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Prima uomini poi cristiani di Enzo Bianchi
Al di là del genere letterario che è suo, di Vittorino Andreoli, e non è mio, potrete
scoprire convergenze di cui io stesso mi sono Ameravigliato, ascoltandolo, anche
perché nessun accordo né
scambio di tracce è avvenuto prima dei nostri interventi.
Sta scritto nel libro della Genesi, e sta scritto nel latino della vulgata «creavit Deus
Adam e posuit eum in Paradiso»: Dio creò l'uomo e lo pose in un giardino (paradiso è
semplicemente la traduzione latina del pardès, che è scritto nella Genesi, termine
di origine persiana che significa giardino). Ma l'intelligenza spirituale dei Padri della
Chiesa ha riletto questa affermazione fornendoci una straordinaria e sintetica chiave
ermeneutica che è diventata un adagio presso i padri latini: «creavit Deus Adam e
posuit eum in Paradiso, ídest in Christo», cioè Dio creò Adamo lo pose nel giardino,
cioè in Cristo: il giardino è Gesù Cristo. Questa la comprensione ultima del giardino
nella Genesi, evento certamente creazionale che svela l'intenzione di Dio: Dio creò
l'uomo in Cristo, lo creò per Cristo, lo creò attraverso Cristo, come dicono Giovanni e
Paolo nel Nuovo Testamento. Ma questa parola della Genesi va capita soprattutto a
livello escatologico: guai, guai se leggete quella pagina della Genesi come una
preistoria o qualcosa che sta all'indietro. Voi non capite nulla né della storia della
salvezza né del mistero cristiano se la leggete al passato,la lettura deve essere
teleologica pose Adamo in Cristo, cioè quello è il destino dell'uomo. Purtroppo la
nostra lettura della Creazione è sovente regressiva, fedele all'origine ebraica ma priva
della profondità della lettura cristiana.
La verità è che tutte le creature innanzitutto l'uomo, l'umano, sono state create in
Cristo, attraverso di Lui e in vista di Lui; questa è la comprensione dell'essere umano
e della creazione quale traspare anche dalle sculture medioevali, come quelle della
Cattedrale di Chartre: il Cristo sta plasmando accarezzando il volto di Adamo che
pone il capo sulle sue ginocchia e il volto di Adamo guarda il volto di Cristo in piena
somiglianza con Lui. La vocazione dell'uomo creato non contiene in sé solo l'Adam,
il terrestre, colui che è stato tratto dalla terra, ma contiene anche colui che è il Figlio,
che è Cristo, e che Paolo ha osato chiamare il secondo e ultimo Adamo.
Il giardino in cui Dio colloca l'uomo allora non è un luogo geografico, non fate una
lettura di questo tipo degna dei fondamentalisti peggiori, ma il giardino è una
situazione come vocazione, è la filialità nel rapporto con Dio; è il figlio, Cristo, è la
vita con Dio, quella vita per sempre cui siamo chiamati.
Simbolo della vocazione d'amore che presiede alla creazione dell'uomo, giardino
della Genesi è una sorta di terra promessa, è il telos, è il termine dove l'uomo deve
giungere. L'uomo non è mai uscito da quel giardino, deve semplicemente ancora
andarci, quello è il suo destino, non una preistoria.
piccoli passi verso la barbarie
Certamente quel giardino è anche, secondo la Genesi, la terra affidata all'uomo
perché la coltivasse e la custodisse, ma in verità l'uomo può far questo solo se sa
realizzare la propria vocazione ad essere conforme al Figlio di Dio. Quando l'uomo
contraddice questa conformità cui è chiamato, allora viene in lui un processo di
devocazione; proprio perché l'essere umano non custodisce e non realizza la propria
vocazione il giardino imbarbarisce, cresce il deserto, non c'è più un giardino,c'è un
caos in cui gli eventuali alberi si soffocano a vicenda e non son più capaci di bellezze,
avviene quello che preconizzava il visionario Nietzsche, quest'uomo che ha fatto più
servizio lui al cristianesimo di tanti devoti che popolano la chiesa. Cresce il deserto
nell'anima dell'uomo e se cresce il deserto nell'anima dell'uomo avanzerà anche il
deserto sulla terra abitata, parola di Nietzsche, visionaria ma autentica.
