robiniaOnline

Commenti

Transcript

robiniaOnline
robiniaOnline
CIAO CIAO LENIN.
Oltre i luoghi comuni
GOMITO A GOMITO CON IL MAR BALTICO
Viaggio in Estonia, Lettonia e Lituania
Un quadro piuttosto riuscito nella sua ambigua doppiezza ci mostra cose in movimento e
contemporaneamente inerti: due viaggiatori che s'ignorano, seduti l'uno di fronte all'altro, guardano
fuori dal finestrino dalle rispettive posizioni: quello che volge le spalle al senso di marcia del treno
vede allontanarsi il passato, l'altro, che gli si contrappone, vede farglisi incontro il futuro.
[ Valentino Zeichen, "Gibilterra" ]
Quando per la prima volta varcai la soglia dell'ex cortina di ferro, essa era appunto ex, ormai da
qualche anno. Era il 1996 e nella piazza della Città Vecchia di Praga invidiai moltissimo quel tizio
italiano che mi raccontò di esserci stato la prima volta nel 1989. A me invece sembrava già troppo
tardi, mentre vedevo i primi McDonald's e KFC aprire in questa città meravigliosa. Il centro storico
ovviamente mi affascinò, ma quello che preferivo era la periferia: nel quartiere di Praga 5, i prezzi
erano davvero infimi (nelle bettole puzzolenti di fritto una birra media costava 600 lire) e se guardavi
i supermercati sembrava che il muro di Berlino fosse ancora saldamente al suo posto. Otto anni dopo,
Budapest mi sembrò molto bella ed elegante, piena zeppa di terme, piscine, bagni e giochi d'acqua,
ponti e isolette verdi e graziose nel Danubio, negozi lussuosi, antiche pasticcerie, grandi e moderni
alberghi, ristoranti allietati dal suono della musica tzigana. Il passato recente invece era diventato
un'attrazione turistica: teneri e ridicoli i cimeli nel pub comunista, nel parco delle statue, nel
mercato delle pulci; pugni nello stomaco gli episodi del passato ricordati con morbosità nel museo
del terrore o in quello ebraico.
Ed eccomi, a qualche anno di distanza, di nuovo oltre la cortina di ferro. Nell'impresa mi ero cacciata
con le mie stesse mani. Quattro settimane gomito a gomito con due leggendarie entità per me quasi
del tutto sconosciute: il Mar Baltico e Marcello. Col primo ci avevo avuto a che fare di persona una
sola volta, a Travemünde, località balneare nei pressi di Lubecca (location di un tramonto davvero
degno di nota). Il secondo invece lo avevo incontrato due volte, tre con quella sera in cui decidemmo
di partire insieme, pacchetto completo: Paesi Baltici e Berlino (sapevamo che in mezzo ci fosse la
Polonia, ma avevamo inconsapevolmente minimizzato l'estensione del suo affaccio baltico, forse
perché entrambi ossessionati dal trattato di Versailles).
L'Estonia, la Lettonia e la Lituania vengono usualmente propinate all'opinione pubblica come un
tutt'uno, a causa delle svariate somiglianze che presentano: la collocazione geografica, la ridotta
estensione, il territorio pianeggiante, la ricchezza di foreste e di acqua, il pluriennale inglobamento
forzato nell'URSS, l'indipendenza ottenuta nel 1991, il recente ingresso nell'UE, l'impetuoso
addentrarsi nel luccicante mondo del capitalismo. Tutto questo e molto altro — in particolare la
singolare bellezza delle donne e il primato europeo in quanto ad incidenti stradali — ha fatalmente
trasformato tre Stati autonomi e differenti tra loro in un concetto geografico semplificatorio: le
Repubbliche Baltiche (concetto che abbiamo provato a scardinare il più possibile durante tutto
questo peregrinare su autobus-sauna privi di finestre e treni nuovi di zecca acquistati grazie ai fondi
europei).
EESTI
I muri hanno orecchie e le orecchie begli orecchini.
[ Paul-Eerik Rummo, poeta estone ]
Ma iniziamo dal principio. La "piccola Estonia" non gode di eccessiva popolarità: non solo ha una
posizione alquanto defilata nella carta europea, ma è così minuscola che sembra quasi che la
Finlandia — e anzi la Scandinavia intera – le possa cadere addosso da un momento all'altro
distruggendola per sempre. La lingua inoltre è caratterizzata da un vocabolario traboccante di
termini ugro-finnici impronunciabili e, come se non bastasse, ci abitano appena un milione e
trecentomila abitanti, i quali hanno l'incomprensibile usanza di non emigrare.
Il nostro itinerario è incominciato da Tartu, la seconda città più grande del Paese, nota per la sua
università presente sin dal 1632. Il tassista Sergei, ex alcolizzato, ex russo ed ex ballerino (cosa
quest'ultima che sembrerebbe incredibile oggi a giudicare dalle dimensioni della sua pancia), ci
ragguaglia immediatamente in merito al caldo davvero inusuale che sta imperversando in questo
luglio nordico. Non è ancora completamente buio quando alle 11 e mezza ci rechiamo in un pub
gotico per mangiare un pancake (nella cui preparazione gli estoni sono degli specialisti), invece alle 2
e mezza circa già comincia vagamente ad albeggiare.
Un ingombrante vicino
Di giorno (stemperato il tasso alcolico) il centro, nonostante i turisti e gli studenti che affollano i
tavolini all'aperto, è tanto placido e silenzioso che si può distintamente sentire il rumore dei tacchi
sull'acciottolato, mentre si passeggia tra vasi fioriti, carrelli dei gelatai, targhe che commemorano i
trascorsi di teologi e filosofi illustri. Nella piazza principale l'effetto torta nuziale è assicurato dal
municipio rosa confetto, dagli stucchi bianchi e dalla fontana scura che rappresenta due fidanzatini
che si baciano perennemente sotto un ombrello grondante. La città è attraversata da un fiume,
molto ambito in questi giorni di gran caldo nonostante il suo colore rancido, ed è molto piacevole da
visitare in bicicletta perché le strade hanno poca pendenza (tranne nell'impervia parte centrale,
occupata dalla collina della cattedrale).
Il Museo delle prigioni del KGB è situato nella stessa Casa Grigia che negli anni Quaranta e Cinquanta
ospitava la filiale estone del Comitato per la sicurezza dello Stato sovietico (che sfortunatamente
lavorò con molta solerzia anche da queste parti). Per molte persone questo carcere era solo la prima
tappa di un lungo viaggio attraverso la macchina dell'oppressione. Già nel 1940, quando l'URSS occupò
l'Estonia per la prima volta, numerosissimi presunti oppositori del regime furono arrestati, o
semplicemente sparirono senza lasciare traccia. Poco dopo, i temibili addetti alla "sicurezza"
cominciarono a organizzare le deportazioni di massa: nella prima ondata, condotta in tutti i tre Paesi
baltici contemporaneamente, più di diecimila persone affrontarono un orribile viaggio in treno verso
la Siberia; nella seconda il numero di persone che dovettero lasciare la loro casa raddoppiò.
Ovviamente nessun deportato veniva sottoposto a processo: una lettera anonima di delazione bastava
e avanzava. Migliaia di persone persero la vita, mentre i tanti che tornarono in patria non venivano
più considerati cittadini a tutti gli effetti.
Il piano seminterrato della Casa Grigia riproduce fedelmente le celle dei prigionieri del periodo
sovietico. Notiamo un cubicolo ampio meno di un metro quadrato, nel quale dovevano passare la
notte i prigionieri da interrogare, realizzato in maniera tale che non si potesse stare comodi né in
piedi, né seduti, né sdraiati, mentre alla fine del corridoio un'impressionante guardia carceraria di
cera appare appena si esce da una delle celle. Il resto dei locali ospita una mostra permanente: sono
esposte numerose fotografie e memorabilia provenienti dai gulag e viene ampiamente trattato il
tema della resistenza contro i sovietici, che ebbe luogo nelle foreste estoni dopo la guerra.
Oggi, quasi vent'anni dopo il crollo dell'Unione Sovietica e l'indipendenza del Paese, la situazione è
totalmente cambiata. Al mercato vicino alla autobussijaam sono quasi tutti russi i venditori di
scarpe, frutti di bosco, patate, cavoli, aneto, fiori, magliette, mutande, carte geografiche, icone di
San Nicola. Come lascito del fenomeno di russificazione attuato nei decenni del regime, quasi un
quarto degli attuali abitanti dell'Estonia sono russi; ma — da quanto ho capito — quella che un tempo
era l'élite della società, ora spesso rappresenta la fetta più emarginata della popolazione, quella che
svolge i mestieri più umili, che più frequentemente ha problemi di alcolismo e che non riscuote una
grande simpatia né da parte della popolazione estone né del governo, il quale difende strenuamente
la propria identità di fronte alla pressione culturale dell'ingombrante vicino.
Gomito a gomito con la taiga
Mentre ero in fila per il bagno in un bar di Tartu, una frizzante biondina mi aveva caldamente
consigliato di visitare Käsmu, incantevole località di mare in pieno Lahema National Park (il parco
nazionale più antico dell'ex-Unione Sovietica). Purtroppo la ricerca telematica di un' accomodation,
non dico a Käsmu, ma anche nei paraggi, è stata vana, così abbiamo deciso di raggiungere con un bus
l'abitato più vicino al parco e lì metterci nelle mani dell'ufficio del turismo. A Rakvere dunque, dopo
la gag in farmacia con simulazione di puntura di zanzara (la farmacista, per quanto non abituata a
ridere, si è trattenuta a fatica dallo sbellicarsi), anche l'impiegata del tourist office, inizialmente
rigida come una mazza di scopa, si è letteralmente sciolta di fronte all'interpretazione magistrale di
Marcello alle prese con un ipotetico orso bruno del parco di Lahema e ci ha trovato una stanza a
Viitna.
Viitna, tecnicamente, è situata qualche chilometro fuori dal Parco vero e proprio (lontana dunque da
Käsmu, che chissà per quanto ancora resterà chimericamente ignota). Le smisurate foreste, i graziosi
laghetti, i temporali notturni e le distese di nulla che la circondano le regalano un fascino da Val
d'Aosta di pianura. La nostra stanza non è altro che l'enorme camera da letto in legno di abete della
padrona di casa, dotata di bambola assassina, balcone con vista sulla campagna a perdita d'occhio e
mute fotografie di svariate generazioni incorniciate e appese alla parete.
A sette chilometri vi è il "centro" (quattro case), che abbiamo raggiunto in bicicletta attraversando
scenari di alberi alti come grattacieli. Il menu dell'ottocentesca taverna propone zuppe di salmone e
di funghi selvatici, pelmeni (ravioloni ripieni), mulgipuder (porridge di orzo e patate), carne di
maiale, crauti stufati, il tutto ricoperto dal consueto strato di panna acida e dalla generosa spruzzata
verde di aneto (condimenti che secondo loro esaltano il gusto di qualunque pietanza), accompagnato
da pane scuro e innaffiato dalla birra Saku. Alle 10 e 30 di sera, sotto un cielo metallico, spicca
ancora di più il giallo graminaceo mentre pedaliamo verso casa cercando di evitare i temibili cani a
guardia delle fattorie.
Dopo una fascinosa, elettrica notte di tempesta bianca, ci aspetta una colazione in stile nonna
papera: kefir in cui galleggiano succosi lamponi del giardino, muffin appena sfornati, torta di mele
ancora calda, formaggio e prosciutto e marmellata di fragole. La giornata non sfocia mai in pioggia
ma la promette di continuo, durante gli innumerevoli chilometri di bici tra fiordalisi blu, cicogne
appollaiate sugli enormi nidi in vetta ai comignoli, foreste incontaminate di abeti, betulle, pini
sottilissimi che raggiungono altezze inimmaginabili: alcuni sono così flessibili che si piegano al vento;
altri scricchiolano seminando il panico in due poveri cittadini poco avvezzi alle bizzarrie della natura;
altri si sono spezzati e non cadono per terra solo perché i tronchi vicini gli impediscono di farlo
(mutua solidarietà legnosa).
Per fortuna il punto più alto dell'Estonia misura appena 320 metri e per il resto è tutto pianeggiante,
e questo è l'unico motivo per cui sono riuscita a pedalare per tutti quei chilometri. La domenica
mattina ormai avevamo appeso le biciclette al chiodo e, poiché l'invito alla sauna non è più arrivato
(addio cappelli di lana cotta a forma di Teletubbies e rami di betulla con cui frustarsi le spalle), un
po' delusi ci siamo fatti accompagnare alla fermata del bus che ci avrebbe consegnato dritto dritto
nelle fauci di Tallin.
Una bomboniera
L'ostello di Tallin è un po' giovanilistico-alternativo per i nostri gusti (roba di bonghi, piedi nudi e
narghilè), ma pulito e vicino al centro storico. Raggiungiamo subito la collina di Toompea, sulla quale
sorgono la sede color salmone del Parlamento estone (da alcune finestre pare sia possibile sbirciare i
deputati nudi in sauna) e la magnifica chiesa ortodossa di Sant'Aleksander Nevski (è finita la funzione
e le donne infazzolettate tirano a lucido i pavimenti). Nei pressi delle torri medievali ancora in piedi,
c'è la piazza dove ogni domenica mattina prendeva corpo la resistenza all'invasore sovietico a colpi di
dischi occidentali (e gli stessi resistenti di allora continuano ad incontrarsi lo stesso giorno, alla
stessa ora, nello stesso posto, senza aver più niente a cui resistere, se non il passare dell'età).
Dalle balconate in stile Polignano a Mare si domina la città vecchia, quella che con troppa facilità
viene definita una bomboniera e che è l'unico teatro concesso alle frotte di crocieristi obbligati a
incolonnarsi dietro ad una bacchetta con la sagoma di Topolino. Restaurato dopo il periodo sovietico,
il centro storico appare oggi — sotto l'egida dell'UNESCO — come un affastellarsi di abbaini, tetti,
torri medievali, case color pastello e figurine segnavento. Man mano che scendiamo verso la parte
bassa, constatiamo che i prezzi sono molto più europei che altrove, ma che, nondimeno, la
maggioranza dei turisti stranieri in Estonia è concentrata qui (e in particolare nella piazza del
municipio).
E non oso immaginare cosa succederà il prossimo anno, quando Tallin sarà capitale europea della
cultura, sempre che si riesca a restaurare il lungomare, attualmente in condizioni pietose. Intanto se
ci si siede sugli scogli si può vedere il podio che fu costruito in occasione delle Olimpiadi di Mosca del
1980 (oggi terreno fertile per i writer) e si possono vedere altri brutti edifici risalenti alla stessa
occasione, tra cui il terminal da cui partono i traghetti che collegano la città a Helsinki. Quelle
Olimpiadi sono famose perché gli Stati Uniti si rifiutarono di parteciparvi in segno di protesta contro
l'invasione dell'Afghanistan da parte dell'Urss, e diversi altri Stati seguirono il loro esempio
(permettendo però all'Italia di vincere il più alto numero di medaglie dei Paesi occidentali).
Fuori dalle antiche mura, la città diventa anonima, potresti pensare di essere ovunque: centri
commerciali, ristoranti e bar, piazze e vie, vetrine e panchine, condomini e posti auto. Nel quartiere
che circonda la stazione ferroviaria è ancora peggio: block in cemento costruiti durante il periodo
sovietico, spazzatura, bruttezza, desolazione. Al flea market vendono fiori, frutta e verdura, pesce,
carne, scarpe, scatolette, lapidi, articoli di ferramenta e cartoleria, ma anche cimeli sovietici (la
sveglia col faccione di Stalin, la bandiera dell'Estonia socialista, busti di Lenin, medaglie, orologi,
spillette). Nel frattempo, nella piazza del municipio, i maglioni di lana pungente, i cucchiai di legno,
i grembiuli di lino, i pupazzetti a forma di elfo, le borse di feltro e i portafogli di cuoio sono venduti
in Euro, visto che tanto è questione di pochi mesi e anche per venire in Estonia non dovremo più
cambiare i soldi.
Oggi ci sono un bar e una spiaggia in un'ala della prigione di Tallin, rimasta in funzione fino a metà
degli anni 2000, ma il resto è rimasto così com'era: con il filo spinato ormai spiegazzato, le torrette
di guardia arrugginite, le grate alle finestre e i lampioni fulminati, con gli uccelli sopra. Pare che
l'obiettivo sia cancellare del tutto e rapidamente la memoria storica. I giovani che oggi parlano
inglese erano troppo piccoli e quello è un passato lontano. Adesso lo sguardo è puntato sul futuro: le
aree wi-fi gratuite si sprecano, l'inventore di Skype è estone e i cittadini votano online. Andiamo a
farci una birra? E amen.
Visto che noi fortunatamente non siamo crocieristi con quattro ore a disposizione per conoscere la
magia di Tallin, ci siamo avventurati con piacere fuori dal gioiellino medievale. Ad un paio di
chilometri dal centro, ad esempio, sorge il Palazzo Kadriorg, costruito come residenza estiva dello
zar Pietro il Grande, circondato da un magnifico giardino. Nei paraggi si trova il Museo Kumu, dove è
possibile ammirare le opere che durante il regime sovietico venivano considerate consone agli alti
ideali di progresso e crescita economica. Dall'altra parte della città invece, si può visitare un museo
open air che ricostruisce la vita agreste in Estonia fino alla fine del XIX secolo, con ricostruzioni di
case, fattorie, mulini e situazioni di vita quotidiana. Nella taverna all'interno si possono mangiare
ottimi mulgipuder e crauti in compagnia degli antichi estoni in pausa pranzo, al cellulare con la
moglie. E poi si può fare un giro sull'enorme altalena tradizionale in legno, a sei o più posti, che è
una delle passioni degli estoni (tanto è vero che l'altalena acrobatica, insieme alla gara di trasporto
delle mogli, è uno degli sport nazionali. Veramente).
E questi posti davanti al mare?
Diamo l'addio all'insopportabile australiano che ci provava con insistenza con la biondina oca.
Salutiamo per sempre Alberto, il padovano che sta coronando il suo sogno di giungere a Capo Nord
con la sua bicicletta (ingozzandosi di Nutella e senza mai guardare nemmeno un museo
dell'occupazione o una fattoria estone ricostruita). Facciamo i nostri migliori auguri a Stu, che ha
lasciato forse per sempre l'Inghilterra e insieme alla sua ragazza vuole ricostruirsi una vita in Estonia
(o altro est). Ci congediamo dai giovani del luogo (Tere, Hüvasti, Take care) e prendiamo un autobus
per Viljandi. Anche qui dentro sudiamo tutti copiosamente, mentre al di là delle inespugnabili
finestre siamo circondati da chilometri quadrati di nulla piatto e alberato. Soltanto qualche casona
appare di rado, sperduta in lontananza, e queste persone singole che scendono ad una fermata
isolata devono raggiungerla a piedi.
A Viljandi avremmo voluto andarci il week end precedente per assistere al folk festival, ma c'era il
pienone. Adesso al contrario c'è il vuoto, ma il vuoto vero. Perfino la guest house prenotata è
inizialmente, e per lungo tempo, deserta. Passeggiando verso il lago, si scopre che l'incantevole
Viljandi non ha un centro. Sulla graziosa collinetta campeggiano le rovine del castello; poi,
attraversato un ponticello sospeso circondato da mastodontici alberi, si raggiunge il viale dei filosofi
(il tutto senza mai entrare in una piazza o in qualcosa che le rassomigli). Un po' di movimento c'è
presso questo circolo dove un gruppo di giovani ci racconta del loro lavoro di volontariato al mulino
ad acqua; due ragazzi sardi ci chiedono con apprensione che diavolo ci facciamo proprio in questo
angolo sperduto di mondo, per nostra scelta. La leader è laureata in archeologia e ci racconta di
quando ha visto per la prima volta una banana, da bambina; il gestore del bar invece di quando ha
visto i carri armati vicino Tartu. E comunque i nostri intervistati non hanno mai più di 25 anni e
dunque fatichiamo parecchio ad ottenere testimonianze dirette sulla storia recente.
