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RASSEGNA STAMPA
giovedì 21 maggio 2015
L’ARCI SUI MEDIA
ESTERI
INTERNI
LEGALITA’DEMOCRATICA
RAZZISMO E IMMIGRAZIONE
WELFARE E SOCIETA’
DIRITTI CIVILI E LAICITA’
BENI COMUNI/AMBIENTE
INFORMAZIONE
SCUOLA, INFANZIA E GIOVANI
CULTURA E SPETTACOLO
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CORRIERE DELLA SERA
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IL SOLE 24 ORE
IL MESSAGGERO
IL MANIFESTO
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IL FATTO
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L’ESPRESSO
VITA
LEFT
IL SALVAGENTE
INTERNAZIONALE
L’ARCI SUI MEDIA
Da Radio Articolo 1 del 21/05/15
Work in news
Con G. Iannelli, Cgil Piemonte; W. Filippi, CdL Rieti; C. Testini, Arci (interviene
sull’incontro pubblico “Il non profit e le politiche culturali”)
Work in news 21/05/2015 - ( 10,21 MB)
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Da Tiscali news del 21/05/15
Fino a un anno di "trattenimento" per i
richiedenti asilo. Protestano il Cir e tutte le
associazioni
La norma non è definitiva. Dovranno prima arrivare i pareri delle due
Camere e della Conferenza Stato-Regioni. Ma c'è già quello del "Tavolo
dell'Asilo"
Fino a un anno di 'trattenimento' per i richiedenti asilo. Protestano il Cir
e tutte le associazioni
di G.M.B.
Il tema del decreto legislativo è la “accoglienza”, ma due degli articoli sono dedicati al
“trattenimento”. Concetto che, in effetti, pare un po' contraddire il titolo. Il “trattenimento” cioè l'obbligo di stare nei Centri – riguarda i richiedenti asilo che, dopo aver avuto un “no”,
decidono di fare ricorso. E può trasformarsi in una vera e propria detenzione: la durata
massima è, infatti, fissata in un anno.
La norma non è definitiva, si tratta di una bozza. Dovranno prima arrivare i pareri delle due
Camere e della Conferenza Stato-Regioni. Ma è già arrivato quello del “Tavolo dell'Asilo”,
cioè di tutte le principali organizzazioni italiane che si occupano di rifugiati: Acli, Arci, Asgi,
Caritas italiana, Federazione Chiese Evangeliche in Italia, Centro Astalli, Comunità di S.
Egidio, Consiglio Italiano per i Rifugiati, Casa dei diritti sociali, Save the children.
Un parere molto preoccupato per “alcuni aspetti che potrebbero modificare l’assetto del
sistema asilo italiano senza riuscire, però, ad assicurare adeguate risposte in termini di
accoglienza e garanzia dei diritti dei richiedenti asilo”. “Va detto – commenta Christopher
Hein, direttore del Consiglio italiano dei rifugiati che gli effetti della norma, se alla fine sarà
confermata nell'attuale formulazione, non dovrebbero riguardare molte persone. Ma, certo,
colpisce vedere, in un contesto formalmente dedicato all'accoglienza, tante pagine sul
tema del trattenimento dei ricorrenti”.
La bozza di decreto rispecchia le linee della direttiva europea del giugno del 2013, ma
pare anche molto influenzata dal confronto che si è sviluppato in Europa negli ultimi mesi
e dalle resistenze opposte da alcuni Paesi a farsi carico dei rifugiati. Come se l'Italia
volesse in qualche modo rassicurare i suoi partner meno generosi. La norma “punisce” chi
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fa ricorso viene tra l'altro a cadere in una fase che ha visto un grosso aumento dei “no”
alle richieste e, dunque, dei relativi ricorsi (che spesso vengono accolti).
Si riferisce a casi particolari, quelli in cui “sussiste il rischio di fuga del richiedente”. Rischio
che dovrebbe essere in un certo senso “segnalato” dal fatto che abbia fatto dichiarazioni
evidentemente false. Ma questo è proprio uno degli aspetti che devono essere valutati dal
magistrato. La norma, in definitiva, ha l'aria di un tentativo di anticipazione amministrativa
di una decisione della magistratura. E, secondo le associazioni, formulata in questo modo
rischierebbe di funzionare come un deterrente a insistere per il riconoscimento del proprio
diritto.
Questo atteggiamento, che Hein definisce “sospettoso” nei confronti dei richiedenti asilo, si
accompagna a una certa indeterminatezza sulle modalità dell'accoglienza. A partire
dall'istituzione dei cosiddetti Hub, cioè i nuovi centri dove dovrebbero confluire i richiedenti
subito dopo l'arrivo. Secondo le associazioni c'è il rischio che essi “possano replicare
l'inefficace e segregante esperienza dei Cara”. Gli Hub dovrebbero essere uno per
regione, strettamente connessi alla Rete Sprar. In sostanza, dopo l'esame della domanda
d'asilo, gli ammessi verrebbero smistati nei luoghi messi a disposizione degli enti locali per
poi cominciare il percorso d'inserimento in Italia. Secondo il Tavolo dell'asilo lo stesso
percorso dovrebbe essere consentito ai ricorrenti nel caso di accoglimento dell'istanza che
sospende l'espulsione.
Resta da la durata della procedura, "Il tema centrale", lo definisce Hein. Secondo il Cir e le
altre associazioni, gli Hub dovranno essere dei semplici luoghi di transito, con tempi di
permanenza brevissimi. Attualmente in Italia i posti di accoglienza per richiedenti asilo e
rifugiati sono 81mila. “La maggior parte dei quali - sottolineano le associazioni - sono
forniti attraverso strutture di emergenza in cui il livello dei servizi offerti e, di conseguenza,
l’accesso ai diritti per richiedenti asilo e rifugiati è difficilmente monitorabile”.
http://notizie.tiscali.it/articoli/cronaca/15/05/20/cir-immigrati.html?
Da Agenparl del 21/05/15
Salerno, il 22 e 23 maggio il Festival della
Creatività Giovanile
(AGENPARL) – Salerno, 20 mag – Al via la terza edizione del Creattiviamo la Città –
Festival della Creatività Giovanile l’evento promosso da Arci Salerno e organizzato dal
Centro Servizi Informagiovani di Salerno quest’anno è organizzato nell’ambito del progetto
regionale ‘Giovani Protagonisti della Cultura’ – progetto finanziato dalla Regione
Campania Settore Politiche Giovanili e del Forum Regionale della Gioventù.
La manifestazione si terrà nei giorni 22 e 23 Maggio presso il Parco dell’Irno – ex Area
Salid Salerno e il 24 Maggio presso l’Informagiovani Salerno, Via Porta Catensa, 62.
L’iniziativa rientra nelle attività che hanno sempre contraddistinto il Centro Informagiovani
del Comune di Salerno per promuovere la creatività e la partecipazione attiva dei giovani
alla vita culturale cittadina.
http://www.agenparl.com/salerno-il-22-e-23-maggio-il-festival-della-creativita-giovanile/
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Da Repubblica.it del 20/05/15 (Genova)
A tutta birra nel Centro storico, scatta
l’allarme sui social: "Iniziativa diseducativa"
I promotori di Birralonga si difendono: “È solo una festa per famiglie” . A protestare
anche Otello Parodi, storico attivista dei vicoli
di GIULIA DESTEFANIS
A tutta birra nel Centro storico, scatta l’allarme sui social: "Iniziativa diseducativa"
Polemiche per la "Birralonga" nei vicoli
Un tour del Centro storico sulla via della birra, partendo da piazza Matteotti.
Mille partecipanti (i biglietti sono quasi terminati secondo gli organizzatori), 20 euro a testa
e 9 locali dove degustare, in gruppi che partiranno dalle 14 alle 21 di questa domenica,
altrettante birre artigianali abbinate a un piatto per ogni tappa.
Alla mano, una cartina tutta particolare a cura del blog “I segreti dei vicoli di Genova”. È la
prima edizione della Birralonga , ideata da un gruppo di locali della città vecchia.
Fin qui la notizia: che però si è già trasformata in polemica. Perché, mentre Massimiliano
Tarelli, uno dei promotori e gestore del Machegotti Cafè di piazza Matteotti, sottolinea che
«non è un tour per ubriaconi, ma un pomeriggio per famiglie, per degustare prodotti di
qualità proprio contro il degrado e la moda
dei chupito a 1 euro », c’è invece chi li accusa di promuovere uno smodato consumo di
alcol.
La bagarre parte sui social network e si materializza subito tra i vicoli. «Ma davvero
pensate che 1000 persone con due litri di birra artigianale… Sia un’iniziativa che fa bene
al nostro centro storico? – denuncia via Facebook Stefano Kovac, presidente di Arci
Genova – sono questioni su cui dovremmo riflettere ».
http://genova.repubblica.it/cronaca/2015/05/21/news/a_tutta_birra_nel_centro_storico_sca
tta_l_allarme_sui_social_iniziativa_diseducativa_-114885265/
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ESTERI
del 21/05/15, pag. 2
La Tunisia vara leggi più severe
“Contro il terrorismo è guerra”
Ma il rischio è che ci possa essere meno democrazia
Antonella Rampino
«Contro il terrorismo siamo in guerra» disse il presidente dellaTunisia Essebsi il giorno
della manifestazione per il Bardo, ed é quel che ripete agli interlocutori internazionali,
anche a Obama oggi durante colloqui a Washington proprio su sicurezza e dossier libico.
Ma intanto, per quanto Ennadha faccia pendere il proprio consenso su questo o quel
provvedimento -e sono le forche caudine di tutti i governi di coalizione- la Tunisia va
avanti.
Un passaggio cruciale è la legge antiterrorismo, che però desta allarme perché
accorderebbe immunità e impunità alle forze dell’ordine -militari, polizia, anche agenti delle
dogane- facendo retromarcia sul fronte dei diritti civili. Il provvedimento che prevede fino a
quattro anni di carcere anche solo per un insulto, 10 (oltre a un’ammenda di 25mila dollari)
per la violazione di «segreti di Stato», 2 per chi scatti foto o video di un intervento
securitario, è stato scritto l’indomani del Bardo al ministero degli Interni, è stato esaminato
dal governo senza alcuna modifica ai primi di aprile, e adesso per diventare legge dovrà
passare l’esame di tre commissioni parlamentari e poi il voto dell’Assemblea.
Naturalmente la società civile tunisina, talmente presente e consistente da aver sostenuto
una Costituzione laica, oltre ad aver partecipato in massa alla prima manifestazione in
assoluto in un Paese musulmano contro la jihad, ha espresso in ogni modo la propria
contrarietà: giornalisti, sindacati anche di polizia, associazioni per i diritti civili si sono
subito fatti sentire. Ma a livello politico per ora si è schierata solo la sinistra del Fronte
popolare (15 seggi su 217), nel silenzio dei due maggiori partiti, quello islamico di
Ennadha e quello laico di Nidaa Tounes. A parte l’incompatibilità con i diritti di libertà ed
espressione iscritti nella Costituzione del 2014, come subito notato da Human Right Watch
che ha lanciato l’allarme assieme a una decina di ong comprese Amnesty e Oxfam, si
teme un via libera agli abusi di potere e alle violenze di forze di sicurezza che solo fino a
quattro anni fa erano sotto il controllo di Ben Alì. E le cancellerie europee sono
preoccupate di possibili retromarce della democrazia, in un Paese nel quale la pubblica
opinione è già fortemente irritata dall’immarcescibile corruzione.
«Quella al terrorismo è una guerra» ci dice Aida Klibi, consigliere di Essebsi, «ma il
presidente è il garante dei diritti e dello stato di diritto: lo ha ripetuto recentemente ai
rappresentanti dei diritti umani che gli hanno posto il problema». Insomma, Essebsi
vigilerà sul percorso della legge. E lo stesso farà la Ue che sta per varare aiuti pari a oltre
un miliardo di euro.
del 21/05/15, pag. 21
Le milizie dell’Isis entrano a Palmira
I siriani mettono al sicuro le statue
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Appello dell’Unesco: stop agli scontri, proteggiamo un patrimonio unico
al mondo
Le sculture più i piccole, i frammenti che valgono un tesoro, tutto quello che si possa
trasportare. Il governo siriano cerca di mettere al sicuro le meraviglie di Palmira: centinaia
di statue — assicura il capo della città archeologica — sono state portate via. Restano gli
archi, le colonne, i palazzi dell’antica oasi che fin dai tempi dell’impero romano era porta di
passaggio fra l’Oriente e l’Occidente.
Adesso le milizie dello Stato Islamico cercano di sfondare quella porta, perché da lì sono
poco più di duecento chilometri d’autostrada verso Damasco. Il regime combatte per
proteggere il patrimonio dell’Unesco, un simbolo in tutto il mondo, combatte soprattutto per
respingere l’assalto verso la fortezza dove il presidente Bashar Assad resta assediato.
Le truppe del Califfo sarebbero riuscite a conquistare quasi tutta Palmira, oggi chiamata in
arabo Tadmur, sono vicine alle rovine. «Bisogna fermarli — dice l’archeologo siriano
Maamoun Abdulkarim all’agenzia Reuters —. Il museo e i monumenti sono in pericolo».
La paura è che i fondamentalisti sunniti, come per la cinta muraria dell’antica Ninive in
Iraq, distruggano i reperti, le statue che considerano opere profane. L’Unesco chiede una
tregua immediata per «salvare uno dei siti più importanti del Medio Oriente».
All’inizio del conflitto i ribelli locali avevano preso il controllo di Tadmur-Palmira, a nordest
di Damasco, conosciuta da tutti i siriani anche per il durissimo carcere dove finiscono gli
oppositori politici. Da allora la città è stata ripresa dall’esercito regolare e in quelle aree la
presenza di rivoltosi non legati allo Stato Islamico è ridotta: è uno scontro diretto tra Assad
e il Califfato.
La televisione di Stato ha dato la notizia che i civili sono stati evacuati. Un migliaio di
detenuti della prigione — sostengono gli attivisti — è stato invece portato in una caserma
del regime per essere armato e mandato a combattere contro gli estremisti.
L’obiettivo dei miliziani è premere da queste zone verso Homs, vogliono tagliare in due il
corridoio di sicurezza che il clan al potere ha cercato di proteggere fin dalle prime
manifestazioni pacifiche di protesta quattro anni fa. Sono le regioni al confine con il Libano
che da Damasco portano verso il Mediterraneo e il porto di Latakia, dove vivono e si sono
arroccati gli alauiti, la minoranza che controlla il Paese da oltre quarant’anni.
Il regime ha concentrato le forze sulle montagne di Qalamun: per impedire i rifornimenti di
armi ai ribelli attraverso il confine con il Libano, per mantenere una fascia protetta.
La campagna contro gli insorti — in quattro anni i morti sono oltre 230 mila — adesso si
concentra su Aleppo per cercare di respingere l’assalto da est. I ribelli controllano ormai
Jisr al Shughour e da lì possono minacciare Latakia, dove per la prima volta gli abitanti
hanno protestato contro Assad, che considerano troppo lontano.
Dopo la conquista di Ramadi, città strategica nella provincia irachena di Anbar, lo Stato
Islamico resta all’offensiva. Ha dimostrato di poter avanzare su più fronti, di poter
organizzare operazioni coordinate in Paesi diversi. «La crisi dall’altra parte della frontiera
— fa notare l’analista Hassan Hassan sulla rivista Foreign Policy — sta mettendo ancora
più in difficoltà Assad: le milizie sciite arrivate dall’Iraq per sostenerlo stanno ritornando
indietro a difendere la loro patria».
I telegiornale del regime annunciano che l’Iran avrebbe concesso nuovi prestiti al Paese,
l’economia è devastata dal conflitto. Il governo ha invocato l’aiuto dei ricchi siriani che
vivono all’estero: comprate la nostra moneta, va sostenuta.
Il clan degli Assad ha resistito grazie all’appoggio militare di Hezbollah, la milizia sciita
libanese. Per il movimento guidato da Hassan Nasrallah quella in Siria è una battaglia
anche contro l’avanzata dei sunniti, contro quelli che considera gli infedeli dello Stato
Islamico.
Davide Frattini
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del 21/05/15, pag. 20
Bus vietato ai palestinesi l’apartheid di
Netanyahu costretto a fare dietrofront
Il governo voleva la separazione dai lavoratori israeliani. Accuse di
razzismo, stop del premier ma il ministro-falco ci riproverà
FABIO SCUTO
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
GERUSALEMME .
Inseguito dalle critiche del suo stesso partito, del capo dello Stato Reuven Rivlin,
dell’opposizione che denunciava una deriva razzista, il premier Benjamin Netanyahu è
stato costretto ieri a bloccare il primo provvedimento del nuovo governo. Concepito dal
fedelissimo ministro della Difesa Moshe Yaalon, avrebbe vietato per tre mesi ai pendolari
palestinesi in Israele di usare i mezzi pubblici e li avrebbe obbligati ad usare solo quattro
check-point per entrare e uscire dalla Cisgiordania. Annunciato in mattinata, il decreto
provvisorio è stato poi ritirato poco dopo mezzogiorno quando l’ufficio del premier è stato
bersagliato di telefonate di esponenti politici — anche del Likud — che definivano il
provvedimento «inaccettabile » e dichiarazioni dell’opposizione che bollavano la decisione
come «miserabile», degna dell’apartheid sudafricano. Un simile piano «è una macchia sul
volto del nostro Stato», ha dichiarato alla tv il laburista Isaac Herzog, capo
dell’opposizione, che ha parlato anche di umiliazioni non necessarie inflitte ai lavoratori
palestinesi.
