Il controllo del maschile in Wuthering heights

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Il controllo del maschile in Wuthering heights
Il controllo del maschile in Wuthering heights (Cime
tempestose)
di Donatella Basili
La famiglia di Emily Brontë era di stampo patriarcale: il padre era pastore protestante, maschilista e reazionario (aveva
cambiato il cognome da Brunty in Brontë in onore dell’ammiraglio Nelson che a Brontë aveva soffocato nel sangue la
rivolta dei repubblicani partenopei); la madre, molto verosimilmente soggetta a lui, morì in giovane età stremata dalle
gravidanze. I figli, a cui il padre non si curava troppo di garantire l’adeguata sussistenza, erano sei: cinque femmine ed
un maschio, Patrick, che alla morte della madre prese curiosamente il cognome di lei, Branwell. Le prime due morirono
di tisi in età infantile dopo la permanenza in un collegio per figli di pastori poveri (famigerata istituzione i cui orrori sono
descritti da buona parte della letteratura dell’Ottocento) e le altre due, cioè Charlotte ed Emily, vennero ritirate perché
anch’esse minate nel fisico. L’ultima, Anne, anche se scampò al collegio-lager, non ebbe salute migliore e morì prima
dei trent’anni.
Tutti i Brontë furono educatori ma nessuno resse a lungo la permanenza nei luoghi di lavoro: le ragazze per questioni
di salute e Branwell perché ebbe una relazione adulterina con la padrona di casa. Emily, in particolare, dopo un’esperienza di lavoro estenuante in un collegio, tornò a casa per non allontanarsene mai più. Lei e Anne condussero una vita
molto schiva e ritirata nella casa paterna, mentre Charlotte e Branwell furono più mondani. Quest’ultimo bruciò la sua
i fratelli Brontë visti da Branwell Brontë
da sinistra: Anne, Charlotte, Emily, autoritratto di Branwell
vita nella droga e nell’alcool e tornò a casa giusto in tempo per morirvi. Emily gli stette molto vicina negli ultimi giorni e
fu distrutta dalla sua morte, tant’è vero che, avendo preso freddo al funerale del fratello, si lasciò morire di tisi rifiutando
le visite di qualunque dottore.
Charlotte dipinge la sorella con tratti che hanno del titano e coloro che l’hanno conosciuta la descrivono come una
ragazza graziosa ma con modi da ragazzo; il tono del suo unico romanzo, Wuthering Heights (Cime tempestose) è
stato definito “mascolino e brutale”. Ci troviamo di fronte, evidentemente, ad un’amazzone psichica, ossia una donna
che, rifiutando il ruolo femminile-passivo, ha deciso di vivere la parte maschile di sé e di manifestarla esternamente
anziché proiettarla su un uomo, come l’educazione le imponeva.
Come avviene in tutte le “amazzoni”, però, il maschile introiettato è arcaico, titanico e brutale perché è appositamente
ricercato il più possibile lontano dall’aborrito spauracchio della passività e del totale asservimento. L’Animus delle
amazzoni è selvaggio e ferino ma chi fra esse è dotata di grande femminilità, intelligenza e cuore, sa controllarlo. Non
stupisca quindi la rettitudine morale di Emily e il suo apparire forte: ella ha sviluppato un senso di sé che la pone al di
sopra del maschile feroce e violento.
L’amazzone Emily ha rappresentato il suo Animus nei personaggi maschili di Wuthering Heights e se stessa nelle
protagoniste Catherine madre e figlia. Isabella, invece, è la Puella Aeterna, il femminile dipendente, ciò che Emily
detesta. Le violente parole di Heathcliff nei confronti di Isabella sono quasi certamente le opinioni di Emily riguardo le
donne che non vedono la realtà ma vi proiettano sopra i propri sogni romantici. Isabella rappresenta le donne che non
vogliono riconoscere la pericolosità del maschile brutale e pensano scioccamente che il loro “amore” (che è poi totale
proiezione: si amano le virtù attribuite all’oggetto d’amore, che questi non possiede) possa bastare a trasformare la
belva in agnello. Queste donne credono veramente che baciare un ranocchio lo trasformi in principe e attribuiscono
intenzioni malevole a chi vuol loro aprire gli occhi:
“Hai fatto lega con gli altri anche tu, Nelly. Non voglio ascoltare le tue calunnie. Quanta malignità devi
avere in corpo per voler convincermi ad ogni costo che non c’è felicità al mondo!” dice Isabella a Nelly, che
cerca di metterla in guardia contro Heathcliff. Chi mostra il vero viene spesso accusato di distruggere i sogni altrui,
abbrutendone la visione del mondo e turbandone la serenità.
