Studio presentato il 27 gennaio 2014 in Consiglio Comunale

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Studio presentato il 27 gennaio 2014 in Consiglio Comunale
LA COSTRUZIONE DEL MITO ANTISEMITA: I PROTOCOLLI DEI SAVI DI SION
DI
Ottavia PONZI, Marcello MALAGUTTI, Letizia DONATONE, Sofia BIANCONCINI, Gaia
BETTINI, Laura GOLLINI, Isabel CORNACCHIA, Tommaso MAZZINI, Luca FRANZONI
Nell‟affrontare la questione della discriminazione razziale riguardante il popolo ebraico,
culminata nella Shoah, è opportuno premettere la distinzione tra due diversi tipi di
discriminazione: l‟antigiudaismo e l‟antisemitismo. Il primo indica un'opposizione su base
religiosa, mentre il secondo è un‟opposizione politica, fondata su motivazioni biologiche
pseudoscientifiche.
La prima forma importante di persecuzione contro gli Ebrei si sviluppò su base religiosa
nel I secolo d.C. per volere dell'imperatore romano Adriano: ebbe così inizio la diaspora
ebraica, ovvero la dispersione in tutto il mondo del popolo ebraico. Nel Medioevo, poi, gli
Ebrei furono spesso oggetto di sentimenti antigiudaici in quanto visti come “uccisori di
Cristo”. In particolare, in occasione della “peste nera” del „300 crebbe contro di loro una
violenta opposizione sociale, poiché ritenuti i responsabili dell‟orrenda epidemia. Questa
opposizione assunse via via una valenza generale che vide imputare ad essi i più svariati
“mali” e che sfociò in reazioni violente quali i pogrom, tipici della Russia zarista, dove il
popolo ebraico, dipinto come responsabile dei mali della nazione (carestie, povertà),
divenne facilmente un utile capro espiatorio. La considerazione degli Ebrei quale causa
per ogni calamità di non facile spiegazione accentuò l‟autoghettizzazione, vale a dire le
differenze religioso-culturali e l‟isolamento sociale ed economico storicamente intrinseco
alla realtà ebraica. Solamente a partire dal „700 illuminista si ebbe una progressiva
emancipazione degli ebrei che assunsero precisi ruoli sociali, nell‟Ottocento poi la loro
assimilazione li portò, ad esempio in Italia, a impegnarsi nelle lotte per l‟indipendenza
nazionale. Dal momento che gli ebrei stavano diventando parte integrante della società e
che la loro diversità non era più sostenibile su base religiosa, culturale, sociale, civile, era
necessario individuare un fattore discriminante che fosse “immutabile”, ovvero la diversità
biologica. Si originò così il fenomeno del “razzismo antisemita” il cui primo ed esemplare
evento fu l'Affaire Dreyfus di fine '800: in seguito alla sconfitta francese di Sedan ad opera
della Prussia, si accentuarono i sentimenti nazionalisti in Francia e in questo contesto
l'ufficiale ebreo francese Dreyfus venne accusato di spionaggio a favore della Germania.
Solo dopo 12 anni di traversie giudiziarie le accuse si rivelarono false. Quest'episodio
rappresenta l'affermazione di un nuovo tipo di opposizione antiebraica, quale è
l'antisemitismo: Dreyfus fu scelto come capro espiatorio perché di famiglia ebraica.
Questo razzismo basato su motivi biologici, che trova il suo fondamento teorico nello
scritto “Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane” di Gobineau (1853), sarà il
sentimento protagonista del XX secolo. Questa distinzione della popolazione in razze
diverse, di cui le più forti devono sopravvivere a scapito delle più deboli, viene legittimata
pseudoscientificamente dal darwinismo sociale. Fu da questo spirito che mosse la stesura
e la successiva diffusione dei “Protocolli dei Savi di Sion”. Questo falso storico, scritto in
Francia dalla polizia segreta russa, l'Ochrana, a partire dal 1903, conteneva il presunto
resoconto di alcune sedute segrete tenutesi a Basilea al tempo del Congresso sionista del
1897. Non bisogna pensare che la stesura di un documento di questa portata non avesse
avuto precedenti nella “letteratura” europea, ma il motivo della fama di questo testo è stata
la sua capacità di fondare un mito, riassumendo in sé i caratteri essenziali degli scritti
precedenti e sfruttando la possibilità di manipolare le masse.
