I. SAGGI - Dipartimento di Analisi dei processi economico

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I. SAGGI - Dipartimento di Analisi dei processi economico
I. SAGGI
Una rassegna del pensiero degli storici dell’economia su banche e credito negli stati preunitari e nell’Italia liberale, 1815-1926
di
CLAUDIO BERMOND
Tra tutti gli ufficii esercitati
da’ banchi, la facoltà di pagare
con della carta, trovando un pubblico
che la accetti come danaro, ha
qualche cosa di meraviglioso, e
perciò ha sempre sedotto, da un
lato, le immaginazioni infiammabili
spaventando, dall’altro, le timidi.
F. FERRARA, Della moneta e de’ suoi
surrogati, Unione Tipografica-Editrice
Torinese, Torino, 1874, p. CC.
1. Introduzione
Le mie riflessioni prenderanno in rassegna la produzione degli storici economici italiani negli ultimi trent’anni, con particolare riferimento alle ricerche
effettuate nel campo della finanza privata in epoca contemporanea. Anche se –
come si vedrà meglio in seguito – una vera e propria rivoluzione culturale si è
manifestata solo a partire dalla metà degli anni Ottanta, da quando cioè – anche
nel nostro paese – gli studi in campo creditizio e bancario riferentisi all’età contemporanea sono passati da alcune realizzazioni sporadiche, anche se di alto
livello scientifico, ad una fase di produzione sistematica.
La percezione del fenomeno può essere colta esaminando le relazioni
scientifiche presentate ai congressi nazionali degli storici italiani oppure raccolte in atti di riflessione sull’avanzamento della storiografia nazionale, congressi e
atti che si sono susseguiti dal secondo dopoguerra ad oggi.
Nei due volumi dedicati alle Nuove questioni di storia del Risorgimento e
dell’Unità d’Italia, pubblicati nel 1961 da Marzorati in occasione del centenario
all’Unificazione, erano presenti tre contributi di storia economica, curati da
7
Rosario Villari, Domenico De Marco e Raimondo Luraghi e dedicati all’esame
delle vicende storiche dell’economia italiana rispettivamente dal 1815 al 1848,
dal 1848 al 1861 e dal 1861 al 19181. Su oltre cento pagine riservate alla storia
economica, solo due erano dedicate da De Marco alla finanza pubblica e privata e cinque da Luraghi agli istituti di emissione nel quarantennio postunitario.
Dalla lettura dei due volumi, emergeva quindi con chiarezza che la storia finanziaria era ancora scarsamente frequentata nel nostro paese.
Al 2º Congresso nazionale di scienze storiche, svoltosi a Salerno nel 1972,
furono presentate tre relazioni di storia economica, redatte da Luigi De Rosa su
Congiuntura, sviluppo e cicli economici, da Federigo Melis su Banche, trasporti e
assicurazioni, da Ildebrando Imberciadori sulla Storia delle campagne2. Gli argomenti creditizi e assicurativi assurgevano in questa occasione all’importanza di
una relazione specifica, anche se essa era tutta dedicata da Melis alle vicende
rinascimentali italiane. La storia economica e la storia finanziaria stavano assumendo quindi un peso sempre maggiore all’intero della storiografia italiana,
anche se – la seconda in particolare – non era ancora in grado di rivestire
un’autonoma fisionomia metodologica3.
Per avere dei segnali significativi in questa direzione occorre attendere la
seconda metà degli anni Ottanta, nel corso dei quali la storia finanziaria realizzò
– anche nel nostro paese – un salto di qualità, una vera e propria rivoluzione
metodologica.
Nel Convegno di studi storici di Arezzo del 1986 fu lasciato uno spazio
considerevole alla storia economica4. Nella sezione contemporanea, vi fu
Si tratta dei seguenti lavori: R. VILLARI, L’economia degli Stati italiani dal 1815 al 1848, vol.
1º, pp. 607-648; D. DE MARCO, L’economia e la finanza negli stati italiani dal 1848 al 1860, vol. 1º,
pp. 765-799; R. LURAGHI, Problemi economici nell’Italia unita (1861-1918), vol. 2º, pp. 389-427.
2
Nel volume: SOCIETÀ DEGLI STORICI ITALIANI, Nuovi metodi della ricerca storica, Marzorati, Milano, 1975 furono ospitati i tre contributi menzionati, rispettivamente alle pp. 145-166, 171188, 293-305.
3
Mi sembra che sostengano la mia affermazione le riflessioni di ANTONIO DI VITTORIO pubblicate nel contributo: Financial History in Italy in the Writings of the last Twenty-Five Years,
ospitato nel “Journal of European economic history”, a. I (1972), n. 1, pp. 181-192. Tale contributo consiste in una puntuale rassegna dei principali studi di finanza pubblica realizzati nel
nostro paese nel secondo dopoguerra. L’Autore sostiene in esso che: “As a matter of fact, whereas Italian historians’ approach to economic history can be traced back to the period immediately preceding the first world war, serious attention only began to be given to financial history
after the second world war”. Ma quando Di Vittorio parla di “financial history”, si riferisce quasi
sempre alla storia della “finanza pubblica” e solo raramente a quella della “finanza privata”, che
è invece l’oggetto di questa nostra riflessione.
4
Si vedano i tre volumi curati da L. DE ROSA, La storiografia italiana degli ultimi vent’anni,
Laterza, Roma-Bari, 1989.
1
8
un’ampia relazione di Luigi De Rosa sulla storiografia economica in Italia5, nell’ambito della quale trattò in più occasioni dei nuovi, significativi studi realizzati in campo bancario e finanziario.
Ma è con il 1º Convegno della neo-costituita SISE (Società italiana degli
storici dell’economia, avviata nel 1984), tenutosi a Verona nel 1987 per volontà
di Gino Barbieri6 e dedicato esclusivamente al rapporto tra credito e sviluppo
economico, che la storia finanziaria assunse nel nostro paese una propria specificità.
Mentre le due prime parti del convegno furono rivolte all’età medioevale e
moderna, la terza e la quarta furono incentrate sull’età contemporanea, introdotte da due magistrali relazioni di De Marco, Banca e credito in Italia nell’età
del Risorgimento: 1750-1870, e di Luigi De Rosa, La formazione del sistema bancario italiano7. Si trattava di due mature descrizioni e interpretazioni dello sviluppo del sistema creditizio del nostro paese, che ponevano le prime solide basi
per l’avvio di ricerche particolareggiate sulle complesse vicende bancarie italiane. Anche se – a onor di cronaca – due autori, non aventi una formazione strettamente storico-economica, avevano realizzato da alcuni anni degli studi di storia bancaria molto avanzati sul piano metodologico. Si trattava di Antonio Confalonieri – docente di Tecnica bancaria a Milano – che nel 1974 pubblicò il
primo volume della sua vasta opera sulla storia delle banche miste, e di Renato
De Mattia – direttore centrale della Banca d’Italia – che nel 1967 aveva dato
alle stampe due tomi dedicati all’esame dei bilanci degli istituti di emissione che
operarono nel nostro paese dal 1845 al 1936.
Ricordo anche che, nello stesso anno in cui si tenne il convegno di Verona,
veniva pubblicata – a quasi quarant’anni dal prezioso volume di Lanzarone8 –
una più recente storia della banca da parte di Ennio De Simone9 dedicata alle
istituzioni creditizie dalle origini ai nostri giorni: due terzi del volume trattavano delle vicende delle banche occidentali in età contemporanea, e un buon
terzo era incentrato sull’evoluzione del sistema creditizio italiano nel medesimo
periodo.
5
Cfr. L. DE ROSA, La storia economica nel mondo contemporaneo, in Ibidem,, alle pp. 171192. La medesima relazione appare anche in: L. DE ROSA, L’avventura nella storia economica in
Italia, Laterza, Roma-Bari, 1990, alle pp. 201-222.
6
SOCIETÀ ITALIANA DEGLI STORICI DELL’ECONOMIA (Sise), Credito e sviluppo economico in
Italia dal medio evo all’età contemporanea, Grafiche Fiorini, Verona, 1988.
7
Le relazioni sono ospitate nel volume appena citato rispettivamente alle pp. 335-385 e 543561.
8
Cfr. G. LANZARONE, Il sistema bancario italiano, Einaudi, Torino, 1948, con la prefazione
di Ferruccio Parri.
9
Cfr. E. DE SIMONE, Storia della banca dalle origini ai nostri giorni, Arte Tipografica, Napoli, 1987.
9
2. Periodo 1815-1840
2.1. La trasformazione di alcuni banchi pubblici in istituti moderni
Nella seconda metà del Cinquecento – com’è noto – si venne affermando
in campo creditizio il disegno di sottrarre ai privati le operazioni di deposito e
di giro, creando delle banche pubbliche che offrissero sicurezza ai depositanti,
li agevolassero nei pagamenti e mettessero anche a disposizione dello stato una
riserva cui rivolgersi per i bisogni finanziari straordinari e impellenti10.
Nei principali stati italiani vennero via via affermandosi questi nuovi istituti:
a Napoli sorsero, a partire dal 1584, otto banchi pubblici; in Sicilia furono istituite le Tavole di Palermo (1552) e Messina (1587); a Genova, la Casa di S. Giorgio
si trasformò in un vero istituto bancario (1586); a Venezia si impiantò il Banco
della Piazza di Rialto (1587), a Milano il Banco di S. Ambrogio (1593), a Torino
la Compagnia di S. Paolo (1563), a Roma il Banco di Santo Spirito (1606), a Siena
il Monte dei Paschi (1624)11. Nel corso dei secoli successivi, queste banche vissero esperienze diverse da luogo a luogo, assumendo quindi fisionomie molto diversificate e vivendo esperienze strettamente legate a quelle dei territori dove operavano. Nel 1755 chiuse la Tavola di Palermo; con l’occupazione francese furono
soppressi il banco veneziano, il Banco di S. Giorgio e il Banco di S. Ambrogio e i
banchi napoletani furono accorpati nell’unico Banco delle Due Sicilie12.
Superarono la bufera napoleonica la Compagnia di S. Paolo di Torino, il
Banco di Santo Spirito, il Monte dei Paschi di Siena. La Compagnia di S. Paolo
era venuta sviluppando, accanto all’attività benefica, una consistente attività creditizia, orientata sia a prestiti pignoratizi (l’Opera dei prestiti) sia alla concessione di
mutui e censi e alla raccolta di depositi (l’Opera dei redditi). La riforma cavouriana del 1853 la orientò maggiormente verso la filantropia, attribuendole la nuova
denominazione di Opere pie di San Paolo, che prevedeva anche la gestione del
Monte di pietà ad interesse, alla quale venne ad aggiungersi nel 1866 l’esercizio nel
credito fondiario. Solo nel 1923 venne riconosciuta una funzione creditizia piena,
portandolo ad assumere nel 1928 la denominazione di Istituto San Paolo di Torino. Accanto alla ben nota opera di Abrate del 1963, dedicata soprattutto alle
vicende della Compagnia dalle origini sino alla riforma cavouriana13, poco è stato
Cfr. J.M. KULISCHER, Storia economica nel Medio Evo e nell’epoca moderna, vol. II: L’epoca moderna, Sansoni, Firenze, 1955, p. 529 sgg.
11
Cfr. D. DE MARCO, Banca e credito in Italia nell’età del Risorgimento: 1750-1870, in SISE,
Credito e sviluppo economico in Italia, cit., p. 337
12
Ibidem, pp. 338-343, 347-348.
13
M. ABRATE, L’Istituto Bancario San Paolo di Torino, Istituto Bancario San Paolo di Torino,
Torino, 1963.
10
10
scritto sul periodo più recente. Tra i più significativi, ricordo il lavoro di Anna
Cantaluppi, archivista della Compagnia, dal titolo: L’Istituto delle Opere pie di San
Paolo di Torino (1852-1932): organizzazione interna e fondi archivistici14.
A differenza della Compagnia, il Banco di Santo Spirito svolse sin dalle origini una funzione meramente bancaria, raccogliendo depositi – e rilasciando in
cambio fedi di credito, dette cedole – e concedendo prestiti, sia agli enti pubblici che alle case magnatizie e di commercio romane. Decaduto negli anni della
Restaurazione, subì un rilancio dopo il 1866 allorquando assunse la gestione del
credito fondiario. Fondamentale per la conoscenza di queste vicende rimane il
lavoro di Ermanno Ponti del 1951, Il Banco di Santo Spirito e la sua funzione
economica in Roma papale (1605-1870)15.
All’inizio del Seicento nacque a Siena, accanto ad un preesistente Monte
pio, il Monte dei Paschi della città e stato di Siena, costituito con un capitale sottoscritto dal pubblico e garantito dagli affitti dei pascoli demaniali della
Maremma. Il nuovo monte effettuò “prestanze” sia agli allevatori e ai coltivatori maremmani sia alle comunità dello stato senese. Nel 1783 i due monti
si fusero, dando vita ad un’amministrazione che – passava la bufera francese
– fu molto attiva nel sostenere le opere pubbliche. Nel 1866 assunse l’esercizio del credito fondiario per le province toscane e per quelle di Pesaro e
Perugia. Per la storia dell’istituto, fondamentale rimane il volume del Mengozzi del 1913, rinnovato – per l’Ottocento – dalla bella monografia di Giuseppe
Conti, La politica aziendale di un Istituto di credito immobiliare: il Monte dei
Paschi di Siena dal 1815 al 187216.
Infine, il Banco delle Due Sicilie – erede degli antichi banchi napoletani –
fu rilanciato da Ferdinando I e operò in campo pubblico sotto il nome di Cassa
di corte, e in campo privato come Cassa dei privati. Con l’Unità mutò la sua
denominazione in Banco di Napoli, tornò ad essere un banco di deposito e di
pegno sino a quando, nel 1866, il decreto sul corso forzoso ne faceva un istituto di emissione, attribuendo il corso legale alle fedi di credito e alle polizze rilasciate dal Banco. Fondamentali per la conoscenza della vita dell’istituto sono i
monumentali lavori di Filangeri del 1940 e di De Marco nel 1958, ai quali ha
fatto seguito la recente opera di Luigi De Rosa sul Banco di Napoli come isti-
Il contributo è ospitato in: AA.VV., Le carte preziose. Gli archivi delle banche nella realtà
nazionale e locale: le fonti, la ricerca, la gestione e le nuove tecnologie, ANAI, Trieste, 1999, pp.
53-59.
15
Il volume è stato pubblicato a Roma dalla Officina Poligrafica Laniale nel 1951.
16
Cfr. N. MENGOZZI, Il Monte dei Paschi e le sue aziende. Compendio di notizie storiche e statistiche (1472-1912), Lazzeri, Siena, 1913. Il volume di Giuseppe Conti è stato pubblicato nel
1985 dall’editore Olschki di Firenze.
14
11
tuto di emissione (periodo 1863-1926), pubblicato in tre tomi nel 1989 in occasione dei 450 anni dalla nascita del Sacro Monte della Pietà (1539)17.
Dalle sezioni di Palermo e Messina delle Casse di corte e dei privati del
Banco delle Due Sicilie nacque nel 1850 il Banco regio dei reali domini al di là
del faro, dal 1860 denominato Banco di Sicilia. Nel 1866 fu riconosciuto anche
a questo istituto il corso legale alle sue bancali, che sopravvisse – al pari di quello del Banco di Napoli – sino al 1926. Sul Banco di Sicilia si ricordano i lavori
di Romualdo Giuffrida, tutti piuttosto datati, e quello di Lo Giudice che ne ha
messo in evidenza l’impegno in campo agricolo attraverso l’esercizio del credito agrario e fondiario18.
2.2. La complessiva tenuta dei monti di pietà e dei monti frumentari
Un ruolo altrettanto importante nel favorire lo sviluppo del credito nella
penisola – anche se meno nobile, certamente più diffuso – fu svolto dai monti
di pietà e dai monti frumentari. Istituzioni queste che, sviluppatesi soprattutto
nell’Italia centrale a partire dalla fine del Quattrocento, si diffusero negli stati
sabaudi solo tra l’ultimo quarto del secolo XVI e i primi decenni del secolo
XVII, per godere di una nuova fase di floridezza nella seconda metà del Settecento. Nell’ambito subalpino, questi enti assunsero all’origine quasi sempre la
fisionomia di monti granatici o frumentari, ovvero di monti che prestavano in
natura frumento e talvolta castagne, localizzandosi prevalentemente nell’area
collinare meridionale costituente la Langa acquese e albese, ma anche nella
piana alessandrina e astigiana e nel Monferrato.
Mentre il fenomeno dei monti di pietà è stato oggetto di studi approfonditi a livello nazionale19, che proseguono oggi per iniziativa del “Centro studi sui
Cfr. Storia del Banco di Napoli, a cura della Direzione generale in occasione del IV Centenario. Volume I: R. FILANGIERI, I banchi di Napoli dalle origini alla costituzione del Banco delle
Due Sicilie (1539-1808), Napoli, 1940; Volume II: D. DEMARCO, Il Banco delle Due Sicilie (18081863), Napoli, 1958; Volume III: L. DE ROSA, Istituto di emissione nell’Italia unita (1863-1926),
tomi 3, Napoli, 1989.
18
Cfr. R. GIUFFRIDA, Il Banco di Sicilia. Dalle origini all’autonomia, 1843-1867, voll. 2, Banco
di Sicilia, Palermo, 1972-1973; G. LO GIUDICE, Agricoltura e credito nell’esperienza del Banco di
Sicilia tra l’800 e il ’900, Università degli Studi, Catania, 1966.
