Volume XII - Circolo Ufficiali Marina Mercantile

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Volume XII - Circolo Ufficiali Marina Mercantile
Circolo Ufficiali Marina Mercantile
Riposto
Storie e racconti di mare
Volume XII
Foto Archivio Di Mauro - Giarre
Opere selezionate del Concorso “Fatti di bordo”
Sezione Narrativa del Premio Nazionale ARTEMARE
RIPOSTO 2003
Comune
Riposto
A.A.P.I.T.
Catania
Provincia
Regionale
Catania
Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
1999: 25° Anniversario del Premio Nazionale Artemare
La manifestazione del Premio Artemare ha avuto inizio nel lontano 1975
distinguendosi negli anni per la fedeltà all’elemento che qui a Riposto rappresenta
la costante naturale e culturale: il mare. Oggi, è diventata un’importante
manifestazione d’autentico rango nazionale sul tema specifico “L’uomo e il mare”
e viene articolata nelle diverse discipline artistico-letterarie: canzone, fotografia,
gastronomia, giornalismo, modellismo, narrativa, pittura, scultura, video. Di recente
è stata inserita una nuova sezione, denominata Protagonisti del Mare, che vuole
riprendere una importantissima manifestazione ripostese andata perduta: il Premio
Internazionale Capitani Coraggiosi. Questo Premio - nato nel 1967 dall’idea di un
concittadino, l’illustre regista Pino Correnti, e ripresa dall’allora sindaco di Riposto,
on.le Nino Caragliano - era inteso a riportare in primo piano quanti mostravano
capacità e coraggio nel loro rapporto con il mare.
In 25 anni di ARTEMARE, sono state indette 23 edizioni di pittura, 20 di narrativa,
14 di canzone, 11 di modellismo navale, 7 di fotografia, 6 di video documentario,
5 di gastronomia.
Delle varie sezioni del concorso, il Circolo tiene di più alla sezione narrativa
“Fatti di bordo” riservata ai soli naviganti. I racconti migliori vengono pubblicati
nei volumi di una collana intitolata “Storie e racconti di mare”. Gli undici volumi
già pubblicati contengono scritti che esaltano, in ogni suo aspetto, il rapporto
dell’uomo con il mare, racchiudendo la storia stessa della Marineria italiana dalla
prima guerra mondiale ad oggi. Quasi sempre le opere presentate trattano situazioni,
stati d’animo, speranze, delusioni, riflessioni di uomini di mare “costretti a vivere
nel mondo atipico dei lunghi silenzi e degli sconfinati orizzonti”. Si ha occasione
di leggere i grandi drammi del mare narrati “da coloro che li hanno terribilmente
vissuti nella loro avventurosa vita di marinai e nelle cui parole traspare la fiera
consapevolezza di averla degnamente vissuta”. Qualche volta, i racconti, sono
testimonianze di grandi sciagure, rimaste vive nella memoria dei protagonisti, in
cui “oceani e mari di tutto il mondo sono divenuti tombe senza nome per migliaia
di uomini di mare”.
Il dott. Francesco Di Pino, il Sindaco sempre vivo nel cuore dei ripostesi, nella
presentazione di uno dei volumi ha scritto: «I libri nati dai racconti dei “Fatti di
bordo” sono documento primario del rapporto vitale fra l’uomo e il mare, che
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costituisce una dimensione di per sé autonoma e indipendente, dove ogni norma
esistenziale assume il ruolo primario di rapporto arcaico e immodificabile fra
uomo e mare al cospetto della natura».
Il concittadino prof. Giuseppe Giarrizzo, più volte presidente della giuria del
concorso, ha scritto: «Il Premio inventato e voluto dagli ufficiali di marina di Riposto
riesce a sollecitare confronti, a documentare esperienze, fa emergere – attraverso
un medium letterario fin troppo ‘costruito’ – un desiderio di dialogo che esalta le
affinità sulle differenze, ed è ancora espressione di una Koiné culturale stratificata
nei grandi porti del reclutamento, da Genova a Napoli alla stessa Riposto, il cui
contributo alla unificazione culturale dell’Italia otto-novecentesca è ancora tutto
da definire».
L’attuale Sindaco on.le Carmelo D’Urso ha scritto che «… i racconti dei naviganti
si impongono al lettore per lo stile sobrio ed efficace espressione della psicologia
degli uomini di mare. Sono certo che il Premio, stabilmente entrato nella vita della
comunità cittadina, si inserirà con successo sempre maggiore, per l’originalità
della sua formula, nel panorama culturale italiano».
L’Assessore alla cultura Roberto Di Bella, nella presentazione dell’ultimo volume,
scrive: «Il fascino dei racconti di ‘cose di mare’ esprime da sempre la peculiarità
di manifestarsi, per la parte narrativa, attraverso la componente fantastica. Lontano
o vicino dalle tematiche dei grandi classici della letteratura di mare, intervengono
in questo undicesimo volume le storie personali – anche variamente trasfigurate –
di coloro i quali, a contatto con il mare, hanno contribuito ad arricchire le loro
riflessioni estetiche e, soprattutto, la loro e la nostra umanità».
I volumi della collana vengono offerti in omaggio a quanti ne facciano richiesta.
Il Circolo, oltre ai 12 volumi di “Storie e racconti di mare”, ha pubblicato “Storia
della Marina di Riposto”, “Riposto e il Mare”, “Il Mare, Riposto e i Ripostesi” e un
catalogo a colori su una “Rassegna di scultura e pittura d’autore” riservata ad
artisti di fama nazionale. Ha anche espletato un’indagine sui “Problemi dei
naviganti”, dandone il resoconto alle stampe. Ha promosso ed organizzato due
convegni di studio aventi come tema “Il mare oggi” e “La salvaguardia del mare e
della vita umana in mare” e ha, infine, collaborato al convegno “Muoversi per
mare” organizzato dal Comune, dalla Provincia e dall’Istituto Nautico di Riposto.
Gioacchino Copani
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XXV Edizione
Questa edizione è stata evidenziata con delle attività più significative.
Per la particolare ricorrenza del Premio sono state indette sia la Sezione
“Narrativa” aperta a tutti, sia la Sezione “Fatti di bordo” riservata a quanti operano
o abbiano operato nel settore della Marina mercantile, militare o da diporto.
Inoltre è stata indetta una edizione speciale riservata ai soli vincitori delle passate
edizioni “Fatti di bordo”.
La Commissione giudicatrice del concorso, presieduta dal prof. universitario
Orazio Licciardello e composta dalla dott.ssa Betty Denaro (segretaria), dal ten.
vasc. Cesare Cama (Com.te Capitaneria di Porto di Riposto), dal prof. Roberto Di
Bella (Assessore alla Cultura del Comune), dal prof Enrico Carbone, dal cap.d.m.
Mario Di Pino e dal cap.l.c. Dino Sodano - dopo approfondita discussione e
constatata, nella maggior parte delle opere, una valida e impegnata partecipazione,
ha così deciso:
Sezione NARRATIVA - VII edizione
Il primo premio è stato assegnato a:
Maurizio Bascià di Reggio Cal. per il racconto “Un uomo, un cane e una lanterna”
Il secondo premio è andato a:
Mario Sforza di Lecco per il racconto “La flotta”
Il terzo premio è stato assegnato a:
Vincenzo Galvagno di Messina per il racconto “U Raissi”
La Giuria ha voluto menzionare anche le opere di:
Marcella Di Franco di Francavilla di Sicilia per il racconto “Schedir”
Franca Grasso di Piacenza per il racconto “Il guardiano del faro”
Sezione FATTI DI BORDO - XIII edizione
Il primo premio è stato assegnato a:
Amedeo Dall’Asta di Mirano VE per il racconto “La via del petrolio”
Il secondo premio è andato a:
Antonio Riciniello di Gaeta LT per il racconto “Fuga”
Il terzo premio è stato assegnato a
Angelo Luigi Fornaca di Asti per il racconto “La tigre della Malesia”
La Giuria ha voluto menzionare anche le opere di:
Rosario Pennisi di Riposto CT per il racconto “Episodi vissuti in terra di Russia”
Sezione VINCITORI EDIZIONI PASSATE
Il premio è stato assegnato ex aequo a:
Guido Campailla di Scoglitti RG per il racconto “Sotto la stella di Davide”
Mario Fiasconaro di Genova per il racconto “Uno dei tanti”
Angelo Luigi Fornaca di Asti per il racconto “La Tempesta”
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XXVI Edizione
La Commissione giudicatrice dell’VIII concorso nazionale di narrativa, sezione
letteraria del Premio ARTEMARE 2000,
presieduta dal prof. universitario Orazio Licciardello, e composta da:
dott.ssa Betty Denaro, Segretaria - prof. Roberto Di Bella, Assessore alla Cultura
del Comune di Riposto - ten. vasc. Cesare Cama, Com.te della Capitaneria di Porto
di Riposto - prof.ssa Sara Martello - cap.d.m. Mario Di Pino - cap.l.c. Dino Sodano
,ha così deciso:
Il primo premio è stato assegnato a:
Maria Sandias
di Roma per il racconto Lo splendore del giorno
Il secondo premio a:
Galvagno Vincenzo di Messina per il racconto Vento di scirocco
Il terzo premio a:
Maria Grazia Greco di Roma
per il racconto 1942: dall’abisso dei miei vent’anni
La giuria ha ritenuto doveroso attribuire una menzione speciale alle opere degli autori:
Marcello De Santis di Tivoli Roma
per il racconto Il mio primo giorno da pescatore
Giovanni Di Mauro di Trani BA
per il racconto Cocozza Clodoveo Marò S.V.
Luciano Molin
di Mestre VE
per la poesia
In memoria di Andrea Romanelli
Giovanni Pagano di Torre del Greco Na
per il racconto Il mio primo viaggio in India
Angela Russo
di Aci Catena CT
per il racconto Tra l’Etna e lo Jonio
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XXVII Edizione
La Commissione giudicatrice del XIV concorso nazionale di narrativa “Fatti di
bordo”, sezione letteraria del Premio ARTEMARE 2001,
- presieduta dal prof. universitario Orazio Licciardello e composta di:
dott.ssa Betty Denaro, Segretaria - prof. Roberto Di Bella, Assessore alla Cultura
del Comune di Riposto - ten. vasc. Sandro Nuccio, Com.te della Capitaneria di
Porto di Riposto - prof.ssa Sara Martello - cap.d.m. Mario Di Pino - cap.l.c. Dino
Sodano
- dopo approfondita discussione e costatata, in tutte le opere, la presenza di un forte
impegno,
ha così deciso:
Il primo premio è stato assegnato a:
Vincenzo Galvagno
di Messina
per il racconto
Inquietudine
Il secondo premio a:
Antonio Riciniello
di Gaeta LT
per il racconto
Lascia l’ascia, Joe
Il terzo premio a:
Norberto Biso
di Lerici SP
per il racconto
Otello e il nostromo
La giuria ha ritenuto doveroso attribuire una menzione speciale alle opere degli autori:
Amedeo Celli
di Lerici SP
per il racconto
Imprevisti sul mare
Giovanni Coglitore
di S. Venerina CT
per il racconto
Un sogno diventa realtà
Franca Grasso
di Cadeo PC
per il racconto
Accadde una notte... tanto tempo fa
Vincenzo Marzullo
di Riposto CT
per il racconto
Fatti di bordo
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ARTEMARE
di Betty Denaro
Segretaria della Giuria del Premio “Fatti di bordo”
Scrivere del Premio Artemare, anche se per un breve intervento, per me che del
Premio in casa ho sentito parlare sin da piccola, e da anni ne seguo le vicende,
senza immaginare che, da semplice spettatrice (e lettrice) sarei poi giunta a svolgervi
un sia pur minimo ruolo attivo; scrivere del Premio Artemare, dicevo, è motivo ad
un tempo di riflessione e di gioia. Di riflessione - perché lo scriverne mi porta a
guardare indietro, al cammino fatto, alla storia stessa del Circolo e del Premio, alla
funzione che questo ha avuto; di gioia - perché è un piacere scoprire che, grazie
all’impegno dei soci, e del Presidente del Circolo in particolare, il Premio Artemare
è giunto, senza soluzione di continuità, alla XXV edizione, ed è ormai una
manifestazione di grande interesse artistico e culturale, tanto da essere conosciuta
a livello nazionale.
Si potrebbe dire che siamo quasi coetanei, il Circolo Ufficiali della Marina
Mercantile ed io; già da piccola sentivo mio padre, divenutone presto socio, parlare
delle iniziative e degli incontri, delle tematiche e delle difficoltà che esso ha dovuto
affrontare nel perseguire il ruolo che si era prefisso: fare di Riposto un punto di
riferimento in campo nazionale per quanto concerne la salvaguardia della cultura e
della tradizione marinara in Italia. Già pochi anni dopo la costituzione nasce l’idea
del Premio Artemare (1974). Ad un primo nucleo, formato soltanto dalla sezione
letteraria “Fatti di bordo”, riservata inizialmente ai naviganti, si sono aggiunte via
via le sezioni di modellismo, fotografia, pittura, canzone marinara.
Attraverso immagini, suoni, scritti, si vogliono identificare e valorizzare tutte le
esperienze legate al rapporto Uomo-Mare. Le opere che concorrono ad un premio
di tal genere sono uno strumento potente per esprimere i sentimenti, le gioie e le
paure più ricorrenti per la gente di mare: il senso di libertà, ma anche l’ansia, la
tensione. E la solitudine, soprattutto: quel senso lancinante di vuoto e di silenzio,
che come una sorta di mostro sembra nutrirsi di se stesso e ingigantire a dismisura
nelle giornate immote e nelle notti insonni.
Mi viene quasi da pensare che, in un certo qual modo, il vero protagonista del
Premio è il Mare. Questo Mare che è ad un tempo ansito di vita e angoscia di
morte; che è richiamo ancestrale e pericolo in agguato; che lusinga, attrae, corrompe,
minaccia, sempre infido ma sempre fedele a se stesso. Esso sembra conciliare in sé
gli opposti, annullare gli antitesi. È stato identificato spesso con la forza primordiale
e oscura che tutti temiamo, ma da cui irrimediabilmente ci sentiamo attratti. Eppure,
al contempo, la sua immensità e il suo mistero sanno darci un’immagine forte e
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tangibile della divinità.
Questo legame tra uomo e mare non si tronca mai, non si interrompe; esso tocca
l’uomo in un modo che non si è mai del tutto chiarito, e ne pervade l’essere.
Il Premio Artemare, dunque, è nato e si è evoluto come momento di sintesi e di
confronto, di comunicazione e di alta espressività: la voce che uomini di mare
vogliono dare ad altri uomini di mare. Non è stato, e non credo sarà mai, un tentativo
di “commercializzazione” delle opere; non ha la pretesa di voler risolvere problemi
strutturali o ambientali, pur offrendo l’opportunità di porre al centro dell’attenzione
e del dibattito tali questioni (il Circolo non è, d’altra parte, una lega ambientalista);
ancora meno, esso appare indirizzato verso sbocchi politici o caratterizzazioni
ideologiche.
Negli anni, prima da semplice spettatrice, poi da membro della giuria della sezione
di narrativa (più, sospetto per simpatia e stima del Presidente del Circolo, prof.
Copani, nei miei confronti, che per una precisa qualifica), ho visto il Premio Artemare
crescere e affinarsi. Ho ammirato quadri che sembravano palpitare, vibrare di colore;
ho osservato modelli accuratissimi, per i quali l’amore verista per il particolare
aveva sostenuto lunghe ore di lavoro e di concentrazione; ho ascoltato nenie e
ballate, parole d’amore e sussulti di speranza.
Ma soprattutto, e ovviamente, la sezione che più ho seguito e curato è stata quella
di narrativa, che tra l’altro ha dato luogo alla stampa di ben undici volumi di “Storie
e racconti di mare”.
Ricordo la mia prima esperienza come componente della giuria, allora presieduta
dal prof. Rosario Contarino, poi prematuramente scomparso. Ricordo le discussioni
sui racconti, le sottigliezze e la finezza del prof. Contarino nel commentare uno
scritto, gli scambi d’opinione tra i componenti, le argomentazioni, gli
approfondimenti. Rivedo il prof. Copani, grande artefice del Premio fin dalla sua
nascita, riprendere con diplomazia le fila di discorsi che minacciavano di diventare
dispersivi. Ascoltavo, osservavo, imparavo; notavo come ognuno desse
interpretazioni diverse di uno stesso testo; capivo, una volta di più, che la pagina
scritta, di cui sempre ho subito il fascino - quello sviscerare i fatti e i sentimenti,
quel rendere palese, e “vero”, ciò che altrimenti non avrebbe mai voce... - vive in
definitiva una vita propria, anche oltre le intenzioni di chi l’ha scritta.
La scrittura salva dall’oblio; fissa e conferisce ordine al vissuto, che per sua
natura è labile e disordinato; soprattutto, dà voce a sentimenti e sogni. In fondo,
l’appuntamento annuale col Premio Artemare ci ricorda che la vita è anche sogno.
E del sogno la gente di mare, che pure è gente pratica e avvezza alla fatica, riesce
ad afferrare immagini, colori, suoni.
Nell’esaminare via via i lavori pervenuti, ho scoperto cinquant’anni di storia
della nostra Marina. Ci sono stati documenti di un tempo lontanissimo, quando si
navigava su navi a vapore; ci sono state memorie di viaggi interminabili,
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contrassegnati da piccole commedie o, al contrario, da drammi della vita di bordo.
Ci sono stati racconti di fantasia, ambientati in luoghi fantastici, incantati, come
l’ombra del sorriso che s’imprime sul volto di chi legge; ci sono state testimonianze
di grandi tragedie, sempre vive nella memoria, e storie di altruismo e di coraggio.
Nel motivare l’assegnazione dei premi, il mio sforzo è stato quello di cercare di
penetrare, per quanto possibile, nella mente dell’autore, per afferrarne intenzioni e
sentimenti. La magia del Premio Artemare, credo, è quella di creare una sorta di
caleidoscopio di varia umanità, legata da quel motivo di comune aggregazione che
è l’essere gente di mare e del mare, e quel consentire, in questa sorta di microcosmo,
contatti infinitesimali e preziosi tra noi ed altri che parlano la stessa lingua.
Un rammarico: che ci siano ancora poche voci al femminile nella sezione di
narrativa del Premio Artemare. Vorrei leggere, è vero, più racconti scritti da donne.
E ancora: che sono relativamente pochi i lettori dei libri curati dal Circolo, libri
che meriterebbero certo un più ampio pubblico.
Il mio augurio, e prima ancora il mio desiderio, è che il Circolo, della cui attività
il Premio è una delle massime espressioni, continui ad operare proficuamente, a
raccogliere consensi e adesioni, a ricevere, da parte delle Amministrazioni innanzi
tutto, il sostegno economico indispensabile alla sua opera. Non dimentichiamo che
esso ha operato in quelli che potremmo definire ‘’anni bui’’ per Riposto; il Premio
Artemare ha rappresentato una delle poche manifestazioni di spicco, in questa sorta
di tardivo medioevo, che sembra bloccare il nostro paese in una sorta di decadenza
senza ritorno.
Riposto ha nostalgia di se stessa, del suo passato, che, nelle brume di una memoria
forse bugiarda (e comunque ricostruttiva), assume l’aspetto di una mitica età dell’oro.
Ma il suo futuro non può provenire dal rifiuto del nuovo, dall’asserragliarsi in una
statica ed improduttiva pietrificazione del passato. Anzi: occorre ormai superare il
localismo particolaristico, sapersi inserire in più organici disegni di ampio respiro,
e far tesoro al contempo del proprio bagaglio culturale e della propria memoria
storica, sviluppando quella che il prof. Orazio Licciardello, che da diversi anni
presiede la giuria della sezione di narrativa, ha definito come “la nuova cultura
dell’appartenenza”
In questo processo, io credo, il Circolo può svolgere un ruolo di primaria
importanza, quasi una sorta di anello di congiunzione fra tradizione e innovazione,
tra memoria e progettazione.
In fondo, il Premio Artemare è anche questo: un riappropriarci di noi stessi, e del
nostro passato, per andare incontro al futuro.
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Anna Bartiromo
“MARE FORZA PAURA”
C
ominciò così, lentamente, quasi in sordina. Anny vedeva le onde incresparsi
e diventare sempre più spumose e arrabbiate.
Il cielo s’era rabbuiato e banchi di nubi gonfie di pioggia si addensavano, ad
ogni momento, più minacciosi sopra di loro.
La “Panas 4ª” non era un gran che. Ricavata come cargo da una già vecchia
rompighiacci, aveva avuto lo scafo allungato, quindi, meno solido e resistente
rispetto alle altre navi.
Scendevano dalla Jugoslavia in Sardegna dove avrebbero dovuto caricare apparecchi
radio per cui le stive erano praticamente vuote, zavorra a parte. Il maltempo aumentava
e il mare cresceva sempre di più. Di lì a poco la pioggia prese a cadere copiosa cosicché
assicurarono ai maniglioni tutto quanto era possibile nelle sale, nelle cabine, dovunque
insomma lasciando a terra il resto, piccole cose non pericolose.
A bordo, oltre all’equipaggio, c’erano anche quattro bambini. Tre, figli del
direttore di macchina di cui l’ultima, Ivana, di tre mesi appena, e la figlia del capitano
di due anni circa.
Anny, abituata com’era a restare accanto al suo uomo, nonostante il maltempo,
non accennava a muoversi dal ponte.
Ora la nave sbandava paurosamente. Tutto sopportava a bordo, ma beccheggio
più rollio insieme la facevano star male.
“Vattene giù - le disse preoccupato il comandante - va a legare la bambina sul
letto e resta accanto a lei che tra poco sarà dura”.
Ubbidì. Corse giù in cabina e constatò con gioia che nonostante quel baccano
Lissy dormiva. Legò la bambina e cercò di addormentarsi, ma non riusciva a
prendere sonno, non era possibile. Ormai si ballava. Sentiva le giunture della carena
stridere sotto i colpi incessanti del mare che rovesciava la potenza delle sue onde
da babordo a tribordo, squassando tutto e trascinando via ogni cosa.
Non ce la fece a restare lì sotto, si sentiva prigioniera. Si accorgeva
dell’inclinazione della nave dalla mobilia che sembrava venirle addosso. Nonostante
tutto volle vedere, verificare di persona. Bisognava reggersi ai passamani per non
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cadere. Tuttavia, sbandando e scivolando, la donna riuscì a cacciar la testa fuori da
un oblò. Era l’inferno e la nave sembrava un impasto di ferraglie e acqua senza
controllo. Assicurò bene a letto la piccina e ritornò sul ponte.
“Vattene - le gridò il marito- questo non è posto per te”. Anny scosse il capo
decisa. “No! Mi lego qui con qualcosa e resto con te e con gli altri”.
“Per Dio, va dalla bambina”, le gridò ancora più forte il capitano.
“Non pensare a noi, bada pure al tuo lavoro. Ogni tanto andrò a controllare”.
Gli spruzzi arrivavano da tutte le parti. Il mare, praticamente, attraversava la
tolda da una parte all’altra, molti marinai stavano male ma ad Anny, forse la forza
dei nervi o che cosa, reggeva bene lo stomaco e non avvertiva più neanche il mal di
testa che, seppur leggero, le prendeva anche con un mare meno forte.
“Timoniere tieni duro, lì attenzione a babordo...” Erano voci confuse e vaghe
miste ad imprecazioni ed a grida indefinite che la furia del maltempo copriva e
cancellava ad un tempo. La carena continuava a stridere anzi, quello che si udiva
era un vero e proprio gemito, come se lo stesso ferro soffrisse con i suoi uomini. Fu
un attimo: il portellone di destra fu divelto di peso da un’onda più forte.
“Perché non lanciamo l’S.O.S.?”, si sentì dire da qualcuno.
“La nave sta per andare a pezzi!”
Ma il comandante non rispose, guardò la moglie accigliato e visibilmente
contrariato e in tono amaro mormorò: ecco perché non ti volevo a bordo e non
volevo neanche i bambini, per giunta ce n’è una di appena tre mesi. Di un po’,
aggiunse poi, lo sai che come stanno le cose se mi toccherà salvare qualcuno non
potrò pensare né a me, né a te, né a nostra figlia, ma dovrò salvare prima lei, solo
lei, la piccina, lo capisci adesso! E se non c’è modo di salvarti? Maledizione alle
donne a bordo! Concluse scuotendo la testa.
“Lo so”, rispose Anny serena. “Ed è giusto che sia così, lo capisco. Io al tuo
posto farei la stessa cosa. Fa pure il tuo dovere. Non sarò certo io a biasimarti, ma
qualcuno lassù ci aiuterà, vedrai”. E tornò in cabina tenendosi come poteva alla
scaletta mentre sul ponte le imprecazioni si facevano più dure e frequenti.
La piccola stava piangendo ma, fortunatamente, era ancora legata.
“Mammina”, balbettò “cosa sono tutti questi rumori?”
“Sono gli angeli che bussano alla porta per cantarti la ninna nanna a modo loro”,
mentì la donna baciandola con le lacrime agli occhi e stringendole forte le manine
al petto, con dentro tutta l’ansia di una madre in pena.
Rimasero così, avvinte l’una all’altra, in un abbraccio che avrebbe potuto anche
essere l’ultimo...
Quanto tempo durasse quell’inferno, non si può dire certo a parole. Ma non ci fu
S.0.S. Il maltempo, sebbene dopo molte ore, così com’era venuto, cominciò ad
allontanarsi, in sordina, lasciando spazio ad una relativa calma.
Anny se ne accorse perché le vibrazioni della nave diminuivano man mano. Intanto
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MARE FORZA PAURA
Anna Bartiromo
l’alba si profilava all’orizzonte, un’alba ancora lucente e timida che a stento riusciva
a farsi strada oltre le nubi ancora dense e gonfie d’acqua. Nessuno di loro aveva
chiuso occhio. Attese un po’, poi, ancora frastornata andò nella cabina del direttore
ad assicurarsi che tutto fosse a posto... Il volto dei piccini era terreo e si vedeva che
avessero sofferto, ma il peggio era passato. Tornò sul ponte. Il capitano era lì, in
piedi, gli occhi fissi sulla prua, spinti oltre, nel vuoto, quasi a cercare serenità dopo
tutto quell’inferno.
L’acqua, che aveva invaso la tolda, ora scivolava dolcemente da entrambe le
fiancate, attraverso gli ombrinali, liberando numerosi detriti.
Anny gli si strinse accanto in silenzio posandogli il capo sulla spalla. Erano tutti
più tranquilli adesso.
“È andata”, mormorò lui con un sorriso appena abbozzato.
“Sì, è vero”. Era finita bene, ma tutti, proprio tutti, per l’intera durata di quel
maledetto uragano, avevano avvertito una presenza in più a bordo, con loro. La paura.
NECROLOGIO PER UN MARINAIO
D
iciotto anni e dietro le sue spalle si chiudono i battenti del portone dell’Istituto
Nautico “Nino Bixio” presso di cui si è diplomato e gli si aprono quelli
della Vita, della speranza, del lavoro, del domani che egli, giustamente, immagina
pieno di piacevoli soddisfazioni.
Comincia così la sua carriera da una nave all’altra, da un’avventura all’altra
sempre con esperienze nuove. Poi le radici dell’adolescenza scompaiono del tutto
quando l’amore, quello vero, s’impadronisce del suo cuore e così dopo un po’ si
ritrova sposato a Teresa (Cuccaro) e papà di due meravigliosi ragazzi, Antonella e
Angelo.
Ma il mare lo porta lontano.
Nelle sue onde si annegano i pensieri, i ricordi, i momenti belli, brutti, le angosce,
le paure, i rimpianti, anche gli affetti per cedere il posto solo alle preoccupazioni
per chi non si può assistere e vigilare come si vorrebbe e per il tempo del ritorno.
Quante volte, risalendo da quell’inferno di fuoco e rumore che è la sala macchine,
affacciandosi da un punto qualsiasi della nave, ha posato lo sguardo, su quel mare,
su quelle onde, calme o infuriate che fossero, senza mai ritenerle veramente infide;
e poi le lunghe lettere spedite a casa, le righe meditate, studiate affinché, nel leggerle,
non scoprissero alcun turbamento e non stessero in pensiero per lui.
A 38 anni lo troviamo sul rimorchiatore AGIP-MUREX impegnato nel suo nuovo
lavoro finalmente appagato, sereno (almeno così pare), fare la spola, con gli incarichi
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più vari nel canale di Sicilia.
Un amico glielo aveva suggerito. Sì, di non andare più tanto lontano. Di restare
a poco da casa, più vicino ai suoi cari, alla sua donna, ai figli, ai genitori, che
avevano dato per lui tutta una vita di sacrifici, d’amore. Lì nel mare di Sicilia anche
quello è un lavoro; che pericolo poteva mai esservi. Fuori le linee telefoniche non
sempre funzionano, la posta spesso non arriva e poi... i disagi degli aerei da cambiare;
i fusi orari ai quali assuefarsi...
Ma sì, il nostro Francesco accetta il suggerimento ed eccolo, come ho già detto,
ufficiale sull’AGIP-MUREX a godersi maggiore tranquillità e meno pericoli.
Ahimè, povero amico! Non gli basteranno mille anni da vivere per dimenticare
quel consiglio.
È già l’alba e c’è nebbia. A casa i suoi dormono ignari. I figli forse sognando di
riabbracciare al più presto il loro caro papà, la sua donna: un abbraccio più intimo.
Ma la nebbia è fitta. L’AGIP-MUREX, partita da Siracusa, porta provviste ad
un’altra nave operante nei pressi del pozzo petrolifero Nilde.
Tutto procede secondo il previsto. Poi, ad un tratto, l’assurdo, l’incomprensibile
che si concretizza atrocemente in quell’urto fatale, tremendo, irreversibile. È la
fine. Ma cosa succede? A bordo non si capisce bene. Certo è che l’AGIP-MUREX
comincia ad imbarcare acqua; forse sta per affondare. Di fronte, la prua squarciata
di una nave: è l’AMBRA della marina egiziana. Fra i marinai d’ambo le parti è il
caos. C’è chi si butta disperato e chi non sa risolversi.
Francesco corre trafelato dal comandante che, a suo dire, lo vede vivo per l’ultima
volta, poi più nulla.
Il rimorchiatore di lì a poco affonda. I naufraghi sono tutti raccolti dalla stessa
nave egizia.
Ma non proprio tutti. Francesco non si trova. Non c’è. È finito di certo in mare.
Non si troverà più. No, Francesco non tornerà più a casa.
È lì, sul fondo, da qualche parte, con tutta la sua voglia di vivere e il desiderio di
abbracciare i suoi. Con la sua dignitosa giovinezza stroncata. E LUI, il Mare, questo
tesoriere, questo conservatore geloso, possente, non perdona gli errori umani.
Lui prende e non dà nulla indietro. Nessuno torna vivo dai suoi gorghi!
Passano i giorni e di Francesco purtroppo non si trova neanche il corpo.
Il bollettino dirama la notizia della sua scomparsa dandolo per disperso. Ma è
solo pietà marinara. Sono vuote parole che non convincono, che non appagano.
E la disperazione e l’angoscia pervadono il cuore di chi lo ama, di chi lo ha
amato. Della moglie, di Antonella, di Angelo, del padre, i cui capelli paiono essere
diventati ancora più bianchi, di colpo, dal dolore. Lui che si trascinava già sulle
spalle tutti quei suoi anni, pur poca cosa di fronte a quelli, sebbene pochi, ma
risultati tanti, tali da decretare che il figlio, l’unico adorato figlio morisse.
Ma la spada più violenta del dolore colpisce te, povera madre, cui non sarà più
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NECROLOGIO PER UN MARINAIO
Anna Bartiromo
concesso neanche stringere al petto i miseri cari resti disfatti.
Già che seppure si riuscisse a trovare quel suo giovane corpo straziato, allora
bisognerebbe pensare prima a recuperare il tuo cuore e a ridartelo, perché, pregno
di sofferenza e di dolore, sta ormai giacendo accanto a lui.
Ma ecco che di lassù, Qualcuno, nel tentativo di detergere un po’ le tue lacrime,
povera inconsolabile madre, ti consegna qualcosa di lui, qualcosa strappato alle
acque che durante le notti di vento giunge al tuo orecchio mutato in parole:
- Madre mia, so che i giorni, i mesi, gli anni non potranno giammai ridonarti
quella serenità che sempre ti si leggeva in viso quando mi sapevi vivo.
Eppure la certezza di aver compiuto fino all’ultimo il mio dovere e di averlo
fatto con responsabilità e meticolosità dovrebbe almeno servire a farti sentire
moralmente appagata e tranquilla. Non è stato il mare ad uccidermi bensì la
distrazione umana, il caso o forse la fatalità o anche il destino se vuoi, ma non il
mare. Perciò non odiarlo.
Esso è e resta comunque un quid più grande di noi; un Immenso ridotto in piccole
dimensioni ma, pur sempre, immenso.
Ora cessa di piangere. Tutto ciò che il Mare possiede o trattiene in qualche modo
è eterno ed io sarò con Lui o, almeno, lo sarà il mio ricordo.
Proteggi insieme a mio padre con quell’amore che avresti ancora riversato su di
me per il resto dei tuoi anni, finché puoi, i miei figli e baciali per me.
Intanto porgi un saluto alla mia donna.
Cercami nelle notti di nebbia, o madre, forse sentirai ancora la mia voce.
Ora addio. Vi abbraccio.
Franco.
L’autrice dei due racconti Anna Bartiromo
di Piano di Sorrento
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
Il nostro Circolo promuove da alcuni anni mini-crociere nell’incantevole mare di Sicilia con le confortevoli
e veloci navi Jet di Bluvia R.F.I. del Gruppo Ferrovie dello Stato: un evento per valorizzare il Porto di
Riposto e dimostrare la convenienza delle “autostrade del mare”.
Il sindaco di Riposto, on.le avv. Carmelo D’Urso, ai comandi della nave veloce “Segesta Jet”.
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
Firmino Perfetto
PROMESSA DI MARINAIO
I
l giorno del prepensionamento fu il più nero della mia vita, non tanto per aver
perduto la magica bacchetta del comando, ma perché mi vidi improvvisamente e
prematuramente restituito alla famiglia, subito inquadrato nel ruolo di rompiscatole e
immediatamente promosso al grado di ducetto, inutile a me stesso e di peso agli altri.
Contrariamente a quando venivo in licenza ora la vita di terra mi pesava, dopo
anni trascorsi in mare mi riusciva difficile riambientarmi nella società tra la gente
civile, nel traffico cittadino, tra gli amici ed i soci del Circolo. Ero come si suole
dire “un pesce fuor d’acqua”.
Forse mi sarebbe piaciuto fare delle lunghe passeggiate in campagna per ritemprarmi
nel corpo e nello spirito, ma gli acciacchi e l’età non me lo consentivano più.
Allora non mi rimase che rintanarmi in casa, la lettura e la musica classica sono
il mio passatempo di sempre, e mi rinchiusi tra le quattro pareti del mio studio a dar
sfogo alla fantasia di scrittore (da strapazzo), e ad imbrattar tele.
Ripresi a salire in soffitta come facevo da bambino rovistando tra le vecchie
cose, e riscoprii i miei diari di ragazzo e i vecchi libri di scuola. In una valigia di
cartone corrosa dal tempo e dal salino trovai alcuni libri di bordo lasciati nel
dimenticatoio, in particolare un quaderno di calcoli stellari dei primi tempi, giorno
per giorno, traversata per traversata e presi a sfogliarlo. Rette d’altezza e passaggi
in meridiano si susseguivano alternandosi nella traccia dei punti nave, precisi e
ordinati, ancora col sapore dei banchi di scuola.
Voltavo le pagine con mani tremanti e non solo dall’emozione, fogli ingialliti nel
tempo che facevano parte dei miei primi giorni di vita marinara, e mi rividi a bordo
seriamente impegnato tra turni di guardia e posti di manovra, in sala comando e in
segreteria alle prese con carte nautiche e scritturazioni varie, così tra una pagina e
l’altra, nella pagina che annotava l’atterraggio a Riposto, dove in grassetto avevo
scritto “Porto dell’Amore”, in un alone azzurrognolo misteriosamente modellato a
forma di cuore, apparvero alcuni petali appassiti, quasi diafani.
Palpai quei petali che per anni erano rimasti ancorati tra i punti nave nel quaderno
dell’Amore, quasi che al tatto potessero rifiorire, e la nebbia che aveva offuscato il
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
mio cervello e il cuore sparì di colpo, e lasciando posto ai ricordi mi riportò al
passato al mio primo imbarco, all’arrivo a Riposto in quel lontano mese di Marzo.
La piccola cittadina Siciliana si aprì all’improvviso davanti alla prua, nella bruma
del mattino che ancora s’attardava lungo la costa, con le case addormentate sotto
l’Etna imbiancata, e a mano a mano che la nave procedeva, la brezza di terra ci
portava il profumo della terra di Sicilia, la fragranza delle zagare, dei peschi e dei
mandorli in fiore disseminati nel verde dei colli alle pendici dei monti.
Il pilota era fuori porto ad aspettarci in un piccolo gozzo di pescatori, cercando
di farsi largo a bandiera spiegata tra una flottiglia di pescherecci che si portavano
all’ormeggio scortati da nuvole di gabbiani rumorosi e festaioli, che in voli incrociati
si tuffavano tra i vortici alla ricerca del pesce scartato.
In tutto quel bailamme il pilota si dava un gran da fare per segnalarci la sua
presenza e farci strada, ma il Comandante era pratico del posto ed in pochi minuti
fummo in banchina.
In porto, dopo aver sbrigato le pratiche d’arrivo, chiesi il permesso di scendere
per curiosare in paese, pochi minuti soltanto perché la nave era già in partenza.
Appena a terra notai che in banchina vi era un gran fermento, ma subito fuori del
recinto portuale, le case che si affacciavano sul lungomare riposavano tranquille
nel vago chiarore dell’alba, e le strade apparivano quasi del tutto deserte.
Guidato dai rintocchi di una campana non molto lontana, attraversai il viale che
costeggia il litorale con passo spedito, quasi di corsa per il poco tempo a disposizione,
e non in perfetta lucidità mentale in quanto ero ancora assonnato per la sveglia
mattutina cui non ero abituato. Per la prima volta e da pochi giorni soltanto ero
stato strappato alla famiglia e alle mie abitudini di sempre, ed ero ancora spaesato,
anche se a bordo dal Comandante al mozzo mi avevano subito accettato con
comprensione e simpatia.
Così preso dai miei pensieri, nella scia del dondolio della nave che mi seguiva
anche in terraferma facendomi barcollare come un ubriaco, stavo per immettermi
in una delle numerose stradine che portano in centro, quando nello svoltare investii
involontariamente ma bruscamente, una ragazzina che proveniva in senso inverso
recando un grosso fascio di fiori che le copriva parzialmente il viso.
Mortificato, prontamente mi bloccai sbilanciato sulle gambe, e la guardai negli
occhi cercando di scusarmi, ma al momento non trovavo le parole adatte, o peggio,
farfugliai parole incomprensibili e senza senso, anche perché mi aspettavo una
violenta e quanto mai giustificata reazione, ma m’imbattei in due splendidi occhi
azzurri profondi come il mare, un sorriso dolce leggermente solcato da un velo di
malinconia che rendeva ancora più bello quel meraviglioso faccino di bambina, e
rimasi pietrificato sul posto letteralmente attaccato al suo corpo.
E in quell’atteggiamento, al contatto di quella giovane creatura di rara bellezza,
sbocciata forse dai pennelli di Raffaello e di Tiziano che congiuntamente avevano dato
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PROMESSA DI MARINAIO
Firmino Perfetto
corpo a quella stupenda figura di donna, tra i fiori percepii distintamente anche il suo
profumo, inebriante e voluttuoso, ed il battito del suo cuore, che non era dì paura.
Entrambi sorpresi e impacciati rimanemmo a lungo a guardarci in una crescente
eccitazione, col desiderio e l’entusiasmo della nostra giovane età, interrogandoci
negli occhi cercando di scoprire nel più intimo dei nostri sentimenti, tutti e due
improvvisamente folgorati dal Dio Cupido.
...
“Ero distratto” riuscii a dire, “mi creda non l’ho fatto di proposito”. E poi, cercando
di farmi perdonare, “spero stia bene”, dissi.
“Non potrei star meglio” mi rispose con un sorriso, e continuando, forse affascinata
dalla divisa che indossavo, mi chiese, “Siete voi il Comandante di quella nave che
è appena entrata in porto?”
“No” risposi, “sono l’allievo ufficiale, ma un giorno sarò Comandante”.
Non avevamo altro da dirci, almeno apparentemente, e la nostra conversazione
finì sul nascere. Giusto il tempo di salutarci.
Ma nel guardarla meglio, nel vederla allontanare nel suo incedere elegante e
flessuoso di donna già fatta, forse un po’ civettuola, con i biondi e lunghi riccioli
fluttuanti sulle spalle, nel profumo dei fiori come una Sirena messaggera d’amore
inviata dal Dio Nettuno, ammaliato da quei grandi occhi azzurri luminosi come
due stelle, novello Ulisse mi innamorai perdutamente a prima vista.
Più ebete che mai e col cuore in fiamme mi inoltrai tra le case, mi portai nella
piazza prospiciente il porto, comprai un giornale, delle cartoline, mi fermai ad ammirare
la magnifica facciata della chiesa di San Pietro che domina la piazza stessa, entrai,
accesi un cero e stavo per far rientro a bordo, quando mi sentii chiamare:
“Capitano, capitano”, mi disse avvicinandosi timidamente, ma con fare deciso la
ragazza di prima, “tra i fiori ho scelto una pansé, vi prego tenetela per me”, e con le
mani tremanti me l’appiccicò con delicatezza sul petto, tra i bottoni dorati del
giubbotto all’altezza del cuore.
Per la seconda volta in quel poco tempo rimasi senza parole, affascinato dalla
sua grazia e dalla sua bellezza, e la guardai nuova mente negli occhi, a lungo,
intensamente, e in quegli occhi imperlati da una lacrima di gioia, che ora apparivano
più luminosi e azzurri che mai, vi lessi tanto amore, e avrei voluto abbracciarla,
stringerla forte al cuore, e gridarle tutto il mio amore, ma la piazza pettegola e
intrigante frenò il mio slancio di passione interrompendo improvvisamente, come
improvvisa si era creata, la nostra magica storia nel momento più esaltante.
“Tornerete” mi chiese ansiosa, stringendomi per mano.
“Tornerò”, le promisi. E nel raccogliere furtivo un ultimo sguardo, scappai.
...
Il destino, incontrastato artefice di tutte le umane vicende, come in una favola, ci
aveva fatto incontrare e aveva stampato i nostri cuori nel libro dell’Amore.
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
Ma a Napoli fui trasbordato, e da nave a nave, da porto in porto, preso nel turbine
della vita di mare, ben presto dimenticai quella giovane Siciliana, il destino che ci
aveva fatto incontrare beffardamente mi portò su altre rotte, l’incantesimo si era
rotto e oggi vorrei chiederle scusa per essere entrato nei suoi sogni di bambina, e
farmi perdonare la delusione che, per colpa mia si è portata dentro nel suo primo
incontro con l’amore.
Questa sera dopo tanti anni sono tornato a Riposto con le mie storie di mare, tra
la Gente del Mare, tra le voci del mare, e la piazza pettegola e intrigante come
sempre, mi ha raccontato sottovoce una storia d’amore, e mentre geloso ascoltavo,
trasportato dalle dolci melodie ho sentito risuonare all’orecchio una voce lontana,
una voce accorata che in lamento d’amore mi chiedeva,
“Tornerete, mio capitano?”
“Tornerò”, rispondevo bugiardo.
Questa sera Riposto con le sue mille e mille luci, come un’aristocratica
Gentildonna ingioiellata, mi ha accolto a braccia aperte come la prima volta,
offrendomi l’ospitalità e il calore della generosa terra di Sicilia, e profondamente
emozionato, nostalgico, ho ricordato quel mio giovane amore che il cuore
distrattamente aveva dimenticato, ma non cancellato, e nel rivivere la mia storia
laddove, per una volta ancora il fato mi ha portato, ho guardato negli occhi di tutte
le Signore che ho incontrato con lo stesso batticuore dei miei vent’anni, e ho cercato,
ma non ho saputo cercare, forse non ho voluto trovare, quegli occhi ormai
appartengono ai fantasmi del passato, e non ritorneranno più.
............
In un libro di bordo
ho trovato una pansé,
e il dolce tuo ricordo
che ancora vive in me.
Nel mio distratto amore
sola e dimenticata,
languivi nel mio cuore
bambina innamorata.
Veloce il tempo è passato
e non ritornerà più,
ma quel dì si è fermato
negli occhi tuoi blu.
Quel libro di bordo
or chiudo lentamente, e
per sempre in ricordo
conservo una pansé.
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Giovanni Pagano
PASSAGGIO DEL CANALE DI SUEZ
I
l “Gioacchino Lauro” aveva gettato l’ancora nella rada di Port Said la sera del
4 giugno 1967 in attesa del turno per la formazione del convoglio, per
attraversare il Canale di Suez. Subito dopo venne accerchiato dalle barche dei
mercanti Egiziani che aiutandosi con degli arpioni salirono a bordo arrampicandosi
lungo la murata come degli scoiattoli. Con una funicella incominciarono a tirare su
scatole di cartone e valigie piene di cianfrusaglie. I carruggetti e le salette della
nave in breve tempo si trasformarono in bazar con tutta la merce per terra e sui
tavoli.
L’equipaggio subito cominciò a trattare per l’acquisto di qualche souvenir,
portacenere con la testa della Regina Nefertide e di Ramses III, qualche cuscino di
pelle di cammello che puzzava maledettamente di caprino; qualcuno sfogliava delle
cartoline, altri erano interessati alla compera di certi sandaletti, sempre di pelle di
cammello, fatti con le punte all’insù come nella fiaba della lampada di Aladino.
Ormai tutto l’equipaggio aveva formato vari capannelli davanti a questi negozi
improvvisati, e man mano che il tempo passava, il mercatino si riforniva di nuove
cose, la merce saliva e scendeva dalle barche secondo le richieste. Chi passava per
la prima volta il Canale era più attratto da quelle cose orientali con quei disegni
arabeschi, ma tutti, chi più chi meno, compravano qualcosa. Il marittimo in genere
è fatto così, dovunque va deve comprare qualcosa, anche se sono cose inutili e non
servono a niente, come dicono i familiari: “Sono solo acchiappa polvere”. Ma la
tentazione è così forte che non se ne può fare a meno, poi gli Arabi sono così abili
nel commerciare e nel convincerti agli acquisti, meglio ancora di Totò che riuscì a
vendere la Fontana di Trevi.
Il nostromo Ciro Palomba, un pezzo di Marcantonio sui cinquant’anni, si soffermò
anche lui a poppa e voleva comprare delle magliette di cotone. «Questo essere
cotone egiziano, molto buono», disse l’arabo. Il nostromo prese la maglietta e
poggiandola sul petto fece notare che era troppo piccola, non le copriva neppure
l’ombelico, voleva una misura più grande, ma le magliette erano tutte unica misura.
Il mercante con occhi vispi da levantino, parlando un discreto italiano, gli disse:
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
«’Nosdromo’ queste magliette non essere piccole, perché quando lavare diventare
grandi». Lo convinse così bene che invece di due ne comprò sei. Le pagò, se li
mise sotto braccio e si allontanò portandosele in cabina. Il nostromo aveva appena
voltato le spalle quando si presentò l’allievo di macchina Bruno Esposito anche lui
interessato alla compera delle stesse magliette. Ma siccome era mingherlino e magro
come un chiodo, chiese se poteva avere la misura più piccola, perché quelle le
arrivavano ai piedi come una sottoveste. Il mercante Mustafà non si perse d’animo
e con prontezza d’animo rispose: «Per Dio, queste grandi? No grandi! Quando tu
lavare diventare piccole». L’allievo si fece convincere, ed anche lui ne prese mezza
dozzina. Quelle magliette, per bocca del mercante, come per incanto e magia si
allargavano e si stringevano come un organetto. Anche il Comandante Martino
Cafiero, dopo essersi rasato in attesa dell’agenzia Norton and Lilly per
l’assegnazione del posto in convoglio, assieme al Direttore di macchina Corrado
Maresca si misero a curiosare come tutti gli altri. Essendo dei veterani sulla linea
Trieste - Golfo Persico, conoscevano tutti i mercanti per nome e cercavano un
certo Giovanni, soprannominato “Giovanni senza soldi” poiché dava la merce
ripetendo sempre: «Giovanni vendere senza soldi, non avere soldi? Poi pagare!».
Non appena ti vedeva andare in cabina, già era dietro la porta a bussare per essere
pagato. Tutte le navi che passavano per Suez conoscevano Giovanni, era un
personaggio famoso per tutti i naviganti. Mustafà drizzò le orecchie quando sentì
pronunciare il nome di Giovanni e senza pensarci un istante rispose subito:
«Comandante, io essere Giovanni II, io essere stessa cosa, vendere senza soldi».
Anche per me non era la prima volta che passavo il Canale, ma tutte le volte mi
piaceva guardare e curiosare, e nello stesso tempo comprare qualcosa. Mi soffermai
davanti a una coppia di poofs fatti con dei ritagli di pelle di cammello, poggiati
sopra dei tappeti con disegni orientali dove stavano raffigurati dei minareti con
delle palme e delle case arabe fatte a cupola. Dall’orlo del tappeto s’intravedeva
appena l’etichetta con la scritta Made in Italy, mentre il falso “Giovanni senza
soldi” lo spacciava per vero tappeto originale egiziano. Scartai pertanto l’idea di
comprare i tappeti scansandomi la bidonata. Mi orientai su qualche oggetto che
effettivamente fosse di artigianato locale, e m’interessai di una coppia di sgabelli
di legno massiccio scolpiti a forma di cammelli. Mustafà s’accorse subito del mio
interesse per questi sgabelli e subito mi disse sussurrandomi piano all’orecchio:
«Tu essere grande amico, per te prezzo molto buono».
«Quale sarebbe questo prezzo?», dissi. «Con quale moneta tu pagare?», mi
rispose l’arabo sbirciandomi bene negli occhi. «Dollari americani. - Dollari
americani … duecento dollari».
Ed io «Sarebbero quante sterline inglesi?». E lui «Sterline inglesi… sterline
inglesi… centoventi sterline». «E se ti pago in dollari siciliani?». Fece un sobbalzo
come se fosse inciampato davanti ad un ostacolo, poi si mise a rimuginare e ripeteva
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PASSAGGIO DEL CANALE DI SUEZ
Giovanni Pagano
lentamente, «dollari siciliani … dollari siciliani…», passando in rassegna nella
sua mente tutte le monete da lui conosciute, alla fine s’arrese, «dollari siciliani…
dollari siciliani… non conoscere… non conoscere». Si rivolse al suo amico parlando
in arabo chiedendogli se conoscesse i dollari siciliani. L’amico scosse la testa facendo
una smorfia con le labbra e dicendo di non conoscerli, ma voleva vederli. Mustafà
si rivolse nuovamente verso di me dicendo: «vedere…vedere».
Dopo tutti questi preamboli e scherzetti di parole passai alla trattativa vera e
propria e gli dissi che volevo pagare in lire italiane e di dirmi l’ultimo prezzo. «Tu
volere comprare veramente? Dare duecentomila lire per tutti e due, se adesso non
avere soldi, pagare quando nave tornare». Gli risposi che volevo pagare subito e
per tutti e due gli davo ventimila lire. «Perché per Dio, dire subito prezzo
“ruffiano”?». Alla fine, fra tira e molla, concordammo per cinquantamila lire. Io
pensavo di aver fatto l’affare, ma non fu così poiché quando sbarcai gli stessi sgabelli
li vidi a Forcella a Napoli al prezzo “ruffiano” di lire ventimila. Comunque quel
giorno era contento l’arabo per aver fatto l’affare e, più contento di lui, ero io,
sicuro di aver fatto un affarone.
Dopo circa dodici ore di attesa a Port Said, il convoglio si mosse per iniziare
l’attraversamento del canale. Accodandoci alle altre navi, sfilammo lentamente
davanti al piedistallo dove nel 1869 fu poggiata la statua in onore dell’ingegnere
francese Ferdinando De Lesseps, ideatore ed impresario del Canale, statua che fu
abbattuta nel 1956 dalla furia rivoluzionaria Nasseriana, che proclamò la
nazionalizzazione del Canale. A bordo rimasero i barcaioli, gli elettricisti addetti al
proiettore per l’illuminazione del Canale durante le ore notturne, due guardiani e
due piloti, entrambi Ucraini. Durante il passaggio i barcaioli esposero la loro merce
da vendere, e giravano per le cabine in cerca di qualche acquirente e se per caso le
trovavano aperte s’infilavano dentro, senza chiedere permesso. Ti offrivano con
fare circospetto delle foto pornografiche in bianco e nero chissà quante volte riciclate,
stampate e ristampate. Poi frugando nelle tasche sbrogliavano un pezzo di carta
guardandosi intorno fingendo di non farsi notare dai compagni e ti facevano vedere
della polverina bianca che asserivano di essere hascish. Un altro ti veniva vicino e
ti sussurrava piano all’orecchio, «volere mosca canterina per madama?». Secondo
loro aveva un potere afrodisiaco portentoso e straordinario. In cambio ti chiedevano
un po’ di tutto, dalla scatola di latte condensato al caffè, allo zucchero, dalla carne in
scatola ad un pezzo di formaggio; insomma per loro tutto faceva brodo.
Lungo le sponde del canale si notavano dei soldati che bivaccavano, con un
fucile a tracolla tipo 91, vicino a delle autoblindo attorniate da cani randagi e
rinsecchiti. Quando fummo di fronte ad El Quantara ed a El Ismailia, incuriosito
chiesi ai barcaioli, come mai c’erano quei soldati lungo il canale. «Soldati stare
molto attenti, fare guardia, sorvegliare canale, perché ebrei non venire da questa
parte, esercito egiziano essere molto forte, Nasser essere grande capo, essere
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
presidente di RAU (Repubblica Araba Unita) non solamente Egitto, tutto popolo
arabo forte “Nasser El Kebar come Allah” (Nasser è grande come Dio)». Siccome
a me piaceva ascoltarli, incominciai a stuzzicarli un poco sull’amor patrio. «Ma
cosa dite, Israele è fortissimo, vi ricordate nel 1956 quando i soldati israeliani
arrivarono fino a qui, in un solo giorno e se non fossero intervenuti gli americani
ed i russi arrivavano fino al Cairo?». «Questo non essere vero, perché Israele
essere aiutato da inglesi, francesi ed americani, Israele non forte, essere forti soldi
americani». Intanto eravamo arrivati ai laghi Amari, dove incrociammo il convoglio
che risaliva da Suez a Porto Said. Alle prime luci dell’alba del giorno 6 di giugno
uscimmo dal Canale avendo davanti a noi il Mar Rosso. Salutammo i due piloti
che, dopo aver ricevuto la loro stecca di sigarette dalle mani del Comandante,
chiesero se potessero avere in regalo qualche mela, poiché avevano dei bambini a
casa ed in Egitto era difficile trovarle. Il Comandante naturalmente non se lo fece
ripetere due volte e gliene regalò una cassetta.
Ormai eravamo in mare aperto, il nostromo chiamò i giornalieri ed i marinai
franchi di guardia per iniziare il rassetto della nave. Poi si recò a prora dove subito
notò che mancavano due cavi d’ormeggio, e che la cala della pittura era
completamente vuota. Tornò di corsa che tirava il fiato, in cerca del Primo Ufficiale
per dirle che durante la traversata del Canale, o durante la sosta in rada, erano
spariti due cavi e tutte le latte della pittura. Il Primo Ufficiale Donato Frulio a tale
notizia diventò rosso come un peperone, i capelli si rizzarono in testa, non si faceva
capace come era potuto accadere tutto questo, in quanto lui personalmente aveva
controllato tutte le cale, le discese delle stive, mettendo lucchetti a destra e a manca.
Il povero uomo non si dava pace e non sapeva come dare la notizia al comandante
Martino Cafiero che conoscendo bene gli arabi non aveva fatto altro che
raccomandare centinaia di volte: «State attenti ragazzi che gli Arabi sono tremendi,
peggio di noi napoletani».
Figuratevi la faccia che fece quando apprese dal Primo Ufficiale che avevano
vuotato la cala della pittura e rubati due cavi d’ormeggio.
«Adesso come faccio, adesso come mi giustifico, alla “Flotta Lauro” cosa ne
pensano?». Lo sfortunato Martino Cafiero sbatteva la testa contro le paratie della
nave. Poi alla fine si calmò e quasi rassegnato disse: «Va bene, siccome la colpa
non è soltanto mia, ma di tutto l’equipaggio vuol dire che aumenteremo il costo
delle sigarette, e con il fondo nero compreremo tutto ciò che ci hanno rubato».
Sparsasi la voce che avevano svaligiato la cala di prora, ognuno si mise a controllare
la propria cabina. A chi era sparito l’orologio, a chi cento dollari, a chi la fede
nuziale. L’allievo di macchina Bruno Esposito, appena smontato di guardia, si
precipitò subito in cabina ed ebbe un colpo quando non trovò sul comodino, vicino
alla cuccetta, la cornice d’argento con il ritratto della fidanzata. Era arrabbiatissimo,
non per il valore venale della cornice, ma per la foto della sua Concettina, che lui
custodiva con tanta gelosia. Aveva giurato alla ragazza che avrebbe rispettato in
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PASSAGGIO DEL CANALE DI SUEZ
Giovanni Pagano
ogni momento la frase che lei aveva scritto: «Al mio caro Bruno perché guardandomi
mi pensi e pensandomi mi guardi! - La tua per sempre Cettina». Tutto il giorno non
si parlava d’altro che di quello che era accaduto, ma siccome mal comune è mezzo
gaudio ci scherzavamo sopra.
Il garzone di cucina Carmine Borriello sistemò due lenze di poppa con dei grossi
ami e per esca mise un pezzo di stoffa bianca. Il Mar Rosso è un mare pescoso, ricco
di lucci imperiali, alalunghe, tonni, lambuche e squali. Alle lenze aveva sistemato
una specie di “marchingegno” fatto con dei barattoli di latta, per dare l’allarme quando
il pesce abboccava. Questo era il momento più divertente, tutti ci mettevamo a tirare
avendo cura di non dare “bando” alla lenza, ed era grande festa quando il pesce
veniva issato a bordo. Con questo sistema mangiavamo pesce fresco e facevamo la
provvista per tutto il viaggio. Il caldo del Mar Rosso era umido e appiccicoso ed il
sole accecante, il Comandante ci diede il permesso, di costruire una piscina con delle
tavole che rivestimmo di tela-olona e fu addobbata con delle luci colorate, con la
scritta “GIOACCHINO LAURO BEACH”. Avevamo superato gli Isolotti dei Fratelli
e poi quelli dei 13 Apostoli e ci avvicinammo verso lo stretto di Bab El Mandeb (La
Porta delle Lacrime) per passare nell’Oceano Indiano.
Il “Gioacchino Lauro” non aveva radio telefono e le uniche notizie che sapevamo
le forniva il Radiotelegrafista, un giovane buontempone di Torre del Greco, Gennaro
Falanga, che affiggeva tutti i giorni nelle salette un foglio della rassegna stampa di
Roma Radio fornita dall’ANSA. Questo foglio lui l’aveva battezzato col nome di
“L’Avanzo del Peppino”. Fu così che il giorno 7 giugno apprendemmo proprio da
“L’Avanzo del Peppino” che erano scoppiate le ostilità fra Israele e l’Egitto ed i
suoi alleati, e che gli Israeliani come nel 1956 avevano subito occupato il canale,
marciando speditamente alla volta del Cairo. Subito mi vennero in mente i discorsi
dei barcaioli, «Egitto molto forte, Nasser grande uomo, noi mangiare tutto Israele».
Mi venne in mente anche tutto quello che si erano rubato. La guerra come tutti
sanno durò un baleno, fu detta la guerra dei sei giorni, l’Egitto perdette il Sinai, la
Siria le alture di Golan e la Giordania la Cisgiordania. Ma la guerra fra Egitto ed
Israele complicò anche a noi le cose, per poco non rimanevamo intrappolati nel
Canale come tante altre navi. Il Comandante Martino Cafiero era diventato nervoso
poiché diceva che capitavano tutte a lui, ci mancava adesso la chiusura del Canale.
Dopo la discarica in Golfo Persico ci aspettava la circumnavigazione dell’Africa.
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
Il cap. sup. d. m. Giovanni Pagano di Torre del Greco
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Giovanni Di Mauro
UN MARINAIO RACCONTA
L
ustri ne sono passati parecchi, ma il ricordo di un Santo Natale che credevo
fosse l’ultimo della mia vita è rimasto impresso nella mia mente
indelebilmente.
Non occorre frugare nei meandri più nascosti per raccontare dettagliatamente
queste reminiscenze.
Infilo una “cassetta” immaginaria nel video-registratore della memoria e mi rivedo
sullo schermo della fantasia; le immagini ritornano nitide, escono dal turbinio dei
ricordi che avvolgono quell’epoca remota e poco piacevole della mia ormai lontana
giovinezza.
Anche se a volte la nebbia che si frappone alla distanza offusca la mente e che le
rughe e i capelli grigi possono giustificare qualche lacuna, posso assicurarvi che di
quanto mi accingo a narrare, il tempo non ha cancellato assolutamente nulla.
È il secondo Natale di guerra. Nella caserma sommergibilisti ubicata nell’Arsenale
di Taranto, i soliti bene informati, propalano la voce che per la solenne ricorrenza
certamente ci concederanno la licenza.
Questo lo speravamo tutti i componenti dell’equipaggio; il nostro battello si trovava
in bacino di carenaggio per alcuni lavori d’ordinaria manutenzione, e secondo le
“voci” prima di poter riprendere il mare ci vorrà ancora, a dir poco, ancora un mese.
Stando così le cose, la licenza ci permetterà di trascorrere con i nostri cari oltre al
Natale, anche il Capo d’Anno; del resto sono già lunghi mesi che le licenze sono
“sospese” quindi che motivo ci sarebbe a non darcela?
Pregustando i giorni spensierati che avremmo trascorsi a casa tra poco, quella
sera ci addormentammo senza fare la solita ammuina, che immancabilmente
succedeva al rientro dei “franchi” dalla libera uscita.
Il mattino seguente 22 dicembre 1941, alla consueta assemblea, presenziata come
ogni giorno dal sottufficiale più anziano di bordo, partecipò il Comandante in seconda
del nostro battello; e questo ci rincuorò, ci parve di buon auspicio, avvalorava le “voci”
di caserma che ci sarebbe stata concessa immancabilmente la licenza Natalizia.
Pensavamo che fosse venuto per comunicarcelo ufficialmente.
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Iniziò chiedendoci se tutto andasse bene, se avevamo bisogno di qualcosa se ci
trovavamo a nostro agio nella caserma in cui eravamo Ospitati.
(Per i non informati, il personale imbarcato sui sommergibili, al rientro in porto
sbarca e soggiorna nell’apposita caserma a loro riservata; a bordo rimane, e si
alterna solo il personale di guardia.)
Dopo i preamboli, proseguì: “Ragazzi, so cosa vi frulla per la testa, le voci sono
giunte anche alle mie orecchie, che vi sarà concessa la licenza Natalizia, ma purtroppo
sono voci infondate. Anche a me sarebbe piaciuto poter trascorrere il Natale con i
miei, come voi tutti del resto; avevo preparato la valigia, come voi lo zainetto immagino
per il viaggio, che noi tutti eravamo certi di fare per andare a casa, ma siamo in guerra
e le cose capitano quando meno te l’aspetti. In ogni modo, il viaggio si fa, soltanto
che quello che ci accingiamo a fare entro stasera, o al massimo domani, è di ben altra
natura. Il nostro battello, contrariamente a tutte le rosee previsioni, cioè che rimanesse
il più a lungo possibile in bacino, è stato rimesso in mare; i lavori sono stati ultimati
anzitempo, per l’urgente necessità d’impiego, la missione c’è stata già assegnata, noi
abbiamo il dovere di eseguirla. Non voletemene, per me fosse vi manderei a casa
sino alla Pasqua. Preparate anche lo zaino grande e raggiungete il battello che trovasi
già ormeggiato; l’ordine di partire per la missione può giungere da un momento
all’altro, non avete molto tempo a disposizione”.