Il filosofo Pierre- André Taguieff, riprendendo la categoria teorizzata dal filosofo Ernst
Cassirer ne Il Mito dello Stato, definisce i Protocolli come un “mito politico moderno”. Nel
Medioevo, come affermato sempre da Taguieff, sarebbe stato impossibile lo sviluppo di un
mito che coinvolgesse tutti gli Ebrei a prescindere dal luogo in cui vivessero: vi furono
certamente pogrom e forme di demonizzazione dell‟ebreo, ma avevano carattere locale.
Sono, invece, i caratteri peculiari del XX secolo come la progressiva globalizzazione e
laicizzazione diffusa all‟interno delle varie classi a determinare la nuova portata del mito e
la sua correzione in senso antisemita. Oltre a ciò,al culto delle religioni monoteiste si
sostituì quello della nazione, dimostratosi in epoca moderna più pericoloso, data la sua
degenerazione in nazionalismo. Da sola, questa degenerazione non può spiegare perché
l‟ebreo sia diventato l‟oggetto di tale discriminazione: altre minoranze non possedevano
una patria (vi erano, infatti, ben quattro imperi multietnici). La spiegazione è da ricercarsi in
un duplice fattore: politico e culturale. Politicamente si considerò l‟ebreo come capro
espiatorio verso cui orientare il malcontento popolare allontanandolo dalla critica verso
governi e istituzioni, secondo una prassi già comune. Culturalmente si sfruttò, come
evidenziato da Taguieff, un pregiudizio contro il popolo ebraico che trae le sue origini non
dal Medioevo, come si può pensare, ma dall‟Ottocento. Il Vaticano, infatti, aveva attuato
una propaganda anti-massonica che strumentalizzava gli Ebrei ponendoli ai vertici
dell‟organizzazione segreta stessa e nel „900 non si fece altro che ripresentare questa
falsificazione, rielaborandola: gli ebrei non erano più i capi massoni, ma i capi del
bolscevismo, indicato come minaccia per l‟Europa, e di cui i regimi totalitari si mostravano
come base di arresto. Di fatto i nazionalismi hanno sfruttato questo mito perché
presentava in sé una visione manichea del mondo, concezione che si accordava
perfettamente con il moderno razzismo biologico (suddivisione della popolazione in razze
“buone” e “cattive”). Questa semplificazione della realtà ebbe molta presa sulla società
dato il suo rivolgersi all‟emotività delle masse (non aveva basi razionali o scientifiche che,
comunque, le masse non si preoccuparono di indagare) e riuscì a costruire una “nuova
realtà sovrapposta alla realtà”. Quale fu il ruolo del mito così costruito nella Shoah?
Sicuramente preparò le masse ancor prima della nascita dei totalitarismi alla messa a
morte del nemico assoluto identificandolo con una collettività i cui singoli componenti
rimanevano astratti.
E‟ interessante notare che la nascita del mito antisemita condivide con tutti i miti del „900
l‟utilizzo della paura come strumento per manipolare le masse, particolarmente utile nei
regimi totalitari.
I modelli da cui i protocolli presero spunto furono opere quali “Dialogo agli Inferi tra
Machiavelli e Montesquieu” di Joly, il romanzo “Biarritz” (1868) di Godsche, “La conquista
del mondo da parte degli Ebrei” di Bey (1873). Da queste fonti i Protocolli trassero l‟idea di
un complotto ordito dai capi ebraici volto alla dominazione del mondo attraverso le armi
della finanza e la diffusione di idee capitaliste e liberali. Si sosteneva quindi che i capi
ebrei in questione si incontrassero ogni cento anni per discutere i piani per la conquista e
dominazione del mondo.
Più in dettaglio in questo scritto gli Ebrei venivano accusati di condurre l‟umanità intera al
disordine e al fallimento avendo favorito l‟affermazione di sistemi quali il liberalismo, il
capitalismo, il comunismo, l‟educazione, la manipolazione delle masse grazie al controllo
della stampa, il fomentare l‟odio tra le nazioni e il controllo dei governi mondiali. In
particolare, dal punto di vista economico, gli Ebrei avrebbero agito, secondo in Protocolli,
attuando una politica assistenzialistica verso gli Stati per poi impadronirsene:
concentrando nelle proprie mani tutta la ricchezza avrebbero, da un canto, ridotto
progressivamente le masse a uno stato di povertà e impotenza così da annichilirne la
volontà e capacità insurrezionale e, dall‟altro, avrebbero fomentato il conflitto tra le nazioni
attraverso una crisi economica mondiale.
