Banks, Tony - Rotters` Club

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Banks, Tony - Rotters` Club
Banks, Tony
Scritto da Giovanni
Lunedì 02 Novembre 2009 14:02 -
L'UOMO
"Ho sempre pensato che ci potessero essere due approcci alla musica: attraverso la
matematica ed attraverso l'istinto". Mi piace partire da questa frase, carpita dalla bibbia di
Armando Gallo ("I Know What I Like"), per iniziare un excursus
su una personalità difficile del mondo del rock. Difficile non per il carattere spregiudicato, per
l'insolenza, per il protagonismo, l'anticonformismo. Difficile proprio perché contraria a tutto
questo e, dunque, maledettamente complicata da etichettare.
Tony Banks, nato il 27 marzo 1950, è l'anti divo per antonomasia. Una rock star che non ha mai
cambiato compagna, che non si ricorda implicata in scandali sessuali, che non si droga ("in tour
io portavo la droga e lui i panini da pic-nic"
, ricorda Peter Hammill), che da 30 anni porta sempre lo stesso taglio di capelli, che, se può,
evita di mettere il proprio nome sui suoi dischi. In una parola, un
ordinary man
. Cosa abbia spinto una persona così schiva ad intraprendere la carriera di musicista rimane un
mistero. Di lui si ricordano pochissime interviste, ancor meno sorrisi e quella naturale
propensione a starsene in un angolo sopraffatto dai
Peter Gabriel
e Phil Collins di turno. Eppure chi immagina un uomo remissivo ed un musicista poco
fantasioso sbaglia di grosso. Mister Banks è infatti stato per anni il leader dietro le quinte dei
Genesis, l'uomo spogliatoio sulle spalle del quale sono state trascinate le sorti musicali della
band, nella buona e nella cattiva sorte (leggasi "scelte"). Quanti ancora oggi rimproverano al
solo Phil Collins la sterzata pop che ha caratterizzato i Genesis dal 1980 in poi, dimenticano
che proprio a partire da quella data la discografia solista di Tony ha intrapreso la stessa identica
strada, ignorano che gli episodi più bassi degli "eravamo rimasti in tre" ("Abacab") coincidono
con le peggiori cadute di stile del tastierista nei suoi solo albums ("The Fugitive"), scordano che
perfino la maturità artistica raggiunta negli ultimi dischi con i Genesis ("We Can't Dance") trova
riscontro in album come "Still" e "Strictly Inc.".
Con questo voglio dire che, molto probabilmente, alle spalle di ogni decisione presa dai
Genesis c'è stato lo zampino di mister Banks, il quale, non a caso, è stato anche il principale
responsabile dell'addio alle scene (temporaneo?) della band dopo il tutt'altro che deprecabile
"Calling All Stations".
I PRIMI GENESIS
Quale sia stato l'apporto di Tony Banks nei Genesis vecchi, nuovi e nuovissimi è cosa nota a
tutti gli amanti del gruppo. Sempre all'ombra del vocalist di turno, Tony non solo ha contribuito
in prima persona alla costruzione del tappeto musicale sul quale si poggiano gli album della
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band, ma è anche riuscito spesso a far prevalere le sue idee su quelle altrui.
Nato, come lui ama ricordare, come compositore, privo di un buon timbro vocale (suo antico
cruccio), Tony inizia sin da piccolo i suoi studi al pianoforte, strumento che imparerà ben presto
ad amare e padroneggiare. Unendo i classici imparati a scuola di piano (Rachmaninov su tutti)
alle atmosfere del Brit-pop appena nascente, diventa precursore, insieme a pochi altri, di uno
stile di suonare del tutto innovativo, che associato alle potenzialità di una grande band, diventa
ben presto leggenda.
