IL POTERE POLITICO SPETTA DI DIRITTO AL

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IL POTERE POLITICO SPETTA DI DIRITTO AL
Settimanale
Fondato il 15 dicembre 1969
Il proletariato per
vincere deve costituire
un proprio partito
Aff inché nel giorno decisivo il proletariato sia abbastanza forte da
poter vincere è necessario – e questo abbiamo sostenuto Marx ed io sin
dal 1847 – che esso costituisca un proprio partito, separato da tutti gli
altri e opposto ad essi, un partito di classe con una coscienza di classe.
Nuova serie - Anno XXXIX - N. 13 - 2 aprile 2015
Il potere politico
spetta di diritto
al proletariato
di Giovanni Scuderi
Engels, Lettera a G. Trier, 18.12.1889
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Comunicato dell’ufficio stampa del PMLI
Travolto dalla tangentopoli degli appalti per le grandi opere
Lupi costretto Per evitare il terrorismo
islamico occorre che
a dimettersi
l’imperialismo si ritiri dal
Arrestato Incalza (ex PSI legato a Lupi e NCD) insieme a Cavallo, Perotti e Pacelli.
51 indagati per corruzione, induzione indebita e turbativa d’asta si sono spartiti affari
per 25 miliardi. Sabelli (ANM): il governo dà schiaffi ai magistrati e carezze ai corrotti
Renzi protegge gli indagati
che affollano il suo governo
Dopo Montante, è il secondo “simbolo” palermitano dell’antimafia che viene smascherato
Arrestato Helg con in mano
una mazzetta di 100 mila euro
Il presidente della Confcommercio pubblicamente si batteva contro il racket, in privato si
comportava come un mafioso. Ma i governi Renzi e Crocetta hanno occhi e orecchie? E Alfano?
L’Italia capitalista può essere
ripulita dalla corruzione
solo col socialismo
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Con la “Coalizione sociale” che raggruppa diverse fazioni
della “sinistra” borghese attorno alla Fiom
Landini impantana
i lavoratori
nel capitalismo
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Medioriente e dal Nord
e Centro Africa
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Dopo il processo per abuso d’ufficio
Sequestrati 6 milioni di euro
a Fiori, coordinatore
dei club Forza Silvio
L’ex commissario per l’emergenza a Pompei è d’accordo di aver “costruito opere stravaganti con i soldi
dell’emergenza” e di “gestione fraudolenta e di un sistema di potere clientelare consolidati e diffusi”
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Il socialimperialismo cinese sfida l’imperialismo Usa anche sul piano monetario
Italia, Germania, Francia e Gran Bretagna
aderiscono alla banca mondiale della Cina
L’ira della Casa Bianca
Firenze, 23 marzo 2015. La diffusione del PMLI per la presentazione
della “coalizione sociale” di Landini
Non chiede nemmeno di spazzar via
il governo Renzi
Il proletariato per vincere deve
unirsi al PMLI e lottare contro
il capitalismo per il socialismo e
il potere politico
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Per il trionfo della causa del socialismo in Italia
Anche un solo euro al mese
Il PMLI ha bisogno dell’aiuto economico di tutti i fautori
del socialismo, gli anticapitalisti, gli antirenziani ovunque
partiticamente collocati. Con le quote mensili dei soli militanti
e dei contributi dei simpatizzanti attivi non ce la fa a sostenere
le spese crescenti delle attività, della propaganda e delle sedi.
I contributi, anche un euro al mese, possono essere
consegnati direttamente ai militanti del Partito oppure versati
attraverso il conto corrente postale n. 85842383 intestato a:
PMLI – via Antonio del Pollaiolo, 172/a – 50142 Firenze.
Grazie di cuore
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Volantinaggi del PMLI
a Firenze e a Roma
Diffuso il volantino “Il potere politico spetta
di diritto al proletariato” alla presentazione
della Coalizione sociale nella città del Giglio,
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presente Landini
2 il bolscevico / Coalizione sociale
N. 13 - 2 aprile 2015
Con la Coalizione sociale che raggruppa diverse fazioni della “sinistra” borghese attorno alla Fiom
Landini impantana
i lavoratori nel capitalismo
Non chiede nemmeno di spazzar via il governo Renzi
Il proletariato per vincere deve unirsi al PMLI e lottare
contro il capitalismo per il socialismo e il potere politico
Alla fine la Coalizione sociale
di Landini è stata presentata ufficialmente. L’evento fondativo
si è concretizzato attraverso una
riunione convocata sabato 14
marzo nella sede nazionale della
Fiom in Corso Trieste a Roma.
Una riunione a porte chiuse durata 5 ore alla quale avrebbero
partecipato diverse associazioni:
da Emergency all’Arci, Libertà
e Giustizia, Libera e Articolo 21.
Presenti anche rappresentanti
di alcune categorie professionali
come avvocati, farmacisti e dottorandi di ricerca. E non è mancata la partecipazione di rappresentanti politici veri e propri,
impersonati da tre ex M5S tra cui
la senatrice Maria Mussini.
Questi sono alcuni dei soggetti che si sono presentati a Roma
dopo aver ricevuto l’invito che la
Fiom ha mandato a circa 150 associazioni, reti, movimenti e personalità.
Tentativo
di recuperare
consensi alla
“sinistra” borghese
Nella conferenza stampa finale Landini ha ribadito alcuni concetti e delineato gli scopi (almeno
quelli dichiarati) della nascente
Coalizione sociale primo tra tutti
“difendere i diritti di cittadinanza a partire da quello del lavoro,
non solo quello del salariato, ma
in tutte le forme”. Ha ribadito
più volte che non vuole fondare
un nuovo partito (“chi oggi vuol
fare un partito è meglio che vada
via”) bensì l’intenzione di accorpare movimenti, reti e mondo
dell’associazionismo per quella
“domanda di giustizia sociale ora
inascoltata e senza rappresentanza”. Parla di “spirito innovativo” su cui si fonderà la nuova
Coalizione sociale, “indipendente
e autonoma”, puntualizza ancora,
per la quale occorre individuare
una “visione nuova del lavoro,
della cittadinanza, del welfare e
della società”.
Insomma, un linguaggio piuttosto vago, nebuloso, che lascia
intendere che il percorso politico e organizzativo non è ancora
del tutto definito. Probabilmente
questo non è casuale ma è una
scelta tattica voluta perché Landini spera che il suo progetto
attragga il più vasto consenso
possibile. Non solo in quell’area
a sinistra del PD, ma in un raggio
più ampio, ad esempio in quella
del Movimento 5 Stelle. Una cosa
però è lampante: da un punto di
vista di classe il suo progetto è da
bocciare in pieno perché tutto interno al capitalismo, non si pone
minimamente l’obiettivo di superare l’attuale sistema economico,
nemmeno a parole come fanno
certi riformisti.
Alla fine appare come un altro
degli innumerevoli tentativi, seppur in forme diverse, di recuperare consensi alla “sinistra” borghese, di riorganizzare in qualche
modo quello spazio alla sinistra
del PD quasi del tutto libero da
sigle partitiche del regime. Per
preparare “un’alternativa”, come
dice Landini, alle politiche liberiste del governo Renzi e della
Ue, ovvero sostenere la variante
socialdemocratica del capitalismo. Un tentativo che potrebbe
rivelarsi un ennesimo fallimento
dopo esperienze come “l’Arcobaleno” e “Rivoluzione civile”, ed
è proprio per questo che Landini
cerca di tirare fuori formule diverse da quella del semplice cartello
elettorale. La novità, e la gravità,
sta nel fatto che vuole mettere al
servizio di questo progetto i lavoratori, tirare direttamente in ballo
la classe operaia e la Fiom.
Progetto interno
al capitalismo
Sia dal punto di vista politico
che organizzativo la Coalizione
sociale si presenta come espressione della “sinistra” borghese
e ad essa è subalterna. Un progetto tutto interno all’attuale sistema, dove la parola socialismo
non entra neppure nel vocabolario e la stessa UE è considerata un organismo che può stare
dalla parte dei lavoratori e non
come espressione dell’imperialismo europeo irriformabile e da
distruggere, l’unico problema,
secondo Landini, è che adesso
è guidata dai liberisti. Un’azione
politica basata sulla difesa della
Costituzione borghese del 1948,
oramai fatta a brandelli da destra,
sostituita nei fatti con il presidenzialismo e neofascismo, che pure
gli stessi Landini e soci in parte
denunciano.
A questo proposito ci viene
in mente la breve intervista de Il
Bolscevico a Landini durante la
COSA FARE PER
ENTRARE NEL PMLI
Secondo l’art. 12 dello Statuto, per essere membro del PMLI occorre
accettare il Programma e lo Statuto del Partito, militare e lavorare attivamente in una istanza del Partito, applicare le direttive del Partito e
versare regolarmente le quote mensili, le quali ammontano: lavoratori
euro 12,00; disoccupati e casalinghe euro 1,50; pensionati sociali e studenti euro 3,00.
Lo stesso articolo dello Statuto specifica che “può essere membro
del Partito qualunque elemento avanzato del proletariato industriale
e agricolo, qualunque elemento avanzato dei contadini poveri e qualunque sincero rivoluzionario sulle posizioni della classe operaia... Non
può essere membro del Partito chi sfrutta lavoro altrui, chi ha e professa una religione o una filosofia non marxista”.
Oltre a ciò occorre accettare la linea elettorale astensionista del Partito.
L’ingresso al PMLI avviene dopo l’accettazione della domanda di
ammissione il cui modulo va richiesto al Partito.
grandiosa manifestazione nazionale della Cgil del 25 ottobre 2014
a Roma. La nostra giornalista, richiamando uno degli slogan della manifestazione “Per cambiare
l’Italia” domandava al segretario
della Fiom: Ma come si può cambiare l’Italia perdurando il capitalismo e il potere borghese? Non
è il caso di cambiare società con
il socialismo e dando il potere al
proletariato? Landini rispondeva:
Intanto penso che ci sia bisogno
di applicare la Costituzione, che
sarebbe la rivoluzione più forte di
tutto, e noi ci stiamo battendo per
questo. Domanda: Ma a quale costituzione si riferisce se il governo
Renzi, ha definitivamente sepolto
la Costituzione del ’48? Landini:
No, la Costituzione che c’è noi la
vogliamo applicare, e ci vogliamo
battere perché venga applicata.
È una vostra idea che non esista
più. Secondo me esiste e bisogna farla applicare.
Quelle risposte date sulla Costituzione dicono chiaramente
che Landini non intende spingersi
oltre al capitalismo, accettandone in tutto e per tutto le regole,
propinando al proletariato e alle
masse illusioni costituzionali,
parlamentari e riformiste. Non
chiede nemmeno di spazzar via
il governo Renzi, anche se lo attacca su tutta la linea, soprattutto
sul Jobs Act: “questo governo
e in particolare il partito di maggioranza ha cancellato i diritti dei
lavoratori”. Ma se non ha portato
fino in fondo l’attacco al nuovo
Berlusconi Renzi alla guida della Fiom, perché dovrebbe farlo
adesso con la Coalizione sociale?
Come può essere credibile se per
un certo periodo ha pure flirtato
con Renzi e infine ha allineato la
Fiom alla linea capitolazionista e
attendista della Camusso?
Negazione del Partito
Si immagina una coalizione
che raccolga un ampio consenso
su una vaga difesa dei lavoratori
e dei più deboli, un po’ sullo stile
dello spagnolo Podemos e della
greca Syriza, anche se lui smentisce. Alcuni osservatori politici
hanno rilevato che, pur con tutte le dovute differenze, assomigli
più a Solidarnosc. In effetti non
mancano alcune somiglianze con
il sindacato-partito polacco, con
alla base gli operai ma alla testa
la borghesia, in quel caso di destra e cattolica.
La Fiom in apparenza sembra
che guidi questa coalizione ma
in realtà il sindacato dei metalmeccanici di sinistra fa solo da
sgabello a varie fazioni della “sinistra” borghese. Il ruolo della
Fiom semmai è quello di dare un
consenso di massa, di costituire
la forza d’urto e non ultimo fornire un sostegno concreto fatto
di strutture organizzative distribuite capillarmente sulla maggior parte del territorio nazionale. Sostegno senza il quale le
principali correnti democratico
borghesi della Coalizione, come
ad esempio quella rappresentata da Rodotà, Zagrebelsky e
Sandra Bonsanti non potrebbero avere alcun peso. Per essere
concreti, chi dovrebbe portare
in piazza migliaia di persone?
L’associazione Libertà e Giustizia della Bonsanti? Gino Strada
con Emergency?
Si teorizza la scomparsa stessa della forma partito definita
“ottocentesca”, da sostituire con
nuove forme di aggregazione,
contenitori di tante realtà diverse.
Difatti Landini ripete spesso che
lui vuole rappresentare tutti i lavoratori, quindi domandiamo noi,
anche i padroni di piccole aziende che stanno alla produzione
accanto ai dipendenti? Assieme
alla classe operaia e ai lavoratori?
Non a caso il progetto di Landini ha subito avuto il sostegno di
coloro che da sempre predicano
“rifondazioni”, “nuovi laboratori”,
discontinuità con l’esperienza del
movimento operaio internazionale per giustificare il rigetto del
socialismo e l’accettazione del
capitalismo. Come il segretario
del PRC Ferrero, quello di SEL
Vendola, il trotzkista dichiarato
Turigliatto (anche se costoro hanno progetti organizzativi diversi) e
il rinnegato e folgorato sulla strada di papa Bergoglio Bertinotti.
Ma al di là delle dichiarazioni poi conteranno i fatti. Per ora
Landini non ha voluto chiarire
quale sarà lo sbocco politico
della Coalizione sociale, rigetta
in ogni modo l’ipotesi che si trasformi in partito. Comunque sia,
cosa faranno alle prossime elezioni? Alle regionali sosterranno
un candidato di qualche partito o
ne presenteranno uno loro? Forse
è troppo presto e aspetteranno le
prossime elezioni politiche, ammesso che il progetto sia ancora
in piedi? Sicuramente combattono l’astensionismo di sinistra
come ha dichiarato più volte Landini, cercando di riportare questo
elettorato a credere nelle illusioni
parlamentari.
Occorre dar forza
al Partito del
proletariato, il PMLI
Il PMLI con tutte le sue forze
combatte contro il governo Renzi
ed è disposto a fare fronte unito
con tutti quelli gli si oppongono.
Per contrastare l’attacco ai diritti
dei lavoratori, allo stesso diritto
del lavoro borghese, alle libertà
democratico-borghesi, il PMLI
ritiene che ci sia bisogno di un
ampio arco di forze disponibili a
sbarrare la strada al nuovo Berlusconi. È necessario spazzare via
al più presto questo governo prima che porti a compimento il suo
nero disegno. Tuttavia Landini
con la Coalizione sociale si pone
un altro obiettivo: rappresentare
politicamente i lavoratori per impantanarli nel capitalismo. E in
questo caso i marxisti-leninisti si
collocano su tutt’altro piano.
Il PMLI ha invece come obiettivo il socialismo e si tratta di
scegliere quale sia la strada vincente per mettere fine al dominio
della borghesia. Fermo restando
il capitalismo non c’è futuro per
il proletariato che al massimo potrà ricevere delle briciole dal lauto
banchetto a cui siede la borghesia, ma sarà sempre subalterno
ad essa. Quindi occorre superare
il sistema economico capitalistico, che non può evolvere verso
il socialismo gradualmente e attraverso il mero elettoralismo, ma
solo attraverso la rottura rivoluzionaria. “Per fare la rivoluzione
occorre un partito rivoluzionario” sono le semplici ma inappellabili parole di Mao che indicano
la strada da seguire. Prima di tutto occorre volere il socialismo e
voler fare la rivoluzione, poi serve
un partito che la guidi, un partito
del proletariato che ne rappresenti gli interessi, rivoluzionario
e completamente autonomo e
indipendente dalla borghesia e
contrapposto a essa.
Questo partito esiste già, è il
PMLI. Si tratta solo di farlo crescere affinché diventi effettivamente il partito della classe operaia, e non solo idealmente come
lo è adesso, che diventi un Gigante Rosso anche nel corpo per assolvere i suoi compiti rivoluzionari. Quando il proletariato si unirà
al PMLI per combattere il capitalismo, per il socialismo e il potere
politico, allora si potrà spalancare
anche in Italia uno scenario in cui
i lavoratori siano protagonisti del
loro destino e non subordinati alla
borghesia, nemmeno nella sua
variante di “sinistra”.
Progetti come quello di Landini invece servono solo a spargere
nuove illusioni di cambiamento,
fermo restando il capitalismo,
che non porteranno alcun vantaggio ai lavoratori e alle masse
popolari del nostro Paese.
Tramite l’Associazione “DemA”
De Magistris sposa
il progetto riformista di Landini
L’ex pm pronto al salto nel parlamento nero
‡‡Redazione di Napoli
“Dò un giudizio molto positivo
di questa iniziativa di Landini e di
un numero nutrito di associazioni, di realtà che da tempo fanno
politica in modo diverso dai partiti tradizionali”. Queste le parole
entusiastiche con cui il neopodestà di Napoli, Luigi De Magistris,
ha salutato l’avvento di “Coalizione sociale” portata avanti da
Landini: “anche io sostengo - ha
continuato l’ex pm - che bisogna
cercare un’alternativa democratica al sistema, che è in evidente
asfissia, e si trova soprattutto fuori dai partiti. Si trova nelle
lotte sociali nelle lotte per i diritti,
nell’alternativa di modelli econo-
mici, nelle battaglie culturali, nelle
battaglie sui territori”.
Ecco svelata l’operazione che
ha portato De Magistris e suo
fratello Claudio a costituire l’Associazione “DemA”, un acronimo
che significa “democrazia ed autonomia”, che dovrebbe essere
la base politica per le elezioni
amministrative del 2016 per la
poltrona di sindaco, ma anche un
possibile “laboratorio” per cercare il salto di qualità verso il parlamento nero. Che sia una studiata
trovata in vista delle elezioni lo
dimostra il fatto che De Magistris
non ha negato la possibilità di un
suo intervento anche nelle prossime elezioni regionali in ordine
alla candidatura di Nino Daniele alla presidenza della Regione
Campania: “non escludo possa
accadere - ha detto il neopodestà -, se ci sono persone che la
propongono. Posso solo dirvi che
non è un candidato mio, perché
ripeto ancora una volta, resterò
fuori da questa campagna elettorale. Se Daniele mi chiederà un
consiglio se candidarsi o meno,
io glielo darò”.
Ed ecco, dunque, l’improvviso feeling con Landini: “abbiamo accettato volentieri l’invito di
Maurizio Landini, per la prima assemblea convocata a Roma, per
discutere dell’idea di costituire
una coalizione sociale”.
Non sembra essere un caso,
pertanto, la discesa in campo di
De Magistris che in effetti non
aveva speso una parola sulla sua
possibile candidatura a governatore della Campania. L’obiettivo è
quello di raccattare tutto ciò che
si trova a “sinistra” del PD e gettare nel pantano dell’elettoralismo i
sinceri democratici, antifascisti e
comunisti ancora abbagliati dalle
promesse dei vari imbroglioni revisionisti Ferrero, Diliberto, Rizzo,
arrestando l’avanzata impetuosa
dell’astensionismo, che rimane
sul fronte elettorale l’arma più
efficace per combattere sia la
destra sia la “sinistra” del regime
neofascista.
corruzione / il bolscevico 3
N. 13 - 2 aprile 2015
Travolto dalla tangentopoli degli appalti per le grandi opere
Lupi costretto a dimettersi
Arrestato Incalza (ex PSI legato a Lupi e NCD) insieme a Cavallo, Perotti e Pacelli. 51 indagati
per corruzione, induzione indebita e turbativa d’asta si sono spartiti affari per 25 miliardi.
Sabelli (ANM): il governo dà schiaffi ai magistrati e carezze ai corrotti
Renzi protegge gli indagati che affollano il suo governo
Quattro arresti, 51 indagati, un
ministro dimissionario, 25 miliardi rubati al popolo e una sfilza di
accuse gravi e infamanti che vanno dalla corruzione all’induzione
indebita, turbativa d’asta e turbata libertà degli incanti e altri delitti contro la pubblica amministrazione: è il bilancio dell’operazione
“Sistema” scattata all’alba del 16
marzo su ordine dei Pubblici ministeri (Pm) fiorentini Giuseppina
Mione, Luca Turco e Giulio Monferini che indagano sulla nuova
tangentopoli delle grandi opere.
In manette sono finiti: Ercole Incalza, il potente dirigente del
ministero delle Infrastrutture in
sella da oltre trent’anni, indagato
per 14 volte, coinvolto in tutte le
principali inchieste sulla corruzione degli ultimi anni e ciononostante riconfermato al suo posto dagli
ultimi sette governi che si sono
succeduti compreso quello del
Berlusconi democristiano Renzi.
Gli altri tre arrestati sono il collaboratore di Incalza, Sandro Pacella, l’imprenditore Stefano Perotti socio in affari con Incalza nella
Green Field System srl, e il presidente di Centostazioni spa (Gruppo Fs) Francesco Cavallo.
Lupi costretto
a dimettersi
Tirato pesantemente in ballo nelle intercettazioni allegate
all’ordinanza di arresto, il ministro Lupi (NCD) dopo tre giorni
di “riflessione” è stato costretto a
dimettersi nonostante Renzi abbia
cercato in tutti i modi di coprirlo
attaccando ferocemente l’Associazione nazionale magistrati che
per bocca di Rodolfo Sabelli ha
rinfacciato al premier di “accarezzare i corrotti e di schiaffeggiare i
magistrati”.
In una intervista a la Repubblica del 22 marzo Renzi ha infatti
ribadito che non ha nessuna intenzione di cacciare gli indagati, ministri o sottosegretari, che fanno
parte del suo governo: “Ho sempre detto che non ci si dimette per
un avviso di garanzia... per me
un cittadino è innocente finché la
sentenza non passa in giudicato...
Le condanne si fanno nei tribunali,
non sui giornali”.
