L`omicidio di CHIARA POGGI

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L`omicidio di CHIARA POGGI
Istituto MEME
associato a
Université Européenne
Jean Monnet A.I.S.B.L. Bruxelles
GARLASCO piccola cittadina custode di un atroce
segreto: l’omicidio di CHIARA POGGI
Scuola di Specializzazione:
Relatore:
Contesto di Project Work:
Tesista Specializzando:
Scienze criminologiche
Dott.ssa Roberta Frison
Polizia Municipale-Atti giudiziari
Sara Brugnoli
Anno di corso: Secondo anno
Modena, 12 Giugno 2010
Anno Accademico 2009 - 2010
ISTITUTO MEME S.R.L.- MODENA ASSOCIATO UIVERSITÉ EUROPÉENNE JEAN MONNET A.I.S.B.L. BRUXELLES
Sara Brugnoli - SST in Scienze Criminologiche (secondo anno) A.A. 2008/2010
Indice dei Contenuti
Introduzione ....................................................................................…………................4
Capitolo 1. Garlasco e omicidio: significati…………………………………….….….5
1.1
La piccola cittadina di Garlasco, tra i suoi abitanti, le due famiglie: Poggi (Chiara)
e Stasi (Alberto) -contesti e omicidio-………………………………………….….5
1.2
Il ritratto dei due fidanzati dalla migliore amica di Chiara……………………..….7
Capitolo 2. Risoluzione di un caso di omicidio e i suoi punti cardine…………..…...9
2.1
Punti cardine per un buon processo: sopralluogo e indagini investigative………...9
2.2
Errori nell’omicidio di Chiara Poggi……………………………………………..11
Capitolo 3. Omicidio a Garlasco……………………………………………….…….12
3.1
Il giorno prima del delitto: 12 agosto 2007………………………………..…….12
3.2
Il giorno del delitto: 13 agosto 2007……………………………………………..13
3.3
La telefonata al 118 di Alberto Stasi…………………………………………......14
3.4
Le testimonianza di Alberto Stasi ai Carabinieri di Garlasco……………………17
3.5
Il rinvenimento del corpo di Chiara Poggi a cura dell’Arma dei Caraninieri e del
118
(contraddizioni
tra
testimonianza
di
Stasi
e
il
rinvenimento
effettivo)……….....................................................................................................19
3.6
24 settembre 2007: fermo di Polizia per Alberto Stasi. Dopo quattro giorni, la
scarcerazione…………………...………………………………………………...20
3.7
Tre testimoni………………………….………………………………………..…21
Capitolo 4. Gli oggetti fonti di indizi e prove………………………………………..25
4.1
Il PC portatile di Alberto Stasi……………………………………………………25
4.2
Le scarpe di Alberto Stasi…………………………………...……………………27
4.3
La bicicletta di Alberto Stasi……………………………………………………. 31
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4.4
Il dosatore di sapone liquido e il lavandino del bagno di casa Poggi…….....……32
4.5
L’arma del delitto…………………………………………………………..……..34
4.6
L’autopsia sul corpo di Chiara Poggi e l’ora della morte………………………...35
4.7
Dall’autopsia: l’omicidio di Chiara in due fasi…………………………………..37
Capitolo 5. Dalla parte civile: la ricostruzione dell’omicidio di Chiara…………...39
5.1
Le abitudini di Chiara e l’allarme antifurto di casa Poggi……………….…..…...39
5.2
Parte civile: la ricostruzione dell’omicidio di Chiara in nove minuti…………….41
Capitolo 6. L’unico indagato: Alberto Stasi……………………………...….………43
6.1
L’alibi di Alberto Stasi…………………………………………………..……..…43
6.2
Le cugine di Chiara, le “gemelle K”: Stefania e Paola Cappa…………...……... 44
Capitolo 7. Dalle indagini preliminari al processo per Alberto Stasi………..……..49
7.1
La scelta processuale di Alberto Stasi: il rito abbreviato…………………………49
7.2
Le quattro udienze con il GUP Vitelli Dottor Stefano………………….………...51
7.3 90 giorni dopo l’assoluzione di Alberto Stasi, le motivazioni del GUP Stefano
Vitelli………….…………………………………………………………..…..… 52
Capitolo 8. Il processo mediatico……………………………………………………..54
8.1 Alberto Stasi e il processo mediatico…………………………………...…...……54
Conclusioni……………………………………………………………...……………..57
Bibliografia…………………………………………………………………………….59
Sitografia…………………………………………………………..……..……………60
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INTRODUZIONE
L’omicidio di Chiara Poggi, un giallo che non conosce ancora il nome dell’assassino, un
mistero ancora buio e intricato.
Una giovane ragazza rubata alla vita per sempre.
Alberto Stasi, unico imputato che continua ancora oggi a proclamarsi innocente.
Tanti indizi che non fanno una prova.
Due famiglie coinvolte, che sperano in una verità.
Poche certezze e molte incertezze.
Ho cercato di raggruppare in queste poche pagine, tutti gli elementi chiave che ruotano
attorno a questo delitto per dare modo di avere elementi certi sui quali riflettere.
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CAPITOLO 1. Garlasco e omicidio: significati
1.1. LA PICCOLA CITTADINA DI GARLASCO, TRA I SUOI ANBITANTI, LE DUE
FAMIGLIE: Poggi (Chiara) e Stasi (Alberto) -contesti e omicidio-
Garlasco è un comune che conta circa 9.824 abitanti, in provincia di Pavia (Lombardia).
La città, una delle maggiori della Lomellina, è nota per il Santuario della Madonna della
Bozzola, a 4 km dal centro, meta di numerosi pellegrinaggi religiosi estivi. Garlasco è
anche famosa per le sue opere civili e militari come il Teatro Martinetti e il castello di
origini medievali, uno dei più importanti della Lomellina.
Una piccola cittadina che odora ancora dei tempi contadini, ricca di risaie di allevamenti
e che dal dopo guerra conta anche sulla piccola industria legata al settore calzaturiero,
anche se alla fine del XX secolo la delocalizzazione a portato alla chiusura di molte di
queste piccole aziende.
Garlasco si può ancora definire uno di quei paesini all’antica, dove il tasso di criminalità
è ancora veramente molto basso, dove le persone si conoscono tutte e si incontrano nel
bar del paese e al mercato, dove le parole “delitto” e “omicidio” appaiono come una
brutta favola narrata solo dai giornali nazionali e dal telegiornale, un filmato visto da
lontano.
È proprio qui, nella cittadina di Garlasco, che due famiglie si sono legate per amore: la
famiglia Stasi e la famiglia Poggi.
La famiglia Stasi era ed è composta da Alberto all’epoca studente Bocconiano, dal papà
Nicola e da mamma Elisabetta, una famiglia a detta di tutti “per bene” dove i genitori
erano artigiani.
La famiglia Poggi era composta all’epoca da Chiara, dal fratello Marco e mamma Rita e
papà Giuseppe, una famiglia anche questa detta da tutti “per bene”, dove i genitori sono
lavoratori dipendenti e il fratello è studente e dove Chiara è laureanda in Economia
presso l’università di Pavia.
Due famiglie insomma come tante altre, immerse entrambe in un contesto famigliare e
cittadino all’antica, dove i valori della famiglia, del lavoro, del rispetto… sembrano
regnare sovrani; un contesto quotidiano, tranquillo, spontaneo, un contesto dai sani
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principi. Un contesto che a stento riesce a prendere in considerazione episodi di
cattiveria, di violenza… e allora come ha fatto la parola “omicidio” ad entrare nel
vocabolario quotidiano degli abitanti di questa cittadina retrò?
Nei primi giorni dopo il crudele assassinio della giovane ventiseienne, Chiara Poggi, i
cittadini garlaschesi erano completamente scioccati, in completo subbuglio, erano
increduli e sconvolti, non riuscivano a spiegarsi come fosse potuto accadere un fatto
così atroce in una realtà così pacata, dove “non succede mai niente”, dove ogni giorno
sembra ripetersi uguale all’altro.
È infatti normale, che i reati di questa portata, quando avvengono in realtà molto meno
fiabesche come le grandi città, vedi Roma, Milano, Napoli…, sconvolgano molto meno,
non perché il fatto reato sia meno grave, ma proprio perché cambiano i contesti e a sua
volta i significati. Un omicidio commesso in una grande città, dove domina la
delinquenza, dove gli abitanti sono di parecchio in numero superiore a quelli di
Garlasco e dei quali c’è una percentuale di immigrati di tutte le razze, appare, agli
abitanti, molto meno sconvolgente. Questo perché, nelle grandi realtà cittadine c’è una
quotidiana convivenza con la criminalità piccola, media e grande. Parlando di omicidi,
la maggior parte delle volte che ne viene consumato uno è tra bande criminali per
regolamento di conti, per rapina (aumento di rapine nel luogo della dimora), tra extra
comunitari per lo spaccio di sostanze stupefacenti o per rubare, contraffare, rivendere i
documenti…. Tutto questo avviene soprattutto nelle città densamente popolate,
industrializzate, ricche e frenetiche, dove spesso le persone abitano l’uno accanto
all’altro, si sfiorano, ma non si conoscono, perché il tempo della giornata scorre così
veloce ed è così piena di impegni che la gente è costretta a correre da una parte all’altra
della città per tenere fede a tutti i doveri e/o piaceri.
Secondo i dati ISTAT di censimenti eseguiti sulla città di Garlasco si nota come nel
1861 gli abitanti fossero circa 6.600, per incrementarsi fino a poco più di circa 10.000
negli anni ’70/’80 e avere un decremento negli anni ’90 e 2000 e riscendere ai poco più
di 9.000 abitanti. Diversamente le città più industrializzate d’Italia, negli ultimi 20 anni
hanno subito un forte aumento demografico dovuto soprattutto all’immigrazione. È per
questo motivo che anche città considerate tranquille hanno subito una metamorfosi che
le ha portate a cambiare la routine quotidiana con un aumento incontrollato del tasso di
criminalità.
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Rispetto quindi alle grandi città, si potrebbe dire che Garlasco è come se fosse un
quartiere di una di queste. È in questo modo che avendo tipologie di vita, di lavoro, di
tempi, di impegni e di svaghi, tutto cambia, anche il modo di recepire, respirare un fatto
criminoso così grave come l’omicidio.
1.2. IL RITRATTO DEI DUE FIDANZATI DALLA MIGLIORE AMICA DI CHIARA
Chiara ed Alberto vivono a Garlasco a poca distanza l’uno dall’altro (lei in via Pascoli,
lui in via Carducci) si conoscono da piccoli, dai tempi dell’oratorio in Parrocchia e sono
amici. Chiara è più grande di Alberto di due anni ed anche per una questione di scelta
universitaria le loro strade di dividono per diverso tempo perché anche se tutti e due
studiano economia, Chiara decide di frequentare l’università di Pavia, mentre Alberto si
iscrive all’università di Milano.
In un giorno qualsiasi di quattro anni prima di quel tragico 13 agosto 2007, Chiara,
incontra per strada Alberto e gli chiede in prestito un libro universitario utile allo
svolgimento dei suoi studi. Alberto qualche giorno più tardi fa avere il libro richiesto a
Chiara, ed è proprio da qui che incomincia la loro storia d’amore, che ha corso fino al
giorno della morte di Chiara.
Maristella Gabetta ha vent’anni, studia Filosofia all’università di Pavia e abita in via
Pascoli 5, di fronte alla villetta del delitto. Con Chiara, Maristella è diventata grande:
“… Avevo 8 anni quando ci siamo conosciute, lei 16. Il nostro era un rapporto
speciale...”.
Come racconta la miglior amica di Chiara, Maristella, anche in un’intervista rilasciata
per Matrix (trasmissione di attualità e cronaca in onda sulle reti Fininvest), Alberto e
Chiara erano fidanzati da quattro anni ed insieme erano felici, era una coppia come
tante altre.
Maristella descrive Chiara come una ragazza tranquilla, pacata, brillante e molto
intelligente, ambiziosa e solare. Chiara dice sempre la sua migliore amica ama
tantissimo i suoi gatti, tanto da inviare foto e immagini nelle sue mail di gattini e
cuoricini; “… Chiara? La ragazza più semplice che abbia conosciuto. Più che ingenua,
era una persona limpida. Aspettavo rientrasse dal lavoro, succedeva quasi ogni sera. Poi
puntualmente citofonava: arrivava in tuta, a noi due piaceva stare comode. E poi si
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trattava solo di attraversare la strada…” poi aggiunge: “… Chiara non era né una Santa
Maria Goretti, né una Biancaneve, era una ragazza normale… dopo il conseguimento
della laurea, si voleva trovare un buon lavoro per poi costruirsi una famiglia… Mi
manca il suo sorriso, le chiacchierate fino a tardi, persino i pettegolezzi. Di Chiara mi
manca tutto, la sua passione per i gatti e gli animali, l’interesse comune per la
montagna, quello stare bene insieme che non si può descrivere. Eravamo come due
sorelle…”.
Dalle confidenze ricevute, Maristella sostiene che Chiara, nel periodo precedente alla
sua morte, non avesse nessun tipo di problemi o di preoccupazioni: “… Niente di
particolare, la storia con Alberto era come tante altre. Alti e bassi, nella norma. Mi
sembrava felice e concentrata sul lavoro, sentiva di essere in una fase importante della
sua vita… lei mi disse felice: “… ho l’amore; ora il lavoro…”.
Maristella però cerca di non parlare mai solo di Alberto come singolo, non si esprime se
non quando lo mette in relazione con Chiara, dice però: “… L’ho incrociato una volta
sola in tutta la mia vita, era al cinema con Chiara. Non penso mi riconosca nemmeno
dopo tutti questi anni…”
In una intervista rilasciata per il Giornale “La Provincia Pavese”, Maristella racconta:
“… Alberto non ha speso mai una parola in ricordo di Chiara, tanto meno quando si
diceva navigasse sui siti pornografici. Ma Chiara non c’era più, non poteva difendersi. E
lui cosa ha detto per proteggere almeno il ricordo di quella che era la sua fidanzata?
Nulla, niente di niente… non l’ha difesa quando avrebbe dovuto, questo mi ha fatto
molto male”.
Quando a Maristella vengono rivolte domande in merito al rapporto tra Chiara e le
“cugine K”, risponde sostenendo che non c’era un gran rapporto tra le tre, anche se
negli ultimo anno si erano un po’ riavvicinate e che comunque non uscivano insieme per
occasioni di divertimento e che sicuramente Chiara non si confidava con loro. Conclude
dicendo che era un rapporto parentale del tutto superficiale.
Maristella conclude così il suo ricordo dell’amica del cuore: “… l’ultima volta che ho
visto Chiara, era la fine di luglio, lei era tornata da Londra mentre io stavo per partire
per la montagna. Non ho notato nulla di strano, era serena. Ci siamo salutate pensando
di rivederci dopo l’estate, pronte a tornare alle nostre abitudini…”.
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CAPITOLO 2. Risoluzione di un caso di omicidio e i suoi punti cardine
2.1. PUNTI CARDINE PER UN BUON PROCESSO: SOPRALLUOGO E INDAGINI
INVESTIGATIVE
Con il termine Sopralluogo giudiziario si intende definire l'insieme di tutte quelle
operazioni compiute dalla polizia giudiziaria, eventualmente coadiuvata da personale
tecnico-scientifico, volte ad analizzare, in un ambiente, l'effettivo svolgimento di un
reato avvenuto in un tempo precedente, allo scopo di conservare le tracce e le cose
pertinenti al reato e risalire così al responsabile.
Il sopralluogo comprende due fasi: la fase di rilevamento e quella di accertamento. La
prima si concretizza nella mera acquisizione dei dati e degli elementi materiali presenti
sulla scena del crimine (rilievi tecnici, consiste appunto nell’effettuare tutti i possibili
accertamenti e rilievi sullo stato dei luoghi, delle cose e sulle persone); nella seconda,
invece, si procede all’elaborazione e alla valutazione degli indizi attraverso
procedimenti analitici e metodici in laboratorio.