I contenuti di questo scritto se analizzati risultano essere contraddittori anche ad una
prima considerazione: gli ebrei sono contemporaneamente i padri del capitalismo e del
comunismo. I Protocolli avevano il “vantaggio” di ridurre la complessità dei problemi della
società moderna a un'unica causa, semplificando così la realtà e avendo presa su una
massa inconsapevole, priva di posizioni proprie e ignorante. La semplicità “mitica”, quasi
“archetipa” di questo falso storico non solo ne favorì la diffusione, ma fece sì che venisse
ripreso dal regime nazista. I Protocolli in questo contesto assunsero un valore
fondamentale: quello della legittimazione del genocidio del popolo ebraico.
Nonostante la messa a morte di milioni di ebrei, i protocolli restano una bugia che non
vuole morire.
Essi non solo non si limitarono ad una diffusione europea, ma la loro fama nel tempo non
è andata svanendo. Questi già a partire dagli anni Venti del Novecento trovarono largo
spazio e consenso anche oltreoceano, grazie al contributo di personaggi di rilievo quali
Henry Ford che li fece pubblicare a proprie spese negli Stati Uniti. Dopo il secondo
conflitto mondiale non cessarono di esistere, ma mutò la loro area di diffusione: si
radicarono nel mondo arabo come forma di delegittimazione del neonato Stato di Israele e
come opposizione a quelle che furono sentite come ingerenze delle potenze occidentali
(Inghilterra, Francia e Stati Uniti). Anche il Giappone ha ripreso i Protocolli in funzione antistatunitense alla fine degli anni Ottanta vista la forte presenza ebraica negli Stati Uniti.
L‟utilizzo moderno del mito ha la forza di mostrare come l‟ibridazione temporale
caratterizzi la società di massa: proprio la convivenza di arcaico e moderno favorisce la
manipolazione politica e non solo, nella quale la comunicazione è volta a garantire che
l‟emotività abbia il sopravvento su ogni possibile obiezione razionale. Vogliamo chiudere
con Taguieff quando scrive che “se oggi bisogna rimettersi a studiare i Protocolli è meno
per risolvere alcuni problemi che rimangono in ordine alle loro origini […] che per
interrogarsi su questa impermeabilità di una costruzione mitica alle critiche razionali”.
Nonostante il processo educativo di massa che caratterizza il XX/XXI secolo, questa si
mostra riluttante a modificare la sua visione della realtà in senso critico e autonomo: a
divenire, da massa, insieme di individui consapevoli.
Ciò è tanto più rilevante dal momento che tale massa ricopre oggi un ruolo politico.
PREGIUDIZI E STEREOTIPI IN RELAZIONE AL MITO ANTISEMITA
L‟antisemitismo è un sentimento proprio di chi ragiona sulla base di pregiudizi e di
stereotipi. Per pregiudizio si intende un‟opinione acritica che precede e preclude il giudizio
razionale e che genera un sentimento negativo nei confronti di una persona che
appartiene a un certo gruppo, solo per il fatto che appartiene a questo gruppo. Il
pregiudizio incasella così automaticamente le persone in una categoria attribuendo loro,
individualmente, le caratteristiche negative preconfezionate ritenute tipiche di quella
categoria (ad esempio “Tutti sanno che gli ebrei…”, “Gli ebrei sono tutti…”, ecc.) .
Rimane comunque irrisolta la questione del perché ad un particolare gruppo si
attribuiscano le caratteristiche negative che il portatore di pregiudizi proietta su tutti i suoi
componenti. Per capire è necessario intanto indagare l‟utilizzo degli stereotipi.
