il tutto supera la parte

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il tutto supera la parte
IL TUTTO SUPERA LA PARTE
EG 234-237
235. Il tutto è più della parte, ed è anche più della loro semplice somma. Dunque, non si dev’essere troppo
ossessionati da questioni limitate e particolari. Bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un
bene più grande che porterà benefici a tutti noi.
È “Parte” ciò che ha un ruolo specifico, ciò che ha ragion d’essere in un contesto ben definito, in uno
spazio limitato e in un tempo dato. È “Tutto” (e quindi è superiore alla somma delle singole parti) ciò
che è a monte di un gruppo, di più associazioni, di più iniziative: è il grande progetto che dà senso a ogni
nostra azione, la cura attraverso la quale il progetto si realizza, lo slancio di carità nelle relazioni.
La timidezza pastorale o la diffidenza rispetto all’altro, però, spesso non consentono di prendere
coscienza di essere parte e di comprendere che vi è un tutto. La timidezza pastorale è quella che non ci
consente di osare, di dare forma alle nostre idee o di non mettere in relazione persone e progetti
differenti; la diffidenza verso l’altro ci blocca nell’accogliere quelle potenzialità presenti (o latenti) nelle
persone che ci sono accanto e che potrebbero fruttare se messe insieme.
Prendere coscienza che ognuno di noi è parte, significa riconoscersi strumenti, “servi inutili a tempo
pieno” (cfr. Don Tonino Bello); ogni di noi, strumenti a disposizione di un Dio creativo e amorevole,
significa saperci impegnare assieme, sommare le nostre parti all’apparenza separate. Significa anche
riconoscersi parte nascosta quando le nostre azioni, il nostro agire, il nostro servizio spesso viene
ignorato o non compreso fino in fondo: ma è pur sempre “parte”.
Prendere coscienza di esser parte significa, infine, avere una sensibilità nel capire come ci sono molte
“parti” e relativi “tutto”: il nostro gruppo, parte di una realtà parrocchiale più ampia o di una diocesi; il
mio pensare associativo, parte di un progetto più ampio e fondato su testi; etc…
“Il tutto è superiore alla parte” per l’AC si può tradurre con uno dei termini più cari a questa
associazione di laici da sempre accanto ai Vescovi e ai Sacerdoti, ben radicata nella diocesi: unitarietà.
Questo termine va necessariamente visto sia in maniera orizzontale che verticale.
Orizzontale perché la scelta dell’AC, che è quella della Chiesa, è quella di non chiudersi in sé stessi. Si è
se tutti parte fondamentale ma allo stesso tempo ci si proietta in un tutto sempre più grande. Non si
può pensare limitatamente al proprio gruppo di appartenenza, perché si è parte di un Settore o di un
articolazione, che a sua vola è parte dell’associazione.
Verticale perché il singolo aderisce all’associazione parrocchiale che è parte dell’associazione diocesana
che passando per il collegamento regionale, è un tassello che insieme a tanti altri costruisce L’azione
Cattolica Italiana, fino ad arrivare al FIAC. E la stessa AC non può ritenersi tutto, perché è parte, seppur
importante, della Chiesa e in quanto tale è chiamata a portare il suo stile ai fratelli degli altri gruppi,
movimenti e associazioni.
“Il tutto è superiore alla parte” è un’espressione non difficile per tanti laici che hanno scelto di essere
associazione.
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Essere associazione infatti implica mettere a servizio le proprie idee, la propria volontà, il proprio
io, per farli convergere in una sola volontà, quella di portare con tutta la Chiesa “il cielo in terra”
ognuno in base al ruolo di responsabilità a cui è stato chiamato (“Per voi sono Vescovo con voi
sono cristiano”, diceva S. Agostino).
La scelta stessa di essere servi in piedi nella Chiesa a partire dalle parrocchie è intrinseca all’adesione
all’Azione Cattolica, Vittorio Bachelet diceva a conclusione dell’Assemblea nazionale del 1973: “E questa
è la grande cosa. Perché noi serviamo l'AC non poi perché c'interessa di fare grande l'AC, noi serviamo
l'AC perché c'interessa di rendere nella Chiesa il servizio che ci è chiesto per tutti i fratelli. E questa credo
sia la cosa veramente importante”.