L`altra - Comune di Piombino

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L`altra - Comune di Piombino
Premio letterario nazionale “Emanuele Casalini”
Riservato ai detenuti - 14a edizione - Genova 2015
Marco Corradini
Medaglia del Presidente della Repubblica
Medaglia del Presidente del Senato
Medaglia del Presidente della Camera dei Deputati
L’ALTRA LIBERTà
Premio letterario nazionale
“Emanuele Casalini”
riservato ai detenuti
delle carceri italiane
Premio letterario nazionale “Emanuele Casalini”
Sono felice che almeno la mia anima
in qualche modo possa uscire fuori di qui.
L’altra
Voci dal carcere
L’ALTRA LIBERTÀ
Premio letterario nazionale
“Emanuele Casalini”
riservato ai detenuti
14a edizione 2015
“Qui la vita è sempre uguale ed io aspetto con gioia
questa cadenza annuale del Premio letterario perché per me
è una delle poche cose belle che ci sono in carcere”.
Saverio Nolfo, Casa di reclusione di Porto Azzurro, 13 febbraio 2015
Il Premio letterario nazionale “Emanuele Casalini”
è promosso da Università delle Tre Età - Unitre
delle Case di reclusione di Porto Azzurro e di Volterra,
Salone Internazionale del libro di Torino,
Presìdi del libro del Piemonte
PRESÌDI
DEL LIBRO
PIEMONTE
con il patrocinio di:
Regione
Toscana
Città di
Genova
Città di
Piombino
Regione Liguria
Premio speciale “Simonetta Polverini”
Città di Piombino - Presidenza Consiglio comunale
∏
Segreteria del Premio
Lucia Casalini
via L. da Vinci, 30 - 57025 Piombino (LI)
tel. 0565.221079
e-mail: [email protected]
www.premiocasalini.it
Impaginazione: Studiografico M di Marco Formaioni
via Tellini, 13 - 57025 Piombino (LI)
Stampa: Pacini editore di Ospedaletto (PI)
Storia del Premio
Nel 2002 ricorreva il cinquantenario de La Grande Promessa, la prima rivista carceraria italiana, nata a Porto Azzurro
per iniziativa dei detenuti. In quell’occasione, la Società di
San Vincenzo de Paoli e l’Università delle Tre Età - Unitre,
che da decenni svolgono attività di volontariato nel carcere
elbano, hanno ritenuto opportuno sottolineare il valore della
ricorrenza con un’iniziativa significativa: l’istituzione di un
premio letterario nazionale riservato ai detenuti e dedicato a
Emanuele Casalini, attento lettore, collaboratore ed estimatore de La Grande Promessa, oltre che fondatore, presidente e
docente dell’Unitre di Porto Azzurro.
L’iniziativa nasceva anche da una motivazione più profonda: il proposito di offrire nuove occasioni, nuovi incentivi
a quelle prove di scrittura che da sempre sono presenti nel
mondo carcerario come tentativo di rappresentare se stessi e
il proprio rapporto con il mondo.
Anche in carcere si scrive per ripensare il proprio percorso
esistenziale, per liberarsi, oggettivandoli, dai fantasmi dell’isolamento e dall’angoscia di essere confinati in luoghi tanto
remoti dalla comprensione degli altri uomini, per ritrovare
la propria identità, per tentare un dialogo con gli altri. È la ricerca di un ordine interiore che possa dare un senso al proprio
vissuto, e renderlo condivisibile con altri, attraverso la grammatica della scrittura, sia che si scelga la forma del racconto sia
che si scelga quella della poesia. È proprio così che si può raggiungere una nuova consapevolezza, offrire nuove occasioni
alla costruzione di sé e, al tempo stesso, coinvolgere il lettore,
facendogli conoscere storie, sentimenti, ambienti, situazioni
che altrimenti non avrebbe occasione di approfondire.
Si tratta insomma di costruire un piccolo ponte che metta
in contatto il carcere con il mondo esterno, e che trasformi
la segregazione in un momento di incontro e di dialogo, di
approfondimento reciproco, invitando il lettore all’ascolto.
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Nei primi due anni la premiazione dei vincitori si è tenuta
nel penitenziario di Porto Azzurro. Poi, anche per le difficoltà di trasferimento e comunicazione che presenta un’isola,
dal 2004 la cerimonia di premiazione è diventata itinerante,
ed è stata ospitata, grazie alla sensibilità e alla collaborazione
delle istituzioni, nel carcere di “Rebibbia” a Roma, nel “Lorusso Cutugno” di Torino, al “Montorio” di Verona, al “San
Vittore” di Milano, poi nuovamente a Torino, a Volterra, a
Brescia, a Firenze, a Saluzzo, a Bollate ed infine, nel 2014, nel
carcere “Capanne” di Perugia.
Fin dalla prima edizione, dirigenti e operatori del mondo
carcerario hanno apprezzato e incoraggiato l’iniziativa, che
ha ottenuto il patrocinio della Presidenza della Repubblica,
del Senato e della Camera, della Presidenza della Regione
Toscana e della Provincia di Livorno, del Comune di Piombino e delle amministrazioni degli enti locali e regionali e delle
città che hanno ospitato le premiazioni.
I giurati del premio, variamente impegnati nell’editoria,
nell’organizzazione culturale, nell’insegnamento e nelle arti,
hanno avuto il piacere e l’onore di avere con loro Anna Maria
Rimoaldi, studiosa di storia, regista, già attiva collaboratrice
di Maria Bellonci, poi direttore della Fondazione Bellonci,
che promuove il Premio Strega, il maggior riconoscimento
letterario italiano. Anna Maria ha speso generosamente la
sua vita nella promozione del libro e della lettura, e ci ha
lasciati il 2 agosto 2007, a Poggio nell’Elba, mentre a pochi
passi dalla sua casa si teneva una riunione della Giuria del
Premio Casalini. A lei il nostro ricordo più grato e più affettuoso. Anna Maria affermava: “Ogni premio letterario è una
ricchezza che deve essere perseguita e valorizzata. Il Premio
letterario ‘Emanuele Casalini’ ha una valenza sociale e umana che lo rende particolarmente importante”.
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Chi era Emanuele Casalini
Tutti coloro che l’hanno conosciuto ricordano di Emanuele
Casalini il carattere mite, l’affabilità nel conversare, l’elegante
compostezza del comportamento. Quelli che hanno avuto con
lui più stretti rapporti di lavoro, sia nello spazio della scuola,
in cui lui è stato per molti anni professare di letteratura italiana e poi preside, sia in quello più movimentato dell‘attività
sociale e politica, che lo ha visto a lungo attivissimo consigliere comunale, hanno avuto agio di apprezzare in lui da un lato
la raffinata sensibilità estetica, maturata in un lungo, vivo e
il sistematico rapporto con la grande poesia, dall’altro l’illimitata disponibilità per i problemi umani, fossero quelli del
giovane studente angustiato da un inserimento non del tutto
agevole nell’ambiente scolastico, o quelli del comune cittadino alle prese con le esigenze del vivere quotidiano, o, ancora,
quelli del recluso afflitto dalla sua esistenza solitaria, atomistica, senza grazia di cielo, di libertà e di amore.
Questo strenuo impegno sociale era in lui informato alla
più genuina sostanza dell’insegnamento evangelico. Uno
degli atti più rispondenti al suo carattere e ai suoi principi è
stata l’istituzione, all’interno della Casa di reclusione di Porto Azzurro, di una sede dell’Università delle Tre Età - Unitre,
non certo con lo scopo di elargire cultura, di cui del resto
molti reclusi sono tutt’altro che privi, ma con quello, molto
più alto anche se meno appariscente, di creare un rapporto
umano, un tramite fra la solitudine e la socialità. Emanuele
Casalini avrebbe potuto far sua la grande frase che un commediografo romano, Terenzio, pose in bocca a un suo personaggio. Homo sum: humani nil a me alienum puto (“Sono un
uomo: niente di umano considero estraneo a me”).
Luigi Alberto Mascia
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Comitato d’onore
S. Em. ANGELO BAGNASCO
Cardinale di Genova
S. E. Monsignor CARLO CIATTINI
Vescovo di Massa Marittima, Piombino ed Elba
GIOVANNA MELILLO
Presidente Salone internazionale del libro di Torino
ERNESTO FERRERO
Scrittore, direttore del Salone internazionale del libro di Torno
CARLA SACCHI FERRERO
Collaboratrice editoriale, presidente dei Presìdi del libro del Piemonte
GUSTAVO CUCCINI
Presidente Nazionale delle Università delle Tre Età
MAURO SOBRINO
Presidente Università delle Tre Età di Genova
SANTI CONSOLO
Capo Dipartimento Amministrazione Penitenziaria
CARMELO CANTONE
Provveditore Regionale Amministrazione Penitenziaria - Liguria
SALVATORE MAZZEO
Direttore Casa circondariale Marassi di Genova
FIAMMA SPENA
Prefetto di Genova
GIOVANNI TOTI
Presidente della Regione Liguria
ENRICO ROSSI
Presidente della Regione Toscana
MARCO DORIA
Silndaco di Genova
MASSIMO GIULIANI
Sindaco di Piombino
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Giuria
ERNESTO FERRERO (Presidente)
Scrittore, direttore del Salone internazionale del libro di Torino
FABIO CANESSA
Docente di materie letterarie al Liceo scientifico di Piombino,
critico cinematografico
GUSTAVO CUCCINI
Presidente Nazionale Università delle Tre Età
MIMMA CUFFARO
Pittrice
RAFFAELLA D’ESPOSITO
Docente al Conservatorio di Santa Cecilia, Roma
PAOLO FERRUZZI
Direttore Vicario dell’Accademia di Belle Arti, Roma
PABLO GORINI
Docente di materie letterarie al Liceo classico di Piombino
MARCO PAUTASSO
Direttore eventi della Fondazione per il libro, la musica e la cultura
CARLA SACCHI FERRERO
Collaboratrice editoriale, presidente dei Presìdi del libro Piemonte
I Promotori e La Giuria ricordano con affetto e gratitudine
Giorgio Faletti e Anna Maria Rimoaldi
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Presentazione
«Scrivere è una riflessione su se stessi». Così Andrea Camilleri in una intervista in occasione dei suoi 90 anni. Scrivere
è un dialogo interiore che può diventare utile anche agli altri, un percorso personale che diventa condivisibile, che crea
una comunità, e trasforma l’io in un noi. Le società umane
sono nate e si sono sviluppate proprio quando hanno saputo
inventare e perfezionare un linguaggio comune. Quando un
cacciatore, tornando a sera nella caverna che divideva con il
suo gruppo, è riuscito a comunicare agli altri le emozioni, le
sorprese, le scoperte della sua giornata di caccia. Come si direbbe oggi, quando ha messo il know-how che aveva acquisito
a disposizione degli altri.
L’alfabeto è nato per necessità contabili, per inventariare
beni e animali; poi da lì ha spiccato il volo per imparare a
raccontare storie, cioè per fissare un’identità, per elaborare pensieri sempre più complessi. Sono passati millenni, e
siamo ancora qui, a riflettere sulla necessità della scrittura e
della sua sorella gemella, la lettura. Su questo momento di
autoanalisi e autocoscienza che va alla ricerca di qualcosa
che sta nascosto dentro noi, e ancora non sapevamo che ci
fosse. È un portare alla luce ciò che si nascondeva, o giaceva dimenticato, nelle profondità del nostro inconscio. Perché
l’operazione riesca, occorre che gli strumenti con cui operiamo questo ricupero, le parole, siano il più possibile precise.
Al pari di qualunque pratica artigianale, anche la scrittura è qualcosa che si impara a perfezionare lentamente e
con fatica. Nessuno nasce imparato, come dicono a Napoli.
Nessun liutaio riesce a costruire uno strumento musicale dal
niente: gli ci vogliono anni di bottega, e buoni maestri. Con
la lettura, con le buone letture possiamo diventare i maestri
di noi stessi, capire “come si fa”; e provare a elaborare un
linguaggio e uno stile che siano soltanto nostri. Diceva lo
scrittore americano Nathaniel Hawthorne: “Parole. Così in8
nocenti e lievi quando stanno in un dizionario, così potenti
nel bene e nel male quando si trasformano nelle mani di chi
sa combinarle”.
La scrittura che vuole costituirsi come memoria, creare il
“sempre” del ricordo, lottare contro la morte, la dimenticanza, la sofferenza. È questa la tensione accorata che ispira il
racconto di Carmelo Gallico, che si è già distinto nelle precedenti edizioni del premio, e quest’anno ritroviamo sul gradino più alto del podio. Dal fondo del carcere duro, “dove ti
spogliano di tutto”, entra in confidenza con un ergastolano
che gli racconta la sua vita e attraverso di lui trova l’orgoglio di farsi voce degli ultimi, degli scartati, dei condannati
a morire nel freddo; di poter consegnare qualcosa di lui alle
persone che gli volevano bene.
Di tutt’altro timbro e registro il racconto di Nazareno Caporali, al secondo posto. Un cappellano del carcere è convinto che il rapinatore specializzato in furti alla cassetta delle
elemosine delle chiese sia vittima di un maleficio: per liberarlo dal diavolo occorre dunque inscenare un esorcismo in
cui è coinvolto nientemeno che il Vescovo. L’uomo, incredulo, beffardo e quasi divertito, sta al gioco. La storia che ci
viene raccontata ha un buon ritmo, un piglio irridente che la
rende esilarante.
Al terzo posto ritroviamo Vittorio Mantovani, anche lui
premiato più volte. È bravo a ricreare il clima lievemente
malinconico di certe canzoni di Paolo Conte, a consegnarci
l’immagini di un’Italia che non c’è più, in cui si aggirano –
sempre un po’ ruvidi e di pochi parole – personaggi che si
realizzano nella pratica sportiva, dove trovano la dimensione di una piccola epica minimalista e scontrosa: questa volta
un portiere abituato da ragazzo a giocare sui campi d’erba
medica. Adesso che è in carcere deve stare attento a volare
sul cemento. Divide con lui il terzo posto Arshad Mohammad, il quale chiede a muso duro al lettore che cosa gli deve
raccontare. Le sofferenze del carcere e la lontananza dei suoi
cari non gli impediscono di sciogliere un inno alle gioie della
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famiglia solidale, di vagheggiare un futuro ancora all’insegna di un ottimismo propositivo.
Ogni scelta è fatalmente soggettiva e discutibile. Tra i
segnalati, personalmente ho apprezzato In nome del Re di
Giovambattista Maganuco, che racconta beffardamente
e con buon uso del dialetto le feroci imprese del brigante
Francesco Macaluso detto Ciccio Spara, nella Sicilia di fine
Settecento; ma anche quelle, non meno scellerate, del cinico tenente Nunziata, mandato a catturarlo. Dove si dimostra che la repressione era quasi peggio degli stessi crimini
banditeschi, proprio perché travestita da falsa giustizia, in
nome del sovrano.
Si segnala per l’originalità espressiva anche l’ode ad una
migrante dancala di Carmelo La Licata. Quasi una prosa
d’arte, con accensioni liriche (“Ho raccolto sterpaglie sitibonde, rotolanti rose di Gerico”) e colti preziosismi lessicali
(“un vecchio dalle mani dendritiche”, “barche maleolenti”).
Un lodevole tentativo di utilizzare un linguaggio poetico per
raccontare una delle tante morti in mare. Anche Mossa Danda racconta la disavventure di un migrante, che riesce ad arrivare sino ad Ancona, ma finisce in invischiato in un tragico
fatto di sangue. Si conclude a Genova il tragitto dalla Tunisia
di Ben Nouri, ennesima prova della difficoltà in un contesto
nuovo e diverso. Mirela Pisaru (unica donna tra vincitori e
segnalati) ci consegna una riflessione accorata sulle divisioni
artificiali che separano uomini che si affacciano sullo stesso
mare da rive diverse.
Vincenzo Pipino (Il torsolo di una mela) ci porta in una vecchia Venezia invernale e proletaria, avvolta nelle nebbie,
quasi uno scenario naturale per fantasticherie di genere fantasy. Massimiliano Maiocchetti, sempre agitato dall’urgenza
di vedere cose nuove, ci consegna i suoi ricordi di viaggio,
da New York a Kuala Lampur; e raccontando si prepara a
intraprendere nuovi viaggi. Michele Maggio sceglie le vie
della fantascienza con una storia dedicata a Giorgio Faletti e
ambientata nel 2065, dove due sopravvissuti si ritrovano, in
un centro commerciale a lottare contro degli zombie.
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Ancora: cupi drammi famigliari, storie di violenza e di
paura, con le donne umiliate nella parte delle vittime predestinate, ci vengono proposte da Marco Costantini (Terremoto),
Sandro Franciosi (Piccolo uomo) e Marco Zampallo (Trappole).
L’angusto teatrino delle pareti domestiche sembra destinato
ad ospitare una ininterrotta catena di naufragi senza possibilità di riscatto.
In campo poetico, si afferma Diego Zuin. Il suo Rimaiolo
da strapazzo ha una sua rabbia genuina e un po’ spavalda,
inventa neologismi (“invanamente”, un po’ come il Cetto La
Qualunque di Albanese), gioca con le parole (si dice “ignavo”
ma non “ignaro”), ha buone intuizioni (bisogna conservare
le lacrime versate perché ogni goccia è diversa) e riflessioni:
solo frequentando l’inferno abbiamo la misura di quello che
abbiamo perduto.
Sul podio lo accompagnano due ex-aequo. Francesco Capitale (Ti devo qualcosa) ci offre una fresca e originale canzoncina alla Palazzeschi (autore che purtroppo nessuno oggi
legge più: è quello della Fontana malata, tra l’altro) e ha delle belle invenzioni: se esiste un colore inesistente, è proprio
quello il sogno di ogni artista. È anche quello che deve fare
la letteratura e l’arte in generale: inventare colori che non abbiamo ancora sperimentato, spingere un po’ più in su l’asticella del poco che sappiamo. Salvatore Carpino si fa notare
per la scioltezza della sua cantabilità, per un addio a ricordi
che si traduce in un proposito semplice e diretto: “Non mi
rimane che vivere”, cioè stare per intero nel presente.
Ancora un ex-aequo al terzo posto. Nel suo delicato canzoniere amoroso, Franco Lucente ricorre a un collaudato
simbolismo vegetale di papaveri e tigli profumati. Vorrebbe
scrivere un libro dell’anima “con una penna di vento/ sopra
una pagina di luna”. Anche Tarek El Amri ha saputo trovare
una sua cantabilità, un suo ritmo, componendo un piccolo,
canzoniere in do minore, dolente ma senza vittimismi: “Ho
perso il mio odore,/ quello che mi rendeva riconoscibile,/
quello che amavi”.
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Tra i segnalati, ho avuto modo di apprezzare Ion Trikolici, con i suoi versi brevi e brevissimi, magari elementari, ma
diretti, efficaci. Immagini (bianchi cirri, riflessi di sole) che
compaiono come “bisogno di voi”. O ancora, “Canto alla
vita/ una monotona cantilena/ che s’aggomitola/ alzandosi/ ad una giovane luna”. Mauro Balletto racconta con efficacia un rapporto tra padre e figlio, nella consapevolezza
di quanto sia ancora, e più che mai, importante “amare in
un mondo diviso”. Giuseppe Candido si compiace un po’
del suo ermetismo, ma sa trovare spesso la nota giusta: la
pioggia triste che suona le sue note su un piano di cartone,
gli echi di un canto attonito che stanno “appesi al cappio
dell’ombra”. Ha delle lodevoli ambizioni espressive anche
Antonio Santarelli (“Sedati spettri di seminfermità./ Umane
tabule rase impasticcate”).
Originale e coinvolgente è anche Antonio Sanson, che ricorre all’espediente sempre efficace delle rime delle filastrocche,
che trasmettono allegria, per comporre un catalogo giocoso
del degrado contemporaneo, degli inganni, delle ipocrisie e
delle mercificazioni che ci avvolgono ad ogni istante. E così
facendo si diverte e ci diverte.
Il Premio Casalini vive della dedizione e della passione contagiosa della sua vera anima, l’instancabile Lucia Casalini,
per tanti semplicemente Nonna Lucia. Il suo impegno va
ben oltre un premio letterario: nel corso dell’intero anno riesce sempre a trovare gesti e parole di affettuosa e solidale
partecipazione per quelli che considera dei figli o dei nipoti
sfortunati. Con lei vorrei ringraziare gli amici della giuria, e
in particolare Pablo Gorini e Fabio Canessa, che si sobbarcano con grande generosità la parte più gravosa e delicata del
lavoro. Con loro ci ritroviamo, anno dopo anno, a costruire
reti, a gettare ponti, a cercare di crescere un po’, tutti insieme.
Ernesto Ferrero
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Sezione prosa
Opere premiate
Prima edizione del premio
a Porto Azzurro (LI) nel 2002.
Porto Azzurro (LI), 2003: un momento
della premiazione con Veronica Pivetti.
1° classificato
Carmelo Gallico
In memoria dell’amico Palmerino G.
deceduto nel carcere di Cumeo
il 17 marzo 2015.
Per sempre nel ricordo
Lo chiamano carcere duro, dicono che sia riservato ai criminali più spietati. Sostengono sia proporzionato alle loro
colpe e affermano che sia stato applicato nel rispetto della
dignità umana e dei principi di giustizia.
Ma io non so se le ombre che vedo trascinarsi nell’oscurità
di queste mura siano stati uomini o nascondano criminali.
Non conosco le loro colpe, né saprei giudicarle. Non riesco
a scorgere il fondo nell’abisso di questo male e non so dove
si ponga il discrimine tra ciò che è giusto e ciò che non lo è.
La sola cosa che io so è che quando entri in questo inferno di
ruggine e cemento ti spogliano di tutto.
Ti tolgono l’azzurro e la profondità del cielo per sospenderti
al grigio di un basso e deprimente soffitto che, come il coperchio di una bara, graverà sulla tua esistenza senza più giornate di luce e senza più notti di stelle per il resto del tuo tempo.
Mai più ci saranno per te il calore di un abbraccio, né carezze che sapranno consolarti, né più persone care da stringere al
cuore, né un domani da progettare. Ti hanno spogliato di tutto,
perfino della speranza. Allora cercherai di difendere strenuamente la tua dignità per poterti sentire ancora un uomo, vivo.
Ogni giorno ed ogni notte sentirai qualcuno che urla ai fantasmi del suo passato e alle paure del presente senza più cognizione della realtà e del tempo. Sentirai parole sconnesse,
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pudici pianti nascosti. Vedrai occhi spenti su volti scavati che
non hanno più memoria di un sorriso e altri attraversati da
una luce sinistra, volti contratti di rabbia. Incontrerai qualcuno che cerca rassicuranti certezze nell’ossessiva ripetizione
degli stessi gesti, delle stesse abitudini: segni della subdola
follia a cui si era illuso di poter sfuggire. È una folla smarrita
in un tunnel di cui brama l’uscita, che si affanna inutilmente
in una corsa infinita e solitaria che non perdona chi ha il fiato
corto. E tu sei lì, inchiodato a quel tuo destino. Non puoi fermarti, non puoi fuggire, vuoi solo che tutto finisca. Dopo le
innumerevoli, frustranti umiliazioni della sconfitta, scoprirai
che l’umanità per cui hai lottato è l’ultima cosa che ti viene
chiesto di cedere, quella che dovrai lasciare andar via da te
se vuoi sopravvivere all’inferno.
Ma tu, amico mio, alla tua umanità non avevi voluto rinunciare, tu di una sopravvivenza fine a se stessa non sapevi
che fartene. Sopravvivere senza i tuoi ricordi, le nostalgie,
le emozioni, l’amore per chi era tutta la tua vita e ti è stato
portato via, a te non interessava. Ci misi davvero poco per
accorgermene e mi fu tanto facile e istintivo provare per te
immediata simpatia allora, quando ti vidi per la prima volta,
quanto difficile e tormentoso mi è trovare risposte adesso,
mentre ripasso nella mia mente questa amara storia alla ricerca del senso che non riesco ancora a dare.
Arrivasti un giorno di quasi un anno fa. Ti alloggiarono in
una cella di un piano diverso dal mio. Qui, non ci si incontra,
non ci si vede, c’è il divieto di comunicare, non si sa della
presenza gli uni degli altri. Così, per molta parte di tutto quel
tempo, tu eri stato per me soltanto un nome insolito, passato
dallo spiffero della finestra fin dentro la mia cella.
Ti fossi chiamato Antonio, Giuseppe, Pasquale, Giovanni o
in un altro modo qualsiasi, probabilmente non mi sarei neanche accorto del tuo arrivo, o invece l’attenzione che destava
in me il tuo nome ogniqualvolta lo sentivo era proprio un
segno del destino che si sarebbe dovuto compiere.
A proposito, tu ci credi nel destino?
Comunque sia, passò l’estate, arrivò l’inverno con Natale
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e San Silvestro, e di te continuavo a non conoscere altro che
il tuo buffo nome; poi, una mattina – doveva forse essere la
Befana – venne da me l’appuntato con i sacchi neri. «Cella
n. 21, prepara la tua roba – mi disse –, devi spostarti di cella». Le celle di una prigione sono tutte uguali: un maledetto
buco, buio e odiato quanto la solitudine a cui ci condanna,
eppure noi arriviamo a considerarlo il nostro unico, possibile
rifugio, nel quale trascorriamo oltre 22 ore al giorno, tutti i
giorni, per anni e anni, fino a confondere il nostro nome con
il suo numero. Anche ai nostri occhi, diventiamo il numero
della nostra cella. Cambiare, però, significa rompere un equilibrio conquistato a fatica e andare incontro ad un’incognita
che non si sa mai cosa possa riservarci. Ci sono momenti in
cui quel fragile equilibrio è tutto ciò che abbiamo.
Tirai a forza su per la rampa di scale i sacchi pieni della mia
roba e il petto gonfio della sottile inquietudine a cui non riuscivo a sottrarmi. Il rumore metallico del cancello, le mandate
di chiave che si chiusero alle mie spalle, il vuoto squallore,
l’odore di muffa e stantìo raccontavano lo stesso scenario di
sempre, cambiavano però i protagonisti e cambiava la storia.
Mi liberai dei sacchi, lasciati cadere sul pavimento, non ancora
dell’inquietudine, rimasta bloccata in gola insieme al mio respiro. Sapevo che nella cella di fronte a me c’era un’altra vita
che, come in uno specchio, scorreva speculare alla mia, e sapevo che, da quel momento in poi, quella vita sarebbe stata
l’inseparabile compagna delle mie giornate, la coprotagonista
della storia appena iniziata e ancora tutta da scrivere. Mi girai
lentamente. Tu mi stavi già fissando, assalito forse dalle mie
stesse paure, ponendoti forse le mie stesse domande.
«Ciao, mi chiamo El».
E quello che fino a quel momento era stato per me soltanto un nome un po’ buffo diventò all’improvviso, occhi, volto,
corpo, una persona e la sua vita. Quella persona eri tu, amico mio, con la tua aria mite che l’asprezza della detenzione
sofferta non era riuscita ad indurire, con le tue ferite ancora
aperte e le cicatrici che facevano ancora male, con il peso che
gravava su di te curvandoti le spalle, le tue gambe smagrite
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dall’immobilità delle troppe giornate passate in cella, gli occhi
che rincorrevano i tuoi pensieri, i silenzi che ti facevano compagnia interrotti dalla tosse che ti tormentava, e la tua voce
che presto imparò a chiamare il mio nome e mi diventò amica.
Eri tu, amico mio, con il carico d’umanità a cui non avevi
voluto rinunciare e che subito riconobbi in te. Non parlasti
molto quel primo giorno, ma il tuo fisico provato mi diceva
dei tormenti che logoravano la tua salute. Il tuo spirito spento
raccontava della rassegnazione alla tua pena con data ”fine
pena mai”. Lo sguardo stanco di guardare avanti mi rivelò
che avevi smesso di sperare. Io ascoltai tutte le voci con cui mi
parlasti e mi dissi: “Ecco uno che ha avuto il coraggio di non
sottrarsi al dolore; quello che vedo non è altro che l’oneroso
dazio da lui pagato alla scelta di volersi sentire ancora padre
preoccupato per i propri figli, marito innamorato della propria moglie, uomo partecipe della vita delle persone amate”.
Pensai che il peso della sofferenza diventa troppo grande se lo
si tiene dentro e lo si porta da soli. Avevi bisogno di un amico
e mi sembrò di aver compreso il disegno del destino che aveva
deciso di portarmi da te. La fiducia è una conquista che si raggiunge a piccoli passi, ma noi abbiamo corso, abbiamo fatto
tanta strada in poco tempo, come se avessimo entrambi fretta.
Fu facile entrare in confidenza, sembrava che tu non attendessi altro che un amico capace di ascoltare e comprendere le
tue pene, le gioie più nascoste per manifestargliele, quasi che
il mondo intero potesse vedere che avevi ricevuto dalla vita il
dono più prezioso che un uomo possa desiderare: l’amore per
tua moglie, per i tuoi figli, per quel nipotino appena nato che
attendevi di abbracciare...
Tu, amico mio, avevi sempre freddo. Un tormento ossessivo
che non ti abbandonava mai. Alle pendici delle Alpi, in pieno
inverno, il carcere è il posto più freddo del mondo, ma il tuo
freddo era qualcosa d’altro, forte e senza rimedio. Non veniva
da fuori, non era nell’aria, era dentro di te. Quando lo sentivi
farsi insidioso mi chiamavi e dicevi: «Fa freddo, vero?». E se ti
suggerivo di camminare un po’ o di bere qualcosa di caldo,
rispondevi che il freddo tu ce l’avevi nelle ossa e non ti passa18
va con niente, niente poteva scaldarti. Non era del tutto vero,
però, parlare e distrarti ti faceva star meglio e per questo mi
chiamavi così spesso, anche se ti preoccupavi di poter essere
invadente e cercavi le mie rassicurazioni: «Ti dà fastidio se ti
chiamo? A me non piace disturbare le persone. Io non voglio
dare fastidio a nessuno...». C’era molta dignità in quelle tue
parole, sapevi di stare male, ma volevi che il tuo malessere
non pesasse sugli altri. Così alla fine abbiamo stretto quel patto, ricordi? Hai promesso di chiamarmi tutte le volte che ne
avessi sentito il bisogno. Avresti potuto parlarmi di tutto,
avresti dovuto chiedermi di sostenerti nei momenti in cui ti
fossi sentito precipitare. Me lo avevi promesso e io ti avevo
assicurato che, poco alla volta, saresti riuscito a liberarti di
quel terribile freddo. Avevo promesso che ti avrei aiutato a
superare le tue angosce. Ti avrei aiutato a vedere e riscoprire i
colori della vita, anche qui dove tutto è in bianco e nero, anche
qui, chiusi in questo maledetto buco che ci toglie tutto e ci lascia soli con la più cupa disperazione. Il nostro patto raggiungeva la sua massima espressione quando, lasciata la cella, ci
trovavamo soli, tu ed io, per l’unica ora d’aria della giornata.
Era quello l’atteso momento in cui potevi parlarmi della tua
famiglia. Tua moglie era il fulcro della tua vita. Dovevi amarla moltissimo. Ogni mese, per quella sola ora di colloquio dietro il vetro, affrontava stremanti viaggi e chissà quali altri disagi, ma sapeva che avevi bisogno del conforto di un suo sorriso, del piacere di vederla, del calore familiare, e certo non te
li faceva mancare. «È la donna più forte del mondo – dicevi di
lei – se non ci fosse non saprei che fare, se non ci fosse sarei
perso». Di tua figlia dicevi che è ancora una ragazzina, troppo
presto per diventare mamma. Avresti voluto esserle accanto
alla nascita del tuo nipotino, e anche lei ha sofferto per la tua
assenza. Ma ad aprile, quando il piccoletto avrà almeno un
paio di mesi, e le giornate saranno abbastanza miti, te lo
avrebbe portato al colloquio e mi avevi fatto promettere di
aiutarti a compilare la domandina al direttore per poterlo tenere in braccio. Com’eri emozionato all’idea di stringerlo a te!
Tuo figlio, invece, è in quella difficile fase della vita che è l’a19
dolescenza. Da quando ha compiuto dodici anni non te lo fanno più abbracciare, anche lui confinato per sempre dall’altra
parte del vetro, e non avevi più potuto farlo accostare al tuo
fianco per misurare quanto è cresciuto. Non avresti potuto
sentire la sua spalla arrivare e appoggiarsi all’altezza della
tua, nè avresti potuto vederlo superarti e farti sembrare più
piccolo accanto a lui. Soprattutto non avresti avuto il tempo
di stargli vicino e aiutarlo a crescere. È tua moglie che, in questi anni, si è occupata di lui e di tua figlia. Adesso si sta occupando anche del tuo nipotino. «Troppo giovane mia figlia per
diventare mamma – continui a ripetermi – ma mia moglie è
una madre straordinaria e le insegnerà come fare». Avevi
troppi pensieri per la mente, amico mio, ed erano tutti quei
pensieri a farti male. «Ma – dicevi – come posso non pensare
alle persone che amo? Come faccio a non preoccuparmi per
loro? Come posso non chiedermi se stanno bene, se soffrono,
se potranno mai essere felici?». E poi ti è arrivato quel telegramma, il procedimento a carico di tua moglie è passato in
giudicato ed è stata arrestata. Il carcere per te stesso, anche il
più duro, per la più dura delle condanne, potevi sopportarlo,
ma il pensiero del carcere per tua moglie, anche solo per poco
tempo, ti sconvolgeva più di qualsiasi altra cosa: più della tua
cagionevole salute, più di tutte le rinunce a cui sei chiamato,
più del tuo fine pena mai. «L’arresteranno, vero? – mi chiedevi prima di ricevere la notizia – Ma potrà fare un anno, al
massimo due e poi tornerà a casa, non è così?». Io ti elencavo
tutte le soluzioni possibili e le più pessimistiche ipotesi non si
discostavano dalle tue previsioni. Anche lei non faceva altro
che rassicurarti. «Se dovesse accadere che vada in prigione,
non preoccuparti per me – ti diceva – io so essere forte e saprò
cavarmela» e volle che le promettessi di aver cura di te stesso
per il tempo che lei sarebbe stata via. Me lo raccontasti appena rientrato dal colloquio solo pochi giorni fa e sembrava che
quell’ipotesi avessi ormai imparato ad accettarla. L’arrivo
della notizia, però, ha fatto riemergere tutti i tuoi più tormentati pensieri, ha riaperto profonde ferite, riacutizzato lancinanti dolori. «Sono preoccupato», mi dicesti e averti ricordato
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le soluzioni di cui abbiamo parlato, le stesse parole di tua moglie, non è servito a rasserenarti. Quanto può essere lontano e
irraggiungibile un tratto di un paio di metri se è separato da
invalicabili sbarre di ferro, e quanto lontano e irraggiungibile
è stato per me il tuo animo turbato, non potendoti parlare che
da dietro quelle croci piantate a guardia della nostra solitudine. Come afferrarti il braccio? Come sostenerti mentre barcollavi sull’abisso? Come scuoterti dai tuoi pensieri più bui se la
mia mano non poteva raggiungerti, se il calore della mia amicizia non poteva farsi sentire e allontanare da te il freddo che
si impossessava del tuo corpo? Dopo le prime reazioni di sgomento ti sei calmato, hai preso carta e penna, ti sei messo allo
scrittoio, e hai cominciato a scriverle. Io, pochi metri più in là,
ma lontani una vita, ti seguivo con lo sguardo, rispondevo
alle tue domande, ai dubbi sul modo corretto di scrivere una
parola, alle tue riflessioni. «Per il colloquio del giorno 23 verrà
mia figlia, come farà con il bambino?». Poi ti alzavi, entravi
nel bagno a fumare, prendevi una cartellina dall’armadietto.