Il nostro disappunto, ve lo lasciamo immaginare; provammo la sensazione che il
Mondo c’era crollato addosso.
Sciolta l’assemblea rientriamo in caserma bofonchiando; la licenza ormai era
svanita, ed ognuno prendendo i propri zaini si avviò mugugnando verso il battello
che ci attendeva, dondolandosi all’ormeggio.
Lasciamo la Base di Taranto nella tarda mattinata del 23 Dicembre.
Dalla banchina sommergibili posta in mar piccolo, a lento moto, dirigiamo verso
il canale navigabile che congiunge col mar grande; giunti sotto il ponte girevole,
dagli spalti del Castello Aragonese come di consuetudine per tutte le navi da guerra
che lo attraversano nei due sensi, un picchetto armato di marinai e tre squilli di
tromba ci rendono gli onori.
Una piccola parte dell’equipaggio schierato in coperta, e il Comandante in torretta,
sull’attenti rispondono al saluto.
Nel cielo si sono addensate nuvole nere che non lasciano presagire nulla di buono,
il vento che alitava moderatamente ora soffia con intensità.
I lampi, con sordi boati squarciano il cielo plumbeo e dalle nuvole pregne comincia
a scendere una fitta pioggia.
Il mare sotto la prepotente sferza del vento s’ingrossa sempre di più, il freddo è
pungente.
Appena fuori delle ostruzioni del mar grande si aumenta la velocità; grosse
incappellate d’acqua investono il battello e si frantumano contro la torretta una
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UN MARINAIO RACCONTA
Giovanni Di Mauro
dopo l’altra incessantemente.
Lontana la Città e scomparsa, le vedette legate saldamente in torretta scrutano
con i potenti binocoli la superficie del mare.
Il moto ondoso diventa più insostenibile, il battello beccheggia e rolla
paurosamente, le vedette vengono flagellate dalle onde.
Navighiamo in superficie sino al tramonto, la sera sta scendendo lentamente, tra
non molto distenderà il suo lugubre mantello nero della notte.
Il Comandante ordina l’immersione; scendiamo nell’habitat naturale del
sommergibile che sono i profondi e silenziosi abissi dove tutto è pace.
I “franchi” dalla guardia si sdraiano nelle cuccette a fantasticare prima di
addormentarsi; trascorrere il Natale in navigazione, anziché a casa come si presagiva
non allieta certo il morale; poi cullati dal ritmo cadenzato dei motori elettrici alfine
si addormentano.
Tutti gli altri sono ai loro posti di manovra e di combattimento, gli idrofoni sempre
pronti a captare il più lieve rumore di motori di navi in superficie.
Navighiamo in immersione per tutta la notte. Alle prime luci dell’alba il Comandante
ordina: “Quota periscopica” per scrutare la superficie del mare prima di affiorare.
Emergiamo, il mare è sempre in tempesta; le vedette si piazzano ai loro posti
legati ancora più saldamente ad evitare che le ondate le trascini in mare. Navighiamo
in quel mare procelloso sballottolati come fuscello di paglia, la furia del mare non
accenna a placarsi.
Dobbiamo necessariamente navigare in superficie per dar modo agli accumulatori
di ricaricarsi.
Verso le dodici c’immergiamo, per consentire al cuoco di bordo di preparare il
pranzo. Scesi ad ottanta metri il battello dondola appena, quindi le pentole non
corrono il rischio di rovesciarsi e noi di mangiare carne in scatola e pane biscottato.
Al tramonto torniamo ancora in superficie. Il mare ora è meno rabbioso.
Anche il vento soffia con minore intensità. Il freddo invece sempre più pungente.
Le vedette scrutano il mare con i binocoli notturni, cercando di violare l’oscurità
che nel frattempo è scesa sul mare.
Il tempo scorre tranquillo e monotono; le vedette si danno il cambio ogni ora, per
riposare la vista e per cambiarsi con divise asciutte, quelle fradici che gli si sono
incollate addosso.
Ad un tratto una delle vedette grida: “Laggiù mi è parso di intravedere una sagoma
di nave da carico”. Il Guardiamarina presente in torretta, punta il binocolo nella
direzione segnalata dalla vedetta; dopo aver guardato attentamente esclama: “Sì, è
proprio una nave da carico e anche di grosse dimensioni”. “Si segnali al Comandante
l’avvistamento”.
Il Comandante sale in torretta, prende il binocolo di una vedetta e guarda
attentamente nell’oscurità; mette a fuoco la sagoma e ne valuta la distanza in
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cinquemila metri, ordina di mettere i motori a tutta forza ed il posto di combattimento.
Giunti all’incirca a duemila metri di distanza, si rilevò che la nave avanzava a
fatica, forse per un’avaria alle caldaie e per giunta senza alcuna scorta.
Evidentemente lasciata indietro dal grosso del convoglio di cui certamente doveva
far parte.
Certamente le navi di scorta, che proteggevano le navi da carico, di tanto in tanto
ritornavano per accertarsi che tutto andava bene. Al nostro sopraggiungere era
completamente indifesa.
“Perdiana, -esclamò il Comandante - è una grossa preda” e sollecita di avvicinarci
sempre di più al bersaglio.
Ad una distanza di 1.500 metri si vede nella sua interezza la grossa nave, lunga
circa 120 metri e fortemente zavorrata dal carico che trasportava che si notava
anche lungo le murate.
Alla distanza di 1.000 metri il Comandante ordina di sparare un colpo di cannone
davanti alla prua per intimarle di fermarsi; ma dalla nave rispondono per le rime:
rispondono all’intimazione sparandoci col cannone di cui era dotata, il colpo cadde
in acqua a pochi metri dal battello.
Il nostro Comandante, che era intenzionato di far sbarcare l’equipaggio e di porlo
in salvo nelle scialuppe per poi affondare la nave nemica, nel vedersi accolto così
poco garbatamente fa sparare un altro colpo davanti alla prua, e anche questa volta
ci risponde con una cannonata che s’infila in mare davanti alla torretta, quindi
intenzionati a mandarci a fondo.
Il Comandante, che aveva già ordinato di approntare i siluri, ordina di indirizzarne
due contemporaneamente al centro della nave.
Passano pochi secondi, con la loro fragorosa eloquenza, i siluri dicono di aver
raggiunto il bersaglio in pieno.
Si vide un’enorme vampa di fuoco accecante seguita da una forte deflagrazione,
violenta come un boato di un Vulcano in eruzione.
Una detonazione di migliaia di chili di tritolo. Sembra un cataclisma.
Il nostro battello ondeggia paurosamente investito dall’onda sollevata
dall’esplosione e dallo spostamento d’aria.
Non c’è alcun dubbio: la nave era carica di munizioni ad alto potenziale.
Spezzata in due tronconi rapidamente affonda scomparendo nelle profondità del
mare che avido gli si chiude sopra.
Ci dirigiamo sul luogo dove è scomparsa la nave per recuperare eventuali
naufraghi; le ricerche sono infruttuose, dell’equipaggio nessuna traccia, non vi
sono superstiti.
Riprendiamo la navigazione in superficie. Sono le ore 22 del 24 dicembre.
Non era trascorso nemmeno un quarto d’ora dall’accadimento, che nel buio della
notte a circa quattromila metri lampeggiano e tuonano i cannoni: e il nemico che
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UN MARINAIO RACCONTA
Giovanni Di Mauro
c’insegue attaccandoci con rabbia e decisione.
Il Comandante attraverso il binocolo riconosce le sagome di due caccia Inglesi
che avanzano verso di noi a tutta andatura.
Il forte boato della nave saltata in aria aveva richiamato al loro dovere di
protezione, che era venuto a mancare, lasciando imprudentemente senza scorta
quella nave per proteggere il grosso del convoglio.
I proiettili piovono tutti intorno al nostro battello innalzando grosse colonne
d’acqua; due potenti riflettori scrutano il mare cercandoci alcuni bengala accesi
fanno diventare giorno la notte.
I due caccia dirigono su di noi a tutta forza ben decisi a speronarci; intanto i colpi
diventano più numerosi e più vicini, man mano che aggiustano il tiro favoriti dalla
luce dei bengala.
Il Comandante è conscio che non possiamo affrontarli, la lotta sarebbe impari, l’unica
soluzione è il disimpegno e ordina: “Sgombrare il ponte, immersione rapida”.
L’ultimo uomo sul ponte fa appena in tempo a rientrare nel battello chiudendosi
il portello sulla testa, che il mare ci ha già ingoiati.
Scendiamo rapidamente; il manometro che segna la profondità gira celermente,
siamo già a novanta metri; a cento metri dovremo arrestarci, questa era allora la
profondità normalmente considerata come massima raggiungibile in condizioni di
sicurezza dello scafo.
Sentiamo agli idrofoni che i due caccia sono vicinissimi, il vorticoso giro delle
eliche e il frastuono dei motori li sentiamo nitidamente e ancor più le prime bombe
di profondità che iniziano a sganciare.
Intanto continuiamo a scendere, siamo a 120 metri, oltre il limite massimo di
collaudo e questo preoccupa non poco.
Le bombe lasciate cadere implacabilmente ed incessantemente dalle due unità
nemiche intenzionati a squarciare lo scafo, scoppiano a poca distanza dal battello,
imprimendo allo stesso sobbalzi, ricadute paurose.
Il fragore degli scoppi ci provocano: stordimento, sordità e tremore persino nelle
budella.
Una torpedine scoppia vicina alla torretta, provoca l’appruamento dello scafo
che inizia a scendere verso il fondo; contemporaneamente manca la luce, la gente
non riesce più a tenersi in piedi, ci si aggrappa dove capita.
Non si distinguono più le pareti verticali dai piani orizzontali e il battello è inclinato
quasi del 80% di sbandamento.
Figurarsi, l’intercapedine, i siluri, gli attrezzi che cadono dagli alloggi colpendo
chi si trova a tiro.
Il battello continua imperterrito ed appruatissimo a scendere in picchiata.
Il sottordine di macchina, di sua iniziativa, ritenendo che fosse l’unica cosa
appropriata da fare, ferma le macchine.
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Nel frattempo i timoni vengono messi “in alto” manualmente, come si fanno
manualmente le altre manovre necessarie a fermare la discesa del battello cercando
di rimetterlo in assetto.
Fortunatamente il fondale era poco distante sotto di noi (se non ci fosse stato ora
non sarei qui a raccontare l’accaduto.)
Con un impatto non troppo violento, infilò la prua su quel provvidenziale tappeto
sabbioso e si arrestò, rimanendo con la poppa in alto.
Il manometro segnava 135 metri sotto il livello del mare.
Si provvede al ripristino della luce; al chiarore lattiginoso delle lampade si legge
il terrore sul volto di tutti; sembriamo delle maschere, su alcuni volti tragiche, su
altri grottesche.
Regna un pauroso e angosciato silenzio; si sente l’ansare del nostro respiro e
l’accelerato battito dei nostri cuori. Sembra di stare all’Inferno ed è la notte del
Santo. Natale; guardo l’orologio sono da poco passate le ventiquattro, l’ora in cui
si festeggia la nascita del Redentore.
Il battello scricchiola sinistramente, ognuno pensa che tra poco saremo schiacciati
come una noce dall’immensa pressione dell’acqua che ci comprime; quando accadrà,
sentiremo uno schianto terribile e tutto sarà finito.
Un grande sgomento c’invade e guardandoci in viso abbiamo tutti gli occhi lucidi,
forse per la commozione, o per la paura.
Sicuramente stiamo pensando alla stessa cosa: ai Natali trascorsi prima della
guerra insieme ai nostri cari, all’atmosfera gioiosa che c’era in quella notte che ci
riuniva anche col parentado per il cenone, per poi andare in Chiesa ad ascoltare la
S. Messa per assistere alla nascita del Redentore annunciato dal suono festoso e a
distesa delle Campane.
Per noi ora, l’unico suono che sentiamo è quello delle bombe che ci piovono
addosso a grappoli lacerandoci i timpani.
Mi sorpresi ricordandomi che da ragazzo nella settimana antecedente il Natale
allestivo il Presepe in casa; nel pomeriggio dopo aver svolto i compiti mi mettevo
all’opera mettendo tutto l’impegno possibile nell’erigere lo “scheletro” da cui
dipendeva la buona riuscita.
Iniziavo poi il rivestimento con la carta da imballo, non senza averla prima
stropicciata tra le mani per renderla più grinzosa possibile, indi la fissavo sulle assi
facendole assumere la forma delle rocce.
Quando la struttura era tutta ricoperta, la spruzzavo di colore rosso prima, poi
appena la carta si asciugava davo il colore giallo e infine il colore verde per dare la
parvenza di rocce calcaree, di sterpi e di erba.
Dal solaio riprendevo gli scatoloni che avevo riposto l’anno prima e che
contenevano i “pupi” di terracotta e altro materiale per l’allestimento.
Per quanto nel riporli mettevo la massima cura, avvolgendoli nella paglia riccia
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UN MARINAIO RACCONTA
Giovanni Di Mauro
e anche nell’ovatta grezza che adoperano i sarti per le imbottiture, nell’aprirli, ogni
anno, immancabilmente trovavo tutto sottosopra; logica conseguenza delle scaramucce
amorose che i gatti sostenevano per ottenere le “grazie” della micina dagli occhi
giallo-arancio, della signora che, non so se abita ancora, del quarto piano.
All’interno degli scatoloni, che i gatti avevano fatto rotolare per terra, trovavi
parecchi personaggi rotti; armandomi di pazienza riappiccicavo a chi la testa, a chi
le gambe, le braccia, ecc.
Per questi “interventi” usavo la colla fatta con la farina, che impastavo con l’acqua
che, oltre ad essere a portata di mano in casa, era la più economica.
Inoltre, per quei “personaggi” che il tempo aveva opacizzato i colori o si formava
una patina di vecchio facendogli assumere toni grigiastri; cercavo di dare loro, per
quanto possibile, i colori primitivi, adoperando gli acquerelli che usavamo a scuola,
durante l’ora di disegno.
C’erano anche dei “pupi” del tutto irrecuperabili, perché i pezzi mancanti si erano
smarriti o sfarinati e i resti li buttavo via.
Ad un tratto, fui “svegliato” dalle mie fantasticherie, dalle urla di gioia che
echeggiavano nel battello; la gente sembrava impazzita, la poppa si stava
abbassando, di lì a poco tornammo in linea orizzontale.
Sui volti di tutti ritorna il sorriso, la serenità, la speranza di vivere.
Continuiamo a rimanere fermi senza far rumore, gli idrofoni dei caccia possono
captare ogni segno di vita del nostro battello; il Comandante ordina di far uscire
dai serbatoi della nafta una certa quantità per far credere che siamo stati colpiti.
A quanto pare, gli Inglesi cominciano a credere di averci affondati e le bombe
cadono ancora ma con molto distacco l’una dall’altra, sino a cessare del tutto; ma
noi sul fondo continuiamo a sentire che non se ne sono andati, il rumore delle
eliche si sente in lontananza, non come prima sulle nostre teste e continuiamo a
rimanere nel perfetto silenzio.
Sono ormai passate circa due ore che non sentiamo più alcun rumore in superficie;
i caccia si sono definitivamente allontanati, forse paghi di averci affondati, ma
anche perché ormai si sono alleggeriti del loro carico micidiale che ci hanno scaricato
addosso per ore interminabili.
Si inizia al riassetto del battello, si cercano eventuali infiltrazioni d’acqua, e con
soddisfazione si nota, che pur essendo oltre ogni limite di collaudo, il battello ha
tenuto benissimo alla pressione, esterna che temevamo ci dovesse schiacciare da
un momento all’altro.
Siamo prossimi all’alba; il Comandante ordina: “Aria alla rapida”. È la manovra
per emergere dal fondo, ma ci fermiamo a quota periscopica, meglio accertarsi che
il mare è sgombro prima di affiorare.
Veniamo alfine in superficie. L’alba sta scacciando le ultime tenebre ormai
impallidite, dai portelli appena aperti l’aria frizzante del mattino penetra nel battello
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e ritempra i nostri polmoni già tanto provati.
Il mare non è più in tempesta, ha smesso di piovere, ma il freddo persiste.
È il giorno del S. Natale. Pace agli uomini di buona volontà.
Ora tutto è passato, il Signore è con noi, leviamo mentalmente una preghiera di
ringraziamento e di lode.
Per tutta la notte in fondo al mare non abbiamo avuto altra compagnia che la
speranza sempre più tenue e la morte sempre più vicina.
Navighiamo e le vedette tornate ai loro posti fanno attenta guardia, l’orizzonte è
sgombro; ci auguriamo che almeno in questo giorno, la pace scenda nei cuori degli
uomini e ci fa sentire come fratelli.
A bordo viene distribuito caffè con biscotti e marmellata, e tornato il buon umore,
il cuoco ci promette un pranzo degno del giorno di Natale, e l’odorino che si
sprigiona dai fornelli sembra non smentirlo.
Sul tardi le vedette gridano “aerei in vista”.
“Sgombrare il ponte, immersione rapida” ordina il Comandante.
Si ricomincia la dura fatica di vivere; la nostra missione è appena iniziata anche
in questo giorno la pace non è scesa tra gli uomini.
Il Circolo conferisce il Premio Speciale “Targa d’argento al merito” agli ex naviganti fratelli Muscolino
“Per la lavorazione artistica e professionale di oggetti varî in ferro battuto, attività che i fratelli Muscolino
svolgono con la passione e la competenza dei fabbri del passato. La cura dei particolari e la raffinatezza
della lavorazione fanno di ogni loro produzione un’autentica opera d’arte.”
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Luciano Molin
UN EPISODIO DA RICORDARE
E
ra nato vicino alla fonte di Aretusa. Fin dalla fanciullezza aveva sognato di
carpire i colorati tesori che stavano immersi nella misteriosa lucentezza di
quelle acque. L’esuberanza fisica, l’ardimento naturale ed il desiderio di primeggiare
lo avevano spinto in gare con i coetanei e con se stesso negli sport del mare.
Abilissimo nel nuoto era diventato un ottimo pescatore subacqueo.
Una mattina d’estate il giovane siracusano, armato, nuotando ad una profondità
di circa quindici metri si trovò a fronteggiare una cernia di fondale della più grossa
taglia. Con emozione considerò che potesse pesare almeno trenta chilogrammi! La
cernia indugiava vicino alla tana che era aperta nella parete rocciosa. Pareva in
agguato, pronta ad ingoiare tutti i pesciolini che si distraevano dal branco. Quasi
immobile timoneggiava con la coda. La grande testa era letteralmente tagliata in
due dalla bocca immensa. Le labbra sporgenti attraversavano ad arco tutta la faccia
da una mascella all’altra. Nella mole mostrava la sua potenza. Tuttavia non si
allontanava dal suo rifugio che avrebbe guadagnato in caso di pericolo.
Il pescatore le fu addosso quasi per caso. La sua maschera quasi toccò la testa
ferma del pesce. Gli occhi dei due nemici si confrontarono improvvisamente. I
globi della cernia si dilatarono oltre il profilo della mascella superiore. Le pupille
spaventate raccolsero tutta la luce della lampada. L’uomo si sentì teso come Perseo
davanti alla Medusa. Prese la mira.
Pensò alla gioia che avrebbe provato sulla spiaggia mostrando a tutti il magnifico
trofeo. Sparò. La fiocina dopo aver tra passato il fianco della cernia sparì con un
guizzo nel profondo. I raggi impietosi del faretto svelarono il tremito della vittima.
L’animale ferito rinculò dentro la caverna, infilandovisi a ritroso, lasciando visibile
solo il capo. Il pescatore restò ad osservarlo. Il pesce ansimava come un mantice ed
inspirando velocemente si gonfiava come un pallone finché tutta la pelle aderì alle
pareti della fenditura. L’uomo non poteva perdere la preda dopo averla raggiunta.
Infilò con forza la mano inguantata sotto il ventre del pesce, così da fare uncino
con le dita e provò ad estrarre l’animale dalla tana. La cernia aprì la bocca scaricando
un grumo nero di bava ed il grande corpo cominciò a vibrare al contatto dell’artiglio,
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come trema un bambino appena nato. La mano affondò ancora nel corpo impazzito
ed allora lui avvertì una sensazione che non avrebbe mai immaginato. Sentì il cuore
della cernia che batteva, che batteva in modo disordinato. Batteva con ritmo profondo
e diseguale, con un’ansietà dolorosa, con una voce che s’alzava e diminuiva come
un grido di disperazione e tonfi e soffi di sofferenza.
Intanto la cernia allargava le orbite fino ad occupare tutto lo spazio della faccia e
fissava il suo carnefice come un condannato a morte. In quel momento lui comprese
il grido d’aiuto. Obbedì al nuovo impulso e ritirò la mano che voleva uccidere. Si
scostò con un colpo di reni ed abbandonò la preda.
No! La cernia doveva vivere ancora. Il giovane aveva deciso e aveva deciso per
sempre. Non avrebbe mai più puntato il fucile.
Il poeta aveva vinto.
Ed era quell’uomo il futuro grande campione del mare che a 56 anni avrebbe
raggiunto 94 metri di profondità in apnea:
Enzo Maiorca.
Da molti anni la sua fiocina arrugginisce sul fondo del mare e gli abitanti dei
flutti hanno un grande amico.
Collegio Navale Morosini
18 aprile 1997
*****************
IN MEMORIA DI ANDREA ROMANELLI
Il velista ANDREA ROMANELLI è scomparso in mare il 3 aprile 1998 in seguito
al rovesciamento della barca “FILA” con la quale stava tentando, insieme a Giovanni
Soldini, il record della traversata dell’oceano Atlantico da Ovest a EST, proprio
quando erano a meno di 400 miglia dall’Inghilterra.
Vi sono uomini di mare che diventano, anima e corpo, proprietà dell’elemento
che hanno amato.
Il magnifico giovane ANDREA ROMANELLI non avrà altro monumento che la
nostra memoria.
Il mare ti possedette
innamorato della tua bellezza
Soffristi
rinchiuso in valve
gioisti?
per mutarti in perla,
Immerso
vestito d’alghe
ti violò la morte
per odorarti.
nella soffice placenta
che nutre il capodoglio.
Entrasti nell’anima del mare
senza sapere, rapito
nella metamorfosi.
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Luciano Molin
IN MEMORIA DI ANDREA ROMANELLI
Coi larghi polsi
abbracci l’onda
fragile e densa,
nel sogno eterno
nuoti.
per farti riempire
dal tuo mare?
Quando dicesti:
eccomi!
per sempre.
Il sale imbianca
la peluria incolta,
la chiostra lima
della bocca.
Il borbottio di schiuma
che il viaggio senza fine
ti racconta
è biascichio di madre,
canzone antica,
preghiera che conforta.
Giuocava l’onda,
giuocava il vento
impetuoso
che decise,
il flutto che
ti prese.
Hai teso il fiocco
nel mare della Vita
nel mare della Morte.
Alto squittio
salutò la sponda.
Era per sempre:
“fin che il viver dura”.
Morto non sei
senza prova di morte.
Vivo trepida il cuore
teneramente
ancorato sul fondale.
Inebetito e stanco
ora quel vento
l’epicedio soffia
d’una illusione.
Sapesti allora:
mani vestiranno
dita di corallo,
denti
scaglie di conchiglia,
capelli
ciocche di medusa.
Nel profondo del mare
fluida larva
oltre ogni sepolcro
senza farti notare
entrasti.
Qua1e atlantica piaga
raggiunse
terribile il canto
quale morbosa sirena
raccolse,
se la bocca apristi
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Il Circolo conferisce il Premio “Protagonisti del mare”
al Cap.Corv. Corrado Gamberini e al Ten.Vasc. Saverio Prencipe
“Per il coraggio, la professionalità, la perizia marinaresca mostrata, nel coordinare l’impiego dei
mezzi e le attività degli uomini al loro comando, in una operazione di soccorso, condotta in condizioni
meteorologiche avverse, con la quale hanno salvato la vita ad oltre trecento persone, naufraghe su un
rimorchiatore alla deriva nelle acque dell’Adriatico.”
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Elena La Gioia
IL COLORE DEL MARE
L
e cabine di legno erano spennellate a tinte forti, giallo granturco, rosso fragola,
verde menta, le porticine, tutte uguali, azzurre come il mare che s’intravedeva
in fondo alla passerella di mattoni rosa salmone che divideva in due la spiaggia, ai
lati file di pini con i tronchi pittati bianco latte. Petunia gironzolava stringendo a sé
una borraccia d’acqua col tappo rosso ciliegia, aveva i capelli castano chiaro corti
corti da estate che fa caldo, il costumino giallo limone coi voilà sui fianchi. Adorava
andare al mare, appena svestita si gettava in acqua per un primo bagno, tutt’intorno
a lei schizzi color arcobaleno e gridolini di gioia pura, poi si lasciava asciugare dal
calore del sole, il nasino spelacchiato sempre più rosso fuoco, e poi sulla spiaggia
c’era Germano, il bambino della cabina affianco, con il quale amava giocare ore ed
ore, anche se i grandi lo chiamavano il bambino della sdraio.
E a dire il vero appena arrivavano al Lido Marechiaro la madre lo faceva sedere
su di una sdraio verde pisello rivolta verso il mare e così lui rimaneva fino a quando
decidevano che era ora di tornare a casa, il sole ormai arancione come la frutta più
matura. Parlavano, lui e Petunia, ridevano e si tiravano i pizzichi, Germano era
bravo a scavare fossi enormi con quei suoi piedini agili che affondavano sempre di
più nella sabbia, la bambina aspettava con impazienza che la buca fosse abbastanza
profonda da immergersi tutta e lui allora gridava:
“Mamma, mamma, Petunia non c’è più!” e la mamma accorreva e per finta si
preoccupava per poi inciampare proprio lì, sul fosso, e diceva: “Ma eccola la nostra
Petunia, che birboni!”
Germano in acqua non ci andava mai, ma il mare era lì, in fondo alla passatoia, a
volte verde pistacchio, altre blu ortensia, con quell’odore inebriante che Petunia
proprio non resisteva e doveva tuffarsi, subito!
E poi successe. Successe un giorno che Petunia aveva il colanaso e di farsi un bel bagno
proprio non se ne parlava. Stava giocando con Germano e lui le chiese all’improvviso:
“Com’è che oggi non mi lasci mai?”
“Non vedi come sono raffreddata, ho il moccio più verde degli asparagi, mia
madre ha detto di stare lontana dal mare”.
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“Il mare? E che cosa è?”, chiese Germano.
Petunia lo guardò allibita: “Non sai cos’è il mare? Ma se ce l’hai lì davanti?”
E lui di rimando con un’aria triste: “Petunia, io sono cieco”.
“Cieco?”, domandò la bimba sempre più confusa, “e che vuol dire essere cieco?”
“Non vedo, Petunia, io non vedo niente!”
“Ma se hai gli occhi aperti!”, ribatté sconcertata la sua amica.
“È vero, ma i miei occhi sono spenti. Io non vedo, cioè vedo, ma... tutto è nero,
ecco vedo tutto nero come se li avessi chiusi, come quando dormi ed è buio, come
quando è sera e va via la luce!”
“Vuoi dire che tutto intorno a te è nero come la liquirizia, che non vedi le cabine
rosse, gialle e verdi, le porte azzurre, la tua sdraio e la mia borraccia dal tappo
rosso, il verde del mio moccio... il mare blu!”, terminò Petunia con le guance rigate
dalle lacrime.
“Allora, me lo dici o no cos’è il mare?”, riprese Germano impaziente.
“Il mare è...”, disse Petunia ancora incredula, “...è acqua, tanta acqua, un sacco
di acqua, fresca e frizzante!”
“Acqua, fresca e frizzante!”, ripeteva Germano compiaciuto.
“...una grande vasca da bagno, anzi grandissima, ci metti prima i piedi, pianino
perché a volte l’acqua è proprio fredda, e poi... e poi ci sono le onde!”
“Le onde?”, Germano era davvero estasiato.
“Oh sì, certo, devo spiegarti anche questo. Allora le onde sono uno spruzzo di
acqua dopo l’altro, non le senti da lontano?”
“Ma mi hanno sempre detto che questo è il rumore del vento...”
“Ma no, sono le onde, e parlano sai, la prima che ti viene incontro dice: - Venite
bambini! - e si infrange sulla sabbia; la seconda è più dispettosa e ripete: Prendetemi, se ci riuscite! - La terza invece è gentile e ci dice: - Coraggio, fatevi
accarezzare dal mare! - e così una volta che ci sei dentro non vuoi più uscirne!”
“E qual è il colore del mare?”, disse infine Germano vistosamente eccitato.
“Il mare è azzurro, azzurro come il cielo, ma... che sciocca, che ne sai tu del
cielo... è azzurro come... come i sogni dei bambini!”
“Che bello, ora me lo immagino sai, il mare, e azzurro poi! Petunia, mi porteresti
al mare?”, chiese allora trepidante.
“Sicuro!”, rispose Petunia e scese sulla passatoia che li guidava al mare. Prese
per mano il suo amico. “Sempre dritto”, gli sussurrò all’orecchio mentre si assicurava
che gli adulti fossero impegnati nelle loro interminabili partite a carte.
Fu così che Germano conobbe il mare, e mi pare ancora di vederlo, a sguazzare
felice nell’acqua turchina insieme alla sua dolce amica, mentre i grandi si
affannavano, invano, a gridare di tornare indietro, con la faccia rossa come i
peperoni, tutti in fila sulla riva, ormai lontana, arroventata da un sole giallo oro.
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Antonio Riciniello
LIBECCIATA
G
aeta è un paese d’incanto. La natura e gli uomini non le hanno lesinato
niente: vicende storiche di respiro nazionale, cultura, leggenda, personaggi
famosi, belle tradizioni, un paesaggio mozzafiato e un mare azzurro e cristallino
che d’estate fa la gioia di villeggianti nostrani e foresti.
A volte, però, questo mare che tanto dona a piene mani, quando è importunato da
Eolo che si diverte a solleticarne l’epidermide soffiandovi sopra a pieni polmoni,
va in collera, e, allora, fa sfracelli senza guardare in faccia a nessuno. In un attimo
ti toglie tutto quanto pazientemente ti ha dato.
Da ragazzi, nelle fredde giornate d’inverno, ci si vedeva con gli amici al “Bar del
pescatore” dove gli anziani ci raccontavano storie di mare, storie di naufragi e di
tragedie tutte legate a quelle improvvise ed incontenibili libecciate che squassano
di tanto in tanto la costa con forza infernale.
Il “Bar del pescatore” affacciava sul Corso a mare, protetto dalle onde da una
scogliera frangiflutti e da un alto muro in pietra viva che faceva da spalletta al
mastodontico marciapiede, anch’esso in pietra viva. Ma, nonostante queste
protezioni, gli spruzzi dei marosi in collera si riversavano ugualmente sull’asfalto
del Corso arrivando a lambire i vetri della porta del bar, dietro i quali sguardi
pensierosi, forando la fitta coltre di fumo che invadeva il locale, si sperdevano nel
grigio plumbeo del cielo dove volteggiavano striduli gabbiani, oltre i platani del
Corso, oltre le “crocette” degli alberi delle paranze al ridosso nel molo foraneo,
cullate dal lento e pigro sciabordio della risacca.
In queste condizioni di inclemenza meteorologica la pesca si fermava, e
paranzellari e pescatori di menaidi e lampare si ritrovavano nei pochi bar del Corso
a Mare, e particolarmente nel bar del pescatore, con le sue due ampie sale
comunicanti e con una saletta attigua alla sala interna. Tutti fumavano di tutto e la
nebbia acre dei locali potevi affettarla col coltello, tanto era densa.
La prima sala, quella sull’ingresso, era la sala bigliardo.
Una grossa lampada pendeva dal soffitto fino a pochi centimetri dal panno verde.
Re e principi della stecca, in un’atmosfera sudaticcia, fumosa e maleodorante, si
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giocavano i pochi spiccioli residui di tribolate nottate di pesca, alla “bazzica” e alla
“parigina”, che erano i giochi del tempo.
Nella sala interna si giocava a carte: tressette, maniglia, e, raramente, la scala
quaranta. Densa l’aria come nella sala di bigliardo, ma più pungenti gli odori: là
quelli delle sigarette “Macedonia” e “Alfa”, qui quelli dei sigari toscani e del tabacco
da pipa.
Nella saletta dove si radunavano i ragazzi e i giovanissimi, l’aria era più respirabile,
particolarmente quando si riusciva a tenere chiusa la porta sulla sala dove si giocava
a carte e socchiusa la finestra sul vico adiacente del vecchio Borgo. Viceversa, la
saletta diventava un appendice a rischio di entrambe le sale- interne.
In quella saletta, patro’ Giacomo, vecchio pescatore di oltre novant’anni, ma
vivo e arzillo come un ragazzino, era sempre disponibile, sempre in vena di
raccontare qualche ‘storia vera’, accaduta a Gaeta negli anni passati: storie di mare,
storie di naufragi, storie di tragedie. Bastava un bicchierino di rosolio alla menta per
‘innescarlo’, poi raccolto e pensieroso, lo sguardo lontano dietro le spesse lenti,
sfogliando le pagine della memoria scorreva a ruota libera nella narrazione, come in
quel pomeriggio di libeccio che aveva reso deserta tutta la marina.
«Dopo la pesca estiva a Santa Marinella - prese a raccontare patro’ Giacomo - la
lampara dei Parisella ritornava verso l’approdo sicuro di Calegna. La giornata
era trascorsa abbastanza tranquillamente e la vela latina, gonfiata da un teso
vento di ponente, spingeva la barca a buona andatura, quasi senza necessità di
bordeggiare. Nel pomeriggio però, il cielo cominciò ad oscurarsi di nubi mentre il
vento di ponente girò decisamente a libeccio. Le nuvole che risalivano a folate
dall’orizzonte poppiero della lampara, nel volgere di qualche ora coprirono
completamente il cielo.
Verso punta Capovento il capobarca ‘patro’ Ndreje’ diede ordine di ammainare
la vela e preparare la barca per la voga a quattro. Andrea, di antica famiglia di
pescatori gaetani, aveva quarant’anni, cinque figli e una tempra forte e robusta,
capace di dare sicurezza assoluta all’equipaggio. Il vento, aumentato di potenza,
fischiava tra gli stragli.
Giuseppe e Nicola, i due pescatori più anziani, risalirono da sotto prora dove
erano distesi a riposare. Anche Simone, giovane ventenne che aiutava patrò Ndreje
alla barra del timone, si dispose alla manovra. In un attimo, con l’esperienza dei
vecchi marinai, pur in una situazione di equilibrio precario dovuto al mare che
andava gonfiandosi, la vela fu ammainata, ravvolta sul picco e sistemata insieme
all’albero sui bagli, così da non intralciare il movimento dei remi e dei rematori.
Andrea scrutò in giro l’orizzonte per valutare meglio la situazione: “Siamo dentro
la libecciata, - disse vestendo l’incerata - ma abbiamo ancora due ore di luce.
Diamoci dentro, Gaeta non è lontana”.
Simone passò il sevo sui remi in quella parte già consumata che incerniera lo stroppo
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LIBECCIATA
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allo scalmo. Gli stroppi nuovi e ben ingrassati avrebbero retto ad ogni sforzo.
Simone faceva di mestiere il carpentiere ma con Nicola, padre della sua ragazza,
Angela, e Giuseppe, aveva voluto partecipare alla ‘campagna’estiva di Santa Marinella
nell’equipaggio di patrò Ndreje, al solo scopo di coronare col matrimonio il suo sogno
d’amore. Tutto sommato, la ‘campagna’ estiva non poteva andare meglio. Alla Posta
vi era un bel gruzzolo e Andrea portava con sé, ben stretta alla cintura, la borsa
impermeabile con i soldi dell’ultima mesata di pesca, ancora da dividere.
Per pochissimo la barca dondolò senza velocità. Ognuno armò il proprio remo
e poi tutti insieme, dando rotta alla prua, presero a remare in pieno sincronismo”.
Con poche parole il vecchio patrò Giacomo aveva creato già una certa suspence
nell’uditorio che pendeva adesso dalle sue labbra. Bevve un goccio di rosolio e proseguì:
«Dandoci con forza sui remi al ritmo cadenzato degli ‘ooplà’ del rematore di
poppa, la lampara, pur nelle difficoltà di un mare che man mano s’ingrossava,
procedeva stabilmente, scomparendo e ricomparendo con continuità cronometrica
tra ventre e cresta delle onde.
La costa, molto frastagliata in quel tratto, non permetteva approdi d’emergenza.
Giuseppe, il più anziano, sessant’anni suonati da un lustro, si rivolse al capobarca:
“Patrò Ndreje, n’ammai a Santaustine, gliu rime me pese troppo e i non ce la
facce”. (Padrone Andrea, dobbiamo andare alla spiaggia di Sant’Agostino, il remo
mi pesa troppo ed io non ce la faccio).
Ma la spiaggia di Sant’Agostino che apparve di lì a poco sulla manca si presentò
inaffidabile: tutto un ribollire di schiuma bianca causata dai marosi che rompevano
sulle secche di ciottoli a poca distanza dalla riva.
“Giusè, accumpagne la remate senza forza, ma n’ammai annanze, tenimme
ancora poca gliuce. Te mette arrete Simone”. (Giuseppe, accompagna la remata
senza forza, ma dobbiamo andare avanti, teniamo ancora poca luce. Dietro di te
metto Simone che ha più forza).
All’imbrunire doppiarono torre Viola sbucando poco dopo al largo dello scoglio
di Serapo sull’ampia ansa dell’omonima spiaggia, che al pari di quella di
Sant’Agostino non offriva alcuna possibilità di approdo a causa delle onde
dirompenti con violenza sulla riva.
Ancora una trentina di minuti di luce crepuscolare, sufficienti a raggiungere
punta Stendardo e accostare nelle acque più sicure ma ugualmente gonfie della
rada di Gaeta dove già qualche bastimento stazionava alla fonda».
Nonostante il confuso vociare che regnava nel bar, nella saletta non si sentiva
volare una mosca. Enzino, forse uno dei ragazzi più appassionati alle storie di
mare, uscì per procurarsi un altro bicchierino di rosolio che patrò Giacomo mostrò
di gradire. Ne bevve un sorso e riprese il racconto.
«Il cielo, impeciato dalle nubi e dall’oscurità della sera, rovesciava giù una fitta
pioggia che si confondeva con gli spruzzi delle onde che sempre più spesso
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rompevano a murata. Lo scoramento che cominciava ad impossessarsi di qualche
membro dell’equipaggio cedette alla gioia collettiva quando, subito dopo aver
doppiato punta Stendardo e accostato per punta Molino, le luci dell’abitato e i
lampi del faro della scogliera segnalarono la loro presenza amica.
“Forza Giusè, ancora un piccolo sforzo e poi saremo a casa”.
Passato il difficile, patrò Ndreje cercava adesso di rincuorare un poco tutti, ma
particolarmente Giuseppe che appariva assai stanco e abbattuto. “Mi raccomando
però, occhio alla penna e calma”.
Fu un attimo: bum! Un colpo secco simile ad uno sparo di cannone e la prua
della lampara si fracassò sulla boa spaccandosi in due come melagrana matura, e
proprio a due passi da casa! Andrea e Simone si ritrovarono aggrappati al
maniglione della boa da dove chiamarono a squarciagola Giuseppe e Nicola.
“Dio, sono qui sul relitto, - rispose Nicola - ma non vedo Giuseppe”. Lo
chiamarono ancora, ma invano. Giuseppe non rispondeva mentre Nicola si
allontanava aggrappato al relitto nel buio della notte. Che fare? Cercare di
raggiungere Nicola sui resti della lampara? Ma dov’era adesso? La libecciata era
al culmine. Il cielo sembrava cucito al mare dalla pioggia sferzante che cadeva a
folate insieme al vento che sibilava forte.
“Possibile che da terra non abbiano visto niente, Simò”.
Le luci della città e gli stessi raggi di luce del faro sembravano essere ora molto
lontani in quella cortina di pioggia che si frapponeva come sipario tra la boa e il
Corso a Mare.
“Andrea, non muoverti di qui. Penso di farcela. Ritornerò col rimorchiatore
della Capitaneria o con qualche paranza.”
“Simò, non lasciarmi solo, ho cinque figli”. Fu l’unica manifestazione di debolezza
del capobarca che subito aggiunse: “Vai e stai attento ai risucchi della scogliera”.
“Non preoccuparti, gli aiuti verranno subito” e così dicendo, Simone si tolse
con una mano i panni di dosso e si lasciò cadere sottovento della boa, sulla cresta
di un’onda. Ebbe qualche attimo di smarrimento ma poi puntò decisamente verso
il faro, e dopo alcune bracciate s’imbatté nel suo futuro suocero Nicola, che
rimaneva fortemente abbarbicato al copertino prodiero della lampara, staccatosi
di netto dopo l’urto con la boa.
Nicola, cinquantenne pescatore che nella guerra del 18 aveva già sofferto un
naufragio, rimaneva ferocemente avvinghiato al relitto. Si era anche lui liberato
degli indumenti e, forte della passata esperienza, non mollava la preda ma
procedeva nel movimento delle onde verso il ribollire schiumoso della scogliera,
al momento sua unica preoccupazione.
“Nicola, sei tu?”. Simone aveva intravisto nell’oscurità un qualcosa che
galleggiava sulle onde e d’istinto aveva chiamato il nome del suocero.
“Si, sono io, Simò, ma tu come ti trovi qui? E Giuseppe?”.
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LIBECCIATA
Antonio Riciniello
“Giuseppe non l’ho più visto, non l’ho più sentito. Io ho lasciato Andrea sulla
boa e sto cercando di raggiungere terra per chiedere soccorso”. Intanto Simone si
era avvicinato al copertino galleggiante e vi si era appoggiato con una mano.
“Com’era la boa della collisione, a cono o piatta?” chiese Nicola con fatica.
“A cono” rispose Simone e aggiunse: ”Andrea è rimasto aggrappato al
maniglione superiore con i piedi poggiati sulla base. Se non gli piglia il freddo
dovrebbe resistere a lungo”.
“Allora abbiamo urtato contro la seconda boa. Più avanti ci deve essere la prima
boa, quella piatta”.
“Ti ricordi l’allineamento?” proseguì Simone.
“Sì, la luce del faro e quella rossa dei Cappuccini”.
“La dobbiamo raggiungere, e tu devi restare là”.
La discussione tra Simone e Nicola procedeva a spizzichi, con tanta difficoltà,
tra rigurgiti d’acqua.
“Nicò, le due luci che mi hai detto sono quasi in allineamento, ma la rossa dei
Cappuccini scade un poco a diritta, diamoci insieme verso Montesecco”.
Simone che temeva i rigurgiti mortali della scogliera aveva realizzato che soltanto
raggiungendo la prima boa piatta ci poteva essere una possibilità di salvezza anche
per Nicola. La raggiunsero dopo una mezzora al culmine di una lotta estrema
ingaggiata col mare in tempesta. Con un ultimo sforzo, aiutato da Simone, Nicola si
issò sulla piattaforma della boa rimanendo aggrappato agli appigli laterali.
“Nicò, resta lì sulla boa, se tutto andrà bene fra poco arriveranno i soccorsi”. Si
lasciò scivolare tra le onde aggrappato al copertino di prora per recuperare le forze.
Simone aveva tutto chiaro nella mente. Doveva allontanarsi il più possibile dalla
punta della scogliera, aggirarla alla larga per evitare il pericoloso risucchio delle
onde e quindi puntare sulla spiaggetta di ciottoli di fronte al palazzo vecchio dove
la risacca non avrebbe costituito un pericolo. Respirando a pieni polmoni allontana
da sé il copertino e con poderose bracciate realizza il suo piano».
Sempre, quando raccontava “la libecciata”, patrò Giacomo, per un fatto quasi
naturale abbandonava automaticamente il passato a questo punto, e proseguiva
usando il verbo al presente, fatto questo che rendeva partecipe al massimo tutto
l’uditorio che prendeva a tifare per Simone.
«Quando Simone mette piede sull’acciottolato della spiaggetta s’accorge che tutta la
‘marina’ è deserta. Sente freddo ed è tutto indolenzito, la carne sbucciata, graffiata e
sanguinante in più parti. Non ha nemmeno la forza di gridare aiuto. A stento risale le
scalette che danno sul Corso dove viene investito da folate di foglie secche che continuano
a vorticare sull’asfalto della strada. Vede in lontananza una carrozza coperta che si
avvicina. Finalmente un pizzico di fortuna! Barcollando si sposta sul centro della strada
facendo segni con le braccia. Il cocchiere lo intravede alla luce opaca di un malfermo
lampione, lo solleva sulla carrozza e lo trasporta mezzo svenuto al vicino bar.
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Quanto tempo è passato dal momento della collisione con la boa? Un’ora, no,
forse più di due ore! Gli danno qualcosa di caldo. “Andrea... Nicola... Giuseppe...
l’urto contro la boa...”. Simone parla con parole mozzicate e a gesti, ma riescono
a capirlo. In breve vengono organizzati i soccorsi. Escono le due uniche paranze
d’altura che erano ancorate al molo e più tardi anche il rimorchiatore della
Capitaneria di Porto.
Con grande difficoltà e con pericolose manovre, Nicola e Andrea, quasi assiderati,
vengono issati sul rimorchiatore che li conduce subito all’infermeria della vicina
Capitaneria dove è stato già trasportato Simone.
I due pescherecci d’altura rimangono a perlustrare la rada chiamando
continuamente Giuseppe al megafono. Niente, assolutamente niente. I pescherecci
restano fino all’alba a setacciare tutto il Golfo, mentre col placarsi della libecciata,
la gente affluisce sulla scogliera e lungo la marina, per ulteriori controlli ma anche
per quel sentimento di solidarietà che unisce i pescatori. Si è sparsa ormai la voce
che all’appello manca solo Giuseppe. Lo ritrovano verso mezzogiorno sulla diga
foranea di Calegna, verso quello che doveva essere l’approdo finale della lampara
di Andrea Parisella, insieme ad un pezzo di fiancata. Ha uno spacco sulla fronte,
sicura conseguenza dell’impatto violento con la boa e causa probabile della morte,
diranno poi i medici.
Il cielo è sereno, il mare si è placato. Della rovinosa libecciata della notte rimane
l’impercettibile lamento della morente risacca, il corpo di Giuseppe avvolto in un
lenzuolo sull’arenile di Calegna e frammenti di lampara disseminati lungo la
scogliera frangiflutti del Corso a Mare.
La vita ha ripreso il suo ritmo come se nulla fosse accaduto. E non potrebbe
essere altrimenti. Giuseppe ha avuto delle esequie da signore, col tiro a quattro.
La borsetta impermeabile che Andrea aveva legata alla cintura è stata consegnata
alla moglie di Giuseppe. Poco, ma non si poteva fare di più; il massimo che si
poteva fare in quelle circostanze.
Simone ha sposato Angela che ha rinunciato al brillantino. Ora lavora al cantiere
navale e ha tre figli.
Nicola ha deciso che due naufragi sono più che sufficienti nella vita di un uomo.
Tira avanti la famiglia lavorando da manovale in una ditta edile.
Andrea è ritornato a pescare, prima alla ‘busca’ sotto diversi padroni, poi
nuovamente come capobarca sulla lampara dei Finizi, infine capobarca della sua
nuova lampara, la ‘Santa Marinella’, costruita quasi interamente da Simone, e
forte come una corazzata».
Avvinti dalla storia i ragazzi sarebbero rimasti volentieri ad ascoltare ancora
qualche racconto. Ma era già tardi, e patrò Giacomo forse anche stanco. «Certamente
- disse prima di alzarsi - le occasioni non mancheranno in quest’inverno che si
annuncia freddo e piovoso».
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La presentatrice Anna Pavone, il presidente della giuria Orazio Licciardello e il premiato cap.d.m.
Antonio Riciniello di Gaeta (LT)
Il vecchio Faro di Riposto
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Circolo
Ufficiali
Marina
Mercantile
Riposto
Comune
di
Riposto
Provincia
Regionale
Catania
Premio Nazionale
ARTEMARE 1999
XXV Edizione
Canzone - Gastronomia
Modellismo - Narrativa
Pittura - Protagonisti del mare
sul tema “L’uomo e il mare”
Riposto (CT) - Festa del Mare
dal 24 luglio al 7 agosto 1999
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Goffredo D’Aste
LA PIAZZA DEI NAVIGANTI
S
i potrebbe cominciare dal passo un po’ strascicato, ma elegante, dal bastone...
oppure dal vestito un po’ liso, ma elegante, dal maglione a gipponetto... o dalla
sua allampanata, ma elegante, figura, dal vestito, dalle lunghe braghe... il bastone, tutto
che se n’andava con noncuranza via dalla piazza, quasi scivolando come un giovanotto,
o quando, un po’ arrancando, ma sempre con l’aiuto delle sue sole gambe (e del bastone),
arrivava su dalla via centrale del paese per venire a sedersi, come ad un suo posto con
qualcuno concordato, sulla panchina all’angolo alto della piazza. O dal “sigaro” che gli
pendeva con una piccola bava quasi sempre sotto i baffi... O dalla berretta un po’
noncurante che gli faceva caldo, ombra, forse gli squadrava con la visiera un po’ il
mondo, essere ancora un po’ dietro ai finestroni di un ponte di comando.
Quel suo viso fine, berretta, baffi, toscano, come un bel brigantino...
Volevo diventare così da grande... buon Dio, fallo ancora navigare in Paradiso,
requiemeternam, impossibile che quegli occhi buoni abbiano imbrogliato, fagli raccontare
di Capo Horn, dei “borgognoni”, chiedigli che vento c’è nel tuo Golfo del Leone!
Con noncuranza, e un po’ ridendo, trovare ancora chi gli faceva ricordare quella
burrasca al largo di Capo Màtapan. Diceva, non diceva, rispondeva solo a quello
che si chiedeva, seguiva ancora una rotta, le cose da fare, mangiare, dormire, fare
la passeggiata, prendere la pensione, due chiacchiere, comprare i sigari.
Una linea retta, per tanto tempo navigare, poi tornare per gli ultimi anni in paese,
come al suo posto, l’infanzia, i distacchi e i ritorni, la vecchiaia: ma il proprio
paese è un buon posto per venire a fare le ultime cose, per prepararsi e pensare... il
paese una poltrona comoda per rivedere tutta la vita, le barche, i venti, le onde, per
poter ancora, nelle mattine di maestrale, puntare ancora la berretta e lo sguardo su
un orizzonte di mare e lasciare le cose da fare, quelle chiacchiere, quei due passi, la
pensione, ecc., ti scarrocciassero pian piano verso un porto da tempo aspettato, un
bel periodo di bonaccia finalmente.
Era una faccia rugosa, scura, e un mezzo toscano quasi nero, il vestito fine, elegante
e un paio di occhiali, da cui venivano fuori due occhi scintillanti, un bastone da
passeggio, una voce bassa, profonda, ma piena di trilli, di lampi.
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Era ancora “comandante”, lo si doveva ascoltare, ma raccontava bene, pieno di
particolari, di fatti da dire.
Parlava con vivace lentezza. Era un parlare italiano e sapeva di genovese, ma,
per il lungo frequentare rotte straniere, in fattispecie inglesi, aveva perso la
melodiosità italiana o la magia franco-portogheisa genovese. Pareva calcare il
soggetto, il predicato o l’oggetto come un anglosassone. «Quando no-i... doppiammo... Capo Ho-orn...».
Quell’incredibile lentezza, sostenuta come un bordone dallo sguardo, ficcato
come un binocolo sulla tua faccia, totalmente, pervicacemente disinteressato a tutte
le onde intorno della gente che passava, dei bambini che si rincorrevano, delle
donne che ciacolavano, pareva per un momento fermarsi, perché il suo toscano si
era spento, ma era un attimo, una pausa preventivata, conosciuta e i pacati movimenti
delle mani che puntualmente raccattavano la scatoletta blu dei fiammiferi svedesi,
tiravano su uno zolfanello, senza movimenti inutili ve lo accendevano sotto il vostro
sguardo, davano fuoco a quel moncone di sigaro, quei movimenti erano solo una
pausa nella struttura del suo racconto.
Con generosità e savoir faire, poi, voleva sempre offrire da bere o pagare un
gelato nel bar della piazza che, come un grande “club”, la sera si riempiva di gente
di mare, della vela, del vapore, di quelli delle navi passeggeri o da carico, mentre
tutt’intorno nella piazza, sulle panchine dalla fermata delle corriere, su quelle, più
tante, intorno al monumento o su quelle sotto l’orologio, si ormeggiavano per
qualche tempo ancora altri di questi marittimi.
C’era quello che si appassionava ancora per una questione di quarant’anni prima,
già una storia non più di velieri, ma di “vapori”, i primi; ce n’erano alcuni che
erano poi diventati piccoli armatori, parevano più legati al presente, ugualmente
romantici, ma da anni ormai integravano il mare con gli aerei, i camion, i treni,
vestiti più da città, con figli e nipoti che ora navigavano loro.
Ci voleva comunque un lasciapassare, aver combinato qualcosa di valido in mare,
per aver diritto di sedersi su quelle famose panchine a raccontare, a rievocare, a
discutere sul mare, sulle barche, del mare.
I più famosi erano i “fuoriclasse”: quelli di Capo Horn, quelli del Nastro Azzurro,
quelli che avevano salvato altre navi, che avevano resistito a naufragi disastrosi, in
mezzo a pesci feroci o a fortunali eccezionali, alcuni delle vere “leggende viventi”.
In generale, pur nella soddisfazione di far parte di un “club” prestigioso, era però
un vento di modestia e di sottostima quello che spirava sulle tolde di quelle mattonelle
intorno al monumento.
Si era nei primi anni ’60, quando sui libri di geografia Genova era ancora il porto
più importante del Mediterraneo.
Le donne che passavano, giovani, mature o anziane, erano anche loro figlie,
mogli, madri, sorelle, zie, cugine di tutti quei capitani, macchinisti, nostromi, piloti,
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LA PIAZZA DEI NAVIGANTI
Goffredo D’Aste
cuochi, marinai che, col fresco venticello di sera, parevano tutti concentrarsi sulla
rotta della piazza.
S’infiltravano poi tra loro volentieri (o come spesso dicevano, chissà perché,
“volontieri”) naviganti a casa nei due, tre mesi di riposo, dopo gli otto, nove passati
in navigazione.
Pareva andassero da quei vecchi cèrili per imparare, portavano i saluti dei loro
figli, nipoti incontrati in qualche parte del mondo, forse era solo rispetto, cortesia; i
vecchi ascoltavano curiosi i discorsi sui radar, sulle gigantesche petroliere, per esempio,
e bastava un nome di porto, o un fortunale preso in solite località, per scatenare i loro
ricordi sulle stesse rotte, con le stesse mercanzie. I giovani ascoltavano, spesso ci
ricavavano ancora qualche dritta che raccontavano poi a casa alla famiglia o a quelli
della loro età, «Sai come facevano trenta, cinquant’anni fa...?».
Insomma, ad “entrarci col mare”, lì era una festa entusiasta, un sentirsi parte,
tutte le sere d’estate.
Quelli che fumavano ogni tanto accendevano i loro toscani (solo uno fumava i
“virginia”, quelli lunghi e affusolati), la pipa, e questi forti odori riempivano molte
panchine, molti crocchi intorno al monumento o sotto i portici.
L’arrivo delle corriere, tra l’azzurro e il blu, e il suono delle campane della
Parrocchia ritmavano questo parlare, questi incontri, questi due passi pieni di
racconti, quando salivano dal mare le brezze del cambio dei venti della sera, nei
fine pomeriggi d’estate.
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
Il Circolo conferisce il Premio “Protagonisti del mare”
al Com.te Salvatore Scotto di Santillo
“Per il notevole contributo che, da uomo di mare, ha saputo dare agli sviluppi dei progetti e della
ricerca scientifica oceanografica in Italia, assurgendo, progressivamente, a responsabilità di grande
rilievo nel Consiglio Nazionale delle Ricerche.”
Consegna il Premio l’amm. Gaetano Sodano
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
Domenico Pischedda
IL NAUFRAGIO
L
o so! Le storie di guerra, non sono certo piacevoli né divertenti, ma hanno
però un pregio: servono ad alimentare nelle giovani generazioni l’odio per
questo flagello umano, che scaglia l’uomo contro l’uomo come lupo famelico.
Ho sempre vivo nel cuore un tremendo ricordo, un ricordo che distanza di decenni,
riesce ancora a turbarmi e la mia mente cerca di scacciare disperatamente per non
farmi ancora soffrire…
Si era nel Settembre 1941. Mi trovavo nel pieno della seconda guerra mondiale
nell’isola di Lero in Egeo. L’isola faceva parte di dodici isole del “Dodecaneso”,
assegnate allo Stato italiano come: “Possedimento Italiano Dodecaneso”.
Facevo servizio come marinaio nel personale sanitario nell’infermeria dell’allora
Regia Marina.
L’infermeria, era in verità in piccolo Ospedale attrezzato con i più moderni ritrovati
di allora nel campo della medicina e della chirurgia, e con un’équipe di medici,
richiamati e no, veramente abili nella professione medico-chirurgica.
Un grande inconveniente, solito, per noi in Egeo, era la Posta. Ci arrivavano
notizie dai nostri cari in Italia, con notevole ritardo di mesi e mesi; erano povere
lettere, gualcite, censurate, stantie.
A turbare il tran-tran abituale del pomeriggio di quel mese di Settembre -sopra
accennato - il Comandate del Distaccamento infermieri (che era un capitano medico)
mi fece chiamare da un sottufficiale e mi disse, (con i dovuti modi) che era da Genova
arrivato un telegramma, nel quale, ahimè! Mi si annunciava la non lieta notizia che
mia madre era gravemente ammalata, colpita da un attacco di angina pectoris. (A
quel tempo tale malanno era davvero pericoloso, in quanto non esistevano ancora le
moderne terapie odierne che riescono a neutralizzarne la pericolosità!).
Il telegramma controfirmato oltre che dalla Capitaneria anche dal Maresciallo
dei Carabinieri, richiedeva d’urgenza la mia presenza con “licenza speciale” per
recarmi al capezzale di mia madre morente.
A tale notizia, rimasi come muto con un groppo alla gola, che sembrava soffocarmi.
Il Comandante, certo per il mio bene, mi sconsigliò di partire.
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
Vedi, mi disse: “I mezzi navali che si recano o che provengono dall’Italia, sono
decimati durante il viaggio dai mezzi subacquei nemici. Come vedi se tu partissi a
queste condizioni, sarebbe un quasi suicidio. Vi è poi ricordalo, la tardiva partenza
della nave che partirà dall’Italia fra tre giorni alla volta di Bari.
Ed il buon Comandante, proseguendo nel suo dire, mi fece presente che da Bari
fino ad arrivare a Genova le cose si sarebbero complicate, in quanto le ferrovie a
causa dei continui bombardamenti degli Anglo-Americani, erano interrotte in varie
zone e rese perciò inefficienti. Considerando poi che la buona mamma è stata colpita
da un attacco di Angina – Pectoris, non credo che arrivando con un grande ritardo,
purtroppo, la troveresti ancora in vita.
Ed il comandante, impotente a decidere per me, attese la mia risposta e si tacque.
Capivo che il lungo discorso fattomi dall’ufficiale era dettato dalla sua esperienza
di medico e chiesi: “Ma Comandante potrebbe anche guarire chi è colpito da questi
attacchi di cuore?
Alla mia domanda l’ufficiale, da buon medico, assentì e mi rincuorò: “Certo che
si può, se non guarire, almeno superare tali attacchi e vivere ancora lunghi anni,
come spero sia per tua madre.
Mi attaccai a quella speranza e decisi.
Tre giorni dopo ero di partenza col piroscafo per la tanto agognata Italia.
Fu un viaggio tranquillo, per quanto potesse essere tranquillo, un viaggio per
mare in tempo di guerra con l’insidia dei sommergibili sempre in agguato e il
micidiale intervento dei pericolosissimi aerei che arrivano improvvisi pari a falchi
assetati di sangue…
Dieci giorni dopo la partenza da Lero, nonostante i paventati pericoli su accennati,
potei abbracciare la mia adorata mamma convalescente.
La mia presenza indubbiamente gli dava forza. Nessun segno di una certa
importanza sembrava ricordare del suo malanno cardiaco… tanto più che a quel
tempo non si conoscevano terapie valide per gli attacchi d’angina-pectoris, i quali
si manifestavano in maniera acuta e di breve durata e solo pochi casi si potevano
superare momentaneamente.
Ai giorni attuali, invece, questo malanno si cura benissimo e si può campare
benissimo sino ai cento anni.
Come appunto dicevo, la mia mammona si era veramente rimessa bene in forze,
sembrava ringiovanita addirittura… anche se, debbo confessare, sentivo e capivo
che fingeva… per non farmi rimanere male.
Che dovevo fare in cambio? Mascherando la vera situazione, che non era poi
delle migliori, gli dicevo che ove io prestavo servizio tutto era calmo, che si viveva
tranquilli come in famiglia, non pericoli ad impensierirci ecc..
Passammo così i primi 20 giorni della mia licenza, dimentichi di tutto: guerra,
bombardamenti, amarezze, fame.
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IL NAUFRAGIO
Domenico Pischedda
Poi, poi purtroppo tutto ha fine. E giunse il triste giorno della mia partenza. (La
mamma era stata dichiarata guarita dalle competenti autorità sanitarie della Regia
Marina)
Ero, ovviamente, disperato! Alla capitaneria ricevetti i fogli di viaggio con una
variante: anziché farlo via mare, avrei dovuto fare il tragitto di ritorno alla “Base”
via terra, cioè con treno sino ad Atene in Grecia, dopo di che ovviamente via mare
sino all’isola di Lero. Si prospettava un viaggio lungo e chissà come…
Fui spedito a Venezia nella caserma deposito San Giorgio, se non vado errato.
Ricordo quella caserma carica di secoli, per un fatto curioso: aveva lettini di legno
per i marinai di passaggio, erano a due piani. Peccato, però, che questi lettini fossero
pieni zeppi di grosse affamatissime cimici, grosse come lenticchie. Me n’accorsi
subito la prima notte in cui dormii. Le luci spente. Una sola lampadina azzurrata
dava un tenue chiarore per vedere almeno dove si trovavano le brandine (o lettini
che dirsi voglia.)
Inoltre, dato il caldo asfissiante, vi era nel camerone un puzzo di piedi sudati da
far svenire.
Dieci giorni dopo il soggiorno nella Caserma di San Giorgio, fui messo in partenza
per la città di Mestre, da dove poi sarei partito con la “Tradotta pesante” alla volta
di Atene. Qui avremmo trovato altri ordini di partenza che ci avrebbero condotto
sino a destinazione.
Gli ordini venivano dati tappa per tappa, in maniera che nessuno potesse sapere
se e dove si andava. Tutto era quindi segreto.
Improvviso ordine! Si parte.
C’imbarcammo sulla “Tradotta Pesante”, che era poi un lunghissimo treno, con
decine di vagoni di terza classe con sedili di legno.
Il treno aveva due locomotive a carbone, poste, ovviamente, una in testa e l’altra
in coda ai vagoni.
A sera, si partì. Ognuno aveva il suo posto a sedere, sui “non certo” morbidi
sedili lignei. La prima notte la passammo a rigirarci incessantemente senza poter
prendere sonno.
Si arrivò a Trieste, poi Postumia, Zagabria, Belgrado. Dopo Zagabria, il paesaggio
mutò: grandi foreste conifere, pini rigogliosi e abeti a non finire.
Si viaggiava solo la notte e con velocità ridottissima (a passo d’uomo). Questa
prudenza era suggerita dall’esperienza. Gruppi di partigiani slavi, operavano protetti
da quella folta vegetazione che costeggiava la linea ferroviaria, sparando
all’impazzata e improvvisamente sul treno, per poi svanire, altrettanto
improvvisamente nel nulla, senza, possibilmente, attendere la nostra reazione.
Quei certamente valorosi uomini, operavano alla macchia in difesa della loro
terra, facendo saltare i Ponti dove saremmo dovuti transitare noi con la Tradotta e
che i non meno valorosi genieri italiani, si presumevano di ricostruire.
