Ricordare chi eravamo e come eravamo

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Ricordare chi eravamo e come eravamo
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“Ricordare chi eravamo e come eravamo”
La domanda che si rivolge a uno de1la mia età è: chi eravate e come eravate
organizzati? Vi posso sinteticamente raccontare la mia esperienza, partendo dal 1970.
Anch'io sono stato un ragazzo di ieri, che, arrivato a vent'anni, ho dovuto non
inseguire un sogno, ma scegliere una strada, un lavoro dignitoso e come tanti altri,
dovendo fare il servizio militare obbligatorio, avevo scelto di entrare in Polizia.
Sul bando affisso al muto davanti al Comune del mio paese, dove era raffigurato un
soggetto maschile in divisa, avevo letto le condizioni dell'arruolamento, fra le quali la
possibilità di poter continuare gli studi, come uno studente lavoratore.
Fatte le opportune valutazioni, fu inoltrata la domanda al Commissariato e nel giro
di poco tempo mi sono ritrovato ad Ascoli Piceno con altri tre, che al momento facevano
i muratori ed alla fine di un test, (un dettato e la soluzione di un semplice problema di
aritmetica), dopo la visita di un medico, uno solo fu scartato, per scarso livello culturale;
a quel tempo bastava solo il possesso della scuola dell'obbligo: la V classe elementare.
Due furono chiamati poco dopo ed io invece partii per il militare, alla paga di 158
Lire al giorno. Nel mese di settembre mi chiamarono a Nettuno e dopo tre giorni mi
spedirono alla Scuola Allievi Guardie di Pubblica Sicurezza di Bolzano, insieme ad un
altoatesino, che non sapeva una parola d'italiano, ma fu il mio compagno di banco per
tutto il periodo di frequenza. In un colloquio, riservato solo a pochi chiesero cosa ci
facesse uno come me fra aspiranti poliziotti e fui scambiato erroneamente per uno di
quei sessantottini, che in quel periodo procuravano dei seri grattacapi nelle università e
nelle piazze. Con i capelloni avevo subìto l'impatto nell'Esercito, ai quali veniva
praticata la rasatura completa, con derisione collettiva di tutti quelli che stavano
inquadrati fuori dal barbiere, prima di subire la stessa sorte.
La Scuola di Bolzano, abbinata con un'altra e considerata sperimentale, su un
organico di 500 uomini, vantava tre diplomati ed uno in itinere, mentre il resto era
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rappresentato da quelli che, per vari motivi, fra i quali quello economico, avevano
abbandonato la frequenza della scuola.
Prima di avere la divisa grigioverde con le sole stellette, poi con le fiamme oro, si
andava in giro per la caserma con la classica tuta mimetica; io conservo appesa una foto
di uno sbarbatello vestito in quella foggia, con camicia dello stesso colore, cravatta nera,
cappello in testa con un'aquila reale come fregio, in sostituzione di quello dei carristi.
Al magazzino V.E.C.A., ci avevano dato tutto l'occorrente per la vestizione con
l'aggiunta di: un moschetto mod.91 con baionetta ripiegabile in uso alla cavalleria, una
pistola mod.34 con su stampigliata una corona e sotto scritto RE, le prime manette in
sostituzione delle catenelle, un casco da O.P., uno zainetto verde, un lacrimogeno da
lancio a mano, il manganello corto ed un ¾. La bicolore, con la stelletta al bavero, era
solo per la festa e la libera uscita.
Finito il corso di un anno, dopo il giuramento, la destinazione comune era
l'assegnazione ai reparti, militarmente organizzati, che sul territorio si sviluppavano in
reparti Mobili o fanterie e Celeri, come cavallerie automontate su jeep e gipponi,
utilizzati nei caroselli, poi aboliti, raggruppati in tre città, nell'ordine: Milano, Padova e
Roma, poi Napoli aggiunta in seguito, che potevano essere identificati dal numero
stampigliato su ogni automezzo. Io invece fui mandato alla Pol.G.A.I. di Roma per i
servizi di Questura, che si tenevano alla Scuola Tecnica.
