire, mangiare,
sembra quasi timida e con
fare la doccia. Non decidi quando leggere o
un’overdose di autoironia.
telefonare. Eppure tante donne inquiete in
Ma non bisogna lasciarsi
questa perdita di sé hanno trovato la pace»
ingannare. Costanza è uno
dei personaggi forti di cui
abbiamo bisogno oggi. Con il suo umorismo t’introduce ad uno stile di vita che
è nientedimeno lo stile dei santi di oggi
come Dio li vuole: persone che si nutrono
dell’Eucarestia e del Vangelo e poi vivono
la vita ordinaria con un amore straordinario. Non li noti subito ma la loro vita
riscalda la tua: ti aprono una strada in un
mondo che non ti capisce e che spesso ti
è ostile. Per questo Costanza è importante: abbiamo bisogno di cristiani così per
capire qual è la strada, e per liberarci dalla coltre di sciocchezze con cui la cultura
dominante vuole soffocarci.
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CULTURA IL DOCUMENTO
Cosa compie
questo Io
Per la mentalità comune è poco più che un
capriccio. Per la scienza forse neanche esiste.
Ma non basta l’esito negativo di un esame
medico per cancellare quella misteriosa traccia
di infinito che ci rende ciò che siamo. Appunti da
una formidabile relazione di Giancarlo Cesana
Michelangelo
Buonarroti,
Pietà Rondanini,
1564, Milano,
Castello Sforzesco
Pubblichiamo stralci dell’intervento di
Giancarlo Cesana, docente di Igiene all’Università degli Studi di Milano Bicocca e presidente della Fondazione Irccs Ca’ Granda
Ospedale Policlinico di Milano, all’incontro
“Neuroscienze: il mistero dell’unità dell’io”,
svoltosi al Meeting di Rimini il 21 agosto.
di Giancarlo Cesana
E
doardo Boncinelli, un importantissimo ricercatore e divulgatore scientifico, sul Corriere della Sera del 13
settembre dell’anno scorso ha scritto:
«Utilizzando le tecniche del cosiddetto
brain imaging o neuroimaging si può
osservare quale parte del cervello di una
persona viva, sana e sveglia sono in attività, mentre quella esegue un particolare compito. In questa maniera si è potuto individuare l’area del linguaggio, del
riconoscimento delle forme, dell’orientamento spaziale, dell’esitazione, dell’incertezza, dell’autoapprovazione, dell’autoriprovazione e via discorrendo. (…) Una
delle critiche che viene più comunemente mossa a questo approccio verte sul fatto che localizzare non vuol dire spiegare.
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Verissimo (…), ma non riuscire a localizzare può voler dire che si sta dando la caccia
a qualcosa che non c’è. Una delle cose che
non si riesce a localizzare è ad esempio la
coscienza, o addirittura l’io. Ciò potrebbe
anche voler dire che a queste parole venerande non corrisponde niente di concreto». Kaputt. L’io è spento. Avevo detto che
avrei affrontato il tema parlando delle
mie ricerche sull’adattamento e sul rapporto tra i fattori sociali e la malattia. Ma,
avendo visto questa citazione, non ce l’ho
fatta, perché ho capito che le mie ricerche sono insufficienti. Siccome non posso aspettare l’esito della Rnm o del brain
imaging per decidere se esisto, ho deciso di parlare della mia esperienza. E la
mia esperienza non accetta che ci sia una
conoscenza senza l’autore, una conoscenza senza me, cioè senza l’io. Anche se, purtroppo, la considerazione fatta da Boncinelli è molto diffusa in ambito scientifico: è di fatto la stessa considerazione degli
anatomici positivisti che, sezionando i
cadaveri, non avevano mai visto l’anima,
per cui l’anima non esiste. Tant’è che Viktor von Weizsäcker, un neurologo e antropologo tedesco vissuto nella prima metà
del Novecento, constatava questo: «Il fatto che la medicina odierna non possegga
una propria dottrina sull’uomo malato è
sorprendente ma innegabile» (cfr Filosofia
della medicina, Guerini). (…)
E la natura prese coscienza di sé
Allora partiamo da capo, perché i casi sono
due: o l’io non esiste, non ha concretezza,
è un’associazione casuale di fatti biologici, di proteine, di acidi; oppure l’io è un
mistero, come dice il titolo dell’incontro,
cioè l’io è un’evidenza che io non posseggo, che è oltre la mia misura. “La natura
dell’uomo è rapporto con l’infinito”, recita il titolo del Meeting: il rapporto con l’infinito non è il rapporto con gli spazi siderali, è il rapporto con tua moglie, perché
tu non la possiedi, non è tua; è il rapporto
con la tua vita, con la banalità della vita,
con tutto quello che è dato senza che noi
l’avessimo cercato né previsto. (…) Teilhard
de Chardin, per descrivere il fenomeno
umano, dice che ad un certo punto l’evoluzione della natura si è centrata su se stessa
ed è diventata coscienza. (…) Giussani dice
praticamente la stessa cosa nel Senso religioso: «L’uomo è quel livello della natura in cui la natura prende coscienza di se
stessa», cioè prende coscienza del significato, dei rapporti che ci sono tra le cose, tra
me e il mondo, tra questo microfono e voi,
questo tavolo, questo palco… tutto. Oppure
della mancanza di questi rapporti. La gioia è la consapevolezza del rapporto; il dolore, la mancanza del rapporto.
Da questo punto di vista, come ha detto benissimo don Francesco Ventorino in
un articolo sul Foglio, l’uomo è un errore dell’evoluzione, perché ha la coscienza
che deve morire. Cioè ha la coscienza che
il significato, il rapporto tra lui e le cose,
a un certo punto cesserà definitivamente. Ed è così, lo dice anche la Bibbia, come
spiega Giussani quando descrive il peccato originale: è come se nell’uomo fosse
entrato un veleno che uccide tutte le cose
della vita, uccide i rapporti. Pensiamo a
come viviamo noi i rapporti, a quanto li
distruggiamo, a quanto significato noi
sistematicamente aboliamo e quanta morte, cioè sofferenza, mancanza di senso,
mancanza di rapporto noi produciamo.
Così, noi che – come dice sempre la Bibbia – siamo fatti poco meno degli angeli,
siamo destinati a morire, con la coscienza di esserlo. Questo non ci piace, non ci
sentiamo fatti per questo. Il Papa ha detto al Bundestag: «Vorrei però affrontare
con forza un punto che – mi pare – venga trascurato oggi come ieri: esiste anche
un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e
che non può manipolare a piacere». L’uomo non è soltanto una libertà che si crea
a piacere, non mi sono fatto io. «L’uomo
non crea se stesso. Egli è spirito e volontà,
ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello
che è, e che non si è creato da sé».
A questo punto, però, potrebbe essere
tutto dominato da una incognita, da un
ignoto e l’ignoto fa paura. L’ignoto non
è il mistero, è il buio, quello che non si
vede, la presenza che non c’è; è quello di
cui hanno paura i bambini quando entrano nella stanza dove non c’è la luce accesa, quando va via la mamma. Il mistero,
invece, è l’evidenza, è la chiarezza, è la
luce che non sai da dove viene, questa è
la differenza. Potrebbe ancora essere tutto dominato dal caso, ma proprio la presenza della coscienza, cioè l’io, è obiezione a un destino che potrebbe essere cinico e baro, perché sente ciò che manca e,
sentendo ciò che manca, lo cerca e, quando lo trova, lo grida a tutti come segno di
speranza. L’immagine che a me piace di
più della coscienza è quella delle ultime
statue di Michelangelo: si vedono proprio
le figure venir fuori dal sasso, dalla materia, con un volto. Finalmente il mistero,
la misteriosità della vita, si identifica; si
identifica in te, si identifica in me. L’infinito cammina su questa terra.
La vita come legame
A questo punto, secondo me, si introduce la parola che definisce di più la natura dell’io come esperienza, ed è la parola
libertà, definire la quale non è affatto facile (…). Di don Giussani mi ricordo in particolare due frasi sulla libertà. La prima l’ha
detta a un gruppo di suore: «Finalmente ho capito perché Dio ha creato l’inferno: perché ha amato di più la nostra libertà che la nostra salvezza» (cfr Si può vivere così?, Rizzoli). La seconda, mi pare, agli
esercizi della Fraternità qui a Rimini: «Dio
ci ha fatti in modo tale per cui il nulla [perché noi siamo creature, siamo nulla, strutturalmente noi siamo apparenza, qualcosa
che si vede per un po’ e poi scompare] Lo
amasse», cioè Lo cercasse. La libertà è sinonimo di amore, affezione. (…) Normalmente viene identificata con la possibilità di
scegliere, che non è sbagliato, però è fuorviante. Pensiamo a una scelta drammatica,
in cui ci impegniamo molto (la scuola per i
figli o un progetto di lavoro). Ci mettiamo
tutta la cura, tutti i pensieri, poi la cosa va
male: abbiamo scelto, ma l’esito della scelta ci contraddice. Questo non ci lascia più
liberi, ma più oppressi. Quante volte succede così? Quante volte la ricerca della libertà si traduce in una frustrazione? La scelta
è espressione della libertà, ma è espressione della libertà come tensione, non come
realizzazione, perché la realizzazione della libertà è una esperienza. (…)
Don Giussani suggeriva, per capire le
parole astratte, di usare l’aggettivo. Bisogna domandarsi: quand’è che sono libero?
E ci sono allora tre considerazioni da fare.
La libertà è un mezzo che noi utilizziamo per cercare di raggiungere la felicità, il
compimento più pieno possibile della vita.