Gli stereotipi sono l‟insieme delle caratteristiche fisse, attribuite come tipiche, a una
categoria o gruppo sociale o religioso. Essi rappresentano una sorta di immaginario
collettivo, comune, a cui attinge il pregiudizio individuale. Gli stereotipi non sono quindi
una creazione del singolo ma vengono appresi dall‟ambiente; essi pertanto sono, da una
parte, la fonte di alimentazione dei pregiudizi individuali, e dall'altra il riflesso sociale e
culturale dell'opinione pubblica. La creazione e l‟incremento degli stereotipi infatti riflettono
l‟esercizio nel tempo del potere culturale, religioso e politico di un gruppo maggioritario e
forte ai danni di un gruppo minoritario e debole.
Diversamente da oggi, una volta le migrazioni non godevano di spostamenti così facili e le
comunità locali, non essendo abituate ad entrare in contatto con popoli diversi e stranieri,
non erano abituate alla diversità culturale: gli ebrei erano spesso gli unici “infiltrati”, su cui
ricadeva ogni forma di xenofobia e ogni tentativo di esclusione. Essi sono da sempre stati
gli “Altri”, i “Diversi” per tutti e perciò oggetto di infiniti trattamenti denigratori e xenofobi,
che hanno reso il repertorio dei pregiudizi antisemiti così vario ed ampio.
Pertanto nel corso dei secoli, si è affermata una comune visione distorta dell'ebreo come
ricco strozzino e usuraio, o come spietato uccisore di bambini, o come essere
disumanizzato (demonio o diavolo), sempre caratterizzato da un naso adunco e da un
aspetto mostruoso.
Lo stereotipo dell‟ebreo “usuraio” e “strozzino” è molto antico. Esso deriva da una serie di
eventi storici sviluppatisi in Italia durante il Medioevo, che fecero sì che molti ebrei
intraprendessero i mestieri di prestatore di denaro ed esattore delle tasse. Infatti, nel IV
secolo d.C., agli ebrei, allora schiavi romani, venne vietato il possesso fondiario e spesso
anche il lavoro nei settori mercantili e artigianali. Contemporaneamente la Chiesa vietò ai
cristiani ogni mestiere che implicasse il rapporto col denaro, ritenendolo peccato. Gli ebrei
si trovarono così costretti ad intraprendere le attività di finanzieri, banchieri, prestatori di
denaro e cambiavalute. Essi vennero però ben presto accusati di essere sfruttatori della
povera gente: nacque così lo stereotipo dell‟“ebreo strozzino”, poi alimentato nel corso dei
secoli da varie politiche pubbliche, avvenimenti storici e propagande antisemite. Inoltre, lo
stereotipo dell'ebreo usuraio e strozzino si accompagna a quello della spietata avidità e
grande ricchezza che sarebbero tipiche degli ebrei: in realtà, i signori feudali dell'epoca
medievale spesso si affidavano agli ebrei come funzionari amministrativi, i quali
raccoglievano il denaro necessario con tasse e confische per finanziare la politica dei
sovrani. Quindi, quanto più la politica del signore diventava avida e dispendiosa, tanto più
gli ebrei dovevano trovare nuovi espedienti per sostenerla. Fu così che iniziò il circolo
vizioso che portò alla figura dell‟ebreo come avido strozzino e usuraio. Ad essa si associa
la figura dell'ebreo come essere dotato di un'intelligenza superiore, quasi diabolica e
demoniaca. In realtà, uno degli aspetti caratteristici dell‟ebraismo è l‟importanza che viene
data allo studio, all‟educazione ed alla conoscenza. Questo ha fatto sì che gli ebrei
venissero avvicinati allo studio e al lavoro intellettuale, utili alla comprensione dei testi
sacri, fin dalla giovane età. La dimestichezza col materiale scritto e con un certo modello
di pensiero ha dunque nel passato talvolta reso il popolo ebraico più acculturato rispetto
ad altri. Da questo aspetto deriva la credenza che gli ebrei siano più intelligenti. Essa resta
però una forma di stereotipo, per quanto positivo, di tipo razziale, senza nessuna base
scientifica.
Un altro, antichissimo pregiudizio antigiudaico vede l'ebreo come divoratore di bambini.
Ciò deriva dal mito romano di Saturno il cui nome secondo la mitologia greca è Kronos, il
governatore dell‟universo. Egli fu rimosso dal trono da suo figlio Zeus, che si era salvato
dal destino di essere mangiato dal padre grazie all‟aiuto della madre Rea, la quale aveva
sostituito il neonato con una pietra.