Ed è questa purtroppo l'esperienza che stanno vivendo oggi quanti si esercitano nella
consapevolezza e non dimenticano la responsabilità umana nella storia, nel mondo e
pérmettetemi di dire, soprattutto, nella polis, nella città che abitiamo.
Michel Henry, questo grande filosofo francese ha appena pubblicato un saggio che ha
come titolo «La barbarie» per denunciare questo divorzio sempre più profondo tra lo
sviluppo del sapere e la scomparsa della cultura, cresce il sapere nelle nostre società,
diminuisce addirittura scompare la cultura e altri dal canto loro parlano di petits pas
per la barbarie, piccoli passi verso la barbarie. E' una vera diagnosi di quello che
stiamo vivendo e di cui pochi sono consapevoli: noi stiamo andando verso la
barbarie, piccoli passi verso la barbarie nelle relazioni più quotidiane, a livello di
politica, a livello di comunicazione; è il cammino che da qualche decennio è stato
imboccato in maniera certa e sicura: il deserto avanza e la barbarie pare imporsi a
tutti i livelli.
A partire da questa premessa vorrei proporvi allora un itinerario in due momenti. Il
primo: che cos'è la vocazione? il secondo: ma qual è il fine, il telos, della vita umana?
esistere: la vocazione primaria
Purtroppo quando si parla di vocazione soprattutto nello spazio cristiano si pensa a un
particolare cammino alla sequela di Cristo e si dimentica che c'è una vocazione
primaria che è la chiamata all'esistenza, alla vita. Senza la consapevolezza di questa
vocazione primaria, che è di tutti gli uomini, in realtà non è possibile ascoltare o
accogliere altre chiamate più personali, più particolari. Soprattutto oggi,in cui la
cultura dominante si nutre di una visione in cui regnano il caso e la necessità e dà
origine a un'esperienza umana massificata e disgregata, occorre ribadire che la
vocazione all'esistenza è il fondamento di ogni vita umana; si è chiamati alla vita da
Dio, non per caso ma per amore, non per necessità ma nella libertà. Se c'è una
battaglia che il cristianesimo ha fatto e continua a fare è proprio opporsi alla logica
del caso e della necessità; non il caso ma l'amore dà senso, non la necessità ma la
libertà apre i cammini di senso.
Dio ha voluto nella libertà qualcuno da amare e dal quale essere amato, questa è la
ragione della creazione ed è la ragione per cui ognuno di noi, lo sappia o non lo
sappia, è frutto di una vocazione da parte di Dio: vocazione alla vita, vocazione
all'esistenza. Il cristianesimo ci insegna non tanto che noi abbiamo bisogno di Dio,
questi sono gli uomini religiosi che lo insegnano, il cristianesimo ci insegna che Dio
voleva qualcuno di fronte a sé da amare e da cui essere amato, per questo ha plasmato
l'essere umano a sua immagine e somiglianza. Parole che dicono come l'uomo è,
capace di relazione, di comunicazione, di comunione. L'esistere dell'uomo è dunque
la vocazione primaria, è la chiamata che non potrà venire mai meno da parte di Dio,
qualunque sia la situazione in cui l'uomo possa venirsi a trovare, anche quando la
condizione di un uomo contraddicesse la stessa volontà di Dio, anche quando un
uomo nega Dio, anche quando un uomo bestemmia Dio, l'immagine di Dio nell'uomo
permane lo stesso, innegabile e indistruttibile, sempre.
E’ una chiamata all'amore, una chiamata alla vita piena, una chiamata alla relazione,
alla comunione con gli altri e con l'altro, l'altro che è il mio vicino, colui che incontro,
che è accanto a me e l'Altro con la A maiuscola che chiamo Dio.