Un analogo fraintendimento, a mio avviso, avviene da parte di chi vede in Emily una donna che vive in un mondo di
fantasia e crea, come scrittrice, personaggi assolutamente irreali (giudizio di C. K. Chesterton, l’ autore de “I racconti
di Padre Brown”), compiacendosi dei caratteri luciferini dei suoi personaggi e delle atmosfere cupe e tenebrose, in
linea col romanticismo nero dell’epoca. Il romanzo mi sembra invece più vicino ai romanzi di denuncia sociale che non
a quelli del romanticismo nero; il motivo del fantasma non è di centrale importanza e per questo è in certo qual modo
fuorviante. I personaggi maschili sono esagerati, ma sicuramente non distanti dalla realtà dell’abitante medio di una
landa desolata e gelida dell’Inghilterra di duecento anni fa. Hindley che beve e maltratta il figlioletto è ben credibile,
purtroppo, e l’odio di Heathcliff verso entrambe le famiglie Earnshaw e Linton è quantomeno comprensibile. Sicuramente quello che ha disturbato e disturba molti lettori maschi è l’assenza non soltanto dell’eroe buono, il cavaliere senza
macchia salvifico e restauratore dell’ordine, ma addirittura di un uomo degno di essere chiamato tale (Il che ripaga le
donne per tutti quei romanzi e quei film partoriti da mente maschile in cui i personaggi femminili sono esclusivamente
puttane, donne di malaffare oppure oche giulive). L’unico vero uomo del romanzo è Hareton, ma è un embrione di
uomo.
Per la verità il cavaliere c’è, ma non arriva a cavallo e non uccide né vendica; il cavaliere è semplicemente la cultura
ed il suo veicolo – messaggio scandaloso per quei tempi – è una donna. Di tutti i personaggi del romanzo solo le due
Catherine hanno una visione chiara della realtà: Heathcliff e Hindley sono deliranti e imprigionati nella brutalità; Edgardo
è un imbelle che fino all’ultimo vuole credere che Catherine sia come lui la desidera; il figlio di Heathcliff è un mostriciattolo
malaticcio e fuorviato dal padre; Hareton è abbruttito; Isabella, abbiamo visto, è una specie di Madame Bovary che
vive nei sogni tratti dai romanzi d’appendice e Nelly, pur avendo buon senso e buoni sentimenti, applica alla realtà i suoi
modelli stereotipati e rimane in superficie.
Se gli occhi di Emily sono, come io ritengo che siano, gli occhi delle due Catherine, questi non sono, come è stato
detto, “notturni, che rifuggono la realtà solare e prediligono le tenebre” (prefazione all’edizione Garzanti del 1965),
bensì occhi che hanno il coraggio di osservare la realtà, qualunque essa sia. Non occhi di visionaria ma di veggente,
come erano quelli di una sua grande sorella spirituale, Emily Dickinson. Entrambe guardano oltre le apparenze ma
vedono sempre e solo la realtà, non la fantasia, come taluni, frettolosamente, pensano.
Emily è anche un’altra cosa: è Arianna, la sorella del Minotauro, legata da un legame di sangue all’uomo-bestia,
all’essere senza speranza che è suo fratello Patrick; come Catherine è legata ad Heathcliff, il suo Animus, nel quale
si rispecchia. È la donna accompagnata dalla fiera al guinzaglio, che la tiene come Catherine tiene Heathcliff… come
lei stessa tiene a bada il suo feroce cane Keeper (cioè “guardiano”). Ecco il maschile di cui è circondata Emily: per
metà uomo e per metà animale, una sintesi di Patrick, l’ambizioso ed imperioso fratello, che si può immaginare violento
durante le sue sbornie, allucinato durante i viaggi nell’oppio, e del suo cane vigoroso e pericoloso per gli altri, legato a lei
dalla fedeltà e dall’affetto tenace del cane verso il padrone.
Questo è il tipo di relazione che sembra legare la prima Catherine e Heathcliff:
“Io non gli dico mai: «Lascia stare questo e quel nemico perché non sarebbe generoso fargli del male»; io gli
dico: «Lascialo stare perché io odierei chi gli facesse del male.»” Queste sono le parole che Catherine dice ad
Isabella, invaghita di Heathcliff: parole in cui dichiara il suo potere alla rivale. Ella, si badi bene, non lo usa, giacché
lascia che Heathcliff faccia scempio dei sentimenti di Isabella. In questo caso non usarlo è come affermarlo: pur non
scatenandola in modo manifesto, Catherine non trattiene “la bestia”. Ella possiede un’influenza su Heathcliff che
quest’ultimo non esita a definire demoniaca: “Voglio che tu sappia che io so che mi hai trattato diabolicamente, sì,
diabolicamente! Mi senti? E se credi che io non me ne sia accorto, sei una sciocca [..] e se credi che io soffrirò
senza vendicarmi, illusa, ti convincerò del contrario tra non molto!”
Catherine sa che Heathcliff non si vendicherà mai su di lei, ma lo farà sugli altri; come spiega lo stesso Heathcliff, “Il
tiranno schiaccia i suoi schiavi, e loro non si rivoltano contro di lui, ma schiacciano quelli che stanno al di
sotto di loro”. Così schiaccerà Isabella col consenso di Catherine che la detesta e cercherà di abbruttire Hareton.