Netanyahu, allarmato da un vistoso titolo di Haaretz online che parlava di apartheid — ha
deciso di bloccare subito l’iniziativa. Con una breve dichiarazione il premier ha bollato
come «inaccettabile» il piano, come se fosse stato all’oscuro della decisione del suo
ministro della Difesa. Il presidente Reuven Rivlin ha applaudito alla decisione. Rivlin —
che rappresenta l’ala liberale del Likud — ha definito «la separazione di linee di trasporto
per arabi ed ebrei inimmaginabile ». Un concetto del genere, ha aggiunto, «contrasta con
le stesse fondamenta dello Stato d’Israele». Parole condivise anche da un altro esponente
“liberale” del Likud, Dan Meridor e dall’ex ministro degli Interni Gideon Saar. Soddisfatto
anche il Procuratore generale Yehuda Weinstein, secondo il quale il progetto si prestava a
ricorsi alla Corte Suprema già annunciati da “Peace Now” e altre Ong che difendono i diritti
umani. Sono 92.000 i palestinesi che hanno un impiego in Israele, legale o illegale; 52.000
hanno un permesso di lavoro, gli altri entrano clandestinamente. La gran parte viene
impiegata nell’edilizia, con un salario inferiore a quello israeliano.
Il “piano Yaalon” non è qualcosa deciso in fretta, giaceva da tempo nei cassetti del
ministro della Difesa, che ha deciso di avviarlo, dopo che il Consiglio dei coloni — assai
influente nel nuovo governo — aveva dichiarato che i passeggeri ebrei temono per la
propria vita quando si trovano a bordo dei bus con i pendolari palestinesi. Al centro delle
polemiche c’è la linea 86 che collega Tel Aviv alla città-colonia di Ariel, in Cisgiordania. In
origine era stata istituita a beneficio dei coloni, col tempo un numero crescente di manovali
palestinesi impiegati in Israele ha scoperto che utilizzandola risparmiava tempo prezioso
nel ritorno a casa in Cisgiordania, e anche soldi. A quel punto però i passeggeri israeliani,
sentendosi a disagio perché spesso minoranza fra palestinesi, hanno fatto pressioni
politiche sul ministero della Difesa perché trovasse una soluzione.
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Il progetto del ministro Yaalon — che si ripropone di presentarlo più avanti — impone ai
palestinesi, oltre ai bus “speciali”, di far ritorno in Cisgiordania soltanto attraverso 4
checkpoint autorizzati allungando i tempi di spostamento dei pendolari di almeno due ore.
La questione bus non è entrata nel colloquio avuto ieri da Netanyahu con l’Alto
rappresentante per la politica estera europea Federica Mogherini a cui il premier israeliano
ha dichiarato di «sostenere una visione di due Stati per due popoli, una Palestina
demilitarizzata che riconosca lo Stato ebraico».
del 21/05/15, pag. 14
Fra Hamas e Israele negoziati top secret
per 10 anni di tregua
Decisiva la mediazione turca. L’ira di Abu Mazen
Maurizio Molinari
Abu Mazen è su tutte le furie, i suoi collaboratori non parlano d’altro e nel «press club»
della Muqata i reporter arabi sono alle prese con la «storia di Gaza»: l’argomento che
tiene banco in Cisgiordania è il negoziato segreto fra Hamas e Israele per raggiungere una
«hudna», una tregua, di 5-10 anni.
Località segreta
Una ricostruzione minuziosa viene da «Ad-Dustour», quotidiano giordano che, citando
fonti occidentali, spiega come Hamas e Israele conducono «colloqui segreti» in almeno
una «città europea», forse attraverso emissari della Turchia, il più stretto alleato dei
fondamentalisti che controllano la Striscia dal 2007. In questa «località segreta», forse
Istanbul o una città tedesca, i «colloqui» sono iniziati sullo scambio fra i resti di un soldato
israeliano di origine etiope caduto a Gaza e un imprecisato numero di prigionieri
palestinesi.
Il nodo frontiere
Hamas e Israele avrebbero affrontato anche il nodo delle frontiere ovvero la possibilità che
Gerusalemme riconosca de facto la Palestina dentro i confini della Striscia, siglando
accordi bilaterali per migliorare la qualità della vita dei residenti, a cominciare dalla
fornitura di elettricità e acqua come già avviene in Cisgiordania. Per «Ad-Dostour» ciò che
più conta è il progetto di un «porto di accesso a Gaza», a Cipro o altrove nel Mediterraneo,
sotto il controllo di Hamas, per facilitare l’arrivo di merci senza evadere i controlli israeliani.
L’idea di un «porto fluttuante nel Mediterraneo» per accedere a Gaza risale all’ex premier
Ariel Sharon e Hamas sembra disposto a discuterla, come avviene per l’ipotesi di
un’estensione della Striscia a un’area del Sinai che verrebbe concessa dall’Egitto.
Le parti negano
I portavoce di entrambe le parti negano tutto. Per Sami Abu Zuhri, di Hamas, sono «notizie
tese a ingannare» ed Emmanuel Nachson, portavoce del ministro degli Esteri israeliano,
taglia corto: «Di questo non parlo». Ma a farlo è Abu Mazen che, durante una visita in
Giordania, ha affermato di essere «del tutto al corrente dei contatti Hamas-Israele»
aggiungendo di considerarli «nocivi per il popolo palestinese».
Allentato il blocco
L’irritazione si spiega con l’esistenza di più canali tutti estranei a Ramallah, inclusi gli
incontri fra Muhammad Al-Ahmadi, ambasciatore del Qatar a Gaza, con il generale Yoav
Mordechai, coordinatore delle attività nei Territori, sulla necessità di un «Tahdiat
Ala’amar», cessate il fuoco per la ricostruzione. Proprio Mordechai è all’origine
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dell’allentamento non dichiarato del blocco della Striscia, testimoniato dall’entrata di
camion con 1 milione di tonnellate di materiali edili di cui 180 mila per la ricostruzione delle
case distrutte nell’ultimo conflitto.
Restituite le barche
Altri segnali di «confidenza reciproca» sono la restituzione da parte di Israele di gran parte
delle barche sequestrate ai pescatori di Gaza e la rapidità con cui Hamas ha accertato chi,
dieci giorni fa, ha lanciato razzi sul Negev. Per i reporter nel «Press Club» della Muqata
tutto ciò dimostra che «chi sta a Gaza pensa a Gaza» più che alle sorti della Cisgiordania.
Ma l’interrogativo riguarda cosa avverrà dentro Hamas ovvero se a prevalere saranno
esponenti politici come Ahmad Yousef, legati al leader all’estero Khaled Mashaal
favorevole ai colloqui segreti, oppure i comandanti militari fedeli a Mohammed Deif, capo
dell’ala armata sostenuta da Teheran e contraria a ogni tregua con il nemico israeliano.
del 21/05/15, pag. 19
Atene non ha più soldi per la scadenza con
l’Fmi Ue:“Ma qualcosa si muove”
Oggi a Riga vertice tra Merkel, Tsipras, Hollande e Juncker Schaeuble:
“Non si può escludere il default della Grecia”
ETTORE LIVINI
MILANO .
Grecia e creditori arrivano al rush finale dei negoziati per il salvataggio di Atene con la spia
rossa dell’allarme accesa. Alexis Tsipras incontrerà oggi al vertice Ue di Riga la
Cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Francois Hollande per provare
ad accelerare verso una soluzione. «Le trattative si muovono a un ritmo tale per cui è
possibile trovare un accordo», ha detto ieri con ottimismo il Commissario agli affari
economici Pierre Moscovici. Il tempo a disposizione per raggiungerlo si è però
drammaticamente accorciato. Il 5 giugno Atene deve rimborsare 305 milioni di prestiti
all’Fmi. «E se entro quella data non ci sarà un’intesa in grado di risolvere i nostri problemi
di liquidità, noi non potremo pagare», ha ammesso ieri il capogruppo parlamentare di
Syriza Nikos Filis.
Lo spettro del default torna così all’improvviso a materializzarsi sui negoziati. «Nella
situazione attuale non mi sentirei assolutamente di escluderlo », ha detto ieri per la prima
volta il ministro alle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble. È vero, come ammettono tutti,
che su diversi punti delle trattative sono stati fatti passi avanti: su temi una volta spinosi
come privatizzazioni, pubblica amministrazione e persino riforma fiscale, la Grecia e l’ex
Troika sarebbero arrivate a una quadra. Sui due argomenti più caldi però — lavoro e
pensioni — le rispettive posizioni non si sono mosse di un millimetro. Ue, Bce e Fmi
chiedono nuovi tagli alla previdenza e ribadiscono il loro no alla reintroduzione dei contratti
collettivi. Tsipras ha confermato l’altra sera in Parlamento che su questi argomenti non si
tratta. Non solo: oggi ripeterà a Merkel e Hollande che il suo governo non firmerà mai un
accordo dimezzato. Anzi, pretende di affrontare subito altri due capitoli che per i creditori
sono tabù: il taglio al debito ellenico (tutti sanno che è insostenibile, ma preferiscono non
parlarne ora per timore di perdere consensi sul fronte domestico) e una strategia di
investimenti per rilanciare l’economia del paese.
Le distanza dunque restano ampie mentre la sabbia continua a scorrere nella clessidra. E
con l’economia ellenica ormai tornata in recessione (la produzione industriale è calata per
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il quinto mese consecutivo a marzo del 2,9%) anche Moody’s vede nero: «La liquidità è
ormai agli sgoccioli — ha scritto ieri in una nota l’agenzia di rating — e a questo punto c’è
un’alta probabilità che la Grecia sia obbligata a introdurre controlli sui capitali e a
congelare i depositi in banca».
L’azzardo di Tsipras, a questo punto, pare chiaro. Il no a intese al ribasso sulle sue
promesse elettorali rende quasi impossibile un ok del Brussels Group alle sue proposte. A
questo punti si aprono dunque tre strade. L’Europa potrebbe fare un offerta “prendere o
lasciare” ad Atene da sottoporre magari a referendum. Predisponendo, in caso di no, un
piano di aiuti per rendere meno doloroso il default e ridurre il minimo il rischio di contagio.
Oppure potrebbe dare via libera a un intervento tampone in grado di sbloccare una prima
tranche di aiuti, rimandano all’autunno l’esame dei problemi più seri. Altrimenti, ipotesi che
per i bookmaker è poco probabile, potrebbe accettare le ragioni elleniche evitando di
lasciare il Paese tra le braccia della Russia.
Il problema è che qualsiasi soluzione si trovi, dovrà passare due ostacoli fondamentali: l’ok
del Parlamento di Atene, dove una piccola minoranza della minoranza di Syriza è già sul
piede di guerra, e quello di diversi Parlamenti Ue tra cui alcuni, Olanda, Finlandia e
Lisbona in particolare, non proprio ben disposti nei confronti di nuove concessioni o aiuti
alla Grecia.
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INTERNI
del 21/05/15, pag. 9
Altro che dimezzamento, più fondi per gli F-35
Il Pd aveva votato per un taglio del budget. Invece si spendono 80
milioni in più nel 2015. E la spesa futura resta uguale
di Alessio Schiesari
Sugli F-35, il governo non dimezza. Al contrario, rilancia. A otto mesi dal voto
parlamentare che impegnava l’esecutivo a tagliare del 50 per cento l’impegno finanziario
per i cacciabombardieri Joint Strike Fighter, arrivano i documenti che certificano le
previsioni di spesa del governo. I fondi per il programma, invece di ridursi, continuano a
crescere: 80 milioni di euro in più per il solo 2015. Nel nuovo Documento Programmatico
Pluriennale della Difesa – che il Fatto ha potuto visionare – la spesa per i discussi 90 aerei
da guerra della Lockheed Martin è passato dai 509,1 milioni di euro del 2014 ai 582,7
milioni del 2015. Anche in prospettiva, il costo del programma rimane pressoché invariato
rispetto alle stime degli anni precedenti: quasi 14 miliardi di euro.
L’impegno a dimezzare i fondi (sulla scorta di quanto fatto da altri governi non esattamente
votati al pacifismo come quello israeliano) era arrivata il 25 settembre scorso, quando il
Parlamento aveva approvato la mozione del deputato Pd Gian Piero Scanu, votata dal
tutto il partito. Il documento, tra gli impegni vincolanti per il governo, recitava: “Riesaminare
l’intero programma F-35 per chiarirne criticità e costi con l’obiettivo finale di dimezzare il
budget finanziario originariamente previsto”. La traduzione semplificata su tv e giornali era
stata unanime: Pinotti dimezza gli F35, come se la commessa fosse stata ridotta da 90 a
45 aerei (e quindi il budget 2015 dovesse passare a circa 250 milioni). Il Parlamento però
nella stessa seduta aveva approvato altre tre mozioni, tutte con un orientamento diverso. Il
testo del forzista Renato Brunetta, quello che ottenne il consenso più ampio, imponeva di
“mantenere gli impegni assunti in sede internazionale”, cioè non tagliare i
cacciabombardieri; quello dell’Ncd Fabrizio Cicchitto chiedeva di “massimizzare i ritorni
economici, occupazionali e tecnologici”; quello di Scelta Civica confermava il rispetto degli
“impegni precedentemente assunti”. Tanto che, a dispetto dello sbandierato
dimezzamento, già a novembre il ministero della Difesa chiariva le reali intenzioni del
dicastero guidato da Roberta Pinotti: “Delle 4 mozioni presentate alla Camera, le 3
approvate, con il parere favorevole del Governo, richiedono tutte che si proceda con il
programma”. A stigmatizzare il comportamento del ministro è l’ex deputato Pd Pippo
Civati: “Quando si votano quattro mozioni diverse come se fossero la stessa si lascia una
margine di ambiguità non casuale, ma voluto”.
E infatti, nel gioco delle quattro mozioni, l’unico documento rispettato è quello di Ncd che
imponeva di continuare con gli acquisti a fronte di nuove commesse per l’industria degli
armamenti. Pur in assenza di conferme ufficiali, sembra infatti che Selex, una controllata di
Finmeccanica, sia sul punto di ottenere la commessa per il cablaggio dei cavi degli aerei
assemblati in Italia.
A conti fatti, l’impatto sulle finanze pubbliche non cambia di una virgola: oltre ai 582 milioni
di quest’anno, 900 per la fase di sviluppo, 500 per le attività italiane, 360 per lo
stabilimento di Cameri e 10 miliardi per la fase di acquisto. In totale oltre 12 miliardi di euro
fino al 2027. Un cifra che, se suddivisa per gli anni a venire, impegnerà l’Italia a sborsare
in media 900 milioni l’anno. Anche per il deputato ex M5S Massimo Artini, che ha spesso
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incalzato Pinotti sulle spese militari, la sbandierata rimodulazione dei costi è una farsa:
“Niente è cambiato sui numeri. Alla luce delle scelte fatte, non solo sugli F-35, ci
chiediamo se il Ministro non debba trarne delle conseguenze drastiche”. Lapidario Luca
Pastorino, ex Pd ora candidato in Liguria: “Con questo governo, anche le cose buone che
pensavamo di ottenere si rovesciano puntualmente”.
del 21/05/15, pag. 15
Il governatore uscente subisce lo strappo degli alleati di Sel, nell’unica
regione dove c’è il doppio turno se nessuno arriva al 40%. “Fanno il test
di antirenzismo. Non li seguo. E non capisco i dem contrari alle riforme”
Rossi sfida il fuoco amico della sinistra e la
Lega sogna di portarlo al ballottaggio
SEBASTIANO MESSINA
FIRENZE .
Nella terra del renzismo, l’uomo che stavolta si gioca tutto è un ex comunista, anzi uno
che si definisce orgogliosamente «un comunista democratico di stampo berlingueriano», e
alla domanda se sia un alleato o un avversario del premier risponde così: «Io non sono
renziano, né filorenziano, né antirenziano. Sono un rossiano. Appartengo a una corrente di
cui sono l’unico iscritto».
A 56 anni, Enrico Rossi si ritrova a combattere la sua campagna elettorale più difficile e
più insidiosa della sua carriera politica: non contro i sei avversari che gli contendono la
poltrona di governatore della Toscana — nessuno dei quali può sperare di sorpassare un
Pd che l’anno scorso raccolse il 56,3 per cento — ma contro una percentuale da superare
a tutti i costi: 40 per cento. Lo spettro del ballottaggio si aggira infatti per la Toscana,
grazie a una legge elettorale (il “Toscanellum”) che prevede qui, unica regione in tutto il
Paese, un secondo turno se nessuno supera al primo l’asticella del 40 per cento. Un
secondo turno che potrebbe vedere coalizzati tutti gli antirenziani, di destra e di sinistra.
Intendiamoci: i sondaggi sono rassicuranti, per il Pd, e anche i precedenti non inducono al
panico. Cinque anni fa Rossi fu eletto presidente con una percentuale quasi bulgara: 59,7
per cento. Però allora il Pd era alleato con Sel e con Rifondazione, che stavolta hanno
deciso di sfidarlo. Schierando contro di lui Tommaso Fattori, quarantenne ex portavoce del
Social Forum di Agnoletto, che spiega così questo divorzio dell’ultimo minuto: «Non
potevamo allearci con un Pd che ha subìto una profonda mutazione genetica». Rossi se
n’è fatto una ragione, ma un sassolino dalla scarpa se lo toglie: «La verità è che gli amici e
compagni della sinistra estrema si sono fatti tentare dall’idea di provare qui la consistenza
dell’area tsiprasiana di impronta antirenziana, come se non avessero governato con me
fino all’ultimo giorno…».
