Documento 1 - Autorità di Bacino del fiume Serchio

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Documento 1 - Autorità di Bacino del fiume Serchio
Distretto del Fiume Serchio
Integrazioni al Rapporto Ambientale al seguito del
Parere Motivato favorevole alla VAS del Piano
Febbraio 2012
Riferimenti normativi:
Legge 27 febbraio 2009 n. 13 (articolo 1, comma 3-bis)
Direttiva 2000/60/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio
del 23 ottobre 2000
Comitato Tecnico:
Seduta del 26 giugno 2009
Seduta del 11 settembre 2009
Seduta del 16 febbraio 2012
Collaboratori:
La Segreteria Tecnico Operativa
Gruppo di lavoro tecnico:
B. Lenci, G. Pergola, M. Colman, N. Coscini, A. Di Grazia, F. Falaschi,
I. Gabbrielli, F. Quilici
Consulente per l’analisi economica:
Prof. D. Viaggi – Dipartimento di Economia e Ingegneria Agrarie, Università
degli studi di Bologna
Consulente per il Rapporto Ambientale:
Dott. Biologo A. Grazzini
Comitato Istituzionale allargato (L.13/2009): seduta del 24 febbraio 2010
Segretario Generale
Prof. Raffaello Nardi
Integrazioni – Documento 1
Introduzione……………………………………………………………………………………………………………………………………………………………4
Integrazioni………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………4
1 Contenuti, obiettivi del Piano e rapporti con altri Piani/Programmi……………………………………………………………………...4
2. Stato attuale dell'ambiente ed evoluzione probabile senza il Piano……………………………………………………………………34
3. Caratteristiche ambientali, culturali, paesaggistiche delle aree potenzialmente interessate dal Piano………………51
4. Problemi ambientali esistenti, relativi al Piano, con particolare riguardo alle aree di interesse ambientale,
culturale, paesaggistico………………………………………………………………………………………………………………………………………..172
5. Rapporto del Piano con gli obiettivi ambientali internazionali e comunitari……………………………………………………..308
6. Impatti significativi del Piano sull'ambiente………………………………………………………………………………………………………426
7. Misura supplementare n.9………………………………………………………………………………………………………………………………..428
8. Misure compensative e mitigative…………………………………………………………………………………………………………………….429
9. Scelta delle alternative……………………………………………………………………………………………………………………………………..432
it
II
10. Sistema di monitoraggio…………………………………………………………………………………………………………………………………433
11. Integrazione all'interno del Piano di gestione di misure volte alla razionalizzazione e programmazione degli
utilizzi idrici, alla revisione delle concessioni, alla regolamentazione dei prelievi e al risparmio idrico………………….435
12. Sensibilizzazione, all'interno del quadro generale delle misure del Piano di gestione, al risparmio idrico
attraverso I'applicazione di metodi e tecniche da parte delle comunità per la tutela della risorsa come patrimonio
da salvaguardare………………………………………………………………………………………………………………………………………………….435
13. Integrazione delle misure del Piano di gestione con quelle dei Piani di sviluppo rurale regionali…………………….436
14. Attivazione di misure che prevedano la definizione di azioni per la realizzazione di interventi di riassetto
idrogeologico con tecniche di ingegneria naturalistica, tenendo conto del mantenimento delle condizioni di
naturalità dei fiumi, facendo ricorso a specie autoctone per la vegetazione ripariale e retro ripariale………………….449
15. Integrazione all'interno del Piano di gestione di rnisure volte all'individuazione delle aree soggette o minacciate
da fenomeni di siccita., degrado del suolo e desertificazione, in conformita a_ll'art. 93, comma 2 del d.lgs. 152/06,
secondo i criteri previsti nel Piano d'azione nazionale di cui alla delibera CIPE del 22 dicembre 1998, pubblicata.
riella Gazzetta Ufficiale n. 39 del 17 febbraio 1999 e secondo i docurnenti: "Linee guida del Piano di azione
nazionale per la lotta alla desertificazione" del 22 luglio 1999 e "Linee guida per l'individuazione delle aree soggette
a fenomeni di siccita" redatto da APAT dell'ottobre 2006…………………………………………………………………………………….449
16. Relativamente al punt() e) dell'All.VI (digs. 152/06 e s.m.i., Parte I) "obiettivi di protezione ambientale stabiliti a
livello internazionale, comunitario o degli Stati mernbri, pertinenti al piano o al programma, e model in cui, durante
la sua preparazione, si e tenuto conto di detti obiettivi e di ogni considerazione ambientale"……………………………..449
17. In accordo con i Piani energetici regionali, devono essere attivati studi per l'individuazione di siti idonei per la
realizzazione di impianti mini e micro- idroelettrici sfruttando i salti degli acquedotti e i salti idrici esistenti sui corsi
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
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Integrazioni – Documento 1
d'acqua al fine della produzione idroenergetica, solo laddove non vengano create interferenze alla risalita della
fauna ittica provvedendo all'installazione di idonei manufatti……………………………………………………………………………..450
18. Il Piano di gestione, ai fini dell'aggiornamento della classificazione dei corpi idrici del Distretto e della
definizione degli obiettivi………………………………………………….………………………………………………………………………………….450
19. Pubblicazione annuale del monitoraggio sull'efficacia delle misure in atto a partire dall'adozione/approvazione
del Piano di gestione……….……………………………………………….………………………………………………………………………………….450
20. Il Piano di gestione deve procedere a più specifici approfondirnenti nella parte riguardante lo studio del
territorio per quanto riguarda le presenze storico-culturali tutelate dal Codice dei beni culturali e paesaggistici per
gli aspetti inerenti l'interconnessione esistente con il sistema acqua in modo da garantire nella fase di monitoraggio
iI mantenimento di tale relazione di carattere storico-economico-culturale…………………………………………………………451
21. Nell'individuazione delle misure previste per il raggiungirnento degli obiettivi prefissati, allorchè sia stata
verificata l'interferenza con il regime di tutela dei beni culturali e paesaggistici presenti nel territorio devono
congiuntamente essere considerate le opere di mitigazione o minimizzazione dell'inapatto prodotto, garantendo la
qualità progettuale delle opere, compensativa dell'effetto di intrusività che potrebbe derivare dalla loro
realizzazione, specie allorchè si tratti di manufatti architettonici………………………………………………………………………….451
22. Le misure trasversali previste dal piano, nel tenere conto degli strumenti di tutela del paesaggio vigenti, devono
essere attuate prevedendo azioni sinergiche con gli uffici del Ministero per i beni e le attivita culturali (Direzioni
generali, regionali e Soprintendenze di settore), pervenendo ad opportune forme di collaborazione, anche con
appositi accordi finalizzati a considerare i beni culturali e paesaggistici elementi trainanti verso possibili scenari
positivi per l’ottimizzazione della qualità in termini di sostenibilità delle scelte operate………………………………………452
23. il Sistema di monitoraggio deve prevedere una implementazione degli indicatori di misure previste per la tutela
della risorsa acqua, affinchè le fasi attuative del Piano siano compatibili con la tutela e la valorizzazione delle
testirnonianze storico-culturali ampiamente diffuse nel territorio……………………………………………………………………….452
24. quanto sopra espresso si considera quale integrazione degli indicatori individuati nelle maniere più idonee e
compatibili con gli altri indicatori previsti dal Piano per altre competenze diverse da quelle del Ministero per i beni e
le attività culturali………………………………………………………………………………………………………………………………………………..453
25. il coinvolgimento dei soggetti portatori di interesse, previsto dal Piano, per quanto riguarda il Ministero per i
beni e le attività culturali si ritiene altresì opportuno che avvenga anche nell'attuazione delle azioni volte a
sviluppare una diffusa sensibilizzazione delle popolazioni nei confronti della tutela del suolo e della sua percezione
paesaggistica, nell'ottica di un positivo coinvolgirnento delle popolazioni per creare o accrescere la sensibilizzazione
nei confronti delle tematiche paesaggistiche e ambientali finalizzata a sostenere e a garantire lo sviluppo sostenibile
nella gestione del territorio……………………………………………………………………………………………………………..…………………..453
26. nelle successive fasi di programrnazione, di progettazione ed attuazione dei singoli interventi deve verificarsi
con specifico elaborato progettuale recepimento di tutte le osservazioni e prescrizioni del presente parere…..…..453
27. nelle successive fasi di programmazione, di progettazione ed attuazione dei singoli interventi devono essere
preventivamente coinvolte le Direzioni regionali per i beni culturali e paesaggistici e le Soprintendenze di settore di
questo Ministero per i beni e le attivita culturali…………………………………………………………………………..……………………..454
28. prima delle suddette fasi di programmazione, di progettazione ed attuazione dei singoli interventi deve essere
redatto uno specifico piano di monitoraggio, relativo all'intero piano di gestione, basato sullo studio di specifici
indicatori di sostenibilità, comprensivi degli indicatori riferiti al paesaggio ed ai beni culturali. II suddetto piano di
monitoraggio, per quanto attiene alle specifiche competenze del Ministero per i beni e le attività culturali, deve
essere condiviso con le Direzioni regionali e le Soprintendenze di settore……………………………………....…………………..454
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
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Integrazioni – Documento 1
29- L'integrazione nel piano in esame delle suddette prescrizioni deve essere oggetto di specifico capitolo della
"dichiarazione di sintesi" prevista dall'articolo 17, comma 1, lettera b) del d.lgs 152/2006 s.m.i., come anche delle
"misure adottate in merito al monitoraggio di cui all'articolo 18" del medesimo decreto legislativo…………………….454
Appendice al Documento 1. ……………………………………....………………………………………………………………………………….…..456
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
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Integrazioni – Documento 1
Introduzione
All’interno del procedimento di VAS, in data 11 febbraio 2010 la Commissione Tecnica di Verifica
dell’Impatto Ambientale – VIA e VAS del Ministero dell’Ambiente ha espresso parere positivo di
compatibilità strategica, ai sensi dell’art. 15 del D.Lgs 152/2006 e s.m. e i., sulla Proposta di Piano di
gestione delle acque, indicando però modifiche allo stesso da attuare entro un anno dalla sua
adozione/approvazione. Tale parere comprende quello, espresso il 10/12/2009, del Ministero per i Beni e le
Attività Culturali (Direzione Generale per il Paesaggio, le Belle Arti, l’Architettura e l’Arte Contemporanea,
Servizio IV - Tutela e Qualità del Paesaggio), che a sua volta aveva indicato ulteriori prescrizioni.
L’art. 17 del D.Lgs 152/2006, come modificato dal D. Lgs 4/2008, prevede che, ai fini dell’approvazione del
Piano di Gestione, l’Autorità procedente provveda a elaborare una “dichiarazione di sintesi” per illustrare
“in che modo le considerazioni ambientali sono state integrate nel piano o programma e come si è tenuto
conto del rapporto ambientale e degli esiti delle consultazioni …”.
Il Piano di Gestione delle Acque adottato dal Comitato Istituzionale dell'Autorità di Bacino Pilota del
fiume Serchio nella seduta del 24 Febbraio 2010 con delibera n. 164, pubblicata, per estratto, nella
Gazzetta Ufficiale n. 66 del 20/03/2010, comprendeva già aspetti innovativi rispetto alla Proposta di Piano.
In particolare per quanto riguarda gli aspetti relativi alle integrazioni richieste al Piano è stato allegato il
Documento 15 “Le modifiche al progetto di piano di gestione e la "dichiarazione di sintesi"” che intendeva
illustrare tutte le modifiche apportate rispetto alla Proposta di Piano di Gestione e al Rapporto Ambientale
già sottoposti a consultazione, per effetto:
- delle osservazioni pervenute sia per effetto del processo di partecipazione attuato ai sensi della
Direttiva 2000/60, sia per il procedimento di VAS;
- del parere di compatibilità strategica espresso ai sensi dell’art. 15 del D. Lgs 152/2006 e s.m.i.
A completamento del documento 15 del Piano di Gestione e al seguito di ulteriori approfondimenti
delle tematiche del Piano, resesi possibili grazie all’arco di tempo a disposizione, e in ottemperanza alle
richieste della commissione VIA-VAS da soddisfare entro un anno dalla sua adiozione – approvazione,
questa Autorità di Bacino presenta pertanto tre documenti:
 il primo di questi, seguendone l’ordine numerico, risponde a tutte le prescrizioni richieste nel
parere motivato, con l’eccezione delle modifiche al piano di monitoraggio VAS (secondo
documento) e delle integrazioni richieste dal MIBAC (documento 3);
 il secondo documento contiene le integrazioni al piano di monitoraggio VAS (documento 2);
 il terzo documento costituisce integrazione alle richieste del MIBAC riguardanti le presenze storicoculturali tutelate dal Codice dei beni culturali e paesaggistici, per gli aspetti inerenti
l'interconnessione esistente con il sistema acqua (documento 3).
Integrazioni
1 (Contenuti, obiettivi del Piano e rapporti con altri Piani/Programmi)
-Nelle note informative relative ai singoli piani/ programmi analizzati, devono essere introdotti
riferimenti ad eventuali procedimenti VAS a cui tali piani/ programmi sono stati sottoposti al
fine di coordinare le valutazioni ed evitare duplicazioni.
(Integrazione tratta dal Documento 15 “Dichiarazione di sintesi” del Piano di Gestione).
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
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Integrazioni – Documento 1
Di seguito si riporta l’elenco dei piani e programmi regionali, di cui è stata valutata la coerenza con il
presente Piano di Gestione, precisando quali di essi siano stati oggetto di procedura di VAS e il link web per
la lettura dei documenti.
Non si ravvisano elementi di duplicazione.
Piano/Programma Anno
di
VAS
validazione
regionali
Procedimento seguito
(Ordinario/Semplificat LINK alla consultazione del piano
o)
http://www.regione.toscana.it/regione/multimedia/RT/d
ocuments/
O
1199957821156_programmaforestaleregionale2007_2
011.pdf
Programma
forestale regionale 2006
2006-2011
x
Piano regionale di
azione ambientale 2006
(PRAA) 2007-2010
x
O
Piano di indirizzo
2006
territoriale (PIT)
X
O
Piano
regionale 2006
S
http://www.regione.toscana.it/regione/multimedia/RT/d
ocuments/1199795791799_PRAA_2007-2010.pdf
http://www.regione.toscana.it/regione/export/RT/sitoRT/Contenuti/sezioni/ambiente_territorio/visualizza_as
set.html_421492227.html
http://www.regione.toscana.it/regione/multimedia/RT/d
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
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Integrazioni – Documento 1
per la pesca nelle
acque interne
2007-2012
Piano di indirizzo
energetico
2007
regionale (PIER)
Piano
regionale
della mobilità e
della logistica
Piano di
delle acque
tutela
Piano
regionale
delle
attività
estrattive,
di
recupero
delle
aree escavate e di
riutilizzo dei residui
recuperabili (Praer)
Piano
agricolo
regionale
(Par)
2008-2010
Programma
regionale
di
sviluppo
20062010
ocuments/1215170372638_propescaacquacol.pdf
X
O
http://www.regione.toscana.it/regione/multimedia/RT/d
ocuments/1208949283787_10_marzo_08_PIER_per_
GRT.pdf
http://www.regione.toscana.it/regione/export/RT/sitoRT/Contenuti/sezioni/trasporti/visualizza_asset.html_2
021653218.html
http://www.regione.toscana.it/regione/multimedia/RT/d
ocuments/1241627838073_Piano_di_tutela_delle_acq
ue.pdf
http://www.regione.toscana.it/regione/multimedia/RT/d
ocuments/1200479376399_praer.pdf
http://www.regione.toscana.it/regione/multimedia/RT/d
ocuments/1241627942221_PAR.pdf
http://www.regione.toscana.it/regione/multimedia/RT/d
ocuments/16742_PRS.pdf
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
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Integrazioni – Documento 1
- Devono essere chiariti i rapporti di coerenza/sinergia o di conflitto dei contenuti del Piano di
gestione rispetto ai contenuti del Piano per l’assetto idrogeologico (PAI) e ai contenuti dei Piani
/ programmi regionali o locali per la gestione dei rifiuti e per la bonifica dei siti contaminati
(Integrazione tratta dal Documento 15 “Dichiarazione di sintesi” del Piano di Gestione).
Coerenza con il Piano di bacino, stralcio “Assetto Idrogeologico”
Il Documento 9 (“Sintesi delle misure di Piano”) affronta al paragrafo “Misure supplementari” la questione
della coerenza del Piano di Gestione con il Piano di bacino stralcio “Assetto Idrogeologico” (PAI). Si riporta
di seguito l’estratto del citato paragrafo.
“È infine importante evidenziare la coerenza delle misure supplementari individuate dal Piano di Gestione
con i principi di difesa del suolo dal rischio idraulico contenuti nel vigente Piano di bacino stralcio “Assetto
Idrogeologico” (PAI). Ciò emerge con evidenza dall’analisi delle seguenti misure:
- n. 5: Individuazione, da parte dell’Autorità di Distretto Idrografico del fiume Serchio, di aree attigue a corpi
idrici superficiali in cui promuovere la riqualificazione e la rinaturalizzazione degli ambienti fluviali mediante
emanazione di apposita disciplina, congruente con le previsioni del Piano di Assetto Idrogeologico, volta a
regolamentare le tipologie di intervento possibili e la metodologia per la loro effettuazione.
- n.6: Definizione di un “Codice di Buona Prassi” per la gestione della vegetazione riparia lungo i corsi
d’acqua. (SCHEDA 6).
- n.9: Delocalizzazione degli impianti di lavorazione dei materiali inerti ubicati lungo l’asta del fiume Serchio
e del suo affluente principale (torrente Lima) (SCHEDA 9)
- n.11 Istituzione, a cura dell’Autorità di Distretto del fiume Serchio, di un tavolo tecnico sperimentale,
costituito dai rappresentanti di tutti gli enti competenti, che costituisca la sede di confronto, elaborazione
dati, scambio di informazioni e proposte operative inerenti la gestione degli svasi in coda di piena per il
sistema idroelettrico.
- n.23 Definizione, da parte dell’ Autorità di Distretto del fiume Serchio, della provincia di Lucca e di Pistoia,
di un modello matematico per la valutazione del trasporto solido del fiume Serchio e del torrente Lima e la
conseguente individuazione dei tratti in erosione o in sovralluvionamento al fine di ripristinare le originarie
condizioni idromorfologiche, con il supporto di organismi universitari.
- n.24: Monitoraggio dei livelli idraulici negli invasi del reticolo idraulico strategico (SCHEDA 24).
Le misure suddette, avendo stretta interconnessione con la difesa del suolo dal rischio idraulico, assumono
per questa Autorità di Bacino massima rilevanza. Pertanto nell’individuazione delle priorità
nell’attuazione/finanziamento delle misure supplementari del presente Piano, ad esse sarà dato il massimo
rilievo. Ulteriori considerazioni sulle priorità delle misure supplementari saranno effettuate, congiuntamente
agli altri enti competenti, in occasione del primo aggiornamento del Piano di Gestione, sulla base degli stati
di qualità dei corpi idrici e degli obiettivi individuati ai sensi della Direttiva 2000/60/CE.”
Coerenza con piani per la gestione dei rifiuti e la bonifica dei siti contaminati
Nel presente paragrafo si riporta l’analisi del Piano di Gestione dei rifiuti della Regione Toscana e dei Piani
Provinciali di Pisa, Lucca e Pistoia all’interno delle quali ricade il territorio del Bacino del Serchio.
Per i vari piani analizzati sono stati riportati gli estremi di approvazione e sono state messe in evidenza le
disposizioni di piano in materia di risorse idriche o relative al territorio del Bacino del Serchio, in modo da
poter successivamente effettuare con maggiore efficacia la verifica della coerenza fra il Piano di Gestione e
tali piani settoriali.
Il Rapporto Ambientale (Documento 11, capitolo 6) viene pertanto integrato con le tabelle di seguito
riportate, relative ai piani regionali e provinciali dei rifiuti, in corso di attuazione.
Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
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Integrazioni – Documento 1
La Legge Regionale n. 25 del 18 maggio 1998, in attuazione del D.Lgs n. 22 del 5 febbraio 1997, detta norme
in materia di gestione dei rifiuti nonché per la messa in sicurezza, la bonifica e il ripristino ambientale dei
siti inquinati, stabilisce che è competenza della Regione l'approvazione del Piano regionale di gestione dei
rifiuti e, all'articolo 10 c.1, afferma che il Piano può essere approvato anche per i seguenti stralci Funzionali
e tematici:
• Primo stralcio: rifiuti urbani;
• Secondo stralcio: rifiuti speciali anche pericolosi;
• Terzo stralcio: bonifica delle aree inquinate.
Di seguito sono riportate le tabelle di sintesi relative ad ognuno dei tre stralci di Piano di gestione dei rifiuti
della Regione Toscana.
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
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Integrazioni – Documento 1
TITOLO
Piano Regionale di Gestione dei rifiuti – Primo stralcio relativo ai rifiuti urbani e assimilati
Ente
Tipologia
Codice
Ambito geografico
Ambito temporale
Regione Toscana
Deliberazione del Consiglio Regionale
D.C.R. 7 Aprile 1998, n.88
Territorio regionale
Il contenuto e le finalità del piano di gestione dei rifiuti sono stabiliti dalla L.R. 4/95 integrati dai principi sanciti dal D.Lgs 22/97. In generale il Piano regionale detta prescrizioni di carattere
generale per la redazione dei piani provinciali e promuove la riduzione delle quantità dei volumi e della pericolosità dei rifiuti.
Il Primo stralcio di Piano di Gestione dei rifiuti, relativo ai rifiuti urbani e assimilati si articola nei seguenti capitoli:
1. Premessa e indicazioni generali
2. Indicazione degli interventi più idonei ai fini della riduzione della quantità, dei volumi e della pericolosità dei rifiuti, ai fini della semplificazione dei flussi di rifiuti da inviare a
impianti di smaltimento finale nonché a promuovere la regionalizzazione della raccolta, della cernita e dello smaltimento dei rifiuti urbani anche tramite la riorganizzazione dei
servizi
3. L’organizzazione delle attività di raccolta differenziata dei rifiuti urbani sulla base degli obiettivi all’interno degli ATO
4. La tipologia e il complesso degli impianti di smaltimento e di recupero dei rifiuti urbano da realizzare nella regione, tenendo conto dell’obiettivo di assicurare la gestione dei rifiuti
non pericolosi all’interno degli ATO, nonché l’offerta di smaltimento e di recupero da parte del sistema industriale e i relativi processi di commercializzazione
5. I criteri per l’individuazione da parte delle province, delle aree non idonee alla localizzazione degli impianti di smaltimento e di recupero dei rifiuti, nonché per l’individuazione dei
luoghi o impianti adatti allo smaltimento dei rifiuti. Le condizioni e i criteri tecnici in base ai quali, nel rispetto delle disposizioni vigneti in materia, gli impianti di gestione dei rifiuti,
Struttura sintetica
a eccezione delle discariche, possono essere localizzati nelle aree destinati a insedianti produttivi
6. La tipologia e il complesso degli impianti di smaltimento e di recupero dei rifiuti speciali non pericolosi da realizzare nella regione tali da assicurare lo smaltimento dei medesimi in
luoghi prossimi a quelli di produzione al fine di favorire la riduzione della movimentazione dei rifiuti nonché la caratterizzazione dei prodotti recuperati e i relativi processi di
commercializzazione
7. La stima dei costi delle operazioni di recupero e di smaltimento e la definizione di standard tecnici economici
8. La definizione di sistemi di controllo della gestione dei servizi in relazione agli standard
9. L’indicazione delle fonti per il reperimento delle risorse finanziarie necessarie alla realizzazione degli impianti
10. I criteri per l’individuazione degli interventi prioritari da ammettere a finanziamento
11. delimitazione degli Ambiti Territoriali Ottimali (ATO) per la gestione dei rifiuti urbani
12. Piano per la bonifica delle aree inquinate
13. Piano per la gestione dei rifiuti urbani anche pericolosi
DISPOSIZIONI SPECIFICHE IN MATERIA DI RISORSE IDRICHE
Oggetto e finalità
CONTENUTI DEL PIANO (testi estratti dalla disciplina di piano)
Cap. 4, Par. 4.5
4.5 Impianti di stoccaggio definitivo
…
Il percolato deve essere smaltito secondo le norme vigenti in materia di depurazione delle acque.
….
Deve essere effettuato il monitoraggio sia delle acque superficiali che sotterranee
…..
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
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Integrazioni – Documento 1
Per le acque sotterranee devono essere effettuate su tutti i piezometri le seguenti rilevazioni:
misura del livello piezometrico con cadenza almeno mensile
determinazione delle caratteristiche qualitative con frequenza almeno trimestrale dei seguenti parametri: ph, conducibilità elettrica specifica, durezza…..
….
Percolato: Dovrà essere effettuato il monitoraggio del livello piezometrico con frequenza da definire in funzione della soggiacienza e dell’intervallo di escursione della falda misurato durante la
fase operativa
….
Par. 5.1 CRITERI DI LOCALIZZAZIONE PER IMPIANTI DI TRATTAMENTO E MASLTIMENTO DEI RIFIUTI
Fattori escludenti
I siti idonei alla realizzazione di u impianto di trattamento e smaltimento di rifiuti urbani e assimilabili NON DEVONO ricadere in:
….
Aree collocate nelle fasce di rispetto da punti di approvvigionamento idrico a scopo potabile…
…
Territori contermini ai laghi compresi in una fascia della profondità di 300 me dalla linea della battigia….
Aree che ricadono negli ambiti fluviali “A1” di cui alla DCRT 230/94
Aree destinate al contenimento delle piene individuate dai piani di bacino…
Fattori penalizzanti
Cap 5, Par 5.1
Costituiscono fattori penalizzanti per la valutazione:
….
Aree sottoposte a vincolo idrogeologico…
….
Aree che ricadono negli ambiti fluviali “A2” e “B” di cui alla DCRT 230/94
Aree a rischio di inondazione
Fiumi torrenti e cors’ d’acqua e le relative sponde o piede degli argini per una fascia di 150 m ciascuna
Zone umide incluse nell’elenco di cui al, DPR n.448/76
Interferenza con i livelli di qualità delle risorse idriche superficiali e sotterranee
Cap 5, Par 5.2, 5.2.1
5.2 Criteri integrativi per le singole tipologie di impianto
5.2.1 Discariche
Fattori escludenti
I siti idonei alla realizzazione di discariche non devono ricadere in:
aree nelel quali non sussista almeno u franco di 1,5 m tra il livello di massima escursione della falda e il piano di campagna….
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
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Integrazioni – Documento 1
TITOLO
Piano Regionale di Gestione dei rifiuti – Piano di gestione dei rifiuti speciali e speciali pericolosi
Ente
Tipologia
Codice
Ambito geografico
Ambito temporale
Regione Toscana
Deliberazione della Giunta Regionale
D.G.R. 29 Marzo 1999, n.320
Territorio regionale
Gli obiettivi del piano sono:
- la determinazione di un quadro di conoscenze relative alla quali-quantificazione della produzione di rifiuti speciali anche pericolosi nel territorio regionale, anche attraverso ulteriori verifiche
da effettuarsi in occasione della predisposizione dei Piani Provinciali di gestione;
- l’indicazione di modalità e processi di riduzione alla fonte della produzione di rifiuti speciali anche pericolosi;
Oggetto e finalità
- lo sviluppo di azioni di recupero-riutilizzo all’interno dei cicli di produzione anche attraverso incentivi all’innovazione tecnologica;
- l’innesco di rapporti orizzontali fra industrie e attività economiche diverse, finalizzati a massimizzare le possibilità di recupero reciproco degli scarti prodotti all’interno di ogni ATO;
- l’implementazione e/o la realizzazione di un’ impiantistica di gestione finalizzata alla riduzione della pericolosità dei rifiuti speciali anche pericolosi prodotti all’interno di ogni ATO;
- l’implementazione, l’adeguamento e/o la realizzazione di una adeguata impiantistica di smaltimento tesa a minimizzare il trasporto dei rifiuti, a ridurre gli impatti e a offrire servizi
economicamente vantaggiosi all’apparato produttivo della regione.
Il Secondo stralcio di Piano di Gestione dei rifiuti, relativo ai rifiuti speciali e speciali pericolosi si articola nei seguenti capitoli:
1. Premessa
2. La produzione di rifiuti speciali e speciali pericolosi in toscana
3. La situazione esistente circa le modalità di recupero, trattamento, smaltimento
4. Indicazione degli interventi più idonei ai fini della riduzione della quantità e della pericolosità dei rifiuti e forme di incentivazione
Struttura sintetica
5. La tipologia e il complesso degli impianti e delle attivita’ di recupero e di smaltimento dei rifiuti pericolosi e non-pericolosi da realizzare in ambito regionale
6. I criteri di localizzazione di nuovi impianti
7. Requisiti per le tecnologie impiantistiche
8. I costi di smaltimento
9. Opportunità di agevolazione per le imprese
DISPOSIZIONI SPECIFICHE IN MATERIA DI RISORSE IDRICHE
Cap 4, Par 4.6
Cap 5, Par 5.4.4.2
CONTENUTI DEL PIANO (testi estratti dalla disciplina di piano)
6.4 Impianti di recupero ex art 31 e art 33 D.Lgs. 22/97
I criteri sopra individuati non si applicano agli impianti di recupero disciplinati ex artt. 3133 del DECRETO.
Gli impianti di recupero ex artt. 31 e 33 DECRETO e per gli impianti di autosmaltimentoex art. 31 sono localizzabili solo all’interno di aree con destinazione urbanistica a zone
industriali o a servizi tecnologici ed equivalenti. Tale localizzazione deve comunque rispettare:
…..
- i vincoli normativi sulla tutela delle fonti di approvvigionamento idrico, le distanze dai corsi d’acqua, le aree protette, i rischi di frana ed erosione.
5.4 Gestione di altre particolari categorie di rifiuti
5.4.4 I rifiuti da attività agricole
5.4.4.2 Divieti
E’ vietato l’abbandono sul suolo o nel suolo di prodotti fitosanitari inutilizzati e degli imballaggi primari, il loro abbandono nelle acque superficiali o sotterranee nonché tutte le forme di
smaltimento difformi da quanto previsto dalla normativa vigente (incenerimento in pieno campo, interramento ecc.).
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
11
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Cap.6, introduzione
Cap. 6, Par. 6.2
Cap. 6, Par. 6.4
Cap. 6, Par. 6.5
E’ altresì vietato lo sversamento sul suolo o nelle acque superficiali e sotterranee dei reflui di lavaggio dei contenitori di prodotti fitosanitari sottoposti a procedimenti di bonifica. Le acque
residuate dalle operazioni di lavaggio debbono essere immesse esclusivamente nella miscela preparata per il trattamento fitosanitario.
6. I CRITERI DI LOCALIZZAZIONE DI NUOVI IMPIANTI
…
I siti idonei alla realizzazione di un impianto di trattamento termico di rifiuti speciali non devono ricadere in:
…
aree con presenza di insediamenti residenziali - all’interno di un centro abitato, senza considerare le case sparse - inferiori a 200 metri dal punto di scarico dei rifiuti; tale limite è
posto a 500 metri qualora all’impianto siano conferiti rifiuti pericolosi;
aree collocate nelle fasce di rispetto (200 m o altra dimensione superiore definita in base a valutazioni delle caratteristiche idrogeologiche del sito) da punti di approvvigionamento
idrico a scopo potabile, ai sensi del DPR 236/88;
zone di particolare interesse ambientale di cui alla L. 431/85 sottoposte a tutela ai sensi della legge 29 giugno 1939 n. 1497, riferite a:
- territori costieri compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia anche per i terreni elevati sul mare;
- territori contermini ai laghi compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia, anche per i terreni elevati sui laghi;
aree che ricadono negli ambiti fluviali A1 e A2 di cui alla DCRT 230/94;
aree destinate al contenimento delle piene individuate dai Piani di bacino di cui alla L. 183/89;
6.2 Impianti industriali con co-combustione di CDR e impianti di recupero energetico ex art 31 D. Lgs. 22/97 non destinati alla combustione di CDR
….
Le localizzazioni industriali devono, in ogni caso, rispettare i vincoli riguardanti la tutela delle fonti di approvvigionamento idrico, le distanze dai corpi idrici, le distanze dalle aree residenziali, le
aree protette, i rischi di frana ed erosione.
6.4 Impianti di recupero ex art 31 e art 33 D.Lgs. 22/97
…
Tale localizzazione deve comunque rispettare:
….
- i vincoli normativi sulla tutela delle fonti di approvvigionamento idrico, le distanze dai corsi d’acqua, le aree protette, i rischi di frana ed erosione.
6.5 Impianti di discarica
Per gli impianti di discarica destinati allo smaltimento di rifiuti speciali non pericolosi si applicano le norme generali previste - anche nel Piano Regionale I stralcio - per gli impianti di discarica
di rifiuti urbani.
Per gli impianti di discarica nei quali siano conferiti rifiuti pericolosi si applicano i vincoli di localizzazione di seguito specificati.
Oltre i limiti alla localizzazione di cui al punto 6 i siti idonei alla realizzazione di un impianto di discarica di rifiuti pericolosi non devono ricadere in:
Aree sottoposte a vincolo idrogeologico.
….
aree con presenza di insediamenti residenziali-all’interno di un centro abitato, senza considerare le case sparse-inferiore a 2000 metri dal punto di scarico dei rifiuti
aree con presenza di scuole e ospedali a distanza inferiore a 2000 metri dal punto di scarico dei rifiuti
aree nelle quali non sussista un franco di almeno 5 m tra il livello di massima escursione della falda e il piano di campagna ovvero il piano su cui posano le opere di
impermeabilizzazione artificiale;
aree collocate nelle fasce di rispetto (200 m o altra dimensione superiore definita in base a valutazioni delle caratteristiche idrogeologiche del sito ) da punti di approvvigionamento
idrico a scopo potabile ai sensi del DPR 236/88
……
Territori contermini a fiumi e corsi d’acqua e relative sponde o piede degli argini per una fascia di 150 metri;
zone umide incluse nell’elenco di cui al DPR 448/76
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
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Integrazioni – Documento 1
Cap. 7, Par. 7.1.1
Cap. 7, Par. 7.2.1
Cap. 7, Par. 7.3.1
Cap. 7, Par. 7.4.1.1
7.1 Impianti di stoccaggio
7.1.1 Requisiti minimi per la progettazione
…
I reflui inquinanti provenienti dalle operazioni di movimentazione e stoccaggio devono essere raccolti mediante un sistema di collettamento delle acque costituito da canalette, pozzetti e
serbatoio di raccolta evitando qualsiasi forma di ristagno. Le acque di prima pioggia dovranno essere convogliate ad un serbatoio di raccolta per un quantitativo corrispondente ai primi 5 mm
di pioggia caduti sulla superficie esterna. Il volume del serbatoio sarà quindi dimensionato in relazione all'estensione della superficie. I reflui e le acque di prima pioggia raccolti che non
rientrano nella Tabella A della L. 319/76 devono essere sottoposti a processi di depurazione prima di essere convogliati allo scarico oppure devono essere conferiti a ditte autorizzate allo
smaltimento. Tutti gli scarichi idrici devono essere autorizzati secondo quanto previsto dalla normativa in vigore.
7.2 Impianti di recupero di rifiuti speciali
7.2.1 Requisiti minimi per la progettazione
…
Il sistema di collettamento delle acque costituito da canalette, pozzetti e serbatoio di raccolta evitando qualsiasi forma di ristagno di liquidi sulla pavimentazione. Le acque di prima pioggia
dovranno essere convogliate al serbatoio di raccolta per un quantitativo corrispondente ai primi 5 mm di pioggia caduti sulla superficie esterna; il volume del serbatoio sarà quindi
dimensionato all'estensione della superficie. I reflui e le acque di prima pioggia raccolti nel serbatoio di raccolta devono essere
sottoposti a processi di depurazione prima di essere scaricati oppure devono essere conferiti a ditte autorizzate allo smaltimento.
Tutti gli scarichi devono essere autorizzati secondo quanto previsto dalla normativa in vigore, Legge 319/76 e successive modifiche, al DPR n. 962 del 20/09/1973 e ai decreti 27 gennaio 1992,
n. 132 e 133) o dal regolamento di fognatura adottato dall'ente titolare del servizio.
7.3 Impianti di termodistruzione di rifiuti speciali e speciali pericolosi
7.3.1 Requisiti minimi per la progettazione
…
Deve essere prevista la depurazione entro i limiti di legge per lo scarico delle acque inquinate di processo (percolati. acque di lavaggio delle emissioni gassose, ecc.), delle acque di lavaggio
delle superfici degli edifici e del macchinari e delle acque di prima pioggia, tutti gli scarichi devono essere autorizzati secondo quanto previsto dalla normativa in vigore (L.319/76 e successive
modifiche, al DPR n. 962 del 20/09/1973 ed ai decreti 27 gennaio 1992, n 132 e 133) o dal regolamento di fognatura adottato dall'ente titolare del servizio.
…
Nelle aree in cui vi sia il rischio di immissione di sostanze inquinanti nel suolo o nelle acque sotterranee oppure di spandimenti di acqua inquinata a causa di rovesciamenti o di operazioni di
estinzione incendi, deve essere prevista la presenza di idonei sistemi di raccolta delle acque o delle sostanze inquinanti oltre ad una adeguata capacità di deposito delle stesse. Tali sistemi
devono permettere la successiva depurazione dei reflui raccolti entro i limiti di legge per lo scarico in acque superficiali in un impianto di depurazione.
7.4.1 Discarica per rifiuti pericolosi
7.4.1.1 Requisiti minimi per la progettazione
…..
Il percolato raccolto alla base della discarica deve essere allontanato con continuità e in sede progettuale devono essere definite le scelte di trattamento e/o smaltimento. Si ricorda che i
percolati da discarica per rifiuti speciali, pericolosi e non, sono caratterizzati da rilevanti fluttuazioni dei valori rilevabili per i parametri inquinanti ed in concomitanza con elevati valori di COD,
azoto ammoniacale e salinità; inoltre presentano una difficile biodegradabilità a causa del conferimento in tali discariche di rifiuti con limitata presenza di materiale organico. Si riscontra per di
più la presenza nel percolato di agenti inibitori del processo biologico e di sostanze tossiche persistenti bioaccumulabili, come identificati nella delibera del comitato interministeriale per la
tutela dell'acqua dall'inquinamento (Delibera C.I. 30.12.80 G.U. 9/10.01.1981 - Allegato 4)……
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TITOLO
Piano regionale di gestione dei rifiuti - Terzo stralcio relativo alla bonifica delle aree inquinate
Ente
Tipologia
Codice
Ambito geografico
Ambito temporale
Regione Toscana
Deliberazione del Consiglio Regionale
D.C.R. 21 Dicembre 1999, n.384
Territorio regionale
Il Piano Regionale per la bonifica, la messa in sicurezza ed il ripristino ambientale delle aree inquinate contiene:
a) gli obiettivi generali ed i principi per la sua attuazione;
b)l’individuazione degli ambiti di bonifica con le caratteristiche generali degli inquinanti presenti, secondo il seguente ordine di priorità:
-intervento a breve termine relativo alle aree da bonificare per le quali è stato constatato un danno ambientale in atto con
necessità di messa in sicurezza e/o bonifica urgente;
Oggetto e finalità
-intervento a medio termine relativo alle aree da bonificare per le quali esiste un potenziale inquinamento ma in cui non è
stato accertato un danno ambientale in atto;
c)l’individuazione dei siti con necessità di ripristino ambientale;
d) le prescrizioni per la definizione degli interventi
di bonifica e risanamento ambientale ;
e) il programma pluriennale dei finanziamenti per la realizzazione degli interventi inseriti nel piano.
Il Terzo piano stralcio di Piano di Gestione dei rifiuti, relativo alla bonifica dei siti inquinati si articola nei seguenti capitoli:
1. Premessa
2. Il primo piano - sviluppo e stato dell’arte.
Struttura sintetica
3. Revisione del primo piano regionale di bonifica
4. Le azioni previste
5. Obiettivi degli interventi di bonifica
6. Indicazioni delle fonti per il reperimento delle risorse finanziarie necessarie alla realizzazione del piano
DISPOSIZIONI SPECIFICHE IN MATERIA DI RISORSE IDRICHE
Cap 5. Par 5.2
Cap 5. Par 5.3
CONTENUTI DEL PIANO (testi estratti dalla disciplina di piano)
5. OBIETTIVI DEGLI INTERVENTI DI BONIFICA
5.2 La bonifica dei siti riferibili a precedenti attivita’ di smaltimento dei rifiuti
…
Elementi relativi all’ambiente.
Devono essere:
• rilevati i caratteri delle rocce del fondo e delle pareti: rocce lapidee o rocce incoerenti o pseudocoerenti e loro tipo e grado di permeabilità;
• studiati e definiti i rapporti con le acque sotterranee: presenza e caratteri (ivi compresi quelli dinamici) delle falde; loro vulnerabilità; loro interesse come risorsa idrica; loro attuale
utilizzazione.
• studiati e definiti i rapporti con le acque superficiali: rapporti con le acque di ruscellamento superficiale da monte; rapporti con le acque superficiali di valle; alluvionabilità dell’area.
…
5. OBIETTIVI DEGLI INTERVENTI DI BONIFICA
5.3 La bonifica delle aree industriali dismesse
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Integrazioni – Documento 1
Le aree inquinate a causa di vecchie attività industriali si trovano in situazioni ambientali apparentemente meno variate rispetto alle vecchie discariche; più spesso interessano pianure
alluvionali o comunque situazioni morfologicamente piane o poco acclivi. Spesso in queste aree vi sono falde acquifere importanti che costituiscono una risorsa idrica ampiamente utilizzata
…
Dati relativi all’attività .
Deve essere:
…
rilevata la presenza di materiali inquinanti sul soprasuolo, nel suolo, nel sottosuolo e nella falda acquifera interessata.
…
Dati relativi all’area
Devono essere:
….
studiati e definiti i rapporti con le acque sotterranee ed i caratteri (compresi quelli dinamici) della falda, la loro vulnerabilità, il loro interesse come risorsa idrica e la loro attuale
utilizzazione;
Studiati e definiti i rapporti con le acque superficiali e l’alluvionabilità dell’area;
valutate le condizioni di stabilità dell’area;
determinati i rischi naturali o indotti presenti nell’area come: i rischi di erosione, di subsidenza, di sommersione, di incendio, etc;
….
Inquinamento delle acque sotterranee.
In molti casi, nell’ambito di aree industriali od anche in prossimità di discariche, si riscontrano fenomeni di inquinamento di origine antropica delle falde acquifere sotterranee. Tali fenomeni
sono caratterizzati da alterazioni chimiche e/o fisiche della qualità delle acque sotterranee rispetto alla loro naturale costituzione.
L’origine di tali contaminazione in alcuni casi può essere evidente e facilmente riscontrabile, in altri invece le cause risultano difficilmente identificabili, spesso per interazioni con fenomeni
naturali di non facile interpretazione idrogeologica.
La matrice “acqua sotterranea” spesso rappresenta il veicolo di trasporto e diffusione preferenziale di elementi chimici inquinanti nei confronti dell’ambiente e dell’uomo. L’emungimento di
acque sotterranee inquinate tramite pozzi e l’interconnessione di queste con le acque superficiali rappresentano la più diretta fonte di rischio.
La presenza degli elementi inquinanti nelle acque sotterranee trae origine di solito da una o più “sorgenti inquinanti”. L’identificazione di quest’ultime è spesso difficile e non univoca ma in
generale è possibile distinguere alcune tipologie:
superficiali o profonde; arealmente estese, come ad esempio l’inquinamento di origine agricola, oppure puntuali, come ad esempio sversamenti sul suolo o direttamente in falda tramite pozzi
perdenti. La fonte inquinante può essere stata prontamente rimossa oppure persistere come ad esempio nel caso di accumuli di rifiuti o materiali inquinanti sottoposti a processi di
dilavamento ed infiltrazione nel terreno. Talora è ragionevole ipotizzare il permanere, a causa della conformazione idrogeologica dell’area, di sacche concentrate di sostanze che per la loro
natura possono stazionare per lungo tempo. In generale è necessario distinguere fra la rimozione o neutralizzazione della sorgente inquinante ed il processo di disinquinamento vero e
proprio della falda, anche se in alcuni casi le due fasi sono strettamente connesse.
Elemento fondamentale per la progettazione del risanamento è costituito dalla conoscenza delle condizioni idrogeologiche ed idrochimiche della falda nonché delle condizioni di flusso e di
diffusione degli elementi inquinanti al fine di costruire un modello concettuale che permetta di verificare le diverse ipotesi di intervento.
In particolare dovrà essere determinata, attraverso studi ed indagini mirate:
• la struttura idrogeologica dell’area;
• l’andamento della falda;
• le caratteristiche degli inquinanti presenti;
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
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Integrazioni – Documento 1
• la concentrazione e l’estensione delle aree
contaminate;
• le modalità e la sorgente di contaminazione
• identificazione dei flussi degli inquinanti
rispetto alla direzione ed al senso di scorrimento
della falda in rapporto all’ubicazione dell’area;
• le variazioni temporali delle concentrazioni;
• l’influenza dei contaminanti sull’uso attuale o futuro della falda;
L’intervento di disinquinamento sulla falda dovrà essere mirato a ricondurre le caratteristiche della stessa alle condizioni naturali locali. Si dovrà far riferimento a quei parametri di
inquinamento per i quali è stata prodotta alterazione per effetto della contaminazione dell’area da bonificare.
Dal punto di vista idrogeologico si distinguono diverse tipologie di intervento che generalmente possono essere ricondotte a: drenaggio delle acque contaminate tramite emungimento della
falda (valutando la necessità di successiva depurazione delle acque per lo scarico); ricarica della falda con acqua non contaminata; drenaggio e ricarica; barriere fisiche tese all’isolamento
dell’area contaminata; trattamento in sito con metodi chimici, fisici, biologici o combinazioni di questi. In ogni caso l’efficacia dei metodi di disinquinamento, specie se sperimentali, andrà
attentamente valutata su modelli concettuali e con campi prova in situ e raffrontata con altre tipologie alternative di intervento. Dovrà essere valutata la “durata” delle operazioni
specificando l’andamento presunto nel tempo dei parametri di riferimento in modo da fissare delle “tappe” intermedie di verifica e “messa a punto” nonché indicati i risultati finali.
Come prevede la L.R. all’art.20 comma 12 la certificazione finale potrà essere rilasciata dalla Provincia anche in presenza di processi di depurazione a lungo termine della falda acquifera,
approvati nell’ambito dello stesso progetto di bonifica, successivamente alla neutralizzazione delle fonti inquinanti ed alla bonifica dell’area soprastante, in conformità al progetto stesso. Gli
obiettivi di decontaminazione della falda saranno indicati nel certificato stesso, fermo restando che la fideiussione verrà svincolata dall’Ente che ha approvato il progetto solo all’avvenuta
attuazione di tutto il progetto di bonifica.
5. OBIETTIVI DEGLI INTERVENTI DI BONIFICA
5.4 La bonifica delle aree minerarie
…
Caratterizzazione delle aree minerarie ai fini della bonifica e/o messa in sicurezza.
Una discarica mineraria, ai fini della sua bonifica o messa in sicurezza può essere descritta attraverso diversi parametri: epoca di colmamento; natura dei materiali e loro classificazione come
rifiuti; dimensioni; giacitura; condizioni di stabilità dell’ammasso; condizioni di conservazione delle superficie; stato della vegetazione; inserimento paesaggistico; rapporto con le acque
superficiali e sotterranee; condizioni di inquinamento dell’aria, del suolo, delle acque sotterranee, delle acque superficiali, della flora e della fauna; uso attuale e previsto dell’area.
…
Rapporto con le acque superficiali
Cap 5. Par 5.4
Tutte le discariche soprasuolo vengono interessate dalle acque di pioggia che cadono e ruscellano direttamente sulla superficie; le discariche di versante e di colmamento di vallette, possono
essere interessate anche dal ruscellamento delle acque provenienti dalle aree poste idrograficamente a monte. Le acque di ruscellamento, se non opportunamente regolate possono
determinare l’erosione anche molto intensa delle superfici o, accumularsi e ristagnare in cavità dovute al non corretto modellamento della superficie o in avvallamenti. La presenza di aree di
ristagno aumenta il tasso di infiltrazione e può determinare maggiore inquinamento delle acque sotterranee e peggiori condizioni di stabilità dell’ammasso.
Le acque di ruscellamento superficiale possono erodere il materiale e trasportarlo sul suolo e nei corpi idrici, disperdendoli assieme ai normali sedimenti lungo il corso.
Rapporto con le acque sotterranee
Le acque di ruscellamento superficiale, avendo di norma i materiali di discarica una certa permeabilità, si infiltrano nell’ammasso di discarica e, se il substrato non è impermeabile, si possono
infiltrare nel sottosuolo e raggiungere le falde. Al contrario, antiche sorgenti presenti l’ammasso di materiali, variando la sua stabilità.
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
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Nelle aree minerarie, molto spesso, per le esigenze di coltivazione dei giacimenti, la falda ha subito notevoli modifiche rispetto alle sue condizioni naturali; generalmente è stata drenata ed
abbassata anche per diverse centinaia di metri. Le acque di percolazione delle discariche, in aree a falda depressa, possono mescolarsi con le altre acque di miniera e fuoriuscire da gallerie di
scolo funzionanti a gravità o tramite sistemi di pompaggio. Quando la miniera viene abbandonata, in relazione alle strutture drenanti, al loro principio di funzionamento ed al loro stato di
conservazione, la falda può subire ulteriori notevoli variazioni. Tali variazioni possono riguardare la falda ai livelli precedenti la coltivazione o addirittura a livelli localmente superiori per il
collegamento fra falde e sistemi idrici operato dal reticolo di gallerie di miniera.
Agli effetti del risanamento delle discariche minerarie o dei bacini, i rapporti con la falda devono essere definiti in ogni loro aspetto.
Considerare attentamente il rapporto potenziale frala discarica e la falda è importante per due ragioni principali: la prima è per gli eventuali problemi di inquinamento, la seconda è perché la
stabilità del sistema ammasso-substrato potrebbe essere messa in crisi dall’aumento del livello di falda.
…
Acque
Le acque superficiali raramente risultano inquinate: ciò non significa necessariamente che i materiali non rilascino, ma più spesso significa che i tempi di contatto e il meccanismo di
dispersione e di diluizione sono sufficienti a non determinare problemi di inquinamento localmente apprezzabile. Dove esistono problemi di inquinamento delle acque superficiali in genere si
tratta di acque che tornano in superficie dopo aver drenato discariche e gallerie minerarie o di acque di bacini a debole ricambio con presenza di materiali inquinanti sul fondo.
Le acque sotterranee possono più facilmente presentare problemi di inquinamento anche per i tempi lunghi di permanenza a contatto con l’inquinante. Non è comunque possibile descrivere
schematicamente una casistica per la molteplicità delle situazioni idrogeologiche e dei rapporti con le sorgenti di inquinamento.
….
Indirizzi per la bonifica o la messa in sicurezza delle aree minerarie
….
Potranno esserci una o più fasce di rispetto ed in particolare:
la fascia di rispetto per la stabilità geomorfologica dell’area;
la fascia di rispetto idrogeologico;
la fascia di rispetto idraulico;
All’interno dell’area direttamente interessata dalla bonifica non possono essere effettuati lavori e opere se non quelli previsti dal progetto; il divieto è categorico e riguarda anche piccole
opere come: reti fognarie, acquedotti, linee elettriche, uso del suolo e sistemi di lavorazione del suolo, etc..
…
Di seguito si indicano schematicamente le principali soluzioni adottabili:
1 - asportazione dei materiali, dei terreni e delle strutture, inquinanti;
2 - confinamento dei materiali inquinanti e dei terreni inquinati tramite varie tecnologie quali ad esempio: a) inertizzazione in situ, realizzazione di barriere impermeabili superiori, laterali, ed
inferiori; b) realizzazione di barriere attive tramite pompaggio della falda ed eventuale depurazione delle acque;
Ove malgrado l’utilizzo delle migliori tecnologie disponibili permanga un rischio residuo per l’ambiente e per l’uomo dovrà essere: inibito l’utilizzo dell’acqua e dei prodotti del suolo, nell’area
e nella fascia di rispetto; inibito l’uso dell’area al transito delle persone e degli animali nell’area ed eventualmente nella fascia di rispetto.
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
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Integrazioni – Documento 1
Piani Provinciali di gestione dei rifiuti
Provincia di Pisa
La Provincia di Pisa è dotata esclusivamente del Piano provinciale di gestione dei rifiuti – 1° stralcio relativo
ai rifiuti solidi urbani, approvato con delibera del C.P. n° 36 del 25/02/2000. Il piano sarà tuttavia ancora
valido solo fino all’approvazione del piano interprovinciale attualmente in fase di elaborazione.
E’ stato redatto un Piano per i rifiuti speciali, consultabile sul sito della provincia, tuttavia mai adottato che
quindi viene utilizzato solo con il valore di linee guida.
I siti destinati allo smaltimento degli Rsu della Provincia di Pisa sono comunque al di fuori dell’area del
Bacino del Serchio per cui il Piano ha un interesse marginale ai fini della presente valutazione.
Provincia di Lucca
La Provincia di Lucca è dotata esclusivamente del Piano provinciale di gestione dei rifiuti – 1° stralcio
relativo ai rifiuti solidi urbani, approvato con delibera del C.P. n° 178 del 17/11/1999. Il piano sarà tuttavia
ancora valido solo fino all’approvazione del piano interprovinciale attualmente in fase di elaborazione.
Gli elementi di interazione fra il presente Piano di Gestione e la disciplina del Piano provinciale riguardano
essenzialmente gli interventi previsti che ricadono all’interno del territorio del Bacino del Serchio, riportati
nelle tabelle seguenti:
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
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Integrazioni – Documento 1
CONTENUTI DEL PIANO DELLA PROVINCIA DI LUCCA (testi estratti dalla disciplina di piano)
Cap. 1, Par. 1.7
Cap. 2, Par. 2.2
Cap. 4, Par. 4.2
Cap. 4, Par. 4.3
1.7. Impianti realizzati, in costruzione, progettati
….
Impianto di selezione e compostaggio di Pioppogatto (Massarosa)
L’impianto di selezione e compostaggio - già previsto nella precedente pianificazione regionale e provinciale - è stato progettato e posto in gara sotto gestione commissariale regionale.
L’impianto di selezione e compostaggio è stato concepito come sezione integrata con un impianto di incenerimento della frazione combustibile, ma costituisce comunque una sezione
funzionale, operativa anche indipendentemente dall’inceneritore.
La sezione di selezione e compostaggio è in corso di costruzione e se ne prevede il completamento entro il 1999.
Tale impianto - con alcune modifiche e adeguamenti non sostanziali, il principale dei quali è la previsione di destinare la sezione di trattamento biologico alla stabilizzazione della frazione
umida - risulta idoneo a soddisfare i fabbisogni di trattamento e smaltimento dell’intera provincia di Lucca, una volta raggiunto almeno l’obbiettivo minimo di raccolta differenziata, in qualsiasi
periodo stagionale.
Tale impianto è ricompreso nelle previsioni di Piano Provinciale, con l’identificazione degli opportuni adeguamenti idonei a consentire di assolvere ad una funzione di livello provinciale.
2.2. Struttura e sviluppo del sistema di gestione dei rifiuti della Provincia di Lucca
La gestione dei rifiuti della Provincia di Lucca si articolerà in tre fasi di sviluppo:
…
󲐀 la seconda fase, a partire dalla fine del 1999 e comunque al più tardi dall’inizio dell’anno 2000, sarà caratterizzata - in aggiunta a quanto già previsto - dall’entrata in esercizio dell’impianto di
trattamento meccanicobiologico di Pioppogatto (Massarosa), con il quale (Pot. Max. 140.000 t/a) dovrebbe essere sostanzialmente coperto il fabbisogno di trattamento e stabilizzazione della
quasi totalità dei rifiuti generati dalla Provincia di Lucca; i sottoprodotti dell’impianto (fos, frazione secca), qualora non valorizzabili, saranno destinati a smaltimento in discarica presso
l’impianto di Rosignano.
4.2. Impianti di compostaggio della frazione organica
L’attuale potenzialità di trattamento biologico prevista nell’impianto di Pioppogatto risulta fortemente sottodimensionata rispetto alla domanda prevista di trattamento sia della frazione
umida da selezione meccanica che della frazione organica e verde da raccolta differenziata. Il sottodimensionamento risulta particolarmente accentuato qualora si consideri che le nuove
normative tecniche sui rifiuti recuperabili prevedono per i rifiuti compostabili (n. 16) destinati alla produzione di compost di qualità una durata del processo (bio-ossidazione accelerata
+maturazione) non inferiore a 90 giorni. Sotto questo profilo, l’impianto di Pioppogatto risulterebbe non idoneo.
Pertanto si rende necessario un nuovo impianto di trattamento biologico per la Provincia di Lucca. La ripartizione funzionale tra i due impianti di Pioppogatto e Salanetti (stabilizzazione a
Pioppogatto, compostaggio di qualità a Salanetti), per quanto meno efficiente sotto il profilo della logistica, consente di semplificare le linee impiantistiche, evita duplicazioni o bassi utilizzi di
linee di trattamento, non comporta ulteriori e onerose modifiche del progetto di Pioppogatto, permette di qualificare - anche sotto
il profilo dell’immagine - la produzione del compost di qualità.
4.3. Impianto di trattamento meccanico-biologico
L’impianto di trattamento meccanico-biologico (impianto di selezione e stabilizzazione aerobica) di Pioppogatto, in corso di realizzazione, è l’impianto di ATO per il trattamento del rifiuto
residuo con pot. Max. di 140000 t/a.
A regime, il fabbisogno di trattamento è stimabile tra 105.000 e 130.000 t/a (al lordo del flusso della Garfagnana).
L’impianto di selezione e compostaggio - già previsto nella precedente pianificazione regionale e provinciale - è stato progettato e posto in gara sotto gestione commissariale regionale.
L’impianto di selezione e compostaggio è stato concepito come sezione integrata con un impianto di incenerimento della frazione combustibile, ma costituisce comunque una sezione
funzionale, operativa anche indipendentemente dall’inceneritore.
La sezione di selezione e compostaggio è in corso di costruzione e se ne prevede il completamento entro il 1999.
L’impianto è stato originariamente dimensionato per il trattamento di:
100.000 t/a di rsu residuo, 2.500 t/a di frazione organica e verde da raccolte differenziate, 7.000 t/a di fanghi, 9.000 t/a di frazioni secche da raccolte differenziate.
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
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Integrazioni – Documento 1
Per le sue caratteristiche, l’impianto ha una elevata flessibilità per quanto concerne la selezione meccanica - che potenzialmente può trattare fino a ca. 750 t/g di rifiuti -, mentre è
maggiormente vincolato per quanto concerne la capacità di trattamento biologico, dovendo garantire comunque un minimo di giorni di fermentazione e maturazione.
Con le modifiche proposte all’impianto è comunque possibile garantire un adeguato periodo di fermentazione accelerata, valutabile in ca. 3 settimane anche nei periodi di picco, anche a
fronte di un fabbisogno di trattamento biologico superiore alle 50.000 t/a.
L’impianto sarà destinato al trattamento meccanico dei rifiuti solidi urbani residui (fino ad un max. indicativo di ca. 140.000 t/a) dell’intera provincia di
Lucca. (Etc…., cfr. testo del piano)
Schede
descrittive
interventi
Schede
descrittive
interventi
tecniche
dei nuovi
tecniche
dei nuovi
Fattori penalizzanti a carattere generale e fattori penalizzanti specifici per singole tipologie di impianto.
Bonifica e ripristino ambientale discarica in località Socciglia - Borgo a Mozzano:
Area sottoposta a vincolo idrogeologico ai sensi della L. 3267/23;
Zona di particolare interesse ambientale di cui alla L. 431/85, sottoposta a tutela ai sensi della L. n. 1497/39, riferita a territori coperti da foreste e da boschi, limitrofa alla fascia di
150 ml dal Torrente Socciglia di cui alla lettera c) della legge indicata.
Bellezze panoramiche individuate ai sensi del punto 4 dell’art.1 della L. 1497/39
Area protetta perimetrata quale categoria a) di cui alla D.C.R. n. 296/88, almeno fino a quando non sarà definitivamente approvato il P. T. C.,
3.2 Località Socciglia - Comune di Borgo a Mozzano
Il sito proposto è ubicato in una valle secondaria posta sul versante sinistro del Torrente Socciglia affluente di sinistra del Serchio, in posizione di mezza costa fra quota 380 e 270 m slm alle
“Coste di Pianizza”, in una zona completamente disabitata alle pendici occidentali delle Pizzorne.
Il sito è stato utilizzato come discarica di RSU, dal Comune di Borgo a Mozzano, fino al 1990 - 92.
Attualmente le condizioni sono tali da richiedere un consistente intervento di ristrutturazione e bonifica. La discarica esistente occupa una superficie di circa 3600 mq.
L’area limitrofa è caratterizzata da una densa copertura arborea, in gran parte costituita da vegetazione di scarso valore naturalistico.
A seguito della realizzazione dell’impianto di discarica il versante ha subito un parziale disboscamento a cui è seguita una ricolonizzazione spontanea ad opera della flora
infestante.
Il torrente Socciglia è soggetto alle prescrizioni della DCRT n. 230/94 per gli ambiti A1 e B; tale vincolo non interferisce con la bonifica ambientale della discarica mentre può
interessare interventi di adeguamento della viabilità di accesso all’area.
Nella valle non sono presenti abitazioni, sono presenti invece un’area industriale all’imbocco del bacino, un’area estrattiva e la vecchia discarica di Socciglia. La viabilità di accesso
risulta accettabile per il primo tratto fino alla cava di materiali lapidei ancora in esercizio, mentre ha bisogno di interventi di adeguamento nel secondo tratto fino alla discarica.
Va rilevato che da studi commissionati da questo Ente è stato escluso il pericolo di inquinamento della sorgente “alle vene” distante circa 2500 ml (e posta in un diverso versante),
sulla base dei dati esistenti, viene alimentata da un acquifero diverso da quello dell’area presa in esame (cfr Relazione Moretti agli atti del Settore Ecologia). La potenzialità di tale
sito è stata teoricamente valutata in ca. 600.000 mc., conformemente ai requisiti previsti dal Piano Regionale. Stante la destinazione, si prevede di predisporre le opere necessarie
alla bonifica del sito ed una fase di recupero ambientale da attuare con la FOS.
Il sito viene confermato dall’Amministrazione Provinciale sulla base di:
- Individuazione del sito della Socciglia nel Piano regionale approvato di cui alla DCRT n412/89;
- Studio predisposto dalla Regione Toscana e affidato al Commissario straordinario Dr.ssa Giordano, per l’individuazione dei siti ove realizzare la capacità recettiva
necessaria al servizio del sistema impiantistico dei Comuni appartenenti ai Bacini II e IV della Provincia, dall’esame del quale, si rileva che il sito di Pianizza Socciglia, in Comune di Borgo a
Mozzano, è risultato avere il minore impatto ambientale complessivo fra i 24 esaminati.
L’intervento di bonifica e ripristino ambientale indicato, risponderà alle seguenti caratteristiche tecniche:
- Rispetto degli standard qualitativi imposti dalla normativa tecnica sui rifiuti, in particolare DCI 27.7.84;
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
20
Integrazioni – Documento 1
Provincia di Pistoia
La Provincia di Pistoia è dotata di tutti e tre i piani stralcio previsti per la Gestione dei rifiuti.
Lo stralcio funzionale del Piano provinciale relativo ai rifiuti urbani ed assimilati è stato approvato con
delibera del C.P. n° 243 del 22/07/2003. I siti destinati allo smaltimento degli Rsu della provincia di Pistoia
sono comunque al di fuori dell’area del Bacino del Serchio per cui il Piano ha un interesse marginale ai fini
della presente valutazione.
Lo stralcio funzionale relativo ai rifiuti speciali anche pericolosi è stato approvato con delibera del C.P. n°
190 del 15/07/2004. Gli elementi di interazione fra il presente Piano di Gestione e la disciplina del Piano
provinciale riguardano essenzialmente gli interventi previsti che ricadono all’interno del territorio del
Bacino del Serchio, riportati nelle tabelle seguenti:
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
21
Integrazioni – Documento 1
CONTENUTI DEL PIANO (testi estratti dalla disciplina di piano)
Cap. 3, Par 3.10.3
3.10.3 Valorizzazione tramite compostaggio di biomasse forestali e altri scarti verdi
…
L’impianto per il trattamento di biomasse in oggetto verrà realizzato in località Tana a Termini nel Comune di Piteglio.
L’impianto ha lo scopo di trattare flussi di biomasse in ingresso per restituire prodotti ammendanti a base di compost di qualità.
In base a quanto indicato al punto 4.3.1 del Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti – primo stralcio relativo ai Rifiuti Urbani e Assimilati, l’impianto in questione, poiché non destinato alla sola
frazione verde, dovrà essere dimensionato su un flusso di almeno 15.000 t/a, dovrà essere costituito da una fase di trattamento intensivo e da una fase di maturazione e
dovrà prevedere:
- lo svolgimento della fase di trattamento intensivo in ambienti confinati che consentano la canalizzazione delle arie esauste per l'invio al sistema di abbattimento degli odori;
- l'adozione di sistemi di trattamento intensivo della biomassa che consentano il controllo e il monitoraggio del processo e la gestione ottimale delle condizioni di aerazione e umidità della
biomassa, preferenzialmente con rivoltamento e ventilazione forzata;
- una durata del processo intensivo che - variabile in funzione dei sistemi tecnologici adottati - non dovrebbe comunque essere inferiore alle tre settimane e tale da
conseguire, con successiva maturazione, gli indici di stabilità e di qualità richiesti;
- una sezione di maturazione, che sarà dimensionata e attrezzata diversamente in funzione della qualità finale del prodotto (compost per uso agronomico o frazione
organica stabilizzata per usi paesaggistici), dotata anche di spazi adeguati allo stoccaggio stagionale del prodotto ad uso agronomico e preferenzialmente corredata
di linea di raffinazione per il compost di qualità.
3.10.3.1 Descrizione generale del ciclo tecnologico dell’impianto per il trattamento di biomasse
La progettazione dell’impianto di compostaggio da realizzare nel Comune di Piteglio segue le linee di principio dettate dal D.M. 05/02/98, nel quale al punto 16 vengono elencati i rifiuti
compostabili per la produzione di compost di qualità.
Le scelte tecnologiche adottate per l’applicazione del processo di compostaggio realizzato nell’impianto mirano al raggiungimento dei migliori risultati in termini di qualità del prodotto.
L’impostazione processistica dell’impianto è la seguente:
- Compostaggio in cumulo statico con aerazione forzata;
- Superfici confinate e poste in depressione;
- Trattamento biologico delle arie esauste.
Il processo è suddiviso nelle seguenti fasi (etc…)
Lo stralcio funzionale relativo alla bonifica dei siti inquinati è stato adottato con delibera C.P. 98 del 01 Aprile 2003. La disciplina di piano riporta indicazioni generali per le modalità di bonifica, come il corrispondente
Piano Regionale, mentre non vi sono indicazioni specifiche per il territorio provinciale che ricade nel bacino del Serchio. L’elenco dei siti da bonificare o in corso di bonifica nella Provincia di Pistoia è già riportato nel
Documento
11,
paragrafo
6.2.
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
22
Integrazioni – Documento 1
Valutazione coerenze tra Piano di Gestione e Piani di Gestione dei rifiuti
Nel presente paragrafo è stata effettuata un’analisi degli gli impatti sinergici (positivi o negativi) fra i piani
regionali e provinciali di gestione dei rifiuti e le misure previste dal Piano di Gestione.
Nella matrice riportata di seguito sono state messe a confronto le misure con i piani appena ricordati: la
colorazione verde delle caselle è indicatore di coerenza/sinergia, rosso di situazioni di conflitto sia intermini
di obiettivi che di azioni, in bianco di non attinenza tra i 2 oggetti di analisi.
Piano provinciale di gestione dei rifiuti – 3°
stralcio relativo alla bonifica dei siti inquimati
PROVINCIA DI PISTOIA
Piano provinciale di gestione dei rifiuti – 2°
stralcio relativo ai rifiuti speciali anche pericolocsi
PROVINCIA
DI LUCCA
Piano provinciale di gestione dei rifiuti – 1°
stralcio relativo ai rifiuti solidi urbani
PROVINCIA
DI PISA
Piano provinciale di gestione dei rifiuti – 1°
stralcio relativo ai rifiuti solidi urbani
Piano regionale di gestione dei rifiuti - Terzo
stralcio relativo alla bonifica delle aree inquinate
Piano Regionale di Gestione dei rifiuti – Piano di
gestione dei rifiuti speciali e speciali pericolosi
Piano Regionale di Gestione dei rifiuti – Primo
stralcio relativo ai rifiuti urbani e assimilati
REGIONE TOSCANA
Piano provinciale di gestione dei rifiuti – 1°
stralcio relativo ai rifiuti solidi urbani
PIANO
MISURE
1 (Tutela corsi d’acqua in aree protette)
2 (Salvaguardia acque potabili Serchio)
3 (ATO)
4 (Disciplina DMV)
5 (Rinaturalizzazione aree contigue al corso
d’acqua)
6 (Gestione vegetazione riparia)
7
(Conferma
efficacia
limitazioni
Massaciuccoli)
8 (Bilancio idrico Ania, Pizzorna, Celetra)
9 (Delocalizzazione inerti)
10 (Tavoli Tecnici subsidenza)
11 (Tavoli Tecnici svasi in coda di piena)
12 (Tavoli Tecnici buche di sabbia silicea)
13 (Collegamento depuratore Pontetettto)
14 (Scale pesci per ripristino continuità
fluviale)
15 (Riqualificazione casello idraulico)
17 (Attività di diffusione permanente)
18 (Database monitoraggi e scarichi)
19
(Monitoraggio
fabbisogni
irrigui
Massaciuccoli)
20 (Monitoraggio coltivazioni Massaciuccoli)
21 (Modello idrogeologico della piana di
Lucca)
22 (“Enclousures” lago Massaciuccoli)
23 (Modello Matematico per il trasporto
solido del Serchio e del T. Lima)
24 (Monitoraggio livelli idraulici invasi Enel)
25 (Incentivazioni risparmio idrico)
26 (Monitoraggi per effetti da cave-miniereravaneti ecc.)
27 (Individuazione stati qualità corpi idrici)
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
23
Integrazioni – Documento 1
Piano provinciale di gestione dei rifiuti – 3°
stralcio relativo alla bonifica dei siti inquimati
PROVINCIA DI PISTOIA
Piano provinciale di gestione dei rifiuti – 2°
stralcio relativo ai rifiuti speciali anche pericolocsi
PROVINCIA
DI LUCCA
Piano provinciale di gestione dei rifiuti – 1°
stralcio relativo ai rifiuti solidi urbani
PROVINCIA
DI PISA
Piano provinciale di gestione dei rifiuti – 1°
stralcio relativo ai rifiuti solidi urbani
Piano regionale di gestione dei rifiuti - Terzo
stralcio relativo alla bonifica delle aree inquinate
Piano Regionale di Gestione dei rifiuti – Piano di
gestione dei rifiuti speciali e speciali pericolosi
Piano Regionale di Gestione dei rifiuti – Primo
stralcio relativo ai rifiuti urbani e assimilati
REGIONE TOSCANA
Piano provinciale di gestione dei rifiuti – 1°
stralcio relativo ai rifiuti solidi urbani
PIANO
MISURE
27 bis (Individuazione tendenze evolutive
inquinanti)
28
(Monitoraggio
caratteristiche
economiche)
29 (Individuazione costi)
30 (Verifica perimetrazione nuove aree
protette)
31 (Monitoraggio Verrucano
Osservazioni:
Piano regionale di Gestione dei Rifiuti
La Regione Toscana, in attuazione della Legge Regionale n. 25 del 18 maggio 1998, è dotata di un Piano di
Gestione dei Rifiuti suddiviso nei seguenti stralci funzionali:
 Primo stralcio: rifiuti urbani, approvato con D.C.R. 7 Aprile 1998, n.88
 Secondo stralcio: rifiuti speciali anche pericolosi, approvato con D.G.R. 29 Marzo 1999, n.320
 Terzo stralcio: bonifica delle aree inquinate, approvato con D.C.R. 21 Dicembre 1999, n.384
In generale si osserva che tutti e tre i piani stralcio hanno elementi di sinergia con quelle misure di Piano
che si riferiscono alla tutela delle acque potabili, alla salvaguardia dei corsi d’acqua e alla realizzazione di
interventi volti ad una incentivazione del monitoraggio della qualità dei corpi idrici, del controllo sugli
scarichi o delle sostanze inquinanti.
Piani provinciali di gestione dei rifiuti
L’analisi dei piani provinciali (Cfr. paragrafo “Analisi dei Piani di Gestione dei Rifiuti”) non ha evidenziato
particolari elementi di contrasto o sinergia con le misure del piano di gestione. Come è stato evidenziato
nel paragrafo di analisi, tali piani (per altro datati e per la maggior parte in attesa di essere sostituiti da
strumenti più aggiornati) si riferiscono prevalentemente ad ambiti esterni al territorio del Bacino del
Serchio.
Gli interventi interni al bacino in parte interessano corpi idrici e acque anche in siti di valenza
conservazionistica (ad es impianto di Pioppogatto, in Comune di Massarosa- LU,c/o il SIR-SIC ZPS “Lago di
Massaciuccoli”) o di particolare valore ambientale (ad es o l’impianto di compostaggio in Comune di
Piteglio – PT lungo il corso del T. Lima). Nel caso della discarica di Socciglia si ravvede una positiva sinergia
con la misura n° 5 (Rinaturalizzazione aree contigue al corso d’acqua).
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
24
Integrazioni – Documento 1
- Relativamente alle misure di Piano di gestione che interferiscono (negativamente) con altra
pianificazione (piani di settore), che le scelte devono essere condivise con gli Enti
istituzionalmente competenti e preposti a tale altra pianificazione
(Integrazione tratta dal Documento 15 “Dichiarazione di sintesi” del Piano di Gestione).
Suggerimento accolto tramite l’articolazione delle misure secondo tre diversi gradi di cogenza:
- Indirizzi non vincolanti (misure n. 2, 3, 13, 22)
- Indirizzi vincolanti (misure n. 5, 6, 8, 10, 11, 12, 14, 15, 17, 18, 19, 20, 21, 23, 24, 25, 26, 27, 27 bis, 28, 29, 30, 31)
- Norme di Piano (misure n. 1, 4, 9, 7).
In particolare gli indirizzi non vincolanti riguardano materie di competenza anche di altri enti nei cui confronti i
contenuti di tali indirizzi rappresentano dei suggerimenti operativi.
Relativamente alla misura 1, che contiene elementi di possibile incoerenza rispetto al PIER della Regione Toscana, si
evidenzia che la stessa Regione, in occasione delle osservazioni al Piano, ha rilevato che “il quadro delle pressioni e
degli impatti è stato elaborato a partire dai dati riportati nel Piano di Tutela delle Acque, aggiornati e approfonditi alla
luce della situazione attuale; i contenuti risultano pertanto coerenti con quelli del Piano di Tutela delle Acque”: alla luce
di ciò il sistema delle centraline , inserito nel piano di gestione fra le pressioni significative (tav. 4.9), è da ritenersi
condiviso dalla Regione stessa. Inoltre si ricorda che la stessa misura 1 contempla sempre la possibilità di realizzare
“impianti di derivazione con presa e rilascio non fisicamente distinte”.
Per approfondimenti sulla coerenza con il PIER si rimanda a quanto illustrato nel documento 12 del Piano di Gestione
(paragrafo 2.4).
- Relativamente alle problematiche comuni, deve essere valutata la coerenza del Piano di
Gestione con l’adiacente Piano di Gestione del Distretto idrografico dell’Appennino
Settentrionale.
(In collaborazione con la Dott.ssa A. Grazzini)
Il confronto fra i due piani è stato fatto sulla base delle misure supplementari di ognuno poichè le misure di base sono
mutuate da altri piani e programmi già esistenti per cui non cosituiscono l’elemento di originalità e specificità per il
piano di Gestione.
I due piani presentano similitudini, basandosi sugli stessi riferimenti normativi, ma anche varie differenze di
impostazione, dovute principalmente alla diversità dei territori coinvolti e alle differenti dimensioni di questi. In
particolare le misure del Piano di Gestione del Serchio sono molto più specifiche ed orientate verso le problematiche
ambientali caratteristiche del bacino, quali ad esempio quelle del comprensorio del Massaciuccoli o quelle legate alla
gestione dei prelievi di acqua superficiali e sotterranei lungo tutto il reticolo idrografico.
Nella matrice riportata in allegato sono state evidenziate le sinergie fra i due piani, tutti quei casi in cui le misure sono
rivolte allo stesso obiettivo e interessano un territorio di confine fra i due distretti. Dalla lettura sinottica della matrice
si può osservare che il massimo della sinergia si ha per quelle misure rivolte alla gestione dei prelievi e dei rilasci,
all’individuazione e gestione di aree di criticità ambientale o di particolare interesse all’interno del territorio
analizzato, all’individuazione di strategie per la riqualificazione ambientale, ecologica e paesaggistica degli ambiti
fluviali e per la riduzione degli impatti legati all’utilizzo della risorsa idrica. Per semplicità di lettura della matrice non
sono state riportate tutte quelle misure del Piano del distretto Idrografico dell’Appennino settentrionale per le quali
non siano state individuati elementi in comune con il piano del Serchio.
Alcune problematiche comuni ai territori dei due bacini, quali la subsidenza nella zona della Piana di Lucca (che ricade
in parte nel territorio dell’Autorità di Bacino del Serchio- comune di Lucca e parzialmente comune di Capannori- e in
parte nel territorio dell’Autorità di Bacino dell’Arno- comuni di Capannori, Porcari, Altopascio) e la disponibilità di
risorsa idrica a fini irrigui e idropotabili, sono invece oggetto di specifici accordi di programma, riportati di seguito.
ACCORDI DI PROGRAMMA stipulati tra Autorità di Bacino del Serchio e Autorità di Bacino dell’Arno
Accordo di programma per la tutela delle risorse idriche del Serchio e degli acquiferi della Piana Lucchese di Capannori
e Porcari e del padule di Bientina (integrativo dell’accordo di programma quadro tutela delle acque e gestione
integrata delle risorse idriche, stipulato in data 18/05/1999)
Il giorno 28 gennaio 2006 è stato siglato da diversi Enti Istituzionali, tra cui si ricordano il Ministero dell’Ambiente e
Tutela del Territorio, la Regione Toscana, l’ARPAT, l’Autorità di Bacino del fiume Arno, l’Autorità di Bacino del fiume
Serchio, le Province di Lucca e Pisa, gli AATO n. 1 – Toscana Nord e n. 2 - Basso Valdarno, l’Aquapur Multiservizi SpA, il
Consorzio di Bonifica del Bientina, l’Associazione degli Industriali di Lucca, oltre ai Comuni territorialmente interessati,
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
25
Integrazioni – Documento 1
un accordo di programma dal titolo “Accordo Integrativo per la tutela delle risorse idriche del Serchio e degli acquiferi
della Piana Lucchese di Capannori e Porcari e del Padule di Bientina” .
Tale accordo si pone diverse finalità:
1) Il miglioramento della qualità delle acque del fiume Serchio a monte delle derivazioni ad uso idropotabile esistenti o
previste della piana di Lucca, attraverso il completamento delle reti fognarie e dei sistemi depurativi a servizio del
settore civile ed industriale e la bonifica ed il ripristino ambientale della ex discarica di RSU di Borgo a Mozzano in
località Diecimo, all’interno dell’area golenale;
2) La tutela quantitativa delle acque del Fiume Serchio, finalizzata ad un uso sostenibile della risorsa idrica e
compatibile con l’obiettivo del mantenimento del Minimo Deflusso Vitale definito dall’Autorità di Bacino del fiume
Serchio e degli obiettivi di qualità ambientale fissati dal Piano di Tutela della Regione Toscana;
3) Il riequilibrio del Bilancio Idrico dell’acquifero della piana di Lucca e del padule di Bientina e il progressivo
raggiungimento, nelle aree di crisi in località Paganico, Pollino e Cerbaie, rispettivamente nei Comuni di Capannori,
Porcari e Bientina, dei livelli obiettivo individuati dalle Autorità di Bacino del fiume Arno e del fiume Serchio con le
delibere di Comitato Istituzionale del 3 marzo 2004 per la progressiva soluzione delle problematiche connesse ai
fenomeni di subsidenza nella piana di Lucca e nel padule di Bientina;
4) Il miglioramento della qualità delle acque del Canale Rogio, ricettore finale degli scarichi del depuratore di Casa del
Lupo per il raggiungimento degli obiettivi di qualità fissati dal Piano di Tutela per il bacino del fiume Arno ;
5) Il ripristino idraulico e ambientale e la tutela del reticolo idraulico minore della piana di Lucca al fine di garantirne gli
originali regimi idrici, la disponibilità di acque per le attività agricole e per favorire la ricarica della falda. Gli interventi
di ripristino dovranno privilegiare criteri di ingegneria naturalistica per assicurare adeguati livelli auto depurativi;
Per gli aspetti inerenti la subsidenza sono previste una serie di azioni che coinvolgono diversi settori ed in particolare:
- Miglioramento del sistema integrato di depurazione industriale del distretto cartario e per il riutilizzo delle acque
reflue recuperate nelle industrie contermini
Obiettivo prioritario di ridurre gli emungimenti nella centrale del campo pozzi di Paganico; a tal fine gli AATO 1 e
l’AATO 2 dovranno presentare ai firmatari entro 90 gg dalla stipula dell’atto una proposta progettuale di interventi
Interventi di adeguamento del Canale Nuovo da parte della Provincia con il cofinanziamento del Ministero
dell’Ambiente
- Progressiva riduzione del prelievo dalla falda per fini idropotabili dal campo pozzi di Paganico, per una quota stimata
in circa 35 l/s in funzione dell’entrata in esercizio delle opere programmate e finalizzata al raggiungimento del livello
piezometrico obiettivo;
Riduzione del prelievo da falda ad uso industriale per una portata massima stimata in 210 l/s, utilizzando, in
sostituzione, acque di superficie convogliate alle industrie dal tubone a seguito della realizzazione degli interventi sul
Canale Nuovo;
Monitoraggio dei livelli di falda con lettura a frequenza mensile e monitoraggio delle quote del terreno attraverso
tecnologie basate su analisi interferometrica di immagini radar da piattaforma satellitare da parte dell’Autorità di
Bacino dell’Arno
Sperimentazione delle tecniche di ricarica artificiale della falda da attuarsi in località Casa del Lupo parte dell’Autorità
di Bacino dell’Arno;
- Manutenzione straordinaria del reticolo idrico minore dell’intera piana di Lucca da parte della Provincia
Accordo di programma per la regolamentazione del trasferimento di risorse idriche dell’Ambito Territoriale Ottimale
n° 1 all’Ambito Territoriale Ottimale n° 2 tramite l’acquedotto Lucca- Capannori .
L’accordo è finalizzato a regolamentare il trasferimento di risorse idriche dall’Ambito Territoriale Ottimale n° 1
all’Ambito Territoriale Ottimale n° 2 attraverso l’esistente e funzionante acquedotto Lucca - Capannori, realizzato con
finanziamenti ex L. 182/1989 per ridurre gli emungimenti nel campo pozzi di Paganico al fine di migliorare i fenomeni
di subsidenza dell’area oltreché per soddisfare le esigenze idropotabili dei Comuni di Lucca e di Capannori nelle zone
attualmente non servite dal pubblico acquedotto e in esso sono principalmente stabiliti:
Gli impegni dei sottoscrittori;
Il quantitativo di acqua da trasferire;
I criteri per la determinazione del prezzo di cessione dell’acqua all’ingrosso;
La gestione e manutenzione di opere e impianti
Soggetti coinvolti:
Autorità di Bacino del Fiume Arno
Autorità di Bacino del Fiume Serchio
Autorità di Ambito Ottimale 1
Autorità di Ambito Ottimale 2
Comune di Lucca
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
26
Integrazioni – Documento 1
Comune di Capannori
Esiste alla base di tutto l’accordo di programma per la “Tutela delle risorse idriche del Serchio e degli acquiferi della
Piana Lucchese di Capannori e Porcari e del padule di Bientina”, stipulato in data 28/01/2006 che individua nuovi
interventi, immediatamente attuabili in materia di acquedotto, fognatura e depurazione, da realizzare
specificatamente nella Piana Lucchese, al fine di completare il quadro degli interventi previsti nell’Accordo di
programma quadro integrativo (vd punto A).
Si tratta di ridurre gli emungimenti nella centrale del campo pozzi in loc Paganico per contrastare la subsidenza e al
tempo stesso garantire acqua potabile alle utenze ancora non allacciate nei comuni di Lucca e Capannori. Per questo i
gestori del servizio idrico integrato devono presentare una proposta progettuale relativa all’assetto idrico che preveda
il trasferimento di risorsa idrica tra Ambiti territoriali diversi e Bacini idrografici diversi e che tenga conto
- dei pozzi già realizzati a San Pietro a Vico,
- della possibilità di realizzare pozzi in loc. Lunata-Zone e una condotta di adduzione alla premente nord di Paganico
(quale intervento alternativo per contrastare la subsidenza nell’area di Paganico)
- della possibilità di realizzare ulteriori pozzi in fregio al Serchio;
- della necessità di realizzare gli eventuali collegamenti tra i serbatoi di accumulo del sistema acquedottistico
Tale trasferimento può essere immediato visto che il tratto funzionale dal campo pozzi di S. Piero a Vico fino al
Deposito di Marlia sono già conclusi.
I Piani di Ambito approvati dagli A.T.O. confermano lo schema idrico quale sistema di adduzione di risorse per il
superamento dei problemi di deficit idrico (ATO 2-Basso Valdarno Soc Acque S.p.A.;ATO 1 – Toscana Nord GAIA
S.p.A.). Nel Comune di Lucca, a seguito dell’ordinanza del TAR della Toscana n° 80/2005 del 26/01/2005, il servizio
idrico integrato è gestito dalla società GEAL S.p.A.
L’accordo è finalizzato a regolamentare il trasferimento di risorse idriche dall’Ambito Territoriale Ottimale n° 1
all’Ambito Territoriale Ottimale n° 2 attraverso l’esistente e funzionante acquedotto Lucca- Capannori, fino al deposito
di Marlia e per tale motivo le parti contraenti:
Convengono sulla necessità di pianificare l’utilizzo delle risorse idriche relative ai pozzi n° 1 e 2 siti in loc. S. Pietro a
Vico (Lucca) mediante l’insieme delle strutture e degli impianti costituenti l’acquedotto Lucca _Capannnori
Danno attuazione alle disposizioni inerenti il trasferimento di risorse idriche tra Ambiti, consistente nell’individuazione
fisica cartografica di reti e impianti, nel piano degli interventi finalizzati al superamento delle criticità gestionali e nei
conseguenti piano economico e finanziario, finalizzati alla determinazione della tariffa
Regolano i rapporti per la gestione delle opere e degli impianti costituenti l’acquedotto Lucca-Capannori (le AATO
tramite i gestori anche per interventi di manutenzione straordinaria)
Istituiscono l’area di salvaguardia del campo pozzi di S. Pietro a Vico, in Comune di Lucca
Entro il 31/03 di ogni anno l’autorità di ambito Territoriale Ottimale n° 1 Toscana Nord comunica all’Autorità di Bacino
dell’Arno, del Serchio e alla Regione Toscana, i quantitativi di acqua effettivamente prelevati e quelli addotti tramite
l’acquedotto Lucca –Capannori.
Le Autorità di Bacino, nell’ambito del bilancio idrico di bacino, predisposto ai sensi dell’art. 95 del D.Lgs 152/06, si
riservano la facoltà di definire, in caso di necessità, misure di salvaguardia per la tutela degli acquiferi da cui sono
emunte le risorse addotte attraverso l’acquedotto Lucca- Capannori anche mediante una limitazione ai prelievi stessi.
La quantità di acqua trasferita da un ATO all’altra è indicata nell’accordo volontario sottoscritto il 07/05/2004, parte
integrante e sostanziale del presente Accordo di Programma e deve consentire di raggiungere gli obiettivi indicati
all’art. 12 dell’accordo di Programma per la “Tutela delle risorse idriche del Serchio e degli acquiferi della Piana
Lucchese di Capannori e Porcari e del padule di Bientina” stipulato in data 28/01/2006. Dovrà comunque rispecchiare
l’effettiva capacità di emungimento dei pozzi n° 1 e n° 2 siti in loc. S. Pietro a Vico (Lucca).
Il risultato atteso, a seguito dell’attivazione dell’acquedotto intercomunale Lucca- Capannori, è una riduzione
dell’emungimento di 10l/s dal campo pozzi di Paganico (Capannori) come indicato all’art. 4 lett.a) punto 1)
dell’accordo volontario sottoscritto il 07/05/2004.
Entro il 31-12-2007 deve essere perseguita la riduzione fino a 35 l/s degli emungimenti nella centrale del campo pozzi
di Paganico calibrata nel rispetto del raggiungimento del livello piezometrico obiettivo pari a -2,8 m misurati dal piano
di campagna come da art. 12 c.4 lett. e) dello stesso accordo di programma integrativo sottoscritto in data
28/0172006. A tal fine,al momento in cui sarà attivato il trasferimento dell’acqua dall’ATO 1 all’ATO 2 nei quantitativi
necessari al funzionamento dell’acquedotto intercomunale Lucca- Capannori, dovrà essere ridotto di un uguale
quantità d’acqua l’emungimento dal campo pozzi di Paganico.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
27
Distretto dell’Appennino
Settentrionale
[1] Definizione dei bilancio
idrico e del DMV per ogni
bacino
del
Distretto (S)
[3] Gestione del sistema di
prelievi e rilasci, anche
attraverso
riduzione
dei
volumi
concessi,
finalizzata a garantire la
tutela
dell’ambiente
e
l’ottimizzazione dei processi
produttivi (S)
[6] Gestione controllata del
rilascio delle licenze di
attingimento,
anche
mediante
la
rete
di
monitoraggio (S)
[7]
Potenziamento
della
vigilanza e del controllo sui
prelievi
di
acqua
pubblica (S)
[11] Formulazione di indirizzi
e prescrizioni tecniche per
mantenere e migliorare le
condizioni di funzionalità
idraulica e morfologica (S)
[13]
Predisposizione
di
progetti di gestione del
demanio fluviale e delle
pertinenze
idrauliche
demaniali (S)
+
+
+
+
+
+
+
Distretto del fiume Serchio
+
+
+
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
28
+
+
+
+
+
+
+
31 (Monitoraggio Verrucano
30 (Verifica perimetrazione nuove aree
protette)
29 (Individuazione costi)
28 (Monitoraggio caratteristiche
economiche)
27 bis (Individuazione tendenze
evolutive inquinanti)
27 (Individuazione stati qualità corpi
idrici)
26 (Monitoraggi per effetti da caveminiere-ravaneti ecc.)
25 (Incentivazioni risparmio idrico)
(SCHEDA 25)
24 (Monitoraggio livelli idraulici invasi
Enel) (SCHEDA 24)
23 (Modello Matematico per il trasporto
solido del Serchio e del T. Lima)
22 (“Enclousures” lago Massaciuccoli).
21 (Modello idrogeologico della piana di
Lucca)
20 (Monitoraggio coltivazioni
Massaciuccoli) (SCHEDA 20)
19 (Monitoraggio fabbisogni irrigui
Massaciuccoli) (SCHEDA 19)
18 (Database monitoraggi e scarichi)
(SCHEDA 18)
17 (Attività di diffusione permanente)
15 (Riqualificazione casello idraulico)
14 (Scale pesci per ripristino continuità
fluviale)
13 (Collegamento depuratore
Pontetettto)
12 (Tavoli Tecnici buche di sabbia
silicea)
11 (Tavoli Tecnici svasi in coda di
piena)
10 (Tavoli Tecnici subsidenza)
9 (Delocalizzazione inerti) (SCHEDA 9)
8 (Bilancio idrico Ania, Pizzorna,
Celetra)
6 (Gestione vegetazione riparia)
(SCHEDA 6).
7 (Conferma efficacia limitazioni
Massaciuccoli) (SCHEDA 7).
5 (Rinaturalizzazione aree contigue al
corso d’acqua)
4 (Disciplina DMV) (SCHEDA 4).
3 (ATO)
2 (Salvaguardia acque potabili Serchio)
[Misura di base]
1 (Tutela corsi d’acqua in aree protette)
(SCHEDA 1).
Integrazioni – Documento 1
Nella tabella seguente viene valutata la coerenza tra il Piano di Gestione del Distretto del Serchio e il Piano di Gestione del Distretto dell’Appennino Settentrionale.
In particolare sono state messe a confronto le misure supplementari con elementi comuni ai due Distretti: la colorazione verde delle caselle contrassegnata con un segno
positivo è indicatore di coerenza/sinergia mentre la colorazione rossa contrassegnata con segno negativo indica incoerenza. La casella bianca indica nessuna relazione tra le
misure.
Distretto dell’Appennino
Settentrionale
[14] Realizzazione di una rete
di monitoraggio del trasporto
solido (S)
[16] Ridefinizione dello
spazio di libertà dei corsi
d’acqua e dell’ampiezza
necessaria per i corridoi
fluviali. Redazione di studi
geomorfologici degli alvei,
finalizzati ad individuare
fenomeni
storici
di
restringimento/allargamento,
incisione
aggradazione,
cambiamenti di tipologia
dell’alveo (S)
[34] Limitazioni allo scarico
secondo valori limite più
restrittivi, quando indicato dai
PTA (S)
[37]
Interventi per
la
promozione del risparmio
idrico in agricoltura, anche
attraverso il miglioramento
dei prelievi, la riduzione delle
perdite nelle reti irrigue di
distribuzione, l’introduzione
di metodi sostenibili di
irrigazione e l’introduzione di
sistemi
avanzati
di
monitoraggio e telecontrollo,
ove applicabili (S)
+
Distretto del fiume Serchio
+
[36] Differenziazione delle
fonti di approvvigionamento
idrico,
prevedendo,
ove
sostenibile, l’adduzione e
l’utilizzo di acque di minore
qualità per gli usi che non
richiedono risorse pregiate
(S)
+
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
29
+
+
+
+
+
31 (Monitoraggio Verrucano
30 (Verifica perimetrazione nuove aree
protette)
29 (Individuazione costi)
28 (Monitoraggio caratteristiche
economiche)
27 bis (Individuazione tendenze
evolutive inquinanti)
27 (Individuazione stati qualità corpi
idrici)
26 (Monitoraggi per effetti da caveminiere-ravaneti ecc.)
25 (Incentivazioni risparmio idrico)
(SCHEDA 25)
24 (Monitoraggio livelli idraulici invasi
Enel) (SCHEDA 24)
23 (Modello Matematico per il trasporto
solido del Serchio e del T. Lima)
22 (“Enclousures” lago Massaciuccoli).
21 (Modello idrogeologico della piana di
Lucca)
20 (Monitoraggio coltivazioni
Massaciuccoli) (SCHEDA 20)
19 (Monitoraggio fabbisogni irrigui
Massaciuccoli) (SCHEDA 19)
18 (Database monitoraggi e scarichi)
(SCHEDA 18)
17 (Attività di diffusione permanente)
15 (Riqualificazione casello idraulico)
14 (Scale pesci per ripristino continuità
fluviale)
13 (Collegamento depuratore
Pontetettto)
12 (Tavoli Tecnici buche di sabbia
silicea)
11 (Tavoli Tecnici svasi in coda di
piena)
10 (Tavoli Tecnici subsidenza)
9 (Delocalizzazione inerti) (SCHEDA 9)
8 (Bilancio idrico Ania, Pizzorna,
Celetra)
6 (Gestione vegetazione riparia)
(SCHEDA 6).
7 (Conferma efficacia limitazioni
Massaciuccoli) (SCHEDA 7).
5 (Rinaturalizzazione aree contigue al
corso d’acqua)
4 (Disciplina DMV) (SCHEDA 4).
3 (ATO)
2 (Salvaguardia acque potabili Serchio)
[Misura di base]
1 (Tutela corsi d’acqua in aree protette)
(SCHEDA 1).
Integrazioni – Documento 1
Distretto dell’Appennino
Settentrionale
[38]
Introduzione
di
meccanismi
economico
finanziari e definizione di
procedure per la revisione dei
canoni di concessione, al fine
di ridurre lo spreco della
risorsa e di incentivare la
installazione e la tenuta dei
contatori (S)
[41]
Attuazione
delle
condizioni per il rilascio in
alveo del deflusso minimo
vitale (DMV) per mantenere
la capacità di diluizione e di
ossigenazione e le capacità
autodepurative (S)
[44] Attuazione dell’art. 115
del D. Lgs. 152/2006,
riguardante la tutela delle
aree di pertinenza dei corpi
idrici
superficiali,
con
mantenimento e ripristino
della vegetazione spontanea
nella fascia immediatamente
adiacente dei corsi d’acqua,
con funzione di filtro dei
solidi
sospesi
e degli
inquinanti di origine diffusa e
per il mantenimento della
biodiversità (S)
[63] Individuazione delle aree
critiche per i prelievi da
acque
sotterranee, con riferimento
anche alle porzioni di corpo
interessate
da
fenomeni di ingressione di
acqua ad alto grado di salinità
(S)
+
+
+
+
+
[54] Sensibilizzazione dei
cittadini, degli operatori e dei
fruitori
sulle
tematiche
ambientali (S)
Distretto del fiume Serchio
+
+
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
30
+
+
+
+
+
31 (Monitoraggio Verrucano
30 (Verifica perimetrazione nuove aree
protette)
29 (Individuazione costi)
28 (Monitoraggio caratteristiche
economiche)
27 bis (Individuazione tendenze
evolutive inquinanti)
27 (Individuazione stati qualità corpi
idrici)
26 (Monitoraggi per effetti da caveminiere-ravaneti ecc.)
25 (Incentivazioni risparmio idrico)
(SCHEDA 25)
24 (Monitoraggio livelli idraulici invasi
Enel) (SCHEDA 24)
23 (Modello Matematico per il trasporto
solido del Serchio e del T. Lima)
22 (“Enclousures” lago Massaciuccoli).
21 (Modello idrogeologico della piana di
Lucca)
20 (Monitoraggio coltivazioni
Massaciuccoli) (SCHEDA 20)
19 (Monitoraggio fabbisogni irrigui
Massaciuccoli) (SCHEDA 19)
18 (Database monitoraggi e scarichi)
(SCHEDA 18)
17 (Attività di diffusione permanente)
15 (Riqualificazione casello idraulico)
14 (Scale pesci per ripristino continuità
fluviale)
13 (Collegamento depuratore
Pontetettto)
12 (Tavoli Tecnici buche di sabbia
silicea)
11 (Tavoli Tecnici svasi in coda di
piena)
10 (Tavoli Tecnici subsidenza)
9 (Delocalizzazione inerti) (SCHEDA 9)
8 (Bilancio idrico Ania, Pizzorna,
Celetra)
6 (Gestione vegetazione riparia)
(SCHEDA 6).
7 (Conferma efficacia limitazioni
Massaciuccoli) (SCHEDA 7).
5 (Rinaturalizzazione aree contigue al
corso d’acqua)
4 (Disciplina DMV) (SCHEDA 4).
3 (ATO)
2 (Salvaguardia acque potabili Serchio)
[Misura di base]
1 (Tutela corsi d’acqua in aree protette)
(SCHEDA 1).
Integrazioni – Documento 1
Distretto dell’Appennino
Settentrionale
[65] Individuazione di criteri
idrogeologici
per
la
delimitazione delle zone
di tutela e protezione in luogo
dei criteri geometrici (S)
[67]
Potenziamento
del
controllo dei prelievi nelle
aree a rischio. (S)
[112] Definizione di criteri
per l’individuazione di aree
idonee
alla
realizzazione
di
nuovi
impianti per la produzione di
energia (S)
[116]
Individuazione
e
utilizzazione delle migliori
tecniche
disponibili per ridurre gli
impatti ambientali associati
con
l’utilizzo
della risorsa, assicurando la
continuità
biologica,
il
rilascio
della
portata
ecologicamente
accettabile (S)
[118]
Monitoraggio
e
pianificazione delle misure
atte a limitare iproblemi
legati alla subsidenza (S)
+
+
+
+
+
+
[69] Realizzazione di studi
specifici
per
aree
particolarmente sofferenti o
strategiche (S)
+
+
Distretto del fiume Serchio
+
+
+
+
+
+
+
+
+
+
+
+
+
+
+
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
31
+
+
+
+
+
+
+
31 (Monitoraggio Verrucano
30 (Verifica perimetrazione nuove aree
protette)
29 (Individuazione costi)
28 (Monitoraggio caratteristiche
economiche)
27 bis (Individuazione tendenze
evolutive inquinanti)
27 (Individuazione stati qualità corpi
idrici)
26 (Monitoraggi per effetti da caveminiere-ravaneti ecc.)
25 (Incentivazioni risparmio idrico)
(SCHEDA 25)
24 (Monitoraggio livelli idraulici invasi
Enel) (SCHEDA 24)
23 (Modello Matematico per il trasporto
solido del Serchio e del T. Lima)
22 (“Enclousures” lago Massaciuccoli).
21 (Modello idrogeologico della piana di
Lucca)
20 (Monitoraggio coltivazioni
Massaciuccoli) (SCHEDA 20)
19 (Monitoraggio fabbisogni irrigui
Massaciuccoli) (SCHEDA 19)
18 (Database monitoraggi e scarichi)
(SCHEDA 18)
17 (Attività di diffusione permanente)
15 (Riqualificazione casello idraulico)
14 (Scale pesci per ripristino continuità
fluviale)
13 (Collegamento depuratore
Pontetettto)
12 (Tavoli Tecnici buche di sabbia
silicea)
11 (Tavoli Tecnici svasi in coda di
piena)
10 (Tavoli Tecnici subsidenza)
9 (Delocalizzazione inerti) (SCHEDA 9)
8 (Bilancio idrico Ania, Pizzorna,
Celetra)
6 (Gestione vegetazione riparia)
(SCHEDA 6).
7 (Conferma efficacia limitazioni
Massaciuccoli) (SCHEDA 7).
5 (Rinaturalizzazione aree contigue al
corso d’acqua)
4 (Disciplina DMV) (SCHEDA 4).
3 (ATO)
2 (Salvaguardia acque potabili Serchio)
[Misura di base]
1 (Tutela corsi d’acqua in aree protette)
(SCHEDA 1).
Integrazioni – Documento 1
+
[85] Censimento dei siti di
interesse del distretto (S)
+
Distretto dell’Appennino
Settentrionale
120]
Dismissione,
adeguamento e gestione delle
opere
per
l’uso
della risorsa idrica al fine di
migliorare
i
processi
geomorfologici
e
le forme fluviali naturali (S)
[123] Introduzione degli
strumenti
di
analisi
economica
previsti
dalla
direttiva,
che
permettono la valutazione
costi-efficacia e costibenefici,
anche con riguardo ai costi
ambientali (S)
[127] Applicazione delle
direttive regionali in materia
di
derivazione
di acqua per uso idroelettrico
(S)
[128]
Realizzazione
di
interventi
per
la
manutenzione
e
riqualificazione dei canali di
bonifica per il miglioramento
ecologico
(S)
[132] Realizzazione di fasce
tampone lungo il reticolo
drenante
naturale e artificiale (S)
+
+
+
+
[131] Verifica dell’influenza
dei prelievi sulla velocità di
subsidenza
e
implementazione
del
relativo
sistema
di
monitoraggio
anche
tramite dati satellitari (S)
Distretto del fiume Serchio
+
+
+
+
+
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
32
+
+
+
+
+
+
31 (Monitoraggio Verrucano
30 (Verifica perimetrazione nuove aree
protette)
29 (Individuazione costi)
28 (Monitoraggio caratteristiche
economiche)
27 bis (Individuazione tendenze
evolutive inquinanti)
27 (Individuazione stati qualità corpi
idrici)
26 (Monitoraggi per effetti da caveminiere-ravaneti ecc.)
25 (Incentivazioni risparmio idrico)
(SCHEDA 25)
24 (Monitoraggio livelli idraulici invasi
Enel) (SCHEDA 24)
23 (Modello Matematico per il trasporto
solido del Serchio e del T. Lima)
22 (“Enclousures” lago Massaciuccoli).
21 (Modello idrogeologico della piana di
Lucca)
20 (Monitoraggio coltivazioni
Massaciuccoli) (SCHEDA 20)
19 (Monitoraggio fabbisogni irrigui
Massaciuccoli) (SCHEDA 19)
18 (Database monitoraggi e scarichi)
(SCHEDA 18)
17 (Attività di diffusione permanente)
15 (Riqualificazione casello idraulico)
14 (Scale pesci per ripristino continuità
fluviale)
13 (Collegamento depuratore
Pontetettto)
12 (Tavoli Tecnici buche di sabbia
silicea)
11 (Tavoli Tecnici svasi in coda di
piena)
10 (Tavoli Tecnici subsidenza)
9 (Delocalizzazione inerti) (SCHEDA 9)
8 (Bilancio idrico Ania, Pizzorna,
Celetra)
6 (Gestione vegetazione riparia)
(SCHEDA 6).
7 (Conferma efficacia limitazioni
Massaciuccoli) (SCHEDA 7).
5 (Rinaturalizzazione aree contigue al
corso d’acqua)
4 (Disciplina DMV) (SCHEDA 4).
3 (ATO)
2 (Salvaguardia acque potabili Serchio)
[Misura di base]
1 (Tutela corsi d’acqua in aree protette)
(SCHEDA 1).
Integrazioni – Documento 1
Distretto dell’Appennino
Settentrionale
[147]
Integrazione
e
coordinamento
dei
programmi di intervento
fra tutti i soggetti competenti,
che consentano di recuperare
e
migliorare
nelle
aree
perifluviali la funzionalità
idraulica
congiuntamente
al
miglioramento della qualità
paesaggistica
ed
ecologica (S)
[156]
Adeguamento
e
gestione
delle
opere
longitudinali e trasversali
per la tutela della fauna ittica
(S)
[157] Ottimizzazione del
grado di artificialità dei
sistemi,
finalizzatialla
riqualificazione generale dei
corsi d’acqua, specie nelle
areedove
sono
previsti
interventi di difesa idraulica
che devonoassicurare anche il
mantenimento e la fruizione
dell’ecosistema.Adeguamento
e gestione delle opere
longitudinali e trasversali
perla tutela della fauna ittica
anche
tramite
interventi
dirinaturalizzazione al fine di
ripristinare la connnettività
ecologicafluviale (S)
+
+
Distretto del fiume Serchio
[177]
Aggiornamento
e
verifica del Piano di Gestione
in conformità alla Dir.
2000/60 (S)
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
33
+
+
+
[165]
Aumento
delle
conoscenze sulle specie e
habitat
prioritari
e
redazione
delle
corrispondenti check-list (S)
+
31 (Monitoraggio Verrucano
30 (Verifica perimetrazione nuove aree
protette)
29 (Individuazione costi)
28 (Monitoraggio caratteristiche
economiche)
27 bis (Individuazione tendenze
evolutive inquinanti)
27 (Individuazione stati qualità corpi
idrici)
26 (Monitoraggi per effetti da caveminiere-ravaneti ecc.)
25 (Incentivazioni risparmio idrico)
(SCHEDA 25)
24 (Monitoraggio livelli idraulici invasi
Enel) (SCHEDA 24)
23 (Modello Matematico per il trasporto
solido del Serchio e del T. Lima)
22 (“Enclousures” lago Massaciuccoli).
21 (Modello idrogeologico della piana di
Lucca)
20 (Monitoraggio coltivazioni
Massaciuccoli) (SCHEDA 20)
19 (Monitoraggio fabbisogni irrigui
Massaciuccoli) (SCHEDA 19)
18 (Database monitoraggi e scarichi)
(SCHEDA 18)
17 (Attività di diffusione permanente)
15 (Riqualificazione casello idraulico)
14 (Scale pesci per ripristino continuità
fluviale)
13 (Collegamento depuratore
Pontetettto)
12 (Tavoli Tecnici buche di sabbia
silicea)
11 (Tavoli Tecnici svasi in coda di
piena)
10 (Tavoli Tecnici subsidenza)
9 (Delocalizzazione inerti) (SCHEDA 9)
8 (Bilancio idrico Ania, Pizzorna,
Celetra)
6 (Gestione vegetazione riparia)
(SCHEDA 6).
7 (Conferma efficacia limitazioni
Massaciuccoli) (SCHEDA 7).
5 (Rinaturalizzazione aree contigue al
corso d’acqua)
4 (Disciplina DMV) (SCHEDA 4).
3 (ATO)
2 (Salvaguardia acque potabili Serchio)
[Misura di base]
1 (Tutela corsi d’acqua in aree protette)
(SCHEDA 1).
Integrazioni – Documento 1
+
+
+
+
Integrazioni – Documento 1
- la misura di base relativa al prelievo di acque dal fiume Serchio, prevista nell'ambito
dell'accordo di programma per la tutela del lago di Massaciuccoli, non deve essere rilevata nel
quadro delle pressioni in quanto ancora non realizzata e che deve essere previsto nel piano di
monitoraggio uri indicatore che ne misuri gli impatti futuri;
(Integrazione tratta dal Documento 15 “Dichiarazione di sintesi” del Piano di Gestione).
Modifica effettuata in base alla considerazione che attualmente tale pressione non influenza lo stato di qualità del
corpo idrico in oggetto. In merito alla valutazione degli effetti di tale futura pressione si ritiene di demandare
l’individuazione di appositi indicatori di monitoraggio all’interno del programma di monitoraggio ambientale del
“Piano di Bacino, stralcio bilancio idrico del bacino del lago di Massaciuccoli”, che ha individuato l’opera di cui trattasi,
per il quale è attualmente in corso di elaborazione la valutazione ambientale strategica.
- obiettivo di qualità buono per il lago di Massaciuccoli deve essere anticipato dal 2027 al 2021 e
per la costa del Serchio dal 2021 al 2015;
(Integrazione tratta dal Documento 15 “Dichiarazione di sintesi” del Piano di Gestione).
. Per quanto concerne gli obiettivi di qualità, in base alle osservazioni ricevute dalla Regione Toscana (Settore
strumenti di valutazioni e sviluppo sostenibile e Settore Tutela delle Acque interne e costiere – Servizi idrici), i tempi
per il raggiungimento degli obiettivi del Piano di gestione delle acque vengono omogeneizzati nel Piano di Gestione
con quelli indicati nel Piano di Tutela delle acque della Regione Toscana (cfr. Documento 7 del Piano di Gestione).
- al fine di evitare rischi di sovrapposizione con strumenti di pianificazione diversa e di
programmazione che si sviluppano nella medesima scala territoriale, si richiede di trasformare le
norme di piano ("schede norma") in misure di indirizzo da fornire ai vari enti istituzionali
coinvolti, indirizzi che devono essere sviluppati e trovare una loro efficacia negli strumenti
programmatori e pianificatori propri degli stessi soggetti.
(Integrazione tratta dal Documento 15 “Dichiarazione di sintesi” del Piano di Gestione).
Suggerimento accolto tramite l’articolazione delle misure secondo tre diversi gradi di cogenza:
- Indirizzi non vincolanti (misure n. 2, 3, 13, 22)
- Indirizzi vincolanti (misure n. 5, 6, 8, 10, 11, 12, 14, 15, 17, 18, 19, 20, 21, 23, 24, 25, 26, 27, 27 bis, 28, 29, 30, 31)
- Norme di Piano (misure n. 1, 4, 9, 7).
Relativamente alla misura 1, che contiene elementi di possibile incoerenza rispetto al PIER della Regione Toscana, si
evidenzia che la stessa Regione, in occasione delle osservazioni al Piano, ha rilevato che “il quadro delle pressioni e
degli impatti è stato elaborato a partire dai dati riportati nel Piano di Tutela delle Acque, aggiornati e approfonditi alla
luce della situazione attuale; i contenuti risultano pertanto coerenti con quelli del Piano di Tutela delle Acque”: alla luce
di ciò il sistema delle centraline , inserito nel piano di gestione fra le pressioni significative (tav. 4.9), è da ritenersi
condiviso dalla Regione stessa. Inoltre si ricorda che la stessa misura 1 contempla sempre la possibilità di realizzare
“impianti di derivazione con presa e rilascio non fisicamente distinte”.
Per approfondimenti sulla coerenza con il PIER si rimanda a quanto illustrato nel documento 12 del Piano di Gestione
(paragrafo 2.4).
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
34
Integrazioni – Documento 1
2.
(Stato attuale dell'ambiente ed evoluzione probabile senza il Piano):
- Il Rapporto ambientale deve fare riferimento, ove necessario, agli aggiornamenti pubblicati
dall'Autorita procedente in data 30/11/2009;
(Integrazione tratta dal Documento 15 “Dichiarazione di sintesi” del Piano di Gestione).
In data 30/11/2009 sono stati pubblicati alcuni ulteriori aggiornamenti apportati alla Proposta di Piano a
seguito della definizione dei corpi idrici da parte della Regione Toscana, avvenuta con D.G.R. N° 939/2009,
della precisazione delle “pressioni significative” nonché della correzione di alcuni errori materiali. Ai fini
della “partecipazione dinamica”, anche tali ulteriori aggiornamenti sono stati sottoposti a consultazione
pubblica: le tabelle che seguono riassumono le modifiche introdotte, rispetto alla Proposta di Piano di
Gestione, pubblicate il 30/11/2009 sul sito dell’Autorità di Bacino del fiume Serchio.
1.
Modifiche alle tavole conseguenti alla definizione dei corpi idrici e alla precisazione delle pressioni.
Argomento
3.Identificazione
dei corpi idrici
4. Pressioni ed
impatti
significativi
Tavola modificata
Tav. 3.1 - Corpi idrici
superficiali
Tav. 3.2 - Corpi idrici
superficiali – Categorie
Tav. 3.3 - Tipologia dei
corpi idrici superficiali
Tav. 3.5 - Corpi idrici
sotterranei
Tav. 4.11 - Acque
superficiali - Classi di
rischio
Tav. 4.12 - Acque
sotterranee - Cave
Tav. 4.13 - Acque
sotterranee - Discariche
e siti contaminati
Tav. 4.14 - Acque
sotterranee - Aree
prive di fognatura e
zone vulnerabili ai
nitrati
di
origine
agricola
Tav. 4.16 - Acque
sotterranee
Captazioni rilevanti per
uso potabile
Tav. 4.17 - Acque
sotterranee
Captazioni rilevanti per
uso irriguo
Tav. 4.18 - Acque
sotterranee
Captazioni rilevanti per
uso industriale
Modifica ai contenuti della tavola
Modificati i nomi dei corpi idrici
superficiali ai sensi della DGRT 939/2009
Aggiunti Torrente Freddana e Contesora
nella categoria “Fortemente modificati” ai
sensi della DGRT 939/2009
Modificati i nomi dei corpi idrici
superficiali ai sensi della DGRT 939/2009
Sostituiti i corpi idrici sotterranei ai sensi
della DGRT 939/2009
Modificati i nomi dei corpi idrici
superficiali e le classi di rischio ai sensi
della DGRT 939/2009
Sostituiti i corpi idrici sotterranei ai sensi
della DGRT 939/2009
Sostituiti i corpi idrici sotterranei ai sensi
della DGRT 939/2009
Sostituiti i corpi idrici sotterranei ai sensi
della DGRT 939/2009
Sostituiti i corpi idrici sotterranei ai sensi
della DGRT 939/2009 e aggiunto campo
pozzi mancante
Sostituiti i corpi idrici sotterranei ai sensi
della DGRT 939/2009
Sostituiti i corpi idrici sotterranei ai sensi
della DGRT 939/2009
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
35
Integrazioni – Documento 1
5. Registro delle
aree protette
6.
Reti
e
programmi
di
monitoraggio
7. Obiettivi di
piano, stati di
qualità
e
deroghe
Tav. 4.19 - Acque
sotterranee - Intrusioni
saline significative
Tav. 4.20 - Acque
sotterranee - Classi di
rischio
Tav. 5.1 - Aree protette
– Acque utilizzate per
l’estrazione di acqua
potabile Tav. 5.2 - Aree protette
– Aree designate per la
protezione di specie
acquatiche significative
Tav. 6.5 - Piano di
Tutela delle acque
regionale – Punti di
monitoraggio
delle
acque sotterranee
Tav. 6.6 - Piano di
Tutela delle acque
regionale – Risultati del
monitoraggio per le
acque sotterranee
Tav. 7.2 - Stato
/Potenziale ecologico
delle acque superficiali
Tav. 7.3 - Stato chimico
delle acque superficiali
Tav. 7.4 - Stato delle
acque superficiali
Tav. 7.5 - Stato
quantitativo
delle
acque sotterranee
Tav. 7.6 - Stato chimico
delle acque sotterranee
Tav. 7.7 - Stato delle
acque sotterranee
Tav. 7.8 - Acque
superficiali - Obiettivi di
piano
Tav. 7.9 - Acque
sotterranee - Obiettivi
di piano
2.
Sostituiti i corpi idrici sotterranei ai sensi
della DGRT 939/2009
Modificate classi di rischio e sostituiti i
corpi idrici sotterranei ai sensi della DGRT
939/2009
Sostituiti i corpi idrici sotterranei ai sensi
della DGRT 939/2009
Individuato il Lago di Massaciuccoli quale
aree designata per la protezione di specie
acquatiche significative
Sostituiti i corpi idrici sotterranei ai sensi
della DGRT 939/2009
Sostituiti i corpi idrici sotterranei ai sensi
della DGRT 939/2009
Modificati i nomi dei corpi idrici
superficiali ai sensi della DGRT 939/2009
Modificati i nomi dei corpi idrici
superficiali ai sensi della DGRT 939/2009
Modificati i nomi dei corpi idrici
superficiali ai sensi della DGRT 939/2009
Sostituiti i corpi idrici sotterranei ai sensi
della DGRT 939/2009 ed aggiornato lo
stato sulla base dei nuovi perimetri
Sostituiti i corpi idrici sotterranei ai sensi
della DGRT 939/2009 ed aggiornato lo
stato sulla base dei nuovi perimetri
Sostituiti i corpi idrici sotterranei ai sensi
della DGRT 939/2009 ed aggiornato lo
stato sulla base dei nuovi perimetri
Modificati i nomi dei corpi idrici
superficiali ai sensi della DGRT 939/2009
Sostituiti i corpi idrici sotterranei ai sensi
della DGRT 939/2009 ed aggiornati gli
obiettivi sulla base dei nuovi perimetri
Modifiche alle tavole conseguenti alla correzione di errori materiali
Argomento
4. Pressioni
impatti
ed
Tavola modificata
Tav. 4.2 - Acque
superficiali
Aree
Modifica ai contenuti della tavola
Corrette le aree industriali
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
36
Integrazioni – Documento 1
significativi
5. Registro delle
aree protette
6.
Reti
programmi
monitoraggio
e
di
industriali ed impianti
IPPC
Tav. 4.3 - Acque
superficiali - Cave ed
impianti
di
trattamento/
frantumazione inerti
Tav. 4.5 - Acque
superficiali
Aree
agricole
Tav. 4.9 - Acque
superficiali – Centraline
idroelettriche
Tav. 4.15 - Acque
sotterranee - Aree
agricole
Tav. 5.6 - Aree protette
– Aree designate per la
protezione degli habitat
e delle specie. Aree
Naturali protette
Tav. 6.1 - Piano di
Tutela delle acque
regionale – Punti di
monitoraggio
delle
acque superficiali
Tav. 6.3 - Piano di
Tutela delle acque
regionale – Risultati del
monitoraggio per le
acque superficiali
Tav. 6.7 - Rete di
monitoraggio delle aree
protette
Tav. 6.8 - Risultati del
monitoraggio per le
aree protette
Corrette le aree di cava ed gli impianti di
trattamento/ frantumazione inerti
Corretto il titolo, eliminate le aree di
potenziale dilavamento urbano, corrette le
aree agricole.
Correzioni dei simboli e della legenda
Corretto il titolo, sostituiti i corpi idrici
sotterranei ai sensi della DGRT 939/2009,
eliminate le aree urbane ed industriali
Chiarito l’inserimento dello specchio
lacustre e le aree umide del lago di
Massaciuccoli nel Parco di Migliarino San
Rossore Massaciuccoli. Sostituiti i corpi
idrici ai sensi della DGRT 939/2009
Corretta l’ubicazione di un punto di
monitoraggio; sostituiti i corpi idrici ai
sensi della DGRT 939/2009.
Corretta l’ubicazione di un punto di
monitoraggio; sostituiti i corpi idrici ai
sensi della DGRT 939/2009.
Corretta l’ubicazione di
monitoraggio; sostituiti i
sensi della DGRT 939/2009.
Corretta l’ubicazione di
monitoraggio; sostituiti i
sensi della DGRT 939/2009.
un punto di
corpi idrici ai
un punto di
corpi idrici ai
Come si evince dalla lettura delle tabelle, le modifiche apportate alle tavole della Proposta di Piano di
Gestione, pubblicate il 30/11/2009, non ne hanno modificato i contenuti sostanziali, nè hanno comportato
variazioni ai contenuti del Rapporto Ambientale e alla valutazione degli effetti delle misure supplementari
del Piano sull’ambiente.
Considerato che all’interno del Documento 11 (Rapporto Ambientale- Aspetti pertinenti lo stato attuale
dell’ambiente”), il paragrafo 5.6 “La risorsa acqua” del capitolo 5 afferma che il quadro conoscitivo circa la
risorsa acqua è sviluppato nell’ambito del Piano di Gestione delle acque, si ritiene che l’aggiornamento del
quadro conoscitivo al 30/11/2009 rappresenti già parte integrante del Rapporto Ambientale.
- la caratterizzazione dello stato di fatto e dell'evoluzione dell'ambiente in relazione ai
cambiamenti climatici deve essere integrata con:
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
37
Integrazioni – Documento 1
•
•
•
•
analisi delle tendenze in corso, basata sullo studio di serie temporali di stazioni di
misura che ben rappresentano l’andamento climatico alla scala locale;
analisi delle previsioni climatiche sull’area di interesse in base a tali tendenze;
l'estrapolazione degli eventuali elementi di criticità, anche in relazione alle
vulnerabilità specifiche del bacino idrologico; identificazione e analisi di eventuali
criticità che già si sono manifestate o si stanno manifestando;
la definizione di azioni o strategie di adattamento per fronteggiare le criticità o la
descrizione delle azioni già programmate, per ragioni indipendenti dai cambiamenti
climatici, che inglobano una risposta alle criticità identificate.
•
(Integrazione parzialmente tratta dal Documento 15 “Dichiarazione di sintesi” del Piano di Gestione).
Caratterizzazione climatica del bacino del Serchio
Il bacino del Serchio è un territorio particolarmente ricco sia di acque di scorrimento superficiale, sia
sotterranee, da sempre
utilizzate dall’uomo per
scopi agricoli e artigianali,
ed in seguito anche
industriali.
Tale
abbondanza idrica è dovuta
ad
una
piovosità
particolarmente elevata in
un territorio dotato di
caratteristiche geologiche
favorevoli all’accumulo di
cospicue
risorse
sotterranee.
Nella sua parte montana, il
bacino
idrografico
del
Serchio è compreso tra la Andamento delle cumulate mensili di pioggia per la stazione di
dorsale delle Alpi Apuane e Borgo a Mozzano (valore medio periodo 1951 – 2008). In
quella degli Appennini. grigio il grafico relativo ad un anno piovoso, in blu all’anno
Entrambe si distendono medio ed in celeste i dati relativi ad un tipico anno asciutto.
parallelamente alla linea
della costa tirrenica, in
direzione Nord Ovest – Sud
Est, con altezze che superano i 2000 m sull’Appennino (Monte Cusna 2121 m, Monte Cimone 2165 m, Alpe
di Succiso 2017 m, ecc.) ed arrivano ad oltre 1900 m sulle Apuane (Pania della Croce 1859 m, Monte
Pisanino 1945 m). L’ostacolo che tali dorsali determinano al moto delle perturbazioni, specialmente su
quelle di provenienza atlantico mediterranea, è causa ed origine degli elevatissimi valori di piovosità che si
registrano in tali zone.
La carta delle isoiete mostra che la media annua delle piogge riferite all’intero bacino presenta, in
corrispondenza delle Alpi Apuane e del crinale Appenninico, due allineamenti di alti pluviometrici, con
massimi di oltre 3000 mm, con punte eccezionali che hanno superato anche i 4000 mm (Campagrina – Alpi
Apuane). Tali valori sono tra i più elevati di tutta Italia.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
38
Integrazioni – Documento 1
TERMOMETRIA - PERIDODO 1951-1980
30.0
DATI STAZIONI
temp (°)
Man mano che dai
Pisa
Lucca
crinali si scende verso i
25.0
Mutigliano
Castelnuovo Garfagnana
fondovalle,
le
S. Marcello Pistoiese
precipitazioni
si
Boscolungo
20.0
attestano intorno a
1200, 1400 mm fino ad
15.0
arrivare a valori inferiori
a 1000 mm annui nella
10.0
pianura costiera del
Serchio.
5.0
L’elevata piovosità è
evidenziata anche dalla
media annua di pioggia
0.0
cumulata, che si attesta
oltre 1900 mm, valore
-5.0
quasi doppio rispetto
Gen. Feb. Mar. Apr. Mag. Giu. Lug. Ago. Set.
Ott. Nov. Dic.
alle
precipitazioni
dell’adiacente
bacino Andamento delle temperature medie mensili in varie stazioni di misura
dell’Arno.
nel bacino del fiume Serchio, per il periodo 1951 – 1980.
Il regime pluviometrico
presenta un minimo
assoluto di piogge in corrispondenza del mese di luglio, un massimo relativo tra marzo ed aprile ed il
massimo assoluto a novembre.
Di seguito è riportata un’analisi di maggior dettaglio estratta dal documento “Raccolta, elaborazione e
analisi dei dati necessari alla definizione del bilancio idrico del bacino del fiume Serchio, alla valutazione del
Deflusso Minimo Vitale (D.M.V.) in relazione alla quantificazione del bilancio idrico e alla predisposizione
del relativo Piano di Gestione di cui alla Direttiva 2000/60/CE” redatto dall’Autorità di Bacino del Fiume
Serchio nell’anno 2009.
Infine, preme evidenziare che il programma monitoraggio (documento 13 del Piano di Gestione) sarà
integrato con l’analisi dei dati del monitoraggio idropluviometrico, già presente sul sito dell’ Autorità di
Bacino del Serchio alla pagina http://www.autorita.bacinoserchio.it/monitoraggio. Già allo stato attuale
tale rete di monitoraggio permette una analisi completa della condizione idropluviometrica del bacino, sia
in tempo reale che in postprocessing. Tale dato consentirà l’aggiornamento dei dati sullo stato
dell’ambiente.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
39
Integrazioni – Documento 1
Estratto dal documento “Raccolta, elaborazione e analisi dei dati necessari alla definizione del
bilancio idrico del bacino del fiume Serchio, alla valutazione del Deflusso Minimo Vitale
(D.M.V.) in relazione alla quantificazione del bilancio idrico e alla predisposizione del relativo
Piano di Gestione di cui alla Direttiva 2000/60/CE”
Per la caratterizzazione del regime climatico sono stati raccolti una serie di dati pluviometrici e
termometrici provenienti dalla rete di stazioni dell’ex Servizio Idrografico e Mareografico
Nazionale, ora ampliata e gestita dal Centro Funzionale Decentrato della Regione Toscana con
sede a Pisa, integrati con una serie di dati termometrici raccolti dalla rete di stazioni dell'ARSIA
presenti nel bacino idrografico del fiume Serchio e nelle aree immediatamente adiacenti.
I dati meteorologici sono stati organizzati in due periodi ben distinti:
•
un periodo recente, dal 2000 al 2008, in cui sono presenti una maggiore serie di dati
•
un periodo storico, dal 1951 al 2008
Questi valori sono stati utilizzati nel modello per costruire il bilancio idrologico di bacino e quindi la
curva delle durate; tale modello permette in ogni caso di variare il periodo da considerare per il
bilancio idrologico in modo da valutare, in sede di monitoraggio, il peso di eventuali impatti
antropici o naturali su bilancio idrico, come per esempio quello dovuto ai cambiamenti climatici.
Pluviometria
La pluviometria del bacino del fiume Serchio è stata valutata sulla base dei dati disponibili relativi
a 22 stazioni appartenenti alla rete attualmente gestita dal Centro Funzionale di Pisa. Queste
stazioni, quattro delle quali sono esterne al bacino, sono state scelte per la loro rappresentatività
spaziale e per la disponibilità di lunghe serie di osservazioni.
Al fine di migliorare la copertura dei pluviometri disponibili sono stati aggiunti ulteriori due
pluviometri fittizi (1 e 4) i cui dati sono stati ricostruiti sulla base delle serie di dati di stazioni vicine
considerate simili dal punto di vista pluviometrico ed in particolare per il pluviometro fittizio 1
sono state utilizzate le stazioni di Capanne di Sillano e Campagrina e per il fittizio 4 Casone di
Profecchia e Tereglio.
A tutti i pluviometri, per un totale di 24 stazioni, è stato assegnato un codice e sono stati ricostruiti
i topoieti con il metodo Thiessen per valutare la zona di influenza di ciascuno di essi (fig. 2.1). In
fig. 2.2 sono stati ricostruiti ed evidenziati i soli topoieti e le relative stazioni che ricadono
all'interno del bacino del fiume Serchio chiuso a Ripafratta che è quella che sarà utilizzata per le
modellazioni idrologiche successive. I pesi calcolati per ogni stazione sono riportati nella tab. 2.1:
In maniera analoga a quanto fatto in precedenza si è proceduto al calcolo dei pesi delle stazioni
pluviometriche con riferimento allo stesso bacino del Serchio chiuso a Ripafratta ma suddiviso in
quattro sottobacini(fig. 2.3). Tale scomposizione in sottobacini sarà infatti utilizzata per la
modellazione idrologica successiva in modo da differenziare le risposte del bacino. Nella tabella
2.2 sono riportati i pesi ottenuti relativi ai quattro sottobacini individuati.
Sulla base dei dati giornalieri di pioggia raccolti per le stazioni pluviometriche di interesse sono
state eseguite una serie di elaborazioni al fine di predisporre l'input per il modello idrogeologico.
Tutti i dati sono stati inseriti in un database in formato DSS per le successive elaborazioni che
hanno riguardato in particolare l'individuazione delle caratteristiche medie di piogge annuali in
termini di altezza e di giorni piovosi (tab. 2.3 e 2.4).
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
40
Integrazioni – Documento 1
COD
NOME STAZIONE
01
BORGO A MOZZANO
Area (km2)
Peso
132.3
0.101
02
BOSCOLUNGO
18.3
0.014
03
CAMPAGRINA
29.4
0.022
04
CAPANNE DI SILLANO
05
CASONE DI PROFECCHIA
100.4
0.077
48.0
0.037
0.085
06
GALLICANO
111.3
07
GOMBITELLI
62.2
0.047
08
LUCCA
2.6
0.002
09
MELO
38.6
0.029
10
MUTIGLIANO
76.5
0.058
11
PALAGNANA
70.8
0.054
12
PIAN DI NOVELLO
62.8
0.048
13
PRUNETTA
26.8
0.020
14
RIPAFRATTA
26.1
0.020
15
S.MARCELLO PISTOIESE
87.2
0.066
16
TEREGLIO
17
VAGLI DI SOTTO
18
VILLACOLLEMANDINA
19
FITTIZIO1
20
FITTIZIO4
TOTALI
120.4
0.092
96.7
0.074
110.4
0.084
27.9
0.021
63.4
0.048
1312.4
1.000
Tab. 2.1 – Pesi topoieti bacino Serchio
Sottobacino A
COD NOME STAZIONE
01
Area (km2)
Sottobacino B
Peso
BORGO A MOZZANO
02
BOSCOLUNGO
03
CAMPAGRINA
29.4
0.064
04
CAPANNE DI SILLANO
100.4
0.217
05
CASONE DI PROFECCHIA
48.0
0.104
06
GALLICANO
19.7
0.043
07
GOMBITELLI
08
LUCCA
09
MELO
10
MUTIGLIANO
11
PALAGNANA
12
PIAN DI NOVELLO
13
PRUNETTA
3.7
14
RIPAFRATTA
S.MARCELLO PISTOIESE
16
TEREGLIO
17
VAGLI DI SOTTO
VILLACOLLEMANDINA
19
FITTIZIO1
20
FITTIZIO4
Sottobacino C
Peso
Area (km2)
96.7
TOTALI
0.008
Sottobacino D
Peso
16.6
0.058
49.0
0.154
5.1
0.018
13.2
0.042
91.7
0.319
38.6
15
18
Area (km2)
55.1
0.192
4.4
0.015
76.3
0.266
0.1
0.000
Area (km2)
Peso
66.7
0.271
62.2
0.253
2.6
0.011
0.122
58.4
0.184
26.8
0.084
87.2
0.275
44.1
0.139
317.3
1.000
76.5
0.311
12.0
0.049
26.1
0.106
246.2
1.000
0.209
110.3
0.239
27.9
0.061
25.7
0.056
37.7
0.131
461.8
1.000
287.0
1.000
Tab 2.2 - Pesi topoieti – 4 sottobacini
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
41
Integrazioni – Documento 1
Fig. 2.1- Topoieti complessivi
Fig. 2.2- Topoieti Bacino Serchio a Ripafratta
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
42
Integrazioni – Documento 1
Fig. 2.3 – Topoieti Bacino Serchio chiuso a Ripafratta ripartito in quattro sottobacini
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
43
16-TEREGLIO
17VAGLI_DI_SOT
TO
18VILLACOLLEMA
NDINA
19-FITTIZIO1
20-FITTIZIO4
108.0 182.8
159.7
264.3 158.6
285.5 199.1
235.4 188.1
97.1 151.8
135.0
209.3 131.6
248.8 166.6
117.7 230.2
175.9 179.2
78.5 140.3
131.9
166.5 112.3
212.4 145.6
185.4
102.3 199.1
198.5 169.8
82.7 130.3
121.0
162.8 108.8
194.4 148.6
93.2
204.3
102.2 202.3
220.6 150.6
94.2 135.1
101.8
160.9 111.4
199.0 135.8
88.8
75.8
146.1
84.7 148.6
167.1 126.1
68.7
97.5
71.1
120.9
82.6
145.9 101.9
83.5
65.0
60.1
119.2
67.5 121.5
124.7
85.2
57.0
78.0
51.5
107.2
73.5
117.4
79.9
63.0
53.4
40.4
30.4
71.8
32.6
68.9
69.4
51.0
25.0
49.8
75.1
67.1
50.7
74.0
69.1
92.0
87.1
71.4
58.5
95.0
61.2 103.4
110.9
82.8
55.4
69.9
115.0
98.5
73.8
97.2 103.5
144.5 138.9
124.5 109.8
166.9
112.2 160.4
200.5 145.0
110.5 128.6
173.0
160.4 119.7
152.8 158.8
187.1
230.8 219.7
153.1 143.4
270.0
147.3 260.1
312.4 228.5
134.8 183.8
211.1
256.3 183.9
257.8 220.9
217.8
282.2 255.5
182.2 164.6
312.0
177.4 296.5
334.6 262.2
150.5 220.7
182.2
292.4 204.2
298.2 232.2
MM
MM
MM
166.6 133.4
265.8
149.5 292.0
287.2 226.6
198.1 182.6
142.7 119.8
203.6
137.4 276.0
123.8
159.4 163.9
123.5 103.5
190.7
215.3 257.3
131.5
176.1 144.5
97.0
88.3
97.5
158.3 260.6
137.4
169.7 145.1
101.0
GIUGNO
76.9
114.8 184.6
107.3
132.8 102.0
LUGLIO
46.5
70.3 149.2
85.6
108.3
AGOSTO
80.3
96.0
91.6
56.5
SETTEMBRE
135.4
173.9 110.7
83.6
OTTOBRE
174.1
304.8 187.0
118.6
NOVEMBRE
206.7
362.1 328.5
DICEMBRE
177.1
307.5 378.7
MM
MM
MM
MM
242.9 394.3
176.6
238.5 222.9
139.2
194.3 353.9
143.6
MARZO
131.5
219.1 301.0
APRILE
122.4
MAGGIO
MM
MM
GENNAIO
153.9
FEBBRAIO
MESE
02BOSCOLUNGO
MM
01BORGO_A_MO
ZZANO
07GOMBITELLI_IN
TEGRATO
MM
06-GALLICANO
MM
05CASONE_DI_P
ROFECCHIA
MM
04CAPANNE_DI_
SILLANO
MM
03CAMPAGRINA
14RIPAFRATTA
MM
13-PRUNETTA
MM
12-PIAN DI
NOVELLO
MM
11-PALAGNANA
MM
10MUTIGLIANO
MM
09-MELO
MM
08-LUCCA
15S_MARCELLO_
PISTOIESE
Integrazioni – Documento 1
ANNULAE
1541.5 2459.3 2997.3 1569.3 1995.3 1799.0 1356.3 1180.9 2230.8 1292.1 2359.0 2437.2 1895.0 1062.4 1568.7 1528.4 2066.6 1411.0 2283.3 1761.9
Tab. 2.3 - Altezze medie mensili e totale annuale di pioggia – Periodo 1951 2008
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
44
01BORGO_A_MO
ZZANO
02BOSCOLUNGO
03CAMPAGRINA
04CAPANNE_DI_
SILLANO
05CASONE_DI_P
ROFECCHIA
06-GALLICANO
07GOMBITELLI_IN
TEGRATO
08-LUCCA
09-MELO
10MUTIGLIANO
11-PALAGNANA
12-PIAN DI
NOVELLO
13-PRUNETTA
14RIPAFRATTA
15S_MARCELLO_
PISTOIESE
16-TEREGLIO
17VAGLI_DI_SOT
TO
18VILLACOLLEMA
NDINA
19-FITTIZIO1
20-FITTIZIO4
MESE
Integrazioni – Documento 1
MM
MM
MM
MM
MM
MM
MM
MM
MM
MM
MM
MM
MM
MM
MM
MM
MM
MM
MM
MM
GENNAIO
6.8
7.6
8.8
5.7
5.6
6.7
8.2
6.1
7.5
6.7
8.2
7.7
6.5
5.1
6.8
6.1
7.3
6.1
7.2
5.9
FEBBRAIO
6.0
6.5
8.2
5.1
4.9
6.4
7.6
5.5
7.1
5.7
7.6
6.7
6.3
4.1
6.2
5.3
6.3
5.3
6.6
5.1
MARZO
6.2
7.3
8.5
5.3
5.6
6.0
7.7
5.1
7.2
5.4
7.7
7.4
6.7
4.7
6.0
4.8
6.5
5.4
6.9
5.2
APRILE
6.1
8.3
8.6
6.1
6.3
6.4
8.0
5.2
8.4
5.7
8.0
8.8
6.4
5.2
6.9
5.1
6.7
6.2
7.4
5.7
MAGGIO
5.2
7.0
7.3
5.4
5.4
5.2
6.4
4.3
7.0
4.8
6.4
7.4
5.8
3.8
5.7
4.7
6.0
5.1
6.3
5.0
GIUGNO
3.9
5.4
5.6
4.0
4.2
4.3
5.0
2.9
5.5
3.3
5.0
5.7
4.3
3.0
4.4
3.3
4.9
4.1
4.8
3.8
LUGLIO
2.3
3.5
3.8
2.4
2.4
2.5
3.1
1.3
3.7
1.6
3.1
3.8
2.2
1.4
2.9
2.2
3.1
2.7
3.1
2.3
AGOSTO
3.3
4.3
4.4
3.1
3.5
3.5
4.1
2.8
4.1
2.9
4.1
4.8
3.6
2.7
3.5
2.7
4.1
3.4
3.8
3.1
SETTEMBRE
5.0
5.7
6.3
4.3
4.1
5.2
5.9
4.3
5.5
4.4
5.9
6.1
4.8
4.2
5.4
4.1
5.4
5.0
5.3
4.1
OTTOBRE
6.9
8.5
8.6
6.4
6.0
7.2
8.1
6.1
8.2
6.3
8.1
9.3
7.0
5.9
7.2
5.4
7.8
7.0
7.5
5.7
NOVEMBRE
8.3
9.8
9.6
7.3
6.9
8.1
9.0
7.3
9.7
7.6
9.0
9.1
8.0
7.0
8.2
7.0
8.5
7.5
8.5
7.0
DICEMBRE
7.7
8.3
9.6
6.3
5.9
7.3
9.1
6.5
8.5
6.9
9.1
8.4
7.2
5.4
7.6
6.1
7.9
6.4
8.0
6.0
ANNUALE
67.7
82.3
89.3
61.4
60.9
68.7
82.2
57.5
82.6
61.2
82.2
85.4
69.0
52.3
70.7
56.8
74.5
64.0
75.4
58.8
Tab.2.4 - Numero dei giorni piovosi, medie mensili e totale annuale – Periodo 1951 2008
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
45
Integrazioni – Documento 1
BACINO DEL FIUME SERCHIO CHIUSO A RIPAFRATTA
300
PLUVIOMETRIA MEDIA MENSILE
250
1951-1980
1951-1980
mm
200
150
100
50
0
FEBBRAIO
GENNAIO
GIUGNO
APRILE
MARZO
MAGGIO
AGOSTO
LUGLIO
OTTOBRE
SETTEMBRE
DICEMBRE
NOVEMBRE
Fig. 2.4 – Pluviometria – Anno medio periodi 1951-1980 e 1951-2008
Sulla base delle elaborazioni compiute è stato quindi ricostruito un anno medio di
precipitazioni su base giornaliera con riferimento ai periodo 1951-1980 e 1951-2208, vedi
figura 2.4. In maniera analoga sono stati ricostruiti gli anni medi di pioggia da utilizzare per i
quattro sottobacini in cui il bacino del Serchio è stato suddiviso.
Le elaborazioni compiute sui dati pluviometrici hanno inoltre consentito la ricostruzione
dell'andamento della pluviometria media annuale sul bacino del fiume Serchio dal 1951 al
2008 come riportato nella figura 2.5, dove si evidenzia un trend in diminuzione (vedi linea
rossa tratteggiata). In realtà dalle successive figure 2.6 e 2.7 si può notare che nei due periodi
1951-1980 e 1981-2008 la pluviometria media annuale presenta un andamento costante con
normali oscillazioni attorno ai rispettivi valori medi riportati nella tabella seguente.
PERIODO
PRECIPITAZIONE MEDIA ANNUALE
1951-1980
1877.2
1951- 2008
1763.4
1981-2008
1555.4
Sulla base delle elaborazioni effettuate risulta quindi che una diminuzione della pluviometria
media di circa 300 mm si è verificata effettivamente tra i due suddetti periodi ma che
nell'ultimo periodo il trend pluviometrico è costante.
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
46
Integrazioni – Documento 1
Fig. 2.5 – Andamento pluviometria media annua – periodo 1951-2008
Fig. 2.6 – Andamento pluviometria media annua – periodo 1951-1980
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
47
Integrazioni – Documento 1
Fig. 2.7 – Andamento pluviometria media annua – periodo 1981-2008
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
48
Integrazioni – Documento 1
Termometria
Per la caratterizzazione del regime termometrico del bacino del fiume Serchio sono stati utilizzati i
dati di sei stazioni dell'Ex ufficio Idrografico e Mareografico Nazionale, vedi tabelle seguenti,
hanno serie di misurazioni sufficientemente estese.
Al fine di spazializzare i dati puntuali delle stazioni sull'intero bacino idrografico oggetto di studio
si è ritenuto opportuno adottare un criterio che tenesse in conto sia della posizione delle stazioni
che della loro quota rispetto al bacino del fiume Serchio.
In pratica ad ogni stazione è stato associato un peso valutato per metà sull'influenza areale della
stessa stazione con il metodo dei topoieti e per metà sulla quota della stessa stazione rispetto alle
porzioni di bacino del Serchio che ricadessero nelle varie fasce altimetrtiche.
I risultati ottenuti sono riportati nelle tabelle seguenti e sono relativi sia all'intero bacino del
Serchio che ai sottobacini in cui lo stesso bacino è stato suddiviso nelle fasi successive della
modellazione idrologica.
N
Comune
Provincia
Quota
(m s.l.m.)
ID Sensore
Rete
Anno di inizio
osservazioni
1
Pisa
PI
6
540-544
1867
2
Lucca
LU
15
512-511
1877
3
Lucca
LU
62
500
1933
4
Castelnuovo Garfagnana
LU
276
270
1929
5
S. Marcello Pistoiese
PT
625
430
1924
6
Abetone
PT
1340
350
1926
Tab.2.5 - Anagrafica stazioni termometriche
Nome
Gen.
Feb.
Mar.
Apr.
Mag.
Giu.
Lug.
Ago.
Set.
Ott.
Nov.
Dic.
1
Pisa
7.7
7.0
8.1
10.2
13.3
17.2
20.6
23.1
22.9
20.1
15.8
11.2
2
Lucca
7.4
6.6
8.1
10.1
13.4
17.4
20.7
23.8
23.3
20.2
15.5
10.8
3
Mutigliano
7.1
6.3
7.5
9.8
12.9
16.7
20.2
23.0
23.2
20.1
15.7
10.7
5.4
4.4
5.7
8.1
11.3
15.4
18.9
21.4
21.2
18.2
13.8
8.9
5.3
4.1
4.9
7.0
10.1
14.3
17.7
20.4
20.2
17.3
13.1
8.3
0.1
-1.1
-0.6
1.7
4.8
9.0
12.8
15.6
15.4
12.1
7.8
3.4
4
5
6
Castelnuovo
Garfagnana
S. Marcello
Pistoiese
Boscolungo
Tab.2.6 - Termometria Medie mensili - periodo 1951-1980
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
49
Integrazioni – Documento 1
Nome
Gen.
Feb.
Mar.
Apr.
Mag.
Giu.
Lug.
Ago.
Set.
Ott.
Nov.
Dic.
1
Pisa
8.1
7.3
8.2
10.7
13.5
17.5
21.0
23.6
23.2
20.5
16.3
11.6
2
Lucca
7.1
6.5
7.8
10.3
13.5
17.8
21.2
24.2
23.9
20.2
15.7
10.5
3
Mutigliano
7.5
6.7
7.7
10.1
12.9
17.0
20.4
23.5
23.8
20.5
16.1
10.9
4
Castelnuovo
Garfagnana
5.4
4.6
5.9
8.5
11.4
15.7
19.2
22.1
22.0
18.5
14.2
9.1
5
S. Marcello
Pistoiese
5.3
4.3
4.8
7.2
10.0
14.4
17.6
20.6
20.5
17.3
13.1
8.3
6
Boscolungo
-0.1
-1.2
-0.9
1.6
4.5
9.1
12.9
16.0
15.8
12.2
7.8
3.1
Mag.
Giu.
Tab.2.7 - Termometria Medie mensili - periodo 1951-2008
BACINO
SERCHIO CHIUSO A
RIPAFRATTA
SERCHIO CHIUSO A
RIPAFRATTA
SOTTOBACINO Gen.
Feb.
Mar.
Apr.
Lug.
Ago.
Set.
Ott.
Nov.
Dic.
UNICO
4.4
3.4
4.3
6.6
9.7
13.8
17.3
20.0
19.9
16.8
12.5
7.8
A
4.1
3.0
4.0
6.3
9.4
13.6
17.1
19.8
19.5
16.5
12.2
7.4
B
4.3
3.2
4.1
6.4
9.6
13.7
17.2
19.9
19.7
16.7
12.4
7.6
C
3.5
2.3
3.0
5.2
8.3
12.5
16.0
18.7
18.6
15.5
11.3
6.6
D
6.5
5.6
6.8
9.0
12.1
16.1
19.5
22.3
22.3
19.3
14.9
10.0
Tab.2.8 - Termometria Medie mensili ricostruite sul bacino idrografico - periodo 1951-1980
BACINO
SERCHIO CHIUSO A
RIPAFRATTA
SERCHIO CHIUSO A
RIPAFRATTA
SOTTOBACINO Gen.
Feb.
Mar.
Apr.
Mag.
Giu.
Lug.
Ago.
Set.
Ott.
Nov.
Dic.
UNICO
4.5
3.5
4.3
6.8
9.6
14.0
17.4
20.5
20.4
17.0
12.7
7.7
A
4.1
3.1
4.0
6.5
9.4
13.8
17.3
20.3
20.2
16.7
12.4
7.4
B
4.3
3.3
4.1
6.7
9.5
13.9
17.4
20.4
20.3
16.8
12.5
7.6
C
3.4
2.4
2.9
5.3
8.1
12.6
16.0
19.1
19.0
15.6
11.3
6.5
D
6.8
6.0
6.9
9.3
12.1
16.3
19.7
22.7
22.9
19.6
15.3
10.2
Tab. 2.9 - Termometria Medie mensili ricostruite sul bacino idrografico - periodo 1951-2008
In merito alla definizione di azioni o strategie di adattamento per fronteggiare le criticità ed in merito alla
descrizione delle azioni già programmate che inglobano una risposta alle criticità identificate, si veda anche
l’integrazione effettuata alla prescrizione 16 del parere motivato punto 2 riguardante "la coerenza degli
obiettivi del Piano con gli obiettivi internazionali (Libro bianco della Comrnissione europea su
"L'adattamento ai cambiamenti climatici: verso un quadro d'azione europeo" COM (2009) 147)”
In tale integrazione sono stati valutati alcuni aspetti del trend climatico per 4 stazioni situate in diverse
