BIALETTI E LA MOKA - Sito del liceo cavalieri di verbania

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BIALETTI E LA MOKA - Sito del liceo cavalieri di verbania
14 FEBBRAIO 2015
I LUOGHI DELLA MEMORIA
LA BIALETTI
E LA MOKA:
UN RICORDO INDELEBILE
STORIA BIALETTI
LA FABBRICA
RENATO BIALETTI
LA PUBBLICITA'
MOKA
INVENZIONE, PRODUZIONE
LA BIALETTI
DI:
Baldioli Edoardo, Bettineschi Giulia, Della Maddalena Luca, De Marchi Luca,
Manti Antonino, Maulini Lorenzo, Prino Federica
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I LUOGHI DELLA MEMORIA
I LUOGHI DELLA MEMORIA
Introduzione
Leggendo il contesto storico cusiano della prima
metà del novecento, si avrà l’occasione di notare
come nel distretto dei laghi siano sorte innumerevoli
industrie di fama internazionale che ancora oggi
sono testimoni dell’italianità nel mondo e rappresentano un orgoglio per il made in Italy.
Oggi Omegna vive una grave crisi sociale, turistica e
di valorizzazione.’’Omegna è finita in niente’’ si sente
troppo spesso dire tra gli omegnesi. Forse, purtroppo, è così.
Il nostro intento con questa ricerca è quello di raccontare le vicende delle persone che hanno reso
conosciuto, apprezzato ed invidiato un territorio dal
così grande potenziale turistico.
Sviluppando ulteriormente l’argomento ci piacerebbe creare un percorso tematico, di mostre ed esposizioni che raccontino storie: storie di ingegnosi uomini del nostro passato. Non vuole essere una laudatio temporis acti, un vano rimpianto di un passato
che non tornerà più, ma la base per creare un ambiente turistico di origine aziendale: attrarre interessati a scoprire un meraviglioso paesaggio suscitando la curiosità grazie alla Moka e alla famiglia Bialetti, dei quali si tratterà in questa esposizione, degni di
essere annoverati tra i luoghi della memoria.
‘’Il futuro è di chi ha un grande passato’’. (Slogan
pubblicitario odierno).
Premessa Storico-Geografica: il Cusio
Lo sviluppo dell’industria cusiana non può non prescindere dalla conformazione della regione. È infatti
necessario comprendere quanto il territorio montuoso del Cusio abbia influito sulla creazione di tante e
tanto variegate realtà industriali.
Foto del Cusio
Alcune foto che raffigurano il territorio cusiano.
La prima vista dall’alto inquadra il lago.
Poi il complesso della fabbrica in una foto dei giorni
nostri
Ultima foto inquadra un
altro paesaggio cusiano,
sottolineando la massiccia
presenza montuosa
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L’unico tratto pianeggiante, e quindi pienamente sfruttabile, è infatti rappresentato dalla valle del torrente Strona, posta tra il Mottarone ed il monte Cerano. Nonostante ciò, nel secolo scorso è sorto nel Cusio un gran numero di siti industriali,
relativamente maggiore anche degli altri due territori che compongono la provincia del Verbano, se commensurato alla percentuale di zone pianeggianti. A dispetto della geografia essenzialmente sfavorevole, il Cusio ha potuto tuttavia
contare su un altro fattore ugualmente influente: il commercio. Fin dagli albori del
XIX secolo, infatti, la zona era in costante contatto con la più industrializzata Europa centro-settentionale, in particolar modo con la Svizzera attraverso il valico
del Sempione e, attraverso la repubblica elvetica, con Francia e Germania. Questo fattore si rivelò essenziale per entrare in possesso delle allora più recenti innovazioni tecnologiche. Al Sud, l’abolizione dei dazi commerciali a seguito della
costituzione del Regno d’Italia non fece altro che favorire i commerci, rivolti soprattutto verso Lombardia seguendo il corso del Ticino e il resto del Piemonte
percorrendo la meno sfruttata rete stradale, nonché garantire una richiesta costante di prodotti locali. Ma fu forse lo spirito imprenditoriale di alcuni cusiani a
rendere questo sviluppo possibile. Questi, per nulla restii ad abbandonare la propria casa, talvolta emigravano nei Paesi vicini al solo scopo di trovare lavoro, salvo poi ritornare in patria ed aprire attività sfruttando le conoscenze acquisite.
Lo stesso Alfonso Bialetti partì in giovane età per la Francia, agli inizi del XX secolo. Ritornò nella sua Omegna nel 1918, dove aprì una fonderia utilizzando la tecnica, appresa Oltralpe, della fusione in conchiglia dell’alluminio, che si rivelerà essenziale pochi anni dopo con l’invenzione della moka, destinata a rivoluzionare il
concetto stesso di caffè. Questo nel 1933: ma la creazione della moka non portò
immediatamente successo ai Bialetti, in quanto la caffettiera rimase un’opera artigianale, di produzione limitata, per ancora una quindicina d’anni. Fu solo con il
ritorno da un campo di concentramento tedesco alla fine della Seconda Guerra
Mondiale che il figlio di Alfonso, Renato, prese le redini dell’azienda familiare
conducendola alla fama con cui è oggi ricordata nel mondo. A riprova dello sviluppo industriale cusiano è possibile elencare casi affini alla storia della famiglia Bialetti. Lo stabilimento dei Fratelli Calderoni (il cui fondatore, tra
l’altro, aveva precedentemente lavorato in Germania), così come la Fratelli Piazza,
la Lagostina, ed infine la Alessi, testimoniano la spregiudicatezza, creatività ed innovazione di una classe imprenditoriale che ha segnato in maniera indelebile la
storia del Cusio e di tutto il Piemonte.
