La rassegna di oggi

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La rassegna di oggi
RASSEGNA STAMPA CGIL FVG – mercoledì 8 febbraio 2017
(Gli articoli di questa rassegna, dedicata prevalentemente ad argomenti locali di carattere economico e sindacale, sono
scaricati dal sito internet dei quotidiani indicati. La Cgil Fvg declina ogni responsabilità per i loro contenuti)
ATTUALITÀ, ECONOMIA, REGIONE (pag. 2)
«La società divora i suoi figli» (M. Veneto, 5 articoli)
Via libera definitivo del governo alla cancellazione delle Province (Piccolo, 3 articoli)
Il Nordest al bivio: l’export non traina più la crescita (Piccolo)
De Toni: le Università sono tagliate fuori dalla stanza dei bottoni (M. Veneto)
Danieli negli Emirati: nessuna maxi tangente (M. Veneto)
«Difendere i lavoratori Fincantieri» (M. Veneto)
Cambio al vertice dell’Inps, Quaranta succede a Lauria (M. Veneto)
Ryanair lancia il volo Trieste-Roma (Piccolo)
Profughi distribuiti in tutti i Comuni (M. Veneto)
«Ecco perché vogliamo salvare l’italiano» (Piccolo)
CRONACHE LOCALI (pag. 12)
Tensioni in ospedale. Con i picchi di presenze volano insulti e minacce (Gazzettino Pn, 2 art.)
Mcz, ufficializzata l’acquisizione della società francese Brisach (M. Veneto Pordenone)
Sarone salvata dal patto con i pensionati (Gazzettino Pordenone)
“Navi fantasma”, oltre mille marinai assistiti in un anno (M. Veneto Udine)
Assunzioni fiduciarie, è polemica (Gazzettino Udine)
«Il concorso per i vigili ripartirà presto. C'è l'impegno» (Gazzettino Udine)
«Tra Banca di Udine e Bcc Bf un divorzio prima delle nozze» (M. Veneto Udine)
Accoglienza diffusa: bando per 600 migranti (Piccolo Gorizia-Monfalcone)
Sanità, nuovo piano sotto attacco del fronte del no (Piccolo Gorizia-Monfalcone)
Le navi “perdono” la bussola. Nessuno è in grado di tararla (Piccolo Gorizia-Monfalcone)
Addio a Bianchi, svelò le morti di amianto (Piccolo Gorizia-Monfalcone)
Marchetti e Della Valle dal giudice il 13 marzo (Piccolo Trieste)
Polizia di frontiera verso l'addio a Opicina (Piccolo Trieste)
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ATTUALITÀ, ECONOMIA, REGIONE
«La società divora i suoi figli» (M. Veneto)
di Elena Del Giudice - La porta non si apre per mostrare il dolore. E’ privato. Come privati sono i
ricordi. Quel che di Michele andava detto, è già stato fatto. Lo ha fatto lui, con la sua lettera
d’addio. Con la sua lettera di denuncia che è la lettera «di una generazione che si vendica del furto
della felicità», e che è anche «un atto d’accusa al contesto». Anna, ma non è questo il suo nome,
mamma di Michele, rifiuta di parlare di ciò che «è privatissimo». Come il dolore. Nessuna ricerca
di condivisione ne di compassione. E nemmeno «voglio storie lacrimose...» Nulla da dire se non
che «è questa società ad essere malata», e che la tragedia di Michele «è la tragedia di una intera
generazione che non riesce a progettare futuro». Ma non perchè non voglia, ma perchè non gli viene
consentito. Anna chiama in redazione rispondendo ad una richiesta, ma definisce subito i confini. E
chiarisce un punto: «Michele era psicologicamente sano. Michele era come doveva essere: una
brava persona». La lettera che ha lasciato, lucido e crudo atto d’accusa, dice tutto quel che doveva
essere detto. «Noi siamo stati solo il tramite per far conoscere ciò che pensava». Un atto d’accusa
nei confronti della società, «perché è chiaro che è la società ad essere malata. E l’intervento della
psichiatria dovrebbe essere rivolto a curare la società. La psichiatria - prosegue - ha un linguaggio
che è sbagliato e ingenera confusione perché esiste l’infelicità che viene provocata da altri. E’ la
società che è malata e andrebbe curata». Una società che promette ma raramente mantiene. Una
società dove sono più le vie sbarrate che quelle che si possono percorrere. Una società che brucia le
speranze davanti a tentativi reiterati di entrarvi. «Una realtà sbagliata - aveva scritto Michele -, una
dimensione in cui conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni,
insulta i sogni e qualunque cosa che non si possa inquadrare nella cosiddetta nomalità». Una realtà
che Michele ha rifiutato, «stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di
colloqui di lavoro come grafico inutili...». Michele a 30 anni ha detto basta, se n’è andato, affidando
ad una lettera i propri pensieri, le proprie emozioni, la propria delusione e la propria rabbia. E anche
un j’accuse rivolto a chi avrebbe il dovere di progettare futuro per chi rappresenta il futuro, i
giovani, e invece annienta speranze. Anna non parla di Michele «nè del nostro dolore perchè fa
parte del nostro privatissimo affettivo». E condivide i contenuti della lettera che ha lasciato
Michele, una lettera «che dice tutto e denuncia una società che sta divorando i suoi figli». Una
società che ne Anna ne il marito apprezzano. «Non condividiamo le scelte fatte sul lavoro»,
rimarca. E denuncia il paradosso: in questo Paese «meno acculturati si è e più in alto si sale». E poi
accenna ai suoi propositi: «Ho 61 anni, lavoro ancora ma non voglio più andare a lavorare. E’ ora
che le generazioni più mature si facciano da parte e lascino spazio a chi deve ancora entrare nel
mondo del lavoro». Un impegno, una promessa... «Mi faccio da parte perché così qualche ragazzo
lavorerà al posto mio». La voce si incrina quando ammette «siamo affranti... stanchi». Forse ancor
di più ora che, con la pubblicazione della lettera, il pensiero, la denuncia di Michele, sono noti. «Un
atto d’accusa che condivido pienamente». Un gesto, quello di rendere noto il suo scritto, con cui i
genitori hanno voluto «rendere onore a nostro figlio, che ha compiuto una scelta crudissima».
Com’era Michele, quali i suoi hobby, chi i suoi amici, il suo carattere... sono un piccolo patrimonio
di chi lo ha conosciuto, dei genitori, delle persone a lui care. Del resto, come si fa a ridurre a
racconto un’esistenza, un individuo... Di Michele noi ricorderemo il suo gesto di ribellione estrema
e il suo grido di denuncia, simile ad altri che migliaia di altri giovani probabilmente pensano ogni
giorno di fronte ad una realtà che distrugge i sogni. Michele «era come doveva essere, una brava
persona». Ed era «bello».
Agrusti: emergenza da affrontare subito. Pezzetta: sull’occupazione si cambi rotta
«E’ vero: stiamo creando le premesse per una generazione perduta che stenterà a trovare
un’occupazione o ne troverà una semi-precaria a lungo. Per poi immaginare un futuro da anziani
miserabili». A dirlo è Michelangelo Agrusti, presidente di Unindustria Pordenone, che non fatica ad
ammettere di essere rimasto profondamente colpito, e commosso, dalla lettera di Michele. Per
Agrusti ciò che sta avvenendo «è una condizione inaccettabile» di fronte alla quale «tutti quelli che
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possono fare qualcosa, lo facciano e subito». E’ un appello quello che arriva dal leader degli
industriali pordenonesi «ad un impegno congiunto di organizzazioni imprenditoriali, organizzazioni
sindacali e autorità pubbliche, perché da solo nessuno riuscirebbe a fare nulla». Ma cosa si può
fare? Michelangelo Agrusti è convinto che «pur nelle ristrettezze finanziarie a cui ci obbliga il
pesantissimo debito pubblico, ci sono cose che possono essere fatte e subito che possono mettere in
moto centinaia di migliaia di posti di lavoro per i giovani». Nel dettaglio il presidente della
territoriale di Confindustria, ancora non entra, precisando però che a progetti capaci di incrementare
l’occupazione giovanile, l’associazione sta pensando da tempo. E non manca molto al momento in
cui queste idee verranno svelate. «Per quel che ci riguarda - conferma - avanzeremo queste nostre
proposte che richiedono un momento di forte condivisione per raggiungere l’obiettivo, che è quello
di creare condizioni di occupazione per i giovani». Perché è questa, secondo Agrusti, l’emergenza
numero uno che dobbiamo affrontare» ed anche la causa non marginale, la disoccupazione
giovanile, del sentimento di rigetto nei confronti dell’élite. «E’ una situazione drammatica quella in
cui si trovano le nuove generazioni, e non possiamo pensare che tutto il nostro ingegno si concentri
su riforme costituzionali o leggi elettorali mentre la casa brucia». «La lettera di Michele - conclude
il presidente di Unindustria Pordenone - è un grido disperato che non deve essere un esempio per
nessuno ma un monito per tutti». «Questa tragedia, purtroppo emblematica, è un nuovo segnale
d’allarme, l’ennesimo, della condizione di mancanza di speranza e di aspettative in cui si trova un
numero crescente di giovani. Se non vogliamo che questo stato di cose diventi la normalità, la
condanna di un’intera generazione, dobbiamo rivedere un modello sociale, economico e culturale
sempre più basato sulla competitività esasperata, sulla mercificazione e sulla precarizzazione del
lavoro». Così il segretario generale della Cgil Fvg Villiam Pezzetta ha aperto i lavori del direttivo
regionale riunitosi ieri. «Sono anche vicende come quella di Michele che ci spingono a combattere
per cambiare rotta sul lavoro, con la convinzione che una società e un Paese diverso sono possibili:
la stessa condizione che anima la nostra proposta di legge sulla Carta dei diritti e i referendum su
voucher e appalti», ha aggiunto Pezzetta annunciando le manifestazioni di piazza in programma in
regione nel fine settimana, nell’ambito della campagna per i referendum sul lavoro.
