SOMMARIO n. 94 - Centro Studi Cinematografici

Commenti

Transcript

SOMMARIO n. 94 - Centro Studi Cinematografici
SOMMARIO
n. 94
Anno XIV (nuova serie)
n. 94 luglio-agosto 2008
Animanera .............................................................................................
8
Black House ..........................................................................................
12
Burn After Reading – A prova di spia ..................................................
20
00165 ROMA - Via Gregorio VII, 6
tel. (06) 63.82.605
Sito Internet: www.cscinema.org
E-mail: [email protected]
Aut. Tribunale di Roma n. 271/93
Cavaliere oscuro (Il) ..............................................................................
6
Cronache di Narnia (Le) – Il Principe Caspian ...................................
9
Doomsday – Il giorno del giudizio ........................................................
39
Abbonamento annuale:
euro 26,00 (estero $50)
Versamenti sul c.c.p. n. 26862003
intestato a Centro Studi Cinematografici
Fabbrica dei tedeschi (La) ....................................................................
40
Giorno perfetto (Un) ..............................................................................
36
Io vi troverò ............................................................................................
19
Love Guru (The) ....................................................................................
4
Machan – La vera storia di una falsa squadra .......................................
34
Matrimonio di Lorna (Il) ........................................................................
2
Nella rete del Serial Killer .....................................................................
27
Ombre dal passato ................................................................................
17
Padroni della notte (I) ...........................................................................
15
Papà di Giovanna (Il) ............................................................................
45
Pa-ra-da .................................................................................................
31
Per uno solo dei miei due occhi ...........................................................
10
Piacere Dave .........................................................................................
16
Postal .....................................................................................................
47
Pranzo di Ferragosto ............................................................................
13
Rocker (The) – Il batterista nudo .........................................................
23
Rogue il solitario ...................................................................................
43
Sangue pazzo .......................................................................................
25
Seme della discordia (Il) .......................................................................
41
Serenity .................................................................................................
30
Setta delle tenebre (La) ........................................................................
33
Sex List – Omicidio a tre ......................................................................
44
Shorooms – Trip senza ritorno .............................................................
24
Shortbus ................................................................................................
21
Solo un bacio per favore .......................................................................
5
Terra degli uomini rossi (La) - Birdwatchers .......................................
28
Tre scimmie (Le) ...................................................................................
11
Tu, io e Dupree ......................................................................................
35
Bimestrale di cultura cinematografica
Edito
dal Centro Studi Cinematografici
Spedizione in abb. post.
(comma 20, lettera C,
Legge 23 dicembre 96, N. 662
Filiale di Roma)
Si collabora solo dietro
invito della redazione
Direttore Responsabile: Flavio Vergerio
Direttore Editoriale: Baldo Vallero
Cast e credit a cura di: Simone Emiliani
Segreteria: Cesare Frioni
Redazione:
Marco Lombardi
Alessandro Paesano
Carlo Tagliabue
Giancarlo Zappoli
Hanno collaborato a questo numero:
Veronica Barteri
Elena Bartoni
Gianluigi Ceccarelli
Chiara Cecchini
Silvio Grasselli
Elena Mandolini
Maria Luisa Molinari
Francesca Piano
Manuela Pinetti
Ivan Polidoro
Giuliano Tomassacci
Stampa: Tipostampa s.r.l.
Via dei Tipografi, n. 6
Sangiustino (PG)
Nella seguente filmografia vengono
considerati tutti i film usciti a Roma e
Milano, ad eccezione delle riedizioni.
Le date tra parentesi si riferiscono alle
“prime” nelle città considerate.
Film
Tutti i film della stagione
IL MATRIMONIO DI LORNA
(Le silence de Lorna)
Belgio/Gran Bretagna/Francia/Italia/Germania, 2008
1° aiuto regista: Caroline Tambour
Operatori: Benoit Dervaux
Suono: Jean-Pierre Duret, Julie Brenta, Thomas Gauder
Interpreti: Arta Dobroshi (Lorna), Jérémie Renier (Claudy Moreau), Fabrizio Rongione (Fabio), Alban Ukaj (Sokol), Morgan
Marinne (Spirou), Olivier Gourmet (l’ispettore), Anton Yakovlev
(Andrei), Grigori Manoukov (Kostia), Mireille Bailly (Monique Sobel), Stéphanie Gob (infermiera), Laurent Caron (detective),
Baptiste Somin (addetto all’obitorio), Alexandre Trocky (dottore), Cédric Lenoir (impiegato di banca), Cécile Boland (dottoressa), Serge Larivière (farmacista), Philippe Jeusette (fabbro),
Sophia Leboutte (madre di Claudy), François Sauveur (fratello
di Claudy), Christian Lusschentier (paramedico), Stéphane Marsin (spacciatore),
Durata: 105’
Metri: 2830
Regia: Luc e Jean-Pierre Dardenne
Produzione: Luc e Jean-Pierre Dardenne, Denis Freyd per Les
Film du Fleuve/Archipel 35/Lucky Red/ Gemini Film/Mogador
Film
Distribuzione: Lucky Red
Prima: (Roma 19-9-2008; Milano 19-9-2008)
Soggetto e sceneggiatura: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne
Direttore della fotografia: Alain Marcoen
Montaggio: Marie-Hélène Dozo
Scenografia: Igor Gabriel
Costumi: Monic Parelle
Produttore esecutivo: Olivier Bronckart
Co-produttore: Andrea Occhipinti
Produttori associati: Arlette Zylberberg, Sabine de Mardt,
Christoph Thoke
L
orna è una giovane immigrata albanese che ha ottenuto la cittadinanza belga sposando Claudy,
un drogato che tenta di sfuggire alla dipendenza. Lorna divide le sue giornate fra
una lavanderia, ove stira abiti, e un minuscolo appartamento, ove tenta di sfuggire alle pressanti richieste d’aiuto di
Claudy, in crisi d’astinenza e disperato.
Lorna sembra rispondere con freddezza e
noncuranza al bisogno d’amore di Claudy e progetta nel contempo con Fabio,
tassista e organizzatore di traffici illgali,
di uccidere Claudy con un’overdose. Il
ragazzo drogato continua a chiedere la
sua presenza anche per essere salvato dall’assedio dei pusher, ma Lorna gli ricorda di averlo sposato solo per danaro.
Claudy è scosso da un tremito doloroso e
lei gli compera in farmacia un calmante.
Nel frattempo, telefona al fidanzato, che
viaggia come autrasportatore illegale fra
Italia e Germania. Lorna comincia con
piccoli gesti a mostrare solidarietà e vicinanza nei confronti di Claudy, che fa
ricoverare in ospedale in un reparto per
tossici e che poi assiste. Cerca di convincere Fabio a non ucciderlo proponendogli di ottenere il divorzio per tornare libera. In effetti la sua cittadinanza belga
dovrà servire per un altro matrimonio
“bianco” con un mafioso russo, che lo
pagherà con una grossa somma. Lorna
incontra di nascosto il fidanzato Sokol,
con cui progetta con i soldi guadagnati
di acquistare un bar. Contro il parere di
2
Fabio si ferisce da sola alle braccia per
denunciare il marito per percosse e ottenere quindi il divorzio. A causa della
mancanza di testimoni, il tentativo fallisce, così in ospedale chiede a Claudy di
picchiarla in pubblico offrendogli del danaro per ottenere il divorzio. Di fronte alla
sua titubanza, si procura una taglio con
una testata contro uno spigolo e scrive al
giudice per ottenere la sentenza di divorzio, contro il parere di Fabio, che teme
che la polizia scopra l’inganno. Claudy,
dopo un periodo di disontossicazione, viene dimesso dall’ospedale, torna nell’appartamento ove prepara la cena da consumare con Lorna. Ma è arrivata la lettera del giudice che le concede il divorzio.
Lorna esce per comunicarlo a Fabio che
finge di aver chiesto al mafioso russo un
mese di attesa dal matrimonio concordato. Al ritorno nell’appartamento, trova
uno spacciatore. Per evitare che Claudy
si faccia dare una dose, caccia l’uomo e
butta via la chiave dell’appartamento per
impedire al ragazzo di uscire. Si offre poi
a Claudy in risposta al suo bisogno
d’amore. I due si uniscono in un abbraccio disperato. Il giorno dopo Claudy acquista una bici e si mette a pedalare “per
non pensare alla droga”. Ma il ragazzo
scompare e Lorna ne ritrova il corpo all’obitorio. Scopre che Fabio l’ha fatto
uccidere con un’overdose, come prevedeva il progetto originario. La polizia insospettita la interroga circa la coincidenza
fra la sentenza del divorzio e la morte per
overdose. Lorna abbandona il luogo dove
viveva con Claudy e va a offrire alla madre del morto del danaro, ma viene allontanata dal fratello.
Film
Tormentata dal rimorso, chiama il fidanzato, da cui non si fa toccare, e visita con lui dei possibili locali in vendita
da trasformare nel loro bar progettato.
Incontra due emissari del mafioso russo
che controllano i suoi documenti d’identità belga e che anticipano a Fabio la
cifra pattuita per il matrimonio. Mentre
visita un appartamento dove aprire il bar,
si sente male e scopre di essere incinta.
Si reca in ospedale per abortire, ma è
disperata e incerta sul da farsi. Va poi
in banca per depositare il danaro dell’assistenza pubblica di Claudy a nome
del nascituro. Comunica a Fabio la sua
gravidanza, ma questi vorrebbe farla
abortire perché teme problemi con i russi. Infatti quando incontra il futuro nuovo marito, Andreï, questi rifiuta l’idea di
dover mantenere un figlio. Fabio, a sua
volta, si arrabbia di fronte alla prospettiva che l’affare sfumi e la spinge all’aborto. In ospedale l’ecografia rivela
che la gravidanza è inesistente, ma Lorna insiste nella sua convinzione di essere incinta.
Fallito il matrimonio con Andreï,
Lorna ritira in banca il danaro (concesso in prestito) che sarebbe dovuto servire per l’apertura del bar, pagando una
forte penale, e restituisce a Fabio l’anticipo avuto. Sokol ritira la propria parte
di compartecipazione al progetto e abbandona la fidanzata. Fabio lascia Lorna nelle mani del suo aiutante Spirou,
che la porta via in macchina per eliminarla. Ma la donna lo stordisce con una
pietrata in testa e si inoltra in una foresta. Mentre vaga alla ricerca di un riparo, parla al bambino che pensa di avere
in grembo e gli promette di proteggerlo.
Trova infine una capanna isolata ove si
rifugia accendendo un fuoco nel focolare abbandonato.
L
’improvvida traduzione italiana del
titolo originale, che sposta la dimensione del film da quella simbolica a quella realistico-aneddotica, mi permette di evidenziare come anche attraverso il titolo i Dardenne collochino nella misteriosa essenza dell’animo umano il significato profondo della loro opera. Lorna
appartiene al mondo di coloro che non
hanno parola, destinati al silenzio e all’emarginazione. Ma è nel “silenzio” che
Lorna sviluppa la sua maturazione spirituale e medita il cambiamento della propria vita.
Questo film chiarisce in modo definitivo quale fosse il progetto umanistico iniziato con La promesse. Essi narrano la
Tutti i film della stagione
difficile liberazione dal bisogno e dalla
disperazione dei poveri verso una trasformazione utopica della propria esistenza.
Superando retorica, colpevoli buonismi
e trappole ideologiche insite nell’analisi
di classe della nostra società, oggi insufficiente, essi ci trasmettono l’idea radicale che la salvezza può nascere solo
fra diseredati. Ne La promesse, Igor rompe la legge del padre fuggendo con
un’africana e un bambino, in Rosetta
Riquet aiuta la protagonista a rialzarsi
rinunciando alla vendetta, ne Il figlio
l’educatore falegname Olivier perdona il
giovane assassino del figlio, in L’enfant
Bruno recupera il bambino perduto e
decide di redimersi consegnandosi alla
polizia. La speranza è affidata oltre che
al movimento interno alla persona, anche alla presenza reale e simbolica di
una nuova vita da proteggere e preservare. La figura del bambino qui diventa
ancora più pregnante perché si tratta di
un nascituro che esiste solo nella mente
di Lorna. I Dardenne in questa occasione non hanno temuto di essere didattici,
superando in parte il loro partito preso
estetico che affida all’ambiguità e al non
detto il significato profondo dei loro film.
Nell’ultima sequenza, Lorna dialoga a
lungo con il bimbo che forse ha nel ventre definendo in termini di compensazione la propria azione disperata: “Non ti lascerò morire, ho lasciato morire tuo padre, tu vivrai...”. Il bambino fantasmatizzato acquista una forza simbolica particolare perché è preparato dalla sua origine, dalla morte fuori campo di Claudy,
che il montaggio ellittico non ci mostra.
L’ultima immagine di Claudy è paradossalmente un’immagine di felicità…La
morte oscura di Claudy genera in Lorna
la certezza che egli continuerà a vivere
nel figlio.
I Dardenne raggiungono qui una totale padronanza dei propr i mezzi
espressivi, rinunciando a livello narrativo, a modelli letterari, quali il Dostoevskij citato ne L’enfant, o la Bibbia (l’episodio di Isacco) ne Il figlio. L’ispirazione
del racconto viene colta nella cronaca
nera, sviluppato con una sceneggiatura
complessa e però implacabile nella sua
progressione e concatenazione. La ben
collaudata formula del nascondere e
svelare, trova in Lorna un’illustrazione
che coinvolge l’emotività e la ragione
dello spettatore.
La costruzione dell’inquadratura non
è più affidata a una macchina a mano
che stava addosso e spesso dietro le
nuche dei personaggi, quasi a penetra-
3
re nel mistero della loro psiche (e della
loro solitudine). Il campo dell’inquadratura, priva di movimenti nevrotici e ossessivi, è stavolta più piano e largo, lasciando entrare altri personaggi, i fratelli e gli avversari della protagonista. Il silenzio di Lorna, più chiaramente dei film
precedenti, è un film sulle relazioni possibili fra le persone. Se negli altri film la
rappresentazione era fondata sul rapporto fra campo e fuori-campo, qui i Dardenne restano più a distanza, cercando di
oggettivare i propri personaggi, osservandone in inquadrature larghe gesti e
movimenti.
In questo film, per la prima volta, assistiamo a una scena di nudo e di sesso
esplicito, colmo però di pudore e di dolore.
I due personaggi vincono la propria disperazione in un atto d’amore che è fatto di
pietà e di donazione reciproca.
Anche il montaggio delle immagini
subisce un’evoluzione estetico-morale.
Se all’inizio il racconto è sottoposta a una
sorta di frantumazione del tempo e dello
spazio (come nei precedenti film dei Dardenne la definizione dell’identità dei personaggi è affidato unicamente alle loro
micro-azioni), il mutamento psicologico
e coscienziale di Lorna si accompagna
a una maggiore durata, linearità e consequenzialità delle inquadrataure montate. Inizialmente Lorna sembra mostrare indifferenza e disprezzo nei confronti
di Claudy che gli chiede aiuto. La ripetizione ossessiva dell’invocazione d’aiuto
provoca in lei il movimento morale. La
sua vicenda si gioca nel capovolgimento fra vero e falso: Lorna trasforma in vero
un matrimonio falso e scopre poi la falsità nei suoi rapporti con Sokol e con Andreï.
Il racconto è dominato dalla presenza
costante del danaro che regola tutti i rapporti fra i personaggi. Basti citare l’ inquadratura che apre il film, in cui Lorna deposita il primo acconto in banca per l’acquisto del bar, l’interramento del sussidio di
Claudy, la titubanza di Lorna nell’accettare i 1.000 euro di anticipo sul futuro matrimonio con il russo, la penosa spartizione
nel taxi di Fabio di quanto rimane del complotto.
La tragicità della vicenda è compensata dall’amore che i Dardenne nutrono
per la loro protagonista. L’apertura verso
la dimensione spirituale nella vita di Lorna
è sottolineata dalla dolcissima arietta dall’op. 32 per pianoforte di Beethoven, che
chiude il film.
Flavio Vergerio
Film
Tutti i film della stagione
THE LOVE GURU
(The Love Guru)
Stati Uniti/Canada/Germania, 2008
Effetti speciali trucco: Allan Cooke, Neil Morril, Ron Stefaniuk
Supervisore effetti speciali: John MacGillivray
Coordinatore effetti speciali: Rob Sanderson
Supervisori effetti visivi: Allan Magled (Soho VFX), Erik Liles
Coordinatore effetti visivi: Kyle Ware (Hydraulx)
Supervisore costume: Ciara Brennan
Supervisore musiche: John Houlihan
Interpreti: Mike Myers (Guru Pitka/Pitka giovane/Pitka teenager/se stesso), Jessica Alba (Jane Bullard), Justin Timberlake
(Jacques Grande), Romany Malco (Darren Roanoke), Meagan
Good (Prudence Roanoke), Verne Troyer (coach Punch Cherkov), Ben Kingsley (Guru Tugginmypudha), Omid Djalili (Guru
Satchabigknoba), Telma Hopkins (Lillian Roanoke), John Oliver
(Dick Pants), Jessica Simpson, Kanye West, Deepak Chopra,
Rob Blake (se stessi), Manu Narayan (Rajneesh), Jim Gaffigan
(Trent Lueders), Daniel Tosh (cowboy), Rob Gfroerer, Robert
Cohen (nerds), Linda Kash (reporter), Bob Bainborough (assistente coach), Gotham Chopra (Deepak), Suresh John (indiano), Trevor Heins (Pitka giovane), Jaan Padda (Deepak giovane), Sean Cullen (arbitro), Mike ‘Nug’ Nahrgang (fan arrabbiato), Peter Scholier (zio Jack), Shakti Kupil (Sanjay), Graham
Gordy (DJ)
Durata: 87’
Metri: 2400
Regia: Marco Schnabel
Produzione: Michael De Luca, Donald J. Lee jr., Mike Myers
per Goldcrest Pictures/Michael De Luca Productions/Nomoneyfun Films/Paramount Pictures/Spyglass Entertainment
Distribuzione: Universal
Prima: (Roma 1-8-2008; Milano 1-8-2008)
Soggetto e sceneggiatura: Mike Myers, Graham Gordy
Direttore della fotografia: Peter Deming
Montaggio: Lee Haxall, Gregory Perler, Billy Weber
Musiche: Gorge S. Clinton
Scenografia: Charles Wood
Costumi: Karen Patch
Produttori esecutivi: Gary Barber, Roger Birnbaum
Produttori associati: Sean Gannet, Graham Gordy
Direttore di produzione: Jim Powers
Casting: Kathleen Chopin
Aiuti regista: Jeff J. J. Authors, Fatima Palhetas, Penny Charter, Tyler Delben, Kathryn Hughes, Jonnie Katz, Eric S. Potechin, Siluck Saysanasy, Jennifer Zabawa
Operatori: Roger Finlay, Marvin Midwicki, Mark Willis
Operatore steadicam: Gerard Sava
Art director: David G. Fremlin
Arredatore: Gordon Sim
Trucco: Christine Hart, Christopher Pizzerelli, Tricia Sawyer
Acconciature: Jennifer Bower O’Halloran, Robert Ramos
P
er risollevare le sorti del campione della squadra di hockey su
ghiaccio dei Toronto Maple Leafs,
Darren Roanoke, la proprietaria del club
Jane Bullard decide di rivolgersi al famoso guru Maurice Pitka. Pitka ha studiato
in India presso il celebre maestro Tugginmypudha, è seguito da milioni di fedeli
e da uno stuolo di celebrità, tra cui divi
del cinema, della tv e dello sport: egli è
secondo solo al numero uno dei guru, Deepak Chopra, nella risoluzione delle delicate questioni di cuore. Colpito dalla bellezza di Jane, Pitka decide di accettare l’incarico di lavorare per lei. I due partono
per Toronto. La città odia la giovane presidente della squadra di hockey; i tifosi la
ritengono responsabile della mala sorte
che grava sul club dal 1967. Inoltre, il campione Darren Roanoke non brilla più sul
campo perché la sua vita sentimentale è a
pezzi dopo che la moglie Prudence lo ha
lasciato per il “superdotato” campione
francese Jacques Grande, asso della squadra dei L.A. Kings. Pitka consiglia a Darren di seguire il suo metodo detto DRAMA
per vincere la Stanley Cup e riprendersi la
moglie. Innanzitutto, Darren deve risolvere il complesso di inferiorità nei confronti
della madre che ama il figlio solo quando
ha successo. Prudence non sopporta l’idea
che Darren sia così succube della mam-
ma. A una festa, Pitka parla con Prudence
e le dice che l’indomani vuole mostrarle il
nuovo Darren. Il giorno dopo, Darren incontra Prudence che gli chiede se è riuscito a tenere testa alla madre e gli dice che a
lei non importa nulla se non vince la Stanley Cup. Darren si riconcilia con la moglie. Jane chiede a Pitka di restare ancora
per un po’. La squadra dei Leafs vince sei
partite di fila: il settimo match sarà quella
decisivo. I tifosi sono pazzi per il guru Pitka, Jane si congratula con lui e lo saluta.
Ma, il giorno della partita decisiva, la
madre del campione ritrovato Darren Roanoke si presenta allo stadio per cantare
l’inno. D’un tratto il campione inizia a tremare. Alla fine del primo tempo, i Leafs
stanno perdendo e Darren è chiuso nello
spogliatoio in piena crisi. Guru Pitka abbandona l’aeroporto e si precipita allo stadio, va dal campione e lo convince ad affrontare la madre. Darren tiene finalmente testa alla mamma: subito dopo entra in
campo a pochi secondi dalla fine della
partita. Ma ora ci si mette Grande a mettere in crisi Darren: in quel momento Pitka entra nello stadio in sella a un elefante
mettendo in atto uno dei suoi motti. Darren rientra in partita segnando il punto
decisivo e i Leafs vincono la Stanley Cup.
Qualche tempo dopo, Guru Pitka è in India in compagnia della bella Jane final4
mente libero dalla cintura di castità che
indossava da quando aveva dodici anni.
L
’ultima mania modaiola dalle parti
di Hollywood sembra essere proprio quella di avere un “guru”. Un
guru per la moda, uno per il fitness, uno
per la dieta e, sì, anche uno per l’amore.
Eh già, l’India impazza sempre di più
nella mecca del cinema, ora ci mancavano anche questi guru, usciti direttamente
dai loro ashram tempestati di colori vivaci.
Un’ambientazione bollywoodiana tanto
di moda mescolata a una consistente dose
di comicità di grana grossa, ecco in due
parole The Love Guru. Diretto dall’esordiente Marco Schnabel, già regista della seconda unità in film come Ti presento i miei, Mi
presenti i tuoi? e Austin Powers in Goldmember, il film dispensa a piene mani luoghi comuni “spiritualistici” e comicità demenziale, arte in cui il protagonista Mike Myers
è re indiscusso. Il comico, esploso grazie
al mitico Saturday Night Live, poi “fuso di
testa”, poi agente speciale Austin Powers
dal petto ipervilloso, dagli orribili denti giallognoli e dagli occhiali spessi come fondi
di bottiglia, qui fa il mattatore e diventa “Sua
Immensità” guru Pitka, sfoggiando colorati camicioni indiani, lunghe collane, una
chioma sovrabbondante, una lunga barba
e un paio di baffi arricciati all’insù. E tra
Film
un’esecuzione al sitar e una battaglia a
colpi di stracci per pavimenti intrisi di pipì,
il nostro Myers si dà un gran da fare, ma
non bastano una serie di sketch volgarotti
e una sceneggiatura pressoché inesistente a fare una commedia. Non basta neppure una splendida Jessica Alba nei panni della presidentessa della ‘sfigata’ squadra di hockey, una gettonatissima star del-
Tutti i film della stagione
la musica come Justin Timberlake, nelle
vesti (quasi irriconoscibili) del campione
francese superdotato Grande (di nome e
di fatto!) e, udite udite, non basta neppure
aver scomodato il grande Ben Kingsley
proponendogli di fare il verso alla sua indimenticabile interpretazione di Gandhi, affidandogli il ruolo del grande guru indiano,
calvo e dallo sguardo “dinamico”, maestro
del nostro Pitka. Completano la passerella una serie di apparizioni illustri che affollano la “vip room” del guru come Jessica
Simpson, Val Kilmer, Oprah Winfrey. Tutti
alla ricerca del “vero sé”, anche se il primo
ad averlo smarrito sembra essere proprio
il nostro Myers.
Elena Bartoni
SOLO UN BACIO PER FAVORE
(Un baiser s’il vous plaît)
Francia, 2007
Costumi: Florie Vaslin
Aiuti regista: Pierrick Vautier, Virginie Legeay, Guillaume Brac
Supervisore costumi: Florie Vaslin
Interpreti: Virginie Ledoyen (Judith), Emmanuel Mouret (Nicolas), Julie Gayet (Emilie), Michaël Cohen (Gabriel), Stefano Accorsi (Claudio), Frédérique Bel (Câline), Mélanie Maudran (Pénélope), Marie Madinier (Eglantine), Lucciana De
Vogüe (Louise), Jacques Lafoly (cameriere)
Durata: 97’
Metri: 2757
Regia: Emmanuel Mouret
Produzione: Frédéric Niedermayer per Angoa-Agicoa/CNC/K
Films Amerique/Moby Dick Films/Procirep/TPS Star/Arte France Cinéma
Distribuzione: Officine Ubu
Prima: (Roma 9-5-2008; Milano 9-5-2008)
Soggetto e sceneggiatura: Emmanuel Mouret
Direttore della fotografia: Laurent Desmet
Montaggio: Martial Salomon
Scenografia: David Faivre
E
milie e Gabriel si incontrano per
caso a Nantes. L’indomani Emilie dovrà lasciare la cittadina per
ritornare a Parigi e Gabriel si offre di farle
trascorrere una piacevole ultima serata.
Arrivati al commiato, l’uomo cerca di
baciarla, ma lei lo blocca e inizia a raccontargli cosa è successo a due suoi conoscenti, Judith e Nicolas, proprio a causa
di un bacio.
Judith è una ricercatrice felicemente sposata con Claudio e Nicolas è il suo migliore
amico. I due passano molto tempo insieme
chiacchierando e bevendo buon vino. Qualcosa cambia quando, un giorno, Nicolas,
particolarmente depresso, chiede a Judith di
fare l’amore con lui solo per una volta.
L’amica accetta, ma quando si baciano scatta qualcosa che non avevano previsto e si scoprono innamorati. I due le provano tutte per soffocare la passione, ma
più la reprimono più questa cresce.
Judith è molto addolorata per il marito, vorrebbe raccontargli tutto, ma ha paura di farlo soffrire e quindi decide, insieme a Nicolas, di fargli incontrare casualmente un’amica, nella speranza che se ne
innamori rendendola libera di vivere la sua
relazione senza sensi di colpa.
L’escamotage sembra perfetto, ma
Claudio inavvertitamente ascolta una telefonata tra i due amanti e scopre tutto.
Ciononostante non dice nulla e segue il
piano. Quando gli si avvicina la ragazza,
però, non ce la fa a fingere, le urla tutta la
sua rabbia e scappa via.
La giovane, allora, cerca di contattare
Nicolas, ma le rubano il cellulare e impossibilitata a chiamare, si imbarca su un aereo dove lavora come hostess, lasciando i
due amanti all’oscuro di tutto e pieni di
domande.
Dopo qualche giorno di assenza, Claudio torna a casa e fa credere alla moglie
di essersi innamorato di un’altra e di volerla lasciare. Contemporaneamente Nicolas rivede l’amica che gli comunica che
Claudio sa tutto, ma, per amore di Judith,
si farà da parte.
Emilie conclude la storia dicendo che
i due innamorati ora non sono felici, perché consapevoli di aver fatto soffrire con
il loro amore una persona e aggiunge che
ora è lei la moglie di Claudio.
Il racconto, però, non spegne il desiderio di Gabriel di baciarla, Emilie, allora, detta delle regole: concederà il bacio a
patto che lui dopo non dica nulla e se ne
vada per la sua strada. Gabriel accetta, si
baciano, poi lui silenziosamente va via.
I
l cinema ha ampiamente raccontato ogni forma di trasgressione amorosa. Con il tempo ha cercato di
coinvolgere lo spettatore in situazioni sempre più scabrose fino a renderlo assuefatto e desideroso di storie e immagini sempre più estreme.
5
Poi è arrivato un giovane regista, Emmanuel Mouret, che ha scompigliato le
carte in tavola e, in barba ai nuovi modelli
erotici, si è messo a raccontare dell’importanza del “bacio”.
Si potrebbe definirlo quasi un “rivoluzionario”, ma, gratta gratta, il nostro regista non ha nulla di innovativo se non il gusto anacronistico per qualcosa di superato che unito alla lezione di due grandi maestri del cinema come François Truffaut ed
Eric Rohmer (che evidentemente ama
molto) si trasforma in una sinfonia cinematografica affatto deprezzabile.
Solo un bacio per favore è indubbiamente una commedia elegante di quell’eleganza che sfocia nella sublime noia che si
può trovare solo in alcune sale da tè, dove
tutto è volutamente lento, dove ogni parola è soppesata, dove non si beve, ma si
sorseggia. Anche la musica, rigorosamente classica (Tchaikovsky e Mozart per i
momenti più leggeri e Schubert a sottolineare quelli più drammatici), accarezza
questa atmosfera così ovattata e diventa
mezzo per amplificare le emozioni.
La pellicola ha il suo incipit a Nantes,
dove una donna rifiuta inspiegabilmente un
bacio iniziando a raccontare ciò che è accaduto a due suoi conoscenti che hanno
preso alla leggera questa tenera effusione. Da qui, parte un flashback sulla vita di
due grandi amici: Judith e Nicolas.
Quest’ultimo, in piena crisi esistenziale
Film
cerca un conforto momentaneo nella confidente, ma inconsapevolmente accende una
miccia che farà esplodere gli eventi e sconvolgerà la vita di diverse persone.
Mouret lo urla silenziosamente, un
bacio non è mai innocuo, specialmente se
è il primo, perché nel bene o nel male distrugge gli equilibri e non sempre è il preludio di una romantica liaison, piuttosto è
l’anticamera dell’inferno. Dopo un bacio,
infatti, non ci si può tirare indietro, non si
può far finta che non sia avvenuto e ritornare alla normalità. Gli stessi Judith e Nicolas ci provano, ma più cercano di allontanare il pensiero, più questo si ripresenta
con vigore. Poi c’è il senso di colpa, la paura di far soffrire di Judith e l’amore di suo
marito Claudio che diventa quasi sacrificio quando scopre la verità.
Tutti i film della stagione
Dialoghi fluidi ed elaborati, silenzi e
completa assenza di una qualsivoglia volgarità. Ogni azione viene spiegata, illustrata, ogni sentimento sviscerato in un film
che, se non fosse per i piani “all’americana” e per la presenza del nostrano Stefano Accorsi, si potrebbe definire francese
fino al midollo.
Il regista, inoltre, si è concesso il vezzo
di interpretare il protagonista caricandolo
di quelle insicurezze e titubanze tipiche dell’antieroe, una scelta che in patria gli è valsa l’appellativo di “Woody Allen alla francese”. Osservando con attenzione la sua recitazione effettivamente Mouret ha diverse
cose in comune con l’attore-regista statunitense, ma è ancora lontano da quella graffiante arguzia che caratterizza i suoi film.
Protagonista femminile è invece l’in-
cantevole Virginie Ledoyen che, con qualche anno in più, non perde in freschezza,
ma acquista quella giusta maturità che le
permette di reggere egregiamente il ruolo
della moglie tormentata.
A Stefano Accorsi l’ingrato ruolo del
marito tradito, poche battute e recitazione
misurata perfettamente (cosa che sorprende!), adeguata allo stile del film.
Solo un bacio per favore è una pellicola
sostanzialmente valida nella sua piccolezza, che si mantiene costantemente un buon
ritmo nonostante la verbosità e poi ha un
epilogo d’impatto: un primo piano che non
risponde alla domanda iniziale, ma ne crea
di nuove che accompagnano lo spettatore
anche dopo la fine dei titoli di coda.
Francesca Piano
IL CAVALIERE OSCURO
(The Dark Knight)
Stati Uniti, 2008
Acconciature: Kimberley Spiteri, Janice Alexander, Linda Rizzuto, Tim Toth
Supervisore effetti speciali: Chris Corbould
Coordinatore effetti speciali: Don Parsons
Supervisori effetti visivi: Paul J. Franklin, Andrew Lockley
(Double Negative), Ian Hunter (New Deal Studios), Christian Irles (Cinesite), Nick Davis
Coordinatori effetti visivi: E.M.Bowen (New Deal Studios), Shelly Lloyd-James, Toby White, Gina Willis (Warner
Bros.), Danielle Morley (Framestore), William Skellorn (Double Negative), Ana Marie Cruz, Jennifer Middleton, Julie
Verweij
Suono: Jeroen Damen
Supervisori costume: Dan Grace, Turgay Gursoy
Interpreti: Christian Bale (Bruce Wayne/Batman), Heath Ledger (Joker), Aaron Eckhart (Harvey Dent/Due Faccie), Michael Caine (Alfred Pennyworth), Maggie Gyllenhaal (Rachel
Dawes), Gary Oldman (tenente James Gordon), Morgan Freeman (Lucius Fox), Monique Curnen (det. Anna Ramirez), Ron
Dean (det. Wuertz), Cillian Murphy (lo spaventapasseri), Chin
Han (Lau), Nestor Carbonell (Sindaco Anthony Garcia), Eric
Roberts (Salvatore Maroni), Ritchie Coster (il ceceno), Anthony Michael Hall (Mike Engel), Keith Szarabajka (Det. Stephens), Colin McFarlane (commissario Gillian B. Loeb), Joshua Harto (Coleman Reese), Melinda McGraw (Barbara
Gordon), Nathan Gamble (James Gordon Jr.), Michael Vieau
(Al Rossi), Michael Stoyanov (Dopey), William Smillie (Happy), Danny Goldring (Grumpy), Michael Jai White (Gambol),
Matthew O’Neill (Chuckles), William Fichtner (direttore di banca), Olumiji Olawumi (spacciatore), Gregory Beam (compratore di droga), Eric Hellman (Junkie), Beatrice Rosen (Natascha), Nydia Rodriguez Terracina (Surrillo), Andy Luther
(Brian)
Durata: 152’
Metri: 3930
Regia: Christopher Nolan
Produzione: Christopher Nolan, Charles Roven, Emma Thomas per Warner Bros.Pictures/Legendary Pictures/DC Comics/Syncopy
Distribuzione: Warner Bros. Italia
Prima: (Roma 23-7-2008; Milano 23-7-2008)
Soggetto: Christopher Nolan, Davis S. Goyer dai personaggi
del fumetto creati da Bob Kane e Bill Finger
Sceneggiatura: Jonathan Nolan, Christopher Nolan
Direttore della fotografia: Wally Pfister
Montaggio: Lee Smith
Musiche: James Newton Howard, Hans Zimmer
Scenografia: Nathan Crowley
Art director: Simon Lamont
Costumi: Lindy Hemming
Produttori esecutivi: Kevin De La Noy, Benjamin Melniker,
Thomas Tull, Michael E. Uslan
Produttore associato: Karl McMillan
Direttori di produzione: Chen On Chu, Jan Foster, Thomas
Hayslip, Michael Murray, Susan Towner
Casting: Elaine Grainger
Aiuti regista: Julian Brain, Michael T.McNerney, Nilo Otero,
Tom Brewster, Jessica Franks, Clare Glass, Micelle Gonsiorek, Richard Graysmark, Sallie Anne Hard, Glyn Harper, Brandon Lambdin, Sarah McFarlane, Andrei Mannion, Michael
Michael, Gregory J. Pawlik jr., Stefan Rand, Adam Thompson, Paula Turnbull
Operatori: Michael Fitzmaurice, Bob Gorelick
Operatore steadicam: Bob Gorelick
Supervisore art direction: Simon Lamont
Art directors: Mark Bartholomew, James Hambidge, Kevin
Kavanaugh, Steven Lawrence, Naaman Marshall
Arredatore: Peter Lando
Trucco: Peter Robb-King, Sue Robb-King, John Caglione Jr.,
Latrice Edwards, Lisa Jelic, Vicki Vacca
A
Gotham City, il perfido Joker semina il panico: con il suo ultimo
colpo si è impadronito dei cospi-
cui fondi custoditi da una banca comandata dalla mafia. Le autorità cittadine sono
in allarme: il tenente Jim Gordon capo del6
l’Unità Anticrimine della Polizia fa affidamento sul nuovo procuratore distrettuale Harvey Dent. I due, insieme a Batman,
Film
formato un triumvirato che si impegna a
difendere la città dalla nuova ondata di
terrore seminata da Joker. Ormai la malavita controlla la città. I soldi della mafia
stanno per essere trasferiti dal magnate
cinese Lau a Hong Kong. Batman si reca
nella metropoli d’oriente, dove riesce a catturare Lau che, interrogato da Rachel
Dawes, assistente del procuratore Dent,
confessa i nomi dei clienti che depositavano denaro presso di lui. Gordon e Harvey
riescono a catturare ben 549 criminali in
una sola volta. Durante un party a casa
sua, Bruce Wayne celebra il nuovo eroe di
Gotham City, colui che ha messo in gabbia i criminali senza bisogno di una maschera. Harvey è legato sentimentalmente
a Rachel, ex fidanzata di Bruce. Ma Joker
irrompe alla festa, Bruce si traveste da
Batman e lo affronta. Il giorno dopo Joker
minaccia di uccidere il sindaco di Gotham
se Batman non rivelerà la sua vera identità. Batman confessa a Rachel l’intenzione
di costituirsi, ma, durante una conferenza
stampa, Harvey Dent dichiara di essere
Batman e si fa arrestare. Durante il trasferimento in prigione di Harvey, Joker si
mette sulle sue tracce, ma il vero Batman
lo affronta. Dopo un lungo inseguimento,
Joker viene finalmente catturato. Harvey
Dent è il nuovo eroe di Gotham, ma il procuratore e Rachel vengono rapiti. A nulla
valgono i tentativi di interrogare Joker.
Harvey e Rachel sono tenuti prigionieri in
due magazzini collegati a dei barili di carburante. Solo uno di loro riuscirà a salvarsi. Con un telefonata, Joker innesca
l’esplosivo, Rachel muore e Harvey resta
gravemente ferito. Joker riesce a scappare. Disperato e sfigurato, in ospedale, Harvey rifiuta di farsi curare. Joker continua
nel suo piano facendo saltare in aria
l’ospedale di Gotham, ma Harvey è salvo.
Inoltre il pazzo criminale collega due potenti bombe a due navi piene di passeggeri. Il messaggio alla gente è terribile: a
mezzanotte farà saltare tutte e due le navi
a meno che i passeggeri di una non decidano di far saltare l’altra salvandosi. Batman trova Joker. Nel frattempo, sulle due
navi nessuno ha il coraggio di condannare i passeggeri dell’altra imbarcazione.
Batman e Joker si affrontano. Intanto,
Harvey, disperato per aver perso tutto, è
passato dall’altro lato della legalità e sfida Gordon minacciando di uccidere suo
figlio. Arriva Batman che affronta Harvey
provocandone la morte e salva il figlio di
Gordon. Ora Gordon è convinto che qualsiasi possibilità di recuperare la reputazione della città sia morta con Harvey. Per
non consegnare la partita a Joker, Batman
si prende la responsabilità di quelle morti.
Tutti i film della stagione
Nel suo discorso pubblico, Gordon parla
di Dent come dell’eroe di Gotham e dichiara aperta la caccia a Batman. Batman è
l’eroe che la città merita, ma non quello di
cui ha bisogno adesso: non è un eroe ma
un guardiano silenzioso che vigila su
Gotham, un cavaliere oscuro.
D
avvero abbiamo bisogno dei mostri? Davvero per la nostra sopravvivenza abbiamo bisogno
dell’ dell’anormale, del deviato, di ciò che
è fuori dalle righe?
L’ordine e il caos. La ragione e il suo
collasso. Batman e Joker. Il dualismo dell’anno. Cinematografico naturalmente. L’uomo pipistrello che combatte contro la criminalità di Gotham City e la sua nemesi, il
perfido uomo dal volto deformato da un
sinistro ghigno. Chi sono? Due facce della
stessa medaglia? Due metà che si completano l’una con l’altra? Lo stesso Joker
dice all’uomo pipistrello: “Tu completi me,
io non ti voglio uccidere, per loro sei solo
un mostro come me, ti scaricheranno
quando non gli servirai più”. C’è davvero
un labile confine tra chi combatte per il rispetto della legalità e chi vive sfidando
qualsiasi legge e qualsiasi norma di pacifica convivenza? Il pregio maggiore di questo capitolo delle avventure del più famoso uomo pipistrello dei fumetti sembra risiedere proprio qui. Nella sfumata linea di
demarcazione di un dualismo bene-male
eternamente riproposto. E nel suo intricato gioco di raddoppiamenti e sdoppiamenti.
E qui si va ai meriti del regista. Nolan (quello di Memento, Insomnia e The Prestige)
continua l’opera iniziata con il suo precedente Batman Begins e fa di più: demolisce e ri-costruisce qualcosa di completamente nuovo. L’obbligo dello spettatore è
7
quello di cancellare i due Batman di Burton e, ancor di più, i due di Schumacher.
Qui si va in territori oscuri, molto oscuri, a
iniziare dal titolo (e non è un caso che per
la prima volta si sia deciso di cancellare la
parola Batman).
Dualismi, raddoppiamenti, maschere,
tutto è sfumato (anche il trucco di Joker è
tutto sbafato). Tutto si raddoppia. Due maschere, Batman contro Joker, un Joker lontanissimo da quello del primo film di Nicholson, un Joker che rischia di catalizzare su
di sé l’intero film, ma non lo fa, fermandosi
appena un attimo prima. Nel duplice gioco
di specchi cui danno vita Batman e Joker
entra un altro individuo scisso, il bello e
onesto procuratore Harvey Dent (nella galleria dei grandi interpreti va segnalato anche lui, un ottimo Aaron Eckhart, sullo stesso gradino del podio insieme a BatmanBale entrambi un gradino sotto Joker-Ledger) che si trasforma nell’inquietante creatura Two Faces. Bella speranza prima, cupa
disperazione poi. Tutto è ambivalente, anche la sorte, anzi le sorti di tutti gli eroi-nonpiù-eroi. Si è parlato di ventata antieroica
che sta soffiando sul cinema statunitense
(e quest’anno ne vedremo altri di eroi dai
lati oscuri sul grande schermo) e di Joker
come di eroe al rovescio (“un agente del
caos” come ama autodefinirsi). Ma anche
Batman è vicino al rovesciamento, entrano
in crisi le sue certezze, virtù e violenza si
avvicinano fino a confondersi. Anch’esse.
Ed ecco Batman e la sua conversione finale a cavaliere oscuro: “o muori da eroe o
vivrai tanto a lungo da vederti diventare un
criminale”. Batman e Joker. La violenza, la
paura, la vendetta. Siamo dalle parti del
recente vissuto americano.
E, nel gioco dei dualismi, difficile non
notare quello tra Tim Burton, inventore del
Film
primo Batman e Nolan, ideatore della sua
trasformazione in “cavaliere oscuro”. Due
estetiche del cinema diverse ma complementari. Nei suoi due Batman Burton tiene separati bene e male, esterno e interno, superficie e sottosuolo e il soggetto è
un insieme di parti scisse, frammentato, in
