176-01 BPVOGGI_imp - Banca Popolare di Vicenza

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176-01 BPVOGGI_imp - Banca Popolare di Vicenza
PERIODICO DI INFORMAZIONE DEL GRUPPO BANCA POPOLARE DI VICENZA
ANNO 5 - N. 18 - GENNAIO/MARZO 2001
Palazzo Thiene, sede storica della Banca Popolare di Vicenza
Sala di Proserpina
SOMMARIO
pagina
EVENTI
Gianni Zonin
Benvenuto dottor Gronchi ______________________________________________________________________________________________3
Luciano Zanini
Sempre più banca di riferimento _________________________________________________________________________________4
INTERVENTI
Fabio Barbieri
Padova oggi con i suoi problemi __________________________________________________________________________________6
Roberto Capezzuoli
L’importanza dell’oro per l’economia italiana ___________________________________________________________8
Istituto Poster
La rete e i sistemi produttivi del Nord-Est _______________________________________________________________10
Maria Masau Dan
I tesori del Museo Revoltella __________________________________________________________________________________________13
NOTIZIE DALLA CAPOGRUPPO
Luciano Zanini
Si rafforza la rete del gruppo ______________________________________________________________________________________16
I fondi distribuiti online _________________________________________________________________________________________________18
“Conto Country” per gli extracomunitari ________________________________________________________________20
Al servizio degli agricoltori __________________________________________________________________________________________22
Specialista nell’oro _________________________________________________________________________________________________________24
Una nuova ambulanza alla Croce Rossa di Vicenza ______________________________________________26
Virtù e rischi del mitico Nord-Est _______________________________________________________________________________28
Il piccolo Museo della Moneta a Palazzo Thiene ____________________________________________________30
1915-1918: la guerra sugli Altipiani ____________________________________________________________________________33
Nuova serie di incisioni ________________________________________________________________________________________________39
“La penisola del tesoro” a Palazzo Thiene _____________________________________________________________41
HTTP://WWW.POPVI.IT
BPVOGGI
EDITORE: BANCA POPOLARE DI VICENZA
DIRETTORE RESPONSABILE: LUCIANO ZANINI
REDAZIONE: RELAZIONI STAMPA BPV, VIA BTG. FRAMARIN, 18
36100 VICENZA - TEL. 0444 339624 - FAX 0444 963384
REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE DI VICENZA N. 907 DEL 08.04.97
STAMPA: TIPOGRAFIA RUMOR - VICENZA
BENVENUTO DOTTOR GRONCHI
Conosco il dottor Gronchi da qualche anno. Lo incontrai le prime volte
in Chianti, quando era direttore generale del Monte Paschi di Siena e ricordo di averne apprezzato fin da subito non solo la competenza e la
chiarezza di visione, ma anche lo stile personale, fatto di cordialità, umanità ed ottimismo.
Divo Gronchi è un uomo dalla vastissima esperienza di banca. Cresciuto
professionalmente nella Banca Toscana, fino a divenirne vice direttore
centrale, è poi passato al Monte Paschi, guidandolo, prima come vice direttore e poi come direttore generale, in quella fase di veloce crescita che
ha portato l’istituto di Rocca Salimbeni ad affermarsi, con una rete di
1900 sportelli, fra le banche più brillanti e reputate.
Sono poche, nel mondo bancario italiano, le persone che godono, come
lui, di una stima così ampia e diffusa: ne ho avuto conferma evidente in
questi mesi, raccogliendo i complimenti ed i consensi che sono giunti al
Consiglio di Amministrazione della nostra Banca, da ogni settore dell’economia e della finanza, per averlo scelto come direttore generale della
Popolare di Vicenza.
Il mio apprezzamento nei suoi confronti è ulteriormente cresciuto da
quando, fin dai primi giorni di quest’anno, ho visto il dottor Gronchi
presente fra di noi: semplice ed affabile nei rapporti interpersonali, profondo conoscitore di ogni aspetto dell’azienda banca, economista di
rango, capace di penetrare la complessità dei fenomeni finanziari internazionali e di valutarne con lucidità a 360 gradi i riflessi e le connessioni con l’economia interna e con l’operatività bancaria.
Sono certo che nella fase di sviluppo e di consolidamento che il nostro
Istituto sta vivendo, un Direttore Generale come il dottor Gronchi porterà un contributo rilevantissimo di managerialità e capacità organizzativa. Ma nello stesso tempo saprà cementare e far crescere quello spirito di
gruppo e di collaborazione che ha sempre contraddistinto, nei suoi 135
anni di storia, lo stile della Popolare di Vicenza.
Qualche scelta nel recente passato non si è dimostrata congeniale al
modo d’essere, alla cultura ed alle tradizioni del nostro Istituto e occorreva prenderne atto, come il Consiglio di Amministrazione ha fatto nella
sua responsabilità di guida dell’Istituto.
Sappiamo tutti che il mondo bancario è in costante evoluzione e nostro
compito è quello di non restare indietro: bisogna avere il coraggio di
guardare avanti, affrontare con determinazione nuovi traguardi, confrontarsi con nuove dimensioni e nuove sfide di mercato.
Per fare questo, non potevamo porre al vertice esecutivo dell’Istituto persona più giusta del dottor Gronchi: per le sue doti professionali, per la
larghissima competenza ed anche per quel suo naturale ascendente, che
lo rende punto di riferimento ideale per ricreare nella “famiglia” della
Popolare il clima di equilibrio e di serenità che tutti desideriamo per il
nostro lavoro e per il successo della nostra Banca.
Gianni Zonin
3
Luciano Zanini
SEMPRE PIU’
BANCA DI RIFERIMENTO
Ho sempre seguito con attenzione le vicende della Popolare
di Vicenza con la sua immagine
di banca dinamica, efficiente e
solida. Tre caratteristiche che insieme fanno derivare una valutazione molto positiva. Ebbene,
alla prova dei fatti, ossia avendo conosciuto l’Istituto dall’interno, seppur in un breve lasso
di tempo, l’idea che mi ero fatto
non solo è stata confermata, ma
posso dire di avere scoperto
delle potenzialità veramente
notevoli. Parlo, soprattutto, del
personale in generale e del management in particolare. Un
team di giovani dirigenti di
grande professionalità e preparazione, a capo dei vari settori,
dal commerciale alla finanza,
dal credito all’organizzazione.
E all’esterno della Banca?
Divo Gronchi
4
Dall’inizio dell’anno la Banca Popolare di Vicenza è diretta da Divo
Gronchi, cui il Consiglio di Amministrazione dell’Istituto ha affidato
l’importante incarico di condurre il
nostro Gruppo bancario con mano
esperta e sicura verso nuovi e importanti traguardi.
Il curriculum professionale del dottor Gronchi è di primissimo piano
nel panorama bancario nazionale,
avendo egli, tra l’altro, guidato uno
tra i maggiori istituti di credito d’Italia, la Banca Monte dei Paschi di
Siena.
Dopo poche settimane dal suo insediamento il nuovo direttore generale si è fatto un quadro preciso della
situazione e non nasconde il proprio compiacimento per quello che
ha trovato in Popolare di Vicenza…
BPVOGGI
Ho avvertito sin dai primi contatti un forte attaccamento da
parte della clientela nei confronti dell’Istituto. La sensazione è
che il cliente della Banca Popolare di Vicenza sia legato in modo
speciale alla “sua banca”, la consideri come un preciso punto di
riferimento: ciò è molto importante per una banca che vuole
avere col proprio territorio un
approccio costruttivo e del tutto
particolare. La nostra clientela
ha già a disposizione un portafoglio prodotti di standing elevato
sia dal punto di vista qualitativo
che quantitativo, che abbraccia il
settore tradizionale come pure
quello del virtual banking.
Quanto a gamma di prodotti e
servizi sono convinto che non
siamo secondi ad alcuno, tuttavia siamo tutti impegnati a migliorare la nostra presenza, mettendo veramente il cliente e le
proprie esigenze al centro della
nostra attenzione.
La cura verso la clientela è quindi
uno degli obiettivi primari?
Lo considero l’obiettivo primario per eccellenza. La Banca Popolare di Vicenza deve diventare
sempre più banca di riferimento.
Il mio, e il nostro impegno, sarà
quello di accrescere ancora di
più il grado di vicinanza, la fidelizzazione della clientela tutta –
privati, famiglie, imprese – proponendo l’utilizzazione dei nostri servizi bancari e finanziari a
360 gradi. Faremo ogni sforzo affinchè i nostri clienti siano convinti e posti in grado di utilizzare agevolmente tutti i nostri prodotti e servizi.
E qui mi riferisco in particolare
alla multicanalità, visto che
stando a recenti studi statistici
proprio nel Nord Est, per tanti
altri versi all’avanguardia in
campo economico, c’è una minore propensione che non altrove nei confronti dei servizi resi
disponibili dalla rete Internet.
Cinque anni fa la Banca superava
di poco i cento sportelli, ora è sopra
i quattrocento. Che programmi ci
sono per il prossimo futuro?
È vero, c’è stata una crescita
molto forte. La Banca è stata, ed
è, intensamente impegnata in
questa sua evoluzione, tra l’al-
tro integrando in un’unica rete
commerciale le cinque reti di altrettante banche popolari ( Belluno, Castelfranco, Udine, Trieste e Valdobbiadene) con i propri mercati di riferimento, con
le proprie culture che intendiamo preservare, nonché i 46
sportelli provenienti da sette
realtà bancarie diverse. Tutta
questa azione di sviluppo, pregevole per la razionalizzazione,
necessita ora di un periodo di
consolidamento sia a livello
centrale che periferico, in modo
da rendere la struttura perfettamente omogenea e pronta a futuri sviluppi.
C’è qualche progetto immediato che
riveste particolare interesse?
Ho ritenuto opportuno dare
piena continuità al progetto relativo al portale di Vicenza, denominato VicenzaCity.com, di
cui Informatica Vicentina, società del Gruppo, intende diventaBPVOGGI
re gestore in partnership con Telecom. Il sito si propone come
importante punto di ingresso
privilegiato al web sia per la popolazione che per qualunque
altro soggetto interessato o correlato alla città e alla provincia
di Vicenza. Ritengo inoltre più
che opportuno implementare
ulteriormente gli accordi e le
convenzioni tra la Banca e le
varie Associazioni di categoria
ed Enti locali al fine di penetrare con incisività operativa ancora più forte nel tessuto economico dell’area. Come si può notare tutte azioni tese a privilegiare il rapporto tra la nostra
Banca e il territorio sul quale
vogliamo continuare a crescere
ed essere protagonisti.
5
Fabio Barbieri
Direttore del Mattino di Padova,
La Tribuna di Treviso e
La Nuova Venezia
Stavo cercando di riordinare le
idee per rispondere alle domande su Padova e il suo futuro che
mi avevano posto gli amici
della Banca popolare di Vicenza
quando Maurizio Mistri mi ha
fatto arrivare la sua ultima fatica. Il libro, che s’intitola “L’economia di Padova tra vincoli e
possibilità” (CEDAM), è la dimostrazione inequivocabile che
quelle domande avevano una
valenza oggettiva, che insomma
non si trattava di fare solo esercizio di retorica a proposito del
passato e del futuro di una “capitale politica” come la città del
Santo. Padova oggi non è semplicemente il capoluogo di una
delle sette province venete: Padova è una città che ormai da
tempo manifesta seri problemi
di identità (politica, economica,
sociale, culturale) e – di conseguenza – è diventata un problema anche per il Veneto, visto il
suo peso specifico nel complessivo assetto regionale. Credo
che valga la pena, in questa occasione, di accennare alla dimensione delle questioni più
importanti, lasciando agli specialisti (incominciando da Mistri) l’esegesi più approfondita
dei temi del dibattito. Vediamo
punto per punto.
6
1. La crisi politica. Oggi Padova, che pure esprime il presidente della Regione, soffre di
un sottodimensionamento di
rappresentanza politica a livello
nazionale. Il rapporto con l’autorità centrale si è da tempo trasformato in un qualche cosa di
episodico e contingente. Non
c’è funzionalità, non c’è organi-
PADOVA OGGI
CON I SUOI PROBLEMI
Palazzo del Bo’, sede dell’Università di Padova
cità. Il peso dei parlamentari
padovani è pari a quello espresso da una provincia di periferia.
E ciò è avvenuto sia quando ha
governato per pochi mesi Berlusconi sia nella successiva fase
dei governi dell’Ulivo. Certamente ha influito la mancanza
di un progetto o di progetti elaborati in sede locale; certamente
ha influito la mancanza di una
strategia di medio e lungo periodo. Ma altrettanto certamente l’amministrazione centrale
nelle sue scelte ha privilegiato,
grazie evidentemente a lobby
politiche più aggressive, territori che dal punto di vista degli
indicatori complessivi si trovavano e si trovano in condizioni
di inferiorità rispetto a Padova.
Il rapporto Padova-Roma va
dunque ricondotto al più presto
dentro i binari definiti dai dati
materiali socioeconomici. Probabilmente non si riuscirà a riBPVOGGI
pristinare le fludità dei tempi di
Gui, di Bisaglia, di Fracanzani,
di Carraro, di Bettiol. Certo è
però che se una classe politica
vuol essere degna di questo
nome ha il dovere di provarci e,
soprattutto, di riuscirci.
2. La crisi economica. Parlare di
crisi economica sembra una
contraddizione in termini. E in
effetti lo è, se si pensa al concetto di economia solo in riferimento alla ricchezza attuale.
Non è così se invece si distingue
tra crescita e sviluppo, come ad
esempio saggiamente suggerisce Mistri, tra dati cioè puramente quantitativi da un lato e
dati qualitativi e strutturali dall’altro. Non c’è al momento, e
non sembra prevedibile, crisi di
accrescimento materiale di ricchezza; si riscontra invece, e
personalmente mi sembra in
maniera piuttosto palpabile,
una crisi della qualità dello sviluppo. L’ex presidente degli industriali padovani Angelo
Ferro ha sempre sostenuto che
“Padova più degli altri capoluoghi del Veneto è il centro delle
ambizioni, delle responsabilità
e delle contraddizioni di un’area in cui la ricchezza è diffusa,
il lavoro non manca e l’imprenditorialità è un fenomeno di popolo”. Tutto vero. Ma altrettanto vero è che se questo ragionamento non viene inserito in un
contesto di progetto complessivo (condiviso dalla politica, dall’economia e dalla società) nell’ambito del quale “tutte” le
componenti del processo di sviluppo fanno la loro parte al meglio, si corre il rischio non solo
di disperdere quel meglio prodotto singolarmente da ogni
parte ma addirittura di portare
ad un annullamento per contrapposizione.