19
Richiamo qui soltanto i principali lavori pubblicati negli ultimi quarant’anni: G. GARRANI, Il carattere bancario e l’evoluzione strutturale dei primigenii Monti di Pietà, Giuffrè, Milano, 1957; A. GHINATO, Studi e documenti intorno ai primitivi Monti di Pietà, voll. 5, Studi e
testi francescani, Roma, 1956-1963; P. PRODI, La nascita dei Monti di pietà: tra solidarismo cristiano e logica del profitto, in “Annali dell’Istituto storico italo-germanico in Trento”, a. VIII
(1982), pp. 211-224; D. MONTANARI, “Mons omnibus subvenit”. I Monti di Pietà tra credito e
17
12
Monti di pietà e sul credito solidaristico di Bologna”, animato da Vera Zamagni
e Maria Giuseppina Muzzarelli20, minore fortuna hanno avuto a livello regionale ove – dopo il pionieristico lavoro di Abrate sul San Paolo21 – sono stati ripresi solo recentemente da Giacomina Caligaris e Nicola Vassallo22.
I monti piemontesi nacquero – come già accennato – talvolta come monti
di pietà talvolta come monti granatici, costituiti dalle autorità ecclesiastiche e,
più frequentemente, da istituzioni laiche, quali confraternite, comuni e signori.
La loro gestione era effettuata dagli enti costituenti, anche se sovente era affidata al parroco del luogo che – a sua volta – la demandava ad un esattore incaricato di recuperare i prestiti che erano stati effettuati contro pegno. Nel caso
dei monti granatici, il capitale di fondazione era quasi sempre rappresentato da
beni in natura, talvolta di modesta entità (cinquanta sacchi di grano ed anche
meno), conferiti dall’istituzione costituente. La loro diffusa presenza sul territorio serviva a compensare la ridotta dotazione di capitale iniziale23. Il prestito era
generalmente concesso nel mese di settembre, prima della semina autunnale, a
titolo oneroso con il pagamento – all’atto della restituzione del prestito – di una
carità, in IDEM (a cura di), Per il quinto centenario del Monte di Pietà di Brescia (1489-1989), Grafica artigiana Travagliato, 1989; IDEM (a cura di), Monti di pietà e presenza ebraica in Italia (secoli XV-XVIII), Quaderni di Cheiron, n. 10, 1999.
20
Tra le varie iniziative di ricerca del Centro studi occorre ricordare la corposa Bibliografia
dei Monti di pietà e dei Monti frumentari, realizzata da MAURO CARBONI e ospitata nel sito Internet della Fondazione del Monte di Bologna e di Ravenna.
Quest’ultima istituzione ha promosso inoltre l’avvio di una collana dedicata alla Storia dell’economia e del credito presso le Edizioni del Mulino di Bologna. Sino ad ora, sono stati pubblicati undici volumi dedicati prevalentemente alla storia creditizia dell’età moderna. Due meritano
di essere ricordati perché riferiti all’età contemporanea: P. ANTONELLO, Dalla pietà al credito. Il
Monte di Pietà di Bologna tra Otto e Novecento, Bologna, 1997; e G. CONTI, S. LA FRANCESCA (a
cura di), Banche e reti di banche nell’Italia postunitaria, voll. 2, Bologna, 2001, che è il primo tentativo di realizzare una storia della banca italiana all’Unità ad oggi attraverso l’esame e l’incrocio
di alcuni segmenti di categorie e di realtà locali.
21
Cfr. M. ABRATE, L’Istituto Bancario San Paolo di Torino, cit. Nel volume si fa cenno ad un
monte di pietà istituto a Torino nel 1519 per iniziativa dell’arcivescovo Claudio di Seyssel e che
ebbe vita breve; e poi si tratta a lungo della costituzione di un nuovo monte voluto dalla Compagnia di San Paolo nel 1579, e delle sue successive vicende sino al 1963, data di pubblicazione
del volume (pp. 38-59 et passim). Ancora oggi l’antico monte è operativo.
22
Si vedano: G. CALIGARIS, La fioritura dei monti di pietà in età moderna: alle radici del credito popolare, in C. BERMOND (a cura di), Banche e sviluppo economico nel Piemonte meridionale
in epoca contemporanea, Centro studi piemontesi, Torino, 2001, pp. 101-132; N. VASSALLO, Dal
monte di pietà alla Cassa di Risparmio di Bra. Forme e istituzioni della solidarietà e dell’assistenza
a Bra in età moderna, Cassa di Risparmio di Bra, Bra, 1996; IDEM, Dai monti di pietà alle casse di
risparmio nel Piemonte sabaudo, in C. BERMOND (a cura di), Banche e sviluppo economico, cit., pp.
133-146.
23
Cfr. G. CALIGARIS, La fioritura dei monti di pietà in età moderna, cit., p. 110.
13
montà, cioè di un interesse, che andava dal quarto di coppo a due coppi per
staio. Essendo lo staio costituito da 16 coppi, il tasso d’interesse corrisposto in
natura oscillava dallo 0,25 al 12,5 per cento. L’ammissione al prestito richiedeva spesso un’adeguata garanzia, costituita da cauzione o da pegno. Dove la
povertà era più diffusa e veniva a mancare la possibilità di prestare una garanzia, il prestito era effettuato a credito.
Nella seconda metà del Seicento si assistette ad una riduzione del tasso
d’interesse. Questo fatto determinò l’abbassamento dei proventi degli esattori
che non si interessarono quindi più del recupero dei capitali prestanti, mandando in tal modo i monti in crisi. Nel Settecento, i Savoia rilanciarono tali istituzioni ritenendole socialmente utili. Per garantire il loro equilibrio economico,
favorirono la tendenza alla concessione del credito non tanto a chi ne avesse
bisogno, ma a chi era in grado di restituire il capitale ricevuto incrementato del
relativo interesse. In questo modo i monti di pietà vennero trasformandosi da
istituzioni assistenziali in enti creditizi. E così, quei monti che non erano scomparsi si rafforzarono e, in sostituzione di quelli chiusi, ne furono avviati dei
nuovi24.
Nel corso del tempo, vennero ad affermarsi in Piemonte due tipologie di
monte. L’uno – che era dotato di un consistente fondo di dotazione – prestava
denaro a titolo gratuito, in quanto riusciva ad affrontare le spese di gestione
grazie ai propri redditi patrimoniali; l’altro – che possedeva soltanto un piccolo
patrimonio costitutivo – concedeva mutui ad interesse per recuperare le spese
di gestione, e sovente accettava depositi per poter alimentare il proprio capitale circolante. L’esempio più tipico del primo caso era rappresentato dal monte
di pietà del San Paolo di Torino, sul quale si erano modellati gran parte dei
monti del Piemonte meridionale; l’esempio del secondo tipo era offerto dal
monte di pietà di Casale Monferrato nel quale si ravvisano con maggior chiarezza i caratteri costitutivi del moderno istituto bancario25.
Nel Mezzogiorno, Ferdinando II (1830-1859) favorì la ripresa dei monti
frumentari, che fece risorgere o costituì ex novo, soprattutto in Abruzzo e nella
Capitanata. I piccoli istituti di prestito che nel 1830 ammontavano a 698, nel
1839 erano 804 e nel 1857 erano ben 1.120. In pratica, la loro ampia diffusione
aveva sostituito nel regno delle Due Sicilie le casse di risparmio, che avevano
avuto invece un forte sviluppo negli stati settentrionali.
Inoltre, a partire dal 1833, sorsero anche dei monti pecuniari che avevano
lo scopo di soccorrere i contadini con il prestito di piccole somme di denaro. Il
Ibidem.
Ibidem e anche N. VASSALLO, Le origini del Monte di Pietà di Casale Monferrato, in “Studi
piemontesi”, a. XVII (1988), n. 2, pp. 429-432.
24
25
14
capitale del monte pecuniario proveniva dalla vendita del grano eccedente il
fabbisogno dei monti frumentari. Nel 1852, nel regno operavano 36 monti
pecuniari saliti a 59 nel 185426.
Nel corso della seconda metà del secolo, i monti rimasero vitali anche se
incominciarono a soffrire della concorrenza di istituti creditizi più moderni,
rappresentati soprattutto dalle casse di risparmio.
2.3. La nascita e la diffusione delle casse di risparmio
Le prime casse di risparmio dotate di un’effettiva operatività nacquero in
Germania e in Svizzera nell’ultimo quarto del Settecento. Ad Amburgo nel 1778,
Oldenburg nel 1786, Kiel nel 1796 e a Berna nel 1787, Ginevra nel 1789 si ebbero le prime esperienze di istituti diretti alla raccolta del piccolo risparmio.
Erano espressione delle tensioni ideali maturate all’interno del movimento
illuministico ed erano create da associazioni private rappresentative di élites
culturali ed economiche locali che si proponevano finalità filantropiche e pedagogiche nei confronti delle classi meno abbienti, alle quali volevano insegnare la
costruttiva pratica del risparmio personale. Si trattava per lo più di organizzazioni finalizzate soprattutto alla raccolta di elemosine da parte di benestanti per
la costituzione di fondi per il funzionamento delle strutture sociali e di supporto alla collettività nella lotta alla miseria e all’accattonaggio.
La Cassa de’ censi di Torino vide la luce in quegli anni (1795) più indirizzata al sostegno della finanza municipale che al raggiungimento di scopi filantropici. A fine Settecento, in Piemonte, i meccanismi di assistenza alla povertà
erano ancora quelli tipici dell’ancien régime e non sembra fosse da noi sviluppato in modo sufficiente un movimento riformatore in grado di promuovere la
raccolta del piccolo risparmio e di farlo apprezzare alle classi più indigenti
quale strumento di salvaguardia sociale. Più semplicemente, l’ispiratore Prospero Balbo si proponeva di rastrellare quel poco di risparmio monetario che
era presente nella città per indirizzarlo a sostenere le finanze municipali, ormai
esauste anche per il supporto che avevano dato e stavano dando a quelle ben
più dissestate dello stato.
È solo con l’affermazione della rivoluzione industriale inglese e dei principi del liberismo che sorsero delle nuove e minute organizzazioni che si proponevano la raccolta e la conservazione del risparmio delle classi più deboli della
società, non più garantite dalle antiche salvaguardie corporative. La Gran Bretagna fu la patria di queste prime iniziative, che si avviarono con le esperienze
26
Cfr. D. DEMARCO, Banca e credito nel risorgimento, cit., pp. 382-383.
15
pionieristiche della Tottenham benefit bank del 1804, e delle casse di Ruthwell
(1810), Edimburgo e Bristol (1813). Nel 1820 operavano nel Regno Unito già
289 casse che salirono nel 1843 a 555.
Nell’Europa continentale, le campagne napoleoniche portarono ad un sovvertimento degli antichi ordinamenti politici, economici e sociali favorendo la
diffusione dapprima dei principi rivoluzionari e poi del pensiero liberista. In
Francia, una prima Caisse d’épargne et de prévoyance fu avviata a Parigi nel
1818. Appena un anno più tardi, vide la luce a Vienna Die Erste, la prima esperienza dell’impero austro-ungarico27.
Questa iniziativa influenzò lo sviluppo di alcuni istituti analoghi in quella
parte dell’Italia settentrionale che era allora sotto il controllo asburgico: nel
1822 aprirono i battenti le casse di risparmio di Padova, Rovigo, Castelfranco
Veneto, Udine, Monselice, Venezia. Nel luglio del 1823, per iniziativa del
governo austriaco e ad opera della Commissione centrale di beneficenza, si aprì
a Milano la Cassa di risparmio delle province lombarde. Nel 1827, sorse la
Cassa di risparmio di Torino nell’ambito della settecentesca Cassa de’ censi e,
nel 1846, quella di Genova; nel 1829 la Cassa di Firenze; nel 1830, quella di San
Miniato e di Prato; nel 1831, quella di Pistoia; nel 1833, quella di Siena; quelle
di Lucca nel 1835 e di Carrara nel 1843. Presto ne seguì l’esempio lo Stato pontificio: Roma nel 1836, Bologna nel 1837 e Ravenna nel 1840, Macerata nel
1845, Foligno nel 1857. Nel 1847, è istituita a Città di San Angelo (Abruzzo) la
prima cassa di risparmio del regno delle Due Sicilie, a cura di privati e posta
sotto il controllo diretto del comune. Nel 1861, nacque la Cassa di Palermo; nel
1862 sorsero quelle di Napoli e di Cosenza28.
Nella nuova concezione liberistica emergente, il pauperismo – soprattutto
quello congiunturale, derivante da crisi temporanee – poteva essere vinto grazie
all’impegno stesso dei lavoratori che – tramite il loro modesto risparmio quotidiano – erano in grado di costituirsi presso apposite banche un modesto patrimonio personale da usare in caso di necessità. Stava emergendo su queste basi
culturali una nuova concezione del superamento della povertà, fondata sul selfhelp e non più sull’intervento assistenziale dello stato e delle comunità locali, e
su un progetto di cassa di deposito non autogestita, ma demandata ad enti pubblici o a privati facoltosi e dotati di spirito filantropico.
In Piemonte, la prima cassa di risparmio non poteva non promanare dalla
Cfr. T. FANFANI, L’Ottocento italiano, in C. BERMOND, D. CIRAVEGNA, (a cura di), Le casse
di risparmio ieri e oggi. Atti del Convegno internazionale di studi, Torino, 13 novembre 1995,
Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, Torino, 1996, pp. 25-37. Nel medesimo volume è ospitato un saggio di A. COVA dal titolo: Il Novecento in Italia, dedicato alle vicende delle casse nel
secolo XX.
28
Cfr. D. DEMARCO, Banca e credito nel Risorgimento, cit., pp. 370-371.
27
16
Cassa de’ censi, in quanto questa era l’ente pubblico a lei più affine, già da
lungo tempo organizzato per la raccolta del risparmio monetario. Vi fu quindi
una sorta di continuità tra la Cassa de’ censi e la nuova cassa di risparmio,
anche se i due istituti mantenevano finalità e caratteri diversi. La Cassa de’
censi sarebbe rimasta in vita sino al 1847, allorquando vennero abolite tutte le
casse comunali del regno per concentrarne la gestione finanziaria nelle mani
dello stato. La Cassa di risparmio di Torino e le altre casse piemontesi che si
erano formate nel frattempo continuarono in parte a svolgere i compiti della
Cassa de’ censi, anche se in modo più articolato e complesso, raccogliendo
depositi e prestandoli allo stato – sotto forma di sottoscrizione di titoli pubblici – e alle comunità e istituzioni locali – sotto forma di concessione di mutui
garantiti e non da ipoteca –.
Fu solo tuttavia con le riforme cavouriane del 1851-1853 che le casse
subalpine – e in particolare quella di Torino – raggiunsero una piena autonomia
di gestione e, di conseguenza, una piena capacità di attrarre depositi dai risparmiatori per una effettiva valorizzazione del risparmio privato.
Volendo instaurare un paragone con la Germania e l’Inghilterra, le casse
italiane sono nate in ritardo e sono cresciute con lentezza, anche se confrontate
con le consorelle francesi che avevano avviato il loro processo di formazione e
di diffusione parallelamente a quelle italiane. La ragione fondamentale stava
certamente nel grado di arretratezza economica della nostra penisola e, quindi,
nel lento processo di formazione dei capitali che costituivano una parte dei
depositi delle casse di risparmio. Mentre nel 1838 si contavano solo 15 casse,
all’Unità erano 91, per salire a 187 nel 1915. Ma più che il loro numero, crebbe via via il loro peso all’interno del sistema bancario nazionale. Mentre all’inizio degli anni Ottanta rappresentavano il 42 per cento dell’attivo globale di
bilancio degli istituti di credito, tale percentuale passò al 50 per cento nel 1894
e al 53 per cento nel 1897.
Contemporaneamente a questa presenza che stava diventando sempre più
qualificata nell’ambito bancario italiano, non si assistette ad un’evoluzione
altrettanto significativa dei loro impieghi. Mentre all’origine l’attivo di bilancio
era composto per lo più da crediti chirografari e ipotecari evidenziando solo
piccole percentuali di investimento in titoli pubblici, procedendo via via nella
seconda metà del secolo tale composizione andò modellandosi sempre più sulla
struttura delle casse subalpine. Nel 1880, il 46 per cento dell’attivo era impegnato in titoli e solo il 20 per cento in crediti chirografari ed ipotecari, tra i
quali assumevano un notevole pesi i mutui ai cd. corpi morali (province, comuni, altri enti pubblici locali). All’inizio del Novecento, tale tendenza divenne
ancora più marcata con un impiego in titoli pari al 56 per cento dell’attivo e la
concessione di crediti a privati e corpi morali per il 16 per cento; di scarso rilievo – anche se stava crescendo – era l’impiego in crediti commerciali, costituito
17
prevalentemente da sconti cambiari, indicatore questo del lento adeguamento
delle casse alle nascenti esigenze del commercio e dell’industria.
Nonostante la loro tradizionale prudenza, le casse riuscirono a mobilitare
gran parte della liquidità del sistema, “contribuendo in misura rilevante – per
impiegare le parole di Antonio Confalonieri – allo sviluppo economico del
paese”.
Negli ultimi trent’anni del secolo si venne delineando in modo sempre più
evidente una dicotomia tra le casse italiane. Un gruppo di esse – tra le quali
spiccava la Cassa di Torino – era propenso a conservare le proprie caratteristiche originarie di istituto creditizio con marcate finalità sociali, estremamente
prudente nella gestione delle risorse, orientato ad impieghi sicuri anche se di
modesto rendimento. Altre – tra le quali emergevano le casse di più recente istituzione, quali quelle di Parma, Piacenza, Bologna, Padova – erano più attente
alle nuove esigenze che promanavano dall’economia e si stavano orientando a
svolgere un’attività più propriamente bancaria, destinando una parte rilevante
dei loro impieghi allo sconto di effetti commerciali.