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
Buon per noi che davanti al nostro treno, viaggiasse in perlustrazione un mezzo
locomotore, perfettamente autonomo e armato come una piccola fortezza. Se da
bordo notava qualcosa di sospetto, si fermava la perlustrazione per comunicarcene
prontamente la notizia, in modo che il nostro convoglio si fermasse sino a quando
tutto fosse ritornato normale, magari dopo piccole battaglie.
Anche il nostro trenone, che come sappiamo era bene armato, e poteva far fronte
alle sfuriate dei gruppi armati dei guerriglieri slavi, ebbe modo di farsi conoscere
in maniera decisa e senza tentennamenti.
Eravamo forti, come già si sa, di due grosse mitragliatrici davanti e in coda al
trenone. Noi nell’equipaggio eravamo dotati di un moschetto del tipo di quelli dei
carabinieri, con caricatori di proiettili normali a mitraglia, ben risposti nelle capaci
“buffetterie”, che ci permisero di ben figurare in qualche sporadico scontro.
Insomma carissimi amici, fu certamente un viaggio, insoliti per marinai ma
movimentato e non privo di forti emozioni… che ovviamente evito di narrare, per
non andare (come suole dirsi) fuori del seminato.
In quel lungo serpente… di vagoni ferroviari, che si snodavano fra montagne
segnate da profondi burroni e da mille insidie, noi vi passammo quaranta lunghi
giorni con rispettive notti.
Roba, amici, da chiodi! Si era Novembre appena iniziato, eppure attraversammo
Paesi e zone ricoperte di spessi strati di neve e giaccio… ve lo figurate noi? Con
una sola coperta a proteggerci dentro a quelle ghiacciaie che erano i vagoni che ci
davano asilo.
Pensate che molti soldati e marinai – come me provenienti da una licenza, erano
vestiti e privi della capotta.
Una vera delizia per i nostri bronchi non avvezzi a climi freddi, non protetti da
adeguato equipaggiamento.
Tutti o quasi, eravamo preda di raffreddori o altri malanni invernali.
L’unica medicina valida in quel frangente, fu per noi, il poter corroborare le vie
respiratorie con un sorsetto di grappa che potemmo ogni tanto rimediare,
barattandola con i contadini Croati o Serbi o d’altre razze delle varie zone del
posto, proponendo loro: bottiglie vuote dei nostri vini, (ricercatissime in quei luoghi
in tempo di guerra) o indumenti vari come calzini e corpetti ecc…
Con questo mercato, si riusciva alleggerendo, purtroppo, i nostri capi di vestiario…
intimo, e con le bottiglie vuote, ad avere la possibilità di masticare delle buone
fragranti pagnotte di mais o fagioli lessi o piccole porzioni di buona grappa nostrana.
Solo così, potemmo toglierci l’appetito che minacciava di tramutarsi in fame e
(con l’aiuto della grappa che dava fuoco al corpo, aiutati dai nostri vent’anni) si
potevano vincere i batteri e i bacilli e microbi di ogni specie che tentavano di
debilitare i nostri organismi.
Il menù di bordo era costituito da una gavetta di buon brodo entro cui galleggiava
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IL NAUFRAGIO
Domenico Pischedda
un bel pezzo di carne grassa e magra, gallette del tipo “Marina” e a volte, patate
lesse condite di olio e, raramente, verdure cotte o marmellata solida. Menù poco
variato, monotono, ma sano.
A bordo del trenone la cucina della fanteria (cui era affidata) era a quell’epoca
meno ricca di quella di cui godeva la Regia Marina.
A farla corta, si arrivò, con nostro gran sollievo, ad Atene.
Una città vasta, da cui visibile da ogni parte si stagliava la celebre collina ove da
millenni riposano le vestigia dell’Acropoli…
Con dei pullman raggiungemmo il Porto del Pireo e c’imbarcammo sulla “Nave
Argentina”, un vecchio rudere di circa diecimila tonnellate adibito a Caserma –
deposito per i marinai di passaggio. Si stette per una ventina di giorni su quella
Nave Deposito, quindi, altro imbarco.
Questa volta prendemmo posto sull’Incrociatore ausiliario “Calino”.
Eravamo tutti i marinai diretti alle basi di Lero e dell’Isola delle Rose… cioè:
RODI!
A bordo della Calino, il comandante ci fece un discorsetto per nulla
tranquillizzante: marinai ci disse. Il nostro viaggio non sarà dei più facili. È mio
dovere dirvelo chiaro e tondo. Siamo in guerra ed è perfettamente inutile
nasconderne i pericoli che ci attendono.
Bisogna quindi prepararsi al peggio onde limitarne, possibilmente, i danni… e
così, di questo passo e su quel tono, il bravo Comandante ci consiglio calma e
sangue freddo nel caso fossimo stati attaccati dal nemico.
Ognuno di noi ebbimo il nostro posto di combattimento; chi come aiuto alle
mitraglie di bordo, chi ai cannoni, ecc.
Per alcuni giorni si fecero manovre con “finti allarmi” allo scopo di renderci
allenati e pronti, sia all’offesa, che alla difesa, o… alla malaugurata opera di
salvataggio in caso d’affondamento della nave stessa. Poi, da un momento all’altro,
improvvisamente, si partì!
Vi dirò che è un poco lusinghiero presagio, come un fastidioso presentimento, si
rendeva irrequieto e nervoso; non mi lasciò per tutto il viaggio. Sinceramente,
debbo dire, e non per scusarmi, che in fondo non era paura, ma un qualcosa di
terribile, di subdolo, che senti sopra il tuo capo, come una pesante cappa che sembra
schiacciarti…
Ma nonostante i miei brutti pensieri, la “Calino” viaggiava tranquillamente in
compagnia di altre tre navi trasporto cariche di soldati e marinai diretti a Rodi e in
terra d’Africa.
Eravamo scortati nel viaggio da tre torpediniere a “tre pipe“ (cioè a tre ciminiere),
che formavano il tutto del nostro convoglio.
A notte, dopo aver oltrepassato il Canale di Corinto, si era in pieno Mar Egeo…
Un mare carico di storia e bello, con infinite Isole e Isolette che spuntavano dalle
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acque come meravigliosi paesini da Presepe.
Sapevamo che tra quelle isole erano frequenti gli agguati dei sottomarini inglesi
e greci, e quindi restavamo in febbrile attesa e si viaggiava con scarpe slacciate e
senza cinghia nei pantaloni, pronti a liberarsi dagli indumenti che ci avrebbero
appesantito in caso di naufragio, e con il salvagente di sughero che tenemmo
indossato per tutta la durata del viaggio.
In ogni modo tutto filava (o almeno ci sembrava) per il verso giusto. Le tenebre
avvolgevano mare e cielo.
Si sentiva solo il rumore affannoso dei motori e lo sciabordare monotono dei
flutti sui fianchi della nostra nave. Io e altri, liberi dai turni di guardia andammo a
dormire con una certa tranquillità.
Sognammo cose belle: la fine della guerra, i volti dei nostri cari lontani, della
mamma, della fidanzata… che altro potevamo sognare noi giovani nel fiore degli
anni, mandati allo sbaraglio in una guerra non sentita e fuori del sacro territorio
nazionale?
Purtroppo però i nostri sogni, belle o brutti, durano poco.
Improvvisamente la campana d’allarme suonò il su poco lieto canto.
Ci svegliammo di botto col cuore in gola e ci precipitammo ognuno al suo posto
di combattimento…
Si era intontiti dal sonno e agivamo come degli automi, col ritmo cardiaco al
galoppo e gli occhi sbarrati nel nulla della notte, temendo di essere silurati da un
momento all’altro.
Guardammo il mare, aiutati ora dalla luce dei fari che sciabolavano per ogni
verso… Nulla!
L’alba stava appena, timidamente nascendo ad oriente; una striscia rossa come
fuoco, ci avvertiva che il sole, pigramente, si stava svegliando. Ad un tratto, terribile,
udimmo una spaventosa esplosione.
Davanti a noi, a capo del convoglio, una nostra grande Nave Trasporto era stata
colpita (come sapemmo dopo) da una coppia di siluri inglese lanciati, ovviamente,
da un sommergibile in agguato.
Ancora, incessantemente i fari delle nostre navi, scandagliarono il mare in ogni
direzione, in cerca del Lupo d’acciaio… ma tutto fu inutile. Dalla nave silurata, si
era levata sino al cielo una colonna d’acqua e fuoco, mentre le nostre vecchie, ma
coraggiose, torpediniere, filavano a gran velocità come levrieri, facendo giri
concentrici sempre più stretti e lanciando a mare le loro “micidiali” bombe di
profondità allo scopo di beccare il sottomarino, certamente ormai al sicuro entro
qualche rifugio sottomarino o addirittura entro acque tranquille, fuori del raggio
d’azione delle nostre valorose torpediniere che operavano eroicamente col rischio
esse stesse di venire colpite.
Dalla nave ferita, provenivano scoppi che laceravano sinistramente l’aria…
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IL NAUFRAGIO
Domenico Pischedda
L’intero convoglio, per ordini ricevuti, proseguì la navigazione senza fermarsi a
raccogliere o aiutare in qualche modo i naufraghi.
Purtroppo, quest’ordine era giusto, anche se a noi lì per lì, sembrava ingiusto! Il
fermare le navi per soccorrere i naufraghi, poneva in pericolo la vita di migliaia di
soldati imbarcati sul convoglio che sarebbero divenuti facile preda dei siluri nemici.
Altri mezzi, prontamente richiesti dal comando – convoglio, sarebbero venuti a
porre in salvo i superstiti, dalle vicine Basi Egee.
Noi passammo a tutta velocità, per quanto era possibile coi motori un poco
anzianotti, davanti alla sfortunata nave silurata.
Sembrava (essa) voler affondare con riluttanza la sua possente prua nelle acque
avide di quel mare, che tante volte aveva solcato col canto festoso di tanti giovani
militari… Vedevamo, con il pianto in gola, i fanti e gli alpini (di cui la Nave
agonizzante era piena e che avrebbero da Rodi dovuto proseguire per l’Africa)
brulicare sopra coperta come formiche impazzite, urlando disperatamente aiuto e
cercando la salvezza fra quel grandinare di schegge roventi nell’infernale turbinio
di scoppi e fuoco.
Molti riuscirono a gettarsi a mare cercando a larghe bracciate, (per quanto lo
permetteva l’ingombrante salvagente di sughero) di allontanarsi dalla nave morente,
che li avrebbe (se vicini) risucchiati nel vortice del suo affondamento.
Allontanandoci, vedemmo ancora la prua di quella sfortunata nave inalberarsi
verticalmente e affondare, affondare, mentre forti sussulti ne squassavano la chiglia;
sembrava che la nave singhiozzasse per non aver potuto portare quei poveri ragazzi
a compimento del loro viaggio e che ora brancolavano fra le braccia della morte, in
quel mare che la nafta fuoriuscita minacciava di cambiare in lago di fuoco, entro
cui molte giovani vite si sarebbero spente fra atroci sofferenze.
Lontani ormai, udimmo un tremendo boato e una montagna d’acqua, in un assurdo
gioco di fiamme e spuma, s’alzo sino al cielo e per poi seppellire la poppa quasi
sommersa.
Noi, piangenti per tanto strazio, volgemmo lo sguardo per non vedere ancora,
mentre il cuore in petto sembrava non reggere all’orrore di quella scena e il
singhiozzo represso attanagliava la gola.
Sicura (e direi felice) la nostra bella nave filava verso sud, per toglierci dal quella
zona disgraziata e darci la salvezza…
Questa, amici, la storia del mio viaggio di ritorno da una licenza speciale da
Genova all’isola di Lero in Egeo nel Gennaio del 1942.
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Circolo
Ufficiali
Marina
Mercantile
Riposto
Comune
di
Riposto
Provincia
Regionale
Catania
AZIENDA
PROVINCIALE TURISMO
CATANIA
Premio Nazionale
Artemare ‘99 XXV Edizione
Canzone Fatti di bordo Gastronomia
Narrativa Pittura Modellismo
Protagonisti del mare
Foto Nino Musumeci - Giarre
sul tema “L’uomo e il mare”
Corso Italia, 70 - ore 10/13 e 18/21
24 / 30 luglio mostra di pittura e modellismo navale
31 luglio / 6 agosto mostra di pittura riservata ai
vincitori delle passate edizioni
Piazza S. Pietro ore 21.00
Mercoledì 4 agosto: Festival Canzone marinara 1999 XIII ediz.
Giovedì 5 agosto: Festival riservato canzoni vincitrici passate edizioni
Venerdì 6 agosto: Festival Europeo della Canzone marinara
Direttore artistico: M.° Rino Bertino - Audio/luci: Sound Service
Servizio fotografico: Nino Musumeci Giarre - Regia: D. Auditore e M. Giammona
Terrazza Istituto Tecnico Nautico di Riposto - Sabato 7 agosto - ore 20,30
Consegna Borse di Studio e Premi Artemare - Presentazione XI volume “Storie e racconti di mare”
Premio Protagonisti del mare
Cap.Corv. Corrado Gamberini - Ten.Vasc. Saverio Prencipe - Com.te Salvatore Scotto di Santillo
Premio Città di Riposto: gr. uff. Alfio Di Maria
Presenta Anna Pavone
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
Annapaola De Santis
IL MARE CHE IO CONOSCO
L
a spiaggia è disastrosamente caotica. Oggetti insoliti al posto di conchiglie o
granchi.
Immondizia ovunque.
Il mare è calmo, quasi inquietante.
Sembra innocente, come non fosse opera sua.
Inizio a camminare lungo la riva e una ciabatta attira la mia attenzione. È rossa
ed è grande (forse un quarantuno). Forse era di un uomo, sì, un uomo sposato con
un figlio. Probabilmente aveva messo le ciabatte per raggiungere la riva dal suo
ombrellone, che era un po’ distante.
Quando la spiaggia è affollata chi arriva un po’ più tardi deve sistemarsi lontano
dal mare.
E la sabbia è già bollente… ecco perché ha messo le ciabatte. Poi arrivato a riva,
le ha tolte per fare il bagno con suo figlio. Si è trattenuto in acqua perché faceva
caldo, e certo un’onda più lunga ha rubato la sua ciabatta rossa, una sola, quella
spostata un po’ più avanti e l’ha portata via.
Il mare l’ha tenuta per giorni, forse anche un mese.
Poi l’ha portata qui.
Magari l’uomo col figlio non era qui il giorno che ha perduto la ciabatta rossa,
può darsi che non fosse nemmeno in questa spiaggia.
Fammi riflettere. Questo mare, quale altra terra bagna?
Non lo so con esattezza, comunque potrei rimetterla in acqua, così arriverebbe là
da dove è partita.
Mentre penso questo, mi accorgo che il mare è di un colore strano, non è azzurro.
È di un colore scuro, marrone, (inquietante)
Non l’ho mai visto così.
*************
Il mare che io conosco ha il colore del cielo, si confonde con esso.
Oggi invece il cielo è separato dal mare da una linea inconfondibile, sembra uno
di quei disegni che ti fanno fare a scuola. Quando sei bambino. Dove tutto è
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
perfettamente distinto, il mare, il cielo, le nuvole.
E sul mare la barca, con la vela bianca e rossa.
Anche a me l’avevano insegnato così quando avevo sette anni. Ricordo che
quando poi venivo al mare la domenica, cercavo sempre quella barca, ma non la
trovavo.
Erano tutte diverse.
Alcune avevano i pedali, come le biciclette, ma non avevano la vela bianca e
rossa. Quelle che le somigliavano di più erano quelle dei pescatori, ma neanche
queste mi piacevano.
Anche io e la mia famiglia arrivavamo tardi al mare, come il signore della ciabatta
rossa, e quindi dovevamo metterci lontano dalla riva, (non c’era posto).
Però per andare a fare il bagno, io e mio fratello non mettevamo le ciabatte.
Facevamo una corsa, e chi arrivava primo vinceva.
Non ricordo cosa.
Mi piaceva raccogliere conchiglie, soprattutto quelle bucate che poi usavo come
ciondoli per collane. Oggi non vedo conchiglie.
***************
Non vedo più nemmeno la ciabatta rossa.
Devo aver camminato un bel po’, immersa nei miei pensieri.
Ora mi sto avvicinando a qualcosa di molto grosso.
C’è una strana puzza, che a tratti diventa irrespirabile.
Un signore con una bambina guardano quella cosa, la bambina sembra
particolarmente incuriosita.
Sto a tre, quattro metri da loro.
Mi blocco.
Non posso più andare avanti.
Capisco che è una carcassa; forse un vitello, o un puledro. Comunque qualcosa
che non voglio vedere da vicino. Indietreggio.
Le mosche ronzano intorno a quella cosa tremendamente gonfia.
Cosa facevi stupido animale? Volevi vedere il mare in tempesta?
Ti sei avvicinato troppo e lui ti ha portato via, senza chiederti nulla. Ti ha solo
strappato alla terra per portarti lontano.
***************
Non voglio più guardarmi intorno, voglio raggiungere la mia auto e tornarmene
in città.
Cammino in fretta.
Guardo verso la strada, “Bar Le Vele”, sono arrivata, altri venti metri e c’è la mia
macchina.
Mi fermo un momento, guardo il mare poi la spiaggia; e ancora una cosa attira la
mia attenzione, è una lampadina.
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IL MARE CHE IO CONOSCO
Annapaola De Santis
La raccolgo, la rigiro tra le mani, non è rotta.
Questo mi sembra pazzesco. Non riesco a credere che la forza impetuosa del
mare abbia ucciso e insieme abbia portato sulla spiaggia una lampadina
perfettamente integra.
Una lampadina che non servirà a nessuno, che non farà più luce…
Non so cosa significa tutto questo. Prendo con me la lampadina e raggiungo la
mia auto.
*****************
Tornerò a vedere il mare quando sarà di nuovo azzurro. Siederò su quello scoglio
e ascolterò la dolce nenia delle onde che infrangono su esso.
E ricomincerò ad amarlo.
Il preside dell’Istituto Nautico di Riposto prof. Innorta, il sindaco di Riposto on.le Carmelo D’Urso, il
direttore del Settore navigazione del Gruppo Ferrovie dello Stato Francesco Ceci, il prof. universitario
Salvatore Grasso
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
Il Circolo conferisce il Premio speciale “Targa d’argento al merito”
Ai Direttori di macchina Giuseppe Bonaccorsi e Mario Calabrò
“Per i numerosi anni trascorsi su tutti i mari della Terra e su ogni tipo di nave, il Ministero della
Marina Mercantile gli ha conferito la Medaglia d’oro per la lunga navigazione. La nostra “Targa
d’argento al merito” vuole essere il riconoscimento ai due uomini di mare, per avere espletato il loro
compito con alta professionalità e senso del dovere, esempio encomiabile per tanti giovani che vogliono
intraprendere la carriera marittima.”
Consegna i Premi l’on.le Antonino Amendolia
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
Vincenzo Galvagno
UNA STORIA DI DOLORE
Q
uelle onde, gioia dei bimbi e sollazzo delle signore nelle ore di quiete durante
la canicola, dapprima rimescolate con misurata cadenza e, via via, incalzate
dal vento con crescente violenza, scuotevano la costa sollevando gigantesche
montagne d’acqua verso il cielo, schizzando lontane cascate di schiuma sulla sciara,
fino a lambire la mulattiera dei corsari, che, unica, consentiva di congiungere la
costa, dopo un erto percorso sinuoso, alla sonnolenta borgata.
Tutto ad un tratto, però, le contrastanti forze della natura sembravano essersi
dato convegno attorno all’Arcipelago per affrontarsi in una cruenta battaglia. Sicché
quella pace e tranquillità, che sino ad alcuni momenti prima avevano lasciato
presagire una radiosa giornata d’estate, come d’incanto si trasformarono in
un’esplosiva miscela infernale di lampi abbaglianti e saette che squarciavano il
cielo, in piogge torrenziali avvolgenti e tuoni assordanti, il cui cupo boato, misto a
quello perenne dello Stromboli, scuoteva le bianche casette e tutta la terra attorno,
dissolvendosi veloce, con un rantolìo cavernoso, lungo contrade lontane. Sembrava
volesse scoppiare, per la seconda volta, il diluvio universale.
Da lontano, confusa con l’immenso frastuono della tempesta, giungeva continua
l’eco di segnali sonori, delle navi in transito, che colte dall’improvviso fortunale,
lanciavano come per darsi la voce le une con le altre, o per farsi coraggio.
Nel borgo, posto in posizione preminente rispetto alla sciataraia, che si spargeva
uniforme lungo tutta la costa, le tremule luci dei lampioni, scosse dal vento,
ondeggiavano come allegri fantasmi, mentre la grande campana di S. Vincenzo
ripeteva con ritmata cadenza i lugubri rintocchi, che si perdevano lontano sul mare
sino a Capo Milazzo. Tuttavia era di riferimento e conforto, nelle ore di tempesta,
per quanti si trovavano sul mare.
Le barche del luogo, intanto, colte dall’improvviso fortunale, alle prime avvisaglie,
prudentemente, avevano cercato di guadagnarsi la riva, spinte da mani esperte e vigorose.
Qualche pescatore, tra i tanti, anziché ringraziare il cielo per lo scampato pericolo,
recriminando per il pescato perduto, calava in terra tutti i santi del Paradiso; mentre
altri, in silenzio e frettolosamente, legavano alla meglio i loro legni agli scogli,
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raccogliendo, in fretta e furia, reti, nasse, lampare e remi per preservarli da ogni
possibile pericolo.
Tutti, però, guardandosi di traverso andavano disponendosi gli uni accanto agli altri
aspettando, rannicchiati fra le anfrattuosità rocciose del posto, il placarsi della tempesta.
Nell’attesa qualcuno di loro, come per antico costume, si mise a recitare ad alta
voce la preghiera del marinaio, invocando, con uno strano rituale di sapore
paganeggiante, le divinità del vento e del mare affinché, muovendosi a pietà,
potessero risparmiare il mondo creato.
Ciò, naturalmente, veniva fatto non tanto perché ci credessero quanto per attenuare
la tensione, che, col passare dei minuti, si era creata nell’animo di tutti, mentre se
ne stavano aggiaccati bisbigliando confuse parole, che manifestavano lo stato
d’animo di ciascuno:
“Quest’inferno non sembra volere finire!”, “Mi sta facendo uscire di senno!”,
“Si sta portando il cervello...”, “Sembra un maremoto...”
Il più vecchio di tutti, che nella sua lunga vita di marinaio ne aveva viste tante ed
aveva, perciò, avuto modo di conoscere il valore degli uomini davanti al pericolo,
pur dimostrando sufficiente sangue freddo, pensò fosse necessario intervenire per
invitarli alla calma: “Ragazzi, non è niente!... Vedete? Quando il cielo ha la fregola
e si scontra col mare per fare l’amore ogni uomo di mare deve imparare ad
aspettare... Possono trascorrere giorni, ma, prima o poi, si separano... Ridete?
Meglio così!…Può capitare anche che dopo il primo abbraccio il cielo si stanca...
Mi capite, no?... Allora lentamente le nuvole si ritirano ed il mare si placa lasciando
la povera terra un po’ malconcia…I marosi si placano ed il mare ritorna calmo e
piatto come una tavola... D’altronde non è così anche la nostra vita?... Tutto il
mondo comunque lo giriate e voltate si rassomiglia… pure se molte cose sembrano
diverse da una parte all’altra... La sostanza, però, non cambia!...”
Intanto che il tempo passava, quegli istanti trascorsi al riparo tra gli scogli
sembravano eterni, anche se l’attenzione generale era sempre attratta dai lampi
continui e dai tuoni o dall’infrangersi rumoroso delle onde, che, spinte dal vento, si
sollevavano alte sbattendo con grande violenza ovunque. Persino gli enormi macigni,
posti a riparo della sciara, tremavano, mentre l’esile mulattiera si era trasformata in
una sorta di torrente in piena.
Ad un certo punto, tra un bagliore di lampi e una saetta, alcuni di loro notarono
la presenza di Fido, che se ne stava accucciato accanto al vecchio: “E il…?” Ma
don Pasquale, che aveva taciuto sulle prime le sue preoccupazioni, ora leggeva sul
volto dei suoi compagni le espressioni che si sussurravano tra loro: “...Guarda più
in là... dietro al muretto!”, “Allora?... No?...”. E, in un batter d’occhio, si contarono
tutti, ma di “Turi, aricchi a sventula” neanche l’ombra. E la ricerca terminò là
dove l’ultimo della compagnia scosse la testa negativamente...
Si contarono e ricontarono più volte, ripetutamente, ma nulla! E ciò che a tutti
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inizialmente era sembrato come uno strano presentimento all’improvviso assunse
i contorni di una tragica realtà.
Ciascuno, allora, quasi a volersi dare una spiegazione logica, rivolgeva la sua
attenzione verso il vecchio per cogliere nei tratti del suo volto una qualche
espressione, un possibile dubbio, qualcosa che infondesse loro un filo di speranza.
Ma la maschera impenetrabile del volto del “pescespada” non mostrava alcuna
emozione, anzi avvertendo una certa tensione nell’aria, commentò a bassa voce:
“…forse se n’è andato a casa...” Ma la cosa non persuadeva più di tanto nessuno,
tant’è che i più vicini, con rispetto dovuta alla barba, costernati aggiungevano:
“...sì, può essere... Ma il cane?”. E don Pasquale senza darla a vedere continuava:
“Pino, non ti spaventare prima che il tuono arrivi... Tante volte il cane s’accuccia
accanto a me per affetto... Questo, però, non significa niente!...”.
E mentre così farfugliavano il vento cominciava a smorzare improvvisamente la
sua virulenza, consentendo alla pioggia di attenuare un po’ la sua avvolgente furia,
anche se più battente nei suoi violenti rovesci. Alla fine, come per incanto, cessò di
cadere completamente, mentre il fragore assordante dei tuoni ed i bagliori accecanti
dei lampi si allontanavano, pur squarciando il cielo dall’alto verso il mare verso le
crepuscolari montagne calabre.
Quel cielo, dapprima oscuro come la pece, ora cominciava a schiarirsi, ad aprirsi
dolcemente, vestendosi di tonalità diverse, che dall’azzurro intenso andavano
scemando verso il turchino opaco, per diventare improvvisamente celeste chiaro,
piacevolmente leggero, quasi a volere ispirare sentimenti di pace e tranquillità nel
mondo sottostante.
Sul mare, in lontananza, cominciavano ad intravedersi, come apparse dal nulla, le
antenne oscillanti delle feluche e delle spadare, che, con le loro passerelle deserte
oscillanti, stese in cima alle prue, scorrevano veloci verso il sole, i cui fasci di raggi
facevano ormai capolino da dietro alle residue nubi, che si allontanavano nel cielo.
Lungo la sciataria, intanto, sospinte dall’eco delle onde, s’udivano confuse parole
incomprensibili provenire dal mare. Erano quelle gridate dai pescatori, posti in
cima alle antenne o sulle fiancate degli scafi, che frugavano la superficie del mare
nella speranza di rintracciare l’argentea sagoma del pescespada, Poi, mentre si
spingevano sempre più verso il largo, scomparivano come fossero rapite dall’ampio
Tirreno, lasciando dietro di loro, che si dirigevano verso il golfo di Bagnara o
lungo le sponde dello Stretto di Messina, solo il rumore dei motori, che andava
sempre più sfumandosi.
Sulla sciara, passata la tempesta, usciti dai loro temporanei rifugi, tutti i pescatori
cercavano di scrollarsi da dosso il gelido torpore della paura. E come rinati, presi
subito dall’assillante pensiero per il loro compagno, corsero a controllare le barche,
ma il posto in cui veniva tirato il legno di “compare Turi” era completamente
vuoto: “...Non c’è niente!... Chissà dove sarà andato... Forse è come ha detto don
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Pasquale o forse non è riuscito ad arrivare alla sciataria...”, “...E’ rimasto fuori,
tagliato in mezzo a quell’inferno!...”
Malgrado tutto nessuno di loro osava credere a ciò che vedeva né ad accettare
una presunta realtà. Tutti, però, quasi istintivamente, cominciarono ad avanzare
verso il bagnasciuga nella remora speranza di scorgere qualcosa, forse anche un
misero niente, che potesse scacciare dal loro cuore ogni triste presagio... Ma nulla!...
Nulla!... E, allora, ammutoliti ed immobili cominciavano ad interrogarsi con lo
sguardo, aspettando che qualcuno, il più autorevole tra loro, prendesse una qualche
iniziativa. Ma chi?... Per fare cosa?...
E mentre così andavano pensando, dalle bianche, sparse case poste lungo le
scoscese balze rocciose del piccolo borgo, una ad una, dopo gli ultimi rintocchi
della campana di S. Vincenzo, cominciavano a scendere giù per l’antico sentiero,
sulla sciara le mogli, i figli e i parenti di quei pescatori, che, preoccupati e quasi
presaghi della tragedia, si portavano in silenzio accanto ai loro congiunti, formando
assieme a loro una sorta di muro del pianto.
Aspettavano, si guardavano, scrutavano ora il volto del padre, ora quello del
fratello o del marito, ora quello del cognato o del parente senza porre domande,
stando col fiato sospeso e osservando insieme lontano quella linea oscura, che
andava sempre più sbiadendosi col dissolversi delle ultime nuvole bianche, che
ancora lambivano le campagne di Capo Milazzo e la rupe di Tindari, che si stagliava
nel cielo quasi per implorare il Signore, o come qualcuno di loro pensava, il dio del
mare perché si muovesse a pietà e restituisse loro l’amico, o, almeno, facesse sorgere
in loro una qualche tenue speranza su ciò che ormai sembrava a tutti un’amara
realtà... Ma nulla, nulla!... Il mare, e qui lo sapevano tutti, il mare, quando prendeva,
difficilmente restituiva le sue prede e, quando, quella rara volta, lo faceva rendeva
più acuto il morso del dolore in quelli che restavano.
Tutto ad un tratto, come se fosse stato punto dalla tarantola, il vecchio, agitando
verso il cielo i suoi secchi pugni, si mise ad urlare come un forsennato verso i suoi
compagni.
Erano, le sue, parole confuse, risentite, pesate, che avevano il sapore, più che di uno
scuotimento, di un ordine cui, come un solo uomo, risposero tutti riprendendo velocemente
il mare, lasciandosi alle spalle, sulla sciataria, un’esile folla in preda alla disperazione.
Non una parola o una lacrima si poteva cogliere dai loro occhi, ma solo sguardi intensi,
occhi socchiusi frugare tra i flutti, esplorare la superficie del mare o i fondali nella speranza
di trovare una traccia, scorgere un misero oggetto appartenente allo scomparso.
E così, via via, a voltare e rivoltare con i remi le morbide zolle dell’aspro Tirreno;
per ore ed ore, sino a che la stanchezza non cominciò ad avere il sopravvento sulla
loro generosità fiaccando le braccia e rendendo quasi ciechi i loro occhi a contatto
col tremolìo luccicante delle acque. E proprio quando molti di loro erano sul punto
di abbandonare ecco, allora, una voce, un urlo ad incitarli a remare, a continuare, a
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chiamarsi per nome.
Alla fine, però, stremati ma non vinti, una alla volta, ripresero la via del ritorno,
verso quella sciara scoscesa, dove la folla di un’intera comunità, intanto, si era
riunita facendo ressa lungo gli stretti spazi della scogliera, mentre le donne, avvolte
nei loro scialli variopinti, stringevano al loro corpo i figli più piccoli, quasi a volerli
proteggere da un ignoto destino.
Ognuna di loro conosceva, direttamente o indirettamente, l’acre sapore delle
acque del mare e, perciò, in cuor loro, sia pure egoisticamente, ringraziavano il
cielo per averle risparmiate da quella terribile prova.
Purtroppo molte erano le croci che già in passato avevano segnato le bianche
case del piccolo borgo e quel mesto dolore, espresso con la loro presenza, si
mescolava a quello degli orfani, delle vedove, dei parenti, che piangevano, in quella
circostanza, nell’intimo dei loro cuori quanti avevano già pagato il prezzo per
guadagnarsi un tozzo di pane onesto.
La notizia della disgrazia, come spinta dal vento, si era sparsa in un baleno nelle
altre isole dell’Arcipelago e nel Capoluogo, tant’è che le redazioni di molte emittenti
private e di giornali locali inviarono subito sul posto i loro cronisti per buttare giù un
pezzo ricco di colore o d’immagini da offrire ai propri lettori o utenti.
Per un paio d’ore la vita sociale del borgo divenne oggetto di analisi, indagini,
storie particolari, anche se, poi, nella realtà l’evidenza della vita reale ed il degrado
sociale degli autoctoni finirono per diventare argomento di secondaria importanza
rispetto a quello principale rappresentato dalla disgrazia.
Quasi contemporaneamente, all’orizzonte, comparvero una vedetta della marina
militare e due aliscafi, appartenenti ad una società che gestiva il servizio di
collegamento da e per le Isole. Forse erano stati avvisati da qualche naviglio in
transito o dal parroco della S. Vincenzo. Sta di fatto che una volta giunti sul posto,
si diedero un gran da fare per scandagliare i fondali e la superficie del mare facendo
uso dei sofisticati strumenti che avevano a bordo.
Si poteva assistere, così, sia pure da lontano, ad un andirivieni di mezzi, che si
spostavano ora lentamente ed ora velocemente, con manovre apparentemente
inspiegabili, su scie già battute in precedenza. Essi ispezionavano parti di superfici
sempre più lontane, compiendo larghi giri, che alla fine sembravano concludersi
sempre verso un punto di partenza, coordinati dall’alto da un elicottero fatto venire
apposta da Maresicilia.
Dopo aver voltato e rivoltato per molte ore lo specchio d’acqua attorno all’Isola,
improvvisamente, così come erano apparse, quelle unità navali si allontanarono
oltre l’orizzonte, sparendo, in poco tempo, oltre quella linea piatta, che da lontano
indicava l’estrema punta di Capo Peloro. Ma dello scomparso nemmeno l’ombra.
Stremati dalla fatica, gli ultimi pescatori del borgo, alla fine, fecero ritorno alla
sciara, là dove le donne, in religioso silenzio, avvicinandosi alle barche,
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collaborarono a tirare a secco i loro legni.
E quando tutti furono a terra, quasi a voler dare idealmente l’ultimo addio al caro
amico scomparso, si rigirarono nuovamente verso quel punto indistinto di mare in
cui l’avevano visto per l’ultima volta, mentre la Madunnuzza, che da più di un
decennio solcava quei mari, rientrava stancamente da dove era partita.
Sembrava che il suo padrone non avesse pace e che avesse un conto in sospeso contro
le misteriose forze degli abissi cioè da quando il suo Poldo, il marito della figlia, un pezzo
di ragazzo slanciato e robusto come una quercia, dai capelli ricci e occhi neri come quelli
del Grifone, andato per mare tra un’isola e l’altra, non aveva più ritorno alla vecchia
sciataria, inghiottito, come tanti altri giovani della zona, nel nulla.
E sì che il vecchio quel ragazzo l’aveva tirato su con tutti i sette sacramenti, da
quando cioè bambino, rimasto orfano dei genitori, durante l’ultima guerra mondiale,
l’aveva raccolto e amato come fosse suo figlio, al punto che, quando s’era svezzato,
dopo aver fatto il servizio militare di leva in marina, non seppe rifiutare di dargli in
sposa la sua unica figlia, la luce degli occhi suoi. Finché un giorno, appunto quel
giorno bugiardo, un fortunale non ruppe l’armonia della sua famiglia e don Pasquale,
vedovo da sempre, poco mancò che non impazzisse dal dolore.
Così, da allora, il vecchio si mise a sfidare, con ogni tempo, quelle infide acque,
non badando alle porte dell’inferno che molte volte si aprivano attorno alla sua
barca; gridando sempre come un ossesso contro le tempeste il suo disprezzo e la
sua collera; usando espressioni poco ortodosse, che nella fantasia di chi l’ascoltava
assumevano un significato diverso, anche se erano sempre di invettiva contro i
geni che governavano gli abissi marini.
Ed in questa continua tenzone la Madunnuzza non lo aveva mai tradito una volta,
perché, forte come una rupe, gli aveva consentito di solcare sicuro ogni tipo di
mare e con ogni tempo, ma anche di prendere tanto pesce da servire non solo per i
bisogni della sua famiglia quanto per tutti quelli che lavoravano con lui.
In tutto l’Arcipelago la gente, ormai, lo conosceva molto bene e ne rispettava le
sue eccezionali doti pur non celando qualche punta di invidia per la resistenza
della sua barca, considerata giustamente la “Regina delle Isole Eolie”, ma anche
per lui, diventato una sorta di leggenda vivente dello Stromboli; un uomo che
conosceva bene il volto della paura, anche se, incurante, molte volte aveva sentito
l’alito beffardo della morte soffiargli sul collo, mentre girava e rigirava nel mare i
remi affilati del suo legno, quasi a volerne lasciare i segni violenti della sua rabbia,
pronunciando parole feroci e piene di quell’angoscia, che non l’avevano mai
abbandonato: “Poldo, Poldo, figlio mio, dove sei? Dove ti ha nascosto questa
carogna con gli occhi di fuoco? Perché non vuole che io venga da te?... Nel mio
cuore non c’è più pace!... Tu, perfido mare, tu sei un mostro, un dio senza pietà!...”
E così, in una sorta di monologo senza fine, continuava sino a quando non faceva
ritorno alla sciataria, là dove il suo pescato era il primo ad arrivare al mercato o a
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riempire le cucine dei ristoranti più rinomati. Anche se, dal ricavato, tolto quello
che spettava alla barca per diritto, secondo le antiche usanze del posto, il resto era
diviso con i compagni di pesca, fatta salva una parte cospicua, che, d’accordo con
gli altri, veniva regalata a quelle persone che soffrivano la fame per mancanza di
mezzi o perché impedite da motivi diversi. Già, perché anche in quel borgo, a parte
quel po’ di così detto turismo estivo, non esisteva altro che il mare o, per quanti non
sapevano adattarsi, la via dell’emigrazione in terre lontane.
Lui, il vecchio, queste cose le conosceva da sempre perché nella sua lunga vita di
pescatore ne aveva viste passare tante. E, quando usciva di casa, guardando i suoi ragazzi
che crescevano robusti e pieni di vita, tante volte, sorridendo, pensava che, magari un
giorno, la sua Madunnuzza poteva diventare la loro casa e ripetere nel mare la tradizione
di famiglia, per cui andava ripetendo sempre che: “Se fossero cresciuti come il loro padre
chissà, forse un giorno, avrebbero potuto farla d’oro quella barca...”
Quel giorno, però, quando venne giù dalla Madunnuzza tutti gli lessero sul volto
un’amarezza incontenibile, pere cui, quasi punti dalla vergogna, arretrarono dapprima
di qualche passo, salvo poi a corrergli incontro per aiutarlo a tirare la barca in secca…
Il vecchio lupo, mano a mano che gli altri pescatori si allargavano attorno a lui,
li guardava, uno ad uno, in faccia, come usa fare un padre coi propri figli, poi,
allargando le braccia, con un gesto di stizza, scagliò sulla rezza l’unico oggetto che
era riuscito a trovare fra le alghe galleggianti: un berretto di lana marrone che
compare Turi era solito portare calato sulle grandi orecchie a sventola quando usciva
di buon’ora per mare.
Tutti a vedere quell’oggetto rimasero senza fiato ed abbassarono gli occhi avvertendo
un senso di colpa per avere abbandonato le ricerche e lasciato solo il vecchio pescespada.
Poco distante un fotografo, intanto, continuava a scattare foto sull’unico reperto
recuperato. Forse, domani, inquadrato in un ottimo articolo, gli avrebbe fruttato
una discreta somma di danaro, facendo bella mostra di sé nella cronaca di qualche
giornale locale…
Di tanto in tanto i guaiti del cane si riunivano a quell’atmosfera piena di tristezza,
in cui i singhiozzi repressi di una donna, dall’apparente età di trent’anni, offrivano la
misura di quanto profondo fosse stato l’entità del dolore che l’aveva colpita, mentre
tutte le donne del borgo le stavano attorno per recarle conforto. Lei, intanto, china su
quel berretto, lo accarezzava e baciava come se si fosse trattato di una sacra reliquia,
stringendoselo al seno ed invocando ad alta voce il nome del caro congiunto: “Turi,
Turi, perché mi hai lasciato?”. E chi poteva darle una risposta?...
Alcune, le più vicine, cercavano di sorreggerla ma lei tutto ad un tratto, rizzandosi
in piedi, come punta dall’aculeo di un insetto, improvvisamente si diede alla fuga,
andando su per il sentiero roccioso, come una passa, gridando disperatamente al
cielo la sua sventura.
Il vecchio, che era rimasto in disparte, compenetrandosi nell’intimo dramma che
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quella poveraccia stava soffrendo, cominciò ad esortare le altre comari, che si stavano
attardando sulla sciataria a correrle dietro, per evitare che potesse compiere degli
atti inconsulti, mentre lui, guardando il mare, non la smetteva di borbottare parole
per i più prive di ogni senso: “...mare, che vigliacco che sei!... Non fai crediti ma
non vuoi avere neanche debiti... qualche volta sai restituirci gli spiccioli... Ma ora
che hai pareggiato il conto tu devi ricominciare a farci credito... Vuol dire che per
ultimo salderò io i conti per tutti prima di andarmene...”.
Con cinica indifferenza, un cronista, non visto, pur se osteggiato dal cane, che,
ringhiando, lo rincorreva da presso, lungo la sciara, usando molto savoir faire ed
indifferenza ed assumendo nel volto di circostanza, cominciò a porgli qualche
domanda, ricevendo, con toni irritati, delle risposte, che, almeno per lui, non avevano
senso : “Chi era, dove era nato, che faceva, quanti figli aveva?... Ma dico, vi sembra
questo il momento?... Quando capita una disgrazia come questa nessuno pensa a
chi è rimasto e a com’è rimasto…Solo quando il pesce aumenta di prezzo allora tutti
si chiedono dove lo hanno pescato e da dove lo hanno portato e se è fatto d’oro... Ma
che ne sapete voi quanti sacrifici e quante lacrime di sangue ci costa una rizzata?”
E osservandolo fisso negli occhi continuò : “Scrivete, scrivete pure! A mare non ci
sono locande e neanche taverne e quando entra la rema contraria lascia segni che
nessuno può cancellare mai più e... per chi rimane non c’è altra speranza che quella
che qualcuno, quando mangia, si ricorda almeno di chi soffre...”
Quindi, con la sua mano callosa, chinandosi, accarezzò sulla testa del cane, che, intanto,
lo guardava con quegli occhi glauchi come se avesse capito i suoi ragionamenti: “Eh,
bello mio, oramai ci dobbiamo rassegnare!... La vita, qualche volta, è fatta anche di
queste cose... Oggi è toccata a lui, domani…chi lo sa?…Forse tocca a me o a...”
Il cronista, come se il conto non fosse suo, continuava intanto a registrare, mentre
con la coda dell’occhio seguiva il comportamento degli altri, che, quasi in
processione, si allontanavano con la donna che sembrava un’Addolorata.
D’altronde cosa potevano farle? Il mare, anche se talvolta era crudele, restava
pur sempre la loro ragione di vita... Ognuno sin dalla nascita, da padre in figlio, per
generazioni, aveva imparato a gioire, a soffrire e a lottare con lui…Con lui, in quel
borgo, la gente si era, da sempre, confrontata vivendogli accanto, ascoltandolo ed
imparando ad interpretare i suoi umori e i suoi mormorii lenti e talora violenti,
come quelli di un’amante capricciosa ed esigente…
Quella gente, sin da quando aveva aperto gli occhi al mondo, gli aveva confidato
sempre ansie, pensieri, passioni, amori, accettando i suoi doni con umiltà e rispetto...
D’altronde di quei mormorii erano fatti anche i ricordi di tutti ed in quei mormorii
ognuno di loro aveva confuso le necessità della vita, come anche le disperazioni, le
disgrazie ed i continui pericoli, cui andava incontro e con cui, quotidianamente,
arricchiva quel misterioso corredo spirituale su cui si poggiava la credenza
individuale e di cui ognuno era portatore inconsapevole.
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Cresciuti in quell’atmosfera e con quella mentalità gli uomini del piccolo borgo
non potevano fare altro che andare per mare, sia pure per pescare, anche se, nei
momenti di dolore come quelli, il pensiero di molta parte dei giovani veniva, forse,
sfiorato dall’idea di intraprendere un altro mestiere meno rischioso, ammesso che
fosse stato possibile. Ma, per i più anziani, che già avevano speso tutto il loro
patrimonio genetico sul mare, cosa rimaneva?...
Per don Pasquale, che era stato da sempre una guida per quei ragazzi e che aveva
visto nascere e tirati su nell’arte della pesca, quella era una giornata veramente
nera. Per lui era un altro lembo della sua esistenza che veniva strappato e portato
via. E, nel suo intimo, sentiva crescere un senso di rabbia misto a quello di colpa
per non avere saputo capire l’umore del tempo... Lui, un vecchio lupo di mare,
tratto in inganno da una subdola bonaccia!...
Ma come poteva prevedere quell’improvviso sconvolgimento delle forze della
natura senza scorgere un qualche indizio nell’aria o nel lento fraseggio delle onde?
Con questi pensieri che gli rodevano la mente lentamente cominciò a risalire
verso casa, continuando a girarsi per riguardare quell’immensa distesa luccicante,
che ormai si presentava calma e serena e maledicendo la sorte matrigna, che,
ancorché vecchio, continuava a preferirlo ai più giovani, prendendosi gioco di lui.
E, digrignando i denti, come se si trovasse davanti ad un oscuro mistero, scagliava
anatemi contro quel dio marino ingiusto, che tante ferite continuava ad aprirgli
nell’anima: “...Tu sei un meschino, sei un uomo vile ed infame, un uomo senza cuore
e senza una coscienza!... E non venire a raccontarmi che non capisci, perché tu sai
che non è vero... Guardami!... Pure io ho i capelli bianchi, perciò niente discussioni
a vanvera, vigliacco ed infame uomo che si nasconde nell’ombra!...”
Chi lo sentiva, passandogli vicino e conoscendolo, capiva bene quegli impeti di
lucida pazzia, ma chi, invece, lo sentiva o lo vedeva per la prima volta poteva
anche pensare d’avere a che fare con un vecchio arteriosclerotico, cui l’età aveva
tolto gran parte del cervello.
Sulla sciataria deserta, intanto, accucciato accanto alla Madunuzza, era rimasto
solo Fido, che, forse, aspettava ancora il rientro del suo padrone.
Ogni tanto si alzava mettendosi a correre avanti ed indietro o saltando da uno
scoglio all’altro o spingendosi fin sul bagnasciuga per ritornare poi, quasi rassegnato
ed impaurito, in quell’angolo, accanto alla barca. Non sapeva darsi pace e le sue
ore trascorrevano annusando a destra e a manca o guardando il mare, riprendendo,
dopo alcuni istanti ad abbaiargli contro sino a quando non si stancava e andava a
rivisitare in silenzio gli angoli più riposti della scogliera, orinando qua e là per
ritrovarsi, alla fine, sotto la fiancata della Madunnuzza.
Col calare delle prime ombre della sera, quando cominciavano a scorgersi sulla
sponda di Capo Milazzo i primi segni di luminosità, il vecchio, scendendo per
l’antico, angusto sentiero, con l’inseparabile pipa di coccio stretta tra i denti, si
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riportò sulla sciara, dove, girando attorno alla sua barca, scorse quella povera bestia,
stanca e riarsa dal sole, stesa per terra. Non aveva più neanche la forza di scodinzolare
né di abbaiare.
Quasi in punta di piedi, senza farsi sentire, le si avvicinò alle spalle, e, una volta
accanto, con mano leggera, cominciò ad accarezzarla amorevolmente come se volesse
consolarla: “...Per te la speranza è l’ultima a morire, eh?... Ma, credi a me, ormai
non c’è più niente da fare... Eh, sì, ci siamo lavate le mani! Senti a me vienitene con
me a riposarti un poco... Domani ci dobbiamo alzare preso, se no, a casa, possono
battere i fianchi... Noialtri, purtroppo, di estate e di inverno, col tempo buono o
cattivo, di notte o di giorno, dobbiamo correre sempre dietro alla nostra stella. Senza
di quella non siamo niente... Avanti, dai, alzati e andiamocene!... Questa sera mi hai
fatto parlare assai... Su, facciamoci compagnia! Che ne dici?”
Nel borgo, intanto, conoscenti, amici e parenti, uno ad uno, cominciavano ad
andare per fare compagnia alla gnà Nunzia, che seduta su di una panca di legno, di
fronte alla porta d’ingresso, col capo coperto in una sorta di scialle nero portatole
dalla Filippa, continuava a piangere sommessamente con gli occhi rivolti verso il
centro della stanza, là dove, secondo l’usanza locale, sarebbe dovuto esserci il
lettino con il corpo del defunto. E, senza guardare nessuno in faccia, fra un
singhiozzo e l’altro continuava a ripetere, come se stesse recitando una litania: “
Questa ormai è una casa vuota senza di te, Turi del mio cuore... Te ne sei andato e
mi hai lasciato povera e pazza, peggio della sacrestana...”
Alcune di quelle donne, che le sedavano temporaneamente accanto e che
l’aiutavano, a modo loro, nei lamenti, le facevano coraggio: “Avete mille parte di
ragione, comare Nunzia, ma noi vi diciamo che sole a questo mondo non resta
nessuno... Esiste un Dio anche per chi rimane... Poveretto, invece, è quello che se
lo prende la morte... Ma vostro marito, a quest’ora, è sicuramente in Paradiso...
Lui era un bravo cristiano... Educato e, non per dire, rispettoso con tutti in maniera
speciale... Sempre pronto e pieno di premure e chi... è che non gli voleva bene?...”
E così, a turno, con molto garbo a raffinata ipocrisia femminile, tutte si davano a
tessere lodi enumerando qualità magari inesistenti dello scomparso, mentre gli uomini,
stando fuori l’uscio o appoggiati lungo la parete interna o agli stipiti della porta
d’ingresso, vestiti alla buona, con la barba incolta, sene stavano lì, impalati senza
dire una parola, stringendo in mano la coppola o fumando qualche sigaretta. Era
quello, anche, un modo di esprimere alla famiglia del defunto la propria solidarietà
ed il cordoglio, testimoniando alla vedova la disponibilità di non lasciarla sola.
Nei giorni successivi venne celebrata una Messa in suffragio e tutti i paesani,
grandi e piccoli, erano presenti per dimostrare alla gna Nunzia la benevolenza che
compare Tano godeva in paese, ma, anche, per renderle meno penosa la solitudine
in circostanze come quelle.
Persino don Pasquale, da cui sembrava che ogni sentimento umano fosse stato
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cancellato, una sera, accompagnato sempre da Fido, si avviò verso la casa delle
ginestre recando con sé una truscia contenente un pacco di pasta, del pane, del
latte per i bambini, del tritato di manzo, una bottiglia di salsa di pomodoro ed un
fiasco di vino liparoto.
Giunto davanti alla casa il cane si fermò sulla porta suscitando nel vecchio
pescespada molta tenerezza: “Che fai, non entri?... Eppure questa, una volta, era
la tua casa... Ah, ho capito!... Non ti può il cuore... Ma a questi poveracci qualcuno
deve pure pensarli, se no come campano?... Non te li ricordi più quei bambini?...
Ma sì, ho capito, non ce la fai!... Lasciamo perdere, va’!... Aspettami fuori, non te
n’andare!...”
Quasi gli mancasse la parola, il cane si sdraiò fuori dell’uscio lasciando che il
vecchio, senza chiedere permesso o salutare, come se si fosse casa sua, si avviasse
verso l’angusta cucina, annessa all’unico vano, di cui era costituita la casa, e che, a
secondo delle ore della giornata o delle circostanze, veniva trasformata in stanza
da pranzo, da ricevimento o in stanza da letto.
Lì, infilò del carbone in una specie di fornacella e, a furia di soffiare con un
pezzo di cartone o con la bocca, alla fine riuscì ad accenderlo riempiendo una casa
di fumo, non senza, però, aver ricordato i santi del posto ; quindi vi pose sopra una
pentola di coccio piena d’acqua e la mise a bollire. Poi, tornando indietro, si avvicinò
verso un angolo, in cui come una gatta bastonata si era sistemata la gna Nunzia e,
con tono perentorio, com’era suo solito, le rivolse parole che a modo suo erano di
conforto, mentre alla figlia, che intanto gli era corsa dietro, soggiunse: “...Senti
Maria, dato che ci sei tu qui, datti da fare, se no qui chiudiamo bottega... Anzi,
facciamo una cosa, per questa sera sarebbe meglio se tu restassi qui con lei... Per
i nostri figli ci penso io...”
E gettando un sospiro di sollievo, salutando, se ne andò via, come sempre, col capo
chino, seguito a poca distanza dal cane con cui ormai aveva fatto coppia fissa.
Le giornate successive trascorsero tranquille e sempre uguali, immerse in quel
rituale tran tran della vita quotidiana locale, mentre la gna Nunzia, aiutata dal
vicinato, che s’era dato un gran da fare, fu subito accasata come domestica presso
una buona famiglia di Milazzo, ed i bambini, dietro personale interessamento del
Maresciallo dei Carabinieri, vennero sistemati in un vicino collegio.
Fido ormai continuava a trascorrere gran parte delle sue giornate giù alla sciataria
diventando il passatempo e l’amico di tutti i pescatori. Alla sera, però, o durante le ore
di canicola, si accompagnava sempre a don Pasquale, con cui l’intesa era diventata
perfetta…
Quando, per esempio, la Madunnuzza andava per mare, come al tempo di compare
Turi, esso restava accucciato al posto della barca sino a quando non la vedeva
comparire. Solo allora, scodinzolando e abbaiando, si avvicinava alla riva saltandovi
dentro, manifestando tutta la sua contentezza e ricevendo in premio carezze
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affettuose e pacche sul dorso. Poi, saltando giù, sul litorale, restava fermo come
una sentinella sino a quando la barca non veniva tirata a secco, riportandosi, alla
fine, accanto al vecchio, nella cui gamba andava a strisciare.
In una delle tante serate, rientrando dalla pesca, don Pasquale, anziché risalire
dritto verso casa, sentì il bisogno di sedersi su uno dei tanti scogli della sciataria,
illuminata da una bella luna piena, con l’intento di riposarsi un poco.
In presenza di altri non lo avrebbe mai ammesso, ma quello era il segno che il
peso degli anni e la fatica cominciavano a farsi sentire sul suo groppone, per cui
riteneva sconveniente presentarsi in quelle condizioni davanti alla figlia, che, pur
senza parlare, lo capiva al volo.
Il cane dapprima stette a guardarlo, quasi meravigliato, poi, lentamente, gli si
avvicinò di fianco strisciandogli il braccio, finché, vedendo che non gli si dava ascolto,
non si mise a leccargli la mano: “Che fai – lo interruppe il vecchio – mi vuoi lavare
le mani?... Ho capito!... Vedi!... Se mi ritiro così da Maria apriti cielo!... Succede un
quarantotto e a me, credimi, le scenate non mi vanno a genio... Lei ha già tanti
pensieri per la testa, ci mancherebbero anche i miei... A te queste cose posso confidarle
perché tu sei un uomo di pancia... Sai tenere la bocca chiusa... Mah, che ci possiamo
fare, così è la vita!... Questa sera, però, non so il perché ma mi sento fiacco... Sono
arrivato qui a stento, col fiatone grosso... E sai che vuole dire questo?... No?... Vuole
significare che io non posso più continuare a spingermi lontano... Ah, se ci fosse
stato mio figlio Poldo!... Io a quest’ora me ne sarei stato seduto calmo, davanti al
tavolo e, invece, questa è la vita!”
Accese la pipa e cominciò a tirare rabbiosamente lunghe boccate. Poi, come se
parlasse al vento, continuò nelle sue considerazioni :” Lui, sì che era un braccio di
mare!... Aveva la forza di un Ercole... Ma, vedi? Quell’assassino là, che ora ti
sembra dolce ed amico, se l’è preso per forza, senza badare che aveva dei figli a
casa e a quella donna, che sarebbe rimasta sola... Ma tu ci pensi?... Se quelli non
avevano me, cosa potevano fare? A quest’ora mia figlia se ne poteva andare a fare
la mala femmina e... quei bambini ?”
Pensava e continuava a fumare e a parlare a bassa voce: “Quello lì, sì, quell’infame
non mi fa alcuna paura... Io lo guardo e lo insulto, specie quando è infuriato o
quando solleva i suoi cavalloni producendo un grande frastuono... Se ha coraggio
deve prendersi me, così chiudiamo una volta per tutte questa storia... Ma lui, lui...
Io ho capito quello che vuole, eccome!... Sta aspettando, quel vigliacco, che si
facciano grandi i miei bambini.”
Improvvisamente a quel pensiero terribile si scioglie in lacrime: “Ma che sto
facendo?... Piango?... Vigliacco sino a che sono vivo io non te la do questa
soddisfazione!... Meglio carabinieri!... Tu mi guardi, mi vuoi dire qualcosa?... Non
puoi?... Hai ragione, bello mio!... Ma io ti capisco, sai? Perciò non ne parliamo
più di queste cose...”
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Quindi alzandosi con un certo sforzo dallo scoglio su cui stava seduto, tenendo
sotto braccio la cesta contenente il poco pesce pescato, si avviò verso casa, mentre
il cane continuava a seguirlo a poca distanza visitando, durante la salita, i suoi
luoghi abituali.
Lo stretto sentiero, quella sera, non era poi tanto buio perché, oltre ad essere
illuminato dalla luna, era rischiarato a tratti anche della luce di alcuni lampioni a
petrolio, posti a distanza, l’uno dall’altro, un centinaio di metri. Soltanto la luce di
uno di essi era più sfavillante degli altri e cioè quella posta vicino all’insegna della
taverna di mastro Calò, un locale a tre quarti di strada tra la sciara e le prime case,
dove i pescatori salendo passavano a bere un bicchiere.
Don Pasquale questa volta, passandovi davanti, assorto com’era nei suoi pensieri,
salutò trascurando di fermarsi, come al suo solito, per scambiare qualche chiacchiera.
Ma, quando giunse quasi all’angolo, fu raggiunto, da parte dell’oste, da un saluto
cordiale e affettuoso, al punto da indurlo a tornare sui suoi passi: “Don Pascà, non
avete voglia questa sera d’assaggiarne neanche una goccia? Avanti, entrate!... Oggi
ho portato per gli amici una partita di vino che è dolce come il miele... Entrate,
entrate!... Una volta tanto, col vostro permesso, voglio offrire io...”
Il vecchio sorrise e, consapevole che il non accettare l’invito equivaleva a recare
offesa grande ad un amico, entrò nel locale approssimandosi al bancone.
Mastro Calò, intanto, aveva fatto preparare in un angolo un boccale con due
bicchieri, quindi, col solito cipiglio allegro e sciampagnone, lì riempì fino all’orlo
e, sollevandone uno, brindò alla salute, così come, a sua volta, fece il vecchio
pescatore. Ma la bicchierata non finì lì perché, subito dopo, mastro Calò ne versò
dell’altro e così, tra una battuta e l’altra e i reciproci complimenti, i due finirono
per scolarsi anche l’intero fondo del boccale: “...avete fatto buona pesca?” – chiese
l’oste, “ma – rispose il vecchio – qualche paio di calamari e qualche scorfano...
Questa sera il mare non ha voluto saperne, però sono meglio di niente... Ma ora
dovete scusarmi, voglio andarmene a casa di corsa perché quei ragazzi mi aspettato
per mangiare...”, “Ah, allora siete digiuno?”, “Sì, non ho ancora assaggiato
neanche un tossico...”, “Don Pascà, allora, se non l’avete per offesa voglio regalarvi
una bottiglia di vino come quello che abbiamo bevuto stasera...”
Quindi rivolto al servente ordinò di riempire un fiasco del Malpassoto per darlo
all’amico per portarlo a casa. Contemporaneamente, per non restare in debito, come
si usava fare un tempo da queste parti, il pescespada offrì a Mastro Calò due calamari
raccomandandogli di farli cucinare alla stromboliana.
Superati gli ultimi convenevoli don Pasquale, finalmente, si rimise in cammino
seguito sempre dal cane che, ad una certa distanza, andava visitando, nel passare,
alberi e pali.
La luna, nel frattempo, s’era fatta alta nel cielo e rischiarava ora tutte le case del borgo,
per cui le tremolanti luci dei lampioni a petrolio, là dove ancora esistevano, rischiaravano
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anche i loro interni, dando loro l’aspetto delle anime penanti del Purgatorio.
Arrivato in prossimità della sua abitazione, prima di entrarvi, il vecchio pescatore
gettò un’occhiata furtiva all’interno attraverso una finestra leggermente aperta, che
si affacciava sulla strada, scorgendo i ragazzi intenti a fare il ventotto dicembre.
La vista di tutta quella esplosione di gioia spensierata cancellò d’un tratto i tanti
pensieri che gli passavano per la mente, disponendosi, col solito sorriso sulle labbra,
a buttarsi anche lui nella mischia come un ragazzino.
Spinse, così, la porta e, mettendo in un angolo la cesta, allargò le braccia andando
incontro ai suoi rampolli. Se li strinse subito al petto con indicibile tenerezza,
coprendoli contemporaneamente di baci: “Belli questi figli del mio cuore!... Andiamo,
andiamo ora a pulirci le mani se no chi la sente a vostra madre?... Dopo andremo
a sederci in santa pace a fare un sacrificio essenziale per la nostra esistenza...
Maria!... Maria!... Guarda che metto questo fiasco di vino sopra la tavola... Me
l’ha regalato Mastro Cola... Che ragazzo pieno di premure!”
Maria non era una stupida. Aveva capito bene l’antifona di quelle espressioni
anche se fingeva di non aver sentito. Però, visto che continuava ancora su quel
tono, irritata, lo interruppe: “Va bene, va bene! E di me che vuoi?”. Per nulla
infastidito, con parole un po’ più remissive, il vecchio, cercando di avere il
sopravvento, le rispose: “Ma, scusa, che hai capito? Io parlavo così, tanto per... E
poi, non è che sono eterno io!”
Apriti cielo! Quell’accenno all’eternità fu sufficiente da solo a fare calare il gelo
in tutta la casa. L’iniziale buonumore e ogni eventuale discorso finirono lì, mentre
cominciarono ad allungarsi a dismisura i musi e gli sguardi si trasformarono in
frecciate piene di fuoco.
Quel po’ di pasta e fagioli, consumato in fretta, andò a tutti, grandi e piccoli, di
traverso, mentre il fiasco di vino, che faceva bella mostra di sé sulla tavola come
una lampada rubiconda, assumeva l’aspetto di una abat-jour spento.
Intanto donna Maria, nasca all’aria, come la intendevano in paese, continuava
a sbattere rumorosamente il fondo del piatto pur essendo ormai vuoto, volendo
mettere in evidenza il suo nervosismo.
Consumata la prima pietanza venne portata a tavola un po’ di spadola fatta a
brodetto. Ma anche quel boccone non calava giù a nessuno neanche a volerlo
spingere con la forza.
Visto, però, che si era ormai lì per lì, sul punto di sbottare, il vecchio, rivolto ai
nipotini, fra il serio ed il faceto, cercò di rompere il gelo con una battuta banale:
“Ragazzi, questa sera c’è aria di burrasca qui... Qualcuno ha la luna per traverso...”
Manco finì di pronunciare la frase che subito da parte della figlia si ebbe una
reazione tremenda: “Tu... tu... tu... batti e ribatti sempre sopra sullo stesso tasto...
Mai che ti venisse in quella testa dura una pensata come, per esempio, quella di
comare Giovanna...”
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Neanche se gli avesse messo il sale sulla coda che subito sbottò nel consueto repertorio
di grida e bestemmie: “Chi, la vaccarizza?”. Ma l’altra per nulla intimorita gli rispose
per le rime: “Sì, appunto! Perché cosa hai da dire sul suo conto? Quella è una santa
cristiana!... Oggi l’ho incontrata al mercato e, discorrendo di figli e non figli, mi
domandava cosa facevano a scuola... Mi consigliava di mandarli a Lipari per avere
maggiore possibilità di sbocchi nella vita domani... Tu che ne pensi?”