Organo, pianoforte, mellotron, chitarre, armonie vocali sono le parti che toccano al giovane
Tony nei primi ingenui episodi della saga Genesis. Un primissimo assaggio delle sue
potenzialità lo offre in "Stagnation" da "Trespass" ma è su "Nursery Crime" che emerge il
talento del ragazzo dell'East Hoathly: lo sconvolgente assolo su "The Musical Box", l'ossessiva
"The Return of the Giant Hogweed" e l'ipnotica "Fountain of Salmacis" sono tre gemme che
esaltano le capapcità di Tony, spalleggiato finalmente da un batterista all'altezza della
situazione, Phil Collins.
Amicone di Peter Gabriel fin dai tempi della scuola, Banks fatica inizialmente a legare con gli
altri, soprattutto con l'oscuro Steve Hackett dei primi tempi. Proverbiali sono le sfuriate con i
compagni per un accordo sbagliato durante un concerto o per imporre la propria versione di un
pezzo.
Nonostante questi "incidenti" di percorso, il livello compositivo di Tony cresce eccezionalmente
di pari passo con quello della band (o è la band a crescere di pari passo con Tony?) negli
album successivi. Da brividi l'intro di "Watcher of The Skies", spettacolare l'intermezzo
strumentale di "Dancing With The Moonlight Knight", per non parlare del pianoforte classico su
"Firth of Fifth".
C'è nella produzione Genesis dell'era Gabriel ampio spazio per le partiture complesse di Tony,
che possono espandersi in composizione epiche nei brani della durata superiore ai 6 minuti
("After the Ordeal", "Cinema Show") ma anche concentrarsi in brevi ma suggestivi episodi
("Cuckoo Cocoon", "Hairless Heart"). E dopo la dipartita di Peter, Banks, determinato ad andare
avanti, assume insieme a Rutherford il ruolo di leader compositivo di un gruppo dove Phil
Collins è impegnato a farsi carico del fardello vocale e Steve Hackett rimane sempre il grande
incompreso. Il risultato sono i due splendidi dischi del dopo Gabriel: "A Trick Of The Tail", dove
il piano di Tony si erge a protagonista più volte. Come non citare in questa sede la malinconica
"Mad Man Moon", sbalorditiva anche nella versione per solo piano che pochi fortunati bootlegari
possiedono, o l'assolo da brividi di "Ripples". "Wind & Wuthering" con una composizione di
valore assoluto: quella "One For The Vine" spesso sottovalutata nella discografia Genesisiana e
che rappresenta un manifesto delle capacità di Tony.
Con quest'ultimo disco si chiude indubbiamente un'epoca e, a quanti amano il prog dei
Genesis, non resterà che accontentarsi dei ricordi o delle rare chicche che la discografia
successiva saprà con parsimonia regalare.
A CURIOUS FEELING
Anno di grazia 1979: i Genesis hanno avuto uno straordinario riscontro in termini di pubblico da
quando Phil Collins ha assunto la veste di cantante e, soprattutto, da quando i brani epocali
hanno lasciato il posto a composizioni più leggere, orecchiabili, talvolta banali, altre meno. Ciò
nonostante sono ad un bivio: il matrimonio di Phil è in crisi e, con esso, anche il simpatico
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batterista, determinato a risolvere i problemi familiari prima di rimettersi al lavoro.
Matura così, quasi involontariamente, lo spazio per la realizzazione
di progetti solisti per Mike Rutherford e Tony Banks. Quest'ultimo ha da tempo nel cassetto
frammenti di composizioni inutilizzate ed in testa l'idea per un concept album basato su un
uomo che perde la memoria. Nasce quindi il primo lavoro solista di Tony, "A Curious Feeling",
un autentico capolavoro in cui il tastierista si cimenta su tutti gli strumenti ad eccezione delle
percussioni, affidate al fido Chester Thompson. Opportunamente, Tony decide di affidare le
parti vocali al bravo Kim Beacon, concentrandosi sulle parti strumentali, che risultano
particolarmente elaborate e cariche di quel mood degli anni '70 proprio dei primi Genesis. Per
l'ultima volta in un disco di Tony (colonne sonore a parte) si assiste all'uso massiccio del
pianoforte, strumento incredibilmente quasi messo da parte nei lavori successivi. E che razza di
pianista sia Tony lo si vede dai numerosi brani di questo album dove il suo estro, privo degli
argini che i compagni dei Genesis gli ponevano, straripa: "From The Undertow", "After The Lie",
"Forever Morning" (imperdibile!), "You", "The Waters Of Lethe" (doveva essere il titolo
dell'album troppo complicato,
obiettò Tony).