La contrapposizione venne con il tempo attenuandosi, in quanto in quel
periodo emersero nell’ambito bancario dei nuovi operatori molto attenti ai bisogni delle classi più umili. Si stavano affermando infatti le banche popolari, le banche cooperative, le casse rurali e le casse postali, le quali sottrassero via via il
risparmio minuto alle casse di risparmio. Queste si videro pertanto costrette ad
orientare la loro raccolta sempre di più nell’ambito delle classi medie.
Un altro fatto che contribuì a smorzare la contrapposizione evidenziata fu
la promulgazione della legge speciale sulle casse di risparmio del 1888. Le casse
erano in essa definite “istituti che si propongono principalmente di raccogliere
i depositi a titolo di risparmio e di trovare ad essi conveniente collocamento”.
La legge, quindi, se da un lato non negava il fatto che le casse fossero ancora
degli istituti di beneficenza, dall’altro tratteggiava per esse alcuni principi che le
assimilava alle banche di credito ordinario delineando – non senza una certa
ambiguità – una sorta di soggetto misto posto a metà strada tra l’opera pia e il
moderno istituto di credito. All’interno della figura giuridica così definita, potevano convivere senza difficoltà le due anime presenti all’interno delle casse italiane.
Essendo quella delle casse di risparmio la categoria se non più numerosa
per numero di unità quella più radicata nella storia creditizia del nostro paese
per depositi raccolti e per sicurezza data ai depositanti, ha favorito la pubblicazione di numerose opere dedicate alla storia nei singoli istituti. Si tratta per lo
più di volumi celebrativi, molti dei quali sono apparsi nell’ultimo trentennio.
Meritarono tuttavia di essere ricordate – per il rigore scientifico con cui sono
state redatte – alcune recenti opere, tra le quali ricordiamo: T. FANFANI, Origini e sviluppo della Cassa di risparmio di Lucca. Banca e territorio in 150 anni di
18
storia, Tip. Matteoni, Lucca, 1986; G.L. BASINI, G. FORESTIERI (a cura di), Banche locali e sviluppo dell’economia. Parma e la Cassa di Risparmio, Giuffrè, Milano, 1989; A. COVA, A.M. GALLI, Finanza e sviluppo economico-sociale. La Cassa
di Risparmio delle Provincie Lombarde dalla fondazione al 1940, voll. 4, Laterza,
Milano-Bari, 1991, A. LEONARDI, Risparmio e credito in una regione di frontiera. La Cassa di Risparmio nella realtà economica trentina tra XIX e XX secolo,
Laterza, Roma-Bari, 200129.
Per una descrizione sintetica al loro processo di evoluzione, si rinvia ai contributi di T. FANFANI e A. COVA indicati in nota 2z ed a P. HERTNER, Les Caisses d’Epargne en Italie, in Les Caisses d’Epargne en Europe, I: Les douzes pays de
l’Union européenne, Les éditions de l’Epargne, Paris, 1995, p. 221 sgg.
2.4. I banchi ebraici e i banchi privati
Il prestito feneratizio ebraico si era stabilito in alcune comunità urbane e
borghigiane italiane a partire dal Trecento, ma solo con la metà del secolo XVI
aveva trovato la sua sostanziale affermazione negli stati sabaudi, ove Carlo III
aveva favorito l’insediamento di alcune famiglie giudaiche attraverso una politica di tolleranza attuata in cambio del pagamento di un corrispettivo.
Se l’affermazione e la diffusione degli ebrei e delle loro pratiche creditizie in
epoca moderna è stata sufficientemente studiata a livello nazionale, il fenomeno
non è ancora molto noto per quanto attiene l’ambito subalpino. Ad eccezione di
alcuni riferimenti presenti nelle opere di Giuseppe Prato e Renata Segre e del
lavoro specialistico di Salvatore Foa, poco si conosce sull’argomento30.
Non potendo gli ebrei investire né in fondi agricoli né in proprietà immobiliari, essendo loro precluso l’esercizio di attività manifatturiere a causa del
Il volume di Leonardi sulla Cassa di risparmio di Trento è ospitato nella collana “Storia
delle banche in Italia”, facente parte organica del catalogo dell’Editore Laterza. Diretta da Pier
Luigi Ciocca, Gianni Toniolo, Tancredi Bianchi e Marco Onado, ha raccolto a partire dal 1994
tredici monografie dedicate prevalentemente alla storia di singoli istituti bancari dall’Unificazione ad oggi. Fanno eccezione i lavori di G.F. CALABRESI dedicato alle vicende dell’Associazione
bancaria italiana dal 1919 al 1943 e il volume di P. CAFARO incentrato sulla storia della cooperazione di credito nel nostro paese, intesa come categoria raggruppante centinaia e centinaia di piccoli istituti locali.
30
Si tratta soprattutto del volume di G. PRATO, Problemi monetari e bancari nei secoli XVII
e XVIII, Sten, Torino, 1916; della ricca schedatura di documenti realizzata da R. SEGRE, The Jews
in Piedmont, voll. 3, The Tel Oviv University, Jerusalem, 1986; e dell’accurata ricerca, anche se
ormai datata, di S. FOA, Banchi e banchieri ebrei nel Piemonte dei secoli scorsi, Unione arti grafiche, Città di Castello, 1955 (l’opera nasce dalla raccolta di più articoli pubblicati mensilmente nel
vol. XXI della rivista delle comunità ebraiche italiane, “Rassegna mensile di Israel”).
29
19
controllo esercitato dalle corporazioni di arti e mestieri, erano costretti ad operare nel settore terziario del prestito di denaro. Quivi chiedevano al sovrano il
privilegio di esercizio, che veniva loro concesso sotto forma di condotta decennale rinnovabile, in cambio di una somma versata al concedente denominata
donativo31.
La distribuzione territoriale dei banchi andò modificandosi nel corso del
tempo. Il periodo che vide la loro massima espansione va dalla fine del Cinquecento ai primi decenni del Seicento sia nel marchesato di Monferrato (che
era controllato dai Gonzaga) sia nel ducato di Savoia. I centri urbani nei quali
erano maggiormente presenti erano Torino, Casale, Asti, Alessandria, Moncalvo32. Esclusa la capitale, le altre cittadine erano localizzate nel Piemonte meridionale che risultava essere quindi l’area a maggior concentrazione. Nel corso
dell’Ottocento fu rilevante il contributo che dettero gli ebrei provenienti da
famiglie che avevano esercitato attività feneratizie allo sviluppo di iniziative
bancarie moderne, quali banche private, banche popolari e casse di risparmio.
Ma sull’argomento si hanno soltanto notizie e informazioni frammentarie, derivanti sovente da ricerche effettuate in altre direzioni
Tra i pochi studi specifici non si può ignorare la recente opera di VINCENZO GIURA, La comunità israelitica di Napoli (1863-1945), Esi, Napoli, 2002, che
continua un precedente lavoro: Gli ebrei e la ripresa economica del Regno di
Napoli (1740-1747), Librairie Droz, Genève, 1978.
Un altro approfondimento specifico fu realizzato nel dicembre 1996 dalla
rivista “Archivi e imprese” che organizzò un convegno a Milano dedicato alle
Minoranze in Italia tra Settecento e Ottocento. Comportamento economico e sociabilità33. Delle varie relazioni presentate, è interessante ai nostri fini sia quella
di BARBARA ARMANI dedicata a Banche e imprenditori ebrei nella Firenze dell’Ottocento: due storie di famiglia tra identità e integrazione, nella quale l’autrice ha delineato le vicende di due famiglie di banchieri ebraici, gli Ambron e i
Pegna34; sia quella di G. MAIFREDA, Banchieri ebrei e patrimoni ebraici nella
Milano ottocentesca, pubblicata poi in D. BIGAZZI (a cura di), Storie di imprenditori, Il Mulino, Bologna, 1996.
31
Si vedano in proposito: D.M. ANFOSSI, Gli ebrei in Piemonte. Loro condizioni giuridicosociali dal 1430 all’emancipazione, Tip. Anfossi, Torino, 1914, e G. MARRO, La legislazione piemontese per gli ebrei, Torino, 1940.
32
Cfr. G. CALIGARIS, La fioritura dei monti di pietà in età moderna: alle radici del credito
popolare, in C. BERMOND (a cura di), Credito e sviluppo economico nel Piemonte meridionale, cit.,
evidenzia anche – con la tavola 1 e la figura 2 – la dimensione quantitativa del fenomeno.
33
Gli atti del convegno sono raccolti nei fascicoli nn. 16 e 17, rispettivamente del 2º sem.
1997 e 1º sem. 1998, della rivista “Archivi e imprese”.
34
Ibidem, n. 16 (2º sem. 1997), pp. 333-364.
20
Nel Piemonte dell’età moderna venne formandosi – accanto ai banchieri
ebraici e ai monti di pietà – un altro gruppo sociale che si dedicava sistematicamente all’attività creditizia, anche se non in via esclusiva. Si trattava dei negozianti in sete, che svolgevano le attività di commercializzazione – e talvolta di
lavorazione – della seta grezza, con la connessa intermediazione finanziaria. La
regione subalpina – al pari di altre regioni italiane – era specializzata nella produzione dell’organzino, cioè del filo ritorto di seta, che esportava quasi totalmente verso la vicina Francia e verso l’Inghilterra. Questa consistente attività
commerciale era svolta – sia nelle campagne piemontesi sia nella capitale – da
negozianti che associavano alle movimentazioni del semilavorato serico il sostegno finanziario a tali operazioni. Processi analoghi avvenivano negli altri stati
dell’Italia settentrionale e centrale.
E così, nel corso del Settecento, parallelamente allo sviluppo della produzione e della vendita delle sete, venne ampliandosi l’attività creditizia collegata,
al punto da favorire la venuta a Torino di alcune famiglie di banchieri ginevrini
e lionesi. Oltre alle case bancarie della capitale, là nelle campagne dove fioriva
la bachicoltura ed erano sorte delle filande quasi sempre s’era affiancato un
banco. Così sul finire del secolo i banchieri piemontesi avevano raggiunto una
consistenza numerica elevata e, con ogni probabilità, superiore a quella che
comunemente si ritiene. Nell’insieme, tuttavia, tali banchi erano rimasti tutti di
dimensioni piuttosto contenute, dotati di mezzi finanziari limitati e guidati da
un orientamento negli affari cauto e sovente di modeste vedute.
All’aprirsi del regno carloalbertino, tra di essi troviamo due sole case che
avevano raggiunto una certa importanza: la Barbaroux e Tron e la Nigra e Fratelli e Figli. Accanto a loro ce n’erano altre in formazione, più piccole ma molto
vivaci, come quelle dei Vicino, Capello, Mestrezat, Casana, Dupré, Cotta35.
Mentre le due maggiori case bancarie si occupavano prevalentemente di operazioni inerenti al debito pubblico, i banchieri torinesi della nuova generazione
erano interessati sia a sviluppare le vecchie attività sia a crearne delle nuove.
Così vedremo alcuni di loro avviare nel 1833 la Compagnia anonima di assicurazioni di Torino (poi Toro assicurazioni) in concorrenza con la Reale mutua e
alcuni anni più tardi, nel 1847, la Banca di Torino.
35
La tematica dei banchieri – setaioli è stata impostata ed affrontata per la prima volta in modo
sistematico da G. PRATO in: Problemi monetari e bancari nei secoli XVII e XVIII, cit., e in Risparmio
e credito in Piemonte nell’avvenuto dell’economia moderna, in La Cassa di Risparmio di Torino nel suo
primo centenario, 4 luglio 1827 – 4 luglio 1927, Cassa di Risparmio di Torino, Torino, 1927. Altri
autori hanno poi approfondito l’argomento in anni più recenti; in particolare ricordiamo: V. PAUTASSI, Gli istituti di credito e assicurativi e la borsa in Piemonte dal 1831 al 1861, Istituto per la storia
del Risorgimento, Torino, 1961, pp. 293-297; C. DECUGIS, Banca e credito nel decennio cavouriano,
Unicopli, Milano, 1979, pp. 14-37; G. BRACCO, L’Ottocento: dalla seta alla finanza, in IDEM (a cura
di), Torino sul filo di seta, Città di Torino, Torino, 1992, pp. 136-148.
21
Questo istituto nasceva sul modello della Banca di Genova, sorta tre anni
prima nella città ligure, con la finalità di dotare la capitale del regno di una
moderna banca di credito commerciale. È noto che le due istituzioni si fusero
poi nel 1849 nella Banca nazionale sarda, che divenne l’istituto di emissione
dello stato, pur conservando la facoltà di esercitare il credito commerciale e di
accettare i depositi ad interesse.
Nei primi anni ’50, con la ripresa di un positivo ciclo congiunturale videro
la luce a Torino due altre banche commerciali, la Cassa di sconto e la Cassa del
commercio e dell’industria. La prima nasceva con lo scopo precipuo di apporre una terza firma alle cambiali che erano presentate allo sconto presso la Banca
nazionale, mentre la seconda nasceva per l’esercizio del piccolo credito commerciale. Nel 1856 la Cassa del commercio si lanciava in alcune promettenti
operazioni di lungo termine, integrando la sua denominazione originaria con
quella di Credito mobiliare, e aumentando il suo capitale sociale di ben 24
milioni, sottoscritto per metà dai banchieri Rothschild di Parigi. Un anno più
tardi vide luce il Banco sete con l’obiettivo di sovvenzionare i setaioli mediante
anticipazioni su bozzoli, prestiti e assunzione di operazioni di compravendita.
In tutte le iniziative creditizie varate a Torino nel decennio preunitario era rilevante la componente dei negozianti in seta, tra i quali spiccavano per attivismo
i Cotta, i Ceriana, i Geisser, i Long, i De Fernex, i Montù, i Fontana, i Todros,
i Genero, i Bolmida.
I più importanti tra essi, già presenti nel consiglio di reggenza della Banca
nazionale, si fecero promotori negli anni immediatamente successivi all’Unità di
alcuni dei più importanti istituti di credito che vennero ad affermarsi nel nuovo
stato: il Banco di sconto e sete, la Banca anglo-italiana, la Banca di credito italiano, la Società generale di credito mobiliare. Nel 1871 entrò a far parte di
questo gruppo un’altra importante iniziativa, la Banca di Torino36.
I banchieri – setaioli torinesi si associarono – nel lancio di queste importanti
istituzioni creditizie – a finanzieri stranieri, francesi inglesi e svizzeri che trovano in
esse interessanti e remunerative opportunità di impiego dei loro capitali.
Un vivace ed articolato affresco del mondo dei “negozianti banchieri”
milanesi della prima metà dell’Ottocento è offerto da GIANDOMENICO PILUSO
in: L’arte dei banchieri. Moneta e credito a Milano da Napoleone all’Unità, F.
Angeli, Milano, 1999. L’autore si propone – attraverso questa ricerca – di spiegare le motivazioni che impedirono la formazione a Milano di una banca centrale, facendo sì che la città lombarda partisse svantaggiata – nei decenni successivi all’Unificazione – rispetto ad altre piazze che erano dotate di tale fondamentale istituzione, Torino in particolare.
36
Cfr. V. CASTRONOVO, Il Piemonte, Einaudi, Torino, 1977, pp. 59-68.
22
3. Periodo 1840-1861
3.1. Nascita delle prime banche di credito commerciale
Il primo istituto di credito commerciale, orientato al sostegno delle attività
mercantili e manifatturiere sul modello di analoghe iniziative inglesi, nacque a
Genova nel marzo 1844, assumendo la forma giuridica di società anonima e la
denominazione di Banco di Genova. Lo statuto prevedeva l’esercizio di operazioni di deposito, sconto e anticipazione, tipiche di una banca di credito commerciale, alla quale si aggiungeva anche l’emissione di biglietti, pagabili in contanti, al portatore e a vista37. L’emissione di biglietti doveva avvenire nel rispetto di un rapporto minimo di 1 a 3 tra numerario esistente in cassa – rappresentato dalla moneta metallica – e ammontare degli impegni a vista – costituiti da
biglietti e conti correnti –. Nel 1848, il governo sardo autorizzò la Banca di
Genova ad effettuargli un prestito di 20 milioni di lire piemontesi, concedendole di sospendere la conversione dei biglietti in moneta. In questo modo veniva introdotto il corso forzoso e si stringeva un rapporto più stretto tra la banca
e il governo.
Nell’ottobre 1847 fu istituita un’analoga iniziativa creditizia nella capitale nel regno, che assunse il nome di Banca di Torino. Come ho già accennato,
essa sorgeva per volontà di un gruppo di banchieri negozianti in sete, con la
finalità di favorire il commercio degli organzini. La vita dell’istituto fu breve
e lo sviluppo nelle sue operazioni modesto, in quanto il governo – con decreto del dicembre 1849 – lo fuse con la Banca in Genova, originando la Banca
nazionale degli Stati sardi, che divenne l’unica banca di emissione dello stato
subalpino.
La nascita delle due banche di credito commerciale sarde, i loro sviluppi
e loro fusione nella Banca nazionale sono stati accuratamente studiati nell’ambito di due progetti patrocinati dalla Fondazione Luigi Einaudi di Torino. Tali progetti hanno portato alla realizzazione dei seguenti lavori: E. ROSSI,
G.P. NITTI, Banche, governo e parlamento negli Stati sardi. Fonti documentarie
(1843-1861), voll. 2, Fond. L. Einaudi, Torino, 1968; L. CONTE, La Banca Nazionale. Formazione e attività di una banca di emissione, 1843-1861, Esi, Napoli, 1991.
Molte indicazioni sono anche presenti nei volumi prodotti dal DE MATTIA,
Sulle vicende ottocentesche delle banche di emissione, e sugli antefatti dell’avvio della
Banca nazionale degli Stati sardi, si rinvia al sempre valido lavoro di GIUSEPPE DE NARDI, Le banche di emissione in Italia nel secolo XIX, Utet, Torino, 1953.
37
23
nell’ambito delle ricerche svolte alla Banca d’Italia sull’origine degli istituti di
emissione38.