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Storia della Bialetti
Nel 1918 Alfonso Bialetti apre a Crusinallo, frazione di Omegna, una piccola officina munita di un forno, un'incudine ed una fresatrice. In quesa foto è ritratto Alfonso Bialetti
al lavoro.
E’ L’uomo sulla sinistra, che dimostra la
sua abilità pratica.
Abilissimo artigiano, Bialetti comincia a fabbricare pezzi fusi e “in conchiglia” per
conto di altre ditte, fino al momento in cui riesce ad ideare con la sua tecnica di
fusione dell’alluminio una rivoluzionaria tipologia di caffettiera: la Moka, nel 1933.
La caffettiera non riscuote un successo immediato, rimanendo solamente un prodotto artigianale per i successivi quindici anni.
Nel 1946, sopravvissuto alla prigionia nei lager della Germania nazista, entra in
azienda il figlio Renato. Brillante uomo d’affari, Renato Bialetti appartiene a quella
generazione di pionieri dell’imprenditoria italiana che hanno permesso il “miracolo” economico degli anni Cinquanta. Sotto la sua guida la Bialetti da officina diventa una vera e propria industria incentrata su un solo prodotto: la caffettiera.
Nel 1949 l’imprenditore rafforza la fabbrica aggiungendo 5 nuovi forni di fusione e
la produzione di caffettiere arrivata a ben 2000 pezzi al giorno. Renato Bialetti è
tra i primi ad intuire l’importanza della pubblicità, non esitando ad indebitarsi pur
di rendere sempre più noto il suo prodotto. Infatti in un articolo edito dalla stampa
il 25 febbraio 2011 racconta: ‘’Sono stato fortunato, ma anche coraggioso: ne ho
passate di notti insonni. Quando venne costruita la fabbrica io avevo fatto debiti
per un miliardo e mezzo. Soldi che non avevo, ma ho sempre rispettato tutte le
scadenze. Però, quante notti non ho chiuso occhio per i debiti». Iniziano così numerose campagne pubblicitarie con cartelloni stradali, inserzioni
sui giornali, alla radio ed infine in televisione. Nel 1953 il disegnatore Paul Campani crea il marchio dell’azienda, il cosiddetto “Bialettone”, il famoso “Omino con
i Baffi”. La pubblicità dà risultati eccellenti: Nel giro di pochi anni riesce a far conquistare all’azienda l’80% del mercato. A causa del crescente aumento della domanda, la fabbrica nel 1952 inizia la costruzione di un secondo stabilimento progettato dall’architetto Caneva. Dopo quattro anni nasce un edificio dalle pareti in
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vetro che oggi è citato nei testi come esempio di architettura industriale e razionalismo produttivo.
Per la fabbricazione della caffettiera si adotta il seguente ciclo di produzione:
la fusione in conchiglia delle tre parti fondamentali (caldaietta, raccoglitore e
coperchio), la lavorazione meccanica, il decappaggio, il montaggio e la confezione vengono realizzati in ditta, mentre le operazioni di pulitura vengono date in appaltoad altre imprese. Di conseguenza l’edificio viene progettato in funzione dell’organizzazione delle fasi di lavorazione della caffettiera, al fine di ottenere la
massima efficienza produttiva. Nella fabbrica vengono in seguito prodotti anche
dei nuovi piccoli elettrodomestici, come macinacaffè, bistecchiere, tostapane, tritacarne, aspirapolvere, lucidatrici.
Elettrodomestici prodotti
dalla Bialetti
Ma la Moka Express rimane sempre il prodotto leader. In questi anni la caffettiera
conquista i mercati di diversi stati europei, asiatici e del Nord America; ciò è dimostrato da un mappamondo sul quale sono segnalati i principali punti vendita
della ditta nel mondo, situato all’interno di un’ampia sala riunioni. Tra il 1951 e il
1959 la produzione triplica e di conseguenza lo stabilimento viene ingrandito. Nel
1955 il 65% delle caffettiere vendute nel mondo portano il marchio Bialetti e la
ditta mantiene lo straordinario ritmo di 18.000 caffettiere al giorno, come ricorda
la Signora Lina Stragiotti, dipendente per più di cinquant’anni della Bialetti.
Ma questo periodo felice non dura ancora a lungo: dal 1970, anno di morte di Alfonso Bialetti, l’azienda risente della concorrenza di produzioni più economiche,
costringendo Renato a correre preventivamente ai ripari. Ed è così che la Bialetti
viene venduta alla Faema nel 1986, e in seguito alla Rondine Italia, nel 1993.