un contesto in cui finisce per perdere rilevanza, per lasciare il posto soprattutto a
una dimensione onirica e fiabesca (come
fiabesco è tutto il cinema del folletto Burton). Il soggetto di Nolan no, non è niente
Tutti i film della stagione
di tutto ciò, semmai è confuso e complesso. Se Burton attinge al sogno e alla levità
fiabesca, Nolan percorre i territori dell’incubo.
Questo è cinema che inverte, confonde, scambia, sovrappone, cinema che è
vicino ai nostri incubi. Incubi che emergono da una oscura Dark Night che sembra
senza fine.
Il resto, in primis la ben nota storia della mala sorte che aleggia sul film (dalla morte prematura del ventinovenne Heath Led-
ger avvenuta per un micidiale e misterioso
cocktail di sonniferi e ansiolitici quando il
film era in fase di post-produzione, all’arresto del protagonista Christian Bale per
aggressione alla madre e alla sorella, all’incidente stradale occorso al veterano
Morgan Freeman) è pura cronaca che
qualcuno ha voluto trasformare in leggenda tinta di nero. Ma questo è solo battage
pubblicitario.
Elena Bartoni
ANIMANERA
Italia, 2006
Suono: Alfonso Montesanti
Interpreti: Antonio Friello (Enrico Russo), Giada Desideri
(dott.ssa Anna Polito), Luca Ward (commissario Masciandaro),
Domenico Fortunato (magistrato), Eljana Nikolova Popova (Fabiana Russo), Enzo Castaldo (uomo dell’incubo), Ettore Belmondo (papà di Andrea), Nela Lucic (Tamara), Marco Simeoli
(Pilade), Bruno Governale (avvocato Lucarini), Luigi Santoro
(Andrea), Elisabetta Cavallotti (mamma di Andrea), Luis Molteni (professore), Loredana Giordano, Valerio Santoro
Durata: 95’
Metri: 2600
Regia: Raffaele Verzillo
Produzione: Marco Verzillo per Scripta Progeda S.R.L.
Distribuzione: Medusa
Prima: (Roma 29-8-2008; Milano 29-8-2008) V.M.: 14
Soggetto e sceneggiatura: Raffaele Verzillo, Pier Francesco Corona
Direttore della fotografia: Giovanni Brescini
Montaggio: Elisabetta Marchetti
Musiche: 16 BIT
Scenografia: Fabrizio De Luca
Costumi: Luciana Morosetti
R
oma. Un magistrato, il commissario Masciandaro e la psichiatra Anna Polito sono sulle tracce
di un mostro che violenta e uccide bambini. Sei bambini in un anno sono stati trovati morti, chiusi in sacchi di plastica senza nessuna impronta. Il mostro è Enrico
Russo, rispettabile amministratore di condomini e marito affettuoso. Egli sceglie con
cura le sue vittime, entrando in confidenza con i bambini che finisce per rinchiudere in gabbia e violentare. La dottoressa
Polito è convinta che si debba indagare il
lato umano del mostro, trattandosi di un
uomo con forti disturbi psichici. Il commissario ha un diverso atteggiamento, convinto che i pedofili non siano malati mentali, ma solo bestie. Intanto Russo resta
colpito da Andrea, un bambino di sette
anni, figlio di genitori benestanti ma spesso assenti. Nel frattempo, la polizia ha catturato un individuo sospetto, il signor Pilade, sorpreso a fare foto davanti a una
scuola e nella cui auto sono state trovate
centinaia di foto. Pilade confessa il nome
del suo committente. Il commissario fa irruzione a casa dell’uomo, un rispettabile
professore. Intanto Russo fotografa Andrea
davanti alla sua scuola. Il giorno dopo, il
mostro avvicina la sua vittima. Il piccolo
si fida di quello sconosciuto e gli mostra i
suoi disegni, ma all’arrivo della babysitter, Russo sparisce. Intanto il professore
indagato viene messo in isolamento, anche se non ci sono prove a suo carico. Dopo
aver conquistato la fiducia di Andrea, Russo lo invita a fare una passeggiata al mare
insieme a lui. Quella stessa sera, Russo
uccide una bambina. Dalle indagini emergono delle novità: per la prima volta il
mostro ha lasciato i vestiti alla vittima, il
corpo è stato abbandonato in una zona di
passaggio e i tagli sul corpo sono diversi
dal solito. Intanto, la moglie di Russo trova tra le cose del marito il disegno di un
bambino e due mollette per capelli di una
bambina. Il giorno dopo, Russo racconta
una favola ad Andrea, gli parla del mare
dolcemente, lo tocca, lo accarezza. L’indomani il bambino aspetta felice fuori
scuola il suo nuovo amico e va via con lui.
Poco dopo, Russo uccide la mamma e il
papà di Andrea. Il bambino è prigioniero
del mostro che straparla e lo terrorizza
dicendogli che i suoi genitori non lo vogliono con loro. Intanto, Anna trova nella
stanza di Andrea un disegno in cui il bambino ha ritratto il suo nuovo amico. La
dottoressa nota come il mostro abbia cambiato metodo, uccidendo i genitori del bambino con premeditazione: pensa che Andrea potrebbe essere ancora vivo. Quella
8
notte, Russo usa violenza su Andrea. Il mattino dopo Anna esce di casa e prende
l’ascensore con il suo vicino, Enrico Russo. La dottoressa ha un’illuminazione: è
proprio il suo insospettabile vicino il colpevole. Con una scusa, Anna si precipita
dalla moglie di Russo che finisce per crollare e confessare i sospetti sul marito. La
donna indica il covo del mostro. Giunti sul
posto, il commissario e la dottoressa non
trovano nessuno ma notano il disegno di
un albero. Intanto, Russo è in una zona di
campagna sotto a un albero con un sacco:
Andrea è ancora vivo. L’uomo appende il
sacco all’albero ma il commissario lo ferma appena in tempo sparandogli. L’ultima visione del pedofilo è un’immagine di
un bambino al mare felice accanto a suo
padre.
C
hi è davvero un pedofilo? Una
persona malata, un individuo con
forti disturbi psichici un’animanera. Certo a leggere certe cifre si resta impressionati: sono 1.000 i bambini che spariscono ogni anno in Italia e 2.000 gli arresti per pedofilia negli ultimi tre anni, ma
sono circa 100.000 i potenziali pedofili nel
nostro territorio. Per non parlare dei 12 siti
italiani che promuovono l’orgoglio pedofilo e del fiorente commercio di materiale
Film
fotografico pedo-pornografico (il costo
medio di una foto pedo-pornografica si
aggira sui 100 euro). Un vero “cancro sociale” per cui è urgente trovare una strategia di prevenzione, innanzitutto proteggendo i bambini in seno alla famiglia.
I bambini di famiglie assenti o disgregate sono le vittime ideali, confessa un
pedofilo nel film. Sono loro, il lato più debole della nostra società, a essere in pericolo.
Una generazione disarmata di cui il film
di Raffaele Verzillo ha il merito di offrire
una rappresentazione veridica attraverso
gli occhi del piccolo protagonista: un bambino e il suo mondo, la sua capacità di
essere il mediatore tra il quotidiano e il fantastico, il mondo reale e il mondo dei sogni. Così i disegni dell’infanzia diventano
strumenti indispensabili all’esplorazione
introspettiva dell’universo infantile. Il mostro conserva un suo disegno d’infanzia
che (raggelante coincidenza) presenta
evidenti somiglianze con un disegno della
sua vittima. Il carnefice usa con la sua vittima un tono amichevole, parla con voce
dolce e confidenziale, racconta favole stu-
Tutti i film della stagione
pende, guarda i suoi disegni, si interessa
al suo mondo, ne indaga i sogni più nascosti, ne adotta addirittura i tic (come il
gesto di toccarsi ripetutamente l’orecchio).
Il piccolo Andrea dirà al suo carnefice “È
bello immaginare così, con papà non lo
faccio mai”. Il pedofilo ha agio a inserirsi
nel vuoto sempre più grande lasciato da
genitori assenti. E dal vuoto prende forma
il sogno, il sogno dell’infanzia: un disegno,
un albero, simbolo di vita in continua evoluzione, ma anche simbolo del carattere
ciclico dell’evoluzione, morte e rigenerazione. E, simbolicamente, sotto un albero
avviene le resa dei conti finale tra vittima
e aguzzino, in un doloroso gioco di morte
e rinascita.
Al di là di alcuni difetti facilmente individuabili (a volte ci si lascia prendere la mano
da soluzioni di sceneggiatura piuttosto
scontate che troverebbero posto più in una
fiction televisiva che in un film, prima fra tutte
una scena di attrazione fatale tra il rude
commissario e la bella psichiatra), il film ha
però un altro merito: quello di porre in primo piano l’urgenza e l’importanza del dialogo e dell’ascolto, dell’amore fra grandi e
piccoli. E, dal quadro desolante dell’oggi,
emerge, ancora una volta, l’immagine di
fanciulli senza risposta alle proprie richieste di aiuto e al loro fianco adulti che hanno
perso il loro originario ruolo-guida.
Non lasciando in ombra nessun aspetto di questa piaga sociale (che sul grande
schermo sembra essere ancora un tabù;
lo stesso regista ha dovuto attendere due
anni per trovare un distributore) il film restituisce un interessante ritratto del pedofilo (superba la prova dell’attore Antonio
Friello, insieme al piccolo Luigi Santoro i
migliori del cast): la sua aggressività sembra essere il frutto di quella che gli psicanalisti chiamano “una disfunzione affettiva” derivata dall’ambiente in cui è cresciuto, dominato da un padre violento e prevaricatore (i flashback dell’infanzia violata
sono davvero inquietanti). E il cerchio si
chiude: chi educa i bambini ha la responsabilità di prevenire la violenza limitandone le cause. Il monito è rivolto ancora ai
genitori: la speranza è che un film riesca a
muovere qualche coscienza.
Elena Bartoni
LE CRONACHE DI NARNIA – IL PRINCIPE CASPIAN
(The Chronicles of Narnia: Prince Caspian)
Gran Bretagna/Stati Uniti, 2008
Arredatore: Kerrie Brown
Trucco: Paul Engelen, Jana Hladikova, Melissa Lackersteen,
Debbie Schulze, Bobo Sobotka, Hana Surkalova
Acconciature: Candice Banks, Linda Dvorakova, Stephen Rose
Supervisori effetti speciali: Jason Durey, Gerd Feuchter,
Paul Verrall
Coordinatore effetti speciali: Gerd Feuchter
Supervisori effetti visivi: Greg Butler (MPC), Jon Thum
(Framestore CFC) Stephan Trojansky (Scanline VFX), Guy
William (WETA), Dean Wright, Wendy Rogers,
Coordinatori effetti visivi: Ian Cope (Rising Sun Pictures), Luis Fernando Midence (Studio C), Edward Randolph
(Baseblack), Helen Clare (MPC) Juliette Davis, Clare Jhoanna Downie, Gemma James, Sara Louise Smith
Interpreti: Ben Barnes (Principe Caspian), Tilda Swinton (strega bianca), Georgie Henley (Lucy Pevensie), Skandar Keynes
(Edmund Pevensie), William Moseley (Peter Pevensie), Anna
Popplewell (Susan Pevensie), Sergio Castellitto (Re Miraz), Peter
Dinklage (Trumpkin), Warwick Davis (Nikabrik), Vincent Grass
(Dott. Cornelius), Pierfrancesco Favino (Generale Glozelle), Cornell John (Glenstorm), Damian Alcazar (Lord Sopespian), Alicia Borrachero (Regina Prunaprismia), Simon Andreu (Lord
Scythley), Predrag Bjelac (Lord Donnon), Klára Issová (Hag),
Shane Rangi (Asterius), Hana Frejkova, Kristina Madericova,
Lucie Solarova, Karolina Matouskova, Alina Phelan (ostetriche),
Leila Abassová (moglie di Glenstorm), Ephraim Goldin, Yemi
Akinyemi, Carlos Silva Da Silva (figli Glenstorm), Stewart Moore (Lord 12), Douglas Gresham, Ashley Jones, Curtis Matthew
Durata: 144’
Metri: 3780
Regia: Andrew Adamson
Produzione: Andrew Adamson, Mark Johnson, Perry Moore,
Philip Steuer per Walt Disney Pictures/Walden Media/ Stillking
Films/Silverbell Films/Propeler/Ozumi Film
Distribuzione: Walt Disney Studios Motion Pictures Italia
Prima: (Roma 14-8-2008; Milano 14-8-2008)
Soggetto: dal romanzo di C.S.Lewis
Sceneggiatura: Andrew Adamson, Christopher Markus, Stephen McFeely
Direttore della fotografia: Karl Walter Lindenlaub
Montaggio: Josh Campbell, Sim Evan-Jones
Musiche: Harry Gregson-Williams
Scenografia: Roger Ford
Costumi: Isis Mussenden
Produttori associati: K.C.Hodenfield, David Minkowski, Matthew Stillman
Co-produttore: Douglas Gresham
Direttori di produzione: Richard E. Chapla jr., Tim Coddington, Belindalee Hope, Jana Hrbková, Silvie Janculová, David Minkowski, Philip Steuer
Casting: Nancy Bishop, Pippa Hall, Liz Mullane, Gail Stevens
Aiuti regista: Richard Matthews, K. C. Hodenfield, Jakub Dvorak, Jeff Okabayashi, Martina Gotthansova, Emma Hinton,
Gabriel Reid, Amand Weaver
Operatori: Jakub Dvorsky, Gregory Lundsgaard, Rob Marsh
Supervisore art direction: Frank Walsh
Art directors: David Allday, Jules Cook, Jill Cormack, Matthew Gray, Klara Holubova, Stuart Kearns, Jason Knox-Johnston, Elaine Kusmishko, Charles Leatherland, Phil Simms, Jiri
Sternwald
9
Film
I
quattro fratelli Peter, Susan, Edmund e Lucy Pevensie (protagonisti della prima avventura del
ciclo Il leone, la strega e l’armadio) sono
tornati alla vita di sempre nella Londra
all’indomani della seconda guerra mondiale ma non riescono a dimenticare le meravigliose avventure vissute a Narnia un
anno prima. Quando riescono a ritornare
nel paese fatato, scoprono che dalla loro
ultima visita sono passati più di 1300 anni
e ormai Narnia è in mano al popolo dei
Telmarini. Il malvagio re Miraz ha usurpato tempo addietro il trono del fratello e,
ora che è diventato padre, ha deciso di eliminare il giovane nipote e legittimo erede,
il principe Caspian, che riesce però a fuggire all’agguato mortale e a rifugiarsi nella
foresta. Nel corso dei secoli, gli abitanti di
Narnia sono stati costretti a nascondersi e
a diventare quasi delle creature leggendarie, come pure leggenda sono ormai diventati i sovrani Pevensie e il leone Aslan.
Grande è quindi la sorpresa di Caspian
quando si ritrova circondato da nani, centauri, ippogrifi, tassi e topi parlanti disposti ad aiutarlo nella sua lotta contro Miraz. A lui si uniscono i fratelli Pevensie,
che vogliono riportare la libertà a Narnia.
La battaglia tra le forze di Miraz e quelle
di Narnia sarà difficile e cruenta; Peter
affronta in duello Miraz e riesce a sconfiggerlo, ma si rifiuta di ucciderlo. A farlo
sarà uno dei luogotenenti di Miraz, che
continuerà la battaglia all’ultimo sangue
fino all’arrivo improvviso e salvifico di
Aslan, che riporta ancora una volta la pace
e la serenità a Narnia. Caspian diventa re,
mentre Peter, Susan, Edmund e Lucy tornano nel loro mondo, consapevoli però che
questa sarà l’ultima volta per loro nel reame di Narnia.
Tutti i film della stagione
S
econdo capitolo ispirato alla saga
dello scrittore inglese Clive
Staples Lewis, Le Cronache di
Narnia – Il Principe Caspian non delude le
aspettative di quanti hanno amato il primo
film e di quelli che hanno letto l’omonimo
romanzo (sebbene la trama subisca inevitabili cambiamenti). Il regista Andrew Adamson è ancora dietro alla macchina da presa
e dimostra di aver acquisito una maggiore
sicurezza espressiva e un controllo maggiore sulla materia narrativa del film. Rispetto al primo episodio, in Il Principe Caspian
sono state attenuate, e non poco, le forti
implicazioni cristologiche che erano alla
base del testo e della filosofia di C.S. Lewis;
il personaggio di Aslan, ad esempio, che
nel primo film richiamava espressamente
la figura di Cristo, è ancora presente, ma il
suo ruolo è stato ridimensionato in maniera notevole, anche rispetto al romanzo.
I giovani fratelli Pevensie sono ancora al
centro della narrazione ed il loro sviluppo psicologico è stato seguito con attenzione, mentre viene tratteggiata con finezza anche la
figura del nuovo protagonista, il giovane eroe
Caspian, che cerca di trovare il proprio posto nel mondo stretto tra lo zio usurpatore e
il coetaneo Peter. Nonostante permangano
alcune lacune e scarsi approfondimenti su
alcuni aspetti relativi alla trama, in particolare nel raccordare le vicende presenti con
quelle passate e alcuni snodi del finale, il film
appare comunque ben narrato, più adulto e
più complesso rispetto al primo film. Il regista Adamson ha la mano felice nelle sequenze d’azione. Il duello corpo a corpo tra Miraz
e il giovane Peter è uno dei momenti più convincenti. Le due battaglie presenti nel film
sono molto più articolate rispetto al primo
capitolo, anche se risentono il alcuni punti
dell’influenza visiva di Il Signore degli Anelli
(lo scontro con le forze di Miraz davanti alla
Tavola di Pietra ricorda troppo la battaglia
del Fosso di Helm de Le Due Torri, come
pure la sortita a cavallo guidata da Caspian
ricorda un episodio simile nello stesso film).
Fanno il loro ingresso nel cast (che comunque ritrova per un momento – un altro episodio del film particolarmente riuscito – Tilda Swinton nei panni della Strega malvagia)
il giovane inglese Ben Barnes nel ruolo del
principe Caspian e i nostri Sergio Castellitto
e Pierfrancesco Favino, ormai sempre più
lanciato. Il re Miraz di Castellitto assume connotazioni shakespeariane di sinistra grandezza, mentre Favino riesce a insinuare
dubbi e apprensioni nel ruolo del suo braccio destro Lord Glozelle, che, alla fine sceglierà coraggiosamente di passare dalla
parte del bene.
Chiara Cecchini
PER UNO SOLO DEI MIEI DUE OCCHI
(Nekam achat mishtey eynay)
Francia/Israele, 2005
Regia: Avi Mograbi
Produzione: Serge Lalou, Avi Mograbi per Les Films d’Ici/CNC/Israel Film Council/
New Israeli Foundation for Cinema and Television/Noga Communication – Channel
8/The Ministry of Science, Culture & Sport
Distribuzione: Fandango
Prima: (Roma 28-3-2008; Milano 28-3-2008)
Soggetto e sceneggiatura: Avi Mograbi
Direttori deella fotografia: Philippe Bellaiche, Yoav Gurfinkel, Avi Mograbi, Itzik Portal
Montaggio: Ewa Lenkiewicz, Avi Mograbi
Direttori di produzione: Tamar Berger, Françoise Buraux
Suono: Avi Mograbi, Dominique Vieillard
Durata: 100’
Metri: 2750
10
Film
N
ella martoriata terra d’Israele,
c’è un luogo speciale, sia per il
suo fascino che ne ha fatto una
delle più belle scoperte archeologiche, sia
per il valore-simbolo della resistenza patriottica che rappresenta. Una guida turistica parla a un gruppo di ragazzi dall’alto della fortezza di Masada di ciò che avvenne in quel luogo. Lo sperone roccioso
culminante in un ampio pianoro che si innalza di circa trecento metri sulla costa
nord ovest del mar Morto, divenne, a partire dal 66 d.C., roccaforte di resistenza
giudaica contro i romani. L’episodio più
famoso avvenne a Masada quando i romani posero l’assedio alla roccaforte, circondandola con un muro di circonvallazione
in cui si piazzarono diverse legioni ed eretta una rampa d’assedio. Nella notte precedente l’attacco, i ribelli di Masada, per
non cadere nella schiavitù, dopo un appassionate discorso del comandante Eleazar,
decisero il suicidio di massa: 960 persone
si tolsero la vita quella notte. Oggi, un
gruppo di ragazzi in visita alla fortezza
riflette su ciò che quella gente deve aver
sentito in quei momenti. A distanza di tempo, Masada è divenuta un simbolo del patriottismo giudaico. Dall’alto del pianoro,
alcuni giovani vengono invitati a fare un
gioco. I ragazzi devono dividersi in tre
gruppi e scegliere se essere tra coloro che
si sarebbero suicidati, tra chi avrebbe lottato e chi avrebbe pregato. E oggi cosa
succede in quegli stessi luoghi? Accade che
gli ebrei hanno eretto un muro per costringere il nemico popolo palestinese a un calvario estenuante, fatto di posti di blocco,
barriere e recinzioni.
Poi il regista ci narra di un altro mito
ebraico, quello di Sansone che decise di morire con tutti i nemici Filistei, salvando il popolo ebraico. Tradito da Dalila, privato della sua forza che risiedeva nei suoi capelli,
accecato e imprigionato, Sansone pregò Dio
di restituirgli l’antico potere e “uno solo dei
suoi due occhi” per castigare e avere vendetta sui Filistei. A scuola i bambini raffigurano
con la plastilina la storia di Sansone.
Il regista alterna le immagini dei palestinesi disperati, estenuati dalle attese ai
continui check-point controllati dall’esercito israeliano, a una sua conversazione
telefonica con un amico palestinese. Durante la lunga telefonata, Mograbi riflette sulle ragioni storiche e mitologiche che hanno
portato alla drammatica realtà di oggi.
Si torna sull’altura di Masada, dove
una guida spiega ad alcuni turisti ebrei che
quel luogo rappresenta un esempio da cui
imparare. Il messaggio della storia è chiaro: è meglio morire piuttosto che subire
umiliazioni.
Tutti i film della stagione
Intanto il regista se la prende con i soldati israeliani ai posti di blocco. Qualcuno di loro è infastidito dalla telecamera,
gli intimano di spegnerla, è una postazione militare e c’è divieto di riprendere. Accerchiato dai soldati, Mograbi replica che
riprendere un funzionario pubblico è legale. Il regista insulta i soldati e intima di
aprire il cancello ai bambini palestinesi che
tornano da scuola: sono gente del loro stesso paese. Mograbi urla disperato ai soldati: “Voi siete il mio esercito, dovete dirmi perché agite così!”
L
a storia recente non ci aiuta molto a capire la lunga scia di sangue che marchia come un timbro
infame i territori israelo-palestinesi; proviamo allora col mito. Due per l’esattezza:
Sansone e Masada. Il celebre eroe dalla
forza leggendaria e l’ultima fortezza-baluardo della resistenza ebraica contro i
romani sono i due simboli forti che il regista Avi Mograbi prende come spunto per
riflettere sulla realtà di oggi.
Sansone fu il primo kamikaze? E gli
zeloti, eroi di Masada che decisero la morte
di massa piuttosto che cadere nelle mani
del nemico, non sembrano dei fanatici della
jihad, pronti a tutto per la loro terra? Eroi o
assassini fanatici?
Il gioco di prendere due miti ebraici,
sviscerarli e rovesciarli per confrontarli con
il presente, con il dramma attuale che sta
vivendo sulla propria pelle il popolo palestinese, ha senza dubbio una sua profonda forza di suggestione. E come gli ebrei
molti secoli fa, oggi anche loro, i palestinesi, vogliono smettere di essere schiavi
nella loro stessa terra, di essere prigionieri della violenza e dell’occupazione. Un
muro alto come un palazzo divide Israele
e Palestina. Visto dagli occhi israeliani, il
muro garantisce sicurezza, da quelli palestinesi è una prigione. Eppure il muro ha
lo stesso cupo aspetto da entrambi i lati.
Il documentarista israeliano Avi Mograbi,
una specie di Michael Moore più crepuscolare e ancora più arrabbiato (ma in questa parte di mondo, davvero non c’è spazio per lo
humour), firma un toccante documentario che
ha il merito di avere una originale struttura
composta di diversi piani narrativi e semantici
che vanno a incastrarsi alla perfezione con
un crescente effetto drammatico. E riesce a
farci emozionare, indignare, commuovere,
mescolando il racconto degli antichi miti, la
dura realtà di oggi, e le riflessioni telefoniche
con un amico palestinese. Il regista (che è
anche sceneggiatore, montatore e produttore del film) mostra, riflette, interroga lo spettatore si interroga e decide di tornare indietro
riallacciandosi ai miti fondanti della civiltà
d’Israele. Il documentarista raccoglie una mole
di materiale osservando israeliani e palestinesi alle prese con il loro vivere quotidiano. E
nota come drammaticamente il benessere di
un popolo coincida con la sofferenza di un
altro. Ma c’è di più, Mograbi alza la voce contro i suoi stessi soldati, finendo per insultarli e
aggredirli verbalmente.
Un filo rosso macchia di sangue la storia e ci restituisce oggi il dramma di due popoli e di due civiltà: un’immane tragedia mediatica che da troppi anni miete vittime innocenti e che il mondo sta ancora a guardare.
Elena Bartoni
LE TRE SCIMMIE
(Üç maymun)
Turchia/Francia/Italia, 2008
Regia: Nuri Bilge Ceylan
Produzione: Zeynofilm/NBC Film/Pyramide Productions/Bim Distribuzione/Imaj
Distribuzione: Bim
Prima: (Roma 12-09-2008; Milano 12-9-2008)
Soggetto e sceneggiatura: Ebru Ceylan, Ercan Kesal, Nuri Bilge Ceylan
Direttore della fotografia: Gokhan Tiryaki
Montaggio: Ayhan Ergursel, Bora Goksingol, Nuri Bilge Ceylan
Scenografia e costumi: Ebru Ceylan
Casting: Harika Uygur
Supervisore effetti speciali: Burak Balkan
Coordinatore effetti speciali: Tijen Pal
Suono: Murat Senurkmez
Interpreti: Yavuz Bingol (Eyüp), Hatice Aslan (Hacer), Ahmet Rifat Sungar (Ismail),
Ercan Kesal (Servet), Cafer Kose (Bayram), Gürkan Aydin (il bambino)
Durata: 109’
Metri: 2980
11
Film
U
na strada di notte. Un uomo
viene investito da una macchina e abbandonato sull’asfalto
bagnato. C’è una persona che corre. Qualcuno però ha visto la targa dell’automezzo
abbandonato in mezzo alla strada: è di proprietà di Servet, un uomo politico ambizioso
e senza scrupoli. Per evitare uno scandalo
che stroncherebbe la sua brillante carriera
alla vigilia delle elezioni, il diplomatico chiede al suo autista, Eyup, di autoaccusarsi dell’omicidio al suo posto. Eyup è un uomo semplice, che vive con la sua famiglia, in un
modesto appartamento di Istanbul, una vita
monotona e tranquilla. A stento infatti, riesce a tirare su uno stipendio, lui con il lavoro di autista, sua moglie Hacer con quello di
cuoca, mentre il figlio adolescente Ismail, più
volte respinto alle selezioni di accesso all’università, passa i giorni nel letto in totale apatia. La richiesta di Servet arriva come un fulmine a scuotere la vita di Eyup e della sua
famiglia. Il patto prevede che lui rimanga
poco tempo in carcere, mentre la moglie continua a ricevere lo stipendio, in attesa del momento del rilascio, quando, per tutti loro, ci
sarà un’ingente ricompensa.
Eyup accetta senza condividere la decisione con la moglie e trascorre nove mesi in
carcere. Hacer periodicamente va a riscuotere da Servet lo stipendio per il marito, cercando anche una sistemazione per il figlio
che vuole comprarsi una scuolabus. Grazie
agli incontri con Servet, la donna sente esplodere di nuovo in lei una carica di sensualità
sopita per anni e i suoi incontri con il politico diventano sempre più intimi e frequenti.
L’unico ad accorgersi della relazione adultera è il figlio, che, nonostante il suo ostinato silenzio, cerca disperatamente un modo
per reagire. Ogni settimana va in prigione a
fare visita al padre e nulla esce dalla sua bocca. Finalmente Eyup esce da prigione e torna a casa. Intanto la relazione tra Servet e
Hacer si è incrinata e l’uomo tenta di lasciarla. La donna è disperata e il marito inizia ad
avere sospetti. Ormai il loro rapporto matrimoniale è compromesso e la donna prova
Tutti i film della stagione
persino a buttarsi dal balcone. Tutto sembra
irrimediabilmente essere danneggiato, fino
a quando suona alla porta la polizia che cerca indizi per la morte di Servet. Eyup e Hacer vengono entrambi interrogati. In realtà,
sono innocenti, perché il responsabile dell’omicidio è il giovane Ismail. Ma a questo
punto si penserà bene di far ricadere la responsabilità dell’omicidio su qualcun altro.
L
a verità genera mostri. Come dire
“le conseguenze dell’incomunicabilità”. Premio alla regia al 61°
Festival di Cannes, Le tre scimmie è il sesto
lungometraggio di Nuri Bilge Ceylan, regista turco, che si ricorda per Uzak. Parabola
della leggenda giapponese delle tre scimmie che si coprono gli occhi, le orecchie e la
bocca per non vedere, sentire e parlare, il
film di Ceylan tratteggia un apologo dell’umanità pieno di amarezza. Noto anche come
“Antonioni del Bosforo” il regista turco cerca
di tradurre in immagini il drammatico silenzio di una famiglia, che, pur di sopravvivere,
nasconde i ricordi dolorosi e le colpe represse. Ad aleggiare su di loro la morte prema-
tura e non chiara di un figlio, che sembrerebbe restituire in parte quella pace, a cui
tutti i componenti della famiglia anelano. Il
tutto all’insegna di un Neorealismo che si
affida a una fotografia scura e dai toni seppiati, dove a fare da protagonisti sono gli
sguardi e i lunghi silenzi. Ed ecco che tornano i tempi morti, le inquadrature fisse e la
macchina da presa immobile.
I sentimenti inespressi dei protagonisti, i
loro drammi sono tutti nelle posizioni che assumono, in come il regista decide di inquadrarli e nel tempo che è a loro dedicato. Verrebbe da parlare di “cinema puro” e intimista.
Nonostante i personaggi vengano seguiti in
esterno, Ceylan con pochi tratti riesce a delinearne in parte le psicologie. Tutti sono corrotti e colpevoli; tutti sono individui infelici che
si lasciano vivere, pur di non affrontare faccia
a faccia la verità, in una sorta di torpore infinito, dove neanche gli ambienti appaiono amici. A fare da cornice, infatti, spazi architettonici freddi e distanti. La stessa posizione della
modesta e malandata casa della famiglia,
posizionata tra le acque del Bosforo e la ferrovia, ha un chiaro significato simbolico. Da
una parte, l’anelito alla libertà, dall’altra la consapevolezza che tutto è immutabile, come il
treno che passa ogni mattina. Sembra essere presente, in tutto il film, una vera e propria
ossessione per l’acqua, che domina nei suoni e soprattutto nella forma visiva, a partire
dal sudore dei personaggi, al mare, ai bicchieri, al fantasma del bambino nudo e bagnato che gira per la casa.
Il dilemma, che porta alla spregevole
omertà di cui parla il titolo, nasce proprio dalla
difficoltà di amarsi, dall’impossibilità di esprimere ciò che si vuole, rimanendo chiusi nella propria separazione. E, come in un teorema, il regista impassibile segue le traiettorie
della trasmissibilità delle colpe, per cui dal
male non può che generarsi il male.
Veronica Barteri
BLACK HOUSE
(Geomeun jip)
Corea del Sud, 2007
Regia: Terra Shin
Produzione: CJ Entertainment/Kadokawa Pictures
Distribuzione: Ripley’s Film
Prima: (Roma 25-7-2008; Milano 25-7-2008)
Soggetto: dal romanzo di Yusuke Kishi
Sceneggiatura: Kim Sung-ho, Lee Young-jong
Direttore della fotografia: Choi Ju-young
Montaggio: Nam Na-young
Musiche: Choi Seung-hyun
Produttore esecutivo: Kim Joo-Sung
Effetti visivi: Jaehoon Jeong
Interpreti: Hwang Jung-Young (Jeon Jun-oh), Kang Shin-il (Chung-bae), Kim Seohyeong (Mi-na), Yu Seon (Yi-hwa), Jung In-Gi, Yoo Seung-Mok
Durata: 104’
Metri: 2747
12
Film
C
orea del Sud. Jeon Jun-oh si sveglia di soprassalto nel suo letto:
l’incubo che lo perseguita è la
scena del suicidio del fratellino, per il quale
vive da sempre nel rimorso. È il mattino
del primo giorno di lavoro come agente
d’una compagnia d’assicurazioni.
In ufficio, Jeon riceve una strana telefonata: una voce femminile chiede rassicurazioni sulla possibilità di riscuotere il
premio d’una polizza sulla vita. Jeon pensa si tratti d’un’aspirante suicida e cerca
di convincere la sua misteriosa interlocutrice a desistere, ma quella attacca.
Pochi giorni dopo, Jun-oh viene mandato in missione fuori città, richiesto
espressamente dal misterioso cliente. Una
volta sul posto, il giovane si ritrova nel
salottino d’una catapecchia fuori mano,
proprio accanto alla ferrovia; il cliente è
un taciturno ometto dallo sguardo spiritato. Pochi istanti dopo il suo arrivo, Jun-oh
diventa testimone d’un’orribile morte: il
suo ospite scopre il figlio impiccato nella
sua cameretta. Fin da subito Jeon sospetta che si tratti d’un infanticidio a opera di
Park Chung-bae, il cliente della sua compagnia, con lo scopo di riscuotere i soldi
dell’assicurazione sulla vita del bambino.
Jun-oh inizia le indagini sul passato di
Chung-bae, scoprendo un’infanzia difficile
e un precedente allarmante: all’ometto manca un dito, che si è mozzato apposta per frodare l’assicurazione. La polizia però certifica il suicidio del piccolo. Intanto la vita dello scrupoloso agente assicurativo viene gradualmente insidiata e sconvolta da anonimi
atti intimidatori. Tutte le mattine, poi, Chungbae si presenta in ufficio dal giovane impiegato pretendendo il denaro dell’assicurazione. Alla fine, il principale di Jun-ho decide
di metter fine alle insistenze dell’uomo concedendogli la cifra prevista dal contratto. Ma
Jeon non si dà pace: esiste un’assicurazione
anche sulla vita di Shin Yi-hwa, la moglie
del presunto assassino. Così, prima Jeon Junho, fingendosi un poliziotto, scrive una lettera alla donna per metterla in guardia e convincerla a fuggire; poi, ossessionato dalla
vicenda, decide di andare a trovarla di persona. La signora Yi-wa non sembra sentirsi
in pericolo, ma chiede al ragazzo di uccidere il marito per lei.
Rapidamente tutto precipita. Jun-ho trova, davanti alla porta, la testa mozzata del
gattino di Mi-na, la sua fidanzata. A poche ore
di distanza, la polizia scopre il cadavere di Sen
Kiu, un amico di Mi-na che aveva voluto incontrare Jun-oh per parlargli dei suoi studi
sugli psicopatici. Le ricerche del protagonista
lo portano a scoprire che Chung-bae è il terzo
marito di Shin e che gli altri due sono morti
entrambi in circostanze sospette.
Quando poi Chung-bae viene ricoverato d’urgenza con tutte e due le braccia
mozzate, la dirigenza della compagnia decide di lasciare il caso nelle mani del più
Tutti i film della stagione
esperto dei suoi impiegati, un cinico faccendiere privo di scrupoli. Quando l’agente
giunge alle prove della colpevolezza della
donna, questa lo cattura e lo lascia investire dal treno in corsa. Poi Shin rapisce
Mi-na e si nasconde in casa di Jun-oh con
il proposito d’ucciderlo. Il ragazzo però
evita l’agguato e corre alla lugubre abitazione dell’assassina, dove spera di trovare la fidanzata. Mi-na è effettivamente prigioniera nello scantinato della casa, trasformato dall’efferata psicopatica in una
macelleria dove giacciono cadaveri fatti a
pezzi. Shin Yi-hwa rientra proprio mentre
i due fidanzati stanno cercando di fuggire.
Arriva la polizia; intanto nasce un incendio che in pochi minuti divora la casa: i
due giovani riescono a lasciare l’edificio,
seguiti dall’inquietante sguardo di Shin,
che invece si lascia consumare dal fuoco.
Il peggio sembra dietro le spalle, Shin invece, incredibilmente scampata all’incendio, si sostituisce a Mi-na nel suo letto
d’ospedale e di nuovo coglie di sorpresa
Jun-oh e con lui ingaggia una lotta furibonda. I due arrivano fin sul tetto dell’edificio; il ragazzo e la donna si colpiscono
con violenza fino a ridursi reciprocamente
in fin di vita, ma, con l’ultimo impeto, è
Jun-oh a scaraventare giù la donna, che,
nonostante il tentativo del ragazzo di salvarla, precipita verso la morte.
Cinque mesi più tardi, Jun-oh scorge,
tra i dipinti d’una mostra, un disegno identico a quello scoperto nel diario d’infanzia di Shin Yi-hwa durante le ricerche sul
suo passato: l’autrice è una bambina che
prima di perdersi tra la folla lancia al ragazzo un enigmatico sguardo.
E
nnesimo thriller estivo, l’esordio
del sudcoreano Terra Shin è il
remake d’una pellicola giappone-
se del 1999 (The Black House, di Yoshimitsu Morita), a sua volta ispirata – come
questa – al romanzo dell’autore nipponico Yûsuke Kishi. Nonostante la fedeltà
nell’adesione ai canoni del genere, il film
si caratterizza per la vena soggettivistico-psicologistica (ma mai intimistica) che
motiva l’inusuale bilanciamento degli elementi narrativi: il baricentro della narrazione è infatti poggiato sul protagonista.
Le orrorifiche avventure, nelle quali si trova coinvolto, sono sempre messe in risonanza con la sua storia, le sue esperienze, le vicende che hanno segnato la
sua dimensione emotivo-affettiva; “Era
solo una persona come noi che cercava
aiuto. Ma io non ci sono riuscito”, dice
Jun-oh appena scampato al coltellaccio
della folle Shin; la stessa inconsueta attenzione all’avversaria che il giovane dimostra nel tentativo estremo di non lasciarla precipitare nel vuoto. Non ci sono
solo la paura, gli effetti scioccanti; la
morte: si può anzi dire che l’esordiente
Shin tenti di costruire una narrazione, in
cui è il piano psicologico a prevalere e
motivare quello dell’azione; nella quale
poi la coscienza individuale e la psiche
diventano origine, ma anche teatro dell’orrore.
L’inesperienza del regista gli impedisce di portare fino in fondo il suo progetto con coerente compattezza: quando si tratta di avviarsi alla conclusione
prendendo saldamente in mano le redini del racconto, il film mostra i primi grossi cedimenti, fino all’improbabile serie
di finali a sorpresa, scritti e diretti frettolosamente, che si inanellano affastellandosi goffamente nella rincorsa ai titoli di coda.
Silvio Grasselli
PRANZO DI FERRAGOSTO
Italia, 2008
Regia: Gianni Di Gregorio
Produzione: Matteo Garrone per Archimede
Distribuzione: Fandango
Prima: (Roma 5-9-2008; Milano 5-9-2008)
Soggetto: Gianni Di Gregorio, Simone Riccardini
Sceneggiatura: Gianni Di Gregorio
Direttore della fotografia: Gian Enrico Bianchi
Montaggio: Marco Spoletini
Musiche: Ratchev & Carratello
Scenografia: Susanna Cascella
Costumi: Silvia Polidori
Suono: Filippo Porcari
Interpreti: Valeria De Franciscis (madre di Gianni), Gianni di Gregorio (Gianni), Marina Cacciotti (madre di Luigi), Maria Calì (zia Maria), Grazia Cesarini Sforza (Grazia), Alfonso Santagata (Luigi), Luigi Marchetti (Vichingo), Marcello Ottolenghi (amico dottore), Petre Rosu (barbone).
Durata: 75’
Metri: 2121
13
Film
R
oma. Gianni, un uomo di mezza
età, vive in una vecchia casa del
centro tra Trastevere e il Gianicolo con l’anziana madre, una nobildonna decaduta che è asfissiante nei suoi confronti. Gli unici suoi momenti di libertà li
ha quando va a fare la spesa e quando riesce a scambiare quattro chiacchere con
l’amico Vichingo. L’uomo ha poi parecchi
debiti. Tra questi ci sono quelli che ha accumulato, nel corso degli anni, con il condominio. Alla vigilia di Ferragosto, l’amministratore gli propone uno ‘scambio alla
pari”; lui gli cancella il debito, ma, per
sdebitarsi, Gianni si deve occupare dell’anziana madre per due giorni. Quando
l’amministratore giunge a casa sua, però,
non si presenta soltanto con la madre, ma
anche con la zia Maria. Gianni è travolto
dagli eventi, anche perché la convivenza
tra la madre e le due ospiti si rivela sin
dall’inizio più problematica del previsto.
Lui si adopera per farle contente ma insorgono problemi di ogni tipo. La madre
dell’amministratore, per esempio, se la
prende perché Gianni non le ha lasciato il
televisore in camera; la padrona di casa
infatti lo ha voluto nella sua stanza.
Stanco e stressato, accusa anche un
malore. Chiama così l’amico medico che
lo tranquillizza. Anche lui, però, gli chiede di potersi occupare della madre, perché ha il turno in ospedale e non c’è nessuno che possa prendersi cura di lei.
Gianni trascorre così 24 ore d’inferno. La zia Maria prepara un piatto che la
madre del medico non può mangiare. Poi,
la signora trasgredisce le regole che gli ha
imposto il figlio. La madre dell’amministratore esce di notte e Gianni la ritrova in
un locale. La mamma dell’uomo, invece,
inizialmente se ne sta per conto suo, diffi-
Tutti i film della stagione
dente e infastidita dalla nuova compagnia.
Poi ci ripensa e decide di essere un’affabile padrona di casa.
Per il Pranzo di Ferragosto le signore
vogliono un menu a base di pesce. A Roma
è tutto chiuso. Gianni si fa così accompagnare dal Vichingo alla ricerca del cibo,
giungendo nei pressi del Tevere. Alla fine
del pranzo, arriva il momento del congedo.
Le signore, però, non se ne vogliono andare. Gianni, all’inizio, è totalmente contrario. Poi, però, le ospiti gli offrono un buon
compenso tale da fargli cambiare idea.
T
utto è nato da un’esperienza autobiografica. Il regista Gianni Di
Gregorio ha infatti raccontato che
lui, figlio unico di madre vedova, si è dovuto misurare per molti anni con la sua forte
personalità. Nell’estate del 2000, l’amministratore del condominio, sapendo che era
moroso, gli ha proposto di tenere sua madre per le vacanze di Ferragosto. In un
sussulto di dignità, lui ha rifiutato, ma, molte
volte, si è chiesto cosa sarebbe accaduto
se avesse accettato.
Da questo spunto personale, prende
forma Pranzo di Ferragosto, che porta dentro il film anche parte del mondo di De
Gregorio; le figure del dottore e del Vichingo sono realmente dei suoi amici d’infanzia mentre la parte dell’amministratore del
condominio è affidata all’attore di teatro
Antonio Santagata.
L’esordio di Di Gregorio – anche se la
direzione artistica è di Massimo Gaudioso
– già aiuto-regista e sceneggiatore per
Matteo Garrone (è stato tra gli altri tra i sei
autori dello script che hanno adattato il romanzo di Saviano in Gomorra) - si pone
subito nelle zone di un cinema di estrema
semplicità e minimale: uno sguardo diverti-
to e una riflessione amara sulla vecchiaia,
un’autoironica deformazione di un uomo di
mezza età vittima di una madre opprimente, l’amico trasteverino Vichingo che sembra uscito da un film del primo Verdone. Gli
ingredienti sembrano essere, quindi, quelli
giusti anche per un film che mette in mostra la propria energia attraverso situazioni, dialoghi, ripicche (la televisione in camera), contrasti (la zia Maria che può mangiare la pasta, mentre alla madre del dottore è vietata). Tutto al posto giusto, si diceva,
tutto pronto per piacere, come un cibo precotto da scongelare e riscaldare. Non è un
caso che al festival di Venezia, dove il film
ha rappresentato l’Italia alla 23° Settimana
della Critica, il pubblico abbia gradito, riservandogli un’autentica ovazione. In sala le
cose stanno andando ancora meglio, visto
che sono state ristampate delle copie.
Eppure, dietro la sua innegabile leggerezza, Pranzo di Ferragosto è un film
vecchio proprio a livello concettuale e di
realizzazione. Nello spazio interno sembra di assistere anche a divertenti, ma comunque logori, sketch da avanspettacolo. Lo sguardo di Di Gregorio si posa sulle sue attrici e le fa agire, senza portare