Noi possediamo questo organo, la libertà,
che ci fa camminare; tuttavia, quando arriviamo, non ci basta: il bambino vuole il trenino, dopo
«Nelle ultime statue di Michelangelo le figure
vuole il cavallo a dondolo;
vengono come fuori dal sasso, dalla materia,
così noi vogliamo un cercon un volto: finalmente il mistero della vita si to lavoro, dopo ne vogliaidentifica; si identifica in te, si identifica in me» mo un altro. Non basta
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IL DOCUMENTO CULTURA
mai, come se dentro quello che cerchiamo noi cercassimo sempre qualcosa di più,
appunto il non misurabile, quello che non
è previsto da noi, perché quello che è previsto da me ce l’ho già, quindi non mi compie. Per essere compiuto devo trovare quello che è più grande di me, che è appunto l’infinito. L’innamoramento, con la sua
fugacità, è proprio questa esperienza. Uno
fa di tutto, dice addirittura “io vivo per te”,
ma è un esempio chiarissimo di come ci
si possa impegnare allo spasimo, ottenere
e lasciare: ormai i matrimoni, quelli che
si celebrano, finiscono male uno su tre,
entro sette anni. Quindi la libertà è rivolta
alla felicità, ma è rivolta a cercare un risultato che non possiede. Allora è importante
sia il modo con cui si cerca il compimento,
sia l’identificazione di chi questo compimento può darlo, perché se io non lo possiedo, se non è mio, vuol dire che c’è qualcuno che me lo deve dare. Cioè il compimento della vita non dipende da me. E qui
si introduce l’altra questione: la definizione dell’io non dipende solo da me, non esiste per il fatto che esisto io, perché io esisto
come rapporto, come legame; quindi, per
dare la definizione di me, devo definire ciò
che mi compie come legame.
Senza affezione non si conosce
Perciò il problema della vita, il problema dell’io, non è di raggiungere quel che
voglio, ma è che cosa voglio. Se tu vuoi
volare – è un esempio banale che faccio sempre –, vai su una rupe alta trecento metri e ti butti giù, ti ammazzi, non è
che voli, non è che ti compi. Quindi il problema è che cosa vuoi, se quello che vuoi
lo puoi avere e, soprattutto, se c’è qualcuno che te lo dà, perché non è tuo. Il sentimento di onnipotenza è l’errore più antico dell’uomo, è l’errore del peccato originale e poi della torre di Babele: credere che
io sia capace con la mia misura di salire
all’infinito. Noi non ci pensiamo mai, perché noi pensiamo che la vita va bene o va
male, che ci sono tante difficoltà, ma non
pensiamo il dato fondamentale, e cioè che
noi siamo vivi perché c’è l’aria, perché c’è
l’acqua, perché c’è il cibo, perché ci sono i
rapporti. Cioè noi siamo vivi perché non
siamo da soli. Così noi viviamo nel tempo e
nella tribolazione e comprendiamo che la
libertà è il mezzo che abbiamo per affrontare la condizione della vita.
E da cosa è messa in moto la libertà? Questo, per esempio, è un fattore fondamentale nell’educazione. L’educazione
ormai è ridotta a una specie di psicologia minore, tanto è vero che tutte le facoltà di pedagogia, di scienze della formazione, sono molto legate allo studio della psi-
te, la realtà non c’è e l’io si disintegra. Lo
vediamo anche nell’autismo. (…)
Concludendo, la vita è rapporto, l’io
è rapporto; il rapporto è fatto di desiderio e di libertà, cioè di tensione e di libertà
per seguire questa tensione, di ricerca della cosa che compie. Senza la libertà, senza
il protagonismo del soggetto, il desiderio
sarebbe semplicemente quello che oggi si
chiama un “drive”, un istinto, un percorso obbligato. Infatti oggi il problema della
libertà è gravissimo perché quanto più si
sottolinea la libertà fino a farla diventare
licenza, tanto più nella sostanza la si abolisce. La ricerca scientifica stessa, almeno
nel linguaggio, concorre a questo.
Michelangelo Buonarroti, San Matteo (part.),
1503, Firenze, Galleria dell’Accademia
Tutto comincia con Abramo
Vi faccio un esempio. Adesso hanno scocologia. Il modello è medico. Ma la psico- perto che le terapie, soprattutto quelle
logia mette in moto la libertà? Se la psi- contro il cancro, funzionano più o meno
cologia fosse capace di mettere in moto efficacemente a seconda di alcune strutla libertà, gli psicologi dovrebbero essere ture genetiche del paziente; così hanno
i migliori educatori, mentre noi sappiamo cominciato a parlare di medicina perche i figli di questi signori, poveretti, han- sonalizzata, ossia che tiene conto della
no le pene dei loro padri e, a volte, anche struttura genica della persona. La conclupeggio. Ciò che mette in moto la libertà è sione che facilmente si trae è che la persoun altro dato, di cui non si ha più il corag- na sia definita dai geni. A parte che quegio di parlare perché non si sa più cosa sia. sto non è vero neanche scientificamente,
Ciò che mette in moto la libertà è la veri- perché c’è l’epigenetica che dimostra che
tà. «Conoscerete la verità e la verità vi farà l’ambiente cambia i geni; senza contare
liberi» (Gv 8,32), perché ciò che compie è tutto l’intervento dell’educazione. Sopratla verità. Lo diceva san Tommaso: «Adae- tutto c’è la saggezza della Chiesa che chiaquatio rei et intellectus», la verità è la cor- ma “dies natalis”, cioè “giorno in cui si
rispondenza che esiste tra il mio desiderio nasce”, quello in cui si muore. Perché è
(intellectus) e la cosa, la realtà. Don Gius- quando uno muore che si vede chi è, persani diceva che questa è la definizione più ché la morte è l’aspetto centrale della vita,
laica di verità e la traduzione di intellec- è quello che conclude quello che tu sei,
tus in desiderio è giusta, perché altrimen- quindi è lì che si vede l’io, non nella comti sarebbe una traduzione troppo intellet- posizione genetica. (…)
tualistica, sarebbe scarica affettivamente.
Una volta, mi ricordo, facemmo una
Mentre l’intelligere, il comprendere, è cari- discussione sulle sventure della vita. La
co affettivamente. Se non è carico affetti- vita è veramente difficile e lo testimovamente, non comprende, non si attacca, nia la figura di Abramo, con il suo perenon capisce. Se non si lascia colpire non grinare, la sua fatica nel concludere l’esicapisce. Don Giussani, parlando ai ragaz- stenza, la sterilità della moglie, eccetera.
zi, diceva: mi sembrate come quelli colpi- Don Giussani diceva che Abramo è la priti dalle radiazioni di Chernobyl; siete bel- ma immagine dell’io. La prima: prima di
li, sani, forti, eccetera, ma siete affettiva- Abramo l’io non esisteva, perché Abramo
mente scarichi, non ve ne frega più niente è stato cercato da Dio, cioè l’io comincia
(cfr L’io, il potere, le opere, Marietti). (…) Se quando questo desiderio di compimennon c’è questa percezione dell’altro, della to, che dipende da qualcosa di più grancosa, del reale come costituente il sé, l’io si de di sé, finalmente si può cominciare a
squaglia, proprio nella misura in cui l’io si compiere, si può cominciare a realizzaafferma. Lo vediamo nella patologia men- re. Guardate che non è una cosa straortale, per esempio nella schizofrenia: l’io dinaria, è il rapporto del bambino con la
si totalizza, diventa un fattore onnipoten- mamma (che, purtroppo, per l’adulto non
c’è più, perché l’adulto cre«La Chiesa chiama dies natalis il giorno in cui de di essere indipendente,
ma è la stessa cosa). Quando
si muore. Perché la morte è l’aspetto centrale tu puoi seguire quello che
della vita, conclude quello che sei. È lì che si
compie il destino della vita:
l’io comincia da lì. vede l’io, non nella composizione genetica»
n
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GLI ULTIMI
SARANNO PRIMI
QUELLI INQUIETI DOVREMMO ESSERE NOI DIAVOLI
Non sopporto i nostri nemici
quando ci rubano le domande
M
io caro Malacoda, c’è della saggezza in quell’invocazione dei seguaci del Nostro
Nemico: «Non ci indurre in tentazione». Ma, come sai, l’unica cosa a cui non
so resistere sono le tentazioni (no, non è una citazione di Oscar Wilde, è Wilde che deve ancora pagarmi i diritti di autore), per cui anche quest’anno sono andato
al Meeting di Rimini. Mostre, politici, ministri, scrittori, teologi, astronauti… Di questo avrai già letto, io ti voglio parlare del mio incontro con una ragazza. È italiana, ma
vive in Cina, ci era andata anni fa dopo l’università perché questi ciellini sono convinti che «è arrivato il tempo della persona», e si sbattono per inventarsi il lavoro, per andarselo a cercare dove c’è, senza aspettarselo dall’alto. Ma non è di crisi e occupazione
che ti voglio parlare, quanto piuttosto di questa accusa di “sistemati” che noi siamo soliti fare ai cristiani: «La fate facile voi, vi consolate con il fatto di avere trovato la risposta… Il dramma non è cosa vostra». Ho rivolto queste obiezioni all’entusiasmo della giovane, la cui evidente positività mi disturbava. Mi ha guardato senza perdere il sorriso,
ma con una serietà che diceva: «Hai presente la distanza tra Milano e Shanghai? Sai cosa vuol dire imparare il cinese?». E poi, sen«Io non ho trovato una risposta, ho trovato za toni risentiti per la mia domanda, mi ha
risposto: «Io non ho trovato una risposta,
gente che continua ad aprirmi domande»,
io ho trovato un punto vivo di persone che
mi ha detto una ragazza al Meeting. Questo continua ad aprirmi delle domande». Quenon possiamo accettarlo: nel nostro schema sto non lo possiamo accettare. I ruoli sono
chiari, niente disordine sotto il cielo: voi
il ruolo dei cattolici è quello dei “sistemati”
cattolici siete quelli delle certezze e della risposta, noi siamo quelli delle domande e della ricerca. Lo schema è ineccepibile: chi si
fa molte domande vive con senso drammatico l’esistenza, chi ha le risposte non può
capire il tormento del dubbio e passa indenne con le sue certezze tra gli affanni di questo mondo. Cos’è questa pretesa di impossessarsi anche delle domande?