Forse ti sei fermato a guardare le loro foto. Come si scrive
circondariale? La lettera era finita. La conta delle 15 era passata da poco, a quell’ora c’è sempre movimento in sezione. Le
docce, le visite mediche, l’agente della matricola passa per le
notifiche. Si è fermato anche da me per consegnarmi degli
atti, una manciata di minuti per le firme e qualche informazione, il tempo di leggere i documenti ricevuti e poi ho alzato
lo sguardo per cercarti ancora. Non eri più allo scrittoio e avvertivo uno spiffero gelido provenire dalla tua cella. Forse
un’altra sigaretta alla finestra del bagno. Oggi l’hai aperta così
tante volte... non c’era, però, odore di fumo e non sentivo rumori. Il silenzio m’inquieta. Meglio controllare il pezzetto di
visione offerto dagli spioncini del bagno che danno sul corridoio. Nessun movimento. Solo la finestra aperta. Immaginavo di vederti intento a fumare, ma quell’ombra immobile che
non riuscivo a distinguere, no, non potevi essere tu. E mentre
mi precipitavo a chiamarti ho visto l’appuntato affacciare lo
sguardo dentro il tuo bagno. Pochi minuti, e nel corridoio attonito si susseguì un accorrere di agenti, medici e infermieri.
21
Hanno chiuso il blindato, lo spioncino delle celle, ma io non
sono riuscito a staccare le mani afferrate alle sbarre del cancello. La voce automatica del defibrillatore continuava a scandire il tempo e le istruzioni. Nessun segnale di vita. Poi ho sentito solo il silenzio e questa algida corrente che si muove dentro la mia cella. Ho indossato le felpe più pesanti, mi sono
avvolto nelle coperte. Tutto inutile. Continuo a tremare, ad
interrogarmi e a cercare risposte. Che senso ha tutto questo,
amico mio? Che senso ha averti incontrato, averti raggiunto
sull’orlo del baratro per camminarti accanto se poi in un attimo sei scivolato via senza che nessuna mano, nessuna presa,
riuscisse a trattenerti? Se era questo che voleva per te il tuo
destino, e se non era per evitarlo, perchè mandarmi da te? Io
non so darmi risposte, amico mio, ma a quanto accaduto devo
e voglio dare un senso, perchè non può essere stato davvero
tutto inutile. Adesso mi è chiaro. Adesso, ripensando al giorno, poco più di una settimana fa, in cui mi rendesti partecipe
del tuo momento di malinconica felicità, comprendo il disegno del destino. Ricorreva il compleanno di tua moglie, per te
forse il giorno più speciale di tutto il calendario, certo un giorno in cui essere felice. Prendesti tutte le foto che custodivi gelosamente come il più prezioso dei tesori. Fino allora della tua
famiglia me ne avevi soltanto parlato, ma devi aver pensato
che fosse giunto il momento di far cadere le residue distanze
e presentarmela con la confidenzialità riservata agli amici
veri. Cominciasti da quel tuo nipotino già tanto amato ancora
prima che nascesse. Ti sorprendevi della sua aria vispa e dei
suoi tanti capelli. «Guarda com’è già grande a pochi giorni. E
com’è bello! Sono già diventato nonno, ci pensi?». Quanto
amore e quanto orgoglio nelle tue parole! Poi passasti in rassegna una ad una le foto di tua moglie, quelle di tua figlia e di
tuo figlio, e mi mostrasti pure quel tuo nipote, ormai giovanotto, che tu e tua moglie avete sempre considerato un altro
figlio. Disegnasti l’aria con le mani per spiegarmi come tua
moglie aveva saputo sistemare la casa in modo che vostra figlia rimanesse vicino a lei per poterla aiutare nell’accudire il
bambino. Non ti stancavi mai di parlarmi di cosa desideravi
22
per il loro futuro e di dirmi quanto li amavi, e sempre i tuoi
occhi brillavano della luce che solo loro sapevano accendere
in te. Poi cominciasti a cantare i versi di una canzone. Rimasi
sorpreso della tua voce melodiosa, un po’ meno del trasporto
e della passione che vedevo venire dal tuo cuore. Nelle celle
cominciarono a fare zapping alla tv e anche l’appuntato si avvicinò per ascoltare in silenzio. Ma tu non ti accorgevi di nessuno. I tuoi occhi, i tuoi pensieri, erano tutti per il tuo amore.
Ecco, caro amico mio, sono qui, e non so se per un disegno
della vita o per mero caso a me piace pensare che in fondo ci
sia sempre una ragione in ciò che ci accade e che nelle cose
che facciamo si nasconda la vera missione della nostra vita:
Mozart era nato per la musica, Caravaggio per dipingere,
Michelangelo per scolpire. Io so soltanto scrivere e sono qui
perchè qui devo essere, sono qui non per dannazione, ma
per privilegio. Il privilegio di essere la voce narrante del dolore, la voce degli ultimi, degli scartati, dei condannati a morire nel freddo e nella disperazione e altrimenti destinati
all’oblìo della memoria. E non c’è nulla di peggiore, lo so, di
una morte voluta e cercata solo perché ti hanno tolto ogni
speranza. Non c’è nulla che sia peggiore, credimi, lo so, di
una morte abbracciata nella solitudine e nello squallore della
gelida cella di una prigione, per chi muore, ma anche per chi
rimane. Sì, caro amico mio, io forse non potevo salvarti la
vita, ma posso far vivere la tua memoria, posso far vivere il
tuo ricordo, posso far vivere alle persone che hai amato i momenti che hai affidato a me perchè un giorno li conoscessero.
Sapere dei pensieri e dell’amore che incessantemente manifestavi per loro forse non li consolerà, ma spero comunque di
dare loro un ricordo in più e un momento della tua vita da
conservare e che nel loro ricordo, nel ricordo consegnato a
queste pagine, tu possa vivere per sempre.
23
Motivazione
“Nessuno sa perchè un uomo si toglie la vita, tanto meno chi quel
gesto lo compie”.
Così Primo Levi, qualche anno prima di porre fine, violentemente, ai suoi giorni. Ed anche nella storia che Gallico ci racconta,
con straordinaria partecipazione emotiva, ci sono dei perchè inspiegabili. In carcere i suicidi si verificano, purtroppo, con tragica
frequenza, e non è detto che riguardino detenuti con pene lunghissime. Spesso le vittime sono i soggetti più fragili, quelli per cui la
condizione di recluso, anche se destinata a durare un tempo relativamente breve, diviene insostenibile al punto che l’evasione definitiva da tutto ha, come unica risorsa, “un lenzuolo, l’unica corda
per un nodo che non si scioglie”, cito i versi di un poeta carcerato
(o carcerato poeta?) per il quale la lettura, la scrittura, la crescita culturale sono stati essenziali per rimanere attaccato alla vita e
riuscire a guardarla in prospettiva. L’amico di Gallico non ce l’ha
fatta. Eppure aveva validissimi motivi per lottare: una moglie e dei
figli amatissimi, un nipotino appena nato, la confortante certezza
di avere le persone più care disposte ad aspettare, serenamente, il
termine di una lunga detenzione (la speranza è l’ultima a morire, anche quando la sentenza è: “fine pena mai”). L’arresto della
moglie, vero “fulcro” della sua vita, seppure con la prospettiva di
una pena temporanea, ha fatto sì che l’equilibrio mentale di El,
già in parte compromesso dalla durezza del regime carcerario cui
era sottoposto, sia venuto definitivamente meno. Era forse destino
che all’amico scrittore spettasse un compito importante, quello di
custodirne la memoria e trasmetterla alle persone più care, insieme
alla testimonianza preziosa della profondità dei suoi sentimenti e
di quella dignità cui non aveva mai rinunciato. Racconto di toccante umanità, che ci parla, per esperienza diretta, di un’enclave di
particolare emarginazione all’interno dell’universo penitenziario,
ancora sconosciuta ai più.
24
2° classificato
Nazareno Caporali
Una lezione che non dimenticherò
A quel tempo facevo uso di droga e per procurarmi i soldi
facevo le rapine in banca o nelle farmacie, ma andavano male
ed ero sempre in carcere. Scontata la pena, uscivo, dopo una
settimana riprovavo con un’altra rapina, e tornavo in carcere.
Durante l’ultima carcerazione feci il conteggio, scoprendo
che degli ultimi 20 anni ne avevo passati 15 in carcere, 2 agli
arresti domiciliari e 2 in comunità per tossicodipendenti.
Ero stato in libertà un solo misero anno. Era un vero disastro. Decisi di chiedere l’aiuto molto in alto, a Dio stesso.
Andai in chiesa, accesi un cero e pregai perché mi facesse
fare un bel colpo il giorno successivo, almeno 50.000 euro in
una bella rapina alla Posta: in quei giorni stavano pagando
le pensioni. Ero un suo devoto e, a buon titolo, mi aspettavo
l’aiuto di Dio. Vidi che in chiesa era pieno di vecchiette che
venivano ad accendere una candela, a dire una preghiera veloce, e se ne andavano. Pensai che nella cassettina dove tutti
mettevano i soldi ci doveva essere un bel gruzzolo. Quando
finalmente rimasi solo aprii la cassettina, e presi velocemente tutto quello che c’era dentro. Sentivo che avevo le tasche
piene, ma non potevo mettermi a contare i soldi per strada.
A casa svuotai tutto e contai. Rimasi senza fiato, mi ricordo
ancora la cifra, perché era particolare: 111 euro!
Altro che banche e farmacie, che si rischiava tanto, qui c’erano soldi facili senza rischiare.
Dio mi aveva ascoltato e aiutato! Mi aveva indicato lui stesso che cosa fare!
Le chiese divennero i miei obiettivi. La prima settimana
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feci una sessantina di chiese. Era facile come bere un bicchier
d’acqua. Tutti i giornali parlavano di me.
«Quell’uomo è spinto dal diavolo. Finirà all’inferno!», aveva tuonato il vescovo all’omelia.
Dopo circa 400 furti in varie città e regioni vicine, mi scoprirono, e presi una montagna di anni di condanna. Una
vera montagna.
Ero in carcere da poche settimane quando un poliziotto mi
disse che qualcuno mi voleva parlare. Che fosse l’avvocato?
Che fosse il magistrato per avere ulteriori informazioni? Entrai
nella stanza e nel piccolo ufficio trovai il cappellano del carcere.
«Buongiorno, entra entra, figliolo».
«Buongiorno, padre.»
Mi sedetti, per sentire cosa il cappellano aveva da dirmi.
«Come va?».
«Beh, insomma è abbastanza uno schifo, ma tiro avanti».
«Sai, abbiamo pensato molto, in questi due mesi, non ti ho
mai visto alla funzione religiosa, poi c’è quella storia della
maledizione...».
Io tacevo e aspettavo che il cappellano continuasse.
«Sai, la tua lontananza dalla fede, ci siamo domandati se
non era il caso di fare qualcosa».
«Domandati, ma chi esattamente chi se l’è domandato?».
«Noi: io e il Vescovo.»
«Il Vescovo? – sorrisi. E che cosa vorreste fare, di preciso?».
«Sai – disse sottovoce il cappellano, come per timore di essere sentito da qualcuno, «pensiamo che ci sia sotto qualcosa, una maledizione, ci sia qualche spirito negativo, ci sia...
insomma, cerca di capire. Parlo sottovoce apposta, perché
non mi senta...».
«Ma dove sarebbe questo spirito negativo? E chi ci potrebbe sentire adesso?», domandai ancora più sottovoce, con
un’ironia non colta dal cappellano.
«Lo spirito negativo! Il maligno! Lui ci potrebbe sentire!».
No, non ci potevo credere: ormai abbondantemente dentro
al terzo millennio, chiuso il lungo capitolo dell’Inquisizione,
bruciate le ultime streghe alcuni secoli prima, ancora stava26
no cercando il maligno! E poi dove lo stavano cercando?
«E scusi, dove sarebbe questo maligno?» dissi, veramente
stupito.
«Shhhh. Parla piano che ci sente! È dentro di te!».
«Dentro di me?» dissi, incurvandomi e flettendo leggermente la testa in avanti, portando le mani verso il cappellano
e guardandomi entrambe le braccia.
«Sì, i furti in tutte quelle chiese, lui ti guidava e ti proteggeva. È la prova che il maligno non se ne è mai andato definitivamente, era quiescente, ma ora è tornato. E noi abbiamo
pensato a cosa fare».
Io faticai a non ridere perché quell’uomo era serio e convinto. Ma non potevo fare nulla per lui e per le sue paure
verso il maligno.
«E cosa vorreste fare?», sussurrai ancora sottovoce.
«Un esorcismo! Un potente esorcismo per scacciarlo».
«Perché?».
«Non vieni a messa, non preghi, non credi, è il maligno che
fa tutto questo».
«No, no, sono io che cerco di credere in ciò che esiste, in ciò
che è vero. Sono fatto così. Non è che non credo, io cerco di
scoprire la verità, io sto ricercando la verità».
«Vade retro! Machil calè tia mun daimon fircuml», disse il
cappellano, alzandosi in piedi, e ponendomi le mani in testa,
per allontanare il demonio.
Io rimasi seduto dov’ero, non cercando neanche di controbattere.
«Queste sono potenti parole contro il demonio, è la lingua
degli angeli!».
«Padre, guardi, io sto bene così. Continuerò la mia ricerca e
troverò, forse, la verità, perché la verità c’è ma forse non ci è
dato di saperlo. O forse la verità neanche c’è».
«Tu non sai cosa dici. Non sei tu che parli, è il demonio!».
«Padre, si calmi, sono io, mi guardi».
«Torneremo, torneremo. E ti cacceremo! Ti estirperemo! Se
serve, ti verremo a prendere lì dentro con le nostre mani!»,
disse il cappellano parlando direttamente al demonio, pro27
tendendo la sua mano magra e nodosa, stringendola come se
avesse finalmente preso il demonio per il collo, senza dire per
dove sarebbe entrato con la mano per afferrare il demonio.
Poi ci salutammo e io non pensai più a quell’incontro.
Due mesi dopo un poliziotto arrivò trafelato alla mia cella,
dicendomi di vestirmi per bene perché il Direttore, preoccupato, mi voleva vedere con una certa urgenza. Poco dopo
entrai nell’ufficio del Direttore. Con lui c’erano altre tre persone sedute attorno al tavolo.
«Buongiorno, venga, venga. Il cappellano del carcere, che
lei conosce bene...».
«Buongiorno, Direttore. Sì, conosco il cappellano, ci siamo
già incontrati e ci siamo scambiati idee e opinioni interessanti», dissi.
«E poi due figure importanti, che si presenteranno da sole».
«Buongiorno», salutai gentilmente.
«Buongiorno, sono il Vescovo».
«Ohhh, piacere».
«Buongiorno, sono frate Armando, esorcista».
Non sapevo chi guardare, temevo che questi, dopo tutti
quei furti in chiesa, si fossero convinti che io avessi veramente dentro qualche demonio, o che mi portassero in un
ospedale psichiatrico. Anche se l’Inquisizione era finita da
un pezzo, decisi comunque di non contraddirli.
«Il Vescovo è entrato da un cancello secondario, non lo sa nessuno, non vogliamo dare troppa pubblicità all’evento, potrebbe
essere negativa, lei capisce bene», spiegò serio il Direttore.
«Figliolo, il cappellano del carcere, padre Mattia, mi ha
detto del problema, della situazione, di questi influssi», cominciò il Vescovo.
«Sì», risposi, cercando di capire dove volesse arrivare, e riproponendomi di non contraddirlo, per non avere problemi.
«La faccenda è grave. Troppe sono le coincidenze. Tutti
quei furti, nella casa del Signore, anzi sono tante case, circa
400 chiese. È tanto. È veramente troppo. Ma non sei tu. Non
sarai un santo, ma non puoi essere così terribile. No. Qui c’è
chiaramente il demonio, qui Satana è presente, dentro di te,
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ma noi lo estirperemo e liberemo la tua anima», disse serio il
Vescovo, stringendo bene il pugno come se stesse tirando il
collo al diavolo, con un gesto simile a quello del cappellano.
Tutti volevano prendere il demonio per il collo.
«Mi scusi, Eccellenza, ma è sicuro? Io sono sempre stato un
rapinatore, non ho mai lavorato, solo che con le rapine finivo
in carcere, sono passato ai furti ma sono ancora in carcere. Se
Satana fosse dentro di me, mi proteggerebbe, ora sarei fuori,
no? Questi furti nelle chiese non sono certo dovuti a un attacco causato da Satana che secondo voi sarebbe dentro di me.
Sono io che sono uno scansafatiche, un vagabondo, un delinquente di mezza tacca. Tutto qui. È tutto a posto, credetemi»,
provai a ribattere.
«Figliolo, il demonio ha manifestazioni molteplici e mutevoli, noi non sappiamo come fa, ma sappiamo che lo fa, e i
tuoi gesti sacrileghi ne sono la prova!».
«Eccellenza, se ritiene che sia così, allora levatemi da dentro questo orribile demonio!», gridai con le mani al cielo, e
baciai il Vescovo.
«Bravo! Bravo! Sei già sulla via della guarigione!», disse il
cappellano.
«Abbiamo portato con noi frate Armando, famoso esorcista, che ha curato varie persone. Adesso lui ti imporrà le
mani, e noi lo aiuteremo».
«Sarà, sarà quindi un vero esorcismo?» domandai, fingendomi sorpreso. Mi ricordavo le risate che mi ero fatto da ragazzino quando avevo visto L’Esorciccio.
«Certo! – disse subito il frate –. Le indicazioni ci sono tutte,
ci sono tutte le prove del demonio».
«Bene, sono pronto. Se ci sono le prove, allora iniziamo subito!».
«Cominciamo!».
«Qui?», domandò il Direttore, che pensava che poi il demonio, uscito in qualche modo da dentro di me, trovasse
rifugio nel suo ufficio, nascosto magari dietro la pianta di
ficus a cui teneva molto. «Non potete magari andare nella
cappella, là è un luogo sacro, magari la Madonna intercede,
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lo Spirito Santo vi aiuta...».
«No, qui!», lo zittì il frate, temendo che poi il demonio si
sarebbe magari nascosto nella cappella. Che andasse pure
tra le foglie del ficus del Direttore!
Il Direttore era dall’altra parte della scrivania, e guardava
la scena come se fosse un film.
Le sei mani si protendevano verso di me, ora ferme ora
toccandomi in testa, come a spingere
Ma il maligno, e dopo qualche minuto di preghiere, iniziò
a parlare con la lingua sconosciuta usata la volta precedente
dal cappellano.
Il Direttore, incredulo, si mise a sedere, fissandoli bene con
gli occhi sgranati.
«Direttore, stia tranquillo, sembra un po’ greco e un po’
latino, ma è la lingua degli angeli», lo rassicurai.
«Zitto! Meno si parla meglio è!», intervenne frate Armando.
Non ci furono le scene del film L’Esorcista, non mi rotolai
per terra, non mi uscì né la bava né il sangue dalla bocca.
Dopo una ventina di minuti pensai che se loro non fossero
riusciti a levarmi dal corpo il diavolo, o meglio, se io non li
avessi convinti che mi avevano levato il diavolo dal corpo,
le cose per me sarebbero potute peggiorare. Ci mancava solo
che dicessero che ero talmente indemoniato che neanche il
demonio mi lasciava più! Restando a occhi chiusi, alzai le
mani e dissi qualche parola usando anch’io la lingua degli
angeli, riprendendo alcune sillabe che avevo sentito ripetere
più volte, e mi misi in piedi.
«Ora vattene via!», gridai, e poi mi rimisi a sedere.
Tutti smisero di parlare, restando in attesa.
«Se n’è andato, l’ho sentito, è uscito dal naso e dalle orecchie, ho sentito le vibrazioni mentre usciva, era lui la causa
di tutto», dissi con un filo di voce, come se uscissi da una
situazione di torpore.
«Era Lucifero! Se ci sono le vibrazioni si tratta di Lucifero!», disse contento frate Armando, che sulle vibrazioni di
Lucifero aveva scritto un libro e aveva tenuto qualche conferenza esplicativa. Satana usciva causando grande dolore, il
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più modesto Lucifero faceva solo le vibrazioni.
Bastò questo piccolo gesto a farli contenti per il successo ottenuto. Soprattutto frate Armando, perché ancora tre esorcismi riusciti e sarebbe diventato Vescovo della Congregazione
per gli Esorcismi, andando a vivere addirittura in Vaticano.
Io ringraziai il cappellano, il cappellano ringraziò il Vescovo, il Vescovo ringraziò il frate per un altro esorcismo ben
riuscito, il frate mi ringraziò, io non ringraziai nuovamente
il cappellano se no avremmo fatto un altro giro di saluti, per
cui ringraziai il Direttore e i ringraziamenti finirono lì. Poi ci
salutammo e ognuno tornò alle sue occupazioni.
Erano tutti contenti, in primis frate Armando, poi il Vescovo e infine anche il cappellano.
Uscirono tutti con un ampio sorriso sulle labbra. Francamente anch’io ero molto contento, perché temevo che quelle
strane idee che i tre si erano messe in testa mi creassero ulteriori problemi. E invece era finito tutto bene anche per me.
L’unico un po’ in ansia era il Direttore, che guardava con
occhio sospetto dietro il suo ficus. Mentre uscivamo, vidi che
si era alzato per ispezionarlo per bene, ma per sua fortuna
non trovò nessun ospite sgradito.
Sì, adesso era ufficiale: Lucifero se ne era proprio andato.
Presto avremmo avuto un Vescovo in più nell’aspra e dura
lotta contro il maligno.
Quanto a me, quella fu una lezione che non dimenticherò:
non farò più furti, perlomeno nelle chiese.
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Motivazione
Non so se padre Amorth, esorcista ufficiale della diocesi di Roma,
riconosciuto, per i suoi meriti, come esponente di spicco della categoria, apprezzerebbe il tono, fra l’ironico e il sarcastico, utilizzato
da Caporali per raccontare la sua storia, chissà fino a che punto
fantasiosa. Si parla, infatti, di un qualcosa che sembra proiettarci
nel lontano Medioevo, con tanto di posseduti dal demonio, di esorcisti e relative cerimonie di liberazione dell’invasato. Siamo ormai
negli anni duemila, ma non c’è da stupirsi, considerando che, nella
religione cattolica, ci sono ancora retaggi, legati alla superstizione,
che le supreme gerarchie della Chiesa, non hanno ancora saputo (o
voluto) sconfessare. Qui l’aspetto umoristico scaturisce dai motivi
che sono alla base dell’insolita operazione. Non si parla di sintomi
rivelatori come convulsioni, deformazioni mostruose, emissioni di
sostanze nauseabonde, fenomeni di levitazione. Il riferimento più
vicino non è al film horror di Friedkin. Semmai, come ricorda l’autore, siamo più sul versante, farsesco e parodistico, dell’Esorciccio o del Piccolo Diavolo. La trama è semplice: il protagonista che,
contravvenendo ad una comune tendenza, non cerca di apparire
migliore di quello che è, ma si definisce un delinquente mediocre,
di piccolo calibro, dopo aver scontato molti anni in seguito a rapine
fallite, ha scoperto che si possono fare agevolmente un po’ di soldi, scassinando le cassette delle elemosine. “Facile come rubare in
chiesa”, recita, non a caso, un vecchio adagio popolare. Dopo ben
400 furti sacrileghi e l’ennesima cattura, presso le autorità ecclesiastiche si fa strada il sospetto che ci sia di mezzo lo “zampino” del
demonio. Da qui un susseguirsi di scene esilaranti con ”l’indemoniato” inconsapevole che decide, opportunamente, di assecondare i
tentativi di far uscire “Lucifero” dal suo corpo, allo scopo di evitare
fastidi peggiori. Alla fine avrà imparato che non è opportuno rubare (soprattutto nelle chiese). Il racconto, dalla scrittura piacevole
e lineare, si fa apprezzare sia per la sua originalità che per il tono
simpaticamente irridente e garbatamente dissacratorio.
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3° classificato ex aequo
Mahammad Arshad
La mia felicità
Come al solito, rientrando in sezione, al ritorno dalla scuola,
guardo la bacheca per qualche nuovo avviso e vedo un foglio con su scritto: Concorso letterario “Racconti del carcere”.
Dopo aver letto, rientro nella mia piccola cella e chiudo la porta, dove mi rinchiudo fisicamente, ma in cui, mentalmente,
mi sento libero. Ho voglia di fare un bel caffè, ma nella mia
mente si affollano mille pensieri. Che giornata! Oggi in classe
la Professoressa di italiano ha dato da svolgere un tema che ha
smosso la mia parte interiore; parla della “Ricerca della felicità” ed è un tema che mi colpisce profondamente.
Cosa volete che vi racconti? Di come sono finito in questo
inferno o di come trascorro la mia giornata?
Volete che vi racconti come mi sento o cosa mi manca? O
volete sapere quale differenza c’è tra fuori e dentro queste
mura. Cosa volete che vi racconti? Di come passo le feste in
questo posto o le giornate tristi? Cosa vi racconto? Di come
mi sento a migliaia di chilometri lontano dai miei cari, chiuso
da sette anni in questo posto? O volete sapere come mi sono
sentito quando è venuto a mancare qualcuno che amavo più
di me stesso e che non ho avuto la possibilità di salutare per
l’ultima volta e che mi mancherà per sempre?
Quella persona mi ha dato la vita ed era tutto per me. Oppure volete sapere che cosa sono il dolore e la sofferenza? Così
come sta uscendo il caffè caldo dalla macchinetta, così stanno i
miei pensieri, ma prima voglio bere il caffè, con un cucchiaino
di zucchero, anche se di solito lo bevo amaro, ma oggi, dopo
aver letto due temi forti, la mia bocca è già abbastanza amara.
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Non so cosa si deve raccontare di questo posto, dove le mie
giornate sono solo numeri su di un calendario, dove la notte
passa sotto le coperte dei pensieri, con un freddo che arriva da
dentro. Dove ogni mattina mi chiedo se i miei primi pensieri
che affido al vento per i miei cari arriveranno o meno a loro.
Talvolta mi guardo intorno e mi domando: ma come fanno
a vivere le persone senza il contatto con i genitori? Poi mi rispondo da solo: “Sicuramente non capiscono il loro valore”.
O volete che vi racconti che quando mi guardo alle spalle mi
accorgo che la strada che ho percorso è passata attraverso una serie di decisioni che ho dovuto prendere in momenti cruciali della
mia vita? Per ogni passo falso che io posso aver compiuto, mi
rendo conto che ognuno di essi aveva un significato, e non è stato
inutile inciampare continuamente lungo il cammino e commettere errori. Per fortuna, nel mio viaggio attraverso la vita carceraria,
ho incontrato persone simili a me, che mi hanno reso le cose più
facili, facendomi ritrovare la giusta prospettiva o semplicemente
standomi accanto, quando il dolore bussava alla mia porta.
Sono state loro, persone capaci di inseguire i propri sogni,
di realizzarli, che mi hanno aiutato a credere in me stesso.
Volete che vi racconti cosa mi fa ricordare la cartella, quando la prendo in mano per andare a scuola? Sono passati
quindici anni da quando ho interrotto i miei studi, in un
mattino di sole, nel bel mezzo di una “importante” riunione
universitaria, presi la decisione, dettata dal cuore, per tentare così di mutare il destino della mia famiglia. Ricordo quel
giorno come fosse ieri; quell’istante cruciale in cui mi ribellai
ai condizionamenti sociali, scegliendo di abbandonare la mia
terra, inseguendo i miei sogni, spogliandomi delle finzioni e
ascoltando la mia anima, senza preoccuparmi del giudizio
degli altri, senza volerli compiacere a tutti i costi.
Una piccola casa è la nostra fattoria; mancavano pochi mesi
e sarei diventato un medico, ma soffrendo per le continue fatiche di mio Padre, non ero felice. Pur di restare nella sterile
sicurezza di quell’esistenza, facevo di tutto per convincermi
che quella era la vita che mio padre aveva sempre desiderato
per me, negandomi il diritto sacrosanto che ogni essere uma34
no dovrebbe salvaguardare: la libertà di decidere che cosa fare
del tempo prezioso che ha ricevuto in dono. Ricordo quando
il preside mi chiamò per chiedermi perché mai avessi deciso
di lasciare gli studi. Feci appello a tutta la mia determinazione,
preparandomi a resistere a qualunque argomento o trucco che
una persona con il doppio della mia età, probabilmente con
il triplo della mia esperienza, avrebbe potuto usare per farmi
rientrare all’università. Invece di trovare le giuste parole per
motivare una decisione che, agli occhi di molti, poteva sembrare insensata, scelsi di far parlare il mio cuore. E con grande
sorpresa, quella persona saggia non solo si congratulò con me,
ma disse che avrebbe fatto esattamente la stessa cosa alla mia
età, se si fosse trovata nella mia stessa situazione.
Cosa vi racconto? Di come mi sento, vivendo dietro queste
sbarre, giorno dopo giorno, con il mio silenzio, con i sogni,
che, dopo undici mesi di matrimonio, sono finito in questo
incubo? Io provengo da una famiglia di settantadue nipoti di
un’unica nonna, l’unico che è riuscito a fare un matrimonio
non combinato, ma pieno di amore puro. Prima di sposarmi, ho lavorato sette anni come saldatore. Mi alzavo presto
la mattina, con l’intera giornata già programmata nei dettagli: andare al lavoro, colazione e pranzo di lavoro. Senza
concedermi il tempo di fermarmi a godere del profumo di
una rosa, o di sedermi sulla sabbia umida di una spiaggia
solitaria, o camminare a piedi nudi in un bel prato. O magari
intraprendere quel viaggio che immaginavo da sempre.
Ho dedicato tutto il mio lavoro ai miei cari, ma quando ho
cominciato la mia vita, ho avuto solo undici mesi per vivere
con mia moglie.
In tutta onestà, guardando indietro e riesaminando con calma
tutto quello che mi è capitato di buono e di meno piacevole,
mi sento davvero di dire che la vita è bella a qualsiasi età. È
l’atteggiamento verso la vita quello che conta. In questo momento, mentre sto scrivendo in una piccola cella di pochi metri
quadrati, vedo dalla finestra la natura e il cielo azzurro; non
voglio scrivere come sto vivendo questi momenti, perché per
spiegare la mia sofferenza ci vorrebbe un libro. Alcuni uccelli
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vengono e vanno dalla mia finestra, mi fanno capire quanto sia
bella la libertà, ma io rimango qui, chiuso. A volte mi fermo a
riflettere sul futuro e sul passato; in realtà, fin dall’alba dei tempi, i momenti belli e quelli brutti sono parte dell’eterno flusso
di passato, presente e futuro, tutto qui. Non ho una risposta al
perché questo atteggiamento negativo riguardo al passare del
tempo sia così diffuso; ne ho una mia personale opinione, basata sulla vita che ho vissuto. Per me l’esistenza è come il susseguirsi delle stagioni. La primavera corrisponde all’infanzia.
L’estate ci accoglie quando cominciamo a concretizzare i nostri
sogni. L’autunno è una fase riflessiva in cui possiamo rilassarci
e, dopo essere diventati un po’ più saggi e un po’ meno intransigenti, grazie a tutte le difficoltà incontrate e superate, riesaminiamo con calma il nostro percorso: i risultati raggiunti, gli
errori commessi, le lezioni imparate. Ricordiamo le occasioni
in cui siamo stati feriti da qualcuno, ma anche la gioia dei momenti magici che, nonostante il trascorrere del tempo, restano
saldamente incollati sull’album fotografico della nostra mente.
Se mi volto indietro e guardo tutti questi anni che ho passato in carcere, lontano da quelle persone che mi amano e
mi vogliono bene, capisco che loro soffrono più di me e mi
rendo conto che i migliori anni della mia vita sono passati tra
le sbarre. Ho vissuto momenti in cui il tempo non passava e
l’unica cosa che avevi era riflettere, riflettere e riflettere.
La nostra vita è un viaggio in cui si alternano lacrime e sorrisi,
ma nel complesso è entusiasmante e inaspettata, e vorrei che non
dovesse concludersi mai. Il mio amore per la vita non ha limiti!
La vita in carcere, i dolori e la sofferenza diventano pane quotidiano. Si soffre in mille modi e per altrettante ragioni, ma il
motivo per il quale si soffre di più è quando viene a mancare uno dei propri cari. Io soffro per la mancanza di quello che,
per me, è stato il perno centrale della mia esistenza. Tante volte
scrivere è uno sfogo ma, per quanto vorrei, non riuscirò mai a
spiegare questo grande dolore. Le parole sono troppo poche e
troppo povere, non basterebbero. Tutto ciò che ti legava viene
dolorosamente reciso: gli affetti, l’amicizia. Si inizia a condividere il tempo, lo spazio, con persone sconosciute, spesso in36
compatibili con la propria cultura, con il proprio modo di agire.
Tutto ciò rende l’assenza del proprio contesto familiare ancora
più dolorosa. Nelle lunghe ore, negli interminabili giorni in cui
si è costretti a riempire il vuoto interiore, la sola forma di sopravvivenza è quella di andare con la mente a ciò che si è perduto.
I fantasmi del proprio passato vengono ad affollare la mente, a
tormentarti con la loro presenza, e questo ti spinge a rielaborare il
tuo passato, riportandoti, non solo con la mente, ma con l’anima
a quello che costituisce l’indissolubilità del tuo essere.
