il suo nome e` tsotsi

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il suo nome e` tsotsi
IL SUO NOME E' TSOTSI
Sito: www.tsotsi.com/english/index.php
Anno: 2005
Titolo originale: TSOTSI
Data di uscita: 3/3/2006
Durata: 91
Origine: GRAN BRETAGNA - SUDAFRICA
Genere: DRAMMATICO – THRILLER - PSICOLOGICO
Tratto da: ROMANZO OMONIMO DI ATHOL FUGARD
Musiche da: MUSICA KWAITO INTERPRETATA DA ZOLA
Produzione: INDUSTRIAL DEVELOPMENT CORPORATION OF SOUTH AFRICA, MOVIWORLD, THE NATIONAL
FILM AND VIDEO FOUNDATION OF SA, THE UK FILM & TV PRODUCTION COMPANY PLC
Distribuzione: MIKADO (MARZO 2006)
Regia: GAVIN HOOD
Attori:
PRESLEY CHWENEYAGAE
TSOTSI
TERRY PHETO
MIRIAM
KENNETH NKOSI
AAP
MOTHUSI MAGANO
BOSTON
ZENZO NGQOBE
MACELLAIO
ZOLA
FELA NDLOVU
RAPULANA SEIPHEMO
JOHN
NAMBITHA MPUMLWANA
PUMLA
NONTHUTHU SIBISI
IL BAMBINO
NTHUTHUKO SIBISI
IL BAMBINO
JERRY MOFOKENG
MORRIS
IAN ROBERTS
CAPITANO SMIT
PERCY MATSEMELA
ISPETTORE ZUMA
THEMBI NYANDENI
SOEKIE
OWEN SEJAKE
GUMBOOT
ISRAEL MAKOE
PADRE DI TSOTSI
SINDI KHAMBULE
MADRE DI TSOTSI
BENNY MOSHE
TSOTSI DA BAMBINO
MBALI KHUMALO
RAGAZZA DI FELA
MARVEN LEKOPOTSA
AUTISTA DI FELA
CAPHEUS MANAMELA
KATLEGO MARIBUNE
LENNOX MATHABATHE
POLIZIOTTO
SIBUSISO MKIZE
AAP DA GIOVANE
JOYCE MOSHOESHOE
JEREMIAH NDLOVU
ANZIANO ALLA FONTANA
JUWARRIYAH NKOPANE
EDWARD OLIPHANT
CRAIG PALM
POLIZIOTTO
BRIAN ROLFE
TUMI SEJAKE
ISHMAEL SONGO
MOSES TIMATI
LINDOKUHLE TLOUBATLA
BAMBINO DI MIRIAM
SAMUEL TSEBE
RAGAZZO COL COLTELLO
ENOCH TSOTETSI
EDUAN VAN JAARSVELDT
POLIZIOTTO
BHEKI VILAKAZI
VENDITORE DI GIORNALI
Soggetto: ATHOL FUGARD
Sceneggiatura: GAVIN HOOD
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Fotografia: LANCE GEWER
Musiche: MARK KILIAN - PAUL HEPKER - VUSI MAHLASELA
Montaggio: MEGAN GILL
Scenografia: EMILIA ROUX
Costumi: NADIA KRUGER - PIERRE VIENINGS
Trama:
Tsotsi ha 19 anni e vive in una baraccopoli nella periferia degradata di Johannesburg, in Sudafrica. Non ricorda nulla del suo
passato, neanche il suo vero nome. Tsotsi (trad. lett. 'gangster') infatti è un soprannome che gli è stato dato nel ghetto in cui
vive. Nonostante la giovane età è già a capo di una piccola banda di malviventi che comprende Butcher, Boston e Aap. Una
sera, dopo aver bevuto troppo e litigato furiosamente con uno di loro, Tsotsi inizia a vagare per le strade in preda all'alcool e ai
fantasmi del passato. Senza rendersi conto giunge in un quartiere di benestanti dove una giovane donna sta combattendo con il
cancello automatico della sua abitazione. Tsotsi non ci pensa due volte, spara alla donna e le ruba l'auto, una BMW argentata.