I GENESIS OLTRE IL PROG
Molti dei lettori di questo sito probabilmente hanno una naturale idiosincrasia verso
quest'epoca. Non spetta a me giudicare i gusti di ciascuno. Ciò che più mi preme, a questo
punto, è esplorare la rimanente discografia di Tony Banks alla ricerca di ciò che un amante del
prog può apprezzare comunque e che probabilmente non ha mai ascoltato.
Come tutti sanno, l'addio di Steve Hackett ha segnato i Genesis ancor più di quanto accadde
con l'abbandono di Gabriel. Il percorso musicale di Hackett, emerso dalla sua carriera solista,
era quanto di più distante si potesse immaginare a quel punto dai desideri dei rimanenti tre,
che, dunque, accolsero di buon grado la dipartita del virtuoso chitarrista, sfruttando la
circostanza per svoltare (quasi) definitivamente con il passato. "And Then There Were Three",
l'album del dopo Hackett è fatto di brani che a stento raggiungono i cinque minuti. Il talento
"commerciale" di Phil Collins inizia chiaramente a manifestarsi, la vena che Rutherford porterà
poi nei Mechanics appare qui per la prima volta. Scompaiono le atmosfere sognanti e poetiche
che avevano contraddistinto la prima parte della carriera del gruppo. Ad uscirne maggiormente
sacrificato è proprio Tony, che non trova posto a sufficienza per i suoi memorabili assolo.
Eppure, anche in questo album di transizione, Banks riesce a ritagliarsi degli spazi da gran
maestro. Sue sono infatti le tre composizioni più suggestive del disco: "Undertow", "Burning
Rope" e "Many Too Many". Vena malinconica e tastiere in grande evidenza, stessi ingredienti
alla base anche dei due brani firmati Banks in "Duke", fortunato successore di "There Were
Three". Stavolta i pezzi da ricordare si chiamano "Heathaze" e "Cul-De-Sac". Ma "Duke" è
anche l'album dove i Genesis sperimentano nuove sonorità progressive, troppo frettolosamente
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abbandonate. Dunque, il contributo di Tony è notevole anche in altri pezzi: ipnotico in
"Duchess" (una delle mie preferite - osserva lui) e trascinante in "Duke's Travel" (una delle mie
preferite
osservo io).
E venne l'era Vertigo, dal nome dell'etichetta che distribuiva in Europa i dischi del gruppo,
tristemente nota anche ai fans più incalliti per gli episodi meno convincenti mai registrati dai
Genesis. In album come "Abacab" e "Genesis" persino un talento come Tony Banks affonda
inesorabilmente ed ancora oggi non si capisce come cotanta abilità di musicista possa essere
stata mortificata in pezzi tanto poveri. Se proprio si vuole salvare qualcosa di Banks in questi
due dischi, possiamo citare le parti strumentali di "Abacab" e "Second Home By The Sea", che
dimostarno come le improvvisazioni dei tre possono dare sempre risultati di rilievo.
Appartengono a questo periodo (1981-1983) anche i brani inediti apparsi sul quarto lato di
"Three Sides Live", tra cui segnaliamo la composizione di Tony "Evidence of Autunm",
probabilmente la migliore del lotto.