Fui ripescato da Genova per frequentare il precorso della stradale ·a Senigallia, ma,
finito l'anno, andai a Nettuno per la frequenza del corso da Vice Brigadiere o
sottufficiale, nel quale si accedeva solo dall'interno dell'Amministrazione; a Senigallia
c'era di stanza il VII Reparto mobile, che ironicamente era stato soprannominato: il circo
Pittui, che si spostava su tigrotti dipinti di verde con griglie di protezione sui vetri; in
ritagli di tempo si praticava l’automotoconduzione, ma di fatto si partiva quasi sempre
per Milano per cinque giorni, (così era affisso in bacheca), ma Il si restava per un mese e
mezzo circa. Quello fu pure l'anno del terremoto di Ancona ed il reparto era diviso in tre
fra Milano, Ancona e Reggio Calabria. Il mio compito era quello di scrivano mobile
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della P.S. con la macchina da scrivere incollata alle mani e senza libera uscita serale,
dovendo battere i servizi, che la Questura emetteva quasi sempre dopo la mezzanotte.
In aula, per tutta la durata del corso, l'allievo doveva soprattutto apprendere che
fino all'età di 28 anni, poi ridotti a 26, non avrebbe potuto contrarre matrimonio, la cui
disciplina era rigorosamente .regolamentata e per questo motivo il Militare era costretto
a vivere e ad alloggiare in caserma.
Il periodo di servizio era considerato h24 con una libera uscita serale sempre
condizionata da un presidio e da una ronda di controllo, con una paga mensile di 90.000
Lire circa. In quel periodo non esisteva nessun 'altra indennità extra, all'infuori di quella
di trasferta fuori sede. Sulle Volanti poi, partendo dal turno in terza senza riposo a
Milano (7/13 - 1.3/21 - 21/07), si è arrivati all'attuale turno in quinta. Nei primi anni '70,
molti, dopo il periodo di ferma triennale, non si raffermavano, ma preferivano
concorrere in altre Amministrazioni, fra le quali le Ferrovie dello Stato, gli Enti di
trasporto pubblico e i servizi di vigilanza privati.
Senza essere troppo prolissi, nella permanenza per troppo tempo in questi reparti, il
bipolarismo di comando: l'Ufficiale militare in caserma e il Funzionario civile in
Questura o Commissariato, nonché l'alto numero dl caduti, le defezioni dei politici anche
ai funerali, i movimenti di piazza di operai e studenti, l'insorgenza del terrorismo, le
permanenze continue, che costringevano padri a trascurare anche la famiglia, tutte
queste componenti hanno dato vita a quel movimento sotterraneo, che oggi si chiama:
Sindacato di Polizia.
Il degrado sociale in una Roma, nella quale era costantemente esposto il cartello di
permanenza, soprattutto e puntualmente ogni sabato, aveva raggiunto limiti di
invivibilità ed abbiamo assistito ad ogni forma di manifestazione, compresa la chiusura
del collettivo di via dei Volsci, nel quale furono identificati soggetti, la maggior parte
con la tessera ferroviaria di sconto per i familiari di dipendenti dello Stato e fu tolto il
coperchio sul vaso di Pandora con la scoperta anche di padri, che· stavano a prendersi le
sassate, o qualcosa di peggio, dai loro stessi figli; ricordo che uno di essi, in uno sfogo
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verbale fra colleghi, era inferocito contro il figlio, perché, tornato a casa e sedutosi a
tavola, era stato apostrofato con l'epiteto di: Stai zitto tu, servo dei Padroni!
La capitale era diventata una realtà a imbuto, nella quale si entrava senza via
d'uscita, con poliziotti che trovavano difficoltà in borghese anche a tornarsene di notte in
famiglia, costretti a fare percorsi diversi, perché qualcuno poteva stare ad aspettarli sotto
casa.
In un sistema, ove tutto era proibito, persino pensare, furono presi provvedimenti
nei confronti di promotori o potenziali sobillatori, ma ormai i tempi erano maturi ed il
giorno di riposo, chiamato dalla truppa: riposo Fanfani, non era più una realtà chiusa nel
cassetto, come una concessione: per grazia ricevuta, ma un sacrosanto diritto, insieme
allo straordinario e ad ogn'altra indennità riconosciuta ad un lavoratore.
