indagine Vulnerabilità e benessere

Commenti

Transcript

indagine Vulnerabilità e benessere
I lettori che desiderano informarsi sui libri e le riviste da noi pubblicati
possono consultare il nostro sito Internet: www.francoangeli.it e iscriversi nella home page
al servizio “Informatemi” per ricevere via e.mail le segnalazioni delle novità.
LA FAMIGLIA AL TEMPO DELLA CRISI
TRA VULNERABILITÀ ECONOMICA
E NUOVE FORME DI TUTELA
FRANCOANGELI
I contenuti del presente volume sono il frutto di due distinti progetti di ricerca, sviluppati dall’Università degli Studi di Milano per il Forum ANIA – Consumatori:
“Vulnerabilità e benessere delle famiglie italiane”, responsabile scientifico prof.ssa
Luisa Anderloni; “Risposte innovatrici per fronteggiare il rischio vulnerabilità e
accrescere il benessere”, responsabile scientifico dott.ssa Franca Maino
Responsabile del progetto: Giacomo Carbonari
Coordinamento redazionale ed editoriale: Matteo Avico
Copyright © 2014 by FrancoAngeli s.r.l., Milano, Italy.
Ristampa
0 1 2 3 4 5 6 7 8 9
Anno
2014 2015 2016 2017 2018 2019 2020 2021 2022 2023
L’opera, comprese tutte le sue parti, è tutelata dalla legge sui diritti d’autore.
Sono vietate e sanzionate (se non espressamente autorizzate) la riproduzione in ogni modo e forma
(comprese le fotocopie, la scansione, la memorizzazione elettronica) e la comunicazione
(ivi inclusi a titolo esemplificativo ma non esaustivo: la distribuzione, l’adattamento, la traduzione e la
rielaborazione, anche a mezzo di canali digitali interattivi e con qualsiasi modalità attualmente nota od
in futuro sviluppata).
Le fotocopie per uso personale del lettore possono essere effettuate nei limiti del 15% di ciascun
volume dietro pagamento alla SIAE del compenso previsto dall’art. 68, commi 4 e 5, della legge 22
aprile 1941 n. 633. Le fotocopie effettuate per finalità di carattere professionale, economico o
commerciale o comunque per uso diverso da quello personale, possono essere effettuate a seguito di
specifica autorizzazione rilasciata da CLEARedi, Centro Licenze e Autorizzazioni per le Riproduzioni
Editoriali (www.clearedi.org; e-mail [email protected]).
Stampa: Tipomonza, via Merano 18, Milano.
Il Forum ANIA – Consumatori
Il Forum ANIA – Consumatori è una fondazione costituita dall’ANIA
(Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici) che ha l’obiettivo di
facilitare e rendere ancor più costruttivo e sistematico il dialogo tra le
imprese di assicurazione e i consumatori.
Un luogo di confronto paritetico e di progettualità condivisa che si avvale della partecipazione di rappresentanti delle imprese, delle associazioni
dei consumatori nonché di autorevoli personalità indipendenti dal settore
assicurativo.
Fanno parte del Forum e siedono nel suo organo direttivo otto associazioni di consumatori rappresentative a livello nazionale: Adiconsum, Adoc,
Cittadinanzattiva, Codacons, Federconsumatori, Lega Consumatori,
Movimento Difesa del Cittadino, Unione Nazionale Consumatori.
Il Forum ha finora focalizzato la sua attività su tre principali aree di interesse: le problematiche dell’assicurazione RC Auto, la cultura assicurativa e
le prospettive del sistema di welfare italiano.
La sistematicità del confronto tra le parti all’interno del Forum ANIA –
Consumatori consente inoltre di affrontare con continuità temi rilevanti per
il settore assicurativo, quali i riflessi della crisi economica per le famiglie,
il tema delle catastrofi naturali e delle eventuali soluzioni assicurative finalizzate a gestirne i costi, la trasparenza dei contratti.
Il welfare
Assicuratori e consumatori hanno sviluppato all’interno del Forum
ANIA – Consumatori un confronto sul modello di welfare italiano, sui
nuovi assetti che si vanno delineando e sul ruolo sociale dell’assicurazione
in tale contesto.
5
Un percorso comune di ricerca basato sulla convinzione che il sistema
attuale è statico e non più adeguato a rispondere alle esigenze dei cittadini,
che oggi più che mai hanno bisogno di informazioni utili per sviluppare
strategie appropriate e scelte efficaci in ambiti che sono di primaria importanza per la tutela del proprio benessere.
In questo ambito si collocano le attività dell’Osservatorio sulla vulnerabilità economica delle famiglie sviluppato in collaborazione con
l’Università degli Studi di Milano, oggetto del presente volume.
Ad esso si affianca un secondo filone di approfondimento, dedicato agli
scenari attuali e alle prospettive future del nostro sistema di welfare. Ne
sono testimonianza le indagini “Tra nuovi bisogni e voglia di futuro” e “Le
nuove tutele oltre la crisi”, sviluppate insieme al Censis.
Esse mettono in evidenza la necessità di un nuovo sistema di architettura
sociale basato su una pluralità di attori, che si integrano e concorrono insieme
a rispondere con equità ed efficacia alle esigenze della società italiana.
Il Forum ANIA – Consumatori ha promosso, inoltre, l’indagine europea
“Share” focalizzata sul tema dell’anzianità.
Con lo sviluppo di queste molteplici attività, il Forum intende contribuire al dibattito generale sul sistema di welfare, approfondendo i temi della
sostenibilità nel lungo periodo del sistema, dell’attuale elevata asimmetria
tra la domanda di servizi socio-sanitari e l’offerta, della necessità di integrare tra loro i segmenti pubblici, privati e del non profit.
Educazione e formazione assicurativa
Uno degli scopi statutari del Forum ANIA – Consumatori è quello di
consentire scelte più consapevoli da parte dei cittadini, anche tramite iniziative di educazione e informazione su temi finanziari e assicurativi.
Perseguendo tale obiettivo, il Forum incentiva lo sviluppo di un sistema
di formazione continuativa per gli operatori e i quadri delle associazioni dei
consumatori in materia di assicurazioni, basato su un sistema di apprendimento e-learning (www.formazioneaniaconsumatori.it) condiviso con le
associazioni stesse.
Il Forum, inoltre, promuove “Io e i rischi” (www.ioeirischi.it), un progetto di educazione assicurativa per le famiglie e gli studenti delle scuole
italiane – finalizzato all’educazione al rischio, alla prevenzione e alla
mutualità – sviluppato con il coinvolgimento dell’Università Cattolica del
Sacro Cuore e dell’Università Luigi Bocconi di Milano, dell’Associazione
Europea per l’Educazione Economica, con il patrocinio dell’Istituto
Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa e
dell’Ufficio Scolastico Regionale della Lombardia.
6
Il Forum realizza infine “L’Assicurazione in chiaro”, una collana di
guide volta a promuovere l’informazione e la cultura assicurativa, dedicata
alle caratteristiche delle principali coperture assicurative nei loro aspetti sia
normativi che pratici.
Assicurazione RC Auto
Il Forum ANIA – Consumatori ha condotto un’approfondita analisi sui
fattori che determinano l’elevato livello dei costi complessivi del sistema
risarcitorio e, correlativamente, dei prezzi dell’assicurazione RC Auto.
Obiettivo di tale attività è la condivisione di proposte di intervento concrete da rappresentare alle istituzioni come espressione del confronto tra
imprese assicuratrici e associazioni dei consumatori. Frutto di questo lavoro è la posizione comune “Assicurazione RC Auto. Proposte di intervento
finalizzate al contenimento dei costi e dei prezzi”, che avanza sette proposte
realizzabili in breve tempo e a costo zero per lo Stato, che potrebbero portare a un abbattimento dei costi impropri che gravano sulla RC Auto. Tali
proposte rappresentano la prima posizione comune espressa dalle imprese
assicuratrici e dalle loro controparti sociali su questa delicata tematica.
Il Forum, inoltre, promuove il rilancio dell’accordo relativo alla procedura ANIA – Consumatori per la conciliazione delle controversie RC Auto,
a cui aderiscono 17 associazioni dei consumatori.
Giacomo Carbonari
Segretario Generale Forum ANIA – Consumatori
Per informazioni e approfondimenti: www.forumaniaconsumatori.it
7
Indice
Consapevolezza e prevenzione
per tutelare il benessere degli italiani
di Silvano Andriani
pag.
13
1. Introduzione
»
19
2. La vulnerabilità finanziaria delle famiglie
»
»
»
21
21
22
»
25
3. L’indagine campionaria
»
35
4. L’analisi della vulnerabilità: l’indice e le verifiche
»
»
»
»
43
43
48
50
5. Conclusioni
»
57
Bibliografia
»
59
Appendice A. Vulnerabilità finanziaria: costruzione dell’indice
Appendice B. Il questionario
»
»
63
65
Parte prima
Vulnerabilità e benessere delle famiglie italiane
di Luisa Anderloni e Daniela Vandone
2.1. Nozione di vulnerabilità
2.2. La letteratura e gli indicatori esistenti
2.3. La situazione economico-finanziaria delle famiglie italiane
4.1. L’indice di vulnerabilità finanziaria
4.2. Le determinanti della vulnerabilità finanziaria
4.3. Le caratteristiche dei gruppi omogenei di individui
9
Parte seconda
Nuove emergenze e risposte innovative
per fronteggiare il rischio vulnerabilità
di Franca Maino e Evelina Bianca Benzi
1. Introduzione
»
83
2. Crisi del welfare state e vulnerabilità sociale
»
86
»
86
»
»
»
»
89
89
95
98
»
»
»
»
103
104
109
112
»
»
»
»
»
114
116
119
121
123
5.1. Bologna e le Aziende pubbliche di Servizi alla Persona
»
»
126
127
6. L’Azienda pubblica di Servizi alla Persona Poveri
Vergognosi
»
131
»
»
»
136
137
142
»
»
»
»
150
152
154
156
2.1. L’erosione del modello sociale europeo e l’insostenibilità del welfare state tradizionale
3. Dalla povertà alla vulnerabilità sociale
3.1. La povertà in Italia
3.2. L’impoverimento del ceto medio e i “nuovi poveri”
3.3. La nozione di “vulnerabilità sociale”
4. Nuovi rischi, nuovi bisogni e aree di intervento
4.1.
4.2.
4.3.
4.4.
4.5.
4.6.
4.7.
4.8.
Instabilità reddituale e povertà temporanea
Instabilità lavorativa
La vulnerabilità al femminile
La vulnerabilità degli anziani tra non autosufficienza e
long-term care
L’emergenza abitativa
L’emergenza alimentare
Tagli alla sanità e sfiducia nel SSN
La diseducazione finanziaria
5. Policies innovative in risposta alle “nuove povertà”
7. Misure e iniziative di contrasto alle nuove povertà
7.1. Microcredito alle persone
7.2. Money Tutoring
7.3. Microcredito per il pagamento delle ingiunzioni comunali
7.4. Microcredito per la casa
7.5. Fondo di rotazione per i giovani affittuari
7.6. Casa della solidarietà
10
7.7. Emergenza alimentare: ASP Naturalmente Solidale e
Città Aperta
7.8. Il Settore Anziani e il progetto Teniamoci per Mano
7.9. Vulnerabilità e governance dei progetti: quale ruolo
per la ASP
»
»
158
165
»
171
8. Conclusioni
»
174
Bibliografia
»
179
Gli autori
»
183
11
Consapevolezza e prevenzione
per tutelare il benessere degli italiani
di Silvano Andriani*
Questo volume è frutto della collaborazione tra imprese assicuratrici e
associazioni dei consumatori, sviluppata all’interno del Forum ANIA –
Consumatori, in merito al tema della vulnerabilità economica delle famiglie
italiane.
Si tratta di un tema complesso, che chiama in causa l’utilizzo delle risorse economiche, la percezione di sicurezza, le esigenze di protezione, l’idea
di sviluppo e di tutela.
Assicuratori e consumatori hanno deciso di affrontarlo insieme a fronte
della comune presa d’atto di un contesto socioeconomico di crescente impoverimento e fragilizzazione sociale.
Lo scopo di questo percorso condiviso è quello di elaborare possibili
misure di intervento e fornire competenze e stimoli che aiutino le famiglie
a prevenire e affrontare eventuali shock esterni.
La crisi del welfare state ha comportato la restrizione dei tradizionali
ambiti di copertura a carico dello Stato.
Trend aggravato dalla forte inadeguatezza delle risposte alle nuove esigenze di una società in forte evoluzione sul piano economico, sociale e
demografico.
Ciò sposta direttamente sui singoli cittadini e sulle famiglie il dovere e
l’onere di pensare a nuove soluzioni di protezione.
Le informazioni quantitative e la cronaca di questi ultimi anni non consentono dubbi: la capacità degli italiani di proteggere il proprio tenore di
vita a fronte del rischio e dell’incertezza che pervadono l’ambiente in cui
essi vivono è già in flessione e sarà in futuro ancora minore verso ogni tipo
shock, sia idiosincratico (infortunio, perdita del lavoro, divorzio) che sistemico (terremoto, alluvione).
*
Presidente Forum ANIA – Consumatori.
13
Le famiglie italiane stanno, in sostanza, sperimentando sulla propria
pelle la grande crisi del teorema delle aspettative crescenti: il venir meno
dell’idea che il nostro tenore di vita sia destinato a una crescita continua.
La “famiglia al tempo della crisi” è quindi un soggetto che, rispetto ai
decenni precedenti, in questo primo scorcio di secolo scopre, o meglio
riscopre, la dimensione impalpabile dell’incertezza nei confronti del futuro.
Incertezza determinata dal progressivo appannarsi dei tradizionali parametri di scelta e punti di riferimento. Incertezza da affrontare spesso in solitudine, senza contare su tutele esterne, ma sviluppando nuove e impegnative strategie di protezione e prevenzione.
Sulla scorta di tali premesse, i consumatori e gli assicuratori che compongono il Forum ANIA – Consumatori hanno ritenuto necessaria la preliminare costituzione di un quadro oggettivo e misurabile dei fenomeni.
Questo è lo scopo dell’indagine Vulnerabilità e benessere delle famiglie
italiane, a cui è dedicata la prima parte del volume. Essa mira a misurare la
vulnerabilità finanziaria delle famiglie attraverso la costituzione di uno specifico indice e ne analizza le determinanti.
Il rapporto tratteggia l’evoluzione di tale indice, evidenziandone il peggioramento rispetto alla prima rilevazione.
Nella seconda parte del volume, si propone un approfondimento incentrato sulla analisi di cause, sintomi e caratteristiche della vulnerabilità, che
sempre più tocca le famiglie del cosiddetto ceto medio.
Particolare attenzione viene inoltre dedicata, partendo dai dati e dalle
esperienze messe a disposizione dall’Azienda Pubblica di Servizi alla
Persona Poveri Vergognosi di Bologna, alla analisi di policy innovative in
termini di concreta integrazione tra pubblico e privato, che rispondono in
maniera più efficace ai bisogni sociali rispetto alle alternative esistenti.
Il quadro generale che emerge dalle indagini conferma, anche dal punto
di vista delle famiglie, quanto già evidenziato da altre precedenti analisi
promosse dal Forum ANIA – Consumatori sugli scenari generali del nostro
sistema di welfare: il sistema attuale è incapace di individuare i nuovi bisogni e rispondere a essi in maniera sistematica, risulta statico e focalizzato
quasi esclusivamente su pensioni e sanità.
Neppure su questi due importanti fronti il sistema attuale appare poi in
grado di fronteggiare in maniera efficace e finanziariamente sostenibile per
la collettività l’atteso processo di invecchiamento della popolazione.
Sul versante previdenziale, a seguito del progressivo aumento della longevità e dei ridotti tassi di natalità, il rapporto tra persone di almeno 65 anni
e persone potenzialmente attive è previsto quasi raddoppiare nei prossimi
40 anni: attualmente al 31%, secondo proiezioni ISTAT arriverebbe al 61%
nel 2055.
14
Anche sul versante sanitario, lo scenario demografico pone il problema
della sostenibilità finanziaria di lungo termine.
La Ragioneria Generale dello Stato stima che nel 2060 il rapporto tra
spesa sanitaria e PIL sarà pari all’8,2% solo per effetto dell’invecchiamento della popolazione.
Ancora più preoccupante è il fatto che l’acquisto di prestazioni sanitarie
effettuato “di tasca propria” dagli italiani rappresenta oggi il 18% del totale
della spesa sanitaria, contro il 7% in Francia e il 9% in Inghilterra.
Questa dinamica, unitamente al continuo aumento delle rinunce alle cure
sanitarie da parte dei cittadini meno abbienti, messo in luce anche dalle
ricerche di seguito riportate, restituisce un quadro caratterizzato da effetti
potenzialmente regressivi, perché aumenta le differenze nello stato di salute tra cittadini ricchi e poveri.
Non solo, essendo fatta in assenza di schemi mutualistici pubblici o privati, la spesa per la salute “di tasca propria” colpisce per l’intero suo
ammontare le famiglie che vi devono far fronte, aumentandone in maniera
sensibile la vulnerabilità finanziaria e compromettendone la stabilità economica.
Questo esempio dimostra chiaramente che il concetto di vulnerabilità di
cui ci occupiamo coinvolge due aspetti tra loro correlati: il rischio e la risposta al rischio.
La vulnerabilità su cui si concentrano le analisi riportate in questo volume dipende dal fatto che esistono eventi negativi che si possono realizzare
con una certa probabilità e causare, quando si verificano, una perdita del
benessere della famiglia.
La vulnerabilità maggiore o minore di una famiglia dipende pertanto
anche dalla sua capacità di risposta al rischio. Le strategie possibili sono
numerose: tra esse le principali e le più razionali sono la prevenzione e l’utilizzo di schemi basati sulla mutualità assicurativa.
In Italia, solo una fascia di popolazione – ristretta per quanto in costante
crescita, con maggiore concentrazione nel Mezzogiorno – è qualificabile
come “povera”. Dalle nostre analisi, tuttavia, una frazione molto ampia di
popolazione risulta “vulnerabile”, cioè sottoposta a rischio di povertà futura.
I rappresentanti delle imprese assicuratrici e delle associazioni dei consumatori che compongono il Forum concordano sulla urgenza di ridurre la
vulnerabilità economica della popolazione.
Sono infatti molti i cittadini che rischiano di sperimentare sulla propria
pelle la mancanza di una rete di protezione adeguata.
Si tratta di temi che il Forum ANIA – Consumatori affronta e approfondisce con impegno, concentrando l’attenzione sulle possibili vie per una
efficace integrazione del sistema di welfare tradizionale, in cui una pluralità
15
di soggetti (pubblico, terzo settore/non profit, imprese come le assicurazioni) concorre a coprire i bisogni della società.
Le nostre analisi sulla vulnerabilità delle famiglie dimostrano che, nei
fatti, la transizione verso questo modello è già in atto, ma per ora appare
come una inorganica e disordinata (in quanto non strategicamente pianificata) ritirata delle garanzie pubbliche, che lascia scoperte e senza alcun presidio sempre più ampie aree di bisogno.
Si tratta ora di prenderne consapevolezza e di attrezzarsi, per governare
questo fenomeno nell’interesse della collettività e con il concorso di tutti i
soggetti coinvolti.
La ridefinizione di un nuovo modello di welfare, basato sulla cooperazione tra pubblico e privato, richiede infatti compartecipazione e responsabilizzazione dei singoli cittadini, delle imprese, delle forze sociali.
Ci auguriamo che gli approfondimenti e le analisi che assicuratori e consumatori stanno sviluppando possano costituire un elemento ulteriore di stimolo e riflessione per affrontare questa sfida.
16
Parte prima
Vulnerabilità e benessere delle famiglie italiane
di Luisa Anderloni e Daniela Vandone
1. Introduzione
Le famiglie italiane soffrono la perdurante crisi economica che si manifesta sotto molteplici aspetti: la diminuzione del reddito disponibile a fronte della crescita dell’incidenza di spese per utilities, trasporti e servizi pubblici, l’incertezza del mercato del lavoro e, per talune famiglie, la concreta
perdita del posto di lavoro o la riduzione delle ore lavorate o l’aggravarsi
del peso del debito per le famiglie indebitate all’evolvere in negativo dei
flussi in entrata.
A variabili economiche e finanziarie si associano cambiamenti negli stili
di vita e dinamiche socio-culturali che concorrono a modificare sia le condizioni economico e finanziarie delle famiglie, sia le percezioni di benessere delle medesime.
Il Forum ANIA – Consumatori, sulla base di una sensibilità per le implicazioni dei profondi cambiamenti congiunturali e strutturali che incidono
sulle menzionate condizioni economiche e finanziarie delle famiglie, nel
2009 ha dato vita – in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano
– all’Osservatorio Vulnerabilità e benessere delle famiglie italiane.
L’Osservatorio mira ad analizzare i profili di vulnerabilità finanziaria delle
famiglie italiane e la capacità di gestire i rischi per tutelare gli standard di
vita.
Giunto alla seconda edizione, il presente Rapporto si propone di:
• richiamare l’indice, elaborato nel primo Rapporto, che misura la vulnerabilità finanziaria delle famiglie ed è finalizzato a consentire il monitoraggio nel tempo dell’evoluzione del fenomeno;
• valutare, su un panel di famiglie italiane, l’evoluzione delle condizioni
di vulnerabilità finanziaria;
• analizzare le determinanti di tale vulnerabilità e gli eventuali trend di
modifica;
19
• indagare le caratteristiche socio-demografiche, economiche e comportamentali di gruppi di individui omogenei per grado di vulnerabilità finanziaria.
L’analisi empirica è stata realizzata nel marzo 2013 su di un campione
costituito da 1933 famiglie, rappresentative dell’universo italiano, cui è
stato somministrato un questionario progettato ad hoc in relazione alle finalità dell’Osservatorio e alla letteratura economica esistente nello specifico
campo di ricerca.
Il II Rapporto su Vulnerabilità e benessere delle famiglie italiane è strutturato come segue. Il secondo paragrafo richiama i principali contributi
della letteratura in materia, sia teorica che empirica, così da collocare correttamente nel contesto dell’elaborazione teorica e delle rilevazioni empiriche i risultati qui conseguiti; nel terzo paragrafo viene illustrata l’indagine
campionaria e, in particolare, si presentano le caratteristiche del campione,
la struttura del questionario e viene fornito un commento dei risultati raccolti nel 2013 con un confronto con quelli raccolti nel 2009. Il quarto paragrafo fornisce un’analisi più approfondita che considera l’evoluzione dell’indice di vulnerabilità approntato nel I Rapporto dell’Osservatorio1, realizza un’analisi multivariata delle determinanti della vulnerabilità e un’analisi cluster. Infine, il quinto paragrafo raccoglie le considerazioni di sintesi.
1
Si veda Forum ANIA-Consumatori (2011), http://www.forumaniaconsumatori.it/
images/stories/pdf/rapportoVulnerabilita_171011.pdf e Anderloni, Bacchiocchi e Vandone
(2011).
20
2. La vulnerabilità finanziaria delle famiglie
2.1. La nozione di vulnerabilità
Il presente Rapporto dell’Osservatorio identifica nuovamente la vulnerabilità finanziaria come “una condizione fattuale e percettiva di instabilità
finanziaria, connessa a difficoltà ad ‘arrivare a fine mese’ e/o a sostenere
spese impreviste, a over-commitment dovuto a eccesso di indebitamento,
nonché di percezione di instabilità economica e finanziaria avvertita dall’individuo”1.
I fattori che possono concorrere a determinare condizioni di vulnerabilità finanziaria possono essere individuati essenzialmente nei seguenti:
• shock inattesi (perdita posto di lavoro, malattia, decesso, separazioni e
divorzi) che fanno venire meno o riducono le fonti di reddito e/o determinano l’insorgenza di passività impreviste;
• bassi livelli di reddito e di ricchezza che rendono l’individuo particolarmente esposto a eventi negativi inattesi;
• livelli di reddito e di ricchezza talmente bassi da collocare l’individuo in
condizioni di povertà;
1
Nell’indagine del 2012 sui bilanci delle famiglie, la Banca d’Italia individua convenzionalmente le “famiglie vulnerabili” come quelle famiglie che hanno una spesa annuale per
il servizio del debito superiore del 30% al reddito (si veda Banca d’Italia, 2012, p. 28). Nella
precedente rilevazione Banca d’Italia, nel trattare il tema dell’indebitamento delle famiglie
italiane, assumeva una analoga nozione di vulnerabilità finanziaria associata alla misurazione in termini di incidenza della rata del debito (per capitale ed interessi) sul reddito disponibile, senza tuttavia fissare una soglia convenzionale (si veda p. 31 e tav. 6, Banca d’Italia,
2008). Nella Relazione annuale 2012, nel capitolo sulle condizioni finanziarie delle famiglie,
sezione sulla “vulnerabilità delle famiglie indebitate”, viene in tale anno esplicitata una
nuova definizione di famiglie vulnerabili come “quelle che hanno un reddito inferiore a quello mediano e un servizio del debito superiore al 30% del reddito”, pp. 175-176.
21
• scelte di indebitamento errate o non sostenibili che, per imprevidenza,
miopia o incapacità di elaborare le informazioni, portano l’individuo a
indebitarsi più di quanto dovrebbe alla luce della propria capacità reddituale presente e futura;
• assenza di misure di prevenzione, copertura e gestione dei rischi che, fornendo competenze e strumenti, mettano l’individuo nella condizione di
gestire al meglio le conseguenze di eventuali shock esterni che possono
modificarne la situazione finanziaria. Fra questi ultimi sono anche
ricomprese le variazioni dei tassi di interesse per le famiglie indebitate e
con condizioni di variabilità dei tassi.
Si è accennato al concorrere di più fattori, in quanto nella realtà, sovente, situazioni di vulnerabilità finanziaria derivano dall’interagire di una serie
di concause, mentre meno frequente è il caso che la determinante sia unitaria. L’approfondimento, quindi, dello studio del fenomeno e delle sue determinanti si presenta denso di interesse, in particolare in questi periodi di crisi
economica.
2.2. La letteratura e gli indicatori esistenti
Nel I Rapporto dell’Osservatorio si era ampiamente dato conto degli
approcci e degli sviluppi nel tempo del quadro teorico di riferimento per l’elaborazione di un indice di vulnerabilità.
In particolare, si era sottolineato come le elaborazioni teoriche in tema di
scelte di risparmio, investimento e indebitamento facciano riferimento sia ai
modelli economici tradizionali, sia agli apporti dell’economia comportamentale.
Se il primo filone poggia sulla “razionalità economica” degli individui
che migliorano il proprio livello di benessere smussando il profilo intertemporale dei consumi attraverso opportune scelte di risparmio e indebitamento2, il secondo considera anche come variabili psicologiche incidano sui
comportamenti degli individui portandoli a compiere scelte difformi da
quelle “razionali” tipicizzate nei modelli economici classici3.
2
Così nelle Teorie del Ciclo Vitale e del Reddito Permanente risparmio ed indebitamento sono scelte razionali che consentono di uniformare i consumi nel tempo e di raggiungere
un miglior benessere economico e vari studi indagano quali siano i fattori che influenzano le
scelte di investimento e di indebitamento delle famiglie (Magri, 2007; Del Rio e Young, 2006;
Leece, 2000; Cox e Jappelli, 1993; Duca e Rosenthal, 1993; Gropp, Sholtz e White, 1997), le
differenze spaziali e temporali (Crook, 2006; Crook e Hochguertel, 2007), le determinanti del
benessere (Sullivan, Turner e Danziger, 2008; Alkire 2002; Nolan e Whelan, 2007).
3
L’economia comportamentale pone in evidenza come le scelte individuali sono influenzate da componenti psicologiche come le inclinazioni personali, gli errori di previsione e la
22
I temi del rischio di sovraindebitamento delle famiglie4 e della fragilità
finanziaria5 hanno, inoltre, costituito oggetto di approfondimento teorico ed
empirico in tempi più recenti. Pur nella diversità di finalità e approcci, gli
studi empirici sopra menzionati utilizzano comunemente – per spiegare i
fenomeni indagati – una serie di variabili esplicative socio-demografiche ed
economiche, come l’età, il livello di istruzione, il livello di reddito e di ricchezza, nonché il tipo di lavoro svolto, cui si sono aggiunte, recentemente,
anche le variabili di tipo comportamentale.
Come ampiamente illustrato nella prima edizione del Rapporto
dell’Osservatorio, le elaborazioni teoriche e le ricerche empiriche hanno
portato all’affinamento di dati e indicatori volti a individuare o quantificare
situazioni di difficoltà finanziarie facendo essenzialmente riferimento a condizioni di sovraindebitamento e di fragilità finanziaria.
Quanto agli indicatori esistenti, nel I Rapporto dell’Osservatorio si era
già illustrato come, nel corso del tempo, siano state elaborate, principalmente, due tipologie di misure aventi diverso contenuto informativo e finalità: misure aggregate e misure individuali (si veda riepilogo nella tav. 1).
L’utilizzo di indicatori aggregati è utile per finalità macroeconomiche,
per monitorare l’andamento globale del fenomeno e per realizzare comparazioni internazionali, ma può, in particolare, occultare importanti disparità
presso diversi segmenti di individui o di nuclei famigliari. Viceversa, l’adozione di indicatori basati su microdati consente di disporre di un patrimonio
conoscitivo più analitico, di individuare presso quali tipologie di individui
si concentrano le situazioni di maggior gravità e di valutare in modo più
appropriato le iniziative da intraprendere per fronteggiare il fenomeno.
Si era altresì rilevato come gli indicatori di sovraindebitamento e di fragilità finanziaria facciano generalmente riferimento a concetti meno ampi di
quello di vulnerabilità finanziaria adottato dall’Osservatorio, in quanto considerano solo i debiti finanziari e l’incapacità di ripagarli e non considerano, invece, aspetti quali l’esposizione a eventuali shock, l’incapacità di
sostenere spese impreviste, la difficoltà di gestire le spese quotidiane e “far
quadrare il bilancio alla fine del mese”6.
scarsa lungimiranza e, per questo, gli individui non riescono a massimizzare la propria utilità attesa. Si ricorda anche che l’eccessiva fiducia, l’euristica della disponibilità e lo sconto iperbolico
sono i tre principali fattori psicologici che inducono a scelte di consumo, investimento e indebitamento non razionali (Kilborn, 2002; Meier e Sprenger, 2007; Gathergood, 2012). Si veda, con
specifico riferimento al fenomeno del sovraindebitamento, Anderloni e Vandone, 2010.
4
Si vedano Bridges e Disney, 2006; Del Rio e Young, 2006; Rinaldi e Sanchez-Arellano,
2006.
5
Si veda Jappelli, Pagano e Di Maggio, 2008.
6
Per una rassegna si veda Anderloni e Vandone (2008).
23
Tav. 1 – Indicatori aggregati e individuali di vulnerabilità
Misure aggregate
CONTENUTO INFORMATIVO: forniscono un’indicazione della diffusione e della gravità di situazioni
di fragilità finanziaria in uno specifico contesto, ad esempio in una specifica area geografica.
PRINCIPALI ELEMENTI CHE CONCORRONO ALLA MISURAZIONE:
• Economici:
– Debito su reddito disponibile
– Servizio del debito su reddito disponibile
– Pagamenti arretrati
• Legali o amministrativi:
– Cancellazione di debiti
– Numero di soluzioni processuali giudiziali e/o extragiudiziali
– Numero piani di risanamento
FONTI DEI DATI:
Le banche centrali nazionali raccolgono solitamente i dati di natura economica; con riferimento
ai soli debiti finanziari, forniscono indicazioni relative al livello di indebitamento del settore
famiglie, al peso del debito rispetto al reddito corrente e al grado di diffusione di difficoltà finanziarie. Inoltre, esse generalmente raccolgono dati sui ritardi nel rimborso dei debiti, sui mancati pagamenti o su eventuali cancellazioni di debiti per insolvenze da parte del sistema finanziario.
Dati legali o amministrativi in forma aggregata sono generalmente disponibili in contesti in cui
è in vigore una legislazione sul fallimento personale o esistono procedure amministrative di
gestione delle insolvenze individuali.
Misure individuali
CONTENUTO INFORMATIVO: forniscono informazioni sul profilo socio-demografico ed economico degli individui che manifestano situazioni di tensione finanziaria.
PRINCIPALI ELEMENTI CHE CONCORRONO ALLA MISURAZIONE:
Dati soggettivi: percezione della congruità del reddito rispetto alle spese periodiche o straordinarie.
Dati oggettivi: :
• Ritardi nei pagamenti
• Ammontare dei debiti
• Composizione attività e passività e congruità delle medesime
FONTI DEI DATI:
Tali dati sono generalmente raccolti attraverso indagini campionarie, condotte dalle Banche
Centrali o dagli Istituti di Statistica, nelle quali compaiono domande che consentono di misurare il livello di indebitamento, il servizio del debito, i ritardi nei pagamenti, la condizione reddituale degli individui e la composizione delle attività finanziarie e reali.
24
Di recente Coin et al. (2013) hanno proposto un set di 3 indicatori per lo
studio delle differenze territoriali della vulnerabilità finanziaria in Italia
(tav. 2).
Tav. 2 – Set di indicatori di vulnerabilità finanziaria
– Incidenza del servizio del debito sul reddito disponibile:
SDRi = (IMi + CMi) / RDLi
assumendo
Soglia = 0,3
[1]
dove: SDRi è l’incidenza del servizio del debito della famiglia i; IMi è l’esborso per interessi
della famiglia i; CMi è il rimborso del capitale della famiglia i e RDLi è il reddito disponibile della
famiglia i.
– Percezione dell’onere del debito da parte delle famiglie, sulla base del margine economico:
MEi = RDLi – IMi – CMi – SMi
assumendo
Soglia = 0
[2]
dove, in aggiunta alla simbologia della [1]: MEi è il margine economico della famiglia i e SMi
sono le spese minime mensili del nucleo familiare della famiglia i.
– Arretrati con i pagamenti sul mutuo
Sotto il profilo metodologico della fonte dei dati, si ricorda che le principali survey che periodicamente rilevano le condizioni di benessere o fragilità delle famiglie sono le già citate Indagine sui Bilanci delle Famiglie
Italiane (SHIW – Survey of Household Income and Wealth) della Banca
d’Italia, la British Household Panel Survey (BHPS), la Survey of Consumer
Finance (SCF), la European Union Survey on Income and Living
Conditions (EU-SILC) e le indagini ISTAT su Condizioni di vita (ISTAT
CV), Aspetti della vita quotidiana (ISTAT AVQ), e Famiglia e soggetti
sociali (ISTAT FSS).
Utili indicazioni per l’analisi delle condizioni di vulnerabilità sono fornite, inoltre, dalle indagini ISTAT sull’andamento dell’occupazione e della
disoccupazione nel paese e sulle condizioni di povertà.
2.3. La situazione economico-finanziaria delle famiglie italiane
Oltre ai menzionati studi e survey periodici di Banca d’Italia e
dell’Istituto Nazionale di Statistica, che registrano un tendenziale peggioramento a seguito della crisi economica e finanziaria innescata nel 2007, un
25
fiorire di occasional paper di Banca d’Italia7, nonché indagini di istituti di
ricerca hanno acceso un faro sulle condizioni di difficoltà e di crisi economico-finanziaria delle famiglie.
Le pubblicazioni di Banca d’Italia dell’indagine biennale sui Bilanci
delle famiglie italiane8 e di ISTAT Indagine su Redditi e condizioni di vita
in Italia9 del 2012 hanno aggiornato la fotografia delle condizioni economiche e finanziarie delle famiglie e posto in luce le tendenze evolutive. Il quadro è poi completato dai dati forniti dalle recenti pubblicazioni “Occupati e
disoccupati”10 sulla dinamica occupazionale e “La povertà in Italia”11.
Gli studi di recente pubblicati evidenziano un peggioramento della situazione economico-finanziaria delle famiglie italiane nell’ultimo quinquennio
ma, talvolta, in taluni ambiti e segmenti si coglie qualche timido segnale di
ripresa nell’ultimo anno.
Per quanto riguarda reddito e ricchezza, nel I Rapporto dell’Osservatorio
si era riportato che dall’Indagine sui Bilanci delle famiglie emergeva come,
nel 2008, la quota di individui “poveri”, convenzionalmente identificati dal
disporre di un reddito inferiore alla metà della mediana (8.150 euro), fosse
pari al 13,4%. Nella più recente indagine, su dati 2010, si fotografa un peggioramento: la quota di individui poveri è risultata essere salita al 14,4%12.
Nell’ultimo Rapporto sui bilanci delle famiglie, Banca d’Italia propone,
inoltre, una sezione “La percezione del benessere”. L’analisi della situazione economica percepita dalle famiglie indica un aumento dei giudizi di difficoltà: nel 2010 il 29,8% delle famiglie reputava le proprie entrate insufficienti a coprire le spese, con un trend di peggioramento della situazione dal
2004; in situazione intermedia si collocava il 59,7% delle famiglie, mentre
il 10,5% riteneva le proprie entrate più che sufficienti. Una lettura storica
dei dati consente di cogliere la tendenziale crescita delle situazioni estreme,
con una costante riduzione delle situazioni centrali e un aumento dei giudizi negativi (shift più rilevante) e di quelli decisamente positivi (shift più contenuto)13.
7
Felici, Manzoli e Pico (2012), Magri e Pico (2012), D’Alessio e Iezzi (2013).
La più recente, pubblicata nel gennaio 2012, fa riferimento ai bilanci delle famiglie italiane nell’anno 2010.
9
L’indagine campionaria condotta dall’ISTAT sul Reddito e sulle condizioni di vita è
parte di un progetto più ampio coordinato da Eurostat che ha lo scopo di produrre statistiche
armonizzate sulle condizioni economiche e la qualità della vita dei cittadini europei (EU
SILC. European Union Statistics on Income and Living Conditions). La più recente è pubblicata nel dicembre 2012.
10
ISTAT, Occupati e disoccupati, ultimo aggiornamento 1° ottobre 2013.
11
ISTAT, La povertà in Italia, ultimo aggiornamento 17 luglio 2013.
12
L’incidenza giunge a superare il 40% fra i cittadini stranieri.
13
Vedi Banca d’Italia (2012), pp. 21-22.
8
26
La distribuzione del reddito – che, come noto, presenta una forma asimmetrica, con una frequenza relativamente ridotta dei redditi molto bassi, un
addensamento sui redditi medio-bassi e una frequenza progressivamente più
contenuta per i redditi più elevati – evidenzia una situazione sostanzialmente invariata dal 2008 al 2010 con il 10% delle famiglie con il reddito più
basso che percepisce il 2,4% del totale dei redditi prodotti (era il 2,5% nel
2008) con un valore di reddito medio che scende da 8.187 € annui a 7.933
€, mentre il 10% delle famiglie con i redditi più elevati percepisce una quota
di reddito pari al 26,1% (era il 26,3%), con reddito medio in ascesa.
La ricchezza netta presenta una concentrazione maggiore di quella del
reddito, con una tendenza all’accentuazione del divario: il 10% delle famiglie ricche possiede quasi il 46% dell’intera ricchezza netta delle famiglie
italiane (nel 2008 si era registrato il 44,3%). La quota di famiglie con ricchezza negativa è circa il 3%.
Per quando concerne l’indebitamento, dopo la crescita fatta registrare nel
decennio fino al 2008, resta sostanzialmente stabile il ricorso all’indebitamento per mutui e credito al consumo: complessivamente, la percentuale di
famiglie che nel 2010 risulta avere un prestito di qualsiasi natura è del
27,7% (era il 27,8% nel 2008). Il valore medio nasconde differenze sensibili in termini di fasce di reddito disponibile della popolazione che ha accesso al credito, con un range che va dal 17,2% del primo quinto al 40,7% dell’ultimo quinto, con un ampliamento del range nel tempo (era fra il 18% e
il 35,3% nel 2008). La stabilizzazione della quota di famiglie che fa ricorso
al credito inverte la tendenza di lungo termine che rifletteva la riduzione del
gap dell’Italia con i comportamenti di altri paesi industrializzati.
Il Rapporto “Debito su reddito disponibile”, frequentemente utilizzato
come indicatore della sostenibilità del debito, resta sostanzialmente costante con un valore mediano di 45,6% (era 45,3% nel 2008) e un valore medio
del 112,1% (era 114,5%).
Come precedentemente detto, Banca d’Italia individua convenzionalmente le famiglie vulnerabili sulla base di una spesa annuale di servizio del
debito superiore al 30% del reddito: secondo tale parametro sono vulnerabili l’11,1% delle famiglie indebitate, ovvero il 2,4% delle famiglie totali. Il
fenomeno risulta stabile rispetto alla rilevazione precedente e concentrato
presso le famiglie con redditi più modesti, interessando il 37,9% delle famiglie indebitate nel primo quinto di reddito e solo il 2,2% dell’ultimo14.
Utilizzando i dati della survey Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie,
Magri e Pico (2012), studiando l’indebitamento delle famiglie italiane dopo
la crisi del 2008, conducono simulazioni circa la vulnerabilità a variazione
14
Banca d’Italia (2012), pp. 28-29.
27
dei tassi di interesse e del reddito delle famiglie indebitate. Sulla base di stime
inerenti le dinamiche dei tassi di interesse e del reddito disponibile delle
famiglie, essi giungono a stimare che, nel 2011, il servizio del debito per il
mutuo sia rimasto stabile e che anche la porzione di famiglie vulnerabili non
si sia sostanzialmente modificata. Anche per il 2012, anno in cui si stima un
calo del reddito disponibile contenuto e un lieve aumento dei tassi di interesse, le modifiche nelle condizioni di vulnerabilità delle famiglie indebitate
sono stimate essere di modesto rilievo (figura 1). Lo studio approfondisce
anche il fenomeno del sovraindebitamento e stima in 160.000 le famiglie
sovraindebitate15, corrispondenti allo 0,6% di quelle totali e al 3% di quelle
indebitate, con una concentrazione nelle famiglie con reddito medio basso.
Fig. 1 – Simulazioni per il 2011 e il 2012 di indicatori di vulnerabilità (Magri-Pico)
Fonte: Magri, Pico (2012) fig. 12, p. 25.
15
Definite come “le famiglie indebitate che non riescono ad assolvere, in maniera continua, le obbligazioni connesse con il proprio debito”. Gli autori sottolineano come il criterio dell’alto servizio del debito utilizzato per individuare le famiglie vulnerabili non considera che nuclei a basso reddito possono fronteggiare gravi difficoltà ad adempiere regolarmente le obbligazioni connesse al rimborso di prestiti anche quando l’incidenza del servizio
del debito è inferiore al 30% del reddito. Essi pongono, quindi, in evidenza come vulnerabilità e sovraindebitamento siano condizioni che si sovrappongono solo parzialmente.
28
Sul fenomeno del sovraindebitamento indagano anche D’Alessio e Iezzi
(2013) che, utilizzando analogamente i dati Banca d’Italia sui bilanci delle
famiglie e un set di indicatori, testano la performance e la dinamica per differenti cut point degli indicatori proposti e fotografano la situazione del
sovraindebitamento in Italia. Nel 2010, secondo gli indicatori di peso del
debito e di collocamento sotto la linea di povertà, fra il 3% e il 6% delle
famiglie italiane risultano sovraindebitate, mentre secondo gli indicatori
dell’incidenza dei prestiti non ipotecari o dei ritardi strutturali nel rimborso
dei prestiti, i valori sarebbero fra loro simili, ma differenti da quelli degli
altri indicatori. Secondo l’indicatore del numero dei debiti contratti risulterebbe, infine, sovraindebitato l’1,4% delle famiglie. Complessivamente il
29,8% delle famiglie ha la percezione di essere in condizioni di difficoltà
economiche. Gli autori evidenziano, altresì, un peggioramento del valore
degli indicatori dal 2006 al 2010.
Dai dati ISTAT sulle condizioni di vita emergono ulteriori indicazioni
sulla percezione di disagio economico. Il quadro che emerge è quello di un
sensibile peggioramento.
Nel 2011, il 28,4% dei residenti in Italia è infatti a rischio di povertà o
esclusione sociale16. Il rischio di povertà in Italia è stimato del 28,4%, dato
superiore alla media europea (24,2%). Rispetto all’anno precedente, l’indicatore cresce di 3,8 punti percentuali per il concorrere dell’accresciuta porzione della quota di persone a rischio di povertà (19,6% rispetto al 18,2%
precedente), della quota di persone che soffrono di severa deprivazione
materiale (salita dal 6,9% all’11,1%), mentre sostanzialmente stabile
(10,5%) è la quota delle persone che vivono in famiglie a bassa intensità di
lavoro.
In particolare, nel 2011 aumentano le famiglie che riferiscono di non
essere in grado di sostenere una spesa imprevista di rilevante importo: esse
16
Ciò secondo la definizione adottata nell’ambito della strategia comunitaria “Europa
2020” che considera 3 elementi: i) rischio di povertà, ii) severa deprivazione materiale, e iii)
bassa intensità di lavoro, ed individua situazioni di rischio di povertà laddove siano sperimentate almeno una delle suddette condizioni. Il rischio di povertà, si ricorda, è convenzionalmente individuato dal vivere in una famiglia con un reddito disponibile equivalente (dopo
i trasferimenti sociali) inferiore ad una soglia di rischio di povertà, fissata al 60% della mediana della distribuzione del reddito familiare disponibile equivalente nel paese di residenza.
Soffrono una grave deprivazione materiale, gli individui che vivono in famiglie che presentano almeno 4 dei seguenti 9 sintomi di disagio: i) non poter sostenere spese impreviste; ii) non
potersi permettere una settimana di ferie; iii) avere arretrati per mutui, affitti, bollette o altri
debiti, iv) non potersi permettere un pasto adeguato ogni due giorni; v) non poter riscaldare
adeguatamente l’abitazione; non potersi permettere: vi) lavatrice; vii) tv a colori; viii) telefono; ix) automobile. Sono identificate con bassa intensità di lavoro le persone che vivono in
famiglie in cui i componenti di età 18-59 anni lavorano meno di un quinto del loro tempo.
