Visione, ambiente e processo economico

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Visione, ambiente e processo economico
Tommaso Luzzati: Riflessioni su Economia e Ambiente
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Architettura, risparmio energetico, energie rinnovabili: un nuovo paradigma estetico
Paggeria di Villa Demidoff, Pratolino, Vaglia (FI)
23 maggio, ore 10.30-18.30
Visione, ambiente e processo economico
Tommaso Luzzati
Dipartimento di Scienze Economiche
v. Ridolfi 10 - 56124 Pisa
[email protected]
RIASSUNTO:
Lo sviluppo e la diffusione di tecnologie a minor impatto ambientale è requisito essenziale per uno sviluppo meno
insostenibile della nostra società. Nel perseguire tale obiettivo, tuttavia, occorre mantenere rigore e lucidità di analisi.
Purtroppo non è sempre così, non solo a livello di media e di opinione pubblica ma anche tra gli esperti. Una grossa
difficoltà consiste nell'individuare con chiarezza i problemi da affrontare e gli obiettivi da perseguire. Ugualmente non è
facile inquadrare tali problemi anche nel loro contesto piu' generale, evitare visioni parziali e/o riduzionistiche.
Ci si illude spesso, ad esempio, che l'analisi di un livello gerarchico possa all'altro semplicemente derivando le proprietà
dell'uno da quelle dell'altro. Un esempio rilevante nel presente contesto è il paradosso di Jevons (noto spesso con il
termine di rebound effect).
Altra difficoltà, forse maggiore, consiste nella radicata illusione dell'uomo (occidentale) di essere in grado di controllare
appieno la natura, anche seguendo strade del tutto in contrasto con le sue logiche. Accade così che le ricette per "curare"
l'ambiente in cui viviamo sono ovvie, note da anni, ed accettabili da chiunque in linea di principio; eppure continuiamo a
immaginare altre soluzioni, illudendoci ad esempio che la snodo cruciale sia la carenza di energia, quando al contrario, è
proprio la sua abbondanza ad essere alla radice del problema.
Introduzione
Desidero ringraziare vivamente il comitato organizzatore per questa giornata che ci invita a riflettere
sui nessi, forti, che legano architettura, risparmio energetico ed energie rinnovabili. Le opportunità
che l'architettura ci può offrire sul fronte del risparmio energetico sono notevoli. Credo tuttavia che il
tema della dimensione estetica delle tecniche per la produzione di energie rinnovabili sia ancor più
importante. Questo non solo, e non tanto, per la sua rilevanza pratica, ma per una questione di
metodo - il metodo che utilizziamo per guardare al nostro mondo e per fissare i nostri obiettivi.
Qualcuno potrebbe ritenere la questione estetica del tutto subordinata rispetto all'economia o
all'ecologia ed essere disposto ad accettare qualsiasi violazione del nostro senso estetico a fronte di
vantaggi ecologici o economici. Una simile impostazione, a mio avviso, solleva perplessità
innanzitutto da un punto di vista etico ed è comunque poco feconda sia in termini di analisi che di
efficacia delle politiche per la sostenibilità.
Per quanto concerne l'etica, evitare di porre gli aspetti ecologici al di sopra di ogni altro - rifiutando
cioè quello che qualcuno chiama 'ecodittatura' (v. ad es. Hinterberger et al. 1999) - significa
scegliere una prospettiva che assegna valore anche all'uomo. Se una simile scelta deriva da una
visione multidimensionale della vita, non si può allora non riconoscere anche la pluralità delle
dimensioni della sfera umana e non si può porre l'economia, o qualche altro aspetto sociali o
culturali, al di sopra degli altri. Un approccio multidimensionale consente di tenere in considerazione
una vasta pluralità di interessi e di aspirazioni.