Nel decennio cavouriano sorsero a Torino altre banche commerciali sotto
forma di società anonime: la Cassa di sconto, la Cassa del commercio e nell’industria, il Banco sete; e a Genova la Cassa generale di sconto.
A Venezia fu avviato nel 1853 lo Stabilimento mercantile, che riceveva
merci a deposito, effettuava sovvenzioni su merci, scontava effetti rilasciando
“biglietti di credito stilati al presentatore e rimborsabili a vista”. Dopo l’apertura di una sede della Banca nazionale in città nel 1867, lo Stabilimento entrò
nell’orbita di tale istituto.
In Toscana, dal 1816 al 1849 sorsero ben sei banche di credito commerciale autorizzate ad emettere biglietti in tutte le principali città del granducato; a
poco a poco, confluirono tutte nella Banca nazionale toscana, sorta nel 1857
dalla fusione di un istituto fiorentino con uno livornese. Nel 1860, fu costituita
la Banca toscana di credito, anch’essa autorizzata ad emettere “buoni di
cassa”39. I due istituti granducali furono ammessi tra il novero delle banche di
emissione riconosciute a livello nazionale dopo l’Unità.
Nello Stato papalino era stata costituita nel 1834 la Banca romana, che fu
poi assorbita dalla Banca dello Stato pontificio. Quest’ultima effettuava operazioni commerciali ed emetteva biglietti. Nel dicembre 1870, dopo l’annessione
di Roma al regno, le fu riconosciuto il diritto di emissione, e in quell’occasione
modificò nuovamente il suo nome in Banca romana.
3.2. Gli istituti di emissione
La Banca nazionale degli Stati sardi divenne nel 1849 l’unico istituto di
emissione del regno, in quanto il parlamento optò – dopo un lungo dibattito –
per l’unicità della banca di emissione, rifacendosi al modello francese. L’anno
Cfr. R. DE MATTIA, I bilanci degli istituti di emissione italiani dal 1845 al 1936, altre serie
storiche di interesse monetario e fonti, tomi 2, Banca d’Italia, Roma, 1967; IDEM, Storia delle operazioni degli istituti di emissione italiani dal 1845 al 1936 attraverso i dati dei loro bilanci, tomi 3,
Banca d’Italia, Roma, 1990; IDEM, Storia del capitale della Banca d’Italia e degli istituti predecessori, tomi 2, Banca d’Italia, Roma, 1977-1978. I tre volumi – costituiti complessivamente da 7
tomi – sono parte di un'unica opera dal titolo: Studi e ricerche sulla moneta.
Si veda anche l’ultimo lavoro curato da DE MATTIA, Gli istituti di emissione in Italia. I tentativi di unificazione, 1843-1892, pubblicato nella Collana storica della Banca d’Italia (d’ora in poi
CSBI), Serie Documenti, Vol. II, Laterza, Roma-Bari, 1990.
39
Sulle vicende delle casse di sconto di Firenze, Livorno, Siena, Arezzo, Pisa e Lucca, si rinvia
ai lavori di: G. CONTI, Terra, commercio e credito nella Toscana nel XIX secolo, Pisa, 1989; A. VOLPI,
Banche di emissione nella Toscana di primo Ottocento (1816-1859), in “Annali della Fondazione Luigi
Einaudi”, a. XXVI (1992), pp. 267-324; IDEM, La Banca Toscana di Credito nel sistema creditizio
toscano dell’Ottocento, in “Società e storia”, a. 13 (1990), n. 48, pp. 363-393.
38
24
successivo decadde il provvedimento sul corso forzoso che era stato all’origine
della sua nascita.
La banca giunse all’Unità senza grandi problemi. Nel 1861, dopo le annessioni degli stati italiani, assorbì la Banca di Parma e la Banca delle Quattro legazioni di Bologna, con l’obiettivo di pervenire al più presto all’accorpamento di
tutte le banche di emissione del paese. Ma fu fortissima l’opposizione della
Banca nazionale toscana e dei banchi pubblici meridionali. Sicché, si decise di
lasciar sopravvivere gli antichi istituti regionali, favorendo l’espansione territoriale e patrimoniale della banca sarda, nell’intento di renderlo il più importante ente di emissione del paese. In questo spirito, nel 1865 assunse il nome di
Banca nazionale nel Regno d’Italia.
Sulle vicende degli istituti di emissione italiani negli anni successivi all’Unificazione, si rinvia ancora una volta a RENATO DE MATTIA (a cura di), Gli istituiti di emissione in Italia, cit., e in particolare all’Introduzione al volume, ospitato alla Collana storica della Banca d’Italia, della quale è stato uno delle prime
pubblicazioni.
La collana è stata varata nel 1989 nell’ambito delle celebrazioni del primo
centenario della banca centrale, che è caduto nel 1993. Ideata da un comitato
scientifico presieduto dall’allora governatore Carlo A. Ciampi, e composto dagli
ex-governatori Paolo Baffi e Guido Carli, e dai direttori centrali Pierluigi Ciocca,
Antonio Finocchiaro, Giorgio Sangiorgio, Franco Cotula, e fondata sul largo
utilizzo delle fonti documentarie dell’archivio storico dell’istituto, è diventata la
collana più prestigiosa del paese per la storia finanziaria, monetaria e bancaria
italiana dall’Unità agli anni Novecentosettanta.
3.3. L’intervento di operatori finanziari stranieri e la formazione delle prime banche di credito mobiliare
Alcuni finanzieri stranieri, in particolare francesi, stabilirono in quegli anni
dei contatti con dei banchieri italiani per avviare delle forme di collaborazione,
che il più delle volte non si tradussero in alcunché di concreto.
L’unica casa finanziaria che instaurò dei rapporti costruttivi e duraturi fu
quella dei Rothschild di Parigi, i quali aprirono una filiale a Napoli che svolse
alcuni affari con la corona borbonica, tentarono alcune operazioni a Roma con
i Torlonia e a Livorno con i Bastogi. Le relazioni che svilupparono in Piemonte furono più approfondite, al punto da spingerli a partecipare nel marzo 1856
all’aumento del capitale della Cassa del commercio e dell’industria, un istituto
di sconto che si stava trasformando in banca di credito mobiliare. Nel Regno di
Sardegna stava maturando l’opportunità di costituire una moderna banca di
investimento, modellata sui caratteri del Crédit mobilier parigino dei fratelli
25
Pereire, anche nella prospettiva di un ampliamento territoriale del regno in
altre regioni italiane40.
James de Rothschild – che era il patron della casa bancaria parigina – non
esitò quindi ad appoggiare il progetto del suo corrispondente torinese – il banchiere Luigi Bolmida – di costituire un importante istituto creditizio in Piemonte, capace di sostenere finanziariamente nuove iniziative manifatturiere,
commerciali e marittime e nuove opere pubbliche in campo ferroviario e idraulico. Purtroppo i risultati economici dell’istituto si rivelano nel giro di qualche
anno disastrosi, al punto da imporne il salvataggio da parte dello stato e della
Banca nazionale.
Di questi argomenti, non ancora noti in tutti i loro particolari, hanno trattato BERTRAND GILLE nel volume Les investissements francais en Italie (18151914), ospitato nella 2° serie dello “Archivio economico nell’Unificazione italiana”, edito nel 1968 della Ilte di Torino41, e Carlo De Cugis nel già ricordato
lavoro su Banca e credito nel decennio cavouriano42.
Anche alcuni banchieri londinesi si affacciarono alle Alpi ed entrarono in
contatto con il mondo finanziario subalpino. In particolare la Casa Hambro
intrattenne serrati rapporti con il governo piemontese soprattutto nell’occasione del collocamento dei titoli di stato sardi nella City43.
4. Periodo 1861-1893
4.1. La pluralità degli istituti di emissione e la preminenza assunta dalla Banca
nazionale
Nel periodo che seguì l’Unità, il sistema bancario – nell’insieme delle sue
articolazioni – si trovò di fronte a tre compiti principali: favorire l’integrazione
delle realtà economiche locali in un unico sistema nazionale; porre delle solide
40
Nel 1853 era stato costituito in Piemonte un primo istituto di credito mobiliare per iniziativa di un gruppo finanziario genovese formato dai banchieri Paolo Farina, P. Profumo, De
Proust, Baldi e Domenico Balduino, ai quali si erano aggiunti i torinesi Felice Genero e Giovanni Battista Frescot. La banca aveva assunto la forma di società in accomandita, per evitare di
richiedere l’autorizzazione governativa, e la denominazione di Credito mobiliare degli Stati sardi.
L’istituto visse stentatamente per circa un decennio e poi fu messo in liquidazione.
41
Si veda il capitolo: Les banques, alle pp. 123-146.
42
Cfr. alle pp. 317-331.
43
Cfr. C.M. FRANZERO, Il Conte di Cavour e i suoi banchieri inglesi, Editrice Teca, Torino,
1968; si veda inoltre il capitolo: Un circuito finanziario dell’Ottocento: gli Hambro e l’Italia (pp.
101-129) del volume di G. BERTA, Capitali in gioco. Cultura economica e vita finanziaria nella City
di fine Ottocento, Marsilio, Venezia, 1990.
26
basi per il supporto dello sviluppo dell’agricoltura; sostenere – qualche anno
più tardi – il processo di industrializzazione che appariva sempre di più l’unica
via da seguire per la modernizzazione del paese.
Estremamente complesso risultava il primo scopo, per il raggiungimento
del quale il governo contava anche sullo strumento monetario che avrebbe
dovuto essere gestito da un unico istituto di emissione.
Ma le opposizioni interne, toscane e meridionali soprattutto, impedirono il
processo di unificazione nell’emissione dei biglietti di banca e così, nei decenni
successivi alla formazione dello stato unitario, si videro operare ben sei istituti,
rappresentati – oltre che dalla Banca nazionale – da due enti toscani, la Banca
nazionale toscana e la Banca toscana di credito, da due storici istituti meridionali, il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia, ai quali si aggiunse nel dicembre
1870 la Banca dello Stato pontificio che, nel frattempo, aveva riassunto il vecchio nome di Banca romana. Peraltro, nella fase di grande espansione della
moneta cartacea che seguì la dichiarazione del corso forzoso del 1866, il governo pareva preferire più di una fonte di emissione di banconote, anche se questa
pluralità andava a scapito della controllabilità del sistema.
Questi elementi – uniti alle preferenze espresse da alcuni economisti all’epoca di scuola liberista, come Francesco Ferrara, che sostenevano la validità di
un sistema con pluralità di banche di emissione – non impedirono tuttavia alla
Banca nazionale di assumere di fatto una forte preminenza, confermata da alcuni dati rilevati dal Supino nel 1873 in forza ai quali la Banca nazionale deteneva i due terzi del capitale sociale degli istituti di emissione e circa il 60 per cento
della circolazione44.
La legge bancaria nel 1874, che ridefinì il limite massimo di emissione di
biglietti da parte dei sei istituti autorizzati, sanzionava lo stato di fatto della
situazione, senza risolvere i problemi di governo della moneta e delle banche
che prima o poi sarebbero emersi.
Allorquando la crisi della fine degli anni Ottanta mise in evidenza le carenze della nostra legislazione in materia, la Banca nazionale fu chiamata a porre in
atto alcuni salvataggi, tra i quali quello della Società dell’Esquilino e della sua
controllante, la Banca di Torino (1888), della Banca Tiberina nel 1889 e della
Società per il risanamento di Napoli nel 1891, con l’adesione di tutti gli istituti
di emissione.
Sulle vicende delle banche di emissione dall’Unità al 1892, sono state pubblicate alcune significative ricerche nella Collana storica della Banca d’Italia. R.
44
Cfr. C. SUPINO, Storia della circolazione cartacea in Italia dal 1860 al 1928, Sei, Milano,
1929, p. 61.
27
De Mattia ha curato – come già ricordato – la raccolta documentaria dal titolo:
Gli istituti di emissione in Italia. I tentativi di unificazione (1843-1892), cit. Il
Vol. I della Serie Contributi ospita – nella parte 2º – quattro saggi dedicati
rispettivamente alla cd. “questione bancaria” (unicità o pluralità degli istituti di
emissione), all’efficacia sul controllo monetario della molteplicità delle banche
di emissione, all’ordinamento e alle operazioni della Banca nazionale, ai rapporti tra Banca nazionale e sistema bancario45.
La parte 1º del medesimo volume ospita un contributo di M. ROCCAS sull’Italia e il sistema monetario internazionale degli anni Sessanta agli anni Novanta; la medesima tematica è affrontata anche da M. DE CECCO nell’Introduzione
al volume da lui curato, dal titolo: L’Italia e il sistema finanziario internazionale
1861-1914, antologia documentaria ospitata nella CSBI, Serie Documenti, Vol.
I, Laterza, Roma – Bari, 1990.
Sull’argomento, occorre ricordare anche le opere di P. PECORARI: La fabbrica dei soldi. Istituti di emissione e questione bancaria in Italia, 1861-1913,
Patron, Bologna, 1994 e La lira debole. L’Italia, l’Unione monetaria latina e il
“bimetallismo zoppo”, Cedam, Padova, 1999.
4.2. La legislazione sul credito fondiario e agrario
Uno dei gravi problemi che venne emergendo nell’Italia postunitaria – e
che peraltro aveva suscitato già ampi dibattiti negli stati della penisola nel
decennio precedente l’Unificazione – riguardava la concessione del credito
all’agricoltura, sia sotto forma di mutui ipotecari sia di prestiti cambiari. L’assenza di istituti pubblici e di banche private appositamente autorizzate all’esercizio del credito fondiario e agrario aveva lasciato mano libera soprattutto ai
banchieri privati, che effettuavano prestiti agli agricoltori a tassi molto elevati,
ingenerando una diffusa pratica di usura calmierata solo in parte dall’intervento nel settore di alcune casse di risparmio.
Si è calcolato che, nella seconda metà dell’Ottocento, il debito ipotecario
immobilizzasse risorse finanziarie per circa la metà del valore complessivo nei
fondi rustici, incamerando – nel 1866, ad esempio – un terzo delle rendite. Ad
indebitare pesantemente la proprietà fondiaria avevano concorso l’ampia mobilitazione di capitali impiegati nell’acquisto di beni demaniali ed ecclesiastici e
l’aumento del prelievo fiscale determinato soprattutto dalle sovraimposte locali, comunali e provinciali. L’elevato livello di indebitamento dei proprietari
indebolì la loro propensione ad effettuare investimenti di miglioramento in
45
Cfr. S. CARDARELLI et alii, Ricerche per la storia della Banca d’Italia, (CSBI, Serie Contributi, Vol. I), Laterza, Roma-Bari, 1990.
28
agricoltura e ad attuare trasferimenti di risorse dall’agricoltura alla nascente
manifattura46.
Con la legge 14 giugno 1866, n. 2983 si istituì il credito fondiario nelle provincie dell’Italia continentale, valorizzando solidi istituti bancari che esercitano
funzioni miste di credito, previdenza e beneficenza e disponevano di una valida
organizzazione bancaria che avrebbe reso più efficiente la gestione dei mutui e
facilitato la diffusione delle cartelle fondiarie – che servirono a finanziare tali
mutui – tra i risparmiatori. Gli istituti prescelti furono dapprima cinque, ai
quali se ne aggiunsero successivamente altri tre, operanti ciascuno in via esclusiva in aree ben definite del territorio nazionale47. L’attività dei crediti fondiari
ebbe purtroppo uno sviluppo limitato e distorto: nel 1883 erogavano complessivamente 316 milioni a fronte di un debito ipotecario stimato in diversi milioni di lire. I prestiti, inoltre, erano diretti solo in minima fonte verso la piccola
proprietà, mentre si orientavano sovente verso impieghi estranei all’agricoltura,
che andavano dall’edilizia, all’industria, al commercio, alle attività speculative.
Per riequilibrare la situazione si addivenne alla legge di riforma del 1884,
che permise da un lato agli istituti “storici” di operare su tutto il territorio
nazionale, in concorrenza fra di loro, e che aprì le porte dall’altro lato a nuove
banche – sufficientemente capitalizzate – e a mutue di proprietari. Malauguratamente, l’unico nuovo istituto che si offrì di operare nel settore fu la Banca
nazionale.
Al fine di convogliare una maggior quantità di risorse finanziarie verso il
comparto per favorirne una maggior penetrazione nella società, fu costituito nel
1890 l’Istituto italiano di credito fondiario, società anonima dotata di un capitale di 100 milioni, di cui 40 versati, autorizzato ad operare in tutto il regno e
indirizzato alla raccolta di capitali anche all’estero. Non riuscendo a decollare,
fu dichiarato decaduto quattro anni più tardi e così – alla fine del secolo – il settore si presentava con il suo assetto tradizionale, lontano dai bisogni di credito
che manifestava l’agricoltura italiana. Si calcolava infatti che – a quella data – i
mutui concessi dagli istituti di credito fondiario non superassero il 16 per cento
del debito ipotecario complessivo.
Questo complicato argomento è stato trattato solo marginalmente dalla letteratura scientifica. Relativamente al Mezzogiorno, sono stati realizzati due ottimi lavori da G. LO GIUDICE, Agricoltura e credito nell’esperienza del Banco di Si-
Si veda: F. BOF, Il credito fondiario della Cassa civica di risparmio di Verona (1902-1919),
in F. BOF et alii, Il credito fondiario delle Venezie nel Novecento, Mediovenezie Banca, Verona,
2002, pp. 4-5.
47
Cfr. B.C. DE ROSSI, L’ordinamento del credito fondiario in Europa e particolarmente in Italia, Utet, Torino, 1907, pp. 161-186. Si consulti anche la classica opera di G. DELL’AMORE, Il credito fondiario in Italia, Giuffré, Milano, 1938.