Il sopralluogo può costituire anche una forma particolare di attività delegata
dall'Autorità giudiziaria alla polizia, eventualmente coadiuvata da ausiliari giudiziari
(Consulenti tecnici del Pubblico Ministero) . In tali casi, il sopralluogo è finalizzato a
ricostruire con maggiore precisione la scena del fatto se non, addirittura, ad individuarla
per la prima volta (per le notizie di reato acquisite direttamente dalla Autorità
giudiziaria). La finalità del sopralluogo consiste nel fornire elementi di prova basati su
esiti di attività oggettive di investigazione. Alla prima attività di conservazione dello
stato dei luoghi e delle cose, quindi il non permettere a nessuno di entrane nella scena
del crimine per non inquinare le prove (quindi porre sotto sequestro il luogo del delitto)
segue, infatti, la serie di operazioni tecnico/giuridiche come per esempio:
•
esame descrittivo della scena, da verbalizzare con gli altri atti compiuti;
•
riproduzione tramite rilievi grafici (in scala adeguata o con l'ausilio di
planimetrie) e fotografici (le fotografie si eseguono dal generale al particolare);
•
riproduzioni video;
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•
rilevamento e posizionamento sulla scena di cadaveri, corpi, oggetti, veicoli;
•
raccolta e descrizione sul posto di ogni elemento presente sulla scena,
fotografando e numerando ciascun reperto (cosiddetta repertazione);
•
raccolta delle dichiarazioni di persone che abbiano assistito al fatto e/o scoperto
per primi il fatto;
•
esame delle tracce di sangue, dei liquidi biologici, delle lesioni sui cadaveri o
sui corpi, dei vestiti;
•
raccolta e catalogazione delle impronte digitali e/o palmari e plantari;
•
ricerca ed esame di tracce di qualsiasi natura e provenienza (per esempio gli
pneumatici);
•
ricerca, rinvenimento e descrizione accurata di armi, esplosivi, oggetti adatti a
ferire o uccidere;
•
annotazione in negativo sull'eventuale assenza di tracce che, invece, dovrebbero
essere sulla scena del fatto o che non dovrebbero esserci (si tratta dei casi in cui
il fatto sia stato commesso altrove, come il rinvenimento di cadavere ucciso in
altro luogo o di scene del crimine appositamente costruite dal o dai colpevoli
per ingannare gli inquirenti).
I tre principi basilari da seguire durante un’investigazione tecnica sono
l’attenzione, l’accuratezza e la verificabilità.
Per concludere quindi potremmo sintetizzare dicendo che lo scopo del sopralluogo
giudiziario è riuscire ad ottenere nel modo più corretto e preciso possibile la
ricostruzione del fatto criminoso, assicurarne le fonti di prova e identificarne
l’autore. Sono quindi necessari, data l’importanza e la centralità del sopralluogo
nelle indagini, il coordinamento e la collaborazione tra le diverse parti interessate:
magistratura, polizia giudiziaria, polizia scientifica, medicina legale. Quindi è di
fondamentale importanza l’intreccio tra criminalistica (attività della polizia
giudiziaria sul rilievo di dati tecnici, oggettivi) e criminologia (attività svolta dagli
investigatori su contesti e significati del reo e della vittima).
Il coordinamento delle due attività permette di ottenere il massimo risultato per un
buon processo.
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2.2. ERRORI NELL’OMICIDIO DI CHIARA POGGI
Nell’omicidio di Garlasco in questi anni, anche durante lo svolgimento del processo
abbiamo potuto apprendere con sgomento i numerosi errori che sono stati commessi in
questa indagine di omicidio. Questi errori sono stati riscontrati soprattutto durante il
sopralluogo giudiziario, sulle indagini investigative e sulla relazione medico-legale.
Gli errori più eclatanti, che avremo poi modo di approfondire lungo tutto il percorso,
sono essenzialmente quattro:
1) il portavaso ritrovato scaraventato sul pavimento del corridoio-soggiorno, che sì,
è stato repertato dalla polizia giudiziaria, con il pregiudizio che non potesse
essere l’arma del delitto. Così durante la refertazione è stato infilato con poca
accortezza in un sacco. Una volta in laboratorio gli esperti si sarebbero accorti di
capelli presenti nel sacco attaccati al portavaso; a quel punto però non sapevano
se i capelli ci fossero finiti casualmente o fossero attaccati li dall’omicidio.
Quindi non sono riusciti a stabilire se quella fosse o meno l’”arma” utilizzata per
uccidere Chiara Poggi.
2) Autopsia eseguita sul corpo della vittima. Il medico legale ha omesso di pesare il
corpo di Chiara (giustificandosi poi con la scusa che non aveva in disponibilità
una pesa), questo ovviamente ha compromesso si stabilire con esattezza l’arco di
tempo più verosimile riconducibile all’ora del delitto.
3) Essendo non del tutto corretto la perizia medico-legale che identificava in un
primo momento come ora del delitto il periodo di tempo tra le 10.30 e le 12.00
con specifica di maggiore probabilità tra le 11.00 e le 11.30, gli investigatori
hanno controllato gli alibi di amici e parenti della vittima, da poco prima
dell’orario sopra indicato in poi.
4) Gli investigatori in un primo momento non hanno dato molto credito ai
testimoni che riferivano della “bicicletta nera” avvistata davanti all’abitazione
della famiglia Poggi. Ovviamente le indagini diluite nel tempo hanno favorito la
dispersione della “vera” bici che è stata davanti a casa della vittima quella
mattina del 13 agosto 2007. Inoltre in seguito al sequestro delle tre auto e delle
due biciclette a casa Stasi è stato valutato di non sequestrare anche una terza
bicicletta di proprietà sempre della famiglia Stasi (trovata nell’officina
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meccanica di Nicola Stasi, padre di Alberto).
CAPITOLO 3. Omicidio a Garlasco
3.1. IL GIORNO PRIMA DEL DELITTO: 12 AGOSTO 2007
Il 12 agosto 2007, Chiara ed Alberto, hanno passato il pomeriggio insieme, a casa Stasi,
poiché lui doveva scrivere la tesi. Lo dimostra un messaggio che Alberto ha inviato con
il suo cellulare a quello della fidanzata dicendole di portarsi dei giornali e delle riviste
per non annoiarsi.
Secondo le dichiarazioni dello Stasi, verso le ore 19.30 circa di quello stesso giorno, i
due fidanzati decidono di trasferirsi a casa Poggi per consumare la cena. I due decidono
di mangiare una pizza e visto che casa di Chiara era sprovvista dei piatti appositi,
Alberto decide di portali da casa sua; porta anche il suo computer e i libri per la sua tesi.
A questo punto si può parlare di “trasloco” visto che Alberto si era portato tutto il
necessario per poter lavorare alla sua tesi stando anche a casa della fidanzata. La
domanda sorge spontanea: perché visto che i due fidanzati erano già a casa Stasi nel
pomeriggio e successivamente decidono di spostarsi, Alberto in serata avrebbe dovuto
fare ritorno a casa sua un’altra volta per dormire li e non rimanere con Chiara? Che
senso avrebbe avuto quel “trasloco” in prima serata allora?
Che i due fidanzati abbiano cenato a casa di Chiara è verosimile, poiché sono stati
ritrovati i cartoni della pizza appoggiati sul piano d’appoggio della cucina, i due piatti
utilizzati lavati e infine i due guanti in gomma di colore rosa, usati per lavare i piatti,
rimessi in perfetto ordine. Segni questi ultimi della estrema precisione di un’ottima
padrona di casa. Vista l’estrema precisione di cui sopra, non è chiaro come dopo aver
perfettamente riordinato la cucina, ed aver cambiato ambiente (ciò che ha dichiarato lo
Stasi), possa aver lasciato le sedie della cucina in disordine, cioè scostate dal tavolo.
Segno che probabilmente le sedie sono state spostate il giorno successivo, la mattina di
quel tragico 13 agosto, dopo lo spegnimento dell’allarme (09.12), quando chiara ha fatto
entrare il suo assassino in casa.
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È inoltre necessario porre l’attenzione sulle due chiavette USB di Chiara, di cui una non
è mai stata ritrovata, l’altra risulta avere registrati file su argomenti “curiosi” per natura
di questo giallo.
La chiavetta USB scomparsa, risulterebbe essere stata inserita nel computer portatile
dello Stasi dalle 21.59 alle 22.10 della sera di quel 12 agosto; in questo lasso di tempo,
Alberto dichiara agli inquirenti di essere rientrato a casa sua per mettere al riparo il suo
cane visto che era in atto un grosso temporale. Si può dedurre da questo fatto che ad
immettere la chiavetta mai ritrovata di Chiara nel computer di Alberto sia stata Chiara
stessa, anche perché lo stesso Stasi dichiara che la fidanzata nel frattempo avrebbe
dovuto copiare le foto della loro vacanza a Londra trascorsa nel mese di luglio.
Visto che Alberto non trascorre la notte dalla fidanzata, come invece probabilmente
doveva essere, visto il famoso “trasloco”, è legittimo pensare che forse Chiara nel
cercare le foto di Londra, all’interno dei numerosi file del computer di Alberto, abbia
visto qualche cosa che l’ha inquietata o peggio che l’abbia fatta infuriare. Perché allora
non supporre che al rientro di Alberto a casa Poggi non si sia scatenata un litigio che
abbia posto fine al rapporto fino a quel momento idilliaco?
Parliamo ora dell’altra chiavetta USB di Chiara che invece è stata ritrovata. È curioso
che una ragazza che sul suo PC e nella sua chiavetta ha foto di cuoricini e cuccioli,
soprattutto di gattini, che lei usava per inviare le sue mail, siano stati trovati articoli del
tutto diversi. Tre sono gli argomenti di questi nove articoli così diversi dal suo essere e
fare: tre sulla pedofilia ed in particolare sul profilo del pedofilo, cinque sull’anoressia e
sul disturbo di “estrema dipendenza reciproca” e uno sugli omicidi irrisolti. Numerosi
file tratti da internet e copiati da Chiara qualche mese prima del suo omicidio, parlano
di omicidi senza colpevoli e di pedofilia; in particolare per l’argomento di pedofilia,
vengono riportati titoli di giornale: “Chi sono davvero i pedofili? Sono vittime di una
patologia dell’istinto o di una devianza psicosociale?”. È certo che Chiara salvò sulla
sua chiavetta questi file tra il 17 marzo e il 24 maggio 2007.
3.2 IL GIORNO DEL DELITTO: 13 AGOSTO 2007
Secondo le sue abitudini, che vedremo meglio in seguito, Chiara probabilmente come di
consueto si è svegliata di prima mattina, in un arco di tempo tra le 8.30 e le 9.00 circa e
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si è messa nella saletta dove c’è la televisione per poi sedersi sul divano e consumare la
sua solita colazione. Siccome era sua abitudine tenere acceso l’allarme perimetrale
anche quando si trovava in casa, si può effettivamente pensare che qualcuno abbia
suonato al suo campanello e che dopo avere risposto al citofono, abbia spento l’allarme,
che infatti risulta essere stato disinserito alle ore 9.12, ed abbia accolto il suo ospite in
casa. Ricordiamo che quella ragazza, così timida e riservata, ha aperto la porta di casa al
suo ospite in abbigliamento intimo (pigiama da notte) e che quindi molto probabilmente
conosceva il suo ospite-assassino molto bene.
Pensiamo anche a noi stessi: se ci suonassero al campanello e ci trovassimo in
abbigliamento non consono, prima di aprire la porta verosimilmente provvederemmo a
cambiarci d’abito, ciò a meno che non sia una nostra/o caro amico o parente.
Dopo di che probabilmente il suo ospite l’ha aggredita trasformandosi nel suo assassino.
Ricordo che l’allarme perimetrale, che Chiara era così meticolosa nell’accenderlo anche
se si trovava in casa dal disinserimento avvenuto alle 9.12, non risulta più essere stato
inserito. È quindi verosimile pensare che questa sia più o meno l’ora del decesso della
vittima.
Dopo di che risultano telefonate (di cui parleremo meglio più avanti) arrivate sul
cellulare e all’abitazione di Chiara, alle quali lei non ha mai risposto, anche questo
avvalora l’ora della morte.
Molto importante risulta essere un alto elemento rivelato da almeno tre testimoni: una
bicicletta nera da donna avvistata davanti alla casa dei Poggi intorno alle 9.10/9.20
(anche questo particolare verrà approfondito in seguito).
Arriviamo poi alle ore 13.45 circa quando Alberto Stasi entra nell’abitazione della sua
fidanzata e ritrova il suo cadavere.
3.3 LA TELEFONATA AL 118 DI ALBERTO STASI
Sono circa le 13.50 del pomeriggio di quel 13 agosto 2007, quando Alberto Stasi con il
suo cellulare effettua la telefonata dal suo cellulare alla centrale operativa del 118.
riporto qui di seguito la telefonata integrale fatta da Alberto Stasi alla sala operativa del
118:
Pronto soccorso: “Pronto 118!”
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Alberto Stasi: “si, mi serve un’ambulanza in via Giovanni Pascoli a Garlasco!”
Pronto soccorso: “a Garlasco?”
Alberto Stasi: “si”
Pronto soccorso: “via Giovanni Pascoli al numero?”
Alberto Stasi: “è la via senza uscita, la trova subito”
Pronto soccorso: “come?”
Alberto Stasi: “ è la via senza uscita, mi sembra il 29, non sono sicuro”
Pronto soccorso: “… mmmmh… ma cosa succede?”
Alberto Stasi: “… eeeeh, credo che abbiano ucciso una persona, non sono sicuro, forse è
viva”
Pronto soccorso: “ma in che senso, cioè cosa è successo? Lei cosa vede?”
Alberto Stasi: “adesso sono andato dai carabinieri… c’è…. c’è… c’è tanto sangue
dappertutto e lei è sdraiata per terra!”
Pronto soccorso: “è in strada o in casa?”
Alberto Stasi: “no, in casa!”
Pronto soccorso: “si, ma è una sua parente?”
Alberto Stasi: “no, è la mia fidanzata!”
Pronto soccorso: “ quanti anni ha questa persona?”
Albero Stasi: “ventisei”
Pronto soccorso: “va bene, adesso arriviamo, le sembra il civico 29?”
Alberto Stasi: “comunque è la via senza uscita, la dovreste trovare subito”
Pronto soccorso: “ma lei, è in casa adesso?”
Alberto Stasi: “no, sono in caserma, sono appena arrivato, adesso gli dico cosa è
successo”
Pronto soccorso: “vabbè, adesso comunichiamo anche noi con i carabinieri, intanto
mando a vedere un’ambulanza… vabbè…”.
Quasi un anno dopo il delitto, il Capitano dei Carabinieri, Gennaro Cassese, ha scoperto
che nella telefonata si sente in sottofondo”… Andrea…” È un carabiniere che sta
chiamando un suo collega.
Quindi si può ipotizzare che non sia vero ciò che ha sempre sostenuto lo Stasi, cioè che
aveva telefonato da fuori casa Poggi o sulla sua auto. Questo potrebbe essere falso
perché la telefonata dello Stasi al 118, dura in tutto 59 secondi e il nome “Andrea”,
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viene pronunciato al 39° secondo della telefonata e da casa di Chiara alla caserma dei
Carabinieri si impiega da 1 minuto e 52 secondi a 2 minuti a seconda della velocità
(circa 550 MT).
Ciò di cui sopra è stato constatato dagli stessi Carabinieri con varie prove usando
un’autovettura Volkswagen golf uguale a quella dello Stasi nella strada vuota com’era
quel 13 agosto e ripercorrendo tutte le mosse che il ragazzo dice di aver fatto: mettere in
moto la sua autovettura, digitare il numero sul suo cellulare e parlare con il 118 tenendo
lo stesso in una mano e l’altra sul volante; inoltre al 10° secondo della telefonata si ode
un rumore. Tale rumore, secondo i Carabinieri, è quello del cancello della Caserma dei
CC di Garlasco che si apre e poi si chiude dopo l’ingresso dello Stasi.