29
sono il 38,5% rispetto al 33,33% dell’anno precedente17. La distribuzione
delle condizioni di deprivazione registra forti squilibri territoriali: il valore
delle regioni meridionali (19,4%) è oltre il doppio di quello delle regioni
centrali (7,5%) e il triplo di quelle del nord (6,4%).
Anche l’indicatore relativo agli arretrati (per mutuo, affitto, bollette o
altri debiti) rileva condizioni più frequenti di difficoltà (l’indicatore è salito
dal 12,8% al 14,1% in un anno, con un trend in aumento dal 2007 in cui
aveva fatto registrare un’incidenza del 9,3%).
Le probabilità di trovarsi in situazioni di difficoltà economica o di essere esposti a peggioramenti della situazione variano sensibilmente, oltre che
per i menzionati squilibri strutturali e territoriali, anche in funzione della
composizione, età e tipologia di redditi della famiglia.
Per quanto concerne l’indicatore dell’intensità di lavoro, le famiglie
caratterizzate da una bassa intensità sono stabili al 10,5%, dopo che nel
periodo 2009-2010 si era registrato un aumento dall’8,8% al 10,2%.
Più in dettaglio, i dati ISTAT su “Occupati e disoccupati” fotografano un
aumento del tasso di disoccupazione che si attesta al 12,2% con un aumento di 1,5 punti nei dodici mesi con sensibili differenze di genere e con una
grave incidenza della disoccupazione giovanile18. Tale trend indica come gli
effetti della crisi economica colpiscano un numero crescente di famiglie e
che, logicamente, rendano le famiglie economicamente più vulnerabili.
Volendo valutare complessivamente il quadro in cui si collocano le
situazioni di vulnerabilità finanziaria delle famiglie italiane, la comparazione internazionale pone nuovamente in luce come la situazione finanziaria
delle famiglie italiane – in termini di ricchezza finanziaria netta rispetto al
reddito disponibile – sebbene peggiorata rispetto al 2007 e con segnali di
miglioramento nell’ultimo anno, si collochi su posizioni migliori rispetto
agli altri paesi dell’area Euro. La situazione italiana è comunque peggiore
rispetto a quelle di altre grandi aree economiche come Regno Unito e Stati
Uniti (figura 2).
Sul fronte delle passività, permane la situazione per cui le famiglie italiane risultano meno esposte rispetto agli altri paesi dell’area Euro e, a fortiori, delle altre maggiori aree economiche, tradizionalmente caratterizzate
da una maggiore partecipazione al mercato del credito (figura 3).
17
Altri segnali di difficoltà sono il non potersi permettere, nell’anno, una settimana di
ferie lontano da casa (46,6% rispetto al 39,8% dell’anno precedente), il non poter riscaldare
adeguatamente l’abitazione (17,9% in ascesa dall’11,2%) o il non potersi permettere, se desiderato, un pasto proteico ogni due giorni (12,3% contro il 6,7% dell’anno precedente.
18
ISTAT (2013), “Occupati e disoccupati”.
30
Fig. 2 – Ricchezza finanziaria netta in rapporto al reddito disponibile
Fonte: elaborazioni su dati Banca d’Italia, Relazione annuale per il 2012.
Fig. 3 – Passività finanziarie in rapporto al reddito disponibile
Fonte: elaborazioni su dati Banca d’Italia, Relazione annuale per il 2012.
Inoltre, sebbene nell’attuale decennio si sia registrata una crescita dell’indebitamento, il ricorso a tale strumento da parte delle famiglie italiane
risulta ancora comparativamente meno frequente rispetto alla realtà di altri
paesi industrializzati: nel 2010, l’11,4% (12,6% nella precedente rilevazione) ha ottenuto un mutuo, il 12,4% (13,3%) ha avuto accesso al credito al
consumo. Il 5,6% ricorre allo scoperto di conto corrente. In aumento le
31
famiglie che hanno fatto ricorso a due o più di queste tipologie (4,5% rispetto a meno del 2% della precedente rilevazione).
Fenomeni di razionamento del credito subito nelle classi di reddito inferiori possono concorrere a spiegare ciò. Le famiglie con modesto ammontare di reddito e ricchezza ricorrono, inoltre, con maggior frequenza a prestiti concessi da parenti ed amici (5,3% nel primo quinto rispetto alla media
complessiva del 2,6%).
Sempre dal confronto internazionale emerge il trend di rallentamento
dell’esposizione delle famiglie per mutui, in termini relativi rispetto al reddito disponibile: l’Italia presenta valori di partenza sensibilmente inferiori
alla media dei paesi dell’area Euro e delle principali economie e, nell’ultimo anno, presenta una stabilizzazione dei valori (figura 4).
Fig. 4 – Debiti per mutui in rapporto al reddito disponibile
Fonte: elaborazioni su dati Banca d’Italia, Relazione annuale per il 2012.
La riduzione dell’indebitamento per mutui, come conseguenza di una
minor partecipazione al mercato del credito è connessa sia a comportamenti dal lato della domanda (calo nella acquisizione di immobili in condizioni
di maggior incertezza del mercato e delle prospettive economiche degli
individui e delle famiglie), sia a condizioni di offerta più restrittive, con una
maggior selettività nella concessione del credito19. Si assiste anche ad un
19
Così conclude anche l’analisi condotta sul quadriennio 2008-2011 rispetto al precedente 2004-2007, ponendo in evidenza, in particolare, come la riduzione abbia interessato in
32
fenomeno circolare, in particolare fra i più giovani (capofamiglia di età inferiore ai 35 anni): le attese in merito al comportamento dell’offerta scoraggiano la domanda a dar seguito alla previsione di chiedere un prestito, nella
convinzione che la richiesta non verrebbe accolta.
Un fenomeno di razionamento prudenziale del credito per mutui nei segmenti a maggior rischio è riscontrabile anche dalla constatazione che la
diminuzione della frequenza di famiglie con mutuo si è concentrata tra le
famiglie con redditi più bassi e tra i lavoratori autonomi20.
Viceversa, è aumentato il ricorso al credito al consumo da parte delle
famiglie con reddito basso e, se si osserva che l’aumento del ricorso a questa forma di credito è stato particolarmente elevato fra coloro che nell’anno
hanno dichiarato entrate insolitamente basse rispetto al normale, si pone in
luce come il credito al consumo sia stato utilizzato per sostenere spese non
più sostenibili con il proprio reddito. Questa funzione del credito al consumo di assorbire gli shock di reddito ha un costo elevato, essendo i tassi di
interesse – in questa forma di finanziamento e per questo segmento di mercato – particolarmente elevati. Così il grado di sostenibilità dei prestiti è
peggiorato nel credito al consumo per gli anziani e per le famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese con il reddito a disposizione.
Concludendo la comparazione internazionale, poiché come si è avuto
modo di osservare più volte in precedenza il rapporto fra debiti e reddito
disponibile è sovente utilizzato come indicatore della vulnerabilità delle
famiglie, a livello di sistema si dovrebbe desumere una minor vulnerabilità
delle famiglie italiane nella comparazione internazionale21.
La vulnerabilità delle famiglie in Italia sulla base dei microdati EU-SILC
è studiata da Coin et al. (2013) che, adottando i tre indicatori illustrati nella
sezione precedente di questo Rapporto, hanno stimato a livello territoriale
la vulnerabilità delle famiglie con un mutuo in essere.
Utilizzando il menzionato indicatore dell’incidenza del servizio del debito superiore al 30% del reddito disponibile, gli autori pongono in luce che
la quota delle famiglie vulnerabili – sulla base di dati riferiti al 2009 – è pari
al 2,8%. La distribuzione non è tuttavia uniforme per aree geografiche, né,
come facilmente prevedibile, per classi di reddito.
Controintuitivamente le famiglie vulnerabili, secondo il parametro del
servizio del debito superiore al 30% del reddito, sono più diffuse al Centro
modo più marcato le famiglie giovani e quelle originarie di paesi non appartenenti all’Unione
Europea, Felici et al. (2012).
20
Magri e Pico (2012).
21
Con la cautela, tuttavia, che l’utilizzo di indicatori aggregati presenta il limite di occultare eventuali importanti differenze di situazioni all’interno di segmenti diversi (tipicamente, per fasce di età, di reddito e ricchezza, area geografica di residenza).
33
Nord, con un picco del 3,8% delle famiglie del Nord Est, mentre l’incidenza inferiore si registra nel Mezzogiorno (1,7%). Ciò evidenzia la maggior
difficoltà di accesso al credito della popolazione di aree economicamente
più deboli e, come positivo rovescio della medaglia, una selettività delle
erogazioni che consente al sistema bancario di preservare buone condizioni
di solvibilità. Considerando il trend temporale nell’arco 2005-2009, si evidenzia un tendenziale peggioramento a livello di paese (dal 2,1% al 2,8%),
registrato in tutte le aree, ma in modo più marcato proprio nel Nord Est (dal
2,3% al 3,8%) che strutturalmente presenta una maggior incidenza del fenomeno.
Con riferimento alle classi di reddito, il fenomeno della vulnerabilità è
più accentuato nelle fasce dei redditi medi: a livello di media nazionale, nel
2009 si passa dal 2,4% delle famiglie con redditi bassi, al 3,3% di quelle con
redditi medio-bassi, al 3,5% di quelle con redditi medio-alti e si scende al
2% per quelle con redditi alti. Rispetto al 2005, si evidenzia una accentuazione della vulnerabilità nelle classi medie. Nuovamente, si rileva come nel
Nord-Est il fenomeno della vulnerabilità sia più marcato e anche le differenze fra classi di reddito siano maggiori: nel 2009 si passa dal 2,5% delle
famiglie con redditi medio bassi, al 2,9% di quelle con redditi medio-bassi,
al 6% di quelle con redditi medio-alti, per scendere al 3,3% per quelle con
redditi alti (con questi due ultimi valori sensibilmente superiori alla media
nazionale).
Adottando come indicatore il margine economico della famiglia, si giungerebbe a stimare una maggior incidenza del fenomeno della vulnerabilità:
sarebbero il 4,3% delle famiglie a livello nazionale, con un valore invariato
rispetto al 2005. Anche secondo questo parametro si evidenzia una maggior
incidenza delle famiglie vulnerabili nelle classi di reddito intermedie e un’analoga distribuzione geografica del fenomeno, con incidenza decrescente
scendendo dal Nord al Sud, ma, per questo parametro, una maggior diffusione nel Nord-Ovest rispetto al Nord-Est.
Infine, il terzo parametro costituito dagli arretrati di pagamento segnala
che, nel 2009, la quota delle famiglie che dichiaravano di non essere riuscite a far fronte alle scadenze contrattuali, al pagamento di una o più rate del
mutuo negli ultimi dodici mesi era del 6,2%, con un’incidenza sostanzialmente uniforme nelle diverse aree del paese e con segnali di peggioramento rispetto alla situazione del 2005 (ad eccezione del Mezzogiorno). Un peggioramento nel tempo si registra anche nella frazione di famiglie che, oltre
a non avere rispettato le scadenze finanziarie, aveva anche manifestato altre
forme di disagio economico, con il Mezzogiorno sempre in controtendenza,
ma con valori in questo caso sensibilmente peggiori alla media nazionale.
34
3. L’indagine campionaria
La numerosità complessiva del campione oggetto di indagine è risultata
pari a 1.933 famiglie rappresentative dell’universo italiano con riferimento
a una pluralità di parametri socio-demografici ed economici tra cui la regione geografica, l’ampiezza del centro, il numero di componenti della famiglia, il genere, l’età, il livello di istruzione, la professione, il reddito e la ricchezza.
La somministrazione del questionario è stata condotta dall’Istituto GFK
Eurisko nella prima decade di marzo 2013. Target dell’indagine sono stati i
capofamiglia, secondo un’accezione economico/finanziaria.
Il questionario somministrato alle famiglie era stato progettato per la
prima edizione del Rapporto in relazione alle finalità dell’Osservatorio e
alla letteratura economica esistente nello specifico campo di ricerca. Al
fine di poter disporre dei medesimi dati ed effettuare così comparazioni
spaziali, si è deciso di mantenerlo invariato nella struttura, salvo introdurre alcuni nuovi quesiti volti a cogliere, nel nostro campione, fenomeni connessi all’allungamento della durata della vita umana e, in particolare, alla
presenza nel nucleo familiare di anziani a carico e/o di prodotti assicurativi – come i contratti long-term care – collegati a problemi di non autosufficienza1.
I quesiti che costituiscono il questionario possono essere classificati in
relazione al tipo di informazione che essi raccolgono. Nei riquadri che
seguono si sintetizzano le principali caratteristiche rilevate nei diversi ambiti di indagine e i trend evolutivi tra il I e il II Rapporto.
1
Il questionario è integralmente riportato nell’Appendice B.
35
Profilo socio-demografico
Quesiti finalizzati a cogliere il profilo socio-demografico degli individui, quali l’area
geografica, l’ampiezza del centro di residenza, l’età, il genere, lo stato civile, la
composizione del nucleo familiare. Si tratta di quesiti tipicamente utilizzati nelle
indagini nazionali e internazionali che indagano, a vari livelli e con differenti finalità, le caratteristiche e i comportamenti delle famiglie.
Analisi descrittiva dei risultati
La composizione socio-demografica del campione è stata volutamente lasciata
inalterata. Il campione risulta formato in larga maggioranza da famiglie di soggetti
sposati, con figli a carico. Il capofamiglia, in una accezione economico-finanziaria,
è in maggioranza un uomo. La distribuzione per classi di età vede una ridotta incidenza di capofamiglia giovani e valori sostanzialmente crescenti per decadi.
Per quanto riguarda le nuove informazioni relative ad anziani a carico delle famiglie e
ad anziani da aiutare – cioè di cui la famiglia si deve occupare per amministrazione,
visite mediche, controllo appartamento, accompagnamenti, spesa, ecc. – i valori sono
pari, rispettivamente, a 6,7% e 21%. Il carico, non prettamente economico, risulta significativo e sarà interessante rilevare nelle prossime edizioni l’andamento del trend.
2010
2013
Celibe
8,8
8,7
Convivente
6,1
6,7
Sposato
68,6
68,0
Vedovo
7,7
7,2
Separato
5,1
4,2
Divorziato
3,8
5,2
Sì
59,2
55,0
No
40,8
45,0
Maschio
79,2
78,8
Femmina
20,8
21,2
Fino a 30 anni
2,5
1,6
da 31 a 40 anni
18,0
12,4
da 41 a 50 anni
29,5
27,6
da 51 a 65 anni
35,6
36,7
oltre 65 anni
14,4
21,7
Stato civile
Figli
Genere
Età
(segue)
36
(segue)
2010
2013
Anziani a carico
Sì
-
6,7
No
-
93,3
Sì
-
21,2
No
-
78,8
Anziani da aiutare
Dati in percentuale.
Caratteristiche economico-finanziarie
Quesiti tradizionalmente finalizzati a cogliere il profilo economico-finanziario della
famiglia, quali l’ammontare del reddito, l’ammontare e la composizione della ricchezza finanziaria e reale, la presenza di indebitamento, le condizioni lavorative, la
presenza di strumenti di gestione del rischio.
Analisi descrittiva dei risultati
La distribuzione delle famiglie per posizione professionale del capofamiglia vede
alcuni cambiamenti di rilievo. Rispetto alla precedente rilevazione, infatti, cresce il
numero di persone non attive sul mercato del lavoro dal 30% al 37%. Tale incremento è in parte dovuto all’aumento dell’incidenza percentuale di casalinghe e
pensionati, ma soprattutto all’incremento del numero di individui non occupati, che
raddoppia, passando dal 2,9% al 6,0%. Si riduce, inoltre, la percentuale di lavoratori dipendenti (da 48% a 43%) e imprenditori (da 12% a 9%).
Per quanto riguarda il livello del patrimonio, grandezze relative alla consistenza del
patrimonio immobiliare, alla ricchezza finanziaria e alle modalità con cui sono investiti i risparmi consentono di stimare il patrimonio familiare e di suddividere il campione in 4 classi di patrimonio finanziario: il main market che raccoglie il 55% del
campione, il middle market con il 27%, il segmento mass affluent con il 14,5% e
quello degli affluent con il 3,6%. Tale distribuzione è sostanzialmente invariata
rispetto alla precedente rilevazione, confermando così la comparabilità dei campioni. L’indagine conferma, inoltre, l’ampia diffusione della proprietà dell’abitazione
delle famiglie italiane (circa il 76% del campione).
Per quanto riguarda l’indebitamento, si riduce la percentuale di famiglie indebitate
dal 58% al 53%. Specificamente, cala la percentuale di famiglie indebitate per un
mutuo; ciò sia per effetto di condizioni di offerta più restrittive, accentuatesi con l’intensificarsi della crisi, sia per effetto del calo della domanda di finanziamenti, dovuto anche alla scarsa fiducia circa l’accoglimento della richiesta da parte delle banche. Aumenta, invece, la percentuale di famiglie indebitate per credito al consumo;
esistono, ormai, numerosi contributi in letteratura che evidenziano come tale fenomeno sia legato, in alcuni contesti socio-economici, a difficoltà ad arrivare a fine
mese con il solo ausilio del reddito.
Rispetto alla precedente rilevazione si riduce, inoltre, la percentuale di famiglie che
dichiara di possedere polizze assicurative (vita o danni, con esclusione della RC auto).
37
2010
2013
Proprietà
76,3
75,8
Affitto
16,3
16,9
Parenti
7,0
7,1
Gratuita
0,4
0,3
Sì
58,7
53,1
No
41,3
46,9
Mutuo
40,1
38,8
Credito consumo
59,9
61,2
Sì
64,5
56,3
No
35,5
43,7
Main market
54,4
54,9
Middle market
28,4
27,1
Mass affluent
13,3
14,5
3,8
3,6
Studente
0,5
0,2
Casalinga
2,4
3,1
Pensionato
24,0
27,8
Non occupato
2,9
6,0
Dirigente
6,2
3,3
Impiegato
27,1
22,1
Operaio
14,9
18,3
Imprenditore
12,1
8,9
Commerciante
7,1
7,9
Coadiuvante
2,8
2,5
Abitazione
Debito
Tipo debito
Polizze
Patrimonio
Affluent
Stato professionale
Dati in percentuale.
38
Evoluzione della situazione economico-finanziaria
Quesiti che più direttamente entrano nel merito circa la situazione di vulnerabilità
o di benessere degli individui, sia raccogliendo dati sulle eventuali oggettive situazioni di difficoltà (perdita posto lavoro, malattia, decesso, invalidità, che possono
essere causa di riduzioni di reddito e/o di aumenti di spese impreviste, difficoltà o
ritardi nel pagamento, ad esempio, di bollette, rate di debito, affitti), sia indagando
la percezione degli individui relativamente alla propria situazione economico-finanziaria (congruità del reddito rispetto alle spese mensili, capacità di risparmiare,
livello di difficoltà a sostenere spese alimentari o di vestiario, capacità di sostenere spese impreviste).
Analisi descrittiva dei risultati
I dati raccolti con la nuova indagine evidenziano un sensibile peggioramento della
vulnerabilità economico finanziaria delle famiglie.
Si dimezza la percentuale di individui che dichiara una condizione finanziaria florida, che consente di “arrivare a fine mese” con facilità e, quindi, di risparmiare
abbastanza (da 2,8% a 1,6%) e si riduce la percentuale di famiglie che dichiara
una posizione di sostanziale equilibrio, in quanto arriva a fine mese con facilità e
riesce anche a risparmiare qualcosa (da 26% a 22%). Viceversa, cresce in modo
significativo la percentuale di famiglie in situazione di disagio economico.
Specificamente, aumentano dal 15% al 21% le famiglie che per arrivare a fine
mese devono intaccare i risparmi e dal 6% all’8% le famiglie che registrano “molta
difficoltà” e che, per questo, devono chiedere aiuto e prestiti.
Le sopra menzionate situazioni di difficoltà si traducono nel dato del 26% circa di
famiglie che non sarebbe in grado di far fronte ad una spesa imprevista importante, nell’ordine convenzionale di 700 euro (era il 20% nella precedente rilevazione).
Altro “termometro” dell’aumento delle situazioni di fragilità è la rinuncia a un’eventuale visita medica specialistica per ragioni economiche, che cresce dal 28,4%
della precedente rilevazione al 34,4%.
L’indagine rileva, inoltre, come tali crescenti difficoltà si siano manifestate in concreto nella dichiarata difficoltà a fare la spesa alimentare (da 14,9% nella precedente rilevazione a 18,4%), a effettuare acquisti di abbigliamento necessario (da
24,9% a 29,7%), a pagare utenze (da 25,4% a 31,8%), a pagare l’affitto (da 32%
a 41,4%).
Tali incidenze danno evidenza di quanto le difficoltà “soggettivamente percepite” si
traducano – attraverso gli arretrati – in difficoltà concrete e oggettive.
Tra gli eventi negativi che hanno contribuito a deteriorare la situazione economico-finanziaria delle famiglie attraverso una riduzione inattesa dei redditi si rileva,
con elevata incidenza, la perdita del posto di lavoro e la riduzione dell’orario di
lavoro. I capofamiglia che dichiarano di aver perso il lavoro sono il 18% degli
intervistati (erano il 12% nella precedente rilevazione), cui si aggiungono coloro
che hanno subito una riduzione dell’orario di lavoro, pari al 25,8%, contro il 21,2%
della precedente rilevazione. Peraltro, si segnala come di frequente una stessa
famiglia si sia trovata esposta a più di uno shock che ha avuto un impatto economico.
39
2010
2013
2,8
1,6
Facilmente
25,9
22,3
Con alcune difficoltà
50,1
46,5
Con molta difficoltà
15,0
21,2
6,1
8,5
6,0
5,6
Facilmente
22,2
19,0
Con alcune difficoltà
36,5
31,8
Con molta difficoltà
15,2
17,4
No
20,1
26,1
Fare la spesa
14,9
18,4
Comprare vestiti
24,6
29,7
Pagare bollette
25,4
31,8
Pagare affitto
32,0
41,4
Pagare mutuo
19,0
21,1
Pagare prestiti
22,5
33,4
Sì
28,4
34,4
No
71,6
65,6
Perdita lavoro
12,0
18,0
Riduzione ore lavoro
21,2
25,8
8,2
7,0
Malattia
12,1
12,5
Decesso
5,6
4,6
Invalidità
5,6
5,2
Incidente
6,9
4,2
Separazione
2,1
2,2
Fine mese
Molto facilmente
No
Spesa imprevista
Molto facilmente
Difficoltà
Rinuncia visita medica
Eventi negativi
Assistenza anziani
Dati in percentuale.
40
Livello di educazione finanziaria
Quesiti volte a indagare il livello di cultura dell’individuo e la sua capacità di interpretare correttamente informazioni finanziarie al fine di valutare la financial capability.
Analisi descrittiva dei risultati
Anche in questa rilevazione emerge, anche se in miglioramento rispetto alla precedente indagine, la criticità della financial literacy, ossia della capacità di comprendere e risolvere semplici operazioni di computo degli interessi, di valutazione
dell’impatto dell’inflazione sul potere di acquisto, dell’impatto delle variazioni di
tassi di interessi di mercato sulle rate di diverse formule di mutui o delle dinamiche
di borsa su un portafoglio di titoli azionari.
Solo un quarto del campione è in grado di rispondere correttamente a tutti e quattro i quesiti somministrati, mentre circa il 7,7% del campione non risponde correttamente ad alcuna delle quattro domande. Tale dato è, tuttavia, in lieve calo rispetto alla precedente rilevazione.
La distribuzione delle famiglie per grado di scolarità è sostanzialmente invariata.
2010
2013
Titolo di studio
Elementari
7,2
7,2
Medie inferiori
27,6
25,3
Medie superiori
48,4
45,7
Laurea
16,8
21,8
0
9,5
7,7
1
13,9
13,2
2
22,7
21,3
3
31,4
33,4
4
22,5
24,4
Financial literacy (n. risposte corrette)
Dati in percentuale.
41
Comportamenti e attitudini personali
Quesiti finalizzati a indagare alcuni aspetti legati al comportamento degli individui
che potrebbero influenzare la vulnerabilità o il benessere degli individui e che la
teoria e l’evidenza empirica ritengono rilevanti nell’influenzare le decisioni di consumo, investimento e indebitamento degli individui, quali, ad esempio, l’avversione o la propensione al rischio degli individui, la propensione a fare sacrifici, la fiducia in se stessi e l’autocontrollo.
Analisi descrittiva dei risultati
I comportamenti e le attitudini personali evidenziano gli elementi emozionali che
possono influenzare il processo decisionale degli individui inducendoli a compiere
scelte – di consumo, investimento e indebitamento – non razionali da un punto di
vista economico e finanziario e, dunque, potenzialmente fonte di vulnerabilità.
Anche da questa seconda rilevazione si evidenzia, in effetti, una forte eterogeneità
nelle attitudini comportamentali degli individui, suffragando così l’idea che esse possano concorrere a determinare le condizioni di fragilità o benessere delle famiglie.
L’attenzione, in particolare, è rivolta a quegli atteggiamenti riconducibili all’impulsività, che induce a non valutare correttamente e a sottostimare le conseguenze
future di decisioni di spesa o indebitamento assunte oggi. Tali elementi sono colti
da più quesiti inseriti nel questionario. Ad esempio, il 14% circa degli individui intervistati dichiara di avere scarso autocontrollo; coerentemente, la maggior parte
degli intervistati percepisce se stesso nei confronti dei rischi come una persona
cauta e/o che assume i rischi dopo aver raccolto informazioni adeguate; tuttavia,
più dell’1% degli individui è un “vero e proprio scommettitore”, dunque fortemente
propenso al rischio.
2010
2010
2013
2013
Impulsività
Elevata
13
14
Bassa
87
86
1,5
1,1
Media
14,3
12,4
Bassa
59,6
37,1
Nulla
24,5
23,4
Propensione al rischio
Elevata
Dati in percentuale.
42
4. L’analisi della vulnerabilità: l’indice e le verifiche
4.1. L’indice di vulnerabilità finanziaria
L’indice di vulnerabilità finanziaria analizza congiuntamente le molteplici caratteristiche di stress finanziario delle famiglie.
Mentre nel I Rapporto l’indice aveva la sola funzione di evidenziare
come si distribuivano gli individui attorno al dato medio, quali erano gli elementi che lo determinavano, e come variavano le caratteristiche sociodemografiche ed economiche degli individui al variare del suo valore, con
questa seconda edizione è possibile anche realizzare un primo confronto
temporale e analizzare l’evoluzione della condizione di vulnerabilità delle
famiglie nella menzionata accezione di condizione fattuale e percettiva di
instabilità finanziaria.
Nella tavola 3 si riepilogano le variabili di stress finanziario delle famiglie che sono state utilizzate per la costruzione dell’indice1: congruità del
reddito rispetto alle spese mensili, capacità di sostenere spese impreviste,
dichiarate difficoltà di spesa in ambiti specifici, arretrati nei pagamenti,
rinuncia a visita medica.
Utilizzando tali variabili, per ciascun individuo viene calcolato l’indice
di vulnerabilità finanziaria come segue2:
n
Indice di vulnerabilità finanziaria =
¦a
p
X pi
p 1
Dove Xpi è il valore standardizzato della p-esima variabile e ap il relativo factor score.
1
Nel I Rapporto vi è una analitica discussione in merito alla scelta di tali variabili.
In Appendice A si illustra la procedura econometrica di costruzione dell’indice, ulteriormente affinata rispetto al I Rapporto.
2
43
Tav. 3 – Variabili che compongono l’Indice di vulnerabilità finanziaria
Attualmente, le entrate mensili della sua famiglia vi permettono di arrivare alla fine del mese
con:
• Molta facilità, riesco a risparmiare abbastanza
• Facilità, riesco a risparmiare qualcosa
• Qualche difficoltà, riesco appena a far quadrare il bilancio
• Difficoltà, devo intaccare i risparmi
• Molta difficoltà, devo chiedere aiuti/prestiti
Oggi la sua famiglia sarebbe in grado di sostenere una spesa imprevista di 700 euro?
• Sì, con molta facilità
• Sì, con facilità
• Sì, ma con difficoltà
• Sì, ma con molta difficoltà
• No
Nel corso degli ultimi 12 mesi è mai successo, anche una sola volta, che la sua famiglia sia
stata in difficoltà per:
• Fare la spesa/comprare da mangiare
• Comprare vestiti di cui avete bisogno
• Pagare le spese per le bollette di luce, gas, telefono, ecc.
• Pagare le spese condominiali
• Pagare l’affitto
• Pagare il mutuo dell’abitazione in cui vive la famiglia
• Pagare prestiti (diversi dal mutuo, se presente) per l’acquisto di auto, TV, computer, ecc.
In
•
•
•
•
•
particolare, le è capitato d trovarsi in arretrato con il pagamento di:
Bollette di luce, gas, telefono, ecc.
Spese condominiali
Affitto
Mutuo per l’abitazione in cui vive la famiglia
Prestiti (diversi dal mutuo, se presente) per l’acquisto di auto, TV, computer, ecc.
Nel corso degli ultimi 12 mesi vi è capitato, anche una sola volta, di dover rinunciare per motivi economici a fare una visita medica specialistica o un trattamento terapeutico di cui aveva
bisogno lei o un membro della sua famiglia (nucleo convivente)?
• Sì, è capitato
• No, mai
• Preferisce non rispondere
Una variabile con un elevato factor score è associata a un alto livello di
vulnerabilità finanziaria e viceversa. Al fine di semplificare l’interpretazione dei risultati, l’indicatore ottenuto è stato riscalato in modo da ottenere il
valore 0 quale valore minimo di vulnerabilità e 10 quale valore massimo di
vulnerabilità.
44
Di seguito si riporta la statistica descrittiva dell’indice (tavola 4) e la sua
distribuzione (figura 5).
Tav. 4 – Statistica descrittiva dell’Indice di vulnerabilità finanziaria
Variabile
Indice di vulnerabilità
N. osserv.
Media
Dev.std
Mediana
1.933
3,164
2,085
2,662
0
100
Frequency
200
300
Fig. 5 – Distribuzione dell’indice di vulnerabilità finanziaria
0
2
4
6
Scores for component 1
8
10
La distribuzione dell’indice presenta una forma asimmetrica, con una
frequenza ridotta su valori di vulnerabilità bassa, cioè vicini allo zero, un
addensamento su livelli di vulnerabilità medi, cioè con indice tra 2 e 3, e una
frequenza progressivamente meno elevata per livelli di vulnerabilità considerevolmente elevati.
È importante sottolineare che solo nell’intorno dello zero l’indice può
essere considerato espressivo di una situazione di benessere: dall’analisi dei
dati, infatti, emerge che solo le famiglie che presentano un indice inferiore
a 1 – che corrispondono al 5,5% del campione – sono in grado di far quadrare il bilancio o affrontare spese impreviste con facilità o molta facilità e
non hanno difficoltà a sostenere spese o pagare bollette.
Con un indice di 1 il campione presenta già elementi di vulnerabilità. In
corrispondenza del valore mediano dell’indice (2,662), ossia del valore che
divide il campione esattamente a metà, gli elementi di fragilità finanziaria
sono già evidenti. Fra costoro, il 75% delle famiglie arriva a fine mese con
45
qualche difficoltà, mentre il 22% deve addirittura intaccare i propri risparmi. Inoltre, il 23% delle famiglie con indice mediano non è assolutamente
in grado di sostenere una spesa imprevista, mentre più del 74% riuscirebbero a farvi fronte ma solo con difficoltà o molta difficoltà.
In corrispondenza del valore medio dell’indice di vulnerabilità finanziaria, pari a 3,164, gli elementi di vulnerabilità iniziano ad essere molto significativi. Tutte le famiglie dichiarano di arrivare a fine mese con qualche difficoltà e nel 28% dei casi devono anche intaccare i risparmi. Il 25% delle
famiglie non riesce a sostenere una spesa imprevista e il 37% rinuncia a una
visita medica a pagamento di cui aveva bisogno.
Infine, il 10% del campione ha un indice di vulnerabilità superiore a
7,5. In corrispondenza di tale valore la vulnerabilità è estremamente
grave. Si tratta di famiglie che, nella maggior parte dei casi, non sono in
grado di sostenere il peso del debito, non riescono a far fronte a una spesa
imprevista e per arrivare alla fine del mese devono ricorrere a prestiti o ad
aiuti. Nella quasi totalità dei casi, tali famiglie devono rinunciare a visite
mediche specialistiche di cui avevano bisogno perché non sostenibili economicamente e sono in arretrato con il pagamento di utenze, affitto, rate
di debito.
Rispetto al I Rapporto, in questa rilevazione l’indice segnala un
significativo peggioramento della situazione di vulnerabilità finanziaria
delle famiglie, segno che un numero sempre maggiore di famiglie deve
quotidianamente affrontare e gestire situazioni di stress finanziario (tavola 5).
Tav. 5 – Statistica descrittiva dell’indice di vulnerabilità finanziaria: confronto I e II
Rapporto
Variabile
Media
Mediana
Indice di vulnerabilità 2010
2,703
2,172
Indice di vulnerabilità 2013
3,164
2,662
L’indice medio di vulnerabilità finanziaria cresce del 17%, passando da
2,703 nel 2010 a 3,164 nel 2013. Il valore mediano dell’indice, che è più
significativo in quanto segna lo spartiacque tra la metà del campione che ha
un indice più basso e la metà che ha un indice più elevato, aumenta del 23%,
passando da 2,172 nel 2010 a 2,662 nel 2013. In particolare, in corrispondenza al valore mediano dell’indice di vulnerabilità finanziaria, la percentuale di famiglie che arriva a fine mese con difficoltà passa dal 10% nel
2010 al 22% nel 2013. Aumenta in modo significativo anche la percentuale
46
di famiglie che non sono in grado di sostenere una spesa imprevista di
media entità, da 3% nel 2010 al 13% nel 2013, mentre si triplica la quota di
famiglie che decide di rinunciare a una visita medica, salendo dal 12% al
37%. Il deterioramento delle condizioni economico finanziarie delle famiglie italiane si legge anche in un deciso aumento delle difficoltà di rimborso debiti, pagamento utenze, affitti e spese condominiali.
Anche dal confronto tra i grafici emerge l’ispessimento della coda di
destra della distribuzione, a evidenza del deterioramento della condizione di
stress finanziario delle famiglie nel periodo 2010-2013 (figura 6).
Fig. 6 – Distribuzione dell’indice di vulnerabilità finanziaria: confronto I e II Rapporto
47
4.2. Le determinanti della vulnerabilità finanziaria
Al fine di individuare i fattori che maggiormente contribuiscono a incrementare o a ridurre la vulnerabilità delle famiglie, è stata eseguita una
regressione lineare che utilizza come variabile dipendente l’indice di vulnerabilità finanziaria, e come regressori un’ampia gamma di variabili sociodemografiche, economiche e comportamentali3. I risultati sono riportati
nella tavola 6.
Di seguito si riporta una sintesi qualitativa delle variabili esplicative
della vulnerabilità finanziaria emerse dall’analisi multivariata.
Aumentano la vulnerabilità economica
•
•
•
•
•
•
•
Perdita del posto di lavoro o riduzione del numero di ore lavorate
Altri shock: separazioni, divorzi, malattie, incidenti, cura anziani
Peso del debito, credito al consumo
Basso patrimonio, basso reddito
Famiglia numerosa
Abitazione in affitto
Bassa educazione finanziaria
Un primo aspetto rilevante che emerge dall’analisi multivariata è il peso
assunto dalla perdita del posto di lavoro (o riduzione del numero di ore lavorate) nel determinare condizioni di fragilità finanziaria delle famiglie.
Rispetto alla precedente rilevazione, dove pure gli shock esterni rappresentavano una fonte di vulnerabilità finanziaria significativa, questa rilevazione manifesta a pieno gli effetti della crisi economico-finanziaria che da anni
opprime lo sviluppo economico del nostro paese. In un tale quadro macroe3
Il modello di regressione lineare, che utilizza l’indice di vulnerabilità finanziaria come
variabile dipendente, è il seguente:
FVI i
E 0 E 1' FD i E 2' FLi E 3' BE i E 4' IS i E 5' Oi H i
La struttura dei regressori può essere descritta nel seguente modo: FDi indica un insieme
di variabili volte a descrivere gli effetti del debito finanziario sulla vulnerabilità dell’i-esima
famiglia; equivalentemente, FLi misura l’impatto dell’educazione finanziaria, BEi si riferisce alle variabili comportamentali, ISi rappresenta il reddito e gli shock negativi, mentre Oi
contiene tutte le altre variabili incluse nel modello. I β sono i relativi coefficienti, mentre εi
è il termine residuo. Tutte le stime sono eseguite da OLS con errori standard robusti alla eteroschedasticità. Al fine di controllare la robustezza dei risultati e di verificare se l’inclusione /esclusione di alcuni regressori altera la grandezza e il significato degli altri effetti, proponiamo diverse specifiche del modello; tutti i risultati sono riportati nella tabella 5.
48
Tav. 6 – Regressioni lineari. Variabile dipendente: indice di vulnerabilità
Variabili
Rimborsi rate debito/reddito (log)
(1)
(2)
0.048*** 0.049***
(3)
0.044***
(4)
0.044***
(5)
0.022***
Credito consumo (dummy)
0.320***
Interazione indebitamento-credito
consumo
0.074***
Educazione finanziaria
-0.135*** -0.133***
-0.138*** -0.135*** -0.137***
Impulsività
0.053***
0.053***
Perdita lvavoro
0.488***
0.487***
0.481***
Altri shocks
0.473***
0.469***
0.464***
Ricchezza
Reddito
Single
-0.355*** -0.355***
-0.333*** -0.332*** -0.331***
-0.3991*** -0.386***
-0.351*** -0.351*** -0.332***
0.030*** 0.016***
0.077***
0.079***
0.094***
Vedovo/a
-0.057*** -0.043***
-0.022*** -0.017*** -0.003***
Separato/
-0.007*** -0.013***
-0.017*** -0.020*** -0.031***
Divorziato/a
-0.037*** -0.018***
0.020***
0.024***
0.047***
N. figli
0.122*** 0.127***
0.128***
0.127***
0.128***
Età
0.419***
Classe età: meno di 30 (rif. età 30-39)
0.313***
0.330***
0.324***
0.325***
Classe età: tra 40 e 49
0.093***
0.071***
0.071***
0.071***
Classe età: tra 50 e 64
0.206***
0.187***
0.185***
0.174***
Classe età: sopra 65
0.319***
0.350***
0.347***
0.336***
Genere (femmina)
0.013*** 0.001*** -0.0012*** -0.014*** -0.022***
Anni di istruzione
-0.015*** -0.016***
-0.013*** -0.013*** -0.012***
Abitazione propria
-0.067*** -0.056***
-0.027*** -0.025*** -0.007***
Abitazione in affitto
0.289*** 0.287***
0.264***
0.265***
0.263***
Nord-ovest
-0.152*** -0.157***
-0.166*** -0.166*** -0.161***
Nord-est
-0.156*** -0.161***
-0.161*** -0.161*** -0.160***
Sud
-0.079*** -0.078***
-0.090*** -0.089*** -0.093***
Polizze assicurative
-0.018***
Costante
5.825*** 7.264***
6.517***
6.494***
6.135***
Osservazioni
1,681*** 1,681***
1,681***
1,681***
1,681***
0.204*** 0.204***
0.219***
0.219***
0.221***
2
R
Standard error robusti in parentesi: *** p<0.01, ** p<0.05, * p<0.1.
49
conomico, anche altri shock esterni non prevedibili, come separazioni,
divorzi, malattie o incidenti, assumono un maggior peso nell’acuire la vulnerabilità finanziaria degli individui. Condizioni di reddito e ricchezza più
precarie amplificano, infatti, l’effetto negativo di inattese riduzioni di reddito e/o incrementi di spesa.
Vi sono poi altre variabili che contribuiscono a incrementare la vulnerabilità finanziaria delle famiglie. In particolare, la presenza di debiti, soprattutto nella forma del credito al consumo, è associata a un maggior grado di
vulnerabilità finanziaria. Ciò conferma i risultati di diversi studi empirici
che rilevano come il credito al consumo sia, in alcuni casi, utilizzato come
una fonte integrativa del reddito per arrivare alla fine del mese compensando, così l’inadeguatezza della situazione economica e finanziaria.
Tra le determinanti socio-demografiche emerge come la numerosità
della famiglia, tenuto conto del numero di percettori di reddito, sia una
variabile rilevante nella determinazione della condizione di vulnerabilità
delle famiglie. Un altro dato significativo è quello relativo all’età.
Dall’analisi emerge, infatti, in modo chiaro l’esistenza di due categorie di
individui particolarmente vulnerabili: i giovani sotto i 30 anni e gli adulti
con più di 65 anni.
Maggiori livelli di ricchezza e di reddito contribuiscono, invece, a ridurre la vulnerabilità finanziaria delle famiglie. In questa direzione agisce
anche un maggior livello di educazione finanziaria, a supporto di risultati
già indagati in letteratura secondo cui gli individui in possesso di un livello
di alfabetizzazione finanziaria più elevato siano maggiormente in grado di
interpretare ed elaborare le informazioni finanziarie per gestire il proprio
denaro e assumere decisioni appropriate di investimento e indebitamento e
copertura dei rischi, riducendo così la probabilità di incorrere in difficoltà
finanziarie.
4.3. Le caratteristiche dei gruppi omogenei di individui
La cluster analysis, attraverso lo studio delle dissomiglianze tra i diversi individui, ha consentito di individuare – anche nell’ambito di questo II
Rapporto – alcuni cluster che aggregano individui con elementi omogenei
in un insieme di dati4.
4
Si è nuovamente utilizzata la tecnica di clustering K-means che, attraverso tecniche gerarchiche scissorie suddivide via via il gruppo avente devianza maggiore, in modo che la devianza interna complessiva risulti minima. In tal modo ogni cluster viene identificato mediante un
centroide o punto medio e si arriva a massimizzare la distanza fra i centroidi dei gruppi.
50
Tale analisi, realizzata sulle variabili che compongono l’indice di vulnerabilità, evidenzia la presenza di gruppi di individui con caratteristiche omogenee in termini di grado di vulnerabilità finanziaria. Tali gruppi sono riportati nella tavola 7, in ordine crescente di valore medio dell’indice di vulnerabilità, e nella figura 7.
Tav. 7 – I cluster
Gruppi
Numero
di individui
Valore
medio dell’indice
Deviazione
standard
A (meno vulnerabile)
352
0,82
0,29
B
481
1,81
0,33
C
144
2,60
0,38
D
212
3,46
0,69
E
378
3,94
1,17
F (più vulnerabile)
366
6,44
1,34
1.933
3,16
2,04
Totale
L’analisi consente di porre in luce alcune interessanti caratteristiche dei
diversi cluster in relazione a una serie di variabili significative così da
meglio caratterizzare tali gruppi di individui. I risultati sono sintetizzati
nella figura 7.
Come ricordato anche nel I Rapporto, nella progettazione della struttura
del questionario si erano previsti alcuni quesiti che ruotavano attorno all’approfondimento di medesimi fenomeni, situazioni, comportamenti e attese.
Al fine di evitare il rischio della dispersione delle risposte a quesiti riferiti
al medesimo fenomeno si è provveduto preliminarmente a combinare alcune variabili in nuove variabili, in grado di sintetizzare in modo più efficace
determinate situazioni. Più specificamente, varie informazioni relative allo
stato civile, alla composizione del nucleo famigliare, ai flussi di pagamento
verso familiari e alla unicità del percettore di reddito sono state combinate
così da individuare “nuclei familiari non tradizionali potenzialmente fragili”5.
5
Sono ricondotti alla menzionata tipologia i soggetti che, alternativamente, sono celibenubile con figli piccoli, celibe-nubile che versa sistematicamente, convivente che versa sistematicamente, vedovo/a con figli piccoli, separato con figli piccoli, separato che versa sistematicamente, divorziato con figli piccoli, divorziato che versa sistematicamente, celibe nubile con figli grandi e un solo reddito, separato con figli grandi ed un solo reddito, divorziato
con figli grandi ed un solo reddito e nuclei fragili con anziani a carico, per un totale di 126
individui.
51
Fig. 7 – I cluster
Score
0
0,1
0,2
0,3
0,4
0,5
0,6
0,7
0,8
0,9
1
1,1
1,2
1,3
1,4
1,5
1,6
1,7
1,8
1,9
2
2,1
2,2
2,3
2,4
2,5
2,6
2,7
2,8
2,9
3,0
3,1
3,2
3,3
3,4
3,5
3,6
3,7
3,8
3,9
4,0
4,1
4,2
4,3
4,4
4,5
4,6
4,7
4,8
4,9
5,0
5,1
5,2
5,3
5,4
5,5
5,6
5,7
5,8
5,9
6,0
6,1
6,2
6,3
6,4
6,5
6,6
6,7
6,8
6,9
7,0
7,1
7,2
7,3
7,4
7,5
7,6
7,7
7,8
7,9
8,0
8,1
8,2
8,3
8,4
8,5
8,6
8,7
8,8
8,9
9,0
9,1
9,2
9,3
9,4
9,5
9,6
9,7
9,8
9,9
10,0
F
C
B
A
E
D
A
7
71
B
1
1
C
D
237
6
5
1
2
84
83
1
E
4
1
3
3
257
1
1
5
1
10
2
4
71
40
5
6
1
1
1
1
7
1
1
1
46
3
24
12
1
15
25
3
14
14
9
16
7
4
8
23
1
12
31
17
F
31
14
3
1
1
2
6
1
3
8
12
11
1
11
5
9
6
18
3
18
2
22
2
21
5
9
5
15
26
12
15
29
3
11
3
10
6
17
4
11
10
3
10
12
3
1
3
5
1
7
4
13
1
6
1
5
16
7
2
1
6
2
5
1
5
1
3
15
3
4
1
5
52
13
26
14
27
22
1
9
8
6
11
1
1
4
2
La successiva figura 8 mostra come vi sia una diversa frequenza di appartenenza di famiglie fragili ai sei diversi cluster. Se in media le famiglie fragili
hanno un’incidenza del 6,5% sul campione, nel gruppo A delle famiglie più
solide esse rappresentano il 3,4%, nel gruppo F dei soggetti più vulnerabili
sono il 6,6%, mentre hanno un’incidenza ancor maggiore (8,9% e 8,5% rispettivamente) nei due gruppi di alta vulnerabilità immediatamente precedenti.