Caro Michele, le tue domande hanno scosso le coscienze
Il ministro Poletti: «Situazione dolorosa e che ci responsabilizza ancora di più»
Panariti: è una frustata che ci incita, ogni energia andrà per aiutare i cittadini
testi non disponibili
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Via libera definitivo del governo alla cancellazione delle Province (Piccolo)
di Marco Ballico - Serviranno 1.100 nuove assunzioni nel comparto unico entro il 2018. La
richiesta è di Cgil, Cisl e Uil del Friuli Venezia Giulia a fronte dei numeri, confermati, sul fronte
pensionamenti. «Serve il ricambio», sostengono a gran voce i sindacati il giorno dopo lo stop del
governo alla riforma regionale del comparto unico, bocciata tra l’altro proprio sulla “staffetta
generazionale”, ovvero la possibilità di assumere giovani armonizzando i nuovi contratti a tempo
indeterminato con una riduzione delle ore lavorative dei dipendenti più vicini al pensionamento.
Nella stessa seduta il Cdm, informa Paolo Panontin, ha invece dato il via libera alla legge che
sopprime le Province del Fvg. «Un fatto molto rilevante - commenta l’assessore alle Autonomie -,
che dimostra l’assoluta terzietà di giudizio del governo in materia di legislazione regionale.
L’abolizione delle Province è una rivoluzione copernicana che segnerà positivamente il futuro della
nostra regione». Panontin, già oggi a Roma, cercherà ora di rimediare alle due contestazione
governative alla Lr 18/2016, “Disposizioni in materia di sistema integrato del pubblico impiego
regionale e locale”. Alle amministrazioni del comparto, in particolare, non sarà consentito
concedere negli ultimi tre anni di servizio del personale in procinto di essere collocato a riposo e su
domanda del dipendente la riduzione da un minimo del 35% a un massimo del 70% dell'orario di
lavoro a tempo pieno, al fine di promuovere il ricambio generazionale. Un guaio? L’assessore è
comunque pronto a rispondere con una campagna di assunzioni. Anche perché, sottolinea, dopo
anni di blocco a seguito della stretta nazionale, proprio la legge sul comparto prevede il turnover al
100% (negli anni precedenti ci si era fermati al 25%) a partire dal 2017. A favorire il nuovo corso,
conferma ancora l’assessore, saranno in quota parte proprio i risparmi sui pensionamenti. Nel
triennio 2016-18 ne sono stati previsti 301 in Regione e 779 negli enti locali, un totale di 1.080
uscite. Nel dettaglio, dopo le 339 del 2016, seguiranno le 359 del 2017 e le 382 del 2018. Il numero
dei rimpiazzi? «Una politica di assunzioni in prospettiva, tenendo conto delle fuoriuscite, sarà
inevitabile - assicura Panontin -, ma dovremo ovviamente pesare le risorse a disposizione.
Previsioni? Renderemo note le cifre sui risparmi, e il loro riutilizzo, in un prossimo dossier». I
sindacati, tuttavia, hanno già chiara l’agenda. Se escono 1.100 persone, ne dovranno entrare
altrettante. Tanto più in un comparto, quello del pubblico impiego, che, ricorda Mafalda Ferletti, ha
visto sparire dal 2009 al 2015 oltre 2mila lavoratori (da 16.076 a 14.044, -13%). «Aver perso una
fetta così rilevante di forza lavoro negli anni della crisi impedisce qualsiasi ipotesi di ulteriore
riduzione - insiste la segretaria regionale della Cgil funzione pubblica -. La parte datoriale dovrà
prevedere tante entrate quante saranno le uscite, senza dimenticare che i 1.080 pensionamenti nel
triennio sono una stima al ribasso». Lo stop governativo all’istituto della “staffetta generazionale”
dispiace a Massimo Bevilacqua (Cisl Fp), «ma non ci potranno essere comunque passi indietro sulle
assunzioni, anche perché dal 2018 al 2024 sono previsti ulteriori pensionamenti, oltre 1.000 nel solo
ente Regione». «Con un’età media che ha ormai superato quota 50 anni - dice anche Maurizio Burlo
della Uil Fpl -, il ricambio generazionale è improrogabile». Dalla Cgil arriva inoltre la richiesta di
prevedere una sorta di ufficio unico dei concorsi in vista del blocco delle graduatorie disposto dalla
riforma Madia sul pubblico impiego. «Attualmente Regione ed enti locali possono attingere dalle
graduatorie ancora aperte per la categorie C e D - ricorda Ferletti -, ma si tratta di personale che era
stato selezionato nella materia dei fondi comunitari. In Regione, nei Comuni e soprattutto nelle Uti
possono essere ora richieste anche altre professionalità, ed è dunque urgente la presenza di un
organismo che intervenga tempestivamente a bandire concorsi con cadenza almeno annuale». Altra
spina quella degli interinali. «Pure su questo chiameremo la Regione a prevedere una soluzione
definitiva con la stabilizzazione delle oltre 100 persone ancora in uno stato di precarietà - incalza la
segretaria della Cgil -. L’assurdo è che il contratto interinale riguarda perfino quelle persone
occupate negli ex centri provinciali per l’impiego e negli sportelli Si.Con.Te che forniscono
personale per alcuni servizi di assistenza. In sostanza, lavoratori che aiutano a cercare lavoro sono
essi stessi precari: un fatto paradossale».
Il "rebus" interlocutori
Delegazione trattante, a fine 2016 l'organismo è decaduto. Previsti aumenti da 58 a 75 euro.
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Ipotizzato uno sciopero bis dopo quello di maggio - testo non disponibile
La spesa di Autovie rallenta i risparmi sulle partecipate
Dopo l'avvio della spending review le spa regionali sono arrivate a quota 2.000 addetti e 130
milioni di costi - testo non disponibile
Il Nordest al bivio: l’export non traina più la crescita (Piccolo)
di Eleonora Vallin - La sveglia al Nordest l’ha suonata con maestria l’outsider Gianfelice Rocca,
leader di Assolombarda, dopo un paio di dense ore di presentazione del Rapporto 2017 di
Fondazione Nord Est. Quest’anno, al fianco di Pwc. Una versione “buonista” rispetto la precedente
che era riuscita a tuonare contro il Mose e a stimolare una prima riflessione sulle ricadute sociali ed
economiche legate al crac delle ex popolari venete. Il caso Bpvi e Veneto Banca, quest’anno, è il
grande assente delle slide di presentazione, ma nessuno lo invoca nemmeno a dibattito. Eppure,
grazie al Rapporto 2017 gli stakeholder convenuti ieri sono usciti con un paio di certezze: che il
modello di crescita non si può più basare sull’export e che siamo lontani anni luce da Milano. Forse
lo si sapeva già, ma il racconto di Rocca ha cementato questo iato. La crescita nel 2017. «Le
imprese sono polarizzate» esordisce il presidente Francesco Peghin, «il nostro obiettivo è
recuperare con nuova crescita i posti che si stanno perdendo e serve un disegno strategico
condiviso». «Il tema è la qualità dello sviluppo» continua il direttore Stefano Micelli, curatore del
volume con Silvia Oliva. Il Pil segna 1,1% a Nordest rispetto lo 0,9% nazionale ma le percentuali
sono modeste rispetto al 2007. Non ci siamo ancora agganciati al pre-crisi e ora faticano anche le
esportazioni driver: «+1,1% rispetto il +5% a cui eravamo abituati: ha rallentato il commercio
internazionale, stiamo andando verso una stabilizzazione e davanti abbiamo lo scenario Brexit e
Trump» spiega Micelli. Il tema demografico. Dati positivi sul fronte lavoro: cala la disoccupazione
al 6,7%, cresce il numero degli occupati ma il rapporto dei precari sugli stabili è di 4 a 1. Siamo a
7,18 milioni di residenti, in calo nonostante le migrazioni; e aumenta l’indice di vecchiaia: contiamo
159 anziani su 100 ragazzi. «Preoccupante» dice Micelli. L’emigrazione cresce: 10 mila se ne
vanno 2,4 mila arrivano, «ma è come se sparisse Altavilla Vincentina, siamo chiamati a invertire il
trend». Le opportunità. Annodare imprese e università (ottima ieri la breve lectio del rettore di
Udine Alberto Felice de Toni), riprogettare il territorio, attirare investimenti e talenti, innovare. C’è
il piano nazionale 4.0 che corre però il rischio di diventare un «tormentone»: «Anche le imprese più
piccole devono saper innovare» dice Micelli che porta il grande esempio di sistema internazionale
sul vino. «Attenzione a volare alto, bisogna scaricare a terra i temi» avverte Agostino Bonomo di
Confartigianato veneto e voce di «Arsenale 2022» a cui le categorie hanno affidato la sfida di
ripensare in chiave più ampia il territorio, anche con una nuova geografia. La lezione di Rocca.
«Serve il desiderio di voler giocare in serie A» dice il numero uno di Assolombarda che cita l’Expo
come uno shock e plaude alla progettazione oltre l’Expo della Lombardia. Milano, vista da qui,
sembra lontana anni luce. «Fate leva sulla cultura anche estetica - raccomanda ai veneti - guardate
più avanti, ragionate sul capitale umano e sul ruolo che le università hanno nel mondo perché non
c’è Google senza Stanford». Torino-Milano-Venezia? «Sì - chiude - ma bisogna trovare la voglia di
vivere in un continuum il Nord Italia».