Furente ho attraversato il padiglione fieristico e mi sono rifugiato in libreria. Arrivo e vedo un ormone grande e grosso che nel fisico ricorda Chesterton, quello scrittore inglese che pretendeva di essere insieme cattolico e umorista. L’omone, forse in
omaggio alla somiglianza, ha in mano proprio un libro di Chesterton, Il ritorno di
don Chisciotte, lo apre a caso e la sua faccia si illumina. «Permette?», mi dice prendendosi una confidenza il cui tono gentile non mi lascia scampo, «Senta questa, non le
sembra un’intuizione geniale e profonda?». E senza aspettare la mia risposta declama:
«Anche in presenza della fame si vive, ma con la sua mancanza si muore». Non ne posso più, e mi ribello: «Ma che dice? Di fame si muore». Mi guarda tranquillo: «Lei non
riflette fino in fondo, dice quello che pensa ma non pensa a quello che dice, si muore per l’assenza di cibo, non per la fame. Conosce il detto “non si vive per mangiare, si
mangia per vivere”? Provi a vivere se non ha fame».
C’era un professore nella facoltà di filosofia dell’università di Torino che tanti
anni fa parlava di una medievale teoria “dell’ingiusto possesso”, che prima o poi,
cioè, tutto ciò che è vero, anche se non è stato pensato o scoperto dai cristiani, sarebbe diventato parte del loro patrimonio. Io non so se se la sia inventata, ma questi
che vivono come se tutto fosse loro sono insopportabili, epperò li invidio. Bisognerebbe trovare il modo di farli rientrare negli schemi. Pensaci.
Tuo affezionatissimo zio Berlicche
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LE NUOVE
LETTERE DI
BERLICCHE
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L’ITALIA
CHE LAVORA
Vi faccio
volare
come volete
Così, dopo l’infanzia (e la gavetta) passata tra
gli apparecchi del padre Carlo, Riccardo Toto
si è comprato una compagnia aerea e l’ha
trasformata nel primo vettore nazionale per
viaggi su misura. E il mercato sembra gradire
L
a genetica non è un’opinione
e Riccardo Toto è il paradigma di tale affermazione. Figlio dell’imprenditore
Carlo Toto, fondatore del vettore aereo
AirOne ceduto a Alitalia a fine 2008, Riccardo ha acquisito nel dicembre 2010 la
Livingston, compagnia aerea che era in
quel momento in amministrazione straordinaria, per rilanciarla nel mercato
grazie a degli originali spunti innovativi,
facendo leva su un’offerta personalizzabile dal cliente e su una forte partnership
con i tour operator e agenzie di viaggi.
Possiamo affermare che il suo è un vizio
di famiglia?
Più che un vizio di famiglia è sicuramente una passione. Sono cresciuto tra
gli aerei, osservando quotidianamente
mio padre e i suoi collaboratori lavorare
e questo ambiente mi dona sempre grandi emozioni, non potrei farne a meno. È
stato un colpo di fulmine e da quando ho
16 anni non riesco ad abbandonarlo: partendo dal basso ho fatto di tutto, cominciando dal centralino ho fatto il fattorino che andava a prendere la posta e consegnava le lettere in banca, sono poi arrivato alla direzione acquisti, quella operativa e infine sono giunto alla direzione generale. Mi sono innamorato di questo settore, credo di avere delle attitudini
e spero di riuscire a realizzare la metà di
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quanto ha fatto mio padre per l’aviazione italiana. Ovviamente, nella mia avventura imprenditoriale con Livingston non
mi sono buttato alla cieca, ma dopo una
serie di valutazioni ho ritenuto che il
mercato, su questo particolare segmento, potesse dare una risposta. E fino ad
ora abbiamo avuto ragione.
Per fare l’imprenditore a 32 anni occorre avere un cognome importante come
il suo?
Chiamarsi Toto mi ha aiutato. Ho
sempre affermato di essere nato con
la camicia, ma per fare l’imprenditore oltre al cognome e a un pizzico di
incoscienza occorre tanta
voglia di lavorare e trovare un ambiente giusto per
poterlo fare. Qui l’ho trovato e con i miei collaboratori più stretti capita di
intrattenerci fino a notte
fonda per trovare qualcosa da dare in più ai nostri
passeggeri.
Cosa cambia dalla vecchia alla nuova Livingston?
Non mi sono mai posto
il problema di ristrutturare la vecchia Livingston,
seppure sul mercato è un
Riccardo Toto, 32
anni, ha acquisito
Livingston nel
dicembre 2010,
quando la società
specializzata in voli
charter era sull’orlo
del fallimento, e l’ha
rilanciata puntando
sull’efficienza e su
un’offerta di servizi
personalizzabili
dal passeggero
marchio da tempo molto forte e riconosciuto. Il mio obiettivo era di iniziare
qualcosa di nuovo. Infatti, il piano che
abbiamo presentato al ministero dello
Sviluppo economico è stato “ex novo”,
ma abbiamo potuto giovare dalla precedente azienda del personale che risulta
essere altamente specializzato e con una
gran voglia di ricominciare a lavorare.
Partendo da questo presupposto e mettendo per primo questo mattone, stiamo
costruendo e sviluppando la nostra compagnia aerea.
Quali sono i suoi obiettivi e dove vuole
arrivare con Livingston?
Proponiamo un viaggio su misura: il
nostro cliente non subisce le scelte degli
altri, ma è lui che, aggiungendo una serie
di servizi ancillari, crea un prodotto “tailor-made” che rispecchia le proprie esigenze e i propri gusti. Questo è il vero
valore aggiunto di Livingston. Inoltre, la
missione di Livingston è proporre un prodotto ai massimi livelli di cortesia e affidabilità, rivolto alla clientela privata e ai
tour operator.
E i passi per arrivarci?
Il primo obiettivo era spiccare il volo e
ce l’abbiamo fatta, risultando molto incoraggiati dalle risposte che ci ha dato il
mercato. Il secondo passo era mettere in
volo i primi quattro Airbus A320: anche
qui abbiamo riscosso successo tant’è che
oggi ne volano già cinque. Il terzo step
era di proporre quell’esperienza di viaggio diversa, cui accennavo: con Livingston,
infatti, il passeggero ha l’opportunità di costruire ogni
«Attraverso il sito o in agenzia il cliente può
viaggio attorno alle proprie
scegliere l’imbarco preferenziale, il posto a
esigenze e ai propri gusti,
bordo, il trasferimento da casa all’aeroporto, volando come ha sempre
il pasto, l’intrattenimento e molto altro»
immaginato e sognato.
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L’ITALIA CHE LAVORA
Tutti i servizi aggiuntivi che abbiamo
riservato per i nostri passeggeri sono prenotabili sul sito internet oppure presso le
agenzie di viaggio. Il cliente potrà, infatti, organizzare il suo viaggio arricchendolo attraverso una serie di servizi aggiuntivi quali, ad esempio: la scelta del posto a
bordo, l’imbarco preferenziale, il trasferimento tra la
propria residenza e l’aeroporto, l’assistenza durante le fasi di accettazione,
il pasto da consumare a
bordo, i servizi di intrattenimento a bordo, l’auto a noleggio, la spedizione anticipata del bagaglio
a destinazione in modalità door-to-door e tanti altri
servizi innovativi.
Per Riccardo Toto
un fattore cruciale
è «la capacità di
offrire al cliente
qualcosa di diverso
all’interno del volo,
in alcuni casi anche
prima o dopo»
Il mercato delle compagnie aeree evidenzia
difficoltà per molti operatori, dove vi volete
posizionare per portare
a casa buoni risultati?
Una porzione del mercato italiano è purtroppo detenuto da operatori
stranieri, Livingston vuole occupare questi spazi
e diventare uno dei maggiori player nell’ambito dei voli leisure, cercando di offrire un servizio
ai massimi livelli di cortesia e affidabilità. Vantiamo anche una flotta giovane e una forte partnership
con tour operator e agenzie di viaggi.
Dove si vola con Livingston?
Nella nostra offerta abbiamo tre tipologie di collegamenti. La prima rappresenta il nostro core business e riguarda
alcune tra le mete turistiche più importanti e conosciurte per le vacanze: Mediterraneo, Mar Rosso, isole dell’Atlantico,
Medio Oriente, Caraibi, Centro-Sud America, Oceano Indiano, Africa. Operiamo,
poi, destinazioni per il traffico etnico in
Kosovo, Marocco e Macedonia. Infine ci
interessano le mete dei pellegrinaggi religiosi: Lourdes, Israele e Medjugorje.
Perché attualmente la maggior parte
delle compagnia aeree chiude i bilanci
in perdita?
Non posso e non voglio parlare degli
altri ma posso dire che a mio parere risultano esserci tre ragioni fondamentali. La
prima riguarda i contratti di lavoro: il
problema non è l’onerosità della remu50
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A parte il mercato del lavoro, quali sono
le altre due principali ragioni della crisi
del trasporto aereo?
Il peso rappresentato dai costi fissi.
Infatti Livingston ha cercato di mantenere una struttura snella, minimizzando
i tempi di magazzino ed esternalizzando le attività sussidiarie. La regola aurea
è ottimizzare: il costo di un aereo che
vola 10 ore è molto più basso di un veicolo che risulta in volo solo per un’ora.