Notando, però, che da quell’orecchio il vecchio si ostinava a non sentirci, continuò
a stuzzicarlo: “No, eh? Di queste cose neanche a parlarne... E va bene, te lo dico
io quello che voglio fare per portare avanti questi figli!... Me ne andrò a lavorare...
e, se è il caso, vado a fare anche la cameriera, ma a mare non ce li manderò
affatto... No! Anzi ti dico un’altra cosa: appena tu muori, cent’anni di salute che tu
possa avere ancora, mi vendo barche, reti, lampare e bilance e, così, chiuderò per
sempre questa storia col mare, perché non ne posso più di stare con l’animo
sospeso... Basta, non ne posso più!”
Don Pasquale stentava a credere a quanto stava sentendo con le sue orecchie.
Quello che aveva detto la figlia gli suonava come un vero tradimento. Per cui,
come morso dalla tarantola, senza più stare ad ascoltarla, cominciò ad urlare come
un indemoniato: “Tu a lavorare?... Mia figlia?... Ed io allora che ci sto a fare?
Non sono più buono per niente?... Porco diavolo, pure questo mi tocca sentire
nella vecchiaia dopo tanti sacrifici fatti all’acqua e al vento? Potessi sprofondare
una buona volta sotto terra!”. E siccome la figlia aveva cominciato a piangere
assieme ai bambini, sferrando un calcio ad una sedia, se ne andò via di casa sbattendo
violentemente la porta.
Era come impazzito! Scendeva giù verso la sciataria come un selvaggio. Pensava e
ripensava a tutte le parole che aveva sentito e ad ogni frase che ricordava e ridiceva
ad alta voce pronunciava una sfilza di bestemmie che scuotevano persino le ginestre.
Sembrava, certe volte, la santocchia mentre dinoccolava in chiesa i misteri gaudiosi
e dolorosi del S. Rosario o la litania nella Chiesa di S. Bartolo. Solo che al posto
delle preghiere scendeva in terra dall’altare, uno ad uno, tutti i santi esistenti del
calendario, che, per l’occasione, ricordava a memoria. Non aveva riguardi per nessuno:
“Porco di qua e bastardo di là,... ci mancava pure quella lurida vaccarizza!... Ma
chi le chiede consigli? Chi?... Se non si fosse trattato di mia figlia a quest’ora le
avrei fatto fare un salto che neanche lei se lo sarebbe sognato... Ma guardate un
po’... pure la scuola... Come se la buonanima di mio padre, per impararmi il mestiere,
avesse avuto bisogno di mandarmi a scuola... Altro che scuola!... La schiena mi
sono rotto, la schiena!... Ma mi domando in che mondo viviamo!... E che, forse non
li sto mandando a scuola per ora?... Io, ai miei tempi, neanche quegli studi ho fatto...
Porco di qua e puttana di là.. neanche quelli!”... E rivolgendosi al cane, che, intanto,
gli era corso dietro, lo interrogava: “Ma che te ne pare?... E tu perché stai abbaiando
ora? Che mi vuoi dire?... Forse, secondo te...?”
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Così, quel soliloquio fatto di bestemmie e di interrogativi senza risposte continuò
fino a quando non giunse agli scogli dove, in un angolo, vicino alla Madunnuzza,
vide la figura della figlia: “E tu che ci fai qua? Da dove sei scesa?”
Dopo i primi istanti di silenzio, fra lacrime ed abbracci, testimoni il vane, il mare
e la luna, padre e figlia dimenticarono ogni litigio: “Perdonami, pà, io non volevo!...
Ma ora torniamo a casa... I figli ci aspettano...”
Già, i figli! Si riabbracciarono senza più dire una sola parola e tenendosi stretti per
la vita, l’uno accanto all’altra, come due innamorati, risalirono lungo lo stretto sentiero
verso il borgo, che, intanto, timido come un Valentino, dagli scali di Lazzaro e Pertuso,
orlato di agavi e d’ulivi, si lasciava cadere a strapiombo, giù, sul Tirreno selvaggio,
che incurante di tutto, cullava tranquillo il suo Stromboli rumoroso.
Giunto in cima donna Maria si fermò un attimo per riprendere fiato, sempre
stretta al suo vecchio, che felice come una Pasqua se la cingeva come quando
bambina gli pendeva dalla mano.
Ripreso il cammino l’anziano pescatore, guardando la figlia, le sussurrava parole
discrete e piene di tanta paterna preoccupazione: “Vedi, figlia mia, il mio tempo
ormai sta passando e tu, scuola o non scuola, come farai domani con due figli da
crescere?... Lasciami dire, per favore!... Quando verrà quel giorno, allora sì, avrai
bisogno di aiuto e questo mondo non è più come quello di una volta... Quando ti
volevo parlare di certe cose, naturali per carità, tu hai finto sempre di non capire…
Ma, vedi?, io ho i capelli bianchi e il tempo mi ha imparato a vedere e a capire
pure quello che dicono il mare e il cielo, anche quando stanno zitti… E tu, ancora,
queste cose non l’hai capite... No, no!... Non dire nulla, non mi rispondere, per
favore, ma rifletti, pensaci... Almeno me lo prometti?”
Seguirono giorni tranquilli e la vita, malgrado presentasse sempre nuovi problemi
da risolvere, sembrava mostrare sempre lo stesso volto tanto in casa di don Pasquale
quanto nel resto delle famiglie del borgo, anche se il vecchio, quando se ne
presentava l’occasione, rimuginava sempre le stesse cose cioè quelle di un possibile
matrimonio di Maria con mastro Calò. Dopo tutto, in un borgo come quello, che si
poteva sperare di meglio per una giovane e piacente vedova? In fin dei conti era un
buon partito, anche se la Maria non era poi da buttare via. Per di più mastro Calò
era un uomo con la testa sulle spalle, anche se dava i numeri per donna Maria e ciò
glielo aveva fatto capire in più di un’occasione, stimandola buona donna di casa,
ottima madre di famiglia e sposa fedele. Qualità tutte, queste, che da quelle parti
valevano più di una dote cospicua. E poi, con una bettola bene avviata come la sua
e con il saper fare, non disprezzando, di nasca all’aria, ce n’era abbastanza per
stare tranquilli e per crescere figli e mandarli a scuola. In fondo le due cose potevano
bene conciliarsi.
E, poi, chissà, col tempo anche lui, vecchio bisbetico, meno preso da tanti pensieri,
si sarebbe potuto dedicare meglio a portare in giro, qua e là attorno all’Isola, i forestieri
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con la sua Madunnuzza, per fare ammirare loro l’insieme dell’incantevole costa.
E mentre così, seduto talvolta sugli scogli, andava affidando i suoi pensieri al mare,
non trascurava di punzecchiare, quando gli si presentava l’opportunità, la figlia,
scantonando sempre su mastro Calò e mantenendo, contemporaneamente, tra una salita
e una discesa alla sciataria, buoni contatti con l’aspirante genero, cui faceva capire che,
tutto sommato, poteva bene sperare nelle realizzazioni delle sue idee.
Quando, però, si dice che, qualche volta, nella vita il diavolo ci mette la coda non
è che ci si deve scandalizzare più di tanto, perché, facendo mente locale su quanto
accadde quel giorno a don Pasquale, durante un’uscita in barca, la cosa diventa più
che naturale.
Era lì, con gli altri ragazzi, a calare giù la rete, quando, tutto ad un tratto, si sentì
mancare, perdendo il controllo della barca.
Lì per lì nessuno s’era accorto di nulla, ma quando quello che gli stava più vicino
alzò lo sguardo dal mare e s’accorse che la Madunnuzza si allontanava per i fatti
suoi, allora si accostò velocemente al vecchio e s’accorse che stava riverso sul
fianco sinistro in fondo alla barca, privo di sensi. Con calma e senza allarmare gli
altri, raccolse la rete e si mise a rimorchio la Madunnuzza.
Così, lentamente, si avviò verso la riva. Lì, con l’aiuto di altri pescatori, che si
trovavano sulla sciataria le barche vennero tirate a secco, mentre il vecchio
pescespada veniva adagiato su di una rudimentale lettiga e trasportato per l’erto
sentiero verso casa.
Durante il trasporto, amici, conoscenti e curiosi si informavano e cominciavano
ad accodarsi formando, in breve, un insolito corteo, una specie di processione, che,
transitando davanti alla taverna di mastro Calò, attirò, anche la sua attenzione:
“Che cosa è successo?”
E prima che qualcuno potesse rispondergli si rese conto della situazione, per cui,
togliendosi il grembiule, si affiancò alla sinistra del vecchio prendendolo per mano.
Certo non stiamo qui a raccontare le scene che seguirono, ma possiamo assicurarvi
che non sono state di poco conto, anche perché il vecchio lupo di mare era molto
conosciuto in tutto il circondario.
Alla fine, però, come volle Dio, pur in mancanza di assistenza medica, normale
in località come quelle, con un po’ di riposo e molti infusi, don Pasquale si rimise
in piedi, anche se, un po’ con la persuasione o un po’ con la forza, fu obbligato a
rinunciare al vizio di troppo come quello della pipa e di qualche bicchiere di vino
con gli amici.
Quell’episodio, però, servì, in un certo senso, a consolidare i rapporti di simpatia
tra donna Maria e mastro Calò, tanto che don Pasquale, quelle rare volte che ne
parlava, soleva ripetere che, malgrado quanto gli uomini potevano talvolta dire,
tutto nella vita si sarebbe svolto secondo il volere della Divina Provvidenza.
Correva, intanto, la ricorrenza annuale di S. Vincenzo Ferreri ed il borgo, già da
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qualche giorno, si era parato a festa con archeggiati, luminarie e drappi variopinti, fin
dentro i vari vicoli, specie quelli attorno alla piazza grande su cui sorgeva la Chiesa
Madre. Una Chiesa famosa, a tre navate, meta un tempo di pellegrini diretti in Terra
Santa e attorno cui, per la circostanza, si era creata una particolare animazione: bar
improvvisati, baracche per il tiro a segno, giochi a premi, bancarelle ricolme di frutta
secca, calia, ciambelle fatte di pasta reale o piparelle nostrali, per non accennare poi
ad una tendopoli improvvisata piena di ogni sorta di indumenti e calzature,
comprendente persino il reparto dei salumi e formaggi, il tutto ovattato in un’atmosfera
musicale assordante e spari di bombette in ogni dove.
Don Pasquale, parato a festa come un signorino in onore del Santo, come quando
era andato al matrimonio, nonostante l’animazione festiva, sentiva nel suo spirito
prepotente il richiamo del mare. Per cui, ad un certo punto, eludendo la sorveglianza
dei nipoti e degli amici più vicini, si incamminò verso la sciataria, accompagnato
sempre dall’inseparabile Fido.
Giunto alla Madunnuzza i suoi occhi cominciarono a brillare di gioia nel vederla.
Dapprima la guardò da cima a fondo come se si trattasse di una sacra icona,
accarezzandola persino sulle fiancate; poi, come preso da un raptus, appoggiò la
giacca sulla barra di mezzo e, togliendosi le scarpe, con una certa fatica la spinse in
acqua; quindi vi saltò dentro assieme al cane, guadagnando subito il largo verso la
costa di levante.
Trascorsero, da quel momento, diverse ore ed il mare, mosso da un leggero
venticello, tipico della stagione primaverile, cominciava a mormorare più del solito,
mentre le botte sparate dal mastro cascia di Vulcano annunciavano il mezzogiorno
e si perdevano ai quattro venti con i rintocchi delle campane di S. Vincenzo e del
Christus vincit suonato dalla banda musicale venuta apposta da Lipari.
La figlia di don Pasquale, intanto, dopo avere apparecchiato la tavola, non vedendolo
rincasare, alquanto preoccupata, affidando i piccoli alla vicina di casa, donna Giovanna,
si precipitò verso l’unico posto possibile, la sciataria, chiamando al suo passare anche
mastro Calò, col quale, nel frattempo, si era stabilita un’ottima intesa.
In breve si sparse la voce in tutto il paese e una gran folla di amici si portò fuori
casa alla ricerca del pescespada, della sua Madunnuzza e del cane, che non si era
visto in giro.
Ma dove si era cacciato quel sant’uomo? Solo, con una barca che, per le sue
forze, ormai poteva paragonarsi ad un bastimento; dove si era diretto?...
Improvvisamente, trasportato da un’eco lontana, tra i tanti, qualcuno percepì un
debole latrato. Veniva dalle parti di Mulino vecchio, un’insenatura subito dopo lo
scalo di Pertuso. Poteva trattarsi di Fido. La qualcosa fece gettare a molti un sospiro
di sollievo. Però il lento trascorrere dei minuti e l’affievolirsi dei latrati cominciavano
a fare aumentare l’inquietudine, al punto che alcuni dei più volenterosi, con cui il
vecchio era solito uscire, senza por di mezzo altri indugi, mettendo una barca in
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mare, si diressero verso sud est, scomparendo, dopo poco pochi colpi di remi,
dietro il promontorio di Pertuso.
Quand’ecco che, superato appena il capo, richiamati sempre dai continui latrati
del cane, ora più distinti, scorsero la Madunnuzza, che si dondolava lentamente,
sulle onde, che increspavano sempre di più la superficie del basso Tirreno: “Là, là
è!” gridarono in coro.
Ma l’entusiasmo qualche istante dopo fu smorzato dalla visione della posizione
in cui si trovava di don Pasquale, che, riverso sulla fiancata destra della barca,
giaceva esanime.
Il fumo dello Stromboli, intanto, spinto dal vento, incurante di tutto, si piegava
lungo la verdeggiante vallata del borgo, in cui dolori, passioni e speranze passavano
come lo stormire delle fronde, da cui spuntavano le cubiche facciate delle casette
pinte di bianco di Piscità.
L’autore del racconto Vincenzo Galvagno di Messina
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
Il Premio “Protagonisti del mare” è una recente sezione del Premio Artemare con la quale abbiamo
voluto proseguire il famoso premio ripostese “Capitani coraggiosi”.
Nell’edizione del 2000 il Premio è stato assegnato all’Ammiraglio Angelo Mariani di Brindisi:
“Per gli incarichi di prestigio ricoperti negli Alti Comandi Nazionali e NATO nei suoi 40 anni di vita
vissuta sul mare o per il mare, espletati tutti con alto senso del dovere e sempre in difesa della pace e
della civile convivenza tra i popoli. Una carriera brillante lo ha portato a Comandante in Capo della
Squadra Navale e Comandante della NATO nel Mediterraneo Centrale prima e infine al grado massimo
di Capo di Stato Maggiore della Marina Militare. Insignito delle più alte decorazioni civili e militari,
ricopre attualmente, oltre alla prestigiosa carica di Responsabile della Suprema Commissione Difesa
dello Stato, quella di Presidente nazionale della Lega Navale Italiana, un’antica istituzione, risalente al
1897, avente lo scopo e la finalità di diffondere, specialmente tra i giovani, l’amore per il mare, lo
spirito marinaro e la conoscenza dei problemi dei marittimi.”
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
Girolamo Melissa
UN PALAZZO NEI FONDALI DI ANZIO
I
l rimorchiatore “Mare Jonio”, all’epoca dell’avventura che vi voglio raccontare,
era una magnifica barca adibita a salvataggi e rimorchi d’altura, appartenente
alla società Augustea S.p.A., lunga 37 metri con un motore Mark da 3000 HP e
stazza di 321 tonnellate.
Era stato costruito dai cantieri Benetti in Viareggio, cantiere assai rinomato per
le costruzioni di panfili d’alto mare, le cui sagome erano snelle e marine, come si
poteva notare ammirando il “Mare Jonio” che io orgogliosamente comandavo;
l’unica “pecca”, rispetto ai tempi moderni e alle pressanti esigenze degli assicuratori
marittimi, era la mancanza del trolley o meglio del verricello di rimorchio.
Fu proprio per questo motivo che il mio armatore, per tenersi in linea con i tempi
e fare un’efficace concorrenza, m’inviò nell’autunno del 1977 ad Ancona presso i
cantieri Ingegner Tommasi per l’installazione del suddetto verricello.
I lavori durarono circa 40 giorni e durante la sosta rimasero a bordo il personale
di macchina e il cuoco di bordo, l’ottimo Antonio.
Il 4 novembre l’equipaggio, in tutto undici uomini, si ricompose nuovamente ad
Ancona per continuare ad effettuare rimorchi navigando in lungo e in largo per
tutto il Mediterraneo.
Ricordo la mattina che giungemmo ad Ancona, era una giornata nebbiosa,
caratteristica di quella zona, anche se non eravamo in inverno. Prendemmo un taxi
che ci portò direttamente ai cantieri, e dalla strada, ancora prima di varcare il grande
cancello, notai l’inconfondibile albero del “Mare Jonio” che sovrastava i capannoni
del cantiere stesso e quando ai miei occhi, tra la foschia che a poco a poco si
andava diradando, apparve l’intero scafo, provai una strana sensazione, qualcosa
d’indefinibile, un’emozione che soltanto il comandante è in grado di provare; egli
è il solo che riesce a stabilire con il mezzo uno stretto legame fuori di logica; egli è
il solo che, quando la nave all’infuriare della tempesta affonda la prua ai marosi,
soffre con essa, come se il peso della massa d’acqua lo investisse personalmente.
Salii a bordo, la confusione regnava dappertutto, la coperta era invasa da ritagli
di lamiera, di fili, di tubi di varie sezioni, e gli operai si affrettavano ad ultimare i
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lavori, che ormai giungevano al termine.
Incontrai subito il direttore di macchina che, seduto alla scrivania nella sua piccola
ma accogliente cabina, osservava il piano di costruzione del rimorchiatore stesso;
egli mi mise subito a conoscenza degli ultimi eventi e seppi così che l’indomani
avremmo effettuato le prove di tiro alla presenza del perito del R.I.Na. (Registro
Italiano Navale).
Nel pomeriggio i marinai cominciarono a sistemare il tutto e, la sera, il
rimorchiatore era pronto per l’uscita in mare.
L’indomani manovrammo per l’uscita dal porto di Ancona con a bordo il perito del
registro navale e gli ingegneri responsabili del cantiere. Portammo a termine le prove
di tiro con esito soddisfacente e rientrammo in banchina nelle prime ore del pomeriggio.
Faceva molto freddo, avevamo lasciato la nostra Augusta con una temperatura
quasi primaverile e non vedevamo l’ora di partire, nonostante Ancona fosse una
città bella ed ospitale. Ma il 7 Novembre, ricevetti l’ordine di partire per Genova e
non per Augusta, nostro porto di base. Evidentemente l’innovazione del verricello
portava al nostro armatore i primi frutti, che giustamente era avido di raccogliere.
Dopo aver preso le spedizioni e fatte le necessarie provviste, mollammo gli ormeggi
alle 14.00 dello stesso giorno diretti per Genova, per rimorchiare un cassone in
cemento armato di grosse dimensioni con destinazione Napoli.
Fuori porto trovammo una nebbia fittissima che ci accompagnò fino alle isole
Trèmiti; la navigazione procedette normalmente ad una velocità di 14 nodi e, tempo
permettendo, saremmo giunti a Genova la sera del 10 Novembre.
Il terzo giorno attraversammo lo stretto di Messina; mi sembrò di avvertire nell’aria
un forte profumo di zagara che mi riempì di gioia e nello stesso tempo di profonda
nostalgia. Poi, preso dal lavoro e dall’impegno che normalmente grava sulle spalle del
comandante quando si attraversa uno stretto, accantonai in un attimo nostalgie e ricordi.
Navigammo con una forte corrente in poppa e in poco tempo giungemmo nelle
acque del basso Tirreno. Il sole faceva capolino sulla prua stellata del “Mare Jonio”,
che tagliava il mare calmo appiattito come una tavola in una giornata quasi estiva;
noi marittimi questo periodo dell’anno lo chiamiamo “L’estate di San Martino”.
Attraccammo a Genova nella zona di Sestri Ponente, precisamente in una banchina
nelle vicinanze del famoso cantiere Ansaldo da dove navi come “Andrea Doria” e
“Michelangelo” salparono per la prima volta, navi che sono state amate e invidiate
da tutto il mondo.
Il cassone, ormeggiato nelle nostre vicinanze, era effettivamente molto grande; non
era il solito rimorchio, ma presentava delle dimensioni particolari perché, come appresi
dopo, doveva servire al prolungamento del molo Carmine del porto di Napoli.
L’ingegnere della ditta proprietaria del cassone venne a bordo poche ore dopo il
nostro arrivo; «Buon giorno - mi disse - è lei il comandante? Sono molto onorato
di fare la sua conoscenza, di parlare con un esperto in rimorchi di cassoni in
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UN PALAZZO NEI FONDALI DI ANZIO
Girolamo Melissa
cemento»; «Esperto - dissi io - in che senso?» e provai un piacevole imbarazzo;
con un sorriso e con voce calma mi disse che al momento della firma del contratto,
nel prospettare onestamente le difficoltà per il particolare tipo di rimorchio al mio
armatore, si era sentito rispondere che non vi erano problemi perché avrebbe inviato
un valido rimorchiatore e un altrettanto valido comandante con una lunga esperienza
nel settore.
Il cassone se ne stava lì, immobile, l’onda della forte risacca s’infrangeva lungo
le sue enormi pareti mentre io, dopo aver salutato l’ingegnere, lo ispezionavo
scrupolosamente. Sembrava un grosso cetaceo che sonnecchiava dolcemente; era
come se volesse dirmi: «Hanno deciso di trasferirmi a Napoli, e ora che mi sono
ambientato qui e mi sono affezionato ai milioni di crostacei che inconsapevoli e
fiduciosi si sono attaccati sotto di me, ora sono affari tuoi; sarò certamente un
osso duro!». Stavo sognando scioccamente, avevo dato un’anima a quel “masso”
come molti non addetti ai lavori erano soliti chiamarlo.
Mi ero informato sulla sua stagionatura, poiché era stato stabilito, in seguito a
studi effettuati da esperti in materia, che doveva trascorrere un periodo lungo non
meno di sei mesi dal suo varo perché il cassone potesse essere sottoposto al traino.
Era alto in tutto 15 metri, lungo 40 e largo 16, e la parte emersa era di appena 4
metri; era in sostanza un palazzo di 5 piani privo di balconi.
Lo agganciammo il mattino successivo dopo aver ascoltato con particolare
attenzione i bollettini meteorologici. Sul ruolo era stato scritto in rosso dalle autorità
locali che il trasferimento doveva avvenire con tempi e mari assicurati, si sa, per
essere in regola con tutti e specialmente con la propria coscienza; poi quando si è in
mare con un rimorchio del genere è difficile trovare un ridosso, entrare di poggiata in
un porto lungo la rotta; si è soli nelle mani di Dio, per chi è credente come me.
Filammo lentamente il cavo del trolley, e mentre il grande rullo, dove era avvolto
il lungo cavo d’acciaio nuovo di zecca, girava lentamente, mi venne in mente che
quando eravamo partiti da Ancona versammo una bottiglia di spumante sopra il
vericello appena installato, tanto per non venire meno alla grande superstizione
che è innata in quasi tutti i marinai.
Il grande motore fu aumentato gradatamente, il rimorchiatore sentiva il peso
eccessivo, e, quando il direttore di macchina mi disse che eravamo già a tutta forza,
come indicavano le temperature, fui preso dallo sconforto guardando fuori bordo.
Sembravamo fermi; lanciai in mare un pezzo di legno dalla nostra prua a mò di
solcometro di fortuna, ed esso giunse a poppa con una lentezza mai vista in nessun
precedente rimorchio. Considerata la lunghezza dello scafo di appena 37 m, calcolai
a stima che la nostra velocità non doveva superare un nodo; ero stato pessimista,
infatti, alcune ore dopo, eseguendo un calcolo esatto per mezzo del radar di bordo, la
nostra velocità risultò di 1,3 nodi; fu quasi un sollievo, quel punto tre era già qualcosa.
Giunse la prima sera e la famosa lanterna di Genova illuminando i nostri occhi ci
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ricordava quasi brutalmente che eravamo sempre lì; avevamo percorso soltanto poche
miglia.
Il mare fortunatamente era calmo e un cielo stellato rasserenava i nostri animi; la
navigazione, se così si poteva chiamare, era assai monotona; le navi ci
raggiungevano e i loro equipaggi, curiosi, ci scrutavano con i binocoli per poi
scomparire velocemente all’orizzonte. Fortunatamente la cucina era buona; Antonio,
giovane ma esperto cuoco, ci deliziava con i suoi prelibati e genuini piatti; eravamo
una vera famiglia, una famiglia numerosa come può essere solamente in un piccolo
mezzo qual è il rimorchiatore.
I giorni passavano tranquilli e il tempo si manteneva discreto, ma ogni tanto qualche
piovasco ci ricordava che purtroppo eravamo alla fine dell’autunno, quando
incominciano a formarsi le perturbazioni. La nostra velocità a volte aumentava, e in
certi periodi si navigava con una generosa corrente in poppa che ci dava una mano.
Avevamo oltrepassato l’isola del Giglio e iniziavamo la navigazione in una zona
di mare temuta da tutti i naviganti, la famigerata “spiaggia romana”; le parole di
mio padre, anche lui comandante di rimorchiatori ormai in pensione mi tornavano
alla mente: «Mi raccomando - diceva - fai sempre attenzione e non navigare mai
sotto costa; mantieniti molto largo specialmente con i venti di ponente e libeccio».
La spiaggia romana non offre nessun ridosso, e Dio sa quante volte ho desiderato
che una di quelle isole dell’arcipelago toscano fosse stata collegata da madre natura
proprio lì, tra l’isola di Giglio e quella di Ponza, dove tante volte nei miei numerosi
viaggi ho trovato rifugio.
Il mattino del 15 passammo il traverso di Fiumicino ad una distanza di 20 miglia,
ma quel giorno il sole non fu generoso con noi: nuvole nere si addensavano
minacciose all’orizzonte. Attesi con ansia la trasmissione del bollettino
meteorologico; erano passate da poco le 06.30 e anche Giovanni, il nostromo, gran
lupo di mare di Lampedusa, era salito sul ponte; ma uno sguardo all’orizzonte, gli
occhi verso il cielo e un leggero movimento della testa furono più chiari del bollettino
che la RAI quel giorno ritardava a trasmettere.
Ore 06.40 la voce metallica dell’operatore radio dettava lentamente mentre io
prendevo nota sul brogliaccio di bordo: “Tirreno centrale, Tirreno meridionale
prevedisi burrasca forza 9 da WSW, mare da agitato a molto agitato”. In quel
momento forse la lama di un coltello avrebbe fatto meno male di quelle parole;
ricordo che spensi la radio con nervosismo mentre impartivo ordini precisi al
nostromo, nonostante ancora il mare si mantenesse stranamente calmo. «Giovanni
- gli dissi - dobbiamo preparaci al peggio; intanto accostiamo di 20 gradi a dritta,
allontaniamoci il più possibile dalla costa mentre continuiamo a scendere nella
speranza che la perturbazione sia poco veloce dandoci il tempo di arrivare alle
isole Pontine».
Avvisai il direttore della situazione; in macchina era tutto a posto, il motore di
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UN PALAZZO NEI FONDALI DI ANZIO
Girolamo Melissa
marca tedesca, infatti, non aveva mai presentato problemi, dandoci una certa
tranquillità. L’umore era pessimo; ero preoccupato, ma cercavo di nascondere la
paura all’equipaggio, che in questi casi, si sa, scruta attentamente il volto del
comandante traendo a sua volta la necessaria tranquillità. Poco prima di
mezzogiorno, il vento era aumentato d’intensità e il mare schiaffeggiava la prua
del “Mare Jonio” facendolo beccheggiare notevolmente; anche il cassone da me
osservato costantemente con i binocoli iniziava a sbandare e ogni tanto spruzzi di
mare bagnavano la parte superiore costituita da una tela tipo olona di colore
arancione messa come copertura e fermata ai lati da tavole da carpenteria, che a
loro volta erano trattenute da un cordolo di cemento.
I cassoni venivano trasferiti senza soletta in cemento in quanto una volta messi
in posizione le loro pareti potevano essere allungate secondo l’esigenza; ma questo
particolare era motivo di forte preoccupazione trovandosi soprattutto a dovere
affrontare una tempesta.
Nel pomeriggio eravamo in piena burrasca; tutte le speranze erano ora svanite,
lottavamo con i marosi e la mente era tutta impegnata ad impartire ordini a dritta e
a manca per cercare di salvare come si suol dire “capra e cavoli”. Il rimorchiatore
veniva costantemente sommerso da onde altissime e ordinai di filare tutto il
rimorchio onde evitare strappi violenti al cassone; navigavamo ad andatura ridotta,
pertanto eravamo alla “cappa”, termine tipicamente marinaresco che sta a significare
prua al mare a lento moto.
Feci togliere il freno meccanico, per restare soltanto con il freno idraulico, così
come prevede la legge.
Eravamo in piena emergenza; il 1° ufficiale badava alla rotta da seguire mentre
io personalmente, con i binocoli incollati agli occhi ormai stanchi, tenevo sotto
controllo il cassone costantemente sommerso dalle onde. Sbuffava come una balena
ferita e a volte scompariva tra due creste facendo accrescere lo sgomento di quanti
si trovavano sul ponte.
All’improvviso un’onda di notevoli dimensioni lo sommerse completamente,
sfondò la copertura facendo naufragare il cassone che scomparve ai nostri occhi.
Esitai qualche attimo, forse urlai in quel momento con il cuore in tumulto, la
mano sulla valvola che comandava l’apertura del freno idraulico, poi quando il
rimorchiatore iniziò a vibrare notevolmente, a causa dell’enorme sforzo, aprii il
congegno tra le grida concitate di tutti. Contemporaneamente ordinai di aumentare
la motrice fino alla massima potenza. Gli ultimi cinquanta metri di cavo di acciaio
uscirono dall’alloggio e quando il cavo, tra mille scintille, scodinzolando tra gli
archetti situati in coperta, stava per “incattivarsi” nella bozza guida cavo, per un
attimo la morte ci sfiorò.
Superato il momento d’altissima tensione, lanciai via Civitavecchia radio il
messaggio d’emergenza precisando che il naufragio era avvenuto a 26 miglia a
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largo di Anzio, in un fondale di 800 metri circa; feci presente inoltre che a bordo
non vi era nessun ferito tranne un marinaio, il buon Sebastiano, che in quel momento
stava riposando nella sua cabina. Svegliato dalle urla e nel tentativo di mettersi in
salvo aveva urtato con il capo nella parte superiore della porta.
Compiemmo alcuni giri di controllo nonostante il mare infuriato; solo spezzoni
di tavole galleggiavano nella zona, poi, dopo aver avvisato telefonicamente
l’armatore, con difficoltà facemmo rotta verso Napoli.
Entrammo in porto che era già buio e appena attraccati, quasi tutti con ancora gli
stivali ai piedi e vestiti con indumenti da lavoro, prima di telefonare alle rispettive
famiglie, entrammo in una chiesa nelle vicinanze del porto per ringraziare ciascuno
il proprio santo protettore.
Passai la notte senza prendere sonno; tutto, attimo per attimo, mi tornava in mente,
era come se avessi fatto un sogno, un terribile sogno, ma purtroppo era la realtà, la
dura realtà dell’uomo di mare, sempre esposto a pericoli d’ogni genere.
Erano circa le 6.00 e passeggiavo in coperta nervosamente, mentre i primi raggi
del sole illuminavano il golfo di Napoli, unico al mondo per la sua bellezza, quando
si fermò sotto bordo una Fiat 128 colore azzurro mare; l’uomo arrestò il motore,
scese dalla macchina e avanzò verso lo scalandrone; lo osservai attentamente e in
un primo momento pensai ad un pescatore locale, ma non aveva attrezzatura da
pesca, era vestito elegantemente nel suo abito color grigio “fumo di Londra”.
«Scommetto che lei è il comandante - disse rivolgendosi a me - posso salire a
bordo? Buongiorno, sono l’ingegner Lauro, assicuratore del “masso”, che ieri
sfortunatamente avete perso». Risposi al saluto senza nascondere un certo
nervosismo, ero già pronto a mandarlo a quel paese, quando lui con fare gentile e
assai garbato mi disse: «Comandante auguri e complimenti, complimenti perché
siete stati abili e rapidi nel mollare il rimorchio e auguri perché per noi
dell’assicurazione siete tutti nati oggi». Rimasi di stucco a quelle parole e lui
continuò a parlare; ora lo osservavo sotto un’altra ottica, quei capelli tutti bianchi,
quella faccia bonaria mi trasmettevano un paterno conforto; l’ingegnere continuò:
«Vede comandante, quando il cassone va a fondo per allagamento rapido trascina
il rimorchiatore senza scampo così come, per fargli un esempio, un masso di 100
kg trascinerebbe un piccolo tappo di sughero». Mi sentii gelare il sangue e
nonostante fosse di mia conoscenza quanto mi diceva il signor Lauro, le sue parole
mi fecero comunque rabbrividire e, anche per la rabbia che avevo accumulato dentro,
non riuscii più a trattenere le lacrime. Lo feci accomodare in saletta mentre Antonio
gli preparò un caffè. Mi raccontò che anni prima in un incidente analogo era
scomparso un rimorchiatore e loro, come assicurazione, ne stavano ancora pagando
le conseguenze. Passai l’intera giornata tra uffici e tribunale e al tramonto lasciammo
Napoli diretti ad Augusta.
Il marinaio Sebastiano che accusava forti dolori al capo fu sbarcato e ricoverato
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UN PALAZZO NEI FONDALI DI ANZIO
Girolamo Melissa
in ospedale per precauzione.
Fuori del porto il mare era ancora grosso, ma niente ci faceva più paura, ormai
avevamo fatto amicizia con la morte, l’avevamo vista in faccia e lei benevolmente
ci aveva risparmiato.
Da allora, come si dice dalle nostre parti: “quannu a Sant’Aita sa rubarunu ci
misiru i porti i ferru”, le assicurazioni marittime pretendono che i cassoni siano
rimorchiati ermeticamente, chiusi da una soletta in cemento armato, praticamente
inaffondabili.
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Foto Musumeci - Giarre
Il Circolo conferisce il Premio “Artemare 2001” al Direttore Francesco Ceci”
“Per l’impegno e la competenza mostrati nel risanamento del Settore Navigazione delle Ferrovie dello
Stato, un ramo importante dell’Azienda che assicura il collegamento della nostra Sicilia con il Continente
e nel contempo dà lavoro a molti naviganti, anche ripostesi, e per aver permesso al nostro Circolo
Ufficiali Marina Mercantile di rivelare ai cittadini tutti le potenzialità, a lungo trascurate, del Porto di
Riposto.”
Foto Domenico Di Martino - Riposto
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Amedeo Dall’Asta
RACCONTO: LA VIA DEL PETROLIO
Dal Mediterraneo attraverso il Canale di Suez e il Mar Rosso, nel Golfo Persico
Negli anni cinquanta
PREFAZIONE
Nella storia dell’uomo le vie di comunicazione hanno permesso l’avvicinamento
dei popoli e delle culture e lo scambio di prodotti.
Dai pericolosi sentieri e mulattiere alle grandi strade romane, dalle reti ferroviarie
ed autostradali alle vie del mare è stato possibile il contatto velocissimo di tutti i
paesi e uomini.
Nei secoli passati le vie del mare sono state determinanti per unire i continenti.
L’Oriente con la via della seta e delle spezie, poi le Americhe e negli anni cinquanta
il potenziamento della VIA DEL PETROLIO. Da poche navi dei primi anni alle
numerose degli anni cinquanta, inizio dei grandi trasporti con navi costruite a tale
scopo: “le petroliere” che attraverso il Canale di Suez, dal Mediterraneo, attraverso il
Mar Rosso arrivavano nei porti dell’Arabia, nel Golfo Persico, dove si caricava il
petrolio, il “crude oil” come veniva chiamato, per rifornire le raffinerie dell’Europa.
Nell’antichità la forza era data dagli uomini e principalmente dagli schiavi che le
potenze dell’epoca catturavano nei paesi africani e orientali. Ora la forza umana è
sostituita dall’energia petrolifera. Come avrebbero fatto i Romani senza gli schiavi?
Ed ora, senza il petrolio, come farebbe il mondo moderno?
Subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, le vie del petrolio assunsero
un’importanza enorme e il Canale di Suez diventò una via d’acqua importantissima,
fino a quando la tecnologia seppe costruire navi da trasporto petrolifero tanto grandi
da permettere di non passare più attraverso il Canale di Suez che era diventato
un’arma di ricatto politico internazionale.
Le prime navi erano da diecimila tonnellate di portata, tanto da poter attraversare
il Canale, diventarono poi da centomila e anche più, da permettere così la
circumnavigazione dell’Africa per andare a rifornirsi nei paesi arabi restando
economicamente convenienti.
Questa storia accade negli anni cinquanta, quando le navi più grandi del mondo
erano ancora da diecimila tonnellate e apparivano per quei tempi enormi e potevano
ancora attraversare il Canale di Suez.
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LA VIA DEL PETROLIO
A
rrivammo a Porto Said dopo la mezzanotte. Dormivo, il mio turno di guardia
iniziava alle quattro. Fui svegliato dall’improvviso silenzio e dal leggero
rollio: la lieve maretta faceva rollare piano la nave che, fermato il motore, si era
messa al traverso senza più velocità. Dopo notti e giorni di continuo fremito dei
motori, l’improvvisa assenza di rumore era diventata, essa stessa, un nuovo rumore
così assoluto da svegliarmi.
Con un improvviso fragore fu dato fondo alle ancore. Si udì prima il tonfo
nell’acqua, poi lo sferragliare delle catene che dal gavone di prua scorrevano veloci,
passando attraverso gli occhi di cubìa dietro alle ancore che cercavano impazienti
di aggrapparsi al fondo del mare.
La nave, da ferma, si ancorava alla terra, quasi volesse por fine al suo galleggiare
nel mare che sempre poteva tradirla. Le catene cessarono la corsa, le ancore
afferrarono il fondo e la nave, con un leggero sussulto, fu quieta, quasi rassicurata
dal timore di essere spinta alla deriva.
Ad eccezione di quelli comandati alle manovre, a bordo dormivano tutti: dopo
anni di mare l’arrivo in porto non era più eccitante e la vita di bordo si trascinava
come quella di una stanca coppia, senza fantasie e desideri. Il lungo tempo trascorso
tra le paratie rugginose di uno scafo aveva assopito l’eccitazione dell’avventura e
la nave era diventata una vecchia compagna d’abitudini avara di gioie, con cui
vivere era ormai noiosa fatica.
Solo l’arrivo nel porto di casa riusciva a sciogliere, ogni volta, il torpore e la
rassegnazione di essere per mare. Ciascuno sentiva che presto avrebbe ritrovato
gioie ed affetti, sicuri e forse anche sinceri. Erano tutti eccitati ed emozionati come
per un’avventura, una nuova conquista.
Non sapevano più quale era la vita normale, il ritorno a casa li turbava ed
affascinava come se stessero per compiere un adulterio.
Per me invece fu una forte curiosità a spingermi in coperta, mescolata ad una
sottile emozione e alla speranza che sempre mi provocava la visione della terra dal
mare. Sentii un brivido vedendo le luci lontane: da quella terra sconosciuta, che è
pur sempre un traguardo, un arrivo, anche se provvisorio e momentaneo, dovremo
presto ripartire portandomi dentro le gioie per quello che avrei trovato, o i rimpianti
per ciò che mi sarà stato negato.
All’alba la pilotina si fermò sotto bordo, il pilota si arrampicò veloce in coperta
dalla scaletta di legno e di corda per andare subito in plancia dove l’attendeva il
comandante. Il timoniere aveva già preparato il caffè. Al pilota nessuno badò, era
un fatto consueto. Ora si dovevano attendere gli ordini che sarebbero giunti via
radio: formare il convoglio per passare il Canale di Suez. Nella rada decine di navi
attendevano alla fonda con i fari ancora accesi, nel chiarore dell’alba si distinguevano
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LA VIA DEL PETROLIO
Amedeo Dall’Asta
meglio, di notte sembravano luci di terra.
Porto Said, che si vedeva lontana, di giorno non sembrava più così vasta come
era apparsa di notte con tutte le luci. Ora si notavano le costruzioni bianche sullo
sfondo marrone della terra arida e brulla. Poco era il verde, oltre non si vedevano
né montagne né colline.
Passarono le ore dell’alba, il fresco della notte si perdeva nell’aria che cominciava
a riscaldarsi e sarebbe poi diventata rovente. A bordo la vita riprendeva consueta. Il
cuoco aveva aperto la cucina, tra poco si sarebbe potuto far colazione.
Approfittando della sosta, il nostromo aveva fatto appendere con due funi alcune
tavole fuori bordo per andare a dipingere qualche tratto di fiancata. Alcuni dei
marinai disponibili pitturavano il ferro che aveva perduto la tinta, altri con martelli
appuntiti picchettavano tracce di vecchio colore che nascondevano la ruggine. Tutti
i giorni di sosta la nave subiva quel trattamento che poteva sembrare, come per una
donna, una civetteria per esaltarne la bellezza, mentre per tante altre vecchie e
stanche, era solo una tragica e assurda mascherata.
Il convoglio era stato formato e iniziammo il viaggio. Dal ponte, col telegrafo
meccanico, giungevano in sala macchine i comandi. Si era ormai nelle acque del
porto. Ancora una sosta per far salire a bordo gli ormeggiatori egiziani. Con un
picco da carico tirammo su in coperta anche la loro piccola barca. Doveva servire,
in caso di necessità, per portare a terra i cavi da ormeggio.
Nessuno avrebbe mai accettato di condividere l’alloggio con quegli arabi ed essi
stessi acconsentirono come una cosa ovvia e scontata la propria sistemazione a
prua, lontano da ogni promiscuità, sotto il telone che venne steso per ripararli dal
sole. Per i loro bisogni era stata fissata fuori bordo una tavola rotonda con un foro
nel mezzo; alcune aste di ferro tenevano fermo un cilindro di tela che doveva
nasconderli e proteggerli dal vuoto. Controllati con sospetto venivano nel castello
di poppa a mendicare un po’ d’acqua e del cibo.
Ogni tanto qualcuno, per farli arrabbiare, gonfiava le labbra soffiando una
pernacchia al loro passaggio. L’arabo diventava furente per l’insulto gratuito,
oscenamente offensivo dei loro costumi e della loro religione. Quel rumore era
così radicalmente interdetto che, quando si accucciavano nello strano servizio fuori
bordo, per celare il rumore proibito, battevano le mani o picchiavano su di una
lattina d’acqua che usavano sempre per la pulizia.
Dopo aver imbarcato gli ormeggiatori la nave riprendeva la sua lenta andatura,
seguita e preceduta dagli altri piroscafi. Dopo poco si era già nel Canale. Al di là
delle sponde di sabbia a gradoni, alcuni villaggi, poi soltanto il deserto. Le rive non
erano lontane, se la nave si fosse messa al traverso avrebbe bloccato il canale come
talvolta accadeva, e allora per giorni si doveva attendere che venisse liberato. Quel
lento scivolare tra due quinte immobili di sabbia spegneva ogni curiosità e nessuno
si curava più di dare nemmeno un’occhiata al paesaggio sempre uguale.
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
Talvolta qualche ormeggiatore egiziano veniva negli alloggi, male accolto e
guardato a vista. Erano tutti ladri, dicevano. Portava in una piccola sacca
cianfrusaglie da vendere: collanine e braccialetti, monili in filigrana di metallo
argentato, scarabei in pietra azzurra, imitazioni dello scarabeo sacro e dei turchesi
dei faraoni. Li mostrava circospetto con aria misteriosa, tirandoti da parte e facendo
capire che provenivano dal saccheggio di antiche tombe, oppure, con aria furbesca,
offriva la solita mercanzia.
Il mercanteggiamento era compiuto con un linguaggio strano, ricco d’immagini,
traducendo alla lettera i vocaboli dall’arabo che deve essere una lingua piena di colore
e di termini fioriti. Le navi da guerra diventavano: “navi baruffa” e i soldati che più li
avevano impressionati, quei poveri bersaglieri che ad El Alamein avevano veramente
lasciato le penne, erano i “soldati gallina”, per via del cappello piumato.
Se nessuno comprava la mercanzia che portavano per arrotondare il magro
stipendio, proponevano scambi in natura e dicevano:
«Tu dai maccaronia, vermuti».
E se non ottenevano ancora l’effetto sperato, mutavano l’offerta facendo apparire
per un attimo un pacchetto di foto pornografiche, che però tenevano nascoste tra le
mani temendo che, una volta viste, nessuno più le avrebbe comprate:
«Vuoi madama scandalosa? Vuoi? Tu dare liretta».
“Liretta” era la nostra, perché per loro l’unica vera “lira” era la sterlina. Se passava
il nostromo, si tiravano indietro, e questi seccato diceva:
«Yalla, yalla: presto, presto, via al lavoro!».
Un arabo una volta rispose sornione, roteando gli occhi cisposi:
«Arrabo quando lavvorare fare yalla… yalla - lo diceva piano con una lunga
pausa - ma, quando gambe madama fare farfalla, allora arrabo fare yalla yalla
yalla». E diceva “yalla” tutto frenetico, muovendo la mano a pugno chiuso
orizzontalmente con un inequivocabile gesto capito in tutto il mondo.
Ai Laghi Amari, ad Ismailìa, un’enorme distesa d’acqua salata, tutte le navi
sostavano alla fonda, aspettando. Dall’altra parte, da Suez, stava arrivando l’altro
convoglio. Quando tutte le navi erano entrate nel grande lago salato, riprendevamo
la navigazione verso Sud, mentre l’altro convoglio risaliva il tratto di canale che
avevamo appena passato. A Suez ci aspettava il Mar Rosso. Prima di prendere il
mare qualcuno restava in coperta per ammirare estasiato una spiaggia, che si vedeva
lontana, con ombrelloni e bagnanti: un modo di essere così lontano dalla sabbia del
deserto e dal ferro della nave.
Il caldo si faceva sentire allargando le pupille degli occhi e bruciando la gola. La
petroliera senza il suo carico stava alta sul mare che era di un blu così intenso da
sembrare incredibile. Di sera il calore era soffocante. Dopo che il sole aveva
arroventato le lamiere, nelle cabine non si poteva dormire. Spesso la tenue brezza
che soffiava da poppa veniva annullata dalla velocità della nave. Non un filo
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LA VIA DEL PETROLIO
Amedeo Dall’Asta
d’aria attutiva la tremenda calura. Alle quattro del pomeriggio montavo di guardia
in sala macchine ed era un inferno. Dopo la cena sedevo in coperta con quelli che
non riuscivano a stare in cabina, fumando e bevendo la birra ghiacciata che il
cambusiere ci vendeva. Ma già poco dopo la necessità di dormire cominciava a
sospingere qualcuno verso le cabine, da cui però usciva ben presto portandosi
appresso il materasso, per cercare sul ponte un posto qualsiasi dove potesse arrivare
un po’ d’aria a portare un’illusione di fresco. Prima della mezzanotte finivano per
arrivare tutti così, cercando uno spazio per buttarsi a terra, ansiosi di ottenere un
riposo ch’era diventato ormai un bisogno insopportabile, un desiderio irrinunciabile.
Talvolta la brezza arrivava carica di vapori salmastri ed allora, per difendersi
dall’umidità che tutto bagnava, ci si avvolgeva anche il capo, come in un sudario, col
lenzuolo unto dal catrame che univa le tavole di legno della coperta. La nave sembrava
trasportare un carico di morte con quei corpi immobili completamente avvolti nelle
lenzuola macchiate e all’inizio dei quarti, il marinaio e il fuochista di guardia cercavano
per svegliare il collega, che doveva dargli il cambio come in un obitorio tra i corpi dei
dormienti, scoprendogli il capo, a svelare volti gonfi di sonno.
Alle quattro del mattino mi svegliavano: il lenzuolo con cui mi ero protetto era
tutto bagnato. Le membra erano rotte, le giunture come arrugginite, gli occhi gonfi
di stanchezza e di riposo non fatto. Ci sarebbero state un po’ di ore di poco calore,
ma dovevo scendere in macchina.
Portavo solo un paio di scarpe e calzoncini di tela, nient’altro. L’odore di olio e
di nafta mi investiva violento appena aperta la porta della sala macchine, dovevo
scendere quattro rampe di piccole scale col passamano di ferro bollente. Per non
bruciare le mani tenevo sempre nelle tasche due grumi di cascame di cotone. Ero
ufficiale ed era perciò di filacci bianchi, quello degli altri era colorato, come vi
fosse differenza. Ma era anche questo un distintivo sociale, un privilegio cretino.
Tutte le mattine il caporale di macchina lo portava compunto: il bianco presso la
piccola scrivania vicino ai comandi, l’altro, meno costoso, lo lasciava sopra i
depuratori dell’olio.
Protette le mani, scendevo a precipizio senza fare i gradini, ma lasciandomi
scivolare sospeso sui passamani.
Facevamo tutti così, eravamo diventati esperti come ginnasti alle parallele, in un
attimo scendevamo giù in quella strana maniera. Solo il Capo faceva i gradini con
grande sussiego.
In basso il caldo era solo a quarantatré gradi, in alto, sopra alle macchine, superava
i cinquanta. Il sudore colava partendo dalla radice dei capelli, correndo in piccoli
rivi sul petto e sulla schiena, provocando solletico. Entrava nei pantaloni e scendeva
dalle gambe fin dentro alle scarpe.
Dovevano passare quattro ore. Il caldo e la mancanza d’ossigeno toglievano il
respiro. Con uno straccio di rete di cotone, come quello usato per lavare per terra e
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
che chiamavano “mantillo”, mi asciugavo il sudore. Lo strizzavo con le mani unte
di grasso cercando di non sporcarlo del tutto, ma dopo la prima ora non faceva più
differenza.
Risalivo alle otto che erano tutti al lavoro, cercavo la doccia che dovevo fare quasi
bollente perché i cassoni si erano surriscaldati e l’acqua non usciva più fresca.
Dopo il Mar Rosso, nell’Oceano Indiano, con i monsoni, la calura era minore, ma
questi soffiavano di poppa o di prua e la nave beccheggiava procurando altro disagio.
Appena partiti da Porto Marghera, si iniziava subito la pulizia delle tanke. Nessuno
pensava all’inquinamento. Si riempivano le cisterne con acqua di mare, i resti del
carico venivano a galla e si scaricava appena fuori del porto. Se ne ricaricava subito
ancora come zavorra per tenere la nave abbassata nel mare: il Mediterraneo poteva
tradire ed era opportuno non tenere le stive vuote. Il lavaggio si faceva in Mar Rosso
dove c’era sempre bonaccia. Si aprivano allora i portelloni delle cisterne in coperta e
i marinai con getti d’acqua pulivano l’interno. Poi qualcuno doveva scendere con
manichette speciali che spruzzavano vapore, per togliere ogni traccia di residui fangosi
del carico precedente che poteva rovinare il nuovo carico e impedire anche che il
caldo li facesse evaporare formando il gas che poteva far saltare in aria la nave.
Dentro alle tanke, tra le nuvole di vapore bollente e l’odore impossibile, si resisteva
solo per poco, per trovare refrigerio in coperta sotto il sole a quaranta gradi. A
questi lavori erano comandati un po’ tutti i marinai, ma a taluni il nostromo riservava
turni più lunghi.
Una volta si era imbarcato un ragazzo non ancora ventenne, Bepi Franchini.
Aveva finito il liceo e voleva iscriversi a medicina. Di modesta famiglia senza tanti
quattrini s’era imbarcato per alcuni mesi; non capivo come avesse potuto con la
penuria di posti che c’era a quei tempi. Il nostromo sapeva e non vedeva di buon
occhio quello che sembrava un signorino, uno che aveva studiato e portava via il
pane a qualcuno che aveva bisogno. In tutti i modi cercava di metterlo sotto con i
lavori più pesanti e difficili.
Il Bepi affrontava ogni cosa senza fiatare, mai si era lamentato. Era al secondo
viaggio, mi disse che ne bastavano altri tre per avere il denaro e fare qualche anno
di studi senza gravare la famiglia, il padre lavorava a Marghera in raffineria e là
aveva trovato la raccomandazione per farlo imbarcare.
Puliva le tanke legato ad una fune, così se sveniva intossicato dal gas, potevano
tirarlo su. Una volta successe e per cura gli fecero bere due litri di latte condensato, di
quello conservato in lattina già zuccherato, quello che subito dopo la guerra mangiavamo,
senza diluirlo con l’acqua, spalmato sul pane come fosse una cosa da ricchi.
La sera mi venne a trovare, come il solito, in cabina, ma parlammo di amici
comuni e di come si sarebbe stati alla spiaggia del Lido nel pieno dell’Agosto. Nel
salutarmi guardò la cabina come fosse la prima volta e disse il solo lamento velato:
«Però, che bella cabina hai. La mia è proprio uno schifo, e poi non respiro con
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LA VIA DEL PETROLIO
Amedeo Dall’Asta
l’odore che hanno i miei tre compagni. C’è uno che non vuole tenere aperto l’oblò
e ha i piedi che puzzano in modo tremendo».
Lo salutai mortificato. Che cosa potevo?
«Vieni quando vuoi, anche quando io non ci sono».
Mi guardò con un amaro sorriso, con gli occhi che erano diventati solo un po’
lucidi. Il pianto doveva essere dentro.
Negli anni seguenti divenne un grande chirurgo. Lo rividi dopo vent’anni,
affermato e importante, mi strinse la mano chiamandomi per nome come fosse un
elogio. Morì poco dopo, un mattino d’inverno, correndo con l’auto nella nebbia
della valle padana.
Alcuni giorni dopo apparve la terra. Una lunga pianura di sabbia giallo-oro
interrompeva all’orizzonte la distesa del mare verde-mela. Attorno e dietro di noi
alcune decine di petroliere di tutte le nazionalità attendevano il turno per caricare il
“crude oil” dalla banchina che si vedeva lontana, unica testimonianza di vita umana
nell’enorme deserto di sabbia e di mare. La banchina costruita su enormi piloni di
cemento, a qualche miglio dell’arida costa, era tanto lunga da poter far attraccare
cinque o sei grosse navi. Era larga alcune decine di metri, tutta ricoperta di legno
per impedire, tra il ferro, scintille che potevano provocare lo scoppio del gas che
stagnava all’intorno. Un lungo pontile collegava la banchina alla terra e portava,
sotto il rivestimento di legno, le grosse condutture che arrivano dai pozzi invisibili
oltre la linea dell’orizzonte.
Eravamo alla fonda a Mhena Al Hamadi, nel Golfo Persico, in una calma piatta
di mare e di vento. Il sole picchiava implacabile, il motore principale era fermo, ma
pronto a partire, eravamo tutti in coperta. Il cambusiere vendeva un sacco di birre
che tutti bevevano avidi. L’equipaggio scendeva di sotto ad acquistare la fresca
bottiglia, agli ufficiali la serviva il cameriere che si faceva firmare un tagliando
presentando un vassoio, come in crociera.
Era una gioia infinita sentire la birra ghiacciata scendere giù nella gola e per quei
pochi secondi sembrava di aver quasi freddo. Appoggiati al parapetto era una gioia
ancora più grande ruttare tranquilli con tutta la gola all’indirizzo della sabbia e
gettare in mare la bottiglia come fosse un proiettile.
Eravamo arrivati di notte. Dormivamo tutti in coperta; poiché le luci, anche se
deboli, che illuminavano il ponte di poppa mi impedivano il sonno, mi ero legato
una benda sugli occhi. Quando il motore venne fermato e fu dato fondo alle ancore
mi svegliai restando con gli occhi bendati: alle quattro montavo di guardia. Mi
girai per riprendere sonno. Non era più tanto caldo all’aperto vicino alla terra, ma
le cabine avevano le lamiere arroventate dal giorno e dal piccolo oblò non poteva
entrare tanta brezza da rinfrescare l’ambiente. Ormai non avrei più dormito, tolsi la
benda per controllare l’orologio.
Mi colpì il chiarore diffuso nell’aria che oscurava le lampade elettriche. Come
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poteva essere l’alba? Ancora con gli occhi assonnati mi alzai a guardare al di là del
parapetto che, stando disteso, mi impediva la vista della terra vicina. Restai stupefatto
a guardare con gli occhi ancora socchiusi e gonfi dal difficile sonno, abbagliato.
Quattro soli stavano sorgendo lontano all’orizzonte. Quattro, non uno. Il chiarore
era spettrale, giallastro come da aurora boreale. Erano le torce che bruciavano il
metano che usciva dai pozzi e che allora non veniva utilizzato. Bruciava continuo,
illuminando tutte le notti chilometri di deserto e di mare.
Il viaggio di ritorno nel Mar Rosso non era più tanto opprimente. Caldo e disagi
erano come all’andata: ma si tornava e i giorni passavano più veloci, tuttavia scendere
in sala macchine alle quattro del mattino era ancora un incubo angosciante.
Avevo escogitato un sistema per far passare più svelte le quattro ore di guardia.
Ogni mezz’ora dovevo compiere il giro per controllare gli strumenti. Mi proponevo
un traguardo vicino e pensavo di arrivare solo a quello. Quando erano passate le
prime due ore era fatta: ero nel mezzo, ogni minuto era uno di meno. Mi cercavo
dei lavori da fare, come traguardi intermedi.
L’equipaggio era diviso in “Ufficiali” e “Bassa Forza” (tutti gli altri). In tutti i
documenti, registri, comunicati, i marinai e i fuochisti erano sempre chiamati
“BASSA FORZA”, anche nella sala mensa, nel corridoio che portava alle loro
cabine era scritto “BASSA FORZA” e pure nei gabinetti: “IGIENE BASSA
FORZA”.
Il primo giorno d’imbarco quando vidi quelle scritte provai un senso di stupore e
poi di pudore. E ogni volta che le vedevo cercavo di non farci più caso, dando per
ovvio e scontato, come per certe altre cose.
La cucina era unica, ma cucinava diverso. Al Comandante e Direttore di macchina
andava il cibo migliore, servito nella saletta riservata sotto il ponte di comando. Gli
ufficiali venivano dopo nella sala mensa, serviti dal secondo cameriere: un primo,
un secondo di carne e un terzo di pesce o formaggio, frutta e caffè. Giovedì e
domenica il dolce. La Bassa Forza aveva solo un primo e un secondo, dovevano
andarlo a ritirare in cucina con le gamelle d’alluminio che dovevano poi venire
lavate da loro, in un locale con la targa “LAVANDERIA BASSA FORZA”.
Il vino, uguale per tutti, non era misurato, tanto ben poco se ne beveva. Era
sempre rosso, mai bianco, aveva un gusto tremendo, forse col caldo e con gli
sbattimenti non poteva conservarsi meglio. Lo chiamavano tutti “cancaron”. La
frutta invece era contata. Agli ufficiali due pezzi ad ogni pasto, ai sottufficiali uno
e alla Bassa Forza niente. Per loro non era prevista, ma anche se uomini rudi e
avvezzi a fatiche strazianti, dopo giorni di mare ne sentivano anche loro il bisogno.
Solo nei mari tropicali veniva distribuito a tutti un limone al giorno.
A tavola non consumavo tutta la frutta che mi veniva servita, ne conservavo un
pezzo per portarla giù in macchina: mi faceva bere di meno. Un giorno mi accorsi
che mentre mangiavo una mela il fuochista mi guardava avido, come invidioso,
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LA VIA DEL PETROLIO
Amedeo Dall’Asta
muovendo le labbra. S’accorse d’essere visto e confuso arrossì ritirandosi dentro il
suo antro. Ne provai una grande vergogna.
Presi così l’abitudine, quando nella prima mezz’ora andavo nel locale caldaie a
controllare pressione e livelli, di posare la mia mela sulla piccola mensola dove
con un fornelletto elettrico faceva il caffè. Avevo pudore a dargliela in mano.
Lui capiva, anche per questo mi voleva bene e mi dava doppio caffè.
La gioia più grande fu quando rientrammo nel Mediterraneo, riattraversando il
Canale di Suez. Dopo quaranta giorni si tornava a casa. Arrivando di giorno, non
notai la differenza di caldo, non mi accorsi nemmeno di aver indossato una camicia
per andare di guardia. La notte però misi una coperta nel letto e provai una sensazione
di quasi erotismo. Parevo esaltato, che piacere fu coprirmi e cercare il tepore del
letto.
Il Premio assegnato ad Amedeo Dall’Asta di Venezia (impossibilitato a presenziare) viene ritirato da un
suo caro amico di Palermo.
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Il Circolo conferisce il
Premio “Protagonisti
del mare” alla Società
di Navigazione “Ignazio
Messina & C.”
“Nell’ottantesimo anniversario della costituzione della Compagnia
di Navigazione “Ignazio
Messina & C.”, il
conferimento del “Premio Protagonisti del
mare” al suo fondatore
è un atto dovuto per ricordare degnamente un
concittadino che con
l’audacia, il coraggio e
l’acuta intelligenza, tipici della gente di Sicilia,
ha saputo mettere stabili basi ad una Impresa
Armatoriale tuttora attiva, solida, operante e
sempre in continua
ascesa.”
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Angelo Luigi Fornaca
LA TIGRE DELLA MALESIA
A
metà degli anni 80, Capitan Cherubini non si sarebbe mai aspettato di
imbattersi nei Pirati quando, al Comando dell’Alabama Getty, si stava
inoltrando nel Golfo del Bengala, ma, come aveva detto mammà in un lontano e
gaudioso giorno, lui era nato sotto il segno particolare della ‘Tigre’.
Infatti, fin da quando ebbe i natali in un’umile, ma onesta ed onorata famiglia di
Mola in provincia di Bari, il nuovo arrivato si mise in luce sotto le sembianze di un
magnifico esemplare, con un corpo ed una testa armoniosamente scolpiti, per cui,
dopo il primo amorevole sguardo, mamma Cherubini esclamò: «Ecco il mio bel
tigrotto!».
Crescendo, il ‘cucciolo’ non deluse le attese e quando si presentò per la prima volta
sui banchi di scuola sembrava un vero tigrotto: un po’ tozzo, ma agile e forte, con un
gran ciuffo ricciuto sotto il quale spiccavano i tratti di un viso vivace e ribelle.
Benché fosse d’intelligenza pronta e duttile, all’inizio il piccolo Cherubini
dimostrò più noia che attaccamento ai libri di scuola; ma, il giorno in cui la maestra,
per interessare e stimolare gli alunni, portò in classe un libro di Pirateria marinara,
tutto il fastidio e la noncuranza che aveva sempre dimostrato durante le ore di
lezione, sparirono come d’incanto.
Dopo il primo libro ne seguirono altri, attesi ed accolti con sempre crescente
interesse; egli scoprì ben presto che la Storia della Pirateria marinara si perdeva
nella notte dei tempi: ripercorse, così, le prime gesta fino alla definitiva
consacrazione della ‘professione di corsaro’, quella figura destinata a varcare gli
oceani ed estendersi sui mari di tutto il mondo.
Via via, inoltrandosi sempre più in nuove avventure, Cherubini ‘partecipò’ alle
imprese di Capitan Morgan e di Capitan Flint, le cui vele si gonfiavano sinistramente
al vento, portando l’insegna del nero teschio sugli incomparabili scenari del Mar
dei Sargassi, del Golfo del Messico e fra le innumerevoli isole delle Antille.
Sempre ed ovunque, sui mari occidentali, era il sinistro Pirata a comandare
l’arrembaggio dal Ponte della Nave e a rapire l’interesse del tigrotto di Mola finché,
inaspettatamente, un giorno comparve all’orizzonte una emergente e rivoluzionaria
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figura di Corsaro: Sandokan era il nuovo eroe, forte e coraggioso, il romantico
combattente a difesa dei deboli per il trionfo della Libertà e della Giustizia su tutti
i mari e le terre del lontano Oriente.
Mentre scorreva le pagine della ‘Tigre della Malesia’ sembrava che una corrente
magica attraversasse il ‘tigrotto’ da capo ai piedi: il corpo si tendeva, i lineamenti si
affilavano come lame di una scimitarra ed il lampo di una scintilla si accendeva nei
suoi occhi nel seguire Sandokan lanciato all’arrembaggio.
Sulle ali della fantasia di Salgari, il piccolo Cherubini si spinse, attraverso il
Golfo del Bengala, fino oltre il Borneo, mai venendogli meno quella fiammella
scintillante nelle pupille ad ogni assalto del suo eroe.
Sandokan, la Tigre della Malesia, e Marianna, la Perla di Labuan, erano gli idoli ed
i sogni infantili sui quali costruire un immaginario, ma non impossibile avvenire.