Dopo pochi metri il ragazzo realizza che nel sedile posteriore c'è un bimbo di soli 3 mesi e, preso dal panico, perde il controllo
dell'auto che si schianta. Lasciata l'auto, Tsotsi fugge portando con sé il piccolo, deciso a prendersi cura di lui. Ben presto
però, si rende conto che occuparsi di un neonato non è cosa tanto facile e va alla ricerca di un aiuto. Incontra così Miriam, una
giovane vedova con un figlio piccolo, che nonostante l'approccio violento, si prende cura del bimbo di Tsotsi. Tra i due
ragazzi si instaura un rapporto sempre più intenso che porterà Tsotsi a fare i conti col suo carattere collerico e con i ricordi del
proprio passato...
Critica:
Quanti film buoni ci sono in giro: spesso con protagonisti-vittima (bambini, donne, minoranze etniche o religiose), spesso
sostenuti da Onu, Unicef o Amnesty International, spesso collocati nel centro di guerre o guerriglie, di sopraffazioni barbare,
di problemi atroci. All the Invisible Children, ad esempio, è dedicato ai bambini-soldato, ai bambini soli, ai bambini malati di
Aids; Moolaadé di Ousmane Sembene si occupa della mutilazione genitale delle donne africane (e mostra che in certi Paesi
donne e bambini devono inginocchiarsi in presenza degli uomini). A volte sono soltanto opere buone, a volte sono invece bei
film, diretti da registi di qualità: è il caso anche di Il suo nome è Tsotsi di Gavin Hood, che ha vinto l’Oscar destinato ai film
non americani perché è teso, incalzante e bello, una storia di formazione e di redenzione melodrammatica, lucida.
Tsotsi indica, nel gergo di malavita delle periferie di Johannesburg, il gangster, il delinquente: il ragazzo diciannovenne che
ostenta il soprannome, lo ha adottato per cancellare col suo passato anche il suo nome, per esibire con superbia la sua natura
violenta e selvaggia, il suo mestiere. Una notte di diluvio, mentre una donna cerca di aprire il cancello di casa, le ruba
l’automobile e soltanto più tardi si accorge che sul sedile posteriore c’è un bambino di tre mesi: il rapporto con il piccolo, la
responsabilità di tenerlo in vita, cambieranno la sua esistenza. Il film è tratto dall’unico romanzo (1950) del drammaturgo
sudafricano Athol Fugard, un monologo interiore che il regista ha trasposto nel presente con grande efficacia. Oltre alla storia
racconta pure il Sudafrica oggi, le bidonville immutabili attorno a Johannesburg popolate da un milione di persone, i locali
poveri per bere, la travolgente musica "kwaito". (Lietta Tornabuoni, L'Espresso - 23/03/2006)
Circondato dai poliziotti con le armi spianate, Tsotsi (Presley Chweneyagae) alza le mani. La macchina da presa gli gira
intorno e lo riprende di spalle, dal basso. Ora, le sue braccia tese non valgono più solo come segno di resa, ma anche come una
sorta di riconciliazione con se stesso: con quello che non è potuto essere, e con quello che forse diventerà. Così, su
quest’immagine d’una speranza nuova, si chiude Il suo nome è Tsotsi (Tsotsi, Sudafrica e Gran Bretagna, 2005, 91’).
La storia di «Criminale» — questo significa tsotsi a Soweto — viene dal milione di storie che s’addensano nella «città dei
neri», nelle baracche dei più poveri tra i poveri. La pur vicina Johannesburg per tutto il film si intravede solo nei profili dei
grattacieli, svettanti sullo sfondo di un mondo estraneo. Della città sudafricana, e a partire da un romanzo di Athol Fugard,
Gavin Hood mostra in dettaglio quasi solo gli interni del metrò, terreno di caccia di Tsotsi e della sua banda.