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De Toni: le Università sono tagliate fuori dalla stanza dei bottoni (M. Veneto)
di Maurizio Cescon - Un intervento a braccio e appassionato quello del rettore dell’università di
Udine Alberto Felice De Toni, che ha incassato più di un giro di applausi tra il pubblico di
industriali, economisti, politici, dirigenti che hanno affollato il salone del palazzo Bonin Longare,
sede di Confindustria Vicenza. Un sasso nello stagno, quello lanciato dal rettore. In particolare sul
ruolo degli atenei, considerati dalla politica quasi una Cenerentola. «Le Università sono attori
portanti dello sviluppo economico - ha detto De Toni, sempre in piedi davanti al professor Micelli,
direttore scientifico della Fondazione - eppure sul piano istituzionale non ci sono mai ai tavoli dove
si decidono le strategie di politica economia. Non ci sono mai, nè a Roma, nè in Regione. Siamo
ancora dentro il cosiddetto “triangolo” che vede protagonisti delle decisioni solo governo, sindacati
e imprese. Invece bisognerebbe cambiare passo. Pensiamo agli Stati Uniti, dove i dirigenti degli
atenei sono presenti in tutti i tavoli a livello governativo, da Washington agli Stati federati, e hanno
voce in capitolo sulle politiche economiche. Ecco siamo ancora molto lontani da quel modello.
Dovremmo puntare di più su un rapporto stretto tra Governo, imprese, università e start-up, creando
quello che io chiamo il circolo economico della conoscenza. L’attività di ricerca che facciamo è
importante, basti pensare che le piccole imprese, il tessuto fondamentale della società del Nordest,
non sono in grado di fare ricerca perchè costa troppo, non hanno i budget adeguati. Ecco allora che
possono farla fuori la ricerca per l’innovazione, grazie alle università, poi ci sarà la fase del
“brokeraggio” della ricerca. Ma le piccole e medie imprese, in questo campo, si sono rivelate dei
veri e propri pioneri della “opening innovation”, i grandi sono arrivati decisamente più tardi.
L’università vuole essere un partner per lo sviluppo economico e sociale del Paese». De Toni,
richiamando il successo dell’accordo a 9 (tutti gli atenei del Nordest) propedeutico all’avvio del
piano Industria 4.0 ideato dal ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, ha fatto un
accenno anche al ruolo delle cosiddette Specialità. «Le autonomie, che siano Regioni o che siano
istituzioni - ha aggiunto il rettore udinese - devono cooperare, altrimenti prima o poi vanno in
conflitto. I problemi si acuiscono proprio perchè si creano le tensioni, i dissapori e ci si isola.
Unendo le forze, come abbiamo fatto noi a livello di Triveneto, proviamo a vedere se riusciamo a
ottenere un incremento dei finanziamenti destinati al progetto Industria 4.0. E’ un atto di fiducia in
noi stessi, vediamo se in questo modo riusciamo ad attivare i finanziamenti necessari allo scopo».
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Danieli negli Emirati: nessuna maxi tangente (M. Veneto)
di Luana de Francisco - Per ottenere il mega appalto che le consentì di costruire un complesso
siderurgico negli Emirati Arabi Uniti, Danieli si avvalse della sponsorizzazione locale di faccendieri
vicini alla committente, versando rilevanti somme di denaro per la loro attività di intermediazione.
Uno su tutti, il principe libanese Omar Bassam Salamé. Da qui a parlare di corruzione
internazionale, tuttavia, ce ne passa. Perchè nè lui, nè gli altri facilitatori che la multinazionale di
Buttrio pagò tra il 2006 e il 2009 rivestivano la qualifica di pubblici ufficiali. E perchè due anni e
mezzo di indagini non sono bastate a documentare alcun successivo trasferimento di denaro a
favore della Ghc (ora Senaat) - la committente, appunto -, società a totale capitale pubblico. Nelle
mani, cioè, della famiglia reale. È sulla base di queste considerazioni che la Procura di Udine ha
chiesto e ottenuto dal gip l’archiviazione del procedimento che aveva ipotizzato a carico di
Giampietro Benedetti, allora presidente di Danieli, Marco Alzetta, amministratore delegato, e
Alessandro Brussi, tesoriere, il reato di corruzione internazionale realizzata attingendo ai presunti
«fondi occulti» costituiti per oliare «soggetti terzi esteri» grazie alle fatture emesse dalla “Otc Oriental tachnical contracting co wll” di Abu Dhabi, a fronte di operazioni ritenute inesistenti. Una
presunta riserva di denaro, insomma, per un totale di 13.327.509,92 euro in poco più di tre anni. La
vicenda era stata stralciata dall’inchiesta madre, relativa alle accuse di frode fiscale per un
ammontare di 281 milioni di euro e della relativa evasione di imposte per 80 milioni, rimanendo
ancorata alle indagini preliminari anche quando il filone principale era ormai approdato davanti al
giudice dibattimentale. La notizia dell’archiviazione è arrivata ieri, con il deposito del relativo
decreto nel corso di quella che - dopo il cambio del giudicante - è stata di fatto la prima udienza del
processo per frode nei confronti dello stesso Benedetti e di altri sei manager di Danieli. Udienza che
il giudice Mariarosa Persico ha rinviato al 20 aprile, riservandosi la decisione sulle eccezioni
sollevate dall’avvocato Maurizio Miculan e dal professor Tullio Padovani, difensori di tutti gli
imputati, rispetto alla richiesta del procuratore aggiunto, Raffaele Tito, di acquisizione delle
rogatorie internazionali effettuate a Hong Kong e Singapore proprio per capire dove fossero andati a
finire i soldi consegnati a Otc. Secondo i legali, gli atti risultano inutilizzabili, per tardività delle
rogatorie, chieste a termini di indagini scaduti, e violazione della normativa che ne prevede
l’utilizzo limitatamente ai reati per i quali sono state chieste. Quel che è certo, intanto, è che nel
processo non si parlerà più di tangenti. «Nei Paesi mediorientali – aveva ricordato nella propria
memoria l’avvocato Miculan – lo sponsor è una figura non soltanto normale, ma anche normata». A
insospettire i finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Udine, dopo il ritrovamento di un file
durante le perquisizioni a Buttrio, era stata la presunta triangolazione tra Danieli e due fratelli di
Abu Dhabi referenti, rispettivamente, della Ghc e della Otc. Ritenendo fittizio il subappalto
sottoscritto dal gruppo friulano con Otc, gli investigatori avevano cercato di dimostrare come le sue
fatture avessero il solo scopo di creare fondi occulti che un fratello avrebbe poi retrocesso, almeno
in parte, all’altro, consigliere della committente pubblica Ghc, per garantire a Danieli il contratto da
745 milioni di dollari per la costruzione dell’acciaieria. Concordando con le memorie della difesa e
le conclusioni del pm, anche il gip Emanuele Lazzàro ha evidenziato sia l’assenza di una prova
diretta della consegna di denaro al fratello di Ghc, sia l’impossibilità di attribuirgli funzioni
corrispondenti a quelle di pubblico ufficiale necessarie a integrare l’ipotesi della corruzione
internazionale. Un po’ come avvenne nel processo Enelpower, dove fu «esclusa la rilevanza
pubblica degli appalti in Libia, proprio perchè non caratterizzati da alcuna procedura a evidenza
pubblica». E tenendo ben presente come nel sistema giuridico arabo, l’attività di lobbying
contempli appunto «intermediazioni, pressioni, influenze e favoritismi».
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«Difendere i lavoratori Fincantieri» (M. Veneto)
di Michela Zanutto - Il destino del sito produttivo di Monfalcone è legato a doppio filo con
l’acquisizione del polo di Saint Nazaire (di proprietà della Stx France) da parte di Fincantieri. A
chiedere un potenziamento dell’area e rassicurazioni sul mantenimento dei posti di lavoro è il
senatore Carlo Pegorer (Pd). E già una prima riposta è arrivata ieri dal presidente della spa
Giampiero Massolo a margine di un convegno a Milano: «Abbiamo un disegno e una prospettiva di
consolidamento della cantieristica europea». Pegorer ha chiesto ai ministri dello Sviluppo
Economico, del Lavoro e dell’Economia «se non ritengano opportuno richiedere alla Fincantieri se
vi siano in progetto interventi per il potenziamento del sito di Monfalcone in grado di consentire
l’acquisizione di importanti commesse e la realizzazione completa anche di navi di grandi
dimensioni. Sarebbe interessante sapere anche quali iniziative intendano adottare per salvaguardare
in prospettiva i livelli occupazionali delle maestranze occupate nel sito cantieristico di Monfalcone
che, a seguito dell’acquisizione da parte di Fincantieri di altri cantieri e il conseguente spostamento
di quote di produzione verso l'estero, rischiano di perdere il proprio lavoro». Nell’ottica del
consolidamento della cantieristica europea, Massolo sottolinea come il vecchio continente inizi a
«diventare piccolo se considerato posizione per posizione. Prima si comprende che bisogna andare
verso un’integrazione complessiva e meglio è. Noi siamo portatori di questo progetto e
l’acquisizione che stiamo perfezionando è una tappa molto importante. Ci confronteremo con le
autorità francesi al momento opportuno». Resta aperto il nodo occupazione. Le recenti esternazioni
di Marine Le Pen su una possibile Frexit in caso di una sua elezione all’Eliseo hanno messo in stato
di agitazione le Borse, ma non turbano Massolo: «Siamo convinti delle nostre ragioni – ha aggiunto
– di quello che andiamo ad acquistare e del nostro progetto. Al di là delle considerazioni
rispettabilissime di tipo politico, si impone anche una logica di consolidamento delle grandi aziende
europee a cui non si può restare sordi». Quanto ai tempi per il closing, «vedremo, noi ce la
mettiamo tutta», ha chiosato Massolo.