Ecco! Se oggi sono in grado di portare il fardello delle mie
colpe, lo devo proprio alla mia famiglia, alla quale resterò legato per sempre, perché sono loro che riempiono le ore, i giorni, i mesi, gli anni della mia attuale esistenza. Naturalmente il
crescere attorniato dai propri cari fa sì che si rischi di escludere
tutti coloro che, a causa di una differente cultura, non esercitano, in ragione anche della loro lontananza, i medesimi sentimenti creati da un ristretto numero di persone. Ecco perché
rimpiango la perdita di mio padre, cosa che mi provoca tanta
sofferenza. Ecco perché il dolore per averlo perduto tracima da
tutti i miei pori. Anche se mi trovo a migliaia di chilometri di
distanza, se io sono quello che sono lo devo unicamente a lui,
che ha saputo donarmi non beni materiali, ma quel bene unico
che è la comprensione di ogni essere umano. Ora devo accettare
tutto ciò che mi procura sofferenza ma so che alla fine di questo
percorso, quando potrò tornare a casa, ritroverò il suo spirito
attraverso l’abbraccio di mia madre, delle mie sorelle e dei miei
fratelli, e di certo sarò migliore di quando sono partito.
Porterò con me il ricordo di chi mi è stato vicino e spero che questo ricordo possa occupare la mente di coloro che
hanno condiviso le ore, i giorni, i mesi e gli anni trascorsi tra
le mura del carcere. Non mi lascerò trafiggere il cuore dalla
sbarre che mi circondano. Non ci sarà più il rumore delle
porte sbattute che riecheggiano nella mia mente. Mi risveglierò circondato da tutto quello che ora vive esclusivamente
nei miei ricordi. Non sarà più l’odore di salmastro, che ora
respiro e che riempie i miei polmoni, ma il profumo dei campi, della mia adorata terra, bagnata dalla fresca rugiada.
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Il giorno che preferisco è vicino; è adesso il momento giusto per agire, per sognare, per condividere, per amare.
Posso dire di aver sempre vissuto intensamente, di aver commesso tanti sbagli, ma sempre con la profonda consapevolezza di essere alla ricerca di una strada unica e significativa. Ho
avuto la fortuna di incontrare molte persone splendide lungo
il mio cammino, che mi hanno insegnato tanto, anche su me
stesso. Altre, invece, mi hanno ferito. Di queste ultime conservo
solo un vago ricordo. La vita è troppo breve per essere sprecata
con cattivi sentimenti che ci avvelenano il cuore. Provare rabbia, serbare rancore? Non ne vale la pena. A volte mi fermo a
riflettere sul futuro. Ho dei sogni, dei progetti su cui fantastico,
ma sono ancora soltanto nella mia immaginazione. Il passato è
alle mie spalle, il domani deve ancora venire. Ma il presente è
la vera vita, e ora sto vivendo dietro queste sbarre: respiro, mi
muovo, agisco e penso. Le prossime ventiquattro ore mi porteranno in dono infinite novità, perché non c’è mai un istante
uguale a un altro, e sono eccitato all’idea di scoprire cosa mi
accadrà! Ogni giorno che inizia è come rinascere a nuova vita; è
mio dovere non lasciare che trascorra senza cogliere tutte le opportunità che mi si presenteranno per cercare di diventare una
persona migliore, dedicandomi a ciò che amo, aiutando gli altri.
Momenti speciali, momenti difficili, non ha importanza. Quel
che conta è che l’oggi sia vissuto con tutta l’intensità possibile.
Amerò appassionatamente, mi innamorerò con rinnovato stupore della vita, affronterò i problemi con un atteggiamento positivo,
piangerò, se ne sentirò il bisogno, che sia per gioia o per tristezza,
e lascerò che le mie lacrime siano la pioggia che scende da un
cuore sincero. E se riderò, farò in modo che tutti mi sentano, così
che la mia allegria invada l’intero universo. Non cercherò pretesti
per rimandare quel che il mio cuore mi chiede, perché un giorno
potrei pentirmene. Questo l’ho imparato dai miei errori.
Ora devo fermarmi, anche se centinaia di pensieri continuano ad affollare la mia mente, ogni fibra del mio essere,
ogni cicatrice che mi segna il corpo e l’anima, testimonianze
silenziose delle avventure sorprendenti e spiacevoli che ho
vissuto e che mi hanno plasmato.
38
Motivazione
Non sappiamo se il tema “la ricerca della felicità” sia stato o meno
suggerito, alla professoressa citata nel racconto, dall’omonimo film
“americano” di Gabriele Muccino. È chiaro, invece, che ha offerto
all’uomo Arshad, al momento detenuto in un carcere italiano, l’occasione per ripercorrere le vicende esistenziali che lo hanno portato
alle sofferenze odierne. Lontano migliaia di chilometri da casa e
dall’alone protettivo di una grande famiglia patriarcale, isolato dal
resto del mondo, costretto alla promiscuità con persone completamente estranee alla sua cultura di origine e, soprattutto, privato,
per il momento, del bene supremo della libertà, quella stessa che
aveva cercato di conquistare rinunciando a scelte che gli erano state
imposte. Ci sono tutti gli elementi per stilare un bilancio ampiamente negativo. Eppure, nonostante la precarietà della situazione
attuale, il nostro protagonista decide di ”cercare di vivere nel modo
migliore possibile”, senza eccessivi rimpianti dei momenti felici
trascorsi e senza proiettare ogni aspettativa in un futuro ancora
tutto da decifrare. Sa bene che, affrontando con fermezza il presente, conservando intatte la propria dignità e la profonda umanità,
alto retaggio degli insegnamenti paterni, potrà guardare con migliori prospettive al momento in cui gli sarà consentito di tornare
in mezzo alla gente e ritrovare gli affetti lontani. Una vera e propria lezione di vita che apre uno spiraglio di speranza nella grigia
quotidianità del carcere, indicando il soddisfacimento delle proprie
aspirazioni come una reale possibilità e non come un sogno vago,
con tutti i caratteri dell’utopia. Del resto, non è forse vero che, nella
dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America redatta
da Thomas Jefferson, la “ricerca della felicità” fu inserita fra i diritti inalienabili dell’individuo?
39
3° classificato ex aequo
Vittorio Mantovani
Il portiere
(1° tempo)
Era il tempo in cui non tutti i paesi avevano un regolare campo di calcio, bastava un pallone gonfio, il resto veniva da sé.
Era sufficiente una piazza, laddove esisteva, anche se non
era quadrata e magari in discesa, oppure una via, tanto il
traffico era scarso e l’autista della corriera era un uomo molto comprensivo e non ancora frustrato dall’obbligo del rispetto delle tabelle orarie.
Gli orari delle corriere erano un po’ come la tabella di passaggio del Giro d’Italia pubblicata sulla Gazzetta dello Sport, il
transito dipendeva sempre da diversi fattori quali il tempo
atmosferico, i passaggi a livello, i cani in mezzo al gruppo e
così via.
L’occupazione forzata di suolo pubblico ai fini di socialità sportiva era però riservato solo per qualche esibizione di
passaggi, cross, tiri al volo, colpi di testa, palleggi, mentre le
vere partite venivano giocate sui campi.
Solitamente erano terreni dei quali non si conosceva il proprietario, e se c’era, di sicuro abitava lontano, magari all’estero; nei casi disperati andavano bene anche quelli di segale
o di frumento, appena tagliati, meglio se lasciati riposare almeno una settimana.
A volte ci si avventurava su campi di trifoglio appena falciati
con il rischio di veder arrivare il contadino agitando il forcone.
“via dal mèpràsanfurmebal, semper chi a giügà al balòn... andèe
a laürà!”.
Certamente le pertiche di soffice erba medica erano la go40
duria per i piedi, per la quasi totalità scalzi.
Allora le scarpe da footing, da running e altre specializzazioni, forse c’erano, ma chissà dove le vendevano, e comunque erano più unici che rari quelli che se le potevano
permettere.
Concetto che valeva anche per le scarpe da pallone, con
tanto di tacchetti, magari intercambiabili; normalmente i
piedi calzavano scarpe di pezza con la suola di gomma, di
quella marca che produceva per lo più stivali e copertoni
per biciclette; se la stagione lo permetteva non mancavano i
piedi scalzi, fortificati dal quotidiano allenamento.
Questo durante la settimana, il sabato invece era tutt’altra
cosa.
II sabato pomeriggio giocavano anche i grandi, quelli che
durante la settimana lavoravano, e la partita di pallone doveva essere giocata sul miglior terreno possibile.
I contadini di sabato non si lamentavano: giocavano anche
loro!
Veloce piazzamento delle porte, due pali piantati a distanza regolamentare, sette passi di larghezza; il passo regolare
era l’unica unità di misura riconosciuta valida.
L’altezza invece era opinabile per via della sottile cordicella facile a rompersi e a confondersi, così pure la distanza per
il calcio di rigore.
E sorvoliamo pure sulle misure dell’area e conseguenti
falli sulla riga immaginaria, normalmente si optava per il
“fuori area” per evitare eccessivi riscaldamenti d’animo e
conseguenti cazzotti.
Scelta delle formazioni ovviamente a sorteggio.
“bim bum bam, uno per me, un per te, vun da chi e vun da là”.
Uscivano delle squadre quasi uguali nel numero, che non
erano mai undici, con eventuali correzioni in corso di partita per l’arrivo dei ritardatari.
Pure erano omogenee per distribuzione di ruoli, attaccanti, centrocampisti e difensori, che poi correvano tutti insieme dove c’era il pallone.
Lui era il portiere, sempre.
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Confinato al ruolo di ultimo difensore per due motivi: primo perché era alto e arrivava dove per gli altri era impossibile, quasi come Yashin il “ragno nero”, secondo perché portava gli occhiali e non sapeva colpire di testa.
Ruolo che malgrado l’obbligo ricopriva col massimo impegno, si tuffava dappertutto, anche sui sassi.
Quel sabato però non era una partita normale, i grandi avevano sfidato quelli del paese vicino, c’era in ballo l’onore del
campanile.
Fino a quel momento l’andamento era stato altalenante, un
gol da una parte, uno dall’altra, fino al 7 a 6 per i padroni di
casa a pochi minuti dalla fine.
Minuti che erano trattabili, non quelli classici di sessanta
secondi, e di fatto la partita terminava quando non ci si vedeva più, per il buio o per la nebbia.
Ed era appunto la nebbia che si stava palesando in quell’angolo di mondo, in quel giorno di fine ottobre.
Nebbia pesante, tanto da impedire a un portiere normale
di vedere la porta avversaria, figuriamoci a uno che portava
gli occhiali, oltretutto appannati dal sudore e dall’umidità.
D’un tratto, il nostro “ragno grigio”, sentì il rumore sordo
della pedata, forse non vide il pallone sbucare dal groviglio di
gambe, ma d’istinto si buttò a mezz’aria sulla sinistra e con la
mano destra distesa sopra la testa toccò la sfera quel tanto che
bastava per essere considerata deviata sopra la traversa.
Stupefatti dal gesto atletico compagni e avversari dichiararono il fine partita, poteva bastare, partita vinta per i padroni
di casa, risultato salvato dal portiere, coperto da manate di
ammirazione.
“Uheee t’è vist che parada che la fai”.
La sera, a cena, attorno al tavolo della cucina, unico locale
riscaldato dal tepore di una stufa a legna, il nostro estremo
difensore, ancora sotto l’effetto adrenalinico dei complimenti, si alzò improvvisamente, come se dovesse fare un discorso da banchetto matrimoniale, e guardò la madre che aveva i
pensieri rivolti all’esercizio quotidiano del sopravvivere.
«Mamma, oggi ho salvato la partita», sentenziò.
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«Bravo hai fatto bene, adesso mangia», rispose la madre.
L’episodio lo portò ad aver una discreta carriera da portiere arrivando a difendere veri pali di ferro, su veri campi di
calcio, nei campionati di terza categoria.
Ma ogni tanto qualcuno del pubblico si chiedeva cosa mai
facesse inginocchiato col viso rasoterra.
Non tutti i tifosi, soprattutto quelli avversari sapevano che
le lenti a contatto erano facili da perdere e difficili da trovare
e un bel giorno si spazientirono, non solo i tifosi avversari
ma anche i giocatori, i guardalinee, e purtroppo anche l’arbitro, che lui mandò a quel paese che tutti conoscono.
Fine carriera, appese i guanti e le scarpe al chiodo e comprò una bici da corsa, con i tubolari di una marca che produceva stivali di gomma.
(2° tempo)
Le partite possono finire normalmente, oppure ai supplementari o addirittura ai rigori, però hanno sempre un secondo tempo.
Anche i portieri possono avere un secondo tempo, una seconda stagione.
Per non fare il racconto più lungo di quello che serve, sorvoliamo sulle migliaia e migliaia di chilometri percorsi da quel
giovane estremo difensore, su strade che non sempre erano
asfaltate, non sempre illuminate, strade fatte apposta per perdersi, strade che conducevano davanti a pesanti cancelli.
Infatti a un punto della sua vita, un punto piuttosto avanzato,
si è perso, col rammarico di ritrovarsi quasi subito in un luogo dove per forza si deve stare come in una vacanza obbligata.
Cioè senza far niente, o quasi, solo che i panorami non sono
quelli vacanzieri, quelli per intenderci, delle cartoline illustrate.
In questi stabilimenti balneari i prati e il verde, ad essere fortunati, si vedono solo in lontananza, ma se si incrocia
“madama” fortuna, si possono trovare dei campetti da calcio
con fondo in cemento livellato, porte disegnate sui muri, o
addirittura porte vere con tanto di rete, magari con qualche
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buco di troppo che non si capisce cosa ci stanno a fare se non
per discutere sul dentro e sul fuori.
Ovviamente stiamo parlando di calcetto a cinque, qualche
volta allargato a sei, ma tanto basta per dare sfogo a quella
passione per il calcio che veramente è in terra e in ogni luogo, chissà in cielo!
Nel nostro portiere dei tempi andati qualcosa si desta.
Veramente qualcuno, osservandolo con occhio anagrafico,
consiglia di lasciar perdere, che è meglio andare con le proprie gambe a prendere la prima rata della pensione, che non
è poi così lontana, che il cemento non è l’erba e che a prendere la pensione si rischia di andarci con la carrozzina.
Niente da fare, il richiamo della foresta, cioè il richiamo dei
piedi nudi sull’erba medica, è troppo forte, quattro tiri, così
solo per prova.
Quando si dice uomo giusto al posto giusto!
Complice la penuria di portieri disposti a sacrificare le ginocchia e i gomiti, si trova immediatamente ingaggiato e titolare della maglia numero uno in una signora squadra: SSC
NAPOLI 3° reparto.
A Napoli forse ci era stato di passaggio, ma quando si diventa titolari il colore della maglia rende tutti uguali, abbatte
tutte le barriere, la latitudine perde di significato.
Bisogna dare il meglio di se stessi, da veri professionisti,
a maggior ragione quando si hanno tutti compagni meravigliosi, sia in campo che fuori; cioè dentro, insomma, là.
Il cemento è duro, figuriamo se ci si deve sbattere con un
ginocchio, o un gomito, o un’anca, e soprattutto se quegli incastri ossei sono leggermente usati, quasi di seconda mano.
Lo stile comunque rimane intatto, pure il senso innato della posizione, considerato che le porte sono quelle ridotte.
Lo chiamano “zio” ma quando i “nipotini” tirano non dimostrano il rispetto per l’età, anzi, partono saettate che a
metterci le mani si rischiano ogni volta le giunture delle dita.
Pure si butta, con le dovute attenzioni, fatte di rinforzi imbottiti cuciti artigianalmente nei pantaloncini, di ginocchiere, veri manufatti di fantasia e di protezioni varie, per gli
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stinchi, i gomiti e anche là in quel posto dove si trova il coso
che è doveroso proteggere.
In questo periodo non serve, ma non si sa mai!
Tuffarsi gli è facile, basta seguire l’istinto, certo non sono
prese plastiche a volo d’angelo, ma quel tanto che basta per
disorientare gli avversari e arrivare a deviare e parare i loro
tiri maligni.
Applausi a scena aperta e complimenti.
Il problema è sempre il giorno dopo quando le anche si
ribellano ricordando col loro indolenzimento che non sono
più adatte all’abuso.
Ma la sofferenza, dice, fa parte del tutto, è il prezzo da pagare per sentirsi ancora in gioco, che sia il pallone o quell’altro gioco, quello della vita: bisogna tenersi in allenamento.
Prima o poi la partita finisce; salvo supplementari e rigori.
Roma, 2004: un momento della
premiazione con Margaret Mazzantini.
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Motivazione
Prati di periferia, là dove i paesi, molti decenni fa, diventavano
improvvisamente campagna. La passione per il calcio era dilagante
e si giocava dovunque, anche nei campi di trifoglio appena tagliati,
magari rischiando di incorrere nelle ire di un contadino infuriato.
Tutto era organizzato con gli scarsi mezzi allora a disposizione e, per
ciò che mancava, si cercava di supplire con la capacità di arrangiarsi.
Quando le partite si facevano più accanite ed avevano una parvenza
di maggiore serietà, non era raro che venisse fuori, per puro caso,
qualche talento genuino. Come il nostro portiere, inizialmente scelto
per l’altezza e per esclusione di ruoli: porta gli occhiali e non sa colpire di testa. Poi, una volta cresciuto, arriva a militare, con discreto
successo, nel calcio”vero”, in campionati di terza categoria. Finchè,
alcune “incomprensioni” con compagni e tifosi ed una sua reazione
nei confronti dell’arbitro, ritenuta eccessiva, gli troncano la carriera. “Il portiere, caduto alla difesa ultima, vana, contro terra cela la
faccia, a non veder l’amara luce”, così scriveva Umberto Saba in
“Goal”. In realtà il nostro si china troppo spesso nell’erba per cercare
le sue lenti a contatto, ma così va la vita! Passa allora alla bici, percorre migliaia di chilometri, dimostrando, anche in questo ambito,
buone qualità. Poi, giunto alla maturità, gli si aprono altre porte,
meno gradite, quelle del carcere. E, quando ormai “non ha più l’età
per certe cose”, ancora una volta per caso, riscopre l’agonismo nelle
partitelle “a cinque” e, nonostante l’artrosi incipiente, si produce,
utilizzando imbottiture autarchicamente realizzate, in spericolate
uscite che salvano le partite (mettendo a dura prova le sue ossa) e
sono salutate dall’applauso dei presenti. Con questo finale palingenetico Mantovani ci dice, dietro la metafora del calcio, che la vita
è capace di offrirci un “secondo tempo”, un’altra opportunità che
non deve cogliere impreparati. Il racconto, percorso da uno spirito
causticamente ironico, rappresenta un altro tassello delle esperienze
di uno sportivo dai molti talenti, e mostra la consueta capacità narrativa, anche attraverso un uso particolare del linguaggio, arricchito
da efficaci inserti dialettali. Se il destino ha voluto che ritornasse al
primo, vecchio amore, il calcio, verrebbe da dire: “Portiere una volta,
portiere per sempre”.
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Opere segnalate
Marco Alfonsi
L’intervista
L’ultima cosa che si sarebbe aspettata era di venire invitato
a partecipare a una trasmissione radiofonica. Paolo continuava a tenersi l’invito tra le mani, di tanto in tanto lo rileggeva da capo per capire se aveva letto bene, anche per sentirsi
importante o forse solo per sentirsi vivo, visto che nessuno
mai lo invitava da nessuna parte, a volte dubitava addirittura che qualcuno sapesse della sua esistenza, ma poi gli venne
davanti agli occhi il viso di Violetta, la sua bambina, che ha
fatto sette anni lo scorso ottobre, e il sorriso di Anna, la sua
giovane compagna, che ha vent’anni meno di lui, e lo ama, seguita ad amarlo, anche se sa che dovrà rimanere in carcere per
altri tre anni almeno. “E che si deve fare in questa radio? Che
cosa vorranno sapere da me?”. Si domandava Paolo, disteso
sulla branda della cella a fumare. Lo avrebbero intervistato
degli studenti. “Vorranno sapere che cosa ho fatto, perché sto
dentro”. Tutto questo lo impauriva. “Come devo comportarmi? Non è che devo dire proprio la verità, nient’altro che la
verità, non sto mica davanti a una corte di tribunale, posso
inventarmi qualcosa di verosimile, in fin dei conti mi viene
abbastanza facile”. «Che cos’è quel foglio che seguiti a leggere
da ‘sta mattina? – gli chiese Gianni – Non lo capisci, è scritto in arabo? Può tradurtelo Abdul». Paolo non rispose, per la
verità non l’aveva neppure sentito, Gianni, tanto era immerso nei suoi pensieri, d’improvviso s’accorse che il compagno
doveva avergli detto qualcosa e rispose «Vuoi una sigaretta? Prenditela, il pacchetto è sul tavolo». «Dev’esserci scritto
qualcosa d’importante su quel pezzo di carta – disse Gianni,
– non ha neanche sentito quello che gli ho detto». Mancavano
sette giorni. Dovevano passare sette giorni prima dell’inter48
vista. Sette giorni gli sembravano più lunghi di tutti gli anni
di galera che si era fatti e di quelli che gli rimanevano da fare.
Possibile che sette giorni siano più lunghi di quindici anni e
di tre altri? Paolo li trascorse a costruire castelli di sabbia, che
l’alta marea della realtà distruggeva regolarmente. “Mi giudicheranno – pensava sempre Paolo –, penseranno che sono
uno che vuole vivere alle spalle della società, posso sempre
fare la commedia, dirò che la società rifiuta quelli come noi,
che si fanno tante chiacchiere sul reinserimento, ma alla fine
nessuno ti vuole, neanche a lavare i parabrezza delle macchine ai semafori, però una famiglia ce l’hai da mandare avanti,
una bambina piccola, devi dargli da mangiare, la devi vestire,
mandarla a scuola, io so fare solo questo, rapinare banche, so
fare è una parola grossa, diciamo che rapinare una banca non
mi fa granché paura, non m’imbarazza. Del resto la crisi che
stiamo vivendo in tutto il mondo l’ha cominciata gente che
dirige banche. Ad ogni modo tra non aver paura di rapinare
una banca e riuscirci ci passa un mare”. Li avrebbe impietositi,
tutto sommato gli riesce abbastanza spesso, per esempio coi
volontari che entrano in carcere, che di solito si bevono tutto
quello che gli dici. Finalmente viene il giorno dell’intervista.
Ore quattordici in punto. Paolo viene chiamato dall’Ufficio
Matricola. Davanti alla porta non riesce a nascondere l’emozione, ha il cuore in gola, sono tre anni che non mette piede
fuori del carcere.
«Firmi qui» gli dice l’assistente. Paolo firmò, ma senza rendersi conto di quello che stava facendo, la sua testa era tra le
nuvole come un aereo che vola al di sopra del cielo. «Il permesso è dalle quattordici e trenta alle diciassette – precisò l’assistente, – si attenga alle prescrizioni retroscritte». Si aprì un
cancello, poi un altro e un altro ancora. Non era ancora fuori,
c’era ancora l’intercinta da superare. «Attenda qui». Quegli
ultimi istanti che lo separavano dal fuori furono anche più
lunghi dei sette giorni precedenti, che a loro volta erano più
lunghi di tutti i suoi anni di galera. Paolo era imbambolato,
gli fischiavano le orecchie, a un certo punto temette di perdere i sensi. “Non vorrai mica svenirmi adesso!” si disse Paolo.
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«Ciao, Paolo». Era la voce del professore che lo avrebbe accompagnato alla radio. «Professore – rispose contentissimo di
sentire quella voce, voleva dire che non era svenuto –, le sembrerò sfacciato, ma le dispiacerebbe offrirmi un caffè?». «Che
brutto vizio! – fece il professore –. Me lo sogno tutte le mattine
appena apro gli occhi», disse Paolo quasi scusandosi. Quando
arrivarono, un gruppetto di ragazze e ragazzi era già in attesa
davanti all’ingresso, Paolo si sentì intimidito, visto che di lì a
poco l’avrebbero squadrato dalla testa ai piedi, però dovette
sentirsi anche importante, come un capo di stato che arriva
a palazzo e ad attenderlo trova una folla di giornalisti pronti
a assalirlo di domande sulle sorti del paese. Esitante, Paolo
mise fuori la gamba dalla macchina, poi prese coraggio e uscì.
Si stampò un sorriso in faccia, fece il possibile per sorridere,
per apparire disteso, tranquillo, simpatico, ma dentro di sé era
teso, rigido come il muro di cemento armato della sua cella,
pensò: “Ecco, ora sanno chi sono. Che vergogna!”. Avrebbe
voluto spiegare che a volte la vita ti riserva un trattamento
speciale, il fatto è che quando cominci a fare delle cose non
proprio giuste, non ci fai caso o meglio scopri che puoi anche
non farci caso, salvo farci caso di lì a poco, com’era successo a
lui. «Sala l» chiamò un tecnico della radio. “Va bene – pensò
Paolo –, sarò me stesso, è l’unica cosa da fare”. «Ciao, Paolo, la prima domanda che vorrei farti è come trascorri le tue
giornate in carcere» gli chiese una ragazza. «Sei sposato?»
gli chiese un’altra ragazza. «Hai figli?» ancora un’altra. «Da
quanto tempo stai dentro?» domandò un ragazzo. Una scarica di domande senza lasciargli il tempo di rispondere. Si
vede che erano ansiosi di sapere, probabilmente erano anche
più emozionati di lui, questo giocava a suo vantaggio. “Domande facili facili – si disse Paolo, – pensavo peggio”. «Ciao,
Paolo, per quale reato sei dentro? – chiese una ragazza, la più
carina di tutte –, ti sei pentito di quello che hai fatto o lo rifaresti ancora?». “Senti questa, con la sua aria da non ho l’età,
che gli dico mo’?”, pensò Paolo, poi rispose di getto: «Ho
rapinato una banca, da solo e senza armi... avevo bisogno
di soldi, nessuno mi dava lavoro, a casa ci avevano tagliato
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la luce e il gas... non sapevo più che cosa inventarmi... avevo già chiesto prestiti agli amici... così una mattina apro gli
occhi e mi dico: “Così non si può andare avanti mi vesto e
esco di casa... avevo già in mente dove dirigermi, una piccola banca senza guardia giurata... procedura da rapina senza
spargimento di sangue... non violenta... fino a un certo punto
è andato tutto come doveva andare, poi invece, quando proprio bisognava che andasse bene, è finita male”. «Come le
sembra che me la sono cavata, professore?», domandò Paolo
sulla via del ritorno, dato che erano ormai le cinque. «Benissimo ­– rispose il professore –, li hai conquistati tutti».
Paolo si ravviò i capelli guardandosi allo specchietto laterale della macchina.
«Vedrai, si ricorderanno di questa sera, si ricorderanno di
te» “Di me?” avrebbe voluto dire Paolo, “di uno come me?”.
Pochi giorni dopo gli arrivò una lettera, la mandava la ragazza che gli aveva chiesto quale reato aveva commesso, la più
carina di tutte, quella con l’aria da non ho l’età, nella lettera
c’era scritto: «Quello che hai detto mi ha fatto capire quanto
tu ami la tua famiglia, che nonostante tutti gli ostacoli e le
difficoltà ti è sempre vicina».
“Hai deciso di farmi piangere?” pensò Paolo, e fece appena
in tempo a girarsi dall’altra parte prima che i compagni lo
sgamassero.
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Bilel Ben Nouri
Odissea
Il 14 gennaio 2011 scatta la rivoluzione in Tunisia. Il paese è a soqquadro, tutte le questure vengono bruciate, non ci
sono né polizia, né militari, né niente e la gente, approfittando della situazione, inizia a rubare, nelle fabbriche, nei
negozi, nei supermercati, dappertutto. Sono andato a rubare anch’io televisioni, frigoriferi, oro, vestiti ed ho nascosto
questa roba in una casa abbandonata. Dopo qualche mese, la
situazione nel Paese è tornata come al solito ed io ho venduto tutto quello che avevo rubato. Nel marzo 2011 parecchia
gente ha iniziato a raggiungere Lampedusa. In quel mese
sono sbarcate tante persone e io in aprile ho conosciuto uno
scafista che mi ha detto. «Se hai i soldi, sto organizzando un
viaggio». Gli ho risposto che avevo i soldi, lui mi ha chiesto cinquecento euro, circa mille dinari, e ci siamo scambiati
i numeri di telefono; mi ha detto che avrebbe chiamato la
settimana successiva. Sono rimasto tutta la settimana con il
telefono in mano, aspettando, finché un giovedì pomeriggio
mi ha detto che ci saremmo visti la sera alle dieci davanti alla
stazione. Sono andato a casa da mia madre per dirle che sarei
partito per l’Italia e lei si è messa a piangere stringendomi
tra le sue braccia. «Vedrai, tutto andrà bene», le ho detto, ma
lei ha risposto che aveva paura di non vedermi più, di non
sentire più la mia voce. A lei che cosa sarebbe rimasto se fossi
morto in mare? Mentre parlavamo è entrato mio padre, ha
chiesto a mia madre il perchè del suo pianto ed io gli ho detto che sarei partito per mare per raggiungere l’Italia. Mi ha
portato nella sua camera, mi ha fatto sedere e mi ha chiesto il
perché della mia scelta e del rischio che volevo correre. Mi ha
pregato di pensare a loro, al dolore di mia madre, ma io gli
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ho risposto: «Papà, vi amo tutti, però è meglio che vada. Tu
sai com’è la situazione nel nostro Paese, come si sopravvive.
Io qui non ho nessun futuro». Lui mi ha abbracciato e mi ha
detto di prendermi cura di me.
Guardavo l’orologio, erano le sette e mezzo, mia madre mi
ha detto di mangiare qualcosa insieme per l’ultima volta; abbiamo chiacchierato. Quando ho riguardato l’orologio erano
le nove e mezzo ed ho detto ai miei che era giunta l’ora e che
dovevo andare. Mi hanno abbracciato. Sono andato in stazione, ho aspettato quasi quaranta minuti senza che arrivasse nessuno. Mi sono preoccupato. Alle dieci e venti si è fermata una macchina blu guidata da un uomo che non avevo
mai visto. Mi ha chiesto il nome ed io gli ho risposto: «Bilel».
Mi ha fatto salire in macchina ed ha guidato per quaranta
minuti, finchè gli ho chiesto dove andassimo, ma lui ha urlato: «Stai zitto!». È entrato in un bosco molto buio, si è fermato
davanti ad una casa abbandonata e mi ha detto di entrare.
Ho riconosciuto lo scafista che mi ha detto che saremmo partiti il sabato, due giorni dopo. Mi ha anche chiesto i soldi,ma
io gli ho risposto che glieli avrei dati alla partenza. Sono entrato poi in una stanza dove c’erano circa cinquanta persone:
ho guardato tutti in faccia, ma nessuno mi dava un po’ di
speranza e il mio morale è caduto. A voce bassa ho detto che
il capolinea di quel viaggio sarebbe stato il cimitero. Sono
passati due giorni e il sabato, alla partenza, verso le otto di
sera sono venute due persone dicendoci di uscire due per
volta. Avremmo trovato un camion e dovevamo salire dietro.
Ci hanno caricato come fossimo pecore. Arrivati al mare, lo
scafista è venuto a prendere i soldi e poi ha detto: «Quando
arriva la barca, entrate in mare, nuotate e poi salite due per
volta». Siamo saliti tutti a bordo, il mare era ghiacciato. Siamo partiti. Durante le prime ore di viaggio il mare era calmo,
ma non sapevamo dove fosse la terra, guardavamo a destra
e a sinistra per cercarla. All’alba non vedevo ancora niente.
Alle otto di mattina, la vista si è fatta tutta azzurra, eravamo
una barca tra cielo e mare. Alle dieci ho visto un pezzo di terra che sembrava vicino pur essendo molto lontano. Il mare
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ha cominciato ad agitarsi. A mezzogiorno ci siamo avvicinati
alla terra e lo scafista ha detto che avremmo dovuto nuotare
per circa venti metri perché non potevamo attraccare. Quando è arrivata l’ora di abbandonare la barca, mi sono buttato in mare, ho nuotato fino alla spiaggia, lì mi sono vestito
ed ho iniziato a camminare con altre persone per circa venti
minuti. Poi abbiamo incontrato un ragazzo che ci ha detto
che eravamo a Pantelleria. Sono venuti i carabinieri che ci
hanno portato in un centro di accoglienza ed interrogato. Ci
hanno comunicato che nel centro non vi erano posti e che ci
avrebbero portato in Sicilia. Alle otto di sera siamo partiti ed
abbiamo navigato fino alla mattina dopo. Appena scesi dalla
nave, un autobus ci ha condotto verso il centro di Trapani,
dove ci siamo riposati. Ho chiamato i miei genitori, erano
molto contenti per me. Poi ho chiamato mio cugino che abita
a Genova e che mi ha mandato i soldi per poterlo raggiungere. Mi sono fermato a Trapani una settimana per riposarmi e
poi sono ripartito. Alla stazione di Genova Principe ho trovato mio cugino ad aspettarmi; sono andato a casa sua, mi
ha comprato dei vestiti e mi ha trattato bene per due mesi.
Poi lo hanno arrestato per spaccio... dopo un mese hanno
arrestato anche me.
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Marco Costantini
Terremoto
Non è facile trovare una posizione dopo aver ricevuto molte botte, il mio corpo si muove lentamente tra le lenzuola.
Quando la pelle è una trama di lividi, ogni mossa azzardata
si trasforma in una lama di coltello.
Poi c’è lui, steso al mio fianco, il suo respiro forte non mi
lascia dormire, ora è tranquillo, dopo quella serataccia. Vedendolo lì dormire, con la bocca chiusa, per un attimo riesco
a intravedere il ragazzo pulito che avevo sposato a soli diciotto anni.
Cerco di trovare ogni scusa per spiegarmi come sia stato
possibile arrivare a questo punto, una furia scatenata negli
ultimi anni di matrimonio.
Un lavoro che spacca la schiena, la mia giovinezza che sfiorisce, ma non come la bellezza, la vita in questo quartiere,
troppo lontano dalla bella vita, in più tanti balordi che cercano in ogni modo di padroneggiare per avere il comando
dello stesso.
Mi alzo dal letto dolorante, mi incammino verso la cucina,
entro e quello che vedo mi lascia senza fiato; le botte della
sera prima si erano scaraventate su ogni cosa. Tavolo, sedie,
stoviglie all’aria, neppure l’uragano più forte sarebbe riuscito a fare quelle cose. Io mi sorprendo di essere ancora in vita,
mi ricordo solo di aver preso pugni e calci, mi arrivavano
addosso come pioggia.