localizzazioni del bacino, ritenute significative (Campagrina in Comune di Stazzema per la zona Apuana,
Casone di Profecchia in Comune di Castiglione di Garfagnana per l’alto Appennino Tosco Emiliano, Borgo a
Mozzano per la Media Valle del Serchio e Lucca per la piana). Gli aspetti esaminati sono stati il numero di
giorni piovosi/anno nonché le cumulate annue di pioggia, per un periodo di circa 60 anni.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
50
Integrazioni – Documento 1
Da tale esame non sembra emergere una particolare tendenza circa il trend del numero di giorni piovosi
annui, salvo che per la stazione di Casone di Profecchia ove invece tale tendenza è evidente, anche nella
cumulata totale annua di pioggia.
Relativamente alla pioggia annua si nota, in generale, una certa tendenza alla diminuzione dei mm di
pioggia cumulata, tendenza confermata anche in altre parti del bacino. Non è tuttavia evidente se si tratta
di una tendenza di lungo periodo oppure di un fenomeno attribuibile ad una qualche ciclicità.
Il regime pluviometrico del bacino del fiume Serchio è tipicamente tirrenico, con un massimo assoluto
autunnale (tipicamente in Novembre) ed un massimo relativo a fine inverno – inizio primavera (Marzo); i
valori minimi di pioggia si realizzano in estate (Luglio). Il regime idraulico della maggioranza dei corsi
d’acqua è assimilabile a torrentizio.
Il periodo estivo è quindi critico dal punto di vista della disponibilità idrica, soprattutto superficiale. Già dal
dal 2006 è operativo presso l’Autorità di Bacino del Fiume Serchio un tavolo tecnico, finalizzato al
monitoraggio ed alla gestione della disponibilità idrica, con particolare riferimento agli invasi ENEL, in
rapporto alla situazione meteorologica in atto. Tale tavolo tecnico è composto da Autorità di Bacino del
Fiume Serchio, Enel Produzione Spa - Unità di Business di Bologna, ENEL Green Power SpA, Provincia di
Lucca - Servizio Difesa del Suolo, Provincia di Pistoia - Servizio Difesa del Suolo, Comunità Montana della
Garfagnana, Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e Regione Toscana - Direzione Generale
delle Politiche Territoriali e Ambientali - Settore Tutela delle Acque Interne e Costiere. La gestione degli
invasi è finalizzata a prevenire l’esaurimento della risorsa idrica e gestire, nel modo migliore possibile, la
ripartizione tra le diverse esigenze (ambientali, agricole, industriali, idropotabili) delle portate defluenti
dagli invasi.
La progressiva diminuzione delle piogge potrebbe portare ad una estensione del periodo di gestione
controllata della disponibilità degli invasi.
L’altro importantissimo aspetto dell’attuale fase climatologica è l’intensificarsi, sia in termini di intensità
che di frequenza, degli eventi meteorologici estremi. I drammatici eventi della Liguria di questo autunno
hanno mostrato ancora una volta gli effetti di eventi pluviometrici intensi e concentrati, interessanti
territori con criticità idrogeologiche. Ai fini del rischio idraulico ed idrogeologico, questa tipologia di evento
è probabilmente quella più influenzata dai cambiamenti climatici complessivi e che più necessita di
attenzione. Il Piano di Gestione del Rischio Alluvioni valuterà, in particolare, un’analisi complessiva volta ad
individuare le aree a maggior rischio di sviluppo di tali eventi e la messa in opere delle opportune di misure
di protezione, secondo un approccio multi-disciplinare che non si limita più solamente all’aspetto
strettamente idraulico ma si basa su una pluralità di tematiche, quali quelle idrauliche, geologiche,
geomorfologiche, di utilizzo del suolo, urbanistiche, di informazione e formazione della popolazione.
- La valutazione condotta deve essere completata da considerazioni conclusive che facciano
emergere quali siano gli andamenti più critici e rilevanti ai fini dei contenuti del Piano di
gestione.
(Integrazione tratta dal Documento 15 “Dichiarazione di sintesi” del Piano di Gestione).
Si riassumono in sintesi le principali criticità del Distretto, già ampiamente illustrate all’interno del Piano di
Gestione delle Acque:
1. Sovrasfruttamento idroelettrico del bacino del fiume Serchio.
2. Presenza di un forte carico antropico lungo i corsi d’acqua, con conseguente aumento del rischio
idraulico, modifica dei regimi naturali del corso d’acqua e degrado della naturalità e qualità dei
corpi idrici e dei loro affluenti.
3. Deficit idrico del bacino del lago di Massaciuccoli.
4. Qualità delle acque del bacino del lago di Massaciuccoli.
5. Subsidenza del bacino del lago del Massaciuccoli.
6. Mancanza di dati conoscitivi necessari alla esatta valutazione delle criticità ambientali e
all’approfondimento delle misure di Piano.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
51
Integrazioni – Documento 1
3.
(Caratteristiche ambientali, culturali,
potenzialmente interessate dal Piano):
paesaggistiche
delle aree
- anche ai fini della predisposizione del sistema di monitoraggio il quadro conoscitivo ambientale
del Distretto deve essere approfondito con informazioni sulla fauna legata agli ambienti
acquatici e agli aspetti florovegetazionali delle aree di maggior pregio:
(Integrazione tratta dal Documento 15 “Dichiarazione di sintesi” del Piano di Gestione).
Ampliamento della Rete Ecologica Regionale in Provincia di Lucca – Monti pisani
Recentemente, a seguito delle proposte avanzate dalla Provincia di Lucca (Del. Cons. Prov. n. 102 del
26/06/2008; Del. Cons. Prov. n. 101 del 26/06/2008), la Regione Toscana con la Del. n. 80 del 22/12/2009
ha approvato l’ampliamento del SIR-SIC 27 “Monte Pisano (IT5120019) e l’istituzione del SIR-pSIC “Padule di
Verciano, Prati alle Fontane, Padule delle Monache” (IT5120020).
L’ampliamento della Rete ecologica interessa parzialmente anche il Bacino idrografico del fiume Serchio e
in particolare:
in Provincia di Lucca, l’ampliamento (c. a 1500 ha) del SIR 27 “Monte Pisano” ne estende i confini
fino a ricomprendere parte dei rilievi calcarei posti a nord-ovest della Valle del Guappero e i
Bottacci di Massa Pisana, casse di espansione del Torrente Guappero localizzate in corrispondenza
dell’ampio sbocco della valle omonima verso la piana di Lucca. L’area di ampliamento ricade
completamente nel Bacino del Fiume Serchio. Sono presenti habitat e specie legati ad ambienti
umidi e ripariali rintracciabili principalmente lungo la Valle del Rio San Pantaleone (affluente in
destra del T. Guappero) e nei Bottacci di Massa Pisana.
Il nuovo SIR “Padule di Verciano, Prati alle Fontane, Padule delle Monache” si estende per circa
400 ha tra il comune di Lucca e quello di Capannori, e ricade parzialmente nel bacino del Fiume
Serchio. Il confine piuttosto irregolare è stato tracciato per comprende le porzioni della piana
alluvionale lungo il sistema Ozzori-Ozzoretto dal Perno a Ovest fino all’asse autostradale a NE e
lungo il Rogio dalla località Bottaccione a occidente fino alla via di Tiglio a oriente. Comprende i
boschi di Verciano e Sorbano (Prati alle Fontane) e verso Sud, lungo le pendici del Monte Pisano, il
Padule delle Monache a Massa Macinaia. Le principali emergenze presenti nel sito sono costituite
da specie animali e vegetali, nonché habitat legati ad ambienti ripariali, alluvionali e palustri.
Maggiori approfondimenti saranno riportati nel primo aggiornamento del Piano di Gestione delle Acque,
tra cui i nuovi perimetri sulle cartografie, le presenze igrofile di interesse e le misure di conservazione.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
52
Integrazioni – Documento 1
Schede del Repertorio Naturalistico Toscano 1
Di seguito, in riferimento alle tabelle riportate nel rapporto Ambientale, si riportano le schede tratte dal
repertorio Naturalistico Toscano relative alle specie di flora e di fauna di interesse conservazionistico.
Le schede evidenziano le principali criticità e cause di manaccia per ciascuna specie e le misure di
conservazione.
Esse fanno inoltre riferimento alla stessa Bibliografia del Repertorio Naturalistico Toscano, al momento non
disponibile, ma richiesta alla Regione Toscana a integrazione del presente documento.
Si fa presente che, a causa dell’aggiornamento in corso del sito web regionale non si dispone di tutte le
schede delle specie animali elencate del Piano di Gestione.
Specie di flora di interesse conservazionistico
Status in Toscana
CR
CR
CR
Baldellia ranunculoides (L.) Parl.
A
CR
VU
All. L.R.56/00
Blymus compressus (L.) Pranzer
Callitriche palustris L.
VU
Carex acutiformis Ehrh.
Carex davalliana Sm.
A
Carex fusca All.
Carex laevigata SM.
Carex macrostachys Bertol.
LR
28, 29, 11
28, 29
EN
29, 16, 25
EN
62, 11
VU
13, 28, 29, 30
EN
A
25
25, 61, 62
LR
A
SIR
Red List Regionale
A
All. Conv. Berna
Anagallis tenella (L.) L.
Specie
All. Dir. 42/93 CEE
Red List Nazionale
SPECIE VEGETALI IGROFILE IN LISTE D’ATTENZIONE
62
LR
Carex praecox Schreber
Carex rostrata Stokes
A
Carex stellulata Good.
A
LR
Ceratophyllum demersum L.
A
LR
Circaea intermedia Ehrh.
LR
14, 15, 28, 20, 21, 22, 23,11, 13, 17,16
LR
13, 28
EN
13, 28
11, 16, 25, 27, 28, 29
25, 61
LR
30
Cladium mariscus (L.) Pohl
A
LR
Corydalis pumila (Host) Rchb.
A
LR
Dactylorhiza incarnata (L.) Soò
A
VU
VU
22, 23, 21
Drosera intermedia Hayne
A,C
CR
CR
27
Drosera rotundifolia L.
A,C
CR
CR
Dryopteris oreades Fomin
A
LR
Eleocharis acicularis (L.) R. et S.
A
Eleocharis uniglumis (Link) Schultes
A
VU
VU
25, 61, 62
20, 22, 23, 21
25, 27
13, 27, 22, 23
CR
27
VU
25
1
le “misure per la conservazione” riportate fanno parte delle schede tratte dal repertorio Naturalistico Toscano relative alle specie di flora e di fauna
di interesse conservazionistico. Tali schede sono state riportate quale approfondimento del quadro conoscitivo del Rapporto Ambientale insieme a “le
misure di conservazione per ciascun sito della rete Natura 2000”.
Esse non sono da confondere con le misure individuate dal Piano di Gestione descritte nel Documento 9 “Sintesi delle misure di Piano” consultabile
alla pagina web http://www.autorita.bacinoserchio.it/files/pianodigestione/formazione/adottato/documenti/9_Sintesi_misure.pdf
e
nei
rispettivi
allegati
riportati
all’indirizzo
http://www.autorita.bacinoserchio.it/pianodigestione/formazione_del_piano/piano_di_gestione_adottato/allegati_al_piano .
In particolare l’allegato 9A riporta la “sintesi delle misure di base”, l’allegato 9C la “Sintesi delle misure supplementari” (per le misure supplementari
1,4,7,9,6,18,19,20,24,25 sono state redatte delle schede di dettaglio che sono riportate negli allegati 9D e 9E) e l’allegato 9F riporta la “ Sintesi delle
misure di base per le aree protette”. Per maggiori approfondimenti cfr. Appendice 1 a termine del presente Documento.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
53
Integrazioni – Documento 1
Epilobium collinum C.C. Gmelin
LR
VU
SIR
Status in Toscana
Red List Regionale
Red List Nazionale
All. Conv. Berna
All. L.R.56/00
Specie
All. Dir. 42/93 CEE
SPECIE VEGETALI IGROFILE IN LISTE D’ATTENZIONE
30, 13
Epipactis palustris (L.) Crantz
A
Erigeron gaudinii Brugger
A
CR
5
Eriophorum alpinum L. (Trichophorum alpinum (L.) Pers.)
A,C
CR
11
Eriophorum angustifolium Honckeny
A
CR
21, 23, 28, 11, 29
Eriophorum latifolium Hoppe
A,C
VU
Euphorbia palustris L.
A
VU
Gentiana pneumonanthe L.
A
Geum rivale L.
A,C
Gladiolus palustris Gaudin
A,C
EN
CR
16, 21, 22, 23, 24, 25, 61, 62
16, 21, 28, 29, 11, 22, 23
25, 61
CR
27
VU
14, 11, B04
VU
Herminium monorchis (L.) R. Br.
Hibiscus palustris L.
A,C
VU
VU
Hottonia palustris L.
A
VU
EN
Hutchinsia alpina (L.) R. Br.
23
LR
22, 23
VU
25, 62
25, 61, 62
VU
Hydrocharis morsus-ranae L.
A
Hydrocotyle ranunculoides L.
A
VU
EN
Hydrocotyle vulgaris L.
25, 61, 62
CR
CR
VU
CR
EN
VU
A
Juncus alpino-articulatus Chaix
A
LR
Juncus bulbosus L.
A
LR
27, 62
VU
Juncus subulatus Forsskal
VU
Leucojum aestivum L.
A,C
LR
Listera cordata (L.) R. Br.
A
LR
Ludwigia palustris (L.) Elliot
A
LR
A
I
VU
DD
Menyanthes trifoliata L.
A
Myriophyllum spicatum L.
A
VU
Myriophyllum verticillatum L.
A
VU
CR
EN
Myrrhis odorata Scop.
30
13, 21, 23, 28, 29, 30, 22, 16
25, 61, 62
EN
Marsilea quadrifolia L.
28, 29, 30, 10
25, 62
EN
Lythrum virgatum L.
62
16, BO6, 28, 29, 21, 23
Juncus filiformis L.
II,
IV
61, 25
24, 25, 27, 61, 18, 62
Hypericum elodes L.
EN
18, 21, 22, 23, 16
25, 62
25, 61
11, 13, 21, 23, 25, 28
25, 61
25
DD
EN
30, 23, 16
Najas marina L.
A
Nymphaea alba L.
A,C
VU
Nymphoides peltata (Gmelin) O. Kuntze
A
EN
Oenanthe aquatica (L.) Poiret
A
VU
25, 61, 62
Oenanthe fistulosa L.
A
VU
16
Oenanthe globulosa L.
A
VU
Oenanthe lachenalii Gmelin
A
VU
25, 61
Orchis laxiflora Lam.
A
VU
27, 61, 62
Orchis palustris Jacq.
A
VU
25, 27, 61, 62
EN
25
25, 61, 62
EN
EN
25
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
54
Integrazioni – Documento 1
Pinguicola leptoceras Rchb.
A,C
Pinguicula longifolia DC. subsp. reichenbachiana (Schindl.)
A,C
Casper
VU
LR
25, 61, 24, 62
VU
20, 10, 11, 28, 22, 23
VU
VU
SIR
Status in Toscana
Red List Regionale
A
Red List Nazionale
Periploca graeca L.
All. Conv. Berna
All. L.R.56/00
Specie
All. Dir. 42/93 CEE
SPECIE VEGETALI IGROFILE IN LISTE D’ATTENZIONE
21, 23, 11
Potamogeton trichoides Cham. et Schl.
CR
62
Potamogeton coloratus Vahl.
VU
25
VU
27
Potamogeton polygonifolius Pourret
A
VU
Potamogeton siculus Tineo
EW
Pteris cretica L.
A,C
EN
Ranunculus flammula L.
25
LR
18, 23, 27
VU
25, 61, 62
Ranunculus lingua L.
A
VU
VU
Rhyncospora alba (L.) Vahl.
A
CR
EN
Ruscus hypoglossum L.
A,C1
Sagittaria sagittifolia L.
A
Salvinia natans (L.) All.
A
Saxifraga etrusca Pignatti
A,C
Saxifraga stellaris L. subsp. alpigena Temesy
C
62
EN
LR
25, 27
14, B06
EN
VU
VU
VU
VU
25, 61
VU
VU
VU
5, 10, 13, 28, 21, 22, 23, 17, 16
CR
28, 29
Scirpus mucronatus L.
CR
25
Scirpus sylvaticus L.
EN
30
CR
29, 28
EN
25
Sparganium minimum Wallr.
I
A
LR
CR
Sparganium erectum L. subsp. microcarpum (Neum.) Domin
Spiranthes aestivalis (Lam.) L.C.
A
Spirodela polyrrhiza (L.) Schleid.
A
Swertia perennis L.
A
IV
I
25, 61
VU
27, 18, 23, 25, 61
VU
VU
25, 61
VU
Symphytum tanaicense Steven
13, 22, 23, 28, 28, 11
CR
25
Thelypteris palustris Schott
A
VU
Trollius europaeus L.
A,C
VU
Typha minima Hoppe
A
Utricularia australis R. Br.
A
EN
VU
Utricularia minor L.
A
EN
CR
Utricularia vulgaris L.
A
EW
25, 61
Vallisneria spiralis L.
A
VU
25, 61
24, 25, 27, 61, 62
11, 23
VU
28, 62
25, 61
CR
27
Anagallis tenella (L.) L.
Classe Magnoliopsida
Famiglia Primulaceae
Status in Italia In pericolo critico
Status in Toscana In pericolo critico
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie atlantica, in Italia presente nella Pianura Padana dal Friuli al Piemonte, in Liguria e in Toscana fino alla Valle
dell’Arno. Ovunque rarissima o quasi scomparsa (Pignatti 1982).
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
55
Integrazioni – Documento 1
In Toscana era un tempo segnalata a Massaciuccoli, nella Selva Pisana, al lago di Bientina (Caruel 1863), alla Paludetta
di Livorno, al lago di Sibolla (Baroni 1901).
Più di recente è stata segnalata alle Cerbaie (Di Moisè 1958), a Massaciuccoli (Ferrarini 1997; confermata da Tomei
2002, ined.), a Retignano di Stazzema (Ferrarini 1997), al lago di Sibolla (Tomei 2002, conferma ined.) e a San Rossore
(Garbari 2000).
Ecologia
Emicriptofita cespitosa di luoghi umidi, paludi, tra 0 e 500 m. Fiorisce tra aprile e luglio.
Cause di minaccia
Sono quelle che coinvolgono le zone umide in generale: bonifiche, degrado e calo del livello naturalità biologica e
geomorfologica delle aree palustri.
Misure per la conservazione
Tutela delle stazioni, da realizzare tramite un controllo periodico e l’istituzione di vincoli che impediscano eventuali
trasformazioni degli habitat. Quest’obiettivo risulta facilitato in quanto tutte le stazioni ricadono in aree protette e/o
SIC.
Bibliografia ragionata
Per la corologia generale ed italiana di A. tenella e per notizie sulla sua ecologia si fa riferimento a:
PIGNATTI S., 1982 – Flora d’Italia, Edagricole, Bologna.
Per la distribuzione toscana, notizie pubblicate sono in Ferrarini (1997), Di Moisè (1958), Garbari (2000), Tomei (1991).
Carex acutiformis Ehrh.
Classe Liliopsida
Famiglia Cyperaceae
Status in Toscana In pericolo
Livello di rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat no
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie eurasiatica, in Italia comune nel settentrione e rara nella penisola, dove è presente con lacune, in Sicilia, in
Sardegna e in Corsica.
In Toscana era presente nell’agro pisano (anche verso San Rossore) e lucchese (CARUEL 1864), a San Giuliano (BARONI
1908), a Viareggio (exs. 1857 FI).
Di recente, la sua presenza è stata indicata a Migliarino, Massaciuccoli, Lago di Porta, (FERRARINI 2000), Fucecchio
(TOMEI ET GUAZZI 1993) e al Monte Leoni dove è rarissima, presente in una sola stazione (SELVI 1998).
Ecologia
Specie perenne, emicriptofita/rizomatosa, di paludi, sponde di stagni e corsi d’acqua, in un intervallo altitudinale
compreso tra 0 e 800 m, raramente fino a 2000 m. Fiorisce tra aprile e giugno.
Cause di minaccia
La scomparsa o il degrado delle zone umide a cui C. acutiformis è ecologicamente vincolata.
Misure per la conservazione
La stazione di Migliarino è compresa nel Parco Regionale di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli; il Monte Leoni
compare tra i biotopi di interesse europeo per la conservazione della natura (cfr. CORINE BIOTOPES n. 1162, 1991 e Siti
Rete Natura 2000) (SELVI 1998); il Lago di Porta costituisce l’omonima Area Naturale Protetta di Interesse Locale; il
Padule di Fucecchio è riserva Naturale Provinciale.
Bibliografia ragionata
Per l’ecologia, la distribuzione generale e italiana di C. acutiformis, si fa riferimento a:
PIGNATTI S., 1982 – Flora d’Italia, Edagricole, Bologna.
Per la distribuzione toscana:
BARONI E. 1908 – Supplemento Generale al Prodromo della Flora toscana. G. Pellas, Firenze.
CARUEL T. 1864 – Prodromo della Flora toscana. G. Pellas, Firenze.
CORINE BIOTOPES MANUAL, 1991 – Habitats of the European Community. Commission of the European Communities,
Brussels.
FERRARINI E., Prodromo alla flora della Regione Apuana. Parte terza (Compositae - Orchidaceae). (2000). Acc. Lunig. Sci.
G. Capellini. La Spezia.
SELVI F., 1998 - Flora vascolare del Monte Leoni (Toscana Meridionale). Webbia, 52 (2): 265-306.
TOMEI P.E., GUAZZI E., 1993 - Le zone umide della Toscana, lista generale delle entità vegetali. Atti Mus. Civ. Stor. Nat.
Grosseto, n.15: 107-152.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
56
Integrazioni – Documento 1
Carex davalliana Sm.
Classe Liliopsida
Famiglia Cyperaceae
Status in Toscana In pericolo
Livello di rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie centroeuropea, in Italia comune sulle Alpi dalla Carnia alla Liguria; presente, ma molto rara, in Padania
(soprattutto nella fascia pedemontana), sull’Appennino Tosco-Emiliano (Fiumalbo, Lucchese) e in Abruzzo.
In Toscana era presente in passato in Garfagnana e sull’Appennino lucchese: Alpi di Soraggio alla Vetrice e alla Lama
Rossa, a S. Pellegrino e alle Pracchie di Pontito (CARUEL 1864).
Di recente, C. davalliana è stata confermata alla Lamarossa e trovata nelle vicinanze di questa, alla Sella di Campaiana
(a NE della Pania di Corfino). Inoltre, viene segnalata anche a San Rossore (GARBARI 2000).
Ecologia
Specie perenne, emicriptofita, di prati umidi torbosi, torbiere basse, con acqua ricca di basi e soprattutto di calcare. E’
specie dioica: gli individui maschili e femminili hanno aspetto diverso e danno l’impressione di specie del tutto
differenti. In un intervallo compreso tra 100 e 2500 m. Fiorisce tra aprile e giugno (PIGNATTI 1982).
Cause di minaccia
Scomparsa o degrado biologico delle torbiere.
Misure per la conservazione
Le stazioni sono comprese in aree protette a vario livello: Riserva Naturale Biogenetica e Riserva di luoghi Naturali
(Lamarossa); Riserva Naturale di Popolamento Animale (Orecchiella); Riserva di Luoghi Naturali (Pania di Corfino);
Parco Naturale di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli)
E comunque necessario anche un monitoraggio periodico delle torbiere, ambienti a dinamismo accelerato e spesso
attualmente in regresso o soggette ad un impoverimento nella biodiversità floristica.
Bibliografia ragionata
Per l’ecologia, la distribuzione generale e italiana di C. davalliana, si fa riferimento a:
PIGNATTI S., 1982 – Flora d’Italia, Edagricole, Bologna.
Per la distribuzione toscana:
CARUEL T. 1864 – Prodromo della Flora toscana. G. Pellas, Firenze.
GARBARI F., 2001 - La flora di S. Rossore (Pisa) aggiornata al 1999. Atti Soc. Tosc. Sci. Nat. Mem, Serie B, 107(2000): 1142.
Carex fusca All.
Classe Liliopsida
Famiglia Cyperaceae
Status in Toscana Vulnerabile
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie diffusa in tutte le regioni settentrionali fino alla Toscana, si ritrova al centro, in Lazio e Abruzzo, e al sud in
Calabria e Sicilia. Nota in Toscana per le parti più alte dell’Appennino Tosco-Emiliano in un’area ristretta al confine tra
le province di Pistoia, Lucca e Modena. Qui è conosciuta per il Lago del Greppo in comune di Abetone, nell’alta Valle
del Sestaione, lungo il torrente Lima ed ai laghi Nero e Piatto, risulta segnalata anche sul M. Rondinaio in comune di
Coreglia Antelminelli (LU). La segnalazione per Pian Cavallaro non viene invece considerata in quanto è da riferire al
toponimo situato in provincia di Modena, nei pressi del M. Cimone e non all’omonima località posta sul versante
lucchese della Foce di Campolino.
Si tratta di un’entità un tempo sicuramente più diffusa come testimoniano antiche segnalazioni per altre stazioni: Alpi
di Mommio, M. Pisanino, Pracchie di Pontito (PT). Le popolazioni attuali sono esigue ed estremamente localizzate e la
loro tendenza demografica potrebbe essere negativa a causa della contrazione del loro habitat di torbiera.
Ecologia
Specie igro-acidofila e semieliofila, ipsofila, tipicamente legata a paludi e torbiere acide di ambiente monatno-alpino,
fino a 2800 m di quota.
Cause di minaccia
Disseccamento e interramento dei laghetti e delle torbiere alpine, bonifiche, drenaggi, captazione e inquinamento
delle acque, piste da sci, sbancamenti e alterazioni del regime idrogeologico degli ambienti umidi di altitudine.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
57
Integrazioni – Documento 1
Misure per la conservazione
Tutela degli ambienti umidi di altitudine, evitando gli interventi sopra citati.
Bibliografia ragionata
La sua presenza nell’Appennino Tosco-Emiliano, e il suo significato ecologico e fitogeografico, sono documentati in
Raffaelli et al. (1997), Del Prete e Tomaselli (1988), Tomei et al. (2001), Arrigoni e Papini (2003). In Ferrarini (1999) la
segnalazione, in passato male interpretata, per Pian Cavallaro nel modenese.
Carex rostrata Stokes
Classe Liliopsida
Famiglia Cyperaceae
Status in Toscana In Pericolo
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
In Toscana è oggi presente solo in stazioni montane, al Lago Padule di Fivizzano e a Filattiera (MS), al Lago Lungo, al
Lago Nero e alla Foce di Campolino (PT), mentre sembra ormai scomparsa dalle stazioni planiziarie come Bientina,
Sibolla e Torre del Lago dove era stata segnalata fino all’inizio di questo secolo. Le popolazioni di pianura sono ormai
scomparse, ma anche quelle montane sembrano meno numerose e meno vitali che nel passato.
Ecologia
Specie igrofila, tipica della vegetazione a grandi carici delle sponde dei laghi e degli stagni, dalla pianura alla
montagna.
Cause di minaccia
Bonifica, canalizzazione, interramento di laghi e stagni. Eccessiva eutrofizzazione delle acque.
Misure per la conservazione
Mantenimento degli habitat naturali.
Bibliografia ragionata
Per notizie sulla situazione attuale delle stazioni montane vedi Gerdol e Tomaselli (1987) e Tomei et al. (1980). Per le
stazioni planiziarie vedi Tomei et al. (1991).
Dactylorhiza incarnata (L.) Soò
Classe Liliopsida
Famiglia Orchidaceae
Status in Toscana Vulnerabile
Livello di rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie Euro-Sibirica a larga diffusione, tassonomicamente controversa per le numerose forme assunte localmente, di
notevole significato geobotanico, al pari di altre entità igrofile circumboreali ed euroasiatiche che sui rilievi dell’Europa
meridionale presentano areali frammentali assumendo nel contempo spiccate tendenze orofile.
In Italia presente, rara, sulle Alpi e sui rilievi collinari prealpini dal Triestino alla Liguria, sui monti della penisola fino al
Lazio (PIGNATTI 1982).
In Toscana in passato era segnalata per l’Appennino pistoiese a Mandromini, per l’Appennino lucchese (segnalazione
erronea, vedi DEL PRETE 1976) e per il Mugello al Sasso di Castro (CARUEL 1864), quest’ultima segnalazione però riferita
al versante modenese (FIORI et al. 1906).
Segnalata di recente sulle Alpi Apuane, per le quali non era data in passato, tra Fociomboli e Puntato (DEL PRETE 1976)
e al Monte Roggio (BARTELLETTI et al. 1996). Nella località di Fociomboli la specie è abbondantemente presente su una
superficie di diverse decine di metri quadrati, con tendenza demografica probabilmente stabile. Assai recente la
scoperta della nuova stazione apuana nella torbiera del Monte di Roggio.
La sua presenza sull’Appennino non ha ricevuto conferme recenti sicure. Un unico campione proveniente dall’Alta
Valle del Sestaione va probabilmente attribuito a questo taxon (Romagnoli ined. 2001).
Ecologia
Specie microterma perenne, geofita bulbosa, di acquitrini, paludi oligotrofe, sfagnete. Si può comportare da igrofita o
da elofita. Si trova in un intervallo altitudinale compreso tra 1600 e 2000 m. Fiorisce da giugno a luglio.
Cause di minaccia
La stazione posta tra Fociomboli e Puntato era, almeno al momento della sua scoperta, assai ricca (DEL PRETE 1976). A
questo riguardo, si può comunque ricordare che, ancora nel 1996, BARTELLETTI et al. definiscono accettabile la
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
58
Integrazioni – Documento 1
situazione della zona umida di Fociomboli, nonostante il carico turistico. La specie è comunque fortemente minacciata
dalla riduzione qualitativa/quantitativa delle torbiere montane. Tra le cause di minaccia dell’habitat: interramento
delle torbiere, evoluzione della vegetazione, gestione del pascolo, modificazioni del regime idraulico del bacino,
attività escursionistiche e di fuoristrada, prelievo di sfagno.
Misure per la conservazione
La frammentazione arealica e le tendenze orofile delle specie igrofile eurosibiriche come D. incarnata testimoniano un
fenomeno di regressione postglaciale, nel cui contesto le zone umide con terreni permanentemente inondati da acque
a bassa temperatura assumono il significato di ambienti rifugio ad alto valore conservativo (DEL PRETE et TOMASELLI
1981). Nell’ambito della Toscana settentrionale le fitocenosi palustri montane sono, peraltro, piuttosto rare. Tanto più
sulle Alpi Apuane, di cui uno degli aspetti distintivi è proprio la scarsità di laghetti ed acquitrini d’altitudine d’origine
glaciale, legata alle formazioni rocciose carbonatiche prevalenti nelle porzioni più elevate. La conservazione delle
poche zone umide d’altitudine delle Apuane assume dunque un grande valore geobotanico.
Per la loro conservazione è valido strumento la presenza del Parco Regionale delle Alpi Apuane. In questo contesto, il
monitoraggio costante delle zone umide è comunque necessario, trattandosi di situazioni climaticamente relittuali e in
generale regresso, come testimonia l’impoverimento floristico di molte di esse (BARTELLETTI et al. 1996): occorre una
attenta gestione del carico turistico, una analisi dei cambiamenti sul regime idraulico indotti dalla presenza di vicine
strade sterrate e discariche di materiale litoide, e la verifica del carico pascolivo. Da verificare meglio la tendenza della
popolazione e le problematiche di conservazione nelle rimanenti due stazioni.
Bibliografia ragionata
Per l’ecologia, la distribuzione generale e italiana di D. incarnata, si fa riferimento a:
PIGNATTI S., 1982 – Flora d’Italia, Edagricole, Bologna.
Per la distribuzione toscana e per le considerazioni geobotaniche e conservazionistiche si fa riferimento a:
BARTELLETTI A., GUAZZI E., TOMEI P. E., 1997 - Le zone umide delle Alpi Apuane: nuove acquisizioni floristiche. Atti Soc.
Tosc. Sci. Nat., Mem., ser. B, 103: 49-54 (1996)
DEL PRETE C., 1976 - Contributi alla conoscenza delle Orchidaceae d'Italia. I. Reperti nuovi o rari per le Alpi Apuane. Atti
Soc. Tosc. Sci. Nat., Mem., ser. B, 83: 75-84.
Del Prete C., Tomaselli M., 1982 - Note sulla flora e vegetazione della torbiera "I Paduli" presso Fociomboli (Alpi
Apuane). Atti Soc. Tosc. Sci. Nat. Mem., Ser. B, 88 (1981): 343-358.
FIORI A., BÉGUINOT A. et PAMPANINI R., 1906 – Schedae ad Floram Italicam Exsiccatam. Centuria V. Nuovo Giorn. Bot. Ital.,
n. s., 13(4): 289-346.
Drosera intermedia Hayne in Schrader
Classe Magnoliopsida
Famiglia Droseraceae
Status in Italia
Vulnerabile (VU)
Status in Toscana In pericolo critico (CR)
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie igrofila, a distribuzione subatlantica, segnalata insieme alla più comune Drosera rotundifolia, nelle Alpi di
Piemonte, Lombardia, Trentino Alto-Adige e Veneto e in Toscana, che quindi sembra rappresentare il suo limite
meridionale lungo la penisola. Qui è presente solo in stazioni umide di pianura e di bassa collina in corrispondenza di
acquitrini e aggallati (formazioni galleggianti di muschi del genere Sphagnum). E’ attualmente nota per una sola area
compresa tra le province di Pistoia, Firenze, Pisa e Lucca in località quali il Lago di Sibolla, Le Cerbaie, il Padule di
Bientina e il M. Pisano, negli acquitrini di San Lorenzo a Vaccoli.
Tomei, Guazzi e Kugler, in un recente studio sulle zone umide della Toscana, affermano che la specie sia da ritenere
scomparsa dal Padule di Bientina. Già nell'800 era segnalata insieme a Drosera rotundifolia, per vari luoghi torbosi
circostanti il lago di Bientina, come il “pollino” del Porto, il “pollino” del Grotto e il Colle di Compito al M. Pisano. Oggi
la specie sembra in regressione trattandosi di un’entità estremamente sensibile ai cambiamenti ambientali e
sicuramente le popolazioni sono in diminuzione rispetto al passato.
Ecologia
Specie igrofila, vive sugli aggallati a sfagno che si formano al bordo dei laghi e sulle torbiere acide.
Cause di minaccia
In passato la principale minaccia era rappresentata dalle opere di bonifica dei laghetti e delle torbiere. Attualmente il
maggiore fattore di rischio consiste nell'interramento, per cause naturali, delle zone umide in cui vive.
Misure per la conservazione
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
59
Integrazioni – Documento 1
E’ una specie da tutelare in quanto le popolazioni planiziarie toscane rappresentano degli evidenti relitti glaciali.
Mantenimento degli habitat naturali dove la specie è presente.
Bibliografia ragionata
Notizie sulla flora e sulle prospettive di salvaguardia delle zone umide della Toscana si trovano in Tomei (1983). Le
segnalazioni storiche provengono da Baroni (1898) e Caruel (1860). Numerosi sono i lavori relativamente recenti che
testimoniano la presenza della specie nelle suddette località: Tomei e Giordani (1978); Tomei e Mariotti (1979); Tomei
e Pistolesi (1980); Tomei, Rapetti e Ficini (1985); Tomei (1985); Tomei, Longobardo e Lippi (1991); Tomei, Lippi e
Braccelli (1991); Lamberti et al. (1993), fino al recente contributo di Tomei, Guazzi e Kugler (2001) dove tuttavia quasi
mai viene specificato se il dato sia da riferire ad antiche segnalazioni o a recenti conferme.
Drosera rotundifolia L.
Classe Magnioliopsida
Famiglia Droseraceae
Status in Toscana In pericolo critico
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
In Toscana è presente solo in stazioni umide di pianura e di bassa collina, negli aggallati a sfagno del Lago di
Massaciuccoli, negli acquitrini di San Lorenzo a Vaccoli e negli aggallati del Lago di Sibolla (LU); segnalata anche al
padule di Bientina e nei vallini umidi delle Cerbaie (LU-PI). E’ specie estremamente sensibile ai cambiamenti
ambientali; vi sono conferme inedite per gli anni 2001-2002 da parte di Tomei nelle stazioni di Massaciuccoli, Monti
Pisani, Cerbaie e Sibolla. Attualmente le popolazioni della specie sono in diminuzione rispetto al passato. E’ specie da
tutelare in quanto le popolazioni planiziarie toscane rappresentano degli evidenti relitti glaciali.
Ecologia
Specie igrofila, vive sugli aggallati a sfagno che si formano al bordo dei laghi e sulle torbiere acide.
Cause di minaccia
Bonifica dei laghetti e delle torbiere da parte dell’uomo. Interramento per cause naturali di laghetti e torbiere.
Misure per la conservazione
Mantenimento degli habitat naturali.
Bibliografia ragionata
Per una rassegna sulla flora e sulle prospettive di salvaguardia delle zone umide della Toscana vedi Tomei (1983). Per
Massaciuccoli vedi Tomei et al. (1995); per S. Lorenzo a Vaccoli vedi Tomei et al. (1985); per Sibolla vedi Tomei (1985)
e Lamberti et al. (1993).
Eleocharis acicularis (L.) Roem. et Schult.
Classe Liliopsida
Famiglia Cyperaceae
Status in Italia
Status in Toscana In pericolo critico (CR)
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie indicata in Italia soprattutto nelle regioni settentrionali e centrali, con qualche lacune, più rara al sud e assente
in Sicilia e Sardegna; per le stazioni toscane, come si desume da studi recenti, esistevano soprattutto antiche
segnalazioni delle quali, le più recentemente confermate, risultano solo Monte Pisano e Fucecchio alla Paduletta di
Ramone. Anche in queste località tuttavia le ultime osservazioni risalgono agli anni Ottanta per cui la sua presenza in
territorio toscano resta al momento dubbia e da riaccertare. Ulteriore indicazione recente è quella del lago di
Montepulciano, mentre nel 2007 è stata osservata anche al lago di Chiusi.
Ecologia
Geofita rizomatosa perenne di ambienti fangosi, alluvioni, risaie, tra 0 e 1000 m. Fiorisce tra giugno e settembre.
Come già fu osservato dai botanici del passato, fra cui Caruel relativamente alla flora toscana, in ambienti antropizzati,
come le risaie, Eleocharis acicularis si comporta da pianta annuale. Non è chiaro se si tratti di stirpi distinte nell’ambito
di una specie ad areale molto vasto, per la quale sono stati rilevati numeri cromosomici discordanti.
Cause di minaccia
Sono quelle che coinvolgono le zone umide in generale: le bonifiche del passato, l’attuale calo del livello di naturalità
biologica e geomorfologica delle aree palustri.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
60
Integrazioni – Documento 1
Misure per la conservazione
Si tratta di una specie che andrebbe riaccertata a partire dalle stazioni in cui più di recente è stata osservata.
Opportuna sarà una tutela delle stazioni, da realizzare tramite un controllo periodico e l’istituzione di vincoli che
impediscano eventuali trasformazioni degli habitat. Gli aspetti di regolamentazione possono essere favoriti dal fatto
che le stazioni in esame rientrano in aree protette.
Bibliografia ragionata
Tomei et al. (1991), Tomei & Guazzi (1993) e Del Prete et al. (1991).
Eleocharis uniglumis (Link) Schultes
Classe Liliopsida
Famiglia Cyperaceae
Status in Toscana
Vulnerabile
Livello di rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie a distribuzione subcosmopolita, è rara per Italia settentrionale, Toscana, Marche e Paludi Pontine; è nota anche
per il Matese e la Sardegna. In Toscana è segnalata presso Pisa in Castagnolo, laghetto di Sibolla, Torre del Lago,
recentemente anche per Burano e Massaciuccoli.
Ecologia
Specie legata a paludi, bordi degli stagni, spesso sommersa alla base.
Cause di minaccia
Per la stazione di Burano la causa di minaccia più probabile è la sommersione dovuta all’innalzamento del livello
dell’acqua del lago; per le altre segnalazioni i dati sono insufficienti per evidenziare cause di minaccia particolari.
Misure di conservazione
La stazione di Burano si trova all’interno dell’Oasi WWF Lago di Burano, quelle del Bosco dell’Ulivo, di Massaciuccoli e
di Torre del lago sono situate all’interno del Parco Regionale di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli, ed è possibile
una gestione adeguata dei siti. Per le altre stazioni non abbiamo dati sufficienti per delineare misure per la
conservazione.
Bibliografia ragionata
TOMEI (1991) riporta solo un elenco delle specie presenti a Massaciuccoli; COARO (1987) riporta la specie per il Bosco
dell’Ulivo e per il comprensorio di Viareggio; ANGIOLINI et al. (2002) segnalano la specie per il lago di Burano e ne
evidenziano l’importanza poiché si tratta della stazione più meridionale per la Toscana; qui la specie forma una
popolazione di scarsa consistenza e quindi a rischio di scomparsa. La presenza della specie a Torre del Lago e presso
Pisa in Castagnolo è documentata da campioni del 1863; a Le Cerbaie da un campione del 1950.
Erigeron gaudinii Brügger.
Classe Magnoliopsida
Famiglia Asteraceae
Status in Toscana In Pericolo Critico
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie presente sulle Alpi e sull’Appennino Tosco Emiliano in alcune stazioni sul versante emiliano e in una sola
stazione della Toscana al M. Scalocchio. La popolazione è composta da pochi individui.
Ecologia
Specie casmofila, semieliofila, silicicola. Vive in habitat con vegetazione casmofila delle rupi su substrato siliceo
(Drabo-Primuletum apenninae).
Cause di minaccia
La popolazione non sembra minacciata anche se composta da pochi individui a causa della scarsa accessibilità delle
stazioni in cui vive.
Misure per la conservazione
Le popolazioni dell’Appennino Tosco Emiliano si trovano in condizioni di isolamento e per questo si consiglia di
approntare un programma di conservazione ex-situ.
Bibliografia ragionata
Specie segnalata per la prima volta sull’Appennino da Foggi & Ricceri (1987) e Foggi (1988).
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
61
Integrazioni – Documento 1
Eriophorum alpinum L.
Classe Liliopsida
Famiglia Cyperaceae
Status in Toscana In Pericolo Critico
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie a distribuzione circumboreale; in Italia è presente nelle Alpi dalle Carniche alle Marittime. Rarissima
nell’Appennino settentrionale e in Toscana presente sulla Pania di Corfino nelle due località di Lamarossa e Sella di
Campaiana. Queste popolazioni sono tuttora presenti (dati inediti, 1999).
Ecologia
Vive, assieme agli sfagni, nei suoli torbosi depressi poveri di sostanze organiche moderatamente ricchi di basi e
debolmente acidi. Specie caratteristica della classe Scheuchzerio-Caricetea fuscae.
Cause di minaccia
La specie è fortemente minacciata da varie cause: eutrofizzazione e inquinamento dell’acqua, attività escursionistiche,
interramento delle torbiere, evoluzione della vegetazione, prelievo di sfagno.
Misure per la conservazione
Conservazione delle popolazioni attraverso la conservazione dell’habitat. La stazione di Lamarossa è in pericolo da
calpestamento e da prelievo di sfagno e dovrebbe essere recintata.
Bibliografia ragionata
Specie segnalata da Caruel (1860) e confermata da da Ferrarini (1979, 1980) e successivamente da Tomaselli & Gerdol
(1983). L’ecologia della specie è stata studiata da Tomaselli & Gerdol (1983) e Gerdol & Tomaselli (1993).
Eriophorum angustifolium Houcheuy
Classe Liliopsida
Famiglia Cyperaceae
Status in Toscana In Pericolo Critico
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie circumboreale, in Italia presente sulle Alpi e nell’Appennino Tosco Emiliano. Le stazioni della Toscana sono
localizzate esclusivamente sull’Appennino Tosco Emiliano (Alta valle del Sestaione, Valle delle Pozze, Lamarossa,
Torbiera di M. Roggio e Padule del Cerreto) e presso Chiusi della Verna ed Altopascio (Badia a Pozzeveri e Lago di
Sibolla). La specie raggiunge in Toscana il limite meridionale del proprio areale. I campioni raccolti a Chiusi della Verna
e ad Altopascio risalgono rispettivamente al 1938 ed al secolo scorso. Le stazioni dell’Appennino Tosco Emiliano
risultano invece confermate da recenti ritovamenti.
Ecologia
Specie acidofila presente nelle paludi e nelle torbiere di montagna.
Cause di minaccia
Tra le cause di minaccia e modificazione risultano avere un’influenza particolarmente negativa il prelievo di sfagno,
l’inquinamento e l’interramento degli specchi d’acqua ed in misura inferiore l’attività escursionistiche.
Misure per la conservazione
Conservazione delle popolazioni attraverso la conservazione dell’habitat. La stazione di Lamarossa è in pericolo da
calpestamento e da prelievo di sfagno e dovrebbe essere recintata.
Bibliografia ragionata
Specie segnalata da Caruel (1860) per l’Appennino pistoiese e il padule di Bientina e confermata da Baroni (18971908); segnalata recentemente da Tomei & al. (1997) e da Gerdol & Tomaselli (1987). L’ecologia della specie è stata
studiata da Gerdol & Tomaselli (1993).
Gentiana pneumonanthe L.
Classe Magnoliopsida
Famiglia Gentianaceae
Status in Italia In pericolo
Status in Toscana In pericolo critico
Endemismo
Livello di Rarità Regionale
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
62
Integrazioni – Documento 1
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie eurosiberiana, in Italia è attualmente segnalata per tutte le regioni a nord della Toscana (esclusa la Val d’Aosta)
e per l’Abruzzo. La presenza in queste regioni era un tempo piuttosto frequente, in tempi recenti la bonifica degli
ambienti palustri ha comportato un’estrema rarefazione della specie fino a farla scomparire completamente da
numerose aree. In Toscana era originariamente segnalata per alcune stazioni della fascia che va dal Monte Pisano alle
Cerbaie. Oggi è rarissima e sopravvive con pochi individui in stazioni torbose di risorgiva solo a S. Lorenzo a Vaccoli sul
Monte Pisano, ad Orentano e alle Cerbaie.
Ecologia
Specie igrofila e acidofila che vive in genere in associazione con sfagni (muschi che costituiscono le torbiere).
Cause di minaccia
Captazione delle sorgenti e distruzione delle sfagnete naturali.
Misure per la conservazione
La conservazione della specie richiede, oltre che adeguati vincoli, attività di sensibilzzazione e vigilanza, per evitare
danneggiamenti delle stazioni e asportazioni della torba di sfagni.
Bibliografia ragionata
Per la distribuzione generale e italiana il riferimento è Conti et al. (1982). Le informazioni sulla distribuzione attuale
Toscana derivano da Tomei (1983); Tomei e Mariotti (1979); Tomei, Amadei e Garbari (1986); Tomei, Lippi e Braccelli
(1991); Tomei, Longobardo e Lippi (1991). Indicazioni molto generiche si trovano in Tomei, Guazzi e Kugler (2001),
mentre una recente conferma alla presenza di questa specie nell’area delle Cerbaie si trova nel lavoro di Guarino e
Bernardini (2002).
Geum rivale L.
Classe Magnoliopsida
Famiglia Rosaceae
Status in Toscana Vulnerabile
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie circumboreale, diffusa in tutta l’Europa settentrionale e centrale e limitata ai maggiori rilievi di quella
meridionale. In Italia è presente su tutto l’arco alpino, nell’Appennino ligure, nell’Appennino Tosco Emiliano ed
abruzzese. In Toscana risulta essere presente a Pian di Novello, negli acquitrini posti in vicinanza della Sella di
Campaiana presso la Pania di Corfino a Pra’ di Lanna, nei cedui golenali di ontano nero presso Galleno a Fucecchio e
nella Valle del Solano in Casentino. Nell’erbario di Firenze esiste un campione del 1842 raccolto all’Alpe di Limano nel
Comune di Bagni di Lucca.
Ecologia
Specie presente negli acquitrini e nei luoghi umidi.
Cause di minaccia
Le pricipali cause di minaccia risiedono nell’alterazione degli habitat idonei, ma mancano precise indicazioni per
evidenziare le eventuali cause dirette di una possibile riduzione delle popolazioni.
Misure per la conservazione
Mancano studi necessari ad indicare le eventauli misure di conservazione se non quella generale di conservazione
dell’habitat in cui essa vive.
Bibliografia ragionata
Specie segnalata da Caruel (1860) e Levier (1891, in Baroni, 1897-1908) per alcune stazioni dell’Appennino Tosco
Emiliano. Successivamente da Arrigoni (1997) per le Cerbaie, da Ferrarini (1980) per Sella Campaiana presso la Pania di
Corfino, e da Del Prete & al. (1980) per Pian di Novello, Sella di Campaiana, Alpe di Limano e per le zone umide poste
tra l’Orecchiella e la Pania di Corfino sulla base di vecchi campioni di erbario.
Hibiscus palustris L.
Classe Magnoliopsida
Famiglia Malvaceae
Status in Toscana Vulnerabile
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
63
Integrazioni – Documento 1
Specie circumboreale (in passato distinta in H. roseus, mediterraneo nord-orientale, e H. palustris, nord-americano) in
Italia presente sul litorale friulano, in Veneto, nel mantovano, a Guastalla (Reggio Emilia), in Toscana. Ovunque
rarissimo ed in molti luoghi scomparso (Pignatti 1982).
In Toscana era segnalato in passato (come H. roseus, che sembra però, come accennato, identificabile con H. palustris)
ai laghi di Massaciuccoli, di Bientina e di Castiglione della Pescaglia (Caruel 1860), a Viareggio, a Montramito (Baroni
1898) e a San Rossore (Corti 1955).
Attualmente hanno ricevuto conferma solo le stazioni di Massaciuccoli (Tomei 2001 ined.) e San Rossore (Tomei 1993,
Garbari 2000 e Tomei 2001 ined.).
Ecologia
Emicriptofita scaposa perenne di paludi e sponde di fossi e laghi, tra 0 e 100 m. Fioritura tra luglio e settembre.
Cause di minaccia
Sottoposto ai fattori di pericolo cui sottostanno le zone umide naturali: scomparsa, degrado biologico e
geomorfologico. Nel caso particolare di San Rossore, il progressivo abbassamento della falda che in questi ultimi anni
si è verificato nelle selve costiere della Toscana settentrionale, ha portato ad un impoverimento di tali popolazioni
(Tomei com. pers.).
Misure per la conservazione
Le due stazioni sono comprese in un territorio dichiarato area protetta (Riserva Naturale Regionale di Migliarino, San
Rossore e Massaciuccoli). Come per molte stazioni umide, non è scontato tuttavia che un non intervento sia
sufficiente a garantirne la sopravvivenza.
Bibliografia ragionata
Per la corologia generale ed italiana di H. palustris e per notizie sulla sua ecologia si fa riferimento a:
PIGNATTI S., 1982 – Flora d’Italia, Edagricole, Bologna.
Per la distribuzione toscana, le notizie pubblicate più recenti sono in Tomei (1991 e 1993) e Garbari (2000).
Hutchinsia alpina (L.) R. Br.
Classe Magnoliopsida
Famiglia Brassicaceae
Status in Toscana Vulnerabile
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie distribuita nelle montagne centro e sud europee. Diffusa in Italia lungo l’arco alpino, dalle Alpi Marittime alle
Alpi Giulie, e in alcune stazioni appenniniche relitte (Appennino settentrionale, Alpi Apuane, M. Vettore, Appennino
abruzzese). In Toscana risulta presente solo sulle Alpi Apuane, in alcune stazioni d’altitudine (Pizzo delle Saette, Nord
Grondilice, M. Tambura – M. Roccandagia, Pania della Croce, Borra Canala, M. Pisanino, Pizzo d’Uccello).
Ecologia
Tipica specie glareicola e litofitica cioè presente su detriti di falda e litosuoli prevalentemente calcarei ed in stazioni
fresche. Non raramente vegeta anche negli erbosi radi e nelle fessure delle rupi a quote compresa tra 1800- 2800.
Nelle Alpi Apuane si localizza ad una quota compresa tra 1400 e 1800 m.
Cause di minaccia
In generale, a causa della sua localizzazione in un ambiente di alta quota e ad elevata naturalità, la specie non mostra
particolari cause di minaccia. Solo la stazione tra il Passo della Focolaccia ed il Monte Tambura si localizza in vicinanza
di un ampio bacino estrattivo marmifero.
Misure per la conservazione
La conservazione si attua mediante la conservazione degli attuali assetti di tutela e delle attuali destinazioni d’uso
delle aree interessate dalla presenza della specie.
Bibliografia ragionata
La specie è segnalata da Ferrarini (1967) e da Ferrarini et al (1997).
Hydrocotyle ranunculoides L. f.
Classe Magnoliopsida
Famiglia Apiaceae
Status in Italia In pericolo
Status in Toscana In pericolo critico
Endemismo
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
64
Integrazioni – Documento 1
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie tropicale e subtropicale, in Italia è presente in Toscana, nel Lazio, in Campania e in Sardegna. Non più ritrovata
in Sicilia e indicata dubitativamente per la Calabria. Si tratta di una specie ovunque rara ed in via di scomparsa. In
Toscana era in passato segnalata nell’agro pisano ai piedi del Monte omonimo, al lago di Bientina e presso il lago di
Massaciuccoli.
Attualmente è confermata al lago di Massaciuccoli e al Monte Pisano. Vi è anche una segnalazione per il lago di Porta,
dove andrebbe tuttavia ricercata.
Ecologia
Può presentarsi sia come geofita rizomatosa, che vive nei fanghi dei pantani, sia come idrofita radicante o no, che vive
nelle acque lente dei fossi e dei canali.
Cause di minaccia
La specie è legata ad ambienti a forte vulnerabilità e accelerato dinamismo. Inoltre, le eventuali operazioni di
ripulitura e manutenzione dei canali possono influire negativamente sull’integrità delle popolazioni.
Misure per la conservazione
Come per molte altre piante igrofile di cui non sia noto il dinamismo popolazionale, occorrerà affiancare ad un
monitoraggio periodico un’azione di salvaguardia dell’habitat, con particolare cura, in questo caso specifico, agli
interventi di ripulitura della vegetazione acquatica.
Bibliografia ragionata
Per l’ecologia a Pignatti (1982) e Tomei et al. (1991); per la distribuzione toscana si veda Tomei et al. (1991)
Hypericum elodes Huds.
Classe Magnoliopsida
Famiglia Clusiaceae
Status in Italia Vulnerabile
Status in Toscana In pericolo critico
Endemismo
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie presente solo in Toscana, visto che in Liguria non è stata più ritrovata e non è riportata per altre Regioni. In
Toscana è per altro segnalata in un’unica stazione, presso il Bosco del Palazzetto a S. Rossore, in un’area limitata.
Alcuni anni fa sembrava scomparsa per l’eccessivo carico di daini e cinghiali, ma recentemente è stata riosservata, sia
pur in condizioni critiche, nella stazione.
Ecologia
Elofita perenne di stazioni palustri d’acqua dolce come stagni, acquitrini e torbiere, moderatamente tollerante
l’ombra.
Cause di minaccia
L'eccessivo carico di ungulati costituisce il principale fattore di minaccia per la specie. Anche un eccessivo
abbassamento del livello di falda potrebbe costituire a lungo termine un potenziale rischio.
Misure per la conservazione
Recinzione e protezione dal pascolo della stazione esistente. Vista l’unicità della stazione è indispensabile un
monitoraggio costante per individuare immediatamente eventuali tendenze regressive della popolazione
Bibliografia ragionata
Le indicazioni sulla specie si trovano in Corti (1955 e1970). Per la recente riconferma della stazione toscana si veda
Garbari (2001).
Juncus filiformis L.
Classe Liliopsida
Famiglia Juncaceae
Status in Italia
Status in Toscana Vulnerabile
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
65
Integrazioni – Documento 1
Specie Circum-Artico-Alpina, in Italia presente sulle Alpi, dalle Carniche alle Marittime, dove è comune, e
sull’Appennino Modenese e Pistoiese, dove è rara e in riduzione rispetto alle segnalazioni dell’inizo del ‘900 (Baroni
1908). Recentemente è stato confermato al Lago Nero (Tomei 1993).
Ecologia
Geofita rizomatosa, perenne, di paludi e torbiere acide, in un intervallo compreso tra 1500 e 2500 m di quota.
Cause di minaccia
Le maggiori cause di regressione sono dovute all’aumentata pressione antropica, diretta ed indiretta, su questi
ambienti e a livello globale da una generale tendenza al riscaldamento.
Misure per la conservazione
Tutela delle paludi e torbiere montane; monitoraggio di questi ambienti ad accelerato dinamismo e definizione di
adeguate strategie di conservazione.
Bibliografia ragionata
Per la distribuzione locale si fa riferimento a: Tomei & Guazzi (1993),
Juncus subulatus Forsskal
Classe Liliopsida
Famiglia Juncaceae
Status in Italia
Status in Toscana Vulnerabile
Endemismo
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie ad areale S-Mediterraneo, è presente in Italia in Toscana, Lazio, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e
Sardegna; non più ritrovato invece in Abruzzo. Per la Toscana, che risulta la regione più a Nord in cui la specie è
presente nella penisola, è segnalata al Parco della Maremma alla Trappola, al padule di Orti Bottagone, Diaccia
Botrona e padule di Scarlino (quest’ultima indicazione si riferisce peraltro ad un campione presente in Erbario). Non si
conoscono le tendenze popolazionali.
Ecologia
Geofita rizomatosa dei pantani salmastri litoranei, risulta più rara nelle zone umide interne. Distribuita tra 0 e 600 m
fiorisce tra Maggio e Giugno.
Cause di minaccia
Degrado delle paludi, in particolare quelle costiere.
Misure per la conservazione
In attesa di dati specifici sulle popolazioni toscane è auspicabile la conservazione degli ambienti dove la specie è al
momento presente.
Bibliografia ragionata
Per l’ecologia si veda Pignatti (1982). Per le stazioni toscane si veda Arrigoni (2003), Viciani & Lombardi (2001), Sforzi
& Selvi (1999) e Viciani et al. (2001).
Lythrum virgatum L.
Classe Magnoliopsida
Famiglia Lythraceae
Status in Italia
Status in Toscana In pericolo
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie Sud-Siberiana (pontica), in Italia è presente in Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana. Ovunque è considerata
rara. La conoscenza della presenza in Toscana di Lythrum virgatum è stata acquisita da poco. La specie è segnalata al
Lago di Massaciuccoli e a San Rossore al Palazzetto.
Ecologia
Specie perenne, emicriptofita, di luoghi umidi e inondati, quali fossi e paludi, in un intervallo altitudinale compreso tra
0 e 1000 m. Fiorisce tra giugno e agosto.
Cause di minaccia
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
66
Integrazioni – Documento 1
Gli interventi di bonifica effettuati in passato nella nostra regione possono aver costituito un elemento di minaccia per
la specie. Non sono invece individuabili fattori specifici che possono minacciare la specie nelle stazioni toscane
attualmente conosciute.
Misure per la conservazione
Allo stato attuale delle conoscenze non sembrano individuabili specifici provvedimenti di conservazione. Entrambe le
stazioni toscane conosciute sono comprese nel Parco Regionale di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli.
Bibliografia ragionata
Per l’ecologia, la distribuzione generale e italiana di Lythrum virgatum si fa riferimento alla Flora d'Italia di Pignatti
(1982). Per la distribuzione toscana recente, dati pubblicati sono presenti in Garbari (2001) e in Tomei e Guazzi,
(1993).
Marsilea quadrifolia L.
Codice Natura 2000
1428
Classe Pteridophyta (Divis.)
Famiglia Marsileaceae
Status in Italia Vulnerabile
Status in Toscana In pericolo critico
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat II
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie rarissima non solo in Toscana ma in tutta Italia. Segnalata in vari luoghi della regione nel secolo XIX e inizio XX
(Massaciuccoli, Pisa, Padule di Fucecchio, Bientina, Sibolla) (Baroni 1908 e vari exss. FI), poi confermata da Montelucci
(1964) in tre località del comprensorio di Viareggio: San Rocchino, Massarosa e Torre del Lago. Questi ultimi
ritrovamenti non sono stati confermati da studi successivi. Di recente M. quadrifolia è stata ritrovata (1998, inedito)
presso S. Piero a Grado (Pisa). La stazione riaccertata nella regione può scomparire anche per interramento naturale.
Ecologia
Specie palustre a ciclo estivale su suoli arenacei costantemente umidi e sommersi in inverno.
Cause di minaccia
Interramento delle depressioni palustri, bonifiche, sviluppo di specie arboree.
Misure per la conservazione
Per la sua conservazione la specie richiederebbe l’esistenza di sistemi palustri non canalizzati, irregolari per
esondazioni fluviali, ecc. Queste condizioni sono difficili a trovarsi attualmente per cui si dovrebbero artificialmente
creare spazi prativi palustri allo scopo.
Bibliografia ragionata
La segnalazione attuale poggia su un dato inedito. I riferimenti bibliografici precedenti sono quelli di Baroni (1908) e
Montelucci (1964).
Menyanthes trifoliata L.
Classe Magnioliopsida
Famiglia Menianthaceae
Status in Toscana
In Pericolo
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
In Toscana la situazione della specie appare migliore che in altre Regioni Italiane.. E’ancora presente al Lago di Porta e
al Padule di Sguincio (MS), al Lago di Sibolla, al Padule di Bientina (LU) e al Lago di Massaciuccoli (LU, PI); sembra
invece scomparsa dai Laghi Padule di Cerreto (MS); dal Padule di Fucecchio (FI, PT), da S. Rossore (PI) e dal Lago Nero
(PT). E’ stata recentemente confermata per la valle delle Pozze (Miniati et Romagnoli in stampa). La tendenza attuale
delle popolazioni è in diminuzione per l’alterazione degli ambienti umidi planiziari e montani.
Ecologia
Specie igrofila, legata agli ambienti palustri e lacustri; indifferente alla quota altitudinale.
Cause di minaccia
Bonifica delle delle zone umide; riempimento di specchi e corsi d’acqua, interramento.
Misure per la conservazione
Mantenimento dell’ habitat naturale.
Bibliografia ragionata
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
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Integrazioni – Documento 1
Per una rassegna sulla flora e sulle prospettive di salvaguardia delle zone umide della Toscana vedi Tomei (1983); per il
Lago di Porta vedi Tomei e Garbari (1981); per Massaciuccoli vedi Tomei et al. (1995); per Sibolla vedi Tomei (1985) e
Lamberti et al. (1993).
Nymphoides peltata (S. G. Gmelin) O. Kuntze
Classe Magnoliopsida
Famiglia Menyanthaceae
Status in Italia In Pericolo (EN)
Status in Toscana In Pericolo Critico (CR)
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie eurasiatica temperata, in Italia è presente in nord-Italia con lacune, in Toscana, Lazio e Sardegna dove è
rarissima.
In Toscana era presente in passato a Massa, a Viareggio, a Lucca, nell’ex lago di Bientina, nel pisano, nel lago di Chiusi
e in quello di Montepulciano, nella Val di Nievole, al lago di Sibolla e nel Padule di Fucecchio. Confermata a Bientina,
Le Cerbaie, Chiusi e Massaciuccoli; è riportata anche per Montepulciano. Sarebbe opportuna tuttavia una indagine
mirata per confermarne la presenza ai giorni nostri; a Chiusi ad esempio, in recenti osservazioni non è stata più
riscontrata; anche in altre stazioni dove era conosciuta (es. Padule di Fucecchio) non è stata più osservata da quasi
dieci anni.
Ecologia
Idrofita ancorata al substrato tramite un sottile rizoma, vive su acque ferme o lentamente fluenti, poco profonde e
con tendenza a riscaldarsi.
Cause di minaccia
La ripulitura dei canali influisce negativamente sulle popolazioni.
Misure per la conservazione
Risulta di primaria importanza la verifica della sua presenza in molte delle stazioni in cui essa è segnalata. Esse
ricadono per lo più all’interno di SIR classificati anche come pSIC e come aree protette a vario titolo. L’oculata gestione
della vegetazione dei canali e degli specchi d’acqua in cui è presente può risultare una misura importante per la
conservazione di questa specie.
Bibliografia ragionata
Per la distribuzione in Italia si veda Pignatti (1982), per informazioni sulla distribuzione in Toscana si veda Tomei et al.
(1991), Tomei & Guazzi (1993).
Potamogeton trichoides Cham. et Schl.
Classe Liliopsida
Famiglia Potamogetonaceae
Status in Italia
Status in Toscana Vulnerabile (VU)
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie submediterranea-subatlantica, in Italia presente, con lacune, soprattutto nelle regioni Centro-Settentrionali e
nelle Isole. Ovunque raro. In Toscana era in passato segnalato al lago di Bientina, nel Padule di Fucecchio e a Poggio a
Caiano. Recentemente P. trichoides è indicato per Sibolla dove tuttavia la sua permanenza è da riaccertare, visto che
non compare come dato confermato nelle bibliografie successive e per Migliarino mentre ancor più recenti
rinvenimenti sono da considerarsi alcuni laghetti (Marruchetone e Piscina degli Olmi) della Maremma mediterranea.
Ecologia
Idrofita radicante perenne, di stagni e fossati con acque limpide, con medio contenuto di nutrienti. Si trova in un
intervallo altitudinale compreso tra 0 e 1600 m. Fiorisce tra Maggio e Luglio.
Cause di minaccia
Le bonifiche del passato possono aver rappresentato il principale fattore responsabile della contrazione della specie.
Minacce più attuali sono costituite da eutrofizzazione delle acque, abbassamento della falda (S. Rossore), e da
interventi antropici di modifica dell’habitat.
Misure per la conservazione
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
68
Integrazioni – Documento 1
Conservazione degli specchi d’acqua in cui insiste la popolazione di Potamogeton trichoides. In talune stazioni come
Sibolla urge la verifica della presenza della specie. La tutela di P. trichoides può essere facilitata dal fatto che la
stazione di presenza rientra nei confini del Parco Regionale di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli.
Bibliografia ragionata
Per le stazioni toscane si veda Tomei (1985), Tomei & Guazzi (1993), Tomei et al. (2001). Segnalazioni storiche
derivano da Caruel (1864) e da Baroni (1908).
Potamogeton coloratus Hornem.
Classe Liliopsida
Famiglia Potamogetonaceae
Status in Italia
Status in Toscana Vulnerabile
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie subtropicale, in Italia presente con molte lacune, in alcune regioni (Trentino-Alto Adige, Campania) non più
ritrovata. Ovunque rara. In Toscana era in passato segnalato al lago dell’Accesa, a Massaciuccoli, a San Rossore, presso
Pescia Fiorentina. Attualmente P. coloratus è stato confermato a Massaciuccoli e al lago dell’Accesa ed è stato
segnalato nel Padule di Suese e nella Macchia Lucchese e, ancor più recentemente, lungo il corso del medio-basso
Merse, dove probabilmente è presente in vari punti del fiume.
Ecologia
Rizofita perenne di acque ferme o lentamente fluenti, oligotrofe. Si trova in un intervallo altitudinale compreso tra 0 e
500 m. Fiorisce tra Aprile e Giugno.
Cause di minaccia
Bonifiche ed eutrofizzazione delle acque. Modificazioni dei livelli idraulici e gestione della vegetazione acquatica.
Misure per la conservazione
Le misure per la conservazione passano per la tutela degli specchi d’acqua in cui si trovano le popolazioni di P.
coloratus. Importante può risultare il controllo della qualità e dei livelli delle acque, del grado di interrimento dei siti e
un’attenta gestione della vegetazione dei corpi idrici. Si ricorda che alcune stazioni, quali Padule di Suese e Biscottino
e il lago dell’Accesa sono siti d’importanza comunitaria. La Macchia Lucchese il lago di e Massaciuccoli rientrano nei
confini della Riserva Naturale di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli.
Bibliografia ragionata
Per le stazioni toscane si veda Ferrarini (2000), Tomei et al. (2001), Arrigoni (1990), Rizzotto (1982) e Angiolini et al.
(2003). Informazioni storiche provengono da Caruel (1864) e Baroni (1908), la conferma per il Lago di Massaciuccoli
proviene da una comunicazione personale del 2001, inedita, di Tomei.
Potamogeton polygonifolius Pourret
Codice flora d’Italia 895.001.005
Classe Liliopsida
Famiglia Potamogetonaceae
Status in Toscana Vulnerabile
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat no
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie paleotemperata, in Italia presente in Friuli, sulle Alpi, nella Pianura Padana, in Lazio, sul Gargano e in Corsica.
Ovunque rara. In Toscana era segnalato in passato per il padule di Bientina (Caruel 1864). Attualmente è stato
confermato a Bientina, a Sibolla, sul Monte Pisano e alle Cerbaie (Tomei 2001 ined.).
Ecologia
Idrofita radicante perenne di acque stagnanti oligotrofe. Si trova in un intervallo altitudinale compreso tra 0 e 1500 m.
Fiorisce tra maggio e giugno.
Cause di minaccia
La bonifica delle residue zone umide di Bientina e la cattura delle sorgenti sui Monti Pisani ne minacciano le stazioni.
Misure per la conservazione
Tutela degli specchi d’acqua in cui trovano rifugio le popolazioni di P. polygonifolius nelle stazioni indicate. Il Monte
Pisano, le Cerbaie e Sibolla sono siti d’importanza comunitaria.
Bibliografia ragionata
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
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Integrazioni – Documento 1
Per la corologia generale ed italiana e per notizie sull’ecologia della specie si fa riferimento a:
PIGNATTI S., 1982 – Flora d’Italia, Edagricole, Bologna.
Per la distribuzione toscana, le notizie pubblicate si trovano in Tomei et Guazzi (1993).
Rynchospora alba (L.) Vahl
Codice flora d’Italia 941.017.002
Classe Liliopsida
Famiglia Cyperaceae
Status in Toscana In pericolo
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie circumboreale, in Italia segnalata nelle Alpi, nella Pianura Padana, nella bassa valle dell’Arno, nelle Paludi
Pontine. Ovunque rarissima e in molti luoghi scomparsa (Pignatti 1982).
In Toscana era in passato segnalata per il padule di Bientina, per i dintorni di Altopascio (Caruel 1864) e al lago di
Sibolla (Baroni 1908). Attualmente è stata confermata al lago di Sibolla e segnalata a Massaciuccoli e sul Monte Pisano
(Tomei 2001 ined.).
Ecoogia
Emicriptofita cespitosa, perenne, di torbiere basse, in un intervallo compreso tra 0 e 1500 m. Fiorisce tra luglio e
agosto.
Cause di minaccia
Bonifiche e degrado biologico, idrogeologico e geomorfologico dei biotopi palustri. In particolare, la captazione delle
sorgenti può compromettere l’esistenza di R. alba al Monte Pisano.
Misure per la conservazione
Tutela delle stazioni e controllo del dinamismo delle popolazioni. Sibolla e il Monte Pisano sono siti d’importanza
comunitaria. Massaciuccoli è parte del Parco Regionale di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli.
Bibliografia ragionata
Per l’ecologia, la distribuzione generale e italiana di R. alba, si fa riferimento a: PIGNATTI S., 1982 – Flora d’Italia,
Edagricole, Bologna. Per la distribuzione toscana si fa pro parte riferimento a Tomei (1993).
Erba pesce Salvinia natans (L.) All.
Codice Flora d’Italia 198.001.001
Classe Filicopsida
Famiglia Salviniaceae
Status in Italia Vulnerabile
Status in Toscana Vulnerabile
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie eurasiatica-temperata, in Italia un tempo comune nella Pianura Padana (oggi in regresso per i processi di
eutrofizzazione) e rara sulle Alpi e nella penisola (Pignatti 1982).
In Toscana era segnalata a Viareggio, intorno a Pisa (San Giuliano), presso Lucca, nel lago di Chiusi (Caruel 1870),
presso Pietrasanta, al lago di Massaciuccoli, a Poggio a Caiano, a Livorno e nel Padule di Fucecchio (Baroni 1908).
Attualmente è stata confermata al lago di Chiusi, nei dintorni di Lucca (Massa Macinaia) e nel Padule di Fucecchio
(Tomei 2001 ined.).
Ecologia
Idrofita natante annuale di acque stagnanti e risaie, in un intervallo altitudinale compreso tra 0 e 400 m.
Sporifica tra luglio e settembre.
Cause di minaccia
Eutrofizzazione, a cui le felci acquatiche paiono particolarmente sensibili. Esse sono infatti utilizzate quali indicatori
biologici della purezza delle acque (Pignatti 1982).
Misure per la conservazione
Tutela delle aree palustri; per salvaguardarle dall’eutrofizzazione si impone l’avviamento di una gestione oculata che
comprenda anche le aree ad esse adiacenti all’interno del bacino idrografico.
Bibliografia ragionata
Per le notizie ecologiche e distributive generali si fa riferimento a:
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
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Integrazioni – Documento 1
PIGNATTI S., 1982 - Flora d’ Italia. Edagricole. Bologna.
Per la distribuzione toscana si fa riferimento a Tomei et Guazzi (1993).
Saxifraga etrusca Pignatti
Codice flora d’Italia 561.001.003
Classe Magnoliopsida
Famiglia Saxifragaceae
Status in Italia Vulnerabile
Status in Toscana Vulnerabile
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
Endemica dell'Appennino tosco-emiliano e delle Alpi Apuane, vicariante di S. aspera delle Alpi, si trova in varie località
delle Alpi Apuane e dell'Appennino garfagnino.
Ecologia
Specie rupestre del piano alpino e subalpino, da 1500 a 2000 m. Vive tra detriti minuti, sassaie, rupi, in ambiente
luminoso da arido a umido.
Cause di minaccia
Non prevedibili, in quanto specie di ambienti rupicoli o rocciosi poco frequentati e quindi non soggetti a
danneggiamenti o pericoli per la sua conservazione
Misure per la conservazione
Non proponibili. Molte stazioni ricadono in aree a parco o riserva naturale.
Bibliografia ragionata
Benché inclusa fra le specie protette in Emilia-Romagna (ALESSANDRINI e BONAFEDE, 1996) non pare che questa
specie rupicola dell’Alto Appennino corra pericoli di estinzione. Per altro le stazioni note, segnalate da PIGNATTI
(1969) al momento della descrizione e recentemente da FERRARINI e MARCHETTI (1994), sono abbastanza numerose.
Saxifraga stellaris L. ssp. alpigena Temesy
Codice flora d’Italia 561.001.004
Classe Magnoliopsida
Famiglia Saxifragaceae
Status in Toscana In pericolo critico
Livello di rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat no
Distribuzione e tendenza della popolazione
Saxifraga stellaris L. ssp. alpigena Temesy è la vicariante medio-europea del gruppo di Saxifraga stellaris (S. stellaris
ssp. stellaris, ssp. comosa e ssp. prolifera), che presenta areale circumboreale artico e, talvolta, fino a subartico. La
ssp. alpigena è distribuita dalla penisola Iberica alla Corsica, alle montagne della Francia Centrale, ai Vosgi, alla Foresta
Nera, all’intero territorio alpino, all’Appennino Settentrionale, al territorio balcanico (TEMESY 1957).
In Italia è comune sulle Alpi, dalle Giulie alle Marittime; è presente, rara, sull’Appennino Tosco-Emiliano e in Corsica.
In Toscana era in passato segnalata in numerose località dell’Appennino settentrionale: Monte Prado, Alpi di
Mommio, Lamarossa, San Pellegrino, Tre Potenze, Lago Nero, Limano, Libro Aperto (Caruel 1862), area dell’Abetone
(Baroni 1899). E’ confermata di recente solo per l’Appennino pistoiese, nella Valle del Sestaione (Romagnoli ined.).
Anche dai campioni d’erbario si evince che l’areale toscano di Saxifraga stellaris L. ssp. alpigena gravitava anche nel
secolo scorso in questa zona, con stazioni anche sul versante garfagnino dell’Appennino.
Ecologia
Erbacea perenne di ruscelli alpini, sorgenti, rupi stillicidiose, preferibilmente su silice, da 1800 a 3150 m, scende
raramente fino a 1200 m.
Cause di minaccia
Degrado degli ambienti di elezione della pianta: opere di scasso di varia natura sono esiziali per questa integrità.
Misure per la conservazione
Fondamentale la tutela dell’integrità dei microhabitat legati alle sorgenti e ai ruscelli alpini. Auspicabile un loro
censimento e il monitoraggio periodico del loro dinamismo.
Bibliografia ragionata
Per la corologia generale di Saxifraga stellaris L. ssp. alpigena si fa riferimento a:
TEMESY E. 1957 – Der Formenkreis von Saxifraga stellaris Linné. Phyton 7: 40-141.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
71
Integrazioni – Documento 1
Per la distribuzione in Italia e per le notizie ecologiche:
PIGNATTI S., 1982 – Flora d’Italia, Edagricole, Bologna.
Scirpus mucronatus L.
Codice flora d’Italia 941.003.010
Classe Liliopsida
Famiglia Cyperaceae
Status in Toscana In pericolo critico
Livello di rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
In passato S. mucronatus era diffuso, limitatamente agli ambienti ad esso congeniali, nella Toscana nordoccidentale,
dalla zona costiera del massese e della Versilia verso l’interno (Padule di Fucecchio, Nannizzi 1938), fino al limite
orientale della Val di Nievole (luoghi umidi di Serravalle, Sandri e Fantozzi 1895) e, più indietro nel tempo, fino a
Poggio a Caiano e Firenze (Caruel 1864). Le stazioni più interne non sono state riconfermate nel corso degli studi
effettuati nella seconda metà del XX secolo nelle aree umide superstiti (per Fucecchio la scomparsa è attestata da
Tomei & Garbari 1979, per Sibolla già da Francini (Francini 1936). Per la zona costiera sono indicate in Ferrarini (2000),
benché senza precisazione della data di raccolta e se si tratti di dati diretti, bibliografici o d’erbario, le seguenti zone: il
carrarese, il massese (con due stazioni), la Versilia, la piana lucchese a Montramito e a Massaciuccoli [in questo caso si
tratta molto probabilmente di un riferimento a campioni d’erbario risalenti rispettivamente al 1938 (RO) e 1957 (PI), o
anche a Caruel (1864)], il medio Serchio. Montelucci, nel 1964, conferma la presenza nelle risaie di Massarosa. Le
segnalazioni di S. mucronatus per S. Rossore fatte in questo secolo (Corti 1955) rimandano in realtà a P. Savi per la
Selva Pisana (Caruel 1864).
L’unica stazione osservata con certezza dopo il 1960 appare dunque quella di Montelucci (1964). Anch’essa
richiederebbe però un conferma più recente.
Ecologia
Pianta perenne che cresce ai margini degli stagni, negli avvallamenti allagati, nei fossi, nelle paludi, su suoli limosi
ricchi di nutrienti con livello d’acqua variabile, temporaneamente soggetti a prosciugamento. In certe annate compare
in numerosi individui, mentre in altre giunge appena allo sviluppo. E’ pianta termofila, specialmente in passato
infestante delle risaie, ove si comporta come annuale.
Cause di minaccia
Come per la gran parte delle piante di ambienti umidi, le cause di minaccia per S. mucronatus sono legate all’estrema
riduzione cui sono andati soggetti storicamente fino ad oggi questi ambienti. Bisogna precisare che non è solo la
scomparsa dell’habitat che decreta la scomparsa di S. mucronatus. Condizioni non idonee al suo sviluppo e alla sua
diffusione sono possibili anche in presenza di acqua. Si tratta infatti di pianta poco competitiva, che di rado forma
popolamenti densi, relegata al ruolo di pioniera delle fasce perilacuali o palustri soggette ad allagamento stagionale,
elemento da precoce a intermedio delle serie dinamiche di vegetazione degli ambienti umidi. La sopravvivenza di S.
mucronatus dipende dalla persistenza di un dinamismo naturale all’interno dell’area umida, dinamismo rappresentato
da periodi di allagamento (o comunque ricchezza di acqua) e periodi di prosciugamento, che peraltro insistano su un
territorio di sufficiente naturalità morfologica (aree alluvionali debolmente digradanti, con superfici di esondazione
estese, che sono le zone elettive di colonizzazione per S. mucronatus). La regimazione delle acque, con la segregazione
delle acque lotiche o lentiche entro i confini invalicabili delle arginature artificiali, rappresenta al contrario un
elemento fortemente pregiudicante lo sviluppo di questa specie, che rischia di non trovare spazio nella ristretta fascia
di oscillazione del livello idrico così risultante, spesso colonizzata da specie più competitive come la cannuccia o la tifa.
Misure per la conservazione
La conservazione di questa specie dipende dalle misure che verranno adottate nel campo della tutela degli ambienti
umidi che la ospitano o potrebbero ospitarla per le loro caratteristiche. Essendo gli ambienti umidi sistemi ad elevato
dinamismo, in rapida trasformazione, la loro conservazione significa quasi sempre necessità di intervento. Visto
l’isolamento spaziale in cui vengono a trovarsi oggi la maggior parte delle zone umide, isolamento che denuncia il
carattere di relittualità che questi ambienti rivestono nel territorio attuale, una libera evoluzione di queste singole
unità può comportarne in molti casi la perdita. Molto spesso infatti, le aree umide attuali sono aree relittuali, non più
efficacemente collegate ad un bacino di alimentazione attivo quale può essere un bacino di esondazione fluviale. Di
conseguenza queste aree appaiono destinate ad un progressivo interramento e possono rendersi necessari interventi
di escavazione, limitazione degli stadi più avanzati della vegetazione elofitica (tendenzialmente mono- od oligofitici),
rinaturalizzazione dei gradienti di sponda e ripristino, ove sia possibile, di una connessione efficace con l’originario
bacino di alimentazione. Data la complessità di questo tipo di interventi e i rischi che essi comportano, è necessaria
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
72
Integrazioni – Documento 1
una attenta pianificazione legata alle caratteristiche locali e una chiara visione degli obiettivi che si vogliono
raggiungere.
Bibliografia ragionata
Lavori citati in cui la specie viene confermata:
D’AMATO F., 1957 – Osservazioni preliminari sulla flora e vegetazione delle risaie e delle paludi a N del lago di
Massaciuccoli (Versilia). N. Giorn. Bot. Ital., 64: 153-184.
FERRARINI E. 2000, Prodromo alla flora della Regione Apuana. Parte terza (Compositae - Orchidaceae). (2000). Acc.
Lunig. Sci. G. Capellini. La Spezia.
NANNIZZI A., 1938 – Ricerche idrobiologiche sul padule di Fucecchio. II. Fanerogame. Boll. Pesca, Piscicoltura Idrobiol., 2:
161-179.
Lavori citati in cui la specie non viene confermata:
CORTI, R., 1955 – Ricerche sulla vegetazione dell’Etruria. X: Aspetti geobotanici della Selva costiera. La selva pisana a S.
Rossore e l’importanza di questa formazione relitta per la storia della vegetazione mediterranea. N. Giorn Bot. Ital., n.
s., 62: 75-262.
FRANCINI E., 1936 – Ricerche sulla vegetazione dell’Etruria marittima. II. La vegetazione del laghetto di Sibolla (Valdarno
Inferiore). N. Giorn. Bot. Ital., 43: 62-130.
TOMEI P.E. e GARBARI F., 1979 – Indagini sulle zone umide della Toscana. I. Il padule di Fucecchio. Lav. Soc. Ital.
Biogeogr., n. s., 6: 123-144.
Vecchi lavori citati, testimoni dell’areale toscano pregresso di S. mucronatus:
CARUEL T., 1864 – Prodromo della Flora Toscana. Fasc. 4. Monocotiledoni. Firenze.
SANDRI G. e FANTOZZI P., 1895 – Contribuzione alla flora della Val di Nievole. N. Giorn. Bot. Ital., n. s., 2:129-180(1), 289333(4).
Lisca dei prati Scirpus sylvaticus L
Codice flora d’Italia 941.003.005
Classe Liliopsida
Famiglia Cyperaceae
Status in Toscana
In pericolo
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie a distribuzione eurasiatica o, includendo la var. maximowiczii Reg. dell’estremo oriente e la var. bisselii Fern.
del Nord America, circumboreale. In Toscana era presente nel secolo scorso in Lunigiana, sull’appennino lucchese al
confine con l’Emilia, sull’appennino pistoiese e nell’alto Mugello. La presenza in tutte queste zone è stata confermata
nella prima metà di questo secolo (ultimo ritrovamento 1958). Il livello delle conoscenze sulla distribuzione attuale di
S. sylvaticus L. in Toscana si può considerare medio: da controlli compiuti nella primavera - estate del 1999, le stazioni
dell’appennino lucchese, parte di quelle dell’appennino pistoiese e quelle dell’alto Mugello risultano scomparse,
mentre sono state reperite due nuove stazioni nell’alta Lunigiana (Prati di Logarghena). Le popolazioni toscane sono
collegate a quelle dell’Italia settentrionale tramite le adiacenti stazioni dell’Emilia Romagna: nell’appennino modenese
le più recenti (1955). Verso sud, le popolazioni toscane segnano il limite settentrionale di uno iato che comprende
tutta l’Italia centro - meridionale fino alla Calabria, in cui sono presenti varie stazioni (confermate almeno fino al 1958)
concentrate sulla Sila. Le due stazioni della Lunigiana sono occupate l’una da una folta popolazione monofitica di ca.
2
50 m di superficie, l’altra da una più vasta popolazione in cui sono ben rappresentate anche altre specie igrofile.
Poiché molte delle stazioni del secolo scorso e della prima metà di questo secolo (fino agli ultimi anni 50) non risultano
confermate, la specie pare in forte calo.
Ecologia
Elofita estivale, in Toscana nella media montagna, fino ai 1500 m. Cresce tipicamente nelle radure boschive (per lo più
di faggeta e castagneto) legate alla presenza di depressioni umide, ma lo si trova anche in praterie o pascoli con acqua
affiorante, sia stagnante che lentamente corrente.
Cause di minaccia
Nell’appennino lucchese-modenese la scomparsa delle vecchie stazioni può essere ricondotta all’interramento degli
specchi d’acqua ai quali si trovavano associate. Nell’alto Mugello può essere legata in parte alle stesse motivazioni, in
parte alla urbanizzazione discontinua (per esempio nel caso della stazione di Traversa della Futa, 1906), in parte è
verosimilmente connessa con l’apertura delle nuove attività estrattive di grande estensione, quale quella del Sasso di
Castro (stazione del 1932). Inoltre, non è da escludere che la ceduazione del bosco influisca sulla presenza di S.
sylvaticus, favorendo le elofite più eliofile. Sia nei castagneti che nelle faggete governate a ceduo attualmente presenti
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
73
Integrazioni – Documento 1
in alcune delle vecchie stazioni, alcune elofite (essenzialmente Juncus e Carex spp.) proliferano negli spazi aperti creati
dalla periodica riduzione dello strato arboreo. S. sylvaticus è costantemente assente da questi raggruppamenti a
rapida propagazione.
Misure per la conservazione
La tutela delle depressioni umide dei Prati di Logarghena in Lunigiana, probabilmente interessanti anche per altre
emergenze floristiche, appare fondamentale per assicurare la permanenza in Toscana di S. sylvaticus, del quale non
sono state al momento accertate altre stazioni.
Bibliografia
Non sono noti lavori recenti che documentino la attuale distribuzione e lo stato di conservazione di questa specie in
Toscana.
Sparganium minimum Wallr. [Sparganium natans L.]
Codice Flora d’Italia 917.001.003
Classe Liliopsida
Famiglia Sparganiaceae
Categoria IUCN
Status in Italia Quasi a rischio (NT)
Status in Toscana In pericolo critico (CR)
Endemismo
Livello di Rarità Regionale
pop regionale/nazionale <20%
Allegati Direttiva Habitat
Allegati L.R. 56/2000
A
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie a distribuzione eurosibirica, presente in maniera discontinua sulle Alpi e sull’Appennino settentrionale. In
Toscana è presente in un’unica località, al Lago del Greppo (Appennino pistoiese), a 1142 m di quota. La popolazione
attuale è estesa su pochi metri quadri ed è costituita da un basso numero di individui.
Ecologia
Specie igrofila di acque stagnanti o a corso lento, tipica delle acque oligotrofe delle torbiere e dei laghetti montani, tra
500 e 1600 m di quota.
Cause di minaccia
Interrimento, per cause naturali o, in passato, antropiche dei laghetti e delle torbiere montane. La scomparsa
dell’unica popolazione toscana oggi nota potrebbe avvenire anche per cause del tutto accidentali e scarsamente
prevedibili.
Misure per la conservazione
La valutazione degli interventi per la conservazione passa necessariamente dal monitoraggio costante della
popolazione del lago del Greppo; è probabile che il mantenimento delle condizioni attuali del biotopo sia un fattore
importante per la sopravvivenza della specie. Da controllare il processo di interramento del biotopo e l’evoluzione
della vegetazione.
Bibliografia ragionata
Per un’informazione completa sulla consistenza della popolazione di Sparganium minimum del Lago del Greppo e sul
suo inserimento nel contesto vegetazionale di questo piccolo lago appenninico, vedi Raffaelli et al. (1997).
Sparganium erectum L. subsp. microcarpum (Neum.) Domin
Classe Liliopsida
Famiglia Sparganiaceae
Status in Italia
Status in Toscana In pericolo
Endemismo
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
Si tratta di una entità la cui distribuzione italiana andrebbe meglio precisata; attualmente dalla checklist della flora
italiana si desume che la sua presenza in territorio nazionale viene riportata per la Toscana e, dubitativamente, per
Piemonte e Umbria. Per la Toscana viene riportata in un’unica stazione, alla Macchia Lucchese presso Viareggio. Visto
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
74
Integrazioni – Documento 1
che la specie Sparganium erectum s.l. è relativamente comune nelle zone umide della Toscana e in tutto il territorio
nazionale, sarebbero opportune ricerche mirate per comprendere l’effettiva distribuzione della subsp. microcarpum.
Ecologia
Elofita perenne di stagni e dei margini dei fossi. Potrebbero essere nocive per la sopravvivenza di questa pianta
eventuali alterazioni della disponibilità idrica.
Cause di minaccia
Alterazioni dell’habitat in cui questa sottospecie si trova a vivere.
Misure per la conservazione
Salvaguardia delle zone umide residue della regione ed in particolare di quelle della Macchia Lucchese che
rappresenta al momento l’unica stazione toscana.
Bibliografia ragionata
L’unica stazione toscana è riportata da Arrigoni (1990).
Symphytum tanaicense Steven
Classe Magnoliopsida
Famiglia Boraginaceae
Status in Toscana In pericolo critico
Livello di rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie distribuita in Slovacchia orientale, Polonia sud-orientale, Ungheria, Romania, fino alla Russia sud-orientale ad
est del Volga. Al di fuori dell’area di distribuzione Pannonica, piante riferibili a S. tanaicense sono state segnalate in
Austria, nella Valle del Reno (in Francia e Germania), in Svizzera e in Olanda, ma in questi luoghi sono state
interpretate come naturalizzate piuttosto che come indigene.
E’ stata segnalata per la prima volta in Italia nel 1999 da PERUZZI et al. (2001) in due stazioni toscane, una al Lago di
Massaciuccoli e una a Lucca, nei canali che circondano le mura della città. Vi è anche una terza località in cui è
presente la pianta, ma si tratta di un giardino privato ove essa viene coltivata (Montescudaio, Pisa). Secondo questi
autori la presenza di S. tanaicense in Toscana sarebbe da interpretare come legata alle glaciazioni del Quaternario. Le
zone umide planiziali della Toscana nord-occidentale hanno consentito infatti la sopravvivenza di varie specie di
origine alpina e boreale, oggi considerate come relittuali (TOMEI et al. 1986, 1985). S. tanaicense potrebbe essere
ascritta a questo contingente.
Ecologia
Erbacea perenne di luoghi umidi planiziari, paludi, sponde dei canali, suoli torbosi ricchi di acqua, dove vegeta anche
con le radici immerse nell’acqua (PERUZZI et al. 2001).
Cause di minaccia
In passato la pianta era presente anche a Coltano e a Castagnolo (a sud-ovest di Pisa), come attestano i campioni
d’erbario. Le bonifiche e l’urbanizzazione operate negli ultimi quarant’anni hanno determinato la sua scomparsa da
quest’area. Interventi di questo genere rappresentano la causa fondamentale di limitazione alla diffusione della specie
in Toscana.
Misure per la conservazione
Le due stazioni di S. tanaicense si trovano entrambe in aree sottoposte a vincoli. Una stazione rientra nel Parco
Regionale di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli; l’altra si trova in un’area vincolata (benché dal punto di vista
culturale) presumibilmente non suscettibile di trasformazioni, fatta salva la ripulitura periodica degli argini dei canali
perimurari di Lucca. Un periodico monitoraggio delle stazioni di S. tanaicense sarebbe comunque auspicabile, dato il
forte dinamismo che caratterizza questo tipo di ambienti.
Bibliografia ragionata
Per le notizie ecologiche, distributive generali e italiane nonché per gli aspetti fitogeografici e di conservazione relativi
a S. tanaicense, si fa riferimento a:
PERUZZI L., GARBARI F., BOTTEGA S. 2001 - Symphytum tanaicense (Boraginaceae) new for the Italian flora. Willdenowia,
31: 33-41.
Altre considerazioni fitogeografiche relative all’area in cui insiste la specie sono tratte da:
TOMEI P.E., AMADEI L. et GARBARI F. 1986 – Données distributives de quelches angiospermes rares de la region
méditerranéenne d’Italie. – Atti Soc. Tosc, Sci. Nat. Pisa, Mem., ser. B, 92: 207-240.
TOMEI P.E., GUAZZI E., BARSANTI A. 1995 - Contributo alla conoscenza floristica delle paludi e del lago di Massaciuccoli. Il
bacino del Massaciuccoli. IV - Consorzio idraulico di II categoria. Canali navigabili Burlamacca, Malfante, Venti e
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
75
Integrazioni – Documento 1
Quindici. Grafiche Pacini Pisa. Collana di indagini tecniche e scientifiche per una miglior conoscenza del lago di
Massaciuccoli e del suo territorio: 11-78.
Utricularia minor L.
Classe Magnoliopsida
Famiglia Lentibulariaceae
Status in Italia In pericolo
Status in Toscana In pericolo critico
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie Centro-Europea, in Italia è presente nelle regioni dell’Italia settentrionale (dubitativamente per l’EmiliaRomagna), Toscana e Umbria; viene poi indicata dubitativamente per l’Abruzzo mentre non è stata più ritrovata da
molto tempo in Campania. In Toscana era presente in passato nel Padule di Bientina, sul Monte Pisano, nel Padule di
Fucecchio e al lago di Sibolla. Attualmente Utricularia minor è stata confermata al Monte Pisano ed è stata segnalata
in provincia di Grosseto nell’area di Capalbio (lago della tenuta Marruchetone).
Ecologia
Pleustofita di acque stagnanti con medio contenuto di nutrienti, prevalentemente in ambienti calcarei, presente tra 0
e 1800 m di altitudine. Fiorisce tra giugno e agosto.
Cause di minaccia
Prosciugamenti e interramento progressivo delle aree palustri naturali; captazione delle sorgenti al Monte Pisano.
Eutrofizzazione delle acque.
Misure per la conservazione
Tutela e controllo periodico dell’evoluzione delle stazioni, gestione dei livelli idrici e della captazione dell’acqua.
Bibliografia ragionata
Notizie pubblicate sono in Del Prete et al. (1991) Tomei e Guazzi (1993), Guazzi e Tomei (1993) e Tomei et al. (1991).
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
76
Integrazioni – Documento 1
Specie di fauna di interesse conservazionistico
Invertebrati
SIR
Status in Toscana
Status in Italia
L.R. 56/00
Conv. Berna
Nome scientifico
Dir. 92/43/CEE
MOLLUSCHI: SPECIE IN LISTE D’ATTENZIONE
Anisus (Disculifer) vorticulus (Troschel, 1834)
A
EN
25
Physa fontinalis (Linnaeus, 1758)
A
EN
25
Planorbarius corneus (Linnaeus, 1758)
Unio elongatulus C. Pfeiffer, 1825
III
Vertigo moulinsiana (Dupuy, 1849)
Viviparus contectus (Millet, 1813)
A
LR
25
V
A
NE
25
II
A
VU
25
LR
25
A
LR
Anisus (Disculifer) vorticulus (Troschel, 1834)
Codice Fauna d’Italia
Classe Gasteropodi
Ordine Basommatofori
Famiglia Planorbidi
Categoria UICN
Status in Toscana In pericolo
Livello di rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie ampiamente diffusa in Europa ma presente, Italia, soltanto nelle regioni centrosettentrionali. In Toscana è al
limite meridionale del suo areale e attualmente è nota soltanto per i dintorni del Lago di Massaciuccoli (LU). Anisus
vorticulus sembra essere andato incontro a un certo declino per la scomparsa di molti ambienti palustri in seguito alle
opere di bonifica che hanno interessato vaste aree della Toscana.
Ecologia
Anisus vorticulus tipico di acque lentiche (laghi stagni, paludi e acque debolmente correnti) vive sul fondale e sulla
vegetazione acquatica sommersa.
Cause di minaccia
La principale minaccia alla sopravvivenza di Anisus vorticulus è rappresentata dalla distruzione e dall’alterazione
dell’habitat (bonifica di zone umide, prelievo idrico indiscriminato, inquinamento)
Misure per la conservazione
Protezione assoluta dei biotopi lacustri toscani
Bibliografia ragionata
Nessun lavoro disponibile
Physa (Physa) fontinalis (Linnaeus, 1758)
Codice Fauna d’Italia
Classe Gasteropodi
Ordine Basommatofori
Famiglia Fisidi
Categoria UICN
Status in Toscana In pericolo
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
77
Integrazioni – Documento 1
Livello di rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie è diffusa in quasi tutto i Paesi europei. In Italia è stata citata solo per le regioni centro-settentrionali palustri,
in seguito delle imponenti bonifiche che hanno interessato molte aree della Toscana, sia, forse, per la competizione
con una specie nordamericana, Physa acuta (Draparnaud, 1801), nota in Europa a partire dal XIX secolo.
Ecologia
Physa fontinalis, tipica di acque lentiche (laghi stagni, paludi e acque debolmente correnti) vive sul fondale e sulla
vegetazione acquatica sommersa.
Cause di minaccia
La principale minaccia alla sopravvivenza di Physa fontinalis è rappresentata dalla distruzione e dall’alterazione
dell’habitat (bonifica di zone umide, prelievo idrico indiscriminato, inquinamento) e, forse, dalla competizione on la
con generica Physa acuta, specie introdotta in Europra dal Nord America.
Misure per la conservazione
Protezione assoluta dei biotopi lacustri toscani
Bibliografia ragionata
Nessun lavoro disponibile
Planorbarius corneus (Linnaeus, 1758)
Codice Fauna d’Italia 16.023.0.001.0
Classe Gasteropodi
Ordine Basommatofori
Famiglia Planorbidi
Categoria UICN
Status in Toscana A più basso rischio
Livello di rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Riassunto
Planorbarius corneus è un’entità legata agli ambienti palustri, ampiamente diffusa in Europa, al limite meridionale
della sua distribuzione in Toscana. Nel corso degli ultimi due secoli sembra essere andata incontro ad un certo declino
per la scomparsa di molti ambienti lacustri in seguito alle imponenti operazioni di bonifica che hanno interessato
molte aree della Toscana.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie ampiamente diffusa in Europa, presente in Italia centrosettentrionale fino alla Toscana, dove è nota per i Laghi
di Chiusi e di Montepulciano (SI), per il Lago di Massaciuccoli (LU), per il Padule di Fucecchio (FI-PT), e per alcune
stazioni puntiformi del Val d’Arno medio-inferiore (PO, PI, LU, LI). Una volta probabilmente era più diffusa, ma nel
corso degli ultimi due secoli è scomparsa per perdita di habitat a causa delle opere di bonifica che hanno interessato la
gran parte delle aree umide toscane. Le popolazioni toscane non sembrano molto numerose e la lor tendenza è
sconosciuta.
Ecologia
Planorbarius corneus vive in acque lentiche (laghi, stagni, paludi e acque debolmente correnti), sulla vegetazione
acquatica sommersa.
Cause di minaccia
La principale minaccia alla sopravvivenza di Planorbarius corneus è rappresentata dalla distruzione e dalla alterazione
dell’habitat (bonifica di zone umide; prelievo idrico indiscriminato; inquinamento). Il prelievo di esemplari a fini
scientifici o collezionistici potrebbero avere un impatto tutt’altro che trascurabile sulle popolazioni.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
78
Integrazioni – Documento 1
Misure per la conservazione
Protezione assoluta dei biotopi lacustri toscani e, al limite, ricostruzione di habitat. Le popolazioni conosciute si
trovano all’interno di aree protette (PR di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli, RNP del Lago di Montepulciano,
RNP del Padule di Fucecchio, ANPIL Lago di Chiusi).
Bibliografia ragionata
Giusti et al. (1993) e Favilli et al. (1999) segnalano la specie per il laghi di Chiusi e Montepulciano.
Segnalazioni presenti nell’archivio 29
Viviparus contectus (Millet, 1813)
Codice Fauna d’Italia 14.065.0.002.0
Classe Gasteropodi
Ordine Architenioglossi
Famiglia Viviparidi
Categoria UICN
Status in Toscana A più basso rischio
Livello di rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Riassunto
Viviparus contectus è un’entità legata agli ambienti palustri, ampiamente diffusa in Europa, al limite meridionale della
sua distribuzione in Toscana. Nel corso degli ultimi due secoli sembra essere andata incontro ad un certo declino per la
scomparsa di molti ambienti lacustri in seguito alle imponenti operazioni di bonifica che hanno interessato molte aree
della Toscana.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie ampiamente diffusa in Europa, ma presente, in Italia, soltanto nelle regioni centrosettentrionali. In Toscana, è
nota per i laghi di Chiusi e di Montepulciano, per la Val di Chiana, per il Lago di Massaciuccoli (LU), per il Val d’Arno
medio-inferiore (FI, PO) e per il Padule di Fucecchio (FI-PT). Una volta molto diffusa nelle aree umide della Versilia e
del Valdarno superiore, come attestano le numerose segnalazioni in letteratura storica, nel corso degli ultimi due
secoli si è molto rarefatta per perdita di habitat a causa delle opere di bonifica. Tendenza delle popolazioni toscane
sconosciuta.
Ecologia
Viviparus contectus è tipico di acque lentiche (laghi, stagni, paludi e acque debolmente correnti); vive sul fondale e
sulla vegetazione acquatica sommersa.
Cause di minaccia
La principale minaccia alla sopravvivenza di Viviparus contectus è rappresentata dalla distruzione ed dalla alterazione
dell’habitat (bonifica di zone umide; prelievo idrico indiscriminato; inquinamento). Il prelievo di esemplari a fini
scientifici o collezionistici dovrebbe avere un impatto trascurabile sulle popolazioni.
Misure per la conservazione
Protezione assoluta dei biotopi lacustri toscani e, al limite, ricostruzione di habitat. Alcune popolazioni conosciute si
trovano all’interno di aree protette (PR di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli, RNP del Lago di Montepulciano,
RNP del Padule di Fucecchio, ANPIL Lago di Chiusi).
Bibliografia ragionata
Giusti et al. (1993) e Favilli et al. (1999) segnalano la specie per il laghi di Chiusi e Montepulciano.
Segnalazioni presenti nell’archivio 28
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
79
Integrazioni – Documento 1
Palaemonetes antennarius (H. Milne Edwards, 1837)
Potamon fluviatile (Herbst, 1785)
Austropotamobius pallipes (Lereboullet, 1858)
III
SIR
Status in Toscana
Status in Italia
L.R. 56/00
Conv. Berna
Nome scientifico
Dir. 92/43/CEE
CROSTACEI: SPECIE IN LISTE D’ATTENZIONE
A
DD
25
V
A
VU
27
II, V
A
EN
28
VU
Gambero di fiume Austropotamobius pallipes (Lereboullet, 1858)
Codice Fauna d’Italia 051.0.001.0
Codice Natura 2000 1092
Ordine Decapodi
Famiglia Astacidi
Categoria UICN In pericolo
Status in Toscana In pericolo
Livello di rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat II e V
Riassunto
In Toscana la specie presenta una distribuzione discontinua ed è ad alto rischio di estinzione. La sopravvivenza della
specie è potenzialmente minacciata da vari fattori, quali la pesca non controllata degli individui, la distruzione e
modifica degli habitat - causata per esempio dalle escavazioni e costruzione di dighe -, l’attacco da parte di un fungo
parassita, l’invasione degli habitat da parte di specie non indigene e l’inquinamento.
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie vive in tutta l’Italia centromeridionale, anche se sempre più confinata a specifiche aree. In Toscana è
presente in tutta la regione con distribuzione discontinua ed è in progressiva diminuzione, in parte soppiantato da una
specie non indigena, Procambarus clarkii, proveniente da allevamenti privati. Le possibili cause della rarefazione sono
sia le raccolte indiscriminate a scopi alimentari, sia l’inquinamento, e principalmente di quello dovuto ai pesticidi,
l’alterazione dei corsi d’acqua e l’azione di alcuni micromiceti parassiti.
Ecologia
Il gambero di fiume vive tra le pietre dei fiumi a carattere torrentizio, limpidi e ben ossigenati, ma anche in fossi
fangosi a corrente lenta, in acque stagnanti e ruscelli in zone di collina e media montagna, purché non inquinati, con
argini ricchi di vegetazione. Scava tane sotto i sassi sommersi o gallerie sulle sponde fangose, dove trascorre il giorno
per uscire all’imbrunire alla ricerca di cibo: è attivo infatti nelle ore del crepuscolo e dell’alba, mentre trascorre la
maggior parte del tempo nella tana. Si nutre principalmente di detriti vegetali, larve di insetti, pulci d’acqua, altri
gamberetti, chioccioline d’acqua, lombrichi, sanguisughe, girini, piccoli pesci e resti di animali morti. Un gambero di
fiume può vivere fino a 20 anni.
Cause di minaccia
Progressiva rarefazione degli ambienti di vita a causa dell’inquinamento da pesticidi (in special modo di insetticidi a
base di piretro) e dell’alterazione dei corsi d’acqua.
Pesca incontrollata della specie a scopi alimentari.
Attacchi da parte del fungo parassita Aphanomices astaci, portato dai gamberi nordamericani che hanno colonizzato
gli stessi ambienti di Austropotamobius pallipes.
Competizione diretta per il cibo e per l’habitat con gamberi non indigeni (Procambarus clarkii).
Misure per la conservazione
Evitare la distruzione degli ambienti di vita della specie.
Proibizione e/o regolamentazione della raccolta a scopi alimentari.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
80
Integrazioni – Documento 1
Regolamentazione degli allevamenti di specie non indigene, in modo da tenere sotto controllo la loro diffusione.
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili su distribuzione, biologia e status della specie in Toscana si trovano in:
Giusti F., Favilli L., Manganelli G. (1993) La Fauna (pp. 343-439). In: Giusti F. (Ed.). La storia naturale della Toscana
meridionale Silvana - Pizzi Ed., Cinisello Balsamo (MI).
Gherardi F., Barbaresi S., Raddi A., Salvi G. (1998) Rapporto tecnico alla Provincia di Firenze per il Progetto
"Distribuzione e struttura di popolazione in macrodecapodi dulcacquicoli della provincia di Firenze", pp. 1-33.
Dipartimento di Biologia Animale e Genetica dell'Università degli Studi di Firenze.
Gherardi F., S. Barbaresi & G. Salvi, (2000) Spatial and temporal patterns in the movement of the red swamp crayfish,
Procambarus clarkii, an invasive crayfish. Aquatic Sciences 62: 179-193.
Gherardi F., 2000. Are non-indigenous species 'ecological malignancies'? Ethology Ecology & Evolution 12: 323-325.
Gherardi F. Barbaresi S., Vaselli A. & Bencini A. (2002) Trace metal accumulations in freshwater macro-decapods: a
comparison between indigenous and alien species. Marine and Freshwater Behaviour and Physiology 35: 179-188.
Segnalazioni presenti nell’archivio 61
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
81
Integrazioni – Documento 1
SIR
Status Toscana
Status in Italia
L.R. 56/00
Conv. Berna
Nome scientifico
Dir. 92/43/CEE
INSETTI: SPECIE IN LISTE D’ATTENZIONE
Agabus striolatus (Gyllenhal, 1808)
A, B
CR
Bidessus pumilus (Aubé, 1836)
A
CR
62
17, 62
Boyeria irene (Fonscolombe, 1838)
A
VU
27
27
Carabus granulatus interstitialis (Duftschmidt)
A
DD
Coenonympha dorus aquilonia Higgins, 1968
A,B
CR
23, 16, 17, 21
Deronectes fairmairei (Leprieur, 1859)
A
DD
23
Duvalius andreinii (Gestro, 1907)
A,B
LR
11
Duvalius apuanus apuanus (Dodero, 1917)
A,B
LR
18, 16, 17, 21, 22, 18, 20
Duvalius brucki brucki (Piccioli, 1870)
A,B
LR
14, 15
Duvalius brucki magrinii (Magrini, 1976)
A,B
LR
15
Duvalius casellii briani (Mancini, 1912)
A,B
LR
21, 22, 18
Duvalius casellii carrarae Jeannel, 1928
A,B
LR
16, 18, 21, 23
Duvalius guareschi montemurroi Vanni & Magrini, 1986
A,B
LR
11
Duvalius iolandae Magrini & Vanni
A,B
DD
16
A,B
LR
9, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18,
21, 21, 22, 23
Gnorimus nobilis (Linnaeus, 1758)
A
LR
15, 30
Graphoderus austriacus (Sturm, 1834)
A
VU
61, 62
Gyrinus paykulli Ochs
A
VU
62
Hydroporus gridellii Focarile, 1960
A
DD
61
Euplagia [=Callimorpha] quadripunctaria Poda, 1761
II
II*
Hygrobia tarda (Herbst)
A
VU
62
Hygrotus decoratus (Gyllenhal, 1810)
A
VU
62, 61
Hyphydrus anatolicus Guignot, 1957
A
VU
61
Laelia coenosa (Hübner, [1808])
A
VU
25
Lathrobium andreinii Schatzmayr & Koch, 1934
A
VU
21
Lathrobium straneoi Schatzmayr & Koch, 1934
A
DD
17, 21, 22, 23
Lindenia tetraphylla (Van der Linden, 1825)
II
II, IV
A
VU
25
Lycaena dispar (Haworth, 1803)
II
II, IV
A
VU
25
16, 21
LR
Oreina elongata zangherii Daccordi & Ruffo, 1986
A
DD
Oreina elongata zoiai Daccordi & Ruffo, 1986
A
DD
16, 21, 22
Oreina speciosissima solarii Daccordi & Ruffo
A
DD
33
A
EN
16, 21
A
DD
22, 28, 29, 30
Parnassius mnemosyne (Linnaeus, 1758)
II
IV
Plateumaris sericea L.
Rhantus suturellus (Harris)
A
CR
62
Rhythrodytes sexguttatus (Aubé, 1836)
A
DD
22
Stenopelmus rufinasus i(Gyllenhal)
A
VU
25
Stenus bordonii Puthz, 1974
A
LR
21, 22, 23
Stomis roccai mancinii Schatzmayr, 1925
A,B
VU
16, 18, 22, 21, 23
Timarcha apuana Daccordi & Ruffo, 1990
A,B
VU
23, 22, 17, 16, 21,18
Trithemis annulata (Palisot de Beauvas, 1805)
A,B
VU
25
A
VU
14
Zerynthia polixena (Denis et Schiffermuller)
II
IV
Agabus striolatus (Gyllenhal)
Codice Fauna d’Italia
Ordine Coleotteri
Famiglia Ditiscidi
Categoria UICN
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
82
Integrazioni – Documento 1
Status in Toscana in pericolo critico
Livello di Rarità regionale
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie è presente nell’Europa settentrionale e centrale. Per quanto riguarda l’Italia, che costituisce il suo limite
meridionale, è segnalata soltanto in Toscana, dove risulta raccolta in una sola località, San Rossore, e una sola volta,
nel 1981. La tendenza della popolazione è ignota.
Ecologia
Le larve e gli adulti, adattati alla vita acquatica, sono carnivori e vivono in stagni torbosi e in paludi di foresta con
acque preferibilmente fredde
Cause di minaccia
Il grado di minaccia è notevolmente elevato per il fatto stesso che se, come sembra, San Rossore rappresenta l’unica
stazione italiana, un’eventuale alterazione del biotopo comporterebbe la scomparsa della specie dal territorio
nazionale.
Misure per la conservazione
Salvaguardia degli ambienti umidi
Bibliografia ragionata
Informazioni sulla specie sono presenti in Franciscolo (1979) e nel Libro Rosso degli insetti della Toscana (Sforzi e
Bartolozzi eds, 2001)
Bidessus pumilus (Aubé)
Codice Fauna d’Italia
Ordine Coleotteri
Famiglia Carabidi
Categoria UICN
Status in Toscana in pericolo critico
Livello di Rarità regionale
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie è presente nell’Europa mediterranea centro-occidentale. In Italia è segnalata in diverse regioni della
penisola, nonché in Sardegna. Per quanto riguardala Tiscana si conoscono soltanto poche località (Gombo e S.
Giovanni alla Vena entrambe in Provincia di Pisa); tali segnalazioni, tuttavia, sono basate su reperti molto vecchi. La
tendenza della popolazione è ignota.
Ecologia
La larve e gli adulti, adattati alla vita acquatca, sono carnivori e vivono prevalentemente in pozze o stagni, sia con
acque dolci che salmastre, quasi sempre a bassa quota.
Cause di minaccia
La minaccia è rappresentata dall’inquinamento delle acque e da qualsiasi fattore che possa alterare i biotopi adatti alla
vita di questa specie, che potrebbe, peraltro, già essere estinta in Toscana.
Misure per la conservazione
Salvaguardia delle zone umide
Bibliografia ragionata
Informazioni sulla specie sono presenti in Franciscolo (1979) e nel Libro Rosso degli insetti della Toscana (Sforzi e
Bartolozzi eds, 2001), nel testo di Rocchi.
Carabus granulatus interstitialis (Duftschmidt)
Codice Fauna d’Italia 044.014.0.001.1
Ordine Coleotteri
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
83
Integrazioni – Documento 1
Famiglia Carabidi
Categoria UICN
Status in Toscana a più basso rischio
Livello di Rarità regionale
Riassunto
In Toscana la sottospecie è nota in molte aree umide. Le conoscenze sulla consistenza e sulla tendenza delle
popolazioni sono incomplete. La specie è legata agli ambienti boschivi umidi e paludosi. Fra le cause di minaccia la
distruzione degli ambienti di vita, causata da bonifica di zone umide, riempimento di specchi e corsi d’acqua, gestione
della vegetazione acquatica e riparia, inquinamento dell’acqua.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Carabus granulatus è una specie a distribuzione euroasiatica, diffusa in tutta Europa (comprese le isole britanniche)
fino alla Siberia e al Giappone. In Italia la sottospecie interstitialis è presente fino alla Puglia e alla Lucania. In Toscana
la sottospecie è nota in molte aree umide. Le conoscenze sulla consistenza e sulla tendenza delle popolazioni sono
incomplete.
Ecologia
La specie è legata agli ambienti boschivi umidi e paludosi. Come tutti i carabidi è un predatore di altri invertebrati.
Cause di minaccia
Fra le cause di minaccia la distruzione degli ambienti di vita, causata da bonifica di zone umide, riempimento di
specchi e corsi d’acqua, gestione della vegetazione acquatica e riparia, inquinamento dell’acqua.
Misure per la conservazione
Salvaguardia degli ambienti umidi dalle cause di minaccia elencate sopra.
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili sulla distribuzione della specie in Toscana si trovano in Magistretti (1965); note sulla
distribuzione e sulla biologia in Bruno (1973) e Bordoni (1995).
Segnalazioni presenti nell'archivio 17
Coenonympha dorus aquilonia (Higgins)
Codice Fauna d’Italia 089.075.0.004.1
Categoria UICN
Status in Toscana in pericolo in modo critico
Livello di Rarità regionale
Allegati Direttiva Habitat
Riassunto
In Toscana la specie è presente con popolazioni localizzate sulle Alpi Apuane. La consistenza delle popolazioni è
limitata. La specie vive in ambienti rocciosi e aridi dalla basse altitudini fino ai 1500 metri e oltre. La specie è a rischio
di estinzione a causa di incendi, pascolo, fuoristrada, percorsi e attività escursionistiche, cave.
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie nominale è distribuita in Nord Africa e Europa sud-occidentale. La sottospecie aquilonia è esclusiva dell’Italia
centrale (Marche, Abruzzi, Toscana). In Toscana la specie è presente con popolazioni localizzate sulle Alpi Apuane. La
consistenza delle popolazioni è limitata e la tendenza è a rischio di estinzione nel caso di alterazioni ambientali.
Ecologia
La specie vive in ambienti rocciosi e aridi dalla basse altitudini fino ai 1500 metri e oltre. Le piante nutrici della larva
non sono note.
Cause di minaccia
La specie è a rischio di estinzione a causa di incendi, pascolo, fuoristrada, percorsi e attività escursionistiche, cave.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
84
Integrazioni – Documento 1
Misure per la conservazione
Protezione e conservazione degli ambienti di vita.
Duvalius apuanus apuanus (Dodero)
Codice Fauna d’Italia 044.134.0.049.1
Ordine Coleotteri
Famiglia Carabidi
Categoria UICN
Status in Toscana a più basso rischio
Livello di Rarità assoluta
Allegati Direttiva Habitat
Riassunto
La specie è endemica della Toscana, dove si rinviene esclusivamente in alcune grotte delle Alpi Apuane meridionali, a
sud del Monte Altissimo e del torrente Turrite Secca, tutte in provincia di Lucca. La specie vive nelle grotte ed è priva di
occhi e ali. Le cause di minaccia sono: cave e miniere, l’inquinamento delle acque e del suolo, la speleologia con
conseguenti alterazioni del delicato equilibrio degli ambienti sotterranei. Le specie appartenenti al genere Duvalius
sono anche fortemente soggette a prelievo a fini collezionistici.
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie è endemica della Toscana, dove si rinviene esclusivamente in alcune grotte delle Alpi Apuane meridionali, a
sud del Monte Altissimo e del torrente Turrite Secca, tutte in provincia di Lucca. Il livello di conoscenza di questa
specie è buono. La tendenza della popolazione è stabile salvo modificazioni ambientali o prelievo per collezionismo.
Ecologia
La specie vive nelle grotte ed è priva di occhi e ali. Vivendo in un ambiente sotterraneo, la cuticola risulta
depigmentata. Vive come predatrice di altri invertebrati all’interno di grotte e cavità naturali.
Duvalius brucki brucki (Piccioli)
Codice Fauna d’Italia 044.134.0.051.1
Ordine Coleotteri
Famiglia Carabidi
Categoria UICN
Status in Toscana a più basso rischio
Livello di Rarità assoluta
Allegati Direttiva Habitat
Riassunto
La specie, nel suo complesso, è presente nella bassa Garfagnana e nella media Val di Lima. Questa sottospecie è nota
di varie cavità, tutte localizzate nei comuni di Bagni di Lucca e San Marcello Pistoiese. La specie è priva di occhi e ali. Le
cause di minaccia sono: cave e miniere, l’inquinamento delle acque e del suolo, la speleologia con conseguenti
alterazioni del delicato equilibrio degli ambienti sotterranei. Le specie appartenenti al genere Duvalius sono anche
fortemente soggette a prelievo a fini collezionistici.
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie, nel suo complesso, è presente nella bassa Garfagnana e nella media Val di Lima. Questa sottospecie è nota
di varie cavità, tutte localizzate nei comuni di Bagni di Lucca e San Marcello Pistoiese. Il livello di conoscenza di questa
specie è buono. La tendenza della popolazione è stabile salvo modificazioni ambientali o prelievo per collezionismo.
Ecologia
La sottospecie vive nelle grotte ed è priva di occhi e ali. Vivendo in un ambiente sotterraneo, la cuticola risulta
depigmentata. Vive come predatrice di altri invertebrati all’interno di grotte e cavità naturali.
Cause di minaccia
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
85
Integrazioni – Documento 1
Le grotte sono ambienti particolarmente sensibili alle modificazioni ambientali causate dall’uomo come la presenza di
cave e miniere, l’inquinamento delle acque e del suolo, la speleologia con conseguenti alterazioni del delicato
equilibrio degli ambienti sotterranei. Le specie appartenenti al genere Duvalius sono anche fortemente soggette a
prelievo a fini collezionistici.
Misure per la conservazione
Protezione degli ambienti sotterranei, controllo e limitazione delle attività speleologiche, divieto o limitazione del
prelievo a fini collezionistici.
Bibliografia ragionata
Informazioni sulla distribuzione della specie si trovano in Vanni (1988) e Magrini (1997). Notizie sulla biologia si
trovano in Jeannel (1928). Alcune osservazioni ecologiche si trovano in Vanni e Magrini (1986).
Segnalazioni presenti nell’archivio 11
Duvalius brucki maginii Magrini
Codice Fauna d’Italia 044.134.0.051.2
Ordine Coleotteri
Famiglia Carabidi
Categoria UICN
Status in Toscana a più basso rischio
Livello di Rarità assoluta
Allegati Direttiva Habitat
Riassunto
La specie, nel suo complesso, è presente nella bassa Garfagnana e nella media Val di Lima. Questa sottospecie ha una
distribuzione più settentrionale della forma tipica e si ritrova, in grotta, presso l’Orrido di Botri e sul Monte Uccelliera
(LU). La specie è priva di occhi e ali. Le cause di minaccia sono: cave e miniere, l’inquinamento delle acque e del suolo,
la speleologia con conseguenti alterazioni del delicato equilibrio degli ambienti sotterranei. Le specie appartenenti al
genere Duvalius sono anche fortemente soggette a prelievo a fini collezionistici.
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie, nel suo complesso, è presente nella bassa Garfagnana e nella media Val di Lima. Questa sottospecie ha una
distribuzione più settentrionale della forma tipica e si ritrova, in grotta, presso l’Orrido di Botri e sul Monte Uccelliera
(LU). La tendenza della popolazione è stabile salvo modificazioni ambientali o prelievo per collezionismo.
Ecologia
La sottospecie vive nelle grotte ed è priva di occhi e ali. Vivendo in un ambiente sotterraneo, la cuticola risulta
depigmentata. Vive come predatrice di altri invertebrati all’interno di grotte e cavità naturali.
Cause di minaccia
Le grotte sono ambienti particolarmente sensibili alle modificazioni ambientali causate dall’uomo come la presenza di
cave e miniere, l’inquinamento delle acque e del suolo, la speleologia con conseguenti alterazioni del delicato
equilibrio degli ambienti sotterranei. Le specie appartenenti al genere Duvalius sono anche fortemente soggette a
prelievo a fini collezionistici.
Misure per la conservazione
Protezione degli ambienti sotterranei, controllo e limitazione delle attività speleologiche, divieto o limitazione del
prelievo a fini collezionistici.
Bibliografia ragionata
Informazioni sulla distribuzione della specie si trovano in Magrini (1976), Vanni (1988) e Magrini (1997). Notizie sulla
biologia si trovano in Jeannel (1928). Non ci sono pubblicazioni recenti sull’ecologia della specie.
Segnalazioni presenti nell’archivio 3
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
86
Integrazioni – Documento 1
Duvalius casellii briani (Mancini)
Codice Fauna d’Italia 044.134.0.021.4
Categoria UICN
Status in Toscana a più basso rischio
Livello di Rarità assoluta
Allegati Direttiva Habitat
Riassunto
La specie si rinviene in Liguria e Toscana; la sottospecie briani è endemica della Toscana e si ritrova in grotte delle Alpi
Apuane centrali e meridionali in provincia di Lucca. La specie vive nelle grotte ed è priva di occhi e ali. Le cause di
minaccia sono: cave e miniere, l’inquinamento delle acque e del suolo, la speleologia con conseguenti alterazioni del
delicato equilibrio degli ambienti sotterranei. Le specie appartenenti al genere Duvalius sono anche fortemente
soggette a prelievo a fini collezionistici.
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie si rinviene in Liguria e Toscana; la sottospecie briani è endemica della Toscana e si ritrova in grotte delle Alpi
Apuane centrali e meridionali in provincia di Lucca. Il livello di conoscenza di questa specie è buono. La tendenza della
popolazione è stabile salvo modificazioni ambientali o prelievo per collezionismo.
Ecologia
La specie vive nelle grotte ed è priva di occhi e ali. Vivendo in un ambiente sotterraneo, la cuticola risulta
depigmentata. Vive come predatrice di altri invertebrati all’interno di grotte e cavità naturali.
Duvalius casellii carrarae Jeannel
Codice Fauna d’Italia 044.134.0.021.5
Categoria UICN
Ordine Coleotteri
Famiglia Carabidi
Status in Toscana a più basso rischio
Livello di Rarità assoluta
Allegati Direttiva Habitat
Riassunto
La specie si rinviene in Liguria e Toscana; la sottospecie carrarae è endemica della Toscana e si ritrova in grotte delle
Alpi Apuane settentrionali e nord-occidentali in provincia di Massa. La specie vive nelle grotte ed è priva di occhi e ali.
Le cause di minaccia sono: cave e miniere, l’inquinamento delle acque e del suolo, la speleologia con conseguenti
alterazioni del delicato equilibrio degli ambienti sotterranei. Le specie appartenenti al genere Duvalius sono anche
fortemente soggette a prelievo a fini collezionistici.
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie si rinviene in Liguria e Toscana; la sottospecie carrarae è endemica della Toscana e si ritrova in grotte delle
Alpi Apuane settentrionali e nord-occidentali in provincia di Massa Carrara. Il livello di conoscenza di questa specie è
buono. La tendenza della popolazione è stabile salvo modificazioni ambientali o prelievo per collezionismo.
Ecologia
La specie vive nelle grotte ed è priva di occhi e ali. Vivendo in un ambiente sotterraneo, la cuticola risulta
depigmentata. Vive come predatrice di altri invertebrati all’interno di grotte e cavità naturali.
Euplagia [=Callimorpha] quadripunctaria (Poda)
Codice Fauna d’Italia 091.067.0.001.0
Ordine Lepidotteri
Famiglia Arctidi
Categoria UICN
Status in Toscana a più basso rischio
Livello di Rarità regionale
Allegati Direttiva Habitat II*
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
87
Integrazioni – Documento 1
Riassunto
La specie è comune e diffusa in tutta Italia, dalla pianura alla montagna, soprattutto nelle parti più calde di certe
vallate. I bruchi sono polifagi cioè si nutrono di varie piante. La specie è ad ampia valenza ecologica per cui non
necessita particolari misure di conservazione.
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie vive in tutta Europa esclusa la parte più settentrionale. E’ presente anche a Rodi, in Russia, in Caucaso, in
Asia Minore, in Siria e in Iran. E’ comune e diffusa in tutta Italia, dalla pianura alla montagna, soprattutto nelle parti
più calde di certe vallate. Manca in Sardegna. Il livello delle conoscenze sulla distribuzione delle popolazioni toscane si
può considerare buono. La discontinuità della distribuzione è probabilmente imputabile alla mancanza di dati di
cattura recenti. La tendenza della popolazione può considerarsi stabile.
Ecologia
La specie vive in zone aperte dalla pianura alla montagna. Predilige le radure di boscaglie aride e calde. I bruchi sono
polifagi cioè si nutrono di varie piante. Presenta una sola generazione annuale e gli adulti appaiono da metà luglio a
ottobre. E’ facile osservare l’adulto sui fiori di Eupatorium cannabinum L.
Cause di minaccia
Fra le potenziali cause di minaccia si possono considerare l’inquinamento dell’aria e del suolo e l’uso di pesticidi.
Misure per la conservazione
La specie è ad ampia valenza ecologica per cui non necessita particolari misure di conservazione.
Bibliografia ragionata
Informazioni sulla biologia e distribuzione della specie si trovano in Bertaccini et al. (1994)
Segnalazioni presenti nell’archivio 50
Gnorimus nobilis (Linnaeus)
Codice Fauna d’Italia 050.134.0.002.0
Ordine Coleotteri
Famiglia Cetonidi
Categoria UICN
Status in Toscana a più basso rischio
Livello di Rarità regionale
Allegati Direttiva Habitat
Riassunto
Specie europea centro-meridionale, complessivamente rara e localizzata, presente in Toscana in poche stazioni
boschive in provincia di Arezzo, Lucca e Pistoia; la tendenza di tali popolazioni è sconosciuta. Attiva durante il periodo
primaverile-estivo, diurna, fitofaga e prevalentemente floricola.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie europea centro-meridionale (presente anche in Anatolia), in Italia distribuita in quasi tutta la Penisola (a Sud
sino alla Calabria), ma complessivamente rara e localizzata; in Toscana è nota in poche stazioni in provincia di Lucca,
Arezzo e Pistoia. Il livello di conoscenze sulla tendenza di tali popolazioni deve essere considerato insufficiente.
Ecologia
Specie legata agli ambienti boschivi aperti e soleggiati; attiva nel periodo tardo-primaverile ed estivo, diurna. Gli adulti
sono fitofagi e si rinvengono in particolare su fiori di ombrellifere e rosacee; le femmine depongono le uova nel
rosume o nelle radici di vecchi tronchi, in particolare di faggi, ma anche salici, robinie e alberi da frutto.
Cause di minaccia
La rimozione di piante morte o morienti e la pulizia del sottobosco possono costituire fattori limitanti alla
sopravvivenza della specie.
Misure per la conservazione
Mantenimento del grado di naturalità degli ambienti boschivi dove è presente la specie.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
88
Integrazioni – Documento 1
Bibliografia ragionata
Notizie generiche relative alla distribuzione della specie sono fornite da Baraud (1992).
Segnalazioni presenti nell’archivio
6
Gyrinus paykulli Ochs, 1927
Codice Fauna d’Italia 045.010.0.006.0
Ordine Coleotteri
Famiglia Girinidi
Categoria UICN
Status in Toscana vulnerabile
Livello di Rarità relativa
Allegati Direttiva Habitat
Riassunto
La specie è presente in Europa e in Siberia, risultando molto localizzata ai limiti meridionali del suo areale. Per la
Toscana abbiamo soltanto segnalazioni anteriori al 1960. Le larve e gli adulti, adattati alla vita acquatica, sono
carnivori; gli adulti nuotano sulle superficie dell’acqua. Le cause di minaccia sono rappresentate dall’inquinamento o
dalla distruzione dei biotopi adatti alla vita di questa specie, che potrebbe anche già essere estinta dalla Toscana.
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie è presente in Europa e in Siberia, risultando molto localizzata ai limiti meridionali del suo areale. In Italia è
nota con certezza in alcune località nord-orientali, nonché di qualche altra località delle regioni centrali. Per la Toscana
abbiamo soltanto segnalazioni anteriori al 1960. La tendenza delle popolazioni è sconosciuta, ma lo status viene
considerato vulnerabile data la fragilità degli ecosistemi in cui vive.
Ecologia
Le larve e gli adulti, adattati alla vita acquatica, sono carnivori; gli adulti nuotano sulle superficie dell’acqua.
Cause di minaccia
La minaccia è rappresentata dall’inquinamento o dalla distruzione dei biotopi adatti alla vita di questa specie, che
potrebbe anche già essere estinta dalla Toscana.
Misure per la conservazione
Salvaguardia degli ambienti di vita dalle cause di minaccia sopra elencate.
Bibliografia ragionata
Le uniche informazioni disponibili sulla distribuzione della specie si trovano in Franciscolo, 1979.
Segnalazioni presenti nell’archivio 5
Hygrobia tarda (Herbst)
Codice Fauna d’Italia 045.007.0.001.0
Ordine Coleotteri
Famiglia Igrobiidi
Categoria UICN
Status in Toscana vulnerabile
Livello di Rarità regionale
Allegati Direttiva Habitat
Riassunto
In Toscana la specie è stata segnalata in alcune località, fra cui l’Isola di Capraia. La specie vive in stagni, laghetti,
paludi a fondo argilloso; è rara e localizzata ovunque. Le larve e gli adulti si nutrono di oligocheti del genere Tubifex. Le
cause di minaccia sono essenzialmente l’inquinamento delle acque, le bonifiche delle zone umide, una scorretta
gestione del livello idrometrico, l’uso dei pesticidi.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
89
Integrazioni – Documento 1
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie è distribuita in tutta l’Europa esclusa la Scandinavia, e nel Nord Africa. E’ citata di tutta Italia comprese le
isole, ad esclusione di Trentino Alto Adige e Lazio. Per la Toscana è stata segnalata in varie località, fra cui l’Isola di
Capraia. Il livello delle conoscenze sulla distribuzione si può considerare buono. La tendenza delle popolazioni è
sconosciuta, ma lo status viene considerato vulnerabile data la fragilità degli ecosistemi in cui vive.
Ecologia
E’ una specie che vive in stagni, laghetti, paludi a fondo argilloso; è rara e localizzata ovunque. Le larve e gli adulti si
nutrono di oligocheti del genere Tubifex.
Cause di minaccia
Le cause di minaccia sono essenzialmente l’inquinamento delle acque, le bonifiche delle zone umide, una scorretta
gestione del livello idrometrico, l’uso dei pesticidi.
Misure per la conservazione
Salvaguardia della qualità delle acque; corretta gestione delle aree umide e dei torrenti.
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili sulla biologia della specie si trovano in Balfour-Browne (1922) e Franciscolo (1979);
informazioni sulla distribuzione in Toscana si trovano in Rocchi (1991) e Bordoni (1995).
Segnalazioni presenti nell’archivio 9
Hygrotus decoratus (Gyllenhal)
Codice Fauna d'Italia 045.019.0.001.0
Classe Insetti
Ordine Coleotteri
Famiglia Ditiscidi
Categoria UICN
Status in Toscana vulnerabile
Livello di Rarità regionale
Allegati Direttiva Habitat
Riassunto
In Italia è presente in alcune regioni settentrionali, nonché in Toscana, Umbria e Lazio. Per quanto riguarda la Toscana,
la specie risulta localizzata in alcune stazioni intorno a Pisa e al Lago di Sibolla. Vive in acquitrini e in pozze di acqua
stagnante. Le larve e gli adulti, adattati alla vita acquatica, sono carnivori.
Distribuzione e tendenza della popolazione
E' una specie a distribuzione tipicamente europea. In Italia è presente in alcune regioni settentrionali, nonché in
Toscana, Umbria e Lazio. Per quanto riguarda la Toscana, la specie risulta localizzata in alcune stazioni intorno a Pisa e
al Lago di Sibolla.
Ecologia:
Vive in acquitrini e in pozze di acqua stagnante. Le larve e gli adulti, adattati alla vita acquatica, sono carnivori.
Cause di minaccia
La minaccia è rappresentata dall’inquinamento delle acque, da opere di bonifica di zone umide e da qualsiasi
intervento che possa alterare l’ambiente dove la specie vive.
Misure per la conservazione: Salvaguardia degli ambienti umidi.
Bibliografia ragionata
Informazioni sulla distribuzione della specie sono fornite da Franciscolo (1979).
Segnalazioni presenti nell'archivio:
6
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
90
Integrazioni – Documento 1
Lathrobium andreinii Schatz. & Koch
Codice Fauna d’Italia 048.099.0.002.0
Ordine Coleotteri
Famiglia Stafilinidi
Categoria UICN
Status in Toscana vulnerabile
Livello di Rarità assoluta
Allegati Direttiva Habitat
Riassunto
La specie è endemica italiana, nota unicamente in Toscana, dove si rinviene solo sulle Alpi Apuane nelle province di
Lucca e Pistoia. La specie, anoftalma e attera, vive nel terreno ed è stata raccolta vagliando il terriccio prelevato sotto
pietre infossate in aree per lo più montane. La specie è stata tuttavia rinvenuta anche a bassa quota (70-100 m). Fra le
cause di minaccia si possono annoverare l’inquinamento del suolo, l’apertura di cave o miniere.
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie è endemica italiana, nota unicamente in Toscana, dove si rinviene solo sulle Alpi Apuane nelle province di
Lucca e Pistoia. Il livello delle conoscenze sulla distribuzione si può considerare mediocre. La tendenza delle
popolazioni è sconosciuta.
Ecologia
La specie, anoftalma e attera, vive nel terreno ed è stata raccolta vagliando il terriccio prelevato sotto pietre infossate
in aree per lo più montane. La specie è stata tuttavia rinvenuta anche a bassa quota (70-100 m).
Cause di minaccia
Fra le cause di minaccia si possono annoverare l’inquinamento del suolo, l’apertura di cave o miniere.
Misure per la conservazione
Salvaguardia degli ambienti di vita dalle cause di minaccia sopra elencate.
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili sulla distribuzione della specie si trovano in Bordoni (1972; 1984; 1996). Non ci sono
pubblicazioni sulla sua ecologia.
Segnalazioni presenti nell’archivio 7
Lathrobium straneoi Schatz. & Koch
Codice Fauna d’Italia 048.099.0.040.0
Categoria UICN
Status in Toscana carenza di informazioni
Livello di Rarità assoluta
Allegati Direttiva Habitat
Riassunto
La specie è endemica italiana, nota unicamente in Toscana, dove si rinviene solo sulle Alpi Apuane. La specie,
anoftalma e attera, vive nel terreno e si rinviene vagliando il suolo sotto grosse pietre infossate. Fra le cause di
minaccia si possono annoverare l’inquinamento del suolo, l’apertura di cave o miniere.
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie è endemica italiana, nota unicamente in Toscana, dove si rinviene solo sulle Alpi Apuane. Il livello delle
conoscenze sulla distribuzione si può considerare scarso. La tendenza delle popolazioni è sconosciuta.
Ecologia
La specie, anoftalma e attera, vive nel terreno e si rinviene vagliando il suolo sotto grosse pietre infossate.
Cause di minaccia
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
91
Integrazioni – Documento 1
Fra le cause di minaccia si possono annoverare l’inquinamento del suolo, l’apertura di cave o miniere.
Misure per la conservazione
Salvaguardia degli ambienti di vita dalle cause di minaccia sopra elencate.
Lycaena dispar (Haworth)
Codice Fauna d’Italia 089.024.0.002.0
Ordine Lepidotteri
Famiglia Licenidi
Categoria UICN
Status in Toscana vulnerabile
Livello di Rarità regionale
Allegati Direttiva Habitat Allegati II e IV
Riassunto
La specie è distribuita nell’Europa centro-meridionale fino alla Russia. In Italia sopravvive in popolazioni isolate nella
Pianura Padana e in Toscana. In questa regione è presente in Versilia, nelle piane lucchese e pisana, nei Paduli di
Fucecchio e Bientina e nella piana fiorentina. Si tratta di una specie tipica dei luoghi umidi acquitrinosi di pianura, vola
nei prati e lungo i fossi alla ricerca delle piante ospiti, poligonacee del genere Rumex. Si tratta di una specie
fortemente vulnerabile per l’estrema localizzazione delle popolazioni, situate in ambienti umidi, che subiscono spesso
pesanti stravolgimenti a opera dell’uomo. In Europa si è rarefatta un po’ ovunque per la bonifica delle zone umide.
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie è distribuita nell’Europa centro-meridionale fino alla Russia. In Italia sopravvive in popolazioni isolate nella
Pianura Padana e in Toscana. In questa regione è presente in Versilia, nelle piane lucchese e pisana, nei Paduli di
Fucecchio e Bientina e nella piana fiorentina. Il livello di conoscenza sulla distribuzione è buono. La tendenza della
popolazione è in diminuzione.
Ecologia
Si tratta di una specie tipica dei luoghi umidi acquitrinosi di pianura, vola nei prati e lungo i fossi alla ricerca delle
piante ospiti, poligonacee del genere Rumex, sulla quale la femmina depone piccole uova bianche su entrambi i lati
delle foglie. In Toscana sono state accertate tre generazioni: la prima da metà maggio ai primi di giugno, la seconda,
scarsa, in luglio e la terza, che è la più abbondante, da fine agosto ai primi di ottobre. Sverna allo stadio larvale sulla
pianta ospite.
Cause di minaccia
Si tratta di una specie fortemente vulnerabile per l’estrema localizzazione delle popolazioni, situate in ambienti umidi,
che subiscono spesso pesanti stravolgimenti a opera dell’uomo. In Europa si è rarefatta un po’ ovunque per la bonifica
delle zone umide. In molti paesi (come in Inghilterra) è praticamente scomparsa e se ne sta tentando la
reintroduzione.
Misure per la conservazione
In alcuni casi la rarefazione è dovuta alla trasformazione delle zone umide in aree coltivate. Altrove è l’abbandono dei
prati umidi a mettere a rischio l’esistenza della farfalla, infatti la crescita di rovi e di alte erbe soffoca lo sviluppo della
pianta nutrice del bruco.
Bibliografia ragionata
Per informazioni sulla specie, può essere consultato il libro di Sforzi & Bartolozzi (2001).
Segnalazioni presenti nell'archivio 44
Oreina elongata zangherii Daccordi & Ruffo
Codice Fauna d’Italia 060.052.0.003.5
Categoria UICN
Status in Toscana carenza di informazioni
Livello di Rarità assoluta
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
92
Integrazioni – Documento 1
Allegati Direttiva Habitat
Riassunto
La specie è endemica italiana, con diffusione discontinua alpino-appenninica. In Toscana la sottospecie zangherii è
nota in due sole stazioni in provincia di Arezzo. La specie è fitofaga, vive nei boschi di montagna, legata a Composite
dei generi Senecio e Adenostyles. Non si hanno notizie precise sull’ecologia della sottospecie in esame. Fra le cause di
minaccia si possono considerare gli incendi e la pulizia del sottobosco.
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie è endemica italiana, con diffusione discontinua alpino-appenninica. In Toscana la sottospecie zangherii è
nota in due sole stazioni in provincia di Arezzo. Il livello delle conoscenze sulla distribuzione si può considerare scarso.
La tendenza delle popolazioni è sconosciuta.
Ecologia
La specie è fitofaga, vive nei boschi di montagna, legata a Composite dei generi Senecio e Adenostyles. Non si hanno
notizie precise sull’ecologia della sottospecie in esame.
Cause di minaccia
Fra le cause di minaccia si possono annoverare gli incendi e la pulizia del sottobosco.
Misure per la conservazione
Salvaguardia degli ambienti di vita dalle cause di minaccia sopra elencate.
Oreina elongata zoiai Daccordi e Ruffo
Codice Fauna d’Italia 060.052.0.003.6
Categoria UICN
Status in Toscana carenza di informazioni
Livello di Rarità assoluta
Allegati Direttiva Habitat
Riassunto
La specie è endemica italiana, con diffusione discontinua alpino-appenninica. In Toscana la sottospecie zoiai vive sulle
Alpi Apuane in provincia di Lucca. La specie è fitofaga, vive nei boschi di montagna, legata a Composite dei generi
Senecio e Adenostyles. Non si hanno notizie precise sull’ecologia della sottospecie in esame. Fra le cause di minaccia
gli incendi e la pulizia del sottobosco.
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie è endemica italiana, con diffusione discontinua alpino-appenninica. In Toscana la sottospecie zoiai vive sulle
Alpi Apuane in provincia di Lucca. Il livello delle conoscenze sulla distribuzione si può considerare scarso. La tendenza
delle popolazioni è sconosciuta.
Ecologia
La specie è fitofaga, vive nei boschi di montagna, legata a Composite dei generi Senecio e Adenostyles. Non si hanno
notizie precise sull’ecologia della sottospecie in esame.
Cause di minaccia
Fra le cause di minaccia si possono considerare gli incendi e la pulizia del sottobosco.
Misure per la conservazione
Salvaguardia degli ambienti di vita dalle cause di minaccia sopra elencate.
Oreina speciosissima solarii Daccordi & Ruffo
Codice Fauna d’Italia 060.052.0.004.2
Ordine Coleotteri
Famiglia Crisomelidi
Categoria UICN
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
93
Integrazioni – Documento 1
Status in Toscana carenza di informazioni
Livello di Rarità assoluta
Allegati Direttiva Habitat
Riassunto
La specie è ampiamente diffusa in tutte le regioni montuose europee. La sottospecie solarii è endemica toscana, nota
unicamente dell’Appennino pistoiese. La specie è fitofaga, vive nei boschi di montagna, legata a Composite dei generi
Senecio e Adenostyles. Non si hanno notizie precise sull’ecologia della sottospecie in esame. Fra le cause di minaccia si
possono annoverare gli incendi e la pulizia del sottobosco.
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie è ampiamente diffusa in tutte le regioni montuose europee. La sottospecie solarii è endemica toscana, nota