però a quel punto di improvvisa esplosione come riusciva a fare, per esempio,
Camillo Mastrocinque con Totò, quando
gli puntava la macchina da presa fissa
anche per lungo tempo, aspettando qualcosa che, comunque, prima o poi accadeva. Qui, per creare una democratizzazione dei ruoli, il cineasta sceglie di mantenere un’equilibrio facendo emergere
progressivamente i caratteri delle sue protagoniste.
Inoltre, sono anche gli orizzonti di Pranzo di Ferragosto a essere limitati. La chiusura spaziale – tutto la vita dentro un quartiere – gli impedisce quasi di andare oltre.
Roma prende forma solo nella scena, in cui
Gianni, assieme all’amico Vichingo, vanno
in giro per cercare il pesce. Le traiettorie
appaiono inserirsi sulla falsariga di quelle
di Moretti del primo episodio di Caro diario.
Però, si ha l’impressione che questo scorcio sia visto in maniera disinteressata e
spaesata e non si attua quel felice nomadismo che invece aveva caratterizzato il film
del regista di Il Caimano. È come se Di Gregorio avesse avuto fretta di tornare a casa.
Lì, dove la storia e la struttura del film erano più delimitate, quindi più sicure. E del
rischio di provare a volersi perdere non c’è
neanche la minima traccia. Se questo è il
cinema italiano che piace e diverte, così
dichiaratamente limitato nelle sue ambizioni, c’è poco da stare allegri.
Simone Emiliani
14
Film
Tutti i film della stagione
I PADRONI DELLA NOTTE
(We Own the Night)
Stati Uniti, 2007
Regia: James Gray
Produzione: Joaquin Phoenix, Mark Wahlberg, Marc Butan,
Nick Wechsler per 2929 Productions/Industry Entertainment
Distribuzione: Bim
Prima: (Roma 13-3-2008; Milano 13-3-2008) V.M.: 14
Soggetto e sceneggiatura: James Gray
Direttore della fotografia: Joaquín Baca-Asay
Montaggio: John Axelrad
Musiche: Wojciech Kilar
Scenografia: Ford Wheeler
Costumi: Michael Clancy
Produttori esecutivi: Mark Cuban, Anthony Katagas, Todd
Wagner
Co-produttori: Couper Samuelson, Mike Upton
Direttore di produzione: Anthony Katagas
Casting: Douglas Aibel
Aiuti regista: Doug Torres, Brian Kenyon, Patrick Mangan, Patrick McDonald, Les McDonough, Francisco Ortiz
Operatore: Rachael Levine
Operatore steadicam: Stephen Consentino
Art director: James C. Feng
Arredatore: Catherine Davis
Trucco: Kelly Gleason, Mary Cooke, Heidi Kulow, Vincent Schicchi
Coordinatore effetti speciali: Drew Jiritano
N
ew York, 1988. Bobby Green e
Joseph Grusinsky sono fratelli,
figli dello stesso padre e della
stessa madre. Ma, mentre Joseph ha seguito le orme del padre e del nonno, diventando un rispettato ufficiale di polizia e onorando così il cognome che porta, Bobby s’è
scelto il ruolo di pecora nera, conducendo
vita dissoluta e rincorrendo facili guadagni: preso il nome della madre, per evitare
di far conoscere le proprie origini, dirige
uno dei più lussuosi night della città per conto d’un ricco pellicciaio russo, la famiglia
del quale l’ha accolto come un figlio.
Ma sono i cupi anni Ottanta della lotta
al narcotraffico: Bobby sta puntando uno
dei boss del giro, un russo, che è nipote
proprio del padrone del locale gestito da
Joseph. Bobby tenta così di convincere il
fratello a collaborare con lui nel raccogliere informazioni utili sul losco figuro e
sui suoi spostamenti. Dopo il secco rifiuto
di Joseph, Bobby decide d’agire e organizza una retata nel night, senza avvertire
il fratello. L’azione è un passo falso e tra
gli arrestati finisce anche Joseph, scoperto in possesso d’una piccola scorta di cocaina. La rottura sembra irreversibile. Ma
qualche sera più tardi, mentre Bobby parcheggia davanti casa, una macchina accosta e un uomo incappucciato gli spara
Supervisori effetti visivi: Mark Dornfeld (Custom Film Effects), Bradley Parker (Digital Domain), Kelly Port, Mike Uguccioni
Coordinatore effetti visivi: Paulina Kuszta, Jarom Sidwell
Supervisori costumi: Marcia Patten, Laura Steinman
Supervisore musiche: Dana Sano
Interpreti: Joaquin Phoenix (Robert ‘Bobby’ Green), Eva Mendes (Amanda Juarez), Mark Wahlberg (Joseph ‘Joe’ Grusinsky), Robert Duvall (Albert ‘Bert’ Grusinsky), Alex Veadov (Vadim Nezhinski), Dominic Colon (Freddie), Danny Hoch (Jumbo Falsetti), Oleg Taktarov (Pavel Lubyarsky), Moni Mshonov
(Marat Buzhayev), Antoni Corone (Michael Solo), Craig Walker
(Russell De Keifer), Tony Musante (capitano Jack Shapiro),
Joe D’Onofrio (proprietario), Yelena Solovey (Kalina Buzhayev),
Maggie Kiley (Sandra Grusinsky), Paul Herman (capitano Spiro
Giavannis), Claudia Lopez (Claudia), Katie Condidorio (Hazel), Edward Shkolnikov (Eli Mirichenko), Katya Savina (figlia
di Eli e Masha), Matthew Djentchouraev (figlio di Eli e Masha),
Scott Nicholson (Nat il poliziotto), Robert C. Kirk (sergente
Provenzano), Al Linea, Teddy Coluca, Joseph Coffey (poliziotti), Jose Edwin Soto (uomo latino), Edward I. Koch (sindaco), Fred Burrell (Commissario Ruddy), Michael Massimino,
Edward Conlon (guardie ospedale)
Durata: 117’
Metri: 3200
in pieno volto. Bobby si salva e l’accaduto
scuote profondamente Joseph che chiede
al padre d’essere coinvolto nelle indagini.
Dopo molto discutere e qualche timore, i
colleghi di Bobby decidono di accettare
l’offerta di Joseph, il quale, nel frattempo,
riceve dal russo la proposta di diventare
suo socio: come garanzia di successo lo
spacciatore gli confida il progetto di sterminare i poliziotti che hanno tentato d’ostacolarlo. In pochi giorni la squadra di Bobby organizza un’imboscata: l’occasione
sarà l’incontro con il trafficante nel suo
covo, dove i russi ricevono e raffinano la
droga. Joseph arriva teso all’appuntamento, tanto che appena dentro la raffineria si
fa scoprire, ma, quando pensa d’essere
perso, i poliziotti fanno irruzione. Joseph
resta ferito, ma il russo viene arrestato.
Così, mentre Bobby riprende ormai le forze, per Joseph e la sua ragazza inizia l’inferno della vita sotto copertura. Da una
camera d’albergo all’altra, i due aspettano, tra mille tensioni, di poter testimoniare al processo contro il russo. Poche ore
prima dell’udienza, il trafficante riesce a
fuggire e a tendere un’imboscata alla colonna che scorta Joseph e la fidanzata.
Dopo una sparatoria furibonda, i due riescono miracolosamente a salvarsi, ma gli
uomini della scorta cadono nello scontro:
15
Joseph si vede spirare tra le braccia il padre colpito a morte.
È il momento della vendetta. Joseph
presenta domanda per entrare in polizia e,
senza perder tempo, si mette sulle tracce
degli assassini del padre. In breve, scopre
il tradimento del migliore amico e quello,
inconsapevole, del suo padre putativo, il
pellicciaio russo, capo dell’organizzazione che importa e distribuisce la droga.
Ottenuta la soffiata decisiva, Joseph organizza un esercito di poliziotti intorno al
capannone dove i russi chiuderanno una
grossa trattativa. Mentre gli altri sono impegnati negli ultimi arresti, Joseph isola il
nipote del pellicciaio in un canneto e lo
uccide a sangue freddo.
Il giorno degli onori Bobby annuncia
al fratello d’aver già presentato domanda
di trasferimento per essere assegnato a un
incarico da burocrate. Durante la consegna del distintivo e della medaglia Joseph
cerca tra i volti della platea quello di
Amanda – che l’ha lasciato subito dopo
l’ultimo agguato –, ma, dopo un’allucinazione che lo fa trasalire, il suo sguardo si
perde nella folla degli sconosciuti.
T
erzo lungometraggio dell’ex enfant prodige James Gray – oggi
trentottenne, chiuse il suo primo
Film
Little Odessa ad appena ventiquattro anni
–, il film arriva nelle sale italiane dopo aver
ricevuto fischi e applausi (più i primi dei
secondi) al Festival di Cannes nella primavera del 2007. La filmografia di Gray –
tre film in tredici anni – dice d’un cineasta
discreto e rigoroso, neoclassico al punto
da costruire un film poliziesco più moderno dei moderni, intessuto di temi biblici e
shakesperiani, ma capace d’innovare rimanendo sempre fedele all’ortodossia della
migliore classicità hollywoodiana.
Tornano qui alcuni dei temi comuni
anche agli altri film di Gray. Prima di tutti la
famiglia, radice, fondamento identitario, ma
anche catena e vincolo invincibile: la parabola compiuta dal protagonista non è che
Tutti i film della stagione
dinamica esemplare di questa “maledizione di nascita”, che diventa poi inevitabilmente anche condizionamento sociale.
L’essere poliziotti non è solo la vocazione
di famiglia, un fatto di sangue; è, allo stesso tempo, una definizione, è l’insormontabile incastro sociale al quale si finisce per
ubbidire, senza alternative possibili, ottenendo il conforto dell’integrazione in un
clan, in un gruppo, in un sistema di legami
di solidarietà; in definitiva, dell’idenitificazione, ma pagando anche un pesante tributo (l’amore della ragazza portoricana, la
vita spregiudicata ma felice da irresponsabile contestatore della legge).Come per
l’evangelico personaggio del figliol prodigo, il ritorno dal padre significa per il pro-
tagonista l’accettazione dell’accesso alla
vita adulta.
Gray torna a dirigere la coppia Mark
Wahlberg Joaquin Phoenix dopo il precedente The Yards (2001, da noi uscito
direttamente per l’home video), stavolta
però i due sono sormontati dal carisma
di Robert Duvall, vero cardine del film. La
regia è sicura e precisa, fotografia e montaggio danno corpo a un film che senza
incertezze si cimenta con una vicenda
classica (dunque anche a forte rischio di
banalità) e riesce nel rinnovare il genere
poliziesco con spunti e aspirazione da
epopea tragica.
Silvio Grasselli
PIACERE DAVE
(Meet Dave)
Stati Uniti, 2008
Regia: Brian Robbins
Produzione: Jon Berg, David T. Friendly, Todd Komarnicki per
Deep River Productions/Friendly Films (II)/Guy Walks into a
Bar Productions/Regency Enterprises/Road Rebel/Twentieth
Century-Fox Film Corporation
Distribuzione: 20th Century Fox
Prima: (Roma 22-8-2008; Milano 22-8-2008)
Soggetto e sceneggiatura: Rob Greenberg, Bill Corbett
Direttore della fotografia: J. Clark Mathis
Montaggio: Ned Bastille
Musiche: John Debney
Scenografia: Clay A.Griffith
Costumi: Ruth E. Carter
Produttore esecutivo: Thomas M. Hammel
Produttore associato: Lars P. Winther
Direttore di produzione: Ray Quinlan
Casting: Juel Bestrop, Seth Yanklewitz
Aiuti regista: Lars P. Winther, Douglas Plasse, Julian Brain,
Joseph Aspromonti, Murphy Occhino
Operatore/Operatore steadicam: John S. Moyer
Art director: Beat Frutiger
Arredatore: Robert Greenfield
Trucco: Debra Coleman, Melanine Hughes, Marianna Elias, Ned
Neidhardt, Robert Ryan
Acconciature: Leonard Drake, Lisa Hazell, Lorna Reid
Coordinatore effetti speciali: Jeff Brink
Supervisori effetti visivi: Bryan Hirota (CIS Hollywood),
A
New York, il piccolo Josh vede
entrare dalla finestra della sua
cameretta una strana sfera di
metallo delle dimensioni di una palla da
baseball; incuriosito, l’indomani la porta
a scuola durante la lezione di scienze.
Qualche tempo dopo, sbarca sulla terra
una strana astronave a forma di essere
umano: l’astronave ha le sembianze di
Dave, quarantenne di colore dalla risata
contagiosa e dal vestito bianco alla ma-
Ian Hunter (New Deal Studios Inc.), Erik Liles, Mark Stetson,
Colin Strause, Greg Strause
Coordinatori effetti visivi: E.M. Bowen (New Deal Studios), Clark Parkhurst, John Polyson (Hydraulx), William H.D.
Marlett, Katie Spinelli, Nick Crew,
Supervisore effetti digitali: Patrick Kavanaugh (CIS Hollywood)
Coordinatore effetti digitali: William H. D. Martlett
Suono: Smokey Cloud
Supervisore costumi: Lisa Lovaas
Interpreti: Eddie Murphy (Dave Ming Cheng/il capitano), Elizabeh Banks (Gina Morrison), Gabrielle Union (N.3-Ufficiale della cultura), Scott Caan (Ufficiale Dooley), Ed Helms (N.2-Comandante in Seconda), Kevin Hart (N. 17), Mike O’Malley (Ufficiale Knox), Pat Kibane (N. 4-Ufficiale della sicurezza), Judah
Friedlander (ingegnere), Marc Blucas (Mark Rhodes), Jim Turner (dottore), Austin Lynd Myers (Josh Morrison), Adam Tomei
(N. 35), Brian Huskey (Tenente Braccio Destro), Shawn Christian (Tenente Braccio Sinistro), Brad Wilson (Tenente Gamba
Destra), Smith Cho (Tenente Gamba Sinistra), David ‘Goldy’
Goldsmith (Tenente Rotula), Paul Scheer (tenente Rotula), Jane
Bradbury (N. 81), John Gatins (controllore traffico aereo), Chang
Yung.I (genio Apple), James M. Condor (Preside), Charles Guardino (sergente Vargas), Stephanie Venditto (tecnico MRI), Richie Allan (senzatetto), Phaedra Nielson (cameriera), Brandon
Molale (guardia sicurezza), Mel Cowan (detective), Rashida Roy
(N. 37), The Naked Cowboy (se stesso)
Durata: 90’
Metri: 2640
niera di Tony Manero; è governata, al suo
interno, da un equipaggio di cento alieni
in miniatura guidato dal Capitano, versione in piccolo di Dave. Il loro pianeta,
Gnende, soffre a causa di una crisi energetica e la loro missione è risucchiare tutto il sale dell’oceano sulla Terra, grazie
alla palla di metallo, per garantirgli l’energia di cui a bisogno. Camminando per le
vie della città, l’astronave Dave viene investita dall’automobile di Gina, madre di
16
Josh e vedova di guerra. Dave vede in fotografia la palla di metallo che sta cercando disperatamente; la palla è stata rubata
a scuola da un bullo, compagno di classe
di Josh, ma Dave riesce a recuperarla.
L’astronave Dave passa sempre più tempo
con Gina e Josh e scopre qualità negli umani; che scopre in essi sentimenti e amore, e
decide di rinunciare all’impresa del sale
per non distruggere la Terra. Intanto, all’interno dell’astronave, il Numero 2 è con-
Film
Tutti i film della stagione
trario alla decisione e espelle sia il Capitano sia Numero 3, fedelissima assistente
innamorata del capitano (che, per gelosia
nei confronti di Gina, aveva in un primo
momento appoggiato l’ammutinamento di
Numero 2). Anche Numero 17 esce dall’astronave (sotto l’effetto del terzo mojito
ingurgitato da Dave…) e finisce nel cappuccino del poliziotto Dooley, che inizia a
interrogarlo per scoprire la verità sugli
strani avvenimenti di quei giorni. La polizia trova Dave e cerca di arrestarlo, ma
l’astronave riesce a fuggire (grazie anche
all’aiuto di Josh, che ricarica le “batterie”, grazie a un taser che ha rubato al
commissariato). Recuperata la palla di
metallo che Numero 2 aveva provato a gettare nell’Oceano e ricomposto tutto l’equipaggio, l’astronave fa ritorno al pianeta
Gnende.
E
ddie Murphy è uno dei grandi
comici del cinema mondiale e, a
quasi trent’anni dal suo debutto,
è ancora uno dei migliori in circolazione (la
nomination agli Oscar per Dreamgirls ne
dimostra appieno la bravura e la versatilità). Eppure Murphy continua a sprecare il
proprio talento in pellicole sempre più insignificanti, in qualche misura nobilitate solo
dalla sua presenza. Ciò premesso, Piacere Dave è migliore di quel che sembra, nonostante la pessima ricezione avuta in patria. Il film è una commedia semplice, senza pretese, ‘per famiglie’, con alcune battute fulminanti, che funziona grazie e soprattutto al suo protagonista. Murphy riesce infatti a dosare sapientemente la propria naturale esuberanza, riuscendo comunque a
divertire, mentre la recitazione degli altri
attori è troppo spesso sopra le righe, ten-
dente al grottesco fuori luogo. Nel film, Murphy interpreta un doppio ruolo, senza però,
stavolta, doversi affidare alle magie del
makeup e degli effetti speciali. In Piacere
Dave, il comico del Saturday Night Live si
destreggia abilmente tra il rigido Dave MingChang, l’astronave con sembianze umane in giro per New York tra macchine che lo
investono, gatti che lo assalgono, hot dog
che lo intossicano e mojito che lo ubriacano, e l’esagitato Capitano Numero 1 al comando dell’austero equipaggio proveniente dal pianeta Gnende che, a contatto con
la vita terrestre e newyorkese, scoprirà
quanto sia bello lasciarsi andare e godersi
la vita, senza dimenticare i buoni sentimenti.
La regia del film è affidata a Brian Robbins,
regista di Norbit, altro flop (meritatissimo,
stavolta) di Murphy, ma pare ora che la collaborazione abbia prodotto buoni frutti. La
morale di fondo è quella classica e banale
di molte commedie made in USA: rilassatevi, imparate ad aiutarvi gli uni con gli altri
e la vita vi sorriderà. Tutto il film pesa sulle
spalle di Eddie Murphy e purtroppo, alla
lunga, perde di ritmo e vivacità. Resta comunque una pellicola piacevolmente estiva che piacerà soprattutto ai giovanissimi.
Menzione d’onore spetta al doppiatore storico di Eddie Murphy, Tonino Accolla. Scott
Caan, che interpreta il poliziotto Dooley, è il
figlio di James Caan.
Chiara Cecchini
OMBRE DAL PASSATO
(Shutter)
Stati Uniti, 2008
Regia: Masayuki Ochiai
Produzione: Doug Davison, Takashige Ichise, Roy Lee per Ozla
Pictures/Regency Enterprises/Vertigo Entertainment
Distribuzione: 20th Century Fox
Prima: (Roma 8-8-2008; Milano 8-8-2008) V.M.: 14
Soggetto e sceneggiatura: Luke Dawson
Direttore della fotografia: Katsumi Yanagishima
Montaggio: Timothy Alverson, Michael N. Knue
Musiche: Nathan Barr
Scenografia: Norifumi Ataka
Produttori esecutivi: Gloria Fan, Sonny Mallhi
Produttore associato: Richard Guay
Casting: Caitlin McKenna-Wilkinson
Aiuti regista: Ed Licht, Amy Wilkins
Trucco: Rick Findlater
Acconciature: Georgia Lockhart-Adams, Rick Findlater
Supervisori musiche: Dave Jordan, Jojo Villanueva
Interpreti: Joshua Jackson (Benjamin Shaw), Rachael Taylor
(Jane Shaw), Megumi Okina (Megumi Tanaka), David Denman
(Bruno), John Hensley (Adam), Maya Hazen (Seiko), James
Kyson Lee (Ritsuo), Yoshiko Miyazaki (Akiko), Kei Yamamoto
(Murase), Daisy Betts (Natasha), Adrienne Pickering (Megan),
Pascal Morineau (fotografo al matrimonio), Masaki Ota, Heideru Tatsuo (agenti di polizia), Eri Otoguro (Yoko), Rina Marsupi
(receptionist TGK), Tomotaka Kanzaki, Jun Yakushiji (clienti),
Emi Tamura (Emi), Polina Kononova, Yulia Ryzhova (modelle
studio), Maria Takagi (cameriera al ristorante giapponese), Akihido Ando (direttore ristorante), Alessandra, Latrina B., Tanya
Allen (modelle), Takao Toji (dottore Tokyo), Shizuka Fujimoto
(infermiera), Akihiro Shimomura (padre di Megumi)
Durata: 85’
Metri: 2300
17
Film
B
en e Jane sono due novelli sposi
in viaggio di nozze in Giappone.
Una sera, mentre sono in auto
diretti a un cottage di montagna, Jane al
volante è terrorizzata dall’improvvisa
apparizione di una giovane donna in
mezzo alla strada. Jane è convinta di
aver investito la ragazza. Trascorso qualche giorno, la coppia prosegue per Tokyo, dove Ben, fotografo di moda, è atteso per un importante servizio. La produzione fornisce alla coppia un bellissimo
loft nel centro della capitale giapponese. Sviluppate le foto della luna di miele, Jane si accorge che su tutte le immagini aleggia una strana ombra bianca.
La ragazza mostra le foto a Seiko, la segretaria di Ben, che le dice si tratta di
foto spiritiche. Intanto anche Ben, mentre è sul set, ha visioni della ragazza.
Seiko presenta il suo ex ragazzo a Jane:
il giovane le mostra alcune vere foto spiritiche. La fotografia spiritica esiste fin
dall’Ottocento: si tratta di immagini che
ci collegano al mondo dell’invisibile e
probabilmente quelle apparizioni spettrali sulle foto rappresentano la necessità di comunicarci qualcosa. Tornata a
casa, la ragazza trova Ben arrabbiato
perché la pellicola delle foto di lavoro è
rovinata. Jane osserva le foto e nota le
stesse ombre bianche che aveva notato
nelle foto scattate al cottage. Jane dice
che la ragazza in quelle foto è la stessa
che gli si era parata davanti all’auto di
notte: è convinta che quella ragazza li
abbia seguiti a Tokyo. Ben non crede all’idea di un fantasma. Il giorno dopo,
Jane parla a Ben delle foto spiritiche. La
coppia si reca da un famoso medium che
gli spiega come la passione influenzi gli
spiriti: troppo desiderio, troppo amore,
troppo odio, e lo spirito rimane bloccato
nel corpo, intrappolato nella morte. Jane
racconta all’uomo della ragazza investita, ma Ben la porta via dicendo che quel
medium è un imbroglione. Jane trova una
foto di Ben dove è fotografata la stessa
ragazza dell’incidente: si tratta di Megumi, una giovane che aveva lavorato
per qualche tempo per la stessa agenzia
di Ben. Ben racconta la verità alla moglie: Megumi era un’interprete con cui
lui ebbe una breve relazione. Ben non era
innamorato e lei diventava sempre più
ossessiva con lui. Poi gli amici Bruno e
Tutti i film della stagione
Adam le dissero che era finita. Ben confessa di non averla vista più dopo la fine
della relazione. Intanto Adam, rappresentante di modelle, fa un provino fotografico, ma, improvvisamente gli appare Megumi che lo uccide. Ben va a cercare l’altro amico Bruno a casa, ma non
riesce a salvarlo dal suicidio. Ben è convinto che Megumi abbia ucciso i suoi due
amici. Jane e Ben vanno alla ricerca di
Megumi e la trovano cadavere in stato
di decomposizione nella sua casa vicino
Tokyo. La ragazza viene cremata l’indomani. Sembra tutto finito, ma le apparizioni di Megumi continuano a perseguitare la coppia che fa ritorno a New York.
Nel bagaglio proveniente dal Giappone,
Jane trova una macchina fotografica che
Megumi aveva regalato a Ben. Ci sono
delle foto di Megumi con Ben, Bruno e
Adam. Jane intima a Ben di dirgli cosa
avevano fatto a quella ragazza. Ben racconta di un serata in cui lui e i suoi amici avevano approfittato di Megumi dopo
averla drogata ma confessa che non volevano farle del male, volevano solo ritrarla in foto compromettenti per minacciarla di mostrarle ai colleghi e alla madre. Jane capisce le apparizioni di Megumi erano degli avvertimenti: la ragazza voleva metterla in guardia da suo marito. Jane, distrutta, va via. Rimasto solo,
Ben si rende conto di aver avuto sempre
la presenza di Megumi sopra di lui. Da
alcune foto capisce che il fantasma di
Megumi è da molto tempo attaccato al
suo collo. Ben è in ospedale, ha profonde bruciature sul collo dovute alle scosse elettriche che si è provocato ma Megumi è ancora lì, sopra di lui.
U
n’energia emotiva che scaturisce
dalle foto, persone defunte che
restano influenzate dalle passioni terrene, spiriti che restano bloccati nel
corpo, intrappolati nella morte. Gli spiriti
sono quindi legati alla carne anche nella
morte? Ipotesi affascinante senza dubbio quella che considera il fantasma e la
sua esistenza umbratile l’emblema della
paura per eccellenza, quella che ci portiamo spesso dietro dall’infanzia e che
terrorizza proprio perché rappresenta
qualcosa di sospeso fra il mondo dei vivi
e il mondo dei morti; per il suo essere
“porta” di collegamento con il mondo del-
18
l’aldilà, per il suo essere presenza impalpabile e misteriosa, il fantasma rappresenta la minaccia di trasformare in
incubo la realtà.
Ma in questo film c’è qualcosa che sa
di troppo prevedibile fin all’inizio, quando
il fantasma della giapponesina morta perseguita la bionda sposina americana (l’australiana Rachel Taylor una bella via di
mezzo tra Scarlett Johansson e Naomi
Watts già vista nel fantascientifico Transformers) di un affascinante fotografo di moda
(Joshua Jackson lanciato dal serial per
teenager Dawson’s Creek e protagonista
della commedia “in salsa toscana” Vengo
a prenderti accanto a Harvey Keitel).
In mezzo a tanta banalità, si fanno notare le scene in cui la giovane americana
se ne va in giro per la metropoli nipponica:
i suoi occhi ricordano davvero quelli della
Johansson nella commedia Lost in Translation e la città ha degli angoli davvero
affascinanti.
Diretto dal giapponese Masayuki
Ochiai, un maestro nel genere “oriental
horror” (ha diretto nel 2004 il sorprendente Infection) che decide di debuttare in
America (la sceneggiatura è stata rielaborata dall’esordiente Luke Dawson) con un
film ambientato nella sua patria; il film è il
remake a stelle e strisce dell’omonimo cult
thailandese del 2004 di Banjong Pisanthanakun e Parkpoom Wongpoom.
Certo, il tema del fantasma femminile
che torna per vendicare torti subiti perseguitando i vivi è troppo abusato e inizia a
segnare il passo. Davvero siamo un po’
stufi di vedere spettri di ragazze con gli
occhi a mandorla terrorizzare con le loro
apparizioni. E poi all’inizio del nuovo millennio la stagione d’oro dell’horror asiatico era nel pieno (The Ring, The Grudge,
The Eye tutti con relativi sequel), ma ora
la vena innovativa del filone sembra davvero esaurita. E continuare a girare remake ‘made in USA’ ha davvero poco
senso.
Certo, la ghost story sarà anche priva
di mordente e l’unica cosa di cui abbonda sono gli effetti sonori messi lì a bella
posta per far saltare lo spettatore sulla
poltrona, ma un consiglio che non fa mai
male è d’obbligo: guardatevi sempre le
spalle!
Elena Bartoni
Film
Tutti i film della stagione
IO VI TROVERÒ
(Taken)
Francia, 2008
Regia: Pierre Morel
Produzione: Luc Besson, Pierre-Ange Le Pogam, India Osborne per Europa Corp./M6 Films/Grive Productions
Distribuzione: 20th Century Fox
Prima: (Roma 14-8-2008; Milano 14-8-2008)
Soggetto e sceneggiatura: Luc Besson, Robert Mark Kamen
Direttore della fotografia: Michel Abramowicz
Montaggio: Frederic Thoraval
Musiche: Nathaniel Méchaly
Scenografia: Hugues Tissandier
Costumi: Pamela Lee Incardona
Produttore esecutivo: Didier Hoarau
Direttori di produzione: Gregory Barrau, David Deshayes
Casting: Ferne Cassel, Nathalie Cheron
Aiuti regista: Craig Borden, Jèrôme Raffaelli, Heather I. Denton, Mathilde Cavillan, Deborah Chung, Guillaume Morand
Suono: Martin Boissau
Supervisore effetti speciali: Georges Demétrau
B
ryan Mills è un ex agente segreto
americano, andato in pensione
per poter stare vicino alla figlia
adolescente Kim, da quando la sua ex moglie si è risposata con un importante magnate. Con riluttanza, Bryan firma il permesso per l’espatrio di Kim, che andrà in
vacanza con l’amica Amanda a Parigi; in
cambio dovrà chiamarlo tutte le sere con
il cellulare intercontinentale.
Arrivate a Parigi le due ragazze vengono avvicinate da Peter, un francese che
divide con loro il taxi vedendo così dove le
due alloggeranno: l’appartamento delle
cugine di Amanda. Mentre Bryan e Kim
sono al telefono, Amanda viene rapita;
l’amica assiste al fatto dalla finestra del
bagno. Sotto le direttive paterne, Kim poco
prima d’esser presa, grida al padre che gli
uomini hanno un tatuaggio sulla mano
destra raffigurante una stella e una luna.
Gli ex colleghi di Bryan scoprono, tramite
la registrazione della telefonata, che si tratta d’un gruppo di albanesi, capeggiati da
un certo Marko, specializzati nella tratta
di giovani donne. Ora Bryan ha 96 ore di
tempo per ritrovare sua figlia prima di perderla per sempre.
Bryan parte alla volta di Parigi, dove
riesce subito a individuare Peter che muore durante l’inseguimento. Ad aiutarlo arriva l’ex collega e amico Jean Claude, ora
vicedirettore della sicurezza interna, che a
sua insaputa lavora comunque contro di
lui. Attraverso le indagini Bryan troverà
Amanda, morta per overdose, e Marko, che
verrà ucciso assieme ai suoi uomini. At-
Coordinatore effetti speciali: Grégoire Delage
Supervisore effetti visivi: Roxane Fechner
Coordinatore effetti visivi: Elodie Glain
Supervisore musiche: Alexandre Mahout
Interpreti: Liam Neeson (Bryan), Maggie Grace (Kim), Framke
Janssen (Lenore), Xander Berkeley (Stuart), Katie Cassidy
(Amanda), Olivier Babourdin (Jean Claude), Leland Orser (Sam),
Jon Gries (Casey), David Warshofsky (Bernie), Holly Valance
(Diva), Nathan Rippy (Victor), Camille Japy (Isabelle), Nicolas
Giraud (Peter), Gerard Watkins (Saint Clair), Marc Amyot (farmacista), Arben Bajraktaraj (Marko), Radivoje Bukvic (Anton),
Mathieu Busson (agente), Nicolas Giraud (Peter), Camille Japy
(Isabelle), Valentin Kalaj (Vinz), Fani Kolarova (prostituta), Goran
Kostic (Gregor), Christophe Kourotchkine (Gilles), Edwin Kruger
(assistente Jean Claude), Jalil Naciri (Ali), Anca Radici (Ingrid),
Nathan Rippy (Ingrid), Anatole Taubman (Dardan), Bernard Treuil
(tassista), Opender Singh (Singh), Valida Carroll (DJ)
Durata: 93’
Metri: 2550
traverso altre indagini, giunge alla verità:
le donne vengono messe all’asta per essere comprate da facoltosi e alte personalità. A capo di tutto c’è il politico Saint Claire, protetto, fra l’altro, da Jean Claude,
al quale Bryan estorce con violenza il luogo dell’asta. Bryan trova sua figlia, l’ultimo lotto della serata, comprata da uno sceicco. Saint Claire e i suoi uomini non sfuggono alla vendetta di Bryan che raggiunge, in extremis, la nave dello sceicco. Anche qui nessuno sopravvivrà alla sua ira;
neanche lo sceicco. Bryan e Kim finalmente
si riabbracciano.
Passano dei giorni. Bryan porta Kim
a conoscere un’importante popstar, protetta in precedenza da Bryan, che potrà aprire le porte alla carriera di Kim che da sempre sogna di fare la cantante.
D
opo alcuni film, in cui Liam Neeson ricopriva ruoli da mentore o
da coprotagonista, come Batman
Begins (2005) o Caccia Spietata (2006),
torna finalmente e meritatamente a un ruolo più importante. Qui padre coraggio (molto più coraggioso d’una madre paradossalmente priva d’ansie per la figlia in partenza), in lotta con la tratta di giovani turiste ingenue, che vengono avviate alla prostituzione e alla droga. Ottima l’idea che
non vi sia nulla di personale, nessuna vendetta trasversale: semplicemente gli albanesi hanno preso, per loro sfortuna, la ragazza sbagliata.
Slancio che serve a mostrarci un mondo fatto di raggiri, denaro e prostituzione, tra-
19
mite sequenze realizzate con crudezza, ma
estremo rispetto; ad esempio la scena al
porto, in cui Bryan apprende una parte della
verità, non viene mostrata nessuna scena
di violenza sessuale o di scambi di siringhe.
Il tocco di Besson (Leòn; Nikita), qui in
veste di sceneggiatore, è unito alla buona
prova del regista Pierre Morel. Nella prima
parte vengono dosate magistralmente sequenze da adrenalina ed ansia, alternandole con momenti di riflessione e ricerca;
nella seconda parte, la tensione prende piede man mano che, assieme a Bryan, ci avviciniamo al ritrovamento di sua figlia.
L’anima di Besson si palesa nelle scene di inseguimenti e sparatorie, in alcuni
tratti volutamente eccessive, nonché nel
dialogo iniziale fra Bryan e l’albanese, in
cui il protagonista si lascia andare in una
minaccia stile Rambo.
Una storia ben costruita che ci porta a
tifare per Bryan, a voler sempre andare
avanti con lui. Impossibile non identificarsi
col suo personaggio, aiutati dalla scelta di
farci vivere la storia dal suo punto di vista,
che ci porterà a rivedere Kim soltanto alla
fine del film, in un crescendo di tensione.
Un punto focale è la più che buona interpretazione di Neeson, affiancato da
Maggie Grace conosciuta ai più come la
Shannon del telefilm cult Lost.
Sicuramente un film da vedere, che ci
lascia con una domanda: fino a che punto
ci si può spingere nella giustizia personale pur di salvare una persona amata?
Elena Mandolini
Film
Tutti i film della stagione
BURN AFTER READING – A PROVA DI SPIA
(Burn After Reading)
Stati Uniti/Gran Bretagna/Francia, 2008
Supervisore costumi: Cha Blevins, David Davenport
Interpreti: George Clooney (Harry Pfarrer), Frances McDormand (Linda Litzke), John Malkovich (Osbourne Cox),
Tilda Swinton (Katie Cox), Brad Pitt (Chad Feldheimer),
Richard Jenkins (Ted Treffon), David Rasche (agente CIA),
J.K. Simmons (superiore CIA), Olek Krupa (Krapotkin), Michael Countryman (Alan), Kevin Sussman, J.R. Horne (avvocati divorzista), Hamilton Clancy (Peck), Armand Schultz
(Olson), Pun Bandhu (Doug Magruder), Karla CheathamMosley (ospite party), Jeffrey DeMunn (chirurgo cosmetico), Richard Poe (cliente palestra stretching), Carmen M.
Herlihy (potenziale cliente della palestra), Raul Aranas (Manolo), Judy Franck (segretaria dell’avvocato), Sandor Tecsy (scorta dell’Ambasciata Russa), Yury Tsykun (superiore dell’Ambasciata Russa), Brian O’Neill (Hal), Matt Walton
(conduttore dello show del mattino), Lori Hammel (conduttrice dello show del mattino), Crystal Bock (donna PR),
Patrick Boll (uomo di Sandy), Logan Kulick (paziente di quattro anni), Dermot Mulroney (Star di “Coming Up Daisy”),
James Thomas Bligh (tenente MacDonald), Elizabeth Marvel (Sandy Pfarrer), Jacqueline Wright (Monica), Robert
Prescott
Durata: 96’
Metri: 2630
Regia: Joel ed Ethan Coen
Produzione: Tim Bevan, Ethan Coen, Joel Coen, Eric Fellner
per Working Title Films/Mike Zoss Productions/Studio Canal.
In associazione con Relatività Media
Distribuzione: Medusa
Prima: (Roma 19-9-2008; Milano 19-9-2008)
Soggetto e sceneggiatura: Joel ed Ethan Coen
Direttore della fotografia: Emmanuel Lubezki
Montaggio: Joel ed Ethan Coen (Roderick Jaynes)
Musiche: Carter Burwell
Scenografia: Jess Gonchor
Costumi: Mary Zophres
Produttore esecutivo: Robert Graf
Produttore associato: David Diliberto
Direttore di produzione: Neri Kyle Tannenbaum
Casting: Ellen Chenoweth
Aiuti regista: Betsy Magruder, Ronan O’Connor, Bac DeLorme, John Silvestri
Operatore: Gorge Richmond
Art director: David Swayze
Arredatore: Nancy Haigh
Trucco: Jean Ann Black, Barbara Lacy, Patricia Regan
Acconciature: Waldo Sanchez
Supervisori effetti visivi: Randall Balsmeyer, Eric J. Robertson
O
sborne Cox è un analista della
CIA che viene da un giorno all’altro rimosso dal proprio incarico. Motivo ufficiale: ha dei problemi con
l’alcool. Problemi che si accentuano una volta costretto a passare le giornate a casa, intenzionato a lavorare alla propria autobiografia. Cosa che lo rende ancor più inviso
all’arrivista e cinica moglie Katie, che lo tradisce con Harry Pfaffer, sceriffo federale affetto da numerose intolleranze alimentari.
Alla periferia di Washington, nella palestra “Hardbodies”, Linda Litzke, donna
di mezza età che sogna interventi di chirurgia estetica fuori dalla propria portata
economica e cerca senza successo l’anima gemella su Internet, viene coinvolta da
Chas, un collega svaporato, in un gioco
pericoloso. Un inserviente ha trovato in
uno spogliatoio un dischetto con informazioni riservate della CIA. I due risalgono
al proprietario, che è Osborne, e decidono
di tentare di ricattarlo per denaro. Le informazioni non hanno alcun valore, si tratta di vecchi dati che Osborne sta utilizzando per la stesura della sua autobiografia,
ma i due squinternati ricattatori decidono
di continuare nel loro gioco. Cox, non potrebbe essere altrimenti, visto il proprio
background professionale, è un duro e non
cede alle ridicole minacce dei due, diffidandoli dal continuare a ricattarlo. Linda
e Chas, in pieno delirio di onnipotenza,
portano il dischetto all’ambasciata russa,
che si dimostra interessata alle informazioni e ne chiede altre.
La moglie di Harry, scrittrice di fiabe
per bambini, parte per il tour promozionale
del suo nuovo libro. Per Harry (che ha sempre l’ossessione di essere spiato) è l’occasione di stabilirsi a casa di Katie (che ha
cambiato la serratura di casa e cacciato
Osborne, al quale non resta che rifugiarsi
nella propria barca), ma anche di rispondere a un annuncio di incontri al buio su
Internet, grazie al quale contatta (e va a letto
con) Linda. Quest’ultima, convinta di aver
trovato l’anima gemella (entrambi ridono
alla stessa scena di un film visto milioni di
volte), non si scompone neanche quando lui
le mostra l’ultima creazione di bricolage
nella cantina di casa sua: un vogatore/vibratore dall’utilizzo inequivocabile.
Pressati dai russi, desiderosi di altre informazioni (quelle del dischetto erano di valore pressoché nullo), Chas penetra in quella che
crede essere ancora casa di Cox. Di lì a poco,
entra invece in casa Harry; Chas si rifugia
nell’armadio della camera da letto. Harry apre
l’armadio, lo vede e accidentalmente gli spara in faccia con la pistola che ha sempre dietro. Harry, sconvolto, si libera del cadavere,
convinto che si tratti di una spia; poi si accorge di un uomo che lo sta spiando da una macchina e lo affronta. L’uomo è un investigatore
privato, assoldato dalla moglie per spiarlo
20
durante la sua assenza. La notizia getta nella
disperazione Harry, che chiama subito Linda
per potersi incontrare.
Nel frattempo, la CIA (che sta monitorando l’insieme delle vicende, senza capire troppo bene cosa stia succedendo) ha
fatto sparire il corpo di Chas, che risulta
introvabile. Sconvolta dalla sua sparizione, Linda chiede lumi ai russi, che non sanno darle informazioni.
Ted, manager della palestra “Hardbodies”, segretamente innamorato di Linda, entra in casa di Katie alla ricerca di nuove informazioni da dare ai russi, convinto che siano stati loro a rapire Chas; ma viene sorpreso da Osborne, entrato di forza in casa con
un’accetta, che gli spara e poi lo finisce a
colpi di scure in pieno giorno per la strada.
Linda si confida con Harry, col solo
risultato di farlo scappare a gambe levate
una volta appreso che era in combutta con
l’uomo che ha ucciso.
Alla CIA, un dipendente e il suo superiore provano a fare il punto della situazione: Chas è morto, Ted pure, Osborne è in
coma vegetativo dopo che un poliziotto appostato sotto casa gli ha sparato quando lo
ha visto attaccare Ted, Harry è stato arrestato mentre provava a imbarcarsi per il
Venezuela e Linda ha deciso di collaborare
con la CIA in cambio delle spese per l’operazione di chirurgia plastica. Gli agenti ne
traggono una lezione: mai ripetere quel che
Film
Tutti i film della stagione
hanno fatto in questa circostanza. Anche se,
una volta messo il punto, ancora non hanno chiaro cosa abbiano fatto di preciso.
I
l film di apertura della 65. Mostra
Internazionale d’Arte Cinematografica, per sua stessa definizione
evento fuori concorso, si è fatto parecchio
rimpiangere nelle successive giornate di rassegna lagunare. Il motivo, presto riassunto,
era la povertà qualitativa dei titoli susseguitisi, con menzione particolare per quelli passati in concorso. Burn After Reading è riuscito così a capitalizzare le attenzioni principali, anche in virtù del battage mediatico che
un cast artistico senza rivali si è facilmente
accaparrato. Il risultato, naturalmente, è stato quello di incensare il titolo oltre i suoi meriti: ma va anche detto che una commedia
così i poliedrici fratelli Coen non l’azzeccavano da parecchio tempo (si pensi ai mezzi
passi falsi di Prima ti sposo, poi ti rovino e
The Ladykillers). Il pregio principale è senz’altro un equilibrio che può dirsi riuscito tra il
brillante e il grottesco, quel grottesco che contraddistingue da sempre (talora in modo
sgradevole) i capitoli più “leggeri” della filmografia coeniana. C’è dell’altro, oltre la voglia
di divertire e divertirsi, in Burn After Reading,
una poetica assai cara ai fratelli Coen che
sa riproporsi efficacemente ogni qualvolta i
due autori decidono di farla emergere oltre il
clichè, o il genere che di volta in volta attraversano; una poetica del quotidiano a 360°,
desolatamente attonita davanti alla constatazione, più che alla descrizione, di un mondo impazzito che ha perso la bussola (se
mai ne ha avuta una) e procede per inerzia,
di deflagrazione in deflagrazione, secondo
un meccanismo di azione e reazione che è
alla base della sceneggiatura cinematografica, ma senza la ferrea struttura che impedisce a quest’ultima di andare alla deriva. Il
gioco dei Coen, quello irresistibile e metacinematografico, è proprio quello di portare il
discorso alle estreme conseguenze, ben
certi del fatto che con un mondo come quello in cui viviamo, non si sa mai che reazione
seguirà all’azione che si sta compiendo.
Ne sanno bene qualcosa i decerebrati
protagonisti di Burn After Reading, vittime
ma anche artefici di un mondo impazzito che
porta alla deriva i suoi abitanti, li fa incontrare e accoppiare, li mette uno di fronte all’altro nei momenti peggiori, determinando una
tragedia non scritta e priva di senso che è
all’antitesi della tragedia greca e dei topoi
che riconducono lo spettacolo sui binari della rappresentazione catartica. Non c’è catarsi nell’assurdità della vita, vien da pensare in film di valore assoluto come Non è un
paese per vecchi; Burn After Reading non
fa che ribadire questo concetto, in chiave più
leggera, affidando la scappatoia di una catarsi alla comicità “eccessiva” come alle ca-
ratterizzazioni grottesche e monodimensionali (su tutte quella di Brad Pitt), facili da etichettare e da cui potersi agevolmente autodistanziare. Un aspetto, quest’ultimo, che altrove ha rappresentato un limite: qui la “deriva” delle caratterizzazioni incomincia solo a
mezz’ora dalla fine, rivelando solo in ultima
istanza allo spettatore il proprio carattere finale di divertissement. Nel frattempo, qualcosa di non banale è stato detto sulla stupi-
dità come macroscopico sintomo di una
umana, marchiana finitezza al cospetto dei
massimi sistemi. E se anche ai piani alti, nella
CIA, che ha spiato l’intera vicenda, si fa fatica a tirar di somma, più in alto, dove risiede
lo spettatore, si fa ancor più fatica ad ammettere che, in fondo, non è successo proprio niente. È la vita.
Gianluigi Ceccarelli
SHORTBUS – DOVE TUTTO È PERMESSO
(Shortbus)
Stati Uniti, 2006
Regia: John Cameron Mitchell
