Fuori dall`ombra. Sguardi sulla storia delle donne

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Fuori dall`ombra. Sguardi sulla storia delle donne
 Assessorato Istruzione e Cultura della Provincia di Pisa
Centro di Documentazione e Ricerca Educativa
Festa della Toscana 2002
Fuori dall’ombra
Sguardi sulla storia delle donne
Provincia di Pisa (secoli XIX-XX)
Mostra e progetto di una ricerca
Quaderni del Centro per la didattica della Storia
Numero 5
La mostra FUORI DALL’OMBRA: SGUARDI SULLA STORIA DELLE DONNE (sec. XIX-XX) si è svolta dal 29 novembre al 21 dicembre 2002 presso la Casa della Donna di Pisa ed è stata promossa e finanziata dalla Provincia di Pisa.
L’allestimento è stato curato dall’architetto Alessandro Sonetti, dal suo collaboratore Marco Paoletti e dalla Pubblidea
Si ringraziano per la collaborazione: Archivio di Stato di Pisa; Associazione Casa della Donna; Biblioteca Comunale di Cascina;
Biblioteca Comunale di San Miniato; Biblioteca Comunale di Santa Croce sull’Arno; Biblioteca Provinciale di Pisa; Biblioteca
di Filosofia e Storia dell’università di Pisa; Biblioteca di Storia delle Arti dell’università di Pisa; Biblioteca Universitaria di
Pisa; Biblioteca Franco Serantini; Camera del Lavoro di Pisa; Camera di Commercio di Pisa; Casa editrice ETS; Centro di documentazione dell’Azienda Ospedaliera Pisana; Centro Italiano Femminile di Pisa; Centro Multimediale del Cinema;
Confederazione Italiana Agricoltura di Pisa; Dipartimento IV Edilizia e Impiantistica dell’Università di Pisa; Domus
Mazziniana; Istituzione dei Cavalieri di Santo Stefano; Scuola Normale Superiore; prof. Umberto Chiaramonte; dr. Donatella
Buggiani; signora Renata Giacomelli; signora Giorgina Guiggi; signora Eugenia Naldini Segre; signora Anna Pardella; signora Carmela Silluzio; signora Giovanna Terreni; famiglia Vaccà Filippeschi
Testi di: Giuliana Biagioli, Anna Bocco, Mariagiulia Burresi, Caterina Del Vivo, Gigliola Dinucci, Lida Gonelli,
Alessandra Martinelli, Silvia Menconi, Tiziana Noce, Alessandra Peretti, Stefano Renzoni, Laura Savelli, Mirella
Scardozzi, Catia Sonetti, Lucia Tosi, Angelica Vitiello, Virginia Messerini
Catalogo a cura di: Alessandra Peretti
© Copyright 2003 by Provincia di Pisa
ISBN 88-7781-519-1
Realizzazione editoriale
Via A. Gherardesca
56121 Ospedaletto (Pisa)
Fotolito e Stampa
Industrie Grafiche Pacini
INDICE
Introduzione
E. Fasano Guarini ....................................................................................................pag.
I. DONNE E NAZIONE
(a cura di M. Scardozzi, A. Peretti) ........................................................................»
1. Tra guerre, moti e rivoluzioni: Sofia e Lauretta
(C. Del Vivo)..........................................................................................................»
2. Le Toscanelli: la “Prefettessa” e la “Ministressa”
(S. Menconi) ..........................................................................................................»
3. La passione di educare. Due vite a confronto
(L. Gonelli, A. Peretti) ..........................................................................................»
4. Il femminismo: Maria Di Vestea
(A. Peretti) ............................................................................................................»
II. L’EDUCAZIONE DELLE DONNE
(a cura di M. Scardozzi, A. Peretti) ........................................................................»
1. Leggere e scrivere, una conquista difficile
(M. Scardozzi) ......................................................................................................»
2. Un’esperienza pisana d’avanguardia: gli asili infantili
(A. Peretti) ............................................................................................................»
3. L’ago e l’alfabeto: le scuole di S. Ranieri e la Pia Casa di Carità
(M. Scardozzi) ......................................................................................................»
4. Le signorine: dal Conservatorio all’Istituto magistrale
(M. Scardozzi) ......................................................................................................»
III. LE DONNE NELL’ARTE
(a cura di M. Burresi)................................................................................................»
Premessa..................................................................................................................»
1. “… per vaghezza e per diletto …”
(M. Burresi, S. Renzoni, L. Tosi) ........................................................................»
2. Le professioniste
(S. Renzoni, L. Tosi)..............................................................................................»
3. Donne e arte applicata
(A. Bocco) ..............................................................................................................»
4. Donne e formazione artistica: gli Istituti d’arte nella Provincia di Pisa
(A. Bocco) ..............................................................................................................»
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IV. DONNE E LAVORO
AGRICOLTURA
(a cura di G. Biagioli) ..........................................................................................»
1. Le donne nella società rurale tradizionale
(G. Biagioli)............................................................................................................»
2. Il lavoro delle donne contadine: la casa
(G. Biagioli)............................................................................................................»
3. Il lavoro delle donne contadine: il podere
(G. Biagioli)............................................................................................................»
4. Le donne e le lotte nelle campagne
(A. Martinelli) ......................................................................................................»
5. Un momento di lotta: le donne nella vicenda della fattoria “la Cava”
(A. Martinelli) ......................................................................................................»
6. Le donne e la crisi della mezzadria
(A. Martinelli) ......................................................................................................»
INDUSTRIA
(a cura di G. Dinucci, C. Sonetti) ......................................................................»
1. Il periodo delle origini ........................................................................................»
2. Dalla fine degli anni Ottanta alla prima guerra mondiale:
lo sviluppo della grande fabbrica meccanizzata..................................................»
3. Il primo dopoguerra ............................................................................................»
4. Il fascismo............................................................................................................»
5. Il dopoguerra e gli anni Cinquanta ....................................................................»
6. Il ventennio Sessanta-Ottanta: gli anni del grande mutamento ........................
della fisionomia produttiva dell’area pisana ......................................................»
VECCHIE E NUOVE PROFESSIONI
(a cura di L. Savelli, A. Vitiello) ........................................................................»
1. Una nuova professione al femminile
(L. Savelli)..............................................................................................................»
2. Le levatrici del territorio pisano
(A. Vitiello) ............................................................................................................»
3. L’ostetrica condotta
(A. Vitiello) ............................................................................................................»
V. DONNE E POLITICA
(a cura di T. Noce, V. Messerini) ............................................................................»
1. Parole e immagini di donne nello spazio pubblico (1946-1981)
(T. Noce) ................................................................................................................»
2. Donne e voto
(V. Messerini) ........................................................................................................»
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INTRODUZIONE
Questa pubblicazione nasce dalla mostra che si è tenuta alla Casa della Donna di Pisa
dal 29 novembre al 21 dicembre 2002: ne costituisce in certo modo il catalogo, redatto
dopo il suo svolgimento su sollecitazione proprio di molti dei suoi visitatori. Si intende così presentare, indicandone gli orientamenti e le premesse, l’avvio di una ricerca
intrapresa sotto l’egida della Provincia di Pisa, i cui risultati assumeranno forma compiuta nel giro di due anni. Una ricerca non facile, da condurre su fonti in parte edite,
in parte reperibili negli archivi, ma affidate anche alla pubblicistica spicciola, alle lettere private, alla memoria orale, all’illustrazione e alla fotografia: ai materiali che in piccola parte qui si presentano.
Il titolo, che fu scelto per la mostra e ora si riprende, Fuori dall’ombra: sguardi sulla storia delle donne. Provincia di Pisa (secoli XIX-XX), riflette bene le intenzioni di chi ha collaborato all’iniziativa. I materiali raccolti ed elaborati offrono degli sguardi, semplici
sguardi, su una storia – quella delle donne – che solo da alcuni anni ha incominciato
a essere studiata e che nella nostra provincia è agli albori. Una storia in ombra, come
in ombra ne sono rimaste fin quasi ai nostri giorni le protagoniste, prive di riconoscimento sociale e politico anche quando immesse a pieno titolo nel mondo del lavoro.
Non si è preteso di disegnare un quadro esauriente, né pienamente organico, neppure all’interno dei singoli settori trattati. Molte ed evidenti le lacune. Evidenti pure gli
scarti cronologici. Tutti i settori tematici si iscrivono nell’arco temporale otto-novecentesco, segnato dall’avvento dello stato nazionale e dell’industrializzazione, dall’emergere di nuove forme di lavoro e di istruzione, di nuove professioni, e, dopo la fine
del fascismo e la fondazione della repubblica democratica, di nuovi modi e dimensioni della politica: ma, a seconda della prospettiva, diversi sono i momenti di volta
in volta privilegiati. Comune è invece – pur con le ovvie differenziazioni interne, tra
città e campagna, tra centro e periferie – l’orizzonte spaziale: quello appunto della
provincia di Pisa, con le sue specificità storiche.
Se gli sguardi raccolti non sono né esaurienti né omogenei, chiari sono però i percorsi delineati, che forniscono i primi elementi di conoscenza e di riflessione. Si evoca
dapprima, a partire da alcune vicende individuali, il ruolo (di compagne e madri partecipi, dotate tuttavia di voce autonoma) che alcune donne hanno avuto nel processo
di formazione della nazione (sezione I). Viene quindi introdotto il tema dell’educazione, della non facile alfabetizzazione femminile, dei canali di formazione offerti alle
donne, a lungo separati da quelli maschili (sezione II). Segue l’illustrazione di una
delle attività ‘colte’ consentite alle donne fin dal secolo XIX, quella artistica (sezione
III). Il discorso si allarga poi alla presenza femminile, oscura ma in molti settori determinante, nel mondo del lavoro: nell’agricoltura, nell’industria, fino all’emergere di
alcune nuove professioni, l’ostetricia, con l’adeguamento a nuovi canoni di uno dei
più antichi lavori femminili, l’impiego nei servizi postali, telegrafici, telefonici (sezione IV). Infine si entra nella sfera della politica, sotto il duplice aspetto della militanza
nei partiti, nelle associazioni e nei movimenti, e della partecipazione al voto e della
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presenza femminile – assai limitata, ma significativa – nelle istituzioni locali (sezione
V). Una grande storia collettiva, il cui interesse, al di là dell’emergere di singoli profili, sta proprio nelle folle anonime che l’hanno animata.
Si è così cercato di indicare come, nella provincia di Pisa tra Otto e Novecento, in un
tempo segnato da trasformazioni profonde della società, dell’economia, della cultura,
dei sistemi politici, le donne abbiano assunto nuovi ruoli, che ne hanno modificato
profondamente la presenza e la figura nel mondo attuale. Sembra alle autrici dei contributi che, pur nella loro frammentarietà, gli elementi di conoscenza e di riflessione
così offerti siano utili. La consapevolezza storica è infatti una componente essenziale
della coscienza che le donne hanno maturato di sé e dello spazio che sono venute occupando nella società del nostro tempo.
Elena Fasano Guarini
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I. DONNE E NAZIONE
(a cura di M. Scardozzi, A. Peretti)
Una serie di ritratti femminili: la prima donna che presentiamo nasce nel 1790 e vive le
guerre napoleoniche, l’ultima muore durante il Ventennio, nel 1931.
Ognuna di queste “storie” è di per sé affascinante, ma l’insieme suggerisce una chiave
di lettura della storia delle donne nel lungo periodo durante il quale si costruirono le
nazioni, chiuso dalla “guerra dei Trent’anni” del XX secolo.
Alle donne si chiese di partecipare a quel processo, ma senza uscire dalla sfera domestica, ritenuta allora l’unica pertinente al “genere” femminile. Il quadro di Odoardo
Borrani, datato 1863, illustra perfettamente questa idea: le camicie rosse e il ritratto di
Garibaldi, ma all’interno di un quieto salotto borghese. (Tav. 1)
Le biografie che presentiamo mostrano le potenzialità, ma anche le contraddizioni, di
tale modello.
Escluse dai campi di battaglia (e si noti la scomparsa di quella figura di “vivandiera”,
ancora impersonata da Sofia Vaccà) e parimenti escluse dalla lotta politica, alle donne
si assegnò il compito di rincuorare gli uomini in armi, come fece Caterina Ferrucci,
oppure di accompagnarli nell’esilio, come Lauretta Parra con Giuseppe Montanelli:
una divisione sessuale dei ruoli che acquistò un’importanza ancora maggiore nelle
guerre del Novecento.
Regine solo del loro salotto, riuscirono spesso a trasformare uno spazio domestico in
luogo della vita pubblica: il “salotto rosso” di Emilia Toscanelli fu in questo senso un
caso esemplare.
Il ruolo materno travalicò subito la sfera familiare e tutte, infatti, si occuparono di educazione infantile e femminile: un impegno che diventò ragione di vita per Elena
Raffalovich e che si dilatò in militanza politica con Maria Di Vestea.
1. Tra guerre, moti e rivoluzioni: Sofia e Lauretta
(C. Del Vivo)
SOFIA CAUDEIRON VACCA’ BERLINGHIERI
(Saint Paul Trois Chateaux 1790 - Pisa 1857)
I Vaccà Berlinghieri rappresentano all’inizio del secolo XIX una delle più importanti
dinastie toscane di scienziati e chirurghi. Leopoldo, primogenito della famiglia
(1768-1809), docente di fisica e allora generale napoleonico, conosce e sposa a Tolone
nel 1807 Sofia, figlia di un ufficiale medico della marina francese. Sofia lo seguirà,
come vivandière, nell’avventurosa e sfortunata campagna in Portogallo. Dopo la tragica morte del marito durante il viaggio di ritorno, si stabilisce a Pisa presso il suocero e nel 1814 sposa il cognato Andrea (1772-1826), uno dei maestri della nuova
scuola chirurgica.
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Dal 1820 apre il suo salotto di Palazzo Lanfranchi, sul lungarno Galilei, accogliendo
artisti, politici, viaggiatori ed esuli: da Shelley ai più illustri Fanarioti, sostenitori dalla
Toscana della causa ellenica. Alla scomparsa di Andrea, nel 1826, si dedicherà con passione all’educazione dei tre figli, interessandosi ai metodi pedagogici di P.E. von
Fellemberg, e alla gestione del patrimonio familiare, soprattutto delle tenute di
Orzignano e Montefoscoli, ottenendo fiducia e consensi sociali rari per una donna.
Apprezzata per la bellezza e la cultura, in rapporti di amicizia con Giordani,
Lambruschini, Mayer, Vieusseux, intreccerà un prolungato e affettuoso carteggio con
Gino Capponi. A Giacomo Leopardi, che la frequentò nel suo soggiorno pisano, si deve
la nota lode epistolare “la bella Vaccà”. (Tavv. 2, 3)
LAURETTA CIPRIANI PARRA MONTANELLI
(Port of Spain, Trinidad 1795 - Firenze 1869)
Ricordata quale compagna, poi moglie, di Giuseppe Montanelli (1813-1862), sua ispiratrice o consigliera invadente, Lauretta, di origine còrsa, vive a Trinidad fino al 1806.
Affidata agli zii di Livorno, sposa nel 1814 Giuseppe Di Lupo Parra (1776-1822), ricco
possidente di S. Prospero.
Vivace, estroversa, amante delle belle arti, trascorre parte dell’anno nel palazzo cittadino dei Parra, presso piazza S. Niccola. Stringe appassionate relazioni, si infiamma
per la causa greca, si innamora di Costantino Caradja, figlio dell’ex Ospodaro di
Valacchia in esilio a Livorno. Vorrebbe partire con lui per la Morea, ma cambia idea: la
trattiene il pensiero dei quattro figli ancora bambini. Rimasta vedova nel 1822, lotterà
a lungo per difendere il diritto di ogni madre di tenerli con sé ed educarli secondo le
proprie convinzioni.
Fra gli amici di Lauretta vi sarà anche Leopardi: unica dama pisana con la quale
Fig. 1. M.lle de la Morinière, Villa
Parra a S. Prospero, disegno
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Giacomo terrà corrispondenza. Nel 1832 conosce Montanelli, di diciotto anni più giovane. Nasce pochi anni dopo, sulle sponde del lungarno, a fianco dell’Ussero, il noto
salotto di casa Parra, luogo di incontri e di politica, di “lieti inverni pisani”, come li
definì Giuseppe Giusti.