46
29
cilia tra l’800 e il ’900, Università degli Studi, Catania, 1966 e da E. DE SIMOCredito fondiario e proprietà immobiliare nell’Italia meridionale, 1866-1885,
Arte Tipografica, Napoli, 1983. Per tutto il paese, ma in particolare per il Nord,
ricordo il contributo di A. COVA, Il credito all’agricoltura dalla unificazione alla
seconda guerra mondiale: alcune considerazioni, in P.P. D’ATTORRE, A. DE BERNARDI (a cura di), Studi sull’agricoltura italiana. Società rurale e modernizzazione, Feltrinelli, Milano, 1994.
Un altro problema rilevante – e strettamente collegato al precedente – che
emerse in modo prepotente negli anni postunitari fu quello del credito agrario.
Ad eccezione dell’intervento di qualche cassa di risparmio e dei monti frumentari, il settore era totalmente lasciato in mano ai banchieri privati, che applicavano sovente tassi usurari. Dopo un ampio dibattito – che era anche in questo
caso già iniziato prima dell’Unificazione – si addivenne con fatica alla emanazione della prima legge in materia, la n. 5160 del 21 giugno 186948.
La nuova normativa prevedeva la costituzione di società, istituti e consorzi
pubblici esercenti il credito agricolo. Trentun banche tentarono questa strada,
ma solo quattordici esercitarono operazioni di credito agrario nel momento del
loro massimo sviluppo. Gli agricoltori e i proprietari di beni stabili rurali che
necessitavano di credito potevano scontare presso gli istituti cambiali della scadenza massima di 90 giorni, oppure potevano ottenere delle aperture di credito contro pegno di cartelle fondiarie o il deposito di merci in magazzini generali. Le banche specializzate in questo tipo di credito potevano ottenere parte
del capitale costitutivo ricorrendo a istituti non speculativi (casse di risparmio e
monti di pietà soprattutto) oppure emettendo i cd. “buoni agrari”.
Gli schemi proposti dalla nuova legge apparvero con il tempo troppo
restrittivi, sia dal lato della raccolta sia da quello degli impieghi, e così pian
piano questa andò perdendo di mordente, sino a quando il 23 gennaio 1887 fu
varato un nuovo impianto legislativo. Questi prevedeva essenzialmente che le
operazioni di credito agricolo venissero estese a tutti gli istituti di credito; che
fosse operata una distinzione tra credito agrario di esercizio e credito di miglioramento; che gli istituti che si dedicavano al settore potessero finanziarsi tramite l’emissione di cartelle agrarie.
E così accanto alle banche speciali preposte all’esercizio di questo tipo di
credito vennero affiancandosi in modo più dinamico le casse di risparmio, le
banche popolari, le casse rurali, i monti di pietà. Ben presto anche questa forma
di organizzazione creditizia venne dimostrando i suoi limiti, soprattutto per la
NE,
48
Sul dibattito che precedette l’avvio del credito agrario nel nostro paese e sui contenuti
della legge del 1869, si rinvia a: L. DE ROSA, Una storia dolente: le faticose origini del credito agrario, in “Rivista storica italiana”, a. LXXVI (1964), n. 4. Si veda anche la classica opera in argomento: C. MARANI, Il credito agrario, Utet, Torino, 1929.
30
dispersione delle varie iniziative di finanziamento che non riuscivano quasi mai
a costituire una massa critica sufficiente ad incidere sui reali problemi dell’agricoltura.
E così, dal 1897 sino al 1921, fu sperimentata la carta della regionalizzazione delle esperienze legislative e della creazione a livello locale di istituti speciali preposti all’erogazione del credito agrario49.
4.3. Il forte sviluppo assunto dal credito mobiliare e l’apporto straniero nel comparto bancario
Per sostenere l’avvio di un processo di modernizzazione economica del
paese – che implicava il porre le prime basi per la costituzione di un moderno
settore siderurgico, cantieristico e meccanico pesante, tutti ad alta intensità di
capitale –, il sistema bancario dovette realizzare una forzatura finanziaria – permessa in parte dal leggero processo inflazionistico che si realizzò con la fine del
corso forzoso – in concorrenza talvolta con lo stato che non esitò in varie occasioni e in vari modi a sostenere le nascenti iniziative industriali. Il presenzialismo bancario fu determinato inoltre dall’insufficienza del mercato italiano dei
capitali di rischio, che preferivano orientarsi verso tipi di impiego diversi da
quelli manifatturieri, ritenuti aleatori e non particolarmente remunerativi. L’intervento di capitali stranieri, soprattutto francesi, non fu sufficiente a colmare la
forte carenza di capitali nazionali.
Nei primi anni di vita del nuovo stato, si assistette ad un fervore di nuove
iniziative, dovuta soprattutto alle aspettative di un forte sviluppo infrastrutturale nelle ferrovie, canali, abitazioni e uffici pubblici. Nacquero pertanto
molte società anonime dedicate all’attività bancaria, che si proponevano di
intervenire nelle aree appena indicate ed anche nel crescente comparto manifatturiero: a Torino, il Banco di sconto e sete50, la Banca di credito italiano, la
49
Un’accurata esposizione delle vicende di questo settore creditizio dall’Unificazione alla
seconda guerra mondiale è stata effettuata da G. MUZZIOLI in: Banche e agricoltura. Il credito
all’agricoltura italiana dal 1861 al 1940, Il Mulino, Bologna, 1983.
50
Il Banco di sconto e sete si costituiva nel 1863 nella capitale subalpina, attraverso la fusione della Cassa di sconto con il Banco sete, ed una rilevante sottoscrizione dei Rothschild, pari al
20 per cento del capitale sociale, fissato in 30 milioni di lire. L’istituto traeva origine dalla conversione di un’azienda di credito a breve e di una specializzata nel commercio serico in una sorta
di credito mobiliare fatto in casa, nel quale era preponderante la presenza dei banchieri-setaioli
piemontesi. Il Banco acquistò, nei suoi primi anni di vita, azioni di compagnie ferroviarie, partecipò alla costituzione della Società per la vendita di beni nel regno d’Italia, e soprattutto dette un
sostegno determinante alla Società del canale Cavour, dal cui fallimento – da esso successivamente voluto – sarebbe uscito fortemente ridimensionato.
31
Società generale di credito mobiliare e, successivamente, la Banca di Torino51. A
Milano, la Banca lombarda di depositi e conti correnti, la Banca italo-germanica, la
Banca generale52. E anche la Cassa di sconto di Genova e la Banca di Genova nella
città della lanterna, la Cassa nazionale di sconto di Livorno nel porto Toscano.
Mentre alcuni di questi istituti avrebbero operato prevalentemente nel credito commerciale, emersero il Credito mobiliare e la Banca generale come due
importanti istituzioni orientate soprattutto al finanziamento delle grandi iniziative infrastrutturali e manifatturiere. E con il tempo andarono a perfezionare il
loro ruolo di banche dedicate all’assunzione del portafoglio titoli e alla concessione di crediti di lungo termine nel settore industriale. Dopo il lavoro coevo di
Maffeo Pantaleoni sulla caduta del Credito mobiliare53 e le ricerche più recenti
di Gino Luzzatto sull’economia italiana dal 1861 al 189454, chi ha posto le basi
metodologiche per lo studio di questi istituti è stato ANTONIO CONFALONIERI,
che nel 1974 pubblicava il I volume della 1º serie delle sue opere sulle grandi
La Banca di credito italiano, fondata nel 1863 per iniziativa del gruppo parigino della Société
de crédit industriel et commercial con il concorso di alcuni importanti banchieri torinesi, finanzò
varie imprese industriali e commerciali. La Società generale di credito mobiliare, indubbiamente la
più importante di tutte, fu per quasi trent’anni il più grande e attivo istituto di credito italiano dopo
la Banca nazionale. Sorse nel 1863 con un capitale di 50 milioni, di cui 40 versati, assegnato per metà
agli azionisti della torinese Cassa del commercio e dell’industria assorbita nel nuovo istituto, per iniziativa delle celebre Société dei fratelli Péreire ed ebbe, sino al 1885 almeno, un ruolo di primissimo
piano nello sviluppo economico italiano. La banca di Torino fu invece creata grazie all’apporto di
capitali svizzeri vicini al Crédit suisse e di capitali torinesi, milanesi e genovesi.
51
Per una descrizione particolareggiata degli sviluppi delle banche torinesi nei decenni successivi all’ Unificazione si rimanda a: A. POLSI, Alle origini del capitalismo italiano. Stato, banche e banchieri dopo l’Unità, Einaudi, Torino, 1993, pp. 13-26, 114-125; G. BRACCO, Commercio, finanza e politica a Torino da Camillo Cavour a Quintino Sella, Centro studi piemontesi, Torino, 1980, pp. 111139; I. BALBO, Banche e banchieri a Torino: identità e strategie (1883-1896), in “Imprese e storia”, a.
2000, n. 21, pp. 61-102. Si vedano anche i profili aziendali dei principali istituti subalpini redatti da
G. FELLONI, nell’Appendice di: M. DEL POZZO, G. FELLONI, La borsa valori di Genova nel secolo XIX,
Ilte, Torino, 1964.
52
Per approfondimenti relativi all’esperienza postunitaria milanese, si vedano: P. CAFARO,
Finanziamento e ruolo della banca, in S. ZANINELLI (a cura di), Storia dell’industria lombarda, vol. II:
Dall’Unità politica alla Grande Guerra, tomo 1º, Il Polifilo, Milano, 1990, pp. 157-259; S. LICINI,
Banca e credito a Milano nella prima fase della industrializzazione (1840-1880), in E. DECLEVA (a cura
di), Antonio Allievi: dalle “scienze civili” alla politica del credito, Cariplo-Laterza, Roma-Bari, 1997,
pp. 527-559.
53
Cfr. M. PANTALEONI, La caduta della Società Generale di Credito Mobiliare Italiano, in
“Giornale degli Economisti”, aprile, maggio, novembre 1895, più volte ristampato. Si veda l’ultimo reprint presso Utet Libreria, Torino, 1998.
54
Cfr. G. LUZZATTO, L’economia italiana dal 1861 al 1914, vol. I: 1861-1894, Banca Commerciale italiana, Milano, 1963, ripubblicato con il titolo: L’economia italiana dal 1861 al 1894 da
Einaudi, Torino, 1968.
32
banche miste italiane55, dedicato appunto alle vicende del Credito mobiliare e
della Banca generale viste come antesignane delle banche miste.
Da questi studi, le banche di credito mobiliare emergevano come istituti
con una vocazione tipicamente finanziaria, legati nelle loro attività operative
più al ricorso al mercato finanziario interno e interbancario estero che al rastrellamento di depositi nazionali, poiché concorrevano al finanziamento di nuove
iniziative senza riuscire poi a staccarsene, per intraprendere nuovamente altre
iniziative. Questa stretta gemellanza tra banche e impieghi implicavano la
necessità di sempre nuove risorse che talvolta venivano reperite sulle piazze
estere.
Ad integrare il volume di Confalonieri, è intervenuto recentemente ALESSANDRO POLSI con un’opera del 1993 dal titolo un po’ pretenzioso: Alle origini
del capitalismo italiano, e dal sottotitolo più calibrato: Stato, banche e banchieri
dopo l’Unità, dedicato al ventennio 1860-1880 e costruito utilizzando la documentazione raccolta nel fondo “Industrie, banche, società” del Maic56.
Se fu rilevante il peso del capitale straniero nell’avvio degli istituti di credito mobiliare di origine piemontese (capitale francese nel Banco di sconto e sete,
nella Società generale di credito mobiliare, nella Banca di Credito italiano; capitale prevalentemente svizzero nella Banca di Torino), una minore incidenza
ebbe nelle banche originarie di altre regioni italiane, ad eccezione della Banca
generale, al cui capitale di fondazione parteciparono dei soci stranieri con una
quota pari al 37 per cento, tra i quali spiccava il triestino Giuseppe Morpurgo,
uno dei maggiori operatori finanziari della città adriatica57.
Complessivamente, risultò contenuta la presenza del capitale straniero, un
po’ più accentuata nel decennio postunitario e via via ridotta nel corso degli
anni Settanta. Al punto che Peter Hertner – nella sua ricerca sulla calata del
55
Cfr. A. CONFALONIERI, Banca e industria in Italia (1894-1906), vol. I: Le premesse: dall’abolizione del corso formoso alla caduta del Credito mobiliare, Banca commerciale italiana, Milano,
1974.
L’opera ha inaugurato una sequela di sette volumi prodotti dal docente e banchiere milanese e dedicati alle vicende delle grandi banche miste italiane, dalla costituzione della prima di esse
– la Comit, nel 1894 – sino al loro assorbimento attuato dall’Iri nel 1933 e alla loro trasformazione in banche di credito ordinario. I volumi sono stati ospitati nella collana “Studi e ricerche di
storia economica italiana nell’età del Risorgimento” avviata da Raffaele Mattioli per la Banca
commerciale italiana, e sono stati suddivisi in tre serie: 1º serie: Banca e industria in Italia (1894 1906) composta da tre tomi; 2º serie: Banca e industria in Italia dalla crisi del 1907 all’agosto 1914
costituita da due tomi; 3º serie: Banche miste e grande industria in Italia (1914-1933), articolata
anch’essa in due tomi.
56
Cfr. A. POLSI, Alle origini del capitalismo italiano, cit.
57
Cfr. B. GILLE, Les investissements francais en Italie, cit., pp. 221-236, 320-324; A. POLSI,
Alle origini del capitalismo italiano, cit., pp. 267-274.
33
capitale tedesco nel nostro paese – poteva tranquillamente affermare: “gli esiti
innovativi dell’afflusso di capitale estero in Italia nel settore del credito restarono trascurabili fino all’inizio degli anni 1880”58.
4.4. La nascita delle banche popolari, delle casse rurali e delle casse postali
Le grandi banche anonime avevano molte difficoltà a raccogliere i minuti
depositi della gente comune, che andavano formandosi a mano a mano che si
diffondeva sempre più l’uso della moneta metallica e cartacea. In questa attività
di raccolta, divennero abili le casse di risparmio, la cui politica degli impieghi
continuò ad essere per contro molto conservatrice. Gran parte degli istituti
investivano le loro risorse in titoli di stato e in mutui ipotecari a privati e corpi
morali, con l’eccezione delle casse emiliane e toscane che operavano in una prospettiva di maggior apertura verso le esigenze economiche locali59. Solo con i
primi del Novecento, andò diffondendosi tra le casse l’accettazione di domande di credito per opere di pubblica utilità e di domande di operatori privati
selezionati assistite da fidejussioni di banche di credito ordinario. La Cariplo, in
particolare, assunse anche risconti cambiari ed effettuò anticipazioni su titoli,
finendo per divenire l’ente finanziario capofila dell’intera economia lombarda60.
A colmare la carenza di rapporti con i piccoli operatori economici provvide un nuovo tipo di istituto, la banca popolare, che – a partire dalla metà degli
anni Sessanta – incominciò ad operare con “un atteggiamento di maggiore
apertura di quello delle casse di risparmio”61. Costituite sotto la forma giuridica di cooperative di credito, generalmente a responsabilità limitata, le popolari
raccoglievano i depositi dai soli soci per poi destinarli a chi di loro li richiedesse, per lo sviluppo di piccole attività commerciali, artigianali, agricole e sovente per il contenimento del credito ad usura. Ispirate al modello tedesco proposto
da Schulze-Delitsch e fortemente sostenute da un gruppo di giovani economisti di
Padova – tra i quali spiccava la personalità di Luigi Luzzatti – videro la loro prima
Cfr. P. HERTNER, Il capitale tedesco in Italia dall’unità alla prima guerra mondiale, Il Mulino, Bologna, 1984, p. 74.
59
Relativamente alle esperienze delle casse dell’Italia centrale, si vedano: V. ZAMAGNI, La
Cassa di risparmio di Rimini tra passato e futuro, in A. VARNI, V. ZAMAGNI (a cura di), Economia
e società a Rimini tra ’800 e ’900, Pizzi, Milano, 1992; A. VARNI, Storia della Cassa di Risparmio
di Bologna, Laterza, Roma-Bari, 1998; A. VARNI, C. GIOVANNINI, Storia della Cassa di Risparmio
di Ravenna, Laterza, Roma-Bari, 2000; G. PAVANELLI, Dalla carità al credito. La Cassa di risparmio
di Firenze dalle origini alla 1º guerra mondiale, Giappichelli, Torino, 1991.
60
Cfr. A. CONFALONIERI, Banca e industria in Italia dalla crisi del 1907, cit., vol. I, p. 166.
61
IDEM, Banca e industria in Italia (1894-1906), cit., vol. I, p. 246.
58
34
realizzazione a Lodi nel 1864 e poi a Milano un anno più tardi. Molte banche
popolari manifestarono una tendenza ad impegnarsi sempre di più in operazioni
dichiaratamente a media – lunga scadenza, a derogare al principio del frazionamento dei rischi, a poggiare in misura rilevante sul risconto, ad avventurarsi in
finanziamenti industriali a rischio elevato62. Questa impostazione le rese più esposte alle crisi economiche, ma anche più aperte al sostegno di nuove iniziative. Sul
finire del secolo, primeggiava la Banca popolare di Milano, poi superata dalla più
dinamica Popolare di Novara.
Sul fenomeno del “popolarismo” – per lungo tempo trascurato dalla storiografia finanziaria – sono stati pubblicati recentemente alcuni lavori, tra i
quali giova ricordare: R. DE BONIS, B. MANZONE, S. TRENTO, La proprietà cooperativa: teoria, storia e il caso delle popolari, Banca d’Italia, Roma, 1994; P.