Nella mitologia romana la figura di Kronos fu poi associata a quella di Saturno, che si
riteneva guidasse i padri e gli anziani, e quella di Zeus fu trasposta in Giove. Fu così che il
rapporto fra Kronos e Zeus, fra Saturno e Giove, fu equiparato a quello fra ebrei e cristiani,
ovvero alla vittoria della nuova giustizia contro l‟anziana crudeltà, del figlio sul padre che
l‟ha ucciso (deicidio ebraico di Cristo nell‟ottica della Chiesa), rendendo possibile la
creazione di un nuovo archetipo all‟interno del repertorio della retorica antisemita. Alcuni
settori dell‟antisemitismo infatti trasposero il mito greco e l‟interpretazione che ne fecero i
Romani nella leggenda degli ebrei crudeli ed uccisori di bambini.
L'associazione che venne fatta tra gli ebrei e Saturno nella Roma Antica è la causa di un
altro tanto antico quanto diffuso pregiudizio antisemita. Nell‟epoca romana infatti gli ebrei
erano associati con Saturno, pianeta che corrispondeva al Sabato, lo Shabbat ebraico.
Infatti Saturno è il pianeta più lontano dal sole, quindi il più freddo. Similmente gli ebrei
durante il Sabato, giorno di riposo per la religione ebraica, non potevano accendere fuochi
e mangiavano solitamente cibi freddi. I Romani ne deducevano una corrispondenza tra
ebrei a Saturno. Saturno era un‟entità notturna e vicina al regno dei morti e nelle
rappresentazioni era spesso raffigurato attraverso rapaci antropomorfizzati e dai becchi
adunchi, il più delle volte posizionati di profilo: rappresentare di profilo era infatti un
metodo usato per stigmatizzare figure diaboliche, oltre a permettere di enfatizzare
spiacevoli caratteristiche facciali. Fu così che il naso pronunciato incominciò ad essere
associato con gli ebrei e divenne un tratto distintivo della fisiognomica ebraica
nell‟immaginario comune e nel sapere popolare.
I "Protocolli dei Savi di Sion" sfruttarono proprio la diffusione e il profondo radicamento di
questi pregiudizi, che per quanto assurdi, erano propri anche delle popolazioni del XX
secolo rafforzarono l'odio e il disprezzo nutriti verso il popolo ebraico, dunque la
legittimazione del loro sterminio.
Purtroppo ancora oggi ignoranza e pregiudizio sono la causa di odio, disprezzo e
intolleranza verso numerosi popoli. Io penso che sia per questo che tutti noi oggi, 27
gennaio 2015, siamo qui: per ricordare e per ricordarci che i pregiudizi non siano altro che
vili forme di ignoranza e che portino, tuttora, a conseguenze tragiche.
ANTISEMITISMO IN FRANCIA OGGI
Nell‟affrontare la questione dei Protocolli è inevitabile nominare il Paese che attualmente
ospita la terza comunità ebraica in ordine di grandezza a livello mondiale, la Francia. Il
tricolore francese, infatti, è stato testimone di eventi pregnanti quali il primo episodio di
carattere antisemita nella storia, il già citato affaire Dreyfus, così come degli sviluppi
maggiormente negativi di questo sentimento. Difatti negli stessi anni in cui il capitano
ebreo veniva accusato di spionaggio a danno della propria Nazione in favore della
Germania Golovinskij, agente dell‟Ochrana, redigeva proprio a Parigi ciò che sarebbe
divenuto il più grande mito politico antisemita. La Francia fu terreno fertile di queste
cospirazioni in primo luogo perché il sentimento nazionalista accesosi con la sconfitta di
Sedan del 1870 spingeva ad una diffidenza più forte che mai nei confronti del diverso, e in
secondo luogo perché in ambienti quali l‟esercito da molto tempo, causa l‟influsso
clericale, si era diffuso l‟antisemitismo.