A confermare che lo Stasi ha telefonato dall’interno della caserma è lo stesso
Carabiniere che chiama “Andrea”. Il piantone infatti dichiara che sentito il campanello
ha visto dalla finestra un ragazzo biondo; è sceso dalla mensa a piano terra ed ha fatto
entrare il ragazzo dopo circa mezzo minuto, il tempo necessario per scendere le scale di
un piano ed aprire il cancello, ma soprattutto si ricorda che nella sala d’attesa lo Stasi
continuava a parlare al cellulare dicendo una frase tipo: “è sotto alle scale, non so se è
morta; è in pozza di sangue. Troverete li i Carabinieri perché li accompagno”.
È proprio per questo che il piantone chiamava Andrea Serre, il collega presente più alto
in grado in quel momento.
Nell’interrogatorio però lo Stasi riferisce di aver provato a telefonare al 118 da casa
Poggi, ma non ci è riuscito perché ha pigiato il tasto di riattacco della chiamata anziché
quello dell’invio della stessa e quindi nel frattempo avrebbe raggiunto la sua auto
posteggiata davanti a casa Poggi e poi avrebbe richiamato il 118.
Nell’ottobre del 2009 il Professor Daniele Ochetti, perito informatico del GIP, dichiara
che lo Stasi potrebbe effettivamente essere stato molto più vicino alla caserma dei
Carabinieri che a casa Poggi.
Lo psichiatra dottor Paolo Crepet sostiene che:
•
Se si entra in uno scenario dove ti aspetti che ci sia la tua fidanzata che ti
dovrebbe accogliere a braccia aperte ed invece ti trovi innanzi ad uno scenario
scioccante, con la progressiva scoperta di schizzi di sangue e quindi la
comprensione di qualcosa di terribile e poi finalmente un corpo; a maggior
ragione ci si avvicina allo stesso per soccorrerlo.
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•
Si va vicino al corpo per soccorrere la persona e vedere se è viva o morta, ed in
seguito si dovrebbe avere una reazione: disperarsi, piangere, urlare, chiamare
aiuto e chiamare i vicini di casa.
•
Nella telefonata al 118 solo dopo la richiesta precisa dell’operatrice del 118, lo
Stasi risponde che la persona ferita è la fidanzata, logicamente è la prima cosa
che si dice e non usare la parola “persona” visto il legame che esisteva tra i due.
Lo Stasi, avendo dichiarato che non si era avvicinato al corpo, non poteva sapere
con precisione se la sua fidanzata era ancora viva e quindi, nel dubbio, avrebbe
dovuto chiamare tempestivamente i soccorsi per cercare di salvarla, anziché
avere la premura di portarsi alla caserma dei Carabinieri.
•
Infine il dottor Crepet sostiene che lo Stasi è persona che ha un ipercontrollo
sulle cose e sui suoi comportamenti denotando un soggetto con tratti di
personalità molto debole, che cerca di contrastare o nascondere questa sua
fragilità con comportamenti rigidi, tanto da poter entrare in contraddizione con
facilità.
3.4 Le testimonianza di Alberto Stasi ai Carabinieri di Garlasco sul ritrovamento del
corpo di Chiara Poggi
Alberto Stasi si reca a casa Poggi verso le 13.40 del pomeriggio del 13 agosto 2007.
Dopo la scoperta del tragico fatto nella villa Poggi, si reca alla Caserma dei
Carabinieri di Garlasco e asserisce:
“… sono uscito da casa e con la mia auto Volkswagen golf sono andato a casa di
Chiara, ho suonato il campanello e non ho ottenuto risposta; peraltro vedevo la
finestra della cucina aperta e il dispositivo dell’antifurto spento, in quanto se è
acceso ha un leed di colore rosso acceso, ho provato a chiamarla a voce gridando
con voce molto alta. Non ottenendo risposta ho provato a chiamare Chiara sia sul
cellulare che sul telefono di casa. A questo punto, preoccupato, ho scavalcato il
muro di cinta dell’abitazione e sono entrato nel giardino…”.
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Prendendo in considerazione il muretto di cinta di casa Poggi proprio nel punto in
cui lo Stasi ha detto di avere scavalcato, i rilievi eseguiti dalla scientifica (RIS di
Parma) non hanno rilevato alcuna impronta dell’imputato.
“… La porta si apriva e non notavo segni di effrazione. Sono entrato in casa ed ho
visto la televisione accesa nella salettina quindi ho pensato che potesse essere li, poi
entrando vicino alla porta della cucina ho visto del sangue ed un utensile, forse un
portavaso per terra, sono corso nella saletta e non ho visto Chiara, ho guardato nel
bagno ed era vuoto, ho guardato vicino alla porta che porta al box non notando
nulla, tornando indietro dalla saletta verso la porta di entrata si passa vicino alla
porta che conduce in cantina, l’ho aperta ed ho visto del sangue per terra, ho fatto
uno o due gradini ed ho visto Chiara riversa verso le scale con il volto verso terra;
era sdraiata con le gambe leggermente allargate, non ho visto se Chiara avesse
lesioni, ho visto solamente che era vestita di rosa, indossava un pigiama estivo che
lei solitamente usa. Non ho visto lesioni sul corpo di Chiara, ho visto solamente del
sangue sui primi gradini delle scale, non mi sono avvicinato al corpo e non ho
verificato quale fosse lo stato di Chiara. Sono scappato via uscendo in strada, ho
preso il cellulare ed ho chiamato il 118.”.
Lo Stasi aggiunge inoltre:
“… Aveva il volto rivolto verso il muro dalla parte destra, non era coperto da sangue
e da indumenti, né tantomeno da capelli, era abbastanza visibile anzi, preciso che
constatavo il colore nitido della sua pelle che era chiaro; a questo punto ho urlato e
mi sono diretto alla porta d’ingresso con passo celere senza fare attenzione a dove
mettevo i piedi…”.
Dopo quattro giorni da questa dichiarazione ed in presenza del Pubblico Ministero,
dottoressa Rosa Muscio, e dei Carabinieri prova a fare chiarezza su quando ha
ritrovato il corpo di Chiara:
“… io quando ho visto Chiara, come prima l’ho descritta, ho pensato che era morta,
però ho pensato che magari non era morta ed allora ho chiamato il 118. Non mi sono
avvicinato a Chiara perché non ho voluto toccarla… ho avuto paura; una sensazione
che non avevo mai provato prima in vita mia. Ho capito che era morta solo quando
l’ambulanza è arrivata e non è andata via con lei. Preciso che ho visto un medico
scendere e parlare con i Carabinieri e fare un segno con le mani come per dire che
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non c’era bisogno. Ho appreso del decesso di Chiara dal dialogo tra i Carabinieri e i
medici; non ho chiesto a nessun medico se Chiara fosse deceduta né tantomeno
fosse stata la causa del decesso…”.
Come mai Alberto Stasi non ha sentito la necessità di chiedere esplicitamente a
medici o carabinieri se la sua fidanzata fosse viva o morta? Dopo aver appreso,
come dice lo Stasi, che Chiara era morta, come mai non ha sentito il bisogno di
sapere come cosa avesse provocato la sua morte?
3.5 IL RINVENIMENTO DEL CORPO DI CHIARA POGGI A CURA
DELL’ARMA
DEI
CARABINIERI
E
DEL
118
(contraddizioni
tra
testimonianza di Stasi e il rinvenimento effettivo)
Alberto Stasi nelle sue deposizioni, in merito al ritrovamento del corpo di Chiara, ha
sempre fatto delle ricostruzioni molto precise e meticolose. Alberto ha sempre
dichiarato di essere entrato nell’abitazione della fidanzata poco prima di essersi
recato presso la caserma dei carabinieri di Garlasco (13.50 / 13.55 circa). Dopo la
sua entrata in casa dalla porta principale che era senza mandate, cerca e chiama
Chiara, che ovviamente non risponde, per tutte le stanze del piano terra. Non
trovandola, per ultima, apre la porta a soffietto e di aver notato Chiara che giaceva
sulle scale che conducono alla tavernetta. Alberto dichiara di non aver acceso la luce
e di essere sceso di uno o due gradini la scala. Alberto avrebbe notato che la
fidanzata indossava un pigiama estivo di colore rosa e che il suo viso era talmente
pallido, da rimanerne impressionato.
Gli investigatori, hanno però constato al loro arrivo che il corpo era situato in fondo
alla scala dopo la curva a “L” che quest’ultima fa; che la luce naturale
dell’ambiente, era talmente fioca (nonostante il sole fosse alto poiché era primo
pomeriggio) che senza accendere la luce non era possibile notare il corpo, né
tantomeno il colore del pigiama e il colore del viso di Chiara. Anche gli operatori
del 118 hanno riferito che il pigiama di Chiara era sì rosa, ma era pieno di sangue e
quindi era difficile notare il colore rosa tra tutto quel materiale ematico assorbito dal
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tessuto. Inoltre anche i soccorritori notano che il viso di Chiara era completamente
ricoperto di sangue.
Anche questa ricostruzione di Alberto, sembra essere piena di contraddizioni. È
possibile pensare comunque che la ricostruzione di Stasi sia veramente autentica,
ma della scena che lui ha visto subito dopo l’omicidio e non alle 13.40 circa come
sostiene. Questo perché il corpo gettato sulle scale, con il passare delle ore
potrebbero essere sceso lungo la scala e quindi non aver mantenuto la posizione
originale. Inoltre il pallore del viso di Chiara e il pigiama rosa potrebbero essere
stati nascosti dal sangue fuoriuscito dal corpo della vittima sempre nelle ore
successive alla morte. Questo anche perché i piedi erano rivolti a valle della
scalinata e quindi la testa era a monte della stessa; ciò significa che anche per
gravitazione il liquido ematico che fuoriusciva dal cranio è sceso verso il basso
inzuppando il pigiama e sporcando completamente il viso. Si può pensare che il
dipinto della scena del delitto che ha riprodotto lo Stasi, sia quella originale e cioè
del delitto appena avvenuto.
3.6 24 SETTEMBRE 2007: FERMO DI POLIZIA PER ALBERTO STASI. DOPO
QUATTRO GIORNI, LA SCARCERAZIONE
Il 20 agosto 2007, sette giorni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, i carabinieri
consegnano ad Alberto Stasi un avviso di garanzia per omicidio volontario
aggravato della fidanzata, uccisa nella sua abitazione di Garlasco in via Giovanni
Pascoli il 13 agosto 2007.
L’avviso di garanzia, provvedimento della Procura di Vigevano, è stato notificato
all’indagato presso la sua abitazione, dove viene subito effettuata una perquisizione:
vengono sequestrate tre auto e due bici di cui una di colore grigia ed un’altra di
colore bordeaux e marrone).
Questa perquisizione fatta dagli inquirenti è resa necessaria dal fatto di poter
effettuare analisi irripetibili su cose, oggetti… che potrebbero fornire elementi utili
al rintraccio del reo, e volte anche alla ricerca dell’arma del delitto, mai stata
ritrovata.
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Il 24 settembre 2007 per Alberto Stasi si configura lo stato di fermo di Polizia.
Dopo aver passato quattro giorni in carcere, Alberto Stasi viene rilasciato con
l’annullamento dello stato di fermo e delle misure cautelari, poiché il GIP Giulia
Pravon ritiene non convincenti gli indizi del PM Rosa Muscio.
3.7 TRE TESTIMONI
Tre sono i testimoni che la mattina del delitto, avrebbero notato un particolare molto
importante utile allo svolgimento delle indagini e all’identificazione dell’assassino
di Chiara.
Il primo testimone ad aver svelato un particolare saliente di questa vicenda, è una
signora pensionata di settantacinque anni, identificata con il nome di Franca
Bermani. Quest’ultima la mattina del 13 agosto si sarebbe recata presso l’abitazione
della figlia in via Giovanni Pascoli, casa situata a fianco della casa dei signori
Poggi, in quanto la stessa figlia si trovava in vacanza e la signora Bermani doveva
provvedere ad annaffiare il giardino e a dare da mangiare ai gatti. La Bermani
sottoscrive anche innanzi ai carabinieri ai quali rendeva testimonianza, che al suo
arrivo alla casa della figlia, verso le 09.20 di quella mattina, appoggiata alla
recinzione di casa Poggi, si trovava una bicicletta da donna, di colore nero, con la
sella molto alta, le molle cromate ben visibili e sopra il parafango posteriore un
piccolo porta pacchi.
La signora Bermani sottoscrive inoltre che verso le 10.20 di quello stesso giorno la
bici nera posta innanzi all’abitazione dei Poggi non c’era più; ciò lo afferma con
sicurezza, poiché la Bermani si era portata al cancelletto pedonale della casa della
figlia per far entrare degli amici.
Un’altra testimone, la signora Manuela Sonia Travain, 46 anni e consulente
aziendale, vive sola in via G. Pascoli al civico 26 in fondo alla strada, sostiene di
avere visto anch’essa una bicicletta da donna nera davanti a casa Poggi; ma non
ricorda esattamente se fosse il giorno 13 agosto o il 10 agosto.
Ai carabinieri ha detto di aver visto una bici nera verso le 9.30, uscendo di casa, non
ricordando se lunedì 13 o venerdì 10 agosto. Ieri i suoi ricordi si dovevano
incrociare con le telefonate fatte e ricevute in quei giorni. In particolare, la signora
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Manuela Sonia Travain ricordava che un’amica le aveva telefonato per annunciarle
una visita il 13 agosto. La telefonata risulta, la visita c’è stata proprio quel giorno: lo
stesso in cui ha visto la bici, ha detto in aula la signora Travain, pur con il margine
di incertezza che possono avere i ricordi più vecchi di oltre due anni.
Quindi è arrivata la sostanziale conferma che un altro testimone ha visto la bici nera,
anche se con qualche potenziale incongruenza. Alle 9.30 della mattina del 13 agosto
il cellulare della signora Travain - che stava andando a Pavia - aggancia una cella
del comune di Dorno, che dista circa sei chilometri da Garlasco. Quindi,
l’avvistamento della “bicicletta nera” mentre la signora Travain usciva in auto deve
essere per forza arretrato di qualche minuto. L’orario diventa quindi compatibile a
quello indicato dalla prima testimone, Franca Bermani (09.10). Su questo punto, la
signora Travain ha sottolineato di aver dato un orario solo indicativo su quando ha
visto la bici: dunque l’incongruenza sembra spiegata in questo modo. Altra nota
stonata non “risolta” in aula: la signora Travain afferma di aver visto la “bicicletta
nera”, ma non la bicicletta “ Graziella” della signora Bermani davanti alla villa
accanto a casa Poggi. Ciò risulta essere strano, se si presume che la signora Bermani
sia arrivata dalla figlia prima che la signora Travain uscisse da casa sua. Alla fine
della testimonianza - durata un’ora anche per rispondere alle domande di giudice e
avvocati – la signora Manuela Sonia Travain ha sintetizzato una maggiore
probabilità di aver visto la bici il 13 agosto. Elemento questo che sia accusa che
difesa possono interpretare a sostegno della propria tesi.
L’accusa perché - soprattutto se l’avvistamento di Travain arretra alle 9.25-9.20 fino alle 9.36 Stasi non utilizza il suo computer portatile, presumibilmente presso la
sua abitazione in via Carducci. Quindi fino a quell’ora, Alberto Stasi non ha un alibi.
La difesa perché la “bicicletta nera” avvistata è da donna, diversa in alcuni
particolari da quella della madre di Alberto, mai sequestrata dai carabinieri.
Una “lacuna” contestata al maresciallo Francesco Marchetto, 49 anni, da 12 anni
comandante della stazione di Garlasco. Il 14 agosto 2007, ha proceduto lui stesso al
sopralluogo nell’officina del padre di Alberto, Nicola, per controllare la bici nera di
Elisabetta Stasi. Il maresciallo dei carabinieri non sequestra la bici della signora
Elisabetta perché, scriveva il maresciallo Francesco Marchetto nella sua annotazione
di servizio, “…non corrispondeva alla bici descritta da Franca Bermani: non aveva
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molle sotto la sella, e aveva un cestino di vimini…”.