Al mattino, mentre cerchiamo di comporre un qualcosa che assomigli ad una colazione, leggendo il
giornale locale meditiamo sull'opportunità di acquistare a Viljandi una bella casa con giardino di 190
mq a soli 70mila euro, oppure un delizioso bivani di 46 mq all'incredibile prezzo di 3.800 euro. Poi,
girellando per il paese, visitiamo l'interessante mostra del pittore naïf Paul Kondas (specializzato in
fragole) e quindi ci rechiamo al lago dove, approfittando degli sprazzi di sole tra una nuvola e l'altra,
facciamo vita da spiaggia: tuffi, pedalò, birra e relax. Intanto Marcello era impegnato nella
progettazione di una carta speculativa del pensiero occidentale: vette metafisiche e pianure
empiriste si alternavano nel fervido sforzo ricognitivo che lo ha tenuto occupato durante gli infiniti
chilometri percorsi per circumnavigare Viljandi, tra ville piene di vetrate. Per cena, insieme alla
zuppa di carote rosse, ci aspetta un acquazzone biblico (ma tanto stiamo sotto la finestra della guest
house).
E questa era l'ultima meta dell'Estonia. Un viaggio è fatto di scelte contingenti, casualità, ispirazioni.
(«Io ho le mie sensazioni, a volte sono sbagliate ma io mi fido di loro», avrebbe detto a questo punto
il tassista Sergei). Ebbene, l'Estonia possiede 3.794 km di costa baltica segnati da baie e stretti, mille
e cinquecento isole e isolotti, scogliere calcaree dalle quali sgorgano numerose cascate, spiagge con
sabbia bianca nascoste in dense foreste di pini. Sembra impossibile, ma siamo riusciti a non vedere
niente di tutto ciò. A Pärnu non c'era posto in ostello e abbiamo dovuto cambiare rotta per
l'entroterra di Tartu; a Käsmu stessa cosa, fully booked, con conseguente pernottamento nella
periferica Viitna; a Tallin, quando avevamo già il costume da bagno per recarci alla spiaggia di Pirita,
il cielo si era annuvolato; al ritorno verso sud abbiamo dovuto rinunciare all'isola di Saaremaa perché
obbligati a tornare a Tartu per recuperare la mia maledetta penna USB dimenticata. Insomma, se
escludiamo il lungomare di Tallin al tramonto (che abbiamo già detto che è un posto
sgarrupatissimo), sembrerebbe che questo Paese abbia deliberatamente voluto darci l'impressione di
essere uno Stato privo di sbocco sul mare.
LATVIJA
Così, l’eroe arriva alla stazione, dalla stazione va in albergo. Si cambia e, in uno stato d’animo
benevolo, si incammina per la prima passeggiata. Il caffè con la panna è buono, le ragazze hanno gli
occhi chiari. Sempre più gli piace questa città, dove il comfort è diffuso, come dall’aerosol, per le
piazzette non troppo alte del centro e il viaggiatore libero trascorre il tempo con spensierata
limpidezza.
[ Sergej Timofeev, poeta lettone ]
Urla di gabbiani e coperte offerte dalla direzione dei bar all'aperto: la sera del nostro arrivo, su Riga
incombe un cielo gonfio di pioggia. Ma è solo una breve parentesi rinfrescante dentro ad un'estate
afosa, parentesi che non basta a far scendere la temperatura all'interno del Central hostel,
progettato per mantenere costante il tepore. Legno e inserti colorati rendono l'alloggio confortevole
e accogliente, tanto da farci scegliere di trascorrere qui quasi tutte le notti della Lettonia.
Presso l'angolo fumatori situato nel giardino, si alternano vari visitatori. Ad esempio Lorena e Victor,
spagnoli della Catalogna (lei è votata alla causa indipendentista, lui lancia sguardi di sottecchi alle
lettoni bionde in short); o quelle due olandesi che a tarda ora, illuminate dalla luce ballonzolante di
una candela, ci hanno coinvolto in un'impegnativa discussione di carattere teologico. Non mancano
nemmeno gli italiani, come questo giovanotto taciturno che gira l'Europa dell'est in vespa, o quei due
amici torinesi alle prese con il tour delle capitali baltiche, come da copione.
La Riga al centro
Riga, situata sulla foce del fiume Daugava, è la città più grande delle Repubbliche baltiche ed è la
più ariosa e parigina delle tre capitali. Se l'Estonia è il Paese meno religioso al mondo (soltanto il 16%
della popolazione si professa credente), in Lettonia la percentuale di atei scende al 60% e la religione
prevalente è luterana. Il centro storico, Vecriga, è ricco di luoghi di culto, come ad esempio il Duomo
medievale in mattoncini, la gotica Chiesa di San Pietro, la Cattedrale Cattolica di San Giacomo, la
sinagoga, la chiesa anglicana.
All'interno della vecchia Riga è inizialmente facile fare confusione tra le tre piazze che di giorno sono
suggestive da osservare, mentre nelle sere di luglio sono affollate di gente che mangia e beve ai
tavolini, di coppie che ballano, di italiani che cercano di abbordare le avvenenti lettoni, spesso
allietati dalla musica dal vivo. Passeggiando poi ci si imbatte, in ordine sparso, nei Tre Fratelli (tre
edifici costruiti in epoche differenti, i quali, come noi, convivono gomito a gomito), nel palazzo
neorinascimentale del Parlamento, nella pittoresca Porta svedese, nella torre delle polveri (l’unica
ancora in piedi delle 18 torri del vecchio muro di cinta). Giunti nei pressi del municipio, spicca
l'edificio simbolo di Riga, dal colore rosa acceso: la Casa delle Teste Nere. In realtà quello che era il
ritrovo dei mercanti celibi capeggiati dal nord-africano San Maurizio fu completamente distrutto
dalla guerra e dunque oggi vediamo soltanto una ricostruzione, stupefacente ma finta.
Lo squallido edificio nero che sorge alle spalle della Piazza dei Fucilieri ospita il Museo
dell'occupazione della Lettonia. Qui troviamo pane per i nostri denti aguzzi, tipici dei prof. di storia,
mentre ripercorriamo gli eventi della prima occupazione sovietica, che prese l'avvio dallo scellerato
patto Molotov-Von Ribbentrop (con il quale l'URSS e la Germania Nazista si spartirono l'Europa
orientale), la causa madre di tutte le catastrofi storiche novecentesche vissute dai Paesi Baltici. Poi
ci dedichiamo all'occupazione nazista e alla devastazione della Seconda Guerra Mondiale, durante la
quale nel vicino campo di concentramento di Riga-Kaiserwald (Mežaparks) furono imprigionate circa
ventimila persone. Infine, cercando di ascoltare senza essere notati una guida che non avevamo
pagato, ci addentriamo nelle varie fasi della seconda occupazione sovietica, che è terminata meno di
vent'anni fa. Tra le altre cose entriamo nella baracca di un gulag della Siberia riprodotta a grandezza
naturale (occupandoci a lungo del secchio dove facevano i bisogni) e ci interessiamo alle
testimonianze degli anni in cui il popolo lettone cominciò a ribellarsi al regime che da decenni lo
privava della libertà.
Allontanandosi dal centro storico, Riga vanta una quantità di edifici in stile Art Nouveau senza
paragoni, la maggior parte collocati nel centro moderno. Uno degli architetti a cui si deve tutto
questo rigoglioso fiorire è Mikhail Ejzenštejn, padre del regista del film culto "La corazzata
Potemkin". Nei pressi, all'inizio del più lungo dei Boulevard cittadini, il Brivibas, sorge il Monumento
alla Libertà: una colonna che sorregge la statua di una donna (chiamata affettuosamente Milda dai
lettoni), la quale regge tra le mani tre stelle che rappresentano le tre regioni storiche della Lettonia:
Kurzeme, Vidzeme e Latgale (durante il periodo sovietico si poteva rischiare l'arresto e la
deportazione solo portando dei fiori a Milda). Procedendo più avanti spicca la sagoma dell'edificio più
alto di Riga, l'Hotel Latvija, oggi gestito dal gruppo Radisson. Imperdibile la gita sull'ascensore
panoramico di sera, fino a raggiungere lo Skyline Bar al 26esimo piano, da cui la vista è straordinaria.
Nel quartiere "russo" invece si respira tutt'altra aria. Vicino alla stazione degli autobus si snoda il
mercato coperto, suddiviso ordinatamente in vari settori, che occupa l'interno degli enormi Hangar
dove, ai tempi della Grande Guerra, venivano costruiti i dirigibili Zeppelin. Gli ex capannoni
industriali dismessi oggi accolgono anche club e negozi, come avviene in tutte le città del mondo.
Nelle vicinanze risalta un tipico esempio di architettura sovietica: l'edificio di mattoni marroni
conosciuto come "La torta di compleanno di Stalin".
Rompiamo le righe
Da Riga, con un tragitto di circa mezz'ora in un treno nuovo di zecca, si può raggiungere la più grande
e rinomata spiaggia baltica, per tanti anni punto di ritrovo degli apparati sovietici: Jūrmala.
Seguendo tutti gli altri bagnanti, russi e lettoni, che scendono alla stazione, ci ritroviamo incanalati
in questo lunghissimo viale standard accessoriato di bar, ristoranti, negozi e bancarelle di souvenir.
Presa la deviazione verso il mare, costeggiamo la pineta, le Spa, i centri termali e le case di legno
per cui questa cittadina è famosa. Infine arriviamo in questa agognata spiaggia baltica lunga più di
trenta chilometri, dalla sabbia bianca e finissima, col mare apparentemente blu come la bandiera, la
gente ordinatamente stesa ad abbronzarsi e la musica vacanziera internazionale giustamente sparata
a volume anch'esso vacanziero dai chioschi sulla sabbia. Marcello raggiunge immediatamente il mare
a passo di corsa, urlando al mondo baltico la sua soddisfazione incontenibile di immergersi in
quell'acqua, giallognola sì, ma situata a moltissimi chilometri dall'Adriatico. Il mare ci arriva alle
caviglie per diverse centinaia di metri ed è apparentemente privo di sale.
Invece, per toccare da vicino la regione di Vidzeme, e in particolare la zona del Parco Naturale di
Lugatne, siamo stati qualche ora in dubbio se trascorrere una giornata a Sigulda oppure a Cēsis,
entrambe raggiungibili comodamente dalla capitale. Per fortuna alla fine, forse più per motivi
logistici che altro, optiamo per Cēsis. Lì infatti, come tutti i sabato e domenica di luglio, è in corso la
festa del paese. Per tutto il centro storico sono posizionate le bancarelle di oggetti di legno, dolci,
gioielli, miele, mentre nelle piazzette principali sono distribuiti i tavoli dove poter ingozzarsi
liberamente di salsicce, patate, crauti e birra alla spina. La festa è allietata dalle lezioni di tiro con
l'arco e di percussioni medievali, e da altre trovate in tema, il tutto nelle rovine visitabili del
Castello. Sul palco della piazza centrale invece si alternano concerti di musica tradizionale,
spettacoli di comici locali grotteschi e gare di cucina. Piuttosto alticci per il consumo di birra alla
spina e soprattutto storditi dal consumo del cementizio pane fritto all'aglio, facciamo ritorno alla
capitale in serata, viaggiando in un autobus che ignora sconsideratamente i limiti di velocità.
Evitando del tutto la terza regione della Lettonia, che si chiama Latgale ed è situata nella remota
parte orientale (terra di laghi e di isolati spazi immensi percorribili più facilmente con l'auto che con
i mezzi pubblici), ci rechiamo verso la Curlandia (in lettone Kurzeme). In particolare la nostra
destinazione è Liepaja, affacciata sul Baltico: anche qui raggiungiamo subito a passo di corsa la
spiaggia, che si presenta sì bianchissima, ma anche fredda e umida; e, come se non bastasse,
all'unico chiosco propongono la musica degli Aventura, che non si è capito se è sempre la stessa
canzone oppure è un intero album.
Vista la situazione, ci togliamo il costume e raggiungiamo il quartiere di Karosta, dove il degrado è
grigio, le strade sterrate e le panchine vuote. I palazzi di cemento sono tanti cubi messi insieme, con
le finestre verdi (certi hanno ingentilito il balcone incassato con una pletora di fiorellini colorati).
Nella chiesa ortodossa di San Nicola è l'ora della messa, e quando entriamo il pope ha già aperto la
porta: le donne hanno tutte il fazzoletto in testa e si fanno il segno della croce in continuazione.
Siamo venuti a Karosta per visitare la ex prigione. Durante il tour guidato ti fanno vedere le celle,
quanta gente ci stava dentro, l'ufficio del capo con il busto di Lenin, il ritratto di Stalin accanto alla
frasca di betulla secca, il telefono dell'epoca con i tasti di smistamento, insomma tutte le normali
caratteristiche delle carceri comuniste trasformate in museo. Vengono offerti inoltre, per gruppi di
minimo 10 persone, spettacoli dell'orrore con l'interazione dei visitatori, intitolati “Dietro le sbarre”.
La cosa veramente agghiacciante però è che questa prigione è anche un bed and breakfast: ciò
significa che esiste qualcuno al mondo che paga per dormire nel letto di ferro di una cella lurida e
per mangiare il vero rancio dei carcerati.
Zuppa di salmone e pankuka con carne per l'ultima cena in questo Paese: è con un po' di malinconia,
molti ringraziamenti (paldies) e tante aspettative in merito al futuro, che lasciamo la Lettonia,
questo Paese dove è proibito bere bevande alcoliche e fumare in ogni luogo pubblico (anche
all'aperto), dove le strade sono linde e immacolate e i semafori diffondono dei suoni sconcertanti alla
Space Invaders. Dove è pieno di vespe e dove in estate devi dormire con le finestre chiuse nonostante
il caldo, sia perché entrano le zanzare, sia perché alle tre di notte è già tutto illuminato.
LIETUVA
Tutti hanno il diritto di vivere lungo il fiume Vilna, e il fiume Vilna ha il diritto di scorrere lungo
ciascuno.
[ Costituzione della Repubblica di Uzupis, Vilnius - Art. 15 ]
L'arrivo a Klaipeda non è indimenticabile. A parte che Marcello mi tiene il muso dalla mattina per
motivazioni solo a lui note, la guest house prenotata non fa un'ottima figura alle 10 e 30 di una sera
piovosa, situata com'è in uno dei centinaia di casermoni di cemento orrendi, distante chilometri da
qualsiasi cosa. L'accoglienza riservataci da Norman Bates e da sua mamma (che parlano solo in
lituano e tedesco, lingue a noi sconosciute) non è delle più festose. Andiamo a letto senza cena
sognando la squisita colazione che ci avrebbero servito direttamente nel mini appartamento
l'indomani mattina di buon'ora. Purtroppo l'immangiabile "colazione" (caffè con mezzo chilo di posa e
pancake cristallizzati intrisi di olio di pessima qualità) è rimasta intonsa nel vassoio, in compagnia di
un inguardabile gatto di ceramica.
Dunque, schivati i lavori in corso, ci precipitiamo verso il centro e lì, tramite l'ufficio del turismo,
conosciamo Irena. Questa donna piena di energia è proprietaria di due appartamenti. In uno ci vive
lei, l'altro — enorme e centralissimo — lo affitta a noi. Di fronte c'è un bar dove alle 11,
affamatissimi, divoriamo crêpe con i funghi e birra e dove, nonostante l'antipatia della cameriera,
torneremo più volte.
Una sottile striscia di terra
La giornata non prende nessuna direzione, o ne prende diverse senza senso, seguendo con ansia i
nuvoloni in viaggio. Procediamo fino al parco delle sculture, visitiamo la chiesa ortodossa e il
caratteristico edificio della posta in mattoncini; poi, al museo della Lituania Minore, apprendiamo
che Klaipeda ha fatto parte della Prussia per molto tempo (all'epoca si chiamava Memel) e che nel
marzo del '39 Hitler l'annesse alla Germania (e ciò giustifica l'abbondanza di case a graticcio).
Nel pomeriggio scoppia un acquazzone biblico che scioglie la cappa pesante di pioggia che ci
perseguitava dal mattino: non possiamo far altro che spiaggiarci in bar e ristoranti assaggiando
ravioloni, barbabietole, pesci impanati e altri piatti tipici, e scoprendo che lo sport nazionale tra i
vecchi è scroccare sigarette.
Per fortuna il giorno dopo il sole splende con convinzione e possiamo raggiungere in traghetto la
sognata penisola di Neringa. Nella graziosissima cittadina di Nida noleggiamo le bici: dopo aver
costeggiato il mare e la villa di Thomas Mann, ci inoltriamo nella foresta; in seguito raggiungiamo,
dalla parte opposta, le montagne di sabbia, fino al confine con Kaliningrad (quel pezzo di Russia con
l'affaccio al mare che è separata da tutta l'altra Russia). Le case sono rosse e blu e tutte restaurate
con effetto Lego, i giravento a forma di trenini sembrano giocattoli, i turisti numerosissimi, i
ristoranti di pesce affumicato molto affollati. La spiaggia per nudisti, seppure ventilatissima e dal
mare ondosissimo, è davvero appetibile, ma purtroppo non ci hanno dato la catena per bloccare le
biciclette e dunque non possiamo scendere gli scalini per raggiungerla. Lo spettacolo che si gode
sulle altissime dune e sul mare è straordinario, la sabbia è finissima, il profumo dei pini intenso. Mica
fessi gli alti papaveri dell’ex regime che avevano qui le loro dacie. Mica fesso Thomas Mann (e
nemmeno Sartre).
L'inquietante collina delle croci
In Lituania va molto di moda sposarsi, incidere i nomi degli sposi su un lucchetto, ed andare ad
appenderlo sulla ringhiera di un ponte, buttando la chiave nel fiume. Poiché è però anche il Paese
europeo con il più alto numero di divorzi, dovrebbe anche essere dotato di squadre di sommozzatori
che si immergano nelle infide acque per recuperare la relativa chiave (o di fabbri che risolvano il
problema in maniera più sbrigativa). L'origine di questa usanza nessuno è stato in grado di
spiegarmela, mentre a me interessava scoprire se Federico Moccia avesse copiato la ferrosa abitudine
dai lituani, o viceversa, oppure se entrambi la avessero recepita da un terzo Paese ancora misterioso.
La stessa "Collina delle croci", un posto incredibile situato a 7 chilometri da Siauliai, potrebbe avere
origine da questa abitudine, con la differenza che qui invece che sui lucchetti incidono i nomi sulle
croci, più pratiche da eliminare in caso di matrimonio finito. A dire il vero questo luogo
impressionante possiede soprattutto una valenza cattolica (tanto che papa Woytila lo inserì nel suo
tour lituano del 1993) e a sua volta si inscrive dentro al cerchio della resistenza anti-sovietica.
Durante il periodo di occupazione, infatti, le ruspe russe più volte hanno spianato la Collina, ma ogni
volta la gente ha piantato le croci di nuovo, cocciutamente.
Per visitare la Collina delle croci, dovete prima raggiungere Siauliai, la quarta città della Lituania;
poi un bus vi lascerà a quei doverosi due chilometri che solitamente separano la fermata del bus dal
sito di interesse, che vi dovrete smazzare in una trance da incombente cielo plumbeo e sconfinato
piattume graminaceo. Quindi troverete un lieve innalzamento del terreno (altro che "collina")
letteralmente ricoperto di migliaia e migliaia di croci di ogni misura e materiale (legno, ferro,
ambra, plastica...), rosari, statue di Gesù e Madonne. Attraverserete l'inquietante foresta sacra come
in preda all'ubriachezza e, prima di andarvene, scoprirete che vendono le croci, come i cinesi
vendono i lucchetti a ponte Milvio.
A Siauliai — la città meno cara in assoluto — dormo fino a tardi in un ostello della gioventù che
ricorda molto da vicino un ospedale, quindi vado dal parrucchiere riuscendo, non senza difficoltà, a
farmi tagliare i capelli. Nel viale pedonale sfilano numerose donne fuori moda e si riconoscono
numerosi russi (Karasho e baci sulla bocca), anche se molti di meno rispetto alla Lettonia.
Vilnius, oggi
A Vilnius alloggiamo in un tristo ostello allocato nei paraggi della stazione, nel quale fervono
rumorosi lavori di ampliamento e dove tutta la notte fiorisce un continuo, ambiguo smercio di
alcolici. La nostra cella è minuscola e il ventilatore formato casa di bambole poco fa per mitigare
l'afa opprimente, che in questi giorni rende arduo visitare la città: nonostante le persone siano
abituate alle forti escursioni termiche tipiche dei climi continentali, in certi momenti le facce che si
incontrano per strada appaiono così sfatte dal caldo da far paura.
Vilnius, come Roma, sorge su sette colli, in un’area ricoperta da foreste di pini. Anche la sua parte
vecchia è annoverata nell’elenco del patrimonio artistico mondiale dell’Unesco: possiede la bellezza
di 20 chiese ortodosse e 30 chiese cattoliche, un'antica università e palazzi in svariati stili
architettonici, ma in prevalenza barocchi. Il Duca Gedimino, che la fondò nel 1323, ha dato il nome
al castello medievale, alla torre, alla collina, al viale più importante della città e a chissà quanti altri
luoghi.