Cambio al vertice dell’Inps, Quaranta succede a Lauria (M. Veneto)
Ugo Quaranta è il nuovo direttore regionale dell’Inps per il Fvg. Succede a Rocco Lauria che ha
assunto l’incarico di direttore centrale per il sostegno alla non autosufficienza, invalidità civile e
altre prestazioni. Le nuove nomine per la sede regionale dell’Inps arrivano nel contesto più generale
di una complessiva riorganizzazione dell’Istituto che ridisegna l’intera struttura organizzativa. Le
funzioni, assegnate direttamente dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, sono effettive già dal 1º
febbraio. L’Istituto nazionale della previdenza sociale (Inps) è il principale ente pubblico
previdenziale in Italia che assicura i lavoratori dipendenti privati, molti lavoratori autonomi e alcune
categorie di lavoratori pubblici. Si occupa principalmente di riscuotere i contributi previdenziali da
parte dei datori e dei lavoratori e di pagare tutta una serie di pensioni e prestazioni, oltre a effettuare
visite mediche per accertare invalidità e inabilità, per cure termali e per revisione delle pensioni agli
invalidi.(m.z.)
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Ryanair lancia il volo Trieste-Roma (Piccolo)
di Luca Perrino - Ryanair sfida Alitalia e pigia sull'acceleratore della concorrenza anche in regione.
Dal 26 marzo, infatti, i Boeing 737-800 di quello che, oggi, è il primo vettore commerciale europeo,
voleranno quattro volte alla settimana dall’aeroporto di Ronchi con destinazione l'aeroporto romano
di Ciampino, una delle basi principali della compagnia irlandese che dista solo 16 chilometri dalla
stazione Termini, circa 35 minuti per raggiungere la capitale. Un inedito per il Trieste Airport che
dal 1961 è collegato a Roma con il monopolio di Alitalia che effettua ben cinque voli giornalieri su
Fiumicino. Sono stati 300mila i passeggeri che, nel 2016, hanno fruito di questi collegamenti,
25mila solo nel gennaio passato, con un incremento di oltre il 10%. Gli aeromobili targati Ryanair
decolleranno dallo scalo del Friuli Venezia Giulia il venerdì e la domenica, alle 9.35, il lunedì e
mecoledì, alle 13.10. I decolli da Ciampino, invece, sono previsti alle 7.55, domenica e venerdì ed
alle 11.30, lunedì e mercoledì. Prezzi ancora una volta stracciati, quelli offerti al pubblico, a partire
da 19,95 euro. Se, oggi, si dovesse scegliere Alitalia volare lo stesso giorno dell'esordio di Ryanair,
se ne spenderebbero 85,79. Un vantaggio per chi è abituato a fare il pendolare con la capitale, molto
spesso per motivi di lavoro. Ed arrivare in centro da Ciampino non è certamente un'impresa. Ci si
può arrivare con autobus pubblici o privati, mentre una metropolitana leggera collega la stazione
ferroviaria di Ciampino (5 minuti dall'aeroporto) con Termini in un tempo medio di 15 minuti.
Ryanair, presente sullo scalo ronchese dal 2001, incrementa così la sua presenza, aggiungendo
Ciampino al proprio network: Londra, Bari, Trapani e Valencia. Certamente in perfetta concorrenza
con Alitalia che, dal 1 luglio al 10 settembre, accanto a Roma e Milano, offrirà invece due voli
settimanali per Olbia. Ma alla società di gestione la vedono più come una grande opportunità per far
lievitare i volumi di traffico. A gennaio i passeggeri sono cresciuti del 15,6%. Un risultato
conseguito con l'introduzione di nuove destinazioni, come Catania di Ryanair e Istanbul di Bora Jet
ed alla crescita dei passeggeri su altre rotte: +25,1% per Monaco di Lufthansa, +24,1% per Valencia
di Ryanair e, va detto, +10,6% per Roma di Alitalia. «L'offerta su Roma continua in questo modo a
rafforzarsi – ha detto il direttore generale, Marco Consalvo - e con i quattro voli settimanali di
Ryanair verranno ulteriormente stimolati i flussi incoming verso il Friuli Venezia Giulia. Ci
aspettiamo un aumento del traffico per Roma, in un quadro di sviluppo dell'offerta di destinazioni
sul nostro aeroporto sempre più consistente». Ed è nell'interesse di Alitalia accettare la
collaborazione di Ryanair stronca l'idea di una low cost della compagnia italiana: «Nessuna
compagnia tradizionale può competere con noi – ha detto - per una questione di costi e di modelli di
business. Le nostre tariffe da 9,99 euro sono imbattibili. Lo scorso anno Alitalia ha trasportato in
Italia 22 milioni di passeggeri. Nel 2017 noi contiamo di aumentare i passeggeri del 10% a 36
milioni e nel giro di 3 anni puntiamo ad arrivare a 44 milioni, quindi il doppio di Alitalia. È
evidente che la soluzione migliore per Alitalia non è mettersi in concorrenza con noi, ma accettare
la nostra proposta di feederaggio sui voli a breve e medio raggio». Durante la conferenza stampa di
ieri la compagnia ha riaffermato la sua leadership in Italia con 27 aeroporti serviti, 400 rotte e 36
milioni di clienti, con un +10% rispetto al 2016. Grazie allo stop all’incremento delle tasse da parte
del governo italiano, Ryanair ha annunciato di essere riuscita ad aumentare il flusso di passeggeri in
Italia, ma rimane critica sugli aumenti dei costi a Fiumicino, tanto da indurla a tagliare l'offerta del
10%. A tutto vantaggio di Ciampino che, nel 2017, servirà 35 rotte, con due novità: Comiso e
Ronchi dei Legionari appunto.
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Profughi distribuiti in tutti i Comuni (M. Veneto)
di Mattia Pertoldi - Da un minimo di 6 profughi per Comune a un massimo di 60 passando per il
caso-limite di Udine con 360: è questo il piano di riparto stilato del prefetto Vittorio Zappalorto, in
ossequio all’accordo siglato tra Anci e Viminale, per la redistribuzione dei migranti sul territorio
della Provincia di Udine – la prima delle quattro su cui è stato definito il riparto – e inviato, nei
giorni scorsi, a tutti i sindaci interessati. Il piano dettagliato, a onor del vero, non rispetta in pieno la
quota di 2,5 migranti ogni mille abitanti – cioè uno ogni 400 residenti – visto che, in totale, chiede
ai Municipi la messa a disposizione di 2 mila e 62 posti per i richiedenti asilo – quindi uno ogni 250
abitanti –, ma punta, in ogni caso, a una presenza più equilibrata sul territorio dalla provincia. Come
da intesa siglata a Roma, inoltre, prevede una cosiddetta clausola di salvaguardia nei confronti di
quei Comuni dove sono già attivi progetti di accoglienza Sprar, oppure per quelli che manifestano la
volontà di aderirvi e che devono darne comunicazione alla Prefettura entro il 16 febbraio, nel caso
in cui la quota di migranti soddisfi quella assegnata a ciascun Comune. Al di là di questi casi – nei
quali gli enti locali saranno esentati dall’attivazione di ulteriori forme di accoglienza –, dando
un’occhiata alla tabella riportata in pagina si possono notare a quali Municipi saranno chiesti gli
sforzi maggiori. I due Comuni più “colpiti” sono Latisana e Tavagnacco che devono ricavare,
rispettivamente, 55 e 44 nuovi posti per l’accoglienza, seguiti da Tolmezzo (39), Pasian di Prato
(35) e San Giorgio di Nogaro (28). Un discorso a parte, poi, va fatto per Udine. Il capoluogo
friulano attualmente ospita 612 richiedenti asilo alla Cavarzerani, 52 alla Friuli, 61 in regime di
Sprar e 305 (sui 350 posti a disposizione) con il sistema Aura per un totale di mille e 80 persone. Il
piano di riparto, però, assegna a Udine un totale di 360 profughi – invece dei circa 250 se fosse
realmente rispettata la quota di 2,5 ogni mille abitanti – puntando a “liberare” la città di 720
migranti a condizione, beninteso, che Cavarzerani e Friuli non vengano considerati come due Cara
che, quindi, esulano da patti e calcoli di redistribuzione. Un’eventualità che l’assessore comunale
all’Inclusione Sociale Antonella Nonino non vuole prendere in considerazione. «La Prefettura
assegna a Udine – ha dichiarato – una quota maggiore rispetto a quanto deciso da Anci e ministero
dell’Interno. Va bene, siamo pronti ad accettare anche questo sacrificio, a condizione che sia
l’ultimo. Udine ha fatto, e continuerà a fare, la propria parte, ma adesso è arrivato il momento che la
città sia affiancata dagli altri Comuni del Fvg. Il piano di riparto parla chiaro per cui è arrivato il
momento che, pur con gradualità, le istituzioni svuotino Cavarzerani e Friuli dai richiedenti asilo».
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«Ecco perché vogliamo salvare l’italiano» (Piccolo)
di Giovanni Stocco - Aridità lessicale. Sintassi balbettante. Errori ortografici grossolani.