Armati d’una pistola, d’un lungo punteruolo e della propria miseria, i quattro adolescenti si muovono tra la gente, in cerca di
prede. Quando ne individuano una, la seguono, la circondano, la derubano e, per quanto non ce ne sia un vero motivo,
arrivano a ucciderla. Tutto avviene senza che un’emozione emerga sui loro volti o affiori nelle loro parole. Solo Boston
(Mothusi Magano) sfugge a questa indifferenza terribile. Gli altri lo chiamano «il maestro», perché ha studiato fin quasi a
diventarlo, un maestro vero. Ora è qui, con loro e quasi come loro, ma porta con sé qualcosa che a loro manca: un residuo di
compassione, una capacità ancora viva di sentire e vedere gli altri, e di provare orrore.
Tu non hai rispetto, dice Boston a Tsotsi, tu non conosci la dignità. E intende quello stesso rispetto e quella stessa dignità che,
poco prima, insieme hanno negato e spento nello sconosciuto nel cui addome Butcher (Zenzo Ngqobe) ha spinto il suo
pugnale rudimentale e sottile. Era pieno di rispetto e di dignità, quel poveraccio. Se ne stava tornado a casa dalla moglie, con
la sua cravatta appena comperata proprio nel sotterraneo del metrò. Così insiste a dire Boston, con le sue parole "colte" e
ricercate, e tanto diverse da quelle degli altri. La risposta di Tsotsi è silenziosa, brutale. Lo aggredisce, lo butta a terra, lo
colpisce fino a sfigurarlo, un pugno dopo l'altro. E ancora una volta non c’è emozione in lui, ma solo una furia fredda.
Non ha né rispetto né dignità, il giovane capobanda. L’uno e l’altra gli sono state rubate a Soweto nella miseria d’una casa
dominata dalla ferocia del padre e dalla malattia mortale della madre («Siamo tutti affetti da hiv e da aids», continuano a
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ripetere grandi cartelli esposti nei sotterranei del metrò). Ne è fuggito anni prima., con disperato coraggio. E a lungo s’è
ridotto a strappare via il suo presente dalla morte, senza attesa d’alcun futuro.
E poi sopravvissuto nascondendosi nei campi desolati che circondano Soweto, giorno dopo giorno, protetto solo da uno dei
grossi tubi di cemento in cui, ancora adesso, altri ragazzini come lui si inventano una nuova "casa", l’unica di cui dispongano.
È diventato un predatore, uno tsotsi che non conosce compassione, che non vede e non sente orrore. È questa, certo, la
condizione per non soffrir più di se stesso, del suo abbandono senza limiti.
Eppure, nel gelo dei suoi occhi — anche per merito del bravo Chweneyagae — c’è l’ombra di un’attesa, di una mancanza che
urla in silenzio, e che chiede d’esser colmata. Lui ne è inconsapevole. Lo resta anche quando si trova di fronte a una vita
nascosta dentro una culla, sul sedile posteriore di un’auto che ha appena rubata. Ma se la prende per sé, quella piccola vita,
come a lui è stata presa la sua. Confusamente, sente d’averne diritto, quasi per risarcimento, d’aver diritto attraverso di essa a
un nuovo presente e a un nuovo futuro.
Dunque, decide di prendersi cura di quel lattante rubato. Lo fa come può, goffo e sporco. E da quella sua cura, dal fare
difficile e necessario che essa comporta, pian piano Tsotsi torna a imparare qualcosa che da tempo ha dimenticato. Impara a
guardare e a vedere un altro, e perciò gli altri. Impara a mantener fede a quel che guarda e vede, e a rendersene responsabile. E
può tornare a soffrire, a sentire la lacerazione che lo annulla, e a giudicare l’abbandono in cui s’è perso.