3. La crisi sociale. Quanto è accaduto a Padova è sotto gli
occhi di tutti. Il grande malessere si tocca con mano. E la cosa
più preoccupante è che si tratta
di un malessere psicologico
prima ancora che materiale. Insomma, è semplicemente accaduto che nessuno tra coloro che
ne avevano il dovere ha riflettutto a sufficienza sulle dure
conseguenze che le leggi dell’economia e dello sviluppo comportano. E comunque, se qualcuno ha riflettuto a sufficienza,
si è ben guardato dall’avvertire
l’opinione pubblica di quanto si
andava preparando. Laddove
c’è ricchezza, là arrivano i disperati della terra per cercare di
conquistarne un pezzo, la stragrande maggioranza legalmente, una minoranza in maniera illegale. Anche in questo settore
Padova è stata ed è una “capitale politica”, è il crocevia di una
immigrazione interna ed esterna in parte legale e in parte
clandestina, il centro di passaggio e di smistamento di flussi di
beni e persone. Tutto ciò ha portato ad una modificazione materiale e psicologica dei rapporti sociali che non è stata ancora
sufficientemente metabolizzata;
ha portato e porta ad un collasso culturale tra cittadinanza e
territorio, con zone della città
considerate impraticabili, con
fasce orarie di presenza esterna
ritenute proibitive. In questo
settore il compito da portare a
termine è immenso perché non
sono coinvolte solamente le autorità politiche e di pubblica sicurezza, ma in particolar modo
tutti gli enti e tutte le istituzioni
che si occupano di territorio e di
diffusione delle informazioni.
Un compito che diventerà per
altro sempre più duro visto che
i fenomeni di immigrazione,
clandestina e non, crescono tendenzialmente in maniera più
che proporzionale rispetto all’incremento della ricchezza.
4. La crisi culturale. In senso
lato, è un aspetto primario della
crisi sociale. In senso stretto, è
riconducibile al problema della
proliferazione dei centri superiori di istruzione e ricerca, vale
a dire delle università. Tolta Ca’
Foscari a Venezia, l’unica università del Veneto è sempre
stata Padova. Ora discutere se
BPVOGGI
sia stato opportuna, intelligente, seria la politica del decentramento universitario negli ultimi
quarant’anni, sarebbe tempo
perso perché rimane il fatto incontrovertibile che la concorrenza alla Universa universis
patavina libertas è fortissima.
Forse per vincoli e norme esterne, ma forse anche per incapacità programmatica, oggi a Padova l’università appare come una
grande azienda della old economy certamente in salute discreta e quindi in grado di garantire una buona “ordinaria
amministrazione”, ma altrettanto certamente – al di là di alcune punte avanzatissime – non
nella situazione di sostenere
quelle potenzialità di sviluppo
della ricerca indispensabili per
mantenere un primato storico.
Mancano parecchi strumenti legislativi ma manca anche una
chiara strategia su che cosa
potrà essere la seconda più antica università del mondo nei
prossimi cinquant’anni al di là
della gestione del puro dato
quantitativo. Se questo progetto
ci fosse e fosse convincente possiamo star certi che arriverebbero tanto i soldi quanto le leggi,
come è sempre successo nella
storia del mondo.
7
Roberto Capezzuoli
“Il Sole 24 Ore”
L’MPORTANZA DELL’ORO
PER L’ECONOMIA ITALIANA
La vocazione orafa italiana ha illustri antenati, che nei secoli
hanno tramandato il know how,
ma soprattutto il gusto e la capacità di innovazione degli artigiani che lavorano il metallo “nobile” per eccellenza. A renderlo evidente sono tutte le recenti mostre
che hanno esposto a migliaia di
visitatori veri e propri tesori: i
manufatti degli orafi etruschi, i
gioielli dell’antica Roma, quelli
dei primi abitanti della Sardegna,
gli ori dei Longobardi.
8
I PRIMATI
Una tradizione che si è tradotta,
ai giorni nostri, nelle statistiche
che per l’intero dopoguerra attestano il primato dell’oreficeria
italiana nel mondo. Fino al 1996
il nostro Paese è rimasto saldamente al primo posto tra i grandi trasformatori di oro, pur essendo lontano dai vertici della
classifica che prende in considerazione i consumi interni, cioè
gli acquisti di oggetti preziosi da
parte degli abitanti. È solo degli
ultimi quattro anni il “sorpasso”
dell’India. Le cifre manifestano
soprattutto il riflesso del grande
favore che i gioielli incontrano
nel subcontinente indiano, in un
Paese enorme, con una popolazione avviata a superare il miliardo di esseri umani, ma in
particolare con un crescente benessere economico, con facilitazioni offerte alle imprese artigiane, con progressive liberalizzazioni del commercio e della lavorazione di oro e preziosi. Ma l’Italia, nel pianeta oro, svolge sempre un ruolo di primissimo
piano. Il calcolo è semplice. Il metallo ottenuto ogni anno dalle mi-
niere mondiali si aggira intorno a
2.500-2.600 tonnellate; i dati del
World Gold Council, che rappresenta gli interessi dei maggiori
produttori occidentali, parlano di
2.568 tonnellate estratte nel 2000.
Circa il 70% del totale si dirige
verso il settore del gioiello (che
naturalmente utilizza anche
buona parte dell’oro “vecchio”,
quello da riciclare). Ebbene, l’Italia nel ‘99, ultimo anno per cui
sono disponibili le statistiche
complete, ha leggermente diminuito la sua attività complessiva,
ma ha comunque trasformato
ben 511 tonnellate d’oro, un totale superato soltanto dalle 644 tonnellate dell’India. Ma le 416 tonnellate “riesportate” dopo la lavorazione sono un primato che
anche il 2000 ha certamente confermato. I numeri italiani dei
primi nove mesi dello scorso
anno dicono infatti che l’export
ha toccato punte superiori a tutti
i precedenti record, iniziando la
sua penetrazione anche in Paesi
BPVOGGI
di grandi prospettive come la
Cina e la stessa India. Qualche
battuta d’arresto è segnalata tuttavia sul mercato interno, che
forse giustifica le stime preliminari fatte dal World Gold Council
riguardo al 2000: nel suo ultimo
rapporto il Wgc sostiene che il
settore gioielleria nel mondo ha
trasformato 3.191 tonnellate
d’oro fino, l’1,2% in più rispetto
all’anno precedente, ma con una
flessione del 3% in Italia. Nulla,
però, che possa scalfire l’immagine delle imprese italiane del settore, un tessuto che il mondo ci
invidia.
I NUMERI
Solo le cifre possono dare un’idea dell’importanza che l’oro riveste per l’economia italiana. Il
valore degli oggetti in oro prodotti nel nostro Paese, durante il
1999, da oltre 10mila aziende
orafe è stimato in 13.600 miliardi
di lire. Una produzione che ha
richiesto l’opera di 130mila ad-
detti, di cui 82mila solo per la
distribuzione. Il 2000 ha accusato qualche incertezza sul mercato interno, forse per un inadeguato apporto delle campagne
promozionali, ma ha confermato
la vitalità del settore con esportazioni record. Di queste non
sono ancora disponibili i dati
precisi, ma superano certo gli
8mila miliardi toccati nel ‘99, con
gli Stati Uniti ancora una volta in
veste di mattatore, ad assorbire
un terzo dei gioielli italiani venduti all’estero.
I DISTRETTI
La forza dell’industria italiana è
nei suoi numerosi poli, tutti ad
alta specializzazione, e nel gran
numero di artigiani validissimi,
presenti in tutto il territorio nazionale. I più noti centri di lavorazione sono i cosiddetti “distretti orafi”, cioé quei sistemi
produttivi locali dove si è concentrata un’alta specializzazione, frutto di una presenza consistente per numero di aziende, di
addetti e di fatturato. Tutti conoscono i poli di Vicenza, di Valenza Po, di Arezzo. Serviti da banchi metalli (società di servizio
abilitate alla compravendita di
oro grezzo) e assistiti da una rete
di sportelli bancari dedicati al
buon funzionamento dell’attività produttiva. In testa c’è Vicenza, con non meno di 12.200 addetti, con un fatturato che supera i 3mila miliardi l’anno (solo
per l’oro), con un volume di oro
trasformato ogni anno (oltre 113
tonnellate) che rende la provincia del Palladio la più scintillante area geografica del mondo.
Ma anche le altre realtà sono di
spicco, ognuna con precise specifiche: a Valenza Po, per esempio, prevale la lavorazione di
gioielli con pietre preziose, Arezzo è sede di una delle maggiori
aziende orafe mondiali, a Torre
del Greco e Napoli si concentra
la lavorazione di oro con corallo
e cammei. I distretti sono forse
troppo ingabbiati entro rigidi
schemi normativi, che a volte
frenano le possibilità di finanziamenti comunitari. Però le difficoltà con cui si devono confrontare gli addetti ai lavori sono
anche altre. Una è la necessità di
specializzazione e aggiornamento professionale, che non consente un facile reperimento di
mano d’opera qualificata. Nei
poli principali, ma anche in altre
città, esistono centri di formazione importanti. La Scuola d’arte e
mestieri di Vicenza ne è un valido esempio, con i corsi per la
formazione professionale, per
l’incisione, l’incastonatura, l’oreficeria, la modellistica.
I PERICOLI
Le insidie però non mancano.
Per rimanere al passo con le richieste di un mercato globale occorrono investimenti, tecnologie, applicazioni sempre più sofisticate di strumenti come il
laser, le macchine per il calcolo
numerico, le altre attrezzature,
che subiscono innovazioni continue e che costringono il settore a
un movimento senza soste, dove
la progettazione svolge spesso
un ruolo fondamentale, pur
senza scalzare i punti di forza
classici, quelli della fantasia, del
design e della qualità dell’esecuzione. Il mercato oggi può contaBPVOGGI
re su una materia prima, l’oro,
appunto, relativamente poco costosa, almeno in paragone con le
situazioni verificate appena vent’anni fa. Le quotazioni del metallo in Europa mostrano che le
punte di 850 dollari l’oncia raggiunte nel 1980 sono da considerare irripetibili, a meno di imprevedibili terremoti. Così gli utilizzatori possono fare i conti con
un metallo ancorato a valori
compresi tra 250 e 300 dollari,
dove spesso è la variazione del
rapporto dollaro/euro, più che il
prezzo dell’oro, a guidare gli acquisti. Tutto ciò sta favorendo
l’espansione del mercato del
gioiello, che vede in questi anni
una grande rinascita soprattutto
in Asia. Per contro, sono favorite
anche le manifatture nei Paesi in
via di sviluppo, tecnologicamente meno preparate, ma avvantaggiate dal basso costo della
mano d’opera. India, Turchia e
Thailandia sono concorrenti agguerriti degli esportatori italiani
di gioielleria, specialmente nelle
fasce cosiddette basse. E nei Paesi
avanzati i rivali temibili sono gli
altri canali verso cui si può indirizzare la spesa dei potenziali acquirenti: il turismo, la telefonia
mobile e l’high tech in genere
sfornano quotidianamente proposte che, senza dubbio, tendono a comprimere gli spazi della
gioielleria.
Nulla di irreparabile, però. Per
mantenere un primato – sono gli
stessi operatori del settore ad ammetterlo – è obbligatorio accettare un confronto continuo, cercando di prevalere con le armi che finora si sono dimostrate vincenti:
fantasia, design e qualità.
9
Ricerca, Formazione,
E-projects
LA RETE E I SISTEMI PRODUTTIVI
DEL NORD-EST
Lo sviluppo di aree come il
Nord Est ha messo in evidenza
l’importanza di modelli di crescita centrati sul ruolo dei sistemi economici locali. Partendo
da ceppi di specializzazioni
produttive fortemente radicate
su limitate porzioni di territorio, hanno preso spunto processi di espansione che hanno garantito un elevato ritmo di crescita ad intere regioni.
Tra i pregi di questo processo di
crescita va segnalato anche
quello di aver rinforzato l’apertura internazionale dell’economia italiana, indicando che proprio le formazioni distrettuali
sono tra i principali motori
della crescita dell’export nazionale. Questo risultato non dipende solo dalle principali imprese, che per dimensione e
competenze si ritiene siano in
grado di proiettarsi con più
forza al di fuori dei confini nazionali, ma un rilevante contribuito viene garantito da molte
piccole imprese: da quelle che
sono presenti sui mercati finali
accanto a concorrenti di maggior peso; a quelle che occupano nicchie specializzate di produzioni che coinvolgono interi
sistemi produttivi (orafo, calzature, mobilio, ecc.); fino a quei
produttori specializzati che si
muovono di conserva ai distretti cogliendo l’opportunità di
imboccare autonomi percorsi di
crescita internazionale (come
capita per i produttori di beni
strumentali collegati a diverse
categorie di industria).
Alla luce di queste dinamiche,
puntualmente registrate dalle
statistiche economiche, vedi
anche i recenti dati relativi agli
andamenti dell’export regionale (vedi BPVOGGI n. 17/2000),
è legittimo trarre considerazioni positive sulla capacità di
questi sistemi economici locali
di fronteggiare l’inasprimento
dalla sfida competitiva che accompagna la globalizzazione
dei mercati.
Non va, però, dimenticato che
l’evoluzione di un sistema economico come quello del Nord
Est va misurata anche in base a
valutazioni di lungo termine.
Ciò richiede schemi interpretativi più problematici, che sottolineano il peso di aspetti del sistema produttivo locale che appaiono meno rassicuranti. Tra
questi va ricordato il ruolo di alcune determinanti strutturali
che divengono più critiche in
una fase come questa di intensificazione della competizione internazionale. Questa chiave di
lettura, pur non sottovalutando
le grandi risorse produttive dell’area, rileva la crescente importanza di fattori di competizione
quali l’innovazione tecnologica,
la qualità dei prodotti, le politiche commerciali, l’azione di
marketing, ecc. A fronte di ciò, i
vantaggi tradizionali della piccola impresa locale, flessibilità
operativa, rapidità di adattamento, personalizzazione del
prodotto, ecc. rischiano di divenire meno rilevanti. È quindi naturale che ci si interroghi sulla
capacità dei sistemi di piccola
impresa di trasformare degli apparenti fattori di svantaggio in
risorse distintive che possano
permettere di rinnovare le proprie strategie di successo.
Istituto Poster
10
BPVOGGI
Analisi recenti (si vedano i dati
dell’Osservatorio Tedis sulla
diffusione delle tecnologie informatiche di rete nei distretti
del Nord Est) sembrano mostrare che la piccola dimensione risulta penalizzata nella corsa a
cogliere le opportunità che vengono offerte dalle innovazioni
collegate all’information technology. Secondo queste rilevazioni, i distretti del Nord Est
sono sistemi produttivi che operano secondo una strategia di
reticolazione molto fitta, ma ciò
avviene senza un’adeguata utilizzazione di apposite tecnologie di rete. D’altro canto, i modelli manageriali adottati all’interno della piccola impresa
sembrano poco consapevoli sia
dei costi che dei vincoli connessi alla diffusione di forme di apprendimento tecnologico appropriate al nuovo contesto
produttivo.
La diffusione di tecnologie di
rete ( intendendosi con questo
termine tutte le tecnologie collegate ad internet) trova nella
realtà delle piccole imprese più
ostacoli di quanto non sia avvenuto in precedenza per altri
tipi di innovazione produttiva,
proponendo delle discontinuità nell’evoluzione delle imprese locali che contribuisce a rendere più incerta l’evoluzione
dell’area.
Una piccola impresa incontra
difficoltà rilevanti nell’adottare
dei criteri di gestione evoluta
della rete; si pongono certo dei
problemi di costo, per il livello
di investimenti necessari a garantire il continuo rinnovamento delle infrastrutture, ma so-
prattutto vi sono degli oneri di
apprendimento, sovente mediante processi di prova ed errore, che le unità di piccola dimensione sono restie ad affrontare.