Dunque i sei sottosegretari attualmente inquisiti: Barracciu, Del
Basso De Caro, De Filippo, Bubbico e Faraone del PD e Castiglione
del NCD, possono tranquillamente continuare a delinquere. Perfino
Vincenzo De Luca (il candidato
del PD alla Regione Campania già
condannato in primo grado a un
anno di reclusione per abuso d’ufficio e costretto a lasciare la carica di sindaco di Salerno secondo
Renzi “è un cittadino innocente” e
quindi ha tutto il diritto di “chiedere il voto agli elettori”.
Ma ormai l’aria attorno alla
cricca del ministero di Porta Pia
era diventata così pesante e puzzolente da rendere addirittura inopportune le “spiegazioni” di Lupi
in parlamento. Specie se si pensa
che già da febbraio 2013 sia Lupi
e successivamente anche Renzi
sapevano dell’inchiesta della Pro-
cura di Firenze e nel tentativo di
rassicurare i magistrati avevano
avviato un’indagine interna che
però non ha avuto nessun seguito se non quello di una nuova nomina di consulente esterno per Incalza.
Il mercimonio
delle grandi opere
Nel mirino degli inquirenti c’è
la gestione illecita degli appalti
per le grandi opere imposte contro la volontà popolare dalle varie
cosche parlamentari proprio per
alimentare quello che i magistrati
definiscono un “articolato sistema
corruttivo che coinvolge dirigenti pubblici, società aggiudicatarie
degli appalti ed imprese esecutrici
dei lavori”.
L’inchiesta nasce dagli appalti
per l’Alta velocità nel nodo fiorentino e per la costruzione del sottoattraversamento della città. Da lì
l’indagine si è allargata a tutte le
più importanti tratte dell’Alta velocità del centro-nord Italia e a una
lunga serie di appalti relativi ad altre Grandi Opere, compresi alcuni appalti che riguardano l’Expo
2015 già al centro di un’analoga
inchiesta da parte della procura di
Milano nei mesi scorsi.
In particolare le indagini della
procura hanno riguardato i cantieri
della linea ferroviaria Av MilanoVerona e Genova-Milano, l’autostrada Civitavecchia-Orte-Mestre
e l’autostrada regionale Cispadana. E ancora l’hub portuale di
Trieste, l’autostrada A3 SalernoReggio Calabria, l’autostrada in
Libia Ras Ejdyer-Emssad e i lavori di Palazzo Italia per Expo 2015.
Al centro del “Sistema” tangentizio c’è la Green Field di Perotti, dove, ha spiegato il procuratore capo di Firenze Giuseppe
Creazzo, Incalza aveva “un coinvolgimento diretto”.
In cambio di “un giro di bustarelle da paura” Perotti preme
su Palazzo Chigi per far sbloccare al Cipe almeno una trentina di
Grandi Opere. Organizza cene con
alti dirigenti, fissa appuntamenti,
mette mano alla stesura di bandi
di gara ancora da redigere perché
evidentemente gli vengano cuciti
addosso.
Dalle carte emerge che Incalza, “nel periodo 1999-2008 ha
percepito compensi dalla Green
Field Systems srl per complessivi
697.843,50 euro”, costituendo per
il manager ministeriale “la principale fonte di reddito negli anni dal
1999 al 2012″. È lo stesso gip a
sottolineare che Incalza “ha guadagnato più dalla Green Field che
dallo stesso ministero delle Infrastrutture”. Dal 2001 al 2008 il suo
collaboratore Pacella ha intascato
“450.147 euro”.
La Green Field, secondo l’accusa, otteneva sistematicamente la
direzione lavori garantendosi un
guadagno dall’1 al 3% degli importi per un valore complessivo di
25 miliardi e lievitazione dei costi
fino al 40 per cento.
Fra gli indagati anche politici
già sottosegretari come Vito Bonsignore, europarlamentare Udc
nella scorsa legislatura, poi passato a Forza Italia e infine nell’Ncd,
coinvolto sul fronte dell’appalto
per l’autostrada Orte-Mestre e definito da Giulio Burchi, già presidente di Italferr spa: “un mascalzone... uno che deve aver usato
dell’olio” per ottenere il via libera
a un’ “opera allucinante”; Antonio
Bargone, Pd ed ex sottosegretario
ai lavori pubblici nei governi Prodi e D’Alema e poi ancora Stefano
Saglia, ex Pdl e Ncd ed ex sottosegretario al ministero per lo Sviluppo economico, indagato per turbativa d’asta in relazione al bando di
gara emessa dall’autorità portuale
di Trieste per il collaudo della Hub
portuale di Trieste in cui compare
anche il nome di Rocco Girlanda,
ex Pdl, sottosegretario alle Infrastrutture nel governo Letta.
Il coinvolgimento
di Lupi
Tra i faldoni dell’inchiesta ricorre molto spesso anche il nome
di Luca Lupi, secondogenito del
ministro in quota a Comunione e
Liberazione. In particolare Lupi
junior viene tirato in ballo in almeno due intercettazioni di Burchi. La prima è datata primo luglio
2014. Burchi parla al telefono con
Alberto Rubegni, uomo di Gavio e
attuale consigliere d’amministrazione dell’Autostrada Torino-Milano. La seconda è del 21 ottobre
2014 e l’interlocutore di Burchi il
dirigente Anas, ingegner Massimo
Averardi; in entrambe le intercettazioni Burchi racconta che Perotti in cambio di alcuni appalti ha
assunto il figlio del ministro ingegnere neolaureato.
E in effetti, scrive il Gip
nell’ordinanza di arresto, agli atti
risulta che “Perotti, nell’ambito
della commessa Eni, ha stipulato
un contratto con Giorgio Mor affidandogli l’incarico di coordinatore
del lavoro che, a sua volta, nominerà quale ‘persona fissa in cantiere’ Luca Lupi” per 2 mila euro al
mese. Un’assunzione, concludono
i magistrati, difficilmente immaginabile al di fuori di un adeguato “corrispettivo di qualche utilità
fornita da Maurizio Lupi per il tramite di Ercole Incalza”.
Ma non è tutto, perché nell’ordinanza si parla anche dei lauti regali che gli arrestati hanno fatto al
ministro e ai suoi familiari fra cui:
un vestito sartoriale a Lupi e un
Rolex da 10mila euro al figlio, in
occasione della laurea. Tutto pagato da Cavallo che secondo gli
inquirenti aveva uno “stretto legame” con Lupi tanto da dare “favori
al ministro e ai suoi familiari”.
Ma ad inguaiare Lupi sono soprattutto le sue conversazioni con
Incalza intercettate dagli inquirenti e riportate nell’ordinanza. In una
delle tante Lupi rassicura Incalza
promettendogli che la proposta di
soppressione della Struttura tecnica di missione del ministero delle
Infrastrutture non passerà, perché:
“Su questa roba ci sarò io lì e ti
garantisco che se viene abolita la
Struttura tecnica di missione non
c’è più il governo!..”.
Il Sistema
Incalza-Perotti
Secondo l’accusa attraverso il
“Sistema” Incalza-Perotti le società consortili aggiudicatarie degli
appalti relativi alle “Grandi opere” venivano “indotte da Incalza a
conferire a Perotti, o a professionisti e società a lui riconducibili,
incarichi di progettazione e direzione di lavori garantendo di fatto
il superamento degli ostacoli burocratico-amministrativi”. Perotti,
“quale contropartita, avrebbe assicurato l’affidamento di incarichi
di consulenza e/o tecnici a soggetti
indicati dallo stesso Incalza, destinatario anch’egli di incarichi lautamente retribuiti”. Incarichi che
erano conferiti dalla Green Field
System srl, società affidataria di
direzioni lavori. A Francesco Cavallo, il numero uno di Centostazioni, “veniva riconosciuto da parte di Perotti, tramite società a lui
riferibili, una retribuzione mensile
di circa 7.000 euro, come compenso per la sua illecita mediazione”.
Dall’indagine è emerso anche
come Perotti abbia influito illecitamente sulla aggiudicazione dei
lavori di Palazzo Italia per Expo
2015. Infatti nell’inchiesta fiorentina è indagato anche Antonio
Acerbo, l’ex manager di Expo arrestato lo scorso ottobre nell’ambito dell’inchiesta milanese su
Expo.
Coinvolto il PD
Tra i 51 indagati figurano anche alcuni capobastone del PD in
Emilia Romagna: Alfredo Peri,
bersaniano di ferro, ex sindaco di
Collecchio e poi per 15 anni, fino
a novembre 2014, assessore alle
infrastrutture nelle giunte di Vasco Errani; Miro Fiammenghi, ex
consigliere regionale di Ravenna
e considerato molto vicino politicamente al conterraneo Errani e a
Pierluigi Bersani. Sotto indagine
anche Graziano Pattuzzi, ex presidente della provincia di Modena,
ex sindaco di Sassuolo e ora presidente della Arc (Autostrada regionale cispadana), la S.p.a. che
dovrebbe costruire l’arteria di 67
chilometri, valore 1,3 miliardi di
euro. Per tutti e tre l’accusa è quella di tentata induzione a dare o a
promettere indebitamente denaro
o altra utilità.
Tutti coinvolti a vario titolo nel
ramo d’inchiesta che riguarda anche l’autostrada Cispadana che
dovrebbe unire Reggiolo con Ferrara già finita nel 2013 nelle carte
di un’altra inchiesta, sempre della
procura di Firenze, che vede come
indagata di spicco per corruzione l’ex presidente della Regione
Umbria Maria Rita Lorenzetti (per
tutti gli indagati è stato chiesto il
rinvio a giudizio).
Il ritorno dei craxiani
L’intesa fra Lupi e Incalza è
così potente, secondo i magistrati,
che i due erano riusciti a riportare tra i piani alti del ministero anche il vecchio marciume del Psi.
A vantarsi è lo stesso Lupi che
conferma a Incalza di aver “sponsorizzato Riccardo Nencini” affinché venisse nominato viceministro ai Trasporti e lo invita quindi
a parlargli e a dirgli “che non rompa i coglioni”.
Ma Nencini: senatore eletto
nelle liste del PD nonché segretario nazionale del Psi, ex presidente del consiglio regionale
della Toscana per 10 anni, ex europarlamentare condannato per lo
scandalo dei rimborsi di viaggio e
indennità per gli assistenti parlamentari, non è l’unico ferro vecchio socialista piazzato nel ministero di Piazzale di Porta Pia; c’è
anche il sottosegretario Umberto
Del Basso De Caro, ex craxiano
ed ex d’alemiano, attualmente indagato per peculato nell’inchiesta
sui rimborsi in consiglio regionale
in Campania.
Insomma una bella squadra di
“giovani, onesti e dinamici” come
piacciono a Renzi che al ministero
delle Infrastrutture hanno ricostruito la famigerata “sinistra ferroviaria” del Psi di craxiana memoria con a capo Incalza piazzato lì
fin dai primi anni ’80 dall’allora
ministro dei Trasporti Claudio Signorile.
A conferma che cambiano i ministri, cambiano i governi ma a gestire la macchina burocratica borghese, gli appalti e il grande potere
economico ed elettorale che ne deriva in termine di voti sono sempre i soliti capibastone dell’apparato burocratico come Incalza e il
suo clan.
Non a caso i magistrati sottolineano che: “Questa non è una
storia di ordinaria corruzione” ma
uno “scenario di devastante corruzione sistemica nella gestione dei
grandi appalti”. Gli atti parlano di
“un’organizzazione criminale di
spessore eccezionale che ha condizionato per almeno un ventennio la gestione dei flussi finanziari
statali”. Per i magistrati inquirenti
“nell’ambito degli appalti pubblici ed in particolare in quello delle ‘grandi opere’, le logiche della
corruzione tuttora si impongono”.
Ciò “ha consentito ad un gruppo
di soggetti di istituire una sorta di
filtro criminale all’ordinario accesso ai grandi appalti pubblici da
parte delle imprese private”.
Tutto ciò, mentre sullo sfondo
si staglia sempre più inquietante
anche l’ombra dei servizi segreti con Nicolò Pollari, già direttore
del Sismi con Berlusconi e Letta, e
oggi consigliere di Stato, onnipresente nelle cene d’affari al fianco
di Incalza presso i più rinomati ristoranti di Roma dove l’argomento principe era ovviamente la spartizione degli appalti.
A conferma che la corruzione
ha le sue radici nel capitalismo; è
parte integrante e permea tutto il
sistema economico e politico della classe dominante borghese e del
governo Renzi che attualmente ne
regge le sorti e che perciò va spazzato via se davvero la si vuol fare
finita con le ruberie.
Accade nulla
attorno a te?
RACCONTALO A ‘IL BOLSCEVICO’
Chissà quante cose accadono attorno a te, che riguardano la lotta di classe e le
condizioni di vita e di lavoro delle masse. Nella fabbrica dove lavori, nella scuola o
università dove studi, nel quartiere e nella città dove vivi. Chissà quante ingiustizie,
soprusi, malefatte, problemi politici e sociali ti fanno ribollire il sangue e vorresti
fossero conosciuti da tutti.
Raccontalo a “Il Bolscevico’’. Come sai, ci sono a tua disposizione le seguenti rubriche: Lettere, Dialogo con i lettori, Contributi, Corrispondenze operaie, Corrispondenza delle masse e Sbatti i signori del palazzo in 1ª pagina. Invia i tuoi ``pezzi’’ a:
Via A. del Pollaiolo 172/a - 50142 Firenze
Fax: 055 5123164 - e-mail: [email protected]
4 il bolscevico / interni
N. 13 - 2 aprile 2015
Comunicato
Per evitare il terrorismo islamico occorre che l’imperialismo
si ritiri dal Medioriente e dal Nord e Centro Africa
Il PMLI esprime profonde
condoglianze ai familiari dei
23 morti, tra cui 4 italiani, e
l’augurio di pronta guarigione ai numerosi feriti a causa
dell’attentato terroristico da
parte dei combattenti islamici antimperialisti avvenuto al
museo del Bardo di Tunisi.
Queste vittime incolpevoli pesano sulla coscienza
dell’imperialismo, che saccheggia e opprime i Paesi
arabi e musulmani.
Purtroppo altri attentati simili inevitabilmente seguiranno, e fors’anche in Italia, se
l’imperialismo americano, europeo e italiano non si ritireranno dal Medioriente e dal
Nord e Centro Africa.
Un’altra via secondo il
PMLI non esiste, meno che
mai quella di bombardare lo
Stato islamico e di intervenire militarmente dove esso ha
delle basi, come in Libia, dove
Renzi smania di avere il comando dell’intervento.
C’è il reale pericolo che in
nome della libertà e della democrazia false e ingannatorie, dietro cui si nasconde la
dittatura della borghesia, del
capitalismo e dell’imperialismo, il popolo italiano venga
coinvolto, come carne da cannone, in guerre che non lo riguardano e che gli attirano
l’odio e la rivalsa terroristica
dei popoli islamici che le subiscono.
Come ha già detto l’Ufficio
politico del PMLI, dopo gli attentati di Parigi, “bisogna lottare contro l’imperialismo, segnatamente contro l’Unione
europea imperialista e contro
il governo del Berlusconi democristiano Renzi, che è in
prima linea sul fronte dell’interventismo militare imperia-
lista.
L’Italia deve uscire dall’Unione europea e dalla Nato,
chiudere tutte le basi Usa e
Nato che sono nel nostro Paese, ritirare i suoi soldati da
tutti i Paesi in cui sono attualmente presenti, coerentemente all’articolo 11 della Costituzione, rinunciare a ogni
intervento armato all’estero,
anche se col casco dell’Onu
e aprire le frontiere ai migran-
ti. Solo così possiamo essere
sicuri che gli islamici antimperialisti non tocchino il nostro
Paese e il nostro popolo.
Teniamo alta la bandiera
antimperialista, per la libertà
dei popoli, per l’indipendenza
e la sovranità dei Paesi, per il
socialismo”.
L’Ufficio stampa
del PMLI
Firenze, 19 marzo 2015,
ore 18,15
Dopo Montante, è il secondo “simbolo” palermitano dell’antimafia che viene smascherato
Arrestato Helg con in
mano una mazzetta di 100 mila euro
Il presidente della Confcommercio pubblicamente si batteva contro il racket, in privato si
comportava come un mafioso. Ma i governi Renzi e Crocetta hanno occhi e orecchie? E Alfano?
L’Italia capitalista può essere ripulita dalla
corruzione solo col socialismo
A neanche un mese dall’iscrizione nel registro degli indagati per mafia del presidente
degli industriali siciliani Antonello Montante, un altro “simbolo”
dell’antimafia palermitana è stato
smascherato, finendo in manette
per essere stato sorpreso in flagrante mentre intascava una mazzetta da 100 mila euro. Si tratta di
Roberto Helg, presidente da molti
anni della Confcommercio di Palermo, presidente della Camera di
commercio dal 2006, nonché vicepresidente della Gesap, società
che gestisce l’aeroporto di Punta
Raisi, molto noto per le sue “battaglie” antimafia contro le estorsioni
e l’usura ai danni dei commercianti palermitani.
E proprio per il reato di estorsione aggravata Helg è stato arrestato il 2 marzo dai carabinieri del
reparto operativo, mentre come i
mafiosi che proclamava di combattere intascava una busta con
30 mila euro in contanti e un assegno in bianco per altri 70 mila consegnatagli da Santi Palazzolo, un
commerciante che gestisce una
pasticceria all’interno dell’aeroporto Falcone-Borsellino, quale “pizzo” per poter avere dalla Gesap il
rinnovo della concessione per la
sua attività. Solo che, indignato
per le allusioni ricattatorie fattegli
giorni prima da Helg, che gli offriva il suo interessamento per fargli
rinnovare la concessione in cambio di una certa somma, eventualmente anche “rateizzata”, il commerciante aveva finto di accettare
registrando di nascosto l’incontro
decisivo in cui era stata fatta la richiesta estorsiva di 100 mila euro,
e poi si era rivolto ai carabinieri.
Insieme alla vittima questi hanno preparato la trappola, e hanno
fatto irruzione nell’ufficio di Helg
presso la Camera di commercio
quando costui si era appena messo in tasca la busta con i contanti
e l’assegno.
Dapprima il presidente di
Confcommercio Palermo ha tentato di sostenere di aver trovato
quella busta sul tavolo e di ignorare che contenesse denaro. Quanto all’assegno pensava che fosse
“un foglietto” e se lo era messo
in tasca “per errore”. Poi gli hanno fatto sentire le registrazioni
ed è crollato, giustificandosi in lacrime che quei soldi gli servivano “perché aveva la casa pignorata”. Ma a detta del pasticciere
vittima dell’estorsione l’arrestato
aveva un atteggiamento da vero
e proprio mafioso: “Ero terrorizzato – ha raccontato infatti Sante
Palazzolo agli inquirenti – il giorno in cui arrivai nel suo ufficio, alla
presidenza della Camera di commercio, mi fece capire a gesti che
dovevo tirar fuori il cellulare dalla
giacca e lasciarlo sul tavolo. Poi,
mi prese sottobraccio, mi portò in
un’altra stanza, vicino alla finestra, e sussurrò: ‘Se ti faccio confermare il 7%, poi ci sono da pagare...’”.
Un falso paladino
dell’antimafia
Helg, che si è dimesso da tutte
le cariche e ha ammesso di aver
chiesto la tangente per “motivi
economici”, ha ottenuto gli arresti
domiciliari dal giudice per le indagini preliminari, che non ha ravvisato “esigenze cautelari” data l’età
dell’arrestato, che ha 79 anni. Una
decisione che ha suscitato commenti indignati degli antimafiosi
in città e sul web, tra cui quello
dell’imprenditrice Valeria Grassi,
che denunciò i suoi estorsori: “Mi
addolora molto leggere che il signor Helg sia già andato a casa.
Vergogna. I domiciliari? Ad un
uomo che ha tentato di estorcere
100 mila euro ad un imprenditore
onesto, in flagranza di reato? Vergogna, che messaggio passa per i
cittadini onesti?”
Fino ad oggi Helg era considerato un paladino dell’antimafia,
avendo creato fra l’altro lo sportello delle denunce per gli esercenti sottoposti al racket delle estorsioni e dell’usura, aveva portato
il “gazebo della legalità” nel quartiere di San Lorenzo, aveva promosso “corsi anticorruzione” e sosteneva dal 2009 il premio Libero
Grassi, in memoria dell’imprenditore ucciso dalla mafia per essersi
ribellato all’imposizione del pizzo.
Aveva pure perorato l’espulsione
da Confcommercio di quattro imprenditori che avevano “pagato
il pizzo senza collaborare con la
giustizia”, vantandosi di aver fatto
adottare a Palermo “il codice etico
più rigoroso mai adottato”.
“Ero intimorito, lui era un simbolo, e come potevo andare contro un simbolo?”, ha spiegato infatti Palazzolo: “Helg mi diceva
che senza quei 100 mila euro potevo considerarmi fuori dall’aeroporto. Diceva pure che la mia vita
imprenditoriale sarebbe finita”.
“Anche se non hai 100 mila euro
- diceva Helg al pasticciere non
sapendo di essere registrato – bastano al momento 35 o 40 mila,
giusto per dare a loro la certezza
dell’impegno. Poi, la differenza la
pagheremo dopo, 10 mila euro al
mese per i cinque mesi che verranno”. È proprio questo riferimento a “loro” che fa sospettare la procura di Palermo che Helg, che fino
ad ieri negava recisamente che in
città il 90% dei commercianti pagasse il pizzo, non agisse da solo
ma facesse parte di una cricca di
stampo mafioso, che dietro la copertura dell’antiracket eserciti in
realtà proprio il racket delle estorsioni.
Già in passato Helg era stato sfiorato da un’indagine, dato
che il suo nome era stato trovato
in un libro mastro del clan Madonia. Tra l’altro possedeva una catena di negozi di articoli da regalo
che era fallita nel 2012, eppure ciò
non gli aveva impedito di diventare il rappresentante dei commercianti palermitani. Chi aveva promosso un simile personaggio a
cariche così importanti permettendogli anche di crearsi indebitamente una fama di acerrimo nemico della mafia e difensore della
legalità? Politicamente vicino al
“centro-destra”, amico di Schifani
e La Loggia, aveva trasferito ultimamente le sue amicizie nel campo del “centro-sinistra”, diventando molto amico del senatore PD
della commissione Antimafia, eletto nel 2013 come capolista della
lista Il Megafono-Lista Crocetta,
Beppe Lumia, a sua volta molto amico e difensore di Montante.