Aveva trovato un’altra scusa per picchiarmi, la colpa era
della cena fredda, rimediata con quello che avevo in frigo,
forse nella mente dell’uomo maschilista è il frutto della fretta
tipica delle donne che tradiscono.
Tutti questi sospetti, gelosie, mi stanno cancellando le for55
me del viso, i miei lineamenti non esistono più, come i miei
sguardi, e anche le mie fossette. Sul mio viso solo tanta cipria,
macchie violacee, un labbro spaccato e due occhi pesti. E pensare che in passato ero pure riuscita a convincermi di colpe
immaginarie e mi dannavo per recuperare le notti del terrore.
Io pregavo, lo imploravo di non farmi male. Invece questa
mattina no, la mia mente è altrove, per prima cosa penso di
mettere in ordine. Voglio vedere tutto a posto, è l’unica cosa
che voglio, visto che ho perso totalmente il controllo su di me.
Apro la finestra, un limpido raggio di sole si posa sul tavolo, e pensare che la cucina è la stanza che preferisco di tutta
la casa. E questo è così fin da quando ero piccola, ho sempre
pensato che fosse come una miniatura del mondo, all’interno
vi trovo il cibo, le chiacchiere, la mamma con la figlia, i compiti della scuola, e le amiche davanti ad un buon caffè.
Il mio sguardo cerca di gustarsi il panorama del palazzo,
vedo la vecchietta del palazzo di fronte, sbatte il suo tappeto
e mi guarda dritta. Non dice una parola, ma sono sicura che
lei sa cosa succede in casa mia. Lo sa e lo dice a tutti gli altri
condomini. Per tutti loro è un pettegolezzo da commentare
in ascensore, nell’atrio del palazzo, ogni occasione d’incontro è buona per parlarne.
Ma nessuno di loro ha mai chiamato aiuto, sarà che in fondo sono rimasta sempre lì a prenderle, nella speranza che
lui smettesse. Ma oggi no, non lo lascio passare, la guardo
e con orgoglio ma carico di veleno, e non le nascondo i miei
ematomi, anzi mi affaccio e le dico: «Buongiorno signora, ha
visto la mia faccia? Ha visto com’è ridotta? Sembra un tappeto di sangue. Beh forse vado al Pronto Soccorso, e forse lo
denuncio. Ha sentito ieri sera quanto gridavo? E tutto per
colpa della pasta troppo fredda».
La signora rimane ferma lì, sbalordita dalle mie affermazioni, il mio era un affronto, vorrebbe infilarsi dietro la persiana e scomparire, ma non può, io rimango lì, la inchiodo a
vedermi bene in faccia, senza occhiali da sole, proprio perché
devono rimanerle impressi nella mente i miei segni.
«Signora – risponde lei risentita – ma di cosa state par56
lando? io prendo delle pasticche per dormire, e non sento
neppure le cannonate, per caso vi siete fatta male? Che state
dicendo?».
E in quel preciso momento capisco che quell’avvoltoio impettito se ne sta lì ad origliare con morbosità. La signora non
prova neppure pietà, anzi in lei non smuove un solo reale
sentimento e diventa solo la liturgia della buona coscienza.
Quella che serve ad alleggerirsi, pur di non prendersi una
responsabilità.
Allora rientro e finisco le mie pulizie domestiche, mi lavo
senza mai sollevare lo sguardo allo specchio.
Sono molto magra, ma le mie forme sono ancora belle, hanno
resistito al tempo e allo stomaco strozzato dall’ansia e ridotto
a un sacco vuoto che non mangia quasi più niente, strizzato
come una spugnetta. La mia pancia è piatta come quella di
una ventenne, il seno è piccolo, appuntito, le cosce affusolate,
la pelle candida è tutta segnata come una cartina geografica.
Mi stupisco ogni giorno di più che questo corpo, in fondo
esile, possa reggere così bene l’urto di quella violenza bestiale.
Mentre a testa bassa indosso i miei vestiti, lui bussa alla
porta del bagno. Una, due, tre volte, insiste e sempre più
forte. Mi chino su me stessa, rimango zitta, sperando che
lui creda ad una mia improvvisa sparizione. Ma lui bussa
ancora e grida forte: «Che cazzo fai lì? Apri la porta, devo
pisciare, puttana». Allora mi faccio coraggio ed apro questa
maledetta porta.
Non riesco a guardarlo in faccia, mi scansa con una mano
facendomi sbattere contro la parete, va verso il water e fa pipì
con un rumoroso sbadiglio. Poi con disprezzo dice: «Mi fai
subito un caffè, devo andare al lavoro. Ho un appuntamento
molto importante con il ragioniere per un nuovo lavoro». Il
tono della sua voce, è un comando, è gelido, mi detesta, ma
ha dimenticato la notte passata.
Io lo conosco bene. Me le ha date perché sono colpevole.
Non gli piace alzare le mani, ma io lo provoco e non gli do
scelta.
Ci ritroviamo in cucina, in un silenzio tombale. Lui si mette
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una camicia, è così trasandato. E va verso la porta di casa, gli
vado dietro, come un cagnolino.
Si gira, mi fissa e dice: «Torno a pranzo», mi guarda senza
passione, non fa come un marito che guarda sua moglie. Ma
questa volta no, non torno indietro con la mia decisione. Tenendo lo sguardo basso quasi lo spingo oltre l’uscio, in un
secondo chiudo, dieci giri di chiave e ci vado addosso.
Mi sento pesare cento chili, il peso della mia sopravvivenza.
Mi avvio veloce nella stanza da letto e spalanco la finestra,
tolgo le lenzuola, dentro di me esplode un’improvvisa energia che però si esaurisce in pochi secondi e rimango al bordo
del letto paralizzata.
La solita giornata, la paura cronica dentro le ossa in ogni
gesto. Una sola mossa sbagliata che arriva mentre nemmeno
mi accorgo di farla e di nuovo parte il dolore, un inferno.
Mi sembra sia successo da poco e invece ingoio questo mostro da cinque anni, pregando e sperando in una fine. Ma non
finisce, ogni volta vivo questa tremenda esperienza. L’orrore
riparte come la pellicola di un film, e non ho più neppure
un’amica a cui raccontare i miei orrori, non ho più la verità,
ma solo triste cronaca di quello che mi accade.
Incollando bugie su bugie per proteggere questo inferno
domestico, e per fortuna non sono arrivati i figli, forse per
non aver testimoni per questo scempio di famiglia.
Non ho intimità, ma solo usurpazione. Lui non ha me, ma
solo questo corpo dato in pasto alla sua mente, spappolata
dall’alcool per un amore avvelenato.
Per un attimo penso di chiamare uno di quei numeri rosa,
un’associazione alla quale chiedere aiuto, poi penso di dover
far le valigie e prima di andar via passare alla caserma dei
carabinieri e denunciarlo.
Penso anche che dovrei cambiare città. Trovarmi un nuovo
posto di lavoro e cambiare nome, proprio come accade nei
film. Ricostruirmi tutta una nuova vita, daccapo.
Penso anche che dovrei trovare la forza necessaria per fare
tutto questo pur sapendo che lo sentirei sempre addosso,
dietro la porta di casa. So anche che tante di queste storie
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vanno a finire male, che le donne che rompono storie d’amore vengono perseguitate, che se finiscono uccise, gli assassini
scontano pene ridotte.
Donne innocenti sacrificate alla patologia dell’amore, eppure, nonostante tutto, questa mattina sarà l’ultima. Non
proseguirò questo infernale girotondo. Quando ritornerà a
casa gli faccio trovare i Carabinieri e me ne vado.
Non ho voglia di portarmi via tutte le mie cose, giusto il
cambio per un paio di giorni, vorrei lasciare tutto lì dentro
per dimenticare più in fretta. Lo zainetto è pronto, soldi e documenti in tasca. Lascio tutto aperto perché le fughe hanno
un cerimoniale da rispettare.
Spalanco, rovescio, butto a terra perché oggi il terremoto
che ho nascosto sotto il tappeto, che ho scritto su un taccuino, che ho bisbigliato invocando aiuto negli occhi, di qualche
amico, oggi è fuori di me. Mi supera e mi esce dalle mani,
dalla bocca, dai nervi. Va addosso alla gente, ai testimoni
muti, allo specchio e mi rimbalza addosso.
Questo è il mio terremoto, che cambia continuamente colore.
Come i miei lividi, come il rossetto che ho sempre, come
i fiori che avevo nei capelli il giorno del mio matrimonio.
Avrei scelto il nome di un colore per mia figlia.
59
Mka Dolic
Ma quanto lunga è una notte. Ubriachi ci brancicavano
nel sonno farfugliando parole scurrili, mentre la strada che
guardavamo ogni mattina, forse, poteva portare lontano.
Allora parti perchè hai una promessa nel cuore. Ti guardi
intorno e sono in tanti a partire. Forse l’uomo, come tutti gli
esseri viventi è massa circolante... come l’aria e l’acqua.
Tra le follie che ci siamo regalati, per un malinteso di civilizzazione, abbiamo inventato le frontiere, ed è come se fosse
stata chiusa l’acqua in una diga e l’aria in una scatola. Alla
dogana ungherese un poliziotto ci guardava con una punta
di disprezzo che si estendeva ai modi; osservavo quella sottile linea di confine che ci rendeva ostili e sospetti; provavo un
senso quasi di stupore. Gli insetti, i pollini, gli uccelli, le acque e l’aria passavano attraverso quel muro senza controllo.
Rendevano, dolorosamente evidente, che quello era eretto
per me. Non vi conosco e non mi conoscete. Ci confortiamo
tutti sotto lo stesso cielo e abbiamo accolto l’idea dell’Unico
Grande Padre, Soffio Vitale, Bontà Divina... che abbiamo fatto? Lo abbiamo chiuso dentro un tabernacolo per non farlo
parlare... come le acque nella diga, il vento nelle scatole di un
condizionatore... mi pareva tutta una follia. Il Mediterraneo
che non unisce, che divide, affoga, sprofonda come un gigantesco, furioso, gendarme frontaliero assume forme diverse ed è onnipresente. C’è un mare che divide sulla terraferma
ogni volta che cambiano gli usi e l’idioma, ce n’è uno tra le
case del borgo e il lussuoso centro cittadino, addirittura tra
i banchi di scuola... tra chi può pagare la retta della mensa
al proprio bambino e chi non ce la fa. Dove è finita la nostra
anima? Quella che ci faceva sentire il pianto e il sorriso, le
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palpitazioni e il silenzio; tutto quello che di incorporeo possediamo: la passione, l’amore, l’orgoglio, la pietà, la dignità,
l’onestà, la misericordia, il coraggio; tutti quei beni non elencati nella tabella degli elementi perchè immateriali, più pregiati del rubino e del platino. Ci siamo smarriti al punto che
vediamo barriere che non ci sono e tralasciamo caratteristiche che ci facevano sentire degni della considerazione degli
altri, prossimi a Dio al punto da prospettarci suoi figli. È buia
la vita; anche oro e diamanti non brillano se non riflettendo
una luce come noi brillavamo per la nostra anima.
Ora vi guardo invecchiare invecchiati, immoti come l’acqua di uno stagno. Le vostre membra appassite come rami
di quercia vi marciscono dentro e penso a voi come una pena
del cuore... perché per voi la mia vita è stata una pena. Quando la malattia agli occhi ti ha vinto e te li ha spenti come se
si spegnesse il sole e sei calato nella tenebra delle voci e dei
suoni e sei rimasto bisognoso di tutto ti ho compatito. Quando mi è mancata la tua protezione ti ho anche maledetto e
allora sono tornata a rivolgermi a mia madre che si era data
al vino cattivo; alla vodka trasparente come una fata, maligna come una “versiera”. La trovavo delusa. Vuotata la prima bottiglia danzava con i satiri, (ospite di Bacco), ed il dio
ubriaco non era poi così gentile. La conduceva nei giardini
del miele amaro dove l’ape regina era una pecchia pungente
che dava tormento e la lasciava sola... stordita nel suo squallore... bagnata nel suo vomito... mentre i nostri visi... quelli
dei suoi bambini... probabilmente svanivano.
Che dirvi se non che vi amo per un ricordo che ho dell’amore. Certo devo essere stata amata prima della tua cecità,
prima del suo alcolismo quando un gesto d’amore tagliò
l’ormeggio ombelicale per iniziare il viaggio della vita. Sarei potuta nascere regina o forse solo una ricca borghese ma
cosa sarei stata? Forse non avrei sentito quel che sento... l’inquietudine che mi produce il vento la sera... o nelle notti prima che la tempesta imperversi l’alito del mondo nelle anime
che vi tremano dentro... forse sarei stata pigra e altezzosa...
non docile né umile con quella forza che mi cresce dentro nel
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perseguire amore; non sarei stata attenta con i miei figli sul
contrario esempio di come siete stati voi; non avrei avuto l’energia di portarmi tra umiliazioni e letamai tenendo l’anima
casta, sospesa come un prezioso bagaglio salvato dalle acque
nel guado. Forse vi amo per una necessità d’amare perchè
per tutto quello che si produce in me lo devo riversare per
non restarne soffocata ed è per questo che non vi ho mai dovuto perdonare... non vi ho mai trovato veramente colpevoli.
La premiazione del 2008 a Torino
con Pablo Gorini, Margherita Oggero,
Lucia Casalini, Domenico Strangio,
Ernesto Ferrero e Raffaella D’Esposito.
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Sandro Franciosi
Piccolo uomo
“Non si possono ignorare le ragioni psicologiche
e sociali d’un certo tipo di devianza”.
Pier Paolo Pasolini
Diego aveva nove anni. I capelli fitti e ricci, color castano
scuro, formavano piacevoli boccoli. Gli occhi, grigio-verde,
a seconda dell’intensità della luce che ricevevano si scurivano o si schiarivano. La loro profondità era particolarissima,
sembrava quasi di tuffarsi in un ruscello dove ci si poteva
specchiare e apparire in lieve movimento.
I lineamenti del viso rimandavano a quelli dell’antico popolo arabo, cambiava solo la carnagione, ovviamente più chiara.
Il piccolo Diego era solito trascorrere i pomeriggi girovagando per la città: Brescia. Camminava in estrema solitudine
per interminabili ore, senza una meta ben precisa, quasi che
ogni uscita rappresentasse una sorta di spedizione esplorativa di cose e di luoghi sempre nuovi.
Era inverno e faceva molto freddo. Lui indossava solo un
maglioncino dolcevita color rosso mattone, l’unico che possedeva per far fronte alle basse temperature. La sua famiglia
era poverissima e spesso Diego, oltre ad essere trasandato,
veniva trascurato e abbandonato a se stesso, per tutta una
serie di circostanze.
La madre, Giulia, molto giovane, lavorava dalla mattina
fino a tarda sera come donna delle pulizie, lavapiatti, oppure
come badante di persone anziane. Diego assomigliava tantissimo alla madre Giulia: stessi occhi, lineamenti del viso e
capelli riccioli color castano.
Il patrigno, invece, era un uomo magrissimo, con tutti i den63
ti rovinati da profonde carie, e di qualche anno più giovane
della donna. Aveva la faccia scavata, gli zigomi sporgenti, una
leggera gobba e i capelli castani, radi sulla fronte. Giulia lo
aveva conosciuto quando tra lei e il marito ( il vero padre di
Diego) le cose non funzionavano più tanto bene. Se ne invaghì
chissà per quale ragione, abbandonando il marito e fuggendo
su due piedi, senza un progetto di vita né una meta precisa.
Bruno – questo era il nome del patrigno – presto si rivelò
una persona emotivamente instabile, aggressiva e spesso
in preda a forti esaurimenti nervosi che sfogava rendendosi odioso in famiglia. Tra le altre cose, aveva anche il vizio
di giocare a carte d’azzardo e pochissima voglia di lavorare.
Quando trovava un posto di lavoro, lo teneva solo per un
mese: il tempo di prendere il primo stipendio e giocarselo
subito a carte. Non mancava neanche occasione in cui i pochi
soldi che guadagnava Giulia venissero da lui sperperati nel
gioco d’azzardo. Spesso capitava che i vicini di casa, a conoscenza della situazione, suonassero alla porta per lasciare a
Giulia borse di cibo con pasta, pane, conserve e qualche volta
anche della carne.
Diego, dal canto suo, subiva tutta questa situazione provando un forte senso d’impotenza e disperazione mista a
smarrimento. Il sentimento che prevaleva in lui era quello di
vergogna. Si vergognava per la sua trascuratezza e i brutti e
vecchi vestiti che indossava. Si vergognava quando i vicini
di casa suonavano alla porta per lasciare qualcosa da mangiare e anche quando i suoi amichetti e compagni di scuola
lo prendevano in giro per la sua povertà.
Dopo poco tempo accadde che, in un tardo pomeriggio,
mentre girovagava all’interno di un supermercato per curiosare e stare al caldo, rubò due confezioni di affettati da uno
scaffale, una di salame e l’altra di prosciutto cotto. Le afferrò
velocemente e se le infilò tra i pantaloni e il maglioncino,
tirando in dentro la pancia e stando attento che nessuno lo
vedesse. Poi, con passo svelto ed un’aria di indifferenza, raggiunse l’uscita e si dileguò tra la folla. Poco distante si trovava un porticato, vi passò sotto, trovò un portone aperto che
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dava su un grande cortile e vi entrò velocemente. Cercò un
angolo in penombra, tirò fuori le due confezioni di affettato e le divorò letteralmente, una dopo l’altra. Il salame poi,
quello sì che gli piaceva. Finito lo spuntino, uscì dal cortile
e s’incamminò per la strada che lo avrebbe condotto a casa.
Era distratto, quasi assente, assorto nei suoi pensieri, circondato dalla gente che popolava i marciapiedi nell’ora di
punta. Aveva l’aria di un piccolo uomo, autonomo, con alle
spalle una certa esperienza di vita. Ad un tratto, poi, iniziò
a sentire una specie di voce interiore: era la coscienza che,
con un po’ di ritardo si risvegliava e lo giudicava per il furto che aveva commesso. Cosicché Diego fu travolto da una
forte paura ed un marcato senso di colpa. La voce interiore
gli diceva: “Hai rubato! Te ne sei anche compiaciuto, senza
pensare alle conseguenze. Se lo scoprisse il tuo patrigno, sai
che sfuriata ti farebbe!”.
Ebbe la sensazione di essere osseravto dalla gente che passava. Si sentiva, oltre che in colpa per quello che aveva fatto,
anche giudicato, come se tutti sapessero. Per la prima volta in
vita sua provò dei sentimenti ed uno stato d’animo del tutto
nuovi e che lo rendevano sempre più impaurito e vulnerabile.
Poi, un’altra voce interiore, più pacata e amichevole gli suggerì: “Dai, non ne fare una tragedia, del resto avevi fame, non
è una grande colpa. Anzi, sai cosa ti dico? Tu sei innocente!”.
Tornò a casa più rasserenato. La madre era appena tornata
dal lavoro, fuori era buio pesto. Bruno era ancora a letto con
l’immancabile sigaretta in bocca e quell’aria spavalda che lo
contrassegnava.
La cena quella sera fu scarsa; pochi avanzi del mezzogiorno. Finì di mangiare e poi andò a coricarsi sul divano letto,
pensando ancora al buon sapore di quegli affettati.
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Mohamed Ghouzlani
Il mio nome è Mossa Panda, vengo dal Senegal, la mia è
una storia come tante altre, un’eco di normalità ormai, nel
frusciante e vasto caos dei media che ogni giorno vi raccontano l’esodo di migliaia di vite come la mia. È divenuta talmente un’abitudine che ormai siamo come numeri; non c’è
tempo per raccontare storie, ma a chi vorrà ascoltarla, io vorrei raccontare la mia.
Sono nato in Senegal venti anni fa, da una famiglia povera
come tante altre, che comumque ha sempre cercato per me il
meglio: mi ha dato un’educazione, mi ha sostenuto materialmente, anche nelle difficoltà mia madre si è privata di ogni
cosa pur di darmi un futuro migliore. Poi c’è stata la guerra,
il caos, il fondamentalismo religioso che ha spazzato via ogni
parvenza di normalità. Ormai rimaneva solo un dilemma, o
eri con loro o eri contro di loro, ogni sospetto di eresia poteva
equivalere ad una condanna a morte, non vi era scelta. Avrei
voluto studiare, ma non potevo rimanere, se fossi rimasto
avrei dovuto solamente combattere per sopravvivere. Ne
parlai con mia madre, che mi ascoltò con comprensione; lei
voleva qualcosa di diverso per me, ma nonostante il dolore
del suo cuore di madre, acconsentì a lasciarmi partire in cerca di fortuna. Non aveva molti soldi, ma tutto quello che
possedeva me lo diede, piangendo e pregando affinché riuscissi a realizzare tutto ciò che desideravo; soffriva nel lasciar
partire il suo unico figlio, non sapendo se lo avrebbe più rivisto. All’indomani, senza pensarci troppo e senza aspettare
che facesse giorno, lasciai la mia casa, quella che mi aveva
cresciuto, senza salutare nessuno, né voltandomi indietro:
mi avrebbe fatto troppo male. La mia destinazione era la Li66
bia, un cammino lungo e impervio, durante il quale dovetti
soffrire la fame e la sete: avevo un bagaglio pesante e scorte
alimentari limitate da far durare per tutto il viaggio. I pochi
soldi che mi aveva dato mia madre fui costretto ad usarli per
corrompere i militari che mi trovavo davanti, per proseguire
quel viaggio che ormai si era fatto senza ritorno; non avevo
scorte per tornare indietro, né soldi, ero solo e lontano da
casa, con un bagaglio fatto solo di speranze più forti della
fame e della sete. Una volta arrivato in Libia, trovai subito
altri miei connazionali, fermi da mesi, che aspettavano di
guadagnare abbastanza soldi per comprare un biglietto per
la libertà, che col tempo si trasformava sempre più in un miraggio. Molti erano lì col mio stesso scopo e, non avendo soldi per acquistare la loro libertà, finivano per accettare lavori
da schiavi da parte degli stessi aguzzini che avrebbero organizzato il loro viaggio. Fui costretto anch’io per svariati mesi
a lavorare, con l’unico pensiero di un futuro migliore e della
mia famiglia, che non sapeva nulla di dove fossi, se fossi già
partito, se fossi già morto. Arrivò però il giorno nel quale fui
prelevato dal lavoro, era venuto il momento di andare verso
l’ignoto. Mi ritrovai stipato in una casa con centinaia di altre
persone mai viste, senza elettricità, al buio, con gente che
pregava e piangeva guardando il mare innanzi. L’indomani
ci ritrovammo stipati con la forza e in migliaia su un barcone;
la gente intorno a me continuava a pregare scrutando la vastità del mare che si distendeva a perdita d’occhio. Guardai
per l’ultima volta la mia terra, mentre il motore della barca a
stento si avviava allontanandosi dalla costa. Già la prima
notte di viaggio il motore rischiò di cedere e di abbandonarci
ad un triste destino, causando angoscia fra tutti noi, sospesi
col barcone tra le onde. Il giorno seguente non fu certo migliore, il motore cessò definitivamente di accompagnarci;
eravamo soli sul filo dell’acqua, rassegnati, senza cibo, c’era
ancora chi pregava sperando in un intervento divino che
avrebbe salvato tutti. Dal vociare silenzioso e concitato della
preghiera comune si alzò però un “Padre nostro” recitato da
quattro ragazzini cristiani in una maggioranza musulmana,
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scatenando in un solo momento il putiferio. Da due giorni
avevamo lasciato la terraferma, eppure anche in quel mare
limpido non c’era spazio per la purezza di un Dio caritatevole, ma solo per l’odio di un Dio vendicativo creato dalle religioni, che esigeva la completa sottomissione di un’umanità
intera. I ragazzi non fecero in tempo a pronunciare l’ultimo
versetto “ ma liberaci dal male”, che l’intero barcone quasi si
capovolse per lo sdegno e l’ira dei passeggeri e quei quattro
regazzi furono buttati in mare senza pietà. Quel mare che
tutto ingoia, ricolmo di corpi dei nostri connazionali più
sfortunati, veniva ora sfamato con odio e disprezzo a causa
di un Dio che voleva vendetta, incurante della vita che egli
stesso aveva creato e generato, e sceglieva come suoi emissari uomini che non vedevano in quel gesto un’ingiustizia, ma
un atto di riparazione contro chi era diverso. Passarono altri
due giorni, alla deriva, con i morsi allo stomaco quasi più
forti dei rimorsi della coscienza per aver spezzato quattro
vite; la legge della sopravvivenza esigeva che d’ora in avanti
si sarebbe dovuto solamente pensare e sperare in un tempestivo soccorso, prima che la sete e il caldo ci uccidessero tutti.
Quasi come un miraggio, all’orizzonte apparve una motovedetta battente bandiera italiana: forse, dopotutto, ce l’avremmo fatta. Ci caricarono in fretta, il barcone che ci aveva trasportato iniziava quasi a cedere, vedevo nei volti dei sopravvissuti una luce diversa rispetto a quella dei giorni precedenti trascorsi senza cibo né acqua, in loro si era riaccesa la speranza. La Marina ci diede dei pasti caldi ed acqua e fummo
trasportati a Lampedusa. Rivedere la terraferma era un sogno, si dischiudeva dinnanzi a noi il futuro che tanto avevamo atteso; scendemmo dalla barca come in una lugubre processione notturna, a piedi nudi, e sul porto c’era chi baciava
l’asfalto rivolgendo i suoi occhi a Dio per ringraziarlo di
averlo mantenuto vivo in quell’incredibile traversata. Ci
portarono al centro accoglienza per i controlli e la richiesta di
asilo. Dopo l’iniziale euforia dell’arrivo, i giorni si susseguivano tutti uguali come in una prigione: quel futuro tanto atteso si svolgeva dentro muri e sbarre, fin quando un giorno,
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insieme ad altri miei connazionali, parlammo di una possibile fuga da quell’inferno alla ricerca di una possibilità di lavoro. Colsi la palla al balzo ed accettai il loro invito ad andarmene. Un giorno come tanti altri, grazie ad un agente di servizio compiacente, riuscimmo a valicare i confini del centro
di accoglienza con facilità, dove ci aspettava un pulmino
venuto apposta a prelevarci. Passammo una notte in un capannone di un’azienda agricola dove il giorno dopo avremmo dovuto iniziare a lavorare alle dipendenze dello stesso
uomo che era venuto a prenderci all’esterno del centro di
accoglienza. Da allora la nostra vita sarebbe stata quella di
schiavi: di giorno lavoravamo nella campagna e di notte dormivamo nel capannone, per una misera paga che non concedeva alcunché. Fin quando un controllo a sorpresa della finanza mise fine a quell’incubo che era anche una nostra parte di sogno. Ci venne dato il foglio di via; tutti i nostri sforzi
sembrarono vani e tutto quello che avevamo fatto inutile.
Riuscii fortunatamente ad imboscarmi su un treno, in cerca
di fortuna nel resto d’Europa, ma a causa di un controllore il
mio viaggio si interruppe ad Ancona: con un foglio di via
pendente era meglio non protestare. Dormii alla stazione di
Ancona quella notte, o almeno cercai di farlo, finché un signore molto distinto mi si avvicinò chiedendomi se avessi
bisogno di qualcosa. Sembrava molto comprensivo, perciò
gli confessai tutto del mio viaggio, del foglio di via, scoppiando in lacrime mentre parlavo. Mi sentivo perso, ma quel
signore abbracciandomi si offrì di aiutarmi. Mi portò a casa
sua, mi offrì una stanza e del cibo in cambio di niente, solo
della mia compagnia, che in seguito capii in cosa consistesse:
sesso. Era tutto molto degradante, un baratro sempre più
profondo, un abuso incolmabile che mi faceva rimpiangere
la mia patria e la mia famiglia. Chissà dov’era mia madre?
Che cosa avrebbe pensato di questa terra e delle oppurtunità
che offriva? In quel momento rabbrividii al solo pensiero che
mia madre potesse vedermi, dunque chiusi gli occhi e mi
strinsi forte a lei con il pensiero. I giorni correvano, avevo la
mia libertà e dei soldi guadagnati in maniera lurida, vittima
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di un raggiro a cui non potevo sottrarmi. Passeggiando per
la città, pensai alla sera in cui quell’uomo si era offerto di
ospitarmi, concludendo che tutti gli uomini hanno un secondo fine e che non ci si aiuta l’un l’altro per spirito di fratellanza perchè il mondo va a rotoli. Quell’uomo aveva distrutto
ogni mia speranza. Tornando a casa, trovai la porta dell’appartamento socchiusa, entrai, chiamando senza ottenere risposta, fin quando non mi ritrovai dinnanzi il corpo di
quell’uomo riverso a terra in una pozza di sangue. Avrei dovuto chiamare i carabinieri, ma non potevo, ero clandestino,
come avrei potuto spiegare? Come avrebbero potuto capirmi? Presi le mie cose e me ne andai correndo. Qualche ora
dopo venni fermato dai carabinieri per un controllo dei documenti, mi portarono in caserma, ma non mi chiesero nulla
dell’uomo riverso a terra in un mare di sangue. Solamente
più tardi, quando accorsero i condòmini di quell’uomo per
un interrogatorio formale, vedendomi mi additarono come
quello che fuggiva di corsa dal palazzo con uno zaino in
spalla. Tentai invano di raccontare la mia versione agli inquirenti, venni arrestato e successivamente condannato a trenta
anni di reclusione per l’uccisione di quell’uomo. Dalle sbarre
di un centro di accoglienza passai a quelle grigie e buie di
una prigione, monotona e dalla quale nessuno sarebbe venuto a prendermi; tanti giorni davanti, una vita e un sogno distrutti per sempre a causa della sfortuna. Con il tempo iniziai
a frequentare la scuola all’interno del carcere, diplomandomi
in breve in informatica e pensando di proseguire gli studi
all’università: potevo migliorare almeno culturalmente, recuperando parte di ciò che la vita mi aveva ingiustamente
tolto, la libertà di pensiero, che va al di là della libertà materiale, conseguita con lo sforzo in un ambiente sfavorevole.
Mentre scrivo ciò, sono già diversi anni che mi trovo in carcere, ho ripreso i contatti con mia madre a cui ho scritto delle
spiacevoli disavventure che mi sono capitate, della scuola in
carcere, dell’Università: nonostante tutto, lei continua a volermi bene ed io spero un giorno di poterla riabbracciare... da
uomo libero.
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Arnaldo Giuseppetti
Tre giorni, tre giorni soltanto
È mezzanotte, Luca sta rientrando a casa, è stanco, non
vede l’ora di buttarsi sul letto a dormire.
Apre il portone, entra, alza gli occhi e vede un uomo seduto sugli scalini. L’uomo è vestito di nero, magro, pallido.
Luca lo guarda con sospetto e curiosità.
È seduto in modo da impedire il passaggio per la scala.
Luca: «Scusi... devo salire si può spostare?».
L’uomo: «Ciao Luca, ti stavo aspettando...».
Luca: «Come fa a conoscermi? lo non so chi lei sia».
L’uomo: «Mi conoscono in molti, e tutti mi temono».
Luca: «Che cos’è... una minaccia?».
L’uomo: «No! È un dato di fatto!».
Luca: «Ma lei chi è?».
L’uomo: «Ancora non l’hai capito?».
Luca: «Credo proprio di no!».
L’uomo: «Sono la morte, e sono venuta qui per te!».
Luca: «Ha voglia di prendermi in giro?».
L’uomo: «No! Di solito non mi presento, ma con te è diverso, mi sei simpatico e voglio farti un regalo».
Luca: «Ma che dice... quale regalo», spazientito.
L’uomo: «Tra sette giorni a questa stessa ora ritornerò per
portarti via, ma prima potrai rivivere tre giorni della tua vita.
Devi solo scegliere quali... hai quattro giorni per pensarci...».
Luca: «Lei è un pazzo, un millantatore, lei è...».
L’uomo: «Hai già tentato due volte di venire da me, ma
non era la tua ora, ti ricordi? La prima volta tre anni fa, il
giorno di Natale, l’altra due mesi fa».
Luca: «Ma allora è vero sei la morte... nessuno poteva sapere queste cose se non la morte stessa».
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L’uomo: «Sì, sono io, esisto da sempre e prima o poi prenderò tutti adesso devo andare, ricorda: scegli tre giorni della
tua vita, tre giorni soltanto».
A Luca si annebbiò la vista, chiuse gli occhi e quando li riaprì per la scala non c’era più nessuno. Aveva sognato? Aveva
immaginato tutto? Sconvolto salì di corsa i gradini, entrò in
casa, si spogliò e si mise a letto. Ma non riusciva a dormire,
fissava il soffitto, quando sentì una voce «Tre giorni, tre giorni soltanto!».
Quarto giorno da quella drammatica notte, Luca è a casa
da solo, come sempre da molti anni a questa parte. L’orologio batte la mezzanotte “don, don” puntualmente la morte
arriva materializzandosi all’improvviso nella stanza.
Morte: «Allora Luca hai deciso? Quali giorni vuoi rivivere?».
Luca: «Sì... ho deciso», dice rassegnato.
Morte: «Allora buon viaggio, ci rivedremo tra tre giorni!».
Primo giorno, Roma 1963, sono le cinque del mattino di
una domenica fredda di febbraio.
Un uomo si alza dal letto, si veste, va a svegliare il figlio,
che oggi compie dieci anni. Il bambino si veste, assonnato e
infreddolito.
Padre: «Luca, dai, è ora di andare, gli altri ci stanno già
aspettando».
Luca: «Sì papà, sono pronto!».
Tutti e due si vestono con abiti da cacciatore, pantaloni pesanti, giaccone, stivali. Luca prende la sua inseparabile borraccia e lo zaino, dove mette la colazione, ricontrolla tutto,
non manca nulla.
Escono fuori, è ancora notte, i due salgono in auto, una Fiat
1100 familiare. L’auto prende la via Tiburtina in direzione
delle montagne. Alle sei una breve sosta al bar dove ci sono
gli altri cacciatori che stavano aspettando. Soliti saluti, poi
una veloce colazione, cappuccino e cornetto e via, si va sulle
montagne. Si percorrono strade sterrate fino al limitare del
bosco. Ci si prepara, si controllano i fucili, si fanno scendere i
cani che cominciano a correre ed abbaiare e si mettono subito
in cerca di tracce odorose.
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Luca si sente grande, partecipa alla battuta con i grandi e
vicino a lui c’è suo padre.