unicamente dell’Appenino pistoiese. Il livello delle conoscenze sulla distribuzione si può considerare scarso. La
tendenza delle popolazioni è sconosciuta.
Ecologia
La specie è fitofaga, vive nei boschi di montagna, legata a Composite dei generi Senecio e Adenostyles. Non si hanno
notizie precise sull’ecologia della sottospecie in esame.
Cause di minaccia
Fra le cause di minaccia si possono annoverare gli incendi e la pulizia del sottobosco.
Misure per la conservazione
Salvaguardia degli ambienti di vita dalle cause di minaccia sopra elencate.
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili sulla distribuzione della specie si trovano in Daccordi e Ruffo (1976); non ci sono lavori sulla
biologia.
Segnalazioni presenti nell’archivio 3
Parnassius mnemosyne (Linné)
Codice Fauna d’Italia 089.014.0.002.0
Categoria UICN
Status in Toscana in pericolo
Livello di Rarità regionale
Allegati Direttiva Habitat IV
Riassunto
La specie si trova in Toscana sulle Alpi Apuane e sull'Appennino lucchese e tosco-emiliano. La specie è localizzata e in
diminuzione sulle Alpi Apuane e nelle aree montane della Provincia di Arezzo mentre è abbastanza frequente
soprattutto nella zona dello spartiacque fra Casentino e Romagna. Questa specie è legata alle radure fresche di
montagna, solitamente ai bordi di faggete.
La specie è minacciata da diversi fattori come il pascolo eccessivo delle greggi che riducono la presenza delle piante
nutrici dei bruchi, le cave di marmo che ne danneggiano l’habitat, il disturbo continuo cui è sottoposta la farfalla per la
presenza di camping e il prelievo indiscriminato da parte dei collezionisti
Distribuzione e tendenza della popolazione
P. mnemosyne è presente dai Pirenei e dalla Francia centrale al Nord Europa giungendo ad est fino all’Iran, al Caucaso
e all’Asia centrale. La specie è presente in tutta Italia inclusa la Sicilia, manca in Sardegna. In Toscana si trova sulle Alpi
Apuane e sull'Appennino lucchese, tosco-emiliano e romagnolo. Il livello delle conoscenze sulla distribuzione delle
popolazioni toscane di P. mnemosyne si può considerare buono. La specie è localizzata e in diminuzione sulle Alpi
Apuane e nelle aree montane della Provincia di Arezzo mentre è abbastanza frequente soprattutto nella zona dello
spartiacque fra Casentino e Romagna, da Poggio Scali a Prato alla Penna, sopra l'Eremo di Camaldoli.
Ecologia
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
94
Integrazioni – Documento 1
Questa specie è legata alle radure fresche di montagna, solitamente ai bordi di faggete, lungo torrenti e sentieri
ombreggiati e nei pascoli con erbe alte. Nelle zone in cui convive con P. apollo predilige i versanti esposti a
tramontana o per lo meno ombreggiati, freschi e umidi, al contrario P. apollo vive sulle pendici rivolte a mezzogiorno.
Il bruco si nutre di Fumariaceae (Corydalis lutea, C. solida, C. cava). Ha un'unica generazione annuale da maggio ad
agosto.
Cause di minaccia
Questa specie risulta assai localizzata nella zona delle Alpi Apuane dove la sua presenza è minacciata da diversi fattori
come il pascolo eccessivo delle greggi che riducono la presenza delle piante nutrici dei bruchi, le cave di marmo che ne
danneggiano l’habitat, il disturbo continuo cui è sottoposta la farfalla per la presenza di camping in diverse zone delle
Apuane e dell'Appennino nel periodo estivo e il prelievo indiscriminato da parte dei collezionisti. Nella Provincia di
Arezzo la specie è più abbondante anche se localizzata nelle radure fresche di montagna. In questi ambienti una causa
di minaccia è costituita dai danni causati dalla selvaggina, in particolare il cinghiale, che con il suo calpestio provoca la
distruzione dei prati dove crescono le pianti nutrici delle larve.
Misure per la conservazione
Evitare la distruzione degli ambienti di vita della specie causata da pascolo eccessivo, camping, attività turistiche.
Plateumaris sericea Linné
Codice Fauna d’Italia 060.007.0.004.0
Ordine Coleotteri
Famiglia Crisomelidi
Categoria UICN
Status in Toscana carenza di informazioni
Livello di Rarità regionale
Allegati Direttiva Habitat
Riassunto
La specie in Toscana è nota solo in poche località in provincia di Pistoia e mancano segnalazioni recenti. La specie,
fitofaga, vive in aree umide montane su Iris pseudacorus, ma gli adulti possono trovarsi anche su altre piante (in
particolare Ciperacee). Fra le cause di minaccia si possono annoverare la bonifica delle zone umide e una scorretta
gestione della vegetazione acquatica e riparia.
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie è diffusa in gran parte dell’Europa e il suo areale si estende fino alla Siberia e al Giappone. In Italia si rinviene
nel nord della penisola, mentre nella regione appenninica la sua distribuzione è più discontinua; è assente in Puglia e
nelle isole. In Toscana è nota solo in poche località in provincia di Pistoia e mancano segnalazioni recenti. Il livello delle
conoscenze sulla distribuzione si può considerare scarso. La tendenza delle popolazioni è sconosciuta.
Ecologia
La specie, fitofaga, vive in aree umide montane su Iris pseudacorus, ma gli adulti possono trovarsi anche su altre
piante (in particolare Ciperacee).
Cause di minaccia
Fra le cause di minaccia si possono annoverare la bonifica delle zone umide e una scorretta gestione della vegetazione
acquatica e riparia.
Misure per la conservazione
Salvaguardia degli ambienti di vita dalle cause di minaccia sopra elencate.
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili sulla distribuzione e sulla biologia della specie si trovano in Ruffo (1964).
Segnalazioni presenti nell’archivio 2
Rhantus suturellus (Harris)
Codice Fauna d’Italia 060.007.0.004.0
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
95
Integrazioni – Documento 1
Ordine Coleotteri
Famiglia Ditiscidi
Categoria UICN
Status in Toscana in pericolo critico
Livello di Rarità regionale
Allegati Direttiva Habitat
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie è presente nell’Europa centro- settentrionale, più sporadicamente in quella meridionale, nonché in Siberia e
Nord America. Per quanto riguarda l’Italia, risyulta nota con certezza soltanto per la costa toscana e per una sola
località (Migliarino) ma i reperti sui quali si basa la segnalazione sono piuttosto vecchi (1960); altre segnalazioni, non
sicure, esistono per l’Emilia Romagna e il Lazio
Ecologia
E’ una specie che, preferibilmente, vive in acque stagnanti e fredde e in torbiere. La larve e gli adulti, adattati alla vita
acquatica, sono carnivori
Misure per la conservazione
Protezione degli amebineti di vita della specie
Bibliografia ragionata
Informazioni sulla specie sono presenti in Franciscolo (1979) e nel Libro Rosso degli insetti della Toscana (Sforzi e
Bartolozzi eds, 2001), nel testo di Rocchi.
Rhythrodytes sexguttatus (Aubé)
Codice Fauna d’Italia 045.026.0.002.0
Categoria UICN
Status in Toscana carenza di informazioni
Livello di Rarità regionale
Allegati Direttiva Habitat
Riassunto
La specie nell’area tirrenica si rinviene in Sardegna, Corsica e Toscana. In Toscana si hanno segnalazioni per l’Isola
d’Elba e l’Isola di Montecristo nell’Arcipelago Toscano e per le Alpi Apuane. La specie vive, sia come larva che come
adulto, nelle acque lente dei torrenti a fondo ghiaioso o roccioso. Fra le cause di minaccia per la specie l’eventuale
inquinamento delle acque.
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie ha distribuzione tirreno-maghrebina e nell’area tirrenica si rinviene in Sardegna, Corsica e Toscana. In
Toscana si hanno segnalazioni per l’Isola d’Elba e l’Isola di Montecristo nell’Arcipelago Toscano e per le Alpi Apuane. Il
livello delle conoscenze sulla distribuzione si può considerare buono. La tendenza delle popolazioni è sconosciuta.
Ecologia
La specie vive, sia come larva che come adulto, nelle acque lente dei torrenti a fondo ghiaioso o roccioso.
Cause di minaccia
Fra le cause di minaccia si può certamente annoverare l’eventuale inquinamento delle acque.
Misure per la conservazione
Salvaguardia degli ambienti di vita dalle cause di minaccia sopra elencate.
Stenopelmus rufinasus Gyllenhal
Codice Fauna d’Italia 061.442.0.001.0
Ordine Coleotteri
Famiglia Curculionidi
Categoria UICN
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
96
Integrazioni – Documento 1
Status in Toscana vulnerabile
Livello di Rarità regionale
Allegati Direttiva Habitat
Riassunto
In Toscana la specie è nota in poche stazioni in zone umide. E’ una specie che vive immersa nell’acqua stagnante,
aggrappata alla faccia inferiore delle foglie di Azolla filiculoides e A. caroliniana, talora si può rinvenire anche sulla
bassa vegetazione riparia. La larva rode le foglie basali delle piante di Azolla o Lemna. Le cause di minaccia sono
rappresentate dalla distruzione degli ambienti di vita, a causa di inquinamento dell’acqua, scorretta gestione delle
acque e della vegetazione acquatica e riparia, bonifiche di zone umide.
Distribuzione e tendenza della popolazione
E’ una specie poco comune di origine nord-americana, diffusa in Inghilterra, Francia, Olanda, Germania, Belgio e Italia.
In Italia è nota in Lombardia, Veneto, Toscana, Lazio, Campania. In Toscana è nota in poche stazioni in zone umide. Il
livello delle conoscenze sulla distribuzione si può considerare insufficiente. La tendenza delle popolazioni è
sconosciuta, ma la specie si può considerare vulnerabile in considerazione della vulnerabilità degli ambienti in cui vive.
Ecologia
E’ una specie che vive immersa nell’acqua stagnante, aggrappata alla faccia inferiore delle foglie di Azolla filiculoides e
A. caroliniana, talora si può rinvenire anche sulla bassa vegetazione riparia. La larva rode le foglie basali delle piante di
Azolla o Lemna.
Cause di minaccia
Le cause di minaccia sono rappresentate dalla distruzione degli ambienti di vita, a causa di inquinamento dell’acqua,
scorretta gestione delle acque e della vegetazione acquatica e riparia, bonifiche di zone umide.
Misure per la conservazione
Salvaguardia degli ambienti di vita dalle cause di minaccia sopra elencate.
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili sulla distribuzione e sull’ ecologia della specie si trovano in Abbazzi & Osella (1992) e
Bordoni (1995).
Segnalazioni presenti nell’archivio 4
Stenus bordonii Puthz
Codice Fauna d’Italia 048.075.0.021.0
Ordine Coleotteri
Famiglia Stafilinidi
Categoria UICN
Status in Toscana a più basso rischio
Livello di Rarità assoluta
Allegati Direttiva Habitat
Riassunto
La specie è endemica italiana, nota solo in Toscana di poche località in provincia di Lucca e Pistoia. La specie, umicola e
rara, vive presso corsi d’acqua, nel terriccio o sotto pietre. Le cause di minaccia possono consistere nell’inquinamento
del suolo e nell’ uso di pesticidi.
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie è endemica italiana, nota solo in Toscana di poche località in provincia di Lucca e Pistoia. Il livello delle
conoscenze sulla distribuzione si può considerare scarso. La tendenza delle popolazioni è sconosciuta.
Ecologia
La specie, umicola e rara, vive presso corsi d’acqua, nel terriccio o sotto pietre.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
97
Integrazioni – Documento 1
Cause di minaccia
Fra le cause di minaccia si possono annoverare inquinamento del suolo, uso di pesticidi.
Misure per la conservazione
Salvaguardia degli ambienti di vita dalle cause di minaccia sopra elencate.
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili sulla distribuzione della specie si trovano in Bordoni (1974); non ci sono lavori specifici su
ecologia e biologia della specie.
Segnalazioni presenti nell’archivio 3
Stomis roccai mancinii Schatzmayr
Codice Fauna d’Italia 044.188.0.004.2
Ordine Coleotteri
Famiglia Carabidi
Categoria UICN
Status in Toscana vulnerabile
Livello di Rarità regionale
Allegati Direttiva Habitat
Riassunto
Endemismo delle Alpi Apuane e dell’Appennino Ligure e Tosco-Emiliano, raro e localizzato. Specie esclusiva di
ambienti collinari o montani (località comprese tra 830 e 1200 m s.l.m.), talvolta troglofila; preda piccoli invertebrati.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Sottospecie endemica delle Alpi Apuane, dell’Appennino Ligure orientale e di quello Tosco-Emiliano, rara e localizzata.
La consistenza e tendenza delle popolazioni sembrano stabili.
Ecologia
Specie esclusiva di ambienti collinari o montani (località comprese tra 830 e 1200 m s.l.m.), talvolta troglofila; preda
piccoli invertebrati.
Cause di minaccia
Non risultano particolari cause di minaccia che possano costituire fattori limitanti la sopravvivenza di questa
sottospecie; in considerazione della ridotta estensione del suo areale, va comunque ritenuta una sottospecie
vulnerabile.
Misure per la conservazione
Nessuna.
Bibliografia ragionata
Informazioni sulla distribuzione della specie sono fornite da Ghidini (1957), Lanza (1961), Magistretti (1965), Monzini
& Pesarini (1986).
Segnalazioni presenti nell’archivio 10
Timarcha apuana Daccordi & Ruffo
Codice Fauna d’Italia 060.013.0.001.0
Ordine Coleotteri
Famiglia Crisomelidi
Categoria UICN
Status in Toscana vulnerabile
Livello di Rarità assoluta
Allegati Direttiva Habitat
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
98
Integrazioni – Documento 1
Riassunto
La specie è endemica toscana, nota unicamente delle Alpi Apuane in provincia di Lucca. La specie, fitofaga, vive su
terreni calcarei, esposti e soleggiati, a quote comprese fra i 700 e i 1900 metri di altitudine. E’ stata rinvenuta su
Galium paleoitalicum, sia come larva che come adulto. Fra le cause di minaccia si possono considerare gli incendi, le
cave e miniere e il pascolo.
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie è endemica toscana, nota unicamente delle Alpi Apuane in provincia di Lucca. Il livello delle conoscenze sulla
distribuzione si può considerare scarso. La tendenza delle popolazioni è sconosciuta.
Ecologia
La specie, fitofaga, vive su terreni calcarei, esposti e soleggiati, a quote comprese fra i 700 e i 1900 metri di altitudine.
E’ stata rinvenuta su Galium paleoitalicum, sia come larva che come adulto.
Cause di minaccia
Fra le cause di minaccia si possono considerare gli incendi, le cave e miniere e il pascolo.
Misure per la conservazione
Salvaguardia degli ambienti di vita dalle cause di minaccia sopra elencate.
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili sulla distribuzione e sulla biologia della specie si trovano in Daccordi e Ruffo (1990) e
Bramanti (1992, 1995).
Trithemis annulata (Palisot de Beauvais)
Codice Fauna d'Italia 035.034.0.001.0
Ordine Odonati
Famiglia Libellulidi
Categoria UICN
Status in Toscana vulnerabile
Livello di Rarità regionale
Allegati Direttiva Habitat
Riassunto
E' una specie africana, presente anche in Medio Oriente e nelle regioni più meridionali d’Europa. E' presente da
qualche anno anche in Toscana, al Padule di Fucecchio, al Lago di Massaciuccoli, al Lago dell’Accesa e in poche altre
località. La specie vive presso acque debolmente correnti o nelle acque ferme di fossati e bacini naturali o artificiali.
Cause di minaccia per questa specie sono la distruzione degli ambienti di vita a causa di bonifiche delle zone umide e
dell’inquinamento
Distribuzione e tendenza della popolazione
E' una specie africana, presente anche in Medio Oriente e nelle regioni più meridionali d’Europa. Comune nelle regioni
più meridionali d’Italia è presente da qualche anno anche in Toscana, al Padule di Fucecchio, al Lago di Massaciuccoli,
al Lago dell’Accesa e in poche altre località. La tendenza delle popolazioni è sconosciuta, ma alla specie viene qui
attribuito lo status di vulnerabilità a causa della fragilità degli ecosistemi in cui vive.
Ecologia
La specie vive presso acque debolmente correnti o nelle acque ferme di fossati e bacini naturali o artificiali. Risulta
adattata a diverse condizioni ambientali, pur restando legata alla pianura o comunque a basse quote. Presenta un volo
rapido e saettante.
Cause di minaccia
Cause di minaccia per questa specie sono la distruzione degli ambienti di vita a causa di bonifiche delle zone umide e
dell’inquinamento.
Misure per la conservazione
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
99
Integrazioni – Documento 1
Protezione delle aree umide in cui la specie vive e si riproduce.
Bibliografia ragionata
Informazioni sulla specie sono reperibili in Sforzi & Bartolozzi (2001).
Segnalazioni presenti nell'archivio 6
Zerynthia polyxena ([Denis &Schiffermüller])
Codice Fauna d’Italia 089.015.0.001.0
Ordine Lepidotteri
Famiglia Papilionidi
Categoria UICN
Status in Toscana vulnerabile
Livello di Rarità regionale
Allegati Direttiva Habitat IV
Riassunto
In Toscana la specie è presente nelle provincie di Firenze, Arezzo, Siena, Grosseto ed è presente anche nelle zone
interne della Lunigiana. Sulla costa apuana e in Versilia da tempo la farfalla non è stata più avvistata nemmeno dove è
ancora presente la pianta nutrice del bruco. Questa specie vive principalmente in ambienti umidi, sponde dei fiumi,
luoghi incolti, ai margini di prati coltivati, vigneti, radure. Fra le cause di minaccia per questa specie sono da
considerare le trasformazioni dei prati-pascolo in monocolture di graminacee, la pulizia e l'uso di pesticidi nei vigneti e
nelle colture, la bruciatura delle stoppie e dei margini dei prati, dei pascoli e dei fossi e l'incremento
dell'urbanizzazione.
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie è' distribuita in Europa meridionale e orientale e in Asia minore occidentale. E’ presente in tutta Italia inclusa
la Sicilia, manca in Sardegna. Vive dal livello del mare fino ai 1000 metri circa in popolazioni isolate e poco abbondanti.
In Toscana è presente nelle provincie di Firenze, Arezzo, Siena, Grosseto. E' presente anche nelle zone interne della
Lunigiana. Sulla costa apuana e in Versilia da tempo la farfalla non è stata più avvistata nemmeno dove è ancora
presente la pianta nutrice del bruco. Il livello delle conoscenze sulla distribuzione delle popolazioni toscane di Z.
polyxena si può considerare buono. In complesso è mediamente in diminuzione nella maggior parte del territorio
nazionale e in vaste aree urbanizzate è scomparsa.
Ecologia
Questa specie vive principalmente in ambienti umidi, sponde dei fiumi, luoghi incolti, ai margini di prati coltivati,
vigneti, radure. Ha una sola generazione all'anno. E' specie tipicamente primaverile, vola dalla metà di marzo alla metà
di giugno a seconda della quota. La larva si nutre di Aristolochia rotunda, A. pallida, piante che presentano al loro
interno componenti tossici. A tale scopo il bruco, come l'insetto adulto, mostra una livrea di colori brillanti
d'avvertimento, aposematici, per scoraggiare potenziali predatori.
Cause di minaccia
La specie è in regresso in tutto l'areale di distribuzione per la trasformazione degli ambienti originari in colture, si
mantiene ancora in piccole popolazioni legate ad ambienti nemorali dove nel sottobosco è presente l'Aristolochia. Tali
ambienti sono scomparsi nella riviera toscana per far posto a insediamenti turistico-ricettivi. Altre cause di minaccia
sono da ritrovare nelle trasformazioni dei prati-pascolo in monocolture di graminacee, nella pulizia e nell'uso di
pesticidi nei vigneti e nelle colture, nella bruciatura delle stoppie e dei margini dei prati, dei pascoli e dei fossi e
nell'incremento dell'urbanizzazione.
Misure per la conservazione
E' assolutamente necessario adottare per questa specie una strategia di conservazione dei biotopi originari evitando la
cementificazione delle sponde dei fiumi e la bonifica dei biotopi paludosi dove ancora vive. Favorevoli condizioni per
la sopravvivenza di questa specie si verificano nelle oasi di protezione, come nella Laguna di Orbetello dove vive una
delle ultime popolazioni dei litorali tirrenici.
Bibliografia ragionata
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
100
Integrazioni – Documento 1
Le informazioni disponibili su distribuzione, biologia e morfologia della specie in Italia si trovano in Verity (1947) e in
Prola e Prola (1990).
Segnalazioni presenti nell’archivio 79
Vertebrati eterotermi
Alosa fallax (Lacepede, 1803)
Aphianus fasciatus Nardo, 1827
Barbus plebejus Bonaparte, 1839
Cobitis taenia Linnaeus, 1758
Cottus gobio Linnaeus, 1758
Esox lucius Linnaeus, 1758
Lampetra planeri (Bloch, 1784)
Leuciscus souffia (Risso, 1826)
Padogobius nigricans (Canestrini, 1867)
Rutilus rubilio (Bonaparte, 1837)
Salmo trutta fario Linnaeus, 1758
III
II, III
III
III
III
III
II
II
II
II
II
II
II
II
A
A, B
A
A,B
A
A, B
A
A, B
A
LR
VU
LR
LR
VU
LR
EN
LR
EN
LR
DD
VU
VU
DD
VU
VU
EN
LR
VU
LR
Minacce
SIR
Status in Toscana
Status in Italia
L.R. 56/00
Conv. Berna
Nome scientifico
Dir. 92/43/CEE
PESCI: SPECIE IN LISTE D’ATTENZIONE
A2, B6
A1, A2, D1
A2, B5
A2
A2, A3, B7, B8
A1, A2, B6
A2, A3
A2, A3
A2, A3
B8
62
25, 62
28
25, 28
5, 14, 28
25
25
28
28
28
28, 31
Barbo comune Barbus plebejus (Bonaparte, 1839)
Codice Fauna d’Italia 110.071.0.002.0
Classe Osteitti
Ordine Cipriniformi
Famiglia Ciprinidi
Categoria UICN A più basso rischio
Status in Italia A più basso rischio
Status in Toscana Carenza di informazioni
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat II e V
Riassunto
Il barbo comune è distribuito in Italia peninsulare fino alla Calabria. In Toscana la sua distribuzione non è ancora ben
conosciuta, complici anche i problemi ancora irrisolti che complicano la sistematica dei barbi della fauna europea. Ad
oggi è segnalato per alcuni corsi d’acqua del bacino del Magra, dell'Arno, del Cornia, del Cecina e dell’Ombrone
grossetano. Attualmente risulta in diminuzione in molte località italiane; per la Toscana mancano dati oggettivi al
riguardo, anche se sembra meno frequente rispetto al passato.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie distribuita attorno al bacino del Mediterraneo, presente in Italia peninsulare fino alla Calabria. In Toscana la
sua distribuzione non è ancora ben conosciuta, in quanto la maggior parte degli autori che si sono interessati della
fauna ittica si sono limitati a citare nei loro lavori esemplari di barbi indeterminati. Inoltre recenti studi propendono
per una sua origine alloctona nella nostra regione. Gli unici dati certi della sua presenza in Toscana riguardano alcuni
corsi d’acqua del bacino del Magra, dell'Arno, del Cornia, del Cecina e dell’Ombrone grossetano. Sconosciuta è la
tendenza delle popolazioni, anche se localmente appare in marcata flessione numerica.
Ecologia
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
101
Integrazioni – Documento 1
Forma primaria, da moderatamente frigofila a termofila ,il barbo comune mostra una spiccata predilezione per il
tratto medio e quello superiore dei fiumi, specialmente di quelli di maggiore dimensione ed è raro o manca del tutto
in quelli a breve decorso. Colonizza preferibilmente acque correnti con fondo ghiaioso anche se può stabilirsi in
fondali sabbiosi o con moderata presenza di limo. Vive in gruppi numerosi presso il fondo, dove si alimenta. La dieta è
formata pressoché esclusivamente da macroinvertebrati bentonici (larve di insetti acquatici, crostacei gammaridi ecc.)
La riproduzione avviene in maggio/giugno; in questo periodo i barbi risalgono i corsi d’acqua per raggiungere i siti
riproduttivi rappresentati da tratti con fondo a ghiaia e corrente moderata.
Cause di minaccia
La specie è minacciata dai prelievi di ghiaia e sabbia dagli alvei fluviali, dai dragaggi che distruggono i siti utilizzati per
la deposizione delle uova e più in generale da qualsiasi tipo di intervento in alveo che modifichi i naturali regimi idrici e
che costituisca un ostacolo alla libera circolazione della fauna ittica. Sebbene sia attivamente pescata, non sembra che
la pesca sportiva costituisca un fattore limitante per la specie anche se localmente un certo regresso può essere
imputabile a tale attività.
Misure per la conservazione
Salvaguardia dell’habitat (costruzione di scale di rimonta, divieto di realizzazione di opere idrauliche in alveo e di
prelievi di sabbia e ghiaia riduzione ed ottimizzazione dei prelievi idrici, ecc.) e attivazione di indagini sul campo
indirizzate a definire l’areale regionale della specie e verificare in modo definitivo se è autoctona o meno in Toscana.
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili su questa specie relativamente al territorio toscano sono molto scarse . Si possono
comunque consultare i contributi di CRIP (1993), Bianco (1994 1997) e di Pascale et al. (s. d.). Per quanto riguarda i
vari aspetti relativi alla tassonomia e nomenclatura scientifica, alla biologia e all'ecologia del barbo canino, si rimanda
a Spillmann (1961), Tortonese (1970), Gandolfi et al. (1991), Bianco (1995) e Kottelat (1997).
Segnalazioni presenti nell'archivio 32.
Lampreda di ruscello Lampetra planeri (Bloch, 1784)
Codice Fauna d’Italia
Classe Agnati
Ordine Petromizontiformi
Famiglia Petromizontidi
Categoria UICN A più basso rischio
Status in Italia In pericolo
Status in Toscana Vulnerabile
Livello di Rarità Regionale Assoluti
Allegati Direttiva Habitat II
Distribuzione e tendenza della popolazione
La lampreda di ruscello abita gran parte dell’Europa occidentale e dell’area balcanica. In Italia è diffusa dalla Liguria
meridionale alla Calabria, pressoché esclusivamente lungo il versante tirrenico. In Toscana, così come altrove in Italia,
risulta sempre più rara e in marcata diminuzione rispetto al passato. Segnalazioni recenti della sua presenza
riguardano soltanto i fiumi Magra, Serchio e il Lago di Massaciuccoli.
Ecologia
Moderatamente frigofila (che predilige le basse temperature), la lampreda di ruscello è una specie stanziale, che vive
in ruscelli, torrenti, fiumi , canali e laghi. Si riproduce da gennaio a giugno a seconda delle località. La deposizione
avviene in acque basse e fondali a ciottoli. Qualche settimana dopo la riproduzione gli adulti, che hanno intestino
atrofizzato, muoiono. Le larve compiono la metamorfosi dopo 6 anni e la maturità sessuale viene raggiunta in circa 7
mesi.
Cause di minaccia
Le più serie minacce poer la specie provengono dalla perdita di qualità delle acque, dalla costruzione di sbarramenti e
di altri interventi che alterano i siti utilizzati oer la deposizione delle uova. La specie ha un valore economico nullo ed è
raramente oggetto di pesca.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
102
Integrazioni – Documento 1
Misure per la conservazione
Oltre alla salvaguardia dell’habitat, è importante l’effettuazione di indagini finalizzate a conoscere la distribuzione
della specie nella regione e all’individuazione delle aree riproduttive, da porre sotto tutela per favorire l’incremento
delle popolazioni.
Bibliografia ragionata
Dati sulla lampreda di ruscellko in Toscana sono riportati da Zanandrea (1957, 1961), Bruno (1987) Cavalli e Lambertini
(1990), Forneris et al. (1990), Bianco (1994) e Alessio et al. (1997). Riguardo ai vari aspetti della tassonomia e
nomencaltura scientifica dell’eciologia e della biologia di questa specie si possono consultare ii contributi di Tortonese
(1956), Muus e Dahlstrom (1967), Forneris et al. (1990) e Kottelat (1997).
Scazzone Cottus gobio Linnaeus, 1756
Codice Fauna d’Italia 110.206.0.001.0
Classe Osteitti
Ordine Scorpeniformi
Famiglia Cottidi
Categoria UICN
Status in Italia Vulnerabile
Status in Toscana Vulnerabile
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat II
Riassunto
Specie rara e localizzata in Toscana ed in tutto l’Appennino centrale, legata ad acque limpide e fresche di corsi d’acqua
di zone montane e pedemontane e agli ambienti di risorgiva. Specie di interesse ecologico e biogeografico, in
diminuzione per il peggioramento della qualità delle acque, per l’immissione di massicce quantità di trote (predatori
degli stadi giovanili dello scazzone) e per la distruzione dell’habitat.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Entità ampiamente diffusa in Europa, presente in Italia lungo l’arco alpino, nell’alta padania e nell’Appennino centrosettentrionale (Appennino tosco umbro marchigiano) fino al bacino dei fiumi Tevere e Potenza. In Toscana appare
limitato all’alto bacino del Serchio (p. es. Fiume Lima), dell’Arno (p. es. Fiume Bisenzio, Torrente Carigiola e affluenti
Torrente Ombrone Pistoiese e alcuni suoi tributari) e del Reno (p. es. Fiume Setta). Nel corso degli ultimi anni si è
verificata una diminuzione degli effettivi della specie in tutto l’areale italiano a causa del peggioramento della qualità
delle acque, dell’immissione di massicce quantità di trote (predatori degli stadi giovanili dello scazzone) e della
distruzione dell’habitat.
Ecologia
Specie primario simile, frigofila, lo scazzone frequenta i corsi d’acqua di zone montane e pedemontane dalle acque
fresche limpide ben ossigenate e dalla corrente vivace. Si associa frequentemente alla trota fario con la quale
costituisce il popolamento ittico caratterizzante questi ambienti. Nell’Italia settentrionale si stabilisce anche in laghi
prealpini e in acque di risorgiva sempre però dove la temperatura non superi i 16°C. Tipicamente bentonico, vive
associato al fondo, sotto i sassi e altri ripari naturali. È specie territoriale in particolare durante il periodo riproduttivo
quando il maschio scava una cavità sotto un sasso nella quale le femmina depone le uova che vengono sorvegliate dal
maschio fino alla schiusa. La sua dieta è costituita da invertebrati in particolare crostacei gammaridi, larve di insetti e
anellidi.
Cause di minaccia
Le più serie minacce per la sopravvivenza della specie provengono dalla perdita di qualità delle acque, dalla scomparsa
dell’habitat in seguito al prosciugamento e all’eccessivo prelievo idrico a cui sono sottoposti i corsi d’acqua, dalla
costruzione di sbarramenti e di altre opere in alveo e dalle massicce immissioni di trote fario predatrici e competitrici
alimentari dello scazzone. La specie ha uno scarsissimo interesse ai fini della pesca sportiva.
Misure per la conservazione
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
103
Integrazioni – Documento 1
Salvaguardia e mantenimento dell’habitat della specie evitandone la manomissione e la distruzione, pianificazione dei
ripopolamenti a salmonidi nei corsi d’acqua popolati dallo scazzone al fine di evitare l’instaurarsi di fenomeni di
predazione e di competizione alimentare.
Bibliografia ragionata
Per notizie su questa specie si rimanda a Bianco (1994), CRIP (1990, 1991, 1995) e Voliani et al. (1996). Per gli aspetti
relativi alla tassonomia e nomenclatura scientifica, alla biologia e all'ecologia si rimanda ai contributi di Tortonese
(1975), Gandolfi et al. (1991) e Kottelat (1997).
Segnalazioni presenti nell'archivio 31.
Vairone Leuciscus souffia (Risso, 1826)
Codice Fauna d’Italia 110.078.0.004.0
Classe Osteitti
Ordine Cirpiniformi
Famiglia Ciprinidi
Categoria UICN
Status in Italia A più basso rischio
Status in Toscana A più basso rischio
Livello di Rarità Sconosciuto
Allegati Direttiva Habitat II
Riassunto
Specie presente in gran parte dell’Europa centrale e meridionale. In Toscana risulta ancora molto diffusa e caratterizza
il tratto superiore dei corsi d’acqua, subito a valle della zona popolata dalla trota, dei principali bacini e sottobacini.
Non sono disponibili dati riguardo alla tendenza delle sue popolazioni. Si ritiene tuttavia che nel complesso non
abbiano subito un decremento apprezzabile rispetto al passato anche se localmente sembra essersi verificato un
decremento delle popolazioni.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Ciprinide distribuito in Europa centro-meridionale, presente in Francia orientale, in Germania meridionale, Svizzera,
Austria centro-occidentale, Italia e in parte dell'Ungheria, della Romania e della Grecia. In Italia è più frequente nelle
regioni settentrionali, in particolare nel settore occidentale e centrale e lungo il versante tirrenico della penisola, fino
alla Campania mentre è più localizzato in quello adriatico. In Toscana è presente un po' in tutti i principali bacini e
sottobacini, in particolare nei corsi d'acqua di ambienti collinari e di media quota dell’Appennino e dei rilievi
antiappenninici. Nel complesso non sembra essere diminuito in modo apprezzabile rispetto al passato, pur non
essendo disponibili dati per valutare oggettivamente il fenomeno anche se localmente si sono registrati decrementi
delle popolazioni.
Ecologia
Forma primaria, moderatamente frigofila, il vairone colonizza acque limpide ed ossigenate di ruscelli e torrenti di
ambienti collinari e pedemontani, il tratto superiore dei fiumi e meno frequentemente gli ambienti lacustri. Reofilo e
moderatamente frigofilo, abita i corsi d’acqua dalla corrente vivace stabilendosi di preferenza nelle anse e nelle pozze
dove l’acqua è più calma. Di abitudini gregarie, appetisce tanto sostanze vegetali (soprattutto alghe) che animali
(invertebrati acquatici). Si riproduce in maggio/giugno, deponendo in acque basse correnti.
Cause di minaccia
Il vairone è minacciato dall'inquinamento, dagli interventi in alveo (costruzioni di briglie, sbarramenti, ecc.) e
dell'eccessivo sfruttamento delle acque per scopi irrigui ed idropotabili. Localmente è oggetto di intensa attività di
pesca anche con mezzi illegali.
Misure per la conservazione
Salvaguardia dell’habitat della specie (divieto di realizzazione di opere idrauliche in alveo, riduzione ed ottimizzazione
dei prelievi idrici, ecc.).
Bibliografia ragionata
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
104
Integrazioni – Documento 1
Per notizie su questa specie si possono consultare i contributi di Bianco (1979, 1994), CRIP (1990, 1991, 1993, 1995),
Gandolfi et al. (1991), Pascale et al. (s. d.) e Loro (2000). Per gli aspetti relativi alla tassonomia e nomenclatura
scientifica, alla biologia e all'ecologia si rimanda a Tortonese (1970), Gandolfi et al. (1991) e Kottelat (1997).
Segnalazioni presenti nell'archivio 236.
Ghiozzo di ruscello Padogobius nigricans (Canestrini, 1867)
Codice Fauna d’Italia 110.305.0.002.0
Classe Osteitti
Ordine Perciformi
Famiglia Gobidi
Categoria UICN A più basso rischio
Status in Italia In pericolo
Status in Toscana Vulnerabile
Livello di Rarità Assoluta
Allegati Direttiva Habitat II
Riassunto
Entità endemica del distretto tosco-laziale (bacini del Serchio, dell’Arno, dell’Ombrone e del Tevere in Toscana, alto
Lazio e Umbria), abbastanza diffusa in Toscana specialmente nei corsi d’acqua di ambienti collinari. È specie di
interesse ecologico e biogeografico attualmente, minacciata dall’inquinamento e dall’alterazione dei corsi d’acqua.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie endemica del distretto tosco-laziale, presente in Toscana, Umbria e Lazio esclusivamente nei corsi d’acqua dei
bacini del Serchio, dell’Arno, dell’Ombrone grossetano e del Tevere. Nella nostra regione il ghiozzo di ruscello è ancora
abbastanza diffuso sebbene negli ultimi anni abbia subito una contrazione dell'areale originario.
Ecologia
Forma primario simile, termofila, il ghiozzo di ruscello predilige modesti torrenti di ambienti collinari con acque
limpide a corrente moderata e fondo a ciottoli o a ghiaia. Si stabilisce anche in corsi d’acqua di maggiore portata ma in
questo caso colonizza le zone con acque basse e ricca presenza di ciottoli e massi. Vive sempre associato al fondo, tra i
ciottoli o altri materiali sommersi La dieta è costituita essenzialmente da invertebrati acquatici. È specie territoriale,
soprattutto nel periodo riproduttivo, quando il maschio appronta una cavità sotto un sasso che utilizza come nido e
nella quale attira più femmine con un complesso rituale di corteggiamento. Le uova, deposte all’interno del nido,
vengono difese dal maschio fino alla schiusa.
Cause di minaccia
Il ghiozzo di ruscello è minacciato dall'inquinamento e dalle modificazioni degli alvei fluviali (conseguenti ad opere di
risagomatura delle sponde, dragaggi, costruzione di sbarramenti, ecc.) tanto che molte popolazioni si sono estinte o
sono prossime ad esserlo. Un altro fattore di rischio è rappresentato dall'eccessivo sfruttamento idrico per scopi irrigui
e acquedottistici che provoca prolungate secche estive e la conseguente distruzione dell'habitat. Molto probabile
l'effetto negativo della competizione con il ghiozzo padano (Padogobius bonelli), specie introdotta con materiale da
semina in alcuni corsi d'acqua popolati dal ghiozzo di ruscello. Il ghiozzo di ruscello è solo occasionalmente oggetto di
pesca sportiva.
Misure per la conservazione
Salvaguardia e mantenimento dell’habitat della specie evitandone la manomissione e la distruzione, cessazione dei
ripopolamenti con pesce bianco (miscellanea di ciprinidi indeterminati).
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili sulla tassonomia e nomenclatura scientifica, sulla distribuzione, sulla biologia e sull'ecologia
della specie si trovano in Gandolfi & Tongiorgi (1974), Gandolfi et al. (1991), Pirisinu & Natali (1980), CRIP (1990, 1991,
1993, 1995,), Lorenzoni et al. (1996), Kottelat (1997), Nocita & Vanni (1998) e Loro (2000).
Segnalazioni presenti nell'archivio 115.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
105
Integrazioni – Documento 1
Rovella Rutilus rubilio (Bonaparte, 1837)
Codice Fauna d’Italia 110.083.0.003.0
Classe Osteitti
Ordine Cipriniformi
Famiglia Ciprinidi
Categoria UICN
Status in Italia A più basso rischio
Status in Toscana A più basso rischio
Livello di Rarità Sconosciuto
Riassunto
Specie largamente distribuita in Toscana, presente in un’ampia tipologia di ambienti acquatici anche artificiali.
Attualmente non risulta minacciata, tuttavia un potenziale fattore di rischio è rappresentato dalla competizione con il
triotto (Rutilus erythrophthalmus), una specie alloctona introdotta per fini sportivi, che tende a sostituirsi alla rovella
in situazioni di coabotazione.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie endemica dell’Italia centro-meridionale, diffusa dalla Liguria alla Calabria ed introdotta in seguito a recenti
immissioni in Sicilia. In Toscana è frequente sia in corsi d’acqua di ambienti collinari interni, che appenninici e costieri
dei principali bacini e sottobacini. Non sono disponibili dati riguardo alla tendenza delle popolazioni. Si ritiene tuttavia
che non abbiano subito un decremento apprezzabile rispetto al passato.
Ecologia
Forma primaria, termofila, la rovella è una specie ad ampia valenza ecologica. Colonizza infatti tanto il tratto superiore
dei corsi d’acqua che il tratto medio e quello terminale. Si rinviene frequentemente anche in ambienti lacustri interni
o costieri, perfino artificiali. Mostra, tuttavia, una spiccata preferenza per le acque a corrente moderata con fondo a
ghiaia o sabbia e moderata presenza di macrofite. Spiccatamente gregaria, vive in gruppi formati da numerosi
esemplari. Si nutre di una vasta gamma di sostanze vegetali e animali, quali alghe, anellidi, crostacei, larve e adulti di
insetti, che ricerca sul fondo o a mezz’acqua. La riproduzione avviene in aprile/maggio in acque basse a corrente
moderata.
Cause di minaccia
Attualmente non risulta minacciata in nessuna parte del suo areale toscano. Un potenziale fattore di rischio è tuttavia
rappresentato dalla competizione con il triotto (Rutilus erythrophthalmus) e il persico sole (Lepomis gibbosus), specie
alloctone che tendono a sostituirsi alla rovella in situazioni di coabitazione (p. es. nel Lago di Piediluco e nel Lago
Trasimeno). La specie ha scarso interesse ai fini della pesca sportiva.
Misure per la conservazione
Cessazione delle semine di pesce bianco (miscellanea di ciprinidi) in modo da evitare l’instaurarsi di possibili fenomeni
di competizione.
Bibliografia ragionata
Dati sulla distribuzione della specie in Toscana sono contenuti nei lavori del CRIP (1990, 1991, 1993), Lorenzoni et al.
(1996) e Loro (2000). Per gli aspetti relativi alla tassonomia e nomenclatura scientifica, alla biologia e all'ecologia si
rimanda a Gandolfi et al. (1991) e Kottelat (1997).
Segnalazioni presenti nell'archivio 119.
Minacce
SIR
Status in Toscana
Status in Italia
L.R. 56/00
Dir 92/43/CEE
Nome scientifico
Conv. Berna
ANFIBI: SPECIE IN LISTE D’ATTENZIONE
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
106
Integrazioni – Documento 1
II
II, IV
A, B
Bufo viridis Laurenti, 1768
II, III
IV
A
Hydromantes (Speleomantes) ambrosii (Lanza, 1955)
III
II, IV
A
VU
LR
B3, C1
18, 21, 23
Hydromantes (Speleomantes) italicus (Dunn, 1923)
II
IV
A,B
LRlc
LR
B3, C1
11, 17, 20, 22, 14,
15, 33, 23
Hyla intermedia Boulenger, 1882
II
IV
B
Rana dalmatina Bonaparte, 1838
II
IV
Rana italica Dubois, 1987
II
IV
A
LRlc
LR
Rana kl. esculenta Linnaeus, 1758
III
V
B1
LR
LR
Rana temporaria Linnaeus, 1758
III
V
A,B
LRlc
LR
Salamandra salamandra (Linnaeus, 1758)
III
A,B
LRlc
LR
Salamandrina terdigitata (Lacépède, 1788)
II
A,B
LRlc
LR
Triturus alpestris apuanus (Laurenti, 1768)
III
Triturus carnifex (Laurenti, 1768)
II
II, IV
VU
LR
25, 62
24, 25, 27, 62
27, 62
A
II, IV
LR
A1, A2, B3, 14, 18, 21, 22, 27,
C1
23
Bombina pachypus (Bonaparte, 1838)
LRnt
A
LR
LR
A1, A2, B3
11, 14, 16, 17, 18,
22, 27, 23
24, 16, 26, 61
5, 13, 32, 33, 30,
28, 29
A2, A4, B3, 11, 16, 17, 20, 21,
B8, C1
22, 23, 29
A2, B3, C1
A2, B3, B8
17, 21, 22, 27,
A2, B3, B8, 11, 21, 22, 28, 23,
C1
17, 33, 127, 18, 20
24, 25, 27, 28, 61,
62, 29
Ululone dal ventre giallo appenninico Bombina pachypus (Bonaparte, 1838)
Codice Fauna d’Italia 110.361.0.001.0
Codice Natura 2000
Ordine ANURA Rafinesque, 1815
Famiglia Discoglossidae Cope, 1865
Categoria UICN
Status in Italia A più basso rischio
Status in Toscana Vulnerabile
Livello di rarità Assoluta e Regionale
Allegati Direttiva Habitat II e IV
L’ululone dal ventre giallo appenninico B. pachypus è una entità endemica dell’Italia appenninica, presente
esclusivamente nell’area compresa fra la Liguria centrale e l’Aspromonte solo di recente elevata al rango di specie a sé
stante (in precedenza era considerato una sottospecie ben differenziata di Bombina variegata). In Toscana la specie è
stata segnalata un po’ ovunque (isole escluse), soprattutto nella zona collinare e montana, ma nel complesso appare
alquanto scarsa e localizzata e in notevole diminuzione. E’ una specie prevalentemente diurna che dall’inizio della
primavera fino a metà dell’autunno frequenta piccoli stagni, acquitrini, abbeveratoi, vasche, piccoli corsi d’acqua,
canali lungo le strade, pozze di esondazione, pozze di origine meteorica o alimentate da sorgenti ecc. caratterizzati da
acque poco profonde ferme o leggermente correnti. Risulta una specie poco feconda: la femmina, dalla primavera
all’estate, depone infatti un numero di uova abbastanza limitato (40-100). Le larve si nutrono di sostanze vegetali e di
microrganismi; gli adulti catturano soprattutto Artropodi, microalghe e materiali organici presenti nell’ambiente
circostante. Le larve sono predate da Insetti acquatici, tritoni, Pesci, serpenti del genere Natrix, ecc.; gli adulti, grazie
alla secrezione velenosa emessa dalle loro ghiandole cutanee (che si accompagna in genere alla tipica reazione detta
“unkreflex”), hanno invece un limitato numero di predatori.
Cause di minaccia sono la distruzione, il degrado e l’alterazione sotto vari aspetti degli ambienti di vita e riproduzione,
spesso assai piccoli e “fragili”, non soltanto per cause antropiche ma anche per la massiccia presenza di cinghiali
(predazione diretta, grufolamenti e insogli) e il prelievo di esemplari in natura. Potrebbero essere anche vittima di
epizoozie o dei cambiamenti climatici che hanno portato ad estati particolarmente calde e povere di precipitazioni
così da causare il prosciugamento degli ambienti umidi in cui la specie vive e si riproduce.
Rospo comune Bufo bufo (Linnaeus, 1758)
Codice Fauna d’Italia 110.365.0.001.0
Ordine Anuri
Famiglia Bufonidi
Codice Natura 2000
Categoria UICN
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
107
Integrazioni – Documento 1
Status in Italia
Status in Toscana
Livello di rarità
Allegati Direttiva Habitat
Specie prevalentemente crepuscolare e notturna comune in tutto il territorio Toscano, che frequenta sia gli ambienti
aperti che le aree boscate, anche in contesti antropizzati come orti e giardini. Nel periodo riproduttivo (tra gennaio e
giugno) raggiunge stagni, pozze, laghi e laghetti, vasche artificiali, acquitrini, fiumi e torrenti, fossati, canali, fontane,
abbeveratoi e in taluni casi si assiste a migrazioni collettive di decine o centinaia di esemplari. Al di fuori del periodo
riproduttivo il rospo è una specie soprattutto terrestre. Durante i mesi più caldi e quelli più freddi trova rifugio nelle
cavità naturali e artificiali,in ambienti antropici come cantine e sotterranei, sotto le pietre, nei vecchi muri, sotto le
cataste di legna e anche in tane abbandonate. Si nutre di invertebrati di piccole e medie dimensioni e anche di piccoli
Vertebrati, compresi Anfibi di altre e della sua stessa specie. I predatori di questo Anuro risultano scarsi (se si fa
eccezione per la biscia dal collare) perché, se disturbato, il rospo può emettere un liquido trasparente dalla cloaca e
una secrezione biancastra dalle ghiandole cutanee velenose e irritanti per le mucose. Anche le larve sono poco
appetite dai Pesci e spesso sono le uniche, fra gli Anfibi, che riescono a sopravvivere in corpi d’acqua popolati da fauna
ittica.
La cause di minaccia per questa specie, in declino soprattutto nelle aree di pianura fortemente antropizzate, risiedono
nella distruzione, alterazione e modificazione degli habitat, soprattutto a causa della perdita delle pozze di acqua
temporanee o permanenti dove avviene la riproduzione, dei luoghi di rifugio e l’interruzione di quei corridoi ecologici
che permettono gli spostamenti degli individui. Nel periodo delle migrazioni preriproduttive, molti sono gli esemplari
vittima del traffico veicolare. Inoltre l’inquinamento delle acque e il crescente impiego di fitofarmaci in agricoltura,
costituiscono importanti fattori limitanti per la specie.
Rospo smeraldino Bufo viridis Laurenti, 1768
Codice Fauna d’Italia 110.365.0.002.0
Codice Natura 2000 1201
Ordine Anuri
Famiglia Bufonidi
Categoria UICN
Status in Italia
Status in Toscana A più basso rischio
Livello di rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat IV
Riassunto
La specie è presente un po’ ovunque nella zona pianeggiante e collinare della Toscana, soprattutto nelle aree costiere,
ma appare in diminuzione per la distruzione e l’alterazione dei suoi ambienti vitali e riproduttivi. Il rospo smeraldino è
presente anche all’Isola d’Elba, ove peraltro appare abbastanza scarso e localizzato.
Distribuzione e tendenza della popolazione
L’areale generale della specie è molto ampio, comprendendo l’Africa settentrionale, l’Europa meridionale e centrale
(Penisola Iberica esclusa) e l’Asia centrale e sud-occidentale. In Italia il rospo smeraldino è presente in buona parte
della Penisola, nelle isole maggiori e in alcune di quelle minori. In Toscana è abbastanza diffuso ma relativamente
comune solo nelle aree costiere e in alcune stazioni di pianura; le popolazioni dell’Isola d’Elba appaiono localizzate e
spesso, almeno nella parte occidentale, con bassa densità popolazionale. In diminuzione in gran parte del suo areale
regionale.
Ecologia
Durante la riproduzione frequenta soprattutto le aree palustri, i canali, le pozze poco profonde, i laghetti, più di rado i
fiumi e i torrenti, riuscendo a tollerare anche un certo grado di salinità delle acque. La deposizione delle uova, riunite
in lunghi cordoni e in numero di 5000-13000 per ciascuna femmina, ha luogo più tardi che nel rospo comune, di solito
fra marzo e metà dell’estate. Le larve sono praticamente onnivore; gli adulti si nutrono invece di molti tipi di
invertebrati, anche di discrete dimensioni. Predatori di questa specie sono soprattutto Uccelli, Mammiferi e i serpenti
del genere Natrix.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
108
Integrazioni – Documento 1
Cause di minaccia
Bonifica, distruzione e degrado dei siti riproduttivi (nell’area costiera soprattutto a séguito dell’apertura di nuove
strade e della costruzione di complessi residenziali, turistici e industriali). Come il rospo comune resta vittima in buon
numero del traffico stradale nel corso delle migrazioni verso i luoghi utilizzati per la riproduzione.
Misure di conservazione
Salvaguardia dei siti riproduttivi. Creazione di nuovi ambienti alternativi, soprattutto nelle aree ad alta urbanizzazione
e in quelle con elevata frequentazione turistica. Realizzazione di barriere e sottopassi sulle strade maggiormente
frequentate nel corso delle migrazioni riproduttive. Impedire il prelievo di esemplari in natura.
Bibliografia ragionata
Per la biologia e l’ecologia della specie in generale si rimanda a Lanza (1983); per la distribuzione in Toscana si vedano
soprattutto Corti et al. (1991) e Societas Herpetologica Italica (1996).
Segnalazioni presenti nell’archivio 49
Geotritone di Ambrosi Speleomantes ambrosii (Lanza, 1955)
Codice Fauna d’Italia 110.359.0.001.0
Codice Natura 2000 1181
Ordine Caudati
Famiglia Pletodontidi
Categoria UICN
Status in Italia Vulnerabile
Status in Toscana A più basso rischio
Livello di rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat II e IV
Riassunto
La specie è endemica della Liguria orientale e della Toscana nord-occidentale; in Toscana è presente solo nelle Alpi
Apuane massesi e carraresi. Eventuali cause di minaccia possono essere rappresentate dall’apertura di nuove cave e
dalla distruzione o alterazione delle cavità naturali, che costituiscono uno degli ambienti di vita della specie.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Il geotritone di Ambrosi è endemico dell’area compresa fra la provincia di La Spezia e le Alpi Apuane massesi e
carraresi; al confine con le Alpi Apuane lucchesi esiste una stretta fascia di ibridazione di Speleomantes ambrosii con
l’affine S. italicus. Nella parte toscana del suo areale questo Anfibio risulta abbastanza comune, anche se per i suoi
costumi sotterranei non risulta facile incontrarlo. La popolazione regionale appare sostanzialmente stabile.
Ecologia
Abita soprattutto nell’ambiente sotterraneo, sia nelle cavità naturali e artificiali accessibili all’uomo sia nella rete di
microcavità e fessure del suolo e delle rocce. Di notte, col tempo umido e fresco, frequenta anche l’ambiente esterno
alla ricerca di nutrimento. Ritenuto a lungo un animale cavernicolo, è da considerare in realtà un rupicolo
specializzato. Si nutre di piccoli invertebrati. La femmina depone 4-10 uova nei recessi dell’ambiente sotterraneo e
manifesta nei loro confronti evidenti cure parentali, proteggendole fino alla schiusa, che avviene dopo circa 10 mesi.
Dato l’ambiente in cui vive, questa specie solo occasionalmente è oggetto di predazione da parte di altri animali.
Cause di minaccia
Dal momento che sono specie a costumi in prevalenza sotterranei, i geotritoni risentono poco delle alterazioni
dell’ambiente esterno. Eventuali cause di minaccia, a livello locale, possono essere rappresentate dall’apertura di
nuove cave e dalla distruzione del loro ambiente vitale a séguito della costruzione di strade, strutture turistiche, ecc.
Da tenere in debito conto anche il prelievo di esemplari in natura a fini di commercio, trattandosi di animali con areale
ristretto e interessanti dal punto di vista biogeografico e quindi assai ricercati dai terraristi.
Misure per la conservazione
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
109
Integrazioni – Documento 1
Regolamentare l’apertura di nuove cave e l’estendersi di quelle già esistenti. Se nel caso, considerare con attenzione
se la costruzione di nuove strade e di strutture residenziali e turistiche possa in qualche modo alterare in maniera
sostanziale l’ambiente di vita di questa e delle altre specie congeneri.
Bibliografia ragionata
Per la biologia, ecologia e distribuzione in Toscana di questa specie si vedano in particolare Lanza et al. (1995) e Lanza
(1999a, 1999b). Per la distribuzione nella regione si rimanda anche a Corti et al. (1991) (partim) e a Societas
Herpetologica Italica (1996).
Segnalazioni presenti nell’archivio 32
Geotritone italiano Speleomantes italicus (Dunn, 1926)
Codice Fauna d’Italia 110.359.0.005.0
Codice Natura 2000 1185
Ordine Caudati
Famiglia Pletodontidi
Categoria UICN
Status in Italia A più basso rischio
Status in Toscana A più basso rischio
Livello di rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat II e IV
Riassunto
Il geotritone italiano è diffuso nella Toscana collinare e montana a nord del Fiume Arno e risulta abbastanza comune.
Cause eventuali di minaccia come per S. ambrosii.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Si tratta di una specie endemica dell’Italia appenninica settentrionale e centrale, presente dalla provincia di Lucca a
quella di Pescara. In Toscana si trova solo a nord del Fiume Arno, nelle aree collinari e montane delle provincie di
Lucca (ove, sulle Alpi Apuane, esiste una stretta fascia di ibridazione con l’affine S. ambrosii), Pistoia, Prato, Firenze e
Arezzo. La popolazione toscana sembra sostanzialmente stabile.
Ecologia
Vale quanto detto a proposito di S. ambrosii.
Cause di minaccia
Vale quanto detto a proposito di S. ambrosii.
Misure per la conservazione
Vale quanto detto a proposito di S. ambrosii.
Bibliografia ragionata
Per la biologia, ecologia e distribuzione in Toscana di questa specie si vedano in particolare Lanza et al. (1995) e Lanza
(1999a, 1999c). Per la distribuzione nella regione si rimanda anche a Corti et al. (1991), Societas Herpetologica Italica
(1996) e Vanni (2001).
Segnalazioni presenti nell’archivio 140
Rana appenninica Rana italica Dubois, 1987
Codice Fauna d’Italia 110.367.0.004.0
Codice Natura 2000 1206
Ordine Anuri
Famiglia Ranidi
Categoria UICN
Status in Italia A più basso rischio
Status in Toscana A più basso rischio
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
110
Integrazioni – Documento 1
Livello di rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat IV
Riassunto
Specie endemica italiana, ancora ben distribuita e piuttosto comune nel territorio toscano. Localmente minacciata per
gli incendi e il taglio dei boschi e per l’alterazione e l’inquinamento dei piccoli corsi d’acqua in cui vive e si riproduce.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie endemica dell’Italia appenninica, solo di recente elevata al rango di specie a sé stante; in precedenza era
considerata una semplice popolazione o una sottospecie di Rana graeca, entità propria della Penisola Balcanica. È
presente esclusivamente dalla Liguria centrale alla Calabria meridionale. In Toscana è ampiamente distribuita in tutto
il territorio regionale (isole escluse), in particolare nell’area collinare e medio-montana. La popolazione regionale della
specie appare sostanzialmente stabile; solo in alcune stazioni essa è scomparsa o risulta in chiaro declino.
Ecologia
Frequenta soprattutto i torrentelli limpidi e correnti situati in ambiente boschivo o almeno con rive alberate, talora
anche i fontanili, le pozze alimentate da sorgenti, le cavità sotterranee, ecc. La femmina, in primavera, depone da
2000 a 10000 uova, riunite in una o più masse rotondeggianti. Gli adulti si cibano di Artropodi e altri piccoli
invertebrati; dato il loro particolare ambiente di vita, di rado essi sono predati da Uccelli acquatici, ma possono restare
vittima di piccoli Mammiferi, Potamon, Austropotamobius, ecc. Larve e adulti sono intensamente predati anche dai
Pesci carnivori immessi dall’uomo, soprattutto Salmonidi.
Cause di minaccia
Localmente la specie può essere minacciata dall’alterazione e dall’inquinamento dei piccoli corsi d’acqua in cui vive;
serie cause di minaccia sono rappresentate anche dagli incendi, dal taglio indiscriminato dei boschi (soprattutto delle
coperture arboree delle rive) e dalla captazione abusiva delle acque dei torrentelli a scopo irriguo, pratica pericolosa
soprattutto nei mesi primaverili ed estivi, allorché si sviluppano le larve. Una causa di minaccia di estrema importanza
è costituita inoltre dall’inopportuna immissione nell’ambiente di vita della rana appenninica (come anche di altri
Anfibi di notevole valore ecologico e biogeografico) di Pesci carnivori, in particolare Salmonidi, la cui azione predatoria
su larve e adulti può condurre in breve tempo alla completa distruzione della locale popolazione.
Misure per la conservazione
Evitare il taglio indiscriminato dei boschi nelle aree frequentate dalla specie, almeno per quanto riguarda la copertura
arborea riparia. Impedire il degrado, l’inquinamento e la captazione delle acque dei torrentelli in cui questo Anfibio
vive e si riproduce. Vietare l’introduzione in questi piccoli corsi d’acqua di Pesci carnivori, con particolare riferimento
alle trote.
Bibliografia ragionata
Per l’ecologia e la biologia della specie in generale si veda soprattutto Lanza (1983); per la biologia e la distribuzione in
Toscana si rimanda in particolare a Vanni (1979, 1986). Dati sulla distribuzione della specie in Toscana sono presenti
anche in Corti et al. (1991) e Societas Herpetologica Italica (1996).
Segnalazioni presenti nell’archivio 223
Rana temporaria Rana temporaria (Linné, 1758)
Codice Fauna d’Italia 110.367.0.009.0
Codice Natura 2000 1213
Ordine Anuri
Famiglia Ranidi
Categoria UICN
Status in Italia A più basso rischio
Status in Toscana A più basso rischio (popolazioni appenniniche)
Livello di rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat V
Riassunto
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
111
Integrazioni – Documento 1
La specie, in Toscana, è distribuita con una certa continuità nell’area appenninica delle provincie di Massa-Carrara,
Lucca e Pistoia. Popolazioni isolate sono presenti anche sul Monte Falterona, sull’Appennino Tosco-Romagnolo e, forse,
sul Pratomagno. Localmente minacciata dalla distruzione e alterazione dei siti riproduttivi.
Distribuzione e tendenza della popolazione
La rana temporaria è presente nella Spagna settentrionale, in gran parte dell’Europa centrale e in una porzione di
quella meridionale e nell’Asia occidentale. In Italia essa è distribuita con continuità sull’arco alpino e sull’Appennino
settentrionale fino alle provincie di Pistoia e Bologna; popolazioni più isolate si trovano inoltre sul Monte Falterona
(provincia di Firenze) e sull’Appennino Tosco-Romagnolo (provincie di Arezzo e di Forlì-Cesena). Una popolazione
relitta del tutto isolata è poi presente sui Monti della Laga, nell’Appennino Centrale. In Toscana questo Anfibio è
abbastanza comune, in quota, sull’Appennino massese, lucchese e pistoiese, mentre appare assai più scarso e
localizzato nelle altre stazioni sopra ricordate. La popolazione regionale appare stabile o in lieve calo.
Ecologia
Frequenta soprattutto le aree boschive ben conservate e si riproduce nei corpi d’acqua (pozze, laghetti, torrenti, ecc.)
situati al loro interno o a non molta distanza da essi. In Europa e in Alta Italia si spinge anche a quote abbastanza
modeste; in Toscana è invece una entità chiaramente montana, di regola assente al di sotto degli 800 m. La femmina
depone fino a 4000 uova, riunite in grossi ammassi gelatinosi. Si nutre di invertebrati di piccole e medie dimensioni ed
è a sua volta predata da Uccelli e Mammiferi acquatici, dai serpenti del genere Natrix e, soprattutto allo stato larvale,
dai Pesci a dieta carnivora, in particolare Salmonidi. Gli adulti sono occasionalmente raccolti, meno comunque che in
passato, anche dall’uomo a scopi culinari.
Cause di minaccia
Taglio e incendio dei boschi, soprattutto di di latifoglie, in cui vive. Alterazione diretta e indiretta degli ambienti
riproduttivi. Immissione in quest’ultimi di Pesci carnivori, che predano soprattutto uova e larve. In alcune località,
anche prelievo da parte dell’uomo a fini alimentari.
Misure per la conservazione
Impedire o almeno regolamentare in maniera responsabile il taglio dei boschi nelle aree in cui la specie è presente.
Evitare la distruzione e il degrado dei siti riproduttivi. Vietare l’immissione di Pesci carnivori, in particolare dei
Salmonidi, nei corpi d’acqua in cui è accertata la deposizione delle uova di questo Anuro. Impedire la cattura di
esemplari a scopo culinario. Ne è stato proposto l’inserimento negli Allegati II e IV della Direttiva 92/43.
Bibliografia ragionata
Per la biologia, l’ecologia e la distribuzione generale della specie si veda in particolare Lanza (1983); per la presenza in
alcune aree toscane si rimanda a Vanni & Lanza (1978). Dati sulla distribuzione regionale sono presenti anche in Corti
et al. (1991) e in Societas Herpetologica Italica (1996).
Segnalazioni presenti nell’archivio 27
Salamandra gialla e nera Salamandra salamandra (Linné, 1758)
Codice Fauna d’Italia 110.355.0.003.0
Codice Natura 2000
Ordine Caudati
Famiglia Salamandridi
Categoria UICN
Status in Italia A più basso rischio
Status in Toscana A più basso rischio
Livello di rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Riassunto
La specie, in Toscana, appare distribuita con una certa continuità lungo la catena appenninica, mentre risulta assai più
rara e localizzata nella parte centrale e meridionale della regione. Cause primarie di minaccia sono il taglio e
l’alterazione dei vecchi boschi di latifoglie e l’inquinamento, alterazione e captazione dei piccoli corsi d’acqua, in
prevalenza boschivi, in cui questo Anfibio si riproduce.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
112
Integrazioni – Documento 1
Distribuzione e tendenza della popolazione
La salamandra gialla e nera vive in gran parte dell’Europa e nell’Asia sud-occidentale, ma il suo areale risulta in
progressiva contrazione per il taglio e l’incendio dei vecchi boschi di latifoglie e l’alterazione dei piccoli corsi d’acqua in
cui si riproduce. In Italia è presente in tutta la Penisola e in Sicilia. In Toscana è abbastanza frequente e ben distribuita
nella porzione appenninica, mentre nella parte centrale e meridionale della regione appare assai più rara e localizzata.
In progressiva e allarmante diminuzione.
Ecologia
Questo Anfibio è legato soprattutto ai boschi maturi di latifoglie, anche se non manca in quelli di conifere, soprattutto
in certe zone appenniniche. Gli adulti si nutrono di invertebrati legati alla lettiera; in primavera la femmina si reca nei
ruscelli boschivi con acque fresche e pulite, negli abbeveratoi alimentati da sorgenti, in piccole pozze limpide, ecc. per
la riproduzione. Le larve si nutrono di piccoli invertebrati acquatici e sono a loro volta predate da invertebrati carnivori
(Tricotteri, Potamon, Austropotamobius) e da alcuni Vertebrati (Salmonidi, serpenti del genere Natrix, ecc.); gli adulti,
grazie alla secrezione velenosa delle loro ghiandole cutanee, hanno invece pochi predatori (tra questi, ad esempio, i
serpenti del genere Natrix).
Cause di minaccia
Progressiva riduzione delle zone adatte al ciclo vitale, per gli incendi e il taglio indiscriminato dei boschi e l’alterazione
di vario tipo dei corsi d’acqua in cui si riproduce (taglio degli alberi lungo le rive, inquinamento, captazioni, ecc.).
Introduzione di Pesci carnivori, in particolare Salmonidi, nei torrenti in cui la specie si riproduce.
Misure per la conservazione
Eliminare il degrado degli ambienti di vita della specie evidenziato nel paragrafo precedente. Evitare l’introduzione di
Salmonidi e altri Pesci carnivori nei torrenti in cui essi non erano presenti naturalmente. Ne è stata proposto
l’inserimento nell’allegato IV della Direttiva 92/43.
Bibliografia ragionata
Per la biologia e l’ecologia della specie in generale si veda soprattutto Lanza (1983), per la distribuzione in certe zone
della Toscana Vanni (1986) e Vanni & Lanza (1982), per quella generale nella regione Corti et al. (1991) e Societas
Herpetologica Italica (1996).
Segnalazioni presenti nell’archivio 95
Geotritone italiano Speleomantes italicus (Dunn, 1926)
Codice Fauna d’Italia 110.359.0.005.0
Codice Natura 2000 1185
Ordine Caudati
Famiglia Pletodontidi
Categoria UICN
Status in Italia A più basso rischio
Status in Toscana A più basso rischio
Livello di rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat II e IV
Riassunto
Il geotritone italiano è diffuso nella Toscana collinare e montana a nord del Fiume Arno e risulta abbastanza comune.
Cause eventuali di minaccia come per S. ambrosii.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Si tratta di una specie endemica dell’Italia appenninica settentrionale e centrale, presente dalla provincia di Lucca a
quella di Pescara. In Toscana si trova solo a nord del Fiume Arno, nelle aree collinari e montane delle provincie di
Lucca (ove, sulle Alpi Apuane, esiste una stretta fascia di ibridazione con l’affine S. ambrosii), Pistoia, Prato, Firenze e
Arezzo. La popolazione toscana sembra sostanzialmente stabile.
Ecologia
Vale quanto detto a proposito di S. ambrosii.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
113
Integrazioni – Documento 1
Cause di minaccia
Vale quanto detto a proposito di S. ambrosii.
Misure per la conservazione
Vale quanto detto a proposito di S. ambrosii.
Bibliografia ragionata
Per la biologia, ecologia e distribuzione in Toscana di questa specie si vedano in particolare Lanza et al. (1995) e Lanza
(1999a, 1999c). Per la distribuzione nella regione si rimanda anche a Corti et al. (1991), Societas Herpetologica Italica
(1996) e Vanni (2001).
Segnalazioni presenti nell’archivio
140
Salamandrina dagli occhiali Salamandrina terdigitata (Lacépède, 1788)
Codice Fauna d’Italia 110.357.0.001.0
Codice Natura 2000 1175
Ordine Caudati
Famiglia Salamandridi
Categoria UICN
Status in Italia A più basso rischio
Status in Toscana A più basso rischio
Livello di rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat II e IV
Riassunto
La specie è diffusa in buona parte della Toscana, anche se piuttosto localizzata. La distruzione e alterazione dei boschi
ben conservati, l’inquinamento e il degrado dei piccoli corsi d’acqua e l’introduzione in essi di Pesci carnivori
costituiscono le principali cause di minaccia per le popolazioni toscane di questo Anfibio. Nel complesso la
salamandrina appare in leggera ma costante diminuzione nel territorio toscano; in alcune località dove era presente
con sicurezza risulta del tutto scomparsa o in forte calo.
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie è endemica dell’Italia peninsulare; essa è infatti presente esclusivamente nell’area compresa fra la Liguria
centrale e l’Aspromonte, soprattutto sul versante tirrenico. In Toscana è diffusa un po’ ovunque, nelle zone collinari e
basso-montane, ma di regola appare piuttosto localizzata, anche per le sue peculiari esigenze ecologiche. Nel
complesso questo Anfibio appare in leggera ma costante diminuzione nel territorio in esame; in alcune località dove
era sicuramente presente fino a tempi abbastanza recenti risulta del tutto scomparso o in forte calo.
Ecologia
Vive soprattutto nei boschi maturi e ben conservati di latifoglie, sia su substrato calcareo sia su arenaria. Si riproduce
in prevalenza nei piccoli torrenti con acque limpide e fresche scorrenti all’interno dei boschi, talora anche nei fontanili,
nelle pozze lipide alimentate da sorgenti, ecc. L’accoppiamento è a terra e solo le femmine si recano all’acqua per la
deposizione delle uova (in media circa 50 per ciascun esemplare). Gli adulti si nutrono di piccoli invertebrati della
lettiera, le larve di microinvertebrati acquatici. Predatori particolarmente pericolosi per questa specie sono i Pesci
carnivori, soprattutto i Salmonidi; più raramente larve e adulti sono predati anche da Austropotamobius, Potamon,
piccoli Mammiferi e Uccelli, serpenti del genere Natrix, ecc.
Cause di minaccia
Progressiva distruzione dei boschi maturi e ben conservati e della copertura arborea lungo le rive dei piccoli corsi
d’acqua. Alterazione e inquinamento dei torrentelli e captazione delle loro acque a fini irrigui. Immissione di Pesci
carnivori, in particolare di Salmonidi, negli ambienti riproduttivi, con conseguente intensa predazione di larve e
femmine in ovodeposizione. Prelievo di esemplari a scopi commerciali, trattandosi di un Anfibio ad areale ristretto e
quindi assai richiesto dai terraristi.
Misure per la conservazione
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
114
Integrazioni – Documento 1
Regolamentare in maniera più responsabile il taglio dei boschi e in particolare della copertura arborea lungo i
torrentelli in cui la specie si riproduce. Impedire l’inquinamento e il degrado di tali corsi d’acqua e dei fontanili e
soprattutto la captazione abusiva delle acque, i cui effetti risultano particolarmente deleteri durante lo sviluppo delle
larve (mesi primaverili ed estivi). Impedire l’immissione di Salmonidi nei torrenti in cui è accertata o probabile
l’esistenza di siti riproduttivi della specie.
Bibliografia ragionata
Notizie sulla biologia e l’ecologia della specie in generale si trovano soprattutto in Lanza (1983) e Zuffi (1999). Per la
distribuzione, l’ecologia e la biologia della salamandrina in Toscana si veda in particolare Vanni (1981). Per la
distribuzione nella regione si rimanda anche a Corti et al. (1991) e a Societas Herpetologica Italica (1996).
Segnalazioni presenti nell’archivio
156
Tritone alpestre Triturus alpestris (Laurenti, 1768)
Codice Fauna d’Italia 110.358.0.001.0
Codice Natura 2000
Ordine Caudati
Famiglia Salamandridi
Categoria UICN
Status in Italia A più basso rischio
Status in Toscana A più basso rischio
Livello di rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Riassunto
In Toscana la specie è distribuita con una certa regolarità lungo la catena appenninica dalla provincia di Massa-Carrara
a quella di Pistoia, poi si fa gradatamente più scarsa e localizzata; isolate popolazioni relitte di origine glaciale sono
pure presenti nella parte centrale della regione. Cause principali di minaccia sono costituite dalla distruzione e
alterazione dei corpi d’acqua in cui questo Anfibio vive e si riproduce e dall’introduzione in essi di Pesci carnivori, in
particolare Salmonidi.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Il tritone alpestre è una entità con areale di tipo medio-sudeuropeo. In Italia è presente con regolarità nella parte
alpina e settentrionale e sull’Appennino settentrionale, mentre risulta più scarso e localizzato procedendo verso sud;
isolate popolazioni relitte sono presenti sui Monti della Laga e sulla Catena Costiera in Calabria. In Toscana, ove è
rappresentato dalla sottospecie apuanus, questo Anfibio è abbastanza frequente nella parte montana e collinare delle
provincie di Massa-Carrara, Lucca e Pistoia, mentre appare assai più localizzato in quelle di Firenze e Arezzo;
quest’ultimo territorio costituisce il limite meridionale dell’areale “continuo” della specie nel nostro Paese.
Popolazioni isolate, chiari relitti di origine glaciale, si trovano anche nella Toscana centrale. In progressiva lieve
diminuzione.
Ecologia
In Toscana vive e si riproduce soprattutto nei corpi d’acqua (laghetti naturali e artificiali, pozze d’acqua per
l’abbeveraggio del bestiame, fontanili, pozzette alimentate da sorgenti, torrenti, ecc.) dell’area montana e medio- e
alto-collinare. Si nutre di piccoli invertebrati, tanto allo stadio larvale quanto a quello adulto. In certe popolazioni la
percentuale di esemplari neotenici è molto elevata. Adulti e larve sono predati da Uccelli e piccoli Mammiferi
acquatici, dai serpenti del genere Natrix e soprattutto dai Pesci carnivori, in particolare Salmonidi.
Cause di minaccia
Distruzione e alterazione dei corpi d’acqua in cui questa specie vive e si riproduce, compresi le captazioni idriche e il
pesticciamento del bestiame in abbeverata. Causa particolarmente importante di minaccia è costituita dall’immissione
di Pesci carnivori, in particolare Salmonidi, negli ambienti frequentati dal tritone alpestre; la predazione da parte delle
trote di larve, esemplari neotenici e adulti durante il periodo riproduttivo ha condotto nel giro di pochissimi anni
all’estinzione locale della specie in varie stazioni appenniniche.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
115
Integrazioni – Documento 1
Misure per la conservazione
Evitare la distruzione e/o alterazione degli ambienti frequentati dalla specie. Proibire l’immisione di trote e altri Pesci
carnivori nelle stazioni in cui sia stata accertata la presenza di questo Anfibio, dato che esso è legato all’ambiente
acquatico per gran parte dell’anno (per l’intero anno per ciò che riguarda le popolazioni neoteniche). Ne è stato
proposto l’inserimento nell’allegato IV della Direttiva 92/43.
Bibliografia ragionata
Notizie generali sulla biologia e l’ecologia della specie si trovano in Lanza (1983). Per la distribuzione in Toscana si
vedano soprattutto Lanza (1972), Vanni & Lanza (1982), Corti et al. (1991), Societas Herpetologica Italica (1996) e
Vanni (2001).
Segnalazioni presenti nell’archivio
112
Tritone crestato italiano Triturus carnifex (Laurenti, 1768)
Codice Fauna d’Italia 110.358.0.002.0
Codice Natura 2000 1167
Ordine Caudati
Famiglia Salamandridi
Categoria UICN
Status in Italia
Status in Toscana A più basso rischio
Livello di rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat II e IV (come Triturus cristatus)
Riassunto
La specie è abbastanza frequente e ben distribuita in tutta la Toscana. Appare comunque in diminuzione soprattutto
per la distruzione e il degrado dei suoi ambienti di vita.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Il tritone crestato italiano è stato riconosciuto come specie a sé stante in tempi abbastanza recenti; prima era invece
considerato una sottospecie di Triturus cristatus. T. carnifex è una entità in prevalenza italiana, essendo presente in
gran parte della nostra Penisola, nelle regioni alpine dell’Austria, nella Foresta Viennese, nella Baviera meridionale,
nella Svizzera meridionale e nella Penisola Balcanica nord-occidentale. In Toscana è abbastanza comune e diffuso in
gran parte del territorio (isole escluse), dalla pianura alla zona montana, ma appare quasi ovunque in progressiva
diminuzione.
Ecologia
Come gli altri Triturus, è una specie legata agli ambienti palustri e ai corpi d’acqua di vario tipo: pozze, laghetti,
acquitrini, torrenti a lento corso, fontanili, ecc. Si nutre di piccoli invertebrati, talora anche di specie congeneri più
piccole e delle sue stesse larve. Larve e adulti sono predati da Uccelli e Mammiferi acquatici, serpenti del genere
Natrix, Pesci carnivori, larve di Insetti acquatici, ecc.
Cause di minaccia
Progressiva distruzione e/o degrado delle aree palustri e dei corpi d’acqua in cui vive e si riproduce, in particolare nelle
aree periurbane e in quelle con insediamenti industriali. Introduzione di Pesci carnivori nelle pozze e nei laghetti
collinari. Uccisione degli esemplari a causa del traffico automobilistico nei periodi pre- e postriproduttivi.
Misure per la conservazione
Evitare la distruzione e alterazione degli ambienti riproduttivi e l’immissione di Pesci carnivori negli stessi. Ripristino di
opportuni ambienti idonei al ciclo vitale della specie, soprattutto nelle aree periurbane. Ne è stato proposto
l’inserimento anche nell’allegato II della Direttiva 92/43.
Bibliografia ragionata
Notizie generali sulla biologia ed ecologia della specie si trovano soprattutto in Lanza (1983). Per la distribuzione in
Toscana si rimanda in particolare a Corti et al. (1991) e a Societas Herpetologica Italica (1996).
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
116
Integrazioni – Documento 1
Segnalazioni presenti nell’archivio 213
Caretta caretta (Linnaeus, 1758)
II
II, IV
A
Coronella austriaca Laurenti, 1768
II
IV
A
Coronella girondica (Daudin, 1803)
III
CR
A, B
LRlc
LRnt
SIR
Status Toscana
Status in Italia
L.R. 56/00
Conv. Berna
Nome scientifico
Dir. 92/43/CEE
RETTILI: SPECIE IN LISTE D’ATTENZIONE
CR
61
LR
15, 17, 23, 27
LR
16, 21, 23, 27
Emys orbicularis (Linnaeus, 1758)
II
II, IV
A
VU
25, 62
Natrix tessellata (Laurenti, 1768)
II
IV
A
LR
25
Podarcis muralis (Laurenti, 1768)
II
IV
A
LR
11, 14, 16, 17, 18, 20, 21, 24, 27, 32, 23, B04
Tartaruga comune Caretta caretta (Linné, 1766)
Codice Fauna d’Italia 110.372.0.001.0
Codice Natura 2000 1224
Ordine Testudinati
Famiglia Chelonidi
Categoria UICN In pericolo critico
Status in Italia In pericolo critico
Status in Toscana In pericolo critico
Livello di rarità Assoluta e Regionale
Allegati Direttiva Habitat II e IV
Riassunto
La specie, a larga diffusione nei mari caldi e temperati, è ovunque in notevole diminuzione per il prelievo e l’uccisione
degli esemplari, l’inquinamento marino e l’alterazione dei suoi luoghi riproduttivi. Nei mari toscani, anche se in
sensibile calo, appare sporadica ma non particolarmente rara. Sembra che attualmente questa tartaruga non si
riproduca in località della costa toscana.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie cosmopolita, diffusa in tutti i mari caldi e temperati. Nelle acque dell’Italia e della Toscana è segnalata un po’
ovunque, ma appare, come nel restante areale, in allarmante diminuzione. Sembra che un tempo deponesse le uova
anche in alcune località italiane e toscane; attualmente si riproduce con sicurezza solo all’Isola di Lampedusa.
Ecologia
Abita i mari caldi e temperati di tutto il mondo. I maschi non si recano mai a terra; le femmine, ogni 2-3 anni, si
portano invece sulle rive sabbiose e, a qualche decina di metri dalla linea di battigia, scavano una profonda buca con le
zampe posteriori, depositandovi da 60 a 200 uova, del diametro medio di circa 4 cm. Il periodo di incubazione dura di
regola da un mese e mezzo a due. Questa tartaruga si nutre di Molluschi, Crostacei, Echinodermi e, più di rado, di
Pesci e alghe. Le uova sono predate soprattutto da alcuni Mammiferi e Uccelli, che devastano i nidi; i giovani, prima di
raggiungere l’acqua dopo la schiusa, vengono catturati in gran numero da Mammiferi (ratti, cani randagi, ecc.) e da
Uccelli marini.
Cause di minaccia
Prelievo delle uova a scopo alimentare in alcuni Paesi. Pesca degli adulti sia a scopo culinario sia, e soprattutto, per il
commercio di scudi ed esemplari naturalizzati come souvenirs. Antropizzazione e degrado delle aree costiere e
conseguente distruzione di potenziali siti riproduttivi. Inquinamento marino. Morte a séguito dell’ingestione di ami e
altri arnesi utilizzati per la pesca.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
117
Integrazioni – Documento 1
Misure per la protezione
Impedire, a scala internazionale, la raccolta delle uova nei siti riproduttivi. Vietare che gli esemplari pescati, anche
involontariamente, vengano uccisi. Sorvegliare attentamente il mercato legato ai souvenirs. Preservare le aree
costiere ancora ben conservate nell’eventualità di deposizioni di uova da parte di qualche esemplare della specie.
Bibliografia ragionata
Per la presenza di questa specie nei mari toscani si rimanda soprattutto a Capocaccia (1966), Argano (1979) e Corti et
al. (1991).
Segnalazioni presenti nell’archivio 10
Colubro liscio Coronella austriaca Laurenti, 1768
Codice Fauna d’Italia 110.393.0.001.0
Codice Natura 2000 1283
Ordine Squamati
Famiglia Colubridi
Categoria UICN
Status in Italia
Status in Toscana A più basso rischio
Livello di rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat IV
Riassunto
La specie è presente in tutta la Toscana continentale e all’Isola d’Elba, ma risulta abbastanza sporadica e localizzata. In
apparente diminuzione, soprattutto per le trasformazioni ambientali.
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie è diffusa in buona parte dell’Europa e nell’Asia sud-occidentale. È pure presente in tutta Italia, comprese la
Sicilia e l’Isola d’Elba. In Toscana è segnalata di tutto il territorio regionale e dell’Isola d’Elba, fino alla zona montana,
ma il suo incontro risulta abbastanza sporadico ovunque, forse anche per i suoi costumi elusivi. In apparente
diminuzione.
Ecologia
Frequenta boscaglie, boschi di diverse essenze, cave, pietraie, ruderi, muri a secco, ecc. Prevalentemente diurna, si
nutre di lucertole, orbettini, piccoli serpenti (comprese le vipere), topi e piccoli Uccelli. Viene a sua volta predata
soprattutto da alcuni Uccelli e Mammiferi, talora da altri serpenti (ad es. il biacco); è inoltre spesso uccisa dall’uomo,
in quanto scambiata per una vipera. La nascita dei piccoli, da 2 a 18, ha luogo in estate o all’inizio dell’autunno.
Cause di minaccia
Distruzione e alterazione dei suoi tipici ambienti vitali. Incendio e taglio dei boschi e delle boscaglie. Uccisione da parte
dell’uomo.
Misure per la conservazione
Conservare ove possibile gli ambienti in cui questa specie vive. Opera informativa circa l’importantissimo ruolo
ecologico dei serpenti, vipera compresa.
Bibliografia ragionata
Per la biologia, l’ecologia e la distribuzione generale della specie si rimanda a Engelmann (1993). Per la distribuzione in
Toscana si vedano anche Corti et al. (1991) e Societas Herpetologica Italica (1996).
Segnalazioni presenti nell’archivio 19
Colubro di Riccioli Coronella girondica Daudin, 1803
Codice Fauna d’Italia 110.393.0.002.0
Codice Natura 2000
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
118
Integrazioni – Documento 1
Ordine Squamati
Famiglia Colubridi
Categoria UICN
Status in Italia A più basso rischio
Status in Toscana
A più basso rischio
Livello di rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Riassunto
La specie è presente in tutta la Toscana, isole escluse, ma risulta abbastanza rara e localizzata. In apparente
diminuzione, soprattutto per le trasformazioni ambientali.
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie è presente nell’Africa nord-occidentale e nell’Europa sud-occidentale. In Italia è diffusa in buona parte della
Penisola e in Sicilia. In Toscana è segnalata di tutto il territorio regionale (isole escluse), dalla pianura alla zona
collinare e basso-montana, ma appare abbastanza scarsa e localizzata. In apparente diminuzione.
Ecologia
Frequenta boscaglie, garighe, ruderi, muri a secco, località rocciose, coltivi, ecc. A differenza del colubro liscio, è una
specie con attività in prevalenza crepuscolare e notturna. Si nutre soprattutto di sauri, più di rado anche di serpentelli
e grossi Insetti. I predatori sono più o meno gli stessi della Coronella austriaca. La femmina depone 6-16 uova nel
corso dei mesi estivi e i piccoli di regola vengono alla luce in agosto o all’inizio di settembre.
Cause di minaccia
Più o meno le stesse evidenziate a proposito del colubro liscio.
Misure per la conservazione
Più o meno le stesse evidenziate a proposito del colubro liscio. Ne è stato proposto l’inserimento nell’Allegato IV della
Direttiva 92/43.
Bibliografia ragionata
Per l’ecologia, la biologia e la distribuzione generale della specie si rimanda in particolare a Dusey (1993). Per la
distribuzione del colubro di Riccioli in Toscana si vedano anche Corti et al. (1991) e Societas Herpetologica Italica
(1996).
Testuggine d’acqua Emys orbicularis (Linné, 1758)
Codice Fauna d’Italia 110.369.0.001.0
Codice Natura 2000 1220
Ordine Testudinati
Famiglia Emididi
Categoria UICN A più basso rischio
Status in Italia A più basso rischio
Status in Toscana Vulnerabile
Livello di rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat II e IV
Riassunto
La specie è presente un po’ ovunque in Toscana, soprattutto nelle aree pianeggianti e costiere, ma è seriamente
minacciata per la distruzione e alterazione dei suoi ambienti vitali e dal disturbo antropico in genere. Nella regione
appare quasi ovunque in sensibile calo.
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie è presente nell’Africa nord-occidentale, nell’Europa meridionale e centro-orientale (comprese la Sicilia, la
Sardegna, la Corsica e varie isole greche e dalmate) e nell’Asia occidentale. In Italia è presente un po’ ovunque, incluse
le due isole maggiori, ma appare in sensibile e progressiva diminuzione in gran parte del territorio; in molte località
risulta del tutto scomparsa nelle ultime decine di anni. Stesso discorso può essere ripetuto anche per la Toscana, ove
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119
Integrazioni – Documento 1
sopravvive soltanto nelle stazioni che garantiscano una buona conservazione della qualità ambientale e uno scarso
disturbo antropico.
Ecologia
Frequenta stagni, acquitrini, paludi, pozze, laghetti, canali, torrenti, fiumi a lento corso e ricchi di vegetazione, ecc.
Nuota con agilità. Si nutre di invertebrati di piccola e media taglia e talora anche di piccoli Vertebrati (nidacei di Uccelli
palustri, larve e adulti di Anfibi, Pesci). Prevalentemente diurna, è una specie elusiva e sospettosa e si tuffa al minimo
allarme nei corpi d’acqua presso i quali abita. Si accoppia in marzo-aprile, di regola in acqua; nella tarda primavera o
all’inizio dell’estate la femmina depone 3-16 uova in buche scavate presso le rive. L’incubazione dura circa tre mesi.
Cause di minaccia
Distruzione, inquinamento e degrado dei suoi ambienti vitali a séguito dell’espandersi delle aree urbanizzate e
industrializzate. Accresciuto disturbo antropico per le attività legate al turismo, al tempo libero, ecc. Prelievo di
esemplari a scopo commerciale, in quanto si tratta di una specie richiesta e apprezzata dai terraristi; un tempo veniva
talora catturata anche a scopo alimentare, in quanto considerata “cibo di magro” nei periodi di astinenza quaresimale
dalle carni. Competizione con altre specie di testuggini acquatiche alloctone inopportunamente immesse allo stato
libero (es. Trachemys scripta).
Misure per la conservazione
Evitare la distruzione e il degrado degli ambienti frequentati dalla specie, cercando anzi di ampliarli e di migliorare la
loro qualità. Creare opportune zone di protezione totale nei siti ove questo Rettile risulta ancora comune. Vietare
assolutamente il disturbo e il prelievo degli esemplari in natura e l’introduzione allo stato libero di testuggini
acquatiche estranee alla fauna italiana.
Bibliografia ragionata
Per la biologia e l’ecologia della specie in generale si veda soprattutto Lanza (1983). Dati sulla distribuzione regionale
sono presenti in Corti et al. (1991) e in Societas Herpetologica Italica (1996).
Segnalazioni presenti nell’archivio 98
Natrice tassellata Natrix tassellata Laurenti, 1768
Codice Fauna d’Italia 110.397.0.003.0
Codice Natura 2000 1292
Ordine Squamati
Famiglia Colubridi
Categoria UICN
Status in Italia
Status in Toscana A più basso rischio
Livello di rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat IV
Riassunto
La specie è presente in tutta la Toscana, isole escluse, ma di regola appare piuttosto scarsa e localizzata. In
diminuzione, soprattutto per l’alterazione dei corsi d’acqua in cui vive e dell’ambiente a essi circostante.
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie è distribuita nell’Europa centrale e orientale, in Italia, nell’Asia occidentale e centrale e nell’Egitto
settentrionale. In Italia è presente in tutta la Penisola fino alla Sila; mentre però è comune o molto comune nell’area
padana e sul versante adriatico, su quello tirrenico risulta al contrario assai più sporadica e localizzata. In Toscana il
suo ritrovamento è relativamente più frequente in alcuni grossi corsi d’acqua (Arno e alcuni affluenti, Ombrone,
Albegna, ecc.); altrove appare invece piuttosto scarsa.
Ecologia
Abita presso laghi, fiumi e torrenti ad ampio alveo, canali, paludi, risaie, ecc. e appare più legata all’acqua della
congenere Natrix natrix. Si nutre soprattutto di Pesci, in minor quantità di Anfibi e piccoli Mammiferi. È predata a sua
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
120
Integrazioni – Documento 1
volta da alcuni Mammiferi e Uccelli a costumi acquatici. La femmina depone 5-35 uova nel corso dei mesi estivi; i
piccoli vengono alla luce dopo un’incubazione da un mese e mezzo a due mesi.
Cause di minaccia
Inquinamento dei corsi d’acqua, con conseguente rarefazione della fauna ittica e scarsa qualità ambientale.
Distruzione e traformazione sostanziale dei suoi ambienti di vita (bonifiche, regimazione dei corsi d’acqua,
cementificazione delle rive, distruzione sistematica della vegetazione riparia, ecc.). Uccisione di esemplari da parte
dell’uomo, in quanto scambiati per vipere.
Misure per la conservazione
Preservare e/o migliorare la qualità dell’ambiente nelle località in cui la specie appare più abbondante. Evitare la
regimazione e la cementificazione dei corsi d’acqua ad ampio alveo ciottoloso se non quando veramente necessario,
intervenendo il meno possibile sulla vegetazione acquatica e riparia naturali.
Bibliografia ragionata
Per la biologia ed ecologia della specie in generale si rimanda ad esempio a Bruno & Maugeri (1990). Per la
distribuzione in Toscana si vedano in particolare Corti et al. (1991) e Societas Herpetologica Italica (1996).
Segnalazioni presenti nell’archivio 40
Lucertola muraiola Podarcis muralis (Laurenti, 1768) – Popolazioni insulari toscane
Codice Fauna d’Italia 110.387.0.003.0
Codice Natura 2000 1256
Ordine Squamati
Famiglia Lacertidi
Categoria UICN A più basso rischio (a livello insulare)
Status in Italia
Status in Toscana Estinta la popolazione dell’Isolotto La Scarpa (Pianosa N); per il resto A più basso rischio (popolazioni
insulari)
Livello di rarità Regionale (a livello di popolazioni fenotipicamente differenziate, di regola considerate sottospecie).
Allegati Direttiva Habitat IV
Riassunto
La specie è ben distribuita e molto comune in tutta la Toscana continentale e in alcune isole e isolette dell’Arcipelago
Toscano. A eccezione di quella dell’Isolotto La Scarpa (situato poco a nord di Pianosa), estintasi in questo secolo molto
probabilmente per cause naturali, tutte le altre popolazioni insulari toscane di questo Rettile appaiono sostanzialmente
stabili.
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie è distribuita in gran parte dell’Europa centrale e meridionale e nell’Asia sud-occidentale. In Italia è comune
in tutta le Penisola e in varie isole. Nella Toscana continentale è diffusa e assai abbondante in tutto il territorio,
almeno fino a 1800 m di quota; per quanto riguarda la parte insulare è presente nelle isole Gorgona, Elba, Pianosa e
Palmaiola e negli isolotti Scoglietto di Portoferraio e Isolotto della Paolina (a nord dell’Elba), La Scuola di Pianosa
(situata presso Pianosa), Argentarola, Isola Rossa e Scoglietto di Porto Ercole (situati presso l’Argentario). A eccezione
della popolazione dell’Isolotto La Scarpa, posto a nord di Pianosa, estintasi probabilmente per cause naturali fra il
1912 (anno di raccolta di alcuni esemplari) e il 1970, tutte le altre popolazioni insulari toscane di questa specie
appaiono nel complesso stabili e ben strutturate quanto a ripartizione fra i sessi e le diverse classi di età.
Ecologia
La lucertola muraiola, anche in ambito insulare, frequenta i più vari tipi di ambiente: rocce, boschi e loro limitare, muri
a secco, giardini, parchi, muri esterni di abitazioni e di altre costruzioni, ecc. Tipicamente eliofila, si riproduce in
primavera ed estate; la femmina depone 2-12 uova biancastre e allungate sotto le pietre, nei vecchi muri, alla base
degli alberi, ecc. Si nutre di piccoli invertebrati e più di rado di sostanze vegetali (bacche, foglie tenere, polline, ecc.),
dieta talora in percentuale non trascurabile sulle piccole isole. È a sua volta predata da varie specie di Mammiferi,
Uccelli e serpenti.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
121
Integrazioni – Documento 1
Cause di minaccia
Le cause di minaccia nelle isole più grandi appaiono abbastanza ridotte per questa specie; tra le più rilevanti si
potrebbero al limite indicare le ingenti trasformazioni ambientali (incendi, estensione dell’area urbana, distruzione di
vecchi muri e manufatti, ecc.) e l’uso indiscriminato di insetticidi. Nelle isole più piccole, abitate da micropopolazioni
spesso fenotipicamente ben differenziate e di regola considerate sottospecie a sé stanti, le più allarmanti cause di
minaccia sono invece rappresentate da incendi e altre alterazioni dell’ambiente (anche in apparenza di modesta
entità), dal disturbo antropico in genere, dall’introduzione di fauna estranea (ratti in particolare) e dal prelievo di
esemplari per il commercio legato alla terraristica.
Misure per la conservazione
Preservare ambienti idonei alla vita della specie anche nelle aree urbanizzate e nei loro dintorni. Accordare agli isolotti
abitati da peculiari popolazioni della specie una protezione integrale, impedendovi lo sbarco, l’introduzione di flora e
fauna estranea e il prelievo di esemplari se non per ben motivate ragioni di studio.
Bibliografia ragionata
Per la biologia, l’ecologia e la distribuzione delle numerose “sottospecie” descritte per questa specie si veda in
particolare Gruschwitz & Böhme (1986). Per le varie “sottospecie” presenti nelle isole toscane si rimanda anche a Corti
et al. (1991). Studi morfologici e sistematici su singole popolazioni insulari toscane di questa lucertola sono stati
effettuati soprattutto da Mertens (1932, 1949, 1955), Taddei (1949) e Lanza (1956, 1958).
Segnalazioni presenti nell’archivio 208
Acrocephalus melanopogon (Temminck, 1823)
I
II
A
VU
Acrocephalus paludicola (Vieillot, 1817)
I
II
A
EX
Alcedo atthis (Linnaeus, 1758)
I
II
A
LRnt
A1, A2
24, 25, 62
Anas acuta Linnaeus, 1758
II/1
III
DE
A1, C1
62
Anas clipeata Linnaeus, 1758
II/1, III/2
III
EN
A1, B1, C1
62
Anas crecca Linnaeus, 1758
II/1, III/2
III
EN
A1, B1, C1
62
Anas penelope Linnaeus, 1758
II/1, III/2
III
NE
A1, C1
62
Anas querquedula Linnaeus, 1758
II/1
III
VU
A1, B1, C1
25, 62
Anas strepera Linnaeus, 1758
II/1
III
CR
A1, B1, C1
62
A1, C1
25, 62
62
A
VU
Minacce
SIR
Status in Toscana
Status in Italia
L.R. 56/00
Nome scientifico
Conv. Berna
Dir. 79/409 CEE
UCCELLI: SPECIE IN LISTE D’ATTENZIONE
A1
25, 62
25
LR lc
Aquila clanga (Pallas, 1811)
I
II
Ardea alba (Linnaeus, 1758)
I
II
A
NE
Ardea purpurea Linnaeus, 1766
I
II
A
LR
VU
A1, B7
Ardeola ralloides (Scopoli, 1769)
I
II
A
VU
VU
B1, B7
25, 62
Asio flammeus (Pontoppidan, 1763)
I
II
A2, B7
25, 62
Aythia nyroca (Guldenstadt, 1770)
I
III
Aythya ferina (Linnaeus, 1758)
II/1, III/2
III
Botaurus stellaris (Linnaeus, 1758)
I
II
Bubulcus ibis (Linnaeus, 1758)
62
NE
A
CR
CR
VU
A
II
EN
CR
EN
EN
EN
A1, B7
25, 62
A1, B1, C1
25
A1, B1, B7
25, 62
A1,C1
62
Burhinus oedicnemus (Linnaeus, 1758)
I
II
A
Calandrella brachydactyla (Leisler, 1814)
I
II
A
Charadrius alexandrinus Linnaeus, 1758
I
II
A
Chlidonias hybridus (Pallas, 1811)
I
II
EN
A1
25, 62
Chlidonias niger (Linnaeus, 1758)
I
II
CR
B1, A2
25, 62
Ciconia ciconia (Linnaeus, 1758)
I
II
LRnt
A1, A2, A5, B7
25, 62
Ciconia nigra (Linnaeus, 1758)
I
II
C1
25, 62
Circus aeruginosus (Linnaeus, 1758)
I
II
B1, B7
24, 25, 62
LRnt
LRnt
EN
NE
A
A1, A5
EN
EN
24, 62
62, 24, 61
A2, A6
61, 62, 24
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
122
Integrazioni – Documento 1
Minacce
SIR
Status in Toscana
Status in Italia
L.R. 56/00
Nome scientifico
Conv. Berna
Dir. 79/409 CEE
UCCELLI: SPECIE IN LISTE D’ATTENZIONE
Circus cyaneus (Linnaeus, 1766)
I
II
A
EX
A2, B7, C1
18, 25, 62
Circus cyaneus (Linnaeus, 1766)
I
II
A
EX
A2, B7, C1
25
CR
Columba oenas (Linnaeus, 1758)
III
A
Egretta garzetta (Linnaeus, 1766)
I
II
A
Gavia arctica (Linnaeus, 1758)
I
II
Gavia stellata (Pontoppidan, 1763)
I
II
Gelochelidon nilotica (Gmelin, 1789)
I
II
EN
A1
Glareola pratincola (Linnaeus, 1766)
I
II
EN
A1, A2
25, 62
Grus grus (Linnaeus, 1758)
I
II
EX
A2, B8
62
Haliaeetus albicilla (Linnaeus, 1758)
I
II
EX
A2, A3, B3, B7
62
Himantopus himantopus (Linnaeus, 1758)
I
II
A
LRnt
VU
A1, A2
25, 62
Ixobrychus minutus (Linnaeus, 1766)
I
II
A
LR
VU
A1, B7
25, 62, 24
Larus audouinii
I
II
A
EN
EN
A2, A6, C1
62, 25
Larus melanocephalus Temminck, 1820
I
II
Limosa lapponica (Linnaeus, 1758)
I, II/2
III
25, 62
VU
I
II
I
II
A
VU
Milvus milvus (Linnaeus, 1758)
I
III
A
EN
Numenius arquata (Linnaeus, 1758)
II/2
III
A
A
I
II
I
II
Panurus biarmicus (Linnaeus, 1758)
Phalacrocorax aristotelis (Linnaeus, 1761)
I
C1
25, 62
25
25, 62
Milvus migrans (Boddaert, 1783)
Pandion haliaetus (Linnaeus, 1758)
62
25, 62
25, 62
Luscinia svecica (Linnaeus, 1758)
Nycticorax nycticorax (Linnaeus, 1758)
A4, B7, D1
LR nt
NE
LRnt
NE
C1
25, 62
A1, A2, A4, B2, B7
24
A2,A4, B2
23, 25
A2
62
LRnt
EX
25, 62
A2, A3, B3, B7
25
II
A
LRnt
VU
A1
25
II
A
LRnt
VU
A2, A5, A6
24
Philomachus pugnax (Linnaeus, 1758)
I, II/2,
III
Phoenicopterus roseus Pallas, 1811
I
II
A
DE
C1
25, 62
Platalea leucorodia Linnaeus, 1758
A
DE
A1, C1
25, 62
Podiceps auritus (Linnaeus, 1758)
I
II
I,
II/2,
III
III/2
I
II
Podiceps nigricollis C.L. Brehm, 1831
I
II
A
Porzana parva (Scopoli, 1769)
I
II
CR
A1
25
Porzana porzana (Linnaeus, 1766)
I
II
EN
A1, D1
25, 62
Recurvirostra avosetta Linnaeus, 1758
I
II
LRnt
A1
25, 62
Sterna albifrons Pallas, 1764
I
II
VU
Sterna caspia Pallas, 1770
I
III
NE
Sterna hirundo Linnaeus, 1758
I
II
LRnt
Sterna sandvicensis Latham, 1787
I
II
VU
Pluvialis apricaria (Linnaeus, 1758)
Tadorna tadorna (Linnaeus, 1758)
II
25, 62
A
24, 25, 62
25
A
A
NE
EN
NE
CR
CR
NE
C1
24, 25, 61
A1, A2
25, 62
C1
25, 62
A1, A2, A6, B8
25, 62
A1, C1
25, 62
A1, C1
25, 62
Tringa glareola Linnaeus, 1758
I
II
25, 62
Xenus cinereus (Güldenstadt, 1775)
I
III
62
Forapaglie castagnolo Acrocephalus melanopogon
Fauna d’Italia 110.578.0.003.0
Codice Euring 12410
Ordine Passeriformi
Famiglia Silvidi
Categoria UICN
Status in Italia Vulnerabile
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
123
Integrazioni – Documento 1
Status in Toscana Vulnerabile
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Uccelli I
Riassunto
Passeriforme tipico delle paludi con rilevanti estensioni di formazioni elofitiche sufficientemente diversificate, in
Toscana il forapaglie castagnolo è attualmente presente in un numero limitato di siti, dove può essere minacciato
dall’evoluzione della vegetazione o dalla gestione dei livelli idrici. La popolazione nidificante nella regione ha una
consistenza valutata, nel 2000, in 700-890 coppie, ridotta negli ultimi anni per estinzioni locali.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Questa specie è distribuita esclusivamente nel Paleartico centro-meridionale; in Toscana è specie almeno
parzialmente sedentaria, i cui contingenti sono arricchiti da individui migratori e svernanti provenienti dai quartieri di
nidificazione più settentrionali. La Toscana fa parte pertanto di un areale più vasto. La specie non è oggetto di
monitoraggi specifici, ma in virtù della buona conoscenza dell’avifauna delle zone umide, la sua distribuzione
riproduttiva appare nota in dettaglio: essa si concentra sostanzialmente nelle zone umide della Toscana settentrionale
e della maremma livornese-grossetana. Il maggior numero di coppie si concentra nell’area del Lago di Massaciuccoli,
dove nel 2000 hanno nidificato tra le 500 e le 580 coppie, e del lago di Porta, con 40-65 coppie stimate nel 2001; tra le
aree interne interessate dalla nidificazione, l’unica popolazione di un certo rilievo appare quella del Padule di
Fucecchio, con 160-220 coppie stimate. I laghi di Chiusi e Montepulciano ospitano un numero limitatissimo di coppie
(stimate 7-15 nel 2000), così come il Padule di Scarlino (10-15 coppie). Da altre aree umide interne provengono solo
segnalazioni sporadiche (ad es. stagni della piana fiorentina, ANPIL di Bottaccio e Tanali). La popolazione nidificante
toscana era stimata, fino al 1996, in 1.000-2.500 coppie e ritenuta in diminuzione; alla luce dei dati degli ultimi anni
tale numero appare eccessivo, tanto che la stima più recente (2000) è di 700-890 coppie. Durante l’inverno il
forapaglie castagnolo è più diffuso ed è presente anche in zone umide minori; la popolazione svernante è stimata in
oltre 10000 individui.
Ecologia
Il forapaglie castagnolo è presente nelle zone umide con folta copertura elofitica, spesso bistratificata a dominanza di
Phragmites australis, Carex sp. pl., Scirpus maritimus e Cladium mariscus; le formazioni di quest’ultima specie, anche
se monospecifiche o quasi, possono essere occupate con densità elevate (come avviene nel Lago di Massaciuccoli). È
necessario che nei territori di nidificazione il suolo permanga allagato o molto umido nel periodo riproduttivo.
Cause di minaccia
La specie ha risentito in passato della bonifica delle zone umide; più recentemente, le modificazioni incorse in uno dei
principali siti nazionali di nidificazione, il Padule di Castiglion della Pescaia, ne hanno provocato l’estinzione locale e
hanno ulteriormente ridotto la consistenza della specie. L’evoluzione della vegetazione palustre, con la graduale
infiltrazione di arbusti ed alberi nei canneti, così come il prosciugamento dei canneti in periodo riproduttivo, possono
incidere negativamente sulle popolazioni nidificanti.
Misure per la conservazione
Il ripristino di condizioni dulcicole nel Padule di Castiglion della Pescaia porterebbe probabilmente ad una
ricolonizzazione di questo sito da parte della specie. Il mantenimento di formazioni elofitiche diversificate e prive di
essenze arboree ed arbustive, ottenuto mediante il taglio periodico a rotazione dei canneti stessi, e un’attenta
gestione dei livelli dell’acqua sono probabilmente le principali misure gestionali da adottare nelle aree di nidificazione.
In Emilia Romagna, la creazione di nuove zone umide tramite riallagamento (ad esempio di coltivi abbandonati),
secondo le indicazioni del Piano di Sviluppo Rurale, ha dato ottimi risultati.
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili su distribuzione e status della specie in Toscana, aggiornate al 1996, sono sintetizzate
nell’Atlante della Toscana (Baccetti in Tellini Florenzano et al., 1997). Quaglierini (2001), riporta informazioni,
aggiornate al 2000, in uno studio specifico sulla distribuzione del forapaglie castagnolo in Italia. Altri dati sono
reperibili in pubblicazioni relative a singole aree della Toscana (Corsi I. et al., 2000; Corsi F. et al., 1999; LIPU, 1999;
Quaglierini, 2000; Venturato et al., 2001).
Segnalazioni presenti nell’archivio 204
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
124
Integrazioni – Documento 1
Pagliarolo Acrocephalus paludicola
Codice Fauna d’Italia110.578.0.004.0
Codice Euring 12420
Ordine Passeriformi
Famiglia Silvidi
Categoria UICN Vulnerabile
Status in Italia Estinto
Status in Toscana
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Uccelli I
Riassunto
Il pagliarolo si è estinto come nidificante in Toscana nel IXX secolo, analogamente a quanto è avvenuto in ampie
porzioni del suo areale centro-europeo, principalmente a causa della bonifica delle zone umide. Oggi questa specie è
considerata in forte diminuzione o a rischio di estinzione in quasi tutti i paesi dove è ancora presente, anche se non è
ben noto il suo status nell’ex-URSS. In Toscana è attualmente una specie migratrice molto rara.
Distribuzione e tendenza della popolazione
L’areale di distribuzione è poco noto, ma comprende principalmente l’Europa orientale, dove è comunque
frammentato a causa della ristretta adattabilità della specie. Rispetto al diciannovesimo secolo la specie appare
drasticamente diminuita, essendo praticamente scomparsa dall’Europa occidentale; anche le popolazioni dell’Europa
orientale appaiono in riduzione, sebbene lo status di conservazione delle popolazioni dell’ex URSS non sia noto in
dettaglio. In Toscana si è estinto come nidificante a causa delle grandi bonifiche ottocentesche ed è ora presente
esclusivamente in migrazione, con pochissimi individui: segnalazioni recenti provengono dall’isola di Capraia, dal lago
di Massaciuccoli e dagli stagni della piana fiorentina.
Ecologia
Nidifica in aree palustri con estesa copertura vegetale di carici e giunchi, contenuta in altezza. Durante le migrazioni
frequenta preferenzialmente aree come quelle sopra descritte, anche se si adatta anche ad altre tipologie di zone
umide.
Cause di minaccia
La scomparsa e l’alterazione delle zone umide, e più precisamente i cambiamenti nella struttura e composizione della
vegetazione legati all’eutrofizzazione, sono ritenute le principali minacce per la specie in tutto il suo areale di
nidificazione.
Misure per la conservazione
La creazione o il ripristino di zone umide con adeguate caratteristiche vegetazionali sono le principali misure di
conservazione per il pagliarolo, anche se attualmente una sua nuova colonizzazione della Toscana non sembra
possibile.
Bibliografia ragionata
La specie non è trattata nell’Atlante della Toscana in quanto non nidificante né svernante. I pochissimi dati recenti
sulla specie in Toscana si ritrovano nell’archivio del Centro Ornitologico Toscano, in quello dell’Istituto Nazionale per la
Fauna Selvatica e in una pubblicazione della LIPU (1999), riguardante le specie presenti nella piana di Firenze-PratoPistoia.
Segnalazioni presenti nell’archivio 10
Martin pescatore Alcedo atthis
Codice Fauna d’Italia 110.536.0.001.0
Codice Euring 08310
Ordine Coraciformi
Famiglia Alcedinidi
Categoria UICN
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
125
Integrazioni – Documento 1
Status in Italia Prossimo alla minaccia
Status in Toscana Minima preoccupazione
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Uccelli I
Riassunto
Il martin pescatore nidifica in Toscana con 300-1000 coppie e, sebbene al momento non appaia minacciato, risente
negativamente dell’inquinamento idrico e della rarefazione di habitat idonei alla nidificazione. E’ presente anche in
inverno con contingenti variabili stimati in 1000-3000 individui. In Europa è ritenuto in moderato declino. Sia a livello
europeo che locale, la conservazione della specie è legata alla tutela degli ecosistemi fluviali.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie ampiamente distribuita in Europa, Asia e Africa, in Italia è molto diffusa nel centro-nord, ove nidifica in tutti gli
habitat adatti dal livello del mare fino a circa 500 m s.l.m., con punte ampiamente superiori. Nelle regioni meridionali
la distribuzione si fa più irregolare e il numero di coppie nidificanti appare ridotto, probabilmente a causa della
mancanza di ambienti idonei. La popolazione europea è in moderato declino e l’Italia figura tra i paesi nei quali tale
decremento sembra più consistente. La popolazione toscana è migratrice a medio e corto raggio, forse in parte
sedentaria. Come nidificante si distribuisce su tutto il territorio regionale in relazione alla presenza di siti idonei (laghi,
fiumi, torrenti, ecc.), dal livello del mare fino a 600-700 m s.l.m.
Ecologia
In periodo riproduttivo frequenta corsi d’acqua poco profondi e con andamento lento. Predilige acque chiare ma può
tollerare ambienti eutrofici purché ricchi di pesci della taglia adeguata (inferiore a 10 cm di lunghezza). Nidifica in
gallerie che scava in argini di verticali di terra, anche di limitata estensione, con vegetazione scarsa o assente. In caso
di assenza di argini adatti può nidificare a una certa distanza dall’acqua. Il nido è un tunnel lungo da 40 a 100 cm, di
sezione circolare, al termine del quale si trova una camera in cui vengono deposte le uova.
Cause di minaccia
Il martin pescatore risulta molto sensibile all’andamento stagionale: a inverni particolarmente rigidi (con fiumi
ghiacciati) seguono crolli delle popolazioni. Tuttavia l’elevata prolificità consente alla specie di ristabilire i propri
contingenti numerici in alcuni anni. Il declino a lungo termine è invece da attribuirsi all’inquinamento delle acque e,
presumibilmente in maggior misura, alla canalizzazione e cementificazione dei corsi d’acqua e alla conseguente
riduzione dei siti idonei alla nidificazione. A livello regionale i fattori climatici sembrano avere influenza minore.
Misure per la conservazione
Le azioni necessarie sono di facile identificazione: rinaturalizzazione degli alvei fluviali e in particolare conservazione
degli argini naturali; miglioramento della qualità delle acque fluviali.
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili su distribuzione e status della specie in Toscana, aggiornate al 1996, sono sintetizzate
nell’Atlante della Toscana (Ioalé in Tellini Florenzano et al., 1997). Segnalazioni e informazioni sulla nidificazione della
specie, successive al 1996, sono presenti in numerosi studi effettuati in varie zone umide toscane (LIPU, 1999;
Quaglierini, 2000; Gustin et al., 2001; Manganelli et al., 2001; Venturato et al., 2001; Dinetti, 2002).
Segnalazioni presenti nell’archivio 391
Airone rosso Ardea purpurea
Codice Fauna d’Italia 110.421.0.002.0
Codice Euring 01240
Ordine Ciconiformi
Famiglia Ardeidi
Categoria UICN
Status in Italia Prossimo alla minaccia
Status in Toscana Vulnerabile
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Uccelli I
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
126
Integrazioni – Documento 1
Riassunto
In Toscana è presente lungo la costa e, nell’interno, presso il Padule di Fucecchio e nell’alta Val di Chiana. La
popolazione nidificante toscana, stimabile in circa 175 coppie, è in aumento, anche se si sono registrate modifiche
nell’areale distributivo e fluttuazioni nel numero di coppie nidificanti. Nidifica in colonie entro canneti o su formazioni
arbustive e arboree ripariali, in prossimità di zone umide. Tagli, incendi e altri interventi diretti sulle garzaie, insieme
alle variazioni del livello e delle caratteristiche delle acque costituiscono serie minacce. Occorre mantenere gli attuali
livelli di tutela con particolare attenzione alla gestione idraulica durante il periodo primaverile-estivo. L’eliminazione
del processo di salinizzazione del padule della Diaccia Botrona favorirebbe la diffusione del fragmiteto ed il possibile
ritorno della specie.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie distribuita nel Paleartico, nell’Africa tropicale e nella regione Asiatica, in Italia è migratrice, nidificante, diffusa
soprattutto al nord; molto più localizzata al centro-sud e in Sardegna; svernante irregolare. In Toscana è migratrice e
nidificante; la nidificazione è stata accertata, nel corso degli ultimi anni, all’interno di 6 garzaie: nel padule di
Massaciuccoli (LU), in località Fornace Arnaccio (LI), nel Padule di Fucecchio (PT), a Ponte a Buriano (AR), nel Padule
della Diaccia Botrona (GR), presso i Laghi di Montepulciano e di Chiusi (SI); dal 1995 si è estinto nel padule della
Diaccia Botrona, per le intervenute modifiche ambientali. Dai dati di un censimento regionale effettuato nel 2002
risulta che circa 175 coppie hanno nidificato in quattro garzaie (Padule di Fucecchio, padule di Massaciuccoli, Lago di
Montepulciano, Fornace Arnaccio). La popolazione toscana risulta in aumento almeno in relazione all’andamento degli
ultimi venti anni, anche se si sono registrate modifiche nell’areale distributivo e fluttuazioni nel numero di coppie
nidificanti; la garzaia del padule di Massaciuccoli sostiene circa l’80% dell’intera popolazione toscana. A livello italiano
e comunitario la popolazione appare in largo declino numerico e di areale.
Ecologia
Specie gregaria in periodo riproduttivo, nidifica principalmente in formazioni di elofite a Phragmites australis, sebbene
siano noti, anche per la Toscana, siti di nidificazione su formazioni arbustive (saliceti) e arboree (saliceti, ontanete,
pinete) ripariali. Nel canneto i nidi sono posti ad altezza inferiori al metro, lontani dall’acqua, mentre su alberi e
arbusti l’altezza dei nidi è assai variabile, disponendosi tra 2 e 20 metri. Spesso le colonie sono monospecifiche, come
avviene nelle quattro garzaie toscane, ma altrove all’Airone rosso possono associarsi anche nitticora Nycticorax
nycticorax, garzetta Egretta garzetta, sgarza ciuffetto Ardeola ralloides e airone cenerino Ardea cinerea; nelle colonie
miste i nidi di Airone rosso sono isolati o a piccoli gruppi. Le colonie sono poste in prossimità di zone umide, utilizzate
come zone di alimentazione (pesci, anfibi, insetti, crostacei).
Cause di minaccia
Qualsiasi intervento diretto sui siti riproduttivi (soprattutto taglio o bruciatura del canneto e delle alberature) porta
alla locale scomparsa o alla drastica diminuzione della specie. Anche le variazioni di salinità delle acque, riducendo o
eliminando il canneto, costituiscono una seria minaccia alla sopravvivenza della colonia, estinta per questo motivo dal
padule della Diaccia Botrona. La garzaia del lago di Montepulciano è minacciata dal prelievo di acqua effettuato in
primavera a scopi irrigui; la mancanza di acqua può provocare l’abbandono del sito e comunque facilita la predazione
dei nidi. La specie era inserita nella Lista rossa degli uccelli nidificanti in Toscana tra le specie rare, a causa delle ridotte
dimensioni della sua popolazione.
Misure per la conservazione
Trattandosi di specie sensibile alle modifiche ambientali ed al disturbo antropico, occorre prestare particolare
attenzione agli interventi gestionali. Particolare cura andrà posta nella gestione idraulica durante il periodo
primaverile-estivo e alla limitazione delle esistenti fonti di disturbo antropico. Occorre anche garantire futuri interventi
gestionali che favoriscano la specie, rivolti all’area circostante (aree di alimentazione, individuazione di siti alternativi).
L’eliminazione dell’impianto di piscicoltura e la gestione idrologica del padule della Diaccia Botrona, se attuate,
favorirebbero la diffusione del fragmiteto e il possibile ritorno della specie.
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili su distribuzione e status della specie in Toscana, aggiornate al 1996, sono sintetizzate
nell’Atlante della Toscana (Baccetti in Tellini Florenzano et al., 1997). Un’esame dettagliato della garzaia del lago di
Montepulciano è stato realizzato da A. Benocci e F. Pezzo in una recente pubblicazione di Scoccianti e Tinarelli (1999),
relativa alle garzaie toscane. Corsi et al. (2000) e Bartolini et al. (2001) riportano i risultati di uno studio relativo alle
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
127
Integrazioni – Documento 1
garzaie del Padule di Fucecchio. Altre segnalazioni riguardanti alcune delle più importanti aree umide toscane sono
contenute in Venturato et al. (2001). Informazioni sull’ecologia e la distribuzione italiana della specie sono fornite da
Barbieri e Brichetti in Brichetti et al. (1992).
Segnalazioni presenti nell’archivio 104
Sgarza ciuffetto Ardeola ralloides
Codice Fauna d’Italia 110.418.0.001.0
Codice Euring 01080
Ordine Ciconiformi
Famiglia Ardeidi
Categoria UICN
Status in Italia Vulnerabile
Status in Toscana Vulnerabile
Livello di Rarità
Allegati Direttiva Uccelli I
Riassunto
La sgarza ciuffetto nidifica in Toscana in cinque siti, con 55-60 coppie. La popolazione toscana è in lento ma
progressivo aumento numerico, come nel resto d’Italia. Nidifica in zone umide d’acqua dolce, in boschetti di specie
igrofile. La ridotta consistenza numerica, la concentrazione della popolazione in pochissimi siti e alcune cause di
minaccia ai siti riproduttivi e alle aree palustri limitrofe rendono la specie vulnerabile. La tutela dei siti riproduttivi e il
recupero delle zone umide interessate dalla presenza della specie sono le principali misure da adottare.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie monotipica a distribuzione paleartica-afrotropicale, in Toscana è regolarmente presente nel periodo estivo, da
aprile e settembre, e nidificante; accidentale in inverno. Le colonie dove la nidificazione avviene regolarmente sono
situate presso il Padule di Fucecchio, nella Piana fiorentina, dal 2002, al Poderaccio (nei pressi della confluenza tra i
fiumi Greve e Arno), nei laghi di Figline; nel lago di Chiusi ha nidificato regolarmente fino al 2001. Nella Piana
fiorentina fra Firenze e Prato ha nidificato dal 1996 al 2000 nella garzaia dei Renai di Signa; nel 1981 inoltre, la specie
nidificò con una coppia in località Fornace Arnaccio, nel Comune di Collesalvetti, in associazione con l’airone rosso. Il
nucleo più importante è costituito dalle colonie del Padule di Fucecchio, che comprendono circa il 90% delle coppie
nidificanti in Toscana. Negli ultimi due decenni la popolazione toscana di sgarza ciuffetto ha occupato, seppur non
regolarmente, nuovi siti riproduttivi e ha mostrato un lento ma progressivo aumento numerico (55-60 coppie nel
2002), come nel resto del Paese, dovuto principalmente alle colonie del padule di Fucecchio.
Ecologia
La sgarza ciuffetto frequenta principalmente zone umide d’acqua dolce quali laghi e paludi; si nutre principalmente di
insetti acquatici e loro larve, ma anche insetti terresti, di anfibi e piccoli pesci. In Toscana la nidificazione avviene
generalmente in boschetti di essenze igrofile (in massima parte di Salix sp. pl.) ma, come nel caso della ex-colonia di
Casabianca, presso il Padule di Fucecchio può avvenire anche in formazioni miste collinari a dominanza di altre
essenze quali Pinus pinaster, P. pinea e Quercus cerris. La colonia citata era inoltre situata ad alcuni chilometri di
distanza dalle principali aree di alimentazione. Tutte le colonie toscane sono miste con garzetta (Egretta garzetta) e
nitticora (Nycticorax nycticorax); nella colonia di Porto dell’Uggia (nel Padule di Fucecchio) sono inoltre presenti
coppie di airone guardabuoi (Bubulcus ibis) e mignattaio (Plegadis falcinellus).
Cause di minaccia
In Toscana la ridotta consistenza numerica e la concentrazione della popolazione in pochissimi siti rendono la specie di
per sé vulnerabile. Il recente abbandono di alcuni siti riproduttivi (garzaie di Casabianca, di Chiusi, dei Renai di Signa) è
probabilmente dovuto a cause antropiche (incendi, disturbo in periodo riproduttivo), favorito dall’abbassamento del
livello delle acque; localmente può influire negativamente anche la pesca dilettantistica o professionale, che può
provocare morti accidentali. Le principali problematiche che affliggono le aree palustri più importanti per la specie
(eutrofizzazione, interrimento, gestione della vegetazione e del livello delle acque non sempre finalizzata a obiettivi
conservazionistici) sono da considerare importanti cause di minaccia.
Misure per la conservazione
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
128
Integrazioni – Documento 1
La tutela e il recupero delle zone umide interessate dalla presenza della specie sono le principali misure da adottare.
La protezione con specifici atti normativi dei siti riproduttivi può rappresentare un primo importante passo per
garantire futuri interventi gestionali che favoriscano la specie, rivolti sia al sito che all’area circostante (aree di
alimentazione, individuazione di siti alternativi). Inoltre, la realizzazione di ulteriori ambienti umidi mediante il
riallagamento di ex coltivi potrebbe permettere un ulteriore e significativo aumento dei contingenti nidificanti in
Toscana.
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili su distribuzione e status della specie in Toscana, aggiornate al 1996, sono sintetizzate
nell’Atlante della Toscana (Barlettani in Tellini Florenzano et al., 1997). La situazione invernale italiana è sintetizzata da
Serra et al. (1997. Un’esame dettagliato delle garzaie è contenuto in una recente pubblicazione di Scoccianti e Tinarelli
(1999), relativa alle colonie toscane. Dati recenti sulle garzaie del Padule di Fucecchio sono contenuti in Corsi et al.
(2000) e Bartolini et al. (2001). Altre segnalazioni sono contenute in vari studi a scala locale (LIPU, 1999; Venturato et
al., 2001; Quaglierini et al., 2001; Lebboroni et al., 2001; Dinetti, 2002). I risultati di un censimento di tutte le garzaie
italiane (Censimento Nazionale Garzaie Italia 2002), organizzato dal CISO e coordinato per la Toscana dal Centro
Ornitologico Toscano, sono ad oggi inediti.
Segnalazioni presenti nell’archivio 55
Moretta tabaccata Aythya nyroca
Codice Fauna d’Italia 110.434.0.004.0
Codice Euring 02020
Ordine Anseriformes
Famiglia Anatidae
Categoria UICN Prossimo alla minaccia
Status in Italia In pericolo critico
Status in Toscana In pericolo critico
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Uccelli I
Riassunto
La Moretta tabaccata in Toscana nidifica con 1-5 coppie e sverna in numero fluttuante (picco massimo: 27 indd. nel
1992). La popolazione, attualmente estremamente ridotta, ha subito un forte calo in questo secolo a causa della
rarefazione-degradazione degli habitat e della pressione venatoria. La specie non è cacciabile dal 1977, ma ulteriori
misure di protezione sono necessarie ai fini della sua conservazione.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie a corologia euro-turanica. In Italia è presente come migratrice regolare, svernante e localmente nidificante, con
una popolazione nidificante stimata in 30-50 coppie. La specie frequenta la penisola italiana soprattutto durante i
movimenti migratori, in settembre-novembre e marzo-aprile. Tuttavia, si sono riscontrati casi di individui sedentari in
alcune zone umide nella porzione più meridionale dell’areale di nidificazione. Negli ultimi decenni si è assistito a un
forte declino delle popolazioni nidificanti nel Mediterraneo occidentale e nell’Europa centro orientale. Durante il
periodo invernale la specie occupa un maggior numero di siti e, seppur con notevoli oscillazioni annuali, è diffusa in
Italia con circa 200-250 individui. In Toscana la Moretta tabaccata risulta presente come migratrice e svernante,
nidificante irregolare. Le coppie nidificanti sono stimate in numero di 1-5, negli ultimi anni limitate ai laghi di Burano e
Montepulciano; negli anni ’80 segnalazioni di possibili casi nella Laguna di Orbetello e nel Padule di Fucecchio. Ad oggi
verosimilmente non si può parlare di una vera popolazione nidificante, ma di singole coppie provenienti da altre aree.
La Moretta tabaccata era inserita anche nella precedente Lista Rossa toscana come specie minacciata di estinzione.
Nel passato era sicuramente più comune in tutte le principali zone umide sia come nidificante che come svernante. Un
picco di presenza invernale è stato registrato nel 1992 con 27 individui (la maggior parte dei quali nel Lago di Burano).
Ecologia
Durante il periodo riproduttivo la specie frequenta zone umide d’acqua dolce o debolmente salmastra caratterizzate
dalla presenza di specchi d’acqua libera sufficientemente vasti (superiori a mezzo ettaro) alternati a vegetazione
palustre a Phragmites, Cladium, Typha ecc. La Moretta tabaccata si nutre in genere immergendosi completamente in
acque profonde almeno cinquanta centimetri. Durante lo svernamento o in periodo migratorio la specie frequenta
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
129
Integrazioni – Documento 1
ambienti umidi più vari (anche artificiali) e con acque poco profonde. A differenza della maggior parte delle anatre,
mostra un comportamento poco gregario.
Cause di minaccia
In relazione al suo precario stato di conservazione, la Moretta tabaccata è considerata globalmente minacciata e
vulnerabile, con popolazioni in forte declino. Le principali cause vanno ricercate nella bonifica (in passato) e
degradazione delle zone umide d’acqua dolce (ad es.: eutrofizzazione del Lago di Massaciuccoli) e nell’attività
venatoria, sia come prelievo diretto che come fonte di disturbo. La caccia, infatti, impedisce la sosta e lo sfruttamento
delle risorse alimentari durante tutto il periodo di svernamento nelle aree non protette. A queste cause va aggiunto
inoltre l’effetto dell’inquinamento da piombo (pallini da caccia) capace di provocare danni letali soprattutto nelle
anatre tuffatrici. Tali fattori agiscono in modo più o meno importante su tutti gli Anatidi; il loro impatto risulta
particolarmente grave su questa specie per la ridotta consistenza della popolazione e per la sua sedentarietà.
Misure per la conservazione
La salvaguardia e il ripristino degli ambienti acquatici idonei delle principali zone umide risultano fondamentali per la
conservazione della Moretta tabaccata. Nelle zone più idonee è essenziale anche la cessazione totale, o quanto meno
su vaste aree, dell’attività venatoria; nel Lago di Montepulciano, ad esempio, si è assistito al reinsediamento
spontaneo di coppie nidificanti, dopo la chiusura della caccia. Per la conservazione della specie sono stati realizzati
anche progetti di reintroduzione (Lago di Burano) a cura del WWF Italia.
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili sulla distribuzione e sullo status della specie in Toscana, aggiornate al 1997, sono
sintetizzate nell’Atlante della Toscana (Arcamone in Tellini Florenzano et al., 1997). I dati sullo svernamento, derivanti
dai censimenti effettuati ogni anno a metà gennaio in tutta la regione, sono disponibili in forma di rapporti annuali
presso la Regione Toscana e organizzati su supporto informatico nell’archivio del Centro Ornitologico Toscano.
Segnalazioni presenti nell’archivio 268
Tarabuso Botaurus stellaris
Fauna d’Italia 110.415.0.001.0
Codice Euring 00950
Ordine Ciconiformi
Famiglia Ardeidi
Categoria UICN
Status in Italia In pericolo
Status in Toscana In pericolo critico
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Uccelli I
Riassunto
Il tarabuso è una specie molto specializzata, che vive nelle formazioni a elofite, in particolare fragmiteti,
strutturalmente variate, allagate e ricche di prede. In diminuzione su gran parte dell’areale, in Toscana ha fatto
registrare negli ultimi anni un forte dinamismo, con la perdita dell’importante popolazione di Castiglione della Pescaia,
l’incremento e la successiva diminuzione di quella di Massaciuccoli, e la presenza discontinua in siti secondari. La
popolazione toscana riveste una rilevante importanza a livello nazionale, ma la consistenza comunque contenuta, la
localizzazione della popolazione in pochi siti dove sussistono problemi locali di inquinamento ed alterazione delle
condizioni ecologiche, ne mettono in pericolo la sopravvivenza.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Distribuito nelle regioni Paleartica ed Etiopica, presenta nella porzione occidentale dell’areale un’elevata
frammentazione delle popolazioni. In Toscana è risultato presente negli ultimi 10 anni nelle maggiori aree palustri
(sette siti), sebbene in alcuni di essi in maniera discontinua. Probabilmente, i movimenti dispersivi dei giovani e
l’afflusso degli svernanti fanno sì che queste popolazioni non siano isolate. Censimenti condotti sull’intero territorio
regionale e studi dettagliati nei principali siti forniscono un quadro completo sulla presenza della specie in periodo
riproduttivo. Il numero di maschi in canto (unica frazione della popolazione censibile) è risultato di 25-36 alla metà
degli anni ‘90, ridotti a circa 10 ai primi anni del 2000. La specie ha avuto un chiaro aumento fra gli anni ’80 e la metà
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
130
Integrazioni – Documento 1
degli anni ’90 del XX secolo (da 5-10 coppie concentrate alla Diaccia Botrona a 24-30 maschi canori nel ’95, di cui 18 a
Massaciuccoli), nonostante la progressiva riduzione della popolazione della Diaccia Botrona (da 14-18 coppie nel ’91
risulta oggi estinta) per la salinizzazione dell’area umida e la conseguente diminuzione dei fragmiteti. Negli anni ’90,
oltre all’incremento registrato a Massaciuccoli, la specie è stata rilevata anche in zone umide minori dove
precedentemente era sicuramente assente (Lago di Porta, MS; Biscottino, LI; Orti-Bottagone, LI; Padule di Scarlino,
GR). Successivamente al 1998 la popolazione di Massaciuccoli si è ridotta a circa 5 maschi in canto, mentre nei siti
minori non è stata confermata. Le popolazioni nidificanti sono presenti tutto l’anno, ma durante l’inverno il tarabuso è
più diffuso e abbondante, anche se il numero di individui svernanti è praticamente impossibile da stimare a causa
dell’elusività della specie. Negli ultimi 5-6 anni potrebbe essere più diffuso che in passato, sono infatti pervenute
segnalazioni da località dove questa specie non era stata precedentemente segnalata.
Ecologia
Il tarabuso nidifica in aree palustri con estesa copertura ad elofite, in particolare Phragmites australis, inondate e con
abbondante presenza di prede; sono favorite le aree con una complessa rete idrica (canali, fossi e chiari), che
favoriscono una diffusione capillare delle prede e danno luogo a un’elevata diversità ambientale anche su superfici
ristrette. Sono poco gradite le aree con marcate fluttuazioni del livello dell’acqua, mentre i siti di estensione inferiore
a 30-40 ettari difficilmente sono in grado di sostenere una popolazione, anche di piccole dimensioni; in aree planiziali
dove siano presenti dei sistemi complessi di zone umide adatte alla specie, questa appare in grado di costituire delle
metapopolazioni con le singole coppie che possono insediarsi anche in piccole zone umide (con un minimo di 2 ha di
canneto). Ad un’alta selettività in termini di habitat si contrappone un forte eclettismo alimentare: la dieta del
tarabuso include non soltanto pesci e anfibi, senz’altro le specie in generale più catturate, ma anche un gran numero
di invertebrati, roditori, ecc.. Negli ultimi anni, in alcuni siti (ad es. Massaciuccoli), l’alloctono gambero della Louisiana
(Procambarus clarkii) è divenuto una delle componenti principali della dieta del tarabuso.
Cause di minaccia
La specie è minacciata in tutto il suo areale dalla perdita di habitat dovuta alla bonifica, e dal loro deterioramento,
dovuto all’evoluzione della vegetazione verso stadi seriali meno igrofili; un’altra causa di minaccia è costituita
dall’impoverimento dei popolamenti di prede, dovuto all’inquinamento e a processi di eutrofizzazione. La
concentrazione della popolazione nei pochi siti idonei la rende inoltre particolarmente soggetta a fattori negativi che
incidono localmente. La presenza continua in un medesimo sito espone il tarabuso, più di altre specie di aironi,
all’accumulo di sostanze tossiche presenti nell’ambiente e quindi nei tessuti delle specie preda; tale fattore è
verosimilmente la principale causa del rapido declino della popolazione di Massaciuccoli. Le modificazioni ambientali
del padule di Castiglion della Pescaia, con la conseguente perdita della copertura vegetale, costituiscono una seria
minaccia per la sopravvivenza del tarabuso, avendo provocato la scomparsa della principale popolazione da cui
verosimilmente si irradiavano gli individui rilevati nei siti di minore estensione. Durante lo svernamento, il disturbo
antropico e gli abbattimenti illegali possono incidere localmente su piccole popolazioni svernanti o pregiudicarne
l’esistenza stessa.
Misure per la conservazione
Il ripristino di zone umide e la loro gestione attiva, volta a favorire un’elevata diversificazione della vegetazione e della
loro rete idrica, sono le principali misure che potrebbero favorire un incremento della popolazione. Le principali linee
guida per la gestione delle aree palustri dovrebbero pertanto prevedere un piano di tagli a rotazione della
vegetazione, in modo da favorire la presenza di canneti con differenti densità, definiti in base all’idrologia dell’area. Il
recupero a condizioni dulcicole del padule di Castiglion della Pescaia è di urgenza strettissima. A livello regionale
risulta di particolare importanza assicurare che le principali e più estese aree palustri offrano idonee condizioni per la
presenza di nuclei stabili della specie. A tal fine si possono indicare i seguenti obiettivi: buona qualità delle acque;
mantenimento di alti livelli di allagamento invernali-primaverili, senza marcate e rapide fluttuazioni in periodo di
nidificazione; gestione della vegetazione secondo piani di taglio a rotazione su parcelle individuate in base all’idrologia
del sito. Il riallagamento di terreni bonificati e messi in set-aside ha dato in altre regioni italiane risultati molto positivi.
Bibliografia ragionata
L’andamento della popolazione nidificante toscana, censita dal Dipartimento di Etologia Ecologia ed Evoluzione
dell’Università di Pisa in collaborazione con il Centro Ornitologico Toscano, è riportato fino al 1997 da Puglisi et al.
(1997), mentre Puglisi et al. (1995a e b, 1999, 2001), descrivono i termini del decremento della popolazione
nidificante a Castiglion della Pescaia ed alcuni aspetti dell’ecologia della specie sia in periodo di svernamento che di
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
131
Integrazioni – Documento 1
nidificazione. Singole segnalazioni di presenza provengono da indagini condotte nel Padule di Scarlino (Corsi et al.,
1999).
Segnalazioni presenti nell’archivio 164
Occhione Burhinus oedicnemus
Fauna d’Italia 110.483.0.001.0
Codice Euring 04590
Ordine Caradriformi
Famiglia Burinidi
Categoria UICN
Status in Italia In pericolo
Status in Toscana In pericolo
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Uccelli I
Riassunto
Legato agli ambienti aridi con scarsa copertura vegetale, in Toscana l’occhione è nidificante estiva e parzialmente
svernante. La popolazione toscana è oggi molto meglio conosciuta che in passato. Le cause di minaccia per questa
specie sono da ricercare principalmente nella perdita dell’habitat dovuta all’abbandono o alla progressiva riduzione
delle forme tradizionali di conduzione dei terreni e alla modifica e cementificazione degli alvei fluviali nelle aree di
pianura.
Distribuzione e tendenza della popolazione
L’occhione è distribuito in maniera discontinua in Europa, Asia e Nord-Africa; è presente nelle aree costiere e collinari
della Toscana meridionale e con nuclei puntiformi nella parte centrale e settentrionale della regione, con una
popolazione in continuità con quelle del Lazio. La specie è nidificante estiva ma anche parzialmente svernante, poiché
un nucleo di 10-20 individui passa l’inverno nelle pianure del Parco della Maremma. La consistenza della popolazione
nidificante è difficilmente stimabile, perché non è oggetto di rilievi, che devono essere necessariamente mirati a causa
delle abitudini notturne ed elusive della specie; le coppie nidificanti possono essere stimate in 75-200, per lo più
concentrate nel grossetano e nel senese. In particolare, per quanto riguarda queste due province, studi specifici
recenti e ad oggi inediti riportano la distribuzione dell’occhione in Val d’Orcia e nella Valle del Trasubbie. Nel primo
caso è stata indagata un’area di circa 250 km quadrati, comprendente parte del corso del Fiume Orcia e del Torrente
Formone; nei due anni d’indagine (1999 e 2000) è stata rilevata la presenza rispettivamente di 12 e 15 individui nel
periodo giugno-luglio. Nel secondo sito, il censimento condotto con il metodo del play back, ha evidenziato la
presenza di un numero non usuale di maschi: 22 individui diversi su un’area di studio di circa 13 km quadrati. In
entrambi i casi tali studi hanno permesso di valutare l’effettiva consistenza delle popolazioni di occhione, difficilmente
censibile con metodi non specifici, e di poter affermare l’importanza di queste due aree per la sua riproduzione.
Storicamente era molto più diffuso e comune, non vi sono invece indicazioni sull’andamento della popolazione negli
ultimi decenni. Il valore notevolmente più elevato della stima fornita in questa sede rispetto a quella del 1997,
riportata nell’Atlante della Toscana (20-40 cp), è riferibile solo al miglioramento delle conoscenze.
Ecologia
L’occhione si riproduce in terreni aperti e asciutti, con copertura del suolo scarsa e ridotta in altezza. Lo si ritrova
pertanto negli ampi alvei fluviali o comunque su suoli sassosi, su terreni aridi, pascoli magri, dune sabbiose,
salicornieti, garighe rade e coltivi, purché con copertura del terreno scarsa o discontinua. Si nutre prevalentemente di
insetti che caccia di notte; i terreni di alimentazione possono coincidere o meno con quelli di nidificazione e sono
frequenti i casi in cui gli occhioni si portano per alimentarsi su pascoli o campi a qualche chilometro di distanza dal
nido.
Cause di minaccia
La specie ha risentito della modernizzazione delle pratiche colturali, della bonifica delle zone umide salmastre, della
cessazione del pascolo e della canalizzazione dei letti fluviali. Localmente la predazione dei nidi da parte di volpi e
corvidi, così come gli abbattimenti illegali di individui in fase premigratoria autunnale, possono agire negativamente
sulle popolazioni.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
132
Integrazioni – Documento 1
Misure per la conservazione
Le misure più importanti per la conservazione dell’occhione sono probabilmente la conservazione dei residui tratti
fluviali con alvei estesi e ben conservati e il mantenimento/incremento del pascolo e delle attività agricole “a basso
impatto” in aree marginali o svantaggiate di collina e pianura, all’interno dell’areale regionale della specie. E’ inoltre
necessaria la conservazione in assetto naturale dei litorali sabbiosi e delle poche aree estese con mosaici di