È significativo a questo proposito
che della delegazione dell’Antimafia presieduta da Rosy Bindi che
è andata in Sicilia ad indagare su
questo clamoroso fenomeno degli
antimafiosi istituzionali che si rive-
lano essere invece vicini o contigui a Cosa nostra, non abbia fatto
parte proprio Lumia, ufficialmente
perché “impegnato” in commissione Giustizia.
Le connivenze del
potere nazionale e
locale
Anche Helg era stato tra i primi,
in polemica con Confindustria nazionale, ad esprimere solidarietà
ad Antonello Montante, presidente
degli industriali siciliani e delegato per la legalità di Confindustria,
appena questi è stato indagato
dalla procura di Caltanissetta per
concorso esterno in associazione
mafiosa. Tra l’altro Helg e il suo
compare Montante compaiono insieme nel board di Unioncamere
Sicilia, a cui la giunta di Crocetta
ha assegnato una commessa di 2
milioni di euro per la promozione
della regione all’Expo di Milano.
“Io i soldi li ho dati all’istituzione,
non alle persone, prima di queste notizie...”, si è giustificato goffamente il governatore della Sicilia. Possibile che Renzi e Crocetta
non abbiano occhi né orecchie
per valutare i loro interlocutori istituzionali? E Alfano, che di recente
aveva nominato proprio Montante nel direttivo dell’Agenzia nazionale dei beni confiscati alle mafie,
neanche lui si era accorto di nulla?
C’è da aspettarsi che Montante e Helg non siano casi isolati e
che il marcio nell’ambiente dell’antimafia istituzionale e ufficiale sia
più esteso di quanto sia emerso
finora, altrimenti non si capirebbe
come hanno fatto questi due personaggi a passare per anni come
antimafiosi modello, se negli ambienti in cui operavano non avessero goduto di complicità e coperture politiche. È il timore anche di
Luigi Ciotti, fondatore dell’associazione per la lotta alle mafie, Libera, che ha così commentato l’arresto di Helg: “Mi pare di cogliere, e
poi non sono in grado di dire assolutamente altro, che fra pochi giorni avremo altre belle sorprese, che
sono in arrivo, che ci fanno soffrire. Perché riguardano personaggi che hanno sempre riempito la
bocca di legalità, di antimafia”
Roberto Helg, presidente della Camera di Commercio di Palermo (a sinistra) in
compagnia dell’indagato Antonello Montante, delegato nazionale della Confindustria per la legalità e del Senatore del PD Giuseppe Lumia eletto nelle liste di
Crocetta
In realtà Montante, avvalendosi delle sue cariche in Confindustria e Unioncamere, della sua
nomea antimafiosa e della compiacenza di molta stampa locale,
ha instaurato un vero e proprio sistema di potere in Sicilia, partendo dall’istituzione della “zona franca della legalità” a Caltanissetta
(iniziativa finanziata con 50 milioni dalla giunta Lombardo, quando
costui era già indagato per reati
di mafia), per poi diventare grande elettore di Crocetta e sostenitore del suo proclamato programma
di lotta alla criminalità mafiosa, e
con l’appoggio del quale ha potuto entrare nel business dei rifiuti
e allungare le mani sull’Expo. Anche Helg fa parte di questo stesso sistema, che sfrutta l’etichetta
dell’antimafia per coprire le proprie attività affaristiche, attività che
si spingono come si vede fin dentro la zona grigia in cui operano le
mafie.
Compenetrazione
tra mafie e Stato
borghese
Tutto ciò non sarebbe possibile senza le connivenze politiche
e delle istituzioni con questo sistema, a cominciare dal governo
di Renzi e Alfano e dalla Regione
governata da Crocetta; ma anche
della magistratura compiacente,
che a poco a poco, su impulso del
Berlusconi democristiano Renzi e
del Csm presieduto fino a pochi
mesi fa dal rinnegato Napolitano e
ora da Mattarella, ha finito per riprendere in mano e “normalizzare” le procure più avanzate nella
guerra alle mafie, come quella di
Palermo, isolando i pm esposti in
prima linea come Nino Di Matteo.
Secondo un’inchiesta del giornalista de la Repubblica Attilio Bolzoni, se si escludono singoli magistrati che portano avanti con
sempre maggiori difficoltà inchieste vecchie e che vanno ormai
ad esaurimento (come quella sulla trattativa Stato-mafia degli anni
’90, sempre più boicottata dal potere politico, ndr), le procure non
aprono più nuove inchieste sulle
mafie, e anche la relazione annuale sul periodo luglio 2013-giugno
2014 pubblicata dal procuratore
nazionale Franco Roberti, indirettamente lo conferma: “Fra 727
pagine – scrive Bolzoni – neanche qualche riga dedicata al mutamento dei rapporti delle mafie con
la politica e con i poteri economici
sospetti. Una relazione innocua”.
È la dimostrazione più evidente che oggi le mafie sono talmente compenetrate col sistema economico e finanziario capitalista e
con lo Stato borghese corrotto e
neofascista che ne serve gli interessi, che non è più possibile
combattere e sradicare le prime
senza combattere e distruggere i
secondi. Perciò, per ripulire l’Italia
capitalista dalla corruzione e dalle mafie ci vuole il socialismo, e
se le masse antimafiose terranno
come stella polare questo obiettivo strategico, la lotta contro le
mafie diventerà tanto più cosciente ed efficace quanto più riuscirà
ad integrarsi con la lotta di classe del proletariato per attuare la
sua missione storica di abbattere
il capitalismo e instaurare il socialismo.
corruzione / il bolscevico 5
N. 13 - 2 aprile 2015
Dopo il processo per abuso d’ufficio
Sequestrati 6 milioni di euro a Fiori,
coordinatore dei club Forza Silvio
L’ex commissario per l’emergenza a Pompei è d’accordo di aver “costruito opere stravaganti con i soldi
dell’emergenza” e di “gestione fraudolenta e di un sistema di potere clientelare consolidati e diffusi”
L’ex commissario della Protezione Civile Marcello Fiori, attuale coordinatore dei club di “Forza
Silvio” e dal 2008 al 2010 direttore straordinario degli scavi di
Pompei, è finito di nuovo nelle
grinfie della magistratura.
Dopo l’incriminazione per abuso d’ufficio inerente l’allegra gestione dei fondi dell’“emergenza”
nell’area archeologica vesuviana
il cui processo è in corso di svolgimento presso la procura di Torre Annunziata, il 3 marzo la magistratura contabile ha contestato
a Fiori anche un danno erariale di
circa 6 milioni di euro disponendo
attraverso la Guardia di Finanza il
sequestro cautelativo dei beni.
Insieme a Fiori sono indagati anche gli alti dirigenti del ministero dei Beni Culturali che
componevano la Commissione di
indirizzo con alla testa il capo di
gabinetto Salvatore Nastasi, l’ex
Soprintendente Giuseppe Proietti,
attuale presidente di Ales, Stefano
De Caro, la funzionaria Jeannette
Papadopoulos, il professor Raffaele Tamiozzo, il dirigente della Regione Campania Maria Gra-
zia Falciatore, l’architetto Roberto
Cecchi, il ricercatore universitario
Bruno De Maria e l’architetto Maria Pezzullo, funzionario della Regione Campania.
La nomina di Fiori a commissario fu imposta a partire dal 4 luglio del 2008 fino 30 giugno 2010
dall’allora ministro Sandro Bondi col pretesto di fare fronte allo
scandalo dei continui crolli e del
grave stato degli scavi.
Nell’arco di questi due anni,
grazie alla legislazione ad hoc varata dal governo Berlusconi sotto la spinta dell’allora capo della
Protezione Civile Guido Bertolaso
per la gestione delle emergenze e i
grandi eventi, vennero sperperate
negli scavi risorse per 79 milioni
di euro utilizzati non per la messa in sicurezza e la salvaguardia
dei monumenti dell’antica Pompei, ma per promuovere iniziative
ed eventi a dir poco “stravaganti
ed esorbitanti rispetto ai compiti
assegnati” sottolinea la Corte dei
Conti. Un elenco parziale di tali
“stravaganze” lo si trova in un’inchiesta sull’“Espresso” di Emiliano Fittipaldi e Claudio Pappaianni
dove tra l’altro si rammenta che tra
il novembre 2009 e il luglio 2010
Fiori riuscì a spendere 102.963
euro (sufficienti per pagare lo stipendio di un anno a cinque archeologi) per il solo progetto “(C)Ave
Canem”. Vale a dire il censimento (non la rimozione: il censimento) di 55 cani randagi (quasi duemila euro a cane censito). Per non
dire dei 12.000 euro spesi per la rimozione di 19 pali della luce. E di
1.776 per le “divise degli autisti a
disposizione del Commissario”. E
di altri 81.275 (9.600 dei quali a un
ristorante locale, “Il Principe”, che
si vanta d’essere “un ambasciatore dei sapori dell’antica Roma”)
spesi per “organizzazione e accoglienza visita presidente Consiglio”, visita poi saltata. Spesucce rispetto ai 3.164.282 euro dati
alla Wind per il progetto “Pompei
viva”. Così come strabiliante fu la
scelta di comprare dalla casa vinicola Mastroberardino mille bottiglie di vino “Villa dei Misteri” al
prezzo di 55 euro a bottiglia (il
costo di un Sassicaia) per un totale di 55 mila euro. Bottiglie in
parte distribuite per ambasciate e
consolati ma in larga maggioranza accatastate in una stanza dove
sarebbero state trovate dal soprintendente successivo. E che dire dei
10.929 euro buttati per l’“ideazione, sviluppo e rilegatura di n. 50
copie del documento Piano degli
interventi e relazione sulle iniziative adottate dal commissario delegato”, cioè un libro stampato per
incensare l’opera magna del commissario e costato addirittura 218
euro a copia cioè il doppio di un
raffinatissimo libro d’arte?
Dall’attività investigativa sono
emersi, sottolinea ancora la Corte
dei Conti, “una gestione fraudolenta e un sistema di potere clientelare consolidati e diffusi. Gli
episodi di reato sono infatti ‘accomunati’ da un modus operandi assolutamente irriverente per la sua
protervia e significativo di un assoluto senso del disprezzo per le
regole”. E tutto questo, “come di
consueto”, senza che Fiori “abbia dovuto giustificare questa certa débâcle manageriale in alcuna
sede disciplinare”. Tanto che “risulta rivestire tuttora un ruolo apicale entro il rango di funzionario
della presidenza del Consiglio dei
ministri”.
Ma il più grande scempio
l’“Attila di Pompei”, come venne soprannominato Fiori, lo ha
fatto quando decise di ristrutturare con ruspe, martelli pneumatici
e cemento quello che era il Teatro
Grande stravolgendolo per sempre.
Ed è proprio su quest’ultimo
punto che si è concentrata l’attività investigativa con particolare riguardo alle forniture extra legate
ai lavori realizzati nel 2010 per il
restauro e gli allestimenti scenici
del Teatro Grande di Pompei, affidati alla Caccavo srl, ora sotto processo alla procura di Torre Annunziata con Fiori per reati che vanno
dall’abuso d’ufficio, alla frode,
fino alla truffa. Il rinnovamento
del teatro infatti è costato circa 8
milioni: sedici volte di più della
spesa inizialmente prevista. Anche
perché “L’affidamento delle forniture per gli allestimenti teatrali, tra
l’altro effettuato senza gara, è avvenuto in violazione delle disposizioni emergenziali che imponevano al Commissario l’attuazione
delle misure dirette alla messa in
sicurezza dell’area archeologica”,
scrive la Guardia di Finanza nel
comunicato che accompagna la
notizia del sequestro da sei milioni di euro: “tra cui la realizzazione di opere di manutenzione ordinaria e straordinaria occorrenti per
impedire il degrado”.
“La Procura della Corte dei
Conti ha anche evidenziato l’abnormità dell’intera gestione extra
ordinem... Peraltro già contestata
con la deliberazione n. 16/2010/P
della Sezione centrale di controllo
di legittimità sugli atti del Governo e delle Amministrazioni dello
Stato della Corte dei Conti - sottolineando la sostanziale illegittimità del ricorso al potere di ordinanza con conseguenti procedure
in deroga alle leggi, non ricorrendo i presupposti per la dichiarazione dello stato di emergenza”.
Insomma, un altro autentico
“mariuolo”: ecco chi è il coordinatore nazionale dei club “Forza
Silvio”, che sono una sorta di truppe scelte fedelissime del neoduce
Berlusconi.
La corruzione avrà libero corso
Un pannicello caldo sul falso in bilancio
A giudicare dalle ultime vicende che hanno caratterizzato la discussione dell’emendamento del
governo al cosiddetto disegno di
legge anticorruzione, depositato
due anni fa da Piero Grasso e insabbiato in Commissione giustizia
della Camera, pare proprio che i
ladri, corrotti e corruttori che affollano le istituzioni parlamentari
borghesi a tutti i livelli, possono
continuare industurbati a svolgere
la loro “professione di mariuoli”
con la certezza di non essere quasi
mai scoperti e tantomeno condannati per le loro ruberie.
Sull’onda dell’indignazione
popolare suscitata dalle recenti
vicende corruttive: Mose, Expo,
Mafia Capitale, tanto per citare
i casi più clamorosi, il Berlusconi democristiano Renzi ha ripetutamente promesso l’approvazione in tempi celeri del cosiddetto
disegno di legge anticorruzione
che invece, a giudicare dagli ultimi sviluppi che ha subito l’iter
parlamentare, rischia di essere rimandato alle calende greche e di
favorire addirittura le società che
falsificano i bilanci.
Annunciato dal Guardasigilli
Andrea Orlando e dal vice ministro Enrico Costa come frutto di
un faticoso accordo interno alla
maggioranza l’emendamento governativo al ddl anticorruzione ha
finito invece per spaccare la maggioranza ed è stato approvato il 3
marzo dalla Commissione con il
voto favorevole di Pd, Sel e Scelta
Civica, contrari FI e NCD, astenuto il M5S. La spaccatura in seno
alla maggioranza di governo ha
prodotto l’immediato slittamento
dell’approdo in Aula del disegno
di legge. Tempi che, nonostante
le promesse della ministra Maria
Elena Boschi, sono destinati ad allungarsi ulteriormente in quanto,
secondo quanto ha riferito il Guardasigilli Orlando l’emendamento
governativo “ha ancora bisogno
di limature e passaggi istituzionali tra i ministeri di Sviluppo economico, il Mef e quello di Giustizia” e perciò chissà quando vedrà
la luce.
Il testo base era stato firmato
dai due relatori di maggioranza
del provvedimento, Sofia Amoddio (Pd) e Stefano Dambruoso
(Sc). L’esecutivo è poi intervenuto
sull’art. 161 del codice penale, per
innalzare da un quarto alla metà il
tempo da calcolare, in aggiunta al
massimo della pena, per arrivare
alla prescrizione del reato. Modifica che innalza fino a 18 anni il
tempo in cui si prescrive il reato
di corruzione. In sostanza, se prima della legge Severino il reato di
corruzione si prescriveva in 7 anni
e mezzo e dopo la Severino in 10,
con il nuovo dispositivo ce ne vorrebbero fino a 18.
Per quanto riguarda invece il
falso in bilancio, al vaglio della
Commissione Giustizia del Senato, siamo di fronte ai classici pannicelli caldi in quanto il nuovo testo, sottoscritto dal Guardasigilli
Orlando riduce sia i termini di prescrizione del reato che le pene per
le società non quotate in borsa che
passano dagli attuali 2-6 anni a 1-5
anni. Un anno in meno che però
ha conseguenze devastanti per le
indagini in quanto impedisce agli
inquirenti di fare uso delle intercettazioni che si possono attivare
solo per reati per i quali la pena
prevista supera appunto i 5 anni.
Non a caso lo stesso Felice Casson, ex giudice istruttore
a Venezia e oggi senatore del Pd,
in una intervista a la Repubblica
del 4 marzo ha confessato che:
“Quando si parla di anti-corruzione, di prescrizione e di falso in bilancio, il Nuovo centrodestra si ritrova automaticamente con Forza
Italia. Il governo va in difficoltà
e quindi cerca un compromesso”
che tra l’altro, ha chiosato ancora
Casson “Non mi pare molto onorevole”.
La foglia di fico dietro cui si
nasconde la maggioranza per giustificare questo ennesimo regalo di Renzi a Berlusconi sarebbe
che il falso è un reato documentale e le intercettazioni non servono.
In realtà le statistiche confermano
esattamente il contrario e cioè che
nella stragrande maggioranza dei
casi al falso in bilancio sono spesso collegati molti altri reati ben
più gravi che vanno dalla corruzione, alla concussione, dalla turbativa d’asta, alla truffa aggravata
ai danni di enti pubblici.
Dunque, se un lato è vero che
il falso in bilancio da contravvenzione, com’è per effetto della legge Berlusconi, tornerà ad essere
un reato perseguibile d’ufficio con
fattispecie perimetrata sul “pericolo” e non sul “danno”, senza più
soglie di non punibilità, dall’altro
lato è altrettanto vero che il nuovo provvedimento prevede forti
attenuanti per le condotte di particolare tenuità e pene differenziate a seconda che si tratti di società
quotate in borsa (da 3 a 8 anni di
carcere) o non quotate (da 1 a 5).
Una beffa se si pensa che le società
non quotate in borsa sono la stra-
grande maggioranza e non sempre
si tratta di piccole imprese di tipo
familiare. Contro di loro non solo
non sarà possibile utilizzare lo
strumento delle intercettazioni per
comprovare la malafede dell’atto,
ma è anche previsto che, nel “malaugurato” caso in cui il reato dovesse essere scoperto e comprovato dai giudici esso si prescriverà in
Richiedete
l’opuscolo
n. 15
di Giovanni Scuderi
Le richieste vanno
indirizzate a:
[email protected]
PMLI
via A. del Pollaiolo, 172/a
50142 Firenze
Tel. e fax 055 5123164
dieci anni per le Spa e in poco più
di sei anni (meno della diffamazione a mezzo stampa, tanto per
fare un esempio) per le società non
quotate in borsa.
Berlusconi e Confindustria che
avrebbero preferito anche il mantenimento di una soglia di non punibilità, ringraziano lo stesso!
6 il bolscevico / interni
N. 13 - 2 aprile 2015
Renzi svende Ansaldo, Sfruttati nei
la prendono i giapponesi campi ragazzini
Alla mercé dei caporali e del lavoro nero
Dopo Enel, Ferrovie, Poste,
Enav e Sace, il Berlusconi democristiano Renzi e il suo ministro
all’Economia Padoan hanno svenduto per un piatto di lenticchie tutto il settore ferroviario di Finmeccanica ai giapponesi della Hitachi.
Per appena 36 milioni di euro
il colosso giapponese ha acquisito la Ansaldo Breda, l’unica azienda ferroviaria italiana, più il 40%
di Ansaldo Sts su cui è già pronta un’offerta pubblica d’acquisto
(opa) per assicurarsi il pieno controllo della società pubblica italiana fiore all’ochiello a livello mondiale del segnalamento ferroviario
e una capitalizzazione in borsa di
circa 1,8 miliardi.
Un colpaccio che permetterà
alla divisione ferroviaria Hitachi
Rail, che oggi vanta solo un piccolo avamposto in Inghilterra, di entrare dal portone principale in un
mercato mondiale molto allettante come quello dell’alta velocità
e dell’intero sistema europeo dei
trasporti su ferro ivi compreso le
metropolitane e le tramvie. Specie
se si pensa che il settore non è quasi toccato dalla crisi e anzi, secondo gli analisti, nei prossimi anni,
solo per il trasporto ferroviario, i
fatturati ai quattro angoli del pianeta saliranno dagli attuali 45 a 52
miliardi di euro, con una robusta
crescita dei passeggeri.
Per Ansaldo Sts i giapponesi
hanno versato alla holding pubblica italiana 773 milioni, pari a
un prezzo fissato in 9,65 euro per
azione Sts, nel primo atto di un’acquisizione che li vedrà impegnati nei prossimi mesi in una offerta
pubblica di acquisto, obbligatoria,
sulle azioni rimanenti. Per conquistare, con circa 1,85 miliardi
di euro, un pezzo storico oltre che
pregiato dell’industria italiana.
In borsa il titolo Finmeccanica
è schizzato a livelli record con rivalutazioni vicino al 50% in dodici mesi e ha chiuso nelle settimane scorse a quota 10,87 euro per
azione. Per parte sua Ansaldo Sts
è salita del 6,06%, con il titolo a
9,37 euro.
Intanto il numero uno di Hitachi Ltd, Hiroaki Nakanishi ha già
annunciato un odioso piano di ristrutturazione aziendale che coinvolge gran parte dei 2.300 lavoratori della Breda di Pistoia, Napoli
e Reggio Calabria. Mentre per il
sito di Palermo e per i circa 2.500
lavoratori dell’indotto si prospetta
il licenziamento e la chiusura dello stabilimento.
Una decisione che conferma
la volontà del governo Renzi di
sbarazzarsi di pezzi pregiati che
operano nel settore civile, di non
attuare una politica industriale
pubblica dei trasporti (treni, navi,
aerei e autobus), di fronte a una
mobilità collettiva in forte crescita e di favorire invece lo sviluppo
e la crescita dell’industria bellica italiana. Infatti la cessione della Ansaldo Breda e della Ansaldo
Sts fa seguito alla recente vendita ai cinesi di Ansaldo Energia che
rappresentava un altro pezzo storico del sistema industriale italiano.
“La vendita – ha confessato infatti l’amministratore delegato e direttore generale di Finmeccanica
Mauro Moretti – è una tappa del
nostro piano industriale, che mira
a focalizzare e rafforzare il gruppo
nel core business aerospaziale, difesa e sicurezza”.