Così, con lo stesso coraggio di un tempo, ma con una speranza nuova e innocente, ‘riconsegna" quella piccola vita,
strappandosela via di dosso. Intanto e per la prima volta, un pianto quieto porta fin sul suo viso quello che gli esplode dentro:
sofferenza, certo, ma anche sollievo e calore, come di chi stia per ritrovarsi. (Roberto Escobar, Il Sole-24 Ore - 06/04/2006)
Dopo aver massacrato di botte il suo unico amico e aver sparato a una donna, il teppista da strada Tsotsi, che nello slang dei
ghetti sudafricani significa bandito”, ruba un’automobile e scappa. Non si accorge di avere come compagno di viaggio un
bambino. Questa inaspettata condivisione di immancabili destini placherà la ferocia del ragazzo? Che Il suo nome è Tsotsi
possa avere vinto l’Oscar come miglior film straniero non è incredibile. Si tratta infatti di una favoletta edificante farcita di
luoghi comuni, didascalica nel rappresentare uno spaccato sociale dove la società ha le proprie colpe e i giovani criminali
comunque un’anima bella e buona. Agli americani, poco abituati a vedere un cinema che non sia il loro, tutto ciò è molto
piaciuto. Tra noi possiamo invece dire che trattasi di modestissimo film, retorico al massimo, del quale tra l’altro perdiamo
forse le cose migliori, come il linguaggio, inevitabilmente doppiato. Raccontare le brutture del mondo attraverso una
confezione che sia il più possibile “cool”, commercializzabile e omologata, come era per il modello del regista Gavin llood,
vale a dire City of God di Fernando Meirelles, non ci sembra un merito. Bella invece la colonna sonora con musica kwaito del
compositore Zola. (Mauro Gervasini, Film TV - 15/03/2006)
Il suo nome è Tsotsi ha vinto, come è risaputo, il premio Oscar come miglior film straniero. I commentatori hanno già
sviscerato le possibili cause di questo riconoscimento. Ed è evidente che abbia giocato a suo favore quel radicato complesso di
colpa dell’Occidente, e degli Stati Uniti in generale, verso i poveri, soprattutto se africani. Il film in questione, tra l’altro, non
si risparmia in materia di ricatto. La storia che racconta, in forma di favola metropolitana, la dice lunga. Tsotsi, che nel
linguaggio di strada delle comunità di colore in Sud Africa, significa «bandito», è appunto un criminale violento. Rubando
una macchina scopre di aver sottratto un neonato. Qualcosa lo smuove dentro e invece di restituirlo se ne prende cura, memore
della sua orfanità. Inizia, così, un percorso di coscienza, una formazione paterna sui generis che lo convince ad una retta via.
Il regista Gavin Hood ritrae questa storia a lieto fine senza risparmiare effetti retorici. La biografia di questo regista
sconosciuto lascia trapelare una formazione tutta americana. Ha studiato sceneggiatura e regia a Los Angeles, e lì ha appreso
tutti i meccanismi tipici di una confezione fatta per commuovere e non per capire. L’evoluzione del personaggio è da manuale
di sceneggiatura. Allora, veramente non ci stupisce che l’Academy lo abbia riconosciuto e premiato. Il film parla a quella
platea. (Dario Zonta, L'Unità - 10/03/2006)
Ha appena vinto anche il festival di Bangkok come migliore attore protagonista, l'esordiente e convincente sudafricano nero
Presley Chweneyagae, che è nel film omonimo l'anti-eroe, il diciannovenne Tsotsi, ovvero «il piccolo delinquente», l'ispettore
Callaghan lo chiamerebbe «punk». Capogang di un quartetto sgangherato di township coi cervelli sfondati dalla birra,
scombussolato da una azione andata non troppo liscia, Tsotsi, dopo aver picchiato e strappato l'occhio al suo unico amico,
Boston, l'intellettuale della gang, deambulando nella notte e dopo aver umiliato un barbone con le gambe fottute in miniera,
ferisce poi gravemente e rapina una donna relativamente middle class, della sua berlina fiammante, con dentro - per sbaglioun neonato. Col pargolo che si porta dietro, nella busta della spesa, da allattare innanzitutto (in realtà, realismo hollywoodiano
i bimbi sono due) la sua vita avrà detour radicali: riemergono antichi fantasmi, affiorano identità perdute e nomi di battesimo