Ryanair e Easyjet in questo sono bravissinerazione al dipendente, ma l’impossi- me. Ultimo fattore critico per il trasporbilità di utilizzare una risorsa umana in to aereo è la conoscenza reale delle attemodo adeguato. La prima cosa che abbia- se del cliente e la capacità di saperle sodmo fatto è stato trovare un accordo sin- disfare, ovvero essere in grado di offridacale sui nuovi contratti di lavoro con- re al passeggero quello che effettivamencordando una buona flessibilità a bene- te vuole, ovviamente nei limiti del possificio dell’azienda, con la contropartita di bile perché stiamo parlando di un tubo
un’ottima remunerazione del lavorato- di metallo che porta una persona da
re per i voli effettuati. La legge Biagi ci è un posto all’altro. La capacità di offrire
stata di grande aiuto perché abbiamo la qualcosa di diverso all’interno del viagpossibilità, diversamente da altre compa- gio, e in alcuni casi anche prima o dopo,
gnie, di usufruire di lavoro interinale, a è un’idea che si rivelerà vincente. Siaintermittenza, somministrato, anche se mo qualcosa di diverso rispetto agli altri
in misura ridotta rispetto alle assunzioni. e crediamo molto in questa formula. La
“mission” più importante
«Abbiamo trovato un accordo con i sindacati di Livingston è di essere al
servizio dei clienti, delle
per una buona flessibilità del personale, con
risorse umane, del territola contropartita di un’ottima remunerazione. rio e del mercato.
La legge Biagi ci è stata di grande aiuto»
Massimo Giardina
rimini post-it
il PRESIDENTE DEL CONSIGLIO battezza il gioiello di fs
Il treno «più bello al mondo»
A
Meeting di Rimini, il premier Mario Monti ha svelato il 19 agosto in anteprima mondiale il Frecciarossa 1000, il treno Alta Velocità del 21esimo secolo di Ferrovie dello Stato Italiane, e visitato il mock up a grandezza naturale presente nel padiglione D5. Il nuovissimo gioiello tecnologico, interamente
made in Italy, è definito da Ferrovie Italiane senza esitazioni «il più bel treno al
mondo». Insieme a Monti c’erano anche il presidente e l’ad del Gruppo FS Italiane
Lamberto Cardia e Mauro Moretti. Frecciarossa 1000, il treno più veloce mai prodotto in serie in Europa, raggiungerà la velocità massima di 400 km/h e innalzerà la velocità commerciale sulla rete AV italiana a 360 km/h, riducendo ulteriormente i tempi di viaggio. Per spostarsi tra Roma e Milano basteranno 2 ore e 20
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minuti. Frecciarossa 1000 potrà viaggiare su
tutte le reti AV europee, adattandosi in maniera rapida ed efficace ai diversi sistemi di
segnalamento e di alimentazione elettrica di
ogni Paese, avrà le più innovative soluzioni
tecnologiche, per garantire sicurezza, affidabilità e comfort e un profilo aerodinamico di
assoluta originalità ed efficacia. Grande l’investimento per Frecciarossa 1000, di cui Trenitalia ha commissionato 50 convogli, per
un investimento di circa un miliardo e 500
milioni di euro.
nello spazio espositivo di eni
Quella scala luminosa al cuore dello stand
Quest’anno Eni ha deciso di strutturare il proprio spazio espositivo
e le attività proposte per il pubblico sul concetto di “infinito”, richiamandosi così al titolo della XXXIII edizione del Meeting. Il cuore del progetto è rappresentato da una grande scala luminosa che
esprime l’aspirazione dell’uomo a cercare i propri limiti e guardare
verso l’infinito. Ma la scala è al contempo uno schermo: una superficie attraverso la quale comunicare messaggi. La scelta del talent
di quest’anno, l’artista Jonathan Pannacciò, asseconda il concept
generale e si ispira al tema della manifestazione. La traduzione grafica scelta da Eni riguarda le forme seriali, la composizione di immagini attraverso l’affiancamento e la sovrapposizione di forme
geometriche elementari. Il cane a sei zampe si compone proprio a
partire da queste forme elementari, tassello dopo tassello trasformandosi in elemento allestitivo e chiave di comunicazione. La parola infinito si è infine trasformata anche nella chiave narrativa per i
filmati emozionali e info-ludica con il “Gioco dell’infinito” realizzati
in partnership con la facoltà di Architettura della Sapienza.
i numeri di Sistema Gioco Italia
100 mila occupati e 61 miliardi ai vincitori
«Nel 2011 il gioco legale in Italia ha raggiunto grandi risultati» ha
dichiarato al Meeting Giovanni Emilio Maggi, vicepresidente di Sistema Gioco Italia, la federazione di Confindustria che riunisce circa
5.800 imprese del settore del gioco. «Nel 2011 la raccolta complessiva lorda del settore si è attestata intorno ai 79,9 miliardi di euro.
Di questi, il cosiddetto “payout”, le vincite che “ritornano” ai consumatori, è stato di circa 61,5 miliardi, pari al 77 per cento del totale». La raccolta netta ha raggiunto i 18,4 miliardi di euro. Di questi
8,7 miliardi di euro vanno allo Stato come gettito erariale, mentre i
restanti 9,7 miliardi sono così suddivisi: 50 per cento alla rete commerciale, 30 per cento alle imprese concessionarie di Stato per i diversi servizi pubblici di gioco e 20 per cento ad altri soggetti della
filiera. Il comparto occupa oltre 100
mila persone, se si sommano i 20 mila operatori direttamente impiegati
nel settore (dipendenti dei concessionari, gestori e produttori di apparecchi) e gli 80 mila addetti dei punti di
vendita che si dedicano (come quota
parte dell’attività lavorativa giornaliera) alla gestione dell’attività di gioco.
Il premier Mario Monti presenta
il modellino di Frecciarossa 1000
con Lamberto Cardia e Mauro
Moretti, presidente e ad
del Gruppo FS Italiane.
Ad accompagnarlo nel corso
della giornata inaugurale
Maurizio Lupi, vicepresidente
della Camera, e il governatore
lombardo Roberto Formigoni
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GREEN ESTATE
CINEMA
LOCANDA MILANO 1873, Brunate (co)
Commovente polenta uncia
Madagascar 3 - Ricercati
in Europa, di Eric Darnell
Basta balletti,
ridateci i panda
di Tommaso Farina
L
a gestione familiare non è
morta e sepolta nel libro dei ricordi. Si può trovare ancora, a cercarla con attenzione. Di posti “di famiglia”,
IN BOCCA
certo, ce ne sono tanti, ma quelli dove si vede il “cuore” sono
ALL’ESPERTO
una minoranza.
E allora, ben venga la Locanda Milano 1873, a Brunate, l’ameno borgo che sovrasta Como. Non saliteci con l’auto: parcheggiate giù a Como e prendete la comoda funicolare (sperando che l’aria condizionata funzioni). La Locanda Milano è
a un centinaio di metri dalla stazione superiore. Sedetevi nella saletta simpatica,
datata ma accogliente, e sfogliate il menù.
C’è una proposta di cucina locale a 28 euro, e c’è una piccola carta con le specialità comasche. Tra esse, spicca la mitica “polenta uncia”: una polenta a cui vengono uniti formaggio, aglio e tanto burro. Farà paura al dietologo, ma almeno
una volta dovete salire a mangiarla qui. Resterete commossi. Nella carta comasca,
troverete anche altri tipi di polenta, tra cui quella al Gorgonzola. Nel menù “normale”, partite con la selezione di salami emiliani, o i gamberi in insalata con melone e rucola. A seguire, i tagliolini coi gamberi di fiume, zucchine e concassé di
pomodoro, oppure i ravioli della locanda (con ripieno verde, fatti in casa), buonissimi anche se un poco appesantiti dalla panna. O ancora, il riso col pesce persico.
Avanti coi piatti forti: c’è la tagliata di bisonte alle erbe fini, o il filetto con
salsa di ciliege, o ancora la costoletta alla milanese. Chiusura con un formaggio
della selezione del sommo Guffanti di Arona, o con la panna cotta alle fragole
(davvero notevole, e non ce l’aspettavamo) o col tortino di cioccolato Valrhona.
Carta dei vini di compilazione più che intelligente. Niente coperto. Sul menù
compare un servzio al 12 per cento che non viene più applicato per scelta dei
proprietari. Cordialissimo il servizio, assai esplicativo coi molti turisti stranieri
che si fermano qui e apprezzano molto. In estate è sempre aperto, mentre d’inverno si mangia qui solo nei fine settimana.
a tranquillità di un posticino
Per informazioni
Locanda Milano 1873
www.locandamilano.it
Via A. Volta 62, Brunate (Como)
Tel. 0313365069
Chiuso mercoledì
HUMUS IN FABULA
ECObrand di tendenza
Will.i.am e Coca Cola,
riciclo a ritmo rap
Cosa succede se un cantante di
tendenza e un marchio iperfamoso si mettono insieme? Che
può nascere qualcosa di intelligente e di appeal per le masse. È il caso di Ekocycle, nuovo
brand fondato da Will.i.am, pezzo dei Black eyed peas, e The
Coca Cola company, con l’obiettivo di promuovere il riciclo tra i
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giovani consumatori e far passare il messaggio che quanto viene riciclato può avere una seconda vita. Quella che una volta era
una lattina di coca cola ora può
diventare un accessorio modaiolo, spiega il rapper che ha promosso l’idea di un’educazione
volta a scelte di vita più sostenibili anche attraverso uno spot
televisivo trasmesso durante le
Olimpiadi. E visto che l’iniziativa
vuol parlare ai giovani, è già stata creata una pagina di Facebook dove tutti potranno segnalare
quanto, dove e che tipo di materiale hanno riciclato. In una gara
virtuale per il benessere di tutti.
Scappano dall’Africa e finiscono in un circo.
Diciamo che colpisce più gli
occhi che non il cuore: grande profondità, tanti colori, i
movimenti degli animali so-
no molto fluidi e il disegno
è più piacevole e assai meno spigoloso rispetto ai capitoli precedenti. La confezione è professionale e il 3D,
se esiste ancora qualcuno
che non si è stufato, è appariscente quanto basta. Il
problema è il resto: la storia è debolissima, non vi è
neanche uno spunto iniziale
un po’ credibile. Si conserva
HOME VIDEO
Chronicle,
di Josh Trank
Metafora azzeccata
Tre adolescenti sviluppano poteri eccezionali.