Per quanto concerne l'analisi, si potrebbe pensare che la multidimensionalità comporti complicazioni
dal costo eccessivo. Per molti versi la semplificazione è una vera e propria virtù. Comporta, ad
esempio, evidenti vantaggi in termini di 'energia mentale' da dedicare ai problemi di scelta, specie in
un mondo, quello in cui viviamo, in cui gli stimoli e gli input informativi che ci raggiungono
crescono esponenzialmente rispetto alle nostre capacità di processarli. Restringere gli obiettivi, e
insieme le sfere di indagine, consente per di più di rivolgersi al 'tecnico', cui di fatto finiamo per
delegare le nostre decisioni. Se questa è una strategia attraente per le decisioni che riguardano alcuni
aspetti della vita individuale, lo è ancor più per le scelte pubbliche, in cui il ricorso al parere esterno
dell' 'esperto' consente di celare la natura politica della decisione. Si può dire senza esagerare che la
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semplificazione è un'esigenza sempre più 'vitale'. Tuttavia spesso ne sottovalutiamo i costi e/o i
pericoli che essa reca. Concentrandosi solo su qualche aspetto e/o obiettivo dimentichiamo spesso
l'esistenza di trade-off, dimentichiamo il fatto che ai benefici si affiancano anche dei costi, anche se
poco visibili in quanto collocati su altre scale spazio-temporali. Dimentichiamo, nei termini della
saggezza popolare, che non è possibile avere 'botte piena e moglie ubriaca', che 'niente è gratuito'.
Massimizzare rispetto ad un certo obiettivo comporta delle perdite su numerosi altri fronti. Se la
scelta deve essere razionale, cioè ragionata, meglio piuttosto guardare al quadro d'insieme, anche se
ciò può richiedere un processo che non solo è faticoso ma che non conduce in genere a indicazioni di
scelta univoche.
Un'analisi multidimensionale ed integrata è infine necessaria ai fini dell'efficacia delle politiche per
la sostenibilità. Qualsiasi intervento economico o legislativo incompatibile con gli incentivi
individuali è destinato ad avere scarsa efficacia. Lo stesso vale per ogni politica che non sia
compatibile con gli altri aspetti della sfera umana, incluso appunto la dimensione estetica.
Esigenze sia di etica, sia di lucidità di analisi e di razionalità procedurale (Simon 1978), sia di
efficacia delle politiche per la sostenibilità suggeriscono, a mio avviso, che il punto di partenza della
riflessione debba essere lo sforzo verso un approccio multidimensionale integrato. Considerato che
gli interventi che seguiranno riguarderanno soprattutto l'offerta (la produzione e la tecnologia),
desidero qui concentrarmi sul lato della domanda per avanzare alcune riflessioni, in chiave
multidimensionale, sul rapporto tra processo economico e crisi ambientale.
Il degrado ambientale: cause e rimedi
Dal mio punto di vista il quadro attuale è abbastanza deprimente in uno specifico senso. Già dagli
anni '60-'70 gli studiosi hanno elaborato lucide analisi sul degrado ambientale indicandoci le
direzioni da percorrere per attenuarlo. Ci troviamo oggi nel XXI secolo a non avere molto da
aggiungere a quello già detto allora. Le conoscenze specifiche, è vero, sono progredite enormemente.
Eppure ciò non ha contribuito a migliorare sostanzialmente l'analisi del degrado ambientale e delle
relative "ricette". Il motivo è abbastanza semplice. Gli ecosistemi, e in generale la vita sulla terra,
sono di livelli di complessità elevatissimi. La vita è una rete intricata di relazioni tra i suoi elementi,
evolutasi lentamente ed in modo conservativo nel corso di miliardi di anni. Per alcuni aspetti
riusciamo ad individuare un insieme di relazioni più forti che ci consentono una buona comprensione
di piccole porzioni di tale rete. La questione ambientale si dipana tuttavia su scale e su livelli
gerarchici che pongono problemi cui, ontologicamente, non si può rispondere in dettaglio e/o con
esattezza e/o in tempi rapidi. Una conseguenza è che non possiamo conoscere le conseguenze
ecosistemiche delle nostre azioni nei tempi appropriati alla scala temporale dell'individuo; gli
interventi in campo ambientale rischiano di essere o troppo tardivi, se si è attesa l'emergere di una
certa comprensione degli effetti, o azzardati, se si è agito nell'ignoranza. Assistiamo tuttavia ad un
paradosso. Se poco sapppiamo dei nostri effetti sull'ambiente, al tempo stesso, paradossalmente ne
sappiamo moltissimo. Conosciamo bene alcuni principi generali del funzionamento della natura.