La nostra prima meta è la Repubblica di Užupis, il quartiere bohémien situato al di là del fiume
Vilnia: uno stato utopico con un vero presidente, con la sua bislacca Costituzione incisa in otto lingue
diverse sui pannelli a lato della strada, con gli atelier degli artisti, con i murales colorati, con i
negozi di oggetti in ferro battuto, con l'angelo di bronzo che, suonando la tromba, ti dà il benvenuto
nel mondo della libertà artistica, e con le ripide salite che conducono, ad esempio, alla taverna dove
ho bevuto la birra artigianale più buona che c'è.
Il sabato mattina la città è piena di sposi. Prima di andare a serrare i già citati lucchetti, si fanno
fotografare in location più o meno amene e lanciano colombe vive nel libero cielo (dopo essersi
sposati in chiesa, voglio dire; sono in maggioranza cattolici qui). Altra gente, noncurante della loro
felicità, affolla il mercato delle pulci dove i rubli sovietici, le armi, i francobolli, i 33 giri di Albano e
Romina, i samovar e i colbacchi si affastellano sui marciapiedi, pieni di polvere.
I lituani non sembrano passarsela proprio benissimo: dopo un breve periodo di boom economico,
adesso i tassi di disoccupazione sono altissimi e il PIL è in caduta libera, così la gente emigra in massa
per cercare lavoro all’estero. Visto che le donne, visibilmente più numerose, sono smaniose di
sistemarsi, gli uomini — già di per sé non proprio pieni di joie de vivre — tendono a darsi un sacco di
arie. Non c'è da stupirsi che gli italiani, con il loro modo di fare galante e paraculo possano riscuotere
un certo successo (quando non sono sbeffeggiati, chiaramente). Questo ce lo racconta Egle, che fa la
guida turistica ai tedeschi attempati e che è molto felice di trascorrere una serata nel locale di
tendenza Invino, dove l'atmosfera romantica e il riferimento culturale italiano hanno un appeal molto
forte per gli abitanti giovani e vitazzuoli di Vilnius.
Un tuffo nel passato
Superata la piazza della Cattedrale, da cui partì la spettacolare, lunghissima catena umana che univa
Vilnius a Tallin per protestare contro l'occupazione sovietica, si entra nel centro moderno. Percorso
un pezzo del Gediminio prospektas (fitto di caffetterie americane e negozi europei) si giunge al
museo delle Vittime del Genocidio, allocato nell'enorme palazzo che per cinquant'anni ha ospitato il
quartier generale del Kgb (Nkvd/Mgb) lituano. Specialmente nei primi anni dell'occupazione (ossia
fino alla morte di Stalin), circa duecentomila cittadini ebbero la sfortuna di passare per queste
carceri, alcuni prima di raggiungere i campi in Siberia, altri lasciandoci le penne a causa delle torture
subite in cella.
Nei sotterranei freddi e umidi possiamo appunto vedere la ricostruzione delle prigioni con le pesanti
porte metalliche, le pareti imbottite, le stanze della tortura, l'ufficio del personale con la centralina
di spionaggio, il tavolo degli interrogatori e poi la camera di esecuzione, dove sono ancora visibili i
fori dei proiettili, e la macabra esposizione delle ossa ritrovate, per ognuna delle quali viene spiegata
la causa della morte. Al primo piano invece c'è una meno morbosa esposizione permanente, dedicata
alle attività degli eroici partigiani della resistenza (i celebri “fratelli della foresta”) contro le truppe
regolari russe. Questo disperato tentativo di resistenza fu combattuto dai sovietici uccidendo e
deportando nei gulag siberiani migliaia di persone, e definitivamente stroncato all'inizio degli anni
'50, grazie al lavoro di intelligence da parte dell'armata rossa.
In un'altra sezione dell'edificio vengono illustrati i metodi di spionaggio messi in atto dal KGB, la
polizia politica segreta sovietica, fino al crollo dell'URSS nel 1991. Migliaia di cittadini lituani sospetti
venivano schedati e controllati dalla polizia segreta, che provvedeva poi ad arrestarli e ad internarli.
Intellettuali, ecclesiastici, studenti e funzionari furono fatti sparire perché sospettati di
anticomunismo, et voilà: l'élite dirigente lituana viene decimata. Nel periodo di occupazione nazista,
dal 1941 al 1944, l'edificio ospitò gli uffici della Gestapo, ma nel museo non si fa riferimento alle
crudeltà perpetrate dai tedeschi (in quegli anni accolti positivamente dalla maggioranza dei lituani
perché speravano di cacciare i sovietici), né vengono citate le centinaia di ebrei uccisi e deportati a
Vilnius. Nel passato qui vi era una delle maggiori comunità ebraiche europee (al punto che la capitale
lituana viene soprannominata Gerusalemme dell’Est), ma per informarsi su questa parte di storia
bisogna andare alla ricerca del piccolo Museo dell’Olocausto o del museo della Storia ebraica, oppure
visitare la sinagoga e ciò che resta del ghetto.
Per conoscere da vicino la piccola comunità dei Caraimi, un gruppo etnico originario della Crimea, si
può effettuare una piacevole gita a Trakai, un'amena località a pochi chilometri dalla capitale. La
cittadina sorge su un lago, al centro del quale è piazzato un castello medievale rosso mattone, molto
fotogenico grazie anche alle barche colorate in primo piano. Le poche centinaia di Caraimi
(discendenti dei soldati che il granduca di Lituania volle nel suo esercito nel 1400) risiedono ancora
oggi in case di legno che presentano tutte rigorosamente tre finestre sulla facciata: una per Dio, una
per la famiglia, una (appunto) per il granduca Vytautas. Nonostante siano di religione giudaica, essi
furono catalogati come turchi (e non come ebrei) dai tedeschi occupanti e ciò li ha messi al riparo sia
dalla Shoah sia, in seguito, dalla deportazione di massa che colpì altre minoranze etniche dell'Urss. Al
ristorante caraita possiamo gustare il piatto tipico della loro cucina, ossia i kibinai, una specie di
panzerotti ripieni di carne o verdura.
Kaunas
L'ultima tappa dell'itinerario baltico si estende lungo le rive del Nemunas, a sud del Paese. Kaunas,
oltre ad essere una città universitaria, è uno snodo fondamentale sia nel trasporto su gomma sia in
quello aereo, specialmente da quando hanno inserito la città nelle rotte della Ryan Air. La conferma
me la dà questo giovanissimo pilota piemontese che, non avendo santi in paradiso, è stato assegnato,
dalla nota compagnia aerea low cost, a questa remota località. Lui e il suo amico si sorprendono
moltissimo del fatto che abbiamo scelto la noiosissima Kaunas come tappa del nostro viaggio, ma
Marcello fa di tutto per convincerli del contrario. Certo, penso io, l'avvenenza delle donne può essere
una motivazione valida, ma non al punto da non accorgersi della guida molesta e dell'ubriachezza
inconsulta degli studenti in orario notturno.
Ciononostante, Kaunas è una città piena di verde e musei, dove passeggiare serenamente nei parchi,
ammirare chiese più o meno restaurate e resti di castelli, fare un giro in mongolfiera e stazionare nei
caffè. Tutto ciò a meno che non ci capiti in concomitanza di una terribile tempesta come quella che
— due giorni prima del nostro arrivo — ha divelto decine di gigantesche querce, ha ucciso due
campeggiatori e ha gettato nel panico l'intera cittadinanza. I cadaveri dei mastodontici alberi,
sdraiati per terra nei boschi, possiamo ammirarli con tristezza durante il free walking tour, un giro
turistico gratuito organizzato in diverse città baltiche da giovani spiritosi e carismatici. Come sempre
conosciamo altri viaggiatori, apprendiamo interessanti aneddoti e inoltre ci sbafiamo ciambelle e pan
brioche lituani.
Ora, devo dire che in Lituania si mangia benissimo. A Kaunas, in particolare, abbiamo mangiato
sempre nello stesso ristorante che serviva chilate di carne di maiale e patate in tutte le fogge, oltre
a una meravigliosa zuppa di funghi supercremosa servita all'interno di una forma di pane, e poi la
tipica zuppa fredda di barbabietole (chiamata šaltibarščiai), i cepelinai, i pierogi, i blini ecc.
Insomma, io faccio fatica a credere che i lituani siano fra le popolazioni più magre tra i paesi
sviluppati del mondo, come ho letto su Internet.
Missione compiuta
Anche a Kaunas non possiamo perderci la visita a un museo storico, quello situato dentro al Nono
Forte, costruito all'inizio del Novecento per completare la cintura difensiva della città e poi usato
come prigione. Per raggiungerlo bisogna prendere un bus che attraversa il quartiere dell'ex ghetto
ebraico e poi ci fa scendere in mezzo alla tangenziale. Approdati in qualche maniera al sito,
scopriamo che anche qui durante l'occupazione sovietica furono internati i prigionieri destinati ai
gulag siberiani, mentre durante l'occupazione nazista furono sterminati, tra gli altri, ebrei di Kaunas,
ebrei francesi, austriaci e tedeschi e prigionieri sovietici. Inaspettatamente, apprendiamo che il
primo nucleo del museo esiste già dal 1958 per raccontare i crimini compiuti dai nazisti in Lituania.
Soltanto dopo il crollo del regime sovietico, naturalmente, furono aggiunte le sezioni relative alle
atrocità comuniste. Visitiamo anche i noiosissimi sotterranei e, alla fine di un lungo tunnel freddo e
umido, raggiungiamo la porta attraverso la quale nel '43, sessantaquattro prigionieri tentarono di
scappare (un'impresa solidamente architettata, che finì ovviamente nel sangue).
E finalmente qui troviamo qualcuno che se lo ricorda il periodo precedente al '91. Si ricorda della
radio americana ascoltata clandestinamente in famiglia, dove venivano riportate notizie che il
regime non voleva divulgare (come ad esempio la catastrofe di Cernobyl). Si ricorda che a scuola
certi argomenti non si potevano affrontare e che c'era una sola TV per famiglia. Si ricorda che si
mangiavano sempre gli stessi cibi e che i vestiti occidentali non erano in vendita. Si ricorda che gli
agenti segreti del KGB controllavano tutti, sempre e dovunque. E si ricorda Romas Kalanta, quello
studente che, all'inizio degli anni Settanta, si diede fuoco pubblicamente per protestare contro il
regime.
Compiuta finalmente la nostra missione, dopo quattro settimane, possiamo terminare il tour delle tre
repubbliche baltiche: non più un'entità indistinta ma tre Paesi, ciascuno con una personalità propria e
inconfondibile. Un comodo autobus notturno della Ecolines ci consegnerà al mattino presto a
Danzica. E che bello — dopo tanti musi baltici — farsi finalmente una risata con gli autisti polacchi!
(luglio 2010)
CHE CAUCASO, UN'ALTRA GUIDA DI VIAGGIO!
Georgia e Armenia
E questa è la provincia che Alessandro non potte passare, perché dall'uno lato è 'l mare e (da)ll'atro
le montagne: [...] Egli ànno cittadi e castella assai, e ànno seta assai e fanno drappi di seta e d'oro
assai, li piú belli del mondo. Egli ànno astori gli migliori del mondo, e ànno abondanza d'ogni cosa
da vivere. La provincia è tutta piena di grande montagne, sí vi dico che li Tartari non pòttero avere
interamente la segnoria ancora di tutta.
[ Marco Polo, “Il Milione” ]
Prima della partenza
La scintilla iniziale di questo viaggio l'ha accesa — senza saperlo — Lloyd, un amico di Marie che lo
scorso anno ha visitato la Georgia. Marie ha ascoltato su Skype i suoi entusiastici resoconti relativi
all'ospitalità della gente, ai paesaggi mozzafiato, ai monasteri incastonati nelle rocce, alla deliziosa
cucina e, non ultimo, all'interessante rapporto qualità/prezzo e mi ha proposto di andarci. Io ho
subito accettato e ho rilanciato proponendole di sconfinare anche in Armenia.
Quando comunicavo la mia imminente destinazione, le reazioni che registravo erano variegate. C'era
chi pensava subito agli Stati Uniti (come ad esempio Google Maps, oppure l'impiegata della mia
compagnia telefonica mobile); chi faceva una rapida incursione nei suoi ricordi scolastici azzardando
un immaginario confine con la Cina; chi chiedeva conferma: «Hai detto Georgia e Birmania, no?»
Soltanto un paio di persone mi hanno stupito, quando sono riuscite a collocare i due piccoli stati in
quella stretta porzione di terra compresa tra il Mar Nero e il Mar Caspio, occupata in gran parte dalla
catena montuosa del Caucaso e storicamente schiacciata tra il gigante russo e quello turco.
I due Paesi, inglobati entrambi per decenni nel coacervo sovietico, da circa vent'anni stanno
faticosamente cercando di tirarsi su, inseguendo il lontano miraggio dell'Unione Europea. Con
attitudini diverse, però. In Georgia apparentemente sono più dinamici: cantieri aperti e lavori in
corso dappertutto, voglia di vivere e di divertirsi, tanta gente per le strade la sera, anche nei piccoli
villaggi. In Armenia, al di fuori della capitale, una placida staticità ci ha fatto più volte pensare, tra i
tornanti occupati da mucche, i covoni di paglia e i cubetti di letame impilati, che il tempo non sia
passato. E, come mi ha confermato un giovane cameraman di Yerevan, a loro piace così.
Compagni di viaggio
Non avevo mai viaggiato con Marie, ma ero certa che ci saremmo divertite. Certo, qualcuno mi aveva
riferito che la prima cosa che fa appena arrivata in un posto nuovo è raggiungere il punto di massima
altitudine presente all'orizzonte. E questo mi inquietava un po'. Io e la montagna non siamo proprio in
confidenza e, anche se ho fatto dei trekking sull'Annapurna, sulle Prealpi piemontesi, in Madagascar,
nello Yemen e in molti altri posti, per me è solo il prezzo da pagare pur di ammirare bei paesaggi e
immergermi pienamente nella natura. Insomma a me della sfida sportiva non me ne potrebbe fregare
di meno e preferirei evitare eccessive sudate, se fosse possibile.
Marie invece è una che si è fatta tutti i parchi nazionali dell'Australia, ad esempio. È una che in
sandali di cuoio da passeggiata per il corso, minigonna e borsetta sottobraccio è capace di smazzarsi
otto ore di sentieri, schivando fango, alberi, rovi, pendenze scivolose, senza mai perdere il sorriso,
senza sudare, senza fiatone e contemporaneamente osservando e fotografando i fiori e gli insetti.
Di contro, falla arrivare in una località nuova senza albergo prenotato, mentre ha fame e desiderio di
una doccia, e si trasforma in un mostro assetato di vendetta. Io ho parzialmente risolto il suo
problemino applicando il cosiddetto "metodo Mirko" (dal nome del suo inventore), ossia portandola
subito a bere una birra ai primi segni di irascibilità. Ma io devo ringraziarla veramente, perché se non
fosse stato per lei non sarei mai riuscita a raggiungere la Chiesa della Trinità di Gergeti — affrontando
un sentiero inesistente dove ho scoperto di soffrire di vertigini — e non avrei mai goduto di uno dei
panorami più fantastici che io abbia mai visto, di nuvole, cavalli e preti ortodossi alla Chagall. Non
avrei mai attraversato la granitica gola di Dariali fino al confine russo. Non sarei mai uscita sana da
un trekking di sette ore nel Parco di Borjomi-Kharagauli. E non avrei mai visto quell'indimenticabile
arcobaleno che collegava i due versanti della montagna, dall'alto della fortezza di Boloraberd.
Popoli
Non c'è nulla di più istruttivo e gioioso dell'immersione in una comunità di esseri umani di tutt'altra
razza, razza che rispetti, con cui simpatizzi, di cui vai fiero pur non appartenendole.
[ Osip Mandel'stam, "Viaggio in Armenia" ]
I georgiani e gli armeni, per quanto numericamente esigui e vicini di casa, sono due popoli molto
diversi. I georgiani sono grossi e rustici, allegri e amanti della convivialità. Gli armeni sono più
composti, sobri ed eleganti. In Georgia, per dirne una, abbondano abiti di pessimo gusto e paurose
ricrescite, in Armenia si notano più messe in piega e meno abbinamenti di colore sbagliati. Gli armeni
sono fisicamente più spigolosi (ma chi non lo sarebbe in confronto ai georgiani?) e infatti quando
siamo entrate in Armenia la prima cosa che abbiamo notato è stata la scarsità di pance (i georgiani
hanno certe pance incredibili che purtroppo, d'estate, è facile vedere nude e pelose, a causa
dell'usanza tipica di arrotolarsi la maglietta sul petto).
I georgiani, come ha giustamente scritto la Lonely Planet, sono "ossessivamente ospitali". Ad
esempio, un georgiano non accetterà mai nemmeno una sigaretta senza darti nulla in cambio: un
archeologo incontrato a Borjomi, che a tempo perso faceva l'istitutore privato, in cambio di una mia
sigaretta hand-made (operazione che attirava sempre una piccola folla) mi ha comprato un piatto
intero di dumpling; al contrario ho rollato diverse sigarette a uomini armeni (anche lì tutti mi
guardavano come una marziana) e nessuno si è sentito in dovere di ricambiare. In Georgia un tassista
ci ha comprato una barretta di cioccolata per ciascuna durante la sosta in un negozietto; un altro è
rimasto più di mezzora con noi a Khashuri ad aspettare il mashrutka giusto, prima di salutarci con un
bacio sulla guancia. A Yerevan invece, l'ultima sera, siamo andate a cena con due ragazzi del posto in
un ristorante molto costoso; loro non hanno toccato cibo, ma hanno consumato delle bevande che al
momento del conto non hanno fatto nemmeno il gesto di pagare. Una cosa così in Georgia non
sarebbe mai capitata: abbiamo trascorso una serata intera con due ragazzi di Tbilisi e non siamo
riuscite a pagare nemmeno un cicchetto.
Anche gli armeni sono cordiali e accoglienti, ma in modo più riservato, meno plateale. Lo zio di Arsen
ad esempio, che ci ha accompagnato in taxi a Yeghegnadzor, si comportava proprio come un vicepapà. E tutti quelli che ci hanno dato un passaggio in auto sono sempre stati cortesi. E il portiere
dell'osservatorio di Byurakan, i nullafacenti che hanno atteso con noi l'autobus alla stazione di
Yerevan, albergatori e commercianti, persone buone e fiduciose nel prossimo, che non ti chiedono
nemmeno i documenti quando arrivi in una guest house (tanto è vero che a Gori, quella mattina alle
8 quando tutti ancora dormivano, avremmo potuto anche non lasciargli quei 15 euro sul comodino e
semplicemente uscire, lasciando scappare i cani — che è l'unica cosa che è accaduta davvero).
Una cosa però li accomuna: nutrono uno spropositato amore per l'Italia (rinvigorito da anni di festival
di Sanremo e "La Piovra") e una forte curiosità nei nostri confronti, che tra tanti Paesi belli e
divertenti abbiamo invece scelto proprio quell'angolo di mondo per andare a passare le vacanze.
Insomma, tutta un'altra storia rispetto all'accoglienza ricevuta a Praga, Budapest, nei Paesi Baltici o
in Polonia, dove avrei potuto anche girare con un paio di mutande in testa e tutti avrebbero fatto
finta di niente.
Religione
In Giorgens à uno re lo quale si chiama sempre David Melic, ciò è a dire in fra(n)cesco David re; e è
soposto al Tartaro. E anticamente a tutti li re, che nascono in quella provincia, nasce uno [segno]
d'aquila sotto la spalla diritta. Egli sono bella gente, prodi di battaglie e buoni ar[c]ieri. Egli sono
cristiani e tengono legge di greci; li cavalli ànno piccoli [a] guisa di chereci.
[ Marco Polo, “Il Milione” ]
Durante il periodo sovietico la religione era ovviamente osteggiata anche nelle lande caucasiche e le
chiese erano chiuse, oppure utilizzate per altri scopi. Crollato il regime, il Cristianesimo non solo ha
ripreso il suo posto, ma oggi rappresenta una sorta di riscatto, il simbolo dell'indipendenza e
dell'identità nazionale per tanti anni schiacciate.
Molte chiese georgiane sono state restaurate e le figure dei santi rifulgono, splendenti di colori
accesi. Esse sono affollate di donne con il capo coperto da un fazzoletto annodato, che seguono le
funzioni in piedi (non ci sono sedili), mentre per la strada non è infrequente vedere persone che si
fanno tre volte il segno della croce (in momenti e luoghi apparentemente casuali, ma in realtà rivolti
verso chiese, statue e altri simboli religiosi). Insomma, la Chiesa apostolica autocefala ortodossa
georgiana oggi è un'influente istituzione nel Paese.
