Innesti - Cino Zucchi Architetti

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Innesti - Cino Zucchi Architetti
Innesti
“E' spiacevole che al grido della palingenesi: “Natura, natura!” (nel qual grido si colgon per altro toni giustissimi) certuni
abbiano ricusato di prendere a considerare con serenità i fenomeni dell'artificio o vita meccanica. Una centrale telefonica
automatica; una stazione radio; un palcoscenico moderno costituito dalle più artificiose disposizioni meccaniche,
fotogeniche, elettriche: non sono men reale natura che il sulfuroso vulcano, o l'arido greto del torrente, o lo sterco delle
bestie quadrupedi, o bipedi. (...) E il moderno caseificio non è men naturale dei cestelli dove Polifemo lasciava stagionar
le sue formaggelle, incorrotte dalla mollezza civile.”
Carlo Emilio Gadda, Meditazione milanese
“La vertigine sentita nelle grandi città è analoga alla vertigine che si prova in mezzo alla natura. - Delizie del caos e
dell'immensità.”
Charles Baudelaire, Scritti sull'arte
L’architettura è un’installazione. La genesi di un’opera può prendere le forme
complementari di una flow-chart programmata da tecnici in camice bianco o dell’estatico
disvelamento di un’intuizione artistica; ma alla fine del processo il pensiero d’architettura è
costretto a fermarsi, a sposarsi con un luogo, a stabilire in esso la propria dimora.
L’architettura sta nel mondo. Essa lo deforma e ne è deformata; il suo significato si dà solo
per interferenza semantica.
Applichiamo retroattivamente all’architettura antica i nostri complessi di colpa per la
distruzione ambientale, e la conseguente teoria contestualista per la quale un’opera
“deriverebbe” da un luogo. Ma questo atteggiamento nasconde la violenza primigenia
dell’atto architettonico; legittima difesa a una pari violenza di madre natura, che ci sferza
con piogge torrenziali, ci brucia con torridi soli, ci inonda con acqua e lava. Adamo non
aveva casa, e i frutti cadevano dagli alberi nelle sue mani. Invidiosi del perduto paradiso,
abbiamo costruito Petra, Venezia, Katmandu, New York.
Oggi il pulviscolo della città dispersa sta uniformando un paesaggio costruito nei secoli
sulle differenze, sulla seclusione, ma anche sulla migrazione delle culture. L’”originario”
non esiste, ed è in fondo un’invenzione del pensiero nazista, ossessionato dalla purezza,
dall’Ur-prinzip. Ogni cultura ha ripetutamente scambiato informazioni con le altre, ogni
paesaggio ha sentito la presenza dell’uomo.
Così, ogni progetto si innesta su un luogo; e un innesto presuppone una ferita
nell’organismo ospite, ma anche una profonda conoscenza della sua fisiologia. Il dottore,
l’allevatore di animali, il floricoltore conoscono l’inevitabile alterazione del corso degli
eventi, e la responsabilità che ne consegue; ma è proprio la coscienza del possibile
fallimento di ogni agire che lo rende umano, morale, giusto. Ogni ricetta, ogni tecnica, ogni
figura, ogni sapere, è stato messo a punto nei secoli con un processo di trial and error,
attraverso un “tirare a indovinare” intelligente che era capace di imparare dai propri errori,
osservando acutamente gli esiti complessi di variazioni minime.
Che sboccino cento fiori, tulipani dai colori mai visti, giganti verze viola, convolvoli dalle
volute barocche. Cos’è un monumento se non un non-ti-scordar-di-me?
Horace Walpole, nel suo Saggio sul giardino moderno del 1780, parla dello sharawaggi,
termine cinese che definisce la deliberata ricerca dell’accidente, del caso, dell’informe; in
esso risuonano i concetti settecenteschi di grazia, di Je ne sait quoi pas, di careful
carelessness. Dobbiamo agire con naturalezza, anche se simulata. Per nostra fortuna,
dopo Laugier città e foresta sono sinonimi.
Piantiamo di nuovo filari di cipressi davanti San Guido, pini marittimi a Posillipo, platani a
cours Mirabeau a Aix-en-Provence, tigli a Unter den Linden a Berlino. Ma costruiamo
anche nuovi Pan di zucchero, nuovi Grand canyons, nuove Giant’s causeways. A Bilbao
qualcuno ci ha provato, e tutto sommato gli è andata bene.
Bruno Taut voleva far sbocciare cattedrali di vetro sul Resegone e sul monte di Portofino;
dubito che avrebbe ottenuto parere positivo di Sovrintendenze e Comitati di salvaguardia.
Ma non ne possiamo più di percorsi ciclopedonali in betonella, di villette che si travestono
da cascine, di autogrill con piatti del buon ricordo, di cuscinoni finto inglese, di assicuratori
in tuta jogging, di Panda Ranch con griglie di protezione sui fari, di pan carrè alla crusca.
Con o contro natura, ma ad armi pari.
Tanto, alla fine, essa si riprenderà tutto.
C. Z.

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