Nel 2010 la sede della Bialetti situata a Crusinallo viene chiusa definitivamente e
trasferita in Europa orientale, dove si trova tuttora.
Nonostante il declino dell’azienda originaria, è degno di nota il fatto che attualmente il 90% delle famiglie italiane possieda almeno una caffettiera Bialetti, dimostrando che la Moka da loro creata è divenuta un simbolo in grado di sopravvivere al lento oblio del tempo.
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Descrizione della fabbrica
La signora Emanuela Valeri, impiegata della fabbrica, con una straordinaria testimonianza, ricorda nel dettaglio il luogo in cui ha lavorato:
"Attraverso la portineria, salendo un’ampia scala, si arrivava alle porte di cristallo
per accedere agli uffici e, sin dall’entrata, si aveva l’impatto delle due lunghe file
di scrivanie, divise da un corridoio centrale, anch’esse di cristallo. Entrando, negli uffici a destra operavano impiegate del settore commerciale,
mentre a sinistra il primo ufficio era riservato al direttore commerciale, che all’epoca era il dottor Zambetti, il quale si firmava con una Z tipo Zorro, ed alle sue
spalle il secondo ufficio, quello delle segretarie, separato da una parete di cristallo. Questi primi settori erano divisi dal resto da un’altra parete di cristallo. Chiudevano il fondo, uno per parte, gli uffici del Direttore Acquisti, la cui carica era affidata al rag.
Amorveno Marzagalli, il quale perse la vita nell’attentato del 2 Agosto 1980 mentre era alla
stazione in attesa di suo fratello, e al rag. Donati, Direttore amministrativo. Dopo i primi settori, sulla sinistra, salendo due o tre gradini, vi
erano altri due uffici: uno del Direttore del personale, che dominava da lì tutti gli operatori, e
dietro di lui, sempre diviso da una parete di
cristallo, l’ufficio del Direttore export. Alle spalle
Il celebre mappamondo
di questo erano situati gli spogliatoi delle impche girava se lo si azionava
iegate.Sul lato opposto agli spogliatoi era situato l’ufficio del sig. Renato, separato dal solo
corridoio d’accesso. Chiudeva il fondo di
questo corridoio un ampio salone che fungeva
da sala riunioni. Fuori dall’ufficio del titolare, in un ampio spazio che dominava gli
uffici di concezione avveniristica stile “open space”, faceva bella mostra un
enorme mappamondo che girava azionato elettricamente.
La moglie del sig. Renato, la sig.ra Elia, aveva una scrivania in ultima posizione,
dietro a tutte le altre del settore contabile, prima dell’ufficio del Direttore amministrativo. Da quella postazione dominava ogni movimento di tutti i dipendenti. Fra i
due uffici dei direttori c’era il vano ascensori: si scendeva di un piano per ac!6
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cedere al “Centro Meccanografico”. Era un ampio
locale con attrezzature IBM: perforatrici, verificatrici,
elettrocontabili, macchine selezionatrici delle
schede e così via. C'era un rumore incessante
causato dal numeroso passaggio che il “programmatore” doveva fare con i pacchi di schede perforate da cui poi ricavare le documentazioni necessarie. Lo stesso ascensore portava al piano superiore, dove erano situati gli uffici tecnici e quelli dei
Centro meccadisegnatori. Qui era stato collocato l’archivio, con
nografico
un concetto assai moderno: strutturato in modo tale
da occupare il minor spazio possibile, ma capiente
per contenere la montagna di documenti che venivano prodotti. Era concepito come le attuali scaffalature dei farmacisti: armadi
compatti che potevano essere staccati per accedere ai ripiani dove erano
archiviati i documenti.Qui c’era anche il locale con la scorta della cancelleria:
penne, matite, carta, gomme.Sullo stesso piano si accedeva ai reparti di produzione, compresa la fonderia, situata all’ultimo piano, dove si snodavano i nastri
trasportatori pensili con le caffettiere, che man mano venivano prodotte, completate, lucidate e marchiate, per poi raggiungere i magazzini di stoccaggio e spedizione, mentre un sistema di filodiffusione diffondeva una musica per tutto lo stabilimento.Quando scendeva il buio, chi transitava per la strada, vedeva, attraverso le ampie vetrate illuminate, il luccichio delle caffettiere sui nastri trasportatori,
che percorrevano il tragitto dalla nascita al confezionamento.’’.