Questa situazione di stallo può
essere superata solo se all’interno del sistema produttivo,
come peraltro è capitato anche
nel passato, si producono dei
tentativi di innovazione che distribuiscano su gruppi più ampi
di imprese i costi della sperimentazione, consentendo nel
frattempo alle aziende di apprendere l’uso delle nuove tecnologie senza dover sopportare
in proprio un’azione rischiosa e
dagli esiti incerti.
Come segno di vitalità dell’area
si può registrare che anche nel
Nord Est stanno prendendo
corpo delle iniziative che puntano a favorire questo passaggio: si tratta, in genere, di progetti che hanno anche una finalità “educativa”, giacché si propongono di aumentare la sensibilità delle piccole imprese per
l’uso delle tecnologie di rete.
Nello stesso tempo, hanno lo
scopo di offrire alle singole
aziende il tempo e le condizioni
per sperimentare con rischi contenuti l’opportunità di strategie
più innovative.
I due tentativi più noti su questo terreno, funzionali alle politiche di riqualificazione dei distretti mediante gli strumenti
della new economy, hanno per
oggetto entrambi la filiera del
mobile, anche se un’esperienza
è collocata in Veneto e l’altra in
BPVOGGI
Friuli Venezia Giulia.
Nel primo caso il promotore è la
sezione e-projects dell’Istituto
Poster, che ha avviato nel corso
del 1999 un sito Internet specializzato nell’arredamento veneto
(www.mobilexpo.it). L’iniziativa si configura come una vera e
propria Fiera Virtuale permanente dell’Arredamento Veneto,
con l’obiettivo di favorire la
promozione
dell’immagine
delle aziende del settore e di
mettere in relazione i produttori dell’arredamento veneto con
il mondo dei distributori, importatori esteri, buyers, general
contract, architetti e progettisti.
Al sito, che dopo il periodo sperimentale è oggi in fase di rilancio su basi più ampie, hanno
aderito oltre 70 aziende appartenenti ai quattro distretti mobilieri veneti (Bassano del Grappa, Cerea-Bovolone, Casale di
Scodosia, Alto trevigiano). In
questo periodo le aziende
hanno potuto familiarizzare
con la rete, hanno usufruito di
una collocazione di primo
piano nei motori di ricerca, con
un’attività di promozione verso
l’esterno e un servizio di trasmissione delle informazioni richieste da visitatori e aziende
interessati ai loro prodotti. Mobilexpo si presenta come una
fiera virtuale dove ogni azienda
ha il proprio spazio ma è inserita in una vetrina collettiva che
ne esalta le peculiarità produttive e territoriali.
Le pagine del sito hanno registrato oltre 80.000 visite, con
una media, nel Gennaio 2001,
di 1.442 pagine visitate alla settimana. Inoltre, alle aziende
11
12
aderenti sono pervenute numerose richieste di preventivi e di
cataloghi dei prodotti aziendali da parte di clienti nazionali
ed esteri.
L’esperienza ha modificato notevolmente la strategia comunicativa di queste piccole imprese. Esse hanno potuto presentare a migliaia di visitatori le foto
dei loro principali prodotti, fornendo una descrizione dettagliata dell’impresa. Inoltre
hanno beneficiato degli effetti
di un’azione di promozione che
ha riguardato l’intero sistema
produttivo distrettuale, avviando dei contatti con dei potenziali clienti e visitatori che non
avrebbero in altri casi potuto
raggiungere. Nel progetto di arricchimento del portale dell’arredamento veneto in corso, si
prevede di aumentare le informazioni a disposizione delle
aziende (andamenti del settore,
fiere, richieste del mercato),
completando le funzioni offerte
con una serie di servizi che possono migliorare la collaborazione tra le imprese e avviare la
sperimentazione di prime azioni di e-commerce.
L’altro esempio che merita di
venire citato è quello che riguarda l’esperienza di Retedis srl,
iniziativa rivolta alle aziende
che operano nel distretto della
sedia di Manzano in Friuli. Si
tratta di un progetto per la costituzione di una rete telematica
distrettuale; tra i fondatori troviamo una Banca locale (Banca
di Credito cooperativo di Manzano) un partner tecnologico
(Novacom) e sei delle principali
aziende del settore. L’intervento
si rivolge ad un distretto che con
i 3.000 miliardi di fatturato e 40
milioni di sedie prodotte in un
anno, realizza l’80% delle sedie
italiane, il 50% di quelle europee
e il 30% di quelle mondiali. Dati
questi numeri, la strategia di valorizzare al meglio le opportunità offerte dalla rete appare una
strada obbligata per mantenere/aumentare la propria quota
di mercato.
Retedis si propone di fungere
da gestore per il distretto della
trasmissione dei dati, avviando
una “ridefinizione” del “business to business” per l’ambiente
distrettuale, sia per quanto riguarda l’intenso traffico di subfornitura, sia per le relazioni
commerciali con l’esterno.
La creazione all’interno del
Triangolo della Sedia di Retedis
e, in modo specifico, di una rete
telematica distrettuale porta
con sé una serie di conseguenze/possibilità importanti.
Si crea, all’interno dell’ambiente locale, un nuovo intermediario (Retedis) capace di inserire
le imprese in un sistema globale
di relazioni a rete. È ormai palese, infatti, come le forze della
globalizzazione/internazionalizzazione stiano ridefinendo il
modello organizzativo ed i confini dei sistemi distrettuali. Nel
segno della crescita delle competenze tecnologiche del settore, è poi di estrema rilevanza il
fatto che siano le stesse aziende
distrettuali a creare, all’interno
del tessuto locale, una società di
ICT che permette la formazione
di specifiche conoscenze sul territorio, adattando le tecnologie
disponibili al modello economiBPVOGGI
co in cui si trovano ad operare.
A livello di servizi offerti al distretto, l’implicazione che oggi
appare più interessante riguarda la possibilità di implementare un solido sistema di commercio elettronico distrettuale.
Il progetto prevede che qualsiasi azienda del distretto che
entri in rete sia messa nella
condizione di realizzare sia
una gestione elettronica dei
rapporti di subfornitura, sia un
commercio elettronico al di
fuori del distretto.
Dalla sintetica presentazione di
queste due esperienze, che appaiono tra le più interessanti rispetto a quanto si sta muovendo nell’area, si traggono motivi
di rassicurazione sulla capacità
del sistema locale di mettersi al
passo dei processi innovativi
che guidano la competizione internazionale. Non va sottaciuto
che i segni di una convergenza
verso le esperienze più avanzate di utilizzo delle tecnologie
ICT sono ancora deboli, e le
stesse iniziative citate hanno il
significato di progetti sperimentali piuttosto che di realizzazioni compiute, ma dopo
aver ripetutamente sperimentato la reattività dei sistemi produttivi del Nord Est nel mettere
in moto le proprie capacità di
“inseguitori”, si può ragionevolmente ritenere che questi
segni verranno ben presto rinforzati da nuove iniziative.
Maria Masau Dan
Direttore Civico Museo
Revoltella di Trieste
I TESORI DEL MUSEO REVOLTELLA
Palazzo Revoltella. Veduta del Gabinetto degli Specchi
Per il grande pubblico l’ immagine museale più forte di Trieste,
anzi, l’unica immagine museale
abbastanza conosciuta è senza
dubbio il Castello di Miramare,
che, assieme alla cattedrale di
San Giusto e alla Piazza dell’
Unità, identifica questa città nel
pensiero comune e costituisce la
migliore chance per la promozione del turismo, almeno per quel
turismo che si lascia attrarre soprattutto dall’emozione e da forti
richiami storici e letterari.
Se qualcuno, venendo a Trieste,
cerca altre cose, più particolari,
più nascoste, appartiene di solito
alla categoria degli “addetti ai lavori” , supportata da quella cultura specifica (può essere nel
campo scientifico come in quello
letterario o artistico) che dà al
viaggio un carattere molto diverso dalla gita turistica o dalla sosta
casuale. Oppure in molti casi è
uno straniero, meno influenzato
degli italiani dalle frasi fatte e
dalle immagini da cartolina.
Tutto questo per spiegare , ad
esempio, la fama ristretta di cui
gode, al di fuori della dimensione cittadina e dal mondo dell’arte, un museo d’arte moderna tra i
più importanti d’Italia come il
Museo Revoltella, fondato nel
1872 e giunto in quasi centotrent’anni di storia a possedere una
collezione di alcune migliaia di
pezzi, tra pittura, scultura e grafica, in cui ci sono opere di grande
prestigio e valore dell’Ottocento
e del Novecento italiano, da Canova ad Hayez, da Fattori a de
Nittis, da Previati a Sironi, da
Morandi a Burri. Opere che figurano nelle mostre più importanti
organizzate in Italia ma anche all’estero: tanto per citare i casi più
BPVOGGI
recenti il “Meriggio” di Felice Casorati è presente nella mostra sul
Novecento italiano ospitata in
questi mesi dalle Scuderie del
Quirinale a Roma e il grande olio
“Il giorno sveglia la notte” di
Gaetano Previati è esposto, sempre a Roma, nella mostra “Italie
1880-1910” della Galleria Nazionale d’Arte Moderna.
Non sarebbe giusto però attribuire solo alla “concorrenza” di siti
più celebrati, o all’ appeal romantico del castello di Massimiliano e
Carlotta, la scarsa fama dei tesori
del Revoltella, (che, peraltro, attira ogni anno quasi trentamila visitatori, cifra molto ragguardevole per un museo di questo tipo)
bensì alla triste vicenda di una ristrutturazione iniziata nel 1968
su progetto di Carlo Scarpa e finita dopo molte interruzioni solo
nel 1991, quando ormai non
pochi avevano quasi perduto le
speranze di potere vedere un
giorno compiuta l’opera e disporre anche in questa città di
una galleria d’arte moderna adeguata ai tempi. Più di vent’anni
di inattività e di spazi ridotti al
minimo hanno certamente fatto
dimenticare questo museo nello
stesso torno di tempo in cui un
po’ovunque prendeva le mosse
quel boom delle mostre che è
progressivamente cresciuto, contribuendo non poco anche a far
aumentare la conoscenza dei
musei, e continua tuttora a costituire un richiamo fortissimo
anche per il movimento turistico.
Da dieci anni, però, da quando il
museo ha potuto utilizzare, accanto alla fastosa dimora ottocentesca lasciata in eredità alla città
dal barone Pasquale Revoltella,
13
Palazzo Revoltella, sala da pranzo
14
Galleria d’arte moderna del Museo Revoltella.
La terrazza del quinto piano
BPVOGGI
una vasta ala moderna di oltre
quattromila metri quadrati che
ospita quasi quattrocento opere
tra dipinti e sculture, la collezione
ha cominciato a recuperare rapidamente la fama perduta e, grazie anche a un’intensa attività di
mostre temporanee, ad aumentare di anno in anno il numero dei
visitatori e l’interesse della critica.
Merita ricordare, ad esempio la
serie delle mostre dedicata ad artisti americani contemporanei,
iniziata con James Rosenquist e
Jim Dine, due protagonisti della
pop art che allestirono personalmente, rispettivamente nel 1995 e
nel 1996, le loro personali al quinto piano del museo, e proseguita
con David Byrne, nel 1998 e Jean
Michel Basquiat nel 1999.
Ma un grande lavoro è stato fatto
anche sui protagonisti dell’arte
giuliana dell’Otto e del Novecento sia con le mostre antologiche
dedicate a Cesare Sofianopulo
(1993), Carlo Sbisà (1995), Nino
Perizi (1996), Luigi Spacal (1997),
Umberto Veruda (1998), Augusto
Cernigoj (1998), Giannino Marchig (2000), cui vanno aggiunti
anche i friulani Carlo Ciussi
(1997) e Giuseppe Zigaina (2000),
sia con grandi rassegne storiche
come “Trieste, Venezia e la Biennale” (1995) e “Arte e Stato. Le
esposizioni sindacali nelle Tre Venezie 1927-1944” (1997).
Il ben fornito bookshop che accoglie il visitatore nel grande atrio
di via Diaz testimonia efficacemente l’ampiezza dell’attività
svolta nel campo della ricerca e
dell’editoria.
Una delle ragioni per le quali il
Revoltella si è fatto conoscere dal
grande pubblico, però, è l’inizia-
tiva dell’apertura notturna nei
mesi estivi, avviata già nel 1993
(cioè molti anni prima che questo
fosse voluto dal Ministero Veltroni per tutti i maggiori musei statali) e resa ancor più attraente
dalla possibilità di usufruire di
un caffè aperto sulle terrazze panoramiche del quinto e sesto
piano dalle 20 a mezzanotte.
Questo orario inconsueto ha fatto
scoprire il museo ai giovani e a
tutte quelle categorie di persone
che per gli impegni professionali
non possono permettersi di frequentare mostre e musei negli
orari normali.
Certamente le grandi mostre e la
ricchezza della collezione d’arte
moderna sono stati un grosso
punto di forza per la rinascita di
questa gloriosa istituzione triestina, ma va detto che alla base del
suo fascino inconsueto c’è anche
la sua “doppia immagine”, il
connubio fra un palazzo dell’Ottocento carico di decorazioni e
arredi (anch’essi recuperati recentemente dopo che l’abitazione
del barone Revoltella era stata
progressivamente
spogliata
quasi del tutto per fare posto alla
sempre più ricca collezione) e
una galleria dall’architettura
molto caratterizzata, fatta di
spazi aperti, grandi superfici
bianche, squarci di cemento armato a vista, ampie vetrate.
Un’immagine che vorrebbe – al
di là degli stereotipi e delle nostalgie – rappresentare anche l’identità più vera di Trieste, legata
a un passato straordinario, che si
deve ricordare e valorizzare, ma
capace anche di slanci coraggiosi
verso il futuro.
Galleria d’arte moderna del Museo Revoltella. La sala del secondo Novecento
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Galleria d’arte moderna del Museo Revoltella: scala del terzo piano
(in alto “La donna che trattiene il tempo” marmo di Donato Barcaglia)
BPVOGGI
A seguito della cessione di 46 sportelli da Banca Intesa
SI RAFFORZA LA RETE DEL GRUPPO
di Luciano Zanini
Un notevole contributo al rafforzamento della rete distributiva
del nostro Gruppo, e più in generale dell’intera sua struttura, è
venuto dall’acquisizione di
sportelli bancari da Banca Intesa.
Nel mese di ottobre il più grande istituto di credito italiano – in
linea con il suo piano industriale, presentato solo qualche mese
prima al mercato – portava a
compimento la prima fase di razionalizzazione della propria
rete distributiva cedendo al nostro Istituto 46 sportelli. L’operazione è stata attuata sia per eliminare la sovrapposizione territoriale di alcune filiali, creatasi a
seguito di integrazioni avvenute
all’interno del gruppo Intesa, sia
16
L’esterno e l’interno della filiale di Parma
BPVOGGI
per adempiere agli obblighi assunti nei confronti dell’Autorità
Garante della Concorrenza e del
Mercato. La cessione ha coinvolto ben sette banche del Gruppo
Intesa: Comit, Ambroveneto,
Cariplo, Banca Friuladria, Banca
Carime, Cassa di Risparmio di
Parma e Piacenza e Cassa di Risparmio di Rieti. Con riferimento ai volumi intermediati con la
clientela gli sportelli acquisiti gestivano circa 520 miliardi di raccolta diretta, 864 di indiretta e
347 di impieghi. Il personale addetto alle filiali, 187 unità, è passato in toto a far parte del nostro
Gruppo.