Gli altri cinque sfidanti invece non erano in giunta, e dunque ora lo attaccano su due fronti.
C’è chi accusa il governatore di aver fatto troppo, e chi gli rinfaccia di aver fatto troppo
poco. Il berlusconiano Stefano Mugnai, 45 anni, gli rimprovera entrambe le cose: «Ha
varato una legge sul paesaggio che ricorda i piani quinquennali dell’Unione sovietica. E
intanto continua a promettere un’opera che non realizza mai, la “dorsale tirrenica”:
l’autostrada finisce ancora a Civitavecchia e ricomincia a Rosignano». Per il grillino
Giacomo Giannarelli, 36 anni, “energy manager” con occhiali e barbetta, Rossi invece ha
fatto troppo, per esempio con il suo piano rifiuti: «Se vinciamo noi, chiuderemo i sette
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inceneritori previsti. Bloccheremo la nuova pista dell’aeroporto di Peretola. Ci opporremo
al tunnel per la Tav. E impediremo la costruzione di nuove autostrade. Prima bisogna
mettere in sicurezza l’esistente».
Il governatore sa perfettamente di essere al centro del mirino. Vogliono colpire lui per
colpire Renzi. Claudio Borghi, il quarantenne milanese catapultato da Salvini nella
campagna toscana, lo dice chiaro e tondo: «Vogliamo battere Renzi nella sua terra per
provocare un terremoto che faccia cadere il governo. Ci riusciremo? Chissà. Io sono
convinto di avere in tasca il secondo posto. Poi se andiamo al ballottaggio, non mettiamo
limiti alla provvidenza…».
Così tocca a Rossi difendere, oltre alla sua, anche la bandiera di Palazzo Chigi. Singolare
destino, per l’uomo che nel 2010 venne incaricato da Bersani di rispondere all’intervista a
Repubblica con cui Renzi lanciò la «rottamazione». Lui che a 32 anni era diventato
sindaco di Pontedera, a 41 assessore regionale alla Sanità e a 51 presidente della
Regione, doveva controbattere al giovane sindaco di Firenze che aveva osato invocare il
pensionamento di tutto il vecchio gruppo dirigente. Lui lo fece, ma a modo suo: «Ha posto
questioni al 70 per cento sbagliate ma per il 30 per cento giuste» (e Bersani, raccontano,
non ne fu affatto entusiasta).
Con l’ex sindaco — che lui definì «un blairiano moderato» — il governatore ha sempre
avuto un rapporto complesso: progetti diversi ma collaborazione leale. Fu Renzi a fare il
primo passo, cinque anni fa, quando Rossi si preparava alle primarie. Lo invitò a Palazzo
Vecchio, fece apparecchiare la tavola nella sala di Clemente VII, e davanti al grande
dipinto vasariano che raffigura la città assediata dai lanzichenecchi di Carlo V gli offrì un
piatto di pasta col pomodoro e lo colse di sorpresa: «Io ti appoggerò». L’altro pensò che
stesse per chiedergli due o tre assessori, ma si sbagliava: «L’unico assessore che può
avere Firenze — gli disse Renzi — è il presidente. E io voglio avere un filo diretto con te».
L’indomani, il renziano Federico Gelli rinunciò alle primarie, e tra la Regione e Palazzo
Vecchio nacque una convergenza sui fatti che dura ancora («Con Rossi abbiamo un
rapporto molto pragmatico di collaborazione piena» assicura il nuovo sindaco, Dario
Nardella).
Anche stavolta, è stato il presidente del Consiglio a dichiarare il governatore uscente «il
candidato giusto», facendogli saltare le primarie. Rossi non è diventato renziano, ma non
si è nemmeno iscritto al partito dei suoi avversari. «Renzi — spiega — sta provando a
cambiare l’Italia e io lo sostengo. Mi riconosco poco in questa sinistra che fa muro contro
le riforme. Ci vogliono polmoni più ampi per ricostruire una cultura politica della sinistra.
Nel Pd, non fuori. Extra ecclesiam, nulla salus ».
del 21/05/15, pag. 4
Rodotà: «La pedagogia del Capo mina la
democrazia»
Riforma Scuola. Intervista. Stefano Rodotà a tutto campo su Matteo
Renzi: «Con il preside manager trasferisce la sua visione del potere
all’intera società». «La scuola dovrebbe impedire diseguaglianze, il Ddl
spinge invece verso la segmentazione sociale». «Chi si oppone al
renzismo dovrebbe creare forme di auto-organizzazione e di agire
politico per riequilibrare la forte concentrazione di potere istituzionale»
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Roberto Ciccarelli
«Fino ad oggi ci siamo concentrati sul modello di organizzazione istituzionale emerso dal
combinarsi dell’Italicum e della riforma del Senato – afferma Stefano Rodotà – La riforma
della scuola approvata ieri alla Camera mostra un elemento radicale: l’idea che Renzi ha
della società».
Possiamo farne un profilo alla luce delle leggi sul lavoro, della riforma elettorale e di
quella costituzionale?
La scuola è la parte più importante del Welfare tradizionale. In un momento in cui
aumentano disoccupazione e povertà si dovrebbe investire sul suo ruolo di inclusione per
impedire il riprodursi delle disuguaglianze. Invece la riforma disconosce che la scuola sia
un corpo sociale composto da soggetti differenziati e ribadisce una fortissima spinta verso
la segmentazione sociale. Attacca il contratto nazionale, esclude i corpi intermedi, e in
particolare i sindacati, non riconosce la partecipazione democratica espressa dagli
insegnanti e dagli studenti che si stanno opponendo. Sono gli elementi già emersi nel Jobs
Act che ha portato l’abolizione dell’articolo 18 per i nuovi assunti. In questo modello di
società non c’è spazio per la coesione sociale.
Nel Ddl scuola approvato dalla Camera c’è lo «School Bonus», un credito d’imposta
al 65% per il biennio 2015 — 2016 e del 50% per 2017, riconosciuto a chi farà
donazioni in denaro per le scuole pubbliche o private. Cosa ne pensa?
È una forte spinta verso l’outsourcing. Questa norma è un incentivo a far uscire la scuola
dall’ipoteca del pubblico per affidarla ai privati che la gestiranno come meglio credono. È
come incentivare a farsi una previdenza privata oppure una sanità privata.
Contrasta con l’articolo 33 della Costituzione che prevede l’esistenza di scuole
private «senza oneri per lo Stato»?
Sono stato ostile alla legge sulle scuole paritarie approvata nel 2000. Ci vedevo
l’escamotage per aggirare proprio questo articolo. Quando l’hanno scritto, i costituenti non
avevano preclusioni ideologiche ma intendevano riconoscere la priorità degli investimenti
nella scuola pubblica di ogni ordine e grado. Lo Stato deve in primo luogo permettere che
la scuola pubblica funzioni al meglio. Solo quando questa condizione sarà soddisfatta, si
potrà pensare di dare un euro anche ai privati. Nel Ddl di Renzi non c’è alcuna una risorsa
aggiuntiva ai privati. I fondi a loro destinati sono sottratti alla scuola pubblica.
È stato detto che questa norma rispecchia il pluralismo e, in più, rappresenti la fine
di un tabù ideologico della sinistra.
Altro che abbattere un tabù. Ne costruisce un altro: la distinzione tra scuole per abbienti e
per non abbienti, di serie A e di serie B. Chi sostiene queste posizioni crede che il ruolo
della scuola pubblica sia in contrapposizione con quella dei preti, come si diceva secoli fa
quando ero un ragazzino. Il problema è un altro: la scuola pubblica, come spazio pubblico
di riconoscimento e confronto, è irrinunciabile perché qui posso costituirmi come cittadino.
Se invece dico che ognuno può farsi la propria scuola religiosa, etnica, territoriale o
culturale innesco un conflitto. La scuola non è più un luogo dove si apprende a
riconoscere l’altro in base alle sue diversità, ma un luogo dove si adempie una funzione
pubblica per un numero tendenzialmente riducibile di persone. Tutto questo è in conflitto
con l’idea di una società aperta e plurale dove l’uguaglianza esiste nella misura in cui
viene riconosciuta la diversità delle opinioni.
Crede che Renzi abbia attribuito al «preside manager» un’importanza paragonabile
alla leadership politica che lui intende svolgere in politica e nello Stato?
Certamente. È rivelatore di questo atteggiamento il fatto che abbia scelto di usare la
lavagna e il gessetto: voi siete gli scolari e io il maestro che vi spiega la riforma. Dopo
avere usato tweet e slide ha cambiato la sua comunicazione e si è messo nella posizione
di chi parla dall’alto. È la rappresentazione tangibile della concentrazione dei poteri nella
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figura del presidente del consiglio, prima ancora che nell’esecutivo, che si vuole realizzare
con le riforme istituzionali. Con questo disegno di legge Renzi tende a trasferire questa
visione del potere a tutti i livelli della società. Alle figure apicali dei presidi affida la
missione della scuola, quella di produrre buona cultura, uguaglianza e rispetto dell’altro.
Sono d’accordo con chi ha definito questa politica come una «pedagogia del Capo».
Renzi sostiene invece che il preside-manager sarà libero di decidere e di rendere
più efficiente la scuola.
Ma il problema della responsabilità dirigenziale non può tradursi nell’accentramento del
potere e soprattutto nella possibilità di selezionare i docenti. È lo stesso meccanismo visto
all’opera nel Jobs Act: all’imprenditore sono stati concessi sgravi fiscali, l’abolizione
dell’articolo 18, per facilitare le assunzioni. In questo modo i diritti dei lavoratori sono stati
subordinati al suo potere sociale. Con la riforma della scuola si crea un centro di potere
per gestire un istituto con una logica tutta imprenditoriale e ad esso si subordina la
partecipazione nella scuola.
Chi si oppone a questa politica è accusato di essere corporativo o un relitto della
storia. Come si smonta questa retorica?
Dicendo che quella in atto non è un’opera di sburocratizzazione della società, ma di
concentrazione del potere in una sola persona. Nei settori dove questo è accaduto, ad
esempio nelle opere pubbliche, sono venuti meno i meccanismi di controllo, di
partecipazione e trasparenza. Il potere è stato usato in maniera discrezionale e la
corruzione si è moltiplicata.
In Italia è innegabile il problema della burocrazia, non crede?
Ma non lo si risolve aumentando diseguaglianze e ingiustizie. Man mano che si introduce
la logica privatistica e l’accentramento della gestione si indeboliscono le possibilità di
controllo e di partecipazione. Queste funzioni sono essenziali anche nella vita della scuola
il cui scopo è garantire l’inclusione sociale, non la competizione tra le persone.
Perché, fino ad oggi, chi si richiama alla Costituzione non ha prodotto una politica
capace di affrontare la sfida di Renzi?
Si è pensato che, tutto sommato, ci sarebbe stato il tempo necessario per aggiustare le
cose. Quando poi si sono compresi gli effetti istituzionali e sociali della sua politica è stato
troppo tardi. La politica ufficiale non è stata in grado di contrapporsi a Renzi. Questo vale
per chi sta nel Pd, ma anche per chi oggi critica l’accentramento dei poteri nell’esecutivo.
Questi elementi erano presenti sin dall’inizio e adesso le resistenze sono tardive. Non
voglio dire che avevo ragione, quando ci chiamavano «professoroni», né voglio fare la
parte della Cassandra. Per me è un elemento di autocritica.
Cosa è mancato a questa opposizione?
La visione alternativa di una società dove la politica è stata ridotta all’amministrazione e
all’economia. Oggi chi si oppone a Renzi dovrebbe creare forme di auto-organizzazione e
di agire politico per riequilibrare la forte concentrazione di potere che si sta realizzando a
livello istituzionale. La società deve riconquistare il suo ruolo nel momento in cui lo spazio
nelle istituzioni si restringe. Rimettere in movimento questi meccanismi oggi è un problema
politico che si devono porre anche chi sta nelle istituzioni. Non si può fare politica solo
attraverso gli emendamenti. Quella può permettere di salvarsi l’anima solo quando si
discute una legge.
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del 21/05/15, pag. 8
Erri De Luca: “Sabotare, ma senza bombe”
di Andrea Giambartolomei
Intralciare, ostacolare e impedire”. Sono i significati del verbo “sabotare” secondo Erri De
Luca. Si è difeso così ieri mattina di fronte al giudice Immacolata Iadeluca del Tribunale di
Torino nel processo in cui è accusato di istigazione al sabotaggio per aver detto
all’Huffington Post che “il Tav va sabotato”. Era molto atteso l’autore napoletano dopo la
mobilitazione degli scrittori al Salone del libro di Torino, dove molti vip hanno indossato la
maglietta con la scritta #iostoconerri. Ieri quella maglietta è stata indossata anche da molte
persone comuni, accalcate sul fondo dell’aula.
Tra di loro c’erano anche il direttore editoriale di Feltrinelli, Gianluca Foglia, il capo ufficio
stampa, Adolfo Frediani, lo scrittore Fabio Geda e il jazzista Giorgio Li Calzi, ma
soprattutto un amico fraterno, il cantautore Gianmaria Testa. Sono tutti venuti a sentire le
risposte di Erri. A fare la prima domanda è il pm Antonio Rinaudo che gli ha chiesto cosa
intenda con la parola “sabotaggio”. De Luca ha così precisato il senso dell’intervista:
“Ritengo di aver detto che questa linea ad alta velocità vada impedita, ostacolata,
intralciata e perciò di fatto sabotata”.
Nessun riferimento al “danneggiamento materiale”. D’altronde lui non pensa di poter
istigare a commettere atti violenza, sia perché non è un leader (“Non sono un tribuno, non
faccio comizi, non sono uno che muove le masse”), sia perché “non mi è stata mai
riconosciuta questa capacità di istigazione. Posso istigare alla lettura o al massimo alla
scrittura”. Rispondendo al suo legale Gianluca Viale ha precisato che “in nessuna delle
manifestazioni in cui ho partecipato ho visto episodi di violenza”. E se non c’era violenza a
maggior ragione “non c’era nessuna ragione per parlare di terrorismo”.
Il “dibattito” è diventato più acceso quando a fare le domande è stato Alberto Mittone,
avvocato della società Lyon-Turin Ferroviaire (Ltf) che ha denunciato De Luca: “È vero che
lei ha querelato per diffamazione il consigliere comunale di Torino Silvio Viale?”. Sì, ha
risposto lo scrittore spiegando di averlo fatto perché riteneva diffamatorio un tweet con cui
il politico attribuiva alle sue parole l’origine di un incendio contro un imprenditore della Val
di Susa: “Non ha nulla a che vedere con la libertà di parola attribuire a una persona dei
fatti falsi e gravi sapendo che sono falsi e gravi”. Il legale lo ha incalzato: “Quindi ammette
che ci sono dei limiti alla parola?”. “Quelli del codice penale, i non sapevo nulla delle
molotov”, ha concluso lo scrittore Erri De Luca.
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LEGALITA’DEMOCRATICA
del 21/05/15, pag. 17
Corruzione, riforma al traguardo
LIANA MILELLA
ROMA . Ci sono voluti 2 anni e 2 mesi, dal 15 marzo 2013 a oggi, ma il ddl anticorruzione, firmato dal presidente del Senato Piero Grasso, poi integrato dal Guardasigilli
Andrea Orlando, oggi potrebbe farcela a diventare legge. Complice la voglia dei deputati di
tornare casa per l’ultimo weekend di propaganda elettorale prima delle regionali, si
potrebbe chiudere stasera senza arrivare alla seduta pur prevista per venerdì. Orlando ha
lanciato la sua sfida in aula: «Lasciate cadere tutti gli emendamenti e votiamo subito il
testo del Senato». Solo stamattina si capirà se viene accolta. Il fascicolo conta circa 150
richieste di modifica, destinate comunque alla bocciatura. Ci sono alcuni voti segreti, che
però non paiono impensierire la maggioranza. Basti pensare che ieri le pregiudiziali di
costituzionalità di Forza Italia sono state bocciate con 342 no, 23 sì e 2 astensioni.
Per prendere a prestito il parere sull’anti- corruzione votato ieri dal Csm, la «concreta
inversione di tendenza c’è», come ha scritto il presidente della commissione Riforme
Piergiorgio Morosini. All’attivo ecco lo sconto di pena per chi collabora, la modifica del
falso in bilancio, la restituzione del maltolto per chi vuole patteggiare. Ma non tutto quello
che sarebbe stato necessario sarà approvato. Secondo il Csm manca ancora una nuova
disciplina della corruzione tra privati, l’agente provocatore anche per la corruzione,
l’interdizione perpetua per chi viene condannato per corruzione, la possibilità di fare
intercettazioni anche per le società non quotate.
In compenso, scorrendo il ddl, i passi avanti si vedono. Pene maggiorate per i reati di
corruzione (anche se non per tutti i reati), la sospensione della stessa pena possibile solo
se il condannato restituisce il malloppo, la nuova concussione con il ritorno dell’incaricato
di pubblico servizio accanto al pubblico ufficiale, il patteggiamento possibile solo se si
restituisce il valore della tangente presa, il raddoppio delle pene per il reato di
associazione mafiosa, l’obbligo di avvisare l’ufficio anti-corruzione di Raffaele Cantone
sulle nuove inchieste sulla corruzione, ma soprattutto le nuove regole sul falso in bilancio,
che lo riportano a una punibilità alta (3-8 anni società quotate, 1-5 non quotate, 6 mesi-3
anni società sotto i 15 dipendenti). Resta sullo sfondo la nuova prescrizione, su cui
permane la contrapposizione Pd-Ncd, e il parere negativo del Csm che, come l’Anm,
vorrebbe un orologio definitivamente fermo con la sentenza di primo grado, mentre il
governo si limita a a sospenderla.