Di tutt’altro avviso i sindacati
di categoria con alla testa la Fiom
che replicano: “Con questa cessione il nostro paese perde un altro
settore strategico. Viene confermata l’esclusione del sito di Carini (Palermo) e di 170 addetti negli
altri stabilimenti occupati nel revamping. Inoltre non viene implementato il piano di investimenti di
Ansaldo Breda, a fronte di commesse in essere che garantiscono
lavoro per oltre due anni. Si deve
verificare la possibilità di bloccare la cessione”. Secondo la Uilm:
“Fare a meno di Ansaldo Breda e
Ansaldo Sts significa rinunciare
a due miliardi di fatturato; non si
possono ridurre gli assetti industriali quando si tratta di dimensioni strutturali”.
Insomma il “criminale sistema
di corruzione e malvessazione”
con annesso il vorticoso giro di
tangenti che ha visto protagonisti
nel corso degli ultimi anni i massimi vertici di Finmeccanica, da
Guarguaglini (Letta) a Orsi (Lega
Nord), passando per la mega tangente di 2,4 milioni di euro intascata dall’ex ministro Tremonti
(all’epoca PDL), tanto per citare
i casi più eclatanti, lo pagheranno
ancora una volta le masse popolari e primi fra tutti i lavoratori che
perderanno il posto di lavoro.
Il Mezzogiorno è in coda per la sicurezza
e la qualità dei servizi ospedalieri
Un recente rapporto stilato
dalla Commissione parlamentare
d’inchiesta sugli errori in campo
sanitario, prendendo in esame un
periodo che va dal 2009 al 2012,
ha rivelato la condizione disastrosa in cui si trova il nostro Mezzogiorno.
Su 570 casi di presunti errori medici o di mala organizzazione sanitaria monitorati, il 57% si è
verificato nel Mezzogiorno, dove
risiede meno di un terzo della popolazione italiana.
Di questi ben 117 si sono verificati in Sicilia, il 20%. La Calabria ha fatto registrare 107 casi
di errori clinici, il 18%. La Cam-
pania 37, il 6,4%. La Puglia 36,
pari al 6,3%. L’Abruzzo 8, pari
all’1,4%. Sia nelle Marche che in
Basilicata 4 casi, con lo 0,7% dei
casi di malasanità in entrambe. In
Molise e Sardegna 2 a testa, con
lo 0,3%.
Il divario tra Nord e Sud su questo fronte è tragico: la popolazione residente nel Mezzogiorno ha
“servizi” inadeguati o inesistenti che non riescono a fronteggiare
neanche le situazioni di emergenza, gli ospedali mancano di attrezzature soddisfacenti, mentre col
pretesto di limitare i costi definiti “mastodontici”, i governi nazionale e regionali tagliano posti letto
ma favoriscono sempre più la privatizzazione e il clientelismo.
Dati importanti anche in tutte le
altre regioni. In Lazio si sono verificati 63 casi, 36 in Emilia-Romagna, 34 in Toscana e Lombardia,
29 in Veneto, 24 in Piemonte, 22
in Liguria, 7 in Umbria, 3 in Friuli, 1 in Trentino.
La maggior parte dei casi denunciati, 400, erano relativi alla
morte del paziente per errore imputabile al personale medico e sanitario o a disfunzioni e carenze
strutturali. Questi casi sono stati
261 nel Mezzogiorno di cui ben
84 in Sicilia. Praticamente in Italia
un morto di malasanità su 5 è si-
ciliano, vittima di un sistema che
serve a foraggiare le clientele dei
politicanti e dei mafiosi e non a
garantire la salute dei pazienti.
In Sicilia, come in tutto il
Mezzogiorno, del resto, le carenze infrastrutturali o le disfunzioni
ospedaliere e la precaria rete dei
trasporti destinata all’emergenza
hanno una grandissima incidenza
sui casi di cosiddetta “malasanità”. È su questo fronte che andrebbero cercate le cause di quanto regolarmente avviene e di quanto è
tragicamente successo nell’ultima
settimana con la morte di tre bambini non soccorsi negli ospedali di
Napoli e della Sicilia.
Criminale voltafaccia governativo sulla pelle delle popolazioni
e in spregio al risanamento del territorio
Renzi dà 9,7 milioni all’Expo sottraendoli
alle bonifiche della Terra dei Fuochi
Il risanamento ambientale della Terra dei Fuochi in Campania
è letteralmente questione di vita
o di morte per numerose centinaia di migliaia di persone che vivono in quelle zone della Campania dove – con la complicità
del governo, della magistratura
e delle forze di polizia che hanno chiuso un occhio per decenni - la presenza di materiale inquinante nel sottosuolo deve far
assumere alla questione del risanamento una assoluta priorità nazionale da parte in primo luogo
del governo.
Eppure nell’arco di tre settimane il governo Renzi dapprima destina 10 milioni di euro
all’emergenza ambientale in
Campania e successivamente ci
ripensa destinando tale stanziamento all’Expo di Milano: infat-
ti nell’ultima legge di Stabilità è
stata prevista la somma di 10 milioni di euro per “la prosecuzione
del concorso delle forze armate
alle operazioni di sicurezza e di
controllo del territorio finalizzate
alla prevenzione dei delitti di criminalità organizzata e ambientale nelle province della Regione
Campania” ma tre settimane più
tardi lo stesso governo decide di
sottrarre quella cifra all’impiego
iniziale attraverso le disposizioni del decreto Milleproroghe che
destina ben 9,7 milioni di euro al
progetto strade sicure “anche in
relazione alle straordinarie esigenze di sicurezza connesse alla
realizzazione dell’Expo”. Alla fine alla Terra dei Fuochi
resterebbero, secondo le intenzioni del governo, solo 300.000 euro
dei 10 milioni inizialmente previ-
sti, una somma che farebbe ridere se non si stesse parlando di una
tragedia come quella che stanno
vivendo quelle popolazioni. Ovviamente non è detto che
il decreto Milleproroghe venga
convertito dal parlamento, ma la
mossa del Berlusconi democristiano Renzi la dice lunga sulle priorità politiche che si è dato
tale governo: la salute delle masse e il risanamento del territorio non contano nulla, mentre un
fiume di denaro viene destinato
alle multinazionali alimentari e a
quell’opera faraonica e devastante che è l’Expo.
Un recente dossier di Legambiente mette in luce i numerosi ritardi soprattutto da parte del
governo nell’opera di risanamento, e un vero e proprio grido di
allarme è giunto dal procuratore
della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere durante una audizione presso la Commissione
parlamentare antimafia, che ha
parlato della scoperta nella zona
di Maddaloni di 300.000 tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi, di un riversamento di 30.000
tonnellate di percolato direttamente nella falda acquifera.
Insomma, anche alla luce di
queste notizie il governo deve
considerare di priorità nazionale l’opera di prevenzione, di controllo e di risanamento ambientale delle province di Caserta e di
Napoli innanzitutto, e del resto
della Campania, e non devono
essere consentiti criminali giochi
delle tre carte come quello tentato con la destinazione all’Expo di
fondi destinati alla Terra dei Fuochi.
tra i 10
e 14 anni
in Sicilia
12 ore al giorno per 20 euro
Lo sfruttamento
capitalistico
non conosce limiti
Alle prime luci dell’alba un furgone raccoglie i braccianti per portarli nei
campi a lavorare. Immagine tratta dal documentario “Terranera”
Nell’Italia di Renzi ci sono
ragazzini figli di immigrati tra i
10 e i 14 anni, che anziché frequentare la scuola dell’obbligo,
vengono costretti al lavoro nei
campi siciliani come raccoglitori
insieme ai loro genitori, vittime a
loro volta dello sfruttamento del
caporalato.
Questo scandalo accade in Sicilia ed è stato documentato dalla Flai Cgil, la Federazione Italiana Lavoratori Agroindustria,
che ha prodotto insieme alla Cgil
un documentario di 23 minuti intitolato Terranera presentato in
anteprima lo scorso 12 marzo a
Catania.
Il film, che tratta in generale
del fenomeno dello sfruttamento del lavoro e del fenomeno del
caporalato, mostra sequenze nelle quali si vedono radunarsi nelle
piazzole di raccolta della manodopera destinata ai campi anche
ragazzini dai 10 ai 14 anni che
poi salgono insieme ai lavoratori
adulti nei furgoni dei caporali.
Il filmato è stato realizzato
nelle campagne del catanese, in
modo particolare gli autori hanno registrato immagini e testimonianze nelle piazzole di raccolta
degli immigrati, dove avviene la
selezione da parte dei caporali, dei paesi di Paternò, Adrano,
Acireale e Aci Catena.
Le modalità di sfruttamento cui sono sottoposti i migranti,
in buona parte irregolari, che vivono in Sicilia sono più o meno
simili a quelle che si registrano
in altri territori ad alta intensità
agricola, dalla Calabria alla Puglia, e si sostanziano in 12 ore
al giorno pagate per un adulto al
massimo 30 euro giornalieri, che
tuttavia, nonostante il lavoro sia
in nero, sono lordi in quanto un
minimo di 5 euro va al caporale
che pretende tale somma per far
salire sul furgone il lavoratore.
I ragazzi, con il pretesto che
producono di meno, ricevono
una paga giornaliera non superiore ai 20 euro e sono costretti
a lavorare anche loro 12 ore in
quanto i caporali fanno solo due
viaggi con il loro furgone, uno la
mattina presto per portare al lavoro gli operai e l’altro la sera
per riportarli nella piazza da cui
erano partiti la mattina.
Oltre ai danni psicofisici che
questi ragazzini figli di migranti riportano a causa dello svolgimento di attività prolungate,
faticose e assolutamente inadatte alla loro età, subiscono l’ulteriore, e alla lunga più deleterio,
svantaggio dato dalla mancata
frequenza scolastica e dai conseguenti problemi di integrazione sociale e culturale con il resto
della società.
Senza la lotta di classe il proletariato regredisce nei suoi diritti di decenni e anche di secoli, e
anche i suoi figli vengono stritolati dallo sfruttamento capitalistico e dell’ignoranza, come spiegava bene Engels che nel 1845,
170 anni fa esatti e tre anni prima della stesura del Manifesto
del Partito Comunista insieme
a Marx, conduceva una lucida
e spietata analisi scientifica sulle condizioni della classe operaia
in Inghilterra a partire dal 1760
circa e, tra l’altro, fu testimone oculare anche del più brutale
sfruttamento del lavoro minorile,
tanto da concludere che il capitalista che utilizza il lavoro operaio “non s’arresta fino a che
rimane un muscolo, un nervo,
una goccia di sangue da sfruttare” (Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra,
Editori Riuniti, 1978).
N. 13 - 2 aprile 2015
il proletariato / il bolscevico 7
Il potere politico spetta di
diritto al proletariato
“Il potere politico spetta di diritto al proletariato che produce l'intera ricchezza del Paese ed è l'unica classe capace di sradicare lo
sfruttamento dell'uomo sull'uomo e le cause economiche che generano le
classi, le guerre imperialistiche, le ingiustizie sociali, la disoccupazione, la miseria, il razzismo e la disparità territoriale e di sesso; capace anche di sradicare la
cultura e la moralità borghesi fondate sull'individualismo, l'egoismo, l'arrivismo,
l'arricchimento personale, il predominio dell'uomo sulla donna, la sopraffazione
del più forte sul più debole, la corruzione.
Questo diritto il proletariato lo deve rivendicare con forza e imporlo con la rivoluzione armata quando avrà creato le condizioni per estromettere dal potere l'ultima
classe sfruttatrice e oppressiva della storia, la borghesia, che sbarra la strada all'emancipazione del proletariato e di tutta l'umanità.
Ma non ce la potrà mai fare se non acquisisce la sua propria cultura, il marxismo-leninismo-pensiero di Mao, e non dà tutta la sua forza materiale e intellettuale al suo
Partito, il PMLI”.
Giovanni Scuderi
Da un colloquio con la compagna Monica Martenghi alla vigilia della Commemorazione di Mao
del 7 settembre scorso sul tema: Mao e la missione del proletariato
Manifesto “Fuoco sul quartier generale!”
8 il bolscevico / campania
N. 13 - 2 aprile 2015
Passano di padre in figlio le poltrone dei consiglieri regionali
Nepotismo alle elezioni
regionali campane
‡‡Redazione di Napoli
Fin dal problema della incandidabilità dell’ex neopodestà di
Salerno, Vincenzo De Luca, alla
poltrona di governatore della
Campania, in famiglia già era scattata la possibilità di una sua sostituzione con i suoi due discendenti che ricoprono incarichi ufficiali
all’interno del Partito democratico. Si tratta del primogenito Piero De Luca, avvocato e ricercatore
- già indagato per una inchiesta di
corruzione e ora nuovamente inquisito per bancarotta fraudolenta
- membro dell’assemblea nazionale del PD, mentre il secondogenito Roberto, commercialista, è responsabile provinciale del settore
economico del partito.
Quella del passaggio delle poltrone, soprattutto in Consiglio regionale, di padre in figlio o di familiare in familiare, sembra essere
ormai una prassi consolidata in
Campania e quella dei De Luca
potrebbe essere solo l’ultima saga,
in ordine di tempo, di una lunga e
significativa lista di “figli di papà”
che hanno cercato di seguire le
orme paterne e non solo. Si pensi
ad un altro rampollo della famiglia
Conte, Federico, avvocato penalista e membro della segreteria regionale del PD, potrebbe tentare la
scalata alla Regione, avendo ricevuto anche la benedizione del suocero, l’ex senatore Alfonso Andria. Federico è figlio di Carmelo
Conte, potentissimo ministro socialista per le Aree urbane nell’era
del neoduce Craxi, nel quinquennio 1989-1993.
L’influenza di Conte a Salerno
e provincia, tra gli anni Ottanta e
Novanta, nella zona di Salerno e
provincia, era molto rilevante, essendo stato già consigliere e assessore regionale, nonché vice presidente della Regione. E, una volta
nella capitale è stato ininterrottamente componente e capo gruppo
del PSI della Commissione permanente Bilancio e Partecipazioni
Dopo il fallimento avvenuto ad Ercolano
Annullate
anche le primarie
a Pomigliano d’Arco
Gli operai exFiat bloccano
le consultazioni neoliberali
per protestare contro il “Jobs Act”
‡‡Redazione di Napoli
Dopo l’incredibile fallimento
avvenuto in provincia di Napoli con il clamoroso annullamento
delle primarie ad Ercolano, fa notizia, e non poco, la decisione del
PD di giovedì 12 marzo di procedere all’annullamento delle primarie di Pomigliano d’Arco che
avevano sancito la vittoria dell’ex
sindaco Caiazzo per tre voti. Le
motivazioni sono secche e non lasciano adito a dubbi: “l’esito delle
primarie di domenica non rappresenta una base di partenza adeguatamente solida per costruire
una proposta politica ed elettorale
competitiva”, affermavano i neoliberali riuniti nella segreteria provinciale napoletana.
L’ennesimo caos di questa
consultazione, tutt’altro che “democratica”, era cominciata nelle
settimane precedenti con i soliti
veleni intercorsi tra i vari candidati alla poltrona di sindaco nella città operaia, per poi esplodere
sabato 7 e domenica 8 marzo. Infatti le masse popolari pomiglianesi snobbavano l’evento non recandosi al voto secondo i numeri
prospettati dal PD: “la limitata affluenza al voto, il risultato prima
annunciato, poi ribaltato e infine
contestato, la persistente divisione registrata all’interno del partito e della coalizione di centro-sinistra portano alla conclusione che
l’esito delle primarie di domenica
non rappresenta una base di partenza adeguatamente solida per
costruire una proposta politica ed
elettorale competitiva”, affermava
laconicamente la segreteria metro-
politana del PD. Di sicuro la goccia che ha fatto traboccare il vaso
è stata la forte iniziativa di lotta
intrapresa dagli operai, soprattutto quelli cassintegrati, della exFiat
che occupavano il seggio elettorale presso l’ex Casa del Popolo.
Il “Comitato di lotta Cassintegrati e Licenziati Fiat” sottolineava
la protesta contro il PD come responsabile dello sfascio sul fronte lavoro alla storica fabbrica pomiglianese, accusando i candidati
locali e i loro papaveri di non aver
mai preso una posizione contro i
licenziamenti orditi da Marchionne. Il seggio veniva messo a soqquadro con le schede non votate
lasciate sparpagliate sul pavimento, mentre l’urna delle schede votate veniva scaraventata a terra
dalla furia dei licenziati e dei cassintegrati, appoggiati dalle masse
popolari che lasciano deserti i seggi, via via che trascorreva la giornata.
Inevitabile la spaccatura con la
segreteria di Pomigliano del partito del nuovo Berlusconi Renzi che
reagiva stizzita al provvedimento
ablativo dei vertici provinciali definendola “inaccettabile ed intollerabile”. Primarie che, tra l’altro,
si erano svolte senza il consenso
della segreteria provinciale, che
le aveva sospese, e che avevano
visto vincitore l’ex sindaco ed ex
consigliere regionale Michele Caiazzo, con tre soli voti di scarto
sul candidato Vincenzo Romano.
Un caos punito severamente dalle masse, con alla testa la classe
operaia, che contestava e sabotava la pomposa macchina elettorale del PD.
Statali e della Commissione Speciale Mezzogiorno. Nel 1981, è
diventato membro della direzione
nazionale del PSI e responsabile
per i problemi meridionali, mentre nel 1989 l’incoronazione e il
riconoscimento delle sue indubbie
capacità, con la nomina nel governo, come ministro per le Aree urbane, carica che ha ricoperto fino
al 1993, negli ultimi due esecutivi diretti da Giulio Andreotti e nel
primo governo targato Giuliano
Amato, prima di essere invischiato in tangentopoli.
Se Conte, almeno per ora, non
scende in campo per prendere il
posto del padre consigliere regionale uscente, diverso è l’approccio
a casa Casillo, quando il potentissimo ex DC dell’area vesuviana e
demitiano Franco Casillo, si fece
da parte per lasciare il posto al figlio Mario, già assessore provinciale. E proprio Mario Casillo si
ricandida, dopo essere stato determinante nell’impedire l’annullamento delle primarie in Campania e nel trascinare De Luca al
successo: è lui uno degli (ormai
ex) uomini ombra di De Luca che
ha sbaragliato la concorrenza del
bassoliniano Cozzolino nelle ultime primarie regionali PD. Un altro consigliere regionale uscente,
Antonio Amato, l’uomo che ha
dovuto gestire la patata bollente
dell’organizzazione delle primarie e dell’allestimento dei seggi, si
fa da parte dopo una lunga carriera
tra municipalità, Comune di Napoli e Regione Campania (conclude
il secondo mandato consecutivo
da presidente della commissione
per le bonifiche) in favore della
figlia, Enza Amato, già segretario
del circolo PD di Fuorigrotta.
Il nepotismo in Campania continua nei nomi di Rosa Casillo,
soltanto omonima di Mario, ma è
figlia di un ex senatore socialista,
Tommaso Casillo; di Bruna Fiola,
figlia di Ciro Fiola, consigliere comunale a Napoli; di Anna D’Angelo, figlia di Gennaro D’Angelo
da Casandrino, prossime alla candidatura nelle liste regionali. E,
ancora, sempre nel salernitano, si
deve segnalare la staffetta tra Domenico Pica, deputato DC nella
V e nella VI legislatura, e il figlio
Donato Pica, attuale consigliere
regionale del Partito democratico.
Non sono padre e figlio ma zio e
nipote Giovanni Cobellis, deputato democristiano nella IX e X legislatura, e Luigi Cobellis, consigliere regionale in carica, in quota
UDC. Altre famiglie potenti come
quelle Scarlato, Russo, Indelli hanno applicato il nepotismo alla loro
storia politica, come la dinastia dei
Valiante: Antonio vanta una lunga
carriera politica come deputato
nella XII legislatura, segretario regionale del PPI dal 1997 al 2000,
vicepresidente della giunta regionale della Campania e assessore al
Bilancio dal 2005 al 2008. Il figlio
Simone, dopo un’esperienza nel
piccolo comune di Cuccaro Vetere e poi di consigliere provinciale, ha preferito fare direttamente
il salto in avanti, spiccando il salto verso Roma, eletto deputato nel
2013 nella lista del PD, rinunciando per ora a qualsiasi candidatura
regionale.
Salerno
Il figlio di De Luca
indagato per
bancarotta fraudolenta
‡‡Redazione di Napoli
Non bastavano già le non
poche indagini e condanne che
pesano sul candidato delle elezioni regionali per il PD, Vincenzo De Luca. È di mercoledì 18 marzo la notizia di una
nuova tegola giudiziaria che si
è abbattuta sull’ex neopodestà
di Salerno e suo figlio, il primogenito Piero, già componente dell’assemblea nazionale del PD.
La Procura di Salerno ha
indagato per concorso in bancarotta fraudolenta, nell’ambito dell’inchiesta sul fallimento
del pastificio Antonio Amato,
Piero De Luca, in una inchiesta
diretta dai pubblici ministeri
salernitani Francesco Rotondo
e Vincenzo Senatore il quale, nell’avviso di conclusione
delle indagini preliminari dello scorso luglio, aveva subordinato il capo d’imputazione alla
decisione della Corte d’Appello sulla immobiliare “Ifil”, una
controllata dell’azienda. Il fallimento della società ha spostato l’asticella dal reato di appropriazione indebita alla accusa
più pesante che riguarda i reati
fallimentari.
Secondo i riscontri dei magistrati, Piero De Luca avrebbe
ricevuto 23mila euro dalla immobiliare Ifil sotto forma di biglietti aerei per sé e la moglie
con destinazione Lussemburgo, paese nel quale la famiglia
risiede poiché Piero, avvoca-
to di professione, è referendario presso la Corte di Giustizia
dell’Unione europea imperialista. Al reato la Procura di Salerno ha contestato la circostanza
aggravante di “aver cagionato
un danno patrimoniale di rilevante entità nella piena consapevolezza di trarre indebito
vantaggio patrimoniale”.
Sembrano, dunque, decisive le dichiarazioni rese ai pm
da Giuseppe Amato, titolare
del pastificio, che avrebbe indicato Piero De Luca come
consulente legale per una variante urbanistica da approvare
per trasformare l’area dell’ex
stabilimento in un centro residenziale. Circostanza singolare, quanto meno, che il figlio
dell’ex neopodestà venga assunto come advisor per una
materia che atteneva le allora
responsabilità politiche del padre Vincenzo a Salerno. Giuseppe Amato aveva, inoltre, affermato di avere pagato alcune
fatture per il comizio di chiusura della campagna per le Regionali 2010 di Vincenzo De Luca
a Napoli. L’indagato aveva dichiarato che la spesa gli sarebbe stata suggerita dall’imprenditore Mario Del Mese, nipote
dell’ex sottosegretario Udeur,
Paolo Del Mese, amministratore di fatto fino al 2012 di quella “Ifil” poi fallita e molto vicino agli interessi della famiglia
De Luca.