Inizia la battuta, si assegnano i posti, a loro viene assegnato
un posto dietro un masso.
Padre: «Adesso non fare rumore... dobbiamo aspettare...».
Luca: «Tranquillo papà».
Dopo due ore i cani scovano un branco di cinghiali e li
spingono verso la postazione di Luca e del padre. Arriva il
primo, è un esemplare giovane, inesperto, per questo è il primo, gli altri sono più scaltri, sono ancora nascosti nel sottobosco. Il padre di Luca prende la mira, spara due colpi a pallettoni, colpisce il cinghiale che rimane a terra agonizzante,
ma dietro c’è la madre, che adesso è inferocita, punta su Luca
e parte alla carica. Luca vede il cinghiale venirgli incontro
a testa bassa, come un toro. Luca rimane paralizzato dalla
paura, ma non scappa, rimane fermo, così come gli aveva
insegnato il padre. Lui sa che un cinghiale inferocito può fare
ferite gravi ed anche uccidere.
Ma all’improvviso tra Luca e il cinghiale si frappone il padre. «Luca sta’ fermo!», spara due volte, ma il cinghiale è
solo ferito, allora ricerca velocemente la doppietta, inserisce
altre due cartucce a pallettoni e spara ancora.
Adesso il cinghiale è morto, un rivolo di sangue gli esce
dalla bocca. La battuta è finita, si contano le prede, sei cinghiali abbattuti, nessun ferito tra i cacciatori, solo un cane
che necessita di una robusta ricucita per le ferite provocate
dalle zanne di un animale. La mattinata è finita, si va finalmente a mangiare. Nel vicino paese c’è una piccola trattoria
di campagna. Il gruppo si ferma a mangiare. Cominciano le
chiacchiere, i cacciatori fanno a gara a chi la spara più grossa,
che siano dei bugiardi è cosa risaputa.
Padre: «Che vuoi bere?».
Luca: «Un’aranciata».
Padre: «Ci porti un litro di vino e un’aranciata», rivolgendosi all’oste.
Luca: «Papà, non cominciare a bere...».
Quello era l’unico difetto del padre, dopo la caccia e il lavoro
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si lasciava andare con il vino fino ad ubriacarsi. Forse per lui
è un modo per non vedere la realtà, quella di aver sposato la
donna sbagliata, così affogava i suoi dispiaceri nel bicchiere
colmo di vino, fino a stordirsi. Oggi Luca è felice, è stata la sua
prima battuta di caccia, ha dimostrato a tutti di avere coraggio, per non essere fuggito davanti al cinghiale inferocito, non
si era messo a piangere, ora non era più un ragazzino, anche il
padre aveva dimostrato la sua freddezza per essersi messo tra
il cinghiale e Luca, se avesse sbagliato il tiro l’animale avrebbe
caricato, ma lui non sbagliava mai, erano una coppia affiatata.
Adesso si tornava in città, domani a scuola avrebbe raccontato
a tutti i suoi compagni di scuola la sua avventura.
Luca adesso era un uomo.
Secondo giorno, una calda e soleggiata domenica dell’aprile 1969. Quartiere Prenestino, nella stessa via dove Anna
Magnani viene uccisa dai tedeschi nel film Roma città aperta
c’è un locale, la via è senza uscita, alla fine c’è un muro poi la
ferrovia. Lì c’è il “Tunnel Club”, ha due sale, la A e la B. Nella
sala A si esibiscono i gruppi o i complessi, come si chiamano
in quel periodo, più affermati e conosciuti, nella sala B si esibiscono i gruppi emergenti. Passare ad esibirsi dalla sala B a
quella A è come passare un esame, avere un riconoscimento
delle proprie capacità. Verso le 14 arriva un furgoncino piuttosto malridotto seguito da una Fiat 600. Dall’auto scendono
dei ragazzi. Il furgone si ferma, si aprono gli sportelli e si
comincia a scaricare degli strumenti musicali. I ragazzi sistemano tutto sul palco della sala B, sono i componenti di
una delle band giovanili dell’epoca, sono lì per il loro primo
concerto ufficiale. Sistemano tutto con cura, c’è anche Luca.
Sceglie la posizione per montare la sua batteria “Ludwig”
fatta venire per lui dagli Stati Uniti. Monta i pezzi, prima la
cassa, poi il supporto, quindi i due Tom-Tom, poi il timpano,
sistema bene il rullante e il pedale agganciato alla cassa, posiziona il ciak, i due piatti che si chiudono a pedale.
Monta le aste e tira fuori dalle custodie i suoi amati piatti
“Paiste”, li sistema uno a uno.
Controlla l’inclinazione dei pezzi, la batteria è al centro
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della scena, imponente. Lui è l’attrazione della band, a 16
anni suona già come un adulto esperto, molti vengono per
vederlo, anche piccolo com’è scompare dietro i pezzi della
batteria. Ci sono voluti anni di sacrificio, di prove per essere
qui adesso... Ora in due ore si giocheranno tutto. Aspettano
le 16 per salire sul palco ed esibirsi. La sala è ancora vuota e
buia, ma tra poco sarà piena.
Luca: «Ragazzi finalmente abbiamo la nostra occasione era
ora».
Angelo, il chitarrista: «Tranquilli, avremo successo!».
Dino, il cantante: «Mi raccomando, non facciamo errori!».
Luca ricontrolla la batteria, acquistata facendo firmare alla
madre un pacco di cambiali.
Ore 16, la sala è gremita, tra il pubblico c’è anche la fidanzatina di Luca, venuta a vederlo.
L’altoparlante annuncia “The Fox Hunt”. Il gruppo apre
lo spettacolo con un pezzo forte, d’impatto, “Child in time”,
poi passa a brani più classici, “The dock of the bay”, “Proud
Mary”, poi si passa a brani rock di Jimi Hendrix dove Luca si
scatena alla batteria, controtempi, rullate, stacchi, fa vedere a
tutti le sue capacità ottenendo un grosso successo personale,
poi si chiude con un pezzo romantico, “The long and winding road” dei Beatles. Sono tutti sotto il palco, un successo
inaspettato anche per il proprietario del locale, che, visto il
successo, sta preparando un contratto per averli in esclusiva.
Luca scende dal palco, tutti si congratulano con lui, e lui
sogna il successo, la notorietà, la fama, sogni ed illusioni di
un sedicenne a cui la vita riserverà ben altri scenari. Ma quel
pomeriggio, Luca quel successo non lo dimenticherà più,
rimarrà indelebile come un tatuaggio sulla pelle.
Terzo giorno, 22 luglio del 1987, quella mattina a Roma fa
un caldo soffocante, Luca si trova nella clinica “Annunziatella”, sua moglie sta per dargli un figlio. Luca era già stato in
questa stessa clinica, esattamente sette mesi fa. Vi si era trovato per operarsi, gli avevano diagnosticato un tumore maligno. Durante il ricovero sua moglie gli comunica: «Aspetto
un bambino», Luca non ha tempo per gioire, entra in sala
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operatoria. Non sa se uscirà vivo, se potrà vedere nascere
suo figlio. Ma la prima operazione va bene, per fortuna, poi
altri esami, e la seconda operazione. Adesso doveva solo
aspettare, la sua sorte era nelle mani di Dio. Ma oggi è qui,
suo figlio sta per nascere. È seduto in corridoio, è nervoso,
come tutti i padri in attesa «Sarà maschio? Sarà femmina?»,
gli chiedono. «Sarà maschio», dice lui, se lo sentiva e lui desiderava un maschio.
Infermiera: «Dov’è il padre?».
Luca si guarda intorno, non vede nessuno, all’infuori di
lui.
Infermiera: «Ma sei tu il padre! È nato tuo figlio!».
Luca non era abituato a quella parola “padre”, era la prima
volta che qualcuno lo chiamava così: “padre”.
Infermiera: «Dai, vieni a vederlo».
Dal vetro del corridoio si affaccia e vede la culla con suo
figlio, è il più grande di tutti, con un ciuffo di capelli neri in
testa, così le infermiere lo chiamano “Ciuffettino”.
Suo figlio era nato, lo aveva visto, ora poteva anche morire, qualcosa di lui sarebbe rimasto in quel bambino, nel suo
DNA.
Fu quello il giorno più bello della sua vita, un giorno indimenticabile.
Morte: «Hai rivissuto i tuoi tre giorni, sono stato di parola
ora dobbiamo andare...».
Luca: «...Eccomi... sono pronto...».
Luca fu ritrovato la mattina seguente morto, nel suo letto,
chi l’ha visto dice che aveva il viso sereno... sorrideva...
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Carmelo La Licata
Dancalia
C’è una donna che viene da Dancalia. Lei che ha i piedi
frustati dal sale della grande depressione crostata, gli occhi
fiaccati dai colori bellissimi e mortali dei sali minerali, dai
bianchi, dai rosa, di ruggine ferrosa; la sua pelle è lucida pietra di Lavagna su strati di assottigliate carni, sugli zigomi
sbalzati, che incastonano gli occhi di Saba... anche ora regali
e orgogliosi.
Nella depressione che è bassa sull’orizzonte c’è una tenebra che arriva precoce, che allungando le ore di buio protrae
le ore di vita. Così la donna... ha deposto i fagotti... ha raccolto sterpaglie sitibonde, rotolanti rose di Gerico ed ha acceso
un falò. Ha chicchi di mirra e grani d’incenso che brucia ogni
sera per ingraziarsi una promessa di vita... di cosa avrà paura questa donna, ancora?
Nel buio... sotto la tenue luce di luna assottigliata... le dune,
parlano, spinte dal trasparente Simun. Il loro bruire... il gorgogliante movimento dei tondi granelli, che si scavalcano e
si rincorrono, le dicono del siconio dai frutti succosi nel cortile di casa, quando la madre ne intrecciava le vaste foglie sui
capelli, e preparava il rito che sospendendo l’infanzia non la
rendeva donna.
Lei ha un fagotto tra le mani che sgambetta (ogni volta che
ne scosta il tessuto dal viso) per mostrare uno stanco, fiducioso sorriso.
Lo porta al seno che è smunto e crespo, che tiene tra le dita
come corame avvizzito e lo dondola, (mentre i riflessi del
fuoco le ramano gli occhi, gli echi della notte... anonimi o
ferali effondono un’ansia), lo dondola con una nenia che allontana paure presenti e ancestrali.
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Percorrerà la steppa abitata da iene, supererà il deserto degli scorpioni, raggiungerà il mare liquido che li divide dal
mondo civile; quello delle barche della speranza che dondolano bonarie nel porto, che quando salpano diffondono
un fiducioso vociare, che somiglia a quel canto feerico che si
udiva intonare nelle saghe, che invece se state, in silenzio, a
sentire... lo sta già per cantare il mare...
Ma c’è qualcosa sul viso dei rais che non lascia sperare. Si
aggira con un dubbio... certamente oramai dovrà salpare. Un
vecchio dalle mani dendritiche ripara una nassa, tra le case
ordinate sulla linea di costa... una giovane donna, lo guarda e pare rimpianga un piacere negato. La casa è serena, il
sole la sta baciando dischiudendo penombre, il vento la sta
carezzando esalando tra veli di tende; la giovane donna ha
intonato un canto che libera commozione.
La Dancala prese il fagotto immobile nel sonno, scostò il
drappo per deporvi un sorriso e lo adagiò sull’uscio come la
volucella lasciò il figlio in un nido sicuro.
Ora si parte! Ha mescolato cenere nel cavo della mano, con
l’indice come pestello... col medio come pennello, ha fabbricato un bistro che sbalzi i suoi occhi e ne mostri l’orgoglio,
il tormento, il coraggio, il dolore, la costanza, l’incertezza,
la passione, la fede. È tutto chiuso in lei, nel recesso dell’anima... sancta sanctorum, penetrale inviolabile, quella forza
che la fa andare avanti, fine a se stessa o indotta da un dio il
cui scopo ci rimane celato.
Si è preparata al viaggio come per la festa. In fila sono entrate nel legno dondolante e malfermo, appallottolate, si son
disposte nell’ordine d’ingresso come collana di perle nere
deposta nello scrigno.
Ha percorso la steppa abitata da iene, ha superato il deserto degli scorpioni, ha raggiunto il mare liquido esiziale che
la divide dal mondo civile; quello delle maleolenti barche
della speranza che dondolano bonarie nel porto, che quando
salpano diffondono un fiducioso vociare che non somiglia a
quel canto frenetico che si dovrebbe intonare, che invece se
state, in silenzio, a sentire... lo sta già per cantare il mare...
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Era stata educata a non provare piacere, era stata preparata, era stata ricucita con pochi punti per quello, quasi un rattoppo all’opera di Dio, per essere lustra profonda, umida e
indifferente. Quando i maschi violenti avranno fiutato l’usta
offrirà il corpo, per sfuggire danni maggiori.
Puniceo, il cavo orale, si aprirà in un grido oramai privato
dal suono che la pratica violenta ha reso vano, resta il gesto
del gridare perché l’aiuta a trarre un respiro.
Non le pareva importante maledire. I rais han pestato un
ragazzo, lo hanno filato in mare.
Adorna di un sorriso vizzo, hanno estratto una donna dalla stiva, come una baga umana, con i rumori umidi del molle
intestino, in un osceno odore di tediosa loffa; l’hanno versata
nel mare che l’ha presa.
Ancora, la Dancala, aveva un bistro che nero, grondava
dalla palpebra, quasi una lacrima vestita per il lutto, mentre osservava ogni speranza frangersi; quando il mare, con
un colpo di reni, spegnendo la calca e le grida disumane,
si riprendeva tutto in un gorgoglio e ristendeva un tappeto
azzurro e liquido, cosparso di briciole ed avvilenti resti, al
modo degli avanzi di una festa.
Non c’è stupore nella morte, il mare ha cancellato tutto.
La notizia ci è giunta col tramezzino dell’ora di pranzo,
come può stupire la morte? Abbiamo visto rose di Gerico che
pure hanno corso cent’anni per fiorire alla prima pioggia, e
poi, per una strana sorte, finire quella corsa in un falò?
Col tramezzino è arrivata la birra... non è gelata, devo chiamare il cameriere che non si accorge di me.
La natura ha dato e sempre quella si è ripresa tutto... forse
per un disgusto di come vanno le cose?
E poi... il mare cancella ogni traccia.
Sono Uomini Giusti, costretti in prima linea, che osservano
il mare, timorosi di vedere un barcone traversare, di braccia
alzate, di grida, di odori, di visi scarniti dal dolore, di racconti, di denunce, di dispersi, di giacimenti di corpi asfissiati;
provvedono al sudario con un gesto di pace.
Gli Eroi, come gli eroi giacciono; quelli che tracciano le rot79
te per le vie nuove ad un destino migliore con vistose scie di
dolore.
Gli ignavi attendono al loro tramezzino litigando per una
birra gelata.
Gli eroi, come gli eroi giacciono senza nome, affollano sacrari anorurm circondati da prati di trifoglio, punteggiati da
lapidi marmoree crociate, visitate da pochi curiosi che provano a contarle tra bizzarria e sgomento, che provano a capire il senso, di quelle morti, delle urla e dei pianti soffocati
dal frastuono della battaglia; ora che si è fatta calma e ci si
prova a pensare, torna evidente come l’eroe sia il prodotto
della nostra ipocrisia.
Gli eroi, come gli eroi giacciono senza nome, affollano fondali sabbiosi circondati da prati di posidonie, ricordati da
barconi colorati ammassati su un lembo di rena, visitate da
pochi curiosi che provano a contarle tra bizzarria e sgomento, che provano a capirne il senso, di quelle morti, delle urla e
dei pianti soffocati dal frastuono del mare; ora che quello si è
disteso e ci si prova a pensare, torna evidente come l’eroe sia
il prodotto della nostra pazzia, mentre invece se state, in silenzio, a sentire... tutto questo lo sta già per narrare il mare...
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Diego Lo Bartolo
La fiaba di un povero cavallo
In una casetta vicino al mare, una magnifica casetta con un
magnifico mare, abitavo io. In ogni occasione che mi si presentava, prendevo maschera e pinne per andare a fare le mie
curiose e meravigliose immersioni.
Alla prima immersione, guardandomi intorno in tutte le direzioni, nelle insenature buie ma piene di tanti colori, cominciai ad individuare pesci di vario tipo, di cui uno in particolare,
il pesce barchetta, era chiamato così per i suoi sgargianti colori
orizzontali proprio come quelli di una barca. All’improvviso
mi accorsi di non avere più fiato e dovetti risalire in superficie, poco dopo mi immersi di nuovo ma rimasi stupito. Non
c’erano più pesci e nessun tipo di vita acquatica, allora decisi
di andare più a fondo dove trovai grandi sassi e alte alghe.
Mentre mi guardavo intorno, udii una vocina provenire dalle
alghe, che mi disse: «Ehi tu! Mi vedi? Sono qui!».
Non credevo ai miei occhi e nemmeno alle mie orecchie,
ma proprio lì, davanti a me, c’era un minuscolo cavallucio
marino, che con le sue alette ondeggiava su e giù. Ad un certo punto aggiunse: «Ora che mi vedi, ascolta bene. Un giorno, mentre cavalcavo felice nella prateria, incontrai di colpo
una strega cattiva che mi disse: “Vieni, vieni dietro di me,
non te ne pentirai”. Mi portò sulla spiaggia e, non appena
misi le zampe nell’acqua, con un colpo di bacchetta mi ritrovai in fondo al mare, proprio come ora tu mi vedi. Adesso ti
chiedo di aiutarmi perché non so proprio come fare».
Mi si strinse il cuore, gli promisi che lo avrei aiutato e gli
dissi: «Lasciati prendere tra le mie mani». Lui subito rispose: «Ah, dimenticavo che, per togliermi l’incantesimo, bisognerà andare sulla cima più alta del mondo e pronunciare tre
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volte la parola “cavallo”. Ma come faremo a raggiungere la
cima?», io ripetei: «Non ti devi preoccupare, ce la faremo».
Raccolsi il cavalluccio delicatamente tra le mani, ma quando uscii dall’acqua, di colpo, il cavalluccio si trasformò, prese le sembianze di un bel cavallo bianco senza, però, le sue
potenti zampe e con due alette ridicole sulla schiena. Il peso
era tale che balzai in avanti atterrando proprio sopra di lui.
«Ti sei fatto male?», dissi, ma lui rispose di no ed io aggiunsi: «Adesso vado a cercare un carretto con le ruote ed una
fune».Così feci, poi legai il cavallo al carretto, mi legai la fune
alle spalle e cominciai a tirare. Dopo circa dieci chilometri e
varie fermate, ero sfinito, ma proseguii e, dopo alcuni giorni,
giunsi ai piedi di una enorme montagna: era così alta che in
mezzo alle nuvole non si vedeva la cima. Cominciai la salita,
ma, dopo qualche metro, ruzzolai a causa del peso e della
stanchezza e dissi: «Come diavolo faremo ad arrivare lassù!». Il cavallo con un nitrito strano rispose: «Ma che sciocco,
perché non ci ho pensato prima! Farò venire qui i miei amici
cavalli ed allora sì che ce la faremo!». Così fu, fece due nitriti
fortissimi e poco dopo vidi arrivare dei robusti cavalli che
ci circondarono e si misero in fila per due. Io legai i cavalli e
salii sul carretto insieme al mio amico. Cominciarono subito
a tirare, più si saliva e più la strada diventava ripida, ma i
cavalli non sentivano fatica.
Non so quanti giorni passarono, ma ricordo che all’improvviso mi risvegliai con la carezza della lingua di un cavallo; mi guardai intorno ed eravamo arrivati. Mi girai verso il mio amico cavallo che ancora dormiva, mi avvicinarsi
alle sue orecchie e lo chiamai piano fino a svegliarlo. Il mio
sguardo era incredulo, lui mi guardò e fece un nitrito verso
i suoi amici per ringraziarli dicendo: «Ci vediamo giù nelle praterie». Così loro cominciarono la corsa giù per i pendii della montagna. A quel punto, a me non rimaneva altro
da fare che pronunciare tre volte la parola “cavallo”, come
mi aveva detto il mio amico, e così feci. All’improvviso ci
fu uno scoppio fortissimo accompagnato dal volteggiare di
un’immensità di stelline colorate; non vedevo più nulla, ma
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pian piano esse di diradarono lasciando apparire un cavallo
bianco e potente che nitriva felice alzandosi sulle zampe posteriori e mostrando tutta la sua natura e forza. Poi si calmò
e, abbassandosi, mi disse: «Adesso sali sopra, stringiti a me
e non avere paura». Cominciò a correre giù per la montagna
ed io avevo gli occhi chiusi per la paura, ma, quando li riaprii, mi resi conto che stavamo volando. Non credevo che
quelle piccole alette insignificanti potessero trasformarsi in
due grandi ali bianche come la neve.
Mi portò fino a casa, fece pochi passi, si girò e disse: «Non
mi dimenticare mai e ricordati che, in qualunque momento
vorrai, con un semplice fischio potrai chiamarmi». Lo abbracciai e vidi nei suoi occhi grandi una lacrima, quindi risposi: «Non ti dimenticherò mai», poi lo vidi allontanarsi per
raggiungere i suoi amici.
La premiazione del 2009 a Volterra
con Maria Grazia Giampiccolo (direttore
della Casa di reclusione di Volterra),
Pablo Gorini e Franca Leosini.
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Giovanbattista Maganuco
La bettola, giù, a ridosso del mare, satura di fuorilegge e
bestemmiatori senza Dio era evitata peggio di un lebbrosario. Persino i pastori, con le loro greggi, per risalire al paese,
preferivano prolungare il cammino passando dalle “colonne antiche”, li abbandonate come gli dei che un tempo vi si
celebravano, piuttosto che rischiare di imbattersi in qualche
avventore della taverna. Quella sorta di locanda era il ritrovo
della banda più temuta del girgentano. Francesco Macaluso
detto Ciccio Spara era la primula rossa del luogo, il bandito
che aveva fatto perdere il sonno e alleggerito di monete d’oro
i baroni locali. Ciccio aveva anche istituito “ lù tasso malopasso” una sorta di pedaggio che carrettieri, nobili o viandanti
che fossero, dovendo transitare dalla valle di Malopasso, dovevano pagare alla sua autorità legittimata dalla scarsa indole
del governo viceregio al controllo delle arterie di periferie.
A Palermo il Viceré s’era seccato di ascoltare le querele di
quei titolari sterili che tenevano presente lo Stato solo quando qualche malandrinaccio li taglieggiava, «Ci pensassero
da sé quei parassiti – rispondeva al Principe Cutò che sollecitava l’intervento dell’esercito –. Quando devono esercitare
i loro sporchi diritti a quei camorristi sanno come arruolarli».
Ciccio Spara non era uno di quelli che si lasciava irretire
dalle lusinghe dei baroni alla stregua di quei banditi prezzolati che per una saccoccia di tarì mettevano il loro schioppo
al soldo di qualche blasonato. Ciccio era indomito, un personaggio leggendario, un eroe popolare, le cui gesta enumeravano la spregiudicatezza del fuorilegge e la presunzione del
giustiziere. Un personaggio scomodo anche per quei nobili
che, legittimati dallo jus mixto et mero imperio, sovraintende84
vano sui loro feudi con genio malvagio che non concedeva
attenuanti alla compassione.
Quanto non erano riusciti ottenere con Sua Eccellenza il Viceré, i signori di Sicilia la spuntarono con il Re: “... bonificare
la regione, in ogni maniera, con tutti i mezzi...” stabiliva il
regio dispaccio da Napoli. Ciò comportava l’invio di un’intera guarnigione nella zona e mantenerla lì avrebbe compromesso la sicurezza della città dove non si faceva in tempo a
soffocare un tumulto che se ne ordiva uno appresso. Al tenente Nunziata, napoletano di fede borbonica, fu affidato il
comando della spedizione; il viceré gli aveva raccomandato
di non fare danni e di portargli “la capa di dà monnezza”.
Il contingente, costituito da soldati campani e lucani, sortì
di primo mattino. Ci vollero tre giorni di marcia sulle trazzere per arrivare a Malopasso. Alle soglie di Ragona, paese di
Macaluso e di molti scherani della sua banda, Nunziata diede l’ordine di cingerlo e mettere, per quella sera i bivacchi,
così come si erano disposti.
«Guagliò stammo accorti: stanotte unn ‘à ascire manco ‘na serpe da ‘stu paese fietente», disse il tenente al sergente Scarano.
A Malopasso tutti quelli che odoravano di galera si erano
dati alla macchia. Erano rimasti pochi contadini, vecchi cenciosi, qualche caruso e le donne, le più andate; le ragazze
da marito, per non essere infamate dai borbonici, Padre Clemente le aveva mandate al convento di Sant’Anna.
L’ordine di prendere il paese, Nunziata l’impartì l’indomani
all’alba, come se quei quattro abituri fossero una roccaforte:
«Facimmoli cuocere ‘sti quattro cafoni» comandò al sergente.
I militari entrarono simultaneamente dai tre cammini che
accedevano al paese; dopo aver appurato che nessuno dei
ricercati si trovava in loco confluirono nella piazza. Nunziata
arrivò in groppa al suo cavallo brandendo la spada.
«Tene’ ca ‘n ci sta nisciuno» gli riferì Scarano.
«Alla chiesa» berciò l’ufficiale puntandola con la lama.
I ragonesi erano tutti li: avevano trascorso una notte di veglia confidando nella Provvidenza affinché li liberasse dalla
calamità che la presenza dell’esercito lasciava immaginare.
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I soldati divelsero il portale a pedate e colpi di baionetta.
Padre Clemente, forte dell’autorità conferitagli dalla tonaca,
venne fuori sbraitando: «Che maniere sono queste... non c’è
più rispetto per la casa di Dio?».
«Quale casa di Dio... chille è ’nu ritrovo e guappi – ribadì
il tenente –. Ora scansatevi, fate uscire i vostri protetti o entriamo noi».
«Fermi, per Dio, qua c’è solo gente inerme».
«Va buo’! Fateli venire fuori, controlliamo: se non c’è nessuno di quelli che cerchiamo levammo o disturbo».
Rassicurato dalla promessa dell’ufficiale, padre Clemente
persuase i ragonesi ad andare in piazza. La gente uscì lentamente, a testa bassa. Quando furono tutti fuori Nunziata
li fece accerchiare: «Tu che hai l’aria di saperne assai vieni
qua», gridò senza scendere da cavallo al più vecchio. I soldati si scansarono, l’anziano uscì dall’accerchiamento e si avviò
verso l’ufficiale. A mala pena gli arrivava agli stivali: «Dove
tenete nascosto Ciccio Macaluso?», chiese Nunziata.
«Che saccio io di’ sto Ciccio», rispose l’interrogato a mani
congiunte e lo sguardo volto al cielo.
La risposta incollerì Nunziata che affondò una sciabolata
al poveretto. Il vecchio, con il petto squarciato, stramazzò
emettendo lamenti simili a squittii. Le donne iniziarono a urlare e a imprecare. Padre Clemente corse a soccorrere il ferito, poi agguantò per i calzoni il tenente: «Che fate maledetto!
In nome di Dio andatevene».
Nunziata lo colpi sul volto con l’elsa della spada catapultandolo in terra, quindi tirò le redini e si diresse verso i ragonesi: «Se non mi dite addò sta chille sciacallo di Ciccio Spara
domattina comincio a fucilare l’ommini» – quindi fece cenno
a Scarano e si ritirarono nel loro accampamento.
La notte trascorreva calma, dal paese si udivano solo i gemiti delle prefiche. Nunziata, appartato, fumava un sigaro
poggiato su un mandorlo: «Tene’, nù cafone domanda di voi,
dichiara che v’ha da dicire cose ‘mportanti», disse Scarano.
«Niente, niente mi vulisse fare fesso? Addò sta».
«O campamento».
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«Jamme Scara’, videmmo che vuole».
Al chiarore della fiamma si trovò al cospetto di un uomo
che emanava un tanfo ripugnante, era basso e tozzo, coperto
di stracci, gli occhi cisposi scrutavano ogni cosa come quelli
di un furetto.
«Beh! Che vuliti?», chiese con autorità Nunziata.
«Eccilenza voi cercate Ciccio Spara... io posso aiutarvi».
Nunziata attizzò le orecchie e si fece zuccherino: «Serge’
portate ‘nu poco i vino pe’ ‘ sto bon’ommo», lo prese per le
spalle e lo condusse nella sua tenda.
«Allora? Che avete da dire».
«Quel farabutto di Ciccio abusa di mia figlia e non se la marita, e io devo stare muto sennò m’ammazza i porci e magari
a me ammazza», asserì il porcaio.
«Dite, amico mio, dove avvengono ‘sti incontri? Ci penserò
io a riscattarvi l’onore», affermò l’ufficiale scegliendo un accento confidenziale.
«Sfrontato è, posto nella masseria viene a fari i comodi suoi».
All’alba convocò il sergente: «Scara’ levate l’accampamento, quando cala ò sole jatevenne e incasermativi a Girgenti.
Badate che i ragonesi vi vedano». Scelse quindi sei uomini,
i più arditi e fidati: «Voi rimarrete con me, qui. Toglietevi le
divise: vi voglio pronti entro un’ora».
La masseria del porcaro era allogata ad un’ora di strada
dal paese. Era più un casotto di fango che una casa, in fondo
c’era un capanno di canne dove erano riposti gli attrezzi di
lavoro. Il porcaro era là, ad aspettarli.
Nunziata si sistemò con gli uomini nel capanno: «Di qua si
esce solo quando fa scuro: programmatevi i bisogni, il primo
che si lamenta farà i conti con me», disse il tenente.
Il capanno era angusto per ospitare sette uomini. Nunziata
stabilì dei turni a rotazione tra chi doveva stare seduto e chi
in piedi. Fece delle feritoie per spiare ogni movimento nella
porcilaia e tutt’intorno: a giro ci mise degli osservatori fissi.
«Madonna del Carmine!», esclamò l’uomo di guardia.
Nunziata si alzò per vedere: tre donne con dei canestri pieni
di bucato montavano dalla fiumara: «‘Sto figlio ‘ndrocchia,
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tiene ragione a spassarsela co’ ‘sta guagliona», esclamò il tenente dopo aver osservato la bellezza delle figlie del porcaro.
La più grande doveva avere circa diciotto anni: era certamente lei la donna di Ciccio Spara. All’altra, che scodinzolava dietro la madre, non le si davano più di sedici.
«Tene’ stasera facimme festa eu Oste belle guaglione», disse il più vecchio del gruppo.
«Se vi fate scorgere la festa la faccio a voi – minacciò Nunziata, – quanno pigliamme ò bandito farete chille che vuliti»,
confermò Nunziata per sollevare l’umore dei suoi uomini.
Al terzo giorno i militari iniziarono a manifestare cenni
di stanchezza e d’insofferenza. Nunziata li teneva a bada in
modo autoritario. A sera, i primi due uscirono per soddisfare
i loro bisogni fisiologici: «Tenente – disse il primo che era
rientrato di corsa – la ragazza fa segni con un lume innanzi
la porta, deve essere un avviso per Macaluso».
Era buio pesto. Dal capanno la sagoma della ragazza si
scorgeva appena.
«Stamme accorti guagliò», sussurrò Nunziata, i militari
erano all’erta. Il tenente non perdeva d’occhio quel lume che
oscillava ora a destra ora a manca. Quando videro la lucerna
avanzare verso il bosco il tenente ordinò ai suoi uomini di
seguirla trascinandosi a filo d’erba, oltrepassato il recinto dei
porci l’ufficiale s’avvide che al margine della selva una torcia
denunciava la presenza di qualcheduno.
Nunziata fremeva. Anche lui era spossato. I giorni d’attesa
trascorsi a stretto contatto con quel marciume d’uomini l’avevano sfibrato; forse ora la sua tenacia stava per essere risarcita:
“Attento – ripeteva tra sé – una distrazione e quello scappa”.
«Macaluso arrenditi», intimò Nunziata.
Il bandito si ritrovò circondato. D’istinto allontanò la ragazza e si scagliò sui militari. Agile come un felino, schivò
la scarica di schioppettate. Tirò le pistole dalla cintola e colpì due soldati, poi la lotta si fece di spada. Ne aveva ferito
un altro, ma avvertiva il suo vigore calare, non reggere alla
disparità della contesa. Nunziata non si era battuto nella mischia: quando vide la belva sfiancata con le spalle scoperte
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gli vibrò una sciabolata sulle reni e lo schiantò:
«Hai finito di fari i comodi tuoi», sentenziò sarcastico Nunziata. Ciccio non voleva dargliela vinta: non voleva arrendersi
a quei dannati borbonici, ma disarmato era stato reso inoffensivo. Ansava con gli occhi sbarrati, senza pronunciare una parola. La ragazza, colta dal panico, si era nascosta dietro una
quercia. L’uomo che aveva smaniato di metterle le mani addosso corse a cercarla. Dopo averla snidata il soldato le mollò
una sberla e tirandola per la treccia la obbligò a seguirlo.
Nella casa del porcaio Nunziata tentò di far parlare il prigioniero, capì da subito che non avrebbe violato il codice dell’omertà.
Intanto i soldati, forti della promessa ricevuta dal loro ufficiale,
iniziarono a prepararsi per il festino e perpetrare l’inganno. Il
loro intento stava per screditare il valore che la divisa gli conferiva e ripagare con un soldo ancora più scellerato colui che si era
persuaso a ricorrere alla giustizia, una prassi piuttosto equivoca
in quei luoghi, non per un sentimento di legalità di cui verosimilmente non ne conosceva il valore etico e nemmeno per sottrarsi
dalle soperchierie di un prepotente, bensì per liberarsi dal disdoro di un amore non legittimato che diffamava la reputazione del
suo nome, o forse per aver visto venire meno quella potestà che
lo induceva a ritenere la figliola come un oggetto di sua pertinenza sul quale potere esercitare il proprio arbitrio.
I soldati borbonici considerarono le donne bottino della
loro rapace voracità. Macellarono un maiale e lo misero ad
arrostire: già sazi, si diedero ai piaceri carnali. Il porcaio aveva implorato Nunziata di lasciare la masseria: una pugnalata
gli slabbrò la trachea e ancora sussultante fu scaraventato nel
recinto dei porci che ne fecero strazio. Neanche alla moglie
fu risparmiata l’onta dello stupro.
Ciccio Spara, con mani e piedi fermati da più volte di corda,
giaceva in un angolo. Era agonizzante, tuttavia un guizzo di
lucidità lo rese testimone di quei vili baccanali. Malediceva
se stesso, si biasimava per essere stato così sconsiderato da
non intuire l’inganno.