vegetazione alofila (zone umide costiere del grossetano). La specie sembra essersi avvantaggiata in aree collinari della
pratica del set-aside; il prolungato abbandono e le opere di rimboschimento su terreni incolti dovrebbero essere
evitati dove è presente l’occhione. Localmente, potrebbe essere valutata l’opportunità di avviare operazioni di
controllo dei predatori. Una migliore conoscenza di distribuzione, consistenza numerica e tendenza delle popolazioni,
così come dei principali fattori limitanti, è estremamente necessaria anche al fine di definire al meglio le misure di
conservazione.
Bibliografia ragionata
Le notizie riportate da Meschini e Fraschetti (1989) su distribuzione e consistenza dell’Occhione in Toscana, sono state
integrate ed ampliate, aggiornate al 1996, nell’Atlante della Toscana (Favilli in Tellini Florenzano et al., 1997). Altre
segnalazioni e informazioni generali sulla presenza della specie sono reperibili in vari studi, riferiti ad ambiti territoriali
circoscritti (Val d’Orcia, Parco della Maremma, ecc.). Informazioni dettagliate e stime sulla consistenza delle
popolazioni nidificanti in due aree del senese e del grossetano (Crete Senesi e Valle del Trasubbie), derivano da due
studi inediti (Chechi, 2001; NEMO srl in prep.).
Segnalazioni presenti nell’archivio 109
Fratino Charadrius alexandrinus
Codice Fauna d’Italia
Codice Euring
Ordine Caradriformi
Famiglia Caradridi
Categoria UICN
Status in Italia Prossimo alla minaccia
Status in Toscana In pericolo
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Uccelli I
Distribuzione e tendenza della popolazione
Limicolo a distribuzione cosmopolita, in Toscana è presente sia come nidificante che come svernante, esclusivamente
lungo le coste, con maggiore continuità nelle parti meridionali della regione. La specie è stata oggetto di ricerche
mirate durante la nidificazione ed è compresa tra quelle interessate dai censimenti invernali degli uccelli acquatici. La
popolazione nidificante dovrebbe aggirarsi sulle 50-60 coppie, in diminuzione, concentrate per più della metà lungo le
coste meridionali, in continuità on quelle laziali. Durante lo svernamento sono presenti 30-50 individui, per lo più
lungo le coste maremmane e nella Laguna di Orbetello; una sola segnalazione per l’arcipelago, all’isola d’Elba. La
popolazione svernante è soggetta a marcate fluttuazioni annuali.
Ecologia
Il fratino è presente quasi esclusivamente su terreni sabbioso, in particolare sulle dune costiere nella prima fascia
colonizzata da associazioni psammofile o in salicornieti radi di zone umide costiere o retrodunali. Occasionalmente
può nidificare anche su terreni di riporto artificiali. Durante lo svernamento si trova su banchi di fango in aree umide
salmastre e lungo le coste, in particolare in prossimità delle foci di fiumi e canali.
Cause di minaccia
L’erosione delle coste sta provocando la perdita di alcune delle zone occupate dalla specie; il fratino risente
negativamente anche della presenza degli impianti balneari e delle attività nautiche, responsabili del disturbo in
periodi di nidificazione. E’ ipotizzabile che in alcune aree molto frequentate anche nei mesi primaverili, come ad
esempio la foce del Serchio, si verifichino casi di perdita di nidiate a causa della presenza di cani non tenuti al
guinzaglio. Nella laguna di Orbetello alcuni siti di origine artificiale occupati negli ultimi anni sono stati recentemente
oggetto di ulteriori interventi che li hanno resi, per il momento, inadatti.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
133
Integrazioni – Documento 1
Misure di conservazione
Il mantenimento in assetto naturale delle coste sabbiose e la limitazione, in periodo riproduttivo, del disturbo
antropico legato al turismo balneare, sembrano gli interventi prioritari in favore della specie. Nella Laguna di Orbetello
occorrerebbe garantire la presenza di aree con vegetazione discontinua e substrato grossolano, quali le casse di
colmata soprattutto se isolate rispetto alla terraferma e quindi inaccessibili ai predatori terrestri.
Bibliografia ragionata
Le informazioni sulla distribuzione e l’ecologia della popolazione toscana di fratino raccolte da Mainardi (1993-1994),
in periodo di nidificazione e da Arcamone et al. (1994) in periodo di svernamento sono state poi aggiornate e riassunte
nell’Atlante della Toscana (Mainardi in Tellini Florenzano et al., 1997). Altre segnalazioni provengono da una ricerca
effettuata in periodo riproduttivo in alcune delle principali zone umide toscane (Venturato et al., 2001)
Falco di palude Circus aeruginosus
Codice Fauna d’Italia 110.451.0.001.0
Codice Euring 02600
Ordine Accipitriformi
Famiglia Accipitridi
Categoria UICN
Status in Italia In pericolo
Status in Toscana In pericolo
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Uccelli I
Riassunto
Presente in Toscana sia come svernante che come nidificante. Nella regione è stimata la presenza di 15-20 femmine
nidificanti (la specie è poliginica). I principali fattori di minaccia sono rappresentati da modificazioni ambientali delle
zone umide (salinizzazione della Diaccia-Botrona) e dagli abbattimenti illegali.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie a corologia paleartico-paleotropicale-australasiana con distribuzione discontinua legata alla presenza di
ambienti idonei. In Italia è localizzato come nidificante soprattutto nella Pianura Padana, nelle regioni del centro e in
Sardegna con un numero totale di coppie stimato intorno a 70. In Toscana è presente come migratore, svernante e
nidificante. I siti di maggiore importanza sono distribuiti nelle zone umide costiere: le principali sono il comprensorio
di Massaciuccoli (8-11 coppie), il Padule della Diaccia Botrona (3-4 coppie), il Padule di Orti-Bottagone (1-3 coppie), il
Padule di Scarlino (1-4 coppie). Per quanto riguarda le aree interne, segnalazioni senza ulteriori prove di nidificazione
provengono dal Padule di Fucecchio, dalla piana di Firenze-Prato-Pistoia e dai Laghi di Chiusi e Montepulciano. Altre
aree, di importanza minore, sono rappresentate dal Padule della Contessa, dove si sono avuti tentativi di
colonizzazione da parte del falco di palude (la modificata gestione idraulica ha portato alla scomparsa del vegetazione
palustre), e la palude di Biscottino, dove 1 coppia nidifica regolarmente dagli anni ‘90. In Toscana dovrebbero essere
presenti 15-20 femmine nidificanti (i maschi di questa specie sono poliginici). Nel corso del 1900, la specie ha mostrato
un notevole declino a causa della riduzione delle zone umide e in seguito ad abbattimenti illegali; a partire dalla metà
degli anni ’90 del XX secolo, la popolazione nidificante della Diaccia Botrona si è dimezzata. Negli ultimi anni la
tendenza ha subito un’inversione, con ogni probabilità in seguito all’istituzione di aree protette (ad esempio il Padule
di Scarlino) e alla diminuzione degli abbattimenti; la popolazione nidificante presso il Lago di Massaciuccoli ha subito
un netto incremento. Il livello di conoscenza sulla distribuzione e consistenza della specie, nel periodo riproduttivo, è
da considerarsi buono.
Ecologia
Durante il periodo della nidificazione il falco di palude è strettamente legato alle zone umide (anche salmastre)
caratterizzate dalla presenza di estese formazioni elofitiche. Se in prossimità delle zone umide sono presenti notevoli
estensioni di aree idonee alla ricerca del cibo (in particolare pianure bonificate ricche di fossi, canali e altre aree
periodicamente allagate), all’interno dei canneti i nidi possono essere collocati a breve distanza fra loro. I nidi sono
costruiti a terra. Si alimenta soprattutto di piccoli Mammiferi, di uccelli acquatici e, in alcuni casi, di animali morti.
Cause di minaccia
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
134
Integrazioni – Documento 1
Attualmente il falco di palude sembra avere, a livello europeo, un favorevole stato di conservazione. Anche in Italia è
stabile o in leggero aumento. La popolazione toscana mostra un areale di distribuzione analogo a quello occupato
storicamente, tuttavia il degrado di vaste aree ha ridotto l’estensione degli habitat potenzialmente idonei. La
salinizzazione della Diaccia-Botrona ha portato, in anni recenti, ad una drastica riduzione dell’idoneità di una delle
aree più importanti per la specie a livello regionale. Durante la stagione invernale, gli abbattimenti illegali e il disturbo
indiretto dovuto all’attività venatoria rappresentano il maggior problema per la conservazione della specie. Da
valutare il pericolo derivante dall’intossicazione da piombo, per la tendenza a predare anatidi feriti o debilitati perché
affetti da saturnismo (patologia derivante dall’assorbimento sub-letale di piombo) e il disturbo (con eventuali
distruzioni di covate) provocato dagli incendi alla vegetazione elofitica.
Misure per la conservazione
La conservazione della specie è direttamente correlata alla presenza di aree umide soggette a minimo disturbo
antropico e caratterizzate dalla presenza di vaste estensioni di vegetazione elofitica. Inoltre la popolazione nidificante,
concentrata in relativamente poche aree, necessita di interventi di risanamento, tutela e gestione ambientale (Lago di
Massaciuccoli, Padule di Scarlino) e della diminuzione del livello di salinità delle acque almeno in parte della superficie
della Diaccia-Botrona.
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili su distribuzione e status della popolazione nidificante e svernante in Toscana, aggiornate al
1996, sono sintetizzate nell’Atlante della Toscana (Pezzo in Tellini Florenzano et al., 1997). Per le province di Siena e
Grosseto sono disponibili informazioni sull’areale distributivo e sul numero di coppie nidificanti in Scoccianti e
Scoccianti (1995).
Segnalazioni presenti nell’archivio 93
Albanella reale Circus cyaneus
Fauna d’Italia 110.451.0.002.0
Codice Euring 02610
Ordine Accipitriformi
Famiglia Accipitridi
Categoria UICN
Status in Italia Estinto
Status in Toscana
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Uccelli I
Riassunto
Rapace tipico degli ambienti aperti, è presente in Toscana solo come svernante, con 80-250 individui, concentrati
soprattutto nelle aree costiere, incluso l’arcipelago, e nelle aree collinari interne. Il principale problema per la specie
sembra costituito dagli abbattimenti illegali.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Nidifica sia nel Paleartico che nel Neartico, compiendo movimenti migratori verso le parti più meridionali delle due
regioni biogeografiche, soprattutto a carico delle popolazioni più settentrionali. Le popolazioni europee svernano
anche nel Nord Africa; durante lo svernamento, in Toscana, l’albanella reale è più numerosa presso le principali zone
umide della fascia costiera settentrionale, in Maremma e nell’arcipelago; nelle aree interne la si rinviene in alcuni
complessi collinari (Val di Cecina, Colline senesi e grossetane), lungo il corso dell’Arno nonché nelle zone umide
interne quali il Padule di Fucecchio, il Lago di Bilancino (FI), i Laghi di Chiusi e Montepulciano, alcuni invasi nell’Aretino;
frequenta inoltre, almeno periodicamente, anche le aree montane (es. Apuane) fino a almeno 1000 m di quota. La
specie è oggetto di regolari conteggi soltanto nelle zone umide e nei principali dormitori circostanti a queste. La
popolazione toscana potrebbe essere costituita da 80-250 individui. Le fluttuazioni rilevanti nel numero di individui
censiti annualmente potrebbero mascherare una tendenza all’aumento negli ultimi anni.
Ecologia
Questo rapace frequenta, sia per lo svernamento che per la nidificazione, una vasta gamma di ambienti aperti: pascoli,
coltivi, incolti, praterie, zone umide, garighe, brughiere e zone cespugliate. Caccia volando a pochi metri dal suolo e
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
135
Integrazioni – Documento 1
durante lo svernamento si disperde su vaste superfici per l’alimentazione diurna, mentre per il riposo notturno sono
possibili concentrazioni anche di alcune decine di individui, per lo più all’interno di zone umide con discreta copertura
vegetale o in località riparate in aree collinari.
Cause di minaccia
Al momento la principale fonte di minaccia sembra costituita dagli abbattimenti illegali, cui probabilmente questa
specie è particolarmente soggetta, date le tecniche di caccia adottate e gli ambienti frequentati. Parimenti, il disturbo
esercitato dalla caccia attorno ad alcune zone umide potrebbe pregiudicarne l’utilizzo come aree di riposo notturno.
Le modificazioni del paesaggio agrario, dovute sia all’abbandono delle aree sfavorevoli, sia alla perdita di eterogeneità
ambientale nelle zone più adatte, provocano inoltre perdita e degradazione degli habitat.
Misure per la conservazione
L’attuazione di una reale ed efficace protezione, sia diretta che delle aree utilizzate, è probabilmente la più urgente
misura attuabile per migliorare lo status di conservazione della specie. Sarebbe inoltre utile attuare politiche agricole
tendenti a favorire la presenza di aree agricole “tradizionali”.
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili su distribuzione e status della specie in Toscana, aggiornate al 1996, sono sintetizzate
nell’Atlante della Toscana (Sposimo in Tellini Florenzano et al., 1997); la distribuzione dell’albanella reale è analizzata
con riferimento particolare alle parti meridionali della regione, riportando anche alcune caratteristiche dello
svernamento e dei problemi di conservazione nell’area, da Scoccianti e Scoccianti (1995). Singole segnalazioni sono
contenute in studi a scala locale (LIPU, 1999; Corsi e Porciani, 1999).
Segnalazioni presenti nell’archivio 293
Albanella minore Circus pygargus
Fauna d’Italia 110.451.0.004.0
Codice Euring 02630
Ordine Accipitriformi
Famiglia Accipitridi
Categoria UICN
Status in Italia Vulnerabile
Status in Toscana In pericolo
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Uccelli I
Riassunto
Specie tipica degli ambienti aperti, nidifica in differenti aree della Toscana. Le popolazioni più significative si trovano
probabilmente nelle aree collinari o pianeggianti centro-meridionali, dove dovrebbe essere presente almeno la metà
delle 50-100 coppie (fluttuanti) stimate per la regione. La perdita di ambienti aperti alle quote più elevate, ma
soprattutto l’elevato tasso di perdita delle covate deposte nei coltivi delle zone pianeggianti e collinari, costituiscono le
maggiori minacce per la conservazione di questo rapace.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie a distribuzione euro-asiatica, con quartieri di svernamento in Africa, è diffusa in maniera discontinua in tutta la
Toscana con differenti nuclei: nell’Appennino orientale, sulle Apuane, nell’area pisana e soprattutto nelle aree collinari
e pianeggianti della Toscana centro-meridionale, che sono in continuità con le popolazioni laziali; segnalazioni
provengono anche da aree collinari e montane settentrionali come Mugello e Monti della Calvana e Abetone. La
specie è abbastanza ben conosciuta, sia grazie progetti di ricerca e salvaguardia mirati, sia grazie ad alcuni studi
sull’avifauna nidificante condotti a scala regionale o provinciale (Provincia di Arezzo); la sua consistenza è valutata in
50-100 coppie, con fluttuazioni inter-annuali che potrebbero in parte nascondere un’apparente tendenza al
decremento.
Ecologia
Questa specie è tipica di ambienti aperti con alta copertura erbacea; originariamente legata ad ambienti steppici o
peripalustri, si è poi adattata a occupare anche aree coltivate a cereali o foraggere, pascoli, incolti, brughiere,
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
136
Integrazioni – Documento 1
arbusteti (in particolare quelli a dominanza di eriche e/o Ulex europaeus) e giovani piantagioni di alberi. Il nido viene
costruito sul terreno, spesso più coppie nidificano a breve distanza le une dalle altre. Le aree di alimentazione possono
estendersi sino ad alcuni chilometri di distanza dal nido; soprattutto in aree ad agricoltura intensiva, vengono spesso
perlustrati gli ambienti marginali (incolti, fossi, canali, aree prossime a siepi, bordi di strade campestri), dove sono
ricercati insetti, piccoli mammiferi e uccelli, spesso nidiacei.
Cause di minaccia
I fattori che influenzano negativamente le popolazioni di albanella minore sono diversi nelle differenti zone occupate:
in aree montane, submontane e collinari, la perdita di ambienti aperti dovuta all’abbandono, alla cessazione/riduzione
del pascolo e all’evoluzione della vegetazione nelle praterie, nelle brughiere e negli arbusteti, portano certamente a
una riduzione dell’habitat disponibile. Nelle aree pianeggianti, la modernizzazione dell’agricoltura, con la scomparsa di
ambienti marginali, induce le albanelle minori a nidificare nei coltivi, dove la mietitura/sfalcio meccanizzati possono
ridurre o addirittura annullare il successo riproduttivo; in tali aree è possibile che la specie risenta, direttamente o
indirettamente, anche dell’uso dei pesticidi.
Misure per la conservazione
Nelle aree collinari e montane è necessario il mantenimento di complessi mosaici ambientali, dove siano ben
rappresentati le praterie e gli arbusteti. Nelle aree coltivate di pianura sono frequentemente necessari interventi
diretti di salvaguardia (recinzione dei nidi individuati prima delle operazioni di sfalcio o mietitura), per preservare
l’integrità delle nidiate; sempre in queste aree, un recupero dell’assetto e delle pratiche colturali tradizionali
favorirebbe certamente la specie.
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili su distribuzione e status della specie in Toscana, aggiornate al 1996, sono sintetizzate
nell’Atlante della Toscana (Giannella in Tellini Florenzano et al., 1997); la specie è analizzata in modo più completo per
la Toscana meridionale, da Scoccianti e Scoccianti (1995). Segnalazioni relative alla presenza dell’albanella minore in
periodo riproduttivo (sebbene quasi sempre senza indicazioni precise sull’effettiva avvenuta nidificazione), sono
reperibili in studi condotti a scala locale (LIPU, 1999; Giovacchini, 2001; Corsi e Porciani, 1999).
Segnalazioni presenti nell’archivio 139
Garzetta Egretta garzetta
Codice Fauna d’Italia110.420.0.002.0
Codice Euring 01190
Ordine Ciconiformi
Famiglia Ardeidi
Categoria UICN
Status in Italia
Status in Toscana Prossimo alla minaccia
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Uccelli I
Riassunto
In Toscana è distribuita lungo il corso dell’Arno e della Sieve, nell’alta Val di Chiana, nell’alta Val di Paglia e lungo la
costa maremmana. La popolazione toscana è stimabile in circa 850 coppie ed è in espansione, numerica e di areale, in
analogia con il resto dell’Italia e della regione mediterranea. Nidifica in colonie su formazioni arboree ripariali di varia
tipologia, in prossimità di zone umide. Tagli, incendi e altri interventi diretti sulle garzaie, insieme alle variazioni del
livello e delle caratteristiche delle acque costituscono serie minacce. La protezione con specifici atti normativi dei siti
riproduttivi può rappresentare un primo importante passo per garantire futuri interventi gestionali sulle garzaie e sulle
zone di alimentazione.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie distribuita nel Paleartico, nell’Africa tropicale, nella regione Asiatica e in quella Australasiana, in Italia è specie
migratrice e nidificante, diffusa soprattutto al nord; molto più localizzata al centro e in Sardegna; parzialmente
svernante. In Toscana è migratrice e nidificante; la nidificazione è stata accerta nell’ultimo decennio all’interno di nove
garzaie, occupate non sempre con regolarità: Padule di Fucecchio (due colonie in Provincia di Pistoia), lago della
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
137
Integrazioni – Documento 1
Maddalena (GR), laguna di Orbetello (GR), pineta delle Marze (GR), invaso di Bilancino (FI; abbandonata nel 1999), ex
aree estrattive del Poderaccio e di Figline (FI), Renai di Signa (FI), bonifica di Grecciano (LI). Dai dati di un censimento
regionale effettuato nel 2002 risulta che circa 850 coppie nidificano in otto garzaie.
Negli ultimi vent’anni in Toscana si è registrato un sensibile aumento dell’areale distributivo e delle coppie nidificanti.
Tale tendenza positiva è in linea con l’andamento in atto a livello nazionale e in alcuni paesi della regione
mediterranea (Francia, Spagna).
Ecologia
Specie gregaria in periodo riproduttivo, nidifica su formazioni arboree ripariali di varia tipologia (pioppeti, saliceti,
ontanete, pinete), generalmente di dimensioni superiori a 1 ettaro; può nidificare anche a pochi metri dal suolo, in
canneti e salicornieti (ad es. isolotto di Neghelli della laguna di Orbetello, 0,5 – 2 m dal suolo). La garzetta costruisce il
nido su esemplari arborei anche di piccola dimensione (1,5 -2 m), anche se generalmente l’altezza dei nidi si
distribuisce attorno a 10 m. Quasi sempre le colonie non sono monospecifiche, ma alla garzetta si associa la Nitticora
Nycticorax nycticorax e, frequentemente, Sgarza ciuffetto Ardeola ralloides e, non in Toscana, Airone rosso Ardea
purpurea; in alcune delle garzaie toscane a questi ardeidi si associano anche Airone cenerino Ardea cinerea e
Mignattaio Plegadis falcinellus. Le colonie sono poste in prossimità di zone umide, utilizzate come zone di
alimentazione (pesci, anfibi, larve di insetti).
Cause di minaccia
Interventi diretti sulle alberature delle garzaie (abbattimento, potatura, incendio) possono portare alla locale
scomparsa o alla drastica diminuzione della specie. Anche le variazioni del livello delle acque potrebbero costituire
(come è avvenuto ad esempio presso le garzaie di Bilancino, di Chiusi e dei Renai di Signa) una seria minaccia alla
sopravvivenza della colonia, anche per la conseguente facilitazione all’accesso umano, con più probabili episodi di
disturbo antropico. Era inserita nella Lista rossa degli uccelli nidificanti in Toscana tra le specie rare, a causa delle
ridotte dimensioni della sua popolazione.
Misure per la conservazione
La protezione con specifici atti normativi dei siti riproduttivi può rappresentare un primo importante passo per
garantire futuri interventi gestionali che favoriscano la specie, rivolti sia al sito che all’area circostante (aree di
alimentazione, individuazione di siti alternativi).
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili su distribuzione e status della specie in Toscana, aggiornate al 1996, sono sintetizzate
nell’Atlante della Toscana (Battaglia e Sacchetti in Tellini Florenzano et al., 1997). Un’esame dettagliato delle garzaieè
stato realizzato da N. Baccetti, F. Cianchi, G. Ceccolini, D. Occhiato, S. Nocciolini, G. Battaglia in una recente
pubblicazione di Scoccianti e Tinarelli (1999), relativa alle garzaie toscane. Informazioni sull’ecologia e la distribuzione
italiana della specie sono fornite da Alieri e Fasola in Brichetti et al. (1992). Dati recenti sulle garzaie del Padule di
Fucecchio sono contenuti in Corsi et al. (2000) e Bartolini et al. (2001). Altre segnalazioni sono contenute in vari studi a
scala locale (LIPU, 1999; Venturato et al., 2001; Quaglierini et al., 2001; Lebboroni et al., 2001; Dinetti, 2002).
Segnalazioni presenti nell’archivio 130
Cavaliere d’Italia Himantopus himantopus
Fauna d’Italia 110.481.0.001.0
Codice Euring 04550
Ordine Caradriformi
Famiglia Recurvirostridi
Categoria UICN
Status in Italia Prossimo alla minaccia
Status in Toscana Vulnerabile
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Uccelli I
Riassunto
In Toscana è distribuito principalmente lungo la costa; le principali aree riproduttive sono costituite dal Lago di
Massaciuccoli, dalla Laguna di Orbetello e dal padule della Diaccia Botrona. La popolazione toscana pare
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
138
Integrazioni – Documento 1
sostanzialmente stabile, anche se notevolmente fluttuante. La consistenza della popolazione nidificante, potrebbe
pertanto oscillare tra 20 e 200 coppie. Le maggiori minacce sono rappresentate dalla predazione delle uova, ad opera
soprattutto di volpi, e dalle variazioni di livello delle acque. Per favorire una maggiore regolarità di nidificazione
occorre pertanto gestire il livello delle acque delle aree di riproduzione e studiare misure di prevenzione e difesa delle
colonie dai predatori. Risultati potenzialmente assai interessanti potrebbero inoltre provenire dalla creazione di nuove
aree acquitrinose in coltivi in abbandono temporaneo, utilizzando anche finanziamenti comunitari specifici.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie cosmopolita, in Italia è presente nella Pianura Padana e lungo le zone umide costiere, soprattutto tirreniche,
comprese quelle della Sicilia e della Sardegna; più localizzato nell’interno. In Toscana è migratore e nidificante,
distribuito principalmente lungo la costa pisana, livornese e grossetana, oltre che in alcuni siti lungo la valle dell’Arno e
in Val di Chiana. I siti riproduttivi più importanti dal punto di vista della consistenza numerica, negli ultimi vent’anni,
sono risultati il padule di Massaciuccoli, la laguna di Orbetello (e territori contermini) e il padule della Diaccia Botrona.
Per quanto riguarda le aree interne, un importante sito riproduttivo è costituito dagli stagni artificiali della piana tra
Firenze e Prato dove, negli anni 1998-2000, è stata stimata la presenza di oltre 30 coppie; in tale sito tuttavia, il
successo riproduttivo è apparso piuttosto modesto, a causa del disturbo antropico diretto e indiretto arrecato durante
la nidificazione e prima dell’involo dei giovani. Nel Padule di Fucecchio si sono avuti tentativi di nidificazione nel 2000
e nel 2001; altre aree interne sono interessate da nidificazioni sporadiche e irregolari (Castelnuovo dei Sabbioni,
Castiglion Fiorentino, Lago di Montepulciano). La popolazione toscana appare fluttuante, dopo il crollo numerico
avvenuto alla metà degli anni ’80 del XX secolo: la consistenza della popolazione nidificante varia pertanto da 20 a 200
coppie.
Ecologia
Legato in ogni periodo dell’anno agli ambienti umidi, in Toscana nidifica in zone acquitrinose, stagni artificiali, vasche
di zuccherifici; nel resto dell’Italia utilizza anche risaie e saline. Specie prevalentemente gregaria, nidifica per lo più in
piccole colonie, ma sono frequenti i casi di nidificazione isolata. Si nutre di piccoli invertebrati.
Cause di minaccia
Le variazioni del livello delle acque, soprattutto nei siti di nidificazione artificiali (stagni, vasche di zuccherifici)
potrebbe spiegare gran parte delle fluttuazioni della popolazione toscana; queste aree infatti vengono spesso
svuotate, a scopi gestionali, proprio nel periodo primaverile-estivo. Una ulteriore minaccia è rappresentata dalla
predazione delle uova, ad opera soprattutto di volpi. Era inserito nella Lista rossa degli uccelli nidificanti in Toscana tra
le specie rare, a causa delle ridotte dimensioni della sua popolazione.
Misure per la conservazione
La gestione idrologica delle aree di riproduzione, favorirebbe sicuramente una maggiore regolarità di nidificazione; in
tutte le aree umide artificiali occorrerebbe una specifica programmazione delle modalità e della tempistica delle
operazioni di manutenzione dei corpi d’acqua; in particolare, nella piana tra Firenze e Prato è necessario evitare che
tutti gli stagni, destinati all’attività venatoria, vengano prosciugati nello stesso anno compromettendo così l’intera
stagione riproduttiva. Occorre inoltre studiare misure di prevenzione e di difesa delle colonie dai predatori,
soprattutto per i siti nella laguna di Orbetello e nei terreni contermini. Di particolare importanza potrebbe essere
inoltre la realizzazione di nuove zone umide; attraverso finanziamenti Comunitari del fondo FEOGA sono stati creati in
passato in Italia “prati umidi” in ex-seminativi ritirati dalla produzione; l’efficacia dell’applicazione delle misure
previste da tale regolamento trova alcuni esempi in aree dell’Emilia Romagna, ove sono stati condotti studi di impatto
sulla fauna a partire dal 1996. In queste aree, grazie ad una gestione differenziata della copertura vegetale (sia
acquatica che non), si sono ottenuti ambienti idonei a specie dalle esigenze differenti, sia in periodo riproduttivo, sia
durante le soste nel periodo migratorio, sia durante l’inverno.
Bibliografia ragionata
Un’esauriente illustrazione dell’indagine nazionale sulla specie, relativa agli anni ’80, è contenuta in Tinarelli (1990). La
distribuzione in Toscana della specie è riportata da Cocchi in Tellini Florenzano et al. (1997). Informazioni sul sito della
Diaccia Botrona sono fornite da Puglisi et al. (1995); notizie del sito di Orbetello, relative agli anni ’80 e precedenti,
sono contenute in Calchetti et al. (1988). Indicazioni sulla consistenza numerica della specie in alcune tra le più
importanti zone umide Toscane sono contenute in Venturato et al. (2001). Altre segnalazioni sono reperibili in alcuni
studi a scala locale (LIPU, 1999; Dinetti, 2002; Quaglierini et al., 2001). Indicazioni sulla creazione e gestione di zone
umide in Emilia Romagna sono contenute in Tinarelli (1999a e 1999b).
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
139
Integrazioni – Documento 1
Segnalazioni presenti nell’archivio 316
Tarabusino Ixobrychus minutus
Fauna d’Italia 110.416.0.002.0
Codice Euring 00980
Ordine Ciconiformi
Famiglia Ardeidi
Categoria UICN
Status in Italia Prossimo alla minaccia
Status in Toscana Vulnerabile
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Uccelli I
Riassunto
Il tarabusino è in generale forte decremento, presumibilmente per il peggioramento delle condizioni di svernamento e
migrazione in Africa. Il mantenimento di adeguate condizioni ambientali nelle aree occupate è attualmente il solo
intervento possibile nell’areale di nidificazione. La popolazione toscana è stimata in 100-200 coppie.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Questo piccolo airone nidifica nelle regioni Paleartica, Austaloasiatica ed Afrotropicale; in Europa è presente quasi
ovunque, ad eccezione dei Paesi più settentrionali e delle isole britanniche; sverna in Africa. In Toscana è presente
abbastanza diffusamente e in particolare nelle aree costiere settentrionali, della Maremma e in Val di Chiana; per
quanto riguarda altre aree interne, risulta numericamente rilevante nelle zone umide localizzate lungo il corso
dell’Arno, fino a Firenze. La specie non è oggetto di specifici progetti di monitoraggio, ma il buon grado di conoscenza
dell’avifauna delle zone umide toscane permette una conoscenza di massima della popolazione. La specie è presente
con 100-200 coppie; analogamente a quanto accade nel resto dell’areale europeo, il tarabusino è in forte calo.
Ecologia
Nidifica e si alimenta all’interno della vegetazione palustre in zone umide di acqua dolce, anche di estensione modesta
o frammentata. Per questo la sua presenza non è confinata alle zone palustri, ma la specie si trova anche lungo canali
e fiumi a corso lento, bacini estrattivi abbandonati, purché caratterizzati dalla presenza di vegetazione ripariale, in
particolare fragmiteti, anche con alberi ed arbusti sparsi. In particolare, è generalmente più numeroso nei canneti più
folti ed evoluti. L’alimentazione può avvenire anche ad una certa distanza dal nido, spesso nelle zone di interfaccia
acqua/vegetazione, sempre su suoli allagati. La nidificazione può avvenire singolarmente o in “colonie lasse”.
Cause di minaccia
Per quanto il degrado di molte zone umide o corsi d’acqua (inquinamento dell’acqua, canalizzazione, interramento e
riempimento di specchi d’acqua) abbia sicuramente un certo impatto negativo sulle popolazioni nidificanti, le
principali cause di minaccia sembrano risiedere nelle peggiorate condizioni di svernamento e migrazione, causate
dall’aumento della desertificazione in Africa. La scomparsa dei canneti ha provocato l’estinzione locale del tarabusino
dal padule di Castiglion della Pescaia. Anche le attività di gestione della vegetazione palustre, condotte a fini venatori
o anche conservazionistici, possono danneggiare il tarabusino qualora i tagli (o gli incendi) dei canneti siano fra loro
molto ravvicinati e interessino una porzione eccessivamente elevata della superficie di tali ambienti presente nel sito.
Misure per la conservazione
Il ripristino di condizioni dulciacquicole nel padule di Castiglion della Pescaia potrebbe portare in tempi rapidi ad una
ripresa locale della specie; da un punto di vista più generale il controllo della qualità delle acque e dei processi di
interramento delle zone umide, unitamente al mantenimento delle sponde di canali e fiumi a corso lento in assetto
naturale, appaiono i principali interventi gestionali attuabili in favore della specie nei quartieri di nidificazione. Tali
interventi sono attuabili con successo anche in zone umide di piccole dimensioni, poiché il tarabusino si dimostra
meno selettivo di altre specie di Ardeidi nei confronti delle dimensioni dell’area allagata, e si dimostra inoltre
relativamente tollerante della presenza umana.
Bibliografia ragionata
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
140
Integrazioni – Documento 1
Le informazioni disponibili su distribuzione e status della specie in Toscana, aggiornate al 1996, sono sintetizzate
nell’Atlante della Toscana (Occhiato in Tellini Florenzano et al., 1997). Singole segnalazioni o informazioni generiche di
presenza/assenza della specie, sono contenute in numerosi studi condotti in varie zone umide (Scoccianti et al., 1999;
LIPU, 1999; Quaglierini, 2000; Gustin, 2001; Dinetti, 2002). Il tarabusino è stato inoltre oggetto di una ricerca sul
comportamento spaziale e sulle implicazioni di questo a fini conservazionistici (Pezzo et al., 2001)
Segnalazioni presenti nell’archivio 205
Gabbiano corso Larus audouinii
Codice Fauna d’Italia 110.508.0.002.0
Codice Euring 05880
Ordine Caradriformi
Famiglia Laridi
Categoria UICN Prossimo alla minaccia
Status in Italia In pericolo
Status in Toscana In pericolo
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Uccelli I
Riassunto
Specie coloniale, nidifica quasi esclusivamente su coste rocciose di isole e isolette. I contingenti toscani (numero di
coppie fluttuante da qualche unità a 185; 174 nel 1999) fanno probabilmente parte di una più ampia metapopolazione
distribuita anche su Sardegna e Corsica. Le colonie mostrano forte mobilità inter-annuale: l'isola toscana dove la
nidificazione è più regolare è attualmente Capraia. E’ minacciata soprattutto dal disturbo antropico (attività balneari e
nautiche) nel periodo riproduttivo, dall’aumento del competitore/predatore gabbiano reale e da cause ancora non
identificate ma probabilmente riconducibili a fluttuazioni nella disponibilità di risorse trofiche nel periodo riproduttivo.
Occorrono ulteriori ricerche sui rapporti fra localizzazione delle colonie, successo riproduttivo e disponibilità di risorse
trofiche, un costante monitoraggio delle colonie, azioni di informazione/sensibilizzazione, regolamenti circa lo
sbarco/accesso alle colonie e anche una seria presa in esame del “problema” gabbiano reale.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie nidificante esclusivamente nel bacino del Mediterraneo, con il 90% circa della popolazione complessiva
concentrata in Spagna; gran parte degli effettivi sverna lungo le coste dell’Africa occidentale, dal Marocco al Senegal.
In Toscana nidifica in varie isole dell’Arcipelago: regolarmente a Capraia e in modo più irregolare nelle altre isole
(Giglio, Elba e isolotti satelliti, Montecristo, Gorgona). Dal 2000 nidifica a Pianosa, dove nel 2001 e 2002 hanno avuto
sede le maggiori colonie dell’Arcipelago. La popolazione toscana è verosimilmente parte di una più ampia
metapopolazione distribuita su Sardegna, Corsica e Arcipelago Toscano. La distribuzione del gabbiano corso
nell’Arcipelago è stata monitorata dalla fine degli anni ’70 al 1990 circa. Dal 1999 i censimenti vengono nuovamente
svolti ogni anno sull’intero Arcipelago Toscano. La notevole mobilità inter-annuale delle colonie rende estremamente
oneroso il monitoraggio di questa specie, in quanto dati derivanti da indagini che non abbiano coperto tutti i siti
potenziali nel corso di una stagione riproduttiva non possono essere considerati completi; anteriormente al 1999,
sembra che un’indagine esaustiva sia stata compiuta solo nel 1988. La consistenza della popolazione di gabbiano corso
nidificante nell’Arcipelago è assai variabile: dalla fine degli anni ’70 a oggi è risultata compresa fra poche unità e 185
coppie; nel 1999 sono state censite circa 174 coppie suddivise in 3 distinte colonie (Capraia, Elba e Giglio). Nel 2000 le
colonie rilevate sono state 3 (Capraia, Giglio e Pianosa) per un totale di 172 coppie. Nel 2001 e 2002, l’isola di Pianosa
ha ospitato la maggior parte della popolazione toscana, con circa 100 coppie. La tendenza della popolazione toscana
deve essere inquadrata nell’ambito della metapopolazione sopra descritta che, almeno negli ultimi anni, appare
sostanzialmente stabile. La popolazione complessiva ha subito un notevolissimo incremento negli ultimi 30 anni (da
circa 1.000 coppie stimate nel 1966 a circa 20.000 attuali), concentrato quasi interamente in Spagna.
Ecologia
Nidifica tipicamente su coste rocciose, non mostrando particolari preferenze rispetto a pendenza, esposizione e
copertura della vegetazione; le colonie sono quasi sempre localizzate in ambienti insulari e microinsulari. Notevole
eccezione a quanto sopra è rappresentata dalla colonia del delta dell’Ebro (Spagna), nata all’inizio degli anni ’80 in un
ambiente di palude salmastra, e che ad oggi ospita oltre il 50 % della popolazione totale della specie. Si nutre
pescando attivamente piccoli pesci,,soprattutto Clupeidi e Cefalopodi, che ricerca prevalentemente di notte entro i
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
141
Integrazioni – Documento 1
margini della piattaforma continentale; le maggiori colonie spagnole utilizzano ampiamente gli scarti delle flotte
pescherecce.
Cause di minaccia
Nell’Arcipelago le principali cause di minaccia sembrano rappresentate dal disturbo nel periodo riproduttivo causato
dalle attività balneari/nautiche (causa presumibile dell’abbandono di una delle tre colonie rilevate nel 1999) e dalla
competizione, soprattutto per la scelta dei siti di nidificazione, con il più aggressivo gabbiano reale Larus cachinnans,
in costante aumento. Altre cause di minaccia, di importanza presumibilmente minore o sconosciuta, sono:
contaminazione da metalli pesanti e derivati organoclorurati; riduzione degli stock ittici; predazione di uova e nidiacei
da parte di gabbiano reale, corvo imperiale Corvus corax, pellegrino Falco peregrinus e, forse localmente martora
Martes martes (Elba), nonchè cani e gatti sfuggiti alla domesticità (potenzialmente in tutte le isole maggiori).
Misure per la conservazione
Le misure di seguito indicate sono tratte dall’Action Plan internazionale e da quello recentemente realizzato per
l’Italia; non sono citate le misure già adottate in Toscana (ad es. designazione di ZPS e/o SIC per tutti i siti di
nidificazione). Svolgere regolari campagne di monitoraggio; effettuare ricerche sull’impatto effettivo delle principali
cause di minaccia; prevenire il disturbo antropico mediante campagne di informazione e sensibilizzazione (in corso su
gran parte dell’Arcipelago: Progetto LIFE) e mediante divieti temporanei di attracco (in corso da alcuni anni nella costa
meridionale di Capraia: Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano) e ancoraggio presso le colonie; controllo delle
popolazioni dei principali competitori/predatori (gabbiano reale, cani e gatti); promuovere un divieto di navigazione
per le petroliere attorno alle isole dell’Arcipelago; promuovere la messa a punto di un protocollo standard per il
monitoraggio e la ricerca al fine di limitare il disturbo durante la nidificazione.
Bibliografia ragionata
Le misure di conservazione necessarie per questa specie sono riportate nell’Action Plan prodotto dal Consiglio
d’Europa (Lambertini in Heredia et al., 1996) e quindi aggiornate e maggiormente dettagliate per l’Italia a cura
dell’INFS (Baccetti et al 2001). Quest'ultimo lavoro contiene anche i dati dei censimenti toscani, relativi agli ultimi
anni. Un lavoro che sintetizza 10 anni di monitoraggio del gabbiano corso in Toscana è stato pubblicato da Lambertini
(1993). Lo status della specie in Toscana, aggiornato sino a circa il 1995, è illustrato sempre da Lambertini in Tellini
Florenzano et al. (1997). Dati aggiornati sui risultati del monitoraggio condotto nell’ambito del Progetto LIFE si
ritrovano nei Rapporti Tecnici prodotti annualmente dalla Regione Toscana per la Commissione Europea (Sposimo
1998; Sposimo et al. in prep.). I dati relativi all’isola di Pianosa sono contenuti in Arcamone e Sposimo (2002). Le
colonie storiche sono state descritte da Baccetti (2001).
Segnalazioni presenti nell’archivio 184
Nibbio bruno Milvus migrans
Fauna d’Italia 110.444.0.001.0
Codice Euring 02380
Ordine Accipitriformi
Famiglia Accipitridi
Categoria UICN
Status in Italia Vulnerabile
Status in Toscana Prossimo alla minaccia
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Uccelli I
Riassunto
Il nibbio bruno vive generalmente in aree dove la copertura boschiva si alterna a zone aperte, e spesso anche di zone
umide, utilizzate per la ricerca del cibo. Le misure di conservazione da adottare per la popolazione toscana, modesta
(40-60 coppie) ma apparentemente piuttosto stabile, consistono principalmente nel mantenimento degli ambienti
aperti e in particolare degli agroecosistemi tradizionali ad alta eterogeneità e dei boschi ripariali.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Diffusa in tutti i continenti a eccezione di quello americano, questa specie è presente in Toscana quasi esclusivamente
nelle aree collinari del grossetano e del senese e nella Valdichiana meridionale, in continuità con le popolazioni laziali
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
142
Integrazioni – Documento 1
e umbre. Recenti ricerche sui rapaci diurni della Toscana meridionale hanno permesso di migliorare notevolmente le
conoscenze, in precedenza piuttosto sommarie, su questa specie, la cui consistenza è stimata in 40-60 coppie. Dalla
letteratura storica e dai dati degli ultimi decenni la specie sembra che sia sempre stata piuttosto rara nella regione,
subendo comunque evidenti fluttuazioni. Nel corso degli anni ’90 del XX secolo sembra aver subito un decremento
numerico, ma le informazioni disponibili non sono sufficienti a supportare tale affermazione.
Ecologia
Nidifica in aree alberate o boschive alternate a zone aperte, spesso in prossimità di zone umide. La ricerca del cibo
avviene in prati, pascoli, coltivi, fiumi e specchi d’acqua, ma utilizza anche le discariche. Il nibbio bruno è infatti molto
adattabile in termini alimentari, nutrendosi sia di piccole prede, sia di carogne e rifiuti.
Cause di minaccia
Potenzialmente, la principale causa di minaccia per il nibbio bruno è rappresentata dalla prevista riduzione delle
discariche. La perdita degli agroecosistemi tradizionali nelle zone pianeggianti e collinari rende tali aree meno idonee
alla specie, che è inoltre minacciata dalla cementificazione degli alvei e dal taglio delle formazioni ripariali.
Misure per la conservazione
La conservazione del nibbio bruno in Toscana non è di importanza tale da suggerire la necessità di prevedere delle
risorse alternative in caso di chiusura delle discariche utilizzate da questa specie. Il mantenimento di agroecosistemi
complessi, la tutela della naturalità degli alvei fluviali e la protezione dei boschi igrofili sono le misure da adottare per
la salvaguardia del nibbio bruno.
Bibliografia ragionata
Scoccianti e Scoccianti (1995) riportano i dati distributivi della specie nelle province di Siena e Grosseto; il quadro
generale sulla presenza della specie in Toscana, aggiornato al 1996, è fornito dall’Atlante della Toscana (Nardi in Tellini
Florenzano et al., 1997).
Segnalazioni presenti nell’archivio 60
Nibbio reale Milvus milvus
Fauna d’Italia 110.444.0.002.0
Codice Euring 02390
Ordine Accipitriformi
Famiglia Accipitridi
Categoria UICN
Status in Italia In pericolo
Status in Toscana
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Uccelli I
Riassunto
Questo rapace, presente in Toscana ormai solo come svernante con 5-15 individui, è legato ad ambienti aperti con
presenza di pascoli e terreni a conduzione agricola tradizionale; le trasformazioni ambientali e gli abbattimenti illegali
sono le principali cause di minaccia per il mantenimento della popolazione toscana. Reintroduzioni effettuate nel
senese nel corso del decennio passato potrebbero aver portato a singoli casi di nidificazione (mancano però dati certi
in proposito).
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie presente esclusivamente in Europa, compie migrazioni verso le parti meridionali del continente. In Toscana si è
estinto come nidificante probabilmente nel corso di questo secolo ed è attualmente presente solo durante lo
svernamento, in particolare nelle aree collinari della provincia di Siena. Gli individui svernanti provengono almeno in
parte dall’Europa centrale, ma non si possono escludere arrivi dalle contigue popolazioni laziale e corsa. La
popolazione svernante è comunque costituita da pochi individui, presumibilmente compresi fra 5 e 15, ed è fluttuante
negli anni. Sempre nel senese, nel corso del decennio passato sono state effettuate alcune reintroduzioni di nibbio
reale, che potrebbero aver portato a singoli casi di nidificazione nelle zone collinari del senese e del grossetano, tanto
che, per il 2000, informazioni inedite indicavano la possibile presenza di 2-3 coppie.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
143
Integrazioni – Documento 1
Ecologia
Questo rapace frequenta prevalentemente aree ad agricoltura tradizionale estensiva, inframmezzata da aree boscate
o alberate. In particolare, sono aree di caccia elettiva i pascoli, gli incolti e le coltivazioni estensive; può anche
frequentare le discariche e, soprattutto durante le migrazioni, le zone umide. Si nutre sia di piccoli vertebrati che di
carogne e rifiuti.
Cause di minaccia
L’abbandono di forme di agricoltura estensiva e la cessazione/riduzione del pascolo, con la conseguente evoluzione
della vegetazione, sono probabilmente le principali fonti di minaccia per il nibbio reale in tutto il suo areale. La
popolazione risente ancora, inoltre, di abbattimenti illegali. L’estinzione della popolazione nidificante è attribuibile sia
all’intensa pressione venatoria, sia alle trasformazioni ambientali. La prevista, progressiva, riduzione della presenza di
discariche potrebbe localmente ridurre le risorse alimentari utilizzate dal nibbio reale.
Misure per la conservazione
Il recupero di forme estensive di utilizzo del territorio potrebbe favorire una ripresa, anche come nidificante, del
nibbio reale, per il quale sono stati anche avviati specifici progetti di reintroduzione. Non deve essere esclusa la
possibilità di incrementare le disponibilità alimentari attraverso la creazione di carnai, misura da affiancare
all’eventuale prosecuzione delle reintroduzioni. È inoltre indispensabile la cessazione degli episodi di bracconaggio.
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili su distribuzione e status della specie in Toscana, aggiornate al 1996, sono sintetizzate
nell’Atlante della Toscana (Pezzo in Tellini Florenzano et al., 1997). Informazioni più dettagliate sulla presenza del
nibbio bruno nella Toscana meridionale sono reperibili in Scoccianti e Scoccianti (1995).
Segnalazioni presenti nell’archivio 34
Chiurlo Numenius arquata
Fauna d’Italia 110.500.0.001.0
Codice Euring 05410
Ordine Caradriformi
Famiglia Scolopacidi
Categoria UICN
Status in Italia Non valutato
Status in Toscana
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Uccelli
Riassunto
Il chiurlo sverna in Toscana in ambienti aperti (prati e pascoli umidi, coltivi) in prossimità di zone umide, che sono
utilizzate per il riposo notturno e in parte anche per l’alimentazione. La riduzione di questi ambienti per la cessazione
o la modernizzazione delle tradizionali forme d’uso, unitamente al disturbo causato dalla caccia, sembrano i principali
fattori limitanti per la popolazione svernante, valutata in 100-250 individui, moderatamente fluttuante e forse in
leggero calo.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie a distribuzione paleartica, nidifica nell’Europa centro-settentrionale ed è presente in Toscana durante le
migrazioni e lo svernamento. L’areale invernale comprende l’Europa occidentale e mediterranea e, in parte, anche
l’Africa, quindi la popolazione toscana è situata all’interno di un areale più vasto. Il chiurlo, dal 1991, rientra fra le
specie interessate dai censimenti invernali svolti, in Toscana, dal Centro Ornitologico Toscano: la sua popolazione è
compresa fra 100 e 250 individui, oltre la metà dei quali nelle zone umide della Maremma; la consistenza è soggetta
peraltro a fluttuazioni annuali, che potrebbero mascherare un leggero calo.
Ecologia
Sebbene per la nidificazione il chiurlo si insedi prevalentemente in acquitrini e torbiere con bassa copertura vegetale,
durante lo svernamento utilizza aree fangose, pascoli, prati umidi e coltivi, anche se è necessaria la presenza di estese
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
144
Integrazioni – Documento 1
e tranquille zone umide dove questi uccelli si possano riunire per il riposo notturno. Tali aree, usate in parte anche per
l’alimentazione diurna, sono caratterizzate in genere da isolotti circondati da ampi specchi d’acqua e possono trovarsi
anche a una distanza di qualche chilometro da quelle di foraggiamento.
Cause di minaccia
La cessazione del pascolo e la modernizzazione delle pratiche agricole in prossimità delle zone umide, costituiscono
seri problemi per la conservazione della specie in Toscana. Forse il principale fattore che ne impedisce o ne limita la
presenza è costituito dall’attività venatoria praticata nelle zone umide o nelle circostanti aree di alimentazione. In
alcune zone, infine, il chiurlo può essere condizionato negativamente dalla scarsità, o dall’assenza, di siti indisturbati e
irraggiungibili dai predatori terrestri, necessari per l’insediamento dei dormitori.
Misure per la conservazione
Per garantire la conservazione della popolazione di chiurlo svernante in Toscana e favorirne un incremento numerico
occorre mantenere, o realizzare, estese aree interdette alla caccia che comprendano sia zone umide, sufficientemente
ampie e indisturbate con siti idonei per i dormitori, sia aree circostanti di alimentazione dove siano incentivate le
forme tradizionali di conduzione dei terreni.
Bibliografia ragionata
I dati raccolti da Arcamone et al. (1994) sono stati successivamente integrati da Serra nell’Atlante della Toscana (in
Tellini Florenzano et al., 1997), aggiornato al 1996, mentre Serra et al. (1997) e Baccetti et al. (2002) riportano la
distribuzione e la consistenza della specie a livello nazionale.
Segnalazioni presenti nell’archivio 151
Nitticora Nycticorax nycticorax
Codice Fauna d’Italia 110.417.0.001.0
Codice Euring 01040
Ordine Ciconiformi
Famiglia Ardeidi
Categoria UICN
Status in Italia
Status in Toscana Prossimo alla minaccia
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Uccelli I
Riassunto
In Toscana è specie migratrice e parzialmente svernante, distribuita in periodo riproduttivo in 7-9 siti riproduttivi
dell’interno. La popolazione nidificante è in espansione, numerica e di areale, in contro tendenza rispetto al resto
dell’Italia e dell’Europa. La popolazione svernante è localizzata con poche decine di individui. Nidifica in colonie su
formazioni arboree ripariali di varia tipologia, in prossimità di zone umide. Tagli, incendi e altri interventi diretti sulle
garzaie, insieme alle variazioni del livello e delle caratteristiche delle acque, costituscono serie minacce. La protezione
con specifici atti normativi dei siti riproduttivi può rappresentare un primo importante passo per garantire futuri
interventi gestionali sulle garzaie e sulle zone di alimentazione (specialmente nelle aree minori attualmente senza
tutela).
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie subcosmopolita, in Italia è specie migratrice e nidificante con diffusione soprattutto al centro-nord; più
localizzata al sud, in Sicilia e in Sardegna; parzialmente svernante. In Toscana è distribuita lungo il corso dell’Arno,
della Sieve e ai limiti regionali orientali, nell’alta Val di Chiana e nell’alta Val di Paglia. Nel corso degli anni sono stati
individuati 9 siti riproduttivi: presso Massaciuccoli, nell’area di S.Rossore, nel Padule di Fucecchio, nel lago della
Maddalena (S.Casciano dei Bagni), ai Renai di Signa (FI), nel padule di Fucecchio (PT) (due garzaie), al Poderaccio
(località del Comune di Firenze nei pressi della confluenza tra i fiumi Greve e Arno), nel Lago di Bilancino (FI) e forse
nello stagno di Brolio (AR). Nel 2002 sono risultate non occupate le garzaie del Lago di Chiusi, dei Renai di Signa e del
Lago di Bilancino, regolarmente occupate, rispettivamente, dal 1986, dal 1988 e dal 1996. La popolazione nidificante
toscana è sicuramente in espansione, numerica e di areale (siti riproduttivi), in contro tendenza rispetto al resto
dell’Italia e dell’Europa, ed è stimabile in circa 800 coppie, delle quali circa il 70% nidifica nel Padule di Fucecchio (dati
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
145
Integrazioni – Documento 1
2002). Tale espansione risulta evidente sia in relazione ai dati storici che alle segnalazioni degli ultimi 15 anni. La
popolazione svernante è limitata a poche decine di individui ma probabilmente in espansione; nel 2002, nel corso dei
censimenti invernali organizzati dal COT, sono stati censiti 36 individui.
Ecologia
Specie gregaria in periodo riproduttivo, nidifica su formazioni arboree ripariali di varia tipologia (pioppeti, saliceti,
ontanete ma anche pinete, come in una delle garzaie del Padule di Fucecchio, e leccete, come nel caso della colonia di
Signa), generalmente di dimensioni superiori a 1 ettaro (sebbene in Toscana risultino spesso di dimensioni inferiori).
La nitticora costruisce il nido su esemplari arborei anche di piccola dimensione (1,5 -2 m), anche se generalmente
l’altezza dei nidi si distribuisce tra 10 e 20 m. Molto spesso (sempre, nel caso delle colonie toscane) le colonie sono
plurispecifiche: alla nitticora si associano frequentemente garzetta Egretta garzetta e sgarza ciuffetto Ardeola
ralloides. Le colonie sono poste in prossimità di zone umide, utilizzate come zone di alimentazione (la nitticora si nutre
di pesci, anfibi, larve di insetti).
Cause di minaccia
Interventi diretti sulle alberature delle garzaie (abbattimento, potatura, incendio) possono portare alla locale
scomparsa o alla drastica diminuzione della specie. Anche le variazioni del livello delle acque potrebbero costituire
(garzaie di Signa e di Chiusi) una seria minaccia alla sopravvivenza della colonia. Era inserita nella Lista rossa degli
uccelli nidificanti in Toscana tra le specie rare, a causa delle ridotte dimensioni della sua popolazione.
Misure per la conservazione
La protezione con specifici atti normativi dei siti riproduttivi può rappresentare un primo importante passo per
garantire futuri interventi gestionali che favoriscano la specie, rivolti sia al sito che all’area circostante (aree di
alimentazione, individuazione di siti alternativi) in particolare nelle zone umide minori.
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili su distribuzione e status della specie in Toscana, aggiornate al 1996, sono sintetizzate
nell’Atlante della Toscana (Battaglia e Sacchetti in Tellini Florenzano et al., 1997). Un esame dettagliato delle garzaie
toscane è stato realizzato da Occhiato e Battaglia in una recente pubblicazione di Scoccianti e Tinarelli (1999). Studi
sulle singole colonie sono forniti da Bartolini e Petrini (2001) e Corsi et al. (2000) per Fucecchio; Lebboroni et al. (2001)
per i Renai di Signa. Altre informazioni sulla presenza della specie in periodo riproduttivo sono contenute in Dinetti
(2002), Venturato et al. (2001) e LIPU (1999). Informazioni sull’ecologia e la distribuzione italiana della specie sono
fornite da Fasola e Alieri in Brichetti et al. (1992). Riguardo alle presenze invernali, il resoconto a livello nazionale è
fornito da Serra et al. (1997) e da Baccetti et al. (2002).
Segnalazioni presenti nell’archivio 104
Basettino Panurus biarmicus
Codice Fauna d’Italia 110.585.0.001.0
Codice Euring 13640
Ordine Passeriformi
Famiglia Timalidi
Categoria UICN
Status in Italia Prossimo alla minaccia
Status in Toscana Vulnerabile
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Uccelli
Riassunto
Il basettino è una specie tipica dei canneti. La sua preferenza per quelli estesi e maturi fa sì che sia molto localizzata: in
Toscana è presente in pochi siti, con un numero fluttuante di coppie (comunque inferiore a 150). La mancanza di
interventi coordinati di gestione della vegetazione palustre e gli incendi dolosi dei canneti possono costituire una
minaccia per la specie.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
146
Integrazioni – Documento 1
Specie a distribuzione paleartica, è presente con un areale frammentato in tutta Europa, ad esclusione delle latitudini
più settentrionali. In Toscana la sua distribuzione odierna è assai inferiore a quella descritta dagli Autori del passato,
ma negli ultimi decenni, come riscontrato in altre parti dell’Italia, è di nuovo in espansione. La popolazione nidificante
è concentrata nei laghi di Chiusi e Montepulciano; negli ultimi anni sono stati colonizzati anche il Lago di Massaciuccoli
e successivamente il Padule di Fucecchio, dove deve esserne confermata la presenza regolare. Nell’aprile 2000 due
individui sono stati rilevati in alcuni laghetti presso Figline (Firenze), senza ulteriori indizi di possibile nidificazione e
non rilevati successivamente. La specie compie erratismi invernali, soprattutto a carico della frazione giovanile delle
popolazioni, che probabilmente collegano i diversi nuclei. La popolazione toscana, soggetta a forti fluttuazioni, è
abbastanza conosciuta e dovrebbe essere costituita da meno di 150 coppie. Negli anni dal 1996 al 2000, circa 50-100
coppie erano stimate per i soli laghi di Chiusi e Montepulciano. L’attività di regimazione delle acque, unita alle
primavere particolarmente siccitose (2001-2002), pare aver decimato tale popolazione.
Ecologia
Il basettino presenta particolari adattamenti alla vita nelle formazioni a Phragmites australis: esso va incontro a
particolari modificazioni stagionali delle pareti dello stomaco che gli permettono di passare da una dieta primaverile
insettivora a una invernale granivora, basata sui semi di Phragmites. La specie occupa pertanto zone umide con estesi
fragmiteti, insediandosi preferenzialmente nelle aree più mature, poste su suolo allagato o in prossimità di specchi
d’acqua. Soprattutto in primavera la ricerca del cibo avviene sul livello dell’acqua o comunque negli strati della
vegetazione più prossimi ad esso.
Cause di minaccia
Le opere di bonifica compiute negli ultimi due secoli hanno pesantemente ridotto l’habitat disponibile per il basettino.
Attualmente può soffrire delle modificazioni nella struttura dei canneti, dovuti da una parte alla loro evoluzione verso
altre tipologie di vegetazione, dall’altra alla frequenza con cui gli incendi dolosi la ringiovaniscono; il basettino esige il
canneto allagato e pertanto risente negativamente delle annate siccitose, oppure del disseccamento dell’area
provocato da prelievi e captazioni idriche; inoltre, nidificando negli strati bassi della vegetazione elofitica, risulta
particolarmente sensibile alle variazioni del livello idrico. L’incidenza negativa di questi fattori può essere amplificata
dalla concentrazione della specie in pochi siti.
Misure per la conservazione
La salvaguardia del basettino richiede l’attuazione di piani di gestione che consentano il mantenimento nel tempo di
adeguate condizioni di sviluppo dei canneti, ottenute principalmente con tagli a rotazione della vegetazione, la cui
estensione e frequenza deve essere definita tenendo conto delle esigenze di tutte le specie di interesse
conservazionistico presenti in un determinato sito. La creazione di nuove aree umide con estesi fragmiteti,
possibilmente in prossimità delle aree già occupate dalla specie, dovrebbe favorirne un’ulteriore espansione.
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili su distribuzione e status della specie in Toscana, aggiornate al 1996, sono sintetizzate
nell’Atlante della Toscana (Favilli in Tellini Florenzano et al., 1997). Informazioni sulla popolazione del lago di
Montepulciano sono contenute in Gustin et al. (2001), mentre quelle relative al Padule di Fucecchio sono riportate da
Quaglierini (1998).
Segnalazioni presenti nell’archivio 20
Marangone dal ciuffo Phalacrocorax aristotelis
Codice Fauna d’Italia 110.413.0.001.0
Codice Euring 00800
Ordine Pelecaniformi
Famiglia Falacrocoracidi
Categoria UICN
Status in Italia Prossimo alla minaccia
Status in Toscana Vulnerabile
Livello di Rarità regionale
Allegati Direttiva Uccelli I
Riassunto
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
147
Integrazioni – Documento 1
La popolazione nidificante in Toscana è stimata in 30-50 coppie, fluttuante ma in aumento nel medio periodo,
interamente concentrata nell’Arcipelago. Nidifica in cavità e cenge su coste rocciose, inaccessibili da terra e poco
disturbate dal mare. A livello europeo, la sottospecie nominale è stabile o in aumento, quella mediterranea
(desmarestii) appare invece in regresso. In Toscana, la principale minaccia è probabilmente rappresentata dalla
mortalità causata dagli strumenti da pesca (ami, reti, nasse); sembra rilevante anche il disturbo causato dalla
navigazione da diporto e dalla generale antropizzazione delle aree costiere. Per la conservazione, data l’esiguità della
popolazione toscana, risulta di fondamentale importanza la protezione dei siti riproduttivi.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie a distribuzione mediterraneo-atlantica, in Italia è presente, con la sottospecie desmarestii, in aree costiere della
Sardegna, nelle isole Pelagie, probabilmente nelle Ponziane e in gran parte dell’Arcipelago Toscano. La popolazione
toscana è sedentaria e dispersiva, presente tutto l’anno con contingenti piuttosto scarsi. Il sito di nidificazione di
maggiore importanza è l’Isola di Capraia, seguito da Pianosa e dall’Elba (inclusi gli isolotti del Canale di Piombino).
L’unico possibile caso di nidificazione in sito non insulare proviene dalla costa livornese. La stima più recente (1997),
che indicava 20-25 coppie nidificanti nell’area, deve certamente essere incrementata alla luce delle indagini
successive, che suggeriscono una consistenza di 30-50 coppie. La popolazione dell’Arcipelago è all’interno dell’areale
mediterraneo. Le conoscenze sulla distribuzione e sulla nidificazione del marangone non sono molto soddisfacenti,
soprattutto se confrontate a quelle relative agli altri uccelli marini; il rilevamento delle coppie nidificanti è difficoltoso
a causa del periodo riproduttivo anticipato rispetto alle altre specie. La consistenza e la distribuzione della
popolazione svernante è paragonabile a quella del periodo riproduttivo, anche se dalla tarda estate sino a tutto il
periodo invernale si formano raggruppamenti anche cospicui, costituiti in gran parte da giovani e subadulti, in aree
dove la specie non nidifica (es. area di Punta Ala). In Toscana questa specie era inserita nella precedente “Lista Rossa”
come altamente vulnerabile.
Ecologia
Il marangone dal ciuffo nidifica in cavità e cenge su coste rocciose, inaccessibili da terra e poco disturbate dal mare. Il
periodo riproduttivo va da gennaio a maggio, in Toscana non sono noti casi di nidificazione avvenuti prima di febbraio.
La scelta dei siti riproduttivi è legata su ampia scala alla pescosità del mare, a livello dell’Arcipelago pare invece
determinata dalla disponibilità di siti di nidificazione idonei in aree poco disturbate. I siti di svernamento non
differiscono sensibilmente da quelli di nidificazione, vista anche la precocità del periodo riproduttivo. In inverno può
frequentare i promontori rocciosi costieri lungo la terraferma.
Si nutre di varie specie di pesci che ricerca, in gruppi o singolarmente, tuffandosi sott’acqua, sia al largo che in
prossimità della costa. Le profondità a cui può spingersi variano tra 5 e 80 metri.
Cause di minaccia
Gli incrementi nelle dimensioni delle popolazioni atlantiche vengono attribuiti alla riduzione delle persecuzioni e del
disturbo indiretto da parte dell’uomo. La sottospecie mediterranea sembra invece in declino, probabilmente a causa
della crescente antropizzazione delle aree costiere. In Toscana, la mortalità causata direttamente dagli strumenti di
pesca (ami, reti, nasse) è forse oggi la minaccia più rilevante. Il disturbo provocato dalla navigazione da diporto e in
generale l’antropizzazione delle aree costiere dovuta al turismo estivo rappresentano un ulteriore serio pericolo,
provocando una riduzione delle aree idonee alla specie. Il prelievo diretto di uova, pulcini e adulti, assai praticato in
passato per vari scopi (in particolare per l’utilizzazione come esche di pulcini e adulti), attualmente dovrebbe essere
cessato o per lo meno molto ridotto. La specie non sembra soggetta a predazione di uova e pulcini da parte di ratti
Rattus sp., gabbiano reale mediterraneo Larus cachinnans e corvo imperiale Corvus corax.
Misure per la conservazione
Appare difficile intervenire per limitare la mortalità diretta causata dalla pesca. Data l’esiguità della popolazione
toscana, sembra importante anche la protezione dei siti riproduttivi, oggi assicurata su gran parte dell’areale dalla
presenza del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano. Campagne di informazione e sensibilizzazione per limitare il
disturbo ai siti di nidificazione possono contribuire a favorire la specie. Occorrono indagini mirate per ottenere una
maggiore conoscenza di consistenza e distribuzione.
Bibliografia ragionata
Le informazioni relative alla nidificazione e allo svernamento del marangone dal ciuffo in Toscana, sono contenute in
Tellini Florenzano et al. (1997), nel volume “Risultati dei censimenti degli uccelli acquatici svernanti in Italia, 19911995 (Serra et al., 1997) e successivo aggiornamento “Risultati dei censimenti degli uccelli acquatici svernanti in Italia:
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
148
Integrazioni – Documento 1
distribuzione, stima e trend delle popolazioni nel 1991-2000 (Baccetti et al., 2002). I dati relativi a Pianosa sono forniti
da Sposimo (1998) e da Arcamone e Sposimo (2002).
Segnalazioni presenti nell’archivio 197
Fenicottero Phoenicopterus ruber
Codice Fauna d’Italia 110.425.0.001.0
Codice Euring 01470
Ordine Fenicotteriformi
Famiglia Fenicotteridi
Categoria UICN
Status in Italia Non valutato
Status in Toscana
Livello di Rarità Non Valutato
Allegati Direttiva Uccelli I
Riassunto
In Italia è presente come migratrice, svernante, estivante e, a partire dal 1993, anche nidificante. L’unica nidificazione
portata a termine con successo in Toscana si è avuta nel 1994 a Orbetello, dove la specie non si è stabilizzata come
nidificante per cause riconducibili al livello idrico inadeguato nel periodo riproduttivo e, secondariamente, al disturbo
antropico durante le fasi di insediamento. Gli interventi di conservazione effettuati non hanno portato a risultati
positivi per la loro incompleta attuazione. Durante il periodo invernale, nel quinquennio 1996-2000, è risultato
presente con mediamente oltre 1.500 indd., concentrati nella fascia costiera maremmana: Laguna di Orbetello, Lago
di Burano e Diaccia Botrona.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie a corologia subcosmopolita, presente in Africa, Asia sud-occidentale e in tutto il bacino del Mediterraneo con la
sottospecie roseus. In Italia è presente come migratrice, svernante, estivante e, a partire dal 1993, anche nidificante.
La stima sulla consistenza delle popolazioni complessive di fenicottero è assai complessa, perché la specie è
caratterizzata da un comportamento altamente nomadico in relazione alle condizioni ambientali. La specie si dimostra
in alcuni casi migratrice, in altri migratrice parziale e in altri ancora presenta caratteristiche di sedentarietà e
nomadismo. Negli anni 1991-93, la popolazione di fenicottero nidificante nel Mediterraneo era stimata in 2800047000 coppie. Nella nostra penisola la presenza del fenicottero è andata aumentando a partire dagli anni ’70, in
relazione al sensibile incremento degli individui nidificanti in Camargue. La prima nidificazione con successo accertata
si è avuta in Sardegna (1993) con 800-2000 coppie seguita nel 1994 da quella ad Orbetello. La Laguna di Orbetello era
comunque interessata da una popolazione estivante già a partire dal 1985 e nell’estate 1995 erano presenti
addirittura 500-600 individui. Tuttavia, dopo il caso dell’estate del 1994, non sono state portate a termine altre
nidificazioni; nel 1996 le presenze estive sono calate bruscamente e dal 1997 non si sono avuti tentativi di
nidificazione; negli ultimi anni, invece, vi sono stati alcuni apparenti tentativi di nidificazione alla Diaccia-Botrona, non
portati a termine. Durante il periodo invernale le presenze sono più consistenti e interessano un maggior numero di
zone umide. In Toscana la popolazione svernante è distribuita soprattutto nella fascia costiera meridionale, con
presenze che sono diventate regolari dalla seconda metà degli anni ’70. Attualmente i maggiori siti di svernamento
sono Orbetello (che costituisce Sito in Importanza Internazionale), il Lago di Burano e la Diaccia Botrona; in numero
più ridotto casi di svernamento si hanno anche in altre zone umide. Il totale regionale è variabile ma mediamente
superiore a mille individui: nel gennaio 2002 sono stati censiti complessivamente 2991 individui.
Ecologia
Gli habitat preferenzialmente occupati dalla specie consistono in lagune, zone umide salmastre, stagni retrodunali
aperti, poco profondi e ricchi di nutrimento, costituito in gran parte da crostacei del genere Artemia. Nelle zone umide
interne la presenza è assai sporadica. Per la nidificazione necessita di ampie zone umide salmastre con isolotti a
substrato fangoso, di superficie limitata, piuttosto distanti dalla terraferma, irraggiungibili da parte di predatori
terrestri e con disturbo antropico scarso o assente. Le sue abitudini nomadiche sono da collegare all’elevata variabilità
inter-annuale delle condizioni ambientali delle zone umide salmastre; enormi colonie possono insediarsi, in caso di
condizioni ottimali, in zone umide non utilizzate da molti anni, per scomparire l’anno successivo. Anche il periodo di
nidificazione può variare molto (da febbraio a settembre) in ragione delle condizioni ambientali locali.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
149
Integrazioni – Documento 1
Cause di minaccia
Il notevole incremento registrato negli ultimi vent’anni è certamente da attribuire agli interventi di conservazione
effettuati in Camargue, che hanno consentito alla specie di nidificare tutti gli anni, con colonie sempre più numerose,
in condizioni ottimali. Nella Laguna di Orbetello la specie non si è stabilizzata come nidificante per cause riconducibili
a: livello idrico inadeguato nel periodo riproduttivo, disturbo antropico (frequente passaggio di barchini da pesca)
durante le fasi di insediamento. Il fenicottero era inserito nella precedente Lista Rossa Toscana come specie
nidificante occasionale. La forte concentrazione dei contingenti svernanti presenti nel nostro paese (il 90% degli
individui concentrati in meno di dieci siti) condiziona è una potenziale causa si minaccia per la stabilità della
popolazione italiana.
Misure per la conservazione
La popolazione svernante non sembra richiedere alcun ulteriore intervento di conservazione. Per favorire la
nidificazione della specie sono stati effettuati alcuni interventi nella Laguna di Orbetello nell’ambito di un Progetto Life
Natura, principalmente finalizzati alla creazione di nuovi isolotti idonei. Tali isolotti sono stati utilizzati per la
nidificazione o come dormitori da altre specie ma non hanno sortito effetti sul fenicottero. Occorre garantire la
regolare applicazione delle indicazioni previste nel Piano di Gestione del suddetto progetto. Tentativi osservati negli
ultimi anni fanno ritenere possibile una prossima nidificazione della specie nella Diaccia-Botrona qualora fossero
effettuati opportuni interventi di gestione ambientale: creazione di isolotti fangosi, circondati da acque profonde, in
aree lontane da quelle raggiungibili dai visitatori.
Bibliografia ragionata
Per quanto concerne lo status e la distribuzione invernale della specie in Italia si veda (Serra et al., 1997; Baccetti et
al., 2002). La distribuzione della popolazione svernante e nidificante in Toscana è descritta da Dall’Antonia in Tellini
Florenzano et al. (1997).
Segnalazioni presenti nell’archivio 132
Spatola Platalea leucorodia
Fauna d’Italia 110.424.0.001.0
Codice Euring 01440
Ordine Ciconiformi
Famiglia Treschiornitidi
Categoria UICN
Status in Italia Non valutato
Status in Toscana
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Uccelli I
Riassunto
La spatola vive in zone umide con ampi specchi di acqua bassa, che setaccia alla ricerca di invertebrati. In Toscana un
nucleo di 50-80 individui, in aumento, sverna nella Laguna di Orbetello. La concentrazione in questo unico sito e la
notevole sensibilità al disturbo antropico, e in particolare all’attività venatoria praticata in zone comprese fra le aree di
alimentazione e il sito di riposo, sono le cause di minaccia attualmente individuabili.
Distribuzione e tendenza della popolazione
La specie ha distribuzione euro-asiatica e africana; in Europa l’areale è frammentato ed esclude le parti centrosettentrionali del continente. Recentemente alcune piccole colonie si sono stabilite nell’Italia settentrionale. In
Toscana è presente durante le migrazioni e lo svernamento; in quest’ultima fase si rinviene praticamente solo nella
Laguna di Orbetello (una sola segnalazione, del 2002, nel Padule di Orti Bottagone), che costituisce uno degli otto siti
di svernamento italiani e uno dei due di rilevanza nazionale. La spatola è regolarmente censita durante lo
svernamento da parte del Centro Ornitologico Toscano: nel periodo 1991-1995 gli individui svernanti sono risultati in
media 40, mentre nel quinquennio 1996-2000 sono stati 57, tutti concentrati nel sito precedentemente nominato.
Ecologia
La spatola è estremamente specializzata nell’alimentazione, basata su invertebrati acquatici catturati setacciando le
acque stagnanti con il lungo becco piatto. Frequenta zone umide aperte, molto estese, con acqua bassa, sia dolce che
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
150
Integrazioni – Documento 1
salmastra, ricca di invertebrati e pressoché sgombra di vegetazione. Durante lo svernamento sono preferite le acque
salmastre. La presenza di aree adatte per il riposo notturno (isolotti, aree con adeguata copertura vegetale al riparo da
qualsiasi fonte di disturbo) è necessaria perché gruppi consistenti di spatole possano permanere in un sito.
Cause di minaccia
La bonifica delle zone umide ha drasticamente ridotto, in passato, l’habitat disponibile per la specie; attualmente le
principali cause di minaccia per la conservazione della popolazione svernante di spatola possono essere individuate
nella caccia, il cui disturbo può limitare l’utilizzo di alcune zone umide o gli spostamenti fra le aree di alimentazione e
quelle di riposo, e nella concentrazione in un unico sito.
Misure per la conservazione
La spatola può essere favorita da una gestione corretta (e localmente da modesti ampliamenti di superficie) delle zone
umide costiere, rendendo disponibili ampi specchi di acqua bassa e siti idonei per il riposo notturno, compresi
all’interno di estese zone con divieto di caccia..
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili su distribuzione e status della specie in Toscana, aggiornate al 1996, sono sintetizzate
nell’Atlante della Toscana (Giannella in Tellini Florenzano et al., 1997), mentre Serra et al. (1997) e Baccetti et al.
(2002) riportano la situazione a livello nazionale.
Segnalazioni presenti nell’archivio 95
Piviere dorato Pluvialis apricaria
Fauna d’Italia 110.487.0.001.0
Codice Euring 04850
Ordine Caradriformi
Famiglia Caradridi
Categoria UICN
Status in Italia
Status in Toscana
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Uccelli AI
Riassunto
Il piviere dorato sverna in Toscana in aree aperte, spesso coltivate o pascolate, anche parzialmente allagate, prossime
alle zone umide. La riduzione di questo tipo di ambienti e il disturbo localmente provocato dalla caccia sono i principali
fattori limitanti per la specie, presente in inverno con un contingente di 120-450 individui, fluttuante.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Questa specie nidifica nella tundra euroasiatica, con popolazioni disgiunte in Nord-America. In Toscana si rinviene
durante lo svernamento, soprattutto in aree costiere e sporadicamente nell’entroterra; l’areale di svernamento della
specie comprende tutto il bacino del Mediterraneo e l’Europa occidentale, cosicché la popolazione toscana è da
considerare all’interno di un più vasto areale. La specie è oggetto di regolari censimenti invernali da parte del Centro
Ornitologico Toscano e risulta presente con 120-450 individui, almeno la metà dei quali sverna nella zona di Bocca
d’Ombrone; la Maremma Grossetana e il Padule di Bolgheri costituiscono siti d’importanza nazionale per lo
svernamento della specie. La consistenza della popolazione è fluttuante.
Ecologia
Durante lo svernamento il piviere dorato si ritrova in prati, pascoli arati, acquitrini temporanei in prossimità di zone
umide. Specie gregaria, forma spesso associazioni con la pavoncella (Vanellus vanellus).
Cause di minaccia
La bonifica e gli altri interventi di regimazione idraulica hanno causato la perdita di molte delle aree marginali alle
zone umide favorevoli alla specie. Anche la cessazione e la riduzione del pascolo, sempre in prossimità delle zone
umide, devono avere avuto un analogo effetto. Il disturbo provocato dalla caccia, cui il piviere dorato è molto
sensibile, può limitare la presenza di gruppi svernanti in aree agricole, prossime alle aree palustri.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
151
Integrazioni – Documento 1
Misure per la conservazione
L’incremento di superficie delle aree idonee alla specie appare la principale misura da adottare per la sua
conservazione. Di conseguenza è necessario un incremento delle forme estensive di pascolo e, in generale, il
mantenimento di tecniche di agricoltura a basso impatto in prossimità delle zone umide; anche l’interdizione
dell’attività venatoria su rilevanti estensioni di aree idonee alla specie potrebbe favorirne un incremento numerico.
Bibliografia ragionata
I dati di distribuzione e consistenza raccolti da Arcamone et al. (1994) per le zone umide costiere sono stati integrati
successivamente nell’Atlante della Toscana (Mainardi in Tellini Florenzano et al., 1997), aggiornato al 1996, mentre
Serra et al. (1997) e Baccetti et al. (2002) sintetizzano il quadro a livello nazionale.
Segnalazioni presenti nell’archivio 109
Avocetta Recurvirostra avosetta
Fauna d’Italia 110.482.0.001.0
Codice Euring 04560
Ordine Caradriformi
Famiglia Recurvirostridi
Categoria UICN
Status in Italia Prossimo alla minaccia
Status in Toscana
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Uccelli I
Riassunto
L’avocetta è presente in Toscana come specie svernante, migratrice e solo eccezionalmente come nidificante. Il
contingente svernante sta aumentando, ma è praticamente concentrato in un solo sito. Un incremento delle superfici
occupate dalle zone umide salmastre, potrebbe ulteriormente favorire la specie.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie a distribuzione Paleartico-Etiopica, in Toscana è presente eccezionalmente come nidificante (un solo caso nella
palude di Orti-Bottagone, presso Piombino), regolarmente come migratore e svernante, soprattutto nelle zone umide
della Maremma. Viene regolarmente censita dal 1991 durante i conteggi invernali degli uccelli acquatici. La
popolazione toscana svernante è concentrata nella Laguna di Orbetello. Nel corso degli ultimi anni ha mostrato una
chiara tendenza all’aumento, in contrapposizione con l’andamento della popolazione italiana nel suo complesso: nel
quinquennio 91-95 infatti, nei siti della Laguna di Orbetello e del Lago di Burano, sono stati censiti mediamente 71
individui all’anno, mentre in quello successivo (96-00) 174.
Ecologia
Nel periodo invernale l’avocetta frequenta banchi di fango o zone di acqua bassa di lagune o altre zone umide
salmastre, dove ricerca il cibo in acqua o sulla superficie fangosa. Si nutre di piccoli invertebrati.
Cause di minaccia
La bonifica delle zone umide costiere nel passato ha ridotto drasticamente l’estensione di habitat disponibili per
questa specie, che attualmente si concentra per lo svernamento nelle poche aree adatte.
Misure per la conservazione
Attualmente le zone umide adatte alla specie sono protette e non sembrano necessari particolari interventi per
favorirne la presenza, anche se alcuni interventi di gestione, e soprattutto l’ampliamento delle aree allagate in alcune
zone umide costiere, potrebbero permetterne una maggiore diffusione.
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili su distribuzione e status della specie in Toscana, aggiornate al 1996, sono sintetizzate
nell’Atlante della Toscana (Serra in Tellini Florenzano et al., 1997), mentre Baccetti et al. (2002) forniscono una
descrizione della situazione a livello nazionale.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
152
Integrazioni – Documento 1
Segnalazioni presenti nell’archivio 73
Fraticello Sterna albifrons
Codice Fauna d’Italia 110.513.0.001.0
Codice Euring 06240
Ordine Caradriformi
Famiglia Sternidi
Categoria UICN
Status in Italia Vulnerabile
Status in Toscana In pericolo critico
Livello di Rarità
Allegati Direttiva Uccelli I
Riassunto
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie cosmopolita, nidifica lungo gran parte delle coste europee, escludendo soltanto l’estremo nord, e
nell’entroterra lungo i maggiori fiumi (Reno, Danubio, Elba, ecc.). In Italia il fraticello è migratore regolare e
nidificante, localizzato lungo le coste sabbiose del nord-est, in Sardegna, Sicilia e nelle zone umide della Padania. In
Toscana la specie è migratrice regolare e, dal 1998, nidificante nella Laguna di Orbetello, su isolotti della laguna di
Ponente, in associazione alla congenere sterna comune Sterna hirundo. La popolazione nidificante è in leggero ma
costante aumento (da 3 coppie nel 1998 a 10 nel 2001). Il fraticello è indicato fra le specie in declino in Europa,
mostrando decrementi numerici in quasi tutti i paesi dell’areale. L’Italia costituisce una delle poche eccezioni a tale
tendenza. Alla specie è stato attribuito lo status “in pericolo critico” anche se non è nidificante regolare nel territorio
regionale da almeno 10 anni, in quanto la popolazione della Laguna di Orbetello, seppur piccola, appare consolidata e
in progressivo aumento, ma è certamente minacciata da cause diverse da quelle intrinseche imputabili al recente
insediamento.
Ecologia
Il fraticello nidifica in piccole colonie, normalmente formate da non più di 50 coppie. I siti preferenziali sono costituiti
da isolotti o penisole, privi di vegetazione o con vegetazione bassa e rada. Si nutre principalmente di piccoli pesci,
crostacei e molluschi pelagici.
Cause di minaccia
A livello continentale, le principali cause di minaccia sono costituite dalla progressiva diminuzione degli habitat di
nidificazione; localmente questa specie risente del disturbo diretto provocato dall’uomo, dagli animali domestici e
dalle imbarcazioni. I nidi possono essere soggetti a predazione da parte di ratti e numerose specie di gabbiano. La
piccola popolazione toscana è limitata principalmente dalla scarsa presenza di siti idonei per la nidificazione: l’isolotto
più idoneo è inutilizzabile per la presenza di una colonia di gabbiano reale mediterraneo Larus cachinnans; l’isolotto
occupato negli ultimi anni è di estensione ridottissima e minacciato dell’erosione. Notevoli variazioni nel livello delle
acque lagunari possono provocare la perdita di nidiate. Non vi sono dati concernenti altre eventuali fonti di minaccia
(inquinamento idrico, carenze nelle fonti trofiche, ecc.).
Misure per la conservazione
La conservazione di questa specie appare, al momento, essenzialmente legata al mantenimento dei siti di
nidificazione, attraverso la gestione mirata. I siti di nidificazione attuali o potenziali siti di nidificazione devono essere
resi maggiormente idonei tramite il taglio della vegetazione; occorrerebbe allontanare il gabbiano reale dalle altre
isole idonee e realizzare nuovi isolotti. La specie può inoltre scegliere, quale sito di nidificazione, anche isolotti
artificiali, appositamente realizzati con apporti di materiale sabbioso.
Bibliografia ragionata
La scarsissime informazioni bibliografiche presenti nell’archivio provengono da un articolo relativo alla prima
nidificazione in Toscana dei due sternidi, fraticello e sterna comune (Sposimo et al., 2000).
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
153
Integrazioni – Documento 1
Segnalazioni presenti nell’archivio 3
Sterna comune Sterna hirundo
Codice Fauna d’Italia 110.513.0.006.0
Codice Euring 06150
Ordine Caradriformi
Famiglia Sternidi
Categoria UICN
Status in Italia Prossimo alla minaccia
Status in Toscana In pericolo critico
Livello di Rarità
Allegati Direttiva Uccelli I
Riassunto
La sterna nidifica in Toscana dal 1998, con numero di coppie variato, nel periodo 1998-2002, da un minimo di due a un
massimo di nove. Attualmente non è possibile fornire indicazioni sulla tendenza della popolazione. La principali cause
di minaccia risiedono nella scarsità di siti idonei alla nidificazione e alla competizione, in quelli esistenti, con il gabbiano
reale.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie oloartica, nidifica in gran parte dei Paesi europei spingendosi anche, a differenza delle altre specie del Genere
Sterna, in aree interne molto distanti dalle coste. Migratrice regolare nidifica in Toscana dal 1998, nella laguna di
Ponente di Orbetello, con un numero di coppie che nel periodo 1998-2002 è variato da un minimo di 2 a un massimo
di 9. La popolazione europea è giudicata al momento stabile. Alla specie è stato attribuito lo status “in pericolo critico”
anche se non è nidificante regolare nel territorio regionale da almeno 10 anni, in quanto la popolazione della Laguna
di Orbetello, seppur piccola, appare consolidata e in progressivo aumento (con l’eccezione di un’annata), ma è
certamente minacciata da cause diverse da quelle intrinseche imputabili al recente insediamento.
Ecologia
Nidifica in colonie, su isole o in aree costiere, presso acque sia dolci che salate. La si trova talvolta associata ad altre
specie del genere Sterna o Larus, a esclusione di Larus Cachinnas e di L. ridibundus, la cui presenza è al contrario
incompatibile con quella della sterna comune.
Cause di minaccia
La piccola popolazione toscana è limitata principalmente dalla scarsa presenza di siti idonei per la nidificazione:
l’isolotto più idoneo è inutilizzabile per la presenza di una colonia di gabbiano reale mediterraneo Larus cachinnans;
l’isolotto occupato negli ultimi anni è di estensione ridottissima e minacciato dell’erosione. Notevoli variazioni nel
livello delle acque lagunari possono provocare la perdita di nidiate. Non vi sono dati concernenti altre eventuali fonti
di minaccia (inquinamento idrico, carenze nelle fonti trofiche, ecc.).
Misure per la conservazione
La conservazione di questa specie appare, al momento, essenzialmente legata al mantenimento dei siti di
nidificazione, attraverso la gestione mirata. I siti di nidificazione attuali o potenziali siti di nidificazione devono essere
resi maggiormente idonei tramite il taglio della vegetazione; occorrerebbe allontanare il gabbiano reale dalle altre
isole idonee e realizzare nuovi isolotti. La specie può inoltre scegliere, quale sito di nidificazione, anche isolotti
artificiali, appositamente realizzati con apporti di materiale sabbioso.
Bibliografia ragionata
Tutti i dati disponibili consistono esclusivamente in un articolo specifico sulla prima nidificazione di Sterna comune e
Fraticello in Toscana (Sposimo et al., 2000).
Segnalazioni presenti nell’archivio 4
Volpoca Tadorna tadorna
Codice Fauna d’Italia 110.429.0.002.0
Codice Euring 01730
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
154
Integrazioni – Documento 1
Ordine Anseriformi
Famiglia Anatidi
Categoria UICN
Status in Italia In Pericolo
Status in Toscana Non valutato
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Uccelli
Riassunto
Specie ritenuta in passato scarsa od occasionale in Toscana, negli ultimi anni ha mostrato un incremento numerico
probabilmente dovuto a una maggiore tutela di alcune importanti zone umide costiere, quali Orbetello e Diaccia
Botrona. La volpoca appare comunque scarsa e necessita perciò di una particolare protezione, volta soprattutto a
favorire la presenza di siti idonei alla nidificazione e limitare il disturbo causato dall’attività venatoria.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie monotipica con areale di distribuzione eurocentroasiatico-mediterraneo. La popolazione europea nidificante è
stimata intorno alle quarantamila coppie nidificanti (concentrate soprattutto nell’Europa nord-occidentale). In Italia è
migratrice regolare, svernante (con circa 6-7 mila ind. fino al 1999) e nidificante con circa 100 coppie secondo una
stima del 1994. Per quanto concerne la Toscana, la volpoca era inserita nella Lista Rossa come specie occasionale o
insufficientemente conosciuta; negli ultimi anni la popolazione nidificante e svernante è apparsa in aumento. In
passato infatti la specie nidificava solo occasionalmente a Orbetello e Massaciuccoli; forse grazie anche ad un progetto
di reintroduzione, nella Laguna di Orbetello sono state registrate 2 coppie nel 1994, 3 nel 1995 e 2 nel 1998. Durante il
periodo di svernamento la Toscana è interessata mediamente da circa 250 individui distribuiti soprattutto nella
Laguna di Orbetello. Questa, il Lago di Burano e la Maremma grossetana, costituiscono siti di rilevanza nazionale per lo
svernamento di questa specie.
Ecologia
Specie gregaria in migrazione e durante lo svernamento. L’habitat riproduttivo più comune è rappresentato da stagni
salmastri o dulciacquicoli retrodunali, nonché lagune e saline. Durante il periodo invernale e quello migratorio
frequenta una maggiore varietà di ambienti umidi (anche artificiali) preferendo ad ogni modo quelli costieri, in
particolare saline e lagune salmastre. Se soggetta a disturbo la specie si riunisce in stormi sul mare, a breve distanza
dalla costa. Si nutre prevalentemente di molluschi e crostacei acquatici. La nidificazione avviene quasi esclusivamente
su isolotti irraggiungibili da parte di predatori terrestri.
Cause di minaccia
I fattori che hanno influenzato in passato e che tuttora determinano la scarsa presenza della volpoca vanno ricercati
nella particolare sensibilità dimostrata dalla specie alla rarefazione degli habitat idonei alla sosta e alla riproduzione.
La bonifica e il degrado delle zone umide salmastre, unite al disturbo esercitato dall’attività venatoria, hanno
fortemente limitato le aree idonee alla specie. Anche gli abbattimenti illegali, specie quando interessano la
ridottissima popolazione nidificante, possono costituire una seria minaccia. Un altro fattore limitante è rappresentato
dalla scarsità di siti idonei per la nidificazione.
Misure per la conservazione
Nonostante che in Italia negli ultimi anni la specie abbia mostrato un generale incremento numerico (presumibilmente
in parte dovuto all’aumento registrato dalle popolazioni del Mar Nero), lo status delle popolazioni svernanti e
nidificanti nella nostra regione non si può ritenere soddisfacente. Una maggiore disponibilità di siti idonei per la
nidificazione nella Laguna di Orbetello e alla Diaccia-Botrona, dove i recenti cambiamenti ambientali hanno
certamente favorito la volpoca, potrebbe portare ad un significativo incremento. La limitazione dell’impatto causato
dall’attività venatoria praticata ai margini delle principali zone umide costiere, sotto forma di abbattimenti illegali e
come fonte di disturbo indiretto, appare altrettanto importante.
.
Bibliografia ragionata
Per la popolazione italiana svernante è disponibile un resoconto delle attività di censimento invernale aggiornato al
2000 (Baccetti et al., 2002), che fornisce alcune informazioni sulla nidificazione di specie acquatiche, tra cui la volpoca,
in un resoconto a scala nazionale. Le informazioni disponibili su distribuzione e status della popolazione nidificante e
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
155
Integrazioni – Documento 1
svernante in Toscana, aggiornate al 1996, sono sintetizzate nell’Atlante della Toscana (Giannella in Tellini Florenzano
et al., 1997).
Segnalazioni presenti nell’archivio 200
Barbastella barbastellus (Schreber, 1774)
II
II, IV
Hypsugo savii (Bonaparte, 1837)
II
IV
Microtus multiplex (Fatio, 1905)
A
EN
A
LR
A, B
SIR
Minacce
Status in Toscana
Status in Italia
L.R. 56/00
Conv. Berna
Nome scientifico
Dir. 92/43 CEE
MAMMIFERI: SPECIE IN LISTE D’ATTENZIONE
EN
A2, A3, A6
9
LR
A3,B4
62, 20, 23
LR
15, 16
Mustela putorius Linnaeus, 1758
III
V
A
DD
EN
62, 23, 11, 16
Myotis bechsteinii (Kuhl, 1817)
II
II, IV
A
DD
VU
31, 30
Myotis daubentonii (Kuhl, 1817)
II
IV
A
VU
VU
A1,A3
62
Myotis emarginatus (E. Geoffroy, 1806)
II
II, IV
A
VU
VU
A2,A3
62
Myotis mystacinus (Kuhl, 1817)
II
IV
A
VU
VU
A2, A3
11, 16, 28, 62
Neomys fodiens (Pennant, 1771)
III
Nyctalus lasiopterus (Schreber, 1780)
II
IV
A
EN
EN
A2,A3,A4
31
Nyctalus leisleri (Kuhl, 1817)
II
IV
A
VU
LR
A2,A3,A4
28, 62, 31, 30
Nyctalus noctula (Schreber, 1774)
II
IV
A
VU
VU
A2,A3,A4
28, 62, 31, 30
Pipistrellus kuhli (Kuhl, 1817)
II
IV
A
LRlc
LR
A3, B4
21, 27, 62, 23
Pipistrellus pipistrellus (Schreber, 1774)
III
IV
A
LRnt
LR
A3, B4
16, 20, 62, 23
Plecotus auritus (Linnaeus, 1758)
II
IV
A
LRnt
EN
A2, A3, A4
16, 62
Plecotus austriacus (Fischer, 1829)
II
IV
A
LRnt
VU
A2, A3, A4
18, 20
Rhinolophus ferrumequinum (Schreber, 1774)
II
II, IV
A
VU
VU
A2, A3, A6, B4
27, 62, B04, 18, 11, 16, 21, 22, 23
Rhinolophus euryale Blasius, 1853
II
II, IV
A
VU
VU
A2, A3, A6,B4
16, 27
Rhinolophus hipposideros (Bechstein, 1800)
II
II, IV
A
EN
EN
A2, A3
16, 22, B04, 27, 23
A,B
LR
21, 22, 23
Barbastello Barbastella barbastellus
Codice Fauna d’Italia 110.627.0.001.0
Codice Natura 2000 1311
Ordine Chirotteri
Famiglia Vespertilionidi
Categoria UICN
Status in Italia In pericolo
Status in Toscana In pericolo
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat II, IV
Distribuzione e tendenza della popolazione
Il suo areale comprende buona parte dell’Europa, spingendosi a est fino alla Crimea, alla Turchia e al Caucaso e
comprendendo parte dell’Africa nord- occidentale. In Italia la specie sembra essere presente praticamente su tutto il
territorio. Molto rara, per la nostra regione è segnalata solo attraverso lo sporadico rinvenimento di singoli esemplari,
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
156
Integrazioni – Documento 1
uno proveniente da una grotta nel pratese, l’altro presso Rufina (Firenze). Data l’estrema scarsità di informazioni non
vi sono indicazioni sulla tendenza della popolazione.
Ecologia
Come tutti i Chirotteri necessita di una serie di rifugi dove ripararsi durante il giorno (nella buona stagione) dove
accoppiarsi (per lo più in autunno), dove riprodursi (in primavera) e dove superare, in stato di letargo, i rigori della
stagione invernale (freddo e mancanza di cibo). Predilige le zone boscose collinari e di bassa e media montagna, ma
frequenta anche aree urbanizzate; è più raro in pianura.
Rifugi estivi e colonie riproduttive sono nelle costruzioni, ma anche nelle cavità degli alberi. I rifugi invernali sono
invece prevalentemente in cavità sotterranee. Di norma lascia il rifugio di buon’ora, se non addirittura di giorno e
caccia preferibilmente lungo percorsi regolari e circolari con un diametro di 50-100 m , a 4.5 m dal suolo o dal pelo
dell’acqua, più in alto quando foraggia al di sopra delle chiome degli alberi. Le prede sono rappresentate per lo più da
piccoli Insetti e da altri Artropodi catturati in volo o, talora, su rami degli alberi e altri supporti. Le zone di
foraggiamento sono rappresentate da corpi d’acqua, boschi e loro margini, giardini e viali illuminati. Specie sedentaria,
è tuttavia capace di compiere spostamenti di una certa entità.
Cause di minaccia
Tra le principali cause della rarità del barbastello possiamo indicare la riduzione delle superfici boscate e la
diminuzione della loro diversità vegetazionale dovuta alla gestione forestale e l’uso di pesticidi. Un ruolo decisivo va
imputato anche al disturbo alle colonie ibernanti durante l’inverno (un numero eccessivo di risvegli “forzati”conduce a
morte gli animali a causa dell’imprevisto consumo di riserve energetiche che non gli consente di arrivare, in letargo,
alla primavera successiva), causato involontariamente o per vandalismo.
Misure per la conservazione
L’azione più urgente è la tutela dei vecchi alberi e la conversione a fustaia di una maggiore superficie boscata,
specialmente alle quote più alte. Necessaria anche la salvaguardia delle radure e l’incremento delle strutture lineari
(quali siepi, filari, canali, ecc) che collegano tra loro aree boscate isolate. Sicuramente utile è il controllo dell’uso di
pesticidi. Resta inoltre fondamentale un incremento delle ricerche per meglio definire la sua distribuzione e le sue
preferenze relative ai rifugi e alle aree di caccia.
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili su ecologia, distribuzione e status della specie in Italia, sono sintetizzate in Lanza e Agnelli,
all’interno dell’Iconografia dei Mammiferi Italiani (Spagnesi e Toso eds, 1999). Dati relativi alla Toscana sono riportati
in vari contributi negli Atti del I convegno Italiano sui Chirotteri (Castell’Azzara, 28-29 Marzo 1998); tra questi, in
particolare: Agnelli et al. “Atlante dei Chirotteri della Toscana: risultati preliminari”. Le uniche segnalazioni localizzate
per la Toscana derivano da reperti museali.
Pipistrello di Savi Hypsugo savii
Codice Fauna d’Italia 110.627.0.001.0
Codice Natura 2000 1311
Ordine Chirotteri
Famiglia Vespertilionidi
Categoria UICN
Status in Italia A più basso rischio
Status in Toscana A più basso rischio
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat IV
Riassunto
Specie legata alle zone rocciose e alle costruzioni umane per il rifugio, sia estivo sia invernale. Minacciata dalla
riduzione nella disponibilità dei rifugi. Necessaria l’adozione di tecniche mirate alla creazione di accessi per gli animali
anche negli edifici di nuova costruzione.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Distribuito dall’Europa centrale e meridionale e dall’Africa maghrebina, fino al Giappone, attraverso l’Asia centrale.
Sembra in diminuzione in tutta Europa, dove si registrano locali estinzioni. In Italia è nota per l’intero territorio. E’ la
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
157
Integrazioni – Documento 1
specie più frequente in Toscana, dopo il pipistrello albolimbato (Pipistrellus kuhlii), e in questa regione sono
conosciute varie colonie riproduttive.
Ecologia
La specie necessita, come tutti i Chirotteri, di una serie di rifugi dove ripararsi durante il giorno (nella buona stagione),
dove accoppiarsi (per lo più in autunno), dove riprodursi (in primavera) e dove superare, in stato di letargo, i rigori
della stagione invernale (freddo e mancanza di cibo).
Frequenta gli ambienti più vari, dal mare alla montagna, dalle aree boscate a quelle agricole, alle aree urbanizzate. I
rifugi estivi si trovano prevalentemente nelle fessure delle rocce e delle costruzioni, sia abbandonate, sia di recente
edificazione (in cavità, fessure o spacchi dei muri, tra le tegole, ecc); i rifugi invernali possono essere simili a quelli
estivi, ma sverna anche in grotte e cavità sotterranee, talvolta negli alberi. I rifugi invernali sono generalmente
occupati da animali solitari, mentre le colonie riproduttive sono costituiti al massimo da poche decine di esemplari. La
femmina partorisce due piccoli l’anno, più raramente uno, tra giugno e metà luglio.
Caccia spesso sull’acqua, al margine dei boschi, nei giardini, lungo le strade e intorno ai lampioni, tenendosi
preferibilmente ad alta quota, anche oltre i 100 metri. Si nutre prevalentemente di piccoli Insetti volatori.
Cause di minaccia
Uno dei fattori che condizionano le popolazioni di questa specie è la minore disponibilità di rifugi offerta dagli edifici
più moderni. Un’altra minaccia deriva dal disturbo umano alle colonie riproduttive negli edifici e alle colonie ibernanti
durante l’inverno (un numero eccessivo di risvegli “forzati” conduce a morte gli animali a causa dell’imprevisto
consumo di riserve energetiche che non gli consente di arrivare, in letargo, alla primavera successiva). Spesso al
semplice e involontario disturbo ai rifugi, si aggiungono atti di deliberato e sconsiderato vandalismo, dovuti anche al
fatto che nelle aree urbane, dove l’incontro con l’uomo è frequente, non tutte le persone sono culturalmente
preparate ad una pacifica convivenza con questi animali sul cui conto si conoscono molte leggende e pochi dati di
fatto.
Misure per la conservazione
Tra le necessarie misure di protezione c’è il mantenimento strutturale dei rifugi nei vecchi edifici per evitare il loro
eccessivo degrado, se non addirittura il crollo, nonché l’uso di accorgimenti architettonici (ad es. tegole speciali per
assicurare l’accesso ai sottotetti) da adottare negli edifici più moderni in modo da favorire il rifugio degli animali.
Anche nel caso di ristrutturazione di un edificio, quando è presente una colonia riproduttiva, occorre valutare
attentamente gli interventi ed evitare di eseguire i lavori nel periodo primaverile.
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili su ecologia, distribuzione e status della specie in Italia, sono sintetizzate in Lanza e Agnelli,
1999 – I Chirotteri. In: Iconografia dei Mammiferi italiani, Spagnesi M. e Toso S. eds., Istituto Nazionale per la Fauna
Selvatica, Ozzano Emilia, Bo.
Dati relativi alla Toscana sono riportati in vari contributi di imminente pubblicazione negli Atti del I° Convegno Italiano
sui Chirotteri tenutosi a Castell’Azzara (GR) il 28-29 marzo 1998. Tra questi ad esempio: Agnelli P., Dondini G., Vergari
S. - Atlante dei Chirotteri della Toscana: risultati preliminari.
Scaravelli D., 1993. Pipistrelli in città. (pp.167-172). In: Cencini C., Dindo M. L. (ed.) Ecologia in città. Alla scoperta
dell'ambiente urbano. Lo Scarabeo Bologna.
Segnalazioni presenti nell’archivio 76
Arvicola di Fatio Microtus multiplex
Codice Fauna d’Italia 110.645.0.003.0
Ordine Roditori
Famiglia Arvicolidi
Categoria UICN
Status in Italia
Status in Toscana A più basso rischio
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat
Riassunto
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
158
Integrazioni – Documento 1
Endemismo alpino nord-appenninico, la cui popolazione toscana segna il limite meridionale di distribuzione della
specie. Entità non molto conosciuta dal punto di vista ecologico.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie endemica delle Alpi e del nord Appennino; è infatti presente in parte della Svizzera e in Italia nelle Alpi centrooccidentali e nell’Appennino settentrionale della Toscana, suo limite meridionale. La conoscenza sulla sua
distribuzione necessita però di ulteriori approfondimenti data la scarsità di segnalazioni. La sua sicura presenza in
Toscana, secondo alcuni autori, sembra avere bisogno di ulteriori studi, data la difficoltà di determinazione della
specie, difficilmente distinguibile dalla molto più comune arvicola di Savi (M. savii). Infatti secondo alcuni autori
(Amori G., Cristaldi M., Contoli L., 1986: Sui Roditori (Gliridae, Arvicolidae, Muridae) dell’Italia peninsulare ed insulare
in rapporto all’ambiente bioclimatico mediterraneo. Animalia, 11 [1984]) per una sicura determinazione del M.
multiplex è necessario effettuare analisi di tipo elettroforetico.
Ecologia
L’Arvicola di Fatio frequenta prevalentemente ambienti aperti quali praterie e pascoli, ma anche boschi aperti, fino a
circa 2000 m di quota, dove il terreno è fresco e umido. Tende a essere un’animale diurno e si nutre di erbe, radici,
tuberi, bulbi, ecc. La sua biologia è poco conosciuta. La stagione degli accoppiamenti si svolge da aprile a settembre e
dopo una gestazione di 21 giorni vengono partoriti da 2 a 3 piccoli, più raramente 5; diventano indipendenti dopo
circe 3 settimane. La durata della vita è di 2-4 anni.
Cause di minaccia
Essendo una specie endemica le cui popolazioni sono assai localizzate in Toscana alle alte quote dell’Appennino,
attività che sconvolgono queste aree quali ad esempio impianti sciistici e relative attrezzature, o lavori per gasdotti o
simili, possono determinare una sua ulteriore diminuzione.
Misure per la conservazione
Per la conservazione di questa specie montana è necessario mantenere il più possibile inalterate le condizioni
vegetazionali di alta quota contenendo o evitando, per quanto possibile, attività di trasformazione di tali territori
(impianti sciistici, gasdotti, ecc.). Nel caso in cui siano inevitabili tali interventi è necessario prevedere sia una accurata
valutazione di impatto ambientale, prima, che un’opera di ripristino del territorio, poi. Per la conservazione di questa
specie è sicuramente utile anche uno studio e un monitoraggio delle popolazioni esistenti. E’ stato proposto il suo
inserimento nell’allegato II della direttiva Habitat 92/43 della CEE.
Bibliografia ragionata
Le informazioni sulla distribuzione e sull’ecologia sono sintetizzati nella Fauna d’Italia vol. IV (Toschi & Lanza, 1959),
sulla Guida dei Mammiferi d’Europa (Corbet–Ovenden, 1985) e sull’Handbuch der Saugetiere Europas (Niethammer &
Krapp, 1990).
Segnalazioni presenti nell’archivio 14
Puzzola Mustela putorius
Codice Fauna d’Italia 110.658.0.003.0
Codice Natura 2000 1358
Ordine Carnivori
Famiglia Mustelidi
Categoria UICN
Status in Italia Carenza di informazioni
Status in Toscana In pericolo
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat V
Riassunto
E’ una specie poco conosciuta legata ad ambiente umidi di bosco. E’ estremamente elusiva e quindi difficilmente
osservabile, sembra comunque caratterizzata da una generale rarefazione a causa dei cambiamenti dell’habitat
(bonifiche degli ambienti umidi) e alla persecuzione dell’uomo.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
159
Integrazioni – Documento 1
Distribuzione e tendenza della popolazione
Specie euroasiatica diffusa in gran parte dell’Europa, tranne Islanda, Irlanda e Scandinavia settentrionale e isole del
Mediterraneo, e presente anche in alcuni paesi dell’ex U.S.S.R. E’ presente in tutta l’Italia continentale. Le conoscenze
sulla sua distribuzione sono molto scarse sia perché è un animale fortemente elusivo sia per la difficoltà di
rilevamento della sua presenza sul territorio tramite segni di presenza indiretti (fatte, impronte, resti di cibo, ecc.).
Anche per la Toscana le segnalazioni sono frammentarie. Le popolazioni sembrano purtroppo essere in diminuzione.
Ecologia
E’ una specie le cui conoscenze ecologiche e comportamentali sono tuttora scarse. E’ prevalentemente terrestre e
notturna. Predilige ambienti umidi con un ampia copertura vegetale. Ha ghiandole odorifere situate ai lati dell’ano che
producono una sostanza che odora di muschio, comune a tutti i mustelidi, ma che è particolarmente acre nella
Puzzola e che lei libera sia quando è allarmata che quando marca il territorio. Si nutre di roditori, sembra predare
regolarmente i surmolotti, lagomorfi e vertebrati a sangue freddo come rane e rospi, oltre che di uova.
L’accoppiamento ha luogo da marzo a giugno e la gestazione dura 40-43 giorni. I piccoli, partoriti in tane situate in
cavità degli alberi, tane di conigli, sotto cataste di legna o nelle abitazioni, variano da 4 a 6, raramente 3 o 9, e
vengono curati dalla sola madre. A circa 2 mesi e mezzo si rendono indipendenti. La durata della vita è di circa 8-10
anni.
Cause di minaccia
Essendo una specie legata ad ambienti umidi, la progressiva scomparsa di tali aree dovuta alle bonifiche, a reso questo
animale, una volta assai comune, ora raro. Anche il taglio del bosco, senza un’oculata attenzione al mantenimento di
piante eterogenee per età al suo interno, crea un ulteriore ostacolo al mantenimento delle popolazioni. Inoltre, come
la maggior parte dei Mustelidi, è sempre stato oggetto di persecuzione in quanto considerato animale “nocivo” dato
che può causare indirettamente danni all’uomo.
Misure per la conservazione
E’ necessario preservare il più possibile gli ambienti umidi ancora rimasti sia di bosco che di zone aperte data la loro
importanza per la sopravvivenza sia della Puzzola che di un gran numero di altre specie legate a questo tipo di habitat.
Inoltre è importante avere un controllo sul territorio in modo da evitare il fenomeno del bracconaggio ancora oggi
diffuso nei confronti di questa specie. Per la conservazione di questa specie è sicuramente utile anche uno studio e un
monitoraggio delle popolazioni esistenti. E’ stato proposto il suo inserimento nell’allegato II e IV della direttiva Habitat
92/43 della CEE.
Bibliografia ragionata
Le informazioni sulla distribuzione e sull’ecologia sono sintetizzati nella Fauna d’Italia vol. IV (Toschi & Lanza, 1959),
sulla Guida dei Mammiferi d’Europa (Corbet–Ovenden, 1985), sull’Handbuch der Saugetiere Europas (Niethammer &
Krapp, 1990) e su I Mammiferi nel loro ambiente (Moutou F., Bouchardy C., 1992).
Segnalazioni presenti nell’archivio 35
Vespertilio di Bechstein Myotis bechsteinii
Codice Fauna d’Italia 110.624.0.001.0
Ordine Chirotteri
Famiglia Vespertilionidi
Categoria UICN Vulnerabile
Status in Italia Carenza di informazioni
Status in Toscana Vulnerabile
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat II e IV
Riassunto
Specie tipicamente dendrofila, legata ai boschi maturi per il rifugio. Minacciata dalla diminuzione dei vecchi alberi cavi
dovuta alla pratica della ceduazione e dall’eccessivo uso di pesticidi. Necessarie la protezione dei vecchi alberi, la
conversione a fustaia di più vaste superfici boscate.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
160
Integrazioni – Documento 1
Distribuito dall'Europa al Caucaso, alla Turchia e all'Iran. In Italia la specie risulta presente nella maggior parte delle
regioni continentali e peninsulari, nonché in Sicilia. In Toscana è stato recentemente rilevato in area appenninica nelle
province di Pistoia e di Firenze, ma è specie fra le più rare e di difficile osservazione.
Ecologia
Come tutti i Chirotteri necessita di una serie di rifugi dove ripararsi durante il giorno (nella buona stagione), dove
accoppiarsi (per lo più in autunno), dove riprodursi (in primavera) e dove superare, in stato di letargo, i rigori della
stagione invernale (freddo e mancanza di cibo). Predilige le aree boscate e le zone alberate in genere con alberi
maturi, come giardini e parchi. Rifugi estivi e colonie riproduttive nei cavi degli alberi e nelle bat-box, meno spesso
nelle costruzioni e di rado nelle cavità delle rocce. D'inverno si rifugia soprattutto in cavità sotterranee, naturali o
artificiali, molto umide, occasionalmente anche nei cavi degli alberi. Si spinge sino a 1.350 m di quota nella buona
stagione e sino a 1.800 m in inverno. Per lo più solitario, solo di rado si trova in piccoli gruppi formati al massimo da 10
individui. L'unico piccolo viene partorito tra la seconda metà di giugno e la fine di luglio, talora più precocemente,
anche in maggio. Lascia il rifugio solo a notte fonda e lo riguadagna assai prima dell'alba, di solito dopo avervi fatto
temporaneamente ritorno alcune volte nel frattempo; il foraggiamento si svolge di regola nelle radure dei boschi, ai
loro margini e lungo le strade che li attraversano, spesso a poche centinaia di metri dal rifugio. Sedentario; il più lungo
spostamento noto è di 39 km.
Cause di minaccia
Il Vespertilio di Bechstein è specie molto rara e quindi è attualmente impossibile stabilire qual è la tendenza delle sue
popolazioni, sia in Toscana che in Italia in generale. Sicuramente può essere minacciato dal disturbo umano nei rifugi e
sono soprattutto a rischio le colonie ibernanti (un numero eccessivo di risvegli “forzati” conduce a morte gli animali a
causa dell’imprevisto consumo di riserve energetiche che non gli consente di arrivare, in letargo, alla primavera
successiva). Spesso al semplice e involontario disturbo si aggiungono atti di deliberato e sconsiderato vandalismo. I
rifugi estivi (compresi quelli riproduttivi) sono invece a rischio per il taglio dei vecchi alberi, per una gestione forestale
che privilegia i boschi cedui e per la mancanza di adeguate superfici di bosco maturo.
Misure per la conservazione
L’azione più urgente è la tutela dei vecchi alberi cavi e la conversione a fustaia di una maggiore superficie boscosa.
Necessaria anche la salvaguardia delle radure e l’incremento delle strutture lineari (quali siepi, filari, canali, ecc.) che
collegano tra loro aree boscate isolate. Altra misura sicuramente utile è il controllo dell’uso incondizionato di pesticidi.
Per questa specie resta inoltre fondamentale un incremento delle ricerche per meglio definire la sua distribuzione e le
sue preferenze relative ai rifugi e alle aree di caccia in Italia, e in Toscana in particolare, data la estrema rarità dei dati
disponibili.
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili su ecologia, distribuzione e status della specie in Italia, sono sintetizzate in Lanza e Agnelli,
1999 – I Chirotteri. In: Iconografia dei Mammiferi italiani, Spagnesi M. e Toso S. eds., Istituto Nazionale per la Fauna
Selvatica, Ozzano Emilia, Bologna.
Dati relativi alla Toscana sono riportati in vari contributi negli Atti del I° Convegno Italiano sui Chirotteri tenutosi a
Castell’Azzara (GR) il 28-29 marzo 1998. Tra questi ad esempio: Agnelli P., Dondini G., Vergari S. - Atlante dei Chirotteri
della Toscana: risultati preliminari;
Segnalazioni presenti nell’archivio 4
Vespertilio mustacchino Myotis mystacinus
Codice Fauna d’Italia 110.624.0.009.0
Ordine Chirotteri
Famiglia Vespertilionidi
Categoria UICN
Status in Italia Vulnerabile
Status in Toscana Vulnerabile
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat IV
Riassunto
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
161
Integrazioni – Documento 1
Specie legata alle aree boscate, si rifugia negli edifici in estate e in cavità sotterranee d’inverno. Necessaria
l’individuazione e la protezione delle colonie invernali e di quelle riproduttive. Minacciata principalmente dalla
diminuzione dei rifugi disponibili e dal disturbo umano, necessita di protezione dei rifugi più importanti e di un
controllo nell’uso di pesticidi.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Distribuito in Europa, Marocco, Asia Centrale e Orientale fino alla Cina. Rare le segnalazioni della specie in Italia;
comunque la sua presenza sembra accertata per le regioni settentrionali e centrali, per la Sicilia e la Sardegna, ed è
molto probabile per quanto concerne il resto della penisola. In Toscana è conosciuto per poche catture effettuate in
aree montane, ma non si sono ancora rilevate colonie riproduttive o di svernamento.
Ecologia
Come tutti i Chirotteri necessita di una serie di rifugi dove ripararsi durante il giorno (nella buona stagione), dove
accoppiarsi (per lo più in autunno), dove riprodursi (in primavera) e dove superare, in stato di letargo, i rigori della
stagione invernale (freddo e mancanza di cibo). Specie boschereccia, predilige i parchi e i giardini prossimi agli abitati e
gli abitati stessi. Rifugi estivi e nursery, spesso vicini ai corsi d’acqua, negli edifici, di rado nei cavi degli alberi. Sverna
nelle cavità sotterranee. I maschi generalmente vivono separati dalle femmine in primavera e nel periodo estivo
precedente alla stagione degli amori. L'unico piccolo viene messo al mondo fra la metà di giugno e tutto luglio. Caccia
quasi in vari tipi di ambiente, di solito vicino a terra, ma soprattutto in vicinanza di alberi isolati. Le prede sono
rappresentate dai più diversi tipi di Insetti, ma soprattutto da Ditteri e Lepidotteri; nelle pause della caccia usa
appendersi ai rami. Sostanzialmente sedentario, compie talvolta spostamenti di una certa entità; quello più lungo
sinora accertato è di 240 km.
Cause di minaccia
Le popolazioni di vespertilio mustacchino è sensibile, come del resto le altre specie di Chirotteri, all’uso sconsiderato
di pesticidi, che finisce per impoverire le sue aree di foraggiamento. Tra le cause di minaccia occorre poi ricordare la
rimozione di siepi e boschetti che vengono utilizzati dai pipistrelli come indispensabili riferimenti nello spostamento
dai rifugi alle aree di foraggiamento e il disturbo umano nei rifugi estivi e alle colonie ibernanti durante l’inverno (un
numero eccessivo di risvegli “forzati” conduce a morte gli animali a causa dell’imprevisto consumo di riserve
energetiche che non gli consente di arrivare, in letargo, alla primavera successiva). Spesso al semplice e involontario
disturbo si aggiungono atti di deliberato e sconsiderato vandalismo.
Misure per la conservazione
L’azione più urgente è il censimento delle colonie (soprattutto di quelle riproduttive) per individuare i rifugi più
importanti e attuare, almeno in questi, adeguate misure di protezione. Importante anche la salvaguardia e
l’incremento delle strutture lineari (quali siepi, filari, canali, ecc.) che collegano i rifugi con tali aree dove gli animali si
alimentano. Altra misura sicuramente utile è il controllo dell’uso incondizionato di pesticidi
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili su ecologia, distribuzione e status della specie in Italia, sono sintetizzate in Lanza e Agnelli,
1999 – I Chirotteri. In: Iconografia dei Mammiferi italiani, Spagnesi M. e Toso S. eds., Istituto Nazionale per la Fauna
Selvatica, Ozzano Emilia, Bologna.
Dati relativi alla Toscana sono riportati in vari contributi negli Atti del I° Convegno Italiano sui Chirotteri tenutosi a
Castell’Azzara (GR) il 28-29 marzo 1998. Tra questi ad esempio: Agnelli P., Dondini G., Vergari S. - Atlante dei Chirotteri
della Toscana: risultati preliminari;
Dondini G., Papalini O., Sarti R. & Vergari S. - Chirotterofauna della grotta di Castell’Azzara (Toscana, Italia).
Segnalazioni presenti nell’archivio 11
Toporagno d’acqua Neomys fodiens
Codice Fauna d’Italia 110.619.0.002.0
Famiglia Soricidae
Categoria UICN
Status in Italia
Status in Toscana A più basso rischio
Livello di Rarità
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
162
Integrazioni – Documento 1
Allegati Direttiva Habitat
Riassunto
Specie a distribuzione localizzata. Si rinviene in aree montane anche se lo stato di conoscenza della sua distribuzione è
ancora molto scarso. La sua alimentazione insettivora e il suo legame a corsi d’acqua non inquinati lo rende assai
vulnerabile ad una scorretta gestione delle pratiche agricole e dei corsi d’acqua stessi.
Distribuzione e tendenza della popolazione
E’ specie euroasiatica. Il Toporagno d’acqua è diffuso in gran parte dell’Europa centrale e settentrionale eccettuate
Islanda e Irlanda, isole mediterranee, gran parte della penisola Iberica e le regioni meridionali della penisola balcanica;
il suo areale si estende ad est fino all’Asia settentrionale e all’Asia minore. In Italia è ampiamente distribuito su tutta la
penisola anche se le nelle provincie meridionali le conoscenze alquanto scarse. E’ una specie localizzata dato il suo
legame con l’acqua. E’ maggiormente microterma e montana del congenere N. anomalus; si rinviene quindi
solitamente ad altitudini maggiori. Le conoscenze sulla sua distribuzione in Toscana sono scarse, probabilmente anche
per la difficoltà del suo rilevamento; le informazioni per la provincia di Firenze sono però migliori in quanto sono state
effettuate recenti ricerche all’interno di questa provincia.
Ecologia
E’ una specie che si rinviene laddove esistono corsi d’acqua, stagni, canali, torrenti o fiumi, prevalentemente di aree
submontane e montane, in ottime condizioni dal punto di vista della qualità ambientale, con rive caratterizzate da una
buona copertura vegetale e con argini non troppo ripidi. Per questi motivi viene utilizzato sia come bioindicatore che
come ecoindicatore dei corsi d’acqua. Nuota con estrema agilità alla ricerca di prede quali Insetti e altri Artropodi,
lombrichi, molluschi, ma anche piccoli Vertebrati (uova e avannotti di Pesci, uova e larve di Anfibi). Tende a essere più
attivo nelle ore notturne e non attraversa un periodo di riposo invernale. Dopo 3-4 settimane dagli accoppiamenti
nascono da 6 a 9 piccoli che diventano indipendenti dopo circa quaranta giorni.
Cause di minaccia
Il toporagno d’acqua sta subendo un forte declino a causa dell’inquinamento delle acque dovuto a una cattiva
manutenzione e gestione degli scarichi antropici, al mal sfruttamento a scopi civili e agricoli dell’acqua di superficie,
all’uso indiscriminato di pesticidi e all’inquinamento del suolo. Tutto questo porta alla sua rarefazione sia per cause
dirette (inquinamento delle acque e del suolo, sfruttamento indiscriminato dell’acqua) che per cause indirette dovuto
all’accumulo di sostanze nocive presenti negli Invertebrati da lui predati. Anche la rimozione di siepi e boschetti lungo i
corsi d’acqua, dovuta al tipo di pratiche agricole, è un’ulteriore causa di minaccia dato che porta sia alla mancanza di
un adeguata copertura delle rive sia a una diminuzione generale della fauna, compresa quella invertebrata.
Misure per la conservazione
Fondamentale per la conservazione del toporagno d’acqua è una gestione corretta del prelievo di acqua e un
adeguato controllo affinché vengano applicate le norme esistenti sulla depurazioni degli scarichi, che comunque
dovranno essere limitati il più possibile, oltre che evitare ogni tipo di scarico abusivo da parte dei privati cittadini.
Inoltre contenere l’utilizzo di sostanze insetticide e di sostanze tossiche per il terreno almeno al di sotto dei limiti
imposti dalla legge italiana. Sicuramente incentivare pratiche agricole quali la lotta integrata e l’agricoltura biologica, a
minor impatto sul territorio, sono favorevoli all’espansione di tutti gli Insettivori e quindi anche di questa specie. E’
necessario anche incoraggiare interventi sul territorio mirati all’impianto di siepi e alberi sia tra estese aree coltivate
che lungo i piccoli corsi d’acqua, fossati, borri. E’ stato proposto il suo inserimento negli allegati II e IV della direttiva
Habitat 92/43 della CEE.
Nottola gigante Nyctalus lasiopterus
Codice Fauna d’Italia 110.626.0.001.0
Codice Natura 2000 1328
Ordine Chirotteri
Famiglia Vespertilionidi
Categoria UICN A più basso rischio
Status in Italia In pericolo
Status in Toscana In pericolo
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat IV
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
163
Integrazioni – Documento 1
Riassunto
Specie strettamente dendrofila, legata ai boschi maturi per il rifugio. Minacciata dalla diminuzione dei vecchi alberi
cavi dovuta alla pratica della ceduazione e dall’eccessivo uso di pesticidi. Necessarie la protezione dei vecchi alberi, la
conversione a fustaia di più vaste superfici boscate, nonche un incremento delle conoscenze sulla sua distribuzione e
biologia.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Distribuita dall’Europa (con esclusione delle regioni più settentrionali) e dall’Africa settentrionale, all’Asia centrooccidentale. Presumibilmente presente ovunque in Italia, ma rara, è stata finora segnalata solo per sei regioni italiane.
Recentemente rilevata sull’Appennino pistoiese in bat-box, non veniva segnalata in Toscana dalla fine dell’800. Il
livello delle conoscenze sulla sua distribuzione in Toscana è da considerare ancora scarso, principalmente per la
difficoltà nel rilevamento che viene eseguito principalmente con l’ispezione delle cavità degli alberi e con l’uso di batbox. I due esemplari segnalati nel pistoiese usavano le bat-box come rifugi per l’accoppiamento. Non se ne conoscono
colonie riproduttive, né colonie di svernamento.
Ecologia
Come tutti i Chirotteri necessita di una serie di rifugi dove ripararsi durante il giorno (nella buona stagione), dove
accoppiarsi (per lo più in autunno), dove riprodursi (in primavera) e dove superare, in stato di letargo, i rigori della
stagione invernale (freddo e mancanza di cibo). La biologia di questa specie è poco nota. Predilige senz’altro le aree
boscate, principalmente quelle a latifoglie, ricche di vecchi alberi cavi e radure, possibilmente presso corsi d’acqua. I
rifugi si trovano nei cavi degli alberi e, sembra, sia in estate che in inverno. Solo le colonie di femmine riproduttive e
quelle invernali possono contare numerosi individui, mentre i maschi estivano isolatamente o in piccoli gruppi. La
femmina partorisce uno o due piccoli l’anno, tra giugno e luglio.
Caccia per lo più in zone aperte, spesso a diverse decine di metri di quota e in vicinanza di aree boscose, nutrendosi
d’Insetti. La sua dieta è poco conosciuta.
Cause di minaccia
La Nottola gigante sembra essere assai rara in tutto il suo areale. Le cause di minaccia più evidenti sono dovute al
governo a ceduo dei boschi, che priva gli animali dei rifugi nei vecchi alberi cavi, e per gli incendi che in alcune aree
distruggono vaste aree boscate. Certamente la specie risente dello sconsiderato uso di pesticidi che impoverisce
d’Insetti le sue aree di foraggiamento.
Misure per la conservazione
L’azione più urgente è la tutela dei vecchi alberi cavi e la conversione a fustaia di una maggiore superficie boscosa.
Necessaria anche la salvaguardia delle radure e l’incremento delle strutture lineari (quali siepi, filari, canali, ecc.) che
collegano tra loro aree boscate isolate. Altra misura sicuramente utile è il controllo dell’uso incondizionato di pesticidi.
Per questa specie resta comunque fondamentale l’incremento delle ricerche per meglio definire la sua distribuzione e
le sue preferenze ambientali.
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili su ecologia, distribuzione e status della specie in Italia, sono sintetizzate in Lanza e Agnelli,
1999 – I Chirotteri. In: Iconografia dei Mammiferi italiani, Spagnesi M. e Toso S. eds., Istituto Nazionale per la Fauna
Selvatica, Ozzano Emilia, Bologna.
Dati relativi alla Toscana sono riportati in vari contributi di imminente pubblicazione negli Atti del I° Convegno Italiano
sui Chirotteri tenutosi a Castell’Azzara (GR) il 28-29 marzo 1998. Tra questi ad esempio: Agnelli P., Dondini G., Vergari
S. - Atlante dei Chirotteri della Toscana: risultati preliminari. E inoltre in : Vergari S., Dondini G., Agnelli P., 1997 –
Supplementary records of Greater Noctule in Italy, Myotis 35: 111-112.
Segnalazioni presenti nell’archivio 2
Nottola di Leisler Nyctalus leisleri
Codice Fauna d’Italia 110.626.0.002.0
Codice Natura 2000 1331
Ordine Chirotteri
Famiglia Vespertilionidi
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
164
Integrazioni – Documento 1
Categoria UICN A più basso rischio
Status in Italia Vulnerabile
Status in Toscana A più basso rischio
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat IV
Riassunto
Specie strettamente dendrofila, legata ai boschi maturi per il rifugio. Minacciata dalla diminuzione dei vecchi alberi
cavi dovuta alla pratica della ceduazione e dall’eccessivo uso di pesticidi. Necessarie la protezione dei vecchi alberi, la
conversione a fustaia di più vaste superfici boscate.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Distribuita dall’Europa e dall’Africa settentrionale, all’Asia sud-occidentale. Presumibilmente presente ovunque in
Italia, è stata finora segnalata solo per le regioni settentrionali e centrali e per la Puglia. La Nottola di Leisler sembra
essere piuttosto rara in tutto il suo areale, anche se recenti e mirate indagini condotte in Toscana con bat-box e batdetector hanno rilevato una distribuzione più ampia di quella fin qui ipotizzata. In Toscana è stata rilevata di recente
solo sull’Appennino pistoiese e fiorentino, nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi e nel livornese. Il livello delle
conoscenze sulla sua distribuzione in Toscana è da considerare ancora scarso, principalmente per la difficoltà nel
rilevamento che viene eseguito principalmente con l’ispezione delle cavità degli alberi e con l’uso di bat-box. Non se
ne conoscono colonie riproduttive in Toscana, ma solo rifugi per l’accoppiamento e per lo svernamento.
Ecologia
Come tutti i Chirotteri necessita di una serie di rifugi dove ripararsi durante il giorno (nella buona stagione), dove
accoppiarsi (per lo più in autunno), dove riprodursi (in primavera) e dove superare, in stato di letargo, i rigori della
stagione invernale (freddo e mancanza di cibo). Predilige le aree boscate, principalmente quelle a latifoglie, ricche di
vecchi alberi cavi e radure, possibilmente presso corsi d’acqua, ma frequenta anche altri ambienti dal livello del mare
fino alle faggete di mezza montagna. I rifugi si trovano principalmente nei cavi degli alberi, sia in estate che in inverno,
più di rado nelle fessure delle costruzioni. Specie gregaria, si riunisce in fitte colonie di decine o centinaia di esemplari,
sia d’estate che d’inverno. La femmina partorisce generalmente due piccoli l’anno, talvolta uno solo, tra giugno e
luglio.
Caccia sopra i boschi, nelle radure, ma anche sopra e all’interno di piccoli abitati posti in prossimità di aree boscose. Si
nutre d’Insetti, per lo più di piccole dimensioni, catturati al volo.
Cause di minaccia
Le cause di minaccia più evidenti sono il governo a ceduo dei boschi, che priva gli animali dei rifugi nei vecchi alberi
cavi, e gli incendi che in alcune aree distruggono vaste aree boscate. Certamente la specie risente dello sconsiderato
uso di pesticidi che impoverisce d’Insetti le sue aree di foraggiamento.
Misure per la conservazione
L’azione più urgente è la tutela dei vecchi alberi cavi e la conversione a fustaia di una maggiore superficie boscosa.
Necessaria anche la salvaguardia delle radure e l’incremento delle strutture lineari (quali siepi, filari, canali, ecc.) che
collegano tra loro aree boscate isolate. Altra misura sicuramente utile è il controllo nell’uso incondizionato di pesticidi.
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili su ecologia, distribuzione e status della specie in Italia, sono sintetizzate in Lanza e Agnelli,
1999 – I Chirotteri. In: Iconografia dei Mammiferi italiani, Spagnesi M. e Toso S. eds., Istituto Nazionale per la Fauna
Selvatica, Ozzano Emilia, Bologna.
Dati relativi alla Toscana sono riportati in vari contributi di imminente pubblicazione negli Atti del I° Convegno Italiano
sui Chirotteri tenutosi a Castell’Azzara (GR) il 28-29 marzo 1998. Tra questi ad esempio: Agnelli P., Dondini G., Vergari
S. - Atlante dei Chirotteri della Toscana: risultati preliminari; Agnelli P., Scaravelli D., Bertozzi M., Crudele G. - Primi
dati sui Chirotteri del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, M. Falterona e Campigna.
Segnalazioni presenti nell’archivio 14
Pipistrello albolimbato Pipistrellus kuhlii
Codice Fauna d’Italia 110.625.0.001.0
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
165
Integrazioni – Documento 1
Codice Natura 2000 1319
Ordine Chirotteri
Famiglia Vespertilionidi
Categoria UICN
Status in Italia A più basso rischio
Status in Toscana A più basso rischio
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat IV
Riassunto
Specie legata principalmente alle costruzioni umane per il rifugio estivo e ad aree più o meno antropizzate per
l’alimentazione. Minacciata dalla riduzione nella disponibilità dei rifugi. Necessaria l’adozione di tecniche mirate alla
creazione di accessi per gli animali anche negli edifici di nuova costruzione.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Distribuito in Europa meridionale, Africa settentrionale, orientale e sudorientale, Asia occidentale e a Est fino all’India
nordorientale. Sembra la specie di pipistrello meno a rischio in Europa. E’ la specie più diffusa in Toscana, perché
adattabile ad un largo ventaglio di tipologie ambientali; E’ stata osservata dal livello del mare fino ad oltre 800 m s.l.m.
Specie antropofila, è più comune nelle aree urbanizzate.
Ecologia
Come tutti i Chirotteri necessita di una serie di rifugi dove ripararsi durante il giorno (nella buona stagione), dove
accoppiarsi (per lo più in autunno), dove riprodursi (in primavera) e dove superare, in stato di letargo, i rigori della
stagione invernale (freddo e mancanza di cibo).
Predilige zone temperato-calde dalla pianura alle aree pedemontane, principalmente nei pressi degli abitati. I rifugi
estivi si trovano prevalentemente negli edifici, sia abbandonati che di recente costruzione, molto più di rado nelle
fessure delle rocce o nel cavo degli alberi; I rifugi invernali sono spesso gli stessi di quelli estivi, purché
sufficientemente riparati. La femmina partorisce generalmente due piccoli l’anno, tra giugno e metà luglio.
Caccia spesso presso le luci artificiali di lampioni e insegne, nei giardini, lungo le strade o sull’acqua, di regola a bassa
quota, nutrendosi di numerose specie di Insetti volatori.
Cause di minaccia
Il fattore che condiziona maggiormente le popolazioni di questa specie è la minore disponibilità di rifugi offerta dagli
edifici più moderni. Altra minaccia deriva dal disturbo umano alle colonie riproduttive negli edifici (si tratta spesso di
rifugi facilmente accessibili) e alle colonie ibernanti durante l’inverno (un numero eccessivo di risvegli “forzati”
conduce a morte gli animali a causa dell’imprevisto consumo di riserve energetiche che non gli consente di arrivare, in
letargo, alla primavera successiva). Spesso al semplice e involontario disturbo ai rifugi, si aggiungono atti di deliberato
e sconsiderato vandalismo, dovuti anche al fatto che, specie nelle città, non tutte le persone sono culturalmente
preparate ad una pacifica convivenza con questi animali su cui in genere si conoscono molte leggende e pochi dati di
fatto.
Misure per la conservazione
Tra le necessarie misure di protezione c’è il mantenimento strutturale dei rifugi stessi per evitare il loro eccessivo
degrado se non addirittura il crollo, nonché l’uso di accorgimenti architettonici (ad es. tegole speciali per assicurare
l’accesso ai sottotetti) da adottare negli edifici più moderni per favorire il rifugio agli animali. Anche nel caso di
ristrutturazione di un edificio, in cui è presente una colonia riproduttiva, occorre valutare gli interventi ed evitare
accuratamente il periodo primaverile, critico per la presenza della colonia in formazione.
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili su ecologia, distribuzione e status della specie in Italia, sono sintetizzate in Lanza e Agnelli,
1999 – I Chirotteri. In: Iconografia dei Mammiferi italiani, Spagnesi M. e Toso S. eds., Istituto Nazionale per la Fauna
Selvatica, Ozzano Emilia, Bologna.
Dati relativi alla Toscana sono riportati in vari contributi di imminente pubblicazione negli Atti del I° Convegno Italiano
sui Chirotteri tenutosi a Castell’Azzara (GR) il 28-29 marzo 1998. Tra questi ad esempio: Agnelli P., Dondini G., Vergari
S. - Atlante dei Chirotteri della Toscana: risultati preliminari.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
166
Integrazioni – Documento 1
E inoltre: Haffner M., Stutz H.P., 1986. Abundance of Pipistrellus pipistrellus and Pipistrellus kuhlii foraging at streetlamps. Myotis, 23-24: 167-172.
Scaravelli D., 1993. Pipistrelli in città. (pp.167-172). In: Cencini C., Dindo M. L. (ed.) Ecologia in città. Alla scoperta