dimenticati. Una bella vicina di casa gli insegnerà - obbligata a far da tata - che c'è qualcos'altro nella vita oltre a un gimmick,
ovvero al revolver da sbandierare nei tempi morti. Qualcuno la chiama dignità, qualcuno gioia di vivere, qualcun altro arte,
quella sensibilità estetica che cambia il mondo... Alla sua terza regia (una in Polonia) lo scrittore e regista sudafricano bianco
Gavin Hood (ma produce anche la Gb) ha sfilato al celebre drammaurgo Athol Fugard i momenti poetici e gli snodi
drammaturgicamente solidi (se oggi sembrano banali e scricchiolanti, teniamo conto che il romanzo, scritto nel 1961, fu
pubblicato nel 1980, in pieno anticomunismo apartheid) per chiudere un film girato in splendente super 35mm, che dà
cromatismi caravaggiani e ritmica kwaito (superstar Zola) a un thriller d'impatto e tenuta«griffithiana». E che fa pensare non
alle periferie carioca di Meirelles, ma, come ha scritto il New York Times, a Resurrection di Raoul Walsh (1915): un orfano
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che diventa capo di un gruppo truce di banditi della Bowery ma è salvato da una donna buona (in questo caso artisticamente
attratta da Calder e dalle lampade Tiffany)... Insomma l'indignazione «muckraker» di Fugard che lotta contro una intollerabile
vita da cani viene devitalizzata nella biografia non di un «tipo» ma di uno stereotipo, provvisto di tutto: infanzia impossibile,
fuga da casa, mamma con l'aids, padre violentissimo, una Johannesburgh cinta di spine dove la prossima vittima sarai
sicuramente tu, spettatore... redenzione (in galera). Tsotsi maneggia la pistola come lo slang tsotsi-taal (idioma che la
Miramax in Usa ha salvaguardato come un bene culturale ma noi cancelliamo senza pudore). C'è bisogno di una sfera di
cristallo per indovinare la sorte di Tsotsi? (Roberto Silvestri, Il Manifesto - 06/03/2006)
Tsotsi vive da cane arrabbiato nella baraccopoli (un milione di anime) che circonda la metropoli sudafricana di Johannesburg.
Nessuno conosce il suo nome - in gergo tsotsi vuoi dire gangster - e la violenza assimilata in anni disperati è pronto a sfogarla
su tutti senza controllo, persino sui suoi pochi amici. Una notte, in una scorribanda solitaria, spara a una ricca signora e ne
sequestra per sbaglio il figlioletto di pochi mesi. Da quella sanguinosa rapina comincerà la via del riscatto di Tsotsi
(interpretato con passione dal debuttante Presley Chweneyagae) alla ricerca di quella che il suo compare Boston chiama “la
dignità”, ovvero il rispetto di se stessi attraverso il rispetto degli altri. Una storia così edificante e commovente non poteva che
essere apprezzata “a prescindere” da tutti. E il tragitto di Tsotsi dal romanzo di Athol Fugard alla regia di Gavin Hood (A
Reasonable Man), scandito da incalzanti ritmi funky, è approdato in pompa magna alle soglie dell’Oscar, dopo i facili
riconoscimenti raccolti ovunque (Toronto, Golden Globe, Bafta Awards).(Massimo Lastrucci, Ciak - 15/03/2006)
Tratto dal romanzo del 1980 del celebre scrittore drammaturgo Athol Fugal, 'Tsotsi' è stato adattato allo schermo ed
ambientato ai tempi presenti dallo scrittore-regista Gavin Hood, vincendo il premio Oscar del 2006 nella categoria della
pellicola migliore in lingua straniera.
Tsotsi, nel dialetto Tsotsi-Taal, significa gangster e, proprio come il significato della parola, l'adolescente innominato Tsotsi
(Presley Chweneyagae) è un gangster impavido e senza emozioni che vive per il momento, non esitando mai di uccidere ad
impulso. Quando viene chiesto troppe domande reagisce spesso con una violenza senza scrupoli.
Dopo aver brutalmente rubato una macchina, Tsotsi si sorprende nel trovare nel sedile posteriore, un neonato di 3 mesi che
piange. Presto, il bambino risveglia in Totsie memorie dolorose soppresse sulla sua propria infanzia: la sua esposizione alla
violenza domestica ed alla sua vita nei grandi cilindri della fognatura con altri giovani come lui.
Inizialmente, Tsotsi nasconde il neonato nella sua casa, nella baraccopoli a Johannesburg, Sudafrica, lontano dai suoi amici
gagster, ma più tardi trasporta il bambino in una busta della spesa dovunque vada.