Al termine dei loro sollazzi i profittatori abbandonarono
le donne nude e sfinite in terra. Solo il tenente si astenne
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dall’infierire su quelle poveracce. Se ne stette seduto fuori a
godersi la cattura del bandito e il fumo del suo sigaro, intanto pensava alle celebrazioni che avrebbe ricevuto al palazzo
reale di Palermo; vagheggiava, per sé, i trionfi di Pompeo, a
capo di un corteo che avrebbe sfilato lungo il Cassero. Uno
dei suoi lo destò: «Tene’ chi facimmo mò?», chiese.
«Accidete e femmene e tagliate a capa a Macaluso, poi incendiate tutto», rispose serafico.
Tre scariche rivelarono l’assassinio delle donne. Nel breve
le fiamme presero a distruggere ogni prova di quel crimine.
La sera appresso, nell’alloggio della caserma di Girgenti, il
Tenente Nunziata scrisse la lettera che l’avrebbe preceduto a
Palermo:
A Sua Eccellenza Vicerè Governatore di Sicilia in Nome della
Sacra Cattolica Maestà Nostro Sovrano e Re
Nell’anno di Nostro Signore
Mille e Settecento e Novanta e ottobre Nel giorno del Santo Ignazio di Loyola
Da questa città di Girgenti
Assolvendo al mandato e ordine che V.E. ci ha conferito; volendo
giustificare il silenzio che abbiamo deciso di serbare di detta campagna addosso l’abominevole banda dell’empio spergiuro Francesco
Macaluso, inteso Ciccio Spara;
ci onoriamo di annunziare all’eccellenza di aver terminato il nostro
incarico con l’uccisione del bandito e la dispersione della sua congrega.
Ci sentiamo afflitti da vivissimo dolore per la perdita, durante la
pugna, di due valorosissimi uomini del nostro contingente e del ferimento di un terzo nonché di non essere intervenuti in tempo ove
impedire ulteriore misfatto culminato nell’orrendo omicidio, a fine
di predamento, di Blasi Misso in Ragona e dello stupro e assassinio
della moglie e delle figliole del medesimo.
Abbiamo deliberato di ostentare il capo decollato del Macaluso, in
ammonimento di tutti coloro che intendono cospirare contro l’Autorità del Nostro Sovrano, nella piazza di Ragona e nel sagrato del
duomo di Girgenti.
In nome del Re giustizia è fatta.
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Michele Maggio
Z/generation
Repubblica degli Stati Unificati d’Europa, anno 2065. Quella sera Maverik stava salendo con calma le lunghe scale che
l’avrebbero portato sul tetto del vecchio centro commerciale
che ora fungeva da sala operativa per i militari dell’Unione
e da rifugio d’emergenza per i sopravvissuti recuperati in
quelle ultime settimane. Ad attenderlo, seduto sul bordo del
cornicione con i piedi penzoloni nel vuoto, c’era il suo più
caro e fidato amico dai tempi delle scuole medie, Viper. Erano trascorsi solamente pochi mesi dallo scoppio dell’epidemia che li aveva riportati nella piccola città dove erano nati e
cresciuti, ma a lui pareva fosse passata un’intera vita. Anche
il viso del commilitone gli sembrava più vecchio del dovuto. Concluse che nessun addestramento avrebbe mai potuto
prepararli a ciò che stavano vivendo.
Viper aveva prelevato delle bottiglie di superalcolici dagli
scaffali del supermercato e le aveva trasformate in rudimentali molotov che ora lanciava a terra, due piani più sotto.
Alcuni zombie erano stati attirati dall’odore delle persone
non contaminate dal virus ed erano finiti sull’unico lato del
supermercato sprovvisto di barriere al plasma, ovvero un
punto cieco, e continuavano perciò a sbattere inebetiti sulla
parete di calcestruzzo dell’edificio. Viper li stava colpendo
dall’alto con le bottiglie incendiarie. «Là sotto sono innocui,
puoi risparmiarti la fatica», disse Maverick.
«Lo so, ma spero sempre di centrare la nostra vecchia professoressa di fisica», rispose cinicamente Viper.
«Già, era una vera strega», l’assecondò Maverick con un
sorriso a denti stretti.
«Stai andando ai laboratori a trovare Rogue?», Maverick
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annuì. Istintivamente infilò le mani nelle tasche della mimetica e la sua espressione si incupì.
«Sei proprio deciso a farlo?», continuò Viper. L’amico abbassò la testa e scrollò le spalle. Era il suo modo per confermare l’inevitabilità della sua prossima azione.
Viper si voltò per continuare la sua opera da piromane.
Maverick restò qualche secondo a guardarlo, poi controllò
l’orologio. La navetta per i laboratori governativi stava per
partire. In cuor suo sperava che Viper avrebbe trovato le parole giuste per fermarlo, ma onestamente l’amico non lo fece
ed ora non gli rimaneva che andare a compiere il suo dovere.
Dal finestrino della navetta gettò lo sguardo al di là della
barriera al plasma che li divideva dalle orde di zombie là fuori. Una volta erano i suoi concittadini. Ora erano diventati
nemici che aspettavano il calare delle tenebre per attaccare,
mentre i soldati attendevano il sorgere del sole per andarli a
stanare dai loro nascondigli. L’eterna lotta tra la luce e l’oscurità. Ogni tanto Maverick si chiedeva se fosse veramente una
guerra tra il bene e il male o semplicemente una lotta per la sopravvivenza e il dominio della razza più forte. La prima volta
che si recò ai laboratori, vide anche i famigerati “campi” dove
gli zombie venivano custoditi ed esaminati ed ebbe forti dubbi sulla differenza fra buoni e cattivi e fra i concetti di giusto e
sbagliato. Quel posto gli fece venire in mente le immagini del
corso di Storia del liceo e la brutalità del Medioevo moderno
del ‘900 durante la Seconda Guerra Mondiale. Si chiese se eseguire certi ordini senza riflettere non rendesse anche lui simile
ad uno zombie. Si tolse quei pensieri dalla testa. Gli scienziati
governativi che viaggiavano con lui stavano cominciando a
scendere dalla navetta. Era giunto ai laboratori.
La sua meta era il pianterreno dove era imprigionata la sua
ex-compagna di squadra, Rogue. Durante la sua ultima ricognizione era stata ferita da uno zombie. Risultò contagiata dal
virus. Il suo destino: i “campi” oppure un “codice nero”. Rogue scelse quest’ultimo. Maverick si offrì volontario per l’ingrato compito. Superati in fretta i checkpoint, si ritrovò presto
faccia a faccia con la ragazza nella cella di plexiglass rinforzato
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dove era alloggiata. Il virus era ancora nella fase di incubazione e lei non costituiva certo un problema: la sua pelle si stava
già ingrigendo e le pupille erano più dilatate del normale, ma
psicologicamente era in sé, manteneva la calma di sempre e
riusciva addirittura a sfoggiare un sorriso ironico sul volto.
Maverick la trovò attraente come la prima volta che la vide.
Contravvenendo al regolamento, decise di portarla all’aperto
senza manette, incurante di altre regole e del pericolo; grazie
al pass digitale superò anche le barriere al plasma del cortile
del laboratorio e condusse la ragazza per un centinaio di metri
sulle strade deserte della sua vecchia città ora in stato di quarantena. Iniziò a raccontarle della sua adolescenza trascorsa in
quel posto come le aveva già raccontato altre volte.
«Fallo ora, amore. Fallo e basta, ti prego», lo interruppe
Rouge con la voce rotta. Si voltò e gli diede le spalle per non
farsi veder piangere.
Maverick estrasse la pistola dalla fondina del cinturone,
scarrellò ed uno sparo squarciò il silenzio notturno della città
come un tuono imprevisto in una giornata serena. Per tornare indietro il militare non prese la navetta. Aveva bisogno
di camminare, aveva bisogno di aria. Dopo quasi un’ora si
ritrovò ancora sul tetto del centro commerciale.
«È tutto finito?», chiese Viper che non si era mai mosso da
lì, sicuro che l’amico l’avrebbe raggiunto. Maverick non rispose e si limitò ancora una volta a scrollare le spalle evitando di guardarlo negli occhi.
«L’hai lasciata andare, vero?».
«Già. Era l’unica cosa giusta da fare», confessò Maverick.
“Credo anch’io. Tieni, questa l’ho conservata per te», gli
porse una bottiglia di vodka Absolut.
«Ci sono ancora zombie là sotto?».
«No, bevine un goccio. Ti farà sentire meglio».
Maverick prese la bottiglia e si bagnò appena le labbra. E
rimase lì ad aspettare l’alba in silenzio a fianco del suo migliore amico.
Rispettosamente dedicato a Roberta e Giorgio Faletti.
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Massimiliano Maiocchetti
Girotondo
Come spesso mi accade, assediato dalla malinconia assecondo la volontà dei miei passi, prendo autobus, treni e tanto altro ancora senza nemmeno sapere dove mi porteranno,
cammino e basta alla scoperta del mondo che mi circonda. Il
mio partire è una rottura, una liberazione dalla monotonia
di giorni sempre troppo uguali, fare scelte che ritengo giuste
per la mia vita. Ci sono state occasioni in passato in cui non
ho avuto nemmeno bisogno di raggiungere un continente
lontano, sono bastate appena un paio di vie più in là di casa
per ritrovarmi a guardare un mondo che non mi aspettavo. I
miei viaggi a dire il vero non sono mai come me li ero immaginati prima della partenza, le realtà che ho incontrato lungo
la strada a volte mi hanno sorpreso, altre forse deluso, ma in
questi casi credo che siano state le mie attese eccessive a non
farmi guardare con gli occhi giusti la diversità che mi circondava. Quando sento che lo stare fermo in un solo posto mi fa
sentire inadeguato, limitato, lasciando troppo spazio alla tristezza, prendo il mio zaino e do libero sfogo al mio bisogno
di scoprire il mondo con le sue infinite possibilità, mettendo
in discussione quello che penso d’aver capito della vita.
La scelta di partire non è sempre così immediata, qualche
volta richiede preparazione, scegliere con cura la meta, le
tappe intermedie, cosa portare con me e il carico di aspettative che rendono questo bisogno di uscire da me stesso, di
guardare ad altro specchiandomi in occhi diversi dai miei, di
mettermi in confronto e alla fine del viaggio tornare al punto
di partenza, me stesso, parte integrante del viaggio stesso. A
pensarci bene non è che stia facendo qualche cosa di strano,
è un po’ come fa il mondo ogni giorno. La notte e il giorno
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non si rincorrono tornando apparentemente sempre al punto di partenza? Ma così come il mondo ogni giorno ha fatto
un altro tratto di strada nel suo viaggio nell’universo, il mio
punto di ritorno non è esattamente identico a quello di partenza, non lo è perché l’uomo che torna, anche se in minima
parte, è cambiato e con lui la percezione delle cose.
Oggi vago per le strade di Kuala Lumpur, sono un via vai
di gente di tutti i tipi, i miei sensi sono continuamente stimolati da decine di sensazioni nuove. Rivolgo il mio sguardo
curioso a questo mosaico di cose e persone che altrove non
riescono mai a combaciare e che invece qui sembrano aver
trovato la giusta armonia per convivere. Religioni, razze,
antico e moderno si fondono dando vita a qualche cosa di
unico. Mi perdo tra i vicoli stretti di un mercatino cinese, respiro i profumi di frutti esotici mai visti prima, perfettamente ordinati sulle bancarelle affollate di gente. Una di queste
attrezzata a mo’ ristorante itinerante per pochi ringgit ti fa
mangiare. Guardo il cuoco al lavoro, nei piatti di chi sta già
mangiando, non mi sembra di riconoscere un granché, ma
interessato mi metto in fila, ragazzini seduti poco più in là
sorridono incuriositi dalla mia presenza. Mi piace mangiare
come se fossi uno del posto, è l’unico modo per capire fino
in fondo chi ti circonda: in questo caso gli abbinamenti, le
spezie e la presentazione del cibo sono una vera sorpresa da
riprovare al più presto.
Continuo a camminare mescolato alla folla tra le solite
bancarelle per turisti, vendono praticamente tutti le stesse
cose: borse, magliette e orologi di gran marca, tutto falso e
a buon mercato. Qui non c’è quello che sto cercando in questo viaggio. Seguo il consiglio che mi ha dato un tassista del
posto raggiungendo la caverna-santuario delle Batu Caves.
Mi arrampico faticosamente lungo la scalinata che conduce
al tempio, ho il fiatone, sembra non finire mai, intorno a me
ci sono centinaia di fedeli immersi nelle preghiere: non sudano nemmeno. Quello che trovo in cima mi toglie il fiato, il
traguardo vale pienamente tutta la fatica che ho fatto. C’è un
senso di pace che attraversa tutto e tutti, in un silenzio ap95
pena rotto dal volo degli uccelli. Guardo i penitenti chiedere
una benedizione.
Ho appena il tempo di riprendere fiato, i piedi hanno bisogno di andare, io ho ancora bisogno di andare e solo i miei
passi conoscono la rotta da seguire.
Montagna che mi ha visto crescere, montagna che ho imparato ad apprezzare poco alla volta. Il chiacchiericcio delle
donne in fila in attesa del proprio turno al banco del fornaio,
i commenti sulla partita del giorno prima degli uomini davanti a un caffè al bancone del bar sono una colonna sonora
piacevole da ascoltare mentre prendo la colazione per la mia
famiglia ancora addormentata. In macchina non accendo
nemmeno la radio per paura di rompere l’incanto, lungo i
tornanti che mi riportano a casa mi godo lo spettacolo di Assisi che si accende illuminata dal primo sole del giorno. Questo è uno dei pochi posti al mondo dove posso dirmi a casa.
Un posto in cui è piacevole tornare al termine di un viaggio,
per riflettere con calma sulla conclusione della vicenda. La
fine di un viaggio raramente è solamente un semplice tornare
alla situazione di partenza, ma è anche prendere atto di una
trasformazione interna, forse di una pacificazione interiore
che il confrontarsi con le strade del mondo ha consentito.
Ma il viaggio non è ancora finito, l’agitazione mi dice che il
mio girovagare non è ancora completo, mi trovo a camminare
per strade piene di persone, una città dopo l’altra. Città diversissime tra loro, alcune tristi, altre felici. Chissà quante altre
meraviglie i miei occhi avranno ancora la fortuna di vedere?
Li riapro, la fiamma azzurra del fornelletto, il borbottio della
macchinetta del caffè animano i miei sette metri quadrati di
mondo, suoni e luci che mi restituiscono a una realtà lontana
dal mio viaggio tra i ricordi. Mi affaccio alla finestra, guardando verso quel pezzetto d’orizzonte che ormai mi tiene compagnia da tanto tempo. Mi godo l’aria fresca del mattino che
entra dalla finestra, la respiro a pieni polmoni cercando di riconoscere i profumi che mi porta dal mondo oltre queste sbarre. Una parte di me, rimasta sedata per anni dalla monotonia
di questo posto, riprende finalmente vita. Il cuore accelera, la
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sento diventare più forte un istante dopo l’altro come fosse
una marea che non riesco più a governare, mi costringe a contare il tempo come non ho mai fatto in passato. Entusiasmo,
curiosità, voglia di riscoprire di nuovo il mondo si scontrano
con la paura di non esserne più in grado, d’essermi perso lungo la strada. Otto anni... Come sarà il mondo?
Sarà come quello dei miei ricordi? Le strade in cui la mia
fantasia mi ha condotto in tutti questi anni saranno ancora lì o il tempo e gli uomini le avranno cambiate così tanto
da renderle irriconoscibili ai miei occhi? Ho paura, è inutile
negarlo, ho paura di non essere più adeguato. Mi preparo
con quel po’ di calma che mi resta, piego le lenzuola e metto
le poche cose da portare via in una busta di carta marrone,
lo zaino con cui rimettersi finalmente in viaggio. Riprendo
il mio posto nel girotondo della vita, ma lo faccio sapendo
d’essere diverso. I segni della caduta, l’idea che fosse finito
tutto, il senso di vuoto, sono dentro di me, li ho affrontati,
combattuti, compresi e non scusati, rimettendomi finalmente in piedi, disponibile a nuovi viaggi.
È giunto il momento del ritorno, cammino incontro al
mondo, incontro alla donna che amo, attende da troppo tempo al di là di questo muro, viaggio alla scoperta del mondo
di mio figlio. Il cancello mi si richiude alle spalle con uno
scatto metallico, non mi volto, l’inquietudine finalmente mi
lascia solo, parte del mondo che mi circonda e così cammino
guardando all’orizzonte, nei miei occhi la speranza di poter
andare ancora più in là.
“Giro, girotondo, non casca il mondo non casca la Terra,
nessuno... va giù per terra...”.
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Antonio Nastro
Alla memoria di mio padre
Era la prima volta che entravo in un cimitero, luogo così silenzioso. Era cintato da un alto muro, ai lati del cancello d’ingresso facevano bello sfoggio due enormi salici piangenti uno
per parte. Poste accanto al muro di cinta c’erano una piccola
chiesetta, una sala funeraria e tre piccole camerette. Su molte
tombe spiccavano statue di angeli, angeli con le ali, con capelli
dorati, dallo sguardo azzurro, con le ali raccolte o dispiegate
per il volo. Ce n’erano di marmo, di gesso, grandi e piccoli, a
vigilare sulle tombe. Le tombe erano tutte ingentilite da fiori
di vari tipi. Il custode del cimitero ci faceva da guida, camminava a passi lenti, ritmati, come un militare, con una mano
portava una corona di fiori, con l’altra una erma, un piccolo
busto di quelli che si mettono spesso sulle tombe...
Avevo diciannove anni quando ho visto per la prima volta
la morte, e fu in mio padre, moltissimi anni fa. Aveva appena
compiuto quarantacinque anni, ed era un uomo alto con una
corporatura possente e una voce profonda, un viso regolare
abbellito da una barba nera appena ingrigita. Aveva un passo lento e misurato dal portamento dignitoso e quasi militaresco, una naturale umanità mascherata sotto la freddezza di
un appassionato giocatore di poker.
Era una persona molto intelligente, con un alto senso delle
proprie capacità. L’ho visto spegnersi sereno, fiducioso, perché aveva vissuto secondo un determinato codice. Se lo era
creato da sé, secondo il proprio concetto del bene e del male;
lo aveva seguito e aveva trovato la pace, con la certezza che
quello che aveva fatto era stato giusto.
L’espressione era calma, e allo stesso tempo malinconica,
e i tratti del viso distorti non sembravano mostrare segni
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di dolore, era bello e immobile, e una luce improvvisa rese
splendente il suo corpo. Non somigliava a quella morte che
io avevo sempre fantasticato, una figura mostruosa con una
falce luccicante in mano e un sorriso arrogante, ma piuttosto
ad un’immagine della vita!
Mentre lo guardavo, vedevo che non c’era pena: sembrava
che sorridesse al breve spasimo della vita che era appena finita. Come se all’istante vecchi ricordi di un tempo fossero
passati davanti ai suoi occhi tra piccoli e grandi dolori, per
dissiparsi nella voce del vento nel momento in cui si fletteva
dinanzi alla sua presenza. Pensai: «È la vita che corre rapida
come le acque tumultuose di un torrente». Tuttavia, il malinconico aspetto del suo corpo senza vita, la dimora che gli
venne preparata, buia, fredda, chiusa e solitaria, sgomentarono la mia immaginazione: non potevo sopportare di veder
chiudere il coperchio della bara – mi sentivo soffocare – e
anche ora, a distanza di tanti anni, non riesco ad alleviare
la stretta al cuore! Quando la terra fredda abbracciò la bara,
sembrò che un vento gelido mi accarezzasse i capelli richiamandomi alla memoria che siamo unicamente uomini e, in
seguito, polvere.
Terribili sogni avevano turbato le sue notti, cariche di stanchezza e di affanni, prima della sua morte. Si svegliava sempre bagnato di sudore, convinto che ciò che gli accadeva nei
sogni fosse vero, atti irrevocabili come restarono irrevocabili
tutti gli atti della sua vita. Le febbri e il dolore andavano e venivano: il cancro lo aveva consumato nel fisico e nell’anima.
Negli ultimi giorni che precedettero la sua morte, era sempre
solito dire che nel procedere dell’esistenza resta sempre un
margine inafferrabile, l’ombra del futuro che corre davanti a
noi e che nessun inseguimento poteva mai raggiungere, che
tutti siamo prigionieri della nostra fine.
Vedo ancora l’ultima sera prima che ci lasciasse. Era calmo, parlava dell’addio come se si trattasse di una assenza
di qualche giorno. Si mostrava ormai insensibile alle gioie
di questo mondo, era come se vedesse nella morte una forza
vertiginosa che lo conquistava con assoluto dispotismo. Lui,
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che aveva sempre pensato che vi fosse una realtà ostile dietro
le cose che ci fanno paura.
«Mio povero amore», disse rivolgendosi a mia madre «poiché non mi restano che pochi istanti di vita, vieni a sederti
sul letto, metti la mia testa, questa testa che ti è tanta cara,
sulle tue ginocchia e poni le tue mani sui miei occhi, sul mio
volto, queste mani leali che mi proteggeranno dalle possibili visioni dell’ultima ora. Penso che questa posizione mi
risparmierà una parte delle pene che l’anima prova allorquando esce dalla sua dimora. Sebbene la mia debba soffrire
un doppio tormento, uno nel lasciare questo corpo e l’altro
nel separarmi da te. Non affliggerti, se vuoi che me ne vada
in pace. È già troppa la forza di separarmi da te. Mio povero
unico amore, povero cuore gioioso che io ho reso tanto triste!
Tu sei stata il mio paradiso terrestre, il mio albero della vita,
il mio ristoro, la mia luce e la pace delle mie battaglie. Non
ti dimenticherò mai, se conservano ancora qualche ricordo
coloro che discendono tra i morti. Ti sarò sempre accanto. Le
anime dei morti, sappilo, ci circondano invisibilmente».
Mia madre, donna esile e nervosa, dagli occhi verdi, dai
capelli neri corvini, dalla pelle olivastra e con una figura
slanciata, delicatissima e di indole appassionata, era stata la
perfezione dei suoi sentimenti d’amore, un vero amore che
nasceva in fondo all’anima, e che nulla poteva far appassire.
Dopo la morte di mio padre, dell’uomo che per lei era stato
tutta la sua vita, ­­per mitigare il suo dolore, scriveva versi di
poesia. “Come l’accendersi di piccole fiammelle in uno sconfinato spazio d’ombra pare talvolta che infittiscano le profonde oscurità e, per quanto non siano piene come vorrei,
esse sono tali da mitigare un po’ di dolore lasciando germogliare pensieri...”.
Ricordo questa poesia perché amava ripeterla sempre ad
alta voce. Le chiudeva in piccoli cofanetti colorati con all’interno una piccola rosa rossa, fiore del loro amore. Sopra i cofanetti scriveva “ogni petalo di rosa racchiude una mia lacrima di passione, che puoi scrutare ogni giorno, per perderti
sognando nei mille riflessi di quelle emozioni” e li conserva100
va in luoghi segreti. Credo che mia madre, con le sue poesie,
distendeva d’amore la sua anima, alimentando di continuo
quel legame che portava sempre dentro di sé, nel cuore. Durante l’estate, che sembrava indeterminabile, una volta spento il calore torrido del giorno, amavano fare passeggiate in
carrozza sulla strada alberata del paese rischiarata dalla luna
e invasa dagli alberi di gelsomino dai profumatissimi fiori
tubolari bianchi e gialli. Credo che nessuno quanto mio padre e mia madre abbiane saputo personificare l’arte di amare.
Attraverso la loro reciproca stima, la loro mutua dedizione,
essi dettero vita a una nuova entità, che non si componeva di
ognuno di essi, bensì di parte di entrambi.
Una sensazione mai provata, insieme di rispetto e di paura,
mi tratteneva ad una certa distanza. La spalliera del letto con
le sue aste rigide e rotonde, voleva quasi staccarmi da quel
terribile fatto che si svolgeva poco più oltre dove sentivo la
presenza di una forza oscura che pesava sulla vita di mio
padre. Non ricordo bene che cosa stessi facendo quando mi
chiamò: so che all’improvviso alzai lo sguardo dalla finestra,
distolsi il mio sguardo verso ciò che fissavo, non so, un tetto,
un’altra finestra, o la forma di una nuvola, non so nemmeno
quanto tempo sia durato: se pochi secondi o qualche minuto.
Di certo so che, dopo un attimo, non era più un tetto o un’altra finestra che stavo fissando: mi accorsi che lo sguardo in
realtà, era diretto verso di lui.
Volevo esternare tutta la rabbia che avevo in corpo, avevo
voglia di piangere, di rompere i vetri, di sconquassare a calci i
mobili, volevo chiedergli scusa per tutti i dissapori che c’erano
stati tra noi: sapevo che non ne avrei avuto più la possibilità.
Da quando la mia adolescenza svanì e intrapresi la mia
strada, non siamo mai andati d’accordo io e mio padre, tra
noi c’erano enormi divergenze nel vedere il mondo e la vita.
Una sola volta siamo riusciti a parlarci su un piede di parità,
da uomo a uomo, discutendo delle sue idee, di politica, della
sua visione nel vedere il mondo (non voleva accettare una
visione rassegnata del mondo come una realtà malvagia, ingiusta), ma tra noi c’erano enormi divergenze: lo considera101
vo un dogmatico, con una visione del mondo a spigoli netti,
tutta in bianco e nero. Secondo lui, certe cose erano giuste e
certe sbagliate – e niente “se” o “ma”. C’erano stati momenti
in cui lo detestavo, ma la sua malattia mise i nostri dissapori
in una nuova reciproca prospettiva. I nostri specifici conflitti
e le barriere che ci separavano, cessarono di essere tanto importanti, e mi resi conto di quanto gli volessi davvero bene.
«Antonio, figlio mio caro!» disse volgendosi verso di me, e
la sua voce era tanto calma che mi fece venire le lacrime agli
occhi. Era commosso, svelto avanzai verso di lui e mi chinai
per abbracciarlo e baciarlo, sforzandomi di non fargli vedere
la mia emozione. «Non c’è stato un attimo della mia vita in
cui non ti abbia voluto bene, si può non amare un figlio? Sii
felice e abbi cura di tua madre – aggiunse –. Addio, sento la
pace nel cuore, il dolore è passato, la morte è vicina, il buio
dell’orizzonte estremo della vita mi sta avvolgendo...». Aveva sempre immaginato che essa fosse così, una luce che si
spegne nel fondo mentre viene avanti il buio a coprire ogni
cosa di noi. Tutto senza che nessuna parola uscisse dalla sua
bocca; sollevò la testa dal cuscino e mi baciò sulla fronte. Poi
stese la mano destra per farsi il segno della croce, un gesto
lungo, pesante, sulla fronte, sul petto, su tutto il corpo lungo
il quale il braccio ricadde per sempre. Infine accostò i piedi
uno all’altro e in quella posizione morì, come un uccello che
stia per spiccarsi in volo dal ramo. Così la morte ci raccoglie
tutti, dissi. Quanto è ricca la morte: possiede tutto ciò che il
nostro cuore ha di più caro, dietro di essa un passato che risuscita solo ricordi, e il dolore di chi rimane è la misura delle
qualità di chi è mancato.
102
Saverio Nolfo
Ad Auschwitz ho trovato un barlume d’umanità
Nonno... da dove deriva il nostro cognome?
«Devi sapere che la nostra famiglia è originaria della Sicilia
e nel 1942, mentre la seconda Guerra Mondiale martoriava
l’Europa, mi spostai a Roma.
Il presagio di quello che sarebbe accaduto tempo dopo nel
vecchio continente a molte famiglie ebree parte nel settembre del 1935 con l’emanazione delle leggi di Norimberga, le
cosiddette leggi razziali.
Nel 1942 alloggiavo nel quartiere ebraico romano. Un anno
dopo, il 16 ottobre 1943, avvenne nel ghetto, il rastrellamento
degli Ebrei ed io fui tra le migliaia di persone che furono deportate nel Campo di Auschwitz, vicino Cracovia in Polonia.
Quella mattina, per cercare di sfuggire all’arresto, alle Autorità diedi un cognome falso, inventato, dicendo di chiamarmi Chiaramonte Filippo; diedi per cognome il nome del mio
paese natio, Chiaramonte Gulfi, paese collinare nell’entroterra siciliano in provincia di Ragusa.
Il giorno seguente fui caricato su dei vagoni-merci insieme
ad altri, ammassati come animali. Qualche settimana dopo
arrivai in Polonia nel Campo di Auschwitz dove all’ingresso campeggiava in ferro battuto una scritta: “Arbeit Macht
Frei” (il lavoro rende liberi). Il Campo era stato inaugurato
nel 1940 per internare solo gli Ebrei polacchi; un anno dopo
l’internazione venne estesa a tutti gli Ebrei d’Europa.
Le unità di reclusi che il Campo poteva contenere variava
tra i 15.000 e i 20.000 deportati e prima della sua chiusura,
che avvenne il 27 gennaio 1945 ad opera delle truppe sovietiche con la liberazione dei sopravvissuti, si conta che nelle
due camere a gas di cui il Campo era attrezzato, furono truci103
date circa 70.000 persone, di razza inferiore secondo i nazisti.
Nel dicembre del 1944, un anno prima della liberazione del
Campo, ero addetto al servizio personale di un alto gerarca nazista che soggiornava nel Campo per un breve periodo, un certo Himmler. L’uomo era nato a Monaco in una famiglia legata
alla Corte Imperiale e fin da piccolo era cresciuto come perfetto
gentiluomo, aveva un fisico gracile e una salute cagionevole e
notavo che spesso si sentiva a disagio con gli altri gerarchi.
Era diplomato in chimica e in gioventù non aveva trovato un
lavoro soddisfacente. Questo aveva accresciuto la crudeltà e le
frustrazioni in lui e lo aveva portato ad abbracciare l’ideologia
nazista ed a creare le SS, il più temibile corpo d’élite tedesco,
vedendo negli Ebrei i colpevoli su cui sfogare le sue frustrazioni
e nel successo militare la realizzazione dei suoi sogni repressi.
In seguito seppi, dopo la fine della guerra, che venne arrestato vicino ad Amburgo il 22 maggio del 1945 dagli Inglesi, e il
giorno seguente, mentre lo interrogavano, spezzò con i denti la
capsula di cianuro che aveva nascosto in bocca e si uccise.
Himmler aveva una protesi all’occhio destro, perfetta a tal
punto che la pupilla si muoveva simultaneamente seguendo
la direzione di quella vera ed era impossibile a occhio nudo
e inesperto distinguere quale fosse la protesi.
La mattina del 25 dicembre del 1944, con un sogghigno beffardo sulle labbra, sotto gli spessi occhiali, mi chiamò dicendomi che era il giorno di Natale e voleva farmi un regalo se
avessi indovinato in quale fossa oculare fosse alloggiata la
protesi. Dissi che era collocata nel destro ed ebbi come risposta ch’ero il primo a riuscire nell’impresa e se gli avessi detto
come avevo fatto, m’avrebbe regalato la libertà quel giorno
stesso, in quel Natale del ‘44.
Soggiogato dalla paura che m’incuteva risposi con assoluta sincerità: “Perché proprio nell’occhio destro ho visto... un
barlume d’umanità!!!”».
104
La speranza poggia sui sogni
Era il 1930 e gli spari della Prima Guerra globale erano ormai lontani, ma nel Veneto e per l’appunto nel Trevigiano gli
orrori di quella distruzione erano ancora ben visibili nelle
costruzioni danneggiate dai bombardamenti.
Da Venezia ogni domenica un nonno col suo nipotino si
recava col treno a Treviso che distava una trentina di chilometri, distanza che il treno colmava in meno di un’ora.
Il vecchio aveva a Treviso una villetta costruita lungo l’argine del fiume Sile, dove molti veneziani all’inizio dell’800
avevano costruito molte dimore di campagna accessibili sia
via terra che per via fluviale, con un piccolo pontile costruito
davanti alla villa sulla riva del fiume. D’estate andavano a rifugiarsi lì, nelle case di campagna per sfuggire alla calura accentuata dall’umidità dell’acqua salmastra che evaporava dai
canali veneziani; il vecchio col nipotino vi si recava ogni domenica per effettuare piccoli lavori di manutenzione alla casa.
Lungo il tragitto ferroviario il nipotino domandò al nonno:
«Nonno è vero che durante la guerra hai perso quasi tutto e
che hai sofferto la fame e che ogni giorno vendevi qualcosa al
mercato nero per poter mangiare, e te la pagavano così poco
che più che essere una vendita era un furto?».
«Prima della guerra – replicò il nonno – lavoravo al Casinò
di Venezia, nell’orchestra come trombettista e al Teatro “La
Fenice” come pianista... non me la passavo male, ma con la
Grande Guerra per me tutto cambiò; mi ricordo che la prima
cosa che vendetti per potermi sfamare fu la tromba che cedetti a un rigattiere che aveva la bottega in una stretta calle
che sboccava vicino alla Chiesa della Salute qui a Venezia. Un
tipo costui poco raccomandabile, mi diede qualche soldo... il
10% del valore reale dello strumento, potei... sfamarmi solo
per qualche giorno». Il nipotino stizzito, d’impeto disse:
«Ma nonno... te l’ha rubata !»
«Cosa vuoi farci bambino mio... Erano tempi tristi e chi deteneva il potere era lui e quindi dettava le regole, io potevo
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non accettare..., ma la fame mi mordeva lo stomaco e ricordo
bene la seconda volta che andai dal rigattiere per vendere il
pianoforte a muro che era stato di mio padre; ne ricavai giusto i soldi per andare avanti qualche settimana...!
«Ma nonno... ti sei fatto rubare anche il pianoforte!».
«Cosa vuoi farci, te l’ho detto... erano tempi bui e il malaffare imperversava e poi... le cose erano solo cose... l’importante era sopravvivere. Ora sei piccolo e non puoi capire, ma
ricorda che le cose sono cose... anche quelle a cui sei affezionato, l’importante è sopravvivere in certi frangenti, tanto...
I’ultimo vestito che una persona indossa non ha tasche...!
Comunque in quegli anni mi recai molte volte dal rigattiere
subendo ogni volta il medesimo furto. Certe sere d’inverno
mi sedevo per terra con le spalle appoggiate alla vetrina di
quella bottega, usufruendo di quel poco di tepore che la lastra di vetro incamerava dal caminetto acceso che si trovava
all’interno dove le fiamme nel camino ardevano felici. Mi
sembravano delle danzatrici dai movimenti sinuosi e guardando quelle fiamme provavo un po’ di sollievo dal freddo
di quell’inverno che mi stremava.