Commoner [1986, 103-132], ad esempio, individua quattro leggi dell'ecologia per ricordarci che in
natura "ogni cosa è connessa con ogni altra cosa", che "tutto deve andare da qualche parte", che "la
natura è l'unica a sapere il fatto suo", che "non si distribuiscono pasti gratuiti" . (nota 1). Un altro
esempio riguarda la 'mucca pazza'. Siamo a priori ignoranti delle conseguenze cui andiamo incontro
se alimentiamo i bovini con farine animali. Sappiamo tuttavia che i bovini sono erbivori e non
carnivori (ne' tanto meno cannibali!). E' allora del tutto legittimo scegliere di impiegare farine
animali, nella consapevolezza, tuttavia, che è una scelta radicalmente contraria al funzionamento
della natura, e che questa, prima o poi, esigerà un prezzo.
Conosciamo molti principi generali che stanno alla base della vita così come conosciamo le cause del
degrado ambientale. L'economista romeno Georgescu Roegen (1906-1994), che dedica gli ultimi 25
anni della sua attività scientifica alla questione ambientale. Impiega i principi della termodinamica
per evidenziare come il processo economico consista, da un punto di vista fisico, nella degradazione
di energia e di materia, in accrescimento dell'entropia, in altri termini in produzione di rifiuti. Il
degrado ambientale deriva dall'eccessiva dimensione materiale delle nostre economie, una
dimensione che conduce al paradosso per cui un essere pensante, l'uomo, pur di "avere una vita,
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breve, ma ardente eccitante e stravagante", accelera, con i suoi eccessi, i tempi della propria
estinzione, che "siano le altre specie - le amebe, per esempio - che non hanno ambizioni spirituali, a
ereditare una Terra ancora immersa in un oceano di luce solare" (Georgescu Roegen, 1982 p.75). Per
tale motivo lo studioso propone un programma (nota 2) fondato non sulla rinuncia alle comodità
della vita moderna, ma su una riduzione degli sprechi più evidenti, sprechi che Georgescu non esita a
definire "crimini bioeconomici". Il programma bioeconomico di Georgescu non può che trovare tutti
d'accordo, lo stesso accordo che si può raccogliere su "motherhood and apple pie", come dicono gli
inglesi. Eppure, nei fatti, la scala materiale del processo economico, come vedremo, si è accresciuta.
Una visione integrata e le difficoltà dell'uomo di fronte alla razionalità
Si può ritenere che la presente crisi ambientale costituisca una scelta razionale e consapevole, una
scelta, cioè di intenso sfruttamento della natura, anche al prezzo di gravi conseguenze su alcune parti
delle popolazioni e/o sulle generazioni future. Tale 'scelta' sociale è ovviamente l'esito dei diversi
rapporti di forza di interessi contrastanti. W. Kapp (1910-1976) (nota 3), economista istituzionalista,
ci ricorda come chiunque operi nell'economia capitalistica sia costretto dalla concorrenza a tentare di
scaricare sugli altri i propri costi. Le azioni di cost-shifting, di trasferimento di costi - quelle che la
teoria economia tradizionale chiama esternalità - costituiscono la regola e riguardano non solo
l'ambiente ma ogni aspetto della società. Il conflitto ed il prevalere di alcune parti dell'economia e
della società, come ben evidenzia ad esempio il libro di Joan Martinez Alier L'ambientalismo dei
poveri (Martinez Alier 2002), determinano spesso, sia localmente che su scala globale, attività
fortemente lesive dei nostri ambienti, naturale e socio-culturale.
Personalmente credo che il motivo del conflitto degli interessi sia molto forte. Tuttavia a ciò credo
debba aggiungersi il problema del livello di razionalità collettiva e di consapevolezza. Rispetto alla
situazione presente, ad esempio, tale livello non sembra particolarmente elevato.