Il Signor Piazza, disegnatore
dell’azienda
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Renato Bialetti
Il "Sciur" Renato oggi è un distinto signore che sembra uscito da un vecchio film
di Sergio Leone, criniera bianca svolazzante, baffoni spioventi, alla guida di una
Bentley targata Ticino. Intuisce, agli inizi del boom economico, di lanciarsi nel nascente mercato di massa. Torna dai campi di concentramento tedeschi e impronta, nel 1946, la "Alfonso
Bialetti & C." Ciò che gli dà successo è la pubblicità: capisce, infatti, che l'anima del commercio era proprio la propaganda pubblicitaria. Dai viali Milanesi tappezzati di caffettiere Bialetti, fino al Carosello sul "mezzo multimediale". Si dice che avesse mandato addirittura una squadra di persone per i negozi a
chiedere se avessero da vendere la Moka e i commercianti, amareggiati dal non
poter soddisfare i clienti-complici, corsero dai rappresentati per comprare la nuova invenzione. Dove il padre, Alfonso, aveva venduto 30.000 unità in dieci anni, lui, in un solo
anno, ne vende diversi milioni. Il caffè esce così dal confino lussuoso del bar e
diventa il rituale di ogni casa italiana che si rispetti, tanto che l'aroma di caffè è
uno di quei profumi che danno senso e piacere alla nostra vita.
Ma chi è Renato Bialetti nella memoria collettiva? Abbiamo intervistato diverse
persone: gente comune, ma anche operai, tecnici, impiegate della ditta e si delinea una personalità straordinaria. Partirei dal fatto che tutti i dipendenti erano felici
del loro lavoro. Tutti avevano armadietti personalizzati, servizi igienici e lavabi, di
cui ognuno era responsabile della cura e dell'ordine. Tutti avevano un piano di la-
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voro (allora, nelle altre aziende, gli operai lavoravano per terra). Tutti disponevano
di guanti da lavoro.
Si lavorava in un ambiente accogliente, pulito e moderno: infatti lo stabilimento
era il più all'avanguardia in tutta Europa. Tutti si sentivano trattati umanamente. Al tempo stesso vigeva un regolamento ferreo all'interno dell'azienda: iniziato
l'orario di lavoro esisteva un controllo "tecnico" di addetti che verificavano che
tutto fosse a posto, nei lavabi non vi dovevano essere residui di acqua saponata
o di capelli , pena segnalazione con un evidenziatore sul punto del "misfatto" e un
immancabile richiamo morale. Ogni volta che si aveva la necessità di andare ai
servizi, bisognava passare davanti all'ufficio del direttore del personale, il quale,
con fare non curante, annotava i passaggi. Le impiegate dovevano indossare una divisa che veniva scelta dalla signora Elia,
la moglie del signor Renato. Una testimone intervistata, la signora Emanuela Valeri, ne ricorda una in particolare, fatta come un tailleur: gonna e giacca di colore
azzurro. La spesa delle divise veniva addebitata sulla paga mensile di ciascuna
impiegata, come pure venivano addebitate le spese di francobollo di eventuali ritorni di corrispondenza per errato indirizzo dovuto alla disattenzione dell'impiegata responsabile.
Si poteva avere una nuova matita solo ed esclusivamente se si consegnava il
"mozzicone" di matita inutilizzabile.
"Il signor Bialetti era una persona molto alta e incuteva soggezione". " Ti sovrastava". Queste sono le parole di chi lavorava con lui. Era autoritario: il classico leader, fin da bambino con i compagni di classe; carismatico, era in grado di farsi seguire, qualsiasi cosa dicesse. È un po' la nota che
accomuna tutti gli imprenditori: anticonformista, dissacrante. Era diffidente: aveva
un ego molto sviluppato, con una forte autostima, Ma nonostante ciò aveva un
grande interesse a far evolvere la classe operaia. Era quindi una sorta di "padrepadrone". Proprio per il suo essere diffidente, controllava tutti con dure regole. Era "bourru bienfaisant" come sottolinea Daniela Fantini (AD Fratelli Fantini
S.p.A)Era però presente in azienda la "cassetta delle idee": un operaio che
avesse avuto un'idea per apportare miglioramenti alla caffettiera, era libero di esprimersi, e qualora l'idea interessasse il signor Bialetti, l'operaio in questione
veniva premiato.
Particolare era il suo ufficio: la stanza, di forma rettangolare, aveva due entrate:
una sul fondo, dal lato più corto, l'altra, di servizio, sul lato sinistro. L'arredo era
costituito da un tavolo fratino, abbastanza lungo, che fungeva da scrivania del
titolare, ed era situato esattamente al fondo della stanza, di fronte all'ingresso riservato ai visitatori. La poltrona su cui si sedeva era una seggiola con alto schienale, in pelle borchiata e braccioli, di tipo medioevali, e sul tavolo un'unica lampada che rischiarava il piano di lavoro. Di fronte, dove si sedevano gli ospiti o i dirigenti che lui convocava, vi erano due poltrone senza braccioli e con la seduta più
bassa rispetto alla poltrona del signor Renato. Ciò faceva in modo che chi si
sedesse, si sentisse impotente, inferiore rispetto a lui. Il luogo rimaneva nella
penombra: tende scure coprivano gli unici finestroni del lato destro, mentre sul
lato sinistro vi era un affresco, proveniente da una villa veneziana. Rappresentava
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l'Allegoria della Giustizia oppure del Buono e del Cattivo Governo. Ciò di cui si
‘’Allegoria del Buon Governo’’ di Ambrogio Lorenzetti
rimaneva impressionati era l'immagine di un asino, illuminato da un faretto. Alle spalle del titolare una libreria, sulla quale vi era un quadretto con il monogramma R.B. Non era la firma di Renato Bialetti, bensì di Riccardo Bacchelli,
l'autore di un aforisma, contenuto nel quadretto. Riccardo Bacchelli era sovente
ospite del signor Bialetti a Orta, presso il ristorante "La Bussola". Lo chef di tale
ristorante aveva nel menù un piatto di sua invenzione, che era intitolato "alla Bacchelli". In un angolo della stanza erano allineati diversi tipi di modelli di caffettiere e
prodotti non solo del marchio Bialetti, ma anche di altre provenienze, tra cui un
esemplare di Samovar.