La seconda Catherine, invece, se in un primo tempo è tentata anch’essa dallo esercitare un potere in certo qual senso
demoniaco (“Voglio mostrarvi quali progressi ho fatto nell’arte della magia; sarò presto in grado di far piazza
pulita: la vacca rossa non è morta per caso e i vostri dolori reumatici potete considerarli come un ammonimento della provvidenza [..] vi modellerò tutti in cera e argilla e il primo che passerà i limiti da me stabiliti sarà…
ebbene non lo voglio dire quel che sarà di lui… ma… vedrete! Andatevene! state attento che vi guardo!””), poi
si rivela migliore della madre esercitando su Hareton un influsso benefico, comportandosi da vera educatrice, operando
un miracolo di maieutica portando alla luce le doti umane del giovanotto abbruttito: “La sua indole onesta, sensibile,
affettuosa e intelligente allontanò rapidamente l’ignoranza e la degradazione in cui era stato allevato e le lodi
sincere di Catherine agivano come stimolo alla sua intraprendenza. La mente, ravvivata, illuminava ormai i
tratti del suo volto, aggiungendo brio e nobiltà al suo aspetto...” dice Nelly.
La differenza tra Isabella e Cathy è che la prima si illude di trasformare un qualsiasi rospo in principe senza indagare
sulla vera natura del rospo, mentre la seconda capisce la vera natura di Hareton e non lo trasforma “baciandolo”, ossia
recitando, come da copione, l’amore vivifico e salvatore, bensì istituendo, con lui, un rapporto di reciproco scambio e
reciproca elevazione morale e spirituale. Né Hareton è strumento passivo, giacché il desiderio di elevarsi parte proprio
da lui ed è questo desiderio a renderlo umano. Egli può essere ”ripulito” da Cathy perché è un uomo travestito da bestia,
mentre Heathcliff è una bestia travestita da uomo… e come tale viene infine ammansita da uno sguardo: quello del
padrone. Hareton e Catherine, infatti, hanno gli stessi occhi della prima Catherine e questo disarma Heathcliff. Tuttavia questi è anche uomo, ma la sua umanità sembra derivare da un gioco di specchi, ossia di identificazioni: in Catherine
innanzitutto, e infine in Hareton:
“L’aspetto di Hareton era lo spettro del mio amore immortale, dei
miei selvaggi tentativi di mantenere il mio diritto; la mia degradazione, il mio orgoglio, la mia felicità e la mia angoscia”.
Heathcliff uomo non esiste nella realtà perché è una parte psichica,
che trae identità dagli altri (sembrerebbe la Puella Aeterna travestita da
maschio); ecco perché i lettori maschi non lo trovano credibile. Di fronte
alla concretezza altrui (Hareton e Catherine diventano persone reali grazie alla forza della cultura e, oserei dire, della consapevolezza) non gli
resta altra sorte che svanire: morire a questo mondo e ritornare là dond’è
venuto, a ricongiungersi col suo alter ego femminile. Uniti, essi sono
l’androgino, la figura mitica che alberga l’animo delle donne di carattere
oppresse dal ruolo femminile.
Wuthering Heights è romanzo “psichico”, nel senso che i personaggi
sono parti psichiche dell’autrice e l’ambientazione è fuori dal tempo e
dallo spazio. Da dove si dedurrebbe, infatti, che i fatti narrati risalgono
alla seconda metà circa del Settecento, se non dalla data (1801) apposta
sulla prima pagina?
Parsonage House nello Yorkshire, la dimora
dove furono scritti Cime tempestose e Jane
Eyre
Conclusione
La visione del mondo di Emily è, a dispetto di chi la vede mascolina e chi femminista, né maschile né femminile. Di
solito chi non rientra nelle categorie stereotipate viene percepito in modi opposti e giudicato dai più superficiali come
“qualunquista” (nel senso di banale) oppure “visionario” (nel senso di pazzo). Emily mostra che esiste un terzo genere,
il neutro, che appartiene alla sfera spirituale e nulla ha a che vedere con le deviazioni sessuali che adesso piace tanto
scoprire nei grandi personaggi. Emily non è femminista e malgrado ciò aborrisce il patriarcato; denuncia gli orrori della
lotta tra i due sessi, che porta alla prevaricazione degli uni sugli altri. Descrive anche un tipo di violenza molto particolare: il matrimonio con l’uomo “inetto” o inferiore in quanto ad energia psicofisica. Così è il matrimonio tra Catherine
Earnshaw ed Edgardo Linton e peggio ancora è quello tra Cathy e il figlio di Heathcliff. Essere legate ad un uomo inetto
è un incubo comune alle donne costrette a vivere attraverso l’uomo che hanno accanto ma lo è anche per qualunque
donna dotata di qualche talento. Queste coppie male assortite peggiorano il senso di vite rovinate e l’atmosfera di
sevizie morali che si ripercuotono di generazione in generazione in una spirale demoniaca e mortifera, resa anche col
ripetersi ossessivo degli stessi nomi: Catherine, Linton e Heathcliff.

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