Sposato segretamente Montanelli nel 1848, gli sarà accanto nei successi e nelle sconfitte del 1849. Lo seguirà nell’esilio parigino, sempre al suo fianco nella stesura degli scritti politici e letterari.
Di lei non conosciamo alcuna effigie.
Fig. 2. Lettera di Lauretta a Montanelli con disegno di un cesto di frutta
2. Le Toscanelli: la “Prefettessa” e la “Ministressa”
(S. Menconi)
Le sorelle Elisa ed Emilia Toscanelli nascono a Pisa da Giovan Battista ed Angiola
Cipriani. La famiglia Toscanelli, di recente nobilitazione, era una delle più in vista
nell’élite cittadina. Elisa ed Emilia ricevono in casa l’educazione “ornamentale” tipica delle signorine di buona famiglia (lingue straniere, ballo, disegno, musica, ricamo) e crescono in un ambiente in cui serpeggiano i valori ed i sogni di libertà della
patria.
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ELISA TOSCANELLI FINOCCHIETTI
(Pisa 1821- Firenze 1870)
Appassionatasi fin dall’adolescenza alla pittura (Tav. 4), nel 1848 Elisa sposa il Conte
Francesco Finocchietti (1815-1899), con il quale vive nel palazzo in piazza dei Cavalieri,
conosciuto come Torre della fame; dal 1859 si trasferisce a Siena e poi a Pavia, città delle
quali il marito è Prefetto. Calandosi pian piano nel ruolo di Prefettessa – così la chiama
la sorella Emilia in una lettera – organizza salotti, feste da ballo ed intrattenimenti.
L’attività del marito le permette di seguire da vicino gli avvenimenti politici di quegli
anni e di incontrare personaggi quali il Re Vittorio Emanuele II e Garibaldi:
“… oggi il mio scritto deve parerle più bello e luminoso, perché la mano con cui le scrivo è stata
baciata da Garibaldi. Esso venne quà la sera dell’8. Per il 9 gli avevamo preparato un pranzo …”
Lettera di Elisa al padre Giovan Battista, 11 aprile 1862
Fig. 3. Lettera dell’11 aprile 1862, nella quale Elisa racconta al padre dell’incontro con Garibaldi
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Fig. 4. Prima parte dell’articolo Il Passaggio del Brennero
Nell’aprile 1868 Elisa si presenta nell’insolita veste di scrittrice patriottica: sul quotidiano Il Trentino viene pubblicato in quattro puntate il suo articolo Il Passaggio del
Brennero, nel quale descrivendo la strada ferrata Bolzano-Innsbruck si rivendica l’italianità del Trentino.
Amante delle villeggiature e dei viaggi, nel 1869 Elisa si avventura in un’impresa
“sopra le righe” per una donna del suo tempo: un’escursione di tredici giorni sul massiccio del monte Bianco, in parte a piedi, in parte a dorso di mulo, con la sola compagnia di una guida alpina. L’allontanamento spaziale e simbolico dall’ambiente domestico conferisce a tale viaggio un significato particolare, che la stessa Elisa sottolinea nel
diario di viaggio inviato al marito sotto forma di lettera.
Elisa muore a Firenze il 18 aprile 1870.
EMILIA TOSCANELLI PERUZZI
(Pisa 1827 - Bagno a Ripoli 1900)
Fin dall’adolescenza Emilia manifesta una vivace intelligenza ed un interesse particolare per gli avvenimenti a lei contemporanei. I fatti del 1848 la coinvolgono profondamente, anche perché i fratelli Giuseppe e Domenico fanno parte del Battaglione
Universitario Pisano. Le pagine del suo diario, a quel tempo, traboccano di passione
patriottica, come nel brano che segue:
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“Uniti, uniti sempre se vogliamo diventar qualcosa, se vogliamo la simpatia di tutte le nazioni.
Smettiamo la brutta taccia che ci appesta finora, l’ostacolo più grande del nostro risorgimento;
siamo uniti per amore della patria e nostro, saremo forti, saremo formidabili, saremo grandi, sì,
tutti, tutti fratelli dalle Alpi al Lilibeo, tutti concordi nel medesimo desiderio, nella massima
idea; l’indipendenza, la nazionalità italiana”.
da E. Toscanelli Peruzzi, Vita di me, Firenze, 1934
Nel 1850 il matrimonio con Ubaldino Peruzzi le apre nuove possibilità di relazioni e
interessi, perché il marito è prima gonfaloniere di Firenze e poi direttore delle strade
ferrate della Toscana. Emilia diventa la regina del “salotto rosso” di Borgo dei Greci,
una sorta di palestra politica e civile, dove si discute di politica, economia e cultura.
Allo scoppio della seconda guerra d’indipendenza Emilia, insieme a molte altre nobildonne toscane, dà un contributo attivo all’assistenza ai feriti e alle famiglie dei combattenti; il suo ruolo tuttavia non è limitato a questo, come ci mostra Carlo Torrigiani
Fig. 5. “Indirizzo di molti Italiani al
Sig.re Gio Batta Toscanelli”, di Carlo
Torrigiani, giugno 1859 (prima pagina)
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in uno scherzoso testo in rima indirizzato a Giovan Battista Toscanelli nel giugno 1859.
Dopo aver trascorso gli anni dal 1861 al 1864 a Torino, per seguire Ubaldino, prima
Ministro dei Lavori Pubblici e poi dell’Interno, Emilia torna a Firenze e riapre il suo
salotto, che diventa un centro politico e culturale di rilievo nazionale. (Tav. 5)
“Allo svolgimento della politica del giorno si assisteva in quella casa come in una succursale del
Parlamento[…] Ma non si può descrivere quel salotto senza parlar prima della signora, che ne
fu l’anima, e a cui è quasi al tutto dovuta la bella rinomanza ch’egli ebbe”.
da Edmondo De Amicis, Un salotto fiorentino del secolo scorso, Firenze 1902
Il declino del salotto inizia nel 1876, con la caduta della Destra Storica, e si acuisce nel
1878 per la crisi finanziaria del comune di Firenze, del quale Ubaldino era sindaco. I
due coniugi si ritirano nella villa dell’Antella, dove Emilia, abbattuta dalla cecità e
dalla perdita dell’amato marito, morirà l’8 maggio 1900.
3. La passione di educare. Due vite a confronto
(L. Gonelli, A. Peretti)
CATERINA FRANCESCHI FERRUCCI
(Narni 1803 - Firenze 1887)
Caterina Franceschi raggiunge giovanissima la fama di poetessa, ma, su consiglio di
Leopardi, si volge anche a studi filosofico-letterari. Nel 1827, prossima alle nozze con
Michele Ferrucci, scrive al futuro sposo reclamando per sé “pienissima libertà” di studio:
“… voglio applicarmi alla Ideologia, e alle cognizioni di ciò che riguarda la legislazione, e la
politica dei Popoli. A questo amerei di unire lo studio delle scienze naturali … Quando voi troviate onesta la libertà, che io vi chiedo, gradirò che me ne assicuriate, e la vostra promessa mi
renderà tranquilla”
(1 gennaio 1827)
Coinvolta insieme al marito nei moti bolognesi del 1831, emigra a Ginevra grazie a
Cavour, che apprezza questa “femme … douée d’une imagination brillante et du génie
des arts et de littérature”. Nel 1844 si stabilisce a Pisa, dove il marito è chiamato a insegnare all’Università, e apre un salotto nel quale si incontrano intellettuali italiani e stranieri.
Nella primavera del 1848 scrive lettere colme di patriottismo al marito ed al figlio,
volontari nel battaglione universitario; al marito, timoroso per il suo futuro accademico, ricorda che è preferibile “perdere dieci cattedre piuttosto che perdere l’onore” e
conclude: “State forti. La cattedra non ve la toglieranno, e se vi tolgono le paghe ci penseremo noi donne”.
Nel 1850 fonda a Genova un istituto laico per l’educazione femminile. Nel manifesto
Alle madri italiane, diffuso per l’occasione enuncia il suo programma per formare
“degne madri e degne compagne di forti e liberi cittadini”.
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Fig. 6.
Il progetto educativo di Caterina sembra realizzarsi a pieno nella figlia Rosa (18261857), che apprende precocemente le lingue antiche e moderne, la musica e la botanica, scrive poesie e novelle, tiene corsi di alfabetizzazione per donne del popolo. Ma in
questo ricco percorso formativo manca ogni traccia di educazione ai sentimenti: per
volontà della madre, le sono vietati i salotti, i romanzi moderni, persino il canto di
Paolo e Francesca. Quando muore, appena ventenne, Caterina le dedica un libro di
struggente intensità, dove la fanciulla assume i tratti delle mistiche cristiane.
Caterina sarà la prima donna ammessa, nel 1871, all’Accademia della Crusca.
ELENA RAFFALOVICH COMPARETTI
(Odessa 1842 - Firenze 1918)
Nel 1863 arriva a Pisa da Parigi una ragazza appartenente a una ricca famiglia ebrea di
Odessa, Elena Raffalovich. Qui si innamora del giovane docente Domenico
Comparetti, che sposerà dopo qualche mese di fidanzamento e di una appassionata
corrispondenza epistolare.
“Vi sono tante donne intelligenti che cercano nella moda e nei salotti un mezzo per scordare la
degradante nullità della loro vita. Le donne intelligenti sono certamente gli esseri più infelici e
inutili che vi siano al mondo. La gente comune non le apprezza o teme la loro superiorità e gli
uomini intelligenti vedono di solito in loro soltanto una piacevole distrazione e uno studio
curioso, qualcosa come le ranocchie scorticate di cui ti parlavo prima. Ci si dibatte nel vuoto, poi
si finisce per studiare il latino, o per abbrutirsi non pensando a nulla”
(lettera a Domenico, 19 giugno 1863)
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Fig. 7. Ritratto di Elena Raffalovich
Comparetti
Nel breve tempo di otto anni Elena consuma una rottura irreparabile col marito e con
l’ambiente pisano: di Pisa arriva a condannare “l’apatia e l’ostilità per tutto ciò che è
nuovo”, al marito finisce per dichiarare che “se non si può essere felici, una vita senza
falsità è meno penosa da sopportare”. Dopo aver cercato invano spazi di realizzazione
personale, tentando di introdurre nuovi metodi pedagogici negli asili di carità, Elena
abbandona per sempre Pisa e la famiglia e, ottenuto l’assenso del marito a vivere sola,
si impegna nella conoscenza e diffusione del metodo froebeliano, che propone una
pedagogia attiva che assecondi la spontanea evoluzione del bambino attraverso il
gioco e il rapporto con la natura.
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Fig. 8. Il Sindaco di Venezia ringrazia Domenico Comparetti dell’assenso maritale per l’apertura dell’asilo (19 marzo 1873)
A Venezia, in un ambiente più favorevole alle sue idee, Elena stipula una convenzione col
Comune per la creazione a sue spese del Giardino d’infanzia Elena Raffalovich Comparetti,
fondato su principi di rigorosa laicità e di rispetto assoluto per la libertà dei bambini. Per
poter investire nell’impresa il suo patrimonio personale, deve ottenere comunque l’assenso del marito. L’asilo ha avuto una vita contrastata, ma dura ancora oggi. (Tav. 6)
Della modernità delle sue idee e della solitudine che gliene venne sono testimonianza
molte sue lettere, in cui si trovano affermazioni come queste:
“Credo che per l’emancipazione della donna il progresso verrà da dove meno lo si aspetta, cioè
dalle donne del popolo, spinte dalla necessità di vincere nella lotta per l’esistenza. Quelle che si
distinguono un po’ dalla massa capiscono i vantaggi dell’istruzione e cercano di acquisirli.
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Meno disarmate e più energiche delle donne della borghesia, esse andranno più diritte allo
scopo, senza curarsi dei pregiudizi. In una parola, credo che la causa delle donne sia immediatamente legata a quella della democrazia, e che esse trionferanno insieme”
(lettera ad Adolfo Pick, 23 ottobre 1872)
4. Il femminismo: Maria Di Vestea
(Odessa 1868 - Pisa 1931)
(A. Peretti)
Il 18 novembre 1893 a Pisa si laurea per la prima volta una donna in medicina e la cronaca dei giornali locali si affretta a segnalarne il nome: dottoressa Maria Fischmann. È
la terza laureata pisana in assoluto: una giovane ebrea russa, che viene dalla lontana
Odessa, come aveva fatto 30 anni prima Elena Raffalovich. Maria Fischmann, però, non
arriva a Pisa per sposarsi, ma per diventare medico: dopo aver studiato presso le università di Zurigo e di Berna, a Pisa frequenta l’ultimo anno e svolge la tesi in ostetricia.
Dopo il matrimonio, col nuovo nome di Maria Di Vestea, sempre preceduto da quell’orgoglioso titolo di dottoressa, ricomparirà spesso nelle cronache pisane. Non tanto
Fig. 9. Certificato di laurea di Maria Fischmann (1893)
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Fig. 10. Conferenza all’Università popolare (1914): Verso la verità e la sincerità nella lotta contro le malattie contagiose sessuali
come moglie di un illustre professore universitario, fondatore a Pisa dell’Istituto
d’Igiene di via S. Zeno e per quarant’anni promotore a livello nazionale della diffusione dell’“utopia igienista”, quanto per l’intensa attività sociale e professionale da lei
personalmente svolta a favore dell’educazione femminile e dell’assistenza all’infanzia.
È presidente degli Asili infantili di carità, conferenziera all’Università popolare, assistente alla Clinica chirurgica, fondatrice della Scuola festiva per le “fabbrichine” analfabete, della Colonia Scolastica “attendata” a Marina di Pisa e dell’ambulatorio per lattanti al S. Chiara.
Si batte per la coeducazione, cioè per le scuole miste, per l’educazione sessuale dei giovani e come presidente degli asili ribadisce nel 1901 il loro carattere aconfessionale,
dopo un acceso dibattito nel Consiglio direttivo sull’uso della preghiera. È lei a far mettere a verbale che “è convenuto che, ad un Istituto nel quale si raccolgono bambini
senza distinzione di fede religiosa e cui principale scopo è l’esercizio disinteressato e
imparziale della carità, non debba darsi carattere precipuamente religioso”.
L’impegno della Di Vestea a favore delle donne non si limita però solo alla beneficenza e all’istruzione. La troviamo infatti impegnata in varie battaglie politiche: per il
pareggiamento degli stipendi tra maestre e maestri, contro l’obbligo delle visite sanitarie alle prostitute, per la ricerca della paternità nel caso degli illegittimi, e soprattutto nei Comitati Pro suffragio femminile. A loro nome nel 1908 sulle colonne del Ponte
di Pisa svolge una decisa anche se cortese polemica con Concetto Marchesi, allora
docente presso il liceo pisano, che si è dichiarato contrario al voto alle donne (Tavv. 7,
8). Alla fine del 1908 fonda la sezione pisana dell’Associazione per la Donna, di cui sarà
18
presidente per venti anni, anche quando essa avrà aderito al Consiglio Nazionale della
Donna Italiana.
In tutte queste attività Maria Di Vestea sarà costantemente mossa da un forte senso di
appartenenza alla comunità nazionale, dal desiderio che le donne italiane siano all’altezza dei compiti nuovi che la società moderna impone loro e facciano proprie le istanze di pari dignità e diritti agitate dalle donne di altri paesi. La sua identità ebraica, per
tanti anni taciuta e apparentemente dimenticata, ricompare al momento della morte,
nel 1931, quando viene sepolta a fianco della madre nel Cimitero israelitico di Pisa.
Fig. 11.
19
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II. L’EDUCAZIONE DELLE DONNE
(a cura di M. Scardozzi, A. Peretti)
Nel sistema scolastico italiano, dalla legge Casati del 1859 alla riforma Gentile del 1923,
la distinzione tra “maschile” e “femminile” era molto netta.
L’idea che le donne avessero bisogno di educazione al ruolo di madri e di mogli, piuttosto che di istruzione, fu alla base di un’offerta scolastica più povera, contraddittoria
e in ogni caso diversa rispetto a quella destinata ai maschi.