È interessante vedere come gli stipendi più alti erano proprio quelli dei dipendenti
della Bialetti: il primo stipendio di un'impiegata si aggirava intorno alle 125.000
lire, a fronte di una media di 65.000 lire nelle altre aziende
"Un giorno mi sedetti al bar con mia moglie, la quale mi fece notare che proprio
dietro di me sedeva il signor Bialetti. Io mi girai per salutarlo, e con mio grande
stupore, non solo lui mi riconobbe dopo 50 anni, ma chiese anche se abitassi ancora nella mia vecchia residenza, e pagò il caffè a me e a mia moglie". Questa è
la testimonianza di un operaio, il signor Piazza, che ci fa capire quanto il signor
Bialetti si interessasse ai suoi operai. Sapeva farsi voler bene, ed era, e forse lo è tuttora un personaggio, anzi IL personaggio.
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La Pubblicità
Il figlio di Alfonso Bialetti, Renato, fu uno dei primi
industriali ad intuire quale fosse l'anima del commercio: la pubblicità. Iniziò a farsi pubblicità creando artificialmente l'interesse riguardo al suo prodotto(v. episodio di Corso Sempione nella sezione Renato Bialetti ).
Dopo questo primo lancio Renato si rende conto di
avere in mano un prodotto universale adatto a tutti,
inizia perciò creando una réclame cartellonistica che
si rivolgesse non alla popolazione in generale od
esclusivamente a determinate classi sociali, ma direttamente ad ogni categoria di persona. "Per tutti,
anche per la massaia", così come per il nonno o per
la "zia Betti".
La pubblicità funziona, il prodotto di conseguenza. Così Renato si spinge oltre e
segue la via televisiva, sfruttando la novità del Carosello, in onda tutte le sere su
Rai 1. Affidandosi alla penna di Paul Campani dà vita ad un simpatico personaggio, caricatura di se stesso: "l'omino coi baffi”.
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Il personaggio, con la sua cordialità e la sua rassicurante pacatezza, trasporta il
momento del caffè al bar tra le mura di casa, facendolo perciò diventare una piacevole abitudine di famiglia, durante la quale i bambini riconoscono il personaggio dell'omino con i baffi e i genitori assaporano l'aroma del caffè.
La pubblicità di Bialetti svolge anche la grande funzione sociale di ricreare un focolare familiare attorno al quale radunarsi e condividere un momento di distensione. In un epoca in cui l'industrializzazione e il benessere tendevano ad allontanare la gente da determinati valori, il totem della moka express va controcorrente, riscoprendo il piacere della condivisione familiare.
L'avventura televisiva prosegue al Carosello con il nuovo tormentone "eh sì, sì,
sì...sembra facile..." col quale introduce simpatiche storielle sugli inconvenienti
familiari, nelle quali il pubblico si riconosce e viene poi indotto a ricordare la semplice formula per un buon caffè espresso a casa: "...non basta avere del caffè ben
macinato, dell'acqua e il fuoco. Eh no, no, no, no: ci vuole anche esperienza, cura
e una buona caffettiera, la caffettiera Moka Express".
Negli anni '70 entra in scena il personaggio di Provolino che per alcuni sketch
sostituisce la figura rassicurante e pacata dell'omino coi baffi. È un personaggio
che esalta la scanzonatura e l'irriverenza ma sempre inserita in un contesto familiare, facendo divertire bambini e genitori.
L'intuizione di Bialetti è stata quella di abbinare un logo ad un prodotto senza che
ci sia stata la prevaricazione di uno sull'altro. Il rischio poteva essere grosso ma,
visti i risultati delle campagne pubblicitarie Bialetti, ne è sicuramente valsa la
pena. Riconosciamo in Renato Bialetti la figura dell'imprenditore a trecentosessanta gradi, pioniere nel promuovere il suo prodotto con l'utilizzo intelligente e
positivo della pubblicità.
Alcuni esempi di slogan pubblicitari
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Invenzione della Moka
Voltaire, nel suo capolavoro,”Candido”, racconta
che il protagonista, in viaggio nell’allora Impero ottomano, viene ricevuto da un ospite che gli offre
una bevanda preparata “con caffè di moca non
mescolato con il cattivo caffè di Batavia e delle Antille”.