Sono le affermazioni dei Padri. Se poi qualcuno oggi osa dire nello spazio ecclesiale,
magari munito di grande autorità, che l'uomo che sconfessa Dio non è un uomo,
contraddice tutta la grande Tradizione della Chiesa e mi fa vergognare in quei
momenti di essere cattolico. L'uomo malvagio, l'uomo assassino, l'uomo menzognero,
quegli uomini di cui ci ha fatto molti cenni Vittorino prima, perdono la somiglianza
con Dio, non l'immagine di Dio che è in loro, che resta come una vocazione
irrevocabile, perché Dio creò l'uomo a sua immagine e somiglianza.
diventare uomini
Ma questa chiamata primaria all'esistenza che cosa significa? Significa
umanizzazione. Non intendo scandalizzare nessuno ma la chiamata all'esistenza
significa proprio vocazione a diventare uomo, vocazione all'umanizzazione . Conrad
Lorenz scriveva: L'anello mancante tra la scimmia e l'uomo sono io». Pensateci, non
è una banalità, perché dietro a me sta l'animale che è in me, davanti a me sta l'uomo:
umanizzarmi è il mio compito, diventare uomo è un processo da quando nasco fino a
quando muoio, mai cesso di diventare uomo, mai cesso di fare della mia vita un
capolavoro umano, un'opera d'arte umana. Ouesto è il compito, questa è la vocazione.
La grande vocazione è esser nati, esser uomini e davanti a Dio, ma questa chiamata
all'esistenza significa appunto umanizzazione e io, permettetemi di dirlo, sono sempre
più convinto che è cristiano colui che diventa uomo, autentico uomo, un capolavoro
esistenziale.
L'uomo infatti di natura è inumano; oggi ne siamo consapevoli, siamo ormai lontani
dall'ottimismo dell'illuminismo per cui Rousseau diceva che l'uomo nasce buono ma
è la società che lo travia. Noi che siamo venuti al mondo durante o dopo la Shoa, che
abbiamo il ricordo di Hiroshima, del genocidio cambogiano, di quello dei Burundi e
del Rwanda, noi che siamo stati testimoni dei massacri di Sabra e Sbatila e delle
innumerevoli vittime di guerre mai dichiarate, mai concluse, noi sappiamo che l'uomo
è inumano. Ma è qui che nasce la consapevolezza e la responsabilità di un cammino
di umanizzazione, nella convinzione che l'uomo trascende infinitamente l'uomo, nel
desiderio di una terra più abitabile, nell'operare per una polis, una città in cui emerga
la libertà in vista di un progetto comune.
il primato dell'interiorità
Diventare umani è un cammino che spetta a ciascuno di noi e per questo è
assolutamente necessario custodire la vita interiore, quella vita che inizia il suo
movimento elementare di presa e di distanza da sé attraverso gli interrogativi che ci
abitano: chi sono? da dove vengo? dove vado? a chi appartengo? da cosa sono
salvato? e soprattutto perché la morte?
Queste sono le domande della gnosi purtroppo dimenticate da una spiritualità
cristiana che le sentiva come appartenenti ormai a un filone dichiarato eretico eppure
sono le domande di senso essenziali all'uomo e alla sua umanizzazione. L'oracolo di
Delfì continua a chiedere ancora oggi: «uomo conosci te stesso», chiede cioè, in vista
di una autentica qualità umana, interiorizzazione, vita profonda e intima, integrazione
delle esperienze e degli eventi vissuti per giungere, pur accettando l'enigma che ci
abita, all'interpretazione di noi stessi.
L'uomo deve lavorare e custodire il giardino della vocazione e della vita e quindi
deve sviluppare a crescere, ordinare questa vita interiore con creatività e attenzione
reagendo soprattutto oggi contro quella omologazione dell'intimo cui tendono le
società conformiste. Non stiamo forse assistendo a una sorta di eliminazione
dell’interiorità, a una sua eclisse? Questo mi pare il problema cui vanno incontro le
odierne civiltà di massa e permettetemi di dire: se i regimi totalitari del nostro secolo
perseguivano l'annientamento della persona nel tutto appartenente al partito o allo
Stato e si impadronivano della sfera interiore dell'uomo attraverso sofisticati metodi
di propaganda e l'uso anche del terrore, oggi è il sistema che pretende di governare il
mondo con la rumorosa propaganda del liberismo e del mercato, questo sistema che
vuole essere unico e che comanda il mondo ad agire a sua volta per la sparizione
dell'interiorità, della soggettabilità raggiungibile in un orizzonte comune, piccoli passi
verso la barbarie.