Una sera che mi ero seduto lì e non avevo niente da vendere, immagina il mio sconforto..., mi misi a fantasticare con
la mente a prima della guerra quando suonavo al Teatro
“La Fenice” illuminato a giorno e le signore vestite di tutto
punto e ingioiellate applaudivano. Senza rendermene conto
mi misi a muovere le braccia e le dita delle mani come se
imbracciassi una fisarmonica e intonassi una dolce melodia;
chiusi gli occhi e incominciai a sognare... D’un tratto fui svegliato dalla voce avida del rigattiere che mi diceva se volessi
vendergli quello che avevo in mano; io gli risposi che stavo
solo fantasticando d’avere una fisarmonica in mano e la stessi suonando. Il rigattiere mi domandò se volessi vendergliela per un soldo ed io che da tre giorni non mangiavo gliela
diedi. Il rigattiere la prese, entrò nella bottega e fece finta di
riporla su di uno scaffale impolverato, e mi diede il soldo».
Il nipotino arrabbiato con il rigattiere, esclamò: «Anche il
sogno t’ha rubato, nonno!».
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Il nonno con tono pacato gli rispose: «Ricorda, bambino
mio, l’avidità di alcuni uomini non ha limite... l’avidità non
permette loro di sognare e si incattiviscono; da grande non
farti rubare mai i sogni perché su di essi poggiano le fondamenta della speranza dell’uomo».
La premiazione del 2011 a Firenze
con Oreste Cacurri, Lucia Casalini,
Zeffiro Ciuffoletti, Franco Ionta,
Maria Pia Giuffrida, Ernesto Ferrero,
Paolo Ferruzzi e Carla Sacchi Ferrero.
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Vincenzo Pipino
Il torsolo di una mela
Tutto ebbe inizio nel primo anno scolastico. Vincenzo frequentava la prima elementare e già aveva capito le differenze sociali. L’attenzione da parte del maestro nei confronti dei
bambini più agiati, per Vincenzo, era umiliante. I primi alunni venivano messi nei primi banchi ben ordinati e pieni di
affezioni; tutti vestiti a modo e con i cestini di merende pieni
di leccornie; i secondi, meno abbienti, erano collocati nelle
ultime file, abbandonati come portatori di pidocchi e privi di
spuntini. In realtà in quei tempi i pidocchi li portavano pure
i nobili veneziani, se pur ben nutriti.
Vincenzo non aveva ancora la percezione di siffatte disuguaglianze; egli era ancora piccolo per capire queste differenze. Lo capì dopo alcuni mesi di angherie e di abbandoni.
Un giorno, durante l’ora del break, ebbe l’ardire di chiedere il torsolo di una succulenta mela a un compagno di classe
della prima fila, ma questi dopo averla addentata fino all’osso, la gettò a terra invitandolo a raccoglierla. Un gesto che
lo fece adirare; reagì con una spinta facendo cadere a terra il
compagno più robusto di lui.
Vincenzo, se pur ancora piccolo, capì che forse era più difficile nascere ricchi che poveri; la fame, anche se attinente alla
povertà, quando tocca a chi non l’ha mai conosciuta, lo trova
sempre incapace a risolvere il bisogno di nutrirsi e alle sottili
umiliazioni e durezze che la fame addolcisce.
Inutili sono state le discolpe. Il preside, dopo aver invitato
i suoi genitori, consigliò a costoro un istituto pedagogico di
ritardati mentali. Sua madre, santa donna, con cinque bambini da sfamare, disse al preside: «I bambini non sono ottusi,
sono solo piccoli». E, grazie a sua madre, Vincenzo sì salvò
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dal pedagogico, ma fu espulso dalla scuola.
Con questa consapevolezza, per la strada, Vincenzo raccolse un frutto e dopo essersi pasciuto si disse: “La strada sarà
la mia maestra e quel frutto la mia favola”.
All’età di dodici anni, fu assunto da un fornaio, il suo compito di portare il pane nelle rivendite. All’epoca il pane era
prezioso come l’oro, veniva venduto, non come oggi, ma
come un bene del tutto necessario.
Vincenzo si svegliava tutte le mattine alle cinque: la gerla che
portata a tracolla era già pronta con il pane pesato al milligrammo in vari sacchetti per un totale di circa trenta chilogrammi.
Durante il percorso per la consegna, la sua gerla emanava
una fragranza di pane fresco ancora caldo che attirava e invogliava i passanti.
«Ehi, bocia (piccolo bambino) regalami un panino, su dai:
ho fame».
Queste erano le numerose richieste di passanti insonnoliti
e affamati.
Vincenzo non si faceva poi tanto pregare, tirava giù la gerla e da uno dei sacchetti, quelli più pesanti, tirava fuori un
panino, tanto pensava tra sé: “il rivenditore non se ne accorgerà nemmeno”. Ma le cose non andarono così; dapprima si
pensava che il carico del pane, essendo ancora caldo, diminuisse di peso durante il percorso, ma poi, dopo le numerose
lamentele dei proprietari delle rivendite, il padrone anziché
pesare il pane lo contava e in seguito a quella conta, dopo
averlo schiaffeggiato, lo licenziò dicendogli: «Tu sei un ladro! Presto finirai in prigione se continui così!».
Vincenzo, continuò per giorni a uscire presto ogni mattina.
Non ebbe il coraggio di dire ai suoi genitori che era stato
licenziato per aver rubato del pane. Era la nonna che lo svegliava ogni mattina: «Amore è tardi: su, svegliati!».
Vincenzo era il primogenito; due sorelline e due fratellini
dormivano su un letto, mentre lui dormiva con la nonna.
All’epoca, appena finita la guerra, la fame la faceva da padrona. In quel periodo le famiglie povere dovevano fare i
salti mortali per sopravvivere alla miseria e se il pane era
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oro, come lo zucchero, il latte era platino: tre componenti culinari di estrema vitalità soprattutto per i bambini.
A Venezia non vi erano pasture, il latte proveniva dalla
terra ferma e veniva consegnato in fusti da cinquanta litri,
sempre lasciati in anticipo davanti alle latterie per la distribuzione. Allora veniva venduto in piccole e medie dosi.
Una mattina, uscito prima del solito, Vincenzo trovò la sua
città vestita di nebbia in un grigio misterioso che faceva sparire
i campanili che salivano verso il cielo, quasi staccati dalla terra.
I passanti parevano ombre affrettate e circondate da un soffice
velo, infagottati lungo le calli malinconiche, si confondevano
come macchie tra i veli cinerini di un colore monotono e stanco che faceva addormentare anche la pietra. Era l’immagine di
una città appartata e solitaria, dove laguna e cielo tendevano a
unirsi in uno sfondo incorporeo. I gabbiani con i loro agitati voli
avvizziti, sembravano giocare tra la laguna e il cielo con batter
d’ali che parevano balletti simili a schizzi di luna. Le gondole
color nero, scompaiono d’incanto, avvolte anch’esse da quel
soffice velo nebbioso. Dormono le pietre, riposa la città, giace
l’incanto di una Venezia spettacolare sotto una coltre nebbiosa.
La nostra nebbia crea una situazione tutt’oggi più magica
che mai; offre una visione straordinaria di un panorama quasi da fiaba carica di mistero che avvolge intatta una bellezza
straordinaria; se miscelata poi con la pioggia, è persino un
problema scrollarsi da quelle visioni mascherate, confuse, nel
luogo in cui lo spazio abbraccia le grandezze di una città unica
al mondo, dove anche il tempo pare immobile, immutato in
una cornice che sembra un dipinto di Francesco Guardi.
Questa è Venezia: bella, imponente, ladra e unica!
Avvolto in questo clima, Vincenzo fu attratto da un fusto
di latte appoggiato davanti a una latteria in attesa che il proprietario lo riponesse all’interno per la vendita.
Avvicinatosi a quel fusto di latte fresco, con circospezione protetto dalla nebbia lo aprì e all’istante fu invaso da un
profumo ubriacante. Infilò il palmo della mano dentro e ne
fuoriuscì un denso liquido giallognolo: era la panna, lo strato
che copriva il liquido del latte. Dopo averne bevuto un po’,
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pensò bene di richiudere il fusto e trascinarlo fino alla balaustra di un ponte, poi, accovacciatosi, se lo mise sulle spalle
per portarselo fino nel cortile di casa.
La madre di Vincenzo, una donna molto pragmatica, appena vide il figlio con il fusto gli chiese: «Che cos’è quel barile
che porti sulle spalle?».
«Latte mamma: l’ho trovato per la strada».
La mamma capì che non poteva averlo trovato per strada,
ma che l’aveva rubato.
Con cinque bambini da sfamare, fece finta di credergli e da
lì a pochi minuti scesero a curiosare altre mamme del cortile,
sedotte da quel profumo di latte fresco.
La madre di Vincenzo, preso il necessario per i figli, lo
spartì con le altre mamme, così come fece in seguito.
Vincenzo, continuò le sue ruberie per parecchio tempo,
scegliendo ogni volta una latteria diversa, finché un giorno
fu arrestato mentre si accingeva a vendere l’ennesimo fusto
di alluminio per poche lire, davanti a un compratore di metalli vecchi.
Don Antonio, nel confessionale, gli raccomandava sempre
di smetterla di rubare e ogni volta per ogni furto, assolveva
i suoi peccati durante i fioretti serali punendolo con una sequela di Ave Maria e di Pater Nostro.
Oggi Vincenzo avverte ancora quel muto canto nostalgico
che gli sorrideva nei tempi in cui rubava il latte per sfamare i
bambini poveri, per poi andare a giocare nel patronato della
sua parrocchia e rimpiange le partite di calcio, pezzi di pane
che venivano elargiti ai ragazzini da don Ugo (“Ugo Pan” lo
chiamavano) davanti a una grata nel convento dei frati francescani della chiesa di San Francesco della Vigna.
Vincenzo, dopo tutti questi anni, si chiede che fine abbiano fatto i patronati parrocchiali dove i bambini con poco si
divertivano e avevano sempre un pezzo di pane accompagnato da una spalmata di marmellata solida, ed erano tutti
timorati da Dio.
Chissà se quel torsolo di mela gettato a terra dal suo compagno di classe abbia mutato il percorso della sua vita!
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Lucian Tarara
L’angelo custode
Sei nata nello stesso momento in cui per la prima volta riuscivo a respirare da solo, senza nessun aiuto da parte di mia
madre. E adesso, dopo tutti questi anni, sei ancora qua, mi
fai compagnia nelle notti di solitudine.
Guarda questi capelli grigi, il tempo è stato spietato nei
miei confronti. Qualche anno fa temevo la morte, ma adesso
ho smesso di temere, ormai il mio sole sta per tramontare.
Sento la pace del cuore. Ringrazio Dio per la misericordia!
Ho finalmente ritrovato la pace.
Ti ricordi come ero sciocco da piccolo? Prendevo la vita così
come era e non avrei mai pensato ad una vita così tumultuosa. Tu eri con me quando mi sono innamorato per la prima
volta. Ti ricordi? Ero uno stralunato, mi vergognavo solo alla
vista di quella ragazza. Ma che momenti meravigliosi!
E qualche anno dopo, quando sono dovuto restare in ospedale per quella brutta operazione di appendicite, tu eri là
nell’angolo della stanza, vegliando su di me come un angelo
custode. Ogni tanto sparivi, forse andavi a riposarti anche
tu, o forse ti nascondevi per non essere vista dagli altri.
Quando camminavo sotto la luna, ti vedevo sempre davanti, mi aprivi la strada, eri sempre attenta che non mi succedesse nulla di brutto, mi proteggevi, ma a me non interessava niente di te anche se fra di noi c’è un legame così forte
che soltanto la morte può rompere.
E poi ho incontrato la donna della mia vita e tu eri là, ti
vedevo allungare su di lei, sembrava che tu fossi entrata nel
suo cuore per vedere se era sincera, ti preoccupavi che potesse farmi del male.
Ma era lei la donna della mia vita, tu lo hai capito in fretta
112
e ti sei nascosta per non disturbarci. Eri con me quando per
la prima volta ho fatto l’amore con mia moglie; sentivo la tua
presenza ma non mi disturbavi, eri una parte di me. Sentivi
il mio amore per lei e ti eri innamorata anche tu.
Eri con me quando nell’ospedale ho abbracciato per la prima volta mia figlia, pensando che quello era il massimo della
felicità ed era così, almeno allora. Era così bella quella piccola
creatura; mi guardava con i suoi occhi piccolissimi ed innocenti, tendeva quella piccola mano verso di me, mi tirava i
capelli divertendosi, ed io insieme a lei: tu ti divertivi con noi.
Ma c’è ben altro. Ci sono delle giornate nelle quali Dio concede a Satana di vagare sulla terra e tutto quello che nasce
deve morire all’incontro con il male.
Quella giornata era cominciata bene, così bene che avevo
deciso di fare un viaggio insieme alla mia famiglia. La più
maledetta decisione della mia vita. Perché proprio io dovevo
incontrare Satana mentre vagava liberamente? Come mai fra
tanti abitanti che ha questa terra, doveva capitare proprio a
me? Tante domande, nessuna risposta; quello che è sicuro è il
fatto che mentre guidavo la macchina, ammirando quel sole
meraviglioso di mezza estate, un raggio traditore mi accecò e
quella giornata stupenda finì in tragedia. Ho perso tutto quel
giorno, una moglie bellissima, una figlia meravigliosa che
aveva appena detto per la prima volta “Papà”. E forse per
un lungo tempo ho perso l’anima. Ti ricordi quanti giorni e
notti abbiamo pianto sulle loro tombe? Ti sentivo, ti vedevo,
ma non mi parlavi mai.
Ho sempre avuto la capacità di far del male a tutti quelli
che mi volevano bene e piano piano tutti sono andati a vivere in un mondo migliore.
Solo tu sei ancora qua vicino a me. A proposito: non ho mai
visto il tuo viso, sicuramente sarà angelico. Solo un messaggero del Signore può avere tutta questa pazienza e volontà.
L’uomo non perde la felicità perché non ride, ma non ride
perché ha perso la felicità.
Ad un certo punto sono diventato autolesionista e giustamente lo Stato ha dovuto prendere delle decisioni nei miei
113
confronti, ma a me non interessava nulla.
Adesso, molti anni dopo, sto chiuso nella mia cella e mentre scrivo questo racconto vedo te sul foglio di carta, sempre
silenziosa; ci conosciamo ormai da una vita e tu ancora non
mi parli. Perché?
A volte quando vado a passeggiare la sera, ti vedo sulle
mura del Castello e spero che finalmente tu sia diventata più
saggia e che te ne stia andando, ma niente, tu sei sempre qua,
fedele fino alla morte.
Adesso ti sei persa nel mare della notte. Mi lasci da solo
ogni notte perché sai che la sera vengono da me coloro che
amo e che vicino a loro io mi addormenterò con il sorriso
sulle labbra. Ormai non posso più infastidirti. Tu proteggerai
il mio sonno.
Buona notte Ombra1
1
L’ombra in greco Synopadòs = ciò che segue nello stesso tempo.
114
Sezione poesia
Opere premiate
1° classificato
Diego Zuin
Rimaiolo da strapazzo
Spazi angusti a rimembrar la sorte
ramingo costretto a pochi passi alla volta
scruto furente l’anfratto crociato
e alienato dal nulla che v’è intorno
sguaino la spada d’inchiostro e...
scrivo.
Scrivo parole a tutti i miei cari
scrivo alla gente di malaffari
e confinato da questa gabbia
scrivo per sfogar la rabbia
per esprimere i miei bisogni
per non scordare i sogni
e sputo inchiostro su questi fogli
poiché da loro non temo imbrogli
scrivo che ho voglia di fare l’amore
ma mi è concesso soltanto sognare
sgomito mi agito grido e sto male
scrivo di tutto e alla fine sto bene
menestrello isterico di dubbia ragione
cantore di storie di questa prigione
ho poche armi e son pure spuntate
graffio la carta con rime scontate
forse per voi che ora... giudicate.
116
Sommo tormento
Nel mezzo del cammin de la mia vita
mi ritrovai in una cella oscura
ché la diritta via aveo smarrita.
Io non so ben ridir com’i v’intrai
ma dovetti lasciar ogni speranza.
M’inoltrai lungo il tragitto astruso dei ricordi
resoconto dei giorni vissuti
non osai andare oltre
ignavo non ignaro del girone a me ascritto.
Avanzai a piedi nudi su cocci di vetro
lacerando le carni insensibili
di un corpo ormai privo di lacrime.
Spettatore troppo spesso della mia esistenza
costretto da me stesso a portare le catene
senza incolpar la sorte per le mie pene.
Nessuno comprese il mio tormento
arduo fu spiegare cosa bruciasse dentro
una parte di me si spense quella notte
e ogni giorno con me stesso feci a botte.
Caronte dagl’occhi di bragia
mi traghettò lungo un fosco fiume
ove anche la mia ombra parve detestarmi.
Nella sventura conobbi a fondo gli uomini
ma solo quando mi aggirai per l’inferno
capii quanto mirabile fosse il luogo da cui venni.
Immergo il viso nel profumo dei ricordi
vago di volto in volto
affronto così la mia fuga dal tempo
ma per quanto veloce potrò correre
non riuscirò mai più a raggiungermi.
117
Interrompo il folle giro di ogni giorno
un giro di rimandi
che gli anni fanno incerti
conservo le lacrime versate
poiché ogni goccia è diversa
e la mente d’immagini s’inonda.
Ho cercato nella vita invanamente
ciò che a volte si trova in un istante
e solo in un istante poi si perde.
Motivazione
Senza prendersi troppo sul serio, il “rimaiolo da strapazzo” riesce abilmente a orchestrare tutti i suoi umori da “menestrello isterico” in una ballata dal ritmo scanzonato e cantabile, capace di
trasfigurare sfoghi e sberleffi, frustrazioni e desideri in una feconda
irrequietezza poetica, feroce e divertita. Sullo spartito amaro della
condizione carceraria, fa cantare le rime “gabbia/rabbia”, “bisogni/
sogni” e “ragione/prigione”, riuscendo a esprimere con energica
sintesi il guazzabuglio di inquiete emozioni capaci di esplodere
nello spazio claustrofobico della cella. A medicare il malessere, per
uno a cui “ è concesso solo sognare”, basta “la spada d’inchiostro”,
arma spuntata. e graffiare “la carta con rime scontate”.
118
2° classificato ex aequo
Francesco Capitale
Il colore inesistente
Cos’è un colore inesistente?
È il sogno di ogni artista.
È il desiderio inespresso di ogni pittore
e nessuna tela può vantarsi
d’essersi fregiata con esso.
È lì,
con le sue molteplici alchimie...
Cupo con il celestiale
candido nelle tenebre.
arido nell’acqua
freddo nel fuoco
e con la sua animosità
rende gioviali gli inerti.
Il colore inesistente
può essere visto
da chi non può osservare
il calar del sole.
È esile come petali
di mandorlo in fiore
e com’essi cade
silente sui prati
ma si fa udire da chi
non ode il vento
che li fa cadere.
119
Ti devo qualche cosa...
Ti devo qualche cosa...
ti devo qualche cosa...
toc toc, si sente una voce
mi chiede: si può?
Due frasi sussurrate e via.
Pochi secondi e inizia
l’alchimia, il mio sangue
denso si scioglie,
lentamente il mio cuore
riprende a battiti regolari.
E i battiti si mescolano
con le molecole che
prima silenti nella stanza vuota
ora emettono un piacevole suono
e i miei pensieri s’illuminano
d’incanto.
La stanza è buia eppure
c’è uno strano bagliore
tutto è più chiaro.
Sto sognando? No.
Il mio corpo,
prima sopito a letto,
adesso trova energia.
Ti devo qualche cosa... ma cosa?
Non certo queste frasi
che a te appartengono.
Io l’esecutore, tu la linfa
tu sei il suono, io seguo il ritmo.
Ti devo qualche cosa, non posso
cavarmela così. Ma cosa?
Non certo la bellezza o
il sorriso che tu già possiedi
120
o la giovinezza, che ti appartiene.
Il tuo gesto serafico mi coglie
impreparato, mi lascia
senza parole.
Non dico altro.
Ti devo qualche cosa.
Trepida attesa
Non sono più veloce.
Forse cammino o forse
mi trascino lentamente.
Sono lento, troppo lento,
la mente a ritmi alternati
come i battiti del mio cuore.
Vivo in bilico
come una goccia
di rugiada
appesa a una grondaia
in un dolce chiarore
di primavera.
Impotente, prima o poi cadrò.
So che devo cadere
ma non so
quando.
Ammetto
che se pur l’aria
sarà briosa
e l’alba mi scalderà
questo
non renderà
più lenta
la mia caduta.
121
Motivazione
Il colore inesistente Omaggio aggraziato all’inafferrabile quid
di ogni creazione artistica, la poesia ha il merito di scandagliare con
leggerezza il segreto che sovrintende ogni ispirazione: il colore inesistente “è il sogno di ogni artista”, un colpo d’ala di scavo conoscitivo che va oltre la realtà fenomenica, un meccanismo termoregolatore capace di temperare “con le sue molteplici alchimie” ogni elemento o sensazione, un potere magico affidato all’immaginazione
che riscatta il deficit di chi magari non può cogliere la realtà, ma,
scovandone le sfaccettature più profonde, riesce a spiegarla a quelli
che la vedono in superficie.
La premiazione del 2011 a Firenze.
122
2° classificato ex aequo
Salvatore Carpino
Addio
Addio piccole piume
coperte di neve
parcheggiate al sole.
Addio giovinezza perduta
senza alcun amore promesso.
Addio passato che non tornerà.
Non mi rimane che vivere.
Motivazione
Un addio dolente e disincantato, scritto a ciglio asciutto non per
rimpiangere con lacrimosa nostalgia ciò che non può tornare, ma per
affacciarsi necessariamente e realisticamente al futuro. Con efficace
stringatezza, si insinua pure che quel passato non sia così da rimpiangere (come la “giovinezza perduta/senza alcun amore promesso”).
In ogni caso l’irrevocabilità di quel che è trascorso ci mette di fronte
all’unica alternativa che “rimane”: quella di vivere, finalmente. Ciò
che forse fino a oggi ci siamo scordati di fare. La poesia si rovescia
imprevedibilmente, diventando così un addio alla non vita.
123
3° classificato ex aequo
Tarek El Amri
Cosa succede ora
Senza te sono niente,
galleggio nell’aria
trasportato dal vento,
mi confondo tra persone che
invadono la mia vita.
Ho perso il mio odore,
quello che mi rendeva riconoscibile
quello che amavi.
L’abbandono delle mie membra esauste non ha portato
[sollievo
rimangono lenzuola calde della
notte scorsa,
assopito negli occhi azzurri che si
velano di gocce amare e
non vanno via
piovono giù.
Ho dato un pugno al mondo e
mi è tornato indietro più
forte che mai.
Notte stupita
Notte stupita
di te, di me, nebbia sensuale che
avvolge bramosa le cose,
dissacri le forme, lambisci
vogliosa gli oggetti, attenti
lo spirito stanco.
124
Cammino sospeso a ritroso, o no,
forse avanzo.
Gli umori del suolo si
fondono a quelli dell’anima.
Desidero amare e sento il mio amore
nel turbine bianco laggiù,
mi assale la rabbia e sento il mio
odio stagnare nel banco più denso.
Mi arriva un tormento avvolto
nell’aria ghiacciata.
Eppure mi trovo ancora
a sorridere.
Tutto passa
Il viaggio
A volte mi chiedono quale scopo abbia il mio viaggio e cosa vi sia
nella mia borsa.
Cosa io abbia raccolto e tenuto per me,
se colpe, sorrisi o vitali germogli e
tra le nebbie dei tratti percorsi,
quali spiagge io abbia trovato o
in quali porti mi sia riparato.
Ecco... a chi mi chiede questo altro non
so rispondere che
non sia il tuo nome.
Motivazione
Cosa succede ora Una poesia d’amore di lucida disperazione, nella
quale l’importanza dell’amata emerge dal contrasto con la desolante
condizione attuale di lui che, privo di lei, risulta privo di tutto, ridotto a un “niente”: senza identità né volontà, stanco e perfino inodore,
confuso e abbandonato, si trascina galleggiando tra l’aria e persone
indesiderate. Il senso di spossatezza e inanità è però espresso con una
scrittura secca ed essenziale, senza sbavature lamentose o retoriche, in
grado di comunicare energicamente lo sgomento per cosa succederà
ora. E il pugno dato al mondo torna indietro un po’ anche al lettore.
125
3° classificato ex aequo
Franco Lucente
Tu ci sei
quando mi guardi – e lo fai spesso quasi estasiata e persa –
[sono
viaggi che mai ho viaggiato, visioni che mi lasciano incantato,
impressioni di neve rilucente al sole,
e sogni di ogni notte leggera da sognare.
Quando sciogli i capelli – e lo fai con una grazia tua
[particolare – sono
ruscelli che scendono a valle, brezze leggere e increspate
[dal mare,
vele di seta dispiegate ai venti,
e corse frementi nelle libertà dei prati.
Quando ti spogli per me – e lo fai con quell’innocente
[sensualità – sono
papaveri e gigli allo sbocciare,
tigli nei viali profumati a primavera
voli di rondoni a disegnare cieli.
E arcobaleni di colore dopo i temporali.
Quando lentamente ti risvegli – e lo fai abbracciata a me
[con tenerezza – sono
brividi di carezza lievi, emozioni che sublimano in ricordi,
palpiti del cuore in trepidante attesa.
E tepore di un’intesa che fa ricca la vita.
126
Un’anima dorata
Vorrei scriverlo così, il fragile libro della mia anima dorata.
Così, a caratteri delicatamente indelebili.
Tra segni più scuri premuti nell’ombra di riflessioni profonde
e tratti leggeri dorati di gioia nel
brillio di un ricordo.
Tra parole affondate nel silenzio del tempo ingrigito d’oblio e
frasi gridate nell’euforia di un istante spruzzato d’argento.
Tra lacrime trasparenti filtrate di
un vuoto inumidito di vita e
sospiri sbriciolati nel sollievo di un momento
spolverato di luce.
Vorrei scriverlo così con una penna di vento,
sopra una pagina di luna.
Giorni e nuvole
Alla deriva come una barca in balia della tempesta,
tra scogli e immaginarie linee di confine,
in mezzo a resti di mura violate e al fango che conobbe
[l’orma delle tuesdaylacrime,
eppure è trascorso...
Motivazione
Tu ci sei Il ricordo delle sensazioni evocate dalla presenza della donna amata sprigiona una felice serie di similitudini immaginifiche, incantevoli e sognanti, capaci di restituire tutta la fragranza emotiva del
“tepore di un’intesa che fa ricca la vita”. Fa ricca anche la poesia, esprimendo il sentimento d’amore attraverso lo strumento efficace dell’analogia, che identifica l’”innocente sensualità” di lei con la bellezza della
natura (neve e sole, mare e ruscelli, papaveri e gigli, brezze e profumi),
rinnovando con accenti autentici un espediente retorico che prende le
mosse dalle radici della nostra tradizione poetica.
127
I due vincitori dell’edizione 2013 a Bollate:
Vittorio Mantovani (prosa) e Aral Gabriele (poesia).
Opere segnalate
Mauro Balletto
Sono qui
Quando questo mondo ti apparirà
così assurdo e inutile e caduco
spezzato,
Io ti proteggerò.
Quando penserai che un giorno sia uguale
all’altro e non vi sia spazio
per respirare
ti proteggerò.
Quando ti sentirai tradita, ingannata,
tormentata e non vorrai
la pietà di nessuno
ti proteggerò.
Quando ti butterai tra le braccia di qualcuno
sperando che sia
l’unica opzione possibile e poi
rimarrai delusa, disincanta
Io ti proteggerò
Quando sentirai forte il battito della vita e
non saprai con chi condividerlo
Io ci sarò, ti proteggerò
Quando dal torpore del tempo i ricordi
si affacceranno e ti daranno il senso
di emozioni perdute
ti proteggerò
Quando vorrai qualcosa di più dai tuoi giorni
perché ne vale la pena, perché ogni attimo non
è mai uguale a un altro
ti proteggerò
ti proteggerò, proteggerò i tuoi aneliti, le tue risate
con nostro figlio,
130
il crepuscolo che tinge di viola
un pomeriggio di giugno
il tuo cuore leggero
che crea steli d’amore
ti proteggerò anche se
non ci fossi più.
135 euro
Ho freddo in questa limpida
giornata di marzo.
Cosa insolita è che non
mi muovo più a scatti,
non ho il respiro
affannoso.
Ho comprato un paio di
calzoni fatti di tessuto morbido,
ho 135 euro in tasca
tra una settimana mi
pagheranno.
Non me la sento più di fare
una brutta vita
non ne ho il coraggio.
Questo lungo tempo mi ha reso debole,
provvisorio, malato, impaurito.
Ho in bocca sapore di caffé, odore
di fiori nelle narici,
tra le mani il numero di
telefono di mio figlio.
La sua presenza mi tiene in vita
è rassicurante la sua spontaneità,
la sua energia si manifesta
con la voglia di amare!
131
Valerio Ballotta
Filo di neve
Striscia di scorcio
sogno infinito al tatto
distante il sonno
freddo sorriso.
Scacco Matto!
132
Giuseppe Candido
Clochard
Il rabbioso destino
Solca
Letti di fiumi aridi
Tra occhi profondi
Annegati di speranza perduta
Tra la folla un deserto
E dune di sabbia formano
Ombre sbiadite
La pioggia cade triste
E ogni goccia suona una
Nota cupa su un piano
Di cartone
Lì ricurvo sazi il tuo
Sonno sull’aroma amaro
Del catrame
Il crespo cespuglio è
Grande sul viso
Labbra arate
Digiune
Son mute.
133
Il cappio
Sgorga arida la prima
luce dell’alba,
sulla fronte incoronata
di bruma dolente,
in cui versa l’affanno,
sino all’ora che secca
il tramonto;
e gli occhi affoga
– Di rosso versato –
nel fiume intrinseco,
di dolo,
solco del proprio aratro,
e i versi di spiro
diroccano il corpo
dagli strascichi che bussano
al cuore,
ed ecco gli echi
dal canto attonito,
a tiro d’ogni minuto
appesi al cappio dell’ombra.
134
Monica Corda
A mio figlio Valerio
Chiusa in prigione,
Appesa a una speranza
Passano lente le giornate
Dentro la mia stanza
Penso alla libertà
Alle persone a me care
Solo una cosa mi fa stare bene
Solo una
Sentirti a me vicino
Sei lontano, ma il mio cuore ti sente
Mi manca stringerti, rimproverarti
Mi manca baciarti, riempirti di
Tenere coccole
Ma una cosa mi manca di più
Mi manchi tu... Valerio
A mia madre
Miriadi di stelle
Illuminano il tuo cielo celeste
Orizzonti di sogni
Apriranno nuovi sogni
E porte nuove
Nuvole dipinte di candore
Ti condurranno lontano
Dai ricordi
Inizierà la tua primavera
Vestita di gemme e di fiori
Cosparsa di semplici gioie
135
Di echi d’infanzia e poco amore
Aurora del mondo
Del buio della notte
Dolce creatura
Riposa in pace
Sovraffollamento
Confonde la mente
Confonde gli odori
Di corpi che immobili, testardi
Rincorrono gli anni migliori
E si confondono le storie
Si mischiano gli umori
Si perde l’orizzonte
Di una pace che non sfiori
E affiorano i cattivi pensieri
In bilico su un domani che non accetti
Ma che ugualmente aneli, aspetti
Tra cemento e sbarre e pelle costretta
E confonde dentro
E logora l’io
Mentre un nuovo giorno
Chiede di essere ucciso
Un altro giorno resisto
Ma so
Non essere mio
136
Mohamed El Hachimi
Primavera araba
La poesia sta nelle gomme da masticare,
in bocca con lo stesso sapore a ritmare,
galleggia nella saliva d’un pensiero tenuto ore,
la poesia dei passi ripetuta lentamente
a formare solchi nel terreno gradualmente,
cavarsi fra i sassi una via d’uscita dal dolore,
Soffriamo
la poesia è nei silenzi odiosi e colmi di rabbia,
nel deserto, sete, miraggi, ma solo dune di sabbia,
curarsi ferite nell’anima e immenso vuoto nel cuore.
Prigioniero dei miei stessi pensieri,
legato ai miei dolci doveri,
Sogniamo.
Ma libero di vedere nel cielo un destriero,
in una nuvola rosa,
di cogliere sugli astri stelle alpine d’argento,
di ascoltare musiche arcane
nel vento che passa,
di cogliere al volo l’espressione d’un fiore,
di volare nell’infinito
Respiriamo.
I miei sogni venuti dalle nuvole lontane
sono scritti sulla sabbia del mare,
sono soltanto sogni e li cancellerà il più lieve vento,
sulla riva orme dei miei passi vane, leggere
un’onda le coprirà
rendendo tutto uguale come prima,
ma camminiamo.
Questo ronzio infinito, muto assordante.
Questo frinire alato, fermo incessante
137
riempiono lo spazio sofferente.
L’alba? Sono vivo? Ero morto!
Durato era, il nostro tramonto,
dune di silenzio, anni di sovranità,
grido profondo, fremito di libertà,
Eravamo.
Una notte buia e raccontarla ci tengo.
Era scontata l’uscita dal fango.
Oasi bruciate macchia all’eternità,
dalla serratura respiriamo civiltà.
Siamo.
Naufragi, lampi, stavamo affondando,
presa la rotta, ai caduti un fiore mando.
Donne segregate chiedono dignità,
bel giorno quello che verrà.
Saremo,
figlio mio, il tuo è un bel giorno,
ricordati il passato, io torno
figlio, cammina con serenità,
schiena dritta coraggio e umiltà,
Preghiamo,
sogna il tuo futuro fai un bel sogno,
di ciò la patria ha bisogno,
prega le vittime col cuor a metà,
lasciamo l’odio e la diversità,
Amiamo
da cielo è sceso un segno, il caduto è felice,
brilla l’arcobaleno di libertà matrice.
Prendiamoci per mano sempre così sarà,
cristiani, musulmani, pace per l’umanità.
Riflettiamo.
138
Domenico Ieno
Dal profondo della notte che mi avvolge,
nera come il mio cuore,
ringrazio qualunque Dio esista
per la mia anima invincibile.
Nella feroce morsa delle circostanze
non ho arretrato, né gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma non chino.