dell'ambiente urbano. Lo Scarabeo Bologna.
Segnalazioni presenti nell’archivio 76
Pipistrello nano Pipistrellus pipistrellus
Codice Fauna d’Italia 110.625.0.003.0
Codice Natura 2000 1309
Ordine Chirotteri
Famiglia Vespertilionidi
Categoria UICN
Status in Italia A più basso rischio
Status in Toscana A più basso rischio
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat IV
Riassunto
Specie legata principalmente alle costruzioni umane per il rifugio, sia estivo sia invernale, ma anche a boschi maturi e a
grotte. Minacciata dalla riduzione nella disponibilità dei rifugi. Necessaria l’adozione di tecniche mirate alla creazione
di accessi per gli animali anche negli edifici di nuova costruzione.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Distribuito dall’Europa e dall’Africa settentrionale, attraverso l’Asia meridionale, fino alla Cina. Sembra in diminuzione
in tutta Europa. In Italia è nota per l’intero territorio. Specie abbastanza frequente in Toscana, anche in zone
antropizzate; sono conosciute alcune colonie riproduttive per l’area collinare e montana della Toscana settentrionale.
Ecologia
La specie necessita, come tutti i Chirotteri, di una serie di rifugi dove ripararsi durante il giorno (nella buona stagione),
dove accoppiarsi (per lo più in autunno), dove riprodursi (in primavera) e dove superare, in stato di letargo, i rigori
della stagione invernale (freddo e mancanza di cibo).
Predilige zone temperato-calde dalla pianura alle aree pedemontane, principalmente nei pressi degli abitati. I rifugi
estivi si trovano prevalentemente negli edifici, sia abbandonati sia di recente costruzione, per lo più in cavità, fessure
o spacchi dei muri, ma anche tra le rocce o nel cavo degli alberi; i rifugi invernali possono essere simili a quelli estivi,
ma sverna anche in grotte e cavità sotterranee. I rifugi sono spesso occupati da decine di animali, talvolta misti ad
altre specie. Non è raro osservarlo in caccia anche durante l’inverno, durante le frequenti interruzioni del letargo. La
femmina partorisce uno o due piccoli l’anno, tra maggio e luglio.
Caccia spesso sull’acqua, ma anche al margine dei boschi, nei giardini, lungo le strade e intorno ai lampioni; talvolta
anche assai prima del tramonto, se non addirittura in pieno giorno. Si nutre prevalentemente di piccoli Insetti volatori.
Cause di minaccia
Uno dei fattori che condizionano maggiormente le popolazioni di questa specie è la minore disponibilità di rifugi
offerta dagli edifici più moderni. Un’altra minaccia deriva dal disturbo umano alle colonie riproduttive negli edifici e
alle colonie ibernanti durante l’inverno (un numero eccessivo di risvegli “forzati” conduce a morte gli animali a causa
dell’imprevisto consumo di riserve energetiche che non gli consente di arrivare, in letargo, alla primavera successiva).
Spesso al semplice e involontario disturbo ai rifugi, si aggiungono atti di deliberato e sconsiderato vandalismo, dovuti
anche al fatto che, specie nelle città, non tutte le persone sono culturalmente preparate ad una pacifica convivenza
con questi animali sul cui conto si conoscono molte leggende e pochi dati di fatto.
Misure per la conservazione
Tra le necessarie misure di protezione c’è il mantenimento strutturale dei rifugi nei vecchi edifici per evitare il loro
eccessivo degrado, se non addirittura il crollo, nonché l’uso di accorgimenti architettonici (ad es. tegole speciali per
assicurare l’accesso ai sottotetti) da adottare negli edifici più moderni per favorire il rifugio agli animali. Anche nel
caso di ristrutturazione di un edificio, quando è presente una colonia riproduttiva, occorre valutare gli interventi ed
evitare di scegliere il periodo primaverile per l’esecuzione dei lavori (in primavera si forma la colonia riproduttiva).
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
167
Integrazioni – Documento 1
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili su ecologia, distribuzione e status della specie in Italia, sono sintetizzate in Lanza e Agnelli,
1999 – I Chirotteri. In: Iconografia dei Mammiferi italiani, Spagnesi M. e Toso S. eds., Istituto Nazionale per la Fauna
Selvatica, Ozzano Emilia, Bologna.
Dati relativi alla Toscana sono riportati in vari contributi di imminente pubblicazione negli Atti del I° Convegno Italiano
sui Chirotteri tenutosi a Castell’Azzara (GR) il 28-29 marzo 1998. Tra questi ad esempio: Agnelli P., Dondini G., Vergari
S. - Atlante dei Chirotteri della Toscana: risultati preliminari.
E inoltre in: Agnelli P., 1996. I Mammiferi. pp. 66-73. In: Giubelli G. (ed.). Isola d’Elba. Geologia, Flora, Fauna, Storia,
Arte, Ambiente. Pro.Gra.Ms. Italia, Ferrara, 119 pp.
Haffner M., Stutz H.P., 1986. Abundance of Pipistrellus pipistrellus and Pipistrellus kuhlii foraging at street-lamps.
Myotis, 23-24: 167-172.
Jenkins E.V., Laine T., Morgan S.E. Cole K.R., Speakman J.R., 1998. Roost selection in the pipistrelle bat, Pipistrellus
pipistrellus (Chiroptera: Vespertilionidae), in northeast Scotland. Animal Behaviour, 56: 909-917.
Scaravelli D., 1993. Pipistrelli in città. (pp.167-172). In: Cencini C., Dindo M. L. (ed.) Ecologia in città. Alla scoperta
dell'ambiente urbano. Lo Scarabeo Bologna.
Segnalazioni presenti nell’archivio 29
Orecchione bruno Plecotus auritus
Codice Fauna d’Italia 110.631.0.001.0
Codice Natura 2000 1326
Ordine Chirotteri
Famiglia Vespertilionidi
Categoria UICN
Status in Italia A più basso rischio
Status in Toscana In pericolo
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat IV
Riassunto
Specie boschereccia, legata a costruzioni umane e a boschi maturi per il rifugio estivo e per l’alimentazione, ad
ambienti ipogei per il rifugio invernale. Minacciata dal disturbo ai rifugi, dalle modificazioni del paesaggio, (agricoltura
intensiva, riduzione aree boscate anche nelle aree collinari) dall’eccessivo uso di pesticidi. Necessaria l’individuazione e
la protezione delle colonie riproduttive.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Distribuito dall’Europa all’Asia paleartica fino al Giappone. E’ considerato in diminuzione in tutta Europa. In Italia è
noto per le regioni settentrionali e centrali. Il livello delle conoscenze sulla distribuzione della popolazione toscana si
può considerare ancora scarso. In tale regione, dove era conosciuto solo per vecchie segnalazioni, è stato
recentemente rilevato in provincia di Arezzo dove, in un edificio poco frequentato, si è scoperta un’importante colonia
riproduttiva.
Ecologia
Come tutti i Chirotteri necessita di una serie di rifugi dove ripararsi durante il giorno (nella buona stagione), dove
accoppiarsi (per lo più in autunno), dove riprodursi (in primavera) e dove superare, in stato di letargo, i rigori della
stagione invernale (freddo e mancanza di cibo).
Predilige i boschi radi, i parchi e i giardini anche in città. I rifugi estivi si trovano nei cavi degli alberi, ma anche in batbox o in soffitte di edifici dove si insinua nelle fessure. I rifugi invernali si trovano prevalentemente nelle grotte o in
altre cavità sotterranee. Le colonie riproduttive possono contare diverse decine di individui, ma sono per lo più
costituite dalle sole femmine in quanto i maschi estivano isolatamente o in piccoli gruppi. D’inverno non mostra
tendenze gregarie. La femmina partorisce un solo piccolo l’anno (raramente due), fra la metà e la fine di giugno.
Caccia per lo più tra le fronde degli alberi con volo molto manovrato e capace persino di praticare lo “spirito santo”. Si
nutre principalmente di Lepidotteri, catturati sia in volo, sia raccolti dai rami o sulle foglie.
Cause di minaccia
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
168
Integrazioni – Documento 1
L’Orecchione bruno ha subito un forte declino in tutto il suo areale per vari motivi: per l’uso di pesticidi che
impoveriscono le sue aree di foraggiamento, per la rimozione di siepi e boschetti che vengono utilizzati come
indispensabili riferimenti nello spostamento dai rifugi alle aree di foraggiamento, per gli incendi che riducono le
superfici boscate, per il governo a ceduo dei boschi che riduce il numero dei vecchi alberi dove l’Orecchione trova
rifugio, per il disturbo umano alle colonie riproduttive situate negli edifici. Spesso al semplice e involontario disturbo si
aggiungono atti di deliberato e sconsiderato vandalismo.
Misure per la conservazione
L’azione più urgente è la tutela dei vecchi alberi cavi e la conversione a fustaia di una maggiore superficie boscosa.
Necessaria anche la salvaguardia delle radure e l’incremento delle strutture lineari (quali siepi, filari, canali, ecc.) che
collegano tra loro aree boscate isolate. Altra misura sicuramente utile è il controllo dell’uso incondizionato di pesticidi.
Per questa specie resta inoltre fondamentale un incremento delle ricerche per meglio definire la sua distribuzione e le
sue preferenze relative ai rifugi e alle aree di caccia in Italia, e in Toscana in particolare, perché ai limiti meridionali
dell’areale.
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili su ecologia, distribuzione e status della specie in Italia, sono sintetizzate in Lanza e Agnelli,
1999 – I Chirotteri. In: Iconografia dei Mammiferi italiani, Spagnesi M. e Toso S. eds., Istituto Nazionale per la Fauna
Selvatica, Ozzano Emilia, Bo.
Dati relativi alla Toscana sono riportati in vari contributi di imminente pubblicazione negli Atti del I° Convegno Italiano
sui Chirotteri tenutosi a Castell’Azzara (GR) il 28-29 marzo 1998. Tra questi ad esempio: Agnelli P., Dondini G., Vergari
S. - Atlante dei Chirotteri della Toscana: risultati preliminari; Agnelli P., Scaravelli D., Bertozzi M., Crudele G. - Primi
dati sui Chirotteri del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, M. Falterona e Campigna.
Segnalazioni presenti nell’archivio 4
Orecchione grigio Plecotus austriacus
Codice Fauna d’Italia 110.631.0.002.0
Codice Natura 2000 1329
Famiglia Vespertilionidae Gray, 1821
Categoria UICN
Status in Italia A più basso rischio
Status in Toscana Vulnerabile
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat IV
Riassunto
Specie boschereccia, legata a costruzioni umane e a boschi maturi per il rifugio estivo e per l’alimentazione, ad
ambienti ipogei per il rifugio invernale. Minacciata dal disturbo ai rifugi, dalle modificazioni del paesaggio, (agricoltura
intensiva, riduzione aree boscate anche nelle aree collinari) dall’eccessivo uso di pesticidi. Necessaria la protezione
delle colonie riproduttive negli edifici.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Distribuito dall’Europa centrale e meridionale, all’Africa occidentale, mediterranea e orientale, e verso Est fino alla
Cina attraverso l’Asia paleartica. E’ considerato in diminuzione in tutta Europa. In Italia è presente praticamente in
tutto il territorio, ma raro. Le conoscenze sulla distribuzione della popolazione toscana si sono recentemente
incrementate con la scoperta di alcune colonie riproduttive situate in vecchi edifici. Data la recente distinzione di
questa specie dall’Orecchione bruno (Plecotus auritus), occorre vagliare attentamente le segnalazioni bibliografiche
precedenti agli anni ’60.
Ecologia
Come tutti i Chirotteri necessita di una serie di rifugi dove ripararsi durante il giorno (nella buona stagione), dove
accoppiarsi (per lo più in autunno), dove riprodursi (in primavera) e dove superare, in stato di letargo, i rigori della
stagione invernale (freddo e mancanza di cibo).
Predilige i boschi radi, gli ambienti agrari, i parchi e i giardini anche nelle grandi città, mostrando maggior antropofilia
rispetto alla specie gemella Plecotus auritus. I rifugi estivi si trovano principalmente nelle soffitte degli edifici, ma
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
169
Integrazioni – Documento 1
anche nelle grotte o nei cavi degli alberi. I rifugi invernali si trovano prevalentemente nelle grotte o in altre cavità
sotterranee. Le colonie riproduttive possono contare diverse decine di individui, ma sono per lo più costituite dalle
sole femmine in quanto i maschi estivano isolatamente o in piccoli gruppi. D’inverno non mostra tendenze gregarie. La
femmina partorisce un solo piccolo l’anno, fra la metà e la fine di giugno.
Caccia per lo più tra le fronde degli alberi con volo molto manovrato e capace persino di praticare lo “spirito santo”. Si
nutre principalmente di Lepidotteri, catturati in volo o raccolti dai rami e dalle foglie.
Cause di minaccia
L’Orecchione grigio ha subito un forte declino in tutto il suo areale per vari motivi: per l’uso di pesticidi che
impoveriscono le sue aree di foraggiamento, per la rimozione di siepi e boschetti che vengono utilizzati come
indispensabili riferimenti nello spostamento dai rifugi alle aree di foraggiamento, per gli incendi che riducono le
superfici boscate, per il disturbo umano alle colonie riproduttive situate negli edifici. Spesso al semplice e involontario
disturbo si aggiungono atti di deliberato e sconsiderato vandalismo.
Misure per la conservazione
L’azione più urgente è la tutela delle colonie riproduttive situate negli edifici. Necessarie anche la conversione a
fustaia di una maggiore superficie boscosa, l’incremento delle strutture lineari (quali siepi, filari, canali, ecc.) che
collegano tra loro rifugi e aree di foraggiamento o che connettono aree boscate isolate. Altra misura sicuramente utile
è il controllo dell’uso incondizionato di pesticidi.
Per questa specie resta inoltre fondamentale un incremento delle ricerche per meglio definire la sua biologia
riproduttiva in Italia.
Rinolòfo maggiore Rhinolophus ferrumequinum
Codice Fauna d’Italia 110.623.0.003.0
Codice Natura 2000 1304
Ordine Chirotteri
Famiglia Rinolofidi
Categoria UICN A più basso rischio
Status in Italia Vulnerabile
Status in Toscana Vulnerabile
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat II e IV
Riassunto
Specie termofila, legata ad ambienti ipogei per il rifugio invernale, a costruzioni umane per il rifugio estivo e ad aree
boscate e corpi d’acqua per l’alimentazione. Minacciata dal disturbo ai rifugi, dalle modificazioni del paesaggio,
(agricoltura intensiva, riduzione aree boscate anche nelle aree collinari) dall’eccessivo uso di pesticidi. Necessaria la
protezione delle colonie invernali e di quelle riproduttive.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Distribuito dall’Europa settentrionale all’Africa maghrebina e, attraverso le regioni himalayane, fino al Giappone. E’
considerato in diminuzione in tutta Europa. Il livello delle conoscenze sulla distribuzione della popolazione toscana si
può considerare ancora scarso. In tale regione è probabilmente distribuito su tutto il territorio, anche se localizzato.
Specie troglofila/antropofila è stata rilevata in alcune grotte e in molti edifici abbandonati. Non se ne conoscono
colonie riproduttive in Toscana, ma solo colonie di svernamento in cavità ipogee.
Ecologia
Come tutti i Chirotteri necessita di una serie di rifugi dove ripararsi durante il giorno (nella buona stagione), dove
accoppiarsi (per lo più in autunno), dove riprodursi (in primavera) e dove superare, in stato di letargo, i rigori della
stagione invernale (freddo e mancanza di cibo).
Predilige zone calcaree ricche di caverne e non lontano dall’acqua, anche nei pressi degli abitati. I rifugi estivi si
trovano prevalentemente negli edifici, talora in cavi degli alberi o in grotte; quelli invernali si trovano prevalentemente
nelle grotte o in altre cavità sotterranee. Solo le colonie riproduttive contano numerosi individui, mentre i maschi
estivano isolatamente o in piccoli gruppi. Anche d’inverno non mostra spiccate tendenze gregarie. La femmina
partorisce un solo piccolo all’anno (raramente due), fra giugno e luglio.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
170
Integrazioni – Documento 1
Caccia per lo più in aree collinari a copertura arborea o arbustiva non troppo fitta, nutrendosi di numerose specie di
Insetti.
Cause di minaccia
Il Rinolofo maggiore ha subito un forte declino in tutto il suo areale per vari motivi: per l’uso di pesticidi che
impoveriscono le sue aree di foraggiamento, per la rimozione di siepi e boschetti che vengono utilizzati come
indispensabili riferimenti nello spostamento tra i rifugi e le aree di foraggiamento, per il disturbo umano nei rifugi
estivi (tali siti, anche se contano pochi individui, sono numerosi e molto esposti al disturbo) e alle colonie ibernanti
durante l’inverno (un numero eccessivo di risvegli “forzati” conduce a morte gli animali a causa dell’imprevisto
consumo di riserve energetiche che non gli consente di arrivare, in letargo, alla primavera successiva). Spesso al
semplice e involontario disturbo si aggiungono atti di deliberato e sconsiderato vandalismo.
Misure per la conservazione
L’azione più urgente è il censimento delle colonie (soprattutto di quelle riproduttive) per individuare i rifugi più
importanti e attuare, almeno in questi, adeguate misure di protezione. Tra le misure di protezione più urgenti c’è la
regolamentazione dell’accesso ai rifugi (nel tempo e nello spazio), lo studio per l’individuazione delle aree di
foraggiamento e la salvaguardia e l’incremento delle strutture lineari (quali siepi, filari, canali, ecc.) che collegano i
rifugi con tali aree dove gli animali si alimentano.
Altra misura sicuramente utile è il controllo dell’uso incondizionato di pesticidi.
Bibliografia ragionata
Le informazioni disponibili su ecologia, distribuzione e status della specie in Italia, sono sintetizzate in Lanza e Agnelli,
1999 – I Chirotteri. In: Iconografia dei Mammiferi italiani, Spagnesi M. e Toso S. eds., Istituto Nazionale per la Fauna
Selvatica, Ozzano Emilia, Bologna.
Dati relativi alla Toscana sono riportati in vari contributi di imminente pubblicazione negli Atti del I° Convegno Italiano
sui Chirotteri tenutosi a Castell’Azzara (GR) il 28-29 marzo 1998. Tra questi ad esempio: Agnelli P., Dondini G., Vergari
S. - Atlante dei Chirotteri della Toscana: risultati preliminari; Dondini G., Papalini O., Sarti R. & Vergari S. Chirotterofauna della grotta di Castell’Azzara (Toscana, Italia); Agnelli P., Scaravelli D., Bertozzi M., Crudele G. - Primi
dati sui Chirotteri del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, M. Falterona e Campigna.
E inoltre: Horácek I., 1984. Remarks on the casuality of population decline in european bats. Myotis, 21-22 [19831984]: 138-147.
Segnalazioni presenti nell’archivio 68
Rinolòfo minore Rhinolophus hipposideros
Codice Fauna d’Italia 110.623.0.004.0
Codice Natura 2000
1303
Categoria UICN Vulnerabile
Status in Italia Vulnerabile
Status in Toscana In pericolo
Livello di Rarità Regionale
Allegati Direttiva Habitat II e IV
Riassunto
Specie termofila, legata ad ambienti ipogei per il rifugio invernale, a costruzioni umane per il rifugio estivo e ad aree
boscate e corpi d’acqua per l’alimentazione. Minacciata dal disturbo ai rifugi, dalle modificazioni del paesaggio,
(agricoltura intensiva, riduzione delle aree boscate anche nelle aree collinari) dall’eccessivo uso di pesticidi. Necessaria
la protezione delle colonie invernali e di quelle riproduttive.
Distribuzione e tendenza della popolazione
Distribuito dall’Europa centro-settentrionale all’Africa maghrebina e all’Etiopia, a Est raggiunge l’Asia sudoccidentale.
E’ considerato in diminuzione in tutta Europa. E’ una specie rara anche in Toscana, dove è localizzata soprattutto in
aree collinari e di bassa montagna. In questa regione è stata rilevata in grotta e in edifici abbandonati, mentre solo di
recente (1998) è stata scoperta la prima colonia riproduttiva. Ulteriori colonie sono state identificate durante le
ricerche per il progetto RE.NA.TO.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
171
Integrazioni – Documento 1
Ecologia
Come tutti i Chirotteri necessita di una serie di rifugi dove ripararsi durante il giorno (nella buona stagione), dove
accoppiarsi (per lo più in autunno), dove riprodursi (in primavera) e dove superare, in stato di letargo, i rigori della
stagione invernale (freddo e mancanza di cibo).
Specie troglofila/antropofila, predilige zone calcaree ricche di caverne e non lontano dall’acqua, anche nei pressi degli
abitati. I rifugi estivi si trovano prevalentemente negli edifici, talora in grotte e miniere; quelli invernali si trovano
prevalentemente nelle grotte o in altre cavità sotterranee. Solo le colonie riproduttive contano numerosi individui,
mentre i maschi estivano isolatamente o in piccoli gruppi. Anche d’inverno non mostra spiccate tendenze gregarie. La
femmina partorisce un solo piccolo l’anno, intorno alla seconda metà di giugno. Caccia per lo più in aree collinari a
copertura arborea o arbustiva rada e in parchi, nutrendosi di numerose specie di Insetti, principalmente Ditteri
(zanzare, moscerini, ecc.) e Lepidotteri (falene).
Cause di minaccia
Il Rinolofo minore ha subito un forte declino in tutto il suo areale per vari motivi: per l’uso di pesticidi che
impoveriscono le sue aree di foraggiamento, per la rimozione di siepi e boschetti che vengono utilizzati come
indispensabili riferimenti nello spostamento ttra i rifugi e le aree di foraggiamento, per il disturbo umano alle colonie
riproduttive negli edifici abbandonati (si tratta spesso di strutture facilmente accessibili) e alle colonie ibernanti
durante l’inverno (un numero eccessivo di risvegli “forzati” conduce a morte gli animali a causa dell’imprevisto
consumo di riserve energetiche che non gli consente di arrivare, in letargo, alla primavera successiva). Spesso al
semplice e involontario disturbo si aggiungono atti di deliberato e sconsiderato vandalismo.
Misure per la conservazione
L’azione più urgente è il censimento delle colonie (soprattutto di quelle riproduttive) per individuare i rifugi più
importanti e attuare, almeno in questi, adeguate misure di protezione. Tra le misure di protezione più urgenti c’è il
mantenimento strutturale dei rifugi stessi per evitare il loro eccessivo degrado se non addirittura il crollo, la
regolamentazione dell’accesso ai rifugi invernali (nel tempo e nello spazio), lo studio per l’individuazione delle aree di
foraggiamento e la salvaguardia e l’incremento delle strutture lineari (quali siepi, filari, canali, ecc.) che collegano i
rifugi con tali aree dove gli animali si alimentano.
Altra
misura
sicuramente
utile
è
il
controllo
dell’uso
incondizionato
di
pesticidi
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
172
Integrazioni – Documento 1
- deve essere esplicitato, attraverso idonea cartografia e compatibilmente con le finalità del
Piano di gestione, il rapporto tra i corpi idrici sotterranei inseriti nel registro delle aree protette,
le aree di salvaguardia e le aree di rispetto delle captazioni ad uso idropotabile di cui all'art. 94
del d.lgs. 152/06;
(Integrazione tratta dal Documento 15 “Dichiarazione di sintesi” del Piano di Gestione).
Modifica effettuata tramite la correzione della tavola 5.1 e del documento 5 del Piano di gestione delle acque.
4. (Problemi ambientali esistenti, relativi al Piano, con particolare riguardo alle
aree di interesse ambientale, culturale, paesaggistico):
- le criticità individuate e relative agli "habitat di interesse" devono essere più puntualmente
riferite alle specifiche aree protette che tali habitat ospitano;
(Integrazione tratta dal Documento 15 “Dichiarazione di sintesi” del Piano di Gestione).
Le criticità delle aree protette
Sono state approfondite le analisi relative alle criticità ravvisate per ciascun sito della Rete Natura 2000 in
cui sono presenti habitat e specie igrofile e le minacce per habitat e specie.
I dati relativi a flora, fauna e habitat segnalati per la Rete Natura 2000 presenti nel Bacino del Serchio sono
stati dedotti da dati bibliografici e dalla consultazione geografica del Repertorio Naturalistico Toscano, che
attualmente costituisce lo strumento ufficiale e più efficace per ottenere informazioni dettagliate circa gli
elementi di attenzione valutati a livello regionale.
Il Repertorio Naturalistico Toscano (RENATO) è un geodatabase contenente informazioni puntuali circa le
emergenze floristiche, vegetazionali, faunistiche presenti nel territorio regionale. Si tratta di un progetto
attuato da ARSIA (Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’innovazione nel settore Agricolo-forestale) su
incarico della Direzione Generale delle Politiche Territoriali e Ambientali della Regione Toscana, nel quale
sono state coinvolte le principali istituzioni scientifiche regionali (Università di Siena, Firenze e Pisa, Museo
di Storia Naturale di Firenze). La prima fase di archiviazione è iniziata nel 1997 e si è conclusa nel 2003.
Attualmente sono in corso campagne di aggiornamento, revisione e approfondimento dei dati.
I contenuti dell’archivio RENATO sono i seguenti:
segnalazioni georeferenziate degli elementi di attenzione “emergenze” (specie animali e vegetali,
fitocenosi, habitat di interesse ai sensi della Dir. 92/43 CEE e della L.R. 56/00);
liste di attenzione;
schede sintetiche degli elementi di attenzione nelle quali si forniscono informazioni sullo status o
vulnerabilità, sulla corologia, ecologia-fenologia, minacce e indirizzi di conservazione;
mappe sulla distribuzione regionale delle emergenze;
schede sintetiche su aree d’attenzione particolarmente importanti per la biodiversità.
Le segnalazioni derivano dalla raccolta, organizzazione e valutazione di dati editi (studi scientifici) e inediti
(segnalazioni da parte di esperti autorevoli, collezioni museali e private, erbari, sopralluoghi) riguardanti il
territorio regionale: per la flora, vegetazione/habitat, la fauna invertebrata sono stati considerati le fonti
disponibili a partire dal 1960, mentre per i vertebrati a partire dal 1980.
Per le specie, la valutazione del relativo Status in Toscana tiene conto del grado di minaccia espresso
secondo le categorie proposte dall’IUCN (International Union Conservation Nature and Natural Resources):
EX – estinta a livello regionale
CR – in pericolo critico
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
173
Integrazioni – Documento 1
EN - minacciato
VU - vulnerabile
LR – a più basso rischio
DD – con carenza di informazioni
NE – non valutata
Per quanto riguarda gli habitat viene valutata la vulnerabilità potenziale espressa attraverso una scala di
valori (bassa, media, alta) che riassumono il punteggio derivato dalla somma di una serie di parametri come
la contrazione dell’areale, il rischio di scomparsa o degrado, il grado di antropizzazione, la presenza di
specie alloctone.
Alla conclusione della prima fase, che ha interessato l’archiviazione delle informazioni relative a 1152
emergenze (48 molluschi, 3 crostacei, 300 insetti, 15 ciclostomi e pesci, 13 anfibi, 11 rettili, 80 uccelli, 40
mammiferi, 472 specie di flora (tracheofite), 87 habitat, 83 fitocenosi) è seguita una campagna di
divulgazione attraverso una pubblicazione delle schede relative agli elementi maggiormente minacciati (EN,
CR) e maggior grado di vulnerabilità e di un apposito sito web (http//www. rete.toscana.it/index.htm) che
potesse permettere ricerche a più livelli nel geodatabase.
Di seguito, per quelle emergenze presenti nella Rete Natura 2000 del Bacino del Serchio valutate e presenti
nel Repertorio Naturalistico Toscano si riportano le relative schede sintetiche. Si sottolinea che queste sono
il prodotto della prima fase di costruzione dell’archivio e sono quindi aggiornate al 2003. Per maggiori
dettagli si rimanda alla seguente pubblicazione e ai relativi allegati:
Sposimo P., Castelli C. (a cura di), 2005 – La Biodiversità in Toscana. Specie e Habitat di pericolo Archivio del
Repertorio Naturalistico Toscano (RENATO). Allegato CD-Rom. Regione Toscana, Direzione generale delle
Politiche Territoriali e Ambientali. Tipografia Il Bandino, Firenze.
Come accennato sono in corso aggiornamenti che potrebbero apportare dati più dettagliati per la
conoscenza delle singole emergenze (contributi da fonti bibliografiche più recenti, nuove segnalazioni
inedite, azioni di monitoraggio) con approfondimenti sulla distribuzione e grado di minaccia e vulnerabilità.
Questo comporta l’aggiunta o l’eliminazione di elementi di attenzione o a una variazione della categoria di
status di quelli esistenti. Non potendo disporre degli aggiornamenti completi, per maggiore correttezza si fa
riferimento a quanto riportato nel sito consultabile fino all’anno 2009 e aggiornato al 2003.
(http://www.regione.toscana.it/regione/export/RT/sitoRT/Contenuti/sezioni/ambiente_territorio/biodiversita/rubriche/cosafare/visualizza
_asset.html_1915283971.html)
Le principali criticità degli habitat igrofili
La tabella che segue riporta le minacce agli habitat igrofili o comunque legati ad ambienti fluviali e
perifluviali presenti in ciascun sito della Rete Ecologica Regionale ricadente nel Bacino del Fiume Serchio. La
compilazione è avvenuta facendo principale riferimento alle criticità e alle minacce indicate nelle seguenti
fonti:
Del. G.R. 644/2004 Attuazione art. 12, comma 1, lett. A) della L.R. 56/00 Norme per la conservazione e la
tutela degli habitat naturali e seminaturali, della flora e della fauna selvatiche. Approvazione norme
tecniche relative alle forme e alle modalità di tutela e conservazione dei Siti di importanza regionale (SIR).
Schede degli habitat d’interesse ai sensi della L.R. 56/00 e della Dir. 92/43 CEE elaborate nel progetto
RENATO.
Nelle Norme tecniche di cui sopra, per ciascun SIR sono riportate le caratteristiche del sito tra cui le
emergenze (habitat, specie animali e vegetali, fitocenosi), i principali elementi di criticità interni ed esterni
al sito. A seguito nelle note conoscitive sono individuate le principali misure di conservazione da adottare
nelle quale si in individuano i principali obiettivi di conservazione e le indicazioni per le misure di
conservazione, la necessità di un Piano di gestione specifico per il sito o di piani di settore.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
174
Integrazioni – Documento 1
x
22
Torbiere basse di transizione e torbiere alte ed instabili.
x
Stagni delle depressioni interdunali permanentemente allagate.
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
Praterie umide mediterranee di elofite dominate da alte erbe e
giunchi.
x
Boschi palustri a ontano.
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
Comunità di idrofite radicate e non del Nymphaeion albae.
x
x
x
x
x
x
x
x
x
Laghi eutrofici naturali con vegetazione del Magnopotamion o
x
Hydrocharition.
x
x
x
x
x
x
Laghi e stagni distrofici naturali.
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
Torbiere intermedie galleggianti su acque oligotrofiche in aree
x
planiziali (Rhynchosporion).
Paludi torbose neutro-basofile con formazioni a dominanza di
x
Cladium mariscus e/o Carex davalliana.
Torbiere intermedie galleggianti su acque oligotrofiche in aree
x
planiziali (Rhynchosporion).
Consorzi di alte erbe (megaforbie) di radure e bordi dei boschi
da planiziali a subalpini.
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
Torbiere basse di transizione e torbiere alte ed instabili.
x
x
x
x
x
Torbiere basse di transizione e torbiere alte ed instabili.
x
x
x
x
x
Lagune.
x
x
Prati salsi mediterranei saltuariamente inondati.
x
Stagni delle depressioni interdunali permanentemente allagate.
x
Paludi torbose neutro-basofile con formazioni a dominanza di
x
Cladium mariscus e/o Carex davalliana.
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
175
Erosione costiera
x
Carico ungulati selvatici
x
Specie esotiche
x
Agricoltura
Frequentazione turistica, escursionistica
Opere idrauliche e urbanizzazione
Gestione idraulica, bonifica
Taglio vegetazione ripariale,
Ripulitura canali, Gestione selvicolturale e
vegetazione palustre
x
Salinizzazione
x
x
x
Boschi planiziari e/o ripariali a farnia, carpino, ontano e frassino
meridionale.
Praterie umide mediterranee di elofite dominate da alte erbe e
x
giunchi.
61
Evoluzione spontanea
Torbiere basse di transizione e torbiere alte ed instabili.
29
Captazione
23
28
x
Inquinamento
15
Boschi misti di latifoglie mesofile dei macereti e dei valloni su
substrato calcareo (Tilio-Acerion)
27
x
x
Torbiere basse di transizione e torbiere alte ed instabili.
25
x
x
11
24
x
Interrimento
SIR
Nome habitat di cui all'Allegato A1 della L.R. 56/2000
Abbassamento falda freatica
Nelle Schede degli Habitat di interesse elaborate dal Repertorio Naturalistico Toscano per ciascuna
tipologia segnalata in Toscana, accanto a indicazioni corologiche, ecologiche e floristico-vegetazionali sono
riportate informazioni circa le cause di minaccia e tipo di gestione antropica e indicazioni per le misure di
conservazione da adottare. Viene inoltre riportata la qualità intrinseca e la vulnerabilità potenziale
dell’habitat, verificata attraverso una scala di valori (bassa, media, alta) dedotta dalla somma dei punteggi
attribuiti a parametri opportunamente scelti per la procedura valutativa.
62
Lagune.
x
Prati salsi mediterranei saltuariamente inondati.
x
x
Praterie umide mediterranee di elofite dominate da alte erbe e
giunchi.
Paludi torbose neutro-basofile con formazioni a dominanza di
x
Cladium mariscus e/o Carex davalliana.
Boschi palustri a ontano.
x
Boschi planiziari e/o ripariali a farnia, carpino, ontano e frassino
x
meridionale.
Boschi ripari mediterranei a dominanza di Salix alba e/o
Populus alba e/o Populus nigra.
Stagni delle depressioni interdunali permanentemente allagate.
x
Agricoltura
Carico ungulati selvatici
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
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x
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x
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x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
x
Erosione costiera
Frequentazione turistica, escursionistica
x
Opere idrauliche e urbanizzazione
Evoluzione spontanea
x
x
x
x
Captazione
x
Gestione idraulica, bonifica
x
Specie esotiche
Praterie umide mediterranee di elofite dominate da alte erbe e
giunchi.
Taglio vegetazione ripariale,
Ripulitura canali, Gestione selvicolturale e
vegetazione palustre
Salinizzazione
Inquinamento
SIR
Interrimento
Nome habitat di cui all'Allegato A1 della L.R. 56/2000
Abbassamento falda freatica
Integrazioni – Documento 1
x
x
x
x
La tabella è stata redatta tenendo principalmente conto delle principali criticità indicate per ciascun SIR
nella Del. G. R. 644/2004 e nelle schede del Repertorio Naturalistico Toscano che si riportano di seguito.
Lagune salmastre costiere
Codice Natura 2000: 1150
Codice Corine: 21
Allegato I Direttiva Habitat: sì (prioritario)
Valutazione della qualità dell'habitat: alta
Valutazione della vulnerabilità dell'habitat: media
Descrizione generale e ecologia
Ambienti acquatici costieri con acque lentiche, salate o salmastre, poco profonde, caratterizzate da
notevole variazioni stagionali in salinità e in profondità, in relazione agli apporti idrici (acque marine o
continentali), alla piovosità e alla temperatura che condiziona l'evaporazione. Sono in contatto diretto o
indiretto con il mare, dal quale sono in genere separati da cordoni di sabbie o argille e meno
frequentemente da coste basse rocciose. Talora questo habitat è presente anche all'interno, presso bacini
astatici di natura endoreica.
Distribuzione
Habitat distribuito lungo le coste mediterranee. In Italia sono presenti in Toscana, Lazio, Puglia, coste
dell’Adriatico settentrionale, Sicilia, Sardegna. In Toscana i biotopi più rappresentativi sono a Orbetello (una
delle lagune salmastre più grandi d’Italia) e Burano.
Specie guida
Ruppia maritima, R. cirrhosa
Specie notevoli
Althenia filiformis
Tipo di gestione antropica e causa di minaccia
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
176
Integrazioni – Documento 1
L’habitat è soggetto con il tempo ad un naturale processo di interramento, che porterebbe alla sua
scomparsa. Le acque salmastre possono presentare tendenza ad un aumento del livello di inquinamento
dovuto alla concentrazione di nutrienti in relazione alla vicinanza di colture agricole (Burano). A Orbetello è
presente una situazione complessa, con attività di pesca, presenza di scarichi civici, vicinanza di
insediamenti. Entrambe le località sono classificate come Zone umide di importanza internazionale
(Ramsar) e come Riserve statali e provinciali.
Misure per la conservazione
Controllare i livelli di inquinamento ed eutrofizzazione delle acque, con interventi di regolazione degli
scarichi civili e delle concimazioni nelle colture vicine. Favorire l’ossigenazione delle acque in profondità.
Prati salsi mediterranei saltuariamente inondati
Codice Natura 2000: 1410
Codice Corine: 15.15 (15.5)
Allegato I Direttiva Habitat: si
Valutazione della qualità dell'habitat: alta
Valutazione della vulnerabilità dell'habitat: media
Descrizione generale e ecologia
Si tratta di giuncheti a dominanza di Juncus maritimus o J. acutus, il primo in condizioni di maggiore idrofilia
e alofilia. Quindi partendo dal mare J. maritimus tende a formare cenosi quasi pure a queste si succedono
consociazioni con J. acutus; più lontano viene sostituito da J. acutus. Presso il mare, in aree poco disturbate
dal pascolo, si possono formare giuncheti chiusi mentre, in condizioni di pascolamento non eccessivo,
formazioni aperte con infiltrazioni di Arthrocnemum sp.pl., Sarcocornia perennis e Limonium serotinum.
Distribuzione
L’habitat è distribuito lungo le coste base del Mediterraneo. In Italia è presente in varie stazioni, in quasi
tutte le regioni che si affacciano sul mare.
Specie guida
Juncus maritimus, J. acutus, J. gerardi.
Specie notevoli
Arthrocnemum macrostachyum, Sarcocornia perennis, S. fruticosa, Aeluropus littoralis, Carex extensa,
Artemisia caerulescens var. palmata, Linum maritimum, Juncus subulatus.
Tipo di gestione antropica e causa di minaccia
Gran parte delle stazioni di questo habitat sono racchiuse in aree protette. Le maggiori cause di minaccia
sono l’evoluzione per interramento e svincolamento dalla serie igrofila e alofila quindi dipendenti
dall’evoluzione della linea di costa. Un intenso carico di pascolo può provocare un eccesso di
frammentazione delle cenosi con impoverimento delle specie guida e notevoli ed un aumento delle specie
nitrofile (alcune aree della zona di Alberese).
Misure per la conservazione
Gestione e verifica dei livelli idrometrici e della linea di costa. Nelle aree pascolate controllo del carico del
pascolo.
Stagni delle depressioni interdunali permanentemente allagate
Codice Natura 2000: 2190
Codice Corine: 16.31
Allegato I Direttiva Habitata: si
Valutazione della qualità dell'habitat: media
Valutazione della vulnerabilità dell'habitat: alta
Descrizione generale e ecologia
L’habitat in Italia è legato alle aree permanentemente allagate dei retroduna e ai canali di bonifica, anche di
zone più interne (Hottonietum palustris).
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
177
Integrazioni – Documento 1
L’habitat, di non chiara definizione, è presente, seppur sporadico, sui litorali del Mediterraneo e
dell’Atlantico. In Italia la sua distribuzione è sconosciuta. In Toscana è segnalato all’interno del Parco di San
Rossore, a Sibolla e presso Montieri, ma le sue esatte distribuzione e consistenza sono da accertare.
Segnalazioni più frequenti sono riportate in letteratura per la specie principale, Hottonia palustris, ma non
è quasi mai precisato se costituisca il tipo di fitocenosi oggetto dell’habitat. Hottonia palustris costituiva in
passato dense fitocenosi in molti canali di bonifica interni (Cerbaie, Padule di Fucecchio, ecc.), stazioni nelle
quali è ancora presente ma in netta regressione.
Specie guida e notevoli
Hottonia palustris
Tipo di gestione antropica e causa di minaccia
Nelle aree retrodunali litoranee l’habitat è negativamente influenzato dall’abbassamento della falda
acquifera e dalle attività antropiche, che hanno consistito quasi esclusivamente nella bonifica, nella messa a
coltura, nell’urbanizzazione o nello sfruttamento turistico delle aree ad esso congeniali. Per altre cause non
ben individuate la superficie occupata è in rapida e netta regressione anche nei canali di bonifica più
interni, dove fino a non molti anni fa era molto diffuso. Probabilmente l’attività di ripulitura dei canali e la
qualità delle acque (tipo di inquinamento) sono fattori determinanti tra le cause di minaccia. In qualche
caso, come per esempio a Sibolla, anche la colonizzazione degli habitat palustri da parte delle specie
arboree rappresenta una minaccia.
Misure per la conservazione
Occorrono studi specifici atti ad accertare la reale diffusione e lo stato di conservazione dell’habitat in
Toscana, mirati in particolare ad evidenziare le cause che hanno fatto regredire, fin quasi alla scomparsa, le
superfici occupate da questo habitat.
Laghi e stagni distrofici naturali
Codice Natura 2000: 3160
Codice Corine: 22.14
Allegato I Direttiva Habitat: si
Valutazione della qualità dell'habitat: alta
Valutazione della vulnerabilità dell'habitat: alta
Descrizione generale e ecologia
Questo tipo di habitat è distribuito in tutti i paesi europei, anche se nella parte meridionale diventa raro. In
Italia scarseggiano le informazioni circa la sua distribuzione. In Toscana l'habitat è stato osservato nei laghi
di Sibolla e Massaciuccoli, e potrebbe essere presente nelle zone palustri meno disturbate della Toscana
Nord-occidentale.ricercato Anche l'effettiva presenza e consistenza della stazioni segnalate va accertata
con indagini mirate.
L’habitat si colloca in laghi, stagni e torbiere con acque torbose scure, ricche in acidi umici, con pH acido
(generalmente <6). Nell'accezione da noi utilizzata deve essere considerato limitato ai piccoli canali che si
formano nelle rotture dell'aggallato, ed è quindi caratterizzato da specie liberamente flottanti sulla
superficie dell'acqua.
Specie guida e notevoli
Utricularia minor, Sphagnum sp. pl.
Tipo di gestione antropica e causa di minaccia
Le informazioni sono insufficienti per evidenziare cause di minaccia specifiche, a parte l'alterazione della
qualità delle acque che favorisce la colonizzazione di questi ambienti da parte di flora meno specializzata
(Phagmites australis, Typha sp. pl., Amorpha fruticosa, ecc.).
Misure per la conservazione
Mancano le informazioni per delineare particolari misure per la conservazione dell'habitat. In generale sono
da monitorare la qualità dell'ambiente ed in particolare l'inquinamento delle acque e da contenere le
piante invasive.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
178
Integrazioni – Documento 1
Laghi eutrofici naturali con vegetazione del Magnopotamion o Hydrocharition
Codice Natura 2000: 3150
Codice Corine: 22.13
Allegato I Direttiva Habitat: si
Valutazione della qualità dell'habitat: medio-alta
Valutazione della vulnerabilità dell'habitat: alta
Descrizione generale e ecologia
Habitat lacustri, palustri e di acque stagnanti eutrofiche ricche di basi con vegetazione dulciacquicola
idrofitica azonale, sommersa o natante, flottante o radicante, ad ampia distribuzione, riferibile alle classi
Lemnetea e Potametea.
Questo tipo di habitat è distribuito in tutti i paesi europei. In Italia scarseggiano le informazioni circa la sua
distribuzione. In Toscana esistono alcune segnalazioni per i laghi di Porta, Massaciuccoli, Chiusi, Acquato e
di San Floriano, e per la zona ai piedi del Monte Pisano, nonché per i Paduli di Fucecchio, Bientina e Sibolla;
le effettive presenze e consistenze delle stazioni vanno però accertate. L’habitat è probabilmente presente
anche in altre stazioni lacustri e va ricercato.
Specie guida
Hydrocharition: Hydrocharis morsus-ranae, Lemna sp. pl., Spirodela sp. pl., Utricularia vulgaris, U. australis,
Wolffia arrhiza.Magnopotamion: Potamogeton sp. pl.
Specie notevoli
Potamogeton gramineus, P. nodosus, P. perfoliatus, P. coloratus, P. polygonifolius, P. berchtoldii
Tipo di gestione antropica e causa di minaccia
Le informazioni sono insufficienti per evidenziare cause di minaccia specifiche, a parte la generale
diminuzione delle zone umide, dovute a interramento, captazione delle acque, sfruttamento agricolo ed
industriale delle aree.
Misure per la conservazione
Mancano le informazioni per delineare particolari misure per la conservazione dell'habitat. In generale sono
da perseguire la salvaguardia ed il miglioramento delle zone umide, e la gestione oculata del livello
idrometrico.
Comunità di idrofite radicate e non del Nymphaeion albae
Codice Natura 2000: Codice Corine: 22.4311-22.4312-22.4313
Allegato I Direttiva Habitat: no
Valutazione della qualità dell'habitat: medio-alta
Valutazione della vulnerabilità dell'habitat: media
Descrizione generale e ecologia
Questo tipo di habitat è distribuito in tutti i paesi europei ed anche in Italia, anche se ovunque sporadico e
in regressione. In Toscana è segnalato in diverse stazioni lacustri in tutto il territorio regionale, ma è
potenzialmente presente e da ricercare anche in altre nelle zone planiziarie.
L’habitat è stato proposto per l'inserimento nell'Allegato I della Direttiva 92/43 dal Comitato scientifico
Bioitaly (1995), in quanto abbastanza raro ed in netta regressione. Si tratta di cenosi dominate da idrofite
radicate a grandi foglie galleggianti, come le ninfee, che si insediano in specchi d'acqua e canali a lento
scorrimento.
Specie guida
Nymphaea alba, Nuphar lutea, Nymphoides peltata, Potamogeton natans.
Specie notevoli
Nymphoides peltata, Trapa natans
Tipo di gestione antropica e causa di minaccia
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
179
Integrazioni – Documento 1
Le informazioni sono insufficienti per evidenziare cause di minaccia specifiche, a parte l'alterazione della
qualità delle acque, la bonifica delle zone umide, la gestione del livello idrometrico, ecc. In qualche caso si
assiste anche alla invasione di specie esotiche.
Misure per la conservazione
Mancano le informazioni per delineare particolari misure per la conservazione dell'habitat. In generale sono
da monitorare la qualità dell'ambiente ed in particolare l'inquinamento delle acque, la gestione del livello
idrometrico, l'invasione di specie esotiche, ecc.
Consorzi di alte erbe (megaforbie) di radure e bordi dei boschi e dei corsi d’acqua, da planiziali a subalpini
Codice Natura 2000: 6430 (incl. 6431-6432)
Codice Corine: 37.7-37.8
Allegato I Direttiva Habitat: si
Valutazione della qualità dell'habitat: media
Valutazione della vulnerabilità dell'habitat: media
Descrizione generale e ecologia
Habitat a larga distribuzione ma estremamente localizzato, con stazioni che in maggioranza coprono
superfici ridottissime e quindi difficilmente censibili. Mancano dati certi per la Toscana.
L’habitat si localizza nelle radure e lungo i margini dei boschi da planiziali a subalpini, nonché presso i bordi
dei corsi d’acqua. Risulta costituito da due diversi tipi di vegetazione, rispettivamente localizzati nelle
radure dei boschi mesoigrofili planiziali e collinari (Trifolio-Geranietea) e nelle radure dei boschi montani e
subalpini (Mulgedio-Aconitetea). Si tratta in generale di un habitat che predilige stazioni fresche di
penombra in condizioni eutrofiche, che si trova non di rado in stazioni con suolo profondo o su detriti
stabilizzati.
Specie guida
Trifolio-Geranietea: Glechoma hederacea, Epilobium hirsutum, Filipendula ulmaria, Petasites hybridus,
Aegopodium podagraria, Alliaria petiolata, Lythrum salicaria.
Mulgedio-Aconitetea: Aconitum sp.pl., Adenostyles australis, Epilobium angustifolium, Geranium
sylvaticum, Cirsium sp.pl.
Specie notevoli
Epilobium obscurum, Epilobium roseum, Epilobium collinum.
Tipo di gestione antropica e causa di minaccia
Si tratta spesso di habitat derivanti dalla realizzazione di interventi antropici in ecosistemi forestali. Non di
rado si localizza nelle radure derivanti dalla realizzazione di elettrodotti, impianti di risalita, piste forestali,
ecc. Non presenta quindi particolari minacce, se non nelle stazioni di maggior naturalità quali quelle del
piano subalpino.
Misure per la conservazione
Nonostante la effettiva mancanza di studi approfonditi relativi alla distribuzione ed ecologia di questo
habitat si deve sottolineare come la natura stessa di tali cenosi, spesso a costituire piccolissime superfici in
mosaico con matrici forestali, non ne consente una precisa localizzazione. Non sembrano necessarie quindi
particolari misure di conservazione.
Torbiere basse di transizione e torbiere alte instabili
Codice Natura 2000: 7140
Codice Corine: 54.5
Allegato I Direttiva Habitat: si
Valutazione della qualità dell'habitat: alta
Valutazione della vulnerabilità dell'habitat: alta
Descrizione generale e ecologia
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
180
Integrazioni – Documento 1
L’habitat è distribuito in Europa soprattutto nelle porzioni più settentrionali. In Italia è distribuito sulle Alpi
e sull’Appennino settentrionale. In Toscana sono presenti alcuni siti: due sulle Alpi Apuane, uno nell’alto
Appennino Tosco Emiliano, uno presso la Pania di Corfino e alcune piccole aree nell’Alta valle del Sestaione.
L’altitudine varia fra 1100 e 1750 m. Non è comunque escluso che altre piccole torbiere siano presenti sui
versanti toscani dell’Appennino. Sono inoltre presenti piccole stazioni residuali, quali quella del M.
Tontorone sulle Alpi Apuane.
Le torbiere dell’Appennino Tosco Emiliano si trovano al limite meridionale dell’areale di questo habitat, in
un’area dove il clima è troppo arido e caldo per assicurare condizioni adatte allo sviluppo di questo
ambiente. Si formano così comunità non perfettamente attribuibili alle tipologie presenti nel Manuale di
Interpretazione (Romao, 1996) a causa della scarsa diversità floristica ed alle piccole superfici a
disposizione, che non ne consentono il completo sviluppo. Piccole aree attribuibili all’habitat 7140 (54.5)
permettono lo sviluppo di alcune comunità a Carex nigra e a sfagni (Sphagnum sp.pl.). In particolare sono
presenti alcune cenosi attribuibili alle Caricetalia nigrae ed una attribuibile alle Scheuchzeretalia palustris al
Lago del Greppo. Le torbiere dell’Appennino rappresentano uno stadio di colonizzazione dei laghetti
alpestri da parte dello sfagno, che parte dai bordi e prosegue verso il centro. Si tratta in genere di habitat
mosaicati in quanto vi confluiscono aree di accumulo di sfagno, ruscelletti, zone ad elofite, spesso
marginali, e formazioni dei bordi dei ruscelletti.
Specie guida
Carex nigra (=C. fusca), Sphagnum sp.pl.
Specie notevoli
Eriphorum angustifolium, E. alpinum, Spagnum sp.pl.
Tipo di gestione antropica e causa di minaccia
Le stazioni di questo habitat si trovano tutte in aree protette, con l’eccezione dei prati di Logarghena.
Poiché si tratta di un ambiente di per se stesso instabile, le minacce risiedono nell’evoluzione naturale della
vegetazione, che viene favorita dall’inquinamento e dalla captazione delle acque. Una delle maggiori
minacce è però dovuta alla raccolta di sfagno utilizzato in vivaismo, soprattutto nei siti prossimi a strade
(Lamarossa). Anche il calpestio o il pascolo, seppur lieve, può portare a fenomeni di compattamento e
aumento dei nutrienti che favoriscono la colonizzazione da parte di specie banali e nitrofile.
Misure per la conservazione
Le misure indispensabili alla conservazione di questi ambienti passano dalla recinzione dei siti e dalla
gestione ottimale dell’apporto idrico.
Torbiere intermedie galleggianti su acque oligotrofiche in aree planiziali (Rhynchosporion)
Codice Natura 2000: 7150
Codice Corine: 54.6 (54.61)
Allegato I Direttiva Habitat: si (54.61 proposto come prioritario)
Valutazione della qualità dell'habitat: alta
Valutazione della vulnerabilità dell'habitat: alta
Descrizione generale e ecologia
Questo tipo di habitat è distribuito in tutti i paesi europei, anche se nella parte meridionale diventa raro. In
Italia, nella specifica cod. 54.6 è presente nell'Italia settentrionale, mentre nella specifica cod. 54.61, è
presente solo in Toscana, nei laghi di Sibolla e Massaciuccoli e nelle sfagnete di San Lorenzo a Vaccoli.
L’habitat, inteso nella specifica del cod. 54.61, è rappresentato dagli aggallati di Sphagnum sp. pl. che
costituiscono il substrato per le drosere e le rincospore. Tale specifica è stata proposta come integrazione
all'Allegato I della Direttiva 92/43 dal Comitato scientifico Bioitaly (1995), per meglio definire la situazione
delle torbiere planiziarie galleggianti toscane.
Specie guida
Rhynchospora alba, R. fusca, Drosera rotundifolia, D. intermedia, Sparganium minimum, Sphagnum sp. pl.
Specie notevoli
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
181
Integrazioni – Documento 1
Rhynchospora alba, R. fusca, Drosera rotundifolia, D. intermedia, Sparganium minimum, Sphagnum sp. pl.,
Gentiana pneumonanthe.
Tipo di gestione antropica e causa di minaccia
Le informazioni sono insufficienti per evidenziare cause di minaccia specifiche, a parte l'alterazione della
qualità delle acque che favorisce la colonizzazione di questi ambienti da parte di flora meno specializzata
(Phagmites australis, Typha sp. pl., Amorpha fruticosa, ecc.).
Misure per la conservazione
Mancano le informazioni per delineare particolari misure per la conservazione dell'habitat. In generale sono
da monitorare la qualità dell'ambiente ed in particolare l'inquinamento delle acque e da contenere le
piante invasive.
Praterie umide mediterranee di elofite dominate da alte erbe e giunchi
Codice Natura 2000: 6420
Codice Corine: 37.4
Allegato I Direttiva Habitat: si
Valutazione della qualità dell'habitat: media
Valutazione della vulnerabilità dell'habitat: alta
Descrizione generale e ecologia
Habitat presente nelle aree pianeggianti a clima mediterraneo della penisola, in ambiente sia costiero che
interno. Mancano dati precisi inerenti la Toscana, in quanto molte segnalazioni inedite dovute alle schede
Bioitaly si sono rivelate inesatte, per l’oggettiva mancanza di una chiara definizione dell’habitat. E’
presumibilmente diffuso in tutte le aree planiziarie della Regione.
Fisionomicamente dominato da alte erbe e giunchi, diffuso in aree umide dulcacquicole su substrati
eutrofici limosi e limoso-sabbiosi. Habitat soggetto a forte dinamismo vegetazionale in quanto si localizza
su superfici estese in aree umide interne o in modo relittuale lungo i principali corsi d’acqua. Non di rado
costituisce mosaici con altri habitat igrofili con i quali è in stretto collegamento dinamico e spaziale.
Specie guida
Agrostis stolonifera, Cyperus sp.pl. Holoschoenus vulgaris, Oenanthe lachenali, Eupatorium cannabinum,
Prunella vulgaris, Pulicaria dysenterica, Juncus sp.pl.
Specie notevoli
Juncus heterophyllus
Tipo di gestione antropica e causa di minaccia
La bonifica delle aree umide a scopi agricoli o di sviluppo urbanistico ha fortemente ridotto la distribuzione
di tale habitat, così come ha ridotto l’estensione di altri habitat igrofili. Attualmente gran parte delle aree
umide relittuali si trovano all’interno di aree protette e quindi si presume siano scongiurate ulteriori
riduzioni di superficie. L’attuale mancanza di piani di gestione per le aree protette minori può incidere
negativamente sulla corretta gestione dei siti.
Misure per la conservazione
Per la conservazione degli habitat igrofili è prioritaria la realizzazione di piani di gestione finalizzati alla
corretta gestione nei siti degli apporti idrici, sia in termini quantitativi che qualitativi. La pianificazione degli
interventi non può comunque prescindere da un approfondimento delle conoscenze sulla loro distribuzione
ed ecologia, attualmente molto carenti.
Paludi calcaree a Cladium mariscus e/o Carex davalliana
Codice Natura 2000: 7210
Codice Corine: 53.3
Allegato I Direttiva Habitat: si (prioritario)
Valutazione della qualità dell'habitat: alta
Valutazione della vulnerabilità dell'habitat: alta
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
182
Integrazioni – Documento 1
Descrizione generale e ecologia
L’habitat è distribuito in tutta Europa con l’eccezione della Germania e della Grecia. In Italia mancano
informazioni sulla sua distribuzione. In Toscana si trova a Torre del Lago, Lago di Massaciuccoli, Palude della
Trappola e nel retroduna di Burano. La sua distribuzione è alquanto frammentaria e mancano informazioni
sulla consistenza attuale di questo tipo di vegetazione.
Si localizza in laghi poco profondi e depressioni retrodunali, con acque ricche in calcare, spesso in contatto
con i canneti a Phragmites, soprattutto nelle aree in via di interramento. Le popolazioni più estese si
trovano al Lago di Massaciuccoli. Nella zona della Palude della Trappola (Parco della Maremma) il cladieto è
molto raro e, da recenti osservazioni, sembra scomparso o comunque fortemente ridotto.
Specie guida
Cladium mariscus, Erianthus ravennae, Oenanthe lachenalii, Lysimachia vulgaris.
Specie notevoli
Cladium mariscus, Oenanthe lachenalii.
Tipo di gestione antropica e causa di minaccia
Le stazioni ricadono in aree protette a livello regionale o locale. Le minacce risiedono nell’evoluzione della
vegetazione per interramento delle aree umide con spostamento dall’idrosere verso le xerosere.
Misure per la conservazione
La gestione del livello idrometrico e il controllo dell’evoluzione della vegetazione sembrano le uniche
misure per la conservazione di questo habitat.
Boschi misti di latifoglie mesofile dei macereti e dei valloni su substrato calcareo
Codice Natura 2000: 9180
Codice Corine: 41.4
Allegato I Direttiva Habitat: si (prioritario)
Valutazione della qualità dell'habitat: media (9)
Valutazione della vulnerabilità dell'habitat: bassa (4)
Descrizione generale e ecologia
L’habitat presenta una distribuzione europea. In Italia è presente sui versanti meridionali delle Alpi, in
particolare quelle centrali ed orientali. In Toscana non sono presenti cenosi perfettamente riconducibili a
quelle descritte nel Manuale di Interpretazione, ma si segnalano boschi a dominanza di aceri e altre
latifoglie nei seguenti siti: lungo il torrente Verde in Lunigiana, all’Orrido di Botri, al Sasso di Castro, Sasso di
Simone e Simoncello, nell’Alta val Tiberina, sul M. Cetona e nella Toscana meridionale fra il M. Labbro e
Roccalbegna. Nell’ambito delle proposte di integrazione all’Allegato della Direttiva 92/43/CEE è stato
proposto un nuovo habitat (Boschi di orniello e carpino nero dell’Appennino settentrionale e centrale,
codice CORINE 41.814) che potrebbe comprendere alcuni siti qui attribuiti al Tilio-Acerion. In attesa di
ulteriori approndimenti l’habitat proposto viene considerato all’interno di quello accettato.
Le foreste miste di latifoglie nobili sono situate in ambienti di forra o macereto soprattutto su substrato
calcareo o marnoso-arenaceo, a contatto con vari tipi di boschi: faggete (calcicole ed eutrofiche) o boschi
misti di latifoglie mesofile, soprattutto cerro-ostrieti. La separazione delle cenosi di latifoglie nobili (TilioAcerion) rispetto ad altre simili comunità di latifoglie mesofile è spesso poco agevole e infatti nel recente
lavoro di Arrigoni (1998) sulla vegetazione forestale questo tipo di boschi non vengono distinti a livello di
alleanza. Si tratta spesso di situazioni locali spesso mal rilevabili e di difficile accesso in quanto molto
isolate. Alcune cenosi sono state identificate e rilevate: sui macereti dei versanti occidentali del M.Cetona e
sulle doline del M. Civitella si tratta di boschi a dominanza di aceri su substrato calcareo posti a circa 9001000 m di altitudine Nell'Alta Valtiberina i substrati sono prevalentemente marnoso-arenacei, anche se
ricchi in calcare, ed al popolamento partecipa consistentemente anche il frassino maggiore. Questi siti
rientrano in una concezione allargata dell’habitat 9180, da interdersi prevalentemente in senso
fisionomico. Per gli altri casi si tratta di osservazioni sul campo e che quindi devono essere considerati siti
“inquirendi” e meritevoli di ulteriori studi.
Specie guida
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
183
Integrazioni – Documento 1
Acer sp. pl., Fraxinus excelsior, Ulmus glabra, Tilia cordata, Tilia platyphyllos
Specie notevoli
Arisarum proboscideum, Ribes alpinum, Ribes multiflorum, diverse specie di felci (soprattutto Dryopteris sp.
pl.).
Tipo di gestione antropica e causa di minaccia
Mancano informazioni circa l’esatta localizzazione di queste cenosi, la gestione e l’individuazione degli
eventuali pericoli. In generale gli interventi selvicolturali massicci rappresentano una causa di minaccia.
Misure per la conservazione
Mancano informazioni per delineare modelli di gestione conservativa di questo habitat. In generale
comunque le stazioni conosciute devono essere studiate, conservate e migliorate mediante appropriati
piani di gestione selvicolturale.
Boschi palustri a ontano
Codice Natura 2000: 91E0
Codice Corine: 44.2 – 44.3
Allegato I Direttiva Habitat: sì (prioritario)
Valutazione della qualità dell'habitat: alta
Valutazione della vulnerabilità dell'habitat: alta
Descrizione generale e ecologia
Foreste alluvionali, ripariali e paludose di Alnus spp., Fraxinus excelsior e Salix spp. presenti lungo i corsi
d’acqua sia nei tratti montani e collinari che planiziali o sulle rive dei bacini lacustri e in aree con ristagni
idrici non necessariamente collegati alla dinamica fluviale. Si sviluppano su suoli alluvionali spesso inondati
o nei quali la falda idrica è superficiale, prevalentemente in macrobioclima temperato ma penetrano anche
in quello mediterraneo dove l’umidità edafica lo consente.
In Toscana sono conformi a questa categoria i boschi palustri a ontano presenti nella pianura costiera
(Macchia luccese, Selva pisana, Versiliana) e internamente alle Cerbaie. I popolamenti presenti sono
ascrivibili ad Alnetalia glutinosae.
Specie guida
Fraxinus oxycarpa, Alnus glutinosa, Thelypteris palustris, Hydrocotyle vulgaris, Periploca graeca.
Specie notevoli
Thelypteris palustris, Hydrocotyle vulgaris, Periploca graeca, Anagallis tenella, Baldellia ranuculoides.
Tipo di gestione antropica e causa di minaccia
Le superfici occupate da queste cenosi hanno subito una drastica riduzione, dovuta a bonifiche, messe a
coltura, urbanizzazioni ed utilizzazioni varie. I popolamenti attuali costituiscono quindi nuclei relitti, che in
molti casi risentono ancora del passato condizionamento antropico. Molte stazioni si trovano all’interno di
aree protette e possono essere adeguatamente salvaguardate. Per i siti ricadenti in aree non protette
l’alterazione delle cenosi, lo sfruttamento selvicolturale inadeguato e soprattutto la gestione del livello
delle acque (compreso captazioni, ecc.) rappresentano possibili cause di minaccia.
.Misure per la conservazione
In generale è opportuno che i piani di assestamento forestale siano realizzati tenendo conto
dell’importanza naturalistica di queste cenosi e siano indirizzati alla loro conservazione.
Boschi planiziari ripariali a farnia, carpino, ontano e frassino meridionale
Codice Natura 2000: 91F0
Codice Corine: 44.4
Allegato I Direttiva Habitat: sì
Valutazione della qualità dell'habitat: medio-alta
Valutazione della vulnerabilità dell'habitat: alta
Descrizione generale e ecologia
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
184
Integrazioni – Documento 1
Boschi alluvionali e ripariali misti meso-igrofili che si sviluppano lungo le rive dei grandi fiumi nei tratti
medio-collinare e finale che, in occasione delle piene maggiori, sono soggetti a inondazione. In alcuni casi
possono svilupparsi anche in aree depresse svincolati dalla dinamica fluviale. Si sviluppano su substrati
alluvionali limoso-sabbiosi fini. Per il loro regime idrico sono dipendenti dal livello della falda freatica.
Rappresentano il limite esterno del "territorio di pertinenza fluviale".Dal punto di vista fitosociologico
l’habitat comprende più associazioni, tutte però riferibili ai Populetalia albae: Carici remotae-Fraxinetum
oxycarpae, propria delle depressioni molto umide, con acqua che può talvolta mantenersi anche nei mesi
estivi; Fraxino angustifoliae-Quercetum roboris, che occupa posizioni più elevate e quindi relativamente
meno umide rispetto alla precedente; Alno-Fraxinetum oxycarpae, associazione segnalata da diversi autori
per le formazioni riparie ben sviluppate proprie dei corsi d’acqua minori
In Toscana l’habitat è presente alla Macchia lucchese, San Rossore, Migliarino, e in stazioni interne
(Cerbaie, Valdarno, ecc.).
Specie guida
Fraxinus oxycarpa, Quercus robur, Alnus glutinosa, Ulmus minor, Carpinus betulus, Carex remota, Carex
pendula, Iris foetidissima
Specie notevoli
Iris foetidissima, Iris pseudacorus, Hypericum androsaemum, Polygonatum odoratum. Lilium croceum,
Lysimachia vulgaris
Tipo di gestione antropica e causa di minaccia
Le superfici occupate da queste cenosi hanno subito una drastica riduzione, dovuta a bonifiche, messe a
coltura, urbanizzazioni ed utilizzazioni varie. I popolamenti attuali costituiscono quindi nuclei relitti, che in
molti casi risentono ancora del passato condizionamento antropico. Molte stazioni si trovano all’interno di
aree protette e possono essere adeguatamente salvaguardate. Per i siti ricadenti in aree non protette
l’alterazione delle cenosi, lo sfruttamento selvicolturale inadeguato e soprattutto la gestione del livello
delle acque (compreso captazioni, ecc.) rappresentano possibili cause di minaccia.
.Misure per la conservazione
In generale è opportuno che i piani di assestamento forestale siano realizzati tenendo conto
dell’importanza naturalistica di queste cenosi e siano indirizzati alla loro conservazione.
Boschi ripari mediterranei a dominanza di Salix alba e/o Populus alba e/o Populus nigra
Codice Natura 2000: 92A0
Codice Corine: 44.17
Allegato I Direttiva Habitat: si
Valutazione della qualità dell'habitat: media
Valutazione della vulnerabilità dell'habitat: alta
Descrizione generale e ecologia
L'habitat è presente in gran parte del territorio lungo il basso e medio corso dei principali corsi d’acqua e
dei loro affluenti di diverso ordine. Molto più rari i siti in cui si è conservato un buon grado di naturalità
delle cenosi, che andrebbero attivamente ricercati e tutelati.
Si localizza lungo i principali corsi d‘acqua e relativi affluenti di basso e medio corso, nelle depressioni
umide e nelle zone con falda prossima al livello del suolo, in aree pianeggianti o poco inclinate. E’ pertanto
più diffuso nelle aree planiziali e collinari, ma si trova anche nelle zone basse montane. Risulta costituito da
diversi tipi di vegetazione, dominati talvolta da salici, da pioppi, da olmo campestre, da ontano nero o da
frassino ossifillo. Si tratta in generale di un habitat che predilige stazioni eliofile con falda affiorante o quasi
e terreno asfittico.
Specie guida
Salix alba, Populus alba, P. nigra, Alnus glutinosa, Fraxinus oxycarpa, Ulmus minor
Specie notevoli
Generalmente non presenti. Alcune stazioni di basso corso potebbero ospitare Typha minima, mentre nelle
zone collinari e montane si possono trovare individui di Salix apennina.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
185
Integrazioni – Documento 1
Tipo di gestione antropica e causa di minaccia
Si tratta spesso di habitat localizzati in aree a forte antropizzazione, urbane o agricole, fortemente
degradati per sottrazione di superficie, inquinamento di suolo e acqua, soggetti a forte competizione da
parte di specie esotiche invadenti (robinia, ailanto, specie erbacee).
Misure per la conservazione
Nonostante la effettiva mancanza di studi approfonditi relativi alla distribuzione, alla attuale consistenza ed
alla dinamica di questo habitat, in generale si può affermare che si tratta di un ambiente fortemente
impoverito nella sua composizione floristica e seriamente minacciato dalle attività antropiche. Anche se
alcune località dove è presente risultano comprese in aree protette (Parco di Migliarino, S. Rossore e
Massaciuccoli, alcune Riserve Provinciali, ecc.) sarebbe auspicabile l’individuazione e la salvaguardia di altre
zone (lungo i corsi di Arno, Ombrone, ecc.) che necessitano anche di azioni di ripristino ambientale.
Le misure di conservazione per ciascun sito della rete Natura 2000
Le due direttive Habitat (Di 92/43/CEE) e Uccelli (Dir 79/409/CEE) prevedono che gli Stati membri adottino
le opportune MISURE DI CONSERVAZIONE per evitare nelle ZSC (Zone Speciali di Conservazione) il degrado
degli habitat naturali e degli habitat di specie nonché la perturbazione delle specie per cui le zone sono
state designate, nella misura in cui tale perturbazione potrebbe avere conseguenze significative per il
perseguimento degli obiettivi previsti. Le misure di conservazione costituiscono l’insieme di tutte le misure
necessarie per mantenere o ripristinare gli habitat naturali e le popolazioni di specie di fauna e di flora
selvatiche in uno stato di conservazione soddisfacente.
Inoltre la direttiva Habitat prevede (art. 6, par. 2) MISURE DI SALVAGUARDIA adottate dagli Stati membri
“per evitare nelle zone speciali di conservazione il degrado degli habitat di specie, nonché la perturbazione
delle specie per cui le zone sono state designate nella misura in cui tale perturbazione potrebbe avere
conseguenze significative per quanto riguarda gli obiettivi” della stessa Direttiva.
Gli articoli 3, 4 e 6 del DPR 357/97 e successive modificazioni attribuiscono a Regioni e Province autonome
la competenza di adottare, per le ZSC e per le ZPS, “le misure di conservazione necessarie che implicano
all’occorrenza appropriati piani di gestione specifici o integrati ad altri piani di sviluppo e le opportune
misure regolamentari amministrative o contrattuali che siano conformi alle esigenze ecologiche dei tipi di
habitat naturali di cui all’allegato A e delle specie di cui all’allegato B presenti nei siti”;
All’art.5 del Decreto del 17 Ottobre 2007 del Ministro dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare
recante “Criteri minimi uniformi per la definizione di misure di conservazione relative a Zone speciali di
conservazione (ZSC) e a Zone di protezione speciale (ZPS)”; sono definiti i divieti e gli obblighi da applicare
all’interno di tutte le ZPS ed è demandata alle Regioni l’adozione o l’adeguamento delle specifiche misure di
conservazione ed eventuali piani di gestione per le stesse.
Le misure di conservazione della Del C.R. 454/08
Allegato A -“Misure di conservazione valide per tutte le ZPS”
Allegato A
ZPS
Serchio
Bac
IT5120004
Pania
di
Corfino
IT5130002
Campolino
IT5130003
Abetone
IT5130004
degli
Pian
Ontani
IT512020
Orrido di Botri
Divieti
Obblighi
a) esercizio attività venatoria a Gennaio, con eccezione della caccia
da appostamento fisso e temporaneo e in forma vagante per 2
giornate, prefissate dal calendario venatorio, alla settimana, nonché
con eccezione caccia ungulati;
b) effettuazione preapertura attività venatoria, con eccezione
caccia di selezione ungulati;
c) esercizio attività venatoria in deroga ai sensi dell'art. 9, paragrafo
1, lettera c), della Direttiva n. 79/409/CEE;
d) utilizzo munizionamento a pallini di piombo all'interno delle zone
umide, quali laghi, stagni, paludi, acquitrini, lanche e lagune d'acqua
dolce, salata, salmastra, nonché nel raggio di 150 metri dalle rive
più esterne a partire dalla stagione venatoria 2008/2009;
e) attuazione pratica sparo al nido nello svolgimento attività di
controllo demografico popolazioni di corvidi. Il controllo
demografico delle popolazioni di corvidi è comunque vietato nelle
aree di presenza del Lanario (Falco biarmicus);
a) messa in sicurezza, rispetto al
rischio di elettrocuzione e impatto
degli uccelli, di elettrodotti e linee
aeree ad alta e media tensione di
nuova
realizzazione
o
in
manutenzione straordinaria o in
ristrutturazione;
b) sulle superfici a seminativo
soggette all'obbligo del ritiro dalla
produzione (set-aside) e non coltivate
durante tutto l'anno e altre superfici
ritirate dalla produzione ammissibili
all'aiuto diretto, mantenute in buone
condizioni agronomiche e ambientali a
norma dell'art. 5 del Reg. (CE) n.
1782/2003, garantire la presenza di
Attività
da
promuovere
e incentivare
a) repressione
del
bracconaggio;
b) rimozione dei
cavi sospesi di
impianti
di
risalita, impianti
a
fune
ed
elettrodotti
dismessi;
c) informazione
e
sensibilizzazione
della
popolazione
locale e dei
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
186
Integrazioni – Documento 1
Allegato A
ZPS
Serchio
Bac
IT5120016
Macchia
Lucchese
IT5170001
Dune
litoranee
di
Torre del Lago
IT5170002
Selva Pisana
IT5120021
Lago e Padule
di
Massacciuccoli
Divieti
Obblighi
f) effettuazione ripopolamenti faunistici a scopo venatorio, a
eccezione di quelli con soggetti appartenenti a sole specie e
popolazioni autoctone provenienti da allevamenti nazionali, o da
zone di ripopolamento e cattura, o dai centri pubblici e privati di
riproduzione della fauna selvatica allo stato naturale insistenti sul
medesimo territorio;
g) abbattimento esemplari appartenenti alle specie, Combattente
(Philomacus pugnax), Moretta (Aythya fuligula);
h) svolgimento attività addestramento cani da caccia prima del
01/09 e dopo la chiusura della stagione venatoria. Sono fatte salve
le zone di cui all'art. 10, c. 8, lett. e), della Legge n. 157/92
sottoposte a procedura di valutazione di incidenza positiva ai sensi
dell'art. 5 del DPR 357/07 e s.m.i. entro la data di emanazione
dell'atto di cui all'art. 3, c.1;
i) costituzione nuove zone per allenamento e addestramento cani e
per gare cinofile, nonché ampliamento esistenti;
j) distruzione o danneggiamento intenzionale di nidi e ricoveri di
uccelli;
k) realizzazione di nuove discariche o nuovi impianti di trattamento
e smaltimento di fanghi e rifiuti nonché ampliamento di quelli
esistenti in termine di superficie, fatte salve le discariche per inerti;
l) realizzazione nuovi impianti eolici, fatti salvi gli impianti per i
quali, alla data di emanazione del presente atto, sia stato avviato il
procedimento di autorizzazione mediante deposito del progetto. Gli
enti competenti dovranno valutare l'incidenza del progetto, tenuto
conto del ciclo biologico delle specie per le quali il sito e' stato
designato, sentito l'INFS. Sono inoltre fatti salvi gli interventi di
sostituzione e ammodernamento, anche tecnologico, che non
comportino un aumento dell'impatto sul sito in relazione agli
obiettivi di conservazione della ZPS, nonché gli impianti per
autoproduzione con potenza complessiva non superiore a 20 kw;
m) realizzazione nuovi impianti di risalita a fune e nuove piste da
sci, a eccezione di quelli previsti negli strumenti di pianificazione
generali e di settore vigenti alla data di emanazione del presente
atto, a condizione che sia conseguita la positiva valutazione
d'incidenza dei singoli progetti ovvero degli strumenti di
pianificazione generali e di settore di riferimento dell'intervento,
nonché di quelli previsti negli strumenti adottati preliminarmente e
comprensivi di valutazione d'incidenza; sono fatti salvi gli impianti
per i quali sia stato avviato il procedimento di autorizzazione,
mediante deposito del progetto esecutivo comprensivo di
valutazione d'incidenza, nonché interventi di sostituzione e
ammodernamento anche tecnologico e modesti ampliamenti del
demanio sciabile che non comportino un aumento dell'impatto sul
sito in relazione agli obiettivi di conservazione della ZPS;
n) apertura nuove cave e ampliamento di quelle esistenti, a
eccezione di quelle previste negli strumenti di pianificazione
generali e di settore vigenti alla data di emanazione del presente
atto ivi compresi gli ambiti individuati nella Carta delle Risorse del
Piano regionale delle Attività estrattive, a condizione che risulti
accertata e verificata l’idoneità al loro successivo inserimento nelle
Carte dei Giacimenti e delle Cave e Bacini estrattivi, prevedendo
altresì che il recupero finale delle aree interessate dall'attività
estrattiva sia realizzato a fini naturalistici e a condizione che sia
conseguita la positiva valutazione di incidenza dei singoli progetti
ovvero degli strumenti di pianificazione generali e di settore di
riferimento dell'intervento. Sono fatti salvi i progetti di cava già
sottoposti a procedura di valutazione d'incidenza, in conformità agli
strumenti di pianificazione vigenti e sempreché l'attività estrattiva
sia stata orientata a fini naturalistici e sia compatibile con gli
obiettivi di conservazione delle specie prioritarie;
o) svolgimento attività di circolazione motorizzata al di fuori delle
strade, fatta eccezione per i mezzi agricoli e forestali, per i mezzi di
soccorso, controllo e sorveglianza, nonché ai fini dell'accesso al
fondo e all'azienda da parte degli aventi diritto, in qualità di
proprietari, lavoratori e gestori;
una copertura vegetale, naturale o
artificiale, durante tutto l'anno e di
attuare
pratiche
agronomiche
consistenti
esclusivamente
in
operazioni di sfalcio, trinciatura della
vegetazione erbacea, o pascolamento
sui terreni ritirati dalla produzione sui
quali non vengono fatti valere titoli di
ritiro, ai sensi del Reg.(CE) 1782/03.
Dette operazioni devono essere
effettuate almeno una volta all'anno,
fatto salvo il periodo di divieto
annuale di intervento compreso fra il
01/03 e il 31/07 di ogni anno, ove non
diversamente disposto nel piano di
gestione. Il periodo di divieto annuale
di sfalcio o trinciatura non può
comunque essere inferiore a 150
giorni consecutivi compresi fra il 15/02
e il 30/09 di ogni anno. E' fatto
comunque obbligo di sfalci e/o
lavorazioni del terreno per la
realizzazione di fasce antincendio,
conformemente a quanto previsto
dalle normative in vigore. In deroga
all'obbligo della presenza di una
copertura vegetale, naturale o
artificiale, durante tutto l'anno sono
ammesse lavorazioni meccaniche sui
terreni ritirati dalla produzione nei
seguenti casi:
1) pratica del sovescio, in presenza di
specie da sovescio o piante biocide;
2) terreni interessati da interventi di
ripristino di habitat e biotopi;
3) colture a perdere per la fauna, ai
sensi dell'arti 1, lett c), del DM del 7
Marzo 2002 Ministero delle Politiche
Agricole e Forestali;
4) nel caso in cui le lavorazioni siano
funzionali all'esecuzione di interventi
di miglioramento fondiario;
5) sui terreni a seminativo ritirati dalla
produzione per un solo anno o,
limitatamente
all'annata
agraria
precedente all'entrata in produzione,
nel caso di terreni a seminativo ritirati
per due o più anni, lavorazioni del
terreno allo scopo di ottenere una
produzione agricola nella successiva
annata agraria, comunque da
effettuarsi non prima del 15 luglio
dell'annata
agraria
precedente
all'entrata in produzione. Sono fatte
salve diverse prescrizioni della
competente autorità di gestione;
c) regolamentazione degli interventi di
diserbo meccanico nella rete idraulica
naturale o artificiale, quali canali di
irrigazione e canali collettori, in modo
che essi vengano effettuati al di fuori
del periodo riproduttivo degli uccelli,
ad eccezione degli habitat di cui all'art.
6 comma 11;
d) monitoraggio delle popolazioni
delle specie ornitiche protette dalla
Attività
da
promuovere
e incentivare
maggiori fruitori
del
territorio
sulla
rete
Natura 2000;
d) l'agricoltura
biologica
e
integrata
con
riferimento ai
Programmi di
Sviluppo Rurale;
e) le forme di
allevamento e
agricoltura
estensive
tradizionali;
f) il ripristino di
habitat naturali
quali
ad
esempio zone
umide,
temporanee e
permanenti, e
prati tramite la
messa a riposo
dei seminativi;
g)
il
mantenimento
delle stoppie e
delle
paglie,
nonché
della
vegetazione
presente
al
termine dei cicli
produttivi dei
terreni
seminati,
nel
periodo
invernale
almeno fino alla
fine di Febbraio.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
187
Integrazioni – Documento 1
Allegato A
ZPS
Serchio
Bac
Divieti
Obblighi
p) eliminazione elementi naturali e seminaturali caratteristici del
paesaggio agrario con alta valenza ecologica quali stagni, laghetti,
acquitrini, prati umidi, maceri, torbiere, sfagneti, pozze di
abbeverata, fossi, muretti a secco, siepi, filari alberati, canneti,
risorgive e fontanili, vasche in pietra, lavatoi,abbeveratoi, pietraie;
q) eliminazione terrazzamenti esistenti, delimitati a valle da
muretto a secco oppure da scarpata inerbita, sono fatti salvi i casi
regolarmente autorizzati di rimodellamento dei terrazzamenti
eseguiti allo scopo di assicurare una gestione economicamente
sostenibile;
r) esecuzione livellamenti non autorizzati dall'ente gestore, sono
fatti salvi i livellamenti ordinari per la preparazione del letto di
semina, per la sistemazione dei terreni a risaia e per le altre
operazioni ordinarie collegate alla gestione dei seminativi e delle
altre colture agrarie e forestali;
s) conversione superficie a pascolo permanente ai sensi dell'art. 2,
punto 2 del Reg. (CE) 796/2004 ad altri usi;
t) bruciatura stoppie e paglie, nonché della vegetazione presente al
termine dei cicli produttivi di prati naturali o seminati, sulle
superfici specificate ai punti seguenti:
1) superfici a seminativo ai sensi dell'art. 2, punto 1 del Reg. (CE) n.
796/2004, comprese quelle investite a colture consentite dai
paragrafi a) e b) dell'art. 55 del Reg. (CE) n. 1782/2003 ed escluse le
superfici di cui al successivo punto 2);
2) superfici a seminativo soggette all'obbligo del ritiro dalla
produzione (set - aside) e non coltivate durante tutto l'anno e altre
superfici ritirate dalla produzione ammissibili all'aiuto diretto,
mantenute in buone condizioni agronomiche e ambientali a norma
dell'art. 5 del Reg.(CE) n. 1782/03.
Sono fatti salvi, in ogni caso, gli interventi di bruciatura connessi a
emergenze di carattere fitosanitario prescritti dall'autorità
competente o a superfici investite a riso e salvo diversa prescrizione
della competente autorità di gestione;
u) esercizio della pesca con reti da traino, draghe, ciancioli,
sciabiche da natante, sciabiche da spiaggia e reti analoghe sulle
praterie sottomarine, in particolare sulle praterie di posidonie
(Posidonia oceanica) o di altre fanerogame marine, di cui all'art. 4
del Regolamento (CE) n. 1967/06;
v) esercizio della pesca con reti da traino, draghe, sciabiche da
spiaggia e reti analoghe su habitat coralligeni e letti di maerl, di cui
all'art. 4 del Regolamento (CE) n. 1967/06.
Direttiva 79/409/CEE e in particolare
quelle dell'Allegato I della medesima
direttiva o comunque a priorità di
conservazione.
Attività
da
promuovere
e incentivare
Allegato B- “Ripartizione delle ZPS in tipologie e relative misure di conservazione”. Le ZPS sono state
ripartite in una o più tipologie riportate nell’Allegato 1 del Decreto Ministeriale (“Descrizione delle tipologie
ambientali di riferimento per le ZPS”) e per ciascuna tipologia ambientale sono stati definiti specifici
obblighi, divieti, regolamentazioni e attività da favorire.
Al momento della designazione a ZSC dei SIC, con apposito DM del Ministero dell’Ambiente e della Tutela
del Territorio e del Mare adottato di intesa con la Regione Toscana (art. 3 c. 2 DPR 357/97), saranno
approvati i criteri minimi uniformi per la definizione delle misure di conservazione valide per tutte le ZSC.
Le indicazioni che riguardano la tutela del suolo, della risorsa idrica e degli ecosistemi acquatici sono
sottolineate.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
188
Integrazioni – Documento 1
ZPS
Caratterizzate
Da presenza
di
ambienti
aperti
delle
montagne
mediterranee
Ambienti
forestali
delle
montagne
mediterranee
Rete Natura
2000
Bacino
del
Serchio
Allegato B
Obblighi e divieti
IT5120004
Pania di
Corfino
IT5130002
Campolino
IT5130003
Abetone
IT5130004
Pian degl
Ontani
IT512020
Orrido di Botri
IT5130003
Abetone
IT5130004
Pian degl
Ontani
obbligo
di
integrazione degli
strumenti
di
gestione forestale
da parte degli enti
competenti ai sensi
della LR 39/00 al
fine di garantire il
mantenimento di
una
presenza
adeguata di piante
morte, dannose o
deperienti, utili alla
nidificazione ovvero
all'alimentazione
dell'avifauna
nei
casi specifici in cui
le prescrizioni del
Regolamento
Forestale
della
Toscana
siano
ritenute
insufficienti per la
tutela dell'avifauna
stessa. Qualora una
ZPS o parte di essa
non sia compresa in
un'area
protetta
così come definita
ai sensi della LR
49/95 e ricada nel
territorio
di
competenza di una
Comunità montana,
tale
integrazione
deve
essere
concertata
dalla
medesima con la
Provincia
Regolamentazione di
Attività da favorire
1. circolazione su strade ad uso forestale
e loro gestione, evitandone l'asfaltatura
salvo che per ragioni di sicurezza e
incolumità pubblica ovvero di stabilità
dei versanti;
2. avvicinamento a pareti occupate per
la
nidificazione
da
Capovaccaio
(Neophron percnopterus), Aquila reale
(Aquila chrysaetos), Falco pellegrino
(Falco peregrinus), Lanario (Falco
biarmicus), Grifone (Gyps fulvus), Gufo
reale (Bubo bubo) e Gracchio corallino
(Pyrrhocorax pyrrhocorax) mediante
elicottero, deltaplano, parapendio,
arrampicata libera o attrezzata e
qualunque altra modalità;
3. tagli selvicolturali nelle aree che
interessano i siti di nidificazione delle
specie caratteristiche della tipologia
ambientale, in connessione alle epoche
e alle metodologie degli interventi e al
fine di non arrecare disturbo o danno
alla loro riproduzione;
4. pascolo al fine di ridurre fenomeni di
eccessivo sfruttamento del cotico
erboso, anche per consentire la
transumanza e la monticazione estiva.
1.
mantenimento
delle
attività
agrosilvopastorali estensive e in particolare
recupero e gestione delle aree a prato
permanente e a pascolo;
2. mantenimento e recupero del mosaico di
aree a vegetazione erbacea e arbustiva.
1. circolazione su strade ad uso forestale
e loro gestione, evitandone l'asfaltatura
salvo che per ragioni di sicurezza e
incolumità pubblica ovvero di stabilità
dei versanti;
2. tagli selvicolturali nelle aree che
interessano i siti di nidificazione delle
specie caratteristiche della tipologia
ambientale,in connessione alle epoche e
alle metodologie degli interventi e al fine
di non arrecare disturbo o danno alla
loro riproduzione;
3. avvicinamento a pareti occupate per
la
nidificazione
da
Capovaccaio
(Neophron percnopterus), Aquila reale
(Aquila chrysaetos), Falco pellegrino
(Falco peregrinus), Lanario (Falco
biarmicus), Grifone (Gyps fulvus), Gufo
reale (Bubo bubo) e Gracchio corallino
(Pyrrhocorax pyrrhocorax) mediante
elicottero, deltaplano, parapendio,
arrampicata libera o attrezzata e
qualunque altra modalità;
4.
attività
forestali
in
merito
all'eventuale rilascio di matricine nei
boschi cedui, alla eventuale indicazione
di provvigioni massime, di estensione ed
epoca degli interventi di taglio
selvicolturale, di norme su tagli
intercalari;
5. apertura di nuove strade e piste
forestali a carattere permanente.
6. pascolo al fine di ridurre fenomeni di
eccessivo sfruttamento del cotico
erboso, anche per consentire la
transumanza e la monticazione estiva.
1. attività agro-silvo-pastorali in grado di
mantenere una struttura disetanea dei
soprassuoli e la presenza di radure e chiarie
all'interno delle compagini forestali;
2. conservazione di prati e di aree aperte
all'interno del bosco anche di media e
piccola estensione e di pascoli ed aree
agricole, anche a struttura complessa, nei
pressi delle aree forestali;
3. mantenimento degli elementi forestali di
bosco non ceduato, anche di parcelle di
ridotta estensione, nei pressi di bacini idrici
naturali e artificiali e negli impluvi naturali;
4. gestione forestale in grado di: mantenere
una struttura disetanea dei soprassuoli,
ovvero in grado di mantenere e promuovere
una struttura caratterizzata dall’alternanza
di diversi tipi di governo del bosco (ceduo,
ceduo sotto fustaia, fustaia disetanea),
favorire l’evoluzione all’alto fusto e
l’aumento della biomassa vegetale morta e
garantire una presenza adeguata di piante
morte, annose o deperienti, utili alla
nidificazione
ovvero
all'alimentazione
dell'avifauna;
5. conservazione del sottobosco;
6.
mantenimento
delle
attività
agrosilvopastorali estensive e in particolare
recupero e gestione delle aree a prato
permanente e a pascolo;
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
189
Integrazioni – Documento 1
ZPS
Caratterizzate
Da presenza
di
Presenza di
ambienti
misti
mediterranei
zone umide
Rete Natura
2000
Bacino
del
Serchio
IT5120004
Pania di
Corfino
IT5120016
Macchia
Lucchese
IT5120020
Orrido di
Botri
IT5170001
Dune
litoranee
di
Torre
del Lago
IT5170002
Selva
Pisana
IT5120021
Lago e
Padule di
Massacciuccoli
IT5170002
Selva
Pisana
Allegato B
Obblighi e divieti
interessata.
1.
divieto
di
eliminazione
dei
muretti a secco
funzionali
alle
esigenze ecologiche
delle specie di
interesse
comunitario.
2.
obbligo
di
integrazione degli
strumenti
di
gestione forestale
da parte degli enti
competenti ai sensi
della LR 39/00 al
fine di garantire il
mantenimento di
una
presenza
adeguata di piante
morte, annose o
deperienti, utili alla
nidificazione ovvero
all'alimentazione
dell'avifauna
nei
casi specifici in cui
le prescrizioni del
Regolamento
Forestale
della
Toscana
siano
ritenute
insufficienti per la
tutela dell'avifauna
stessa. Qualora una
ZPS o parte di essa
non sia compresa in
un'area
protettacosì come
definita ai sensi
della LR 49/95 e
ricada nel territorio
di competenza di
una
Comunità
montana,
tale
integrazione deve
essere concertata
dalla medesima con
la
Provincia
interessata.
1.
divieto
di
bonifica
idraulica
delle zone umide
naturali;
2.
divieto
di
abbattimento,
in
data antecedente al
1°
Ottobre,
di
esemplari
appartenenti alle
specie
Codone
(Anas
acuta),
Marzaiola
(Anas
querquedula),
Mestolone
(Anas
clypeata), Alzavola
Regolamentazione di
1. circolazione su strade ad uso forestale
e loro gestione, evitandone l'asfaltatura
salvo che per ragioni di sicurezza e
incolumità pubblica ovvero di stabilità
dei versanti;
2. avvicinamento a pareti occupate per
la
nidificazione
da
Capovaccaio
(Neophron percnopterus), Aquila reale
(Aquila chrysaetos), Falco pellegrino
(Falco peregrinus), Lanario (Falco
biarmicus), Grifone (Gyps fulvus), Gufo
reale (Bubo bubo) e Gracchio corallino
(Pyrrhocorax pyrrhocorax) mediante
elicottero, deltaplano, parapendio,
arrampicata libera o attrezzata e
qualunque altra modalità;
3. tagli selvicolturali nelle aree che
interessano i siti di nidificazione delle
specie caratteristiche della tipologia
ambientale, in connessione alle epoche
e alle metodologie degli interventi e al
fine di non arrecare disturbo o danno
alla loro riproduzione.
1. taglio dei pioppeti occupati da garzaie,
evitando gli interventi nei periodi di
nidificazione;
2. costruzione di nuove serre fisse;
3. caccia in presenza, anche parziale, di
ghiaccio;
4. trattamento delle acque reflue dei
bacini di ittiocoltura intensiva o
semintensiva;
5. attività che comportino improvvise e
consistenti
variazioni
del
livello
dell'acqua o la riduzione della superficie
di isole ovvero zone affioranti.
6. realizzazione di sbarramenti idrici e
interventi di artificializzazione degli alvei
e delle sponde tra cui rettificazioni,
Attività da favorire
1. conservazione, manutenzione e ripristino,
senza rifacimento totale, dei muretti a secco
esistenti e realizzazione di nuovi attraverso
tecniche costruttive tradizionali e manufatti
in pietra;
2. creazione di filari arborei - arbustivi con
specie autoctone lungo i confini degli
appezzamenti coltivati;
3. conservazione e ripristino degli elementi
naturali e seminaturali dell'agroecosistema
come siepi, filari, laghetti, boschetti, stagni;
4. conservazione di una struttura disetanea
dei soprassuoli e di aree aperte all'interno
del bosco anche di media e piccola
estensione e di pascoli ed aree agricole,
anche a struttura complessa, nei pressi delle
aree forestali;
5. mantenimento di una presenza adeguata
di piante morte, annose o deperienti, utili
alla nidificazione ovvero all'alimentazione
dell'avifauna;
6. mantenimento degli elementi forestali di
bosco non ceduato, anche di parcelle di
ridotta estensione, nei pressi di bacini idrici
naturali e artificiali e negli impluvi naturali;
7. mantenimento ovvero promozione di una
struttura
delle
compagini
forestali
caratterizzata dall'alternanza di diversi tipi di
governo del bosco (ceduo, ceduo sotto
fustaia, fustaia disetanea);
8. controllo della vegetazione arbustiva nei
prati e pascoli aridi;
9. ripristino di prati pascoli e prati aridi a
partire da seminativi in rotazione;
10. ripristino di prati e pascoli mediante la
messa a riposo dei seminativi;
11. conservazione del sottobosco.
1. riduzione dei nitrati immessi nelle acque
superficiali nell'ambito di attività agricole;
2. messa a riposo a lungo termine dei
seminativi, nonché la conversione dei
terreni da pioppeto in boschi di latifoglie
autoctone o in praterie sfalciabili o per
creare zone umide o per ampliare biotopi
relitti e gestiti per scopi ambientali nelle
aree contigue a lagune costiere, valli,
torbiere e laghi;
3.
mantenimento
e
coltivazione
ecocompatibile delle risaie nelle aree
adiacenti le zone umide;
4. incentivazione dei metodi di agricoltura
biologica;
5. creazione e mantenimento di fasce
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
190
Integrazioni – Documento 1
ZPS
Caratterizzate
Da presenza
di
Rete Natura
2000
Bacino
del
Serchio
Allegato B
Obblighi e divieti
Regolamentazione di
Attività da favorire
(Anas
crecca),
Canapiglia
(Anas
strepera), Fischione
(Anas
penelope),
Moriglione (Aythya
Folaga
ferina),
(Fulica
atra),
Gallinella d'acqua
(Gallinula
chloropus),
Porciglione (Rallus
aquaticus),
Beccaccino
(Gallinago
gallinago),
Beccaccia (Scolopax
rusticola), Frullino
(Lymnocryptes
minimus),
Pavoncella
(Vanellus vanellus);
3.
obbligo
di
monitoraggio
del
livello idrico delle
zone umide, in
particolar
modo
durante la stagione
riproduttiva delle
specie
ornitiche
presenti, al fine di
evitare
eccessivi
sbalzi
del
medesimo.
tombamenti, canalizzazioni, arginature,
riduzione della superficie di isole ovvero
zone affioranti;
7. epoche e metodologie degli interventi
di controllo ovvero gestione della
vegetazione
spontanea
arborea,
arbustiva e erbacea all'interno delle
zone sia umide e ripariali che delle
garzaie, in modo che sia evitato taglio,
sfalcio, trinciatura, incendio, diserbo
chimico, lavorazioni superficiali del
terreno, durante il periodo riproduttivo
dell'avifauna, fatti salvi interventi
straordinari
di
gestione
previa
autorizzazione dell'ente gestore, al fine
di non arrecare disturbo o danno alla
riproduzione della fauna selvatica;
8. interventi di gestione idraulica dei
canali
(taglio
della
vegetazione,
risagomatura, dragaggio);
9. realizzazione di impianti di
pioppicoltura;
10. utilizzo dei diserbanti e del
pirodiserbo per il controllo della
vegetazione
della
rete
idraulica
artificiale (canali di irrigazione, fossati e
canali collettori);
11. pesca con nasse e trappole.
tampone a vegetazione erbacea (spontanea
o seminata) o arboreo - arbustiva di una
certa ampiezza tra le zone coltivate e le
zone umide;
6. creazione di zone a diversa profondità
d'acqua con argini e rive a ridotta pendenza;
7. mantenimento ovvero ripristino del
profilo irregolare (con insenature e anfratti)
dei contorni della zona umida;
8. mantenimento ovvero ripristino della
vegetazione sommersa, natante ed emersa
e dei terreni circostanti l'area umida; 9.
mantenimento dei cicli di circolazione delle
acque salate nelle saline abbandonate al
fine di conservare gli habitat con acque e
fanghi ipersalati idonei per Limicoli, Sternidi
e Fenicottero;
10. interventi di taglio delle vegetazione, nei
corsi d'acqua con alveo di larghezza
superiore ai 5 metri, effettuati solo su una
delle due sponde in modo alternato nel
tempo e nello spazio, al fine di garantire la
permanenza di habitat idonei a specie
vegetali e animali;
11. creazione di isole e zone affioranti
idonee alla nidificazione in aree dove questi
elementi scarseggiano a causa di processi di
erosione, subsidenza, mantenimento di alti
livelli dell'acqua in primavera;
12. mantenimento di spiagge naturali e di
aree non soggette a pulitura meccanizzata
tra gli stabilimenti balneari;
13. conservazione ovvero ripristino di
elementi naturali tra gli stabilimenti balneari
esistenti;
14. trasformazione ad agricoltura biologica
nelle aree agricole esistenti contigue alle
zone umide;
15. realizzazione di sistemi per la
fitodepurazione;
16. gestione periodica degli ambiti di
canneto, da realizzarsi esclusivamente al di
fuori del periodo di riproduzione
dell'avifauna, con sfalci finalizzati alla
diversificazione
strutturale,
al
ringiovanimento, al mantenimento di
specchi d'acqua liberi, favorendo i tagli a
rotazione per parcelle ed evitando il taglio
raso;
17. ripristino di prati stabili, zone umide
temporanee o permanenti, ampliamento di
biotopi
relitti
gestiti
per
scopi
esclusivamente ambientali, in particolare
nelle aree contigue a lagune costiere, valli,
torbiere, laghi tramite la messa a riposo dei
seminativi;
18. conversione dei terreni adibiti a
pioppeto in boschi di latifoglie autoctone;
19. colture a basso consumo idrico e
individuazione
di
fonti
di
approvvigionamento idrico, tra cui reflui
depurati per tamponare le situazioni di
stress idrico estivo;
20. adozione, attraverso il meccanismo della
certificazione ambientale, di pratiche
ecocompatibili nella pioppicoltura, tra cui il
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
191
Integrazioni – Documento 1
ZPS
Caratterizzate
Da presenza
di
Rete Natura
2000
Bacino
del
Serchio
Allegato B
Obblighi e divieti
Regolamentazione di
Attività da favorire
mantenimento della vegetazione erbacea
durante gli stadi avanzati di crescita del
pioppeto, il mantenimento di strisce non
fresate anche durante le lavorazioni nei
primi anni di impianto, il mantenimento di
piccoli nuclei di alberi morti, annosi o
deperienti.
Le misure di conservazione della Del G.R. 644/04
Le misure di conservazione dei siti della Rete Ecologica Regionale (SIC+SIR+ZPS) sono state definite in
funzione delle specifiche criticità ed esigenze ambientali necessarie a garantire la conservazione degli
habitat o specie presenti nel sito e opportunamente classificate con un livello di importanza in base alla
loro priorità nel contesto ambientale del sito e, più in generale, all’interbo della rete ecologica regionale in
base al valore degli elementi da conservare (EE= molto elevata; E= Elevata; M= Media; B= Bassa).
All’interno delle schede della stessa Del G.R. 644/04 è stato indicato il grado di priorità che all’interno di
ciascun sito ha la redazione di uno specifico piano di gestione del sito, di un Piano di gestione integrato con
altri strumenti della pianificazione territoriale o un Piano di Azione.
In genere è stata indicata la necessità del PdG per i siti dove la conservazione delle specie/habitat è legata
ad attività umane “tradizionali” che possono cessare o modificarsi (pascoli montani, agro ecosistemi
tradizionali) e per quelli oggetto di forti pressioni da parte di attività umane diversificate (es zone umide in
aree fortemente antropizzate, tratti fluviali di basso corso interessati da urbanizzazione, agricoltura e
problematiche di rischio idraulico).
Le misure riportate negli Allegati A e B della Del. C.R. 454/08 costituiscono norme a integrazione delle
norme tecniche approvate con Del G.R. 644/2004.
Sono evidenziate con carattere in blu e in grassetto quelle misure di conservazione che interessano la difesa
del suolo e la tutela degli ecosistemi (compresi habitat e specie) legati alla risorsa acqua. Rispondendo a
quanto richiesto dalla Provincia di Lucca. Servizio Pianificazione Territoriale e Mobilità nel contributo
fornito a seguito dell’invio del Rapporto Preliminare, sono stati analizzate nel dettaglio anche le misure di
conservazione specifiche riguardanti la risorsa acqua previste nei Piani di Gestione approvati per il SIR-SIC
n° 5 “Monte la Nuda- Monte Tondo” e per il SIR-SIC n° 10 “Monte Castellino- Le Forbici” (evidenziate in
corsivo e grassetto).
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
192
Integrazioni – Documento 1
Siti appenninici
Principali criticità
Sito
Principali elementi di criticità
interni al sito
SIR-SIC n° 5
“Monte
La
NudaMonte
Tondo”
(IT5110005)
SIR-SIC n° 9
M. Sillano
Passo
Romecchio
(IT5120001)
-
Gestione pascolo- abbandono
Stazioni isolate e con pochi
individui di rare specie vegetali,
Principali misure di conservazione da adottare
Principali elementi
esterni al sito
di
criticità
Abbandono
delle
attività di pascolo nelle
praterie sommitali e nei
crinali secondari, con
processi
di
ricolonizzazione
arbustiva
Gestione
del Ipotesi di localizzazione
pascolo: eccesso sui di impianti eolici al
nardeti e abbandono Passo Pradarena.
Turismo
Diffusa riduzione del pascolo in aree
montane,
con
conseguente
escursionistico
frammentazione dell’habitat.
Presenza di strade sterrate
lungo il perimetro del sito.
Principali obiettivi di conservazione
Mantenimento di habitat alto
montani con rilevanti popolamenti
ornitici (E).
Conservazione elevati livelli di
naturalità e di scarso disturbo
antropico, (circo glaciale del M. La
Nuda (E).
Tutela stazioni di Primula apennina
(M) e di Galium carmineum e di
Erigeron gaudinii (M).
Conservazione dei nardeti sommitali
(M).
Mantenimento del complesso di
ambienti sommitali con praterie e
brughiere montane e affioramenti
rocciosi, che costituiscono l’habitat
per numerose specie di Passeriformi
nidificanti e aree di caccia di Aquila
chrysaetos (E).
Mantenimento delle formazioni
erbose di Nardo ricche di specie (E).
Mantenimento degli elevati livelli di
naturalità,
con
particolare
Indicazioni per
conservazione
le
misure
di
Gestione pascolo (E)
Conservazione habitat di Primula
apennina (M).
Programma di conservazione ex situ
per la tutela delle specie vegetali rare
(M).
Mantenimento e miglioramento della
compatibilità dei piani di settore con
gli obiettivi di Conservazione
Controllo popolazione di cinghiale
Difesa dall’erosione nelle praterie di
crinale
Tutela delle stazioni di rare specie di
flora
Mantenimento e incremento dei
popolamenti di anfibi, di uccelli e di
Mammiferi di interesse comunitario e
regionale
Mantenimento e miglioramento della
compatibilità delle attività turistiche
ed escursionistiche
Mantenimento e miglioramento della
compatibilità dei piani di settore con
gli obiettivi di conservazione
Mantenimento e miglioramento di
aree prative di collegamento
ecologico nell’area vasta
Gestione pascolo (E)
Misure normative o gestionali per il
turismo (B)
Verifica della consistenza ed
eventuale
ricostituzione
di
popolazioni di specie preda di Aquila
chrysaetos (Lagomorfi, Galliformi)
(B).
Necessità piano
di gestione
Piano
redatto
nell’ambito
del
progetto
LIFE
Natura
“Conservazione
delle
praterie
montane
dell’Appennino
Tosco-Emiliano”
Approvato con Del
CP (Lucca) n° 75
del 08/05/2008
Elevata Il Piano di
gestione
complessivo
potrebbe essere
sostituito da un
piano di settore
Necessità
piani di settore
Non necessari
Elevata, per la
gestione
del
pascolo
brado.
Piano di azione
comune per la
gestione
del
pascolo per tutti i
siti di alto crinale
appenninico (dalla
Lunigiana
al
Pistoiese),
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
193
Integrazioni – Documento 1
Siti appenninici
Principali criticità
Sito
Principali elementi di criticità
interni al sito
Principali misure di conservazione da adottare
Principali elementi
esterni al sito
di
criticità
Principali obiettivi di conservazione
Indicazioni per
conservazione
le
misure
di
Necessità piano
di gestione
Necessità
piani di settore
Piano
redatto
nell’ambito
del
progetto
LIFE
Natura
“Conservazione
delle
praterie
montane
dell’Appennino
Tosco-Emiliano”
Approvato con Del
CP (Lucca) n° 75
del 08/05/2008
Non necessari
Scarsa. L’area è
compresa
nel
patrimonio
Molto elevata, per
quanto riguarda la
gestione
del
riferimento alla zona Monte di
Soraggio–Le Porraie (E).
Tutela delle stazioni di Primula
apennina e delle altre specie di flora
delle pareti rocciose e dei detriti di
falda (M).
Gestione pascolo (E)
SIR-SIC n° 10
Monte Castellino
– Le Forbici
(IT5120002)
Gestione del pascolo: are in
abbandono e zone sovra
pascolate
Turismo
escursionistico
e
importanti stazioni floristiche.
Raccolte di flora.
Presenza di rare specie di flora
con
stazioni
di
ridotte
dimensioni (ad esempio la
stazione di Rhododendron
ferruginuem).
Interrimento di prati umidi.
SIR-SIC
n°11
Parco
dell'Orecchiella -
Gestione pascolo- abbandono
Piccoli insediamenti turistici ad
alta
quota
e
viabilità
Riduzione del pascolo nell’intero
comprensorio appenninico, con
conseguente
riduzione
e
frammentazione dell’habitat per le
specie
legate
alle
praterie
secondarie.
Abbattimenti illegali di Canis lupus.
Strade sterrate di accesso ai rifugi o
alle zone di crinale.
Riduzione/cessazione
del pascolo, diffusa su
Tutela stazioni di Primula apennina,
Rhododendron ferruginuem e di
specie di flora delle pareti rocciose e
dei versanti detritici (EE).
Tutela delle rare fitocenosi (E).
Conservazione del sistema di praterie
sommitali, comprendente notevoli
estensioni di habitat di elevato
interesse conservazionistico, con
notevoli popolamenti faunistici (E).
Mantenimento/incremento ’idoneità
ambientale delle aree alto montane
per importanti popolamenti di
passeriformi nidificanti e per il
foraggiamento di Aquila chrysaetos
(M).
Diminuzione dell’isolamento e della
frammentazione degli habitat di
prateria del sito per fenomeni di
abbandono delle aree limitrofe
Conservazione del complesso di
ambienti di praterie e praterie con
ginepri mantenute dal pascolo,
Programma di conservazione ex situ
per la tutela di Rhododendron
ferruginuem (E).
Gestione turismo escursionistico per
la tutela delle stazioni di specie
floristiche rare (M).
Verifica della consistenza ed
eventuale
ricostituzione
di
popolazioni di specie preda di Aquila
chrysaetos (Lagomorfi, Galliformi)
(B).
Controllo popolazione di cinghiale
Difesa dall’erosione nelle praterie di
crinale
Tutela delle stazioni di rare specie di
flora
Mantenimento e incremento dei
popolamenti di anfibi, di uccelli e di
Mammiferi di interesse comunitario e
regionale
Mantenimento e miglioramento della
compatibilità delle attività turistiche
ed escursionistiche
Mantenimento e miglioramento della
compatibilità dei piani di settore con
gli obiettivi di conservazione
Mantenimento e miglioramento di
aree prative di collegamento
ecologico nell’area vasta
Gestione pascolo (EE).
Verifica/adeguamento
piani
di
gestione forestale agli obiettivi di
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
194
Integrazioni – Documento 1
Siti appenninici
Principali criticità
Principali misure di conservazione da adottare
Sito
Principali elementi di criticità
interni al sito
Principali elementi
esterni al sito
Pania di Corfino
Lamarossa
(IT5120003)
relativamente diffusa, con
conseguente
disturbo
e
frammentazione.
Turismo
escursionistico
stagionale
Le torbiere sono minacciate da
varie cause: eutrofizzazione e
inquinamento
dell’acqua,
attività
escursionistiche,
interrimento, evoluzione della
vegetazione.
Raccolte di fauna minore e
flora.
Abbattimenti illegali di Canis
lupus e rapaci.
tutto
Toscano.
di
criticità
l’Appennino
Centri abitati ai confini meridionali.
Principali obiettivi di conservazione
Indicazioni per
conservazione
alternate ad ambienti rocciosi,
habitat di passeriformi nidificanti
(incluso Emberiza citrinella) e aree di
caccia e nidificazione di Aquila
chrysaetos e altre specie di rapaci
(EE).
Conservazione di torbiere ed aree
umide con rare specie idrofitiche (ad
esempio Menyanthes trifoliata) (E).
conservazione del sito, così da
garantire: la tutela delle formazioni
boschive
di
forra;
la
conservazione/incremento delle fasi
forestali mature e senescenti, con
salvaguardia di alberi di grosse
dimensioni e marcescenti; la
conservazione della continuità della
matrice forestale (E).
Conservazione
e
incremento dei livelli di
naturalità degli estesi e
continui
complessi
forestali (E).
Gestione
turismo
escursionistico
e
alpinistico (M).
Analisi di dettaglio stato
di conservazione di aree
umide e torbiere e
adozione misure di
conservazione ritenute
necessarie (M).
Approfondimento delle
conoscenze su alcuni
gruppi faunistici (M).
Monitoraggio
qualità
delle acque dei torrenti
(B).
Eventuale completamento della
rimozione del disturbo alle specie
ornitiche nidificanti nelle pareti
rocciose,
dovuto
ad
attività
alpinistiche (le principali aree sono
già tutelate in questo senso) (M).
Conservazione
degli
elevati
livelli
di
naturalità (e qualità
delle
acque)
degli
ecosistemi di forra (M).
le
misure
di
Necessità piano
di gestione
Necessità
piani di settore
agroforestale
regionale
(in
gestione al CFS) ed
è quindi garantita
l’elaborazione del
Piano di Gestione.
pascolo.
Appare,
comunque,
sufficiente
l’adeguamento del
Piano di Gestione
del
patrimonio
agroforestale, che
dovrà tenere conto
degli obiettivi di
conservazione del
sito, in particolare
per
quanto
riguarda
le
praterie, le zone
umide
e
gli
ambienti di forra.
Non necessario.
Non necessari.
Verifica consistenza ed eventuale
ricostituzione di popolazioni di specie
predate da Aquila chrysaetos
(Lagomorfi, Galliformi) (B)
SIR-ZPSn°
12
Pania di Corfino
(IT5120004)
Turismo escursionistico
mesi estivi.
nei
Turismo escursionistico nei mesi
estivi.
Conservazione
elevati
livelli di naturalità (E).
Gestione turismo.
Tutela dell’aquila reale e
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
195
Integrazioni – Documento 1
Siti appenninici
Principali criticità
Sito
Principali elementi di criticità
interni al sito
Principali misure di conservazione da adottare
Principali elementi
esterni al sito
di
criticità
Principali obiettivi di conservazione
delle
altre
rupicole (E).
SIR-SIC n°13 M.
Romecchio - M.
Rondinaio
Poggione
(IT5120005)
SIR-SIC n°28 Alta
Valle
del
Sestaione
(IT5130001)
Pascolo ancora presente non vi
sono però informazioni su
carico e tendenze in atto:
possibile una degradazione del
suolo per compattazione,
dovuta al calpestio per
pascolamento
nelle
aree
umide, con Swertia perennis,
localizzate nelle selle.
Turismo
escursionistico
Presenza rare specie
di flora con stazioni
di ridotte dimensioni
(ad es l Campanula
spicata).
Impianti sciistici, attività e
infrastrutture connesse, che
producono antropizzazione e
frammentazione degli habitat,
disturbo
alla
fauna,
inquinamento delle acque,
diffusione
di
piante
appartenenti a specie o ecotipi
non locali (con rischio di
inquinamento
genetico),
Diffusa riduzione del pascolo su
tutto l’Appennino Toscano, con
degradazione e frammentazione
dell’habitat per numerose specie
minacciate.
Presenza di strade sterrate lungo il
perimetro del sito.
Strutture turistiche invernali sui
confini del sito (Monte Gomito).
Riduzione/cessazione del pascolo
diffusa su tutto il crinale
appenninico.
Indicazioni per
conservazione
le
misure
di
Necessità piano
di gestione
Necessità
piani di settore
Elevata.
Potrebbero però
essere sufficienti
piani di settore
Molto elevata la
necessità di un
piano
per
la
gestione
del
pascolo,
che
potrebbe
essere
comune per molti
siti
di
crinale
appenninico
e
articolato
per
province.
Elevata; non
necessaria in
caso
di
elaborazione
di
Piani
d’azione
Elevata necessità di
un
piano/programma
per la gestione
delle attività di
fruizione turistica e
delle infrastrutture
connesse; elevata
necessità di un
Piano di azione per
specie
Conservazione del sistema di praterie
sommitali, comprendente notevoli
estensioni di habitat di elevato
interesse conservazionistico, con
importanti popolamenti faunistici
(EE).
Conservazione stazione Campanula
spicata (E).
Mantenimento/incremento idoneità
del sito quale area di foraggiamento
di Aquila chrysaetos (M).
Conservazione aree umide localizzate
nelle selle, con importanti stazioni
floristiche (M).
Riduzione
eventuali
impatti
significativi
causati dal turismo
escursionistico (B).
Gestione
turismo
escursionistico
Verifica consistenza ed eventuale
ricostituzione di popolazioni di specie
preda
di
Aquila
chrysaetos
(Lagomorfi, Galliformi) (B).
Conservazione
delle
Abetaie
appenniniche con abete rosso
autoctono e dei Faggeti degli
Appennini con Abies alba (EE).
Conservazione degli estesi mosaici di
praterie e brughiere montane con
affioramenti
rocciosi,
che
costituiscono
habitat
per
passeriformi nidificanti e aree di
caccia per Aquila chrysaetos (EE).
Gestione pascolo (EE).
Programma conservazione ex situ per
tutela di Campanula spicata (EE).
Gestione turismo escursionistico
Programma complessivo
per
la
limitazione
dell’impatto causato da
infrastrutture e attività
sciistiche
e
di
protocollo/regolamento
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
196
Integrazioni – Documento 1
Siti appenninici
Principali criticità
Sito
Principali elementi di criticità
interni al sito
innesco di fenomeni erosivi.
Riduzione/cessazione
del
pascolo,
che
provoca
degradazione e scomparsa dei
nardeti, perdita di habitat per
specie ornitiche rare.
Gestione forestale
non specificamente
mirata agli obiettivi
di conservazione del
sito.
Eccessiva
antropizzazione
delle
compagini
boschive,
con
sviluppo di boschi
coetanei
monospecifici.
Stato di conservazione dei
nuclei di abete rosso autoctono
che presentano scarsa o
assente rinnovazione naturale,
per competizione con il faggio
e le brughiere del sottobosco.
Turismo estivo concentrato
soprattutto nelle zone con
stazioni floristiche e habitat di
particolare interesse (laghetti
glaciali).
Rischio
di
inquinamento
genetico per i nuclei
Principali misure di conservazione da adottare
Principali elementi
esterni al sito
di
criticità
Principali obiettivi di conservazione
Conservazione delle torbiere e dei
laghetti glaciali con rare specie
vegetali idrofitiche (Menyanthes
trifoliata, Sparganium minimum) e
con popolamenti di Anfibi di
interesse conservazionistico (EE).
Conservazione degli estesi e continui
complessi forestali di elevata
maturità (E).
Conservazione
delle
formazioni
erbose di nardo ricche di specie e
delle brughiere subalpine (M).
Conservazione dell’elevata qualità
del corso d’acqua e dei popolamenti
ittici (M).
Indicazioni per
conservazione
le
misure
di
Necessità piano
di gestione
per gli interventi di settoriali.
ripristino
ambientale,
relativo a modalità di
intervento, specie ed
ecotipi da utilizzare (EE).
Gestione pascolo (EE)
Necessità
piani di settore
la gestione del
pascolo
(anche
comune a tutti i Siti
di
alto
crinale
appenninico,
articolato
per
province).
Verifica/adeguamento dei piani di
gestione forestale agli obiettivi di
conservazione del sito, in modo da
garantire: il mantenimento dei nuclei
spontanei di abete rosso; la
conservazione delle fasi mature e
senescenti, con salvaguardia di alberi
di grosse dimensioni e marcescenti; il
mantenimento di parcelle di abetine
mature pure, anche se artificiali
(habitat di Certhia familiaris) (E).
Valutazione di incidenza
per tutti i progetti e/o le
attività che possano
comportare
sovraccarichi ambientali
legati all’incremento del
turismo
di
massa
invernale ed estivo, alla
realizzazione d’impianti
di produzione energetica
e di elettrodotti e alla
realizzazione
di
infrastrutture
di
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
197
Integrazioni – Documento 1
Siti appenninici
Principali criticità
Sito
Principali elementi di criticità
interni al sito
Principali misure di conservazione da adottare
Principali elementi
esterni al sito
di
criticità
Principali obiettivi di conservazione
di
abete
rosso
autoctono.
Prelievo
di
erpetofauna.
Presenza di specie
animali
alloctone,
con impatto non
conosciuto
(marmotta).
Stazioni isolate e con
pochi individui di
rare specie vegetali,
con
rischio
di
scomparsa.
Possibili alterazioni
degli
ecosistemi
fluviali
per
captazioni e ipotesi
di
sfruttamento
idroelettrico.
SIR-ZPS
n°29
Campolino
(IT5130002)
Rischio inquinamento genetico
per i nuclei di abete rosso
autoctono.
Stato di conservazione dei
nuclei
di
abete
rosso
autoctono, che presentano
scarsa o assente rinnovazione
naturale, per competizione con
il faggio e le brughiere del
sottobosco.
Indicazioni per
conservazione
le
misure
di
Necessità piano
di gestione
Necessità
piani di settore
trasporto
nell’intorno
del sito (E).
Gestione
turismo
escursionistico
nelle
vallecole alto montane
di
origine
glaciale,
caratterizzate
da
emergenze
naturalistiche
(Lago
Piatto, Lago Nero, Lago
Greppo) (M).
Approfondimento delle conoscenze
su alcuni gruppi faunistici (M).
Verifica consistenza delle popolazioni
di specie predate da Aquila
chrysaetos (Lagomorfi, Galliformi) e
loro eventuale ricostituzione (B)
Programma di conservazione ex situ
per la tutela delle specie vegetali rare
e/o presenti con stazioni di ridotte
dimensioni (M).
Strutture per il turismo invernale
prossime ai confini del sito. Gli
impianti sciistici e le infrastrutture
connesse portano a livelli molto
elevati di carico antropico in inverno
e in estate, con frammentazione
degli habitat, disturbo alla fauna,
inquinamento
delle
acque,
diffusione di piante appartenenti a
specie o ecotipi non locali (con
Conservazione dei nuclei di abete
rosso autoctono, caratterizzati da
livelli elevati di maturità e
complessità strutturale, habitat della
popolazione isolata di Certhia
familiaris (EE).
Salvaguardia
dell’integrità
del
laghetto glaciale, che ospita specie
vegetali e popolamenti di Anfibi di
interesse conservazionistico (E).
Interventi finalizzati a
favorire la rinnovazione
naturale dell’abete rosso
(EE).
Monitoraggio
della
consistenza
e
della
Non necessario.
Appare sufficiente
la
verifica
e
l’eventuale
adeguamento
(presumibilmente
non
necessario)
delle previsioni di
gestione forestale
della
Riserva
Statale.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
198
Integrazioni – Documento 1
Siti appenninici
Principali criticità
Sito
SIR-ZPS
n°30
Abetone
(IT5130003)
Principali misure di conservazione da adottare
Principali elementi di criticità
interni al sito
Principali elementi
esterni al sito
di
criticità
Rischio
di
progressiva
scomparsa delle limitate zone
aperte di crinale, causata dalla
cessazione del pascolo.
rischio di inquinamento genetico),
innesco di fenomeni erosivi.
Riduzione
pascolo
nell’intero
comprensorio appenninico, con
rarefazione e isolamento delle
specie
legate
alle
praterie
secondarie.
Tutela delle modeste superfici di
praterie montane con affioramenti
rocciosi, habitat di passeriformi
nidificanti e aree di caccia di Aquila
chrysaetos (M).
tendenza
della
popolazione isolata di
Certhia familiaris e
verifica/adeguamento
delle
previsioni
di
gestione
forestale
rispetto alle esigenze
ecologiche della specie
(conservazione delle fasi
mature delle abetine
pure) (E).
Tutela
assoluta
del
laghetto glaciale (E).
Monitoraggio
delle
tendenze in atto nelle
praterie di crinale e
adozione delle misure di
conservazione
eventualmente
opportune (M).
Gestione pascolo
Turismo estivo e invernale
Lo stato di conservazione dei
di
abete
rosso
nuclei
autoctono, per l’insufficiente
rinnovazione naturale, dovuta
a competizione con faggio e
specie
arbustive
del
Strutture per il turismo invernale
prossime ai confini del sito. Gli
impianti sciistici e le infrastrutture
connesse portano a livelli molto
elevati di carico antropico, in
inverno
e
in
estate,
con
frammentazione degli habitat,
disturbo alla fauna, inquinamento
Conservazione dei nuclei di abete
rosso autoctono, caratterizzati da
livelli elevati di maturità e
complessità strutturale, habitat della
popolazione isolata di Certhia
familiaris (E).
Tutela modeste superfici di praterie
montane con affioramenti rocciosi,
Gestione pascolo (E).
Principali obiettivi di conservazione
Indicazioni per
conservazione
le
misure
di
Monitoraggio consistenza e tendenza
della popolazione isolata di Certhia
familiaris e verifica/adeguamento
delle previsioni di gestione forestale
rispetto alle esigenze ecologiche
della specie (E).
Piano complessivo per la limitazione
Necessità piano
di gestione
Scarsa.
Necessità
piani di settore
Elevata necessità di
un piano di azione
relativo
alla
gestione
del
pascolo, articolato
per province, valido
per tutti i siti di alto
crinale
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
199
Integrazioni – Documento 1
Siti appenninici
Principali criticità
Sito
Principali misure di conservazione da adottare
Principali elementi di criticità
interni al sito
Principali elementi
esterni al sito
di
criticità
sottobosco,
appare
sfavorevole.
Presenza di due assi viari, di cui
uno (strada del Brennero)
particolarmente frequentato, e
di centri abitati.
Presenza di elettrodotti ad alta
tensione.
delle acque, diffusione di piante
appartenenti a specie o ecotipi non
locali (con rischio di inquinamento
genetico), innesco di fenomeni
erosivi.
Principali obiettivi di conservazione
Indicazioni per
conservazione
le
misure
di
habitat di passeriformi nidificanti e
aree di caccia di Aquila chrysaetos
(M).
Conservazione
delle
formazioni
erbose di nardo ricche di specie (M).
Conservazione degli estesi e continui
complessi forestali di elevata
maturità (M).
dell’impatto
causato
dalle
infrastrutture e dalle attività
sciistiche
ed
escursionistiche,
elaborazione di un protocollo relativo
alle modalità di intervento con
riferimento anche a
specie ed
ecotipi da utilizzare negli interventi di
ripristino ambientale (E).
Necessità piano
di gestione
appenninico.
Necessaria
la
verifica,
con
eventuale
adeguamento,
delle previsioni di
gestione forestale
della
Riserva
Statale,
con
particolare
riferimento
alla
problematica della
rinnovazione
spontanea
dell’abete rosso.
Interventi finalizzati alla
rinnovazione
naturale
dell’abete rosso (E).
Valutazione
incidenza
per tutti i progetti e/o le
attività che possano
comportare
sovraccarichi ambientali
legati all’incremento del
turismo
di
massa
invernale ed estivo, alla
realizzazione d’impianti
di produzione energetica
e di elettrodotti e alla
realizzazione
di
infrastrutture
di
trasporto
nell’intorno
del sito (E).
SIR-ZPS
n°31
Pian degli Ontani
(IT5130004)
Processi di chiusura delle
praterie secondarie lungo il
crinale principale.
Modesti carichi turistici estivi
legati al vicino centro di Pian di
Pressione turistica, presenza di assi
viari e zone urbanizzate ai limiti del
sito.
Conservazione degli habitat prioritari
(E).
Mantenimento e incremento dei
livelli di maturità/naturalità delle
faggete (M).
Misure gestionali per limitare i
fenomeni
di
ricolonizzazione
arbustiva e arborea delle praterie
secondarie (M).
Adozione piani di gestione forestale
Necessità
piani di settore
Non necessario.
sufficiente
la
verifica
e
l’eventuale
adeguamento
(presumibilmente
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
200
Integrazioni – Documento 1
Siti appenninici
Principali criticità
Sito
Principali elementi di criticità
interni al sito
Principali misure di conservazione da adottare
Principali elementi
esterni al sito
di
criticità
Novello.
SIR-SIC
n°32
Libro Aperto –
Cima
Tauffi
(IT5130005)
SIR-SIC
n°33
M.te Spigolino –
M.te
Gennaio
(IT5130006)
Principali obiettivi di conservazione
Mantenimento/recupero
delle aree aperte di
crinale (M).
Eventuale
riduzione/cessazione
del pascolo, con
conseguente
scomparsa
dei
nardeti,
riduzione
dell’idoneità
per
specie
ornitiche
rare.
Turismo
escursionistico
Presenza
specie
animali
alloctone,
con impatto non
conosciuto
(marmotta).
Strutture per il turismo invernale sui
confini del sito.
Riduzione/cessazione del pascolo,
diffusa su tutto il crinale
appenninico.
Previsione di impianti eolici a breve
distanza.
Riduzione attività di pascolo
nelle praterie sommitali.
Turismo escursionistico.
Fenomeni di erosione del suolo
e del cotico erboso.
Presenza di ripetitori e di altre
strutture
per
telecomunicazioni sul crinale ai
confini occidentali del sito.
Strada di accesso al Passo della
Croce
Arcana,
con
ampio
parcheggio e con notevole carico
turistico estivo.
Presenza di una funivia di
collegamento tra la Doganaccia ed il
crinale presso Croce Arcana.
Previsione di nuovi impianti eolici in
aree prossime.
Conservazione del sistema di praterie
sommitali, comprendente notevoli
estensioni di habitat di elevato
interesse conservazionistico, con
importanti popolamenti floristici e
faunistici (EE).
Mantenimento di elevati livelli di
naturalità (M).
Mantenimento/incremento
dell’idoneità del sito quale area di
foraggiamento di Aquila chrysaetos
(B).
Indicazioni per
conservazione
le
misure
di
in grado di mantenere e migliorare le
valenze naturalistiche dell’area (M).
Monitoraggio tendenze in atto nelle
praterie di crinale e adozione delle
misure
di
conservazione
eventualmente opportune (M).
Gestione pascolo (EE).
Verifica consistenza delle popolazioni
di specie preda di Aquila chrysaetos
(Lagomorfi, Galliformi) e loro
eventuale ricostituzione (B).
Riduzione di eventuali
impatti
significativi
causati dal turismo
escursionistico (B).
Mantenimento del complesso di
ambienti sommitali con praterie e
brughiere montane e affioramenti
rocciosi, che costituiscono l’habitat
per numerosi passeriformi nidificanti
e aree di caccia di Aquila chrysaetos
(E).
Mantenimento delle formazioni
erbose di Nardo (E).
Necessità piano
di gestione
Gestione pascolo (E).
Gestione turismo escursionistico (B).
Verifica consistenza delle popolazioni
di specie preda di Aquila chrysaetos
(Lagomorfi, Galliformi) e loro
eventuale ricostituzione (B).
Necessità
piani di settore
non
necessario)
delle previsioni di
gestione forestale
della
Riserva
Statale.
Elevata. Potrebbe
essere sufficiente
l’elaborazione di
Piani di azione
relativi a singoli
aspetti gestionali
(cfr. sotto).
Necessità di un
piano/programma
per
gestione
attività di fruizione
turistica
e
infrastrutture
connesse; elevata
necessità di un
Piano di azione per
gestione
del
pascolo
(anche
comune a tutti i Siti
di
alto
crinale
appenninico,
articolato
per
province).
Elevata; non
necessaria in
caso
di
elaborazione
di
Piani
d’azione
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
201
Integrazioni – Documento 1
Siti appenninici
Principali criticità
Sito
Principali misure di conservazione da adottare
Principali elementi di criticità
interni al sito
Principali elementi
esterni al sito
di
criticità
Eccessivo carico di cinghiali
(con particolare riferimento ai
danneggiamenti
al
cotico
erboso nel crinale del M.te
Gennaio).
Strutture turistiche alla Doganaccia
(impianti sciistici) e nella zona del
Lago Scaffaiolo.
Riduzione/cessazione diffusa del
pascolo su tutto il crinale
appenninico.
Principali obiettivi di conservazione
Indicazioni per
conservazione
le
misure
di
Mantenimento di elevati livelli di
naturalità,
con
particolare
riferimento alla zona del Corno alle
Scale (E).
Tutela delle stazioni di specie rare di
flora (M).
Necessità piano
di gestione
Necessità
piani di settore
settoriali.
Riduzione di eventuali
impatti
significativi
causati dal turismo
escursionistico (B).
SIR-SIC
n°14
Monte
Prato
Fiorito – Monte
Coronato – Valle
dello
Scesta
(IT5120006)
Gestione pascolo- abbandono
Cessazione pratiche colturali
nei castagneti da frutto.
Captazioni idriche sul Torrente
Scesta che accentuano gli
effetti della siccità estiva.
Scarsi livelli di conoscenza delle
emergenze naturalistiche e
delle tendenze in atto.
Incendi estivi.
Fenomeni di erosione dei
versanti sul Monte Prato
Fiorito.
Rimboschimenti di conifere.
Conservazione del sistema di praterie
secondarie del Monte Coronato e del
Monte Prato Fiorito, comprendente
notevoli estensioni di habitat di
elevato interesse conservazionistico,
che presumibilmente supportano
importanti popolamenti faunistici
(EE).
Diffusa riduzione del pascolo su
tutto l’Appennino Toscano, con
degradazione e frammentazione
dell’habitat per numerose specie
minacciate.
Conservazione
degli
elevati
livelli
di
naturalità della valle del
Torrente Scesta e tutela
dell’ecosistema fluviale
(E).
Mantenimento/incremento
dell’idoneità del sito quale area di
foraggiamento di Aquila chrysaetos
(M).
Tutela dei popolamenti di Anfibi (M).
Conservazione/recupero
dei castagneti da frutto,
almeno nella porzione
Gestione pascolo (EE).
Raccolta dati naturalistici (E).
Verifica previsioni della pianificazione
forestale rispetto agli obiettivi di
conservazione
del
sito,
loro
eventuale adeguamento, adozione di
misure contrattuali o normative tali
da
garantire:
conservazione/recupero
dei
castagneti da frutto almeno nelle
zone servite dalla viabilità; tutela
assoluta della vegetazione ripariale;
conservazione/incremento delle fasi
mature e senescenti dei boschi (M).
Tutela delle piccole raccolte di acqua,
habitat di Anfibi, e limitazione delle
immissioni di trote ai soli tratti
inferiori dei corsi d’acqua (M).
Verifica consistenza ed eventuale
ricostituzione di popolazioni di specie
preda
di
Aquila
chrysaetos
(Lagomorfi, Galliformi) (B).
Molto elevata per
le aree interessate
da
praterie
secondarie, medio
bassa per le aree
forestali. Il piano di
gestione potrebbe
essere sostituito
da piani d’azione
Molto elevata e
urgente
la
necessità di un
piano
per
la
gestione
del
pascolo
(che
potrebbe
essere
coordinato
con
quelli degli altri siti
appenninici).
Necessità media di
un
piano
per
l’organizzazione e
la
limitazione
dell’impatto della
fruizione turistica.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
202
Integrazioni – Documento 1
Siti appenninici
Principali criticità
Sito
Principali elementi di criticità
interni al sito
Principali misure di conservazione da adottare
Principali elementi
esterni al sito
di
criticità
Principali obiettivi di conservazione
Indicazioni per
conservazione
le
misure
di
Necessità piano
di gestione
Necessità
piani di settore
Non necessario
Non necessari
meridionale del sito (M).
SIR-ZPS n° 15
Orrido di Botri
(IT5120020)
Escursionismo nel
fondovalle
(regolamentato)
Scarsa disponibilità
di informazioni sulle
emergenze
naturalistiche.
Riduzione/degradazione
delle
aree
di
foraggiamento
dell’aquila reale per
cessazione/riduzione
del pascolo.
Conservazione degli elevati livelli di
naturalità dell’Orrido di Botri (E).
Tutela dell’aquila reale e delle altre
specie rupicole (E).
Misure per gestione turismo (M).
Individuazione e superamento delle
eventuali carenze conoscitive (B).
Siti Apuani
Principali criticità
Sito
SIR-SIC n°16 Valli
glaciali di Orto di
Donna e Solco di
Equi
(IT5120008)
Principali elementi di criticità interni al
sito
Gestione
pascolo:
abbandono
e
sovrapascolo.
Fenomeni
di
inquinamento fisico e
impermeabilizzazione
dell’alveo
di
alcuni
torrenti montani per
deposizione di fanghi
derivanti da limitrofi siti
estrattivi.
Turismo stagionale
Disturbo all’avifauna e alla
Principali misure di conservazione da adottare
Principali
elementi
criticità esterni al sito
di
Presenza di bacini estrattivi
marmiferi (cave, discariche
e strade di arroccamento)
con occupazione del suolo,
inquinamento dei corsi
d’acqua, disturbo sonoro.
Pur non inclusi nel SIR,
alcuni bacini estrattivi
costituiscono
“isole”
interne
al
sito,
aumentandone gli effetti di
disturbo.
Riduzione del pascolo
nell’intero comprensorio
apuano e appenninico.
Principali obiettivi di conservazione
Conservazione elevati livelli di
naturalità delle zone a maggiore
altitudine (sistema di cime, pareti
rocciose e cenge erbose) (EE).
Mantenimento
integrità
dei
popolamenti floristici e faunistici di
interesse conservazionistico (EE).
Mantenimento praterie secondarie e
relativi popolamenti faunistici (EE).
Conservazione
specie
ornitiche
nidificanti negli ambienti rupicoli,
anche mediante la limitazione del
disturbo diretto (E).
Conservazione stazione puntiforme
di Maculinea rebeli (E).
Conservazione cenosi ad Abies alba
(E) e a Taxus baccata (M) e dei
vaccinieti subalpini (M).
Conservazione complessi
Indicazioni
per
conservazione
le
misure
di
Interventi di razionalizzazione e
risistemazione ambientale dei bacini
estrattivi (EE).
Gestione pascolo (EE).
Elaborazione e adozione di piani di
gestione
selvicolturale
di
tipo
naturalistico, che garantiscano il
mantenimento di stazioni di specie
arboree di interesse conservazionistico
(E).
Interventi di risanamento delle
discariche di cava (ravaneti) e dei tratti
fluviali soggetti a fenomeni di
inquinamento (E).
Valutazione di incidenza per piani
progetti opere nell’intorno del sito (E).
Programma di conservazione ex situ per
la tutela specie vegetali rare e
minacciate di scomparsa (Euphorbia
hyberna ssp insularis, ecotipi di Abies
Necessità
piano
di gestione
Non
necessario.
Piano
del
Parco,
Necessità
piani di settore
In
tutto
il
territorio apuano
la necessità di
piani di gestione
delle aree aperte
(pascoli, praterie
secondarie,
arbusteti,
ex
coltivi terrazzati),
appare molto alta
e strategica per la
conservazione
degli
elevati
valori
naturalistici.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
203
Integrazioni – Documento 1
Siti Apuani
Principali criticità
Sito
Principali elementi di criticità interni al
sito
fauna troglobia causato
dalle attività alpinistiche e
speleologiche.
Dimensioni
ridotte,
ed
elevata
vulnerabilità,
della
stazione
di
Euphorbia hyberna ssp. insularis,
prossima a un frequentato sentiero
escursionistico.
Presenza di “aree contigue speciali” del
Parco
delle
Alpi
Apuane
potenzialmente destinate ad attività
estrattive.
Dimensioni
ridotte
ed
elevata
vulnerabilità del nucleo autoctono di
Abies alba.
Raccolte di specie rare di
insetti e di specie rare o
vistose di flora (in
prevalenza
Liliaceae,
Amaryllidaceae,
Orchidaceae,
Paeoniaceae).
Interventi di recupero
ambientale dei siti di cava
dismessi
con
rinverdimenti
realizzati
utilizzando
materiale
vegetale non autoctono.
Principali misure di conservazione da adottare
Principali
elementi
criticità esterni al sito
di
Principali obiettivi di conservazione
carsici importanti per la
fauna troglobia (M).
Conservazione stazione di Euphorbia
hyberna ssp. insularis (M).
Tutela e riqualificazione degli
ecosistemi fluviali (B).
Indicazioni
per
conservazione
le
misure
di
Necessità
piano
di gestione
Necessità
piani di settore
alba) (E).
Elaborazione piano per la conservazione
della stazione puntiforme di Maculinea
rebeli, (E).
Regolamentazione
delle
attività
alpinistiche e speleologiche (E).
Azioni di sensibilizzazione
e adozione di misure
normative per ridurre i
danni causati dalle attività
di
raccolta
di
entomofauna e di specie
vegetali
con
vistosa
fioritura primaverile (M).
Monitoraggio
(naturalistico)
degli
interventi
di
rinaturalizzazione
delle
discariche di cava (M).
Rischio scomparsa stazione puntiforme
e isolata di Maculinea rebeli.
Non ottimale stato di conservazione
della cenosi a Taxus baccata del solco
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
204
Integrazioni – Documento 1
Siti Apuani
Principali criticità
Sito
Principali elementi di criticità interni al
sito
Principali misure di conservazione da adottare
Principali
elementi
criticità esterni al sito
di
Principali obiettivi di conservazione
Indicazioni
per
conservazione
le
misure
di
Necessità
piano
di gestione
Necessità
piani di settore
d’Equi, in gran parte alterata dal taglio
degli esemplari maggiori e dalla vicina
presenza di un sito estrattivo.
SIR-SIC n°17 M.
Sumbra (IT5120009)
SIR-SIC n° 18 Valle
del Serra - Monte
Altissimo
(IT5120010)
Gestione pascolo: sovra pascolamento
con processi di erosione del suolo ed
alterazione della flora; sottoutilizzo
delle praterie in gran parte delle altre
aree.
Pressione del turismo escursionistico.
Piccole porzioni del sito interne ad
“aree contigue speciali” del Parco delle
Alpi Apuane, potenzialmente destinate
ad attività estrattive.
Disturbo all’avifauna rupicola e alla
fauna troglobia legato alle attività
alpinistiche e speleologiche (che
minacciano soprattutto i Chirotteri).
Disturbo sonoro derivante dalle vicine
aree estrattive.
Inquinamento del torrente Turrite
Secca a valle dei bacini estrattivi di Arni
e Campagrina.
Frequenti incendi estivi nel settore
orientale.
Gestione
pascoloabbandono
Inquinamento delle acque.
Piccole porzioni del sito interne ad
“aree contigue speciali” del Parco delle
Alpi Apuane potenzialmente destinate
ad attività estrattive.
Frequenti
incendi,
con
forte
degradazione del soprassuolo arboreo
nei versanti in destra idrografica del
Riduzione del pascolo
nell’intero comprensorio
apuano e appenninico.
Centri abitati e assi stradali
ai confini meridionali.
Mantenimento integrità ed elevati
livelli di naturalità del sistema di
cime, pareti rocciose verticali (circo
glaciale del Monte Sumbra) e cenge
erbose con popolamenti floristici e
faunistici
di
interesse
conservazionistico (EE).
Conservazione delle specie ornitiche
nidificanti negli ambienti rupicoli,
anche mediante la limitazione del
disturbo diretto (E).
Conservazione degli habitat prioritari
e delle fitocenosi (E).
Mantenimento
delle
praterie
secondarie
(e
dei
relativi
popolamenti faunistici) e ostacolo ai
processi di chiusura e/o degrado (E).
Conservazione e incremento della
maturità di complessi forestali isolati
quali la faggeta del Fatonero o il
bosco di betulla del M.te Porreta (M).
Vasti
bacini
estrattivi
circostanti il sito, con cave,
discariche e strade di
arroccamento. Pur non
compresi nel SIR, alcuni
bacini
estrattivi
costituiscono
“isole”
interne
al
sito,
aumentandone gli effetti di
Conservazione
stazioni
di