L'Armenia invece si vanta di essere il primo Paese ad aver adottato il Cristianesimo come religione di
Stato, addirittura nel 301 d.C., e ancora oggi ha una Chiesa tutta sua: la Chiesa Apostolica Armena,
detta anche gregoriana, praticata dal 95% degli armeni. Uno dei manufatti più tipici dell’arte
religiosa armena è il khatchkar, una croce di pietra, spesso di grandi dimensioni, lavorata come fosse
un merletto, usata storicamente per contrassegnare luoghi e tempi da ricordare. Sempre di pietra,
ma di tutt'altra proporzione sono gli antichi monasteri visitabili in tutto il Paese, straordinariamente
omogenei come stile, materiali e tecniche, posizionati in posti difficilmente accessibili e spesso
un'ottima scusa per una bella passeggiata con vista panoramica.
Trasporti interni
Il re dei mezzi pubblici caucasici si chiama mashrutka. Con questo non voglio dire che davvero
fossimo in grado di pronunciare questa parola, però ci abbiamo provato fino a che, dopo un elevato
numero di imbarazzanti storpiature, non abbiamo deciso di chiamarlo minibus. Esistono vari tipi di
mashrutka, ci sono quelli nuovi e quelli vecchi, quelli caldi e bui perché tutte le finestre sono
sbarrate e coperte da pesanti tendaggi e quelli più arieggiati e luminosi, ma in comune hanno tre
cose: sono affollati, non c'è posto per i bagagli e costano poco. Poiché oltretutto sono anche lenti e
non viaggiano a tutte le ore e su tutte le strade (alcune sono terribili), spesso abbiamo dovuto
prendere un taxi, che comunque è una cosa molto diffusa tra gli abitanti del luogo, i quali davvero di
rado possiedono un'auto.
Le macchine più diffuse sono le Lada e le Volga, sempre piuttosto venerande (e come abbiamo visto
quasi sempre adibite a taxi); auto di altre marche le ho viste soltanto nelle capitali. Le strade
caucasiche, inutile dirlo, non sono un granché: non solo sono piene di buche e rattoppi, non solo
hanno carreggiate strette e molte curve, ma di frequente sono utilizzate da migliaia di mucche come
pascolo; a ciò bisogna unire lo stile di guida piuttosto sportivo dei guidatori locali: sorpassi che
definire azzardati sarebbe un eufemismo, invasioni di corsia, slalom giganti, il tutto cercando di
consumare meno benzina possibile (ad esempio spegnendo il motore in discesa).
Cibo e bevande (soprattutto bevande)
I georgiani bevono. Certo, di un sacco di popoli si dice "qui in Calcazia la cultura del bere è molto
radicata", o "nel nord della Agelonia già di primo mattino ordinano l'acquavite invece del caffè",
oppure "gli Ostresiani sono i più forti consumatori di birra dell'universo". Ma non è niente in confronto
alla Georgia.
Esempio 1: conosci una persona e dopo i soliti convenevoli rituali (ah - italiana! falicitàèunbiccieredivino - conunpanninolafalicità - sonounitalianovero - celentano - sofialoren -
comisariocatanimafia - berluscona coordinato con gesti a sfondo sessuale) una delle prime cose che ti
dice su di sé è il suo record: 22 birre in 6 ore. Oppure: 3 litri di grappa in una sera.
Esempio 2: vai a visitare Vardzia, un monastero scavato nella roccia, tipo i Sassi di Matera. Incontri
uno che ti fa da guida e ti mostra i numerosissimi ambienti, nella maggioranza dei quali c'è una buca
dove, anticamente, venivano collocate anfore di 600 litri piene di vino. Proseguendo con la visita
l'idea che ti fai è che i monaci non facevano altro che bere e dormire — vabbè a volte pregavano
anche (c'è anche una meravigliosa chiesetta con affreschi). Ma soprattutto bevevano. Alla fine ti
accorgi che quell'odore di vino che ti ha perseguitato per tutta l'esplorazione del monastero
troglodita non è altro che l'alito della guida.
Esempio 3: prendi un taxi. Con l'autista non si può comunicare in nessuna delle lingue a te note, ma
si capisce che è in cerca di qualcosa. Rallenta e guarda nelle case al lato della strada. Poi si ferma e
scende. Chiede qualcosa. Risale in auto. Il tassista è accigliato. Rallenta di nuovo, salta giù, risale
con una busta piena di more di gelso. Sono per noi, ce le vuole regalare. Ma ancora non ha trovato
quello che cercava. Finalmente dopo un'ennesima sosta rientra in auto con una bottiglia che sembra
acqua, ma a giudicare da quanti soldi ha dato alla vecchia, e soprattutto a giudicare dal suo viso,
rilassato e soddisfatto adesso, è qualcosa d'altro (acquavite di more di gelso, capiamo dopo; noi
decliniamo l'offerta).
Esempio 4: nei bar non puoi chiedere un cicchetto di vodka, ma minimo una bottiglia; e le bottiglie di
birra più diffuse sono da due litri.
D'altra parte la statua della Madre Georgia, che spicca nel panorama che circonda Tbilisi, nella mano
sinistra tiene una coppa di vino (però nella destra impugna una spada, riservata ai nemici). In
Armenia si trinca meno, ma anche qui si producono diversi distillati di frutta e inoltre è molto noto il
konyak locale, o brandy (amato, si dice, da Winston Churchill). Entrambi gli Stati, giusto per
compensare, producono acque famose: quelle georgiane più preziose sono frizzantissime e
praticamente salate.
Passiamo alle cose solide. Uno dei cibi preferiti dai georgiani di montagna e ammirato da tanti si
chiama khinkali ed è una sorta di gnocco di pasta bollita ripieno di montone molto pepato (in pratica
il dumpling cinese). Però il piatto georgiano per antonomasia è il khachapuri, una sorta di pizza
condita con formaggio, con le due varianti (completamente diverse nell'aspetto): una in pasta sfoglia
rettangolare e l'altra a forma di barchetta ripiena di uovo. Purtroppo il condimento prediletto è il
coriandolo, che ti ritrovi praticamente in ogni piatto, dalle zuppe alle insalate. In Armenia invece ci
si avvicina più alla cucina del Medio Oriente, per i pasti veloci si mangia il burek di pasta sfoglia e c'è
molta più scelta di verdura e frutta. Entrambi i popoli vanno matti per la carne al barbecue (in
Armenia te la arrotolano dentro al lavash, che è il loro pane, sottilissimo come un foglio di carta). Il
pesce più pregiato è lo storione, che costa un casino e ormai è praticamente solo di allevamento, e
non è difficile reperire trote. Nonostante i milioni di mucche, di formaggio sembrerebbe che ne
sappiano produrre solo un tipo, che è super acido.
Architettura
In cuor mio bevvi alla salute della giovane Armenia con le sue case di pietra color dell'arancia.
[ Osip Mandel'stam, "Viaggio in Armenia" ]
Ora, io ho intitolato questa sezione "Architettura", però devo confessare che di architettura non ne
capisco granché. Comunque, in Armenia il fatto è semplice: le case sono uguali in tutto il Paese,
costruite con grandi blocchi squadrati di pietra arancione. È vero che ci sono case di piccole
dimensioni e condomini più grandi e a più piani, però il colore dei muri è sempre lo stesso. Non mi
chiedete perché visto che non lo so, però ho pensato due cose: o in tutto il Paese la roccia ha lo
stesso colore, oppure la roccia “color dell'arancia” la prendevano tutta da un posto imprecisato
trasportandola in tutti gli angoli dell'Armenia. Poi vabbè ci sono anche i container che risalgono
ancora al terremoto dell'88 e che in alcune località sono ancora in uso, ma non c'è da stupirsi visto
che la stessa cosa avviene in Irpinia e sono passati anche più anni. A questo proposito, mi hanno
raccontato che gli armeni erano molto all'avanguardia sin dall'antichità in merito alle norme
antisismiche, ma poi, quando sono arrivati i sovietici, con molta faciloneria hanno ricoperto di
cemento tutto quello che trovavano e per questo motivo importantissimi monumenti del patrimonio
nazionale si sono sbriciolati alle prime scosse.
Chiuso così facilmente il discorso delle case armene c'è il discorso delle case georgiane, che è più
complesso. Le abitazioni tradizionali sono di legno, con balconi intarsiati sporgenti e colori pastello.
Nella zona vecchia di Tbilisi in alcuni casi sono state restaurate, in altri sono ancora lasciate a se
stesse; inoltre in molti quartieri si possono vedere case di pietra piene di crepe e oleandri che ci
crescono dentro, oppure abbandonate o esplose, aperte come le case di bambola, soprattutto nelle
zone sottoposte a lavori. Altre case georgiane hanno i tetti di tegole rosse, e nelle grandi città
spiccano i tipici palazzoni di cemento in stile sovietico con i balconi incassati e colorati. Il miscuglio
più insostenibile è presente però a Batumi, dove catapecchie con il tetto di lamiera convivono con
normali palazzine anonime, case di legno, condomini di cemento, grattacieli degli hotel, campanili di
stampo germanico, pinnacoli alla praghese, facciate in stile francese. Qui tra l'altro i lavori in corso
fervono in maniera ancora più paranoica.
Storia
L'Armenia non è solo uno spazio geografico, è un 'identità. Pensaci un istante. Hai mai provato a
contare quanti sono stati i popoli che ci hanno invaso, occupato e tiranneggiato? Quegli invasori
hanno potuto radere al suolo le nostre case e devastare i nostri campi, ma non sono mai riusciti a
sradicare la nostra memoria. Ricorda: la memoria armena è immortale.
[ Gilbert Sinoué, "Armenia" ]
Il territorio caucasico è popolato sin da tempi antichissimi. Per dirne una, la Colchide (la parte
occidentale della Georgia, affacciata sul Mar Nero) secondo il mito sarebbe la fantastica terra del
vello d'oro ricercato da Giasone e dagli Argonauti. Come tutte le regioni di passaggio, la storia è stata
molto travagliata: nei secoli si sono avvicendati popoli come i Persiani, i Bizantini, gli Arabi, i
Mongoli, i Mamelucchi, gli Ottomani. L'età aurea della Georgia fu quella vissuta sotto la dinastia
Bagration, durante il basso Medioevo: i maggiori rappresentanti di questa dinastia furono gli
onnipresenti Davide "il costruttore" e la regina Tamar.
Gli Armeni invece sono un popolo antichissimo, il cui capostipite, Haik, secondo la leggenda sarebbe
il discendente di Noè; infatti il Monte Ararat è tradizionalmente considerato il luogo dove si posò
l'arca di Noè dopo il diluvio universale. L'Armenia raggiunse l'apice del suo splendore dal 95 al 66
a.C., quando la cosiddetta Armenia maggiore si estendeva dal Caucaso all'attuale Turchia orientale,
fino alla Siria e al Libano. Dopo varie vicissitudini (sotto i romani, i Persiani, i Sasanidi, i califfi, gli
ottomani, i sovietici) l'Armenia attuale costituisce solo una piccolissima parte del territorio armeno
storico, che si estendeva anche in Turchia (l'Anatolia Orientale e la Cilicia) e Persia; la storia
dell'Armenia, dunque, si identifica piuttosto con la storia degli armeni, popolo errante e ancora oggi
disseminato in tutto il mondo (vivono più armeni all'estero che in Armenia).
A partire dall'Ottocento sia la Georgia sia l'Armenia entrarono nell'impero russo, e poi nell'Unione
Sovietica, di cui hanno fatto parte fino al 1991. Il Caucaso, si sa, è un coacervo di popolazioni e
religioni diverse. Se durante il periodo sovietico tutte le brame di autonomia erano schiacciate, dopo
l'indipendenza sono venute fuori tutte quante e ancora diverse situazioni sono irrisolte. Conflitti
separatisti riguardano ad esempio le regioni georgiane dell'Abcasia e dell'Ossezia del Sud,
recentemente autoproclamatesi indipendenti, e il Nagorno Kharabagh (chiamato Artsakh dagli
armeni), enclave armena all'epoca assegnata all'Azerbaigian da Stalin, e che attualmente è sotto
tutela armena, ma rivendicato strenuamente dall'Azerbaigian. Tutt'ora queste regioni possono come
niente diventare terreno di scontro tra gli opposti schieramenti.
Il contrasto più noto a livello mondiale è però quello tra gli armeni e i turchi (infatti la frontiera tra i
due paesi è chiusa e per andare dalla Turchia all'Armenia passano tutti per la Georgia). La ragione
fondamentale è rappresentata dallo sterminio degli armeni, compiuto dagli Ottomani alla fine
dell'Ottocento e in seguito, in modo più significativo, nel 1915-16. La Turchia ancora oggi nega che si
sia trattato di un genocidio, e questo è uno dei motivi per cui le potenze occidentali non vogliono
dare l'ok all'ingresso nell'Unione Europea di questo Stato.
In realtà le versioni dei due popoli sono molto diverse, anche per quanto riguarda il numero delle
vittime, ma va detto che anche gli storici bipartisan non possono provare che si sia trattato, a livello
giuridico, di un genocidio, poiché non è disponibile una documentazione che chiarisca
definitivamente la verità su quei fatti. D'altra parte si tratta di una questione squisitamente tecnica,
e nessuno mette in dubbio le atrocità e le sofferenze patite da questo popolo durante la
deportazione ordinata dal governo dei Giovani Turchi all'inizio della Prima guerra mondiale; centinaia
di migliaia di persone (come minimo) costrette a lasciare le proprie case per attraversare deserti e
terre inospitali, senza cibo né acqua, sottoposte alle peggiori violenze e privazioni. Questa vicenda
viene ben documentata nel museo del genocidio di Yerevan, creato nel 1995.
Georgia e Armenia, oggi
Fino a qualche anno fa la Georgia era piena di corruzione e delinquenza, tanto che all'inizio del
Duemila molte ambasciate straniere sconsigliavano di recarsi a Tbilisi. Nel 2004 con la cosiddetta
"rivoluzione delle rose” ha preso il potere questo giovane presidente, che ha scalzato quella mummia
di Shevarnadze, e la città si è data una bella ripulita, ha piazzato un sorprendente numero di
poliziotti praticamente ovunque e — giura il nostro nuovo amico Wato — se perdo la borsa, entro
pochi minuti il malloppo viene recuperato. Insomma possiamo stare tranquille, ribadisce mentre nel
parco, vicino alla torre della televisione, guardiamo il panorama della città di Tbilisi spalmata sotto
ai nostri occhi. E infatti avevamo visto da sole che dovunque era pieno di poliziotti (la maggior parte
però — diciamolo — con le mani in mano).
L’economia è in ripresa, l’erogazione dell’energia elettrica e del gas si interrompe molto più di rado
(di rado, non mai), ma come in tutti i paesi ex-comunisti, c'è sempre chi è nostalgico del periodo
sovietico, quando i servizi di base erano garantiti. Questo me lo racconta Mikheil (seduto accanto a
me nel minibus mentre andiamo a Davit Gareja), che gestisce insieme alla sua famiglia un Bed &
breakfast a Sisian. Le cose non gli vanno male, i turisti non mancano e la sua famiglia fa buoni affari;
ma non per tutti è così. E infatti per molti il sogno è trasferirsi in Italia o in un altro Paese
occidentale.
Dopo la rivoluzione la Georgia si sta progressivamente allontanando dalla Russia dal punto di vista
economico e politico: per esempio il petrolio viene importato dall'Azerbaigian. In Armenia invece il
monopolio della fornitura delle risorse energetiche lo ha ancora la Russia (gas e petrolio devono
comunque passare dalla Georgia, che incamera le tasse di trasporto). Qui però la situazione
economica per certi versi è migliore, grazie alle rimesse che gli armeni emigrati all'estero inviano ai
parenti rimasti in patria. Gli armeni emigrati sono milioni e anche il turismo si regge, in pratica, sui
loro soldi. Diversi di loro, soprattutto chi è emigrato di recente (nei terribili anni Novanta), medita di
tornare in patria a godersi la pensione, come questo signore che incontriamo alla teleferica di Tatev,
in vacanza con tutta la sua famiglia ormai stabilmente insediata in Francia.
Alcune a(r)menità
Ancor vi dico che in questa Grande Erminia è l'arca d[i] Noè in su una grande montagna, ne le
confine di mezzodie in verso il levante, presso al reame che si chiama Mosul, che sono cristiani, che
sono iacopini e nestarini, delli quali diremo inanzi. Di verso tramontana confina con Giorgens, e in
queste confine è una fontana, ove surge tanto olio e in tanta abondanza che 100 navi se ne
caricherebboro a la volta.
[ Marco Polo, “Il Milione” ]
E infine una serie di curiosità raccolte in questi quindici giorni di viaggio nel Caucaso.
- I rotoli di carta igienica caucasica non hanno il buco in mezzo, utile per infilarli nell'apposito portacarta igienica. La suddetta carta è simile alla carta vetrata.
- Le lapidi tipiche sono realizzate in marmo nero sulla cui superficie è inciso un ritratto del defunto
così minuzioso e dettagliato da sembrare una fotografia. In certi casi nel lato B della lastra è
rappresentata la stessa persona nell'attività svolta in vita, oppure al momento dell'incidente che lo
ha portato alla morte.
- Nella mia personale classifica dei bagni peggiori del mondo, sono entrati a pieni voti un bagno
georgiano (sulla strada tra Kasbegi e Tbilisi, vicino a una piccola cascatella) e un bagno armeno (nei
paraggi di Martuni, sempre sulla strada). In confronto il bagno di Caibaren, Cuba, impallidisce nel
ricordo.
- Nei Paesi caucasici ci sono dei sanatorium sovietici pieni di specchi e tappeti dove ti sembra di stare
in un film.
- Nei Paesi caucasici per accedere alla professione di tassista esiste un test di selezione molto duro:
ti chiudono in una stanza 24 ore e contano quante sigarette fumi; se fumi minimo 4 pacchetti in una
giornata il posto è tuo. (Vabbè, questa non è vera.)
- La Georgia non appare su Google Maps (cioè, appare, ma è vuota).
- I georgiani hanno un debole per le ruote panoramiche.
- Le donne georgiane stanno sedute a fare niente non solo nei giardini delle città dove sono emigrate,
ma anche in quelli di casa loro.
- A Tbilisi c'è un ponte tutto di vetro che i cittadini chiamano "Lines Idea" perché è uguale a un
assorbente.
- Gli armeni quando si mettono in posa per una fotografia si sforzano di stare seri.
- In Armenia i sedili dei taxi e le ringhiere dei balconi sono ricoperti da tappeti.
- I poliziotti armeni hanno dei cappelli enormi ridicoli.
- L'Ararat si trova in territorio turco, però gli armeni dicono che la parte che vedono loro è la più
bella.
- A Yerevan, la metà dei cittadini di lavoro fa il tassista.
- Yerevan è una capitale incredibilmente costosa per quanto riguarda le accomodation, priva di
grande attrattiva e in estate calda da impazzire. La maggior parte dei tour organizzati fanno base
qui, permettendo di visitare in giornata la maggior parte delle altre località di interesse; per questo
— credo — sono un completo fallimento.
- I caucasici sono talmente comunicativi che sono riuscita a litigare per più di un quarto d'ora con un
tassista e ci siamo intesi perfettamente, anche se ognuno di noi parlava la propria lingua.
(luglio 2011)
FRUMOASĂ ROMÂNIA?
Quando sono atterrato in Romania l'ho fatto perché volevo vedere cosa ne era, della retorica
dell'altro, quando l'altro eravamo noi.
[ Andrea Bajani, "Bucarest-Roma" ]
Bari, il violinista rumeno
Ero in un piccolo locale nel centro storico di Bari e stavo assistendo al concerto di un cantautore
ispirato, che pretendeva il silenzio assoluto. Dunque, non volava una mosca. Erano partiti i primi
accordi del nuovo brano, quando la porta si è spalancata improvvisamente e si è affacciato un
violinista, seguito da altri due musicisti ancora sulla strada. Tutte le persone assiepate nel locale
hanno rivolto all'unisono la testa verso l'ingresso, trattenendo il respiro. Il violinista ha detto: «Io
venire da Romania».
È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Era giunto il momento di capire cosa era questa
Romania da dove tutti loro venire.