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RAZZISMO E IMMIGRAZIONE
del 21/05/15, pag. 6
Migranti, l’Europarlamento a favore delle
quote
Critiche ai governi di Francia, Spagna, Regno Unito, Ungheria. La Libia:
«Cooperazione con la Ue»
DAL NOSTRO INVIATO BRUXELLES La coalizione di maggioranza dell’Europarlamento,
composta da popolari, socialisti e liberali, ha appoggiato il progetto di Agenda
immigrazione della Commissione europea, che vorrebbe introdurre solidarietà tra i 28
Paesi membri nella gestione dell’emergenza nel Mediterraneo. Nell’Aula di Strasburgo i
leader di questi tre partiti e il vicepresidente olandese della Commissione Frans
Timmermans hanno lanciato critiche ai governi di Francia, Spagna, Regno Unito, Ungheria
e altri Paesi membri dell’Est dichiaratisi contrari alla proposta di ripartizione con quote
obbligatorie dei richiedenti asilo. Intanto la Libia, quanto meno il governo di Tobruk, ha
chiesto ufficialmente in una lettera inviata ai membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu la
«cooperazione con l’Ue al fine di sviluppare un piano d’azione per affrontare la crisi degli
immigrati nel Mediterraneo».
Gli euroscettici, guidati dai britannici dell’Ukip e dai francesi del Front National, contestano
l’Agenda e chiedono un rigido blocco delle frontiere europee antimigranti. La Commissione
sta attenuando le sue proposte dopo aver constatato le riserve sulle quote. Timmermans
ha esortato alla solidarietà garantendo la non estensione agli immigrati clandestini. «Chi
ha bisogno deve poter trovare la propria salvezza in Europa — ha dichiarato l’olandese —.
Ma chi non ha diritto all’asilo deve essere identificato e rimpatriato nel Paese d’origine».
Con questa linea l’istituzione di Bruxelles sta recuperando il governo socialista di Parigi,
che non intende cedere consensi alle destre sui migranti. La Commissione ha annunciato
il testo finale dell’Agenda Immigrazione per mercoledì prossimo facendo capire che non
parlerà esplicitamente di «quote». Poi si salirà al livello decisionale dei governi nel
Consiglio dei ministri degli Interni del 15 e 16 giugno e nel summit Ue del 25 giugno.
Oggi e domani il premier Matteo Renzi può cercare alleanze con altri leader europei a
margine del vertice Ue a Riga con i Paesi extracomunitari dell’Est Europa. Il Regno Unito
si è già chiamato fuori dall’argomento immigrazione grazie a una clausola pretesa nei
Trattati Ue, che vale anche per Irlanda e Danimarca. La Germania spinge per la
condivisione solo dei richiedenti asilo perché in Europa ne accoglie il maggior numero e
vuole trasferirne una parte.
Ivo Caizzi
del 21/05/15, pag. 4
Migranti, Tobruk all’Onu: “Cooperazione con
la Ue”
NEW YORK .
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Per settimane il governo libico di Tobruk aveva lanciato avvertimenti contro la Ue, quasi
minacciandola affinché non mettesse in piedi un’operazione di polizia internazionale
contro il traffico di migranti. Da ieri sera qualcosa è cambiato, perché il governo guidato
dal premier Al Thinni ha comunicato all’Onu di essere pronto a collaborare. Una lettera del
governo che siede in Cirenaica ed è sostenuto dall’Egitto sostiene che «la Libia offre
cooperazione con l’Unione Europea per sviluppare un piano d’azione per affrontare la crisi
degli immigrati nel Mediterraneo».
La lettera — ottenuta dall’agenzia Ansa — è stata inviata al Consiglio di Sicurezza
dell’Onu tramite la missione libica: «Non vediamo l’ora di raggiungere un tempestivo
impegno con i leader europei per creare un dialogo positivo volto a sradicare il flusso di
migliaia di persone verso la costa meridionale dell’Europa», dicono i diplomatici di Tobruk.
Il premier Al Thinni ha individuato il diplomatico Nuri Bait Almal come “inviato speciale e
consulente del premier per gli affari internazionali” delegato a portare avanti il dialogo con
l’Ue.
Nella lettera Tobruk ammette «l’attuale incapacità della Libia di ridurre le migrazioni
illegali», e per questo accetta di chiedere la cooperazione della Ue, comunicando ai paesi
del Consiglio la volontà di «svolgere un ruolo efficace nel controllare le migrazioni di
massa che hanno causato la morte di migliaia di persone al largo delle coste libiche».
Il passo libico è sicuramente un tassello importante per la composizione del consenso
politico necessario a far votare la risoluzione chiesta dall’Europa al Consiglio di sicurezza.
Negli ultimi giorni un paese come la Russia, che ha diritto di veto in Consiglio, ha
continuato a sollevare dubbi sulla possibilità che vengano autorizzate, ad esempio,
missioni per la distruzione dei barconi dei trafficanti senza che siano state previste con
assoluta chiarezza le condizioni in cui questi affondamenti sarebbero possibili.
La risoluzione dovrebbe comunque rimanere sotto l’ombrello del capitolo 7 della Carta
Onu, quello che prevede anche l’uso della forza. E parla della «possibilità di ispezionare,
sequestrare e neutralizzare le barche che sono sospettate di essere utilizzate per il traffico
di migranti».
Se però una missione deve intervenire militarmente per bloccare i barconi, è necessario
che il governo libico consenta non solo l’approvazione legale, ma anche la possibilità di
schierare a terra nuclei di militari che conducano operazioni magari limitate nel tempo ma
inevitabili per bloccare il traffico delle reti criminali.
Tra i cinque membri permanenti del Consiglio (Gran Bretagna, Francia, Usa, Russia e
Cina) intanto nessuno ha detto “no” alla bozza proposta dalla Ue, ma c’è chi pone
domande e richieste differenti, anche sulle basi legali della risoluzione. E da Mosca, il vice
ministro degli Esteri, Gatilov, precisa che le azioni autorizzabili dall’Onu per combattere i
trafficanti non devono andare oltre il sequestro delle navi usate per il trasporto clandestino.
del 21/05/15, pag. 1/4
Per ragioni geografiche, l’Italia è terra di transito di jihadisti e foreign
fighters. Intelligence e polizia ricordano che chi raggiunge le nostre
coste viene subito inserito nella banche dati Europol e cessa perciò di
essere invisibile
Gli sbarchi e le paure delle infiltrazioni “Ma il
pericolo non arriva via mare”
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CARLO BONINI
ROMA
COSA racconta davvero la storia di Abdel Majid Touil? O, detta altrimenti: cosa prova la
circostanza che questo giovane marocchino accusato di complicità nella strage del Bardo
sia arrivato nel nostro Paese su un barcone soccorso nel canale di Sicilia da un’unità della
nostra marina militare il 17 febbraio scorso? C’è spazio insomma perché questa vicenda
imponga una rilettura della minaccia islamista al nostro Paese e indichi nel flusso di
migranti via mare la nuova falla del nostro sistema di sicurezza nazionale, come pure
vorrebbero gli allarmi del Pentagono sulla esplosiva crisi libica e una campagna alimentata
ancora negli ultimi giorni oltre che dalla stampa inglese, da esponenti della Lega, del
Movimento 5 Stelle e della Destra?
Girate in queste ore a fonti qualificate della nostra intelligence, dell’antiterrorismo (polizia
di prevenzione e Ros dei carabinieri), del Dipartimento della Pubblica sicurezza, le
domande raccolgono una risposta tetragona. Che suona così. «Non esiste alcun nuovo
elemento in grado di capovolgere quanto documentato appena due mesi fa dalla relazione
consegnata dai nostri Servizi al Parlamento sulla Politica dell’Informazione per la
Sicurezza per il 2014». E in quel documento questo si leggeva: «Il rischio di infiltrazioni
terroristiche nei flussi via mare è un’ipotesi plausibile in punto di analisi. Ma è un’ipotesi
che, sulla base delle evidenze informative disponibili, non ha trovato sinora riscontro».
Del resto, anche le evidenze statistiche sembrano condurre a un’identica conclusione. Nei
primi cinque mesi di quest’anno, le attività di prevenzione delle nostre polizie in materia di
terrorismo islamico hanno riguardato 1.982 “obiettivi sensimunque bili” (centri di
aggregazione religiosa, associazioni culturali, moschee) che hanno portato
all’identificazione di 8.045 stranieri che li frequentavano. I “sospetti” sottoposti a controllo
sono stati 961 e 294 le perquisizioni. «Ebbene — chiosa una fonte qualificata della nostra
Antiterrorismo — da nessuna di queste attività è emerso un solo nesso in grado di
collegare i flussi di migranti via mare ad attività di generico proselitismo jihadista o,
addirittura, di pianificazione di atti violenti».
Né cambia la sostanza se si consulta l’ultimo rapporto disponibile di Europol (sugli atti di
terrorismo censiti in Europa tra il 2006 e il 2013, solo l’1 per cento è riconducibile a una
matrice religiosa) o se, per restare in Italia, si va indietro di un anno. Nel 2014, a fronte di
170.100 migranti (fonte ministero dell’Interno) approdati sulle nostre coste o comunque
soccorsi in mare, gli arresti nel nostro Paese per reati connessi a una minaccia di natura
terroristico- islamica sono stati sette e 36 i provvedimenti di espulsione. E, anche in questo
caso, nelle biografie dei fermati e degli espulsi non è saltato fuori un solo indizio che li
collegasse direttamente o indirettamente a un loro ingresso via mare in Italia per «scopi
terroristici».
Dunque?
«Dunque — osserva una fonte di vertice del Dipartimento della Pubblica sicurezza — la
verità è che la vicenda di Touil è la prova che la più insicura delle rotte eventualmente
scelte per infiltrarsi nel nostro Paese per scopi terroristici è proprio quella dei barconi della
disperazione. Chi arriva via mare viene identificato e inserito nelle banche dati di Europol,
vengono prese le sue impronte digitali. Cessa dunque di essere un invisibile appena mette
piede sulle nostre coste. E questo, evidentemente, fa a pugni con la logica che muove
chiunque, a qualunque latitudine, pianifichi o stia per mettere a segno un attacco
terroristico».
Diversa, evidentemente, è la constatazione o, se si preferisce, la conferma che l’Italia, per
ragioni innanzitutto geografiche, sia storicamente — quantomeno a partire dagli anni ‘90
— retrovia, hub o cola terra di transito di chi coltiva il sogno della jihad o dalla jihad fa
ritorno (il fenomeno dei foreign fighters). E che nella solitudine in cui è stata lasciata
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dall’Europa, il suo punto debole sia nella materiale impossibilità di poter avere la certezza
che un migrante cui viene consegnato un ordine di espulsione a quell’ordine si attenga
davvero e per giunta volontariamente (è il caso di Touil e di migliaia di stranieri come lui),
visto che le nostre procedure di respingimento non consentono in questo momento
accompagnamenti coatti oltre frontiera («Qui è un gran caos. Il punto debole sta nella
procedura di controllo delle impronte digitali. Qui si cercano innanzitutto gli scafisti. I
migranti o fuggono o vengono sparpagliati. L’Italia ne ha fin sopra i capelli e ritengo che
sia estremamente difficile fare controlli seri su tutti», ha detto ieri a Radio 2-4il procuratore
di Agrigento, Renato Di Natale).
Così come è altrettanto evidente e documentato dalle più recenti indagini antiterrorismo
che nel nostro Paese le forme di nuova radicalizzazione — e dunque la qualità della
minaccia islamista — siano identiche a quelle conosciute (per altro in termini numerici ben
più consistenti) dalla Francia o dall’Inghilterra. «Anche noi abbiamo i nostri “ homegrown
terrorist” — osserva una fonte dell’Antiterrorismo — Anche per noi vale una minaccia
molecolare che non ha più le sembianze delle cellule, di strutture organizzate in forma
verticale, ma quella dei cosiddetti selfstarter . Lupi solitari che si radicalizzano con sempre
maggior frequenza in Rete o attraverso i social network, autosufficienti dal punto di vista
finanziario e capaci di colpire sfruttando la prima “finestra di opportunità” disponibile. Ma,
ancora una volta, tutto questo con l’immigrazione via mare non ha nulla a che vedere ».
del 21/05/15, pag. 7
«Tessera ai migranti per i diritti»
Spagna. Documento locale d’identità per avere sanità, trasporti e casa.
Nel voto irrompe il nodo immigrazione. Il Pp: via i senza tetto
Giuseppe Grosso
MADRID
Quello dell’immigrazione — come non poteva essere altrimenti — è uno dei temi più
presenti nella campagna elettorale per le ammnistrative di domenica prossima.
C’è la foto, ormai iconica, del bambino rinchiuso nella valigia nel tentativo di entrare in
Spagna; ci sono le dichiarazioni della candidata del Partido Popular al comune di Madrid,
Esperanza Aguirre, che vorrebbe ripulire la città dai senza tetto, che «danno una brutta
immagine di Madrid ai turisti»; ci sono i partiti conservatori, che strepitano contro una
supposta «emergenza immigrazione» fabbricata a loro uso e consumo.
E poi, finalmente, c’è una notizia di quelle che aprono uno spiraglio al buon senso e alla
solidarietà.
Antonio Miguel Carmona, candidato socialista alla presidenza della regione di Madrid, ha
proposto l’introduzione di un documento d’identità locale per chiunque ne faccia richiesta,
che garantisca l’accesso ai servizi sanitari, ai trasporti e persino alle case municipali. Si
tratta di un’iniziativa molto importante: un sussulto per un Psoe un po’ a corto di idee, che
inverte completamente la tendenza alla tolleranza zero del Partido popular, che nel 2012
aveva revocato l’assistenza sanitaria agli immigrati irregolari. E marca le distanze anche
rispetto alla nuova destra dal volto pulito, incarnata da Ciudadanos, ormai uno degli
avversari diretti del Psoe, anch’esso contrario all’accesso degli immigrati «irregolari» ai
servizi pubblici. Finalmente, verrebbe da dire, qualcosa di sinistra nel discorso sei
socialisti, in crisi di identità e di voti, asfissiati, a livello locale e nazionale, dalla morsa di
Podemos e Ciudadanos.
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L’iniziativa, che nasce da un’idea personale di Carmona, non è ancora ratificata
ufficialmente in sede nazionale, anche se il Psoe ha già fatto sapere di appoggiare la
proposta, che sarà probabilmente rielaborata ed inclusa nel programma per le politiche di
novembre.
Intanto, da destra, qualcuno parla di propaganda elettorale. In realtà la misura si rivolge
soprattutto a persone senza documenti e, quindi, senza diritto di voto, per cui la sua diretta
ripercussione elettorale sarà prevedibilmente limitata. «È una questione di diritti umani,
non di calcolo elettorale, spiega Carmona. Abbiamo voluto rispondere a una richiesta non
dettata dai mercati, ma dalla necessità delle persone». «Chi vive qui – ha proseguito il
candidato socialista in un’intervista al País — deve poter esercitare i suoi diritti:
un’iniziativa di questo genere è già stata presa con successo a New York dal sindaco Bill
de Blasio». In realtà non c’è neppure bisogno di attraversare l’oceano per trovare un
precedente. Basta spostarsi di pochi chilometri da Madrid, fino a Fuenlabrada, cittadina di
210mila persone nella cintura urbana della capitale di un paese che nonostante la crisi,
l’aumento della povertà e lo sfilacciamento sociale, non ha mai ceduto a derive xenofobe.
La tessera – una specie di succedaneo locale del documento nazionale di identità – era
una delle promesse elettorali dell’attuale sindaco Manuel Robles, incaricato peraltro di
coordinare la parte sui servizi sociali del programma quadro del Psoe per le municipali. In
due anni, sono state distribuiti più di 10mila documenti. «La tessera — spiega il sindaco di
Fuenlabrada — dà accesso a tutti i servizi sociali. L’unico requisito è che la persona viva
nel nostro comune. Non chiediamo nulla, nessun documento: in questo modo anche gli
immigrati irregolari entrano nel programma di assistenza municipale alle stesse condizioni
di qualsiasi altro cittadino». Ora sarà interessante vedere se la misura sarà estesa ad altri
municipi, come sarà accolta e che spazio occuperà nel programma nazionale. E, nel
probabile caso di alleanze per il governo di Madrid tra Pose e altri partiti, come sarà difesa
questa proposta, che finora è una delle più interessanti tra quelle dei vari partiti in
campagna elettorale. Al Psoe il merito indiscutibile di aver messo sul tavolo un’iniziativa
originale, chiara ed effettivamente necessaria dopo una legislatura di tagli ai diritti sociali e
tre anni di esclusione sanitaria degli immigrati sin papeles voluta, per legge, dal Partido
popular.
del 21/05/15, pag. 7
Accordo tra Malesia e Indonesia per
accogliere i migranti Rohingya
Malesia. Verranno ospitati e assistiti per un anno
Emanuele Giordana
Era già buio martedi quando, al largo della provincia di Aceh a Sumatra, i pescatori hanno
iniziato ad attrezzarsi per salvare i migranti. Quattrocento di loro sono stati tratti in salvo
mercoledi mattina e si vanno ad aggiungere ad almeno alti 1400 già sbarcati sulle coste
indonesiane. La stampa locale riferisce di una diffusa solidarietà ai Rohingya, la maggior
parte dei migranti, sia perché sono musulmani perseguitati, sia perché gli accinesi sanno
cosa vuol dire «solidarietà» dopo decenni di guerra civile e la memoria dello tsunami che
nel 2004 uccise qui 170mila persone. Ma se la notizia del salvataggio rischiava sino a ieri
di essere solo un episodio di buon cuore, che spesso aleggia più nell’animo di pescatori e
contadini poveri che nei palazzi del potere, un accordo tra Jakarta, Kuala Lumpur e
Bangkok è arrivato a definire un piano di accoglienza che, almeno per il momento, chiude
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un capitolo fatto di respingimenti più o meno violenti di barconi non dissimili da quelli che
viaggiano verso Lampedusa carichi della stessa disperazione e figli di traffici criminali.