Ripetizioni. Un registro linguistico livellato verso il basso. È avvilente il quadro che un nutrito
numero di docenti universitari tratteggia nel denunciare una «preoccupante flessione» del livello
medio degli studenti nella capacità di esprimersi oralmente e per iscritto e, più in generale, sotto il
profilo della cultura. E fra gli oltre 600 professori universitari, accademici della Crusca, storici,
filosofi, sociologi ma anche economisti e matematici (Massimo Cacciari, Luciano Canfora e Ilvo
Diamanti alcuni dei sottoscrittori) che hanno inviato una lettera a governo e parlamento per chiedere
“interventi urgenti” così da rimediare alle carenze dei loro studenti, figurano i nomi di 19 triestini e
cinque udinesi. La situazione è così grave? Quello riscontrato è un calo progressivo o un crollo
verticale? Soprattutto, chi è il vero imputato? Di certo dalle voci interpellate emerge un’assoluzione
con formula piena degli insegnanti delle scuole superiori. Diversa la posizione su Facebook e social
network, ritenuti “male necessario”: i docenti sono consci del fatto che la comunicazione nel tempo
è cambiata, ma chiedono ai ragazzi di affrancarsi da alcuni “vizi” della rete se producono testi scritti
per un esame. Nessuna indulgenza per i vari governi, colpevoli di porre cultura e istruzione tra le
priorità a parole, mortificandole nei fatti. Spiega Cristina Benussi, ordinario di Letteratura
contemporanea all’Università di Trieste: «Assistiamo a un progressivo impoverimento del bagaglio
lessicale, gli studenti sono abituati a un linguaggio molto semplificato. Abbiamo introdotto dei test
d’ingresso di lingua italiana: impensabile che i docenti di domani non maneggino con
consapevolezza la lingua. Un altro aspetto marcato è la totale incapacità di riconoscere
l’autorevolezza della fonte: Wikipedia non è la Divina Commedia, così come un utente che ha molti
consensi su Facebook non è Dante Alighieri. C’è un appiattimento del livello medio: così non si
demolisce solo l’italiano, si annienta la forma mentis». Secondo Maria Carolina Foi, ordinario di
Letteratura tedesca all’ateneo triestino, «per imparare una lingua straniera occorre possederne
saldamente una. Dobbiamo riscoprire la scrittura e uscire dall’equivoco secondo cui l’aggettivo
“scolastico” sia svilente: dettati e riassunti sono basi insostituibili per gli studenti». Stefano
Borgani, ordinario di Fisica e direttore dell’Osservatorio astronomico triestino, parla apertamente di
«problema sociale, da non circoscrivere alle materie letterarie. Sarebbe ingeneroso e sbagliato
colpevolizzare i colleghi delle scuole superiori, tocca alla politica riflettere sulla situazione:
infrastrutture precarie e altre criticità acuiscono le difficoltà». Marco Fernandelli, associato di
Lingua e letteratura latina, invita a non «farsi trascinare da sterili lodi dei tempi passati» ma rileva
che «l’avvento irruente dei social network ha segnato una linea di divisione tra passato e presente.
Paghiamo un difetto generale: cultura e istruzione sono spesso penalizzate, gli investimenti in questi
comparti sono ridicoli, la considerazione sociale di cui godono i docenti è bassa. Ma non possiamo
sottrarci all’esigenza di fare autocritica. Servono più confronti tra superiori e università: ogni
componente deve dare il suo contribuito per risollevare la situazione, nessuno si deve chiamare
fuori. Allargando il compasso, dobbiamo anche fare i conti con una società che svuota di valore i
momenti di riflessione e la dimensione della solitudine, soppiantate da una comunicazione sintetica
e frammentaria». Aggiunge Aldo Magris, ordinario di Filosofia teoretica: «Alcune abitudini
consolidate della vita comune sono deleterie: ricevo richieste e messaggi via posta elettronica farciti
di errori e caratterizzati da un linguaggio semplice. Scarsissima è l’attenzione verso la lingua, il
telefonino ha sostituito il libro. E il lessico ricercato viene annichilito da altre forme di
comunicazione più diretta, più elementare, più efficace nell’immediato».
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CRONACHE LOCALI
Tensioni in ospedale. Con i picchi di presenze volano insulti e minacce (Gazzettino Pn)
Alberto Comisso - Lavorare in ospedale è sempre più difficile. Se non bastasse la carenza ormai
cronica del personale medico ed amministrativo che opera all'interno e che costringe a turni
massacranti, i dipendenti, sempre più spesso, si trovano a fare i conti con l'intolleranza di pazienti o
utenti che vorrebbero risposte immediate. Impossibile ricorrere alla bacchetta magica, soprattutto se
il sistema informatico, quello gestito da Insiel, si blocca e ciò non fa altro che peggiore la situazione
tra referti che non possono essere stampati, esami che non vengono registrati e lunghe code che si
formano agli sportelli. La tensione, spesso, è alle stelle. Sabato scorso, tanto per segnalare uno degli
ultimi episodi avvenuti in ordine cronologico, la situazione all'ospedale Santa Maria degli Angeli ha
rischiato di esplodere: più di quaranta persone hanno dovuto attendere lo sblocco del sistema
informatico. E così sono piovute proteste ed insulti, anche pesanti, nei confronti dei dipendenti. Uno
degli impiegati amministrativi, vista la mal parata, si è visto costretto a spiegare cosa stava
succedendo. Solo allora, dopo un colloquio durato diversi minuti, la situazione si è normalizzata.
Tensione alle stelle, si diceva. La settimana scorsa un addetto alla portineria è stato addirittura
minacciato di morte. Tanto che ad intervenire sono stati i carabinieri. Un cittadino di nazionalità
straniera che accompagnava in auto la madre per una visita, pretendeva, senza averne la priorità, di
poter parcheggiare negli stalli interni all'ospedale. Quando si è sentito rispondere che la sua non era
un emergenza e che pertanto non avrebbe potuto oltrepassare la sbarra, è andato su tutte le furie:
«Se non apri avrebbe urlato in tono minaccioso ti taglio la gola». Lo straniero, secondo quanto
hanno affermato da alcuni testimoni, sarebbe addirittura sceso dalla macchina con l'intenzione di
vedersela direttamente faccia a faccia, con il malcapitato dipendente. A quel punto il portinaio,
sentendosi minacciato, ha chiamato i carabinieri. Intanto tra lunedì e ieri mattina, conseguentemente
al piccolo delle influenze, il pronto soccorso del nosocomio di Pordenone è andato ancora una volta
in affanno. Nella sola giornata di lunedì sono stati registrati 48 ricoveri che rappresentano (per la
Destra Tagliamento) il record dell'intera stagione. Il nuovo piano varato dall'Azienda sanitaria 5 del
Friuli Occidentale è stato messo a dura prova anche con i quattordici posti letto chiesti in prestito
alla Chirurgia. Il personale medico ha cercato di tamponare l'emergenza ricoverando le persone,
molte delle quali già particolarmente debilitate, un po' in tutti i reparti. La situazione difficilmente
migliorerà questa settimana. «Ho provveduto ad incontrare Francesco Moscariello, primario del
Pronto soccorso e Medicina d'urgenza - ha riferito Giorgio Simon, direttore generale dell'Aas5 - per
considerare alcune strategie che, prima di tutto, dovranno prevedere il ripensamento degli accessi
alle emergenze. Mi auguro che, a partire dalla settimana prossima, il picco delle influenze cali così
da riportare la situazione alla normalità».
Benvenuto (Cgil) «I dipendenti pagano per tutti»
testo non disponibile
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Mcz, ufficializzata l’acquisizione della società francese Brisach (M. Veneto Pordenone)
È l’ufficiale l’acquisizione da parte di Mcz Group – una realtà internazionale con oltre 500
dipendenti e quattro sedi produttive in Italia e in Croazia – di una nuova società, la francese Brisach
cheminée. Il passaggio di mano della proprietà è avvenuto dopo una trattativa serrata, iniziata a
novembre 2016, che ha visto protagonisti insieme al gruppo italiano anche la norvegese Jøtul e una
cordata di aziende francesi specializzate in logistica e trasporti. La società Brisach, fondata nel
1961, nel 2015 contava su un fatturato di oltre 20 milioni di euro, con un marchio riconosciuto e
consolidato in Francia e una rete vendita molto qualificata di oltre 110 negozi monomarca. A metà
del 2016, dopo una serie di difficoltà finanziarie, all’impresa è stato imposto il concordato
giudiziario e la messa in vendita. L’offerta presentata da Mcz Group è stata giudicata la migliore tra
quelle presentate, da un lato in termini di mantenimento e continuità dell’attività in Francia,
dall’altro in termini di tutela verso i dipendenti. L’acquisizione del marchio Brisach, sinonimo in
Francia di caminetti a legna di fascia medio-alta, è coerente con le strategie di completamento
dell’offerta iniziate da Mcz Group nel 2012. La società ha intrapreso la strada delle acquisizioni per
aumentare le proprie quote di mercato. Oggi il gruppo, che esporta oltre il 70% della produzione, è
in grado di offrire la gamma più ampia e autorevole dell’intero settore e ha chiuso il 2016 in
crescita, nonostante operi in un mercato sostanzialmente maturo ormai da alcuni anni. Il gruppo
annovera sette tra i marchi più importanti del settore del riscaldamento e della cucina a biomassa
(Mcz, Red, Sergio Leoni, J.Corradi, Sunday, Cadel e Freepoint), ognuno dei quali si è specializzato
in una categoria di prodotto, posizionamento di marketing o canale distributivo.
Sarone salvata dal patto con i pensionati (Gazzettino Pordenone)
Francesco Scarabellotto - Soluzioni provvisorie e a lungo termine, dal bus al potenziamento degli
sportelli Dal faccia a faccia fra Spi Cgil e sindaco sono uscite le soluzioni a breve e lungo termine
per garantire servizi alla frazione di Sarone. Soddisfatto il segretario Nazario Mazzotti.
Poste Italiane - Deve garantire l'apertura nell'ufficio di Caneva di un numero congruo di sportelli, in
particolare nelle giornate di maggiore afflusso, per far fronte ai maggiori carichi di lavoro.
Medici di famiglia - Il Comune inviterà tutti i medici che hanno acquisito nuovi assistiti a Sarone a
rendersi disponibili ad esercitare negli ambulatori provvisori condivisi che il Comune si impegna a
mettere a loro disposizione in comodato d'uso gratuito.
Servizio navette a chiamata - Previa individuazione delle necessità della popolazione di Sarone e
definizione di idonee convenzioni con le associazioni di volontariato, il Comune si impegna ad
attivare tale servizio, rivolto alle persone in condizioni di bisogno, per raggiungere Poste Italiane o
l'ambulatorio medico.
Soluzioni definitive- Comune e sindacati condividono e sostengono che Poste Italiane debba
riaprire nei tempi più brevi lo sportello di Sarone, insediandosi in un locale della frazione già
segnalato ed identificato dalla Direzione territoriale e che ora attende il via libera della direzione
nazionale. Così come condividono la necessità di identificare idonei spazi, da destinare ad usi
comunitari, dove potranno essere allocati sia i nuovi ambulatori medici ed altri eventuali servizi
socio sanitari e sociali che gli sportelli da concedere in uso gratuito alle associazioni, a partire da
quelle che già oggi sono attive a Sarone.