Capurso, Anamaria
Giugno, ultimi giorni di scuola. In questa prima media ormai si erano quasi tutti ritirati; erano
presenti soltanto due alunni iperattivi e due alunne rumene. Mentre i due undicenni cercavano di
passare il tempo a modo loro, gattonando tra i banchi e inserendosi pezzi di gomma per cancellare
nel naso, io conversavo con le ragazzine. Mi raccontavano di mamme partite sole per l'Italia anni fa,
mi parlavano di padri mai conosciuti o divorziati, di un nuovo fidanzato italiano per la mamma e poi
dell'incidente che lo ha ucciso, mi elencavano lavori da badante, da addetta alle pulizie o alla
raccolta della frutta. Mi dicevano della voglia di tornare a casa per le vacanze, nella casa in
campagna della Moldavia, per rivedere i nonni, gli zii e i cugini, e della speranza di trascorrere anche
delle giornate in montagna, magari a Brasov, in Transilvania. Al termine dei loro racconti, Anamaria
mi ha chiesto: «E la tua storia qual è?» Non sapevo cosa dire. «La mia storia? Ma la mia non è così
interessante» ho risposto presa alla sprovvista. «Tutte le storie possono essere interessanti,» mi ha
detto lei «dipende da come la racconti».
Aeroporto di Bucarest, Fabio
Prima di me, quest'anno sono state in Romania tre amiche mie. Una mi ha detto di essere stata
fregata da un tassista dell'aeroporto Otopeni. L'altra mi ha detto di stare attenta ai tassisti
dell'aeroporto Otopeni. La terza ha preso l'autobus. Il mio primo obiettivo, dunque, arrivando a
Bucarest Otopeni a mezzanotte passata, quando l'autobus non funziona, era di non farmi fregare dai
tassisti.
Sull'aereo la maggioranza assoluta dei passeggeri era costituita da donne rumene con o senza bambini
(più con, comunque). Poi venivano gli uomini rumeni, che facevano di tutto per stare lontani dai
suddetti bambini. In minoranza assoluta giovani di imprecisata provenienza in viaggio (uno era
accanto a me e ha dovuto tenersi sulle gambe alcuni arti di uno dei suddetti bambini per quasi tutto
il viaggio, mentre la madre continuava a chiedergli se gli desse fastidio). E infine c'erano i business
men meridionali, facilmente individuabili dagli abiti firmati, dalle arie che si davano (che denotavano
grande familiarità con il Paese di provenienza dei loro pezzenti compagni di volo) e infine dai
commenti ad alta voce riguardanti procaci parti del corpo delle hostess.
Giunti lì, dunque, ho acchiappato il più scaltro di questi business men e gli ho chiesto delucidazioni in
merito alla questione tassisti, giocandomi la carta della mia prima volta in Romania. Lui mi ha
invitato molto gentilmente nel suo taxi e mi ha fatto raggiungere l'ostello prenotato, senza nemmeno
farmi pagare una parte della corsa, e io lo ringrazio per questo morbido arrivo, reso ancora più
fantastico dalla presenza dell'aria condizionata in una camera singola che costava solo 17 euro.
Bucarest, Stefan
L'appuntamento era alle 18,30 in Piaţa Unirii, vicino all'orologio. C'erano forse 38 gradi. Era tutto il
giorno che camminavo sotto la cappa d'afa di questa capitale dell'est che tutti dicono che non vale la
pena. Ero entrata in due chiese ortodosse dove c'era la funzione della domenica mattina e avevo
visto molti fazzoletti legati sotto il mento, svariate gonne o vestiti fantasia e diverse pagnottelle,
buste piene di frutta e pacchi di farina poggiati sul tavolo, sui quali erano state infilzate delle lunghe
candeline gialle.
Avevo visitato il museo del contadino rumeno, dove il biglietto costa l'equivalente di cinque euro, ma
se vuoi fotografare devi pagare altri dieci euro. Allora avevo visto — senza fotografarli — strumenti di
legno e croci, vestiti e tovaglie, una miriade di icone e uova decorate e addirittura un'intera chiesa di
legno ricostruita. E tutto questo era una demo di quanto avrei visto in tutto il Paese nei successivi 20
giorni, tranne il fatto delle foto, perché negli altri posti, anche se c'era scritto che dovevi pagare un
tot per fotografare, potevi fotografare lo stesso e nessuno ti diceva niente.
Quindi avevo percorso Calea Victoriei con i negozi chic chiusi fino a Piata Revolutiei e infine avevo
raggiunto Piaţa Unirii, vicino alle scenografiche fontane.
Qualche minuto prima delle 18,30 è arrivato Stefan, il ragazzo che ci avrebbe guidato in questo Free
walking tour della città. Poco dopo essersi presentato, mi ha raccontato che era appena tornato da
Sfântu Gheorghe, sul delta del Danubio, «una località davvero splendida, near the sea, e da preferire
alle altre per la minore concentrazione di zanzare, less mosquitos», ha spiegato estatico guardando
la sua fidanzata Simona, che ci aveva appena raggiunti. «Purtroppo per arrivare a Tulcea in tempo
per il traghetto, domani, devi prendere il treno at 5 o'clock in the morning», ha aggiunto dispiaciuto.
Quindi a tutti noi convenuti da vari Paesi del mondo, Stefan ha mostrato il fiume che Ceauşescu fece
interrare, ci ha parlato della fuga del dittatore di fronte al popolo inferocito e della sua esecuzione il
25 dicembre, ci ha raccontato della statua di Traiano che sembra ubriaco e ha in braccio un serpente
con la testa di lupa, ci ha fatto ammirare la statua di Vlad Ţepeş (Dracul), che governò solo 6 anni
ma fece ammazzare un sacco di cattivi, e poi il monumento che sembra una polpetta o una patata
infilzata, e una vecchia chiesetta con affreschi, con pietre prese in tutte le chiese distrutte da
Ceauşescu, e il ristorante Carv cu bere e moltissimo altro. Dopo avergli dato un'offerta per l'ottimo
tour, sono tornata in ostello distrutta e disidratata ma con la testa piena di storie e un chiodo fisso:
andare a Sfântu George.
Bucarest, un sobrio dittatore
Sono arrivata al Palazzo del Parlamento in tempo per l'ultima visita guidata in tutti questi enormi
saloni adibiti a sale conferenza pieni di marmo, legno di quercia, cristallo, tessuti e metalli preziosi,
tutti materiali provenienti dal Paese e lavorati da artigiani rumeni h24 per 8 anni (inutile dire come
stavano incazzati i rumeni nell'apprendere quanto si scialacquava in porfido e seta mentre loro
morivano di fame). Ho visto un tappeto così grande che si dice sia stato realizzato direttamente
dentro il grande salone, che d'altra parte ha un soffitto di vetro intarsiato dal quale inizialmente
Ceauşescu voleva far entrare un elicottero. E ho ammirato un'infinità di altre idee megalomani,
comprese due enormi scalinate in marmo da cui dovevano fare l'apparizione i due coniugi
separatamente, una sedia tutta d'oro e i ritratti di marito e moglie alti 15 metri ciascuno. Ho appreso
che per costruire la cosiddetta casa del popolo il morigerato dittatore aveva fatto abbattere interi
quartieri cacciando altrove tutti quelli che ci abitavano e poi si dice che aveva fatto realizzare dei
bunker e tunnel sotterranei che starebbero praticamente dentro alla collina su cui questo obbrobrio
è stato costruito, ma dal quale in realtà il simpatico e sobrio dittatore non si è mai affacciato,
perché pare che non fosse ancora finito quando lui è stato giustiziato. La guida ci ha riferito che il
primo che ha parlato dal balcone ufficiale del palazzo è stato Michael Jackson, ma questa è una
bugia perché l'aneddoto di Michael Jackson era ambientato allo stadio ed è quello in cui lui si sbagliò
e disse Budapest invece di Bucarest. Non sapremo mai cosa queste guide dicono è vero e cosa è solo
per far divertire i turisti annoiati. E comunque, alla fine della visita guidata, dopo più di un'ora di
sale conferenze molto kitsch, la guida ci ha detto che avevamo visitato solo il 5% del palazzo.
Drobeta-Turnu Severin, l'ingegnere
Dalla stazione nord di Bucarest avevo preso il treno per Orşova. Fuori dal finestrino, scorrevano
infiniti campi di mais, grano e girasoli; dentro, l'aria condizionata andava e veniva. All'ultimo
momento, il ragazzo strabico seduto di fronte a me (che, nonostante le apparenze, era un professore
di economia che parlava un ottimo inglese) mi aveva consigliato di scendere — invece che a Orşova —
a Drobeta-Turnu Severin, che secondo lui presentava una maggiore disponibilità di alloggi.
In effetti in questa cittadina sonnacchiosa, situata sulle sponde del Danubio a pochi passi dal confine
con la Serbia, non c'è quasi niente da visitare (il museo delle Porte di Ferro è chiuso per lavori) e non
c'è nessun tipo di servizio turistico, ma per qualche insondabile ragione c'è un'incredibile quantità di
hotel, pensioni e bed & breakfast. L'hotel Continental, rimasto sostanzialmente identico dagli anni
Sessanta, ha 112 camere, ma non merita i trenta euro che mi chiedono; così alloggio in questo
alberghetto senza pretese dove vengo catapultata in un film ambientato all'epoca del comunismo. La
sorridente titolare sta stirando davanti al televisore. A Severin c'è un bel teatro restaurato, una
fontana moderna molto elaborata, le rovine del Ponte di Traiano e della fortezza romana, una torre
dell'acqua al centro di un incrocio e molta musica balcanica dalle autoradio. Stanno rifacendo le
strade grazie ai soldi dell'Unione Europea; l'unico ristorante tipico, La Pappa, chiude alle 19, quindi
devo accontentarmi di mangiare un'orrenda pizza col ketchup. Nessuno sa nulla della navigazione sul
Danubio.
La sera, bevo una birra in compagnia di questo ingegnere del posto. «I admire the Serbs» mi fa lui,
«You know, noi rumeni abbiamo sempre chinato la testa, abbiamo accettato tutto, mentre loro sono
brave, coraggiosi, basta vedere come hanno resistito durante la guerra degli anni Novanta. Certo, a
volte sono troppo nazionalisti, ma sempre meglio che essere passivi come noi». E io penso ai
tappezzieri, ai falegnami, ai carpentieri rumeni che lavoravano notte e giorno nel Palazzo del
Parlamento. L'ingegnere mi racconta di alcuni “giochi di prestigio” effettuati dal sindaco con i
finanziamenti europei, mi comunica che qui la gente è tranquilla mentre a Bucarest corrono troppo,
mi confida che le moldave sono tutte “bitch” a causa della loro povertà, mi confessa la sua triste
condizione: suo figlio ormai è grande e vive lontano, mentre con la moglie si sono separati molti anni
addietro. Infine mi propone di accompagnarmi in auto a visitare la centrale idroelettrica ma, poiché
sono le dieci passate, mi sono vista costretta a declinare l'invito che non mi sembra promettere nulla
di buono.
Pago la birra media (costa 65 centesimi), salgo in camera e scopro che nel mio albergo si è stanziata
una famiglia che non ha l'abitudine di chiudere la porta della stanza. Mentre vado in bagno, intravedo
il capofamiglia in canottiera e pancia prominente che guarda la televisione seduto sul letto. Il film
continua.
Al mattino noto un giovanotto sovrappeso col cappellino che dà dei soldi alla nuova tenutaria, più
seria e permanentata di quella della sera prima. Mentre scendo incrocio una ragazza coi capelli rossi
che aveva seguito il ragazzo sulle scale. Aveva ragione l'ingegnere: è un hotel a ore.
Drobeta-Turnu Severin, Petre e Mirel
Sono tornata all'hotel Continental: è l'unica speranza per trovare qualcuno che può aiutarmi nella mia
benedetta impresa di fare un giro in barca sul Danubio tra Romania e Serbia (mia fissazione da
quando avevo visto la foto delle Porte di Ferro sul libro di geografia).
Mi accoglie Petre, receptionist vecchio stile, gentile ed efficiente. Conversiamo, gli prometto una
cartolina da Bari, lui contatta un suo amico tassista. La cifra che il tassista spara al telefono è così
alta che immediatamente rifiuto, cominciando ad organizzare mentalmente il piano B: Băile
Herculani, le terme, l'hotel consigliato dalla vicina di treno del professore strabico, l'incontro con la
mamma di Simona (il medico con cui avevo trascorso la prima sera a Bucarest). Poi però arriva Mirel.
Mirel sorride ed è carino. Mirel parla italiano. E, soprattutto, Mirel abbassa la richiesta economica.
Partiamo.
Costeggiamo il Danubio e passiamo davanti alla mostruosa centrale idroelettrica voluta da Ceauşescu:
di là c'è la Serbia con tutti i suoi coraggiosissimi abitanti e le sigarette di contrabbando. Intanto Mirel
mi racconta di quando lavorava in Italia, prima come corriere e poi nell'agricoltura, e di suo fratello
che vive ancora a Verona con la moglie e trasporta medicine. Finalmente giungiamo nel punto dove
partono le gite in barca più economiche: «Mica come a Orşova che ti fanno pagare un occhio della
testa!» Siamo vicino alla colossale statua di Decebalo (l'ultimo re della Dacia), scavata nella roccia e
rimasta incompiuta perché il milione di dollari speso dal finanziatore non era — evidentemente —
sufficiente. Salgo in barca con questo conducente che, dopo aver fatto il muratore ad Almeria, morto
di nostalgia è tornato a casa. «Come facevo a dejar todo esto?» mi fa indicando col braccio il fiume e
le montagne che lo incorniciano. Visitiamo anche due grotte, io e questa famiglia di Iaşi: nella
seconda erano di stanza i soldati austriaci al tempo della guerra contro i turchi. Alcuni canoisti,
partiti dalla Germania, stanno compiendo la loro impresa di giungere al delta. Mirel mi ha aspettato
all'imbarco, vicino ai negozi di souvenir. Mentre mangio una ciorba de burta (zuppa di trippa),
ammiro il fiume e giuro che, prima o poi, ci rivedremo.
Treno Orşova-Timişoara, Damian
Prendo posto sul sedile acrilico tipico dei treni. Vicino alla finestra fa molto caldo, così lascio i miei
cruciverba ermetici e vado a comprare apa minerale, rece (fresca). Al bar dell'ultima carrozza c'è
Damian che mi serve. I grossi porri che ha sul naso e sulla guancia sussultano quando scopre che sono
italiana. Mi chiede subito che ci faccio là, con accento napoletano. «Ma dove vivevi in Italia?» gli
chiedo come al solito divertita nello scoprire con quanti accenti differenti si può imparare l'italiano.
«Stavo a Casal di Principe» mi risponde. Non sono sicura di voler sapere cosa faceva precisamente lì e
infatti lui resta sul vago. Oltretutto sono passati un po' di anni e ha bisogno di riprendere familiarità
con la nostra lingua. Damian mi invita ad entrare nel retro del bar, dove si può fumare liberamente.
Ci raggiungono i due controllori baffuti che, come molti rumeni che ho conosciuto, hanno
inizialmente un'espressione seria e severa, apparentemente poco propensa alla socializzazione, ma
dopo pochi minuti dimostrano la loro cordialità. E così, ridendo e scherzando, sfogliando la mia guida
della Romania e bevendo gratis bibite ghiacciate, passano le tre ore e mezza necessarie per
raggiungere Timişoara. E intanto Damian mi racconta alcuni aneddoti dell'Italia, perlopiù
incomprensibili, e poi del suo attuale lavoro tra Bucarest e Timişoara (e tra Timişoara e Bucarest),
retribuito con uno stipendio di circa 100 euro al mese, mentre i suoi colleghi ne prendono ben 400.
Uno di loro mi regala un accendino. L'altro va a controllare se la mia valigia è ancora al suo posto.
«C'è» comunica sorridendo quando torna. «Qua, a parte questi due, non ruba nisciun» chiosa Damian
in napoletano.
Timişoara, un uomo d'affari
Scendo dal treno, deposito il bagaglio nel primo hotel che trovo e vado alla scoperta di quella che da
qualche anno viene definita l'ottava provincia veneta (già dal finestrino avevo notato i molti
capannoni gialli, blu, rossi che circondano la città). Il centro è grazioso: si susseguono tre piazze
molto curate e numerose aree verdi, c'è una bella cattedrale circondata da stormi di uccelli e
un'incredibile quantità di bar e ristoranti affollati di gente. Damian non può permettersi di prendere
nemmeno un caffè nel frizzante centro di Timişoara, dove soltanto i business men in giacca e
cravatta e i pochi turisti stranieri mangiano e bevono a prezzi esigui in rapporto ai loro portafogli.
Per questo Damian, anche se trascorre una buona parte delle sue notti in questa città, non osa
avventurarsi in queste piazze e vie: le nostre strade si dividono.
Mi accomodo in questo ristorante centralissimo dotato di tavoli all'aperto; mentre consulto il menu,
una voce familiare mi fa alzare lo sguardo: «Auè! Bevitela tu la 'bbììr!» Al tavolo accanto al mio un
laido barese con il doppio mento, i capelli lunghi, unti e brizzolati e la camicia aperta sul petto sta
riferendo al cameriere che ha sbagliato l'ordinazione, perché lui la birra non l'ha chiesta. Il cameriere
è mortificato: non sa che questa insolenza non è un trattamento di riguardo a lui riservato, bensì
contraddistingue molti miei concittadini nel loro rapporto con i camerieri di ogni latitudine.
Di fronte all'uomo d'affari è seduta una donna: è una rumena bella anche se non giovane, truccata e
adornata con i gioielli che lui le ha regalato. Lui le sta enumerando le sue proprietà: è lungo l'elenco
delle cose che ha. Snocciola numeri serio, mentre lei lo guarda con il mento sul palmo della mano: ha
gli occhi sognanti ma non sorride. Nonostante la proposta sia allettante, lei resiste. Nonostante
l'ammirazione per quest'uomo capace di trattare i camerieri in modo così determinato e virile, non se
la sente di lasciare tutto e seguirlo in quella città dell'Italia meridionale. Nonostante la vaga
speranza, un giorno, di rivolgersi anche lei in questo modo ai camerieri di ogni latitudine, c'è ancora,
per fortuna, qualcosa che la frena.
Baia Mare, le due "cinesi"
Leggendo superficialmente la Lonely Planet, poteva sembrare che Baia Mare fosse una piccola
cittadina tranquilla e che l'alloggio prescelto non fosse troppo lontano dalla stazione degli autobus.
Solo durante il cammino mi ero accorta che la mappa, quella volta, era realizzata in scala 1 a 500,
invece degli usuali 1 a 300. Arrivata sfinita all'ostello, mi ero messa subito a chiacchierare con un
amico dei titolari (il quale parlava inglese), in modo da pianificare il mio soggiorno. Subito mi aveva
rivelato, traducendo dal rumeno dei gestori, che tra gli ospiti c'erano due cinesi, le quali il giorno
dopo sarebbero andate a visitare la chiesa di Surdesti.
Il mattino dopo verso le dieci sono all'autogara, in possesso di un biglietto per l'autobus che sarebbe
partito di lì a poco. Sedute composte sulla panchina ci sono le due "cinesi", vestite di tutto punto da
viaggiatrici, con tanto di cappello, pantaloni tecnici con le tasche e classica camicia a quadretti da
esploratore Decathlon. Mi correggono immediatamente: non sono cinesi, bensì taiwanesi. Sono quasi
alla fine del loro viaggio di 45 giorni che le ha viste razzolare tra la Bulgaria e la Romania, anche se
secondo me hanno sbagliato proprio destinazione perché, quando gli ho chiesto il motivo della loro
scelta, mi hanno citato il loro comune interesse per le recenti guerre e per il nazionalismo (forse si
sono confuse con la ex Iugoslavia). Comunque, le "cinesi" pianificano con molta cura i loro
spostamenti, sono in possesso di orari dettagliati e prenotazioni anticipate, ma fatto sta che è dalle 7
che stanno sulla panchina ad aspettare l'autobus. Meno male che prendono con molta allegria le varie
disavventure che gli capitano in un Paese così poco organizzato e con così poche persone che parlano
inglese (e anche il loro, di inglese, non è il massimo) e non vedono l'ora di raccontarmi tutti i
contrattempi e le incomprensioni di cui erano state protagoniste, dei quali ridono tantissimo.
Purtroppo, dopo esserci separate ad una fermata del microbus, non le ho più viste nella Pensiunea
Pictorilor, in quanto mi hanno cacciata. Ora, questa è una cosa che non mi era mai successa, che dei
gestori di una pensione che sta pure sulla Lonely Planet e hanno anche un sito decente, poiché non
parlano una parola di inglese, non abbiano capito che mi sarei fermata anche la seconda notte e
hanno preso tutte le mie cose sparse in camera e me le hanno malamente infilate nello zaino,
buttato a terra nel magazzino, mezzo aperto.