Elementare nella messinscena,
ha il merito di raccontare l’adolescenza con la metafora dei supereroi che faticano a capire cosa è bene e cosa è male. Non
tutto è a fuoco: meglio la prima parte, più scavata psicologicamente della seconda, ma a
convincere è il tono delicato con
cui si narra la vicenda del protagonista e le inquietudini tipiche
dell’età: la paura di perdere gli
affetti, il desiderio di fare della
propria vita qualcosa di grande.
i numeri di conai
Gli imballaggi fanno
bene all’economia
Riciclare fa bene, all’ambiente e
all’economia. Lo attestano i dati resi noti ad agosto da Conai
sul volume d’affari del riciclo degli imballaggi 2011: 9,5 miliardi di euro, un valore pari allo 0,61
per cento del Pil, in un paese dove il 50 per cento dei rifiuti è ancora avviato in discarica. Facile
è allora presagire le opportunità
di crescita sostenibile attese nel
settore e approfondite nel workshop organizzato al Meeting di
Rimini da Roberto De Santis e
Walter Facciotto, presidente e direttore generale Conai. In Italia
esistono delle “miniere metropolitane”, discariche cui sono destinati rifiuti che potrebbero essere reimmessi nel ciclo produttivo
dando impulso alle molte attività
imprenditoriali innovative nella
filiera e che rappresentano delle
reali occasioni di sviluppo, al sud
o in città critiche come Napoli e
Roma. Proprio per la Capitale,
dove Malagrotta è la più grande
discarica d’Europa, Conai ha ultimato un progetto di raccolta differenziata rivoluzionario che porterebbe al Comune benefici fino
a 80 milioni di euro l’anno.
STILI DI VITA
accade a rimini
il peggio degli episodi precedenti, tutto il folklore dei
balletti un po’ sciocchini e fine a se stessi; la sceneggiatura di uno pur bravo come
Baumbach gioca sull’accumulo di situazioni e personaggi (troppi, e nessuno che
incida), cuce male la vicenda
del casinò e quella del circo
e perde per strada la comicità semplice ma funzionale
del capitolo 1. Senza scomodare i santi Pixar, ma rispetto
a questo anche Kung fu Panda o L’era glaciale sono su un
altro pianeta.
visti da Simone Fortunato
SPORTELLO INPS
Il regista
Eric Darnell
di Annalena Valenti
N
el gioioso bailamme di un pomeriggio al Meeting
di Rimini, 60 bambini
MAMMA
OCA
di quarta elementare attraversano, in fila per
due, la confusione del padiglione B.
Visti da lontano sono una freccia scagliata nel turbinio. Da vicino sono tre
classi della scuola elementare Il Cammino di Rimini. Mamma Oca legge loro la fiaba La leggenda dei sei compagni di G. Gozzano, edizioni Lindau. Se
vi capitasse, come all’eroe della storia, di essere benedetti dal cielo e di costruire «una nave che andasse per mare e per terra» alla conquista del regno
con compagni dalle doti straordinarie, spero li troviate come questi bambini, domande pronte sul mio lavoro
(«ma quando pubblichi una fiaba, la
cambi?»), svegli e vivaci nel comprendere la risposta («ma se dici che stampate proprio quello che ha scritto l’autore, allora le edizioni integrali sono
quelle vere!»). Si immedesimano nella parte dei prodigiosi compagni, tanto che L., scelto per interpretare colui
che sente persino «l’avena che cresce», si rifiuta e, stoppando il bambino che fa Mangiatutto appena prima
che si mangi «50 buoi in 8 giorni», sfidandomi (sottintendendo “non hai capito le mie capacità”), mi dice: «Senti. Peso 61 chili perchè mi piace molto
mangiare. IO sono Mangiatutto». Liberi, fieri e certi delle proprie doti.
mammaoca.wordpress.com
In collaborazione con
DOMANDA & RISPOSTA
Tutto quello che
bisogna sapere
Versamenti volontari
Mi mancano 109 settimane al
raggiungimento dei 20 anni, minimo per ottenere la pensione di
vecchiaia, sono nata nel 1961, i
miei contributi si distribuiscono
prima in un periodo di insegnamento e poi dal 1988 al 2003
ho lavorato in una azienda telefonica, in seguito ho rassegna-
Fiabe per bimbi
fieri di ogni dote
invia il tuo quesito a
[email protected]
to le dimissioni per motivi di famiglia; alla luce della riforma è
conveniente versare i contributi
mancanti all’Inps? Nel 2009 ho
presentato la domanda per i versamenti volontari, ma non ho ancora versato nulla, pur essendo
in possesso della relativa documentazione per i versamenti.
Paola M.
I versamenti volontari possono
essere effettuati dai lavoratori
che hanno cessato o interrotto
l’attività lavorativa per perfezionare i requisiti per raggiungere il diritto ad una prestazione
pensionistica. Nel suo caso se
spettante alla vedova ed alla
figlia e sapere fino a quando
quest’ultima potrà beneficiare
della sua quota di pensione.
Antonio G.
non dovesse riprendere l’attività
lavorativa le conviene versare la
contribuzione mancante. Se non
ha versato, pur essendo stata
già autorizzata, può rivolgersi
all’Inps per richiedere il rinnovo
dei bollettini e cominciare ad effettuare i versamenti.
La pensione di reversibilità
spetta nella misura del 60 per
cento dell’importo di pensione
liquidato al coniuge ed alla figlia spetta il 20 per cento sempre di questo importo. Quando
la figlia avrà completato il corso legale degli studi perderà il
diritto alla quota di pensione.
Rimarrà in piedi il 60 per cento
corrispondente alla sola quota
spettante alla vedova.
Mia sorella è rimasta recentemente vedova di un pensionato Inps. Ha una figlia di 22 anni,
studentessa universitaria al secondo anno, a totale carico del
padre e ovviamente in questo
momento a carico della madre.
Vorrei conoscere la misura
della pensione di reversibilità
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PER PIACERE
fondazione per la sussidiarietà
La rinascita della persona
in un imprevedibile istante
AMICI MIEI
sotto il palco
Cronache di un
inviato nel rock
C’è gente che scrive di musica, parla di musica non essendo
mai stata a un concerto. Magari sa a memoria tutti gli album
di una band, in ordine cronologico, ma dal vivo, no, non li ha
mai sentiti, perché andare sotto il palco costa troppa fatica.
Questa non è la storia di Walter Gatti, lui di fare il giornalista l’ha sognato da sempre, ma,
come racconta lui stesso, non
aveva mai pensato che l’amore per la musica, ascoltata fin
da bambino, sarebbe diventato
mestiere. È dal suo primo concerto recensito, quello di Crosby-Stills and Nash al Palasport
di Milano che comincia il libro
La lunga strada del rock. Canzoni, desideri, religiosità nelle storie di un cronista musicale
(Lindau, 329 pagine, 21 euro),
una raccolta di tutte le interviste che Gatti ha fatto negli anni. Davanti al suo registratore
sono passati veri e propri colossi del rock, alcuni sfrontati e
sicuri di sé, altri pieni di dubbi
sul senso della vita, altri in continuo movimento, ma tutti in
grado di lasciare un segno, anche nel giornalista che paziente
fa le domande. A volte così lungimiranti da far venire i brividi,
come nel caso dei fratelli Gallagher, a cui chiede perché nel
’97 siano stati sul punto di sciogliersi, fatto realmente accaduto nel 2009. O un Vasco Rossi
d’annata, che sa mettere a suo
agio l’allora giornalista del Sabato, con un «ma il suo non è
un giornale cattolico terrificante?» per poi concludere confessando di cercare risposte che
non trova nel materialismo puro, sulla domanda di un ragazzo che si sveglia alla mattina e
si chiede il senso di svegliarsi, di
stare al mondo. La lungimiranza di Giorgio Gaber, intervistato da Gatti agli inizi degli anni
Novanta, si abbatte sulla televisione, mentre parla di La strana famiglia una canzone scritta
per l’amico Enzo Jannacci. «Che
si speculi in tv sulle disgrazie della
gente è risaputo,
forse detto così,
“stiam diventando tutti coglioni/
con Berlusconi o
di Ilaria Specchi
È
l’imprevedibile istante. L’attimo sorprendente «in cui l’io accet-
ta di rimettersi in discussione per un desiderio insopprimibile di bene, e la crisi diventa una sfida per il cambiamento».
È anche un titolo, L’imprevedibile istante. Giovani per la crescita, scelto dalla Fondazione per la Sussidiarietà per portare al Meeting di Rimini una mostra che alla realtà dei fatti ha rubato tutto, dramma e bellezza, documentando attraverso le iniziative e le
difficoltà di tanti “io” il momento cruciale in cui un popolo mostra la sua capacità di progettare il futuro: il momento che va dagli
studi all’inizio dell’attività professionale. Perché se è un fatto che
mondo della scuola, dell’università e del lavoro stiano soffrendo i
limiti di un sistema che mortifica la libertà della persona – ridotta ora ad un “io” egoista concepito come motore della vita economica ora ad un “io” deresponsabilizzato che attende dalla politica
la risoluzione dei suoi problemi – è anche un fatto che esiste l’imprevedibile istante, in cui qualcuno «si rimette
in azione senza aspettare che gli altri, soprattutto lo Stato, risolvano i problemi» favorendo
l’irrompere di una creatività che genera un bene comune. Insegnanti che s’inventano i doposcuola per aiutare i ragazzi più difficili di tutta Italia a scoprire quello che a scuola non si
scopre più: chi sei, cosa ti piace, cosa vuoi fare. Studenti che dopo la laurea non si sentono
“arrivati”, e partono per imparare il cinese o a
innovarsi nella Silicon Valley. Ricercatori che
non rassegnano la propria passione alle statistiche sull’età media e la remunerazione dei colleghi e approdano
al Cern di Ginevra. Imprese che investono in occupazione giovanile e in collaborazione con le opere sociali tornano a insegnare ai
giovani un mestiere e a rimettere in contatto il mondo dell’impresa e quello della scuola. Fatti positivi, raccontati dalla Fondazione
nella mostra nata in collaborazione con il Tg1 e docenti e studenti di tutta Italia il cui catalogo oggi è disponibile in libreria edito
da Piccola Casa Editrice (139 pagine, 10 euro). In comune sempre
quell’imprevedibile istante che da Milano a Palermo genera novità, movimento, prodotto, servizio, valore aggiunto per sé e per gli
altri. Un bene comune costruito da tanti io, dal basso.
in evidenza
costruito case, ma non siamo
venute per questo. Abbiamo
dato piantagioni ai poveri, cibo ai bambini, soccorso a vecchi e mutilati, istruzione a ragazzi e ragazze. Tutto questo
sgorga da un pozzo più profondo: al centro del nostro interesse sta la passione per l’uomo». Così si racconta l’opera
di un manipolo di monache che
nell’Angola ferita dalla guerra
civile hanno fatto di un monastero contemplativo cistercense una vera e propria cittadella
della solidarietà da cui si irraggiano aiuti e sostegni ai villaggi
più isolati, ma che dopo 40 anni non riesce più a rispondere
alla domanda, in costante crescita, dei bisognosi: le sorelle
vivono in costruzioni provvisorie di fango che stanno cedendo, la comunità ha bisogno di
un vero monastero e di strutture adeguate per continuare
a rappresentare una dimora e
un segno di pace e accoglienza per la popolazione angolana.