Il successo planetario era ormai di là da venire ed "Invisible Touch" (1986), l'album più discusso
dell'epoca Genesis, superò ogni precedente record di vendite. Inutile cercare sprazzi dei vecchi
Genesis (fosse stato per me, avrei cambiato il nome del gruppo, e dire che a me piace quel
disco!), inutile cercare tracce del pianoforte di Tony. Qualche piccola emozione in "Tonight,
Tonight, Tonight", un passaggio di tastiere molto bello in "In Too Deep" e la scarica elettrica di
"The Brazilian". Null'altro, se non le drum machines di Phil Collins
Ben altra cosa lo spessore di un disco come "We Can't Dance" (1991) dove timidamente si
riaffacciano brani superiori ai 10 minuti ed atmosfere d'altri tempi (insieme comunque alle cose
più sfacciatamente commerciali). Così Tony, pur rimanendo in sottofondo per gran parte del
disco, dà il suo contributo più importante in "Driving The Last Spike", brano toccante dedicato
agli operai morti per la costruzione della ferrovia inglese, e, soprattutto, in "Fading Lights",
unanimemente riconosciuto come perla del disco. Un pezzo che è riuscito nell'impresa di
mettere d'accordo fan della prima e dell'ultima ora, un ritorno maestoso al prog che vede
giganteggiare mister Banks, come non faceva da anni. Al termine dell'ascolto, più che il piacere
prevale la rabbia: perché il talento di questo signore deve essere così centellinato? Sarà mica
mister dollaro Phil Collins ad imporlo?
La risposta non tarda ad arrivare. Basta attendere che il buon Phil, preso da divorzi, matrimoni,
cartoni animati e big bands, decida di gettare la spugna e che proprio Tony e Mike si assumano
l'onere di ricominciare per la quarta volta. Con un vocalist imberbe e quasi alla prima
esperienza, con un Rutherford che è sempre stato un rifinitore, più o meno tutti si aspettano il
ritorno preponderante delle tastiere di Tony. Invece "Calling All Stations" vede Banks impegnato
in un lavoro di assoluta routine, che emerge appena in due circostanze: la struggente
"Uncertain Weather" ed il mini assolo di "There Must Be Some Other Way". Troppo poco, sir...
GLI ALTRI ALBUM DA SOLISTA
La discografia solista di Tony Banks, ad eccezione forse del primo album, non è molto nota. Gli
album da lui pubblicati hanno venduto pochissime copie, nonostante il tentativo di coinvolgere
vari colleghi, noti e meno noti.
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progressive, è "Smilin' Jack Casey", molto simile in certi punti a "Second Home By The Sea",
con le tastiere di Tony finalmente in evidenza. Mentre la suite conclusiva è un compendio poco
riuscito dei due brani che la precedono. "Lorca" si apre con "You Call This Victory", pezzo che,
ascoltando le primissime note, sembra promettere sfraceli e che invece è abbastanza
deludente. Più interessante è "Lion Of Symmetry", se non altro per il ripetitivo motivo di tastiera
che regge l'intero brano, anche se l'intermezzo appare troppo lungo e noioso. Ma la parte più
bella di questa colonna sonora è la suite finale del "tordo" (Redwing Suite). 5 i movimenti
presenti: "Redwing", introduttivo e di grande atmosfera, "Lorca" pensato per scene d'azione,
ancora suspense con "Kid And Detective Droid" e "Lift Off" e breve finale con "Death Of Abby".
Un album dal successo planetario, quale è stato "Invisible Touch", non poteva non lasciare il
segno in un artista ancora in cerca della propria identità da solista.
Perciò, il passo successivo di Tony è stato naturalmente rivolto alla ricerca dell'affermazione
commerciale e del compromesso artistico.