Comunque ho trovato subito un'altra stanza vicina, dove mi ha accolto una specie di Barbie che
masticava il chewing-gum mentre faceva le pulizie e che mi ha chiesto se anch'io come gli altri ero lì
per rifarmi i denti.
Surdesti, il custode della chiesa
Stefan, il ragazzo del free walking tour, mi aveva detto che in Maramureş la tecnologia ancora non è
arrivata: «Vivono ancora in modo tradizionale» aveva aggiunto «ti colpirà molto!» Eccomi dunque
presso la chiesa di Surdesti, la più alta chiesa in legno d'Europa, che chiacchiero col custode; il suo
accento romano denota molti mesi di permanenza nella capitale, e infatti mi racconta che aveva
studiato ingegneria all'università di Roma, molti anni prima, e come tutti è felice di poter utilizzare
di nuovo l'italiano dopo tanto tempo. Dopo avermi parlato diffusamente degli affreschi e degli arredi,
gli ho chiesto alcune indicazioni in merito ai mezzi pubblici e lui mi ha detto: «Aspetta n'attimo» ed è
scomparso, riapparendo pochi minuti dopo col suo laptop collegato a internet sul quale ha
controllato gli orari dei bus; poi mi ha pregato di citofonargli con il campanello wireless che era
vicino alla grande porta di legno, quando saremmo tornate dalla chiesa di Plopiş. Se fosse arrivato il
suo sostituto, ci avrebbe dato un passaggio fino alla chiesa di Deseşti (che comunque a suo parere
non è bella come questa). Siamo dunque ritornate dopo il nostro giro e, in attesa che arrivasse il
sostituto (che non è mai arrivato), il custode ci ha offerto delle mele verdi appena colte e ci ha
mostrato il bagno: una cassetta di legno con un buco su cui era posizionata una classica tavoletta da
water. La magia è tornata.
Sapanta, gente del Maramureş
La strada per arrivare a Sighetu Marmaţiei è così bella che sono stata tentata più volte di scendere
dal microbus, ma lo spettacolo a bordo mi ha tenuta avvinta: le contadine con il fazzoletto in testa e
la borsetta in grembo che spettegolano, gli uomini seduti in ultima fila che sono crollati
addormentati ai primi dondolii del mezzo, e soprattutto il dodicenne vestito da piccolo rapper con gli
auricolari nelle orecchie, che normalmente risiede ad Alessandria, e che mi fa un sacco di domande.
In realtà anche io ne faccio a lui, e così ho scoperto che ha imparato a scrivere in italiano, ma non in
rumeno, per esempio.
A Sighet ho deciso di trattarmi bene e ho dunque varcato le porte di un hotel confortevole e
caratteristico, più costoso delle solite pensioni in cui andavo a finire. Quando ho chiesto al
receptionist informazioni per raggiungere il Cimitero Allegro di Săpânţa, mi ha detto che c'era un bus
alle 15 e che, per il ritorno, in qualche modo avrei fatto: «You don't have to worry». Nell'attesa ho
preso qualcosa da mangiare in un bar e mi sono ritrovata a condividere gli stessi tavolini di una
nutrita comitiva di trentenni. Quando ho chiesto un'informazione logistica ad uno di loro, molto
lentamente il gruppo ha cominciato a prendere coscienza della mia esistenza e dopo una decina di
minuti è stato convocato Giovanni, grande esperto di Italia. A Giovanni ho chiesto cosa facevano nella
vita tutti quei suoi conoscenti seduti al tavolo, ben vestiti, dotati di cellulare e pacchetto di
sigarette, alcuni anche di una bibita. Giovanni ha tergiversato, ha fatto delle battute e poi ha
snocciolato qualche dato socio-economico: «Sono disoccupati, tutti hanno una casa di proprietà con
l'orto... ah vabbe', ogni tanto vendono e comprano automobili. Ecco perché hai trovato i rumeni
tanto disponibili» ha concluso «non lavorano!»
A Săpânţa, ho visitato prima una chiesa di recente costruzione che imita lo stile delle storiche chiese
in legno del Maramureş (protette dall'Unesco) e addirittura — se consideriamo la base in pietra — è
più alta di quella di Surdesti. Poi sono andata al Cimitero Allegro che, nonostante i lavori di restauro,
è stato uno dei posti più belli che ho visto in tutto il Paese, con tutte quelle croci di legno dipinto di
blu, dove trovano posto simpatici e colorati ritratti dei morti, ognuno con una storiella divertente
scritta sotto a mano, opere di un artista ormai scomparso.
Infine, al momento di tornare a Sighet, mi sono ritrovata sul bordo della strada principale insieme a
due fidanzatini di Lille, a una francese di origine ivoriana, a una donna rumena con valigia e alle due
"cinesi" redivive (che in un mio momento di distrazione sono sparite, questa volta per sempre). Ci ha
preso su un meccanico che parla spagnolo perché ha lavorato a Barcellona. Le sue parole mi
ricordano quelle di Giovanni: «Aquí ho una casa de propiedad y non devo pagare i soldi dell'affitto,
ma purtroppo riesco solo a sopravvivere, e pensate che tengo quattro figli! Per questo ogni anno
trabajo qualche periodo all'estero, così posso guadagnare más dinero e prima o poi riuscirò a mettere
su una fattoria, mi sueño».
Bogdan Voda, Guillaume e Pierre
Non che non lo sapessi che il sabato e la domenica i mezzi pubblici, già non molto frequenti in questa
regione, sarebbero diventati ancora più fantasmatici. Ma non potevo mica restare ferma a Sighet,
con tutto quello che c'era da vedere. Sono salita quindi sul microbus che mi ha lasciato dinanzi al
monastero di Barsana, già sottolineato sulla guida dal professore strabico, e poi caldamente
raccomandato dall'efficiente receptionist dell'hotel. Una volta finita la visita, avrei pensato come
proseguire.
In effetti, pochi minuti dopo aver alzato il pollice, si ferma un corriere che mi lascia al bivio per
Viseu, nella cittadina di Bogdan Voda. Fa caldo e ho anche il mio trolley con me ma, già che mi trovo,
decido di entrare nel cancello della chiesa di legno che ho intravisto dietro il solito capolavoro di
legno intarsiato. Inizialmente è chiusa, ma proprio in quel momento sopraggiunge il custode con la
grande chiave. Entriamo: oltre me, ci sono due ragazzi francesi delusi dalla porta inizialmente
sprangata. Poiché sono alla ricerca di un passaggio, presto poca attenzione ai fantastici affreschi
sulle pareti di legno e mi dedico invece ad intervistare i francesi, i quali, sorpresa n. 1: parlano un
inglese quasi decente; sorpresa n. 2: stanno andando anche loro a Vişeu.
L'affare è fatto: avremmo trascorso tre intere giornate insieme, di cui una dedicata a smaltire
l'acquavite locale (la letale ţuica) bevuta a cena, l'altra a visitare il maggior numero possibile di
monasteri affrescati della Bucovina, l'ultima a cercare di raggiungere Tulcea entro sera.
Vişeu de Sus, Adela
Il receptionist di Sighet mi aveva consigliato di prenotarla in anticipo una camera a Vişeu, se volevo
andarci di sabato. «Molti alberghi ospitano wedding parties» mi aveva spiegato «e inoltre diversi
turisti vanno a passare il week-end in quella località di montagna, godendosi la swimming pool o
partecipando alla gita sul treno a vapore, la mocaniţa». Aveva faticato un po' per trovare una camera
libera ma alla fine era riuscito nel suo intento.
La pensione della signora Adela è collocata in piena campagna. All'ingresso della villa ci accoglie la
sosia di Donatella Versace, tutta vestita in bianco, con la grande bocca spalancata in un sorriso. C'è
posto anche per i miei nuovi amici, nonché chaperon, francesi: le camere sono ampie e arredate con
gusto.
«Mio marito è più giovane di me di ventitré anni» ci comunica subito allegramente la titolare,
indicando la foto del loro matrimonio, incorniciata e appesa alla parete del soggiorno. «Molti in
paese la considerano una stravaganza e parlano male di me, ma sotto sotto mi invidiano». Ci
comunica anche che le hanno consegnato un premio come cittadina modello di Viseu e che è laureata
in psicologia. «Io ci metto il cuore nelle cose che faccio!» ci informa. «Per esempio tutti mi fanno i
complimenti per come cucino, ma io non ho mai fatto dei corsi, semplicemente cerco di fare bene le
cose che mi piacciono. Anche la mia passione per l'astrologia nasce dal mio interesse e dalla mia
capacità di capire le persone e di creare un'empatia. Per esempio, tu di che segno sei? Ah Libra,
bilancia! Sicuramente sei una persona con i piedi ben piantati per terra, non ami metterti al centro
dell'attenzione e sei socievole, mentre tu, Pierre, capricorno, parli poco ma quel poco che dici è
molto meditato».
Dopo un tuffo in piscina e una passeggiata nei dintorni, siamo a tavola con altri ospiti. A metà della
cena appare il famoso marito: siamo subito indecisi se ha esagerato con la droga, con l'alcol o con
tutti e due. Dire che è sopra le righe non rende l'idea; il modo in cui tratta le cameriere e la moglie
ti fa venire voglia di spaccargli la brocca del vino in testa; canta, parla in più lingue diverse, beve
ingenti quantità di ţuica: uno spettacolo che ci lascia a bocca aperta.
Il mattino dopo dobbiamo svegliarci molto presto per la gita sulla mocaniţa. La sosia di Donatella,
con un nuovo livido in faccia, ci fa il conto (paghiamo pure la grappa bevuta dal marito). Il marito
dorme sul divano, pietosamente coperto da un pareo: «Soffre di allergia al vino rosso» cerca di
giustificarlo, costernata, Adela.
Sfântu Gheorghe, Manuel
Sono più o meno alla metà del mio viaggio. È una calda sera d'estate e ci troviamo a pochi passi dal
Mar Nero. Sono arrivata in traghetto, nel pomeriggio, e sto godendo il silenzio di questo villaggio
dove le strade sono fatte di sabbia. Manu, pescatore e periodicamente affittacamere di origine
moldava (provenienza riconoscibile da quegli inquietanti occhi celesti quasi trasparenti che hanno
laggiù), sorseggiando l'ennesima Golden Brau ghiacciata, chiacchiera con i suoi ospiti. Oltre me, c'è
una coppia di Bucarest che gestisce una stazione di servizio e un'altra di Braşov, entrambi dentisti. Il
pesce sta a gratar su un vetusto barbecue portatile: Manu mi aveva già fatto vedere il nuovo
barbecue in muratura che stava costruendo, con molta lentezza dato il suo problema agli occhi.
Adesso, alle due allegre coppie in vacanza, sta appunto raccontando del suo incidente, avvenuto in
Tunisia, in cui stava per perdere non solo la vista, ma la vita proprio.
Dopo una ventina di minuti in cui chiacchierano fra loro, a un certo punto lui mi fa: «Roberta, capisci
cosa diciamo?» E di fronte al mio diniego, confida: «Ecco come mi sentivo io quando sono arrivato a
Verona, dove mio zio mi aveva trovato lavoro come muratore. Mi chiedevano sempre Sei stufo? Sei
stufo? E io pensavo ai canneti, che così si dice canna in rumeno, stuf, e rispondevo No, non sono
stufo, non ero stanco mai io. Dopo sette anni a Verona, e vedessi quante case ho messo su io con
queste mani, ti giuro, ho fatto tanti soldi che potevo comprarne tre di case come questa qua, non
una. Mi sono mangiato le mani quando dopo un paio di anni i prezzi delle case qui sono decuplicati. E
poi, stavo raccontando a loro, c'è stata la Tunisia, tanti soldi e grosse responsabilità, e poi
l'incidente, il coma, e l'amico che mi ha voltato le spalle, diocan. Era italiano. Ancora adesso, ti
giuro, non mi fa molto piacere parlare in italiano. E comunque, allora ho deciso: basta lavoro fuori,
in mona i soldi, la vita è più importante, torno a casa da Tamara, che è tanto brava anche se un po'
rustica. Stiamo insieme da quando avevamo 14 anni. Appena l'ho vista, ti giuro, ho pensato: è la
donna della mia vita».
Sfântu Gheorghe, pescatori e studenti
Alle nove di mattina sono al bar a prendere un caffè. Gli altri sono millenari pescatori che hanno
facce ognuna delle quali, da sola, sembra un romanzo, e bevono birra. Bevono birra anche questi due
stranieri, un uomo e una donna, tedeschi, scopro poi. Per loro non è comune, ma stanno festeggiando
perché finalmente gli è passata quell'infezione virale presa a Vama Veche, dopo ben cinque giorni a
letto. Eu vara nu dorm, penso canticchiando il tormentone di questo vacanziero luglio rumeno,
«D'estate non dormo, a meno che non mi dai dei sonniferi, e se non ci sono pasticche: cameriera
dammi una birra!» (E il tutto va avanti con l'elenco delle più rinomate località balneari del Paese).
Arriva Manu e mi annuncia che è riuscito a trovarmi un posto nella sua barca per portarmi in
esplorazione del Delta fino alla zona dei pellicani. Sono in compagnia di 50 studenti di biologia
dell'università di Timișoara, suddivisi in dieci barche e intenti non solo a prendere appunti sulle
garzette e gli aironi, sulle agrette e i cormorani, sulle cicogne, le ninfee e le altre piante acquatiche,
ma anche a scattarsi foto in succinti costumi da bagno. Per Manu e per gli altri pescatori, invece, gli
uccelli e le piante non hanno nomi, sono semplicemente uccelli di palude e piante di palude.
Comprano la birra dal rifornitore di benzina situato in mezzo al ramo del fiume, poi si accendono
un'ennesima sigaretta e intanto conducono lentamente le loro barche nel grande Danubio, che fra un
po' finirà nel mare.
Sfântu Gheorghe, Manuel e Tamara
È l'ultima sera in questo villaggio fuori dal tempo. Facciamo i conti e Manu mi chiede veramente poco
per la mia permanenza in casa, e soprattutto per i pasti a base di pesce, preparati in modo
eccellente da Tamara. Dopo le carpe e le aringhe alla griglia e la zuppa di storione, c'è ancora del
pesce in tavola, questa volta in un saporitissimo intingolo. Le altre ospiti fisse della casa, due sorelle
con la madre, hanno appena finito di mangiare e, leccandosi i baffi, mi stanno raccontando del loro
prossimo viaggio in Cina; quindi escono e ci danno appuntamento al concerto, che è già iniziato al
bar all'aperto. Io mangio in compagnia di Manu, che beve la sua Golden Brau. «Non mi piace il pesce»
mi confessa «sono stufo del pesce. Anzi, in estate, con questo caldo, non mangio quasi niente, ti
giuro». Intanto Tamara si è cambiata e lui le fa un fischio di complimenti: siamo pronti per andare al
concerto. Nel buio tiro fuori la mia mini torcia comprata da Decathlon e, notando la loro
ammirazione, gliela regalo. «A Nicolae piacerebbe molto» dicono. «Adesso però dorme: la vedrà solo
domattina.» Il rapporto di questi genitori con i loro due bambini seri seri è davvero molto distaccato.
Durante la cena Manu mi aveva raccontato la sua storia di bambino picchiato crudelmente da una
matrigna cattiva, e aveva solennemente ribadito che lui ai suoi figli non avrebbe mai osato alzare un
dito, ma che credeva in un'educazione molto rigida: «Devono imparare a guadagnarsi le cose!»
Continuiamo a bere Golden Brau mentre ascoltiamo la musica dal vivo. Molti pezzi sono ucraini, data
la provenienza storica della popolazione di questo pezzo di delta; Tamara, che è una di loro, sorride
mentre mangia i semi di girasole. La mamma delle due ragazze flirta con un ex militare in
canottiera, che si gode alla grande la sostanziosa pensione decisa per lui ai tempi di Ceauşescu e mai
revocata. L'amico delle ragazze mi chiede che fine abbia fatto Ambra Angiolini e, di fronte al mio
stupore, mi racconta che lui ha imparato l'italiano guardando Non è la rai e il Karaoke condotto da
Fiorello. A malincuore finisco la birra e vado a dormire: l'indomani ho il traghetto alle sei.
Sinaia, un procacciatore d'affari
Come tanti rumeni, anche io volevo sfuggire la canicula andando in monte. Poiché nel treno l'aria
condizionata era rotta, il vagone era pieno come un uovo e stavo annegando nel sudore, per evitare
di commettere una strage avevo deciso all'ultimo minuto di non proseguire fino a Braşov, ma di
scendere a Sinaia.
Alla stazione ero stata festosamente accolta da alcuni personaggi entusiasti di aiutarmi a trovare una
stanza in una pensione. In altri frangenti li avrei lasciati perdere senza indugio, e invece, a parte che
la temperatura scesa precipitosamente mi aveva gelato il sudore nella schiena, a parte che ero in
viaggio dall'alba tra nave, bus, metro e treno, oltretutto non avevo in mente nessun posto dove
dormire. Dopo il rituale scambio di convenevoli (Turista? Frumoasă România? Singura? Căsătorit? con
indice e pollice della mano destra sull'anulare sinistro), uno di loro mi aveva invitato a seguirlo. Dopo
pochi passi mi aveva confidato che le pensioni erano tutte piene, ma per fortuna non si era perso
d'animo, anzi mi aveva condotta con baldanzoso ottimismo in una lunga odissea alla ricerca di una
camera privata in case dai pavimenti di legno scricchiolanti, di proprietà di vecchi che parlavano solo
rumeno, arredate con dubbio gusto, dotate di bagni disgustosi e chiavi che non funzionavano.
Proseguendo, avevo scoperto con orrore che la strada era tutta in salita, poi aveva cominciato a
diluviare e, come se non bastasse, il logorroico procacciatore mi parlava di continuo in una lingua
che secondo lui era inglese. Ero stata tentata di affrancarmi ma avevo resistito fino alla casa di
questa signora che gli aveva offerto persino un grappino e, nonostante l'odio che ormai nutrivo per lui
(e nonostante la stanza fosse orribile), gli ho perfino dato due euro di mancia: bastava che sparisse
dalla mia vista.
A quel punto ho riletto sulla guida che Sinaia, la perla dei Carpazi, sorge a 800 metri di altitudine, è
fornitissima di hotel di alta categoria ed è affollata di turisti che la usano come base per le escursioni
sui Monti Bucegi. Quando avevo letto queste parole in treno, pigiata come una sottiletta tra rumeni
sudati, mi sembrava il paradiso, invece in quel momento le leggevo così: fa un freddo cane e piove
almeno una volta al giorno; per trovare una camera a poco prezzo devi accontentarti di orrendi
sottoscala polverosi con le coperte di ciniglia e i fiori finti; è pieno di turisti forestieri ricchi e per
trovare un locale popolare frequentato dalla gente del posto devi allontanarti un casino dal centro; è
un paese per vecchi.
Brasov, Gheorghe e Sofia
Brasov, dal punto di vista umano, mi stava un po' deludendo. Certo, era stato un piacere, dopo due
ore di cammino sotto il sole, scoprire che la pensione di cui mi ero appuntata il nome prima di
partire era proprio alle spalle del bar dove mi ero finalmente procurata una mappa della città. Mi
aveva fatto una magnifica impressione visitare il centro storico sotto quel cielo così limpido e blu.
Avevo anche mangiato benissimo al ristorante tipico insieme alle due ragazze berlinesi. Però non
gradivo la folla che proprio quel week-end si era radunata nella famosa località transilvana in
occasione del festival musicale sponsorizzato dalla birra Ursus. Inoltre mi era sembrato più costoso
che altrove e, non so se per partito preso o altro, anche la gente mi sembrava diversa, più
sofisticata. Poi, lentamente, ho capito: gli abitanti della Transilvania hanno origini differenti e inoltre
stavo incontrando sempre meno persone che parlavano italiano, perché dalla Transilvania non solo si
emigra di meno, ma si emigra soprattutto in Germania.
La seconda sera vado in un locale un po' defilato rispetto alle vie stracolme. Al tavolo accanto al mio
un uomo e una donna sui sessant'anni parlano molto animatamente. Lei sembra prendere
bonariamente in giro il suo amico, che indossa un cappellino da baseball e una camicia stampata con
il disegno della bandiera americana. Entrambi bevono birra.