Numerosi altri sono i riferimenti, letterari e non, alla
straordinaria qualità del caffè arabico di Mokha. Per
esempio, si ne trovano tracce nel romanzo “Il giro
del mondo in 80 giorni” di J.Verne” : “ Frattanto il
piroscafo avanzava rapidamente. Il 13 si fece la conoscenza di Mokha, che apparve nella sua cinta di
mura in rovina, su cui svettavano alcune verdeggianti palme da datteri. In lontananza, tra le montagne, si estendevano vaste piantagioni di caffè. Passepartout
(uno dei protagonisti) fu estasiato di contemplare quella celebre città e trovò anche che, con quelle mura circolari e il forte in rovina che si disegnava come
un’ansa, assomigliasse a una enorme mezza tazza di caffè”. (Da il giro del mondo
in 80 giorni, J.Verne, ed. Ottocento, pag 85 ).
Non è noto se questi riferimenti letterari fossero conosciuti dal Signor Bialetti e
dai suoi collaboratori; certo è che la qualità del caffè di Mokha era anche allora
indiscussa e apprezzata universalmente.
Così, la sua decisione di chiamare la straordinaria “macchinetta” da lui inventata
col nome della città dello Yemen si rivelò geniale e fu, forse, anche uno degli elementi che ne favorirono la popolarità. Il nome incisivo e semplice, ma al contempo esotico e suggestivo, accompagnò così una vera e propria rivoluzione nel
modo di fare il caffè. Fino ad allora, infatti, lo si preparava facendo bollire dell’acqua in un pentolino e inserendovi poi la polvere di caffè, che, dopo qualche minuto, si depositava sul fondo, cedendo all’acqua un certo aroma e gusto. Versato
poi nella tazza, risultava abbastanza gradevole, ma manteneva delle impurità,
tracce della polvere macinata.
Nacque così la volontà di perfezionarne la preparazione, migliorandola fino a farla
diventare una vera e propria arte, che avrebbe reso l’Italia famosa nel mondo.
L’idea nacque quasi per caso: si racconta infatti che Alfonso Bialetti, inventore
della macchinetta per il caffè espresso, ne ebbe l’intuizione decisiva quando vide
la moglie fare il bucato in casa. Infatti, in quei tempi, per lavare i panni si usava la
“lisciveuse”, una grossa pentola munita di un tubo cavo con la parte superiore forata; l’acqua, messa nel recipiente insieme alla biancheria e al sapone, bollendo
saliva per il tubo e ridiscendeva sul bucato sfruttando bene la lisciva, il detersivo
di allora.
Applicando lo stesso principio, il Signor Bialetti nel 1933 inventò la “moka express”, formata, appunto, da un bollitore, dentro il quale veniva posto un filtro a
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forma di imbuto sopra cui era avvitato un raccoglitore dotato di un secondo filtro
estraibile, tenuto fermo da una guarnizione di gomma. Questo oggetto funzionava
in base a un principio fisico molto semplice: l’acqua contenuta nella base si scalda e la pressione del vapore la spinge in alto, attraverso il caffè macinato, producendo la bevanda per percolazione e sfruttando al massimo la miscela di caffè
utilizzata. A questo principio, di per sé semplice e intuitivo, si unisce però una progettazione
dell’oggetto decisamente più complessa e geniale: non solo per garantirne la sicurezza (attraverso una ben studiata “valvola di sfogo” per il vapore perché non
scoppiasse, guarnizioni di gomma che rendessero perfetto l’avvitamento dei due
corpi principali, ecc.), ma anche per curarne l’estetica. Negli anni “quaranta”, in-
fatti, diventa un simbolo del design italiano nel mondo.
Tuttavia, fino al secondo dopoguerra la Moka rimase un prodotto artigianale: ne
venivano fabbricati pochi pezzi, con una distribuzione limitata sostanzialmente
all’ambito locale. Di Alfonso Bialetti si racconta infatti che “ fosse un artista: lavorava per la gloria e non per il guadagno; la sua soddisfazione, la sera, andandosene a letto, era di addormentarsi col sigaro in bocca, stringendo in mano uno dei
pezzi più difficili usciti dalla fonderia.” (Testimonianza orale del Signor Maulini).
L’anno della svolta è il 1946: nell’officina, ad Alfonso Bialetti subentrò il figlio Renato che, dotato di un forte spirito imprenditoriale, modificò la filosofia aziendale,
passando da una logica artigianale a una produzione di carattere industriale. E’ in
questo periodo che inizia la diffusione del prodotto e del marchio: se in 10 anni il
padre era riuscito a vendere 70.000 caffettiere, il figlio Renato in un solo anno riuscì a raggiungere la vendita di milioni di pezzi, creando nel tempo uno stabilimento che dava lavoro, a Omegna, a centinaia di operai e impiegati, fieri di lavorare
in un’azienda divenuta celebre non solo in Italia, ma nel mondo.
Oggi, a quasi ottant’anni dalla sua invenzione, la moka è un’icona della nostra
tradizione culturale. Essa rappresenta infatti il “Bel Paese” nel mondo, raccontando i valori della nostra tradizione attraverso un percorso emozionale che parla di
casa, affetto e “cose buone”.