PECORARI (a cura di), Le banche popolari nella storia d’Italia (Atti nella quinta
Giornata di studio “Luigi Luzzatti” per la storia dell’Italia contemporanea: Venezia, 7 novembre 1997), Ist. Veneto di scienze, lettere ed arti, Venezia, 1999,
che raccoglie contributi di L. De Rosa, Cova, Caffaro e Bresolin; e sempre a cura di P. PECORARI la ristampa del manifesto che le lanciò, opera di L. LUZZATTI,
La diffusione del credito e le banche popolari, Ist. Veneto di scienze, lettere ed
arti, Venezia, 1997.
Nel medesimo periodo, ispirandosi ad un modello affine a quello delle
popolari, nacquero in alcune regioni italiane (soprattutto in Toscana, Veneto e
Piemonte) le “banche del popolo”63. Per l’eccessiva elasticità dei loro statuti,
che le portarono ad una forte espansione congiunta ad un’intrinseca debolezza,
queste istituzioni creditizie non riuscirono a sopravvivere alle crisi finanziarie
che si manifestarono negli anni ’70 e ’80.
Un ruolo importante nella raccolta del piccolo risparmio contadino, ma anche
nella sensibilizzazione della gente delle campagne all’utilizzo del credito, ebbero
delle piccole istituzioni bancarie a base cooperativa – per lo più a responsabilità
illimitata – che fecero la comparsa del nostro paese a partire dal 1883. Nate su fondamenti ideologici laici, ben presto assunsero una connotazione prevalentemente
religiosa, divenendo uno dei pilastri del movimento cattolico, allora in formazione.
Il merito di aver riproposto all’attenzione degli studiosi l’importanza avuta dalle
casse rurali e dalle collegate banche cooperative di ispirazione bianca nella storia
economica e sociale del nostro paese va al gruppo di ricerca dell’Istituto di Storia
IDEM, Banca e industria in Italia dalla crisi del 1907, cit., vol. I, p. 229.
Cfr. A. POLSI, Alle origini del capitalismo italiano, cit., pp. 235-247. Le banche del popolo furono teorizzate e lanciate da Giangiacomo Alvisi, un medico di origine veneta abitante a
Firenze. Le proposte di Alvisi differivano da quelle di Luzzatti in quanto superavano l’ambito
mutualistico, al quale quest’ultimo teneva moltissimo, per rivolgersi sia nella raccolta che nell’impiego a tutti i cittadini indistintamente, e non solo ai soci.
62
63
35
economica e sociale dell’Università Cattolica di Milano, diretto un tempo da
Mario Romani e ora da Sergio Zaninelli. I lavori più significativi che sono stati realizzati sull’argomento sono i seguenti: S. ZANINELLI, Note sulla origine e sull’evoluzione storica delle casse rurali in Italia; A. CONFALONIERI (a cura di), in Contributi
allo studio della cooperazione di credito, Giuffrè, Milano, 1968; L. TREZZI, Per una
storia delle casse rurali cattoliche in Italia (1891-1932), “Bollettino dell’Archivio per
la storia del movimento sociale cattolico in Italia”, a. 12 (1977), n. 2, pp. 276–305;
IDEM, Contributo per una bibliografia sulle casse rurali ed agrarie: le pubblicazioni
edite in Italia dal 1882 al 1939, in “Bollettino dell’Archivio”, cit., a. 16 (1981), n.
3, pp. 309-344; P. CAFARO, Banche popolari e casse rurali tra Ottocento e Novecento: radici e ragioni di un successo, in P. PECORARI (a cura di), Le banche popolari
nella storia d’Italia, cit., pp. 21-78; IDEM, La solidarietà efficiente. Storia e prospettive del credito cooperativo in Italia, Laterza, Roma-Bari, 2002.
Per un inquadramento dell’organizzazione creditizia cattolica nell’ambito del
più vasto movimento economico-sociale, si veda: S. ZANINELLI, Forme e strutture
delle organizzazioni economiche cattoliche in Italia dal 1870 al 1914, in E. PASSERIN D’ENTRÈVES, K. REPGEN (a cura di), Il cattolicesimo politico e sociale in Italia
e Germania dal 1870 al 1914, Bologna, 1977, pp. 211-230; IDEM, La situazione
economica e l’azione sociale dei cattolici, in Dizionario storico del movimento cattolico in Italia (1860-1980), vol. I, tomo I, Marietti, Torino 1981, pp. 320-358; IDEM
(a cura di), Mezzo secolo di ricerca storica sulla cooperazione bianca. Risultati e prospettive, voll. 3, Società cattolica di assicurazione, Verona, 1996.
Più o meno nel medesimo periodo, nel quale incominciano a formarsi in
tutto il paese i primi, consistenti risparmi sotto forma monetaria, appaiono – su
progetto di Quintino Sella – le casse di risparmio postale (1875), che raccolgono a livello locale i minuti depositi per trasferirli ad un apposito ente centrale
creato in parallelo, la Cassa depositi e prestiti64, che provvederà ad impiegarli
prevalentemente nel finanziamento delle opere pubbliche.
4.5. La crisi bancaria del 1887-1894 e la riforma Giolitti
Gli anni Ottanta videro nel nostro paese una ripresa dell’attività manifatturiera e un rilancio dello sviluppo urbanistico ed edilizio, soprattutto nelle
Studi recenti hanno evidenziato il ruolo svolto da queste casse nella provvista del risparmio; si tratta per ora di ricerche pionieristiche svolte su base nazionale, che dovranno essere
ampliate a livello regionale e provinciale. Per maggiori approfondimenti, si veda: G. DELLA
TORRE, “Fatti stilizzati” per una storia quantitativa della Cassa depositi e prestiti e Appendice. Dati
quantitativi, fonti statistiche e note metodologiche, in M. DE CECCO, G. TONIOLO (a cura di), Storia della Cassa depositi e prestiti, Laterza, Roma-Bari, 2000, pp. 28-32.
64
36
città di Roma, Napoli e Torino. Le banche di credito mobiliare si proiettarono
in queste nuove attività, pur proseguendo in quelle tradizionali di sottoscrizione dei titoli pubblici, delle obbligazioni ferroviarie, dei prestiti internazionali. I
principali istituti del settore (Credito mobiliare, Banca generale, Banco di sconto e sete, Banca di Torino) giocarono anche in questo caso un ruolo di comprimari e si impegnarono in modo rilevante in attività fondiarie e immobiliari,
direttamente o sostenendo istituti bancari e società finanziarie collegate.
Quando la bolla speculativa formatasi nel comparto edilizio si afflosciò,
apparve in tutta evidenza la fragilità del sistema bancario italiano. La Banca
nazionale dovette intervenire ad attuare alcuni salvataggi, prima che tutto l’impianto si afflosciasse su sé stesso: nel 1888 fu salvata l’Impresa dell’Esquilino,
finanziata dalla Nazionale e dalla Banca di Torino; nel 1889 la Banca Tiberina,
legata al Banco di sconto e sete; nel 1891, con il concorso di tutti gli istituti di
emissione, la Società per il risanamento di Napoli, espressione della Banca
generale e del Credito mobiliare65.
Gli interventi attuati dalla Banca nazionale con l’aiuto degli altri istituti di
emissione condussero ad un loro notevole appesantimento finanziario, che si
aggravò allorquando scoppiò lo scandalo della Banca romana e gli istituti di
emissione dovettero farsi garanti della doppia circolazione creata dall’azienda
bancaria capitolina66.
Il governo dovette prendere in mano la situazione ed emanare il 10 agosto
1893 una legge di riforma, con la quale si realizzava la fusione della Banca
nazionale con la Banca nazionale toscana e la Banca toscana di credito in un
unico ente – la Banca d’Italia – che si assumeva inoltre il compito di liquidare
la Banca romana67.
Pochi mesi dopo – agli inizi del 1894 – vennero poste in liquidazione le
due maggiori banche del paese, Credito mobiliare e Banca generale senza che il
neo-costituito istituto centrale riuscisse ad intervenire in loro soccorso68. Per
Antonio Confalonieri illustra in dettaglio le operazioni di intervento della Banca nazionale in: Banca e industria in Italia (1894-1906), cit., alle pp. 131-159.
66
Cfr. E. VITALE, La riforma degli Istituti di emissione e gli “scandali bancari” in Italia, 1892
-1896, voll. 3, Camera dei Deputati, Roma, 1972.
67
Si veda la raccolta documentaria e il testo introduttivo di GUGLIELMO NEGRI, Giolitti e la
nascita della Banca d’Italia nel 1893, Laterza, Roma-Bari, 1989, ospitato nella CSBI, Serie Documenti, Vol. III.
68
Non si possono non menzionare i famosi lavori coevi di Maffeo Pantaleoni dedicati agli
avvenimenti economico-finanziari di quegli anni: La caduta della Società generale di credito mobiliare italiano, cit.; Lo scandalo bancario di Torino: fonti e documenti, V. Bona, Torino, 1902; Lo
scandalo bancario di Torino: nuove riflessioni e nuovi documenti, V. Bona, Torino, 1903; Gli istituti di Credito Mobiliare in Italia, in G. PREZIOSI, La Germania alla conquista dell’Italia, Libreria
della Voce, Firenze, 1914.
65
37
fronteggiare il fabbisogno di liquidità necessario a sostenere il sistema finanziario, il governo autorizzò l’emissione di una quota aggiuntiva di carta moneta e,
al fine di mantenere stabili rapporti di cambio con le altre monete, decretò un
nuovo corso forzoso. Si concludeva in questo modo la crisi finanziaria del paese
che – con le sue forti ripercussioni sociali – aveva generato quelli che furono
definiti “gli anni più neri dell’economia del nuovo Regno”69.
Nell’ambito del credito si posero comunque le premesse per una sua
modernizzazione, con l’avvio di una banca centrale e la realizzazione delle condizioni ambientali per la nascita delle grandi banche moderne.
5. Periodo 1894-1926
5.1. Il ruolo della Banca d’Italia nell’avvio del processo di industrializzazione del
paese
La crisi bancaria del ’93 portò ad una radicale ristrutturazione del sistema
creditizio, con la nascita della Banca d’Italia – che si apprestava ad amministrare gran parte della gestione fiduciaria e a sostenere industrie e banche in crisi –
e la formazione delle due nuove banche settentrionali (Commerciale e Credito
italiano) che andavano a sostituirsi agli istituti liquidati. Accanto a queste due
maggiori, emersero nei primi anni del secolo anche il Banco di Roma e la
Società bancaria italiana. Questa nuova compagine avrebbe gestito il decollo
industriale nel paese, passando attraverso la crisi del 1907, per pervenire allo
scoppio del conflitto mondiale.
Ma il punto di forza della nuova struttura bancaria stava nella posizione
assunta dalla Banca d’Italia. Osserva in proposito Toniolo: “Essa deriva dalla
consapevolezza del ruolo che ormai le compete di garante della stabilità del
sistema finanziario e, indirettamente, anche di quello industriale e dell’intero
processo di sviluppo, grazie a rapporti privilegiati con il governo da un lato e
con le aziende di credito e con il mondo della produzione dall’altro”70.
La crisi del 1907 l’avrebbe vista impegnata in una sorta di battesimo del
fuoco, in un ruolo assai più complesso di quello, altrettanto importante, di prestante di ultima istanza71. Il suo direttore, Bonaldo Stringher72, sollecitato da più
Cfr. G. LUZZATTO, L’economia italiana dal 1861 al 1894, cit., p. 177.
Cfr. G. TONIOLO, Storia economica dell’Italia liberale (1850-1918), Il Mulino, Bologna,
1988, p. 184.
71
Ibidem.
72
F. BONELLI, Bonaldo Stringher: 1854-1930, Casamassima ed., Udine, 1985; AA.VV., Bonal69
70
38
parti ad intervenire a sostegno dell’industria siderurgica, entrata in crisi sia per
fattori di mercato sia per giochi speculativi, si sarebbe rifiutato sino a quando
nel 1911, di fronte ad un possibile collasso di tutto il sistema industriale e finanziario italiano, riuscì a coinvolgere le maggiori banche in un’operazione di salvataggio, che poté avvenire grazie all’appoggio degli istituti di emissione.
Conoscendo bene i limiti di intervento delle grandi banche, Stringher –
nell’imminenza dell’entrata in guerra del paese – decise di dotare permanentemente l’istituto di via Nazionale di un braccio operativo a supporto di banche
e imprese, costituendo nel 1914 il Consorzio per sovvenzioni su valori industriali (Csvi)73.
Anche per questo periodo, un contributo significativo alla conoscenza dell’attività e del ruolo della banca centrale è stato portato dalle ricerche pubblicate nella Collana storica dell’istituto centrale. Ricordiamo in particolare i due
volumi di raccolte documentarie curati l’uno da F. BONELLI, La Banca d’Italia
dal 1894 al 1913. Momenti della formazione di una banca centrale, Laterza, RomaBari, 1991, e l’altro da G. TONIOLO, La Banca d’Italia e l’economia di guerra,
1914-1919, cit. (Serie Documenti, Voll. IV e V). Per una conoscenza più “interna” dell’attività dell’istituto, si rinvia al saggio di A.M. CONTESSA, A. DE MATTIA,
L’evoluzione dei compiti e dell’organizzazione della Banca d’Italia, 1893--1947, Laterza, Roma-Bari, 1993, ospitato nel Vol. IV della Serie Contributi.
5.2. Le banche miste e il credito industriale
La messa in liquidazione del Credito mobiliare e della Banca generale aveva
creato un vuoto nell’ambito del finanziamento alle iniziative imprenditoriali di
medio e lungo termine e dei collegamenti con i centri dell’altra banca internazionale, vuoto che in qualche modo avrebbe dovuto essere colmato. Senza sviluppare troppi contatti con il modo finanziario italiano, un gruppo di banche tedesche,
unite ad alcune austriache e svizzere, promosse nell’ottobre 1894 a Milano la costituzione di un nuovo istituto, la Banca commerciale italiana74. Alcuni mesi più
do Stringher e i problemi del finanziamento all’industria in Italia, Cassa di Risparmio di Udine e
Pordenone, Udine, 1986; BANCA D’ITALIA, Archivio storico, F. BONELLI, B. STRINGHER JR. (a cura
di ), Carte Stringher, Ministero per i beni culturali e ambientali, Ufficio centrale per i beni archivistici, Roma, 1990.
73
Maggiori dettagli si vedano in: A.M. BUSCAINI, P. GNES, A. ROSELLI, Origini e sviluppo del
Consorzio per Sovvenzioni su Valori Industriali durante il governatorato [?] Stringher, in “Bancaria“, a. XLI (1985), n. 2, pp. 154-173. Si veda anche: G. TONIOLO (a cura di), La Banca d’Italia e
l’economia di guerra, 1914-1919, Laterza, Roma-Bari, 1989, pp. 29-30.
74
Cfr. A. CONFALONIERI, Banca e industria in Italia 1894-1906, cit., vol. II, pp. 17-35.
39
tardi, un altro gruppo di banchieri tedeschi, con il concorso di colleghi italiani
e svizzeri, apportò nuovi capitali alla Banca di Genova, che modificò il proprio
nome in Credito italiano75. Nel giro di un paio di anni, l’istituto ligure assistette ad una diversificazione del proprio azionariato, con l’ingresso di gruppi francesi e belgi e il disimpegno dei tedeschi. Le due nuove banche raccolsero la tradizione delle precedenti, assorbendone parte del personale e della clientela.
Accanto alla Commerciale e al Credito, che nel giro di pochi anni assunsero una dimensione rilevante, vennero sviluppandosi altri due istituti che si indirizzarono in attività di intermediazione di tipo misto: il Banco di Roma e la
Società bancaria italiana. Costituito nel 1880 su iniziativa di un gruppo di nobili romani, l’istituto capitolino aveva assunto quasi subito la gestione delle finanze papaline. Superata la crisi degli scandali bancari, si era orientato al finanziamento di iniziative agricole ed industriali localizzate per lo più nell’Italia centrale76.
La Società bancaria italiana era nata invece nel 1898 dalla trasformazione
della banca privata ambrosiana Ditta Figli Weill-Schott e C. in Società bancaria
milanese, per opera di un gruppo di banchieri ed industriali lombardi. Nel
1904, allorquando rilevò gli affari del Banco di sconto e sete in liquidazione,
assunse la nuova denominazione sociale di Società bancaria italiana, che conservò sino al 1914 quando – fondendosi con la Società italiana di credito provinciale – prese la ragione sociale di Banca italiana di sconto77.
Le banche miste italiane – che si rifacevano ad un modello sperimentato
con successo in Germania – differivano dalle banche di credito mobiliare d’intonazione francese sotto due profili. Dal lato della raccolta, erano molto più
attente a dotarsi di una rete territoriale diffusa per un rastrellamento capillare
del risparmio; dal lato degli impieghi, non tralasciavano le normali operazioni
bancarie (sconto di effetti, anticipazioni di conto corrente) per applicarsi principalmente a quelle attinenti gli investimenti finanziari78.
Ibidem, pp. 35-41.
La costituzione del Banco di Roma e gran parte delle sue vicende come banca mista sono
state trattate da LUIGI DE ROSA in due tomi dal titolo: Storia del Banco di Roma. Il 1° volume va
dalle origini sino al 1911, ed è stato edito dal Banco di Roma, Roma, 1982. Il 2° volume è dedicato al periodo 1911-1928, e anch’esso è stato pubblicato dal Banco a Roma, nel 1983.
Segue un 3° volume scritto da GABRIELE DE ROSA e incentrato sugli anni 1929-1955 (Banco
di Roma, Roma, 1984). Un contributo allo studio dell’istituto è stato portato anche da SALVATORE SASSI con il lavoro: La vita di una banca attraverso i suo bilanci. Il Banco di Roma dal 1880 al
1933, Il Mulino, Bologna, 1986.
77
F. BONELLI, nel volume La crisi del 1907, cit., dedica alcune pagine alla storia della Società
bancaria italiana nei suoi primi anni di attività. Si vedano – in proposito – le pp. 29-38.