L’intero processo è stato condotto con estrema rapidità e determinazione, tanto che con il 2
gennaio 2001 tutti i 46 sportelli
hanno regolarmente iniziato ad
operare secondo le procedure
del Gruppo BPV. Non è stato
semplice, perché c’era da concretizzare in tempi assai ristretti
una corretta migrazione dei dati
informativi provenienti da sette
diverse realtà, però alla fine tutto
è andato per il meglio.
Si è intervenuto su aree diverse
impiegando numerose risorse.
In particolare sono stati approntati appositi gruppi di lavoro (sia
per la BPV e che per Banca Intesa), si è dato vita ad un insieme
di attività specifiche atte a realizzare i processi di migrazione dei
dati, la predisposizione della
struttura e la formazione delle
risorse che in poco più di un
mese avrebbero dovuto essere
già pronte ad operare all’interno
di un sistema completamente
nuovo. È stata quindi curata
tutta la comunicazione relativa
La distribuzione territoriale
degli sportelli acquisiti
dal Gruppo Banca Intesa
all’operazione con particolare attenzione nei confronti delle banche corrispondenti e della clientela. Proprio alla clientela è stata
rivolta naturalmente la massima
attenzione per garantire la continuità del rapporto intrattenuto
con la banca cedente, cercando
al contempo di arrecare il minor
disagio possibile.
L’UBICAZIONE DEGLI SPORTELLI
Come detto, sette istituti bancari
appartenenti al gruppo Intesa
sono stati interessati all’operazione. La Banca Carime (Cassa di Risparmio di Messina) ha ceduto
tutti i suoi diciannove sportelli
calabresi, mentre la Cassa di Risparmio di Parma ne ha rilasciati
quattordici, seguita dal Banco
Ambrosiano Veneto con cinque,
Banca Commerciale Italiana con
tre, Friuladria e Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde
con due e infine Cassa di Risparmio di Rieti con uno.
Per quanto attiene all’ubicazione
degli sportelli ceduti si può dire
che sostanzialmente si è trattato
di una ripartizione pressochè paritetica tra Nord e Sud d’Italia.
Diciannove filiali risultano infatti
dislocate a Sud, ventisei a Nord
ed una al Centro, a Rieti città.
Al Sud l’acquisizione ha riguardato totalmente la Calabria con
sei sportelli in provincia di Catanzaro, sei in provincia di Cosenza, cinque in provincia di
Reggio Calabria, uno ciascuno in
provincia di Crotone e Vibo Valentia. Al Nord le provincie di
BPVOGGI
Milano e Pavia, entrambe con sei
sportelli, di Parma con cinque,
di Genova, Imperia, Piacenza e
Pordenone con due e, infine, la
provincia di Asti con una filiale
ubicata in città.
Al fine di una migliore razionalizzazione della rete le filiali del
Centro Sud sono state assegnate
a Banca Nuova, mentre le rimanenti sono passate alla Capogruppo.
Grazie a questa importante operazione l’operatività del Gruppo
penetra per la prima volta direttamente in cinque regioni (Calabria, Emilia Romagna, Lazio, Liguria e Piemonte).
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Cresce la gamma dei servizi offerti via Internet
I FONDI DISTRIBUITI ONLINE
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Navigare tra i fondi. Sembrerebbe un invito marinaresco, una
frase da “Ventimila leghe sotto i
mari” e invece parliamo di finanza. O meglio ancora di finanza via Internet. Navigare tra i
fondi è infatti l’interessante opportunità che la Banca aveva
messo a disposizione della clientela già a partire dallo scorso
anno limitatamente ad alcuni
fondi, e che ora, in questi primi
mesi del 2001, ha trovato la sua
completa definizione.
Il primo passo era stato compiuto con l’avvio del nuovo sito Internet www.efondi.it, raggiungibile anche dall’home page del
sito aziendale www.popvi.it, che
permette di ottenere informazioni approfondite su tutti i fondi
comuni d’investimento collocati
dall’Istituto. In pratica chi vuole
disporre solo di informazioni sui
fondi comuni d’investimento
non deve fare altro che entrare
BPVOGGI
nel sito e, tramite una semplice
selezione iniziale da effettuare
tra tipologia di fondi, società di
gestione e divisa, accedere al catalogo contenente i fondi stessi
nella selezione effettuata. Con
pochi clic anche le persone non
particolarmente esperte nell’operatività online si trovano in
bella evidenza sul monitor tutte
le varie tipologie di fondi presenti nell’offerta della Banca,
come gli azionari (Italia, Europa,
Globale, Tecnologico, etc.), obbligazionari, bilanciati, multimanager. Si può inoltre scegliere tra
i vari gestori adottati dall’Istituto (Arca Fondi Sgr, American Express Wef, American Express
Epic, Schroeder International)
come pure tra le varie divise
(dollaro, euro, sterlina inglese,
franco svizzero). Proseguendo
nella consultazione, totalmente
gratuita, del sito possono quindi
facilmente ricavarsi: scheda informativa sintetica, prospetto informativo, documentazione integrativa, analisi qualitativa e
quantitativa approfondita.
Andando per ordine, la scheda
informativa sintetica consente di
ottenere un quadro preciso su
ogni singola tipologia di fondi.
Prendiamo, a puro titolo di
esempio, il fondo comune d’investimento “Arca Azioni Italia”:
dalla scheda si legge la composizione a colori del fondo, la filosofia di investimento, l’obiettivo
di gestione, l’entità delle commissioni di ingresso e di gestione, l’importo minimo d’ingresso, le principali società su cui il
fondo investe, il valore delle
quote espresse in lire e in euro.
Un quadro insomma completo e
di facile lettura. C’è anche, per
gli investitori che vogliano maggiori approfondimenti, tutta una
serie di indici significativi sull’andamento del fondo nel corso
degli ultimi tre anni.
L’indice di “volatilità totale” misura l’oscillazione in positivo e in
negativo dei rendimenti mensili
rispetto al rendimento medio ottenuto dall’investimento nel periodo preso in considerazione (1
anno - 3 anni). L’indice di “volatilità negativa” misura sinteticamente la frequenza e l’intensità
con cui l’investimento ha realizzato performances inferiori rispetto a quelle del rendimentosoglia prescelto. L’indice di Sharpe evidenzia il premio di rendimento ottenuto per unità di rischio assunto: quanto più è elevato, tanto più l’investimento è
efficiente. L’indice di Sortino si
ottiene sottraendo il rendimento
medio dell’investimento privo di
rischio (BOT) al rendimento
medio del fondo e, come l’indice
precedente, più il suo valore è
elevato, tanto più risulta maggiore l’efficienza dell’investimento.
Questo per quanto attiene alla
sola consultazione, peraltro importante. Poi si è passati – verso
fine anno – alla possibilità di fare
direttamente operazioni in fondi,
ossia sottoscriverli, ordinare
switch e rimborsi. Dapprima con
la sottoscrizione di cinque dei
vari fondi emessi da American
Express Bank (al riguardo giova
notare che proprio American Express Bank è stata la prima Società di Fondi in Italia autorizzata
alla distribuzione online dei propri prodotti finanziari, e cioè le
Sicav American Express Funds e
World Express Fund). American
Express Bank, sussidiaria di
American Express Company,
opera in tutto il mondo offrendo
servizi finanziari personalizzati,
servizi di private banking, di corporate e correspondent banking.
Successivamente la distribuzione
online dei fondi American Express è stata quindi estesa all’intera gamma offerta da questa Società che comprende diciassette
comparti specializzati, suddivisi
per area geografica e tipologia di
titoli, oltre a cinque “porfolios”
differenziati per profilo di rischio, dal prudente al dinamico.
Il servizio sarà a breve esteso ai
fondi delle altre società-prodotto.
Così ora si può navigare tra i
fondi, conoscerli meglio e sottoscriverli, stando comodamente
seduti davanti al computer.
BPVOGGI
19
Nato dalla collaborazione tra Assindustria e Banca
“CONTO COUNTRY”,
PER GLI EXTRACOMUNITARI
20
I rapporti di collaborazione da
tempo in atto tra le varie Associazioni degli Industriali e il nostro Istituto stanno sempre più
intensificandosi a tutto vantaggio delle imprese che da questa
collaborazione traggono indubbi vantaggi. Si veda, ad esempio, il crescente ricorso da parte
di tante aziende associate all’operatività dei vari consorzi fidi,
tramite i quali possono ottenere
a condizioni particolarmente
vantaggiose finanziamenti per
la loro operatività e per i loro investimenti. Di recente, nel quadro di questa fruttuosa collaborazione, è stata realizzata un’altra importante iniziativa che ha
per destinatari gli extracomunitari. La loro presenza nelle nostre zone è ormai un fatto assodato. Con il loro lavoro contribuiscono in maniera consistente
al successo e allo sviluppo delle
nostre aziende che proprio per
questo rivolgono ad essi sempre maggiore attenzione. È opportuno, se non necessario, favorirne al meglio l’integrazione
nella società: per questo l’Associazione Industriali di Vicenza e
il nostro istituto si sono unite
pensando di offrire a queste
persone ed alle loro famiglie
maggiore accessibilità ai servizi
bancari e finanziari.
È stato così messo a punto un
pacchetto di prodotti e servizi
specifici studiati proprio sulla
base delle particolari esigenze
dei lavoratori stranieri, denominato “Conto Country”.
L’offerta comprende una serie di
servizi finanziari a trecentosessanta gradi pensati per facilitare
l’approccio e la soluzione dei diBPVOGGI
versi problemi concreti che si
trova di fronte una persona che
proviene da realtà molto diverse
dalla nostra. Il primo servizio è
un conto corrente a pacchetto,
proposto ad un canone mensile
minimo (7.000 lire) comprensivo
di operazioni gratuite illimitate,
diritti di chiusura, disposizioni
permanenti di bonifico in conto,
produzione e invio di estratti
conto, pagamento utenze, accredito stipendio, carta di debito
“PrelevaFacile”, carta di credito
“Carta Viva”, e di una specifica
polizza assicurativa di contenuto assistenziale e informativo
(consulenza e invio del medico
o del pediatra, trasporto salma,
informazioni di natura burocratica, legale, fiscale, scolastica e
altro fornite tramite numero
verde e in quattro lingue straniere, compreso l’arabo).
È poi prevista la possibilità di
fare bonifici verso l’estero, ai
quali la Banca applicherà commissioni forfettarie minime e
comprensive di tutto, assicurando un trattamento di favore
anche all’estero grazie ad accordi con le principali banche dei
paesi destinatari.
Un altro servizio previsto è
quello di carte personali con la
possibilità di richiedere “Carta
Bancomat/PagoBancomat” e
“Carta Viva”, carta di credito a
pagamento rateale.
Anche per l’accesso al credito
sono previste condizioni particolari per i lavoratori assunti a
tempo indeterminato, come i
prestiti personali per importi
da 3 a 20 milioni di lire e mutui
ipotecari per l’acquisto della
prima casa.
Infine, il “pacchetto finanziario” comprende anche coperture fidejussorie che la banca offre
a condizioni vantaggiose in relazione alle normali richieste
presentate dai proprietari di
casa (per il rilascio in buono
stato dell’immobile e il pagamento dei canoni d’affitto) e da
parte della Questura in occasione dell’ingresso in Italia di extracomunitari, per l’inserimento nel mercato del lavoro, a copertura delle spese del servizio
sanitario nazionale.
“Questa è un’iniziativa molto
importante e significativa nel
suo complesso – ha osservato il
presidente dell’Assindustria vicentina Valentino Ziche – e in
particolare per ciò che attiene al
problema dei finanziamenti per
la casa. Da parte dei lavoratori
extracomunitari si tende sempre
più a non dover ricorrere all’abitazione fornita dal titolare dell’azienda in cui lavorano. Ciò è
dovuto al desiderio di non dipendere per l’abitazione dal datore di lavoro e di potersi sentire
più liberi di cercare altre mansioni in un mercato del lavoro
dove la manodopera preparata
è molto ricercata. È dovuto
anche al fatto che l’azienda può
mettere a disposizione un alloggio solo con contratto di foresteria, il che significa per legge
l’impossibilità di condividere
l’abitazione con la famiglia,
quando invece l’immigrato che
è qui ormai da anni ha acquisito
BPVOGGI
spesso una buona stabilità economica che lo porta di conseguenza ad aumentare le sue
aspettative personali, a volersi
ricongiungere con la famiglia e
perciò a cercare un’abitazione
da non condividere più con i
colleghi. Piuttosto che concentrare le forze sul reperimento di
alloggi da parte delle aziende è
più utile mettere a disposizione
attraverso il canale bancario
quegli strumenti finanziari in
grado di agevolare l’accesso al
credito agli immigrati.”
21
Le proposte della Banca al settore primario
AL SERVIZIO DEGLI AGRICOLTORI
22
Pur avendo anch’essa ben recepito i vantaggi che le moderne
tecnologie sono in grado di offrirle, l’agricoltura è rimasta
un’attività le cui caratteristiche
di fondo ci tengono, più di altri
settori produttivi, legati al passato e alla tradizione. Un’attività
affascinante connaturata alla
terra, alla ciclicità delle stagioni
e, allo stesso tempo, pilastro di
primaria importanza per l’economia nel suo complesso. Sebbene negli ultimi vent’anni gli
addetti all’agricoltura in Veneto
siano scesi da 220 mila a 140
mila, con una riduzione quindi
del 36%, il prodotto agricolo, in
termini reali, a parità cioè di potere d’acquisto, è cresciuto di
quasi il 20%. La produttività
degli agricoltori veneti è cresciuta, sempre in termini reali, da 19
a 35 milioni per addetto, valore
largamente superiore al dato
medio nazionale (29 milioni).
Lungi dall’essere stata abbandonata, l’agricoltura veneta ha acquisito un’importanza crescente
all’interno del panorama economico nazionale, seguendo le
stesse tendenze che hanno portato il modello industriale veneto alla ribalta italiana e mondiale. Con questo mondo agricolo
la Banca Popolare di Vicenza, da
sempre fortemente radicata sul
territorio, ha mantenuto una relazione strettissima, costante e
diretta, cogliendone prontamenBPVOGGI
te attese e bisogni con l’offerta
di consulenza, assistenza, servizi specializzati e, non da ultimo,
con il sostegno creditizio, assicurato sia in forma diretta, come
pure per il tramite di finanziamenti agevolati dallo Stato o
dagli Enti locali. Attualmente, in
Veneto, il peso dei finanziamenti all’agricoltura sul totale dei
crediti è pari al 4%, un peso analogo a quello che il settore rappresenta in termini di PIL; circa
il 10% dei finanziamenti al settore agricolo deriva da agevolazioni di legge.
Il rapporto intrattenuto dalla
nostra Banca, sin dalla sua fondazione, con il mondo dell’agricoltura ha avuto modo di mani-
festarsi sia nella conduzione
della normale attività, sia nei
momenti di difficoltà che di
volta in volta colpiscono, talora
duramente, chi lavora la terra.