L’interesse per l’avventura lo proiettò sempre più verso mari e terre lontanissime
e sconosciute e fu così inevitabilmente attratto dalle ‘sirene’ del Nautico, cui si
iscrisse per il Corso di Capitano di Lungo Corso, a dispetto del buon papà che lo
avrebbe voluto con le radici saldamente affondate nella generosa terra pugliese
come fedele continuatore delle sane tradizioni familiari.
Il giovane Cherubini proseguì nella sua magnifica crescita e, con lo studio diligente
e proficuo, ebbe modo di sviluppare anche un particolare interesse verso le attività
sportive; ben presto divenne un’ottima ala destra nella squadra calcistica di Mola
mettendo in luce, con le doti tecniche, anche un innato temperamento d’indomabile
lottatore: quando si lanciava in una delle sue travolgenti discese verso la porta
avversaria, si destava in lui il coraggio belluino del suo eroe Sandokan, come se
fosse catapultato da una forza misteriosa verso la tolda di una nave nemica da
espugnare.
Furono anni d’intenso studio e di sport e, poi, finalmente, il coronamento di un
grande sogno: il Diploma di Allievo Capitano di Lungo Corso, la partenza e la
prima Nave!
Il ‘tigrotto’ era cresciuto bene: il fisico appariva asciutto e muscoloso, i lineamenti
forti e volitivi, con occhi neri e penetranti in uno sguardo fiero e scintillante, pronto
ad affrontare il mondo e a conquistarlo.
Seguì un lungo periodo di viaggi sui più lontani e tempestosi mari: le traversate si
succedettero quasi ininterrottamente, ma il Bengala, lo Stretto di Malacca ed il Borneo
rimanevano sempre fuori dalla sua rotta; ed anche quando la prua della Nave prese la
via dell’Estremo Oriente, le sue mai sopite aspirazioni giovanili non riuscirono a trovare
il conforto di un approdo o di un reale contatto con il mondo di Sandokan.
La realizzazione dei sogni dell’infanzia stava diventando soltanto un impossibile
miraggio e, benché rincorresse sempre l’avventura con spirito giovanile, incominciò
ad avere la sensazione che i tempi gloriosi di Mompracem fossero ormai nient’altro
che un lontano ricordo.
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LA TIGRE DELLA MALESIA
Angelo Luigi Fornaca
Lentamente, con la maturità, anche la fiammella che gli brillava negli occhi prese
ad impallidire: soltanto, di tanto in tanto, transitando al largo di Labuan, la luce si
riaccendeva, non più ad inseguire Sandokan lanciato all’arrembaggio, ma a
rincorrere, nell’immaginario, i seducenti occhi verdi di Marianna, per la quale si
stava sviluppando un piccolo incendio.
Sandokan, dunque, era stato un sogno giovanile, ma Marianna era la realtà, la
luce, la fiamma, il fuoco dell’avventura per cui ardere d’amore. Ma la ‘Perla’ si
faceva attendere. La cercò ovunque, a tutte le latitudini, sotto i cieli di tutto il
mondo senza trovarla: bella, intelligente, colta. Forse anche lei era un miraggio,
dopo quello di Sandokan?
L’incendio continuò a divampare senza sosta, sempre più violento, ma, invece di
Marianna, gli arrivò il Comando della Nave: dopo lunghi anni di dura e faticosa
scalata era arrivato alla sommità della vetta della carriera e si accingeva ad assumere
i privilegi e le responsabilità della prima ‘poltrona’ di Bordo.
Allora Capitan Cherubini aveva già varcato la soglia degli ‘anta’, ma conservava
un’impronta particolarmente aperta e gioviale che lo rendeva assai popolare fra la
‘ciurma’; e, sebbene talvolta amasse cullarsi ancora nei sogni e fra gli entusiasmi
giovanili, nel suo intimo ‘sentiva’ che le fantasie del passato stavano per soccombere
inesorabilmente, avvolte nel grande velo dell’oblio.
Faticosamente Capitan Cherubini stava sostituendosi a Sandokan nel ruolo di
protagonista sulla plancia della Nave, mentre la ‘Tigre’ vedeva allontanarsi sempre
più il suo mondo, anche se, nei recessi reconditi del suo animo, l’ultima debole
fiammella resisteva ancora.
E un giorno, come per un’estrema illusione, sembrò che stesse finalmente per
realizzarsi il sogno della reale avventura, quando, in navigazione nei mari
dell’Indonesia, avvistò la vela di una grossa giunca stracarica di corpi umani!
Istantaneamente fu proiettato indietro nel tempo, al giorno in cui la maestra portò
in classe quel libro che aveva scatenato la sua fantasia infantile.
Sporgendosi oltre il parapetto della Nave, scrutò il lontano orizzonte, poi,
decisamente, cambiò rotta e mise la prua sull’imbarcazione sconosciuta: purtroppo,
non era l’avventura che si cullava nell’animo fin dalla tenera età, ma il triste epilogo
di un autentico dramma. Non c’erano i suoi eroi ad attenderlo sulla sgangherata giunca,
bensì un misero carico di disillusione e disperazione: quello della popolazione sudvietnamita in fuga dal loro paese, profughi dall’utopistico mondo del paradiso
materialista.
Li raccolse quando erano in mare da oltre una settimana, da tre giorni senza cibo
e senza acqua, in balia delle onde, sotto l’implacabile sole tropicale: un centinaio
di uomini, donne, vecchi e bambini in tenera età. Con il cibo, offrì loro la libertà e,
quando li depositò sulla banchina del porto del Singapore, sul suo volto di
impossibile Pirata rimase a lungo l’impronta di una viva commozione.
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
Con i profughi se ne andarono definitivamente le residue speranze di agganciarsi
al suo mondo infantile. Tutto era ormai finito: Sandokan non esisteva più. Rimaneva
soltanto Capitan Cherubini e la realtà della vita. Il resto? Pura fantasia.
In seguito, il lento scorrere del tempo non parve più subire mutamenti; ma, anche
se la ‘fiammella’ aveva cessato di ardere, era veramente impossibile che sotto il
velo di oblio non si celasse ancora qualche minuta favilla in grado di scatenare un
nuovo e più devastante incendio?
E l’inverosimile apparve un giorno improvvisante: infatti, ciò che non era
avvenuto prima nel corso di numerosi anni di traversate nei mari della Malesia e
del Borneo, incominciò ad assumere sembianze ben definite durante una delle
periodiche vacanze, a Genova, sotto i portici di Via XX Settembre:
«Piacere, Cherubini!»
«Piacere, Arcangelo!»
«Arcangelo come?»
«Arcangelo Marianna!»
«Oh, mio Dio!»
Istantaneamente, Cherubini ebbe una delle sue folgoranti ‘captazioni’ che avevano
orientato e determinato il corso della sua vita fin da quando, in tenera età, sedeva
sui banchi di scuola: la sua non era soltanto immediata percezione di una particolare
situazione, ma qualcosa in più, come la capacità di intuirne gli sviluppi futuri,
anche assai remoti.
Mentre indugiava trattenendo la piccola mano fra le sue grandi e nodose dita, la
percezione assunse sempre più vigore, come un coro di arcangeli che si univano ai
cherubini di casa sua:
«Ecco - gli dissero all’unisono - la tua Penelope, colei che guiderà il ritorno di
Ulisse alla sua Itaca: certamente non è Marianna, la Perla di Labuan, ma nemmeno
tu sei Sandokan, la Tigre della Malesia...
...al risveglio, i sogni tornano ordinatamente nel cassetto e lasciano il campo alla
realtà che, nondimeno, può essere fascinosa...
...vedi? Lei è piccola, dolce, fragile ed indifesa! Ha bisogno che qualcuno la
protegga! Ha bisogno di te! Per lei potrai essere ancora un eroe, il Sandokan, e lei
sarà la tua Perla».
Glielo disse cercando negli occhi di Marianna l’approdo vero e totale: nelle pupille
di lei vide accendersi una piccola, misteriosa luce che diventava sempre più intensa
ed abbagliante, come il raggio di un grande faro.
Così sotto la Lanterna ebbe termine la caccia selvaggia alle falene bianche, nere
o gialle, dall’Alaska a Capo Horn, dall’Estremo Oriente al Capo di Buona Speranza
e la ‘navicella’ di Cherubini si avviò lentamente, ma felicemente, all’ancoraggio
sicuro dentro un tiepido ed accogliente porticciolo.
Al suono di Mendelssohn il coro di Arcangeli e Cherubini li pilotò direttamente
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LA TIGRE DELLA MALESIA
Angelo Luigi Fornaca
all’altare, dove il prode Cherubini impalmò la dolce Marianna.
Seguirono alcune settimane in cui Capitan Cherubini, forte e coraggioso come
l’eroe sulla tolda della nave in pieno arrembaggio, si lanciò generosamente tra le
braccia della piccola e fragile Marianna, sempre bisognosa di affetto e protezione,
dandole il sostegno della sua forza e sicurezza.
Ma, ahimè, troppo presto l’inesorabile legge del mare lo strappò un mattino dal
dolce tepore del suo porticciolo con una telefonata urgente e l’inevitabile ordine di
partenza: destinazione Alabama Getty.
Come altre volte, in volo raggiunse la nave nel lontano Golfo Persico, ma lei non
era rimasta sola: stava volando accanto a lui sull’aereo che li portava verso l’Oriente.
Lassù, oltre le nuvole, nell’incerto silenzio della notte, Cherubini rincorse a lungo,
attraverso l’oblò, le stelle che impallidivano al primo chiarore dell’alba; quindi, il
suo sguardo si posò sulla piccola compagna che riposava accanto, ammirandone i
lineamenti dolci e sereni, e gli sembrò, come sempre, infinitamente fragile e indifesa:
«Dormi, piccola - le mormorò - ora sarò io a vegliare su dite!».
Arrivarono a Dubai, dove l’Alabama Getty stava transitando proveniente dai
porti del Golfo Persico diretta in Giappone, via Stretto di Malacca e Singapore.
Salirono il ripido scalandrone e si imbarcarono sulla grande Nave: lui si assise
sull’alta poltrona dei privilegi e delle responsabilità del Comando, mentre lei,
fedelmente, si dedicò ad occuparne l’ombra protettrice.
I giorni che seguirono furono la felice continuazione del magico periodo iniziatosi
quel giorno a Genova sotto i portici di Via XX Settembre.
Mentre la Nave solcava l’onda dell’Oceano Indiano verso il lontano Oriente, a bordo
tutto era calmo e tranquillo: dal Ponte di Comando, Capitan Cherubini osservava la
prua correre verso l’orizzonte liberando una lunga e schiumosa scia bianca dietro la
poppa. Il mondo era lontano e le notizie arrivavano soltanto filtrate attraverso la Radio,
come le voci che indicavano una vivace ripresa dell’attività piratesca nello Stretto di
Malacca e di Singapore: ‘rumori’ che non destavano alcuna preoccupazione, ma che
avevano illuminato per qualche istante il volto di Capitan Cherubini:
«Belle favole ad uso e consumo delle Aziende Turistiche!» - aveva subito
commentato con un sorriso di compiacente superiorità.
«Nessuno è in grado di fermare questi colossi del mare, nemmeno se tornasse
Sandokan in persona!» - aveva infine sentenziato ed il capitolo pirateria era da
considerarsi definitivamente chiuso.
Attraversarono il Golfo del Bengala ed avvistarono la costa occidentale di
Sumatra, la grande isola all’ingresso dello Stretto di Malacca.
«Ecco, laggiù - stava dicendo Cherubini a Marianna - c’è lo Stretto di Malacca e
Singapore, la porta dell’Oriente, un tempo teatro di mille avventure, il regno
incontrastato dei Pirati della Malesia; un mondo che, nonostante le voci fantasiose
ricorrenti ai giorni nostri, appartiene soltanto al passato; sono, nondimeno, i mari,
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
le isole e le terre che Salgari ha immortalato in quella stupenda collana di libri
che ha fatto sognare intere generazioni di ragazzi in tutto il mondo».
Dal Ponte di Comando Capitan Cherubini pilotava la Nave a nord di Sumatra
inserendosi sulla rotta verso Singapore. La navigazione era assai impegnativa a
causa delle numerose ostruzioni costituite da isolette e banchi sabbiosi affioranti o
sommersi che delimitavano il passaggio.
Le sue doti di navigatore erano messe a dura prova: il minimo errore poteva
comportare l’incaglio in mezzo allo Stretto, oppure un vero e proprio ‘atterraggio’
sulla costa con la prua immersa in profondità nella lussureggiante vegetazione
della foresta tropicale.
Mentre l’Alabama Getty transitava entro lo Stretto di Malacca, laggiù, sulla costa
della Malesia, stava imperversando ‘Sumatra’, il violento nubifragio locale, con
scrosci torrenziali di pioggia accompagnati da lampi accecanti e dall’assordante
boato del tuono; anche Singapore era investita dall’uragano che continuava a
rovesciare un diluvio di acqua sulla città immersa nel buio della notte: le strade
erano diventate vorticosi torrenti in piena, il traffico completamente paralizzato e
tutta la vita notturna sembrava essersi fermata.
Il lungo passaggio dello Stretto proseguì ininterrottamente per molte ore sotto
l’imperversare di ‘Sumatra’, finché la grande nave, superati gli ultimi ostacoli,
immise la prua nel mare aperto.
Erano passate da poco le 02.00 quando Capitan Cherubini, lasciato il comando
all’Ufficiale di guardia, scese la scaletta interna del Ponte e raggiunse la cabina,
seguito dalla fedele Marianna: stanco, con gli occhi arrossati per la prolungata
esposizione davanti allo schermo radar, si lasciò scivolare sulla cuccetta, accanto
alla moglie, ed in pochi istanti cadde in un profondo e rumoroso sonno.
Marianna attese pazientemente per alcuni minuti l’illusoria fine del ‘concerto’
coniugale; quindi si alzò ed andò ad allungarsi sul divano, sollevandosi la coperta
sul capo nel vano tentativo di ripararsi dal fastidioso russare.
Mentre Capitan Cherubini veleggiava ormai nel profondo mondo dei sogni, non
molto distante, sul pontile di una piccola baia celata fra cortine di mongrovie, ferveva
una strana attività: due ombre nere, in completa tuta-sub, da cui spuntava la minacciosa
impugnatura di un pugnale, avevano lasciato il bungalow e stavano prendendo posto
su una grossa e filante canoa, munita di un potente motore fuoribordo.
Senza curarsi di ammirare il paradiso di vegetazione circostante, che appariva di
una bellezza ineguagliabile alla luce incessante dei lampi, misero in moto e, con
rapida manovra, lasciarono decisamente l’ormeggio.
Sfidando i torrenti di acqua che continuavano a cadere dal cielo, la canoa superò
uno stretto passaggio ed uscì in mare aperto, puntando, senza indugi, verso le luci
di posizione di una grande nave in transito; nonostante il pericoloso frangersi delle
onde sulla prua, con abili manovre la veloce imbarcazione raggiunse una posizione
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LA TIGRE DELLA MALESIA
Angelo Luigi Fornaca
strategica ben definita e si lanciò all’arrembaggio.
Evitata la prua della grande nave, la canoa scivolò lungo la fiancata fino sotto la
poppa: dopo aver preso un veloce slancio, un’ombra lanciò in alto una ‘cima’ con un
gancio che andò ad artigliarsi sulla ringhiera della murata in coperta. Con un ardito
balzo marinaresco, l’ombra si arrampicò e ben presto fu in coperta; furtiva e veloce salì
alcune rampe di scale e raggiunse il ponte degli alloggi Ufficiali: qui, sostò brevemente
per lanciare un rapido sguardo in tutte le direzioni, quindi apri una porta ed entrò.
All’interno la grande nave era immersa nel sonno. Nel silenzio della notte, il
sibilo del condizionatore ed il brusio gracchiante di qualche motore erano i soli
rumori percettibili. Lentamente, una ‘silhouette’ nera si delineò nel corridoio
illuminato ed avanzò osservando attentamente le targhette delle cabine finché giunse
davanti a quella contrassegnata dalla scritta ‘Captain’: con calma, ma senza indugi,
afferrò la maniglia della porta e la girò.
Il battente si apri facilmente senza rumore ed una soffusa luce riflessa inondò la
cabina: nella grande cuccetta - letto il corpo massiccio di un uomo dormiva russando
rumorosamente.
La silhouette nera restò un attimo immobile, stagliandosi nel vano della porta in
tutta la statuaria bellezza delle veneri orientali; quindi, avanzò di qualche passo e,
spiccando un salto felino, balzò sulla cuccetta imprigionando, fra le sue gambe, il
corpo della persona addormentata.
«Svelto, Captain! Le chiavi della cassaforte!» - sibilò concitatamente, in un buon inglese,
la Piratessa, solleticando la carotide di Capitan Cherubini con un acuminato pugnale.
Nonostante l’urto ricevuto ed il pressante ‘solletico’ al collo, il malcapitato faticava
a riemergere dal profondo sonno: ancora e sempre prigioniero di visioni
dell’inconscio, faticava a mormorare:
«...Sogni... ombre del passato... turismo... ».
Per qualche istante la nera silhouette tentò di scuoterlo per risvegliarlo, tenendolo
sempre sotto la pressione dell’affilata lama del pugnale, in una posizione che
minacciava di precipitare con conseguenze drammatiche.
Quando la situazione sembrava ormai senza vie d’uscita per il prigioniero, oltre
la spalliera del divano, Marianna fece improvvisamente capolino: senza indugiare
ad ammirare la esotica bellezza che stava a cavalcioni del marito, impugnò
fulmineamente una grossa torcia elettrica e la vibrò pesantemente sul capo della
leggiadra Piratessa, mandandola a rotolare esanime sul pavimento della cabina.
Appena liberato dallo strano e fastidioso peso, Cherubini emise un lungo ed incomprensibile
brontolio e, voltandosi dalla parte opposta, riprese insistentemente a russare.
Gettando da parte la coperta, Marianna scese dal divano e, raccogliendo il pugnale
sul pavimento, afferrò per i capelli l’esanime Piratessa e la trascinò fuori dalla
cabina e lungo il corridoio fino oltre la porta esterna; qui, adagiandola sotto la
bocca di un grosso idrante, le assestò un pizzicante buffetto sulla guancia, appena
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
prima che si sprigionasse un violento getto d’acqua marina.
Marianna rientrò in cabina chiudendosi accuratamente la porta alle spalle; dall’oblò,
alla luce dei lampi, osservò la Piratessa dibattersi sotto lo scrosciare dell’acqua: la vide
alzarsi barcollando, scendere mestamente alcune rampe di scale e valicare la ringhiera
della coperta per sparire nella notte; e, quando udì il rumore di un potente motore che si
allontanava, ristette ancora qualche istante davanti al muro delle tenebre, mentre sul
suo viso andava dipingendosi un ironico e trionfante sorriso.
Avvicinandosi alla cuccetta a contemplare il marito nella rumorosa beatitudine
del sonno, lo baciò teneramente sulla fronte, mormorando in tono protettivo:
«Dormi tranquillo, mio Sandokan. Veglierò io su dite!».
Dalla profondità dell’inconscio, Cherubini emise un cavernoso brontolio di compiacimento.
Marianna ritornò a coricarsi nuovamente sul divano; sotto la protezione della coperta,
chiuse gli occhi nella paziente veglia prima di assopirsi: fu allora che davanti a lei
incominciarono a sfrecciare in rapida successione le immagini di un mondo lontano,
ma nuovamente vivo e reale, come non aveva mai conosciuto prima.
Furono visioni che, via via, andavano prendendo forme e dimensioni sempre più
nitide e torreggianti: divinità marine ed eroi terreni dissacrati e sospinti nell’oblio
dall’avanzare inesorabile del tempo; sogni e miti di un’epoca lontana che crollavano
impietosamente, sopraffatti da altri già emergenti; ed, infine, quella ‘presenza’ misteriosa
ed affascinante, scaturita dalla rocciosa caverna nel cuore della giungla, entro la quale
i freddi occhi della misteriosa tigre della Malesia lanciavano vividi lampi di colore
paglierino mentre si accingeva ad uscire alla ricerca di nuovi orizzonti di caccia.
Erano sogni che andavano sempre più ad intrecciarsi con la realtà fino alla loro
completa identificazione: attraverso i misteri della giungla, dal Golfo del Bengala ai
Mari del Borneo, Marianna si sentiva invadere da una nascente sensazione di gioioso
orgoglio nella piacevole partecipazione personale, fino ad approdare, al risveglio,
sulla tolda della nave con una nuova e fascinosa consapevolezza; ed un mattino,
quando fece il suo ingresso in cabina portando una fumante caraffa di caffè:
«Buon giorno, amore!... Dormito bene?».
«Buon giorno, cara!... Dormito magnificamente. Ho fatto un lungo sogno: mi
sembrava di essere ai tempi di...».
«Fantastico, amore! Ora prendi una buona tazza di caffè: aiuterà il tuo risveglio!»
- lo interruppe lei con un insorgente sorriso ironico, mentre nei suoi occhi si
accendeva quella nuova, intrigante luce color paglierino: erano lampi che
sembravano scaturire dalla rocciosa caverna nel cuore della giungla, quando la
maestosa tigre della Malesia si accingeva ad uscire per la sua quotidiana caccia
notturna.
Ancora a cavallo di un sogno, ma già incalzato da un’inquietante realtà, forse,
soltanto lui, l’ex tigrotto di Mola, sarebbe riuscito a svelare il segreto di quella
misteriosa luce che un giorno vide accendersi nelle pupille di Marianna, a Genova,
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
sotto i portici di Via XX Settembre.
Intanto, fuori, l’uragano si stava ormai allontanando ad Oriente con il suo denso
corredo di nubi, mentre la prua dell’Alabama Getty puntava direttamente al largo di
Labuan, sul percorso tracciato da Capitan Cherubini la notte precedente: non erano
stati calcoli nautici a dettarne la rotta, ma il fascino inconscio, quel sogno mai sopito
dell’avventura che ancora viveva in lui come la seconda metà di se stesso.
L’Ufficiale R.T. Angelo Luigi Fornaca di Asti con la moglie e Franco Battiato
IL PICCOLO AMMIRAGLIO
S
e è possibile, per un tranquillo continentale delle colline astigiane, essere
colto da insolita vocazione e diventare un incallito lupo di mare, è alquanto
strano che costui possa solcare gli oceani per tanti anni senza cogliere l’obiettivo
di passare alla Storia come quelli celebri del Passato.
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È dunque vero che sui nomi dei grandi Navigatori contemporanei sta scendendo
un impenetrabile, quanto inspiegabile, velo di oblio? Sono considerazioni e domande
alle quali non è facile dare una risposta soddisfacente senza pescare un po’ nelle
profondità del soggetto.
Le origini di questa storia risalgono a tempi ormai remoti; probabilmente le
motivazioni primarie affondano in quella valle di Serravalle che ha nome Cereseto:
una conca fra colline dense di boschi, con una grossa “bula” a fondovalle, sempre
colma di acqua da un’attiva sorgente vicino alla casa natia.
Là, in un giorno avvolto fra lontani e nebulosi ricordi, Papà andò via lasciando in
me un grande ed incolmabile vuoto; allora ignoravo che non l’avrei mai più rivisto
e, nell’incerta attesa del suo ritorno, mi spinsi a ricercarlo un po’ ovunque correndo
audacemente sulle ali dei sogni.
Forse, anche inseguendo quell’impossibile miraggio, negli anni dell’infanzia
iniziai a costruire ed a varare le prime barchette di carta intorno alla “bula” di
fondovalle. Molto spesso, durante i lunghi e caldi pomeriggi estivi, la mia flotta
scivolava lentamente sulla superficie dell’immaginario oceano, mentre dal Ponte
di Comando dell’Ammiraglia andavo incontro all’avventura: sospinto dai venti
della fantasia e bordeggiando lungo le coste di sconosciuti continenti, mi inoltravo
sempre più lontano fino a raggiungere le più sperdute isole dei Mari del Sud.
Navigatore ardimentoso, ma ancora abbondantemente ingenuo ed inesperto, non
avrei mai supposto che qualcuno mi avesse preceduto sulla rotta alla scoperta del
mondo; tuttavia, ben presto, sfogliando qua e là sui primi libri di scuola, scoprii
che ciò era accaduto numerose volte: i nomi di Colombo, Vespucci e Magellano
erano un po’ ovunque su tutti i mari e gli oceani della Terra.
L’inattesa scoperta vanificò bruscamente le mie illusioni e, infantilmente, sentii
lievitare una viva punta di irritazione: da dove erano arrivati questi intrusi? Dal
Passato! Essi avevano avuto la grande fortuna di giungere alcuni secoli prima ed
era stato tutto facile!
Il piccolo, presuntuoso Navigatore che era in me aveva l’irriverente sensazione
di chi avrebbe potuto cambiare il nome a qualche continente, ma la competizione
era avvenuta quando mancava il concorrente più prestigioso! Ero decisamente
seccato! Avevo perso sul tempo il primo confronto, ma sentivo maturarmi un
bellicoso spirito di competizione con tutti coloro che mi avevano preceduto.
Ma chi erano stati questi usurpatori? Amerigo? Furbescamente passato alla storia
per aver arbitrariamente ricevuto l’assegnazione di un continente. Si diceva che
Colombo avesse attraversato sei volte l’Atlantico e che Magellano avesse doppiato
due volte Capo Horn, la punta estrema della Terra del Fuoco, mentre Capitan Cook
si gloriava di essersi spinto tre volte fino alle isole dei Mari del Sud. E con ciò?
Glielo avrei fatto vedere io chi era un vero Navigatore!
I miei 6 verdi anni fremettero di infantile orgoglio e si sentirono tenacemente
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IL PICCOLO AMMIRAGLIO
Angelo Luigi Fornaca
impegnati: dovevo conquistare al sottoscritto un’assoluta posizione di primato sulla
superficie degli oceani di tutto il mondo!
Quell’estate, ospite delle Colonie di Andora, per la prima volta mi trovai a contatto
con l’oggetto principale delle mie fantasie; stranamente non ne fui sorpreso, anzi,
ebbi la sensazione che non mi fosse del tutto estraneo: il blu del mare sconfinava in
quello verde della “bula”, e, a parte le dimensioni, non vi trovavo molta differenza.
Invece, l’apparenza sorniona della grande superficie mi stava ingannando;
inaspettatamente, le mie flottiglie di barchette trovavano grosse difficoltà al contatto
delle onde: molte affondavano miseramente e soltanto alcune riuscivano a resistere
in superficie prima che potessi metterle in salvo.
Mi parve che il mare non fosse un banale scherzo della natura e che, prima di
affrontarlo, bisognasse almeno imparare a nuotare decentemente; con impegno mi
tuffai nell’impresa, ma, prima di riuscire a galleggiare sufficientemente, dovetti
constatare che il mare poteva anche diventare molto amaro e salato non appena
credevo di potermi prendere qualche libertà di troppo. Quella grande “bula” era
una cosa molto seria, forse anche pericolosa: un’impressione che mi sarebbe rimasta
per sempre.
Con il passare degli anni, i sogni infantili di avventura non si assopirono, anche
se furono in parte sepolti sotto gli impegni della scuola. In verità, pur dimostrando
una certa disposizione per lo studio, la mia vera passione era di “marinare” con
coerente regolarità: anziché frequentare i banchi di scuola, incrociavo in bicicletta
lungo le rive del Tanaro, attratto da quella grande massa d’acqua in movimento,
come da un irresistibile richiamo del destino.
Le “marinate fluviali” durarono lo spazio di un’annata, terminando
ingloriosamente con la fuga da casa. Per evitare l’incombente tempesta materna
che si stava addensando minacciosa sul capo, fu giocoforza cercare scampo verso
il mare: un tipico, precoce errore di “rotta” che, fortunatamente, si concluse senza
complicazioni di alcun genere. Mamma sembrò perdonare la mia evasione, ma non
dimenticò: da quel giorno rimase sempre vigile ed attenta a cogliere ogni mia
manovra sospetta.
Il ritorno a casa nei primitivi e ristretti confini segnò la fine dei sogni
dell’adolescenza; ormai la “bula” era troppo piccola, priva del tutto dei vasti orizzonti
oltre i quali si apriva il regno della vera avventura: ciò che un tempo fu il mio
piccolo mare di Val Cereseto rimase per sempre senza flotta e senza ammiraglio.
In seguito le vicende familiari ebbero un ruolo determinante nello sviluppo del
mio destino di navigatore: un giorno di novembre lasciai definitivamente Val
Cereseto e salii sul treno per Genova. Il cambio di residenza segnò una svolta
decisiva nel mio futuro, spalancandomi finalmente la via del mare.
Quello che era stato soltanto un sogno infantile stava per trasformarsi in realtà
sotto forma di un’autentica professione dei tempi moderni. Tramontati e scomparsi
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i tempi dei Brigantini e dei Clippers a vela, sotto la Lanterna di Genova attraccavano
le ultime Navi dotate di potenti motori e di moderne Stazioni Radio in grado di
varcare velocemente gli Oceani e di unire sulle vie dell’etere tutti i Continenti.
Per mantenersi vitale, lo spirito di avventura dell’infanzia doveva integrarsi con
le esigenze pratiche della nuova professione: dopo un adeguato periodo di scuola
non “marinata”, mi trovai con un titolo di studio Internazionale che mi permetteva
di imbarcarmi su Navi di ogni Nazionalità in qualità di Ufficiale Marconista.
Fu così che, un giorno, andai a Palermo per prendere imbarco su una Nave battente
bandiera Italiana in procinto di salpare per i porti del Medio Oriente.
Ed ecco, finalmente, la partenza! I primi giri dell’elica, il sussulto dello scafo
mentre l’Alba’ si scosta dal molo e si avvia all’uscita del porto: a poppa, la terra si
allontana lentamente fino a diventare una linea confusa ed indistinguibile con
l’orizzonte; e, davanti alla prua, là dove il mare ed il cielo s’immergono, il mistero
dell’ignoto sembra attendermi.
Era iniziata la mia vera avventura del mare: il sogno dell’infanzia si stava
trasformando in realtà, ma, ahimè, anche nella prima grande rinuncia della vita
davo l’addio alla famiglia ed alla splendida ragazza che amavo. Decisamente non
era ciò che avevo sognato nei pomeriggi d’estate intorno alla “bula” di Val Cereseto.
Quella notte, la prima nell’oscurità dell’angusta cabina di bordo, mi trovai ben
presto a condividere la “cuccetta” con le fedeli compagne della mia avventura: la
solitudine e la nostalgia. Più tardi, quando il sonno si animò di ombre e di fantasmi,
Colombo, Vespucci, Magellano e Capt. Cook iniziarono a danzare sulla tolda della
Nave dopo aver scoperto l’ennesimo continente: un ballo per la scoperta
dell’America, un altro per la circumnavigazione dell’Africa e molti altri ancora per
la miriade di isole ed atolli dei Mari dei Sud.
Sentivo che la mia Ammiraglia non avrebbe mai più avvistato un continente o
un’isola sconosciuti ed il mattino seguente, quando mi risvegliai, fui pienamente
cosciente che i sogni infantili della Val Cereseto erano tramontati per sempre.
Per essere nuovamente competitiva la mia avventura doveva ricercare altri ed
avvincenti traguardi attraverso una nuova e fascinosa consapevolezza: quelli che
erano stati i leggendari viaggi della Storia Marinara avrebbero potuto rivivere in
un’altra dimensione, come risultato di verità personali ancora da scoprire.
Lentamente sentivo affiorare una nuova sensazione: non era più un sogno, ma
l’avvincente fascino della realtà della vita, con cui avrei potuto misurarmi nelle
piccole e grandi competizioni del mare.
Anche se il vantaggio di qualche secolo aveva già assegnato l’esclusiva della
rotta delle Indie e del primo passaggio di Capo Horn, nondimeno le solenni calme
equatoriali e le ruggenti tempeste oceaniche erano ancora e sempre le protagoniste
principali delle grandi vicende del mare.
Nella scia del Passato, ma già proiettato verso i nuovi orizzonti, avrei potuto
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visitare i Continenti, le Terre e le Isole di ieri per conoscere il mondo e cercare di
capire gli strani esseri che vi abitano alla luce del XX secolo.
La mia sfida “privata” era lanciata: ora erano “Loro”, gli “Usurpatori”, ad essere
irrimediabilmente fuori dei tempi. Il piccolo, presuntuoso Ammiraglio della Val
Cereseto tornava a riaffiorare caparbiamente, rifiutando il velo di oblio che
minacciava di seppellire gli autentici grandi Navigatori contemporanei!
Il sindaco di Riposto on.le Carmelo D’Urso, l’ammiraglio Angelo Mariani, il prof. .universitario ...........
e l’on.le Salvino Barbagallo
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Circolo
Ufficiali
Marina
Mercantile
Riposto
Comune
di
Riposto
XXVI Edizione
Riposto (CT) - Festa del Mare
Canzone - Diaporama - Gastronomia
F
otografia - N
arrativa
Fotografia
Narrativa
Pittura - Protagonisti del mare - V
ideo
Video
sul tema “L’uomo e il mare”
Provincia
Regionale
Catania Azienda Provinciale Turismo
Catania
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Alfredo Quinto di Corato
CHIAVE DI LETTURA
L
a cronaca rimata e ritmata che si descrive, riguarda il salvataggio della velista
solitaria francese Isabelle Autissier, di 43 anni, impegnata in un
attraversamento oceanico come lo sportivo italiano Giovanni Soldini, da questi
salvata ovviando al naufragio che per ben 22 ore l’ha vista sopravvivere aggrappata
ad un capovolto scafo capace di galleggiare e non più di navigare.
Giovanni Soldini ha trasgredito ad una delle regole della regata in solitario,
proseguendo poi assieme alla concorrente recuperata.
Del fatto non si è tenuto conto ed anche il concorrente Marc Thiercelin, unico
avversario che si sarebbe avvantaggiato dalla squalifica, non ha protestato.
In una precedente competizione, il velista Gerry Roufs, nel 96, sotto gli occhi
della stessa Isabelle Autissier, era scomparso in mare con la sua barca capovolta e
non fu mai ritrovato.
L’episodio richiamato tenta di valicare i limiti della semplice cronaca sportiva
appropriata ad un altro genere di esami, sottolineando lo splendore dello spirito
marinaro che quanto più s’allontana dalla popolosità umana, tanto più mette in
evidenza che il mare, il mare è pulito.
PER DEI “SOLDINI” IN PIU’
Il mare, il mare legato alla genia della vita,
ispira una lealtà morale da niente limitata
che nell’ancestrale storia che il tempo ha definita
raramente conserva un’aspra memoria svergognata.
L’uomo di mare difende una tradizione gestita
ignorando la prevaricazione ingiustificata
qualunque sia stata la buona istruzione acquisita
sia da esploratore che da ferocissimo pirata.
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In guerra, a pesca, in agonismo od azion ardita,
pel marittimo la navigazione è finalizzata
nel non violar il limite della dignità definita
ad onta della brutalità, dall’onore disprezzata.
Sol talvolta s’apprende di personalità sminuita
che nel suo metodo inserisce la comoda furbata
tesa a sollecitar la risoluzione più gradita
per sfruttare l’altrui mancanza dall’imprevisto dannata.
La morale che segue, si vorrebbe ovunque perseguita
lungo l’intero litoral terrestre, ben attraccata
come regola e non come giro di una partita
dove, per convenienza la sufficienza è prelibata.
Giovanni Soldini, non ha poi perso la gara ambìta
ed Isabelle Autissier è solamente naufragata
cosicché‚ la faccenda, nel migliore dei modi finita,
nessuna recriminazione impropria ha provocata.
Lo sportivo velista, la marineria lascia pulita
e per quanto la competizione sia spesso spietata
il timor della squalifica, l’ipotesi ha smentita.
rivelando anzi una coscenza incontaminata.
Il fatto, induce alla considerazione approfondita
che vede infine la generosità bene premiata
e l’altruismo pure, che la cronaca ha recensita
esalta la bravura del marinaio, non la bravata.
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Maurizio Bascià
UN UOMO, UN CANE E UNA LANTERNA
L
a mia attività di geologo addetto alle prospezioni preliminari per conto di
un’azienda petrolifera mi porta spesso in località e paesi dimenticati anche
dalle carte geografiche e, nel tempo libero, mi piace curiosare in questi angoli di
mondo che il turismo ancora non ha scoperto e devastato.
Verso la metà di maggio dello scorso anno, mi capitò di effettuare delle ricerche
in Calabria sulla costa tra Melito e Capo Spartivento e mi fermai per la notte in un
paesino di poche case affacciate sul mare. Qui, all’imbrunire, passeggiavo sulla
spiaggia divertendomi a far rimbalzare le pietre sull’acqua, come facevo tanti ma
tanti anni fa, sulle rive di un altro mare.
Era una di quelle sere in cui il colore del cielo al tramonto, quando il sole inizia
a tuffarsi dietro l’orizzonte, attraversa tutte le sfumature incredibili che vanno dal
blu intenso della notte incombente ai caldi toni del rosa, del rosso e del giallo
dorato per poi stemperarsi e fondersi con l’azzurro del mare e ti senti invadere tuo
malgrado da una dolce e struggente malinconia e per un po’ resisti ma dopo vorresti
invece che quel momento, magico, non finisse più.
Lontano si profilava nitido e maestoso l’Etna, ancora in parte innevato e la mia
fantasia correva libera inseguendo i ricordi delle antiche leggende greche apprese
ai tempi del Liceo. E così, immaginando la nave di Ulisse solcare al tramonto le
limpide acque dello Jonio alla ricerca di ammalianti sirene e i remi accarezzare le
onde con ritmica sonnolenza, ero arrivato in prossimità delle ultime case del paese
e sulla linea di confine imprecisa dove finisce la sabbia e comincia la terra, notai
che c’era un cippo, non molto alto, con due figure e mi avvicinai incuriosito.
Le figure, rivolte verso il mare, rappresentavano un uomo e un cane: l’uomo era
in piedi mentre il cane era seduto sulle zampe posteriori e, particolare insolito, tra
i denti reggeva per il manico una di quelle lanterne a petrolio che si usavano una
volta per le segnalazioni in ferrovia, quelle con due vetri laterali mobili, uno rosso
e uno verde, lanterne che ora sono diventate invece elementi di arredamento ed
antiquariato.
Le condizioni generali del piccolo monumento, che era stato realizzato in pietra
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bianca di Siracusa, tradivano una inevitabile usura dovuta al tempo ed alle
intemperie, tuttavia si leggeva ancora bene una scritta: “ROCCO E LOLA”.
La sera calava intanto abbastanza rapidamente, come è tipico in quel periodo
dell’anno, e perciò, anche se a malincuore, me ne tornai di fretta al piccolo ed
unico albergo vicino alla spiaggia.
Mentre stavo finendo di cenare, parlando con il padrone, don Francesco, che era
venuto a sincerarsi che tutto fosse stato di mio gradimento, gli domandai chi fossero
Rocco e Lola.
L’uomo, più anziano che maturo, i capelli folti e bianchissimi che contrastavano
con la pelle del viso bruciata dal sole e dal mare, rughe come ragnatele intorno a
due occhi scuri ancora vivaci, alla mia domanda accennò un sorriso, nel quale
c’era forse una punta di commozione, poi, dopo essersi pulite le mani sul grembiule,
si sedette di fronte a me e mi disse:
«Vuole sapere come mai c’è quel monumento sulla spiaggia? È una storia molto
vecchia, di tanti anni fa... io ero poco più di un bambino, ma mio padre me l’ha
raccontata tante di quelle volte che mi sembra di averla vissuta di persona».
S’interruppe vedendo passare suo figlio che stava iniziando a sgomberare i tavoli
essendosi ormai fatto abbastanza tardi.
«Carlo! - gridò - Per favore, portaci un po’ di Limoncello». E poi, volgendosi
verso di me, mi spiegò confidenzialmente:
«Questo lo facciamo da noi, in casa, mettendo in infusione nell’alcol le bucce di
limone tagliate sottilissime... lo assaggi e mi dica com’è».
Dopo che Carlo ci ebbe servito il Limoncello, che io apprezzai come dovuto e
come meritava, don Francesco iniziò il suo racconto.
«Rocco era il terzo dei quattro figli di Elena Pastore e Luigi Geraci, che era
ferroviere. Gli altri figli erano Rosa, la maggiore, quindi veniva Maria, poi Rocco,
che appunto era il terzo, e infine Carmelina, l’ultima.
Rocco era sempre a mare, d’estate e d’inverno... spesso giocandosi la scuola... e
c’era anche mio padre che, di poco più grande, un anno o due, proprio non sopportava
gli obblighi scolastici imposti dal Regio Ministro alla Pubblica Istruzione: infatti,
terminate le scuole elementari, iniziò subito a lavorare nella bottega di falegname
di mio nonno. Rocco, invece, per volere del padre che avrebbe voluto farlo diventare
geometra e poi impiegarlo in ferrovia, per un po’ resistette al convitto in città, a
Reggio, ma quando improvvisamente don Luigi morì, non ci fu niente da fare! La
grande passione per il mare e, d’altro canto, le ridotte possibilità economiche della
famiglia, lo convinsero a lasciare gli studi ed a tornare in paese e, per iniziare a
guadagnare qualcosa, si mise a fare il pescatore. Al principio il lavoro si svolgeva
tutto a terra: bisognava tenere ordinate le reti, armare il palàmito, pulire le barche,
mettere il grasso alle falanghe, quelle travi corte e tozze che servono per varare e
tirare a riva la barca... lavori noiosi ma poco rischiosi che si possono dare ai ragazzi
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perché si facciano le ossa ed imparino il mestiere.
Rocco però non vedeva l’ora di uscire per mare e tanto fece e tanto disse che ben
presto il suo padrone don Pasqualino, detto l’americano, perché era emigrato in
America, ma dopo non si sa bene per quale ragione era tornato... (o forse se ne era
dovuto tornare), insomma don Pasqualino lo prese in barca e lì sopra Rocco apprese
l’arte, i segreti e i trucchi del pescatore.
Giovane e forte com’era, per prima cosa imparò a remare per bene, perché
allora le barche non andavano a motore, e il rematore era importantissimo quando
si trattava di inseguire le aguglie o le costardelle, ma diventò in breve bravissimo
in tutto, dalle nasse alla fiocina, esperto nella traina e conoscitore di tutti i fondali.
Era come se “sentisse” che in un certo posto c’erano merluzzi o aricciole o saraghi
e di notte, con lo “scuro”, quando non c’era la luna e si usciva con la lampara,
riusciva contemporaneamente a remare e ad incoppare le aguglie con una abilità
senza pari...»
Don Francesco si interruppe rivolgendosi ancora verso suo figlio:
«Ehi, Carlo, ci versi un altro poco di Limoncello?».
«Andateci piano, papà...», gli rispose con una leggera nota di apprensione il
figlio, versandoci tuttavia un’altra dose generosa di quel liquore color dell’oro.
«Ormai sono arrivato ad un’età in cui non mi fa più male niente», lo tranquillizzò il
padre strizzandomi l’occhio in segno di complicità e, dopo un sorso, riprese a parlare.
«Come stavo dicendo Rocco diventò presto il più bravo di tutti nel paese e quando
tornò dopo il servizio di leva, con quello che aveva risparmiato nei ventotto mesi
di marina...».
«Quanti mesi ha detto, scusi?», lo interruppi incuriosito.
«Ventotto mesi, questo era il periodo di leva nel Corpo dei Reali Equipaggi
Marittimi negli anni trenta, altro che... ma lasciamo stare... E allora, per continuare,
Rocco, con quello che aveva messo da parte durante la ferma, quando tornò, si
mise in proprio e si comprò una barca... e che barca! Era snella e veloce, la aveva
chiamata ‘ELENA’, come sua madre, ed era dipinta di rosso nella parte inferiore,
poi un brevissimo filo di bianco e un verde scintillante sul bordo superiore, perché
come usava dire, egli aveva due soli amori: sua madre e l’Italia.
Tornando alla nostra storia, un bel giorno d’estate, quella nostra estate che ti
arrostisce quando sei sulla sabbia obbligandoti a buttarti frequentemente nell’acqua
in cerca di sollievo e refrigerio, dagli anfratti in mezzo ai massi che erano stati
sistemati come protezione alla spiaggia, si sentirono provenire gemiti e guaiti
accorati. Mio padre, Rocco e tutti gli altri andarono a vedere e scoprirono alcuni
cuccioli che soli, affamati e disperati, gemevano pietosamente accanto ad una povera
cagna che, chissà come e perché, doveva essere morta dopo averli partoriti. Tutti si
preoccuparono di fare qualcosa per loro e Rocco se ne portò a casa uno, il più
bello, una femminuccia morbida e grassoccia, tutta bianca con grosse chiazze fulve
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sul dorso, sulle orecchie e intorno agli occhi.
E fu così che da quel momento gli amori di Rocco diventarono tre: sua mamma,
l’Italia e Lola.
Lola, crescendo, era diventata davvero un bel cane, imponente, alto e slanciato:
aveva il pelo soffice e lungo e anche se non era di razza, si capiva che aveva dentro
di sé il sangue di quei cani che amano l’acqua, non ricordo come li chiamano... »
«Terranova, mi pare...», gli suggerii.
«Ah, sì, proprio così ... Comunque si erano trovati fatti l’uno per l’altra per
quello che riguarda il mare. Lola era una nuotatrice formidabile ed era un piacere
vederli giocare nell’acqua insieme. Spesso Rocco la usava come una specie di
salvagente e aggrappato a lei si facevano lunghe nuotate, altre volte, invece, si
immergeva e si divertiva a tirarla giù e Lola le prime volte usciva sbuffando e
starnutendo da quelle impreviste “calate”, ma poi aveva capito il trucco e riusciva
pure a trattenere il fiato e a nuotare sott’acqua!».
«Ma va’, cosa mi dice, non posso crederci», protestai io.
«Davvero, glielo giuro! Nell’acqua faceva cose mai viste fare da nessun cane,
me l’ha detto mio padre, sa’?».
Davanti a questa argomentazione non potei far altro che annuire gravemente e
così, rassicurato sulla veridicità del suo racconto, don Francesco riprese:
«Quando usciva dall’acqua però bisognava scansarsi in tutta fretta perché Lola
usava scrollarsi energicamente la pelliccia e per chi stava nelle vicinanze era una
doccia assicurata.
A quel tempo l’unico faro in questa zona era a Capo Spartivento, e la costa era
buia e oscura, non piena di luci come adesso... Rocco aveva pertanto addestrato
Lola a tenere con la bocca una lanterna a petrolio di quelle adoperate in ferrovia e
quando doveva uscire a pescare di notte, specialmente nelle notti di mare brutto, il
cane restava a correre sulla spiaggia segnalando a lui e a tutti gli altri pescatori del
luogo la terraferma.
Le sorelle di Rocco, quando si faceva sera, riempivano la lanterna di petrolio,
l’accendevano e incitavano il cane dicendogli: “Vai, Lola, vai, che sta tornando
Rocco” e lei, consapevole del suo ruolo, se ne veniva di gran carriera alla marina a
fare il suo dovere e quando Rocco scendeva dalla barca, che feste!
Lola, come se non lo vedesse da anni, gli abbaiava felice girandogli intorno poi
gli si buttava addosso e pesante com’era spesso lo spingeva a terra e lì erano finte
lotte con ringhi e imprecazioni, ma tutto finiva come per incanto quando lui le
lanciava qualche buon boccone, a Lola piacevano soprattutto le seppie e le cozze,
e dopo se ne tornavano a casa correndo».
Ci fu una pausa per sorseggiare ancora un po’ di liquore e io intuii che la storia
stava per prendere un’altra piega.
«Ma poi arrivò il 1940 - riprese don Francesco - e nel mese di giugno la guerra. Mio
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UN UOMO, UN CANE E UNA LANTERNA
Maurizio Bascià
padre e tanti altri giovani furono richiamati e partirono baldanzosi ed incoscienti,
convinti che sarebbe durata pochissimo e invece!... Rocco, con l’esperienza fatta durante
il servizio di leva, fu imbarcato sul cacciatorpediniere ‘ALFIERI’ ed essendo
particolarmente versato nei servizi marinareschi, fu nominato nocchiero ed adibito
alla manutenzione delle ancore, delle catene e degli ormeggi. Lola soffriva moltissimo
per la mancanza del suo padrone ed era felice solo quando, nelle rare licenze di cui
egli usufruiva, potevano riprendere a correre e a giocare sulla spiaggia.
Agli inizi del ‘41, Rocco scrisse con orgoglio alla madre e alle sorelle che era stato
distaccato con mansioni più importanti sull’incrociatore leggero ‘ZARA’ che operava
nell’Egeo ai comandi dell’ammiraglio Cattaneo, e la notizia fece subito il giro del
paese. Ma la mattina del 28 di marzo del 1941 ebbe inizio uno scontro navale tra
una nostra squadra e gli inglesi al largo di Capo Matapan, in Grecia. Dopo alterne
vicende, lo ‘ZARA’ ed il ‘FIUME’, andati sul far della notte con alcuni
cacciatorpedinieri a soccorrere il ‘POLA’, un altro nostro incrociatore leggero rimasto
gravemente colpito dagli aerosiluranti, trovarono sul posto tre navi da battaglia
inglesi che si accingevano ad affondare la nave danneggiata. Per farla breve, i nostri,
sorpresi ed impreparati a sostenere un combattimento notturno, sotto il fuoco
concentrato delle navi inglesi vennero colpiti a morte ed affondarono».
Don Francesco fece una lunga pausa, poi riprese:
«Alla famiglia la notizia giunse dopo qualche giorno e per l’affetto e la stima di
cui godeva Rocco, tutti si sentirono in dovere di fare le condoglianze alla mamma
e alle sorelle, ed era come se tutto il paese fosse in lutto.
Passarono alcuni mesi e venne l’inverno ed una sera che il mare era fortemente
agitato, Carmelina, la sorella minore di Rocco, trovò in cucina Lola, con la lanterna
in bocca che, seduta, attendeva pazientemente. Al principio la ragazza non capiva
ma poi, finalmente, comprese: Lola voleva che qualcuno le accendesse la lanterna
per andare ad aspettare Rocco!
Piangendo Carmelina accese lo stoppino della lampada e Lola se ne andò sulla
spiaggia ed incurante della pioggia e delle onde correva avanti ed indietro, senza
sosta... e da allora, tutte le sere, Lola andava con la lanterna sulla riva del mare
sperando sempre di veder tornare il suo padrone... poi, quando la guerra terminò,
le sorelle di Rocco, dopo che la loro mamma morì, si trasferirono a Reggio portandosi
anche Lola con loro.
Qualche anno dopo, quando io avevo quasi dieci anni, una sera d’estate, mentre
gli uomini calavano in mare le barche, e noi ragazzi ci sforzavamo di aiutarli,
venendo regolarmente e bonariamente presi in giro, si vide arrivare da lontano un
cane, grande, tutto pelle e ossa, ferito, con il mantello bianco a grandi macchie
fulve, e qualcuno dei ragazzi gli lanciò contro delle pietre per allontanarlo.
Mio padre si voltò e riconosciuto il cane gridò: “Ma è Lola! Fermi, state fermi!...
Lola, bella, vieni qua!”. Lola, guardinga, si avvicinò cautamente muovendo piano
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la coda e papà la tranquillizzò carezzandola a lungo sulla testa, poi la portammo a
casa per curarla, viste le piaghe che presentava alle zampe e su tutto il corpo. Si
riprese abbastanza e una sera, me lo ricorderò sempre!, una sera se ne venne sulla
spiaggia portando tra le fauci la famosa lanterna che aveva ritrovato in chissà quale
suo nascondiglio segreto.
Lola ormai aveva perso il vigore della giovinezza, era diventata quasi cieca per
via di una cataratta agli occhi e la lanterna, tutta rovinata, non si sarebbe mai più
accesa, ma non aveva importanza: ogni sera sulla riva lei aspettava, tranquilla,
con la sua brava lanterna tra i denti, che finalmente il suo padrone tornasse... e
quando morì tutto il paese volle che riposasse per sempre sulla spiaggia, ed ora è
lì, sotto quel monumento, e forse avrà ritrovato il suo Rocco».
Un silenzio pieno di echi scese tra noi, poi, dopo un ultimo bicchierino di liquore,
don Francesco mi salutò per andare a coricarsi ed anche io me ne salii di sopra,
nella mia camera.
Affacciato al balcone, me ne restai a fumare e a guardare il mare e le stelle che
brillavano fulgide come diamanti nel tessuto nero della notte, mentre i grilli frinivano
lontano e qualche cane, sulla spiaggia, abbaiava alle ombre.
Maurizio Bascià di Reggio Calabria (il premiato), Betty Denaro (segretaria del concorso di Narrativa),
Anna Pavone (presentatrice della manifestazione) ed il presidente della Giuria Orazio Licciardello
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Antonio Ciccarello
LUIGI DURAND DE LA PENNE
(Il nome di un marinaio coraggioso esalta nel mondo la marineria italiana,
con una nave a lui dedicata)
C
apita frequentemente di leggere sulla poppa di una delle navi della nostra
marina, ormeggiata nei porti italiani ed esteri il nome di Luigi Durand de la
Penne.
Forse per i più giovani questo nome non si identifica in un personaggio conosciuto,
né evoca speciali fatti memorabili della nostra storia; è anche probabile che a uno
sguardo distratto sulle grosse lettere in rilievo che ne formano il suo non faccia
seguito neppure la curiosità di conoscere i motivi per cui la marina abbia così
battezzato una delle sue unità più moderne e importanti. Ma chi era il marinaio
coraggioso indicato nel titolo?
Di tempo ne è passato da quando si verificarono gli eventi legati a quel nome e a
quel personaggio che alla marineria (non solo italiana) hanno conferito lustro e
nobiltà con imprese e stile di vita dal valore permanente e ancora oggi motivo di
rispetto e di ammirazione per gli avversari di un tempo, per le nuove generazioni e
per la gente di mare di ogni paese.
Otto anni dopo la scomparsa, dalle memorie storiche, dai ricordi degli amici,
dalle commemorazioni e dalle immagini, l’uomo De la Penne, il marinaio
coraggioso, ci viene incontro com’era da vivo: leale, semplice e gentiluomo.
La sua vicenda terrena è troppo nota per doverla qui ricordare nei dettagli:
l’affondamento della corazzata inglese Valiant nel Dicembre del ‘41 con una carica
di esplosivo da lui posta sotto la carena, dopo aver violato la munitissima base
navale di Alessandria, pilotando un mezzo d’assalto subacqueo. Un’impresa
temeraria che De La Penne, consapevole del rischio mortale, condusse con coraggio
ma anche con la lealtà che lo stesso avversario gli riconobbe: avverti il Comandante
inglese Morgan di mettere in salvo l’equipaggio ben sapendo che lui stesso, rinchiuso
nella cala dove era tenuto prigioniero, non avrebbe avuto scampo.
Gli inglesi dichiararono di aver subito dalla nostra Marina Militare “la più grande
batosta che un singolo uomo abbia mai potuto infliggere ad una flotta” e Sir Charles
Morgan chiese ed ottenne l’onore di appuntargli sul petto la Medaglia d’Oro al
Valor Militare di cui l’aveva decorato la Marina nel 1945. Chi scrive ebbe il privilegio
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di essergli stato vicino in più circostanze e lo ricorda ancora, insieme con tantissimi
altri, col rimpianto per l’amico perduto e la memoria che la sua figura adamantina
evoca in noi.
Nel 1956 fu tentato dalla politica; aveva concluso una splendida carriera e voleva
dedicarsi ai problemi della marineria verso cui lo sollecitavano una mai affievolita
passione e le crescenti richieste di amici e istituzioni della sua Liguria. L’occasione
si presentò con l’offerta della candidatura alla camera dei Deputati nella lista del
partito di governo.
Negli anni ‘50 i candidati erano scelti fra gli apparati di partito e le ormai
consolidate “nomenclature”; non si pensava ancora alla gente di spettacolo, ai
calciatori, ai personaggi esaltati dai mass media. Si preferivano figure di grande
carisma che conferissero prestigio e voti alle liste. De La Penne accettò sognando
di potersi dedicare alle Forze Armate, e in specie alla Marina, con l’entusiasmo del
suo temperamento e, come rappresentante del popolo, anche con migliori “chances”.
Fu eletto in modo plebiscitario, superando in graduatoria i più noti politici.
Ma la realtà lo disilluse: i radicali cantavano “mettete un fiore nei vostri cannoni”,
gli obiettori di coscienza nascondevano dietro leggi permissive e demagogiche
uno strisciante antimilitarismo; della tensione ideale che aveva sostenuto sempre il
suo coraggio e le sue speranze non trovava più traccia fra i discorsi di piazza e i
meschini giochi di potere.
Scelse così di alimentare le sue speranze in un partito all’opposizione: nel cui simbolo,
il Tricolore, riconosceva la fedeltà a principî e valori per i quali aveva combattuto.
Non parlava mai di sé, del suo passato né della sua azione ormai leggendaria, ma
era felice quando gli si facevano dintorno i giovani che lo adoravano: amate la
Patria, li esortava, e non vergognatevi di chiamarla così. In una riunione di marinai
in congedo a Imperia, ad uno che lo interruppe gridando «Sei un eroe!». «Non è
vero, - rispose - sono un marinaio che ha fatto soltanto il suo dovere».
Finì anche la sua stagione politica, ma rimase il simbolo vivente di un’assoluta
onestà morale e intellettuale, chiuso ai compromessi e alle ambiguità cui molti,
politici e non, dovettero grandi e immeritati vantaggi. L’avevo incontrato poco
prima che ci lasciasse, nella sua piccola casa di Portofino dove spesso si ritirava
per dare ai suoi polmoni fortemente provati un’aria più salubre e ossigenata. Il
giorno prima era stato ospite dell’Accademia Navale dove aveva presenziato al
giuramento degli Allievi: mi parlò della sua gioia di fronte a quel giovani disciplinati,
pieni di entusiasmo e di speranze.
Lo ricordo mentre appoggiato alla ringhiera del terrazzo proteso sul mare guardava
in silenzio il calar del sole, forse presago della fine del suo viaggio terreno; era il
suo vero momento di pace, nella memoria di antiche profondità marine dove, con
le ombre fluttuanti di amici scomparsi riviveva le illusioni di una gioventù mai
perduta e di ideali mai traditi.
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Marcella Di Franco
SCHEDIR
M
ancava poco all’alba, quando l’inconsistenza del mio sonno si dissolse. Fu
il tenue strusciare di voci bisbigliate e soffuse, che sibilavano lungo le
pareti, a volatilizzarlo e con esso le residue parvenze della notte. Ebbi la fulminea
sensazione che granitica consistenza dei muri, per qualche fortuito accidente, si
fosse fluidificata ed avesse accolto in sé il respiro pulsante e diradato di labili
presenze fantasmatiche nascoste nei suoi più interni recessi. Ma si trattò di un
attimo breve, in transizione, perché subito, benché riottosa e fiacca, e più per un
tenace sforzo della volontà, o forse per il ritmo automatico insinuato in me
dall’abitudine, ripresi coscienza, la calma immateriale che nel torpore aveva
aleggiato a mezz’aria sul mio corpo, sospeso tra le ombre soporifere del buio.
Stancamente, rovesciai il lembo della coperta, mi levai a sedere, calzai le pantofole.
E non appena tirai le tende dai finestroni vidi – o forse fu solo la mia ardente attesa
a farmelo apparire tale – che, da dietro i profili delle case, ancora ammantate da
una bruna e sfocata oscurità, s’irraggiava una luminescenza siderale rosata:
l’annuncio del giorno di primavera incidentalmente caduto nel cuore dell’inverno,
spazio bianco che balza all’attenzione dentro una fitta trama di scrittura nera. Non
volevo spingermi oltre, ma concentrarmi in quell’attimo insolito: obliarmi nella
muta indifferenza di quell’aurora tanto vivida nella sua luce dirompente, ossigenare
la mie membra viziate dal vortice rutilante della mia memoria ubriaca, in perenne
tensione, che pretendeva di sorvolare sui passaggi intermedi per attingere tutto
d’impulso, nell’immediatezza del presente. Né intendevo più accontentarmi di vaghe
promesse procrastinate in un futuro incerto, non più costretta a ricercarne di nuove,
sfibrata da un costante logorio; meglio vivere alla superficie di me stessa questo
sorprendente giorno soleggiato, obliarmi nella muta indifferenza di quell’aurora
tanto vivida nella sua luce dirompente, piuttosto che dibattermi nell’assillo di
un’inutile scelta tra ciò che era il mare e ciò che invece avrei voluto fosse.
“Il Mare... come avevo potuto omettere il ricordo?”
Forse anche quella città aveva la sua uscita di sicurezza, e proprio quando troppe
anguste mi apparivano le stanze del mio appartamento, imprevisto si schiuse alla
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mia mente la sua immagine, che sola avrebbe potuto salvarmi dal tanfo dei giorni
più uguali. Il suo pensiero assolutorio diluì tutta la mia inquietudine rappresa e
rassegnerò il mio animo, debilitato da quello stato di coatta vigilanza.
“Il mare…” il solo suo nome m’insinuava la calma pacificante della sua salsedine
odorosa e, sospinta da quello, mi accinsi a ricercarlo. Un autobus mi guidò alla
periferia della città e, di tra le case arruffate, di tra le vie chiassose, scorsi la prima
sottile e lingua di spiaggia. La prossimità della meta, lusingata dall’avidità degli
occhi, l’ansia fremente, il tripudio mio nell’avvicinarla un po’ di più ad ogni istante,
rendeva sollecito ed energico il mio cammino, infilando a caso stradine e vicoletti,
ma avendo come punto di riferimento quella visione salvifica che calamitava i miei
passi e li dirigeva senza fatica, né peso. E tanto più si accorciavano le distanze,
tanto più alacre procedeva la mia andatura fino a quando la sabbia fine e bianca fu
sotto le piante dei miei piedi e seppi che era lui.
Iniziai a correre, come non facevo più da quand’ero bambino, e nel riassumere
quegli atti non più disinvolti per gli anni trascorsi, mi parve un poco ritornare ad
esserlo e d’un tratto cari mi furono quei nuovi panni lievi. Coprii l’intera ampiezza
della spiaggia, affondata nel refrigerio dell’aria gelida, estranea ad ogni ragionevole
buon senso che deprimesse il vigore del mio slancio. Ma non me ne davo cura:
l’affanno chiuso delle mie giornate solitarie, la sterminata distesa dell’oceano
comunicava al mio corpo slacciato da ogni congerie d’intralci e ceppi, l’impulso di
protendermi lontano, fino alla linea dell’orizzonte che, una volta toccata, si sarebbe
ricomposta più in là, avviluppandomi in un inseguimento sempiterno, dove non
giungesse mai, dal momento che ogni traguardo, cessato l’entusiasmo provocato
dalla stanchezza, celava il deludente immobilismo dell’inezia. Esausta e col fiato
grosso, mi adagiai infine sulla riva.
La spuma si rifrangeva rumorosa, dolce e gradito era quel suono. Aspirai a pieni
polmoni la brezza marina che lieve spirava sullo specchio del mare. Il sole sorgeva
dalle acque aureolate di rosa e con i suoi dardi dorati pungeva l’aria trasparente. E
sopra il mare, là dove si stendeva l’azzurro infinito, là, in alto, dove era facile
smarrirsi, si libravano garrendo i gabbiani, fendendo l’aria fragrante dell’alba. Poi
il mio sguardo corse giù all’orizzonte indistinto, alla spiaggia eburnea e alle barche
in bilico, ancorate alla riva. E mischiato al fruscio delle palme pennate, tra i cirri
filamentosi per la distesa del cielo, ora giungeva lo sciabordio della battigia ora lo
schianto dei cavalloni che, dopo essersi languidamente rincorsi per molte miglia,
esplodevano in miriadi di spruzzi verso la riva. Tutt’intorno era quiete, ritmicamente
interrotta dal boato del mare che pian piano cresceva, si ritraeva, lasciando sulla
riva mille sassolini d’avorio, per poi riportarne indietro altrettanti, come un bambino
avido che non cede a nessuno quanto di più prezioso possiede, se non è certo di
ricevere in cambio il centuplo di quanto ha donato.
Tuttavia l’aria era percorsa da un flusso di note eufoniche, la cui cadenza, ora
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Marcella Di Franco
dolce, ora vigorosa, mi aveva intimamente scombussolata.