Hymenophyllum tunbrigense e di
Campanula spicata (EE).
Mantenimento praterie secondarie (e
dei relativi popolamenti faunistici) e
ostacolo ai processi di chiusura,
particolarmente importante nella
dorsale M. Focoraccia – M. Carchio
(EE).
Numerosi bacini
estrattivi
marmiferi,
con
cave, discariche e
strade
di
arroccamento, ai
margini del sito.
Gestione pascolo (EE).
Gestione
selvicolturale
di
tipo
naturalistico, (E).
Valutazione di incidenza per piani
progetti opere nell’intorno del sito (E).
Regolamentazione
delle
attività
alpinistiche e speleologiche (M).
Interventi di risanamento delle
discariche di cava (ravaneti) e dei tratti
fluviali soggetti a fenomeni di
inquinamento (B).
Non
necessario.
Piano
del
Parco
Conservazione
di
complessi
carsici
importanti per la fauna
troglobia (B)
Gestione pascolo
Favorire la diffusione di
raccolte
di
acqua
accessibili agli anfibi (EE).
Gestione
selvicolturale
di
tipo
naturalistico (E).
Verifica della distribuzione e dello stato
Non
necessario.
Piano
del
Parco,
In
tutto
il
territorio apuano
la necessità di
piani di gestione
delle aree aperte
(pascoli, praterie
secondarie,
arbusteti,
ex
coltivi terrazzati)
appare molto alta
e strategica per la
conservazione
degli
elevati
valori
naturalistici.
Importante anche
la realizzazione di
linee guida e/o
piani di area vasta
finalizzati
alla
riqualificazione
dei
bacini
estrattivi
abbandonati o in
corso
di
dismissione.
Elevata, infine, la
necessità di un
piano di gestione
della
fruizione
turistica,
in
particolare per le
attività
alpinistiche
(soprattutto)
e
speleologiche.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
205
Integrazioni – Documento 1
Siti Apuani
Principali criticità
Sito
Principali misure di conservazione da adottare
Principali elementi di criticità interni al
sito
Principali
elementi
criticità esterni al sito
di
Torrente Serra che permette però la
conservazione degli arbusteti a Ulex ed
Erica.
Possibile danneggiamento delle stazioni
di rare pteridofite per gli eventi
alluvionali del 1996.
Ridotte dimensioni della stazione di
Campanula spicata,.
Possibile riduzione superficie occupata
dagli arbusteti a Ulex ed Erica per
evoluzione della vegetazione (per
prolungata assenza di incendi).
Elevata pressione turistica nelle aree
sommitali.
disturbo.
Vicina presenza di centri
abitati e strade.
Riduzione del pascolo
nell’intero comprensorio
apuano e appenninico.
Principali obiettivi di conservazione
Miglior inserimento ambientale siti
estrattivi e salvaguardia sistema cime
e pareti rocciose (E).
Tutela e riqualificazione degli
ecosistemi fluviali (M).
Gestione selvicolturale e controllo
incendi
per
mantenimento
castagneti con sottobosco ricco di
pteridofite (M).
Conservazione
di
estensioni
significative di arbusteti a Ulex ed
Erica (M).
Indicazioni
per
conservazione
le
misure
di
Necessità
piano
di gestione
Necessità
piani di settore
di conservazione di Campanula spicata
e Vandenboschia speciosa (E).
Valutazione di incidenza per piani
progetti opere nell’intorno del sito (E).
Misure gestionali per
assicurare
la
conservazione
degli
arbusteti, in particolare di
quelli con forte presenza
di Erica scoparia (ad es.,
attraverso
il
taglio
periodico delle eriche,
possibilmente
a
fini
produttivi) (M).
Programma di conservazione ex situ per
la tutela delle specie vegetali rare e
minacciate di scomparsa (M).
Messa a norma
scarichi
civili
eliminazione
discariche abusive
impluvi presso i
abitati (M).
degli
ed
delle
negli
centri
Interventi di risanamento delle
discariche di cava (ravaneti) e dei tratti
fluviali soggetti a fenomeni di
inquinamento (M).
Controllo
(M).
degli
incendi
Regolamentazione attività alpinistiche e
speleologiche (B).
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
206
Integrazioni – Documento 1
Siti Apuani
Principali criticità
Sito
Principali elementi di criticità interni al
sito
Principali misure di conservazione da adottare
Principali
elementi
criticità esterni al sito
di
Gestione pascolo.
SIR-SIC n°20 M.
Croce - M. Matanna
(IT5120012)
Trasformazione
prati
secondari
sommitali in felceti (felce aquilina) e
asfodeleti, con riduzione dell’habitat
idoneo alle bulbifere con fioritura
primaverile.
Elevata pressione turistica estiva (ad es.
Albergo Matanna) con disturbo sonoro,
realizzazione di sentieri e rifugi,
raccolte di specie a vistosa fioritura (in
particolare Liliaceae e Amaryllidaceae
nei versanti del Monte Croce).
Disturbo agli uccelli rupicoli causato da
attività alpinistiche.
Riduzione pascolo
nell’intero
comprensorio
apuano
e
appenninico.
Progettata strada di valico Elevata pressione
tra Versilia e Garfagnana turistica.
(Foce delle Porchette,
Foce di Petrosciana).
Erosione versanti innescata dalla rete
sentieristica e dal sovrapascolo nel
versante orientale del Callare Matanna.
Frequenti incendi primaverili ed estivi
sui pascoli sommitali.
SIR-SIC n°21 M.
Tambura - M. Sella
(IT5120013)
Gestione pascolo- abbandono
Presenza
di
bacini
estrattivi
abbandonati.
Presenza di “aree contigue speciali” del
Presenza di bacini
estrattivi
le
misure
di
Necessità
piano
di gestione
Principali obiettivi di conservazione
Indicazioni
per
conservazione
Mantenimento integrità del sistema
di cime, pareti rocciose verticali e
cenge erbose, con popolamenti
floristici e faunistici di interesse
conservazionistico (EE).
Mantenimento mosaico praterie
secondarie, caratterizzato da elevata
eterogeneità
ambientale
per
presenza di alberi e arbusti sparsi e
affioramenti rocciosi e ostacolo ai
processi di chiusura e/o degrado
delle formazioni erbacee, con
particolare riferimento agli habitat
prioritari (EE).
Conservazione
specie
ornitiche
nidificanti negli ambienti rupicoli,
anche mediante la limitazione del
disturbo diretto (E).
Mantenimento
delle
stazioni
floristiche sul Monte Croce (E).
Tutela delle faggete calcicole del
Callare Matanna (M).
Gestione pascolo (EE)
Favorire la diffusione di
raccolte
di
acqua
accessibili agli anfibi (EE).
Verifica degli effetti sulle
praterie dei frequenti
incendi appiccati a fine
inverno (E).
Regolamentazione attività
alpinistiche (M).
Gestione
turismo
escursionistico (M).
Riqualificazione
siti
degradati da sovrapascolo
o da eccessivo calpestio,
con fenomeni di erosione
del suolo (M).
Azioni di sensibilizzazione
e adozione di misure
normative relativamente
all’attività di raccolta di
specie vegetali con vistosa
fioritura primaverile (B).
Non
necessario.
Piano
del
Parco,
Conservazione elevati livelli di
naturalità delle zone a maggiore
altitudine (sistema di cime, crinali,
pareti rocciose e cenge erbose) (EE).
Interventi di razionalizzazione e
risistemazione ambientale dei bacini
estrattivi (E).
Non
necessario.
Piano
del
Parco
Necessità
piani di settore
Utile
l’elaborazione di
alcuni piani di
settore
(che
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
207
Integrazioni – Documento 1
Siti Apuani
Principali criticità
Sito
Principali misure di conservazione da adottare
Principali elementi di criticità interni al
sito
Principali
elementi
criticità esterni al sito
di
Parco
Apuane
potenzialmente
destinate ad attività estrattive.
Danneggiamento dei nuclei di Taxus
baccata nella Valle di Renara.
Turismo
estivo
escursionistico
(Campocatino).
Disturbo ad avifauna e fauna troglobia
legato
alle
attività
alpinistiche
(modeste) e speleologiche.
marmiferi (cave,
discariche
e
strade
di
arroccamento),
con occupazione
di
suolo,
inquinamento
delle acque e
modifica
degli
elementi
fisiografici.
Pur
non compresi nel
SIR, alcuni bacini
estrattivi
costituiscono
“isole” interne al
sito,
aumentandone gli
effetti di disturbo.
Riduzione del pascolo
nell’intero comprensorio
apuano e appenninico.
SIRSIC
n°22
M.
Corchia - Le Panie
(IT5120014)
Presenza bacini estrattivi Presenza di bacini
marmiferi abbandonati.
estrattivi
Gestione pascolo- abbandono es Prati
(cave,
del Puntato) e sovrapascolo (M. marmiferi
Freddone).
discariche
e
Presenza di una “area contigua
Principali obiettivi di conservazione
Mantenimento
integrità
dei
popolamenti floristici e faunistici di
interesse conservazionistico (E).
Mantenimento
castagneti da frutto c/o
Campocatino (E).
Mantenimento praterie secondarie (e
dei relativi popolamenti faunistici) e
ostacolo ai processi di chiusura e/o
degrado (M).
Indicazioni
per
conservazione
le
misure
di
Necessità
piano
di gestione
dovrebbero
riguardare tutti i
siti delle Apuane),
relativi
alla
riqualificazione
dei siti degradati
(necessità
elevata),
alla
gestione forestale
(media),
all’organizzazione
della
fruizione
turistica (media),
alla
regolamentazione
delle
attività
speleologiche
(media) e alla
gestione
del
pascolo (media).
Gestione selvicolturale di
tipo
naturalistico,
finalizzata
al
mantenimento
dei
castagneti
da
frutto
(attraverso
misure
contrattuali)
e
delle
stazioni di specie arboree
di
interesse
conservazionistico (misure
normative o gestionali)
(E).
Conservazione pozze per
la riproduzione di anfibi
e habitat utili per specie
minacciate di insetti (M).
Tutela nuclei di Taxus Valutazione di incidenza per piani
baccata -Val di Renara progetti opere nell’intorno del sito (E).
Gestione pascolo (M).
(M).
Regolamentazione attività alpinistiche e
Conservazione complessi speleologiche (M).
di sensibilizzazione e misure
carsici importanti per la Azioni
normative per ridurre l’impatto delle
fauna troglobia (M).
attività di raccolta di entomofauna e di
Conservazione
specie
ornitiche
nidificanti negli ambienti rupicoli,
anche mediante la limitazione del
disturbo diretto (B).
Conservazione elevati livelli di
naturalità zone a maggiore altitudine
(sistema di cime, crinali, pareti
rocciose e cenge erbose) (EE).
Mantenimento stazione di Linaria
alpina sulla vetta del Pizzo delle
Saette (EE).
Necessità
piani di settore
specie vegetali a fioritura primaverile
(M).
Gestione pascolo (EE).
Interventi
razionalizzazione
e
risistemazione ambientale
Non
necessario.
Piano
del
Parco,
Utile
l’elaborazione di
alcuni piani di
settore
(che
dovrebbero
riguardare tutti i
siti delle Apuane),
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
208
Integrazioni – Documento 1
Siti Apuani
Principali criticità
Sito
Principali misure di conservazione da adottare
Principali elementi di criticità interni al
sito
Principali
elementi
criticità esterni al sito
di
speciale”
del
Parco
Apuane
potenzialmente destinata ad attività
estrattiva.
Turismo estivo escursionistico con
disturbo all’avifauna legato alle attività
alpinistiche (modesto) e speleologiche
(che minacciano soprattutto i Chirotteri
ma anche Pyrrhocorax pyrrhocorax).
Possibili impatti legati all’apertura
turistica dell’Antro del Corchia.
Rimboschimenti a Foce Mosceta, con
diffusione spontanea degli abeti nei
prati circostanti e nelle formazioni
forestali.
Modificazioni ecologiche nelle torbiere,
con perdita di specie rare. Nella
torbiera di Fociomboli le cause di
modificazione sono riconducibili alla
gestione
del
pascolo
e
alla
frequentazione turistica, da verificare
ulteriori effetti legati all’apertura di
piste forestali e alla strada di
arroccamento
alla
cava
del
Retrocorchia. La torbiera di Mosceta è
in via di interrimento ed è influenzata
dalla presenza di un rifugio adiacente.
Abbandono di coltivi terrazzati, con
ricolonizzazione arbustiva (Prati del
Puntato, Franchino, Campanice, Pian
del Lago).
Presenza rifugi montani e strade
accesso aree sommitali.
Fenomeni di erosione del suolo legati
agli eventi alluvionali della primavera
1996.
Pericolo scomparsa rare stazione
floristiche di Linaria alpina e Herminium
monorchis. per ridotte dimensioni delle
stazioni, carico turistico e gestione dei
prati umidi a Fociomboli per Herminium
strade
di
arroccamento)
con occupazione
di
suolo,
inquinamento
delle acque e
modifica
degli
elementi
fisiografici
rilevanti (crinale
del
Monte
Corchia).
Riduzione del pascolo
nell’intero comprensorio
apuano e appenninico.
Principali obiettivi di conservazione
Conservazione/recupero
aree
umide
di
Fociomboli e Mosceta
(EE).
Mantenimento integrità popolamenti
floristici e faunistici di interesse
conservazionistico (EE).
Conservazione complessi
carsici importanti per la
fauna troglobia (E).
Conservazione
specie
ornitiche nidificanti negli
ambienti rupicoli, anche
mediante limitazione del
disturbo diretto (ad es
attività
speleologiche
nella Buca dei Gracchi)
(E).
Mantenimento assetti
paesistici e vegetazionali
dell’area del Puntato,
conservazione dei prati
da sfalcio e delle
alberature (E).
Riqualificazione bacini estrattivi
abbandonati (E).
Mantenimento praterie secondarie (e
dei relativi popolamenti faunistici) e
ostacolo ai processi di chiusura e/o
Indicazioni
per
conservazione
le
misure
di
dei bacini estrattivi (EE).
Verifica/adeguamento
pianificazione
forestale
rispetto agli obiettivi di
conservazione del sito, in
modo da garantire: il
mantenimento
dei
castagneti da frutto, dei
nuclei di Tilio-Acerion e
delle faggete mature dei
versanti
settentrionali
delle Panie; l’aumento
della presenza di fasi
mature e senescenti, con
salvaguardia di alberi di
grosse
dimensioni
e
marcescenti; il controllo
della diffusione di conifere
provenienti
da
rimboschimenti;
la
rinaturalizzazione
degli
impianti di conifere (E).
Necessità
piano
di gestione
Necessità
piani di settore
relativi
alla
gestione
del
pascolo
(necessità molto
elevata),
alla
riqualificazione
dei siti degradati
(elevata),
alla
gestione forestale
(elevata),
all’organizzazione
della
fruizione
turistica (media),
alla
regolamentazione
delle
attività
speleologiche
(elevata).
Per le zone di
Mosceta
e
Fociomboli,
di
elevato
valore
naturalistico ma
condizionate da
vari elementi di
minaccia e di
degrado,
potrebbe essere
utile
l’elaborazione di
uno
specifico
piano
particolareggiato.
Regolamentazione
delle
attività
alpinistiche e speleologiche (E).
Verifica dello stato di conservazione
delle torbiere (interrimento, evoluzione
della vegetazione, impatto delle diverse
cause di minaccia) ed eventuale
adozione di misure gestionali e
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
209
Integrazioni – Documento 1
Siti Apuani
Principali criticità
Sito
Principali elementi di criticità interni al
sito
Principali misure di conservazione da adottare
Principali
elementi
criticità esterni al sito
di
monorchis.
Gestione prati del Puntato mediante
periodici incendi, con banalizzazione
floristica e creazione di brachipodieti
monospecifici.
SIR-ZPS n°23 Praterie
primarie
e
secondarie
delle
Apuane (IT5120015)
Gestione pascolo
Presenza di “aree contigue speciali” del
Parco
Apuane
potenzialmente
destinate ad attività estrattive.
Cessazione dell’agricoltura nei rilievi
minori e conseguente ricolonizzazione
arbustiva (con perdita degli habitat
preferenziali per l’ortolano).
Disturbo all’avifauna durante il periodo
riproduttivo, legato alle attività
alpinistiche e, in misura assai minore,
speleologiche
(queste
ultime
minacciano soprattutto i Chirotteri ma,
Principali obiettivi di conservazione
degrado (E).
Indicazioni
per
conservazione
le
misure
di
Necessità
piano
di gestione
Necessità
piani di settore
normative (E).
Valutazione di incidenza per piani
progetti opere nell’intorno del sito (E).
Conservazione
delle
pozze
per
la Realizzazione
di
un
riproduzione di anfibi programma
di
(M).
conservazione ex situ per
Conservazione del nucleo relitto di
tutela delle specie
Tilio-Acerion nel basso corso del la
Canale delle Fredde, previa verifica di vegetali rare e minacciate
consistenza e stato di conservazione
di scomparsa (Herminium
(B).
monorchis, Linaria alpina)
(E).
Azioni di sensibilizzazione
e misure normative per
ridurre l’impatto delle
attività di raccolta di
entomofauna e di specie
vegetali
con
vistosa
fioritura primaverile (M).
Riduzione
del
pascolo nei rilievi
appenninici
circostanti
e
conseguente
aumento
dell’isolamento
per le specie di
pascolo (EE).
Mantenimento praterie Gestione
Limitazione ulteriori espansioni bacini
secondarie (e dei relativi estrattivi e infrastrutture connesse,
bacini
estrattivi
popolamenti faunistici) e risistemazione
abbandonati (E).
ostacolo ai processi di Misure contrattuali (o gestionali) per
attività
chiusura e/o degrado mantenimento/recupero
agricole tradizionali nei rilievi secondari
(EE).
(M).
Mantenimento integrità del sistema
di cime, pareti rocciose e cenge
erbose (EE).
Valutazione di incidenza per piani
progetti opere nell’intorno del sito (E).
Adozione
misure
Non
necessario.
Piano
del
Parco
Appare
necessaria
e
urgente
l’elaborazione di
alcuni piani di
settore
(che
coprirebbero gli
altri siti delle
Apuane), relativi
alla gestione del
pascolo
(necessità molto
elevata) e alla
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
210
Integrazioni – Documento 1
Siti Apuani
Principali criticità
Sito
Principali misure di conservazione da adottare
Principali elementi di criticità interni al
sito
Principali
elementi
criticità esterni al sito
di
localmente,
anche
Pyrrhocorax
pyrrhocorax).
Progressiva colonizzazione da parte di
specie arboree degli arbusteti a Ulex
europaeus ed Erica scoparia, in assenza
di incendi o di interventi di gestione
attiva.
prateria.
Presenza di bacini
estrattivi
marmiferi (cave,
discariche
e
strade
di
arroccamento),
con occupazione
di
suolo,
e
modifica
degli
elementi
fisiografici.
Pur
non compresi nel
SIR, alcuni bacini
estrattivi
costituiscono
“isole” interne al
sito,
aumentandone gli
effetti di disturbo.
Principali obiettivi di conservazione
Mantenimento/recupero
eterogeneità ambientale
legata
alle
attività
agricole tradizionali sui
rilievi minori (E).
Mantenimento superfici adeguate di
arbusteti a Ulex europaeus ed Erica
scoparia. (M).
Riduzione disturbo alle
specie rupicole, durante
la nidificazione, causato
da attività alpinistiche e,
in
misura
minore,
speleologiche (M).
Indicazioni
per
conservazione
le
misure
di
gestionali finalizzate al
mantenimento
di
sufficienti superfici di
arbusteti a Ulex europaeus
ed
Erica
scoparia,
favorendo la diffusione di
quest’ultima specie (M).
Monitoraggio
periodico
specie che, a scala
regionale,
sono
concentrate
esclusivamente o in gran
parte nelle Alpi Apuane
(M).
Necessità
piano
di gestione
Necessità
piani di settore
regolamentazione
delle
attività
alpinistiche
e
speleologiche
(necessità
elevata).
Controllo delle attività speleologiche e
alpinistiche, individuando le aree e i
periodi in cui tali attività possono
minacciare la nidificazione di specie
rare
e
regolamentandole
opportunamente (M).
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
211
Integrazioni – Documento 1
Siti costieri
Principali criticità
Sito
Principali elementi di criticità
interni al sito
Principali misure di conservazione da adottare
Principali elementi di criticità
esterni al sito
Principali obiettivi di conservazione
Indicazioni per le misure di conservazione
Mantenimento/incremento della qualità e
biodiversità dei boschi e delle zone umide
retrodunali (E).
Conservazione di Periploca graeca (M).
Misure di gestione forestale finalizzate a: la
rinaturalizzazione (parziale) delle formazioni
artificiali; il mantenimento/incremento della
presenza di fasi mature e senescenti;
l’eradicazione o il controllo della diffusione
di specie vegetali alloctone (E).
Adeguata risistemazione sistema idraulico
per garantire un opportuno apporto idrico
alle diverse formazioni vegetali presenti
(pineta, bosco igrofilo, zone umide
retrodunali) (M).
Attivazione di programmi di monitoraggio
finalizzati alla verifica dell’influenza delle
presenze turistiche sul sito ed eventuale
adozione delle misure di conservazione
opportune (M).
Azioni di controllo delle popolazioni di cani
inselvatichiti nell'area. Incremento della
sorveglianza per limitare la presenza di cani
non al guinzaglio (M).
Necessità piano
di gestione
Necessità
piani di settore
Non necessario.
Un piano relativo
all’organizzazione
della
fruizione
turistica
potrebbe
essere necessario, a
seguito di un’analisi
dei reali effetti sul
sito. Necessaria la
verifica,
e
l’eventuale
adeguamento, delle
previsioni in materia
forestale
rispetto
agli
obiettivi
di
conservazione
del
sito.
Non necessario.
Il Parco sta
affrontando la
maggior parte
delle
problematiche
evidenziate, in
modo
congruente con
Potrebbe
essere
utile un piano di
gestione
dell’area
palustre,
che
definisca
precisi
obiettivi (superfici a
“chiaro”, interventi
necessari, modalità
operative).
Artificialità di parte delle
formazioni boschive e presenza
specie alloctone
(Amorpha
fruticosa).
SIR-SIC-ZPS n° 24
Macchia
lucchese
(IT5120016)
SIR-SIC-ZPS n° 25
Lago e Padule di
Massaciuccoli (ex
Lago
di
Massaciuccoli)
(IT5120021)
Forte
carico
antropico nei mesi
estivi
all’interno
dell’area e ai suoi
confini (il sito è
delimitato a est da
una strada molto
frequentata e confina
a ovest con spiagge
altrettanto
frequentate).
Scarsa
gestione/abbandono
della rete idraulica interna al sito
e fenomeni di inaridimento delle
fitocenosi
tipiche
delle
depressioni di interduna fossile.
Presenza di cani inselvatichiti o
domestici non al guinzaglio con
danni all'avifauna nidificante al
suolo.
Inquinamento acque, con gravi
fenomeni di eutrofizzazione e
morie primaverili ed estive di
pesci e uccelli, crolli nei
popolamenti di uccelli svernanti
e nidificanti.
Presenza
massiccia
specie
alloctone
invasive
(pesci,
gambero rosso).
Elevatissimo carico antropico
nei mesi estivi nelle spiagge e
nei centri urbani confinanti.
Abbondante presenza di
specie alloctone.
Agricoltura intensiva nelle
aree circostanti.
Presenza di due discariche
controllate
(Carbonaie
e
Pioppogatto).
Aree circostanti a elevata
urbanizzazione.
Presenza di depuratori che
scaricano nel lago (anche se è
Miglioramento della
delle acque (EE).
qualità
Conservazione delle vaste estensioni di
vegetazione elofitica e idrofitica, con adeguati
livelli di eterogeneità (EE).
Tutela della popolazione nidificante di
tarabuso (EE).
Ripristino di condizioni ecologiche adatte allo
Prosecuzione/intensificazione
degli
interventi per il miglioramento della qualità
delle acque e per il rallentamento dei
fenomeni di interrimento e salinizzazione
(EE).
Prosecuzione/intensificazione delle azioni di
controllo della fauna alloctona (E).
Prosecuzione degli interventi di gestione
della vegetazione elofitica (E).
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
212
Integrazioni – Documento 1
Siti costieri
Principali criticità
Sito
Principali elementi di criticità
interni al sito
Principali elementi di criticità
esterni al sito
Profonda alterazione comunità
vegetali
(scomparsa
quasi
completa delle macrofite di
fondale) e animali.
Interrimento.
Fondo fangoso con elevati livelli
di inquinamento.
Attività venatoria e conseguente
disturbo (nell’area contigua),
abbattimenti illegali (anche a
carico del tarabuso, come
recentemente accertato).
in
progetto
allontamento).
Crollo
popolazione
nidificante
di
tarabuso per cause in
parte sconosciute.
Problemi di gestione
legati alla presenza di
numerose aree di
proprietà privata nel
sito.
Turismo intenso e conseguente
disturbo,
calpestio,
sentieramento
e
danneggiamento delle dune.
SIR-SIC-ZPS n° 61
Dune litoranee di
Torre del Lago
(IT5170001)
Principali misure di conservazione da adottare
Azioni di “pulizia” e
spianamento
meccanico
della
spiaggia,
con
eliminazione
delle
comunità associate ai
materiali spiaggiati.
il
loro
Ingressione di acqua
marina dal Canale
Burlamacca, per il
cattivo
funzionamento
delle
Porte
Vinciane.
Aree a elevata
antropizzazione, ai
confini
settentrionali (Porto
di Viareggio) e
meridionali (Marina
di Torre del Lago)
del SIR.
Erosione costiera.
Principali obiettivi di conservazione
Indicazioni per le misure di conservazione
sviluppo di vegetazione sommersa (E).
Controllo delle specie alloctone (E).
Tutela della fitocenosi a drosera (E).
Azioni di sensibilizzazione e sorveglianza per
la riduzione degli abbattimenti illegali di
tarabuso (E).
Sistemazione e gestione della rete idraulica
(canali e fossi) nel Padule (M).
Necessità piano
di gestione
Necessità
piani di settore
gli obiettivi di
gestione
del
sito.
Appare
estremamente
necessario anche un
coordinamento della
gestione agricola e
idraulica delle aree
circostanti.
Sistemazione e gestione degli
aggallati con presenza di
sfagnete e boschi igrofili (la
mancanza di azioni di
gestione permette a queste
strutture
galleggianti
di
spostarsi nel Lago, creando
talvolta problemi, più o meno
rilevanti) (B).
Interventi di recupero/riqualificazione delle
zone umide retrodunali (E).
Eliminazione o controllo
Mantenimento degli habitat specie
esotiche,
in
dunali e retrodunali e delle particolare
gli
amorfeti
relative comunità vegetali e retrodunali (E).
Riduzione impatto causato dagli interventi
animali (E).
di pulizia delle spiagge (evitando la
rimozione o anche lo spostamento di legni
spiaggiati, utilizzando mezzi meccanici di
dimensioni ridotte, evitando i periodi più
critici per lo svolgimento degli interventi)
Non necessario
un
piano
aggiuntivo
al
Piano del Parco
Regionale.
Sufficiente
la
verifica
del
Piano del Parco
rispetto
a
obiettivi
e
misure
di
conservazione
del sito.
Non necessari.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
213
Integrazioni – Documento 1
Siti costieri
Principali criticità
Sito
Principali elementi di criticità
interni al sito
Principali misure di conservazione da adottare
Principali elementi di criticità
esterni al sito
Principali obiettivi di conservazione
Diffusione specie esotiche (
Amorpha futicosa e Yucca
gloriosa.)
Interrimento
zone
umide
retrodunali, accelerato anche
dalla presenza di folte cenosi di
specie esotiche (in particolare
amorfeti ad Amorpha futicosa).
Densi rimboschimenti di conifere
su dune a sud di Torre del Lago.
SIR-SIC-ZPS Selva
Pisana
(IT5160002)
Intensa presenza di
specie
esotiche
anche derivanti da
rimboschimenti.
Elevato
carico
turistico
estivo,
presenza
di
Problema
cani strutture per la
inselvatichiti
o fruizione turistica e
vaganti per alcuni parcheggi.
uccelli durante il
periodo
di
nidificazione.
Lo sviluppato sistema
di
sentieri
che
tagliano
perpendicolarmente
la duna, favorisce
l’azione erosiva dei
venti.
Intensi fenomeni di Vicinanza ad aree
erosione
costiera con
elevata
(causa di alterazione artificialità
(zone
di ecosistemi dunali e urbanizzate e aree
aree
umide
di agricole intensive).
retroduna),
Presenza di assi
soprattutto a sud viari ai confini del
Indicazioni per le misure di conservazione
Necessità piano
di gestione
Necessità
piani di settore
(E).
Azioni di informazione/sensibilizzazione e
aumento della sorveglianza nei giorni festivi
primaverili per impedire la presenza di cani
non al guinzaglio (M).
Controllo dell’impatto turistico attraverso
indicazioni sulle vie di accesso preferenziali,
recinzioni di aree particolarmente fragili,
cartelli informativi (M).
Interventi di riqualificazione
habitat dunali e retrodunali
(interventi di sand-fencing,
razionalizzazione della rete di
sentieri di accesso alla
spiaggia) (M).
Conservazione aree umide
rispetto alle principali cause di
minaccia (erosione costiera,
interrimento, disseccamento)
(EE).
Conservazione dei boschi planiziali in
condizioni di elevata naturalità e maturità (EE).
Interventi di protezione della
costa rispetto ai fenomeni
erosivi (EE).
Prosecuzione degli interventi
di
contenimento
delle
popolazioni di ungulati (E).
Interventi
di
Non necessario.
È
sufficiente
garantire che gli
strumenti
di
pianificazione
del Parco siano
adeguati
rispetto
agli
obiettivi
di
conservazione
Appare necessaria
l’elaborazione
di
piani di gestione
forestale per tutto il
sito o l’integrazione
di quelli esistenti.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
214
Integrazioni – Documento 1
Siti costieri
Principali criticità
Sito
Principali misure di conservazione da adottare
Principali elementi di criticità
interni al sito
Principali elementi di criticità
esterni al sito
della Foce del Fiume
Serchio.
Danneggiamento
pinete costiere per
effetto di aerosol
marino
con
tensioattivi inquinanti
Inquinamento
dei
fiumi Serchio e Arno.
Eccessivo carico di
ungulati.
Origine artificiale di
buona parte della
superficie boschiva
Presenza di assi viari
(strade
statali,
autostrada, ferrovia).
Interventi
di
regimazione idraulica
e di pulizia dei canali
secondari.
sito.
Scarsa qualità delle
acque dei fiumi e
corsi d’acqua in
entrata nel sito.
Turismo balneare intenso con
disturbo,
calpestio
e
danneggiamento delle dune.
Presenza
di
infrastrutture
turistiche e parcheggi in aree
dunali e retrodunali.
Diffusione di specie esotiche,
anche legate a interventi di
Principali obiettivi di conservazione
Indicazioni per le misure di conservazione
Mantenimento degli ambienti
dunali e delle relative comunità
vegetali e animali (E).
Tutela
dell’integrità
di
adeguate superfici di pineta
(anche per il loro valore storico
e paesaggistico) e adozione di
misure
per
favorire
l’incremento dei livelli di
diversità e il recupero dei
popolamenti
floristici
di
sottobosco (M).
recupero/riqualificazione
delle zone umide (E).
Controllo
dell’impatto
turistico
attraverso
indicazioni su vie di accesso
preferenziali, recinzioni o
cartelli informativi (M).
Riduzione
dell’impatto
causato dagli interventi di
pulizia
delle
spiagge
(evitando la rimozione o
anche lo spostamento di
legni spiaggiati, utilizzando
mezzi
meccanici
di
dimensioni ridotte, evitando i
periodi più critici per lo
svolgimento degli interventi)
(M).
Interventi di riqualificazione
degli habitat dunali e
retrodunali (interventi di
sand-fencing,
ecc.;
sistemazione dei sentieri di
accesso alla spiaggia) (M).
Eradicazione o controllo delle
specie esotiche (M).
Necessità piano
di gestione
Necessità
piani di settore
del sito.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
215
Integrazioni – Documento 1
Siti costieri
Principali criticità
Sito
Principali elementi di criticità
interni al sito
Principali misure di conservazione da adottare
Principali elementi di criticità
esterni al sito
Principali obiettivi di conservazione
Indicazioni per le misure di conservazione
Necessità piano
di gestione
Necessità
piani di settore
rimboschimento
in
aree
retrodunali con Tamarix sp.pl.,
Elaeagnus sp.pl., Yucca gloriosa,
o legate alla realizzazione di
verde urbano.
Cani vaganti durante
il
periodo
di
nidificazione di specie
ornitiche terricole.
Presenza di aree a
elevata
antropizzazione
all’interno del sito (ad
es.
ippodromo,
poligono di tiro e
aree militari).
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
216
Integrazioni – Documento 1
Monti Pisani
Principali criticità
Sito
Principali elementi di criticità
interni al sito
Principali misure di conservazione da adottare
Principali elementi di criticità
esterni al sito
Principali obiettivi di conservazione
Indicazioni per le misure di conservazione
Necessità piano
di gestione
Necessità
piani di settore
Scarsa.
Necessaria
l’elaborazione di un
protocollo
di
gestione per gli
arbusteti e per i
nuclei
di
Pinus
laricio. In generale,
la gestione forestale
dovrebbe
essere
coordinata alla scala
del
sito,
anche
mediante
lo
strumento del piano
di
gestione
del
patrimonio agricoloforestale regionale.
Estesi impianti artificiali di
pini, di scarso pregio
naturalistico.
Presenza vecchi siti
estrattivi
e
previsione nuove
cave.
SIR-SIC
n°27
Monte
Pisano
(IT5120019)
Ripetitori sulla vetta.
Incendi
periodici
che
mantengono gli arbusteti a
Ulex
europaeus
ma
rappresentano una seria
minaccia per le cenosi
vegetali
del
settore
settentrionale.
Presenza viabilità fino alle
quote più elevate.
Modificazioni aree umide
(interrimento, captazioni per
uso agricolo e civile lungo i
corsi
d’acqua,
antropizzazione, ecc.).
Elevato n° di cinghiali che nel
periodo estivo tendono a
concentrarsi nelle poche
zone con disponibilità di
acqua, con possibili impatti
negativi per le importanti
stazioni floristiche.
Possibile disturbo
alle colonie di
Chirotteri
per
attività
speleologiche.
Tutela e, dove necessario, recupero della
rete di pozze, aree umide e corsi d’acqua
minori per la conservazione di specie rare di
flora e fauna (E).
Incendi.
Condizione
di
isolamento,
con
scarsi collegamenti
con
aree
a
caratteristiche
ambientali simili, in
un
ambito
ad
elevata
antropizzazione.
Conservazione delle aree umide di interesse
floristico-vegetazionale (E).
Conservazione/ampliamento delle stazioni di
Pinus laricio (E).
Conservazione delle popolazioni di specie
minacciate di Anfibi e Chirotteri (E).
Mantenimento di superfici significative di
formazioni arbustive a Ulex europaeus e loro
gestione a fini conservazionistici (M).
Conservazione dei castagneti da frutto (M).
Gestione
selvicolturale
finalizzata
al
mantenimento/recupero dei
nuclei autoctoni di Pinus
laricio e, in generale, a un
miglioramento qualitativo del
soprassuolo arboreo, anche
mediante il controllo degli
incendi (E).
Individuazione dei siti di maggiore
importanza per i Chirotteri e, se necessario,
regolamentazione dell’attività speleologica
(M).
Definizione e attuazione di protocolli di
gestione per la conservazione e il
miglioramento (incremento della diversità
strutturale, incremento della presenza di
altre specie arbustive quali Erica scoparia)
degli arbusteti a Ulex (M).
Misure contrattuali per la conservazione e il
recupero dei castagneti da frutto (M).
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
217
Integrazioni – Documento 1
Diffusione
di
Robinia
pseudacacia.
Informazioni non complete
sullo stato di conservazione e
sulla distribuzione di Pinus
laricio.
Attività venatoria.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
218
Integrazioni – Documento 1
- devono essere analizzate eventuali criticità relative ai territori con produzioni agricole di
particolare qualità e tipicità, di cui all'articolo 21 del d.lgs. 228/2001;
(In collaborazione con la Dott.ssa A. Grazzini)
1-Riferimenti legislativi
DECRETO LEGISLATIVO 18 maggio 2001, n. 228 Orientamento e modernizzazione del settore agricolo, a norma
dell'articolo 7 della legge 5 marzo 2001, n. 57.
Art. 21. Norme per la tutela dei territori con produzioni agricole di particolare qualità e tipicità
1. Fermo quanto stabilito dal D.Lgs 5 febbraio 1997, n. 22, come modificato dal decreto legislativo 8 novembre 1997,
n. 389, e senza nuovi o maggiori oneri a carico dei rispettivi bilanci,lo Stato, le regioni e gli enti locali tutelano,
nell'ambito delle rispettive competenze:a) la tipicità, la qualità, le caratteristiche alimentari e nutrizionali, nonché le
tradizioni rurali di elaborazione dei prodotti agricoli e alimentari a denominazione di origine controllata(DOC), a
denominazione di origine controllata e garantita (DOCG), a denominazione di origine protetta (DOP), a indicazione
geografica protetta (IGP) e a indicazione geografica tutelata (IGT);b) le aree agricole in cui si ottengono prodotti con
tecniche dell'agricoltura biologica ai sensi del regolamento (CEE) n. 2092/91del Consiglio, del 24 giugno 1991;c) le
zone aventi specifico interesse agrituristico.
2. La tutela di cui al comma 1 e' realizzata, in particolare, con:
a) la definizione dei criteri per l'individuazione delle aree non idonee alla localizzazione degli impianti di smaltimento e
recupero dei rifiuti, di cui all'articolo 22, comma 3, lettera e), del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, come
modificato dall'articolo 3 del decreto legislativo 8 novembre 1997, n. 389, e l'adozione di tutte le misure utili per
perseguire gli obiettivi di cui al comma 2 dell'articolo 2 del medesimo decreto legislativo n. 22 del 1997;
b) l'adozione dei piani territoriali di coordinamento di cui all'articolo 15, comma 2, della legge 8 giugno 1990, n. 142, e
l'individuazione delle zone non idonee alla localizzazione di impianti di smaltimento e recupero dei rifiuti ai sensi
dell'articolo 20, comma 1, lettera e), del citato decreto legislativo n. 22 del 1997, come modificato dall'articolo 3 del
decreto legislativo n. 389 del 1997.
Note all'art. 21:
- Il decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, reca:
"Attuazione delle direttive 91/156/CEE sui rifiuti 91/689/CEE sui rifiuti pericolosi e 94/62/CE sugli imballaggi e sui
rifiuti di imballaggio."
- Il decreto legislativo 8 novembre 1997, n. 389, reca: "Modifiche ed integrazioni al decreto legislativo 5 febbraio 1997,
n. 22, in materia di rifiuti, di rifiuti pericolosi, di imballaggi e di rifiuti di imballaggio."
- Il regolamento (CEE) n. 2092/1991 del Consiglio, del 24 giugno 1991, e' relativo al metodo di produzione biologico di
prodotti agricoli e alla indicazione di tale metodo sui prodotti agricoli e sulle derrate alimentari.". - Il testo della lettera
e) del comma 3 dell'art. 22 del surriportato decreto legislativo 22 del 5 febbraio 1997, come modificato dall'art. 3 del
surriportato decreto legislativo n. 389 dell'8 novembre 1997, e' il seguente:
"3. Il piano regionale di gestione dei rifiuti prevede inoltre:
a) - d) (omissis);
e) i criteri per l'individuazione, da parte delle province, delle aree non idonee alla localizzazione degli impianti di
smaltimento e recupero dei rifiuti, nonché per l'individuazione dei luoghi o impianti adatti allo smaltimento e
recupero dei rifiuti.".
- Si riporta il testo del comma 2 dell'art. 22 del suddetto decreto legislativo n. 22/1997
"2. I piani regionali di gestione dei rifiuti promuovono la riduzione delle quantità, dei volumi e della pericolosità dei
rifiuti.".
- La legge 8 giugno 1990, n. 142, abrogata dall'art. 274 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, recava:
"Ordinamento delle autonomie locali".
2-Prodotti DOP-IGP
Di seguito si riportano le schede ricavate dal sito web dell’Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione in
Agricoltura http://germoplasma.arsia.toscana.it/pn_dop_igp/
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
219
Integrazioni – Documento 1
Farina di Neccio della Garfagnana DOP
Consorzio di tutela o comitato promotore
Associazione Castanicoltori della Garfagnana
Via della Stazione, 12
55032 - Castelnuovo di Garfagnana (LU)
Tel: +39 0583 641498; Fax: +39 0583 641498
e-mail: [email protected] [email protected]
web: www.associazionecastanicoltori.it
Organismo di controllo
A.I.A.B. Associazione Italiana per l'Agricoltura Biologica
Via Piave, 14
00187 - Roma (RM)
Tel: +39.06.45437485-; Fax: +39.06.45437469
e-mail: [email protected]
web: www.aiab.it
Area di produzione
La zona di produzione comprende le aree dei Comuni della provincia di Lucca di seguito
elencati: Castelnuovo di Garfagnana, Castiglione Garfagnana, Pieve Fosciana, San Romano di
Garfagnana, Sillano, Piazza al Serchio, Minucciano, Camporgiano, Careggine, Fosciandora,
Giuncugnano, Molazzana, Vergemoli, Vagli, Villa Collemandina, Gallicano, Borgo a Mozzano,
Barga, Coreglia Antelminelli, Fabbriche di Vallico, Bagni di Lucca.
Descrizione del prodotto e cenni storici
Il vocabolo "neccio" nella zona della Garfagnana assume il significato di "castagno" ed ha origini molto antiche. La
coltivazione del castagno da frutto in Garfagnana ha inizio intorno all'anno mille quando, per far fronte al crescente
incremento demografico, si misero a coltura vaste aree incolte e si ebbe così l'affermarsi del castagno, l'albero del
pane. La coltura del castagno in lucchesia andò sempre più diffondendosi, grazie anche all'innesto delle cultivar più
idonee alla produzione di farina, tanto che in Garfagnana ben presto il suo frutto divenne fonte principale di
sostentamento per la popolazione.
L'essiccazione delle castagne è storicamente fatta nei metati cioè in strutture atte a contenere le castagne per
l'essiccazione. A noi oggi i metati sono pervenuti come costruzioni in muratura, generalmente sparsi nei castagneti, di
ampiezza variabile, a metà altezza divisi da un solaio a stecche di legno poste una vicino all'altra, il "canniccio", sopra il
quale vengono stese le castagne. Sotto si fa un fuoco leggero, senza fiamma, con ciocchi di castagno; il fumo salendo
attraverso le castagne le asciuga lentamente, per circa 40 giorni, rendendole pronte per la sgusciatura e la macinatura.
Nella sola Garfagnana sino agli anni '50 i metati erano più di 7000, mentre i mulini, per la macinatura delle castagne
secche, circa 250.
La coltivazione del castagno in Garfagnana interessa circa 5000 Ha, nella fasce altimetriche che vanno dal fondovalle
fino a 900 m s.l.m., su terreni acidi o subacidi, utilizzando le seguenti varietà: Carpinese, Pontecosi, Mazzangaia,
Pelosora, Rossola, Verdora, Nerona e Capannaccia; tutte varietà adatte ad essere trasformate in farina, conferendogli,
ognuna di esse, particolari caratteristiche di sapore e gusto. La produzione massima ammessa è di 3500 Kg ad ettaro.
La Farina di Neccio della Garfagnana si presenta finissima al tatto e al palato, di colore variabile dal bianco all'avorio
scuro e con odore tipico delle castagne. Tra le ricette tipiche troviamo infatti la polenta di farina di neccio, i
manafregoli (farina di neccio cotta con il latte), il castagnaccio (pizza al forno ottenuta con farina di neccio, olio, noci e
pinoli) e, per concludere, quello che potremmo definire il pane della Garfagnana che prende, appunto, il nome di
"neccio" ed è prodotto con farina, acqua e sale.
Regolamento di approvazione
Reg. CE n. 465/2004 (GUCE L077 del 13 Marzo 2004)
Dati economici
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
220
Integrazioni – Documento 1
Nel 2006, sono stati prodotti 256 quintali di farina certficata (dati riportati dalla ricerca "Stima del valore delle
produzioni agroalimentari di qualità in Toscana", ARSIA-DEART 2007)
PRINCIPALI CRITICITA’ RILEVATE
Abbandono dei castagneti da frutto
Numerosi i castagneti da frutto in abbandono per la scarsa rimuneratività del lavoro e la progressiva perdita della
tradizionale economia agro- silvo-pastorale nelle aree appenniniche. In tempi passati “l’albero del pane” era coltivato
per sfamare, riscaldare, medicare, conciare le pelli.
Per aumentare la superficie coltivata a castagneto da frutto interi versanti erano stati, nei secoli, disboscati, dissodati
e spesso sistemati a terrazze, sulle quali erano stati piantati i castagni.
Dopo la II guerra mondiale un patogeno, il “cancro del castagno” estremamente virulento (il fungo Criptonectria
parasitica) ha determinato il drastico abbandono della coltivazione dei castagneti da frutto e la loro trasformazione in
castagneti cedui. Solo il governo a ceduo, infatti, previo abbattimento dell’albero e mantenimento della ceppaia,
permetteva la sopravvivenza della pianta stessa, con il conseguente mantenimento della protezione idrogeologica dei
versanti. Con la ceduazione però il castagno perde la capacità di fruttificare.
A questo va aggiunto anche il riacuirsi di alcune patologie come il cosiddetto mal dell’inchiostro causato dal fungo
Phytophthora spp.che aggredisce le radici delle piante.
Diffusione del cinipide del castagno (Dryocosmus Kuriphilus Yasumatsu)
A questo ora si aggiunge la diffusione del cinipide del castagno (Dryocosmus kuriphilus), una piccola vespa che
proviene originariamente dalla Cina meridionale. Probabilmente è stata introdotta con materiale infestato in Europa
dove l’agente è stato identificato nel 2002 a Cuneo (Piemonte). Il cinipede attacca solo il castagno deponendo le uova
nelle gemme a luglio; esse si schiuderanno a primavera, quando si sviluppano le galle causando una consistente
diminuzione dei frutti e la morte di piante giovani. Con D.M. 23/2/06 il Ministero ha previsto la lotta al parassita.
L’abbandono della gestione dei castagneti da frutto e l’evoluzione verso il governo a ceduo soprattutto o nelle zone
più facilmente accessibili.
Dati gli elevati costi di gestione, non vengono praticate più cure colturali che garantiscano la continuità di produzione
o il ripristino dell’efficienza funzionale del ceduo stesso. Si hanno solamente tagli periodici, con prelievo di biomassa e
quindi il bosco diventa più vulnerabile all’attacco di fattori di degrado (incendi, attacchi parassitari, pascolo eccessivo).
I tagli frequenti portano a una riduzione della fertilità del suolo, la presenza di attività di pascolo danneggia il
soprassuolo e, in occasione di forti piogge è favorita l’erosione idrica superficiale e canalizzata, soprattutto in terreni
acclivi e caratterizzati da suoli erodibili.
Il castagneto – principali funzionalità:
Conservazione della biodiversità- ecosistema per molte specie animali
Estetico-paesaggistico
Presenza di sistemi di coltivazione come le Riparate, gradoni di terra o di pietra che, oltre a fermare il rotolamento
delle castagne verso valle quando cadono, trattengono l’acqua piovana e contribuiscono a ridurre l’erosione del suolo.
Farro della Garfagnana
Consorzio di tutela o comitato promotore
Consorzio produttori del Farro della Garfagnana I.G.P
Via Enrico Fermi, 25
55032 - Castelnuovo di Garfagnana (LU)
Tel: +390583644344, +393356441889;
e-mail: [email protected]
Organismo di controllo
Bioagricoop Soc. Coop. a r.l.
Via Miliani n.7
40132 - Comune: n.d. (287)
Tel: 051.6199753;
e-mail: [email protected]
web: www.bioagricoop.it
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
221
Integrazioni – Documento 1
Area di produzione
La zona di produzione si estende a numerosi comuni in provincia di Lucca, ricadenti nell'area
geografica denominata Garfagnana
Descrizione del prodotto e cenni storici
Il farro (Triticum dicoccum), la cui origine è stata individuata
in alcune aree dell'Asia (Mesopotamia, Siria, Palestina) e in
Egitto, è il
cereale più antico fra tutti quelli pervenuti fino ai nostri
giorni. A causa
delle mutate abitudini alimentari ed al conseguente
abbandono di
quei cibi ritenuti "poveri" e con l'avvento delle nuove varietà
di
frumento
nudo (cioè prive di una protezione esterna), il farro fu
definitivamente soppiantato e confinato in areali sempre più ridotti e poveri. Iniziò a scomparire già dalla fine del
secolo scorso, ma in Garfagnana si continuò a produrlo, ed anche in discreta quantità, dal momento che era oggetto di
commercio. Sui terreni collinari della Garfagnana trae vantaggio dal clima freddo; non richiede trattamenti
antiparassitari né concimazioni e per questo è sostanzialmente un prodotto biologico con assenza di elementi
inquinanti. Oggi il farro riveste una notevole importanza per l'economia locale, tenendo conto che contribuisce in
modo considerevole alla integrazione del reddito di molte famiglie.
L'unica specie coltivata in Garfagnana è il Triticum dicoccum a differenza di quanto accade in altri areali dove sono
coltivati anche altri tipi di farro, specie lo spelta, in consociazione fra di loro.
Le aziende interessate alla coltivazione del farro sono oggi circa 80-90, per una superficie complessiva che si aggira
intorno ai cento ettari. L'ampiezza media è assai limitata, molte aziende coltivano meno di un ettaro, mentre circa il
10% coltiva una superficie superiore ai tre ettari.
Utilizzato in saporite e tradizionali ricette della Garfagnana, è entrato a pieno titolo nella gastronomia Lucchese e non
soltanto. E' altamente salutare, sazia e dà energia, nutre e non appesantisce la digestione. E' particolarmente adatto
per preparare torte salate, ma in cucina è utilizzato soprattutto come ingrediente di zuppe e minestre.
A seguito di un importante percorso di recupero e di valorizzazione di questa coltura è stata riconosciuta la IGP.
Regolamento di approvazione
Reg. CE n. 1263/96 (GUCE L.163/96 del 2 luglio 1996)
Dati economici
Nel 2006, sono stati prodotti 800 quintali di prodotto certificato (dati riportati dalla ricerca "Stima del valore delle
produzioni agroalimentari di qualità in Toscana", ARSIA-DEART 2007)
Questi alcuni dati forniti dall’ufficio Agricoltura della Comunità Montana della Garfagnana relativamente alla
localizzazione e all’estensione zone di produzione del farro (anno 2009).
Comune
Estensione coltivazioni farro (ha)
Camporgiano
23,15
Castelnuovo di Garfagnana
2,98
Castiglione di Garfagnana
9,84
Giuncugnano
18,61
Minucciano
15,58
Molazzana
0,70
Piazza al Serchio
69,64
Pieve Fosciana
4,50
S. Romano in Garfagnana
49,54
Sillano
0,60
Villa Collemandina
12,29
TOTALE
207,43
PRINCIPALI CRITICITA’ RILEVATE
Ridotto N° di aziende produttrici e ridotta superficie coltivata.
Negli anni 90 era compreso nell’elenco dei vegetali a rischio di erosione genetica ma dopo il riconoscimento dell IGP la
sua coltivazione è aumentata significativamante tanto da permettere di toglierlo da tali liste.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
222
Integrazioni – Documento 1
Olio extra vergine di oliva Lucca DOP
Consorzio di tutela o comitato promotore
Consorzio di tutela Olio DOP Lucca
Via delle Tagliate, 370
55100 - Lucca (LU)
Tel: +39 0583 342044; Fax: +39 0583 341920
e-mail: [email protected]
Organismo di controllo
CERTIQUALITY-Istituto di Certificazione della QualitàVia Gaetano Giardino, 4
20123 - Comune: n.d. (287)
Tel: +39028069171; Fax: +390286465295
e-mail: [email protected]
web: www.certiquality.it
Area di produzione
Comprende i comuni di:
Capannori, Lucca, Montecarlo, Altopascio, Porcari, Villa Basilica per l'area della Piana di Lucca ed i
comuni di Camaiore, Massarosa, Viareggio, Forte dei Marmi, Pietrasanta, Seravezza e Stazzema per
l'area della Versilia ed i comuni di Bagni di Lucca, Borgo Mozzano, Pescaglia, Barga, Coreglia
Antelminelli e Minucciano per l'area della Media Valle e Garfagnana, secondo la delimitazione
indicata nel disciplinare di produzione.
Descrizione del prodotto e cenni storici
La provincia di Lucca, già in età antica, era ricca di oliveti, la toponomastica ne dà conferma, vi sono luoghi il cui nome
ha un chiaro riferimento all'olivo, come "Ulettori" località sulla collina di Pieve a Elici, "Ulivella" vicino a Camaiore,
"Oliveto" presso Arliano, "Olivetecci" presso Varno. Gli oliveti venivano coltivati in salita su poggi a gradini strappati
alla montagna.
La coltura dell'olivo crebbe d'importanza sia come alimento che come aspetto produttivo, nel 1300-1400, momento in
cui in tutta la Toscana si avverte l'esigenza di incrementare e proteggere l'olivicoltura. Nelle comunità furono scritti
statuti con norme precise di comportamento che influenzarono la qualità e che potessero anche identificare le varietà
più comunemente coltivate. Si censirono in provincia di Lucca alcune varietà che tutt'oggi si coltivano. Con il tempo,
l'olio divenne, grazie all'abilità ed alla tenacia dei suoi mestieranti, opportunità di commercializzazione.
Lucca, come testimonia lo storico lucchese Cesare Sardi, si impose nelle principali industrie dell'olio e adottò norme di
commercializzazione proibendo la vendita fuori del suo territorio senza licenze e la sottrazione dolosa dal mercato ad
effetto di attendere il rincaro. In lucchesia l'olivo e l'olio hanno rappresentato da sempre non solo un supporto
economico ma anche stile di vita e costume sociale. Le cultivar che concorrono alla formazione dell'olio extravergine
di oliva "Lucca" sono il Frantoio o Frantoiano o Frantoiana fino al 90 %, Leccino fino al 30 % e altre varietà minori fino
al 15 %. Il gusto, fruttato di oliva da leggero a medio, fondamentalmente dolce e con sensazioni di piccante ed amaro
legate all'intensità del fruttato rilevato è direttamente legato ad uno stadio ottimale del frutto al momento della
raccolta che va da fine ottobre a fine dicembre. Il colore è giallo con toni di verde più o meno intensi.
Regolamento di approvazione
Reg. CE 1845/2004 (GUUE L322 del 23/10/2004)
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
223
Integrazioni – Documento 1
Olio extravergine di oliva Toscano IGP
Consorzio di tutela o comitato promotore
Consorzio per la tutela dell'Olio Extravergine di Oliva Toscano IGP
Via della Villa Demidoff, 64/D
50127 - Firenze (FI)
Tel: 055/3245732; Fax: 055/3246110
e-mail: [email protected]
web: www.oliotoscanoigp.it
Organismo di controllo
CERTIQUALITY-Istituto di Certificazione della QualitàVia Gaetano Giardino, 4
20123 - Comune: n.d. (287)
Tel: +39028069171; Fax: +390286465295
e-mail: [email protected]
web: www.certiquality.it
Area di produzione
La zona di produzione comprende l'intero territorio della regione Toscana
Descrizione del prodotto e cenni storici
La presenza dell'olivo in toscana è attestata fin dalla metà del VII secolo a.C. e notizie della sua coltivazione si trovano
nell'epoca etrusca, romana e medioevale. A partire dal tardo Medioevo l'olivicoltura si è poi progressivamente
sviluppata e diffusa in molte zone della Regione assumendo, nei secoli, l'importanza che oggi riveste. La coltivazione
dell'olivo è attualmente una caratteristica dell'intero territorio toscano nel quale la produzione olearia è parte
rilevante dell'economia agricola e costituisce un elemento significativo dell'ambiente, delle tradizioni e della cultura
delle popolazioni che vivono sul territorio regionale. L'olivo è uno degli elementi tipici del paesaggio agricolo collinare
in grado di valorizzare inoltre, insieme alla vite, aree a produttività marginale. L'olio extravergine di oliva Toscano ad
indicazione geografica protetta deve possedere le caratteristiche prescritte nel disciplinare di produzione che prevede,
oltre ai requisiti di qualità e tipicità, che tutte le fasi di produzione delle olive, estrazione dell'olio e confezionamento
siano obbligatoriamente effettuate all'interno del territorio toscano. L'olio extravergine di oliva Toscano è prodotto
con olive provenienti dalle varietà del germoplasma olivicolo autoctono regionale. Altre varietà possono concorrere
fino ad un massimo del 5%. Quest'olio ha un colore dal verde al giallo con variazione cromatica nel tempo, un odore di
fruttato accompagnato da un sentore di mandorla, carciofo,frutta matura e un sapore fruttato marcato. L'acidità
massima consentita è pari allo 0,6%. L'olio Toscano igp è ideale per condire verdure crude e cotte, soprattutto lessate,
ma anche per minestre, zuppe di legumi, pesce e carne alla griglia
Regolamento di approvazione
Reg CE n. 644/98 (GUCE L. n.87 del 21 marzo 1998)
Dati economici
Produzione certificata della campagna olivicola 2007/2008: q.li 18.754
PRINCIPALI CRITICITA’ RILEVATE
Abbandono degli oliveti terrazzati
Utilizzo agronomico reflui di frantoio
Diffusione di Bactrocera oleae (Mosca dell’olivo):
Si tratta di un dittero, la cui larva carpofaga è una minatrice della drupa dell'olivo. È considerata l'avversità più
importante a carico dell'olivo arrivando a condizionare sensibilmente l'entità e la qualità della produzione nella
maggior parte dell'areale di coltivazione. L'incidenza dei suoi attacchi tende ad accentuarsi nelle regioni più umide e
più fresche dell'areale di coltivazione, con una notevole variabilità secondo la varietà coltivata, mentre diventa meno
marcata nelle zone a estati calde e siccitose. Il decorso climatico stagionale influenza in maniera significativa l’entità
delle infestazioni che si accentuano molto in caso di estati fresche e piovose. La lotta alla mosca può essere fatta con
metodi chimici, biologici o integrati, forse quelli che al momento attuale offrono il risultato offrendo un compromesso
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
224
Integrazioni – Documento 1
accettabile fra la riduzione del danno produttivo e il minor impatto ambientale legato alla lotta chimica tradizionale “a
calendario”.
Prosciutto toscano DOP
Consorzio di tutela o comitato promotore
Consorzio del Prosciutto Toscano D.O.P.
Via G. dei Marignolli, 21/23
50127 - Firenze (FI)
Tel: 055/3215115; Fax: 055/3215115
e-mail: [email protected]
web: www.prosciuttotoscano.com
Organismo di controllo
I.N.E.Q. Istituto Nord Est Qualità
Via Rodeano, 71
33038 - Comune: n.d. (291)
Tel: +390432 940349; Fax: +390432 943357
e-mail: [email protected]
web: www.ineq.it
Area di produzione
I suini devono essere nati, allevati e macellati nelle regioni tradizionalmente vocate alla suinicoltura: Emilia Romagna,
Lombardia, Marche, Umbria, Lazio e Toscana. La lavorazione avviene nell'intero territorio della Regione Toscana.
Descrizione del prodotto e cenni storici
L'arte della conservazione delle carni suine nella regione Toscana ha avuto il suo consolidamento nel medioevo,
periodo durante il quale nascono le corporazioni od "Arti", veri e propri organismi regolati da propri Statuti. Leggi
riguardanti la macellazione del maiale e la conservazione della sua carne erano presenti già al tempo di Carlo Magno;
è comunque intorno al XV secolo che la produzione del Prosciutto toscano viene regolamentata con disposizioni che
riguardano l'intero processo produttivo, dall'allevamento fino alla distribuzione.
Nel campo della produzione suinicola, la Toscana ha avuto storia ed evoluzione singolari a causa delle esclusive
caratteristiche dell'allevamento e dello sfruttamento di questa specie.
Come attività primaria, la Toscana è andata specializzandosi, attraverso i secoli, nell'allevamento delle scrofe
mantenute con largo ricorso al pascolo ed utilizzate per la produzione di suinetti destinati ad essere ingrassati altrove.
La misura di questo fenomeno è data da alcune e semplici cifre: l'85-90% dei suinetti nati in una regione che da sola
allevava circa il 15-16% di tutte le scrofe presenti in Italia era destinato alle porcilaie del Nord. Come tale, la
produzione del maiale grasso destinato al consumo familiare, ha assunto ben presto un significato quasi rituale,
elevata al rango di cerimonia in cui genuinità, gusto, sapidità del prodotto lavorato dovevano necessariamente
raggiungere livelli di eccellenza. Varcati i confini familiari per la rinomanza acquisita dalle originali caratteristiche
organolettiche, prosciutti ed insaccati tipici della lavorazione rurale hanno dato vita a numerose imprese di carattere
artigianale affermatesi soprattutto per aver mantenuto le tradizioni qualitative del prodotto contadino. Attualmente
per la fabbricazione del prosciutto toscano DOP si utilizzano le cosce di suino fresche di animali nati, allevati e
macellati nelle seguenti regioni: Emilia Romagna, Lombardia, Marche, Umbria, Lazio e Toscana, rispondenti ai requisiti
del disciplinare di produzione. La produzione del Prosciutto Toscano comprende le seguenti fasi: isolamento delle
cosce e rifilatura ad arco; salatura a secco; lavaggio ed asciugatura; sugnatura e stagionatura; il prodotto finito si
presenta di forma tondeggiante, ad arco alla sommità, di peso normalmente intorno agli 8-9 Kg; la fetta tagliata si
presenta di colore dal rosso vivo al rosso chiaro con scarsa presenza di grasso infra ed intramuscolare. In cucina è un
prodotto estremamente versatile, adatto ad ogni occasione, come spuntino, merenda, antipasto e pietanza vera e
propria. Si abbina perfettamente con il Chianti e il Sangiovese ed in generale con i rossi corposi e densi.
Regolamento di approvazione
Reg. CE n. 1263/96 (GUCE L. 163/96 del 2 luglio 1996)
Dati economici
Nel 2006 sono stati prodotti 25.334 quintali di prosciutto certificato (dati riportati dalla ricerca "Stima del valore delle
produzioni agroalimentari di qualità in Toscana", ARSIA-DEART 2007).
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
225
Integrazioni – Documento 1
PRINCIPALI CRITICITA’ RILEVATE
Non si evidenziano particolari crIticità ambientali connesse alla produzione di prosciuttto toscano poichè la maggior
parte dei prosciutti proviene da allevamenti al di fuori del territorio del bacino del Serchio.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
226
Integrazioni – Documento 1
3-Elenco dei prodotti agroalimentari tradizionali del Bacino del Serchio
Di seguito si riporta l’elenco dei prodotti tradizionali presenti nel bacino del Serchio, tratto dal sito dell’Agenzia
Regionale per lo Sviluppo in Agricoltura (ARSIA)
http://germoplasma.arsia.toscana.it/pn_prodtrad/modules.php
In alcuni casi si tratta di prodotti trasformati (liquori e distillati, formaggi) in altri di varietà vegetali e di razze animali.
3.1- Provincia di Lucca
3.1.1- Prodotti vegetali allo stato naturale
Si riportano di seguito i prodotti vegetali allo stato naturale elencati dall’ARSIA – Agenzia Regionale per lo Sviluppo e
l’Innovazione nel Settore Agricolo-forestale.
Denominazione
Cipolla lucchese
Fagiola
Garfagnina
Fagiola Casciana
Fagiolo
aquila
Fagiolo lupinaro,
Fagiolo lupinajno
Fagiolo cannellino
Fagiolo cannellino
del San GineseCompitese
e
Sant'Alessio
Prov.
Tradizionalità,
regole
fabbisogno irriguo
Lu
Si tratta di una cultivar tipica di questa
zona, la sola ad essere coltivata ancora
con sistemi tradizionali.
LU
LU
LU
Fagiolo cappone
LU
Fagiolo diecimino
Fagiolo
scritto
rampicante
LU
produttive,
E’ uno dei rari fagioli consumati freschi e
conosciuto fin dai tempi antichi. Le
Irrigazioni devono essere costanti ma
non eccessive. Il fagiolo è discretamente
produttivo e si possono raccogliere circa
40-50 q.li/ha di prodotto fresco
Coltivato almeno fin da inizio '900 nella
Piana di Lucca in terreni freschi, di medio
impasto tendenti al sabbioso. Le
irrigazioni
vengono
effettuate
regolarmente senza eccedere nelle
quantità somministrate (circa 1 volta la
settimana).
La tradizionalità del prodotto è data dalla
particolarità della cultivar; il fagiolo
cannellino si adatta perfettamente alle
caratteristiche pedoclimatiche del luogo.
L’autoproduzione
delle
sementi
garantisce il mantenimento delle
caratteristiche dell’ecotipo autoctono.
Irrigazioni solo di soccorso.
Tradizionalmente veniva coltivato nella
piana di Lucca dove si produceva
prevalentemente in terreni di medio
impasto tendenti al sabbioso. Si
seminava in mezzo al mais mssimizzando
l’uso del terreno. Non venivano
effettuate irrigazioni anche perché le
colture venivano effettuate in terreni
freschi e con la falda relativamente
superficiale.
Coltivato quasi esclusivamente in Media
Valle del Serchio, nella frazione Diecimo
del Comune di Borgo a Mozzano. Il
Produzione:
In atto
A rischio
Criticità
Coltivata
a
livello
amatoriale, una sola azienda
agricola ne produce circa 70
quintali all’anno a scopo
commerciale
Si stima una produzione
molto limitata intorno ai 4-5
q.li, prodotto in prevalenza
in alcuni orti familiari
esclusivamente
per
autoconsumo.
A rischio
Si
può
stimare
una
produzione annua intorno ai
3-4quintali compresi gli orti
familiari. Il prodotto è
destinato all'autoconsumo
In atto
120 q di fagiolo secco e 50
di prodotto fresco sono le
disponibilità
annue
aziendali.
La
crescita
ulteriore della produzione
trova ostacolo nella forte
richiesta di manodopera di
questa coltura.
A rischio
Sono
rimasti
pochi
appassionati a coltivare
questo fagiolo destinato
all'autoconsumo.
A rischio
Sono rimasti pochissimi
appassionati a coltivare
ancora questo fagiolo e non
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
227
Integrazioni – Documento 1
Denominazione
Fagiolo fico
Gallicano
Prov.
di
Fagiolo giallorino
della Garfagnana
Fagiolo Giallorino,
Fagiolo nano da
sgusciare
Fagiolo
malato
Malatino, fagiolo
verdone, fagiolo
giallino, fagiolo di
S.Giuseppe
Fagiolo
mascherino
Fagiolo pievarino
Fagiolo rosso di
Lucca
Fagiolo
rosso
lucchese
LU
LU
LU
LU
LU
LU
Tradizionalità,
regole
produttive,
fabbisogno irriguo
fagiolo veniva seminato consociato con il
mais e utilizzava le operazioni colturali
effettuate per tale coltura. La semina
avveniva nel mese di giugno, le irrigazioni
venivano effettuate solo di soccorso.
Pare sia stato introdotto a Gallicano ai
primi del '900 da un emigrante di ritorno
dagli Stati Uniti d'America. Il fagiolo fico
ha
caratteristiche
organolettiche
veramente eccellenti. Le irrigazioni
vengono effettuate in modo costante ma
non eccessivo.
La tradizionalita' del prodotto e' dovuta
alla cultivar di origine locale responsabile
del suo particolare sapore e aspetto. Il
seme viene messo a dimora in aprile,
normalmente
viene
seminato
in
abbinamento al formentone, sulle stesse
file.
Il fagiolo malato ha origini incerte ma
fino agli anni sessanta veniva coltivato in
modo abbastanza diffuso in tutta la
Lucchesia data la discreta produttività
prevalentemente in terreni di medio
impasto tendenti al sabbioso; viene
irrigato per scorrimento dopo aver
effettuato una leggera sarchiatura e
rincalzatura.
E’ sempre stato uno dei prodotti più
caratteristici della Garfagnana. Da
sempre coltivato in tutta la vallata forse
proveniente dalla zona di Casciana e
Gramolazzo per affermarsi attualmente
nei paesi vicini al capoluogo. Le
irrigazioni vengono effettuate in modo
costante ma non eccessivo.
Il Fagiolo pievarino è sempre esistito e
coltivato prevalentemente nel Comune
di Pieve Fosciana nelle aree più fertili
generalmente vicine ai corsi d'acqua in
terreni di medio impasto tendenti al
sabbioso.
Viene
tradizionalamnte
consociato al mais. Le irrigazioni vengono
effettuate di soccorso.
La tradizionalità del prodotto è dovuta
alla cultivar di origine locale con il suo
particolare
sapore
e
aspetto.
L’irrigazione è unicamente di soccorso.
Produzione:
Criticità
risulta possibile stimare la
quantità prodotta
A rischio
Oggi è oltivato in pochissimi
orti familiari nel Comune di
Gallicano in Garfagnana.
Attivo
La produzione media è di 23 quintali all’anno; questa
modesta quantità è dovuta
alla
poca
semente
disponibile
che
non
permette
di
produrre
questo
fagiolo
con
continuità.
A rischio
La
produzione
attuale,
difficilmente
stimabile,
dovrebbe essere di poche
decine di kg.
A rischio
La produzione attuale è
limitata e si può stimare
intorno ai 4-5 q.li prodotto
in prevalenza in alcuni orti
familiari.
A rischio
Si ritiene che la produzione
attuale, in pochi orti
familiari, sia intorno ai 40-50
kg
Attivo
Negli anni 70 se ne era quasi
del
tutto
persa
la
coltivazione
a
causa
dell’elevato
fabbisogno
della manod’opera. Oggi,
con aiuti ai produttori, la
base di produzione si è di
nuovo allargata.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
228
Integrazioni – Documento 1
Denominazione
Fagiolo
schiaccione
Fagiolo
scritto
della Garfagnana
Fagiolo scritto di
Lucca
Prov.
Tradizionalità,
regole
fabbisogno irriguo
produttive,
Produzione:
Criticità
LU
La particolarità del prodotto è dovuta
alla cultivar di origine locale e alla sua
caratteristica forma e sapore.
Attivo
La quantità effettivamente
prodotta si aggira intorno ai
700 quintali sul fresco, 1
quintale di secco. La
richiesta sul mercato è
maggiore della produzione.
LU
E’ il fagiolo più importante della
Garfagnana, prodotto nelle aree più
fertili della vallata, generalmente le zone
vicine al fiume Serchio che, con le sue
esondazioni, aveva dato luogo a terreni
di medio impasto tendenti al sabbioso.
Le rrigazioni vengono effettuate solo di
soccorso.
Attivo
Si ritiene che la produzione
attuale sia intorno ai 20 q.li
Attivo
I
notevoli
costi
di
produzione per una coltura
ancora effettuata a livello
artigianale e con scarsi
apporti di meccanizzazione
ne avevano disincentivato la
produzione. In questi ultimi
anni un attento lavoro di
cernita e selezione ha
consentito di riportare in
purezza il seme. La vendita
avviene esclusivamente in
zona
A rischio
La produzione di questo
fagiolo
avviene
prevalentemente in orti
familiari per autonconsumo.
A rischio
Difficile
distinguere
la
produzione della stringa di
Lucca dal serpente Toscano.
A rischio
Il granturco ottofile è una
particolare varietà oggi in
via di estinzione.
Attivo
LU
Fagiolo stortino di
Lucca
Anellino giallo di
Lucca
LU
Fagiolo stringa di
Lucca
Fagiolo serpente
LU
Il fagiolo scritto di Lucca veniva prodotto
nelle aree più fertili della piana di Lucca
in terreni freschi, di medio impasto
tendente al sabbioso. Normalmente è
seminato in abbinamento al formentone
maggese sulle stesse file.
Introdotto in lucchesia probabilmente
importato dalle zone litoranee, si è
ampiamente diffuso, per le sue qualità
organolettiche e l'ottima produttività. Si
produce in Piana di Lucca e in misura
minore in Versilia. Le irrigazioni vengono
effettuate regolarmente senza eccedere
nelle quantità somministrate (circa 1
volta la settimana.)
Introdotto in lucchesia da tantissimo
tempo anche se non se ne conosce la
provenienza. Le irrigazioni vengono
effettuate regolarmente circa 1 volta la
settimana.
Granturco
formenton
ottofile
della
Garfagnana
Formentone
maggese,
granturco
da
polenta
Garfagnino
LU
La disposizione di chicchi sul tutolo in
doppie file binate rende questa varietà
molto originale. Si presta ad essere
macinato per ottenere un’ottima farina.
Mela
casciana
Rosetta, Rosina
LU
Il prodotto deve la sua tradizionalità e
qualità sia alla particolarità della cultivar,
che si adatta perfettamente alle
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
229
Integrazioni – Documento 1
Denominazione
Prov.
Pastinocello
Pastinello,
Pastinaccino,
Gallinaccio
Pesca mora di
Moriano
Dolfi
Pesca mora di
Dolfo
Pomodoro
canestrino
Lucca
di
Tradizionalità,
regole
produttive,
fabbisogno irriguo
condizioni pedoclimatiche della zona, sia
alla tecnica di produzione rimasta
invariata nel tempo. La mela casciana è
molto diffusa nella provincia di Lucca, ma
per nessuno rappresenta la produzione
principale
Produzione:
LU
Il pastinocello è una carota spontanea
che può essere anche coltivata. Il
prodotto deve la sua tradizionalità e
qualità sia alla particolarità della cultivar
che ben si adatta alle condizioni
pedoclimatiche della zona, sia alla
tecnica di coltivazione, rimasta invariata
nel tempo
A Rischio
LU,
MS,
PI
La tradizionalità della pesca mora di
Dolfo è data dalla particolarità della
cultivar che per le sue caratteristiche
(rusticità, resistenza al freddo) si presta
bene ad essere coltivata nella zona del
morianese.
Attivo
LU, PI
Il successo del canestrino è dovuto alla
sua versatilià in tavola. Coltivato
prevalentemente in pianura, in terreni
limoso-sabbiosi, necessita di terreni ben
drenati e con fertilità abbastanza elevata,
oltre che di un’abbondante concimazione
organica. La coltivazione viene fatta
anche in serra.
Attivo
Pomodoro fragola
di
Albiano
Minucciano
Pomodoro fragola
LU
Pomodoro
pendentino
LU
Prodotto tradizionalmente coltivato nella
zona di Albiano di Minucciano seguendo i
metodi tradizionali delle colture locali. Le
irrigazioni generalmente sono poco
frequenti. La pianta cresce ad alberello e
necessita di sostegno
La tradizionalità del prodotto è costituita
sia dalla particolarità della cultivar sia
dalla tecnica di produzione.
Criticità
Dal dopoguerra la sua
coltivazione è in pratica
caduta in disuso; solo nel
1997 un appassionato di
prodotti
tipici,
rinvenendone
qualche
seme, ha ricominciato a
coltivarlo. Oggi ci sono solo
quattro persone impegnate
nella
coltivazione
producendone 3-4 quintali
all’anno. Il prodotto viene
destinato all’autoconsumo o
al regalo a conoscenti.
Sono ormai pochissime le
piante in produzione di
questa cultivar locale e si
concentrano
quasi
esclusivamente
in
un’azienda di San Quirico di
Moriano.La
produzione,
stimabile in 15 quintali
l’anno, è destinata per il
20% all’autoconsumo e per
l’80% alla vendita diretta o
in esercizi commerciali del
luogo
Il pomodoro canestrino
veniva coltivato da pochi
produttori delle province di
Pisa e di Lucca ed era
considerata una produzione
a rischio. Dopo il 2002 c'è
stata una inversione di
tendenza e grazie ad un
lavoro di selezione in
purezza, la produzione è in
forte crescita.
A rischio
Coltivato solo per il cosumo
familiare
Attivo
La sua diffusione è limitata
dalla scarsa produttività:
ogni pianta produce circa 1
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
230
Integrazioni – Documento 1
Denominazione
Pomodoro stella
Pomodoro
pesciatino o del
Morianese
Radicchia di Lucca
Zucchina
pisana
mora
Zucchina
sarzanese
Zucchina alberello
di Sarzana
Prov.
Tradizionalità,
regole
fabbisogno irriguo
produttive,
LU,
PT
La tradizionalità del prodotto è costituita
dalla particolarità della cultivar.
FI, LU,
PI
La radicchia di Lucca è una varietà di
indivia scarola dal colore verde intenso e
dalla particolare resistenza al freddo.
Sono preferibili terreni mediamente
fertili e drenati. Nonostante venga
utilizzata la concimazione organica, la
radicchia di Lucca non è particolarmente
esigente in tal senso; pure le esigenze
idriche sono modeste.
Produzione:
Attivo
Attivo
LI, LU,
PI
La caratteristica principale della zucchina
mora pisana è quella di arrivare al
consumo fresca e con il fiore - molto
resistente all’appassimento - ancora
aperto.
Attivo
LI, LU,
PI
E' una varietà molto apprezzata e diffusa
in tutta la lucchesia. La pianta è molto
produttiva e viene coltivata in pianura
vicino al mare
Attivo
Criticità
kg di pomodori
Nella provincia di Pistoia è
un prodotto che sta ormai
scomparendo. Nella zona di
Luccala situazione è migliore
e si stima una produzione
media annua di circa 750
quintali con un solo
produttore significativo.
L’area di origine è la
provincia di Lucca, la
quantità prodotta è molto
bassa.
Si stima una produzione
annua di circa 500 quintali.
Il prodotto è destinato sia
all’autoconsumo che alla
vendita a negozi e mercati
locali. La zucchina mora
pisana, un tempo presente
anche in Lucchesia, oggi
viene coltivata soltanto in
provincia di Pisa.
Non ci sono produttori
professionisti ma soltanto
qualche
hobbista,
per
questo non è possibile
stimarne il quantitativo
prodotto
La Valle del Serchio è particolarmente vocata alla produzione di ortaggi e legumi in particolare, in quanto caratterizata
da substrati freschi e ricchi di acqua, elemento che influisce in modo determinante sulla crescita e dunque sulla qualità
del prodotto agricolo.
Dalla tabella precedente si evince che, la maggior parte degli ortaggi tipici del territorio, sono tradizionalmente
prodotti con apporti irrigui minimi e che però tali produzioni sono per la maggior parte dei casi ridotte a superfici
irrisorie.
Sarebbe auspicabile una politica di incentivo della produzione di queste cultivar locali che permetterebbe di ottenere
il duplice obiettivo di valorizzazione del territorio attraverso dei suoi prodotti tipici e di promuovere un’agricoltura
meno esigente in termini di apporti irrigui.
3.1.2-Le razze autoctone
Denominazione
Prov.
Agnello di razza
massese
LU,
MS,
PI, PT
Tradizionalità, la omogeneità della
diffusione e la protrazione nel tempo
delle regole produttive
La carne di agnello massese deve la sua
qualità alla razza di origine locale e alle
tradizionali tecniche di alimentazione e di
Produzione:
Criticità
Attivo
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
231
Integrazioni – Documento 1
Capretto
Apuane
delle
Carne di mucca
pisana del parco
Migliarino-S.
Rossore (mucco
pisano)
LU.
MS
LI, LU,
PI
allevamento: il tipo di pascolo e le
condizioni climatiche sono determinanti.
Durante l’inverno le capre vengono
alimentate in apposite mangiatoie e
pernottano in ricoveri. Spesso contigua al
ricovero è presente una zona recintata
che consente maggiore attività motoria.
Da questi ricoveri le capre accedono
direttamente ai pascoli invernali situati in
zone limitrofe e praticati nell'arco di
qualche ora durante la giornata, per poi
essere ricondotte al ricovero. Nel periodo
estivo l'allevamento è praticamente di
tipo brado ad eccezione degli allevamenti
che producono anche formaggio i quali
conducono a sera le capre nei ricoveri
per la mungitura.
L’allevamento della mucca pisana segue
generalmente le tecniche tradizionali.
L’alta adattabilità della razza ai regimi
alimentari poveri consente di ottenere
buoni risultati con l’allevamento di tipo
semibrado
A rischio
Si possono contare circa 8
produttori
con
una
produzione media degli
ultimi tre intorno ai 3.300
Kg di carne. Il prodotto
viene totalmente venduto
in zona, in gran parte a
privati direttamente in
azienda.
Attivo
Negli ultimi venti anni c’è
stato un recupero di questa
razza; i capi attualmente
allevati sono 263 distribuiti
in 21 aziende, anche al di
fuori dell’area del Parco,
nella provincia di Pisa,
soprattutto, ma anche di
Lucca e Livorno. L’unico
utilizzo, per ora è quello
riproduttivo, non risulta
significativa la vendita della
carne.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
232
Integrazioni – Documento 1
3.1.3-I prodotti “trasformati”
Denominazione
Aspretto di more
Biadina
China Massagli
Elisir di China di Pieve Fosciana
Biroldo della Garfagnana
Biroldo di Lucca
Boccone al fungo porcino di Coreglia
Carne salata (Carne nel bigoncio)
Guanciale (gota)
Manzo di pozza della Garfagnana (Carne garfagnina, carpaccio garfagnino)
Mortadella della Lunigiana, mondiola della Garfagnana
Mortadella di maiale di Camaiore (Sbriciolona)
Mortadella nostrale di Cardoso
Prosciutto bazzone della Garfagnana e della Valle del Serchio Bazzone, prosciutto nostrato,
prosciutto contadino
Salame prosciuttato di Ghivizzano
Testa in cassettaSopressata
Formaggio caprino delle Apuane
Pecorino della Garfagnana e delle colline lucchesi Pecorino baccellone
Olio di olivo quercetanoOlio di quercetana
Trota iridea
Trota marinata di Gallicano
Miele di spiaggia del Parco di Migliarino-San RossoreMiele di spiaggia del litorale pisano
Tizzone di Giustagnana
Befanini (Befanotti)
Buccellato di Lucca
Cecina calda calda (Farinata, cinque e cinque)
Crisciolette di Cascio
Focaccia leva di Gallicano
Frate lucchese (Bombolone lucchese, ciambella lucchese)
Maccheroni della Garfagnana
Marzapane
Mignecci di formentone di Gallicano
Neccio toscano (Bollento, gaccio,cian)
Pan di ramerino
Pane di patate della Garfagnana
Pasimata (Passimata)
Pupporina
Torta co’ bischeri
Torta di farro della Garfagnana (Torta di farro)
Torta di verdure (Torta coi becchi lucchese)
Prov.
LU
LU
LU
LU
LU
LU
LU
LU
LU, SI
LU
LU, MS
LU
LU
LU
LU
LU
LU, MS
LU, PI
LU, MS
LU, MS
LU
LU, PI
LU
LU
LU
LI, LU,MS,PI
LU
LU
LU
LU
LU
LU
LU
AR, FI, GR, LU-PO
LU
LU
LU
LU, PI
LU
LU
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
233
Integrazioni – Documento 1
3.2- Provincia di Pistoia
3.2.1- Prodotti vegetali allo stato naturale
Tradizionalità,
regole
produttive,
Denominazione
Prov.
fabbisogno irriguo
Dormiente della PT
Il dormiente è un fungo spontaneo dalle
Montagna
limitate quantità di raccolta a causa della
Pistoiese
sua delimitazione distributiva.
Dormiglione,
marzuolo
Frutti
sottobosco
Montagne
Pistoiesi
del
delle
PT
Grano marzolo del
Melo
PT
Mirtillo nero della
Montagna
Pistoiese
Piuro
PT
Patata bianca del
Melo
PT
Pomodoro stella
Pomodoro
pesciatino o del
Morianese
LU,
PT
Produzione:
Criticità
Attivo
Essendo un prodotto che
cresce spontaneamente e che
viene raccolto da chiunque
abbia richiesto il tesserino per
l'autorizzazione alla raccolta
dei funghi, non esiste una rete
commerciale
e
di
distribuzione dello stesso e
non è possibile quindi stimare
la quantità di raccolto.
Si tratta di prodotti stagionali,
la loro presenza è molto
legata
agli
eventi
metereologici, soprattutto alle
gelate
I frutti del sottobosco (more, lamponi,
mirtilli, fragole) hanno particolari
proprietà curative e lenitive, per questo
sono usati anche per infusi o tisane.
prodotti spontanei della Montagna
Pistoiese.
La coltivazione del grano marzolo nel
comune del Melo era diffusa in tutte le
famiglie contadine che ne traevano il
necessario sostentamento.
Attivo
Rappresenta da sempre un’importante
risorsa della Montagna Pistoiese per
l’abbondanza della produttività, per la
qualità del prodotto, conosciuto e
apprezzato in tutta Italia e per la duttilità
del suo impiego.
La patata del Melo è coltivata da lungo
tempo. Le aziende agricole ancora oggi
applicano le stesse regole produttive e di
conservazione di una volta.
Attivo
La tradizionalità del prodotto è costituita
dalla particolarità della cultivar
Attivo
A rischio
Attivo
Il grano marzolo del Melo non
è molto conosciuto al di fuori
della frazione del Melo.
Attualmente ci sono 3 aziende
agricole che producono in
totale circa 10 quintali di
grano all'anno
Si tratta di prodotti stagionali,
la loro presenza è molto
legata
agli
eventi
meteorologici,
soprattutto
alle gelate.
Non ci sono prospettive di
aumento
della
quantità
prodotta per la mancanza di
un’adeguata promozione del
prodotto che potrebbe farne
aumentare la domanda, e per
il prezzo poco remunerativo
che spunta sul mercato.La
vendita avviene per lo più in
zona, anche se una piccola
percentuale trova mercato nel
resto della Toscana.
Nella provincia di Pistoia il
pomodoro stella è un
prodotto che sta ormai
scomparendo,
molti
addirittura
ne
ignorano
l’esistenza. La produzione non
è quantificabile. Nella zona di
Lucca, invece, la situazione è
migliore e si stima una
produzione media annua di
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
234
Integrazioni – Documento 1
circa 750 quintali con un solo
produttore significativo.
3.2.2- Le razze autoctone
Denominazione
Prov.
Agnello di razza
massese
LU,
MS,
PI, PT
Tradizionalità, la omogeneità della
diffusione e la protrazione nel tempo
delle regole produttive
La carne di agnello massese deve la sua
qualità alla razza di origine locale e alle
tradizionali tecniche di alimentazione e di
allevamento: il tipo di pascolo e le
condizioni climatiche sono determinanti.
3.2.3- Prodotti “trasformati”
Denominazione
Farina di castagne pistoiese
Mortadella di Prato
Caciotta dolce Vacchino dolce
Caciotta
Mucchino, vacchino
Pecorino
a
latte
crudo
della
Pecorino di Pistoia
Raviggiolo di pecora pistoiese Ravaggiolo, Raveggiolo
Ricotta di pecora pistoiese
Neccio toscano Bollento, gaccio, cian
Tortello del Melo Raviolo
Produzione:
Attivo
stagionata
Montagna
Criticità
Pistoiese
Prov.
PT
PO, PT
PT
PT
PT
PT
PT
LU, MS, PT
PT
4-Conclusioni
Dall’analisi delle schede riportate sopra, in particolare delle criticità insistenti sui vari prodotti tipici, non sono state
evidenziate correlazioni con il sistema acqua e quindi con le tematiche analizzate dal Piano di Gestione.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
235
Integrazioni – Documento 1
- Si raccomanda inoltre l'integrazione all'interno del Piano di gestione di misure volte
all'individuazione delle aree soggette o minacciate da fenomeni di siccita, degrado del suolo e
desertificazione, in conformità all'art. 93, comma 2 del d.lgs. 152/06, secondo i criteri previsti
nel Piano d'azione nazionale di cui alla delibera CIPE del 22 dicembre 1998, pubblicata nella
Gazzetta Ufficiale n. 39 del 17 febbraio 1999 e secondo i documenti: "Linee guida del Piano di
azione nazionale per la lotta alla desertificazione" del 22 luglio 1999 e "Linee guida per
l'individuazione delle aree soggette a fenomeni di siccita" redatto da APAT dell'ottobre 2006;
(In collaborazione con la Dott.ssa A. Grazzini)
1-Introduzione
Alcuni documenti di interesse consultati:
- Convenzione delle Nazioni Unite per la Lotta alla Desertificazione nei Paesi gravemente colpiti dalla siccità
e/o desertificazione, con particolare urgenza in Africa (UNCCD) entrata in vigore il 26-12-1996 e ratificata
dall’Italia con legge n° 170 del 04-06-1997. Il Comitato nazionale per la Lotta alla Desertificazione (CNLD)
coordina l’attuazione della Convenzione in Italia. Per info: http://www.unccd.ch/ La convenzione è
completata da quattro allegati che forniscono indicazioni e linee guida per l’attuazione della UNCCD in 4
aree geografiche ritenute critiche: Africa, Asia, America Latina e Caraibi, Nord Mediterraneo
- Comunicazione Nazionale per la Lotta alla Siccità e alla Desertificazione (Deliberazione del CIPE n° 154 del
22/12/1998)- Monografia a cura del Ministero dell’Ambiente servizio Valutazione impatto ambientale,
informazione ai cittadini e per la relazione sullo stato dell’ambiente - Comitato Nazionale per la Lotta alla
Desertificazione (DPCM 26-09-1997- G.U. n° 43 del 21-02-1998) in attuazione dell’UNCCD – Anno 1999
- Linee guida del piano di azione nazionale per la lotta alla desertificazione – documento approvato dal
comitato nazionale per la lotta alla desertificazione il 22 luglio 1999 (DPCM 26-09-1997- G.U. n° 43 del 2102-1998)
- Piano di Azione Nazionale (PAN)
- Linee guida per l’individuazione delle aree soggette a fenomeni di siccità APAT –Manuali e linee guida
42/2006
- Programma di azione per la lotta alla siccità e alla desertificazione- indicazione delle aree vulnerabili in
Puglia- Regione Puglia- European Soil Bureau
- Strategia tematica per la protezione del suolo (COM (2006)231)
- Proposta per una direttiva quadro sul suolo (COM (2006) 232)
- Impact assessment (SEC(2006)1165)
La Convenzione delle Nazioni Unite per la Lotta alla Desertificazione (UNCCD) riconosce il problema del
degrado dei suoli che tocca oggi il 65% delle superfici agricole nelle zone Aride, semi aride e subumidesecche.
Le aree a rischio desertificazione nei Paesi dell’Annesso IV (Paesi europei) sono concentrate nel settore
nord del bacino del Mediterraneo con particolare gravità in Grecia, Italia, Portogallo e Spagna.
Per desertificazione si intende "il degrado delle terre nelle zone aride, semi-aride e subumide secche,
provocato da diversi fattori, tra i quali le variazioni climatiche e il rapporto con l’attuale modello delle
attività umane" (UNCCD, Art. 1.a). Essa si manifesta con "la diminuzione o la scomparsa della produttività e
complessità biologica o economica delle terre coltivate, sia irrigate che non, delle praterie, dei pascoli, delle
foreste o delle superfici boschive causate dai sistemi di utilizzo della terra, o da uno o più processi,
compresi quelli derivanti dall'attività dell'uomo e dalle sue modalità di insediamento, tra i quali l'erosione
235
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
idrica, eolica, ecc; il deterioramento delle proprietà fisiche, chimiche e biologiche o economiche dei suoli; la
perdita protratta nel tempo di vegetazione naturale" (UNCCD, Art. 1.f).
Sia a livello internazionale dal Comitato Scienza e Tecnologia (CST) della UNCCD, sia a livello Nazionale,
nell’ambito dei Programmi di Azione Nazionale (PAN) di lotta alla desertificazione e come previsto prima
dall’articolo 20 del D.Lvo n. 152/1999 sulla tutela delle acque e adesso dall’art. dall’articolo 93 del D.Lvo n.
152/2006 1 risulta di fondamentale importanza poter disporre di strumenti adeguati per identificare le aree
a rischio e quindi programmare le priorità di intervento delle misure di mitigazione e recupero.
In particolare il PAN italiano riconosce l’importanza del ruolo delle Regioni e delle Autorità di bacino nel
quadro più generale del monitoraggio del territorio Nazionale e raccomanda che siano questi enti a
predisporre azioni di monitoraggio e studio finalizzate all’identificazione dello stato e delle dinamiche di
degrado delle zone a rischio.
Il documento “Comunicazione Nazionale per la Lotta alla Siccità e alla Desertificazione” (1999) riporta
quanto segue: “per la lotta alla desertificazione appare, quindi, fondamentale la pianificazione di bacino, sia
quale strumento di analisi per ricavare quegli elementi territoriali (climatologia, idrologia, utilizzo delle
acque e sistemi di irrigazione, pedologia e uso del suolo) significativi ai fini della caratterizzazione dei
fenomeni della desertificazione, sia come strumento di pianificazione di interventi finalizzati alla lotta alla
desertificazione.”
In Italia, le regioni meridionali e insulari risultano minacciate dal rischio desertificazione in quanto esposte a
stress di natura ambientale (condizioni di aridità stagionale, frequenti episodi di siccità, erodibilità dei suoli
anche a causa di precipitazioni brevi e intense, pressioni e impatti antropici sulle risorse).
Gli obiettivi e l’attuazione della UNCCD presentano elementi comuni e sinergie con quelli di altre
convenzioni ambientali, in particolare con la Convenzione quadro sui cambiamenti climatici (FCCC) e con la
convenzione sulla diversità biologica (CBD). Tutte e 3 infatti vedono la necessità di approfondire i fenomeni
connessi con i cambiamenti globali in particolare il sistema climatico, meteorologico e idrologico e hanno
quali capisaldi per il raggiungimento degli obiettivi:
- La limitazione delle emissioni di gas serra
- La prevenzione degli impatti del cambiamento climatico
- La riduzione degli effetti dei cambiamenti climatici
- La prevenzione del degrado dei suoli
- La conservazione di ecosistemi e habitat naturali
1. “2- Le regioni e le Autorità di bacino verificano la presenza nel territorio di competenza di aree soggette o minacciate
da fenomeni di siccità, degrado del suolo e processi di desertificazione e le designano quali aree vulnerabili alla
desertificazione.
3- Per le aree di cui al comma 2, nell'ambito della pianificazione di distretto e della sua attuazione, sono adottate
specifiche misure di tutela, secondo i criteri previsti nel Piano d'azione nazionale di cui alla delibera CIPE del 22 dicembre
1998, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 39 del 17 febbraio 1999”
236
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
Le cause di degrado del territorio
Il clima e la sua variabilità
-
Aridità
-
Siccità
-
Erodibilità della pioggia dovuta all’intensità delle precipitazioni e aumentata
dalla mancanza di copertura vegetale dei suoli
I fattori ambientali
Morfologia e orografia
-
Esposizione dei versanti
-
Pendenza del terreno
Copertura vegetale
-
Tipologia di specie
-
Continuità e ricchezza di specie
-
Diffusione di specie esotiche che portano a una erosione più elevata del
terreno oltre che a una riduzione della biodiversità
Utilizzo delle risorse idriche
Gestione forestale
-
Deforestazione
-
Decespugliamento
-
Incendi
Agricoltura:
-
Lavorazioni meccaniche del terreno: compattazione e costipazione dei suoli,
sistemazioni delle pendici collinari, arature in profondità che alterano la fertilità
I fattori antropici
del suolo
-
Uso delle acque a scopo irriguo
-
Utilizzo di fitofarmaci
-
Utilizzo di colture depauperanti la fertilità del suolo che necessitano di
frequenti concimazioni e di colture idroesigenti
Attività zootecniche
-
Diffusione di forme di allevamento intensivo: aumento dell’inquinamento
ambientale
-
Riduzione del pascolo brado nelle aree pascolative con progressiva
riconquista dei terreni da parte del bosco
-
Compattazione per pascolamento
Urbanizzazione
-
Consumo di suolo: impermeabilizzazione e cementificazione
-
Aumento della densità di popolazione e conseguente maggiore pressione sulle
237
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
risorse
Integrazioni – Documento 1
2.1- I processi di degradazione
2.1.1-Processi che determinano l’inaridimento del suolo
Processi di degrado chimico
Salinizzazione per massiccio emungimento delle acque dolci sotterranee e per non corrette pratiche irrigue.
Fenomeno diffuso nelle aree costiere. L’accumulo di Sali nel suolo può provocare danni all’attività
vegetativa e produttiva delle colture e determinare effetti fortemente negativi per la biodiversità del suolo
e per la resistenza dello stesso all’erosione
Perdita di sostanza organica che determina la fertilità del suolo e svolge importanti funzioni di tipo
meccanico, mantenendo la formazione degli aggregati e garantendo il mantenimento della struttura e della
capacità idrica dei suoli
Contaminazione- il suolo svolge una fondamentale funzione protettiva quale filtro e barriera che mitiga gli
effetti degli inquinanti. La contaminazione del suolo da parte di quantità eccesive di sostanze chimiche
determina un’alterazione delle caratteristiche del suolo stesso che ne compromettono le funzioni
protettive, produttive ed ecologiche. Le tav 4.6 e 4.13 del Piano di Gestione individuano i siti contaminati
presenti sul territorio
Acidificazione del suolo: poco evidente in Italia perché la maggior parte dei suoli si sviluppa su rocce
sedimentarie dove prevalgono i carbonati che tamponano l’acidità apportata dalle precipitazioni
Processi di degrado fisico
Compattazione: distruzione della porosità strutturale dell’aggregato a causa della meccanizzazione delle
lavorazioni nelle aree ad agricoltura intensiva e del sovraccarico animale e conseguente riduzione della
capacità di infiltrazione dell’acqua e incremento del ruscellamento
2.1.2- Processi che determinano la perdita della risorsa suolo in termini di sottrazione di volume e di
superficie
Erosione idrica per processi di asportazione delle singole particelle: erosione dei singoli orizzonti del suolo
a causa dell’azione della pioggia di forte intensità; dipende dall’erodibilità del suolo, ossia dalla
suscettibilità del suolo a subire processi erosivi. E’ maggiore su terreni privi di copertura vegetale,
caratterizzati da forte acclività e sviluppati su substrati litologici appartenenti a formazioni sedimentarie
argilloso-sabbiose. Si distinguono danni in site ossia nei luoghi dove il fenomeno avviene e danni off site
quando gli effetti si manifestano a distanza (alluvioni, danni alle infrastrutture, trasporto di inquinanti).
Erosione per sottrazione di superficie utile o consumo di suolo per urbanizzazione e impermeabilizzazione
o sigillatura del suolo (soil sealing)
Il Progetto Desertnet Interreg IIIB
Nel documento “linee guida del piano di azione nazionale per la lotta alla desertificazione” (1999) sono stati
individuati 4 settori di intervento prioritari:
Protezione del suolo
Gestione sostenibile delle risorse idriche
Riduzione dell’impatto delle attività produttive
Riequilibrio del territorio
Nello stesso documento si precisa che a scala di bacino la verifica della presenza di aree vulnerabili alla
desertificazione è demandata alle regioni e alle autorità di bacino sulla base dei dati conoscitivi esistenti e
di specifiche indagini relative ai principali processi di desertificazione tra cui:
La salinizzazione del suolo e delle falde
La frequenza ed estensione degli incendi boschivi
La contaminazione del suolo e dei corpi idrici
L’eccessivo sfruttamento delle risorse idriche
238
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
Il degrado del suolo (perdita di suolo, compattazione e riduzione della sostanza organica)
La riduzione o degrado della copertura vegetale
L’urbanizzazione
La Regione Toscana ha quindi aderito al Progetto DESERTNET “Monitoraggio ed azioni di lotta alla
desertificazione nella regione mediterranea europea” (INTERREG IIIB MEDOCC) svoltosi nel periodo Ottobre
2002 –Dicembre 2004 e coordinato dal Nucleo Ricerca Desertificazione - NRD dell'Università di Sassari, con
le finalità di:
contribuire allo sviluppo di una cartografia basata su indicatori comuni tra le varie regioni italiane coinvolte
nel progetto.
portare avanti uno studio specifico (Work Package) sul territorio regionale sviluppando metodologie di
analisi che possano divenire patrimonio comune per le altre regioni.
Tale progetto si integrava con il precedente "Rete Sovrannazionale di Laboratori Ambientali
Multifunzionali", finanziato dal Programma InterregIIC-MEDOCC e sviluppato in collaborazione con il
LaMMA, costituendo nel complesso, un insieme organico relativo allo studio, al monitoraggio e alla
gestione sostenibile delle aree a rischio di desertificazione, che si affacciano sul bacino del Mediterraneo.
L’obiettivo generale del Work Package della Regione Toscana è stato identificato ne “lo studio della
vulnerabilità alla desertificazione del territorio grazie all’integrazione dei dati socio-economici e climatici
con l’analisi delle serie storiche dei dati telerilevati”. Questo obiettivo generale è stato perseguito secondo
tre assi di attività principali o obiettivi specifici:
Asse 1: Studio e miglioramento delle metodologie di analisi satellitare per la valutazione della serie storica
dell’indice di vegetazione a partire dalle immagini NOAA-AVHRR. Analisi multitemporale con immagini
Landsat TM sulle aree identificate come sensibili.
Asse 2: Analisi climatologica della regione Toscana sulla serie storica di riferimento 1961-1990 e confronto
con il successivo decennio 1991-2000.
Asse 3: Integrazione degli indicatori ottenuti dall’analisi NDVI e climatica con dati socio-economici per
l’identificazione
delle
zone
vulnerabili
alla
desertificazione.
Dal momento che il progetto si articola attraverso l’individuazione di specifici indici che descrivono quantiqualitativamente i diversi parametri che incidono sulla problematica della desertificazione (come indicati
nei capitoli precedenti), si è ritenuto opportuno seguire la stessa logica, riportando, ove disponibili, i dati
(prevalentemente descrittivi) relativi al territorio del distretto idrografico del Serchio. Sono state quindi
riportate le cartografie di sintesi elaborate a livello regionale reperite sul sito
http://www.case.ibimet.cnr.it/desertnet/home e alcune delle osservazioni presenti nel rapporto finale del
Dicembre 2004 “Integrazione dei dati climatici, telerilevati e socio- economici per la definizione di indicatori
di vulnerabilità alla desertificazione”.
In questo modo è comunque possibile evidenziare quei fattori che possono costituire elementi di criticità e
vulnerabilità per il territorio in esame e che risultano anche solo predisponenti al fenomeno della
desertificazione e agire mediante misure e azioni opportune.
3- Indice di sensibilità alla desertificazione
L’analisi della sensibilità alla desertificazione mostra la probabilità che ha un determinato territorio di
essere esposto a fenomeni negativi. Tale indice di sensibilità (ESAI = Environmental Sensitive Area Index)
integra diversi parametri: il clima, lo sviluppo della vegetazione, la disponibilità d’acqua, i fattori antropici.
239
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
ESAI = Environmental Sensitive Area Index
Calcolo dell’ESAI = (CQI * SQI * VQI * MQI * HPI)1/5
CQI = Climate Quality Index
SQI = Soil Qualità Index
VQI = Vegetation Quality Index
MQI = Management Quality Index
HPI = Human Pressure Index
Nella prospettiva di una pianificazione sostenibile e mirata diventa fondamentale poter individuare con
precisione quale tra i diversi fattori ha maggiore rilevanza nelle aree con vulnerabilità più alta.
Di seguito si analizzano i diversi indici.
3.1-Analisi Climatica
Per capire l’entità dei processi di degrado del suolo e di desertificazione è necessario poter disporre di
un’analisi climatica approfondita che descriva nel dettaglio l’andamento pluviometrico e termometrico di
un territorio. Una diminuzione delle precipitazioni può infatti determinare non soltanto problemi di carenza
idrica a scopo idropotabile ma anche incidere in maniera significativa sugli ecosistemi e sulla ricarica delle
riserve idriche, con effetti indiretti sulla resa delle colture, sulla salinizzazione delle falde per intrusione di
acque marine lungo le coste, sui fenomeni di subsidenza con pericolo anche per le abitazioni,
sull’inquinamento dei corpi idrici superficiali e sotterranei per aumento della concentrazione delle
sostanze, sul rischio incendi.
Importante è sottolineare la differenza tra i 2 maggiori rischi naturali dipendenti da precipitazioni e
temperature:
Aridità: caratteristica permanente del clima, ristretta ad aree geografiche con scarse precipitazioni e
contemporanea forte evapotraspirazione. L’aridità è legata al concetto di bilancio idrico negativo
permanente.
Siccità: caratteristica normale e ricorrente del clima che, come tale, può verificarsi in aree a differenti
regimi climatici, sebbene gli impatti possano variare da regione a regione. La siccità è legata al concetto di
deficit idrico temporaneo, che cambia nel tempo.
3.2Analisi dell’aridità
L’aridità viene calcolata secondo la formula UNEP (United Nations Environmental Program), come rapporto
fra precipitazioni ed evapotraspirazione potenziale, calcolate sia sul trentennio 1961-1990 (periodo di
riferimento per la climatologia mondiale) che sul decennio 1991-2000 per poter effettuare una analisi del
trend nel tempo. In Toscana il calcolo dell’indice di Aridità è stato effettuato sia a livello annuale che
stagionale utilizzando la metodologia di Thornthwaite comunque integrata e modificata.
Secondo la classificazione di aridità dell’UNEP la Toscana presenta aree sub-umide secche e semi-aride solo
in primavera ed estate (Figg. 2,3), mentre annualmente l’intero territorio non sembra avere problemi di
aridità; il fenomeno è spiegabile con il fatto che le precipitazioni e le temperature del periodo autunnoinvernale (Figg. 4, 5) vanno a “mascherare” i problemi che invece si hanno nelle due stagioni più calde.
240
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
Fig. 1 – Indice di Aridità annuale dei periodi 61-90 e 91-00.
Dalla figura si osserva che il territorio del Bacino del Serchio, sia nel periodo 1961-1990 che nel periodo
1991-2000 comprende aree classificate come “umide” con indice di aridità comunque >1.
Fig.2 - Indice di Aridità primaverile dei periodi 61-90 e 91-00.
Anche nel periodo primaverile i valori dell’indice di aridità rimangono > 0,8 e il territorio è classificato come
“umido”
241
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
Fig. 3 - Indice di Aridità estiva dei periodi 61-90 e 91-00.
Interessante è il confronto tra i 2 periodi considerati per quanto riguarda l’aridità estiva in quanto si nota
che nel decennio 1991-2000 le aree “sub-umide-secche” sono andate estendendosi dalla zona della piana
di Lucca e della Versilia anche verso le zone più interne e più settentrionali. Si ha inoltre il passaggio a una
condizione semiarida per molte aree della Piana lucchese e del pisano. Diminuzioni dell’indice di aridità
dalla classe 0,8-1 alla classe 0,65-0,8.
Fig. 4 - Indice di Aridità autunnale dei periodi 61-90 e 91-00.
Non si riscontrano differenze significative nei 2 periodi considerati sia a livello regionale che a livello del
territorio dell’autorità di bacino.
242
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
Fig. 5 - Indice di Aridità invernale dei periodi 61-90 e 91-00.
Pur mantenendo la classificazione “umido” nel decennio 1991-2000 diminuisce in maniera estesa il valore
dell’indice di aridità e tale calo interessa il bacino del Serchio in particolare nelle zone più prossime alla
piana di Lucca e lungo la costa.
A livello regionale l’attenzione si è concentrata sull’indice di aridità primaverile- estivo dal momento che in
questi mesi si verifica in genere una riduzione delle precipitazioni e un contemporaneo aumento
dell’evapotraspirazione con conseguenze dirette e indirette sulla vegetazione naturale e sulle colture
agricole.. dalla carta seguente si osserva che la porzione più meridionale della provincia di Lucca è passata
da una condizione “umido” del periodo 1961-1990 a una classificazione “sub-umido-secco” nel decennio
1991-2000. Nelle aree montane (comprese tra Appennino tosco-emiliano e Alpi Apuane) non si evidenziano
significative variazioni
243
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
Fig. 6 – Indice di Aridità primaverile-estivo per i periodi 61-90 e 91-00.
Questi i valori dell’indice di aridità ricalcolati secondo la metodologia delle ESAs
Fig. 7 – Carta dell’indice di Aridità del periodo 61-90 riclassificata secondo la metodologia delle ESAs.
Dalla figura 7 risulta evidente che le zone critiche sono la Val di Chiana, l’Isola d’Elba centro-orientale e
quasi tutta la costa toscana, in particolare il grossetano e la zona sud di Piombino, che registrano i valori più
alti. Il territorio del bacino del Serchio rientra nelle zone ad aridità bassa (Score 1 in prevalenza).
244
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
E’ stata poi analizzata la variazione percentuale (positiva o negativa) tra il periodo 1961-1990 e il periodo di
confronto 1991-2000: a valori positivi corrisponde un aumento dell’aridità nell’ultimo decennio, a valori
negativi una diminuzione, valori pari a zero indicano che non c’è stata alcuna modifica.
Fig. 8 – Variazione % dell’Indice di Aridità riclassificata secondo la metodologia ESAs.
L’analisi della variazione percentuale dell’indice di aridità evidenzia una riduzione dell’aridità nelle zone che
risultavano critiche nel periodo di indagine precedente e un forte aumento della stessa nelle zone più
interne della Regione. Interessante anche la variazione registrata nelle zone appenniniche.
Il tutto può essere spiegato con l’acuirsi, negli ultimi anni, di fenomeni temporaleschi estivi; l’aumento delle
temperature, comprese quelle del mare, fornendo più energia, dà origine a movimenti convettivi in grado
di generare eventi improvvisi e di notevole intensità. Per contro nella parte più continentale, nelle valli fra
le colline interne, si assiste ad una contrazione delle piogge.
Indice di aridità nel bacino del Serchio (N.
Coscini)
245
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
Formula De Martonne modificata
[(P/ (T +10)) + (12p/ (t+10))]/2
p = pioggia del mese più arido
t= temperatura del mese più arido
P= Precipitazione media annua
T = Temp media annua
Nel bacino del Serchio l’indice di aridità calcolato secondo la formula sopra indicata presenta valori
corrispondenti allo stato subumido nelle aree della piana lucchese e della costa, con una modesta porzione
con valori pari allo stato semiarido in prossimità della foce del fiume e nella zona della Tenuta di S. Rossore
del parco Regionale Migliarino-S. Rossore-Massaciuccoli. La maggior parte del territorio presenta un indice
di aridità compreso tra 30 e 60 tipicamente umido e, nelle aree montane appeniniche e lungo la catena
apuana si alza fino ai livelli di perumido.
3.3-Analisi della siccità
Gli impatti della siccità derivano dall’interazione fra evento naturale (riduzione delle precipitazioni rispetto
al normale a causa della naturale variabilità climatica) e richiesta d’acqua della popolazione per i vari usi e
l’entità degli effetti variano in relazione alla scala temporale in cui avvengono (ad esempio durata di periodi
di assenza di precipitazioni). Per questo spesso la siccità viene distinta in tre tipi (Wilhite and Glantz, 1985):
SICCITA’ METEOROLOGICA: E’ definita sulla base di un deficit di pioggia, in rapporto ad una quantità
“normale” o media calcolata su un periodo sufficientemente lungo (almeno 30 anni), e della durata del
periodo secco (sequenza siccitosa).
SICCITA’ AGRICOLA: Si ha quando la riserva idrica nella parte del suolo interessata dalle radici è insufficiente
a sostenere lo sviluppo delle colture e dei pascoli tra un evento piovoso e l’altro. La risposta delle colture al
deficit varia con il tipo e lo stadio fenologico. La siccità agricola è successiva a quella meteorologica.
SICCITA’ IDROLOGICA: E’ causata da un’insufficiente ricarica delle falde, dei corsi d’acqua e dei bacini
superficiali e si presenta con tempi più lunghi rispetto alle altre due.
Per l’analisi dei periodi siccitosi è stato scelto l’SPI, Standardized Precipitation Index (Indice di
precipitazione standardizzato- McKee et al., 1993) per la facilità di reperimento dei parametri di calcolo
(pioggia mensile su un periodo almeno trentennale) e per la possibilità di confrontare zone
geograficamente diverse. Esso segue una distribuzione normale per cui lo SPI medio risulta pari a zero e
valori positivi indicano un eccesso e valori negativi un deficit delle precipitazioni.
L’analisi è stata fatta sugli stessi periodi utilizzati per l’indice di aridità per confrontare poi i risultati.
Nel progetto Desertnet l’indice SPI è stato calcolato su 8 stazioni di riferimento e su una scala temporale di
3 mesi dal momento che siccità più o meno intense protratte per 90 giorni possono creare notevoli stress
alle colture agricole (con variazioni nelle rese) e richiedere un forte utilizzo dell’irrigazione con conseguente
sovrasfruttamento delle falde.
L’indice ha mostrato un sensibile aumento dei fenomeni siccitosi invernali su tutto il territorio regionale
nell’ultimo decennio, fatto che potrebbe indicare cambiamenti climatici in atto e quindi conseguenze a
246
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
medio- lungo termine sulla vegetazione e sulla ricarica delle falde. Nel periodo primaverile estivo invece si
registra una maggiore variabilità.
E’ stata quindi redatta la carta delle % di frequenze siccitose considerando i valori di SPI registrati nel
trentennio 1961-1990. Le percentuali di frequenze siccitose sono state riclassificate secondo lo score 1-2
della metodologia MEDALUS.
Fig. 10 – Carta delle % di frequenze siccitose del periodo 61-90 riclassificate secondo la metodologia ESAs.
Per monitorare l’evoluzione del fenomeno nel tempo e nello spazio è stata redatta la carta della variazione
% delle frequenze siccitose comparando le 2 mappe percentuali delle frequenze siccitose relative ai 2
diversi periodi considerati.
247
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
Fig. 11 - Variazione % delle frequenze siccitose riclassificata secondo la metodologia ESAs.
Nella parte più continentale della regione e anche nell’area del bacino del Serchio si assiste a un aumento
sostanziale delle frequenze siccitose.
3.4-L’Indice di qualità del Clima - CQI
Secondo quanto indica la metodologia MEDALUS incrocio degli indici di aridità e di siccità e delle loro
variazioni mostra le zone critiche per fenomeni di degrado del suolo e desertificazione della regione.
Fig. 12- Indice di qualità del clima
Alcune aree del bacino del Serchio risultano interessato da una media alta criticità climatica (colorazione
dal giallo- arancio al rosso). Rischio particolarmente elevato (inteso come maggiore predisposizione ai
fenomeni di desertificazione) per la costa pisana, l’area di Piombino, l’Elba, la costa settentrionale della
provincia di Grosseto, l’estremo sud-est senese e soprattutto la parte del Valdarno superiore.
3.5-Il suolo
I processi di degrado e riduzione del potenziale produttivo del suolo non dipendono soltanto dall’azione di
fattori “indiretti” quali il clima, la vegetazione e l’uomo, ma anche dalla natura intrinseca del suolo stesso
(profondità, tessitura, drenaggio, scheletro, pietrosità) che in alcuni casi può favorire i fenomeni di
erosione, di lisciviazione delle sostanze nutritive o di riduzione delle riserve idriche.
Per poter analizzare questa risorsa il progetto ha utilizzato la Carta Ecopedologica d’Italia integrata da
informazioni provenienti da diversi punti di sondaggio in corso per la realizzazione della carta pedologica
della regione, in scala 1:250000.
248
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
Questi i parametri analizzati:
3.5.1- Profondità del suolo.
Sono state individuate 4 classi di profondità a cui sono stati attribuiti gli score secondo la metodologia delle
ESAs
Fig. 13- carta della profondità media pesata dei suoli
Dalla carta della profondità media pesata dei suoli si osserva che nel territorio regionale non sono presenti
aree ad alta criticità (ossia con profondità < 30 cm) in cui la scarsa profondità del suolo determina la
presenza di vegetazione erbacea o arbustiva e quindi una scarsa protezione contro fenomeni erosivi. Nel
territorio del bacino del Serchio si hanno in prevalenza suoli profondi: i valori maggiori si riscontrano nelle
zone appenniniche e collinari dove la pendenza dei versanti influisce sul run off di terreno a valle.
La morfologia e la particolare orografia del territorio del bacino del Serchio concorrono a determinare la
vulnerabilità del territorio a fenomeni di tipo idro-meteorico e quindi a fenomeni erosivi.
Esposizione dei versanti: i versanti meridionali sono esposti a un flusso di radiazione solare che determina
condizioni microclimatiche sfavorevoli alla rigenerazione della vegetazione naturale una volta rimossa
dall’azione diretta o indiretta dell’uomo
249
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
Fig. 14- esposizione dei versanti nel bacino del Serchio
250
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
Pendenza del terreno: riduce la capacità di assorbimento aumentando la percentuale di run-off rispetto alla
quantità di precipitazione che si infiltra nel terreno
Fig. 14- acclività nel bacino del Serchio
Classi di acclività (°) Area (kmq)
0-8
360,53
9-20
343,45
21-30
420,98
31-43
391,62
44-89
109,15
251
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Integrazioni – Documento 1
3.5.2- Tessitura del suolo
L’analisi della tessitura è fatta sulla frazione di terreno costituito da particelle con diametro inferiore a 2
mm.
La sabbia comprende particelle aventi diametro compreso fra 2 e 0.02 mm, il limo tra 0.02 e 0.002 mm,
l’argilla particelle di diametro inferiore a 0.002 mm. In base alla percentuale di particelle con dimensioni
diverse si possono avere vari tipi di suoli.
Legenda:
F = terreni franchi
FSA = terreni franco-sabbioso-argillosi
FS = terreni franco-sabbiosi
SF = terreni sabbioso-franchi
FA = terreni franco-argillosi
AS = terreni argillo-sabbiosi
FL = terreni franco-limosi
FLA = terreni franco-limoso-argillosi
A = terreni argillosi
AL = terreni argillo-limosi
S = terreni sabbiosi
Fig. 16- tessitura media pesata dei suoli
Dalla carta di cui alla figura 16 le zone più vulnerabili risultano quelle costiere dove i suoli presentano
prevalentemente tessitura sabbiosa che favorisce i fenomeni erosivi (ridotta capacità di trattenere l’acqua,
una scarsa plasticità , incoerenza). Anche i suoli eccessivamente argillosi che tendono a diventare duri e
compatti allo stato secco aumentano l’efficacia dei fenomeni erosivi.
Nel bacino del Serchio risultano quindi a rischio non soltanto le coste sabbiose del litorale lucchese e pisano
ma anche alcune zone del sottobacino del Lago di Massaciuccoli comprese in particolare nell’ansa del
Serchio a Vecchiano . Studi specifici (Penny Anderson Associates- Parco Regionale Miglliarino-S. RossoreMassaciuccoli, 1997) hanno infatti dimostrato che gran parte del run off di sedimenti e nutrienti, che
costituiscono causa primaria del grave stato di eutrofizzazione delle acque, avviene nella bonifica agricola
meridionale del Lago a causa della particolare tessitura dei suoli e delle lavorazioni meccaniche utilizzate in
relazione alle colture prevalenti,.
252
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
3.5.3- Drenaggio dei suoli
Il drenaggio è un fattore importante per evitare ristagni d’acqua e quindi eccessi di umidità che possano
limitare lo sviluppo vegetale e per evitare processi erosivi su versanti a forte pendenza.
Fig. 17- Drenaggio medio pesato dei suoli
La carta del drenaggio medio pesato dei suoli
rivela un drenaggio buono su quasi la totalità del
territorio del bacino del Serchio.
3.5.4-Pietrosità dei suoli
Per pietrosità si intende la percentuale di pietre o altro materiale di dimensione superiore a 2 mm presenti
sulla superficie del suolo. In base alle dimensioni dei frammenti si possono distinguere diverse classi di
pietrosità:
Ghiaie
20-75 mm
Ciottoli
76-250 mm
Pietre
251-500 mm
Blocchi …
> 500 mm
Una pietrosità moderata può avere degli effetti positivi sul terreno, permettendo la conservazione
dell’umidità in condizioni di stress idrico moderato, come quello che si può avere in primavera ed inizio
estate. Al contrario, l’eccessiva presenza di frammenti di roccia incoerente favorisce il ruscellamento
superficiale e l’erosione, riducendo fortemente lo spessore di suolo ed accentua, soprattutto in climi
mediterranei, la perdita di acqua per evaporazione.
253
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
Nel territorio
del
bacino
del Serchio,
così come nella maggior parte del territorio
regionale, si osserva una pietrosità pressoché
assente. Sul crinale appenninico sono presenti suoli
poco pietrosi (<20%).
Fig. 18- pietrosità dei suoli
3.5.5.- Lo scheletro del suolo
Lo scheletro si riferisce agli elementi litoidi presenti nel suolo, con diametro superiore a 2mm. Un terreno
con una buona percentuale di scheletro è un terreno ben areato, con caratteristiche di porosità,
permeabilità e circolazione delle soluzioni tali da consentire la crescita delle piante e lo sviluppo radicale in
profondità.
Nel territorio del bacino del Serchio si ha una
notevole diversificazione dei suoli per quanto
riguarda la presenza di scheletro. Si osserva che
i punteggi più alti (corrispondenti a una
colorazione più scura) e quindi le condizioni
peggiori si hanno nelle valli e nelle pianure a
carattere fortemente agricolo e lungo le coste.
Sulle apuane e sui crinali appenninici
Fig. 19- scheletro dei suoli
254
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
3.5.6- L’indice di qualità dei suoli
Dall’aggregazione degli indicatori relativi alla Profondità,alla Tessitura, al Drenaggio, alla Pietrosità e allo
Scheletro, si ricava l’indice di qualità dei suoli (SQI) rappresentato dalla seguente carta.
Fig. 20- indice di qualità dei suoli
La cartografia evidenzia una certa vulnerabilità dei suoli lungo il litorale lucchese e pisano e lungo alcuni
crinali apuani al confine tra la Provincia di Lucca e di Massa.
4- Il rischio idraulico e idrogeologico nel bacino del Serchio
La particolare posizione del bacino, allungato rispetto al mare e le particolari caratteristiche geografiche ed
orografiche fanno sì che l'area sia una delle più piovose d'Italia con piogge la cui intensità supera, sui rilievi
apuani, i 3.000 mm annui. Tale situazione, in aggiunta alle caratteristiche geomorfologiche del bacino,
rende il bacino tra le aree a maggiore pericolosità idrogeologica della Toscana e d'Italia. A causa di tale
grado di pericolosità sono state perimetrate ed individuate dall'Autorità di Bacino, nel Piano Straordinario
contro il rischio idrogeologico e nel progetto di Piano Assetto Idrogeologico (P.A.I.), aree a diversa
pericolosità idrogeologica e su di esse sono state apposte delle specifiche norme di piano che, in alcuni casi,
prevedono l'inedificabilità del territorio.
Come riportato nel cap. 2.2.6 del Rapporto Ambientale, ai sensi dell’art. 17 della L.183/1989, l’Autorità di
Bacino del Serchio, ha adottato con Deliberazione n° 132 del 05/10/2004 il Piano di Bacino stralcio Assetto
Idrogeologico (P.A.I). Lo stesso è stato approvato dal Consiglio Regionale della Toscana con Del CR n° 20 del
01/02/2005. Nel suddetto Piano sono state individuate e cartografate, le aree a diverso grado di
pericolosità sia idraulica che da frana e, per ciascuna area, sono state adottate specifiche norme vincolanti
255
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
finalizzate ad azioni di tutela e di indirizzo, in funzione della pericolosità stessa. Oltre alle “norme” fanno
parte della normativa di attuazione del piano anche le “direttive”, atti di indirizzo e coordinamento a
contenuto prevalentemente tecnico organizzativo, tese a uniformare il comportamento degli Enti cui sono
indirizzate, aventi carattere vincolante, a meno di esplicita diversa definizione, per gli Enti cui sono
destinate e le “raccomandazioni”, atti a contenuto tecnico – amministrativo, tesi ad indirizzare l’attività
degli enti coinvolti nella realizzazione degli obiettivi del piano.
Il piano contiene poi un elenco di interventi strutturali sia carattere generale (sistemazioni idraulico
forestali, etc.), sia finalizzati alla mitigazione del rischio idraulico e, più in generale, alla riduzione del rischio
idrogeologico.
Rischio idraulico e da frana
Nel bacino del fiume Serchio sono state perimetrate nel Piano Assetto Idrogeologico aree ad elevata (P4) e
media (P3) probabilità d'inondazione per 126,3 Km² (8 % della superficie dell'intero bacino e circa il 38 %
delle aree di pianura), dei quali circa 12,8 Km² si riferiscono alle aree golenali e/o alvei attivi dei corsi
d'acqua. In tale aree è previsto un regime di salvaguardia che prevede, nelle situazioni più gravi,
l'inedificabilità del territorio.
A tal riguardo si rileva che il problema connesso al rischio idraulico nel bacino del fiume Serchio ha inoltre
rilevanti ripercussioni per quanto riguarda l'aspetto socio-economico. Si rileva, infatti, che la maggior parte
degli insediamenti, sia abitativi sia industriali, è situata nelle zone di pianura o di fondovalle dove il
territorio è stato in larga parte "consumato" dagli insediamenti stessi.
In particolare si rileva che numerose sono le industrie installate nelle zone a pericolosità idraulica, che a
volte costituiscono vere e proprie aree industriali (aree industriali di Castelnuovo Garfagnana, Socciglia,
Diecimo, Celetra, Val Freddana, etc.). Tali industrie, che rappresentano un'importantissima risorsa
economica per tutta l'area essendo tra le aree a maggior peso nell'economia provinciale, sono condizionate
nel loro sviluppo dalla mancanza di possibilità d'espansione. Tale necessità degli insediamenti industriali,
unitamente, seppur in modo minore, a quella degli insediamenti abitativi, provoca un'importante pressione
sulle aree di pertinenza fluviale ancora libere, che dovrebbero essere invece salvaguardate come zone di
naturale espansione dei corsi d'acqua e per la realizzazione di interventi idraulici volti alla mitigazione del
rischio (casse di espansione).
La superficie totale delle aree a molto elevata (P4) ed elevata (P3) pericolosità di frana è di circa 162,6 Km²
(il 10 % della superficie dell'intero bacino) dei quali 15 Km² come frane attive, 96 Km² come frane
quiescenti, oltre a circa 51 Km² di aree potenzialmente franose.
In tali aree, perimetrate nel Piano stralcio Assetto Idrogeologico, si applicano specifiche norme di piano.
In particolare tra le frane censite si rileva che sono state evidenziate 74 frane a rischio molto elevato (R4)
ed elevato (R3) per l'incolumità delle persone e delle attività umane, che richiedono interventi prioritari.
Dall’analisi delle specifiche cartografie allegate al PAI si ricava che le aree a rischio elevato di frana (P3)
sono localizzate prevalentemente in territori montani mentre quelle a rischio idraulico elevato si trovano
nei territori di pianura del fondovalle.
Superficie complessiva Bacino Serchio: 1625 kmq
Di cui:
Area di pianura del fondovalle: 330 kmq (20,3%)
Area “montuosa”: 1295 kmq (79,7%)
Aree a rischio frana elevato /”area montuosa” bacino
281kmq/1295kmq=
Serchio)
Aree a rischio idraulico elevato /”area di pianura” bacino 146kmq/ 330kmq=
21,70%
44,24%
256
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
Serchio
Si osserva che i territori del fondovalle sono interessati in maniera significativa da un elevato rischio
idraulico. Nei territori montani, che costituiscono la maggior parte del territorio compreso nel perimetro
del bacino del Serchio, invece la percentuale di aree a rischio frana elevato risulta abbastanza modesta.
5- La problematica della subsidenza nel distretto
Il problema della subsidenza interessa principalmente la parte orientale della piana di Lucca nei Comuni di
Capannori, Porcari e Bientina, ed è indotta dai prelievi di acqua dal sottosuolo per emungimenti
concentrati, che superano le disponibilità idriche della falda, dagli acquedotti di Paganico, del Pollino e delle
Cerbaie e dai prelievi industriali nella zona di Capannori – Porcari.
Questo fenomeno si è manifestato visivamente almeno dal 1987, con crepacciamenti nel terreno e lesioni
agli edifici. Dal 1990 le Autorità di Bacino del Serchio e successivamente dell’Arno hanno cercato di
contribuire alla risoluzione del problema: di concerto con i Ministeri dei Lavori Pubblici e dell’Ambiente,
nonché della Regione Toscana, sono stati finanziati diversi interventi che, collegati tra di loro, avrebbero
dovuto risolvere il problema o almeno attenuarlo fino a dimensioni accettabili:
L’acquedotto intercomunale Lucca – Capannori, alimentato da nuovi pozzi in subalveo del Serchio a S.
Pietro a Vico, che, oltre a dare acqua ad una zona sprovvista di acquedotto,avrebbe ridotto gli emungimenti
localizzati a Paganico;
L’acquedotto industriale per il riuso delle acque reflue del depuratore di Casa del Lupo, che avrebbe dovuto
diminuire gli emungimenti per uso industriale;
Il cosiddetto “Tubone”, che consiste in una derivazione di acqua dal Serchio per 450 litri al secondo,
costituito da un tratto a cielo aperto preesistente (Canale Nuovo da Ponte a Moriano a Camigliano) e da
una condotta interrata da Camigliano a Casa del Lupo. Tale opera avrebbe fornito, con esclusione dei mesi
estivi, un quantitativo d’acqua ritenuto sufficiente a diminuire ulteriormente i prelievi dalla falda. Infatti
con i 450 litri al secondo del “Tubone” e gli altri interventi ricordati sarebbe possibile abbattere gli
emungimenti in atto di una quota di circa il 50%.
Tali opere, ad oggi, risultano funzionanti in minima parte.
Per quanto riguarda il “Tubone”, a lavori conclusi è stata prospettata l’opportunità di provvedere a
sostituire il Canale Nuovo (a cielo aperto e nato per usi irrigui) con una condotta dedicata da realizzare nel
tratto da Ponte a Moriano a Camigliano per garantire un afflusso di acqua costante, pur con esclusione dei
mesi estivi. Inoltre, per sostituire in parte gli emungimenti per uso potabile, è necessaria la realizzazione di
un impianto di potabilizzazione nei pressi del recapito finale del “Tubone”, nella zona di Casa del Lupo. E’
ritenuto necessario pertanto reperire nuove risorse finanziarie stimabili in alcuni milioni di euro.
Nel frattempo, con l’istituzione degli ATO (Ambiti Territoriali Ottimali per la risorsa idrica) e delle relative
società di gestione, i referenti non sono più solo gli Enti Pubblici, ma anche i privati. La società Acque SpA
(gestore dell’ATO 2, competente territorialmente per i Comuni di Capannori, Porcari e Bientina) ha
presentato un progetto per l’utilizzazione di un quantitativo d’acqua pari non più ai 450 litri/secondo già
assentiti, ma di circa 1000 litri/secondo, con la costruzione di un “Tubone 2” e con l’aggiunta di un
potabilizzatore a Casa del Lupo per avviare parte di tale acqua verso gli acquedotti del Pollino (Pescia Montecatini – Monsummano) e delle Cerbaie (Bientina - Pontedera – etc.).
L’alternativa è rappresentata dal reperimento delle risorse mancanti, già sopra quantificate, mediante
ulteriori finanziamenti pubblici, (per realizzare il tubo sostitutivo del Canale Nuovo ed un modulo di
potabilizzazione) al fine di garantire la funzionalità del sistema ad oggi realizzato (con utilizzo dei 450
litri/secondo di acqua derivata dal fiume Serchio attraverso il “Tubone”).
257
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
In questo scenario è fondamentale la individuazione del quantitativo d’acqua derivabile dal fiume Serchio.
A questo proposito è importante ricordare che la portata media annuale del fiume è di circa 46 metri
cubi/secondo, che la portata “minima vitale” all’altezza di Ponte a Moriano, da garantire al fiume, è di circa
6,5 metri cubi/secondo e che a Ripafratta, dove si dispone di misurazioni storiche, la portata del Serchio è
inferiore al “deflusso minimo vitale” per circa 40 giorni l’anno.
Questo fatto conferma che qualsiasi derivazione dal fiume deve essere effettuata con esclusione dei mesi
estivi, approssimativamente nel periodo 15 giugno – 15 ottobre. In merito al quantitativo di acqua
derivabile nei restanti mesi dell’anno occorre tenere in considerazione che il regime idrico attuale permette
il rifornimento degli acquedotti di subalveo del Serchio posti a valle di Ponte a Moriano (S. Pietro a Vico,
Salicchi, S. Alessio e Filettole, che riforniscono rispettivamente i territori di Lucca, Pisa e Livorno), oltre che
la ricarica della falda della piana di Lucca, alimentata come è noto dal fiume, pensile sulla pianura. Obiettivo
dell’Autorità di Bacino del Serchio è di garantire il mantenimento di un così importante equilibrio idrico.
Per questo motivo è necessario far funzionare quanto prima il complesso delle opere realizzate,
comportanti la derivazione dal Serchio dei 450 litri/secondo già assentiti e monitorarne gli effetti indotti su
tutte le componenti del sistema idrogeologico. Solo con una adeguata scorta di dati sperimentali sulla
risposta del sistema complessivo, potrà essere affrontata l’ipotesi di un eventuale incremento della portata
derivata.
258
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
6- Erosione della costa
Nel Cap 2.2.3 del Rapporto Ambientale è stato analizzato il problema dell’erosione costiera che, nel periodo
1980-2000, ha interessato 214 km2, coinvolgendo un’estensione lineare totale di 125 chilometri di costa.
La tutela dell’ambiente marino e costiero e quindi l’equilibrio idrogeologico delle aree costiere è uno degli
impegni prioritari assunti dalla Regione Toscana negli ultimi anni.
Con Del G.R. n° 1214/2001 è stato approvato il piano regionale di gestione integrata della costa ai fini del
riassetto idrogeologico e nel 2002 è stato firmato il protocollo di intesa con le Province costiere per il
completamento del quadro conoscitivo della costa e l’attuazione degli interventi di recupero e riequilibrio
del litorale. I risultati dello Studio e ricerca per l’implementazione del quadro conoscitivo della costa
toscana nell’ambito del Piano regionale di Gestione integrata della Costa svolto tra il 2005 e il 2008 per
conto della Regione Toscana, da incaricati esterni (soc TEI S.p.A., D.E.A.M. s.r.l., HYDEA s.r.l., GEOSYSTEM
PARLMA s.r.l., S.T.G) hanno rivelato che a Nord della Toscana, i maggiori fiumi (Versilia, Serchio, Arno,
compresi nella Unità Fisiografica n°1) hanno un apporto sostanziale di sabbie alla costa variabile tra i 20000
e i 100000 mc medio annui. L’evoluzione del litorale comunque non dipende soltanto dall’apporto fluviale
ma anche da fattori locali come le caratteristiche meteo marine e idrodinamiche oltre che dalla presenza di
strutture o dalla morfologia dei fondali.
A causa dell’orientazione della costa e del settore di esposizione, il trasporto longitudinale lungo questo
tratto del litorale tirrenico risulta rilevante. Le opere di difesa realizzate nel tempo, interferendo con i
processi naturali, hanno spesso indotto effetti positivi locali ma hanno favorito l’erosione delle spiagge
contigue.
Per il tratto che da Porto di Viareggio giunge fino alla Foce del Fiume Morto è previsto un generale
avanzamento della linea di costa dal porto fino a Bocca di Serchio, mentre tra il Serchio e il Fiume Morto è
probabile un consistente arretramento, con il rischio di perdita del cordone dunale e di intrusione di acqua
salata nelle Lame (aree umide ricomprese nella Ree Natura 20000 e nel territorio del parco regionale
Migliarino- S. Rossore Massaciuccoli). A nord della Foce dell’Arno, tra Marina di Pisa e le spiagge del
Gombo, nella Tenuta di S. Rossore, invece, si registrano importanti fenomeni erosivi
Il Piano Regionale di Azione Ambientale (PRAA) 2007-2010 nell’ambito dell’area di azione prioritaria
“Natura, biodiversità e difesa del suolo” esplicita il macrobbiettivo “Mantenimento e recupero
dell’equilibrio idrogeologico e riduzione dell’erosione costiera” e prevede azioni volte a garantire
l’equilibrio della dinamica costiera, il recupero e la tutela del patrimonio costiero anche in riferimento alle
zone umide e per mantenere l’attrattività dei litorali che hanno un importante ruolo per l’economia del
turismo regionale.
Il Progetto Beachmed (INTERREG IIIB Medoc e INTERREG IIIC sud) si propone il recupero ambientale e la
manutenzione dei litorali in erosione mediante l’impiego di depositi di sabbie marine. Per raggiungere tale
scopo i diversi soggetti coinvolti sono impegnati per progettare e realizzare strumenti tecnici per la
caratterizzazione del fenomeno erosivo a scala mediterranea e per un uso sostenibile delle risorse. Si
realizza attraverso 4 misure:
il monitoraggio dell’erosione (OpTIMAL: Ottimizzazione delle Tecniche Integrate di Monitoraggio Applicate
ai Litorali)
l’erosione e i cambiamenti climatici (NAUSICAA): caratterizzazione delle condizioni idro meteorologiche dei
litorali; analisi dei rischi costieri e comportamento delle opere di difesa; studio delle dinamiche di praterie
di Posidonia oceanica)
la ricerca di giacimenti sabbiosi sottomarini(ReGiacimenti di Sabbie Sottomarine nel Mar Mediterraneo)
lo sfruttamento sostenibile (EuDREP: Compatibilità Ambientale delle Attività di Dragaggio e Ripascimento)
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Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
La regione Toscana, inoltre, ha aderito al progetto UE Eurosion (2002-2004) per la gestione sostenibile delle
coste
(www.eurosion.org).
Alcuni
dati
sono
disponibili
e
scaricabili
dal
sito
http://www.eea.europa.eu/data-and-maps/data#c5=all&c11=climate&c17=&c0=5&b_start=5.
Le seguenti mappe sono state ricavate dal sito http://www.eurosion.org/reports-online/part2.pdf
260
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
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7- Fenomeni di salinizzazione
Lungo la costa nella pianura versiliese, in prossimità del bacino del Lago di Massaciuccoli, si ha una elevata
densità abitativa, che aumenta nel periodo estivo per i flussi turistici balneari e, nelle aree di bonifica
meccanica, si trovano estese superfici coltivate intensivamente in prevalenza a cerealicole. Nel documento
”Nuovi studi sulla crisi idrica e sulla salinizzazione a Viareggio e in Versilia” (S. Cavazza, P. Cortopassi, A.
Crisci, G. Duchi, A. Pardossi, J. Simonetta, 2002) si ricava che l’acquifero sfruttato dai numerosi impianti di
emungimento è quello superiore, caratterizzato da sabbie e sabbie limose che presenta, dopo i primi 13-18
metri, una diminuzione granulometrica. Esso è alimentato prevalentemente in sotterraneo: la ricarica
avviene dai contrafforti collinari che “travasano” elevate quantità di acqua attraverso i depositi di conoide
sepolti che quindi poi le cedono alle adiacenti sabbie marine e dall’alimentazione proveniente dal sistema
di faglie profonde presenti al margine pedecollinare, da dove masse d’acqua risalgono dalle profondità,
riversandosi nei livelli più permeabili. Il flusso delle acque sotterranee è fortemente richiamato verso l’area
“depressa” caratterizzata dalle ex cave di sabbia silicea seguendo il gradiente piezometrico esistente. La
pianura meridionale della Versilia risulta particolarmente interessata dai fenomeni di ingressione marina,
sia di natura sotterranea sia superficiale lungo i corsi d’acqua defluenti in mare.
I prelievi idrici a uso irriguo effettuati direttamente negli alvei dei canali (Sassaia-Farabola, Burlamacca in
particolare) contribuiscono ad aumentare la salinità dei terreni interessati dalle colture.
Il pompaggio di acqua eccessivo da pozzi perforati negli acquiferi costieri provoca a una risalita verso l’alto
dell’acqua salata e quindi una diffusione della stessa anche ai livelli superiori dove si trovano gli acquiferi
alluvionali che presentano peraltro un coefficiente di permeabilità orizzontale maggiore rispetto a quello
verticale.
262
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
8- La vegetazione
La vegetazione esercita una notevole influenza sulla conservazione della fertilità del suolo.
Essa risente di fenomeni climatici estremi come la siccità ed è vulnerabile al rischio incendi ma protegge
dall’erosione sia attutendo l’impatto della pioggia sul terreno mediante le foglie e quindi il ruscellamento
superficiale, sia attraverso l’apparato radicale che migliora la struttura del suolo.
L’analisi del trend dell’ NDVI (Normalized Difference Vegetation Index) nel mese di Agosto, ha mostrato per
il periodo 1986-2003 una diminuzione della copertura vegetale in alcune aree della Toscana. I dati sulle
precipitazioni mostrano che negli ultimi 10 anni si sono intensificati i fenomeni siccitosi invernali, e la
conseguente riduzione della copertura vegetale in primavera ed estate è la risposta a questo fenomeno.
Fig. 21- copertura vegetale dei suoli
Dalla cartografia risulta evidente che nel bacino del Serchio si è avuta prevalentemente un aumento della
copertura vegetale, soprattutto nella provincia di Lucca. Diminuzioni si rgistrano invece nella zona al
confine con la Provincia di Pisa in prossimità dell’area del Massaciuccoli e lungo la fascia costiera in cui
ricade buona parte del Parco Regionale Migliarino-S. Rossore-Massaciuccoli. A tal proposito si tenga in
considerazione che uno dei fattori di maggior impatto sulla vegetazione costiera è rappresentato dal
fenomeno dell’aerosol marino che ha determinato il deterioramento di estese pinete litoranee, da alcune
patologie di recente propogazione e da problemi di cuneo salino. Di seguito è descritto nel dettaglio l’uso
del suolo nel bacino nel periodo 1990-2005.
263
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
8.1- Analisi dell’uso del suolo nel Bacino del Serchio
Sono stati analizzati in modo comparativo i dati del progetto Corine Land cover relativi agli anni 1990-20002006 e ritagliati sul limite amministrativo del Bacino del Serchio utilizzando gli shp.file disponibili e
scaricabili dal sito web dell’ISPRA.
Dai grafici e dalla tabella seguente si ricavano i trend per le diverse tipologie di uso del suolo
Il disboscamento provoca l’asportazione degli orizzonti organici di superficie che sono responsabili della
regimazione dei deflussi idrici e dell’attività biologica del suolo. Questo determina una forte riduzione della
capacità di ritenzione dell’acqua da parte del suolo e quindi diminuisce la capacità di ricarica delle falde.
Peggio ancora se dopo il disboscamento si ha un pascolamento
Ii boschi di alto fusto sono più efficienti dei cedui in tutte quelle funzioni di copertura e protezione del
suolo, regimazione delle acque e prevenzione dei dissesti
264
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
Il governo a ceduo i tagli sono ravvicinati (turno breve) e comportano un denudamento del terreno
Anche il decespugliamento che viene effettuato per ridurre il rischio incendio e facilitare la rinnovazione
naturale dei boschi sembra determinare un aumento dell’erosione dei suoli dal momento che provoca il
denudamento dei terreni
265
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
1990
2000
2006
111
Zone
urbanizzate
5658
5648
6244