Sull’autostrada simbolo del malaffare borghese e criminale italiano
Crolla una campata
sulla Salerno-Reggio Calabria
Morto un giovane operaio dell’Anas.
Dodici “morti bianche” sull’A3 in 5 anni
Lunedì 2 marzo è crollata una
campata stradale in un cantiere
all’interno del viadotto “Italia”
alto 255 metri (il più alto d’Italia, il secondo in Europa) sulla
A3 Salerno-Reggio Calabria nella
tratta compresa tra Laino Borgo e
Mormanno (Cosenza). Nel crollo,
che ha trascinato giù mezzo viadotto grande quanto mezzo campo di calcio, è morto un operaio
rumeno di 25 anni, Adrian Miholca, cha stava lavorando con il suo
trattorino alla demolizione della
quinta campata del viadotto in direzione Reggio.
Le conseguenze del crollo potevano essere ancora peggiori perché il tratto da demolire è parallelo, separato solo da un guardrail,
alla carreggiata nord del viadotto (sostenuta dallo stesso pilone)
in quel momento aperta al traffico autostradale, tanto che dai finestrini delle auto erano ben visibili i lavori che l’Anas ha definito
“prove di demolizione”. La procura di Castrovillari (Cosenza) ha
disposto la chiusura della tratta
perché, come dice il procuratore
Franco Giacomoantonio: “Il crollo della campata potrebbe aver incrinato anche la stabilità complessiva”.
Con quella di Miholca diventano 12 le “morti bianche” dal
2010 ad oggi sulla A3, autostrada simbolo del malaffare borghese e criminale italiano ed eterna
incompiuta da quel lontano 1962
quando venne iniziata all’ombra
del boss DC Amintore Fanfani.
Dura la presa di posizione della Fillea-CGIL; il dirigente locale
Antonio Di Franco parla di giungla di appalti e subappalti (spesso
e volentieri in odor di ’ndrangheta) che annientano la sicurezza:
“Si lavora 12 ore al giorno. In certi cantieri della A3 è un fatto praticamente istituzionalizzato. Se ti
ribelli, il contratto a termine non
viene rinnovato. Situazioni su cui
Anas e contraenti avrebbero il dovere di intervenire”, mentre il segretario nazionale, Walter Schiavella, chiede di “rafforzare le
verifiche su tutte le imprese che
operano nei cantieri della A3, sullo stato di applicazione dei protocolli e dei piani per la sicurezza,
sugli orari di lavoro, sulle condizioni di vita dei lavoratori, soprattutto delle imprese in subappalto”.
L’Anas con un agghiacciante comunicato ha chiesto il dissequestro della tratta sostenendo che “sono state adottate tutte
le misure di sicurezza” e che non
vi sarebbero pericoli per i passeggeri ma la procura, sempre per
bocca di Giacomoantonio, nega:
“La riapertura del viadotto? Tempi lunghi. Non siamo sicuri della sua percorribilità. Non vogliamo correre rischi e sappiamo che
il sequestro creerà molti disagi.
Dobbiamo però essere certi della
sicurezza della struttura prima di
predisporre il ritorno alla normalità su questo tratto della SalernoReggio Calabria”.
La gravità della situazione si
capisce anche dall’intervento del
segretario generale della CGIL
del
Pollino-Sibaritide-Tirreno,
Angelo Sposato: “La disposizione
del sequestro del viadotto porterà
necessariamente ad un iter procedurale che richiederà un tempo indeterminato per tutte le verifiche
tecniche che andranno fatte con
scrupolo e rigore. È del tutto evidente che l’incidente che ha determinato il cedimento della campata che è andata a poggiarsi su uno
dei piloni del viadotto non può
allo stato garantire la sicurezza
dei lavoratori nei cantieri e degli
automobilisti. Di fatto la Calabria
è isolata dal resto del Paese e se
tale situazione dovesse perdurare
a lungo, in assenza di una viabilità alternativa, metterebbe in ginocchio l’intero sistema economico-sociale e istituzionale delle
regioni del mezzogiorno e del territorio. Riteniamo opportuno, pertanto, che il governo nazionale e
regionale assumano nello specifico una iniziativa tesa a convocare
un tavolo di crisi con Anas, Prefettura, il contraente generale, le
istituzioni locali e le parti sociali’’.
PMLI / il bolscevico 9
N. 13 - 2 aprile 2015
Volantinaggio riuscito
Alla presentazione della “Coalizione sociale” a Firenze presente Landini
Apprezzato il volantino del PMLI
“Il potere politico spetta di
diritto
al
proletariato”
Alcuni giovani condividono il testo e la falce e
Interesse per il PMLI
in un liceo di Roma
‡‡Dal corrispondente della
martello con l’effigie di Mao
‡‡Redazione di Firenze
Lunedi 23 marzo a Firenze
presso il teatro “Puccini” per l’occasione della presentazione della “Coalizione sociale” di Maurizio Landini, alcuni compagni
fiorentini del PMLI hanno diffuso il volantino “Il potere politico
spetta di diritto al proletariato”,
invitando ad acquisire la propria
cultura nel solco dei Maestri del
proletariato.
Nei corpetti rossi i diffuso-
ri esponevano il manifesto del
PMLI per il lavoro, con la richiesta
dello sciopero generale di 8 ore.
In 40 minuti tutti i volantini sono
stati presi dagli operai (in maggioranza), oltre che da “vecchie”
conoscenze provenienti dal PD,
SEL e Rifondazione Comunista.
Alcuni giovani si sono intrattenuti dopo aver preso il volantino,
condividendo il testo e la falce e
martello in bella vista con l’effigie
di Mao.
Firenze, 23 marzo 2015. La diffusione del PMLI al Teatro Puccini per la presentazione della “coalizione sociale” di Landini (foto Il Bolscevico)
Cellula “Rivoluzione
d’Ottobre” di Roma
Nella mattina di sabato 21 marzo, compagni della Cellula “Rivoluzione d’Ottobre” di Roma del
PMLI hanno svolto un volantinaggio al liceo scientifico “Nomentano” nel quartiere Talenti. Sono stati
distribuiti tutti i 250 volantini dal titolo “Viva la grande mobilitazione
studentesca del 12 marzo! Lottiamo
affinché le scuole siano governate dalle studentesse e dagli studenti” stampati per l’occasione. Sia gli
studenti che il personale insegnante
e tecnico hanno dimostrato un certo
interesse a riguardo, soffermandosi
nella lettura del volantino. Nonostante non ci siano stati particolari
scambi di opinioni con gli studenti, il clima è indubbiamente favorevole ad ulteriori volantinaggi. Non
abbiamo riscontrato infatti nessun
tipo di intimidazione o provocazione nei nostri confronti.
Sicuri che, con costanza nel lavoro di propaganda, riusciremo ad
instaurare un dialogo organizzeremo altri volantinaggi nelle prossime settimane.
Lottiamo dunque per una scuola pubblica governata dalle studentesse e dagli studenti!
Coi Maestri e il PMLI vinceremo!
Parole d’ordine del PMLI per la manifestazione
nazionale promossa dalla FIOM
Roma, 28 marzo 2015
1) Lavoro / Lavoro / Lavoro
2) Il Jobs Act / è da affossare /
questo governo /
è da cacciare
3) Sciopero / sciopero generale /
sotto Palazzo Chigi /
a manifestare
4) Articolo 18 /
l’hanno cancellato /
con la lotta /
va ripristinato
5) Abolire / il precariato /
tutti a tempo / indeterminato
Bisogna tener
conto delle spinte
antimperialiste dei
popoli islamici
Bellissimo comunicato, come
sempre, quello sull’attentato terroristico a Tunisi. Coglie pienamente
6) Contratto nazionale /
da preservare / mai lo faremo /
cancellare
7) Col nuovo Berlusconi /
non c’è democrazia /
governo Renzi / spazziamolo via
8) I lavoratori / si devono unire /
nel Partito / del socialismo /
e dell’avvenire
9) Tutti uniti / contro il capitalismo /
tutti uniti / per il socialismo
10)Il proletariato / al potere /
per l’Italia unita /
rossa e socialista
il problema: nessuno di noi marxisti-leninisti auspica un terrore senza sbocchi politici e economici di
“trasformazione delle condizioni
reali delle cose” e di “trasformazione del mondo”; ma bisogna tener conto delle spinte antimperialiste che si manifestano contro lo
strapotere economico, politico e
militare di quell’ormai “fantasma”
CALENDARIO
DELLE MANIFESTAZIONI
E DEGLI SCIOPERI
MARZO
26
28
SAESE - Sciopero nazionale del personale docente,
ATA, atipico e precario comparto Scuola
FIOM - Manifestazione nazionale a Roma
APRILE
11
15
24
Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola, Snals Confsal, Gilda Fgu Manifestazione nazionale a Roma del personale della scuola
Uiltucs Uil, Fisascat Cisl e Filcams Cgil - Sciopero
generale nazionale del settore del turismo
USB, UNICOBAS, ANIEF - Sciopero unitario della scuola
(ma reale a livello economico e in
misura molto minore politico) capitalistico che sono le potenze dell’“occidente”.
Eugen Galasso
Parole ben
ponderate e in
linea con il
marxismo-leninismo
Care compagne e cari compagni del PMLI,
come sempre ben ponderate e
in linea con il pensiero marxistaleninista le parole usate anche nel
comunicato sui fatti di Tunisi. Ricco di significato soprattutto il passaggio ove si dice che il rischio
è quello che il popolo italiano sia
coinvolto suo malgrado in guerre
che non lo riguardano. Orgoglioso
di essere parte di un grande Partito come il PMLI!
Contro l’imperialismo, per il socialismo!
Un caro saluto rosso.
Andrea, operaio del Mugello
(Firenze)
Concordo
col PMLI sui fatti
di Tunisi
Concordo con il comunicato
del PMLI sui fatti di Tunisi.
Grazie compagni.
Nicola Spinosi –
Firenze
11) Lavoro / articolo 18 /
socialismo
12)Il lavoro ai giovani /
che va garantito /
è quello stabile /
e ben retribuito
13)Tfr / anticipato /
nuova fregatura /
per chi ha lavorato
14)Non stangare /
masse e lavoratori /
colpire rendite / ed evasori
15)Contratti pubblici / da rinnovare/
basta rinvii / basta imbrogliare
Grazie per aver
commemorato Marx
Grazie per aver commemorato Marx, il geniale uomo che diede
un fondamento scientifico all’antimperialismo e che contribuì in
maniera decisiva alla lotta di classe.
Alessandro – Modena
Vi seguo sempre su
internet
Carissimi compagni,
sono un lavoratore da anni trasferitosi in Spagna. Vi seguo sempre tramite il sito Internet e sono
d’accordo con molte delle vostre
posizioni.
Saluti comunisti.
Branco - Spagna
16)Il futuro ai giovani /
da Renzi preparato /
è supersfruttato /
è disoccupato
17)Né flessibile / né precario /
lavoro a tutti / pieno salario
18)Vogliamo un solo / disoccupato/
governo Renzi / sei licenziato
19)La “Buona scuola” /
è da bocciare / vuole solo /
privatizzare
20)Renzi / Renzi /
vieni a pescare con noi /
ci manca il verme
ATTIVITA’
DI PROPAGANDA
DEL PMLI
➥ MODENA
Portico Via Emilia Centro tra via Scudari
e Piazza Ova
Banchino di propaganda dalle 15 alle 18
● Domenica 5 aprile
● Sabato 11 aprile
● Venerdì 17 aprile
● Giovedì 23 aprile
10 il bolscevico / piemonte
Comunicato del PMLI.Biella
N. 13 - 2 aprile 2015
Ennesimo scandalo per le istituzioni borghesi regionali
La giunta piemontese del PD
Il Jobs Act riporta
Chiamparino rischia di essere travolta
indietro di quasi
dallo scandalo delle firme false
150 anni i diritti Il governatore, come Cota, ha ingannato le masse piemontesi
dei lavoratori
‡‡Dal nostro corrispondente
L’Organizzazione biellese
del PMLI parteciperà all’importante manifestazione nazionale
di sabato 28 marzo a Roma organizzata dalla FIOM contro il
famigerato Jobs Act .
Tra la stampa locale c’è chi
ha sottolineato che già dai primi giorni dall’entrata in vigore
delle nuove norme, nel biellese sono già avvenute oltre 300
assunzioni e che molte altre ne
seguiranno. La realtà è che i
padroni aspettavano da tempo
l’introduzione del nuovo provvedimento del governo per assumere a basso costo lavoratori da impiegare durante i picchi
di produzione per poi lasciarli a casa appena non ne avranno più bisogno. Manco a dirlo
gli sgravi fiscali saranno a carico della collettività tanto che
l’INPS prevede un deficit di oltre 1miliardo di euro annui per
i generosissimi sgravi concessi agli imprenditori dal governo del Berlusconi democristiano Renzi.
Ciò sta producendo un balzo all’indietro di quasi 150 anni
nelle condizioni lavorative. Allorché i padroni disponevano a
piacere dei loro schiavi salariati, chiamandoli al lavoro quando
volevano e licenziandoli immediatamente quando si ribella-
vano, decidendo orario, paga e
mansione in base alla loro sottomissione. Quando scioperare
significava rischiare il licenziamento in tronco e non era concesso ammalarsi, pena morire
di fame, e i lavoratori erano sorvegliati a vista dai “capoccia”,
oggi sostituiti dalle telecamere.
Altro che modernità e innovazione blaterate da Renzi.
Il danno in parte è già stato
fatto ma i lavoratori e le masse hanno mostrato disponibilità
alla lotta e i sindacati, e in particolare la Cgil, hanno ancora la
possibilità di rilanciare la mobilitazione. Urge al più presto lo
sciopero generale nazionale di 8
ore con manifestazione a Roma
per spazzar via il nuovo Berlusconi democristiano Renzi insieme al suo governo antioperaio, antisindacale, piduista e
fascista, anche formalmente e
apertamente paladino di Marchionne e della Confindustria.
Ecco perché c’è bisogno della
risposta forte della piazza per
fermarlo prima che “cambi verso” ulteriormente all’Italia portando a compimento le controriforme piduiste.
Per il PMLI.Biella
Gabriele Urban
Biella, 17 marzo 2015
del Piemonte
Un ennesimo scandalo rischia
di travolgere a breve la giunta regionale del Piemonte, del PD Sergio Chiamparino. Esattamente a
un anno di distanza si è ripetuto, e
si sta ripetendo, la vergognosa vicenda di firme false presentate per
sostenere i partiti politici borghesi nelle elezioni regionali. Come
successo un anno fa a Cota e alla
sua giunta fascio-leghista, costretta a ignominiose dimissioni dopo
che il TAR aveva annullato le elezioni del 2010 viziate, appunto,
da firme false presentate dalla lista “Pensionati per Cota”, analoga sorte dovrebbe toccare a breve
a Chiamparino e alla sua giunta di
“sinistra” borghese.
La farsa delle elezioni
borghesi in Piemonte
Quelle piemontesi non sono
vicende isolate ma rappresentano
uno spaccato di quello che sono le
elezioni politiche borghesi, elezioni farsa che si svolgono sotto la dittatura della borghesia. I politicanti borghesi imbrogliano le masse
e succhiano loro il sangue al fine
di ingrassare la classe dominante
borghese di cui sono solo dei burattini. Il loro inganno, e quello
piemontese ne è una prova, inizia
ancora prima di essere insediati
all’interno delle istituzioni borghesi. Le masse sono imbrogliate già
durante la campagna elettorale,
prese in giro non solo con vuote
Comunicato dell’Organizzazione di Biella del PMLI
Piena solidarietà ai lavoratori
della Casa di riposo “Belletti
Bona” contro i ricatti della
direzione dell’Istituto
L’Organizzazione biellese del
PMLI esprime totale solidarietà
alle lavoratrici e ai lavoratori della storica casa di riposo biellese
“Belletti Bona” che hanno saputo
respingere il ricatto avanzato dal
Consiglio di amministrazione di
rinunciare al salario integrativo,
circa 250 euro, come premessa
per proseguire l’attività dell’Istituto. Il CdA guidato da Pier Giorgio Cadoni non ha saputo fare
di meglio, per risanare il bilancio
dell’Istituto, che chiedere sacrifici economici ai dipendenti senza
peraltro offrire loro concrete garanzie, neppure per il periodo di
un anno.
Nonostante le gravi incertezze
per il proprio futuro le lavoratrici
ed i lavoratori nel corso dell’ultima assemblea hanno respinto
la richiesta dell’amministrazione
che chiedeva loro un mandato
approvato all’unanimità. Su 74
dipendenti hanno presenziato
all’assemblea e votato in 70, di
questi 37 si sono espressi favorevolmente mentre ben 11 hanno respinto il ricatto di rinunciare
al salario accessorio e altri 22 si
sono astenuti.
Vergognoso l’atteggiamento
dei sindacati che non solo non
hanno fatto nulla per difendere le
lavoratrici e i lavoratori ma hanno
anzi avallato la proposta del CdA
spacciandola come concreta ed
unica scelta possibile per la salvezza dell’Istituto. Dopo il voto
anziché fare quadrato attorno
ai coraggiosi dipendenti hanno
rilasciato dichiarazioni stizzite,
dicendosi “dispiaciuti” per l’esito affermando che sarebbe stato
conveniente per i lavoratori accettare i sacrifici loro richiesti!
Dopo l’esito del voto il Consiglio di amministrazione, con alla
testa il neo presidente Pier Giorgio Cadoni, ha deciso di rivolgersi
alla magistratura biellese per decidere sul futuro dell’Ente di assistenza anziani. Considerata la
voragine di oltre 5 milioni di euro
di debito, che si allarga di giorno
in giorno, si fa strada il rischio di
chiusura ed il conseguente licenziamento degli oltre 70 dipendenti. Per non parlare degli ospiti
dell’Istituto, persone anziane bisognose di cure, che negli anni
passati hanno già dovuto subire
tagli dei posti convenzionati ed il
peggioramento dei servizi di assistenza ricevuti in conseguenza
alle famigerate politiche di lacrime e sangue portate avanti da
tutti i governi, locali e nazionali,
che si sono succeduti.
Per quanto riguarda la mala
gestione del Belletti Bona non
ci sono dubbi che tutte le colpe
devono esclusivamente essere
imputate alla politica istituzionale biellese che invece di inserire
nei Consigli di amministrazione
degli Enti pubblici giovani preparati, capaci e onesti ha piazzato i
propri uomini di partito incapaci
di soddisfare gli interessi delle
masse popolari biellesi. Ora a
pagare il conto dovrebbero essere le lavoratrici e i lavoratori
del “Belletti Bona” e gli anziani
dell’istituto stesso? No! L’Organizzazione biellese del PMLI non
ci sta ed è pronta a scendere in
piazza a protestare con tutte le
organizzazioni sindacali e politiche che vorranno dimostrare il
loro appoggio militante alle lavoratrici ed ai lavoratori del Belletti
Bona che non hanno piegato la
testa e, dimostrando forza e coraggio, hanno saputo respingere
al mittente il ricatto di rinunciare
a parte del proprio salario come
condizione per continuare a lavorare.
Per il PMLI.Biella
Gabriele Urban
Biella, 21 marzo 2015
promesse ma anche con l’infrazione delle stesse norme che dovrebbero regolamentare le elezioni. La
corruzione è insita nel sistema capitalistico e le istituzioni borghesi, che ne sono la sovrastruttura
giuridica, sono anch’esse corrotte. Cota e Chiamparino, in apparenza acerrimi nemici nell’arena
politica piemontese, rappresentano in realtà le due facce della stessa medaglia della politica
borghese. Fascio-leghista il primo, ex “comunista”-revisionista
e ora renziano convinto il secondo, sono soltanto due burattini nelle mani della borghesia nazionale
e piemontese. Chiamparino, forte degli scandali della giunta Cota
relativi a rimborsopoli e alle firme
false presentate nella precedente
tornata elettorale, si è presentato
alle elezioni regionali piemontesi
dello scorso maggio come moralizzatore e promotore del cambiamento. Come da noi denunciato
ne Il Bolscevico n. 20/2014 con il
Documento del PMLI.Piemonte
“Perché il Piemonte sia governato
dal popolo e al servizio del popolo
ci vuole il socialismo” le due coalizioni borghesi, quelle di destra
di Pichetto e quella di “sinistra”
di Chiamparino, si sono presentate alle elezioni con due programmi elettorali pressoché identici. Il
moralizzatore Chiamparino non
ha sostanzialmente contestato nulla della precedente giunta fascioleghista di Cota di fatto avallandone l’operato. Chiamparino ha nei
fatti sposato la politica economica
di Cota volta quasi esclusivamente
alle esigenze delle grandi banche
e dei grandi agglomerati industriali, leggi FCA (ex FIAT), permettendo inoltre lo smantellamento di
ciò che restava dei servizi sociali pubblici regalando alle fondazioni e alla sanità private agevolazioni e ricchi appalti. Già nella
campagna elettorale si è detto assolutamente favorevole alla politica delle “grandi opere” che del
resto da anni mette d’accordo entrambi gli schieramenti politici
borghesi. Come i suoi predecessori Chiamparino ha sponsorizzato, e dopo le elezioni appoggiato
con la sua giunta, lo scempio della
TAV in Val Susa, che accontenta
le richieste di speculatori e signori
del cemento, e la costruzione del
grattacielo del nuovo palazzo della regione Piemonte il cui appalto
fu avviato dalla precedente giunta
di “centro-sinistra” Bresso.
Firme false e
corruzione anche
per la giunta
Chiamparino
La giunta Chiamparino al pari
di quella del fascio-leghista Cota,
come da noi denunciato ne Il Bolscevico n. 41/2014, si è fin da subito caratterizzata dalla corruzione, caratteristica endemica di tutte
le istituzioni politiche borghesi.