Una sensazione così intensa, penetrante, non poteva appartenere ad un passato
sbiadito, né farmi fremere al di là della mia soglia di controllo, a meno che non
fosse stata tanto attuale da sorprendermi, staccata da me, proveniente da un luogo
che non mi apparteneva, involontaria soprattutto.
Stavo per ibernarmi nel doloroso, incessabile fascino di nuove fluttuazioni di idee,
quand’ecco da lontano scorsi una piccola sagoma umana che procedeva verso di me
con movenze ondulanti. Non potei non notare l’affinità di quel moto con quello
ondoso del mare, una sorta di inspiegabile richiamo primordiale, come se fosse una
sua escrescenza congiunta. Mi nacque spontanea la percezione che quel bimbo fosse
il figlio del mare; una cosa illogica, assurda, forse non era nemmeno un bambino, ma
l’ombra capricciosamente mutevole di qualche nuvola. Ma il bambino, come un
comune mortale, si accoccolò sulla riva accanto a me. Sentii il suo fiato caldo e
fragile sulla mia gota e ritornai improvvisamente a mia madre, all’enfasi con la quale
mi narrava quanto le piacesse, quand’ero ancora in fasce, accostare la sua guancia
alla mia, per catturare l’odore aspro del mio alito impregnato di latte.
Tramortita, inspirai di nuovo l’essenza di colonia che disseminavano intorno a
miei panni sulla copertina della mia culla, tutta trine e ricami. Mi avvicinai ancora
di più delineando meglio la concretezza ineludibile della sua infanzia. Le gambe
ritratte, cosicché i gomiti poggiavano sulle ginocchia: il suo respiro confluiva
nell’urna di un rudimentale flauto di legno dal quale traeva un’impalpabile e calda
sinfonia. Le sue minuscole dita scivolavano celeri a coprire e scoprire i fori dello
zufolo, con candida grazia, ed i suoi occhi fissavano assorti, un punto del mare.
Quasi che una misteriosa affinità si fosse instaurata tra i nostri corpi, anch’io
assunsi la sua posizione, tendendo i gomiti poggiati sulle ginocchia e il collo
reclinato, con lo sguardo su di lui; incredula, sfiorai con le dita le sue guance per
accertarmi della sua concretezza, ma il bambino neppure si mosse. Tesi allora
l’orecchio all’ascolto della sua musica, ed anch’io non ebbi occhi che per un punto
fisso all’orizzonte.
Languida la musica corse e mi gonfiò il peto, vela sospinta da un vento intoccabile.
La sua grave melodia sospinse le ore del giorno sulle soglie intransigenti del
tramonto.
Era bastato un nonnulla a farmi perdere le redine della ragione, a rendermi
straordinariamente confusa, incapace di decodificare la bolgia di emozioni nel mio
cuore. Dopo così tante colate pietrificate di cemento, la natura faceva serpeggiare
il suo calmo respiro.
E nelle sconfinate distanze dilagò il crepuscolo, il sole affondò pian piano nel
mare profondo e un balenio argentato si stese in superficie, come un cielo di stelle
precipitato dall’alto: tutto ad un tratto. Il cielo si arrossò, poi prese fuoco, di là dalla
città, spargendo chiazze rosse, color malva, giallastre, che s’intersecavano in un
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mare in tempesta, sopra il mio capo. Eppure tra le pennellate di tinta più ruvida,
s’insinuavano deboli ori di luce, rossi esangui, indachi esamini, che appena
sfioravano la fantasmagorica esplosione dell’iride. Il cielo era una cupola fitta
d’immobili lingue incendiate che grondavano travolgendo tutto intorno, facendo
più muto il silenzio. Poi, d’un tratto, il suono si arrestò. Stornai lo sguardo, mi
attanagliò un senso di smarrimento.
La luce del sole di irradiò dal suo corpo come da un perno magnetizzato. Lasciò che
il bocchino del flauto rimanesse per metà fuori della bocca; il fiato che dava respiro alla
sua aria si ridusse ad un alito fatuo che andava a poco a poco affievolendosi.
“Oh, perché non ancora!” lo pregai caldamente.
Nessuna risposta. Riformulai la domanda. Aveva gli occhi perduti nel cielo
infuocato. Dal profilo della sua bocca carnosa sgorgò una frase che durò una
manciata di secondi in una lingua a me del tutto sconosciuta. Tuttavia mi piacque
la sua voce che scivolò giù come acqua cristallina dalla sua sorgiva sull’onda di
fluide inflessioni straniere.
“Il tiranno di fuoco si è sopito. Per chi continuare a suonare?
Soggiunsi che avrebbe potuto continuare lo stesso, con franca sicurezza di dire
la cosa più naturale del mondo. Ed il bambino:
“Anche tu, come il tiranno infuocato hai bisogno della mia musica?”
Disarmata da siffatte parole, mi colse un’improvvisa angoscia. Ero troppo
goffamente ingombrante con la mia corporatura troppo estesa rispetto alla sua,
ottuso ammasso di carne ingigantita dal tempo, ma non qualitativamente migliorata,
inevitabilmente adulta, corrotta da tutti i più consunti luoghi comuni, e non era un
fatto puramente fisiologico a differenziarmi dal bambino, quanto la consapevolezza
di uno stadio di coscienza superata, adulterata, contraffatta, il naufragio della mia
primordiale sensibilità, rintuzzata in qualche angolo remoto della mia anima che
reclamava all’infinito la restituzione della sua innocenza. Com’era amaro sentire
che non tutto sopravviveva in me, che il tempo mi aveva fatto dimenticare e quasi
nulla trattenere, che non poteva rifrangere la mia spensieratezza nel suo volto, che
non sentivo più l’innocenza della vita e non avevo più i suoi capelli color grano, i
suoi occhi limpidi, che non ero più una luce che traeva energia dai propri riverberi,
né col mio sorriso accarezzavo più quel disco infuocato che solo a lui sapeva ormai
parlare. E mi rividi improvvisamente piccola e paffutella che non riuscivo a toccare
con i gomiti la ringhiera del balcone della mia stanza, cosicché vedevo il mondo da
dietro le inferriate; poi, un giorno, il miracolo avvenne: mi ritrovai a guardare
sopra la ringhiera e realizzai d’avere innanzi a me nuovi punti di fuga nei quali
situare le immagini lontane, un’altra dimensione nella quale sarei stata grande ed
importante.
“Schedir”, ed io esagitata da quella conoscenza, proruppi insolitamente vivace:
“Schedir è il tuo nome?”
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SCHEDIR
Marcella Di Franco
Annuì semplicemente ed io sentii che dentro di me si era sciolto un po’ di quel
ghiaccio che intralciava il mio linguaggio bambino. Ansiosamente lo raggiunsi,
fino ad essergli vicina. Brancolando sul mio braccio, egli cercò con le sue mani le
mie, le toccò, le porto al viso stringendone fortemente. Era calda la sua gota contro
le mie mani. I muscoli del suo viso si contrassero:
“Le tue mani delicate sulle mie nei soli che non tramontano mai…”
I suoi occhi vagolavano febbrili, nel vuoto. Ero certa che cercassero i miei. Poi
allentò la presa, un nodo mi serrò la gola e mi sfiatò. Sfiorò l’acqua del mare e,
congiunte le mani, la raccolse, la lasciò cadere sulle sue guance. Poi, camminando
carponi verso di me, afferrò le mie mani per invitarmi a prendere parte del suo
rituale catartico. Obbedii, e, raggelata dall’ardimentoso contatto con l’acqua, non
ancora riscaldata dai raggi del sole, espressi in un suono di voce tutta la mia
meraviglia. E per me tutto consistette in quell’unico atto concentrato che mi confuse
col fuori, in parte uguale a Schedir, in parte uguale al mare e alla sabbia. Una
comunione indecifrabile che per un istante disorientò la mia individualità nella
sua, assimilati all’inerte vitalità della terra, accomunati in un unico solitario respiro,
pronomi scambiati, entrambi immersi nella natura silenziosa che non sentiva e non
vedeva, fuori com’era da ogni intelligenza: la sabbia non faceva male, né essere
vento, aria, acqua. Doloroso piuttosto consistere in quella forma vivente che oltre
a vegetare, pensava e intendeva, che nella misura in cui più conosceva e capiva,
sempre più scorgeva l’insipienza della sua sapienza che non consolava, non
riscaldava, non scioglieva nessun gelo.
In un tono nel quale mi parve di cogliere un ispido aculeo di rammarico, il bambino
disse in un soffio:
“Potessi, come l’acqua, catturare il suono della tua voce che mi dice la perfezione
della tua giovinezza… portarne via con me, anche solo un frammento!”
Fissai negli occhi il mio poeta e mi attanagliò il fiato l’inconsolabilità di un
pianto remoto. La mia malattia s’inasprì ma, dopo tanto tempo, trovò riposo in un
dolore struggente perché genuino e semplice, non più mediato da alcuna
contaminazione riflessiva. Distolsi gli occhi disorientati dal mare ed il mare si
rivelò nella sua ipocrisia: oceano dai confini divelti, troppo grande per non
risucchiare il mio Schedir. Sorrisi, ma era falsa la mia gioia; io non contavo nulla
nei giochi scellerati dell’essere, per non essere più un momento dopo: erano loro a
farsi e disfarsi da sé ed io dovevo, mio malgrado, assecondarli. La paura tornò ad
assalirmi: forse sarebbe infine scomparso per non ritornare mai più. Tutt’intorno
regnava placida calma, tanto più atroce perché subentro a così tanti suoni, rumori e
luci, da sentire ancora il loro sgretolio sommesso.
Vidi la mia mano scomparire appena un poco dentro la e mi parlò, mi parlò
ancora, ed io avrei voluto che quella sospesa dolcezza non avesse mai fine:
“Io non so dove conduca il mare, ma ovunque vorrà trascinarmi non temerò
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alcun male”.
Lo accarezzai, ancora mi disse:
“Perché il suono del mare non mente, ed è l’unica voce che ci parla da questo
sconfinato silenzio. Finché ci sarà un suono per te d’ascoltare, saprai ancora d’essere
qualcosa…
La mia meta il mare, la tua meta il mare… non chiedermene la ragione… c’è solo il
mare che si avanza e si ritrae, ci siamo solo noi che guardandolo lo facciamo avanzare
e ritrarre… e tutta la nostra vita si avanza e si ritrae… ma, né l’uno, né l’altro contano,
nell’assenza di ogni importanza… il mio flauto, la mia musica… null’altro…”
Ascoltammo la voce del mare e fu la triste, la più lieta melodia che mai mi avesse
tratto dal suo flauto. E tanto più il mugghio del mare riecheggiava nitido e intatto,
tanto più s’invadeva la coscienza di una lontananza di cose frantumate, perdute, di
strade da percorrere senza ritorno. Chiusi gli occhi: forse sarei riuscita ad entrare
nei suoi regni senza luce, ricacciando in una distanza infinita chiassosi sfolgorii
del mondo, i suoi inutili echi. Scorsi una pallida luminosità che mi rimandava
l’ombra di Schedir così tremolante che credetti di guardarla da dietro le fiamme di
un fuoco fatuo. E c’era il suo flauto a sprigionare poche note di ineffabile dolcezza
uniformate all’ansito del vento che consolavano la vischiosa densità della notte.
Frantumi di parole labili correvano in essa dalle quali deducevo l’approssimata
allusione di una possibilità di fingermi dentro la cecità impalpabile che mi sottraesse
all’improrogabile evidenza dei fenomeni e delle loro leggi.
Restavo libera di tenermi aggrappata alla fede incontrollabile che, sottratto il
buio della sera e della notte, tolte le nuvole da un cielo scuro e nuvoloso, sussisteva
una sequela di soli non necessitati a morire. E quando ogni suono cessò, avanzò
verso di me, porgendomi il suo flauto:
“Vuoi adottarlo?”
E me lo cedette, con l’amorevolezza di una madre che affidi ad altri il suo pargolo,
non dubitando che riceverà cure affettuose.
Non ebbi il coraggio di chiedergli la ragione di quel dono, ma intuì che nel
cedermelo, fosse certo che l’avrei custodito per sempre.
E nel reciproco scambio delle mie mani vuote per le sue cariche di suoni, fu
come se un’intensa ondata di calore si fosse trasferita dal suo corpo al mio.
Immerse lo sguardo nell’orizzonte, dove gli occhi non vedono e l’udito non
giunge.
Sulle sue guance ombrose s’insinuò una vitalità nuova, le palpebre dalle lunghe
ciglia si levarono verso l’alto e nei suoi occhi azzurri brillò la fiamma piena della
vita che in lui albergava con un’intensità affinata e raddoppiata. Com’era
sorprendente constatare quanto quegli occhi spendessero più dei miei, più di tutte
quelle giornate d’inverno che concedevano il sole così avaramente e al quale la
mia natura solare amava stringersi, come al suo luogo naturale. Mi dissi che
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SCHEDIR
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dopotutto nulla valeva la pena di essere sperimentato e vissuto all’infuori di
quell’amore presente, vicino, immediato, che potevo toccare respingendo lontano
gli ideali che, nella loro marmorea, vereconda freddezza, non davano nemmeno
una minima percentuale del calore che poteva racchiudere la sua mano o la mia.
Ancora mi chiesi come mai ci trovassimo in quel luogo: c’eravamo soltanto, e
dovevamo saziarci di quel nostro esserci, senza interrogare ragioni inesistenti. Poi
il bambino mi guardò, anch’io lo guardai, e mi abbrancai concitatamente a
quell’estrema risorsa visiva, perché oltre al cielo, al mare, alla terra, ai visi che
s’incontravano, alle mani che si sfioravano, potevo soltanto vedere il sole che moriva,
prima del buio.
Diressi gli occhi al cielo, lo vidi pulsare di luci chiare nella sua nera profondità:
lapilli del tramonto appena spentosi, ingoiati dal nero.
Non avevo mai visto le stelle così lontane ed irraggiungibili, e mi bloccò il respiro
il pensiero che non mi avrebbero protetto dal silenzio che si era fatto intorno, né mi
avrebbero informata che anche per me fosse già l’ora di andare. Gli alberi lontani
avevano un aspetto molle fluttuante: frusciavano lamentosi nell’aria gelida della
notte gettando la loro ombra allungata sulla spiaggia; e se anche avevo imparato a
coabitare fin troppo bene con la solitudine di me stessa, non avrei sopportato oltre
la mia opprimente presenza: altri volti, altre mani, come le mie dita intrecciate al
flauto, come le ombre degli alberi che si stringevano le une alle altre. Ed era il
cosmo che teneva insieme i suoi elementi per sentirsi meno indifeso nella bucata
vastità dell’universo. Ancora qualcosa, ancora qualcosa avrei voluto sentire. Ma
l’emissione della sua voce mi giunse all’improvviso insicura, malferma, sempre
più fievole e rara, o piuttosto intermittente, intervallata, pulsante: ammiccava, ed
era il cielo ornato di una sola stella, la più luminosa della costellazione di Cassiopea:
Schedir, che mi dava un punto da fissare nell’oscurità.
Ma il bambino si alzò e la sua gracile e sottile figurina andò incamminandosi:
una sagoma nera per un cammino attardato che vacillava e si profilava stretta sullo
sfondo aperto del mare, in tutto uguale al moto delle onde, alle fronde trapassate
del vento. I suoi piedi levigati dalle onde andavano a riposarsi sulla riva, ed erano
le mie vesti che fluttuavano al vento cercando anch’esse di riposarsi. E dileguando,
andava rimpicciolendo, appena un punto che, tanto più si allontanava, tanto più
degradava nella sua materialità di grandezza e di volume, quasi si fosse disciolto al
tepore solare perdendo definitivamente la sua vacua consistenza corporea.
“Aspettami!” gli ingiunsi, temendo che rischiasse di vanire nell’oscurità. Provai
anche a seguirlo, premendo la pianta dei miei piedi sulle sue orme, ma nemmeno di
quelle lasciò traccia: impietosa l’ingordigia del mare le ingoiò.
Feci un cenno con la mano per dirgli che niente, non desideravo niente dopotutto.
Ma Schedir guardò a sua volta le ombre e poi, di nuovo, dischiuse le labbra:
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“Si è fatto tardi,” disse “ed è ora di andare, Ester.”
Non seppi mai come facesse a conoscere il mio nome, ma di certo mi riempì di
stanca arrendevolezza, soprattutto quella sera, che avevo bisogno come non mai
che qualcuno lo pronunciasse. Ma durò solo un attimo: il sole disparve, e il naturale
strascico di luce che il nome di Schedir spargeva intorno, non fu più.
Il prof. Orazio Licciardello, Presidente della Giuria del concorso di narrativa, premia Marcella Di
Franco di Francavilla di Sicilia, l’autrice del racconto “Schedir”
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Rosario Pennisi
QUATTRO EPISODI VISSUTI IN TERRA DI RUSSIA
Visita non programmata al museo dell’Hermitage
A
bordo del S/S Tremet ormeggiato nel porto di Leningrado a caricare legname.
Assieme al primo macchinista L. Currò mi trovavo a passeggiare lungo la
banchina allorquando vicino a noi si fermò un autobus del “Seman’s club” leningradese,
scese una hostess e ci “ordino” di montare sul mezzo. Tentammo di spiegare che non
avevamo prenotato nessuna visita in città ma, poiché lei parlava solo il tedesco come
lingua straniera e noi soltanto l’inglese, non ci intendemmo e dovettimo fare buon viso
a cattiva sorte e ci accomodammo in mezzo ad un gruppo di componenti dell’equipaggio
di una nave battente bandiera tedesca che era ormeggiata alla nostra poppa.
Capimmo allora l’equivoco: l’hostess russa ci aveva preso per tedeschi e ci aveva
cooptati sull’autobus.
Anche lei capì l’equivoco in cui era caduta, capì che eravamo italiani, ma ormai
la cosa era fatta e, per ingraziarsi ai nostri occhi, ogniqualvolta che le si offriva il
destro, secondo lo sviluppo della gita, pronunziava la parola “italianische”.
Manco a farlo apposta, appena giunti all’Hermitage lei sfoggiò il suo primo
italianische, dato che l’edificio fu progettato dall’architetto italiano Rastrelli.
Giunti che fummo al pianerottolo in cima alla scalinata d’ingresso, notammo
due grossi tavolini di marmo il cui piano conteneva dei mosaici, uno rappresentava
Piazza San Pietro e l’altro Piazza San Marco: qui udimmo il secondo italianische
pronunciato dalla nostra accompagnatrice.
Proseguendo la visita, molti altri italianische godemmo nell’udirli, mentre gli
sguardi dei nostri colleghi tedeschi si facevano sempre più torvi ed indispettiti per
la gelosia “culturale” che evidentemente li animava.
Era la prima volta che io mettevo piede in un museo (e quale museo!) e rimasi
talmente estasiato ed avvinto alla vista di tali e tanti capolavori che persi il contatto
sia con il primo macchinista sia con l’hostess e mi trovai solo in mezzo alla folla
dei visitatori.
Alle 17.00 suonarono le sirene che annunciavano la chiusura del museo e mi
ritrovai solo per strada.
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Fui salvato, per modo di dire, da una serie di fortuite circostanze, non ultima
quella della presenza nel porto di Leningrado di una squadra della flotta di sua
Maestà britannica. C’erano per le strade frotte di marinai inglesi e, più numerose
ancora, frotte di “pionieri” della gioventù sovietica che consegnavano agli ospiti
stranieri delle cartoline illustrate con delle vedute della città. Mi si avvicinò una
graziosa ragazzetta, in divisa e con un fazzoletto rosso al collo, sussurrandomi le
parole “we love peace” e porgendomi una cartolina con la scritta “love from the
soviet girl Irina”. Ringrazia e tentai di spiegarle che non ero inglese ma italiano di
una nave mercantile e che “ I have lost my way”, insomma, mi ero perduto, ma
evidentemente non mi capì, si limitò a sorridermi, profferì “das widania” e proseguì
la sua missione di benvenuto andando a caccia di marinai inglesi. Subito dopo
venne in mio soccorso una bella signora, ben vestita, con maniere signorili e parlando
un buon inglese mi disse che lei era stata diverse volte in Italia accompagnando il
marito, che era un membro dell’accademia sovietica delle scienze (era un
matematico), a capo di una missione culturale.
Le spiegai la mia situazione e lei, guardandosi in giro, riuscì ad individuare in
mezzo alla folla un ufficiale della marina militare russa che si offerse di
accompagnarmi al Seaman’s Club da dove avrei potuto raggiungere la mia nave.
Nel frattempo si era radunata attorno a me una folla di curiosi che mi fece sentire
come un personaggio di baraccone da fiera, mi scrutavano come se fossi un extra
terrestre, ma si tenevano a debita distanza e mantenevano un atteggiamento riverente,
degno di una alto personaggio mentre ero un normale borghese che indossava abiti
più borghesi, ma erano abiti occidentali e forse ciò faceva la differenza tra me e
loro con la conseguente curiosità.
Credo di poter affermare che il mio primo impatto con il popolo russo fu nel
complesso positivo, non vorrei cadere in quel luogo comune che ci fa dire “Russi,
brava gente” “Italiani brava gente”, ma ciò è quanto sento di poter dire.
***************
Odessa: Tovaric “BRILLI” E Tovaric “TIMOROSI”
P
rima di giungere nel porto di Odessa avevo dato uno sguardo alla carta nautica
di quel porto e fui attratto da una dicitura (traduco in italiano): Chiesa di San
Luigi dei Francesi.
A quei tempi, anni ’60, la Russia viveva ancora in un regime di agnosticismo
religioso, per non dire di dura ed aperta lotta alle religioni di tutte le confessioni,
ortodossa compresa, per cui fui spinto dalla curiosità di recarmi a visitare quella
chiesa che sarebbe dovuta essere cattolica.
Pensai, forse sarà aperta al culto a beneficio della collettività occidentale cattolica,
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QUATTRO EPISODI IN TERRA DI RUSSIA
Rosario Pennisi
chissà, consoli, rappresentanti di commercio, turisti, ad ogni modo, m’incamminai
per le strade prendendo una direzione secondo un mio senso di orientamento che
quella volta si palesò efficace.
Strada facendo m’imbattei in due persone di mezza età che sgranocchiavano
semi vari (calia, in dialetto siciliano) e che procedevano barcollando in evidente
stato di esaltazione etilica, canticchiando e accompagnando il ritmo con le loro
oscillazioni deambulanti.
Loro solidarizzarono subito con me, frutto del loro stato d’animo disinibito dalla
vodka ed in contrasto con la circospezione e timidezza dimostrata da quei loro
conterranei quando sono sobri.
Forse anche quei due miei occasionali compagni erano diretti verso la chiesa o
forse si accordarono sulla mia scia per virtù di inerzia alcolica, fatto si è che
entrammo in chiesa tutti insieme.
Nell’interno non notai anima viva, ma ad un certo momento si presentò una
signora di mezza età la quale, esprimendosi in francese, si qualificò come la custode
del tempio.
Fino a quando i due “tovaric” gironzolarono attorno a me, la custode non aggiunse
verbo a quanto espresse all’atto di presentarsi, ma non appena i due compagni
scomparvero dalla vista recandosi nel piano sotterraneo dell’edificio (evidentemente
conoscevano il luogo o avevano letto qualche indicazione che a me era sfuggita),
lei si avvicinò a me e con titubanza e circospezione (il gran fratello aveva orecchie
dappertutto!) mi rese edotto che la chiesa non era aperta al culto e che era aperta
solo per scopi turistici.
Una notizia del genere l’avevo appresa anche a Leningrado, ove mi precisarono
che una chiesa davanti alla quale transitavamo con l’autobus, era aperta sì, ma non
al culto, bensì come museo delle religioni, in verità museo anti-religione dato che
all’interno, in un angolo, avevano allestito la raffigurazione di un tribunale della
santa inquisizione.
Ringraziai la custode, lasciai nel sotterraneo i miei due occasionali accompagnatori
e imboccai la via del ritorno, ma anche questa volta il mio debole senso d’orientamento
mi giocò il solito scherzo e mi trovai sperduto in mezzo alla via.
Ad un certo punto mi trovai su un vialone che sovrastava la famosa scalinata
ove, durante la rivoluzione russa o forse prima (mi soccorrano i cultori di storia),
avvenne un massacro di civili per opera delle truppe zariste.
Ad un certo momento, notai una coppietta che procedeva lungo il vialone, uniche
persone che circolavano per quei paraggi, e mi rivolsi all’uomo per avere indicazioni
utili che mi consentissero di uscire da quella situazione d’insabbiamento viario.
L’uomo si arrestò di scatto, mi guardò con sguardo terrorizzato e poi di scatto
riprese il cammino trascinando la sua donna la quale, non solo manifestò alcun
timore, ma fece energici gesti verso il suo compagno affinché si fermasse e prestasse
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attenzione a quello che dicevo e desideravo.
Non ci fu verso, l’uomo allungò il passo e alla sconsolata donna non rimase altro
da fare che lanciarmi uno sguardo di compassione e di scuse per la pavidità
dimostrata dal suo compagno. Per questo e per altri avvenimenti, più o meno
analoghi da me vissuti in terra di Russia a quell’epoca, ebbi la sensazione che il
grosso pubblico tendeva a scansare il contatto con gli stranieri, evidentemente
temeva di fraternizzare con gli occidentali per non essere considerato dal “Grande
Fratello” come contagiato dal morbo capitalista.
I giovani, però, erano più disinvolti e disinibiti e qualche volta, pur di potersi
conquistare qualche oggetto o capo di vestiario occidentale, non esitavano a sfidare
e farsi beffe della polizia la quale, questa fu la mia sensazione, sembrava che fosse
onnipresente laddove ci trovavamo a circolare. Nessuno mai ci molestò, ma appena
ci allontanavamo, i miliziani o poliziotti correvano alla caccia dei ragazzi e forse si
limitavano al sequestro della roba, ma da lontano non potevamo seguire bene la scena.
***************
Processo per direttissima per Leningrado
C
apita spesso che al marittimo rimane in tasca del denaro, in metallo o
banconote, in valuta locale dei vari paesi che la sua vita di errabondo lo
porta a visitare.
E così che, alla fine di un imbarco, il marittimo in questione si troverà nel suo
forziere un tale tesoro da poter costituire una notevole raccolta numismatica.
Fu in questo modo che al mio secondo approdo nel porto di Leningrado mi trovai
a possedere un “portafoglio estero” comprendente valuta di una mezza dozzina di
paesi: dollari americani, franchi francesi e belgi, fiorini olandesi, lire italiane,
egiziane e turche e, purtroppo come spiegherò appresso, un biglietto da venti rubli,
avanzo, non utilizzato in loco, degli anticipi che avevo preso durante la precedente
permanenza a Leningrado.
Ebbi la dabbenaggine o piuttosto lo spirito di sfida provocatoria, rispetto alle
leggi valutarie sovietiche che proibivano l’esportazione della moneta russa, di
dichiarare quei venti rubli nel manifesto doganale ove figuravano anche un orologio
d’oro Longines, una macchina fotografica Rolleiflex, una penna stilografica d’oro
Aurora ed altra paccottiglia varia, sigarette, alcolici. Questi due ultimi articoli,
assieme manco a dirlo alla Rolleiflex, vennero posti sotto sigillo.
Prima di proseguire il discorso, desidero aprire una breve parentesi. La suddetta penna
stilografica venne da me sottratta alla cupidigia di un funzionario di sesso femminile del
ministero delle poste russe, grazie appunto all’averla dichiarata in manifesto.
Quella solerte e scrupolosa funzionaria si presentò in stazione radio, la mia
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QUATTRO EPISODI IN TERRA DI RUSSIA
Rosario Pennisi
mansione a bordo era quella di radiotelegrafista, per mettere sotto sigillo il
trasmettitore radio. Dirò en passant, che un simile provvedimento cautelativo venne
preso anche in un altro paese la Turchia, mentre dappertutto nel mondo nessuno
venne mai ad effettuare una simile operazione.
Appena appoggiai sul tavolo la penna Aurora con la quale avevo firmato i
documenti che aveva compilato, il suo volto si rischiarò di uno smagliante sorriso
e con accattivanti smorfiette in perfetto inglese mi chiese se le avessi voluto regalare
la stilografica. “Sorry - le risposi – I have declared it to the custom. I can present
you with this biro”. Il sorriso scomparve nuovamente dal suo volto, raccolse le sue
cose e con un glaciale “das widaina”, arrivederci, sbatte i tacchi dei suoi lucidi
stivali e se ne andò.
Poco dopo l’operazione sigilli, giunse trafelato in stazione radio il cameriere per
annunciarmi che il comandante esigeva la mia presenza in saletta ufficiali per
comunicazioni urgenti. Giunto che fui al suo cospetto, lo vidi seduto a capotavola
attorniato da una decina di funzionari sovietici d’ambo i sessi, in divisa e in borghese,
i quali mi osservavano quasi fossi un criminale, ed un crimine effettivamente avevo
commesso: fui accusato di violazione delle leggi valutarie sovietiche le quali
proibivano l’esportazione di valuta russa. In altri termini, quei venti rubli che avevo
dichiarato nel manifesto doganale avrei dovuto restituirli all’agente della nostra
compagnia. Il comandante mi apostrofò con il suo “mona”, ti sei cacciato in un
brutto affare, qui rischi grosso, una forte ammenda forse anche il carcere, loro con
queste cose non ci scherzano, non li vedi come ti guardano? Non prevedo nulla di
buono, e se dovessero sbatterti in galera mi toccherebbe far venire dall’Italia un
altro marconista il che comporterebbe una sosta più lunga in porto che si tradurrebbe
in perdite economiche per l’armatore, ma di questa cosa non mi preoccupo perché
ti farò congelare lo stipendio… Insomma, una filippica e una requisitoria nemmeno
se avessi commesso un omicidio.
Da premettere che il comandante, F. Cosulich da Lussimpiccolo, masticava
discretamente il russo per cui non potei capire il conciliabolo che si volse tra lui e i
russi.
In un atmosfera da corte marziale, alla fine sortì la sentenza: confisca dei venti
rubli (con rilascio di regolare ricevuta! Peccato che l’abbia perduta, sarebbe stato un
bel souvenir) e proibizione di toccare il sacro ruolo russo per la durata di un anno.
Più tardi il comandante mi riferì che sei membri su dieci di quell’apparato
burocratico sovietico avevano votato a mio favore per una pena lieve e che fu il
funzionario della sanità ad aver fatto pendere a mio favore il piatto della bilancia
della giustizia sovietica. Con quel funzionario, un uomo attempato e macilento, io
avevo avuto in precedenza un breve incontro perché gli consegnai un bottiglia
d’olio d’oliva Bertolli che egli aveva gentilmente richiesto per curarsi, ci disse, il
fegato. L’olio, ovviamente, mi venne fornito dal cambusiere dietro ordini del
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comandante al quale il dottore russo aveva indirizzato la sua richiesta.
Questa faccenda dalle virtù curative o disintossicanti dell’olio d’oliva l’avevo
appresa, per così dire, in Inghilterra ove in una vetrina di farmacia avevo notato una
bella esposizione di bottigliette di varie capienze con la dicitura “Pure olive oil”.
Non sono al corrente delle usanze commerciali britanniche, ma l’aver notato in
vendita l’olio nelle farmacie m’indusse ad arguire che i figli di albione l’avrebbero
probabilmente usato a scopi terapeutici e non culinari, tenendo presente anche le
ridotte dimensioni dei contenitori.
Riprendendo a parlare del mio “salvatore”, il mite e macilento bevitore d’olio,
vorrei dire due cose. La prima è che appena egli venne in possesso della bottiglia
d’olio, senza porre indugio la stappò seduta stante e ne bevve un bel sorso, forbendosi
poi le labbra con il dorso di una mano.
La seconda cosa che voglio riferire dopo la rivelazione che mi fece il comandante,
mi resi conto degli strani ammiccamenti che mi rivolgeva l’omino dell’olio mentre
mi trovavo davanti alla “commissione” giudicante sovietica.
Oggi, riandando con la memoria a quei lontani avvenimenti, mi viene di pensare
che, involontariamente, forse fui uno degli artefici dell’operazione “disgelo” tra
U.R.S.S. e mondo occidentale: una bottiglia di olio d’oliva italiano consentì,
mediante opportuna lubrificazione, di attutire gli attriti degli ingranaggi della politica
internazionale. Oggi diremmo con uno slogan: “Oil for peace!”
Olio degli uliveti o olio dei campi petroliferi, sempre olio è. Lubrificare nocesse est!
***************
Leningrado: casto idillio a venti gradi sotto lo zero
S
i era alla fine del mese di ottobre del 1956 ma a Leningrado già il freddo
siberiano cominciava a pungere con raffiche di vento gelido.
Per esigenze organizzative, il primo ufficiale aveva chiesto la mia collaborazione
per il controllo dei carichi di legname. Per invogliarmi mi aveva detto: “Vedrai,
starai in lieta compagnia, ci sono in banchina diverse belle ragazze anche se,
poverette, infagottate come sono non hanno tanta eleganza, ma… sotto c’è sostanza,
parola di intenditore!
In effetti, quel primo ufficiale, siciliano di Torrefaro (Messina), viso da sceicco
arabo e parlantina accattivante, aveva una fortuna sfacciata con le donne. Una
volta, passeggiando a Nizza lungo il Boulevard des Agiais, lo vidi a braccetto tra
due ragazze le quali, in apparenza almeno, non mostravano alcuna insofferenza o
gelosia condividere le… sue grazie.
Comunque, un po’ riluttante, misi piede in banchina e chiesi di una certa Tamara
che mi era stata indicata dal primo ufficiale quale la lavoratrice che avrei dovuto
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QUATTRO EPISODI IN TERRA DI RUSSIA
Rosario Pennisi
affiancare. Da premettere che in banchina lavoravano in maggioranza donne ed
una era persino adibita al verricello di bordo.
Il primo impatto con la Tamara mi lascio piuttosto deluso perché lei, poverina,
non aveva niente di quel decantato “fascino slavo” di cui avevo sentito parlare. Era
una ragazzina bruna, piccolina, con uno sguardo timido ed implorante, ma fra noi
due dapprincipio si frappose soprattutto la mia prevenzione ed i miei sospetti verso
tutto quanto riguardava la Russia o i russi.
Lo confesso, ero imbevuto di propaganda anti-sovietica ed aborrivo il color rosso
come fanno i tori nelle arene spagnole, per cui con la povera Tamara io partì a corna
abbassate, nel senso che mi dimostrai subito duro ed incomunicabile, ammesso che
potevamo intenderci non conoscendo lei l’inglese e tanto meno io il russo.
D’altra parte, non avevamo nulla da dirci, dovevamo soltanto comunicarci il risultato
dei conteggi del numero di tavole contenute in ciascuna imbracata e per fare ciò era
sufficiente esibirci quello che avevamo segnato sui nostri rispettivi quaderni.
Ora, un po’ perché non avevo pratica di tavolate ed un po’ perché temevo di
venire beffato ed imbrogliato dalla Tamara, procedevo alla conta con puntigliosa
pignoleria e per contare 250/300 tavole alla mia maniera trascorreva un tempo
dieci volte superiore a quello impiegato dalla mia compagna Tamara. Lei ultimava
il lavoro molto tempo prima di me, non osava avvicinarsi a me per esibire il conteggio
e rimaneva lì a battere i piedi per terra dal freddo, perché, santo cielo, anche le
russe sentono freddo a venti gradi sotto lo zero.
La cosa procedette con questo ritmo per un certo tempo, ma non ci volle molto che
il primo ufficiale non si accorgesse dei ritardi di caricazione che io provocavo nella
mia postazione a prua mentre a poppa le cose procedevano in maniera più spedita.
Mi si avvicinò e mi rese edotto del fatto che, secondo i suoi calcoli, che poi alla
consegna del carico ad Amsterdam si dimostrarono fondati, già la nave aveva
imbarcato del carico superiore a quello che figurava sui quaderni e sui documenti,
per cui mi consigliò – ordinò di non fare il pignolo e di fidarmi dei dati forniti dalla
buona e paziente Tamara.
Le cose, da quel momento in poi, procedettero con maggiore speditezza e con
grande vantaggio fisico e sentimentale mio e della Tamara, dato che tra una imbracata
e l’altra intercorreva molte tempo che lo trascorrevamo rifugiandoci in un casotto
di legno ove ad accoglierci c’erano delle panche ma soprattutto una grande stufa
alimentata a legna.
Rassicurato delle parole del primo ufficiale e riscaldato dal tepore della stufa, il mio
contegno verso la Tamara si trasformò gradualmente da freddo a tiepido ed alla fine
caldo.
I nostri sguardi si incrociavano e si soffermavano più spesso, qualche volta ci
sfioravamo con le mani ma il problema che ci ostacolava o bloccava era costituito
dalla lingua, ossia non potevamo comunicare i nostri sentimenti che ormai erano
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evidenti.
In nostro soccorso intervenne una matura matrioska che conosceva molto bene il
francese per cui ci servivamo di quella provvidenziale interprete per imbastire i
nostri primi dialoghi.
Tra un discorso e l’altro la signora mi disse che ai tempi dello Zar lei era una
dama di corte, una contessa, che il marito lo confinarono in Siberia e non ne seppe
più nulla e che lei era stata “declassata” al rango di lavoratrice portuale. Io prestai
fede a tutto quanto lei mi disse perché, oltre al suo perfetto francese, il suo portamento
nobile e fiero denotava il suo passato di alto rango sociale. Tutte le sue compagne
la trattavano con rispetto ed affetto.
Da questa signora appresi che la Tamara e tutte le altre ragazze della sua età che
lavoravano nel porto facevano le studentesse la mattina e le lavoratrici – apprendiste
la sera, che ricevevano un regolare salario e che già sapevano quando e dove
sarebbero andate a lavorare “full time”.
Tutto programmato, dunque, nella Russia di allora e mi viene di fare dei confronti
con quello che accade oggi in Russia in quanto a benessere sociale, minatori che
scioperano perché lasciati senza paga ed i militari della famosa ex armata rossa
lasciati anche loro per qualche tempo senza paga.
La Tamara e le sue compagne mi fecero l’impressione di essere contente del loro tenore
di vita. Un giorno lei mi offerse un grappolo d’uva che aveva conservato per me dal suo
pasto al “Cantora”, forse il refettorio comune ubicato nel comprensorio portuale.
Sperimentai anche che la “mia” Tamara, al momento opportuno, sapeva tirare
fuori le unghie come fanno i gatti e a sperimentarne i suoi graffi fu uno spilungone
e tonto conducente di quei grossi mezzi motorizzati che trasportavano le imbracate.
Il nostro idillio cominciò ad offuscarsi dal momento in cui comparve una donna
estranea al nostro gruppo, sconosciuta da tutte le donne che lavoravano nel porto e
che la matrioska nobildonna decaduta non fece fatica ad individuare come una spia.
Probabilmente, la notizia del mio idillio con la Tamara era giunta in “alto loco” ed
il “grande fratello” provvide in loco un osservatore-controllore delle nostre mosse.
Ovviamente, messi sull’avviso dalla matrioska, io cominciai a comportarmi in modo
più circospetto, ma qualche piccola mossa ci sfuggì lo stesso e ciò fu sufficiente
perché le cose prendessero una brutta piega; un brutto pomeriggio accadde ciò che
avevamo temuto: non vidi più la Tamara sul suo posto di lavoro, probabilmente
trasferita altrove, sperai senza gravi provvedimenti disciplinari. Non seppi più nulla
di lei, nulla mi dissero le sue compagne e se qualcosa sapevano avrebbero taciuto.
La mia nuova compagna di lavoro si chiamava Olga, una grassa e paciosa donna di
mezza età dall’aspetto contadinesco. Con lei non dovetti scomodare la mia interprete.
Dimenticavo un particolare: da Tamara appresi a dire in russo “ti amo”, “Ja lliubiiù was”.
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Premi speciali di riconoscimento al merito (targa d’argento con serigrafia) sono stati assegnati ai pescatori
Giovanni Stagnitti, Giuseppe e Salvatore Giamaglia:
“Per aver trascorso la loro vita sul mare dediti alla pesca professionale, utilizzando le imbarcazioni, i
mezzi e gli attrezzi idonei al tipo di pescato e alla salvaguardia dell’ambiente marino dallo sfruttamento
illecito delle sue risorse, contribuendo così alla crescita economica della nostra città, che è basata
principalmente, dopo la crisi dell’agricoltura, sulle attività della pesca e della navigazione”.
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Circolo
Ufficiali
Marina
Mercantile
Riposto
Lega
Navale
Italiana
Delegazione
Catania
Comune
Riposto
Azienda
Provinciale
Turismo
Catania
Provincia
Regionale
Catania
Premio Nazionale
Artemare 2000
XXVI Edizione sul tema“L
’uomo
“L’uomo
e il mare”
Canzone Gastronomia
Narrativa Pittura Fotografia
Video Protagonisti del mare
«Porto dell’Etna»
XIX Secolo
Prima richiesta: Gennaio 1836
Posa prima boa: Anno 1865
XX Secolo
Posa della prima pietra: 5 agosto 1906
Posa prima pietra sezione turistica: 29 luglio
1989
XXI Secolo
Completato il ................................
Corso Italia, 70 - ore 10/13 e 18/21:dal 22 luglio al 4 agosto mostra di pittura e fotografia
Piazza S. Pietro ore 21.00
Mercoledì 2 agosto: Proiezioni Video sul mare con riprese subacquee dei fondali di Riposto
Giovedì 3 eVenerdì 4 agosto: Festival della Canzone marinara
Specchio di mare antistante il porto - Sabato 5 agosto dalle ore 16.30 alle ore 19.30
Dimostrazione velica della Lega Navale per i giovani da 10 a 17 anni
Terrazza Istituto Tecnico Nautico di Riposto - Sabato 5 agosto - ore 20,30
Consegna Borse di Studio e Premi Artemare - Presentazione volume “Riposto «Porto dell’Etna» e l’Artemare”
Premio «Protagonisti del mare»: Amm. Angelo Mariani
Premio «Città di Riposto»: Dr. Giovanni Granata
Presenta Anna Pavone
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Franca Grasso
GUARDIANO DEL FARO
E
ra arrivato da poco tempo lassù, su quel promontorio impervio, come
“guardiano delle coste” per sostituire il precedente titolare che, vecchio e
malandato di salute, si era ritirato in un pensionato per anziani.
“Un uomo e il suo faro”. Silenziosa sentinella notturna che da secoli, pur
progredendo nella tecnologia, aiuta enormemente i naviganti. Un mestiere fatto di
solitudine, di silenzio, di paura, di soccorso ai naufraghi.
Una scelta di vita difficile, ma per lui (il nuovo arrivato) che aveva navigato per
anni, quasi naturale.
La solitudine però non gli pesava più di tanto, anzi stava imparando a ricavarne
il maggior diletto possibile.
In passato, quando pieno delle energie e delle focosità della giovinezza, girava in
lungo e in largo per i mari del mondo, non conosceva ancora quanto si poteva
apprendere dal colloquio intimo con se stessi, con la propria anima.
Ora invece se ne stava lassù a fare il “guardiano del faro”. Un mestiere, tra l’altro,
in via d’estinzione, ormai superato dai radar, dalle fibre ottiche, dai pannelli solari.
Il suo bagaglio di ricordi era ricchissimo perché tante erano state le avventure per
mare e per terra nelle quali era incorso durante gli anni della sua movimentata vita.
Non immaginava a quel tempo la possibilità di un viaggio, forse più affascinante
e interessante di tutti gli altri messi insieme: il viaggio all’interno del proprio essere
per la conoscenza di se stessi, come dice la famosa massima di Socrate: “CONOSCI
TE STESSO”.
E quello dove si trovava era proprio il luogo favorevole, più propizio al cammino
che aveva intrapreso per la ricerca della verità e la scoperta del legame misterioso
tra il Creatore ed ogni cosa del creato.
Quando desiderava un po’ di compagnia gli bastava scendere in paese (per fare
intanto qualche acquisto) e subito trovava qualcuno che gli si affiancava,
dall’adolescente all’adulto. Non era certo un uomo che passava inosservato.
E siccome si era rivelato molto disponibile, sempre si faceva avanti qualcuno a
chiedere, per sapere quali fossero i segreti di un’esistenza così serena, quasi simile
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
a quella di un eremita.
Infatti il luogo dove si trovava, il “Faro”, con relativo alloggio, lassù su quel
promontorio roccioso, quasi staccato dal resto del mondo, aveva tutto l’aspetto di
un eremitaggio.
E lui, “l’uomo del faro”, con il suo aspetto dava inequivocabilmente l’idea della
fortezza.
Era infatti alto e robusto, con una folta capigliatura scura e ondulata. Portava
inoltre una bella fluente barba. Sia la barba che i capelli erano disseminati di “fili
argentei” che gli davano un tocco di ulteriore fascino.
Il suo aspetto fisico quindi faceva venire in mente la solidità della roccia, mentre
il suo parlare, il suo argomentare davano l’idea di una grande forza morale.
Il colore dei suoi occhi grigio-verde ricordava invece certe incantevoli distese di
mare smeraldino, calmo, immobile in giornate particolarmente chiare e trasparenti.
Gli occhi di quel colore erano appropriati ad un uomo come lui che aveva solcato
tutti o quasi tutti i mari del pianeta.
Ma ciò che di lui colpiva è andava dritto al cuore, era il suo sorriso fanciullesco,
la sua parola calma e suadente, quasi un balsamo per chi l’ascoltava.
Egli era come un poeta, abituato a vivere in un universo irreale, a sentire voci
silenziose e a dialogare con l’infinito.
Essendo stato un uomo di mare, aveva in fondo al cuore quel “quid” misterioso
che possiede infatti la “gente di mare”. Ma, sebbene in modo diverso, lo era ancora
un uomo di mare dal momento che non si era allontanato dall’elemento marino che
per tutta la vita aveva amato e che continuava ad amare.
Il mare ormai faceva parte della sua epidermide, dal suo volto sempre abbronzato,
arso dal sole e dalle intemperie.
A volte, specialmente verso l’ora del tramonto (o qualche volta all’alba), se ne stava
all’interno del faro, ma più frequentemente all’esterno di esso, mirando e rimirando la
grande e sconfinata distesa azzurra, piatta, mossa o ribollente che fosse.
Assorto scrutava l’orizzonte e osservava ammirato il volo dei gabbiani che si
libravano in alto per poi scendere a picco, tuffandosi tra le onde schiumose per
catturare la preda.
E intanto egli pensava, pensava ai tanti viaggi, ai tanti addii, ai tanti luoghi visitati
da ricordare, da non dimenticare, paesaggi fantastici, spiagge tropicali, soli
equatoriali, posti importanti e meno importanti delle innumerevoli città del mondo.
Quante cose aveva visto!
Per molti anni, infatti, aveva navigato in lungo e in largo per i mari del mondo
come capitani di lungo corso. Ma da quando si era stabilito su quel promontorio
isolato, accettando l’impegno di “guardiano del faro”, in paese solo pochissimi
fidati amici erano a conoscenza delle sue vicissitudini passate.
Gli anni che si dicono “migliori” ormai erano volati via in un baleno.
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GUARDIANO DEL FARO
Franca Grasso
Ma chi può dire quali siano gli anni migliori? Nel grembo del tempo erano nascosti
tanti avvenimenti che il futuro man mano dispiegandosi volta per volta ci rivela.
Allora accade che tante cose che prima non capivamo, a posteriori, ricollegandole
ad altre del prima e del dopo, ci appaiono più chiare e comprensibili.
In verità, passato, presente e futuro sono strettamente collegati.
Ed è certo molto difficile riuscire a capire e conciliare tutto ciò con il libero
arbitrio che pare essere di pertinenza d’ogni essere umano e che, tuttavia, è sottoposto
a condizionamenti d’ogni genere sin dalla nascita.
Pensieri di tal genere percorrevano frequentemente i meandri della mente
dell’”uomo del faro”, durante le sue assorte meditazioni in muta contemplazione
della grande distesa marina, soprattutto nelle ore più favorevoli del tramonto.
Quante vicende, accadute duranti i viaggi in giro per il mondo, su navi mercantili,
gli balenavano come visioni, agli occhi della mente, durante le sue lunghe
peregrinazioni mentali!
Qualcuna di tali vicende era stata drammatica, ma una in particolare lo era stata
più delle altre.
Lui e tutti gli atri uomini dell’equipaggio si erano salvati per miracolo.
Quella volta erano partiti dall’importante porto di Mogadiscio, situata sulla costa
dell’Oceano Indiano.
Una volta salpati dal molo, superato il nervosismo che di regola precedeva ogni
partenza, loro, uomini di mare, erano soli e liberi. Oltre l’orizzonte li aspettava la
prossima destinazione.
Il telegrafo di macchina faceva nuovamente sentire la sua voce che si ripercuoteva
in tutti i locali. Sembrava confermare le aspettative ed i desideri di ognuno di loro
di andare verso nuove mete: era in fondo l’”Ulisse”, sempre presente nelle loro
anime e nei loro cuori.
Il mare quella volta era calmissimo e la notte splendidamente rischiarata da una
bella luna piena in un cielo disseminato di tale infinità di splendidi corpi celesti da
provocare le vertigini a chi avesse sollevato lo sguardo verso l’alto.
Soltanto verso Sud si poteva scorgere un cumulo consistente di scure nubi, ancora
lontane, però.
In mare aperto la nave, che fino a quel momento aveva navigato in acque abbastanza
tranquille, fu subito colpita da un mare a da un vento di scirocco piuttosto violenti.
Al largo, i colpi di mare cominciarono a diventare sempre più forti. La nave, pur
essendo di un certo tonnellaggio, gemendo nelle strutture, aveva iniziato a rollare
e beccheggiare notevolmente, spesso rompendo in chiglia.
Il personale che componeva l’equipaggio, come succedeva in questi casi, era
all’erta tutto al completo. Le onde, spaventosamente enormi, colpivano lo scafo
con inaudita violenza, mentre i movimenti di rollio e beccheggio aumentavano la
loro frequenza.
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
Intanto la nave avanzava sempre più in mare aperto, dove il vento e il mare
raggiungevano la massima potenza, fino a raggiungere l’apice di un vero e proprio
“uragano”.
La forza della natura così scatenata era veramente spaventosa anche per il più
coraggioso dei marinai. I terribili sibili del vento, mescolati ai tremendi suoni del
mare, richiamavano alla mente i muggiti di mille tori scatenati.
Quella volta temette davvero che stesse per arrivare la fine, che non ce l’avrebbero
fatta a superare quella tremenda prova, con il vento ed il mare che portavano la
nave ora da un parte, ora dall’altra, a loro piacimento.
Però, man mano che le ore passavano, si avvicinavano verso la coda del ciclone
e dunque verso la salvezza.
Senza ombra di dubbio, quella terribile notte, dalla sua nave (come da altre nei
dintorni), molte preghiere salirono verso la sommità dei cieli; lo testimoniano del
resto i molti ex-voto nelle chiese in prossimità dei luoghi marini.
Quanti viaggi, quanti avvenimenti! Alcuni parevano sommersi nei meandri oscuri
della memoria, ma bastava un niente per farli riemergere chiari, inconfondibili e
ricchi ancora di grandi emozioni che scaldavano il cuore, soprattutto e prima di
tutto, il ricordo dell’incontro con Lei: quello fu un giorno memorabile, che restò
scolpito a chiare lettere nella sua mente e nel suo cuore.
Adesso, a distanza di anni, la realtà estremamente felice che aveva vissuto in
quel tempo gli sembrava quasi un sogno.
L’aveva sognata a cercata a lungo, in tanti posti del mondo, una creatura come
quella, quasi angelica d’aspetto.
E un giorno il sogno si concretizzò in quella che in un primo momento gli sembrò
una meravigliosa visione. Ma cominciamo dall’inizio.
Aveva deciso, nell’estate di quell’anno, di prendersi una sosta in quella sua
frenetica e interessante vita da navigante.
Così, tra un viaggio e l’altro, decise di fermarsi, anziché nei pressi di Livorno,
suo luogo natale, nell’isola d’Elba che non aveva ancora visitato.
A quel tempo, ultimo di quattro figli, i genitori, ancora entrambi viventi, di tanto
in tanto, specialmente la madre, gli ricordavano che era ora “che si accasasse”.
Ma lui “da quell’orecchio non ci sentiva”, forse perché non era giunta la sua ora,
o forse perché non aveva incontrato la persona giusta, capace di fargli prendere
l’importante decisione di una scelta definitiva.
Ma il destino, a sua insaputa, gli stava preparando “un tiro mancino”. Passeggiava,
infatti, sul bagna-asciuga con un’aria svagata, distrattamente, senza particolari pensieri.
Era uno di quei momenti strani della vita, quasi una sospensione del tempo, in un
luogo a se stante, senza passato, né futuro.
Ecco, in quel momento strano, la vide: “Lei, splendida creatura, forse di un altro
mondo!”
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GUARDIANO DEL FARO
Franca Grasso
Se ne stava serenamente adagiata su un telo di spugna color rosa pesca.
I lunghi capelli biondi, leggermente mossi da un lieve venticello, brillavano come
fili d’oro e a tratti coprivano e scoprivano quel bellissimo viso dal profilo perfetto.
Il corpo, sottile e delicato, dorato da una lieve abbronzatura, sembrava disegnato
sullo sfondo turchino del mare, appena increspato da una modesta brezza.
Al suo passare, la bellissima sconosciuta girò leggermente il viso. Il sorriso sorto
all’improvviso sul volto dell’una e su quello dell’altro fu il segno, imprevisto ed
imprevedibile, di qualcosa che tra loro era scoccato: la scintilla di quell’amore che
così intensamente li avrebbe uniti.
Il suo vagabondare di ricerca in ricerca, di attesa in attesa, senza sapere di chi o
di che cosa, pareva in quel momento concretizzarsi in quel punto del mondo, in
quel punto dell’universo, dove sembrava sparire tutto il resto del mondo, tutto il
resto dell’universo. Proprio in quel momento, e forse non per caso, un improvviso
colpo di vento fece volare via il cappellino di tela dal capo della giovane donna.
Tutti i tasselli favorevoli al loro incontro, misteriosamente si composero in
quell’istante.
“Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piangere e un tempo
per ridere, un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un
tempo per la pace” (Dall’Ecclesiaste Cap. 3-3,1-8)
Lui subito raccolse il cappellino e cortesemente lo porse alla meravigliosa
sconosciuta presentandosi: “Mi chiamo Andrea, capitano di lungo corso”.
“Ed io sono Anna, insegnante di scuola elementare”, rispose lei con voce gentile,
trattenendo una strana emozione che, fulminea, si era di lei impadronita.
Così iniziò il dialogo tra la bellissima Anna e l’affascinate Andrea, come se si
fosse trattato di qualcosa che sarebbe dovuto accadere in quel preciso momento, in
quel preciso giorno, in quel preciso posto.
Lei aveva ventiquattro anni e sembrava un angelo, così bionda e delicata. I suoi
occhi erano scuri ed avevano un che di vellutato, forse per via delle ciglia lunghe e
folte. Ma il suo sguardo lasciava trapelare anche un’altra bellezza, ancora più
intrigante e spontanea, quella dell’anima.
Lui di anni ne aveva trentasei: era alto, di aspetto atletico, con il viso abbronzato
e asciutto, tipico degli uomini di mare.
I capelli erano neri ondulati. Gli occhi, molto belli, ricordavano nel colore lo
splendore dello smeraldo: era proprio un uomo affascinante.
“Sono qui in vacanza”, aggiunse poi Andrea con la sua bella voce dai toni caldi e
forti.
“Anch’io”, rispose lei, “sono qui in vacanza con mia sorella. È la prima volta che
visitiamo questa affascinante isola”.
“Che combinazione! È la prima volta anche per me”, rispose lui.
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Ormai il ghiaccio era rotto e il dialogo quindi continuò con meno turbamenti.
Così, quel giorno memorabile, iniziò la loro bella e importante storia d’amore.
Tra un viaggio e l’altro di Andrea (che però in quel periodo aveva diradato molto
le sue partenze), andavano avanti felicemente, scoprendo man mano una perfetta
sintonia di cuori e anime.
Il matrimonio fu celebrato la primavera di due anni dopo, in una suggestiva
Chiesa antica di Siena, dove abitavano i familiari di Anna.
Tutto era riuscito perfettamente: la cerimonia, il ricco rinfresco e il breve viaggio
di nozze.
Ora nel ricordo, i due anni del loro fidanzamento e i tre anni di felice e intensa
vita matrimoniale, trascorsi nella loro abitazione di Livorno dove si erano stabiliti,
parevano volati via in un baleno.
Una rara forma di tumore, dal decorso veloce, un triste giorno di fine estate se li
portò via entrambi: Anna e il suo bambino.
Il piccolo che ella portava in grembo vide la luce solo per qualche giorno, il
tempo di essere registrato all’anagrafe e battezzato con il nome di Alessio.
Complicazioni polmonari ne causarono la morte così presto, a brevissima distanza
dalla scomparsa della madre. Andrea, Anna, Alessio, per sempre uniti da tre A, A
come l’Amore immenso che li aveva uniti.
Poco prima di morire, mentre Andrea teneva strette le sue mani, Anna, con voce
flebile ma decisa, gli disse: “Anche quando non ci sarò più, veglierò sempre su te
e il bambino”, (convinta che il bambino sarebbe cresciuto col padre).
“Soprattutto nei momenti difficili, vi sarò più vicina. E un giorno, ricordati, ti
darò un segno tangibile della mia presenza”.
Lui, pur essendo un uomo temprato dal mare e dotato di grande resistenza fisica
e morale, a stento trattenne il pianto.
A quel tempo Andrea contava quarantuno anni.
Dopo la disperazione dei primi tempi e una lunga sosta a terra, riprese nuovamente
a solcare i mari del mondo.
Prima della partenza aveva deciso di mantenere lo stesso la casa dove era stato
così felice, una bella e solare abitazione indipendente, con ampio giardino
retrostante.
E dal momento che egli era quasi sempre assente, l’aveva affidata alle cure di
Clelia e Giovanni, due attempati coniugi con figli già accasati da tempo.
Essi, persone molto fidate e legate ad Andrea da una lunga conoscenza, avevano
preso la decisione di stabilirsi nella stessa abitazione.
La Signora Clelia si occupava di tutto ciò che concerneva la casa, mentre il Signor
Giovanni si prendeva cura del giardino e del cane, un collie di nome Giano* , che
Andrea e Anna avevano ricevuto in dono poco prima della scomparsa di lei.
Dunque Andrea aveva ripreso a navigare, ma nel segreto del suo cuore cominciava
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GUARDIANO DEL FARO
Franca Grasso
a coltivare il desiderio di lasciare la navigazione per fermarsi in un posto dove
poter riflettere e meditare sui profondi quesiti esistenziali, dopo anni di vita frenetica
ed intensa.
In certi momenti particolari aveva iniziato a gustare la delizia della solitudine,
del silenzio e della pace.
Iniziava a capire, in quei momenti, che “l’anima parla e se uno impara ad ascoltarla,
può intraprendere un cammino esistenziale nuovo, ricco di profonde esperienze
interiori”.
A volte, mentre assorto in silenzio ammirava di giorno lo splendido volo dei
gabbiani o di notte una bianca luna piena che si specchiava in un mare tranquillo,
rifletteva su fatto che la felicità, come quella che aveva vissuto lui, non era certo la
costante della vita.
La si poteva considerare invece un’anomalia, anche se, in certi casi, un’anomalia
del genere può durare a lungo nel corso di un’esistenza.
E intanto, in quei momenti di meditazione, in lui si faceva sempre più insistente
il desiderio di lasciare quella vita di navigante.
Al ritorno di ogni suo viaggio ritrovava la casa in ordine, curata e scaldata dalla
presenza di quelle due care persone, Clelia e Giovanni.
E soprattutto trovava l’affetto di Giano che, con la sua particolare sensibilità,
cominciava già ad avvertire la presenza del padrone non appena egli scendeva
dalla nave all’attracco nel porto di Livorno.
Clelia e Giovanni ogni volta lo intuivano dal suo comportamento agitato.
Durante la sua permanenza in terra ferma, Giano gli era sempre vicino; sprizzava
gioia da tutti i pori. Si illuminava di gioia profonda alla vista del suo padrone, che
sempre attendeva con grande pazienza e spesso con mugolii di tristezza,
accogliendolo poi con infinite effusioni. Nei giuochi sulla spiaggia si divertiva
tantissimo: era un vero portento.
Andrea lo portava sempre con sé anche quando andava a trovare i fratelli o quando
andava a visitare gli anziani genitori che abitavano appena fuori città.
Poi anche quelle visite cessarono, infatti i due vecchi genitori, a poca distanza
l’uno dall’altra, vennero a mancare.
Poco dopo morì anche Giovanni, ormai avanti negli anni.
Così Clelia, che aveva nel frattempo raggiunto settantacinque anni d’età, restò
sola a prendersi cura della casa e del cane. Tutto ciò, anche per gli acciacchi dell’età,
cominciava a pesarle.
Una notte, mentre Andrea era in navigazione, la casa fu sottoposta ad un tentativo
di furto da parte dei “soliti ignoti ladri d’appartamento”.
Ma i ladri, che tra l’altro avevano tentato di avvelenare il cane (negli accertamenti
del caso furono trovate polpette che risultarono avvelenate), disturbati dalla presenza
del metronotte, che passava proprio in quel momento, si dileguarono in fretta e in
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furia. Giano non fu più trovato, quindi restò il dubbio sulla sua eventuale morte.
Clelia, privata dalla compagnia e della protezione del marito e senza più la presenza
del cane, impaurita oltre tutto dall’episodio del tentato furto, prese la decisione di
ritirarsi momentaneamente presso una delle figlie, per poter con più calma riflettere
e decidere sul suo domani.
Andrea, ritornato poco tempo dopo dal suo ennesimo viaggio, venne a conoscenza,
con suo disappunto, degli avvenimenti accaduti durante la sua assenza.
Ma il dispiacere più grande per lui fu la spiacevole notizia della sparizione del
cane. Riflettendo pensò che Giano, spaventato dai ladri che avevano tentato di
ucciderlo, era scappato e forse, ritornato in un secondo tempo ma avendo trovato
porte e finestre sbarrate, se ne era andato via sconsolato “povero fidato compagno”.
Andrea, nei giorni successivi al suo arrivo, lo cercò a lungo, ma purtroppo con
esito negativo.
Intristito dagli ultimi sfortunati accadimenti, ripensò alla possibilità di cui era
venuto a conoscenza da poco tempo, di un’eventuale occupazione come “guardiano
del faro”. Ormai “non se la sentiva più“, al ritorno da ogni suo viaggio, di rimanere
in quell’abitazione così colma di malinconici ricordi.
Intanto erano già trascorsi sette anni dalla morte di Anna e del piccolo Alessio.
Sperava ora di trovare un posto che fosse una sorta di eremitaggio, che potesse
favorirlo nella sua ricerca di un più intimo rapporto con il trascendente.
E quella occupazione come “guardiano del faro” rappresentava proprio ciò che
faceva al caso suo.
Trattavasi tra l’altro di un faro importante, eretto su un promontorio isolato, a
picco sul mare e poco distante dal paese di appartenenza.
A prima vista poteva sembrare un’occupazione un po’ degradante per uno come
lui che era stato un brillante capitano di lungo corso, ma Andrea non la pensava così.
Una volta presa la decisione di lasciare la navigazione, incaricò uno dei suoi
fratelli di occuparsi della vendita della casa e della sistemazione dei mobili in un
ampio locale di proprietà dello stesso fratello.
Radunò quindi i suoi ricordi più cari, le innumerevoli fotografie scattate durante
i viaggi in giro per il mondo, e soprattutto quelle che gli ricordavano i giorni
meravigliosi trascorsi con quella splendida giovane donna che era stata sua moglie.
Poi, meditando di farsi crescere la barba, che lasciava da alcuni giorni incolta,
partì pieno di voglia di fare e senza ripensamenti, deciso a stabilirsi su quel
promontorio dove iniziare una nuova esistenza.
E non solo come guardiano del faro, ma anche come una “sorta di eremita”,
pensava dentro di sé.
Fu così che Andrea cambiò completamente il suo genere di vita.
Se qualcuno glielo avesse prospettato anni prima lo avrebbe considerato pazzo.