«Abbiamo condiviso anche la necessità di conseguire gli obiettivi in tempi brevi - prosegue
Mazzotti - ci incontreremo nuovamente lunedì 20 febbraio per definire e condividere ogni ulteriore
aspetto di un possibile protocollo d'intesa da sottoscrivere».
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“Navi fantasma”, oltre mille marinai assistiti in un anno (M. Veneto Udine)
di Francesca Artico - Una storia sconosciuta ai più, un esempio di accoglienza ed efficienza. Il
Comitato territoriale welfare della Gente di Mare di Porto Nogaro eroga ogni anno assistenza a un
migliaio di marittimi in transito nello scalo friulano grazie all’impegno di diversi volontari del
territorio. In tutta Italia, soltanto 26 porti possono vantare al proprio interno un Comitato territoriale
welfare di cui solo due in Regione Fvg. Un impegno che nel 2016 ha raggiunto il proprio culmine
verso la fine dell’anno, in occasione della gestione dell’emergenza legata all’abbandono della
motonave bulgara “Amur” e dei suoi 14 membri d’equipaggio, di tre nazionalità diverse, da parte
dell’armatore nel porto nogarese e risoltasi positivamente dopo oltre due mesi grazie
all’abnegazione di ogni membro del locale Comitato Territoriale, ciascuno sotto diversi profili, che
ha riscosso l’apprezzamento e numerosi riconoscimenti anche da parte delle Istituzioni, nazionali e
locali. Del Comitato Territoriale di Porto Nogaro fanno parte oltre all’Ufficio circondariale
marittimo, il Comune, l’Associazione nazionale marinai d’Italia e la Forania di San Giorgio di
Nogaro, il sindacato Itf, la Stella maris, la Misericordia - Bassa Friulana e la Caritas di Udine, che
sono stati chiamati a operare anche nel 2016, sia nell’ambito dell’assistenza ai naviganti che della
divulgazione delle problematiche connesse al lavoro marittimo. Sotto il profilo assistenziale
l’impegno giornalmente profuso dai componenti, per lo più volontari, del Comitato ha consentito ai
marittimi di tutto il mondo, transitati nel 2016 dal porto di Porto Nogaro, di ricevere ogni tipo di
assistenza, da quella spirituale, garantita da monsignor Igino Schiff e don Elia Leita, a quella
materiale, grazie a strumenti, dotazioni e attrezzature vari messi gratuitamente a disposizione nella
sede del Comitato all’interno dell’infrastruttura portuale. Tale esperienza ha consentito di mettere in
atto quella consolidata sinergia tra i diversi componenti come già accaduto in altri gravi episodi
legati alle navi fantasma o all’abbandono dei marittimi, vedi le vicende della Sea Stars (Barbados),
della Mekanik (Ucraina) Anagenisi (Panama). L’Associazione senza fini di lucro che fa capo al
Comitato nazionale welfare con sede a Roma, fu fondata a Porto Nogaro nel 2009 per accogliere,
curare e assistere moralmente e materialmente i marittimi.
Assunzioni fiduciarie, è polemica (Gazzettino Udine)
Polemiche sulla Bassa dopo la pubblicazione per due avvisi per l'assunzione di due dipendenti
amministrativi a termine - testo non disponibile. Il sindaco di Rivignano-Teor attacca: Uti inutili e
costose - testo non disponibile
«Il concorso per i vigili ripartirà presto. C'è l'impegno» (Gazzettino Udine)
testo non disponibile
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«Tra Banca di Udine e Bcc Bf un divorzio prima delle nozze» (M. Veneto Udine)
di Paola Beltrame - «Bcc Bassa friulana e Banca di Udine, un divorzio prima ancora del
matrimonio»: la mancata fusione dei due istituti di credito ha creato una situazione di incertezza che
pesa anche sulla condizione di chi vi lavora. A dirlo è Ugl credito Udine, che in una nota a firma del
segretario provinciale Ennio De Luca analizza cause e conseguenze dell’operazione societaria
rimasta in mezzo al guado. «Alla base dell’insuccesso della progettata fusione c’è il mancato
accordo sull’attribuzione delle poltrone a tutti i livelli - afferma De Luca -: lo hanno comunicato gli
stessi rappresentanti aziendali nel corso di una riunione cui hanno partecipato gli organismi
sindacali aziendali, fra cui anche Ugl credito. I vertici aziendali della Bcc Bf hanno addossato la
mancata intesa per la fusione all’avidità della controparte, che avrebbe preteso per sé i posti che
contano, ma analoghe lamentele ci sono rappresentate anche da autorevoli fonti della Banca di
Udine». A De Luca pare importante chiedersi «con quale lungimiranza e attenzione si sia
provveduto ad attuare, anzitempo, il piano di riassetto organizzativo che avrebbe dovuto essere
funzionale alla fusione, ma che alla luce dei fatti sconcerta. Tanto attivismo non ci sorprende –
continua il referente sindacale –, visto che l’azienda da qualche tempo partorisce continui riassetti
organizzativi, progetti a geometrie variabili, un giorno solidi e il giorno dopo superliquidi.
L’abitudine a correre veloci, senza curarsi delle conseguenze, l’abbiamo riscontrata anche nella
gestione del cosiddetto “rischio reputazionale”, scarsamente considerato in occasione dello studio di
fattività per quella che doveva essere la migliore delle fusioni». «Infine, a prescindere dalle
decisioni che si prenderanno, per assicurare un futuro sereno alla Bassa Friulana, oltre a
ricominciare un percorso chiaro, coerente e trasparente, occorre creare per chi ci lavora condizioni
dove si valorizzi il merito anziché tentare di indurre al servilismo, incentivando la motivazione
piuttosto che il timore reverenziale, la formazione rispetto alle chiacchiere».
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Accoglienza diffusa: bando per 600 migranti (Piccolo Gorizia-Monfalcone)
di Francesco Fain - Il precedente bando, quello tuttora in vigore, prevedeva l’accoglienza di 450
immigrati nell’Isontino, Gradisca e altre piccole municipalità escluse. E già allòra, visto che le
previsioni furono aumentate rispetto all’anno prima, si scatenarono polemiche per l’eccessiva
“generosità” della Prefettura. Ieri, la Prefettura di Gorizia ha pubblicato il bando di gara relativo alla
“Procedura aperta per la conclusione di un accordo-quadro con più operatori economici avente
durata dal primo aprile 2017 al 31 dicembre 2018, sul quale basare l’affidamento di specifici appalti
per il servizio di accoglienza e assistenza di cittadini stranieri richiedenti protezione internazionale e
la gestione dei servizi connessi sul territorio della provincia di Gorizia”. Un bando di gara per
l’accoglienza dei richiedenti-asilo molto atteso. E i posti messi a concorso sono nuovamente saliti,
attestandosi a quota 600, 150 in più dello scorso anno, «da distribuire - specifica la Prefettura in un
breve comunicato stampa - sul territorio provinciale secondo i criteri e le limitazioni descritte dal
bando medesimo, ispirato ai principi della accoglienza diffusa». Le date salienti Il termine di
scadenza della presentazione delle corrispondenti offerte è stato fissato alle 12 del 10 marzo
prossima: data in cui dovranno pervenire, specificano i vertici della Prefettura di Gorizia, per mezzo
di raccomandata postale oppure consegnate a mano le buste concernenti le predette offerte.
L’importo complessivo dell’accordo quadro ammonta a 15 milioni 960mila euro. «Perché un bando
per dare ospitalità a 600 migranti, quando lo scorso anno era da 450? Questa è la proiezione del
nostro Ministero degli Interni - spiega Gulletta - ed è per questo che abbiamo introdotto quel
numero». Ergo, si prevede che il flusso di immigrati non soltanto non cesserà o diminuirà ma è
destinato a rinforzarsi. L’anno scorso, su 450 posti richiesti, soltanto 155 furono effettivamente
“coperti”, vale a dire un terzo. Poco. Troppo poco. «La speranza è che quest’anno le cose vadano
meglio perché operiamo in continua emergenza. Le strutture di accoglienza sono sature e dare un
letto (e un tetto) a tutti i migranti diventa sempre più difficile. Meno male che c’è la Caritas
diocesana che sta effettuando un grandissimo e silenzioso lavoro per accogliere dignitosamente tutte
queste persone». Comuni esclusi dal bando Il bando riguarda tutti i Comuni dell’Isontino ma con
delle eccezioni. Sono, infatti, escluse le municipalità di Gradisca d’Isonzo, Romans d’Isonzo, San
Canzian d’Isonzo, Savogna d’Isonzo e Turriaco «in ragione - spiega ancora il viceprefetto Gulletta dell’esistenza nei rispettivi territori di un centro governativo o di immobili messi a disposizione per
l’accoglienza dalla Prefettura o di convenzioni fra la Prefettura e l’ente locale per l’erogazione di
servizi analoghi a quelli previsti dal bando». Gradisca d’Isonzo è il caso più macroscopico: non è
interessata al bando perché già ospita sul proprio territorio il Cara che, peraltro, è sempre più “off
limits”. «Abbiamo voluto introdurre - spiega Gulletta - anche una clausola di salvaguardia per i
Comuni che aderiscono al sistema Sprar. La clausola vale nella misura in cui il numero di posti
Sprar soddisfa la quota assegnabile a detti Comuni in base al criterio di proporzionalità». Il
viceprefetto vicario si augura che prevalga il messaggio dell’accoglienza diffusa. «Anche se va
chiarito - conclude Gulletta - che il bando non è rivolto assolutamente ai Comuni in quanto tali,
bensì alle forze economiche e alle cooperative interessate all’accoglienza dei richiedenti-asilo. È
chiaro che le municipalità possono fare la loro parte mettendo a disposizione strutture da affidare,
poi, alle coop o all’imprenditoria privata. Sarebbe importante che tutti facessero la loro parte perché
la questione-immigrazione non può e non deve essere solamente un problema di pochi Comuni.