Com'è ovvio, scegliere mediante il ragionamento e la riflessione comporta notevoli costi, non solo
per l'individuazione delle soluzioni possibili, ma anche per la strutturazione del problema e per la
definizione delle proprie preferenze e dei propri obiettivi - obiettivi che peraltro sono normalmente
contrastanti e spesso difficilmente comparabili e commisurabili. L'attività di scelta è inoltre soggetta
a limitazioni nelle nostre capacità mentali (ad es. Simon 1978) cui si aggiungono veri e propri errori
e illusioni cognitive (nota 5). Probabilmente risulta ben più comodo semplificare la propria visione e
analisi, addomesticandola magari, come accade alla volpe di fronte all'uva acerba (nota 6), rispetto ai
propri conflitti interni. Ogni giorno, a tutti i livelli del dibattito, si possono raccolgiere molti esempi
della difficoltà a razionalizzare i problemi cui andiamo incontro e della tendenza a semplificare, a
ridurre, e ad "aggiustarsi" la visione della realtà rispetto ai propri stati interiori.
Alcuni esempi
L'idea di sostenibilità, al di là del suo notevole impatto emotivo, rimane concetto vago, ed è forse
questo il motivo del suo successo. Essa cela le più svariate ed anche contrapposte interpretazioni
teoriche e applicazioni operative. Un'idea che si è affermata tra gli economisti è che la sostenibilità si
debba tradurre (v. ad es. Pearce, Markandya, Barbier, 1989, p.33 e segg.) in un mantenimento del
"capitale" - inteso tradizionalmente come quell'insieme di elementi strutturali che danno come frutto
il reddito di cui godiamo. Considerato che la natura dà un contributo non indifferente, la questione
che si pone riguarda il rapporto tra capitale naturale e capitale costruito dall'uomo. Secondo una
versione forte della sostenibilità occorre lasciare alle generazioni future lo stesso capitale naturale
che abbiamo ricevuto, secondo la versione debole basta mantenere invariato il capitale nel suo
complesso, la somma cioè dei due tipi di "capitale". La sostenibilità debole consente di ridurre il
capitale naturale, a patto, tuttavia, che tale riduzione sia compensata da un incremento di capitale
artificiale. Si può sostituire, in altri termini, natura con capitale. Il dibattito tra sostenitori dell'una o
dell'altra versione, è acceso e riguarda molteplici aspetti; a ben vedere, tuttavia, ha poco senso ed è
inutilmente complicato. Alla base dell'idea di sostenibilità debole infatti vi è un grave errore
metodologico che la rende priva di significato scientifico. Per comprendere il problema è assai
efficace la storiella raccontata da Funtovitcz e Ravetz (1990) a proposito dello scheletro di un
dinosauro (un esemplare di 'Funtravesaurus') presente in un museo di storia naturale. Come mostrato
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in un cartello, lo scheletro ha 250.000.000 di anni. Un giorno tuttavia il cartello viene modificato.Ora
riporta il numero 250.000.008. Quando gli vengono chieste spiegazioni, il custode in modo fiero
rivendica la correzione del cartello: "Sono qui da 8 anni ed il reperto era già qui. E' bene essere
precisi!"
Tutti sorridiamo di fronte a questa storiella. Il motivo è semplice, la scala temporale che ci interessa
di fronte allo scheletro del dinosauro sono almeno le decine di milioni di anni. La scala temporale del
tempo dell'uomo (l'anno, la decina di anni) non ha rilevanza per l'età del dinosauro. Lo stesso vale
per il capitale naturale e quello artificiale. La completa differenza delle scale temporali rilevanti li
rende non sommabili!