Produzione: Howard Gertler, John Cameron Mitchell, Tim Perell per Fortissimo Films/Process Productions/Q Television
Distribuzione: Bim
Prima: (Roma 24-11-2006; Milano 24-11-2006) V.M.: 18
Soggetto e sceneggiatura: John Cameron Mitchell
Direttore della fotografia: Frank G. DeMarco
Montaggio: Brian A. Kates
Musiche: Yo La Tengo
Scenografia: Jody Asnes
Costumi: Kurt and Bart
Produttori esecutivi: Wouter Barendrecht, Alexis Fish, Michael J. Werner
Produttori associati: Morgan Higby Night, Neil Westreich, Richard Wofford
Co-produttore: Pamela Hirsch
Casting: Susan Shopmaker
Aiuti regista: Karen Kane, Sarah Rae Garrett
Arredatore: Sarah E.McMillan
Trucco: Maya Hardinge
Acconciature: Fabian Garcia
Supervisore musiche: Michael Hill
Interpreti: Lee Sook-yin (Sofia), Paul Dawson (James), Lindsay Beamish (Severin),
PJ DeBoy (Jamie), Raphael Barker (Rob), Peter Stickles (Caleb), Jay Brannan (Cet),
Alan Mandell (Tobias, il sindaco), Adam Hardman (Jesse), Bitch (‘Bitch’/Shortbus House
Band), Justin Hagan (Brad), Jan Hilmer (Nick), Stephen Kent Jusick (Creamy), Yolonda Ross (Faustus), Jocelyn Samson (Jod), Daniela Sea (‘Piccolo Principe’) Ray Rivas
Durata: 101’
Metri: 2800
21
Film
I
l film si apre con tre abitazioni
diverse nelle quali si sta facendo
sesso. Rob e Sophia, marito e
moglie, provano diverse posizioni, a letto, in
piedi, sul pianoforte, contro la porta a vetri,
anche una insolita lui davanti e lei dietro…
Severin, una dominatrice in abito di lattex, è
a casa di un suo cliente, mentre James, da
solo in casa, pratica un’autofellatio, riprendendosi con la videocamera; intanto Caleb,
un ragazzo che vive nella casa di fronte, lo
spia, insospettato. Rob e Sophia raggiungono l’orgasmo nello stesso momento di James
e del cliente di Severin.
James si mette a piangere, interrotto dal
rientro di Jamie, al quale nasconde il suo
stato d’animo, mentre Sophie parla con Rob
di una sua paziente che finge col marito di
avere un orgasmo e non gli dice la verità per
paura che lui la lasci. Rob non sembra avere
una propria opinione sull’argomento.
Jamie e James, mentre Caleb, non visto
li spia da dietro un albero,vanno da Sophia,
che è una consulente sessuale di coppia.
Jamie è un ex attore bambino, mentre James un tempo faceva l’escort e ora fa il bagnino in una piscina. I due, spiegano a
Sophie, voglio sentire il parere di una esperta circa la loro decisione di diventare una
coppia aperta dopo cinque anni di relazione, dato che la monogamia “è per gli etero”. Sophie chiede a Jamie di lasciarla da
sola con James e gli chiede perché lui sia lì.
James mentre le risponde comincia a riprendersi con la sua videocamera le racconta
di un incidente occorsogli nella piscina dove
lavora. Poi Jamie rientra ed è il suo turno
di parlare da solo con Sophie. Il suo atteggiamento però innervosisce la terapista che
gli molla un ceffone. Chiede scusa a entrambi e si giustifica confessando loro di non
aver mai avuto un orgasmo.
Sophie si reca nel locale Shortbus, una
abitazione adibita a club, dove si fa sesso,
si vedono film e si fa arte performativa. Il
padrone di casa è Justin che la accoglie
calorosamente. Lì Sophia conosce, tra gli
altri, Severin. Mentre Jamie e James incontrano Ceth, un giovane ragazzo appena giunto a New York dalla provincia. A
casa loro iniziano a fare sesso, scherzano,
giocano, cantano per scherzo l’inno nazionale americano, usando i loro membri
come microfoni e il sedere come cassa di
risonanza.
Caleb spia la scena dalla solita finestra con uno sguardo di incredula incomprensione.
Dopo aver discusso col marito che non
si capacita di come non riesca nemmeno a
farle provare un orgasmo Sophie chiama
Severin. Si incontrano in un centro dove
possono chiudersi in una speciale vasca
Tutti i film della stagione
adibita a ottundere tutti i sensi per riprovare le sensazioni prenatali della sospensione amniotica. Lì Sophie parla della sua
ricerca dell’orgasmo, della sua famiglia
cino-canadese tradizionalista, mentre Severin confessa di essere incapace ad avere
una vera interazione umana. Negli incontri successivi Sophia cerca invano il suo
orgasmo, Severin confessa a Sophia che il
suo vero nome è Jennifer Aniston (come
l’attrice...).
Di nuovo allo Shortbus, James Jamie
e Ceth fanno un trio fisso, anche se, in un
momento di intimità, Jamie rimprovera a
James di non sopportare la sua introversione e teme che lui non lo ami più (e intanto Caleb, non visto, ascolta tutto).
Sophie, che è andata al locale con Rob, dà
al marito il telecomando di un uovo vibrante che ha nelle parti intime, proponendogli di andare in giro per il locale da soli e
di rimanere in contatto in quel modo. Mentre Rob rimane in disparte e si annoia,
Sophie pomicia prima con il proprietario
gay del locale, ma vengono interrotti dall’uovo che vibra in continuazione, poi si
apparta con Severin che le confessa che
quello che ha con il suo cliente è la cosa
più vicina a un rapporto che abbia mai
avuto. Severin piange per consolarla,
Sophie la bacia, le vibrazioni dell’uovo (il
telecomando è nella tasca posteriore e viene azionato involontariamente...) raggiungono anche Severin, che è sopra Sophia,
fino a farle raggiungere un orgasmo. Mentre Sophia no. Imbarazzata Severin le chiede scusa e Sophie disdice il loro appuntamento quotidiano nella vasca. In seguito
al gioco della bottiglia, per penitenza James si rinchiude nell’armadio con Severin
per 5 minuti. James le racconta di come
ha iniziato a prostituirsi e le invidia, per
celia, il cliente carino, lui non ne aveva
mai avuti. Le confessa di non essersi mai
lasciato penetrare da Jamie, né da nessun
altro. Intanto, Ceth viene aggredito verbalmente da Caleb che gli intima di non immischiarsi tra James e Jamie. Sophie li
separa ma qualcuno, usando il telecomando dell’uovo vibrante credendolo quello del
televisore, le dà delle scosse così forti che
Sophie scatta prendendo involontariamente a pugni Caleb. Sopraggiunge Rob e
quando scopre che il marito aveva lasciato il telecomando incustodito Sophie se ne
va imprecando contro di lui, poi, fuori dal
locale, distrugge l’uovo vibrante.
Completato il video che sta girando per
Jamie, James si reca in piscina, si infila la
testa in un sacco di plastica e si lancia in
acqua. Viene salvato da Caleb che lo ha
seguito intuendo la decisione del ragazzo.
A casa di Caleb, James gli confida la
22
sua insopportabile atarassia e i suoi blocchi sessuali.
Ora, con Caleb, quei blocchi sono passati e James si lascia andare alla sua prima penetrazione. Intanto Rob è da Severin
per farsi frustare (di nascosto da Sophia
perché non capirebbe) e Jamie è preoccupato perché James è scomparso. Durante
una seduta, Sophie ha un’intuizione, si dirige nel bosco di fronte l’ufficio, si perde
tra gli alberi e si ritrova in riva al mare
con una panchina e un lampione. Lì si
masturba e, al crescere della sua eccitazione, un black-out fa cadere nel buio l’intera città. Mentre ognuno accende delle
candele, Jamie vede James a casa di Caleb e James per la prima volta gli sorride.
Si ritrovano tutti allo Shortbus, dove il proprietario canta “Tutti quanti lo prendiamo dentro”, mentre Sophie si lascia andare con una ragazza che aveva notato altre
volte, Rob bacia una ragazza, Jamie e James sono più uniti che mai, mentre Ceth
flirta con Caleb. Arriva una banda nel locale e quando tutto assume un aspetto quasi onirico e felliniano, vediamo di nuovo
Sophie in primo piano che finalmente ha
raggiunto suo primo orgasmo.
L
a ripresa esplicita dell’atto sessuale al cinema lascia sempre
imbarazzati e perplessi. Non stiamo parlando già dei suoi risvolti morali, ma,
ancora, di questo atto davanti la macchina da presa. Gli attori di un film, infatti, fingono quel che compiono, seguendo certe
convenzioni di verosimiglianza che cambiano a seconda del genere e dell’epoca
in cui film è girato.
Tra quello proiettato al cinema e quel
che accade realmente davanti la macchina
da presa c’è un rapporto mediato e convenzionale che, di volta in volta, affronta in
maniera diversa l’equazione irrisolvibile di
quella contraddizione tra finzione e realtà
ben colta da Pirandello: Ne vien fuori, per
forza e senza possibilità d’inganno, un ibrido giuoco. Ibrido, perché in esso la stupidità della finzione tanto più si scopre e avventa, in quanto si vede attuata appunto col
mezzo che meno si presta all’inganno: la
riproduzione fotografica. (L. Pirandello, Quaderni di Serafino Gubbio operatore.
Ora, il rapporto sessuale, quando è ripreso esplicitamente dalla macchina da
presa, sembra far cortocircuitare questa
contraddizione intrinseca del cinema, perché quel che vediamo accadere accade
realmente e non può essere simulato, almeno nella sua concretezza fisica (si possono sempre simulare eccitazione e sentimenti).
L’assoluta mancanza di distanza tra si-
Film
gnificante e significato dell’atto sessuale ripreso e poi proiettato dal cinema ha qualcosa di profondamente osceno in sé, non
già per la sua mostrazione, ma perché quello che era il congiungimento di due corpi
diventa, una volta proiettato in sala, il sesso fra due cadaveri, quelli degli attori che,
per quanto appaiano sullo schermo con vividezza e senso di realismo, non sono che
la vana ombra di un pezzo di celluloide... Il
sesso al cinema può solo essere un simbolo per qualcosa d’altro, altrimenti si trasforma in qualcosa di profondamente, funereo, e viene relegato alla pornografia,
dove una di quelle pulsioni psicologiche su
cui, si dice, si basa il cinema, il voyeurismo,
viene, a sua volta, cortocircuitata nella mera
soddisfazione di se stessa, senza alcuna
valenza simbolica.
La visione del film di Cameron è dunque, a un primo impatto, spiazzante: imbarazza, eccita, irrita allo stesso tempo.
Ma, subito dopo la scena d’apertura, quando capiamo che gli atti sessuali mostrati
servono al progredire della storia e non
sono fini a se stessi, ecco che l’imbarazzo, l’eccitazione e il fastidio lasciano spazio a una gioia liberata, perché lo spettatore è messo di fronte a una sessualità
miracolosamente scevra dal senso di morte, dove gli attori prestano davvero totalmente il proprio corpo alla creazione dei
Tutti i film della stagione
personaggi interpretati, con un’efficacia
che ritroviamo, mutatis mutandis, solo nella
Trilogia della vita di Pasolini.
Certo in Shortbus rimane una profonda contraddizione. Perché all’intensità con
cui sono riprese le scene di sesso, non
corrisponde un’intensità delle storie raccontate, dello spessore dei personaggi
presentati, della capacità, insomma, che il
film ha, di cogliere il reale. Le problematiche dei personaggi sono banalmente quelle codificate dal normale immaginario collettivo: Sophie alla ricerca di un orgasmo
che da solo può darle la cifra della sua
sessualità non è solo un luogo comune,
ma anche un modo di vedere tipicamente
maschile (qualunque sia l’orientamento
sessuale). Nessuno dei rapporti interpersonali descritti nel film è colto in una realtà politica, sociale, economica rilevante,
rimane solo il lato esistenziale; ogni personaggio è colto nella sua incapacità di
esprimere il proprio essere perché chiuso
in problemi inesistenti (Severine e l’idiosincrasia nei confronti del suo vero nome
che confida a Sophie dietro mille imbarazzi), o perché troppo annoiato dalla vita per
provare qualcosa (incapace di ascoltare il
proprio corpo al punto tale da non saperlo
usare in tutte le sue possibilità), troppo
concentrato sul proprio corpo (Rob il suo
onanismo egoista che non lo fa andare
verso sua moglie Sophia), o, ancora, perché incapace di vivere una propria vita,
come fa Caleb che preferisce spiare quella altrui (anche se il suo voyerismo salverà la vita a Jamie). Di queste monadi assolute sembra salvarsi solamente la sfera
sessuale, sembra dirci Cameron, che, privo di un certo moralismo puritano, non
vede il sesso come sintomo di un’alienazione che sembra manifestarsi in altre forme.
Certo la vita (di alcuni) dei personaggi
del film sembra risolversi alla fine, ma rimane l’impressione che il motore dell’opera sia solo un inno al sesso gioioso al quale però non corrisponde uno sguardo altrettanto felice sul resto del mondo. Per cui
, ala fine , ci si chiede a chi il film si rivolge.
Se a quel pubblico borghese che il film
vuole (e riesce a) èpater, o a quel pubblico affine ai personaggi descritti nel film che
non troveranno nella pellicola nulla di cui
già non siano a conoscenza. Un risultato
comunque il film lo ottiene sicuramente,
quello di ricordare a tutte/i che gli uomini e
le donne sanno vivere ed esprimersi, nell’intero ventaglio degli orientamenti sessuali, in maniera molto più consapevole e
matura di quanto la politica, l’etica e la religione non presumano.
Alessandro Paesano
THE ROCKER – IL BATTERISTA NUDO
(The Rocker)
Stati Uniti, 2008
Coordinatore effetti speciali:.John MacGillivray
Supervisore effetti visivi: Aaron Weintraub
Coordinatore effetti visivi: Victoria Holt (Mr. X Inc.), Paulina Kuszta
Supervisore musiche: Patrick Houlihan
Interpreti: Rainn Wilson (Robert ‘Fish’ Fishman), Josh Gad (Matt
Gadman), Teddy Geiger (Curtis), Emma Stone (Amelia), Jason Sudeikis (David Marshall), Jeff Garlin (Stan), Lonny Ross
(Sticks), Jonathan Malen (Jeremy), Nick Spencer (Harry), Christina Applegate (Kim), Howard Hesseman (Gator), Fred Armisen (Kerr), Jane Lynch (Lisa), Will Arnett (Lex), Bradley Cooper
(Trash), Jon Glaser (Billy), Jane Krakowski (Carol), Samantha
Weinsten (Violet), Demetri Martin (Kip), Aziz Ansari (Aziz), Ellie Knaus (Erica), Laura DeCarteret (madre di Amelia), Steve
Adams (padre di Amelia), Mark Forward (Leon), Vik Sahay
(Gary), Brittany Allen (“I Heart Matt Girl”), Rebecca Northan
(madre di Jeremy), Simon Sinn (Mr. Lee), SuChin Park (se stessa), Ennis Esmer (Barney), Nicole Arbour (groupie), Wesley
Morgan (Prom Re Josh), Tanya Bevan (Prom Re Jennifer),
Marvin Karon (preside scuola), Sandi Ross (sig.ra Kopelson),
Talia Russo (Amy), Jon Cor (Paul), Allan Roberto (Max),
Durata: 102’
Metri: 2730
Regia: Peter Cattaneo
Produzione: Shawn Levy, Tom McNulty per 21 Laps Entertainment/Fox Atomic
Distribuzione: 20th Century Fox
Prima: (Roma 19-9-2008; Milano 19-9-2008)
Soggetto: Ryan Jaffe
Sceneggiatura: Maya Forbes, Wallace Wolodarsky
Direttore della fotografia: Anthony B. Richmond
Montaggio: Brad E. Wilhite
Musiche: Chad Fischer
Scenografia: Brandt Gordon
Costumi: Christopher Hargadon
Produttore associato: Billy Rosenberg
Co-produttore: Lyn Lucibello
Direttore di produzione: Lyn Lucibello
Casting: Julie Ashton
Aiuti regista: Brian Giddens, Michael T. Burgess, Tim Cushen,
Christen Reynolds, Jack Boem, Patrick Hagarty, David C.
Malcolm, Jeff Muhsoldt
Operatore: Roger Finlay
Arredatore: Clive Thomasson
Trucco: Geralyn Wraith, Amber Chase
Supevisore effetti speciali: Rob Sanderson
23
Film
A
nni Ottanta, i Vesuvius sono a un
passo dalla celebrità. Il loro
agente è riuscito a ottenere un
contratto con una nota casa discografica.
Devono però far spazio al raccomandato
di turno, perciò uno di loro verrà sacrificato. Più precisamente, Robert “Fish”
Fishman, il batterista e anima del gruppo,
che ritroviamo vent’anni dopo in uno
squallido ufficio nelle vesti di un normale
e allampanato impiegato.
Al povero Fish, sebbene faccia di tutto
per nasconderlo, la ferita ancora brucia e
l’insistenza con cui il collega indiano esalta
l’ultimo disco dei Vesuvius, lo fa andare su
tutte le furie. Risultato: perde il lavoro e ripara, per l’ennesima volta, dalla sorella. Qui
scopre che il nipote Matt suona in una band,
gli A.D.D., che, guarda caso, per il concerto
Tutti i film della stagione
di fine anno scolastico, sono rimasti senza
batterista. Fish, non si lascia sfuggire l’occasione. Pur di riprendere in mano le bacchette, si unisce a loro. Ma non finisce qui.
Un filmato di Fish, durante le prove, che
suona completamente nudo, girerà sul web e
farà migliaia di proseliti. Per gli A.D.D. si
spalancano le porte del successo. Presto, persino i Vesuvius dovranno fare i conti con loro.
L
o spunto iniziale del film rimanda alle vicende dei Beatles e del
loro primo batterista Pete Beats,
messo poi da parte per far posto a Ringo
Starr. Ma, mentre nella vita reale, Best per
sua fortuna sembra aver ampiamente rimarginato la ferita, tanto da prestarsi a una
fugace ma significativa apparizione nella
pellicola (è l’uomo alla fermata dell’auto-
bus intento a leggere la rivista “Rolling Stone” con i Vesuvius in copertina, mentre al
suo fianco Robert Fish è in preda, ovviamente, a una crisi di nervi), nella finzione,
il nostro protagonista no.
Fish è un ultraquarantenne in crisi continua. Folle, collerico, malinconico, passa i
suoi giorni a rimuginare su quell’occasione mancata. Veste e si comporta in maniera eccentrica, non ha lavoro, non ha
famiglia, non ha soldi. Il tempo per lui si è
fermato a quella maledetta sera di vent’anni prima, quando il sogno di una brillante
carriera musicale si infranse. Riavrà la sua
vita, quando riavrà la sua musica.
Tema, dunque, un tantino scontato e, nel
caso specifico, farcito di luoghi comuni, oltre
che di caratterizzazioni superficiali. Il tutto,
ovviamente, per strappare una risata che,
comunque sia, non risulta essere mai volgare. Il che, di questi tempi, è già un pregio.
A far da collante a questo guazzabuglio di piccoli e teneri sketch, la bravura di
Rainn Wilson. La sua interpretazione, esasperata ma mai stucchevole, dà forza a una
trama altrimenti esile e spesso prevedibile. La sua faccia di gomma e quel suo essere sempre al limite, rendono il tutto estremamente godibile, tanto da ridere addirittura di vecchie gag e di rincorse a un furgone quasi demenziali.
Detto questo, il film è divertente e gradevole, girato con mano sapiente da Peter Cattaneo che ci aveva già deliziato con
i precedenti Full Monty e Lucky Break. Ma,
a differenza di questi, The Rocker, il cui
titolo originale è Fish & Drums, ha una marcia in meno e, alla fine, non convince del
tutto.
Ivan Polidoro
SHROOMS-TRIP SENZA RITORNO
(Shrooms)
Irlanda, 2006
Regia: Paddy Breathnach
Produzione: Paddy McDonald, Robert Walpole per Capitol Films/Ingenious Film Partners/Bord Scannan na hEireann/Nordisk Film/Northern Ireland Film and Television Commission/
Nepenthe Film/Treasure Entertainment Ltd/Potboiler Productions
Distribuzione: Moviemax
Prima: (Roma 22-8-2008; Milano 22-8-2008) V.M.: 14
Soggetto e sceneggiatura: Pearse Elliott
Direttore della fotografia: Nanu Segal
Montaggio: Dermot Diskin
Musiche: Dario Marianelli
Scenografia: Mark Geraghty
Costumi: Rosie Hackett
Produttori esecutivi: Simmon Channing Williams, James
Clayton, Gail Egan, Kim Magnusson, Duncan Reid
Produttori associati: Katie Holly, Rebecca O’Flanagan
Co-produttori: Eva Juel, Nina Lyng
Direttore di produzione: Carol Moorhead
Casting: Natasha Cuba, Kelly Wagner
Aiuti regista: Andrew Hegarty, Alex Jones, Jonathan Shaw,
Rory Shaw, Denis Fitzpatrick, Keith Barry
Operatore steadicam: Roger Tooley
Effetti speciali tucco: Dave Bonneywell, Ian Morse, Steve Painter, Simon Rose
Supervisore effetti speciali: Kevin Byrne
Supervisori effetti visivi: Alexander Marthin
Interpreti: Lindsey Haun (Tara), Jack Huston (Jake), Max Kasch
(Troy), Maya Hazen (Lisa), Alice Greczyn (Holly), Robert Hoffman
(Bluto), Don Wycherley (Ernie), Sean McGinley (Bernie), Toby Sedgwick (‘Black Brother’), André Pollack (‘The Dog’), Jack Gleeson
(‘Lonely Twin’), Mike Carbery (paramedico), Anna Tikhonova (La
donna misteriosa 1), Goranna McDonald (La donna misteriosa 2),
Jake Allen (Il doppio di Lonely Twin), Berry Murphy (fratello di Lonely Twin), Joe Phelan (Lonely Twin giovane), Peter McMahon
(doppio di Black Brother), Thomas Creighton (doppio di Bluto)
Durata: 84’
Metri: 2200
24
Film
T
ara assieme a due coppie di amici (Lisa e Bluto; Holly e Troy)
parte per l’Irlanda per raggiungere Jack di cui è innamorata. L’obiettivo
del viaggio è prendersi dei funghetti allucinogeni, per potersi godere un trip: un
viaggio fatto di ipersensorialità e allucinazioni. Le regole di Jack sono semplici:
niente cellulari, l’esperienza avverrà all’aperto col risultato che ognuno avrà il
suo trip personale. Nel cercare i funghetti,
Tara si imbatte nel “Fungo della morte”,
che, se si sopravvive al veleno, dona a chi
lo mangia la preveggenza. Tara, stupidamente, ne mangia uno: Jack la trova in
preda alle convulsioni. A fatica la ragazza
si riprende. Il gruppo si accampa vicino
all’Istituto Glengarrif, un tempo retto da
frati che usavano metodi educativi poco
ortodossi. Jack racconta che un bambino,
per vendicarsi, diede dei funghi della morte
a un frate, col risultato che la droga sprigionò tutta la sua rabbia e violenza represse. Ci fu un massacro a cui sopravvisse solo
un bambino che era stato rinchiuso coi cani
per punizione. Oggi, si pensa che sia il
bambino che il frate, chiamato “fratello
nero”, si aggirino per i boschi per molestare i giovani in gita. Tara, che inizia a
riprendersi, ascolta la storia nella tenda.
Durante la notte, Bluto scompare e Tara
ha una visione in cui lo vede morire per mano
del fratello nero. Nessuno le crede. Tutti si
prendono l’infuso con gli allucinogeni.
Il gruppo, dopo aver visto che i cellulari sono spariti, vanno alla ricerca di Bluto.
Le ragazze vengono inseguite dal frate
e ritrovano il cadavere dell’amico. Prese
dal panico si separano. Holly finisce nella
casa di due irlandesi, un tempo allievi del-
Tutti i film della stagione
l’istituto e visibilmente fuori di testa. Tara
vede Holly morire, apparentemente per
mano del bambino-cane, liberato per sbaglio dagli irlandesi. Tara e Lisa ne trovano il cadavere.
Troy e Jack vengono seguiti da un essere incappucciato che cerca di attirarli,
imitando le voci delle donne. La droga falsa le loro percezioni.
Tara vede l’amica morire per mano del
fratello nero, cosa che puntualmente avviene. La ragazza raggiunge l’istituto, dove
dovrà rincontrarsi coi ragazzi. Jack, nascosto in una stanza assieme a Troy, non si
accorge che l’amico viene ucciso dall’incappucciato.
Tara trova Jack; mentre si allontana
per controllare un rumore nel bosco, Jack
viene ucciso. La ragazza viene salvata dai
soccorsi; mentre un irlandese viene arrestato con l’accusa degli omicidi. Si scopre
che la colpevole è Tara; come nel frate, è
stata sopraffatta dalla droga che ha sprigionato rabbia e violenza. Uccide anche
l’infermiere dell’ambulanza per poter tornare libera nel bosco.
U
tilizzare gli stati allucinativi derivanti dall’uso di stupefacenti;
mettere un gruppo di ragazzi in
una foresta con il contorno d’una leggenda macabra e vedere cosa succede. L’idea
c’è. Così anche la novità di sfruttare la droga come base per un horror.
Peccato che poi ci si perda nella parte
centrale del film: troppe corse, troppe grida inutili che fanno cadere interesse e tensione. Solo il trip di Bluto viene ben sviluppato, mostrandoci persino una mucca parlante, mentre negli altri ragazzi si vede solo
uno sbandamento visivo, dato dallo sdoppiamento di immagini. Addio quindi agli
effetti della droga che potevano essere
sfruttati meglio, così anche gli effetti speciali. Il fratello nero, presunto assassino di
turno, è troppo somigliante al mostro con
la mannaia del videogioco Silent Hill.
Gli stati preveggenti di Tara, che iniziano tutti con le convulsioni e terminano con
il risveglio improvviso della stessa, sono ben
costruiti, lasciando nell’incertezza di quando e come avverrà il prossimo omicidio. Interessante che sia il racconto di Jack che
“l’occhio dell’assassino” siano realizzati con
un effetto bianco e nero granuloso.
Per quanto riguarda la sceneggiatura,
le scene macabre sono troppo prevedibili;
mentre la leggenda dell’Istituto risulta non
molto chiara: in alcuni dialoghi alla strage
ne sopravvive solo uno in altri ben due.
Un bel guizzo si ha nel colpo di scena
finale (anche se, a un occhio più attento,
in un momento del film, si intuisce che la
colpevole è proprio Tara), accostando il
visino angelico della protagonista all’immagine d’una psicopatica assassina, che fa
prendere vita alle leggende locali. Aspetto
che si era già visto in Urban Legend
(1998), anche se l’assassina lo faceva con
consapevolezza, mentre Tara a livello inconscio. Solo il bambino cane è reale; sia
l’incappucciato che il frate sono frutto della mente drogata della protagonista.
Se lo scopo del regista Paddy Breathnach era instillare il dubbio che l’uso delle
droghe possa far male, vi è riuscito solo in
minima parte; proprio in virtù del fatto che
i trip vengono poco sfruttati.
Elena Mandolini
SANGUE PAZZO
Italia, 2008
Regia: Marco Tullio Giordana
Produzione: Fabrizio Zappi, Angelo Barbagallo per Bibi Film/Paradis Film. In collaborazione con Rai Fiction/Rai Cinema/Canal+
Distribuzione: 01 Distribution
Prima: (Roma 23-5-2008; Milano 23-5-2008)
Soggetto: Marco Tullio Giordana
Sceneggiatura: Leone Colonna, Marco Tullio Giordana, Enzo
Ungari
Direttore della fotografia: Roberto Forza
Montaggio: Roberto Missiroli
Musiche: Franco Piersanti
Scenografia: Giancarlo Basili
Costumi: Maria Rita Barbera
Suono: Fulgenzio Ceccon, Luca Anzellotti, Decio Trani
Casting: Barbara Melega
Aiuto regista: Barbara Melega
Interpreti: Monica Bellucci (Luisa Ferida), Luca Zingaretti (Osvaldo
Valenti), Alessio Boni (Golfiero/Taylor), Maurizio Donadoni (Vero
Marozin), Giovanni Visentin (Sturla), Luigi Diberti (Cardi), Paolo
Bonanni (Pietro Koch), Mattia Sbragia (Alfiero Corazza), Alessandro Di Natale (Dalmazio), Tresy Taddei (Irene), Sonia Bergamasco (prigioniera), Luigi Lo Cascio (patriota), Marco Paolini
(commissario politico), Giberto Arrivabene (capitano Arrivabene), Aden Sheik Mohamed (ambasciatore Haiti), Daniele Ferrari
(Falieri), Adriano Wajskol (milite), Alessandro Bressanello (direttore hotel “Ai Dogi”), Giovanni Albanese (produttore), Stefano
Scandaletti (Piero), Claudio Spadaro (portiere pensione Roma),
Massimo Sarchielli (il Guercio), Lavinia Longhi (Desy), Marco
Velutti (Aldo), Giuseppe Marchese (concierge Grand Hotel),
Gabriele Dell’Aiera (partigiano Dil), Vincenzo Cutrupi (Mussolini), Mario Pegoretti (Silvestro), Danilo De Summa (Marò), Antonio Carillo (portiere hotel Regina), Lorenzo Acquaviva (comandante Borghese), Gianni Bissaca (Achilli), Aurora Quattrocchi
(contessa), Marina Rocco (Gioietta), Paola Lavini (Spia Ovra),
Gianni Di Benedetto (dottore), Manrico Gammarota (podestà)
Durata: 150’
Metri: 4120
25
Film
D
ue bambini, trascinando una bicicletta, camminano tra le macerie. 1945, cinque giorni prima
della Liberazione. Osvaldo Valenti, attore
famoso e ufficiale della Decima Mas decide di consegnarsi nelle mani di una brigata di partigiani comandata da Golfiero, un
ex regista malvisto dal regime e mandato
in passato al confino. Valenti cerca per sé
e per la sua donna, Luisa Ferida, da cui
aspetta un bambino, la salvezza. E’ a partire da questa resa che si ripercorre tutta
la vita di due tra i più famosi protagonisti
del cinema italiano dell’epoca fascista.
Valenti, attore istrionico, cocainomane e pronto a qualsiasi esperienza pur di
salire alla ribalta, conosce Luisa, una giovane aspirante attrice, venuta da un paesetto di provincia nella capitale per cercare successo. Tra i due inizia subito un rapporto tempestoso, fatto di incontri fugaci
e passioni consumate velocemente. Tuttavia, il primo a notare Luisa è Golfiero, giovane regista omosessuale, che vuole fare
di lei una stella del cinema. Il regista infatti la lancia sul grande schermo e la donna si conquista anche un premio alla Mostra del Cinema di Venezia. I due sono legati da un grande affetto e da un rispetto
così profondo da non cadere mai nelle
braccia l’uno dell’altra. Ma siamo in
un’epoca calda e i “gusti” e le idee di
Golfredo sono invise al governo, che decide di mandarlo al confino. Intanto Luisa
comincia a fare coppia fissa con Osvaldo,
che è riuscito a girare il suo primo film,
assecondandolo nei suoi vizi e nella sua
voglia di ribellarsi al conformismo di regime.
I due amanti decidono di avere un figlio, ma la donna a causa di un aborto
naturale non porterà a termine la gravi-
Tutti i film della stagione
danza. Pur rimanendo Valenti un sostenitore del fascismo, al punto di rifiutare l’incarico di Direttore Generale dello Spettacolo, carica che dopo l’8 settembre gli
avrebbe facilmente consentito di allontanarsi con la Ferida dall’Italia, sceglie invece di unirsi alla Repubblica Sociale. Valenti trova in Borghese un altro personaggio al di fuori delle regole e si arruola nella Decima Mas. Nel momento del crollo di
tutte le speranze in una rivincita nazifascista, i due però godono di una pessima
fama.
Golfredo, tornato in patria, cerca in
tutti i modi di allontanare la donna da Valenti, tanto più da quando l’uomo ha iniziato a bazzicare nella banda dello psicopatico Pietro Koch, bandito fascista che
spadroneggia a Milano e tortura gli antifascisti. Ma Luisa e Osvaldo sono una cosa
sola e la donna per trovargli la morfina
arriva persino a concedersi all’amante del
Koch. Sarà questo marchio d’infamia che
li condurrà all’esecuzione.
Luisa è incinta di nuovo; la situazione
ormai per loro è critica e Osvaldo cerca la
protezione di Golfredo consegnandosi
spontaneamente nelle sua brigata di partigiani. Il regista li nasconde e li protegge
finché gli è possibile, rimettendoci la sua
stessa vita. Poco dopo, la coppia viene giustiziata, fucilata alle spalle e abbandonata in una strada di periferia con un cartello identificativo. I due bambini dell’inizio
del film trovano i due corpi e prendono la
pizza del film di Valenti.
U
n progetto tenuto nel cassetto e
cullato gelosamente per quasi
trent’anni per la mancanza di finanziamenti, Sangue pazzo è il melò politico di Marco Tullio Giordana, che raccon-
26
ta una storia vera attraverso gli occhi di
due “maledetti”. Una storia italiana, in francese, Sangue pazzo in italiano, sinonimo
siculo di “testa calda”, riporta Marco Tullio
Giordana in selezione ufficiale a Cannes,
anche se fuori concorso, dopo il successo
imprevisto di La meglio gioventù. Il regista
affronta un argomento spinoso con molta
libertà, dipingendo un affresco di vita italiana che vuole svelare fatti e retroscena
soprattutto emozionali, ignoti alla storia
ufficiale, con un intento educativo-morale,
e non critico-storico. L’alba del 30 aprile
1945, cinque giorni dopo la Liberazione,
vennero trovati nella periferia di Milano i
cadaveri di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, giustiziati poche ore prima dai partigiani. Coppia celebre nella vita oltre che
sullo schermo, Valenti e Ferida erano stati
due divi di quel cinema che il fascismo
aveva tanto incoraggiato, nell’epoca dei
“telefoni bianchi”. Entrambi cocainomani e
sessualmente promiscui, dopo l’armistizio
Valenti e Frida risalirono al nord, si stabilirono prima a Venezia, dove girarono con
successo qualche film, poi a Milano dove
sembra si arruolassero nella banda di torturatori antifascisti di Villa Triste. Consegnatisi poi ai partigiani pochi giorni prima della Liberazione, i due negarono ogni addebito, ma il Comitato di Liberazione pretese
per loro una punizione esemplare.
In realtà, il loro coinvolgimento diretto
nelle nefandezze di Koch (Valenti aveva
bisogno di droga, questo è sicuro, ma che
la Ferida ballasse mentre seviziava i prigionieri è probabilmente una leggenda)
non è stato mai provato. E tutto romanzesco, ma molto verosimile, è il mondo del
cinema che gira loro intorno. A partire dalla figura di Golfiero, regista lombardo aristocratico, omosessuale e partigiano, che
allude liberamente a Visconti, mentre il
Direttore generale della Cinematografia
potrebbe fare riferimento alla figura di Luigi Freddi, giornalista e politico, vicesegretario dei Fasci Italiani all’estero, che nel
1934 fu appunto nominato alla dirigenza
della Cinematografia, organismo di controllo fascista sul cinema.
Il film inevitabilmente ha creato scalpore e, in particolare, è nata una polemica
sulla frase pronunciata nell’unica scena in
cui compare, nei panni di partigiano, Luigi
Lo Cascio: “Abbiamo fatto giustizia”. Che
sia ricostruzione o reinvenzione, Sangue
pazzo è un film coraggioso che, partendo
da una vicenda privata, prova a fare un
ritratto di un’epoca. E lo fa servendosi di
un cast davvero eccellente. A partire da
un incredibile Luca Zingaretti che regge
l’intero film, a un convincente Alessio Boni,
a Sonia Bergamasco, il cui cammeo le fa
Film
davvero onore. Non poteva mancare Lo
Cascio, attore venerato da Giordana, anche se per pochi secondi in scena. La Bellucci ha provato ancora una volta a far vedere che “oltre le gambe c’è di più”; tuttavia lo sforzo è stato inutile. Seppure il film
vada un po’ per le lunghe (ben due ore e
Tutti i film della stagione
mezza), la regia è impeccabile e alcune
invenzioni poetiche sono davvero straordinarie. L’interessante incontro faccia a faccia tra Valenti e Golfredo nel tram e l’improvvisazione dell’attore che racconta la
storia del suo film, che è la loro stessa vita;
per non parlare della splendida sequenza
finale, in cui ritornano i due bambini dell’inizio (tanto ci ricordano il neorealismo)
che, rubata la bobina, salgono in bicicletta, lasciando che per strada scorrano i fotogrammi del film.
Veronica Barteri
NELLA RETE DEL SERIAL KILLER
(Untraceable)
Stati Uniti, 2008
Effetti speciali trucco: Jamie Kelman, Matthew W.Mungle
Coordinatore effetti speciali: Larz Anderson
Supervisori effetti visivi: Vincent Girelli (Luma Pictures),
Jonathan Rothbart (The Orphanage), Chad Schott (LOOK!
Effects), James McQuaide
Coordinatori effetti visivi: Anna Fields (The Orphanage),
James Notari, Gabe Shedd
Supervisore effetti digitali: Justin Johnson (Luma Pictures)
Interpreti: Diane Lane (Jennifer Marsh), Billy Burke (Detective Eric Box), Colin Hanks (agente Griffin Dowd), Joseph Cross
(Owen Reilly), Mary Beth Hurt (Stella Marsh), Peter Lewis
(Richard Brooks), Tyrone Giordano (Tim Wilks), Perla HaneyJardine (Annie Haskins), Tim De Zarn (Herbert Miller), Christopher Cousins (David Williams), Jesse Tyler Ferguson (Arthur James Elmer), Trina Adams, Ryan Deal, West A.Helfrich
(poliziotti), Brynn Baron (sig.ra Miller), John Breen (Richard
Weymouth), Dan Callahan (Trey Reston), Erin Carufel (Melanie), Marilyn Deutsch, Jim Hyde (giornalisti), Gray Eubank
(Ray), Pete Ferryman, Kerry Tomlinson (giornalista Daytime),
David Freitas, Kimberly Maus (giornalisti Five O’Clock), Zack
Hoffman (capo della Polizia Michael Bagley), Sarah Brillhart
(figlia della signora Miller), Diana Brillhart (Figlia della signora
Miller), Ryan Hopkins (ragazzino), len Huynh (Tom Park), Dax
Jordan (Scotty Hillman), Daniel Liu (detective Tom Moy), Kirk
Mouser (agente dell’FBI Carter Thompson), Betty Moyer (Assistente), Katie O’Grady, David Wilson (reporters Portland),
Jamal N.Qutub (Stoner giovane), David Wilson
Durata: 100’
Metri: 2650
Regia: Gregory Hoblit
Produzione: Andy Cohen, Hawk Koch, Gary Lucchesi, Steven
Pearl, Tom Rosenberg per Cohen-Pearl Productions/Lakeshore Entertainment
Distribuzione: 01 Distribution
Prima: (Roma 1-8-2008; Milano 1-8-2008) V.M.: 14
Soggetto: Robert Fyvolent, Mark Brinker
Sceneggiatura: Robert Fyvolent, Mark Brinker, Allison Burnett
Direttore della fotografia: Anastas N.Michos
Montaggio: Gregory Plotkin, David Rosenbloom
Musiche: Christopher Young
Scenografia: Paul Eads
Costumi: Elisabetta Beraldo
Produttori esecutivi: James McQuaide, Eric Reid, Harley
Tannenbaum, Richard S.Wright
Produttore associato: Sarah Platt
Direttori di produzione: Ted Gidlow, Hawk Koch
Casting: Deborah Aquila, Jennifer L.Smith, Mary Tricia Wood
Art director: Michael L. Mayer
Arredatore: Cindy Carr
Aiuti regista: Scott Andrew Robertson, Kristen Ploucha, Steven F. Beaupre, Jonas Spaccarotelli, Cris Dearce
Operatore: Mitch Dubin
Operatore steadicam: George Billinger III
Arredatore: Cindy Carr
Trucco: Christina Smith, Molly Craytor, D.Garen Tolkin
Acconciature: Trish Almeida, Barbara Lorenz, Jennifer Strauss,
Amanda Williams
P
ortland, Oregon. Jennifer e Griffin sono agenti dell’Fbi, dipartimento crimini informatici. Una
sera come tante, tra la scoperta d’un sito
illegale e la cattura “teleguidata” d’un
contrabbandiere della rete, i due incappano in un inquietante sito che, come unico
contenuto, offre lo spettacolo della morte
lenta d’un gattino. In breve, la coppia scopre che non si tratta d’un sito comune, chi
l’ha costruito è un esperto e non vuole farsi rintracciare. Viene ufficialmente avviata un’indagine.
Non passa una settimana che
killwithme.com (uccidiconme.com), il sito
sotto indagine, torna all’attività mostrando le immagine d’un uomo legato e collegato a una flebo: più aumentano i contatti
dei visitatori, maggiore è la dose di eparina (anticoagulante) che entra nel corpo
dell’uomo, più rapidamente si avvicina la
morte. Basta qualche ora perché l’uomo
muoia dissanguato sotto gli occhi degli
agenti incapaci di fermare l’omicida. Al
fianco dei due agenti specializzati in crimini informatici, arriva il detective Eric
Box, un collega del defunto marito di Jennifer.
Le indagini cominciano a dare i primi frutti. Griffin scopre l’identità del blogger dal sito del quale è partito il primo
commento a killwithme.com: ma il ragazzo è morto un’ora prima che il commento
fosse pubblicato. La seconda vittima designata è un giornalista televisivo, attirato dal killer con un’inserzione di collezionismo. Mentre l’uomo rapidamente viene arso vivo dalla potente luce di decine
di lampade che si accendono con l’aumentare degli internauti che ne spiano le sof27
ferenze, gli agenti dell’Fbi scoprono la
casa dove il reporter è stato rapito: il killer, però, ha previsto tutto, lasciando vuoto l’appartamento subito dopo la cattura
della sua preda.
Una mattina, mentre Jennifer è sotto
la doccia, la figlia scopre per caso che
sul sito del killer c’è casa sua, ripresa dall’esterno, in diretta: il misterioso criminale è penetrato nella rete domestica, e
ha ratificato il suo minaccioso avvertimento, nascondendo il secondo cadavere
proprio davanti l’abitazione dell’agente
federale.
Jennifer organizza l’allontanamento
precauzionale della madre e della figlia;
nel frattempo riceve da Griffin la notizia
della fondamentale scoperta d’un collegamento tra il blogger morto e la serie di
omicidi. Ma, in poche ore, anche il colle-
Film
ga amico si ritrova tra le mani del serial
killer, legato, immerso fino al collo in una
vasca trasparente, piazzato davanti alle
solite videocamere. Anche questa volta, i
colleghi assistono impotenti all’atroce
morte della vittima, letteralmente sciolta
dall’acido solforico versato nell’acqua
della vasca. Griffin, però, prima di morire, riesce – sbattendo le palpebre secondo il codice morse – a trasmettere alla
collega la chiave del mistero. Finalmente
l’identità del killer è svelata insieme alla
logica della sua strategia di morte: le vittime designate sono state tutte parte attiva nella cannibalizzazione mediatica della
morte del professor Reilly, suicidatosi su
di un ponte in pieno giorno; il figlio Owen,
con la sua vendetta, vuol essere moralizzatore di una società voyeuristicamente
corrotta.
Prima che la polizia possa catturarlo, il ragazzo riesce a rapire Jennifer per
farne ultima vittima del suo “tritacarne
Tutti i film della stagione
mediatico”. Legata a testa in giù sopra
una falciatrice, la donna riesce incredibilmente a divincolarsi e a uccidere il ragazzo. Stesa a terra, stremata, mostra alla
videocamera, abbandonata accanto al cadavere del killer, il suo distintivo.
G
regory Hoblit, regista e produttore per il cinema e la televisione,
è noto al grande pubblico per
aver diretto Edward Norton in Schegge di
paura (Primal fear, 1996), dando all’allora
giovane attore ancora poco noto, l’occasione per dimostrare il proprio talento.
Dopo il recente Il caso Thomas Crawford
(2007), Hoblit dirige questo thriller granguignolesco che in molti hanno visto a
metà tra il giovane filone iniziato dal mediocre The Net e la nuova fioritura del cinema gore.
La cifra del film sembra essere l’ingenuità. A cominciare dalla “morale” del progetto che si preoccupa di pronunciare
condanna contro la spettacolarizzazione
della violenza e l’informazione spazzatura, contro il fin troppo discusso voyeurismo della moderna società dello spettacolo, per poi mettere in scena le fantasiose torture dell’antagonista con perfetta
disinvoltura, senza risparmiare mai un
dettaglio. Hoblit, però, non sembra essere così interessato alla “taratura filosofica” del suo progetto e, risolto il problema
della rappresentazione critica degli atroci delitti attraverso l’insistita (e ancora una
volta radicalmente ingenua) mostra di videocamere, lenti, obiettivi e tutta la tecnologia possibile, si concentra sull’orchestrazione del duello a distanza tra l’agente dell’Fbi e l’omicida seriale. Ne risulta
un thriller non disprezzabile, che sembra
fare il verso alle crime series televisive
tanto in voga, riecheggiandone caratteristici topoi, addolciti, edulcorati, sovvertiti.