Un’emergenza, quella della missione Nasoma Y’Ombembwa,
a cui vuole rispondere la mostra Oltre. Il paesaggio ritrovato curata da Lorenzo Morabito che dal 18 al 22 settembre
esporrà le opere di Pier Luigi
Bencini presso la Galleria Federica Ghizzoni, in via Cagnola 26, a Milano. «Tutto il ricavato delle opere vendute andrà a
beneficio e sostegno dell’Opera», spiega il pittore per cui
condividere «questa meravigliosa storia può darci speranza» e aiutarci a capire che su
ogni cosa è presente «un progetto d’amore che ci sopravanza e ci abbraccia».
con la Rai” fa un po’ sorpresa».
O ancora un Antonello Venditti tremendamente attuale che
nel 1991 afferma «se io vado al
Meeting, per incontrare i ciellini, mi dicono che sono diventato amico di Formigoni. Tre anni
fa D’Alema mi ha massacrato
per questo, e quest’anno al Meeting c’era anche lui».
In mostra
Dall’Angola a Milano,
la speranza all’opera
«Abbiamo scavato pozzi, ma
non ci fermiamo qui. Abbiamo
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DI NESTORE MOROSINI
MOBILITÀ 2000
STILE ITALIANO PER UNA SPORTIVA TEDESCA
Ora è anche roadster
la Bmw firmata Zagato
L
a Bmw Zagato Coupé era apparsa al
Concorso di bellezza di Villa d’Este,
a fine maggio. Fu un successone.
Ora la casa tedesca e il carrozziere italiano ci riprovano con la versione roadster del modello. In sei settimane, con un
grande sforzo congiunto delle due aziende, è stata realizzata la Bmw Zagato Roadster. Il prototipo doveva per forza essere
un’auto trasformabile anche per dare al
guidatore il più ampio ventaglio possibile
di sensazioni. Secondo il responsabile dello stile presso la Zagato, Norihiko Harada,
la vettura ha il compito di essere anche
mascolina e dinamica, oltre che elegante
roadster in grado di essere usata a tetto
chiuso oppure a capo scoperto.
La base meccanica è quella della Z4,
con motore M da 400 cavalli e con opportune modifiche al disegno della carrozzeria che hanno molto diversificato lo stile di base della trasformabile di Monaco
di Baviera. Come sulla Coupé, la presa
La silhouette della Bmw Zagato con
plancia e poltrone in pelle bicolore
d’aria sdoppiata ha un profilo ribassato
e si combina con i proiettori circolari e
la forma del muso per conferire un aspetto dinamico al prototipo. Il frontale non
smentisce l’origine Bmw ma, allo stesso
tempo, ha lasciato ampio spazio alla fantasia dei designer della Zagato. Il cofano
motore spiove verso l’avanti ed è caratterizzato da due prese d’aria.
L’aspetto dinamico e per certi versi
aggressivo della Bmw Zagato Roadster è
sottolineato dalla vista laterale, con sfiati d’aria e passaruota maggiorati. Per una
precisa scelta, i montanti del parabrezza
sono di colore nero. Il progetto ha curato
in maniera particolare la forma dei rollbar, che ricorda quella delle ali di un aereo e vuole essere una specie di segno di
identificazione della Bmw Zagato Roadster anche a distanza. E la “doppia gobba” è un elemento comune di tutte le
Zagato realizzate nella storia della carrozzeria italiana.
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UN ALTRO MONDO
è POSSIBILE
L’ARRIVO DI PADRE ALBERTO
La fedeltà di Dio è
l’amico che viene
a vivere con me
di Aldo Trento
I
con Cristo
e con tutti noi che siamo stati afferrati
da Lui. Un’amicizia che ha come fine ultimo quello di comunicare al mondo intero la
Sua tenerezza piena di misericordia, ragione
per la quale Dio si è fatto carne. Molte volte
mi chiedo: perché il Mistero ha scelto me e mi
ha preferito quando avrebbe potuto scegliere
un altro tra milioni di persone più intelligenti
e più coerenti di me? Dio sceglie chi ama per
offrire al mondo il suo infinito amore. L’elezione è il metodo del Mistero da Abramo fino ad oggi.
Ricordo che negli anni Ottanta, quando insegnavo Religione in un liceo a Feltre (Bl) un
ragazzo mi ha chiesto: «Padre, può spiegarmi perché tra tanti compagni di classe molto
più impegnati con la realtà Dio ha scelto me
che sono un rompicapo per tutti?». Gli ho risposto che, guardando la mia vita, io non ero
mai stato un esempio di coerenza, né tanto
meno un modello da seguire, ma Dio ha scelto me, il peggiore dei miei compagni, e mi ha
scelto secondo un criterio che continua a sorprendermi: il criterio della preferenza. Lui conosce tutto di me, i miei limiti, le mie ribellioni, le mie inquietudini, perché mi ha scelto
prima che io nascessi. Mi ha scelto per mostrare a tutti la Sua infinita misericordia. Per
questo, quando mi sono reso conto della chiamata, ho lasciato tutto per entrare in seminario. Era il pomeriggio del 28 luglio 1958, avevo 11 anni. Ho abbandonato casa mia e la mia
famiglia per entrare nel seminario dei Padri Canossiani. Da quel giorno sono già passati 54 anni. I primi tempi di sacerdozio sono
stati molto difficili, perché erano gli anni della protesta, della confusione e della ricerca di
un mondo nuovo. Mi sono fatto “amico” di alcune persone che militavano in uno dei movimenti di estrema sinistra. Sono stati anni
durissimi, perché segnati dalla ribellione che
vibrava in me.
I potenti desideri di felicità, bellezza, giustizia, verità, erano la ragione del mio vivere.
Con il tempo mi sono reso conto che l’ideologia era solo un’utopia, perché non rispondeva
a ciò che il mio cuore desiderava, come pu-
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l cristianesimo è un’amicizia
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POST
APOCALYPTO
Duccio di
Buoninsegna,
Maestà – Cristo
appare sulla via
per Emmaus,
1308-11, tempera
su tavola, Siena,
Museo dell’Opera
del Duomo
re non rispondeva l’educazione ricevuta in seminario. Il Signore che mi ha scelto non mi
ha mai abbandonato, come afferma il profeta Isaia: «Sion ha detto: “Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato”. Si
dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle
sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco,
sulle palme delle mie mani ti ho disegnato, le
tue mura sono sempre davanti a me».
Il Padre non abbandona i suoi figli
Sono passati molti anni da allora e con gioia
posso gridare a tutti la verità: Dio non abbandona mai i suoi figli, perché è il Padre: «Tam
Pater nemo», come ripeteva spesso don Luigi
Giussani. La modalità attraverso cui il Mistero continua a manifestarmi la Sua Presenza
è l’amicizia di alcune persone che ha messo al
mio fianco per accompagnarmi. Persone che
vivono in Italia e persone che vivono con me,
come padre Paolino, un uomo autentico, libe-
ro, appassionato alla realtà e per questo umile. Una presenza che mi commuove e senza la
quale Dio non avrebbe fatto ciò che ha fatto
in questo perimetro di terra che il mondo può
contemplare.
Questi mesi sono stati davvero l’occasione
di verifica della fede. Abbiamo vissuto insieme momenti molto duri e difficili. L’esperienza del Getsemani non ci è stata risparmiata.
Ci sono stati momenti di terribile oscurità che
ci hanno spinto a chiedere a padre Alberto di
venire a vivere con noi. Ricordo che a gennaio
di quest’anno, quando gli ho chiesto se voleva
venire a vivere qui, come nei primi dieci anni di missione, lui mi ha risposto che da molto
tempo stava aspettando questa provocazione. Ancora una volta il Mistero ci ha risposto
in modo molto concreto, attraverso la persona di padre Alberto. Qualche giorno fa, padre
Alberto ha inviato a tutti i suoi amici le lettere che pubblichiamo di seguito. È un esempio
di cosa significhi l’amicizia: dare la vita per un
amico. Tutti parliamo o scriviamo su questo
Come non commuoversi di fronte a un uomo
che lascia tutto, perfino la casa parrocchiale
che aveva da poco terminato di costruire, per
venire in Paraguay e condividere con me tutto?
Non viviamo di appuntamenti o di consigli, ma
di una compagnia che cammina al nostro fianco
argomento, ma quanti di noi hanno la libertà
di abbandonare una missione per condividere
la propria vita con chi ha bisogno di loro?