E' proprio, come noto, la discrasia tra le scale temporali che rende le cose difficili nel rapporto tra
uomo industriale e ambiente. I ritmi dell'uomo e della natura si divaricano oggi sempre più. Questo
ha implicazioni non solo in termini di esiti reali (ad es. inquinamento, eccessivo sfruttamento di
risorse rinnovabili) ma anche in termini di difficoltà sempre crescente nella percezione da parte
dell'uomo delle conseguenze delle proprie azioni. La velocità, da un lato, e l'estensione spaziale delle
nostre reti (globalizzazione se si vuole), dall'altro, rende difficile ed affannosa la percezione,
l'osservazione, la visione, l'esperienza e quindi
la cognizione del nostro mondo.
Il legame tra percezione visione e conoscenza è cruciale nel cinema di Wim Wenders. Sua ambizione
è il rispetto dello spettatore attraverso uno svolginento delle immagini che consenta un
funzionamento fisiologico della vista. Un modo naturale di vedere che diviene presupposto della
libertà: lascia il tempo per la percezione e quindi per la cognizione. In condizioni di sforzo e di
pressione occhi e mente funzionano male la vista si annebbia e la coscienza diviene manipolabile
(Russo p.62). I ritmi serrati e spettacolari dell'inflazione visiva degli Stati Uniti che Wim Wenders
sperimenta sul finire degli anni '60 soffocano, accecano e addomesticano (ibid., p.50 e segg.). Chi di
noi sa allora che occorrono circa 25 tonnellate di materia per produrre un auto (circa 1 t) e che ne
occorrono 3 per una fede d'oro (5 grammi) (3.000.000 grammi per ottenere 5 grammi di prodotto
finito!) (Poli 1998)? E' poi sufficiente acquisire tali informazioni o occorre viverle, vederle? Quante
volte cambieremmo l'auto se insieme all'auto ci consegnassero anche un bel blocco contenente le 24
tonnellate di scarti del ciclo produttivo (zaino ecologico)? Apriamo il rubinetto e l'acqua arriva più o
meno in abbondanza ... e se dovessimo prelevarla dal pozzo tirandola su a mano? Ci lamentiamo dei
prezzi dei prodotti ortofrutticoli ... e se provassimo a vedere da vicino come funziona l'agricoltura?
Se li coltivassimo vedremmo in prima persona molte cose, ad esempio, la quantità di petrolio (cui va
il merito di prezzi molto bassi!) in essi (indirettamente) contenuta!
Chiaramente la possibilità di vedere non è tutto. E' tuttavia aspetto importante. E' significativo, ad
esempio, il caso delle emissioni dei veicoli elettrici o di quelli ad idrogeno. Dato che non vediamo
emissioni nocive ci illudiamo che non siano presenti, dimenticando che sia l'energia elettrica che
l'idrogeno sono dei vettori e non delle fonti di energia. In questi casi le questioni rilevanti riguardano
il modo con cui questi vettori vengono prodotti ed utilizzati! Sembra essersene dimenticato
addirittura un ente autorevole come l'Alternative Fuels Data Center (AFDC) del National Renewable
Energy Laboratory (analogo al nostro ENEA), che scrive (nota 4) sul proprio sito (v.
http://www.afdc.nrel.gov/altfuel/electric_fuel.html) a proposito dell'auto elettrica:
"No tailpipe emissions! This is the number one benefit of owning an Electric Vehicle, you are not
polluting the environment. Although, some people argue that there are some emissions that can be
attributed to Evs—the emissions that are generated in the electricity production process at the power
plants"
lasciando ad intendere che il conteggio delle emissioni prodotte in centrale sia qualcosa da discutere.