Nello stesso tempo, però, le scuole offrirono alle donne la prima possibilità di un accesso di massa a un lavoro qualificato, quello di insegnante. Già a fine Ottocento la figura della maestra si impose nell’immaginario collettivo (si pensi a De Amicis) come un
nuovo tipo di donna: ricca di connotati materni, come da tradizione, ma nello stesso
tempo “fiera e superba” di contribuire “al miglioramento morale della nostra
Nazione” (Dizionario illustrato di pedagogia, 1897). (Tav. 9)
Seguiremo ora solo alcune tappe di questo ampio itinerario: il lento progresso dell’istruzione di base nella provincia; alcune istituzioni pisane importanti, come le “scuole
infantili di carità”, le scuole di S. Ranieri, la scuola normale femminile.
1. Leggere e scrivere, una conquista difficile
(M. Scardozzi)
Il primo censimento nazionale, nel 1861, registrò ben 17 milioni di analfabeti su poco
meno di 22 milioni di abitanti; nel confronto con le altre nazioni europee l’Italia si col-
Fig. 12. Analfabeti sulla popolazione di 6 anni e oltre in
Toscana e in provincia di
Pisa (confini dell’epoca*) al
1861, 1901, 1931
* “Confini dell’epoca” significa che i dati si riferiscono al territorio compreso nella Provincia alle date
considerate. Nel 1927, con la creazione della Provincia di Livorno, i confini di quella di Pisa cambiarono molto e dunque nel grafico si pongono a confronto, tra il 1901 e il 1931, due entità diverse.
Le fonti (i censimenti della popolazione) non consentono di correggere facilmente quest’anomalia,
che peraltro non dovrebbe alterare di molto l’andamento del fenomeno.
21
locava negli ultimi posti della graduatoria e il ritardo fu colmato molto lentamente.
L’analfabetismo era più alto nelle regioni meridionali che in quelle settentrionali, più
alto nelle campagne che nei centri urbani, più alto tra le femmine che tra i maschi: la
lenta crescita dell’istruzione di base lasciò persistere a lungo tali differenze.
Rispetto alle altre province toscane, quella di Pisa occupava una posizione intermedia:
dal 1861 al 1931 il pisano presenta un tasso di analfabetismo maschile di poco inferiore alla media regionale, mentre quello femminile era superiore.
Nonostante i progressi realizzati dall’Unità in avanti, nel 1931 ancora una donna su 4
era analfabeta (tasso del 24%). Questo dato provinciale, inoltre, nascondeva situazioni
molto differenziate: mentre a Pisa e a Calci l’analfabetismo femminile era rispettivamente del 14 e del 19%, nei comuni più poveri e isolati si arrivava al 35%. (Tav. 10)
Tra i fattori che hanno reso tanto difficile la lotta all’analfabetismo, il più importante è
stato certamente il modesto impegno finanziario dello Stato. Fino al 1911 infatti l’istruzione elementare, che pure era obbligatoria, fu completamente a carico dei comuni. I bilanci comunali, già gravati da numerose incombenze, dedicarono poche risorse
alle scuole e ancor meno a quelle femminili. Un prospetto delle scuole elementari pubbliche, maschili e femminili, presenti nei comuni della provincia nell’anno 1862/63,
illustra la situazione in modo eloquente. Si tenga presente che esistevano molte scuole
private: per ora si preferisce non affrontare un problema, come quello del rapporto
pubblico/privato, tanto rilevante dal punto di vista storico e tanto attuale.
Figg. 13, 14. da Statistica del Regno d’Italia. Istruzione primaria. Istruzione elementare pubblica per comuni. a.sc. 1862-63, Modena, 1865
22
Col tempo le scuole pubbliche aumentarono: nel comune di Pisa, ad esempio, le scuole (cioè le aule) femminili diventarono 25 nel 1896/97, con poco più di 1.000 alunne, ma
quasi tutte le classi appartenevano al “corso inferiore” (fino alla III), una maestra aveva
anche 76 bambine e nei sobborghi esistevano quasi soltanto pluriclassi (dalla I alla III
nella stessa aula).
2. Un’esperienza pisana d’avanguardia: gli asili infantili
(A. Peretti)
L’istituzione di asili infantili inizia in Toscana negli anni ’30
dell’Ottocento, sotto la spinta di un movimento di opinione che
parte dai settori più sensibili dell’aristocrazia e della borghesia liberale e coinvolge molte donne, spesso di origine straniera e di religione non cattolica. Nel 1831 giunge a Pisa per motivi di salute
Matilde Calandrini, una signora ginevrina di religione protestante
e di lontana origine lucchese, appassionata di educazione infantile.
Fig. 15. Ritratto di
Entrata in corrispondenza con i maggiori educatori del tempo
Matilde Calandrini
(Ferrante Aporti, Mayer, Lambruschini), fonda nel 1833 con l’aiuto
del filantropo pisano Luigi Frassi una Scuola infantile di Carità per
bambine povere dai tre ai sette anni, che sovvenziona personalmente e di cui cura i
principi educativi e la formazione delle maestre. (Tav. 11)
Fin dall’inizio, l’ambiente clericale pisano guarda con sospetto gli asili, sia per l’adesione al progetto di educazione popolare di tutto l’ambiente liberale toscano, sia per
l’accusa di proselitismo protestante rivolta alla Calandrini, che nel 1846 verrà espulsa
dal Granducato. Mentre l’originario regolamento degli asili non faceva discriminazioni religiose, nel 1837 viene limitato l’accesso alle sole bambine cattoliche, limitazione
che verrà superata solo dopo l’unità. (Tav. 12)
Intanto gli asili si sviluppano, scelgono sedi via via più ampie e decorose, accolgono
maschi e femmine sia pure in sezioni separate, raccolgono intorno a sé una fitta rete di
insegnanti e ispettrici e di beneficenza privata, che coinvolge molte importanti famiglie
dell’aristocrazia e borghesia pisana. Quello che caratterizza comunque questa istituzione,
che pure viene a trovarsi spesso sotto l’egida di autorevoli personaggi maschili, è il suo
configurarsi come un mondo prevalentemente femminile (Tav. 13). Dalle piccole scolare
fin su alle direttrici e presidenti, che a norma di regolamento sono sempre donne, il suo
ricco archivio è pieno di nomi femminili: dalla prima direttrice Adele Bonhomme alle presidenti Zaira Landucci, Elisa Finocchietti e Maria Di Vestea, da Elena Comparetti
Raffalovich a Teresa Benzoni Martini. Alla fine del secolo negli asili viene introdotta la
coeducazione, con la creazione di sezioni miste, e alla sede di via del Museo, poi via
Derna, si aggiunge un nuovo edificio al Carmine, che verrà intitolato alla regina Elena. Il
nome della fondatrice verrà assunto da questo asilo solo nel secondo dopoguerra.
Tra il 1870 e il 1890 si sviluppa anche il dibattito sui nuovi metodi di insegnamento. In
un primo tempo restii all’innovazione (v. il fallito tentativo di Elena Raffalovich), gli
23
Fig. 16. Un asilo agli inizi del ’900
asili di carità di Pisa si convertono poi al metodo froebeliano, che propone una pedagogia attiva che assecondi la spontanea evoluzione del bambino attraverso il gioco e il
rapporto con la natura. Il carattere laico, o meglio aconfessionale degli asili viene ribadito in varie occasioni, sia con una deliberazione del 1894 tesa a rimuovere le immagini sacre dai locali, sia col rifiuto ribadito nel 1901 dal Consiglio direttivo presieduto da
Maria Di Vestea dell’introduzione della preghiera cattolica.
3. L’ago e l’alfabeto: le scuole di S. Ranieri e la Pia Casa di Carità
(M. Scardozzi)
Rimasero in vita, dopo l’Unità, un gran numero di istituzioni antiche, dotate spesso di
cospicue rendite: il nuovo Stato non fu in grado di riformare e utilizzare al meglio questo “patrimonio del povero”, a vantaggio della diffusione dell’istruzione di base. A
Pisa esistevano due istituzioni del genere, destinate all’educazione femminile: le scuole di S. Ranieri e la Pia Casa di Carità.
24
Le scuole di S. Ranieri
Erano una delle scuole per “povere zittelle”, istituite dal granduca Pietro Leopoldo nel
1783 anche a Firenze, Siena e Pistoia. Molto innovative ai loro tempi, per la gratuità e
la laicità dell’insegnamento, apparivano obsolete dopo l’Unità. Il loro fulcro era il lavoro piuttosto che l’istruzione: abbandonata la tessitura (di stoffe di seta e poi di cotone),
sperimentarono la confezione di cappelli di paglia (attività allora molto fiorente in
vaste zone della regione) e infine si dedicarono prevalentemente al lavoro a maglia.
Producevano su commissione dei privati. Nel 1879 furono riformate e cioè ampliate
con l’aggiunta di una Scuola di lavori femminili, post elementare: un manifesto presentò alla cittadinanza la nuova istituzione. Un aspetto importante della riforma fu
l’introduzione del disegno. La scuola durava 2 o 3 anni e aveva sede, come in precedenza, nell’ex convento di S. Michele in Borgo.
Nel 1881 le Scuole di S. Ranieri erano una delle 12 scuole professionali femminili riconosciute dal Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio; in questa veste parteciparono alle Esposizioni industriali, in primo luogo a quella di Torino del 1884, esponendo ricami o “lavori femminili” di diverso tipo. Non conosciamo ancora la loro evoluzione successiva, ma nel 1933 furono trasformate in scuola femminile di Avviamento
professionale.
Fig. 17.
25
La Pia Casa di Carità
Istituzione antica, la Pia Casa fu trasformata in orfanotrofio femminile da Pietro
Leopoldo nel 1781/82. Aveva sede nell’edificio detto “delle Stinche”, oggi occupato dai
Dipartimenti di Filosofia e di Storia. (Tav. 14)
In una pubblicazione del 1845 si legge che le 105 ragazze allora ospitate venivano
“… ammaestrate nel leggere, nello scrivere, nell’abbaco e in uno dei mestieri che si addicono
alla povera loro condizione. Molte si occupano per altro nel tessere e i panni lini lavorati nell’istituto sono ricercatissimi. Non è a dirsi quanto numerose siano le ricerche che di queste fanciulle vanno ogni dì facendosi dai giovani (che bramano impalmarsi) non solo di Pisa, quanto
ancora di tutta la vicina provincia”.
Alle ragazze che si sposavano la Pia casa conferiva una dote di £. 352, come facevano
anche, per un importo più modesto, le Scuole di S. Ranieri. Nel 1865 il Soprintendente
B. Scorzi chiese di sopprimere la tessitura, “attesa la concorrenza delle grandi fabbriche”, e di sostituirla con la stiratura. Per ricostruire il numero delle ragazze ospitate, e
la diversa mescolanza di studio e lavoro prevista nel tempo dall’istituto, sono utili una
serie di opuscoli a stampa. (Tav. 15)
Fig. 18. Orfanotrofio femminile di Pisa, Relazione del presidente
comm. Ettore Calderai, Pisa, 1893
26
4. Le signorine: dal Conservatorio all’Istituto magistrale
(M. Scardozzi)
Nati in età moderna per “conservare” l’onore delle fanciulle, i conservatori femminili
rimasero a lungo, nell’Italia unita, uno degli strumenti preferiti per l’educazione delle
giovani di buona famiglia. Nella provincia di Pisa esistevano numerose istituzioni di
questo tipo: la più importante era il Conservatorio di S. Anna di Pisa, ma c’erano anche
il S. Lino di Volterra, il S. Chiara di San Miniato, il S. Marta di Montopoli. (Tavv. 16, 17)
Con il Regolamento per i Conservatori della Toscana, del 1785, Pietro Leopoldo aveva laicizzato i conservatori, vietando a maestre ed educande di vestire l’abito religioso. La
laicità di queste istituzioni fu ribadita nel 1867 dalla prima legge nazionale in materia,
che pose i conservatori alle dipendenze del Ministero della Pubblica Istruzione.
Proprio in conseguenza di questa legge, il Conservatorio pisano di S. Anna si dotò nel
1868 di un nuovo “Regolamento interno”: l’accesso, si specificava, era riservato a
ragazze “di onorata e civile famiglia”. Il S. Anna era infatti un educandato d’élite, come
attestano la varietà degli insegnamenti impartiti, l’importo della retta annua (£. 600,
equivalenti a più di un anno di salario operaio), le comodità offerte (le “bagnature” a
Viareggio e, dagli anni Settanta, la villeggiatura nella Certosa di Calci). Proprio per
Fig. 19. R. Conservatorio di S. Anna di Pisa, Regolamento interno..[..], 12 dicembre 1868, Pisa, 1870
27
questo, però, le regole “claustrali” erano rigidissime: visite dei genitori una volta a settimana (una al mese i fratelli); controllo della posta; divieto di uscire dall’istituto anche
durante le feste o le vacanze. Il tempo massimo di permanenza era dagli 8 ai 18 anni di
età.
Le famiglie che non potevano o non volevano chiudere le figlie in conservatorio dovevano ricorrere a precettori oppure a scuole private. A Pisa c’era, ad esempio, la scuola
diretta dalla contessa Olga Arlotti di Crollalanza (1879-1882, almeno) oppure quella
aperta nel 1889 dalla filantropa scozzese miss Garruthers. La domanda di una scuola
femminile postelementare si ampliò tanto, verso la fine del secolo, da spingere diverse
ragazze di Pisa e provincia a fare le pendolari con Livorno, dove esisteva già una scuola normale (cioè magistrale) femminile pubblica.
Dopo accesi dibattiti in consiglio comunale e sulla stampa cittadina, nel 1908 fu finalmente istituita la scuola normale femminile “Giosuè Carducci”, grazie ad una convenzione tra il Comune, che la finanziava, e il Conservatorio di S. Anna, che metteva a
disposizione i locali. Anche il convitto della scuola normale fu ospitato dal S. Anna, che
continuò comunque a funzionare anche come conservatorio: dal 1937 il complesso fu
dato in gestione alle suore Salesiane di Don Bosco. (Tav. 18)
28
III. LE DONNE NELL’ARTE
(a cura di M. Burresi)
Premessa
È noto che, per quanto le arti si siano sempre raffigurate in allegorie femminili, sono
state poco presenti, sino ai nostri giorni, tra le attività praticate dalle donne. (Tav. 19)
Da circa vent’anni, sistematiche campagne di catalogazione scientifica e numerosi
restauri di beni culturali della Provincia hanno tuttavia portato all’acquisizione di testimonianze anche di presenze femminili nei vari settori delle arti.
Tuttavia, l’attenzione degli studi storici per l’arte a Pisa in età contemporanea è nata di
recente, anche se le ricerche svolte nelle varie sedi hanno già permesso di presentare
monografie di personaggi significativi, censimenti di artisti, ampie panoramiche e profili interpretativi organici di alcuni dei più significativi fenomeni artistici
dell’Ottocento e della prima metà del Novecento, mettendo a frutto anche le risultanze degli accurati spogli di archivi pubblici e privati che si andavano effettuando.
Ma, a parte i due casi di Elisa Toscanelli e di M.lle de La Morinière e la presenza di
opere e documentazione su molte artiste, non si è ancora avuta occasione di sviluppare sistematicamente una ricerca sulla presenza delle donne nell’attività artistica a Pisa
tra Ottocento e Novecento.
E non pare che l’assenza di ricerca specifica sulle donne nell’arte derivi esclusivamente dalla giovinezza degli studi sull’arte dell’Ottocento e del Novecento nella città, perché, per quanto consti, è assente anche altrove, anche in conseguenza del fatto che,
escluse fino al secolo scorso le donne dalle scuole di formazione pubblica più autorevoli come le Accademie, l’attività artistica al femminile fu legata, da un lato, nelle classi aristocratica e borghese, all’educazione delle fanciulle che, se dotate, ne ricavavano
per la vita occasione di passatempo e diletto; dall’altro, nelle botteghe artistiche e artigiane, all’implementazione o prosecuzione delle attività dei capostipiti
Indagare in queste direzioni, a partire anche da una prima fase di ricostruzione biografica dei personaggi individuati, permetterà di mettere a fuoco un’area forse minore, ma storicamente non irrilevante, di attività e di produzione artistica e di arti applicate e di indagare le ragioni e i modi del loro svolgersi; mentre, dal secondo dopoguerra, con l’apertura alle donne della formazione artistica pubblica nelle scuole d’arte della Provincia, si potranno valutare le presenze, le opzioni culturali e lo sviluppo
delle attività artistiche di un sempre più ampio panorama femminile.