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Molti, negli anni, l’hanno imitata o si sono variamente ispirati ad essa, ma il suo
design e il logo inconfondibile (l’omino coi baffi, ispirato allo stesso proprietario
del marchio) continuano a decretarne il successo, anche se l’azienda in cui è
nata, a Omegna, non esiste più ed essa viene attualmente fabbricata altrove.
E non solo le famiglie, ma anche la critica, ha decisamente apprezzato la moka
express, tanto che essa è presente nella collezione permanente del Triennale design Museum di Milano del MOMA di New York.
Bialetti e Moka luoghi della memoria
Un oggetto ‘’diventa luogo di memoria quando sfugge all’oblio e quando una
comunità lo investe del suo affetto e delle sue emozioni. Al luogo si attribuisce lo
scopo di conservare e trasmettere la memoria’’.
Allora la Moka è un luogo della memoria. Come ricorda la Signora Bruno, un’abitante di Omegna da sempre attenta alle vicende storiche della città, la Moka è diventata conosciuta ovunque, tanto che i
più prestigiosi musei del mondo hanno fatto a gara per esporla nella loro
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collezione permanete. Ricordiamo tra i tanti il ‘’Triennale Design Museum’’ di Milano e il MoMA di New York. Questi musei la espongono orgogliosamente considerandola un’opera d’arte, che secondo la definizione che ne ha dato Guy de
Maupassant ‘’è superiore soltanto se è, nello stesso tempo, un simbolo e l'espressione esatta di una realtà’’.
La Moka incarna in pieno queste caratteristiche.
La Signora Valeri, brillante segretaria per 4 anni
dell’azienda è sicura che la Moka abbia partecipato alle più importanti situazioni delle
famiglie italiane: ‘’era diventato uno status
symbol, un oggetto da esibire’’. La Dott.ssa
Daniela Fantini (AD di Fratelli Fantini S.p.A.),
che da piccola incontrava il Signor Bialetti a
pranzo nel Ristorante ‘’La Zucca’’ di Arola, ci fa
capire quanto la Moka ‘’sia stata espressione
di una realtà’’, quella dell'immediato dopoguerra: ‘’ Stava cambiando lo stile di vivere e Il signor Bialetti lo aveva capito perfettamente’’. E’ riuscito in un’impresa in cui nessuno credeva: trasformare il gusto
del bere il caffè di un intero popolo.
La forma è ottagonale ispirata al futurismo e all’art déco, il design è semplice,
funzionale, pratico e dall’immediata comprensione. La funzionalità, come sottolinea il Dott. Alberto Alessi ( contitolare della fabbrica
omonima) è tra le ragioni che hanno fatto di questo piccolo oggetto casalingo un
fenomeno esemplare del made in Italy. Ne hanno decretato il successo anche ‘’un
forte effetto di comunicazione (fu uno dei primissimi prodotti di consumo durevole
fatti oggetto negli anni del boom economico di una grande campagna pubblicitaria anche televisiva); e infine il prezzo, straordinariamente popolare cioè accessibile da tutti i segmenti della società affluente’’.
Il diventare un prodotto di successo ha reso la caffettiera un simbolo, un oggetto
che trascende lo spazio fisico e acquista vitalità nel ricordo. E’ diventato un luogo
della memoria.
La Signora Lina Stragiotti, che ha lavorato fino al
2003 nella Fabbrica per più di 50 anni, precisa che:
’’Il Signor Renato e la Moka erano due cose inscindibili, l'una l'ombra dell'altro, sono come 2
ruote di una bicicletta, la moka è sua figlia’’. Così
allora il luogo della memoria si estende alla famiglia
Bialetti, il Signor Renato in particolare, perché
come ci racconta la Signora Bruno ‘’aveva fatto
appassionare la gente, che era felice di lavorare lì e
‘’la gente quando lavora felicemente, con passione,
lavora meglio’’.
La gente era orgogliosa di lavorare per una fabbrica
all’avanguardia, moderna, efficiente, pulita (I vetri venivano lavati tutti i giorni, la
pulizia interna era maniacale), in cui l’ambiente era gradevole e gli operai venivano trattati umanamente . Per questo il Signor Bialetti e suo padre Alfondo sono
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I LUOGHI DELLA MEMORIA
una sorta di mito, un ricordo indelebile nella mente delle persone che, sorvolando
sulla sua irriverenza, lo definiscono ‘nato per fare grandi imprese’. E’ stato capace
di dare lustro a Omegna, creando un effetto a catena di coraggio negli investimenti, attirando investitori ed in seguito turisti. E’ andato in televisione, grazie alla
pubblicità si è fatto conoscere, mettendo in campo un’arguta strategia di marketing.