L’accordo tra i tre Paesi verso cui sono diretti i «boat people» per adesso si fa carico dei
settemila migranti ancora in mare; settemila o ottomila, come stima l’Oim. Forse di più.
Forse solo un’avanguardia. Ma l’accordo è chiaro: soccorso temporaneo per chi è in mare
con chiusura rapidissima poi delle frontiere. Come si possa fare una stima esatta e come
si possa controllare questo «traffico umano», nessuno è in grado di dirlo. Una pezza che
durerà un anno.
I migranti sono essenzialmente cittadini del Bangladesh che cercano fortuna in Paesi più
ricchi e Rohingya del Myanmar, Paese dove sono in sostanza degli «invisibili» privi di
diritti, status e documenti, da alcuni anni vittime di veri e propri pogrom. Accordarsi col
Bangladesh sarà forse possibile ma molto più difficile sarà negoziare coi birmani, in gran
maggioranza buddisti ben felici che questi paria prendano il mare. Un bubbone antico
scoppiato con un clamore che solo il dramma attuale mette sotto i riflettori e sul quale non
mancano critiche ad Aung San Suu Kyi, paladina dei diritti e della democrazia, che sui
Rohingya è stata zitta quando non ha sminuito i pogrom in gran parte sostenuti da monaci
molto pii quanto violenti.
Malaysiani, indonesiani e tailandesi comunque hanno chiarito che aiuteranno i migranti ma
daranno loro asilo temporaneo solo per un anno. E hanno anche fatto appello agli altri
Paesi, all’Onu e alla comunità internazionali per non essere lasciati soli. Le Filippine hanno
già risposto e anche l’Onu, che si è complimentata per l’accordo, farà la sua parte con le
proprie agenzie. Dai birmani una vaga predisposizione all’assistenza umanitaria. Quale?
Non è dato saperlo visto che chi chiede rifugio viene da lì. Quanto alla Thailandia, la sua
posizione è meno conciliante rispetto a Indonesia e Malaysia (che hanno già accolto 1800
e 1100 migranti rispettivamente): non darà rifugio nemmeno temporaneo ma si è
compromessa a non respingere più le carrette del mare che prima scortava verso le acque
territoriali dei vicini. Assisterà i casi di emergenza. Non è chiaro cosa farà di chi arriva.
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WELFARE E SOCIETA’
del 21/05/15, pag. 1/15
Un paese devastato
Piero Bevilacqua
Il recente Rapporto annuale dell’Istat 2015 sulla situazione del Paese, come nella
tradizione di questo istituto, ci mette a disposizione un grandioso affresco analiticoquantitativo sulle condizioni dell’Italia, sempre più ricco di conoscenze e ricognizioni
particolari. Qui popolazione, economie, forme del lavoro, territori, sistemi locali, consumi,
associazionismo, salute, consumi del suolo, beni culturali, servizi, trovano la loro
sistemazione numerica facendoci entrare nel cuore del paese reale. Occorrerebbe che
ogni anno, alla sua pubblicazione, si organizzassero un po’ ovunque, nel paese, forum di
discussione pubblica: un esercizio di conoscenza e di democrazia partecipativa che
educherebbe gli italiani a guardare la realtà nazionale nella sua complessità, oltre la
rappresentazione propagandistica che ne danno i media e il ceto politico.
Quest’anno il Rapporto contiene accenni positivi dedicati ai timidi segnali di ripresa
economica dei primi mesi del 2015, (Pil, consumi) alcuni dei quali, come gli indicatori della
fiducia, rapidamente ripiegati a partire da aprile. Il Rapporto tuttavia non va oltre, com’è
ovvio, i segnali che certamente, in quanto tale sono effettivi, e che sono il risultato si
potrebbe dire quasi meccanico di una situazione macroeconomica di straordinario
vantaggi.
Si tratta della gigantesca immissione di liquidità da parte della Bce, il deprezzamento
dell’euro che ne consegue, il vero e proprio dimezzamento del prezzo del petrolio negli
ultimi mesi. Ma il rapporto mal si presta a un uso propagandistico per annunciare le
magnifiche sorti e progressive che il governo ci sta schiudendo. Perché esso fornisce un
quadro completo e impietoso non solo del 2014, ma anche delle linee di tendenza che si
sono rafforzate durante quest’anno.
Naturalmente, non è possibile dar conto della ricchezza di dati forniti dal Rapporto, alcuni
dei quali del resto già noti da tempo. A fronte di pochi indici positivi, ad esempio un
aumento dell’esportazione (+ 2,9%) — ma con una flessione di quella interna (- 1,2%) —
si stagliano ben altri dati che rafforzano una tendenza di grave arretramento dell’economia
italiana nel suo complesso.
Nell’anno sono ancora diminuiti gli investimenti del 3,3% ed è ancora diminuita lievemente
la produzione industriale (-0,5). E’ cominciata a crescere l’occupazione (+0,4%) ma solo
per la popolazione anziana, gli stranieri, le donne e nel settore dei servizi. Nell’ industria in
“senso stretto” le unità di lavoro sono diminuite lievemente (-0,2). Ma si tratta di un
incremento che ha riguardato solo il centro Nord, il Sud ha continuato ad andare giù (-0,8).
Naturalmente com’ è largamente noto, il tasso di disoccupazione è ancora cresciuto
rispetto al 2013, passando dal 12, 1% al 12.7%. Quella giovanile è esplosa, ma nel Sud ha
raggiunto livelli senza precedenti: essa è «arrivata a toccare il 42,7 per cento(con punte
del 55,9 per cento nel Mezzogiorno)».
Si tratta di dati ormai in gran parte passati attraverso la discussione pubblica, ma vederli
sistemati in un quadro d’insieme consente di scorgere una linea di tendenza che non ha
nulla di congiunturale. Mostra una strutturazione dei fenomeni in una forma che fa ormai
sistema. Si pensi al dato storico della riduzione dei distretti industriali: nel decennio 2001–
2011 da 181 si sono ridotti a 141. Interi territori industriali si sono desertificati. Mentre
un’altra linea rossa che assume ormai carattere strutturale riguarda le forme del lavoro:
«L’unica forma di lavoro che continua a crescere quasi ininterrottamente dall’inizio della
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crisi è il part-time», diventato il 18,4 % dell’occupazione totale. Un part-time in gran parte
“involontario”, cresciuto del 40 % dal 2008 e che oggi supera il 63%.
Infine il Mezzogiorno. Quasi tutti i dati mostrano impietosamente un ulteriore arretramento
dove neppure i segnali – oggi diventati, come nell’antica Roma, i movimenti delle viscere
degli animali per divinare l’incerto futuro — arrivano a dare qualche speranza. Tutto
insomma mostra il grandissimo disastro prodotto dalla crisi e continuato dalle politiche di
austerità dell’Ue. Da esso non ci tireranno fuori certo gli incoraggiamenti della statistica, i
segnali di fumo di qualche stregone, né tanto meno il giubilo propagandistico del
presidente del consiglio.
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DIRITTI CIVILI E LAICITA’
del 21/05/15, pag. 19
Irlanda
Domani il voto sulle nozze gay in un Paese dove vent’anni fa
l’omosessualità era un reato
DAL NOSTRO INVIATO DUBLINO «Il matrimonio gay sta diventando sempre di più
l’emblema di una società moderna e l’Irlanda si sta muovendo verso una nuova era».
Katherine Zappone è teologa americana ma siede nel Senato di Dublino, è lesbica ed è
una delle animatrici della campagna per il «sì» nel referendum di domani che deve
ratificare o respingere la legge sui matrimoni gay. Un appuntamento storico.
La Tigre Celtica è sempre stata un fortino del cattolicesimo. Ma le cose sono cambiate.
Negli anni Settanta novanta irlandesi su cento dichiaravano di andare a messa almeno
una volta alla settimana. Oggi, lo rivela una ricerca dell’Associazione dei Preti cattolici,
sono appena 35 su cento.
La Chiesa si è indebolita e il suo messaggio dottrinale non è più il faro di una volta. Ecco
perché questa consultazione che ha lo scopo di riscrivere un articolo della Costituzione,
consentendo le nozze fra persone dello stesso sesso, potrebbe dare un esito in forte
controtendenza rispetto alla storia del passato.
Tom Inglis, professore universitario a Dublino e sociologo, sintetizza: «Il tempo in cui la
Chiesa era la coscienza morale dell’Irlanda è chiuso per sempre».
Il dibattito che accompagna le ultime battute referendarie è visibile, intenso, appassionato.
I partiti, centrosinistra laburista, centro e centrodestra, sono tutti a favore della
legalizzazione (l’hanno già approvata in Parlamento). Il governo pure. Ma ciò che conta è
la società e soprattutto lo sono i segnali che da lì arrivano. Se è scontata la partigianeria
(per il sì) di moltissimi manager (il capo di Google Ronan Harris: si tratta di rispettare il
diritto all’eguaglianza), di scrittori (a cominciare da Roddy Doyle, Colm Tóibín, Catherine
Dunne) e di attori (Colin Farrell) lo è assai meno la posizione assunta da alcuni gruppi
cattolici e da singoli preti. Ad esempio il sacerdote Iggy O’Donovan che annuncia di votare
«nel rispetto della libertà di altri che sono diversi da noi». Sì. E non è una mosca bianca.
Padre Sean McDonagh, dell’Associazione dei Preti, spiega che la Chiesa «può
riguadagnare una posizione di autorità se si mette al passo del mondo moderno». Oppure
l’associazione «Noi siamo la Chiesa» secondo la quale «non si distrugge l’istituzione del
matrimonio e della famiglia ma la si rafforza».
Il mondo cattolico irlandese è diviso. E l’istituzione ecclesiale, consapevole di questa
frattura, ha preso una posizione ferma ma non condizionante e non ultimativa, più
prudente. I vescovi d’Irlanda si sono limitati a scrivere una lettera pastorale alle 1.360
parrocchie, «Il significato del matrimonio», e a predicare durante le funzioni spiegando le
ragioni del «no». Il discusso arcivescovo di Dublino, Diarmuid Martin, ha invitato persino a
usare un linguaggio «delicato e rispettoso» dato che le associazioni più integraliste
(Alleanza per la Difesa della Famiglia e del Matrimonio) si sono scatenate con slogan del
tipo «approvare il matrimonio gay è come approvare la legge della sharia nel Califfato
dell’Isis». Prese di posizione estremiste che non convincono i fedeli, li allontanano.
Sulla crisi della Chiesa nella cattolicissima Irlanda, che nel 1995 approvò il referendum sul
divorzio con appena 9.114 voti di scarto (lo 0,56%), pesano gli scandali sulla pedofilia, le
vergognose coperture offerte dalle gerarchie ai sacerdoti e alle suore macchiatisi di
violenza sui minori, la doppia vita dei «pastori» in spregio degli insegnamenti che
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offrivano. Pochi hanno dimenticato i casi del vescovo Eamon Casey e del prete Michael
Cleary che erano sul palco ad accogliere papa Giovanni Paolo II nel 1979 davanti a un
milione di pellegrini. Si scoprì poi che uno aveva avuto un figlio da una donna americana e
il secondo ne aveva fatti due con la perpetua.
La cronaca in questi anni ha lasciato un segno profondo nella comunità. L’ha disorientata.
Il referendum è il termometro di un’Irlanda cambiata.
Tutti dicono che il matrimonio gay sarà approvato ed entrerà nella Costituzione. Ma è da
vedere. Sarà decisivo il voto dei giovani, in grande maggioranza a favore, e delle donne,
specie a Dublino, come fu nella consultazione sul divorzio quando fecero pendere la
bilancia verso il sì. Per quello che vale, un piccolo indizio lo offre Rita O’Connor, 83 anni,
religiosissima, ogni giorno in Chiesa: «Come voterò? Voterò per i gay, non ho proprio nulla
contro di loro».
Fabio Cavalera
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BENI COMUNI/AMBIENTE
del 21/05/15, pag. 9
Ecoreati, adesso Ilva pensa di non
patteggiare
In una riunione tra i commissari, il ministro Guidi e la consulente
Severino si è parlato anche dell’impatto delle nuove norme sul processo
di Taranto
La parola d’ordine è “temporeggiare”. Le dichiarazioni di Matteo Renzi sull’Italia che
“riparte da Taranto” all’inizio del 2015 sono ormai un ricordo sbiadito. La questione Ilva
può aspettare. Anche la proposta di patteggiamento dinanzi al Tribunale di Taranto può
restare in qualche cassetto del ministero dello Sviluppo economico, che avrebbe dovuto
dare il via libera al collegio difensivo dell’azienda in amministrazione straordinaria. In una
riunione tenuta martedì tra il ministro Federica Guidi e la struttura commissariale guidata
da Piero Gnudi, presente Paola Severino in veste di consulente legale del commissario, si
è deciso appunto di frenare sul patteggiamento.
A quanto risulta al Fatto Quotidiano, nel vertice si è anche parlato del fatto che la nuova
legge sugli ecoreati (approvata proprio martedì sera) potrebbe avere un impatto sul
processo in corso a Taranto essendo ritenuta più “favorevole al reo” rispetto al reato di
“disastro innominato” per cui l’azienda, la famiglia Riva e altri vengono perseguiti a
Taranto. Trovano così una prima conferma i timori finora non ufficiali della Procura e del
Tribunale della città pugliese sugli effetti che la nuova legge sugli ecoreati potrebbe avere
sul maxi-processo Ilva. D’altronde anche magistrati esperti del tema come Gianfranco
Amendola, uno dei padri dell’ambientalismo italiano, e Raffaele Guariniello (vedi qui
accanto) lasciano intendere che il lavoro del Parlamento non sia stato così accurato come
ci si aspetterebbe per una normativa attesa da vent’anni almeno.
Intanto il 28 maggio – data in cui è fissata l’udienza preliminare del procedimento
“ambiente svenduto” – si avvicina. I legali dell’Ilva avevano ipotizzato di chiedere
l’applicazione di una pena che prevedeva una multa da 3 milioni di euro, l’interdizione per
8 mesi e la confisca di 2 miliardi di euro come profitto del reato. Nei fatti l’uscita dell’Ilva
dal processo penale, però, avrebbe gravato solo sulle tasche dei cittadini: i due miliardi di
euro per il risarcimento, infatti, sarebbero stati recuperati grazie a obbligazioni garantite
dallo Stato in attesa che fossero svincolati i soldi sequestrati su alcuni conti svizzeri alla
famiglia Riva dalla Procura di Milano (che indaga per evasione fiscale) e da usare per il
risanamento della fabbrica secondo un decreto del governo di Mario Monti (il Guardasigilli,
come si sa, era Paola Severino).
Sul piano giuridico, però, il patteggiamento qualcosa lo avrebbe prodotto eccome:
l’ammissione di responsabilità dell’azienda (cioè il commissario) avrebbe pregiudicato in
modo significativo la posizione penale degli altri imputati. I Riva, infatti, lo hanno
interpretato come una sorta di tradimento della struttura commissariale. Come che sia,
qualcosa durante il cammino verso il patteggiamento deve essersi inceppato. E stando a
quanto riferito da fonti interne all’azienda, uno dei principali oppositori alla proposta di
patteggiamento sarebbe l’ex ministro della Giustizia Paola Severino che, da consulente
legale di Gnudi, difende l’Ilva commissariata nel procedimento in corso al Tribunale di
Milano. L’ex Guardasigilli, peraltro, ha una discreta competenza in tema di disastri
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ambientali visto che fu nel collegio di difesa della Montedison anche nel caso della
discarica di Bussi, in Abruzzo, su cui – dopo le rivelazioni del Fatto Quotidiano – ora
indaga il Csm per presunte pressioni sui giudici popolari per far assolvere l’azienda.
Ora, curiosamente, proprio l’ex Guardasigilli che contribuì a scrivere il decreto che
consentiva l’utilizzo dei fondi svizzeri, sembra intenzionata a consigliare all’azienda di fare
un passo indietro. Il motivo? Si teme che il patteggiamento a Taranto possa condizionare
la banca svizzera spingendola a non svincolare il miliardo e 200 milioni di euro sequestrati
alla famiglia Riva. Un punto che però – secondo fonti aziendali – è particolarmente
pretestuoso: “La Svizzera sbloccherà il denaro solo quando ci sarà una sentenza definitiva
di condanna a Milano”. Tutti lo sanno, insomma, ma nessuno lo dice. Un’ipotesi che, visti i
tempi della giustizia italiana e un maxi-processo con oltre 50 imputati, non promette bene.