1. “… per vaghezza e per diletto …”
(M. Burresi, S. Renzoni, L. Tosi)
L’educazione più illuminata delle giovani borghesi e delle aristocratiche che caratterizza l’età romantica e tutto l’Ottocento include tra le discipline e le arti, apprese tra le
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pareti domestiche o in scuole private dalle frequenze selezionate, anche il disegno, al
cui insegnamento si dedicavano pittori professionisti o docenti delle Accademie. La
loro attività, destinata per lo più a restare tra le pareti domestiche o nota agli intimi e
a una cerchia di amici, è stata talvolta ricostruibile grazie a fortuiti ritrovamenti delle
loro opere, taccuini e fogli sciolti.
I seguenti nomi sono ad esempio di donne che hanno ruotato intorno alla scuola di
Annibale Marianini, direttore dell’Accademia di Belle Arti di Pisa alla metà
dell’Ottocento: su di esse sono in corso ulteriori ricerche documentarie a cura di
Stefano Renzoni.
ELENA AGOSTINI
1855. AAM, Giornale 6: elenco degli scolari privati del pittore. Seguitano quelle in casa
Agostini, per la sig. Virginia (fino al 1858).
TERESA E SELVAGGIA BORGHINI
1853. AAM, Giornale 6: elenco degli scolari privati del pittore. Sorelle Selvaggia e
Teresa Borghini (fino al 1858); Cristina Curche (sic), inglese (fino al 1856); principessa
Loghenof, russa; due sorelle Skorceswcki (?), contessine polacche.
ELENA FRANCO
1855. AAM, Giornale 6: elenco degli scolari privati del pittore. Febbraio: iniziano le
lezioni a casa Franco (fino al 1856, per la sig. Elena).
SIGNORINA ROSINI
1856. AAM, Giornale 6: elenco degli scolari privati del pittore: signorina Rosini;
Ottavina Ruschi (fino al 1859, per Ottavina e un’altra della famiglia), sigg. Polano,
Sacerdoti, Bombicci, Scialom, Bartolini, Cecconi, Pereyra, Seghi, Uzzielli.
OTTAVINA RUSCHI
1856. AAM, Giornale 6: elenco degli scolari privati del pittore: Ottavina
Esempi già noti a Pisa di attività artistiche esercitate per diletto sono invece i casi di
una facoltosa borghese, Elisa Toscanelli, e di una viaggiatrice francese, M.lle De La
Morinière, presentati rispettivamente in M. Bertolucci, M. Burresi, Ritratti Pisani di Elisa
Toscanelli, Pisa 1995 e R.P. Ciardi, L. Tongiorgi Tomasi, A. Tosi, Pisa Romantica, Pisa
1995.
ELISA TOSCANELLI
(Pisa 6 luglio1821- Firenze 1871)
Figlia primogenita di Giovan Battista Toscanelli e Angiola Cipriani, dalle nozze con
Francesco Finocchietti nel 1848, ebbe almeno quattro figli: Eugenio, Rosina, Nerina e
Marino, dai volti noti attraverso i disegni dei suoi due album pervenuti al Museo
nazionale di Palazzo Reale di Pisa con la donazione testamentaria di Antonio Ceci.
Il marito, sindaco di Pisa, Prefetto a Pavia e a Siena e Senatore del Regno, morirà il 30
dicembre del ’99. Dalla morte della moglie, colpito profondamente dalla vedovanza, si
era ritirato a vita privata.
L’attività artistica di Elisa, educata all’arte dal pittore e incisore pisano Gaetano Ciuti e
poi a Firenze e a Roma, è nota da due album di ritrattini a matita e acquarelli, a volte
30
Fig. 20. Elisa Toscanelli, Autoritratto
lumeggianti d’oro, incorniciati alcuni di trine di carta: un vero e proprio sommesso
journal per immagini di cui si rintracciano ancora pagine sciolte nella villa del padre
alla Cava presso Pontedera: una galleria di ritratti senza altre pretese se non lo svago,
di volti familiari, amati, curiosi, spesso delineati a rimembranza.
I primi a noi pervenuti risalgono al 1841, quando Elisa inizia a mettere a frutto con
regolarità la tradizionale educazione delle ragazze della sua condizione sociale alla
musica e alle arti, nel suo caso anche direttamente esperite all’interno della famiglia, in
cui il padre andava costituendo, insieme a un copiscuo patrimonio immobiliare, anche
una preziosa raccolta d’arte.
31
Rari per essersi conservati nella loro interezza, i due album di Elisa risultano di particolare interesse come fonte iconografica assai ricca di personaggi prevalentemente
pisani. La Toscanelli vi ritrasse infatti, nell’arco di circa diciassette anni, i numerosi
ospiti, amici, familiari, religiosi, nobili e borghesi pisani, contadini che giornalmente
frequentava nelle sue residenze invernali e estive, tra cui, prediletta, quella alla Cava,
immersa nel vasto parco prospiciente la Val d’Era. (Tavv. 20-22)
Che i disegni avessero per l’autrice un prevalente significato di memoria domestica è
confermato anche dal modo in cui sono realizzati: non sempre Elisa delineava dal vivo,
ma usava anche trascrivere i volti da fotografie.
Lontani sono gli echi della ritrattistica romantica, lontana l’oggettività aulica della pittura di storia: siamo tra le note sommesse di una pittura di cronaca dai domestici toni
borghesi: solo i volti delle contadine della fattoria alla Cava si presentano idealizzati
secondo i canoni di un attardato romanticismo.
M.LLE DE LA MORINIÈRE
Tra il quarto e il quinto decennio dell’Ottocento si trovava a Pisa l’artista francese De
La Morinière. Come termini cronologici più precisi si possono tenere le date che lei
stessa annotava in margine ai disegni eseguiti sui fogli del taccuino di viaggio: 16 maggio 1837 e 20 marzo 1841. In questi anni Mademoiselle De La Morinière si trovava a
Pisa per far visita al nonno Jean-Baptiste-Etienne Poussielgue, vecchio impiegato delle
finanze parigino, trasferitosi nella città toscana per sfuggire a severissime accuse di
calunnia e tradimento. A Pisa il Poussielgue si era sistemato al primo piano del palazzo Parra dal quale godeva di una splendida visuale sui lungarni pisani, che lui stesso
amava descrivere con minuzia di particolari, nelle lettere inviate alla nipote.
Il viaggio da Parigi a Pisa intrapreso da Mademoiselle De La Morinière, che già nel
1834 aveva esposto al Salon parigino un ritratto in miniatura copia del Napoleone I sul
trono imperiale di Ingres, aveva senza dubbio uno scopo insieme formativo e istruttivo,
oltre quello evidente di visitare il vecchio nonno: attraverso il fascino dell’Italia, in gran
parte conosciuta solo grazie ai racconti degli artisti che già avevano goduto dell’esperienza del Grand Tour, la miniaturista aveva il desiderio di accrescere il proprio stile pittorico, dedicandosi al genere, forse più impegnativo, delle vedute, dei paesaggi e degli
studi di monumenti e antichità.
Ecco quindi che a Pisa la De La Morinière, una volta aggiornatasi sulle esperienze figurative in ambito paesaggistico di Bartolomeo Polloni, di Ranieri Grassi e, per altri versi,
di Carlo Lasinio, fermava sulle pagine del suo taccuino di viaggio alcune eccezionali
vedute della città toscana. Eseguite con matite e acquerelli rivelano un segno vivace,
una scelta di punti di vista che sfuggono da quelli più tradizionali lasciando invece
spazio a quelli trascurati dal vedutismo ufficiale come ad esempio casa Rosini in piazza dell’Arcivescovado. Non solo vedute nel taccuino di Mademodiselle De La
Morinière, ma anche studi sui monumenti, sulla statuaria, sui particolari architettonici, sulle case del contado pisano guardate con occhi curiosi e attenti. (Tavv. 23-26)
Donna pittrice per passione, Madamoiselle De La Morinière ha lasciato una traccia
importante nello sviluppo dell’arte del paesaggio e della veduta nel contesto pisano,
32
grazie ad una sensibilità e ad uno sguardo forse ancora sconosciuti nel primo quarantennio dell’Ottocento. Per questo alle pagine del suo taccuino è stata dedicata una
mostra nel 1995, ed un volume intitolato Pisa Romantica, in cui i contributi di
R.P. Ciardi, L. Tongiorgi Tomasi e A. Tosi offrono il quadro completo del panorama artistico pisano, e ancor meglio toscano, col quale la pittrice francese si confrontava per la
prima volta sicuramente, è possibile adesso aggiungere, con ottimi risultati.
2. Le professioniste
(S. Renzoni, L. Tosi)
I nomi che seguono sono quelli di donne artiste, presumibilmente professioniste, delle
quali è tuttora possibile trovare realizzazioni grafiche o pittoriche, e sulle quali è già
stata fatta una minima ricerca bibliografica a cura di Stefano Renzoni.
Un caso al momento più noto appare quello di Elvira Rossi, modestamente, ma diffusamente attiva come incisore, su cui sono in corso ricerche a cura di Lucia Tosi.
SARA BUTLER HANDCOK
1834, Un disegno che illustra i festeggiamenti tenuti in piazza Caterina in occasione
dell’inaugurazione della statua di Pietro Leopoldo.
Un taccuino di disegni di proprietà della famiglia Venturi.
Un piccolo dipinto in un altare della chiesa di S. Michele di Oratoio.
EDA CECCHI
1916, La Cecchi espose alla Mostra Pro mutilati di Pisa dipinti e disegni (Melodie, La partenza del soldato per il fronte). Riproduzione fotografica in Irnerio 1916, p. 397.
MARIA ANTONIETTA CHICCA
1933, allieva del Pizzanelli, espone alla IV mostra Provinciale pisana d’Arte due ritratti, un Paese, una Natura morta - foto in ‘L’Idea Fascista’ n. 26, 16.7.
1934-35, ancora espone alla V Mostra Provinciale d’Arte - foto in ‘L’Idea Fascista’ n.12,
19.1.
1939, foto di un quadro della Chicca Paesaggio pisano - ‘L’Idea Fascista’ n. 46, 30.9.
TANARA FAVA
Nella canonica della Chiesa di San Sepolcro c’è un dipinto con un Cristo gemente sotto
la croce donato dalla pittrice nel 1854 a Giovanni Rosini (1854, AAM, 48, 26.8.1854).
SONIA FILIDEI
Chiesa di Santa Cecilia: paliotto in seta ricamato con fiori e foglie - 1898, ‘La Croce
Pisana’ n.46, 20.11.
ADELE GHERARDESCA
1837, nell’Album Gherardesca, tav. XLIII, è presente un incisione raffigurante la scala di
un palazzo quattrocentesco con un soldato.
ELENA MACCONE
1937-38, alla VIII Mostra d’Arte presenta Sogno lontano, Fierezza la cui foto è riportata nel
catalogo della mostra.
33
1938-39, alla IX Mostra d’Arte presenta Terra nostra, Candore la cui foto è riportata nel
catalogo della mostra.
ERMINIA REGIS
1900, pittrice miniaturista - esegue una miniatura ora nella collezione Ceci.
AMANDA TERZI
1928, la Terzi realizza un dipinto raffigurante una Deposizione, ora dietro l’altare maggiore della Chiesa di Casciavola.
LUISA ROSSELMINI RONCIONI
1887, all’Esposizione di Parigi presenta un dipinto raffigurante la copia di un rilievo
marmoreo con la Madonna con il Bambino di Donatello o scuola (ora presso gli eredi
Roncioni).
ELVIRA ROSSI
(Pisa 1825 - inizio secolo XX)
Figlia dell’incisore Giuseppe Rossi e di Ferdinanda Lasinio unitisi in matrimonio nel
1823, non si sposò e non ebbe figli nel corso della sua pur lunga esistenza. Le notizie
Fig. 21. Elvira Rossi, Santa Caterina da Siena dal dipinto del
Sodoma
Fig. 22. Elvira Rossi, Madonna del Rosario
34
Fig. 23. Elvira Rossi, Madonna con bambino
Fig. 24. Elvira Rossi, Ritratto d’uomo
che su di lei si sono potute riscontrare fino a questo momento sono state tratte per lo
più da riviste locali come La Provincia di Pisa o L’indicatore pisano, dalla consultazione
delle carte dell’Archivio storico e dal catalogo della Prima esposizione Nazionale di lavori femminili aperta in Firenze nel Marzo del 1871. È stato utilizzato inoltre come fondo di
documentazione iconografica il cospicuo corpus di incisioni e disegni, oggi conservato
presso il Museo Nazionale di San Matteo, che la stessa Elvira Rossi raccolse per quasi
tutta la sua vita e nel quale si trova traccia diretta della sua attività incisoria.
Elvira si contraddistingue nel panorama dello sviluppo artistico pisano ottocentesco,
per il ruolo assunto come allieva e collaboratrice dell’illustre nonno Carlo Lasinio
(Treviso 1857 - Pisa 1838), incisore e conservatore del Camposanto Monumentale dal
1807 fino al 1838, e come donna che sceglie di dedicarsi al “mestiere” dell’arte per l’intero corso della sua vita. Di famiglia non agiata, come dimostra una lettera scritta dal
pittore Antonio M. Perrot a Lorenzo Bartolini nel 1844 in cui si fa presente che la Rossi
vorrebbe vendere una copia incisa del monumento Mastiani “per aiutare la sua poverissima famiglia”, Elvira rimane legata per tutto il corso della sua esistenza all’ambiente accademico creato a Pisa da Lasinio. Il rapporto con la scuola dell’incisore trevigiano è determinante per lo sviluppo artistico della Rossi che, durante il suo alunna-
35
Fig. 25. Elvira Rossi, Il Buon pastore
to, raccoglie meticolosamente i materiali di lavoro utilizzati nella bottega lasiniana
come disegni, lucidi e prove di stampa. All’interno di questo prezioso e disomogeneo
corpus molti sono i fogli firmati dalla Rossi, per lo più copie da dipinti celebri come nel
caso della Santa Caterina da Siena del Sodoma, ma anche raffigurazioni religiose di tipo
devozionale come la Madonna delle Consolazioni, studi di ritratto, prove di stampa e
disegni eseguiti sicuramente per motivi didattici, come ad esempio progetti per cifre
da ricamo, prove di calligrafia o studi per insegne di attività commerciali.
Elvira si specializza nell’incisione su rame grazie all’apprendistato nella scuola-bottega di Carlo Lasinio. Dotata di una buona tecnica riproduttiva, nel 1843 e fino al 1847
viene chiamata a collaborare, insieme a molti nomi legati all’entourage lasiniana (Carlo
Rancini, lo stesso Giuseppe Rossi, Francesco Nenci) all’illustrazione degli otto volumi
della Storia della Pittura Italiana illustrata co’ suoi Monumenti di Giovanni Rosini. Il letterato pisano concepisce una storia della pittura accompagnata da illustrazioni eseguite,
il più delle volte, con la tecnica a solo contorno. Determinanti i rapporti con l’ambiente artistico di Lasinio e con quello culturale di Giovanni Rosini, il principale committente pisano della prima metà dell’Ottocento, nella formazione della Rossi e nell’affer-
36
Fig. 26. Elvira Rossi, Ebe
mazione di una scuola incisoria a cui facevano capo i maggiori artisti pisani dell’epoca.
La Rossi risulta allieva dell’Accademia di Belle Arti di Pisa e nel 1845 presenta al concorso triennale una copia ad olio di una Sacra famiglia di Carlo Maratta, così come viene
riportato dall’Indicatore Pisano di quell’anno. La sua specializzazione rimane comunque l’incisione: anni più tardi, nel 1871, espone a Firenze, in occasione della Prima
Esposizione Nazionale, due incisioni.
L’attività di Elvira prosegue nel corso del XIX secolo nella direzione dell’insegnamento artistico. L’Indicatore Pisano documenta la presenza della Rossi come “generica”
insegnante di disegno presso la Scuola femminile elementare e normale inaugurata nel
1880, nonché presso il Conservatorio di S. Anna. Durante l’inaugurazione, la Rossi
espone un’incisione raffigurante un Ecce Homo.