78
Cfr. V. ZAMAGNI, Dalla periferia al centro. La seconda rinascita economica dell’Italia, 18611990, Il Mulino, Bologna, 1990, p. 194.
75
76
40
Pertanto la banca mista era una banca e non una holding industriale, la
quale si dedicava al sostegno finanziario di medio – lungo termine delle imprese per poter sviluppare ed ampliare il tradizionale lavoro bancario di breve termine. Solo in pochi casi, le banche miste attuarono in proprio dalle strategie
industriali e cercarono di portarle a termine a qualunque costo: questo avvenne
– all’inizio del secolo – per il settore elettrico e per quello siderurgico, e – negli
anni successivi alla rivalutazione – per un maggior numero di settori. Si ritiene,
complessivamente che in assenza di una classe imprenditoriale dotata di larghi
mezzi finanziari e disposta ad impiegarli nella nascente industria, in mancanza
di un sistema bancario più ampio e articolato capace di coinvolgere consistenti
capitali verso i nuovi settori emergenti, molti dei quali capital-intensive, le banche miste abbiano svolto un ruolo determinante nel sostenere lo sviluppo manifatturiero del paese79.
La crisi industriale del 1906 – 1907 mise in evidenza sia i pregi ma soprattutto i limiti della banca mista, in particolare la sua difficoltà a gestire le fasi
recessive del ciclo. Bonelli nota che “non furono all’altezza della loro posizione
e dei loro compiti“ non solo per l’“imprudente condotta sui mercati finanziari”
ma anche perché “alle prime difficoltà (cercarono) di trasferire sugli istituti di
emissione funzioni che a questi non competevano nel finanziamento delle
imprese”80.
Superata con notevoli difficoltà la fase recessiva – una delle grandi banche,
la Società bancaria italiana, sopravvisse grazie ad un intervento di sostegno
posto in atto da un consorzio di salvataggio composto da Comit, Credit e alcuni istituti privati e guidato dalla Banca d’Italia – , le banche miste proseguirono
nella loro attività di finanziamento all’industria nazionale. La Banca commerciale continuò nel suo sostegno alle imprese metallurgiche, meccaniche, cantieristiche, elettriche, privilegiando nettamente questo settore, nel quale sostenne
la Edison e la Sviluppo che divennero due grandi società capogruppo di altre
aziende elettriche. Notevole fu poi l’impegno della Commerciale in iniziative
economiche all’estero, tra le quali spiccava la presenza in alcune banche straniere (Banco commerciale italo – brasiliano, Banque commerciale tunisienne,
Banca della Svizzera italiana)81.
Ibidem, pp. 195-197.
Cfr. G. TONIOLO, Storia economica dell’Italia liberale, cit., il quale riprende osservazioni di
F. BONELLI tratte da: La crisi del 1907, cit., p. 155.
81
Un’esposizione dettagliata delle vicende della Commerciale nel primo quindicennio del
secolo è stata effettuata da A. CONFALONIERI in: Banca e industria in Italia 1984-1906, cit., vol.
III, totalmente dedicato all’attività dell’istituto di piazza della Scala e in Banca e industria in Italia dalla crisi del 1907 all’agosto 1914, cit., vol., I, pp. 361-537.
La presenza di “uomini” della Commerciale in alcune importanti aziende italiane del perio79
80
41
Il Credito italiano era presente negli stessi comparti in cui operava l’istituto di piazza della Scala, anche se con impieghi di minore rilevanza. Il Credito
era maggiormente presente nella chimica, siderurgia, produzione dello zucchero e nell’elettricità. Dopo la crisi del 1907, iniziò a collaborare con la Commerciale, tant’è vero che molti salvataggi – tra cui quello della siderurgia del 1911
– vennero effettuati congiuntamente82. Come già accennato, il Banco di Roma
operò prevalentemente nelle regioni dell’Italia centrale, sostenendo iniziative agricole e industriali locali. Per riuscire a penetrare nell’area del triangolo industriale,
aprì una filiale a Torino nel 1901 e acquisì nel 1905 una partecipazione del Banco
di Liguria di Genova. Trovando tuttavia difficoltà ad effettuare degli impieghi
redditizi e sicuri all’interno, puntò verso il bacino del Mediterraneo: nel 1904 aprì
una filiale ad Alessandria d’Egitto, e poi a Malta, Costantinopoli, Tripoli, Bengasi, Barcellona e Tarragona. Nel 1911, a causa della guerra di Libia, ma anche dall’ostilità della finanza francese e inglese verso una sua maggior penetrazione nell’Africa settentrionale, si verificò una crisi dell’istituto capitolino, che dovette
essere salvato con un intervento finanziario della rete delle banche cattoliche realizzato tramite il loro istituto centrale, il Credito nazionale83. Un’altra banca che
visse una vita stentata fu la Società bancaria italiana. Nonostante l’acquisizione che
attuò delle filiali piemontesi del Banco di sconto e sete in liquidazione, non riuscì
mai a dotarsi di un adeguato bacino di raccolta del risparmio, né riuscì ad intrattenere dei validi rapporti con istituti stranieri. È così la crisi del 1907 la travolse, e
sarebbe senz’altro fallita se non fosse intervenuto Stringher a salvarla costituendo
un consorzio interbancario di sostegno84. L’intervento di supporto alla siderurgia
del 1911 apportò notevoli vantaggi alla Società bancaria italiana, in quanto era
notevolmente immobilizzata nel settore. Dopo un accordo di collaborazione con
la banca francese Louis Dreyfus, pervenne finalmente alla fusione con la Soc. di
credito provinciale, dando origine alla Banca italiana di sconto85.
do è stata evidenziata da F. PINO PONGOLINI, Sui fiduciari della Comit nelle società per azioni
(1898-1918), in “Rivista di storia economica” a. VIII (1991), n. unico, pp. 115-148.
82
Anche nel caso del Credito italiano, colui che ha studiato più in profondità le sue vicende aziendali è stato A. CONFALONIERI. Del docente milanese, si vedano in argomento: Banca e
industria in Italia 1894-1906, cit., vol. II, pp. 283-462; Banca e industria in Italia dalla crisi del
1907, cit., vol. I, pp. 291-358. Per gli anni successivi al 1914, si rinvia al seguente contributo del
medesimo autore: Considerazioni sull’esperienza del Credito Italiano, 1914-1933, di AA.VV., Il
Credito Italiano e la formazione dell’IRI, Scheiwiller ed., Milano, 1990.
83
Per una trattazione sistematica ed esauriente delle vicende del Banco nel primo quindicennio del secolo si rinvia a: L. DE ROSA, Storia del Banco di Roma, cit., vol. I, pp. 115-304; vol.
II, pp. 7-45.
84
Cfr. F. BONELLI, La crisi del 1907, cit., pp. 93-138.
85
Sulla nascita della Banca Italiana di sconto, si rinvia a: E. GALLI DELLA LOGGIA, Proble-
42
Nel periodo che stiamo esaminando, fecero capolino le prime società finanziarie nella storia del nostro paese. Si trattava di enti dotati di notevoli risorse
finanziarie che non provenivano né dalla raccolta di depositi, né dai trasferimenti interbancari, cioè non da processi di intermediazione finanziaria. Tali enti
impiegavano le loro disponibilità in titoli azionari – acquisendo talvolta il controllo delle imprese partecipate – o in obbligazioni private e pubbliche. Com’è
noto, con legge 22 aprile 1905 lo stato si assunse l’esercizio delle ferrovie di sua
proprietà e sino a quella data esercitate dalle concessionarie Mediterranea,
Adriatica e Sicula. Con una successiva legge del 15 luglio 1906 fu sancito il
riscatto delle ferrovie rimaste in proprietà alle Meridionali. Quest’ultima impresa ferroviaria (denominata anche Bastogi, dal nome del suo fondatore) beneficiò di un rilevantissimo indennizzo che destinò in investimenti industriali in
campo meccanico e soprattutto elettrico. Anche la Mediterranea utilizzò gli
indennizzi pubblici per impieghi ferroviari, meccanici ed elettrici86.
Nel corso della prima guerra mondiale, la più importante impresa elettrica
del paese – la Edison di elettricità – venne assumendo un ruolo di società finanziaria, come ha efficacemente illustrato Giorgio Mori nel suo saggio sulle “guerre parallele”87. E così, nei primi anni Venti, il panorama finanziario del nostro
paese si era arricchito di queste nuove istituzioni economiche, le società finanziarie o holdings, che avrebbero avuto nel tempo un ruolo fondamentale nel
finanziare lo sviluppo industriale del paese88.
mi di sviluppo industriale e nuovi equilibri politici alla vigilia della prima guerra mondiale. La fondazione della Banca Italiana di Sconto, in “Rivista storica italiana”, a. LXXXII (1970), pp. 824886; A.M. FALCHERO, Banchieri e politici. Nitti e il gruppo Ansaldo-Banca di Sconto, in “Italia contemporanea”, a. XXXIV (1982), n. 146-147, pp. 67-92. Si veda anche della stessa autrice: La
Banca italiana di sconto, 1914-1921. Sette anni di guerra, F. Angeli, Milano, 1990, alle pp. 18-68.
86
Sulla pubblicizzazione delle ferrovie e sull’impiego degli indennizzi ottenuti dalle società
ferroviarie, si vedano: S. LA FRANCESCA, La statizzazione delle ferrovie e lo sviluppo dell’industria
elettrica in Italia, in “Clio”, a. I (1965), n. 1, pp. 275-306, contributo poi ripreso dallo stesso autore in: La nazionalizzazione delle ferrovie, in P. PECORARI (a cura di), Finanza e debito pubblico in
Italia, cit., pp. 153-182.
Si veda anche il capitolo dedicato da Confalonieri a: Bastogi e Mediterranea. Dalle ferrovie
al finanziamento industriale, in A. CONFALONIERI, Banca e industria in Italia dalla crisi del 1907,
cit., vol. II, pp. 229-299.
87
Cfr. G. MORI, Le guerre parallele. L’industria elettrica in Italia nel periodo della grande
guerra, 1914-1919, in “Studi storici”, a. XIV (1973), n. 2, pp. 292-372, poi ripubblicato in: IDEM,
Il capitalismo industriale in Italia, Ed. Riuniti, Roma, 1977, pp. 141-215.
88
Sulla varia tipologia di società finanziarie che si sono formate nel nostro paese nel periodo compreso tra il primo conflitto e la grande crisi, si rimanda a: S. BATTILOSSI, Banche miste,
gruppi di imprese e società finanziarie (1914-1933), in G. CONTI, S. LA FRANCESCA (a cura di),
Banche e reti di banche, cit., pp. 307-352.
43
Nonostante la crescita abbastanza equilibrata di alcune banche miste, la
nascita di alcune holdings, l’ampliamento dei mercati azionari89, il problema
fondamentale rimaneva comunque quello di dotare il paese di un moderno
sistema di credito industriale. Bisogno che era molto sentito dai contemporanei
– almeno da quelli più avveduti –, come ha ben evidenziato Confalonieri in un
suo contributo sul credito industriale90 nel quale richiamava un dibattito sull’argomento svoltosi nel 191191.
5.3. La presenza di un ampio e diffuso tessuto creditizio
Dal 1890 al 1913 il totale dei depositi bancari raccolti dagli istituti di credito salì da 2.071 a 6.777 milioni di lire. Crebbero anche gli impieghi verso il
settore privato, passando da un rapporto impieghi-depositi pari al 50 per cento
nel 1890 ad uno dell’80 per cento nel 1913, che superava il 100 per cento nelle
banche miste, data la loro consistente capitalizzazione. L’elevata dimensione
degli investimenti che si stavano effettuando nel settore industriale, e particolarmente nei comparti capital-intensive, richiese la disponibilità di consistenti
risorse finanziarie, che poterono essere raccolte attraverso la mobilitazione di
tutta la fitta rete di intermediari presente nel nostro paese, anche in aree scarsamente partecipi al processo di sviluppo92.
Il sistema continuava a fondarsi sulla solida componente delle casse di
risparmio. Esse avevano registrato un rallentamento nella raccolta dei depositi
nel periodo 1895-1906, a causa della concorrenza esercitata dalle casse postali,
da quelle rurali e dalle banche popolari, competitività poi rientrata negli anni
successivi al 190793. In termini dimensionali – con riferimento agli attivi patri-
89
Sugli sviluppi della borsa valori nel periodo qui considerato, si rinvia a: F. CESARINI, Il
ruolo del mercato mobiliare nel primo trentennio del secolo, in “Bancaria”, a. XLI (1985), n. 2, pp.
181-186; e più in generale a: S. BAIA CURIONI, Regolazione e competizione. Storia del mercato azionario in Italia (1808-1938), Il Mulino, Bologna, 1995, pp. 219-305.
90
Cfr. A. CONFALONIERI, Il credito all’industria in Italia prima del 1914, in “Bancaria”, a.
XLI (1985), n. 2.
91
Sulle caratteristiche del finanziamento industriale prima dell’avvio degli istituti speciali, si
vedano: V. ZAMAGNI, Alcune riflessioni sul finanziamento dell’industria in età giolittiana, in P.
PECORARI (a cura di), Finanza e debito pubblico in Italia, cit., pp. 137-152; G. CONTI, Le banche
e il finanziamento industriale, in F. AMATORI et alii, L’industria, Annale n. 15 della Storia d’Italia,
Einaudi, Torino, 1999, pp. 450-480.
92
Cfr. S. LA FRANCESCA, Credito e finanza tra continuità e trasformazioni istituzionali (18611993), di G. CONTI, S. LA FRANCESCA (a cura di), Banche e reti di banche, cit., pp. 61-62; si veda
anche: A. CONFALONIERI, Banca e industria in Italia dalla crisi del 1907, cit., vol. I, pp. 151-288.
93
Cfr. F. COTULA, T. RAGANELLI, Introduzione, in F. COTULA et alii, I bilanci delle aziende di credito 1890-1936, Laterza, Roma-Bari, 1996, pp. 36-39 (CSBI, Serie Statistiche storiche, Vol. III).
44
moniali – la componente casse di risparmio uguagliava nel 1906 quella delle
“società ordinarie di credito”, mentre l’attivo della Cariplo – la più grande
cassa di risparmio italiana – continuava a superare quello della Banca commerciale.
L’autorizzazione concessa ad alcuni vecchi monti di pietà ad esercitare l’attività bancaria con legge 4 maggio 1898 fece sì che alcuni di essi sviluppassero
– accanto all’attività tradizionale – un nuovo impegno in campo creditizio,
organizzando delle nuove, piccole casse di risparmio.
La crisi bancaria del 1893 colpì in modo significativo il movimento delle
banche popolari, per i legami che alcune di esse avevano stabilito con istituti di
maggiori dimensioni. Con l’inizio del nuovo secolo, si assistette alla costituzione di nuove iniziative, molte delle quali si impegnarono a sostenere attività economiche locali. La crisi non ebbe effetti negativi né sulle casse rurali né sulle
casse postali, in quanto sia le une che le altre impiegavano allora gran parte
della raccolta in titoli di stato, le prime in modo diretto, le seconde attraverso il
loro ente centrale, la Cassa depositi e prestiti. Tutti questi istituti minori avevano con il tempo dato origine a dei sistemi creditizi locali, aventi ognuno caratteristiche proprie, che interagivano sia con le attività economiche presenti nel
territorio sia con le banche nazionali di maggior dimensioni, sia con altri istituti appartenenti alla medesima categoria94.
5.4. La guerra, la scalata alle banche e la caduta della Banca italiana di sconto
Nel corso del conflitto aumentò l’importanza degli istituti di emissione sul
complesso del sistema bancario, a causa dell’espansione della circolazione monetaria da essi generata per finanziare la spesa pubblica95, così come aumentò il
Molto ampia è la letteratura esistente sui sistemi creditizi locali. Si vedano i due seguenti
contributi di GIUSEPPE CONTI: Banche e imprese medie e piccole nella periferia italiana (19001939), in F. CESARINI, G. FERRI, M. GARDINO (a cura di), Credito e sviluppo. Banche locali cooperative e imprese minori, Il Mulino, Bologna, 1997, pp. 151-201; Processi di integrazione e reti locali: tipologie del credito e della finanza (1861-1936), in G. CONTI, S. LA FRANCESCA (a cura di),
Banche e reti di banche, cit., pp. 381-436. In quest’ultimo volume si esaminino le seguenti ricerche dedicate a particolari aree territoriali: M. ROMANI alla provincia di Mantova (1866-1933), M.
FORNASARI all’Emilia Romagna (dall’Unificazione alla grande guerra), R. TOLAINI alla Valdinievole (dall’Unità al 1915), G. MORICOLA alla Campania in età liberale, M.G. RIENZO a Napoli tra
età liberale e fascismo.
In proposito, si veda anche: C. BERMOND (a cura di), Banche e sviluppo economico nel Piemonte meridionale in epoca contemporanea. Dallo Statuto albertino alla caduta del fascismo, 18481943, Centro studi piemontesi, Torino, 2001.
95
Cfr. G. TONIOLO (a cura di), La Banca d’Italia e l’economia di guerra, cit., pp. 9-18.
94
45
ruolo finanziario svolto dalle banche di credito ordinario che sostennero l’eccezionale crescita della produzione industriale del paese. Tra queste ultime, la posizione occupata dalle quattro grandi banche miste passò da un già rilevante 75 per
cento dell’attivo totale registrato nel 1914 ad un 90 per cento nel 191896. Ernesto
Cianci, nel suo volume sulla Nascita dello Stato industriale in Italia, osservava in
proposito: “La Banca Commerciale Italiana, il Credito Italiano, la Banca Italiana
di Sconto, il Banco di Roma costituivano un quadrumvirato bancario onnipotente, in ogni zona dell’economia italiana. Esse stavano dietro ad ogni impresa e a
ogni speculazione. Gli azionisti, i depositanti, i clienti delle quattro banche erano
così inconsciamente divenuti soci di una serie svariatissima di aziende”97.