Silvio Grasselli
LA TERRA DEGLI UOMINI ROSSI – BIRDWATCHERS
Italia/Brasile, 2008
Casting: Urbano Palacio, Nereu Schneider
Aiuto regista: Maria Farkas
Suono: Gaspar Scheuer
Interpreti: Abrisio Da Silva Pedro (Osvaldo), Alicelia Batista
Cabreira (Lia), Ademilson Concianza Verga (Ireneu), Ambrosio Vilhalva (Nadio), Claudio Santamaria (Roberto, lo spaventapasseri), Mateus Nachtergaele (Dimas), Fabiane Pereira Da Silva (Maria), Chiara Caselli (Beatrice, fazendeira),
Leonardo Medeiros (Il fazendeiro), Nelson Concianza (Nhanderu/Lo Sciamano), Poli Fernandez Souza (Tito), Eliane Juca
Da Silva (Mami), Inéia Arce Gonçalves (Neo, cameriera),
Leonardo Medeiros (Lucas Moreira), Urbano Palacio (Josimar)
Durata: 108’
Metri: 2970
Regia: Marco Bechis
Produzione: Amedeo Pagani, Marco Bechis e Fabiano Gullane per Classic, Rai Cinema, Karta Film, Gullane Filmes
Distribuzione: 01 Distribution
Prima: (Roma 5-9-2008; Milano 5-9-2008)
Soggetto: Marco Bechis
Sceneggiatura: Marco Bechis, Luiz Bolognesi. Con la collaborazione di Lara Fremder
Direttore della fotografia: Helcio Alemao Naqamine
Montaggio: Jacopo Quadri
Musiche: Andrea Guerra. Brani di Domenico Zipoli
Scenografia: Caterina Giargia, Clovis Bueno
Costumi: Caterina Giargia, Valeria Stefani
Produttori esecutivi: Caio Gullane, Marco Bechis, Daniele
Mazzocca
M
ato Grosso do Sul (Brasile),
2008. I fazendeiros conducono la loro esistenza ricca e
annoiata. Possiedono campi di coltivazioni transgeniche che si perdono a vista d’occhio e trascorrono le serate in
compagnia dei turisti venuti a guardare
gli uccelli (birdwatchers). Ai limiti delle
loro proprietà, cresce il disagio degli
indio che di quelle terre erano i legittimi
abitanti. Costretti in riserve, senza altra
prospettiva se non quella di andare a lavorare in condizioni di semi schiavitù
nelle piantagioni di canna da zucchero,
moltissimi giovani si tolgono la vita. In
seguito a un ultimo suicidio, un gruppo
di Guarani-Kaiowà, guidati da un leader, Nadio e da uno sciamano, si accampa ai confini di una proprietà per reclamare la restituzione delle terre. A nulla
servono i ripetuti inviti del fazendeiro a
tornare nella riserva: il gruppo resiste a
oltranza, osservando a distanza i suoi antagonisti. Nei pressi dell’accampamento, viene insediato un uomo del fazendeiro, lo Spaventapasseri, un giovane che
dovrebbe tenere a bada le eventuali intemperanze, ma è più impegnato a resistere alle provocazioni dei suoi improvvisati vicini. Il giovane apprendista sciamano Osvaldo, ossessionato dalla percezione dello spirito di un amico morto
28
suicida, conosce Maria, la figlia del fazendeiro. Fra i due sembra esserci un’intesa finora apparsa impossibile. Nel frattempo, gli indios sono sovente costretti
ad abbandonare l’accampamento per andare a lavorare e guadagnare dei soldi
necessari alla sopravvivenza del gruppo. Nadio, visibilmente ostile a questi cedimenti, è sempre più isolato. Quando
torna all’accampamento il figlio, ai piedi un paio di scarpe da ginnastica appena comprate con i soldi del lavoro, Nadio non ci vede più, reagisce con astio e
lo caccia. Pagherà cara questa sua severità: il ragazzo, sperduto e spiazzato
dalla severità paterna, si impiccherà a
Film
un albero, l’ennesimo suicidio di un Guarani-Kaiowà. Il gruppo decide di andare avanti e spingersi quasi ai limiti della
fazenda.
Nel frattempo, chi è al servizio del
fazendeiro, decide che non è più il caso
di continuare con il permissivismo. Questo progressivo sconfinamento di un manipolo di indios potrebbe essere un cattivo esempio per gli altri. Nottetempo, col
tacito assenso del fazendeiro che già prepara i bagagli per scomparire qualche
tempo con la famiglia, assaltano l’accampamento. Nadio trova la morte.
Osvaldo raggiunge la fazenda, il volto
dipinto di nero come i guerrieri. Emettendo grida ferine, giura vendetta e maledice gli astanti, compreso il fazendeiro che con la propria famiglia stava per
partire. I suoi uomini allontanano Osvaldo, al quale non resta che tornare nella
foresta.
Sopra un albero, nel cuore della notte,
a contatto con lo spirito dell’amico morto,
Osvaldo rinuncia al proprio destino di suicida, in nome di una ritrovata autoconsapevolezza.
Q
uello di Marco Bechis era un
film dal quale, inutile nasconderlo, ci si aspettava molto. Dei
quattro titoli italiani in concorso a Venezia, sulla carta, appariva quello in grado
attirare i favori di una giuria internazionale e mettere d’accordo pubblico e critica,
come raramente avviene in Italia (specie
se, a cercare questo duplice consenso,
sono registi come Avati, Ozpetek e Corsicato).
Birdwatchers aveva dalla sua un regista dalla misurata filmografia come
Marco Bechis, parco nella propria produzione per motivi di modus operandi:
ogni suo titolo è il frutto di una ricerca
sul campo incessante e di una documentazione fitta e puntigliosa, necessaria in un cinema che fa della collocazione geografica un punto di forza e un elemento narrativo di primo piano. Così,
dopo l’amaro, impersonale amarcord di
Garage Olimpo (anche Bechis fu vittima di sequestro e sevizie ai tempi della
dittatura argentina) e il Come eravamo
di Hijos, che con amaro spirito di tragedia greca trasferiva le vicende dei desaparecidos argentini nei volti dei figli
adottati da chi, quei desaparecidos, li
aveva personalmente torturati, la cinepresa “globalizzata” del regista italo-cileno si sposta nelle regioni del Mato
Tutti i film della stagione
Grosso brasiliano per riflettere su una
tematica primigenia e primordiale: l’appartenenza alla propria terra, le radici
di un popolo progressivamente estirpate da una globalizzazione che è, in realtà, oggi quanto ieri, moderna colonizzazione e viatico di sfruttamento delle
risorse indigene. Qualcosa di molto nobile sul piano delle intenzioni, ma non
del tutto riuscito sul piano delle intenzioni. Le cause di un miracolo mancato,
dopo la riuscita trasfigurazione lirica del
piano storico e sociale nei titoli precedenti, possono essere molteplici: la più
evidente, se Birdwatchers non scalda i
cuori come dovrebbe, è l’oggettiva difficoltà riscontrata da Bechis nel raccontare una vicenda “altrui”, ossia non da lui
medesimo vissuta e filtrata, distante dalla propria persona molto più delle migliaia di chilometri che separano lo spettatore dalle praterie brasiliane riprese su
grande schermo. E la sensazione che sia
avvenuto qualcosa del genere diventa
certezza col passare dei minuti, constatando la mancata fusione del racconto
con l’analisi sociale del mondo circostante; elemento, quest’ultimo, che può dirsi
riuscito se è vero che regala al film un
inizio convincente, lucido, privo di falsi
veli (la prima sequenza svela molto bene
l’amaro retroscena di un mondo solo in
apparenza libero e incontaminato); qualcosa che funziona anche grazie alla riuscita scelta del cast, con autentici indios
Guaranti-Kaiowà chiamati a interpretare
se stessi.
Ma quel che attende lo spettatore, all’interno di un mondo così ben descritto
29
da Bechis in cui nemmeno chi aspira a
una libertà totale può prescindere dal lavoro salariato, è una storia convenzionale e senza forza, sorprendentemente
(per gli standard del regista) dicotomica
e manichea nonostante la presenza dei
due ragazzi come unico punto di contatto tra due mondi distanti (trovata, anche
questa, non molto originale). Sorprende,
soprattutto, una mancanza di cattiveria
e l’assenza di una scintilla a lungo attesa per tutto il film e mai scoccata: quella
di una violenza a un tratto palesemente
inevitabile, già scritta, ineluttabile. Uno
scontro finale, tra invasori e invasi, che
invece il film evita, quasi infastidito all’idea di dovercisi impantanare. Ma insomma, proprio non si capisce perché
questi indigeni vessati dai fazendeiros,
desiderosi della loro libertà, apertamente ostili a chi li sorveglia e vuole porre
loro un freno (il tutto nella persona di un
anestetizzato Claudio Santamaria), si
fermino proprio sulla soglia del piede di
guerra che avevano imboccato. Né perché, all’atto di accusa che tutti ci saremmo aspettati lanciare dal regista, ci siamo ritrovati di fronte a parentesi pseudo
- mistiche o a banali excursus su usi e
costumi di indigeni e fazendeiros che non
regalano granché al narrato e relegano
un po’ tutti i personaggi a figurine sullo
sfondo, sempre pronte ad avallare un
teorema già prefissato piuttosto che a
metterlo in discussione con i vari passaggi. Un’occasione mancata, purtroppo.
Gianluigi Ceccarelli
Film
Tutti i film della stagione
SERENITY
(Serenity)
Stati Uniti, 2005
Regia: Joss Whedon
Produzione: Barry Mendel per Universal Pictures/Barry Mendel Productions/Mutant Enemy
Distribuzione: UIP
Prima: (Roma 25-11-2005; Milano 25-11-2005)
Soggetto e sceneggiatura: Joss Whedon
Direttore della fotografia: Jack N. Green
Montaggio: Lisa Lassek
Musiche: David Newman
Scenografia: Barry Chusid
Costumi: Ruth E. Carter
Produttori esecutivi: Christopher Buchanan, David V. Lester, Alisa Tager
Direttore di produzione: David Siegel
Casting: Anya Col off, Amy McIntyre Britt
Aiuti regista: Rich Sickler, Jack Steinberg, Ruby Stillwater,
Maria Battle-Campbell, Mark Brooks
Operatori: Ryan Green, Andrew Shulkind
Arredatori: Larry Dias, Jim Johnson
Supervisori effetti trucco: Howard Berger, Gregory Nicotero, Scott
Stoddard
Trucco: Camille Calvet, Garrett Immel, Christopher Allen Nelson, Mary Kay Witt
U
na voce fuori campo ci racconta di come, essendo la Terra sovrappopolata, gli umani abbiano terraformato un altro sistema solare con
decine di pianeti e centinaia di lune. I pianeti si sono uniti in un’Alleanza galattica, ma
non tutti si sono allineati. Ne è nata una guerra terribile tra Alleanza e Indipendenti, conclusasi con la vittoria dell’Alleanza, che si
prodiga di portare pace e un nuovo modo di
pensare a tutti i non allineati. Ora vediamo
che la voce fuori campo è quella di una maestra che insegna ad alcuni giovanissimi, tra
i quali una sola scettica, che accusa l’Alleanza di essere costituita da invasori. Ma è
solo un flashback nella mente di River, mentre uno scienziato dell’Alleanza, che la tiene
prigioniera, sta cercando di controllarne i
poteri telepatici e di veggenza manipolandole il cervello. Lo scienziato spiega i suoi
metodi di controllo a un membro del Parlamento dell’Alleanza che risulta però essere
Simon, il fratello di River, giunto sul luogo
per salvarla. Grazie ai suoi poteri telepatici,
River e Simon riescono a raggiungere la
tromba di un ascensore e a salvarsi con l’aiuto di una navetta. Ma anche questo è un flashback. O, meglio, la registrazione della fuga
di River, visionata da un agente speciale del
parlamento, un “Operativo” senza nome e
identità, giunto a prendere in mano la situazione. Uccide lo scienziato che ha fallito la
missione e poi si mette alla ricerca di River
che, da telepatica, può aver “letto” nelle
menti segreti che non devono essere divul-
Acconciature: Jennifer Bell, Sean Flanigan
Supervisore effetti speciali: John K. Stirber
Coordinatore effetti speciali: Daniel Sudick
Supervisori effetti visivi: Dan Deleeuw (Rhythm & Hues
Studios), Syd Dutton, Bill Taylor (Illusion Arts), Randy Goux
(Zoic Studios), Richard Malzahn (Perpetual Motion Pictures),
Loni Peristere
Coordinatori effetti visivi: Thomas Elder-Grobbe, Eric
Withee (Zoic Studios), Collin Fowler (Illusion Arts), Stephanie
Pollard (Perpetual Motion Pictures), Susie Brubaker, Patrick
D. Hurd
Supervisore effetti digitali: Bud Myrick (Rhythm & Hues)
Supervisore costumi: Dana Kay Hart
Interpreti: Nathan Fillion (Mal), Gina Torres (Zoe), Alan Tudyk
(Wash), Morena Baccarin (Inara), Adam Baldwin (Jayne),
Jewel Staite (Kaylee), Sean Maher (Simon), Summer Glau
(River), Ron Glass (Shepard Book), Chiwetel Ejiofor (detective private), David Krumholtz (Mr. Universe), Michael Hitchcock
(dr. Mathias), Sarah Paulson (dr. Caron), Yan Feldman (Mingo), Rafael Feldman (Fanty)
Durata: 119’
Metri: 3300
gati. River e Simon, come sa chi ha visto la
serie tv Firefly di cui Serenity è un sequel,
hanno travato rifugio presso la nave Serenity, classe Firefly, comandata dal capitano
Malcolm “Mal” Reynolds, reduce di guerra
nelle fila degli Indipendenti, costretto con il
suo esiguo equipaggio ad accettare incarichi più o meno legali per sopravvivere nei
pianeti di frontiera.
Dopo aver rubato una grossa somma ed
essere scampati a un assalto dei sanguinari
Reavers, cannibali e stupratori. River e Simon sbarcano dalla Serenity. Nello stesso
locale dove Mal e Zoe, la sua secondo ufficiale, cercano nuovi ingaggi, River vede una
pubblicità, pronuncia la parola “Miranda”
e inizia a picchiare tutti i presenti, dimostrando sorprendenti doti da combattente,
mettendo tutti a terra. Solo Simon riesce a
farla cadere addormentata pronunciando
una frase. Mal decide di riprendere a bordo
River, anche se, non sapendo se riconosce
suoi amici, viene legata e rinchiusa in una
stanza, per precauzione. Nessuno critica la
decisone di Mal tranne Jayne, il membro
mercenario dell’equipaggio, che preferirebbe sbarazzarsi di River e di Simon.
Intanto grazie a Mr. Universe, un suo
amico esperto informatico, Mal scopre che
lo spot conteneva un messaggio subliminale
per “attivare” River e poter così scoprire
dove si trova. Sapendo di avere l’Alleanza
alle calcagna, Mal fa prima tappa sul pianeta dove alloggia il pastore Book, che era già
stato a bordo della Serenity, il quale lo con30
siglia, se vuole combattere il suo inseguitore, di “avere fede”; poi, lasciato il pianeta,
viene contattato da Inara, altro ex membro
dell’equipaggio, ed ex di Mal. Inara lo invita ad andarla a trovare, Mal capisce che l’invito è una trappola e infatti, recatosi là, incontra l’“Operativo” dell’Alleanza che intima a Mal di consegnarli River. Mal accusa
l’uomo di malvagità, l’Operativo risponde
che le sue azioni servono a costruire un mondo migliore, che lui non vedrà per le cose
terribili che ha compito, necessarie allo scopo. Mal ingaggia una lotta corpo a corpo
nella quale ha la peggio e, salvato dall’astuzia di Inara, tornano entrambi sulla Serenity, Mal si dirige dal reverendo Book. L’accampamento è stato però attaccato e sono
tutti morti, Book ha giusto il tempo per dare
l’ultimo saluto a Mal e ricordargli di credere in qualcosa se vuole vincere quella battaglia. Mal decide allora di andare su “Miranda”, che è un pianeta non presente nei
database, per raggiungere il quale deve attraversare il territorio dei Reavers. Jayne non
vuole seguirlo. Mal si impone come comandate della Serenity e nessuno osa replicare.
Usando i cadaveri come trofei da mettere
sullo scafo della nave, proprio come fanno i
Reavers, la Serenity raggiunge Miranda e lì
scopre la verità: in un filmato, una scienziata spiega che su quel pianeta venne sperimentato “Pax”, un gas che doveva rendere i
coloni più mansueti, solo che tutta la popolazione cadde in atarassia, mentre su un 10%
ebbe l’effetto contrario facendoli trasforma-
Film
re in pazzi assassini: i Reavers. Il nastro è
vecchio, prima della guerra e dimostra che
L’Alleanza cercava di rendere i coloni non
allineati più mansueti col gas...
Tutti devono vedere quel filmato. Mal
pensa di usare le capacità di Mr. Universe. Scampati all’attacco dei Reavers, provvido, visto che permette alla Serenity di
mettersi in fuga da una nave da guerra dell’Alleanza, sul pianeta di Mr. Universe un
arpione infrange i vetri della Serenity, trapassando il petto di Wash, pilota della nave
nonché marito prediletto di Zoe, uccidendolo. I Reavers li hanno inseguiti. Sulla
stazione Mal scopre che Mr. Univers è stato ucciso dall’Operativo.
Mentre cerca di trasmettere comunque
il messaggio, il resto dell’equipaggio cerca di impedire ai Reavers di attaccare. Mal
combatte con l’Operativo e stavolta vince,
grazie a una ferita di guerra che rende inefficace una mossa segreta del suo avversario e riesce a trasmettere il video.
Intanto gli altri riescono a tenere a
bada i Reavers, anche grazie al sacrificio
di River che si è chiusa con loro in una
stanza bloccando il passaggio mettendo
così in salvo gli altri. Ma, quando la porta
si riapre, River è viva e ha sconfitto tutti i
Reavers, ma non gli agenti dell’Alleanza
che starebbero per catturarli se l’Operativo non desse l’ordine di lasciarli andare.
L’Alleanza è indebolita, ma non ancora sconfitta, come ricorda l’Operativo a
Mal. A lui e al suo equipaggio non rimane
che continuare a fuggire. River prende il
posto di Wash, mentre Simon può finalmente dichiarare il suo amore alla giovane
Kaylee, ingegnere della nave.
L
a fantascienza cinematografica e
televisiva continuano a essere la
sorella povera di tutta la produzione mediatica contemporanea. Territorio
di nicchia, considerato di sicuro appannaggio solo di brufolosi adolescenti a corto di
ragazze, questo genere viene nobilitato solo
se ha come regista un nome famoso, oppure se, alle origini dello script, c’è un altrettanto famoso romanzo (a differenza dell’Italia, la fantascienza letteraria gode di ottima salute in tutto il resto d’occidente...).
Serenity invece appartiene alla più genuina fantascienza cinetelevisiva, nata dalle ceneri di una malnata serie televisiva
creata da Joss Whaedon (l’ideatore di
Buffy l’ammazza vampiri e dello spin-off
Angel), talmente bistrattata che la Fox (il
network che lo ha prodotto) ha mandato
in onda gli episodi senza seguire la numerazione originale in barba all’accumulo
narrativo con cui Wheadon faceva sviluppare il carattere dei suoi personaggi di
Tutti i film della stagione
episodio in episodio. Per cui, quando la
serie è stata sospesa all’episodio 14 (ma
solo 10 sono stati messi realmente in onda)
Wheadon, che aveva ancora molto da raccontare, ha deciso di farne un film.
L’azione prende luogo sei mesi dopo
l’ultimo episodio, ma, essendo il film naturalmente autonomo dalla serie, la storia
non richiede necessariamente la conoscenza dei fatti avvenuti prima.
L’universo di Serenity è totalmente diverso da quello pro-tecnologico e positivista di Star Trek: qui tutto è sporco, la tecnologia è immersa in un orizzonte di insediamenti che ricordano molto più da vicino la frontiera del west ottocentesco che
le architetture futuristiche. La tecnologia
non ha affrancato l’uomo dalla miseria e
dalla malattia, anzi una forza colonialista
cerca di imporre il suo punto di vista alche
a chi non si vuole alienare.
Il parallelo con il nostro Pianeta e la sua
complessa geopolitica è fin troppo evidente.
D’altronde a Whedon non interessa la fantascienza come profezia del futuro, né come
critica apocalittica ai mali irrimediabili del
nostro presente autodistruttivo. Whedon è un
creatore di personaggi che inserisce in determinati contesti e poi lascia crescere autonomamente. E, per essere un autore statunitense, colpiscono alcune caratteristiche di
questa sua opera prima: la mancanza di un
capo carismatico, (Mal non ha più fiducia
nelle sue qualità di leader da quando ha
perso quasi tutti i suoi uomini in battaglia,
durante la guerra) l’assenza dell’esaltazione del singolo eroe che risolve ogni situazione da solo (qui la vita di ognuno è nelle
mani di quella degli altri e che River riesca
da sola a spazzare via i Reavers non rientra
certo nella casistica dei personaggi hollywoodiani), la mancanza dell’ingombrante quanto dannatamente superficiale misticismo di
certa fantascienza apocalittica da Guerre
Stellari al Dune cinematografico di Lynch (fatto salvo il capolavoro letterario da cui è tratto). Serenity non si ammanta di alcuna retorica forte per una storia nella quale contano
le relazioni umane e la fiducia in ciò che si
crede, la necessità di credere in qualcosa,
tipico elemento protestante scevro però da
ogni retorica (perché ogni volta che ti parlo
di fede devi subito pensare a qualcosa di
religioso? Gli chiede padre Brown...).
Un film intelligente e non presuntuoso
che sa non prendersi troppo sul serio, pur
rimanendolo in quel che racconta, con degli effetti speciali (discreti) al servizio della
storia e una regia solida e non banale (memorabile il piano-sequenza interminabile
quando vediamo l’equipaggio muoversi
dentro la Serenity per la prima volta…).
Purtroppo il film non ha avuto un buon esito
al botteghino, andando a guadagnare all’incirca quel che era costato (39 milioni di
dollari). Viceversa, per il pubblico appassionato di fantascienza, è stato un film graditissimo, tanto da essere annoverato, dai
lettori della rivista inglese Sci-Fi, trai i migliori film di fantascienza della storia, giudizio sicuramente iperbolico, ma che testimonia della passione dell’amore per questo genere cinematografico da noi, e non
solo, ancora tanto bistrattato.
Alessandro Paesano
PA-RA-DA
Italia/Francia/Romania, 2008
Regia: Marco Pontecorvo
Produzione: Marco Valerio Pugini, Ute Leonhardt per Panorama Films/Yalla Films/
Domino Film Ltd.. In collaborazione con Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution
Prima: (Roma 19-9-2008; Milano 19-9-2008)
Soggetto e sceneggiatura: Marco Pontecorvo, Roberto Tiraboschi
Direttore della fotografia: Vincenzo Carpineta
Montaggio: Alessio Doglione
Musiche: Andrea Guerra
Scenografia: Paola Bizzarri
Costumi: Sonoo Mishra
Suono: Valentino Amato, Maurizio Argentieri
Interpreti: Jalil Lespert (Miloud), Evita Ciri (Livia), Grabiel Rauta (Mihai), Patrice
Juiff (Stephane), Bruno Abraham Kremer (ambasciatore), Robert Valeanu (Cristi),
Cristina Nita (Tea), Liviu Bituc (Mosu), Florin Precup (Vlad), Andreea Perminov (Alina), Iulian Bucur (Constantin), Georgiana Anghel (Maria), Gabriel Huian (Viorel),
Daniele Formica (don Guido)
Durata: 100’
Metri: 3020
31
Film
1
992. Miloud Oukili è un clown
franco-algerino, che decide di
andare in Romania con la Handicap International, per lavorare negli
orfanotrofi. Dopo due mesi, giunge a Bucarest dall’amico Rihai e da Livia, entrambi assistenti sociali. Miloud, entra
subito in contatto con una degradante
realtà: bambini che dormono nelle fogne,
vivono di prostituzione e sniffando colla. Deciso a fare qualcosa per quei bambini, chiamati Boskettari, tenta di avvicinarli usando l’arte clownesca. Conosce così il gruppo, fra cui spicca Cristi,
innamorato della coetanea Alina, e Tea
che è rimasta incinta e non vuole abortire. Miloud dorme nelle fogne con loro e
inizia ad affezionarsi, al punto tale da
restare a Bucarest a tempo indeterminato. Con l’aiuto dei suoi amici e di Stefan, componente di una O.N.G., decide
di investire i suoi soldi e di finanziare un
progetto per salvare i suoi nuovi amici,
che non hanno ancora completa fiducia
in lui. Esasperato da alcuni fallimenti,
Miloud sembra abbandonarli, ma saranno proprio i bambini a richiamarlo a
loro. Riparte il progetto. Tea partorisce
David, che gli viene subito portato via
con la promessa che potrà riabbracciarlo
solo quando si sarà disintossicata. Elena, una nuova bambina del gruppo, viene stuprata da un poliziotto. Miloud tiene testa ad alcuni poliziotti che fingono
di non sapere nulla. Il clown si ritrova
così in questura, per vendetta, con l’accusa d’essere lui stesso un pedofilo.
L’ambasciata gli intima di tornare in
Francia; consiglio che Miloud non segue, anche grazie all’affetto che gli han-
Tutti i film della stagione
no dimostrato i suoi protetti in questa circostanza. Livia e Miloud iniziano ad
amarsi. Dopo la morte, avvenuta per
overdose di alcool, di un amico adulto
del gruppo, Miloud riesce ad avere
un’idea: creare un’associazione autofinanziata da spettacoli circensi realizzati assieme ai quei bambini. Tutti accettano e decidono di chiamarla Pa-ra-da.
I ragazzi vengono iniziati all’arte e pian
piano si allontano dalla droga. Miloud,
anche grazie a Livia e il suo gruppo, riesce a organizzare il primo spettacolo per
la notte di Natale. Miloud, viene intralciato da un protettore e dalla polizia che,
con una retata, porta via tutti i bambini.
Grazie a Rihai, riescono a recuperarli
tutti, tranne Alina che è già stata assegnata in un orfanotrofio da cui però fuggirà. Verrà ritrovata poco dopo stuprata
ed uccisa. Il gruppo ne resta sconvolto,
ma comprende finalmente ciò che Miloud
ha sempre cercato di insegnargli: il rispetto per se stessi. È la notte di Natale;
Pa-ra-da fa il suo spettacolo. 1993, ora
sono a Parigi con il loro spettacolo.
M
arco Pontecorvo, figlio del grande Gillo, fa il suo esordio nel
mondo dei lungometraggi dopo
il successo del corto Ore 2: calma piatta;
e lo fa senza sfigurare la degna discendenza paterna. Pa-ra-da, menzione speciale e vincitore di premi collaterali alla
scorsa Mostra del Cinema di Venezia, è
un film verità crudo ma umano, che si
basa sulla storia dell’artista di strada Miloud Oukili e dell’estremo tentativo di salvare dei bambini di Bucarest da una vita
di miserie; anche sincero, com’è del re-
sto sincera l’interpretazione del protagonista Jalil Lespert (Mai sulla bocca), al
punto tale da rendere inscindibile il vero
Miloud dall’attore.
Prostituzione, droga, abusi sessuali e
di potere. Una Bucarest non molto edificante quella raccontata, con poliziotti corrotti e pedofili che chiudono gli occhi davanti alle condizioni inumane in cui versa
la gioventù rumena, costretta a vivere nelle fogne e bere superalcolici per riscaldarsi. La realtà degli anni Novanta, e in
parte quella di oggi, viene mostrata con
occhio critico attraverso Miloud che osserva, scruta, si lascia coinvolgere e, infine, riesce dove in molti, prima di lui, non
erano riusciti. Non è un eroe, è una persona come tante, definito più volte da chi
lo circonda come un egocentrico, in preda a deliri di onnipotenza. Fatto sta che
l’Associazione Pa-ra-da esiste ancora
oggi e grazie ad essa sono nate numerose case diurne e centri d’accoglienza e
molti di quei bambini hanno potuto oggi
trovare lavoro. Il mondo della fantasia,
dell’arte circense hanno qui il compito di
offrire non solo una via di fuga, ma anche
il mezzo per avvicinarsi a quei bambini.
Miloud conquista la loro fiducia, grazie alla
clowneria e al grido di “Rispetto”. Perché
è proprio questo che insegna: il rispetto
della propria vita umana. La fiducia che
Miloud riesce ad ottenere è lenta e graduale, trova il suo picco quando Tea, solo
e soltanto a lui, fa toccare la sua pancia
di “donna” incinta.
La storia, intervallata da alcuni disegni che sottolineano all’evolversi del racconto, è una vicenda di coraggio, simboleggiata dal bambino Cristi che riesce infine a salire sulla piccola piramide umana,
stigma della risalita dal fondo.
La sequenza della retata e di come
vengono trattate Tea e le sue compagne,
ricorda molto quella di Schindler’s list
(1993) dove, alle donne di Oscar, vengono tagliati a zero i capelli per poi essere
spinte sotto la doccia. Accostamento molto forte, ma estremamente efficace. Di
grande impatto emotivo la scena in cui i
bambini urlano davanti all’ambasciata francese il nome del loro salvatore, perché,
questa volta, è lui a dover essere salvato.
Il film termina con le immagini reali, di quei
ragazzi rumeni, che ancora oggi si trovano per strada in balia di pedofili e spacciatori.
Per chi ama vedere speranza anche
nelle condizioni peggiori; ma soprattutto
veder realizzata quella stessa speranza.
Elena Mandolini
32
Film
Tutti i film della stagione
LA SETTA DELLE TENEBRE
(Rise)
Nuova Zelanda/Stati Uniti, 2007
Regia: Sebastian Gutierrez
Produzione: Carsten H. W. Lorenz, Greg Shapiro per Rise Productions/Mandate Pictures/Kingsgate Films/Destination Films/
Ghost House Pictures
Distribuzione: Eagle Pictures
Prima: (Roma 29-5-2008; Milano 29-5-2008) V.M.: 14
Soggetto e sceneggiatura: Sebastian Gutierrez
Direttore della fotografia: John Toll
Montaggio: Lisa Bromwell, Robb Sullivan
Musiche: Nathan Barr
Scenografia: Jerry Fleming
Costumi: Denise Wingate
Produttori esecutivi: Aubrey Henderson, Nathan Kahane,
Carsten H. W. Lorenz, Sam Raimi, Robert G. Tapert
Co-produttore: Kelli Konop
Direttore di produzione: Jonathan McCoy
Casting: Nancy Nayor, Kelly Wagner
Aiuti regista: Arturo Guzman, Douglas McKay, Karla Carnewal,
Shelly Heyward, Bill Greenfield
Operatori: David E. Diano, Mike Thomas
Operatore steadicam: Brook Robinson
Art director: Austin Gorg
Arredatore: Betty Berberian
D
opo aver pubblicato un reportage sui rave giovanili, la giornalista Sadie Blake viene messa al
corrente da un suo amico e collaboratore che
tra gli estremi rilasciati da una delle adolescenti contattate per introdursi negli ambienti
dei party estremi, è nascosto un indirizzo internet legato a una strana setta. Sono anche
indicati il luogo e la data di un nuovo incontro. Sadie, con l’articolo ormai completato e
poca propensione a credere in simili riti, decide di non recarsi sul posto, dove però vengono uccise due ragazze, una delle quali, Tricia, figlia del detective Clyde Rawlins.
Appresa la notizia, la reporter inizia a
sentirsi responsabile e, anche per deformazione professionale, cerca di far luce sugli
omicidi. Presto cade nella tela del ragno e si
ritrova, contro la propria volontà, a casa
degli organizzatori della truculenta festa in
cui le due studentesse hanno perso la vita.
Ridotta all’impossibilità di difendersi, la donna è oggetto di un cruento abuso sessuale, la
cui conclusione è una macabra pratica cannibalistica operata da due vampiri.
Più tardi Sadie si risveglia in un obitorio. Apparentemente morta agli occhi della polizia, ha invece contratto dai suoi assassini la sete per il sangue e l’immortalità. Fardello disumano che la donna non
vuole portare con sé. Presa dalla disperazione, si getta da un cavalcavia nel traffico cittadino. Ma di nuovo si risveglia, cosparsa di contusioni ma ancora viva. Sot-
Trucco: Elisabeth Fry
Acconciature: Robert Hallowell II, Nicole Venables
Supervisore effetti trucco: Christopher Allen Nelson
Supervisore effetti speciali: Larry Fioritto
Effetti speciali trucco: Andy Schoneberg
Supervisore effetti visivi: David J. Witters (Comen VFX)
Interpreti: Luy Liu (Sadie Black), Michael Chiklis (Clyde Rawlins),
Carla Gugino (Eve), James D’Arcy (vescovo), Robert Foster
(Lloyd), Julio Oscar Mechoso (Arturo), Cameron Richardson
(Collette), Allan Rich (Harrison), Samantha Shelton (redattore
LA Weekly), Kevin Wheatley (Ethan Mills), Margo Harshman
(Tricia Rawlins), Cameron Goodman (Kaitlin), Holt McCallany
(Rourke), Paul Cassell (detective Easton), Mako (Poe), Sam
Cooper, Sam Lucas Cooper (assistenti medico legale), Natsuko Ohama (madre di Sadie), Christina Stacey (Beth), Isabella Gutierrez (bambina senzatetto), Liana Perez (Morena), Simon Rex (Hank), Anastasia Baranova (teenager), Zach Gilford
(marinaio), Frank Kranz (Alex), Samaire Armstrong (Jenny),
Marilyn Manson (barista), Elden Henson (Taylor), Nick Lachey
(Dwayne), Christopher Allen Nelson (agente), India King (receptionist), Michael Ouellette (detective)
Durata: 94’
Metri:2600
to le premurose cure dell’ascetico Arturo,
interessato ad abbattere i vampiri che l’anno ridotta in quello stato, viene addestrata al combattimento e all’uccisione definitiva dei nemici, possibile solo attraverso
un freccia d’acciaio.
Armata di balestra, la donna si mette
quindi sulle tracce dei predatori incontrati nella lussuosa villa dove ha trovato la
sua morte umana. Prima è il turno dell’aristocratica e perversa Eve, poi dell’anziano Harrison. Resta la freccia per la vera
mente della setta, il giovane Bishop. Per
arrivare a lui, Sadie unisce le sue forze con
quelle di Rawlins, che nel frattempo ha
seguito la tracce di Bishop meditando vendetta per la figlia morta.
Il ragazzo si nasconde lontano dalla
città. Lì viene scovato e ucciso dal duo. Ma,
prima che la loro collaborazione abbia
fine, il detective deve rispettare il patto che
l’ha sancita: uccidere Sadie liberandola
dalla sua insopportabile e aberrante condizione.
C
ome i personaggi che lo abitano,
il cinema vampiresco è predatore e si ciba delle retoriche, del
décor e delle estetiche dei generi che più
lo lambiscono. Horror, thriller gotico, splatter e hard-boiled in cima alla lista con una
determinante attrazione per i loro miasmi
maggiormente border-line. Nell’attuale e
assai longeva stagione del citazionismo
33
selvaggio e dell’autoreferenzialità imperante, poi, il modulo è fanaticamente esposto
ai tutti i filoni più giovani (e ‘giovanilistici’)
venuti a maturazione nella contemporaneità: neo-horror, teen-movie e zombie-movie
post-Carpenter/Romero prima maniera.
Eppure la derivazione che sopra ogni
altra continua a influire tutt’altro che secondariamente su opere come La setta
delle tenebre è il gusto tarantiniano, seppur ormai limitatamente al suo livello epidermico. Meta-genere già nelle mani del
suo autoriale patrocinatore, quando dimensionato all’interno di un architettura
narrativa fin troppo collaudata (come quella
del film di Sebastian Gutierrez) le conseguenze rasolano il cannibalismo. Lucy Liu,
ormai a suo a modo icona action-cool, rimanda al suo ruolo spregiudicato in Kill
Bill e, dalla medesima fonte, riverbera la
matrice kung fu che pervade, anche solo
nell’ammiccamento, le sequenze d’azione
del film. Le truculente sequenze di carne
e sangue, sembrano autorizzate dalla presa non indifferente del film-tortura, riportato in auge da Hostel (altro sdoganamento
patrocinato da Tarantino, da cui Gutierrez
mutua il compositore Nathan Barr, che
però produce esiti lontani dall’eccellenza
raggiunta per il film diretto da Eli Roth).
Fino alle semplici partecipazioni attoriali:
il cameo iniziale di Robert Forster, riportato alle scene dal regsita di Pulp Fiction in
Jackie Brown.
Film
Letto attraverso gli adempimenti alla sue
sostanziali, limitate intenzioni – soprattutto
in riferimento allo specifico target di traguardazione (irriducibili del gore in testa) –, il
lungometraggio riesce a farsi guardare, toccando qui e là anche punte di godibile entertainment. Vero atout è comunque il pri-
Tutti i film della stagione
mo pasto cannibalistico della protagonista
nel dormitorio rionale, sequenza capace di
tramutare il film in cult moderno (almeno
per la folta schiera di appassionati), nonché unico tentativo davvero deciso di strappare la pellicola da un imperante regime di
confezionamento mainstream, con annes-
so pilota automatico di messa in scena.
Condotta che, peraltro, lo colloca ben distante dallo spirito punk dei Carpenter e
Bigelow di turno e più a suo agio tra Underworld e Resident Evil.
Giuliano Tomassacci
MACHAN – LA VERA STORIA DI UNA FALSA SQUADRA
Germania/Italia/Sri Lanka, 2008
Produttore associate: Mirjam Weber
Co-produttore: Henning Molfenter
Casting: Damayanthi Fonseka
Arredamento: Lal Harindranath, Johannes Pfaller
Effetti: Fabrizio Pistone
Suono: Anandar Chandrahasan
Trucco: Ebert Wijesinghe
Interpreti: Dharmapriya Dias (Stanley), Gihan De Chickera
(Manoj), Dharshan Dharmaraj (Suresh), Namal Jayasinghe
(Vijith), Sujeewa Priyalal (Piyal), Mahendra Perera (Ruan),
Dayadewa Edirisinghe (Naseem).
Durata: 110’
Metri: 2940
Regia: Uberto Pasolini
Produzione: Uberto Pasolini, Prasanna Vithanagem Conchita
Airoldi per Studio Urania/ Babelsberg Film/Shakhti Films/Redwave. In collaborazione con Rai Cinema
Distribuzione: Mikado
Prima: (Roma 12-9-2008; Milano 12-9-2008)
Soggetto e sceneggiatura: Ruwanthie De Chickera, Uberto Pasolini
Direttore della fotografia: Stefano Falivene
Montaggio: Masahiro Hirakubo
Musiche: Lakshman Joseph De Saram, Stephen Warbeck
Scenografia: Errol Kelly,
Costumi: Sandhiya Jayasuriya, Rob Nevis
N
ella placida notte di Colombo,
Sri-Lanka, Stanley e Manoj, intenti ad attaccare manifesti di propaganda per l’amico Vijith, discutono del
loro progetto d’emigrare in Germania. Il
mattino seguente, i due amici s’incontrano all’ambasciata, convinti che questa volta la loro domanda sarà accettata. E invece l’algido funzionario tedesco li respinge
per la terza volta, perché i due non forniscono “sufficienti garanzie”.
Nonostante l’ennesima batosta, Stanley e Manoj non si danno per vinti: mentre
ancora fantasticano sul loro futuro in Europa, Stanley trova per caso un volantino
che pubblicizza l’iniziativa d’un’associazione tedesca per “l’amicizia tra Germania e Asia”. È così che lentamente nella
testa di Stanley - che nel frattempo ha ripreso la sua vita precaria tra la vendita
delle arance, la convivenza con le due vecchie zie appassionate di corse e il fratellino – nasce l’idea: fingersi i giocatori d’una
squadra di pallamano ed essere così invitati direttamente dai tedeschi per partecipare al torneo pubblicizzato dal volantino, superando definitivamente il problema
del visto. Dopo un’iniziale perplessità sul
misterioso sport che nessuno degli amici
conosce, Manoj decide di tentare e subito
consulta Piyal - gigolo di professione,
molto richiesto dalle attempate turiste tedesche – per ottenere informazioni sulla
pallamano. Iniziano presto le richieste di
amici e conoscenti per unirsi all’avventura. Stanley e Manoj si ritrovano impegnati
giorno e notte nei preparativi per il viaggio: dall’acquisto delle magliette agli improbabili allenamenti, i giorni sfilano in
fretta e l’iniziale gruppetto si trasforma in
breve in una piccola bizzarra compagine
di disperati. Ricevuta la lettera d’invito
ufficiale, arriva pure il giorno della verità: uno dei compagni di Manoj e Stanley
entra nell’ambasciata, lasciando tutti gli
altri fuori, in trepidante attesa dell’agognato visto. Ma anche stavolta il risultato
è un buco nell’acqua: mancano lettere e
permessi delle istituzioni locali. Sembra
che tutto sia perso, quando Manoj si rivolge a Ruan il faccendiere. L’uomo, coperto
di debiti e assillato da un gruppo di migranti che ha ingannato, accetta di aiutare i due amici in cambio d’un posto nella
squadra per sé e per i suoi “assistiti”. Il
patto, nonostante le resistenze di Stanley –
che da Ruan deve ancora avere indietro
una grossa somma di soldi datigli in prestito -, è stretto, e, grazie alle astuzie del
pittoresco truffatore, pochi giorni più tardi, la squadra si ritrova i mano i visti per
raggiungere la Germania. Manoj lascia il
suo posto di barman e festeggia con la famiglia nel ristorante dove per tanti anni
ha lavorato; ma la vergogna provata nel
sentirsi irriso da una coppia di occidentali porta il ragazzo alla scelta di rinunciare. Al suo posto, il giorno della partenza si
34
presenta il giovane politicante Vijith. All’arrivo in Germania, la squadra è accolta trionfalmente, e, contrariamente alle
aspettative del gruppo, portata subito sul
campo. La prima partita è una rovinosa
messa in scena; ma Ruan, il primo a voler
fuggire, arringa i compagni spingendoli a
una reazione d’orgoglio. L’incontro successivo sarà proprio lui a segnare miracolosamente l’unico punto. Osservatori dell’immigrazione però non si lasciano convincere dall’impegno dimostrato: la sera
stessa la polizia irrompe nelle camere dei
falsi giocatori trovandole però vuote. Il
gruppo sfugge alla cattura disperdendosi
in giro per la Baviera, ciascuno con un
progetto diverso. Stanley, il cognato Shuran, Vijith e Riuan s’incamminano insieme alla volta dell’Inghilterra.
I
l produttore anglo-italiano Uberto
Pasolini (tra le sue fatiche oltre al
più che celebre Full Monthy, anche
i non meno meritevoli Palookaville e I vestiti nuovi dell’imperatore) esordisce alla regia con un lungometraggio ispirato dalla
cronaca tedesca. Davvero, nel 2004, una
falsa squadra di pallamano fece perdere le
sue tracce nel bel mezzo della Baviera,
senza che un solo giocatore fosse mai rintracciato. È la didascalia finale a specificarlo, volendo ratificare con un sigillo di realtà
l’happy ending messo in scena con trita,
esausta retorica dal canuto regista neofita.
Film
Senza troppo soffermarci sulle affinità
più che evidenti tra gli “squattrinati organizzati” britannici che, in Full Monthy cercavano il riscatto economico e sociale, e questi
disperati uniti che tentano l’avventura della
migrazione nella rincorsa a una vagheggiata vita migliore, passiamo direttamente all’analisi delle fragilità d’una commedia irrisolta, che sembra non voler rinunciare a
niente – non alla risata, non alla denuncia
della miseria, non alla malinconia e neppure al lieto fine – senza tuttavia riuscire in
nulla. L’inesperienza di Pasolini, che qui si
cimenta anche nella scrittura del film, mostra i suoi segni a partire da una sceneggiatura priva di forza, incapace di trovare
scarti dinamici, cambi di ritmo, per finire poi
con una regia appena funzionale, fin troppo discreta nel non saper quasi mai trovare alla macchina il suo posto nella scena.
Machan, che pure è commedia misurata,
garbata e non sgradevole, finisce con l’essere un film furbo senza però il coraggio di
“dirla grossa”, incapace di prendersi la responsabilità di scelte chiare, di toni netti: un
film che si rivolge senza nasconderlo alla
proverbiale coda di paglia dell’occidentale
medio, che prima gode dell’esotico pittoresco e dell’ameno, durante la prima parte in
Sri-Lanka, e poi, messo a fare il tifo per “gli