Gli sviluppi futuri di questa ricerca intendono analizzare con maggiore precisione gli
aspetti professionali di Elvira Rossi legati all’insegnamento e all’attività didattica di
“maestra di disegno”. Quest’analisi sarà effettuata, almeno inizialmente, attraverso lo
studio dei documenti legati agli archivi dell’Accademia di Belle Arti e del
Conservatorio di Sant’Anna. Si cercherà anche di verificare, attraverso un’ulteriore let37
tura delle riviste locali più attinenti e che riportano quasi ogni anno i premi vinti dalle
allieve delle scuole femminili, se la Rossi abbia insegnato solo disegno o anche incisione, poiché questa era, di fatto, la sua specializzazione.
Si procederà in seguito ad analizzare le schede di catalogo delle chiese di Pisa e provincia, per rintracciare se fra i frontespizi e santini ne esistano anche firmati o siglati da
Elvira Rossi.
3. Donne e arte applicata
(A. Bocco)
LAURA RUSCHI
(Pisa 1879-1965)
Figlia di Giulio Ruschi e Adele Fabbri, settima di dodici fratelli.
Con la sorella Clara si occupa della famiglia alla morte della madre (1889), mentre le
altre sorelle Virginia, Giorgia, Marianna e Emilia vanno spose rispettivamente a Oscar
Tobler, ad un lord inglese, al dottor Bonucci e all’avvocato Lannotti; ai fratelli spetta la
cura delle aziende agricole di famiglia. Un’altra sorella, Maria, muore giovane.
Dai ricordi del nipote, avvocato Giulio, è possibile tracciare il profilo di una donna
intellettualmente vivace e libera, interessata all’arte, cresciuta all’interno di una cerchia
familiare molto numerosa, che conduceva una vita riservata, senza frivolezze, con
pochissima servitù.
(È significativo, a questo proposito, che per tutta la vita abbia diviso la sua camera con
la sorella Clara nel palazzo di piazza D’Ancona a Pisa).
Non abbiamo al momento notizie precise sulla sua educazione e su come abbia maturato la decisione di mettere a frutto in una vera e propria attività imprenditoriale, seppur di piccole dimensioni, la sua sensibilità artistica e la sua familiarità con le tecniche
del disegno, caratteristiche che risultano presenti in molti altri rappresentanti della
famiglia, come testimoniano i ritratti opera di congiunti che ancora arredano lo studio
di palazzo Ruschi a Calci.
Il ricco e ben ordinato archivio di famiglia contiene alcune sue fotografie, con i fratelli
e da sola, in giovinezza e nell’età matura, ma nulla si è per il momento trovato che
riguardi la fabbrica di ceramiche che verrà da lei impiantata in via S. Zeno a Pisa.
Anche l’abitudine di scrivere diari, che rappresentano una fonte preziosa di informazioni per ricostruire la biografia di altri membri della famiglia, purtroppo si interrompe proprio con il padre Giulio, morto nel 1905. (Tav. 27)
Con un’indagine accurata si potranno delineare le caratteristiche della sua “cultura”
artistica, tenendo conto degli elementi figurativi presenti nelle opere che ci sono rimaste, dei libri cui sicuramente aveva accesso nella biblioteca di famiglia e dell’ambiente
artistico pisano contemporaneo.
Per il momento l’informazione più interessante che fa luce sugli anni precedenti alla
nascita della fabbrica di Terrecotte riguarda la sua collaborazione al Comitato Industrie
Femminili Italiane, che viene fondato a Pisa nel 1903 da parte della marchesa Teresa
38
Benzoni Martini, su sollecitazione della contessa Brazzà di Savorgnan, presidente del
Comitato di Roma.
La segretaria pisana, Giulia D’Achiardi, illustra questa iniziativa in un articolo pubblicato nel 1913 su “Notizie d’arte”, un bollettino dell’Associazione per l’arte di Pisa fondata nel 1907, legata alla Federazione toscana degli Amici dei Monumenti, presieduta
da Augusto Bellini Pietri, direttore del Museo Civico.
L’autrice indica chiaramente gli obiettivi che si prefiggevano le I.F.I. pisane, in linea con
gli orientamenti della cultura artistica di quegli anni: rivolgere l’attività a lavori che
offrissero al tempo stesso “campo all’arte e all’industria; alla estetica, cioè, ed all’utilità
pratica”. Ricorda la difficoltà di individuare il settore di intervento da privilegiare, dovuta al gran numero di iniziative simili che stavano sorgendo in tutta Italia; riferisce che,
dopo alcune discussioni, era stata accolta la proposta della signora Sisa Carmi Belimbau
di impiantare a Pisa un’attività di ricamo che si ispirasse a esemplari antichi risalenti al
secolo XVII esistenti in casa sua e in quelle di altre famiglie israelite della città.
I disegni erano eseguiti in taglio su tela di lino, mediante aperture fermate ai lembi con
un semplice sopraggitto eseguito in refe; nel campo lasciato libero tra le aperture i disegni contengono quadrati, rettangoli ed altre figurazioni lavorate a punto ad ago di
carattere spagnolo.
Si tratta di ricami che presentano una relativa facilità del punto, detto pisano-saraceno,
e una celerità di esecuzione che favorivano una molteplice utilizzazione del lavoro
finalizzata soprattutto alla biancheria da casa. Il rapido successo rese necessaria la produzione ex novo di disegni, realizzati dalla signora Carmi. Sappiamo che offrirono il
loro aiuto Anna Pardo Roques, prima vicepresidente del Comitato, Maria Gigli
Richiardi e la signorina Laura Ruschi. La contessa Sofia Franceschi Bicchierai metteva
a disposizione la sala dove venivano ricevute le operaie.
L’industria del punto pisano, chiamata familiarmente “i bachini”, avrà successo e verrà
imitata in Italia e all’estero.
Anche di questa produzione restano disegni preparatori e ricami in collezioni private,
in corso di studio. (Tavv. 28, 29)
Terre Cotte Artistiche di Pisa
I documenti conservati nell’Archivio storico della Camera di Commercio di Pisa consentono di indicare la denominazione corretta della ditta di Laura Ruschi e il periodo
della sua attività.
Il 22 dicembre 1926 nella sede del palazzo Ruschi di piazza Alessandro D’Ancona, alla
presenza del notaio Francesco Della Chiostra, viene costituita una società in accomandita semplice di 17 soci, la cui ragione sociale è “Terre Cotte Artistiche di Pisa, via
S. Zeno. Laura Ruschi & C ” avente per oggetto “l’industria della fabbricazione delle
terre cotte artistiche nella quale le signorine Laura Ruschi e Margherita Bossalino conferiscono la loro specialità decorativa di ceramiche su antico stile pisano col conseguente diritto di fabbricarne e venderne i prodotti”.
Il capitale sociale è determinato nella somma di lire 300.000, diviso in carature di lire
12.500 ciascuna e ripartite tra i soci in misura diversa. Laura Ruschi ha la rappresen39
tanza della società e la firma sociale; è autorizzata a procedere all’acquisto di beni
mobili e immobili; per la sua opera come amministratrice è previsto un compenso del
due per cento sugli utili netti degli esercizi annuali e non meno del dieci per cento
come ammortamento dei fabbricati, del macchinario e dei mobili. Il resto si prevede sia
diviso tra i soci in proporzione delle carature da loro possedute.
Al termine della società, o in caso di scioglimento, la liquidazione verrà affidata a tre
liquidatori, due nominati dai soci e uno da Laura Ruschi. Alla cessazione dell’attività
Laura Ruschi e Margherita Bossalino “… rientreranno nella piena ed esclusiva disponibilità delle loro specialità decorative e del marchio di fabbrica …”
Non sono state per il momento trovate immagini della fabbrica o documenti relativi
all’acquisto del fabbricato; dobbiamo quindi attenerci alla testimonianza orale del
nipote, avvocato Giulio Ruschi, che ricorda un capannone di via San Zeno come sede
del laboratorio di ceramiche, composto di pochi ambienti per la lavorazione della terracotta e per la decorazione, un forno circolare a due piani per la cottura e un locale
adibito a mostra e all’amministrazione. Ricorda anche il nome del formatore, Giotto
Fagiolini, e la presenza di signore e signorine che si dedicavano alla decorazione
seguendo gli schemi preparati dalla zia. Il laboratorio era anche luogo di ritrovo e lo
stesso avvocato Ruschi, fanciullo, si è cimentato nella decorazione di alcuni pezzi
meno riusciti.
L’unica documentazione relativa agli anni successivi riguarda il 16 maggio 1936, data
in cui si riunisce la società per discutere le dimissioni di Laura come accomandataria e
amministratrice, la nomina di Margherita Bossalino al suo posto e la proroga dell’attività fino al 22 dicembre 1940.
Infine, il 29 marzo 1940 la società viene messa in liquidazione prima del termine previsto (22 dicembre) per cattivo andamento. Nell’atto redatto dal notaio Emilio
Francesco Lupi si trova una descrizione poco lusinghiera della situazione economica
della società, il cui bilancio è in perdita.
La Terre Cotte Artistiche viene rilevata l’8 giugno da Giulio Rinaldi (in una guida artistica e commerciale di Pisa del 1948 viene ricordata l’azienda ubicata in via S. Zeno, 25).
La produzione delle terrecotte artistiche di Laura Ruschi si è probabilmente sviluppata
in due fasi, la prima legata prevalentemente a serviti da tavola e a manufatti per l’arredamento della casa, le cui decorazioni sono prevalentemente ispirate ai bacini ceramici
delle chiese pisane e agli affreschi del Camposanto, la seconda a vere e proprie sculture
ispirate ad opere famose, come le Madonne di Giovanni Pisano o il Grifo attualmente
all’Opera del Duomo, secondo un gusto abbastanza diffuso negli anni ’20-’30 in Toscana,
dove è frequente l’uso di “tradurre” in un altro materiale opere originali di scultura (si
imitavano le produzioni robbiane, si riproduceva la Cantoria di Donatello). (Tavv. 30-32)
Tutti i prodotti sono contrassegnati dal marchio di fabbrica: una navicella graffita o
dipinta; le sculture recano anche le iniziali del formatore G F (Giotto Fagiolini). (Tav. 33)
La ricerca si propone innanzi tutto di rintracciare il maggior numero di manufatti – molti si trovano a Calci, nel Palazzo Ruschi presso gli eredi, altri presso collezionisti privati o da antiquari – per poter studiare le forme, i decori, le tecniche delle ceramiche prodotte da Laura Ruschi.
40
Si consulteranno ulteriormente gli archivi cittadini per documentare in modo più completo l’attività della fabbrica anche con l’allestimento di un settore espositivo nella
mostra del 2004, che esponga gli esemplari più significativi di questa produzione.
(Tavv. 34-37)
MARGHERITA BOSSALINO
Margherita Bossalino, di fu Domenico e Maria Tellini, nata a Livorno nel 1886, domiciliata a Calci a villa Scorzi, ha impiantato un’industria di distribuzione di lavori di rafia
(cestini, borse e scatole) nell’agosto 1928 nella sede di villa Gloria. Ha due sorelle, Gina
e Lina, sue collaboratrici.
La ditta cessa la sua attività il 20 febbraio 1940 per “mancanza di materie prime”come
indica la documentazione presso l’Archivio storico della Camera di Commercio di Pisa.
Il suo nome compare, come si è visto, come socia e principale collaboratrice di Laura
Ruschi e, a partire dal 1936, come amministratrice, al suo posto, delle Terre Cotte
Artistiche S. Zeno.
A Palazzo Ruschi a Calci restano alcuni prodotti attribuibili alla sua attività (manufatti in rafia e ricami). (Tav. 38)
4. Donne e formazione artistica: gli Istituti d’arte nella Provincia di Pisa
(A. Bocco)
In alcuni Istituti d’arte italiani è documentata l’esistenza di sezioni frequentate da
donne:
– 1890
apertura a Siena di corsi sperimentali di disegno, ornato e figura per le
donne (37 partecipanti);
– 1923
relazione di M. Salvini a Ugo Oietti, che oppone forti resistenze alla
presenza femminile tra gli allievi degli Istituti d’arte;
– anni ’20-’30 sezione femminile di tessitura diretta da Anna Balsamo Stella a
Monza;
– anni ’30
a Firenze corsi di una nuova sezione di fotografia frequentata da 18
studenti stranieri, prevalentemente donne, tedesche, svizzere e nordamericane;
– 1936-38
a Firenze corso invernale di 27 studenti, quasi solo donne (U.S.A. e
Germania);
– 1937-39
a Firenze lezioni di nudo di Alberto Caligiani (le fotografie mostrano
presenze femminili).
Non si è ancora avuto modo di consultare direttamente tutti i registri di iscrizione degli
istituti in provincia di Pisa, se ci sono, per gli ultimi decenni dell’Ottocento e i primi
Novecento.
Per quanto riguarda Cascina, i documenti pubblicati non fanno riferimento ad allievi
di sesso femminile, a parte un accenno riferito agli anni 1924-25 in cui la Scuola d’arte
41
applicata all’Industria, ribattezzata così con decreto reale del 1908, offrirebbe istruzione completa di insegnamenti di cultura generale “diurna, serale (per operai) e femminile” (per quanto riguarda il ricamo e la pittura in ordine all’arredamento della casa)
(P. Stefanini, La Reale scuola d’arte del legno di Cascina, Firenze, 1942).
Per quanto riguarda Volterra non ci sono accenni a corsi frequentati da donne nella
lunga vicenda delle scuole-laboratorio che si susseguono da quella fondata da
Marcello Inghirami (1791) in poi, mentre risulta, dai documenti pubblicati nella nutrita bibliografia relativa alle vicende della lavorazione dell’alabastro, che vi sono donne
attive nella produzione di manufatti, anche se con mansioni poco qualificate. Risultano
infatti donne “lucidatrici” nelle fabbriche.
Nel 1854 , ad esempio, vi sono 170 donne lucidatrici su 323 impiegati adulti.
Nel 1911 vi sono 234 scultori, 403 ornatisti e tornitori, tra cui due donne; due donne
compaiono anche come commercianti.
Interessante è poi la testimonianza precedente di Anton Filippo Giachi (1786) che, parlando delle manifatture di alabastro, ricorda la produzione femminile di anime o avemarie (cioè false perle realizzate in alabastro con chicchi simili a quelli di una corona
di rosario che venivano rivestite o lucidate, dette perle false o volterrane), molto
apprezzate come monili, la cui produzione continuò, decrescendo, fino alla metà
dell’Ottocento.
Sappiamo che la Confraternita della Misericordia creò una deputazione detta Azienda
di soccorso dei poveri, che istituì anche una scuola-laboratorio chiamata Azienda del
lavorio delle anime di alabastro (testimonianze negli scritti di E. Fiumi e M. Cavallini).
Si deve quindi per il momento presumere che solo dopo la seconda guerra mondiale
gli istituti d’arte si aprono veramente alle donne.
Per quanto riguarda il più giovane degli Istituti, quello di Pisa, abbiamo i registri con
le iscrizioni dei primi anni ’60, in cui compaiono allievi di sesso maschile e femminile.
Al di là dei dati statistici relativi alle iscrizioni che si possono ricavare consultando gli
archivi delle scuole, potrebbe essere interessante ricostruire la “carriera” successiva
delle donne (Accademia di Belle Arti, attività professionale ecc.) negli anni 1950-70 ed
esporre, se sono ancora reperibili, alcuni esempi di lavori eseguiti durante il percorso
scolastico e successivamente nel mondo del lavoro.
42
IV. DONNE E LAVORO
AGRICOLTURA
(a cura di G. Biagioli)
1. Le donne nella società rurale tradizionale
(G. Biagioli)
Le donne presenti nelle campagne pisane facevano parte di tre tipi fondamentali di
famiglie: i mezzadri, i proprietari coltivatori diretti, i braccianti, in un ordine che corrispondeva il più delle volte anche alla frequenza statistica delle varie famiglie.
In tutti e tre i casi, oltre a portare avanti il ménage familiare, le donne partecipavano
attivamente all’economia familiare con altre forme di lavoro, che poteva appartenere
allo stesso settore economico di quello svolto da alcuni o da tutti gli altri membri della
famiglia, o esserne al di fuori. (Tavv. 39, 40)
Il caso più diffuso era quello delle famiglie mezzadrili. I mezzadri erano contadini
senza terra e senza il capitale mobiliare fondamentale, il bestiame. Vivevano in famiglie patriarcali fortemente gerarchiche e spesso numerose, fino ad oltre venti componenti nei poderi più ampi. Più generazioni vivevano comunemente sotto lo stesso tetto,
dove si ritrovavano più coppie sposate con i loro figli, in un’unica economia familiare
con un reddito indiviso.