[email protected]
C
arissimi amici,
il 5 maggio 2012 compio 33 anni di sacerdozio (gli anni che
il Signore ha vissuto qui fra noi in questo mondo). Mi hanno molto colpito le parole bellissime di don Julián Carrón della lettera a Repubblica del 1° maggio scorso, che
faccio mie. «L’ avvenimento dell’incontro con
Cristo ci ha segnato e mi ha segnato così potentemente che ci consente e mi consente di
ricominciare sempre dopo qualsiasi errore o
peccato rendendomi più umile e più consapevole della mia debolezza. Tutto il male che
posso aver compiuto non riesce a cancellare la passione per Cristo che l’incontro con il
Movimento e don Giussani mi ha suscitato».
Ho fatto mie queste parole così sagge e vere,
perché in questi 33 anni ho imparato proprio
dal mio grande amico e confratello padre Al-
do a confessarmi spesso per riconoscere che
senza Cristo non possiamo fare nulla.
È con il cuore contento che celebro la Santa
Messa oggi, non perché sono riuscito a fare
quello che volevo, ma perché Lui mi accompagna e rende più vera ogni mia azione. Per
questo è bello vivere ogni giorno con questa
decisione di seguirlo.
Con quale volto, o Dio, o con quali volti ti
presenti oggi a me? A questa domanda cerco e ho cercato di rispondere anche quando Ti ho rifiutato cercando altro, ma Tu mi
sei sempre venuto a prendere senza scandalizzarti del mio peccato, così come hai fatto con san Pietro. Allora Ti ringrazio e chiedo alla Madonna, in questi giorni del mese a
Lei dedicato, che mi aiuti e sostenga il mio
cammino. Ringrazio tutti voi amici italiani, quelli di Forlì, del Paraguay, del Venezuela, dell’Ecuador, per l’aiuto che mi avete dato e chiedo che anche voi preghiate per me
e possiate sostenere ancora il mio cammino.
Infine chiedo a don Giussani e al beato Giovanni Paolo II che mi sostengano dal Cielo
perché io possa essere fedele al mio ministero, per il tempo che il Signore ancora mi vorrà donare. Un abbraccio commosso
padre Alberto
C
ari amici, è molto difficile per me
scrivere quello che adesso vi dirò. Il
10 luglio lascerò l’Ecuador per iniziare una nuova missione in un paese in cui sono
già stato per vari anni in passato: il Paraguay.
Perché vado? Un grande amico me l’ha chiesto e io ho risposto sì. Perché non fosse una
volontà solo mia, ho chiesto il permesso al vescovo di Guayaquil che, anche se dispiaciuto,
ha risposto di sì alla mia richiesta, come pure
il vescovo di Forlì. Il vescovo di Asunción ha
chiesto che io vada a lavorare lì.
Un sacerdote amico, al quale ho chiesto consiglio, mi ha detto: «Se i vescovi ti diranno sì
vuol dire che è la volontà di Dio, altrimenti
niente». Per questo sono tranquillo, perché da
una parte c’è un amico con il quale ho amicizie qui in Guayaquil e in Ecuador che sono importanti e che non voglio perdere.
A me hanno insegnato, e l’ho visto con i miei
occhi, che tutto quello che si consegna al Si-
gnore non si perde, ma al contrario si guadagna il cento per uno. Questa è la Sua promessa ed è vera, perché lo dice Gesù nel Vangelo
e l’ho sperimentato quando il 30 di settembre
del 1986 ho lasciato la mia casa, con paura,
però ho obbedito e il risultato è stato grande. Analogamente, appena arrivato in questa bella terra dell’Ecuador, il 10 giugno del
2008, mi hanno tagliato il dito del piede e da
quando questo è successo sento un legame
forte con questo paese e queste persone.
Sono stato molto bene in questa parrocchia,
con questa gente, e ringrazio tutte le persone che ho conosciuto. Conosco i miei limiti e
il mio carattere, a volte molto duro: mi arrabbio facilmente per futili motivi (può essere dovuto alla malattia, ma non voglio giustificarmi). Chiedo perdono per questo a coloro
che si possono essere offesi. Che Dio mi perdoni. Sicuramente il mio successore, che al
momento non so chi sia, vi aiuterà a continuare il cammino di fede che abbiamo fatto
nella parrocchia, migliorando gli errori e continuando con più gioia e allegria.
Come molti di voi sanno, ho tante malattie
che ultimamente non mi hanno dato molto fastidio, ma che sono gravi. Vi chiedo di pregare per me e io vi assicuro che mi ricorderò di
voi, vi ho tutti nel cuore e nelle mie preghiere.
Per questo vi invito a una festa insieme. Perché una festa? Perché vogliamo ringraziare il
Signore per tutto quello che mi ha dato e ci ha
dato e vogliamo chiedergli che continui a tenerci una mano sulla testa. E vogliamo fare insieme una richiesta speciale per voi, che siate fedeli al cammino di fede che Dio vi indica,
e per me, che mi accompagni in questa nuova
missione. Grazie a tutti voi, Dio vi benedica.
padre Alberto
A
mici, come non commuoversi di fron-
te a un uomo che per un amico lascia
tutto, perfino la sua casa parrocchiale che aveva da poco terminato di costruire,
per venire in Paraguay e condividere con me
la sua vita? Non viviamo di appuntamenti o di
consigli, ma di una compagnia che cammina al
nostro fianco ventiquattro ore al giorno. Non
esiste depressione che possa resistere dentro
[at]
un’amicizia che mi viene donata.
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LETTERE
AL DIRETTORE
Troppa grazia, troppe
lettere, eccone alcune
di uomini e donne vivi
Gentile signora, siamo sempre affezionati al ricordo di Oscar Wilde messo ai ceppi ed esposto al ludibrio della gente per bene: «Certo,
quando mi videro, non ero sul mio
piedistallo; ero alla gogna. Ma solo una natura priva di immaginazione può curarsi della gente sul piedistallo. Un piedistallo può essere
qualcosa di molto irreale. Una gogna è una terribile realtà. Inoltre,
2
Lei sa come io abbia sempre, da anni, criticato senza sconti il suo liberalismo keynesiano e bancarottiero,
come pure l’errore capitale di volerlo far stare assieme alla sussidiarietà.
Detto questo, anch’io, come altri giustamente hanno fatto, mi associo alla
battaglia di Tempi che va sotto il nome di “Comunione e libertà”. Pier Luigi Tossani Firenze
2
Nell’ultimo numero de La Nuova Europa c’è una formidabile intervista a una
donna, Komunella Markman, che ha
passato anni nel lager sovietico dove
era stato fucilato anche suo padre. Dice: «Tutte le persone più o meno oneste venivano portate via, e noi non
avevamo i soldi per partire e nasconderci, anzi, neanche ci veniva in mente
perché sapevamo che era destino delle
persone per bene finire dentro». Antonio Simone e altri ci mostrano quanto
la lezione della Markman sia attuale.
Costante Giacobbe via internet
2
Le lettere che avete pubblicato di Antonio Simone mi hanno fatto davvero
riflettere, alcune anche commuovere.
Sono pienamente convinta che il carcere non debba mai costituire una condanna preventiva: a giudicare una persona deve pensare il processo. Maria Elena Frigerio via internet
2
Mi fa piacere che la mia intervista a
monsignor Luigi Negri pubblicata da
Panorama abbia sviluppato interesse
e dibattito fra i visitatori del vostro sito. Per questo avrei trovato più corretto da parte vostra citare con completezza la fonte, indicando anche
l’autore dell’intervista.
Giampaolo Spinato via internet
Perbacco, mi scuso e mi riscuso della nostra distratta soperchieria.
2
L’articolo dedicato alle vicende della Bpm a firma di Michele Proietti ha
finalmente dato una versione lontana dalle veline di regime e per questo è
da apprezzare molto. A rigore andrebbe anche detto che l’attacco alla banca è partito circa quattro lustri orsono,
guarda caso dalla procura meneghina che stava preparando Tangentopoli. Un attacco senza precedenti che mise in ginocchio l’intero gruppo dirigente
di allora, targato Dc, e che vide inquisiti (e poi assolti) galantuomini del calibro di Piero Schlesinger. (…) Chi le
scrive è azionista da molti anni di una
banca popolare molto diffusa in una regione “rossa”, e le vicende ultradecennali di quella banca dimostrano che di
certi princìpi (in primis il voto capitario) un furbo e ben abbarbicato gruppo
dirigente può servirsi per far carne di
porco dei diritti dei soci e di “minorandi Fred Perri
IL PALLONE È UNO SPECCHIO
SPORT
ÜBER
ALLES
Stadi scomodi e giocatori brocchi
Ma il problema del calcio siamo noi
I
l calcio, specchio della nostra vita. Ricordo sempre
quanto disse don Giussani nel 1982 della vittoria
mondiale: «Nulla ha unito la nazione come questo
successo». Lui conosceva la realtà, sapeva di che pasta
siamo fatti. E la realtà è/era che questo è un paese di comuni, di parrocchie, non solo religiose, di particulari,
di egoismi mascherati da profonde convinzioni ideolo-
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giche, di pontificetur che non riconoscono mai l’altro,
di vecchi tromboni, anche con pochi anni di servizio,
che non sono capaci di scendere dal piedistallo.
Non sopporto questo incattivimento progressivo
della nazione, questo modo di ragionare per partiti,
anche quando non c’entra la politica. Il campionato di
calcio si è riconsegnato a tutti noi con polemiche, in-
Foto: AP/LaPresse
P
Antonino Brambilla di Carate Brianza rivendico (lui non può farlo direttamente) la tessera numero 5 di Comunione e Libertà. Arrestato il
16 gennaio di quest’anno e detenuto per alcuni giorni presso il carcere di Monza per (molto) presunti reati contro la
pubblica amministrazione, si trova da quasi 8 mesi agli arresti domiciliari, nonostante la procura della Repubblica di
Monza abbia espresso – da maggio! – parere favorevole alla sua remissione in libertà. Una forma di pena preventiva,
tanto più che il relativo processo è già
cominciato da tre mesi e se ne prevede l’ultimazione entro l’anno. Nel frattempo la gogna mediatica ha avuto libero sfogo con articoli della stampa
locale somiglianti a resoconti di procura, con titolazioni corrive con la
pubblica accusa, con l’esaltazione della funzione salvifica degli inquirenti e
con la fanatizzazione degli smaniosi
lettori. A ciò si aggiunge il deserto di
tanti amici che, forse suggestionati –
dico così per carità cristiana –, prefe
riscono “stare alla larga”.