Nel cluster degli individui più fragili, vi è inoltre una maggior concentrazione di capofamiglia donna (26,2%), ed è confermata una forte differenza rispetto al cluster degli individui meno vulnerabili (differenza di quasi
13 punti percentuali), nonché di famiglie con due o più figli a carico.
Nell’ambito delle caratteristiche socio-demografiche, si osserva una maggior presenza di famiglie con capofamiglia relativamente giovane (età inferiore ai 40 anni) nel gruppo più esposto alla vulnerabilità (20,2%).
Il grafico in figura 8 evidenzia, inoltre, la distribuzione tra i cluster delle
famiglie a più basso status lavorativo, intendendo con questo i capofamiglia
operai o commessi o coadiuvanti. Anche in questo caso si osserva come,
all’aumentare del grado di vulnerabilità nei cluster, aumenti in modo significativo anche la concentrazione di individui con uno status lavorativo
basso. In particolare, nel cluster F la percentuale di individui con bassa
categoria lavorativa è pari al 32,8%, contro un dato medio del 20,8%. Nel
cluster delle famiglie più vulnerabili vi è anche una maggior concentrazione di capofamiglia disoccupati (12,8%).
È anche confermata la concentrazione nei gruppi più vulnerabili di famiglie monoreddito: 44,4% nel gruppo F a confronto con il 12,8% del più solido gruppo A e del valore medio del 28,6%.
Per quanto riguarda le cause che possono essere all’origine di elevati
livelli di vulnerabilità, nel cluster F vi è la più elevata concentrazione di
individui che nei dodici mesi precedenti la rilevazione hanno subito uno
shock lavorativo, ossia hanno perso il posto di lavoro o hanno avuto una
riduzione delle ore lavorate (56,8%); tale dato è, invece, estremamente
basso nel cluster A, cioè tra gli individui meno vulnerabili (11,4%).
Anche l’indicatore “livello di cultura”, cui si era già fatto ricorso nella
precedente edizione dell’Osservatorio (indicatore che considera, congiuntamente, il titolo di studio, la correttezza delle risposte ai quesiti volti a testare la financial literacy6 e la consuetudine alla lettura di libri) fornisce risultati coerenti con quanto emerge nell’analisi multivariata volta a indagare le
determinanti della vulnerabilità finanziaria. L’analisi dei cluster conferma
una relazione negativa tra grado di vulnerabilità finanziaria e livello di education, nella menzionata accezione, degli individui. La frequenza di indivi6
Si veda il paragrafo 3.
53
dui con basso grado di literacy è, infatti, maggiore nel cluster F degli individui maggiormente fragili (59,6%), mentre è significativamente più basso
nel cluster A degli individui più solidi (44,3%).
L’analisi cluster evidenzia una significativa correlazione fra vulnerabilità
dei gruppi e alcuni indicatori economici e patrimoniali. Nel gruppo dei soggetti più vulnerabili, l’incidenza degli individui che non sono proprietari di
alcun immobile raggiunge il 41,5%, contro una media del 20,3% e un valore
del 9,1% del cluster degli individui più solidi. Analogamente, il 59,6% degli
individui nel cluster non ha alcuna forma di copertura assicurativa (con l’esclusione della RC Auto) contro il 28,1% del gruppo degli individui solidi.
A conferma della precarietà delle condizioni economiche, il 22,4% degli
individui del cluster dei soggetti più vulnerabili ha fatto ricorso, nel corso
dell’anno, a prestazioni di sostegno del reddito o di altre forme di sostegno
(contro una media del 13,8%). In caso di necessità economiche, la proporzione di individui del gruppo dei più vulnerabili che si rivolgerebbe in via
prioritaria a strutture di assistenza (pubbliche e/o organismi del volontariato) è decisamente più alta della media (7,1% contro il 4,6%), mentre non si
riscontrano significative differenze fra i gruppi in termini di priorità assegnata al ricorso alla famiglia e alla cerchia delle amicizie.
Inoltre, il 37,5% di questi individui vulnerabili prevede per la futura età
pensionabile di poter far affidamento unicamente sulla pensione pubblica,
contro il 9,8% degli individui più solidi che possono far affidamento anche
su altre risorse (risparmi, fondi pensione, assicurazioni private e altro) e il
25,9% della media.
Le condizioni di vulnerabilità economica dei cluster trovano corrispondenza anche nelle percezioni e nei comportamenti degli individui. Non stupisce, infatti, notare che una proporzione maggiore rispetto alla media del campione e, in particolare, al gruppo di individui economicamente più solidi e
meno vulnerabili, degli individui del cluster F manifesta previsioni gravemente pessimistiche per la situazione economica della famiglia a un anno
(22,4% rispetto a una media del 10,6% e una quota del solo 2% nel gruppo A).
Analogamente, in questo gruppo si riscontra un 14,5% di individui che
si identificano nella situazione di maggior interesse per il presente che per
il futuro, contro meno della metà (6,2%) nel gruppo dei meno vulnerabili e
una media complessiva dell’8,4%. Interessante anche rilevare che il 9,0% si
definisce come una persona molto inquieta, contro il 4,0% degli individui
privi di preoccupazioni economiche e il 5,3% della media.
Nell’insieme l’analisi cluster – realizzata intorno all’indice di vulnerabilità
proposto dall’Osservatorio – risulta significativa e consente di individuare in
modo efficace elementi della sfera individuale, lavorativa e culturale, economico-patrimoniale e comportamentale correlati con diversi gradi di vulnerabilità.
54
Fig. 8 – Caratteristiche dei cluster
Famiglia fragile
Capofamiglia femmina
Famiglia giovane
Status lavorativo basso
Shock lavoro
Cluster e “monoreddito”
Disoccupati
Cluster e “livello culturale basso”
55
(segue fig. 8)
Assenza coperture assicurative
Cluster e “no immobili”
Ricorso prestazioni supporto reddito
Previsione richiesta aiuto economico
a strutture assistenza
Affidamento unicamente pensione pubblica
Prospettive pessime
Priorità presente
Persona molto inquieta
56
5. Conclusioni
I risultati dell’attività dell’Osservatorio nella seconda edizione hanno
confermato la validità dell’impostazione dei lavori e consentito di conseguire gli obiettivi ricordati in premessa. In particolare, il valore dell’indice
proposto per monitorare la condizione di vulnerabilità economico-finanziaria delle famiglie è stato nuovamente calcolato sulla base della rilevazione
campionaria realizzata nella primavera 2013 e ha individuato valori che
sono risultati poi significativi anche nell’analisi tramite cluster.
I dati raccolti con la nuova indagine evidenziano un sensibile peggioramento della vulnerabilità economico-finanziaria delle famiglie. In particolare:
• su un piano generale, si dimezza la percentuale di individui che dichiara
una condizione finanziaria florida che consente di “arrivare a fine mese”
con facilità e, quindi, di risparmiare abbastanza (da 2,8% a 1,6%) e si riduce la percentuale di famiglie che dichiara una posizione di sostanziale equilibrio, in quanto arriva a fine mese con facilità e riesce anche a risparmiare qualcosa (da 26% a 22%). Viceversa, cresce in modo significativo la percentuale di famiglie in situazione di disagio economico. Specificamente,
aumentano dal 15% al 21% le famiglie che per arrivare a fine mese devono intaccare i risparmi e dal 6% all’8% le famiglie che registrano “molta
difficoltà” e che, per questo, devono chiedere aiuto e prestiti;
• l’indice di vulnerabilità, in scala da 0 a 10, presenta un valore medio del
3,16, in peggioramento dal 2,70 della precedente rilevazione. Si conferma la distribuzione asimmetrica dell’indice, con una frequenza ridotta su
valori di vulnerabilità molto bassi, un addensamento su livelli di vulnerabilità medi e una frequenza progressivamente meno elevata per livelli
di vulnerabilità considerevolmente elevati.
Dall’analisi delle determinanti della vulnerabilità, emerge un minor peso
delle variabili socio-demografiche e un marcato accresciuto peso delle
57
determinanti economico-finanziarie. Fra quelle socio-demografiche, il dato
più significativo è la vulnerabilità dei soggetti di età inferiore ai 30 anni e
superiore ai 65 anni. Fra le variabili socio-demografiche restano confermati, quali fattori che concorrono a ridurre la vulnerabilità finanziaria delle
famiglie, il possesso di immobili, la dimensione del patrimonio finanziario
e il livello del reddito. Interessante rilevare come la natura di contratto a
tempo indeterminato o fisso perda importanza, in linea con la generale tendenza del mercato del lavoro. Perde d’importanza anche la detenzione di
polizze assicurative sulla vita, ma si deve anche rilevare una diminuzione
del peso di tali assicurazioni nel portafoglio delle famiglie.
Si conferma che il servizio del debito incide sulla vulnerabilità. Da
osservare, come dato di trend, la diminuzione dell’accensione di mutui per
l’acquisto dell’abitazione e l’incremento del ricorso al credito al consumo
che, come rilevato anche in letteratura, contribuisce a stabilizzare le fluttuazioni di reddito. Anche questa rilevazione conferma come il vivere in
affitto contribuisca ad aumentare la vulnerabilità.
Particolarmente rilevanti sono gli shock esterni connessi a condizioni
lavorative (perdita del posto di lavoro e riduzione delle ore lavorate). Si
conferma, altresì, il ruolo destabilizzante svolto da altri shock, ossia eventi
esterni non prevedibili che determinano riduzioni del reddito e/o aumenti di
spesa, quali separazioni, divorzi, malattie e incidenti.
Di grande interesse e attualità è il contributo dell’educazione finanziaria
alla riduzione della vulnerabilità. Questo risultato, confermato rispetto alla
precedente rilevazione, è senz’altro di utilità per l’implementazione di
opportune policy per la prevenzione/gestione di condizioni di stress finanziario.
Infine, nella presente edizione dell’Osservatorio sono stati inseriti alcuni quesiti volti a raccogliere indicazioni sulla situazione attuale e prospettica percepita dalle famiglie in termini di welfare (ad esempio copertura previdenziale, copertura sanitaria, assistenza anziani).
In generale, emerge ancora una scarsa sensibilità della popolazione italiana verso tali necessità e, comunque, una correlazione positiva fra la solidità economico-finanziaria e l’attenzione nell’ambito del welfare. È questo
uno degli ambiti che crescerà d’importanza nella vita delle famiglie e il cui
trend potrà essere utilmente studiato nei futuri lavori dell’Osservatorio.
58
Bibliografia
Alkire, S. (2002), Valuing freedoms: Sen’s capability approach and poverty reduction, Oxford University Press.
Anderloni L., Vandone D. (2008), “Households over-indebtedness in the economic
literature”, Università degli Studi di Milano, Department of Economic, Business
and Statistics, Working Paper, 46.
Anderloni L., Bacchiocchi E., Vandone D. (2011), “Household financial vulnerability: an empirical analysis”, Research in economics, 66, 3, 284-296, 2012
September.
Anderloni L., Vandone D. (2010), “Risk of over-indebtedness and behavioural factors”, in C. Lucarelli, G. Brighetti (eds.), Risk tolerance in financial decision
making, Basingstoke, Palgrave Macmillan.
Banca d’Italia (2010), “I bilanci delle famiglie italiane nel 2008”, Supplementi al
Bollettino Statistico, 8.
Banca d’Italia (2012), “I bilanci delle famiglie italiane nel 2010”, Supplementi al
Bollettino Statistico, 6.
Bridges S., Disney R., Henley A. (2006), “Housing wealth and the accumulation of
financial debt: evidence from the UK household”, in G. Bertola, R. Disney, C.
Grant (eds.), The economics of consumer credit, Cambridge, MA, MIT Press,
pp. 135-180.
Cavalletti B., Lagazio, C., Vandone D. (2008), “Il credito al consumo in Italia:
benessere economico o fragilità finanziaria?”, Economia dei servizi, 1, 79-94,
2011.
Coin D., Conti A.M., Leva L. Vacca V. (2013), “L’indebitamento e la vulnerabilità
finanziaria delle famiglie. Un’analisi a livello regionale”, in Vacca V. (coord.),
“L’indebitamento e la vulnerabilità finanziaria delle famiglie nelle regioni italiane”, Banca d’Italia, Occasional Paper, 163.
Cox D., Jappelli T. (1993), “The effect of borrowing constraints on consumer liabilities”, Journal of Money, Credit and Banking, 25, 197-213.
Crook J.N. (2006), “Household Debt Demand and Supply”, in G. Bertola, R. Disney,
C. Grant (eds.), The economics of consumer credit, Cambridge, pp. 63-92.
59
Crook J.N., Hochguertel S. (2007), “US and European household debt and credit
constraints”, Tinbergen Institute Discussion Paper, 087/3-2007.
D’Alessio G., Iezzi S. (2013), “Household over-indebtedness: definition and measurement with Italian data”, Banca d’Italia, Occasional Paper, 149.
Del Rio A., Young G. (2006), “The Determinants of Unsecured Borrowing:
Evidence from the British Household Panel Survey”, Applied financial economics, 15, 1119-1144.
Duca J.V., Rosenthal S.S. (1993), “Borrowing constraints, household debt and
racial discrimination in loan markets”, Journal of Financial Intermediation, 3,
77-103.
Felici R., Manzoli E., Pico R. (2012), “La crisi delle famiglie italiane: un’analisi
microeconomica dei contratti di mutuo”, Banca d’Italia, Occasional Paper, 125.
Gathergood J. (2012), “Self-Control, Financial literacy and Consumer Over-indebtedness”, CFCM Centre for Finance and Credit Markets, Working Paper, 12/02.
Gropp R., Scholz J.K., White M.J. (1997), “Personal bankruptcy and credit supply
and demand”, Quarterly Journal of Economics, 112, 217-252.
Jappelli T., Pagano M., Di Maggio M. (2008), “Households’ indebtedness and
financial fragility”, CSFE Working Paper, 28.
Kilborn J. (2005), “Behavioural economics, overindebtedness and comparative
consumer bankruptcy: searching for causes and evaluating solutions”,
Bankruptcy Development Journal, 22.
ISTAT (2012), Reddito e condizioni di vita, Dicembre.
ISTAT (2013a), La povertà in Italia, Luglio.
ISTAT (2013b), Occupati e disoccupati, Ottobre.
Leece, D. (2000), “Choice of mortgage instrument, liquidity constraints and the
demand for housing debt in the UK”, Applied Economics, 32, 1121-1132.
Magri, S. (2007), “Italian households’ debt: determinant of demand and supply”,
Empirical Economics, 33, 401-426.
Magri S., Pico R. (2012), “L’indebitamento delle famiglie italiane dopo la crisi del
2008”, Banca d’Italia, Occasional Paper, 134.
Meier S., Sprenger C. (2007), Impatience and credit behaviour: evidence from a
field experiment, Centre for Behavioral Economics and Decision Making,
Federal Reserve Bank of Boston.
Nolan B., Whelan C.T. (2007), “On the multidimensionality of poverty and social
exclusion”, in S.P. Jenkins, J. Micklewright (eds.), Inequality and poverty reexamined, Oxford University Press, pp. 146-165.
Ottaviani C., Vandone D. (2011), “Impulsivity and household indebtedness: evidence from real life”, Journal of economic psychology, 32(5), 754-761.
Ottaviani C., Vandone D. (2010), “The determinants of household debt holding: an
empirical analysis”, in C. Lucarelli, G. Brighetti (eds.), Risk tolerance in financial decision making, Basingstoke, Palgrave Macmillan.
Ottaviani C., Vandone D. (2011a), Decision-making under uncertainty and demand
for insurance: an empirical study, Departemental Working Papers, Department
60
of Economics, Business and Statistics at Università degli Studi di Milano,
http://econpapers.repec.org/RePEc:mil:wpdepa:2011-05.
Rinaldi L., Sanchis-Arellano A. (2006), “Household debt sustainability – What
explains household non-performing loans? An empirical analysis”, European
Central Bank, Working Paper Series, 570.
Sullivan J.X., Turner L., Danziger S. (2008), “The relationship between income and
material hardship”, Journal of Policy Analysis and Management, 27, 63-81.
Vandone D. (2009), Consumer credit in Europe: risks and opportunities of a dynamic industry, Berlin, Springer.
Vandone D. (2010), “Household behaviour and debt demand”, in C. Lucarelli, G.
Brighetti (eds.), Risk tolerance in financial decision making, Basingstoke,
Palgrave Macmillan.
61
Appendice A.
Vulnerabilità finanziaria: costruzione dell’indice
Lo strumento statistico utilizzato per la costruzione dell’indice è l’Analisi delle
Componenti Principali (Principal Components Analysis – PCA), che è una tecnica
di analisi multivariata la cui finalità è quella di ridurre un numero più o meno elevato di variabili (rappresentanti altrettante caratteristiche del fenomeno analizzato)
in alcune variabili latenti (Componenti), che sintetizzano le variabili che colgono lo
stesso fenomeno.
Nella tavola I si presentano i risultati della PCA. Si riportano anche i dati della
precedente rilevazione a evidenza della robustezza della metodologia utilizzata per
la costruzione dell’indice (tavola II).
Dall’analisi emerge che il primo fattore spiega più del 55% del fenomeno e tutte
le variabili prese in considerazione per la costruzione dell’indice – tranne la variabile relativa all’accesso al credito, che dunque è stata esclusa dalla costruzione dell’indice – sono rilevanti con un peso che è sostanzialmente omogeneo dal punto di
vista statistico. L’indice di vulnerabilità è, dunque, funzione delle seguenti variabili: congruità del reddito rispetto alle spese mensili; capacità di sostenere una spese
mensile; difficoltà; arretrati; rinuncia a visita medica.
Utilizzando i factor scores come pesi, l’indice di vulnerabilità finanziaria per
ciascun individuo è costruito come segue:
n
Indice di vulnerabilità finanziaria =
¦a
p 1
p
X pi
Dove Xpi è il valore standardizzato della p-esima variabile e ap il relativo factor
score.
Una variabile con un elevato factor score è associata con un alto livello di vulnerabilità finanziaria e viceversa. Al fine di semplificare l’interpretazione dei risultati, l’indicatore ottenuto è stato riscalato in modo da ottenere il valore 0 quale valore minimo di vulnerabilità e 10 quale valore massimo di vulnerabilità.
63
Tav. I – Principal Component analysis 2013
Component
Eigenvalue
Explained Variability (%)
Cumulative (%)
Comp1
3.314
55.2
55.2
Comp2
0.929
15.5
70.7
Comp3
0.648
10.8
81.5
Comp4
0.550
9.2
90.7
Comp5
0.338
5.6
96.3
Comp6
0.221
3.7
100
Principal components (eigenvectors)
Variable
Comp1
Comp2
Comp3
Comp4
Comp5
Comp6
Loan rejection
0.217
0.908
0.308
0.173
0.066
-0.014
Ends meet
0.434
-0.158
0.475
-0.292
-0.690
0.016
Unexp expenses
0.440
-0.239
0.388
-0.240
0.704
0.215
Difficulties
0.485
-0.003
-0.388
-0.093
0.94
-0.796
Arrears
0.425
0.180
-0.644
-0.248
-0.101
0.548
Medical care
0.396
-0.249
-0.015
0.870
-0.069
0.139
Tav. II – Principal Component analysis 2010
Component
Eigenvalue
Explained Variability (%)
Cumulative (%)
Comp1
3.188
53.1
53.1
Comp2
0.953
15.9
69.0
Comp3
0.673
11.2
80.3
Comp4
0.603
10.0
90.3
Comp5
0.379
6.3
96.7
Comp6
0.200
3.3
100
Principal components (eigenvectors)
Variable
Comp1
Comp2
Comp3
Comp4
Comp5
Comp6
Loan rejection
0.2113
0.8844
0.3245
0.2595
0.0038
0.0242
Ends meet
0.4285
-0.2176
0.4771
-0.2151
0.7036
0.0084
Unexp expenses
0.4280
-0.2629
0.4865
-0.0655
-0.6938
0.1592
Difficulties
0.4958
0.0692
-0.3182
-0.1674
-0.1067
-0.7802
Arrears
0.4427
0.1828
-0.5188
-0.3898
0.0125
0.5910
Medical care
0.3830
-0.2515
-0.2448
0.8379
0.1097
0.1262
64
Appendice B.
Il questionario
LA PERSONA CHE DEVE RISPONDERE ALL’INTERVISTA È IL CAPOFAMIGLIA.
D1. LEI È...?
CELIBE, NUBILE
CONVIVENTE
SPOSATO
VEDOVO
SEPARATO
DIVORZIATO
D2. QUANTI FIGLI HA A SUO CARICO?
NESSUNO
1
2
3
4 O PIÙ
D3. QUANTI ANZIANI HA A SUO CARICO (ANCHE NON CONVIVENTI)?
NESSUNO
1
2
3
4 (O PIÙ)
D3A. LEI SI DEVE OCCUPARE DI QUALCHE ANZIANO E CIOÈ, PER ESEMPIO, DEVE
FARE LORO LA SPESA, ACCOMPAGNARLI ALLE VISITE MEDICHE O ALTROVE, OCCUPARSI DELLE FACCENDE AMMINISTRATIVE E/O BUROCRATICHE CHE LI RIGUARDANO
ECC.? SE SÌ, DI QUANTI ANZIANI SI OCCUPA?
NESSUNO
1
2
3
4 (O PIÙ)
D4. LA CASA IN CUI VIVE/VIVETE ATTUALMENTE È...?
DI VOSTRA PROPRIETÀ
IN AFFITTO
DI PROPRIETÀ DI PARENTI/AMICI (NON CONVIVENTI) CHE HANNO DATO IN USO
GRATUITO LA CASA
È STATA CONCESSA GRATUITAMENTE PER PRESTAZIONI DI SERVIZIO (CUSTODIA,
PULIZIA,...)
65
D5. PER L’ACQUISTO/LA RISTRUTTURAZIONE DI QUESTA CASA AVETE SOTTOSCRITTO UN MUTUO?
SÌ, ATTUALMENTE IN CORSO (STA PAGANDO ANCORA LE RATE)
SÌ, NON PIÙ IN CORSO
NO
D6. QUESTO MUTUO È...
A TASSO FISSO
A TASSO VARIABILE
A TASSO MISTO
ALTRO
D7. PER QUANTI ANNI ANCORA DOVRÀ PAGARE QUESTO MUTUO?
D8.1. ATTUALMENTE IN FAMIGLIA STATE PAGANDO LE RATE DI UN PRESTITO PER
L’ACQUISTO O RISTRUTTURAZIONE DI BENI IMMOBILI DIVERSI DALLA CASA DI RESIDENZA?
SÌ
NO
D8.2. ATTUALMENTE IN FAMIGLIA STATE PAGANDO LE RATE DI UN PRESTITO PER
L’ACQUISTO DI ARREDAMENTO/MOBILI O ELETTRODOMESTICI (TV, LAVATRICI, COMPUTER,..)?
SÌ
NO
D8.3. ATTUALMENTE IN FAMIGLIA STATE PAGANDO LE RATE DI UN PRESTITO PER
L’ACQUISTO DI AUTO, MOTOCICLI, ALTRI VEICOLI?
SÌ
NO
D8.4. ATTUALMENTE IN FAMIGLIA STATE PAGANDO LE RATE DI UN PRESTITO PER
L’ACQUISTO DI ALTRI BENI/SERVIZI: VACANZE, SCUOLE, TRATTAMENTI ESTETICI O
SANITARI, ISCRIZIONE PALESTRA,...?
SÌ
NO
D8.5. ATTUALMENTE IN FAMIGLIA STATE PAGANDO LE RATE DI UN PRESTITO PER
ALTRO?
SÌ
NO
D9. MEDIAMENTE A QUANTO AMMONTA LA SOMMA DI TUTTE LE RATE CHE LA SUA FAMIGLIA PAGA IN UN MESE, CONSIDERI SIA IMUTUO (SE PRESENTE) SIA ALTRI PRESTITI?
FINO A 200 EURO AL MESE
TRA 201 E 400 EURO AL MESE
TRA 401 E 600 EURO AL MESE
TRA 601 E 800 EURO AL MESE
TRA 801 E 1.000 EURO AL MESE
TRA 1.001 E 2.000 EURO AL MESE
OLTRE 2.000 EURO AL MESE
66
D10. PER LA SUA FAMIGLIA, QUESTA CIFRA RAPPRESENTA UN USCITA/ONERE CHE
SOSTENETE CON...
MOLTA FACILITÀ
FACILITÀ
QUALCHE DIFFICOLTÀ
DIFFICOLTÀ
MOLTA DIFFICOLTÀ
D11. AVETE STIPULATO UNA POLIZZA ASSICURATIVA A COPERTURA DEL PRESTITO,
CIOÈ UNA POLIZZA ASSICURATIVA CHE GARANTISCE IL RIMBORSO DEL FINANZIAMENTO IN MOMENTI DI DIFFICOLTÀ LEGATI AD EVENTI IMPREVISTI QUALI LA PERDITA
INVOLONTARIA DEL POSTO DI LAVORO, INFORTUNIO, MALATTIA, DECESSO?
SÌ
NO
NON SA
D12. NEL CORSO DELL’ULTIMO ANNO (ULTIMI 12 MESI) LA SUA FAMIGLIA HA RICHIESTO A BANCHE O SOCIETÀ FINANZIARIE UN FINANZIAMENTO CHE NON È STATO CONCESSO?
SÌ
NO
D13. NEL CORSO DELL’ULTIMO ANNO (ULTIMI 12 MESI), LEI O ALTRI MEMBRI DELLA
FAMIGLIA AVETE VERSATO REGOLARMENTE DENARO A PERSONE CHE NON VIVONO
CON LEI (ES. ASSEGNI DI MANTENIMENTO PER UN CONIUGE SEPARATO/FIGLI, ASSEGNO PER RICOVERO/ASSISTENZA DI UN GENITORE ANZIANO...)?
SÌ
NO
D14. MEDIAMENTE IN UN MESE CHE CIFRA VERSA PER TRASFERIMENTI A PERSONE
CHE NON VIVONO CON LEI?
FINO A 200 EURO AL MESE
TRA 201 E 400 EURO AL MESE
TRA 401 E 600 EURO AL MESE
TRA 601 E 800 EURO AL MESE
TRA 801 E 1.000 EURO AL MESE
TRA 1.001 E 2.000 EURO AL MESE
OLTRE 2.000 EURO AL MESE
D15. NEL CORSO DELL’ULTIMO ANNO (ULTIMI 12 MESI), LEI O ALTRI MEMBRI DELLA
FAMIGLIA AVETE RICEVUTO REGOLARMENTE DENARO DA PERSONE CHE NON VIVONO IN FAMIGLIA (ES. ASSEGNI DI MANTENIMENTO DA CONIUGE SEPARATO, PADRE,
FRATELLI/FIGLI...)?
SÌ
NO
D16. MEDIAMENTE IN UN MESE CHE CIFRA RICEVE DA PERSONE CHE NON VIVONO
CON LEI?
FINO A 200 EURO AL MESE
TRA 201 E 400 EURO AL MESE
TRA 401 E 600 EURO AL MESE
TRA 601 E 800 EURO AL MESE
TRA 801 E 1.000 EURO AL MESE
TRA 1.001 E 2.000 EURO AL MESE
OLTRE 2.000 EURO AL MESE
67
D17. ATTUALMENTE LA SUA FAMIGLIA HA DEBITI NEI CONFRONTI DI PARENTI O AMICI
NON CONVIVENTI?
SÌ
NO
17A. NEL CORSO DELL’ULTIMO ANNO (ULTIMI 12 MESI), LEI O ALTRI MEMBRI DELLA
SUA FAMIGLIA AVETE USUFRUITO DI PRESTAZIONI DI SOSTEGNO AL REDDITO (PER
ES. INDENNITÀ DI DISOCCUPAZIONE, MOBILITÀ, ASSEGNI ANUCLEO FAMILIARE ECC.)
O DI SOSTEGNO FINANZIARIO ANCHE SOTTO FORMA DI SERVIZI?
SÌ, DA PARTE DELLE ISTITUZIONI STATALI/STATO
SÌ, DA PARTE DI ISTITUZIONI PRIVATE O RELIGIOSE (FONDAZIONI, ENTI PRIVATI,
IMPRESE ECC.)
NO, NON NE ABBIAMO USUFRUITO
D18. ATTUALMENTE LE ENTRATE MENSILI DELLA SUA FAMIGLIA VI PERMETTONO DI
ARRIVARE ALLA FINE DEL MESE CON...?
MOLTA FACILITÀ, RIESCE A RISPARMIARE ABBASTANZA
FACILITÀ, RIESCE ANCHE A RISPARMIARE QUALCOSA
QUALCHE DIFFICOLTÀ, RIESCE APPENA A FAR QUADRARE IL BILANCIO
DIFFICOLTÀ, DEVE INTACCARE I PROPRI RISPARMI
MOLTA DIFFICOLTÀ, DEVE CHIEDERE AIUTI/PRESTITI
D19. LEI DIREBBE CHE L’ATTUALE SITUAZIONE ECONOMICA DELLA SUA FAMIGLIA
RISPETTO AD UN ANNO FA È...
MOLTO MIGLIORATA
UN PO’ MIGLIORATA
RIMASTA PIÙ O MENO LA STESSA
UN PO’ PEGGIORATA
MOLTO PEGGIORATA
D20. E FRA UN ANNO PENSA CHE LA SITUAZIONE ECONOMICA DELLA SUA FAMIGLIA
RISPETTO AD OGGI?
MIGLIORERÀ MOLTO
MIGLIORERÀ UN PO’
RIMARRÀ PIÙ O MENO LA STESSA
PEGGIORERÀ UN PO’
PEGGIORERÀ MOLTO
D21. OGGI, LA SUA FAMIGLIA SAREBBE IN GRADO DI SOSTENERE UNA SPESA IMPREVISTA DI 700 EURO?
SÌ, CON MOLTA FACILITÀ
SÌ, CON FACILITÀ
SÌ, MA CON DIFFICOLTÀ
SÌ, MA CON MOLTA DIFFICOLTÀ
NO
D22.1. NEL CORSO DELL’ULTIMO ANNO (ULTIMI 12 MESI) È MAI SUCCESSO (ANCHE
UNA SOLA VOLTA) CHE LA SUA FAMIGLIA SIA STATA IN DIFFICOLTÀ PER FARE LA
SPESA/COMPRARE DA MANGIARE?
SÌ
NO
68
D22.2. NEL CORSO DELL’ULTIMO ANNO (ULTIMI 12 MESI), È MAI SUCCESSO (ANCHE
UNA SOLA VOLTA) CHE LA SUA FAMIGLIA SIA STATA IN DIFFICOLTÀ PER COMPRARE
VESTITI DI CUI AVEVATE BISOGNO?
SÌ
NO
D22.3. NEL CORSO DELL’ULTIMO ANNO (ULTIMI 12 MESI) È MAI SUCCESSO (ANCHE
UNA SOLA VOLTA) CHE LA SUA FAMIGLIA SIA STATA IN DIFFICOLTÀ PER PAGARE LE
SPESE PER LE BOLLETTE DI LUCE, GAS, TELEFONO, ECC.?
SÌ
NO
D22.4. NEL CORSO DELL’ULTIMO ANNO (ULTIMI 12 MESI) È MAI SUCCESSO (ANCHE
UNA SOLA VOLTA) CHE LA SUA FAMIGLIA SIA STATA IN DIFFICOLTÀ PER PAGARE L’AFFITTO?
SÌ
NO
D22.5. NEL CORSO DELL’ULTIMO ANNO (ULTIMI 12 MESI) È MAI SUCCESSO (ANCHE
UNA SOLA VOLTA) CHE LA SUA FAMIGLIA SIA STATA IN DIFFICOLTÀ PER PAGARE IL
MUTUO DELL’ABITAZIONE IN CUI VIVE LA FAMIGLIA?
SÌ
NO
D22.6. NEL CORSO DELL’ULTIMO ANNO (ULTIMI 12 MESI) È MAI SUCCESSO (ANCHE UNA
SOLA VOLTA) CHE LA SUA FAMIGLIA SIA STATA IN DIFFICOLTÀ PER PAGARE PRESTITI
(DIVERSI DAL MUTUO SE PRESENTE) PER L’ACQUISTO DI AUTO, TV, COMPUTER...?
SÌ
NO
D23.3. IN PARTICOLARE LE È CAPITATO DI TROVARSI IN ARRETRATO CON IL PAGAMENTO DI/DEL BOLLETTE DI LUCE, GAS, TELEFONO, ECC.?
SÌ
NO
D23.4. IN PARTICOLARE LE È CAPITATO DI TROVARSI IN ARRETRATO CON IL PAGAMENTO DI/DEL AFFITTO?
SÌ
NO
D23.5. IN PARTICOLARE LE È CAPITATO DI TROVARSI IN ARRETRATO CON IL PAGAMENTO DI/DEL MUTUO DELL’ABITAZIONE IN CUI VIVE LA FAMIGLIA?
SÌ
NO
D23.6. IN PARTICOLARE LE È CAPITATO DI TROVARSI IN ARRETRATO CON IL PAGAMENTO DI/DEL PRESTITI (DIVERSI DAL MUTUO SE PRESENTE) PER L’ACQUISTO DI
AUTO, TV, COMPUTER...?
SÌ
NO
69
D24. NEL CORSO DELL’ULTIMO ANNO (ULTIMI 12 MESI) VI È CAPITATO (ANCHE UNA
SOLA VOLTA) DI DOVER RINUNCIARE PER MOTIVI ECONOMICI A FARE UNA VISITA
MEDICA SPECIALISTICA O UN TRATTAMENTO TERAPEUTICO DI CUI AVEVA BISOGNO
LEI O UN MEMBRO DELLA SUA FAMIGLIA (NUCLEO CONVIVENTE)?
SÌ, È CAPITATO
NO, MAI
PREFERISCE NON RISPONDERE
D25.1. NEL CORSO DELL’ULTIMO ANNO (ULTIMI 12 MESI) LA PERDITA DEL POSTO DI
LAVORO HA COINVOLTO LEI O I SUOI FAMILIARI COMPORTANDO UNA RIDUZIONE
INATTESA DEI REDDITI O UN INCREMENTO IMPREVISTO DELLE SPESE DELLA FAMIGLIA?
SÌ
NO
D25.2. NEL CORSO DELL’ULTIMO ANNO (ULTIMI 12 MESI) UNA RIDUZIONE DELLE ORE
DI LAVORO HA COINVOLTO LEI O I SUOI FAMILIARI COMPORTANDO UNA RIDUZIONE
INATTESA DEI REDDITI O UN INCREMENTO IMPREVISTO DELLE SPESE DELLA FAMIGLIA?
SÌ
NO
D25.3. NEL CORSO DELL’ULTIMO ANNO (ULTIMI 12 MESI) L’ASSISTENZA DI ANZIANI
(ANCHE NON CONVIVENTI) HA COINVOLTO LEI O I SUOI FAMILIARI COMPORTANDO
UNA RIDUZIONE INATTESA DEI REDDITI O UN INCREMENTO IMPREVISTO DELLE
SPESE DELLA FAMIGLIA?
SÌ
NO
D25.4. NEL CORSO DELL’ULTIMO ANNO (ULTIMI 12 MESI) UNA MALATTIA HA COINVOLTO LEI O I SUOI FAMILIARI COMPORTANDO UNA RIDUZIONE INATTESA DEI REDDITI O
UN INCREMENTO IMPREVISTO DELLE SPESE DELLA FAMIGLIA?
SÌ
NO
D25.5. NEL CORSO DELL’ULTIMO ANNO (ULTIMI 12 MESI) UN DECESSO HA COINVOLTO
LEI O I SUOI FAMILIARI COMPORTANDO UNA RIDUZIONE IN ATTESA DEI REDDITI O UN
INCREMENTO IMPREVISTO DELLE SPESE DELLA FAMIGLIA?
SÌ
NO
D25.6. NEL CORSO DELL’ULTIMO ANNO (ULTIMI 12 MESI) UN’INVALIDITÀ HA COINVOLTO LEI O I SUOI FAMILIARI COMPORTANDO UNA RIDUZIONE INATTESA DEI REDDITI O
UN INCREMENTO IMPREVISTO DELLE SPESE DELLA FAMIGLIA?
SÌ
NO
D25.7. NEL CORSO DELL’ULTIMO ANNO (ULTIMI 12 MESI) UN INCIDENTE CON DANNI
RILEVANTI HA COINVOLTO LEI O I SUOI FAMILIARI COMPORTANDO UNA RIDUZIONE
INATTESA DEI REDDITI O UN INCREMENTO IMPREVISTO DELLE SPESE DELLA FAMIGLIA?
SÌ
NO
70
D25.8. NEL CORSO DELL’ULTIMO ANNO (ULTIMI 12 MESI) UNA SEPARAZIONE CONIUGALE HA COINVOLTO LEI O I SUOI FAMILIARI COMPORTANDO UNA RIDUZIONE INATTESA DEI REDDITI O UN INCREMENTO IMPREVISTO DELLE SPESE DELLA FAMIGLIA?
SÌ
NO
D27.1. LEI/LA SUA FAMIGLIA POSSIEDE UNA POLIZZA AUTO/MOTO/VEICOLI?
SÌ
NO
D27.2. LEI/LA SUA FAMIGLIA POSSIEDE UNA POLIZZA CASA (FURTO, INCENDIO)/R.C.
FAMIGLIA?
SÌ
NO
D27.3. LEI/LA SUA FAMIGLIA POSSIEDE UNA POLIZZA SALUTE (INFORTUNIO O MALATTIA)?
SÌ
NO
D27.4. LEI/LA SUA FAMIGLIA POSSIEDE UNA POLIZZA PROFESSIONE?
SÌ
NO
D27.5. LEI/LA SUA FAMIGLIA POSSIEDE UNA POLIZZA VITA (PURO RISCHIO O INVESTIMENTO: UNIT/INDEX LINKED)?
SÌ
NO
D27.6. LEI/LA SUA FAMIGLIA POSSIEDE UNA POLIZZA PREVIDENZIALE/FONDO PENSIONE/PREVIDENZA INTEGRATIVA O PIANI DI ACCUMULO (PAC)?
SÌ
NO
D27.7. LEI/LA SUA FAMIGLIA POSSIEDE UNA POLIZZA PER LA NON AUTOSUFFICIENZA/LTC?
SÌ
NO
D27A. LEI HA DICHIARATO DI POSSEDERE UNA POLIZZA SALUTE (INFORTUNIO O
MALATTIA). PUÒ INDICARE SE...
L’HA STIPULATA INDIVIDUALMENTE (POLIZZA INDIVIDUALE)
L’HA STIPULATA TRAMITE IL DATORE DI LAVORO (POLIZZA AZIENDALE)
D27B. LEI HA DICHIARATO DI POSSEDERE UNA POLIZZA PREVIDENZIALE/FONDO PENSIONE/PREVIDENZA INTEGRATIVA. PUÒ INDICARE SE...
L’HA STIPULATA INDIVIDUALMENTE (POLIZZA INDIVIDUALE)
L’HA STIPULATA TRAMITE IL DATORE DI LAVORO (POLIZZA AZIENDALE)
D27C. LEI HA DICHIARATO DI POSSEDERE UNA POLIZZA PER LA NON AUTOSUFFICIENZA/LTC. PUÒ INDICARE SE...
L’HA STIPULATA INDIVIDUALMENTE (POLIZZA INDIVIDUALE)
L’HA STIPULATA TRAMITE IL DATORE DI LAVORO (POLIZZA AZIENDALE)
71
D30.1. QUANTO LA RISPECCHIA LA SEGUENTE SITUAZIONE “SO PRENDERE BUONE
DECISIONI DI CARATTERE FINANZIARIO”.
MOLTO
ABBASTANZA
POCO
PER NIENTE
D30.2. QUANTO LA RISPECCHIA LA SEGUENTE SITUAZIONE “SONO UNA PERSONA
ATTENTA”.
MOLTO
ABBASTANZA
POCO
PER NIENTE
D30.3. QUANTO LA RISPECCHIA LA SEGUENTE SITUAZIONE “HO AUTOCONTROLLO”.
MOLTO
ABBASTANZA
POCO
PER NIENTE
D30.4. QUANTO LA RISPECCHIA LA SEGUENTE SITUAZIONE “SONO UNA PERSONA
INQUIETA”.
MOLTO
ABBASTANZA
POCO
PER NIENTE
D30.5. QUANTO LA RISPECCHIA LA SEGUENTE SITUAZIONE “SONO UNA PERSONA
RIFLESSIVA (CHE PENSA A FONDO)”.
MOLTO
ABBASTANZA
POCO
PER NIENTE
D30.6. QUANTO LA RISPECCHIA LA SEGUENTE SITUAZIONE “PRENDO DECISIONI SU 2
PIEDI”.
MOLTO
ABBASTANZA
POCO
PER NIENTE
D30.7. QUANTO LA RISPECCHIA LA SEGUENTE SITUAZIONE MI INTERESSA PIÙ IL
PRESENTE CHE IL FUTURO.
MOLTO
ABBASTANZA
POCO
PER NIENTE
D30.8. QUANTO LA RISPECCHIA LA SEGUENTE SITUAZIONE MI APPASSIONANO I
PUZZLE.
MOLTO
ABBASTANZA
POCO
PER NIENTE
72
D33. COSA DECIDE DI FARE?
SICURAMENTE UN TASSO FISSO
PROBABILMENTE UN TASSO FISSO
PROBABILMENTE UN TASSO VARIABILE
SICURAMENTE UN TASSO VARIABILE
D34.1. SE SI TROVASSE IN DIFFICOLTÀ ECONOMICHE A CHI SI RIVOLGEREBBE PER
PRIMO?
FAMILIARI
AMICI
STRUTTURE PUBBLICHE
ORGANISMI DI VOLONTARIATO
BANCHE
POSTE
FINANZIARIE
ASSICURAZIONI
VENDEREI BENI/OGGETTI PREZIOSI/IMMOBILI
DATORE DI LAVORO
ADOPEREREI I RISPARMI/ATTINGEREI AI RISPARMI
SECONDO LAVORO/CERCHEREI UN LAVORO
ALTRO
NON SO
NESSUNO
D34.2. E A CHI SI RIVOLGEREBBE IN SECONDO LUOGO?
FAMILIARI
AMICI
STRUTTURE PUBBLICHE
ORGANISMI DI VOLONTARIATO
BANCHE
POSTE
FINANZIARIE
ASSICURAZIONI
VENDEREI BENI/OGGETTI PREZIOSI/IMMOBILI
DATORE DI LAVORO
ADOPEREREI I RISPARMI/ATTINGEREI AI RISPARMI
SECONDO LAVORO/CERCHEREI UN LAVORO
ALTRO
NON SO
NESSUNO
E A CHI SI RIVOLGEREBBE IN TERZO LUOGO?
FAMILIARI
AMICI
STRUTTURE PUBBLICHE
ORGANISMI DI VOLONTARIATO
BANCHE
POSTE
FINANZIARIE
ASSICURAZIONI
VENDEREI BENI/OGGETTI PREZIOSI/IMMOBILI
DATORE DI LAVORO
ADOPEREREI I RISPARMI/ATTINGEREI AI RISPARMI
SECONDO LAVORO/CERCHEREI UN LAVORO
ALTRO
73
NON SO
NESSUNO
D34A. QUANDO LEI SARÀ IN PENSIONE, SU QUALI REDDITI RITIENE CHE LEI E LA SUA
FAMIGLIA POTRETE CONTARE?
PENSIONE PUBBLICA SUA E/O DI ALTRI MEMBRI DELLA FAMIGLIA
RISPARMI SUOI E/O DI ALTRI MEMBRI DELLA FAMIGLIA
EREDITÀ
ASSICURAZIONE PRIVATA
FONDI PENSIONE
INVESTIMENTI
RENDITE CONNESSE ALLA PRIMA CASA
LAVORO OLTRE L’ETÀ PENSIONABILE SUO E/O DI ALTRI MEMBRI DELLA FAMIGLIA
AIUTO ECONOMICO DI ALTRI PARENTI
ALTRO
D34B. PENSI A EVENTUALI SPESE SANITARIE E/O ASSISTENZIALI CHE LEI E LA SUA
FAMIGLIA POTRESTE DOVER AFFRONTARE NEPROSSIMO FUTURO. SECONDO LEI...
SARANNO SUFFICIENTI LE SOLE PRESTAZIONI DEL SISTEMA SANITARIO/ASSISTENZIALE PUBBLICO
SARÀ NECESSARIO COMBINARE LE PRESTAZIONI DEL SISTEMA SANITARIO/ASSISTENZIALE PUBBLICO CON STRUMENTI ASSICURATIVI E INTEGRATIVI PRIVATI
SARÀ NECESSARIO COMBINARE LE PRESTAZIONI DEL SISTEMA SANITARIO/ASSISTENZIALE PUBBLICO CON PRESTAZIONI PRIVATE PAGATE DI VOLTA IN VOLTA DI
TASCA PROPRIA
D35. LEI RITIENE CHE, FRA UN ANNO, QUANDO PRELEVERÀ I SOLDI SARÀ IN GRADO
DI COMPRARE LA STESSA QUANTITÀ DI BENI CHE POTREBBE COMPRARE SPENDENDO OGGI I 1.000 EURO?
SÌ
NO, POTRÒ ACQUISTARE UNA QUANTITÀ MINORE
NO, POTRÒ ACQUISTARE UNA QUANTITÀ MAGGIORE
NON SO
D36. DOPO 2 ANNI QUANTO IMMAGINA SIA LA CIFRA DISPONIBILE?
MENO DI 1.020 EURO
ESATTAMENTE 1.020 EURO
OLTRE 1.020 EURO
NON SO
D37. SUPPONGA ORA DI POSSEDERE INVESTIMENTI AZIONARI. GLI INDICI DI BORSA
SCENDONO. LEI È:
PIÙ RICCO
MENO RICCO
RICCO COME PRIMA
NON SO
D38. PER QUELLO CHE LEI NE SA, ANCHE SE NON LE È MAI CAPITATO DI AVERE UN
MUTUO, CON QUALI DELLE SEGUENTI TIPOLOGIE DI MUTUO PENSA SI POSSA SAPERE FIN DALL’INIZIO L’AMMONTARE MASSIMO E IL NUMERO DELLE RATE CHE DOVRÀ
ESSERE PAGATO PRIMA DI POTER ESTINGUERE IL DEBITO?