Noi siamo stati bollati dalla storia come sessantottini, perché i nostri coetanei,
quelli che nella società della crescita economica stavano già bene e non noi di bassa
estrazione sociale di campagna o del mondo operaio e buona parte provenienti dalle
regioni del Sud, negli atenei avevano scoperto il libero amore e le ragazze, tirandosi su
le gonne, ci avevano gridato a gran voce ogni sorta d'improperio con epiteti censurabili,
nella piazze avevano messo in mostra il libretto rosso con i pensieri di Mao Tse-Tung,
avevano le zazzere in testa e vestivano alla stracciona, erano i figli dei fiori con la
chitarra in spalla, in giro per l'Italia a caccia di concerti e rastrellati in ammucchiate nel
Parco del Castello Sforzesco, avevano nello sballo simboli disegnati sul corpo; molti di
essi costituiscono oggi l'attuale borghesia, rientrati nei ranghi.
Io che ero stato uno studente come loro e che neppure sapevo ch'esistessero, per
l'ironia della sorte, mi sono trovato dall'altra parte a prendere le pietre, come nella nota
canzone di Antoine: Se sei buono, ti tirano le pietre... qualunque cosa fai, dovunque te
ne vai, sempre pietre in faccia prenderai...
Nel 1981 la legge di riforma aprì l'ingresso nell'Amministrazione al personale
d'ambo i sessi, con l'apertura di nuovi orizzonti, con l'adeguamento tecnologico alle
esigenze moderne, ma ciò che ha sempre determinato le difficoltà di gestione permane
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ancora e resterà insanabile.
L'operatore di polizia, per effetto del suo stato giuridico, alla fine del servizio deve
redigere atti, che avranno valenza giuridica ed al tempo in cui ero impiegato sulle prime
Volanti, l'Ufficio mi metteva a disposizione una macchina da scrivere, la carta carbone e
della carta velina, ma il primo foglio, quello che sarebbe andato in Procura non c'era
quasi mai ed ogni Poliziotto metteva mano al proprio portafoglio, o comunque si doveva
arrangiare.
Il cestino poi dell'Ufficio era quasi sempre vuoto. Nei vecchi fascicoli di II si
trovavano fogli di carta riciclata, compresa pure quella dei calendari, sulla quale
amanuensi avevano lasciato sulle minute la loro traccia, poi le macchina da scrivere
meccaniche ed elettriche e poi il computer, quella macchina inizialmente inutile, apparsa
sui tavoli a restringere lo spazio per i fascicoli e a riempire finalmente i cestini di fogli
preziosi di carta accartocciata. Nelle ore pomeridiane veniva in Questura una signora,
che, passando per gli uffici, ne riempiva appena uno.
Il computer era un soprammobile, un ingombro e qualche rara volta ho fatto delle
battute sarcastiche sul fatto che giovani poliziotti stessero a perdere tempo con
quell'arnese, tralasciando le pratiche da fare, ma poi pian piano, guardandomi allo
specchio, mi sono reso conto di essere finito fuori corso. I giovani e le giovani dalle
fresche ed erudite memorie, entrando dalla porta centrale, andavano in ufficio con un
trasmettitore incollato all'orecchio; era tramontata l'era degli schieramenti della guardia,
dei: ''tutti attenti!", del comandi e del signorsì; ho guardato l'orologio e mi sono reso
conto che era ora di togliere le tende e di tomarmene a casa, portandomi dietro un
bagaglio di ricordi con una miriade di volti, tutti salvi e nessun caduto al mio comando,
soprattutto nel decennio degli anni '70, soddisfatto di aver fatto una grande esperienza
umana e il mio dovere, al servizio della nostra gente.
Grazie per avermi ascoltato, per avermi concesso questa grande opportunità e
grazie a tutti quelli che, in questa città hanno collaborato con me in ogni servizio, in
special modo nel controllo del territorio. La mia carriera attiva ebbe inizio su un'Alfa
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Romeo Giulia Super grigioverde della Squadra Volante 113 di Genova, poi di Milano ed
è finita, correndo, su una pantera con scritto Polizia sulle fiancate, di Macerata.
In ogni via di queste città abbiamo volato come le aquile, con animo intrepido,
generoso e spirito di abnegazione, sull'onda emotiva della giovinezza e della maturità,
pronti ad intervenire con i motori rombanti in ogni circostanza ed a prestare soccorso a
chiunque si fosse trovato in difficoltà.
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