112
121
Territori
modellati
122
7749
artificialment
e
7455
Zone
industriali,
commerciali e
1404
reti
di
comunicazion
e
8898
1188
1901

123
131
141
390,53 386,08

Territori
agricoli
32603 32609
31376

423,279
7
Aree
estrattive
233
330

Zone
verdi
artificiali non 297
agricole
142
211
e
Seminativi
Tessuto
urbano
continuo
Tessuto
urbano
discontinuo
Aree
industriali
o
commercial
i
Reti
stradali e
ferroviarie
e
spazi
accessori
Aree
portuali
1990
2000
2006
Tren
d
385,79
424,73
385,79

5272,56 5223,68
5858,01
998,09
775,06
1478,56
356,09
358,6
380,5
49,48
53,85
42,02
390,53
386,08
423,28

Zone
estrattive,
discariche
cantieri
Livello 3

Livello 2

2006

2000
Corine Land Cover (ha)
Tren
d
9098,6 8984,69 8806,65

7
7
5


1990
Corine Land Cover (ha)
Tren
d
Aree verdi
235,45 233,07
urbane
Aree
sportive e 61,26
ricreative
Seminativi
9098,67 8984,70
in aree non
229,67

99,8423

Corine Land Cover (ha)
Cod
Livello 1
.
8806,66 
266
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
Livello 2
1990
2000
2006
221
222
Colture
permanenti
4266
4655
4087

223
231
Prati stabili
1387,1
1177,87
1879,46

3
2
242
Zone agricole
17852
eterogenee
17090
17304

243
311
Territori
e 11996
313 boscati
120157 119620 
6
ambienti
semi naturali
321
Zone boscate 106391 104728
106598

312
Zone
caratterizzate
da
11065
vegetazione
arbustiva e/o
12116
10823

Livello 3
irrigue
Vigneti
Frutteti
frutti
minori
Uliveti
Tren
d
1990
2000
2006
225,93
292,49
220,015 
58,26
91,84
e

2006
3981,48 4271,08
3867,16 
Prati stabili 1387,13 1879,46
1177,87 
Sistemi
colturali e
particellari
permanenti
Aree prev.
occupate
da colture
agrarie,
con spazi
naturali
Boschi di
latifoglie
Boschi di
conifere
Boschi
misti
Aree
a
pascolo
naturale e
praterie
d'alta
9416,21 9748,03
8955,15 
8435,41 7341,80
8349,11

2000
Corine Land Cover (ha)
Tren
d
86027,7
86091,9
84066,95
3
9
4639,82 5630,31
4608,75 
15723,6
15897,7
15030,87
5
4
4206,79 4559,16

1990
Corine Land Cover (ha)
Tren
d

Corine Land Cover (ha)
Cod
Livello 1
.
4138,02 
267
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
2006
Livello 2
1990
2000
2006
erbacea
323
324
331
333
334
Zone aperte
con
vegetazione
2510
rada
o
assente
1990
2000
174,88
1644,07
566,56
330,36
2006
Tren
d
quota
322
332
Livello 3
3313
2198

Brughiere e
cespuglieti
Aree
a
vegetazion
e sclerofilia
Aree
a
vegetazion
e boschiva
e arbustiva
in
evoluzione
Spiagge,
dune,
sabbie
Rocce
nude,
falesie,
rupi,
affioramen
ti
Aree con
vegetazion
e rada
Aree
percorse da
incendi

2000
Corine Land Cover (ha)
Tren
d
555,85

1990
Corine Land Cover (ha)
Tren
d
6116,65 5582,68
6128,98
729,18
555,35
386,95
431,46
678,854
431,463 
1349,63
1590,997
1380,02 
5

Corine Land Cover (ha)
Cod
Livello 1
.
487,5285


268
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
886,07
869,56 905,55
7
6
511
Corpi idrici
1432
1426
Livello 2
1422
2006
1426
1642


512
523
2000
Zone umide
886,07 869,567 905,556
interne
Acque
continentali
1642
1990
Acque
marittime
9,62

Livello 3
1990
2000
Paludi
886,07 869,567
interne
Corsi
d'acqua,
154,19 152,1685
canali
e
idrovie
Bacini
1267,90 1273,336
d'acqua
Mari
e
9,62
oceani
2006
905,556
Tren
d

411 Zone umide
2006
Corine Land Cover (ha)
Tren
d
381,141

2000

1990
Corine Land Cover (ha)
Tren
d

Corine Land Cover (ha)
Cod
Livello 1
.
1260,76

6

Complessivamente si osserva un incremento dei territori modellati artificialmente e un decremento sia dei territori agricoli che dei territori boscati dal 1990 al
2006 con oscillazioni (molto probabilmente dovute a diverse metodologie di calcolo) tra il 2000 e il 2006.
Per quanto riguarda le zone agricole diminuiscono le superfici a seminativo e a prato stabile e, in parte anche le colture permanenti.
L’estensione delle aree boscate aumenta e anche, nelle zone caratterizzate da vegetazione arbustiva e/o erbacea, si osserva un incremento delle aree a
vegetazione boschiva e arbustiva in evoluzione e dei cespuglieti a discapito delle zone aperte (radure intrasilvatiche e praterie di crinale e prati pascolo).
Questo dato, insieme a quelli di natura economica, indica la situazione di progressivo abbandono delle tradizionali attività agro-pastorali soprattutto nelle aree
montane, con progressiva colonizzazione degli spazi aperti da parte di vegetazione arbustiva e poi arborea, con perdita di biodiversità (si pensi alla ricchezza in
specie delle praterie primarie e secondarie), di eterogeneità del mosaico paesaggistico e dell’importante funzione di presidio a difesa del suolo mediante opere
di sistemazione agraria e di regimazione idrualica.
Aumentando il consumo di suolo a fini urbanistici, sia residenziali che produttivi e, conseguentemente aumentando la rete di infrastrutture, crescono le
pressioni dirette e indirette sulle risorse ambientali:in primo luogo le emissioni in atmosfera, sia da sorgenti diffuse che puntuali che lineari, ma anche i consumi
di energia e i fabbisogni idrici, l’aumento della produzione di rifiuti.
269
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
8.2- Alcuni indicatori
8.2.1- L’indicatore di protezione dall’erosione
Il valore di tale indicatore è strettamente dipendente dal grado e dal tipo di copertura (erbacea, arbustiva o
arborea), dalla struttura del popolamento e dalle specie.
Utilizzando come base cartografica tematica il CORINE Land Cover al 4° livello, tutte le classi relative alla
vegetazione naturale e non sono state riclassificate tra 1 e 2 riprendendo la classificazione adottata nel
Progetto DISMED e adattandola alle caratteristiche del territorio toscano.
Fig. 22- Protezione dall’erosione
Si osserva che nel bacino del Serchio si hanno valori dell’indicatore < = a 1,5.
I valori più alti si riferiscono alle aree agricole, dove le coltivazioni, per lo più di tipo erbaceo, e le cure
colturali messe in atto danno al terreno una protezione minore.
Anche le colture arboree ed i rimboschimenti hanno un potenziale protettivo ridotto, data la natura
dell’impianto, regolare e/o distanziato e monoplano che non permette un’elevata copertura del suolo.
8.2.2- L’indicatore di resistenza alla siccità
Alcune specie resistono meglio a condizioni di siccità rispetto ad altre; le specie che crescono in ambiente
mediterraneo si sono adattate alle particolari condizioni termo- pluviometriche ed hanno, quindi, una
maggiore resistenza rispetto a specie prettamente montane.
Anche per la definizione della sensibilità della vegetazione alla siccità (Fig. 41) si è ricorso al CORINE Land
Cover, opportunamente riclassificato:
270
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
Fig. 23- resistenza alla siccità
Le aree con il punteggio più alto dell’indicatore corrispondono alla vegetazione con esigenze di fabbisogno
idrico più elevato. Nel territorio del bacino del Serchio si hanno estese zone con media resistenza alla siccità
lungo i versanti montani caratterizzati da boschi di latifoglie e zone che necessitano di una maggiore
disponibilità d’acqua sui crinali montani appenninici; i più alti valori si osservano nelle aree coltivate della
bonifica agricola del Massaciuccoli e della piana di Lucca.
8.3. Gli incendi
Gli incendi boschivi sono strettamente correlati con

l’uso del suolo : la vicinanza di infrastrutture stradali e di aree urbanizzate spesso è causa di un
numero maggiore di inneschi ma sono importanti anche alcune attività esistenti come quella della
pastorizia

le caratteristiche della vegetazione dell’area in cui è avvenuto l’innesco (il grado di infiammabilità
varia da specie a specie)

fattori meteorologici: ad esempio la temperatura,quantità di pioggia caduta (determina un
maggiore contenuto di acqua nel suolo e quindi una maggiore umidità atmosferica), n° di giorni senza
pioggia,radiazione solare. caratteristiche morfologiche del territorio
o pendenza: determina una maggiore propagazione e diffusione dell’incendio per rotolamento verso
valle del materiale incendiato e perché esiste una maggiore probabilità di contatto delle chiome
degli alberi
o esposizione dei versanti: influenza lo stress idrico della vegetazione. Questo perché in genere la
parte rivolta a sud presenta una radiazione solare e una temperatura più alta rispetto alla parte che
guarda a Nord
I danni causati dagli incendi in sintesi risultano i seguenti:
- danno alla produzione legnosa
- danno a prodotti non legnosi (funghi, castagne)
- danno al valore naturale e conservazionistico delle aree incendiate. Gli incendi hanno effetto sulla
composizione floristica, sulla struttura delle comunità vegetali e sulla loro evoluzione e
conseguentemente sugli habitat disponibili per le zoocenosi
271
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
-
più rapida mineralizzazione della sostanza organica rispetto a quella determinata dai processi
naturali, con conseguente perdita di elementi nutritivi per dilavamento o lisciviazione:
predisposizione alla degradazione del suolo- alias desertificazione
- aumento del rischio frane dove il suolo è poco stabile e la roccia non è compatta per azione sulla
struttura del terreno: sigillando i pori e le fenditure, creando una crosta carbonizzata e formando
uno strato idrorepellente si modifica l’infiltrazione dell’acqua;
- danno al turismo e alle attività ricreative
- danno alla produzione di selvaggina per l’attività venatoria
- danni alla funzione di protezione idrogeologica per
- perdita di fertilità del suolo e ritardo nel periodo di ripristino
- Danni alla funzione di protezione dal cambiamento climatico esercitate dalla copertura forestale
per
 Perdita della funzione foto sintetica che garantisce il sequestro della CO2
 Aumento delle emissioni di CO2 per combustione della biomassa legnosa e della materia
organica
 Aumento delle emissioni di gas serra nell’atmosfera (gli incendi provocano emissione di
inquinanti primari come CO2, CO, NOx,CH4,SO2,NH3, idrocarburi diversi dal metano,
polveri sottili o particolato PM2,5 o PM10 e di inquinanti secondari come O3 sia a livello
locale che a notevole distanza dal punto di emissione). Contributo ai cambiamenti
climatici
- Effetti sulla salute delle comunità residenti c/o le aree interessate e su quella degli addetti alle
attività di estinzione
- Le alte temperature hanno effetti negativi anche sulle proprietà chimico-fisiche del suolo (ad es
rendendolo meno permeabile e quindi più esposto a fenomeni erosivi)
Tra il 1970 e il 2006 il numero annuo di incendi superiore a 10000 si verificato ben 13 volte; la situazione
più critica si è verificata nel 1985, per n° di incendi (18664), nel 1993 per superficie boscata percorsa dal
fuoco (116378 ha), nel 1981, per superficie totale interessata (229850 ha). Emblematico il caso dell’anno
2007 in cui le alte temperature che si sono mantenute su valori critici per lungo periodo, hanno predisposto
maggiormente al rischio incendi il territorio italiano.
Rispetto al 2006 si è registrato:
 n° di incendi +70% ;
 + 270% della superficie totale percorsa dalle fiamme,
 + 350% della superficie boscata andata in fumo;
 + 210% superficie non boscata andata in fumo)2 con danni per 3 miliardi di euro, pari al 0,6% del
PIL
La temperatura media globale in costante crescita come accertato dai modelli climatici oggi allo studio (vd
precedente IV Rapporto IPPC) determinerà periodi estivi caratterizzati da siccità ed alte temperature (oltre i
35°C) che predisporranno maggiormente le superfici boscate al rischio incendi.
Nel piano di azione regionale per la conservazione della biodiversità in fase di elaborazione, gli incendi
rappresentano una causa di minaccia significativa sia per i target forestali (target 9,10,11), con particolare
riferimento al target “Foreste e macchie alte a dominanza di sclerofille sempreverdi e latifoglie termofile”
(29% degli habitat e 20% delle specie).
Il progetto Desertnet individua i seguenti indicatori:
2
Dati del Corpo Forestale dello Stato tratti da V. Leone e R. Loveglio “la conoscenza delle motivazioni: la grande
incognita nell’attività di prevenzione”nel volume “Incendi Boschivi- prevenzione, lotta e controllo con i nuovi
strumenti tecnologici”(Ricerca Trasferimento Innovazione n° 8)- 2009 Regione Toscana
272
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
8.3.1- Indicatore di vulnerabilità agli incendi
In base alle classi del CORINE Land Cover si è ricavata la carta della vulnerabilità intrinseca della vegetazione
agli incendi basata sulla diversa infiammabilità delle specie e riclassificata con score 1-2.
Fig. 24- vulnerabilità agli incendi
Si nota che l’indicatore nel territorio del bacino del Serchio presenta i valori più bassi (in genere tra 1 e
1.25).
8.3.2- L’indice di rischio d’incendio
La probabilità che si verifichi un incendio è legata a fattori di natura “antropica” che ne determinano
l’innesco. Ovviamente la propagazione è potenziata da fattori “naturali”come la quota, l’esposizione del
versante e la sua pendenza ma importanti risultano anche dati circa l’uso del suolo, la distanza da strade e
la densità degli abitanti. Per la cstrzione dell’indicatore sono stati utilizzati anche i dati dei punti d'innesco
degli incendi avvenuti negli ultimi 20 anni, digitalizzando le informazioni contenute nelle schede AIB (Anti
Incendi Boschivi) della Regione Toscana.
L'Indice globale è stato realizzato moltiplicando i singoli Fattori riclassificati:
Rischio Incendio Strutturale = F_quota X F_pendenza X F_esposizione X F_uso suolo X F_distanza strade X
F_densità abitanti
273
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
Fig. 25- rischio di incendi
Come da Cap. 2.2.2. del Rapporto Ambientale, il Programma Forestale Regionale 2007-2011 riporta
un’analisi dei dati 1995-2004 da cui risulta che Lucca rientra tra le Provincie più colpite insieme a Pistoia: tra
le aree con gli incendi più rilevanti sono segnalati il comprensorio dei Monti Pisani, la Media valle del
Serchio, l’alta Versilia. Il dato coincide con quanto evidenziato dalla cartografia.
274
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
E’ stato inoltre definito un elenco dei Comuni a maggior rischio (ai sensi del Regolamento Forestale DPGR
48/R del 2003).
Fig. 26- i comuni a maggior rischio incendio nel bacino del
Serchio
La superficie a rischio incendio è pari al 47%
dell’intera superficie del Bacino del Serchio.
8.3.3- La problematica incendi nel bacino del Serchio
Al fine di approfondire la problematica a scala di bacino di seguito si riporta l’elaborazione dei dati forniti
dalla Regione Toscana (Dr Leonardo Franchini) per quanto concerne le province di Pisa, Pistoia e Lucca.
Dalle tabelle sono stati estratti i Comuni di interesse e, per quelli che ricadono solo parzialmente nel
bacino, è stata verificata l’ubicazione delle località indicate. Trattandosi spesso di toponimi di non facile
reperimento, si può ipotizzare una minima imprecisione su alcuni comuni (in particolare Lucca, Capannori,
Minucciano); per località poste in prossimità dei limiti amministrativi di bacino si è preferito includere i dati.
I dati sono stati archiviati per data dell’evento, comune, località estensione della superficie incendiata
(suddivisa tra le tipologie “boscata” e “non boscata”)
8.3.3.1 Provincia di Pistoia
Il grafico seguente mostra una crescita progressiva nel n° di incendi nei comuni della provincia di Pistoia
compresi nel Bacino del Serchio. Si tratta di territori montani posti lungo la parte più settentrionale della
vallata del T. Lima, caratterizzati da estese aree boscate (vd Cap su Bilancio CO2) e di aree in cui sono
ancora presenti attività agrosilvo pastorali tradizionali.
Il Comune di Pescia è inserito per quanto concerne la porzione più settentrionale della valle del T. Pescia,
lungo la linea spartiacque con il T. Lima (loc Le Pracchie) dove sono ancora praticate attività agro-silvopastorali tradizionali.
275
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
Il grafico precedente evidenzia che in alcuni anni (2003 e 2008) gli incendi delle aree non boscate spesso
risultano più estesi di quelli delle aree boscate. Dal grafico seguente si osserva che tali eventi si verificano
prevalentemente nel Comune di S. Marcello Pistoiese dove si ha anche il maggior n° di interventi. Spesso le
superfici non boscate interessate dagli incendi risultano non particolarmente estese (anche per la
possibilità di attuare spesso uno spegnimento efficace con più facilità) rispetto alle aree boscate.
276
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
Interessante osservare che nell’area montana, complessivamente nel decennio, il maggior n° di incendi si
colloca nei mesi tardo invernali (febbraio- metà di marzo).
277
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
8.3.3.2- Provincia di Lucca
Anche in Provincia di Lucca, il n° di incendi che interessano il Bacino del Serchio registra un picco nel 2003
(anno particolarmente arido) e poi mostra un trend crescente dal 2004 al 2009.
Il grafico seguente mostra che, nonostante l’alto indice di boscosità del Bacino (dal 66% a circa il 72% come
calcolato dalla carta forestale del 2005, vd Cap 2.2.1 della relazione sullo stato dell’ambiente del Rapporto
Ambientale) la maggior parte degli incendi interessa zone non boscate.
278
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
I comuni in cui si osserva il n° massimo di incendi su superfici non boscate sono quelli di Pescaglia, Stazzema
e Camaiore e interessano i crinali apuani compresi tra la zona delle Panie e la porzione più meridionale con
il Monte Prana e le aree di Campo all’Orzo. Qua si trovano ancora numerose attività pastorali, con
conduzione dei greggi allo stato brado e gestione del pascolo anche mediante frequenti incendi delle aree
aperte per evitare la colonizzazione dell’arbusteto e “rinnovare” la produzione erbacea. Si tenga conto che i
suddetti crinali risultano compresi in Siti della Rete Natura 2000 e parzialmente nel territorio del parco
Regionale delle Alpi Apuane e sono vigenti specifiche norme che vietano tale pratica.
Il Comune di Bagni di Lucca risulta quello caratterizzato dalla maggiore boscosità (vd Cap XX sul bilancio
della CO2) e presenta ancora un’economia caratterizzata dalla presenza di numerose attività agro-silvopastorali. Gli incendi riguardano sia superfici boscate che superfici non boscate. Diversa la situazione per
Massarosa dove gli incendi riguardano in parte le zone boscate collinare e in parte le aree di bonifica del
lago e Padule di Massaciuccoli (che rientrano quasi interamente nel territorio del parco Regionale
Migliarino-S. Rossore-Massaciuccoli e nel SIR-SIC-ZPS “Lago e Padule di Massaciuccoli”).
279
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
Se si osserva l’andamento mensile degli incendi sull’intero decennio si osserva che questi interessano
prevalentemente aree non boscate nei mesi invernali (da gennaio a marzo, con picco in febbraio) e le aree
boscate nei mesi estivi (da luglio a settembre). Il n° di interventi risulta comunque massimo nei mesi estivi
(agosto) quindi è da supporre la presenza di numerosi focolai che, prontamente estinti, vanno a interessare
modeste superfici. Nei mesi invernali (marzo) il n° di incendi aumenta e così l’estensione di ciascuno.
280
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
8.3.3.3- Provincia di Pisa
Contrariamente a quanto accade per i Comuni di Pistoia e di Lucca compresi nel Bacino, in Provincia di Pisa
si assiste a un calo del n° di incendi, in particolare dal 2006 al 2010. Si osserva anche in questo caso il picco
registrano nel 2003, anno particolarmente siccitoso in tutta Italia.
In questo territorio si assiste a una pressione sia su aree boscate che non boscate. In generale gli incendi
sulle aree boscate nei diversi anni risultano i più estesi, eccetto che nel 2000 e, soprattutto, nel 2003 e nel
2009.
Il territorio che presenta il maggior n° di incendi è quello del comune di Vecchiano, peraltro interamente
compreso nel bacino del Serchio e qusi interamente nel territorio del Parco Regionale Migliarino S. RossoreMassaciuccoli. Gli incendi considerati in comune di Pisa sono quelli ricadenti nella Tenuta di S. Rossore e
nelle zone di Migliarino al confine con il Comune di Vecchiano.
Su S. Giuliano Terme la porzione compresa nel bacino del Serchio si trova sul crinale dei monti Pisani
(boscati) e nel fondovalle del Fiume Serchio e della rete idraulica minore.
281
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
Dal grafico seguente si osserva che gli incendi delle superfici aperte si verificano nei mesi invernali (in
prevalenza a febbraio) ma il n° di interventi è scarso. Il picco degli interventi si ha in estate, nel mese di
luglio, e, nei mesi da aprile a settembre, le superfici interessate sono quelle boscate.
282
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
8..4- L’indice di qualità della vegetazione -VQI
VQI = (Protezione dall’erosione X Resistenza alla siccità X Vulnerabilità agli incendi X Rischio d’incendio
boschivo)
Le maggiori criticità sono presenti nelle
piane agricole lungo il corso del fiume Arno
(Val di Chiana, Valdarno, piana pisana
settentrionale), lungo l’asse Firenze-PratoPistoia ai piedi dell’Appennino, nel
grossetano centrale, nella zona di
Piombino ed in alcune zone dell’Isola
d’Elba. Nel territorio del bacino del Serchio
risultano particolarmente “vulnerate” le
zone intorno al lago di Massaciuccoli e sul
versante versiliese delle Apuane, oltre ad
alcune zone della piana di Lucca.
Fig. 27- indice di qualità della vegetazione
283
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
9-Analisi Socio-Economica
Dal momento che numerosi sono i fattori antropici che esercitano uno stress sul territorio aumentandone
la vulnerabilità (incremento e densità demografica; agricoltura intensiva; abbandono dei terreni;
sovrapascolamento; turismo) il progetto Desertnet, ha condotto una specifica analisi socio-economica
focalizzando l’attenzione su 2 aspetti:
Le fluttuazioni demografiche sia in termini di densità di popolazione che di densità turistica tra il 1993 e il
2001- definizione dell’indice HPI (Indice di Pressione Antropica)
i dati relativi alla gestione del territorio sia in termini di politiche di protezione del territorio (parchi e aree
protette) che in termini di gestione agro-pastorale (superficie agricola utilizzata, diffusione delle pratiche
dia agricoltura biologica, utilizzo dell’irrigazione, allevamento). - definizione dell’indice MQI– Management
Quality Index
9.1- HPI - Indice di Pressione Antropica
Calcolo indice HPI: (Densità di popolazione2001 X Variazione % densità di popolazione 2001-1961 *X
Densità turistica2001 X Variazione % densità turistica 2001-1993)1/4
Nel Cap 1.6 la descrizione dell’uso del suolo nel bacino del Serchio evidenzia dal 1990 al 2005 un
progressivo aumento delle superfici modellate artificialmente per una espansione delle aree urbanizzate e
delle infrastrutture funzionali. Questo accade in genere a scapito delle superfici agricole e, oltre a pressioni
sulle risorse (acqua, aria, sistema rifiuti ed energia..) esercita sicuramente un forte impatto sulla qualità del
suolo attraverso l’impermeabilizzazione dello stesso (soil sealing) aumentando le possibilità di formazione
di eventi di piena anche repentini.
Tra le principali cause di minaccia per la conservazione della biodiversità in Toscana il piano di azione
regionale in fase di redazione individua il consumo di suolo e la frammentazione per urbanizzazione e
infrastrutture che interessa prevalentemente i target ambientali delle aree costiere e delle pianure (target
1,2,3,4,5). L’azione è diretta per riduzione e frammentazione degli habitat, perdita di habitat di specie,
disturbo acustico e luminoso, mortalità per collisioni, diffusione di specie esotiche, accentuazione dei
fenomeni di erosione in aree costiere
284
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
9.1.1- Densità di popolazione
Fig. 28- densità di popolazione
Nel territorio del bacino del Serchio la maggiore
densità di popolazione all’anno 2001 si ha nei
comuni della Pianura lucchese e della costa. Nella
Media Valle del Serchio si notano i comuni di
Barga, Gallicano, Castelnuovo Garfagnana e Borgo
a Mozzano. Per l’aggiornamento dei dati dal 2004
al 2008 vd Cap 2 della relazione sullo stato
dell’ambiente del rapporto Ambientale. Nella
tabella di cui al cap. 2.1 si osserva che i comuni interamente ricadenti nel territorio di interesse, che
presentano una densità demografica media superiore a 100 ab/kmq risultano: Barga, Borgo a Mozzano,
Gallicano, Lucca, Massarosa, Viareggio, Vecchiano.
9.1.2- La variazione % della densità di popolazione
Il calcolo della variazione demografica è stato fatto fra i dati del Censimento della Popolazione del 1961 e
quelli del 2001.
Fig. 29- variazione % della densità di popolazione
I comuni che, negli ultimi 40 anni hanno più che
raddoppiato la densità abitativa sono concentrati ancora
una volta intorno ai centri di Firenze e Prato, anche se il
capoluogo toscano, in particolare, risulta aver subito una
contrazione della popolazione.
Aumenti di densità di popolazione hanno riguardato i
comuni della costa. Nella Media Valle del Serchio e in Garfagnana non si registra un incremento
demografico, anzi un possibile decremento.
9.1.3- La pressione turistica
L’indicatore è stato costruito con i dati relativi alle presenze turistiche annuali forniti dall’IRPET (Istituto
Regionale per la Programmazione Economica della Toscana) e fa riferimento all’anno 2000.
285
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
Fig. 30- la pressione turistica
I dati relativi al bacino del Serchio aggiornati sono consultabili nel Cap. 21 della relazione sullo stato
dell’ambiente del Rapporto Ambientale e conferma la situazione con una pressione consistente lungo la
costa (Viareggio) e nei centri storici e culturali (Lucca, Barga..)
Nel piano di azione regionale sulla biodiversità in fase di redazione anche la pressione turistica è indicata
tra le cause di minaccia più diffuse in tutti i target; risulta comunque più rilevante in quelli costieri (1 e 2) e
montani (7).
286
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
9.1.4- La variazione percentuale della pressione turistica
Il calcolo della variazione percentuale è stato effettuato sui dati di presenze turistiche degli anni 1993 e
2000. L’aumento della densità turistica per comune corrisponde a valori percentuali positivi.
Fig.
variazione % della pressione turistica
31-
Si nota un consistente aumento della densità turistica in alcuni comuni della Media Valle e nella zona di
Lucca.
9.2- L’indice di pressione antropica- HP
HPI = (Dens. popol.2000 * Var. % dens. popol.1961-2000 * Dens. tur.2000 * Var. % dens.tur.1993-2000) 1/4
287
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
Fig. 32- indice di pressione antropica
La zona centro-settentrionale e la costa pisano-livornese sono quelle affette da maggiore vulnerabilità dal
punto di vista della pressione che l’uomo esercita sul territorio.
Nel bacino del Serchio vi sono comuni caratterizzati da un indice di pressione antropica elevato (>1.6)
prevalentemente lungo la costa; sicuramente in questo caso esercita una forte pressione il turismo che
comporta a un forte incremento demografico in circoscritti periodi dell’anno, soprattutto in estate, con una
conseguente pressione sul territorio e sulle risorse idriche che va a sommarsi a quella esercitata dal clima.
9.3- -MQI - Indice di qualità della gestione
Calcolo indice MQI: (Politiche di protezione X Gestione del territorio)1/2
9.3.1- Politiche di protezione
= (Parchi nazionali-regionali * Direttiva Habitat 92/43/CEE-Bioitaly)1/2
Fig. 33- politiche di protezione
I dati risultano comunque datati rispetto a oggi, visto che risalgono agli anni intorno al 2000 (per le aree
protette, soprattutto per quanto concerne la Rete Natura 2000 la situazione a oggi è cambiata in maniera
significativa). Per i dati aggiornati a livello regionale vd la Relazione sullo Stato dell’Ambiente 2008 redatta
da ARPAT e Regione Toscana; a scala di bacino del Serchio vd Cap 4.1della relazione sullo stato
dell’ambiente del Rapporto Ambientale e i dati integrativi prodotti che mostrano trend complessivamente
positivi sia per quanto riguarda l’estensione della Rete Natura 2000 che per le aree protette.
288
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
9.3.2- La gestione agro-pastorale
Gli indicatori sono stati costruiti con i dati dei Censimenti Generali dell’Agricoltura effettuati dall’ISTAT, con
particolare riferimento al 2° (1970) e 5° (2001).
Gestione del territorio = ((Var.%SAU/Sup. comunale2001-1970) * (SAU bio/SAU) * (SAU irrigata/SAU) *
(Prati-pascoli/SAU) * (UBA/Prati-pascoli))1/5
Fig. 34- la gestione agro-pastorale
Complessivamente la gestione agropastorale nel territorio del distretto è a livelli ottimali, con valori dei
punteggi molto bassi nonostante il diffuso stato di abbandono delle tradizionali pratiche soprattutto nelle
aree montane.
289
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
9.3.4- La variazione % della Superficie Agricola Utilizzata
Valori positivi di variazione indicano che nel trentennio la SAU è aumentata (ad esempio +100%
corrisponde a un raddoppio della superficie messa a cultura); valori negativi, invece, rivelano una
contrazione (-98% indica che la SAU nel 2001 è diventata 1/50 di quella del ’70).
Fig. 35- la variazione % della superficie agricola
utilizzata
Dalla carta relativa all’Indice di variazione
percentuale della SAU si può vedere come molte delle zone “critiche” siano concentrate nella parte nord
della regione, che ricade prevalentemente nel territorio del bacino del Serchio, eccezion fatta per l’Elba ed
alcuni comuni del sud-est.
Entrambe le situazioni possono essere negative in termini di impatto sul suolo e sulla sua fertilità, visto che,
se con l’espansione della SAU vengono sottratti spazi alla vegetazione naturale ed una fetta più grande di
territorio è soggetta a quelle pratiche agricole moderne di cui si è parlato in precedenza, è pur vero che gli
appezzamenti agricoli vengono abbandonati, o convertiti e “cementificati” a causa dell’espansione degli
agglomerati urbani. L’abbandono dell’attività agricola nelle terre marginali può innescare fenomeni di
degrado, venendo a mancare tutte quelle cure colturali legate alla regimazione delle acque; un suolo
abbandonato è più facilmente soggetto all’erosione idrica ed eolica rispetto ad un terreno coltivato.
Allo stesso modo l’espansione delle città e delle attività industriali implica tutta una serie di problematiche
legate alla impermeabilizzazione dei terreni, allo smaltimento dei rifiuti ed all’inquinamento delle falde.
Come evidenziato nel Rapporto Ambientale, l’economia agrosilvo pastorale nel Bacino del Serchio risente
fortemente dello sviluppo di altre attività economiche (industria e terziario) che hanno determinato nella
seconda metà del secolo scorso, il progressivo abbandono di estese aree collinari e montane e quindi un
forte problema di gestione delle risorse soprattutto in termini di tutela delle stesse e di presidio del
territorio anche ai fini della mitigazione del rischio idrogeologico. Le attività agricole interagiscono in
maniera diretta con le matrici ambientali, dal paesaggio alle componenti suolo, acqua, aria, biodiversità.
La principale fonte di inquinamento dei suoli da parte dell’attività agricola è costituita dall’utilizzo di
fertilizzanti e antiparassitari. Dalla Relazione sullo Stato dell’Ambiente in Toscana del 2007 si ricava che nel
2006 nel territorio regionale sono stati consumati circa 2,4 milioni di quintali di tali prodotti, pari al 5% del
totale nazionale. In genere si registra un trend positivo per cui si riducono negli anni in maniera significativa
290
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
gli apporti di azoto, di fosforo e di ossido di potassio contemporaneamente a un incremento delle sostanze
organiche che contribuisce ad attenuare l’intensità di inquinamento del suolo.
In Toscana cresce l’uso di prodotti fitosanitari biologici (dal 2000 al 2006 + 370%) e si registra una
contrazione del consumo di prodotti tossici e molto tossici (dal 2000 al 2006 – 20%).
Dall’analisi dei principi attivi contenuti nei fitofarmaci utilizzati nelle diverse province toscane nel 2006
emerge che la provincia di Lucca e quella di Pisa (dove si concentra la SAU del Bacino del Serchio) risultano
tra le più virtuose, anche perché le produzioni che maggiormente fanno uso di tali prodotti (in particolare
fungicidi) sono quelle vitivinicole, presenti prevalentemente in altre aree della regione.
L’utilizzo per fini agricoli di pesticidi e fertilizzanti, insieme alla produzione di ammoniaca riconducibile alla
zootecnia, determina circa il 19% dell’acidificazione del suolo e delle risorse idriche complessivamente
originate a scala regionale.
9.3.5--La superficie agricola convertita a biologico
Dai dati forniti dall’ISTAT attraverso il 5° Censimento si può arrivare alla determinazione di quanti ettari di
Superficie Agricola Utilizzata sono interessati da sistemi di produzione di tipo biologico:
Fig. 36- la superficie agricola convertita a biologico
La carta relativa all’indicatore mostra come la quasi
totalità dei comuni toscani abbiano una bassissima o
nulla percentuale di aree in cui il biologico è praticato.
Un territorio in cui viene praticata l’agricoltura biologica è meno vulnerabile rispetto ad uno soggetto ad
agricoltura intensiva.
Importante è evidenziare che, nell’ambito del territorio del distretto idrografico, il Lago di Massaciuccoli è
stato individuato quale area sensibile e l’area circostante è stata classificata come zona vulnerabile da
nitrati di origine agricola. Non sono individuate zone vulnerabili da fitofarmaci (ex art 93 del D.Lgs 152/06 e
s.m.i.).
291
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
9.3.6- L’intensità d’irrigazione
In base ai dati dell’ultimo Censimento dell’Agricoltura è stato calcolato quanta della SAU comunale è
sottoposta ad irrigazione
Fig. 37- l’intensità di irrigazione
L’utilizzo di pratiche intensive per il soddisfacimento
degli accresciuti fabbisogni alimentari consiste anche in un maggior consumo di acqua irrigua. Il ricorso
all’irrigazione permette rese maggiori, ma nel contempo rende le colture più sensibili agli stress idrici.
L’eccessivo e spesso incontrollato sfruttamento delle acque profonde o dei bacini superficiali ha diverse
conseguenze negative sul suolo e sulla disponibilità stessa della risorsa idrica.
Inoltre, l’indagine IRPET rivela che pochi sono i casi di ricorso a procedure automatizzate che
consentirebbero notevoli risparmi della risorsa idrica.
Peraltro il recupero delle acque non è una pratica comune fra le aziende floricole: solo 4 aziende su 100
praticano il recupero delle acque meteoriche e la stessa quota scende drasticamente all’1% quando si tratta
di acqua irrigua.
Se i prelievi superano gli apporti, dovuti essenzialmente alle precipitazioni, i livelli di falda si abbassano e ciò
può innescare fenomeni di subsidenza (abbassamento del livello del terreno) o salinizzazione.
La salinizzazione delle falde è una caratteristica delle zone costiere dove, a seguito degli elevati
emungimenti e dell’impermeabilizzazione del territorio, si assiste alla risalita del “cuneo salino” (acqua
marina che si spinge nell’entroterra al di sotto dell’acqua dolce), non più ostacolato dalla presenza
dell’acquifero.
Può accadere, quindi, che ci possa essere un aumento del tenore di salinità nel suolo, dovuto all’utilizzo di
acque irrigue contaminate; questo, unitamente ai periodi siccitosi che sempre più caratterizzano il clima
toscano, provoca variazioni strutturali del terreno e perdita di fertilità.
Nel bacino del Serchio il problema della salinizzazione delle falde per eccessivi emungimenti di acque
sotterranee interessa l’area della Versilia e non è solamente correlato alle pratiche agricole (aree della
bonifica agricola a mais e soprattutto a orticole e settore florovivaistico versiliese) ma anche alla pressione
antropica, accentuata soprattutto per la consistente affluenza turistica mesi estivi
292
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
Inoltre si hanno problemi di salinizzazione delle acque all’interno delle ex cave di sabbia silicea nel Lago di
Massaciuccoli con conseguenze anche sull’ecosistema già particolarmente vulnerabile (anche per il grave
stato di ipereutrofizzazione che porta a un disequilibrio delle dinamiche funzionali).
L’Ente Parco Regionale Migliarino- S. Rossore-Massaciuccoli, insieme alla provincia di Lucca ha condotto nel
2004 uno specifico studio per l’ottimizzazione dell’uso delle acque irrigue nel bacino del Lago di
Massaciuccoli che ha previsto l’analisi chimico e chimico-fisica delle acque del reticolo idrografico
superficiale della bonifica agricola su 30 stazioni. I risultati hanno evidenziato la presenza di salinizzazione
(cloruro di sodio) in alcuni campioni nella zona posta a sud del lago e quindi hanno messo in luce un
potenziale rischio per l’uso di tali acque a uso agricolo.
9.3.7- I prati-pascoli
L’indicatore proposto, a partire dai dati dell’ISTAT del 2001, calcola la percentuale di superficie a pratipascoli di cui ciascun comune dispone, rispetto alla Superficie Agricola Utilizzata
Fig. 38- i prati pascoli
La presenza di prati permanenti e pascoli in un dato
territorio può avere una duplice valenza.
In aree, soprattutto collinari e montane, in cui
spesso le aziende, accanto alle coltivazioni agricole,
hanno anche degli allevamenti non in stabulazione
fissa, disporre di notevoli superfici a prato-pascolo
riduce il carico di bestiame che grava sul terreno.
Il sovrapascolamento, infatti, porta alla compattazione del suolo ed a modificazioni delle sue caratteristiche
strutturali (riduzione della porosità e della permeabilità, ecc.), con conseguente accentuazione dei
fenomeni di erosione idrica, tanto più grandi quanto maggiori sono le pendenze.
I prati permanenti ed i pascoli, inoltre, svolgono una funzione protettiva proprio nei confronti dell’erosione,
anche se meno efficace di quella di una copertura arbustiva o arborea.
La perdita di paesaggi agricoli ed aree di pascolo costituisce una delle principali cause di minaccia per specie
ed habitat, con particolare riferimento agli ambienti montani
La causa di minaccia interessa prevalentemente i target relativi agli agroecosistemi tradizionali (n.5), gli
habitat e le specie delle praterie montane, brughiere (n.7), prati aridi e garighe (n.8) ed i tre target
geografici (n.13, 14 e 15) con particolare riferimento al target Alpi Apuane ed Appennino settentrionale.
9.3.8- La pressione degli allevamenti ovi-caprini
Dato che la maggior parte degli allevamenti bovini è ormai effettuata in stabulazione fissa, l’indicatore
scelto per rappresentare il carico di bestiame sul territorio considera i soli ovini e caprini, e rapporta le UBA
(Unità Bovino Adulto) agli ettari di superficie a prato-pascolo:
293
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
Fig. 39- allevamenti ovi-caprini
Un eccessivo carico animale può esercitare un’azione di compattamento del suolo riducendo l’infiltrazione
ed aumentando il deflusso superficiale.
Il pascolamento, inoltre, agisce sull’agro-ecosistema influenzando la crescita, il vigore e la riproduzione
delle piante, nonché modificandone la composizione vegetale e la biomassa.
Nel territorio del bacino del Serchio si assiste a una riduzione generale del patrimonio zootecnico con
conseguente riduzione delle aree pascolative e quindi una sottoutilizzazione di importanti risorse foraggere
primaverili di pascoli naturali mediterranei, gradualmente in fase di riconquista da parte del bosco, quando
non minacciati da incendi conseguenti alla permanenza in campo nella stagione estiva di biomassa
altamente infiammabile. La riduzione del pascolo brado porta a una progressiva perdita di habitat di
interesse comunitario . Si deve tener conto che nelle aree montane anche i bovini sono allevati in maniera
estensiva.
9.4- Indice di qualità della gestione -MQI
L’indice finale di qualità della gestione MQI è dato dall’insieme dei due indici relativi alle politiche di
protezione del territorio ed alla gestione agro-pastorale . Ciascuno dei due indici è ottenuto, a sua volta,
dall’incrocio delle carte dei diversi indicatori:
294
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
Fig. 40- indice di qualità della gestione
Le aree in cui il tipo di gestione del territorio ha maggiore impatto dal punto di vista della sensibilità a
fenomeni di degrado sono per lo più concentrate nelle valli e pianure in cui l’attività agricola è più spinta,
come ad esempio la Val di Chiana e l’asse a sud del Valdarno superiore.
Le Misure di conservazione dei SIR (Del.G.R. 644/2004) individuano l’abbandono delle attività
agricolo/pastorali come prevalente causa di minaccia nel 58% dei Siti su scala regionale.
10--L’analisi di sensibilità alla desertificazione
Rappresenta una gerarchizzazione del territorio secondo la sua capacità di fare fronte a fenomeni negativi,
permettendo, al tempo stesso, d’individuare il peso dei diversi fattori scatenanti, grazie ad un sistema di
indicatori.
295
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
Fig. 41- sensibilità alla desertificazione
Dalla lettura della carta di sensibilità alla desertificazione per la regione Toscana emergono quattro macroaree che presentano sensibilità medio-alta, caratterizzate da elementi di pressione diversi, ma omogenei
all’interno di ogni macro-area:
Zona 1- comprende la porzione più a nord della provincia di Siena, l’asse Firenze-Prato-Pistoia e la piana
lungo il corso dell’Arno, i problemi di natura climatica legati ad aridità e siccità, peraltro confermati dalla
diminuzione di portata del fiume Arno, si sommano all’elevata densità di popolazione ed alla pressione
turistica;
Zona 2: presenta dei problemi legati alla particolare natura dei suoli nel tratto terminale dell’Arno e
squilibri nello sfruttamento delle risorse naturali nel nord livornese a causa dell’attività turistica
concentrata nei periodi estivi;
Zona 3: comprende la Val di Cornia, il grossetano centro-settentrionale e l’Elba orientale, il fattore che più
degli altri porta a valori elevati di sensibilità del territorio è il clima, con le sue estati aride e gli inverni
secchi. È inoltre da rimarcare che buona parte della sensibilità climatica è determinata dalla tendenza
assunta dei parametri climatici negli ultimi dieci anni.
Zona 4, infine, concentrata nella Val di Chiana, subisce una forte pressione di carattere antropico, legata
alle attività agricole.
Interessante l’osservazione per cui le aree che risultano più sensibili al fenomeno della desertificazione
sono anche quelle che presentano un bilancio netto annuale di CO2 (Osservatorio di Kyoto-Regione
Toscana vd capitolo integrativo sui cambiamenti climatici) positivo, ossia sbilanciato verso alti valori
emissivi più che di assorbimento. Si tratta in prevalenza di aree in cui si hanno forti pressioni antropiche.
296
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
11-Evidenze idrologiche
È utile confrontare i dati che emergono dallo studio suddetto con le evidenze idrologiche del bacino.
Riteniamo utile paragonare i dati di pioggia e di capacità di invaso/deflusso del bacino dell’anno 2011 con i
dati storici (vedi par. 2, pag. 48-49 e figure seguenti). Da tali dati emerge che l’anno 2011 è stato
caratterizzato da bassa piovosità (come in tutto il territorio toscano). Al momento delle verifiche (vedi fig.
45-46 (ENEL)) il deflusso del fiume Serchio si attestava su dati medi del periodo e la capacità di invaso delle
dighe principali era più alta dell’anno precedente alla stessa data.
Dagli studi effettuati da questa Autorità di Bacino si riscontra che, il bacino del fiume Serchio è
caratterizzato da riserve idriche abbondanti. Si evidenzia inoltre come anche a fronte della carenza degli
afflussi meteorici le caratteristiche del bacino e la gestione degli invasi hanno, ad oggi, permesso di
mantenere una sufficiente portata in alveo.
Fig. 42: Andamento della cumulata annua di pioggia nel periodo 1951-2011 (pioggia media sul bacino del
fiume Serchio chiusa a Ripafratta, in mm). La linea rossa individua la cumulata media del periodo pari a
1763 mm.
297
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
Fig. 43: Cumulata mensile di pioggia sul bacino del fiume Serchio chiuso a Ripafratta.Il diagramma riporta,
mese per mese, la pioggia complessivamente caduta, espressa in mm. La linea blu è relativa ai valori medi
del periodo 1951-2008 mentre la linea rossa è relativa all’anno 2011.
Fig. 44:Andamento della cumulata annua di pioggia nel periodo 1935-2011 al pluviometro di Torre del Lago,
in mm. La linea tratteggiata individua il valore medio del periodo pari a 942 mm.
Fig. 45: Andamento dei volumi utili disponibili nell’invaso ENEL di Vagli. Aggiornamento al 6/02/2012.
298
Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
Fig. 46:Andamento dei volumi utili complessivi disponibili nel sistema di invasi ENEL nel bacino del fiume
Serchio. Aggiornamento al 6/02/2012.
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Piano di gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
Integrazioni – Documento 1
12-Analisi delle coerenze
Nella matrice seguente si analizzano le coerenze delle misure di piano adottate con gli obiettivi enunciati nei precedenti paragrafi. La coerenza viene espressa
attraverso una simbologia che assume il seguente valore:
= Coerenza positiva rispetto agli obiettivi di riferimento
= Nessuna relazione o effetto indifferente sull’obiettivo
= Coerenza negativa rispetto agli obiettivi di riferimento
Misura
Provvedimenti amministrativi
1. Tutela dei corsi d’acqua ricadenti in aree di elevato interesse ambientale e naturalistico
Classif.
Scheda
1
2.Definizione, da parte della Regione Toscana, sentita l’Autorità di Ambito competente, di
apposita disciplina di salvaguardia del corpo idrico “Serchio Lucchese” al fine di tutelare i punti Misura
di captazione delle acque destinate all’uso potabile situati nelle aree di pertinenza di tali corpi di base
idrici (art. 94, D. Lgs 152/2006).
3. Programmazione, da parte delle Autorità di Ambito territoriali ottimali, di interventi di
realizzazione di reti fognarie e di impianti di trattamento depurativo dei reflui per le zone del
territorio del bacino ancora non servite, con particolare riferimento alle aree condizionanti i
seguenti corpi idrici:
Torrente Acqua Bianca
Torrente di Castiglione
Torrente Corfino
Torrente Sillico
Misura
di base
Torrente Turrite Secca
Torrente Turrite Cava
Torrente Liegora
Fosso di Gragnana
Torrente Turrite di San Rocco
Torrente Limestre
Torrente Liesina
Torrente Loppora
Coerenza Note
Tutela
degli
habitat

ecosistemi e dei suoli.
degli

Tutela delle risorse idriche a uso
idropotabile così da promuovere
un uso sostenibile

Tutela dei corpi idrici recettori
delle acque reflue e quindi della
qualità delle acque superficiali.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
300
ti
a
Integrazioni – Documento 1
Misura
Classif.
4. Disciplina delle derivazioni da acque superficiali al fine di garantire il Deflusso Minimo Vitale Scheda
4
e salvaguardare l'ambiente fluviale
Coerenza Note
Individuazione della sostenibilità
nell’uso di fonti energetiche
alternative nel rispetto della

capacità di resilienza degli
ecosistemi e della disponibilità di
risorsa idrica.
5. Individuazione, da parte dell’Autorità di Distretto Idrografico del fiume Serchio, di aree
attigue a corpi idrici superficiali in cui promuovere la riqualificazione e la rinaturalizzazione
degli ambienti fluviali mediante emanazione di apposita disciplina, congruente con le
previsioni del Piano di Assetto Idrogeologico, volta a regolamentare le tipologie di intervento
possibili e la metodologia per la loro effettuazione.