Eppure però i carabinieri hanno sequestrato due bici di casa Stasi molto più diverse
dalle descrizioni rese dai testimoni. I carabinieri ne hanno sequestrata una da uomo
gialla e bordeaux, una da donna grigia, obietta il legale della parte civile dei Poggi,
Gianluigi Tizzoni.
In aula il maresciallo Francesco Marchetto ha affermato di non avere preso lui la
decisione per il sequestro delle due bici sopra descritte. Si è limitato, sostiene lui, a
valutare solamente il sequestro di quella nera da donna trovata nell’officina di
Nicola Stasi, concludendo che non era necessario.
A distanza di più di due anni dal giorno del brutale omicidio di Chiara, spunta un
altro testimone che avrebbe notato “quella bici nera”: è l’insegna di musica Pietro
Emilio Franchioli.
Alla giornalista Claudia Aldi della trasmissione “CHI L’HA VISTO?”, il signor
Franchioli rilascia un’intervista che riporto integralmente di seguito:
“… la mattina del 13 agosto ho cambiato i programmi che avrei dovuto fare di
giorno… o dovevo andare al mare o al Ticino… non lo so… probabilmente doveva
essere nuvoloso, perché ho cambiato i miei programmi ed ho deciso di scrivere di
fare un lavoro. Mi sono alzato alle 07.00, quello lo ricordo bene perché la sveglia
era puntata alle 07.00 e quindi ho preso qualche cosa e probabilmente sono uscito
alle 07.30. Sono uscito, mi sono immesso in via Pavia per andare in
circonvallazione e fare il giro del paese insomma, il giro di Garlasco… passando
all’altezza di via Pascoli mi ricordo di avere visto una persona proprio davanti alla
casa dei Poggi, dei signori Poggi, curva su di una bicicletta, cioè io l’ho visto di
spalle, l’ho visto curvo su di questa bicicletta, come se controllasse la gomma,
che… come se la gomma fosse sgonfia… questo per far capire in che posizione
fosse… penso un uomo, ma non posso giurarlo che fosse un uomo…”.
Come mai questa testimonianza così tardi rispetto alla data dell’avvenuto omicidio?
Il signor Franchioli risponde a questa domanda:
“… potrà sembrare strano che io abbia testimoniato solo adesso che siamo…
diciamo fra settembre e ottobre del 2009 è stata la mia testimonianza… c’è una
ragione: perché all’inizio sentivo parlare dell’omicidio verso le 10.00 così… e ho
ritenuto irrilevante che io verso le 7.30 avessi visto qualche cosa lì… poi c’è un
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altro fatto, io avevo mandato in forma anonima una poesia dedicata a Chiara, perché
il papà Giuseppe, che è un mio amico… e adesso per farla breve, dopo un po’ è stato
lui a farla pubblicare… sono venuti ad intervistarmi e io mi sono sentito frenato da
questo fatto perché essendo stato in televisione, così non volevo che qualcuno
pensasse che io potessi marcire su questa cosa della poesia, però quando ho sentito
recentemente che l’ora del delitto poteva essere stato commesso addirittura fra le
7.00 e le 8.00, questa cosa dentro qui non la potevo più tenere ed ovviamente ho
pensato che dovevo rendere la mia testimonianza… sono andato dai carabinieri di
Garlasco che poi mi hanno trasferito a Vigevano dal capitano e lì ho reso per lunghe
ore la mia testimonianza… ecco!…”.
Sembra esserci un’altra testimone, sempre in riguardo alla “bicicletta nera”, la
madre di un vicino di casa dei Poggi, la signora Brognoli. La signora Bermani
sostiene in più interviste, di aver incontrato la signora Brognoli al mercato qualche
giorno dopo il delitto e di averla rincontrata dopo l’assoluzione di Alberto Stasi e
che la Brognoli in entrambe le circostanze le avrebbe confermato il particolare della
“bicicletta nera”. La signora Brognoli però nelle numerose interviste di investigatori
e giornalisti riferisce di non aver visto nulla.
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CAPITOLO 4. Gli oggetti fonti di indizi e prove
4.1 IL PC PORTATILE DI ALBERTO STASI
Il computer portatile di Alberto Stasi, è stato, ed ancora, uno tra gli elementi
principe che ruotano intorno a questo processo. Il computer, di primo acchito, è stato
sequestrato dai carabinieri per la verifica dell’alibi di Alberto Stasi, visto che
continuava ad affermare “… non sono stato io, mentre Chiara veniva uccisa, io
lavoravo al computer sulla mia tesi…”.
Dopo il sequestro dell’oggetto informatico, però, gli investigatori hanno scoperto un
numero sostanzioso di file con contenuti raccapriccianti quasi del tutto a sfondo
pornografico, e pedo-pornografico, e quindi hanno pensato di togliere dalla
disponibilità in uso di Alberto Stasi anche un disco di memoria esterna che era in
suo possesso.
Ciò che prende forma dall’esame del PC, è il ritratto di un Alberto, ragazzo
venticinquenne allora laureando Bocconiano, ossessionato dal sesso, da perversioni
sessuali e da tutti i feticismi possibili. Perversioni che hanno anche come oggetto i
bambini.
7.064 immagini e 542 filmati a sfondo pornografico e 21 immagini e 7 filmati
pedo-pornografici, questo è il contenuto ritrovato nel PC di Stasi, oltre al file della
sua tesi di laurea non terminata.
Sulla memoria esterna sono state ritrovate 10.000 foto in parte coincidenti con la
memoria fissa del PC di Stasi, ed altri 332 video. Se si considerano quelle cancellate
da Alberto ma recuperate dai RIS, si parla quindi di circa 32.000 foto a sfondo
pornografico.
Infine in questo vortice sessuale sono stati ritrovati 3 video amatoriali ripresi da una
webcam fissa dei due fidanzati in atteggiamenti intimi, due dei quali realizzati nella
casa di vacanza della famiglia Stasi, a Spotorno (Liguria) e uno nella villa di
Garlasco di Alberto.
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È un contenuto quest’ultimo ben diverso da tutti gli altri, dove lo sfondo che si
colora è quello timido ed affettuoso di una coppia di innamorati che si potrebbe
definire “normale”, dove l’atto sessuale non è la cornice, ma il dipinto del quadro. In
tutto questo racconto appare un altro personaggio, che rimane antagonista ad
Alberto, Marco Panzarasa il migliore amico del Bocconiano, ex compagno di liceo e
studente di Giurisprudenza (sicuramente lo era nell’anno del delitto, 2007, ed anche
nel 2008) e residente anch’egli a Garlasco in via Lombardia.
I carabinieri hanno sequestrato ben due computer a Panzarasa, questo per poter
accertare eventuali scambi tra i due amici, tramite mail, di immagini e/o video porno
e/o pedo-pornografiche. I due computer sono stati consegnati spontaneamente dal
Panzarasa ai carabinieri (uno dei PC era stato acquistato solo due mesi prima del
sequestro). Un provvedimento quest’ultimo che non ha significato per Panzarasa
Marco un’iscrizione nel registro degli indagati accanto a quello del suo migliore
amico per l’omicidio di Chaira Poggi. Oltretutto del Panzarasa era stato verificato
l’alibi; egli si trovava in Liguria in villeggiatura ed è rientrato solo dopo qualche ora
l’accaduta tragedia.
Ma torniamo al PC portatile di Alberto Stasi. Tra numerosi file all’interno del suo
“oggetto di lavoro” informatico vi erano tanti file-cartelle che formavano un bouche
a luci rosse. In mezzo a cartelle denominate “cuccioli”, “barche”, ce n’era una
chiamata “militare” e proprio in quest’ultima c’era una cartella denominata
banalmente “nuova cartella”; al suo interno ben altre 22 sottocartelle con
denominazioni da brivido, come per esempio: “donne anziane”, “prostitute”, “donne
incinte”, “donne stuprate”, “donne vergini”, “oggetti fallici”, etc…
Cosa si può pensare di questo ritratto di Alberto Stasi, che se non fosse stato per la
morte della sua fidanzata, non sarebbe probabilmente mai emerso? Il sessuologo
docente di sessuologia medica all’università dell’Aquila, Professor Emauele Jannini,
esprime il suo parere dicendo: “… ci sono delle perversioni oggi chiamate parafilie
e poi c’è la pedofilia. Due questi argomenti, ben distinti e separati tra loro, perché la
pedofilia non può essere classificata all’interno delle parafilie, perché prima di tutto
è un crimine previsto dalla legge, in questo caso italiana…”, poi il Professor
Emanuele Jannini continua: “… una persona mostra una situazione di sofferenza, di
malattia quando i comportamenti, per esempio un rabbioso collezionismo di
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immagini pornografiche, diventano presupposto unico per agire sessualmente…”.
Lo psichiatra Paolo Crepet, sposta il ritratto di Stasi all’interno del contesto socioculturale degli anni 2000 minimizzando il desiderio ossessivo di Stasi in un contesto
di normalità.
4.2 LE SCARPE DI ALBERTO STASI
Diciannove ore dopo il presunto accesso dello Stasi a casa Poggi, sempre presso la
Caserma dei Carabinieri di Garlasco, viene chiesta ad Alberto Stasi la consegna
delle sue scarpe e le sue impronte digitali per poterlo escludere dai sospettati.
I Carabinieri:
“… avendo inquinato con il suo ingresso la scena in cui si è verificato il fatto reato,
al fine di escludere le sue impronti digitali e le orme lasciate dalla sua scarpa, è
disponibile a consegnarci le scarpe e a farsi prelevare le impronte digitali?”.
Alberto Stasi:
“… vi consegno le scarpe che attualmente porto che sono le stesse da me calzate
questa mattina al momento del mio ingresso nell’abitazione; dichiaro altresì la mia
disponibilità alla rilevazione delle mie impronte digitali…”.
Alberto Stasi consegna così le sue scarpe di marca “LACOSTE” di colore nero ai
Carabinieri.
Alberto Stasi:
“… non ricordo ma non lo escludo di aver calpestato qualche macchia di sangue…”.
Le scarpe dello Stasi risultano sia a occhio nudo che con prove di laboratorio non
macchiate di sangue. Non sono state ritrovate orme di sangue riconducibili alle
scarpe “LACOSTE” consegnate dallo Stasi ai Carabinieri.
Per la diffusione delle macchie di sangue e il percorso fatto e dichiarato dallo Stasi,
si esclude che non possa non aver pestato nessuna macchia di sangue né DNA di
Chiara.
Da elaborati calcoli matematici eseguiti, dal consulente della Procura di Vigevano
(richiesti dal PM Rosa Muscio), Professor Piero Boccardo (e già affermati dai RIS),
effettuati immettendo nel computer tutte le foto del piano di casa Poggi (effettuate
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tramite scanner tridimensionali) con le macchie di sangue per riprodurre la villa di
Garlasco in una realtà virtuale. Successivamente ha elaborato un software per
simulare tutti i percorsi (sono stati 809.186) che lo Stasi avrebbe potuto fare per
accedere alle varie stanze ed arrivare all’inizio della scala che porta in cantina. Sono
state tenute in considerazione molte variabili, ad esempio la velocità dei passi, la
posizione dei piedi in ogni momento, e la possibile coagulazione del sangue a terra e
le fughe delle piastrelle che avrebbero potuto ostacolare il contatto della sostanza
ematica con le suole delle scarpe.
Secondo quindi la perizia del Professor Boccardo, Alberto Stasi la mattina
dell’omicidio ha compiuto una media di 19,4 passi e la metà di questi ultimi (10,7),
devono aver avuto un contatto diretto con il sangue appartenente alla vittima.
Lo Stasi non poteva non aver calpestato quelle macchie, non lasciare orme e non
sporcare le scarpe del sangue di Chiara.
In astratto ci sarebbe solo lo 0,6% di possibilità che non lo abbia calpestato,
mettendo oltretutto i piedi a x sul piano dopo aver aperto la porta che conduce alla
cantina, con l’impossibilità di scendere i due scalini e poi andarsene. Lo Stasi,
quindi, per evitare di calpestare il sangue a terra, avrebbe dovuto mantenere una
posizione del tutto innaturale, mettendo quindi la punta delle sue scarpe a contatto e
i talloni molto divaricati. Tale eventualità è estremamente improbabile.
Durante il sopralluogo, nel bagno a piano terra di casa Poggi, sono state rilevate
orme di scarpe con suola a gommini impresse sul tappetino sottostante il lavandino,
trovate anche in altri posti della casa.
Sempre sul tappetino del bagno, accanto alle orme sopra descritte sono state
ritrovate macchie di sangue da sgocciolamento, provenienti dall’arma del delitto o
dalle mani dell’assassino.
Il dottor Capra (perito della famiglia Poggi) esegue un esperimento: dopo due mesi
dal delitto entra con dei calzari a casa Poggi ed inequivocabilmente vi è traccia del
DNA di Chiara.
La “super” perizia richiesta dal GUP dottor Vitelli, eseguita dal Professor Nello
Balossino, è contro Alberto Stasi.
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Secondo il Professor Balossino, lo Stasi non avrebbe potuto non sporcarsi di sangue,
anche se esso fosse stato secco, semi secco o liquido, quando dice di aver trovato il
corpo di Chiara.
Nella tabella della “super” perizia del Professor Nello Balossino viene evidenziato
come non vi sia nessun cammino sui 5.160, che non abbia toccato sangue e nessuno
lo abbia intercettato una sola volta; questo perché le maggiori probabilità (4.343 su
5.160) sono che lo Stasi abbia calpestato il sangue non 2 o 3 volte ma 4 o 5 volte.
Pur escludendo che non lo possa mai avere calpestato, il Professor Balossino fa la
prova del nove. Elimina una serie di tracce più piccole ed aumenta di oltre cinque
volte il numero di passi esaminati. In pratica fa crescere notevolmente le possibilità
di evitare il sangue, ma anche in questo caso il risultato è contro lo Stasi perché,
eliminando le tracce inferiori a 16 millimetri quadrati, cioè non schizzi ma gocce,
comunque le possibilità che non abbia calpestato sangue sono risultate appena il
4,6% su 27.000 passi. I risultati sono stati ottenuti facendo ripercorrere il tragitto
descritto dallo Stasi al piano terra di casa Poggi in due set cinematografici a Milano
e a Torino. Li è stato riprodotto il pavimento insanguinato sul linoleum (rifacendosi
alle foto scattate dai Carabinieri e dal medico legale) e con dei pannelli i mobili di
casa Poggi.
Ad interpretare l’imputato (attore), in un caso è lo stesso Alberto Stasi; nell’altro
diciassette studenti. A tutti, ricoperti da sensori in esperimento, è stato chiesto di
camminare sopra un pavimento intonso (da sangue), poi sul pavimento coperto da
tutte le macchie di sangue com’era sul vero scenario del delitto, senza guardare dove
mettessero i piedi ed infine cercando di evitare il sangue. Così si è verificato, come
sostiene la difesa, che c’è la tendenza, anche inconscia, a non camminare sulle
macchie di sangue. Dopo di che tutti i dati sono stati inseriti al computer e dopo
calcoli e simulazioni è emersa l’impossibilità di non calpestare materiale ematico.
La perizia non prende in considerazione i primi due gradini da scendere della
cantina dove è stato ritrovato il cadavere di Chiara. Il Professor Balossino dice di
non averli presi in considerazione perché non si sapeva con certezza di quanti scalini
fosse sceso lo Stasi (che parla di uno o due) e anche per la difficoltà di riprodurli sui
set cinematografici. Inaccettabile ciò dalla parte civile poiché la prova poteva essere
eseguita e con uno e con due gradini. Per quanto riguarda la difficoltà della
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riproduzione degli scalini, la famiglia Poggi aveva dato il pieno consenso ad
utilizzare la scena del crimine vera e propria, cioè la loro abitazione, visto che
comunque ci vivono tutt’ora ed è rimasto tutto come allora.