Ha dato lavoro a più di 300 operai, 50 impiegati scelti nel territorio. ‘’La gente non
doveva spostarsi, andava a lavorare in bicicletta’’. La Bialetti è stata fonte di benessere per tante famiglie, migliaia di persone e influenzava la vita della cittadina,
scandendone il trascorrere del tempo. Ancora oggi numerosi testimoni infatti lo
ricordano: ‘’andavamo a lavorare nei campi. A mezzogiorno suonava la sirena e
capivamo che era ora di andare a casa’’, o ancora: "ci dava il tempo del lavoro, il
tempo del riposo’’.
Un altro enorme merito della Bialetti è stato il suo intento di rivoluzionare la concezione di lavoro nel settore industriale. ‘’ Ci ha formati’’, ci dice la Signora Valeri,
che poi ha lavorato con successo in una rubinetteria.‘’Non si lavorava alla carlona, la gente era
preparata, precisa, metodica’’.
La Signora Stragiotti sostiene che:’’La Bialetti ha
fatto scuola alle altre fabbriche’’.
Il Nome accattivante, orecchiabile ha aiutato il
prodotto è stato capace di accontentare quel
gusto esterofilo che ci accomuna, di fare scattare
in noi la curiosità.
Va riconosciuto il merito di avere veicolato il
nome: non è un caso che una celebre bevanda di
Starbucks si chiami Moccaccino.
Allora anche il nome ha contribuito ha creare
un’icona. La moka è un luogo della memoria perché è un’icona: un oggetto senza tempo, nato da un mix d’innovazione e originalità, che inevitabilmente resta nella memoria collettiva.
Le icone, dice Stefano Casciani, architetto ed esperto del settore, ospitate da
anni nei principali Musei di arte e design del mondo, sono intramontabili, resistono al tempo e alle mode. Anche oggi, a quasi 80 anni dalla sua invenzione, la
Moka è una icona della nostra tradizione culturale, ci rappresenta nel mondo,
raccontando i valori della nostra tradizione attraverso un percorso emozionale
che parla di casa, affetto e buon caffè. Inoltre, aggiunge l’architetto, rende un oggetto un’icona la sua capacità di creare
un legame affettivo con chi lo usa. Questo legame si crea quando un oggetto diventa l’indiscusso compagno e testimonial di un’epoca, della nostra vita o di
quella della collettività. Spesso ciò accade quando la sua esistenza ha un significato metaforico che trascende la mera presenza fisica: la caffettiera non è solo un
elettrodomestico ma il manifesto di un nuovo modo di vivere il quotidiano».
Questo lo sostiene anche il dottor Alberto Alessi che è convinto che gli oggetti
non adempiano semplicemente a una funzione pratica ma stabiliscano un legame
affettivo, emozionale con le persone. Forse perché permettono di attivare proces-
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si mentali che suscitano in noi emozioni, rievocano sensazioni piacevoli.
Preparare il caffè è un percorso multisensioriale in cui il gusto è solo l’ultima fase.
Si ascolta il rassicurante brontolio nel momento in cui viene prodotto sulla fiamma
del gas, si assapora l’odore che si disperde nell’ambiente, si tiene in mano la caffettiera che trasmette il suo calore.
Anche per il dottor Alessi la caffettiera non rappresenta solo un oggetto, tanto
che in occasione dell’anniversario dell’ideazione della caffettiera omaggia il suo
nonno materno Alfonso Bialetti con una caffettiera progettata da Alessandro
Mendini, che ha interpretato la Moka con un uso più consapevole delle leve del
design contemporaneo, mantenendo un prezzo popolare per un prodotto Alessi.
La Moka Bialetti sulla sinistra
A destra la riedizione di Alessi
disegnata da Alessandro Mendini
Il nostro percorso ci ha portato dal prodotto come "luogo della memoria" alle testimonianze odierne. Abbiamo cercato di considerare simultaneamente la Moka, il
suo ideatore (Alfonso Bialetti) e colui che ne ha decretato il successo: Il figlio Renato. Pensiamo che la Moka sia un "luogo della memoria" dal suo punto di
partenza, l'ideazione, fino al suo successo e al suo mantenimento nella mentalità
collettiva omegnese (per quel che ne rimane...).
Nel corso del lavoro ci siamo accorti che la tematica apre molteplici direzioni e
ciò è sicuramente per noi fonte di ispirazione nell'immediato futuro. Intendiamo
dire che la nostra ricerca sul campo non si fermerà qui: abbiamo infatti in programma di incontrare personalmente Renato Bialetti, i curatori di una recente
mostra americana, e altre figure che riteniamo ruotare significativamente intorno
al prodotto di nostro interesse. Siamo convinti, come già indicato nell'introduzione, che vada preservato l'ultimo
residuo dell'imprenditorialità omegnese, oggi in buona parte trasferita nel distretto cusiano del rubinetto, ma anche mantenuta presso imprenditori quali gli Alessi
a Crusinallo. Infine ci siamo resi conto di aver incontrato persone che ci hanno
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incoraggiato a proseguire nella nostra ricerca di un passato che non pochi a
Omegna vorrebbero si ripresentasse e diventasse (ci è stato detto esplicitamente)
fonte di nuove opportunità per noi giovani.
"Tre cose rimarranno immortali: il Partenone, la Rolls Royce, e la Moka".
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