stranieri”, si sente piacevolmente appagato nel ritrovarsi, senza sforzo, dalla parte
Tutti i film della stagione
dei giusti. Per tentare d’essere chiari fino in
fondo, la vicenda – in origine, vera avventura di veri migranti – è sfruttata esclusivamente per le sue potenzialità narrative, senza nemmeno darsi pena, vista la scelta –
tanto legittima quanto discutibile – di ricalcare le vicende reali, di rendere lo Sri-Lanka
qualcosa di più di un fondale perfettamen-
te intercambiabile con una lista di altri luoghi vaghi e lontani. Il tutto senza nemmeno
avere il coraggio – o la capacità – di confezionare un prodotto davvero efficiente rispetto alle logiche critto-commerciali che ne
animano realmente la concezione.
Silvio Grasselli
TU, IO E DUPREE
(You, Me and Cupree)
Stati Uniti, 2006
Regia: Anthony e Joe Russo
Produzione: Mary Parent, Scott Stuber, Owen Wilson per Universal Pictures/Kaplan-Perrone Entertainment/MMCB Film
Produktion 2004/Road Rebel
Distribuzione: UIP
Prima: (Roma 10-11-2006; Milano 10-11-2006)
Soggetto e sceneggiatura: Michael LeSieur
Direttore della fotografia: Charles Minsky
Montaggio: Peter B. Ellis, Debra Neil-Fisher
Musiche: Theodore Shapiro
Scenografia: Barry Robinson
Costumi: Karen Patch
Produttori esecutivi: Michael Fottrell, Aaron Kaplan, Sean
Perrone
Direttore di produzione: Michael Fottrell
Casting: Deborah Aquila, Maria Tricia Wood
Aiuti regista: Bob Roe, Michael Helfand, Brendalyn Richard,
Bernie Bonner Axelrod
Operatore: P. Scott Sakamoto
Art directors: Kevin Constant, Paul Sonski
C
arl Petersen sta per sposare Molly Thompson, la figlia del suo
capo, nonché proprietario dell’azienda in cui lavora. Convinto di non
esser benvisto dal suocero, deve ricreder-
Arredatore: Barbara Munch
Trucco: Kimberly Greene, Denise Della valle, Lesile Fuller, Elaine L. Offers, Valli O’Reilly, Ann Pala
Acconciature: Medusah, Vickie Mynes, Kathryn Blondell, Geraldine Jones, Kerrie Smith
Coordinatore effetti speciali: Ron Bolanowski
Supervisori effetti visivi: Thomas J. Smith (CIS Hollywood), Thad Beier
Coordinatore effetti visivi: Heather Elisa Hill (CIS Hollywood)
Supervisore costumi: Charlene Amateau
Supervisore musiche: Randall Poster
Interpreti: Owen Wilson (Dupree), Kate Hudson (Molly), Matt
Dillon (Carl), Michael Douglas (sig. Thompson), Seth Rogen
(Neil), Amanda Detmer (Annie), Ralph Ting (Toshi), Todd
Stashwick (Tony), Bill Hader (Mark), Lance Armstrong (se stesso), Jason Winer (Eddie), Sidney S. Liufau (Paco), Billy Gardell
(barista Dave), Eli Vargas (Aaron), Houston McCrillis (Dougie)
Durata: 108’
Metri: 3000
si quando questi sceglie un suo progetto
ecologista per un insediamento modello e
ne fa il responsabile della sua realizzazione. Intanto Carl apprende che Dupree, il
suo amico d’infanzia, è rimasto senza la35
voro e senza casa (licenziato per aver abbandonato il posto di lavoro per presenziare al suo matrimonio). Sentendosi responsabile, per amicizia, lo invita a stare
da lui giusto il tempo per cercare un nuo-
Film
vo lavoro. Ma Dupree è troppo sincero,
troppo fuori dagli schemi, troppo poco
borghese per procurarsi un lavoro e preferisce mangiare pesante (intasando coi suoi
escrementi prima il bagno dagli ospiti e
poi quello della camera da letto di Carl e
Molly), passare ore davanti la tv, sul divano (dove dorme nudo) a giocare coi figli
adolescenti dei vicini, cercando di coinvolgere Carl che è invece totalmente assorbito dal suo lavoro. Molly, che non vuole
saperne di un ospite indiscreto, invadente
e nullafacente, spera di toglierselo di torno facendolo fidanzare con la bibliotecaria della scuola (Molly fa la maestra in una
scuola elementare) dai costumi facili, la
quale, dopo una notte di fuoco (a casa di
Molly e Carl ovviamente, a base di ...burro spalmato, che si conclude con l’incendio del salotto) non vuole più saperne di
lui. Carl, alle prese con il suocero, che ha
trasformato il suo progetto ecologista in
una mostruosa speculazione edilizia e lo
tormenta con richieste inopportune (tra cui
prendere lui il cognome della moglie e farsi
vasectomizzare per non metterla incinta),
è sempre meno presente in casa e non si
confida più con Molly (mancando anche a
un incontro con i suoi alunni, sostituito da
Dupree che se la cava benissimo coi bambini sorprendendola favorevolmente). Molly invece impara ad apprezzare Dupree
(che scrive poesie, fa i massaggi...) e a diventarne amica al punto tale da far ingelosire Carl (che arriva a immaginarsi che
Molly lo tradisca con Dupree con tanto di
beneplacito del suocero...). Così, durante
una cena, Carl salta al collo di Dupree e
poi sparisce dalla circolazione. Dupree con
i suoi amici (i figli dei vicini) ingaggia allo-
Tutti i film della stagione
ra una vera e propria caccia all’uomo con
tanto di volantini e strategie indagatorie,
finché lo trova a dormire nel retrobottega
di un pub. Appreso che il suocero gli ha tolto la direzione del progetto, lo incita a ribellarsi, ridandogli fiducia in se stesso. Così
Carl affronta il suocero mentre questi è in
riunione con un gruppo di finanziatori giapponesi e si riprende casa, moglie e posto di
lavoro, mentre Dupree, scritto in un libro la
sua filosofia di vita, diventa anche lui un
ricco uomo di successo.
T
u, io e Dupree ha il pregio di non
possedere quella volgarità di fondo, fatta di doppi sensi sessuali
di certe commedie giovaniliste americane
(povere torte di mele...). La verve anarcoide di Dupree (interpretato da uno strepitoso Owen Wilson, che è anche il produttore del film) sembra connotare il film come
una commedia che, dall’interno, cerca di
criticare il perbenismo (nemmeno tanto
piccolo) borghese della provincia americana. Purtroppo gli sceneggiatori del film,
invece di sviluppare i temi che qui e là vengono timidamente sfiorati (rapporto uomo/
donna, amicizia, crescita e responsabilità, ecologia ed economia), preferiscono
concentrarsi sulle deiezioni e sulle attività
sessuali di Dupree ridimensionandone i
comportamenti a macchietta comica, del
tipo che danno fastidio ai benpensanti, ma
che possono essere tollerate perché non
mettono in discussione nulla.
La famiglia ne esce anzi corroborata
nei suoi ruoli sessuati: le donne a cucinare e accudire il maschio (poco importa se
anche loro hanno un lavoro...), mentre l’autorità e il denaro rimangono veri e propri
status symbol (e anche Dupree, alla fine,
si normalizza, diventando ricco e famoso).
D’altronde basta notare lo spazio (inesistente) che la donna ha nel film per capire subito di trovarci di fronte a una pellicola
autocelebrativa per maschietti adolescenti
ricchi, diventati adulti loro malgrado, talmente viziati, da sentirsi in diritto di appropriarsi
anche di quella sensibilità normalmente
percepita come femminile che si autoattribuiscono, nonostante il rischio di venir tacciati per omosessuali (ma che Dupree, in
quanto maschio, scriva poesie non mette
minimamente in discussione l’equazione
sensibilità-omosessualità, la riconferma
anzi in tutta la sua valenza reazionaria, essendo il suo essere “poeta” visto come una
delle sue tante stranezze).
Personaggi maschili del film che continuano a guardare all’ombelico, proprio o
degli altri loro pari maschili amici d’infanzia, invece di andare verso l’altro da sé, in
questo caso la donna (ma potremmo dire
il resto del mondo), la cui unica importanza è quella sessual-gastronomica (che
pena il siparietto delle videocassette porno gettate nella spazzatura e poi arditamente recuperate per nuove visioni...). E
che a sciorinare il bignami del maschilismo siano attori del calibro di Michael
Douglas e Matt Dillon (ci sarebbe anche
Kate Hudson relegata però a un ruolino
da comparsa...) la dice lunga sullo stato di
salute dell’industria cinematografica statunitense. Un film inesistente, che si fa, suo
malgrado, testimone di un’epoca vuota,
vacua, reazionaria e maschilista come la
nostra.
Alessandro Paesano
UN GIORNO PERFETTO
Italia, 2008
Organizzazione generale: Gianluca Leurini
Aiuto regista: Barbara Daniele
Suono: Fabrizio Quadroli, Marco Grillo
Interpreti: Valerio Mastandrea (Antonio), Isabella Ferrari (Emma),
Stefania Sandrelli (Adriana), Monica Guerritore (Mara), Nicole Grimaudo (Maja), Valerio Binasco (Elio Fioravanti), Angela Finocchiaro
(Silvana), Federico Costantini (Aris), Nicole Murgia (Valentina), Gabriele Paolino (Kevin), Milena Vukotic (professoressa di Aris), Serra Yilmaz (gelataia), Fausto Maria Sciarappa (commissario), Christian Serritiello (turista), Giulia Salerno (Camilla).
Durata: 105’
Metri: 2770
Regia: Ferzan Ozpetek
Produzione: Domenico Procacci per Fandango. In collaborazione con Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution
Prima: (Roma 5-9-2008; Milano 5-9-2008)
Soggetto: tratto dal romanzo omonimo di Melania Mazzucco
Sceneggiatura: Ferzan Ozpetek, Sandro Petraglia
Direttore della fotografia: Fabio Zamarion
Montaggio: Patrizio Marone
Musiche: Andrea Guerra
Scenografia: Giancarlo Basili
Costumi: Alessandro Lai
I
l film si apre con una dedica a
Maria Clara Jacobelli.
Roma, oggi. È notte. Mentre fuo-
ri piove la mdp indugia lentamente sugli
interni di una casa. Il soggiorno vuoto, la
cameretta di un bambino, quella di una
36
adolescente, la camera da letto dei genitori. La donna dorme, l’uomo è sveglio, lo
sguardo nel vuoto. Stacco.
Film
Due poliziotti, rispondendo a una segnalazione di una vicina che dice di aver sentito degli spari, arrivano nell’appartamento
di Bonocore; uno dei due agenti crede di
riconoscere il cognome: è un ex collega...
Dall’appartamento nessuno risponde. Uno
degli agenti va a chiedere istruzioni.
Una didascalia ci fa tornare indietro
di 24 ore.
Emma, separata dal marito Antonio,
vive a casa della madre Adriana con Valentina, la primogenita di 14 anni, e Kevin
di 8. Antonio è, come ogni sera, sotto la
finestra della casa della suocera. Emma,
affacciatasi per spegnere una sigaretta, lo
nota e si ritrae, turbata.
La mattina Emma è sull’autobus con
Kevin e Valentina, che ignora la madre
barricandosi dietro le cuffie del suo lettore mp3. Valentina prosegue da sola, mentre Emma accompagna Kevin a scuola, in
un Istituto religioso. Lì incontra Maja, la
madre di Camilla, una delle compagne di
classe di Kevin. Dietro pressioni di Camilla, Maja invita Kevin alla festa di compleanno della figlia, all’ultimo momento, non
le aveva mandato l’invito prima; Emma
esita, non potrà accompagnarlo alla festa,
lavora tutto il giorno. Maja si offre di occuparsene lei. Emma accetta.
Intanto il candidato Elio Fioravanti,
marito di Maja, cerca invano di contattare
il Presidente mentre è seguito nei suoi spostamenti dalla scorta, il cui responsabile è
proprio Antonio.
Aris, un giovane studente che abbiamo visto rientrare a dormire in una sorta
di atelier nei pressi dell’ex mattatoio, prende uno stentato diciotto all’esame di diritto alla facoltà di giurisprudenza. Quando
la professoressa legge i cognome sul libretto gli chiede se sia imparentato con l’avvocato Fioravanti. Aris conferma che è il
figlio. La donna vede i voti, tutti alti… Poi
dice al ragazzo di salutarle il padre ma che
da lei avrà solo un diciotto.
Maja chiama Aris per telefono e gli chiede di raggiungerla per vedere un appartamento che vuole affittare in centro. Aris la
raggiunge ben volentieri. Mentre vedono
l’appartamento, proprio di fronte Sant’Andrea della Valle, Maja gli confida di essere
incinta e di volersi tenere il bambino.
Poi le ricorda la festa di sua sorella
Camilla. Aris non ci andrà, passerà a casa
prima a salutarla e la invita, alla festa di
laurea di una sua amica, quella sera.
Emma, al call center dove lavora, scopre di non aver ricevuto il rinnovo del contratto a termine. Quando chiede spiegazioni, il dirigente le dice chiaramente che
l’azienda preferisce personale più giovane.
All’uscita, trova ad attenderla Antonio, che
si è preso il resto della giornata libero. Riluttante sale nella sua macchina. Antonio,
visibilmente turbato, si offre di accompa-
Tutti i film della stagione
gnarla dal generale, uno dei suoi tanti lavori. Durante il tragitto, le chiede di tornare con lui, la implora, le giura di essere cambiato, di prendere delle medicine, le promette di andare dallo psicologo. Ma poi, pensando al generale dal quale Emma lavora,
ha un impeto di irrazionale gelosia e le
molla un ceffone. Fermando la macchina
sotto ponte Milvio, Antonio la trascina per
fratte e, tra i cespugli, cerca di fare sesso
con lei. Emma si finge arrendevole per cercare di sfuggirgli, ma lui riesce comunque
ad approfittarne. Sconvolta, torna in strada e si allontana da Antonio che, resosi conto di ciò che ha fatto, si accascia e piange.
A scuola Kevin, paffutello, balbuziente
e con l’occhiale col cerotto opaco sulla lente
per stimolare un occhio pigro, viene picchiato da tre compagni nei bagni della scuola.
Aris incontra il padre nella hall di un
hotel, dove partecipa a un seminario e gli
annuncia che da lui non vuole più soldi e
che ha intenzione di smettere di studiare
giurisprudenza e di andarsene da Roma.
Il padre sa solo dirgli di aspettare “dopo
le elezioni”. L’onorevole è sempre più nervoso, non riuscendo ancora a parlare col
Presidente, che si fa negare.
A casa, Mara, la professoressa che
abbiamo visto in classe di Valentina, riceve un mazzo di fiori e si prepara per un
week-end insieme a un uomo col quale la
vediamo parlare per telefono.
Mentre Emma, preoccupata per il licenziamento al call center, vaga per strada, Antonio telefona a casa della suocera e chiede
di parlare con Valentina. Adriana, che stava
leggendo le carte a una cliente, lo informa
che Valentina è ancora a scuola, alla partita... Valentina è felice di vedere il padre tra il
pubblico. Antonio le propone di andare a
mangiare una pizza con Kevin. Valentina lo
indirizza alla festa dove sa il fratello essere
andato. Alla festa, intanto, dove Camilla e
Kevin si sono “sposati” in gran segreto (“non
devi dirlo a nessuno nemmeno a tuo padre”
le dice) Antonio porta via Kevin sul più bello. Maja è contrariata, ma non osa impedire
al padre di portare via Kevin.
Per strada Mara incrocia Emma e, riconoscendo la madre di Valentina, scambia due parole con lei dicendo che Valentina è molto dotata e intelligente. Poi, prima di accomiatarsi, riceve una telefonata
che la lascia delusa e chiede a Emma di
farle compagnia perché non ha più l’impegno che pensava di avere e non vuole
rimanere da sola. Emma si confida con la
donna, le racconta del grande amore per
Antonio e della successiva separazione.
Rientrata in casa con Mara, Emma apprende dalla madre Adriana che Kevin e Valentina sono con Antonio e, non piacendole la
cosa, cerca di riavere i figli con sé. Ma Valentina, che sta già mangiando al ristorante col
padre e con Kevin, ha il cellulare staccato.
37
Intanto l’onorevole Fioravanti riesce
finalmente a parlare con il Presidente. Gli
fa presente che la sua rielezione è indispensabile per sottrarsi a un processo che lo
vedrebbe sicuramente condannato. Ma ottiene una risposta non positiva che lo lascia senza forze. Riuaggangiato il telefono l’onorevole si mette le mani tra i capelli e piange come un ragazzino.
Emma, intanto, tranquillizzata da
Mara, si rassegna all’idea che Valentina e
Kevin passino la sera col padre.
Intanto Maja si presenta alla festa dell’amica di Aris. Aris la accoglie con un sorriso e poi la conduce nel suo appartamento/atelier per mostrarle un murales nel
quale la ha ritratta in un trittico che coglie altrettante espressioni del suo volto.
Lì si baciano e Aris le chiede di partirsene
con lui; ma Maja ha Camilla come può
dirgli di sì?
A casa di Antonio, Valentina sta per
farsi una doccia mentre Kevin sta guardando La marcia dei pinguini in dvd.
Emma, accomiatatasi da Mara, si concede un gelato anche se è a dieta (“Ah ma
lo avete anche da 4 euro?!”, chiede imbarazzata dalla sua stessa golosità).
Antonio è in camera da letto. Ha in
mano la pistola. Se la infila in bocca e sta
per premere il grilletto ma non ce la fa. Un
attimo dopo, si precipita in salotto e spara
a Kevin. Richiamata dagli spari Valentina
non ha che il tempo di constatare che Kevin è morto (“Papà! Perché?!?” gli urla
terrorizzata) prima che Antonio spari anche a lei diversi colpi di pistola.
Poi torna in camera da letto, da dove
la mdp non si è mai spostata, e si spara
alla tempia.
Siamo tornati al presente. La polizia
entra nell’appartamento e trova prima il
corpo esanime di Kevin, tra il divano e il
pavimento, poi quello di Valentina, che ha
cercato invano di ripararsi sotto il tavolo,
infine quello di Antonio. Sopraggiungono
altri poliziotti, affranti non solo per la scena che hanno di fronte, ma anche perché
Antonio era un collega. Poi Silvana, la dottoressa, nota qualcosa e si precipita nella
stanza. Valentina è ancora viva. La trasportano d’urgenza in ospedale. Intanto qualcuno si incarica di avvisare “la moglie”.
Emma passeggia per strada, ignara,
godendosi il suo gelato. Poi, all’improvviso, è colta da un presentimento; la vediamo fermarsi, il volto attraversato da
un’espressione di inquietudine.
In quel momento il suo cellulare si
mette a squillare...
Il film si chiude con una dedica a Maurizio De Nisi: “sempre e per sempre”.
C
ominciamo anche stavolta con le
dediche. Maria Clara Jacobelli è
una manager e dirigente della
Film
Sip-Telecom, scomparsa nel 2007, che
commissionò a Ozpetek la sua prima pubblicità (per BancoPosta), mantenendo con
lui un rapporto di stima e affettuosa amicizia. Maurizio De Nisi era titolare di un negozio specializzato in 900 italiano, frequentato, tra gli altri, da Ferzan Ozpetek, morto
lo scorso luglio cadendo dalla sua moto a
causa di un cordolo, a Roma.
Un giorno perfetto parte con un lento
movimento di macchina per le stanze della casa di Antonio ed Emma, quando erano ancora una famiglia. Poi presenta le vicende parallele dei suoi personaggi in
maniera progressiva, ellittica, senza condurre lo spettatore, chiedendogli anzi attenzione e pazienza nel seguire la storia.
Man mano che le vicende si dipanano
parallele (fino all’epilogo tragico), lo spettatore, non solo ha colto la cifra esistenziale di
ognuno dei personaggi ma, in filigrana, ha a
disposizione, anche, l’istantanea della società italiana di oggi. Ipocrisia, solitudine, immaturità affettiva, violenza, mancanza di
solidarietà di classe, semplificazioni antropologiche devastanti, l’Italia che ne emerge
è la più desolata dei film di Ozpetek.
Primo film su commissione, girato dietro insistenza del produttore Procacci (all’inizio ero molto indeciso se accettare di
girare il film. (...) tutti mi ripetevano di non
farlo. Così, l’ho presa come una sfida personale e ho scelto di girarlo! F. Ozpetek, in
“Acchiappafilm” sett 2008, pag 20), Una
giornata perfetta spiazza perché, apparentemente, non affronta le tematiche sulle
quali Ozpetek, nei film precedenti, ha costruito il suo tocco. Non si tratta di un
film corale, nel quale ogni personaggio
contribuisce alla costruzione di una storia
unica, al contrario ogni personaggio resta
chiuso nella propria solitudine e l’impermeabilità esistenziale sembra l’unica caratteristica che li accomuna. Questo scar-
Tutti i film della stagione
to di stile deriva dall’origine letteraria del
film, il romanzo omonimo di Melania Mazzucco, mal scritto, reazionario e paternalistico, dal quale Sandro Petraglia (prima) e
Ozpetek (poi), hanno tratto uno script solido, asciutto, privo delle cadute di stile, dei
pregiudizi e delle problematiche a tesi di
cui il romanzo è infestato (nel quale il narratore è il primo a usare quei luoghi comuni che pretende di trovare snobisticamente nei personaggi che descrive).
Al rigore formale del film fa da contraltare il rigore morale con cui Ozpetek guarda
ai suoi personaggi, senza giustificarli, ma
nemmeno giudicarli, limitandosi a descriverli,
lasciando allo spettatore la facoltà di trarre
le conclusioni. Un film, per questo suo modo
di essere, di impegno civile, in una cinematografia italiana sempre più avviluppata nelle spire di una narrazione semplificata, predigerita, pre-giudicata, dove non c’è posto
per le sfumature, figuriamoci per dei personaggi dal carattere complesso.
In Un giorno perfetto nulla è semplice.
Il rapporto tra Emma e Antonio non è
costruito sulle semplificazioni dell’amore
maudit di tanta tv di pseudo inchiesta (come
in Amore criminale di D’Errico, Ianelli e Palmerino, che fa delle morti, purtroppo davvero accadute, di donne, per mano di mariti e
fidanzati, del mero intrattenimento, dove lei
è romanticamente vittima dell’amore per lui),
è descritto invece con attenzione e intelligenza. Se Emma si è lasciata convincere ad avvicinarsi dall’ex marito una volta di più è perchè gli si è già sottratta e ne ha pietà. Emma
è una donna forte non perché sopporta stoicamente le botte in nome della famiglia e
del matrimonio, ma perché, in nome di un
diritto inalienabile alla non violenza, si è sottratta all’omertà familiare che troppe volte nasconde sopruso e violenza. È per questo che
Emma, agli occhi di Antonio, è una poco di
buono e la società sembra pensarla come
38
lui. Appena Emma si è sottratta alla violenza, non ha trovato più un posto nella società, che l’ha relegata ai margini (Emma vive
con la madre, fra mille lavori precari, mentre
la casa è rimasta al marito...).
La violenza di Antonio non è l’idiosincrasia privata di un mostro fuori dalla società: è
invece frutto di quello stesso ordine di pensiero maschilista e sessista che in Italia è
ancora per molti un sentire comune. Quello
stesso sentire comune che fa di Emma una
puttana perchè, separata, vede altri uomini,
fosse anche un generale ottantenne; puttana perchè Emma, sui 40 anni, si permette di
vestire come una ragazzina. Se Maja malvede Emma è anche per questa sua insofferenza, innata, inconsapevole, che la fa
sottrarre a una assurda consuetudine legata all’età, e la fa continuare a vestire da giovane donna e non da signora. In fondo, Maja
è invidiosa di Emma perché Emma è molto
più libera di lei dal confomismo di una società sull’orlo della barbarie.
Anche Valentina, che vediamo, impacciatissima, parlare con un ragazzo al quale piace e il quale le piace, non sa sottrarsi
a un conformismo che si è insinuato in ogni
interstizio, per cui i suoi discorsi, per quanto
sgrammaticati e naïf, sono artefatti e retorici come quelli dell’Onorevole, o come il
lessico da adulta di Camilla, appiattito dalla
retorica televisiva che ci accomuna tutti.
Quella descritta nel film è una società che
non riesce ad andare al di là degli stereotipi
sessuati di uomo e di donna che ha saputo
produrre, relegando le donne al loro ruolo di
madri senza agevolare la lavoratrice, come
se la maternità fosse un fardello che devono
portare solo loro, perché gli uomini sono sempre altrove, a lavorare o a uccidere, fisicamente
o moralmente, la propria prole.
E anche l’inopportuno figlio che Maja
aspetta, forse da Aris, è segno di questa
matrice sessista che suona come una condanna e differenzia gli uomini dalle donne.
Solo se rinunciano a una vita affettiva (Mara
e la sua storia probabilmente extraconiugale), le donne paiono mantenere una certa lucidità, una certa presa sul mondo (Silvana, il medico che vediamo sempre sola,
che si accorge che Valentina è ancora viva);
solo se abbracciano una vocazione, la società trova un ruolo, uno spazio, a quelle
donne che, invece di fare le mamme, hanno scelto di lavorare, come se le due cose
fossero incompatibili. Solo se rinunciano a
quello che è il loro supposto tratto saliente,
le donne sono equiparate agli uomini e hanno accesso a una carriera.
Nessuno si salva da questa etica. Nemmeno Aris che dovrebbe fare il contestatario (in maniera molto più blanda di quanto
non sia nel romanzo). E anche la solidarietà femminile che, pure, è ancora testardamennte presente (Emma e Mara, che
nel film ha sostituito il professore omoses-
Film
suale del romanzo) sopravvive in un paesaggio morale sempre più devatstato.
E a ben guardare in tutto ciò che il film
sceglie di non mostrare, di non spiegare
esplicitamente, permettendosi di contare
sulla capacità ermeneutica dello spettatore,
che ne costituisce la cifra strilistica (come il
fuori campo, efficacissimo, del finale, che non
mostra l’omicidio di Kevin e Valentina facendocelo immaginare con la sola forza delle
voci off ), ritroviamo il senso più profondo
dell’autore Ozpetek e dei suoi temi: amicizia, la famiglia, la fragilità umana e, soprattutto, il mondo delle donne (Ozpetek, “Acchiappafilm” sett 2008, pag 21).
Un racconto scevro dalla retorica della tragedia perché intellettualmente onesto e che ha il coraggio (e la genialità) di
ritirarsi, pudico, un attimo prima che Emma
venga informata di quanto accaduto ai suoi
figli. E lo spettatore, a quel punto, si chie-
Tutti i film della stagione
de come Emma possa andare avanti,
come possa sopravvivere a una violenza
molto più grande di quelle che ha dovuto
sopportare fino ad allora. Eppure, in qualche modo, dovrà riuscirci, Valentina non è
morta e chissà se cadrà in coma, se il suo
essere in vita è una flebile speranza o una
condanna ancora più crudele.
Bravissima Isabella Ferrari (confrontate la sua Emma con il personaggio che interpreta nel film di Corsicato e capirete
quanto sia un’attrice matura e completa),
splendidi i camei di cui il film è disseminato
(forse un po’ sprecato quello di Stefania
Sandrelli), un po’ meno bene per gli attori
(a cominciare dal monoespressivo Federico Costantini, che sembra stia recitando
ancora il personaggio di Claudio Rizzo della serie tv “I liceali” che lo ha portato al successo, che ha come merito solo l’aspetto
avvenente), impacciati e stonati (Mastan-
drea in primis) forse al di là delle intenzioni
del regista (con l’unica eccezione del piccolo Gabriele Paolino che interpreta Kevin).
Ci chiediamo solo a chi si rivolga questo film, a chi giovi. Non certo alle persone
che, come quelle rappresentate, sono chiuse nel loro guscio di insensibilità, incapaci
di capire il discorso che il film appronta
lungo tutta la sua durata. Nemmeno a chi
queste cose già le sa, le denuncia da tempo, vive un altro disagio oltre quello personale, quello di sapersi in una società
ignorante, sessista e violenta, cui il film può
dare solo l’effimero sollievo di scoprirsi non
più soli nel notare certe idiosincrasie, certe irrazionalità del vivere comune.
Certo è che Una giornata perfetta è un
film amarissimo come gli anni che l’Italia
sta vivendo: bui, pessimi e miserabili.
Alessandro Paesano
DOOMSDAY-IL GIORNO DEL GIUDIZIO
(Doomsday)
Gran Bretagna/Stati Uniti/Sud Africa/Germania, 2008
Regia: Neil Marshall
Trucco: Kerry Skelton, Mieke Smith
Produzione: Benedict Carver, Steven Paul per Rogue PictuAcconciature: Zanmarie Hanekom
res/Intrepid Pictures/Crystal SKy PicturesMoonlighting Films/
Effetti speciali trucco: Axelle Carolyn, Paul Hyett
Internationale Filmproduktion Blackbird Dritte. In associazioSupervisori effetti speciali: David Harris, Mickey Kirsten
ne con Scion Films
Coordinatore effetti speciali: Kevin Adcock
Distribuzione: Medusa
Supervisori effetti visivi: Mark Michaels (Double
Prima: (Roma 29-8-2008; Milano 29-8-2008) V.M.: 14
Negative),Hal Couzens
Soggetto e sceneggiatura: Neil Marshall
Coordinatori effetti visivi: Kim Phelan (Double Negative),
Direttore della fotografia: Sam McCurdy
Marie-Eve Bedard-Tremblay
Montaggio: Andrew MacRitchie, Neil Marshall
Supervisore costumi: Anna Lau
Musiche: Tyler Bates
Interpreti: Rhona Mitra (Maggiore Eden Sinclair), Bob Hoskins
Scenografia: Simon Bowles
(Bill Nelson), Malcolm McDowell (Dottor Marcus Kane), Adrian LeCostumi: John Norster
ster (Sergente Norton), David O’Hara (Michael Canaris), AlexanProduttori esecutivi: Marc D.Evans, Trevor Macy, Peter McAder Siddig (John Hatcher), Emma Cleasby (Katherine Sinclair),
leese, Andrew Rona
Jeremy Crutchley (Richter), Vernon Willemse (David), Stephen
Direttori di produzione: Karen Richards, Ben Rimmer, Alan
Hughes (soldato/Johnson), Tom Fairfoot (John Michaelson), Jon
Shearer
Falkow (capitano Hendrix), John Carson (George Dutton), NathaCasting: Jeremy Zimmerman
lie Boltt (Jane Harris), Rick Wander (Chandler), Nora-Jane Noone
Aiuti regista: Jack Ravenscroft, Dale Butler, Emily Hobbs, Bryn
(Read), Martin Compston (Joshua), Sean Pertwee (Dottor Talbot),
Lawrence, Jacques Terblanche, Susie Lee, David Pinkus, Marci
Langley Kirkwood (Bryant), Leslie Simpson (Carpenter), Chris RobTrout
son (Steve Miller), Ashley McFarlane (contadino), Jason Cope (Wall
Operatore steadicam: John Taylor
Centry), Craig Conway (Sol), Caryn Peterson (giovane vagabonSupervisore art direction: Steve Carter
da), Christine Tomlinson (Eden Sinclair da giovane), Adeola Ariyo
Art directors: Susan Collin, David Doran, Jonathan Hely-Hu(infermiera), Daniel Read (sergente), Paul Hyett (vittima hot dog),
tchinson, Margaret Horspool, Rhian Nicholas, Emer O’SulliRyan Kruger (soldato), Karl Thaning (pilota)
van, Andy Thomson, John Trafford
Durata: 105’
Arredatori: Mark Auret, Zoe Smith
Metri: 2850
L
’Inghilterra è ormai uno scenario apocalittico. Un virus incurabile, in grado di deformare corpi e comportamenti, ha reso necessaria
la costruzione di un muro di separazione
tra Londra e il resto della nazione: dentro gli incolumi, promossi a continuare
una vita normale in una città ancora operativa, fuori i contagiati malcapitati, destinati alla morte certa dopo un errabondo supplizio.
A distanza di anni, l’area all’interno del
perimetro ancora civilizzato è sovrappopolata ed emarginata dal resto dal mondo. Il
governo, dedito alla più tenace repressione
di ogni indizio residuo del virus, non può
ignorare l’inaspettata ricomparsa della piaga e, contestualmente, la presenza di forme
umane ancora in vita in alcune zone oltre il
muro, costantemente monitorizzate dopo il
tracciamento dei nuovi confini. Convinti che
l’avvistamento possa spiegarsi con la sco39
perta di una cura al virus da parte di Marcus Kane, uno scienziato rimasto al di là
della muraglia, i politici inviano una giovane agente della polizia in perlustrazione,
affinché, insieme a un plotone di soldati,
rintracci Kane. Un incarico estremo, reso
ancor più arduo dall’impossibilità di tornare senza l’oggetto della ricerca.
Ma Eden Sinclair, l’agente scelto per la
missione, è temprata a ogni tipo di difficoltà e, nonostante un passato doloroso (sua
Film
madre è rimasta fuori dai confini della città
per salvarla da piccola), ostenta un energico sprezzo del pericolo. La prima sosta è in
un quartiere periferico infestato da una banda di pirati della strada dediti al cannibalismo. Rapita, Eden conosce il capo della
banda, figlio ribelle di Kane, un esaltato
sadico e schizoide. Anche sua sorella vive
con lui, ma è tenuta sotto chiave perché
ancora fedele al padre. Eden riesce a farla
evadere strappandole la promessa di portarla al cospetto di Kane.
Con la sua task force ormai quasi del
tutto massacrata, l’instancabile eroina giunge sulle colline scozzesi, dove Kane si è ritirato con i suoi adepti in una comunità regolata da usi e costumi medievali. Appreso
dallo scienziato che non c’è alcuna cura al
virus e che la ripopolazione del territorio
al di là delle mura cittadine è dovuta soltanto al proliferare degli immuni, la donna
viene nuovamente imprigionata. A seguito
di un cruento combattimento da cui esce
vittoriosa, riesce però a guadagnare una via
di fuga a bordo di una potente auto; insieme a lei ancora la figlia di Kane. Sulle strade assolate, ad aspettarla ci sono i pirati.
Eden dà fondo alla sua prodezza di guida e
arriva sana e salva al rendez-vous con il
governatore che le confida le sue bieche
mire politiche. Consegnata la figlia di Kane,
dalla quale si potrà prelevare il DNA per
l’immunità al virus, Eden torna sulle orme
della sua infanzia per ricordare la madre.
La donna ha comunque in serbo di regolare i conti con il politico di turno: le sue confessioni criminali sono state registrate, pronte ad essere trasmesse per smascherarlo di
fronte a tutti.
Tutti i film della stagione
S
i parte con un set-up d’intreccio
improntato all’arrembante zombie-movie, debitamente mischiato al plot catastrofico tra apocalittico e futuristico. Poi, l’impostazione principale si snoda
su indimenticati cardini di genere border-line,
primo tra tutti il carpenteriano 1997: Fuga
da New York: l’eroina temprata che, investita
di una missione estrema, viene mandata in
un’altrove ostile per regolare una questione
di interesse politico. Segue la prima di molte
digressioni narrative e stilistiche, dove l’avvenire punk e scalcinato di Mad Max guadagna di diritto il ruolo di ascendente principale - almeno fin quando l’estensione temporale che regola lo script non accoglie
un’analessi “in fabula”, grondante bizzarrie
degne del Raimi di L’armata delle tenebre.
Ma a una lettura in tralice, i riferimenti e le
citazioni saranno ben più numerosi e non
necessariamente così inoltrati nel tempo: il
pubblico anagraficamente più giovane vi coglierà saccheggi da Waterworld a Tomb Raider, da Fuga da Absolom a Resident Evil.
Così, su questa giostra senza sosta facile al deragliamento da un binario narrativo
all’altro, si consuma la terza e da molti attesa
prova di Neil Marshall. Eppure Doomsday, che
a tratti instilla sensazioni di un cinema letteralmente senza frontiere, come potrebbe essere quello dell’Umberto Lenzi di Incubo sulla città contaminata, ha in cabina una pilota
capace di tenere i comandi ben saldi, seppur
con piccole discontinuità e qualche cedimento di forma. Se non fosse, infatti, per l’ultimo
segmento action a tutta velocità sulle strada
assolate – impeccabile in quanto a messa in
scena e coreografia registica (almeno secondo gli standard formali postmoderni), ma eccessivamente sbilanciato esteticamente ri-
spetto allo sguardo fin prima adottato –, questo viaggio inter-genere potrebbe tranquillamente finire in cima alla lista dei gioielli di transcinema, tanta la coscienza e l’aspirazione cinefila sprizzante dal suo autore in un’installazione tutto sommato coerente, perché mai
volenterosa di prendersi sul serio. Forse, l’accostamento con il Raimi del terzo capitolo di
La casa è davvero il più adatto; il più prossimo, alle intenzioni di un giovane (almeno professionalmente) eletto immediatamente, dopo
l’interesse suscitato con Dog Soldiers (2002)
e The Descent (2005), nella nuova ondata
dello “splat pack” (insieme al James Wan di
Saw e al Rob Zombie di La casa dei 1000
corpi). Le iniezioni splatter e un’innegabile,
punteggiante alone gore, d’altronde, sono forse i veri segni definenti dell’hybris rappresentativo di Doomsday: le marche sostanzialmente autenticanti, espressioni di differimento
dalla ragnatela tentatrice dei modus da ‘confezione’ industriali. Un bel segnale, considerando che il film viene accolto come la prima
prova ufficiale di Marshall nell’ambito hollywoodiano. Una prova che tiene, pur con tutte gli
squilibri del caso e qualche ipotizzabile concessione di gusto, al trend produttivo e che
non soffoca del tutto gli interessi per il rimosso e l’abbandonato, il reietto deformato dall’assenza del sistema sociale, la deriva naturale del primitivo sommerso dalla tecnocrazia. Le componenti striscianti, insomma, nel
precedente e notevolissimo The Descent, a
cui Marshall si spera torni a guardare per somministrazione drammaturgica e scandaglio dei
caratteri. Ora che la necessaria dimostrazione a 360° del suo talento di fronte al mainstream è stata doverosamente consumata.
Giuliano Tomassacci
LA FABBRICA DEI TEDESCHI
Italia, 2008
Musiche: Riccardo Giagni
Scenografia: Alessandro Marrazzo
Aiuto regista: Giulia Narcisi
Suono: Sandro Zanon, Remo Ugolinelli, Roberto Gambotto
Remorino
Interpreti: Valeria Golino (Anna), Monica Guerritore (la madre), Silvio Orlando, Luca Lionello, Vincenzo Russo, Rosalia
Porcaro, Giuseppe Zeno
Durata: 90’
Metri: 2450
Regia: Regia: Mimmo Calopresti
Produzione: Mimmo Calopresti, Beppe Calopresti, Simona
Banchi e Valerio Terenzio per Gage’ Produzioni/Studio Uno/
Istituto Luce. In collaborazione con Fondazione Rotella
Distribuzione: Istituto Luce
Prima: (Roma 19-9-2008; Milano 19-9-2008)
Soggetto: Mimmo Calopresti
Sceneggiatura: Mimmo Calopresti, Cristina Cosentino
Direttore della fotografia: Paolo Ferrari
Montaggio: Raimondo Ferrari
A
ttraverso testimonianze e interviste,
vengono ripercorsi i tragici eventi
della fabbrica della ThyssenKrupp
dove, nella notte tra il 5 e il 6 dicembre
2007, hanno perso la vita sette operai.
Nel prologo gli attori Valeria Golino,
Monica Guerritore, Luca Lionello, Silvio
Orlando, Rosalia Porcaro, Vincenzo Russo e Giuseppe Zeno impersonano i parenti
delle vittime e rievocano gli ultimi momenti
della loro semplice quotidianità (i gesti che
caratterizzavano le loro giornate in attesa
40
di andare in fabbrica) prima del dramma.
Vengono così alla luce le testimonianze, i ricordi e il dolore dei parenti delle
vittime, in cui si parla di quello che è successo quella notte, delle settimane precedenti e dei terribili giorni seguenti.
Film
Tutti i film della stagione
P
resentato all’ultimo Festival di Venezia nella sezione “Orizzonti/
Eventi” assieme a ThyssenKrupp
Blues di Pietro Balla e Monica Repetto e
la versione restaurata del folgorante Yuppi
Du di Adriano Celentano, all’interno di una
giornata dedicata alla morti sul lavoro, La
fabbrica dei tedeschi è un grido autentico
che colpisce subito direttamente ed è
l’esempio di un cinema politico indignato,
oggi strettamente necessario. La fabbrica
dei tedeschi appare come un’opera continuamente scissa, deviata, una specie di
‘anima divisa in due’. Da una parte, c’è la
descrizione oggettiva dei fatti: la tragedia
avvenuta nella sede torinese della ThyssenKrupp la notte tra il 5 e il 6 dicembre
del 2007, dove hanno perso la vita sette
operai: Giuseppe De Masi, Angelo Laurino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò, Bruno
Santino, Antonio Schiavone, Roberto Scola; le condizioni di insicurezza e pericolo
della fabbrica emersi da alcune testimonianze, tra cui quella degli estintori che non
funzionavano; i turni massacranti degli
operai (dalle 6 alle 14, dalle 14 alle 22 e
dalle 22 alle 6), che erano costretti a fare
anche il turno successivo se si assentava
un collega. Quindi, da un punto di vista
oggettivo, Calopresti porta sullo schermo
i fatti. Dall’altra parte, però, lo stesso regista interviene direttamente, si fa inquadrare mentre intervista partecipando con una
complicità sincera al dolore dei parenti
delle vittime.
Ci sono continui momenti, squarci che
sarebbe forse improprio definire di grande
cinema. Però sono emotivamente forti e
diretti a dar forma a tutti i sentimenti e gli
stati d’animo contrastanti, nel momento in
cui il suo sguardo si posa sui volti scavati
del dolore delle vedove, degli amici, dei
fratelli, dei colleghi di lavoro. In uno di questi, c’è un viaggio in macchina con una giovane moglie che ha perso il marito quella
notte e vive fuori città con tre figli piccoli
da crescere e con una dignità senza pari.
Ecco, quei dettagli sugli occhi della
donna, discreti e complici, mettono in scena in pochi secondi il cuore di quest’opera. Che oltre all’indignazione, giustamente incontrollata, è anche una sorta di ‘camera verde’ che potrebbe prolungarsi all’infinito, ben oltre la durata dello stesso
film. Sembra infatti che la macchina da
presa di Calopresti, nei suoi nervosi spostamenti, appare, ogni volta, catturata da
un posto nei pressi della ‘fabbrica della
morte’ dove ci sono i fiori con le foto dei
sette operai deceduti. Ci sono più ritorni in
quello spazio de/limitato. Come se ci sia
un effetto-calamita che attira ogni volta lì,
in quel preciso punto. Ed è proprio nell’ac-
cumulo di questa immagine che prende
quasi forma lo straordinario respiro irregolare di un’opera che, per quanto cerchi di
mantenere una sua distanza emotiva, alla
fine non ce la fa.
La fabbrica dei tedeschi poi, nella sua
dichiarata conformazione disomogenea, è
composta da differenti formati: la pellicola, il bianco e nero, l’alta definizione, youtube. L’inizio del film è l’unico momento ‘ricostruito’. Nelle immagini in b/n si vedono
infatti attori (Valeria Golino, Silvio Orlando, Monica Guerritore, Luca Lionello, Rosalia Porcaro, Vincenzo Russo, Giuseppe
Zeno) che interpretano fratelli, mogli, ma-
dri, padri nel momento della sveglia e del
quotidiano saluto che poi si rivelerà quello
dell’addio. Sono piccoli gesti banali, apparentemente insignificanti, perché continuamente ripetuti (la sveglia, il caffè), che però,
rivisti a posteriori, possiedono un’intensità e una dimensione intima, la quale riporta alle opere migliori del cineasta calabrese come La seconda volta e La parola
amore esiste. Altro segno, questo, di un
film, di un’anima continuamente scissa,
che potrebbe essere ancora più importante
negli anni a venire.
Simone Emiliani
IL SEME DELLA DISCORDIA
Italia, 2008
Regia: Pappi Corsicato