Il GUP dottor Vitelli, ha richiesto, tra le “super” perizie, una perizia chimica sulla
suola delle scarpe indossate dallo Stasi al Professor Francesco Ciardelli di Pisa, il
quale sostiene che avrebbero dovuto sporcarsi. In particolare dalla perizia chimica
si evince che le scarpe sono idrorepellenti, ma sono in grado di assorbire fluidi ed
incorporare micro particelle solide, cioè trattenere sia sangue liquido che secco. Il
fatto che lo Stasi ci abbia camminato successivamente non può avere cancellato le
tracce di sangue né liquido né secco. Quindi il Professor Ciardelli, contraddice
quanto scritto nella perizia medico-legale dai Professori torinesi scelti dal giudice.
Secondo questi ultimi non si sarebbe potuto trovare sulle scarpe dello Stasi perché in
casa di Chiara la maggior parte del sangue sarebbe stato secco. Alberto Stasi
avrebbe poi calpestato il prato bagnato di casa sua quando ha accompagnato i
Carabinieri a fare un sopralluogo. L’ acqua quindi avrebbe cancellato ogni macchia
di sangue. Sempre i medici-legali torinesi scrivono che c’è l’effettiva possibilità che
si siano cancellate eventuali tracce a seguito di sollecitazioni meccaniche correlate
al successivo uso delle calzature. Il perito Ciardelli invece sostiene che, vista la
porosità delle suole, queste erano comunque in grado di assorbire sangue liquido e
secco. Il chimico nelle sperimentazioni fa la distinzione tra i due tipi di sangue.
Sporcando una scarpa dello Stasi, con il sangue liquido, emerge che le tracce sono
rilevabili con ogni tipo di esame. Se invece il sangue calpestano sangue secco non
risultano con certezza tracce ematiche, né attraverso raggi infrarossi, né al
microscopio elettronico. Le tracce di sangue secco calpestato risultano in modo
inequivocabilmente da un terzo esame, ovvero dall’analisi chimica fatta con un
reagente molto sensibile alla presenza anche minima di sangue. Inoltre l’uso delle
scarpe fatto dall’imputato prima della loro consegna ai Carabinieri non avrebbero
potuto rimuovere il sangue. Uno dei periti ha infatti camminato con la scarpa dello
Stasi per un’ora senza cancellare le tracce di sangue. Lo studio del chimico prende
anche in considerazione le scarpe uguali ma nuove, utilizzate a suo tempo da tre
Carabinieri, per un esperimento simile. Dopo un utilizzo di dieci ore trattenevano
meno sangue proprio perché più nuove di quelle di Stasi più usurate e di
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conseguenza piene di cavità. Per il perito chimico Ciardelli, le scarpe di Alberto
Stasi sarebbero dovute risultare sporche del sangue di Chiara.
Nel settembre 2009, sullo scenario del delitto, viene riscontrata la presenza di un
orma di scarpa da donna. La traccia rilevata appare con una lunghezza di 24/26
centimetri, che corrisponderebbe ad un numero di piede 36/37 con forma appunto di
una scarpa femminile. Ciò farebbe sott’intendere che l’assassino non fosse uno solo
ma che quest’ultimo avesse presumibilmente una complice.
La “super perizia” (richiesta dal GUP Stefano Vitelli), verrà depositata il 14 ottobre
2009.
Dall’autopsia infatti risulterebbe che sulla coscia sinistra di Chiara sono presenti
echimosi da calpestamento, identificate come tacco e punta. Questo ovviamente fa
sott’intendere che questa echimosi non può essere stata prodotta dalla scarpa di
Alberto Stasi.
4.3 LA BICICLETTA DI ALBERTO STASI
Dopo il sequestro della bicicletta di Stasi, i RIS hanno trovato sui pedali piccole
tracce di una sostanza. Essendo molto povera in quantità, i RIS hanno dovuto
scegliere se provare che questa sostanza fosse sangue umano, o se ricercare tracce di
DNA eventualmente riconducibili alla vittima. La scelta fatta è stata appunto
quest’ultima. Attraverso l’analisi della sostanza, eseguita dal professor Lorenzo
Varetto, si è riscontrato che questa fosse “… materiale organico riccamente
cellulato…”, dove è emersa la presenza di DNA appartenente a Chiara Poggi.
La parte civile, ed in particolare il biologo Capra Dottor Marzio, sostiene che la
bicicletta è stata utilizzata dallo Stasi per recarsi da Chiara il giorno dell’omicidio e
che dopo averlo commesso l’abbaia di nuovo utilizzata per allontanarsi da casa
Poggi, quindi afferma che non avendo trovato molte tracce organiche, i pedali della
bicicletta siano stati accuratamente lavati.
Il dubbio sorge spontaneo… solitamente noi camminiamo per strada e in diversi
luoghi attigui ad essa e ci sporchiamo le scarpe calpestando anche sostanze invisibili
ad occhio nudo; quindi se salissimo su di una bicicletta appoggiando le scarpe sui
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pedali, queste sostanze verrebbero parzialmente trasferite sui pedali dalle nostre
scarpe. I pedali però della bicicletta di Stasi erano privi di ogni altra sostanza che
non fosse quella del DNA di Chiara trovata dai RIS.
Il Dottor Capra esclude che il “materiale organico riccamente cellulato” possa essere
stato lasciato dalla vittima per contatto diretto o sfregamento seppure prolungato.
Per avere lasciato direttamente il DNA, Chiara avrebbe dovuto fare una pedalata a
piedi nudi e comunque nemmeno così (rispetto alla quantità trovata) avrebbe potuto
lasciare la quantità di materiale ritrovato. “Il materiale riccamente cellulato”
potrebbe essere sangue, muco nasale ed encefalo (di cui basterebbe, per la quantità
ritrovata, anche un solo frammento di un millimetro), visti i quindici colpi inferiti
alla testa ed al viso della vittima. Il Dottor Capra dichiara che il materiale è stato
trovato sui pedali perché qualcuno, l’assassino, avendo pestato materiale organico di
Chiara l’ha riportato sui pedali e, di impronte dell’assassino, ve ne erano numerose
sul luogo del delitto.
La difesa sostiene che i pedali della bici non sono stati lavati e che il materiale
organico ritrovato sugli stessi.
Alberto Stasi avrebbe riferito, per rispondere agli inquirenti sull’eventuale presenza
del sangue di Chiara su entrambi i pedali della bicicletta, che Chiara pochi giorni
prima di morire aveva avuto il suo ciclo mestruale. Una giustificazione questa che
alla mamma di Chiara, proprio non torna.
4.4 DOSATORE DEL SAPONE LIQUIDO E IL LAVANDINO DEL BAGNO DI
CASA POGGI
Altro luogo fondamentale oggetto del sopralluogo giudiziario è il bagno situato al
primo piano di casa Poggi. In questo vano sono stati rilevati cinque indizi: il
portasapone liquido del lavandino, il rubinetto del lavandino, il lavandino, il
tappetino posto sotto quest’ultimo e l’asciugamano.
Il portasapone liquido era appoggiato sulla parte sinistra e piana del lavandino, di
fianco al rubinetto del bagno. Sul portasapone sono state rilevate due impronte
dell’anulare di Alberto Stasi, e del DNA di Chiara Poggi. Nella perizia stilata dal
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Professor Lorenzo Varetto si legge: “… il fatto che i due abbiano entrambi toccato
l’oggetto in tempi e per un numero di volte a noi sconosciuto, rende il rilievo del
tutto irrilevante e non costituisce una prova scientifica…”.
Sono state ritrovate tracce di DNA di Chiara anche sul tronco del rubinetto del
lavandino, e nulla sul miscelatore.
Le tracce di sangue nel lavandino sono dubbie, in quanto, lo stesso era di uso
quotidiano a tutta la famiglia di Chiara. Quindi i detersivi usati per la pulizia
dell’oggetto in questione, il dentifricio per la pulizia dei denti, il sapone utilizzato per
la pulizia personale, hanno reso difficoltosa la ricerca delle tracce di sangue nel
lavandino stesso. La parte civile sostiene che l’assassino, dopo aver commesso
l’omicidio, si sia lavato nel lavandino, risciacquandosi abbondantemente mani e/o
braccia. L’utilizzo quindi di una grande quantità d’ acqua, in concomitanza agli altri
elementi sopra citati, avrebbe reso dubbie le prove fatte con i reagenti e con il
luminol.
Sempre per quanto riguarda il lavandino, sono state rilevate tracce di DNA di Chiara
sul tronco del rubinetto, come sopra già indicato, ma non sulla barra del miscelatore
dell’acqua.
È certo però che sul tappetino posto sotto il lavandino c’erano tracce di sangue
gravitazionali, cioè da sgocciolamento, che potrebbero essere cadute dalle mani
dell’assassino o dall’arma del delitto. Sul
tappetino sono state trovate anche
impronte di suola di scarpe, impresse sul sangue. Queste orme erano di una suola
costituita da gommini ed erano di un numero di scarpe di misura 42/43.
Infine risultava l’ammanco dell’asciugamano del bagno, confermato dalla famiglia
Poggi.
È possibile che l’assassino si sia portato nel bagno e che non si sia lavato e che abbia
solo deciso di prendere l’asciugamano che manca e di pulirsi asciugandosi dal
sangue della vittima senza lavarsi con l’acqua. Ma è anche verosimile il contrario, e
cioè che si sia lavato e poi per cancellare le tracce di sangue nel lavandino abbia
buttato nello stesso detergenti e/o acidi che ne abbiano cancellato la maggior parte
delle tracce.
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4.5 L’ARMA DEL DELITTO
L’arma del delitto non è mai stata trovata, né si sa di che tipo fosse. Fino ad ora si è
ipotizzato che probabilmente sia stato utilizzato un martello di quelli a coda di
rondine, visto il tipo di ferite e di ematomi trovati sul corpo di Chiara. Dopo il
sequestro della villetta dei Poggi, il padre e la madre di Chiara, accompagnati dagli
investigatori, fecero alcuni e rapidi sopralluoghi da cui emerse solo l’ammanco di un
asciugamano che si trovava nel bagno. Solo successivamente, dopo la riconsegna
della villetta alla famiglia Poggi, rimasta sotto sequestro per oltre otto mesi, il padre
di Chiara, Giuseppe, si accorgeva della mancanza di un martello che era presente
fino ad un anno prima.
Ora però la parte civile sta riprendendo in considerazione uno dei reperti sequestrati
a casa Poggi: il portavaso fotografato dai Carabinieri, rovesciato ai piedi della scala
che conduce di sopra al primo piano di casa Poggi, mai esaminato nei dettagli dopo
l’omicidio.
Alla luce della nuova perizia medico-legale voluta dal GIP i consulenti dei Poggi
ipotizzano di chiedere un esame approfondito sull’oggetto ancora custodito tra i
corpi di reato. Dalla relazione dei Carabinieri dei RIS del 16 novembre 2007 emerge
che sul portavaso c’erano tre capelli insanguinati della vittima, ma visto che, come
si legge nella relazione, erano blandamente attaccati al reperto, si è dedotto che il
portavaso non fosse l’arma del delitto, anche perché, considerate le notevoli
dimensioni ed il peso, sembrava difficilmente utilizzabile per colpire la vittima
numerose volte. Inoltre allora non erano ancora emersi i risultati dell’autopsia. Ora
invece si sa che secondo i periti medico-legali del GIP, la prima delle due fasi
dell’aggressione è verosimilmente avvenuta alla base della scala che conduce al
primo piano dove la ragazza, molto probabilmente, ha perduto conoscenza. Di qui
l’idea della parte civile che quel portavaso oggettivamente troppo pesante ed
ingombrante per colpirla le successive volte, se la vittima fosse stato in grado di
difendersi, possa essere stato utilizzato dopo la perdita di conoscenza di Chiara.
L’assassino avrebbe cioè potuto infierire in piedi con forza su di un corpo immobile,
brandendo il portavaso come se fosse una mazza.
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Nell’autopsia ora emerge che Chiara è stata uccisa da un corpo contundente non
bene identificabile, con stretta superficie battente, spigoli molto netti e presenza di
una punta. Uno strumento, concludeva l’autopsia, che potrebbe essere di natura
metallica; di qui l’ipotesi che il portavaso in ferro battuto possa essere in teoria
l’arma del delitto.
Dalla relazione dei Carabinieri emerge che i capelli di Chiara possono esserci finiti
sopra dopo l’aggressione, ma è anche vero che quel reperto inizialmente trascurato
come possibile arma del delitto, è stato esaminato dopo essere stato trasportato
senza particolari cautele, in un sacco, quindi i capelli insanguinati potrebbero essersi
attaccati al portavaso non blandamente e dopo l’aggressione, come diceva il RIS,
ma esserci finiti al momento dell’aggressione, poi essersi parzialmente staccati
durante il trasporto ai laboratori.
Potremmo comunque trovarci di fronte ad un’altra delle tante leggerezze compiute
durante quest’indagine.
4.6 L’AUTOPSIA SUL CORPO DI CHIARA POGGI E L’ORA DELLA MORTE
Uno dei principi cardine dell’autopsia sul corpo di un cadavere è quello di riuscire a
stabilire approssimativamente il lasso di tempo nel quale è deceduta la persona, e
quindi stabilire l’ora della morte ed inoltre non meno importante è la causa della
morte.
Per stabilire l’ora del decesso di un individuo è necessario tenere in considerazione
tanti elementi come ad esempio la temperatura del cadavere al momento del suo
ritrovamento per riuscire a calcolare in quanto tempo il corpo si è raffreddato
(l’organismo umano vivente raggiunge in media i 36/37 gradi), la temperatura degli
organi interni, quella ambientale esterna e/o interna se per esempio il cadavere è
stato trovato in luogo chiuso, lo stato di decomposizione e l’eventuale stato delle
larve… e tra le altre tante, il peso del cadavere. È proprio su quest’ultimo punto che
ruotano le discordanze sull’ora della morte di Chiara Poggi.
Il legale di Alberto Stasi, l’Avvocato Colli dottor Giulio, afferma che l’autopsia di
Chiara è incompleta poiché il medico legale, dottor Lorenzo Varetto, che ha eseguito
l’autopsia, non ha pesato il corpo di Chiara. Il medico legale giustifica la mancanza
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di questo dato con l’assenza di una pesa presso l’obitorio di Vigevano. L’Avvocato
Colli però dice:
“… In realtà una pesa poteva essere richiesta a qualunque reparto dell’ospedale.
Così manca il dato certo per stabilire l’ora della morte e si ragiona soltanto su
supposizioni…” .
In questo scenario delittuoso, i numerosi errori compiuti anche sull’esame autoptico
hanno reso e rendono ancora questo delitto un vero mistero. Ovviamente
l’incertezza sull’ora del decesso di Chiara rende difficoltoso lo svolgersi delle
indagini e rende confuse e confutabili le teorie dell’accusa, della difesa e della parte
civile.
Al primo atto di questo dramma, l’accusa stabilisce come ora della morte di Chiara
un arco temporale compreso tra le 10.30 e le 12.00 e più probabilmente tra le 11.00
e le 11.30. Diversamente la difesa sostiene un arco temporale tra le 9.00 e le 10.00.
Al secondo atto di questo giallo, l’accusa sostiene che al 95%, Chiara è deceduta tra
le 7.00 e le 12.30, in più ad avvalorare la tesi ci sarebbe il fatto che Alberto alle
12.46 telefona a Chiara sul suo cellulare e lei non risponde. È vero che Chiara
avrebbe potuto non rispondere anche per altri motivi, del tutto personali, ma è anche
vero che a quella telefonata non ha risposto perché effettivamente forse era già
senza vita. La difesa diversamente afferma che Chiara è deceduta tra le 9.30 e le
10.30.