MUTUO A TASSO VARIABILE
MUTUO A TASSO FISSO
MUTUO A TASSO VARIABILE E RATA COSTANTE
NON SO
74
D39. NEGLI ULTIMI 12 MESI HA FREQUENTATO LEZIONI PRIVATE/CORSI O ATTIVITÀ
SPORTIVE A SUE SPESE?
SÌ
NO
D40. LE CAPITA DI LEGGERE LIBRI?
SÌ
NO
D41. ALL’INCIRCA, QUANTI LIBRI HA LETTO NEL CORSO DELL’ULTIMO ANNO?
STUDIO
D42. SOLO A SCOPO STATISTICO, MI PUÒ INDICARE IL SUO LIVELLO DI ISTRUZIONE?
LAUREA
UNIVERSITÀ SENZA LAUREA
MEDIA SUPERIORE CON DIPLOMA
MEDIA SUPERIORE NON CONCLUSA
MEDIA INFERIORE CON LICENZA
MEDIA INFERIORE NON CONCLUSA
ELEMENTARE CON LICENZA
ELEMENTARE NON CONCLUSA
NESSUNA SCUOLA
D43. QUAL È LA SUA PROFESSIONE?
STUDENTE
CASALINGA
PENSIONATO
NON OCCUPATO (IN CERCA DI OCCUPAZIONE)
DIRIGENTE/FUNZIONARIO/QUADRO
IMPIEGATO/INSEGNANTE/MILITARE
OPERAIO/COMMESSO/APPRENDISTA
IMPRENDITORE/LIBERO PROFESSIONISTA
COMMERCIANTE/ARTIGIANO/AGRICOLTORE INDIPENDENTE
COADIUVANTE/PRESTATORE D’OPERA INDIPENDENTE
D44. LE SUE PROSPETTIVE DI GUADAGNO PER IPROSSIMO ANNO (12 MESI) SONO...?
IN CRESCITA
STABILI
IN DIMINUZIONE
D44A. PUÒ INDICARE SE LEI LAVORA...
NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE / ENTI PUBBLICI / ENTI A CONTROLLO PUBBLICO
IN UN’AZIENDA PRIVATA
D45. COME È REGOLATO IL SUO RAPPORTO DI LAVORO?
DA UN CONTRATTO FORMALE
DA UN ACCORDO VERBALE CON IL DATORE DI LAVORO
D46. IN PARTICOLARE CHE TIPO DI CONTRATTO HA?
TEMPO INDETERMINATO
TEMPO DETERMINATO, A PROGETTO, A TERMINE, SOSTITUZIONE MATERNITÀ,
APPRENDISTATO
75
D47. LEI PENSA CHE NEI PROSSIMI 3 ANNI AVRÀ UN CONTRATTO ATEMPO INDETERMINATO?
CERTAMENTE SÌ
PROBABILMENTE SÌ
PROBABILMENTE NO
CERTAMENTE NO
NON SONO INTERESSATO/A AD UN CONTRATTO A TEMPO INDETERMINATO
D48. PENSI ALLA SUA CONDIZIONE PROFESSIONALE, LEI SI ASPETTA UN AVANZAMENTO DI CARRIERA O UN AUMENTO DI STIPENDIO NEI PROSSIMI 3 ANNI?
CERTAMENTE SÌ
PROBABILMENTE SÌ
PROBABILMENTE NO
CERTAMENTE NO
D49. LEI PENSA CHE NEL CORSO DEPROSSIMO ANNO (12 MESI) TROVERÀ UN LAVORO?
CERTAMENTE SÌ
PROBABILMENTE SÌ
PROBABILMENTE NO
CERTAMENTE NO
NON SONO INTERESSATO/A A TROVARE UN LAVORO
D50. COMPLESSIVAMENTE, LEI COMPRESO, IN QUESTA FAMIGLIA QUANTE PERSONE
PERCEPISCONO UN REDDITO/UNA PENSIONE?
1 PERSONA
PERSONE
PERSONE
PERSONE O PIÙ
D51. HA FIGLI DIVERSAMENTE ABILI/PORTATORI DI HANDICAP CHE VIVONO CON LEI?
SÌ
NO
D52. LEI HA DELLE PROPRIETÀ IMMOBILIARI, CASE, TERRENI ECC.?
SÌ
NO
D53. QUAL È IL VALORE COMPLESSIVO DELLE SUE PROPRIETÀ IMMOBILIARI...?
INFERIORE AI 200.000 EURO
TRA 200.000 EURO E 500.000 EURO
TRA 500.000 EURO E 1.000.000 EURO
OLTRE 1.000.000 EURO
D54. APPROSSIMATIVAMENTE IN QUALE FASCIA COLLOCHEREBBE IL REDDITO
NETTO MENSILE COMPLESSIVO DELLA SUA FAMIGLIA?
FINO A 300 EURO
DA 301 A 900 EURO
DA 901 A 1.200 EURO
DA 1.200 A 1.500 EURO
DA 1.501 A 2.100 EURO
DA 2.101 A 3.000 EURO
DA 3.001 A 4.000 EURO
DA 4.001 A 4.500 EURO
DA 4.501 A 5.000 EURO
OLTRE 5.000 EURO
NON SA/RIFIUTA DI RISPONDERE
76
D54A. L’INFORMAZIONE SULL’AMMONTARE DEL REDDITO NETTO MENSILE COMPLESSIVO DELLA SUA FAMIGLIA È PER NOI MOLTO IMPORTANTE. LE RICORDIAMO CHE LE
INFORMAZIONI DA LEI FORNITE SARANNO USATE IN MODO AGGREGATO E ANONIMO.
APPROSSIMATIVAMENTE IN QUALE DELLE 4 FASCE SEGUENTI COLLOCHEREBBE IL
REDDITO NETTO MENSILE COMPLESSIVO DELLA SUA FAMIGLIA?
FINO A 1.200 EURO
TRA 1.201 EURO E 2.100 EURO
TRA 2.101 EURO E 4.000 EURO
OLTRE 4.000 EURO
D55. APPROSSIMATIVAMENTE IN QUALE FASCIA COLLOCHEREBBE IL PATRIMONIO
FINANZIARIO DELLA SUA FAMIGLIA, OVVERO L’INSIEME DEI RISPARMI/INVESTIMENTI
FAMILIARI?
FINO A 5.000 EURO
DA 5.001 A 10.000 EURO
DA 10.001 A 25.000 EURO
DA 25.001 A 51.000 EURO
DA 51.001 A 75.000 EURO
DA 75.001 A 100.000 EURO
DA 100.001 A 250.000 EURO
DA 250.001 A 500.000 EURO
DA 500.001 A 1.000.000 DI EURO
DA 1.000.001 A 1.500.000 EURO
OLTRE 1.500.001 EURO
D56.1. LEI POSSIEDE UN CONTO CORRENTE?
SÌ
NO
D56.2. LEI POSSIEDE UNA CARTA DI CREDITO?
SÌ
NO
D56.3. LEI POSSIEDE DEI DEPOSITI BANCARI O POSTALI, CERTIFICATI DI DEPOSITO,
PRONTI CONTRO TERMINE?
SÌ
NO
D56.4. LEI POSSIEDE DEI TITOLI DI STATO?
SÌ
NO
D56.5. LEI POSSIEDE DEI FONDI/PAC/SICAV?
SÌ
NO
D56.6. LEI POSSIEDE DELLE OBBLIGAZIONI?
SÌ
NO
D56.7. LEI POSSIEDE DELLE AZIONI?
SÌ
NO
77
D56.8. LEI POSSIEDE DELLE GESTIONI PATRIMONIALI IN FONDI (GPF)/MOBILIARI
(GPM)?
SÌ
NO
D56.9. LEI POSSIEDE POLIZZE VITA UNIT/INDEX LINKED?
SÌ
NO
D56.10. LEI POSSIEDE DEI BUONI POSTALI FRUTTIFERI?
SÌ
NO
D57.1. I CONTO CORRENTE CHE PERCENTUALE DEL SUO PATRIMONIO FINANZIARIO
RAPPRESENTANO?
D57.2. DEPOSITI BANCARI O POSTALI, CERTIFICATI DI DEPOSITO, PRONTI CONTRO
TERMINE CHE PERCENTUALE DEL SUO PATRIMONIO FINANZIARIO RAPPRESENTANO?
D57.3. TITOLI DI STATO, OBBLIGAZIONI, FONDI COMUNI DI INVESTIMENTO MONETARI
O OBBLIGAZIONARI CHE PERCENTUALE DEL SUO PATRIMONIO FINANZIARIO RAPPRESENTANO?
D57.4. AZIONI, FONDI COMUNI DI INVESTIMENTI BILANCIATI O AZIONARI CHE PERCENTUALE DEL SUO PATRIMONIO FINANZIARIO RAPPRESENTANO?
D57.5. TITOLI STRUTTURATI, CONTRATTI DERIVATI CHE PERCENTUALE DEL SUO
PATRIMONIO FINANZIARIO RAPPRESENTANO?
D57.6. POLIZZE ASSICURATIVE DI NATURA FINANZIARIA CHE PERCENTUALE DEL SUO
PATRIMONIO FINANZIARIO RAPPRESENTANO?
D57.7. ALTRO CHE PERCENTUALE DEL SUO PATRIMONIO FINANZIARIO RAPPRESENTANO?
PUÒ INDICARE QUALE, DELLE SEGUENTI SITUAZIONI, CORRISPONDE ALLA SUA?
VIVO CON I GENITORI
VIVO DA SOLO/A
SIAMO UNA COPPIA GIOVANE SENZA FIGLI
VIVO CON FIGLI PICCOLI (IMAGGIORE HA MENO DI 15 ANNI)
VIVO CON FIGLI GRANDI (ALMENO UNO CON PIÙ DI 15 ANNI) CONVIVENTI
SIAMO UNA COPPIA MATURA SENZA FIGLI (MAI AVUTI, OPPURE NON CONVIVENTI)
VIVO CON LA FAMIGLIA DI MIO/A FIGLIO/A
VIVO CON ALTRE PERSONE (AMICI, PARENTI)
NORD OVEST
NORD EST
CENTRO
SUD E ISOLE
CODICE AMPIEZZA CENTRO
FINO A 5.000 ABITANTI
DA 5.000 A 10.000 ABITANTI
DA 10.000 A 30.000 ABITANTI
DA 30.000 A 100.000 ABITANTI
78
DA 100.000 A 500.000 ABITANTI
OLTRE 500.000 ABITANTI
SEX
MASCHIO
FEMMINA
ETA
REGIONE
PIEMONTE
VALLE D’AOSTA
LOMBARDIA
TRENTINO
VENETO
FRIULI
LIGURIA
EMILIA ROMAGNA
TOSCANA
UMBRIA
MARCHE
LAZIO
ABRUZZO
MOLISE
CAMPANIA
PUGLIA
BASILICATA
CALABRIA
SICILIA
SARDEGNA
79
Parte seconda
Nuove emergenze e risposte innovative
per fronteggiare il rischio vulnerabilità
di Franca Maino e Evelina Bianca Benzi
1. Introduzione
All’interno delle attività di ricerca dell’Osservatorio Vulnerabilità e
benessere delle famiglie italiane e con riferimento alla seconda indagine
campionaria sulle dimensioni della vulnerabilità in Italia, si propone un
approfondimento il cui obiettivo è quello di definire le dimensioni del
rischio di vulnerabilità, le sue caratteristiche e le possibili risposte innovative di policy che mirino a una gestione consapevole e appropriata delle
risorse disponibili, sia pubbliche – sempre più scarse – che private, ad arginare la portata di eventuali shock inattesi e a sostenere le famiglie italiane,
che hanno sperimentato e devono affrontare un progressivo impoverimento,
al fine di accrescerne il benessere e garantire loro maggiore sicurezza e stabilità economica e sociale.
L’analisi presentata di seguito si articola in due distinte sezioni. La prima
parte si apre con un breve excursus sulla perdurante crisi del welfare state,
il quale, a seguito della recente crisi economico-finanziaria e dell’erosione
dei tre pilastri su cui per lungo tempo si è fondato il tradizionale modello
sociale europeo, non è più in grado di rispondere ai nuovi bisogni dei cittadini, bisogni che scaturiscono da un profondo cambiamento del contesto
economico e sociale. Cambiamento che a sua volta è accentuato dalla crisi
che dal 2008 non dà tregua ai sistemi economici avanzati.
Analizzando i dati della seconda indagine campionaria su Vulnerabilità
e benessere delle famiglie italiane e affiancando i risultati con i dati rilevati da ISTAT, Censis e dai CAF ACLI, si evidenziano le cause, i sintomi, le
caratteristiche e le dimensioni della vulnerabilità, la quale risulta essere
sempre più estesa ricomprendendo con sempre maggiore frequenza le famiglie appartenenti al cosiddetto ceto medio. In secondo luogo, si individuano
i nuovi bisogni sociali e le “nuove povertà” che determinano la condizione
di crescente vulnerabilità dei cittadini italiani.
Nella seconda parte della ricerca, avvalendosi prevalentemente dei mate83
riali informativi e dei dati messi a disposizione dall’Azienda pubblica di
Servizi alla Persona Poveri Vergognosi di Bologna, oltre al materiale raccolto inerente ad altre realtà territoriali, si individuano, rispetto alle principali nuove emergenze economico-sociali, alcune delle possibili risposte di
policy innovative – tali perché presuppongono una concreta integrazione tra
pubblico e privato e sono in grado di rispondere ai bisogni sociali in modo
più efficace delle alternative esistenti creando, allo stesso tempo, nuove
relazioni sociali e collaborazioni – offerte oggi dal welfare pubblico locale
in sinergia e partnership con soggetti del privato for profit e non profit.
Sostanzialmente, sono qui presentate alcune nuove misure di intervento
pubblico proposte o già adottate in risposta ai crescenti rischi e ai bisogni
dei cosiddetti “nuovi poveri”.
In questi ultimi anni, il concetto di innovazione sociale si è imposto,
all’interno delle strategie comunitarie e nel linguaggio europeo, come tema
cardine e strumento per far fronte a quella crisi finanziaria, economica e
sociale esplosa in modo evidente dal 2008 in tutta Europa. L’innovazione
sociale, infatti, può assicurare un valido supporto agli obiettivi della
Strategia Europa 2020 e rappresenta una leva per immaginare e valorizzare
nuove esperienze e modelli per combattere le povertà e per promuovere un
nuovo tipo di sviluppo non solo per i cittadini ma insieme ai cittadini. In
particolare, nel documento “Empowering People, Driving Change. Social
Innovation in the European Union”, redatto dal Bureau of European Policy
Advisers (BEPA) della Commissione Europea, le innovazioni sociali sono
definite come “innovazioni che sono sociali sia nei fini sia nei mezzi” e consistono in nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che rispondono ai bisogni
sociali in modo più efficace delle alternative esistenti e che, allo stesso
tempo, creano nuove relazioni sociali e collaborazioni (BEPA, 2011). Il processo sotteso all’innovazione sociale implica quindi trasformazioni tanto di
prodotto (i servizi offerti) quanto di processo (chi offre il servizio e con
quali risorse), che si distinguono dal resto delle sperimentazioni nel sociale
per il fatto di riuscire a migliorare effettivamente e in modo duraturo la qualità della vita delle persone. L’innovazione risiede inoltre nella capacità
degli individui di legarsi in reti e di gestire problemi complessi attraverso
l’individuazione di soluzioni condivise, a maggior ragione in un momento
di riduzione delle risorse pubbliche e di contrazione dei fondi privati. Essa
rafforza quindi la capacità di agire e reagire della società (cfr. Goldsmith,
2010).
Va inoltre richiamata la miglior capacità di risposta che è possibile dare
a livello decentrato attraverso il coinvolgimento non solo di istituzioni pubbliche, ma anche di soggetti privati e del privato non profit. Non meno si
sostiene, nel corso dell’intera analisi, la necessità di un piano concreto di
84
empowerment del cittadino (si veda più avanti il Box 1), al fine di offrire
all’individuo e alle famiglie non una serie di interventi sporadici, sconnessi
e di carattere meramente assistenziale, bensì interventi mirati al sostegno di
quelle situazioni di precarietà o difficoltà economica temporanea, dalle
quali è possibile uscire grazie a una azione tempestiva che impedisca di scivolare nella fase immediatamente successiva di povertà cronica e strutturale. Tali misure e programmi, al fine di evitare possibili ricadute, devono
offrire strumenti e competenze durature che insegnino all’individuo come
prevenire situazioni di rischio che potrebbero condurre alla povertà e all’esclusione sociale, impiegando ad esempio in modo oculato le risorse a
disposizione (presupponendo decisioni di indebitamento sostenibili) e insegnando come fronteggiare autonomamente le difficoltà.
85
2. Crisi del welfare state e vulnerabilità sociale
2.1. L’erosione del modello sociale europeo e l’insostenibilità
del welfare state tradizionale
La presente analisi individua i fattori di rischio che espongono gli italiani a situazioni di sempre maggior vulnerabilità in stretta connessione alla
crisi economico-finanziaria e del welfare state tradizionale in atto. Per questo è necessario contestualizzare da subito il nostro approfondimento osservando il mutamento sociale e le implicazioni della crisi che caratterizzano
il contesto attuale.
Il modello sociale europeo si è retto per lungo tempo su tre pilastri individuati da Ranci (2010) in una forte stabilità occupazionale, nell’ampiezza
e generosità dei programmi di protezione sociale e nella persistenza di forti
legami di solidarietà familiare e sociale, fondati sulla netta divisione dei
ruoli di genere. Al loro fianco, il sistema di welfare tradizionale ha contribuito a garantire stabilità e protezione contro i diversi rischi, tra i primi la
perdita del lavoro (Ferrera, 2012).
Il sempre più evidente collasso del welfare state e la recente crisi economico-finanziaria mondiale, che ha pesantemente interessato anche
l’Italia, stanno tuttora producendo profondi mutamenti nel tessuto sociale
del paese. I cambiamenti più rilevanti riguardano, in primo luogo, il
mondo del lavoro, il quale è soggetto a una rapida riorganizzazione caratterizzata da una precarizzazione crescente. Tale processo, che comporta la
perdita dell’impiego e la diffusione di contratti di lavoro a tempo determinato, fa venir meno la sicurezza e la stabilità lavorativa determinando
un cronico stato di incertezza nell’individuo. Conseguono, dunque, all’aumento dell’insicurezza la destabilizzazione dei lavoratori precedentemente stabili, i quali di riflesso abbassano i propri standard di vita, l’aumento
dei disoccupati di lungo periodo e delle persone permanentemente esclu86
se dal mercato del lavoro che non possono più contare su un reddito
costante.
In secondo luogo, il mutamento sociale interessa le reti familiari, le quali
perdono progressivamente solidarietà a causa della affermata tendenza
all’individualizzazione della vita sociale. Allo stesso modo, si indebolisce il
sostegno reciproco tra diverse generazioni e viene meno il modello della
famiglia nucleare tradizionale, al fianco del quale si diffondono famiglie
uni-personali e mono-genitoriali. Principale causa dell’erosione di questo
secondo pilastro è l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro e la sempre
più prolungata permanenza dei figli a carico dei genitori all’interno del
nucleo familiare (Ranci, 2010).
Al contempo, i sistemi di welfare tradizionale continuano a dimostrarsi
incapaci di adattarsi a questi mutamenti (Bonoli e Natali, 2012; Greve,
2012; Maino, 2013a). Lo Stato non è più in grado di provvedere allo sviluppo e di rispondere ai bisogni di una società in continua trasformazione,
da una parte per via della struttura rigida e gerarchica che deve rispettare e,
dall’altra, dall’insufficienza di risorse a disposizione. Le difficoltà sono per
lo più dovute al contesto attuale che, da una parte, vede l’attribuzione di
sempre maggiori competenze e responsabilità agli enti locali, ma, dall’altra,
non vi sono a disposizione maggiori risorse per adempiervi nonostante l’attuazione del federalismo municipale1 e per via dei sempre più restrittivi vincoli di finanza pubblica imposti dal Patto di Stabilità Interno2 (cfr. Lodi
Rizzini, 2013a). Mentre, dal lato della società civile, si osserva l’aumento
della domanda di beni e servizi sociali, dovuta all’affermarsi di sempre
nuovi bisogni che conseguono all’invecchiamento della popolazione, alla
precarietà sul lavoro, all’individualismo in un contesto globalizzato. Tale
crisi viene oggi affrontata con un drastico ridimensionamento della spesa
pubblica, esternalizzazioni e privatizzazioni, ma si tratta di soluzioni che
non apportano benefici nel lungo periodo. Al contrario, obiettivo principe
non dovrebbe più essere quello di porre dei limiti all’intervento dello Stato,
ma quello di puntare sull’attivazione della società e sulla sua responsabilizzazione, di modo che in grado con un livello maggiore di autonomia rispetto al passato di perseguire il soddisfacimento dei propri bisogni3. Ne emer1
Il D.lgs. 23/2011 attribuisce ai comuni il gettito di numerosi tributi erariali e una compartecipazione al gettito IVA, istituisce una cedolare secca sugli affitti degli immobili ad uso
abitativo e introduce l’imposta municipale unica IMU.
2
Ne conseguono maggiori vincoli alla spesa locale, tagli ai trasferimenti erariali, riduzione dei fondi nazionali per gli interventi sociali (dal 2009 al 2012, i principali fondi statali a carattere sociale sono stati decurtati circa dell’86,3%), innalzamento delle tariffe.
3
Da notare che, inizialmente, l’assistenza pubblica aveva natura caritatevole e di beneficienza, mentre la gran parte delle attività socio-assistenziali era effettuata spontaneamente
87
ge una nuova configurazione in cui Stato, mercato, privato sociale e cittadini collaborano per produrre in modo sinergico soluzioni e risposte per il
benessere di individui e famiglie. In questa nuova configurazione si sviluppano sinergie e reti tra gli stakeholder che appartengono alle quattro sfere
del welfare per produrre insieme programmi e iniziative contraddistinte da
un più elevato grado di condivisione di risorse finanziarie e progettuali
(Maino, 2013a).
In sintesi, dunque, cambia il modello sociale europeo e alla crisi del welfare tradizionale si affiancano la crisi economica e la scarsità di risorse. Di
conseguenza l’intero sistema rischia il collasso e diventa insostenibile, rendendo necessaria un’urgente e profonda innovazione dei sistemi di protezione sociale. L’insostenibilità deriva dall’instaurarsi di una sorta di circolo
vizioso: il fatto che il ceto medio sia sempre più vulnerabile e soggetto al
rischio di povertà cronica fa sì che i gruppi sociali, che tradizionalmente più
contribuivano, con il loro lavoro, allo sviluppo dell’intera società e al mantenimento del welfare, non possano più svolgere il ruolo di finanziatori del
sistema, il quale si trova paradossalmente a disporre di meno risorse, ma a
dover sostenere sempre più cittadini in difficoltà.
da privati (si vedano le Opere Pie e le Misericordie, esempio più antico delle quali si rinviene in Italia, nel 1244, con la fondazione della Misericordia di Firenze). Sulla base di tali iniziative private si è successivamente sviluppato il nucleo fondamentale del welfare state il
quale ha comportato l’esclusione del privato dalla fornitura dei servizi sociali e la centralizzazione della loro erogazione da parte di complessi apparati pubblici (cfr. Ferrera, 1993).
Con la crisi di tale modello statale si rende necessaria un’ulteriore inversione di tendenza,
attuata attraverso lo sviluppo del secondo welfare e il rinnovato riconoscimento dell’utilità
dell’iniziativa privata e con la valorizzazione della società civile operante al fianco delle
autorità pubbliche. Inoltre, anche la crisi della finanza pubblica e le spinte neoliberiste hanno
favorito un processo di progressiva inclusione dei soggetti non pubblici nel sistema di erogazione delle prestazioni assistenziali e dei servizi alla persona.
88
3. Dalla povertà alla vulnerabilità sociale
3.1. La povertà in Italia
Non esistendo una definizione universalmente accettata di “povertà”, è
utile accennare almeno ai più diffusi modi di intenderla e misurarla. In passato si tendeva a valutare e definire la “povertà” in termini prettamente economici. In un secondo momento, partendo dalla constatazione che la
povertà è un fenomeno multidimensionale e dunque correlato con una molteplicità di variabili, si sono iniziati a considerare molti altri aspetti, sia
quantitativi che qualitativi, inerenti anche la sfera sociale degli individui.
Dunque, oltre al disagio economico e alla preclusione all’accesso di beni e
servizi essenziali, si sono iniziati a rilevare, tra gli altri, anche la marginalità sociale, l’inappagamento personale, il livello professionale e di istruzione scarsi. Infatti, definendo la “povertà” esclusivamente in riferimento al
reddito, se ne ottiene una definizione riduttiva e puramente economica.
L’approfondimento in materia di vulnerabilità qui proposto si riferisce al
sistema italiano, pertanto non si può prescindere dalla definizione di
“povertà” fornita dall’ISTAT. L’Istituto Nazionale di Statistica rileva oggi il
fenomeno in oggetto secondo diversi parametri. Intende, infatti, come
“povertà assoluta”, quella che corrisponde alla impossibilità per le famiglie
di acquistare un paniere di beni considerati essenziali. In questo primo caso,
si considera un individuo “povero” solo in base alle sue caratteristiche economiche e sociali personali. Per il criterio assoluto, lo stato di povertà equivale, dunque, a versare in condizioni di grave deprivazione, in base ad un
paniere predeterminato di beni e servizi ritenuti essenziali, sul quale si definisce poi la soglia di povertà assoluta. Tuttavia, perché quest’ultima sia il
più affidabile possibile, è necessario che tale paniere venga modificato e
aggiornato a seconda del periodo storico, della regione geografica e dei
mutamenti economico-sociali subiti dalla società contemporanea.
89
Nel 1996, ISTAT istituì la Commissione di indagine sulla povertà ed
emarginazione, la quale aveva il compito di definire per il nostro paese il
paniere di beni e servizi essenziali capace di garantire alle famiglie uno
standard di vita tale da poter evitare forme di esclusione sociale. Tale paniere è stato successivamente revisionato nel 2003 e ora comprende, ad esempio, i beni alimentari primari, l’acqua, il gas per riscaldare l’abitazione,
essenziale anche per il funzionamento dei fornelli della cucina, l’elettricità
per l’illuminazione e il funzionamento della lavatrice e del frigorifero
(ISTAT, 2004). Nella figura 1 sono riportati i valori della povertà assoluta
rilevati da ISTAT, dal 2009 al 2012, che evidenziano un trend in continua
crescita.
Fig. 1 – Andamento della povertà assoluta in Italia dal 2009 al 2012
9,0%
8,0%
7,0%
6,0%
5,0%
؈ƒ‹‰Ž‹‡
4,0%
Ψ‹†‹˜‹†—‹
3,0%
2,0%
1,0%
0,0%
ʹͲͲͻ
ʹͲͳͲ
ʹͲͳͳ
ʹͲͳʹ
Nota: La povertà assoluta viene calcolata sulla base di una soglia di povertà che corrisponde
alla spesa mensile minima necessaria per acquisire il paniere di beni e servizi che, nel contesto italiano e per una determinata famiglia, sono considerati essenziali a conseguire uno standard di vita minimamente accettabile (cfr. ISTAT, 2009). Le famiglie con una spesa mensile pari
o inferiore al valore della soglia vengono classificate come assolutamente povere.
Fonte: nostra elaborazione su dati ISTAT, La povertà in Italia, edizioni on-line.
Una seconda “povertà” rilevata da ISTAT è quella “relativa”. In questo
secondo caso, l’individuo è definito “povero” confrontando le sue condizioni personali con il contesto in cui vive o con la società di appartenenza.
È quindi considerato tale colui che gode di risorse significativamente inferiori a una misura media delle risorse disponibili tra i membri della società
in cui vive. La povertà relativa, cioè la percentuale di famiglie e persone
povere in Italia, viene calcolata sulla base di una soglia convenzionale detta
linea di povertà, che individua il valore di spesa per consumi al di sotto del
quale una famiglia viene definita povera in termini relativi. La soglia per
una famiglia di due componenti è pari alla spesa media mensile per perso90
na nel paese. Le famiglie composte da due persone che hanno una spesa
mensile pari o inferiore a tale valore vengono classificate come povere. Per
famiglie di ampiezza diversa, il valore della linea si ottiene applicando
un’opportuna scala di equivalenza che tiene conto delle economie di scala
realizzabili all’aumentare del numero di componenti (cfr. ISTAT, 2004 e
successive edizioni). Nella figura 2 sono riportati i valori della linea di
povertà relativa per il periodo 2003-2012.
Fig. 2 – L’andamento della povertà relativa in Italia dal 2003 al 2012
ͳͺǡͲΨ
ͳ͸ǡͲΨ
ͳͶǡͲΨ
ͳʹǡͲΨ
ͳͲǡͲΨ
؈ƒ‹‰Ž‹‡
ͺǡͲΨ
Ψ‹†‹˜‹†—‹
͸ǡͲΨ
ͶǡͲΨ
ʹǡͲΨ
ͲǡͲΨ
ʹͲͲ͵
ʹͲͲͶ
ʹͲͲͷ
ʹͲͲ͸
ʹͲͲ͹
ʹͲͲͺ
ʹͲͲͻ
ʹͲͳͲ
ʹͲͳͳ
ʹͲͳʹ
Fonte: nostra elaborazione su dati ISTAT, La povertà in Italia, edizioni on-line.
Più di recente, a queste due definizioni è stata affiancata la rilevazione
del cosiddetto “rischio di povertà”, secondo i criteri contenuti nella strategia Europa 20204. Nel Rapporto del 2012 su Reddito e condizioni di vita5,
ISTAT dichiara, infatti, che il 28,4% delle persone residenti in Italia è a
rischio povertà o esclusione sociale, secondo la definizione adottata nell’ambito della strategia Europa2020 (ISTAT, 2012). L’indicatore deriva
dalla combinazione del rischio di povertà (calcolato sui redditi 2010), della
4
La strategia Europa 2020 istituisce la Piattaforma europea contro la povertà e propone tra i suoi obiettivi quello di ridurre del 25% il numero di Europei che vivono al di sotto
delle soglie di povertà nazionali, facendo così uscire dalla povertà più di 20 milioni di persone. Secondo questa definizione, la soglia di povertà nazionale corrisponde al 60% del reddito medio disponibile in ciascuno Stato membro (Commissione Europea, 2010).
5
La prima indagine campionaria sulle famiglie “Reddito e condizioni di vita” risale alla
fine dell’anno 2004. La sua istituzione è dettata dal Regolamento dell’Unione Europea (n.
1177/2003) che definisce il progetto EU-SILC (European Statistics on Income and Living
Conditions). I risultati di questa indagine confluiscono nei rapporti periodici dell’Unione
Europea sulla situazione sociale e sulla diffusione della povertà nei paesi dell’Unione (cfr.
ISTAT, 2013b).
91
severa deprivazione materiale e della bassa intensità di lavoro ed è definito
come la quota di popolazione che sperimenta almeno una delle suddette
condizioni. La tabella 1 riporta i valori degli indicatori di povertà ed esclusione sociale rilevati per l’Italia negli anni 2010 e 2011.
Tab. 1 – Indicatori di povertà ed esclusione sociale secondo Europa 2020. Italia ed
Europa a confronto. Anni 2010 e 2011 per 100 persone (dati percentuali)
2010
2011
Europa
Italia
Europa
Italia
16,4
18,2
16,9
19,6
8,1
6,9
8,8
11,1
Bassa intensità di lavoro
10,0
10,2
10,0
10,5
Rischio di povertà
(d)
o di esclusione sociale
23,4
24,6
24,2
28,4
(a)
Rischio di povertà
(b)
Grave deprivazione materiale
(c)
(a)
Persone che vivono in famiglie con reddito familiare equivalente inferiore al 60% del reddito mediano nello stesso paese. Sono esclusi i fitti imputati.
(b)
Persone che vivono in famiglie con almeno 4 dei seguenti 9 sintomi di disagio: i) non poter
sostenere spese impreviste; ii) non potersi permettere una settimana di ferie; iii) avere arretrati
per il mutuo, l’affitto, le bollette o per altri debiti; iv) non potersi permettere un pasto adeguato
ogni due giorni; v) non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione; vi) non potersi permettere la lavatrice; vii) la tv a colori; viii) il telefono; ix) l’automobile.
(c)
Persone che vivono in famiglie i cui componenti di età 18-59 lavorano meno di un quinto del
loro tempo.
(d)
Persone con almeno una condizione fra le precedenti.
Fonte: ISTAT (2012).
In tal senso, la tradizionale classificazione ISTAT delle famiglie in povere e non povere, definita attraverso le soglie convenzionali di povertà viste
prima, può essere maggiormente articolata utilizzando due soglie aggiuntive, corrispondenti all’80% e al 120% di quella standard. Ad esempio, considerando le rilevazioni del 2003 (fig. 3), tali soglie, rispettivamente pari a
695,60 e 1.043,40 euro, consentono di individuare quattro gruppi di famiglie.
Oltre a quelle “sicuramente non povere”, con i consumi più elevati
(superiori al 120% della linea), si distinguono quelle “a rischio di povertà”,
la cui spesa media si colloca tra la linea standard e quella al 120%, quelle
“appena povere”, con consumi inferiori alla linea di non oltre il 20% e quelle “sicuramente povere”, con consumi inferiori all’80% della linea di
povertà standard (ISTAT, 2004).
92
Fig. 3 – Famiglie povere e non povere in base a tre diverse linee di povertà, anno
2003 (composizione percentuale)
Fonte: ISTAT (2004).
A partire dal 2006 e fino alla pubblicazione più recente, in riferimento ai
dati rilevati nel 2012, la classificazione delle famiglie risulta maggiormente
articolata: come si evince dalla figura 4 essa presenta ulteriori soglie aggiuntive di povertà pari al 110% e al 90% della soglia standard (ISTAT, 2013a).
Articolando la nozione e la rilevazione della povertà, dunque, risulta che
il nuovo problema da fronteggiare, e con cui anche le statistiche nazionali
devono fare i conti, non è tanto lo stato di povertà cronica dei cittadini, bensì
il loro continuo e progressivo impoverimento e l’aumento del rischio di
povertà o esclusione sociale, a cui sono sottoposti. Nella figura 5 si osserva
come la percentuale di famiglie italiane a rischio di povertà sia diminuito,
mentre è aumentata la percentuale di famiglie cronicamente povere.
Nello specifico desta grande preoccupazione l’estensione dello stato di
povertà verso l’ex ceto medio, cioè l’impoverimento di tutti quegli individui che potevano prima contare su redditi medi, medio-alti e alti, e che nell’ultima rilevazione mostrano redditi medio-bassi e bassi (ISTAT, 2013c).
Questo processo ha come conseguenza principale la creazione di una nuova
93
Fig. 4 – Famiglie povere e non povere in base a diverse linee di povertà, anno 2012
(composizione percentuale)
Fonte: ISTAT (2013a).
Fig. 5 – Famiglie italiane a rischio di povertà o esclusione sociale e famiglie povere
(2003-2012)
ͳͶǡͲΨ
ͳʹǡͲΨ
ͳͲǡͲΨ
ͺǡͲΨ
ˆƒ‹‰Ž‹‡ƒ”‹•…Š‹‘’‘˜‡”–Ψ
͸ǡͲΨ
ˆƒ‹‰Ž‹‡’‘˜‡”‡Ψ
ͶǡͲΨ
ʹǡͲΨ
ͲǡͲΨ
ʹͲͲ͵ ʹͲͲͶ ʹͲͲͷ ʹͲͲ͸ ʹͲͲ͹ ʹͲͲͺ ʹͲͲͻ ʹͲͳͲ ʹͲͳͳ ʹͲͳʹ
Fonte: nostra elaborazione su dati ISTAT, La povertà in Italia, edizioni on-line.
classe sociale detta dei “nuovi poveri”, i quali non possiedono ancora i
requisiti per essere definiti propriamente poveri, né assoluti né relativi, e
pertanto sono esclusi dal poter accedere ai tradizionali servizi di tutela offerti dal sistema del welfare pubblico italiano, nonostante le sempre maggiori
difficoltà che incontrano nell’affrontare spese prima facilmente sostenibili
come, ad esempio, bollette, affitti e rate dei mutui.
94
3.2. L’impoverimento del ceto medio e i “nuovi poveri”
Constatato che lavoro, famiglia e welfare hanno progressivamente perso
la loro capacità di provvedere al benessere e alla sicurezza di molti cittadini, è importante sottolineare che tra questi, non vi sono solo quelli appartenenti alle classi di età e di reddito maggiormente a rischio, ma sempre più
frequenti sono quelli appartenenti al cosiddetto ceto medio e alle classi d’età
centrali.
Questo risultato è corroborato dalle conclusioni tratte dall’analisi dei dati
rilevati da ISTAT e ACLI insieme. Come emerge dalla sintesi del Primo
Rapporto ACLI su famiglie e redditi da lavoro incentrato sull’analisi dei
redditi degli utenti dei CAF ACLI6 “i risultati, confermano un impoverimento con conseguente diminuzione del benessere e aumento della vulnerabilità del ceto medio il quale si trova oggi esposto a maggior rischio
povertà” (cfr. AA.VV., 2013). Nella prima parte dello stesso Rapporto è
possibile osservare la variazione dei redditi nel periodo che va dal 2008 al
2011 (fig. 6), dalla quale si evince che “in quattro anni, a livello nazionale,
i redditi medi dichiarati sono cresciuti nominalmente di poco meno di 900
euro, ovvero del 4,0%.
Fig. 6 – Reddito medio per categoria dal 2008 al 2011
Fonte: AA.VV. (2013).
6
I dati del Rapporto CAF ACLI sono stati rilevati su un campione di quasi 1.400.000
dichiarazioni dei redditi compilate nei CAF ACLI nel 2011.
95
La crescita risulta più marcata per i redditi da pensione (+1.650 euro
circa, pari a +8,9%) rispetto a quelli da lavoro dipendente (+440 euro circa,
pari a 1,7%). Tuttavia, applicando i coefficienti di rivalutazione, i redditi
dichiarati dal 2008 al 2011 risultano in calo a livello complessivo (-1,1%) e
in particolare guardando quelli da lavoro dipendente (-3,1%)” (AA.VV.
2013).
Anche i dati ISTAT relativi all’anno 2012, presentati nel Rapporto
annuale 2013, evidenziano le difficoltà e il progressivo impoverimento del
ceto medio, sottolineando come “la grave deprivazione materiale cominci a
interessare, non solo gli individui con i redditi familiari più bassi, ma anche
coloro che dispongono di redditi mediamente più elevati. Nel 2012, circa il
48% degli individui che vive in condizione di severa deprivazione materiale proviene dal primo quinto di reddito equivalente, ma più di un quarto di
essi nell’anno precedente si collocava nei quinti di reddito più elevati” (dal
terzo in poi, ovvero rientravano nei quinti che comprendono il 20% delle
famiglie con redditi medi, medio-alti e alti; ISTAT, 2013c, 11)7.
Si circoscrive così la classe definita dei “nuovi poveri”, nella quale possono essere collocati tutti quegli individui che appartenevano al ceto medio
e che, per cause diverse, in primis la perdita del lavoro8, hanno subito un
peggioramento della loro condizione economica, trovandosi di conseguenza in difficoltà nel sostenere le spese quotidiane, tuttavia rimanendo al di
sopra dei requisiti minimi per rientrare nella definizione tradizionale di
“poveri” e poter usufruire dei sostegni previsti dalle tradizionali misure di
welfare pubblico.
Per le politiche pubbliche, attuate soprattutto a livello locale, deve divenire una priorità quella di intervenire a sostegno di questi soggetti, poiché la
loro condizione di temporanea emergenza economica può essere velocemente arginata se si agisce tempestivamente con interventi innovativi e programmi strutturati attraverso i quali vengano forniti alle famiglie, non solo
i mezzi economici, ma anche le conoscenze e gli strumenti pratici per risolvere in autonomia le proprie difficoltà e prevenirne la recidività. In altre
parole, obiettivo delle policies non deve essere quello di offrire soluzioni
7
Il reddito equivalente dell’individuo è uguale alla somma di tutti i redditi individuali
della stessa famiglia pesati per una scala di equivalenza, cioè una serie di parametri che se
utilizzati come divisori rende tutti i redditi equivalenti. Il primo quinto comprende il 20%
delle famiglie con i redditi più bassi, il secondo con redditi medio-bassi e così via fino all’ultimo quinto che comprende il 20% di famiglie con i redditi più alti.
8
Tra il 2008 e il 2012, si sono persi oltre 500.000 posti di lavoro (-2,2%) con un calo
degli artigiani e degli operai specializzati, ma anche delle professioni qualificate. Dirigenti e
imprenditori sono calati nel periodo di 449.000 unità (-42,6%), quasi 100.000 solo nel 2012
(nella maggior parte dei casi piccoli imprenditori e dirigenti d’azienda) (cfr. ISTAT, 2013c).
96
meramente assistenzialiste ai problemi, ma piuttosto quello di mirare
all’empowerment del cittadino (cfr. Box 1). A tal fine, l’azione di sostegno
immediata è uno dei principali strumenti con cui prevenire l’espansione
dello stato di povertà cronico, dal quale è sempre più complicato uscire.
Fondamentale per le nuove policies diventa, dunque, individuare e intervenire sulle domande di aiuto di coloro che versano in condizioni di vulnerabilità e rischio povertà, più che di povertà cronica, poiché questi ultimi trovano già risposta nelle tradizionali politiche sociali.
Box 1 – Il concetto di empowerment
Il concetto di empowerment è inteso come possibilità di espansione delle opzioni
di azione e di scelta da parte delle persone (Sen, 1985, 1999) e più specificatamente degli utenti nel caso delle politiche sociali. Secondo Sen, solo andando a
modificare le capabilities degli individui è possibile trasformare realmente i loro
percorsi di vita e conferire loro maggiori possibilità di scelta su che cosa effettivamente fare della propria vita e del proprio futuro. In questa prospettiva, rispetto
ai servizi e alle prestazioni sociali, l’attenzione è puntata sempre meno sulle strutture e sempre più sugli interventi da attuarsi, in particolare sulla base di reti tra
attori, istituzionali e non (cfr. Bifulco e Vitale, 2003).
Il concetto di empowerment viene contrapposto a quello di assistenzialismo a sottolineare il fatto che il welfare e l’assistenza sociale non devono limitarsi ad assistere
i soggetti in condizioni di esclusione sociale, quanto debbano avere come obiettivo
quello di sostenerli lungo percorsi di autonomizzazione che possano modificare le
condizioni in cui vivono. Questo presuppone il passaggio da politiche di assistenza
basate sulla mera beneficienza, finalizzata ad alleviare lo stato di disagio degli individui, a un tipo di politiche che hanno come obiettivo l’autonomizzazione dei beneficiari e in generale dei cittadini, attraverso la modifica delle loro condizioni di vita.
Questa seconda impostazione supera per molti aspetti il paternalismo che caratterizza la modalità operativa delle politiche assistenzialiste poiché assume, quantomeno
a livello ideale, che i beneficiari siano non solamente destinatari delle misure adottate, quanto protagonisti e attori il cui attivismo è fondamento delle loro possibilità
di raggiungimento di un maggior grado di autonomia.
Certamente nella prassi non sempre è realizzabile un percorso di completa autonomizzazione degli individui: molto spesso l’obiettivo perseguito punta al raggiungimento di un qualche maggior grado di autonomia. Inoltre, molto spesso è il
disegno stesso delle politiche di assistenza sociale che le rende inefficaci nel far
uscire i beneficiari dalla condizione di bisogno sia per l’insufficienza delle misure passive che per la debolezza delle misure attive (cfr. Sabatinelli, 2009). Infine
va considerato che, anche nel caso di consistenti disponibilità di misure di sostegno economico, il meccanismo della trappola della povertà costituisce un ulteriore freno alle possibilità di autonomizzazione dei beneficiari.
97
3.3. La nozione di “vulnerabilità sociale”
Diversamente dalla nozione di “povertà”, quelle di “rischio di povertà”
e “vulnerabilità sociale” includono esplicitamente aspetti che non sono connessi esclusivamente ai livelli di reddito degli individui e alla loro condizione economica, ma anche e soprattutto alle condizioni abitative, all’impiego, alla cura dei figli o degli anziani da loro dipendenti e all’organizzazione familiare. Si tratta, dunque, di una condizione che non concerne gli
individui che versano in condizioni croniche di difficoltà o esclusione sociale, bensì persone che si trovano permanentemente esposte all’instabilità di
diversa natura (lavorativa, familiare o inerente la salute) e a una debole integrazione sociale (Ranci, 2010).
Con il termine vulnerabilità sociale si intende una situazione di vita in
cui l’autonomia e la capacità di autodeterminazione dei soggetti sono permanentemente minacciate da un inserimento instabile dentro i principali
sistemi di integrazione sociale e di distribuzione delle risorse (Ranci,
2002). Instabilità è, dunque, la parola chiave per interpretare il fenomeno
dell’aumento del rischio di vulnerabilità della popolazione dell’Europa
occidentale (Bonoli e Natali, 2012; Maino e Ferrera, 2013). Questa vede
tra le sue cause originarie l’incertezza e l’instabilità dei redditi, la precarizzazione del lavoro, le difficoltà nella work-life balance, vale a dire nel
trovare un equilibrio tra vita personale e professionale, soprattutto per le
donne e, al contempo, il bisogno di giovani e anziani che necessitano per
un periodo sempre più prolungato di tempo delle cure e del sostegno della
famiglia. I primi, infatti, non riescono a raggiungere in tempi rapidi l’indipendenza economica, a causa della mancanza di impiego o contratti di
lavoro atipici, mentre i secondi vivono sempre più a lungo, spesso in condizioni di non autosufficienza, in un momento in cui i servizi di assistenza pubblica scarseggiano e quelli privati non sono economicamente accessibili.