Il problema deriva di nuovo dalla scala, spaziale questa volta. E' chiaro che al chiuso di un
capannone l'auto elettrica costituisce la soluzione migliore. Forse anche ai fini delle emissioni in un
centro urbano. Probabilmente no se guardiamo alle emissioni complessive, su scala spaziale più
ampia, specie se si considerano auto elettriche pure piuttosto che ibride. Che succede poi se
includiamo nell'analisi lo smaltimento degli accumulatori? L'attenzione sui gas serra sposta la nostra
attenzione sulla CO2. L'auto diesel per questo va un po' meglio, che però presenta il problema,
locale, delle polveri sottili. Inoltre il gasolio va desolforato, ma questo processo produce, ancora,
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CO2! La benzina è diventata retoricamente verde perchè senza piombo, ma più ricca di benzene,
altamente cancerogeno. Rottamiamo auto ancora funzionanti per avere miglioramenti nelle emissioni
senza però vedere le emissioni, ma non solo quelle, anche la materia, necessarie per produrre le
nuove. Vedere è un arte, per dirla con Aldous Huxley (Huxley 1994)! Un'arte particolarmente
difficile soprattutto quando l'oggetto della visione è un mondo in cui "non esiste pasto gratuito", in
cui al di là della retorica dominante sono rare soluzioni vincenti su tutti i piani, 'win-win'. Alternative
frequenti sono invece 'lose-lose', o in ipotesi più favorevoli, 'win-lose'. Ci illudiamo che le tecnologie
possano allungare la coperta senza limiti. L'illusione e la mancanza di una cultura del limite possono
in effetti rappresentare delle vere e proprie cause del degrado ambientale.
Altri esempi
Per isolare le cause facciamo, anche quotidianamente, "esperimenti controllati"; tener tutto fermo, far
muovere un fattore di controllo e vedere che cosa succede. Tutti sappiamo che questa pratica è adatta
solo a contesti relativamente semplici, ma spesso lo dimentichiamo. Il ragionamento ceteris paribus,
"tenendo fermo il resto", ha il difetto che il resto non rimane fermo (v. Giampietro 2003 cap 1)! Di
questo se ne era accorto già l'economista Jevons nel 1860 quando, nella Coal Question, avanza la
preoccupazione che l'aumento di efficienza nell'uso del carbone potesse comportare un aumento del
consumo totale di carbone (Giampietro e Mayumi 1998, Foster 2000). L'aumento dell'efficienza
nell'uso del carbone avrebbe innescato nell'intero processo economico un aumento della domanda di
carbone in misura maggiore dei risparmi energetici ottenuti dalla singola unità produttiva. Un caso
emblematico che mostra come non sempre abbia senso prevedere esiti ad un certo livello gerarchico
semplicemente sommando il "comportamento" delle unità che stanno al livello gerarchico
sottostante. L'ecoefficienza non necessariamente conduce ad un maggior rispetto dell'ambiente, a
meno che non sia affiancata da una coscienza individuale e collettiva che imponga che non si
sfruttino i miglioramenti tecnologici per espandere le nostre possibilità di consumo e, forse, di
spreco. Un topolino è energeticamente molto meno efficiente, in termini relativi, di un elefante
(Peters 1983, citato in Giampetro 2003). Un topolino pesa 20 gr e consuma come metabolismo basale
0.06 watt mentre un elefante pesa 6 tonnellate e consuma 2820 watt. Se calcoliamo i consumi per
unità di massa il topo consuma 3W/kg mentre l'elefante 0.5 W/kg. Nonostante un topolino sia sei
volte meno efficiente di un elefante nessuno potrebbe pensare di attribuirgli un impatto maggiore!
Eppure, quando spostiamo l'attenzione su di noi, ci ostiniamo ad evidenziare dati che riguardano la
nostra eco-efficienza, ad esempio l'energia che usiamo o le nostre emissioni per un'unità di PIL,
dimenticando che al nostro ambiente interessa la nostra dimensione assoluta e non quella relativa.
Che fare?
Si è detto sopra che le conoscenze in nostro possesso sono da molti anni ampie, sufficienti ad
affrontare in nodi più grossi della crisi ambientale che viviamo. Sappiamo che la tecnologia, benchè
abbia fornito e possa continuare a fornire un contributo importantissimo, non può essere da sola
sufficiente. Il problema più grave è, a mio parere, insito nella difficoltà di accettare una
consapevolezza dei limiti che, nonostante gli enormi progressi, sono parte integrante della nostra
vita. Il rifiuto dei limiti comporta il rischio di vederseli comparire tutti insieme ad un certo punto.