Chiamparino non solo non ha fatto nulla contro gli amministratori coinvolti nell’inchiesta rimborsopoli ma anzi li ha promossi! Da
semplici consiglieri regionali gli
inquisiti Aldo Reschigna (PD) e
Monica Cerutti (SEL) sono stati nominati assessori regionali
con deleghe di peso. Sull’assoluta equiparazione tra “centro-de-
stra” e “centro-sinistra” borghesi
si è espresso lo stesso Chiamparino il 21 ottobre scorso, in un’intervista al giornalista de La Stampa,
Maurizio Tropeano. Al giornalista che gli chiedeva conto del suo
spregiudicato utilizzo della rimborsopoli in campagna elettorale, Chiamparino ha avuto l’indecenza di dichiarare: “Non ho mai
pensato che esista una diversità
del centrosinistra scritta nel Dna
o definita per natura (…) c’è stato un cambiamento e trovo sia coerente, opportuno e di buon senso
confermare la mia fiducia nei due
assessori e lasciare che si arrivi al
dibattimento. Per motivi morali e
politici, ho chiesto ai miei amministratori di restare. Non farlo sarebbe stato un delitto. Credo che
nemmeno la magistratura sarebbe lieta se gli si desse il potere di
fare e disfare amministrazioni che
stanno lavorando”.
Al colmo dell’ipocrisia, degna
davvero della peggiore classe dominante borghese, in un’altra occasione ha minimizzato il capo
delle imputazioni in quanto: “(…)
qui stiamo parlando nel caso peggiore di un uso improprio del denaro pubblico per attività politica
e non per fini privatistici”. Solidarietà totale ai propri assessori
a dispetto di tutto. Questo il leitmotiv ripetuto fino alla nausea dal
caporione Chiamparino. A questi vergognosi scandali se ne aggiungono altri che, probabilmente,
porteranno alla caduta della giunta Chiamparino esattamente come
un anno fa quella di Cota: le firme false. Già all’indomani delle elezioni dello scorso maggio,
vinte dalla “sinistra” borghese di
Chiamparino, hanno cominciato
a spargersi voci di firme false per
le liste in appoggio al neo-eletto
presidente regionale. Il 10 luglio
scorso l’ex consigliera provinciale leghista Patrizia Borgarello ha
presentato per prima un formale
ricorso al TAR. Moltissime le irregolarità denunciate per la lista
“Chiamparino Presidente” e per
le liste provinciali di Torino e di
Cuneo del PD e di “Chiamparino
per il Piemonte”. In certi moduli le
firme sono state palesemente fatte
tutte dalla stessa mano. Alcuni sottoscrittori figurano con le loro firme in più moduli, lo stesso giorno
ma in comuni diversi. I nominativi, e le rispettive firme, in diversi
moduli sono stati presentati in perfetto ordine alfabetico e in alcuni
casi con diversi doppioni. Molte
firme, palesemente false, riportano il luogo di nascita al posto del
cognome. Un consigliere, stando a
quanto sottoscritto nei verbali, ha
autenticato un sottoscrittore ogni
due minuti per un totale di 329
in una sola mezza giornata. Altre
stranezze si notano riguardo la residenza dei firmatari e il luogo in
cui sono state autenticate le sottoscrizioni, per fare un esempio le
firme raccolte a Vaie e a Sant’Antonino, entrambe località della Val
di Susa, sono state tutte autenticate a Torino. Una vera e propria
ignobile truffa resa ancora più vergognosa dal fatto che a commetterla sono stati gli stessi moralizzatori che avevano accusato Cota
appena un anno prima.
Come hanno reagito Chiamparino e i suoi caporioni politici
borghesi? Ammissione di colpa
e relative dimissioni oppure difesa del proprio operato con relativa contro-denuncia per calunnie?
Nulla di tutto ciò! Affidatisi ad
un importante avvocato di diritto
amministrativo borghese la giunta
Chiamparino ha tentato di bloccare sul nascere l’indagine in quanto
il ricorso sarebbe stato presentato
tardivamente. Ecco come agisce
ed operano i politicanti borghesi tanto di destra quanto di “sinistra”. Colti con le mani nel sacco
il primo tentativo è quello di trincerarsi nel diritto borghese, che è
loro diretta emanazione, e nascondersi agli occhi delle masse per gli
imbroglioni che sono. Respinto lo
pseudo-ricorso nella prima udienza, il 6 novembre scorso, il TAR
ha inoltre acquisito gli atti processuali e vista la gravità di quanto
emerso ha rimandato l’avvio del
procedimento per il mese di febbraio. Il TAR ha nel contempo
imposto l’ingresso di tutti i consiglieri regionali eletti nel procedimento.
Dopo sei mesi, l’indagine coordinata dai Pm Patrizia Caputo
e Stefano Demontis si trova ora
a un punto di svolta. I magistrati
hanno inviato un avviso di garanzia a sette persone, cui è probabile
se ne aggiungano altre. L’inchiesta
al momento si sta concentrando su
chi ha autenticato le firme apparse anomale: due consiglieri regionali, entrambi eletti nel listino
bloccato: Nadia Conticelli del PD
e Marco Grimaldi di SEL e tre ex
consiglieri provinciali, anche loro
del PD: Pasquale Valente, Umberto Perna e Davide Fazzone, attualmente responsabile dell’organizzazione del PD regionale. Il TAR
ha annunciato il 9 luglio prossimo
come data ultima per il pronunciamento definitivo. L’imbroglione
Chiamparino non ha saputo fare
di meglio che dichiarare stizzito,
durante un intervenuto alla direzione regionale del PD piemontese lo scorso 24 febbraio, che non
intende farsi mettere sulla graticola dai magistrati: “Se il 9 luglio o
intorno a quella data, non ci sarà
una sentenza chiara e inequivocabile da parte del TAR, sono pronto
a restituire la parola agli elettori”.
Insomma esattamente come dichiarava Lupi prima di essere costretto alle dimissioni.
Direttrice responsabile: MONICA MARTENGHI
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Iscritto al n. 2142 del Registro della stampa del Tribunale di Firenze. Iscritto come giornale
murale al n. 2820 del Registro della stampa del Tribunale di Firenze
Editore: PMLI
chiuso il 25/3/2015
ISSN: 0392-3886
ore 16,00
cronache locali / il bolscevico 11
N. 13 - 2 aprile 2015
Assemblea antifascista
a Varese
PRESENZA MILITANTE DEL PMLI
Punto di partenza di un largo
fronte unito per la costituzione
di un Comitato antifascista provinciale
‡‡Dal corrispondente
dell’Organizzazione
di Viggiù del PMLI
Domenica 15 marzo, ospitata
presso la sala di lettura “Enrico Berlinguer” di Varese, messa
gentilmente a disposizione dalla
sezione Varesina del Partito Comunista d’Italia (PCdI), si è tenuta
un’importante assemblea antifascista.
Tale assemblea alla quale
hanno partecipato diverse forze
politiche e sociali, tra cui l’osservatorio democratico sulle nuove
destre, PMLI, PCdI, Partito di
unità comunista (PdUC), associazione amici Italia-Cuba, ecc.,
è stata indetta con l’obbiettivo di
unificare tutte le forze antifasciste della provincia in un “Comitato antifascista”. La domanda e la
necessità di tale Comitato nasce
dai fatti avvenuti negli ultimi mesi
dove si è assistito, e si assiste
tuttora in tutta la provincia ad un
crescendo di azioni provocatorie
da parte di gruppi nazifascisti
che hanno visto il loro apice il
10 febbraio, data del famigerato
“giorno del ricordo” dove per la
prima volta da anni, si sono riunite tutte le anime dell’estrema
destra varesina con la partecipazione di Comunità militante
dei DOdici RAggi (DO.RA). Casapound, Forza nuova che insieme
hanno portato a sfilare per le vie
di Varese duecento nazifascisti.
Tutto questo con l’avallo di istituzioni e “forze dell’ordine” da una
parte e sostanziale silenzio delle
forze antifasciste dall’altra.
E proprio davanti a questo
immobilismo di organizzazioni
come l’ANPI e la mancanza di un
coordinamento comune su questo fronte che è partita l’iniziativa
dell’assemblea antifascista alla
quale ne seguiranno altre in diverse città della provincia al fine
di coinvolgere il numero più am-
pio di forze. Tra i vari intervenuti
al dibattito introdotto, da Gennaro Gatto dell’Osservatorio democratico, il quale ha messo a conoscenza dei presenti vari dati sulle
forze nazifasciste in provincia di
Varese, ha preso la parola anche
il compagno Alessandro Frezza dell’Organizzazione di Viggiù
del PMLI. Egli oltre a rimarcare
il crescente pericolo nazifascista
a Varese e provincia ha legato il
crescere di queste forze e la loro
sicurezza nelle loro azioni squadristiche, alla crescente fascistizzazione dello Stato attraverso le
controriforme economiche, sociali e costituzionali del governo
Renzi, sottolineando inoltre come
sia necessario che le forze antifasciste si pongano il problema di
riportare alla testa di questa lotta
la classe operaia, storicamente
il più potente baluardo contro il
fascismo, coinvolgendo le forze
sindacali o direttamente le varie
fabbriche della provincia, prendendo contatti con le RSU e facendo lavoro di agitazione tra gli
operai.
In conclusione tutti gli interventi, che hanno spaziato a seconda
dei propri punti di vista politici e
ideologici, dalla difesa della Costituzione come priorità, all’unità
dei partiti comunisti come deterrente alle derive nazifasciste, su
un punto si sono trovati d’accordo, ossia sul fatto che oggi più
che mai occorre organizzarsi e
mobilitarsi in un largo fronte unito
di tutte le forze democratiche e
antifasciste che si costituiscano
in un Comitato antifascista per
non concedere neanche più un
metro di terreno alle carogne nere
nella nostra provincia.
Il PMLI sosterrà in maniera militante questo progetto e porterà il
suo contributo di idee e non solo,
nella lotta contro il neofascismo,
squadrista e istituzionale.
Saluto del PMLI Viggiù all’assemblea antifascista di Varese
La classe operaia deve tornare protagonista
della lotta contro il fascismo vecchio e nuovo
Compagne e compagni,
l’Organizzazione di Viggiù del
Partito marxista-leninista italiano
porta i suoi saluti militanti a questa importante assemblea antifascista alla quale il mio Partito è
onorato di partecipare.
Sono momenti difficili per la
nostra provincia. Da una parte
assistiamo ad un crescendo di
azioni provocatorie da parte di
gruppi nazifascisti che imperversano indisturbati, e che giorno
dopo giorno si sentono sempre
più forti e sicuri delle loro azioni
grazie anche al silenzio delle istituzioni indifferenti, se non addirittura complici, delle carogne nere.
Dall’altra parte invece abbiamo l’attendismo e l’immobilismo
di chi dovrebbe prendere di petto i rigurgiti fascisti, riferendomi
in particolare all’ANPI, che ad
esclusione della grande manifestazione antifascista di Varese
seguita ai fatti del San Martino
ha fatto poco o nulla in contrasto
alle attività delle carogne nere.
Tale immobilismo, causato
principalmente da dirigenti traditori e opportunisti molto spesso
legati al PD, è il conseguente risultato delle politiche nazionali
del governo Renzi che attraverso
le controriforme costituzionali,
economiche e sociali piduiste
stanno di fatto fascistizzando lo
Stato e il Paese intero. Ed è gra-
Varese, 15 marzo 2015. L’intervento del compagno Alessandro Frezza dell’Organizzazione di Viggiù all’assemblea per la costituzione del Comitato antifascista provinciale (foto il Bolscevico)
di un comitato antifascista prozie a questa fascistizzazione se i
vinciale, al quale già si sta lavoneofascisti e i neonazisti si sentorando, che diventi punto di rifeno legittimati a rialzare la testa.
rimento e raccolga al suo interno
Di fronte a tutto questo serve
tutte le forze politiche, sociali e
oggi più che mai la massima unisindacali che vogliano realmente
tà e mobilitazione di tutti i sinceri
ostacolare con la lotta di massa
democratici e antifascisti e per
e di piazza l’avanzata nera nella
fare ciò occorre la costituzione
Sciopero con presidio dei lavoratori
del Mercatone Uno di Navacchio contro
la chiusura e i licenziamenti
della Cellula “Vincenzo
Falzarano” di Fucecchio
Sabato 21 marzo le lavoratrici
e i lavoratori del Mercatone Uno
di Navacchio (Pisa) hanno indetto uno sciopero per tutto il giorno
per opporsi alla decisione dei vertici aziendali di chiudere quel punto vendita, e il conseguente licenziamento di tutte le maestranze.
Le lavoratrici e i lavoratori col
sostegno della CGIL hanno presidiato il parcheggio e l’ingresso per
informare gli avventori della loro
vertenza e soprattutto della drammatica situazione che vedrà da qui
a poco gettare 36 famiglie sul lastrico.
Nel pomeriggio hanno provato
a incontrare il sindaco di Navacchio, che però ha delegato il suo
vice, causa impegni. I lavoratori denunciano la scarsa chiarez-
za aziendale, sul fatto se ci siano
interessi di altri soggetti al punto
vendita pisano. Nonostante passino gli anni, referenti e soggetti
politici, il linguaggio (ieri si chiamavano licenziamenti oggi li chiamano “esuberi”) la storia si ripete
e a pagare sono sempre gli operai.
Da segnalare due anni or sono la
chiusura di un altro punto vendita della stessa catena e nella stessa
provincia.
Fascio-leghisti
umiliati a Cagliari
La manifestazione del comitato
“Noi con Salvini” battuta
numericamente e politicamente dalla
contromanifestazione degli antifascisti
del capoluogo sardo
‡‡Dal corrispondente
dell’Organizzazione di
Uras del PMLI
Volevano conquistare Cagliari a colpi di slogan fascisti e polizieschi, ma hanno preso bastonate. È stato il trionfo
dell’antifascismo sardo quello
che si è consumato nel capoluogo dell’isola la scorsa settimana, quando i promotori del
sedicente Movimento Sociale Sardo–Noi con Salvini, forti del supporto del loro maestro
reazionario Matteo, sono scesi
in piazza a manifestare la loro
ignoranza xenofoba.
Erano una trentina, e come
riportano diverse fonti, accompagnati da un cane con la maglietta nella nazionale italiana,
hanno manifestato il loro dissenso per “l’invasione” degli
immigrati al suono di slogan
come “Le case agli Italiani”, il
poliziesco “Prima la sicurezza”
e altri cori di matrice nera.
In tutta velocità il Coordinamento Antifascista Cagliaritano
ha organizzato una manifestazione di risposta, assolutamente
pacifica, e in poche ore è riuscito a radunare più di 100 persone
per stoppare le derive razziste e
autoritarie che questi provocatori vorrebbero portare in Sardegna. Le “forze dell’ordine”
hanno evitato l’incontro fra le
due manifestazioni simultanee,
abbastanza inferociti gli uni con
gli altri anche a causa dell’aggressione subita dai “salviniani”
qualche giorno prima a opera di
alcuni antifascisti che a detta
degli aggrediti avrebbero rovesciato i loro tavolini e banchini.
Il social networker Matteo Salvini li ha definiti “zecche rosse”
chiedendo al ministro Alfano
l’immediata chiusura dei centri
sociali. I seguaci del pagliaccio
fascio-leghista hanno accusato
subito dell’aggressione gli studenti di “Sa domu”.
Secondo gli esponenti antifascisti cagliaritani ci sarebbe in atto un tentativo di pilotare l’opinione pubblica contro
lo Studentato Occupato “Sa
domu”, che da mesi occupa uno
spazio che il comune di Cagliari aveva ormai abbandonato nel
bellissimo quartiere storico di
Castello, e stoppare il “serbatoio di idee e ormai punto di riferimento culturale per la zona”
come lo definiscono gli stessi
creatori.
Il PMLI stesso ha partecipato
ad un incontro durante la settimana contro l’Apartheid antipalestinese del governo israeliano
e può dire che il centro occupato
è un ottimo terreno di confronto
e un possibile alleato per le politiche di fronte unito del Partito
marxista-leninista italiano.
Tutti i sinceri antifascisti non
devono dimenticare i cori contro il Sud Italia, i titoloni antimeridionali dei giornali vicini al
“Carroccio” che impestavano la
penisola sino a qualche tempo
fa e che ora opportunisticamente, in vista delle prossime elezioni, i vicini alla Lega e a Salvini vorrebbero “dimenticare”
per esportare la loro filosofia
xenofoba in un territorio come
la Sardegna che ha sempre subìto sulla propria pelle il danno
del razzismo.
I marxisti-leninisti devono
guidare l’onda antifascista e antirazzista per evitare che derive
poliziesche, xenofobe e reazionarie si radichino in Sardegna
e in Italia, facendo fronte unito con i numerosi antifascisti
dell’Isola.
Il ministero della Difesa si oppone
alla sentenza del tar sul Muos
‡‡Dal corrispondente
dell’Organizzazione
di Caltagirone del PMLI
In provincia di Pisa
‡‡Dal corrispondente
nostra provincia.
In particolare deve ritornare
protagonista della lotta antifascista la classe operaia, storicamente il baluardo più potente nella
lotta contro il fascismo, per questo sarebbe opportuno riuscire a
tessere collaborazione e forti legami con le forze sindacali e con
le RSU delle fabbriche del nostro
territorio come la Whirlpool, la
Bticino, e altre realtà sempre in
prima linea negli scioperi e nelle
manifestazioni.
Una cosa però è certa, non potremo liberarci una volta per tutte
del fascismo se non ci libereremo
prima della classe e del sistema
sociale che lo genera e lo finanzia
in funzione repressiva, antioperaia e antipopolare. Questa classe
è la borghesia, il suo sistema è il
capitalismo. Solo spazzando via
il sistema capitalista e rovesciando il potere della borghesia con la
rivoluzione socialista, solo allora
potremo seriamente debellare il
fascismo!
Erano in 30 in compagnia
di un cane con la maglietta
dell’Italia
Il ministero della Difesa diretto da Roberta Pinotti (PD) si è
opposto alla sentenza del Tar del
13 febbraio scorso, che ha stabilito che la base militare statunitense
di Niscemi è abusiva ed il MUOS
è uno strumento militare dannoso
alla salute dei residenti. L’avvocatura del ministero, nelle 50 pagine di opposizione alle decisioni del Tar, ribadisce più volte che
“le opere destinate alla difesa militare, così come la sicurezza del
traffico aereo sono di competenza
esclusiva dello Stato” e con questa
motivazione reputa “illegittimo” il
lavoro fatto dalle associazioni che
si sono opposte alla costruzione
del MUOS.
Il ministero della Difesa del
governo del Berlusconi democri-
stiano, dunque, si sta preoccupando di andare alla ricerca di cavilli
che potrebbero annullare la sentenza del Tar e afferma che le autorizzazioni per la costruzione del
MUOS sono state assegnate sulla
base di un’istruttoria “priva di difetti”. Inoltre, i legali del ministero tornano a parlare della revoca
(non rispettata) dei lavori del 2013
e dicono che il tempo passato dalle concessioni delle autorizzazioni alla revoca (dal 2011 al 2013)
è stato troppo lungo, poiché due
anni determinerebbero un “fattore di stabilizzazione” e non possono essere considerati un termine
ragionevole per ritirare le concessioni.
Nella sua sentenza di febbraio, tra le altre cose, il Tar affermava che la Regione aveva sbagliato: non doveva trattarsi di revoche
ma di veri e propri annullamenti. Noncuranti di questo, i lega-
li del ministero, proseguono proponendo un accordo: il sistema
del MUOS non verrà attivato fin
quando il giudizio non sarà definitivo ma, allo stesso tempo, devono essere sospesi gli effetti della sentenza di primo grado del Tar.
Dunque il MUOS non verrebbe attivato ma i lavori all’interno della
base continuerebbero normalmente seppure illegali.
Ciò è del tutto inaccettabile:
le mosse del governo Renzi sono
dettate dal fatto che rispettando
la sentenza del Tar di Palermo
si è ad un passo dallo smantellamento della base. La lotta per il
rispetto della sentenza di febbraio, per lo smantellamento della
base americana, contro la militarizzazione dei territori e l’imperialismo non si ferma e gli attivisti NO MUOS ribadiscono il loro
invito al corteo nazionale NO
MUOS del 4 aprile.
12 il bolscevico / cronache locali
N. 13 - 2 aprile 2015
Il Consiglio comunale, compresi SEL e M5S, approva la delibera sui finanziamenti ai partiti
Col Bilancio previsionale 2015 del Comune di Forlì
Una rapina ai danni del popolo, i partiti di regime devono autofinanziarsi e non chiedere sacrifici alle masse popolari
Batosta antipopolare
della giunta del
piddino Drei
I gruppi consiliari di Modena
si ripartiscono il bottino
‡‡Dal corrispondente
dell’Organizzazione di
Modena del PMLI
Nel corso della seduta del Consiglio comunale di Modena del 9
marzo 2015, presieduta dal sindaco Gian Carlo Muzzarelli del PD,
è stata approvata all’unanimità,
tra cui SEL e M5S, la delibera che
assegna le risorse ai gruppi consiliari per l’anno 2015. Lo stanziamento totale è pari a 74.800 euro
al netto di un taglio di 5.000 euro
previsto nell’ambito dell’approvazione del bilancio 2015.
A prima vista sembra un risparmio, come hanno falsamente annunciato i media di regime
al soldo della borghesia ed il comune di Modena con il suo comunicato stampa, ma conti alla
mano i gruppi consiliari riceveranno stanziamenti superiori al passato. Nella ripartizione del bottino
si sarebbe dovuto tenere conto delle mutate condizioni della giunta comunale, infatti facendo il confronto con l’anno 2013,
dove vi era uno stanziamento pari
a 79.800 euro, bisogna ricordare
la diminuzione dei gruppi consilia-
ri da 10 a 7 e quella del numero
dei consiglieri da 40 a 32, quindi
risulta che ciascun gruppo percepirà nel 2015 una quota fissa
di 5.482 euro più 1.169 euro per
ogni consigliere, mentre nel 2013
a ciascun gruppo erano assegnati 3.990 euro più 997.50 per ogni
consigliere, di conseguenza nonostante il “taglio” di 5.000 euro
c’é un incremento del 34% per i
gruppi e del 17% per i consiglieri.