Al vertice della gerarchia familiare era il capofamiglia (il capoccia) che organizzava il
lavoro di tutta la famiglia e ne gestiva le entrate. Sua moglie, o la moglie del primo fratello in ordine discendente di età, era chiamata massaia. A lei faceva capo la gerarchia
femminile, ancora più rigida di quella maschile. Le donne sposate dovevano obbedienza non solo, come tutti, al capoccia, ma anche alla massaia, e le sposate anche al marito.
La sorte delle figlie nubili era di esser chieste in moglie e di uscire il prima possibile
dalla famiglia di origine, in modo da far posto ad una moglie per un maschio celibe.
Il campo di dominio della massaia era l’organizzazione della vita domestica, dalla preparazione dei cibi ai rapporti con il mercato per certi prodotti. Essa amministrava infatti i
proventi di entrate accessorie, ma preziose del podere, soprattutto il pollaio, che rientravano solo in parte nella divisione tradizionale dei prodotti con il proprietario e servivano
all’economia domestica: per l’acquisto di vestiario e biancheria per la famiglia, di corredi
e gioielli per le spose, di alimenti non prodotti sul podere (soprattutto pesce salato).
Anche le figlie, fin dall’adolescenza, potevano allevare e vendere qualche capo, destinando i proventi alla preparazione del corredo.
2. Il lavoro delle donne contadine: la casa
(G. Biagioli)
I compiti delle donne sono raggruppabili intorno a tre spazi: la casa di abitazione della
43
famiglia, con i suoi interni e gli annessi esterni, comprese le stalle e i ricoveri per gli
animali; le terre e l’orto del podere; il mercato del borgo o della città vicini. (Tav. 41)
La giornata delle donne iniziava nel primo spazio, con il rito dell’accensione del fuoco.
Dopo questa operazione, esse si disponevano a compiti che, da un lato le regole familiari del lavoro sul podere, dettate dal capoccia, imponevano loro, dall’altro a quanto
la massaia programmava per la vita domestica.
In quasi tutti i poderi, fino alla seconda metà del XX secolo, mancava l’acqua potabile.
Era compito delle donne andare a raccoglierla alla fonte o sorgente più vicina. Il tragitto poteva comportare, complessivamente, anche più ore di cammino.
Una volta la settimana, un altro rito che le impegnava tutte era la fattura del pane per
la famiglia. La preparazione iniziava verso le quattro di mattina e si concludeva in
tarda mattinata.
Nello spazio domestico si iniziava anche l’operazione del bucato, che spesso era completata al torrente o al fiume più vicini, o ad un lavatoio pubblico. (Tav. 42)
In casa le donne preparavano il cibo, rassettavano la biancheria, curavano i bambini
(Tav. 43). Le madri, dopo il parto, restavano in casa per circa un mese poi tornavano al
lavoro nei campi. L’assistenza ai bambini era affidata alle più anziane, cui si cercava di
evitare le maggiori fatiche. Questa solidarietà domestica faceva sì che i bambini, nelle
famiglie mezzadrili, fossero generalmente meglio accuditi di quelli di altre categorie
sociali, e la mortalità infantile risultava notevolmente inferiore.
Compiti aggiuntivi delle donne in casa erano il lavoro a maglia e la confezione dei capi
più rustici di abbigliamento. La tessitura al telaio, destinata soprattutto all’autoconsumo e consueta ancora nel secolo XIX, non sopravvisse alla prima guerra mondiale,
spazzata via dalla diffusione dei prodotti industriali. Il lavoro femminile in questo settore riprese verso l’epoca della fine della mezzadria, come lavoro a domicilio per mercanti esterni. Questa attività provocò contrasti con i proprietari terrieri, che pretendevano ancora, secondo il contratto di mezzadria, che tutti membri della famiglia lavorassero solo per il podere.
3. Il lavoro delle donne contadine: il podere
(G. Biagioli)
Le donne delle famiglie mezzadrili partecipavano alla maggior parte dei lavori sul
podere.
Le operazioni più pesanti, come l’aratura, erano generalmente riservate agli uomini;
ma in condizioni di difficoltà familiare anche le donne conducevano l’aratro con i buoi.
La mattina, dopo aver riassettato la casa e preparata la colazione, le donne seguivano
gli uomini nel lavoro sui campi. Se c’era da spostarsi con il carro, durante il percorso,
esse continuavano spesso il lavoro a maglia cui si dedicavano nei tempi morti.
La presenza femminile era costante nelle operazioni principali: la cura delle culture
cerealicole, delle vigne, degli olivi. Nei seminativi, era loro compito il serbare dalle male
erbe i grani, aiutare nella fienagione e nella rimessa del fieno. La mietitura e la trebbia44
tura dei cereali le vedeva protagoniste sia prima sia dopo l’introduzione delle macchine,
così come la vendemmia e la raccolta delle olive. Per le due ultime operazioni, in alcune
località della provincia, nel XX secolo, si faceva già ricorso a manodopera femminile
esterna pagata dalla famiglia colonica. Delle ragazze (dette “trusche”) scendevano dalla
Garfagnana: ricevevano vitto, alloggio e una piccola mercede in denaro.
Compito di donne e di ragazzi (pastori e pastorelle) erano particolari attività del podere: prima fra tutte, la custodia dei piccoli greggi familiari di pecore, di maiali o di altri
animali domestici, da condurre al pascolo nei terreni incolti o nei boschi. Era questa,
generalmente, la prima attività “autonoma” affidata a bambini e bambine tenuti lontani dai banchi di scuola spesso per queste loro precoci responsabilità.
Alle donne di casa era affidato il compito di andare a far legna nei boschi per il focolare domestico, e di confezionare fascine dalla potatura degli alberi sul podere per l’accensione del forno e del focolare. (Tav. 44)
Quando si diffuse, a seguito delle malattie della vite, l’uso dei trattamenti anticrittogamici, le donne dovevano provvedere al rifornimento di acqua per le macchine irroratrici che operavano nelle vigne. Si trattava, nelle tutt’altro che infrequenti colline, di
montare a spalla pesanti carichi di acqua per centinaia di scalini.
Le donne aiutavano inoltre nella stalla, nel preparare e somministrare il vitto al bestiame bovino e suino; badavano al pollaio allevavano conigli, polli, piccioni, e gli altri preziosi animali di “bassa corte”. (Tav. 45)
Era poi loro compito eseguire una parte delle corvées previste da patti aggiuntivi al contratto di colonia. L’onere più frequente era costituito dai bucati gratuiti per la famiglia
del proprietario.
4. Le donne e le lotte nelle campagne
(A. Martinelli)
Nel secondo dopoguerra le donne contadine furono attive protagoniste delle lotte nelle
campagne per il raggiungimento di obiettivi non soltanto economici, ma anche e
soprattutto, per il miglioramento delle condizioni di vita delle loro famiglie. Furono,
infatti, loro le prime a lottare per il premio ferie e il premio maternità e a sostenere la
necessità di avere case migliori e più igieniche. Un obiettivo, questo, fondamentale in
una situazione che vedeva oltre il 50% delle case coloniche della provincia prive di luce
elettrica e il 70% bisognose di essere riparate o addirittura di essere ricostruite ex novo.
Purtroppo poco rimane a testimoniare i loro sforzi e le loro battaglie, questo perché sia
nel sindacato, sia nei partiti politici, la presenza femminile fu sempre scarsa e le donne
difficilmente arrivarono a ricoprire incarichi di responsabilità e di direzione. Poche le
eccezioni, fra le quali occorre ricordare Tina Nannetti, mezzadra, e Lidia Luperi che
ebbero ruoli di responsabilità nelle Commissioni femminili della CCDL.
Nei vari documenti esaminati, solo raramente troviamo riferimenti alle donne, e anche
quando si parla di loro, è sempre fatto con un tono vagamente paternalistico.
L’atteggiamento delle organizzazioni politiche e sindacali, dunque, rispecchiava la
45
realtà tradizionale della famiglia contadina, all’interno della quale il ruolo della donna
era assolutamente subordinato rispetto a quello dell’uomo. Le donne erano sfruttate
quanto e più degli uomini: lavoravano quanto loro, ma erano discriminate sia economicamente, sia da un punto di vista assistenziale e previdenziale.
Tuttavia, nelle campagne, in realtà le donne svolsero una funzione attiva e costante
accanto agli uomini delle loro famiglie; lottarono con loro e, in casi estremi, subirono
anche il carcere. Sul territorio pisano, soprattutto nella zona di S. Miniato e di Riglione,
ad esempio, molto attive furono le tabacchine, costrette a lavorare in condizioni aberranti, e le lavoratrici dell’uva, circa 300 donne della zona di Montefoscoli. (Tavv. 47-49)
5. Un momento di lotta: le donne nella vicenda della fattoria “la Cava”
(A. Martinelli)
Le donne mezzadre, nel secondo dopoguerra, furono dirette protagoniste di numerose
battaglie. In proposito occorre senz’altro ricordare l’estate del 1950, quando la raccolta
del grano fu l’occasione per la rinnovare le proteste in tutte le fattorie. Si trattò di rivendicazioni aziendali, quali la questione delle servitù e degli obblighi e i relativi, ingiustificati, addebiti sui libretti colonici da parte dei proprietari. Gli agrari risposero con
la “serrata” delle trebbiatrici, decisero cioè di non fare utilizzare tali macchine dai mezzadri se questi non rinunciavano alle loro agitazioni. Questa pesante decisione fu presa
dagli agrari riuniti alla fattoria “La Cava” (diretta dalla Signora Elisa Toscanelli), una
delle aziende in cui le condizioni di vita erano particolarmente arretrate e dove si ebbero gli scontri più duri. Durante la serrata, i mezzadri tentarono di usare le trebbiatrici
e salvare così il raccolto del grano che rappresentava la loro principale risorsa alimentare. Fu una battaglia molto sentita, anche perché il grano per fare il pane ormai iniziava a mancare, le donne intervennero, pertanto, attivamente in prima persona organizzando una manifestazione di protesta davanti alla villa della Toscanelli. In quell’occasione le mezzadre ebbero un violento scontro verbale con la proprietaria che, di
fronte alla esposizione delle loro richieste, rispose: “Questi problemi non sono cose da
donne, ma da uomini e mi rifiuto di discuterli con voi.” E davanti all’insistenza delle
donne rispose loro che dovevano andare tutte quante all’acquaio. Le mezzadre, offese,
le rinfacciarono tutte le fatiche e le umiliazioni che per generazioni esse avevano subito (Tav. 46).
Pochi giorni più tardi, le stesse lavoratrici non esitarono a sdraiarsi davanti ai carri per
impedire il ritiro della trebbiatrice, ma i carabinieri si scagliarono contro di loro e con
la forza, a calci e pugni, le trascinarono via. La vicenda non finì qui: le ripercussioni
furono molto più gravi. Alcune di queste donne, fra cui Dina Geri e Margherita
Antonelli, furono arrestate poco dopo. La repressione però non si fermò, perché a
distanza di meno di un anno, il 18 aprile 1951, altre persone furono portate in carcere
per i fatti della Cava. Fra queste, furono prese anche Gina Corsi e Loriana Falchi. In carcere, con la madre, finì anche Marusca di 4 mesi: figlia di Silvana Posarelli e di Varo
Falchi, anche lui arrestato insieme ad altri mezzadri.
46
Fig. 27. Cartolina con foto dei contadini e dei dirigenti sindacali arrestati per i fatti della “Cava”, 1950 (Archivio Confcoltivatori, Pisa)
6. Le donne e la crisi della mezzadria
(A. Martinelli)
Il rifiuto della struttura economica e sociale della mezzadria partì dalle donne più giovani: da quelle che come figlie erano destinate dalla famiglia di origine a matrimoni
precoci, e che ad un certo punto cominciarono a rifiutarsi di sposare i contadini che le
famiglie avevano scelto per loro o che le corteggiavano, o da quante, spose, si ribellarono alla rigida gerarchia familiare e spinsero i mariti a cercare una collocazione lavorativa in settori diversi dall’agricoltura. (Tav. 50)
Questa crisi era partita in realtà da lontano: da quando i primi figli di famiglie mezzadrili avevano lasciato il podere per andare a lavorare nelle fabbriche della provincia,
ed avevano portato in famiglia un reddito indiscutibile, e nelle campagne la notizia
della cassa mutua, della pensione, delle ferie.
Alla fine degli anni ’50 l’esodo, già iniziato nel periodo precedente, si fece massiccio:
ora furono intere famiglie che abbandonarono i poderi per intraprendere attività non
agricole. Molteplici, dunque, le cause del fenomeno, che furono sia di tipo economico,
sia, e soprattutto, di natura sociale.
Divenne più evidente, infatti, che le condizioni di vita nelle campagne erano sempre
più distanti da quelle delle città e dei borghi, sia per quanto riguardava la possibilità
47
di istruzione, la possibilità di ricreazione, la ricchezza e la varietà di contatti sociali, sia
per la comodità di alloggi e per l’assistenza medico-sanitaria.
Inoltre, e di non secondaria importanza, il mondo mezzadrile era ancora legato saldamente a strutture e rapporti di tipo tradizionale, non soltanto fra padrone e lavoratore,
quanto proprio nell’ambito della struttura gerarchica e paternalistica esistente dentro
il nucleo familiare mezzadrile.
Per le donne, e poi anche per i giovani, divenne sempre più difficile accettare, all’interno della famiglia, ruoli solo ed esclusivamente subalterni. Mentre, grazie ad un
lavoro esterno, essi godevano spesso di un reddito individuale, il potere decisionale e
il reddito di tutta la famiglia restavano concentrati nel capo.
48
INDUSTRIA
(a cura di G. Dinucci, C. Sonetti)
1. Il periodo delle origini
Nella piana di Pisa, formata dal corso inferiore dell’Arno e del Serchio, da sempre le
donne di ogni casa contadina sapevano filare e tessere. Questa professionalità acquisita nel tempo lungo diviene, nei primi decenni dell’Ottocento, una risorsa fondamentale per la nascita dell’industria tessile cotoniera che rimarrà per molto tempo il settore
trainante della trasformazione industriale di quest’area e dove, fin dall’inizio, la manodopera è quasi completamente femminile. (Tav. 51)
Nel 1861, secondo i dati del censimento, nelle manifatture tessili della città e delle frazioni di campagna, le lavoratrici sono 2.086. Gli operai maschi, prevalentemente tintori, sono 134.
Nel 1868, anno in cui si tiene l’Esposizione agraria e industriale per le province di Pisa
e Livorno, l’occupazione femminile nel settore si è ancora accresciuta. Le fabbriche
entro la cerchia urbana sono 20, e 8 quelle collocate nei borghi limitrofi.
In numero crescente le tessitrici a domicilio escono di casa e si trasformano in lavoratrici di fabbrica. Ma l’ingresso massiccio delle donne nelle manifatture non è accompagnato da alcun riconoscimento sociale del ruolo fondamentale che esse svolgono nel
processo produttivo.
Una parte della classe dirigente giudica negativamente il lavoro femminile in fabbrica
non in quanto defatigante, ma perché promiscuo e potenzialmente disgregatore del
costume e della moralità tradizionali.
Questo il quadro dello sviluppo delle manifatture tessili pisane delineato nel 1868 da
R. Ruschi, proprietario a Calci di una grande filanda di seta e membro della giuria
dell’Esposizione, nella sua relazione sul settore tessile della provincia di Pisa:
“Le sole tessitrici nelle fabbriche pisane passano adesso il numero di 3000” e “in tutta la Provincia
non sono meno di 10.000 le persone addette alla lavorazione di tessuti in cotone e misti”.
“Una gran parte dei lavoranti negli opifici pisani è della città, ma una gran parte ancora e forse
maggiore viene dalla campagna. Le numerose comitive di donne che s’incontrano la sera verso
il calar del sole fuori delle mura della città, sono quasi tutte di operanti che escono dai telai e tornano alla loro abitazione”.
“Non vogliamo qui discutere quanto ciò giovi alla morale e al costume, ma è un fatto questo che
sempre più fa sentire la necessità che si provveda seriamente da noi, come con tanto successo si
pratica da altre nazioni, alla educazione degli operai”.