Anzi.
del 21/05/15, pag. I (inserto)
La corsa all’accaparramento non risparmia gli
oceani e travolge le piccole comunità
Il problema dell’accesso alle risorse: scelta politica cruciale
Carlo Petrini*
Risorse idriche, biodiversità, fame, sovranità alimentare sono temi ormai da qualche anno
stabilmente all’ordine del giorno. Tutte le agenzie internazionali, molti governi ma ormai
anche gran parte della società civile e del sentire comune li intercettano come questioni
centrali e ineludibili di questo periodo.
Verrebbe da dire che mai come oggi siamo vicini a una convergenza che può portare a
soluzioni condivise e a iniziative che finalmente possono cambiare il corso di ciò che oggi
dovrebbe preoccuparci davvero: il nostro futuro sul pianeta.
A ben guardare, c’è ancora molto da fare perché purtroppo i risultati concreti stentano a
vedersi su tutti i fronti.
Perché dunque la sensibilità comune non sta funzionando?
Forse dobbiamo cercare di mettere meglio a fuoco il punto nodale che tiene insieme tutti i
grandi problemi ambientali e sociali della nostra contemporaneità, in un certo senso
l’origine ultima della questione: il modo in cui gestiamo le risorse primarie e l’accesso a
quelle stesse risorse.
La gran parte del nostro vivere quotidiano è basato su transazioni di denaro in cambio di
beni, servizi o esperienze. Siamo abituati a pagare per ciò che ci serve, e diamo per
scontato che sia anche «giusto» che le cose vadano in questo modo. Oggi però viviamo
un ulteriore salto in avanti di questa logica, che invece meriterebbe una riflessione
approfondita: in nome del libero mercato e della rincorsa allo «sviluppo economico»,
stiamo rendendo esclusivi e mercificabili beni comuni che fino ad oggi non era pensabile
privatizzare. Tra questi spiccano proprio risorse acquatiche e biodiversità, che sono
strettamente collegate all’accesso al cibo.
Proprio in questi giorni, a Genova, dove si è tenuto Slow Fish (manifestazione di Slow
Food dedica alla pesca sostenibile e all’ambiente marino), ho incontrato pescatori africani
che mi hanno ricordato l’annoso problema dell’ocean grabbing, ovvero l’accaparramento
degli oceani. Può sembrare un ossimoro, perché come si può accaparrarsi qualcosa che è
il simbolo stesso dell’inafferrabile, del fluido, del non confinabile?
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Ebbene, siamo arrivati anche qui. Le risorse acquatiche del nostro pianeta, che peraltro ne
costituiscono oltre il 70% della superficie, stanno vivendo un momento di grande
sofferenza, e con loro le comunità che ne traggono sostentamento.
Sempre più spesso le quote di pesca vengono cedute dagli Stati, che sono coloro che
dovrebbero regolamentare lo sfruttamento dei mari, a compagnie private, che a quel punto
diventano esclusiviste della pesca in determinate aree. È evidente che la concessione
viene rilasciata a chi ha la potenza commerciale e finanziaria per comprarne i diritti, ma in
questo modo una grande fetta di lavoratori della piccola pesca, un intero sistema di
conoscenze e di savoir-faire oltre che una grande storia di produzione del cibo non ha più
accesso alle risorse primarie per esistere. Solo per dare un esempio, in Cile il 90% dei
diritti di pesca è detenuto da 4 compagnie industriali.
Tutto questo succede in nome del libero mercato (ma ci sarebbe da chiedersi che razza di
libertà sia quella di venire privati improvvisamente delle risorse necessarie al
sostentamento) che nessuno si sogna di mettere in discussione ma che forse dovremmo
iniziare quantomeno a leggere in maniera critica, in particolar modo se parliamo di cibo.
Perché lo stesso succede anche sulla terra ferma, con enormi appezzamenti di terreno
venduti dai governi a grandi operatori del settore che di conseguenza escludono quelle
comunità che in quelle terre ottenevano la fonte del sostentamento.
Lo stesso ragionamento si può facilmente anche applicare alla biodiversità, che è la vera
assicurazione sul futuro della nostra specie su questo pianeta. Da una parte la proprietà
delle sementi, che poi significa la proprietà della vita, si sta concentrando in un numero
sempre più esiguo di mani (i brevetti in agricoltura tra varietà, cloni e ibridi commerciali
stanno letteralmente proliferando indisturbati), e dall’altra il sistema di produzione del cibo
si sta orientando sempre di più verso un metodo monocolturale, intensivo, ad alta
concentrazione di input esterni (acqua, combustibili fossili, chimica di sintesi) che per sua
stessa natura e impostazione richiede omologazione, limitazione al massimo di agenti
esterni, negazione della diversità. Tutto questo rimette in gioco il discorso sulla gestione
privatistica o comune delle risorse del pianeta, perché è evidente che da come
risponderemo a questa domanda fondamentale discende la possibilità o meno di
rispondere all’altra grande domanda che dovrebbe interrogare tutti: come possiamo vivere,
nel 2015, in un mondo in cui 800 milioni di persone sono malnutrite? Le domande sono
intimamente connesse perché, come ormai finalmente affermano con decisione anche gli
organismi internazionali che di cibo si occupano, il problema del cibo non è la sua scarsità,
ma l’accesso che a qualcuno è negato. Il cibo non manca, ma la povertà impedisce a 800
milioni di persone ogni giorno di procurarsene a sufficienza.
È giunto il momento di ripensare ai fondamenti della nostra convivenza su questo pianeta.
Se vogliamo continuare sulla strada della progressiva privatizzazione ed esclusione, o se
invece pensiamo che un altro modo, inclusivo, cooperativo, equo e giusto sia possibile. La
questione è totalmente politica.
*Fondatore di Slow Food
del 21/05/15, pag. IV (inserto)
Il pianeta della grande sete: dalla California
dei razionamenti alle prossime guerre per
l’acqua
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Le conseguenze disastrose dei cambiamenti climatici e degli sprechi
Gianni Riotta
Nel giallo 1974 del regista Roman Polanski, «Chinatown», il detective Jake Gittes, il
malinconico e rassegnato Jack Nicholson, indaga sulla morbosa famiglia di Noah Cross,
magnate immobiliare in California, finendo sconfitto dalla speculazione sull’acqua, del
racket che investe nei laghi artificiali. Gittes lavora su un omicidio, un incesto, molestie
sessuali, ma la vera violenza è lo stupro della natura in California, dove un terreno
desertico deve esser popolato da metropoli, autostrade, industrie militari, campi di agrumi.
L’acqua deve arrivare, in ogni modo possibile. Nel 1913 l’ingegnere Mulholland apre
l’acquedotto di Los Angeles, «ecco, usatelo», ma il suo collega John Muir denuncia l’uso
selvaggio di fiumi, laghi, corsi d’acqua.
La parabola «noir» del maledetto Polanski suona presaga quando la California, 40 milioni
di abitanti, così ricchi da far parte del G8 se fossero nazione libera, così fertili da produrre
metà della frutta americana e imbottigliare vino a Napa Valley e così inventivi da aver
generato Silicon Valley e l’era del computer, si dispera per una goccia d’acqua.
Il prezioso liquido è razionato dal governatore Brown, i prati vengono dipinti con vernici
sintetiche, le piscine svuotate e quando se ne vede una brillare al sole d’estate, il sospetto
che ci sia dietro la borsa nera delle autobotti accende invidie.
Nei quartieri poveri la doccia si fa quando si può, la siccità, spiegano gli scienziati, è la
peggiore da 1200 anni, quando i Vichinghi si avventurano sulla costa atlantica e lungo le
valli dell’Arizona le popolazioni indigene Hohokam costruiscono città dotate anche di
campi sportivi.
Il «New York Times» scrive cupo di «End of California», la siccità, niente neve e pioggia in
inverno e in autunno, fiumi e laghi svuotati, con le zolle aride come un’opera del pittore
italiano Burri, che prigioniero degli americani nel campo di Hereford 1944, conobbe la
desolazione del deserto e ne fece uno stile celebrato.
«All the leaves are brown and the sky is gray», le foglie sono appassite e il cielo è grigio,
canta la ballata «California dreamin» ma il cielo è sempre beffardamente azzurro, e le
foglie secche in ogni stagione.
La quiete del film di Lucas, «American Graffiti», la serenità del presidente Ronald Reagan
nel suggerire al collega russo Mikhail Gorbaciov che gli chiedeva cosa visitare nella
capitale Washington, «La California!», son perdute per sempre.
Non sarà magari la «fine della California», gli scienziati spiegano che se «El Niño», il
complesso fenomeno climatico che unisce correnti dell’Oceano Pacifico, temperature
medie dell’acqua e dell’atmosfera, venti e precipitazioni, variasse anche di frazioni di un
grado centigrado, magari la siccità si affievolirebbe, ma l’ottimismo del XX secolo è
perduto.
Il caso California, la siccità che piega la capitale digitale, ha una morale per l’intero
pianeta. Le sfide del nostro mondo lascerebbero gli antenati senza parole, nei prossimi 40
anni figli e nipoti dovranno produrre più cibo di quanto l’umanità non abbia seminato,
raccolto, nutrito e macellato negli ultimi 10.000 anni. Chilometro zero, lardo di Colonnata e
salumi di cinta senese sono sigle meravigliose per l’appetito chic, quando di tratta di fame
nera i toni cambiano.
Per secoli i contadini cinesi si nutrivano di una ciotola di riso, lo sviluppo li ha finalmente
sfamati e mangiano adesso anche carne, soprattutto l’adorato maiale della cucina Han.
Grufola oggi in Cina mezzo miliardo di maiali, e il loro numero aumenta: l’acqua che
consumano per bere, mangiare, irrigare i campi del foraggio, pulire le porcilaie, produrre la
carne renderebbe di nuovo verde la California in un soffio.
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In soli quattro anni, dal 2010, la Cina ha consumato nel boom edilizio tanto cemento
armato quanto gli Stati Uniti nell’intero Novecento. L’acqua conta fino a un quinto del
cemento, le nostre città, che ci sembrano così solide, sono metropoli di H2O.
Gli strateghi prevedono guerre per l’acqua, in Medio Oriente, al confine cinese, in America
Latina, Africa. Nei Paesi poveri, secondo le Nazioni Unite, le donne passano tre ore al
giorno in media a raccogliere acqua. Compito umile di cui ci siamo dimenticati, ma se
riguardate le immagini di Berlino 1945, dopo la caduta, in ogni strada le donne creano
catene umane con i secchi, per far affluire acqua nelle case rimaste in piedi. Se i 200
milioni di ore che ogni giorno le donne trascorrono a cercar acqua venissero investite in
lavoro e istruzione, il boom economico ripartirebbe senza sforzi, assicura l’Onu. Un piatto
di spaghetti al sugo, la ricetta più classica secondo lo chef Heinz Beck, ha 450 calorie. Per
produrlo servono 450 litri d’acqua. E se poi ordinate una bistecca, immaginate come
contorno i 7500 litri d’acqua necessari a farla arrivare sulla griglia.
L’acqua è la maggiore sostanza del nostro corpo, del nostro pianeta, della nostra vita. In
California basta aprire la finestra per ricordarlo.
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INFORMAZIONE
del 21/05/15, pag. 14
Conflitto di interessi, il 22 giugno alla Camera
Decadenza o revoca per chi non si libera delle aziende concessionarie
pubbliche. Il controllo sarà preventivo Il Pd: “Vogliamo l’approvazione
entro il prossimo mese. Pronti a discutere, speriamo in un’intesa anche
con M5S e Sel”
LAVINIA RIVARA
ROMA .
Decadenza o «cessazione del mandato». È quello che rischierà un parlamentare, un
ministro o un sottosegretario con un grave conflitto di interessi, determinato da uno status
patrimoniale, economico o di possesso di mezzi di produzione influenzati dalla decisione
pubblica, e che si rifiutasse di risolverlo affidandosi ad un blind trust o vendendo. Ma a dire
l’ultima parola sul suo destino probabilmente dovrà essere il Parlamento.
Questa volta il Pd sembra fare sul serio sul conflitto di interessi, la legge-totem di ogni
programma elettorale del centrosinistra, sempre puntualmente disattesa. La conferma
dell’accelerazione è venuta ieri dalla capigruppo della Camera, che ha fissato la
discussione della riforma in aula per il 22 giugno. Da qui ad allora la maggioranza (e il
governo, che per ora lavora sotto traccia) elaborerà un nuovo testo. Cercando dopo le
regionali anche un dialogo con 5Stelle e Sel, che dall’inizio della legislatura battagliano per
avere la legge. Ma una traccia da ieri esiste già, un brogliaccio in 10 punti che il dem
Francesco Sanna ha presentato al comitato ristretto della commissione Affari
Costituzionali.
La premessa, condivisa anche dal ministero delle Riforme, è che al contrario dell’attuale
legge Frattini, si interviene preventivamente sul conflitto e non quando è già conclamato. Il
primo nodo cruciale è quale istituzione dovrà stabilire se c’è o no una situazione di conflitto
di interessi. Pd e governo fanno sapere di essere contrari alla creazione di una nuova
Autorità, mentre vedono di buon occhio una commissione di pochi esperti a costo zero. Si
tratta di uno dei pochi punti che potrebbe salvarsi del testo unificato messo insieme nei
mesi scorsi dal relatore Francesco Paolo Sisto (Fi). Un comitato «che potrebbe essere
eletto - spiega Sanna - con modalità analoghe ai membri del Csm o della Consulta,
avvalendosi an- che degli uffici delle altre Authority ».
Ma i temi più sensibili sono quelli dei filtri e delle sanzioni. Su ineleggibilità e
incompatibilità parlamentare la proposta del Pd della Camera è chiara ed analoga a quella
del senatore dem Massimo Mucchetti: se oggi è incompatibile solo il titolare o
l’amministratore dell’impresa che opera con una concessione pubblica (cosa che ha
permesso a Berlusconi ad ogni elezione di conservare il seggio), domani anche chi ha
«funzioni di controllo sostanziale» dell’azienda sarà dichiarato almeno incompatibile. A
meno che non rimuova il suo conflitto. Come? Le opzioni contemplate dal brogliaccio del
Pd sono il blind trust e l’obbligo di vendita. In caso contrario ci sono le sanzioni, assai più
severe della legge Frattini. Nella bozza si arriva fino «alla decadenza del mandato
parlamenta- re e alla cessazione della carica di governo». La questione è delicata perché
chiama in causa le norme costituzionali che regolano l’elezione dei parlamentari e
soprattutto il potere di nomina di ministri del presidente della Repubblica. L’idea che si fa
strada nella maggioranza è quella di affidare alle aule parlamentari una sorta di voto di
sfiducia sui membri del governo che rifiutano di rimuovere il conflitto, e quello sulla
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decadenza di deputati o senatori (come già avviene con la legge Severino). Infine
dovrebbero incorrere nella valutazione del conflitto anche le Authority e i governi locali.
Ma riuscirà veramente il Pd a far approvare alla Camera la legge entro giugno?
«Dipenderà dalla scelta delle opposizioni di fare ostruzionismo o meno — spiega il
capogruppo in pectore del Pd Ettore Rosato — altrimenti andremo a luglio. Noi
rivendichiamo la calendarizzazione del provvedimento e lavoriamo per un testo unificato di
maggioranza, ma speriamo in una intesa anche con 5Stelle e Sel. Discuteremo in maniera
aperta per trovare una soluzione condivisa ».
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SCUOLA, INFANZIA E GIOVANI
del 21/05/15, pag. 6
Scuola, primo sì alla riforma ma il Pd si divide
ancora in trenta non la votano
Maggioranza a quota 316. La battaglia passa al Senato Renzi:
“Orgoglioso di questa legge”. Scontri in aula
CORRADO ZUNINO
ROMA .
La “Buona scuola” passa alla Camera, nonostante la minoranza dem: 316 sì, 137 no (un
solo astenuto). Meglio del Jobs Act, fin qui, peggio di tutti gli altri provvedimenti dell’era
Renzi. Mancano 40 voti all’appello Pd, ma dodici sono “assenti giustificati”. Matteo Renzi
chiede a Ettore Rosato di diffondere il suo sms a tutti i deputati: «Sono fiero di voi, avete
trasformato le lunghe riunioni al Nazareno in una buona legge». Ora le elezioni regionali e
il 5 giugno si riparte dal Senato, con l’esame dei 27 articoli in commissione Cultura.
In Aula, ieri all’ora di pranzo, le dichiarazioni di voto sono potenti. La grillina Silvia
Chimienti attacca tutto il Partito democratico: «Questa legge è una carneficina di precari,
domani in silenzio tirate giù la targa di Enrico Berlinguer».
Simona Malpezzi per il Pd renziano: «Non ci saranno più lezioni a singhiozzo, ma gli
insegnanti italiani guadagnano troppo poco: il rinnovo del contratto è una priorità». Si vota,
e va come da pronostico: ddl 2294 approvato. Il ministro Stefania Giannini fa in tempo a
dire «una grande svolta culturale» che la presidente della Camera, Laura Boldrini, avvista
due deputati che si rincorrono fino ai bagni.
Marco Miccoli (Pd): «In cinque del Movimento 5 stelle ci hanno aggrediti».
Angelo Tofalo (M5s): «Tutto falso, lui ci ha ingiuriati». Il grillino Bonafede viene espulso:
«Lei non può insultare la presidenza».
Fuori, in piazza di Monte Citorio, prof in permesso sindacale e studenti contro urlano
“vergogna”.
Sono tanti. I sindacati confederali convergono sui Cobas per uno sciopero a macchia di
leopardo nei giorni degli scrutini, a partire dall’8 giugno.