La vita riserva delle sorprese, belle o brutte che siano, che neppure lontanamente
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GUARDIANO DEL FARO
Franca Grasso
immaginiamo.
Gli anni novanta erano appena finiti ed anche l’attività di guardiamo del faro era
“un mestiere in via d’estinzione”.
Andrea quindi andava a far parte di quell’ormai esigua schiera destinata a
soccombere di fronte all’avanzare di un futuro sempre più tecnologico.
Si ritenne fortunato anche se qualcuno avrebbe potuto pensare il contrario.
Giunto finalmente lassù, si diede subito da fare per sistemare convenientemente
il piccolo alloggio che era stato da poco lasciato dal precedente guardiano, ormai
anziano e acciaccato.
In breve tempo cambiò le suppellettili e quelle poche cose necessarie secondo le
sue abitudini, che stavano prendendo “una piega francescana”.
Ormai aveva realizzato dentro di sé, nell’affrontare ogni giorno le difficoltà della
vita, l’idea subliminale di non perdere di vista il senso del meraviglioso e del mistero
che appartiene al bambino ma anche all’adulto che sa coltivare e custodire nel
segreto del cuore spazi dell’essere così importanti e profondi.
La stagione del suo arrivo lassù era quella autunnale e nel piccolo appezzamento
di terreno retrostante all’alloggio, oltre alle insalate ormai avvizzite, trovò alberi
da frutta e qualche pianta ornamentale.
I colori delle foglie, marrone bruciato, rossicce, gialle e dorate creavano
l’affascinante fantasmagoria tipica dell’autunno, completata inoltre dal canto di
tanti volatili per i quali Andrea iniziò subito a conservare il pane avanzato sbriciolato
a piccoli pezzettini.
C’era da estasiarsi nel trovarsi immersi in quella meravigliosa atmosfera,
specialmente nelle giornate limpide percorse da quella fresca brezza che saliva dal
basso dove i bianchi flutti marini si rifrangevano spumosi contro la nera lucida
scogliera.
Le foglie degli alberi, mosse da quella lieve brezza, si muovevano leggermente e
ogni tanto qualcuna si staccava dal picciolo volteggiando piano nell’aria trasparente.
Pareva che le foglie, cadendo, danzassero al suono di meravigliose note musicali.
Era in fondo l’incantevole sinfonia della Natura in alcuni dei suoi aspetti più
affascinanti.
Anche le lucertole che sbucavano fuori da sotto i sassi per godere degli ultimi
tepori del sole autunnale, facevano parte di un così bel quadro.
Oltre tutto quella era la stagione dell’anno che più si confaceva ad Andrea che si
trovava in quel periodo della vita che tanto somiglia all’autunno.
In quella sorta di “paradiso perduto” poco alla volta egli, ritrovandosi con se
stesso, scopriva man mano una nuova dimensione e un nuovo modo di essere.
E quando nella calma della notte osservava le lucine che dondolavano sul mare
scuro, sotto l’immenso cielo stellato, si sentiva quasi felice.
E così, mentre lui andava avanti in quel nuovo particolare periodo della sua vita,
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il tempo passava e si faceva strada l’inverno con giornate sempre più corte e grigie,
accompagnate da piogge abbondanti. Ormai mancava poco al Santo Natale. Ma
Andrea, oltre a sentirsi quasi felice, si sentiva soprattutto utile per la guida che
poteva dare col suo faro, in quel tratto di costa, ai naviganti che nella stagione
invernale dovevano affrontare maggiori difficoltà, per le intemperie sempre più
frequenti e pericolose.
Fu appunto in una notte di terribile nubifragio che fece un misterioso sogno.
La sera precedente, nell’approssimarsi del cattivo tempo, già annunciato dal
bollettino meteorologico, aveva provato quasi un senso di scoramento per la
solitudine che fino a quel momento non gli era stata di peso.
Quella notte, di maggior impegno per la sua attività, era andato a letto molto
tardi, addormentandosi di colpo, vinto dalla stanchezza.
Ed ecco, da lì a poco il sogno e l’apparizione: ebbe come l’impressione di essere
improvvisamente sbalzato in un’altra dimensione, come sospeso tra un mondo e
l’altro in quella sottilissima zona di confine che separa le due dimensioni.
E in tale situazione di insolita beatitudine, mentre camminava su un soffice verde
prato, ricoperto di bianche margheritine, vide venirgli incontro una giovane donna
con un bambino in braccio, accompagnata da un bel cane a pelo lungo.
Quando fu a tu per tu con l’apparizione, si accorse con immensa gioia che la
splendida donna altri non era che sua moglie Anna la quale teneva in braccio il loro
figlioletto Alessio.
Il cane che li scortava e scodinzolava di contentezza era Giano.
Anna, sorridendo con fare misterioso, sussurrò qualcosa che Andrea non compreso
subito. E mentre li abbracciava tutti e tre, la sua felicità era incontenibile.
Ma a quel punto un forte boato provocato dallo scoppio di un fulmine, lo svegliò
ad un’ora antelucana.
Mentre riprendeva coscienza più chiaramente, ripensando al bellissimo sogno
appena svanito, avvertì come un colpo alla porta del piccolo alloggio, seguito da
un furioso grattare.
Impaurito e indeciso sul da farsi, si fece il segno della croce. Riacquistato l’antico
coraggio, si decise ad aprire il portoncino.
Ed ecco la fantastica sorpresa che aveva proprio del miracolo: fuori, al di là della
porta, c’era Giano, dimagrito, bagnato, intirizzito, ma era Giano, proprio lui in
carne ed ossa, “sebbene più ossa che carne”. E portava ancora il collare di cuoio,
privo della targhetta di riconoscimento.
Andrea non riusciva a credere ai propri occhi, mentre Giano abbaiava e
scodinzolava freneticamente la magra coda, schizzando spruzzi d’acqua da quel
povero corpo tutto bagnato.
Andrea, senza preoccuparsi del fatto che Giano era inzuppato d’acqua, l’abbracciò
stretto a sé, mentre egli avvinghiava attorno al collo del padrone le sue zampe,
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GUARDIANO DEL FARO
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sporche di fango e stanche per il tanto camminare.
Erano proprio come due vecchi amici finalmente ritrovasti, dopo lungo dispiacere
per essersi persi di vista.
E mentre Andrea teneva ancora il cane abbracciato a sé, come se un flash
improvviso si fosse acceso nella sua mente, comprese immediatamente il misterioso
significato del sogno e ciò che Anna gli voleva comunicare.
Ma ripensò anche alle parole che lei aveva pronunciato poco prima di morire e
alla promessa di dargli un giorno un segno tangibile della sua presenza.
Così, con una grande gioia nel cuore e dopo aver asciugato e rifocillato il cane,
Andrea se ne ritornò a letto per riposarsi ancora un po’ dopo le emozioni così intense.
Giano, finalmente contento si acciambellò nell’improvvisata cuccia, costituita da
una vecchia ma confortevole coperta di lana, ai piedi del letto di Andrea.
Ne aveva fatta di strada, povero Giano, per ritrovare il suo amato padrone.
Ora avrebbe aspettato le festività natalizie insieme al suo affezionato compagno.
Quello era il più bel regalo natalizio che mai avrebbe pensato di ricevere.
La mattina dopo la giornata si annunciò freddissima, ma chiara e trasparente,
lucida come una cartolina d’altri tempi.
Il paesaggio era stupendo e il mare, nella sua calma imperturbabile, sembrava
un’immensa lastra argentea. Nulla faceva pensare ormai al tremendo nubifragio
della notte precedente che però Andrea non avrebbe mai più dimenticato per gli
avvenimenti speciali appena successi. Adesso lui e il suo cane, entrambi “sul viale
del tramonto” felici riprendevano insieme l’avventura terrena così affascinante e
imprevedibile.
E quando giù in paese vennero a conoscenza dell’incredibile storia, grande fu la
meraviglia di tutti.
Si, è proprio vero, l’Amore, l’Amore vero, non è quello abusato e sbandierato
come tale, può far accadere meravigliosi miracoli che scaldano il cuore e aiutano
ad andare avanti nel cammino di questa vita così difficile, piena di tragedie, ma
così bella anche e ricca di cose splendide.
E soprattutto bisogna imparare a “saper decifrare” i segni misteriosi che nascondono
il profondo significato degli avvenimenti legati tra di loro da un invisibile filo.
La sapienza, soprattutto quella del cuore, s’acquista e si conquista giorno dopo
giorno, come una vetta da scalare che una volta raggiunta, dopo immani fatiche, dà
una visione più grandiosa e completa del mondo circostante e una gioia immensa
che trasforma l’ANIMA.
* Giano da Gianus, antico Dio del Pantheon romano o regnante dell’età dell’oro
che avrebbe inventato l’uso delle navi per raggiungere l’Italia partendo dalla
Tessaglia.
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Due premiate della sezione “Narrativa”: Marcella Di Franco di Francavilla Sicilia e Franca Grasso di
Cadeo (Piacenza)
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Gaetano Alfaro
LA CHIAVE
M
ario Russo, il nuovo comandante, era arrivato a bordo il giorno prima. Il
tempo necessario per prendere le consegne dal collega che sbarcava e da
quella mattina aveva preso possesso della sua cabina. Ora stava sistemando le sue
cose: i vestiti nell’armadio e le camice e la biancheria nei tiretti del mobile che
fungeva da comò; le valige vuote andavano poste nel ripostiglio apposito accanto
al bagno, dove c’era anche un armadietto basso, la scarpiera. Prima di sistemare le
valige, Mario sfilò dalla tasca laterale di una di esse una chiave, andò nello studio
e cominciò a guardarsi un po’ intorno: vide un calendario appeso alla parete, lo
tolse e lo buttò nel cestino. Al gancio libero vi appese la chiave. Per alcuni attimi la
guardò come si guarda un quadro d’autore appena appeso alla parete. Dopo
un’intensa riflessione andò a controllare la cassaforte. Quella chiave era un simbolo,
un terribile simbolo. Essa aveva una storia, una storia conosciuta da tanti naviganti,
una storia triste e tragica che aveva totalmente cambiato il carattere di Mario Russo
facendolo divenire un misogino, un uomo sempre arrabbiato con tutti e con se
stesso, per cui era conosciuto anche col nomignolo di Russo l’animale.
La sua venuta a bordo della Manuela era stata male accolta dai membri
dell’equipaggio, perché nessuno voleva avere a che fare con lui, l’animale. Parecchi
si erano sbarcati, e tra i pochi rimasti c’erano il primo ufficiale, un uomo di carattere,
professionalmente preparato, e il vecchio direttore Prancatelli, che a conclusione
di quest’imbarco sarebbe andato in pensione.
Con il nuovo personale era arrivato a bordo anche un allievo, un ragazzo biondo
con gli occhi celesti che aveva frequentato il quarto anno dell’Istituto Nautico e
che profittava dell’estate per compiere un viaggio d’istruzione e familiarizzare
così colla vita di mare. Finito il viaggio sarebbe tornato a scuola per completare gli
studi con una base d’esperienza.
Eppure, il comandante Mario Russo non era stato sempre così. Anzi, un tempo era
stato un brillante ufficiale pieno di vita e di allegria. Spesso scalava ad Amburgo
portando granaglie dal golfo del Messico e qui aveva conosciuto Ingrid, una giovane
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impiegata dell’agenzia marittima. Facile immaginare come, cogliendo l’occasione
degli approdi ad Amburgo, dopo vari inviti a bordo e diverse serate passate insieme,
tra i due nacque qualcosa più forte dell’amicizia che li portò infine a sposarsi.
I primi anni furono una lunga luna di miele, come d’altra parte è per tutti gli
uomini di mare. Per il continuo assentarsi e per la brevità dei ritorni a casa, l’amore
diventava sempre più forte.
La felicità aumentò con l’arrivo di una bambina: quei riccioli d’oro, quel sorriso,
quelle moine e l’attaccamento quasi morboso al papà, facevano felici i due genitori.
A sei anni la piccola Molly andò a scuola ed era bravissima.
Mario aveva comprato un magnifico appartamento su via degli Aranci a Sorrento,
con un ampio terrazzo che affacciava sulla strada: un terrazzo con tanti vasi di fiori,
che specie a maggio esplodevano in tanti colori e profumi. L’appartamento era di sei
stanze con accessori. L’avevano voluto così perché desideravano ingrandire la famiglia,
avere almeno quattro figli, come diceva la bella e bionda Ingrid.
Un giorno Mario ritornò a casa per una breve licenza, guadagnata grazie alla sua
promozione al comando, e proprio questa licenza avrebbe deciso della sua vita.
Ogni giorno Ingrid andava a prendere Molly a scuola, ma quel giorno Mario disse:
- Vado io a scuola a prendere la bambina per farle una sorpresa. Ingrid sorridendo:
- Va bene, però sii puntuale, fatti trovare vicino al cancello, la bambina potrebbe
preoccuparsi non vedendo uno di noi... - e lui, rispondendo: - Sarò puntuale! -, uscì.
Si rese allora conto di essere in largo anticipo e pensò di fermarsi a prendere un
caffè al Gran Bar, sul Corso Italia. Vi incontrò dei vecchi amici sorrentini e a loro
offrì da bere per festeggiare sia l’incontro, sia la sua promozione al comando. Tra
una chiacchiera e l’altra il tempo passò senza che Mario se ne rendesse conto e solo
quando uscì dal bar, salendo verso casa, si ricordò in un baleno della bambina!
Guardò l’orologio… ma era ormai troppo tardi! Prese allora a correre verso la
scuola, ma arrivato al cancello, lo trovò inesorabilmente chiuso!
Tornò allora sui suoi passi per risalire a casa, quando alcuni conoscenti lo
fermarono prendendolo sottobraccio. La bambina, avviandosi tutta sola a casa, era
stata investita da un pirata sul Corso Italia e l’avevano portata in ospedale. E in
ospedale Mario arrivò col cuore in gola e fu qui che trovò Ingrid seduta accanto
alla figlia, in una cameretta vuota: Molly era spirata un momento prima. Il volto
della madre, impietrito dal dolore, gli si rivolgeva privo di espressione. Mario tentò
allora un gesto di solidarietà ma lei lo respinse, mormorando: -Ti odio…
Da quel momento marito e moglie non si parlarono più. Ingrid cominciò a dormire
sul divano in salotto. Di lì a poco decise di trasferire la salma della bambina nella
sua Amburgo, e, una volta espletate tutte le pratiche burocratiche, senza dire una
parola, partì per non tornare più.
Passarono giorni cupi di dolore e di solitudine e Mario, tormentato dal rimorso,
pensava al suicidio. Quando a un tratto, a interrompere quello stillicidio, giunse
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LA CHIAVE
Gaetano Alfaro
una chiamata per un imbarco.
Mario accettò di partire, ma da quel momento divenne un altro uomo. Cattivo
con se stesso e con gli altri, cercava di fare del male per punirsi, coinvolgendo
anche chi gli stava vicino. Nulla gli importava.
Il ricordo del passato era un tormento e per questo suo carattere era stato
soprannominato l’animale. Quando partiva da quell’appartamento così grande di
via degli Aranci, con quella terrazza sempre sporca e senza più un fiore, portava
con sé la chiave dell’appartamento e l’appendeva bene in vista per ricordare che
era solo, e che aveva distrutto una felicità ben costituita. Quella chiave doveva
stare lì a ricordargli di scontare tutta la sua colpa: a lui ormai solo, solo colla chiave
del suo appartamento.
Non tollerava avere intorno a sé gente allegra e felice e perciò maltrattava tutti.
Ora era il nuovo comandante della Manuela e a bordo tutti cercavano di star
lontano da lui, nonostante che la nave avesse spazi molto limitati.
La sera dell’imbarco la nave partì da Venezia per Norfolk per caricare carbone
per Trieste. In Mediterraneo il tempo fu buono. Il giovane allievo nautico faceva la
guardia insieme col primo ufficiale e durante la giornata stava col nostromo, il
quale gli assegnava qualche lavoretto di pitturazione. Proprio su consiglio del primo
ufficiale anche l’allievo si teneva alla larga dal comandante. Il rapporto era solo
formale, non esisteva colloquio, il comandante era come un vero animale, un animale
feroce messo in una gabbia. Saliva sul ponte e non rispondeva a nessun saluto, né
salutava mai nessuno, quando parlava era sempre nervoso e spesso aveva scatti
d’ira ingiustificati. Forse beveva, perché talora sembrava addormentato, pure stando
in piedi, spesso si appoggiava al telegrafo del ponte. I giorni trascorrevano: erano
i primi giorni di agosto e si era arrivati a metà Atlantico, all’incirca nei pressi delle
Bermude. Il bollettino meteorologico di New York dava in continuazione notizie
dell’uragano Betty che già aveva fatto disastri sulla costa del Nord Carolina. Era
uno di quegli uragani che lasciano un segno laddove passano. Il primo ufficiale
intanto, osservava la rotta e rifletteva: in genere questo tipo di fenomeni
metereologici salgono dalla zona sub tropicale seguendo la corrente del Golfo e
man mano acquistano sempre più forza e velocità. All’altezza di Capo Hatteras gli
uragani piegano a nord est, sempre salendo in latitudine, fino a raggiungere le correnti
fredde del Labrador, le uniche capaci di smorzarne la forza.
«Ora - pensava ancora il primo ufficiale - se noi continuiamo a proseguire su
questa rotta, ci andiamo ad infilare direttamente dentro l’uragano, proprio nel
momento peggiore». Decise allora di aspettare ancora un giorno e, sul ponte, parlò
al comandante: «Cosa pensa di fare, comandante, per scansare l’uragano? Io penso
che o ci fermiamo aspettando che superi la nostra rotta, o scendiamo più a sud
uscendo dalla sua traiettoria, perché se continuiamo su questa rotta ci finiremo
direttamente dentro».
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Il comandante si girò di colpo stizzito, guardò l’ufficiale con due occhi di fuoco
e gli disse: «Mi pare che lei non conosca il suo mestiere! Non abbia preoccupazione,
perché se entreremo nell’uragano, ne usciremo per il semicerchio maneggevole.
Piuttosto, mi dica, ma lei la conosce la regola? Che c... di scuola a fatto?».
«Comandante - ribatté il primo ufficiale - pur prendendo il semicerchio
maneggevole, subiremo sempre forti danni. Con un mare montagnoso e il vento
forte e una velocità di oltre duecento miglia all’ora non è detto che la manovra
possa sempre riuscire, potremmo comunque lasciarci le penne: io credo che sia
più saggio scansarlo».
«Se ne vada! Mi ha infastidito! Lo sa che io tutto ciò che posseggo sono io, io
solo!? Capisce lei che non ho nessuno e nessuno mi piangerà mai!? E ora basta!
Si prosegue così per questa rotta e voi sarete con me. Sono io che decido!».
«Comandante, ognuno di noi ha invece chi l’aspetta a casa, noi veniamo a
lavorare sul mare per portare un po’ di benessere a chi ci aspetta a casa. Non
siamo dei disperati come lei. Lei la chiamano “l’animale”, e si dovrebbe assegnare
un nobel a chi le ha affibbiato questo soprannome! E ricordi che ha il dovere di
salvare le nostre vite, assieme alla nave e al suo carico. Se lei cerca il suicidio,
perché non si butta in mare? Così da questo momento ce la vedremo noi, da soli!».
Anche il primo ufficiale era imbestialito e non riusciva a controllarsi, perciò
prese la porta e scese in cabina.
Nell’angolo accanto al telegrafo c’era il giovanissimo allievo nautico. Un raggio
di sole pomeridiano attraversava il vetro della porta laterale a dritta e andava a
illuminare il suo capo biondo. Il ragazzo aveva seguito la discussione animata e
tremava impaurito. Pensava a sua madre e a suo padre lontani. Aveva gli occhi
gonfi ma non voleva piangere, e comunque due lacrimoni gli rigavano le guance.
Era rosso in viso, e il rossore si sposava ai suoi capelli biondi illuminati dal quel
raggio di sole. Dopo che il primo ufficiale era sceso arrabbiatissimo, sul ponte
erano rimasti il comandante, il marinaio timoniere e il terzo ufficiale, il quale era in
servizio di guardia. Il silenzio pesava come una cappa di piombo. Il comandante,
chiuso in se stesso, aveva una bruttissima cera. Il mare intanto cominciava ad agitarsi
sempre di più. Il comandante a un certo punto si diresse verso dritta, fece scorrere
la porta di accesso per affacciarsi sull’aletta e con la mano sinistra scostò bruscamente
l’allievo nautico. Questi lo guardò senza dire una parola, ma quel viso, ora pallido
per la paura, quegli occhi azzurri innocenti del ragazzo con quei due lacrimoni
riuscirono a toccare qualche corda del cuore dell’animale. Richiuse immediatamente
la porta e poi, rivolto all’ufficiale, disse: «Fa mettere rotta 180°, scenderemo a sud,
così scanseremo bene il “Betty”. In fondo non perderemo tanto tempo». Subito
dopo si avvicinò al ragazzo e, accarezzandolo sul capo, l’animale divenne più
umano, più uomo e con un sorriso disse al giovane: - Oggi potrebbe avere la tua
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età…
Al giovane parve che gli occhi del comandante si fossero addolciti, forse un
poco più gonfi per la voglia di piangere. E dopo un breve silenzio, il comandante
Mario Russo disse all’allievo nautico: - Vai a chiamare il primo ufficiale. Digli di
venire sul ponte.
Il presidente della giuria prof. Orazio Licciardello ed il com.te Gaetano Alfaro di Sorrento
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Comune
Riposto
Provincia
Regionale
Catania
Azienda
Provinciale
Turismo
Catania
Premio N
azionale
Nazionale
Artemare
200
1
2001
XXVII Edizione
Canzone - Gastronomia - Modellismo
Narrativa - Pittura - Protagonisti del mare
sul tema
“L
’uomo e il mare”
“L’uomo
Circolo Ufficiali
Marina Mercantile
Riposto
Riposto (CT) - Festa del Mare
dal 21 luglio al 4 agosto
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Laura Piccinelli
STORIA DI MARTA E DI MARE
N
on era nata per la vita di città, Marta, era troppo esile, nella sua corporatura
non troppo minuta, ma delicata, quasi il vento fosse per lei un uragano,
pronto a rapirla ad ogni sua distrazione.
Non era forte, malgrado essa facesse di tutto per dimostrare il contrario,
scambiando il coraggio con la temerarietà, e la saggezza con la filosofia.
Ma aveva dei sentimenti, trattenuti in quei suoi occhi nocciola, sì, diranno i lettori,
come tutti.
No, forse Marta, che i suoi cari chiamavano Lady, per via del suo etereo modo di
rapportarsi al mondo, amava la vita con un ché di magico, quasi a dare spessore ad
ogni creatura che le si presentava innanzi, sublimando la natura in ogni aspetto.
A sedici anni decise perciò di andare a vivere a Sant’Agata Militello, rapita dai
colori del mare che, n’era certa, non l’avrebbero abbandonata in nessuna ora del
giorno, dalla visuale panoramica della sua stanza da letto.
Ad ogni ora sapeva che lui sarebbe stato lì, pronto a calmare le sue opere, a rinfrescare
i suoi pensieri, a consolare i suoi dolori, ad eccitarla con la sua volubilità.
Lasciò la famiglia per questo amore che, lei diceva, non l’avrebbe mai tradita,
comprò una vecchia Olivetti nel mercato d’antiquariato durante l’annuale fiera del
paese, e cominciò a scrivere per un giornale locale, sfruttando le conoscenze che il
liceo classico che frequentava le metteva a disposizione.
Ma soprattutto ciò che la metteva in contatto con il mondo era la sua passione per
il cinema, quello in bianco e nero, per il neorealismo contemporaneo, scevro dai
falsi nozionismi, e dalla forzata retorica di un’istruzione mai emancipatasi da vecchi
modelli.
Trascorreva interi pomeriggi a scrivere e a guardare lungometraggi, senza
chiedersi mai se la sua strada potesse essere un’altra. La compagnia del mare era il
suo rifugio più gradito, tanto che la sabbia, si può dire, conosceva confidenzialmente
le sue orme.
Erano orme delicate quelle che lasciava Marta, ma incisive; la sua presenza pesava
anche quando le sue gambe smagrite faticavano a reggerla, perché pesava quel suo
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modo di sentire la natura e gli uomini, mentre leggeva per l’ennesima volta “Il
Piccolo principe” avendolo già imparato a memoria.
Marta era sicura che la Volpe di Saint Exuperi fosse esistita veramente, e sorrideva
ogni volta che guardava una rosa, lieta e consapevole della sua unicità.
A volte fumava di notte, davanti alle onde, con una mano tra i capelli cortissimi
e biondi, che ricordavano anch’essi il “colore del grano”.
Marta ricordava la sua città natale con poca nostalgia, o meglio, non ne amava il
rumore caotico del traffico intenso, proprio d’ogni metropoli, né l’irrespirabile
odore di caligine e gas di scarico che quotidianamente invadevano anche il più
pittoresco parco naturale.
Essa era lontana, inoltre, dalla mentalità fortemente capitalista dell’ambiente in
cui era nata, e mai avrebbe ceduto, non ai normali e adulti compromessi che la vita
ti porge, ma a quel ben più malsano falsamento della propria identità a cui
costringono molti ambienti lavorativi.
Tutto era meglio della disumanizzazione, e l’economia avrebbe ben potuto essere
rimpiazzata da altri valori, così come poteva esserlo il potere della comunicazione.
Per questo tentava di dare voce ai suoi minuscoli ideali, fatti di spesse e solide
convinzioni, tramite gli articoli che scriveva per la “Gazzetta del Sud”, articoli di
costume, che raccontavano la vita vera vista con gli occhi di chi crede ancora
d’avere diritto di non piegarsi al silenzio senza per questo fare delle rivoluzioni.
Lottava con la vita, Marta, un po’ come accade a tutti gli esseri umani, e se un
giorno dava troppo spazio alla scrittura, ecco che il giorno successivo si rifaceva
chiacchierando con dei conoscenti, e se il suo peso rasentava la soglia di un leggero,
ma pericolo malessere, andava a frequentare un corso di ginnastica artistica, per
irrobustire le sue ossa e farsi venire appetito.
Non era facile, ma non riusciva a adattarsi a valori che altrimenti non l’avrebbero
appagata.
Mai avrebbe amato la violenza più accettata, persino gli incontri di boxe la
disturbavano, così come spegneva la radio di fronte a musica assordante e
frastornante.
Non facevano per lei le discoteche, la voce alta, le risate chiassose di chi, per
paura di un confronto reale con se stesso, ne fa uso come di un pianto, più sofferto
perché a copertura di una soffocata disperazione.
Così la sofisticazione in genere era bandita dal suo stile di vita, tendente più al
minimalismo e, talvolta, se poteva permetterselo, ad un selvaggio esternarsi del proprio
Io; forse non tutti gli amavano, ma a che serve essere falsamente amati da tutti?
Al compimento del suo ventesimo compleanno, avendo ottenuto ormai il diploma
di liceo classico, cominciò a chiedersi se fosse più gratificante il compromesso di
chi cede ad un altro essere umano per solitudine, o se il prezzo che dei forti valori
personali fanno pagare, potesse essere tollerato attraverso la forza della speranza, e
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STORIA DI MARTA E DI MARE
Laura Piccinelli
blandito con la magia della purezza dell’identità.
Si, forse Marta avrebbe gradito altri due occhi a cui raccontare di sé, anche senza
troppo parlare, e il mare sembrava suggerirle l’esattezza e la validità di questo
desiderio.
Ma mai aveva amato veramente, “con tutto il suo animo”, come pensava ogni
volta che tramontava il sole, e pioveva a dirotto.
Forse qualche simpatia, o infatuazione, ma niente più di questo.
Il tempo sembrava fermarsi tra i suoi ritmi ormai consolidati, ma il divenire costante
di cui la vita ci fa dono dava un senso alla continua ricerca di un proprio equilibrio.
Per la prima volta Marta sentì una fitta al cuore.
Non era successo niente, almeno in apparenza. In realtà Marta aveva incontrato
l’azzurro di due occhi che cambiavano tonalità con lo stesso fascino che solo il
mare possiede.
Verdi, talvolta grigi, azzurri, alle volte ancora blu, insomma Marta ne era rapita.
Lui era il suo nuovo capo-redattore.
Matteo la incontrava ogni mattina per discutere sui temi dei nuovi articoli. Ne
rimase affascinato dapprima per il suo candore, e poi commosso avendone compreso
il dolore combattuto della sua giovane età.
Era un uomo, adulto, non per l’età esattamente di vent’anni in più di quella di
Marta, ma per la grandezza della sua pazienza e della sua ferrea aderenza ad una
realtà che è quella che ogni uomo adulto sa di non poter cambiare, se non con la
forza paradossale di chi si sa impotente.
L’accarezzava, Matteo, l’accarezzava con la sua dolce maturità, con la sua severa
comprensione, con i suoi occhi che, immaginava Marta, non l’avrebbero mai
abbandonata, proprio come il mare.
Era un amore platonico, fatto di una comunicazione che andava oltre le parole, e
d’istinti sublimati in valori che loro due ormai si erano dati.
Matteo l’aveva vista piangere a dirotto, e altro non aveva fatto che dargli se
stesso, mentre, senza parlare, c’era; e c’era con tutto ciò che di più profondo
possedeva il suo cuore.
Erano larghe le spalle di Matteo, e solo lì, Marta ne era certa, lei avrebbe potuto
essere felice.
Ma non voleva protezione, voleva crescere, con lui, per lui, per lei.
Matteo, una mattina, non prese il caffè, arrivo trafelato alla redazione, guardò
Marta e le disse “ora lo so; voglio vivere con te, voglio un figlio, io, e tu? Tu mi
ami, lo vorresti, tu un bambino, nostro, sì, nostro, mio e tuo?”.
Gli occhi gli si erano fatti lucidi, e lei, spaventata e colma d’amore, confermò i
suoi desideri, ritrovandosi pienamente nei progetti che le erano stati proposti.
La doccia fredda le arrivò il giorno in cui una lettera di servizio obbligava Matteo a
modificare la sua residenza, trasferendolo inesorabilmente in una testata giornalistica
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
di Milano, gemellata con la “Gazzetta del Sud”, per una corrispondenza straordinaria.
Matteo non avrebbe potuto rinunciarvi, essendo il suo lavoro, la sua fonte di
reddito, parte della sua vita.
Né Marta lo avrebbe voluto, essendo per lei l’amore la giusta libertà dell’altro.
Lei avrebbe potuto seguirlo e collaborare alla nuova rivista lombarda, ma
refrattaria com’era alla vita di città si sentì di fronte a due fuochi.
Qualsiasi scelta avesse fatto, avrebbe perso, così pensava, l’azzurro del mare
profondo di cui lei non avrebbe potuto fare a meno.
Forse fu un sogno a salvarla, mentre, sulla riva del mare rimuginava tra il dolore
sull’ultimo capitolo del “Piccolo Principe”, domandandosi se realmente nessuno
muoia, ma scompaia, nel vuoto, che poi è il tutto.
Dunque, dicevamo del sogno; ebbene, addormentatasi sulla sabbia, come il suo
personaggio preferito, le apparve il mare con sembianze dolcemente e
autorevolmente umane.
Queste le sue parole: ”Cara Lady, la vita non sarà mai dura se ti abbandonerai
con fiducia ad essa; io sarò sempre qui e ovunque, se sarò nel tuo cuore sarò anche
davanti ai tuoi occhi, credimi, segui la tua vita, altrimenti il tuo amore per me sarà
una prigione; lo sai anche tu che amore è crescere e ritrovarsi, magari un po’ diversi,
ma in quella esclusiva identità che è propria di ognuno di noi”.
Marta capì ciò che per tanti anni aveva voluto non comprendere.
Il mare era quella madre che non aveva mai conosciuto, perché morta di parto
alla sua nascita.
Diventò adulta nel cuore, o almeno si preparò ad esserlo.
Ora c’era Matteo, c’erano i suoi sogni, e il suo desiderio di maternità.
Si alzò in piedi, gli occhi erano ancora umidi,
quelle lacrime avevano il sapore del sale che solo il mare ha,
solo una madre dà,
solo la vita guarisce.
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Maria Greco
1942: DALL’ABISSO DEI MIEI VENT’ANNI
L
e voci concitate delle infermiere turbarono alquanto il mio torpore.
“Giuseppe! Giuseppe! Hanno affondato il Castelfidardo!”
“Un siluro, Giuseppe, un siluro l’ha preso in pieno!”
Rientravo lentamente nello spazio e nel tempo e il significato di quelle parole, con
fatica, cominciava a farsi strada nel mio cervello. Il Castelfidardo colpito! Il
Castelfidardo affondato! Una sensazione spaventevole di gelo s’impadronì delle mie
viscere, afferrò il mio cuore e fece risuonare nelle mie orecchie l’angoscia della mia
domanda: “E l’equipaggio?”. “Poveri ragazzi! Nemmeno uno se n’è salvato!”
Immagini, volti, situazioni si accavallarono in una frazione di secondo all’interno
dei miei occhi spauriti. E da quel magma si stagliò nitido il caro volto di Totò, il
mio amico fraterno, compagno di giochi e di monellerie prima della guerra, di
pericoli e di paura dopo, sul Castelfidardo.
Già da bambino la vita mi aveva abituato alla durezza: la depressione del profondo
sud, la miseria, la fame, non avevano mai lasciato tempo ai miei giorni per coltivare
strane complicazioni dell’anima, per alimentare vani lavorii del cervello. Ma in
quell’istante, nel rivedere con gli occhi sbigottiti della mente il volto dell’amico
perduto, sentii qualcosa lacerarsi dentro. E conobbi il sapore delle lacrime.
Avvertii più acuto il dolore che mi procurava la ferita e fui nuovamente assalito
dal pensiero che mi aveva tormentato da quando, non sapevo più neanche quanto
tempo prima, mi ero svegliato in ospedale: forse avrei perduto il piede sinistro.
Solo in quell’attimo riuscii a rendermi conto che stavo provando delle sensazioni;
che stavo ricordando, anche se in modo confuso, una miriade di cose; che, per la
prima volta nella mia vita, silenziosamente, ero stato capace di piangere. Che ero
vivo! E che ero salvo solo perché mi trovavo in ospedale: un bizzarro destino mi
aveva regalato quell’orrenda ferita tenendomi così lontano, proprio nel momento
fatale, da uno dei luoghi in cui giorno dopo giorno la guerra si divertiva a far
scempio della vita umana.
Forse avrei perduto il piede sinistro.
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
Ma quel timore, covato a lungo con paura, non mi lacerò con la consueta crudeltà.
Assunse invece in quel momento un senso del tutto nuovo, ai limiti dell’assurdo:
una piccola parte di me in cambio della salvezza. In cambio della vita.
Uno per volta, lentamente cominciarono a sfilare nel ricordo i volti mesti,
rassegnati degli ultimi miei compagni che avevano lasciato l’ospedale. Se n’erano
andati alla spicciolata, chi due, chi tre mesi prima. Se n’erano andati tutti da quel
luogo di dolore. Ma nel lasciarlo non c’era gioia su nessuno dei loro volti. Perché
quei ragazzi sapevano di dover riprendere il loro posto in un luogo di dolore
senz’altro più orrendo.
Toccanti erano stati gli abbracci, accorati gli ‘arrivederci’ con cui, giorno dopo giorno,
essi si erano separati da me. E i loro auguri mi avevano fatto sentire in tutta la sua forza
quella particolare solidarietà che può nascere negli uomini solo dalla comune sofferenza:
la guerra, la vita sulla nave, il pericolo, la morte sempre in agguato.
La nostra vicenda umana, immobile, quasi immemore del passato, pressoché
indifferente ad un futuro inconoscibile, aveva finito per identificarsi con
l’interminabile, ossessiva distesa d’acqua che da quasi tre anni ci teneva prigionieri.
Di solito il mare sembrava cullarci nel suo rollio sonnolento e snervante. Ma certe
volte, senza un perché, si trasformava in un mostro bramoso di ghermirci con i suoi
tentacoli, di risucchiarci nei suoi vortici. E noi, povere cose bagnate, tremanti di
freddo e di paura, sbattute senza pietà da una parte all’altra, terrorizzate dal boato
infernale che sovrastava le nostre piccole, insignificanti esistenze, c’eravamo sorpresi
a pregare Dio, a invocare persino la morte purché quel tormento avesse fine.
E durante le interminabili scorte ai convogli cui il vecchio cacciatorpediniere era
adibito, fra burrasche e bonacce, il tempo per pensare non mi era certo mancato.
Quante volte l’illusione mi era stata compagna nelle nottate senza fine, nelle lunghe
ore di vedetta...
E i miei occhi stanchi avevano creduto di rivedere le cose più care al mio cuore:
la piccola casa in cima alla collina da cui lo sguardo, dominando lo Stretto,
attraversando i riflessi cangianti delle onde violacee, riusciva a catturare la vetta
innevata dell’Etna; mio padre, mia madre. Ancora giovani d’età eppure già curvi,
già invecchiati. E poi lei, la piccola Enza: dalla mia tasca, nelle mie mani, alle mie
labbra, il suo ritratto era ormai gualcito, ingiallito.
Che vuoto avevano lasciato tutte quelle care cose ai miei poveri vent’anni!
La febbre fece pulsare e dolere di più la mia ferita.
E mi ricordai di quella volta che, dopo mesi di navigazione ininterrotta, il
Castelfidardo si stava preparando a fare scalo a Messina.
Tutti, dal più modesto marò al più alto ufficiale, eravamo elettrizzati al pensiero
di poter scendere finalmente a terra, dopo tanto tempo. Ma questo evento, già di
per sé‚ straordinario, per noi reggini aveva addirittura del prodigioso. Perché‚ per
noi scendere a terra avrebbe significato poter rivedere, anche se per poche ore, le
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1942: DALL’ABISSO DEI MIEI VENT’ANNI
Maria Grazia Greco
persone care, i luoghi a noi familiari.
Le ore sembravano non trascorrere mai. Infine il vecchio Castelfidardo era entrato
nello Stretto.
Si avvicinava il momento atteso da tutti noi con ansia sempre più incalzante. Ma
io, più d’ogni altro, non stavo nella pelle: perché‚ proprio quella mattina il destino
aveva voluto me di vedetta.
Dall’alto della mia postazione il logorio delle lente ore di navigazione aveva, in
vista della mia città, lasciato a poco a poco il posto ad un senso di struggente tenerezza.
Solo allora mi ero reso conto che tutta la sofferenza che da troppo tempo ormai
portavo dentro di me non era riuscita a rendere la mia anima incapace di vibrare.
La nave scivolava placidamente sulle acque dello Stretto. Io scrutavo ansioso
con il mio binocolo quei luoghi familiari che si facevano ogni minuto più chiari,
più vicini: speravo di riuscire almeno a intravedere la mia casa, in lontananza. E
man mano che ci si avvicinava sentivo il mio cuore battere sempre più forte.
Non mancava molto all’attracco, solo quattro chilometri mi avrebbero separato
poi da casa mia. Era questione di poco ormai. Eppure, ad un certo momento, mi
sorpresi a fare qualcosa senza forse averlo neanche deciso. Un movimento fulmineo
e il mio binocolo si era girato dal mare alla costa, in direzione di casa mia.
Luoghi a me troppo familiari perché‚ la mia mano, seppure guidata da un moto
istintivo che non avevo saputo tenere sotto controllo, potesse tentennare. E infatti
eccola! Piccola, lontana.
Riconobbi il suo intonaco giallo. Sì, sì, non potevo avere dubbi: era proprio casa mia!
Un’ondata di tepore mi aveva blandito e avevo sentito il mio cuore in tumulto
diventare grande grande. Trasognato avevo avvertito appena, sotto di me, il
trambusto delle manovre d’attracco. Al sobbalzo impresso dall’ancora gettata, quasi
senza rendermi conto come, mi ero trovato sulla tolda, immerso in una strana allegria
di ragazzi: un’atmosfera gioiosa, quasi innaturale, tanto più strana, addirittura assurda
su quella nave vecchia e brutta.
Era finito il mio turno di vedetta ed io, prima di scendere finalmente a terra, ero
andato a riferire al mio superiore.
“E adesso dove pensi di andare?”, mi aveva chiesto l’ufficiale.
Come avrebbe potuto il suo tono burbero smorzare il mio sorriso? Solo quattro
chilometri mi separavano dai miei cari.
“A casa mia, signore. Io sono di Reggio...”
“Nient’affatto. Sei consegnato!”
Proprio come se fossi stato nel mezzo di una spaventosa burrasca sentii
all’improvviso i sintomi del mal di mare stringermi lo stomaco in una morsa...
“Consegnato?! Io?! Ma perché?” Era un urlo soffocato di disperazione, il mio.
“Siamo in guerra, non siamo in crociera! E, se non lo sai, quando si è in guerra e
si è di vedetta non si usa il binocolo per guardare il panorama. Credevi forse che
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non ti avevo visto? Hai commesso un gravissimo atto di negligenza e di
insubordinazione!”
“Ma io...”
“Non replicare o mi costringerai a prendere provvedimenti più gravi!”
Mi ero sentito schiantare.
Ricordare quei terribili momenti fu come riviverli: sentii la febbre salire e il
dolore diventare più acuto.
Ma l’onda della memoria non si arrestò.
E rividi i miei compagni scendere felici, troppo felici per accorgersi della mia
muta disperazione: la mia prima vera ferita di guerra l’avevo ricevuta quel giorno.
Solo Totò se ne era reso conto. E ne aveva sofferto con me.
Povero Totò! Avrebbe voluto rimanere a bordo anche lui, ma non glielo avevo
permesso. Era stata dura, ma alla fine ero riuscito a dissuaderlo, soltanto pregandolo
di andare dai miei, dalla mia Enza per riferire che ero vivo, che stavo bene e che
purtroppo era soltanto l’arroganza di un superiore ad impedirmi di riabbracciarli.
Incapace di piangere, avevo trascorso nel dolore più cupo quella che doveva
essere una giornata di gioia. In quelle ore interminabili il mio cuore, costernato di
fronte a quella crudele realtà, aveva provato lo spasimo atroce che solo una bruciante
velleità di ribellione può dare. A tratti mi ero anche sorpreso nell’irrazionale speranza
che qualcosa potesse, come per miracolo, modificare la mia situazione. Mi pareva
allora di udire una voce vicina, non sapevo bene neanche io se di qualcuno o di
qualcosa, annunciare beffarda: “Ma ci hai creduto veramente? Scemo, era uno
scherzo! Scendi, che aspetti?” Ma non era vero, stavo solo sognando ad occhi
aperti. E un istante era anche troppo per rendermene conto.
Potevo vederla chiaramente di fronte a me, la mia città: mi pareva quasi di poterla
prendere con le mani, tanto mi appariva vicina. Tutto il mio mondo d’affetti era là,
a soli quattro chilometri da me. Eppure irraggiungibile. Quando, quando sarebbe
capitata nuovamente un’occasione simile?
Forse tra un mese, forse tra un anno. Forse mai.
A sera ormai inoltrata i miei compagni cominciavano a rientrare. Ognuno aveva
molte cose da raccontare, ognuno aveva di nuovo negli occhi la luce dei vent’anni:
era la luce degli affetti ritrovati per alcuni, per altri quella degli affetti di una sera.
“Già qui, Giuseppe? Pensavo di vederti rientrare tra gli ultimi... sei di Reggio,
no?” mi aveva apostrofato bonariamente il comandante in seconda.
“Non sono rientrato, signore, perché non sono mai sceso.”
“Come sarebbe?”
“Sono stato consegnato, signore”. Le parole mi uscivano pacate, innaturali.
L’ufficiale era visibilmente stupito: mi conosceva, non ero certo uno di quelli
che si distinguevano negativamente e mi aveva perciò chiesto di spiegargli il motivo
di un provvedimento così grave.
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1942: DALL’ABISSO DEI MIEI VENT’ANNI
Maria Grazia Greco
Lo avevo visto diventare rosso di collera mentre gli raccontavo ciò che era successo.
Immediatamente aveva mandato a chiamare l’ufficiale responsabile dell’accaduto
e, senza alcun riguardo, lo aveva incenerito col fuoco degli occhi e delle parole.
“Ma la leggerezza mostrata da questo marò mi è parsa grave, signore. Siamo in
guerra e...”, aveva cercato di giustificarsi l’altro, impallidendo.
“Siamo in guerra, ma sembra che proprio voi non lo abbiate capito, signore!
Siamo in guerra! Oggi ci siamo, domani non si sa. Ma vi rendete conto di ciò che
avete fatto?! Questi ragazzi, dopo non si sa quanto tempo, oggi potevano scendere
a terra. Alcuni potevano addirittura rivedere le famiglie. Oggi! Domani dovremo
riprendere il mare, ve lo siete dimenticato forse? E dopo...”
Il tono della sua voce si faceva cupo, l’espressione del suo volto più grave. Dolente, pensosa.
“Chissà dove saremo tra un mese, tra un anno! Chissà quanti di noi ci saranno
ancora tra un mese, tra un anno!”
Un tremito lieve in fondo alle parole. “O forse addirittura domani”.
Poi lo sdegno. “Ciò che avete fatto a questo ragazzo è ignobile, signore!”
Sentii la febbre salire ancor più al pensiero che di tutte quelle persone, di tutte le
loro storie, di tutti quei sentimenti, nobili o meschini che fossero stati, niente più era
rimasto. Sofferenze affetti, speranze: tutto annullato, tutto cancellato per sempre.
Sentii la ferita dolere come non mai, quasi a voler ribadire che di tutto il mio piccolo
cosmo rimaneva soltanto il dolore del corpo martoriato e del cuore annientato.
Tutto perduto. Perduto per sempre il mio caro Totò. E la profonda umanità del
comandante in seconda come pure la meschina arroganza dell’altro ufficiale. Perduti
anche tutti gli altri, compagni di veglia e di terrore nelle notti di burrasca così come
in mezzo al fuoco nemico.
Provai la stessa mesta pietà per tutti quei poveri volti che ben conoscevo e che, lo
sentivo, avevano cominciato a vivere davvero dentro di me proprio dal momento
in cui avevano cessato di esserci per il mondo.
L’ufficiale medico si materializzò quasi dal nulla. Non fu necessario nominarli
quei ragazzi che egli pure aveva conosciuto. Anche se era passato del tempo, anche
se molti, troppi altri si erano avvicendati nell’ospedale, il ricordo di quei poveri
morti era ancora vivo in lui: lo capii dallo strano pallore del suo volto. E come
doveva sentirsi ora anche lui... Lui che li aveva curati, che li aveva guariti affinché
potessero essere pronti per andare a morire!
I miei occhi si bagnarono di nuovo.
Senza pronunciare una sola parola, quasi pietosamente, egli scoprì la mia ferita.
D’istinto chiusi gli occhi: il mio sguardo, ancora pieno di quei poveri volti, rifuggiva
dal posarsi sulla bruttura sanguinolenta cui ero debitore della mia salvezza, della mia
vita.
“Quando la febbre sarà passata proverò ad operare. Coraggio, Giuseppe! Ti
priverò dei tendini, ma ti salverò il piede”.
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
I suoi tratti tirati si distesero in modo quasi impercettibile.
“Coraggio, Giuseppe! Ce la farai”.
Alzai con fatica lo sguardo a cercare i suoi occhi. Incontrai il suo sorriso, mesto
eppure pervaso da ineffabile luminosità.
“Sì, Giuseppe. Ce la farai anche stavolta. Ne sono sicuro”.
La scrittrice Maria Grazia Greco di Roma riceve il riconoscimento dal cap.d.m. Giovanni Calì
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Maria Sandias
LO SPLENDORE DEL GIORNO
D
a quando aveva comprato la lampresca, la grandissima lampada che sostituiva
la lampara per pescare di notte, aveva deciso di lasciare tutto nella barca.
L’avevano convinto il figlio e il genero a comprare la lampresca, fior di milioni,
per non restare indietro mentre gli altri si compravano quella potenza di luce e
pescavano più polipi, più pesci.
La lampresca era pesantissima e non era possibile portarla ogni notte su e giù
dalla casa, così aveva trovato un sistema di sicurezza, una catena grossa che chiudeva
insieme, in giri ripetuti, la lampada, il motore che alimentava la lampada e il motore
della barca.
Ora avevano poche cose da portare allo scalo: le tinozze di plastica per i polipi,
la borsa per il salvataggio, compresi i giubbotti salvagente e i razzi per chiedere
soccorso, un po’ di pane e frutta per il vuoto di stomaco della notte.
C’era da vestirsi, questo sì. Era una cosa che prendeva un po’ di tempo; anche in
piena estate era necessario mettere le mutande lunghe di lana sotto i pantaloni
perché l’umido della notte attaccava le ossa giovani e le ossa vecchie e bisognava
difendersi.
Calze non ne poteva mettere, altrimenti come faceva ad attaccarsi con i piedi al
fondo della barca mentre si piegava col busto fuori del bordo e teneva la testa nello
specchio? Si affacciò sul terrazzo che dava a mare: l’acqua era calma, tesa come un
lenzuolo, con brevi linee di luce che splendevano in superficie. Era serata di pesca.
Ieli non aveva bisogno di guardarlo il mare per sapere se doveva prendere la
barca, era solo un’abitudine: lui lo sentiva nell’aria se era notte di pesca o no, lo
sentiva nel fiato del vento, anche il più leggero, nel respiro del mare che dalla riva
saliva alle case. Quando Ieli prendeva la barca, era come un segnale per tutto il
paese: nottata di lavoro.
Se Ieli scendeva le brevi scale e si trascinava in ciabatte verso la piazza, era
nottata di letto.
Ieli tornò nel cortile: il figlio Giovanni era seduto vicino la fontana, le braccia
appoggiate alle ginocchia e la testa perduta fra le braccia.
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
Lo chiamò per nome, lui sollevò la faccia stranita e fissò il padre con uno sguardo
lontano da dietro gli occhiali.
Ieli non si fermò a guardarlo, sentiva un certo imbarazzo a guardare in faccia
quel suo ragazzo che somigliava poco al fratello e alla sorella, svelti e vigili sempre;
questo pareva chiuso in se stesso, come se gli venisse difficile parlare con gli altri
e partecipare alla vita di tutti.
“Andiamo!”, disse Ieli e Giovanni si alzò e si stirò allungando scompostamente
le braccia.
Aveva ventitré anni, ma pareva un ragazzo nei gesti e nell’abbandono del corpo.
“Va bene”, disse come rassegnato, con la sua voce grossa e fonda che conosceva
il silenzio del mare.
“Che hai?”, fece Ieli. “Hai sonno? Hai sempre sonno tu... la notte ti piacerebbe
dormire, vero? E invece ti tocca lavorare... ma poi dormiamo di giorno”.
“Non è lo stesso.”, brontolò Giovanni.
“Lo so, lo so.”, disse Ieli in un sospiro, poi aggiunse: “Avanti, va, prendi le
vasche e lo specchio, prendo io un boccone di pane.”
La moglie di Ieli era seduta sul terrazzo, con le braccia conserte e la schiena
curva per la stanchezza. Era stata una giornata di caldo. Le giornate d’estate erano
sempre troppo calde in quel paese stretto fra il mare e la timpa.
Gli uomini scesero gli scalini verso la strada. A Ieli sarebbe piaciuto che la moglie
la sera gli preparasse con cura qualcosa da mangiare, magari qualcosa di caldo e gli
dicesse una parola speciale, quando lui e il figlio andavano a mare, ma lei era fatta
così.
“Ce n’andiamo”, disse Ieli; era il suo modo di salutare. Lei sollevò il busto e
volse verso di loro il suo sguardo chiaro.
Il padre aveva insegnato alla donna, quando era ancora bambina, che non si dice
niente agli uomini che vanno a mare. Guardò il figlio e il marito attraversare la
strada stretta e girare per la viuzza che portava allo scalo piccolo. “Stativi a cura”,
disse col cuore. Era un’angoscia che durava ormai da una vita e si acquietava un
poco solo alle prime luci del giorno, quando il figlio bussava alla porta del cortile
e la chiamava con la sua voce roca e sgraziata: “Ma! o Ma!” E lei si alzava dal letto
e andava in camicia d’estate e d’inverno ad aprire e diceva: “Vengo! Vengo!” E le
pareva di dire grazie al Signore.
“Vegnu! Vegnu! Staiu vinennu!” E le pareva di ripetere gesti e parole di sempre;
prima era sua madre ad alzarsi nel mezzo della notte o all’alba e a rispondere ad un
bussare stanco alla porta di casa. Ora toccava a lei, in una catena senza fine di
donne che dormivano sole e aspettavano gli uomini al ritorno dal mare.
La barca era la prima dello scalo piccolo; di fronte, al lato opposto, c’erano le
barche grandi, quelle che andavano a pesca di pesce spada lontano, arrivavano fino
alle coste della Sardegna o della Grecia.
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LO SPLENDORE DEL GIORNO
Maria Sandias
Giovanni spinse in mare la barca; Ieli notò che lo faceva senza sforzo, si era fatto
grande e grosso, gli anni erano passati in fretta da quelle prime sere che se lo
portava appena ragazzo e si addormentava nel silenzio della notte, con la testa fra
le gambe e le braccia che serravano le ginocchia per non sentire freddo.
Fu Giovanni a prendere i remi e portare la barca fuori del porto, e remare era
fatica per il peso del motore e della lampresca; quando il mare si aprì, il ragazzo
avviò il motore, tirando deciso la corda e anche lì ci voleva la forza. Ieli non aveva
il coraggio di dirlo a se stesso ma a lui veniva difficile avviare quel grosso motore
e accendere, con lo stesso sistema a strappo, quell’enorme lampresca. Non aveva il
coraggio di dirlo a se stesso ma ormai forse non poteva più fare a meno dell’aiuto
del figlio. Forse...
Altre barche uscivano dal porto e tagliavano leggere lo specchio di mare. Fra
poco, nel buio che andava a farsi più nero, avrebbero tutte acceso la lampara per la
pesca nel fondo del mare.
Giovanni, in piedi accanto al motore, governava la barca, Ieli, seduto, le mani
sulle ginocchia, gli occhi puntati verso Ognina, si sorprendeva a girare con la mente
per nuovi sentieri.
Aveva bisogno di pensare, da un po’ di giorni sentiva il bisogno di pensare. E il
mare era il posto migliore: seduto in quel canto di barca, poteva pensare prima di
arrivare alla punta di Ognina e cominciare a pescare.
L’aria era quieta e non c’era la luna, era una buona nottata.
Era passata così la sua vita, aveva cominciato bambino a passare la notte sul
mare e dormire di giorno; si sentiva importante quando con il padre scendeva la
strada dello scalo e portava le vasche e la fiocina; aveva, notte dopo notte, imparato
a remare, imparato a capire i segni che il padre faceva con la mano, mentre teneva
la testa nel secchio che aveva per fondo uno specchio ed era immerso nell’acqua
del mare. Con la mano libera, il padre diceva: “Vai!” “ Staglia!” “A manca!” “A
dritta!” “Più piano!” Più presto!”. E poi gli aveva messo la fiocina in mano e gli
aveva detto: “Prova!”. E lui aveva messo la testa nello specchio e aveva cercato
con gli occhi i polipi tra l’erba e le rocce, con la paura di finire in mare, piccolo
com’era. Ma aveva imparato presto. Ieli aveva occhi svelti e perfetti e la mano
veloce e precisa: con un colpo solo azzeccava il polipo e lo portava alla barca. Lo
scherzavano tutti perché colpiva con la mano sinistra e i compagni già lo chiamavano
Mancino.
Per non cadere, imparò ad attaccarsi con i piedi alle travi nel fondo della barca:
così notte dopo notte, tutte le notti della sua vita, a meno che non c’era tempesta o
non c’era corrente dello Stretto che non faceva vedere il fondo del mare e non
portava pesca.
I suoi piedi magri e larghi ora somigliavano alle mani, con dita lunghe e nodose
e forti da reggere l’urto delle onde e non farlo cadere.
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
Suo padre gli aveva insegnato il mestiere e lui aveva fatto lo stesso con i figli
suoi: con la pesca del polipo non si diventa ricchi, si campa la famiglia, però. La
moglie si lamentava che in tanti anni non era stato capace nemmeno di comprare
una casa, vivevano in casa in affitto, col gabinetto fuori e si lavavano nella fontana
del porticato, dove lavavano il pesce e i piatti e la roba pesante della pesca di notte.
Si lamentava sempre lei e diceva: “Guarda, Bastiano si è comprato la casa e il
Rosso si è comprato la casa e noi non sappiamo sotto quale tetto ci tocca morire”.
Ma lui aveva sempre lavorato e aveva sposato la figlia proprio come una principessa,
con un grande corredo e mobilio di marca e il pranzo di nozze all’Aloa d’Oro, che
era un grande albergo in mezzo agli aranci.
Lui non aveva una barca grande capace di fare tre, quattro giorni di mare ad
Oriente od Occidente e fermarsi per mesi in un porto e tornare con la stiva piena di
pesce spada. Lui era una piccola cosa, come un artigiano che lavora in bottega: la
barca, la fiocina e il suo pezzo di mare dalla Scala ad Ognina, costa costa, piano
piano, a stanare con la luce i polipi infrattati.
Così aveva campato la vita, senza andare a padrone, senza soffrire angherie di
prepotenti come capitava a chi aveva barche grandi e case. Lui voleva la pace.
Campare la famiglia e vivere in pace.
Da un po’ di tempo sentiva però di avere un groppo nel petto e non lo sapeva
sbrogliare, perché non sapeva trovare i giusti pensieri da mettere in fila o parole da
dire a qualcuno e levarsi quel peso dal cuore.
“Pà!” gridò Giovanni nel rumore del motore “ Pà! C’è pieno di stelle stasera!”
Era quello il bello del loro mestiere: nei mesi d’estate, quando il freddo della
notte era come una brezza leggera e il mare era quieto che pareva in riposo, scoprirsi
sulla testa quel cielo grande e stellato era come un regalo, una cosa che sempre
faceva meraviglia.
Era sempre lo stesso quel cielo ed era sempre diverso, per questo faceva
meraviglia. Ed era bello essere in barca, con la terra un poco lontana e il paese che
era una striscia di luce.
Ieli le conosceva tutte le stelle, il padre gli aveva insegnato a leggere il cielo e lui
lo aveva insegnato ai suoi figli: se sai leggere il cielo, le stelle e le nuvole e il fiato
del vento, sai già che mutanza fa il mare e che tempo ti trovi per tornare al tuo posto
sicuro nel porto.
Lui puntava il dito verso il cielo e diceva al ragazzo che pareva distratto. “Vedi
quella nuvola che va verso la timpa? Quella porta acqua. Ricordati che la nuvola
verso la timpa porta acqua. Non ne hai tempo da perdere, ti tocca tornare.”
Solo un pescatore era; ma ne sapeva di cose, certo solo di cose di mare e di cielo
e di vento. Per il resto si sentiva spaesato: sapeva leggere e capiva se uno parlava
italiano ma, lasciati il mare e la barca, era uno che soffriva la vita.
Ieli si domandava ora se aveva insegnato abbastanza a Giovanni. No, lo sapeva,
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LO SPLENDORE DEL GIORNO
Maria Sandias
non abbastanza. Il ragazzo sapeva portare la barca ed era forte e capiva i segnali
che lui faceva con la testa nel secchio, ma non era svelto e leggero a puntare un
pesce e colpirlo, e poi non aveva la vista, ci volevano occhi perfetti e lui portava gli
occhiali e pareva sbadato. E poi, e poi, Ieli lo sapeva, gli dava poche occasioni per
fare esperienza, perché lui diventava nervoso quando il ragazzo era allo specchio e
gli pareva di perdere chissà quanti polipi, chissà quanti soldi...
Così gli aveva insegnato il mestiere? Ora che aveva passato i vent’anni, poteva campare
una famiglia; avere moglie e bambini? Questo era un groppo, ma non era tutto.
Giovanni aveva una scelta: Giovanni poteva partire ed andare ad Oriente od
Occidente, così facevano i ragazzi della Scala, andavano sui grandi barconi che
pescavano spada, anche lì era fatica ma si guadagnavano bei soldi per comprare le
case e le automobili e non ci voleva un occhio preciso per quel tipo di pesca e
nemmeno grande sveltezza di mano.
Così faceva Bastiano, l’altro figlio, che aveva moglie e la casa e l’automobile per
quando tornava dal mare.
“Pà, a questo figlio devi fare strada”, diceva Lisa, la figlia che dormiva sola la notte
e aspettava per mesi il marito che era andato a pescare nella Grecia o in Sardegna.
Lui, invece, quel ragazzo lo teneva come chiuso in una mano, legato a quella
barca che si era fatta pesante e non poteva dare da mangiare ad un’altra famiglia.
La moglie glielo ripeteva, gridando con voce di testa che pareva un uccello:
“Troppo sacrificato lo tieni questo figlio!”
Ma che succedeva se lui diceva a Giovanni: “Decidi. Vuoi partire con gli altri
ragazzi e lasciare il paese e la casa e farti una strada? Decidi.”
Che succedeva? Giovanni diceva di sì, forse. E lui, Ieli, come restava senza uno
che gli portava la barca? Per la pesca a lampara dovevano essere in due ad andare
e se Giovanni partiva e lui si trovava un altro a remare, sicuro non era un ragazzo,
non ce n’erano più di ragazzi in paese. E doveva dividere la pesca ogni notte: una
parte per lui, una parte per il compare, una parte per la barca.
E che soldi portava così al mattino, dopo il mercato di Trezza?
Sua moglie faceva come un’aquila per difendere il figlio, ma voleva anche i denari.
Era questo il groppo, ma non era tutto.
Cambiare compagno era un grosso problema per uno come lui che si abituava al
soffio del vento e dormiva sempre su un fianco nel letto, ma poi essere sicuri di
trovarlo il compagno! E se non lo trovava? Poteva solo piangere davanti alla barca
e alla grande lampresca e invecchiare di colpo. Era cambiare la vita: dormire la
notte e infilarsi nel sole al mattino, una luce forte per i suoi occhi infossati e parlare
di cose di terra, seduto in piazzetta con i pescatori più vecchi che ricordavano e
ricordavano e raccontavano, raccontavano lontane avventure di pesca abbondante,
di grande pericolo e salvamento di vita. “Come fu, come non fu...”. Così dicevano
nelle mattine di sole, seduti sulle panchine o d’inverno, giocando in una stanza alle
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carte. “Come fu, come non fu...”
Doveva aprire le dita della mano e fare strada al figlio e dire: “Decidi!”. E fare il padre.
E lui? Si sarebbe perso nel sole della piazza o seduto al braciere nei giorni
d’inverno. La sua vita era sul mare, nell’odore del vento, nell’acqua chiara chiusa
nel cerchio del secchio, nelle nuvole che erano nel cielo e portavano segnali di
grande tempesta o di bonaccia vicina.
Lui sapeva solo di cose di mare.
Sospirò con il cuore grosso.
A volte, quando si alzava di tardo mattino e si faceva la barba, si guardava in
quel pezzetto di specchio appeso alla porta del cesso e pensava che ogni giorno di
più la sua faccia pareva la faccia di un pesce. E diceva, levando il sapone, al viso
nero che lo fissava allo specchio, diceva: “Non ho ancora la coda...”
Lui non ne sapeva di cose di terra: comprare, vendere, leggere il giornale, e
raccontare storie di mare, di onde terribili e alte quanto la timpa e di tremore di
morte non gli bastava.
“Come fu, come non fu....”
“Pà!”, gridò Giovanni, nel rumore forte del motore, forse lo chiamava da un pezzo.
“Pà, dormi?”. “Non dormo, non dormo”, disse Ieli, scotendosi; si cominciava a
pescare.
Giovanni smorzò il motore e con gesto sicuro accese la lampresca e prese i remi:
era sempre pronto a fare da secondo.
Ieli sospirò: l’altro figlio era svelto, con il busto scattante e il braccio veloce e
preciso, ma lo aveva lasciato, pescava lontano e si faceva un futuro.
Ieli prese il secchio e cercò la fiocina nel fondo della barca; quando alzò gli occhi,
vide il cielo di nuovo: era pieno di stelle, una bella nottata e il mare era verde nel
cerchio di luce della lampada accesa, come di giorno, quando in cielo c’è il sole.
Tornarono all’alba; erano stanchi come ogni mattino, guardavano fisso il punto
dove avrebbero visto il porto aprirsi sicuro, con l’orecchio aspettavano il suono
uguale della campana della chiesa che batteva le quattro.
