Lo sfruttamento criminale del minore

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Lo sfruttamento criminale del minore
Sopravvivere coi lupi
di Vera Belmont
Presentazione critica
Introduzione al film
Una favola grottesca
Vera Belmont, regista, sceneggiatrice e produttrice, adatta per lo schermo il romanzo Sopravvivere
coi lupi di Misha Defonseca, già caso letterario, al centro di un grosso equivoco nato dalle dichiarazioni
dell’autrice che assicurava trattarsi di una storia autobiografica; dichiarazioni poi ritrattate
clamorosamente svelando il suo vero nome (Monique DeWael) e la non veridicità del personaggio. La storia
si pone a metà tra il genere storico, nel racconto dettagliato del crescente pericolo di deportazioni da
parte dei nazisti, e quello fantastico, che vede nel rapporto tra la bambina e il lupo il suo fulcro.
Quest’ultimo spunto, elaborato ed esplorato ampiamente nel film, suggerisce accostamenti letterari tanto
classici quanto ovvi: da Cappuccetto Rosso, la più raccontata di tutte le favole, al Libro della giungla di
Kipling. Rimescolando le carte senza troppa fantasia, Belmont gioca con questi riferimenti citandoli in
maniera sin troppo diretta e scontata (Misha all’inizio del suo viaggio provvede a fabbricarsi una mantella
con una tovaglia di color rosso scarlatto) e sottolineando, come già Kipling nell’opera citata, la
contrapposizione tra mondo degli uomini e mondo degli animali. La regista però sbilancia il confronto
totalmente a favore di questi ultimi, affidando al lupo, ovviamente di colore bianco, e ai suoi compagni
del bosco il ruolo di difensori di una purezza di spirito che gli uomini, annichiliti dalla guerra in corso,
hanno perso irrimediabilmente. Una distinzione che si coglie anche a livello cromatico, laddove il bosco è
caratterizzato da colori puri come il bianco della neve e della pelliccia, il nero della notte, il rosso del
sangue, il verde delle foglie in estate, mentre il mondo popolato dagli uomini è grigio come le macerie e
le uniformi dei soldati. Nel raccontare questo progressivo riavvicinamento della protagonista ad una
dimensione di purezza primordiale, la regista non esita a mostrarne anche gli aspetti più crudi e macabri:
nella sua vita con i lupi Misha si trova a condividerne i pasti, affondando il giovane viso nei corpi lacerati
di animali appena uccisi. Se per certi versi questo realismo esasperato può essere apprezzabile in funzione
di una rappresentazione oggettiva, non si può non riscontrare, nell’insistenza di queste sequenze, un certo
compiacimento. Per sfuggire all’orrore artificiale della guerra, dunque, Misha finisce per accettare un
altro orrore, naturale e primitivo.
Sull’immedesimazione pesa ovviamente l’eccessiva inverosimiglianza della vicenda: risulta difficile
pensare o credere che una bambina di 7 anni possa affrontare a piedi il viaggio andata e ritorno tra
Bruxelles e l’Ucraina, se non ricorrendo alla momentanea sospensione dell’incredulità richiesta dalla
favola. In questo senso si può tentare un accostamento con due film molto celebri che hanno affrontato lo
stesso tema con lo stesso spirito: Train de vie (Mihaileanu, 1998) e La vita è bella (Benigni, 1997);
Belmont, al contrario dei suoi illustri predecessori, rinuncia totalmente all’ironia e alla fantasia come
filtri di credibilità, restando preda di quella presunzione di verità già alla base delle polemiche suscitate
dal romanzo.
Il ruolo del minore e la sua rappresentazione
Misha, la protagonista di Sopravvivere coi lupi, ha sette anni e all’inizio del film vive con i genitori in
condizioni di semi-clandestinità. Bambina di straordinaria vivacità, patisce molto il dover stare relegata in
casa anche se con gli altri bambini è piuttosto scontrosa, preferendo il rapporto con la natura e la
compagnia degli animali. Non potendo avere un cane come desidererebbe, si circonda di animali
giocattolo: il cavallo a dondolo in groppa al quale immagina straordinarie avventure, o una tartaruga, una
tigre e un serpente di cartapesta che nella sua fantasia diventano la mamma e il papà che sconfiggono i
“crucchi”. Sulla guerra e sugli invasori tedeschi dimostra di avere le idee chiare ed è talmente decisa nel
suo odio verso i nemici che non esita a bisbigliare insulti ai soldati con il rischio di essere scoperta.