Produzione: Marco Poccioni e Marco Valsania per Rodeo Drive. In collaborazione
con Medusa Film, Sky Cinema
Distribuzione: Medusa
Prima: (Roma 5-9-2008; Milano 5-9-2008)
Soggetto: Pappi Corsicato liberamente tratto da La marchesa von O… di Heinrich
von Kleist
Sceneggiatura: Pappi Corsicato. Con la collaborazione di Massimo Gaudioso
Direttore della fotografia: Ennio Guranieri
Montaggio: Giogiò Franchini
Scenografia: Antonio Farina
Costumi: Grazia Colombini
Casting: Pino Pellegrino
Aiuto regista: Davide Bretoni
Suono: Silvia Moraes
Interpreti: Caterina Murino (Veronica), Alessandro Gassman (Mario), Michele Venitucci (Gabriele), Martina Stella (Nike), Valeria Fabrizi (madre di Veronica), Isabella
Ferrari (Monica), Angelo Infanti (padre di Veronica), Monica Guerritore (androloga),
Iaia Forte (amante), Rosalia Porcaro (amante), Eleonora Pedron (ragazza di Gabriele), Lucilla Agosti (ballerina)
Durata: 85’
Metri: 2295
41
Film
N
ella Napoli astratta e lunare del
Centro Direzionale, seguiamo le
vicende di un ristretto numero di
personaggi, tutti legati tra loro. Veronica
è proprietaria di un negozio di abbigliamento, nel quale lavora anche sua madre
Luciana, donna ossessionata – e ossessionante – dall’idea di diventare nonna al più
presto, e la giovane commessa Nike, personaggio un po’ surreale, talvolta con la
testa altrove; Veronica è sposata con Mario, rappresentante di fertilizzanti, spesso
e a lungo fuori casa per lavoro. A completare il quadro dei personaggi troviamo la
single convinta Monique-Monica, migliore amica di Veronica, che gestisce con disinvoltura un bar, quattro figli avuti da
quattro diversi uomini e la premurosa guardia giurata del Centro, Gabriele, sempre
disponibile quando si tratta di aiutare Veronica.
Mario non disdegna il sistematico tradimento della bella moglie con ogni cliente donna che incontra sul lavoro, mentre
Veronica si accontenta del potere esercitato dal proprio fascino, che al massimo usa
per risolvere al meglio e con rapidità contratti di lavoro, ma nulla più. Nonostante i
numerosi impegni lavorativi (lei sta per
aprire un nuovissimo concept store, lui è
alle prese con le vendite di un portentoso
fertilizzante di ultima generazione), la coppia Veronica-Mario inizia ad accarezzare
l’idea di avere un figlio.
Una sera, tornando a casa dal negozio, Veronica viene aggredita da due balordi dal volto mascherato; lei si difende
come può, poi un colpo in testa le provoca
uno svenimento. Al suo risveglio, trova
accanto a sé Gabriele, che ha messo in fuga
i due aggressori e impedito che le venisse
rubato l’incasso del negozio. Dopo esser-
Tutti i film della stagione
si assicurata il silenzio della guardia, Veronica torna alla vita di sempre; pressata
dalla madre, sottopone se stessa e il riluttante marito a una serie di esami clinici
per appurare la fertilità di entrambi. Intanto, fervono i preparativi per l’inaugurazione del negozio, e Veronica non ha un
attimo libero tra l’organizzazione del catering, affidato alla fedele Monique, e dell’intrattenimento degli ospiti, che saranno
allietati dall’esibizione di Nike e delle sue
amiche ballerine; così, quando Veronica
sviene, nessuno dubita che si tratti soltanto di stanchezza. Fra l’altro, i risultati delle
analisi confermano l’ottimo stato della sua
salute, nonché la sua capacità di “rimanere incinta anche soltanto con uno sguardo”, tanto è fertile. Una fugace occhiata
del calendario rivela inoltre che la donna
ha un ritardo con le mestruazioni, e un
rapido test casalingo conferma la tanto
agognata maternità. Anche Mario è al settimo cielo, ma quando va a ritirare i risultati dei suoi esami, l’androloga non ha
dubbi: l’uomo purtroppo è sterile, e il bambino che aspetta la moglie è escluso che
sia suo. Certo del tradimento della moglie,
nonostante i proclami di fedeltà di Veronica, Mario abbandona il tetto coniugale
senza troppi giri di parole.
Veronica, a questo punto, resta sola con
i suoi dubbi: come è possibile che sia incinta senza aver avuto altri rapporti oltre
a quelli con lo sterile marito? Ricostruendo gli eventi, calendario alla mano, capisce che qualcuno ha abusato di lei mentre
giaceva priva di sensi per l’aggressione
notturna del mese precedente. Interpella
Gabriele, l’unico che può ricordare qualcosa, ma non ha visto altro che due ombre
in fuga. La sua personalissima indagine la
porta poi a sospettare addirittura del fi-
42
glio maggiore di Monique e del suo inseparabile amico, per poi concentrarsi sui
due giovani aiutanti del falegname che le
ha costruito i mobili per il negozio. I giovani, sotto la minaccia di una grossa vanga dorata brandita con fare minaccioso
dalla donna, ammettono il tentativo di rapina, ma non la violenza: qualcuno è sopraggiunto mettendoli in fuga. Ormai è
chiaro, il colpevole è l’apparentemente
mite Gabriele, peraltro in attesa del primo
figlio dalla fidanzata. Per Veronica l’unica soluzione che si profila all’orizzonte
pare essere l’interruzione volontaria di
gravidanza, ma un fortuito incontro con il
marito, con repentino rappacificamento tra
i due, la convince a tenere il bambino.
Il finale è spostato temporalmente a tre
anni dopo, quando in un affollato centro
commerciale, durante le festività natalizie,
un bambino e una bambina della stessa età
si incontrano nel baby parking: i due si
somigliano molto e hanno un neo molto
particolare sulla guancia, proprio come la
guardia Gabriele.
P
appi Corsicato torna al cinema a
sette anni da Chimera (sonoro
flop al botteghino) con un film che
occhieggia pesantemente, nella storia
come nella messa in scena, al primissimo
Pedro Almodóvar. Nulla di che stupirsi, visto che Corsicato è stato, a inizio carriera,
aiuto-regista dell’autore spagnolo, ma forse, a distanza di qualche anno, sarebbe
stato opportuno distaccarsene un po’. Anche perché Almodóvar è soltanto la più
visibile e costante tra le fonti di ispirazione
del regista napoletano, che pesca a piene
mani dalla commedia leggera italiana anni
Settanta e Sessanta, dal poliziottesco ante
litteram di Fernando Di Leo (si guardi soltanto il balletto in due pezzi dorato interpretato da Lucilla Agosti, copia quasi conforme dell’esibizione di Barbara Bouchet
in Milano Calibro 9) e perfino dai balletti
televisivi di Victoria Cabello, senza contare le tantissime altre citazioni che costellano il film, dalla variazione sul tema “Francamente me ne infischio”, pronunciata da
Gassman prima di abbandonare il tetto coniugale, all’omaggio all’altro nume tutelare Tarantino, con una declinazione in tutina rossa della Sposa di Kill Bill (armata di
vanga dorata, però), fino ad arrivare – addirittura! – alla celebre scena della scalinata di La corazzata Potemkin. Le musiche, pertinentemente, sono state scelte dal
ricco campionario delle colonne sonore di
film degli anni Settanta (c’è Bacvalov e
anche Morricone).
E poi ancora la “scena della doccia”,
appuntamento immancabile per quel cine-
Film
ma scollacciato che credevamo ormai caduto in prescrizione e tante, troppe scene
e dialoghi già visti e sentiti altrove - come
l’uso metaforico di un guasto alla lavatrice
- serviti un po’ furbescamente senza troppe pretese (speriamo) di originalità. È però
lecito domandarsi dove sia andato a finire
il film; fosse opera di esordiente, si rimarrebbe senz’altro piacevolmente colpiti, sorvolando qualche manierismo, dall’indubbio talento visivo di alcune sequenze e dal
brio di qualche scena (veder prendere a
pugni un gruppo di suore fa sempre un
certo effetto). Ma le cose non stanno proprio così e non resta che apprezzare un
film scorrevole, non particolarmente ambizioso che è chiaramente nelle corde del
regista, abile nel dirigere un cast di etero-
Tutti i film della stagione
genea bravura e che ha l’indubbio merito
di mostrarci tanta femminea bellezza; in
testa una Caterina Murino quasi accessibile, una Isabella Ferrari un po’ materna e
un po’ maliarda, una Martina Stella lunare
e simpatica. Tanti anni Sessanta e Settanta anche nei costumi e nelle scenografie,
per un già visto che è subito vintage. Su
tutto, però, aleggia un iper-citazionismo
che lascia poco spazio a idee più personali, che avrebbero dato al tutto quel guizzo che probabilmente manca.
Si può essere poi d’accordo o meno
con il modo di affrontare temi piuttosto
impegnativi con leggerezza e ironia: da
una commedia non ci si aspetta certo rigore morale e serietà, ma, violenza sessuale, interruzione di gravidanza, tradi-
menti vari, crisi di coppia, accenni alla fecondazione assistita sono un campionario (troppo?) ben nutrito. Se l’intento era
quello di offrire una visione del quotidiano
diversa dal solito – potremmo tranquillamente definirla pop –, l’esperimento si può
dire riuscito, altrimenti non sapremmo davvero come giustificare la totale assenza di
un qualunque giudizio, discorso politico e/
o filosofico nei confronti di temi tanto delicati.
Il soggetto di Il seme della discordia è
liberamente ispirato al racconto di Heinrich Von Kleist, “La marchesa von O”; anche Rohmer ne ha tratto un film, nel 1976,
ma con esiti ben diversi.
Manuela Pinetti
ROGUE IL SOLITARIO
(War)
Stati Uniti, 2007
Regia: Philip G.Atwell
Produzione: Steve Chasman, Christopher Petzel, Jim Thompson
per Current Entertainment/Fierce Entertainment/Lions Gate Films/Mosaic Media Group/Rogue Films
Distribuzione: 01 Distribution
Prima: (Roma 18-7-2008; Milano 18-7-2008) V.M.: 14
Soggetto e sceneggiatura: Lee Anthony Smith, Gregory
J.Bradley
Direttore della fotografia: Pierre Morel
Montaggio: Scott Richter
Musiche: Brian Tyler
Scenografia: Chris August
Costumi: Cynthia Ann Summers
Produttori esecutivo: Peter Block, Mike Elliott, Michael Paseornek,
John Thompson
Co-produttori: Stephanie Denton, Joseph P.Genier
Direttori di produzione: Simon Abbott, Chris Foss, Jon Kuyper
Casting: Thomas L.Carter, Colleen Rogers, Maureen Webb
Aiuti regista: William Paul Clark, Carl Lawrence Ludwig, Carl
Mason, Tracey Poirier, Andrew Poole, Trevor McWhinney, Paula
S. Kyan, David Heimbecker, Larissa Ballstadt
Operatori: Jeffrey M. Hoffman, Ryan McMaster, Neil Seale, Christopher Tammaro, Gordon Verheul, Gary Viola
Operatore steadicam: Cliff Hokanson
Art director: Catherine Ircha
Arredatore: Louise Roper
Trucco: Beth Boxall, Jill Bailey, Faye von Schroeder
S
an Francisco. Gli agenti dell’FBI
John Crawford e Tom Lone sono
sulle tracce di Rogue, uno spietato killer che lavora al soldo della Yakuza,
la mafia giapponese. Durante un agguato,
Rogue, conosciuto come ‘il solitario’, riesce
di nuovo a fuggire. John rivela a Tom che
nell’FBI c’è una spia che lavora per la Yakuza. Qualche giorno dopo, ‘il solitario’ compie una strage a casa di Tom, uccidendo
l’agente, sua moglie e sua figlia. Giunto sul
posto, John giura vendetta e la caccia al ‘so-
Acconciature: Tammy Brown, Anne Carroll, Forest Sala
Coordinatore effetti trucco: Jason Ward
Suono: William Unrau
Coordinatori effetti speciali: Darren Marcoux, Clay Scheirer, Joel Whist
Supervisori effetti visivi: Ray McIntyre Jr. (Pixel Magic), Dottie Starling (CIS Hollywood), Mike Uguccioni (XY&Z Visual Effects)
Coordinatore effetti visivi: Heather Elisa Hill (CIS Hollywood)
Supervisore musiche: Jay Faires
Interpreti: Jet Li (Rogue), Jason Statham (Crawford), John Lone
(Chang), Devon Aoki (Kira), Luis Guzman (Benny), Saul Rubinek (dott. Sherman), Ryo Ishibashi (Shiro), Sung Kang (Goi),
Mathew St.Patrick (Wick), Nadine Velazquez (Maria), Andrea Roth
(Jenny Crawford), Mark Cheng (Wu Ti), Kane Kosugi (guerriero
del tempio), Kennedy Montano (Ana), Terry Chen (Tom Lone),
Steph Song (Diane Lone), Annika Foo (Amy Lone), Nicholas Elia
(Daniel Crawford), Ken Choi (Takata), Eric Keenleyside (Leevie),
Paul Jarrett (Gleason), Johnson Phan (Joey Ti), Jung-Yul Kim
(Yuzo), Hiro Kanagawa (Yoshido), Wilken Yam (Wong), Aaron Au
(Eddie), Mark Louie (Lau), John Novak (capitano Andrews), Don
Lew (guerriero yakuza), Warren Takahaci (tenente), Nels Lennarson (agente di polizia), Jennifer Chung, Lucy Lu, Randy Lee,
Derek Lowe
Durata: 103’
Metri: 2678
litario’ diventa la sua unica ragione di vita.
Tre anni dopo, ‘il solitario’ torna sulla scena e viene assoldato dal potente Chang, boss
della mafia cinese rivale del clan di Shiro,
capo della Yakuza giapponese. Chang vive a
San Francisco in una grande villa con la moglie e la figlia, mentre Shiro vive in Giappone con la figlia Kira, suo braccio armato.
John vuole a tutti i costi catturare ‘il solitario’ che, nel frattempo, ha cambiato volto
grazie alla chirurgia plastica. Intanto la faida tra i clan di Shiro e Chang si fa sempre
43
più sanguinosa: le due famiglie si contendono il possesso di due preziosi cavalli d’oro.
Shiro manda la figlia a San Francisco a controllare la vendita dei cavalli. Durante l’operazione della vendita dei due preziosi oggetti, interviene ‘il solitario’ che uccide gli uomini di Shiro e porta i cavalli a Chang. John
arriva sul luogo della sparatoria e capisce
che nella faida tra le due famiglie la posta in
gioco è alta. ‘Il solitario’ telefona a John e
gli dà un appuntamento. Quando i due sono
faccia a faccia, John dice al ‘solitario’ che
Film
lo riconosce dagli occhi; l’unica cosa che la
chirurgia plastica non può cambiare, poi
chiede al killer se si ricorda del suo collega
Tom, di sua moglie e di sua figlia che ha ucciso brutalmente. Ma al momento non ci sono
prove a carico del ‘solitario’ e la polizia non
può arrestarlo. In realtà, ‘il solitario’ è un
doppiogiochista: lavora al soldo di Chang,
ma, in segreto, prende ordini da Shiro che
vuole le teste della moglie e della figlia di
Chang. ‘Il solitario’ elimina Chang e finge
di uccidere la moglie e la figlia del boss. Subito dopo, il killer fa fuori anche gli uomini
di Shiro e fa mettere in salvo la moglie e la
figlia di Chang. Intanto Shiro arriva negli
Stati Uniti e incontra Rogue che gli consegna i cavalli. In quel momento, irrompono
gli uomini di Shiro che riferiscono al boss
che ‘il solitario’ non ha ucciso la moglie e la
figlia di Chang: è un traditore. Ora Shiro
vuole che Rogue confessi dove sono le due
donne. Ma Shiro ha subito un altro inganno:
i cavalli sono dei falsi. ‘Il solitario’ fa fuori
gli uomini di Shiro e affronta il boss. Durante lo scontro viene a galla la verità: ‘il solitario’ è in realtà Tom che, sopravvissuto alla
strage della sua famiglia, si era sottoposto a
operazioni di plastica facciale assumendo le
sembianze dello spietato killer. Shiro dice a
Tom che in realtà è stato per colpa del suo
collega John che la sua famiglia è morta:
John lavorava per Shiro e avrebbe tradito il
suo collega. Shiro viene ucciso. ‘Il solitario’
e John si trovano faccia a faccia. ‘Il solitario’ svela di essere Tom e invita l’ex collega
Tutti i film della stagione
a guardarlo bene negli occhi. Tom accusa
John di averlo venduto a Shiro e di essere il
responsabile della strage della sua famiglia.
John confessa che voleva smettere di lavorare per Shiro, che voleva solo far fuori “il
solitario” e chiede perdono al suo vecchio
amico. Tom dice di essere morto, ora lui è ‘il
solitario’: spara a John e si allontana.
Q
uanti killer spietati e rigorosamente solitari abbiamo visto sul
grande schermo? Tanti, tantissimi, forse troppi. Il protagonista di questo film
si chiama Rogue, detto ‘il solitario’, e come
tutti i killer che si rispettino è infallibile, sfuggente, invincibile e misterioso (in seguito si
scoprirà anche doppiogiochista). Parla
poco, per lui parlano le sue pistole, e giù
cadaveri su cadaveri, tanto che da un certo
punto in poi non si contano più. Il fuoco incrociato sotto i cui colpi si trova invischiato
lo spettatore è per di più quello di due clan
malavitosi tosti, quello della mafia giapponese Yakuza e quello della mafia cinese. Si
parla poco e quando si parla, gli argomenti
sono la vendetta e il fuoco nemico. I temi
sono resi credibili perché svolti da due maestri del genere, il duro-a-morire dall’espressione monolitica e dal fisico possente, Jason Statham (lo ricordate nei film d’azione
della serie Transporter?) e il campione di
arti marziali e stella del cinema asiatico più
invincibile che c’è che risponde al nome di
Jet Li. A rendere più appetibile il finale, si
aggiunge al piatto uno scambio di identità
che piace tanto allo spettatore medio (vi ricordate che successone fece Face-off di
John Woo?). Bene, qui si tira fuori il buon
pretesto narrativo della chirurgia plastica,
capace di sostituire un volto con un altro e
si serve il bel finale a suon di adrenalina e
spari. Estetica high-tech e arti marziali
‘made in Hong Kong’, più azione frenetica
tipica degli action a stelle e strisce. Sceneggiatura prevedibile e montaggio al cardiopalma, iperviolenza a go-go dispensata a
piene mani dai due protagonisti, qui bravi
solo a sparare. Niente di più. Certo dispiace che si sia usato l’interessante tema delle ‘fisiognomiche incerte’ per scopi così bassi. Qui non c’è nulla di simbolico nello scambio delle facce, davvero nulla che rimandi a
qualcosa di più profondo. Non stupiamoci
troppo, però; dietro la macchina da presa
c’è Philip G. Atwell, un regista specialista in
videoclip (ha lavorato con icone della musica rap come Eminem e 50 Cent) supportato per le coreografie delle scene d’azione
dal famoso Corey Yuen, uno dei migliori
stunt coroegrapher del mondo.
Resta un’unica domanda: che ci fa qui
il grande attore di Hong Kong ex ultimo
imperatore ‘made in Bertolucci’ John Lone,
nei panni di un inespressivo boss della
mafia cinese con immancabile grande villa e moglie bellissima? Possiamo solo sperare che si sia goduto la vacanza. Se è
così, buon per lui.
Elena Bartoni
SEX LIST - OMICIDIO A TRE
(Deception)
Stati Uniti, 2008
Trucco: Allen Weisinger, Linda Grimes
Acconciature: Anita Roganovic, Donna Marie Fischetto
Supervisore effetti visivi: Geoff McAuliffe
Supervisori costumi: Deirdre N. Williams, Cristina Sopeña
Supervisore musiche: Chris Douridas
Interpreti: Hugh Jackman (Wyatt Bose), Ewan McGregor (Jonathan McQuarry), Michelle Williams (S), Lisa Gay Hamilton (detective Russo), Maggie Q (Tina), Natasha Henstridge (Simone Wilkinson), Lynn Cohen (donna), Danny Burstein (controllore), Malcolm
Goodwin (Cabbie), Charlotte Rampling (‘lady’ di Wall Street), Bruce Altman, Andrew Ginsburg (avvocati), Stephanie Roth Haberle
(assistente controllore), Christine Kan (tennista), Dante Spinotti
(Herr Kleiner/Mr. Moretti), Karolina Muller (cameriera), Agnete
Oernsholt (donna al Waldorf Astoria), Melissa Rae Mahon, Rachel Montez Collins, Holly Cruikshank (ballerine del Velvet), Deborah Yates (ballerina di tango), Bill Camp (controllore Clancey), Zoe
Perry, Aya Cash (segretarie), Frank Girardeau (Norbert Lewman),
Sally Leung Bayer (anziana donna), Kenneth G. Yong (impiegato
Lotus Hotel), Paul Sparks (detective Ed Burke), James Mazzola
(receptionist), Margaret Colin (Ms. Pomerantz)
Durata: 108’
Metri: 2950
Regia: Marcel Langenegger
Produzione: Robbie Brenner, David L. Bushell, Christopher
Eberts, Hugh Jackman, Jhon Palermo, Arnold Rifkin, Marjorie
Shik, Vitality Versace per Seed Productions/Rifkin-Eberts/
Media Rights Capital
Distribuzione: Mikado
Prima: (Roma 29-8-2008; Milano 29-8-2008)
Soggetto e sceneggiatura: Mark Bomback
Direttore della fotografia: Dante Spinotti
Montaggio: Douglas Crise, Christian Wagner
Musiche: Ramin Djawadi
Scenografia: Patrizia von Brandenstein
Costumi: Sue Gandy
Produttori esecutivo: Monica Mal, Marjorie Shik, Vitality Versace
Produttore associato: Phil Eisen
Direttore di produzione: Cristina Ecija
Casting: Bonnie Timmermann
Aiuti regista: Ethan Anderson, Francisco Barrionuevo, Luis
Casacuberta, Sarah Rae Garrett
Operatore steadicam: Duane Manwiller
Art director: Jhon Kasarda
Arredatore: Diane Lederman
44
Film
J
onhatan McQuarry è un triste e annoiato revisore contabile che lavora per grandi società a New York.
Non appena conosce Wyatt Bose, giovane avvocato di successo, la sua vita cambia irrimediabilmente.
Infatti, tramite Wyatt, Jonhatan verrà
introdotto in una lista di appuntamenti rivolti al sesso facile, anonimo e senza complicazioni sentimentali.
Incontra però una biondina che lo fa
innamorare, infrangendo le regole della
“lista”. Inizia così una relazione segreta
fra i due, fin quando lei non viene rapita
da Wyatt. Quest’ultimo, infatti, non è chi
dice di essere, ma un abile impostore che
ricatta McQuarry, perché rubi dei soldi a
una società a cui doveva revisionare i conti.
Per amore della donna, di cui sa solo
l’iniziale del nome S, Johnatan cede al ricatto e compie il crimine.
Capisce però di essere stato ingannato e che S era d’accordo con Wyatt.
Johnatan, creduto morto dopo un incendio nella sua casa acceso dallo stesso
Bose, raggiunge i due a Madrid dove Wyatt
Tutti i film della stagione
pensa di poter ritirare i soldi rubati informaticamente. Per prenderli però c’è bisogno anche della firma di Johnatan che, a
questo punto, prende in mano la situazione e chiede la metà del bottino.
Wyatt accetta e ritirano i soldi. S, nel
frattempo, non sa dell’arrivo a Madrid di
Johnatan, perché è scappata da Wyatt,
troppo violento egocentrico e cattivo.
Quest’ultimo porta il giovane e ingenuo
contabile in un parco deserto e tenta di ucciderlo, ma S gli spara e Wyatt muore.
Johnatan e S si guardano intensamente
e si può pensare che continueranno la loro
vita insieme, finalmente liberi da inganni.
N
on ci sono sfumature nel prevedibile thriller diretto dall’esordiente Marcel Langenegger e, nonostante una buona interpretazione di Ewan
McGregor, Hugh Jackman e Michelle Williams, il film rimane privo di pathos e di
emozioni per lasciare spazio a una banalità disarmante.
La fotografia è dell’italiano Dante Spinotti (L.A confidential, Insider- dentro la
verità), unica nota veramente positiva di
tutto il film.
L’errore della trama è che, sin dall’inizio,
si capiscono immediatamente troppe cose
che il protagonista coglie solo in seguito, facendo la figura dell’ingenuo un po’ scemotto.
L’idea di partenza invece sarebbe davvero buona e originale, ma lo sviluppo appiattisce la storia che non colpisce, in quanto impoverita dall’effetto sorpresa, elemento importante in un thriller, di cui si sente
molto la mancanza.
Langenegger accompagna i protagonisti in un ambiente perverso, ma che rivela
anche una profonda solitudine che attanaglia uomini e donne in carriera; non possono permettersi complicazioni sentimentali,
ma non riescono a rinunciare al contatto
fisico, attraverso il quale sfogare le proprie
frustrazioni. E forse questa parte cosi scabrosa e, allo stesso modo, affascinante della
natura umana poteva essere ancora più
approfondita, anche per mantenere l’erotismo annunciato dal titolo.
Maria Luisa Molinari
IL PAPÀ DI GIOVANNA
Italia, 2008
Interpreti: Silvio Orlando (Michele Casali), Alba Rohrwacher
(Giovanna Casali), Francesca Neri (Delia Casali), Ezio Greggio (Sergio Ghia), Serena Grandi (Lella Ghia), Paolo Graziosi
(Andrea Traxler), Sandro Dori (Belletti), Edoardo Romano (Pradelli), Chiara Sani (Amabile), Valeria Bilello (Marcella Traxler),
Manuela Morabito (Elide Traxler), Gianfranco Jannuzzo (Preside Apolloni), Rita Carlini (Lia), Antonio Pisu (Cicci Dalmastri), Lorena Miller (cassiera del cinema), Dalia Lahav (proprietaria trattoria), Gennaro Diana (funzionario di polizia), Eleonora Vallone (donna in carcere), Gaia Zoppi (partoriente),
Gisella Marengo (professoressa), Ada Perotti (donna con bambino), Paolo Fiorino (Sainati)
Durata: 104’
Metri: 2865
Regia: Pupi Avati
Produzione: Antonio Avati per Duea Film. In collaborazione
con Medusa Film e Sky Film
Distribuzione: Medusa
Prima: (Roma 12-9-2008; Milano 12-9-2008)
Soggetto e sceneggiatura: Pupi Avati
Direttore della fotografia: Pasquale Rachini
Montaggio: Amedeo Salfa
Musiche: Riz Ortolani
Scenografia: Giuliano Pannuti
Costumi: Francesco Crivellini, Mario Carlini
Direttori di produzione: Gianfranco Misiu, Tomaso Pessina
Effetti: Just Eleven
Suono: Piero Parisi
N
ella Bologna del ventennio fascista, Michele Casali insegna disegno in un liceo (il Galvani) frequentato anche dall’unica figlia, Giovanna, all’inizio dei fatti narrati diciassettenne. Padre e figlia sono molto legati e Michele non fa che stimolare la figlia verso il
mondo, elogiandone pregi anche inesistenti
come soltanto un padre può fare. In realtà, Giovanna è piuttosto bruttina d’aspetto e soffre molto di questa situazione: alla
sua età nessun ragazzo, ancora, l’ha degnata di uno sguardo. La frustrazione,
d’altro canto, è di famiglia: Michele, compagno di studi del grande pittore Moran-
di, da tempo tenta – invano – di contattare
il maestro per scrivere una biografia su di
lui; l’attesa di tempi migliori è una costante
anche in altri personaggi, seppure con
modalità diverse.
Al momento degli scrutini di fine anno,
Michele si trova ad avere un ruolo importante: spetta a lui decidere se promuovere
o bocciare gli studenti con l’insufficienza
in due materie. Uno dei ragazzi in questa
situazione è Dalmastri, che ha dimostrato
un certo interesse – ricambiato – per Giovanna; Michele coglie la palla al balzo e
promuove il ragazzo, assicurandosi prima,
però, che si comporterà bene con la figlia,
45
non facendola soffrire. A vedere le cose
come realmente come stanno è sua moglie,
Delia, una bella donna visibilmente insoddisfatta della situazione economica e della posizione sociale di Michele, che spesso riprende il marito per il suo mettere in
testa alla figlia strane idee: Delia definisce Giovanna “una poverina, un’infelice”,
senza troppi giri di parole.
I vicini di casa dei Casali, invece, sembrano incarnare agli occhi di Delia quel
benessere che la donna vorrebbe per la sua
famiglia. Capofamiglia ne è l’ispettore di
polizia Sergio Ghia, legato a Michele da
un’amicizia di lunga data, che si offre spes-
Film
so e volentieri in piccoli e grandi favori,
come fare entrare senza pagare la coppia
al cinema, o portarli all’annuale ballo della polizia.
Intanto Giovanna inizia una timida vita
sociale e partecipa alla sua prima festa,
per il compleanno di Marcella Taxler, la
sua più cara amica e compagna di banco.
Irritata perché Dalmastri non balla soltanto con lei, Giovanna dà di matto e il padre
è costretto a riportarsela a casa tra urla e
lacrime. Qualche giorno dopo, Marcella è
trovata assassinata nella palestra della
scuola e, dopo una breve indagine, Giovanna viene arrestata con l’accusa di omicidio. Michele persiste nel rifiutare la realtà, ma il ritrovamento del rasoio insanguinato in casa e la confessione – senz’ombra di pentimento – della giovane lo annientano.
L’Italia entra in guerra, Michele perde il lavoro, e Delia inizia a lavorare come
cassiera in un bar; al processo Giovanna
è ritenuta colpevole ma incapace di intendere e di volere; così per lei si spalancano
le porte del manicomio criminale di Reggio Emilia.
Delia, da sempre particolarmente ostile
nei confronti della figlia, non si recherà
mai a farle visita, mentre Michele fa della
ragazza ancora di più il centro della sua
vita. Dal suo mondo di follia Giovanna dice
al padre che la mamma e Sergio si amano
di nascosto da sempre: l’uomo li affronta
con pacatezza, e dà loro la sua benedizione per una vita migliore insieme, mentre
lui si trasferisce a Reggio Emilia, vivendo
di ripetizioni e dell’amore per Giovanna.
Alla fine del conflitto, Sergio, che non aveva mai nascosto la sua fede fascista, viene
giustiziato da un gruppo di partigiani, Giovanna ha finito di scontare una pena di
Tutti i film della stagione
quasi dieci anni e Michele la può finalmente riportare a Bologna, a casa.
Gli anni trascorrono e siamo ormai nel
1953: una sera, al cinema, padre e figlia
incontrano un’elegante Delia, sempre bellissima e in compagnia di un uomo. La
donna inizialmente li ignora, poi decide di
abbandonare la sala e raggiungerli sorridente nell’atrio: tornerà a casa con loro.
U
na toccante storia di amore paterno, ambientata principalmente nell’Italia che sta per precipitare nella seconda guerra mondiale. Pupi
Avati, anche sceneggiatore (con il fratello
Antonio), costruisce in questo film un mondo imperfetto e crudele, dove la bontà d’animo stenta a trovare la giusta ricompensa e
la grande Storia è rappresentata come un
tutt’uno con le piccole, non meno tragiche,
storie dei tanti personaggi. Non è un caso,
dunque, che in una vicenda che si sviluppa
nel ventennio fascista, l’episodio che si accompagna a una minore importanza narrativa sia proprio la guerra, di cui è mostrata brevemente soltanto qualche conseguenza diretta – i bombardamenti sulla città e i
suoi morti – e indiretta –, la fine del fascismo e la fucilazione dei fedeli di Mussolini.
Al centro di tutto c’è Michele Casali, insegnante, marito e, soprattutto, padre; una figura senza dubbio tragica, un perdente che
vive nella Speranza di un futuro migliore,
se non per sé, almeno per l’unica figlia: su
di lei l’uomo riversa tutto l’amore possibile.
È fragile, Giovanna, così esposta alla cattiveria del mondo che per Michele non c’è
altro modo di rapportarsi a lei se non proteggendola da tutto e da tutti, chiudendola
in un guscio che diventa l’unico mondo possibile della ragazza. Il legame padre-figlia
è così forte, e la barriera che separa la gio-
46
vane dalla realtà così resistente, che neanche Delia, sua madre, può accedervi. La
donna ripete spesso al marito di essere
stanca dei loro segreti e del loro rapporto,
che da sempre le ha impedito di avvicinarsi
alla figlia, ma la verità, forse, è altrove. “I
genitori che si amano fanno i figli belli, quelli
che non si amano fanno i figli brutti” dice al
padre, in un raro momento di lucidità, la
stessa Giovanna, rinchiusa nel giardino del
manicomio. Apparentemente del tutto fuori
dalla realtà, la giovane dimostra un grado
di consapevolezza che spiazza l’uomo, senza contare che, immediatamente dopo, arriva la rivelazione che lo porta a riconsiderare la sua situazione personale: Delia e
Sergio si amano – castamente e segretamente –, Giovanna se n’è accorta, ed è
possibile ricondurre molti dei suoi malesseri nel subire la leggerezza della madre
verso l’amatissimo padre.
La figura della madre, relegata finora ai
margini della vicenda narrata, si staglia vibrante nella mente dello spettatore, incuriosito da questa donna bella e insoddisfatta, sposatasi soltanto per avere la certezza
di qualcosa da mangiare e incapace di dare
amore. Una madre che rifiuta la sua stessa
figlia è un’immagine forte e dolente, corrispondente a una negazione di una parte di
sé e giustificare (quasi) tutto su precetti
estetici, seppure motivabili psicologicamente (Delia non si riconosce in Giovanna perché troppo diversa da se stessa) talvolta
non basta. Un vero peccato, perché la vera
figura sospesa tra bene e male avrebbe
potuto essere proprio lei, che invece permane, sì come prima causa scatenante
dell’odio puerile e ferocissimo nato in Giovanna, ma, come personaggio, non si sposta dallo stato di ruolo secondario.
Qualche semplificazione di troppo accompagna anche il personaggio di Sergio,
che esercita trasgressivamente il suo potere di ispettore facendo entrare gli amici
al cinema senza pagare, o pretendendo
forti sconti in un negozio d’abbigliamento:
certamente funzionale alla storia, ma sappiamo che i soprusi di alcuni poliziotti nel
periodo fascista erano di ben altro livello.
Qualcosa da ridire ci sarebbe anche sulla
scena della fucilazione operata dai partigiani, al limite del credibile, e risolta con sbrigativa sommarietà, come forse non meritava.
Grande invece l’attenzione ai dettagli
minimi della vita quotidiana dell’epoca, in
cui confluiscono molti ricordi d’infanzia
dello stesso regista e che regalano una
patina di storicità alla pellicola, più di quanto non faccia la scelta cromatica delle immagini, virate in un color seppia polveroso e spento, evocativo ma ormai già visto
troppe volte.
Film
Cast di altalenante bravura: se Silvio
Orlando si conferma ancora una volta ottimo nella parte del tragico perdente e Alba
Rohrwacher raggiunge il giusto equilibrio
tra la fisicità sgraziata e la follia interiore –
spesso le basta uno sguardo per riassu-
Tutti i film della stagione
mere una mutevolezza d’animo –, un po’
meno convincente appare Francesca Neri,
che paga la non totale completezza del
proprio personaggio con qualche sguardo
smarrito di troppo, mentre di Ezio Greggio, comico televisivo non nuovo al cine-
ma ma, per la prima volta alle prese con
un ruolo drammatico, diremo soltanto che
si esprime meglio quando le sue battute
sono brevi.
Manuela Pinetti
POSTAL
(Postal)
Stati Uniti/Canada/Germania, 2007
Regia: Uwe Boll
Produzione: Uwe Boll, Dan Clarke, Shawn Williamson per Running With Scissors/Boll Kino Beteiligungs GmbH & Co. KG/
Brightlight Pictures
Distribuzione: One Movie
Prima: (Roma 29-8-2008; Milano 29-8-2008) V.M.: 14
Soggetto: ispirato all’omonimo videogame
Sceneggiatura: Uwe Boll, Bryan C.Knight
Direttore della fotografia: Mathias Neumann
Montaggio: Julian Clarke
Musiche: Jessica de Rooij
Scenografia: Tink
Costumi: Maria Livingstone
Produttori esecutivi: Vince Desiderio, Steve Wik
Produttore associato: Jonathan Shore, Matthias Triebel
Direttore di produzione: Aisla Webster
Casting: Sunday Boling, Meg Morman, Maureen Webb
Aiuti regista: Bryan C.Knight, Chris Lamb, Kevin Leeson, Dan Miller
Art director: John Alvarez
Arredatore: Joanne Leblanc
P
ostal Dude, uomo timido e insicuro, vive in una roulotte nella
città di Paradise, con una moglie
obesa che lo tradisce con tutti. Licenziato,
senza un soldo e dopo un colloquio andato male, decide di rivolgersi allo zio Dave.
Quest’ultimo è un truffatore che ha messo
in piedi una setta religiosa con lo scopo di
rubare soldi agli adepti e godere della compagnia di belle ragazze. Dave, che deve
allo stato una cifra considerevole, e Postal decidono di mettersi in affari insieme
e rubare l’ultima partita presente in America delle bambole Inguinal, che tanto vanno a ruba fra i bambini, e rivenderla su
Ebay. Ad aiutarli, il braccio destro di Dave,
Richard. Su quelle bambole hanno messo
gli occhi anche i Talebani, che, dietro ordine di Bin Laden, continuano la loro lotta
contro gli U.S.A.; anche se in realtà, Bin
Laden e Bush sono grandi amici e organizzano insieme tutti gli attentati. Postal e
Dave riescono nell’intento, senza sapere
che nelle bambole i Talebani avevano inserito delle fialette con il virus di aviaria.
Talebani e polizia inseguono Postal, che,
sempre più consapevole della sua forza,
inizia a usare la violenza per i suoi scopi.
Richard, ormai invasato, e convinto che la
sua setta sia nel giusto, uccide Dave, per
Effetti speciali trucco: Joel Echallier
Coordinatore effetti speciali: JaK Osmond
Supervisori effetti visivi: Jean-Luc Dinsdale
Interpreti: Zack Ward (Postal Dude), Dave Foley (zio Dave),
Chris Coppola (Richard), Jackie Tohn (Faith), J.K.Simmons
(candidato Wells), Ralf Moeller (agente John), Verne Troyer
(se stesso/voce di Krotchy), Chris Scpencer (agente Greg),
Larry Thomas (Osama Bin Laden), Michael Parè (Panhandler), Erick Avari (Habib), Brent Mendenhall (George W. Bush),
Rick Hoffman (Blither), Michael Benyaer (Mohammed), David
Huddleston (Peter), Seymour Cassel (Paul), Uwe Boll, Vince
Desiderio (se stessi), Michaela Mann (Jenny), Holly Eglington
(Karen), Lucie Guest (Cindy), Jonathan Bruce (Harry), Carrie
Genzel (reporter Gayle Robinson), Geoff Gustafson (conduttore dello show del mattino Bob), SAmir El Sharkawi (Tariq),
Jason Emanuel (Boback), Melanie Papalia (Nassira), Derek
Anderson (Abdul il talibano ritardato), Michael Robinson (speaker), Bill Mondy (Paul), Heather Feeney (cassiera banca)
Durata: 100’
Metri: 3000
prenderne il comando con lo scopo di
estendere l’aviaria a tutto il mondo. Postal, aiutato da una avvenente barista, si
vendica della moglie facendo scoppiare
una bomba nella roulotte e ferma i Talebani. Postal e la barista se ne vanno insieme. Bush dà la notizia che gli utlimi accadimenti avvenuti a Paradise sono stati rivendicati dai Cinesi e Indiani che sono stati
subito attaccati; la Cina sta per rispondere con delle testate nucleari. In realtà, è
solo una copertura ideata da Bush per proteggere Osama, col quale passeggia mano,
nella mano mentre attorno esplodono le
testate nucleari.
P
ostal si può inserire nel filone dei
film demenziali. E come tale andrebbe visto. Il problema è che,
a differenza di altri film di genere, persino
le parodie di Scary Movie che almeno avevano una logica per chi ama il cinema horror, in questo un senso è proprio difficile da
trovare. L’idea parte dall’omonimo videogioco, con cui in comune ha soltanto l’idea di
follia e strage incondizionata verso poveri
innocenti; nel videogioco il protagonista è
un postino psicopatico, nel film un uomo che
non ha ancora trovato la sua strada.
Un minimo di storia, di filo narrativo si-
47
curamente c’è, ma è troppo circondata
dalla demenzialità dei personaggi, fra l’altro poco delineati; tanto per compensare
si sono inseriti inutili nudi integrali e brani
senza logica.
Viene da chiedersi cosa abbiano pensato gli americani della sequenza iniziale,
in cui si scimmiotta l’attentato dell’11settembre: i terroristi al comando dell’aereo hanno deciso di andare alle Bahamas, anziché compiere il sacrificio perché
le vergini che troverebbero nell’aldilà sarebbero solo 20 e non più 100; i turisti riescono a sfondare la porta dell’aereo e, nel cercare di fermare i terroristi, porteranno l’aereo a schiantarsi sul World Trade Center.
L’amicizia fra Bin Laden e Bush, potrebbe essere un vago tentativo del regista Uwe Boll di affermare la forte idea che
il loro Presidente ben conosceva gli intenti
dei talebani. Un sorriso per la citazione di
Casablanca nel finale, dove è Bush ha dire
che “è l’inizio di una bella amicizia”.
Boll, che dopo la sua prima prova col
film Alone in the Dark (2005) era stato definito il peggior regista esistente, ci prova
ancora una volta a girare un buon film. Ma
non riesce.
Elena Mandolini
Film
Tutti i film della stagione
VALUTAZIONI PASTORALI
Animanera – inaccettabile / negativo
Black House – n.c.
Burn After Reading – A prova di spia
– accettabile-riserve / brillante
Cavaliere oscuro (Il) – discutibile /
crudezze
Cronache di Narnia (Le) – Il Principe
Caspian – accettabile / poetico
Doomsday – Il giorno del giudizio –
n.c.
Fabbrica dei tedeschi (La) – n.c.
Giorno perfetto (Un) – discubile / ambiguità
Io vi troverò – discutibile / crudezze
Love Guru (The) – n.c.
Machan – accettabile / semplice
Matrimonio di Lorna (Il) – accettabile-problematico / dibattiti
Nella rete del Serial Killer – n.c.
Ombre dal passato – n.c.
Padroni della notte (I) – accettabileriserve / crudezze
Papà di Giovanna (Il) – accettabile /
poetico
Pa-ra-da – accettabile-problematico /
dibattiti
Per uno solo dei miei due occhi – n.c.
Piacere Dave – accettabile / semplice
Postal – n.c.
Pranzo di ferragosto – accettabile /
semplice
Rocker (The) – Il batterista nudo –
n.c.
Rogue il solitario – n.c.
Sanguepazzo – discutibile-problematico / dibattiti
Seme della discordia (Il) – inconsistente / superficialità
Serenity – accettabile / semplicistico
Setta delle tenebre (La) – inaccettabile / farneticante
Sex List – Omicidio a tre – n.c.
Shorooms – Trip senza ritorno – n.c.
Shortbus – inaccettabile / malsano
Solo un bacio per favore – discutibile
/ ambiguità
Terra degli uomini rossi (La) Birdwatcherd – accettabile / problematico
Tre scimmie (Le) – discutibile-problematico / dibattiti
Tu, io e Dupree – accettabile / semplicistico
IL RAGAZZO SELVAGGIO è l’unica rivista in Italia che si occupa di
educazione all’immagine e agli strumenti audiovisivi nella scuola. Il suo
spazio d’intervento copre ogni esperienza e ogni realtà che va dalla scuola
materna alla scuola media superiore. È un sussidio validissimo per insegnanti e alunni interessati all’uso pedagogico degli strumenti della comunicazione di massa: cinema, fotografia, televisione, computer. In ogni
numero saggi, esperienze didattiche, schede analitiche dei film particolarmente significativi per i diversi gradi di istruzione, recensioni librarie
e corrispondenze dell’estero.
Il costo dell’abbonamento annuale è di euro 25,00 - periodicità bimestrale.
SCRI
VERE
di Cinema
direttore Carlo Tagliabue
SCRIVERI DI CINEMA
Ogni anno nel nostro paese escono più libri riguardanti il cinema che
film. È un dato curioso che rivela l’esistenza di un mercato potenziale di
lettori particolarmente interessati alla cultura cinematografica.
ScriverediCinema, rivista trimestrale di informazione sull’editoria cinematografica, offre la possibilità di essere informati e aggiornati in
questo importante settore, segnalando in maniera esaustiva tutti i libri di
argomento cinematografico che escono nel corso dell’anno.
La rivista viene inviata gratuitamente a chiunque ne faccia richiesta al
Centro Studi Cinematografici, Via Gregorio VII, 6 - 00165 Roma Telefono e Fax: 06.6382605. e-mail: [email protected]
48