Matura così la decisione di firmare il disco a nome di una fantomatica band, "Bankstatement"
(Mike Rutherford and Mechanichs docet), di chiamare una voce maschile (Alistair Gordon) ed
una femminile (Jayney Klimek), che spesso si sovrappongono, di seguire con decisione la
strada del pop. Bankstatement (1989), come risultato, è inascoltabile nei pezzi in cui più
spudoratamente Tony scimmiotta la pop-music ("Throwback", "Raincloud", "A House Need A
Roof"), mentre sale inevitabilmente di registro quando il nostro usa le tastiere da par suo (il
piano è ormai un lontano ricordo), regalando qualche breve ma intensa emozione ("I'll Be
Waiting", "The Border" e "The More I Hide It"). Discorso a parte meritano tre brani: "Queen Of
Darkness" è la versione cantata di "Lorca", di gran lunga inferiore a quest'ultima. "Big Man"
vede Tony cimentarsi ancora una volta e con notevole faccia tosta al canto, con risultati, come
al solito, disastrosi (e non finisce qui...). L'inizio del pezzo potrebbe far trasalire qualche vecchio
fan dei Genesis perché ricorda vagamente l'apertura di Foxtrot, ma per il resto il brano è tutto
da dimenticare. "Thursday The Twelfth" è uno strumentale interessante, se non altro perché
Banks si libera dall'assillo di dover sfornare il successo pop e tira fuori qualcosa di
musicalmente più elaborato. Si potrebbe definire il fratello minore di "the Brazilian" (dunque, chi
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Banks, Tony
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Lunedì 02 Novembre 2009 14:02 -
non ha gradito quest'ultimo pezzo è avvisato...). Tutto sommato, un disco non molto
interessante che è passato come una meteora nel panorama del rock internazionale.
Pochi mesi prima della pubblicazione di "We Can't Dance" con i Genesis, Tony Banks esce con
un album che ne anticipa un po' lo spirito: ancora una volta la carriera solista del tastierista
sembra andare di pari passo con quella nella celebre band,
almeno per quel che riguarda il livello compositivo. "Still" (1991) è infatti un disco maturo, nel
quale non mancano episodi poco riusciti ma non si arriva mai a livelli di bruttezza registrati negli
albums precedenti. Rispetto al deludente "Bankstatement" gli unici elementi confermati sono
Pino Palladino al basso e Jayney Klimek come voce femminile. Si registrano ritorni eccellenti
(Fish e Daryl Stuermer) ed innesti fortunati (i due cantanti maschili Nik Kershaw ed Andy Taylor
ed il batterista sessionman Vinnie Colaiuta). La produzione del lavoro è di Nick Davis (lo stesso
di "We Can't Dance") e Tony, pur non rinunciando alle ambizioni di classifica, sembra non
essere più ossessionato dall'idea del singolo di successo. Tutto questo determina un disco
piacevole da ascoltare, dove ogni artista che vi partecipa fa quello che meglio gli riesce: così a
Nik Kershaw (quello di "The Riddle", ricordate?) toccano le ballate pop ("Red Day On Blue
Street", "I Wanna Change The Score" e "The Final Curtain"), Fish interpreta magistralmente
due pezzi che gli calzano a pennello: ascoltate l'inizio di "Angel Face" quando lo scozzese
canta "Are you ready..." ed osservate la complessità di "Another Murder Of A Day", brano di
Marillioniana memoria, della durata di oltre 9 minuti. La Klimek canta in due brani, "Water Out
Of Wine" delicata e rilassante, e "Back To Back" più veloce e vicina alla produzione
"Bankstatement". Taylor dimostra di avere un'ottima voce su "The Gift" e "Still It Takes Me By
Surprise". E Tony? A parte l'ennesimo deprecabile episodio che lo vede
lead voice
("Hero For An Hour", naturalmente il pezzo più brutto dell'album), la sua presenza strumentale
è costante nell'album e ricorda un po' il lavoro nell'ombra che tanto gli è congeniale nei
Genesis. In più, "Still" contiene un'autentica perla che non deve passare inosservata: "Still It
Takes Me By Surprise", ovvero 6 minuti e mezzo di pianoforte Banksiano ad altissimi livelli. Il
pezzo unisce ad una musica commovente un testo struggente: da non perdere.
Anno 1995: in piena stasi Genesisiana viene pubblicato quello che a tutt'oggi è l'ultimo lavoro di
Tony Banks.