6. Definizione di un “Codice di Buona Prassi” per la gestione della vegetazione riparia lungo i Scheda
6
corsi d’acqua.

7. Limitazioni temporanee alle derivazioni da acque superficiali e sotterranee del bacino del Scheda
7
lago di Massaciuccoli

8. Definizione, da parte dell’Autorità di Distretto Idrografico del fiume Serchio, del bilancio
idrico per i bacini afferenti ai seguenti corpi idrici finalizzato alla successiva valutazione, da
parte della provincia competente, della capacità di autodepurazione del corpo idrico e della
necessità di definire valori limite di emissione per le acque reflue industriali più restrittivi, da
raggiungere in modo graduale, rispetto a quanto stabilito dall’allegato 5 alla parte terza del D.
Lgs. 152/2006 (Legge Regionale Toscana 20/2006):
-- Torrente Ania
-- Torrente Pizzorna.
Per il corpo idrico “Torrente Celetra” la necessità dell’applicazione delle presente misura sarà
valutata dall’ Autorità di Distretto Idrografico del fiume Serchio, sentita la Provincia di Lucca, al

Difesa del suolo dal rischio
idraulico. Riduzione del rischio di
erodibilità dei suoli lungo le
sponde
Difesa del suolo. Riduzione della
erodibilità delle sponde e tutela
degli habitat e degli ecosistemi
Tutela del bilancio idrico del lago e
aumento della disponibilità di
acque di buona qualità nel bacino
per contrastare il fenomeno di
ipereutrofia.
Riduzione
del
fenomeno della subsidenza e del
fenomeno di salinizzazione
Tutela del bilancio idrico dei corsi
d’acqua
e
aumento
della
disponibilità di acque di buona
qualità nel bacino. Riduzione del
rischio di contaminazione delle
acque
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
301
Progetti di costruzione
Accordi negoziati in materia ambientale
ti
a
Integrazioni – Documento 1
Misura
Classif.
seguito dell’attribuzione dello stato di qualità da parte della Regione Toscana al suddetto
corpo idrico ai sensi della misura 26
9. Delocalizzazione degli impianti di lavorazione dei materiali inerti ubicati lungo l’asta del Scheda
fiume Serchio e del suo affluente principale (torrente Lima)
9
10. Istituzione, a cura dell’Autorità di Distretto del fiume Serchio, di un tavolo tecnico
sperimentale, costituito dai rappresentanti di tutti gli enti competenti, che costituisca la sede
di confronto, elaborazione dati, scambio di informazioni inerenti il fenomeno di subsidenza del
bacino del lago di Massaciuccoli al fine della determinazione di proposte operative per la sua
mitigazione e per il monitoraggio dell’esecuzione delle proposte stesse.
11. Istituzione, a cura dell’Autorità di Distretto del fiume Serchio, di un tavolo tecnico
sperimentale, costituito dai rappresentanti di tutti gli enti competenti, che costituisca la sede
di confronto, elaborazione dati, scambio di informazioni e proposte operative inerenti la
gestione degli svasi in coda di piena per il sistema idroelettrico.
12. Istituzione, a cura dell’Autorità di Distretto del fiume Serchio, di un tavolo tecnico
sperimentale, costituito dai rappresentanti di tutti gli enti competenti, che costituisca la sede
di confronto, elaborazione dati, scambio di informazioni e proposte operative inerenti le
modalità di eliminazione/riduzione delle acque saline depositate nelle ex buche di sabbia
silicea presenti nel bacino del lago di Massaciuccoli.
13. Verifica della fattibilità e valutazione costi/benefici dell’intervento di realizzazione del
collegamento tra il depuratore di Pontetetto in comune di Lucca e quello di Casa del Lupo in
comune di Capannori.
14. Programmazione, da parte dell’Autorità di Distretto del fiume Serchio sentite le province
competenti, della realizzazione di rampe di risalita dei pesci agli sbarramenti fluviali più
importanti, al fine di garantire il ripristino della continuità longitudinale del corso d’acqua e
quindi la riapertura dei corridoi ecologici.
15. Promozione di intervento di ristrutturazione e di riqualificazione del fabbricato costituente
il Casello Idraulico esistente presso le porte Vinciane sul canale Burlamacca al fine di giungere
ad suo un utilizzo pubblico quale sede di cabina di regia delle opere idrauliche e di laboratorio
di analisi.
Coerenza Note

Difesa del
idraulico
suolo
dal
rischio

Tutela del suolo da fenomeni di
degrado- la subsidenza nel bacino
del Massaciuccoli


Tutela della risorsa idrica e degli
ecosistemi da fenomeni di
degrado- la salinizzazione nel
bacino del Massaciuccoli



Tutela della risorsa idrica e degli
ecosistemi da fenomeni di
degrado- la salinizzazione nel
bacino del Massaciuccoli
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
302
ti
a
Integrazioni – Documento 1
Misura
Classif.
17. Messa a punto di attività di diffusione permanente alla cittadinanza del Piano di Gestione,
da parte dell’Autorità di Distretto del fiume Serchio.
18. Realizzazione di banca dati georeferenziata unica ed omogenea, che raccolga i dati di:
- risultati dei monitoraggi ai sensi del d.lgs. 152/2006 e s.m.i. e del d.lgs. 30/2009
-esiti dei controlli sugli scarichi dei depuratori pubblici
-esiti dei controlli interni/esterni sulle acque potabili ai sensi del D.Lgs. 31/01
-esiti dei controlli agli scarichi privati
-concessioni idriche
-autorizzazioni allo scarico
Progetti di ricerca, sviluppo e dimostrazione
19. Monitoraggio dei fabbisogni e degli utilizzi irrigui nel bacino del Lago di Massaciuccoli
20. Monitoraggio delle coltivazioni nel bacino del Lago di Massaciuccoli
Scheda
18
Scheda
19
Coerenza Note
Possibilità di informazione sulla
problematica della lotta alla

desertificazione



21. Definizione di un modello idrogeologico condiviso dell’acquifero della piana di Lucca, da
parte dell’ Autorità di Distretto del fiume Serchio, dell’Autorità di Distretto dell’Appennino
Settentrionale, delle province di Pisa e di Lucca, con il supporto di organismi universitari.
22. Sperimentazione nelle “enclosures” del lago di Massaciuccoli di applicazioni di flocculanti
volti all’abbattimento del fitoplancton

Realizzazione banca dati circa i
fabbisogni
idrici
(concessioni
idriche)
Uso sostenibile delle acque a uso
irriguo
nel
Bacino
del
Massaciuccoli. Effetti indiretti
positivi sul problema della
subsidenza e della salinizzazione
Tutela del suolo e della risorsa
idrica da fenomeni di degrado. 1)
inquinamento da fitofarmaci.
L’area del Massaciuccoli risulta
area sensibile (Art. 91 D.Lgs
152/06) e zona vulnerabile da
nitrati di origine agricola (Art.92)
ma non è inserita tra le zone
vulnerabili da prodotti fitosanitari
(Art. 93). 2) utilizzo a uso irriguo
delle acque
Tutela delle acque sotterranee

Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
303
Altre misure opportune
Strumenti
fiscali
ti
a
Integrazioni – Documento 1
Misura
Classif.
23. Definizione, da parte dell’ Autorità di Distretto del fiume Serchio, della provincia di Lucca e
di Pistoia, di un modello matematico per la valutazione del trasporto solido del fiume Serchio e
del torrente Lima e la conseguente individuazione dei tratti in erosione o in
sovralluvionamento al fine di ripristinare le originarie condizioni idromorfologiche, con il
supporto di organismi universitari.
Scheda
24. Monitoraggio dei livelli idraulici negli invasi del reticolo idraulico strategico
24
25. Individuazione delle modalità operative volte a incentivare un uso sostenibile della risorsa Scheda
25
idrica nel bacino del lago di Massaciuccoli.
26. Valutazione, da parte della Regione Toscana, della necessità di predisporre indagini
specifiche, nell’ambito del programma di monitoraggio ai sensi della Direttiva 2000/60/CE, al
fine di individuare gli effetti indotti dalla presenza di cave miniere e ravaneti sui seguenti corpi
idrici superficiali:
-- Torrente Acqua Bianca
-- Torrente Corfino
-- Torrente Pedogna
-- Rio Guappero
-- Torrente Turrite Secca
-- Torrente Celetra
-- Fosso di Gragnana
-- Canale Burlamacca
-- Lago di Massaciuccoli
-- Canale Farabola
-- Torrente Serchio di Gramolazzo
-- Fosso Lussia
-- Fosso Tambura
-- Torrente Lima
-- Lago di Vagli
Coerenza Note

Problematiche dell’erosione delle
sponde fluviali e dell’erosione
costiera


Tutela quantitativa della risorsa
acqua
nel
bacino
del
Massaciuccoli- effetto positivo
sulla difesa del suolo (riduzione del
fenomeno della subsidenza)

Verifica degli effetti sui corsi
d’acqua determinati da diversi usi
del
suolo
(attività
estrattive/attività agricole)
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
304
ti
a
Integrazioni – Documento 1
Misura
Classif.
-- Fosso delle Cavine
e sui seguenti corpi idrici sotterranei:
-- Corpo idrico carbonatico metamorfico delle Alpi Apuane
-- Corpo idrico carbonatico non metamorfico delle Alpi Apuane
-- Corpo idrico della Versilia e Riviera Apuana
Attività agricole sui seguenti corpi idrici superficiali:
-- Torrente Freddana
-- Fosso dell’Anguillara (2)
-- Fosso Doppio
-- Fosso di Gragnana
-- Canale Ozzeri
-- Costa del Serchio.
27. Individuazione, da parte della Regione Toscana, degli stati di qualità dei corpi idrici del
Piano di Gestione, al seguito del recepimento delle disposizioni contenute nella disciplina
normativa nazionale su:
-- corpi idrici, analisi di pressioni e impatti, attribuzione dello stato di rischio (DM 131/2008);
-- definizione del programma di monitoraggio ed esecuzione dello stesso (ai sensi del DM
56/2009, del D. Lgs. 30/2009, del decreto in corso di definizione sui criteri tecnici per la
classificazione dello stato dei corpi idrici superficiali), finalizzato anche all’applicazione degli
standard di qualità ambientale per le sostanze dell’elenco di priorità al fine di raggiungere o
mantenere il buono stato chimico delle acque superficiali; e revisione del Piano di Gestione, da
parte della Autorità di bacino, al seguito di tale classificazione di qualità.
27 bis - Determinazione, da parte della Regione Toscana, nell’ambito dell’attività di
monitoraggio, dei dati necessari all’individuazione (da parte della stessa Regione e
dell’Autorità di bacino) delle tendenze significative e durature all’aumento di concentrazioni di
inquinanti e dei punti di partenza per l’inversione di tendenza, ai sensi del’art. 5, comma 1, del
D. Lgs 30/2009.
28. Messa a punto di un sistema di monitoraggio delle caratteristiche economico ambientali
delle proposte progettuali e di misure, volto a supportare la valutazione economica delle
misure nell’aggiornamento del Piano di Gestione.
29. Identificazione degli specifici costi (finanziari, della risorsa, ambientali) legati alle diverse
Coerenza Note




Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
305
Misure per le aree protette
ti
a
Integrazioni – Documento 1
Misura
Classif.
attività nelle aree individuate come critiche dalla Relazione sull’analisi economica del Piano di
Gestione, da utilizzare per l’aggiornamento del piano stesso.
30. - Verifica, da parte della Regione Toscana e di Arpat, della necessità di realizzare una carta
della natura che definisca la localizzazione e l’estensione degli habitat e delle specie igrofili di
interesse conservazionistico nelle zone umide segnalate nel bacino del Serchio, di seguito
elencate, non comprese nel perimetro delle aree già tutelate per legge, allo scopo di istituire
nuove “aree protette” e/o individuare specifiche misure di conservazione:
- Bottacci di Massa Pisana (Piana di Lucca)
- Padule di Verciano e Sorbano (Piana di Lucca)
- Lago di Casoli (Val di Lima)
- Lago del Bagno o di Pra’ di Lama (Pieve Fosciana - Garfagnana)
- Laghi di Cella (Garfagnana)
- Lame di Capraia (Sillico - Garfagnana)
- Lago della Bega (Pugliano - Garfagnana)
- Laghi di Sillano (Garfagnana).
31- Istituzione, da parte della Regione Toscana, di un monitoraggio specifico per il controllo
della qualità delle acque nei punti di approvvigionamento idropotabile ubicati all’interno degli
Scisti, quarziti ed anageniti del “Verrucano”, in Comune di Capannori (loc. Guamo).
Coerenza Note

Difesa del suolo e della biodiversità

Conoscenza e controllo delle acque
sotterranee
Legenda:
Norme di Piano
Indirizzo non vincolante
Indirizzo vincolante
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
306
Integrazioni – Documento 1
5. (Rapporto del Piano con gli obiettivi ambientali internazionali e comunitari):
- deve essere chiarito il rapporto tra gli obiettivi di sostenibilita evidenziati nel Rapporto
ambientale e gli obiettivi descritti nel Piano;
(Integrazione tratta dal Documento 15 “Dichiarazione di sintesi” del Piano di Gestione).
L’analisi del rapporto fra gli obiettivi di sostenibilità ambientale e gli obiettivi del Piano di Gestione
non può prescindere dalle seguenti considerazioni:
- Il PdG è un piano di miglioramento ambientale i cui obiettivi derivano dalla direttiva 2000/60/CE
che a sua volta sancisce i principi fondamentali, le strategie e gli obiettivi di sostenibilità della
politica europea delle acque.
- Partendo dalla premessa effettuata al punto precedente è possibile affermare che gli obiettivi e
le linee operative del Piano di Gestione sono coerenti con la strategia europea di sviluppo
sostenibile e concorrono alla sua attuazione.
Nella tabella seguente viene evidenziata la coerenza tra gli obiettivi di sostenibilità ambientale del
Rapporto Ambientale e gli obiettivi del Piano di Gestione delle Acque.
Legenda:
Coerenza diretta
Coerenza indiretta
Nessuna relazione fra gli obiettivi
Incoerenza indiretta
Incoerenza diretta
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
308
Integrazioni – Documento 1
(Integrazione tratta dal Documento 15 “Dichiarazione di sintesi” del Piano di Gestione).
OBIETTIVI DI PIANO
Obiettivo
generale
Obiettivo
generale
Migliorare lo stato degli
Incrementare
e
ecosistemi acquatici e di
salvaguardare
la
quelli terrestri ad essi
biodiversità e potenziare le
Obiettivo generale Promuovere l’uso collegati e la capacità di
della
rete
funzionalità
razionale e sostenibile delle risorse auto depurazione dei corsi Obiettivo generale Riduzione degli effetti negativi indotti dalle alterazioni ecologica ed il grado di
idriche
d’acqua
connettività
morfologiche in atto
OBIETTIVI SPECIFICI
OBIETTIVI SPECIFICI
Migliorare la
Ridurre
gestione degli
Garantire invasi
in
le
Riequilibrare il deflusso riferimento alle
perdite
le attività di minimo
problematiche
nel
trasporto
settore Riutilizzare prelievo delle vitale nei di
acque risorse
corsi
solido e di
civile ed le
interrimento
idriche
d’acqua
agricolo depurate
OBIETTIVI SPECIFICI
OBIETTIVI SPECIFICI
Ridurre
gli
impatti
antropici
Ridurre
il
livello
di
inquinamento
delle
acque
superficiali e
sotterranee
Utilizzo
di
pratiche agricole
ambientalmente
sostenibili
Ridurre/limitare
i fenomeni di
subsidenza
localizzati
Recupero
della
funzionalità
fluviale
Ripristino
dell’assetto
fluviale
naturale
Protezione
della
biodiversità
nelle aree
protette
Migliorare
lo
stato
degli
ecosistemi
acquatici e di
quelli terrestri ad
essi collegati e la
capacità di auto
depurazione dei
corsi d’acqua
Acqua
Fattori ambientali
Promuovere
l’uso razionale e
sostenibile delle
risorse idriche
Aumentare
la
capacità
di
ricarica
della
falda
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
310
Integrazioni – Documento 1
OBIETTIVI DI PIANO
Obiettivo
generale
Obiettivo
generale
Migliorare lo stato degli
Incrementare
e
ecosistemi acquatici e di
salvaguardare
la
quelli terrestri ad essi
biodiversità e potenziare le
Obiettivo generale Promuovere l’uso collegati e la capacità di
della
rete
funzionalità
razionale e sostenibile delle risorse auto depurazione dei corsi Obiettivo generale Riduzione degli effetti negativi indotti dalle alterazioni ecologica ed il grado di
idriche
d’acqua
connettività
morfologiche in atto
OBIETTIVI SPECIFICI
Migliorare la
Ridurre
gestione degli
Garantire invasi
in
le
Riequilibrare il deflusso riferimento alle
perdite
le attività di minimo
problematiche
nel
trasporto
settore Riutilizzare prelievo delle vitale nei di
acque risorse
corsi
solido e di
civile ed le
interrimento
idriche
d’acqua
agricolo depurate
Flora, fauna e biodiversità
Suolo
OBIETTIVI SPECIFICI
OBIETTIVI SPECIFICI
OBIETTIVI SPECIFICI
Ridurre
gli
impatti
antropici
Ridurre
il
livello
di
inquinamento
delle
acque
superficiali e
sotterranee
Utilizzo
di
pratiche agricole
ambientalmente
sostenibili
Ridurre/limitare
i fenomeni di
subsidenza
localizzati
Recupero
della
funzionalità
fluviale
Ripristino
dell’assetto
fluviale
naturale
Protezione
della
biodiversità
nelle aree
protette
Proteggere
il
suolo
e
conservare la sua
capacità
di
svolgere funzioni
ambientali
e
socioeconomiche
Incrementare e
salvaguardare la
biodiversità
e
potenziare
le
funzionalità della
rete ecologica ed
il
grado
di
connettività
naturale
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
311
Integrazioni – Documento 1
OBIETTIVI DI PIANO
Obiettivo
generale
Obiettivo
generale
Migliorare lo stato degli
Incrementare
e
ecosistemi acquatici e di
salvaguardare
la
quelli terrestri ad essi
biodiversità e potenziare le
Obiettivo generale Promuovere l’uso collegati e la capacità di
della
rete
funzionalità
razionale e sostenibile delle risorse auto depurazione dei corsi Obiettivo generale Riduzione degli effetti negativi indotti dalle alterazioni ecologica ed il grado di
idriche
d’acqua
connettività
morfologiche in atto
OBIETTIVI SPECIFICI
OBIETTIVI SPECIFICI
Migliorare la
Ridurre
gestione degli
Garantire invasi
in
le
Riequilibrare il deflusso riferimento alle
perdite
le attività di minimo
problematiche
nel
trasporto
settore Riutilizzare prelievo delle vitale nei di
acque risorse
corsi
solido e di
civile ed le
interrimento
idriche
d’acqua
agricolo depurate
OBIETTIVI SPECIFICI
OBIETTIVI SPECIFICI
Ridurre
gli
impatti
antropici
Ridurre
il
livello
di
inquinamento
delle
acque
superficiali e
sotterranee
Utilizzo
di
pratiche agricole
ambientalmente
sostenibili
Ridurre/limitare
i fenomeni di
subsidenza
localizzati
Recupero
della
funzionalità
fluviale
Ripristino
dell’assetto
fluviale
naturale
Protezione
della
biodiversità
nelle aree
protette
Paesaggio, beni ambientali e culturali
Impedire
la
diffusione delle
specie esotiche
invasive
e
salvaguardare le
specie autoctone
che
non
rientrano nelle
forme di tutela
vigenti
Promuovere la
salvaguardia e il
restauro
dei
paesaggi fluviali,
lacuali, marino
costieri e di
transizione
Promuovere
il
ripristino della
qualità
paesaggistica
delle
aree
degradate
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
312
Integrazioni – Documento 1
OBIETTIVI DI PIANO
Obiettivo
generale
Obiettivo
generale
Migliorare lo stato degli
Incrementare
e
ecosistemi acquatici e di
salvaguardare
la
quelli terrestri ad essi
biodiversità e potenziare le
Obiettivo generale Promuovere l’uso collegati e la capacità di
della
rete
funzionalità
razionale e sostenibile delle risorse auto depurazione dei corsi Obiettivo generale Riduzione degli effetti negativi indotti dalle alterazioni ecologica ed il grado di
idriche
d’acqua
connettività
morfologiche in atto
OBIETTIVI SPECIFICI
Migliorare la
Ridurre
gestione degli
Garantire invasi
in
le
Riequilibrare il deflusso riferimento alle
perdite
le attività di minimo
problematiche
nel
trasporto
settore Riutilizzare prelievo delle vitale nei di
acque risorse
corsi
solido e di
civile ed le
interrimento
idriche
d’acqua
agricolo depurate
Rischio idrogeologico-
Cambiamenti climatici
OBIETTIVI SPECIFICI
OBIETTIVI SPECIFICI
OBIETTIVI SPECIFICI
Ridurre
gli
impatti
antropici
Ridurre
il
livello
di
inquinamento
delle
acque
superficiali e
sotterranee
Utilizzo
di
pratiche agricole
ambientalmente
sostenibili
Ridurre/limitare
i fenomeni di
subsidenza
localizzati
Recupero
della
funzionalità
fluviale
Ripristino
dell’assetto
fluviale
naturale
Protezione
della
biodiversità
nelle aree
protette
Ridurre i gas ad
effetto
serra,
ridurre i consumi
energetici
attraverso
un
aumento
dell’efficienza
energetica,
soddisfare
il
fabbisogno
energetico
mediante
l’utilizzo
delle
energie
rinnovabili
Ridurre
le
conseguenze
negative per la
salute
umana,
l’ambiente,
il
patrimonio
culturale e le
attività
economiche
connesse con le
alluvioni
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
313
Integrazioni – Documento 1
OBIETTIVI DI PIANO
Obiettivo
generale
Obiettivo
generale
Migliorare lo stato degli
Incrementare
e
ecosistemi acquatici e di
salvaguardare
la
quelli terrestri ad essi
biodiversità e potenziare le
Obiettivo generale Promuovere l’uso collegati e la capacità di
della
rete
funzionalità
razionale e sostenibile delle risorse auto depurazione dei corsi Obiettivo generale Riduzione degli effetti negativi indotti dalle alterazioni ecologica ed il grado di
idriche
d’acqua
connettività
morfologiche in atto
OBIETTIVI SPECIFICI
Migliorare la
Ridurre
gestione degli
Garantire invasi
in
le
Riequilibrare il deflusso riferimento alle
perdite
le attività di minimo
problematiche
nel
trasporto
settore Riutilizzare prelievo delle vitale nei di
acque risorse
corsi
solido e di
civile ed le
interrimento
idriche
d’acqua
agricolo depurate
Assetto
morfologico
OBIETTIVI SPECIFICI
OBIETTIVI SPECIFICI
OBIETTIVI SPECIFICI
Ridurre
gli
impatti
antropici
Ridurre
il
livello
di
inquinamento
delle
acque
superficiali e
sotterranee
Utilizzo
di
pratiche agricole
ambientalmente
sostenibili
Ridurre/limitare
i fenomeni di
subsidenza
localizzati
Recupero
della
funzionalità
fluviale
Ripristino
dell’assetto
fluviale
naturale
Protezione
della
biodiversità
nelle aree
protette
Riduzione degli
effetti negativi
indotti
dalle
alterazioni
morfologiche in
atto
Popolazione e salute
Fattori socio-economici
Tutelare la salute
pubblica
e
migliorare
la
protezione
rispetto ai fattori
di minaccia
Assicurare
e
migliorare
la
qualità della vita
come
precondizione
per un benessere
individuale
durevole
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
314
Integrazioni – Documento 1
OBIETTIVI DI PIANO
Obiettivo
generale
Obiettivo
generale
Migliorare lo stato degli
Incrementare
e
ecosistemi acquatici e di
salvaguardare
la
quelli terrestri ad essi
biodiversità e potenziare le
Obiettivo generale Promuovere l’uso collegati e la capacità di
della
rete
funzionalità
razionale e sostenibile delle risorse auto depurazione dei corsi Obiettivo generale Riduzione degli effetti negativi indotti dalle alterazioni ecologica ed il grado di
idriche
d’acqua
connettività
morfologiche in atto
OBIETTIVI SPECIFICI
Migliorare la
Ridurre
gestione degli
Garantire invasi
in
le
Riequilibrare il deflusso riferimento alle
perdite
le attività di minimo
problematiche
nel
trasporto
settore Riutilizzare prelievo delle vitale nei di
acque risorse
corsi
solido e di
civile ed le
interrimento
idriche
d’acqua
agricolo depurate
Occupazione, formazione, partecipazione
OBIETTIVI SPECIFICI
OBIETTIVI SPECIFICI
OBIETTIVI SPECIFICI
Ridurre
gli
impatti
antropici
Ridurre
il
livello
di
inquinamento
delle
acque
superficiali e
sotterranee
Utilizzo
di
pratiche agricole
ambientalmente
sostenibili
Ridurre/limitare
i fenomeni di
subsidenza
localizzati
Recupero
della
funzionalità
fluviale
Ripristino
dell’assetto
fluviale
naturale
Protezione
della
biodiversità
nelle aree
protette
Migliorare
l’integrazione tra
i
sistemi
dell’istruzione,
formazione
e
lavoro
e
il
rapporto con il
territorio
Sensibilizzare
maggiormente
alle
problematiche
ambientali
e
promuovere
l’istruzione e la
formazione
in
campo
ambientale
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
315
Integrazioni – Documento 1
OBIETTIVI DI PIANO
Obiettivo
generale
Obiettivo
generale
Migliorare lo stato degli
Incrementare
e
ecosistemi acquatici e di
salvaguardare
la
quelli terrestri ad essi
biodiversità e potenziare le
Obiettivo generale Promuovere l’uso collegati e la capacità di
della
rete
funzionalità
razionale e sostenibile delle risorse auto depurazione dei corsi Obiettivo generale Riduzione degli effetti negativi indotti dalle alterazioni ecologica ed il grado di
idriche
d’acqua
connettività
morfologiche in atto
OBIETTIVI SPECIFICI
OBIETTIVI SPECIFICI
Migliorare la
Ridurre
gestione degli
Garantire invasi
in
le
Riequilibrare il deflusso riferimento alle
perdite
le attività di minimo
problematiche
nel
trasporto
settore Riutilizzare prelievo delle vitale nei di
acque risorse
corsi
solido e di
civile ed le
interrimento
idriche
d’acqua
agricolo depurate
OBIETTIVI SPECIFICI
OBIETTIVI SPECIFICI
Ridurre
gli
impatti
antropici
Ridurre
il
livello
di
inquinamento
delle
acque
superficiali e
sotterranee
Utilizzo
di
pratiche agricole
ambientalmente
sostenibili
Ridurre/limitare
i fenomeni di
subsidenza
localizzati
Recupero
della
funzionalità
fluviale
Ripristino
dell’assetto
fluviale
naturale
Protezione
della
biodiversità
nelle aree
protette
Ricerca e innovazione
Promuovere la
partecipazione
pubblica
alle
scelte territoriali
Promuovere la
ricerca
di
metodi,
strumenti
per
una progettualità
innovativa,
finalizzata
all’impiego
sostenibile delle
risorse
ambientali
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
316
Integrazioni – Documento 1
OBIETTIVI DI PIANO
Obiettivo
generale
Obiettivo
generale
Migliorare lo stato degli
Incrementare
e
ecosistemi acquatici e di
salvaguardare
la
quelli terrestri ad essi
biodiversità e potenziare le
Obiettivo generale Promuovere l’uso collegati e la capacità di
della
rete
funzionalità
razionale e sostenibile delle risorse auto depurazione dei corsi Obiettivo generale Riduzione degli effetti negativi indotti dalle alterazioni ecologica ed il grado di
idriche
d’acqua
connettività
morfologiche in atto
OBIETTIVI SPECIFICI
OBIETTIVI SPECIFICI
Migliorare la
Ridurre
gestione degli
Garantire invasi
in
le
Riequilibrare il deflusso riferimento alle
perdite
le attività di minimo
problematiche
nel
trasporto
settore Riutilizzare prelievo delle vitale nei di
acque risorse
corsi
solido e di
civile ed le
interrimento
idriche
d’acqua
agricolo depurate
OBIETTIVI SPECIFICI
OBIETTIVI SPECIFICI
Ridurre
gli
impatti
antropici
Ridurre
il
livello
di
inquinamento
delle
acque
superficiali e
sotterranee
Utilizzo
di
pratiche agricole
ambientalmente
sostenibili
Ridurre/limitare
i fenomeni di
subsidenza
localizzati
Recupero
della
funzionalità
fluviale
Ripristino
dell’assetto
fluviale
naturale
Protezione
della
biodiversità
nelle aree
protette
Turismo e fruizione
Valorizzare i beni
e le attività
culturali quale
vantaggio
comparato per
aumentare
l’attrattività
territoriale,
la
coesione sociale,
la qualità della
vita dei residenti
Aumentare
in
maniera
la
sostenibile
competitività
internazionale
delle
destinazioni
turistiche,
migliorando la
qualità
dell’offerta
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
317
Integrazioni – Documento 1
OBIETTIVI DI PIANO
Obiettivo
generale
Obiettivo
generale
Migliorare lo stato degli
Incrementare
e
ecosistemi acquatici e di
salvaguardare
la
quelli terrestri ad essi
biodiversità e potenziare le
Obiettivo generale Promuovere l’uso collegati e la capacità di
della
rete
funzionalità
razionale e sostenibile delle risorse auto depurazione dei corsi Obiettivo generale Riduzione degli effetti negativi indotti dalle alterazioni ecologica ed il grado di
idriche
d’acqua
connettività
morfologiche in atto
OBIETTIVI SPECIFICI
OBIETTIVI SPECIFICI
Migliorare la
Ridurre
gestione degli
Garantire invasi
in
le
Riequilibrare il deflusso riferimento alle
perdite
le attività di minimo
problematiche
nel
trasporto
settore Riutilizzare prelievo delle vitale nei di
acque risorse
corsi
solido e di
civile ed le
interrimento
idriche
d’acqua
agricolo depurate
OBIETTIVI SPECIFICI
OBIETTIVI SPECIFICI
Ridurre
gli
impatti
antropici
Ridurre
il
livello
di
inquinamento
delle
acque
superficiali e
sotterranee
Utilizzo
di
pratiche agricole
ambientalmente
sostenibili
Ridurre/limitare
i fenomeni di
subsidenza
localizzati
Recupero
della
funzionalità
fluviale
Ripristino
dell’assetto
fluviale
naturale
Protezione
della
biodiversità
nelle aree
protette
Energia
Agricoltura, pesca e acquacoltura
Miglioramento
degli
ambiti
agroforestali
Favorire
il
mantenimento
delle condizioni
ambientali per
garantire
la
stabilità
degli
allevamenti ittici
e
della
molluschicoltura
Promuovere lo
sviluppo
sostenibile della
pesca
nelle
acque interne
Produzione
di
energia
e
rinnovabile
miglioramento
dell’efficienza
energetica
*
*
*
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
318
Integrazioni – Documento 1
OBIETTIVI DI PIANO
Obiettivo
generale
Obiettivo
generale
Migliorare lo stato degli
Incrementare
e
ecosistemi acquatici e di
salvaguardare
la
quelli terrestri ad essi
biodiversità e potenziare le
Obiettivo generale Promuovere l’uso collegati e la capacità di
della
rete
funzionalità
razionale e sostenibile delle risorse auto depurazione dei corsi Obiettivo generale Riduzione degli effetti negativi indotti dalle alterazioni ecologica ed il grado di
idriche
d’acqua
connettività
morfologiche in atto
OBIETTIVI SPECIFICI
Migliorare la
Ridurre
gestione degli
Garantire invasi
in
le
Riequilibrare il deflusso riferimento alle
perdite
le attività di minimo
problematiche
nel
trasporto
settore Riutilizzare prelievo delle vitale nei di
acque risorse
corsi
solido e di
civile ed le
interrimento
idriche
d’acqua
agricolo depurate
Navigazion
e
e
impianti
portuali
OBIETTIVI SPECIFICI
OBIETTIVI SPECIFICI
OBIETTIVI SPECIFICI
Ridurre
gli
impatti
antropici
Ridurre
il
livello
di
inquinamento
delle
acque
superficiali e
sotterranee
Utilizzo
di
pratiche agricole
ambientalmente
sostenibili
Ridurre/limitare
i fenomeni di
subsidenza
localizzati
Recupero
della
funzionalità
fluviale
Ripristino
dell’assetto
fluviale
naturale
Protezione
della
biodiversità
nelle aree
protette
Riduzione degli
impatti dovuti ai
trasporti
*L’attuazione degli obiettivi di Piano indicati consente uno sviluppo sostenibile della produzione di energia da fonti rinnovabili, contribuendo al raggiungimento dell’obiettivo di
sostenibilità.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
319
Integrazioni – Documento 1
- deve essere chiarito il rapporto tra lo stato di qualità e obiettivo "buono" riportati nel Piano di
tutela delle acque e lo stato di qualità e obiettivo "buono" riportati nel Piano di gestione per i
corpi idrici; sia inoltre motivato ed eventualmente rivisto, alla luce di tale chiarimento, lo
slittamento al 2021 e al 2027 del raggiungimento dello stato "buono" previsto nel Piano di
gestione per diversi corpi idrici, con particolare riguardo a quell classificati come artificiali e alle
acque costiere;
Le differenze esistenti fra gli stati di qualità riportati nel Piano di tutela delle acque e nel Piano di Gestione delle acque
risiedono nella differente normativa che sta alla base dei due atti di pianificazione. Il primo è stato redatto nel 2005 e
seppur anticipando alcuni contenuti dalla Direttiva 2000/60/CE costituisce attuazione dell’art. 44 del D.Lgs 152/1999.
Il secondo è stato redatto ai sensi dall'articolo 13 della Direttiva stessa che a livello nazionale è stata recepita con il
D.Lgs 152/2006. Le innovazioni introdotte dalla Direttiva sul sistema di monitoraggio finalizzato alla determinazione
degli stati di qualità sono molte; fra le tante come esempio, il monitoraggio degli elementi biologici per i corpi idrici
superficiali il D.Lgs 152/06 richiede, in aggiunta ai macroinvertebrati (già valutati ai sensi del D.Lgs 152/99 attraverso
l’indice biotico esteso-IBE), il monitoraggio del fitobenthos, delle macrofite e della fauna ittica.
All’epoca dell’adozione del Piano di Gestione delle acque era di recente emanazione il D. M. 14 aprile 2009, n. 56,
recante criteri tecnici per il monitoraggio dei corpi idrici e l’identificazione delle condizioni di riferimento che fornisce
le definizioni dei cinque stati e potenziali ecologici da definire per ogni elemento di qualità individuato per: fiumi,
laghi, acque costiere, acque di transizione, corpi idrici artificiali e corpi idrici fortemente modificati. Risultava in corso
di redazione il DM 260/2010 “Regolamento recante i criteri tecnici per la classificazione dello stato dei corpi idrici
superficiali, per la modifica delle norme tecniche del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, recante norme in
materia ambientale, predisposto ai sensi dell'articolo 75, comma 3, del medesimo decreto legislativo” (emanato l’ 811-2010), ed era di recentissima approvazione la DGRT n.100 dell’8/2/2010 che individua le reti, i criteri e le
procedure per l’esecuzione dei programmi di monitoraggio e classificazione ai sensi della Direttiva 2000/60/CE1.
Da un esame dei riferimenti normativi su riportati (porre attenzione alle date di emanazione) risulta chiaro perché, per
l’attribuzione dello stato ecologico delle acque superficiali, ci si è dovuti attenere alle classificazioni già operate dal
Piano di Tutela della acque regionale, con le integrazioni derivabili dai monitoraggi sperimentali (cfr. Documenti 6
“Reti e programmi di monitoraggio” e 7 “Obiettivi di piano, stati di qualità e deroghe” del Piano di gestione)che
consentivano un’approssimazione degli elementi biologici monitorati a quelli previsti dalla direttiva 2000/60/CE.
Per quanto concerne gli stati di qualità delle acque sotterranee le disposizioni della Direttiva 2000/60/CE sono state
integrate da quelle della Direttiva 2006/118/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 12 dicembre 2006, sulla
protezione delle acque sotterranee dall’inquinamento e dal deterioramento. Tale direttiva è stata recepita in Italia con
il D. Lgs. 16 marzo 2009, n. 30.
In particolare il procedimento che ha portato alla classificazione dei corpi idrici superficiali e sotterranei può essere
così riassunto (per maggiori approfondimenti si rimanda al documento 7 “Obiettivi di piano, stati di qualità e deroghe”
del Piano di Gestione):
Acque superficiali: la classificazione di qualità operata dal Piano di Tutela delle acque, descritta nel documento n. 6
“Reti e programmi di monitoraggio”, conteneva già alcuni dei parametri indicati dalla direttiva 2000/60/CE, pertanto è
stata utilizzata come riferimento per la definizione degli stati di qualità del Piano di Gestione; sulla base di un giudizio
esperto l’indicazione del Piano di Tutela è stata inoltre confrontata con i dati risultanti dal monitoraggio sperimentale,
anch’esso descritto nel citato documento n. 6, al fine di integrare nel giudizio un maggior numero di parametri
aderenti alle richieste della direttiva 2000/60/CE.
Acque sotterranee: anche per i corpi idrici sotterranei il riferimento inevitabile per loro classificazione di qualità è
stato il Piano di Tutela delle acque regionale. È stato utilizzato l’indice di stato quantitativo delle acque sotterranee
(SquAS) per determinare lo stato quantitativo. Per quanto riguarda lo stato chimico, invece, ci si è potuti avvalere alle
considerazioni svolte da Arpat in merito alla verifica degli standard di qualità e dei valori soglia del D. Lgs. 30/2009 per
i campioni relativi ai punti di monitoraggio delle acque sotterranee (si veda l’allegato 6B Sostanze chimiche
monitorate per le acque sotterranee). In particolare, in applicazione dell’articolo 4, comma 2, lettera c) del suddetto
D. Lgs. 30/2009 per alcuni corpi idrici sotterranei è stato ritenuto di dover applicare l’indagine ivi prevista.
1
ad oggi risultano da individuare, tra l’altro, i siti di riferimento per ciascuna categoria e tipo di corpo idrico.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
320
Integrazioni – Documento 1
Per quanto concerne gli obiettivi di qualità, in base alle osservazioni ricevute dalla Regione Toscana (Settore strumenti
di valutazioni e sviluppo sostenibile e Settore Tutela delle Acque interne e costiere – Servizi idrici), i tempi per il
raggiungimento degli obiettivi del Piano di gestione delle acque vengono omogeneizzati nel Piano di Gestione con
quelli indicati nel Piano di Tutela delle acque della Regione Toscana (cfr. Documento 7 del Piano di Gestione).
- deve essere valutata la coerenza degli obiettivi di Piano con gli obiettivi di produzione di
energia elettrica da fonti rinnovabili — che comprendono quella idroelettrica - disciplinati dalle
direttive 2001/77/CE e 2009/28/CE, dalla L. 244/2007, nonche dal Piano energetico regionale
della regione Toscana;
(In collaborazione con la Dott.ssa A. Grazzini)
(Integrazione tratta dal Documento 15 “Dichiarazione di sintesi” del Piano di Gestione).
Relativamente alla considerazione dei Piani Energetici Regionali e degli usi idroelettrici, si rimanda a quanto già
illustrato nel Documento 12 del Piano di Gestione, paragrafo 2.4 (“Piano di Indirizzo Energetico Regionale”).
Preme comunque approfondire la problematica, evidenziando la necessità di inquadrare la questione dell’acqua nella
più ampia visione strategica della gestione del territorio, considerando tutte le valenze che dall’acqua traggono
beneficio. In occasione del Convegno Nazionale d’aggiornamento TAM “Energia dall’acqua in montagna” svoltosi il
13/06/2009 nel Parco delle Groane, è emerso che dati recenti del Gestore Servizi Elettrici rilevano che i nuovi impianti
prevedibili al 2020 incrementerebbero di circa 0.1% la produzione necessaria al fabbisogno elettrico nazionale: un
contributo minimo a fronte delle alterazioni ambientali causate dai nuovi impianti. Si rileva inoltre che l’elevata
incentivazione alle fonti rinnovabili rende molto appetibili le opere di derivazione idrica in zone montane, talvolta con
strade di cantiere determinanti elevati impatti idrogeologici e/o paesaggistici e ambientali, e che, poiché la gestione
dei piccoli impianti è economicamente sostenibile grazie agli attuali incentivi a termine (15 anni), è prevedibile che
venendo a mancare detti incentivi tali impianti vengano abbandonati e lasciati sul territorio. Per approfondimenti su
tali argomentazioni si rimanda all’articolo “Energia dall’acqua in montagna”, a cura della CCTAM, pubblicato in “ La
Rivista” (gennaio- febbraio 2010); per approfondimenti sugli impatti ambientali delle centraline idroelettriche si
rimanda a quanto presentato alla giornata di studio organizzata dall’Autorità di bacino del Serchio il 30 Aprile 2009 e
pubblicato sul sito alla pagina:
http://www.autorita.bacinoserchio.it/files/pianodigestione/partecipazione/incontri/2A/Presentazione_regione.pdf .
Si rileva comunque che, nella fase di attuazione delle misure e di monitoraggio degli effetti, verrà valutato
approfonditamente il potenziale di produttività elettrica del bacino del fiume Serchio; in particolare verrà valutato
quanto di tale potenziale è già attualmente sfruttato e quanto rimane ancora disponibile, anche in considerazione dei
costi ambientali che tale sfruttamento comporta.
Relativamente alla misura 1, che contiene elementi di possibile incoerenza rispetto al PIER della Regione Toscana, si
evidenzia che la stessa Regione, in occasione delle osservazioni al Piano, ha rilevato che “il quadro delle pressioni e
degli impatti è stato elaborato a partire dai dati riportati nel Piano di Tutela delle Acque, aggiornati e approfonditi alla
luce della situazione attuale; i contenuti risultano pertanto coerenti con quelli del Piano di Tutela delle Acque”: alla
luce di ciò il sistema delle centraline , inserito nel piano di gestione fra le pressioni significative (tav. 4.9), è da ritenersi
condiviso dalla Regione stessa. Inoltre si ricorda che la stessa misura 1 contempla sempre la possibilità di realizzare
“impianti di derivazione con presa e rilascio non fisicamente distinte”.
Ad ulteriore approfondimento di quanto riportato nel Documento 15 “Dichiarazione di sintesi” del Piano di Gestione
vengono effettuate di seguito ulteriori riflessioni in merito alle energie alternative.
L’utilizzo dei carburanti fossili è la principale fonte antropica di emissioni di gas serra. Dall’estrazione alla combustione
questa filiera rappresenta i tre quarti di emissioni di CO2 dell’umanità, circa il 20% di tutte le emissioni di metano e
una quantità importante di ossido nitroso (N2O), oltre all’emissione di elevate quantità di ossidi di azoto, di
idrocarburi e di monossido di carbonio che contribuiscono alla formazione di un altro gas serra come l’ozono
troposferico (C. Villeneuve e F. Richard, 2008 Vivere i cambiamenti climatici).
I carburanti fossili rappresentano la principale fonte di energia.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
321
Integrazioni – Documento 1
Rispetto al Cap. 3.1 della relazione sullo stato dell’Ambiente del Rapporto Ambientale è possibile calcolare i consumi
elettrici nella provincia di Lucca dal 2005 al 2007 per comune grazie ai dati forniti dal quadro conoscitivo del
documento di programmazione energetica e ambientale della Provincia di Lucca (2010).
Questo permette di disporre di un dato relativo al bacino del fiume Serchio più realistico in quanto è stato possibile
escludere i comuni di Porcari (quello con i massimi consumi energetici elettrici, pari a circa 40 GWh nel 2007, di cui il
92% imputabile al settore industriale), di Capannori (il terzo in graduatoria a livello provinciale con consumi energetici
elettrici, pari a circa 30 GWh nel 2007, di cui il 64% imputabile al settore industriale), di Altopascio e di Camaiore.
Consumi totali (MWh) di energia elettrica anno 2007
n° utenze elettriche relative al 2007
Le 2 immagini permettono di comprendere che in genere esiste una correlazione tra n° di utenze elettriche e consumi;
al contrario, in alcuni comuni come Barga, Borgo a Mozzano, Coreglia Antelminelli, a fronte di un n° di utenze
elettriche basso/medio sono stati rilevati elevati consumi elettrici per la presenza di insediamenti industriali
particolarmente energivori.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
322
Integrazioni – Documento 1
Si osserva che, nonostante un aumento del n° di utenze (asse verticale secondario), nel 2007 si è registrato un calo dei
consumi (in MWh asse verticale principale).
Tolti i comuni della provincia di Lucca non compresi nel bacino del Serchio (o compresi parzialmente per porzioni non
significative) si ha che i consumi elettrici nell’anno 2007 risultano circa il 41% di quelli provinciali totali e il 6,5% di
quelli regionali.
Il settore indistriale a maggior consumo energetico è quello cartario che nel 2009 rappresenta il 74% del totale dei
consumi industriali della provincia di Lucca e il 48% del totale dei consumi elettrici.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
323
Integrazioni – Documento 1
Interessante il dato sui consumi di energia elettrica nel settore agricolo che evidenzia i comuni di Viareggio e
Massarosa dove, oltre a colture intensive a pieno campo si trovano diverse aziende florovivaistiche.
Elevati anche i consumi elettrici agricoli nel capoluogo. Nella maggior parte dei comuni della Media valle e della
Garfagnana i consumi elettrici nel settore agricolo sono molto bassi, dal momento che prevalgono colture estensive
gestite secondo metodi tradizionali.
I consumi domestici sono strettamente correlati alla densità di popolazione.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
324
Integrazioni – Documento 1
I consumi industriali di energia elettrica ricadono nei comuni in cui sono presenti la maggior parte degli insediamenti.
Si tenga conto che il valore non è strettamente legato al n° di industrie presenti ma alle necessità di energia di
ciascuna tipologia. Gli alti valori di Borgo a Mozzano sono determinati dalla presenza di industrie del settore cartario.
Queste incidono anche sui consumi di Bagni di Lucca e di Coreglia Antelminelli e, parzialmente, di Barga. Significativo il
calo registrato nel 207 nel Comune di Castiglione di Garfagnana. Si osserva che questi dati sono comparabili con quelli
relativi alle emissioni totali di CO2 riportati nel Cap 6.1.1.
Il settore terziario, che risulta particolarmente energivoro, è fortemente sviluppato nei comunid i Lucca e di Viareggio,
interessati da flussi turistici consistenti.
Nella tabella seguente sono evidenziate le emissioni globali della catena di produzione per kWh di elettricità.
Fonte di energia
Carbone
Petrolio
Gas (naturale e GNL)
Nucleare
Solare (fotovoltaico)
Eolico
Idroelettrico
Fattori di emissioni (gCO2 eq/kWh)
940-1340
690-890
650-770
8-27
81-260
16-120
4-18
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
325
Integrazioni – Documento 1
Dalla tabella risulta evidente che le fonti energetiche rinnovabili possono rappresentare una delle migliori soluzioni
per la riduzione delle emissioni climalteranti in atmosfera.
Dal sito della Regione Toscana, nella sezione dedicata all’energia, si ricava che nel 2004 la domanda è stata pari a circa
21 mila Gwh. L’industria ne assorbe il 35% circa, i consumi civili il 32% (di cui il 60% per riscaldamento, produzione di
acqua calda e cottura dei cibi) i trasporti il 31,5% e l’agricoltura l’1,5%.
In Toscana si producono oltre 19 mila Gwh, 2.000 meno di quanti se ne consuma.
Il 28% dell’energia elettrica prodotta in Toscana deriva dalla geotermia, con 711 Mw di potenza installata.
Un altro 5% viene dalle altre fonti rinnovabili: acqua (317 Mw installati con le centrali idroelettriche), biomasse, e in
piccolissima parte energia eolica (27,8 Mw installati) e solare (3 Mw installati di fotovoltaico). Il rimanente 77% viene
prodotto dalle centrali termoelettriche. Ce ne sono 59 in Toscana. In maggior parte sono alimentate a petrolio, come a
Piombino e a Livorno, e rilasciano molta anidride carbonica in atmosfera. La centrale di Cavriglia è stata riconvertita a
ciclo combinato a metano che da energia più pulita e a costi inferiori.
La Regione Toscana ha definito le scelte fondamentali della programmazione energetica con la Legge n. 39 del 2005
“Disposizioni in materia di energia”, a cui ha fatto seguito l’elaborazione del Piano di indirizzo energetico regionale
(Pier approvato dal Consiglio regionale in data 08-07-2008), valido fino al 2010 e che fa propri gli obiettivi europei
fissati per il 2020: riduzione delle emissioni di gas serra del 20%, miglioramento dell’efficienza energetica del 20%,
incremento fino al 20% dell’energia prodotta da fonti rinnovabili. Come riportato sul sito della Regione Toscana
(http://www.regione.toscana.it/regione/export/RT/sitoRT/Contenuti/sezioni/ambiente_territorio/energia/visualizza_asset.html_347916568.html) obiettivo della Regione è
di produrre entro il 2020 il 39% di energia elettrica e il 10% di energia termica impiegando fonti rinnovabili e di ridurre
le emissioni annue di anidride carbonica (CO2) di 7,2 milioni di tonnellate.
Biomasse. La Regione sta incentivando la produzione di energia sia termica che elettrica dalla combustione delle
biomasse, i materiali vegetali di scarto del bosco e delle coltivazioni agricole che abbondano in Toscana. Il Piano
energetico regionale prevede la costruzione di impianti termici di piccole dimensioni che sfruttino questa risorsa
naturale. In Provincia di Lucca allo stato attuale risulta installato un solo impianto per la produzione energetica dalle
biomasse a Camporgiano e altri 3 impianti sono stati autorizzati ma non realizzati
Eolico. Con la forza del vento in Toscana vengono prodotti 27,8 Mw di energia elettrica all’anno. Gli impianti sono a
Montemignaio e a Scansano. Il Laboratorio per la meteorologia e modellistica (Lamma), costituito dalla Regione in
collaborazione con l’Istituto di biometeorologia del Consiglio nazionale delle ricerche e della Fondazione per la
meteorologia applicata, ha predisposto una mappa con le zone più adatte e dove non ci siano vincoli ambientali per la
costruzione di impianti eolici: entro il 2020 è prevista l’installazione di 25 centrali eoliche da 15-25 Mw. In Provincia di
Lucca sono in corso studi per lo sviluppo della risorsa eolica
Geotermia. La geotermia contribuisce in misura del 28% alla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. Le
centrali geotermiche sono 33, per un totale di oltre 600 pozzi, localizzate tutte tra l’Amiata senese e grossetano e
Pomarance-Larderello (Pisa). Producono 711 Mw. Il piano energetico prevede un aumento di 200 Mw, pari al 28%,
ponendo due condizioni: garanzie per una geotermia sostenibile e vantaggi per le comunità locali.
Solare fotovoltaico e termico. In Toscana vengono prodotti 3 Mw di energia con i pannelli solari fotovoltaici. Entro il
2020 tale produzione, secondo il Piano energetico regionale andrà aumentata di 50 volte, arrivando a 150Mw. Dal
quadro conoscitivo del Documento di Programmazione energetica ed ambientale della provincia di Lucca (2010)
risulta che gli impianti fotovoltaici in esercizio sono in continuo aumento e ampiamente diffusi nella maggior parte dei
comuni (soprattutto in quelli della piana di Lucca e della costa)
Settore idroelettrico,
http://www.regione.toscana.it/regione/multimedia/RT/documents/1215774931634_TESTO_APPROVATO_IN_AULA_8
LUGLIO08.pdf)
Il PER 2000 rilevava che “La produzione elettrica da fonte idraulica ha raggiunto, a livello nazionale e regionale, buoni
livelli di diffusione ed economicità, vicini alla competitività anche per la piccola idraulica…” Pertanto “….le potenzialità
idroelettriche residue della regione sono modeste. Infatti i siti ancora disponibili in Toscana per la realizzazione di
grossi impianti, con un tempo di ritorno dell’investimento sufficientemente breve, sono già stati sfruttati;
conseguentemente, gli impianti ancora da installare, possono essere unicamente di taglie ridotte (minihydro)”.
Sempre nel PER troviamo un’altra utile indicazione da riprendere e riproporre: “…va ricercata la collocazione (degli)
impianti all’interno di sistemi di gestione integrata delle risorse idriche: un’opzione è quella degli impianti a recupero
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
326
Integrazioni – Documento 1
energetico inseriti nelle reti acquedottistiche. Il recupero energetico può intendersi sia come ottimizzazione dell’uso
dell’energia utilizzata in rete (motori idraulici per l’azionamento delle pompe per il sollevamento), che come semplice
inserimento di unità di produzione di energia elettrica (turbogeneratori) in sistemi idraulici realizzati per usi diversi e
nei quali viene perciò dissipata parte più o meno rilevante dell’energia disponibile”.
Nel PIER si precisa che, pur ricercando la massima semplificazione amministrativa per gli impianti minihydro (ossia
quelli con una potenza non superiore a 3 MW) deve essere fatta salva la necessaria tutela almeno del minimo deflusso
vitale e la garanzia di una minima distanza tra impianti di presa e restituzione in alveo.
Riprendendo ed ampliando le previsioni elaborate in sede di PER 2000, il PIER ipotizza una possibilità di sviluppo del
minihydro, al 2020, non superiore ai 100 MW.
Potenza impianti installati prima dell’entrata in vigore del PIER
Potenza aggiuntiva prevista
Potenza complessiva prevista
Producibilità prevista –
MW 317,9
MW 100
MW 417,9
GWh 942
Il PIER auspica che le Province, attraverso il coinvolgimento degli enti competenti, compresi gli AATO, definiscano,
laddove presenti, disposizioni in materia di rilascio di concessioni di derivazione di acqua pubblica ai fini di produzione
di energia e indica che disposizioni particolari dovranno essere dettate per:
i bacini dei fiumi Arno e Serchio;
gli impianti da collocarsi all’interno del sistema di gestione integrata della risorsa idrica.
Più in generale è sentita l’esigenza di disporre di una mappa a livello regionale delle zone maggiormente vocate ad
accogliere tale tipo di impianti
Il Nucleo Idroelettrico di Lucca coincide con quello della regione Toscana e risulta costituito:
dall’Asta del Serchio, con gli impianti di Sillano 0, Sillano 1, Sillano 2, Corfino, Sillico, Isola Santa, Torrite, Castelnuovo
Garfagnana, Fabbriche, Gallicano, Ania, Pian della Rocca, Vinchiana;
da quella del Lima con le centrali di Sestaione, Rio Freddo, Livogni, Sperando e Lima;
da quella dell’Arno con Ponte a Olmo, Dicomano, La Nussa, La Penna e Levane,
da alcune aste minori:
quella del Magra con l’impianto di Arlia,
del Lucese con quello di Lombrici,
del Fiora con quello di Selvena,
del Gora delle Ferriere con quello di Valpiana
dall’Asta del Lamone con la centrale di Marradi.
Nel bacino del Serchio è presente circa il 60% del parco idroelettrico ENEL della Toscana (17 centrali del sistema
idraulico strategico). Dal grafico seguente si osserva che in media circa il 90% dell’energia prodotta da fonte
idroelettrica ENEL in Toscana proviene dalle centrali situate nell’asta del Serchio e del T. Lima (e quindi dal Bacino del
Fiume Serchio)
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
327
Integrazioni – Documento 1
% idroelettrico bacino Serchio rispetto alla produzione idroelettrica regionale
100%
90%
80%
70%
60%
50%
40%
30%
20%
10%
0%
2003
* valore riferito al I trimestre
2004
2005
2006
2007*
Altri impianti RT
TOTALE Serchio
I dati relativi alle centrali idroelettriche sono stati tratti dalla Dichiarazione Ambientale anno 2006 e dalla
Dichiarazione Ambientale 2007 relativa agli Impianti idroelettrici del Nucleo Idroelettrico di Lucca redatte da ENEL
nell’ambito della certificazione EMAS.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
328
Integrazioni – Documento 1
GWh prodotti dalle centrali idrolettriche del Bacino del Serchio dal 2003 al 2006
500,00
450,00
400,00
350,00
300,00
250,00
200,00
150,00
100,00
50,00
0,00
2003
2004
2005
2006
Dal grafico si osserva che la produzione di elettricità da parte delle centrali idroelettriche presenti nel bacino del
Serchio è andata calando dal 2003 al 2006 con un brusco calo nel 2005. Queste variazioni della produzione sono legate
alle oscillazioni della risorsa idrica disponibile registrate nell’ultimo decennio. Su 12 invasi il volume utile di invaso a
oggi è 32,8 milioni di m3. La situazione determina, per far fronte alle diverse esigenze idriche (acquedottistiche, irrigue
e ambientali), spesso anche una riduzione dei rilasci dalle dighe nei mesi estivi.
In merito alla problematica l’Autorità di bacino del Serchio aveva già individuato, con Delibera del Comitato
Istituzionale n° 147 del 05/04/2006, i valori dei rilasci per la tutela del Deflusso Minimo Vitale dagli impianti ENEL (in
l/sec).
Disponendo dei dati di produzione elettrica a livello regionale 2005 (TERNA) e dei dati di produzione delle centrali
idroelettriche nel bacino del Serchio nello stesso anno (anche se si nota che risulta l’anno in cui la produzione è stata
molto più bassa rispetto agli altri anni) , si ha che esse incidono sul totale regionale dell’1,45%.
Se si calcola il contributo della produzione elettrica da centrali idroelettriche sui consumi registrati nel 2005 per la
Provincia di Lucca, si ha una percentuale di circa l’8%. Il rapporto del Dr Brunelli al II Forum c/o l’Autorità di Bacino del
Serchio (30/04/2009) riporta un dato aggiornato al 2008 che dimostra che la produzione degli impianti ENEL dell’asta
del Serchio copre circa il 12% del fabbisogno della Provincia di Lucca.
Nella relazione sullo stato dell’ambiente del rapporto Ambientale sono inoltre riportati i dati forniti da ENEL S.p.A in
merito alle quantità di emissioni evitate in atmosfera grazie all’esercizio degli impianti idroelettrici calcolate, per
ciascun anno, come prodotto della produzione idroelettrica netta (produzione lorda meno i consumi per i servizi), per
il coefficiente annuale di emissione specifica riferito alla produzione termoelettrica fossile
Per quanto riguarda le centrali idroelettriche non appartenenti al sistema idraulico strategico si rimanda alla tabella
3.2.1.1 redatta nel quadro conoscitivo del documento di programmazione energetica e ambientale della Provincia di
Lucca (2010)
Non è possibile a oggi calcolare il contributo della produzione elettrica da centrali mini idro, perché non sono
disponibili dati di potenza di ciascun impianto. .
Ambizioso l’obiettivo del PIER di raggiungere una percentuale del +31% di produzione idroelettrica (potenziare
l’idroelettrico passando dagli attuali 318 ai 418 Mw (+31%) sfruttando piccoli impianti con procedure semplificate a
livello provinciale) aumentando ulteriormente il numero di impianti mini-idro (fino a un massimo di 3 MW ai sensi
della normativa vigente)
Nel bacino del Serchio, la presenza di un fitto reticolo idrografico caratterizzato da buone portate (data l’elevata
piovosità tipica del territorio montano) e da una notevole acclività che favorisce la presenza di salti e pendenze utili,
ha favorito in tempi storici la presenza di numerosi opifici idraulici che sfruttavano le acque per la produzione di
energia meccanica. Oggi si assiste a una notevole distribuzione di centrali mini-idro che vanno a interessare la maggior
parte dei corsi d’acqua. Il sistema dei piccoli impianti idroelettrici presenta diversi vantaggi rispetto ad altre FER:
permette di produrre energia sulla base della disponibilità di acque correnti e questa risorsa è ampiamente diffusa
permette di produrre energia anche in luoghi isolati e non facilmente raggiungibili da linee elettriche
permette il recupero di vecchi impianti volti alla derivazione e alla utilizzazione delle acque quale forza motrice
(antichi opifici idraulici come ferriere, molini, frantoi..)
il “combustibile”acqua ha un basso costo
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
329
Integrazioni – Documento 1
La maggior parte di quelle presenti sul territorio del Bacino del Serchio non sono state installate a fini di autoconsumo
ma a fini di investimento finanziario da parte di imprese private che rivendono l’energia prodotta all’Ente Gestore.
Esistono situazioni con aste fluviali fortemente sfruttate dal punto di vista della produzione di energia idroelettrica
soprattutto quando si hanno situazioni cumulative per cui gli effetti derivanti dagli impianti vanno a sommarsi.
Da una parte si ha la Direttiva 2009/28/CE “sulla promozione dell’uso dell’energia da Fonti Rinnovabili” (triplice
obiettivo di riduzione dei consumi del 20% al di sotto del tendenziale, incremento dell’uso di energia rinnovabile per
una quota pari al 20% dei consumi e taglio delle emissioni di CO2 di un eguale 20%) che assegna all’Italia, sulla base
essenzialmente di calcoli economici (il PIL) l’obiettivo di soddisfare il 17% dei propri consumi finali di energia
ricorrendo alle risorse rinnovabili entro il 2020, partendo dal 5,2% del 2005 (+11,8%) e che tende a semplificare le
procedure per la realizzazione degli impianti. D’altra parte la “Direttiva Quadro sull’Acqua” 2000/60/CE persegue
molteplici obiettivi, quali la prevenzione e la riduzione dell'inquinamento, la promozione di un utilizzo sostenibile
dell’acqua, la protezione dell'ambiente, il miglioramento delle condizioni degli ecosistemi acquatici e la mitigazione
degli effetti delle inondazioni e della siccità e si attua mediante i piani di gestione che mirano specificatamente a:
impedire il deterioramento, migliorare e ripristinare le condizioni dei corpi idrici superficiali, fare in modo che
raggiungano un buono stato chimico ed ecologico entro la fine del 2015 e ridurre l'inquinamento dovuto agli scarichi e
alle emissioni di sostanze pericolose;
proteggere, migliorare e ripristinare le condizioni delle acque sotterranee, evitarne l'inquinamento e il deterioramento
e garantire un equilibrio fra l'estrazione e il ravvenamento;
preservare le aree protette.
La realizzazione degli impianti va a interessare gli alvei dei corsi d’acqua, le fasce ripariali, le aree prossime ai torrenti
per il passaggio delle condotte e delle centrali di turbinazione; la presa, costituita da un’opera di sbarramento,
rappresenta elemento di frammentazione del corridoio fluviale incidendo in maniera significativa sugli habitat e sulle
specie. La normativa vigente prevede che tali opere, per concessioni di derivazione superiori a 200 l/sec siano
sottoposte a preventiva valutazione di impatto ambientale mediante procedura di verifica di assoggettabilità.
L’autorità di bacino del Serchio ha definito specifiche misure per la salvaguardia del Deflusso Minimo Vitale così da
garantire la sopravvivenza dell’ecosistema fluviale. A oggi l’estesa e ampia diffusione di tali impianti, rende necessario
attuare una regolamentazione nell’utilizzo e nella localizzazione di nuove derivazioni a uso idroelettrico. Anche la
provincia di Lucca, nel quadro conoscitivo del documento di programmazione energetica della provincia di Lucca
(2010), specifica che nella fase finale di redazione dello stesso Piano Energetico e ambientale verranno definite le
potenzialità del territorio alla produzione di energia elettrica da fonte idraulica partendo dalle caratteristiche
geomorfologiche, litologiche, pedologiche e di uso del suolo del territorio e dalle caratteristiche dei corsi d’acqua
presenti. (..) Al termine di questa fase di caratterizzazione, con i metodi dell’idrologia e dell’idraulica, verranno
calcolate le portate derivabili e il potenziale idroelettrico, tenendo ben presenti le limitazioni imposte per la
salvaguardia dell’ambiente (es. mantenimento del deflusso minimo vitale).
Si ritiene che nello sfruttamento delle fonti rinnovabili siano da valutare in maniera adeguata i costi economici,
ambientali e sociali. Affinché una forma di energia possa qualificarsi in un’ottica di sviluppo sostenibile deve
minimizzare il proprio impatto sull’ambiente a un grado tale da non lasciare perturbazioni irreversibili negli
ecosistemi. Altrimenti non ha senso parlare di risorsa rinnovabile.
E’ quindi da valutarsi, per ciascuna delle filiere di produzione di energia da fonti alternative l’ECOBILANCIO ossia gli
impatti dei prodotti e dei servizi dalla “nascita alla morte” così da poter installare/fornire l’energia giusta al posto
giusto, sia essa fotovoltaica, eolica o idroelettrica.
Nel bilancio costi- benefici sono da tenere in considerazione le pressioni e gli impatti sulle risorse ambientali anche
potenzialmente causati dalla posa in opera di tali impianti. presi in debita considerazione tutti gli elementi di criticità
del territorio, in primis la funzionalità ecosistemica e la conservazione di habitat e specie ed eventuali effetti
cumulativi.
Lo sbarramento del corso d’acqua comporta in misura maggiore o minore l’alterazione delle caratteristiche
morfologiche dell’alveo, l’interruzione dei flussi idrici e delle comunità biologiche presenti con dirette conseguenze
sulla fauna ittica e sulle dinamiche dell’ecosistema e, la diminuzione delle portate, può influenzare l’alveo di magra e
di morbida e quindi la struttura delle vegetazione ripariale del tratto sotteso.
Nel caso dei grossi invasi idroelettrici si aggiungono la modifica degli apporti fluviali di materiale solido alla foce (con
possibili effetti sul bilancio di sedimenti nelle aree costiere) perché si ha il deposito dei sedimenti provenienti dal
bacino imbrifero a monte all’interno dell’invaso stesso e la possibilità che si verifichino alterazioni della qualità
dell’acqua accumulata. E’ necessaria una corretta regolamentazione della gestione (anche in occasione dell’apertura
degli organi di scarico profondi nelle operazioni di sghiaia mento e sfangamento per cui vanno redatti appositi
progetti) e l’attuazione di interventi sia a livello progettuale che di esercizio che consentano il mantenimento del
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
330
Integrazioni – Documento 1
minimo deflusso vitale, la possibilità di risalita dei pesci mediante specifiche scale, il controllo dei parametri di qualità
delle acque.
Dati gli scenari prospettati dai cambiamenti climatici in atto, con periodi di scarsità idrica e frequenti eventi di pioggia
intensi, è importante pianificare l’utilizzo dell’invaso anche come strumento per attenuare le piene o quale serbatoio
per garantire usi plurimi della risorsa acqua (irriguo, potabile, ricreativo..).
Gli stessi cambiamenti climatici (magari attraverso un monitoraggio e un’analisi più approfonditi degli scenari locali)
devono portare quindi a un’attenta riflessione circa l’ulteriore diffusione di tali impianti mini-idro, soprattutto in
contesti di particolare valenza conservazionistica, caratterizzati da habitat e specie di interesse che hanno
determinato la perimetrazione di siti della Rete Natura 2000 (Dir 92/43/CE).
In questi casi, il bilancio vede sui piatti della bilancia sia i vantaggi energetici e la riduzione degli impatti emissivi
climalteranti evidenti su scala globale (1 GWh di energia elettrica prodotta da un piccolo impianto idroelettrico
consente di evitare l’emissione in atmosfera di 480 tonnellate di CO2) che il valore intrinseco delle risorse naturali
interessate, oltre alla funzionalità ecologica che esse svolgono, evidenti a scala locale.
Il piano di azione regionale per la biodiversità in fase di elaborazione (ottobre 2010) ha individuato tra le principali
cause di minaccia la gestione idraulica che va ad agire su 37 habitat e ben 302 specie, corrispondenti all’86% degli
habitat e all’88% delle specie dei corsi d’acqua (in particolare flora igrofila, molluschi, crostacei, insetti, pesci, anfibi).
Per gestione idraulica si intendono le opere trasversali (come briglie, sbarramenti, impianti idroelettrici) e gli
interventi sulla vegetazione ripariale (che comunque è spesso interessata da tagli per la realizzazione delle vie di
cantiere e di servizio per gli impianti e la posa della condotta di derivazione fino al fabbricato di centrale). Da
sottolineare che contenuto essenziale delle misure di base per le aree protette definite dal distretto idrografico del
Fiume Serchio risultano le misure della Delibera di G.R. n° 644/2004 che individuano per ciascun sito della rete natura
2000 gli elementi di criticità e le necessarie misure di conservazione.
Nella seguente tabella, inoltre, sono indicati gli effetti dei cambiamenti climatici in atto su tipologie di habitat e su
gruppi di specie e risulta evidente la vulnerabilità sugli ecosistemi delle acque superficiali.
Climate change and Biodiversity (European Environment Agency, 2010)
Rispondendo anche a quanto indicato nel PIER per quanto concerne il Bacino del Serchio, le misure supplementari del
piano di gestione (in particolare la Scheda norma n° 1 e la scheda norma n° 4) sono volte a garantire la sostenibilità
nella realizzazione e nell’utilizzo degli impianti idroelettrici nelle aree per le quali risultano prioritari elementi di
conservazione degli ecosistemi acquatici come definite dalla Direttiva quadro sulle acque. Si tratta di trasferire a scala
territoriale la necessità di implementazione delle fonti rinnovabili non soltanto su una base economica (PIL) ma su
conoscenze specifiche delle potenzialità che la risorsa acqua può ancora avere in merito allo sfruttamento
idroelettrico. Come approfondito e meglio esplicitato nella “circolare illustrativa di attuazione delle misure
supplementari n° 1,4,7,9 del piano di gestione delle acque” la ratio della disposizione che prescrive la limitazione
all’incremento di derivazioni di acque superficiali all’interno delle aree ritenute di elevato interesse ambientale e
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
331
Integrazioni – Documento 1
;
I
naturalistico, sta nel riconoscimento che il territorio rappresentato dalle aree protette non possa sopportare ulteriori
pressioni, in termini di sottrazione di acqua dai corpi idrici per utilizzi antropici. pena il mancato raggiungimento degli
obiettivi del Piano. Questo non impedisce che possano esistere deroghe per utilizzi di interesse locale adeguatamente
documentati, quando sussistano esigenze di approvvigionamento non altrimenti soddisfacibili per consumo umano,
per uso irriguo , per produzione di energia idroelettrica a fini di autoconsumo, per produzione di forza motrice per il
funzionamento di vecchi opifici idraulici.
Le misure suddette risultano sinergiche con le misure supplementari n° 6 (Scheda di indirizzo vincolante “Definiione di
un codice di buona prassi per la gestione della vegetazione riparia lungo i corsi d’acqua) e n° 14 “Programmazione da
parte dell’Autorità di Distretto del Fiume Serchio, sentite le province competenti, della realizzazione di rampe di
risalita dei pesci agli sbarramenti fluviali più importanti, al fine di garantire il ripristino della continuità longitudinale
del corso d’acqua e quindi la riapertura dei corridoi ecologici”.
Importante è sottolineare che il settore delle mini-idro sta conoscendo un consistente sviluppo che porta a un rapido
miglioramento tecnologico; ad es recenti innovazioni hanno reso disponibili turbine in grado di sfruttare in modo
efficiente anche salti molto bassi e questo consentirebbe di spostare l’attenzione dalle aree montane a quelle di
pianura, utilizzando ad esempio le reti di canali di bonifica o di irrigazione oppure turbine molto piccole che
potrebbero essere collocate nelle condotte idrauliche degli acquedotti montani per sfruttare l’energia che si crea per
gli elevati dislivelli di quota.
In questo caso si risponde alla necessità di implementare le FER con un impatto ambientale ridotto per quanto
riguarda le reti idrauliche semi-artificiali delle pianure bonificate e pressoché nullo per gli acquedotti montani e si
garantirebbe peraltro un uso plurimo di acque già oggetto di sfruttamento.
deve essere valutata la coerenza degli obiettivi del Piano con gli obiettivi internazionali (Libro
bianco della Commissione europea su "L'adattamento ai cambiamenti climatici: verso un quadro
d'azione europeo" COM (2009) 147) tenendo conto delle valutazioni condotte sulla base della
prescrizione II;
-
(In collaborazione con la Dott.ssa A. Grazzini)
1-Introduzione
Il clima si definisce come un insieme di parametri che caratterizzano lo stato dell’atmosfera in un punto preciso del
pianeta durante un periodo di tempo determinato. E, dal momento che tale periodo di tempo è generalmente lungo
(fino a qualche migliaio di anni), si tratta quindi dell’insieme della condizioni meteorologiche a lungo termine in una
data regione.
I principali componenti del clima sono la TEMPERATURA e le PRECIPITAZIONI che interagiscono tra loro e con il
VENTO.
La natura dei diversi climi a scala regionale e locale determina le caratteristiche ecologiche degli ecosistemi. In
particolare la combinazione delle temperature medie e delle precipitazioni determina la ripartizione dei biomi
terrestri.
Il problema dei cambiamenti climatici è stato affrontato nel Cap 3 della relazione sullo stato dell’ambiente del
Rapporto Ambientale facendo riferimento agli obiettivi e alle di azione prioritarie definite dal VI Programma
comunitario di azione in materia ambientale. In particolare sono state approfondite le problematiche relative ai
consumi energetici e all’uso delle energie rinnovabili per la riduzione delle emissioni di CO2 quale gas serra
climalterante.
Di seguito la tematica è stata ulteriormente trattata sia dal punto di vista normativo che conoscitivo. Questo anche in
funzione della natura pubblica del documento di VAS e quindi dell’opportunità di informare meglio gli interessati circa
l’entità del problema e delle azioni in atto per limitarne gli effetti.
Sono stati inoltre riportati i dati relativi alla climatologia del bacino e al bilancio di CO2 sulla base delle emissioni
calcolate e degli assorbimenti determinati dall’attività foto sintetica della copertura forestale..
2- La problematica
Il contesto della problematica del riscaldamento globale è cambiato con lo sviluppo e l’adozione delle conoscenze
della Convenzione quadro dell’ONU sui mutamente climatici (UNFCCC- United Nations Framework Convention on
Climate Change, 1992) che teneva in considerazione i risultati di osservazioni scientifiche e di incontri internazionali
svoltisi negli anni ’80. Nel 1988 a Toronto (Canada) l’UNEP e l’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM)
decisero di creare un organismo dedicato allo studio della problematica e nacque così l’IPPC (Intergovernmental Panel
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
332
Integrazioni – Documento 1
on Climate Change) formato da esperti e ricercatori di climatologia nominati dai governi con il mandato di “valutare
l’informazione scientifica, tecnica e socio-economica che riguarda il rischio di cambiamento climatico provocato
dall’uomo”.
Dal 1990 l’IPPC ha pubblicato 3 serie di rapporti (1990, 1995,2001) che, all’inizio del 2007 sono stati resi pubblici.
Questi documenti di riferimento costituiscono il migliore stato delle conoscenze sui cambiamenti climatici e sono
disponibili sul sito www.ippc.ch.
L’IPPC riunisce 3 gruppi di esperti:
Il primo gruppo analizza la realtà fisica dei cambiamenti climatici e chiarisce i legami esistenti tra le attività umane e il
clima terrestre. Ne derivano (Parigi, 02/02/2007) le seguenti conclusioni:
- Le previsioni a breve termine del rapporto 2001 si sono rivelate corrette e il riscaldamento procede più velocemente
del previsto
- La concentrazione di gas serra non è mai stata tanto elevata da 650.000 anni e il riscaldamento osservato si può
associare con un livello di confidenza del 95%, a un incremento della forzante radiativa di 1,6 W/mq
- Sono registrate modifiche della temperatura dell’aria, degli oceani
- Si prevede una aumento delle temperature di 0,2 °C per decennio fino al 2030
- Si prevede un incremento delle temperature medie e massime e un aumento dei giorni di canicola su tutti i
continenti con delle differenze regionali
- Si prevede un incremento delle temperature minime e una diminuzione dei giorni di freddo intendo in tutti i
continenti, così come una riduzione della durata dell’innevamento nell’emisfero boreale
- Si prevede un aumento delle precipitazioni violente durante il XXI secolo
Il secondo gruppo di esperti lavora sugli impatti dei cambiamenti climatici e sulle misure che saranno necessarie per
farvi fronte. Recensiscono osservazioni e prevedono, utilizzando i modelli di previsione del primo gruppo, i probabili
impatti dei cambiamenti climatici. Questi hanno presentato il loro rapporto a Bruxelles il 06/04/2007 evidenziando:
Su tutti i continenti e sulla maggior parte degli oceani molti sistemi naturali sono interessati dai mutamenti climatici,
in particolare dal riscaldamento
Si assiste a un’espansione e una moltiplicazione dei laghi glaciali
Le tempeste tropicali mostrano una tendenza a diventare più violente
Si ha una maggiore instabilità del permafrost nell’Artide
Si registra un aumento di frane in ambiente montano
Si hanno mutamenti negli ecosistemi dell’Artide e nell’Antartide che interessano i grandi predatori
Un impatto sui sistemi idrologici: le piene primaverili sono più intense e più precoci in parecchi torrenti glaciali e il
riscaldamento dei laghi e dei fiumi in diverse regioni ha effetti sulla stratificazione termica e sulla qualità dell’acqua
Una modifica dell’area di distribuzione e della fenologia di migliaia di specie
Il terzo gruppo di lavoro è costituito da economisti e politologi che si occupano della mitigazione dei cambiamenti
climatici. Ha consegnato il rapporto a Bangkok il 04/005/2007 precisando che agendo subito sarebbe possibile
stabilizzare e quindi ridurre le emissioni antropiche di gas serra e limitare il riscaldamento del clima terrestre senza
andare a incidere in maniera significativa sull’economia mondiale. Propongono quindi una serie di misure per
raggiungere l’obiettivo di stabilizzare il livello di CO2 in atmosfera a 550 ppm, che comporterebbe un riscaldamento
dell’ordine di 2-3-°C nel secolo in corso. Esse sono da attuare in diversi settori:
- Energia
- Trasporti
- Agricoltura
- Efficienza energetica degli edifici
- Industria
- Gestione dei rifiuti
3- Le risposte
La lotta ai cambiamenti climatici impone due tipi di risposta:
la riduzione delle emissioni di gas serra (vd la normativa vigente in materia)
favorire l’adattamento per affrontare gli impatti inevitabili.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
333
Integrazioni – Documento 1
3.1- La riduzione delle emissioni di gas serra
L’atmosfera terrestre ha uno spessore massimo di 100 km ed è composta, prevalentemente entro un’altitudine
inferiore ai 2000 m dalla superficie, da diversi gas in particolare l’azoto, l’ossigeno, l’argon, l’ozono, il vapor d’ acqua,
l’anidride carbonica, il metano, l’ossido di azoto e altri gas presenti in tracce; questi gas risultano permeabili alla
radiazione visibile ma assorbono quella parte di energia solare riemessa dal suolo terrestre sotto forma di radiazioni
infrarosse, restituendone una parte al suolo e lasciando sfuggire il resto nello spazio. L’espressione “effetto serra” sta
proprio a descrivere fenomeno termodinamico per cui la luce riesce a entrare ma il calore viene trattenuto dalle pareti
trasparenti. Tale proprietà dell’atmosfera:
consente di mantenere la temperatura media alla superficie della Terra sui 15°C, ossia 33°C in più di quanto
consentirebbe di raggiungere il bilancio radiativo senza la presenza dei gas serra.
permette di mantenere la temperatura a livelli sufficienti perché la maggior parte dell’acqua resti in forma liquida
garantendo la vita della maggior parte delle specie.
Le modifiche della composizione dell’atmosfera portano ad aumentare la quantità di calore trattenuta dall’atmosfera
stessa; tale energia deve essere dispersa nello spazio o immagazzinata temporaneamente nell’ecosfera, ossia nello
strato superficiale degli oceani e della litosfera.
Si parla quindi di squilibrio del bilancio energetico Terra- atmosfera dovuti all’accumulo in atmosfera di gas serra di
origine antropica, in termini di forzante radiativa (radiative forcing, misurata in Watt/m2). Quando si combina la
capacità di assorbimento con la concentrazione effettiva nell’atmosfera di un dato gas, si ottiene la percentuale di
contributo all’effetto serra per quel gas.
Questi i principali gas serra:
- il vapore acqueo è il principale gas serra ma non viene considerato nello studio dei cambiamenti climatici perché :
il ciclo dell’acqua trasporta ogni giorno quantità d’acqua così enormi nell’atmosfera che l’attività umana
(raffreddamento centrali termiche, combustione, irrigazione..) appare assai marginale su scala globale. Un raddoppio
della situazione attuale porterebbe a un aumento max di vapor acque in atmosfera pari all’1%
una molecola d’acqua in atmosfera ha un tempo di residenza molto breve (max 9 gg) prima di precipitare come
pioggia o neve
- Anidride carbonica- CO2 gas serra molto stabile (tempo di decadimento circa 120 anni) che costituisce il prodotto
finale della combustione dei materiali contenenti carbonio e la sorte ultima dei composti del carbonio digeriti dalle
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
334
Integrazioni – Documento 1
celle le viventi in presenza di ossigeno. La principale sorgente di CO2 atmosferica è legata all’attività vulcanica e il
principale pozzo alla fissazione oceanica dei carbonati (processo molto lungo legato a particolari condizioni di
pressione e di temperatura: ad es se la temperatura dell’acqua aumenta diminuisce la solubilità della CO2 e si possono
avere gravi ripercussioni anche sugli organismi marini che utilizzano i carbonati di calcio per la propria struttura).
Grazie alla fotosintesi il carbonio viene assimilato nelle molecole dei vegetali producendo un rifiuto, l’ossigeno, che
torna in atmosfera. In condizioni naturali la concentrazione atmosferica di CO2 è legata a fenomeni geologici e
climatici. L’aumento è determinato da attività antropiche quali lo sfruttamento dei combustibili fossili per la
produzione di energia e la deforestazione. La concentrazione preindustriale di CO2 in atmosfera era intorno alle 228
ppm. Nel 2008, a distanza di circa 200 anni, tale concentrazione raggiunge le 388 ppm con un aumento di circa il 10%
negli ultimi 15 anni (negli anni 1950 si calcolavano 310 ppm). A oggi emettiamo ogni anno una quantità di 13 Giga
tonnellate di Carbonio (GtC) delle quali più di un terzo si aggiunge allo stock di CO2 in atmosfera.
- Metano (CH4) risulta il principale componente del gas naturale. Viene emesso da organismi viventi in condizioni di
anaerobiosi ed è quindi abbondante nei sedimenti lacustri od oceanici, nelle risaie e nei luoghi dove si depositano
grandi quantità di materia organica fosse biologiche e concimaie). Si trova in grande quantità in forma idrata nei
sedimenti marini (a determinate condizioni di pressione e temperatura) e nei giacimenti petroliferi quale prodotto
della degradazione batterica delle molecole organiche precedenti la formazione del petrolio. Esistono batteri
metanogeni (archeobatteri) che vivono nel tubo digerente dei ruminanti favorendo la digestione della cellulosa. E’
anche un componente minore dell’atmosfera dove risulta avere una vita media di 12 anni. Qua, a contatto con radicali
idrossili e in presenza di ossigeno, le molecole di CH4 tendono a ossidarsi producendo CO2 e acqua. Il suo potenziale
di riscaldamento è 21 volte superiore a quello della CO2. La sua concentrazione, negli ultimi 150 anni è passata da 700
a 1750 parti per miliardo (ppb).
- Ozono troposferico (O3). Si forma nella troposfera (la parte più densa dell’atmosfera a meno di 12 km dalla
superficie terrestre) a seguito di forti campi elettrici e di reazioni catalizzate dalla luce in presenza di CO, di COV, di
ossidi di azoto e di idrocarburi; in particolare l’assorbimento di raggi solari da parte del biossido di azoto produce
ossigeno atomico che reagisce con l’ossigeno molecolare (O2) formando l’ozono. A bassa quota l’ozono contribuisce a
formare lo smog fotochimico. Una delle cause della presenza di smog nei mesi estivi è da ricercarsi nella presenza di
forti concentrazioni di idrocarburi che, ossidati dall’ossigeno atomico, reagiscono con l’ossido di azoto per formare
NO2 e quindi O3. Le centrali termiche a carbone sono le principali responsabili dei precursori dello smog fotochimico,
ma anche dello smog invernale, che è provocato dalla particelle di solfati derivate dalla combustone. Altra fonte a
livello locale può essere costituita dai motori diesel e dalla combustione di legna negli impianti di riscaldamento
domestici. Nella stratosfera l’ozono è più abbondante e assolve all’importante funzione di filtro di protezione dai raggi
ultravioletti.
- Il protossido di azoto (N2O) presenta un forte potenziale di effetto serra (310 volte quello della CO2) e ha una
longevità di circa 100 anni. Risulta principalmente prodotto dall’agricoltura (52%): la maggior parte (92%) proviene da
una nitrificazione incompleta, favorita dall’utilizzo di concimi chimici azotati e dallo spargimento di letame. L’industria
produce il 27% delle emissioni totali di ossido nitroso, mentre il settore energetico è responsabile del 16%.
- I clorofluorocarburi (CFC) sono molecole di sintesi elaborate dall’industria chimica all’inizio del XX secolo per
sostituire ammoniaca nei sistemi di raffreddamento. Essi sono accusati di provocare un impatto significativo
sull’ozono stratosferico e il Protocollo di Montreal ne ha sancito la messa al bando. A oggi sono sostituiti da idrofluoro
carburi (HFC) e da idrofluorocarburi (HCFC) che hanno un minore potenziale distruttivo rispetto all’ozono ma
presentano un elevato potenziale di riscaldamento climatico (gli HFC da 140 a 11700 volte quello della CO2). Si fa
presente che i CFC (in particolare il freon 12) hanno un potenziale di riscaldamento globale fino a 10720 volte
superiore a quello della CO2 e rimangono da 45 a 1700 anni in atmosfera. I perfluorocarburi (CF4 e C2F6) provengono
principalmente dai processi di lavorazione dell’alluminio e hanno un potenziale di riscaldamento globale da 6500 a
9200 volte quello della CO2.
- L’esafuoruro di zolfo (SF6) è un gas neutro, più denso dell’aria, usato in diversi processi industriali. Ha un potenziale
di riscaldamento climatico paria 23900 volte quello della CO2.
Alcune considerazioni:
- I gas di origine antropica che contribuiscono al riscaldamento del clima sono più efficaci in gruppo che isolati, perché
assorbono tutte le lunghezze d’onda. Esiste quindi un effetto complementare e sinergico
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
335
Integrazioni – Documento 1
- A seconda del tempo di dimezzamento in atmosfera, il contributo dei gas suddetti all’effetto serra può essere
maggiore di quanto non lascino supporre il coefficiente di assorbimento e la concentrazione istantanea
- L’aerosol e le polveri in sospensione nell’aria possono avere un effetto si raffreddamento perché riflettono ad alta
quota la luce solare verso lo spazio e quindi si ha un deficit di energia per il riscaldamento dell’atmosfera (forzante
radiativa negativa)
- Le fini particelle di fuliggine emesse dai camion e dalle ciminiere diminuiscono l’albedo delle nubi e quindi
contribuiscono al riscaldamento
- I cambiamenti dell’uso del suolo possono influenzare l’albedo
- La distruzione delle foreste rimette in circolazione anidride carbonica ed elimina un pozzo di carbonio, oltre ad
aumentare l’albedo
3.2-Favorire l’adattamento:
Il Libro bianco "L'adattamento ai cambiamenti climatici: verso un quadro d'azione europeo", è stato presentato dalla
Commissione europea il 01/04/2009.
Esso è finalizzato a individuare gli strumenti più opportuni a livello di UE per diminuire la vulnerabilità di fronte agli
impatti dei cambiamenti climatici e a definire un piano di lavoro nel breve e medio termine puntando prioritariamente
a:
– rafforzare la base di conoscenze sulla vulnerabilità ai cambiamenti climatici (impatti e capacità di adattamento) e sui
costi e benefici delle varie soluzioni di adattamento;
– garantire che vengano prontamente messe in atto misure prioritarie (no-regret) e vantaggiose sotto tutti i profili
(win-win) e che si eviti un adattamento imperfetto integrando le problematiche dell'adattamento nelle politiche
dell'UE;
– istituire un processo volto a coordinare più efficacemente le politiche di adattamento e a valutare i passi successivi,
come l'avvio di un dibattito sui finanziamenti futuri.
Il Libro bianco si è basato sulle consultazioni varate nel 2007 dopo la pubblicazione del Libro verde "L'adattamento ai
cambiamenti climatici in Europa" e su altre ricerche che hanno permesso di individuare gli interventi a breve termine.
E' accompagnato da tre documenti settoriali sull'agricoltura, sulla salute e sul tema delle acque, delle coste e
dell'ambiente marino.
La Commissione specifica i concetti principali legati all'adattamento e i cambiamenti climatici:
per vulnerabilità (IPCC, 2007) s'intende il grado di suscettibilità di un sistema agli effetti negativi dei cambiamenti
climatici e la sua incapacità a farvi fronte; sono inclusi la variabilità del clima e gli eventi meteorologici estremi. La
vulnerabilità dipende dalla natura, dall'entità e dalla velocità dei cambiamenti climatici e delle variazioni cui è esposto
un determinato sistema, dalla sua sensibilità e dalla sua capacità di adattamento.
per resilienza (IPCC, 2007) s'intende la capacità dello stesso sistema di assorbire le perturbazioni mantenendo la
stessa struttura e le stesse modalità di funzionamento di base.
La Commissione ritiene pertanto che serviranno misure di adattamento pianificate in grado di offrire
un'impostazione multisettoriale finalizzata a potenziare la resilienza del sistema naturale ed economico e/o a
favorire un adattamento specifico, spesso attraverso un approccio di medio e lungo termine.
Esiste tutta una serie di strategie, piani e progetti pubblici in materia di adattamento e ciascuno di essi comporta una
valutazione della vulnerabilità e dei costi e benefici. Le opzioni possibili possono tuttavia essere classificate in tre
categorie più ampie, sulla base dell'impostazione generale:
- approcci alle infrastrutture "grigie", ovvero interventi fisici o misure di costruzione basate su servizi di ingegneria
per realizzare edifici ed infrastrutture essenziali per il benessere socioeconomico della società che siano
maggiormente in grado di resistere a eventi estremi;
- approcci strutturali "verdi", cioè interventi che aiutano ad aumentare la resilienza degli ecosistemi e che, pur
puntando ad arrestare la perdita di biodiversità e il degrado degli ecosistemi e a ripristinare i cicli dell'acqua, utilizzino
allo stesso tempo le funzioni e i servizi offerti dagli ecosistemi per realizzare soluzioni di adattamento più efficaci sotto
il profilo economico, e a volte anche più praticabili, rispetto alle sole infrastrutture grigie;
- approcci non strutturali "non vincolanti", ovvero la definizione e l'applicazione di politiche e procedure, controlli
sull'uso del suolo, divulgazione delle informazioni e incentivi economici volti a ridurre o a prevenire la vulnerabilità alle
catastrofi. Tutto ciò richiede una gestione più attenta dei sistemi antropici che stanno alla base.
Le proiezioni relative ai cambiamenti climatici sono caratterizzate da una incertezza che rende difficile prendere
decisioni per intervenire in tempi brevi e in maniera mirata in tutti i settori. Resta il fatto che solo in questo modo si
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Integrazioni – Documento 1
possono anticipare i danni potenziali e ridurre al minimo le minacce per gli ecosistemi, la salute umana, lo sviluppo
economico, le proprietà e le infrastrutture, con conseguenze positive anche in termini di costi economici.
Esiste tutta una serie di misure di adattamento che devono essere intraprese perché danno risultati nel breve termine
a prescindere dalle incertezze delle previsioni (le cosiddette misure no- regret) oppure perché sono positive sia ai fini
della mitigazione che dell'adattamento (le cosiddette misure win-win):
• evitare lo sviluppo e la costruzione di infrastrutture in zone ad alto rischio (come pianure alluvionali o soggette a
carenze idriche) in fase di installazione o rilocalizzazione:
• progettare le infrastrutture e gli edifici in modo da ridurre al minimo il consumo di acqua e di energia e migliorare la
capacità di trattenere l'acqua e la capacità di raffreddamento nelle zone urbane;
• procedere a una gestione costiera e delle alluvioni che preveda la creazione o la ricostituzione di pianure alluvionali
o paludi salmastre che aumentano la capacità di gestione delle alluvioni e dell'innalzamento del livello dei mari e
contribuiscono alla realizzazione degli obiettivi in materia di biodiversità e conservazione degli habitat;
• migliorare la preparazione e i piani di emergenza per far fronte ai rischi (compresi quelli dovuti al clima).
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Integrazioni – Documento 1
4- Gli impatti dovuti ai cambiamenti climatici
Attraverso studi climatologici di dettaglio, è possibile determinare la reazione tra la concentrazione di gas serra, il
forcing radiativo e le temperature medie terrestri e di precisare gli effetti del loro aumento.
Aumento
della
temperatura all’equilibrio
°C in più rispetto alla
media preindustriale
Concentrazioni di gas serra i CO2 equivalente Concentrazioni misurate in CO2 eq che
(ppm) e forcing radiativo (W/mq) stimato in sarebbero suscettibili di limitare il
funzione della sensibilità climatica per le riscaldamento sotto il livello stimato nella
temperature espresse nella colonna 1
colonna 1 con una probabilità dell’80%
CO2 eq (ppm)
Forcing radiativo (W/mq)
0,6
319
0,7
305
1,6
402
2,0
356
2,0
441
2,5
378
2,6
507
3,2
415
3,0
556
3,7
441
3,6
639
4,5
484
4,0
701
4,9
515
4,6
805
5,7
565
5,0
883
6,2
601
5,6
1014
6,9
658
6,0
1112
7,4
701
6,6
1277
8,2
768
Fonte: IPPC, rapporto del gruppo di lavoro 3, anno 2007 (tratta da C. Villenevue e F. Richard “Vivere i cambiamenti
climatici..e reagire per il futuro, 2008)
Dalla tabella risulta evidente che con 378 pm di CO2 misurate nell’aria nel 2008, si è avuto un aumento di temperatura
di 1,6 °C rispetto all’era preindustriale e che questa concentrazione, con una probabilità dell’80%, porterebbe a un
aumento di temperatura stabilizzato a 2°C. Se la concentrazione di CO2 si stabilizza a un valore doppio dell’attuale,
ossia superiore a 750 ppm, ci dovremmo aspettare un aumento di 4,6 °C.
Il quarto rapporto di valutazione IPPC stima, per il 2100 delle emissioni totali di CO2 (considerando le sorgenti)
comprese tra 5 GtCe 29 GtC contro le attuali 7GtC circa. Prevede quindi un aumento di temperatura di circa 0,6°C
entro il 2100, supponendo che le concentrazioni di gas serra si stabilizzino al livello dell’anno 2000. Nello stesso
periodo è previsto un innalzamento del livello del mare tra i 18 e i 59 cm, anche se in modo non uniforme in tutto il
globo.
Per quanto riguarda l’Europa i modelli regionali (progetto PRUDENCE) permettono di stimare che nel Sud Europa e nel
Mediterraneo potrebbero verificarsi, entro la fine del XXI secolo, una diminuzione del 12% delle precipitazioni rispetto
alla media annuale e un riscaldamento, in media, intorno ai 3,5 °C. La siccità estiva in area mediterranea durerà più a
lungo (come quella verificatisi nel 2003) con gravi ripercussioni sull’agricoltura, sulle portate dei fiumi, sulla ricarica
delle falde e sugli ecosistemi.
Effetti dei cambiamenti climatici:
- Riscaldamento dei poli e fusione dei ghiacci: innalzamento del livello del mare; modifiche estreme agli ecosistemi e
alle loro dinamiche con estinzione locale di specie; riduzione/mancanza della funzione di intercettazione della CO2
nelle acque ghiacce del mare; diminuzione dell’albedo per scomparsa del manto nevoso e maggiore assorbimento di
energia al suolo con fusione del permafrost e liberazione di CH4 peggiorando ulteriormente la situazione
- L’aumento della temperatura determina una maggiore e più rapida evaporazione dell’acqua. L’aria calda e umida che
viene in contatto con l’aria fredda e secca degli strati superiori dell’atmosfera, va incontro a condensazione e
precipitazioni. Quindi una maggiore umidità determina rovesci e temporali più intensi.
- Se aumenta la temperatura aumenta l’aridità di alcune zone continentali e aumenta il gradiente di pressione
atmosferica. Insieme all’innalzamento delle temperature superficiali dell’oceano, ciò può determinare la formazione
di venti violenti e tornado
- Aumento del fenomeno della desertificazione
- Più siccità e più inondazioni di maggiore frequenza e durata. Il Consorzio di ricerche OURANOS prevede che la
ricorrenza delle precipitazioni estreme, nel 2030, sarà 0,67 volte più elevata che nel 2005
- Aumento del n° di incendi
- Aumento del rischio frane
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Integrazioni – Documento 1
- Aumento delle patologie forestali
- Un aumento di circa 4°C al 2080 porterà più di 1350 specie vegetali europee a perdere il 50% della loro area di
distribuzione attuale (ad es faggio e pino silvestre)
- L’aumento della CO2 atmosferica potrebbe tradursi in una accelerazione del tasso di crescita degli alberi e anche in
modifiche nei tassi di crescita delle colture agricole e quindi delle rese
- Stress idrico delle colture agricole
- Aumento delle giornate di grande caldo nelle città
- Problemi per l’adattamento delle specie alle nuove condizioni climatiche/fattori ecologici. Ad es per le specie
eteroterme potrebbero esserci vantaggi (a parte che spesso la sex ratio alla nascita dipende dalla temperatura di
incubazione) ma per i pesci come i salmonidi un aumento della temperatura dell’acqua potrebbe risultare letale.
Potrebbero verificarsi problemi per le migrazioni degli uccelli e delle piante lungo corridoi ecologici funzionali.
- La modifica del regime delle precipitazioni si traduce in una modifica del regime delle piene. Questo è in relazione
anche alla natura del substrato che forma il bacino idrografico e alla sua pendenza. Anche l’aumento delle
temperature va a influenzare l’evapotraspirazione e quindi il regime delle piene e dei periodi di magra.
- Problematiche legate all’uso antropico dei territori soprattutto in relazione alle densità locali di popolazione
- Innalzamento del livello del mare con maggiore erosione delle coste e conseguenze molto gravi per le popolazioni
costiere (non soltanto in termini di rischio ma anche in relazione al funzionamento di servizi come le fognature, o alla
disponibilità idropotabile ed irrigua delle acque per la salinizzazione delle falde)
- Riduzione delle disponibilità idriche a uso idropotabile ed irriguo soprattutto in alcuni periodi dell’anno
particolarmente siccitosi
Per quanto riguarda i rischi di impatto sulla salute umana determinati dai cambiamenti climatici si riporta la seguente
tabella tratta da: Organizzazione Mondiale della sanità, 2003; IPPC, Gruppo di lavoro 2, Riassunto per i decisori, 2007
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Integrazioni – Documento 1
Rischio
Meccanismo di azione
Impatto diretto da caldo
Stress termico
Malattie trasmesse per via
idrica o alimentare
Temperature più elevate favoriscono il
proliferare di batteri patogeni
Le precipitazioni e la temperatura possono
favorire l’abbondanza degli insetti
portatori; la temperatura favorisce il
tempo di incubazione del parassita nella
zanzara
La temperatura riduce il tempo di
incubazione del virus nella zanzara
Aumento delle inondazioni e degli
smottamenti dovuti a precipitazioni
violente e all’innalzarsi del livello del mare
Diminuzione della capacità di produzione
degli alimenti, disponibilità di quantità
insufficienti di alimenti per abitante
Aumento delle concentrazioni di ozono al
livello del suolo
Malattie virali
Disastri naturali
Denutrizione
Inquinamento
Effetto
Colpo di calore
Decessi
dovuti
cardiovascolari
a
malattie
Episodi di diarrea
Casi di malaria
Casi di dengue
Morti accidentali
Ferite accidentali
Stress post- traumatici
Deficit alimentari
qualitativi
quantitativi
e
Malattie cardiorespiratorie
Figura: Sequenza dei potenziali impatti dovuti ai cambiamenti climatici. Fonte: DG Ambiente, sulla base delle relazioni
dell'AEA (2008) e dell'IPCC (2007). Tutti gli impatti potenziali considerati sono impatti che potrebbero verificarsi in
caso di un mutamento previsto del clima in assenza di interventi di adattamento.
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Integrazioni – Documento 1
5- Analisi della problematica a livello regionale
Il piano Regionale di Indirizzo Energetico (PIER) della Toscana 2007-2010, seguendo il motto “Consumare di meno,
produrre di più”, ha proposto 3 azioni:
- Più efficienza . Meno Sprechi
- Più rinnovabili. Meno emissioni
- Uscire dal fossile per salvare il clima
La Toscana si pone 3 obiettivi “europei” da realizzare entro il 2020:
1-ridurre i consumi di energia del 20% mediante
Riduzione dell’8% dei consumi attuali attraverso le imprese, le aziende, i Comuni
Riduzione del 12% dei consumi energetici grazie a incentivi, da parte di Governo e Regione, per le abitazioni e le
imprese
2-produrre con fonti rinnovabili il 20% dell’energia consumata (elettrica + termica)
- arrivare al 40% dell’energia elettrica da fonti rinnovabili
- arrivare al 10% dell’energia termica da fonti rinnovabili
- sostituire il 10% delle benzine con biocarburanti
- Aumentare di circa 10 volte la produzione di energia mediante la realizzazione di 25 centrali eoliche da 15-25 Mw
(dagli attuali 27,8 a 300 MW). (…)
- Passare dagli attuali 3 a 150 Mw di fotovoltaico (aumentare di 50 volte). (…)
- Potenziare la geotermia passando dagli attuali 711 Mw a 911 Mw (+28%)
- Potenziare l’idroelettrico passando dagli attuali 318 ai 418 Mw (+31%) sfruttando piccoli impianti con procedure
semplificate a livello provinciale
- Potenziale l’uso delle biomasse passando dagli attuali 71 a 171 Mw (+240%) basandosi su impianti termici di piccole
dimensioni: da 0,8 a 1,2 Mw e su filiere corte nel rispetto dell’ambiente e del paesaggio
3- ridurre le emissioni di CO2 in atmosfera del 20% ossia di 7,20 milioni di tonnellate all’anno
- 2 milioni in meno per l’aumento dell’uso delle fonti rinnovabili per produzione di energia elettrica pulita; 5,2 milioni
in meno per la riduzione dei consumi nell’industria, nella mobilità, nelle abitazioni
- incentivare l’uso dei mezzi pubblici (treno e tramvia) per ridurre il traffico giornaliero di automezzi e
conseguentemente lo smog (CO2, NOx, PM10)
La Regione Toscana e l’Istituto di Biometeorologia del CNR hanno attivato il progetto integrato Osservatorio Kyoto
volto al monitoraggio del bilancio dell'anidride carbonica e all’attivazione di strumenti di informazione e supporto per
la definizione delle politiche regionali.
Il Focal Point Kyoto è uno strumento operativo di supporto alla pianificazione regionale in materia di mitigazione e
adattamento al cambiamento climatico.
Questi i dati disponibili sul sito www.osservatoriokyoto.it
1.Monitoraggio della capacità degli ecosistemi forestali toscani di assorbire CO2, calcolata grazie all’uso di misure e
modellistica.
2-Valutazione del bilancio regionale di carbonio calcolato come differenza tra emissioni ed assorbimenti forestali.
3-Attività di comunicazione e informazione sulle tematiche relative al Protocollo di Kyoto (energia, agricoltura,
trasporti,edilizia, turismo).
La vegetazione assorbe CO2 dall’atmosfera e ne restituisce una parte attraverso la respirazione.
L’assorbimento netto di anidride carbonica da parte di un ecosistema (NEE, Net Ecosystem Exchange) si calcola
sottraendo alla quantità di CO2 utilizzata per la fotosintesi (GPP, Gross Primary Production) la quantità di CO2
restituita all’atmosfera attraverso la respirazione (Reco, Respiration of ecosystem).
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Integrazioni – Documento 1
CO2 utilizzata per la fotosintesi
(GPP - Gross Primary Production)
CO2 emessa con la respirazione
=
CO2 netta assorbita
(NEE - Net Ecosystem Exchange)
Se il saldo è negativo, vuol dire che
l'ecosistema ha "respirato troppo", ovvero ha
rilasciato più CO2 di quanta ne abbia
assorbita, comportandosi da emettitore di
CO2(source).
Se il saldo è positivo, l'ecosistema ha
assorbito una quantità di CO2 maggiore
rispetto
a
quella
che
ha
emesso,comportandosi da assorbitore di
CO2 (sink).
Le foreste
L’assorbimento di carbonio da parte delle foreste viene calcolato annualmente mediante 2 modelli che utilizzano dati
meteorologici (temperatura minima e massima, precipitazione e radiazione solare), carte del suolo (tessitura e
profondità), carte della vegetazione, dati di volume, ecc.. :
C-Fix è un modello parametrico guidato da dati satellitari ed è capace di stimare la fotosintesi di un ecosistema;
BIOME-BGC è basato sulla conoscenza dei processi eco fisiologici che caratterizzano gli ecosistemi e produce stime
anche delle respirazioni.
Il 50% del territorio toscano è coperto da foreste. Con 1 milione e 151mila ettari di superficie boscata, la Toscana è in
proporzione la regione più boscosa d'Italia.
Nel 2007 i boschi toscani hanno assorbito 10,77 Milioni di tonnellate di CO2, "compensando" in parte le emissioni di
gas serra (32,78 Milioni di tonnellate CO2), e contribuendo quindi in modo significativo a ridurre il contenuto di CO2
nell’atmosfera. Nel grafico si vede l'andamento degli assorbimenti di CO2 delle foreste toscane nel periodo 19962008.
Il picco negativo in corrispondenza del 2003 è dovuto all’ondata di calore nell’estate di quell’anno, particolarmente
calda e siccitosa.
Sul sito è possibile trovare i Bollettini relativi all’assorbimento della CO2 delle foreste toscane nel periodo invernale
2010 e nel periodo primaverile 2010.
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Integrazioni – Documento 1
L’agricoltura (info tratte dal sito web www.osservatoriodikyoto.it)
Il suolo è il maggiore serbatoio terrestre di carbonio organico. Si stima che contenga circa 1500 Giga tonnellate di
carbonio, quasi il doppio di quello presente in atmosfera e il triplo di quello sequestrato dalla vegetazione grazie ai
fenomeni di decomposizione e mineralizzazione dei resti organici a opera dei microrganismi che, in parte, trattengono
il carbonio all’interno dell’humus sottraendolo al suo normale ciclo biogeochimico. Inoltre, il terreno costituisce un
complesso ecosistema in cui vive una miriade di organismi (funghi, batteri, alghe, lombrichi, insetti ecc.) e in cui
avvengono tantissimi processi e cicli biogeochimici fondamentali per la vita sulla terra, tra i quali la regolazione dei
flussi dei principali gas serra.
Oltre al suolo, anche la vegetazione assorbe e immagazzina anidride carbonica, attraverso la fotosintesi:
parte viene riemessa in atmosfera attraverso la respirazione delle piante;
parte resta negli organismi vegetali come carbonio organico, soprattutto sottoforma di cellulosa, amido e sostanze di
riserva;
parte va a finire nel suolo, aumentandone il contenuto di sostanza organica.
Il Protocollo di Kyoto riconosce il ruolo centrale che l'agricoltura può avere nel contrastare i cambiamenti climatici,
grazie alla sua capacità di assorbire carbonio nei suoli e nelle biomasse agro‐forestali.
Crediti di carbonio
I paesi che hanno assunto impegni di riduzione possono avvalersi, nel calcolo dei bilanci nazionali di gas serra, degli
assorbimenti di carbonio derivanti da misure in campo agricolo e forestale, denominate attività di “uso del suolo,
cambio d’uso del suolo e forestali” o LULUCF (Land use, Land-use change and Forestry).
In dettaglio, le attività LULUCF previste dal Protocollo, poi integrate durante la settima Conferenza delle Parti
dell’UNFCCC nel 2001 a Marrakech, sono le seguenti:
creazione di nuove foreste (afforestazione, riforestazione)
gestione delle superfici forestali
gestione dei suoli agricoli
gestione dei prati e dei pascoli
rivegetazione
uso delle biomasse per produrre energia
La scelta di quali fra le attività legate all’uso del suolo possano generare crediti di carbonio è stato probabilmente
l’argomento più controverso e discusso nell’ambito del Protocollo di Kyoto e presenta a tutt'oggi diversi problemi tra
cui uno dei principali è la misurazione precisa e la contabilizzazione in modo oggettivo dei "crediti di carbonio".
La scelta dell'Italia
La contabilizzazione delle attività LULUFC per il raggiungimento degli impegni di riduzione delle emissioni, è opzionale.
L’Italia, per il periodo di impegno che scade nel 2012, ha deciso di avvalersi solo delle attività legate alle foreste
(gestione forestale, afforestazione, riforestazione) e non di quelle connesse al sistema agricolo. Questa scelta è in
linea con gli altri paesi europei. Al 2006 solo Danimarca e Portogallo hanno deciso di usare la gestione delle
coltivazioni come strumento di compensazione delle emissioni (Fonte: EU Climate Change Committee WG1, Marzo
2006).
5.1- Valutazione del bilancio regionale di carbonio calcolato come differenza tra emissioni e assorbimenti forestali.
Emissioni: quantità di anidride carbonica emessa dalle attività antropiche (la parte positiva del bilancio)
Le emissioni, derivate dall'IRSE (Inventario Regionale delle Sorgenti di Emissione), si differenziano in:
- Emissioni puntuali: emissioni dovute ai grandi impianti industriali
- Emissioni diffuse: emissioni ad uso civile dovute principalmente all’uso degli impianti di riscaldamento
- Emissioni lineari: emissioni legate al trasporto (urbano ed extraurbano, pubblico e privato)
Assorbimenti: quantità di anidride carbonica atmosferica assorbita attraverso meccanismi fotosintetici e di sequestro
di carbonio da parte degli organismi autotrofi (parte negativa del bilancio)
Il Bilancio di CO2 nella Regione Toscana: si ottiene sottraendo dal totale delle emissioni prodotte dalle attività umane
gli assorbimenti di carbonio degli ecosistemi naturali. L’Osservatorio Kyoto realizza un’analisi di bilancio in relazione ai
dati IRSE (anni 1995, 2000, 2005, 2007) per la Regione e a livello dei comuni
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
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Integrazioni – Documento 1
La situazione complessiva nel bacino del Serchio vede una diffusa buona capacità di assorbimento di CO2 (in
particolare il Comune di Bagni di Lucca e i comuni della Media Valle del Serchio fino alla testata della Val di Lima e
della Garfagnana) e la concentrazione delle emissioni nella zona della Piana di Lucca e della Versilia.
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Integrazioni – Documento 1
5.2- Pressioni sulle risorse idriche
Il libro bianco di Legambiente del 2007 “L’emergenza idrica in Italia”evidenzia le conseguenze di emergenze
determinate dai cambiamenti climatici in atto su un sistema idrico già in forte stato di criticità (reti di captazione,
adduzione e distribuzione non efficienti, elevati consumi idrici, non riutilizzo delle acque reflue depurate, derivazioni
spesso non controllate). In particolare è stata analizzata la situazione nei bacini nazionali del Po, dell’Arno, del Tevere
e nelle regioni Emilia Romagna, Marche e Sardegna.
In Toscana le precipitazioni meteoriche fanno cadere al suolo circa 22 miliardi di mc di acqua.
Gli effetti dei cambiamenti climatici si manifesteranno in termini di siccità, ossia in una diminuzione temporanea della
disponibilità di acqua ad es per minori precipitazioni, e in termini di carenza idrica, ossia con una domanda d’’acqua
superore alle effettive disponibilità idriche utilizzabili “in condizioni di sostenibilità”.
Le informazioni attualmente disponibili per la Regione Toscana stimano un fabbisogno idrico complessivo annuo
superiore a 758 milioni di mc (dato 2004) ripartito tra i diversi settori di utilizzo.
A livello regionale sono stati ricercati dati recenti sui consumi idrici sul sito del centro funzionale della Regione
Toscana ma si limitano ai fabbisogni idrici dal 2007 al 2009.
I dati su i consumi agricoli sono forniti dal CIBIC (Centro Interdipartimentale di Bioclimatologia). I dati su i consumi
industriali e dei servizi sono forniti da IRPET (Istituto Regionale Programmazione Economica della Toscana)
5.2.1- I consumi industriali
Dati recenti sono reperibili sul rapporto IRPET (2009) Stima dei consumi idrici dell’industria e del terziario in Toscana.
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Integrazioni – Documento 1
Questi alcuni grafici che evidenziano la variazione percentuale dell’acqua utilizzata dalle imprese dei settori esaminati
e i consumi idrici dal 1995 al 2008.
La variazione percentuale non è
particolarmente consistente: i
consumi risultano in lieve calo
nel settore industriale e in
leggero incremento nel settore
terziario.
Il grafico evidenzia che uno dei settori
maggiormente idroesigenti è quello
della moda (circa il 30% pari a circa 67
milioni di mc di acqua consumata) di cui
il 5% attribuibile al settore del cuoio e il
restante al settore del tessile e dell’abbigliamento. Seguono a grande distanza l’industria chimica e delle fibre
sintetiche ed artificiali, l’industria della raffinazione del petrolio e l’industria alimentare, che assorbono ciascuna circa
l’11% della domanda (rispettivamente 28, 27 e 24 milioni di mc consumati). L’industria metallurgica consuma circa il
9% dell’acqua complessiva, mentre la lavorazione di minerali non metalliferi ne consuma il 6%. Tra i settori terziari
pesano sul totale in modo rilevante due categorie di servizi:
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- l’industria del turismo ed è rappresentata dal settore degli alberghi e ristoranti che comprende anche le altre e
diverse forme di alloggio, i campeggi, gli agriturismo, i residence, ecc. Da solo questo settore assorbe circa l’8,3%
del consumo totale di acqua, circa 19 milioni di metri cubi.
- il settore degli altri servizi sociali e personali, che raggruppa una congerie di attività tra le quali alcune
particolarmente idroesigenti, si pensi soltanto alle attività quali i centri benessere e le palestre e piscine o ai
campi da golf che Irpet stima comportino un consumo variabile tra i 3,7 e i 6 milioni di metri cubi di acqua annui.
I settori elencati, insieme costituiscono il 90% circa del consumo di acqua a fini produttivi non agricoli della regione.
Nella tabella seguente è evidenziato il trend dei consumi idrici per settore dal 1995 al 2008.
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Integrazioni – Documento 1
5.2.2-Consumi a uso irriguo
I seguenti dati sono stati tratti dal documento della
http://www.cfr.toscana.it/supporto/download/consumi_idrici.pdf
Regione
Toscana
disponibile
sul
sito
In Toscana tra il 2000 e il 2006 si è stimata una contrazione delle superfici irrigate del 12% che ha interessato
principalmente le province di Lucca, Pisa, Arezzo, Siena e Grosseto. Nelle province di Livorno, Firenze, Massa e Prato
la superficie irrigua è rimasta pressoché invariata, mentre nella Provincia di Pistoia ha registrato un incremento.
Considerando le superfici delle singole colture, si deduce come la maggiore riduzione in termini di estensione è stata
registrata per la barbabietola da zucchero, il granturco, il girasole e le foraggere; risulta invece aumentata la superficie
destinata a coltivazioni florovivaistiche, vite e patata.
Il fabbisogno irriguo per il 2000, al lordo delle perdite, stimate il 30% e dovute principalmente a inefficienze dei sistemi
di irrigazione, è stato pari a 156 milioni di metri cubi. A seguito degli aggiornamenti delle superfici il 2006, il
fabbisogno è risultato di 148 milioni di metri cubi, con una riduzione del 5% rispetto al 2000.
A livello territoriale, le province che incidono maggiormente sui fabbisogni sono quelle di Pistoia, Grosseto, Arezzo e
Siena dove i fabbisogni sono legati prevalentemente alle produzioni di florovivaismo, mais e ortive.
La contrazione delle superfici colturali corrisponde a una diminuzione dei fabbisogni irrigui da parte del granturco,
della barbabietola, del girasole, e delle ortive mentre i prelievi dovuti al florovivaismo incrementano notevolmente.
L’applicazione della metodologia integrata ha permesso di quantificare i fabbisogni idrici legati all’agricoltura, con
dettaglio comunale, relativi al 2000 e al 2006 e la relativa variazione assoluta e percentuale.
Piano di Gestione delle Acque del distretto idrografico del fiume Serchio
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Integrazioni – Documento 1
5.2.3- Consumi idropotabili
I seguenti dati sono tratti dal documento redatto da CISPEL Confservizi Toscana “Una strategia per
l’approvvigionamento idrico in Toscana” (2008).
Le disponibilità idriche delle fonti di approvvigionamento utilizzate nel Sistema Idrico Integrato in Toscana risentono
pesantemente dell’andamento pluviometrico.
Il Servizio Idrico Integrato (SII), a livello Toscano evidenzia i seguenti punti di criticità:
- le captazioni attualmente utilizzate per soddisfare il fabbisogno idro-potabile prelevano 487 MLN mc anno;
- numerose sono le fonti di approvvigionamento idrico definite “non sostenibili” che evidenziano un progressivo
decadimento qualitativo della risorsa e dell’ambiente idrico (abbassamento dei livelli di falda, subsidenza, etc.), per le
quali occorre promuovere da subito una progressiva riduzione dei prelievi in modo da arrestarne il degrado;
- numerose sono le fonti di approvvigionamento, anch’esse “non sostenibili”, per le quali il mantenimento della
captazione è da ritenersi irrazionale (mancanza dei requisiti prescritti per le Aree di salvaguardia D.lgs n.152/2006) e
antieconomico (volume disponibile inferiore a 300.000 mc/anno);
Fra le fonti di approvvigionamento non sostenibili sono stati esclusi i punti di prelievo, da mantenere, che alimentano
le località isolate, difficilmente approvvigionabili in altro modo.
Il deficit in termini di volume, ottenuto come differenza fra i quantitativi di acqua (da destinarsi ad uso potabile)
emunta dall’insieme dei punti di prelievo attualmente utilizzati e i volumi prelevabili dalle captazioni “sostenibili”, per
le quali è quindi possibile mantenere in futuro i prelievi individuati senza pregiudicare la stabilità qualitativa della
risorsa, risulta superiore ai 158 milioni di mc/anno, con una