Ma, a parte i vari momenti di
difficoltà, è comunque nella
conduzione della normale attività agricola che il supporto
della Banca si è fatto e si fa sentire sempre puntualmente grazie alla vasta gamma di servizi
e finanziamenti ad hoc messi a
disposizione delle imprese agricole; ciò permette loro di scegliere una soluzione specifica
per ogni tipo di esigenza, sempre nella massima riservatezza
e familiarità. Partendo dall’Agriconto, ossia il conto corrente
affidato messo a disposizione di
agricoltori, imprese agricole, cooperative e loro consorzi per un
importo da determinarsi in relazione alle necessità di gestione.
Agriconto – che non comporta
garanzie particolari e presenta
un tasso di favore, collegato alle
condizioni di mercato – rappresenta uno strumento operativo
di base, riferito all’ordinaria gestione, in grado di accompagnare adeguatamente la normale
attività agricola. Sempre a tasso
di favore è quindi disponibile
una vasta e completa gamma di
finanziamenti, per l’esercizio e
per il miglioramento.
I finanziamenti per l’esercizio
fronteggiano tutte le necessità
della produzione e la loro erogazione è prevista sotto forme diverse in relazione alle tipologie
e alle dimensioni della produzione stessa. Per il loro rimborso
si può optare tra unica soluzione e rate semestrali o annuali.
Abbiamo così:
– il prestito di conduzione, durata un anno, per fronteggiare
necessità finanziarie dovute ad
imprevisti ma anche per attività
programmate;
– il prestito, durata cinque anni,
per fronteggiare l’acquisto e
l’aggiornamento del parco macchine, allo scopo di modernizzare e migliorare la produzione;
– il prestito per soccorso, durata
cinque anni, predisposto per affrontare con successo le avversità impreviste;
– il prestito per zootecnia, con
durata da un minimo di 12 ad
un massimo di 60 mesi, studiato apposta per poter conseguire
un adeguato rinnovamento del
parco bestiame in linea con le
esigenze dei mercati e dei consumatori;
– il finanziamento per anticipo
ai soci in modo da garantire la
liquidità in previsione di futuri
incassi relativi alle vendite o
trasformazioni o conservazioni
di prodotti.
Dai finanziamenti per l’esercizio
passiamo a quelli per il miglioramento e, in particolare, per acquisto di terreno, esecuzione di
opere di miglioramento, finalità
agroindustriali. La caratteristica
comune dei finanziamenti per il
miglioramento è data dal fatto
che l’importo erogabile, rapportato alle dimensioni dell’impresa ed al suo fabbisogno, parte da
un minimo di 200 milioni. Si
tratta quindi di un intervento finanziario di spessore la cui durata di rimborso può arrivare al
massimo a 10 anni (con due
anni di preammortamento)
nella forma di rate semestrali
BPVOGGI
oppure trimestrali. Le imprese
interessate a questo tipo di credito possono inoltre scegliere fra
tasso fisso, indicizzato o misto.
Le garanzie richieste possono
essere reali o di firma.
Per completare il quadro rimangono infine i finanziamenti a rientro libero di capitale e i finanziamenti agevolati. I primi
hanno durata settennale, tasso
indicizzato, rimborso del capitale a rate annuali costanti e
rimborso degli interessi a periodicità trimestrale; è richiesta qui
la garanzia ipotecaria. Per i secondi, data la continua evoluzione della legislazione in materia, è opportuno rivolgersi agli
uffici dell’Ispettorato regionale
per l’Agricoltura del territorio
di competenza.
23
Prodotti e servizi per le imprese orafe
SPECIALISTA NELL’ORO
quasi 12.000 addetti, ossia circa
il 20% dell’intero comparto nazionale.
In termini di fatturato poi, le
cifre risultano ancor più esplicative, visto che il giro d’affari
espresso da Vicenza e provincia
rappresenta quasi il 60% di
quello italiano, mentre il flusso
esportativo si attesta sul 45%
del totale nazionale. Le imprese
vicentine sono inoltre caratterizzate da una più marcata impostazione di tipo industriale,
ciò confermato dal numero
medio degli addetti per azienda, pari a 10, contro una media
italiana di 6.
La nostra Banca – che ha sempre intrattenuto un rapporto
privilegiato con il settore dell’oro, con le sue imprese e con i
suoi addetti – figura tra i leader
nazionali nell’operatività e nell’intermediazione dell’oro destinato alla produzione industriale. Dispone di prodotti e
servizi d’avanguardia che offre
agli operatori orafi in relazione
alle particolari esigenze del
comparto. Vediamo più da vicino la gamma dei prodotti e
servizi messi a disposizione
dall’Istituto.
24
In Italia il settore orafo impiega
circa 120.000 addetti (54.000 dei
quali nella produzione e i rimanenti nel ciclo distributivo); le
imprese di produzione sono
circa 15.000, quelle distributive
22.000. Risalta in tale contesto il
ruolo svolto dalla provincia di
Vicenza che da sola annovera
oltre 1.100 imprese di produzione (pari all’8% del totale nazionale) dove trovano impiego
BPVOGGI
PRESTITO IN USO
Assumendo in prestito d’uso
l’oro greggio, l’azienda orafa,
invece che acquistare subito la
quantità di oro da immettere in
lavorazione, pagando un canone periodico, si riserva la facoltà di trasformare il contratto originario in acquisto a titolo definitivo o di restituire un’eguale
quantità e qualità di metallo al
mutuante. Grazie al tasso di interesse applicato molto conveniente, il prestito d’oro in uso
rappresenta un’utile opportunità per gli operatori che hanno la
possibilità di ridurre gli oneri finanziari sia per il mantenimento che per l’accrescimento delle
scorte di magazzino. Col prestito d’uso l’operatore orafo è in
grado di posticipare l’acquisto
del metallo a momenti di mercato a lui più favorevoli, senza
essere costretto ad immobilizzare subito grossi capitali ed evitando altresì i rischi legati all’oscillazione del prezzo dell’oro.
manenza dalle 8 alle 17 di ogni
giorno lavorativo sono espressi
in $/Oz troy di fino (1 oncia =
31.1034807 gr.), in lire per grammo o in ogni valuta liberamente
convertibile al prezzo del giorno sul mercato internazionale
delle divise. La Banca applica i
corsi dei mercati internazionali
dei metalli preziosi. La determinazione del prezzo concerne in
linea di principio i lingotti standard. Per unità di peso inferiori
o di titolo superiore, questo
prezzo viene maggiorato conformemente alla corrente pratica di mercato.
APERTURA DI CREDITO IN ORO
FINO CON UTILIZZO ROTATIVO
OPERAZIONI A TERMINE
Con questo tipo di contratto la
Banca offre all’imprenditore la
possibilità di disporre, in qualsiasi momento, di una certa
quantità di metallo che potrà essere ritirata totalmente o parzialmente e solo nel caso in cui
esistano effettive esigenze di lavoro, corrispondendo un canone periodico calcolato sull’effettivo utilizzo dell’apertura di
credito. Si potrà successivamente pagare o restituire il metallo
entro un termine temporale che
verrà stabilito all’atto delle
firma del contratto. Anche in
questo caso l’offerta del servizio
si abbina con un tasso di interesse molto vantaggioso.
NEGOZIAZIONE
La Banca opera nell’oro in qualità di contraente in proprio,
ossia acquista e vende per proprio conto. I corsi fissati in per-
La Popolare di Vicenza ha la facoltà di effettuare direttamente
con le aziende orafe tutte le
operazioni a termine. L’operatività sui mercati a termine consente di acquistare o di vendere
una determinata quantità di
metallo ad un prezzo ed a una
scadenza prefissati, evitando di
sostenere o scontare prezzi a
pronti sfavorevoli, in momenti
di necessario approvvigionamento o dismissioni di metallo,
da parte delle aziende orafe. La
conclusione di contratti di acquisto o di vendita a termine
consente all’operatore di coprirsi dai rischi delle variazioni di
prezzo. L’operazione a termine
potrà essre collegata al “prestito
d’uso” e alla “linea di credito
con utilizzo rotativo per finanziamenti in oro fino”. L’imprenditore si troverà in condizioni di
poter favorevolmente vendere
gli oggetti prodotti con l’oro ricevuto in prestito, acquistando
BPVOGGI
a termine le quantità di metallo
che dovrà successivamente restituire. A differenza dell’operazione a pronti (spot), in quella a
termine, l’impegno e l’adempimento (consegna a pagamento)
hanno luogo in date diverse.
VENDITA DI ORO GREGGIO A
NON RESIDENTI PER CONSEGNA
IN “CONTO LAVORAZIONE” AD
AZIENDE RESIDENTI
La vendita di oro greggio a soggetti non residenti, per la consegna in conto lavorazione a ditte
orafe residenti, rientra nel quadro di una sempre maggiore e
completa assistenza che la
Banca intende offrire agli operatori orafi. Ciò costituisce un valido punto di riferimento e di
fondamentale importanza per
la reale armonizzazione dei sistemi operativi in campo internazionale. Con l’acquisto diretto del metallo presso la Popolare di Vicenza, l’operatore non
residente beneficia di un risparmio finanziario sui costi di trasporto e assicurazione, oltre al
fatto che, consegnando la Banca
in tempi brevissimi il metallo al
fabbricante residente, potrà ricevere il prodotto finito in
tempi altrettanto brevi.
25
Consegnata nel corso di una cerimonia a Palazzo Thiene
UNA NUOVA AMBULANZA ALLA
CROCE ROSSA DI VICENZA
26
Nel corso di una cerimonia
svoltasi all’interno di Palazzo
Thiene – alla presenza di Autorità civili e militari, dei rappresentanti della Croce Rossa regionale e provinciale e di un
folto pubblico – il presidente
dell’Istituto Gianni Zonin ha
consegnato ufficialmente le
chiavi di una nuova ambulanza
al Comitato Provinciale della
CRI di Vicenza. Si tratta più precisamente di una “ambulanza
terapia intensiva” basata su
FIAT Ducato vetrato (14 q.li),
appositamente allestita dal
gruppo SAVIO, carrozziere ufficiale di FIAT-IVECO, che vanta
un’esperienza specifica nel
campo degli allestimenti sanitari, maturata dal dopoguerra ad
oggi. L’ambulanza, realizzata
secondo le più moderne tecnologie, è stata resa personalizzata
in ragione delle specifiche esigenze della Croce Rossa sia per
quanto riguarda la disposizione
dei posti a sedere degli assistenti, sia degli armadietti/conteni-
tori portamedicinali ed attrezzature, sempre nell’ottica della
massima ergonomicità e nel rispetto delle vigenti normative
in materia. Nel suo intervento
di saluto il presidente Zonin ha
sottolineato che l’iniziativa assunta “ha per obiettivo quello
di sostenere concretamente il
mondo del volontariato in generale e vicentino in particolare;
una realtà importante e variegata in cui operano, silenziosamente, ma con encomiabile impegno, tantissime persone, uomini e donne, giovani e anziani.
La consegna del nuovo automezzo vuole anche essere un
segno preciso dell’attenzione
che anima la Banca Popolare di
Vicenza nei confronti della comunità vicentina, non solo in
termini di interessi economici e
finanziari, ma anche sociali.”
Enrica Giovannucci, presidente
della Sezione femminile della
CRI di Vicenza – cui si deve l’interessamento che ha portato l’Istituto alla donazione dell’autoBPVOGGI
mezzo – ha da parte sua vivamente ringraziato la Banca per
il nobile gesto, sottolineando
che essa “ ha negli anni costituito per la CRI vicentina un valido e sicuro punto di riferimento, culminato nella consegna di
una modernissima ambulanza.
Un atto che non va considerato
solo come un semplice dono
alla Croce Rossa Italiana, bensì
un omaggio all’intera collettività, vivo nella sua utilità come
nella sua esemplarità”. Anche il
presidente della Croce Rossa di
Vicenza, Ernesto Gallo, ha
espresso parole di gratitudine
per l’iniziativa della Banca ed
ha messo in rilievo l’operato
dell’associazione a supporto
degli organismi sanitari ed enti
locali.
L’assegnazione dell’ambulanza
viene così a potenziare sensibilmente la dotazione di mezzi a
disposizione del Comitato vicentino, consentendo un migliore e più efficace espletamento dell’opera svolta da tanti appassionati volontari.
LA CROCE ROSSA ITALIANA
La Croce Rossa è oggi la più importante associazione umanitaria. Per la diversità delle azioni
che sviluppa nel campo del soccorso, della salute e della solidarietà testimonia uno spirito
all’avanguardia nella lotta a
tutte le forme di sofferenza. Le
sue componenti operative sono
ripartite tra i Volontari del Soccorso, i Pionieri, il Comitato Nazionale Femminile, il Corpo Militare, le Infermiere volontarie e
i Donatori di sangue.
Il presidente dell’Istituto Gianni Zonin con i rappresentanti della CRI
I Volontari del Soccorso rappresentano la componente più numerosa in servizio attivo: uomini e donne che dedicano il loro
tempo libero e le loro capacità al
prossimo in maniera completamente gratuita e volontaria.
L’attività principale che da sempre caratterizza questi volontari
è quella del pronto soccorso e
del trasporto infermi con autoambulanza, effettuata in
molte località 24 ore su 24. Le
altre attività sono tutte quelle in
cui è impegnata quotidianamente la Croce Rossa, dalla protezione civile all’educazione sanitaria, dall’assistenza alle fasce
più deboli della popolazione all’intervento a favore degli immigrati, dai soccorsi internazionali di emergenza alle operazioni di sviluppo a favore delle
Consorelle del Terzo Mondo.
Attualmente i Volontari del Soccorso in Italia sono 65.098 (di
cui il 60% maschi e il 40% femmine) e la gran parte di essi è
operativa nel Nord (44.609), seguita dal Centro (13.060) e dal
Sud (7.429).
Molto dinamico è comunque
anche il Comitato Femminile
che in Italia conta 252 sezioni,
tra cui appunto quella vicentina, e ben 25.000 volontarie attiBPVOGGI
ve. Loro compito primario è assistere i meno abbienti e le categorie a rischio: immigrati da
zone extracomunitarie, nomadi,
profughi, ma anche carcerati,
tossicodipendenti, emarginati
in genere. Le volontarie del Comitato Femminile sostengono
pure iniziative come il telesoccorso, l’ippoterapia, l’ambulatorio odontoiatrico per portatori di handicap con assistenza
domiciliare per malati non trasportabili, l’assistenza a famiglie di bambini trapiantati o
malati di cancro, assistenza ai
malati terminali di AIDS.
27
Incontro promosso dalla Federmanager di Vicenza presso la sede
centrale dell’Istituto
VIRTU’ E RISCHI
DEL MITICO NORD-EST
Gianantonio Stella
28
Gianantonio Stella è un noto
cronista di razza, oltre che apprezzato scrittore, autore di
libri originali, tra cui i più conosciuti “Schei” e “Chic”. Dalle
colonne del “Corriere della
Sera” racconta da anni alla sua
maniera, con uno stile particolare, corredato di dati, spunti, osservazioni e allietato da una
vena ironica amabile, ma non
per questo meno pungente, fatti
e misfatti d’Italia. È giornalista
all’antica, di quelli che si muovono, non solo per guardare,
ma per vedere all’interno delle
varie realtà, spaziando agevolmente dalla politica al costume,
dalla cronaca all’economia. Un
testimone non solo attento e
sensibile ma anche imparziale
della scena italiana. Lui, vicentino di nascita e di formazione, è
sempre stato strettamente legato alla sua terra d’origine, al Veneto ed al Nord-Est, anche se la
professione l’ha portato a Milano e a girovagare per tutta l’Italia. Sul Nord-Est ha scritto
tanto, articoli, commenti, libri,
con piena cognizione di causa
essendo appunto veneto doc.