Si tratta di lavorare per ristabilire il primato dell'interiorità, per una cultura attenta a
salvaguardare questa dimensione essenziale dell'uomo che costituisce la differenza
più profonda tra l'uomo e l'animale. Coltivazione del giardino i cui attrezzi di lavoro
per render fecondo il giardino, rigoglioso, bello sono la disciplina del tempo,
l'educazione ad ascoltare, l'apertura all'alterità, alla differenza, alla diversità e alla
complessità, l'esercizio della comunicazione in vista di una fecondità che nel giardino
dell'umanità si chiama sapienza, cultura che arriva ad esser sapienza.
Gesù, il vero uomo
Se il cammino finora percorso ci ha chiesto di realizzare la vocazione ad essere
uomini, e questo vale per credenti e non credenti, non ci sono compiti diversi, c'è un
solo compito: diventare uomìni, fare della propria vita umana un capolavoro, è anche
vero che per noi cristiani c'è un traguardo, c'è una conformità da raggiungere con
colui che noi pensiamo essere stato il vero uomo, Gesù Cristo.
Quanto tempo abbiamo sprecato a far battaglie per dire che era Dio. E non ci siamo
accorti che se noi diciamo che era Dio è perché quelli che l'han detto per primi han
visto una vita umana, un uomo, nient'altro che un uomo, un tale capolavoro d'uomo
da dire, costui è Dio. t una vergogna che noi continuiamo a chi edere di deificare
Gesù senza aver conosciuto la sua vita umana. Questa è una operazione da religione,
fatta da uomini religiosi non cristiani. I cristiani, non dimenticate, i discepoli sono
vissutí per tre anni insieme a un uomo, un uomo normale, quotidiano come tutti noi,
non hanno mai visto in lui nulla di straordinario ci dicono i Vangeli che non aveva
neanche l'andamento ieratico di certi personaggi della nostra chiesa, era
semplicemente un uomo. Ma coinvolti in quella vita per tre anni, vedendo come lui
spendeva la vita, come lui giorno dopo giorno dava la vita agli altri, han detto che lui
era Dio. Questa è la verità, questo è il cammino.
E’ molto importante percepire che Gesù è l'uomo per eccellenza: colui che ha vissuto
per gli altri, colui che ha speso la vita per l'altro fino al dono della propria vita
attraverso una morte violenta.
Dove l'altro designa in uno stesso movimento due realtà: l'altro, cioè gli altri uomini,
quelli che incontriamo nel quotidiano e specialmente tra loro i poveri, gli ultimi, gli
afflitti, e l'Altro designante la fonte dell'amore, questa fonte che lui chiamava Abba,
Padre, Dio.
Prima di esser un vero credente occorre dunque essere prima veri uomini. Gesù ci ha
narrato Dio, ma ci ha mostrato chi è l'uomo e per questo è stato chiam-ato Figlio
dell'uomo. Per questo Paolo lo ha chiamato il secondo Adamo, ultimo venuto ma
preesistente all'Adamo creato nell'in principio e Paolo dice nella lettera a Tito (2-12):
Gesù è venuto per vivere in questo mondo. Avete mai notato questa parola? Si dice
sempre che è venuto a salvarci, ma come ci ha salvato? Insegnandoci come vivere in
questo mondo. La salvezza sta nel come viviamo, non è qualcosa che viene dal di
fuori, ognuno di noi si salva nella misura in cui impara a vivere in questo mondo
come lui ha vissuto e ci ha insegnato.