La tessitura a domicilio appare a Ruschi più consona di quanto non lo sia il lavoro di
fabbrica, alla funzione “naturale” di moglie e di madre della donna:
“È vero che così una donna non guadagna quanto nella fabbrica, ma non si allontana dalla famiglia, può accudire alle faccende domestiche, ed è meno in caso di contrarre le non buone abitudini degli stabilimenti industriali della città”.
49
Diverso il punto di vista di un imprenditore cotoniero. Nell’inchiesta industriale del
1872/73 l’imprenditore Matteo Remaggi, proprietario a Navacchio di uno stabilimento
per la tessitura del lino e del cotone, definisce la sua attività imprenditoriale, fondata
sulla compenetrazione tra il lavoro di fabbrica e quello a domicilio, in questi termini:
“Sono 16 anni che esercito la fabbrica in Navacchio dove vi hanno circa 100 lavoranti riunite ed
altre circa 400 che lavorano a casa. Ci sono donne che vengono a lavorare nello stabilimento e vi
stanno da mattina a sera; quelle poi che hanno faccende di famiglia e agrarie, lavorano in casa
nei ritagli di tempo e perciò producono poco: così che i 100 telai che sono in fabbrica producono più dei 400 telai che sono fuori”.
Il salario, pagato “ a lavoro fatto”, è calcolato sulla quantità di tela prodotta. I compensi
del lavoro a domicilio sono molto più bassi di quelli del lavoro svolto in fabbrica.
Il centro della produzione tessile, aggiunge Remaggi,
“ è Pisa dove sono circa 20 fabbriche, quasi totalmente di cotone, poi un altro centro è Pontedera
dove non vi sono grandi fabbriche ma ve ne sono una ventina; poi a Navacchio vi hanno 10 fabbriche fra grandi e piccole. Lavorano tutte a mano. Un solo fabbricante di Pisa ha montato diversi telai meccanici ma da poco tempo e si ignora ancora se vi abbia trovato tornaconto”.
Remaggi precisa che soltanto due fabbriche hanno dimensioni rilevanti, con più di 800
telai; molte quelle che ne possiedono soltanto 20 o 30. Complessivamente nell’area di
Pisa e Pontedera i telai sono circa 10.000.
Per tutto il decennio seguente la crescita della produzione tessile prosegue e, “come un
fiume che rompe gli argini”, l’espressione è contenuta in una relazione della Camera di
Commercio del 1883, investe molti comuni della provincia, con 80 fabbriche complessive.
A Pisa questa attività produttiva è presente in modo diffuso in tutto il tessuto urbano.
Nel corso degli anni Ottanta molti degli imprenditori che hanno stabilimenti in città
estendono la loro attività impiantando piccoli laboratori di tessitura nei paesi limitrofi, per sfruttare al massimo la risorsa, pressoché inesauribile, di una forza lavoro a
basso costo e utilizzabile in modo estremamente flessibile.
Alla fine degli anni Ottanta gli stabilimenti in città sono i seguenti:
– via Cariola (oggi via G. Bruno): fabbriche Calò, Tagliacozzo, Baquis;
– via Santa Marta: Nissim;
– via Garibaldi: Rouf;
– via Garibaldi: Cecchi;
– via Garibaldi: Piccioli e Marconcini;
– via San Lorenzo: Pontecorvo;
– via La Rosa (oggi via Gereschi): Billeri;
– via di Concette: Pitigliani;
– via di Concette: Di Nola;
– via S. Francesco: Calò;
50
–
–
–
–
–
piazza S. Silvestro: Lunel;
via Fibonacci (Quattro Cantonate), oggi via Crispi: Cameo;
via di Piaggione, oggi via Bovio: Ascarelli;
via del Monte, oggi via Dini: Nunes;
Gaddi, Averani, Burgalassi: localizzazione non individuata. (Tav. 52)
Questi gli stabilimenti con appendici nei borghi circostanti (dati del 1888):
– Ascarelli: Asciano, Gello, Pontasserchio e Pappiana;
– Billeri: Pappiana;
– Cameo: Mezzana;
– Di Nola: Pontasserchio, Pugnano e Molina di Quosa;
– Pitigliani: Gello;
– Rouf: Asciano.
2. Dalla fine degli anni Ottanta alla prima guerra mondiale: lo sviluppo della grande
fabbrica meccanizzata
In questa fase diminuiscono, ma non scompaiono, le piccole imprese con telai a mano
e si contrae il numero delle tessitrici a domicilio.
Inizia lo sviluppo di un nuovo settore di occupazione quasi interamente femminile,
quello dell’abbigliamento, connotato anch’esso, da una produzione di piccola scala,
fortemente integrata con il lavoro a domicilio.
Sulla tessitura a domicilio così si esprime un documento della Camera di Commercio
di Pisa del 1908:
“La tessitura a mano casalinga è esercitata in quasi tutti i paesi del Piano di Pisa da parte di operaie che lavorano nelle proprie case, generalmente per conto delle fabbriche di Pisa e Pontedera
che forniscono loro anche la materia prima, più raramente per proprio conto.
Tale industria che costituisce per le famiglie delle operaie un supplemento di guadagno di qualche importanza, accennò però nell’anno 1908 e negli anni precedenti, a decadere alquanto, a
causa della concorrenza ad essa fatta dalla tessitura meccanica”.
Un caso esemplare di sviluppo: le fabbriche Pontecorvo
Nel 1884 Pontecorvo arriva a Pisa e acquista la fabbrica Gentiluomo di via San
Lorenzo, la prima ad avere introdotto a Pisa la tessitura meccanica. Nel 1890 le tessitrici dello stabilimento sono 795. Gli uomini 138, in genere tintori o addetti alle macchine.
Nel 1904 Pontecorvo rileva la fabbrica Nissim di via Santa Marta. Nel 1910 costruisce
la grande fabbrica della Fontina.
Alla vigilia della guerra le operaie nelle tre fabbriche sono circa 2000 e alla fine del conflitto sono diventate 2700 grazie all’incremento produttivo determinato dalle commesse militari del periodo bellico. (Fig. 28)
51
Fig. 28. Lo stabilimento Pontecorvo di via S. Lorenzo agli inizi del ’900
Fig. 29. Un esterno della fabbrica Ricci di Pontedera, adibita alla tintura e torcitura del cotone
52
La meccanizzazione della produzione richiede un’organizzazione del lavoro più rigida
che gli imprenditori cercano di ottenere imponendo dettagliati regolamenti di fabbrica.
Le condizioni di lavoro, anche nell’area cittadina, variano da fabbrica a fabbrica.
Ancora più accentuate le differenze negli stabilimenti delle zone periferiche, caratterizzati da salari più bassi e orari più lunghi. Nello Stabilimento Meccanico RossiPaoletti di Putignano, che occupa 45 operai, adibiti a mansioni diverse, e 200 tessitrici,
le donne lavorano 12 ore al giorno e non hanno l’orario abbreviato nel pomeriggio del
sabato, in vigore invece in alcune delle fabbriche di città.
Fig. 30. Regolamento della Fabbrica Nissim, 1888
Fig. 31. Rapporto della Pubblica Sicurezza sullo stabilimento Rossi Paoletti di Putignano
Nel 1888, per ottenere la diminuzione dell’orario del sabato pomeriggio, le lavoratrici
proclamano uno sciopero che si protrae per diversi giorni e si chiude con esito negativo.
Anche a Pontedera lo sviluppo del settore tessile cotoniero fa affluire in fabbrica centinaia di lavoratrici.
Nel 1912 in questo centro gli stabilimenti più grandi sono:
– la Manifattura Meccanica Dini che impiega 97 uomini, 449 donne e 151 ragazze;
– la fabbrica Ricci per la tintura e la torcitura a vapore del cotone, che occupa 162
donne, 318 ragazze, 69 uomini. (Fig. 29)
Rispetto a Pisa, a Pontedera il processo di meccanizzazione della tessitura appare più
lento. Ancora alla fine del 1800 il grande stabilimento di Faustino Morini produceva
interamente con telai a mano e occupava 600 operaie mentre altre 1.400 lavoravano a
domicilio. (Tav. 53)
53
Pisa agli inizi del ’900: una città proletaria e operaia … soprattutto al femminile
A Pisa, in questo periodo, le donne rappresentano la componente maggioritaria dei
lavoratori di fabbrica. Nel 1910, nonostante il processo di concentrazione in atto, le
lavoratrici occupate nel settore tessile sono oltre duemila e cresceranno ancora fino alla
fine della guerra mondiale.
Ma il lavoro femminile, dovunque sottopagato rispetto a quello maschile anche a
parità di mansioni, è ormai presente in tutti i settori produttivi dell’area pisana. In
quello vetrario, il più chiuso alla presenza delle donne, uno dei quattro stabilimenti
pisani, la vetreria Marconi, accanto a 307 uomini, ha più di 100 addette, tra donne e
ragazze. Completamene maschile invece la manodopera della Saint Gobain (440 adulti e 80 fanciulli), della vetreria Altini (90 operai), della Gérard (200 operai adulti).
Alla Richard Ginori, la fabbrica di ceramica più importante della città, ci sono 154 operaie adulte e 74 ragazze, mentre gli operai maschi sono 251.
Le donne sono largamente presenti nella lavorazione dei pinoli esercitata dalle ditte
Nardi e Paganini-Villani di Coltano.
Molto esteso il ricorso al lavoro femminile nelle fornaci, numerose a Pisa, Fornacette e
La Rotta. Qui le donne sono impiegate sia per i lavori effettuati all’interno degli stabilimenti, sia all’esterno, nell’operazione di impasto dei mattoni, dove predomina l’occupazione irregolare e saltuaria, in genere organizzata dai capopiazza.
Le fabbrichine
A Pisa, le oltre duemila lavoratrici tessili, “le fabbrichine”, concentrate in pochi grandi
stabilimenti, sono una componente fondamentale del movimnto operaio della città. Ma
le modalità con cui alcuni esponenti di questo movimento, pur da posizioni politicoideologiche differenti, guardano a queste operaie, sono fortemente segnate da una
visione “di genere” del lavoro femminile.
Gino Del Guasta:
“Quante volte le ho vedute passare dall’opificio alto, serrato nelle sue rosse muraglie, tetre come
quelle di un carcere e di un convento medievale, nelle sale degli ospedali; pallide, disfatte, consunte dalla clorosi e dall’anemia, vittime della miseria e della fame. Eppure erano entrate nella
fabbrica ricche di vita, di energie e di speranze”.
Fonte: L’Avvenire Anarchico, 11 settembre 1910
Carlo Santoni:
“… erano le fabbrichine che ritornavano dal lavoro delle fabbriche di tessuti Nissim e
Pontecorvo. Le vie percorse erano quelle di San Martino del Piaggione. Che belle figurine graziose vi sono tra quelle fabbrichine! Quali visi delicati, angelici, sentimentali si riscontrano tra
quelle figlie del popolo. … Ogni sera al tramonto del sole offrono uno spettacolo elegante, il gaio
spettacolo di quei gruppi di fanciulle chiassose che coi loro piccoli piedini calzati di zoccoli eleganti si avviano fuori delle porte dopo una giornata di lavoro faticoso, liete di consolare le
madri, baciare i piccini, dividere la parca refezione della famiglia”.
Fonte: Carlo Santoni, I misteri di Pisa, pubblicato a puntate su “Il Corriere Toscano”, 26 gennaio
1896
54
Concetto Marchesi:
“Birichina fino alla monelleria, avvenente qualche volta sino alla bellezza, linguacciuta spesso
sino alla petulanza, la fabbrichina di Pisa ha ormai da un passo costituito il tipo più interessante e, diciamo pure, più grazioso della donna popolana. Ma quando si dice ch’essa ha per sua ricchezza l’orgoglio della persona, per arma la lingua taglientissima e per proiettile lo zoccolo, si
crede di aver detto ogni cosa, e quando la si osserva frettolosa e ridente e spettegolante sgorgare dalle vie traverse nell’ampiezza del Lungarno, si crede di aver visto ogni cosa: ed è grave ed
ingiustificabile errore … Poiché questa giovane donna popolana, ragazza o madre o zitella, forse
senz’avvedersene e certamente senza che altri se ne avveda, in quel lungo intervallo che va dalle
sei del mattino alle sei della sera, subisce un duplice sfruttamento industriale e clericale”.
Fonte: La Verruca, 25 settembre 1910
Uno sguardo al resto della provincia
Così come avviene a Pisa, in tutte le aree della provincia toccate dal processo di trasformazione industriale, la crescita economica e lo sviluppo di nuovi settori produttivi amplia e diversifica il lavoro femminile.
Le donne sono presenti nelle concerie, in alcuni settori dell’industria alimentare, nella
produzione di cesti e corbelli, usati come contenitori nell’esportazione di prodotti alimentari. (Tav. 57)
Fig. 32. Operaie adibita alla lucidatura degli alabastri a Volterra
55
Fig. 33. Interno di una conceria a Santa Croce
3. Il primo dopoguerra
Nella provincia di Pisa manca ancora la grande industria meccanica che si svilupperà
negli anni tra le due guerre: durante il periodo bellico non si verifica dunque l’ingresso delle donne in settori industriali ”nuovi” per l’occupazione femminile.
Cresce comunque il numero delle lavoratrici impegnate nella produzione bellica come
alla Pontecorvo, dove si fabbricano le tele per gli aeroplani.
La mobilitazione collettiva del “biennio rosso” coinvolge anche le lavoratrici le quali
svolgono un ruolo di primo piano in alcune grandi vertenze. (Tav. 54)
Tra le più importanti quella apertasi negli stabilimenti Pontecorvo per ottenere il
miglioramento del contratto di categoria stipulato dalla Federazione delle Arti Tessili
e contro il pagamento dei contributi previdenziali obbligatori da parte dei lavoratori,
previsto da una legge del 1919.
Compaiono inoltre sulla scena gruppi di lavoratrici dei settori più deboli, come le tessitrici a domicilio, che lottano per il contratto di lavoro, le operaie delle fornaci, le tessitrici di giunchi, le pinolaie.
Il risultato più significativo delle lotte del ’19-’20 è una sensibile riduzione della forbice salariale tra gli uomini e le donne.
56
Fig. 34. Veduta di un momento della lavorazione dei pinoli
Fig. 35. Un laboratorio di cucito a Bientina
57
4. Il fascismo
Con il fascismo le conquiste del dopoguerra vengono cancellate: aumenta il divario tra
i livelli salariali dei due sessi, con la collocazione delle lavoratrici in un sistema di qualifiche separato e diverso da quello degli operai maschi. In genere, a parità di settore,
il salario di un’operaia di qualifica più elevata è inferiore a quello del lavoratore
maschio di qualifica più bassa.
Durante il lungo ventennio, il fascismo valorizza della donna la funzione riproduttiva,
propagandata come un dovere da compiere per il bene della nazione. Una martellante
campagna ideologica cerca di riportare le lavoratrici nell’ambito “naturale” della famiglia: “bisogna ricondurre la donna nel suo ambiente legittimo e naturale, ricondurla
dove la missione del sesso l’ha collocata” “La donna è la casa” da ”L’idea fascista”,
Organo del Fascio pisano, Pisa 15 ottobre 1938.
In realtà il regime, mentre interviene attivamente per limitare la presenza femminile
negli impieghi, soprattutto con la legge del 1938, si guarda bene dall’ostacolare o limitare il lavoro delle donne nell’industria che, proprio in quanto socialmente svalutato e
sottopagato, costituisce una risorsa fondamentale per l’abbassamento dei costi di produzione. E questo non solo nei settori tradizionalmente connotati dalla presenza femminile, come il tessile o l’abbigliamento, in questo periodo in grande sviluppo, ma
anche nei comparti inizialmente solo maschili, come quello meccanico.
A Pisa, alla fine degli anni ’30, la fabbrica più importante per l’occupazione femminile, è il Lanificio Marzotto che l’imprenditore veneto costruisce ex novo nell’area dello
stabilimento Pontecorvo da lui acquistato e completamente demolito, nel 1937.
Fig. 36. Veduta di un interno dello stabilimento Piaggio di Pisa
58
Fig. 37. Veduta del nuovo stabilimento Marzotto
Il fascismo, comunque, cerca di cancellare la “visibilità” del lavoro femminile nell’industria adottando un linguaggio asessuato, come “maestranze” al posto di operaie e
operai: nell’opera La Provincia di Pisa nel 1929, a cura del Consiglio Provinciale
dell’Economia, ad esempio, i dati sull’occupazione nei diversi settori, non sono distinti per sesso.