Nonostante sia passato più di un secolo, purtroppo l‟antisemitismo in questo Paese è
ancora un problema attuale, in quanto si sta verificando l‟emigrazione sempre più
massiccia di Ebrei verso l‟Israele causa atteggiamenti razzisti in patria. Solo nei primi sei
mesi del 2014, infatti, gli attentati di carattere antisemita sono stati più di 520, aumentando
del 90% rispetto all‟anno precedente. A fine anno gli emigranti di religione ebraica sono
risultati attorno ai settemila. Mai così tanti da quando la Rivoluzione francese diede loro
diritti e cittadinanza. Numeri così importanti assumono significato ancora più allarmante se
presi in considerazione in seguito al recente attentato di Parigi a danno del supermercato
kosher. Un numero consistente di francesi considera ad oggi questo atto una messa in
scena, un complotto organizzato dal governo francese in combutta con gli Stati Uniti e lo
Stato di Israele. Tale attribuzione di colpa è un‟evidente ricerca, ancora una volta, di capri
espiatori facilmente accusabili quali lo Stato, il Paese simbolo del capitalismo e gli Ebrei.
Seppur già adottato sembra funzionare ancora una volta. La voce più significativa in senso
negativo in questo panorama è certamente quella del comico Dieudonné, che da anni
sostiene l‟equivalenza di sionismo e nazismo pubblicizzando teorie complottiste e
negazioniste. Non a caso egli è attualmente indagato per apologia di terrorismo. Il comico
rende l‟antisemitismo pericolosamente commestibile, e riscuote consensi in tutta Francia. I
suoi sostenitori si danno appuntamento sul sito Quenel+, presentato come piattaforma di
reinformazione che si oppone alla rete privata francese la quale sarebbe la “culla
dell‟abominevole sistema sionista, quindi di tutti i mali del mondo”. Il sito possiede una
sezione che presenta articoli con titoli come “I danni del sionismo in Palestina” e “Hitler,
cofondatore dello Stato di Israele”. Forti sostenitori di Dieudonné sono i giovani abitanti le
banlieues, periferie urbane degradate, i quali, fortemente antisemiti, sono i principali
destinatari della ricerca condotta dal Crif (consiglio rappresentativo delle istituzione
ebraiche di Francia) che sottolinea l‟apparizione di nuove forme di violenza come
aggressioni a sinagoghe, attacchi in banda e atti terroristici. Esclusi i giovani estremisti, i
pregiudizi antisemiti serpeggiano comunque tra una larga fetta della società francese e si
basano su stereotipi conosciuti: la ricchezza sfrenata, la truffa nel commercio, la
dominazione della lobby ebraica a livello politico, sociale e finanziario di tutto il mondo.
Nonostante il governo francese stia cercando di ostacolare la diffusione di tali idee
punendo coloro che si rendono soggetto di reati a sfondo antisemita, poco possono le
leggi contro i pregiudizi. Questi pregiudizi nella storia hanno causato danni estesi e
gravissimi, ma a quanto pare la memoria è più breve rispetto alla necessità di attribuire la
colpa a qualcuno facilmente imputabile nei momenti di crisi.
ANTISEMITISMO IN GIAPPONE
Spesso e volentieri, in occasione della giornata della memoria si tende a trattare
prevalentemente di ciò che è avvenuto in Europa, dimenticandosi di uno dei paesi che fu
tra i principali alleati della Germania nazista nella Seconda Guerra Mondiale, il Giappone.
Nel primo dopoguerra questo paese fu teatro di una politica imperialistica che si basava su
un ideale di superiorità culturale e razziale e di una naturale vocazione al dominio
sull‟intero scacchiere asiatico. Da ciò si sviluppò una stagione di crescente autoritarismo,
spesso simile a quello europeo, che preparò il terreno alla diffusione dell‟antisemitismo,
grazie anche alla traduzione dei Protocolli dei Savi di Sion che continua tutt‟ora ad essere
molto prolifica in tutto il Medio Oriente. Dopo quasi un secolo però, la memoria a Tokyo fa
ancora paura e un Giappone preoccupato si interroga sul fascino che il neonazismo torna
ad esercitare in una nazione che ha pagato con la tragedia atomica l'alleanza con la
Germania di Hitler. A far suonare l'allarme, dopo le affermazioni del nazionalismo di
estrema destra nelle ultime tornate elettorali, la denuncia del Consiglio delle biblioteche
pubbliche della capitale. A partire dallo scorso gennaio, infatti, almeno 265 copie del
"Diario" di Anna Frank, conservate in oltre una trentina di biblioteche sono state prese di
mira da vandali neonazisti. Un'azione sistematica, portata avanti con una serie di blitz: da
ogni libro sono state strappate tra 10 e 20 pagine, in modo da renderlo illeggibile e da
costringere le amministrazioni a mandarlo al macero.