L’accoglienza diffusa è l’unica maniera per gestire il fenomeno. Un fenomeno in crescita».
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Sanità, nuovo piano sotto attacco del fronte del no (Piccolo Gorizia-Monfalcone)
di Francesco Fain - È un accerchiamento. Il Pal 2017, il Piano di attuazione locale dell’Aas 2, non
piace. Non piace ai Comuni isontini più importanti, Gorizia e Monfalcone, che l’hanno bocciato
durante l’ultima assemblea dei sindaci svoltasi a Latisana. «Credo che il malumore nei confronti
della sanità sia, ormai, più che palpabile - attacca il sindaco Ettre Romoli -. Regione e Aas
comincino a riflettere su soluzioni che i cittadini isontini non sopportano. Abbiamo elaborato un
documento che parla chiaro». Eppure, le contestazioni non mancano. Secondo il Comune di
Gorizia, il Pal è stato bocciato. Secondo l’Azienda sanitaria, «non è stata raggiunta la maggioranza
nè per il “sì”, nè per il “no”. Infatti, il nuovo regolamento - spiega il dg Giovanni Pilati - prevede
che ci sia contemporaneamente la maggioranza dei Comuni e della popolazione. E non c’è stata».
Fa eco il sindaco di Palmanova Francesco Martines, nominato l’altra sera presidente della
conferenza dei sindaci. «C’è stata una prevaleza dei no sui sì ma non tale da arrivare alla bocciatura
del Pal». Peraltro, era una votazione eminentemente consultiva: l’Aas, al suo interno, ha già
approvato il Pal e continua la sua programmazione. Sempre l’altra sera, il sindaco di Monfalcone
Anna Maria Cisint è stata nominata in qualità di vicepresidente della conferenza dei sindaci.
Unanimità anche per la presidenza della commissione ristretta, andata al sindaco di Gorizia Ettore
Romoli con vicepresidente il sindaco di Latisana, Daniele Galizio. «La conferenza dei sindaci ha un
ruolo di supporto, stimolo, critica e soprattutto controllo sull’azienda. Non è un organismo politico,
anche se ieri nella discussione sono emersi i “mal di pancia” di Monfalcone e Gorizia, per il ruolo
dei rispettivi ospedali, e di Latisana, per la sospensione del punto nascita - spiega Martines -. È bene
chiarire che non abbiamo valutato un bilancio economico-finanziario, ma un piano attuativo
tecnico. Il nuovo regolamento prevede che le delibere della conferenza siano valide con la
maggioranza del 55% dei Comuni, che al contempo rappresenti anche la maggioranza del 55%
degli abitanti. Ciò non è avvenuto e a mio avviso, in prima analisi, comporta che la delibera votata
non sia... valida. Si tratta della prima applicazione del regolamento: non escludo che per rendere
maggiormente operativa l’assemblea ci possano essere delle prossime proposte di modifica al
meccanismo di votazione. Lo discuteremo nella ristretta e nell’assemblea stessa». Martines
conclude ribadendo che «rimangono valide le linee strategiche per l’azienda: riqualificazione delle
4 sedi ospedaliere, trasferimento delle risorse dall’ospedale ai servizi sul territorio e
omogeneizzazione delle pratiche positive in tutta l’azienda».
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Le navi “perdono” la bussola. Nessuno è in grado di tararla (Piccolo Gorizia-Monfalcone)
di Giulio Garau - Periti compensatori di bussole sulle navi in via di estinzione o “troppo anziani” in
regione, in particolare nelle zone marittime tra Trieste, Monfalcone, Grado e Lignano. E così le
grandi compagnie marittime e gruppi come Fincantieri devono ricorrere a esperti “forestieri”. Un
caso curioso che esplode proprio a Monfalcone, nel cantiere di Panzano dove, dopo l’entrata in
vigore di un regolamento che vieta alle persone che superano i 60 anni di salire a bordo per
effettuare lavori, non trovando nessuno con queste caratteristiche, nè a Trieste, nè a Monfalcone e
nemmeno a Grado, si sono dovuti affidare a un perito di Marghera. Nessun problema per i
diportisti, qualche tecnico c’è ancora, ma si rischia l’estinzione. Sembrerà anche una questione
irrilevante e assurda il problema della “taratura” della bussola di bordo, soprattutto ora che è così
diffuso l’utilizzo dei sistemi satellitari a Gps. Ma secondo le normative sulla navigazione, per chi è
esperto, non è affatto così. Per chi naviga infatti è ben chiaro che su tutte le barche omologate per
navigare oltre le sei miglia la bussola a bordo è obbligatoria. Come anche le “tabelle delle
deviazioni” che devono essere a bordo, aggiornate ogni due anni. Tabelle che solo un esperto come
un perito compensatore può stilare calcolando l’errore che tutte le bussole commettono nell’indicare
i gradi (si parla di manciate di gradi) a causa delle interferenze magnetiche a bordo (ferri, altri
strumenti). Ben poca cosa per una piccola barca da diporto, dove si naviga con i punti di riferimento
se non c’è il Gps e sulla questione delle tabelle aggiornate sembra che la Capitaneria di porto finora
abbia chiuso un occhio. Ma una questione di grave rilievo per una nave da crociera che deve
tracciare una rotta e per la quale l’errore di pochi gradi può costare caro anche per il solo consumo
in più di carburante. E c’è poco da stare tranquilli se a bordo, è una situazione diffusa, c’è un
potente sistema a Gps con tanto di strumenti e mappe aggiornatissime che si affidano al sistema
satellitare. Qualcuno provi a chiedere a qualche comandante di nave che stava facendo rotta con la
sua nave nel Mediterraneo in alcuni momenti critici, come la guerra del Golfo o prima e durante
bombardamenti mirati nelle zone del Medio Oriente. All’improvviso per ore, se non giorni, per
motivi militari sono stati oscurati i segnali dei satelliti e i comandanti e gli ufficiali di rotta hanno
dovuto affidarsi ai vecchi strumenti della bussola e del sestante per fare il punto nave, tracciare la
rotta e tornare nel porto di casa. «È successo anche negli Stati Uniti quando hanno scoperto,
soprattutto nei momenti di conflitto con i satelliti oscurati, che molti ufficiali di rotta avevano
dimenticato come si usano bussola e sestante e sono corsi al riparo con un refresh delle
conoscenze». A raccontarlo è Bruno Zvech, direttore generale dell’Accademia nautica
dell’Adriatico che ha sede a Tieste (l’Istituto Nautico) a conoscenza del problema e che non
sottovaluta affatto la situazione. «Credo sia il caso di considerare l’organizzazione di specifici corsi
di formazione per nuove figure con queste competenze - aggiunge - soprattutto ora per questi
territori dove indubbiamente c’è una forte riscoperta della vocazione al mare in tutta l’area giuliana.
Ed è assolutamente significativo questo come risposta alla creazione, grazie alla riforma delle
Autorità portuali, di una realtà allargata da Trieste a Monfalcone. Zone dove sta fiorendo tutta una
filiera dell’economia del mare, dai cantieri ai marina fino alle realtà industriali collegate agli Yacht,
dalla Monte Carlo sino a Fincantieri». Secondo il direttore dell’Accademia nautica dell’Adriatico si
coglie questa crescita che rimanda alle antiche origini di questi territori diventati importanti grazie a
questa spinta nell’epoca asburgica che fece diventare grande Trieste grazie al suo porto. «È giunto
perciò anche il momento di continuare a sviluppare capacità e competenze». Come quelle del perito
compensatori di bussole.
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Addio a Bianchi, svelò le morti di amianto (Piccolo Gorizia-Monfalcone)
di Tiziana Carpinelli - Non si contano a Monfalcone le famiglie che devono dire grazie al professor
Claudio Bianchi, anatomopatologo triestino che sollevò il velo sui terribili decessi per mesotelioma
a partire dalla fine degli anni ’70, lo stesso che è morto sabato sera, attorno alle 21, in un letto della
Pineta del Carso. La struttura di Aurisina da qualche tempo lo ospitava per un peggioramento delle
condizioni di salute. Aveva 82 anni. Il medico, dai primi Duemila in pensione, soffriva di alcuni
problemi cardiaci, patologia cui si era aggiunta, nell’ultimo periodo, un’insufficienza renale che lo
costringeva alla dialisi. I funerali si terranno alle 9.30 alla chiesa di Grignano, non distante dalla sua
casa sulla Costiera. Il professor Bianchi, presidente provinciale della Lega italiana per la lotta
contro i tumori (Lilt), lascia l’amatissima moglie Dora e tre figli. Stimato professionista,
l’improvvisa perdita ha reso sgomenti quanti lo conoscevano. Al San Polo, ospedale che Bianchi
aveva “scelto” proprio per seguire e studiare i numerosi casi di decessi dovuti all’amianto, lasciando
Trieste dove era aiuto anziano dell’illustre professor Luigi Giarelli, per oltre vent’anni direttore
dell’Istituto di anatomia patologica dell’Università, lo dicono a chiare lettere: «Oggi si chiude
un’epoca». Il dottor Bianchi, qui, ha fatto la storia. Dal ’79 era responsabile di Anatomia patologica
all’ospedale civile di Monfalcone (quello in via Rossini). Dall’arrivo, come ricordano i colleghi,
aveva iniziato subito a informare l’opinione pubblica sulla progressione delle sue ricerche,
attraverso relazioni che inviava a queste colonne. Cosa che ha peraltro continuato a fare fino a poco
tempo fa, fin quando cioè la malattia non ha preso il sopravvento. Avviando dunque già dagli anni
’80 una serie di indagini sull’esposizione all’amianto, Bianchi aveva sollevato l’angosciosa
questione delle morti provocate dal micidiale minerale nel Monfalconese. Come ricorda l’allievo
che ne ereditò il testimone, il dottor Alessandro Brollo, colui che di fatto, «mostrando quattro
vetrini al maestro», lo convinse a lavorare nella città dei cantieri, «c’era la fila di persone che
veniva per parlare con lui e ogni volta dedicava ai parenti delle vittime moltissimo tempo».