Nel porto c’era uno sciacquettare leggero di remi che urtavano l’acqua, altre
barche tornavano; sotto la chiesa, tutto a sinistra era il posto per loro, là aspettavano,
come ogni mattina, d’estate e d’inverno, Nuccia e Bastiana, le sorelle di Ieli. Chiuse
nei loro scialli scuri, aspettavano per aiutarli a tirare in secco la barca che era tanto
pesante. Sapevano puntare bene i piedi nella sabbia e tirare con gesti sicuri la
barca. Così ogni mattina. E Ieli era tanto contento e pure Giovanni. Si salutavano
con un suono soltanto “Ehi!” “Ehi!”
Ed era un sollievo.
Quando la notte era fredda e il tempo magari si faceva cattivo e batteva la pioggia
e loro si chiudevano nelle loro cerate, sapevano che ad aspettarli c’erano Nuccia e
Bastiana che la notte non dormivano, tese a cogliere le mutanze del tempo, svelte a
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LO SPLENDORE DEL GIORNO
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prendere lo scialle e correre al porto.
Salirono in fila, portando le vasche con i pesci e gli arnesi; quando furono alla piazza,
si apriva il giorno, chiaro come la madreperla delle conchiglie, con la luce nuova che si
fermava e riverberava nello specchio di mare che lontano si faceva cielo.
“Fra poco sarà tutto sole,” pensò Ieli, “un giorno di sole.”
Lui e il ragazzo non avevano ancora finito, dovevano prendere la macchina Giovanni sapeva guidare - e andare al mercato di Trezza a vendere il pesce, poi si
sarebbero addormentati di colpo sui lettini, nello stanzino che si affacciava al cortile.
La luce dell’alba toccava le piante sui fianchi della timpa e i limoni uscivano
piano dal buio della notte.
“Fra poco la gente uscirà”, pensò Ieli, “parlerà per le strade, dai balconi, dai
terrazzi...”
Fra poco il sole riempirà, nello splendore del giorno, il paese stretto fra il mare e
la timpa, una fila di case aggruppate.
Lui, Ieli, dormirà nel lettino - nei lettini dormono il loro sonno di giorno i pescatori
- e il ragazzo accanto a lui, negli occhi il cielo grande e pieno di stelle.
Domani ci sarà il primo spicchio di luna.
L’autrice del racconto, sig.ra Maria Sandias d Roma
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XXVII Edizione sul tema
“L
’uomo e il mare”
“L’uomo
otagonisti del mar
Canzone Fatti di Bor
Protagonisti
maree
Bordo
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Corso Italia, 70 - ore 10/13 e 18/21: dal 21 luglio al 3 agosto mostra di pittura e di modellismo
Piazza S. Pietro ore 21.00
Giovedì 2 eVenerdì 3 agosto: Festival della Canzone marinara
Specchio di mare antistante il porto - Sabato 4 agosto dalle ore 16.30 alle ore 19.30
Dimostrazione velica della Lega Navale per i giovani da 10 a 17 anni
Terrazza Istituto Tecnico Nautico di Riposto - Sabato 4 agosto - ore 20,30
Consegna Borse di Studio e Premi Artemare
Premio «Città di Riposto»: Prof. Salvatore Grasso
Premio «Artemare»: Rag. Francesco Ceci
Premio «Protagonisti del mare»: Soc. Navigazione “Ignazio Messina & C.”
Presenta: Anna Pavone
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Angela Russo
TRA L’ETNA E LO JONIO
«È una vista stupenda, capitano. Non c’è che dire. Da togliere il fiato, meglio
assai del panorama che si gode dai balconi della suite più lussuosa di un hôtel a
cinque stelle!», esclamò estasiato il professore davanti alla distesa uniforme di
verde-azzurro scintillante.
Il capitano era, infatti, ospite in una casa di riposo molto esclusiva dell’hinterland
catanese, con file d’attesa più lunghe di quelle dei trapianti d’organi, ma era pur
sempre un vecchio lupo di mare relegato da anni sulla terraferma, in un istituto. Il
professore era un giovane salernitano al suo primo anno d’insegnamento di ruolo
presso l’Istituto Tecnico Nautico della città etnea.
Una mattina di fine settembre, in quei «bei giorni di cristallo dell’autunno che
non son più caldi e non son freddi…», come ebbe a definirli Madame de Sévigné,
il professore aveva percorso il vialetto d’accesso a «Villa delle Rose Bianche», in
Viale dello Jonio, con la sua monovolume della primissima generazione (ne
converrete, un modo piuttosto carino e di sicuro effetto per non dire: carretta di
seconda mano), al suo fianco sedeva una collega, l’altra docente di Lettere della
scuola, contrariata dagli imprevisti che le avevano complicato la giornata, a partire
dall’auto che le aveva dato forfait. Così, mentre la professoressa rendeva omaggio
al suo austero genitore, preside di facoltà in pensione, il professore aveva intrapreso
una passeggiatina nel magnifico giardino in cui facevano bella mostra i candidi
roseti cui si riferiva il nome (o forse erano stati piantati per giustificarlo, con chiara
e gentile allusione al colore dei capelli degli ospiti?).
Seduta sui sedili di un gazebo, una figura imponente attirò la sua attenzione. Era
lui, il capitano, l’orgoglio di «Villa delle Rose Bianche», per l’ottima salute e per il
comportamento esemplare: un vero gentleman d’altri tempi, impeccabile in tutte le
circostanze (o quasi), a dispetto delle ottanta primavere e dell’ingrata prole. Un
saluto e un apprezzamento meteorologico furono i picconi usati per ‘rompere il
ghiaccio’ e da quel momento il professore entrò a far parte della schiera dei visitatori
più assidui, l’unico visitatore del capitano.
Lunghe e brevi conversazioni si alternavano a brevi e lunghi silenzi, ricordi di
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navigazione a malumori scolastici, traversate memorabili a viaggetti in auto
(rigorosamente di non nuovissima concezione…), acciacchi dell’età a lievi infortuni
sportivi… e le parole fluivano lente, calme, rasserenanti, mai amare o rabbiose.
Qua e là vicende familiari facevano capolino con discrezione e sobrietà.
«Mio figlio sta in America, a studiare i terremoti, lui dice che studia la… faglia
di San Andreas… Lei lo sa cosa vuol dire, no?».
«Certo: che suo figlio è un sismologo. E pure bravo, se ha ottenuto una cattedra
universitaria negli Stati Uniti, dove…». Il professore notò il sorrisetto sulle labbra
del capitano. «Ah, ho capito. Lei intende dire un’altra cosa, e cioè: come è possibile
che… uno che è cresciuto in una famiglia di gente di mare da secoli non sia rimasto
affascinato dal mare neanche un po’, anzi, forse addirittura… lo odia… se decide
di intraprendere una carriera così totalmente… legata alla terra…».
«Gliel’ho chiesto, sa?, il perché, tanto tempo fa…».
«E lui?».
«Mi ha parlato di uno che si chiamava… Sigismondo, mi pare… di una legge
del… non so che cosa… insomma ha sbuffato un po’ di paroloni difficili,
‘scientifici’…», la sua espressione, sul genere “non la fare tanto lunga, non sono
mica un deficiente”, intenerì il professore, «ma io ho capito che odia il mare perché
da bambino la mamma, quell’anima santa di mia moglie, gli diceva che il mare si
portava via il suo papà per tantissimo tempo… Ed era vero. Cosa doveva fare la
mia povera Maria Elvira? Mi dica lei, cosa dovevamo fare io e sua madre?
Dovevamo imbrogliarlo, addolcirgli, come si dice, la pillola… Ah no! E forse è
stato meglio così, sa? Uno come lui che ci sarebbe stato a fare su una nave? Alla
prima onda un po’ più alta chissà che faceva!».
«Le ha parlato di Sigmund Freud, immagino, del ruolo della psiche, della legge del
contrappasso, secondo la quale nell’Inferno dantesco a una data colpa corrisponde
una pena con caratteristiche analoghe, tipo una bufera tormenta i lussuriosi così come
nella vita terrena la loro esistenza fu sconvolta dalla tempesta dei sensi…».
«Vuol dire che siccome odiava il mare che mi teneva lontano per lunghi mesi, lui ha
voluto farmi sapere la sua opinione facendo un lavoro che è tutto il contrario del
mio?».
«Pressappoco».
«Ah! Allora suo figlio, che io non conosco… Be’, sì, potrebbe fare la stessa cosa,
non le sembra? E io mi potrei ritrovare un giorno con un nipote comandante di
una motovedetta della Guardia costiera, oppure pilota della Marina, o anche
ammiraglio della flotta del vecchio zio Sam…». Scherzava sull’argomento,
ridacchiando, ma era fin troppo evidente che la spiegazione del professore lo aveva
colpito. Il viso tradiva il suo turbamento.
Il professore provò una fitta di rimorso. Era forse stato troppo duro o severo?
«Non è detto che volesse farle un dispetto o addirittura vendicarsi, di lei o del
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TRA L’ETNA E LO JONIO
Angela Russo
mare stesso… Io credo che sia molto difficile… scegliere… subendo l’influenza
dell’acqua e della terra, di un vulcano e del mare, perennemente in bilico tra le
lave dell’Etna che fiammeggiano e un mare come lo Jonio… anche in Campania…
col Vesuvio e il Tirreno… ma io lo comprendo, suo figlio. Da bambino anch’io ho
odiato il mare. Moltissimo, non saprei ridire con quanta intensità… Era su una
nave che mio nonno è morto. E anche se sapevo che lui il mare lo amava come una
persona e che forse non sarebbe voluto morire in nessun altro posto, io l’ho odiato…
con tutte le mie forze, per anni… e ora eccomi qui, ad insegnare nella scuola che
prepara i giovani a… solcare i mari… Perciò io credo che suo figlio non ha odiato
il mare contro di lei, ma per lei… Può essere stato solo un modo di salvare il
proprio equilibrio, una risposta inconsapevole ad un certo stimolo… Perché, a
volte, non possiamo proprio accettare che ciò che ci fa soffrire, nonostante abbia
un senso, un motivo, una giustificazione logica…». Bravo, vediamo come concludi
e dove vai a parare, sapiente e fine psicologo! Potevi quantomeno essere meno
esplicito! Dopotutto è un povero vecchietto abbandonato da anni in un ospizio… E
fra poco metterò anche mano al fazzoletto… Ma che sto pensando? «Povero
vecchio» il capitano? Un pezzo d’uomo che ha solcato mari di tutti i colori e di
tutte le nazionalità, che ha visto cose che io non mi sogno nemmeno, che, se vogliamo
essere onesti, non vive precisamente in una catapecchia… senza contare il fior
fiore di pensione che percepisce…la discreta sommetta che deve aver accumulato
in anni e anni di navigazione, la fama e le attenzioni di cui gode… Be’, adesso non
caschiamo dall’altra parte… Il moto ondoso delle riflessioni del professore fu interrotto
da un colpetto di tosse del capitano.
«Vuole che torniamo dentro? L’aria è un po’ fresca, vero?».
«Aria fresca questa? Ah! Caro professore mio, l’aria fresca era quella dei mari
del Nord, mica questa. Lì, se non stavi attento, anche il cervello ti si poteva
congelare! Ricordo che una volta, durante un imbarco di sei mesi… battevamo
bandiera italiana, ma solo perché il comandante, cioè io, era italiano… con un
equipaggio di almeno dieci diverse nazioni, capitammo proprio…».
Al professore sembrava di vederlo, il capitano, giovane e forte, vigoroso e deciso,
impartire istruzioni precise durante una tempesta, e mentre ascoltava, da una minuscola
porzione della sua materia cerebrale, un’idea, luminosa come solo le grandi idee
sanno essere, prese forma e si sviluppò nella sua mente. Ne parlò immediatamente al
capitano e l’arzillo vecchietto se ne dimostrò subito contento e soddisfatto.
Come parzialmente aveva previsto, il professore dovette superare il rodaggio del
novello anno scolastico e gli scogli burocratici dei permessi, dei nulla osta, delle
autorizzazioni, ma di lì a poche… settimane la prima visita dei suoi allievi era già
bell’e organizzata e la prima classe… pronta a salpare… per il suo incontro con il
capitano, per ascoltarne gli avventurosi racconti, le esperienze professionali, i consigli
tecnici.
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«Ragazzi, ho il grande piacere di presentarvi il capitano, che ha generosamente
accettato di incontrarci per condividere con noi le sue esperienze di navigazione
nella Marina mercantile…», il professore si era lanciato in un preambolo che egli
considerava sufficientemente sintetico e abbastanza lineare, per cui fu preso alla
sprovvista quando il capitano lo interruppe educatamente con un cenno della mano
e prese la parola con quella naturalezza di chi tiene discorsi pubblici e conferenze
per professione. Ah, già, avevo scordato che ha parlato per anni agli equipaggi…,
pensò il professore.
«Cari giovani, il vostro bravo professore mi tiene in troppa considerazione… Io
sono uno dei tanti che hanno scelto il mare come… posto di lavoro. Niente di più,
niente di meno. Certo, ho conosciuto molta gente e tanti bei posti, quando avevamo
l’occasione di scendere a terra… ho vissuto situazioni diverse e interessanti, a
volte anche pericolose, se vogliamo, sicuramente più che se avessi fatto, che so…
l’impiegato al Comune o il notaio…». Gli studenti risero. «Ma ogni lavoro ha i
suoi lati negativi e quelli positivi, non esiste un lavoro perfetto, l’importante è
svolgerlo con passione e professionalità, specialmente quando si ha la
responsabilità della vita di altre persone. Come i professori hanno la responsabilità
della vita intellettuale degli studenti… perché, cari ragazzi miei, ricordate che
quello che imparate nessuno potrà mai portarvelo via, anche se spesso vi sembrerà
di essere costretti a imparare solo notizie inutili…». Gli studenti cercarono di
trattenere un risolino d’approvazione. «Non è tanto importante che lavoro si fa, ma
come si porta a termine. L’unica cosa di cui ci si deve preoccupare è che non sia
contro la legge…». Risata fragorosa ma composta. Il professore si sentì quasi in
debito con se stesso, per la sua brillante e costruttiva idea…
Gli incontri si susseguirono a ritmo regolare. Il professore si era sinceramente
affezionato al capitano, gli ricordava sempre di più quel nonno che aveva perso per
un banale incidente su un traghetto. Il nonno, in gita con la sua parrocchia, durante
il viaggio di rientro, era scivolato da una scaletta e aveva battuto la testa con violenza;
lo avevano trasportato sottocoperta e il medico che accompagnava il suo gruppo lo
aveva prontamente raggiunto, ma non ci fu più niente da fare ed era dolcemente
scivolato nel sonno eterno fra le braccia della nonna, con le preghiere di padre
Lucio in sottofondo. Allora, bambino di undici anni, aveva tanto pianto. Il saluto
che aveva dato al nonno prima che lui salisse sul pullman non gli era sembrato
abbastanza come ultimo addio. Il mare prende e il mare restituisce. Era questo che,
col passare del tempo, lo aveva consolato. Il mare, da bambino, gli aveva procurato
un immenso dolore, il mare, ora che era un giovane adulto ancora ai primi round
con quell’incontro di pugilato che è la vita, gli donava un amico del quale aveva
imparato a conoscere gli umori e i silenzi, ad interpretare le cose che diceva e ad
intuire quelle che non diceva e, fra queste, il desiderio di ristabilire il contatto col
figlio scienziato in America.
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TRA L’ETNA E LO JONIO
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«Io posso solo dirle che l’unica lettera che ho ricevuto era su carta intestata
dell’Università di Berkeley… e lo ricordo perché, a dire il vero, a suo tempo, questo
fatto m’incuriosì parecchio…». Attimo di pesante silenzio. «La verità, professore,
è che in un impeto di rabbia il padre ha strappato e gettato nel caminetto di una
nostra saletta la lettera con i numeri telefonici e gli indirizzi del figlio…
appartamento, Università, tutto…», il direttore della casa di riposo, strizzò gli occhi,
mentalmente in cerca di altri particolari, «e di questo mi ricordo perché, in
quell’occasione successe un putiferio: il capitano sembrava… fuori di testa… mi
creda, so quel che le sto dicendo, temetti le prime avvisaglie di qualche brutta
malattia degenerativa oppure che avesse ingerito…».
Il professore lo interruppe: «Pensava all’arteriosclerosi?», poi, si stupì e s’indignò
allo stesso tempo: «O che avesse addirittura… sniffato qualche sostanza? Ma,
dico, forse stiamo… babbiando, come dite qui?».
Il direttore si strinse nelle spalle. «Lo so che sembra incredibile. A vederlo adesso,
non ci crederei nemmeno io, ma le assicuro, e lo ripeto, che so quello che sto
dicendo. Si figuri che incitò tutti gli altri ospiti a ribellarsi alla “schiavitù” dei
figli… Pensi: pronunciò una specie di arringa contro di loro… Tutti poco
riconoscenti, viziati, inaffidabili, traditori dei padri e della patria… Invitò tutti a
rifiutarsi di ricevere i parenti, voleva convincerli a cambiare i testamenti, a disfarsi
delle eredità devolvendole in favolose beneficenze… Confesso di essermi seriamente
preoccupato… Incontrollabili e ingovernabili, cari ‘vecchierelli’, mi fecero sudare
le famose e proverbiali sette camicie prima di ritornare alla calma e alla normalità.
Una vera rivoluzione, mi sono sentito come… come il re Luigi XVI nella Francia del
1789! Non rida. Non sto esagerando per niente. Chieda pure…».
Il professore ridivenne serio: «Fu in quel periodo che il figlio lasciò l’Italia per
gli Stati Uniti…».
Il direttore annuì: «Lei avrebbe potuto dargli torto, povero vecchietto?».
Il professore riflettè a voce alta: «Avrà litigato col figlio per la sua partenza
dall’Italia, così il figlio, offeso, non lo chiamava e lui, anche volendolo, non poteva
più farlo… E il figlio ha interpretato il suo silenzio come segno della disapprovazione
totale del padre… Si può anche ottenere un gran successo nella vita professionale,
ma se chi è importante per te lo considera come una specie di tradimento… Da
entrambe le parti… Che tristezza…», quindi, salutò e uscì dall’ufficio di direzione.
Mentre era in macchina si ritrovò a pensare. Berkeley, California, in the United
States of America. Chi conosco a Berkeley? Nessuno, chi dovrei conoscere? Però
conosco la mia collega d’inglese che è anglo-americana…Ed è bellissima… e dolce
e… sogna, sogna pure, caro mio, sogna… e continua a sognare…
«Dorothy, l’hai trovato davvero? Grazie mille, sei stata fantastica!», il professore
era stupefatto dalla velocità con cui Dorothy era riuscita a procurargli il numero
telefonico giusto.
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«No problem. Non ringraziare… me, darling, non è stato tanto difficile…», trillò
l’insegnante, «…e poi per un caro… amico come te!», gli occhioni azzurri spalancati.
Al professore piaceva… molto… parlare con Dorothy… Fece un bel respiro e si
buttò: «Dorothy, ti piacerebbe conoscere il capitano? È simpatico…» ebbe appena
il tempo di dire.
«Sure! Let’s go!», fu la risposta.
«Capitano, Dorothy e io, dovremmo fare una telefonata… Ci accompagna? Così
poi andiamo a passeggiare sotto il pergolato…», il professore sembrava un gatto
che aveva ingoiato il canarino, e la sua giovane e bella amica, pardon, collega di
scuola, non era da meno, ragion per cui il capitano li seguì sospettoso. «Prego,
vuol sedersi qui un attimo, capitano? Le assicuro, è questione di un minuto
appena…», il professore si schiarì la voce e prese la comunicazione: «Sì, sono io,
dall’Italia, professore, adesso le passo quella persona di cui abbiamo parlato…»,
il giovane professore guardò il capitano, la sua espressione prima curiosa, poi
incredula, poi sorridente, e gli passò la cornetta. Dopodiché non capì più nulla ma,
specchiandosi in una vetrata, notò un vistoso ed inequivocabile segno rosso sulla
sua guancia… e uno smagliante sorriso anglo-americano che lo fissava beato.
La scrittrice Angela Russo di Aci Catena riceve il riconoscimento per il suo lavoro
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Norberto Biso
OTELLO E IL NOSTROMO
O
tello era un magnifico gattone grigio, con striature nere e petto bianco, che
avrebbe potuto condurre un’esistenza felice e spensierata sulla nave nella
quale era nato, se non fosse stato per il suo carattere pigro ed indolente che lo
aveva fatto assomigliare, anche fisicamente, al garzone di cucina del quale portava
il nome.
Era il beniamino del Nostromo, un uomo di statura medio alta, robusto, capelli
corti tagliati a spazzola, aspetto ordinato e occhi azzurri, che era l’antitesi del
prototipo del siciliano medio che siamo abituati ad immaginare.
A meno che non se ne facesse risalire l’origine ai normanni di Ruggero d’Altavilla
che all’inizio dello scorso millennio strapparono l’isola agli arabi e la tennero per
oltre due secoli.
L’avevo conosciuto al mio primo imbarco da 1° Ufficiale su di una vecchia nave
adibita al trasporto di carichi alla rinfusa che faceva viaggi alla busca spostandosi
ovunque ci fosse merce da imbarcare.
Col tempo imparai a conoscerlo meglio. Era un marinaio eccezionale e sapeva
organizzare il lavoro come pochi altri.
Sin dal primo giorno gli avevo raccomandata di badare soprattutto alla sicurezza
del personale e sotto questo aspetto non mi diede mai motivo di lagnanza.
Da lui c’era da imparare. Aveva una vera passione per le navi e poneva il suo
lavoro al di sopra di tutto.
Questo lo rendeva a volte un po’ troppo esigente con i marinai e più di una volta
dovetti tenerlo a freno per non scatenare il giusto risentimento della gente. Era il
suo unico difetto.
Negli oltre quindici mesi in cui siamo rimasti assieme, non l’ho mai visto perdere
un’ora di lavoro.
Puntuale, alle sei del mattino, tutti i giorni dell’anno, festivi compresi, si presentava
sul ponte con i vestiti puliti, prendeva il caffè che gli preparava il marinaio di
guardia, ascoltava il programma dei lavori che gli prospettavo, faceva i suoi
commenti e scendeva quindi in saletta per far colazione.
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
Poi si cambiava e aiutato dal giovanotto di 1° e da uno dei marinai di guardia
predisponeva tutto il necessario.
Alle otto in punto il personale giornaliero iniziava il lavoro.
In un uomo così rude ed esigente, sembrava impossibile potesse allignare
dell’affetto per gli animali.
E difatti, quando lo conobbi meglio, mi resi conto che l’affetto che dimostrava
per alcuni animali era in funzione dei vantaggi che la loro presenza a bordo poteva
apportare alla nave.
Amava Dongo, un bastardo di mezza taglia, che abbaiava quando i cavi
d’ormeggio venivano in bando e faceva un’attenta guardia allo scalandrone, mentre
detestava Chispa, il cagnolino del Marconista, che aveva la pessima abitudine di
camminare sui ponti pitturati di fresco e, peggio ancora, di mordicchiarsi le zampe
sporche di pittura ricavandone una diarrea che imbrattava tutta la nave.
Per lo stesso motivo odiava tutti i gabbiani e gli albatros in particolare.
Diceva che defecavano in nero sul bianco e in bianco sul nero creando disgustosi
effetti di contrasto, e che, mettendosi sopravvento, riuscivano persino a lordare le
pareti verticali del ponte di Comando.
Giurava che un giorno un albatros, avendolo visto con le mani impegnate da due
buglioli di pittura e quasi immobile perché stava scavalcando le difese delle tubazioni
di coperta, gli si era librato sopra e dopo aver esattamente calcolato la forza del
vento, lo aveva bombardato con una pioggia di escrementi, allontanandosi poi con
acute grida di scherno.
Un giorno a Baltimora, aveva intravisto su di una bettolina ormeggiata sottobordo
una gattina di pochi giorni semisommersa dai rifiuti oleosi e mezzo assiderata dal freddo.
L’aveva raccolta, ripulita, nutrita con amore e ne aveva ricavato uno splendido
animale, non molto grande, ma astuto come pochi e molto volenteroso.
Reprimendo il suo istinto, catturava per conto del padrone le tortore che capitavano
a bordo e se le lasciava sottrarre accontentandosi delle carezze che riceveva in
cambio.
Forniva un valido aiuto nelle campagne di derattizzazione che effettuavamo ogni
tanto, per liberarci dei numerosi topi venuti a bordo nel corso di una caricazione di
grano a Rosario, e che si erano moltiplicati sino a diventare invadenti.
Uno di loro, o meglio, una di loro poiché si trattava di una femmina, aveva mandato
in corto circuito, inondandolo con il liquido amniotico, il trasmettitore radio a onde
corte, che aveva scelto come sala parto per dare alla luce la sua numerosa progenie.
Ne aveva subito le conseguenze il Marconista, costretto a giustificarsi con il Comandante
che voleva togliergli tante ore di straordinario, motivato con la dicitura “manutenzione
apparati”, quanti erano i giorni presunti di gestazione di una femmina di topo.
Ma torniamo alla nostra gattina, che sembrava destinata ad una casta esistenza se
non avesse subito, o beneficiato, di quanto le accade in seguito.
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OTELLO E IL NOSTROMO
Norberto Biso
Eravamo in Cantiere a Genova per i lavori di classe, con a bordo decine di operai
che lavoravano facendo un fracasso infernale.
Verso sera, un enorme gatto randagio privo di un occhio e col corpo segnato da
chissà quali battaglie, era capitato a bordo e aveva violentato la gattina.
Appena l’aveva vista, un lampo di lussuria gli si era acceso nell’occhio sano e
subito l’aveva afferrata per il collo, sbattuta sulla coperta e, incurante di tutto e di
tutti, l’aveva posseduta con miagolii di piacere così intensi e con una tale carica
erotica da turbare gli umani presenti.
Il lavoro cessò come d’incanto e uno strano silenzio subentrò al frastuono che ne
derivava.
In quel silenzio irreale, rotto solo dal gemito dei due amanti, fu concepito Otello.
Quando lo stupratore si staccò e si allontanò trionfante, un applauso di solidarietà
e di ammirazione si levò da tutti i presenti.
E sono certo che quella sera molte mogli degli involontari spettatori, si saranno
chieste, sorprese e compiaciute, da dove mai derivasse quell’insolito erotismo
dimostrato dai mariti.
Otello, unico sopravvissuto di quattro fratelli, era diventato il bel gattone di cui
ho detto all’inizio e il Nostromo lo aveva adottato nutrendolo con i bocconi migliori.
Se lo portava dietro dappertutto e il gatto lo seguiva impettito, tenendo alta la
coda che agitava lentamente, lasciando intravedere i suoi cospicui attributi maschili.
Divenuto adulto, in navigazione, si fece le ossa intrattenendo rapporti incestuosi
con la madre.
Ma appena la nave attraccava alla banchina, balzava a terra e spariva dalla
circolazione per riapparire misteriosamente, poco prima della partenza, sporco,
arruffato e stanco, ma visibilmente soddisfatto della franchigia trascorsa a terra.
“E senza spendere una lira!”, commentavano invidiosi i marinai, cui non sarebbe
bastata una mesata per godere neanche la metà delle presunte avventure dì Otello.
Tuttavia il suo carattere indolente si andava man mano delineando: non aveva
mai catturato una tortora, né alcun altro uccello di ogni genere.
Si avvicinava incuriosito alle possibili prede e, quando queste si levavano in volo,
alzava lentamente la zampa quasi per dire: “andatevene pure tanto io mangio lo stesso”.
Questo comportamento irritava il Nostromo che comunque abbozzava. Ma venne
il giorno in cui la misura fu colma.
Eravamo nel pieno di una campagna di derattizzazione e il Nostromo, che aveva
catturato due grossi topi con altrettante trappole, invece di affogarli come di solito,
calando a mare le trappole legate ad una sagola, aveva chiamato i due gatti e le
aveva aperte davanti a loro.
Subito la gattina si era avventata sulla sua preda facendola fuori in breve tempo,
mentre Otello, dopo un’occhiata incuriosita, aveva voltato le spalle lasciando al
topo un’insperata via dì salvezza della quale il roditore approfittò all’istante.
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
Non l’avesse mai fatto! Gli interessi prioritari della nave erano stati lesi e
nell’animo del Nostromo l’indice di gradimento per Otello precipitò in sentina.
Con un urlo in cui si mescolavano ira e delusione, si avventò sul gatto e lo colpì
con un calcio che quasi lo fece volare fuori bordo. Da allora lo ignorò
completamente.
E quando alla partenza dallo scalo successivo Otello ritornò dai suoi bagordi,
trovò lo scalandrone rialzato e non potè più salire.
Di lui si sono perse le tracce. Si dice che vaghi ancora per le calate di quel porto,
visitando ogni nave alla ricerca del paradiso perduto.
Il com.te Norberto Biso di Lerice SP riceve il riconoscimento dal presidente della Giuria del Premio
“Fatti di bordo”
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Vincenzo Marzullo
QUATTRO “FATTI DI BORDO”
La razza è razza e un “Osso dalla testa”
G
iunti in rada al largo di Kuwait City, nel Persico, si dà fondo in attesa del
turno di carico, la gente tira fuori le lenze.
Mese di Giugno, temperatura 50 gradi all’ombra. Ad uno ad uno gli uomini di
macchina scendono sulle caldaie per chiudere gli stops delle prese di vapore.
Ciascuno, munito di chiave, fa compiere alcuni passi alla vite della valvola e poi,
di corsa, ritorna in coperta madido di sudore a trincare birra fresca. Subentra un
altro e così via fino a che le quattro grandi valvole non vengono serrate. Il terzo di
macchina la fa più lunga degli altri, ma quando riappare in coperta si accascia
svenuto smorto.
Si apprestano i primi soccorsi con massaggi fino alle parti sensibili, con alcool e
wisky, e con respirazione artificiale. Il terzo non rinviene, colpito com’è da un
colpo di calore che ha fiaccato la sua poca robusta costituzione. Via radio, il comando
chiama soccorso alla stazione della Compagnia petrolifera, la English Oil Co., che
fa arrivare la lancia di pronto soccorso e lo ricovera in ospedale d’urgenza.
Ma il terzo non tornò più a bordo. Non aveva superato la crisi e gli toccò spirare
in un ospedale di Kuwait City.
Il lutto a bordo fu lungo e profondo. La ciurma venne più di tutto colpita dal fatto
che la salma del povero giovane ufficiale non fu ammessa nell’obitorio in attesa di
essere rimpatriata al paese d’origine perché salma di un cristiano, quindi di un
infedele. Quando poi si dice…
Il caporale imbestialito solo quando si salpò finì di sputacchiare contro riva.
Al ricovero provvide con prontezza la Compagnia petrolifera.
La brutta notizia la portò l’assistente di macchina, anche lui a Kuwait City per estrarsi
due denti che, da tempo, lo tormentavano. Appena a bordo, scese nel locale macchine
per il suo turno di guardia. Ma il primo, Sig. Bottoni di Venezia, esempio unico di
eccezionale e infinita bontà, lo bloccò all’istante intimandogli: “Che viene a fare qui?
Vada in cabina, vada a riposarsi! Si ricordi che si è tolto due ossa dalla testa”.
L’assistente dapprima rimase perplesso, poi riflettendo: “E sì, ha ragione, dal
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collo in su si chiama testa” e rientrò in cabina.
In nottata, già a quattro ore di mare, lo colpì una brutta emorragia, risolta poi via
radio con l’assistenza del centro medico e del “First Aid”.
************
La ghirlanda
L
a cosa venne a galla nonostante le circospezioni ed i giuramenti tacitamente
scontati tra le parti.
L’aveva visto la vedetta verso le due di notte mentre stasava l’ombrinale della
torretta di dritta, in pieno Atlantico; ma non poteva giurarci.
Per tre giorni se la tenne in corpo senza parlarne con alcuno; ma gli mordeva
dentro troppo per cui decise di avvicinare il cameriere personale del comandante.
Il Giobatta, permaloso com’era, non si sbottonò più di tanto, cercando però di
non perdere il contatto con la vedetta, anch’essa evasiva ed ammiccante come un
peccatore indeciso a sputare tutto.
La vedetta prese alla larga la discussione, con cauzione su certe cose che portano
scarogna come fiori da morti, messi assieme a formare una struttura tonda come un
salvagente e se, per caso, ne avesse vista qualcuna a bordo.
“Una ghirlanda, vuoi dire!”, riprese come con vittoria il Giobatta, “Il Comandante
da mesi ce n’ha una nello stipo ormai rinsecchita, non so a che gli serva, forse per
il suo funerale”.
Alla vedetta brillarono gli occhi. Aveva nel buio visto bene, era proprio una
ghirlanda.
L’indomani il Giobatta, ormai senza riserve e divorato dalla curiosità, confermò
che la ghirlanda non c’era più nello stipo del comandante e voleva, soprattutto,
sapere dov’era andata a finire, dubitando di un brutto scherzo nei suoi confronti.
La vedetta gli chiarì tutto. La ghirlanda non era stata rubata. La notte prima,
mentre era di guardia, aveva visto il comandante uscire circospetto dalla sua cabina
con uno strano oggetto in mano. Incuriosito, l’aveva seguito con lo sguardo fino al
parapetto del ponte di lancia. Qui si era inginocchiato e dopo un breve rituale,
come di chi prega, aveva lanciato in mare la ghirlanda, retrocedendo poi lentamente
verso l’alloggio. Tutto qui.
Un punto nave preciso, forse dopo lunga attesa e certamente a memoria e ricordo
di un antico rimorso.
************
Stikkio, il gatto di mare
L
a giornata era calda e la gente appesa agli “ascensori” imbrattava di scialak
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Vincenzo Marzullo
QUATTRO FATTI DI BORDO
l
a
murata rugginosa della barca. Eh sì, il sale mangia la barca come fosse di
sego e non di acciaio! Si parte da poppa con le picchette per scrostare, segue la
spazzolatrice metallica e poi il protettivo, lo scialak, rosso più rosso del sangue e
maleodorante da portar via i peli del naso. Ma è buono, protegge e allunga la vita
dell’opera morta della barca. Arrivati a prua, si ricomincia da poppa perché il mare,
imbattibile, in un paio di mesi si è già rimangiato il già fatto, specie se si naviga con
mare grosso. E così avanti ed indietro proprio come il Era Afa e la gente quel
giorno ne aveva veramente poca voglia; la banchina lì sotto di loro li invitava alla
franchigia con i taxi belli e pronti a scarrozzarli per la città che, una volta salpati,
chissà quando avrebbero rivista. Tra uno sfottò e l’altro, ad un certo punto, il Geska,
come trasalito, dà una spinta al mozzo dicendogli: ”Apri bene gli occhi, lì sopra
quelle cime, sulla banchina, assomiglia tutto a quel birbone dello “Stikkio”, disertato
a Madras perché innamorato pazzo di quella micia vettona sempre sottobordo a
chiamarlo! E’ lui, ha ancora l’orecchio pitturato”. Detto, fatto, si fila dritto sul
molo, lasciando il mozzo squilibrato e maledicente. E così, chiamando e
vezzeggiando, il Geska si dirige verso lo Stikkio che, sorpreso e meravigliato, si
lascia acchiappare. La gente, tutta, lascia pennello e barattolo e corre commossa a
far festa al vecchio gatto, già di bordo e fuori “ruolo” da almeno nove mesi per
diserzione. D’un tratto la gente andò in festa, la battagliola piena di gente che
urlava ed applaudiva per il cacciatore di topi perso e ritrovato. Ma la scena madre
toccò al primo cuoco, suo protettore. Superato lo scalandrone, fogato, toglie il
gatto di mano al Geska e al limite delle lacrime gli rivolge “Vecchio pirata pitturato
di rosso, come hai fatto, quante barche hai navigato per arrivare fin qui a Baltimora;
dall’India all’America in nove lunghi mesi! Vecchio navigatore sempre in calore,
ora ti lego nella tuga e ti libererò solo quando avremo ripreso il largo, così ti passa
la voglia di disertare” e, rivolto alla gente, “oggi pranzo speciale per tutti. Abbiamo
a pranzo un amico che per guadagnarsi la pagnotta deve tubolare come noi”.
************
S. O. S. preservativi.
G
ià scritto, per un intero anno rotta fissa, per contratto, da Elisabeth nel New
Jersey a Karipito Venezuela con le tanke cariche di greggio.
Si era al termine del viaggio, a dritta la statua della libertà a manca il New Jersey, la
barca arrancava contro la correntaccia dell’Hudson, quando, d’improvviso, le turbine
cominciano a perdere il ritmo dei giri per calare bruscamente da lì a pochi minuti.
Il chief engineer si attacca al telefono e “Pronto ponte: la macchina perde potenza,
il numero dei giri dell’elica è andato giù da 120 a 60, perdiamo il vuoto al
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condensatore; non sappiamo la causa.!”
Segue dal ponte “Ma scherzate o fate sul serio! Qui se non ci date subito i giri
andiamo in secca contro Ellis – Island con tutto il carico, già siamo in deriva!
Intanto nel locale macchine c’è il pandemonio. Il vuotometro scende sempre più.
La pompa di circolazione al condensatore stenta. Si avviano tutte le mandate
ausiliarie al condensatore senza riuscire a compensare la portata di quella principale.
Diagnosi: si è intasata l’aspirazione, la presa di mare principale, la pompa non
può aspirare.
Intanto dal ponte parte, visto che la corrente dell’Hudson porta la barca alla
deriva contro la costa di Ellis, l’S. O. S. alla guardia costiera di New York.
Nell’attesa, dalla coperta, si prepara il sub pronto ad intervenire.
Il sub compie la prima immersione fino alla grata di aspirazione. Cinque minuti
dopo emerge con grande meraviglia. “Preservativi, sì, proprio preservativi intasano
tutti i fori d’aspirazione della presa mare” e ciò dicendo, dalla tasca tira fuori una
manciata proprio di preservativi bianchi lucidi misti allungati, annodati. Rimangono
tutti a bocca aperta.
Nientedimeno che preservativi e non sargassi come ci si sarebbe aspettato.
Arrivano, salutari, quattro rimorchiatori d’alto mare che, prua contro la murata,
come (tanti) mastini, spingono la barca contro la corrente fin entro il canale,
salvandola dalla secca.
L’ing. Vincenzo Marzullo (a destra) con il presidente e la segretaria della sezione Narrativa del Premio
Nazionale Artemare
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Quattro eroi del mare
LA STORIA DI UN «NO» E LA FINE DELL’«U. 16»
Dal Mare, ottobre 1916.
I
l grande vapore italiano carico di truppe navigava a lumi spenti nell’oscurissima
notte. La torpediniera di scorta filava alcune centinaia di metri davanti alla sua
prora, zigzagheggiando continuamente.
C’era foschia e mare grosso. A bordo della silurante, le vedette trafiggevano
collo sguardo la cortina di nebbia nera che avvolgeva la rotta. Un marinaio, bocconi
sull’estrema punta di metallo, tutto inzuppato dagli spruzzi dell’onda ferita,
protendeva la testa a guardare.
D’improvviso, egli dette l’allarme. Come una scia fosforescente s’avvicinava
dritta e rapida, sotto il pelo dell’acqua, al traverso della torpediniera in corsa. Dal
piccolo ponte di comando partì la parola che scosse tutti i nervi del naviglio sottile.
Il timone, balzato dalla parte opposta alla provenienza dell’insidia, fece sbandare
tutta di lato la torpediniera, il siluro passò strisciandole il fianco.
La torpediniera parve allora un mastino. Dopo aver segnalato al piroscafo di
passare al largo e d’allontanarsi in tutta fretta, con continui cambiamenti di rotta
ch’erano guizzi e scatti, s’avventò dove suppose all’agguato il sommergibile
immerso. Su quel punto, prima aprì il fuoco celere dei suoi pezzi prodieri, poi
scagliò le bombe di tritolo.
Un secondo siluro le venne lanciato contro il fianco destro. Mentre il proiettile
subacqueo, non visto, viaggiava, le granate esplodenti colpirono il sommergibile
austriaco, che emerse d’urgenza per non colare a picco. Quasi simultaneamente, il
siluro scoppiava alla altezza del locale delle dinamo, spezzando in due, quasi nel
mezzo, la vecchia torpediniera, la cui prua e poppa, inclinate verso il centro,
cominciarono ad affondare. Neppure il sommergibile, già affiorato, poteva tenere
più il mare; la falla era enorme.
Arditamente il piroscafo Bormida, benché non avesse a bordo né un cannone né un
artigliere, investì colla prora il sommergibile nemico. Il sommergibile colò a picco.
Gli equipaggi avversari si gettarono egualmente in acqua, mentre il grande vapore
carico di truppe aveva già, incolume, ripreso la rotta verso la mèta del suo cammino...
Il guardiamarina Castrogiovanni, sbalzato lontano dall’esplosione, riattratto
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sott’acqua dal vortice, risospinto lontanissimo dal giuoco delle correnti, si trovò
solo, nella notte fonda. Dopo il primo stordimento prodottogli dalla soffocazione
sott’acqua, a forza di richiami lanciati sul vento, radunò attorno a sé quelli dei suoi
marinai che trovò più vicini. Il vento radente la groppa delle ondate con mugolii
quasi umani e l’oscurità sempre profonda resero impossibile chiamare a raccolta i
naufraghi più distanti.
Si ritrovarono, così, in quattro: compreso lui, ufficiale. Egli meditò il suo piano:
risparmiare le forze, nuotando; aspettare che il giorno chiarisse; alla prima luce
orientarsi sulla direzione da prendere per avviarsi alla costa più vicina; impedire
assolutamente ai suoi uomini di farsi prendere dallo scoramento; fabbricare in sé e
in loro una tale volontà di resistenza da vincere l’impossibile.
- Coraggio, ragazzi. Bisogna reggere a tutti i costi. Anche gli austriaci sono in
acqua. Il sommergibile è colato a picco. L’ho visto io... Volete che loro si salvino e
noi no? Sarebbe come avere uno schiaffo in punto di morte... Dobbiamo scampare,
per Dio!
- Teniamo, signor tenente.
- Scamperemo, Signor tenente.
- Signor Castrogiovanni, attenzione...
- Un gavitello a dritta della sua testa.
- Agguanta...
- Agguantalo
Non era un gavitello. Era un salvagente da torpediniera, di quelli a forma
rettangolare, veri gabbiotti di legno ripieni di sughero e di pece. I colpi del mare,
quando spazzano di traverso il ponte delle siluranti, ne asportano sempre in acqua
qualcuno. Non era la salvezza: era un nonnulla, un pezzo di legno gettato dal caso
nella notte iraconda; ma dava un po’ di sostegno alle braccia stanche, ai corpi intirizziti.
Il cuore degli uomini teneva duro; ma la situazione era disperata. La costa albanese
doveva essere parecchie miglia distante, verso levante, dove una riga di chiarore
grigiastro, impercettibile, annunziava che di là sarebbe nata l’alba. Avrebbero veduto
il giorno?
Chi poteva dirlo? C’era un fatto grave: il vento e il mare li trasportavano
ostinatamente verso nord. Verso l’alto Adriatico. Erano travolti da una corrente avversa.
Un’ora passò: lunga, infinita, senza orizzonte. Solo gli ululati del grecale
segnavano il tempo in quella buia eternità.
- Non battere i denti, risparmiati.
- Un po’ di freddo, tenente.
- Domalo. Non pensarci.
Passò, d’un tratto, un’ombra nell’ombra, lontano.
La vedevano quando la cresta d’un’ondata li sollevava; quando le cavità dell’acqua
li riassorbivano, scompariva. Istintivamente, arrancando con le gambe e con la
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LA STORIA DI UN «NO»
Quattro eroi del mare
mano libera, vi si avvicinarono... L’alba cominciava a disegnarsi come una lividura...
Un’imbarcazione: una lancia. Si dirigeva verso i naufraghi.... Una ventina d’uomini
la montavano.
Forse il Bormida aveva potuto radiotelegrafare a qualche nave che la fortuna mandava
in crociera in quei paraggi? S’erano dunque sguinzagliate scialuppe nella notte alla
loro ricerca? La lancia manovrava faticosamente sul mare inquieto, ma s’avvicinava...
La riconobbero: era un’imbarcazione della torpediniera morta. L’esplosione che
aveva perduto la nave, doveva avere scagliato in mare la lancia. C’erano dunque
dei compagni, al soccorso... «Urrah!».
Qualcuno s’era drizzato sulla prora beccheggiante e gridava verso di loro qualche
cosa... Che cosa?...
Il vento e il ronzio dell’acqua nelle orecchie impediva d’afferrare il senso delle
parole. Ma l’uomo di prua faceva gesti che invitavano i naufraghi ad avvicinarsi al
bordo, a montarvi, ad imbarcarsi. Finalmente, un primo suono percettibile arrivò:
- Talianski!...
L’uomo di prua, in un italiano stentato, più croato che dalmata, chiese ai quattro
sperduti se volevano esser presi sulla lancia. Erano diciotto marinai austriaci.
Allora, nei quattro aggrappati al rottame, esausti di fatica, di freddo, di ondate, di
notte e di tempesta, sotto gli occhi del nemico che offriva, col salvataggio, la
prigionia, avvenne il miracolo. Le vene gelate ebbero un fiotto di sangue ribelle; i
nervi paralizzati trovarono lo scatto più fiero; la volontà sommersa riemerse, il
cuore affievolito tenne fermo; la risposta sfidò, col nemico, la morte.
Il guardiamarina Castrogiovanni sentì negli occhi lo sguardo dei compagni: eretto
sull’acqua gridò fieramente:
- No!
E disse ai compagni:
- Chi vuole, di voialtri?
- Nessuno si rende.
- Nessuno
Ci fu uno di loro che ebbe la sublime lucidezza di fare dello spirito:
- «Macchina indetro!»
I naufraghi si scostarono con impeto dall’unica imbarcazione che esistesse su
quel mare senza scampo.
Rifiutarono la salvezza apparsa d’improvviso all’orlo della loro infinita tragedia;
ripiombarono nella lotta senza speranza.
Per allontanarsi più presto, con sforzi crudeli per le dita irrigidite, spezzarono
due assicelle della gabbia di salvataggio e ne fecero due tronconi di remo. Con
sorpresa, ma senza rimpianto, videro dileguarsi verso la terra lontanissima, di contro
all’alba che nasceva, l’ombra di quella lunga lancia montata da diciotto uomini. E
verso la catena dentata dei Monti Acrocerauni, che cominciava ora a profilarsi
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
lieve lieve sui dorsi cirrosi dei flutti, diressero anch’essi, aiutandolo coi piedi torpidi
ma con la volontà protesa, il movimento alterno dei due tronconi di legno.
Il loro rudimentale remeggio tendeva a levante, al litorale. Le correnti li
trascinavano a nord, nel senso della lunghezza dell’Adriatico. Lo sforzo umano e
la forza degli elementi avversi venivano a combinarsi in una risultante obliqua che
allungava spaventosamente la distanza tra i naufraghi e la spiaggia.
Vi sono degli attimi culminanti nella sofferenza, di fronte ai quali anche l’uomo
più forte e animoso arriva a sentire la disperata inutilità della lotta è; l’istante in cui
l’esaurimento delle forze fisiche conduce all’abbandono di ogni risorsa morale nel
gorgo del destino. E’ il momento terribile della rassegnazione alla fine: è la morte!
In quell’alba cupa di tempesta, quante volte si ripeterono, in numero e in crudeltà,
gli attimi che decidono della vita e della morte? Nessuno può dirlo. Per sei
lunghissime ore i quattro perduti dovettero superarli tutti, ad uno ad uno, tenendo
a galla l’anima coi denti, come un pugnale di fortuna. Al termine della sesta ora già
s’avvicinavano alla riva d’Albania, quando li attendeva, a poche centinaia di metri
dalla terraferma, la prova più tremenda.
In quel punto dove il vento e la corrente li avevano sbattuti, il mare rompeva
contro le scogliere della costa con esplosioni furibonde. Rimettersi in alto mare e
tentare altrove un approdo più accessibile sarebbe stata follia; le forze stavano per
mancare; e poi i frangenti già addentavano il rottame, spingendolo a riva con colpi
sempre più veementi.
Erano dunque scampati dall’annegamento per farsi stritolare contro gl’infami
scogli acrocerauni?
Lo sgomento, come una lama fredda, attraversò il cervello di quegli uomini che
non s’erano fino allora smarriti. Abbandonarono il rottame per esser più liberi
nell’ultima lotta. E si affidarono alla sorte...
Un frangente li sollevò, li trascinò via con velocità folle, li scagliò verso riva, poi
li sommerse nel suo vortice di spume. Esausti, storditi, accecati, semi-asfissiati, i
quattro uomini tennero duro ancora una volta. Risollevarono le teste dai gorghi.
S’aggrapparono, con tutta la tensione delle braccia protese, alla prima roccia che le
loro mani incontrarono. Resistettero al risucchio con le dita sanguinolente conficcate
dentro le fenditure della pietra; poi di onda in onda, di scoglio in scoglio, cogliendo
il tempo giusto per farsi trasportare dall’acqua senza sfracellarsi contro i massi,
affannati, scheletriti, irriconoscibili, riuscirono a prendere terra.
Fu allora che il guardiamarina Castrogiovanni vide in lontananza, sballottata
sulla costa, la lancia vuota della sua torpediniera, quella su cui erano montati i
diciotto austriaci incontrati nella notte sette ore innanzi. Dubitò che i nemici fossero
stati costretti dal mare ad approdare in quel punto. S’orientò. Riconobbe il litorale
appartenente all’Albania occupata dalle truppe italiane. I patimenti sofferti, le forze
esauste, le sette ore di martirio, le membra rabbrividite, le lacerazioni sanguinanti,
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LA STORIA DI UN «NO»
Quattro eroi del mare
tutto fu vinto in un attimo dal lampo d’un’idea: catturare gli austriaci! Forse erano
approdati qualche ora prima; avevano dovuto raggiungere qualche povero villaggio
albanese, ottenere con danaro e con minacce abiti del luogo per travestirsi; stavano
per svignarsela...
Bisogna non perder la testa, non sentire né il freddo, né la fame, né le ossa rotte,
né la stanchezza di piombo; bisogna far presto... Il guardiamarina non perde né la
testa né il tempo; manda due dei suoi uomini alla stazione di vedetta più vicina per
informare i Comandi dell’accaduto e, con l’altro marinaio, si trascina egli stesso,
cautamente, nei dintorni, in perlustrazione. Il sospetto diventa certezza. La cattura
viene organizzata come una manovra.
Alla sera, il tenente di vascello austro-ungarico comandante l’«U. 16», il
sottotenente e undici marinai furono presi prigionieri dalle nostre pattuglie.
I mancanti erano stati sfracellati dai marosi nell’atto di lasciare l’imbarcazione e
avvicinarsi alla riva.
Gli scampati avevano indossato abiti borghesi procuratisi dagli abitanti e tentavano
di dirigersi verso l’interno, parlando il 1oro stentato italiano, che il guardiamarina e i
suoi uomini, dall’orlo della morte, avevano schernito con sfida altera. Gesto, questo,
che parrebbe - come tutta la magnifica avventura - scaturito dalla fantasia d’un
narratore di romanzi, se non fosse uno dei tanti oscuri episodi della realtà marinara
italiana; episodi di sacrificio e d’eroismo che non ebbero alcuna rinomanza pubblica,
e che non trovarono altra consacrazione se non quella sinteticamente laconica d’un
«capoverso» in qualche rapporto militare così concepito:
«Proposti per medaglia:
Il guardiamarina di complemento Castrogiovanni Ignazio, per la calma e la serenità
dimostrate durante il naufragio e nelle successive contingenze, nonché per il nobile
ed alto sentimento di fierezza che lo spinse a rifiutare l’aiuto nemico in un istante
di pericolo e per l’iniziativa avuta, appena presa terra. Questo giovane ufficiale ha
saputo con il suo contegno ispirare fiducia ai suoi marinai, dei quali, ben si vede,
s’era fin da prima assicurato l’affetto e la stima.
Il sotto-capo cannoniere Ricci Luigi, che nel momento del disastro, non perdendo
la calma e la forza d’animo, si adoperò a salvare altri dell’equipaggio inesperti al
nuoto, riuscendo nel proprio intento, ecc. ».
Per molti giorni e settimane, i radiotelegrafisti delle nostre navi in crociera
attraverso l’Adriatico, poterono intercettare le disperate sillabe di richiamo lanciate
per le vie dell’aria dalle stazioni telefunken di Durazzo, di Cattaro, di Ragusa, di
Sebenico e dagli apparecchi dei bastimenti austriaci alla fonda:
Sommergibile «U. 16», rispondete!
L’appello radiotelegrafico è rimasto sempre senza risposta.
———————
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
Questo racconto, in forma d’articolo, apparve contemporaneamente su molti
giornali. A Firenze, provocò una simpatica manifestazione verso i quattro
ardimentosi naufraghi e verso la Marina italiana.
Un lettore di quella città, il signor Fausto Checcacci. Indirizzò al giornale La
Nazione una commossa lettera invitante i fiorentini ad offrire, per sottoscrizione
popolare, una medaglia d’oro a ciascuno dei quattro superstiti: il guardiamarina
Ignazio Castrogiovanni di Palermo, il sotto-capo cannoniere Luigi Ricci del Forte
dei Marmi, il marinaio scelto Salvatore Visalli di Riposto e il fuochista Emanuele
Pisano di Pizzo di Calabria.
La Nazione raccolse e lanciò la proposta, aprendo una sottoscrizione popolare
che in pochi giorni coprì la spesa necessaria per la coniazione delle quattro
medaglie. Il Sindaco di Firenze, Orazio Bacci, cuore d’italiano e mente larga di
scrittore, volle che il Comune concedesse i suoi coni per ingigliare col segno della
città di Dante il premio ai valorosi. E dettò egli stesso il motto da incidersi sul
verso delle medaglie: «No! E trionfarono della morte e del nemico»..
Il 29 aprile 1917, nel Salone di Leone X in Palazzo Vecchio, presenti i
rappresentanti della città, della Marina e dell’Esercito, il Sindaco di Firenze fregiò
Ignazio Castrogiovanni e i suoi compagni dei quattro gigli d’oro.
I quattro eroi del mare
Da sinistra: il fuochista Emanuele Pisano di Pizzo Calabro, il guardiamarina Ignazio Castrogiovanni di Palermo,
il sottocapo cannoniere Luigi Ricci di Forte dei Marmi e il marinaio scelto Salvatore Visalli di Riposto
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
Il Circolo conferisce la
“Targa d’argento alla memoria”
del marinaio Salvatore Visalli
e consegna il Premio al figlio Giacomo
“In una oscurissima notte del lontano 1916, durante la prima guerra mondiale,
nell’alto Adriatico con mare grosso, una torpediniera italiana ed un sommergibile
austriaco si affondano reciprocamente. Nel buio fitto di quella notte una lancia di
salvataggio della nave italiana, ma con a bordo una ventina di militari nemici,
incrocia 4 naufraghi italiani aggrappati ad un grosso rottame di legno. Gli austriaci
si offrono di farli salire sulla sicura imbarcazione; gli italiani rifiutano rischiando
la vita pur di non darsi al nemico. Un “no” che valse a ciascuno di loro la medaglia
d’oro coniata per pubblica sottoscrizione su proposta del Giornale “La Nazione”
di Firenze. Uno dei quattro coraggiosi marinai era il ripostese Salvatore Visalli.
La città natale lo ricorda, oggi, con riconoscenza, affetto e stima.”
Riposto 4 agosto 2001
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
Rosario Contarino
LA ROSA DEI VENTI
Mugghio d’onda di mare sulla riva,
mentre il vento rumoreggia intorno,
all’orizzonte una nube si fa viva,
va verso il Nord... provien da MEZZOGIORNO.
Si appresta a imperversare un temporale
ed è tanto proclive la natura,
si preparan le piante e gli animali
a subirne la furia e la ventura.
Appare squarcio di cielo al MAESTRALE
che sembra pronto a contrastare SCIROCCO,
da Nord-Est soffiar senti il GRECALE:
vuole impedire al LIBECCIO... fare sbocco.
Autorevole si mostra TRAMONTANA,
unica donna tra i Venti... e li contrasta,
sgombra le nubi e... simpatia emana,
con far deciso dice a tutti: “basta!”.
Ciascun vento riponga il suo furore,
sia il LEVANTE che il PONENTE or tace,
fra le intemperie non c’è più rancore:
pur la “Rosa dei Venti” è un fior di pace.
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
L’UNIVERSITA’ DEL MARE
per “Muoversi meglio per mare”
Ogni anno questo dépliant ci dà l’occasione per riflessioni su alcune problematiche
legate all’universo mare. La cultura marinara sconta nel nostro Paese decenni di
disinteresse politico. Basti pensare che solo oggi, dopo la sopravvenuta congestione
del traffico stradale, il Governo si accorge della convenienza di sfruttare come
autostrade le naturali vie d’acqua di mare e fluviali. Siamo anche in forte ritardo,
specialmente in Sicilia, nello sfruttamento del potenziale del turismo nautico, mentre
la maggior parte dei Paesi Mediterranei ha già conquistato il mercato. Qualche
altra volta il Governo è stato sollecito nel legiferare, ma lentissimo nell’applicazione
delle norme. Si veda, per esempio, la legge sugli scarichi in mare: la cosiddetta
Legge Merlin.
Il futuro del nostro mare ci preoccupa molto: alghe killer, coste inquinate da
migliaia di tonnellate di rifiuti urbani e industriali quotidianamente scaricati in
mare, sfruttamento irrazionale della riserva ittica, emergenze estive che causano
svariati incidenti, spesso mortali, connessi con un’utenza balneare e diportistica
normalmente inesperta, sono alcuni dei problemi che bisogna tenere sotto controllo.
La tutela dell’ambiente marino e la sicurezza in mare fanno parte di una cultura che
bisogna coltivare e diffondere.
Il mare, quindi, va studiato e salvaguardato per essere poi razionalmente sfruttato
nelle sue immense risorse. Questo comporta l’obbligo di valorizzare il patrimonio
umano, qualificandone e riorganizzandone la formazione professionale. Non c’è
dubbio che le attività legate al mare oggi sono tantissime, difficile da elencarle
tutte. Oggi occorrono conoscenze certe e precise su:
- le biotecnologie marine per potenziare la qualità e la quantità
dell’alimentazione umana che proverrà dal mare;
- gli impianti di dissalazione dell’acqua di mare per supplire all’enorme
carenza d’acqua potabile;
- la necessità di ricorrere a bonifiche marine mediante la corretta
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
applicazione di particolari tecnologie;
- le applicazioni robotiche dedicate all’esecuzione di lavori in mare e
all’esplorazione degli abissi oceanici;
- le migliori tecnologie per la pesca marittima, per l’acquicoltura, per
l’industria della trasformazione, conservazione e commer-cializzazione
dei prodotti ittici;
- la nautica da diporto e i porti turistici;
- gli impianti di utilizzazione dell’energia (meccanica, termica, eolica)
ricavabile dal mare;
- la tecnologia che si appresta a dominare lo shipping del terzo millennio;
- la costruzione di piattaforme dei giacimenti petroliferi “off-shore”, che
si avvale di un elevato standard tecnologico.
- ecc.
In Italia, già da anni, hanno preso corpo sinergie tra il mondo universitario e
quello delle imprese e si siglano accordi su obiettivi di ricerca finalizzata alle
tecnologie sopra descritte. Ma oggi sembra più logico che tutte le varie scienze
coinvolte nelle diverse attività legate al mare siano comprese in uno specifico corso
di laurea. Un tale Corso di studi creerebbe nuove prospettive di lavoro e nuovi
profili culturali e professionali idonei per una migliore utilizzazione del mare e
aiuterebbe a “Muoversi meglio per mare”.
È auspicabile, quindi, che nelle Università delle Città marinare, alla luce del riordino
degli ordinamenti universitari, vengano istituite nuove Facoltà di studi dedicate alle
Scienze del Mare. La nostra Associazione ha il mare come principale riferimento e
motivo d’interesse e si augura che l’Italia, per la sua configurazione tutta sul mare,
diventi una nazione dove s’incentivi la cultura del mare e ci si renda conto che la
ricchezza, per la rinascita economica, commerciale e turistica, viene dal mare.
Gioacchino Copani
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
INDICE
1999: 25° Anniversario del Premio Nazionale Artemare ...............................
XXV Edizione .................................................................................................
XXVI Edizione ...............................................................................................
XXVII Edizione ..............................................................................................
3
5
6
7
Anna Bartiromo
“MARE FORZA PAURA” ............................................................................ 11
NECROLOGIO PER UN MARINAIO ........................................................ 13
Firmino P
erfetto
Perfetto
PROMESSA DI MARINAIO ....................................................................... 17
Giovanni P
agano
Pagano
PASSAGGIO DEL CANALE DI SUEZ ...................................................... 21
Giovanni Di Mauro
UN MARINAIO RACCONTA .................................................................... 27
Luciano Molin
UN EPISODIO DA RICORDARE ............................................................... 35
IN MEMORIA DI ANDREA ROMANELLI ............................................... 36
Elena La Gioia
IL COLORE DEL MARE ............................................................................. 39
Antonio Riciniello
LIBECCIATA ............................................................................................... 41
Goffredo D’
Aste
D’Aste
LA PIAZZA DEI NAVIGANTI .................................................................... 49
Domenico Pischedda
IL NAUFRAGIO .......................................................................................... 53
Pagina 205
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
Annapaola De Santis
IL MARE CHE IO CONOSCO .................................................................... 61
Vincenzo Galvagno
UNA STORIA DI DOLORE ........................................................................ 65
Girolamo Melissa
UN PALAZZO NEI FONDALI DI ANZIO ................................................. 85
Amedeo Dall’
Asta
Dall’Asta
RACCONTO: LA VIA DEL PETROLIO .................................................... 93
Angelo L
uigi F
ornaca
Luigi
Fornaca
LA TIGRE DELLA MALESIA .................................................................. 103
IL PICCOLO AMMIRAGLIO .................................................................... 111
Alfredo Quinto di Corato
PER DEI “SOLDINI” IN PIU’ .................................................................... 117
Maurizio Bascià
UN UOMO, UN CANE E UNA LANTERNA ........................................... 119
Antonio Ciccarello
LUIGI DURAND DE LA PENNE ............................................................. 125
Marcella Di F
ranco
Franco
SCHEDIR ................................................................................................... 127
Rosario P
ennisi
Pennisi
QUATTRO EPISODI VISSUTI IN TERRA DI RUSSIA
Visita non programmata al museo dell’Hermitage ............................................ 135
Odessa: Tovaric “BRILLI” E Tovaric “TIMOROSI” ....................................... 136
Processo per direttissima per Leningrado ........................................................ 138
Leningrado: casto idillio a venti gradi sotto lo zero ......................................... 140
Franca Grasso
GUARDIANO DEL FARO ........................................................................ 145
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 12°
Gaetano Alfaro
LA CHIAVE ................................................................................................ 157
Laura Piccinelli
STORIA DI MARTA E DI MARE ............................................................. 163
Maria Greco
1942: DALL’ABISSO DEI MIEI VENT’ANNI ........................................ 167
Maria Sandias
LO SPLENDORE DEL GIORNO .............................................................. 173
Angela R
usso
Russo
TRA L’ETNA E LO JONIO ....................................................................... 181
Norberto Biso
OTELLO E IL NOSTROMO ..................................................................... 187
Vincenzo Marzullo
QUATTRO “FATTI DI BORDO”
La razza è razza e un “Osso dalla testa” .......................................................... 191
La ghirlanda ...................................................................................................... 192
Stikkio, il gatto di mare ...................................................................................... 192
S. O. S. preservativi. .......................................................................................... 193
Quattro eroi del mare
LA STORIA DI UN «NO» E LA FINE DELL’«U. 16» ............................. 195
Rosario Contarino
LA ROSA DEI VENTI ............................................................................... 202
L’UNIVERSITA’ DEL MARE
per “Muoversi meglio per mare” ...................................................................... 203
Pagina 207
Circolo Ufficiali Marina Mercantile - Riposto
Finito di stampare
presso la Tipo-litografia Bracchi
di Filiberto Bracchi
Via L. Pirandello, 56 - 95014 Giarre CT
Tel. 095/931427
Luglio 2003
Tutti i diritti riservati
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