Le dinamiche produttive e finanziarie che si realizzarono nel corso della
guerra portarono ad un mutamento nei rapporti di controllo tra le quattro
grandi banche miste e le principali imprese del paese. Se nel periodo giolittiano
era venuta maturando una sostanziale subordinazione dei gruppi industriali ai
maggiori istituti di credito, dipendenza che era continuata nei primi anni di
guerra, nella fase terminale del conflitto tale rapporto venne in parte capovolgendosi, grazie ai rilevanti processi di accumulazione realizzati dalle imprese
impegnate nella produzione bellica. I settori industriali più avvantaggiati furono la siderurgia, la meccanica, la chimica, l’elettricità e conseguentemente, al
loro interno, venne sviluppandosi una fortissima tendenza alla concentrazione
industriale, con la formazione di grandi gruppi (Ilva, Terni, Ansaldo, Fiat,
Breda, Edison, Montecatini).
Alla fine del conflitto, gli ingenti capitali accumulati dai grandi gruppi
industriali appena ricordati spinsero questi ultimi a tentare di sottrarsi dall’influenza delle banche d’affari, e anche ad avviare vasti piani di investimento
destinati alla riconversione e allo sviluppo. Nel quadriennio 1918-1921 proliferarono molte iniziative industriali e finanziarie, di alcune delle quali do qui sinteticamente conto. La Banca commerciale sostenne – se non promosse – il tentativo di scalata della Edison attuato dall’Ilva di Max Bondi. Sempre nel comparto elettrico, favorì la trasformazione della Società elettrochimica di Pont St.
Martin in Sip, ed il suo successivo lancio sul mercato; promosse il potenziamento dell’Adriatica di elettricità (Sade); tentò la conquista della maggioranza
azionaria delle aziende elettriche liguri Ing. Rinaldo Negri e Officine elettriche
genovesi.
La Società Edison subì – come già ricordato – un tentativo di scalata da
parte dell’Ilva. In quell’occasione allentò definitivamente i rapporti con la ComCfr. V. ZAMAGNI, Dalla periferia al centro, cit., pp. 298-299.
La riflessione è di Ernesto Cianci, brillante manager pubblico, che ha pubblicato nel 1977
il noto volume: Nascita delle Stato imprenditore in Italia, Mursia, Milano. L’osservazione è riportata a p. 20.
96
97
46
merciale e strinse un’alleanza con il gruppo Alsaldo-Sconto. Portò inoltre a perfezionamento la formazione di un suo gruppo aziendale, costituendo le subholdings Cisalpina e Interregionale per il collegamento di molte piccole imprese
elettriche locali.
I fratelli Perrone e Angelo Pogliani, che dirigevano il raggruppamento Ansaldo-Sconto, furono frenetici negli anni del dopoguerra. Dopo aver partecipato alla
difesa della Edison dall’assalto dell’Ilva ed essere entrati in modo rilevante nella
sua compagine sociale, tentarono per ben due volte la scalata della Banca commerciale, senza riuscirvi. Tentarono anche di impadronirsi della Fiat, ma invano.
L’amministratore delegato della società torinese, per evitare in qualche
modo di essere catturato dai Perrone, si mosse – congiuntamente al finanziere
biellese Riccardo Gualino – alla scalata del Credito italiano. L’operazione non
riuscì, tuttavia Agnelli ottenne un posto nel consiglio di amministrazione della
banca milanese. Gualino, insoddisfatto, tentò per almeno altre due volte di
acquisire il pacchetto di maggioranza relativa della banca di piazza Cordusio,
ma senza sortire alcun successo98.
Le due maggiori banche ambrosiane, la Commerciale e il Credito italiano,
allo scopo di difendersi rispettivamente dagli attacchi dei Perrone e di Gualino,
promossero due consorzi di collocamento di gran parte delle loro azioni. Avviati entrambi il 25 marzo 1920, quello della Commerciale assunse il nome di Consorzio mobiliare finanziario (Comofin) e quello del Credito la denominazione
di Compagnia finanziaria nazionale (Cofina). I loro sottoscrittori erano alcuni
azionisti fidati, alcuni amministratori – che impiegavano del denaro proveniente dagli istituti stessi –, alcune imprese finanziate, altre banche collegate, in
modo tale da creare finanziamenti incrociati e occulti che minavano la solidità
patrimoniale degli stessi99.
98
Un’analisi abbastanza approfondita delle manovre finanziarie che si svolsero in Italia nel quadriennio 1918-21 fu svolta da LUIGI EINAUDI in: La condotta economica e gli effetti sociali della guerra italiana, Laterza, Bari, 1933, alle pp. 264-279. Anche Riccardo Bachi svolse delle accurate riflessioni sull’argomento, nei suoi annuari dell’economia italiana: R. BACHI, L’Italia economica nell’anno
1918, a. X, Casa ed. S. Lapi, Città di Castello, 1919, pp. 73-76; IDEM,... nell’anno 1920, a. XII, Città
di Castello, 1921, pp. 83-85; IDEM,...nell’anno 1921, a. XIII, Città di Castello, 1922, pp. 52-57. Il
fenomeno fu anche accuratamente osservato dal giovane Sraffa, che espose le sue pregnanti osservazioni in: P. SRAFFA, The bank crisis in Italy, in “The Economic Journal”, giugno 1922; traduzione italiana in “Fabbrica e stato”, luglio-dicembre 1975, ristampato in F. CESARINI, M. ONADO (a cura di),
Struttura e stabilità del sistema finanziario, Il Mulino, Bologna, 1979, pp. 189-207.
99
Cfr. A. CONFALONIERI, Banche miste e grande industria in Italia 1914-1933, Banca commerciale italiana, Milano, 1994, pp. 64-69. Si tratta del volume I della 3° serie prodotta dal
docente milanese sulle vicende del sistema bancario italiano nell’età delle banche miste. Il II volume della serie, dedicato ai rapporti tra Comit e Credit e le imprese da loro finanziate, è stato pubblicato nel 1997, dopo la morte dell’autore, a cura di Francesco Cesarini.
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Dopo un quadriennio di vicende convulse, la partita si chiuse nuovamente
– come ebbe modo di evidenziare Luigi Einaudi – con l’instaurazione di una
chiara egemonia bancaria100.
Se tale supremazia portò in primo piano le banche milanesi, non altrettanto avvenne per gli altri due istituti misti, che entrarono in quel periodo in una
profonda crisi. La Banca italiana di sconto – che era controllata dai Perrone –
si era esposta oltremisura nel finanziare il gruppo Ansaldo – di proprietà degli
stessi Perrone –. Dopo essere ricorsa più volte al risconto presso la Banca d’Italia, fu sostenuta da un consorzio interbancario per lo smobilizzo delle partecipazioni detenute nell’Ansaldo. Non risultando sufficiente l’apporto finanziario del consorzio, fu lasciata andare in liquidazione il 29 dicembre 1921101. Le
operazioni di liquidazione furono gestite da un neo-costituito istituto, la Banca
nazionale di credito. Anche il Banco di Roma si trovò in uno stato di insolvenza. Dopo essere ricorso più volte al risconto presso la banca centrale, fu salvato da un consistente intervento di questa – realizzato nel novembre 1922 – e
diretto a smobilizzare le partecipazioni industriali e commerciali che avevano
perso una parte rilevante del loro valore102.
Come già si è accennato, Stringher aveva promosso alla vigilia della guerra
la formazione del Csvi. Quest’organismo aveva finanziato nel corso del conflitto alcune imprese, scontando effetti commerciali e sovvenzionando titoli industriali. Dalla fine del 1920, il Csvi fu utilizzato per sostenere banche e imprese
industriali in difficoltà. Nel marzo 1922, aggravandosi lo stato di crisi del sistema economico, fu creata una Sezione speciale autonoma del Csvi, alla quale
furono affidati gli interventi di sistemazione dell’Ansaldo e della Banca di sconto e di salvataggio del Banco di Roma103.
Sul problema dei consorzi, si veda anche il contributo di S. BATTILOSSI, Banche miste, gruppi di imprese e società finanziarie (1914-1933), in G. CONTI, S. LA FRANCESCA (a cura di), Banche
e reti di banche, cit., vol. I, pp. 317-337.
100
Cfr. L. EINAUDI, La condotta economica e gli effetti sociali della guerra, cit., p. 274.
101
Si rinvia in proposito a: A.M. FALCHERO, La Banca italiana di sconto, cit., pp. 227-238.
Per quanto riguarda le vicende del gruppo Ansaldo, il cui eccessivo sviluppo mise in crisi la sua
principale banca finanziatrice, si veda della medesima autrice: La piramide effimera. Il sistema verticale Ansaldo dai primi passi alla distruzione, in Istituto di Storia economica dell’Università di
Torino, Studi in memoria di Mario Abrate, voll. 2, Saste, Cuneo, 1986, pp. 379-410.
102
LUIGI DE ROSA, nel 2° volume della sua Storia del Banco di Roma, cit., illustra in modo analitico sia la situazione di crisi in cui venne a trovarsi l’istituto, sia le soluzioni di salvataggio che furono poste in atto dalla Banca d’Italia su istruzioni del governo. Si vedano in proposito le pp. 299-369.
103
Cfr. A. GIGLIOBIANCO, La Sezione speciale autonoma del Consorzio per sovvenzioni su
valori industriali, in G. GUARINO, G. TONIOLO (a cura di), La Banca d’Italia e il sistema bancario,
1919-1936, Ed. Laterza, Roma-Bari, 1993, (CSBI, Serie Documenti, Vol. VII), pp. 171-187. Nel
48
Nel quadro della realizzazione di nuovi istituti creditizi specializzati in particolari operazioni di lungo termine, nel settembre 1919 fu creato il Consorzio
di credito per le opere pubbliche (Crediop). Progettato da uno stretto collaboratore di Nitti, Alberto Beneduce, l’istituto si proponeva di finanziare la realizzazione delle grandi opere pubbliche con l’emissione di proprie obbligazioni
che sarebbero state sottoscritte da tutti quegli enti che erano tenuti per legge ad
impiegare parte dei propri risparmi in titoli di stato o di enti equiparati104.
Ricordo, infine, che nel 1919 fu costituita l’Associazione bancaria italiana
(Abi), come organo collettivo di rappresentanza delle banche e dei banchieri
soprattutto nell’ambito dei rinnovi contrattuali e delle vertenze sindacali105.
5.5. Una ripresa economica sostenuta da una vigorosa espansione creditizia
Gli interventi della Banca d’Italia effettuati tramite il Csvi e la sua Sezione
autonoma a favore delle banche e delle imprese per assicurare la tenuta del
sistema avevano immesso una considerevole liquidità nella vita economica. Un
ulteriore incremento di circolazione era stato favorito dalle autorità centrali
dopo la repentina recessione del 1922, al fine di incoraggiare la ripresa produttiva del paese. E poiché l’espansione creditizia era avvenuta in assenza di controlli e di verifiche sul sistema bancario, gli istituti avevano ampliato notevolmente a loro volta l’erogazione del credito. La conseguenza fu la rimessa in
moto del meccanismo economico in presenza di elevati livelli inflazionistici106.
1926 la Sezione autonoma fu trasformata in Istituto di liquidazioni; in proposito si faccia riferimento a: M. COMEI, La regolazione indiretta. Fascismo e interventismo economico alla fine degli
anni Venti: l’Istituto di liquidazioni, 1926-1932, Esi, Napoli, 1998.
104
Sulle vicende costitutive del Crediop si rinvia a: L. DE ROSA, Banche e lavori pubblici in Italia fra le due guerre (1919 – 1939). Il Consorzio di credito per le opere pubbliche, Giuffrè, Milano,
1979; P.F. ASSO, M. DE CECCO, Storia del Crediop. Tra credito speciale e finanza pubblica 1920-1960,
Laterza, Roma-Bari, 1994.
105
Cfr. G.F. CALABRESI, L’Associazione Bancaria Italiana, vol. I: 1919-1943, Laterza, RomaBari, 1997.
106
L’argomentazione è stata sviluppata da G. TONIOLO in: Il profilo economico, contributo
ospitato in G. GUARINO, G. TONIOLO (a cura di), La Banca d’Italia e il sistema bancario, cit., pp.
19-42. Una trattazione approfondita è presente anche nell’Introduzione al volume curato da F.
COTULA e L. SPAVENTA: La politica monetaria tra le due guerre 1919-1935, Ed. Laterza, RomaBari, 1993 (CSBI, Serie Documenti, Vol. VIII), alle pp. 24-137.
La CSBI ospita anche alcuni volumi dedicati alla rappresentazione del contesto finanziario
internazionale all’interno del quale venne collocandosi il nostro paese. Si vedano in proposito: M.
DE CECCO (a cura di), L’Italia e il sistema finanziario internazionale 1919-1936, Laterza, RomaBari, 1993 (CSBI, Serie Documenti, Vol. VI); P.F. ASSO et alii, Finanza internazionale, vincolo
49
Questa tendenza durò sino alla primavera del 1925, quando De’ Stefani varò
dei provvedimenti restrittivi che produssero un tracollo della borsa e alcuni fallimenti di banche e imprese. Nonostante il manifestarsi di questi primi effetti negativi, era evidente che, per portare sotto controllo l’inflazione in via definitiva,
occorrevano misure più drastiche. Sarebbero state introdotte da Volpi nel 1926 e
’27, nell’ambito di un disegno complessivo di stabilizzazione della lira sui mercati
interni e di rivalutazione nell’ambito di quelli internazionali. La prima metà degli
anni Venti fu caratterizzata quindi da una crescita generalizzata degli istituti bancari, interrotta qua e là da qualche eclatante fallimento.
Un notevole sviluppo ebbero la Commerciale e il Credito107, seguite da altre
banche miste, quali il risanato Banco di Roma, la Banca nazionale di credito, la
Banca agricola italiana, controllata dal finanziere biellese Riccardo Gualino108.
Era anche ripresa la costituzione di nuovi istituti di credito speciale, diretti a finanziare con criteri più equilibrati alcuni importanti settori della vita economica del paese. Beneduce promosse nel 1924 la formazione dell’Istituto di
credito per le imprese di pubblica utilità (Icipu), che si proponeva di fronteggiare il fabbisogno di finanziamenti a lunghissimo termine delle società idroelettriche109. A questo ente sarebbero seguiti nel 1928 il Credito navale e nel
1931 l’Istituto mobiliare italiano (Imi).
esterno e cambi 1919-1939, Laterza, Roma-Bari, 1994 (CSBI, Serie Contributi, Vol. III); G.C.
FALCO et alii, La bilancia dei pagamenti italiana 1914-1931. I provvedimenti sui cambi in Italia
1919-1936, Laterza, Roma-Bari, 1995 (CSBI, Serie Contributi, Vol. VI).
107
Cfr. A. CONFALONIERI, Banche miste e grande industria in Italia, cit., pp. 453-634 per la
Comit; pp. 653-802 per il Credit.
108
Gualino assunse il controllo della Banca agricola italiana nel 1921, rilevandola da una
cordata di finanzieri milanesi, bolognesi e genovesi che l’aveva acquistata un anno prima dal banchiere piemontese Angelo Cravario. Negli anni successivi, l’uomo d’affari biellese utilizzò la
Banca agricola come ente collettore di depositi da destinare quasi esclusivamente al finanziamento delle sue attività industriali (le principali erano rappresentate dalla Snia viscosa, Unione italiana cementi, Unica), delle sue speculazioni borsistiche e del suo mecenatismo e collezionismo
d’arte. Il rapporto che Gualino stabilì tra Banca agricola e attività industriali di sua proprietà era
simile a quello instaurato alcuni anni prima dai fratelli Perrone tra Banca italiana di sconto e
gruppo Ansaldo.
La crisi in cui venne a trovarsi la Snia viscosa nel biennio 1927-28 assorbì ulteriori risorse della
Banca agricola, al punto di portarla sull’orlo del dissesto. I ripetuti interventi del neo-costituito Ufficio di vigilanza della Banca d’Italia imposero un riequilibrio dell’istituto, la mancata attuazione del
quale portò alla messa in liquidazione della banca torinese e all’invio al confino di Gualino.
Maggiori riferimenti sono presenti in: C. BERMOND, Tra libero mercato e mercato regolato. Le
vicende della Banca agricola italiana nell’ambito del gruppo Gualino (1921-1931), in G. CONTI, T.
FANFANI (a cura di), Regole e mercati, cit., pp. 317-369.
109
Le vicende relative alla nascita e al funzionamento dell’Icipu sono descritte da P. BARATTA in: Alberto Beneduce e la costituzione e la gestione del Credip e dell’Icipu, in AA.VV., Alberto
Beneduce e i problemi dell’economia italiana del suo tempo, Edindustria, Roma, 1985, pp. 53-62.
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Con la promulgazione delle leggi sul credito del 1926-27, la Banca d’Italia
accentrava presso di sé il servizio di emissione dei biglietti e acquisiva contemporaneamente vasti poteri di controllo e di ispezione sugli istituti bancari, istituendo un proprio servizio di vigilanza. In questo modo si avviava a diventare
una banca centrale a tutti gli effetti, dotata di un notevole prestigio e di un’ampia autonomia, tanto che di lì a poco avrebbe assunto dei nuovi connotati organizzativi. Le leggi sul credito attuarono quindi “un primo importante tentativo
di ricondurre le imprese bancarie nell’alveo di un paradigma unitario di comportamento, sottoponendo l’imprenditore a uno statuto speciale incentrato
soprattutto su norme di etica economica”110.
110
Cfr. F. BELLI, V. SANTORO, La legislazione economico-finanziaria del periodo fascista, in G.
CONTI, T. FANFANI (a cura di), Regole e mercati, cit., p. 427.
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