Ed ancora una volta non mancano le sorprese, a partire dalla copertina: un incomprensibile
disegno ed una scritta "Strictly Inc.", titolo dell'album e della band. Come ai tempi di
"Bankstatement", Tony inspiegabilmente omette di inserire il proprio nome su un disco che per il
95% appartiene a lui. E se per il disco del 1989 l'esperimento fu negativo, qui è addirittura
disastroso in termini commerciali: vendite scarsissime e passaggi in radio inesistenti. Eppure il
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Banks, Tony
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lavoro, pur non gradevole come "Still", non è affatto male, soprattutto se si considera l'assenza
di prestigiosi contributi. Il disco infatti è cantato per intero dallo sconosciuto Jack Hues e vi
suonano, oltre a Tony, tale John Robinson alla batteria, Daryl Stuermer alla chitarra e Nathan
East al basso. In realtà, l'album, composto da 10 canzoni, andrebbe suddiviso in due parti: i
primi nove pezzi da una parte e l'ultimo dall'altra; sì, avete letto bene, in primo luogo perché
l'ultimo brano occupa un terzo dell'album e poi perché i primi nove pezzi seguono un
canovaccio mentre il decimo se ne discosta drasticamente. Liquiderò in poche parole canzoni
come "Don't Turn Your Back On Me", "Only Seventeen" o "Something To Live For", dove la
programmazione elettronica è addirittura fastidiosa e lo spessore artistico è molto basso.
Intimiste, e quindi meglio riuscite, canzoni come "Wall Of Sound", "Never Let Me Know" e "A
Piece Of You". Una spanna al di sopra di queste metterei "The Serpent Said", se non altro
perché all'interno si può ascoltare un mini-assolo di Tony. Del tutto trascurabili sono "Charity
Balls" e "Strictly Incognito". Insomma, la prima parte del disco è troppo commerciale e dà
l'impressione di non decollare mai, pur avendone le potenzialità. Ma se l'ascoltatore ha la
pazienza di tollerare 30 minuti di musica pop e di programmazioni, non crederà poi alle sue
orecchie dinanzi ad un tale capolavoro: sto parlando di "An Island In The Darkness", brano che
non avrebbe affatto sfigurato su "A Curious Feeling" e che ci riporta di colpo indietro di venti
anni. 17 minuti di assoluto genio musicale da parte di Tony Banks: dopo un lungo e bellissimo
intro di pianoforte, entra la batteria programmata e la voce di Hues per cantare le prime strofe.
Quindi le tastiere di Tony conducono ad una fase riflessiva che improvvisamente accelera in un
magnifico strumentale, dove ancora una volta a farla da padrone è il pianoforte, per poi di
nuovo rallentare (ricorda in questa fase l'intermezzo strumentale di "One For The Vine").
Ritorna il cantato, ma è solo un attimo: irrompe Daryl Stuermer con un potente e lungo assolo di
chitarra elettrica sul tappeto di tastiere suonate da Tony. Siamo al gran finale: ora il proscenio è
tutto per Mister Banks che ci delizia con una chiusura di solo pianoforte davvero suggestiva e
commovente. Che altro dire? Questo pezzo lascia senza parole e giustifica da solo l'acquisto
del CD.
CONSIDERAZIONE FINALE
Al termine di questa lunga carrellata resta da fare un'ultima considerazione: come giudicare la
carriera di Tony Banks nei Genesis e da solista? Indubbiamente il tastierista ha scritto delle
pagine memorabili della storia del prog-rock; eppure, l'impressione è che in trent'anni di attività,
gli episodi indimenticabili avrebbero dovuto essere molti di più. Tony ha nelle mani le
potenzialità artistiche per sfornare un album fatto di perle tipo "An Island In The Darkness" o
"Still It Takes Me By Surprise". La maturità, la fine della rincorsa alla chimera hit-parade, la
triste chiusura del capitolo Genesis sono tutti elementi che lasciano ben sperare in un futuro di
assoluto valore per la carriera del tastierista. Si vocifera che è imminente la pubblicazione di un
suo album strumentale, arrangiato con orchestra. Ti aspettiamo al varco, caro Tony: ora non hai
più alibi...
Giovanni
Agosto 2002
7/8
Banks, Tony
Scritto da Giovanni
Lunedì 02 Novembre 2009 14:02 -
Informazioni tratte da:
GENESIS – Discografia 1968-1993 di Mario Giammetti
DUSK – Italian Genesis Fanzine
8/8