Roberto Speranza e Gianni Cuperlo portano cinquanta dem a chiedere di fermare in
Senato la chiamata diretta dei presidi e la discriminazione della seconda fascia dei precari.
I Cinque stelle vanno giù duri: «Al Senato la Buona scuola sarà il Vietnam di Renzi».
del 21/05/15, pag. 6
L’ira del premier: “La minoranza vuole solo
farmi cadere”
FRANCESCO BEI
GOFFREDO DE MARCHIS
IL RETROSCENA
ROMA .
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La scuola ormai c’entra poco, la posta in gioco — per entrambi i fronti — è tutta politica: la
riconquista del Pd per i nostalgici della Ditta, la definitiva renzianizzazione del partito per il
capo del governo. Il luogo dello scontro sarà palazzo Madama, dove i 23 senatori della
minoranza, se restassero compatti, potrebbero in teoria mandare agli archivi la Buona
scuola. Renzi è furente per quanto accaduto ieri in aula. Certo, i 38 dissidenti dell’Italicum
si sono ridotti a 28 (29 con la Bindi), ma la ferita brucia lo stesso: «Gli siamo venuti
incontro, abbiamo accettato molte modifiche, abbiamo persino ritirato l’articolo sul 5 per
mille. E non hanno votato lo stesso. È evidente che puntano ad altro».
Gli occhi sono fissi sul Senato, è lì che i ribelli vogliono consumare fino in fondo la loro
rivincita. Tanto più se le regionali dovessero risolversi con la perdita della Liguria e con un
arretramento del Pd in termini di voti assoluti per via dell’astensionismo record. Perché è lì
che la maggioranza è in bilico. E il dissenso appare più solido che a Montecitorio. A
guidare la pattuglia dei ribelli ci sono i tre civatiani — Mineo, Ricchiuti e Tocci — e
bersaniani irriducibili come Miguel Gotor e Maurizio Migliavacca. Così la strategia di
palazzo Chigi prevede anzitutto di assottigliare e dividere il blocco della minoranza.
Separando chi punta realmente a migliorare il testo da chi, invece, «persegue solo
l’obiettivo di far cadere il governo costruendo un partito dentro il partito». Il malumore dei
renziani è a livelli di guardia. «Dopo il voto alle regionali - si sfoga Edoardo Fanucci,
renziano della primissima ora - non è più prescindibile un chiarimento tra di noi. Non
parliamo di Costituzione o di legge elettorale. Ogni provvedimento dell’esecutivo viene
ostacolato da una corrente. Non può durare a lungo». Le contromisure al Senato sono già
state studiate. Si punta anzitutto su quella parte di Area riformista interessata a
consolidare un rapporto con il premier. «Claudio Martini è una persona autorevole - spiega
Roberto Rampi, uno degli esponenti del- la corrente di mezzo tra sinistra e renziani - e può
convincere molti a votare a favore se il testo sarà modificato. Alla fine scommetto che di
quei 23 ne rimarranno al massimo 8». Per separare gli “irriducibili” dai “ragionevoli” Renzi
ha già pronto un pacchetto di modifiche, discusse nei giorni scorsi da Matteo Orfini e
Lorenzo Guerini con i sindacati. Compresa la Cgil. Un tris di emendamenti che il
presidente del Consiglio si è tenuto nella manica per gettarli sul tavolo verde di palazzo
Madama: saranno previsti criteri oggettivi per assegnare i premi - un tesoretto da 200
milioni - ai professori più meritevoli in modo da attenuare la discrezionalità dei presidi, e gli
stessi presidi avranno meno libertà nella scelta degli insegnati; infine qualche ulteriore
apertura ci sarà per una delle tante categorie di precari rimasti esclusi dall’infornata dei
160 mila.
E tuttavia, dopo tutte le mediazioni, esauriti tutti i tentativi di convincimento e se il dissenso
dovesse restare consistente, molti renziani non escludono nemmeno di usare l’arma
finale, quella fin qui smentita in maniera ufficiale: la fiducia. Il clima in effetti è già
surriscaldato. Enza Bruno Bossio e Nico Stumpo, che ieri non hanno votato, avvertono:
«In uno Stato democratico nessuna riforma può farsi senza il consenso». Anche da parte
dei renziani la tensione si tocca con mano. E lo dimostra la sfuriata fatta ieri in aula dal
solitamente diplomatico Lorenzo Guerini, vicesegretario Pd, a Gianni Cuperlo e agli altri
della minoranza che chiedevano di intervenire, in sede di dichiarazione di voto, in dissenso
dal gruppo. «Adesso basta, è inaccettabile che ogni passaggio qua dentro sia segnato da
una dichiarazione di corrente!». Oltretutto gli esponenti della maggioranza accusano gli
oppositori dem di essere venuti meno ai patti. «C’era un’intesa - rivela Anna Ascani -, un
gentlemen’s agreement sottoscritto tra noi e loro. Se noi avessimo ritirato l’articolo sul
5X1000 loro avrebbero votato il provvedimento. Ma non l’hanno fatto: la verità è che ormai non riescono a mantenere più nulla».
I renziani ritengono che la scelta di non votare la riforma sia stata presa proprio per coprire
le divisioni interne alla minoranza fra dialoganti e duri. I primi favorevoli a sottolineare le
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modifiche ottenute nella discussione parlamentare, i secondi che puntavano a mettere in
difficoltà il governo. Qualche strascico della discussione interna lo si è visto anche al
momento del voto, quando un bersaniano come Enzo Lattuca, ad esempio, alla fine ha
optato per il sì differenziandosi dagli altri 28. Pur firmando più tardi la lettera della
minoranza ai senatori per spronarli alla pugna. Sono segnali di una sofferenza che
lasciano intravedere sviluppi più grandi dopo le regionali. Lo stesso Lattuca, sospirando,
ammette che esiste «un rischio di assimilazione progressiva della minoranza da parte di
Renzi. Soprattutto se il premier continuerà a restare così sulla cresta dell’onda».
del 21/05/15, pag. 1/33
I PROFESSORI DI SERIE B
ADRIANO SOFRI
NELL’ESPRESSIONE “ Insegnante di sostegno”, c’è un’involontaria minorità, come di
qualcuno che stia di rincalzo, aspettando di esser chiamato all’occorrenza al fianco di
ragazzi a loro volta certificati da una minorità.
AL contrario — sorpresa — l’insegnante di sostegno è un insegnante che ha una
specializzazione in più, grazie alla quale può scegliere se insegnare la propria materia o
fare l’insegnante di sostegno. L’altra sorpresa è che la normativa italiana sull’integrazione
scolastica dei ragazzi con disabilità è ammirata e studiata da esperti di tutto il mondo. Le
sorprese finiscono qui. Ora, la “Buona Scuola” prevede per il sostegno una delega (art.21)
per una riforma che si vuole epocale affidata a decreti governativi entro i prossimi 18 mesi.
Nel questionario preliminare alla BS della riforma del sostegno non si faceva parola. C’è
però una proposta di legge firmata con altri dal sottosegretario Faraone e sostenuta da
alcune associazioni. Essa vuole offrire agli insegnanti delle materie, oberati da classi
sovraffollate e burocrazia, più formazione sulle disabilità, com’è giusto, perché non
deleghino troppo al sostegno. Tuttavia la loro riforma preoccupa molti genitori, insegnanti
e pedagogisti, perché mira a separare gli insegnanti di sostegno da quelli delle materie.
Faraone ritiene che il sostegno venga spesso usato come una scorciatoia per entrare in
ruolo e poi passare alla propria materia: dunque andrebbero forzati fin dall’inizio a una
scelta irreversibile. Viene da obiettare che un insegnante che abbia lavorato sul sostegno
e passi alla sua materia, si rivelerà comunque un insegnante migliore. E se l’insegnante di
sostegno scopre di non farcela, di mancare di idee e stimoli, è meglio che possa cambiare,
passando alla sua materia, piuttosto che restare nel sostegno per obbligo normativo. In
realtà già oggi il passaggio si può fare solo dopo 5 anni di ruolo nel sostegno. Piuttosto, le
ragioni per cui i ragazzi cambiano spesso l’insegnante di sostegno sono i ritardi
burocratici, la precarietà e i tagli: l’organico di sostegno è inadeguato, e quando, a
stagione avanzata, arrivano dei precari (che non vuol dire affatto meno capaci) estratti dal
fondo della graduatoria, l’anno dopo non riusciranno a tornare.
Ancora, secondo Faraone, il futuro personale di sostegno dovrà essere formato
specificamente sulle singole patologie. Ma come agirà questa “specializzazione”? Lo
specializzato dovrà poi viaggiare da una scuola all’altra in cerca di una ragazza o un
ragazzo con la patologia pertinente? E come si concilieranno eventuali metodi didattici
specifici per la sua patologia con il fatto che il ragazzo deve essere incluso nella classe? E
non può risultarne una medicalizzazione, e che di fatto gli esperti itineranti appartengano
più all’ambito sanitario che a quello educativo? C’è infatti un criterio irrinunciabile: che
nessun essere umano è riducibile a una propria patologia. E la patologia dei ragazzi
disabili non è la loro caratteristica più importante, e tanto meno l’unica. Genitori e
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insegnanti sanno per esperienza — il sottosegretario Faraone è fra loro — che la diagnosi
dice solo una piccolissima parte di ciò che c’è da sapere. Due studenti con la stessa
diagnosi possono essere enormemente diversi. Lo stesso ragazzo può cambiare
moltissimo secondo il contesto, e anche semplicemente con il tempo e con la crescita.
Certo, molto dipende dalla patologia. Probabilmente ci sono patologie per le quali disporre
anche di un esperto sarebbe molto positivo. Per alcune condizioni, per esempio la sordità,
esistono già figure come gli assistenti per la comunicazione.
Ma molti ragazzi, se affiancati da un insegnante di sostegno, sono in grado di seguire una
programmazione equivamolti lente a quella della classe, conquistando un diploma con
pieno valore legale. È dubbio che sarebbe per loro positiva una riforma che separi così
nettamente gli insegnanti di sostegno da quelli delle materie. Daniela Boscolo, già
insegnante di sostegno e oggi docente dei futuri insegnanti di sostegno a Padova, ha
ricevuto una fama improvvisa (e provvisoria, dice) dopo che la Fondazione Varkey l’ha
inserita fra i “50 migliori insegnanti del mondo”. In una lettera aperta al governo ha scritto:
«La disabilità non è la persona, un ragazzo con sindrome di down o autistica non è la
sindrome stessa. Ho avuto ragazzi con sindrome down o autistici e tutti completamente
diversi… Noi siamo docenti, la scuola non è un ospedale né un centro diurno come
qualcuno vorrebbe diventasse, con l’insegnante specializzato trasformato in una specie di
balia con l’unico compito di contenere la persona con disabilità».
Nel 2010 fu votata una legge (170) che riduceva il sostegno ai ragazzi con “Disturbi
Specifici dell’Apprendimento”, come la frequente dislessia, in base al principio che
debbano occuparsene gli insegnanti delle classi. Molti genitori non furono contrari perché
ritennero che non avere più il sostegno liberasse i figli da una specie di stigma. (Avere il
sostegno non dovrebbe essere uno stigma mai, e succede anche che persone
singolarmente intelligenti abbiano il sostegno per i motivi più vari). Gli insegnanti devono
stilare e seguire per ogni alunno un piano e materiali didattici personalizzati: succede che
non ce la facciano. Così per la Direttiva del 2012 per i ragazzi con “Bisogni Educativi
Speciali” (linguistici, economici, sanitari, famigliari ecc.) come il “Disturbo da Deficit di
Attenzione e Iperattività”, gli iperattivi, che a volte faticano a star fermi e zitti e concentrati
in classe. Boscolo: «Nel formare le classi, è prassi comune mettere il ragazzino con Dsa o
altro Bes in classe con un compagno certificato in modo che ci sia il docente specializzato,
l’unico formato, che li possa seguire ». (Tutte queste sigle e acronimi, H, Dsa, Bes, Adhd,
sono frutto di benvenute eufemizzazioni e di esigenze scientifiche, ma anche di una
impellente burocratizzazione, che sostituisce la compilazione di moduli al buon senso e
alla responsabilità degli insegnanti, oltre che alla cura per l’insegnamento delle materie).
È noto che le leggi hanno bisogno di uniformare le condizioni cui si applicano. Una legge
che si proponga di fare degli insegnanti buoni rischia di rendere la vita difficile agli
insegnanti migliori. (Senza dire delle leggi che mirano soprattutto a tagliare i costi). C’è, fra
le tante persone cui la sorte o la vocazione ha messo addosso questi problemi, una
discussione appassionatissima, com’è facile immaginare. Ma non arriva ad affiorare fino al
livello della generale opinione pubblica. Peccato.
del 21/05/15, pag. 39
Perché i ragazzi dell’era social ribaltano le paure dei padri: la lectio di
Zygmunt Bauman
I giovani “liquidi”
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Una, nessuna centomila identità
ZYGMUNT BAUMAN
TRA i buoni motivi per interpretare l’avvento dell’era moderna come una trasformazione
promossa soprattutto dagli interessi della classe media (o per riprendere la terminologia di
Marx, come una “rivoluzione borghese” vittoriosa) appaiono preponderanti il timore
ossessivo, tipico del ceto medio, della fragilità dello status sociale, e gli sforzi tesi a
difenderlo e a stabilizzarlo. Nel delineare il profilo di una società esente da infelicità, i
progetti utopistici che abbondavano all’inizio dell’era moderna riflettevano soprattutto i
sogni e i desideri della classe media; ritraevano una società purificata dalle incertezze, e
soprattutto dalle ambiguità e dalle insicurezze legate alla posizione sociale, nonché dai
diritti e dai doveri che quella posizione portava con sé.
Per quanto quei progetti potessero essere diversi l’uno dall’altro, erano concordi
all’unanimità nello scegliere la durata, la solidità, l’assenza di cambiamento come
premesse essenziali di una società “buona” e della felicità umana. I progetti utopistici
immaginavano soprattutto la fine dell’incertezza e dell’insicurezza: in altre parole
promettevano un assetto sociale assolutamente prevedibile. La società “buona” e persino
la società “perfettamente buona” delle utopie era una società che aveva risolto una volta
per sempre tutte le paure più tipiche del ceto medio. Si potrebbe dire che i ceti medi erano
l’avanguardia che, prima del resto della società, esplorava e faceva esperienza delle
principali contraddizioni dell’esistenza destinate, ce lo si volesse o no, a diventare
caratteristiche universali della vita moderna: la tensione perenne fra due valori, la
sicurezza e la libertà, valori ugualmente desiderati e indispensabili per una vita appagante,
ma difficili da conciliare, da possedere e godere simultaneamente.
I più giovani fra noi sono entrati in una società in cui la grande maggioranza delle persone
si trova a vivere nella condizione riservata un tempo alle sole “classi medie”: a differenza
delle classi alte (che oggi si chiamano “élite globali”) e di quelle basse (ora definibili “meno
abbienti”), si trovano a dover scegliere non fra un’insufficiente varietà bensì fra una
sovrabbondanza di modelli. Con il terribile rischio di sempre: scegliere un modello e dover
rinunciare a molti altri altrettanto interessanti. È il rischio di inciampare, scivolare, cadere.
Oggi l’ansia, e di conseguenza l’impazienza e la fretta dei giovani, derivano da un lato
dall’apparente abbondanza di scelte possibili, dall’altro dal timore di fare una cattiva scelta,
o di “non fare la scelta migliore possibile”. In altre parole sono figlie del terrore che una
splendida opportunità sfugga quando c’è ancora tempo (fuggente) per coglierla. A
differenza di ciò che accadeva ai loro genitori e ai loro nonni, educati durante la fase
“solida” della modernità, oggi non ci sono codici di comportamento durevoli o autorevoli
abbinabili alle scelte raccomandate, e tali da guidare il giovane lungo un percorso sicuro
dopo che ha fatto la sua scelta (o accettato con obbedienza la scelta consigliata da altri). Il
pensiero che un passo intrapreso possa (solo possa) essere stato uno sbaglio, e possa
(solo possa) essere troppo tardi per contenere le perdite che ha causato, e soprattutto
troppo tardi per tornare indietro da quella scelta infelice, continuerà a tormentarli per
sempre: da qui dunque quel loro risentimento per tutto ciò che è “a lungo termine”, che sia
il progetto della propria vita, o l’impegno nei confronti di altri esseri umani.
Ciò che conta di più per i giovani, quindi, non è “definire un’identità”, ma mantenere la
propria capacità di ridefinirla quando è (o si pensa che sia arrivato) il momento di darle
una nuova definizione. Se i nostri antenati si preoccupavano della loro identificazione, oggi
prevale l’ansia di reidentificazione. L’identità deve essere a perdere perché un’identità che
non piace, non piace abbastanza, o semplicemente rivela la sua età rispetto a identità
“nuove e migliori” disponibili sul mercato, deve essere facile da abbandonare. Forse la
qualità ideale dell’identità più desiderata sarebbe la biodegradabilità.
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Poiché le opzioni disponibili non sono fondate su valori durevoli, incontestati e riconosciuti
autorevolmente, la valutazione delle scelte non può che seguire le regole dei beni di
consumo: l’identità scelta deve essere “messa sul mercato” per “trovare il suo valore”.
L’identità progettata ed esibita che non trova e non crea una sua clientela è punita con
l’esclusione (il voto contrario, il pregiudizio, la persona è ignorata, snobbata...), che è
l’equivalente sociale del bidone dei rifiuti. I più “talentuosi” sono quelli con più contatti, sia
sui social network, nonché sui loro blog personali che sono già più di settanta milioni e
diventano sempre più numerosi).