Inoltre si sarebbe dovuto far riferimento non allo stanziamento totale ma alle singole quote distribuite nel 2013, ovvero 4.000 euro in
quota fissa e 1.000 euro per ogni
consigliere con un esborso totale
di 60.000 euro e un vero risparmio di 20.000 euro e non di un finto 5.000 euro.
Tutto questo dimostra che l’intera amministrazione comunale,
ingrassando ancora di più le tasche, sta ingannando i modenesi e non si fa scrupolo di chiederne ulteriori sacrifici aumentando
le tasse per il 2015. In questo ennesimo vergognoso inciucio comunale tra la destra e la “sinistra”
borghese, noi marxisti-leninisti ri-
Comunicato dell’assemblea degli abitanti
di Settecani (Castelvetro di Modena)
badiamo che i partiti devono totalmente autofinanziarsi, come fa
da sempre il PMLI che conta solo
sul sostegno dei militanti, dei simpatizzanti e delle masse popolari.
Il finanziamento pubblico ai partiti di regime è una rapina ai danni
del popolo, e anche per questo bisogna creare le istituzioni rappresentative delle masse fautrici del
socialismo per combattere le istituzioni borghesi che fanno solo i
propri interessi ignorando ed impoverendo sempre di più le masse popolari.
CONSIGLIO COMUNALE DI MODENA
Riparto risorse ai Gruppi consiliari
2013
Il Sindaco di Spilamberto (Modena) e l’azienda Agrivision ci avevano raccontato che si trattava di
4 serre riscaldate per produrre ortofrutta con metodo intensivo. E
invece abbiamo scoperto, a lavori
già avviati, che, in soldoni, si tratta di un impianto a biomasse per
che compriamo alla Coop. Siamo
preoccupati perché le nostre case,
frutto dei sacrifici di una vita di
lavoro, perderanno valore. Siamo
preoccupati perché le tre amministrazioni comunali nelle quali ricade il territorio di Settecani, sembra
abbiano dimenticato che qui vivono delle persone il cui futuro dovrebbe venire prima degli interessi
di qualche azienda privata.
GRUPPO
PD
POL
MODENA FUTURA
SEL
UDC
ETICA E LEGALITA'
FRATELLI D'ITALIA
LEGA NORD
SALUTE AMBIENTE
MPA
TOTALE
2015
NO all’impianto a
biomasse di Settecani!
Riceviamo e volentieri in
ampi estratti pubblichiamo.
Bisogna combattere e spazzare via la giunta Muzzarelli che
falsamente rappresenta le masse
popolari modenesi poiché é asservita ai “poteri forti” ossia il capitalismo e sta dimostrando di non
poter far nulla a favore dei lavoratori, dei disoccupati, dei pensionati, degli studenti e del resto delle
masse popolari.
Perché Modena sia governata
dal popolo e al servizio del popolo
ci vuole il socialismo!
Coi Maestri e il PMLI vinceremo!
GRUPPO
PD
M5S
NUMERO
CONSIGLIERI
22
7
2
2
2
1
1
1
1
1
40
RISORSE
ASSEGNATE
C 25.935,00
C 10.972,00
C 5.985,00
C 5.985,00
C 5.985,00
C 4.987,00
C 4.987,00
C 4.987,00
C 4.987,00
C 4.987,00
C 79.797,00
NUMERO
CONSIGLIERI
19
5
RISORSE
ASSEGNATE
C 27.549,00
C 11.186,00
3
C 884.9,00
2
1
1
1
32
C 7.680,00
C 6.511,00
C 6.511,00
C 6.511,00
C 74.797,00
FORZA /TALIA
PER ME MODENA
CAMBIA MODENA
NCO
SINISTRA ECOLOGIA
TOTALE
Anno
Totale
risorse
Totale Incremento
ai gruppi
quota
2013
C 79.800
C 39.900,00
2015
C 74.800
C 37.400,00
33,88%
Totale ai
consiglieri
Quota per
consigliere
C 39.900
C 997,50
C 37.400
C 1.169,00
‡‡Dal corrispondente della
Cellula “Stalin” di Forlì
Per far fronte all’ennesimo taglio, questa volta di 7 milioni di
euro, di trasferimenti al Comune di Forlì, l’assessore al Bilancio
Emanuela Briccolani ha annunciato una serie di misure antipopolari
contenute nel bilancio previsionale presentato alle tre commissioni consiliari riunite e in discussione in Consiglio comunale il 19 e 20
marzo.
In particolare la giunta del PD
Drei ha deciso di aumentare l’Irpef,
con l’esenzione solo ai redditi sotto
a 8.000 euro, passando dall’aliquota fissa dello 0,49 per cento a due
aliquote: 0,6 per cento per redditi
tra gli 8 e i 15mila euro e 0,8 per
cento (il massimo) per quelli superiori a 15mila, per recuperare 2,7
milioni di euro.
In questo modo si vedrà aumentare le tasse anche chi guadagna appena 8.500 euro annui,
mentre chi ne incassa 16.000 pagherà come chi ne incassa 30.000
o 40.000, e con questo la Briccolani ha il coraggio di affermare che
“resta garantita l’equità fiscale”!
Gli altri 4 milioni mancanti dovrebbero essere trovati con il recupero dell’evasione tributaria e,
soprattutto, con i tagli. Come faccia la Briccolani ad affermare che
questo si farà “riuscendo a non intaccare i servizi alla persona” e che
“i sacrifici non si tradurranno in disagi” è un mistero visto che i tagli
riguarderanno le spese per il personale, per il welfare (2,3 milioni in
meno), per le scuole materne (taglio di 479.000 euro) e per i nidi e
servizi ai minori (meno 241.000).
“Copertura totale e qualità del servizio restano assicurate” aggiunge
ancora con impareggiabile faccia
tosta l’assessore che aggiunge nel
contempo che non è ancora fissato l’importo del fondo sociale per le
famiglie bisognose.
Diverse voci si sono levate contro questa batosta antipopolare,
a partire dai sindacati confederali
che l’hanno definito un “colpo duro
a pensionati e lavoratori”, rimpro-
verano alla giunta di non averli
coinvolti nel processo decisionale.
Giovedì 19 marzo una manifestazione di 250 lavoratori e pensionati si è svolta in piazza Saffi, da
dove alcuni rappresentanti di Cgil,
Cisl e Uil sono poi saliti nel Consiglio comunale dove si teneva la
discussione e vi è stata una piccola contestazione quando è entrato
il sindaco Drei e quando l’assessore Briccolani ha preso la parola per
giustificare i provvedimenti antipopolari.
Alla manifestazione hanno preso parte anche alcuni esponenti
del comitato Acqua pubblica che
hanno rimproverato all’amministrazione comunale di aver negato un
consiglio aperto sul tema dei beni
comuni chiesto due mesi fa.
Le proteste non sono però servite a fermare l’approvazione della manovra, il giorno seguente,
con 19 voti a favore (praticamente solo il PD meno un consigliere uscito dall’aula per “dissenso”),
l’astensione di Mario Peruzzini della lista “Noi con Drei” e il
voto contrario di Paolo Bertaccini di “Con Drei per Forlì”, entrambe queste liste sono nate in
occasione delle elezioni amministrative dello scorso anno in appoggio al candidato, e attuale sindaco, Davide Drei che con piglio
“ducesco”, come ormai è in voga
nel PD del Berlusconi democristiano Renzi ha rimproverato al
“dissidente” Peruzzini che “È inutile che si appelli ai 3mila voti di
una lista che non ha vita reale e
che lui rappresenta per meno del
10 per cento”, ma ce ne è stato
anche per i sindacati contro cui
ha chiosato: “vorrei che si manifestasse in piazza per il futuro dei
nostri figli e non per qualche punto in più d’addizionale”, come se
l’aumento delle tasse per i redditi
bassi non incidesse sul presente
e sul futuro delle masse lavoratrici
e popolari a partire proprio dai più
giovani che non hanno prospettive di trovare un lavoro e, “bene
che vada”, sarà comunque precario, sottopagato e supersfruttato.
A Milano e in Lombardia
Dietro gli sgomberi delle case popolari
occupate dai senzatetto si nascondono loschi
interessi privati
‡‡Redazione di Milano
Settecani di Castelvetro (Modena). La zona dove sono stati iniziati i lavori per la
costruzione dell’impianto a biomasse (foto il Bolscevico)
produrre energia elettrica da vendere.
Viviamo in una zona già inquinata, respiriamo le polveri sottili e le altre emissioni nocive di un
traffico pesante abnorme. Come
se non bastasse abbiamo già sulla testa la spada di Damocle della
possibile costruzione (già autorizzata dalla Provincia) di una parte
dell’Impianto INALCA che tratterà cascami animali.
Ed ora questo nuovo impianto che produrrà fumi, polveri, rumori, ceneri e catrame e del quale
l’amministrazione comunale si è
“dimenticata” di informarci!
Siamo preoccupati per la nostra salute perché le emissioni di
questo impianto ricadranno sulle
nostre case, sui nostri orti e sulle
colture agricole (soprattutto verdure) che coprono gran parte del nostro territorio e che sono le stesse
Siamo delusi dalla totale mancanza di informazione e dalla leggerezza con cui l’amministrazione di Spilamberto ha concesso il
permesso di costruzione di questo
nuovo impianto e dal silenzio indifferente dei Sindaci di Castelvetro e Castelnuovo Rangone, comuni nei quali risiede la maggioranza
degli abitanti di Settecani.
Venga il Sindaco Costantini a
confrontarsi con noi, anziché rilasciare fumose interviste in cui si
cerca di banalizzare il problema!
Abbiamo raccolto oltre 500 firme, pari alla quasi totalità di tutti gli abitanti della frazione contro
questo progetto. Da parte nostra
proseguiremo l’azione di lotta in
tutte le sedi opportune.
L’assemblea degli abitanti
di Settecani
(Castelvetro di Modena)
20 marzo 2015
Dietro agli sgomberi polizieschi
sempre più frequenti, eseguiti senza tenere conto dei bisogni abitativi
e delle condizioni economiche degli
ex senzatetto costretti ad occupare
alloggi comunali e regionali ex-IACP
(che senza scrupoli vengono buttati in mezzo a una strada al freddo),
si nasconde un giro di profitti vertiginosi sulla ripulitura e la risistemazione degli alloggi, col benestare
dell’ALER (azienda lombarda edilizia residenziale).
Al fine di avere l’appalto di quei
lavori per due anni è necessario vincere la gara, almeno sulla carta. Dal
2004 al 2014 solo un’azienda ha
avuto la meglio: la RRS s.r.l. di Buccinasco. È vero che il primo biennio
è coperto dal bando, però rimangono altri otto anni in cui si è sempre
aggiudicata l’appalto l’azienda citata,
con l’avallo di ALER.
Questo appalto è sempre stato
ottenuto in modi differenti aggirando
le regole in materia. In certi casi i lavori proseguivano per ben oltre i sei
mesi, previsti dal consiglio di Stato,
in altri il bando era vinto da una sola
azienda invitata che, manco a dirlo,
vinceva la gara: la RRS.
Un caso emblematico è la gara
del 2 ottobre 2014. Vince la RRS
Alla faccia della “lotta all’abusivismo”
e per il “ripristino della legalità”
ma il bando passa con riserva. Viene poi annullato poiché finisce la
convenzione con cui la Regione ha
gestito gli immobili popolari di proprietà comunale. Nel frattempo,
però, il settore appalti di ALER diretto da Domenico Ippolito, attraverso
una procedura negoziata, regolata
dall’articolo 57 (basata sull’urgenza),
affida alla RRS due gare da 200mila
euro ciascuna sempre per “il servizio
Escomi”. La RRS, esclusa dall’appalto principale, rientra così dalla finestra, grazie al trucco della massima urgenza.
Il dato viene confermato dall’ALER che in una nota inviata al “Fatto
Quotidiano” riassume così la vicenda Escomi: “ALER attraverso bando di gara pubblica, con procedura
aperta (repertorio 70/2004), durata biennale prorogabile, ha aggiudicato nel 2004 all’unico raggruppamento partecipante RRS Srl e
Dierre Spa il servizio di Escomi, che
ha avuto durata sino al 2009. Sempre con bando pubblico è stata av-
viata una nuova procedura aperta
per lo stesso servizio, con numero di repertorio 17/2009 e durata
biennale prorogabile, aggiudicato
a RRS come unico partecipante in​sieme alle ausiliarie Consorzio Lombardo Cooperative e Decorato Trasporti e Traslochi Srl. La proroga ha
coperto sino al 31 ottobre 2014”.
E non è finita qui. Dopo il blocco
della gara la stessa RRS ha fatto ricorso al Tar e pochi giorni fa il Consiglio di Stato ha dato ragione all’azienda. Nell’appalto del 2009, con
RRS vince Colocoop, società riconducibile a Bruno Greco e che recentemente ha avuto un’interdittiva antimafia.
La vicenda è talmente losca che
la Commissione d’inchiesta regionale su ALER ha richiesto gli atti delle
gare. In ogni caso, se si considera
chi è il principale proprietario di RRS
si comprende tutto. La quota maggioritaria di RRS appartiene a Paolo Genovese, già coinvolto nell’inchiesta della procura di Monza che
indaga sulla ditta Sangalli e sui rapporti con la politica locale, dalla quale sarebbe emerso che avrebbe pilotato la gara d’appalto per i lavori
dello spurgo della rete fognaria, indetto dalla società Metropolitana Milanese.
Il monopolio dell’azienda in questo settore era già stato evidenziato nell’inchiesta della procura di Milano che, recentemente, ha portato
alla condanna di alcuni ex funzionari di ALER, grazie a un esposto del
presidente dell’associazione Sos
Racket e Usura, Fernando Manzi.
Un imprenditore calabrese “riferiva
al Manzi che da anni l’unica partecipante alle gare bandite dall’ALER
è la società RRS, anch’essa presumibilmente legata a Ippolito (ex direttore generale di ALER, ndr). I bandi
di gara per gli sgomberi sarebbero costruiti su misura per la RRS in
maniera tale da permettere solo a
quest’ultima di avere i requisiti per
parteciparvi”.
Tutto ciò rende evidente quali siano i veri motivi degli sgomberi forzati: un grosso giro d’affari nella locazione e, quando questa non è più
fruttifera, grazie all’impossibilità degli inquilini di pagare gli affitti, sullo
sgombero e sui relativi lavori di risistemazione.
4
Contro
il Jobs Act e
la legge di stabilità
e per la difesa
dell'art.18
il bolscevico / studenti
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Stampato in proprio
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N. 45 - 19 dicembre 2014
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Via Antonio del Pollaiolo, 172a - 50142 FIRENZE
Tel. e fax 055.5123164 e-mail: [email protected]
PARTITO
MARXISTA-LENINISTA
ITALIANO
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14 il bolscevico / esteri
N. 13 - 2 aprile 2015
Il socialimperialismo cinese sfida l’imperialismo Usa anche sul piano monetario
Italia, Germania, Francia e Gran Bretagna
aderiscono alla banca mondiale della Cina
La notizia dell’adesione della
Gran Bretagna, subito imitata da
Germania, Francia e Italia, alla
Banca asiatica per gli investimenti in infrastrutture (Aiib, secondo l’acronimo inglese), creata
appena un anno fa dalla Cina, ha
mandato su tutte le furie il governo statunitense, che vede gravemente minacciata l’egemonia
dell’imperialismo Usa anche sul
piano monetario, oltreché a livello
commerciale, tecnologico e militare, su cui la sfida col socialimperialismo cinese era già in pieno
atto da tempo. Per non parlare di
quella sul piano economico globale, sul quale molti analisti danno già per avvenuto il sorpasso
nel corso del 2014, in anticipo di
5 anni sulle previsioni.
La Banca asiatica, con sede a
Pechino e una dotazione di 100
miliardi di dollari, di cui 50 già
spendibili per progetti concreti, è
nata nell’ottobre 2013 su impulso
cinese per favorire gli investimenti in infrastrutture in tutta l’area
asiatica e del Pacifico, e in particolare nei settori dell’energia, dei
trasporti e delle telecomunicazioni. Vi aderiscono importanti paesi
dell’Estremo Oriente come India,
Pakistan, Bangladesh, Thailandia, Filippine, Malesia, Singapore,
Brunei, Cambogia, Laos, Birmania, Vietnam, Nepal, Sri Lanka,
Uzbekistan, Tajikistan, Kazakhstan e Mongolia. Ma anche paesi
del Medio Oriente come Kuwait,
Oman, Quatar, Giordania e Arabia
saudita. E più di recente hanno
aderito importanti paesi occidentali come la Nuova Zelanda e i
quattro paesi europei summenzionati, tutti appartenenti al G7,
con la Gran Bretagna a fare da
apripista; mentre persino l’Australia, rimasta finora fuori dal nuovo
club mondiale in obbedienza alle
pressioni Usa, ma incoraggiata
adesso dalla decisione di Londra,
sembra intenzionata a rivedere la
sua posizione e porre anch’essa
la propria candidatura.
Minaccia
all’egemonia
del dollaro
È proprio l’adesione della
Gran Bretagna, considerata da
sempre il suo più stretto alleato
storico su tutti i piani - economico, finanziario, politico e militare
- a spaventare l’imperialismo Usa
che, considerando anche la defezione di altri due paesi della sua
cintura imperialista mondiale di
lingua anglosassone, come Nuova Zelanda e Australia, più quella
di Francia, Italia e Germania (vale
a dire praticamente la testa della Ue), vede profilarsi la fine di
quel sistema monetario basato
sulla supremazia del dollaro che
durava dalla fine della seconda
guerra mondiale con gli accordi
di Bretton Woods. Sistema sopravvissuto anche all’abolizione
della convertibilità del dollaro in
oro decretata nel 1971 da Nixon,
per mancanza finora di vere alternative: la sfida dell’euro, nato con
l’ambizione di sostituire il dollaro
negli scambi internazionali, non
ha retto infatti all’impatto devastante della crisi capitalistica
mondiale e alla debolezza politica intrinseca delle istituzioni europee.
Quel sistema monetario, ancora basato sulla moneta americana e sulla Banca Mondiale e il
Fondo Monetario Internazionale,
tutti e due con sede a Washington e a trazione statunitense,
vede ora spuntare con la banca
asiatica cinese un nuovo e più
temibile concorrente monetario
mondiale che aspira a soppiantarlo, grazie alla forza di attrazione del suo immenso mercato
e della sua economia che marcia
L’ira della Casa Bianca
ancora a ritmi che, per quanto ridotti dalla crisi globale, sono nettamente superiori agli Usa e agli
altri paesi capitalisti. D’altra parte gli Stati Uniti si erano sempre
opposti alle richieste di Pechino
di avere più peso all’interno della Bm e del Fmi, istituzioni che
ora con la mossa cinese perdono improvvisamente di peso e
importanza. Il fatto che la Cina
sia riuscita a convincere perfino il
primo e più fedele alleato storico
degli Usa dimostra quanto sia seducente la strategia della cricca
capitalista di Pechino. Specie per
un paese come la Gran Bretagna,
che già nel 2013 attraeva nella
City londinese, con un volume di
3,1 miliardi di sterline al giorno,
il 60% delle transazioni effettuate fuori dai confini cinesi, e che
aspira perciò ad essere il collettore europeo dei nuovi colossali
investimenti promessi dalla Aiib:
“Ci sono mutui interessi”, ha detto al momento della firma il Cancelliere dello scacchiere George
Osborne, il ministro degli Esteri
inglese. Dichiarazioni simili sono
state fatte dagli altri tre paesi europei firmatari, consapevoli da
parte loro che la ripresa dell’economia nel vecchio continente è
sempre più legata alle esportazioni, e quindi al mercato cinese
che è potenzialmente il più grande del mondo.
La sorpresa e l’ira
di Washington
Da qui lo sconcerto e la rabbia dell’amministrazione Obama,
che secondo il Financial Times,
già indispettita per la riduzione
degli investimenti di Londra in armamenti convenzionali malgrado
le raccomandazioni della Nato,
avrebbe reagito molto duramente
alla decisione del governo Cameron, accusandolo di tenere
un atteggiamento di “costante
accomodamento” verso la Cina.
Mentre nei confronti dei governi
europei la Casa Bianca ha scelto
una linea più demagogica, mettendoli in guardia dai rischi di aggiramento degli standard di protezione dell’ambiente e dei diritti
dei lavoratori dovuti alla “opacità”
della banca cinese, controllata direttamente dai governanti di Pechino, in confronto ai “progressi” fatti in questo campo dalla
Banca Mondiale che, a detta di
Washington, adotterebbe invece
“standard ben più severi”.
La sorpresa e l’ira della Casa
Bianca sono motivate anche dalla
rapidità con cui, in poco più di un
anno la Aiib, da un’idea del leader
cinese Xi Jinping, è diventata una
realtà mondiale in grado di sfidare istituzioni monetarie come la
Bm e il Fmi, tanto che Bloomberg
ha definito la Cina il “nuovo Fondo Monetario Internazionale” per
i suoi finanziamenti ad Argentina,
Ecuador, Russia e Venezuela. E
la banca anglo-svizzera Hsbc ha
definito Pechino il “nuovo polo
della finanza mondiale”. E questo
nonostante le strategie economiche, diplomatiche e militari messe in atto ultimamente da Obama
nello scacchiere Asia-Pacifico
per fare barriera contro l’ascesa
dell’imperialismo concorrente cinese. Come per esempio cercare
di potenziare ed allargare ad altri
paesi, anche europei, la Banca
Asiatica di Sviluppo con sede a
Manila, egemonizzata dagli Usa
in alleanza stretta con Giappone e
Corea del Sud, alla quale Obama
era riuscito a tirare dentro in fun-
zione anticinese anche il Vietnam.