Anche la soluzione è nota. Il programma bioeconomico di Georgescu Roegen, citato sopra e riportato
in nota 2, volto a contenere alcuni consumi che non possono essere che definiti, al di là di ogni
pretesa soggettivistica, come sprechi. Eppure una soluzione del genere è poco praticabile sul piano
emotivo, per via della nostra assuefazione ai lussi e alle stravaganze che ci derivano dall'abbondanza
di energia. Forse è più attraente la strada che ci indica Commoner, quella di "Far Pace con il
Pianeta", di vivere in maggior armonia con l'ecosfera (che include anche gli altri uomini!), anche se
questa strada si scontra con uno spirito belligerante e aggressivo assai diffuso, almeno nelle nostre
società. Sia Commoner che Georgescu, ma anche Kapp, nè credono nè desiderano un ritorno al
mondo pre-industriale. Ci invitano molto semplicemente ad acquisire quel senso della misura che
consentirebbe alle nostre società di raggiungere un benessere più effettivo, più duraturo, più
distribuito. Una grossa difficoltà deriva dal fatto che le nostre economie si fondano proprio su
logiche lontane dalla natura e si nutrono proprio degli sprechi che andrebbero ridotti. La vera sfida
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consiste allora nella capacità di trasformare i nostri stili di vita senza che ciò comporti l'improvviso
cedimento di un sistema economico che, nonostante tutto, permette a molti di noi, fortunati abitanti
dell'Europa occidentale, tanti lussi.
NOTE
(1) La prima legge "ogni cosa è connessa con ogni altra cosa" esprime il fatto che l’ecosfera è un reticolo complesso e che
ogni elemento è un nodo di una rete fortemente connessa. Ad esempio “in un ecosistema acquatico un pesce non è
soltanto un pesce che genera altri pesci; è anche il produttore di rifiuti organici che nutrono microrganismi e poi le piante
acquatiche; è il consumatore di ossigeno prodotto per fotosintesi da tali piante; è l’habitat di parassiti; è la preda del falco
pescatore. Il pesce è dunque un elemento di questo reticolo che ne definisce le funzioni” (Commoner 1990, p. 40).
La seconda legge "tutto deve andare da qualche parte" ci ricorda che la natura opera per cicli chiusi. “Negli ecosistemi
acquatici, per esempio, gli elementi chimici che vi partecipano sono sottoposti a processi ciclici chiusi. Con la
respirazione i pesci producono anidride carbonica, che viene assorbita dalle piante acquatiche e usata, attraverso la
fotosintesi, per produrre l’ossigeno di cui i pesci abbisognano per respirare. I pesci espellono rifiuti contenti composti
organici azotati; quando i rifiuti sono metabolizzati dai batteri e dalle muffe acquatiche, l’azoto organico è trasformato in
nitrato che a sua volta è un nutrimento essenziale per le alghe; queste ingerite dai pesci, contribuiscono a produrre i loro
rifiuti organici e il ciclo è completo” (ibid. p. 41-42)
La terza legge, "la natura è l'unica a sapere il fatto suo", ci ricorda che "L’ecosistema è coerente; i suoi numerosi
componenti sono compatibili l’uno con l’altro e con l’insieme. Una simile struttura armoniosa è il frutto di un
lunghissimo periodo di tentativi ed errori: i 5 miliardi di anni dell’evoluzione.” (ibidem. p.43) Il ritmo evolutivo è
lentissimo, ovvero la natura procede a bassa velocità, ha tempi lunghissimi. L’uomo è impaziente e crea cose mostruose
per la natura come l’invenzione delle materie plastiche per le quali non esistono enzimi in grado di biodegradarle in
contrasto con la seconda legge dell’ecologia. La quarta legge dell’ecologia di Commoner,“non esistono pasti gratuiti” ci
ricorda che “qualsiasi distorsione di un ciclo ecologico, o l’inserimento in esso di una componente incompatibile (come
una sostanza chimica tossica), provoca inevitabilmente effetti dannosi (ibid. p. 46).” Questi danni all’ambiente sono
debiti che diverranno prima o poi visibili.