Per questo l’Associazione Diri-
genti Aziende Industriali di Vicenza – nell’ambito di uno specifico programma formativoculturale dedicato ai giovani dirigenti e incentrato su una serie
di incontri con personaggi importanti del mondo della cultura e del lavoro – l’ha chiamato a
parlare del Nord-Est, anzi del
mitico Nord-Est con i suoi rischi
e le sue virtù. L’incontro si è
svolto presso la Sala Pavesi
della nostra sede centrale di
fronte ad un pubblico numeroso e molto interessato. Per l’Istituto ha fatto gli onori di casa il
vicepresidente Marino Breganze che ha tra l’altro messo in
evidenza il ruolo di primo
piano svolto dalla Banca Popolare di Vicenza, per il comparto
finanziario e bancario, nell’ambito del Nord-Est, divenendone
a tutti gli effetti un primario
polo di riferimento. Dopo gli interventi del presidente di Federmanager-Vicenza, Luigi Aldighieri, il quale ha tracciato un
significativo profilo di Gianantonio Stella, e di Luciano Colombini, vicedirettore Affari
della Banca che, a sua volta, ha
brevemente ripercorso le tappe
del cammino di sviluppo concernente la nostra Popolare
negli ultimi decenni, è stata la
volta del moderatore dell’incontro, Luigi Bacialli, direttore
del “Giornale di Vicenza” – legato a Stella da antica conoscenza e amicizia – ad introdurre i
lavori indirizzandoli su temi
concreti riguardanti il NordEst: politica, economia, società,
costume.
In apertura Gianantonio Stella
ha messo subito in risalto una
BPVOGGI
grave carenza di fondo che contraddistingue questo territorio –
per altri versi giustamente mitico ove si guardi alla capacità
d’impresa del singolo, alla sua
inventiva, tenacia, capacità di
penetrazione in ogni parte del
globo –ossia il non riuscire pienamente a fare gruppo, ad essere “formicaio, mentre invece abbiamo tante bravissime formichine, ognuna delle quali tende
ad andare un po’ per conto
suo”. In sostanza manca per le
circa 450.000 imprese presenti
sul territorio la capacità di fare
un lobbing adeguato, di fare sistema in maniera soddisfacente
nei confronti dell’esterno. Sul
versante politico – ha poi osservato Stella – bastano solo alcuni
semplici dati per far comprendere quanta distanza separi
questa realtà produttiva dalla
politica nazionale. Un’ area, in
cui vive 1/9 dell’intera popolazione italiana, vi è insediato 1/6
degli sportelli bancari nazionali
e si esporta 1/5 dell’intero flusso complessivo del nostro
Paese, dispone a livello governativo di una rappresentanza
pari ad 1/26; mentre il Sud,
tanto per fare un altro esempio
numerico, ha un ministro ogni
40.000 mld di beni e servizi prodotti, il Nord-Est ogni 254.000.
Qui, a livello politico, si è privilegiato l’immediato del produrre, del fare azienda anche a discapito di una visione più rivolta verso il futuro, ossia concentrata su una viabilità all’altezza,
su infrastrutture adeguate, sui
servizi pubblici efficienti e via
di questo passo.
Quanto al federalismo Stella ri-
tiene ci sia molta meno ideologia di quanto non si creda: se ci
fosse uno Stato centrale veramente efficiente (non a caso i
Veneti rimpiangono spesso e
volentieri Venezia e l’Austria
che certamente federalisti non
erano) non ci sarebbero particolari velleità autonomiste.
Comunque, ha sottolineato il
giornalista, il modello nordestino e veneto è oggi più che mai
vincente. E come potrebbe essere altrimenti quando, facciamo
alcuni esempi, nell’area della Riviera del Brenta si è passati, nel
periodo tra il ‘96 e il 2000, da novemila a tredicimila addetti e da
270 a 444 aziende; solo in Veneto nel corso del 1999 sono stati
creati 28.000 nuovi posti di lavoro: se gli Stati Uniti nell’era di
Clinton hanno creato un posto
di lavoro ogni 13 abitanti, nel rodigino, ritenuto estrema periferia del Nord-Est, i dati parlano
di un posto di lavoro ogni 26
abitanti; nonostante l’export sia
andato maluccio nel ‘98, la provincia di Vicenza ha registrato
una crescita pari al 6%.
Piuttosto – ha ammonito Stella
– qualche appunto andrebbe rivolto al sistema finanziario e
bancario che non sempre ha accompagnato in maniera adeguata l’azione di sviluppo intrapresa dalle aziende.
Quanto al problema dell’immigrazione e dell’integrazione dei
lavoratori extracomunitari nel
tessuto sociale non si intravvedono al momento particolari
difficoltà: le aziende hanno bisogno di braccia che svolgano
lavori che qui la gente non
vuole più fare, per cui è conse-
Al tavolo dei relatori il saluto del Vicepresidente Marino Breganze
guente sia l’accettazione e l’integrazione degli immigrati. Certo,
qualche problema comincerà a
porsi quando anche gli extracomunitari svolgeranno mansioni
di livello, subentrando anche
qui ai veneti, ai friulani, ai trentini. In questo senso è significativo che ci siano già alcune centinaia di aziende create e condotte da extracomunitari.
Il discorso è quindi approdato a
due temi che a parere di Gianantonio Stella presentano elementi
di rischio notevole per la tenuta
del modello Nord-Est. Il primo
riguarda il cosiddetto fenomeno della delocalizzazione: sono
ormai circa duemila le imprese
venete che hanno investito nei
Paesi postcomunisti dell’Est europeo, come la Romania in particolare, puntando su un costo
molto più conveniente della
manodopera. Così facendo,
però, il Nord Est tende ad avvitarsi su se stesso perché continua a realizzare prodotti di
bassa qualità con la maggiore
specializzazione.
L’altra nota dolente riguarda la
scuola, la formazione. In questo
BPVOGGI
campo il Veneto registra il tasso
più elevato di abbandono scolastico rispetto ad aree analoghe
alla nostra quanto ad industrializzazione (Baviera, Francia). La
percentuale di laureati nel Nord
Est è eccessivamente bassa dato
che qui i ragazzi tendono ad entrare in azienda molto presto,
abbandonando gli studi dato
che ritengono più che sufficiente l’esperienza diretta in fabbrica. Ma se è vero – ha sottolineato Stella – che sinora, quanto a
tecnica, ogni imprenditore
nordestino può dirsi idealmente laureato, ciò tuttavia non sarà
più vero per il prossimo futuro.
Con l’avanzata della new economy, per vincere la sfida del
futuro è necessario studiare, è
necessario frequentare sino in
fondo l’università. Il rischio sta
proprio qui, nel non prendere
sul serio questa fondamentale
esigenza. Del resto, i primi segnali in tal senso ci sono già:
non è un caso, infatti, se tra i
vari imprenditori emergenti
della new economy non sia presente un rappresentante del
Nord Est.
29
In esposizione monete antiche, oselle veneziane, proclami, editti
e rare edizioni d’epoca
IL PICCOLO MUSEO DELLA MONETA
A PALAZZO THIENE
Ludovico I il Pio, Denaro
Osella Anno I – 1539
Ludovico Manin, multiplo da 10 zecchini
30
Era la notte di Natale dell’800
quando Carlo Magno re dei
Franchi divenne Imperatore
del Sacro Romano Impero.
Papa Leone III lo incoronò solennemente in San Pietro e
l’avvenimento passò alla storia
come uno tra i più significativi
del primo millennio dell’era
cristiana. Parliamo di un fatto
accaduto oltre milleduecento
anni orsono. Come dire una distanza di tempo enorme, un
episodio anni luce lontano da
noi, dai nostri giorni. E invece
a Vicenza, a Palazzo Thiene,
sede storica della nostra Banca,
quegli anni sono riaffiorati
così, quasi per incanto, grazie
ad una piccola moneta. Ad un
denaro d’argento fatto coniare
a Venezia da Ludovico I detto il
Pio, figlio di Carlo Magno e di
Ildegarda, salito al trono, alla
morte del celeberrimo padre,
nell’anno 814. Trovarsi di fronte ad un simile reperto suscita
emozione: chissà quante mani
avrà passato, di quanti episodi
sarà stato testimone visto, tra
l’altro, che queste monete rimasero in circolazione per
lungo tempo e anche nei secoli
successivi si ebbero ulteriori
coniazioni con le medesime caratteristiche, sempre a nome
degli imperatori franchi succedutisi sul trono.
E se il denaro d’argento di Ludovico il Pio è stato segnalato
come il pezzo pregiato, di maggior richiamo tra tutti quelli
esposti, nondimento la mostra
intitolata “Il Piccolo Museo
della Moneta”si è rivelata
un’autentica “miniera” di monete antiche, di oselle veneziaBPVOGGI
ne, di proclami, editti e rare
edizioni d’epoca aventi per oggetto il denaro e la sua storia.
Con l’allestimento di questa
esposizione – inaugurata ufficialmente ai primi di dicembre
dall’eurodeputato Lia Sartori,
alla presenza di varie Autorità
civili e militari al piano attico di
Palazzo Thiene – il nostro Istituto offre al pubblico una
nuova e interessante opportunità, ossia ripercorrere la storia
della monetazione italiana, con
particolare riguardo all’area veneta, dal Medioevo all’unità
d’Italia. L’esposizione è stata
impostata seguendo un criterio
didattico, sulla scorta di un percorso ideale in grado di accompagnare il visitatore alla scoperta delle vicende che caratterizzarono, soprattutto nell’area
geopolitica veneta, l’evoluzione della moneta.
Per prima, la Sala degli Editti,
suddivisa in quattro sezioni, in
cui sono stati raccolti documenti d’epoca, bandi, proclami e
libri antichi che testimoniano
come, a partire dal Cinquecento, l’invenzione della stampa
avesse giocato un ruolo fondamentale nella diffusione dell’informazione monetaria e
nella divulgazione delle regole
di circolazione della moneta. La
prima sezione è stata dedicata
ai libri di numismatica antica o
classica; la seconda alla raccolta
di testi dal XVI al XVIII secolo
inerenti gli innumerevoli quesiti giuridici posti dall’uso del
denaro (come usura, prestiti,
interessi, ipoteche); la terza ad
una interessante sequenza di
manuali e libri dedicati ai
Alcune delle Autorità intervenute all’inaugurazione
cambi e ai ragguagli tra le varie
monete in corso nei vari stati
italiani nel ‘700 ed ‘800; infine,
l’ultima sezione contenente
libri d’epoca illustranti zecche,
monete e medaglie coniate dal
Medioevo alla fine del Settecento nelle città italiane.
Dalla Sala degli Editti al cuore
della collezione, rappresentato
dalle sale dedicate alla monetazione della Repubblica di Venezia. Tra i numerosissimi tipi di
monete battuti nel corso dei
mille anni di vita della Serenissima, l’”osella” è quella che più
di ogni altra ha espresso l’equilibrio politico e amministrativo
del Governo Veneto.
Questa moneta ha una sua storia decisamente particolare:
venne coniata per la prima
volta nel 1521 allorquando, essendo venuta a mancare la selvaggina (specialmente anitre
selvatiche, chiamate “mazzorini” o “oselli”) di cui il Doge faceva omaggio a tutti i membri
del Maggior Consiglio e alle
altre cariche dello Stato, si
pensò di ovviare offrendo loro
in dono appunto una moneta,
che prese il nome di osella. Le
prime oselle ebbero impronte
simili alle monete in circolazione, portando impresso il nome
del Doge, l’anno, l’annata del
dogato e in quasi tutte l’iscrizione di “Munus”, ossia dono.
Successivamente la scritta
posta sul retro venne sostituita
da un’ immagine o da simboli
BPVOGGI
che, di volta in volta, assunsero
funzione di messaggio dal contenuto politico, religioso o semplicemente celebrativo. Tutte le
oselle ebbero corso come denaro e furono sempre comprese
nelle “tariffe” ufficiali. Tante le
oselle in esposizione, a partire
da quella più antica, risalente al
1539, fatta coniare dal Doge
Pietro Lando nel suo primo
anno in carica, sino all’ ultima
osella della Repubblica fatta coniare nel 1796 dal Doge Ludovico Manin. Per ben 275 anni
ininterrottamente, questa moneta, considerata fra le più interessanti del mondo per significato storico e bellezza artistica,
venne coniata dalla Serenissima. La collezione di Oselle pre-
31
32
sentate dal nostro Istituto è indubbiamente di altissimo valore, in grado di competere, per
ampiezza e rarità, con quelle
presenti nelle maggiori raccolte
numismatiche pubbliche ma, a
differenza di queste ultime, raramente esibite in pubblico,
potrà d’ora in avanti essere ammirata nello stupendo scenario
di Palazzo Thiene.
Dulcis in fundo, la Sala delle
monete veneziane. Sebbene Venezia fin dalla sua nascita, per
ragioni sia politiche che economiche, fosse legata al mondo
bizantino di Costantinopoli,
dove era corrente il “solido”, le
sue prime monete tuttavia vennero impresse nella tipologia
del sistema monetario occidentale o franco, iniziando proprio
sotto il regno di Ludovico il Pio
con il “denaro” di cui, come
detto, abbiamo un esemplare
presente in mostra. Le coniazioni attribuite alla Zecca di Venezia prendono avvio nel IX secolo, appunto con il “denaro”, per
arrivare quasi mille anni dopo
all’ultimo pezzo coniato sotto
Ludovico Manin, Doge dal
1789 al 1797, ossia il multiplo
da 10 zecchini.
In mostra si possono ammirare
diverse monete suddivise tra
monetazione argentea e aurea e
tra i vari periodi storici. Per la
monetazione argentea oltre al
“denaro” di Ludovico il Pio
sono esposte diverse monete risalenti al periodo dogale che va
dal 1156 al 1471, come il “bianco”, il “soldino” o il “quattrino”; nel periodo tra il il 1471 il
1797 abbiamo “gazzette”,
“soldi”, “lire”, “lirette”, “ducati” e “talleri”. Infine la monetaBPVOGGI
zione aurea con alcuni esemplari particolarmente significativi, come il “ducato d’oro”, coniato tra il 1289 e il 1311 e tra il
1343 e il 1354, detto anche fiorino veneziano, e dalla seconda
metà del ‘500, zecchino ( va sottolineato che Il ducato d’oro è
stata in assoluto la più importante moneta veneziana); quindi lo “scudo d’oro” e il “mezzo
scudo d’oro”, vari “zecchini
d’oro” sino al “multiplo da 10
zecchini” che in pratica chiude
anche la raccolta di monete
della Banca. Una raccolta che
può veramente definirsi preziosa non solo dal punto punto di
vista numismatico, ma anche
da quello storico e culturale.
Accolta con grande favore l’opera curata da Mario Rigoni Stern
1915-1918
LA GUERRA SUGLI ALTIPIANI
Il tavolo dei relatori
Ha ottenuto un grande favore di
pubblico il volume “1915-1918
La Guerra sugli Altipiani. Testimonianze di soldati al fronte “
curato da Mario Rigoni Stern,
edito dalla Casa Editrice Neri
Pozza e promosso dalla nostra
Banca.