Insegnarci a vivere, cioè a diventare uomini e noi diciamo quindi che la vita fatta alla
sua sequela, conformemente alla sua, è la vita cristiana. Aggettivo che vuole indicare
la forma data da Cristo alla vita umana. Sì l'esistenza cristiana non si aggiunge
dall'alto all'esistenza umana: è la forma dell'esistenza umana che viene dal basso e si
fonde con l'umanità in un'unica vita senza stacchi né separazioni.
Ma perché la vita di Gesù possa veramente plasmare la vita umana occorre
assolutamente liberarla dai molti cliqués devozionali attraverso i quali è stata pensata
e immaginata, cliqués che essendo solo segnati dall'esito della croce, impediscono di
vederla come reale esistenza, quotidianamente vissuta, esistenza umana. Non è un
caso che difetti una meditazione e una ricerca sull'esistenza quotidiana di Gesù,
un'esistenza innanzitutto vissuta nell'amore, dunque buona, ma anche un'esistenza
bella e felice. Si sono sempre privilegiati e ritenuti inconciliabili con la visione
positiva di una vita bella e beata l'impegno radicale, le prove, le fatiche la passione, la
croce, ma in verità i Van geli testimoniano e narrano che l'esistenza di Gesù proprio
perché è stata tutta secondo la volontà di Dio e quindi un'esìstenza per noi normante
alla quale non c'è alternativa. Va dunque recuperata una visione integrale della vita di
Gesù, perché la sequela è dietro a Lui, l'uomo vero secondo il disegno di Dio.
una vita buona
Per una vita autenticamente cristiana dunque urgente riconoscere l'esistenza umana di
Gesù. E allora primo punto: Gesù ha fatto un'esistenza buona, questo è il tratto che
più è stato messo in risalto nel passato Gesù ha fatto una vita segnata dalla bontà
perché ubbidiente all'amore, è dunque una vita capace di mostrare umiltà, mitezza,
misericordia, ma soprattutto una vita segnata dalla carità per il prossimo, gli altri, gli
ultimi, i poveri.
Gli Atti degli Apostoli sintetizzano così la vita di Gesù: «Gesù passò facendo del
bene in mezzo a noi» (Atti 10-38). E Giovanni al compimento della vicenda terrena
di Gesù sintetizza così tutta la vita: «Avendo amato i suoi per tutta la vita li amò fino
all'estremo» (Giovanni 13-1). Incontrava i malati e li curava , incontrava i peccatori
risvegliava in loro la dignità e annunciava che erano amati da Dio, incontrava gli
affamati e li saziava, incontrava i tormentati da mali oscuri, demoniaci si diceva
allora, e li liberava dall'oppressione dell'angoscia, della paura, della malattia. Gesù ha
fatto questa vita. Non dimentichiamo mai la sua parola finale: «Non c'è amore più
grande di chi dà la vita per gli amici; io ho fatto questo, io ve ne ho dato giusto
l'esempio».
Non vi siete mai chiesti perché Gesù è stato ucciso? Perché era un giusto e in un
mondo ingiusto il giusto è insopportabile e così Pilato ne ha decretato la morte. Non è
Dio che voleva che suo Figlio patisse, queste son bestemmie, ma era il mondo che ha
voluto che Lui scomparisse e fosse tolto di mezzo, perché il mondo non sopporta di
vedere chi è giusto. Ma perché l'hanno ucciso i sommi sacerdoti? Perché Lui
predicava un Dio che non era sopportabile per gli uomini religiosi. Gesù è la vittima
del potere religioso ed è la vittima della «religione». Questa è la verità, non
dimenticatelo. Non solo, ma quando gli viene chiesto: «Qual è il più grande
comandamento?». Gesù ha detto: «Amerai il Signore Dio tuo». Era questo il grande
comandamento secondo l'Antico Testamento, ma Gesù ne aggiunge subito uno:
«Amerai il prossimo tuo come te stesso». E in Luca diventa un solo comandamento.