Nonostante il carattere riservato e per certi versi chiuso, tipico di molte brillanti menti scientifiche,
Bianchi aveva spiccata umanità. E davanti alla tragedia diede il suo prezioso contributo, come molti
oggi riconoscono. Così scriveva, a inizio ’80: «Da studi fatti in laboratorio, risulta in modo evidente
che le conseguenze dell’esposizione alle polveri di amianto rappresentano uno dei grandi problemi
della salute nel mondo industriale. Si è infatti appurato che gli effetti di queste polveri sono molto
più vari e insidiosi di quanto in precedenza si è ritenuto. Inoltre si è potuto dimostrare che
l’inquinamento da amianto non è limitato ad alcuni luoghi di lavoro, ma coinvolge l’intero ambiente
urbano». Le ricerche di Bianchi hanno contribuito, assieme ad altri mirati interventi, alla messa al
bando in Italia, dal ’92, del micidiale minerale killer. Lo ricorda Umberto Miniussi, vicepresidente
della Lilt-sezione Gorizia: «Mentre per lungo tempo la prevenzione e l’informazione sono state
disattese, Bianchi ha continuato a ricercare e porre, molte volte inascoltato, tanti interrogativi,
denunciando silenzi e omertà». «Ha scritto e inviato - prosegue - oltre 200 pubblicazioni a riviste
mediche di tutto il mondo su amianto e ambiente, partecipando a incontri e convegni sia in Europa
che in Asia. La scorsa settimana mi ha fatto pervenire un ultimo scritto dal titolo “Impatto
psicologico dell’esposizione all’amianto”, cosa che sarà discussa in direttivo e distribuita ai soci».
«Con la morte del professore - dice Miniussi - il territorio perde uno stimato professionista che ha
sempre lavorato per la prevenzione, studioso di riferimento nazionale per il mesotelioma da
amianto. I soci Lilt ora lo piangono, in seguito lo ricorderanno attraverso gli scritti lasciati e gli
insegnamenti ricevuti».
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Marchetti e Della Valle dal giudice il 13 marzo (Piccolo Trieste)
di Gianpaolo Sarti - Il primo importante capitolo della complessa battaglia giudiziaria sul caso Coop
operaie - che coinvolge complessivamente ben trentasei ex manager, accusati a vario titolo di
bancarotta fraudolenta e falso in bilancio - sta per essere scritto. La Sezione gip del Tribunale ha
fissato infatti l’udienza preliminare a carico dell’ex presidente Livio Marchetti, dell’ex direttore
generale Pierpaolo Della Valle e dei tre ex sindaci Rodolfo Pobega, Tiziana Seriau e Michela
Raffaelli. L’udienza, davanti al giudice Laura Barresi, è in programma il 13 marzo alle 9. Marchetti,
Della Valle, Pobega, Seriau e Raffaelli sono gli unici indagati per i quali i pubblici ministeri
Federico Frezza e Matteo Tripani hanno chiesto, a fine 2016, il rinvio a giudizio, mentre per tutti gli
altri se ne parlerà il 2 marzo davanti al gip Guido Patriarchi, quando andrà in scena invece l’udienza
in cui sarà discussa preliminarmente l’opposizione alla richiesta dei pm di archiviazione delle loro
posizioni, presentata dall’avvocato Stefano Alunni Barbarossa per conto del centinaio di soci
risparmiatori che nel 2015 avevano presentato il famoso esposto contro i presunti responsabili del
cosiddetto “risparmio tradito”. Come si comporteranno i difensori dei cinque per i quali la Procura
chiede il rinvio a giudizio? Punteranno al proscioglimento, imboccheranno la strada del rito
abbreviato o del patteggiamento? Tutto da decidere. «Va ricordato che stiamo parlando di una
vicenda molto complicata - puntualizza l’avvocato dell’ex presidente Marchetti, Alfredo Antonini ma comunque prassi vuole che alla prima udienza si prendano in qualche modo le misure. Intendo
dire, in particolare, che si vede chi c’è e chi non c’è. Si costituiscono le parti e si cominciano i primi
contatti. Dopodiché - precisa - il professor Antonini - ci sarà un rinvio e nello sviluppo dell’udienza
preliminare, che generalmente prende corpo in più momenti, si stabilirà che rito seguire. Premesso
questo da parte nostra non domanderemo alcun rito alternativo. Lo dico con assolta prudenza,
naturalmente. Questo perché noi puntiamo alla piena assoluzione e, prima ancora, a un
pronunciamento di “non luogo a procedere”. Ma - avverte Antonini - la questione è veramente così
complicata che qualunque affermazione particolareggiata, in questa fase, sarebbe fuori luogo. Altro
non si può aggiungere, al momento, poiché è necessario che il procedimento prenda corpo e si
plasmi. Teniamo conto, inoltre, che ci sono migliaia di fogli, documenti e quant’altro depositati dai
pm, alcuni dei quali di grande complessità come ad esempio perizie ed altre valutazioni».
L’avvocato dell’ex presidente si riferisce anche ai bilanci da esaminare. “Io difendo il dottor
Marchetti - precisa ancora Antonini - e per la conoscenza dei fatti che risalgono ad anni fa sono
assolutamente tranquillo della sua totale onestà nella gestione dell’incarico nelle Cooperative. E
dell’insussistenza di qualsiasi ipotesi di disonestà che caratterizza l’imputazione di bancarotta». La
controparte, nel frattempo, attende le mosse. L’avvocato Alunni Barbarossa è netto: «Noi
vorremmo che il processo fosse unico, cioè non soltanto limitato ai cinque, ma con tutti i soggetti
coinvolti. Comunque compete ai difensori degli indagati la scelta del rito e di come condurre la
difesa. Staremo a vedere».
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Polizia di frontiera verso l'addio a Opicina (Piccolo Trieste)
di Gianpaolo Sarti - Il flusso di migranti, i traffici illegali e l’allarme terrorismo. Temi “caldi” che
richiederebbero attenzioni maggiori in termini di uomini e risorse. Trieste, al contrario, rischia di
vedere ridimensionato le forze in campo lungo i confini. La questione è piombata sui tavoli
sindacali in questi giorni, con l’annuncio a sorpresa di un dirigente della Polizia di frontiera che ha
paventato la chiusura del presidio di Villa Opicina. Si tratta di una “sottosezione”, una delle tre basi
operative della provincia incaricate di pattugliare i valichi dopo l’apertura delle frontiere.
Cinquantaquattro chilometri in tutto. Se il provvedimento sarà confermato, i diciotto poliziotti
attualmente in servizio lasceranno l’attuale presidio e verranno “spalmati” nelle altre tre sedi
esistenti: quella di Rabuiese, Fernetti e il quartier generale di via XXX Ottobre per un totale di una
settantina di uomini in tutto. Opicina quindi resterebbe scoperta. L’ipotesi, comunicata da uno dei
responsabili del settore, Antonio Grande, rientra in un piano ministeriale di riorganizzazione. «Non
c’è però nulla di definitivo - smorza il dirigente -. Si tratta di una possibilità. In ogni caso si
tratterebbe di uno spostamento numerico di uomini da una parte all'altra: non si riducono gli
organici». Ma l’indicazione statale è stata messa a verbale e tanto è bastato per accendere la accesa.
«Non si può togliere il presidio di Opicina, non ce la facciamo a monitorare tutto il territorio»,
denuncia Lorenzo Tamaro, segretario provinciale del Sap. Non a caso, proprio recentemente, la
polizia italiana si è accordata con le forze dell'ordine slovene per monitorare l'intera area in modo
congiunto. «Chiediamo da tempo un aumento di personale sulla zona confinaria di Trieste e non
solo - accusa il sindacalista - ma che non c’è a causa di una sciagurata politica dei tagli. Il presidio
del territorio invece è fondamentale nella lotta al contrasto dell'immigrazione». Il Sap è sul piede di
guerra: «In questi giorni, contrariamente a quanto servirebbe, la nostra amministrazione ha
paventato la soppressione della Sottosezione di Villa Opicina, una postazione che ha funzioni di
retro-valico. Una scelta, come ci è stato riferito, motivata dalla necessità di distribuire le attuali
risorse tra le rimanenti Sottosezioni ed il Settore polizia di frontiera (via XXX Ottobre, ndr).
L’annuncio è stato dato sotto le mentite spoglie della “razionalizzazione” e di un miglior impiego
del personale. Frasi e parole già sentite in passato, in occasioni di analoghe iniziative,
accompagnate dalle promesse di aumento delle pattuglie e della sicurezza in strada, sempre
disattese», aggiunge Tamaro. «Abbiamo invece assistito a un arretramento della sicurezza e uno
svilimento professionale per gli operatori». Il Sap ricorda quanto avvenuto in passato con il
commissariato di Rozzol-Melara: in cambio del ridimensionamento della sede, il polo San Sabba
avrebbe potuto contare su una presenza di pattuglie 24 ore al giorno. «Mai viste - rileva il
sindacalista - e oggi la nostra zona confinaria, che consta di ben 54 km e che ha subito negli anni,
pur mutando la tipologia del servizio in funzione di Schengen, una riduzione di quasi due terzi del
personale, a nostro avviso non appare sufficientemente presidiata. Lo stop della sottosezione di
Frontiera di Villa Opicina non porterà alcuna miglioria, anzi». La soluzione ottimale, suggerisce
Tamaro, «resta quella di rinforzare tutte le basi ai valichi, ciò però non è possibile a causa di un
blocco troppo prolungato del turn-over». Sul caso si sta muovendo anche la prefettura che in queste
ore ha avviato approfondimenti.
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