L’opera era stata presentata al
Capo dello Stato da parte di
una delegazione vicentina guidata dal presidente dell’Istituto
Gianni Zonin; successivamente, prima della fine dell’anno, il
volume è stato presentato ufficialmente a Palazzo Thiene con
l’intervento di numerose Autorità civili, militari e religiose, di
esponenti del mondo imprenditoriale, finanziario, della cultura e dell’arte e di un foltissimo pubblico.
Il presidente Zonin ha fatto gli
onori di casa sottolineando il notevole spessore culturale dell’opera, mentre da parte sua lo storico di guerra Mario Isnenghi
l’ha definita un vero e proprio
manuale di storia sociale, di vita
della gente in divisa e in trincea,
una testimonianza viva della
sofferenza e della paura. Il direttore del “Giornale di Vicenza”
Luigi Bacialli ha, tra l’altro, tenuto a sottolineare la grande attualità dell’opera che soprattutto i
giovani dovrebbero leggere per
sapere, capire e riflettere.
Un concetto questo ribadito
anche dallo stesso Rigoni Stern il
quale ha sottolineato che lo
scopo principale del suo lavoro è
stato quello di dare memoria alle
giovani generazioni di quanto
accadde sulle nostre montagne,
proprio per non dimenticare.
BPVOGGI
DAL 24 MAGGIO 1915 ……
Dal 24 maggio 1915 al 4 novembre 1918, il territorio compreso
tra il Pasubio e la Valle del Brenta è stato teatro, tragicamente
privilegiato, della Grande Guerra. Qui si sono affrontati milioni
di soldati appartenuti a tante diverse nazionalità: da un lato italiani di ogni regione e poi, dal
1918, francesi, inglesi e quindi
americani, con speciali reparti di
volontari per la raccolta e l’assistenza di feriti; dall’altro austriaci, ungheresi, croati, tedeschi,
sloveni, cecoslovacchi, rumeni,
polacchi, ucraini.
Il volume “1915-1918. La guerra
sugli Altipiani. Testimonianze di
soldati al fronte”, si può definire
– come dice lo stesso curatore –
un’antologia della Grande Guer-
33
Mario Rigoni Stern
34
ra nel territorio vicentino, in cui
compaiono testimonianze di
grandi e ottimi scrittori, di semplici cittadini, di qualche storico
che descrisse i fatti appena avvenuti, di qualche generale che
aveva responsabilità di comando.
Il fronte italo-austriaco era molto
esteso: dallo Stelvio per trecento
chilometri tra le Alpi Retiche e
Noriche, le Dolomiti, sino alle
Alpi Carniche, il Carso e il mare.
Di fronte, il generale Cadorna
comandante supremo dell’esercito italiano e il Maresciallo Conrad per quello austroungarico,
portatori di due diverse concezioni strategiche. Il primo aveva
in animo di attaccare sul fronte
del medio e basso Isonzo per poi
proseguire verso Lubiana; il secondo intendeva scendere dagli
Altipiani alla pianura vicentina
per prendere alle spalle gli italiani attestati sul Carso. Nel mag-
gio 1916 gli austriaci lanciarono
l’offensiva contro il Veneto, la famosa “Strafexpedition”, ma
vennero fermati seppur a fatica e
non senza aver costretto tutte le
popolazioni dell’Altipiano dei
Sette Comuni e delle valli limitrofe ad abbandonare le loro case
che stavano rovinando sotto i
bombardamenti. Sul Carso, dal
1915 sino all’ottobre del 1917, i
nostri soldati si sacrificarono
contro le difese nemiche in combattimenti che richiesero enormi
sacrifici senza produrre in pratica alcun risultato tangibile; appunto nell’ottobre del 1917 le
truppe austroungariche riuscirono alfine a sfondare il fronte italiano a Caporetto – che divenne
così emblema di sconfitta, di rovescio, per antonomasia – facendo perdere al nostro esercito
quasi seicentomila uomini e il
materiale, creando una massa di
profughi disperati, oltre cinquecentomila, costretti a lasciare le
loro case alla ricerca di un rifugio e del cibo.
Tuttavia proprio dal tracollo in
pochi mesi si passò alla resurrezione: c’era il suolo della Patria
da difendere e il nostro esercito
seppe ritrovare coesione, forza,
voglia di combattere e vincere.
La “Battaglia di Vittorio Veneto”
sigillò la fine del conflitto e la
vittoria d’Italia.
Il libro ripercorre questi quattro
anni così importanti per la nostra storia in terra vicentina sulla
base dei diari e delle testimonianze di alcuni protagonisti
delle vicende di allora partendo
dal 1915, primo anno di guerra,
che non registra avvenimenti
“grandiosi” in un contesto di geBPVOGGI
nerale impreparazione ad un
conflitto di tipo nuovo come
mezzi e durata: con uno scarso
quantitativo di mitragliatrici,
un’artiglieria antiquata, un misero equipaggiamento e con
molti reparti sprovvisti finanche
di elmetto. Attilio Frescura, richiamato come tenente e assegnato alla Milizia territoriale,
composta da classi anziane destinate nei servizi di retrovia e di
presidio, racconta dei primi mesi
di guerra vissuti appunto da un
“territoriale”. Fritz Weber, “alfiere” e quindi ufficiale dell’esercito imperiale, fa memoria dei
bombardamenti e degli attacchi
degli italiani contro i forti austriaci, delle notti d’inferno vissute sotto il fuoco, dei dieci giorni ininterrotti di bombardamento durante i quali tremila granate da 300 mm e almeno seimila
da 280 schiantano e fanno a
pezzi le coperture e le corazze
del forte. Il generale Pasquale
Oro, comandante la 34.ma divisione, schierata sul fronte di Vezzena, composta dalle brigate
Treviso e Ivrea e dai battaglioni
Bassano e Valbrenta, ricorda gli
assalti a Cima Vezzena e al Basson, in particolare la brillante
azione della 63.ma compagnia
alpina, l’eroico comportamento
del colonnello Riveri e del
115mo reggimento di fanteria.
Luigi Gasparotto, volontario interventista, fa rivivere il passaggio dall’atmosfera romana, con
la folla entusiasta che saluta i
soldati partenti per il fronte, al
battesimo del fuoco a Campomolon; infine, il grande scrittore
austriaco Robert Musil descrive
il suo “incontro” molto partico-
lare con un aeroplano nemico.
Nel corso del 1916 gli eventi bellici più significativi si susseguono proprio sulle montagne vicentine in tutta la loro drammaticità e asprezza. Quasi un milione di uomini complessivamente
vengono coinvolti nella famosa
“Strafexpedition”, spedizione
punitiva voluta dall’alto comando austroungarico contro l’Italia,
che avrebbe dovuto aprire un
varco decisivo, e non più rimarginabile, tra le fila del nostro
esercito passando per l’Altipiano dei Sette Comuni. La battaglia divampa cruenta e senza
esclusione di colpi sulle nostre
montagne ma, alla fine, il fronte
italiano tiene a costo di tantissime perdite. La notte del 25 giugno 1916 gli austro-ungarici
sono costretti a ritirarsi su posizioni più arretrate e per i nostri è
l’inizio del contrattacco. Poi la
stasi e di nuovo in autunno l’iniziativa italiana, volta a spingere
all’indietro il nemico, ma le forti
nevicate costringono i duellanti
all’immobilità.
Della vita di Asiago e dell’Altipiano, nella primavera del 1916,
poco prima dell’avvio della
“Strafexpedition”, si fa cronista
Mario Puccini: il vecchio contadino seduto davanti al focolare,
la vecchietta intenta al paiolo,
una madre che allatta un piccino. Asiago, che gli sembra costruita da cento mani frettolose
per una festa in grande, nel periodo di Pasqua è tutta “in ghingheri”: donne che vanno in giro
a fare la spesa; giovinette che
passeggiano, soldati d’ogni
arma fermi davanti alle vetrine.
All’alba del 15 maggio, però,
scatta l’offensiva austriaca cui
partecipa Fritz Weber: già la sera
del 20 maggio, scrive, gli italiani
sotto il fuoco e gli attacchi dell’esercito imperiale si ritirano su
tutta la linea; lontano, sull’orizzonte, si vedono bruciare le foreste. L’aspetto di Colle Costesin è
terrificante, il bombardamento
lo ha trasformato in un carnaio, i
rantoli e i lamenti dei feriti nella
foresta rimarranno scolpiti per
BPVOGGI
sempre nella memoria.
È suonata l’ora della distruzione
e della morte per tutto l’Altipiano: il cannone comincia a colpire
Asiago, poi Gallio. Attilio Frescura descrive la fuga disperata
di uomini, donne e bambini
fuori dalla portata del cannone.
Sfilano carri, carretti e bestiame.
Asiago è in fiamme. Gli austriaci
si muovono contro le trincee,
fanno ressa – racconta Robert
35
La piazza principale di Asiago dopo i bombardamenti dell’estate 1916
Bersaglieri in trincea a Cima Echar, giugno 1918
36
Musil – per aprire con le pinze,
sotto il fuoco ravvicinato del nemico, un varco tra il filo spinato,
operazione che richiede il più
sublime spirito di sacrificio. Dall’altra parte i granatieri italiani –
nella memoria di Giani Stuparich, volontario, irredentista triestino, ferito e decorato – disposti
dietro le rocce coi fucili carichi,
baionette innestate e cartucce a
portata di mano, decisi a resistere a qualsiasi costo per impedire
al nemico di dilagare giù per la
dolce pianura vicentina. Come i
valorosi soldati e ufficiali della
leggendaria brigata Sassari, tra i
quali il capitano Emilio Lussu, ai
quali per ragioni strategiche
viene ordinato il ritiro dalla posizione di Monte Fior – sino allora
eroicamente difesa dagli assalti
BPVOGGI
dei battaglioni nemici – da cui si
può scorgere la pianura veneta,
tutta illuminata dal sole, come
un immenso manto ricoperto di
perle scintillanti.
L’estate del 1916 si snoda, come
scrive Carlo Emilio Gadda – uno
dei massimi scrittori del Novecento, ufficiale degli alpini nelle
“sezioni mitragliatrici” – tra
duelli di artiglieria e nevrosi. Si
fa fuoco di notte sui lavori di
trinceramento e d’appostamento
del nemico per costringerlo ad
interrompere l’attività, per disturbarlo; si fanno gli esperimenti d’emissione di gas asfissianti, si distribuiscono maschere e occhiali di nuovo tipo e foggia.
Italo Maffei, giovane ufficiale di
fanteria, racconta di quell’estate
tra i prati e le macerie di un’Asiago, straziata, incendiata, terremotata, con la cattedrale in
completa rovina, l’altare saltato.
Ci sono azioni belliche dirette
come i tentativi di riconquistare
Coni Zugna e Zugna Torta, descritti da Luigi Regazzola, e gli
assalti tra le asperità del Pasubio
di cui fa memoria Michele Campana.
Con l’autunno la guerra si stabilizza tra creste e pareti del Pasubio, ma non mancano episodi
particolarmente significativi,
come quello della conquista austriaca del Cimone, ricordato da
Fritz Weber alla stregua di un
dramma eroico che fa onore ad
entrambi gli avversari, un piccolo episodio in sè nel contesto
della grande guerra ma di così
tragica grandezza da meritare
perenne ricordo.
Arriva il 1917 con tanta di quella
neve, che a memoria d’uomo
non si ricorda in tale abbondanza. Ci sono grossi problemi per
far giungere i rifornimenti e
sgomberare gli ammalati; sull’Altipiano i rifornimenti per gli
austriaci vengono fatti solo con
le teleferiche. Scrive Fritz Weber:
nevica giorno e notte senza interruzione; contro la neve non si
lotta, è come un subdolo e misterioso flagello che toglie ogni
forza di volontà e spegne la vita.
Nel corso di quell’inverno del
‘17 migliaia e migliaia di uomini
muoiono perché finiti nei crepacci o assiderati.
Alla fine di aprile e maggio con
il rialzo della temperatura, e lo
scioglimento delle nevi, affiorano i cadaveri dei soldati caduti e
la guerra di trincea mostra i rifiuti che per sei mesi le straordinarie nevicate hanno celato.
Mentre gli stati maggiori rinforzano le armate, si aumenta la
produzione di cannoni, munizioni, aeroplani e si migliorano
le armi, sull’Altipiano riprendono i preparativi per l’offensiva.
Poi tra giugno e luglio il contrattacco italiano nelle pagine di
Emilio Lussu che fa rivivere, tra
l’altro, alcune scene particolarmente drammatiche: un plotone
di esecuzione si rifiuta di sparare contro propri commilitoni accusati di ammutinamento e colpisce invece l’ufficiale che aveva
ordinato l’esecuzione. Anche il
grande giornalista Paolo Monelli, tenente e poi capitano degli alpini, decorato al valore, nel giugno del 1917 combatte sull’Ortigara, dove “escono battaglioni,
rientrano barelle e morti”.
In novembre e dicembre, si torna
a guerreggiare senza esclusione
di colpi. Nelle pagine di Paolo
Monelli, Luigi Regazzola e Pompilio Schiarini sono proposti i
combattimenti sul Tondarecar e
sul Castelgomberto, la battaglia
di Monte Badenecche e il “Natale di sangue” del 1917. Da una
parte gli austro-ungarici decisi a
giocare il tutto per tutto per dilagare in pianura, dall’altra gli italiani determinati a fermarli, costi
quel che costi. Alla fine i nostri
soldati, dando prova di grande
coraggio e di fede, hanno la meglio. Frattanto giungono a rinforzo i corpi di spedizione alleati francesi e inglesi.
Arriviamo così al 1918, all’ultimo capitolo di questa terribile
guerra. Nei primi mesi dell’anno
gli italiani ritrovano la voglia di
combattere, come nella “battaglia dei Tre Monti” che consente
la riconquista del Valbella, del
Col del Rosso e del Col d’Ecchele. Proprio su queste alture –
dice Pompilio Schiarini, allora
ufficiale della I Armata, poi generale – si delinea l’alba della
nostra rinascita militare e si dimostra inaspettatamente al nemico come, malgrado i dolorosi
avvenimenti degli ultimi mesi,
non sia venuto meno nel soldato
italiano lo spirito combattivo. Si
diffonde parimenti la sensazione
che lo sforzo nemico sia ormai
fiaccato. Si provvede frattanto
anche a riordinare i reparti sbandati, si migliora il vitto, si curano
i turni in trincea. Ai nostri militi
viene insomma riservato un trattamento più umano, non più e
soltanto carne da macello ma cittadini in armi pronti a difendere
la Patria. Intanto gli austro-unBPVOGGI
Una donna porta fiori
sulla tomba di un caduto
garici e i tedeschi si predispongono a quell’offensiva finale che
dovrebbe portare alla loro definitiva vittoria. In maggio la situazione è ormai chiara per lo
stato maggiore italiano come
emerge dalle valutazioni del generale Armando Diaz, comandante Supremo del nostro Esercito, subentrato al collega Cadorna nel novembre 1917: il nemico, non appena le condizioni
atmosferiche siano favorevoli,
attaccherà in grande stile sul
fronte del Piave, supportato da
analoga azione, pure in forze,
nel settore montano, nelle zone
del Grappa e dell’Altipiano di
Asiago.