Tuttavia, l' incapacità di Tsotsi nel prendere cura dell'infante, lo causa di seguire a casa Miriam (Terry Pheto), una ragazza
madre vedova a cui ordina, al punto di pistola, di allattare "il suo" bambino.
La cinematografia descrive bene l'ambiente duro e scuro che circonda Tsotsi e la vita di poverta' tremenda che ha condotto.
Miriam, ugualmente povera, è un profondo contrasto a Tsotsi: la sua baracca è riempita di luminosità e di ornamenti colorati,
proiettando un senso di serenita' e pace, molto assente nella vita di Tsotsi.
Tsotsi viene alla realizzazione della vita che ha condotto e la vita che avrebbe potuto avere. La sua nuova prospettiva sulla vita
trasforma Tsotsi, aiutandolo a definire chi veramente è, e generando in lui un desiderio di fare del bene ed avviarsi verso la
redenzione. Riuscirà?
Molto interessante in questo film è lo sviluppo del carattere. Inizialmente siamo introdotti ad un adolescente impulsivo e
violento che è svelto nel agire e fuggire dalle conseguenze delle sue azioni. Vediamo gradualmente Tsotsi evolversi in un
individuo più maturo che basa il suo comportamento sulla ragione piuttosto che sull'impulso. Prende su sè stesso la
responsabilità di trovare le persone a cui ha causato danno, offrendo a loro il sostegno e trovando, per la prima volta nella sua
vita, la pace interna.
Il film eccella su molti piani: col ritratto di un ambiente autentico filmato sul posto e tramite la superba recitazione di attori
locali e non professionisti, per cui Tsotsi-Taal e' la lingua madre. Lo stile di musica Kwaito e la colonna sonora di Paul
Hepker e Mark Killian, si avvalgono della star Zola e dalla voce del poeta-cantante Sudafricano Vusi Mahlasela, che
accentuano lo stile di vita ritratto nelle borgate Sudafricane.
"Le recitazioni elicitano emozioni anche quando nulla viene verbalizzato", nota il regista Gavin Hood, generando in Tsotsi
"una completa esperienza sensoriale non spesso vista sullo schermo". (www.centraldocinema.it)
Buone notizie dal Sudafrica, con un film - Il mio nome è Tsotsi - candidato all'Oscar nella cinquina delle migliori pellicole
straniere assieme al nostro "La bestia nel cuore". La storia, tratta dal romanzo di Athol Fugard, è messa in scena con un occhio
molto "americano"; il che, unito alle seduzioni della trama, ce ne fa già immaginare una traduzione hollywoodiana con Jamie
Foxx o Will Smith. Il diciannovenne Tsotsi di Johannesburg non conserva ricordi del passato; anche il suo nome è uno
pseudonimo, che nel linguaggio del ghetto significa "bandito". Dopo alcune efferatezze, come un'aggressione in metropolitana
e il pestaggio di un amico, il criminale spara a una donna per rubarle l'auto. Sul veicolo trova una sorpresa: un lattante che gli
cambierà la vita. Contro l'immagine che ha di sé, Totsi prova l'impulso a prendersi cura del piccolo: lo fa allattare da una
vicina; si spinge a tornare nella ricca casa dei suoi genitori pur di rifornirlo di corredino e generi per la prima infanzia. In
realtà, s'è innescato un processo d'identificazione col fantolino che era un tempo lui stesso; e il film ce lo mostra con zelo
didascalico, attraverso flashback deputati a ripristinargli i file della memoria. Non bisogna aspettarsi un reportage sulla vita
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dei ghetti, come appare sempre più evidente man mano che si va verso il finale, romantico e struggente. Però il prodotto,
astuto senza banalità, si fa apprezzare e l'accompagnamento della musica kwaito rende più energico lo scorrere delle
immagini. (Roberto Nepoti, la Repubblica 3/3/2006)