Altro fattore dell’aumento della vulnerabilità sociale così intesa è il
“rischio” definito come pericolo che irrompe improvvisamente dall’esterno
e genera situazioni di forte disagio che, se non corrette, possono produrre
esiti negativi irrimediabili.
È da notare come qualche tempo fa i rischi cui era esposta la popolazione erano circoscritti ad alcune categorie, come quella degli imprenditori e
dei liberi professionisti, ed erano rappresentati, ad esempio, dal fallimento
di alcune scelte di investimento, eventi non prevedibili come il decesso del
capo-famiglia, catastrofi ambientali o incidenti indipendenti dalla volontà
dell’individuo. Diversamente oggi si assiste alla cronicizzazione, alla quo98
tidianizzazione e alla familiarizzazione del rischio e dell’incertezza (Negri,
2006, 15).
Già nel 1986, Beck (2000) aveva affermato che si era ormai concluso il
passaggio dalla società del benessere, orientata alla crescita, allo sviluppo,
ai servizi di welfare, alla società del rischio, da lui definita come una realtà
in cui il rischio deriva dalla stessa economia, caratterizzata dalla flessibilità
dei fattori produttivi, soprattutto del lavoro, e da incertezza e precarietà.
L’attuale situazione sociale è contraddistinta dal peggioramento delle condizioni di vita delle famiglie rilevato anche recentemente dall’ISTAT, presentando lo stato di deprivazione sperimentato dagli italiani a seguito della
contrazione del potere d’acquisto e della conseguente riduzione della propensione al risparmio.
Nel 2012, gli individui in famiglie gravemente deprivate, cioè che presentano quattro o più segnali di deprivazione, rappresentano il 14,3% del
totale, dato in crescita rispetto all’11,2% dell’anno precedente. Inoltre, le
persone che vivono in famiglie deprivate (quelle con tre o più sintomi di
disagio economico) raggiungono un quarto del totale (24,8%), rispetto al
16% del 2012. In particolare, continua a crescere in modo consistente la
quota di individui che dichiarano di non potersi permettere un pasto adeguato (cioè con proteine della carne, del pesce o equivalente vegetariano)
almeno ogni due giorni (16,6%), quota triplicata in due anni. Questo dato è
confermato dalla riduzione in termini di quantità e/o qualità del consumo di
carne o pesce da parte delle famiglie (rispettivamente dal 48,3% del 2011 al
57% del 2012 per la carne e dal 50,1% al 58,2% per il pesce).
Le persone, inoltre, che affermano di non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione (21,1%) sono raddoppiate in due anni e coloro che dichiarano di non potersi permettere una settimana di ferie in un anno rappresentano ormai la metà del totale (50,4% rispetto al 46,7% del 2011). Gli individui che vivono in famiglie che non possono sostenere spese impreviste – di
importo relativamente contenuto – raggiungono il 41,7% (erano il 38,6%
nell’anno precedente).
Sostanzialmente stabili risultano, invece, l’indicatore relativo all’avere
arretrati per il mutuo, l’affitto, le bollette o per altri debiti e quelli relativi
alla possibilità di accedere a beni durevoli di largo consumo (ISTAT,
2013c).
Il risultato è che è sempre più difficile per le famiglie affrontare una
grave malattia, un lutto, pagare le bollette, gli affitti, mantenere i figli, anche
se va detto che la crescente vulnerabilità non è interamente attribuibile a fattori economici e sociali esterni, indipendenti dalle scelte e dalla volontà
degli individui. Una delle frequenti cause di rischio povertà è, infatti, l’im-
99
possibilità di accedere ai risparmi in caso di bisogno. Le famiglie spesso
diventano vulnerabili anche perché, nel tentativo di mantenere una qualità
di vita elevata conforme agli standard a cui sono abituati, attingono ai propri risparmi, così che riescono sempre più difficilmente ad affrontare shock
inattesi e spese impreviste. Dalla seconda rilevazione su Vulnerabilità e
benessere delle famiglie italiane emerge, a sostegno di tale affermazione,
che la maggior parte delle famiglie italiane intervistate dichiara di arrivare
alla fine del mese con qualche difficoltà e senza riuscire a risparmiare
(46,7% su un totale di 2.012 nuclei familiari), mentre il 20,7% riscontra difficoltà per cui è costretto a intaccare i propri risparmi e l’8,3% deve addirittura chiedere aiuto o prestiti. Per contro, il 22,8% arriva a fine mese con
facilità, riuscendo a risparmiare qualcosa, ma solo l’1,5% riesce a risparmiare abbastanza (fig. 7).
Fig. 7 – Come gli italiani dichiarano di arrivare a fine mese (n = 2.012), anno 2013
Fonte: nostra rielaborazione su dati della seconda rilevazione Vulnerabilità e benessere delle
famiglie italiane (2013).
Di conseguenza, la maggior parte delle famiglie (31,8% su un totale di
2.012 famiglie) dichiara di poter sostenere una spesa imprevista di 700 euro
con difficoltà, mentre tale spesa sarebbe insostenibile per oltre il 25%. Le
restanti famiglie dichiarano di poterla sostenere con molta difficoltà
(17,2%), facilità (19,8%) e molta facilità (5,8%) (fig. 8). In tal senso, si è
espresso anche il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Giovannini,
spiegando le cause della vulnerabilità sociale:
“Una serie di categorie, che normalmente diciamo far parte della classe media
sono oggi a rischio povertà e questo rischio è dovuto alla riduzione del reddito, alla
crisi economica del biennio 2008-2009, alla perdita occupazionale; questo ha deter100
minato, da parte delle famiglie, un tentativo di mantenere i livelli di consumo attingendo al risparmio. Questo vuol dire essere più difficilmente in grado di fronteggiare spese difficili o improvvise ed è questo che dà un senso di vulnerabilità
forte”9.
Fig. 8 – Capacità delle famiglie italiane di sostenere una spesa improvvisa di 700
euro (n = 2.012), anno 2013
Fonte: nostra rielaborazione sui dati della seconda rilevazione Vulnerabilità e benessere delle
famiglie italiane (2013).
Sinteticamente i nove segnali di disagio e deprivazione individuati
dall’ISTAT, che possono essere qui considerati come possibili indicatori di
vulnerabilità sociale, sono: non poter sostenere spese impreviste, non potersi permettere una settimana di ferie all’anno lontano da casa, avere arretrati per il mutuo, l’affitto, le bollette o per altri debiti come per esempio gli
acquisti a rate; non potersi permettere un pasto adeguato ogni due giorni,
cioè con proteine della carne o del pesce (o equivalente vegetariano); non
poter riscaldare adeguatamente l’abitazione; non potersi permettere una
lavatrice; un televisore a colori; un telefono; un’automobile (ISTAT, 2013c).
Analogamente, nell’analisi presentata nel secondo Rapporto Vulnerabilità e
benessere delle famiglie italiane nell’ambito del quale è condotto il presente approfondimento, le determinanti della vulnerabilità, nonché i fattori che
ne comportano un aumento, sono ricondotte a: elevato peso del debito sul
reddito disponibile; bassi livelli di reddito; composizione familiare fragile;
abitazione in affitto; shock inattesi come la perdita del lavoro, malattia,
decesso, separazioni e divorzi, i quali fanno venir meno o riducono le fonti
di reddito e/o determinano l’insorgenza di passività impreviste; bassa edu9
Si rimanda all’intervista al ministro Giovannini del 16 maggio 2012, pubblicata su
www.educational.rai.it.
101
cazione finanziaria, cui conseguono scelte di investimento o di indebitamento errate o non sostenibili.
È bene ora indicare quelli che sono i “nuovi profili di rischio” generati
da questo progressivo e generalizzato aumento di incertezza, instabilità e
insicurezza sociale. Le categorie di individui maggiormente colpiti dal
rischio di povertà possono essere sinteticamente individuate nei giovani con
occupazioni precarie e discontinue, negli adulti scarsamente professionalizzati espulsi dal mercato del lavoro, nelle famiglie mono-genitoriali con una
donna capofamiglia e figli minori e negli anziani soli non autosufficienti.
102
4. Nuovi rischi, nuovi bisogni e aree di intervento
Data una definizione e interpretata la nozione di vulnerabilità sociale,
definite le cause, i sintomi e le categorie di individui maggiormente colpite,
si cerca ora di definire quali siano le nuove fragilità, cui la società attuale
espone sempre più di frequente i propri cittadini.
Ranci (2010), con una prospettiva comparata e rivolta ai paesi europei,
individua – all’incrocio tra precarizzazione del lavoro, instabilità reddituale, fragilizzazione dei supporti di prossimità e inerzia delle istituzioni preposte alla protezione sociale – quattro principali aree problematiche. La
prima riguarda la diffusione della povertà temporanea. Sempre maggiore è,
infatti, il numero di famiglie che sperimentano temporaneamente una situazione di povertà relativa, la quale si esprime nelle difficoltà economiche
transitorie dovute prevalentemente all’instabilità dei redditi.
Una seconda area problematica concerne la diffusione delle posizioni
occupazionali e delle carriere caratterizzate dalla precarietà e dalla temporaneità. Naturale conseguenza del proliferare di contratti di lavoro atipici e
temporanei è, in particolare per i lavoratori precari con bassa istruzione e
bassa qualificazione professionale, l’aumento del rischio di percepire un
salario ridotto1 e quello di essere progressivamente esclusi dal mercato del
lavoro. La prima condizione, dovuta all’instabilità reddituale, è chiaramente connessa alla seconda – l’instabilità lavorativa – la quale interessa sempre più i lavoratori di lungo periodo e si estende, complice la crisi e la diminuzione della produzione, ben oltre la fascia dei lavoratori di ingresso, cioè
quella dei giovani appena entrati nel mondo del lavoro.
1
Secondo i dati ISTAT (2013c, 102), la retribuzione dei lavoratori atipici è in media più
bassa rispetto a quella dei lavoratori assunti con contratti indeterminati. Infatti, nel 2012, la
retribuzione media mensile netta di un dipendente a termine a tempo pieno (1.070 euro, 355
in meno rispetto a un dipendente standard a tempo pieno) è circa il 25% inferiore a quella di
un dipendente standard a tempo pieno.
103
La terza area critica, quella della conciliazione tra working and mothering, è
il risultato diretto dell’aumento dell’occupazione femminile e della necessità,
sempre più frequente per le famiglie, di dover contare sul reddito di entrambi i
coniugi. Nella società attuale, infatti, le famiglie organizzate intorno al modello
tradizionale male breadwinner risultano essere maggiormente esposte al rischio
di povertà (cfr. Naldini e Saraceno, 2011). Pertanto, la diffusione delle famiglie
dual earner rappresenta la migliore difesa contro la vulnerabilità (Ferrera,
2008). È proprio in virtù di tale constatazione che si evince l’urgenza di ideare
innovative politiche familiari di sostegno al costo dei figli e alla diffusione dei
servizi pubblici di childcare, grazie ai quali la donna, soprattutto se sola e con
figli minori, non sia obbligata a decidere tra carriera e famiglia, avendo la possibilità di crescere i figli e allo stesso tempo garantire un’entrata da lavoro, diminuendo così il rischio di povertà della propria famiglia. I dati della seconda rilevazione Vulnerabilità e benessere evidenziano in questi termini la forte vulnerabilità delle famiglie italiane: il 47,2% risulta essere monoreddito, il 42,7% può
contare su due redditi, mentre il 7,3% su tre e il 2,8% su 4 o più redditi.
L’ultima area problematica riguarda, infine, le condizioni di vita della
popolazione anziana e la diffusione della non autosufficienza. Le criticità per
questa fascia di cittadinanza derivano dall’allungamento progressivo della
vita e dal miglioramento delle condizioni di vita, determinati entrambi dal
miglioramento delle terapie mediche e delle cure sanitarie La diretta conseguenza è la crescita del numero di individui dipendenti che necessitano per
un periodo sempre più lungo di un’assistenza long-term care. La presa in
carico degli anziani grava pesantemente sul bilancio familiare poiché, in tutti
i paesi europei, la famiglia costituisce la prima risorsa di cura per le persone
non autosufficienti e la cura informale copre circa tre quarti della cura complessivamente fornita alle persone disabili, rendendo l’intervento pubblico
nel campo del long-term care del tutto residuale. Oggi, l’assistenza informale fornita dalle famiglie sta attraversando una fase di crisi dovuta a vari motivi: la crescita dell’occupazione femminile, l’aumento degli anziani che vivono soli e senza supporti familiari, il venir meno e l’indebolimento del sostegno intergenerazionale. In questa quarta area problematica, la vulnerabilità
aumenta, ad esempio, nelle famiglie con redditi più bassi che non si possono
permettere un sostegno esterno e privato. In questi casi, la presenza di un
anziano non autosufficiente può deprimere l’occupazione femminile, contribuendo ad aumentare il rischio di povertà per la famiglia (Ranci, 2008).
4.1. Instabilità reddituale e povertà temporanea
Con riferimento al nostro paese, la rilevazione condotta per la stesura del
secondo Rapporto su Vulnerabilità e benessere conferma come anche gli
104
italiani siano soggetti a queste quattro aree di vulnerabilità. I dati estrapolati da questa analisi, presentati di seguito, sono utili per individuare i settori
di intervento sui quali è auspicabile si concentrino gli interventi e le policies
nell’immediato futuro. In primo luogo l’analisi conferma la diffusione della
povertà temporanea rilevando le difficoltà economiche delle famiglie italiane, le quali hanno dichiarato di aver riscontrato, almeno una volta nei 12
mesi precedenti l’intervista, difficoltà per fare la spesa (17,7%), per comprare vestiti (29,1%), pagare le bollette (31,2%), l’affitto (40,7%), le rate del
mutuo (25,6%) e per saldare altri tipi di prestiti (25,8%) (fig. 9).
Fig. 9 – Difficoltà degli italiani nel far fronte a spese prima sostenibili, anno 2013
Fonte: nostra rielaborazione sui dati della seconda rilevazione Vulnerabilità e benessere delle
famiglie italiane (2013).
105
In particolare, le famiglie dichiarano di essersi trovate in arretrato con il
pagamento delle bollette (62,7%), dell’affitto (61,3%), del mutuo (30,6%) e
delle rate di altri prestiti (37,9%) (fig. 10).
Fig. 10 – Difficoltà delle famiglie espresse in termini di ritardi nei pagamenti, anno
2013
Fonte: nostra rielaborazione sui dati della seconda rilevazione Vulnerabilità e benessere delle
famiglie italiane (2013).
Dai dati si evince come l’instabilità dei redditi comporti, occasionalmente, la difficoltà di sostenere spese e debiti contratti quando le entrate
erano sufficienti e i redditi maggiori. Da qui la necessità che l’attore pubblico intervenga tempestivamente a sostegno di queste nuove situazioni di
emergenza, in modo da arginare efficacemente il rischio di povertà e prevenire la caduta in uno stato più grave e cronico di difficoltà economica.
Infatti, i tradizionali interventi pubblici agiscono su situazioni in cui i redditi sono cronicamente bassi, mentre servono qui interventi più veloci e flessibili per aiutare le famiglie in temporaneo stato di bisogno, come ad esempio, politiche di microcredito per la casa, la persona e per il pagamento delle
imposte comunali.
In merito alle policies di sostegno al reddito, i dati rilevano che, nei 12
mesi precedenti l’intervista, solo il 13,1% ne ha beneficiato, mentre l’86,3%
106
non ha ricevuto alcun aiuto e solo lo 0,6% ha usufruito di un sostegno al reddito di natura privata o religiosa (fig. 11). Questi i numeri che potrebbero
essere sintomo della limitatezza e insostenibilità del sistema di sostegno
pubblico e indicare la necessità di policies innovative. Inoltre, le strutture
pubbliche sono considerate dagli italiani l’ultima fonte da cui attingere
risorse in caso di aiuto. In caso di difficoltà economica, la maggior parte dei
rispondenti afferma che chiederebbe aiuto prima ai familiari (69%), in
secondo luogo alle banche (32%) e solo in ultimo alle strutture pubbliche
(28%) e agli amici (27%). Tali numeri potrebbero indicare una ridotta conoscenza dell’offerta pubblica in materia di sostegno al reddito, oppure un difficile accesso alle stesse prestazioni a causa delle lunghe liste d’attesa e l’incapacità del sistema pubblico di soddisfare i bisogni di gran parte dei cittadini.
Fig. 11 – Famiglie che hanno usufruito di prestazioni di sostegno al reddito (n =
2.012), anno 2013
No:86,3%
Si,pubblico:
,p
13,1%
Si,privatoo
religioso:
0,6%
Fonte: nostra rielaborazione sui dati della seconda rilevazione Vulnerabilità e benessere delle
famiglie italiane (2013).
La povertà temporanea, in una condizione di precarietà, instabilità dei
redditi e difficoltà nell’accumulare risparmi, è accresciuta dalla possibilità
che si presentino degli eventi negativi improvvisi, detti anche shock inattesi, che possono ridurre il reddito o incrementare improvvisamente le spese
della famiglia. Infatti, dichiara di aver subito shock inattesi il 45,5% degli
intervistati (di cui il 21% per più di un motivo), mentre il 54,5% non ha
affrontato nessun evento negativo improvviso (fig. 12).
107
Fig. 12 – Famiglie che hanno subito shock inattesi che hanno comportato una
improvvisa riduzione del reddito o un aumento delle spese, anno 2013
Fonte: nostra rielaborazione sui dati della seconda rilevazione Vulnerabilità e benessere delle
famiglie italiane (2013).
108
4.2. Instabilità lavorativa
L’indagine campionaria rileva anche la seconda area di vulnerabilità, cioè
quella relativa al mondo del lavoro e alla diffusione delle posizioni lavorative precarie e temporanee. I dati evidenziano che la maggior parte dei rapporti
di lavoro degli intervistati sono regolati da un contratto formale (il 96,6% su
un totale di 889 unità, contro il 3,4% regolati da accordo verbale col datore
di lavoro). Degli 859 soggetti con contratto regolare, l’89,3% è assunto a
tempo indeterminato, mentre il 10,7% a tempo determinato, a progetto, a termine, per una sostituzione maternità, o in apprendistato (fig. 13).
Fig. 13 – Tipologia di contratto di lavoro (n = 859), anno 2013
Fonte: nostra rielaborazione sui dati della seconda rilevazione Vulnerabilità e benessere delle
famiglie italiane (2013).
L’instabilità lavorativa è percepita dai lavoratori: su un totale di 122 soggetti, solo l’8,2% crede che il proprio contratto si trasformerà certamente in
un tempo indeterminato nei prossimi 3 anni, mentre il 30,3% pensa che probabilmente si verificherà tale passaggio. Al contrario, il 31,1% afferma che
probabilmente il contratto non subirà variazioni in tal senso e il 27,9% è
certo che il passaggio a tempo indeterminato non avverrà nei prossimi 3
anni (il restante 2,5% degli intervistati non è interessato a un contratto a
tempo indeterminato) (fig. 14).
Fig. 14 – Fiducia degli italiani nella futura trasformazione del contratto di lavoro da
determinato a indeterminato (n = 122), anno 2013
Trasformazioneatempoindeterminatoneiprossimi3anni?
͵ͷǡͲΨ
͵ͲǡͲΨ
30,3%
ʹͷǡͲΨ
31,1%
27,9%
ʹͲǡͲΨ
ͳͷǡͲΨ
ͳͲǡͲΨ
ͷǡͲΨ
2,5%
8,2%
ͲǡͲΨ
‡”–ƒ‡–‡•‹
”‘„ƒ„‹Ž‡–‡•‹
”‘„ƒ„‹Ž‡–‡‘
‡”–ƒ‡–‡‘
‘‹–‡”‡••ƒ–‘
Fonte: nostra rielaborazione sui dati della seconda rilevazione Vulnerabilità e benessere delle
famiglie italiane (2013).
109
I dati raccolti nella sezione inerente l’occupazione e la carriera rilevano
una importante conseguenza dello stato di vulnerabilità sociale percepito. Si
nota, infatti, che sui 560 pensionati intervistati (pari al 27,8% dei rispondenti su un totale di 2.012 unità), il 77,1% si dichiara non interessato a trovare un lavoro nei 12 mesi successivi alla somministrazione del questionario, ma l’1,3% crede di trovare probabilmente un impiego e il 21,7% sembra interessato a cercare un lavoro, ma si dice poco fiducioso nel trovarlo
(tab. 2). Inoltre, il 17,4% dei 2.012 intervistati pensa di poter contare, dopo
il raggiungimento dell’età pensionabile, su un reddito derivante da lavoro
oltre l’età pensionabile proprio e/o di altri membri della famiglia2 (fig. 15).
Tab. 2 – Pensionati interessati alla ricerca di un impiego (n = 560), anno 2013
Troverà lavoro
% pensionati
Probabilmente si
1,3%
Probabilmente no
6,3%
Certamente no
15,4%
Non interessato a trovare lavoro
77,1%
Totale
100%
Fonte: nostra rielaborazione sui dati della seconda rilevazione Vulnerabilità e benessere delle
famiglie italiane (2013).
Fig. 15 – Redditi sui quali gli italiani pensano di poter contare dopo l’età pensionabile (n = 2.012), anno 2013
*
Pensione pubblica, risparmi eredità, assicurazione privata, fondi pensione, investimenti, rendite della prima casa, aiuto economico di altri parenti.
Fonte: nostra rielaborazione sui dati della seconda rilevazione Vulnerabilità e benessere delle
famiglie italiane (2013).
2
Alla domanda: “Su quali redditi crede di poter contare dopo l’età pensionabile?”, gli italiani rispondono: 59% Pensione pubblica sua e/o di altri membri della famiglia; 31% Risparmi
suoi e/o di altri membri della famiglia; 18% Fondi pensione; 17% Lavoro oltre l’età pensionabile suo e/o di altri membri della famiglia; 10% Eredità; 7% Investimenti; 6% Assicurazione privata; 2% Rendite connesse alla prima casa; 2% Aiuto economico di altri parenti; 2% Altro.
110
Le motivazioni possono essere molteplici: ad esempio, sono spinti alla
ricerca di un impiego dall’insufficienza dei redditi da pensione percepiti o
dalla sensazione di esclusione sociale e di insoddisfazione per la propria
condizione di vita. L’incertezza lavorativa e la sfiducia in un miglioramento sono anche confermate dal fatto che il 50% sui 384 rispondenti alla
domanda3 crede che il proprio guadagno futuro, nei 12 mesi successivi
all’intervista, sarà al più stabile o in diminuzione (mediana: “stabile”) (fig.
16).
Fig. 16 – Prospettive di guadagno per il prossimo futuro (n = 384), anno 2013
Fonte: nostra rielaborazione sui dati della seconda rilevazione Vulnerabilità e benessere delle
famiglie italiane (2013).
Anche i dati ISTAT (2013c) confermano il peggioramento delle condizioni lavorative degli italiani, in quanto, nel 2012, l’occupazione è diminuita in maniera contenuta, con un calo complessivo di 69.000 unità
(-0,3%) rispetto all’anno precedente. Al contempo il tasso di disoccupazione è fortemente aumentato passando dall’8,4%, nel 2011, al 10,7%, nel
2012, fino a raggiungere l’11,2% nel quarto trimestre del 2012 e l’11,5%
nel mese di marzo 2013 (10,7% per gli uomini e 12,7% per le donne) (fig.
17).
A conferma della pesante trasformazione del mercato del lavoro, ISTAT
(2013c) dichiara che tra i lavoratori dipendenti, a fronte di una caduta degli
occupati a tempo indeterminato (-0,7%) si è verificata una crescita degli
occupati a termine (3,1%). Inoltre, alla riduzione dell’occupazione dipendente a tempo pieno (-2,1%) ha corrisposto l’aumento di quella a tempo
parziale (4,1%).
3
Si noti che i 384 rispondenti alla domanda appartengono solo alle categorie imprenditore/libero professionista, commerciante/artigiano/agricoltore e coadiuvante/prestatore d’opera indipendente.
111
Fig. 17 – Occupazione e disoccupazione, anni 2009-2012 (dati destagionalizzati,
valori in migliaia di euro e valori percentuali)
Fonte: ISTAT (2013c, p. 37).
4.3. La vulnerabilità al femminile
In riferimento alla condizione femminile in tema di vulnerabilità sociale, i dati rilevati dal secondo Rapporto Vulnerabilità e benessere, affiancati
dagli approfondimenti ISTAT in materia, rilevano l’aumento del numero di
donne in ingresso nel mondo del lavoro, per lo più spinte da necessità economiche; si tratta di un fattore che può produrre effetti collaterali a livello
dell’organizzazione dei nuclei familiari. Per una panoramica della presenza
femminile nel mercato del lavoro si riportano nella tabella 3 i dati contenuti nella nostra rilevazione e nella tabella 4 le rilevazioni pubblicate nell’ultimo Rapporto annuale ISTAT (cfr. ISTAT, 2013c).
L’evoluzione del mercato del lavoro nel 2012 ha penalizzato la componente maschile (-1,3% degli occupati) e favorito quella femminile (1,2%).
Per completezza, la flessione degli occupati si è concentrata, ancora una
volta, tra i più giovani di entrambi i sessi (-5,3% per gli uomini dai 15 ai 34
anni e -3,2% per le donne) a fronte di una performance occupazionale positiva dei più anziani, (4,3% per gli uomini tra i 55-64 anni e 10,2% per le
donne, pari rispettivamente a 75.000 e a 110.000 individui), da porre in relazione anche alla maggiore permanenza nell’occupazione derivante dalle
recenti riforme delle pensioni. A livello territoriale, la riduzione degli occupati ha coinvolto il Nord (-0,3%) e soprattutto il Mezzogiorno (-0,6%),
mentre nel Centro l’occupazione è rimasta stabile (ISTAT, 2013c).
112
Tab. 3 – Situazione occupazionale degli intervistati divisi in base al genere, anno
2013
Professione
Maschio
Femmina
N.
%
%
Studente
66,7
33,3
3
Casalinga
10,2
89,8
59
Pensionato
78,0
22,0
560
Non occupato (in cerca)
81,2
18,8
117
Dirigente/funzionario/quadro
89,7
10,3
68
Impiegato/insegnante/militare
77,4
22,6
451
Operaio/commesso/apprendista
90,5
9,5
370
Imprenditore/libero professionista
85,5
14,5
179
Commerciante/artigiano/agricoltore indipendente
92,9
7,1
155
Coadiuvante/prestatore d’opera indipendente
26,0
74,0
50
Totale
79,3
20,7
2.012
Fonte: nostra rielaborazione sui dati della seconda rilevazione Vulnerabilità e benessere delle
famiglie italiane (2013).
Tab. 4 – Occupazione per sesso, classi di età e ripartizione geografica, anno 2012
(valori in migliaia e valori percentuali)
Classe di età
e ripartizione
Valori
Variazione
percentuale sul 2011
Uomini
Donne
Totale
Uomini
Donne
Totale
da 15 a 34 anni
3.347
2.441
5.788
-5,3
-3,2
-4,4
da 35 a 44 anni
4.106
2.972
7.078
-2,8
-1,2
-2,1
da 45 a 54 anni
3.833
2.753
6.586
-0,6
4,2
1,3
da 55 a 64 anni
1.833
1.195
3.028
4,3
10,2
6,5
321
96
417
9,9
3,2
8,3
Nord
6.757
5.143
11.900
-1,0
0,7
-0,3
Centro
2.747
2.071
4.818
-0,8
1,1
0,0
Mezzogiorno
3.937
2.244
6.181
-2,2
2,5
-06
13.441
9.458
22.899
-1,3
1,2
-0,3
65 e più
Totale
Fonte: ISTAT (2013c).
113
Secondo ISTAT (2013c), alla crescita dell’occupazione femminile sottendono fenomeni di segregazione professionale, incremento di posizioni a
bassa qualifica e una ricomposizione a favore di età più anziane quale conseguenza delle riforme pensionistiche, in particolare quella Fornero. La
quota di donne occupate in Italia rimane ancora di gran lunga inferiore a
quella dell’Unione Europea4, si concentra in poche professioni5 e si associa
a fenomeni di sovra-istruzione crescenti e più accentuati rispetto agli uomini. Anche l’aumento dell’offerta di lavoro femminile che si sta producendo
nel periodo più recente è, più che un cambiamento profondo dei modelli di
partecipazione, il risultato di nuove e diffuse strategie familiari volte ad
affrontare le difficoltà economiche indotte dalla crisi economica. Infatti,
incide molto sulla dimensione del fenomeno il numero di donne – soprattutto del Mezzogiorno – che cercano un lavoro per sostenere la caduta di
reddito familiare conseguente la perdita di lavoro o all’entrata in Cassa integrazione del coniuge (ISTAT, 2013c). Inoltre, la ripresa dell’occupazione
femminile è in parte ascrivibile alla crescita delle occupate straniere (+76
mila, +7,9%), impiegate quasi esclusivamente in lavori non qualificati presso le famiglie – in qualità di badanti, collaboratrici domestiche e assistenti
familiari – e concentrate soprattutto nella classe di età tra i 35 e i 49 anni.
4.4. La vulnerabilità degli anziani tra non autosufficienza e longterm care
Altro fattore di rischio per le famiglie è la presa in carico degli anziani.
Il miglioramento delle condizioni generali di vita, la diffusione capillare sul
territorio delle strutture sanitarie e del moderno stato sociale, la sempre più
diffusa disponibilità di tecnologie medicali consentita dalla maggior disponibilità di risorse e dall’indirizzo della ricerca medica hanno condotto all’e4
Nel 2012 il tasso di occupazione femminile si attesta al 47,1% contro un 58,6% della
media Ue27 (59,8% della media Ue15).
5
La crescita dell’occupazione femminile, infatti, è circoscritta soprattutto al terziario nei
comparti del commercio, degli alberghi e ristorazione e in quello dei servizi alle famiglie,
dove le donne rappresentano la quasi totalità degli occupati. Commesse alla vendita al minuto, colf e segretarie sono le professioni che raccolgono il maggior numero di occupate
(1.737.000 unità, 18% del totale dell’occupazione femminile) rafforzamento della presenza
delle donne nelle professioni già fortemente femminilizzate dedicate al lavoro d’ufficio (l’incidenza delle donne è pari al 71%) e ai servizi sanitari e alle famiglie (63,4% sono donne),
dall’altro ad una connotazione sempre più al maschile delle professioni artigiane e operaie,
dei conduttori di macchinari e veicoli e degli imprenditori e dirigenti d’impresa (ISTAT
2013c, p. 110).
114
levamento dello stato generale di salute della popolazione. Tutti questi fattori, insieme alla diminuzione della fecondità, l’innalzamento della speranza di vita e la riduzione del tasso di mortalità, sono i principali motivi che
spingono la popolazione italiana verso un progressivo invecchiamento
demografico. Questo fenomeno sta avendo sensibili effetti sulle finanze
pubbliche. Numerose sono, infatti, le voci dei bilanci pubblici di tutti i paesi
industriali che hanno un legame diretto e indiretto con l’aumento dell’età
media della popolazione; si può dire che la parte più rilevante della spesa
per il welfare state sia determinata dalle esigenze di sanità e di vita sociale
della popolazione non più in età di lavoro6. L’aumento della spesa non è
però legato solo all’aumento dell’età media e all’invecchiamento della
popolazione, ma anche alla qualità dell’invecchiamento. Infatti, i nuovi
anziani, affetti per lo più da malattie degenerative debilitanti, per effetto
della transizione epidemiologica7, si trovano a convivere per gli ultimi anni
della loro vita con la malattia in condizioni di non autosufficienza (cfr.
Bramanti, 2011).
La necessità di prestare assistenza continuativa a una schiera crescente
di grandi anziani8 deve diventare una priorità dettata da valori condivisi che
miri ad attuare una programmazione di interventi che coinvolga una pluralità di soggetti e di risorse. Le famiglie, che già versano in condizioni di
instabilità economica, non possono essere lasciate sole nella cura degli
anziani in assenza di un’adeguata offerta pubblica e con l’inacessibilità dei
servizi privati di long-term care9. Dai dati della seconda rilevazione
Vulnerabilità e benessere si evince che la maggior parte delle famiglie non
6
Un’ampia evidenza empirica raccolta in sede OCSE sottolinea la forte relazione esistente tra invecchiamento, tendenze del grado di inabilità degli anziani e spesa sanitaria.
7
Termine con cuisi indica il cambiamento delle caratteristiche delle malattie dalla fine
del XIX alla prima parte del XX secolo. Insieme al calare della mortalità e al crescere della
speranza di vita, si è avuto, infatti, uno spostamento delle caratteristiche delle malattie da un
quadro dominato dalle malattie infettive e fatali ad uno in cui prevalgono malattie croniche
e degenerative come le malattie cardiocircolatorie, i tumori, il diabete, la cirrosi epatica.
8
Sono definiti “anziani” gli individui di età compresa tra i 65 e gli 80 anni, mentre si
intendono “grandi anziani” le persone che hanno superato l’ottantesimo anno di età.
9
La LTC comprende tutte le forme di cura della persona e di assistenza sanitaria e gli
interventi di cura domestica associati che abbiano natura continuativa. Tali interventi sono
forniti a domicilio, in centri diurni o in strutture residenziali ad individui non autosufficienti. La long-term care consiste, pertanto, in una varietà di servizi che includono l’assistenza
medica e non medica a persone affette da malattie croniche o disabilità, i quali non sono in
grado di prendersi cura di se stessi per lunghi periodi di tempo, attraverso una risposta contemporanea ai bisogni assistenziali e personali. Tali servizi di cura a lungo termine possono
essere rivolti a persone di qualunque fascia di età, nonostante i primi destinatari di LTC siano
gli anziani (cfr. ISTAT, 2010).
115
si fa carico di nessun anziano (ben il 93,3%), mentre il 15,9% dichiara di
occuparsi di un anziano non convivente, ad esempio, facendogli la spesa,
accompagnandolo alle visite mediche e occupandosi delle faccende amministrative (tab. 5). Questo è sintomo delle difficoltà incontrate dalla classe
degli over 65 in seguito all’indebolimento delle reti familiari e del reciproco sostegno intergenerazionale, conseguenti all’aumento della necessità per
le donne – tradizionalmente incaricate delle cure informali agli anziani – di
rientrare nel mercato del lavoro.
Tab. 5 – Numero di anziani a carico delle famiglie e numero di anziani di cui le famiglie si occupano (n = 2.012), anno 2013
Numero
di anziani
Anziani
a carico della famiglia %
Anziani
di cui la famiglia si occupa %
Nessuno
93,3
78,8
1 anziano
5,2
15,9
2 anziani
1,3
4,8
3 anziani
0,1
0,3
4 anziani o più
0,2
0,2
Totale
100
100
Fonte: nostra rielaborazione sui dati della seconda rilevazione Vulnerabilità e benessere delle
famiglie italiane (2013).
4.5. L’emergenza abitativa
Oltre a queste quattro dimensioni, osservando i dati del secondo
Rapporto Vulnerabilità e benessere si riscontrano altre aree di emergenza
che esprimono la vulnerabilità e i nuovi bisogni delle famiglie italiane. La
prima, riconducibile alle povertà temporanee, è l’emergenza abitativa e la
difficoltà sempre più diffusa per i cittadini di sostenere le spese inerenti l’abitazione come le rate del mutuo, l’affitto e le bollette.
Su 2.012 famiglie il 76% vive in una casa di proprietà (fig. 18). 1.529
intervistati, il 27,6%, pari a 422 famiglie, ha ancora il mutuo in corso (di cui
il 12,6% a tasso fisso, il 13% variabile e l’1,8% misto), il 24,7% lo ha estinto e il restante 47,7% delle famiglie non ha acceso alcun mutuo. Dei 422
proprietari di casa con mutuo acceso, il 25,6% dichiara di essere stato, almeno una volta negli ultimi 12 mesi dal questionario, in difficoltà nel pagamento di una rata del prestito (fig. 19) e di questi 108 proprietari di casa in
difficoltà, 33 (pari al 30,6%) sono rimasti in arretrato coi pagamenti del
mutuo (fig. 20).
116
Fig. 18 – Tipologia di abitazione (n = 2.012), anno 2013
Fonte: nostra rielaborazione sui dati della seconda rilevazione Vulnerabilità e benessere delle
famiglie italiane (2013).
Fig. 19 – Difficoltà nel pagare il mutuo (negli ultimi 12 mesi), anno 2013
Fonte: nostra rielaborazione sui dati della seconda rilevazione Vulnerabilità e benessere delle
famiglie italiane (2013).
Fig. 20 – Rate del mutuo in arretrato (negli ultimi 12 mesi), anno 2013
Fonte: nostra rielaborazione sui dati della seconda rilevazione Vulnerabilità e benessere delle
famiglie italiane (2013).
Su 2.012 famiglie il 16,8% dichiara di vivere in una casa in affitto. Di
questi 337 affittuari, il 40,7% dichiara di aver fatto fatica, almeno una volta
negli ultimi 12 mesi dal questionario, a pagare una rata dell’affitto (fig. 21)
e di questi 137 affittuari che hanno avuto difficoltà il 61,3% è rimasto almeno una volta in arretrato col pagamento (fig. 22).
117
Fig. 21 – Difficoltà nel pagare l’affitto (negli ultimi 12 mesi), anno 2013
Fonte: nostra rielaborazione sui dati della seconda rilevazione Vulnerabilità e benessere delle
famiglie italiane (2013).
Fig. 22 – Rate dell’affitto in arretrato (negli ultimi 12 mesi), anno 2013
Fonte: nostra rielaborazione sui dati della seconda rilevazione Vulnerabilità e benessere delle
famiglie italiane (2013).
Infine, su 2.012 famiglie il 31,2% dichiara di essere stato in difficoltà,
almeno una volta nell’ultimo anno, nel pagamento delle bollette (fig. 23a).
Di queste 627 famiglie in difficoltà, 62,7% (pari a 393 unità) dichiarano di
essere rimaste in arretrato col pagamento delle bollette (fig. 23b).
Fig. 23 – Difficoltà nel pagare le bollette (fig. 23a) e bollette in arretrato (fig. 23b)
negli ultimi 12 mesi. Anno 2013
Fonte: nostra rielaborazione sui dati della seconda rilevazione Vulnerabilità e benessere delle
famiglie italiane (2013).
118
Risultati di questo tipo richiedono interventi pubblici mirati alle famiglie
che si trovano in momentanea difficoltà, che permettano di far fronte alle
spese, così da non rischiare di entrare in uno stato di deprivazione o povertà
cronica conseguente la perdita dell’abitazione o l’interruzione delle forniture energetiche. Nella seconda parte di questo Rapporto si considereranno,
rispetto a queste situazioni di vulnerabilità, le politiche di microcredito per
la casa e per il pagamento delle ingiunzioni comunali.
4.6. L’emergenza alimentare
A fronte della caduta del reddito disponibile delle famiglie l’ISTAT rileva che, nel 2012, sei famiglie su dieci hanno ridotto quantità e qualità degli
acquisti. La riduzione della spesa corrente per consumi è pari all’1,6%, corrispondente ad una flessione del 4,3% delle quantità di beni e servizi acquistati, che costituisce la più forte caduta dagli inizi degli anni ’90. La riduzione dei consumi ha interessato tutte le categorie di beni e servizi, anche se
le famiglie hanno ridotto in modo particolarmente marcato le spese per
vestiario (-10,2%), trasporti (-8,5%), mobili ed elettrodomestici (-5,8%),
comunicazioni e servizi culturali (rispettivamente -4,8% e -4,7%). Meno
incisiva è stata la riduzione delle spese in alberghi e ristorazione (-1,9%),
grazie al contributo positivo della spesa turistica dei non residenti.
In merito all’alimentazione, la crisi degli ultimi cinque anni ha modificato in profondità i modelli di consumo. Per far fronte alle difficoltà economiche, le famiglie hanno ridotto sia la quantità che la qualità dei prodotti alimentari acquistati. Tale comportamento è divenuto particolarmente frequente nell’ultimo anno e coinvolge ormai il 62,3% delle famiglie contro il
53,6% del 2011. Aumenta, inoltre, la quota di famiglie che indirizzano le
scelte di acquisto verso luoghi di distribuzione caratterizzati dal basso livello dei prezzi; in aumento gli acquisti dei generi alimentari (dal 10,5% del
2011 al 12,3% nel 2012) presso gli hard discount, soprattutto nel Nord, a
scapito prevalentemente dei supermercati, ipermercati e negozi tradizionali
(ISTAT, 2013c). Al di là della riduzione della quantità e qualità dei generi
alimentari, la vera emergenza è rappresentata dal fatto che continua a crescere in modo consistente la quota di individui che dichiarano di non potersi permettere un pasto adeguato (cioè proteine, carne, pesce o equivalenti
vegetariani) almeno ogni due giorni (16,6%). Questo dato è confermato
dalla riduzione in termini di quantità e/o qualità del consumo di carne o
pesce da parte delle famiglie (rispettivamente dal 48,3% del 2011 al 57%
del 2012 per la carne e dal 50,1% al 58,2% per il pesce).
In merito alle spese alimentari, i dati osservati nella seconda rilevazione
119
Fig. 24 – Difficoltà nel fare la spesa o comprare alimentari (negli ultimi 12 mesi),
anno 2013
Fonte: nostra rielaborazione sui dati della seconda rilevazione Vulnerabilità e benessere delle
famiglie italiane (2013).
su Vulnerabilità e benessere mostrano che, su 2.012 famiglie, il 17,7% si è
trovato, almeno una volta nei 12 mesi precedenti, in difficoltà per fare la
spesa o per comprare gli alimenti (fig. 24).
Quello della povertà alimentare, dunque, è un tema poco noto, ma è
anche uno dei problemi più gravi che affligge oggi milioni di italiani i quali
non riescono a far fronte al proprio sostentamento primario, arrivando, in un
paese avanzato come il nostro, a soffrire la fame.
L’ultimo Rapporto della FAO rileva che nel mondo ci sono 842 milioni
di affamati, quasi una persona su otto, concentrati per lo più nei paesi in via
di sviluppo(cfr. FAO, IFAD, WFP, 2013). Rispetto al Rapporto precedente
(2012) la cifra è scesa di circa 26 milioni, tuttavia la malnutrizione è in crescita nei paesi ricchi. Secondo il Rapporto sono almeno 15,7 milioni gli abitanti degli Stati più sviluppati a non ricevere un’adeguata alimentazione. Nel
nostro paese in quattro milioni dipendono dall’assistenza alimentare per i
poveri (Roiatti, 2013). Il Rapporto sulla crisi economica in Europa pubblicato dalla Federazione internazionale della Croce Rossa (2013), rivela come
nel vecchio continente 43 milioni di persone non abbiano accesso a risorse
alimentari adeguate, e altri 120 milioni risultano a rischio. Il numero di europei che hanno ricevuto aiuti alimentari dai comitati locali della Croce Rossa
tra il 2008 e il 2012 è aumentato del 75%, portando il loro numero totale a
3,5 milioni. In Italia il numero di chi non riesce a nutrirsi adeguatamente e
soffre la fame è aumentato negli anni di crisi, crescendo in un solo anno del
25%. Nel 2013, secondo Andrea Giussani, presidente della Fondazione
Banco Alimentare, saranno quasi quattro milioni coloro che dovranno ricorrere a forme di sostegno alimentare. Giussani ha inoltre sottolineato come tra
essi ci siano schiere di persone “che mai avrebbero pensato di poter un giorno fare la fila insieme ai senza tetto per ricevere un pasto caldo”. Sono infatti sempre di più i membri della classe media che a causa del perdurare della
120
crisi stanno scivolando verso livelli di povertà che impediscono perfino di
rispondere alle esigenze basilari come, appunto, quelle alimentari (Bandera,
2013a). Coldiretti, infine, rileva la cifra record di 4.068.250 persone che nel
2013, in Italia, sono state costrette a chiedere aiuto per mangiare, con un
aumento del 10% sul 2012 e del 47% rispetto al 2010, ovvero ben 1.304.871
persone in più negli ultimi 3 anni (Coldiretti, 2013).
Per fronteggiare la difficoltà dei cittadini nel permettersi dei pasti adeguati e di consumare beni alimentari di buona qualità e in quantità sufficiente, si prenderanno in considerazione, nella seconda parte di questo capitolo, strumenti normativi come la cosiddetta legge del Buon Samaritano
(Legge 155/2003), esperienze come i banchi alimentari e il progetto bolognese denominato ASP naturalmente solidale, oltre alle iniziative presentate nei contributi pubblicati sul sito Percorsi di secondo welfare in materia di
povertà alimentare, come, ad esempio, i market solidali di Milano, Modena
e Parma.
4.7. Tagli alla sanità e sfiducia nel SSN
Manovre correttive e tagli alla sanità pubblica e al sistema pensionistico,
uniti alle ripercussioni della crisi economico-finanziaria sulla vita quotidiana, mettono in crisi i bilanci familiari, soprattutto quando è necessario assistere persone non autosufficienti. Si tratta di una questione che coinvolge la
maggioranza degli italiani, in particolar modo le famiglie con redditi bassi
e gli anziani. Il dato più allarmante, rilevato da una ricerca del Censis pubblicata nel giugno 2012, riguarda i 9 milioni di italiani – quasi uno su sette
– che hanno dichiarato di non aver potuto accedere alle prestazioni sanitarie di cui avevano bisogno per ragioni economiche (Censis, 2012). Dati
ISTAT più recenti confermano questo fenomeno: oltre sette famiglie su 10,
tra quelle meno abbienti, negli anni della crisi hanno modificato quantità e
qualità dei servizi acquistati, mentre sono state quasi eliminate le spese per
visite mediche, analisi cliniche e radiografie, mantenendo quella incomprimibile per i medicinali. Le misure di razionalizzazione dei fondi pubblici
contribuiscono a determinare uno spostamento dei costi delle prestazioni
sanitarie a carico dei cittadini, costretti a scegliere tra il rinunciare a curarsi
o il rivolgersi a strutture private. La spesa sanitaria privata è infatti aumentata più che nel periodo pre-crisi: un +2,2% medio annuo nel periodo 20002007 e un +2,3% negli anni 2008-2010 con un incremento complessivo nel
periodo 2000-2010 pari al 25,5%. Contribuendo ad alimentare la spesa outof-pocket, già particolarmente elevata nel nostro paese.