Laurie Ouellette, docente di scienza delle comunicazioni e dei reality tv all’università del
Minnesota, afferma che «molti adolescenti sentono la forte esigenza di crearsi un’identità
allargata come le celebrities che vedono rappresentate nei media nazionali »,
riconfermando un’opinione ampiamente condivisa dagli esperti e dall’opinione pubblica in
generale. “Identità allargata” significa soprattutto una più ampia esposizione: più gente da
guardare e da cui essere guardati (utenti di internet/banda larga), un maggior numero di
appassionati di internet stimolati/eccitati/ divertiti da ciò che vedono, e sollecitati al punto
da voler condividere l’evento con i loro contatti. Tutti sanno bene che la probabilità di
diventare famosi attraverso un blog personale è di poco superiore alla probabilità che una
palla di neve resista al caldo dell’inferno, ma tutti sanno anche che la probabilità di vincere
alla lotteria senza comperare un biglietto è zero.
Possiamo forse criticare i giovani perché vivono di corsa, inseguendo un’illusione? Non
credo. Sono, proprio come noi, degli esseri razionali e così, non diversamente dai loro
predecessori fanno del proprio meglio per reagire alle sfide sociali nel modo più
ragionevole, efficace e responsabile, e per trarre una strategia di vita ragionevole dalla
cornice sociale in cui vivono. Non hanno scelto loro (e tanto meno creato) questa
“modernità liquida” in cui nessuna rappresentazione di se stessi, anche se di successo
nell’immediato, è garantita a lungo termine; in cui ciò che oggi è irrinunciabile, è destinato
già domani o dopodomani ad essere logoro. In altre parole, una condizione in cui
mantenere aggiornata l’immagine di se stessi è un compito da ventiquattr’ore al giorno per
sette giorni alla settimana.
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CULTURA E SPETTACOLO
del 21/05/15, pag. 43
Sorrentino, 17 minuti di applausi
L’albergo sulle Alpi dove si incontrano
incantate solitudini
NATALIA ASPESI
UN BAMBINO, solo, si esercita con il violino, una bambina, sola, si mangia le unghie,
l’eterea massaggiatrice «che non ha nulla da dire», danza sola, il giovane divo americano
(Paul Dano) sulla sdraio, fissa, solo, la piscina. In piscina una celebrità del calcio
irrimediabilmente obesa, un vistosamente finto Maradona, galleggia, solo, sotto un
berretto che lo nasconde. Solo, il grande compositore e direttore d’orchestra in pensione
guarda una vecchia foto di se stesso accanto a un bella donna. Sul letto, sua figlia
quarantenne piange, sola. Il vecchio famoso regista che sta scrivendo il finale del suo film,
“L’ultimo giorno della vita”, è solo, in mezzo al pigro chiacchiericcio dei suoi giovani
assistenti. La giovinezza è il titolo ambiguo e forse irridente del nuovo film di Paolo
Sorrentino, che poteva anche intitolarsi “La vecchiaia”, oppure “La solitudine”. Anche la
scelta dei luoghi che lui documenta con una solennità che li rende belli e inquietanti,
contribuisce a creare una specie d’incanto che va oltre la storia e la bravura di tutti gli
interpreti. Il paesaggio ordinato e lucente delle montagne svizzere innevate, dei prati
scoscesi, dei boschi ordinati, delle mucche sonnolente, pare nel suo incanto, vuoto di vita,
e il candido lussuoso albergo Jugendstil con i suoi stretti corridoi, ricorda Shining. In fila,
silenziose e come intorpidite, persone con lo stesso accappatoio bianco — immagine
corale di solitudini individuali — che scendono mute all’inferno, ma alle cure, ai massaggi,
a saune e manipolazioni estetiche: che promettono di fermare il tempo, di prolungare una
giovinezza che non c’è più da troppo.
Ma ci sono diversi modi di affrontare la vecchiaia: il compositore inglese delle celebri
Canzoni piacevoli, musica sinfonica contemporanea, si è ritirato e resiste all’ordine della
regina Elisabetta di tornare a dirigere quelle canzoni per il compleanno del principe Filippo. Però inconsciamente crea musica stropicciando tra le dita la carta di una caramella,
e smarrito tra i suoni della natura, il frinire delle cicale, il cinguettare di un uccello, lo
scampanio e i muggiti delle mucche, li segue con i gesti di direttore d’orchestra. Invece il
famoso regista lavora ancora appassionatamente, e quello che sta scrivendo sarà il suo
capolavoro, il suo testamento. I due magnifici ottantenni sono Michael Caine e Harvey
Keitel, amici e consuoceri, e passano il tempo a punzecchiarsi, ricordare vecchi amori
condivisi, confrontare il funzionamento della loro renitente vescica. Fred, cioè Caine, ha il
viso devastato dalla malinconia e dall’orgoglio, Mick, cioè Keitel, esprime quella frenetica
energia di chi sente davanti a sé un baratro: tutti e due non hanno più una compagna, la
loro solitudine è senza consolazione. La figlia di Fred, la bella Rachel Weisz, viene
piantata dal marito Julian che si è innamorato di una cantante bruttina «molto brava a
letto». E lei attacca il padre per essere stato un pessimo genitore e ancor più un pessimo
marito. Ma Fred ha un suo doloroso segreto, che gli crea incubi, immagini di puro
Sorrentino come una notturna piazza San Marco a Venezia invasa dall’acqua.
In quell’albergo mortuario appare Hitler che è poi il giovane attore americano travestito per
un suo prossimo ruolo, lasciando indifferenti gli ospiti, tranne l’anziana coppia tedesca che
non parla mai ma si avvinghia ululando contro gli alberi del bosco. Poi arriva la grande
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diva del passato, Brenda Morel, per parlare col regista Mick: è una coraggiosa Jane
Fonda, 77 anni, nella vita impegnata ad apparire giovinetta dedita al sesso, che ha
accettato un personaggio ultraottantenne, e un trucco tutto un disastro di rughe; pur di
lavorare con Paolo Sorrentino che dopo l’Oscar per La grande bellezza è il più chic dei
registi internazionali.
del 21/05/15, pag. 12
La Cina si interroga sull’identità perduta
Cannes 68. In concorso «Mountains May Depart» che segna il gran
ritorno di Jia Zhang-Ke. Nel percorso dei tre personaggi, l’impatto
devastante del capitalismo e dell’impennata economica sul paese e
sulla sua geografia, fisica umana e sociale
Giulia D'Agnolo Vallan
CANNES
Annunciato dalle immagini di un gruppo di giovani che ballano, sulle note di Go West reinterpretata dai Pet Shop Boys, Mountains May Depart (titolo cinese Shan He Gu Ren) è il
grande ritorno di Jia Zhang-Ke a uno dei temi favoriti della sua opera – l’impatto del
capitalismo e dell’impennata economica sull’identità della Cina e sulla sua geografia,
fisica, umana e sociale. Dopo l’approccio quasi documentario di Still Life e quello
obliquamente metaforico di The World, il regista/sceneggiatore sceglie una grammatica
epico-minimalista simile a quella di Platform e una tela molto ampia per tratteggiare questo
affresco, che si muove dal melodramma classico a sfiorare la sci fi; dalla città natale di
Fenyang (dove spesso ambienta i suoi film) all’Australia; dal formato del fotogramma
«quadrato», del1’1:33, a quello allungato, futuribile dello scope.
Diviso in tre parti (i credit non arriveranno che dopo cinquanta minuti) rispettivamente
ambientate nel 1999, nel 2014 e nel 2025, Mountains racchiude nel percorso di tre
personaggi la storia della Cina del terzo millennio ponendosi facilmente come il film di
maggior respiro e ambizione visto finora in concorso; oltre che il più struggente e uno dei
più belli. Al suo cuore, ancora una volta è la performance straordinaria di Zhao Tao, che
oltre ad essere la star abituale del regista è anche sua moglie.
La incontriamo poco più che ventenne, insegnante di musica e danza, contesa da due
corteggiatori e amici di sempre – Zhang (Zhang Yi) un giovane parvenu con gli occhiali a
specchio e una Volkswagen rossa e Lingzi (Liang Jin Dong) che lavora in miniera. Il primo
le regala un cd di musica di Hong Kong, simbolo della sua attrazione occidentalconsumistica, il secondo un fil di ferro foderato di velluto rosso, con cui può acconciarsi i
capelli in molti modi diversi. Il mood unisce l’esuberanza della gioventù alla promessa del
nuovo millennio – squarci di cultura pop irrompono nelle immagini delle celebrazioni
tradizionali del Capodanno. La dinamica del rapporto tra i tre amici è raccontata
magnificamente da Zhang-Ke e dal suo abituale direttore della fotografia, Yu Lik Way
attraverso le relazioni spaziali e la composizione del fotogramma. Li vediamo in macchina,
in discoteca, accendere dei fuochi d’artificio sulla riva del Fiume Giallo. Quando Zhang
diventa proprietario della miniera in cui lavora Lingzi le differenze sociali, e di stili, tra il
ragazzo ricco e quello povero, si acuiscono. Ben presto Thao, che vive nel sogno
impossibile di un’eterna adolescenza in cui continuare la loro fraterna avventura a tre,
dovrà scegliere. Anche lì è il linguaggio dei corpi a raccontarci tutto, in una scena molto
bella sulla pista da ballo. Il cuore spezzato, Lingzi, il più attaccato alle sue radici e alla
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tradizione, parte per andare a lavorare in una miniera della Mongolia – il suo un gesto così
definitivo che, dopo essersi chiuso la porta alle spalle, butta le chiavi di casa — un simbolo
delle origini, questo, che ricorre spesso. Shen e Zhang rimangono, ma quando si fanno
fotografare in abiti nuziali non è sullo sfondo del Fiume dove andavano a giocare da
ragazzi ma su quello di una gigantografia dell’Opera di Sidney.
L’immagine sullo schermo si distende nel formato standard, dell’ 1:185, con il passaggio al
2014. I rossi, blu e verdi accesi usati con grande efficacia nei set e nei costumi della prima
parte si smorzano in toni molto più pacati. Sheng è ancora a Fenyang, ma è sola,
divorziata da Zhang che è andato a vivere a Shangai portando con sè anche il figlio, che
ha voluto grottescamente battezzare Dollar e che frequenta una scuola internazionale.
Benestante proprietaria di una stazione di benzina, Sheng ha il volto più triste, invecchiato,
ma sempre dolcissimo.
Avrà occasione di vedere ancora una volta Lingzi, quando lui torna con la sua famiglia,
malato di un cancro incurabile. E avrà occasione anche di passare qualche giorno con il
suo viziatissimo bambino, quando lui viene al funerale del nonno. La giacchetta blu
blasonata d’oro, e al collo un foularino arancione di Hermes, Dollar skypa continuamente
con la nuova moglie di Zhang e non capisce perché sua madre lo porta in viaggio su un
treno che si ferma a tutte le stazioni.
Il suo visetto è un grosso punto interrogativo quando la mamma gli mette in mano anche
un paio di chiavi di casa «perché potrai sempre tornare qui». Quanto sia vano quell’invito,
lo scopriamo nella terza parte di Mountains, che si svolge nel 2015 in un lussuoso resort
sulla costa australiana. Mare azzurro aldilà delle vetrate, colori slavati e un campo da golf.
La fotografia di Yu LIk Way allarga ulteriormente l’immagine – siamo in scope. Zhang
adesso si fa chiamare Peter e Dollar il cinese non se lo ricorda nemmeno più. Dimenticato
è anche il nome di sua madre. «Sono nato in provetta», risponde il ragazzo alla nuova
maestra (Sylvia Chang), anche lei un’expat, che prima di arrivare a Oz ha vissuto a
Toronto, e che sta divorziando da un marito occidentale e gretto.
In quello che è il capitolo più irrisolto ma forse anche il più affascinante del film, Zhang-Ke
immagina una diaspora dolorosa, inguardabile. La deriva di un’identità (nazionale) che
produce dei naufraghi, confusi e spersi.
La sua è indubbiamente una riflessione sulla Cina (la cui conclusione viene affidata, con
enorme dolcezza e ironia a un’ultima immagine di Thao –ancora sulle note di Go West).
Ma è abbastanza inevitabile, guardando il film – e dopo la dieta a base di immaginario
globalizzato che ci sta passando questo concorso 2015– non vederlo anche come una
riflessione sul cinema.
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ECONOMIA E LAVORO
del 21/05/15, pag. 10
Sud e lavoro dimenticati: ecco l’anno di Renzi
Il report annuale Istat: mentre l’occupazione in Europa torna ai valori
pre-crisi, da noi ci vorranno 39 anni per recuperare
Il dato più eclatante è nelle prime righe del capitolo sul lavoro, dove si legge che in Europa
il livello di occupazione è grossomodo tornato ai livelli pre-crisi, in Italia no e non lo sarà
nel prossimo futuro. È la diagnosi peggiore, ma non l’unica, che emerge dall’ultimo
rapporto annuale presentato ieri dall’Istat. Coincidenza ha voluto che la tradizionale
fotografia dell’Italia stilata dall’Istituto di Statistica stavolta sia coincisa quasi in toto con il
primo anno di vita di un governo, quello di Matteo Renzi, iniziato a febbraio 2014.
L’anno scorso qualcosa si è mosso: il tasso di occupazione è cresciuto dello 0,2 per cento,
molto meno, però, della media Ue (0,8), attestandosi al 55,7 per cento, oltre nove punti
sotto la media del continente e quasi tre rispetto al 2008. In altre parole, per tornare ai
livelli del resto dell’Unione, di questo passo ci metteremo circa 40 anni.
Il rapporto “certifica le grandi opportunità del Paese”, ha spiegato ieri il ministro
dell’Economia Pier Carlo Padoan. Il quadro d’insieme, però, disegna un chiaroscuro. Il
Paese, per dire, lentamente sta tornando a crescere (di meno rispetto ai suoi vicini
europei) ma con ancora “forti differenze tra nord e sud”. Un eufemismo se si considera che
nel 2014 la crescita dell’occupazione riguarda soltanto il Centro-nord, mentre il
Mezzogiorno accusa una perdita di mezzo milione di occupati dall’inizio della crisi (-9,0 per
cento) e rimane l’unica area dove l’occupazione non si è smossa anzi, è calata. “Il Sud
rimane in una consistente situazione di svantaggio”, scrivono i ricercatori dell’Istituto. Una
differenza che colpisce soprattutto i livelli di reddito, inferiori di un quarto rispetto a quelli
del resto del Paese, e dove il 13 per cento della popolazione rinuncia a curarsi perché non
se lo può permettere.
La diagnosi peggiore, come detto, è sul lavoro: l’Istituto rileva come nel 2014
l’occupazione sia tornata a crescere, con 88mila unità in più, per un aumento dello 0,4 per
cento. Per tornare ai livelli dell’Unione, però, dovremmo recuperare tre milioni e mezzo di
lavoratori. Se avanzassimo allo stesso passo del 2014, per colmare il divario ci
impiegheremo 39,7 anni. Dietro ai numeri, poi, emerge anche un altro elemento
preoccupante. Il dato infatti sorride solo ai lavoratori più anziani, con 320mila occupati in
più tra gli over55, mentre continua a scendere per gli under25 (-4,7%) e per gli under35(2,9%), con il tempo parziale che è l’unica forma contrattuale “che ha continua a crescere
ininterrottamente”. Chi cerca un lavoro lo fa in media per due anni, tre se è il primo
impiego: i tempi si allungano. In sostanza, trovare lavoro è sempre più difficile e in molti ci
rinunciano, e così l’incidenza dei disoccupati di lunga durata sul totale supera ormai il 60
per cento. Stando al rapporto annuale, ci sono poi oltre mezzo milione di precari “atipici”
che svolgono lo stesso lavoro da almeno cinque anni. “Per la prima volta dal 2008 scende
il tasso di disoccupazione nella Ue – si legge nel rapporto – ma non in Italia”, dove si
attesta al 12,7 per cento e si contano 3,2 milioni di disoccupati (il 5,5 per cento in più del
2013), un incremento cui hanno contribuito soprattutto le donne, il Mezzogiorno e i giovani
under 35. A questi vanno aggiunti i 3,5 milioni di inattivi, persone che non hanno un lavoro
e non lo stanno cercando. Continua ad aumentare anche il numero delle famiglie in cui
lavora solo la donna: oggi in questa situazione si trovano quasi due milioni e mezzo di
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famiglie, il 12,9 per cento. Preoccupa anche il lavoro nero, con un occupato su dieci che
risulta irregolare. Anche nello scorso anno, poi, è continuato la “fuga dei cervelli” da nostro
Paese (+6 per cento).
Va un po’ meglio sugli indicatori economici. Il Pil del 2014 è rimasto al palo, ma il primo
trimestre 2015 ha visto una incremento dello 0,3 per cento, dopo cinque di variazioni
negative o nulle. Nel rapporto si sottolinea che “come nei tre anni precedenti, anche nel
2014 la domanda estera ha apportato un contributo positivo”, con una crescita delle
esportazioni (+2,6 per cento) superiore a quella delle importazioni (+1,8). Lievi segnali
positivi anche per i consumi delle famiglie+(0,3 per cento): “Il potere di acquisto delle
famiglie – si legge – per la prima volta dal 2008, ha registrato una variazione nulla (nel
2012 e 2013 era caduto del 5,2 e dello 0,9%, rispettivamente, ndr)”. Un po’ poco per
gioire.
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