Vincitore dell'Oscar per la miglior pellicola straniera, "Il suo nome è Tsotsi" rppresenta per svariati motivi un appuntamento
da non mancare. Traduce sullo schermo l'unico romanzo del noto drammaturgo sudafricano Athol Fugard (classe 1932), sorta
di monologo interiore che sembrava impossibile trasporre al cinema, utilizzando i modi narrativi di un turgido, appassionante
melodramma con bel senso spettacolare e attualizzandone ai giorni nostri la storia datata 1950. Eppure riesce a mantenersi
fedele allo spirito dell'opera, tanto che l'autore gli ha dato il suo pubblico imprimatur; e nello stesso tempo ci introduce di
prepotenza nel cuore di un mondo e di una cultura sconosciuti o quasi. Figlio di un inglese e una afrikaaner, lo sceneggiatore e
regista Gavin Hood ha voluto girare la storia nell'immensa bidonville (un milione di anime) che circonda Johannesburg, con
attori e non attori locali in grado di parlare il "totsi-taal" ovvero il linguaggio delle comunità nere. Nel doppiaggio italiano
questo effetto va ovviamente perduto, ma sullo sfondo di una trascinante colonna sonora di musica "kwaito", una specie di hip
hop nato nelle periferie di colore e in procinto di conquistare le platee internazionali, restano ad assicurare la genuinità
dell'ambientazione la recitazione veristica degli interpreti e la misera cornice di casupole di lamiera che pare stendersi
all'infinito a ridosso della città dei grattacieli. Totsi vuole dire gangster e tale di nome e di fatto è il giovane protagonista, che
una sera ruba per sbaglio un auto dove c'è un neonato e lo rapisce. Mentre genitori e polizia si mobilitano, la presenza del
bimbo inerme fa scattare nel ragazzo Tsotsi le reminiscenze della terribile infanzia che ha fatto di lui quello che è; e insieme la
molla di una riscoperta morale della vita. Teso e incalzante, il film accompagna il protagonista nel suo travagliato percorso di
redenzione arpeggiando sulle corde dell'emozione: tanto che alla fine dei 90 minuti ti accorgi di simpatizzare con un
personaggio che all'inizio avevi detestato. (Alessandra Levantesi, La Stampa 3/3/2006)
"Dramma sudafricano in stile neorealista È una bellissima sorpresa questo film sudafricano (Oscar straniero) dell'avv. Gavin
Hood, ispirato dal libro di Athol Fugard. Sguardo originale e impietoso sulla Johannesburg di oggi, con stile neorealista che si
fa per incanto fantastico quando riesce a riprendere qualcosa di interiore, misterioso. (...) Il romanzo fu scritto nell'apartheid
del ' 50; il film è più ottimista, ma non fa sconti sulla violenza: la democrazia del Sud Africa vuole oggi speranza nonostante
l'Aids (25%) e la disoccupazione (40%). Avventura umana esemplare, vissuta con totale adesione da Presley Chweneyagae.
Denuncia non manichea, spettacolare nel meglio: trasmette il cambiamento che esprime, al di là di ogni regola etico-sociale."
(Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 10 marzo 2006)
Note
- GIRATO A SOWETO E A JOHANNESBURGH.
- NEL 2005 PREMIO DEL PUBBLICO AL FESTIVAL DI TORONTO E AL FESTIVAL DI EDIMBURGO.
- OSCAR 2006 COME MIGLIOR FILM STRANIERO
- DAVID DI DONATELLO AWARDS 2006 NOMINATO MIGLIOR FILM STRANIERO: GAVIN HOOD
-2006 WON OSCAR BEST FOREIGN LANGUAGE FILM OF THE YEAR: SOUTH AFRICA.
-2006 NOMINATED BAFTA FILM AWARD BEST FILM NOT IN THE ENGLISH LANGUAGE: PETER
FUDAKOWSKI, GAVIN HOOD
-CARL FOREMAN AWARD FOR THE MOST PROMISING NEWCOMER: PETER FUDAKOWSKI
(PRODUCER)
-2005 CAMERIMAGE NOMINATED GOLDEN FROG: LANCE GEWER
-EUROPEAN FILM AWARDS - 2005 NOMINATED SCREEN INTERNATIONAL AWARD: GAVIN HOOD,
UK/SOUTH AFRICA
-2006 NOMINATED GOLDEN GLOBE BEST FOREIGN LANGUAGE FILM: SOUTH AFRICA
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