E in Giovanni: «Amatevi l'un l'altro come io vi ho amato». E se voi vi amerete l'un
l'altro amerete anche Dio; ecco la novità del comandamento nuovo, questa è la vita
buona di Gesù.
una vita bella
Ma Gesù ha anche fatto una vita bella, una vita umanamente bella. Vita certamente di
un uomo che era povero, non misero, ma dotato delle possibilità di cogliere la
bellezza delle creature, degli uomini, degli eventi quotidiani. Gesù ha fatto una vita
bella; imparate a leggere bene il Vangelo, non leggetelo da militanti, questa qualità
che perseverà a esser presente nella chiesa, in cui non si scopre più nulla di ciò che
può essere bello in una vita. Gesù ha fatto una vita bella, non ha vissuto isolato,
pensateci bene. Ha sempre cercato e attuato una profonda affettività. Aveva degli
uomini e delle donne che lo seguivano, la sua comunità con cui condivideva le ore
del giorno e della sera. t arrivato addirittura a chiamarli amici, tanto era forte
l'esperienza affettiva che viveva. Un'esperienza non anonima, ma personalissima.
Aveva degli amici veri, cari al suo cuore, come Marta, Maria, Lazzaro, persone amate
presso le quali sostava, andava a dormire, si riposava, era invitato a pranzo, aveva
Maria di Magdala: tutte persone con cui ha vissuto l'amore, l'avventura di chi conosce
lo scambio dell'amore, amare ed essere amati. Ha amato il discepolo ma lui era amato
dal discepolo, era amato da Marta, Maria e Lazzaro. Per Lazzaro ha pianto e ce lo
dice un Vangelo che non voleva darci dei tratti molto personali di Gesù, aveva il
tempo per stare con gli amici, non era agitato dalla pastorale; sapeva fermarsi e
sapeva leggere il cielo. Leggete una volta il Vangelo così, da un punto di vista
esistenziale umano, non cercate sempre i dogmi nei Vangeli e neanche la morale.
Parlava di rosso di sera, sapeva che il fico si fa tenero all'inizio dell'estate, e che
quindi quando si vedono i germogli morbidi l'estate è vicina. Conosceva gli uccelli
dell'aria, sapeva che i gigli dei campi, vestivano meglio dei tessuti di Krizia. Sapeva
che le donne sanno impastare il lievito. Conosceva la vita delle famiglie, in cui una
donna che perde una moneta si dà da fare per trovarla, il pastore che si mette a
cercare la pecora perduta. Leggete le parabole da questo punto di vista,
interrogandole sull'immaginario di Gesù, e vi accorgerete che Gesù per farle doveva
pensare, doveva contemplare, come tutti i creativi. Era non solo un poeta, ma un
uomo capace di percepire sinfonicamente la propria storia insieme agli altri. Sovente
io dico che Gesù faceva una vita più bella di molti suoi rappresentanti, che si sono
impegnati nell'imitarlo, ma fanno una vita isolata, piena di solitudine, non conoscono
l'amicizia, non conoscono la comunità, non hanno il tempo di stare con gli amici, non
hanno il tempo di vedere la bellezza. La vita di Gesù è stata la vita di un uomo
riuscito. Ecce Adam: ecco l'uomo-capolavoro, e i vangeli lo testimoniano.
Però attenzione: in quella grammatica umana, scoprivano le tracce del Divino fino a
dire: «Dio in Lui è stato narrato», lui ci ha mostrato chi è Dio, con la sua vita umana,
umanissima.
una ragione per vivere una ragíone per morire
Non vi scandalizzate, ma Gesù non solo ha fatto una vita buona e di questo ne siamo
sempre stati convinti, non solo ha fatto una vita bella, ma ha anche fatto una vita
beata. Certo una beatitudine del vero uomo, non dell'uomo mondano, non dell'uomo
che appare e che vuole apparire, non dell'uomo che gode per sé. Avete mai pensato
quando Gesù dice: «Beati i poveri di cuore,beati quelli che piangono, beati quelli che
hanno fame di giustizia, beati quelli che sono miti, beati quelli che sono umili, beati
quelli dei quali è detto male, ... ». Ma chi è il primo beato di tutti? Era Lui! Chi più
umile di Lui? Più assetato di giustizia di Lui? Più mite di Lui? Quindi Gesù lo diceva
a se stesso, prima di dirlo a quelli che lo avrebbero seguito, per cui Gesù faceva una
vita beata, era la vita vissuta da chi possedeva un senso della vita, anzi il senso del
senso.