A giudicare dalle poche parole che avevo imparato a riconoscere, l'accesa discussione ha come tema
la politica, in particolare il referendum che si è appena tenuto, indetto per chiedere al popolo se
voleva le dimissioni del Presidente Basescu oppure no. Quella sera sarebbero stati resi noti i risultati.
«Gheorge è pro-referendum,» mi svela Sofia quando abbiamo già cominciato a parlare da un po' «è un
comunista! Secondo lui» mi spiffera in inglese «Basescu fa schifo e deve essere mandato a casa. Io
invece penso che stia lavorando per abbattere la corruzione e che proprio per questo il parlamento lo
voglia togliere di mezzo! It's a shame! Pensa che la corte costituzionale in un primo tempo non lo
aveva considerato valido questo referendum, ma poi i membri sono stati addirittura sostituiti...
Unbelievable!» Secondo Sofia, di origine tedesca come tanti qui, sicuramente ci sarebbero stati
brogli perché il popolo è dalla parte di Basescu. «Tanti prezzolati andranno a votare più di una volta
senza farsi timbrare la tessera, con la scusa che siamo in estate e stanno in vacanza lontano da
casa!» Gheorge ribatte convinto: «Non è vero che il Presidente sta combattendo la corruzione e poi il
turismo elettorale non esiste! Non possono mica impedire che gli timbrino la tessera!» È per questo
che i due amici stavano discutendo da un pezzo. Io per fortuna rappresento una valida scusa per
giungere ad un armistizio. Gheorge, pazzamente innamorato dell'Italia, man mano che il suo livello
alcolico si alza, proferisce sempre più ardite frasi d'amore in italiano e sempre più stonate citazioni
di impresentabili cantanti. Sofia, che voleva chiacchierare con me senza noiose interferenze, a un
certo punto saluta il suo amico italofilo, mi chiede di accompagnarla («Andiamo nella stessa
direzione!») e, tirando un sospiro di sollievo, mi fa: «Ce ne siamo liberate! È tanto un buon amico,
ma quando si parla di politica diventa noioso». Mi offre un Amaretto di Saronno e intanto mi racconta
di quando faceva l'insegnante di sostegno: «I rom hanno delle quote a loro riservate, ma non hanno
molta voglia di studiare e così tolgono il posto a chi vorrebbe studiare con profitto» si lamenta. Infine
mi parla dei suoi figli: uno vive all'estero e lavora nel web, l'altro ha una fidanzata “gallina”.
Alle due di notte, mentre torno alla mia pensione, la mia delusione per fortuna si è dissolta.
Rasnov, un autostoppista
Anche quel giorno era molto caldo a Brasov e avevo deciso di fare un paio di escursioni. Arrivare a
Rasnov non era stato difficile: ero andata all'autogara ed avevo pazientemente aspettato il primo
microbus che si fermasse nei paraggi di questa cittadella. In effetti l'autista — su consiglio di una
anziana passeggera consulente — mi aveva lasciato nel posto più vicino alla fortezza medievale, che
si poteva raggiungere camminando sul bordo di una strada a scorrimento veloce per circa una
mezz'oretta.
Dopo aver visitato i resti di questo castello con vista sulle aride campagne circostanti, in compagnia
di diverse famiglie in gita domenicale, ero tornata nel centro e lì avevo cercato la fantomatica
stazione degli autobus; finché avevo capito che non era una stazione, ma un posto da dove i minibus
passano.
Giusto in quel punto c'è un autostoppista in mezzo alla strada. Suda copiosamente ed è anche un po'
stufo, ma quando scopre la mia provenienza si illumina tutto: «Se mi offrissero un lavoro adesso,
tornerei di corsa in Italia a lavorare», annuncia sorridendo, «Quando stavo a Rimini mi sono trovato
benissimo. È un bellissimo Paese il vostro, io facevo il cameriere!» Il tipo sta cercando
disperatamente un passaggio per andare a Piteşti e mi dice che posso aspettare con lui, visto che
Bran si trova nella stessa direzione. Mantenendo fisso lo sguardo dalla strada, senza smettere di
muovere il braccio teso su e giù, mi racconta un episodio che gli era accaduto in Italia: aveva
comprato un'auto usata che in realtà era rubata e stavano per metterlo in galera perché il
proprietario dell'auto l'aveva riconosciuta. Poi, alla fine, si era risolto tutto per il meglio ma era stata
una gran seccatura. Ciononostante non aveva perso la fiducia nei confronti dei miei connazionali.
A un certo punto la sigla del Tg5 interrompe la nostra conversazione. Meravigliata, lo osservo mentre
controlla l'sms appena ricevuto: «Ah ah, ti piace? Un amico mio italiano mi ha mandato questa
suoneria!» Comunque devo dire che non mi ero sorpresa più di tanto perché molti rumeni hanno delle
suonerie a volume altissimo e del tutto fuori luogo, per esempio ho sentito con le mie orecchie certi
settantenni con la suoneria di brani brasiliani da discoteca oppure di neonati che piangono.
Per onor di cronaca, devo dire che all'autostoppista non è andata bene perché l'unico che si è
fermato andava nella mia direzione ma non nella sua. Dunque sono salita in macchina e l'ho salutato
per sempre.
Sibiu, la famiglia tedesca
La gente del mondo
Che ti ama o non ti ama
È la stessa
Basta una luce negli occhi
Per capirlo
Bevo con gli sconosciuti
Ogni sera.
[ Ivano Fossati, "Last minute" ]
Anche noi viaggiatori indefessi abbiamo il nostro giorno critico. Quando le gambe ti fanno male, non
sopporti più il caldo, poggi lo zaino sull'ennesimo letto e ti chiedi che senso abbia tutto ciò. Una
giornata così mi è capitata a Sibiu. La capitale europea della cultura del 2007 è stata completamente
restaurata, i palazzi del centro storico sono tutti colorati e i tetti hanno gli occhi: finestre a fessura
gemelle, se non tre per tetto. Le piazze sono ampie e scenografiche, quella più grande solcata da
fontane a sorpresa, i turisti tanti ma non troppi, le bancarelle presenti ma non invadenti. Una città
da visitare in mezza giornata. Alle sei di pomeriggio avevo già percorso tutte le strade percorribili,
fotografato il fotografabile, acquistato uno o due souvenir; mi ero seduta al tavolino di un bar sulla
strada del passeggio e avevo detto basta.
Alle 19.30 entro in questo ristorante tipico consigliato dalla Lonely Planet. Le panche in legno
presentano tipici decori transilvani, gli arredi comprendono ceramiche, centrini e tessuti ricamati.
L'atmosfera è raccolta e raffinata, il violinista e il fisarmonicista tipici suonano, ed è bello constatare
che mentre suonano sorridono. Visto che continuano ad entrare persone mandate indietro perché il
locale è pieno, comunico al cameriere che avrei volentieri condiviso il tavolo con perfetti
sconosciuti. Ho già ricevuto il mio piatto a base di montone quando entra questa famigliola tedesca
che timidamente occupa i tre posti liberi. La timidezza dura pochi minuti, il tempo di bere i primi
sorsi di birra scura. Poco dopo io e la signora bionda di origine rumena entriamo in confidenza e
cominciamo a fumare lo stesso tabacco. Alla prima ţuica mi racconta che è scappata dalla Romania
quando aveva 16 anni. Alla seconda ridiamo come vecchie amiche; alla terza ţuica pagano il conto
anche per me e usciamo ballando dal locale, mentre la figlia quattordicenne alza gli occhi al cielo,
chiedendosi perché il destino le avesse riservato una mamma così matta.
(luglio 2012)
1500 CHILOMETRI DI PIANURA
Viaggio in Polonia
La Polonia...
... neve, donne che si abbronzano e niente colonie. Prima, guerra; ora, case in costruzione e gente
che insegna a leggere ad altra gente.
"Insomma, una vaga idea gliel'ho data" mi dissi per giustificarmi. "Per i particolari è troppo tardi. Ho
sonno e domattina si riparte all'alba. Non posso mica fermarmi a fare una conferenza".
[ Ryszard Kapuściński, "Giungla polacca" ]
Ero a Cracovia, seduta ad una macchina da cucire a mobiletto sulla terrazza del locale Singer. Alle 11
di sera, finalmente una lievissima brezza stava soffiando nel quartiere ebraico di Kazimierz. Avevo
socializzato con alcuni turisti: svedesi, canadesi, olandesi, australiani. Il canadese viaggiava in
Europa con un gruppo organizzato: in dieci giorni avrebbero visitato Budapest, Praga, Cracovia e
chissà cos'altro; era la prima volta che veniva in Europa ed era veramente esaltato dall'abbondanza di
testimonianze storiche. Quando se n'è andato, io e lo svedese ci siamo guardati perplessi. Per noi la
Polonia era molto differente dalle nostre rispettive terre di provenienza e facevamo fatica solo a
immaginare che cosa volesse dire "Europa", per il canadese (il quale, oltretutto, aveva confuso la
Svezia con la Svizzera).
Ad esempio, la Polonia è un posto in cui è considerato sintomo di stupidità sorridere a uno
sconosciuto. Non a caso, sull'aereo del ritorno la mia vicina di posto, Małgorzata, mi ha fatto una
testa così con il suo amore per l'Italia, dove tutti ti sorridono e ti aiutano, e accoglieva con rassegnati
cenni del capo i miei racconti di difficoltà di comunicazione incontrati nel suo Paese.
Le stazioni degli autobus polacche, in particolare, sono il tempio dell'asocialità reale. Alla biglietteria
stanno sedute queste donne dalle pettinature gonfie e antiquate che non solo sono geneticamente
incapaci di sorridere, non solo non spiccicano nemmeno una parola di inglese, ma non hanno nessuna
intenzione di interpretare i gesti. È questo il motivo per cui ho viaggiato quasi sempre in treno, e
quelle uniche due volte che ho preso l'autobus ciò è stato possibile soltanto grazie a due anime pie di
giovanotti che hanno dovuto intercedere per me.
Voglio dire che questo è un vero peccato perché io adoro viaggiare in autobus — e soprattutto adoro i
conducenti degli autobus polacchi, con i loro baffoni alla Boniek, lo sguardo malandrino e le camicie
un po' anni Settanta, che mangiano zuppe bollenti alle stazioni di servizio.
Questo albergo non è una casa
Prima di partire, avevo consultato i siti di hotel booking. In realtà, leggevo solo le recensioni
negative, realizzando che c'è gente che non ha niente di meglio da fare che lamentarsi perché manca
il bollitore del tè in un hotel di Varsavia risalente ai tempi di Chruščëv, o che — dopo aver prenotato
coscientemente una stanza con solo lavabo — si prende la briga di scrivere che il bagno era fuori
dalla stanza.
Alla fine, ho prenotato quasi tutte le camere in hotel a più piani, con ascensori lentissimi, dove
ancora si respira quel tanfo antico di sigaretta lasciato negli anfratti della moquette da torme di
viaggiatori d'affari socialisti.
Ad esempio, a 400 metri dalla famosa via Nowy Świat, spicca una sgradevole sagoma nel panorama di
Varsavia: un albergo a 3 stelle che offre confortevoli camere con TV satellitare. La mia stanza singola
era in pratica un appartamento costituito da due ampi ambienti comunicanti e due bagni privati di
cui uno con vasca e uno con doccia (pensavo che avessero sbagliato a darmi la chiave, ma quando l'ho
fatto presente al receptionist, questi non ha fatto altro che fissarmi con sguardo impassibile).
Al ritorno nella capitale polacca invece ho preso possesso di una spaziosa e luminosa (fin troppo)
camera in un hotel budget che un tempo forniva alloggio ai militari. Il personale della reception, a
mia disposizione 24 ore su 24, non sembrava molto lieto di fornirmi informazioni turistiche o di
offrirmi servizi di portineria, anzi aveva difficoltà nel formulare un sorriso e non era propriamente a
suo agio con l'inglese. Nei dintorni dell'hotel ho trovato come promesso molti negozi e ristoranti, ma
soprattutto discoteche e night club a cui la maggior parte delle recensioni negative allude (alcune
con rancoroso livore).
A Danzica ho dormito in una residenza per musicisti, a 400 metri dalla Città Vecchia. Le camere
erano dotate di un bagno privato, di un frigorifero e della connessione Wi-Fi gratuita (che però
prendeva solo al piano terra). La struttura disponeva di una reception aperta 7 giorni su 7, 24 ore su
24, nella quale solo una delle alacri impiegate era in grado di comunicare in inglese. Anche sulla
pagina delle recensioni di questo hotel (come sulla pagina di tutti gli hotel polacchi) i clienti si
accaniscono sul fatto che si sono svegliati all'alba a causa della penuria di tende.
Sia a Toruń sia a Łódź, per una ventina di euro ho potuto alloggiare in questi edifici di cemento
identici a scuole medie italiche, arredati con tende scenografiche ma prive di utilità, moquette,
vellutini e carte da parati di una eleganza anni Settanta. Anche qui numerosi indignati commenti
prendono di mira la difficoltà che le bionde receptionist incontrano nel sorridere e nel parlare
inglese.
E infine l'unico ostello, a Cracovia, dotato dei soliti arredi in legno leggerissimo, letti in abete con
materassi sottilissimi, pavimenti che scricchiolano, computer al piano, living room, cessi privi di
finestre e immangiabili formaggi e prosciutti nel frigo, a disposizione degli ospiti. Tutte queste
caratteristiche, assolutamente tipiche degli ostelli in nord Europa, vengono aspramente criticate dai
recensori dei siti di hotel booking.
Varsavia: I like Chopin
Remember that piano / So delightful unusual / That classic sensation / Sentimental confusion
[ Gazebo, "I like Chopin" ]
«Zapraszami!» Mi accoglie, appena scendo dal bus, il Palazzo della cultura di Varsavia tutto
circondato da splendide nuvolette. «Zapraszami!» Mi accoglie la zia del lago d'Orta che scende dal
taxi pochi istanti dopo. Il Palazzo della cultura mi ricorda qualcosa, e infatti è identico a
quell'edificio di Riga soprannominato "la torta di compleanno di Stalin", ma è molto più grande. La zia
del lago d'Orta invece erano circa tre anni che non la vedevo ed è sempre la stessa, anche se in
realtà mi dice «benvenuta» e non «zapraszami» perché, effettivamente, lei è italiana.
La frizzante zietta vuole immediatamente farmi conoscere la città e dunque mi conduce al
trentesimo piano del suddetto palazzo: per fortuna c'è un ascensore superveloce, perché io non ho
ancora avuto il tempo di lasciare il bagaglio in hotel e non posso nemmeno trascinarlo sulle ruote
perché così vuole il regolamento. Dall'alto posso farmi subito un'idea di questa capitale che è stata
rasa al suolo dai nazisti ma non si direbbe: i grattacieli di vetro fanno a gara di altezza, la chiazza
rossa corrisponde al centro storico dai tetti di tegole, quello dietro è il fiume Vistola, e poi, qua e là,
grosse macchie verdi che corrispondono ai parchi e giardini che già avevo notato dall'aereo, in fase di
atterraggio.
In realtà, non proverete molta nostalgia per i bei tempi della ricostruzione, visto che un'ampia area
non distante dalla stazione centrale è interamente sventrata per i lavori della metropolitana.
Dopo averci girato intorno a lungo, oltrepasso le antiche mura con il Barbakan ed entro nel delizioso
centro storico accuratamente ricostruito grazie ai dipinti di Canaletto, con la doverosa piazza
quadrata (tre quinte costituite di deliziose facciate affiancate, ognuna di un colore diverso) e alcune
stradine deliziosissime occupate da ristorantini con la terrazza piena di deliziosi vasi di fiori. Piazze e
vie straboccano di tutti i turisti che non avevo visto fino a quel momento, finché arrivo alla piazza
del Castello (una roba fiabesca di colore rosso-arancio) al centro della quale si eleva la colonna di
Sigismondo.
Alle 8 la temperatura è precipitata, folate di vento gelido mi schiaffeggiano mentre intraprendo la
passeggiata reale, così mi rifugio in un bar. Il giovane cameriere, dotato di quel fatalismo tipico dei
camerieri polacchi che lavorano nei pub irlandesi, mi informa che è così in Polonia: un'estate si crepa
di caldo l'altra di freddo. Non lo sfiorava il pensiero che dopo meno di dieci giorni alle 8 di sera, nella
stessa Varsavia e nella stessa estate, avrei trovato circa 25 gradi in più, con la popolazione rintanata
nei pochi locali dotati di aria condizionata. In quell'occasione mi sarei rinfrancata nel “Sol y sombra”,
locale specializzato in tapas spagnole. Qui avrei trovato un tavolo di uomini d'affari che approfittava
dell'aria condizionata per fare fuori alcune bottiglie di vodka a stomaco vuoto. Mentre al bancone
avrei socializzato con uno spagnolo che lavora a Varsavia, il quale in poco tempo mi avrebbe
aggiornata su tutti gli incidenti stradali che quel giorno avevano funestato la nostra bella Europa: uno
in Italia (bus precipitato nella scarpata, 38 morti), uno in Spagna (treno deragliato, 79 morti), uno in
Polonia (frontale tra due auto, numero di morti non pervenuto).
La sera del mio arrivo invece, la movida nella famosa via Nowy Świat cerca rifugio all'interno dei
locali per i motivi opposti e il clima è perfetto per un buon gulasz o un corposo flaki (trippa al sugo),
cibi grassi e saporiti della tradizione polacca, ideali per assimilare quantità ingenti di vodka. I giovani
che affollano le vie del quartiere ci danno dentro con l'alcol; il Palazzo della cultura a quest'ora è
viola e giallo.
Al mattino il sole riscalda i grandi viali, i caffè pronti per il brunch domenicale, le numerose aree
verdi e tutte le persone che passeggiano beatamente (rischiando − le meno accorte − di farsi
investire sulle strisce pedonali). Mi immetto nella “via reale” dal punto in cui l'avevo lasciata,
all'incrocio con Aleje Jerozolimskie, seguendo lo stesso itinerario che il re affrontava per spostarsi dal
castello alla residenza estiva, situata nel parco Łazienkowski, il più grande di Varsavia (quasi del
tutto risparmiato dalla furia distruttiva nazista). Dopo aver visitato il festoso giardino botanico, entro
nel parco vero e proprio lasciandomi condurre dalla musica di un piano, che aumenta gradualmente
di volume finché non appare davanti ai miei occhi la seguente scena: uno specchio d'acqua
circondato da un prato assiepato di centinaia di persone sedute in silenzio, tra i fiori; accanto al
laghetto una enorme statua di Fryderyk Chopin romanticamente seduto sotto un salice piangente,
con la testa girata verso sinistra, che sembra guardare la pianista che in quel momento sta suonando.
Sembra che tutti trattengano il respiro.
Hel is other people
Eccomi di nuovo a Danzica, tre anni dopo. Ecco la Via Lunga, con tutte le facciate dipinte allineate
come soldatini impettiti, sormontate da frontoni anseatici uno diverso dall'altro. Ecco il Lungo
Mercato e la Fontana Nettuno, ecco la chiesa più grande di tutta la Polonia. Ecco i venditori di gioielli
di ambra e quelli di girasoli, frutti di bosco e cetrioli in salamoia. E poi le tante porte di ingresso al
centro storico e il solito stupore nel pensare che quasi tutta la città è stata distrutta dai tedeschi e
ricostruita dai comunisti.
Di nuovo passeggio sul lungofiume affollato di turisti, salutando la nera gru di Danzica che, fatto un
passo avanti nella fila degli edifici colorati, si sporge come allora su quel ramo del delta della
Vistola. Ed eccolo qui uno dei velieri su cui quell'altra estate mi imbarcai per raggiungere i cantieri
navali e la penisola di Westerplatte, il luogo dove iniziò la seconda guerra mondiale.
Mi ricordo molto bene la stazione centrale, rossa di mattoncini e appoggiata alla torre dell'orologio,
dove è sempre vivo il contrasto stridente tra la bellezza architettonica della struttura e l'odiosità del
personale che ci lavora. E soprattutto mi ricordo il museo di Solidarność, dove il movimento di Lech
Wałęsa e la Polonia comunista in generale vengono rappresentati per mezzo di allestimenti di grande
impatto multimedial-emotivo, con quell'atteggiamento un po' voyeuristico nei confronti della storia
recente che avevo già riscontrato anni prima a Budapest e nelle ex prigioni sovietiche baltiche, e che
poi ho ritrovato nel Museo dell'insurrezione di Varsavia e in quello dell'occupazione nazista di
Cracovia.