La ricerca RBM Salute-Censis sul ruolo della sanità integrativa e i nuovi
121
scenari del welfare rileva che 12,2 milioni di italiani hanno aumentato il
ricorso alla sanità a pagamento. Tra le cause principali di questa fuga nel
privato vi sono il costo troppo alto dei ticket sanitari e i tempi d’attesa troppo lunghi (per il 61,6%). Nello specifico, il 50% degli italiani ritiene che il
ticket sulle prestazioni sanitarie sia una tassa iniqua, il 19,5% pensa che sia
inutile e il 30% lo considera invece necessario per limitare l’acquisto di farmaci. Il 56% dei cittadini ritiene troppo alto il ticket pagato su alcune prestazioni sanitarie, mentre il 41% lo reputa giusto. Gli intervistati si lamentano di dover pagare ticket elevati soprattutto per le visite ortopediche
(53%), l’ecografia dell’addome (52%), le visite ginecologiche (49%) e la
colonscopia (45%). Dalla ricerca emerge altresì che è molto diffusa la percezione di una copertura pubblica sempre più ristretta. Infatti, il 41% degli
italiani dichiara che la sanità pubblica copre solo le prestazioni essenziali e
per tutto il resto bisogna pagare parzialmente e complessivamente con risorse proprie. Per il 14% la copertura pubblica è insufficiente per sé e la propria famiglia, mentre il 45% la ritiene adeguata per le prestazioni di cui ha
bisogno (RBM Salute-Censis, 2013).
Analogamente, in merito alle percezioni future sul Sistema Sanitario
Nazionale, dai dati del secondo Rapporto Vulnerabilità e benessere si evince la sfiducia degli italiani nei confronti dello stesso e la percezione dell’insostenibilità del sistema sanitario pubblico e della necessità di una sempre maggior integrazione pubblico-privato. Infatti, il 41% degli intervistati
crede che nel prossimo futuro sarà necessario combinare le prestazioni del
sistema sanitario/assistenziale pubblico con prestazioni private pagate di
volta involta di tasca propria, il 40,3% crede che saranno sufficienti le sole
prestazioni del sistema sanitario/assistenziale pubblico e il 18,7% che sarà
necessario combinare le prestazioni del sistema sanitario/assistenziale pubblico con strumenti assicurativi e integrativi privati (fig. 25).
Fig. 25 – Basterà o meno il SSN per affrontare le future spese sanitarie e/o assistenziali, anno 2013
Fonte: nostra rielaborazione sui dati della seconda rilevazione Vulnerabilità e benessere delle
famiglie italiane (2013).
122
Le inadeguatezze e il costo eccessivo dell’offerta sanitaria pubblica spingono dunque gli italiani a usufruire dei servizi privati a pagamento o a
rinunciare alle cure. Infatti, in una circostanza di vulnerabilità e difficoltà
economica come quella presentata in questo lavoro, le risorse delle famiglie
non sono sempre sufficienti e sempre più frequenti sono i tagli alle spese
sanitarie e le rinunce a trattamenti medici necessari. Su un totale di 2.012
intervistati, poco meno del 40% dichiara di aver dovuto rinunciare a trattamenti o visite specialistiche necessarie negli ultimi 12 mesi, mentre il
55,9%non è stato costretto a farlo (fig. 26).
Fig. 26 – Famiglie che rinunciano, negli ultimi 12 mesi, a trattamenti sanitari o visite
specialistiche necessarie (n = 2.012), anno 2013
Fonte: nostra rielaborazione sui dati della seconda rilevazione Vulnerabilità e benessere delle
famiglie italiane (2013).
4.8. La diseducazione finanziaria
Sullo sfondo di tutte le nuove emergenze e difficoltà trattate, il secondo
Rapporto Vulnerabilità e benessere ha rilevato una profonda diseducazione
finanziaria dei cittadini italiani, la quale potrebbe essere causa di una molteplicità di rischi derivanti da decisioni economiche inappropriate. Sintomo
della diseducazione finanziaria può essere la difficoltà nel sostenere i debiti contratti. Gli italiani non si mostrano pienamente capaci di gestire le proprie risorse e, infatti, la maggior parte delle famiglie (44,9% su un totale di
1.072) ha dichiarato di sostenere con qualche difficoltà il totale dei debiti. Il
16,3% sostiene la spesa totale mensile per ripagare i propri debiti con molta
difficoltà, il 16,1% con difficoltà, il 18,9% con facilità e solo il 3,7% con
molta facilità (fig. 27). In un momento di instabilità come quello qui descritto, scelte di indebitamento eccessivo e investimenti sbagliati possono sottoporre la famiglia a maggior rischio di povertà nel caso in cui il reddito
disponibile dovesse improvvisamente diminuire.
123
Fig. 27 – Sostenibilità mensile del totale dei debiti contratti (n = 1.072), anno 2013
Lefamigliedichiaranodiarrivareafinemesecon
ͷͲǡͲΨ
ͶͷǡͲΨ
ͶͲǡͲΨ
͵ͷǡͲΨ
͵ͲǡͲΨ
ʹͷǡͲΨ
ʹͲǡͲΨ
ͳͷǡͲΨ
ͳͲǡͲΨ
ͷǡͲΨ
ͲǡͲΨ
44,9%
18,9%
16,1%
16,3%
3,7%
‘Ž–ƒˆƒ…‹Ž‹–
ƒ…‹Ž‹–
—ƒŽ…Š‡†‹ˆˆ‹…‘Ž–
‹ˆˆ‹…‘Ž–
‘Ž–ƒ†‹ˆˆ‹…‘Ž–
Fonte: nostra rielaborazione sui dati della seconda rilevazione Vulnerabilità e benessere delle
famiglie italiane (2013).
Come esposto nel primo Rapporto Vulnerabilità e benessere delle famiglie italiane, i tre principali fattori psicologici che inducono l’individuo a
compiere scelte di consumo, investimento e indebitamento non razionali
sono l’eccessiva fiducia, l’euristica della disponibilità e lo sconto iperbolico. Secondo questi tre principi, il soggetto tende a essere eccessivamente
ottimista e fiducioso relativamente al proprio grado di esposizione al rischio
e ritiene di saper controllare e gestire adeguatamente le proprie risorse.
Questo atteggiamento lo porta a sottovalutare la possibilità di essere colpito da eventi negativi inattesi, come la perdita del lavoro o la malattia, soprattutto nel caso in cui la persona non abbia frequentemente sperimentato in
passato tensioni finanziarie o discontinuità economiche. Inoltre, l’individuo
tende a sovrastimare i costi e i benefici immediati e a sottovalutare quelli
futuri e di conseguenza, nel dover decidere se comprare a credito o rinunciare a un bene, propenderà per l’acquisto con pagamento posticipato compiendo scelte scarsamente lungimiranti e che si rivelano spesso insostenibili rispetto la propria situazione economica, trovandosi così con più probabilità nella condizione di non riuscire a far fronte agli impegni economici e
finanziari assunti (cfr. Anderloni e Vandone, 2011).
A sostegno di ciò, la maggior parte degli individui intervistati si rispecchia abbastanza nella situazione “so prendere buone decisioni di carattere
finanziario” (1.230 unità, pari al 61,1% su un totale di 2.012 rispondenti). Il
26,3% si riconosce poco nella medesima affermazione, mentre l’8,0% e il
4,5% rispettivamente molto e per niente. Tuttavia, nonostante le difficoltà
riscontrate nel far fronte alle spese per ripagare i debiti contratti e relativi
interessi, alcuni intervistati si dicono ugualmente capaci di prendere buone
decisioni di carattere finanziario, come mostra la tabella 6.
124
Tab. 6 – Saper prendere buone decisioni di carattere finanziario e difficoltà nel
sostenere le rate mensili per ripagare i debiti contratti, anno 2013
Sostengo i miei debiti con…
Molta
facilità
Facilità
Molto
7,6%
24,1%
43,0%
17,7%
7,6%
100,0%
79
Abbastanza
3,1%
21,1%
46,8%
15,3%
13,7%
100,0%
648
Poco
3,7%
15,5%
42,8%
16,8%
21,2%
100,0%
297
Per niente
6,3%
2,1%
35,4%
20,8%
35,4%
100,0%
48
Totale
3,7%
18,9%
44,9%
16,1%
16,3%
100,0% 1.072
Conteggio di D10
So
prendere
buone
decisioni
finanziarie
Qualche Difficoltà Molta
difficoltà
difficoltà
Totale
N.
Fonte: nostra rielaborazione sui dati della seconda rilevazione Vulnerabilità e benessere delle
famiglie italiane (2013).
Intervenire sulla comprovata diseducazione di fondo è il primo passo da
compiere per eliminare la fonte di molte vulnerabilità e difficoltà economiche delle famiglie. Gli interventi pubblici, miranti all’individuazione precoce delle situazioni più a rischio, dovrebbero disporre, in un’ottica di
empowerment del cittadino, di programmi educativi coi quali insegnare ai
singoli individui come gestire efficacemente le proprie risorse, educarli al
risparmio e all’investimento corretto per prevenire e ridurre autonomamente i fattori di rischio10. Esempi di siffatti interventi pubblici, sui quali ci si
concentrerà nella seconda parte dell’approfondimento, sono quelli operati
nel campo del money tutoring.
10
A questo proposito si segnala che il Forum-ANIA Consumatori ha promosso numerose iniziative per far sì che i cittadini siano più consapevoli dei rischi sociali, della loro natura e della varietà di risposte a disposizione, grazie ad una corretta attività formativa che passa
anche attraverso le scuole. Un contributo importante alla costruzione e alla diffusione dell’economia finanziaria tra i giovani viene infatti dal progetto “Io&irischi”, realizzato dal
Forum in collaborazione con l’Università Cattolica, l’Università Bocconi e l’Associazione
europea per l’educazione economica (cfr. Maino, 2013b). L’iniziativa si rivolge alle scuole e
alle famiglie per promuovere nelle nuove generazioni una maggiore consapevolezza del
rischio e una cultura della sua prevenzione e gestione nel corso della vita. Approdato nel
2013 alle scuole superiori, “Io&irischi” si propone di affrontare – con approcci diversificati
nei diversi gradi e ordini di scuola – tematiche sensibili e imprescindibili per un’educazione
finanziaria: i concetti di rischio, prevenzione e mutualità, esplorati nel percorso per i pre-adolescenti; la prevenzione, la pianificazione e la previdenza messe a fuoco nella proposta per
gli studenti del triennio degli istituti tecnici e professionali.
125
5. Policies innovative
in risposta alle “nuove povertà”
Constatata una realtà caratterizzata dal rischio, dall’instabilità e dalla
vulnerabilità, così come presentata nella prima parte di questo Rapporto, si
rende necessario individuare ora, per le principali emergenze economicosociali sopra riportate, le risposte di policy offerte a livello decentrato dal
welfare pubblico locale, dove possibile in collaborazione con soggetti del
settore profit e non profit. Di seguito, sono illustrate e analizzate alcune iniziative e nuove misure di intervento pubblico tra quelle maggiormente innovative e significative inerenti l’oggetto di studio di questa ricerca. Indicatori
di significatività e innovazione sono la collaborazione e la condivisione di
risorse, sia umane sia economiche, tra soggetto pubblico e privato, l’orientamento al sostegno del cosiddetto ceto sociale dei “nuovi poveri”, la prevenzione della diffusione della povertà cronica o strutturale mediante l’azione tempestiva sui casi di maggior vulnerabilità, il superamento della
logica meramente assistenzialistica degli interventi e la partecipazione attiva degli utenti in una prospettiva di empowerment del cittadino.
L’importanza delle iniziative sotto riportate è stata valutata partendo dalla
condivisione dell’idea che il sistema di welfare tradizionale risulti ormai
insufficiente e inadatto ad affrontare le nuove sfide presentate dall’attuale
contesto, estremamente dinamico e multisfaccettato, e che sia pertanto
necessario conoscere a fondo le best practices, auspicando una loro più
ampia diffusione su tutto il territorio nazionale. Si consideri che uno dei
rischi è quello che la nascita frammentaria di diverse esperienze produca
una serie di interventi sconnessi, condannati a restare marginali e ritagliati
su esigenze di gruppi sociali specifici, come emerso anche dai risultati del
Primo Rapporto sul secondo welfare in Italia (cfr. Maino e Ferrera, 2013).
Al contrario, la nuova prospettiva deve essere quella di cogliere da tali interventi gli elementi di maggior innovazione e sfruttarli per la realizzazione di
un nuovo modello di welfare a carattere universalistico, configurato in
126
modo da poter offrire una adeguata protezione sociale in risposta ai nuovi
profili di rischio e alle esigenze sociali emergenti. A tal fine, si è osservata
da vicino la realtà locale bolognese, in particolare analizzando i principali
ambiti di intervento dell’Azienda pubblica di Servizi alla Persona Poveri
Vergognosi di Bologna, segnalando però anche altre iniziative presenti in
contesti e in territori differenti da quello di Bologna.
5.1. Bologna e le Aziende pubbliche di Servizi alla Persona
Gli elementi che più caratterizzano e distinguono il sistema di welfare
emiliano e soprattutto quello bolognese sono riassunti da Giuliano
Barigazzi, ex assessore provinciale a Sanità, Servizi Sociali, Associazionismo e Volontariato dal 2004 al 2009 in una intervista, di seguito ripresi
perché in grado di tratteggiarne i tratti distintivi:
“l’eccellente capacità gestionale dei servizi, una comunità professionale motivata e
competente, il tentativo degli operatori di uscire dalla burocratizzazione per cercare di
riconoscere e saper leggere i bisogni dei cittadini (anche in tempi di risorse che scarseggiano e bisogni che aumentano) e, infine, la voglia di produrre innovazione per
rispondere ai bisogni che mutano. Questi sono gli elementi che a mio avviso, da sempre, hanno permesso ai nostri comuni di stabilire un dialogo, una relazione con i cittadini, anche quando le risorse non erano sufficienti per offrire servizi a tutti coloro che
ne avrebbero avuto necessità. Straordinario è, inoltre, il capitale sociale presente nella
nostra comunità, quella rete di associazionismo, volontariato che fa la differenza, produce ricchezza e coesione sociale. Il Terzo settore e il volontariato contribuiscono in
modo importante alle scelte locali di programmazione attraverso la partecipazione ai
tavoli dei Piani di zona per la salute e il benessere, svolgendo percorsi di approfondimento e svolgendo una funzione propositiva e di impulso” (cfr. Mosaico News, 2012).
Giuliano Barigazzi, nella stessa intervista, sottolinea anche quelle che
sono le debolezze del sistema di welfare locale affermando che una delle
criticità più rilevanti riguarda il fatto che i comuni gestiscono soltanto una
parte minoritaria della spesa pubblica in ambito sociale. Come è noto la
maggior parte della spesa è gestita a livello centrale attraverso i trasferimenti monetari (indennità di accompagnamento, assegni familiari, ecc.). Si
tratta di un aspetto spesso
“dimenticato e non sufficientemente sottolineato in termini di governo territoriale.
Se i comuni potessero gestire il budget complessivo dei cittadini, anche con forme
gestionali innovative, questo porterebbe a grandi passi in avanti in termini di qualità dell’assistenza” (Mosaico News, 2012).
127
Venendo all’organizzazione del welfare nella città di Bologna, sono presentate di seguito le Aziende pubbliche di Servizi alla Persona, attori fondamentali operanti in questo contesto locale caratterizzato dalla collaborazione e dalla condivisione di risorse tra pubblico e privato. Nella sezione
successiva viene presentata poi l’attività di una delle tre ASP, l’ASP Poveri
Vergognosi, osservando da vicino alcuni tra i suoi più innovativi interventi
di contrasto al rischio vulnerabilità.
Gran parte del sistema di welfare locale bolognese è gestito dal Comune
di Bologna attraverso le Aziende pubbliche di Servizi alla Persona.
Sull’intero territorio comunale operano tre ASP nate con la legge regionale
di riforma del welfare n. 2 del 2003 (Norme per la promozione della cittadinanza sociale e per la realizzazione del sistema integrato di interventi e
servizi sociali), la quale – in attuazione dell’articolo 10 della legge
328/2000 e in coerenza con il D.lgs. 207/2001 – prevede al Titolo V il riordino delle Istituzioni Pubbliche di Assistenza e Beneficenza (IPAB), create
nel 1890 per volontà del governo Crispi, e l’istituzione delle Aziende pubbliche di Servizi alla persona (ASP). La stessa legge regionale, insieme al
Piano sociale e sanitario regionale 2008/2011 ha prodotto, oltre alla trasformazione delle IPAB in ASP, altre importanti innovazioni come l’investimento sulla non autosufficienza attraverso l’istituzione del FRNA (Fondo
regionale non autosufficienza), l’accreditamento dei servizi socio-sanitari
per garantire equità e qualità dei servizi, i Piani di zona per la salute e il
benessere integrati con gli strumenti della programmazione sanitaria, la partecipazione del Terzo settore alla programmazione sociale e socio-sanitaria,
la realizzazione degli sportelli sociali.
Nello specifico, il Consiglio comunale, nella seduta del 19 dicembre
2005, ha approvato il programma delle trasformazioni aziendali “Dalle
IPAB alle ASP, Aziende Pubbliche di Servizi alla Persona”, prevedendo la
costituzione di tre Aziende sul territorio bolognese.
Una è l’ASP Giovanni XXIII, costituita formalmente il primo gennaio
2007 e principalmente dedicata all’assistenza degli anziani, che deriva dalla
fusione di tre IPAB (Istituto Giovanni XXIII, Orfanotrofio San Leonardo,
Istituto Antirabbico). L’ASP Poveri Vergognosi opera, invece, nel settore
dell’assistenza degli anziani e delle persone adulte, deriva dalla trasformazione dell’Opera Pia dei Poveri Vergognosi ed è stata costituita formalmente il primo gennaio 2008. L’ultima Azienda, denominata IRIDeS, è dedicata all’assistenza ai minori e ai disabili e nasce il primo gennaio 2008 dalla
fusione di sei IPAB (Fondazione Innocenzo Bertocchi, Istituti di Assistenza
Riuniti del Comune di Bologna, Istituti Educativi in Bologna, Istituto
Clemente Primodì, Istituzione Cassoli Guastavillani, Fondazione Alberto
Dall’Olio e Alessandro Manservisi).
128
Le Aziende pubbliche di Servizi alla Persona sono soggetti di diritto
pubblico facenti capo alla Regione, che operano a livello locale in qualità di
aziende dei comuni. Di fatto, si tratta di strumenti di cui il comune può
avvalersi per la gestione dei servizi e delle attività in materia sociale. La loro
definizione giuridica si evince dall’articolo 25 della Legge regionale
2/2003, ai sensi del quale le ASP sono aziende di diritto pubblico, dotate di
personalità giuridica, di autonomia statutaria, gestionale, patrimoniale, contabile e finanziaria e non hanno fini di lucro. Tali Aziende svolgono la propria attività secondo criteri di efficienza, efficacia ed economicità, nel
rispetto del pareggio di bilancio da perseguirsi attraverso l’equilibrio fra
costi e ricavi. Si caratterizzano come aziende dei comuni, singoli o associati in un ambito territoriale definito, distrettuale o sub-distrettuale, nell’ambito di un sistema regolamentato e coordinato a livello regionale per garantire omogeneità di accesso e di qualità dei servizi a tutti i cittadini
dell’Emilia-Romagna. La Regione governa il processo di aziendalizzazione,
cioè costituisce le nuove Aziende, ne approva gli statuti, promuove la predisposizione di strumenti per la valorizzazione dei patrimoni immobiliari e
ne regolamenta il sistema informativo-contabile. La Regione esercita, inoltre, funzioni di monitoraggio e di controllo generale sui risultati di gestione
del sistema delle Aziende. Queste ultime, a tal fine, trasmettono annualmente alla Regione e ai comuni, singoli o associati, una relazione sull’andamento della gestione economica e finanziaria e sui risultati conseguiti,
anche in riferimento agli obiettivi della programmazione regionale e locale.
Le ASP, dunque, svolgono direttamente attività di erogazione di servizi assistenziali e permettono una gestione unitaria e una qualificazione dei servizi
grazie al superamento della frammentarietà degli interventi e allo sviluppo
dell’integrazione con gli altri soggetti e servizi che costituiscono il welfare
di comunità.
Il ruolo attribuito alle ASP e agli altri attori del welfare bolognese è chiarito, infatti, dalla Legge regionale 2/2003 dove si legge che “al fine di prevenire, rimuovere o ridurre le condizioni di bisogno e di disagio derivanti
da limitazioni personali e sociali, da condizione di non autosufficienza, da
difficoltà economiche, la Regione e gli Enti locali realizzano un sistema
integrato di interventi e servizi sociali con il concorso dei soggetti della cooperazione sociale, dell’associazionismo di promozione sociale e del volontariato, delle Aziende pubbliche di Servizi alla Persona, delle Istituzioni
Pubbliche di Assistenza e Beneficenza, delle Fondazioni, degli Enti di
patronato e degli altri soggetti previsti dalla Legge 328/2000”. Quello che si
è configurato è un network sempre più solido e ampio di soggetti pubblici e
privati che collaborano, condividendo le proprie risorse, al perseguimento
del benessere dei cittadini.
129
Recentemente, si è giunti alla fusione delle tre ASP bolognesi, così come
auspicata nel momento in cui le stesse furono regolamentate. L’unificazione
è orientata a ottimizzare le risorse economiche, finanziarie e patrimoniali
per recuperare risorse utili a finanziare piani di investimento e infrastrutture per progetti di sviluppo a forte valenza sociale e ad allineare i processi
assistenziali per target di età in funzione della continuità e omogeneità dei
trattamenti sociali, socio-educativi e socio-sanitari1.
All’interno di questo quadro, le ASP bolognesi hanno assunto, negli ultimi anni, nuove funzioni e servizi attraverso l’attuazione di progetti e sperimentazioni che hanno loro permesso di ampliare il tradizionale settore di
attività. Di seguito, si vedrà nello specifico lo sviluppo del settore “nuove
povertà” strutturato dall’ASP Poveri Vergognosi.
1
I principali vantaggi economici derivanti dalla fusione saranno: riduzione dei costi di
struttura mediante il riassetto organizzativo dell’area amministrativa e tecnica; risparmi connessi alla revisione della governance; riduzione dei costi per licenze e manutenzione del
software, inclusi quelli connessi alla gestione delle buste paga; gestione internalizzata
dell’IMU e dell’invio delle dichiarazioni fiscali; unificazione delle sedi dei servizi amministrativi, con conseguente risparmio dei costi delle utenze e dei servizi di pulizia, assicurazione, ecc.; maggior potere contrattuale dell’ASP unica nella stipula degli appalti per i servizi non soggetti ad accreditamento con possibili economie di scala; recupero di efficienza
nella gestione unitaria delle strutture residenziali e semiresidenziali per anziani non autosufficienti, anche a seguito del completamento del processo di accreditamento socio-sanitario
(cfr. Comune di Bologna, 2013).
130
6. L’Azienda pubblica di Servizi
alla Persona Poveri Vergognosi*
L’Azienda pubblica di Servizi alla Persona Poveri Vergognosi, di seguito ASP Poveri Vergognosi (ASP PV), nasce ufficialmente a Bologna il
primo gennaio 2008, a seguito della delibera di Giunta della Regione Emilia
Romagna n. 2022 del 20 dicembre 2007, dalla trasformazione dell’IPAB
Opera Pia dei Poveri Vergognosi proseguendo nel perseguimento degli stessi obiettivi e salvaguardandone l’ispirazione fondativa (Box 2).
Box 2 – L’Opera Pia dei Poveri Vergognosi
L’Opera Pia dei Poveri Vergognosi è una tra le più antiche istituzioni della città di
Bologna. Le sue origini risalgono al 1495, quando venne fondata, presso la chiesetta di San Nicolò delle Vigne, all’interno del convento di San Domenico, la
Compagnia de’ Poveri Vergognosi, al tempo gestita da dieci notabili bolognesi
detti Procuratori. Si trattava di un’istituzione nata da un’iniziativa di privati mossi
da impulso solidaristico, il cui scopo era provvedere ai poveri, per i quali era vergogna il mendicare per essere caduti in povertà in seguito a disgrazie e infortuni.
L’Opera Pia dei Poveri Vergognosi ha conservato nel tempo la propria autonomia
amministrativa, operando in difesa della propria identità e preservando lo stemma e
il nome, anche quando, nel 1890, la legge Crispi trasformò le Opere Pie in Istituzioni
Pubbliche di Assistenza e Beneficenza (IPAB) e attribuì loro la figura giuridica di
enti pubblici operanti nel settore assistenziale per conto dello Stato. Nel 1985 venne
approvato il nuovo statuto che trasforma l’Opera Pia dei Poveri Vergognosi da ente
di beneficenza in ente di assistenza, avente come fine istituzionale l’assistenza sociosanitaria nei confronti degli anziani. Finché, nel 2003, l’IPAB viene trasformata nell’attuale Azienda pubblica di Servizi alla Persona Poveri Vergognosi.
*
Si ringrazia l’ASP Poveri Vergognosi per i documenti e i dati messi a disposizione, in
particolare il dott. Sacchetti per il materiale inviato. E si ringraziano il dott. Calia e il dott.
Agrestini per la disponibilità e per l’intervista concessa.
131
Scopo dell’Azienda è quello di organizzare ed erogare interventi assistenziali e servizi sociali e socio-sanitari integrati a favore delle persone
anziane, in particolare di quelle in stato di non autosufficienza fisica e/o psichica, e delle persone adulte che versano in stato di bisogno, al fine di assicurare loro una migliore qualità di vita. Così come previsto dallo statuto,
sono soci dell’Azienda il Comune di Bologna, con una quota pari al 98% e
la Provincia di Bologna, che detiene il restante 2%1.
Dal punto di vista organizzativo e strutturale, al Comune spetta la programmazione delle politiche pubbliche e l’erogazione delle risorse iniziali.
Lo stesso ha successivamente delegato all’ASP Poveri Vergognosi la gestione degli interventi, i quali possono essere finanziati anche da risorse umane
ed economiche proprie dell’Azienda, in aggiunta a quelle distribuite dal
Comune, e da una importante quota di risorse derivanti dalla collaborazione
tra ASP e associazioni di volontariato o enti del Terzo settore (fig. 28).
Fig. 28 – Attori, ruoli e risorse dell’attività dell’ASP Poveri Vergognosi
Fonte: nostra elaborazione.
1
Le altre due ASP si caratterizzano per una partecipazione del Comune di Bologna pari
al 96%; della Provincia di Bologna pari al 2%; della Fondazione Carisbo per un altro 2%.
132
Il rapporto tra Azienda e attori privati non si basa su una serie di collaborazioni fisse permanenti o stabilite a priori dal Comune, bensì sono i privati
stessi che, a seconda dell’intervento promosso dall’ASP PV, si propongono
direttamente all’Azienda in qualità di collaboratori, rispondendo, ad esempio, a un avviso pubblico per la stipula di convenzioni con organizzazioni di
volontariato. In alcuni casi, come ad esempio per il progetto Money Tutoring,
l’iniziativa viene strutturata a livello provinciale e affidata al Comune che
successivamente ne delega la gestione all’ASP. In tal caso, parte delle risorse finanziarie vengono stanziate dalla stessa Provincia di Bologna.
Come si legge nel bilancio 2012 dell’Azienda, l’azione e gli interventi
dell’ASP PV, nell’ambito degli incarichi di committenza ricevuti, vengono
gestiti con l’obiettivo dell’integrazione dei processi di gestione delle risorse e di realizzazione dei servizi, della certificazione e sviluppo di standard
di qualità e di sinergie con il Terzo settore (ASP Poveri Vergognosi, 2012a).
La figura 29 raffigura i portatori di interesse, nonché i soggetti che possono
influenzare o essere influenzati dall’attività della ASP.
Fig. 29 – I portatori di interesse connessi alla ASP Poveri Vergognosi
Fonte: ASP Poveri Vergognosi (2012a).
133
Dal punto di vista organizzativo/strutturale sono organi dell’ASP PV:
l’Assemblea dei Soci, cioè l’organo di indirizzo e vigilanza, costituito dal
Comune di Bologna (98%) e dalla Provincia di Bologna (2%); il Consiglio
di Amministrazione, organo attuativo composto da 5 consiglieri nominati
dall’Assemblea dei Soci; il Presidente del Consiglio di Amministrazione;
l’Organo di revisione contabile e il Direttore responsabile della gestione
aziendale e del raggiungimento degli obiettivi di gestione definiti dal
Consiglio di Amministrazione.
Considerando il campo d’azione, l’ASP Poveri Vergognosi opera nel
Settore Anziani e nel Settore Inclusione Sociale e Nuove Povertà. Con riferimento al Settore Anziani la ASP Poveri Vergognosi gestisce due Case di
residenza per anziani non autosufficienti e due Centri diurni specializzati.
La tabella 7 presenta il quadro generale degli interventi e dei servizi offerti
dall’Azienda nell’ambito dei due macrosettori.
Tab. 7 – Settore Inclusione Sociale e Nuove Povertà. I sottosettori di intervento e i
servizi offerti dall’ASP Poveri Vergognosi
Settore di intervento
Servizi offerti
Immigrati
Sportello informativo
Sportello protezioni internazionali
Progetto SPRAR
Accompagnamento all’integrazione territoriale
Strutture di accoglienza collettive
Disagio adulto
Strutture di accoglienza alloggiativa
Centri di accoglienza diurni
Servizi di prossimità
Servizi e interventi nell’ambito dell’esecuzione penale adulta
Laboratori
Nuove povertà
ASP naturalmente solidale
Microcredito alla persona
Microcredito per la casa
Microcredito per pagamento entrate comunali
Money Tutoring
Nodo antidiscriminazione
Casa della solidarietà
Città aperta
Fondo di rotazione
Famiglia in compagnia
Fonte: sito web della ASP Poveri Vergognosi.
134
È interessante passare ora ad analizzare l’evoluzione del settore Nuove
Povertà. Nella prospettiva dell’istituzione del nuovo welfare cittadino
auspicato dall’ASP PV, la stessa è fortemente motivata a coinvolgere e collaborare sempre di più e in modo concreto con i soggetti della rete locale,
creando e rafforzando un network di condivisione e integrazione pubblicoprivato.
135
7. Misure e iniziative di contrasto
alle nuove povertà
Il settore Inclusione Sociale e Nuove Povertà si pone come finalità principale quella di rafforzare la cultura dell’integrazione e di analizzare, contrastare
e ridurre i fattori che determinano l’esclusione sociale. A tal fine l’Azienda
focalizza il suo impegno e le sue azioni innovative per evitare l’insorgere dei
fenomeni di emergenza sociale, agendo preventivamente sui casi maggiormente a rischio vulnerabilità, allo scopo di scongiurare il passaggio a uno stadio di
povertà cronica degli individui temporaneamente in difficoltà. A tal proposito,
il settore Nuove Povertà è il servizio più innovativo fra quelli presenti nel settore Inclusione Sociale, poiché nasce con l’obiettivo di offrire risposte concrete al problema dell’impoverimento diffuso che oggi riguarda fasce della popolazione prima considerate escluse dall’emarginazione e dalla fragilità sociale.
Il settore Inclusione Sociale e Nuove Povertà si caratterizza per l’ampiezza degli interventi dedicati agli immigrati, ai clandestini, ai senza fissa
dimora, ai tossicodipendenti, ma anche ai cosiddetti “nuovi poveri”, nonché
alle persone che, fino a poco tempo fa, si ritenevano relativamente protette
e al sicuro dal punto di vista economico e lavorativo e che oggi, si trovano
in condizioni di difficoltà temporanea prevalentemente legata alla mancanza del lavoro, ma anche alla riduzione di reddito a causa di shock inattesi o
all’aumento del costo stesso della vita. I soggetti e le famiglie che versano
in tale stato, nonostante i disagi vissuti, non rientrano ancora nelle condizioni di povertà cosi come indicate dal sistema statistico e di conseguenza
si trovano in una condizione intermedia per cui sono troppo “ricchi” per
accedere alle tradizionali fonti pubbliche si sostegno al reddito e troppo
“poveri” per usufruire dei servizi offerti dai normali istituti di credito.
Il direttore della ASP PV sottolinea come, in realtà, non ci sia nulla di
veramente nuovo in merito alle cosiddette “nuove povertà”1. L’ASP bolo1
Intervista al direttore della ASP Poveri Vergognosi, Bologna, 5 luglio 2013.
136
gnese deriva dall’Opera Pia dei Poveri Vergognosi che, già nel 1495, non
erano altro che i cittadini ricchi o benestanti diventati improvvisamente
poveri, i quali, vergognandosi del mutamento della loro condizione sociale,
tendevano a non manifestare il proprio disagio. Si tratta, dunque, di un fenomeno ciclico ricorrente, in cui sostanzialmente non cambiano le cause che
conducono all’impoverimento. Questo, infatti, è comunque sempre prevalentemente dovuto a shock inattesi (perdita del raccolto e furto del patrimonio di ieri contro i licenziamenti di oggi, oltre che malattie, decessi e incidenti invalidanti), i quali colpiscono l’individuo che vive in un contesto già
caratterizzato da instabilità (epidemie e guerre di ieri contro instabilità reddituale/lavorativa e crisi finanziarie di oggi).
Questo il quadro in cui si innestano i diversi interventi di contrasto alle
nuove povertà, proposti dall’ASP Poveri Vergognosi in risposta ai rischi e
ai bisogni emergenti presentati nelle sezioni precedenti (cfr. in particolare il
paragrafo 1.3). Di seguito, ci si soffermerà sui servizi di microcredito alla
persona e sui progetti Money Tutoring, Casa della Solidarietà, ASP
Naturalmente Solidale, Città Aperta e Teniamoci per Mano, facendo dove
rilevante riferimento anche alle esperienze di contesti territoriali diversi da
quello di Bologna.
7.1. Microcredito alle persone
Il dato rilevante che ha generato la consapevolezza della necessità sempre più diffusa di intervenire attraverso il microcredito è quello presentato
nel Rapporto ISTAT (2013c), che sottolinea come sia sempre più difficile
per le famiglie italiane ottenere prestiti dalle banche. Infatti, i crediti al consumo e i mutui concessi si sono ridotti rispettivamente del 20% e del 35%
nel 2012 rispetto al periodo 2009-2011.
Il microcredito è definito come credito di piccolo ammontare finalizzato
all’avvio di un’attività imprenditoriale o per far fronte a spese d’emergenza, nei confronti di soggetti vulnerabili dal punto di vista sociale ed economico, che generalmente sono esclusi dal settore finanziario formale (Pizzo
e Tagliavini, 2013). Tali interventi sono finalizzati a fronteggiare lo stato di
emergenza economica temporanea non strutturale, generata da instabilità
reddituale aggravata da spese improvvise e necessarie quali, ad esempio,
spese mediche, spese legali per separazione, rate di locazione, formazione
professionale, inserimento lavorativo, materiale e libri scolastici, restituzione di prestiti, assicurazioni dei mezzi di trasporto.
Sul territorio bolognese, il Comune ha delegato la gestione dei servizi di
microcredito alla ASP Poveri Vergognosi, la quale ha diversificato gli inter137
venti in tre diverse fattispecie di microcredito: alla persona, per la casa e per
il pagamento delle ingiunzioni comunali. Il progetto è stato ispirato dal
modello di sostegno ideato, in India, da Muhammad Yunus con la sua
Grameen Bank, letteralmente “banca del villaggio” o “banca dei poveri”
(cfr. Yunus, 2003). Yunus descrive il principio del microcredito come la
concessione di prestiti di piccole somme di denaro, allo scopo di dare l’incipit a processi di sviluppo e crescita sia personale che sociale, vale a dire
promuovere empowerment individuale e di comunità.
Progetti di microcredito sono presenti anche in altri contesti territoriali.
A Milano il microcredito è gestito dalla Fondazione Welfare Ambrosiano
fondata da Comune, Provincia, Camera di Commercio, Camera del Lavoro
Metropolitana di Milano, CISL Unione Sindacale Territoriale di Milano,
UIL Milano e da Regione Lombardia, e presieduta dal sindaco di Milano
(Box 3). A Bergamo il progetto è sostenuto dalla Caritas Diocesana e dal
Comune di Bergamo. Altre esperienze si riscontrano a Siena, Venezia e
Verona. Nella maggior parte dei casi si tratta di progetti sostenuti da associazioni legate a enti non profit o società nate da accordi tra pubblico e privato.
Box 3 – La Fondazione Welfare Ambrosiano di Milano
In una fase di scarsità di risorse un aiuto consistente viene dalle Fondazioni, i cui
finanziamenti permettono spesso agli enti locali di continuare a investire in nuovi
progetti. Nella città di Milano la Fondazione Welfare Ambrosiano è andata assumendo un ruolo di rilievo nel sostegno al welfare cittadino. Il ruolo del Comune
all’interno della Fondazione è centrale in quanto, oltre a esserne uno dei soci fondatori, il sindaco della città ne detiene la presidenza.
La Fondazione è stata creata allo scopo di intercettare prevalentemente “le vittime
della crisi”, ovvero i lavoratori e i disoccupati di breve periodo, al fine di prevenire la loro caduta in povertà. Il target della Fondazione è costituito quindi da tutti
coloro che stanno sperimentando situazioni come la cassa integrazione, da chi è
meno tutelato a causa di contratti “deboli” e dai giovani. La rete di sportelli costituita sul territorio prende in carico la persona, la accoglie emettendo una sorta di
fidejussione morale, scommettendo cioè sulla volontà del soggetto di impegnarsi
per risolvere il proprio problema. La logica attiva è fondamentale: lo slogan è “ti
aiutiamo ad aiutarti”.
Tra i progetti della FWA c’è anche quello del microcredito d’impresa e sociale, il
primo aperto a tutte le persone che vivono, lavorano, oppure intendono avviare
un’attività nel Comune di Milano, il secondo a coloro che si trovano in una situazione di temporanea difficoltà economica. In questo caso la rete di sportelli è
affiancata da VoBIS, un’associazione di volontariato che effettua valutazioni di
sostenibilità del prestito per il destinatario che si sostituisce a quella di bancabilità
138
degli istituti di credito. Dopo la valutazione di VoBIS, la persona può rivolgersi
alle banche convenzionate per ottenere il prestito, che sarà garantito dalla
Fondazione fino all’80% e verrà restituito a tassi di interesse agevolato e con
modalità concordate da FWA, definite secondo parametri molto più convenienti
per i beneficiari. Il credito erogabile va solitamente da un minimo di 2.000 a un
massimo di 20.000 euro, con una distinzione tra credito sociale e credito per l’impresa, che di solito invece non supera i 10.000 euro. L’iniziativa ha anche un’importante funzione nella lotta all’usura, per questo la Fondazione ha stipulato una
convenzione con la Fondazione Lombarda Antiusura, che ha deciso di contribuire
contro-assicurando la garanzia iniziale per un ulteriore 30%, aumentando così di
fatto il credito a disposizione, che arriva quindi a 5.200.000 euro.
Un altro interessante progetto è quello del Fondo di garanzia per lavoratori in difficoltà – istituito grazie a un accordo tra la Fondazione e CGIL, CISL e UIL insieme alle principali associazioni datoriali dell’industria, dell’artigianato, del commercio e dei servizi (Assolombarda, Confapi, Unione del Commercio, Unione
Artigiani, CNA, APA-Confartigianato, Casartigiani) – con l’obiettivo di tutelare il
reddito delle persone che vengono collocate in cassa integrazione, o con un contratto di solidarietà, anticipandone le indennità, i cui tempi di erogazione spesso si
protraggono fino a sei mesi. Questo progetto permette di erogare anticipatamente,
in un tempo massimo di 30-60 giorni, le indennità tramite prestiti bancari che vengono poi garantiti attraverso il Fondo. A disporre del Fondo di garanzia è appunto la Fondazione Welfare Ambrosiano che si rifarà, poi, sull’INPS.
Il servizio di microcredito alla persona gestito dall’ASP Poveri
Vergognosi, consiste nella concessione di prestiti a un tasso fisso di interesse pari al 3,25%, con importo che può variare dai 500 ai 3.000 euro. Le spese
per le quali si può accedere al microcredito sono quelle relative a un’emergenza sanitaria, il pagamento di rate di locazione e/o di depositi cauzionali,
spese per l’agenzia immobiliare, per l’acquisto del primo arredo o di elettrodomestici, per il pagamento di bollette, cartelle esattoriali, spese condominiali, spese legali relative a procedimenti di separazione giudiziale, divorzio,
spese straordinarie dovute a particolari eventi della vita (nascite, matrimoni,
funerali), spese per patente di guida, assicurazione e/o bollo auto, per l’acquisto/manutenzione del mezzo di trasporto utilizzato per andare al lavoro,
spese per formazione professionale o inserimento lavorativo, contributi previdenziali volontari, abbonamenti/titoli di viaggio, materiali e libri scolastici
per i figli, avvisi di pagamento ordinario TARSU, avvisi di accertamento tributari, ingiunzioni di pagamento, altre voci di spesa concordate con l’ASP
Poveri Vergognosi e condivise con le altre parti coinvolte.
I requisiti di accesso al microcredito sono l’essere maggiorenni e residenti, da almeno un anno, nel Comune di Bologna, trovarsi in uno stato di
emergenza economica temporanea e non strutturale, poter contare su un red-
139
dito/entrata personale o familiare (contratto di lavoro, rendita, pensione…),
presentare un terzo soggetto garante che possa farsi carico del prestito in
caso di non restituzione delle rate, trovarsi in una condizione definita di
“non bancabilità”, ovvero essere impossibilitato a rivolgersi alle tradizionali banche per usufruire di altri prestiti bancari o fidi di qualunque tipo.
Questo ultimo requisito è fondamentale per impedire che il servizio in questione, il quale costituisce prima di tutto una forma di sostegno sociale,
possa trasformarsi in un prestito a tasso agevolato, ponendosi quindi in concorrenzialità con le banche e perdendo così i connotati di intervento sociale
che lo caratterizzano.
Dai rigidi criteri di selezione dell’utente appare evidente che non si è di
fronte ad una soluzione meramente assistenzialistica. Infatti, molta attenzione è rivolta alle reali necessità e al contesto in cui vive il richiedente, al
fine di evitare la distribuzione di sussidi a chi si trova in condizioni di
povertà cronica, per cui l’intervento non servirebbe a migliorare, se non
temporaneamente, il problema. Nel periodo marzo-dicembre 2011, i colloqui effettuati ai candidati sono stati 170, di cui 41 hanno successivamente
rinunciato e solo 44 dei restanti 129 sono stati valutati positivamente. Il
Rapporto Microcredito alla persona. Dati ed evoluzione del progetto da
marzo a dicembre 2011 (ASP Poveri Vergognosi, 2012b) specifica che,
rispetto agli anni 2009 e 2010, dove le richieste di credito si riferivano a
spese per bollette arretrate, eventi straordinari riguardanti l’ambito familiare o acquisti di autovetture, nel 2011 si è riscontrato un aumento di richieste relative a morosità abitative, sia private che pubbliche, cartelle esattoriali
Equitalia e utenze domestiche.
Nel periodo febbraio-dicembre 2012 le richieste di accesso al servizio
sono state 160. Sono stati poi effettuati 68 colloqui con il seguente esito: 25
richiedenti non sono risultati idonei, 11 hanno rinunciato al prestito, 32 pratiche sono state istruite e di queste solo 27 sono state approvate. Solo 3 degli
utenti che hanno avuto accesso al microcredito sono risultati insolventi,
mentre le motivazioni che hanno spinto a richiedere il credito sono state 3
per l’acquisto di un mezzo di trasporto, 5 per sostenere spese di formazione
(master, patente), 5 per affrontare cure mediche (dentistiche, private), 6 per
il pagamento di morosità Equitalia, 7 per restituire prestiti a privati e 1 per
chiedere il riscatto della pensione all’INPS (ASP Poveri Vergognosi,
2013a).
Venendo infine agli attori coinvolti nell’attuazione di questa misura dal
carattere innovativo, il Comune è il soggetto pubblico che istituisce il fondo
per il microcredito e lo affida alla gestione della ASP Poveri Vergognosi. Il
ruolo principale è esercitato, dunque, dall’Azienda pubblica, in collaborazione con Auser, Emil Banca e con la partecipazione dei Servizi Sociali del
140
Comune di Bologna. Infatti, l’ASP partecipa economicamente al progetto,
mettendo a disposizione proprie risorse in aggiunta a quelle comunali raccolte nel fondo. Inoltre, svolge la funzione di coordinamento operativo tra
gli enti invianti e gestisce gli aspetti tecnici della valutazione socio-economica, dell’istruttoria, dell’erogazione e del monitoraggio. Proceduralmente,
l’ASP raccoglie le richieste di accesso al credito che possono pervenire sia
dai singoli che dagli Sportelli Sociali del Comune di Bologna e fissa un
primo colloquio conoscitivo, al quale, solo in caso di valutazione positiva di
idoneità, ne segue un secondo con i volontari dell’associazione Auser specializzati in micro finanza e incaricati di raccogliere la documentazione utile
alla redazione della domanda di prestito. Emil Banca, infine, oltre a fornire
una parte del fondo per il progetto, si occupa dell’erogazione materiale del
credito d’emergenza. La figura 30 sintetizza le interazioni tra attori e il loro
ruolo all’interno del progetto Microcredito alla persona.
Fig. 30 – Progetto Microcredito alla persona: l’interazioni tra gli attori
Fonte: nostra elaborazione.
141
7.2. Money Tutoring
Nell’ambito del settore microcredito alla persona, più specificatamente
in risposta alla dilagante diseducazione finanziaria riscontrata nelle sezioni
precedenti, si inserisce il progetto Money Tutoring, nato su iniziativa provinciale, cui il Comune di Bologna ha partecipato affidandone la gestione
all’ASP Poveri Vergognosi. Questo, nell’ambito del programma di mandato della giunta provinciale di Bologna 2009-2014, rientra tra le attività di un
ancora più ampio progetto denominato Cantieri per il contrasto alla vulnerabilità, che la stessa Provincia ha messo a punto al fine di contrastare l’impoverimento e la conseguente vulnerabilità della popolazione. Obiettivo del
piano di intervento specifico, denominato Money Tutoring – Emergenza
abitativa, come si legge dal report prodotto dalla Provincia di Bologna “è
stato quello di provare a riportare in equilibrio il bilancio familiare dei
nuclei segnalati dal servizio sociale, attraverso la concessione di un contributo a fondo perduto, di incontri formativi e di una specifica consulenza”
(Provincia di Bologna, 2013). Gli attori coinvolti nel processo di avvio del
progetto e i rispettivi compiti sono sintetizzati nella figura 31.