Franca Brambilla Carate B. (Mb)
er mio marito
essi avrebbero dovuto saper meglio
interpretare il dolore. Dissi una volta che dietro il Dolore c’è sempre il
Dolore. Sarebbe stato più saggio dire che dietro il dolore c’è sempre
un’anima. E deridere un’anima è cosa spaventevole; la vita di chi lo fa è
senza bellezza. Nell’economia stranamente semplice del mondo, non si
riceve che ciò che si dà».
[email protected]
ze” che tali poi di fatto probabilmente
nemmeno sono. In questo come in altri casi di banche popolari, certe inchieste della magistratura di cui nessuno
parla né sa, con accuse mille volte ben
più gravi di quelle mosse ai dirigenti di
Bpm di ieri e di oggi, se propagandate
adeguatamente avrebbero fatto crollare tutto. Forse allora non è l’attacco
a un principio che dovrebbe inquietare, quanto il fatto che in certi ambienti,
in certe regioni, quello stesso principio
può essere diventato da molto tempo
lettera morta, pur nel rispetto dei crismi della “democrazia economica”. No
direttore, non sono i princìpi a fare la
realtà e gli uomini, ma viceversa. E in
certe regioni c’è un bisogno disperato
dei secondi, non dei primi.
Giovanni Battista Barillà via internet
Nelle cosiddette regioni “rosse” vigono una catena di comando e
un’opacità di sistema molto ben
protette dal “regime” dell’informazione. La soluzione, però, non sono
le procure mediatizzate, ché, invece,
sono parte del problema. La soluzione sono uomini e donne vivi in una
cornice politica di libertà di associazione e di educazione. Cose che accadono in Lombardia e perciò, pensano i “sistemici” di regime e “de
sinistra”, è anomalia da cancellare.
2
Foto: AP/LaPresse
Carissimi amici di Tempi, quest’anno
ho voluto venire ad incontrarvi al Meeting e comunicare di persona che essendo stata licenziata non riuscirò
più a sostenere la rivista. L’anno scorso ero in cassa integrazione e anche
se a fatica avevo cercato di rinnovare
BEATI I CATTOLICI
Per una Madre come la nostra
le feste non sono mai abbastanza
di Pippo Corigliano
CARTOLINA
DAL
PARADISO
A
portando con sé il sapore della festa dell’Assunta. Come per tutte le feste della Madonna mi rimane la sensazione di non averla festeggiata abbastanza, ma l’importante è che resti qualcosa che rinnovi la mia devozione. In questo periodo
mi è chiara la considerazione di Maria come fonte della serenità. È giusto che vi siano rappresentazioni della Madonna addolorata, mentre
mi pare ridicolo e impossibile che ci sia una statua o un quadro della Madonna arrabbiata, amareggiata, indispettita. Guardare le vicende
della vita come avrebbe fatto Maria mi è d’aiuto. Ultimamente quando avverto confusione o preoccupazione dentro di me chiamo interiormente: Maria! E mi pare che l’orizzonte si semplifichi e che si rinnovi
lo spirito di servizio. La virtù della contentezza non è contemplata tra
le virtù cardinali e tanto meno in quelle teologali ma le presuppone.
Per essere contenti occorre essere umili. L’orgoglioso non è mai contento perché pensa di non aver ricevuto il giusto per il suo gran valore.
Invece Maria accetta tutto e “medita nel suo cuore”. Anche in questo
è maestra. Abitualmente dedico un certo tempo all’orazione mentale,
ma sento che anche per il resto della giornata devo meditare nel mio
cuore e dare una prospettiva divina alle cose che sto facendo. Come siamo fortunati noi cattolici! Siamo sempre in famiglia: Dio lo chiamiamo Padre, Gesù amico e fratello, lo Spirito Santo l’intimo del mio intimo e Maria madre mia, tanto più accogliente quanto più sono piccolo.
gosto è andato via
ugualmente l’abbonamento. Quest’anno la situazione non me lo consente
più: son tornata definitivamente a stare dai genitori ultrasettantacinquenni
(e per ora vivo sulle loro spalle). Mi dispiace dover “rinunciare” a Tempi perché mi accorgo che in questo momento di difficoltà c’è più che mai bisogno
di un aiuto ad entrare dentro i fatti e a
far emergere la realtà con un giudizio
certo, chiaro, semplice e sereno! Per
questo mi ha fatto veramente molto piacere la vostra proposta di ricevere ugualmente la rivista online. Così continuerò a seguirvi… e a leggere le
lettere di Antonio Simone (che vorrei
abbracciare: quello che mi sta testimoniando lì dal carcere è incredibile!).
M. V. Rovigo
Non estendiamo le iniziali di una
gran donna che conosciamo. Grazie.
sulti, cattiverie. Tutti contro tutti e mai nessuno che
ammetta che l’altro abbia una qualche ragione. È questo che mi deprime del calcio italiano, al di là della
mediocrità complessiva, dell’assenza di campioni dalla forte attrattiva, degli stadi scomodi, della preponderanza arrogante della tv.
No, anche se facessero degli stadi come salotti, anche se abolissimo la tv, anche se togliessimo i tornelli, saremmo sempre noi a frequentare questi posti, saremmo sempre noi a guardarci in cagnesco, saremmo
sempre noi, la compagnia triste che mastica calcio
e sputa sentenze convinta di avere la verità in tasca.
Quando vado in pensione non mi beccate più.
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taz&bao
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Grazie
10.000
Nonostante il periodo
non proprio scintillante
per l’editoria, il numero
di sottoscrizioni a Tempi
raccolte al Meeting di
Rimini ha oltrepassato
ogni aspettativa.
Un sentito grazie a tutti
i nostri sostenitori che
ci hanno permesso di
superare quota 10 mila
abbonamenti, per noi
un record assoluto.
GLI ULTIMI
SARANNO I PRIMI
sette agosto, la maddalena
In quel limpido abbraccio*
di Marina Corradi
S
ette agosto, La
Maddalena. Quando venendo da Caprera la strada panoramica svolta e sulla destra ti si apre davanti Cala Spalmatore, è un urto al cuore
il colore dell’acqua. Nell’ora più torrida dell’agosto, l’incanto di questo specchio chiaro. Turchese o, in alcuni punti, verde smeraldo; e trasparente come un cristallo, così che le rocce sul fondo ti pare di poterle toccare. Sei costretto a fermarti,
come se avendo fissato quello specchio ne fossi stato ammaliato. Il sole è altissimo,
e anche l’aria scotta; l’asfalto è molle, la sabbia scricchiola secca sotto ai tuoi passi. Tutto è rovente, infuocato nel gran sole del sette di agosto, alla Maddalena; ma
questo golfo è così calmo e limpido, e l’acqua così fresca. Sembra fatto per dare agli
uomini sollievo e pace, nella grande arsura.
E se ti sei fermato a guardarlo, non ti basta. Quell’acqua la vuoi toccare, ti ci
vuoi buttare dentro; e immagini addirittura di poterla bere, con il suo colore di
granita di menta. O almeno vorresti poterla stampare nei tuoi occhi e portartela
via, a casa (fra appena due mesi, nell’ottobre
Qualcosa di più profondo è nascosto
padano, al ricordo di questo mare ti parrà di
nella trasparenza di quella cala. Quasi aver sognato). E incroci altri come te, di passagstranieri, venuti da lontano, che accostaun segno misteriosamente posto sulla gio,
no l’auto e si fermano, e scendono a guardare.
strada della tua estate, che in silenzio Zitti, quasi travolti da una insostenibile bellezza che rende inutili le nostre consuete parole.
domanda: vuoi tu riconoscermi?
Sette di agosto, La Maddalena, Cala Spalmatore. Il vertice dell’estate è in quest’aria che brucia sulla pelle; è nel sole a picco
che alle due del pomeriggio cola nelle più sottili fessure degli scogli e ne evapora
l’acqua, lasciando solo il sale. È in questa luce trionfante che sembra dire: mai più
l’inverno, il freddo e la morte. Su questa piccola isola nel Mediterraneo l’estate ha
vinto per sempre – qui, in questa enclave color smeraldo e oro.
E poi tornando verso casa, ancora l’acqua di cristallo ti si allarga nel ricordo;
bellissima, sì, ma non solo. Qualcosa di più forte, di più profondo è nascosto nella
trasparenza di quella cala; in quel seno come un grembo, innocente, in pace. Quasi un segno misteriosamente posto sulla strada della tua estate, che in silenzio domanda: vuoi tu riconoscermi?
E pensi che forse un giorno, da vecchia, questo golfo della
Maddalena lo rivedrai, in un sogno. E sarà ancora così chiaro e fresco. E nel sogno vorrai ancora buttartici dentro; e ti
accoglierà allora, quell’acqua, come in un abbraccio. Dissetato per sempre, in pace come un bambino che si addormenta in braccio a sua madre – e non teme più niente.
*Non sappiamo se l’errore sia incorso sotto il sole di Caligola, Nerone o Lucifero, fatto sta che, nelle more delle ondate di caldo agostano, nell’ultimo numero di Tempi abbiamo ripubblicato un frammento di Diario già edito invece che un inedito
di Marina Corradi. Ce ne scusiamo con l’autrice e con i lettori
(ma non con la Provvidenza che ci ha voluto rammentare la bellezza, in any sense, che conduce il mondo).
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