Infine la parte civile, prendendo in esame le abitudini di Chiara (che era solita
svegliarsi presto, che spalancava le finestre che invece non erano aperte, che nello
stomaco vi erano residui di colazione e che una parte della stessa è stata trovata non
ancora finita sul divano della saletta, che indossava ancora un pigiama, che il letto
non era rifatto…) ha solo una versione per l’ora della morte, che va dalle 9.12, ora
nella quale Chiara disinserisce l’allarme di casa, e le 9.36, orario nel quale il
computer di Alberto Stasi viene acceso e su di esso incominciano le operazioni di
navigazione e di lavoro sul file della tesi con i numerosi salvataggi della stessa. Un
omicidio sostiene la parte civile, compiuto in ventiquattro minuti (in seguito
vedremo infatti la ricostruzione dell’omicidio eseguita dalla parte civile).
Per quanto riguarda la causa della morte di un individuo, è necessario anche in
questo caso studiare tutti gli organi interni per verificare se vi è stato per esempio un
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arresto cardiaco, un blocco renale o una patologia cerebrale, piuttosto che una
commozione cerebrale, o la perforazione di uno di questi organi, causata da un
corpo estraneo, come per esempio un arma da taglio, un proiettile da arma da sparo,
un oggetto atto ad offendere, un corpo contundente, o la recisione di una vena o di
un’arteria (e quindi la morte per dissanguamento) o analizzare le sostanze tossiche
presenti eventualmente nell’organismo che siano state ingerite dall’individuo oppure
inalate, e ancora bruciature etc…
L’assassino di Chiara Poggi ha infierito sul suo corpo con furia omicida. Ha cercato
di sfigurarle il viso inferendole circa 10-15 colpi a viso e testa con pugni e con “quel
corpo contundente non ben identificabile, con stretta superficie battente, spigoli
molto netti e presenza di una punta, forse di natura metallica”, e cioè con l’arma del
delitto mai ritrovata. Inoltre il perito che ha redatto il documento ipotizza che per le
fratture craniche siano state procurate da un corpo contundente con stretta superficie
battente a manico corto adatto a colpire più volte. Per quanto riguarda le lesioni alla
“regione frontale sinistra” il perito afferma che a procurare queste ultime ferite deve
essere stato uno “strumento con più ampia superficie battente”.
Nel verbale dell’autopsia si legge che Chiara Poggi è morta per “lacerazione
dell’encefalo contestuale allo sfondamento del cranio”.
4.7 DALL’AUTOPSIA: L’OMICIDIO DI CHIARA IN DUE FASI
I periti del GUP ritengono che verosimilmente l’aggressione è avvenuta in due
differenti fasi. Nella prima fase dell’aggressione, che sarebbe avvenuta
probabilmente “in prossimità della porta d’ingresso”, Chiara, “molto probabilmente
ha perduto conoscenza ed altrettanto probabilmente non ha riportato grosse ferite” e
è stata colpita “verosimilmente al viso”. Nel documento si poi che “il primo
significativo spargimento di sangue è stato probabilmente in prossimità della larga
macchia di sangue situata alla base della scala che conduce al primo piano”. Infatti
poco distante, sempre nel soggiorno, sono state ritrovate le ciabatte di Chiara ed
alcune macchie di sangue “non facili da interpretare”, accanto a “strisciate
determinate dalle dita della vittima, che probabilmente fu trascinata afferrata per gli
arti inferiori, fino nei pressi della porta che conduce alla scala del seminterrato”.
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Nella perizia poi si evince che il corpo di Chiara sia rimasto per un certo tempo in
un posizione differente da quella terminale, in particolare con la testa situata al
livello di uno dei gradini superiori.
I periti nel loro documento, aggiungono inoltre di non sapere se il corpo della
vittima “sia stato scaraventato giù dalle scale dopo aver subito tutte le lesioni” o se
contrariamente sia stata colpita in modo “relativamente meno grave” e
successivamente scaraventata lungo la scala fatta ad “L” che porta alla cantinatavernetta e “finita eventualmente dopo un tempo anche piuttosto lungo”.
Il Professor Lorenzo Varetto ed altri periti sostengono che le macchie di sangue così
come sono state trovate ed i segni di colluttazione tra reo e vittima all’interno della
casa (esempio le ciabatte di Chiara ritrovate nel soggiorno e quindi lontano dal
corpo del cadavere) fanno pensare ad un omicidio compiuto in due fasi, in due tempi
e sostiene poi che c’è la possibilità che ci siano volute alcune decine di minuti.
Per la perizia dei difensori di Alberto Stasi, non può essere stato lui a commettere il
brutale omicidio della sua fidanzata. Questa tesi viene avvalorata dal fatto che lo
Stasi è alto 1 metro e 76 centimetri, i suoi periti hanno rilevato che gli schizzi di
sangue raggiungono massimo i 70 centimetri, quindi, sostengono che l’assassino
possa essere di circa 1 metro e 60 centimetri se si parla di una donna e di circa 1
metro e 70 se si parla di un uomo.
In diverse occasioni si è ipotizzato che gli assassini fossero due e che il corpo fosse
stato sollevato e non trascinato, ed è anche per questo che la difesa parla di
“pluralità di mezzi” come causa delle lesioni che hanno portato al decesso di Chiara
Poggi. Hanno di fatti ipotizzato che Chiara sia stata colpita probabilmente con armi
diverse usate da due soggetti differenti.
Per la parte civile comunque Alberto Stasi avrebbe potuto comunque compiere
anche da solo il delitto di Chiara in due fasi, proponendo una ricostruzione del
giallo, che sarà illustrato nel capitolo successivo.
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CAPITOLO 5. Dalla parte civile: la ricostruzione dell’omicidio di Chiara
5.1.
LE ABITUDINI DI CHIARA E L’ALLARME ANTIFURTO DI CASA
POGGI
La mamma di Chiara, Rita, in una delle tante interviste a lei fatte, ricorda con
fermezza le abitudine della sua amata figlia. Rita ricorda che la figlia, era solita
alzarsi da letto verso le 9.00 della mattina e che come per prima cosa apriva la
finestra della cucina per far uscire i gatti, che erano soliti passare la notte dentro casa
e la finestra del bagno a piano terra. Successivamente si sedeva sul divano della
saletta di fronte alla cucina per guardare la televisione e fare colazione che consisteva
nel consumare biscotti “oro saiwa” e cereali “Kellog’s”. Dopo la colazione era solita
lavarsi, cambiarsi dal pigiama utilizzato per dormire la notte e rifare il letto.
Quella mattina di quel 13 agosto 2007, Chiara però sembra non rispettare le sue
abitudini solite: la finestra del bagno del piano terra era chiusa, una parte della
colazione si trovava ancora sul divano della saletta, le tende da sole della cucina non
erano tese il suo letto non era rifatto, e Chiara indossava ancora il pigiama. Questi
ultimi tre elementi fanno supporre alla madre di Chiara che la figlia sia stata
assassinata nelle prime ore della mattina, perché appunto era abitudine di Chiara
svegliarsi alle nove e quindi non stare in pigiama fino a tardi….
La mamma di Chiara ricorda che la figlia era terrorizzata dai ladri dopo che erano
entrati a casa sua una notte del 2000; per questo era scrupolosissima nell’accendere
l’allarme, che secondo i genitori non avrebbe mai staccato e riacceso ben quattro
volte tra le 23.54 e le 1.52 come invece ha fatto la notte del 13 prima dell’omicidio e
come risulta dalla perizia informatica voluta dal GIP, secondo la quale non lo aveva
mai fatto nei giorni prima. Delle abitudini di Chiara parla la madre in un
interrogatorio, l’11 settembre 2007, quando ancora non si sapeva degli inspiegabili
movimenti sull’allarme. Ecco cosa disse ai Carabinieri: “… anche di giorno, nel caso
in cui rimaneva sola, Chiara azionava lo stato “3” dell’allarme, il perimetrale, e in
questo era molto attenta e metodica. Ricordo che nel luglio 2000, sei mesi dopo aver
subito il furto in casa, verso le 3.00, mentre eravamo a letto, mio marito udì dei
rumori provenire dal giardino; ci siamo alzati ed attraverso le persiane chiuse
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abbiamo notato due figure scavalcare il muro di cinta del nostro giardino. Mio marito
ha aperto la finestra, determinando l’attivazione del nostro allarme. Chiara, sebbene
io le fossi vicina per tranquillizzarla, ha iniziato a gridare in maniera esagerata tanto
che non riuscivo a farla calmare. Sono sicura che se Chiara avesse visto una persona
estranea entrare il 13 agosto 2007 avrebbe avuto, senza ombra di dubbio, la reazione
di gridare a squarciagola…”.
Cosa quest’ultima che Chiara non ha fatto, questo lo giura la vicina di casa che era in
giardino ad annaffiare i fiori e che alla 9.12 ha visto, fuori dalle mura di cinta di casa
Poggi, una bici da donna nera.
La difesa poi dice che Chiara avrebbe potuto spegnere ed accendere l’allarme quattro
volte causa dei gatti. Ma la mamma di Chiara, Rita dice: “… i gatti non miagolano
quasi mai per attirare la nostra attenzione per entrare in casa. È capitato viceversa
che la mattina presto o durante la notte Piuma iniziava a miagolare facendo capire
che voleva uscire. In questo caso mi alzavo e disattivando l’allarme, le aprivo la
porta d’ingresso per farla uscire. Era questo l’unico modo per tranquillizzarla e
continuare a dormire. I gatti che nel corso della giornata stanno fuori dall’abitazione,
dormivano sempre all’interno: Minù nel locale adibito a garage e Piuma sui nostri
letti, preferibilmente su quello di Chiara, alla quale era particolarmente affezionata.
Poteva capitare che uno dormisse fuori, ma ciò avveniva solo quando nell’andare a
letto notavamo che mancava all’appello. In questo caso inserivamo l’allarme e
andavamo a dormire senza pensarci oltre.
Un vicino di casa Stasi, avrebbe detto di aver udito il rumore dell’auto di Alberto
Stasi verso 1.00 di notte di quel 13 agosto 2007; è vero però che dall’1.00 all’1.52, lo
Stasi avrebbe avuto tutto il tempo di tornare da Chiara, visto che in auto si impiega
solo qualche minuto da una casa all’altra, poi in un interrogatorio dell’11 settembre
2007, quando ancora non si sapeva nulla dell’allarme, la mamma di Chiara dice: “…
il 14 o il 15 agosto, non ricordo esattamente la data, quando mi sono incontrata con
Alberto Stasi, mi raccontava che si sentiva in colpa per aver lasciato sola Chiara la
notte tra il 12 e il 13 Agosto per andare a casa sua ad accudire il cane che aveva
paura del temporale. Nella circostanza precisa di essere poi andato via tra 1.30 e le
2.00…”.
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Alla mamma di Chiara lo Stasi racconta ciò, però a tutti gli interrogatori risponde di
essersene andato dalla casa della fidanzata all’1.00… perchè Alberto le avrebbe
dovuto raccontare una bugia?
5.2. PARTE CIVILE: LA RICOSTRUZIONE DELL’OMICIDIO DI CHIARA IN
NOVE MINUTI
La parte civile decide di cimentarsi nell’esperimento della ricostruzione
dell’omicidio di Chiara, che viene effettuato proprio nell’abitazione della famiglia
Poggi, e lo fa ideando una “recita” con due attori, che impersonano appunto Chiara
Poggi ed Alberto Stasi. In questa prova vengono considerate le abitudini di Chiara,
dei due fidanzati e di tutti gli altri elementi utili emersi al giorno dell’esperimento.
La difesa ipotizza che Chiara si alza probabilmente dal divano della sala dove c’era il
televisore acceso e cose rimaste della colazione che stava consumando, perché
qualcuno aveva suonato alla porta. Risponde al citofono poi va in cucina dove la
famiglia solitamente tiene la chiave con cui viene disinserito l’allarme e la infila per
disinserirlo, sono le ore 9.12. Da qui, la difesa fa partire il cronometro del tempo.
Chiara apre la porta lasciando alle sue spalle la porta socchiusa perché sa bene chi e
perché. Aveva appena risposto al citofono quindi sapeva chi era e probabilmente era
qualcuno di famigliare a lei, perché apre la porta per ricevere l’ospite ancora con il
pigiama da notte indosso. Essendo una ragazza timida e riservata, come tutti
descrivono, non avrebbe probabilmente mai aperto la porta ad un estraneo
indossando un abbigliamento intimo. Apre poi la porta finestra della cucina (imposta
finestra spalancata, inferiata abbassata e zanzariera tirata) per far luce nel luogo dove
avrebbe accolto l’ospite e per far uscire ed entrare i gatti da casa. Si accomodano in
cucina sedendosi, anche perché le sedie di questo locale sono state trovate non
accostate ordinatamente al tavolo, ma scostate dallo stesso, i due litigano
furiosamente portandosi nel corridoio. Lo Stasi la colpisce, Chiara perde i sensi
giacendo a terra, poi lo Stasi si siede sul divano per qualche minuto, forse per
pensare o riflettere. Stasi si alza dal divano, trascina il corpo di Chiara verso la porta
a soffietto che porta alla cantina e vedendo che non è morta le infierisce i colpi finali
e la butta giù dalle scale. Lo stasi richiude poi la porta scorrevole si porta di fronte ad
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essa in bagno, si lava, pulisce il lavandino, il rubinetto e il dispencer del sapone
liquido, si asciuga, prende l’asciugamano, che infatti mancava al momento del
sopralluogo, va in cucina, prende lo zaino dove infila l’asciugamano, prende gli
occhiali da sole ed esce di casa. Prende poi la bicicletta e, ipotizzando il percorso più
lungo, si reca verso casa sua. Il percorso da casa Stasi a casa Poggi è di circa 2 KM e
100 MT, ed è quello meno frequentato, inoltre l’attore che impersona Alberto Stasi
ha il doppio degli anni dello stesso Stasi.
La difesa con questo esperimento prova un omicidio in 9 minuti. Questo mette in
evidenza come eventualmente lo Stasi avesse il tempo necessario per assassinare la
sua fidanzata in un lasso di tempo ristretto e nel quale lui non ha un alibi e cioè dalle
9.12 ora in cui è stato provato il disinserimento dell’allarme e le 9.35 orario nel quale
Stasi accende il suo computer portatile.
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CAPITOLO 6. L’unico indagato: Alberto Stasi
6.1 L’ALIBI DI ALBERTO STASI
Il computer portatile e la tesi, sono sempre stati gli elementi oggettivi, che avrebbero
regalato l’alibi ad Alberto Stasi. Come è emerso dalle perizie, lo Stasi avrebbe infatti
acceso il suo computer alle ore 9.36 del 13 agosto 2007 e dopo aver visionato per 44
minuti, foto pornografiche, e quindi alle 10.30 avrebbe incominciato a lavorare sulla
sua tesi di laurea. Avrebbe così lavorato alla sua tesi fino alle 12.20 di quella mattina.
Dalle perizie informatiche risulterebbe che al file della tesi del giorno prima si erano
aggiunti 645 caratteri e che lo Stasi avrebbe fatto salvataggi frequenti, mediamente
ogni otto minuti.
È vero che questi elementi informatici sono oggettivi, ma è pur vero che chiunque
avrebbe potuto essere davanti a quel computer al posto di Stasi. Alberto avrebbe
potuto anche scrivere di suo pugno una parte della tesi su dei fogli qualsiasi e averli
consegnati ad un altro soggetto ed averlo poi incaricato di battere quei 645 caratteri
distribuendoli nel tempo ed arrivare alle 12.20; ed averlo incaricato di svolgere le
medesime sue abitudini e di effettuare quei frequentissimi salvataggi. Questo
ovviamente configurerebbe un delitto premeditato e studiato nei minimi dettagli.
Un altro elemento che sembrerebbe confermare l’alibi dello Stasi sarebbe una
telefonata arrivata al telefono di rete fissa di casa Stasi alle ore 09.47 di quella
mattina da parte della mamma di Alberto, che in quel momento si trovava in vacanza
con il marito. Anche qui il dubbio rimane… quale fosse stata la conversazione, e tra
quali interlocutori, sempre supponendo che questa conversazione ci sia stata e che
entrambi gli interlocutori abbiano effettivamente conversato. La telefonata poteva,
come non poteva, essere un marchingegno per alimentare il suo alibi.