Solo il moltiplicarsi delle denunce ha portato alla luce la vastità dell'attacco contro la
memoria della ragazza ebrea uccisa a quindici anni nel campo di concentramento
germanico di Bergen- Belsen dopo essere rimasta nascosta due anni in una casa di
Amsterdam.
Questi neo-nazisti si dicono convinti che l'operato di Hitler è stato giustificabile, se non
addirittura meritorio, in quanto non si trattava altro che del tentativo di proteggere la
Germania dalla minaccia rappresentata dagli Ebrei, così come – e questo è il passaggio
decisivo – i Giapponesi di oggi cercano di proteggere il proprio Paese dal crescente potere
della Cina e della Corea.
Nel Giappone dei giorni nostri, inoltre, a oltre 80 anni di distanza dall‟edizione originale,il
Mein Kampf di Hitler è diventato un fumetto manga.
Il volume, che è di 190 pagine e ha venduto 45.000 copie nella prima tiratura, racconta la
storia di Adolf Hitler, dall'infanzia all'ascesa a capo del Partito Nazionalsocialista e
racchiude i capisaldi della sua dottrina. Dal momento che la pubblicazione del Mein Kampf
è vietata in diversi Paesi, tra cui la Germania e l‟Austria, Waga Toso (我が闘争) (questo il
titolo giapponese del manga), ha suscitato reazioni molto diverse in Giappone e all‟estero.
Da una parte c‟è chi ritiene che la divulgazione di questo genere di opere sia una
mancanza di rispetto verso le vittime delle atrocità naziste, dall‟altra chi sostiene che la
loro pubblicazione sia legittima se il fumetto viene letto a scopo informativo. A questi ultimi
però viene contestato il rischio, se la lettura è mancante di senso critico, di divulgare
messaggi e pensieri potenzialmente molto pericolosi che se condivisi e perseguiti possono
portare a una triste replica della storia.
L’ANTISEMITISMO NEL MONDO ARABO
Lo scopo di questo intervento è fornire una breve analisi dello sviluppo dell‟antisemitismo
contemporaneo nei paesi islamici. Per fare ciò non si può prescindere da un accenno alle
condizioni degli ebrei nei paesi musulmani nei secoli passati, condizioni per cui, peraltro,
non è certo semplice fornire una caratterizzazione univoca: ciò che si può affermare in
generale è che nel mondo musulmano gli ebrei sono sempre stati oggetto di
discriminazione, ma solo raramente di persecuzioni estreme quali nel mondo europeo,
vedi Inquisizione, pogrom russi o sterminio nazista. D‟altro canto nel Medio Oriente non si
è assistito a nulla di paragonabile alla progressiva emancipazione e accettazione
accordata agli ebrei nell'Occidente democratico durante gli ultimi tre secoli, anzi ha avuto
luogo un‟estremizzazione dei sentimenti antisemiti, a fronte di una progressiva
islamizzazione radicale del mondo arabo. A questo proposito va sottolineato che nel corso
della storia si è ripetutamente presentata una “controtendenza” fra le attitudini verso gli
ebrei del mondo europeo e di quello arabo.
Dal 1948 a oggi, la nascita di uno stato ebraico (a seguito di una risoluzione dell‟ONU
approvata il 29 novembre 1947) è stata, per il mondo arabo e islamico, l'evento più
sconvolgente della seconda metà del „900: l‟esito è stato una radicalizzazione
dell‟antisemitismo. La perdita di una porzione di territorio islamico e la partenza o la
cacciata di molti suoi abitanti musulmani sono stati per l'opinione pubblica araba e
islamica non solo un durissimo colpo, ma anche, e soprattutto, un‟umiliazione in quanto
opera di un popolo da essi giudicato codardo e spregevole (i dhimmt), secondo un
tradizionale stereotipo. Lo Stato d'Israele è stato considerato dalla maggioranza dei paesi
arabi dell'area mediorientale un‟“infiltrazione” destabilizzante dell‟occidente nel cuore del
mondo arabo e lo scontro è divenuto una “guerra politica” contro tale Stato. Va però anche
detto che alla base dell'antisionismo arabo-palestinese, oltre che a motivazioni politiche, vi
sono pure ragioni di ordine etico: il fatto che molti dei nuovi arrivati avessero uno stile di
vita occidentale, assai liberale nei rapporti fra i due sessi e in quelli familiari, era
considerato distruttivo della patriarcale e semifeudale società arabo-palestinese.