Fig. 31 – Progetto Money Tutoring – Emergenza abitativa: attori e divisione dei compiti
Fonte: Provincia di Bologna (2013).
142
Gli enti gestori del progetto sono stati individuati dagli Uffici di Piano in
EquAzione per i territori della Pianura Ovest, Pianura Est, Porretta Terme e
San Lazzaro di Savena, nell’Associazione Vittime del Salvemini per il territorio di Casalecchio di Reno e nell’ASP Poveri Vergognosi per il Comune
di Bologna. I fondi a disposizione, per un totale pari a 185.000 euro, sono
stati ripartiti tra i sei Distretti della Provincia di Bologna e alla ASP PV sono
stati assegnati poco più di 55mila euro (cfr. Provincia di Bologna, 2013).
Gli elementi più innovativi su cui fa forza il progetto provinciale sono stati
fin da subito individuati in un contributo a fondo perduto, senza che fosse
richiesta la successiva restituzione da parte degli utenti che ne hanno usufruito; nel programma di consulenza e formazione implementato al fine di limitare o abbattere del tutto alcune voci di spesa, quali sigarette, internet, telefono, insostenibili data la situazione economica del nucleo familiare coinvolto;
nella partecipazione attiva dei beneficiari del fondo durante tutto il percorso
formativo, caratterizzato dalla gestione diretta e indipendente delle risorse con
rendicontazione finale all’ente gestore, giochi di ruolo e simulazioni.
L’insieme di questi aspetti e strumenti innovativi mira al superamento di un
approccio assistenzialista, prevalente negli interventi pubblici di sostegno al
reddito, e al passaggio a una modalità maggiormente partecipata e responsabile, orientata all’empowerment del cittadino, che possa offrire agli utenti gli
strumenti e le conoscenze necessarie per evitare o eventualmente affrontare
autonomamente future difficoltà economiche (Provincia di Bologna, 2013).
Dal report provinciale che analizza i risultati raggiunti a compimento del
programma di Money Tutoring su tutti i territori coinvolti, si evince che più
della metà degli utenti (52%) ha impiegato il contributo assegnatogli per il
pagamento dell’affitto, il 42% lo ha destinato al pagamento delle utenze, il
5% alle rate del mutuo e il restante 1% ad altre spese non specificate
(Provincia di Bologna, 2013).
Nel caso della ASP Poveri Vergognosi si è scelto di proporre il progetto
denominato Money Tutoring – Laboratorio esperienziale sull’uso consapevole del denaro ed educazione al risparmio, specificatamente destinato a soggetti che si trovano in difficoltà nel sostenere le spese relative al bene-casa
come conseguenza di una cattiva gestione delle proprie risorse. Scopo dell’intervento era quello di offrire concreto sostegno economico a nuclei familiari che versano in temporanea difficoltà economica e, contemporaneamente,
offrire sostegno e informazioni per utilizzare al meglio il fondo loro assegnato senza pretese di restituzione. Obiettivo di lungo periodo era, dunque, prevenire scelte di consumo e di indebitamento incaute e il cattivo impiego del
denaro, nonché insegnare ai cittadini a gestire autonomamente e consapevolmente le proprie risorse, attraverso un vero e proprio percorso formativo.
Il progetto si è rivolto a utenti, attentamente selezionati dagli operatori
143
dell’ASP PV in collaborazione con i Servizi Sociali Territoriali, che soddisfino
requisiti quali essere residenti nel comune di Bologna, non avere già in corso un
finanziamento di microcredito persona-casa, versare in condizioni di disagio
non cronico strutturale e non ricevere contributi dai Servizi Sociali Territoriali.
Essendo inserito nel programma provinciale di contrasto all’emergenza abitativa e mirando all’educazione finanziaria degli utenti, i contributi assistenziali
corrisposti devono essere prevalentemente funzionali a risolvere le morosità
legate all’alloggio (affitto, mutuo, utenze, spese condominiali). Erano inoltre
previsti criteri di selezione aggiuntivi quali la risposta negativa di accesso al servizio di microcredito, la presenza di disagio abitativo legato a morosità dell’affitto o delle utenze, una condizione di sovra indebitamento legato alla cattiva
gestione o all’utilizzo di determinati strumenti finanziari non sostenibili.
Dal punto di vista procedurale, il Comune di Bologna ha affidato
all’ASP Poveri Vergognosi la gestione del fondo ricevuto dalla Provincia
per attuare il programma di tutoraggio (fig. 32).
Fig. 32 – Attori coinvolti nel progetto Money Tutoring – Laboratorio esperienziale
Fonte: nostra elaborazione.
144
L’Azienda ha poi proceduto alla distribuzione del contributo a ciascuno
dei partecipanti. A questi è stato chiesto di aderire al programma presentato,
definire l’obiettivo e la spesa del percorso di risparmio, impegnarsi a identificare una spesa non voluttuaria cui destinare il contributo e di partecipare ai
4 incontri di formazione mensili previsti dal programma e ad altri 2 incontri
personalizzati. Gli incontri sono stati tenuti dagli operatori dell’ASP PV, dai
consulenti Emil Banca e dai volontari Auser esperti in ambito finanziario,
mentre i temi trattati sono stati consapevolezza, strumenti utili alla gestione
delle entrate e delle uscite, strumenti per la gestione del risparmio/consumo
e informazioni sul funzionamento delle banche e delle finanziarie (cfr. fig. 33
che riporta il programma dettagliato degli incontri).
Fig. 33 – Laboratorio esperienziale:programma e formatori degli incontri
Fonte: ASP Poveri Vergognosi, Money Tutoring – Laboratorio esperienziale.
145
Nell’arco del 2012, i colloqui conoscitivi effettuati sono stati 47, le persone inserite nel progetto 44. I fondi erogati ai nuclei per affrontare le situazioni di emergenza sono stati pari a 52.600 euro così distribuiti: il gruppo
più consistente di partecipanti (80%) ha ricevuto una cifra attorno ai 1.200
euro, il 14% ha ottenuto il saldo di morosità per circa 1.300 euro. Il restante 6% si è suddiviso equamente in tre parti: al 2% è stata garantita l’erogazione di una cifra di circa 1.500 euro, un altro 2% ha ottenuto il saldo di
morosità per 8.000 euro e al restante 2% si è fornita la soluzione per un
debito di circa 500 euro. Gli importi erogati sono stati stabiliti dagli operatori di ASP Poveri Vergognosi, in base a una attenta valutazione del bisogno. Il 55% degli utenti partecipanti al progetto ha fornito come causale di
spesa dell’importo erogato il pagamento di morosità per alloggi di edilizia
popolare ACER (per un totale di 31.800 euro), il 25% lo ha utilizzato per la
risoluzione di morosità riguardanti affitti privati (per un totale di 12.200
euro), e il 20% lo ha destinato a saldo di eventuali morosità di utenze pregresse (per un totale di 8.600 euro). Significativo è il fatto che il contributo
distribuito all’interno del progetto ha evitato la convalida e l’attuazione di
35 pratiche di sfratto (ASP Poveri Vergognosi, Money Tutoring –
Emergenza abitativa).
Numerosi sono i punti di forza del progetto di Money Tutoring osservati al termine della fase pilota. Innanzitutto, fondamentale è stato il lavoro di
rete sinergico tra gli attori, sia pubblici che privati, tra i quali si è creato un
network basato sulla collaborazione e la condivisione di risorse, soprattutto
in termini di personale e competenze specifiche in materia finanziaria. In
secondo luogo, va sottolineato il superamento della logica meramente assistenzialistica che lascia spazio alla partecipazione attiva dell’utente in
un’ottica di empowerment del cittadino. Questo grazie alla metodologia
didattica impiegata, cioè la formazione esperienziale (Action Learning), il
cui obiettivo è quello di facilitare l’apprendimento attraverso la sperimentazione attiva e il coinvolgimento dei partecipanti in discussioni, esercitazioni pratiche, analisi dei casi e role-playing. Altro elemento innovativo, rispetto alle tradizionali politiche pubbliche di sostegno al reddito è il monitoraggio degli utenti ai quali viene richiesto, dopo l’erogazione del fondo, la certificazione attestante le spese effettuate coerentemente alle finalità del progetto stesso. Inoltre, per incentivare nei nuclei familiari la pratica del
risparmio, è stato chiesto ai partecipanti di aprire un libretto postale gratuito in cui versare periodicamente una cifra simbolica. Questi gli elementi di
maggior innovazione che portano a ritenere che tale intervento rieducativo
possa produrre concreti risultati nel lungo periodo, evitando la recidività e
garantendo l’effettiva capacità del singolo di gestire consapevolmente e in
autonomia il budget familiare.
146
Un progetto analogo, per metodologia di implementazione e finalità di
lungo periodo, a quello promosso dalla ASP PV è stata la sperimentazione
di asset building realizzata per la prima volta in Italia, tra il 2007 e il 2008,
dalla Provincia di Torino all’interno del Programma Fragili Orizzonti2, partendo da un’intesa tra Provincia di Torino e Banca Etica e dall’osservazione delle best practices attuate negli Stati Uniti. Si tratta, infatti, di uno strumento di contrasto alla vulnerabilità sociale di origine anglosassone, letteralmente tradotto come “costruzione di un patrimonio”, indicato dall’OCSE
come una tra le più innovative iniziative di microfinanza per attuare nuove
politiche di welfare (OCSE, 2003).
Il concetto di asset building come strumento di politica pubblica di contrasto alla vulnerabilità si sviluppa attorno agli anni ’80 negli USA, in seguito all’elaborazione teorica di Michael Sherraden (1991), dalla quale nasce
l’interesse di estendere questo intervento a persone socialmente deboli, al
fine di combattere l’esclusione sociale e in aggiunta alle tradizionali politiche di sostegno al reddito e al consumo. La base da cui partire per l’analisi
del concetto di asset, traducibile in italiano con il termine patrimonio, è la
distinzione tra assets tangibili e intangibili. Nei primi includiamo risparmio,
titoli e obbligazioni, proprietà reali, quali edifici e terre, gioielleria e collezioni d’arte, macchine ed equipaggiamenti, beni durevoli domestici, risorse
naturali, brevetti e licenze. Nei secondi rientrano, invece, l’accesso al credito, il capitale umano (intelligenza, istruzione, esperienze lavorative, conoscenze, abilità, salute), il capitale culturale (educazione e sensibilità in e per
temi culturalmente significanti, abilità a interagire in contesti sociali e istituzionali, anche in termini di vocabolario e linguaggio), il capitale sociale
informale (relazioni familiari, amicali e reticoli sociali), il capitale sociale
formale (strutture organizzative formali applicate a capitale tangibile), il
capitale politico (partecipazione e influenza nella sfera politica).
I programmi di asset building statunitensi intendono estendere forme di
incentivazione al risparmio, cercando di stimolare le famiglie o i singoli a
risparmiare piccoli importi per scopi specifici che possono aiutare a uscire
da condizioni di precarietà permanente quali l’acquisto di una nuova casa,
la continuazione del percorso formativo e dell’istruzione superiore, l’avviamento di piccole attività imprenditoriali. In genere, l’incentivazione è data
sotto forma di un integrazione monetaria pubblica o privata. Nella pratica,
il cliente si impegna a risparmiare piccoli importi per un determinato periodo, alla fine del quale riceve l’integrazione monetaria, che figura a tutti gli
effetti come un’erogazione a fondo perduto, a fronte di un risparmio indivi2
Programma triennale di politiche pubbliche di contrasto alla vulnerabilità sociale e alla
povertà (cfr. Delibera n. 399755, approvata il 25 ottobre 2005).
147
duale sostenuto. Il principale rischio, tuttavia, è quello che i beneficiari trasferiscano semplicemente soldi da un conto a un altro, senza generare effettivamente nuovo risparmio, o addirittura che si indebitino pur di rientrare
nei programmi e ottenere l’integrazione.
La proposta dell’asset building torinese prevedeva, per 80 famiglie
distribuite sul territorio provinciale, un percorso di formazione di educazione al risparmio e l’erogazione, a fine progetto, da parte della Provincia, di
una quota integrativa pari a quanto risparmiato dal beneficiario in un anno,
fino ad un massimo di 1.500 euro. Obiettivo del progetto era, dunque, quello di aiutare i soggetti vulnerabili nella costruzione di un patrimonio personale, definendo per ciascuno un percorso personalizzato di risparmio di
medio periodo, finalizzato ad affrontare spese importanti per il miglioramento delle condizioni di vita del nucleo familiare. Tale intervento si affiancava all’opportunità, offerta a circa 200 famiglie e soggetti con difficoltà di
accesso al sistema bancario tradizionale, di usufruire di prestiti di piccola
entità fino a un massimo pro capite di 3.000 euro, erogati da Banca Etica
senza vincoli di garanzia e a condizioni favorevoli, al fine di permettere
l’accesso al credito per affrontare spese improvvise legate alla salute, alla
casa, alla famiglia, all’istruzione dei figli o al lavoro.
Per entrambi i progetti di microcredito e asset building, la Provincia di
Torino ha rimborsato a Banca Etica i costi per la gestione di tutti i servizi
necessari alla loro realizzazione. Attore fondamentale è stato Banca Etica,
che ha inteso svolgere anche una funzione educativa nei confronti del
risparmiatore e del beneficiario del credito, responsabilizzando il primo a
conoscere la destinazione e le modalità di impiego del suo denaro e stimolando il secondo a sviluppare con responsabilità progettuale la sua autonomia e capacità imprenditoriale (cfr. Limone, 2007). Il ruolo dei soggetti istituzionali è stato, invece, quello di individuare il percorso coerente all’utente finale, promuovere l’asset building sul territorio, monitorare i soggetti
beneficiari e valutare i progressi e i miglioramenti delle loro condizioni di
vita nel medio e lungo periodo, come emerge anche dalla tabella 8 che individua tutti gli attori coinvolti nel processo di implementazione, il loro ruolo
e le funzioni svolte.
Dagli 80 beneficiari totali sparsi su 4 territori sono emerse due macro
categorie di utenti: giovani, studenti e non, tra i 17 e 25 anni e donne divise in madri con primo figlio a carico e donne prive di patente. Gli obiettivi
sottostanti la scelta di ciascuna categoria sono stati quindi il proseguimento
degli studi, del percorso di formazione e l’avvio al mondo del lavoro; contribuire al miglioramento della gestione del bilancio economico della famiglia in seguito alla nascita del primo figlio insieme ad agevolare, attraverso
la patente, le condizioni per lavorare e trovare lavoro. Il programma, oltre
148
Tab. 8 – Progetto di Asset building torinese: attori coinvolti, ruolo e funzioni
Attore Attore
Ruolo
Funzione
Provincia di Torino
Promotore
Ideatore e garante del programma
Servizio Solidarietà Sociale
Organizzatore
Curatore dello svolgimento dell’intero
progetto
Provincia di Torino
Finanziatore
Erogazione fondi
Banca Popolare Etica
Partner finanziario
e operativo
Uffici di Piano
Consorzi socio assistenziali,
Comuni e associazioni di
volontariato, cooperative
sociali, ecc…
Università degli Studi di
Torino, Osservatorio
Epidemiologico ASL 5
Soggetto co-responsabile della
progettazione e implementatore della
misura;gestore della misura;
responsabile del percorso di formazione
e dell’accompagnamento individuale
Intermediari formali Adesione al progetto e individuazione
dei soggetti titolari al progetto di
fattibilità
Partner territoriali
Soggetti con i quali costituire tavoli di
lavoro al fine di dare forma ai diversi
principi dell’azione
Partner di ricerca
Mettere a punto un adeguato strumento
di valutazione
Fonte: nostra rielaborazione da Banca Etica (2007).
all’erogazione di un’integrazione monetaria al risparmio, prevedeva un
corso di formazione elaborato e gestito da Banca Etica3. L’insieme di tali
interventi personalizzati, affiancati all’erogazione di un’integrazione monetaria e al monitoraggio dei risultati conseguiti dai singoli, ha rappresentato
un efficace strumento di contrasto alla vulnerabilità sociale.
3
L’intero percorso si è sviluppato in 4 moduli formativi strutturati allo scopo di fornire
strumenti minimi per potere cominciare a formulare un piano di risparmio personale. I primi
due incontri hanno riguardato il concetto di “bilancio familiare”, quale strumento concreto
per imparare a gestire le entrate e le uscite familiari. Il terzo modulo, invece, ha presentato i
principi e gli strumenti di una finanza etica e illustrato come il risparmio possa essere investito e come, nel lungo periodo, un comportamento volto al risparmio finalizzato possa portare alla costituzione di un patrimonio effettivo. Infine, il quarto incontro ha offerto un
momento di verifica dei risultati raggiunti. Oltre ai 4 moduli teorici, sono stati previsti
momenti in cui i partecipanti erano chiamati a condividere le proprie esperienze e dei colloqui individuali durante i quali è stato discusso lo svolgimento dei “compiti a casa”, cioè la
sperimentazione concreta delle nozioni acquisite applicate alla propria situazione familiare
(Banca Etica, 2007).
149
7.3. Microcredito per il pagamento delle ingiunzioni comunali
Ancora nell’ambito del microcredito alla persona, dall’osservazione delle
motivazioni che spingono gli utenti a richiedere un prestito, gli operatori
dell’ASP Poveri Vergognosi hanno notato un aumento delle domande per il
pagamento delle entrate comunali. Di conseguenza, in risposta al mutamento dei bisogni dei cittadini, l’Azienda ha strutturato il progetto Microcredito
per il pagamento di entrate comunali, incaricandosi della gestione di un
apposito fondo di 300.000 euro istituito dal Comune di Bologna, per fornire
un sostegno economico in forma di piccoli crediti per effettuare i pagamenti
relativi alle entrate comunali. Infatti, nei casi di insolvenza cronica, le ingiunzioni possono portare a provvedimenti coattivi che costringono i soggetti in
causa a una situazione di stallo finanziario. Per quanto riguarda tutte le
somme non riscosse in via bonaria (tramite avviso di pagamento o avviso di
accertamento), nel caso di tributi, il Comune emette un’ingiunzione di pagamento, cioè uno strumento di riscossione coattiva alternativo alla cartella di
Equitalia che dà al Comune gli stessi poteri esecutivi. Questo significa che il
mancato pagamento dell’ingiunzione comporta l’avvio delle azioni esecutive, quali il fermo amministrativo dei beni mobili registrati (auto/moto), il
pignoramento presso terzi (di stipendi/pensioni), il pignoramento immobiliare4. All’interno del documento che regola l’operato in tema di riscossioni
delle entrate comunali è espressamente indicato che le persone fisiche in
situazione di difficoltà economica possono presentare richiesta di finanziamento, per un importo minimo di 500 euro e fino ad un massimo di 3.000
euro, al servizio Microcredito erogato da ASP Poveri Vergognosi.
Nello specifico, l’Azienda verifica che il soggetto richiedente soddisfi i
requisiti per accedere al normale microcredito e, se il prestito viene accordato, in sinergia con tutti gli attori del progetto, il beneficiario potrà recarsi
presso lo sportello di Emil Banca, che predisporrà il pagamento delle utenze richiesto nella fase istruttoria. Importante è sottolineare che il prestito
non assume mai, se non in casi particolari da concordare con tutti gli enti
coinvolti, il carattere di versamento diretto di contanti al soggetto interessato. Inoltre, l’importo del credito richiesto, che può variare da un minimo
di 500 fino a un massimo di 3.000 euro, deve essere restituito su base mensile a un tasso di interesse fisso agevolato pari al 3,25% e deve essere garantito da un terzo soggetto mediante una fideiussione. Le sole spese per le
quali si può accedere a questa specifica forma di microcredito sono le entrate comunali nella forma del sollecito di pagamento e ingiunzione (violazione del Codice della Strada, refezione scolastica, TARSU e IMU).
4
Cfr. Delibera di Consiglio P.G. n. 231154 del 26 novembre 2011.
150
Nel periodo maggio-dicembre 2012 le richieste pervenute telefonicamente all’ASP PV sono state 88, di cui 9 scartate in quanto pervenute da non
residenti nel Comune di Bologna e 17 non presentati al colloquio. Su 62
incontri effettuati, 15 richiedenti hanno rinunciato al credito, 12 non rispettavano i requisiti richiesti, 34 pratiche sono state presentate in banca, di cui
28 sono state valutate positivamente e 6 negativamente (1 pratica risulta
ancora in fase istruttoria). Le 28 pratiche ritenute finanziabili presentavano
causali diverse: l’86% era relativo al pagamento di contravvenzioni, l’11%
ha riguardato il pagamento della TARSU e il 2% il pagamento della refezione scolastica dei figli. Se i dati aggiornati a dicembre 2012 hanno preso
in considerazione prevalentemente richieste di pagamento per contravvenzioni o, in qualche caso, per la TARSU, nel corso del 2013sono pervenute
nuove richieste riguardanti soprattutto le insolvenze relative alle rette scolastiche (ASP Poveri Vergognosi, Microcredito per il pagamento delle
entrate comunali).
Fig. 34 – Progetto Microcredito per il pagamento delle ingiunzioni comunali: gli attori
Fonte: nostra elaborazione.
151
Gli attori coinvolti nell’implementazione del progetto sono il Comune di
Bologna che, tramite il Settore Entrate, i Servizi Sociali Territoriali e la
Polizia Municipale, ha il compito di raccogliere direttamente le esigenze dei
cittadini in situazioni di vulnerabilità economica, permettendo l’accesso a
forme di finanziamento a tasso agevolato per il pagamento delle entrate
comunali. L’ASP Poveri Vergognosi svolge la funzione di coordinamento
operativo tra gli enti invianti e gestisce gli aspetti tecnici della valutazione,
dell’istruttoria, dell’erogazione e del monitoraggio. L’Associazione Auser,
avvalendosi di volontari specializzati, ha la funzione di informare, valutare
e accompagnare l’utente nella fase pre e post-prestito in collaborazione con
i referenti dell’ASP Poveri Vergognosi. Infine, EmilBanca rende possibile
l’erogazione materiale dei crediti, versando direttamente l’importo debitorio al Comune di Bologna (fig. 34).
7.4. Microcredito per la casa
In relazione alla crescente emergenza abitativa e all’aumento delle
richieste di microcredito in merito alle spese domestiche5, l’ASP Poveri
Vergognosi, in collaborazione con il Settore Servizi per l’Abitare del
Comune di Bologna, associazione Auser ed Emil banca, ha stipulato nel
gennaio 2012 una convenzione denominata Microcredito per la casa, stanziando oltre 200.000 euro per offrire piccoli prestiti a tasso fisso agevolato
e far fronte a spese legate al bene-casa, vale a dire per il mantenimento o
l’avvio di una locazione.
I requisiti per richiedere il finanziamento sono i medesimi necessari per
accedere alle altre forme di intervento di microcredito. L’importo del credito richiesto potrà avere un ammontare da un minimo di 500 euro a un massimo di 5.000 euro e dovrà essere, anche in questo caso, restituito in base a
un piano di ammortamento con durata massima di 48 mesi, attraverso addebito mensile e a un tasso di interesse, applicato da Emil Banca, del 3,25%
fisso. Il prestito, ancora una volta, non assume la forma di versamento di
denaro al richiedente, ma si provvede al pagamento diretto delle morosità.
Le spese per le quali si può accedere al microcredito sono spese di locazione o spese condominiali, spese per l’agenzia immobiliare e/o la caparra per
la locazione di un alloggio e spese relative all’avvio di un nuovo alloggio,
spese legate alle utenze domestiche, spese per il pagamento delle morosità
nei casi in cui l’inquilino di un alloggio pubblico deve definire un piano di
5
Significativo per capire l’ampiezza e l’utilità del progetto è che dal 29 settembre 2011
al 6 agosto 2012 a Bologna sono state registrate 2.108 richieste di convalida di sfratto.
152
rientro, spese per il pagamento delle morosità per garantire il mantenimento di un alloggio privato per gli inquilini che non ottengono prestiti mediante lo strumento del Protocollo Sfratti, altre voci di spesa concordate con
l’ASP Poveri Vergognosi e condivise con le altre parti coinvolte.
Similmente agli iter di accesso alle altre forme di microcredito, l’ASP
Poveri Vergognosi raccoglie le richieste di accesso al credito che possono
pervenire direttamente o tramite i Servizi Sociali del Comune di Bologna, e
fissa un primo colloquio. Dopo una prima valutazione di idoneità viene fissato un secondo colloquio con i volontari dell’Associazione Auser per l’indagine finanziaria. Infine, Emil Banca si occupa dell’erogazione materiale
del credito. Gli attori coinvolti nel processo di implementazione del microcredito per la casa sono riportati nella figura 35.
Fig. 35 – Attori coinvolti nel progetto Microcredito per la casa
Fonte: nostra elaborazione.
Tra febbraio e giugno 2012 sono pervenute 152 richieste di appuntamento: 59 richiedenti non si sono presentati mentre sono stati effettuati 93
colloqui. Tra questi, 17 hanno poi rinunciato all’intervento e 24 sono stati
giudicati negativamente, a fronte di 34 pratiche valutate in prima istanza
153
positivamente. Alla fine solo 23 sono state valutate positivamente dal
Comitato di credito e ammesse a ricevere la prestazione6. Le motivazioni
che hanno spinto alla richiesta del credito sono, per le pratiche valutate positivamente, molto varie ed esemplificano bene le condizioni di vulnerabilità
a cui i cittadini sono esposti quotidianamente e vanno dal pagamento di
morosità Acer al pagamento di rate di affitti privati, dal pagamento utenze
al cambio alloggio/spese cauzionali, alla morosità delle spese condominiali
(ASP Poveri Vergognosi, Microcredito per la casa).
Tra aprile e dicembre 2012 hanno fatto richiesta di colloquio altre 202
persone. Di queste, il 21% non si è presentato al colloquio, l’8% ha rinunciato al prestito e il 36%non aveva i requisiti per accedere al servizio. Le
pratiche portate in Commissione di credito per essere valutate sono state 66,
delle quali il 19% ha ricevuto valutazione positiva, con relativa attivazione
del prestito, il 14%, invece, ha ricevuto valutazione negativa (il 2% è ancora in fase istruttoria). Delle 37 persone che hanno ottenuto giudizio positivo, 12 hanno presentato richiesta di microcredito per il pagamento di morosità Acer, 12 per pagamenti di affitto privato, 4 hanno fatto domanda per
cambio alloggi, 4 per morosità utenze, 5 per altre ragioni. Le persone che
non disponevano dei requisiti per accedere al microcredito sono state 74,
delle quali il 30% non ha potuto presentare un garante, l’11% non disponeva di un reddito o di un’entrata, il 28% era sovra indebitato, il 20% non presentava capacità di restituzione del prestito, l’8% era in protesto, oppure
disponeva già di un microcredito non estinto e il 3% versava in condizioni
di oggettiva bancabilità(ASP Poveri Vergognosi, Microcredito per la casa).
7.5. Fondo di rotazione per i giovani affittuari
Altro recente intervento gestito dall’ASP Poveri Vergognosi, sempre nell’ambito del contrasto all’emergenza abitativa, è il Fondo di rotazione attivo dal 15 marzo 2013 e istituito con il contributo del Dipartimento della
Gioventù e del Servizio Civile Nazionale, all’interno del Progetto “Dalla
rete al cohousing”, che ha come obiettivo quello di favorire l’autonomia
abitativa dei giovani. Infatti, il Fondo permette ai residenti tra i 18 e i 35
anni di ottenere il rimborso delle spese di avviamento di una nuova abitazione (caparra, allacciamento utenze, arredi, elettrodomestici) effettuate al
6
Il Comitato di credito è composto da ASP Poveri Vergognosi, dal Settore Servizi per
l’Abitare del Comune di Bologna, dall’associazione Auser e da Emil Banca Credito
Cooperativo che, come da convenzione, si riserva l’insindacabile giudizio finale sull’erogazione dei prestiti.
154
momento della sottoscrizione di un contratto di locazione registrato fino a
sei mesi prima della data della richiesta. La somma erogata (per un massimo di 4.000 euro) dovrà essere restituita senza interessi in tre rate annuali
di pari importo.
Il Fondo è destinato a cittadini italiani o stranieri regolarmente soggiornanti di età compresa tra i 18 e i 35 anni, titolari di un contratto di affitto stipulato al massimo 6 mesi prima di fare richiesta, residenti stabilmente a
Bologna nell’appartamento per cui si richiede il rimborso delle spese di
avviamento. Per accedere al progetto è necessario che il richiedente si presenti ai colloqui con gli operatori dell’ASP PV per la compilazione della
domanda, che poi deve essere inviata al Comune di Bologna il quale, in caso
di valutazione positiva, provvede a erogare direttamente l’importo richiesto
al richiedente tramite bonifico bancario. Gli attori coinvolti nell’implementazione del progetto sono rappresentati nella figura 36.
Fig. 36 – Attori coinvolti nel progetto Fondo di rotazione
Fonte: nostra elaborazione.
155
7.6. Casa della Solidarietà
Oggi il problema della carenza di abitazioni a basso costo raggiunge
fasce di popolazione in condizioni di povertà sempre più ampie composte
da persone che, per ragioni diverse, possono improvvisamente passare da
una situazione di stabilità economica a una condizione di fragilità e vulnerabilità sociale. Per questo l’ASP Poveri Vergognosi ha ideato un progetto
proprio, non commissionato o finanziato dal Comune, a contrasto dell’emergenza abitativa, denominato Casa della Solidarietà – Progetto transizione abitativa.
L’intervento è rivolto ai nuclei familiari in condizioni di disagio individuati dall’Equipe Casa del Comune di Bologna, con obiettivo primario il
raggiungimento dell’autonomia sociale in termini abitativi attraverso la
costruzione di un sistema di accompagnamento ai servizi. Infatti, nell’ambito del progetto, vengono sviluppate ulteriori azioni per favorire il loro
pieno inserimento nel contesto sociale del territorio una volta conclusa la
permanenza nella Casa della Solidarietà, quali il servizio di orientamento
rispetto alle risorse abitative presenti sul territorio, consulenze sui contratti
di locazione, individuazione di soluzioni abitative sul mercato privato, integrazione con le reti spontanee e organizzate presenti sul territorio e con i
Servizi Sociali Territoriali, collaborazione con lo Sportello Lavoropiù, in
orari dedicati, per lo svolgimento di colloqui conoscitivi, orientamento ed
eventuale inserimento al lavoro.
La Casa della Solidarietà consiste in 6 monolocali di dimensione variabile tra i 23 e i 27m2 e un mini appartamento di 50m2 con doppi servizi,
nella palazzina ristrutturata e di proprietà dell’ASP Poveri Vergognosi,
situata a Bologna vicino alla stazione centrale, in cui gli utenti possono permanere a condizioni agevolate per un periodo massimo di 18 mesi. Gli
appartamenti vengono concessi attraverso la stipula di contratti transitori a
canone calmierato effettuati direttamente dall’ASP PV.
L’accoglienza presso le strutture è orientata a fornire risposte temporanee per persone in situazione di momentanea difficoltà e bisogno, allo scopo
di mettere le famiglie in condizione di far fronte quasi autonomamente –
con un piccolo aiuto che garantisce stabilità abitativa e permette di non essere estromessi socialmente – a uno stato di vulnerabilità e rischio povertà
(ASP Poveri Vergognosi, 2012a). Il progetto presuppone, infatti, che il soggetto/target su cui si lavora non sia attore passivo, in una logica assistenziale, ma soggetto attivo, poiché è egli stesso che deve muoversi “attivamente” sul mercato, mettendo in atto le proprie risorse personali e rimettersi in gioco. L’assegnazione dei posti disponibili previa analisi di una relazione tecnica viene effettuata dall’Equipe Casa del Comune a cui partecipa
156
di diritto un rappresentante dell’ASP Poveri Vergognosi. A carico dei beneficiari del servizio, oltre all’affitto di 200 euro da pagare mensilmente, vi è
il pagamento delle utenze relative al riscaldamento, il gas, la luce, la
TARSU e le spese condominiali necessarie al regolare funzionamento della
palazzina. Al termine del percorso di transizione gli ospiti possono avere la
possibilità non solo di trovare una sistemazione abitativa nel circuito degli
alloggi privati ma di partecipare alle assegnazioni tramite base d’asta degli
appartamenti destinati alla locazione dell’ASP Poveri Vergognosi (ASP
Poveri Vergognosi, Casa della Solidarietà). Lo schema degli attori coinvolti nel progetto è rappresentato alla figura 37.
Fig. 37 – Attori coinvolti nel progetto Casa della Solidarietà
Fonte: nostra elaborazione.
Anche questo intervento va incontro alla crescente necessità di trovare
una soluzione strutturale al disagio abitativo, il quale impone l’elaborazione di politiche per la casa in cui il soggetto pubblico assume un ruolo di
157
regia, promuovendo politiche integrate che realizzino un sistema di partenariato tra pubblico e privato (nel Box 4 si riporta l’esempio di un’altra
misura di contrasto alla vulnerabilità abitativa). Si tratta di un intervento che
si inserisce nell’ambito delle iniziative di housing sociale (cfr. Lodi Rizzini,
2013b) e che mostra elementi innovativi quali la compartecipazione pubblico/privato, la temporaneità dell’intervento, la rigorosità nella selezione
degli utenti, i quali devono dimostrare di possedere un’effettiva motivazione al miglioramento della propria condizione, e i percorsi di accompagnamento e formazione affiancati al progetto di accoglienza, per trasmettere
agli utenti conoscenze e strumenti utili a migliorare in autonomia le proprie
condizioni di disagio, approfittando della temporanea stabilità abitativa.
Box 4 – Sharing Hotel Residence Torino
Sharing Hotel Residence è un’innovativa struttura di housing sociale realizzata a
Torino nel 2011 per rispondere alle esigenze di ospitalità temporanea in città, a costi
calmierati, con un’attenzione particolare alla sostenibilità ambientale e all’efficienza energetica. Il progetto è stato realizzato grazie ad una partnership virtuosa tra
diversi attori (Fondazione CRT, Sharing Srl, Oltre Venture e DOC Scs). Grazie ad
un’offerta commerciale altamente flessibile, Sharing riesce a evadere le domande
abitative più differenziate, che spesso non trovano risposta nel mercato immobiliare privato a causa della temporaneità della permanenza (pensiamo a lavoratori e
studenti fuori sede) o di problematiche economiche (25 appartamenti sono riservati al Comune, che li destinerà a cittadini in emergenza abitativa).
Una delle principali finalità del progetto è quella di creare una comunità tra gli
inquilini, in modo che possano sostenersi vicendevolmente, attraverso la condivisione di spazi comuni e di numerosi servizi (doposcuola, sportello lavoro, ecc.),
spesso aperti anche agli abitanti del quartiere. Sharing è infine parte del progetto
di riqualificazione urbana che coinvolge l’intero quartiere, Pietra Alta, una zona
popolare alla periferia Nord di Torino, che sta ricavando diversi benefici dall’iniziativa. Lo stesso edificio è un esempio di recupero: una ex-foresteria delle Poste
inutilizzata da circa 20 anni che difficilmente sarebbe potuta essere convertita a
nuovo utilizzo o venduta nel mercato immobiliare.
7.7. Emergenza alimentare: ASP Naturalmente Solidale e Città
Aperta
I quattro magazzini al piano terra della palazzina riservata al progetto
Casa della Solidarietà sono concessi in comodato d’uso alle associazioni
Banco alimentare Emilia-Romagna Onlus e Banco di solidarietà di Bologna
per la raccolta e la consegna delle eccedenze alimentari. Nell’ambito del
158
contrasto all’emergenza alimentare, in affiancamento a tali interventi attivi
nel territorio bolognese, l’ASP Poveri Vergognosi ha strutturato un progetto, denominato ASP Naturalmente Solidale, in risposta alla crescente difficoltà per un numero sempre maggiore di cittadini ad accedere ai beni alimentari primari. Si tratta di una attività di distribuzione gratuita di prodotti
ortofrutticoli ritirati dal mercato a favore di persone del territorio di Bologna
e Provincia, con l’obiettivo di fornire un aiuto a famiglie in situazione di
difficoltà economica, individuate esplicitamente nelle categorie definite dal
Regolamento (CE) n. 1234/20077.
Gli Enti coinvolti nel progetto, tra cui Onlus, Coop Sociali, Case Protette
e altri, si rapportano al coordinamento ASP PV per richiedere e ritirare i prodotti ortofrutticoli di prima qualità e provvedono a distribuirli direttamente
ai loro beneficiari. La distribuzione agli Enti avviene due volte la settimana. Da notare è il fondamentale apporto di risorse da parte di soggetti privati quali i produttori e il mondo del volontariato che, coordinati dalla ASP,
collaborano al perseguimento e al soddisfacimento dei bisogni della collettività (fig. 38). La figura 39 sintetizza invece il funzionamento della rete con
riferimento all’attività di distribuzione.
A fine settembre 2013 erano stati distribuiti 6.598,62 quintali di generi
alimentari ortofrutticoli, i ritiri effettuati erano pari a234 e il numero di
beneficiari a settimana aveva raggiunto le 2.936 unità. Nello specifico, nei
soli mesi di luglio, agosto e settembre 2013, sono stati distribuiti 605,76
quintali di ortofrutta, la cui media mensile è pari a 201,92 quintali. Dai dati
aggiornati al 30 settembre 2013, si osserva l’incremento degli Enti accreditati coinvolti nel processo di distribuzione che da aprile 2010 a settembre
2013 sono passati da 13 a 33 (ASP Poveri vergognosi, 2013b).
Importante è precisare che, al fine di offrire un servizio complementare e
non sostitutivo a quello già offerto sul medesimo territorio, l’ASP PV ha scelto come piattaforma di distribuzione la stessa struttura utilizzata da Caritas,
cioè Villa Pallavicini. I due interventi, quello di Caritas e quello dell’ASP PV,
si differenziano sostanzialmente nella scelta del destinatario del servizio: men7
L’Unione Europea, nell’ambito della politica agricola, prevede la possibilità di distribuire gratuitamente ai bisognosi di prodotti ortofrutticoli di qualità in eccedenza. I beneficiari dell’intervento sono così definiti: a) “Distribuzione gratuita ad opere di beneficenza o
enti caritativi, a ciò autorizzati dagli Stati membri, per attività a favore di persone riconosciute dalla legislazione nazionale come aventi diritto alla pubblica assistenza, in particolare
a causa della mancanza dei necessari mezzi di sussistenza”; b) “Distribuzione gratuita ad istituti di pena, scuole, istituti d’istruzione pubblica e colonie di vacanze, nonché ad ospedali e
ospizi per persone anziane designati dagli Stati membri, i quali prendono tutti i provvedimenti necessari perché i quantitativi così distribuiti si aggiungano a quelli normalmente
acquistati da tali collettività”.
159
Fig. 38 – Progetto ASP Naturalmente Solidale: il network degli attori
Fonte: nostra elaborazione.
tre il primo raccoglie i generi alimentari e li distribuisce direttamente ai singoli, il secondo si rivolge alle associazioni accreditate che si premurano di ritirare i prodotti e distribuirli all’interno delle strutture collettive di cui si occupano. Obiettivo di tale decisione è, in primis, quello di promuovere forme di
aggregazione della domanda fra soggetti pubblici e privati, creando una rete
che permetta ai vari Enti di conoscersi e collaborare. Inoltre, in tal modo si
cerca di incrementare la domanda totale di prodotti e razionalizzare i trasporti.
Una seconda iniziativa che rientra nell’insieme di interventi bolognesi
gestiti dall’ASP Poveri Vergognosi per fronteggiare l’emergenza alimentare
è il progetto denominato Città Aperta. Si tratta di un servizio di mensa estiva attivato nel 2010 attraverso il finanziamento e il coordinamento
dell’Azienda finalizzato a sostituire temporaneamente le organizzazioni di
volontariato che normalmente si occupano del sostegno alimentare dei più
160
Fig. 39 – ASP Naturalmente Solidale: il funzionamento della rete
Fonte: ASP Poveri vergognosi (2013b).
bisognosi nei mesi in cui chiudono o hanno a disposizione meno risorse da
distribuire alla collettività. La preparazione dei pasti viene effettuata all’interno delle cucine del Centro Polifunzionale per anziani Madre Teresa di
Calcutta, mentre il trasporto è a carico degli Enti erogatori già attivi sul territorio, cioè l’Antoniano di Bologna onlus e l’Opera Padre Marella8.
Il progetto prevede anche una forma di sostegno alimentare attraverso la
distribuzione di “buoni spesa” per le famiglie bisognose che, grazie a questo ausilio possono consumare i pasti presso il proprio domicilio, senza
recarsi nelle mense, ottenendo anche una maggiore tutela dei minori. Gli
operatori coinvolti auspicano, inoltre, un ampliamento dell’intervento che
permetta l’utilizzo dei buoni anche per l’acquisto di beni presso le farmacie
e di servizi come, ad esempio, prestazioni di babysitting (ASP Poveri
Vergognosi, 2012a). I buoni pasto e i buoni spesa sono concessi ai destinatari, cioè cittadini senza fissa dimora, famiglie in difficoltà, immigrati in difficoltà, cittadini singoli residenti in difficoltà, i quali possono presentarsi
allo Sportello utenti su segnalazione del Comune di Bologna, dei Servizi
Sociali Territoriali, della Caritas, del Terzo Settore, del Servizio Immigrati,
8
In sintesi, i servizi rientranti nel progetto Città Aperta sono la Mensa estiva gestita
dall’Opera Padre Marella e Antoniano di Bologna; i circa 80 pasti preparati per 33 giorni
(1/08/2012 al 2/09/2012) dall’ASP Poveri Vergognosi attraverso le cucine del Centro
Polifunzionale Madre Teresa di Calcutta gestite dalla Dussmann Service Srl; altri 80 pasti
prodotti direttamente dall’Anton buoni da 10 €) e da Meridiana Mercato Amico (60 buoni da
50 €, 80 buoni da 25 €, 100 buoni da 10 €), per un totale complessivo di 6.000 euro.
161
oppure direttamente (ASP Poveri Vergognosi, Città Aperta). Nella figura 40
è presentato lo schema degli attori coinvolti.
Dal punto di vista quantitativo, nel corso dell’anno 2012 sono stati distribuiti 275 buoni spesa a 58 famiglie (di cui 20 italiane e 38 straniere). Di
queste 28 (pari al 49%) sono state segnalate dai Servizi Sociali Territoriali,
26 (44%) dalla Caritas e 4 (7%) si sono presentate per effetto del passaparola. La composizione dei nuclei familiari serviti vede 12 famiglie con più
di 4 figli e 46 famiglie con meno di 4, mentre la situazione lavorativa evidenzia che il 52% è composto da famiglie i cui membri sono disoccupati, il
33% in cui almeno un membro ha un lavoro a tempo indeterminato e il 15%
ha un lavoro a tempo determinato (ASP Poveri Vergognosi, 2012a).
Fig. 40 – Gli attori coinvolti nel progetto Città Aperta
Fonte: nostra elaborazione.
162
Un altro modo per affrontare l’emergenza alimentare e contrastare il
rischio di povertà è quella degli empori solidali che sempre più frequentemente si vanno sviluppando in molte città italiane. L’Associazione Terza
Settimana, nata a Torino per aiutare le famiglie che si trovano in situazione
di indigenza e necessitano di aiuto per rispondere alle proprie esigenze primarie, ha creato una rete di empori solidali attraverso cui distribuire cibo a
coloro che ne hanno bisogno. L’idea di base è la creazione di forme di welfare mix che mettano in contatto soggetti pubblici e privati, in modo che
questi si trovino nelle condizioni più adeguate per sostenere chi ha bisogno
di aiuto.
Partendo da questo presupposto, nel marzo 2013, a Torino, è nato il
primo social market dell’associazione grazie al contributo di diverse realtà
del territorio. Compagnia di San Paolo ha finanziato tutti i costi di start up;
Ortobra Srl, società ortofrutticola, ogni settimana garantisce gratuitamente
al social market più di una tonnellata e mezza di frutta e verdura;
ATC (Agenzia Territoriale per la Casa) ha messo a disposizione i locali per
le attività dell’associazione; QuiFoundation ha donato le carte e i POS per
la tracciabilità delle consegne. Così, in poco più di sei mesi, hanno usufruito del servizio del social market circa 370 famiglie, che hanno effettuato
complessivamente più di 1.100 spese (cfr. Bandera, 2013b).
Dopo l’apertura del social market di Torino è nata l’idea di aprire qualcosa di simile anche a Milano, in primo luogo dando vita a una sezione
milanese di Terza Settimana, attorno alla quale si è coagulato un numero
crescente di volontari interessati al progetto. Grazie all’intervento
dell’Assessore alle politiche sociali di Milano si è quindi trovato lo spazio
fisico per realizzare il progetto. Il Comune ha messo a disposizione un locale confiscato alla mafia e si è impegnato a pagarne le utenze. L’ente pubblico, tuttavia, ha chiarito fin da subito che la situazione di austerity in cui si
trovano le casse comunali avrebbe impedito di indirizzare ulteriori risorse
verso il progetto. Per far partire l’iniziativa servivano arredamenti e strumenti adeguati per la gestione delle attività, un furgone per il trasporto dei
prodotti e soprattutto denaro per comprare i prodotti, alimentari e non,
necessari al funzionamento del market. Le soluzioni a queste questioni sono
arrivate anzitutto dai volontari, che hanno donato mobili e computer, e dalla
Fondazione Mike Bongiorno, che ha donato il furgone necessario al trasporto delle merci. Nel mese di ottobre 2013 il primo Social Market di
Milano ha così aperto i battenti. Attualmente sono coinvolti nel progetto più
di quaranta volontari che offrono gratuitamente il proprio tempo libero per
portare avanti le diverse attività del market.