E’ stato felice Pilato? t, stato felice il ricco della parabola, con tutta la sua ricchezza?
E’stato felice Erode con tutta la sua voracità e bramosia, simile a quella dei potenti
dei nostri giorni, di fronte ai quali l'unica cosa da fare è star zitti, far silenzio?
Tutti voi sapete che solo chi conosce una ragione, per cui vale la pena dare la vita,
conosce anche una ragione per cui vale la pena vivere. Questa è la verità, per credenti
e non credenti. E Gesù questa ragione l'aveva. Più volte ha affermato di voler dare la
vita per gli altri, gli uomini, e questo dava senso alla sua vita. Gesù camminava e
guardava al futuro, cosciente che dando la vita per gli altri Lui diventava sempre di
più il vero uomo, come Dio lo aveva voluto, come Dio lo aveva pensato. La
beatitudine vera, la felicità viene soltanto da questo aver trovato senso all'esistenza.
Se Gesù ha potuto andare incontro alla morte nella libertà e per amore, è proprio
perché sapeva che questo cammino aveva senso.
Gesù è salito in croce, ha patito una morte ignominiosa, ma lo ha fatto nella libertà,
per amore, nella consapevolezza che spendeva la vita per gli altri fino alla fine.
Stiamo attenti noi cristiani, non è la croce che ha reso significante la vita di Gesù, è
Gesù che ha reso significante la croce. Gesù ha resa significativa anche la croce, l'ha
caricata di senso, perché nella croce noi vediamo semplicemente il segno di chi dà la
vita per gli altri, di chi fa l'agnello in mezzo ai lupi della storia, fino ad essere agnello
afono, ma proprio per questo si parlerà di Lui risorto come l'agnello diventato
pastore, l'agnello ritto, vincitore.
E mi permetto di dire: o la vita cristiana ha chiaro che questo è il progetto di Dio, che
c'è una vita umana da vivere fino in fondo, conforme alla vita dell'uomo Gesù o la
vita cristiana cerca scorciatoie per il Regno e per l'aldilà negando questa vita,
negando questo mondo, diventando infedele a questa terra ma anche infedele a questa
umanità.
Dio quando ci ha creato uomini ha visto che eravamo una cosa bella e buona, anzi la
Genesi dice molto bella e buona, e Dio vuole che questa vita umana noi la viviamo e
la custodiamo come giardino.
credere nell'uomo
Maurice Zundel, non so se voi avete mai conosciuto questo prete che Paolo VI diceva
essere il più grande mistico del nostro tempo, nel suo testamento scriveva, non
scandalizzatevi: «Io ci tengo a dire che il primo articolo del Credo è nella pratica: io
credo nell'uomo. t una cosa difficile dire questo perché dire io credo in Dio può anche
non significare nulla e impegnare in nulla. Molti dicono che credono in Dio ma come
anche i diavoli sanno che Dio c'è, ma in realtà non ne sanno nulla; bisogna invece che
noi crediamo nell'uomo e chi dice: 'Io credo nell'uomo si impegna radicalmente. Se
noi andiamo a fondo di questa affermazione, se noi cerchiamo di viverla non c'è
bisogno di aggiungere nulla, perché se io credo veramente nell'uomo va da sé che io
crederò anche in Dio, perché la grandezza umana è sempre e finalmente una
trasparenza di Dio».
Io condivido questa affermazione e sempre di più capisco che è stato ed è un grande
errore deificare Gesù, chiamarlo Dio senza conoscere, senza contemplare la sua vita,
la sua esistenza umana, senza conoscere come Lui ha vissuto, come Lui ha operato,
come Lui ha parlato: ecco la vocazione di ogni uomo, farsi uomo. E se diventare
cristiani significa diventare uomini autentici allora questo è possibile per ogni uomo
grazie a quell'immagine di Dio che appartiene all'uomo dall'origine, immagine
indistruttibile.
Enzo Bianchi

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