Quando, poi, negli anni ‟70 l‟OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina,
fondata ne1 1964 e dal 1969 guidata da Yasir Arafat) ha esteso la lotta terroristica,
condotta fino a quel momento contro obiettivi israeliani, a livello internazionale con
sanguinosi attentati in varie parti del mondo contro sedi ebraiche, il conflitto politico
palestinese è divenuto anche “lotta all’ebraismo mondiale”.
In aggiunta, a fronte degli insuccessi delle azioni antisraeliane sia militari che economiche,
i governi arabi e i palestinesi hanno fatto ricorso alle “armi ideologiche”, trovando
nell‟antisemitismo europeo una collezione già “confezionata” di temi, spunti per la loro lotta
contro gli ebrei: è stato così che la propaganda antisemita europea è andata a sovrapporsi
al tradizionale antigiudaismo arabo.
A metà degli anni Settanta si è, poi, verificato che il mondo musulmano ha reagito alle
sconfitte inflitte ai "veri credenti" dai disprezzati ebrei e dagli "infedeli satanici" occidentali
con una recrudescenza della cultura teocratica islamica. Il dilagare del fondamentalismo
islamico militante è stato accompagnato, nel mondo musulmano, da una rozza azione di
propaganda antisemita che ha attinto, nuovamente e in modo persino più esaustivo, agli
stereotipi, alle calunnie, che avevano caratterizzato la propaganda antiebraica europea
prima del secondo conflitto mondiale. La demonizzazione degli ebrei nelle opere moderne
in lingua araba è paragonabile a quella europea dell‟era nazista: ebreo è diventato
sinonimo di sionista, israeliano di assassino di bambini. Mi paiono estremamente
esplicative dell‟asprezza dei toni alcune righe di un testo egiziano in uso, negli ultimi
decenni del „900, nei collegi per la formazione degli insegnanti, si legge:
«… Gli ebrei sono sempre gli stessi, in qualsiasi momento e dappertutto. Vivono solo
nelle tenebre, architettano le loro malvagie azioni nella clandestinità, combattono solo
quando sono nascosti, perché sono vigliacchi [...] Il Profeta ci ha illuminato sul giusto
modo di trattarli e di riuscire alla fine a sventare i complotti da loro progettati. Oggi
dobbiamo applicare questo metodo e purificare la Palestina dalla loro lordura.»
Per quanto riguarda la tematica dei complotti va detto che molteplici ne sono stati supposti
nel corso degli anni. Uno dei più accreditati dal fondamentalismo islamica vede il
collegamento fra imperialismo e sionismo sotto una nuova prospettiva: mentre
precedentemente i sionisti erano descritti come attori o strumento delle potenze
imperialiste, ora la propaganda islamica diffonde l'accusa che sia la politica delle grandi
potenze ad essere manovrata dagli ebrei. E‟ più che palese in ciò il collegamento con le
tesi sostenute nei “Protocolli dei savi Anziani di Sion”, che continua ad essere uno dei testi
che maggiormente contribuiscono alla diffusione dell'odio antiebraico nel mondo arabo.
Qui giunti mi pare opportuna una precisazione: il termine antisionismo, nel suo significato
originale, sintetizzava l'opposizione all'ideologia sionista, cioè a qualsiasi programma
politico ebraico, basato sull‟idea nazionale ebraica di Theodor Herzl, che aspirasse a
creare in Palestina un focolare ebraico. L'antisionismo non deve perciò essere confuso
con l'antisemitismo, perché l'opposizione all'ideologia sionista non era, e non è,
necessariamente manifestazione di antisemitismo, ma in concreto ben presto gli
antisionisti del mondo islamico hanno utilizzato abbondantemente, per i loro scopi politici,
anche i pregiudizi antisemiti.
Che dire per concludere?
E‟ certo lecito criticare il governo di Israele, come quello di qualsiasi altro paese. E‟ certo
giusto piangere le troppe vittime civili di un conflitto armato drammatico e infinito. Non
altrettanto lecita è la delegittimazione del diritto all‟esistenza di Israele in quanto stato
ebraico.