Il social market sostanzialmente è un punto vendita di generi alimentari
che funziona come una rete di acquisto solidale: Terza Settimana acquista i
163
prodotti presso piattaforme da cui si serve la grande distribuzione per poi
distribuirli ai beneficiari, segnalati da enti pubblici e privati che si interfacciano con persone in situazioni di fragilità. Nello specifico l’acquisto dei
beni alimentari avviene attraverso la piattaforma Iper, La grande i, che permette di acquistare i prodotti all’ingrosso con un risparmio medio del 2025% rispetto ai prodotti venduti nei supermercati. La frutta, invece, viene
donata da Ortobra, un grossista di Torino che garantisce 1.700 chili di prodotti al mese.
Il paniere del social market si compone di circa sessanta prodotti di qualità selezionati in modo da permettere un’alimentazione sana. Alcuni prodotti si possono trovare a un prezzo inferiore nei discount, ma la qualità alimentare di questi ultimi è sicuramente più bassa di quella offerta presso il
social market: lo standard è alto per garantire un’alimentazione il più possibile completa. Al social market si possono recare coloro che, previa la stipula di una convenzione con Terza Settimana, vengono segnalati da
Comune, parrocchie o associazioni che aiutano gli indigenti. Attraverso un
sistema web l’ente indica la situazione di disagio, con l’accortezza di sottolineare la presenza di figli o altre particolari esigenze. Questo serve per
capire quante persone usufruiscono dei servizi del social market, ma anche
per capire quali prodotti è meglio comprare.
Chi si reca all’emporio solidale effettua quindi una spesa del valore fisso
di 20 euro selezionando, grazie all’aiuto dei volontari presenti, i prodotti che
più si adeguano alle proprie esigenze alimentari. I beneficiari, a seconda
delle indicazioni fornite dall’ente che li ha segnalati, possono ricevere i beni
gratuitamente, oppure pagando totalmente o parzialmente la quota. Dalla
sua apertura, nel mese di dicembre 2013, le persone che hanno usufruito dei
servizi del social market sono state circa 200 e tra i beneficiari non ci sono
solo poveri “cronici”, ma anche tanta gente normale che a causa della crisi
è scivolata in condizione di povertà. Ci sono stranieri, ma anche molti italiani.
L’idea del social market porta con sé diversi aspetti positivi per quel che
riguarda il contrasto diretto alla povertà alimentare, l’inclusione sociale
degli individui e la nascita di partnership tra soggetti pubblici, privati e del
settore non profit. In primo luogo, chi fa la spesa attraverso il social market
può scegliere prodotti di qualità a un costo inferiore rispetto ai normali prezzi di mercato, garantendosi un’alimentazione sana e completa nonostante
una disponibilità economica limitata. Se il Banco Alimentare svolge un
lavoro importantissimo assicurando ogni giorno prodotti di prima necessità
a migliaia di persone in difficoltà, iniziative come i social market possono
integrare la sua azione, garantendo prodotti complementari, ad esempio
frutta e verdura fresca che difficilmente le persone acquisterebbero autono164
mamente, e offrendo anche una certa possibilità di scelta (cfr. Bandera,
2013b). In un contesto in cui la povertà alimentare ha toccato livelli mai raggiunti dal secondo dopoguerra, la presenza di un luogo in cui poter rispondere in maniera più completa alle proprie esigenze alimentari primarie rappresenta senza dubbio un elemento di grande valore e di innovazione sotto
il profilo sociale.
In secondo luogo, per quanto riguarda l’inclusione sociale, chi si reca
all’emporio solidale ha la possibilità di instaurare rapporti umani positivi:
un fattore non scontato per chi si è ritrovato da un giorno all’altro in una
situazione di forte disagio sociale. Il rapporto coi volontari nella maggior
parte dei casi va oltre la mera distribuzione e acquisizione del cibo, si crea
una sintonia e, come già è successo a Torino, non è da escludere che alcuni
vogliano restituire l’aiuto ricevuto diventando anch’essi volontari una volta
usciti dalla propria situazione di disagio. Infine, il modello descritto dimostra la capacità del soggetto pubblico, nonostante la scarsa disponibilità economica che caratterizza questa fase, di collaborare con soggetti sia del terzo
settore che del privato for profit per dar vita a forme di intervento sociale
che rispondano alle esigenze dei cittadini. Mettendo a disposizione uno spazio abbandonato e scegliendo di coinvolgersi direttamente con l’associazione, il Comune di Milano, ad esempio, ha potuto garantire un servizio che
altrimenti non avrebbe avuto modo di offrire ai propri cittadini.
I risultati raggiunti dagli empori di Torino e Milano hanno spinto i volontari dell’associazione ad allargare ulteriormente l’esperienza ed esportare il
modello anche in altre città. È stato così inaugurato un social market Terza
settimana anche a Catanzaro, il primo nel Sud d’Italia, in collaborazione con
l’Associazione Carlotta ed è in fase di valutazione la possibilità di aprirne
uno a Brescia. Creare un social market non è un affare semplice e necessita
un impegno costante da parte di coloro che hanno scelto di impegnarsi in
questo ambito. In ogni caso, resta l’alto valore di questi luoghi che, in un
momento complesso come quello attuale, rappresentano realtà significative
di cui tener conto e, con le dovute attenzioni del caso, replicare laddove se
ne rilevi necessità.
7.8. Il Settore Anziani e il progetto Teniamoci per Mano
Risulta impossibile, trattando tematiche inerenti la vulnerabilità sociale,
non occuparsi anche della tradizionale categoria debole della società: gli
anziani. Il problema da affrontare è il mutamento delle loro esigenze dovuto all’allungamento della vita passata sempre più a lungo in condizioni di
non autosufficienza o dipendenza, sia fisica che economica, connesso alle
165
difficoltà economiche e organizzative delle famiglie nell’occuparsi dei loro
cari e l’impossibilità del welfare pubblico di offrire agli anziani adeguato
sostegno.
Nonostante sia un’altra ASP bolognese a occuparsi direttamente degli
anziani, nel corso degli anni anche l’ASP PV ha proseguito l’attività di erogazione di servizi socio-assistenziali rivolti a questo gruppo sociale, avviata dall’Opera Pia dei Poveri Vergognosi nel 1989 con l’apertura della Casa
protetta Santa Marta, ampliando la gamma di attività del Settore Anziani e
puntando sempre più alla differenziazione dei servizi offerti e all’individualizzazione degli interventi, caratterizzati da massima flessibilità e dallo sviluppo di una pluralità di servizi complementari tra loro per sperimentare
nuove modalità assistenziali.
I principi che orientano l’operatività dei servizi dell’ASP Poveri
Vergognosi rivolti agli anziani sono l’individualizzazione dell’intervento,
l’integrazione interprofessionale, l’integrazione tra “interno” ed “esterno”
del servizio, formazione, ricerca e sperimentazione. Il primo principio, dal
punto di vista operativo, si traduce nell’elaborazione di piani di assistenza
individualizzati che, procedendo dall’analisi dei bisogni, identificano i relativi obiettivi, le conseguenti azioni assistenziali, le modalità e i tempi in cui
attuarle, nonché le risorse (umane e tecnologiche) necessarie alla loro realizzazione. La seconda linea guida propone la realizzazione di un servizio
che si rivolga all’anziano come cliente/persona a cui offrire non solo una
risposta a specifici bisogni (sanitari, assistenziali, ecc.), ma soprattutto la
fruizione di un ambiente in cui possa esprimere al meglio le abilità che
ancora possiede e le proprie potenzialità. Questo presuppone un approccio
globale alla persona che si può realizzare solo attraverso strumenti sistematici di integrazione tra la pluralità di figure professionali presenti all’interno
delle strutture. Il terzo principio prevede l’integrazione con le risorse e le
competenze esterne: le strutture devono essere aperte e integrate con il territorio di riferimento e favorire la collaborazione con istituzioni pubbliche e
private, associazioni e singoli volontari. Inoltre, assumono particolare valore nella cura dell’anziano i familiari e tutti i caregiver. Infine, caratteristica
del Settore Anziani della ASP è la promozione di iniziative formative e di
ricerca nell’ambito dei servizi alla popolazione anziana, aprendo il confronto con analoghe esperienze a livello regionale e nazionale e avviando progetti di studio e la sperimentazione all’interno dei servizi di nuove modalità
assistenziali.
L’ASP Poveri Vergognosi gestisce attualmente due centri polifunzionali,
con servizi di Casa residenza per anziani, Centro diurno e Appartamenti
protetti (il Centro Cardinale Giacomo Lercaro ed il Centro Madre Teresa di
Calcutta), il Centro diurno specializzato per anziani affetti da demenza
166
Margherita e il Centro diurno e Appartamento protetto San Nicolò di Mira.
Nella tabella 9 è riportato il numero di posti per il Settore Anziani dell’ASP
Poveri Vergognosi, articolato per struttura e per tipologia di servizio.
Tab. 9 – Strutture per anziani: numero di posti per struttura e per tipologia di servizio (2013)
Struttura
Appartamenti
Centro diurno Centro diurno
protetti
tradizionale specializzato
(n. appartamenti)
(n. posti)
(n. posti)
Casa
Totale
residenza
dei posti
per anziani (per struttura)
n.a. (n. posti)
Lercaro
36
-
18
68
121
Madre Teresa
17
25
-
77
119
Margherita
-
-
20
-
20
San Nicolò
di Mira
30
12
13
-
55
Totale
83
37
51
145
315
Fonte: presentazione del Settore Anziani, sito web dell’ASP PV.
Il Centro diurno (CD) consiste in un presidio socio-assistenziale a integrazione sanitaria, a carattere semiresidenziale, destinato ad anziani in condizioni di autosufficienza o di non autosufficienza lieve, moderata o grave
per i quali si manifesti la necessità di supervisione o aiuto programmato
durante la giornata in risposta a bisogni di natura assistenziale, sanitaria e
socio-relazionale. Il servizio del CD è finalizzato alla valorizzazione della
persona all’interno del suo contesto relazionale-familiare, promuovendo la
capacità di autodeterminazione. Attraverso la costruzione di un’alleanza
terapeutica all’interno del triangolo sociale di cura costituito dall’anziano
stesso, dalla sua famiglia e dai caregiver formali, il CD si propone inoltre di
prolungare il più a lungo possibile il mantenimento dell’anziano al proprio
domicilio e favorire la continuità del legame con il contesto territoriale e
sociale. Mentre i Centri diurni specializzati nella cura degli anziani affetti
da demenza con disturbi del comportamento si pongono l’obiettivo peculiare di contrastare la progressione della malattia nei suoi effetti più negativi,
favorire il rallentamento del deterioramento cognitivo e la gestione dei
disturbi del comportamento.
La Casa residenza per anziani non autosufficienti (CRA) è una struttura
residenziale socio-assistenziale a rilievo sanitario che accoglie anziani –
anche affetti da patologie cronico-degenerative a tendenza invalidante e
richiedenti trattamenti continui – in condizioni di non autosufficienza caratterizzata da problematiche di diversa intensità, legate a bisogni di natura
167
assistenziale, sanitaria, socio-relazionale o ad alterazioni comportamentali
conseguenti a deterioramento cognitivo, tali da non consentirne un’adeguata assistenza a domicilio, ma che non necessitano di specifiche prestazioni
ospedaliere. L’approccio metodologico multidisciplinare adottato nell’ambito del servizio si traduce nell’elaborazione e realizzazione, per ogni anziano, di un Piano di assistenza individualizzato (PAI) che differenzia e personalizza gli interventi in base ai bisogni osservati, riconoscendo così la diversità e l’unicità di ogni persona.
Gli Appartamenti protetti (AP) sono costituiti da un insieme di alloggi
collocati in una medesima unità strutturale. Il servizio si rivolge ad anziani
autosufficienti o parzialmente autosufficienti, in grado di autogestirsi nelle
principali attività della vita quotidiana, ma che possono necessitare di supporto e supervisione. L’obiettivo è offrire un luogo in cui l’anziano possa
vivere in condizioni di autonomia e indipendenza, ma in un ambiente controllato e protetto, che consenta il mantenimento dei legami affettivi e familiari, valorizzi la sua identità personale, tuteli la sua capacità di autodeterminazione e promuova occasioni di aggregazione e integrazione nel contesto socio-relazionale del Centro polifunzionale e del territorio di riferimento (ASP Poveri Vergognosi, 2012a).
Di particolare interesse è il progetto sperimentale – attivato nel biennio,
2006-2007, in collaborazione con il Quartiere San Vitale e grazie all’iniziale contributo economico della Fondazione bancaria Carisbo – denominato
Teniamoci per Mano, il quale prevede una serie di interventi e servizi di
assistenza domiciliare specializzata a favore di anziani dementi e loro familiari. Si tratta di un’iniziativa che consiste in un sistema integrato di interventi a sostegno della domiciliarità dedicato alle famiglie che accolgono, al
loro interno, un componente affetto da demenza senile. Obiettivi del progetto sono cogliere in anticipo la domanda latente relativa alle demenze per
intervenire precocemente, promuovendo il benessere dell’anziano attraverso percorsi riabilitativi e di contenimento di eventuali disturbi del comportamento e il sostegno dei caregiver; fornire un apporto qualificato e tempestivo nelle situazioni in cui eventi imprevisti producono rapidi mutamenti
nella condizione dell’anziano, che non possono trovare una risposta immediata nell’ambito dei servizi istituzionali; trasmettere competenze e offrire
supporto alle famiglie, agli assistenti familiari e ai volontari al fine di prevenire i rischi di burn-out e di facilitare un percorso di aiuto. Destinatari dei
servizi sono, dunque, anziani residenti nel quartiere San Vitale e area Est
della città di Bologna, con diagnosi di lieve deterioramento cognitivo e/o
demenza e/o disturbi psichiatrici, i cui familiari non siano in grado di affrontare l’assistenza del proprio congiunto in particolari fasi di criticità dell’evoluzione della malattia; famiglie con anziani già in carico ai Servizi Sociali
168
Territoriali; anziani fragili e soli che hanno difficoltà ad accedere o mantenere contatti con i servizi della rete assistenziale.
Gli anziani sono di norma segnalati dagli assistenti sociali dei Servizi
Sociali Territoriali dei diversi Quartieri, dai due Centri Esperti Demenze
presenti sul territorio cittadino, dai medici di famiglia e, talvolta, convergono al progetto tramite canali informali. L’accesso avviene tramite il Servizio
Sociale Territoriale del Quartiere San Vitale, che svolge una prima selezione. Nel caso in cui persistano le condizioni per segnalare la situazione, questi si confrontano con l’assistente sociale referente e con l’équipe del progetto, al fine di determinare le modalità di lavoro congiunto di presa in carico, concordando uno specifico progetto personalizzato.
Il progetto si propone di affiancare e sostenere le famiglie nella cura dell’anziano demente attraverso la proposta di un’ampia gamma di interventi
quali, assistenza domiciliare e stimolazione cognitiva mirati all’utente nel
suo domicilio, interventi di gruppo e Caffè Alzheimer focalizzati sull’utente nel contesto della rete sociale e colloqui individuali, gruppi di auto-mutuo
aiuto, corsi di formazione sulla malattia e sulle strategie di cura specificatamente orientati ai caregiver (fig. 41). Data la natura degli interventi, è chiaro come sia fondamentale, per il perseguimento della presa in carico globale degli anziani e delle loro famiglie, il lavoro di rete instauratosi tra la molteplicità di attori che apportano competenze interdisciplinari come quelle
dello psicologo, degli operatori socio-sanitari, dell’educatore e degli assistenti sociali, ma anche risorse umane ed economiche fornite dalle associazioni di volontariato e dal privato sociale. La figura 42 presenta lo schema
degli attori istituzionali e non coinvolti nell’implementazione del progetto
Teniamoci per Mano.
Significativi sono i risultati relativi alla soddisfazione dell’utenza, rilevati dai questionari somministrati sperimentalmente nel corso del, 2012 per
il servizio di Assistenza domiciliare specializzata. Infatti, la soddisfazione
percepita dai caregiver rispetto ai servizi offerti è pari al 95,2%, l’utilità percepita pari al 92,8%, mentre il 100% degli intervistati ha sottolineato la congruenza del servizio erogato rispetto alle aspettative iniziali (ASP Poveri
Vergognosi, 2012a).
Per quanto concerne le fonti di finanziamento, nel primo anno di attività il
progetto Teniamoci per Mano ha beneficiato di un contributo della
Fondazione Carisbo, mentre la restante quota è stata coperta con risorse proprie dell’ASP Poveri Vergognosi. Dal 2008 il progetto è stato incluso nella
pianificazione distrettuale nell’ambito degli interventi a sostegno della domiciliarità, usufruendo così di un finanziamento da parte del Fondo regionale per
la non autosufficienza pari a 80.000 euro l’anno fino al 2010 compreso, mentre la quota residua è stata finanziata dall’ASP PV (Agrestini et al., 2006).
169
Fig. 41 – Progetto Teniamoci per Mano: aree di intervento
Fonte: Agrestini et al. (2006).
Fig. 42 – Teniamoci per mano: la rete degli attori
Fonte: nostra elaborazione.
170
I punti di forza di questa iniziativa, nonché i suoi elementi di innovazione, si individuano nella globalità della presa in carico dell’anziano e
della sua famiglia, la temporaneità dell’intervento, l’integrazione istituzionale e territoriale e il coinvolgimento di attori esterni che ha dato luogo a
un consolidato network di collaborazione e condivisione di risorse. Si sottolinea, inoltre, che la temporalità del progetto Teniamoci per Mano, similmente agli altri interventi del Settore Nuove Povertà, ha come obiettivo
finale l’aiuto nella ricostruzione di una condizione di equilibrio per il
benessere dell’anziano e della sua famiglia. Nel caso in cui non sia più possibile la permanenza dell’anziano al proprio domicilio, se ne prevede l’accompagnamento nel percorso della rete dei servizi socio-assistenziali per
favorirne l’inserimento. Questo elemento peculiare, cioè quello di voler
mantenere l’anziano con deterioramento cognitivo il più a lungo possibile
nella propria casa, in un ambiente familiare, è esemplare in una condizione in cui il welfare pubblico non dispone di risorse sufficienti per garantire un adeguato sostegno. Obiettivo di lungo termine è, infatti, quello di trasmettere ai caregiver informali e, di conseguenza, all’intera collettività, le
conoscenze e gli strumenti necessari per provvedere autonomamente alla
cura dell’anziano.
7.9. Vulnerabilità e governance dei progetti: quale ruolo per la
ASP
A livello organizzativo, come abbiamo visto, l’ASP Poveri Vergognosi si
configura come braccio esecutivo del Comune di Bologna, al quale è affidato il compito di intervenire – con risorse sia pubbliche che proprie – nel
contrasto alla vulnerabilità sociale che affligge i cittadini. L’implementazione delle politiche pubbliche deve essere gestita con un certo margine di
autonomia sia organizzativa che procedurale. Per questo l’ASP PV, in qualità di attore istituzionale, ha strutturato un lavoro di rete, istituendo forti
legami di collaborazione con altri attori istituzionali e non, e realizzando un
policy network multilivello e multi-stakeholder.
Nello specifico di ciascun progetto preso qui in considerazione, si rilevano i ruoli fondamentali dei soggetti coinvolti nella realizzazione di ciascuna policy. Il punto di partenza della maggior parte degli interventi presentati è il rapporto top down che si instaura tra ASP PV e Comune di
Bologna. Quest’ultimo affida infatti alla prima la gestione di una misura
pubblica di origine comunale (programmi di microcredito), oppure trasferisce all’ASP PV il perseguimento di obiettivi a lui affidati dalla Provincia di
Bologna (Money Tutoring).
171
Provincia e Comune assumono quindi il ruolo di programmatori ed erogatori di risorse economiche, mentre l’ASP si configura come gestore incaricato e, allo stesso tempo, erogatore di risorse aggiuntive grazie alle conoscenze, alle competenze e al personale di cui dispone. Tuttavia, si sono
osservati anche casi in cui il ruolo di promotore e ideatore degli interventi è
ricoperto direttamente dall’ASP PV, mentre al Comune spettano ruoli di
sostegno e collaborazione. Ad esempio, il Fondo di rotazione è stato istituito dall’ASP PV con il contributo del Dipartimento della Gioventù e del
Servizio Civile Nazionale, mentre al Comune è stata affidata la funzione di
erogatore diretto dei crediti. Così anche per la Casa della Solidarietà, dove
l’ASP PV ha acquistato e ristrutturato la palazzina, mentre il Comune è
diventato, come per il progetto Città Aperta, un collaboratore nell’individuazione dei possibili beneficiari del servizio.
In tale susseguirsi di relazioni verticali top down, si innestano una serie
di rapporti bottom up tra i policy-maker e la molteplicità di soggetti portatori di interessi. Fondamentale è il ruolo attivo assunto dagli attori non istituzionali che si propongono – anche spontaneamente (Auser) – come collaboratori dell’Azienda. Questi apportano risorse indispensabili per il raggiungimento degli obiettivi di policy: si pensi a Emil Banca come erogatore materiale del prestito ai beneficiari del microcredito e alle risorse economiche aggiuntive che la stessa ha versato nei fondi per il microcredito istituiti dal Comune di Bologna. Si ricordino le risorse umane e le competenze
finanziarie messe al servizio dell’ASP PV per la fase didattica del Money
Tutoring da Emil Banca e Associazione Auser, oppure l’azione operata da
quest’ultima di valutazione e accompagnamento dell’utente nella fase pre e
post-prestito. Altri attori non istituzionali fondamentali sono le organizzazioni di produttori che collaborano al progetto ASP naturalmente solidale
offrendo generi alimentari in eccedenza e gli enti privati accreditati che si
adoperano per la distribuzione dei prodotti. In riferimento al progetto Città
Aperta si ricordano l’Antoniano di Bologna e l’Opera Padre Marella, che
offrono il servizio di mensa estiva, e Coop Adriatica e Meridiana Mercato
Amico, che rendono possibile il funzionamento del sistema dei buoni pasto
per le famiglie più bisognose.
Per portare a compimento la realizzazione del network, è necessario considerare le relazioni orizzontali tra attori diversi e sotto questo profilo sono
da non sottovalutare i rapporti che si innescano tra attori erogatori di servizi diversi, ma affini per settore di intervento e finalità. Ad esempio, nel caso
del progetto ASP naturalmente solidale, i due enti – ASP PV e Caritas –
coordinano tra di loro gli interventi al fine di rendere più efficiente ed efficace il servizio di ognuno, ottimizzare le risorse e distribuire uniformemente i benefici sul territorio bolognese.
172
Si delinea così il quadro completo dei soggetti coinvolti nel contrasto
alla vulnerabilità e alle nuove povertà gestito dall’ASP Poveri Vergognosi
di Bologna, affermando l’importanza della concreta collaborazione tra attori istituzionali e non. Si sottolinea, tuttavia, il fatto che una siffatta rete non
possa rendere possibili risultati duraturi e di lungo periodo se non orientata
al coinvolgimento degli stessi policy-taker o beneficiari, valorizzando il
loro ruolo attivo nel perseguimento dell’obiettivo. Ne è un chiaro esempio
il progetto Money Tutoring, dove l’utente è chiamato a mettersi in gioco
attivamente per raggiungere dei risultati, e i servizi di microcredito, che
prevedono la restituzione del prestito e la responsabilizzazione del beneficiario.
173
8. Conclusioni
Il sistema di welfare italiano si caratterizza per un assetto di attori e risorse frammentato e settoriale, in cui continuano a prevalere logiche previdenziali e assistenziali, come mostrano anche i dati sulla spesa pensionistica
che continua a essere consistentemente più elevata che negli altri paesi. In
aggiunta, in questa fase di crisi e austerità (permanente) oltre che di tagli
alla spesa, lo Stato sembra incapace di reagire e si limita a mettere in campo
azioni volte a ridimensionare l’intervento pubblico sia sotto il profilo del
finanziamento che degli interventi. Da più parti e ripetutamente lo Stato è
chiamato a svolgere un ruolo più attivo, a individuare delle priorità e a sperimentare soluzioni innovative per rispondere in forme più efficaci ed efficienti ai bisogni esistenti ed emergenti.
Invece lo stato sociale deve scontare ritardi e anomalie tali da renderlo
inadeguato a fronteggiare i cambiamenti della società e i bisogni sempre più
complessi che emergono al suo interno. Il nostro paese poi si trova a gestire una dotazione di risorse inferiore a quella disponibile in altri paesi europei e continua a farlo in modo inefficace e inefficiente rispetto alle esigenze della popolazione. La crisi economico-finanziaria, come abbiamo visto,
ha ampiamente contribuito ad accrescere la vulnerabilità e a portare a un
impoverimento materiale di ampie fasce della cittadinanza. Come mostra
anche il II Rapporto curato da Anderloni e Vandone (2013), in tre anni (dal
2010 al 2013) l’indice medio di vulnerabilità finanziaria è cresciuto del 17%
e la percentuale di famiglie che arriva a fine mese con difficoltà è passata,
nello stesso periodo, dal 10% al 22%.
In questo quadro è il welfare locale che sembra mostrare i maggiori margini di manovra e le condizioni istituzionali (in alcuni casi anche normative) per produrre cambiamento. Tuttavia, questo presuppone nuovi modelli
di governance territoriale, una partecipazione dei diversi stakeholder più
aperta e condivisa che parta dalla conoscenza dei problemi e dei bisogni del
174
territorio e dei suoi cittadini e arrivi a individuare soluzioni e strumenti di
intervento, convergendo su percorsi di riprogettazione locale delle prestazioni e dei servizi contraddistinti da elementi di innovazione sociale,
responsabilizzazione, empowerment e attivazione dei cittadini, ridefinizione
delle risorse che devono essere sia pubbliche che private.
Precondizione perché questo si verifichi è la presenza di un terreno fertile ad aprirsi all’innovazione tanto di prodotto quando di processo (come
sottolineato nella definizione di innovazione sociale proposta dal Bureau of
European Policy Advisers della Commissione Europea). Ci sono quindi
contesti e realtà locali che da anni hanno pazientemente mosso in questa
direzione e dopo anni di crisi stanno ora concretamente provando a sperimentare soluzioni e progetti innovativi in partnership con attori del privato
sociale e del privato for profit. Questa ricerca – partendo dall’individuazione delle principali vulnerabilità a cui i cittadini sono esposti (dalla instabilità lavorativa all’instabilità reddituale a sua volta almeno in parte connessa
alla diseducazione finanziaria, dalla vulnerabilità legata ai carichi familiari
alla fragilità degli anziani tra non autosufficienza e long-term care, dall’emergenza abitativa a quella alimentare) ha individuato alcune di queste
soluzioni (in particolare il microcredito alle persone o per la casa; le misure di contrasto alla povertà alimentare; il progetto Money Tutoring pensato
per i soggetti più esposti proprio alla vulnerabilità finanziaria). Esse paiono
promettenti per la loro capacità di fronteggiare i problemi e rispondere alle
situazioni di vulnerabilità a cui sono sempre più frequentemente esposti
individui e famiglie.
La scelta è stata quella di focalizzare l’attenzione sull’esperienza
dell’Azienda servizi alla persona Poveri Vergognosi di Bologna, che ha tra
i suoi compiti principali proprio quello di farsi carico delle nuove forme di
povertà ed esclusione sociale. E dove era opportuno abbiamo allargato lo
sguardo anche ad altre esperienze per mostrare come a livello locale siano
in corso tante sperimentazioni promettenti sotto il profilo dell’innovazione.
Senza entrare nel merito del dibattito sul ruolo delle aziende pubbliche nel
quadro dell’offerta di servizi di cura e assistenza a livello locale, l’intento è
stato piuttosto quello di analizzare i programmi e le iniziative specificatamente pensate per i soggetti fragili e vulnerabili e per rispondere alle nuove
forme di povertà, progetti che si caratterizzassero al contempo per essere il
risultato di una programmazione partecipata e di una implementazione
multi-stakeholder.
Come emerso dal Rapporto sul secondo welfare in Italia (cfr. Maino e
Ferrera, 2013; Lodi Rizzini, 2013a), anche questa ricerca mostra che intraprendenza e creatività caratterizzano tanto i soggetti pubblici quanto quelli
non pubblici e che insieme questi soggetti possono offrire ulteriori risposte
175
in grado di affrontare e arginare il rischio vulnerabilità. Gli enti locali, nonostante i vincoli imposti alla finanza comunale dal Patto di Stabilità Interno
e nonostante i tagli ai trasferimenti statali, non si sono sottratti ai loro compiti e hanno continuato a svolgere la propria funzione di sostegno sociale
destinando circa il 17% della spesa corrente delle amministrazioni comunali a questa funzione, che si conferma così una delle principali voci di intervento nei bilanci comunali.
Pur in una cornice di risorse scarse, i comuni si sono insomma sforzati
di colmare i vuoti lasciati dal livello centrale e di fronte alla crisi, anziché
indietreggiare, hanno intrapreso un percorso di rinnovamento. Sono stati
fatti, innanzitutto, sforzi per rendere più efficienti e mirati i bilanci, comprimendo spese non essenziali, razionalizzandogli uffici, riducendo gli sprechi e l’accorpamento delle tre ASP della città in una unica Azienda pubblica di Servizi alla Persona ne è un esempio. È stata poi ridefinita l’agenda
delle priorità, concentrando gli interventi sulla tutela dei bisogni più acuti –
disoccupazione e nuove povertà – nel tentativo di mantenere livelli accettabili di coesione sociale e a questo obiettivo sono state ampiamente improntate le iniziative messe in campo dalla ASP Poveri Vergognosi più approfonditamente analizzate in questo Rapporto. Infine, si è iniziato ad agire sulle
modalità d’intervento, attraverso l’adozione di nuove forme di governance
e collaborazione anche finanziaria con altri attori locali (come l’AUSER,
Emil Banca nel caso del microcredito, il mondo della cooperazione, il
volontariato, le parrocchie). In altre parole, gli enti locali in generale e –
scendendo ancora più verso il livello micro – le ASP hanno cercato di trasformarsi da principali produttori di servizi in promotori di reti capaci di
mettere in relazione il maggior numero possibile di attori, da quelli pubblici a quelli privati, dai movimenti di cittadini ai settori profit e non profit. In
questo modo, si è cominciato a sperimentare un nuovo modello di protezione sociale locale in cui il pubblico cambia ruolo: diventa regista di una
costellazione ampia e flessibile di partner, alcuni dotati di capacità anche
importanti di finanziamento, pur continuando a garantire l’universalità dei
servizi di base e intervenire là dove “la rete” non arriva.
Un recente convegno (svoltosi nel maggio 2013) promosso dal comune
di Bologna e dalla ASP Giovanni XXIII si è interrogato sul ruolo delle
Aziende pubbliche e sui fattori che hanno portato alcuni dei principali
comuni italiani (oltre a Bologna anche Milano e Firenze) ad avviare un processo di unificazione di tali enti dando il via a un processo di ridefinizione
della loro mission, della gestione e del raccordo con il sistema di welfare cittadino, in un quadro normativo in continua evoluzione. In tale sede, sono
stati individuati i nodi strategici ancora da sciogliere e che condizionano la
capacità di azione delle ASP (cfr. Longo, 2013). Sono il disallineamento tra
176
il sistema dei finanziamenti pubblici e lo standard dei servizi attesi; l’esternalizzazione dei servizi e di conseguenza anche del lavoro pubblico; la
pesantezza delle procedure pubbliche che rendono scarsamente competitive
le ASP rispetto ai soggetti privati; l’ambivalenza rispetto al ruolo assunto e
assumibile dalle ASP rispetto al ventaglio di servizi da erogare e garantire.
Si tratta di questioni cruciali che richiedono una riflessione che si articoli a
un duplice livello: quello che fa capo alle istituzioni pubbliche e ai decisori
sia nazionali che decentrati e quello interno che chiama in causa il modello
organizzativo e di governance delle ASP stesse.
Tuttavia, mentre sono in corso processi di accorpamento e si articola il
dibattito e la riflessione sulle aziende pubbliche di servizi, le ASP continuano a essere operative e a garantire servizi ai territori. Ed è sotto questo profilo che l’esempio della ASP Poveri Vergognosi (così come gli altri progetti presi in considerazione in questo contributo) che esemplifica la portata del
cambiamento e le future possibili strade da intraprendere. Adottare una programmazione partecipata, allargata a un’ampia gamma di attori, e lavorare
non più su uno specifico obiettivo, ma in modo trasversale rispetto alle sfide
che contribuiscono ad accrescere i livelli di vulnerabilità ne sono i tratti
distintivi. Il coinvolgimento dei privati – profit e non profit – diventa un
modo non solo per reperire risorse aggiuntive, ma anche per includere nuovi
attori nella definizione dell’agenda collettiva, incanalandone l’azione entro
solchi disciplinati da norme discusse in luoghi pubblici ed evitando così
dinamiche sommerse o opportuniste.
Da ultimo vale la pena sottolineare che le tante esperienze qui illustrate
mostrano un quadro fatto di tante buone pratiche molto diverse tra loro che
suggeriscono la necessità di superare l’idea di modelli predefiniti e universalmente validi di risposta a una situazione di vulnerabilità crescente, preferendo piuttosto ampliare e differenziare sul territorio e dentro le comunità
locali il livello di complessità dell’offerta di servizi e interventi. Nella consapevolezza però che si debba contrastare il rischio che emerga una configurazione incompleta e disordinata per favorire invece una maggiore replicabilità di quelle iniziative e soluzioni innovative ed evitare che ogni volta
si riparta da zero nella programmazione e realizzazione degli interventi.
177
Bibliografia
AA.VV. (2013), Primo Rapporto ACLI sui redditi di lavoratori e famiglie, Milano,
Università Cattolica del Sacro Cuore [www.west-info.eu/files/Rapporto-CAFACLI-prima-parte1.pdf].
Agrestini G., Mascagni M., Giorgi S., Dani P., De Franceschi A. (2006), Nel disordine della demenza… Teniamoci per Mano. Un progetto a sostegno della domiciliarità nel territorio bolognese, Bologna.
Anderloni L., Vandone D. (2011), Vulnerabilità e il benessere delle famiglie italiane, I Rapporto Forum ANIA-Consumatori, Roma.
Anderloni L., Vandone D. (2013), Vulnerabilità e il benessere delle famiglie italiane, II Rapporto Forum ANIA-Consumatori, Roma.
ASP Poveri Vergognosi (2012a, a cura di), Bilancio sociale. Edizione 2012
[www.poverivergognosi.it/atti_sezione.php?id=6].
ASP Poveri Vergognosi (2012b, a cura di), Microcredito alla persona. Dati ed evoluzione del progetto da marzo a dicembre 2011 [www.poverivergognosi.it/allegati/Relazione_microcredito_marzo_dicembre2011.pdf].
ASP Poveri Vergognosi (2013a, a cura di), Microcredito alla persona. Per i cittadini in difficoltà finanziaria (febbraio-dicembre 2012).
ASP Poveri Vergognosi (2013b, a cura di), “Progetto ASP Naturalmente Solidale”
[www.poverivergognosi.it/allegati/slide_2.pdf].
ASP Poveri Vergognosi, Casa della Solidarietà via Barozzi, 7 Bologna. Progetto
per una transizione abitativa.
ASP Poveri Vergognosi, Money Tutoring – Emergenza abitativa, ASP PV – Settore
Inclusione Sociale e Nuove Povertà – Ufficio Microcredito.
ASP Poveri Vergognosi, Microcredito per il pagamento delle entrate comunali,
maggio–dicembre 2012, ASP PV – Settore Inclusione Sociale e Nuove Povertà
– Ufficio Microcredito.
ASP Poveri Vergognosi, Microcredito per la casa, aprile–dicembre 2012, ASP PV
– Settore Inclusione Sociale e Nuove Povertà – Ufficio Microcredito.
ASP Poveri Vergognosi, Microcredito per la casa, febbraio-giugno 2012, ASP PV
– Settore Inclusione Sociale e Nuove Povertà – Ufficio Microcredito
179
[http://www.poverivergognosi.it/allegati/Report_microcreditocasa_febbraio_gi
ugno2012.pdf].
ASP Poveri Vergognosi, Città Aperta, ASP PV – Settore Inclusione Sociale e
Nuove Povertà [http://www.poverivergognosi.it/allegati/Progetto_citta_aperta.pdf].
Banca Etica (2007, a cura di), Rapporto. Asset building: costruzione di risorse per
una progettualità personale e collettiva [www.provincia.torino.gov.it/sportello_sociale/site/materiali/opportunita_credito_06.pdf].
Bandera L. (2013a), “Allarme Italia: è emergenza alimentare”, in Percorsi di secondo welfare, 17 ottobre [secondowelfare.it/poverta-alimentare/banco-alimentareallarme-italia.html].
Bandera L. (2013b), “Il social market arriva a Milano”, in Percorsi di secondo welfare, 5 novembre [www.secondowelfare.it/poverta-alimentare/social-marketmilano.html].
BEPA – Bureau of European Policy Advisers (2011), Empowering People, Driving
Change:Social Innovation in the European Union, Bruxelles, Commissione
Europea.
Bifulco L., Vitale T. (2003), “Da strutture a processi: servizi, spazi e territori del
welfare locale”, Sociologia Urbana e Rurale, 72, 95-108.
Bonoli G., Natali D. (2012, a cura di), The Politics of the New Welfare State,
Oxford, Oxford University Press.
Bramanti D. (2011), “Famiglie con anziani non autosufficienti. Parte seconda”, in
D. Bramanti, E. Carrà (a cura di), Buone pratiche nei servizi alla famiglia.
Famiglie Fragili e Famiglie con anziani non autosufficienti, Osservatorio
Nazionale sulla Famiglia [www.politichefamiglia.it/media/74643/report_
ii_parte_famiglie_con_anziani.pdf].
Censis (2012), Il ruolo della sanità integrativa nel Sistema sanitario nazionale,
Roma.
Coldiretti (2013), Le nuove povertà del Belpaese. Gli italiani che aiutano,
Cernobbio [www.coldiretti.it/news/Pagine/706-18-Ottobre-2013.aspx].
Commissione Europea (2010), Europa 2020. Una strategia per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, Comunicazione COM (2010) 2020 definitivo,
Bruxelles, 3.3.2010.
Comune di Bologna – Settore Partecipazioni Societarie (2012, a cura di), I Bilanci
2011 delle Società e degli Enti partecipati dal Comune di Bologna,
[www.comune.bologna.it/media/files/relazione_analisi_bilanci_2011.pdf].
Comune di Bologna (2013, a cura di), Progetto di costituzione dell’ASP unica dei
servizi sociali e socio-sanitari mediante l’unificazione delle ASP Giovanni
XXIII e Poveri e Vergognosi. Linee di sviluppo e piano di unificazione
[urp.comune.bologna.it/comunica/comstampa.nsf/faa30f1db70ca83541256919
0058e89b/931a0b02b35feff1c1257c27005b2fe5/$FILE/All%20A%20progetto%20fusione_v010.pdf].
FAO, IFAD, WFP (2013), The State of Food Insecurity in the World. The Multiple
180
Dimensions of Food Security, Roma, FAO [www.fao.org/docrep/018/i3434e/
i3434e00.htm].
Federazione internazionale della Croce Rossa (2013), Think differently.
Humanitarian Impacts of the Economic Crisis in Europe, Ginevra, International
Federation of Red Cross and Red Crescent Societies [ifrc.org/PageFiles/
134339/1260300-Economic%20crisis%20Report_EN_LR.pdf].
Ferrera M. (1993), Modelli di solidarietà, Bologna, Il Mulino.
Ferrera M. (1998), Le trappole del welfare, Bologna, Il Mulino.
Ferrera M. (2008), Il fattore D. Perché il lavoro delle donne farà crescere l’Italia,
Milano, Mondadori.
Ferrera M. (2012, a cura di), Le politiche sociali, Bologna, Il Mulino.
Goldsmith S. (2010), The Power of Social Innovation, San Francisco, Jossey-Bass.
Greve B. (2012, a cura di), The Times They Are Changing? Crisis and The Welfare
State, Wiley-Blackwell.
ISTAT (2004), La povertà relativain Italia nel 2003, Roma.
ISTAT (2009), La misura della povertà assoluta, Roma.
ISTAT (2010), La relazione tra offerta di servizi di long-term care ed i bisogni assistenziali dell’anziano, Roma.
ISTAT (2012), Reddito e condizioni di vita, anno 2011, Roma.
ISTAT (2013a), La povertà in Italia, anno 2012, Roma.
ISTAT (2013b), Indagine sulle condizioni di vita (UDB IT SILC), Roma.
ISTAT (2013c), Rapporto annuale 2013. La situazione del paese, Roma.
Limone A. (2007), Asset building & microcredito individuale, Ufficio Studi e
Progettazione Strategica di Banca Etica, Torino.
Lodi Rizzini C. (2013a), “I Comuni: le risposte dei territori alla crisi”, in F. Maino,
M. Ferrera (a cura di), Primo Rapporto sul secondo welfare in Italia 2013,
Torino, Centro Ricerca e Documentazione Ricerca Luigi Einaudi (download al
sito www.secondowelfare.it).
Lodi Rizzini C. (2013b), “Il social housing e i nuovi bisogni abitativi”, in F. Maino,
M. Ferrera (a cura di), Primo Rapporto sul secondo welfare in Italia 2013,
Torino, Centro Ricerca e Documentazione Ricerca Luigi Einaudi (download al
sito www.secondowelfare.it).
Longo F. (2013), “Nodi da sciogliere per lo sviluppo strategico delle ASP”,
Mosaico News – periodico di informazione dell’ASP Giovanni XXIII, 2
[www.aspgiovanni23.it/index.php?option=com_content&view=article&id=142
5&Itemid=52].
Maino F. (2013a), “Tra nuovi bisogni e vincoli di bilancio: protagonisti, risorse e
innovazione sociale”, in F. Maino, M. Ferrera (a cura di), Primo Rapporto sul
secondo welfare in Italia 2013, Torino, Centro Ricerca e Documentazione
Ricerca Luigi Einaudi(download al sito www.secondowelfare.it).
Maino F. (2013b), “Assicuratori, scuola e famiglie insieme per l’educazione finanziaria”, Percorsi di secondo welfare, 18 Giugno [http://www.secondowelfare.it/
assicurazioni/assicurazioni-ed-educazione-finanziaria.html].
Maino F., Ferrera M. (2013, a cura di), Primo Rapporto sul secondo welfare in
181
Italia 2013, Torino, Centro Ricerca e Documentazione Ricerca Luigi Einaudi
(download al sito www.secondowelfare.it).
Mosaico News (2012), “Uno sguardo al sistema del welfare bolognese. Intervista a
Giuliano Barigazzi, Assessore alle Politiche sociali della Provincia di Bologna”,
Mosaico News – periodico di informazione dell’ASP Giovanni XXIII, 4
[www.aspgiovanni23.it/images/stories/mosaico%20news/Mosaico__n_4_2012
_ok_bassa.pdf].
Naldini M., Saraceno C. (2011), Conciliare famiglia e lavoro, Bologna, Il Mulino.
Negri N. (2006), “La vulnerabilità sociale. I fragili orizzonti delle vite contemporanee”, Animazione sociale, agosto/settembre, 14-19.
OCSE (2003), Assets Building e l’uscita dalla povertà. Un nuovo dibattito sulla
politica di welfare, OCSE.
Pizzo G., Tagliavini G. (2013, a cura di), Dizionario di micro finanza. Le voci del
microcredito, Roma, Carocci.
Provincia di Bologna – Servizio politiche sociali e per la salute (2013, a cura di),
Presentazione Money Tutoring – Emergenza abitativa [sociale.regione.emiliaromagna.it/valori-sociali/officina-del-welfare/crisi-economica/intervento-diilaria-folli/view].
Ranci C. (2002), Le nuove disuguaglianze sociali in Italia, Bologna, Il Mulino.
Ranci C. (2008), “L’emergere della vulnerabilità sociale nella società dell’incertezza”, Italianieuropei, 4.
Ranci C. (2010), Social Vulnerability in Europe. The New Configuration of Social
Risks, London, Palgrave MacMillan.
RBM Salute-Censis (2013), Ricerca RBM Salute-Censis sul ruolo della sanità integrativa, 2013 [www.censis.it/7?shadow_comunicato_stampa=120913].
Roiatti F. (2013), “Diminuiscono gli affamati nel mondo, ma in Italia è emergenza
alimentare”, Panorama, 16 ottobre.
Sabatinelli S. (2009), Assistenza sociale e politiche locali di contrasto alla povertà,
in Y. Kazepov (a cura di), La dimensione territoriale delle politiche sociali in
Italia, Roma, Carocci.
Sen A.K. (1985), commodities and Capabilities, New York, North-Holland.
Sen A. (1999), Development as Freedom, Oxford, Oxford University Press
Sherraden M. (1991), Assets and the Poor. A New American Welfare Policy, New
York, M.E. Sharpe.
Tramonto E. (2008), “Imparare a risparmiare. La microfinanza al servizio del welfare”, Valori – Mensile di economia sociale, finanza etica e sostenibilità, 8, 59,
48-49 [www.provincia.torino.gov.it/sportello_sociale/site/materiali/opportunita_credito_01.pdf].
Ulrich B. (2000), La società del rischio. Verso una seconda modernità, Roma,
Carocci.
Yunus M. (2003), Il banchiere dei poveri, Milano, Feltrinelli.
182
Gli autori
Parte prima
Vulnerabilità e benessere delle famiglie italiane
Luisa Anderloni
Professore ordinario di Finanza Aziendale
Dipartimento di Economia, Management e Metodi quantitativi
Università degli Studi di Milano
[email protected]
Daniela Vandone
Professore associato di Economia degli Intermediari Finanziari
Dipartimento di Economia, Management e Metodi quantitativi
Università degli Studi di Milano
[email protected]
Parte seconda
Nuove emergenze e risposte innovative
per fronteggiare il rischio vulnerabilità
Franca Maino
Ricercatrice di Scienza Politica
Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche
Università degli Studi di Milano
[email protected]
Evelina Bianca Benzi
Collaboratrice di ricerca
Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche
Università degli Studi di Milano
[email protected]
183

Documenti analoghi