Paese che aveva aderito anche al
Trans-Pacific Partnership (Tpp),
l’altro organismo economico-militare creato dagli Usa in funzione
anticinese tra le due sponde del
Pacifico, secondo la strategia
denominata Pivot Asia. Il Tpp è
riuscito però ad interessare solo
una metà circa dei 21 paesi aderenti all’Apec (Cooperazione economica dell’Asia e Pacifico, il cui
ultimo vertice si è tenuto proprio
a Pechino lo scorso novembre), e
che stenta a decollare. Tanto che
lo stesso Vietnam si è iscritto nel
frattempo anche all’Aiib cinese, e
forse sta per farlo anche un pilastro economico-militare del Tpp
considerato fondamentale dagli
Usa, come appunto l’Australia.
La strategia
multilaterale
di Pechino
D’altra parte la creazione della
banca mondiale cinese è solo il
più recente di una serie di passi
fatti negli ultimi tempi dalla cricca socialimperialista di Pechino
per insidiare sul piano economico e monetario la supremazia
dell’imperialismo Usa. Si pensi
per esempio al suo impulso alla
creazione della banca dei Brics,
la banca dei paesi emergenti
Brasile, Russia, India, Sudafrica
e la stessa Cina. Si pensi anche
ai 40 miliardi di dollari stanziati
per la “nuova via della seta”, il
progetto di una grande rete ferroviaria e marittima destinata a
rivoluzionare i traffici commerciali
tra Estremo Oriente ed Europa,
inaugurata lo scorso novembre
dal primo convoglio ferroviario
di container che ha coperto in 21
giorni via Russia il viaggio tra il
nuovo gigantesco hub commerciale di Yiwu, a 300 Km a sudo-
vest di Shanghai, e Madrid. Per
non parlare dell’ambizioso progetto di rivoluzionare gli scambi
finanziari internazionali lanciando entro l’anno il Cips (China
international payment system)
basato sullo yuan, in concorrenza con l’attuale Swift (Society
for worldwide interbank financial
telecommunication) basato sul
dollaro. D’altra parte se ancora
nel 2013 lo yuan era solo al 13°
posto tra le monete usate per gli
scambi internazionali, adesso è al
5° dopo la sterlina, il franco svizzero, l’euro e il dollaro americano,
essendo gli scambi internazionali
con la moneta cinese aumentati
del 321% negli ultimi due anni.
Gli analisti di Hsbc predicono
anzi che entro il 2015 lo yuan potrebbe diventare la terza moneta
internazionale.
Se a tutto ciò si aggiunge il
sempre più intenso shopping di
industrie, servizi, banche, complessi immobiliari, terreni, ecc.,
da parte dei capitali cinesi in tutto
il mondo e in particolare in Europa, come anche solo di recente è
successo in Italia con l’acquisto di
quote di maggioranza di Ansaldo
e Pirelli, ma anche di importanti
quote di società storiche come
MPS, Generali e Telecom, si ha
un quadro abbastanza chiaro di
come i rapporti di forza interimperialistici si stiano modificando,
con il socialimperialismo cinese
in rapida ascesa e ormai arrivato
a insidiare la supremazia dell’imperialismo americano in affanno.
Una rapida ascesa, però, pagata col sudore e il sangue dei lavoratori e del popolo cinesi, che a fronte
del gigantesco sviluppo produttivo
della Cina sono tra i più poveri e
sfruttati del mondo, per soddisfare
la brama di ricchezza e di potenza
di una cricca di capitalisti borghesi
e di fascisti che si maschera strumentalmente dietro i simboli del
socialismo.
Nel giorno dell’inaugurazione del nuovo grattacielo della Banca centrale europea
Migliaia in piazza a Francoforte
contro l’austerity e la Troika
Scontri con la polizia: 350 fermati, 16 arresti, 21 feriti, 107 intossicati. I manifestanti appendono sull’Eurotower lo striscione “Il capitalismo uccide”
Draghi cerca di conquistare le simpatie dei manifestanti
Quella che il 18 marzo ha visto oltre 30mila combattivi manifestanti in cortei, sit-in, blocchi
a Francoforte è stata una delle
più grandi contestazioni internazionali alla Troika e alla politica di
austerità imposta alle masse dei
vampiri dell’UE.
Sono arrivati da ogni parte
d’Europa, Italia compresa, con
treni e bus, rispondendo all’appello sottoscritto da più di novanta organizzazioni, coalizzate
nel movimento Blockupy, nome
nato dalla fusione tra Block Bce
e Occupy, per contestare l’inaugurazione del nuovo edificio della
Banca centrale europea (Bce).
L’Eurotower, alta 185 mt, costata oltre 1,3 miliardi di Euro,
un ulteriore affronto alle masse
popolari europee, spremute fino
all’ultima goccia di sangue, era
circondata già da alcuni giorni
dal filo spinato, che delimitava la
cosiddetta “zona rossa”, difesa
dall’impressionante schieramento di di 9mila agenti in assetto
antisommossa.
Le manifestazioni
Una presenza militare massiccia che tuttavia non è riuscita,
nonostante le violente cariche, i
cannoni ad acqua usati contro i
manifestanti e i lacrimogeni sparati sulla folla, a impedire che, con
azioni coordinate, le avanguardie
degli attivisti si avvicinassero alla
“zona rossa”, con l’obbiettivo di
impedire l’inaugurazione e di rovinare la festa, a cui partecipava
anche Mario Draghi, e di consentire al corteo della mattina di avvicinarsi il più possibile alla sede
della nuova Bce, come era stato
deciso nell’assemblea plenaria
internazionale tenutasi il giorno
prima.
Tra le azioni di massa, cui hanno partecipato migliaia di giovani,
il blocco fin dall’alba del ponte
principale di Francoforte, sul fiume Meno, dei binari della stazione ferroviaria e degli svincoli
autostradali, che hanno rallentato
le operazioni di avvicinamento
Francoforte, 18 marzo 2015. In migliaia da ogni parte d’Europa manifestano
contro l’austerity e l’inaugurazione dell’Eurotower
Francoforte, 18 marzo 2015. Un momento della violenta repressione contro i manifestanti attuata dalla polizia
e dai mezzi con gli idranti. La
polizia ha utilizzato lacrimogeni,
spray urticanti e manganellato i
giovani. I fermati sono stati 350,
la maggior parte però rilasciati in
tarda mattinata.
Nello stesso momento, un
corteo, formato da cinque diverse manifestazioni, tra cui quella
della Confederazione tedesca dei
sindacati, confluite in un unico
spezzone, ha attraversato il centro di Francoforte, raggiungendo
i manifestanti dei blocchi, tra cui
centinaia di italiani, e chiedendone la liberazione.
Alla fine della mattinata il bilancio è di 350 fermati, tra cui
dei mezzi militari e consentito
alle masse di recarsi a piedi fino
ai piedi della Eurostar, dove si è
tenuto un presidio.
È stato nel corso di queste
manifestazioni di preparazione
al corteo che migliaia di manifestanti sono stati circondati dagli
agenti in assetto antisommossa
molti italiani, 16 arresti, 21 feriti,
107 intossicati.
Alle 14 è partito il rally centrale
di Blockupy, con spettacoli musicali e interventi fatti da esponenti
politici di Blockupy, cui alle 17
è seguito il corteo unitario, che
raccogliendo le simpatie della
popolazione locale, schieratasi a
sostegno dei manifestanti dopo
le violenze della polizia, ha superato le 20mila presenze.
Tra i manifestanti, oltre agli
attivisti di tutta Europa dei movimenti sociali, anche gli operai e i
sindacalisti della IG Metal e i lavoratori precari, soprattutto della
multinazionale Amazon, i migranti
massacrati dalla politica di chiusura delle frontiere attuata dalla
UE imperialista.
Il corteo, scandendo durissime parole d’ordine contro la Troika, la sua politica antipopolare e
i governi che la sostengono, ha
ancora una volta attraversato il
SEGUE IN 15ª
ë
unione europea / il bolscevico 15
N. 13 - 2 aprile 2015
Nell’incontro a Bruxelles
Il Consiglio europeo unito
per combattere lo Stato islamico
La riunione del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo a Bruxelles
aveva all’ordine del giorno il via
libera all’istituzione dell’Unione
dell’energia e di altri temi economici, di varie questioni internazionali catalogate sotto il tema delle relazioni esterne; nonostante
all’ultimo momento si sia inserita
anche la richiesta del governo
di Tsipras di affrontare di nuovo
l’argomento debito della Grecia,
discusso nella cena del 19 marzo e rimandato al prossimo eurogruppo, uno degli argomenti
centrali non poteva che essere
la questione della lotta al “terrorismo”. Un argomento sul quale
il Consiglio europeo si è espresso unito per combattere lo Stato
islamico (Is).
In prima battuta i capi di
Stato e di governo dei 28 paesi
dell’Unione europea (Ue) hanno
Renzi in prima fila per l’intervento in Libia
condannato “lo spaventoso attentato terroristico” del 18 marzo
al museo del Bardo a Tunisi e si
sono impegnati a intensificare la
collaborazione con il paese nella
lotta al terrorismo, per favorire la
“promettente transizione democratica”. Il governo tunisino aveva appena reso noto che due dei
responsabili dell’attacco, uccisi
dalle forze speciali, erano stati addestrati in Libia nella zona
controllata dalle forze che hanno aderito allo Stato islamico e
anche l’inviato dell’Onu in Libia,
Bernardino Léon, impegnato nel
seguire le trattative tra i governi
di Tobruk e Tripoli, confermava l’esistenza in Libia di “campi
di addestramento che vengono
utilizzati per attacchi contro altri
paesi della regione”.
Nel comunicato finale del
vertice la Libia era trattata in un
capitolo dedicato nel quale l’Ue
affermava che “la crisi in Libia costituisce una grave sfida alla pace
e alla sicurezza internazionali
che richiede la piena attenzione
dell’Ue. Il Consiglio europeo ha
chiesto un cessate il fuoco immediato e incondizionato e ha sollecitato le parti libiche a giungere
rapidamente a un accordo su un
governo di unità nazionale. Solo
una soluzione politica può offrire
un percorso sostenibile verso una
transizione democratica. L’Ue è
impegnata negli sforzi in corso da
parte dell’Onu e rafforzerà il suo
attuale sostegno all’Unsmil e al
processo di unità. Loda l’operato
del rappresentante speciale del
segretario generale delle Nazioni
Unite”. “Non appena si troverà un
accordo per formare un governo
di unità nazionale”, metteva in
evidenza il comunicato, “l’Ue è
pronta, insieme ai paesi della regione e ai partner internazionali,
a contribuire alla sua attuazione
avvalendosi pienamente di tutti i
suoi strumenti. L’alto rappresentante presenterà proposte come
convenuto in sede di Consiglio il
16 marzo 2015. L’Ue potenzierà
la sua collaborazione con i partner pertinenti per contrastare il
terrorismo nella regione”.
Il vertice Ue puntava sulla conclusione positiva del negoziato
fra le due principali fazioni libiche
e sulla formazione di un governo
di unità nazionale perché così
potrà anche avere il via libera, su
richiesta delle parti o dell’Onu su
cui preme da tempo, per mettere
un piede militare nel paese soto
la forma di missioni di sicurezza
o di polizia per la sorveglianza di
edifici governativi, infrastrutture
strategiche e per il controllo delle
frontiere. Una “missione di pace”
a tutto tondo, che nei termini imperialisti è un intervento armato
“legalizzato”.
Come in altre recenti occasioni
è stato il presidente del consiglio
italiano Matteo Renzi a schierare
l’imperialismo italiano in prima fila
per l’intervento militare in Libia e
la guerra alla “minaccia globale”
dello Stato islamico. In questa occasione ha trovato un alleato nella
cancelliera Angela Merkel che lo
ha seguito nella denuncia di come
“l’influenza di Is stia crescendo in
Libia” pur non andando oltre la
posizione di sostegno “ai tentativi
dell’Onu per la formazione di un
governo di unità nazionale”.
La responsabile della politica
estera europea Federica Mogherini ha avuto il compito di dettagliare le proposte di intervento
della Ue e la sua relazione è atte-
sa per il mese di maggio. Non tutti
i paesi però pensano di aspettare
maggio e vogliono accelerare.
Come nel caso dei governi italiano e francese che nei giorni precedenti avevano ribadito di essere già pronti a intervenire in caso
di escalation della crisi. Il ministro
degli Esteri, Paolo Gentiloni, nel
vertice bilaterale a Caen in Francia, ribadiva che “l’Italia in Libia
ha un ruolo cruciale, non possiamo chiedere ad altri paesi europei
di avere lo stesso impegno”. Noi
siamo pronti, rispondeva il capo
di Stato maggiore italiano Danilo
Errico che il 17 marzo garantiva di
essere in grado di “assicurare ciò
che sarà richiesto” dalla politica,
“non si può dire al buio di cosa
ci sarà bisogno. Dipende dalle
scelte del governo e dal contesto
internazionale in cui un’eventuale
azione sarà inquadrata”.
Per colmare il gap con l’imperialismo russo e per avere un ruolo mondiale adeguato alla sua potenza economica
L’UE imperialista comincia a pensare
in concreto a un unico esercito europeo
Juncker ha lanciato l’idea, subito raccolta dalla Merkel
Serve un esercito comune
per i 28 Paesi dell’Unione europea (Ue) anche per far capire alla
Russia e a chiunque rappresenti
una minaccia “che siamo seri nel
sostegno dei nostri valori” ha affermato il presidente della Commissione europea Jean-Claude
ë DALLA 14ª
strategico di questo movimento.
La proposta di questi soggetti
politici è nei fatti tutta interna alla
logica capitalista e imperialista,
e ripone fiducia nella possibilità
di riformare la politica e le istituzioni dell’UE. Il loro è un pericoloso inganno. L’Unione europea
imperialista non può cambiare
natura di classe e, se anche fosse riformabile, continuerebbe a
sfruttare e opprimere i popoli, a
essere razzista e antimigranti e a
fare unicamente gli interessi della
grande finanza, del grande capitale e della borghesia.
Costoro si riducono a coprire
a sinistra la UE invece di battersi per distruggere tale alleanza
imperialista. Non ci possiamo
accontentare di porre come obbiettivi strategici quelli della rinegoziazione del debito dei singoli
Stati, di una politica meno antipopolare e ricattatoria, della mitigazione delle logiche dell’austerità e
della privatizzazione, del ripristino
della sovranità e degli strumenti
di democrazia parlamentare dei
singoli Stati componenti, dall’addolcimento della militarizzazione
e dell’interventismo imperialista
europei. Tutti questi infatti sono
obbiettivi irraggiungibili se non si
va al cuore del problema. E settori più avanzati del movimento
ci sono arrivati: com’era scritto
sullo striscione appeso il 18 marzo sulla torre dell’Eurotower dai
combattivi manifestanti dell’ala
anticapitalista, “Kapitalismus Totet”, cioè “Il capitalismo uccide”.
Per raggiungere gli obbiettivi
cui la base di Blockupy aspira, è
dunque il capitalismo che va combattuto, con tutte le sue istituzioni,
nazionali e sovranazionali. Mentre
a UE va delegittimata, isolandone
le istituzioni e i suoi governi, con
l’obbiettivo di distruggerla.
centro di Francoforte, arrivando
fino alla sede della Deutsche
Bank.
Un duro colpo all’UE
imperialista
È stata una vittoria su tutti i
fronti, la mobilitazione europea
del 18 marzo. Lo stesso Mario
Draghi, presidente della Bce, è
stato costretto a venire allo scoperto e a pronunciarsi sulle motivazioni della contestazione. Ha
tentato di essere aperto e accattivante, blaterando della necessità di ascoltare “la richiesta
di cambiamento”, di sostenere
“politiche d’integrazione, equità”
e di rafforzare “i canali per una
vera legittimazione democratica,
in particolare il Parlamento europeo”.
Solo parole demagogiche
quelle di Draghi che, essendo il
presidente della Bce, la massima istituzione finanziaria dell’UE
imperialista, è nemico dei popoli
dei Paesi più deboli e degli stessi
Paesi che ne fanno parte, e fra i
principali responsabili del massacro sociale delle masse popolari
europee, delle politiche di esclusione, della restrizione degli spazi
di democrazia in Europa.
La verità è che la Troika non
offre alcuna opportunità di cambiamento, di democratizzazione,
di inclusione sociale.
Ma la soluzione qual è? Non è
certo quella proposta dai riformisti di Syriza, Izquierda Unida, Lista
Tsipras, che hanno partecipato
da promotori e/o invitati all’assemblea plenaria del 17 marzo,
dove si è discusso dell’orizzonte
Juncker in una intervista pubblicata l’8 Marzo dal domenicale tedesco Welt am Sonntag. La Nato
da sola non è sufficiente, aggiungeva Juncker in quanto non
tutti i paesi membri fanno anche
parte dell’Unione. A dire il vero
l’argomento militare non sarebbe direttamente di competenza
della Commissione europea ma
se Juncker ha voluto riaprire un
dibattito fermo da tempo, per la
fine della “guerra fredda” e per la
crisi economica che negli ultimi
anni ha limitato le risorse dei paesi destinate agli armamenti, vuol
dire che l’imperialismo europeo
ha deciso di ripartire e cominciare a pensare in concreto a un unico esercito europeo, strumento
indispensabile per colmare il gap
col vicino imperialismo russo che
ha ripreso a far rullare i tamburi
nella crisi ucraina e più in generale per poter avere un proprio
ruolo mondiale adeguato alla sua
potenza economica, non più e
non solo a rimorchio dell’imperialismo americano.
“Un esercito di questo tipo ha appunto affermato Juncker dichiarerebbe al mondo che non
ci sarà mai più una guerra tra paesi Ue, ci aiuterebbe a costruire
una politica di difesa e di sicurezza comune, e ad assumere tutti
insieme le responsabilità dell’Europa nel mondo”. Con il suo esercito comune l’Europa potrebbe
reagire in maniera credibile ad
una minaccia contro la pace nel
vecchio continente, aggiungeva
il presidente della Commissione,
“un esercito unico europeo manderebbe un chiaro messaggio alla
Russia che noi europei siamo seri
nel sostegno dei nostri valori”.
Nell’ambito dei compiti che
Juncker assegna alle forze armate
europee è evidente che non sono
sufficienti i limitati contingenti attualmente disponibili come forza
di reazione rapida guidati a rotazione dai paesi membri. Questi
servono al massimo per inter-
Bamako (Mali) 24 ottobre 2014. Il generale Alfonso Garcia-Vaquero assume
l’incarico di capo della missione dell’UE in Mali
venti “ridotti” fuori dal territorio
europeo come quelli in corso in
Bosnia dal 2004, in Somalia dal
2010, in Mali dal 2013 e nella Repubblica Centrafricana dal 2014.
Forse il fatto che l’intervista
sia stata rilasciata a un giornale
tedesco non è del tutto casuale
dato che la proposta di Juncker
è stata subito sostenuta dal ministro della Difesa tedesco, Ursula von der Leyen che a una trasmissione radiofonica affermava
che “il nostro futuro di europei
esigerà che un giorno ci dotiamo
anche di un esercito comune”.
E a seguire dal presidente della Commissione Affari Esteri del
parlamento di Berlino Norbert
Röttgen che affermava: “il tempo
è arrivato per mettere in pratica i
piani per creare un esercito comune europeo; le nostre capacità
difensive rimarranno inadeguate
dal punto di vista della sicurezza
fino a quando avremo eserciti di
stati separati, che per lo più acquistano le stesse cose”. Fino
alla cancelliera Angela Merkel,
attraverso la sua portavoce Chri-
stiane Wirts, che si è detta aperta
a un progetto che resta per ora
nel futuro. Anche per la cancelliera “si dovrebbe approfondire la
collaborazione militare”. L’esercito europeo diventerebbe la via
di uscita per giustificare il riarmo
della Germania, ancora legata ai
vincoli del dopoguerra, e per garantire a Berlino l’indubbio ruolo
egemone che per il suo peso
politico e economico avrebbe
anche in campo militare nella superpotenza imperialista europea.
Ruolo che altrimenti potrebbe
conquistarsi con più difficoltà a
fronte del peso militare delle potenze atomiche Francia e Gran
Bretagna.
L’idea di Juncker ha trovato
freddezza nell’altra sponda dell’Atlantico. L’imperialismo americano
sta perdendo progressivamente
il suo ruolo egemone mondiale,
sempre più debole sul piano economico ma tiene duro su quello
militare e un nuovo concorrente,
seppur in casa come quello europeo non piace a Washington. Che
non intende rinunciare al bastone
del comando tramite la Nato. Gli
Usa durante l’ultimo vertice dell’Alleanza a Newport in Galles hanno
imposto che tutti i paesi membri
sborsino un opportuno contributo
economico per sostenere la realizzazione di basi militari permanenti in cinque paesi dell’Europa
Orientale, il rafforzamento della
forza di reazione rapida e un aumento delle spese militari; tutti
impegni per la difesa nell’ambito
degli “interessi comuni nella sfera
della sicurezza”. L’Europa si poteva riarmare, anzi doveva, ma quale
pilastro della Nato e non certo per
conto proprio.
Su questa linea ha finora
trovato una sponda nella Gran
Bretagna, e Londra resta dalla
sua parte. Al fronte pro Nato si
aggiungeva al momento la Polonia che è diventata l’alleato più
decisamente schierato con la
Casa Bianca soprattutto in merito
all’intervento nella crisi ucraina a
favore del riarmo di Kiev. Il governo polacco esprimeva il 9 marzo il
proprio “scetticismo” sull’ipotesi
di un rafforzamento dell’esercito
europeo, sottolineando per l’appunto la necessità di “rafforzare”
invece l’Alleanza atlantica, definita come migliore “garante della
sicurezza in Europa”. Il Presidente del Consiglio della Sicurezza
Polacco, il generale Stanislaw
Koziej affermava che “è una bella
idea ma non ha chance di essere
messa in pratica. Oggi abbiamo
due obiettivi concreti: rafforzare le capacità della Nato a Est e
mettere in pratica le decisioni di
Newport”, e aggiungeva che “in
Europa, nessun paese pensa di
privarsi della propria sovranità”.
Tanto che l’attuale presidente di
turno dell’Unione Europea, il polacco Donald Tusk, è già volato
a Washington, sembra senza
neppure consultarsi con i partners europei, a chiedere più armi,
mezzi corazzati, artiglieria e sistemi anticarro per fronteggiare il
“pericolo” Putin.
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Sede centrale: Via Antonio del Pollaiolo, 172a - 50142 FIRENZE
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