Alle 13.27 Alberto telefona dalla sua abitazione a casa della fidanzata, qualcuno alza
il ricevitore per pochi istanti, per esattamente quattro secondi. Le indagini hanno
comunque stabilito che sicuramente Chiara a quell’ora era già morta.
Si è potuto pensare per un istante che la telefonata partita da casa Stasi avesse
attivato il sistema di antifurto di casa Poggi, che era stato disattivato dalla vittima alle
9.12. Per attivare l’allarme a distanza, però, si doveva eseguire un’ulteriore telefonata
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sulla rete fissa di casa Poggi nei 30 secondi precedenti. Ovviamente, questa
telefonata bis, nei tabulati non compare. Ciò potrebbe far pensare alla presenza di
un’altra persona a casa Poggi. Dopo questa telefonata con “ricevuta risposta”,
Alberto, ritelefona altre sette volte al numero di rete fissa di casa Poggi in due
minuti. Come mai, Alberto riprova ben sette volte a richiamare su rete fissa e non
prova sul cellulare della fidanzata, e perché è così apparentemente preoccupato… o
non lo è? Stasi sostiene di non aver litigato con Chiara la sera prima e allora se era
tranquillo, perché poi si accanisce per cercarla telefonicamente? Perché si preoccupa
che la fidanzata non gli risponde? Non poteva pensare che aveva dimenticato il
cellulare a casa e che era uscita, magari per fare la spesa o magari che si era recata da
un’amica? Se capitasse a voi pensereste ad una tragedia in atto ? non credo! Ad
ognuno di noi penso sia capitato di non riuscire a contattare via filo un famigliare, un
fidanzato/a, un amico/a… e che questi non abbia risposto per i motivi più semplici,
ma di certo non abbiamo collegato la mancata risposata ad una preoccupazione quasi
fobica o ancora peggio alla consumazione di un delitto. Alberto Stasi era preoccupato
di cosa?
6.2 LE CUGINE DI CHIARA, LE “GEMELLE K”: STEFANIA E PAOLA CAPPA
Il settimanale “Sorrisi e canzoni” ha rivelato che le due gemelle Stefania e Paola
Cappa, le due cugine di Chiara Poggi, erano interessate a fare televisione, per questo
hanno partecipato a diversi provini con l’aspirazione di poter entrare in qualche
programma di Mediaset, tra i quali il programma “veline” la trasmissione di Antonio
Ricci per canale 5 volta alla ricerca per le due ragazze immagine per “striscia la
notizia” e per “il gioco dei nove”, ideato anni fa dal celebre Raimondo Vianello. Le
due gemelle vennero anche convocate per partecipare al programma “Dance it”
programma in onda su Italia Teen Television, alla fine però non vennero scritturate.
Paola Cappa, la più spigliata nella vita e innanzi alle telecamere dichiara di aver
realizzato uno spot tele promozionale per Disney Channel.
Le due cugine sono state nella mira di riflettori e chiacchiere maligne, accusate di
aver cercato notorietà attraverso foto mai scattate nella realtà; discussi fotomontaggi
dove le due gemelle appaiono a fianco di personaggi famosi, quali attori, ma anche di
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personaggi di cronaca nera, come per esempio Pacciani, la Franzoni, la nave
TITANIC mentre affonda… Infine hanno creato un fotomontaggio con l’immagine
della cugina Chiara. Quest’ultimo è stato appeso dalle gemelle nei giorni successivi
al delitto alla cancellata di casa Poggi, insieme a dei fiori. Fotomontaggio questo che
ha creato molto scompiglio e sgomento tra l’opinione pubblica. Ciò perché le cugine
in principio hanno raccontato una grande bugia sulla foto con Chiara. La gemella
Paola Cappa commenta sulla rivista “OGGI” la foto con queste parole: “… è
un’immagine che risale a cinque anni fa, all’unica vacanza che abbiamo fatto
insieme. Eravamo tutte e tre a Loano, ospiti di una zia. Una delle cose più divertenti
era la sera prima di uscire, quando dovevamo decidere come vestirci, come truccarci
e farci belle. Chiara stava al gioco. Una sera l’abbiamo sfidata. “dai” le abbiamo
detto, “mettiti un bel top colorato che ci facciamo fare qualche bella foto”; e quando
lei ha preso dal cassetto quella camicetta rossa, io e Stefania subito ne abbiamo scelta
una dello stesso colore. È nata così la foto che io e mia sorella abbiamo portato
davanti a casa di Chiara, il giorno in cui l’hanno massacrata. È un’immagine bella e
pura che difendo come un mio tesoro personale…”.
Questa foto però, in realtà non è mai stata scattata. Le due gemelle hanno preso una
foto dove c’erano tutte e due, poi con il computer hanno aggiunto l’immagine della
cugina Chiara, hanno dipinto di rosso l’asciugamano che le avvolgeva il corpo e le
hanno messo gli orecchini. È inoltre molto strano che le cugine (in particolare
appunto Paola) abbiano descritto il loro rapporto con Chiara, come un rapporto non
parentale, ma confidenziale e di amicizia, quando la migliore amica di Chiara,
Maristella, lo smentisce; ma non solo… se fosse vero che il rapporto tra le tre cugine
era così confidenziale, perché sono dovute ricorrere ad un fotomontaggio per avere
una foto tutte e tre insieme?
È veramente molto strano che le due sorelle, così amorevolmente attaccate alla
cugina Chiara, proprio nel giorno del suo massacro, abbiano pensato come prima
cosa, di inscenare una così macabra farsa. Allora mi sembra lecito pensare che la
voglia di notorietà, di televisione, di fama abbia di gran lunga superato il dolore solo
verbalmente manifestato dalle due sorelle. Tutto questo costituisce veramente uno
sfondo cinico e macabro sulla vita delle “gemelle K”.
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Una delle cosiddette “gemelle K”, Stefania, ad una domanda a lei posta su Alberto
Stasi dal Corriere, risponde: “… Alberto? Non lo vedo dal funerale di Chiara e
francamente non vorrei incontrarlo. Poi adesso non vivo più a Garlasco…”.
Si coglie un astio particolare tra Alberto e Stefania Cappa.
Dalle varie dichiarazioni di Alberto Stasi rese informalmente e dal contenuto delle
806 pagine di verbali di intercettazioni telefoniche effettuate sul suo cellulare, appare
un Alberto puntiglioso che mostra riserve sul lavoro superficiale svolto dagli
investigatori e mette negativamente in risalto le due “gemelle K”, parlando in
particolare di una stampella come possibile arma del delitto di Chiara. Questa
stampella apparterrebbe ad una delle cugine, Paola, che dopo un percorso dedicato
all’anoressia, proprio due giorni prima del delitto, avrebbe tentato il suicidio, con il
solo risultato di essersi rotta una gamba.
Voglia di attirare l’attenzione da parte di Paola verso la famiglia? Un vero tentativo
di farla finita per portare via con se un segreto, una vergogna una paura? Sensi di
colpa?
Il 30 di aprile 2008, Stasi dopo aver dialogato con uno dei suoi avvocati, Giuseppe
Colli, in merito all’esito di un esame scientifico effettuato sui capelli ritrovati in una
delle mani di Chiara, tiene una conversazione telefonica anche con la madre,
Elisabetta Ligabò.
Lo Stasi dice: “… si! Cioè, quello con il bulbo era di Chiara! ... E gli altri non si
riesce a tirar fuori niente per il momento…”.
La madre risponde: “… ho capito…”
Stasi: “… vabbè niente peccato! Ah, però un capello sembra tinto! ...”
La madre: “… mm, speriamo! Lo controllano comunque? ...”
Stasi: “… si, si e speriamo che sia di quella t… della Cappa!” lo ripete due volte.
La madre: “… eh, davvero, va bene, ok…”.
Alberto Stasi, ha sempre mostrato astio nel parlare delle cugine di Chiara, sentimento
che viene rimarcato anche in un’altra conversazione che Alberto ebbe il 20 novembre
2007 con Marco Panzarasa, ex compagno di liceo di Albero e suo migliore amico.
Stasi: “ ma che c…. vuole la Stefania Cappa?!...”. Frase quest’ultima pronunciata da
Alberto Stasi, in relazione all’uscita sul mensile “Chi” di un servizio fotografico che
aveva per oggetto Alberto Stasi in compagnia di amici durante una serata di
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divertimenti. Stefania Cappa della pubblicazione di questo servizio avvertì un’amica
di Alberto.
La conversazione di Stasi con il suo migliore amico continuò come di seguito.
Stasi: “… quella lì deve soltanto stare attenta che gli vengano a sequestrare le
macchine, le biciclette, le stampelle... altro che la fotografia… non mi parlare di
quelle li che mi viene la pelle d’oca solo a pensarci…”.
Prosegue poi un dialogo dove si coglie un Alberto molto adirato, anche con gli
investigatori, dove lui stesso si sente “perseguitato”.
Stasi: “… mentre di altri…”
Panzarasa, l’amico: “… si è visto che su di loro (le gemelle Cappa), non hanno fatto
praticamente un c…”
Stasi: “… sì, vanno li, perquisizione, tre scontrini! ... e quella è una perquisizione?
...”.
Poi Alberto continua la telefonata raccontando un pettegolezzo che non ha trovato
fondamento sempre sulle “gemelle K”.
Stasi: “… mi hanno detto che hanno beccato una delle due con la madre a rubare al
Famila (centro commerciale)… vi rendete conto con chi avete a che fare?... sono
degli angeli di Garlasco… non ho parole…”.
L’accanimento di Alberto è verso le “gemelle K”, e in particolare verso le stampelle
di una delle due cugine, di cui aveva già ampiamente parlato anche ai suoi avvocati.
È infatti il 7 ottobre 2007, quando Alberto riferisce di una lettera che è in suo
possesso e sostiene che chiederà al suo consulente tecnico, il Professor Francesco
Avato, se esiste la possibilità che Chiara sia stata colpita con una stampella. Una
supposizione rivelata nella lettera stessa. Ma stasi si chiede: “… ma perché non
vanno nemmeno a controllare?! ...”.
Alberto Stasi ancora una volta è scoraggiato e arrabbiato per l’elaborato degli
investigatori ed oltretutto si rende conto di essere intercettato senza sosta e così nelle
sue telefonate si prende gioco degli investigatori: “… salutiamo il maresciallo…
salutiamo i tele ascoltatori…”.
Il 7 giugno 2008, il miglior amico di Stasi, Marco Panzarasa, insieme ad alcuni amici
sta assistendo ad un concerto di Vasco Rossi allo stadio di San Siro (Milano).
Alberto telefona a Marco anche dopo il concerto e dice: “… prima si sentiva tutto lo
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stadio che cantava… e allora ho pensato, e adesso come fa il vicebrigadiere a
trascrivere tutta la telefonata?... (ride)…”.
Marco Panzarasa: “… io al tuo posto parlerei in inglese vecchio…”.
Stasi: “… guarda che io e la Sere (Serena) ci mandiamo gli sms in inglese quasi
sempre… (ride), in tedesco no, è eccessivo… mi sa che hanno dovuto nominare un
perito! ...”.
Ciò che colpisce senza ombra di dubbio, è che in tutti i dialoghi di Alberto si colga in
modo così spiccato l’assenza di parole d’affetto, di tristezza, di dolore etc… per la
sua amata fidanzata che lui stesso, nell’intervista al programma “Matrix” andato in
onda su canale 5, definisce “... Chiara, tutta la mia vita…”.
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CAPITOLO 7. Dalle indagini preliminari al processo per Alberto Stasi
7.1 LA SCELTA PROCESSUALE DI ALBERTO STASI: IL RITO ABBREVIATO
“ … i processi si possono fare con le prove o con gli indizi. È evidente che il nostro
sarà un processo che andrà avanti con gli indizi, in mancanza di prove certe.
Ammesso che ci sarà, un processo…”. Ciò è stato detto dal Procuratore della
Repubblica di Vigevano Alfonso Lauro durante un’intervista a TGcom.
Un anno e cinque mesi circa dopo il delitto di Chiara Poggi, si arriva al 24 febbraio
2009 all’udienza preliminare, tenuta dal GUP Vitelli Dottor Stefano, nella quale si
doveva decidere per il rinvio a giudizio dell’unico indagato di questo delitto o
l’archiviazione del caso.
Durante la suddetta udienza è stato deciso il rinvio a giudizio per Alberto Stasi con
l’accusa dell’omicidio della sua fidanzata, uccisa nella sua villetta di Garlasco in via
Pascoli il 13 agosto 2007.
La famiglia Poggi si costituisce parte civile.
Il 28 marzo 2009 Alberto Stasi chiede di accedere al rito abbreviato. Quest’ultimo è
infatti un atto personale che deve essere chiesto personalmente dall’imputato; esso
consente di evitare il dibattimento e di arrivare a sentenza nell’udienza preliminare
con la presenza di un solo giudice.
Questa scelta, fatta dallo Stasi senza tradire nessuna emozione, sembra essere una
strategia consigliata dal Capo Collegio difensivo, Angelo Giarda (Milano) per avere,
nel caso di sentenza a suo sfavore, la pena massima di trent’anni riuscendo a
dimostrare che tanti indizi non fanno una prova e che il Giudice Vitelli non ha la
verità in tasca. Questa scelta è anche un azzardo perché la difesa rinuncia a giocarsi
tutte le sue carte, ma il vantaggio è che le accuse rimangono congelate e soprattutto
prima di far finire in carcere l’imputato, l’eventuale condanna è appunto di 1/3 e
quindi arriva ad un massimo di trent’anni e va confermata in cassazione.
Dall’università di Pavia, dove si studia diritto da 1200 anni e dove si laureò Cesare
Beccaria, il Professor Vittorio Grevi (docente di procedura penale) esprime un suo
parere sul processo penale e sul rito abbreviato. “… il rito abbreviato è un giudizio
speciale all’interno del Codice di Procedura Penale, con il quale l’imputato chiede di
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essere giudicato in sede di udienza preliminare allo stato degli atti, sulla base degli
elementi raccolti durante la fase preliminare e naturalmente rinuncia al dibattimento:
sarà giudicato da un giudice unico e non da una corte (nel suo caso Corte d’Assise) e
a porte chiuse a meno che non consenta l’imputato di essere giudicato in pubblico. Il
rito abbreviato, a differenza dal patteggiamento, non comporta ammissione di
colpevolezza, ma di solito viene richiesto dall’imputato quando sono è gravato da
prove alle quali non può sperare di ottenere un proscioglimento, ma anche quando le
prove non sono sufficienti e quindi ci si auspica ad una sentenza di proscioglimento,
anziché di condanna e comunque il rito abbreviato non è un azzardo perché c’è lo
sconto della pena di 1/3…”.
Il giudice Stefano Vitelli all’accusa e alla difesa risponde: “… fate bene il vostro
lavoro e io farò il mio e ricordiamoci che Alberto Stasi è da considerarsi presunto
innocente fino al decadimento “provato” di questa presunzione…”.
Il giudice Vitelli fa quindi una premessa non usuale, che tutto fa presupporre
all’imparzialità dello stesso (Art. 111 della Costituzione).
Alla difesa viene chiesto come mai è stato scelto il rito abbreviato dall’imputato e
l’avvocato Giarda spiega che i motivi sono essenzialmente tre:
•
Il presupposto iniziale è che il collegio era ed è convinto della innocenza di
Alberto Stasi.
•
Che le prove a suo carico erano e sono insufficienti e che degli indizi non
sono sufficienti a condannare Alberto Stasi “al di là di ogni ragionevole
dubbio”. I due organi del PM (Muscio dottoressa Rosa e Michelucci dottor
Claudio) hanno constatato che il materiale probatorio non era sufficiente già
allo stato degli atti e quindi insufficiente per la condanna.