Oltre questo luogo d’ira e lacrime
Incombe il solo orrore delle ombre.
Eppure la minaccia degli anni
mi trova e mi troverà senza paura.
Non importa quanto stretto sia il passaggio,
quanto piena di castighi la mia vita,
io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima.
Perché muoiono gli uomini, ma non le idee...
139
Vincenzo Maiello
La mia città
Cammino da solo per strada,
non c’è nessuno per parlare.
Nell’aria una canzone antica
si perde fra i grattacieli di questa città.
Quando è sera, che malinconia!
Nemmeno più la luna ci guarda,
in questo silenzio di paura.
Ma quanti peccati questa gente deve pagare!
Come sono tristi le nuvole,
per un giorno che se ne va.
Anche il cielo è pieno di lacrime,
per come soffre questa città:
– Guaglio’! Guaglio’! ’sta musica
dovrà cambiare!
– Guaglio’! Guaglio’! qua nessuno
ci può aiutare
Le stagioni cambiano,
passano mesi e anni
nel silenzio dell’eternità.
Nulla cambierà.
Mentre dorme, questa città
s’abbandona alla realtà
’A musica non cambierà,
nella mia città.
140
Amico mio
Scriverò per te questa poesia,
che combatti contro la distrofia,
e parlerò di voi che avete fede,
ma che gridate al vento,
perché nessuno ascolta
dei vostri cari il pianto.
Lotterò con voi per poter vivere,
mentre i parlamentari
con volti belli parlano di Dio
con ipocrisia, lasciandosi alle spalle
chi soffre di distrofia.
Griderò di voi ai grandi signori
che il loro interesse è solo alle poltrone,
senza pensare a chi soffre di dolore.
Gli parlerò di voi che vivete di speranza,
e che esistete, e nel futuro sperate
Ma il denaro è il potere,
ha preso il posto del cuore:
non si cura del vostro amore,
né di chi combatte con la paura
di una morte improvvisa, o di cadere
in un vortice senza fine.
Combatti, amico mio,
c’è tempo per morire.
141
Il falco
Mi sveglio al sorgere del sole
riscaldo le ali, do una pulizia
alle penne.
Spicco il volo!
Ali spiegate – cerco la preda.
Temporale in arrivo,
trovo rifugio in un buco
tra rocce.
Lo stomaco è vuoto
il freddo è pungente
la roccia tagliente.
Ritorna il sereno:
volo,
scendo in picchiata
preda afferrata.
Fortuna che l’essere umano
non si spinge quassù:
c’è poco da offrirgli.
Questo è il mio regno
tra il cielo e la terra.
142
Piero Padiglia
Le chiavi
Quanti sogni che ho lasciato
chiusi dentro quei cassetti.
Ho perso le chiavi
dove ho perso la memoria.
Persa tra quei passi
che mi portavano ovunque
ma ovunque è difficile da trovarsi
Le chiavi
ed i sogni ancor più difficili da realizzarsi
se non si sono già scordati.
così come le chiavi che non trovo più da tempo.
Nei miei passi persi
cerco una strada che non abbia troppi incroci
così, senza pensarci
magari rigo dritto ed arriverò ad un punto interrogativo
dove dovrò ricominciare tutto
dove sarà una strada nuova.
Maledette chiavi,
dove vi ho perduto?
Tra quei passi in quel deserto
oppure in questo traffico che mi confonde,
nel silenzio dove mi sono chiuso
dove confondo la fantasia con la realtà.
Ché senza chiavi non potrò entrare
dove almeno posso sperare di ricominciare,
di riprendere la strada dei miei passi
sperando possano essere quelli giusti.
143
Andrea Ruiu
Il dolore
Quando nasce il dolore, tu vorresti fuggire
cancellare il tormento che ti lacera il cuore
ma lui resta con te, ti consuma da dentro,
è un veleno potente che annulla ogni senso.
Cento volti diversi, mille strade conosce,
non puoi stare nascosto; quelle troppe tue angosce
puoi lasciarle un momento, solo un attimo breve
ma poi tornano qui, fino dentro le vene.
Ed allora capisci, non lo puoi più negare
c’è soltanto una via, quella di attraversare
e affrontarlo spavaldo... lui non è la verità,
è soltanto un momento, poi vedrai, passerà.
Corri via più lontano e poi parla al tuo cuore
quando forte lui batte, resta lì ad ascoltare;
ti dirà cosa fare per guardare ben oltre
perché ancora hai la forza che Dio ti ha donato,
quella forza che chiami con il nome speranza
che ti dona la luce sopra il buio che avanza
che regala un sorriso e che spenge il tuo pianto,
che fa battere il cuore in ogni momento,
che regala ai tuoi sogni una nuova magia
tramutandoli in vero e non certo utopia.
Quando nasce il dolore, non avere paura
tienilo forte per mano, lungo tutto il tuo viaggio.
Guarda avanti, c’è l’ombra, non ti devi fermare!
Guarda sempre più in là, non esiste il dolore
lui è soltanto la via per aprire il tuo cuore.
144
Lacrime
Quante lacrime cadute dai miei occhi troppo stanchi!
Quante lacrime versate sopra giorni molto tristi
sono scese senza sosta, senza spegnere il dolore
che mi affligge, mi tormenta e avvelena anche il mio cuore.
Come pioggia troppo amara che non lava le mie pene,
come un fiume che alimenta un tormento senza fine,
come un mare che ribolle come sangue nelle vene
che s’infrange sugli scogli del destino mio crudele.
Quante lacrime ho versato senza avere una ragione,
per mancanza d’esperienza o per mio stupido errore
su un amore troppo acerbo, nato intenso ed improvviso
ma tradito da bugie e un diabolico sorriso.
Molte altre ne ho versate sotto un cielo senza stelle.
Troppe, tante dedicate ad un amore un po’ ribelle
però alcune sono nate per la pura mia emozione
di baciare la tua bocca che mi fa scoppiare il cuore.
Sono lacrime diverse, sono dolci come il miele,
sono nettare divino,emozione senza pene,
sono gioia che risplende, non ne posso fare a meno,
sono tutta la mia vita, il mio cielo più sereno.
Vorrei piangere per sempre ed amarti all’infinito!
Vorrei stringere il tuo corpo, come fossi un bel vestito
e insinuarmi tra i capelli come brezza del mattino
e dormire sui tuoi occhi… sopra un soffice cuscino,
far tremare la tua pelle come un brivido importante
come vento sopra il mare, che s’infrange sulle onde
ed un battito diverso che sorprenderà il tuo cuore
conquistando la tua mente come quando guardi un fiore.
Userò questo mio pianto per portarti via, lontano
e userò questi miei occhi per guardarti e dirti… “T’amo!”.
145
Il riflesso lucente del mare
Mi ricordo la sera, affacciato sul mare
Quando l’onda mi parla con il forte maestrale.
Rimanevo per ore a sentire il profumo
di quel sale portato dall’acqueo suo fumo
mentre in alto i gabbiani giocavano in volo
confondendo i richiami nell’immenso frastuono.
Armonia di un momento che ancor mi sovviene
nel ricordo lontano che attenua le pene
quando i passi miei nudi vagavano lievi
senza avere catene a fermarne i pensieri,
raccoglievo conchiglie, come un gioco bambino
per tenerle con me, lungo il lento cammino,
per sentire quel suono racchiuso all’interno
di quei gusci preziosi, durante il mio inverno!
Mi ricordo il mio mare e il suo fine orizzonte
e la luce del faro, ferma scia fra le onde
a indicare la via, quella rotta dispersa
che da molto non vedo, che da tempo si è persa.
E che dire delle notti, sotto un cielo di stelle!
Tra gli scogli e la sabbia ho lasciato il mio cuore.
Ma il ricordo mi salva da queste paure
ed attenua il dolore che c’è tutt’intorno
in quest’angolo buio che adesso è il mio mondo,
questo mondo distorto, privo ormai d’armonia
che mi annulla la mente, quasi fosse follia.
Ma la notte io scappo e ritorno a guardare
il lucente riflesso del mio cuore sul mare!
146
Antonio Sanson
Dal vascello
In questo mare nero oscuro
Dal vascello del corsaro
Nella notte come un faro
Fuoco e polveri da sparo
Chiaro segno di vendetta
Per ’sta società corrotta
Indottrinata e ora condotta
Verso genocidi e lotta
Metto mano alla mia penna
Che ora giudica e condanna
Chi manipola e ci inganna
E la vista nostra appanna
Danna i popoli all’esilio
Li ghermisce con l’artiglio
Tiene cani al suo guinzaglio
Con le armi e il loro ausilio
In questa società egoista
Solca la prua dell’arrivista
Che la libertà amministra
Tra le geometrie e l’industria
Nel sistema in decadenza
Conti in banca alta finanza
Sete fame indifferenza
E cresce la disuguaglianza
Porto i segni della lotta
E dentro l’animo il dolore
Tatuato in me il rancore
Freddo serpico aggressore
147
Contro sbirri antisommossa
Contro lo stato e la chiesa
Vaffanculo e con offesa
Contro chi paga e poi prega
Senza tregua ruba e frega
Il potere sfrutta e usa
Gente raggirata e illusa
Senza alcuna via di fuga
La prosciuga la consuma
Dentro lenta la frattura
La cattura la censura
E con disprezzo la depura
Con paure e con inganni
Spinge gli uni contro altri
Trincee soldati e morti
Sangue linciaggi e drammi
Sporche strade insanguinate
Terre spoglie e depredate
Case invase e bombardate
Da nazioni ormai accecate
Qui si annega tra le onde
E all’inferno si discende
Uno a uno ora ci attende
Ormai son piene le dispense
D’esistenze d’apparenze
False unioni ed alleanze
Tra adunanze conferenze
Squali ami vermi e lenze
Speranze e vani sogni
Schiacciati da menzogne
Denunce scontri e lotte
Tra bandiere nere e rosse
Fosse sangue solo morte
Corpi appesi a mille corde
148
Ciechi occhi orecchie sorde
Dietro a falsità contorte
Mille fili e marionette
Banche rotte fraudolente
Gente che possiede tutto
E gente che vive di niente
Tra miserie e povertà
Tra schiavismi e libertà
Tra omertose oscenità
False e meschine verità
In questa mala società
Pregna e densa di arroganza
Propaganda merda espansa
Tutto addensa e l’aria manca
Ci accompagna l’ignoranza
Priva e vuota di coscienza
Tra di noi ci si calpesta
Dimmi tu sai che ci resta?
Mille grida e si fucila
Deliranti e pieni d’ira
E alla spalle si cospira
Senza più una alternativa
Scorre via a diapositiva
Questa osmosi collettiva
Fila tesse mentre affila
Cola sangue e terre irriga
Tra elemosine e dottrina
Mitra in faccia e disciplina
Si bastona e si imprigiona
Tutti quanti a testa china
Tra disordini afflizioni
Cani servi ed aguzzini
Dittatori schiavi e cloni
Infami lotte e disonori
149
Antonio Santarelli
Alba alla Lungara
Pareti di nebbia confinano aggomitolate ansie
nel deserto illimitato dell’angoscia.
Insonni coscienze cullate dai rimorsi
pulsano trasparenze di sogni infranti.
Stagioni, nostalgie, comatosi rimpianti,
affollati silenzi nella notte colma d’assenza.
Immemori lontananze massacrate dal presente.
Abbandonato languore di fantasia mutilata.
L’animo corroso dal torbido delirio,
collassa su se stesso, implode silenzioso.
Smarrite nella fosca bruma vitali coordinate,
da esili volontà nel precario presente mascherate.
Sedati spettri di seminfermità.
Umane tabule rase impasticcate.
Occulti persuasori, guantati vigilanti
della sorveglianza pervasiva a oltranza.
Candidi camici mendaci dall’animo turpe,
mercanti di terapia e salute negata.
Tempo cancellato con inchiostro simpatico
dai morti in solitudine dell’attesa.
Clangori lontani nel formicaio demente,
dolenti note echeggiano nei riti quotidiani.
Subitanei silenzi irrompono nelle menti
degli illusi prigionieri di desideri e noia.
Tutto è silenzio, ma sale un grido muto,
grido di vergogna dell’animo che brucia.
Crepuscolo di rabbia e disperata agonia,
struggente fornace d’insensibile intolleranza.
Pallido fantasma di vita ormai fuggita,
l’oscuro scrutare nel futuro nonostante.
Marasma interiore riverbera indifferenza,
150
ma fratello dolore non crea insensibilità.
Gocce di aurora stillano tra le sbarre
nel reame della penombra perenne.
L’arcobaleno di speranza persiste nella memoria,
risplende il bagliore a ritrovar la traccia.
Natale
Nutrimi l’anima, vivanda d’amor spirituale.
Ristora la sete bruciante nell’intimo del cuore.
Accresci il foraggio del fertile pascolo intellettuale.
Alimenta la piena del maturo limo concimatore
dell’anima sospesa tra l’ansia del caos e la vigile attesa,
di un’epoca nuova di crescita sensata e liberata,
nel sacro segno della fiducia all’armonia sempre tesa
all’annuncio della buona novella di speranza realizzata.
Il suicida
Ho guardato negli occhi quell’uomo.
La cel1a liscia perimetrava la sua follia.
Ebbro di dolore, immerso
nella disperazione, affogava.
Quello sguardo sbarrato supplicava
il mio cuore. Io non risposi, certo
per viltà, perché la paura è eterna,
è un morbo ed è contagiosa.
Questo cuore codardo avvertiva
il dolore dell’umano morente.
In un uomo dall’insonne mania
ritrovava l’immagine e il senso
d’ogni altra agonia.
151
Ion Trikolici
Canto alla vita
Come un uccello in gabbia
canto alla vita
con mesto suono
simile ad una sirena impazzita.
Preghiera di vento a sbattere ali
di colorate farfalle
tra fiori socchiusi
da robuste sbarre.
Affanno ricco di remoti desideri
che mitigano dubbi
ricchi di speranza.
Canto alla vita una monotona cantilena
che s’aggomitola
alzandosi
ad una giovane luna
e ad un remoto volto
ricordato e pregato
Ad uno ad uno
Ad uno ad uno conto i giorni.
Visi, volti
dissimili mi circondano
e voci non care
da ascoltare.
Bianchi cirri lontani
e riflessi di sole
immagini compaiono
nell’azzurro infinito
152
come bisogno di voi.
Ad una ad una conto le notti
e piccole mani da accarezzare
dolci respiri
per grandi cuori innamorati frementi
di familiari rughe da baciare.
Nell’infantile sonno si posa il pensiero
lontano ricordo e pianto novello.
Ad uno ad uno contiamo i giorni
e le sofferenze patite
e la resistenza d’amore
che morire non può
nella nuova alba.
Capita
Capita
di guardarsi dentro.
Sì... a volte capita
ogniqualvolta qualcosa non va.
Nulla di strano
ma è la sensazione
di avere nella mente
nel cuore una novità.
Capita
poi di pensare a domani
ad un’altra nuova sorpresa
sotto la luce del sole
e capita d’invecchiare.
Peccato!
153
Il tavolo della giuria dell’edizione 2013 a Bollate:
Lucia Casalini, Massimo Parisi (Direttore del
carcere), Ernesto Ferrero, Fabio Canessa,
Pablo Gorini e Alessandra Testa Nava
Minori
Il Professore
Istituto Penale Minorile di Palermo
Il mio mezzo cuore
Prendo la penna
mi trema la mano
e scrivo solo
Principessa ti amo.
La sera quando vado a letto
guardo il tetto
e penso solo
che sei l’amore perfetto.
Ti penso e ripenso
e so per certo che non ti perdo.
Un giorno uscirò
e un figlio tutto nostro
con te avrò.
156
L’Innocente
Istituto Penale Minorile di Palermo
Solo un’ora
Senza te
sarei il mare senza sale
e il cielo senza sole
Tu sei l’unica
che mi dà i brividi dentro.
Vorrei anche un’ora di libertà
per dirti che ti amo all’infinito
solo un’ora per respirare
perché tu sei vita.
Guardare l’universo nei tuoi occhi,
gli occhi del mio unico amore.
157
Liberodentro
Istituto Penale Minorile di Palermo
Non sbaglierò più
Un’ora solo a settimana
per tornare a respirare.
Quando sei fuori
è facile sbagliare
ma quando sei dentro
non te lo puoi più perdonare.
Ho capito quello che ho fatto
perché qui si perde tutto.
Mi dico: non sbaglierò più
anche se fuori sarò tentato
ma dovrò essere forte
per non commettere reato.
158
Michele
Istituto Penale Minorile di Palermo
Ora ho capito.
Ho capito in carcere.
Che la vita è difficile per me, per tutti.
La vita è diventata un incubo,
dentro mura bianche e sbarre grigie.
Non sono una persona adulta
sono solo un ragazzino di sedici anni
Poi penso:
se la strada fosse un libro
la situazione sarebbe tragica,
si comincerebbe a leggere solo dall’ultima pagina.
La mia bocca è una pistola
che mi mette in croce.
La bocca della mia pistola
è un fondo senza voce.
Ho sempre evitato gli sguardi degli altri,
ora io fisso in faccia tutti i miei sbagli.
159
Peppe Sò
Istituto Penale Minorile di Palermo
Viaggiando nella mente
Accendo una sigaretta
e sfogo i miei pensieri
sperando che questo giorno sia meglio di ieri.
Ai miei cari vola il mio pensiero
a centinaia di chilometri
viaggiando come un aereo.
Il giorno del colloquio al vederti
mi si apre il cuore
come quando sboccia un fiore.
Mi danno notizie del mio amore
e qui si aggiunge un altro pensiero,
mi dico ininterrottamente
che sono stato scemo.
160
Jessica P.
Istituto Penale Minorile di Pontremoli (MS)
Libertà
Ma adesso che ho capito sono fuori,
e state certi non commetterò più gli stessi errori.
Non voglio più asciugare lacrime sul volto di mia madre,
sennò cosa racconterò ai miei figli quando sarò madre?
Voglio un futuro sicuro e sereno
E non fare più parte di questa vita che ha il sapore di un veleno.
Un veleno che ogni giorno ti infanga le giornate,
giuro non si vedranno più le mie mani ammanettare.
Ricorderò la mia esperienza come una cosa del passato,
che col passare del tempo verrà sotterrato.
E la nave che porta i pensieri affonderà,
e quello sarà il giorno per gridare LIBERTÀ.
Mamma
Mamma mi manchi da impazzire
e forse non riesci a capire
quanto io stia soffrendo,
ma non temere presto rientro.
E prometto di cambiare vita
e farti vedere che tua figlia va verso la salita
senza mai più cadere e non sapere.
Con te ho scoperto un nuovo sapore,
un sapore mai sentito
ma che adesso ho capito.
Solo tu riesci a darmi forza e amore,
per questo sei il mio unico fiore.
161
Giulia N.
Istituto Penale Minorile di Pontremoli (MS)
Il sole dentro me
Nel momento in cui il mio cuore batte
batte anche quello del nostro bambino
e nel momento in cui batte il tuo batte anche il mio.
Il nostro bambino ha il mio respiro e il mio battito,
e tu hai tutto il mio amore.
Quando uscirò potremo guardare insieme le stelle
e ci sarà scritto il nome di una bambina
e tu potrai gridare al mondo intero
“Sì, Giuliana è mia!”.
Ti amo, sapessi quanto ti amo!
Vorrei restare a pensarti e a respirare di te,
sapere dove sei e con chi stai.
Tu sei quel sentimento dentro me,
tu sei quel sole dentro me.
162
Andrea F.
Istituto Penale Minorile di Potenza
Guardavo
Angela,
guardavo i tuoi occhi splendidi come un diamante
attraversato dai raggi del sole
quel sole forte come il tuo animo,
quell’animo pieno d’amore,
puro e sincero come te
mio caro angelo d’oro puro.
Perdonami
Mamma perdona questo figlio
Che ha scelto questa vita sbagliata
Per non averti dato ascolto.
Ti voglio dire che disprezzo la vita
Che passo qui dentro,
senza la tua presenza.
So di averti delusa.
So di non essere degno del tuo perdono
So pure che, senza il tuo perdono
non ho la speranza di una vita migliore
perdonami per averti lasciata sola, mamma.
163
Aniello C.
Istituto Penale Minorile di Potenza
Al mio amore
Lasciami rintanato nelle tue braccia,
In quel calore che emani
Dal cuore pieno di amore.
Posso trovare la mia strada per vivere
Nei tuoi occhi e nella tua mente
Diventando un tuo fisso pensiero
per non sentirmi più...
Prigioniero!!!
Per la mamma
Mamma, che parola grande,
se a te penso,
il corpo come
avvolto tra mille onde,
va in trepidazione
perché sei tu la più vera e unica emozione.
Donami sempre i tuoi sguardi puri e sinceri
E qualsiasi sia il mio destino, fa sì che io resti sempre il tuo...
Bambino.
164
Roberto B.
Istituto Penale Minorile di Potenza
Per Alessia
Alessia, a te sembrerà banale,
ma per me Tu sei più che speciale.
Tu per me sei come un bel fiore e
Pensandoti mi viene un forte batticuore:
forse perché così è l’amore?!
Spesso ti sogno sai e, tra fiori e petali di rosa,
tu sei la più bella sposa!
Non so qui dentro cosa mi stia accadendo,
[ma sento che nel cuore mi stai entrando...
Addirittura ti penso mentre sto mangiando!
A volte penso che siano queste quattro mura. Ma... no,
di amarti, io non ho paura!
165
Geraldo B.
Istituto Penale Minorile di Treviso
L’attimo
Solo,
dietro a questi ferri
parlo alla mia luna
e tutto appare,
tutto in un punto.
Ogni cosa è lontana,
forse anni luce
ma vicina nel pensiero.
In un momento
hai vissuto
una vita è persa,
ma rimasta è
la speranza.
Ricominciare.
166
Mouhcine M.
Istituto Penale Minorile di Treviso
L’attesa
Attesa del giudizio,
l’ansia che distrugge
porta a cose
che non voglio.
L’attesa insonne
mi fa vagare
nel mio letto
che non riconosco.
Attesa nervosa,
paura di quello
che può succedere,
giustizia.
Speranza che tutto
vada bene.
Ricordi,
persone care.
Un aiuto
Io sono,
ancora io.
Chiuso
in questa casa
da anni.
Come uscire
dopo tutti
questi anni?
167
Speranza
che siano serviti.
Secondo voi
chi sono io?
Sono sempre io?
Chi può saperlo?
Forse,
un aiuto.
Avere la forza
Non lasciarti
consumare
come una sigaretta,
io ci sono passato.
Brutto è sbagliare
ma bello
è avere la forza.
Saper rialzarsi.
168
Nusret G.
Istituto Penale Minorile di Treviso
Mamma
Ti aspetto con ansia
tu, che riscaldi
questo mio cuore
freddo.
Asciughi
i miei vestiti
bagnati di
solitaria sofferenza
Luce eterna
Riesci a farmi
Vivere.
Ancora, sempre.
169
Partecipanti edizione 2015
Agnifili Gianfranco
Albanese Antonio
Albano Luigi
Albertini GianPaolo
Albini Claudio
Alfonsi Marco
Altieri Salvatore
Amaturo T.
Arshad Mohammad
Audino Francesco
Badr Mohamed
Balletto Mauro
Ballotta Valerio
Balsamo Massimo
Banchon Villon Manuel Efren
Barbaro Giovanni
Bashaliu Ilir
Basile Giovanni
Basile Giovanni
Ben Kasib Moez
Ben Nouri Bilel
Bendaj Alfred
Bertami Maurizio
Besana Mario
Bianco Enzo
Bianconi Roberto
Bilotti Ernesto Elias
Bonfrate Nicola
Bonyrmpo Sebastiano
Bordogna Roberto
Brescia Domenico
Buglione Mariarco
Buzzin Kevin
Calin Petran Petrica
Candido Giuseppe
Caparco Laura
Capitale Francesco
Capoferri Augusto
Capone Salvatore
Caporale Antonio
Caporali Nazareno
Carpino Salvatore
Carrozzo Gabriele
Casalis Agostino
Castaldo Giovanni
Cecchetti Roberto
Cecero Agostino
Celentano Salzano Antonio
Cernea Cristian
Cesarano Alfonso
Cesarano Alfonso
Cesaretti Alessandro Luigi
Chabbah Mehdi
Ciarelli Luigi
Cimò Salvatore
Ciobotaru Maria Roxana
Cojocaru Averescu
Colombo Stefania
Contempo Sebastiano
Corda Monica
Corodda Giovanni
Costantini Marco
Costin Daniel
Cozzi Alassandro
Cuffaro Salvatore
Cuni Bardhok
D’Amico Salvatore
D’Aurizio Donato
170
Dahman Mustapha
Damiani Carmelo
De Angelis Giulio
De Carlo Pietro
De Crescenzo Antonio
De Fusco Maila
De Maria Carmelo
De Masi Francesco
De Mattia Pasquale
Del Ciotto Maurizio
Del Santo Mario
Di Bella Gaetano
Di Bono Giovanni
Di Febo Guglielmo
Di Fiore Pasquale
Di Giacomo Armando
Dominici Joseph
Donadio Carmine
Donati Mario
Donato Marco
Dragani Cristiano
Edo
El Amri Tarek
El Hachimi Mohamed
Esposito Antonio
Falbo Fabio
Fall Pape
Fanzelli Giuseppe
Ferro Giuseppe
Fezza Luigi
Fiorentino Antonio
Florio Pasquale
Florio Pasquale
Fogli Stefano
Franchi Marco
Franciosi Sandro
Gallico Carmelo
Ganapini Roberto
Geremia Gennaro
Ghouzlani Mohamed
Giannella Francesco
Giannone Antonio
Gioffré Vincenzo
Girardi Natashja
Giuseppetti Arnaldo
Gjini Lulzim
Gjyzeli Qamil
Goia Alessandro
Grandi Rolando
Grandi Stefano
Guglielmi Francesco
Gulluni Domenico
Gurrera Vincenzo
Ieno Domenico
Innocenti Francesco
Isoletta Eric
Kola Altin
Korane Ossama
La Licata Carmelo
Lanza Salvatore
Lanzano Antonio
Lemnaru Serghei
Liseno Daniele
Lo Bartolo Diego
Lo Bianco Francesco
Locatelli Fabrizio
Lombardo Vincenzo Gabriele
Lorefice Giorgio
Loverso Marcello
Lucente Franco
Lulzin Gjini
Lumini Giovan Battista
Macas Castillo Alexander
Madrigali Claudio
171
Maganuco Gianbattista
Maggio Alex
Maggio Michele
Maiello Vincenzo
Maiocchetti Massimiliano
Maiolo Franco
Mantovani Vittorio
Marchetti Agostino
Marino Santo
Marzo Cosimo Giuseppe
Marzullo Antonio
Masella Giuseppe
Mauro Carlo
Mka Dolic
Morelli Vincano
Mosnoi Andrei
Movot Antonio
Msatfi Mustapha
Nasso Giuseppe
Nastro Antonio
Nocera Pasquale
Nolfo Saverio
Novaresio Aldo
Padiglia Piero
Pagani Luigi
Paganini Diego
Paggetti Massimiliano
Palotta Valerio
Palmisano Egidio
Papalia Antonio
Pastorello Mauro
Pipino Vincenzo
Poli Ronnye
Portocarrero Maria
Precaj Pavlin
Predi Massimo
Pullarà Santi
Quartieri Federico
Raimo Salvatore
Ramondetti Amato
Rampello Giuseppe
Randazzo Raffaele
Rezeg Hamadi
Rinelli Mauro
Rizzo Stefano
Romano Vincenzo
Rosato Romeo
Ruiu Andrea
Russo Antonino - Nino
Sabatino Giuseppe
Sala Massimo
Sampugna Enzo
Sanson Antonio
Santarelli Antonio
Savoca Alfio
Scandariato Filippo
Sciacca Dario
Sebasthi Pethiru Lathislas
Sepe Alfredo
Seppia Riccardo
Sfarzetta Vincenzo
Slingue Kinge
Soccodato Augusto
Soccodato A.
Sorrentino Patrizio
Stoica Petrika
Tarara Lucian
Torres Nenrry Orlando
Traini Fabrizio
Trikolici Ion
Uzzauto Raffaele
Votta Salvatore
Ventura Salvatore
Zagaria Savino
172
Zampollo Marco
Zelici Ornella
Zuin Diego
Minori
Istituto penale minorile
di Palermo
Il professore
L’innocente
Liberodentro
Michele
Peppe Sò
Istituto penale minorile
di Pontremoli (MS)
Jessica P.
Giulia N.
Istituto penale minorile
di Potenza
Andrea F.
Aniello C.
Roberto B.
Istituto penale minorile
di Treviso
Geraldo B.
Mouhcine M.
Nusret G.
173
Perugia 2014
Roberta Bellesini Faletti e Fabio Canessa
durante il ricordo di Giorgio Faletti.
La sala del Carcere di Perugia.
Ringraziamenti
Un grazie particolare al Presidente della Repubblica e ai Presidenti del Senato e della Camera per l’apprezzamento dimostrato con la concessione delle Medaglie di rappresentanza. Inoltre a Giovanna Melillo ed Ernesto Ferrero del Salone
internazionale del libro di Torino, a Carla Sacchi Ferrero dei
Presìdi del libro del Piemonte e a Gustavo Cuccini Presidente
nazionale dell’Università delle Tre Età.
Un sentito ringraziamento alla Casa circondariale Marassi di
Genova per aver gentilmente ospitato la cerimonia di premiazione dei vincitori di questa XIV edizione del Premio.
Un ringraziamento anche ai numerosi istituti penitenziari e
agli insegnanti che hanno collaborato affinché tanti dei loro
reclusi potessero partecipare al concorso ed essere infine presenti alla premiazione.
Grazie ad Alessandra Testa Nava per la lettura dei testi; a Monica Andreucci e Lucilla Lazzarini per il loro contributo alla
realizzazione di questo libro e a Laura Pasquinucci per la cura
della pubblicazione sul sito www.premiocasalini.it.
Infine un ringraziamento a Marco Formaioni dello Studiografico M
di Piombino (LI).
175
Indice
Storia del Premio
3
Chi era Emanuele Casalini5
Comitato d’onore6
Giuria7
Presentazione di Ernesto Ferrero
8
SEZIONE PROSA
Opere premiate
Carmelo Gallico
Per sempre nel ricordo
Nazareno Caporali
Una lezione che non dimenticherò
Mahammad Arshad
La mia felicità
Vittorio Mantovani
Il portiere
Opere segnalate
Marco Alfonsi
L’intervista
Bilel Ben Nouri
Odissea
Marco Costantini
Terremoto
Mka Dolic
Sando Franciosi
Piccolo Uomo
Mohamed Ghouzlani
Arnaldo Giuseppetti
Tre giorni, tre giorni soltanto
Carmelo La Licata
Dancalia
176
15
25
33
40
48
52
55
60
63
66
71
77
Diego Lo Bartolo
La fiaba di un povero cavallo
Giovanbattista Maganuco
Michele Maggio
Z/generation
Massimiliano Maiocchetti
Girotondo
Antonio Nastro
Alla memoria di mio padre
Saverio Nolfo
Ad Auschwitz ho trovato un barlume d’umanità
La speranza poggia sui sogni
Vincenzo Pipino
Il torsolo di una mela
Lucian Tarara
L’angelo custode
Diego Zuin
Rimaiolo da strapazzo
Sommo tormento
Titolo
Francesco Capitale
Il colore inesistente
Ti devo qualche cosa...
Trepida attesa
Salvatore Carpino
Addio
Tarek El Amri
Casa succede ora
Notte stupita
Il viaggio
Franco Lucente
Tu ci sei
Un’anima dorata
Giorni e nuvole
SEZIONE POESIA
Opere premiate
81
84
91
94
98
103
108
112
116
119
123
124
126
177
Opere segnalate
Mario Balletto
Sono qui
135 euro
Valerio Ballotta
Filo di neve
Giuseppe Candido
Clochard
Il cappio
Monica Corda
A mio figlio Valerio
A mia madre
Sovraffollamento
Mohamed El Hachimi
Primavera araba
Domenico Ieno
Vincenzo Maiello
La mia città
Amico mio
Il falco
Piero Padiglia
Le chiavi
Andrea Ruiu
Il dolore
Lacrime
Il riflesso lucente del mare
Antonio Sanson
Dal vascello
Antonio Santarelli
Alba alla Lungara
Natale
Il suicida
Ion Trikolici
Canto alla vita
Ad uno ad uno
Capita
178
130
132
133
135
137
139
140
143
144
147
150
152
Minori
Istituto Penale Minorile di Palermo
Il professore
156
Il mio mezzo cuore
L’innocente157
Solo un’ora
Liberodentro158
Non sbaglierò più
Michele159
Ora ho capito
Peppe Sò
160
Viaggiando nella mente
Istituto Penale Minorile di Pontremoli (MS)
Jessica P.
Libertà
Mamma
Giulia N.
Il sole dentro me
Istituto Penale Minorile di Potenza
Andrea F.
Guardavo
Perdonami
Aniello C.
Al mio amore
Per la mamma
Roberto B. Per Alessia
Geraldo B.
L’attimo
Mouhcine M.
L’attesa
Un aiuto
Nusret G.
Mamma
Istituto Penale Minorile di Treviso
161
162
163
164
165
166
167
169
Partecipanti edizione 2015
Ringraziamenti
170
175
179
Perugia 2014
Gustavo Cuccini,
presidente nazionale
Università delle Tre Età.
Il coro dell’Unitre di Perugia.
Hanno contribuito
Port Security
Piombino Elba
Associazione Nazionale
Università delle Tre Età
Unitre e sedi di Genova
e Piombino
Città di
Piombino
Città di
Genova
Curia Vescovile
di Massa Marittima
e Piombino - Elba
Presidenza
Toremar
Centro servizi
volontariato Toscana
Volume composto in carattere Palatino
dallo Studiografico M di Piombino (LI)
e finito di stampare nel mese di ottobre 2015
per i tipi di Pacini editore di Ospedaletto (PI)
Premio letterario nazionale “Emanuele Casalini”
Riservato ai detenuti - 14a edizione - Genova 2015
Marco Corradini
Medaglia del Presidente della Repubblica
Medaglia del Presidente del Senato
Medaglia del Presidente della Camera dei Deputati
L’ALTRA LIBERTà
Premio letterario nazionale
“Emanuele Casalini”
riservato ai detenuti
delle carceri italiane
Premio letterario nazionale “Emanuele Casalini”
Sono felice che almeno la mia anima
in qualche modo possa uscire fuori di qui.
L’altra
Voci dal carcere

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