In giugno arriva lo scontro finale, la resa dei conti: con la “battaglia del Solstizio” dal 15 al 24
giugno si dà fondo, da parte di
entrambi gli eserciti, ad ogni
mezzo, ad ogni energia per prevalere. Il valore indiscusso dei
soldati austroungarici e la capacità dei loro comandanti devono
37
38
però soccombere di fronte ai nostri che si battono come leoni
spinti da una sola volontà, quella di salvare il sacro suolo della
Patria. Aldo Valori, giornalista e
scrittore, descrive il piano di
guerra austro-ungarico, benissimo concepito, che in caso di
completo successo porterebbe
all’annientamento dell’esercito
italiano, ma anche in caso di parziale successo costringerebbe comunque l’intero schieramento
italiano a spostarsi precipitosamente verso sud con la conseguente inevitabile perdita dell’intera regione veneta. Alla
“battaglia del Solstizio” partecipano con noi anche le truppe
straniere alleate. L’inglese Norman Gadden, già veterano della
Grande Guerra per aver combattuto sulla Somme, ci fa rivivere
gli scontri a fuoco, gli assalti alla
baionetta, gli episodi di eroismo
che costellano le sue memorabili
giornate, come quello che ha per
protagonisti il capitano Stirling e
un gruppo di volontari, lanciati
intrepidi contro il nemico con
l’impeto di una catapulta.
La “battaglia del Solstizio” è la
battaglia meglio condotta di
tutta la nostra storia moderna;
nella relazione dello stato maggiore austriaco si legge che con
essa comincia il crollo dell’esercito austro-ungarico, della Monarchia danubiana e della Germania. La battaglia di Vittorio
Veneto e l’armistizio del 4 novembre ne sono in sostanza una
logica conseguenza. Sino alla
fine, comunque, gli austriaci dimostrano tutto il loro valore e la
loro elevatissima qualità di soldati e di uomini, come si ricava
dalle pagine di Otto Gallian, l’ultimo ufficiale asburgico ad abbandonare Monte Asolone nell’ottobre del 1918 a pochi giorni
dall’armistizio finale.
Il vicentino Giuseppe De Mori,
inviato di guerra e autore di precisi resoconti sulle operazioni
belliche, racconta gli ultimi giorni del conflitto, gli scontri finali,
il ritiro delle truppe austriache, il
delirio di gioia delle popolazioni
liberate, l’entrata degli italiani a
Trento dove sul Castello del
Buon Consiglio viene issato il
tricolore a rivendicare Cesare
Battisti, Fabio Filzi e quanti per
la liberazione della città avevano
dato la fede, il sangue, la vita.
Infine, gli interventi di Mario Rigoni Stern, dedicato a tutti coloro che con grande volontà e
amore contribuiscono a ricostruire Asiago e gli altri Comuni
del territorio distrutti dalla
Grande Guerra, e di Giani Stuparich che rievoca i suoi pellegrinaggi sui campi di battaglia
dell’Altipiano.
A chiusura del volume cinquantadue immagini fotografiche
dell’epoca danno consistenza visiva alle tante testimonianze
scritte raccolte in questa opera
così importante e significativa.
BPVOGGI
LE OPERE DI MARIO RIGONI
STERN
Mario Rigoni Stern nasce ad
Asiago il 1° novembre 1921.
Montagna e lettura divengono
ben presto le sue passioni. A 17
anni si arruola volontario negli
alpini, partecipa alla campagna
contro la Francia e poi va in Albania. Quindi riparte per la Russia dove è testimone della disfatta. Rientra in Italia, viene fatto
prigioniero dai tedeschi e internato in un campo di concentramento a Innsbruck. Nel ‘45
evade, torna ad Asiago, sposa
Anna che gli darà tre figli e comincia a ricopiare minuziosamente gli appunti presi in Russia. Nasce così (1953) “Il sergente nella neve” con cui si rivela al
grande pubblico. Nel 1958, il suo
secondo libro, “Concorso per
esami”; quindi nel 1962 “Il bosco
degli urogalli” che vince il premio Puccini-Senigallia; “Quota
Albania” e “Ritorno sul Don”
che nel 1974 giunge finalista al
Premio Napoli per la narrativa.
Nel 1978 vince il Premio Bagutta
prima e poi il Campiello con il
racconto “La storia di Tonle”.
Sempre per Einaudi, nel 1980,
scrive “Uomini, boschi e api” e i
due romanzi “L’anno della vittoria (1985) e “Amore di confine”
(1986). Nel 1990 “Il libro degli
animali” e nel ‘91 “Arboreto selvatico”; nel 1995 “Le stagioni di
Giacomo” e nel 1998 “Sentieri
sotto la neve”. Infine, l’ultimo
libro pubblicato (1999) “Inverni
lontani”.
Dalla lastra in rame realizzata ai primi dell’Ottocento da Luigi Pizzi
NUOVA SERIE DI INCISIONI
Prima della chiusura dell’
Anno Giubilare l’Istituto ha
concretizzato un’ulteriore interessante iniziativa culturale che
è valsa a riportare in auge un’opera già da tempo appartenente alle proprie collezioni d’arte.
A quasi cent’anni dall’ultima tiratura, è stata infatti tratta una
serie limitata di incisioni da
una preziosa lastra in rame realizzata ai primi dell’Ottocento
da Luigi Pizzi, riproducente il
dipinto “Convito di San Gregorio Magno” di Paolo Veronese,
custodito nel Santuario di
Monte Berico in Vicenza. La lastra, che fa parte delle collezioni d’arte della Popolare, è stata
nell’occasione preventivamente
sottoposta, con l’utilizzo di antiche tecniche artigianali, ad un
attento intervento di pulitura e
restauro dalla Stamperia d’Arte
di Giuliano Busato che ha quindi tirato a mano con il torchio a
stella, nella sua Bottega di ViBPVOGGI
cenza, trecento esemplari dell’incisione. La carta per la tiratura è stata appositamente fabbricata dalle Cartiere Enrico
Magnani di Pescia con un impasto speciale.
Non si conosce la data precisa
in cui la Banca è venuta in possesso della lastra, né la sua provenienza, ma certamente l’acquisizione è da collocarsi fra il
1866, data di fondazione dell’Istituto e il 1907: proprio nel
1907, infatti, la Banca Popolare
di Vicenza fece realizzare una
serie numerata di incisioni, che
su ciascun esemplare portava la
scritta a stampa “Tiratura in 100
esemplari eseguita nel febbraio
1907 dalla Reale Calcografia di
Roma”. Sulle tirature dalla lastra originale che hanno preceduto quella del 1907 non si
hanno a tutt’oggi notizie certe.
Sicuro è invece che una tiratura,
forse solo di prova, è stata realizzata prima che sulla lastra ve-
39
40
nisse incisa la dedica autografa
del Pizzi al Principe Eugenio
Napoleone di Francia, Vicerè
d’Italia e Principe di Venezia.
L’apposizione della dedica sulla
lastra fa peraltro supporre che
tra il 1808, data con cui il Pizzi
firma la sua opera, e il 1813,
anno della caduta del Regno
d’Italia di Napoleone, almeno
un esemplare dell’incisione sia
stato tirato, se non altro per
farne dono al Vicerè d’Italia al
quale l’autore l’aveva dedicata.
Luigi Pizzi, nato a Verona nel
1739 e morto a Padova nel 1821,
fu un grande disegnatore e incisore, nonché apprezzato calcografo di riproduzioni. Dopo gli
studi di disegno e incisione
sotto la guida di Gio Domenico
Lorenzi, famoso intagliatore in
rame, lavorò a Padova, Verona,
Roma e Venezia. Insegnò inoltre, come maestro di disegno ad
intaglio, prima all’Accademia
delle Belle Arti di Venezia e successivamente nella Regia Università di Padova. Fra le opere
d’intaglio a bulino che gli valsero fama e considerazione vanno
annoverate “La Madonna detta
della Seggiola” tolta da Raffaello e appunto il “Convito di San
Gregorio Magno”, esistente nel
convento della Madonna di
Monte Berico.
Il dipinto, da cui è tratta la lastra, venne eseguito nel 1572 da
Paolo Veronese su commissione
dei religiosi del celebre Santuario e raffigura una delle cene
che il Papa San Gregorio Magno
era solito offrire ai poveri: vi
partecipa in veste di pellegrino,
Cristo stesso, seduto alla destra
del Pontefice. A seguito della
Il Santuario di Monte Berico a Vicenza
soppressione del Convento dei
Servi di Maria di Monte Berico,
disposta dai Decreti napoleonici di soppressione degli Ordini
Religiosi, il dipinto fu trasferito
nel 1811 a Milano nella Pinacoteca di Brera.
Nel 1813, avendo il Comune di
Vicenza acquistato dal Demanio l’intero complesso di Monte
Berico, la Città reclamò per sé il
dipinto , tanto che nel 1816 l’imperatore Francesco I. ne ordinò
la restituzione: così nel 1817,
per ordine imperiale, l’opera
tornò nel Santuario. Durante i
BPVOGGI
moti risorgimentali del 1848,
nel corso della battaglia del 10
giugno per la difesa di Vicenza,
la grande tela fu ridotta in ben
trentadue pezzi dai soldati austriaci. Restaurata a Venezia a
spese dell’imperatore Francesco
Giuseppe, venne infine ricollocata dieci anni più tardi, il 21
aprile 1858, nell’antico refettorio del Convento, sala che ancora oggi l’accoglie.
Un’iniziativa del Touring Club d’Italia
“LA PENISOLA DEL TESORO”
A PALAZZO THIENE
Ha fatto tappa a Vicenza prima
della fine dell’anno “La Penisola del Tesoro”, l’interessante iniziativa ideata, promossa e condotta dal Touring Club Italiano
nell’intento di divulgare la conoscenza e la valorizzazione di
musei, monumenti e luoghi
d’arte d’Italia che, seppur di
grande rilevanza, rimangono
spesso e volentieri al di fuori
dei consueti itinerari turistici.
Il Touring Club aveva proposto,
per la prima volta nel 1999, il
programma “La Penisola del
Tesoro” riscuotendo ampio favore tra i vari operatori culturali, i mezzi di comunicazione e
soprattutto tra i propri soci, i
quali hanno poi partecipato
sempre numerosi e con grande
entusiasmo alle “tappe” previste in tutta Italia.
L’iniziativa, patrocinata dal Ministero per i Beni e le Attività
Culturali, è destinata a continuare ed a consolidarsi nel
tempo: se nel primo anno l’attenzione degli organizzatori si
era in particolare rivolta ai
musei, con il 2000 si è ritenuto
invece di uscirne per andare di
più nelle piazze, nelle città, nei
centri storici, nelle riserve naturali. E così i responsabili del TCI
hanno pensato di porre Palazzo
Thiene nell’elenco dei luoghi da
visitare. D’altra parte l’edificio
palladiano, sede storica della
nostra Banca, può vantare come
noto alcune referenze di assoluto rilievo: è stato inserito dall’Unesco nella Lista del Patrimonio
Mondiale dell’Umanità e nel
1999 è stato insignito del prestigioso Premio Europa Nostra per
il miglior restauro realizzato.
BPVOGGI
I visitatori soci del Touring
Club sono stati veramente numerosi, circa millecinquecento.
Grazie all’ottima organizzazione predisposta ( quattro guide
turistiche hanno accompagnato,
seguendo un programma temporale preciso, altrettanti gruppi formati da 30/40 persone ciascuno) tutti i soci hanno potuto
visitare senza assembramenti o
intoppi questo straordinario
esempio di architettura rinascimentale, opera del Palladio.
Hanno ammirato i fastosi cicli
decorativi ad affresco e stucco
dovuti a celebri artisti del Cinquecento, da Alessandro Vittoria a Bartolomeo Ridolfi, da
Bernardino India ad Anselmo
Canera; i preziosi arredi in stile
d’epoca che ne arricchiscono le
stanze; la collezione di dipinti
antichi di proprietà della Banca,
dedicata alla pittura vicentina e
veneta dal XV al XVIII secolo,
comprendente capolavori di
grandi maestri, fra i quali, Giandomenico Tiepolo, Jacopo Bassano, Bartolomeo Montagna,
Palma il Giovane, Jacopo Tintoretto, Gaspare Diziani e Giulio
Carpioni, cui è riservata una
sala intera. Molto apprezzata
dai visitatori è stata anche la
raffinata raccolta di sculture di
Arturo Martini, artista tra i più
rappresentativi del Novecento.
C’è stato anche il momento dell’ufficialità con l’incontro tra i
rappresentanti del TCI, il vicepresidente marchese Giuseppe
Roi, il direttore generale Armando Peres e il console per il
veneto Vladimiro Riva, con il
Consigliere d’Amministrazione
dell’Istituto Zeffirino Filippi
41
che ha portato ai graditi ospiti il
benvenuto della Banca. A Palazzo Thiene, insomma, “la Penisola del Tesoro” ha trovato
quello che cercava!
IL TOURING CLUB ITALIANO,
UNA GRANDE ASSOCIAZIONE
42
Il Touring Club Italiano è la
maggiore istituzione turistico
culturale italiana, costituita
nella forma di una libera associazione che ha ormai superato i
cento anni di vita. Nel corso
della sua lunga storia si è distinta per il prestigio e l’importanza
delle sue molteplici iniziative
intraprese e per i servizi resi alla
collettività. Grazie ad un’imponente produzione editoriale e
all’organizzazione di viaggi, vacanze, servizi informativi, il
Touring mette a disposizione
dei propri iscritti – che raggiungono oggi la bella cifra di circa
cinquecentomila unità – gli
strumenti indispensabili per
praticare un turismo consapevole e civile, ossia ispirato a
quegli ideali che sin dall’origine
aveva posto a suo fondamento.
Nei suoi cento anni di vita il
TCI ha promosso tantissime iniziative volte a diffondere il turismo e proteggere il patrimonio
culturale e ambientale. Tra queste ne citiamo solo alcune tra le
più significative.
Nel 1897 installa i primi cento
cartelli segnaletici stradali; nel
1909 lancia una campagna per il
rimboschimento e la conservazione dei pascoli; nel 1913 accoglie nella sua sede il Comitato
Nazionale per la Difesa del Paesaggio e dei Monumenti Italici;
Palazzo Thiene, Sala di Nettuno
nel 1914 istituisce a Milano la
prima scuola alberghiera; nel
1922 inaugura, ai piedi della
Marmolada, i primi campeggi.
Negli anni ‘40 istituisce a Milano
la prima scuola alberghiera,
mentre negli anni ‘60 promuove
campagne contro l’inquinamento e il rumore, contro l’abbattimento degli alberi lungo le strade e per lo scaglionamento delle
ferie. Negli anni ‘80 incentiva,
mediante pubblicazioni e convegni, il turismo nel “minore”.
Negli anni ‘90 promuove infine
due carte etiche, la prima sul turismo e la seconda sull’ospitalità; pubblica tre libri bianchi indirizzati alla Pubblica Amministrazione sui temi del turismo,
ambiente e beni culturali; attiva
BPVOGGI
un monitoraggio sui musei con
una valutazione sulla loro fruibilità; ancora sui musei avvia
una collana di guide in collaborazione con il Corriere della
Sera; sigla un accordo con l’Istituto Centrale del Restauro per
l’utilizzo delle Guide Rosse ai
fini della catalogazione del patrimonio culturale italiano.

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