•
La pressione mediatica, così penetrante, così incisiva e così diffusa rendeva
difficoltoso al collegio trovare sei giudici popolari che non fossero già in
qualche misura condizionati dall’analisi della requisitoria del Pubblico
Ministero alla fine dell’udienza preliminare.
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7.2 LE UDIENZE DEL PROCESSO CON RITO ABBREVIATO. PRESIEDE IL
GUP VITELLI DOTTOR STEFANO
1° UDIENZA: 24 febbraio 2009
Nell’udienza preliminare presieduta dal GUP Vitelli dottor Stefano si decide per il
rinvio a giudizio di Alberto Stasi. La famiglia Poggi si costituisce parte civile.
Alberto Stasi il 28 marzo 2009 si avvale del diritto di scegliere il rito abbreviato.
2° UDIENZA :18 aprile 2009
Il PM Rosa Muscio chiede per Alberto Stasi accusato di omicidio aggravato dalla
crudeltà, il massimo della condanna per il rito abbreviato cioè trent’anni. Inizia il
processo con rito abbreviato a porte chiuse, come scelto dallo stesso Stasi. Si discute
degli indizi principali a carico dell’imputato (vedi capitolo 4) fino a quel momento
trovati.
Si discute in particolare del computer portatile di Stasi, del quale la difesa sostiene
che non può essere una prova, visto che appena sequestrato dai carabinieri quel
computer era stato più volte aperto , con la conseguente alterazione della
configurazione e delle tracce.
3° UDIENZA: 28 aprile 2009
Prendono la parola per le repliche il PM Rosa Muscio e il legale di parte civile
Gianluigi Tizzoni. In questa udienza i riflettori sono puntati sulla tesi di Alberto Stasi
e cioè sull’alibi dello stesso.
Secondo il collegio di difesa di Alberto, quella mattina del 13 agosto 2007, avrebbe
lavorato alla tesi, come ha sempre sostenuto. A dimostrarlo sarebbero le stampate di
circa 5.000 caratteri di differenza nel lavoro accademico tra il 12 e 13 agosto 2007.
4° UDIENZA: 30 aprile 2009
In questa udienza il GUP Stefano Vitelli ordina altre perizie “superpartes” su tre
punti: orario della morte, la possibilità di non sporcarsi le scarpe sul pavimento della
scena del delitto, e sul computer portatile di Alberto Stasi.
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5° UDIENZA: 24 OTTOBRE 2009
Riparte il processo di Alberto Stasi con l’analisi delle “super perizie”.
“… dura battaglia sulle perizie… ci sono state grandi aspettative per queste perizie,
io penso ci siano state troppe soggettivazioni e troppe omissioni a svantaggio della
nostra tesi…”, a sostenerlo è l’avvocato della parte civile Gianluigi Tizzoni.
Il GUP Stefano Vitelli esaminerà ancora una volta tutti gli elementi sottoposti alle
perizie super partes, da lui richieste, e riascoltare accusa e difesa per giungere alla
sua sentenza.
UDIENZA FINALE: 17 DICEMBRE 2009
In base al 2° comma dell’ART. 530 del Codice di Procedura Penale, il Giudice
Stefano Vitelli proclama la non colpevolezza di Alberto Stasi per mancanza,
insufficienza o contradditorietà della prova. Alberto Stasi viene quindi assolto, ma
con un’assoluzione relativa e non assoluta, infatti il GUP lascia una strada aperta,
quella del ricorso in Corte d’Assise d’Appello. Questa strada potrà essere percorsa
sia dall’accusa che dalla parte civile. Ciò si potrà fare dopo un tempo di novanta
giorni, nei quali il Giudice Vitelli produrrà le motivazioni per la decisione presa.
Giunti quindi a più di due anni dal giorno del delitto di Chiara Poggi, il giallo
rimane ancora senza colpevole.
7.3
90
GIORNI DOPO
L’ASSOLUZIONE
DI ALBERTO STASI,
LE
MOTIVAZIONI DEL GUP STEFANO VITELLI
Dopo 90 giorni dall’assoluzione di Alberto Stasi, il Giudice Stefano Vitelli esplica in
modo dettagliato le motivazioni inerenti il verdetto espresso: “… un complessivo
quadro istruttorio da considerarsi contraddittorio e altamente insufficiente a
dimostrare la colpevolezza dell’imputato…”.
La sentenza che ha portato il GUP di Vigevano all’assoluzione dell’ex fidanzato
della vittima, Chiara Poggi, ricostruisce il delitto demolendo la ricostruzione fornita
dall’accusa.
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Mancanza del movente: l’accusa ha sempre sostenuto che il movente del solo
fin’ora imputato dell’omicidio fosse quello che Chiara, la sera prima dell’omicidio
(il 12 agosto 2007), nel copiare sulla sua chiavetta USB le foto di Londra fatte con il
fidanzato nel mese di luglio del medesimo anno, si fosse imbattuta su foto o video
porno e/o pedopornografici e che l’avessero turbata al tal punto da generare una
violenta discussione. Il GUP invece sostiene che “… non c’è congrua prova del
movente…” in quanto, continua il GUP, “… il ragazzo era un grande appassionato
di contenuti pornografici ed in specie di immagini pornografiche, di cui lo stesso
infatti aveva una collezione (di diverso genere) sicuramente imponente… Chiara
Poggi quella sera sicuramente non poteva aver visto sul portatile in uso al proprio
fidanzato né immagini di natura pedopornografica, né video di natura
pedopornografica, né video di natura pornografica… la passione di Stasi per la
pornografia era conosciuta da Chiara già da tempo. Dunque, l’avere eventualmente
visto immagini di contenuto pornografico sul PC in uso al proprio fidanzato quella
sera non avrebbe comunque dovuto rappresentare un significativo elemento di
novità e di sorpresa per la ragazza…”.
Interventi devastanti sul PC di Alberto Stasi: l’intervento investigativo eseguito
dai Carabinieri sul computer dell’imputato avrebbe causato “… effetti devastanti in
rapporto all’integrità complessiva dei supporti informatici. Il collegio peritale
evidenziava che le condotte corrette di accesso da parte dei Carabinieri hanno
determinato la sottrazione del contenuto informativo con riferimento al PC di
Alberto Stasi pari al 73,8% dei files visibili (oltre 156.000) con riscontrati accessi su
oltre 39.000 files…”.
Chiara uccisa dopo le 9.12: i PM Rosa Muscio e Claudio Michelucci e cioè
l’accusa, hanno sempre sostenuto che il decesso fosse avvenuto dopo le 12.20 di
quel 13 agosto 2007; anche in questo caso il giudice Vitelli ribalta la tesi
dell’accusa, avvicinandosi a quella della parte civile e asserisce: “… è più che
ragionevole che la morte della ragazza si collochi nel lasso temporale
immediatamente successivo alla disattivazione dell’allarme perimetrale avvenuto
alle 9.12…”.
L’aggressione a Chiara: “… le più che abbondanti pozze di sangue che scendono a
partire dal quarto gradino, consentono di affermare con ragionevole certezza che la
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durata complessiva dell’aggressione non si è ridotta in un atto fortemente
concentrato nel tempo ma ha richiesto almeno alcuni diversi minuti.
Capitolo 8. Il processo mediatico
8.1 ALBERTO STASI E IL PROCESSO MEDIATICO
Il delitto di quel 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli e l’attenzione mediatica
che ne è conseguita, hanno sconvolto da quell’estate la piccola cittadina in provincia
di Pavia: Garlasco.
Domenica 23 settembre 2007, 41 giorni dopo il delitto, quando il giovane
Bocconiano è uscito dalla caserma dei Carabinieri, dopo un lungo interrogatorio
sull’omicidio della fidanzata, ad aspettarlo fuori sul ciglio della strada, era presente
un fiume di cittadini che lo insultavano con parole forti e sprezzanti come:
“assassino… bastardo…”. Nella piccola Garlasco l’atmosfera si è fatta subito
pesante, gli abitanti sono impazziti di rabbia ma allo stesso tempo sono increduli;
increduli nel prendere in considerazione la possibilità che un fidanzato così “a
modo” possa aver ucciso così crudelmente quella dolce ragazza che lui stesso ha
dichiarato “essere tutta la mia vita”.
Alle domande incalzanti dei magistrati, Alberto Stasi risponde spesso con frasi
imprecise e confuse: “… non so, non ricordo, non so niente, non ho fatto nulla…
quello che so ve l’ho già detto… quello che ho fatto ve l’ho detto… non lo so, io
non ho preso quella bici…”.
Alla pioggia di accuse popolari, lo Stasi invece non risponde praticamente mai, se
non con qualche timida e fredda parola di indifferenza. Parole, le sue, né di risposta
né di spiegazione; si intravede sempre un Alberto stizzito, freddo ed evitante, che
spesso cela il suo sguardo tra occhiali da sole scuri e cappellino con visiera di colore
nero.
Questo tipo di atteggiamento ha creato nelle persone che incontrava in veste di
giornalisti o curiosi, un’immagine negativa di Alberto, e quest’appunto per il suo
modo di essere così ombroso e scostante.
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Forse il giovane Bocconiano non ha considerato che quelle persone che lo
tempestavano di domande, in realtà erano i pilastri portanti della costruzione della
sua immagine che avrebbe attraversato come una freccia l’opinione pubblica.
E’ vero che i giornalisti sono spesso impiccioni, fastidiosi e che a volte non
riportano fedelmente la verità di fatti, ma è anche vero che siamo circondati sia dai
giornalisti che dai paparazzi, che sono autori della storia di tutti i giorni; sono
proprio loro che attraverso i mezzi d’informazione ci fanno partecipi di ciò che
accade vicino e lontano dalle nostre vite.
Con il suo comportamento Albero ha reso molto facile la fantasia e il lavoro dei
giornalisti. Ha lasciato loro carta bianca, gli ha lasciato la possibilità di scegliere
come dipingere il quadro bianco. In questo modo quindi l’opinione pubblica non ha
potuto valutare con oggettività personale la verità di imputato, ma si è dovuta
affidare alla sola verità narrata dai mezzi d’informazione.
Alberto si è precluso la possibilità di avere un pubblico che lo sostenesse, che gli
donasse il beneficio del dubbio.
Alberto, inoltre a sottovalutato il fatto che i predatori della notizia, sono sempre
all’ascolto, attraverso anche intercettazioni di canali radio, come per esempio quelli
del 118 (e se riescono di altre), per riuscire ad aggiudicarsi gli accadimenti più
esclusivi, per cercare di essere i primi ad arrivare sul posto del fatto per gettarsi sulla
preda, “rubando” fotografie e parole allo scopo di lanciare la notizia in radio, alla
redazione del giornale o alla televisione di appartenenza.
È così che Alberto Stasi è stato processato dal suo pubblico. Giustamente?
Ingiustamente? Questa è una domanda difficile alla quale rispondere. È umano che
tutte le persone, abbiano pregiudizi, conoscano, provino emozioni, ed elaborino il
pensiero. È quindi scontato che nel bene o nel male, giustamente o non, gli individui
formino e diano voce alla loro opinione su fatti, cose e persone.
Alberto Stasi è stato quindi dipinto con tratti lombrosiani, dalla maggioranza
dell’opinione pubblica, che infatti l’ha denominato “il biondino da gli occhi di
ghiaccio” freddo e impassibile; come se questa etichetta lo trasformasse nell’autore
di quel crudele assassinio.
Alberto Stasi dopo una totale chiusura, anche per quanto ha riguardato il processo
con rito abbreviato che infatti si è svolto per suo volere a porte chiuse, ha concesso
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un’intervista molto lunga alla trasmissione di Mediaset: “Matrix”, andata in onda
subito dopo la sentenza di assoluzione del GUP Stefano Vitelli.
In questa intervista Alberto Stasi è apparso vestito semplicemente, come era di suo
consueto: jeans, una camicia e un pullover di colore verde. Un Alberto che si ritrova
spesso ritratto in questo modo nelle foto scattate in differenti occasioni con la sua
fidanzata Chiara. Un Alberto che appare, come sempre, composto, educato, formale.
Nello scorrere i suoi ricordi, nel rivedere le foto o il filmato della laurea di Chiara,
gli occhi del suo fidanzato non piangono, la voce non trema il suo corpo non si
muove.
Una risposta di Alberto ha particolarmente carpito la mia attenzione. Il conduttore
dell’intervista gli ha domandato quale fosse stata la cosa che gli avesse arrecato più
dolore da quel 13 agosto 2007 ed Alberto avrebbe risposto che ciò che gli aveva
fatto più male erano le continue accuse mosse nei suoi riguardi e che avesse passato
ingiustamente quattro giorni in prigione e che per due anni era stato costretto a
vivere una vita da colpevole anche se non lo era.
Penso che se avessero se da innocente mi fossi forse trovata al suo posto, io avrei
risposto che la cosa più dolorosa era non avere più Chiara, di non poterla più vivere,
di non potere più avere quello che era per me “la mia vita” (come l’ha definita
Alberto). Quello che è certo, oggettivo e quindi riscontrabile è che nel testo delle
telefonate intercettate di Alberto Stasi che colloquiava con amici e parenti, non
appaiono mai parole per la sua fidanzata scomparsa, a differenza invece dei genitori
di Chiara, che non mancavano mai di parlare al telefono della loro amata figlia.
Forse però il romanticismo e la mia sensibilità hanno alimentato il mio
pregiudizio… o forse no?
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CONCLUSIONE
Chiara Poggi, giovane ragazza, brillante, solare, che aveva tutta una vita davanti.
Una dolce ragazza alla quale ingiustamente è stato rubato un futuro tutto da
costruire.
A Chiara voglio solo dedicare una canzone.
Auguro a tutta la sua famiglia e alle persone che davvero l’amavano di poter
continuare a nutrire fiducia nella giustizia.
“RAGAZZA OCCHI CIELO”
Io non ho mai dimenticato quello che ho fatto da me,
lascerò questo triste porto, e porto via dolori da qui.
Io non ho mai cancellato il dolore che ho dentro da un pò,
non c’è riposo mio migliore, e riposo del dopo viaggiare con me, con me, con
me, con me
viaggio con me
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voglia mia di vita,
voglia di una colpa,
voglia di perdono,
voglia di calore umano,
voglia di partire,
voglia di sapori buoni,
voglia di sognare forte,
voglia di star bene,
nel mio viaggio ho solo posto per me,
e nel mio viaggio ho solo posto per me, per me, per me, per me, per me.
Questa ragazza occhi cielo, questa ragazza ha un’idea,
e partorire tra le stelle, un giorno quando sarà
libera e fiera di sè, già sicura del nome che avrà,
questa ragazza occhi cielo, non avrà male mai più, mai più, mai più, mai più,
mai più, mai più, mai più
voglia di una stanza,
voglia di silenzio,
voglia di saltare,
voglia di colore chiaro,
voglia di partire,
voglia di silenzio,
voglia di star bene,
voglia di conoscer pace,
e nel mio viaggio ho solo posto per me,
e nel mio viaggio ho solo posto per me, per me, per me, per me, per me per me,
per me.
Questa ragazza occhi cielo
Biagio Antonacci: ha conquistato anche me
(testo della canzone di Biagio Antonacci, scritta per Loredana Errore “AMICI”)
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Bibliografia
Buquet, Alain, “manuale di criminologia moderna: la scienza e la ricerca delle
prove”, Edizioni Associate, 2004.
Fortunato S., “senso e conoscenza nelle scienze criminali”, Colacchi, L’Aquila, 2007.
Alibrandi L., Corso P., “i nuovi Codice Penale e codice di Procedura Penale e le leggi
complementari”, Editrice La Tribuna.
Frison R.,Guerzoni M., Roffi G., Rubin S., “Manuale di scienze criminologiche”
(volume I, II, III), Editore Marco Del Bucchia.
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Sitografia
www.cortedeiconti.it
www.criminologia.it
www.criminologia.com
www.detcrime.it
www.opinionepubblica.org
www.tg5.mediaset.it/cronaca
www.il giornale.it
www.corriere.it
www.laprovinciapavese.it
www.matrix.mediaset.it
www.portaporta.it
www.wikipedia.it
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