Dopo mezz'ora di mio personalissimo déjà vu, le zie sono pronte per andare a cena e festeggiare
l'incontro in un romantico ristorante sul lungofiume, con le lucine e i fiorellini. Il servizio è di una
lentezza tipicamente nord-polacca, per cui abbiamo tutto il tempo di ubriacarci con la birra scura
nell'attesa del pesce del Baltico impanato e dell'anatra con salsa di ribes.
La nostra meta per l'indomani è la penisola di Hel, che chiude il pezzo occidentale del golfo di
Danzica. Avevo grandi aspettative su questa località, che mi immaginavo simile alla penisola di
Neringa, in Lituania (enormi dune spazzate dal vento, odorosi pini marittimi e casette restaurate di
tutti i colori). Le zie avevano già organizzato l'itinerario per raggiungerla: avremmo preso prima un
treno per Sopot e poi da lì il traghetto per Hel; giunte a destinazione, avevamo intenzione di
affittare le biciclette e raggiungere il punto più stretto della penisola, dove è possibile vedere il
mare da entrambe le direzioni.
A Sopot è ancora molto presto sia per lo struscio sia per la vita di spiaggia. La luce è nitidissima e
l'atmosfera baltica elegante di grand hotel e casino, moli e gabbiani. La casa storta, che è la prima
cosa che appare su Google immagini se digiti Sopot, in realtà è un caffè e inizialmente stentiamo a
riconoscerla, perché sul marciapiede sono piazzati gli ombrelloni del bar e un albero molto rigoglioso
ne copre una grossa parte (invece le foto su Google immagini sono tutte state scattate in inverno,
quando l'albero è spoglio e gli ombrelloni non ci stanno). La traversata in traghetto è lunga ma
piacevole; la giornata è bella e soleggiata.
Hel si rivela subito molto gelosa del suo ufficio del turismo, per cui non riusciamo in nessun modo ad
ottenere una mappa della penisola. Le strade sono già iperaffollate e la spiaggia è un carnaio. Per
puro caso incontriamo un tizio in canottiera che ci affitta le bici, ma non parla inglese (contrattiamo
a gesti). In ogni caso, partiamo. Solo per trovare la pista ciclabile, dobbiamo fermare tre o quattro
persone diverse. La pista inizialmente sembra semplice, piana e asfaltata, ma poi diventa un
alternarsi affaticante di salite e discese nella pineta, con la complicazione della sabbia (tanto più
che ci hanno rifilato delle vere chiaviche di biciclette). Nessun cartello ci informa di dove siamo e
quanto cavolo ci vuole ad arrivare da qualunque parte. Gli interpellati scuotono le mani come se la
nostra richiesta di informazioni gli rubasse un pezzo di anima. Dopo diversi vaffanculo postumi,
torniamo indietro deluse, rivolgendo anche un pensiero poco amichevole all'impiegata dell'ufficio del
turismo che aveva sconsigliato di affittare un'auto a causa delle strade strette e trafficate. Come se
non bastasse, il traghetto di ritorno è già pieno, così siamo costrette a un lunghissimo viaggio in treno
(che almeno ci consente di guardare — seppur di sfuggita — tutto quel pezzo di penisola dove non
siamo mai riuscite ad arrivare in bicicletta).
D'altra parte, come mi ribadirà il giorno dopo il ragazzo che affitta le bici a Toruń, manca solo una
semplice elle per trasformare Hel in un inferno. «Ci avevi fatto caso?» Mi chiede. «Tak (sì)».
La culla di Copernico
È il 24 luglio. Alle 7 di sera il sole sta calando ma è ancora forte, tanto da asciugarmi con rapidità i
capelli appena lavati. Sono a Toruń, sulla riva della Vistola, al tavolo di uno dei chioschi con
ombrelloni marchiati Lech o Tyskie, le birre più diffuse. Mi godo la tranquillità di questo lungofiume
dove nessuno urla. Ai tavoli accanto a me, altri avventori (soprattutto di sesso femminile) bevono la
birra mischiata con lo sciroppo di lampone. Alcune la sorbiscono con la cannuccia. Poco più avanti c'è
un van di hippie che arrostiscono le salsicce e vendono bevande. Ieri sera proiettavano un film su uno
schermo di fortuna: gli spettatori semidistesi sulle sdraio a righe bianche e blu erano due, ben avvolti
nelle coperte.
Sono arrivata qui ieri pomeriggio, direttamente da Danzica (purtroppo la prevista visita al castello di
Malbork era andata a farsi benedire a causa dell'inettitudine delle solite cassiere che non sapevano
darmi nessun tipo di informazione sui trasporti). Una studentessa conosciuta sull'autobus mi ha
guidato fin sulla soglia del centro storico: il cielo era di un blu intenso, e faceva da contrasto al rosso
dei mattoni con cui sono realizzati gli antichi palazzi medievali. «Tutto è rimasto intatto perché la
città piaceva ai tedeschi», mi ha detto la gentile studentessa universitaria, prima di salutarmi.
La prima cosa che ho notato è che, come tutte le città che hanno dato i natali a illustri personaggi,
anche a Toruń si sprecano i luoghi di Niccolò Copernico: oltre alla casa dove nacque, c'è il museo a lui
dedicato, il planetario, la sua statua nella piazza della città vecchia, la cattedrale dove fu
battezzato; a lui sono intitolati negozi, bar, ristoranti, supermercati, centri commerciali, l'università,
una delle vie principali del centro e addirittura due hotel: uno all'inglese (Copernicus) e uno alla
polacca (Kopernik). Va anche detto che Copernico fu molto fortunato perché a quell'epoca altri
colleghi che affermavano le stesse idee sue bruciarono sul rogo, mentre lui si spense di morte
naturale.
Dalla torre del palazzo municipale, alta 41 metri, si godeva una superba vista: tanti tetti aguzzi,
strade lastricate, segnavento e frontoni; mura, bastioni e porte fortificate; una torre pendente come
a Pisa; le rovine del castello dei cavalieri teutonici e poi il lungofiume (la solita Vistola).
Apparentemente, si respirava tutta un'altra aria: molti turisti affollavano le vie, le persone
sembravano più gentili e disponibili e i servizi per gli stranieri maggiormente presenti. Sicuramente le
cassiere delle stazioni del bus — mi sono detta — saranno socievoli e gli impiegati sorridenti.
L'incontro con Katarzyna, cameriera italofona, mi ha ben predisposto mentre scofanavo un ottimo
pancake di patate ripieno di gulasz.
La giornata odierna è stata inaugurata da un cielo pieno di nuvole grigie. Alle 10 meno un quarto era
impossibile avere un caffè — se non ovviamente in una quelle catene internazionali dove un
cappuccino costa quanto un intero piatto di pierogi. «Normalmente nessuno fa colazione al bar», mi
ha poi detto il ragazzo che affitta le bici, prima di illustrarmi alcuni itinerari ciclistici con l'aiuto di
una mappa. «Prima attraversa il ponte e vai in direzione della stazione; sulla sinistra troverai una
strada che ti porta al belvedere: di là potrai ammirare tutta la città al di là del fiume». «Poi prendi
via Mickiewicza (non scordarti di ammirare i bei palazzi in stile liberty), alla fine gira verso destra e
prosegui fino alla fortezza» (non mi aveva detto che avrei ammirato numerosi palazzoni di cemento
dai colori accesi). «Da lì imbocca via Barbarka che, attraverso la foresta, ti condurrà fino al lago. Lì
potrai riposare, bere e mangiare». «Al ritorno, invece di ripercorrere la stessa via Mickiewicza di
prima, puoi optare per un sentiero nel bosco, che costeggia i laghetti», dove i pescatori pescano e le
anatre flottano felici. «Infine puoi percorrere tutto Bulwar Filadelfijski, ossia il lungofiume, fino ad
arrivare al forte II».
Dopo aver seguito ligiamente quasi tutti i consigli del ragazzo che affitta le bici, ora che il sole sta
calando, qui sulla riva della Vistola, traccio una specie di bilancio. Ormai conosco a menadito tutti gli
anfratti della Via Szeroka (Via Ampia), che congiunge la piazza della città nuova con la piazza della
città vecchia. Ho assaggiato quasi tutte le marche di birra e diverse specialità culinarie. Ho le gambe
a pezzi, non ho visitato manco un museo, né sono riuscita ad ottenere un barlume di informazione in
merito agli autobus per andarmene da qui.
Dalla città di Łódź
Tutto questo può rendere l'idea di quante persone nella città di Łódź fossero mutilate, alcune anche
in maniera terribile. Questo era il risultato dell'antica industria tessile di Łódź, che era
estremamente arretrata e pericolosa con tanti incidenti che mutilavano gli arti degli operai. Era
anche il risultato delle strade molto strette dove i tram passavano dritti rasentando gli edifici.
Bastava mettere male un piede per ritrovarsi sotto un tram. Era una città di questo tipo, faceva
inorridire ma al tempo stesso affascinava proprio per queste sue caratteristiche.
[ Krzysztof Kieślowski ]
Łódź, la seconda città più grande della Polonia, non è propriamente presa d'assalto dai turisti. La mia
travel guide nemmeno la inserisce tra le destinazioni esistenti, e anche i polacchi a cui avevo
accennato la mia intenzione mi guardavano con perplessità. Io comunque non escludo la possibilità
che uno dei motivi per cui i turisti stranieri la trascurano è perché non ne sanno pronunciare il nome
(si dice "'wuʨ").
Ora, non è che le mie scelte siano sempre frutto di studi metodici e approfonditi: in questo caso per
esempio ho deciso di visitare Łódź solo perché si trova a metà strada tra Toruń e Cracovia. Poi
nell'ordine ho scoperto che è sede dell'industria cinematografica polacca, centro d'arte e capitale
nazionale della musica elettronica, e la meta ha acquisito una certa attrattiva.
Intanto, memore delle difficoltà incontrate a Danzica e alla stazione di Toruń (dove nessuno dei
passeggeri interpellati ha avuto il coraggio di confermarmi che quello fosse il binario giusto per il mio
treno), mi stavo già facendo il segno della croce in vista del mio arrivo in questa città di cui non
avevo nemmeno uno straccio di cartina, quando ho visto un miraggio: l'ufficio informazioni turistiche
nella stazione dei treni. Quale la mia sorpresa nel trovare ciò che ho cercato invano a Danzica e
trascorrere una mezz'oretta a ridere e scherzare in anglo-portoghese con un simpatico impiegato che
aveva vissuto in Brasile.
Purtroppo la cartina che mi ha dato era in una scala assurda, quindi posti che mi sembravano
vicinissimi non lo erano per niente e ho camminato un casino.
Alla scuola di cinema di Łódź hanno studiato registi del calibro di Krzysztof Kieślowski e Roman
Polanski. Kieślowski, in particolare, per il diploma realizzò questo documentario (che si può vedere
su Youtube), in cui descrive la città attraverso le fabbriche e i palazzi fatiscenti, i bambini che
giocano, gli uomini alla finestra, le orchestre pop e gli stonati partecipanti ad un concorso musicale.
Oggi molti di questi elementi fanno ancora pare dell'atmosfera cittadina, per quel poco che ho
potuto vedere (tranne i mutilati e le orchestre pop, che non ho incontrato).
Łódź, sin dall'Ottocento, era infatti una città industriale specializzata nel settore tessile. Le grandi
strutture in mattoncini rossi e i sontuosi palazzi oggi sono in decadenza, oppure sono stati trasformati
in complessi commerciali o musei. Il museo del cinema, ad esempio, è ospitato nel palazzo del re del
cotone Karol Scheibler. L'esposizione permanente e quelle temporanee comprendono locandine,
strumenti cinematografici antidiluviani, un panopticon con le immagini dell'Andalusia, una
interessante sezione dedicata al cinema d'animazione, ma anche gli interni e gli arredi sontuosi
rappresentano un'attrazione per il visitatore. Un altro complesso industriale è stato trasformato nel
centro commerciale e per il tempo libero Manufaktura, che ospita ristoranti di tutto il mondo (tranne
che polacchi), musei, negozi e spazi per varie attività ricreative. L'arteria principale della città si
chiama Ulica Piotrkowska e misura 3,6 km, metà dei quali restaurati con begli edifici Art nouveau,
metà sventrati dai lavori in corso (di notte senza illuminazione sembra un teatro di guerra).
Infine, a Łódź ci sono il cimitero ebraico più grande d'Europa e il primo ghetto ebraico della Polonia,
il Ghetto di Litzmannstadt. Dei 230mila ebrei che ci vivevano al momento dell'occupazione nazista,
quasi due terzi andarono a finire ad Auschwitz partendo dalla stazione di Radegast. Oggi questo sito è
stato trasformato in un monumento in memoria della distruzione del Ghetto.
Benvenuti all'inferno
La meta principale di questo viaggio, inizialmente, era Cracovia, capitale reale per cinque secoli,
gioiello architettonico rimasto miracolosamente illeso dagli scempi della guerra, base ideale per
raggiungere i due siti UNESCO di Auschwitz-Birkenau e delle miniere di sale di Wielicka.
Poi una serie di circostanze che non starò qui ad elencare mi ha fatto deviare verso Danzica — cioè
nella direzione esattamente opposta —, da cui poi ho intrapreso la discesa verso Cracovia, compiendo
un assurdo itinerario ad ellisse schiacciatissima di circa 1500 chilometri.
Cracovia, sin dal mio arrivo, sembra che voglia riparare a tutte le difficoltà di comunicazione
riscontrate altrove: un'infinità di cartelli in inglese subito mi indicano il centro, la stazione dei treni,
i monumenti... e ci sono persino i ragazzi con il gilet arancione con la I di informazioni che aiutano a
trovare il treno o l'autobus di cui uno necessita. Tanti parlano inglese, perfino nelle farmacie, e
soprattutto nella temibile biglietteria della stazione degli autobus, che in questo caso è dotata di un
tabellone luminoso con tutte le prossime partenze, cosa inconcepibile nel resto della Polonia.
Attraverso graziose e garbate viuzze raggiungo la piazza quadrata più grande della Polonia o
addirittura dell'Europa intera e vengo accolta da musica jazz, festose carrozze trainate da cavalli
infiocchettati, fiori colorati. La luce del tramonto indora i campanili asimmetrici della chiesa di
Santa Maria, la cupola verde della piccola chiesa di Sant'Adalberto, il Mercato dei tessuti intorno a
cui si dispiegano le facciate pastello della Piazza del mercato. E anche il quartiere Kazimierz, con gli
ebrei ultra-ortodossi, i murales e le coppie di sposi in posa, mi appare frizzante e movimentato: lo
storico ghetto ebraico oggi è infatti diventato il centro della movida notturna.
Il giorno dopo, al mio risveglio, ancora niente lasciava presagire la catastrofe, anzi, addirittura sono
arrivata in tempo per occupare l'ultimo sedile libero sull'autobus diretto ad Oswiecim. Che fortuna!
Mi sono detta guardando altri passeggeri saliti dopo di me che si sono dovuti sciroppare quasi due ore
di lento tragitto in piedi. Sui sedili di lana si sudava, ma ero ancora ottimista, seduta sull'ultimo
sedile libero, al centro della fila in fondo.
Quando sono scesa nel piazzale antistante al Museo di Auschwitz, l'inferno ha lanciato le sue prime
avvisaglie: non solo c'erano migliaia di persone e decine di autobus, non solo era pieno di negozietti
di bevande e souvenir, ma il mio corpo era ricoperto da punture di insetto.
Ho diligentemente fatto un'abbondante mezz'oretta di fila, poi sono stata dotata di cuffie e inserita
in uno dei gruppi che partivano in quel momento, costituito da non meno di 50 persone, con guida in
carne e ossa dotata a sua volta di microfono.
La visita guidata prevedeva un ordinato serpentone di gente che entrava e usciva a velocità
supersonica dai vari edifici allestiti a museo. La guida raccontava per la millesima volta l'orrore con
una freddezza frutto dell'abitudine. I turisti che la seguivano guardavano e fotografavano le
montagne di valigie, i cumuli di capelli da donna, le migliaia di scarpe, pennelli da barba, spazzole,
occhiali rotti, protesi, cessi, prigioni e pagliericci. Alcuni visitatori erano visibilmente commossi ma
non potevano fermarsi perché sospinti dagli altri gruppi che seguivano disciplinatamente l'itinerario
previsto. Col passare dei minuti e l'aumento della temperatura, le mie bolle hanno cominciato ad
ingrandirsi e prudere sempre di più.
«Non andare ad Auschwitz domani», avevo sentito dire la sera prima al bar Singer, «ci saranno 39
gradi e a Birkenau non c'è nemmeno un po' di ombra». Ho consultato l'orario della corriera per
rientrare a Cracovia (orario che insieme ad alcuni giapponesi avevo fotografato alla fermata) e sono
scappata per prenderla in tempo.
Tornata in città e assunta una pasticca di antistaminico, ho attraversato il quartiere Kazimierz, ho
percorso il ponte sulla Vistola e ho raggiunto l'ex fabbrica di Schindler, che dal 2010 ospita il Museo
dell'occupazione nazista di Cracovia. Sono poi passata dalla piazza Bohateròw Getta dove c'è la
famosa installazione con le sedie sparse che commemora l'evacuazione del ghetto. Quando mi sono
seduta in uno dei ristoranti del quartiere ebraico, allietato dall'orchestrina klezmer, non credo di
aver fatto un'ottima impressione al personale, che in ogni caso mi ha dato lo stesso da mangiare (non
ricordo nemmeno cosa, sentivo solo odore di Autan e crema antistaminica).
1500 chilometri di pianura
La Cracovia del giorno dopo non è più la stessa. I turisti di tutto il mondo sudano copiosamente. I
cavalli infiocchettati hanno sete. Le statue viventi si tolgono la maschera e bevono incredibili
quantità di acqua sedute sul marciapiede. Gli sposi non osano farsi fotografare fuori dall'ombra dei
portici del Mercato dei tessuti. Solo il bronzeo poeta Mickiewicz e un buffo cane di pietra che suona
il flauto restano impassibili al centro della piazza.
Visto che le bolle si stanno rapidamente infettando, non solo è una tortura visitare sotto il sole
cocente il quartiere di Kazimierz sulle tracce di "Schindler's List", ma devo abbandonare
precocemente anche il walking tour nella città vecchia, dopo aver visitato solo il teatro Słowacki e la
porta Floriańska (niente castello di Wawel, né luoghi di Giovanni Paolo II). Ciò significa che non riesco
ad entrare nella Cattedrale, dove Karol Wojtyla ha celebrato la sua prima messa come arcivescovo di
Cracovia, né nel Museo Arcidiocesano, dove si trova la stanza in cui abitava il papa prima ancora di
diventare vescovo. Mentre mangio uno zapiekanki, il più tipico degli street food (una gigantesca
mezza baguette farcita), penso che ho del tutto ignorato la chiesa di San Floriano, la chiesa di San
Stanislao Kostka e un'altra dozzina di chiese, né ho potuto vedere il capolavoro di fama mondiale La
dama con l'ermellino di Leonardo da Vinci.
Inutile dire che non sono andata a Lagiewniki, per seguire l'affascinante storia di suor Faustina, né a
Wadowice, la città natale di Papa Giovanni Paolo II, né a Czestochowa, per vedere il famoso quadro
della Madonna Nera, né tanto meno alla miniera di sale di Wieliczka.
Invece mi sono fatta una doccia gelata e ho atteso pazientemente che il sole tramontasse, stesa sul
mio letto di legno di abete con il materasso sottilissimo. Sentendo gli arcinoti scricchiolii del
pavimento, ho pensato ai combo tour "Miniera di sale di Wieliczka, Zakopane e Auschwitz-Birkenau" e
alle decine di autobus turistici nel piazzale del più famoso lager nazista, alle carrozze trainate dai
cavalli e ai concerti di jazz klezmer. Poi mi sono venuti in mente tutti i monumenti in memoria e i
cimiteri ebraici, le piste ciclabili e le birrerie lungo la Vistola, i tetti rossi visti dall'alto, i musei
multimediali e i sottopassaggi visti durante il viaggio. A seguire, sono sfilati nella memoria Copernico,
Chopin e Mickiewicz (e le loro relative statue), la birra con lo sciroppo di lampone, i girasoli e i
pierogi, i lavori in corso, i centri storici ricostruiti dai comunisti e gli sgraziati hotel a più piani. E per
finire, mandando un saluto ai conducenti con i baffi alla Boniek e perfino alle cassiere delle stazioni
degli autobus, ho ripercorso virtualmente i millecinquecento chilometri di pianura che mi sono
passati davanti agli occhi, mentre per dieci giorni viaggiavo nei treni (e nei pochi autobus) della
Polonia, in Europa, nell'estate del 2013.
(luglio 2013)

Documenti analoghi