Documenti analoghi

103 - Centro Studi Cinematografici

103 - Centro Studi Cinematografici Bimestrale di cultura cinematografica Edito dal Centro Studi Cinematografici 00165 ROMA - Via Gregorio VII, 6 tel. (06) 63.82.605 Sito Internet: www.cscinema.org E-mail: [email protected] Aut. Trib...

Dettagli

109/110 - Centro Studi Cinematografici

109/110 - Centro Studi Cinematografici Bimestrale di cultura cinematografica Edito dal Centro Studi Cinematografici 00165 ROMA - Via Gregorio VII, 6 tel. (06) 63.82.605 Sito Internet: www.cscinema.org E-mail: [email protected] Aut. Trib...

Dettagli

SOMMARIO n. 95-96 - Centro Studi Cinematografici

SOMMARIO n. 95-96 - Centro Studi Cinematografici Si collabora solo dietro invito della redazione Direttore Responsabile: Flavio Vergerio Direttore Editoriale: Baldo Vallero Cast e credit a cura di: Simone Emiliani Segreteria: Cesare Frioni Redazi...

Dettagli

SOMMARIO n. 101/102 - Centro Studi Cinematografici

SOMMARIO n. 101/102 - Centro Studi Cinematografici figlio che riprende i loro incontri e si fa tradurre i dialoghi da un’esperta di linguaggio labiale. Martel scopre la relazione e affronta Lena spingendola giù per le scale di casa. Tornata dall’os...

Dettagli

106 - Centro Studi Cinematografici

106 - Centro Studi Cinematografici 00165 ROMA - Via Gregorio VII, 6 tel. (06) 63.82.605 Sito Internet: www.cscinema.org E-mail: [email protected] Aut. Tribunale di Roma n. 271/93 Abbonamento annuale: euro 26,00 (estero $50) Versamen...

Dettagli