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Sopravvivere coi lupi
Tuttavia, in qualche modo riesce a vivere come un gioco anche la permanenza nel nascondiglio ed è
estremamente felice di passare tutto il giorno in compagnia della mamma con la quale ha instaurato un
rapporto di amore esclusivo. Quando i genitori vengono arrestati e deportati, Misha si trova a dover
affrontare una realtà profondamente diversa: la famiglia che la accoglie lo fa solo per denaro e la
bambina soffre tremendamente per l’assenza di affetto. Un po’ di conforto lo trova nel rapporto con
l’anziano Jean e sua moglie Gerusha: i due, che non si sono mai rassegnati per la morte del loro unico
figlio avvenuta molti anni prima, la accolgono a braccia aperte. Con Jean, Misha scopre finalmente il
piacere della vita all’aria aperta, impara i segreti della terra e il modo corretto di rapportarsi con gli
animali, in particolare i due cani, uno bianco e uno nero, che fanno la guardia alla fattoria. Saranno
proprio queste nozioni, qualche tempo dopo, a salvarle la vita permettendole di entrare in contatto con i
lupi. Inoltre, essendo stato Jean un maestro di scuola, la protagonista riceve anche quell’educazione
scolastica che aveva dovuto interrompere bruscamente, e sarà proprio lui a regalarle la bussola e a
spiegarle l’ubicazione dei punti cardinali. Quando la polizia arresta Jean e la moglie per un traffico di
documenti d’identità falsi, Misha decide di affrontare il viaggio verso est per trovare i suoi genitori: si
tratta evidentemente di una scelta estremamente incosciente e azzardata che, dettata dalla giovane età
della protagonista, non tiene in alcun conto i pericoli e le quasi nulle probabilità di successo. In realtà la
bambina ben presto si rende conto della follia del progetto, estenuata dalla fatica e dalla fame al punto
da tentare di ingoiare vermi vivi, ma è altrettanto conscia di non avere altra scelta. L’incontro con il lupo
bianco, quasi una creatura fantastica, rappresenta dunque l’unica forma di salvezza possibile. Il rapporto
che si instaura tra i due diventa metaforicamente l’affermazione del mondo animale su quello umano.
Misha è a tutti gli effetti una moderna “cappuccetto rosso” ma invece di incontrare il lupo cattivo riesce a
sfuggire agli uomini cattivi proprio grazie all’animale. Lo spunto, come già accennato nell’introduzione al
film, è piuttosto banale, ma è affrontato con un’insistenza sul realismo che, sforando nel macabro, crea
un confronto tra due tipi di orrore profondamente diversi. La protagonista rifiuta e fugge l’orrore della
violenza bellica, gratuita e insensata, per abbandonarsi alla dura, ma giusta, “legge della giungla”. Il lupo
non è solo un cacciatore abile che permette alla bambina di sopravvivere, ma anche un compagno di
giochi, un caldo giaciglio, un forte baluardo in grado di proteggerla dai pericoli. Dall’animale Misha finisce
per apprendere la sottile arte della vita del bosco fino a sviluppare un istinto primordiale; è lo stesso
istinto che la porta a fiutare la trappola tesa dai soldati tedeschi al gruppo di bambini nascosti nel bosco e
a suggerirle la fuga pochi secondi prima dell’agguato. L’identificazione con gli animali arriva al suo
culmine nel momento in cui i lupi vengono uccisi dai cacciatori e la protagonista si trova a vendicarne
l’uccisione; l’agguato all’uomo ha poco di umano e molto di animalesco. Misha si scaglia sul malcapitato,
colpevole solo di aver voluto difendere il proprio ovile, con furia straordinaria e solenne, sino al gesto
simbolico di gettare nel pozzo il fucile. La diffidenza nei confronti degli uomini si ammorbidisce
gradualmente solo quando la protagonista viene raccolta e accolta dalla famiglia ucraina; non è un caso
che il ragazzo che la trova e se ne prende cura si chiami proprio come lei: in lui, Misha ritrova finalmente
un suo simile e, faticosamente, recupera la fiducia nella razza umana.
Nel chiudere frettolosamente verso l’unico “lieto fine” possibile, il film trascura totalmente il viaggio
di ritorno e si limita a restituire l’immagine di una bambina che giunge a casa talmente emaciata da
essere quasi irriconoscibile; tuttavia l’incontro con Jean pone le basi per un lento ritorno alla normalità.
Riferimenti ad altre pellicole e spunti didattici
Per i temi trattati e il linguaggio utilizzato la visione di Sopravvivere coi lupi è adatta agli allievi delle
scuole medie superiori, data soprattutto la presenza di immagini piuttosto scabrose. Il film si presta sia ad
un approfondimento sul tema storico delle deportazioni naziste durante la seconda guerra mondiale visto
attraverso lo sguardo infantile, sia sul tema del rapporto tra uomo e animale. Per un maggiore
approfondimento del primo si consiglia anche la visione di La vita è bella (Benigni, 1997), Train de vie
(Mihaileanu, 1998), Monsieur Batignole (Jugnot, 2003) e Arrivederci ragazzi (Malle, 1987), L’ultimo treno
(Bogayevicz, 2001). Per quanto riguarda il secondo spunto invece si suggerisce la visione di Il bacio
dell’orso (Bodrov, 2002).
Ludovico Bonora
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