(2) Georgescu Roegen (1982) pp. 73-75
"Un'economia basata essenzialmente sul flusso di energia solare eliminerà anche il monopolio della generazione presente
sulle future. Questo non avverrà completamente, perché anche un'economia del genere dovrà attingere al patrimonio
terrestre, soprattutto per quanto riguarda i materiali: si tratta di rendere minore possibile il consumo di tali risorse critiche.
Le innovazioni tecnologiche avranno certamente un peso in tale direzione. Ma è l'ora di smettere di insistere
esclusivamente - come a quanto pare hanno fatto finora tutte le piattaforme - su un aumento dell'offerta. Anche la
domanda può svolgere un compito, in ultima analisi perfino maggiore e più efficiente.Sarebbe sciocco proporre di
rinunciare completamente alle comodità industriali dell'evoluzione esosomatica. [...] Ma in un programma bioeconomico
minimale si possono includere alcuni punti. Primo, la produzione di tutti i mezzi bellici [...], non solo la guerra, dovrebbe
essere completamente proibita. Secondo, utilizzando queste forze produttive [liberate dall'industrie belliche] e con
ulteriori misure ben pianificate e franche, bisogna aiutare le nazioni in via di sviluppo ad arrivare il più velocemente
possibile a un tenore di vita buono (non lussuoso). [...] Terzo, il genere umano dovrebbe gradualmente, ridurre la propria
popolazione portandola a un livello in cui l’alimentazione possa essere adeguatamente fornita dalla sola agricoltura
organica. Quarto [...] ogni spreco di energia per surriscaldamento, superraffreddamento, superaccelerazione,
superilluminazione ecc. dovrebbe essere attentamente evitato e, se necessario, rigidamente regolamentato. Quinto,
dobbiamo curarci dalla passione morbosa per i congegni stravaganti, splendidamente illustrata da un oggetto
contraddittorio come l'automobilina per il golf [...] Se ci riusciremo, i costruttori smetteranno di produrre simili "beni".
Sesto, dobbiamo liberarci anche della moda [...] È veramente una malattia della mente gettar via una giacca o un mobile
quando possono ancora servire al loro scopo specifico. [......] ma è ancor più importante che i consumatori si rieduchino
da sé così da disprezzare la moda. I produttori dovrebbero allora concentrarsi sulla durabilità. Settimo [...] i beni devono
essere resi più durevoli tramite una progettazione che consenta poi di ripararli. Ottavo [...] dovremmo curarci per liberarci
di quella che chiamo "la circumdrome del rasoio", che consiste nel radersi più in fretta per aver più tempo per lavorare a
una macchina che rada più in fretta per poi aver più tempo per lavorare a una macchina che rada ancora più in fretta, e
tosi via, ad infinitum. [...] Dobbiamo renderci conto che un prerequisito importante per una buona vita è una quantità
considerevole di tempo libero trascorso in modo intelligente.
(3) Per maggiori dettagli sull'opera di Kapp vedi Kapp (1991) o Frigato Giovagnoli (2000).
(4) Quanto riportato nel testo si riferisce ad una pagina web rimasta attiva per molti anni e ancora attiva al momento della
conferenza. Dopo qualche mese, almeno dal dicembre 2003, l'ADFC ha finalmente corretto la pagina sulle auto elettriche.
(5) Nel 2003 è stato assegnato il premio Nobel all'economista Khaneman che ha incentrato la propria attività di ricerca
sul comportamento. Sull'argomento si segnala il volume di Augier e March (2002)
(6) Il desiderio di una coerenza cognitiva - coerenza cioè tra i vari aspetti della conoscenza, dei sentimenti e del
comportamento - è fenomeno riconosciuto da molti anni in psicologia e in psicologia sociale. Secondo la teoria della
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'dissonanza cognitiva' (che nasce sul finire degli anni '50 grazie a Leon Festinger) l'individuo che percepisce delle
incoerenze cognitive viene a trovarsi in uno stato di disagio interiore che cerca di ridurre al minimo, anche modificando
radicalmente l'interpretazione della situazione esterna. Il caso della volpe e l'uva citato nel testo è analizzato in Elster J
(1983)
NOTE
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