Su “L’ Idea Fascista”, nei molti articoli dedicati al lanificio Marzotto, si parla sempre di
“operai”, mai il termine è impiegato al femminile.
Altro aspetto della politica fascista nei confronti del lavoro delle donne, è la rivalutazione della produzione a domicilio di cui si esalta la conciliabilità con la funzione riproduttrice e famigliare della donna.
Il regime tenta comunque un’opera di penetrazione tra le operaie di fabbrica e tra le
lavoranti a domicilio: nel 1938 le organizzatrici del Fascio Femminile Pisano costituiscono una sezione “operaie e lavoranti a domicilio” con intenti educativi così chiariti:
Fig. 38. Operaie addette alla lavorazione dell’alabastro a Volterra
59
“ognuno capisce l’importanza del fatto che anche le umili operaie abbiano la possibilità di accrescere la loro istruzione”. Una della prime iniziative è la proiezione del film
“Gloria. Luoghi ed episodi della prima guerra mondiale”. (Tavv. 55, 56)
5. Il dopoguerra e gli anni Cinquanta
Con la Liberazione le donne conquistano il diritto di cittadinanza politica e le lavoratrici, con l’articolo 37 della Costituzione, si vedono riconosciuto il diritto alla parità
salariale. La realtà è così lontana dal principio affermato dai costituenti che la CGIL
unitaria indica il raggiungimento di un’uguale retribuzione tra uomini e donne, a
parità di lavoro, come grande obiettivo strategico, necessariamente di lungo periodo.
Nel concreto, per la valutazione del lavoro femminile il ritorno alla “normalità” avviene, nel dopoguerra, all’insegna della continuità.
I primi grandi accordi interconfederali del 25 febbraio 1945 e del 23 maggio 1946 si
limitano infatti a diminuire la sperequazione sulla contingenza. Rimangono quindi le
enormi differenze salariali e il sistema di qualifiche separate.
Questo, ad esempio, l’accordo per l’adeguamento salariale nell’industria farmaceutica
dell’aprile 1945:
–
–
–
–
–
operaio qualificato
operaio comune
manovale
donne di 2a categoria
donne lavoratrici comuni
£ 5,61 all’ora;
£ 5,27;
£ 4,93;
£ 2,89;
£ 2,46.
Fonte: La voce del lavoratore, A. I, n. 1, 1 maggio 1945
Dopo l’accordo del 1946, il contratto provinciale “per le piccole aziende esercenti l’industria cotoniera” prevedeva i seguenti livelli salariali:
–
–
–
paga oraria
“donne sopra 18 anni” a Pisa e Pontedera: £ 10;
paga oraria
“operai sopra 18 anni” a Pisa e Pontedera: £ 16,45;
retribuzione complessiva giornaliera (paga base + contingenza):
donne Pisa e Pontedera: £ 238,12;
uomini Pisa e Pontedera: £ 368,84;
in provincia: £ 9,50;
in provincia: £ 16;
in provincia: £ 236,12;
in provincia: £ 368.
Questi i salari nel settore metalmeccanico di Pisa e Pontedera, dopo il rinnovo del contratto nazionale nel 1948 e il conseguente accordo provinciale:
A Pisa:
–
–
–
–
–
operaio specializzato
operaio qualificato
manovale specializzato
manovale comune
manovale specializzato
di età inferiore a 18 anni:
- paga base: £ 378,40;
- paga base: £ 341,29;
- paga base: £ 322;
- paga base: £ 296;
contingenza: £ 594;
contingenza: £ 594;
contingenza: £ 594;
contingenza: £ 594;
- paga base: £ 225;
contingenza: £ 446.
60
Fig. 39. Accordo per l’adeguamento
salariale nell’industria alimentare,
aprile 1945
A Pontedera:
–
–
–
–
operaio specializzato
operaio qualificato
manovale specializzato
manovale comune
- paga base: £ 378,80;
- paga base: £ 341,20;
- paga base: £ 315;
- paga base: £ 296;
Donne:
–
–
1a categoria: £ 238;
2a categoria: £ 225;
contingenza: 517;
contingenza: 517.
Fonte: L’industria, 23 dicembre 1948
61
contingenza: £ 594;
contingenza: £ 594;
contingenza: £ 594;
contingenza: £ 594.
Luoghi del lavoro femminile a Pisa
Continua la centralità del settore tessile e dell’abbigliamento per l’occupazione delle
donne. La piccola e piccolissima impresa si conferma come elemento caratterizzante
dell’economia della piana pisana.
Fig. 40. Veduta della fabbrica Forest
Fig. 41. Maestranze davanti alla fornace
di S. Romano
62
Fig. 43. Lavoratrici della Fontina in corteo per la difesa dell’occupazione
Fig. 42. Operaie a fine turno davanti a un calzaturificio
Queste le imprese con maggiore presenza del lavoro femminile:
Marzotto:
L’occupazione, a grande prevalenza femminile, oscilla dalle 700 del 1948 al migliaio
degli anni Sessanta. (Figg. 44-47)
Cotonificio Dell’Acqua, la Fontina, ex Pontecorvo:
Nel ’48 le donne sono 520 su 600, diminuiscono poi progressivamente e nel 1953, dopo
una lunga crisi, la fabbrica chiude.
Richard Ginori:
Nel 1948, su 500 occupati, le donne sono la metà.
Unione Fiammiferi di Putignano:
Nell’immediato dopoguerra occupa oltre 400 dipendenti, prevalentemente donne. Già
nel 1954 sono solo 232. (Figg. 48, 49)
Piaggio:
Tra lo stabilimento di Pisa e quello di Pontedera le donne impiegate sono alcune decine.
(Figg. 50-52)
63
Figg. 44, 45. Due “reginette” della cellula Marzotto alla festa
dell’Unità
Fig. 46. Operaie all’uscita della Marzotto
64
Fig. 47. Immagine della scuola
di cucito della Marzotto
Fig. 48. Veduta dello stabilimento Unione fiammiferi di Putignano
65
Fig. 49. Gli operai dell’Unione Fiammiferi
in assemblea durante la serrata
Fig. 50. Operaie al lavoro alla Piaggio
di Pontedera
Fig. 51. Operaie al lavoro alla Piaggio di
Pontedera
66
Fig. 52. Ragazza sulla Vespa
Per tutti gli anni ’50 i salari femminili continuano ad essere inferiori a quelli maschili
di oltre il 30%, nonostante le donne lavorino ormai anche in settori inizialmente
maschili e abbiano in molti casi le stesse mansioni degli uomini.
Questa disparità rende ancora più pesante, per le donne, la condizione di fabbrica,
negli anni ’50 durissima per tutti i lavoratori.
A proposito di condizioni di lavoro … (Figg. 53, 54)
Figg. 53, 54. Riproduzione di una lettera della Direzione della Marzotto al Prefetto di Pisa
67
6. Il ventennio Sessanta-Ottanta: gli anni del grande mutamento della fisionomia produttiva dell’area pisana
Per il lavoro femminile il decennio Sessanta si apre con l’accordo interconfederale sulla
parità salariale e il superamento del sistema di qualifiche separato. Si tratta di un accordo di massima la cui applicazione è demandata alla contrattazione di categoria e che
inizierà a essere inserita nelle diverse piattaforme rivendicative a partire dal 1962-63.
Ma a Pisa la prima tappa nel cammino verso la conquista della piena parità coincide
con la crisi dei luoghi tradizionali di occupazione femminile. Nel giro di pochi anni i
complessi maggiori, come la Marzotto, chiudono provocando una drastica diminuzione della presenza delle donne in fabbrica. (Tav. 58, Figg. 56-61)
È l’inizio di un processo di radicale mutamento della fisionomia produttiva e occupazionale della città, da area industriale a centro di servizi.
L’industria che nel 1971 concentrava ancora il 61% delle unità locali e il 67% degli
addetti, nel 1991 era ridotta al 26% delle unità locali e al 40% degli addetti.
Fino al 1965 c’erano a Pisa: Marzotto, Fiat, Saint Gobain con più di 1000 addetti. Tra
1000 e 100 Industria Tessile Pisana, Lanificio Melen, Forest Spa, Amada, EFFEBI,
Cantiere Navale Sostegni, Siticem, Costruzioni Metallurgiche, Richard Ginori, Kings,
Fig. 55. Manifestazione per l’Unione Fiammiferi
68
Figg. 56-61. Immagini della chiusura della Forest
69
Ceramiche Sara, Solai Galazzo, Cristalleria Genovali Cooperativa, Kimble Italiana ecc.
Negli anni ’90 la dimensione media delle unità è di 7,8 addetti.
Il lavoro femminile nell’industria non solo diminuisce, ma diviene anche, oltre che precario, meno visibile perché torna ad essere prevalente l’attività nel sommerso, nella piccola e piccolissima impresa familiare, e quella svolta a domicilio.
Il lavoro a domicilio acquista una dimensione che ricorda quella dell’avvio della trasformazione industriale: all’inizio degli anni ’70 le lavoranti della provincia di Pisa
sono oltre 25.000 e costituiscono il 30% di tutto il lavoro a domicilio della Toscana.
Nel settore della maglieria lavorano in casa circa 10.200 donne.
Nel settore delle calzature circa 8.200.
Nelle confezioni circa 3.500.
Altri settori circa 3.100. (Tavv. 59-61)
Fig. 62. Lavoratrice del settore delle
confezioni a domicilio
L’imponente massa di lavoratrici che entrano ed escono dal mercato del lavoro, ed ogni
volta cambiano settore, mansione professionale, gruppo di riferimento, hanno costituito nei fatti, uno degli elementi di forza del “caso Toscana”.
La flessibilità in entrata e in uscita dai luoghi di produzione, non è stata solo una scelta subita ma è diventata spesso un’opportunità per superare le difficoltà che, di volta
in volta, si sono frapposte fra le donne e la loro totale autonomia economica.
Questo è il terreno su cui vogliamo indagare e che speriamo di capire nella ricerca che
darà seguito a questa mostra.
70
VECCHIE E NUOVE PROFESSIONI
(a cura di L. Savelli, A. Vitiello)
Alla fine del XIX secolo iniziava, in Italia, la femminilizzazione del lavoro impiegatizio. Come in tutti i paesi occidentali, anche nel nostro si era registrato un certo incremento nei settori del commercio e dei servizi; in essi il capitale era rappresentato
soprattutto dal lavoro del personale, che peraltro doveva essere fornito di un certo
livello d’istruzione. Non a caso questi settori, man mano che si espandevano, facevano
sempre più ricorso al lavoro delle donne, grazie all’accesso sempre più ampio delle
ragazze all’istruzione e al minor costo della manodopera femminile.
Nel privato le occupazioni che si resero disponibili per le donne furono soprattutto
quelle legate al commercio, e i lavori di segretaria, contabile, addetta agli archivi. Nelle
pubbliche amministrazioni le donne trovarono impiego nel campo dell’istruzione, in
quello delle comunicazioni, e nella sanità.
Si andavano, così, definendo ambiti di lavoro “femminili”, in quanto vi si svolgevano
mestieri e professioni ritenuti particolarmente adatti alle donne; al loro interno cresceva la percentuale delle lavoratrici, ma al di fuori di essi difficilmente le donne trovavano occupazione. Questi settori, da una parte, facevano riferimento a quelle professioni che si caratterizzavano come estensione del ruolo materno e di cura: insegnanti,
infermiere, ostetriche, assistenti sociali, segretarie personali, pediatre. Dall’altra, interessavano quelle attività nelle quali, come nel lavoro operaio, le donne erano preferite
per un insieme di doti fisiche e psichiche ritenute tipicamente femminili, come la
pazienza, l’attenzione, l’abitudine al lavoro ripetitivo, e, insieme, la maggiore adattabilità e gentilezza.
La città di Pisa si presentava come centro direzionale di un territorio assai vasto, e
quindi con un terziario sviluppato, e con alcune grosse aziende nel settore dei servizi.
Ostetriche ed addette alle comunicazioni sono presenti e “visibili” nel mondo del lavoro pisano; al tempo stesso, offrono forti motivi d’interesse a chi si occupi di studiare le
professioni femminili, in quanto bene rappresentano le due tipologie di “lavori femminili”.
L’afflusso delle donne al terziario, e in ruoli superiori a quelli della semplice operaia,
mette in moto una serie di processi in parte diversi da quelli determinati dalla presenza femminile nelle attività industriali. La maggiore scolarizzazione richiesta, i salari
mediamente più consistenti consentono margini di autonomia più ampi di quelli che,
in genere, erano possibili alle operaie.
Le lavoratrici del terziario, e le impiegate in genere, si avviano a rappresentare, sul
piano dei comportamenti sociali, un’avanguardia e un modello, sia per le ragazze,
sia per le donne coniugate, sempre più numerose, col passare dei decenni, nelle loro
file. Il fenomeno è tanto più evidente in una città di dimensioni contenute come
Pisa, dove è tra queste lavoratrici che si affermano, tra le prime, comportamenti
moderni.
71
1. Una nuova professione al femminile
(L. Savelli)
Il settore delle comunicazioni – poste, telegrafi e telefoni – è uno dei primi ad aprirsi
alle donne. In Italia, lo Stato, che detiene il monopolio dei servizi postali e telegrafici,
decide, col nuovo regolamento del 1865, d’impiegare personale femminile, sia pure,
all’inizio, accettando solo “vedove, figlie e sorelle di impiegati e defunti che abbiano
servito l’Amministrazione delle Poste” (Regolamento dell’ordinamento dell’amministrazione delle poste, art. 40, approvato con il regio decreto del 18 settembre 1865).
Nel censimento 1881 risultavano impiegate presso il ministero delle Poste e Telegrafi
1518 donne. Al censimento del 1911, le dipendenti dal Ministero delle Poste e dei
Telegrafi erano 2707, il 17% del totale; non molte, ma la “Rivista Postale, Telegrafica e
Telefonica dei ricevitori e dei supplenti”, sul numero del 1° gennaio 1909 faceva
ammontare ad almeno 10.000 il numero delle donne, sui 16.000 dipendenti non di
ruolo.
Dagli anni ’80 dell’800, inizia lo sviluppo dei servizi telefonici; nel 1881 si ha il primo
decreto di concessione del servizio telefonico in Italia, nel 1901 inizia il servizio interurbano, e, l’anno successivo quello internazionale, gestiti da società private su concessione statale; le donne, ritenute più adatte per la loro voce acuta, sono preferite
come addette ai centralini.
Nel 1921, nel settore delle Comunicazioni, le donne sono ormai il 33,5% di dirigenti ed
impiegati. Nei decenni successivi, cresce la presenza di telefoniste e telegrafiste che, al
censimento del 1931, con la percentuale del 66%, superano i colleghi maschi. Nel 1951,
le 11.789 telefoniste e telegrafiste sono il 58% del personale impiegatizio; il 1971 registra, per la prima volta, un aumento della presenza maschile, conseguenza dell’introduzione della teleselezione anche per le chiamate interurbane.
Fig. 63. Impiegata in un ufficio
postale, 1934 (da Il lavoro delle donne,
a cura di A. Groppi, Bari, Laterza,
1996)
72
Lo sviluppo del settore delle comunicazioni in Italia:
Anni
1861
1871
1881
1891
1901
1921
1941
1951
1961
1981
Uffici postali
Uffici telegrafici
1.632
2.666
3.420
4.550
7.374
10.789
11.584
11.597
12.476
14.070
395
1.214
2.470
4.237
6.078
9.441
10.692
10.313
9.785
13.440
Abbonati ai telefoni
900
12.093
18.443
116.922
782.779
1.382.438
4.235.215
*Sommario di statistiche storiche italiane.1861-1955, Istituto Centrale di Statistica, Roma 1958.
Il lavoro nelle telecomunicazioni si apre come una nuova possibilità per le giovani
della piccola borghesia, speranzose in un reddito “per poter vivere modestamente e
poter bastare a se stesse” (A. Kuliscioff, Il sentimentalismo nella questione femminile, in
“Critica Sociale”, n. 9, a. 1892).
Assunte per il loro minor costo, le donne sono preferite per il lavoro al telegrafo e ai
telefoni, per la maggiore precisione e pazienza. Il ruolo delle ausiliarie telegrafiche fu
istituito nel 1873, in seguito alla creazione del medesimo ruolo per gli uomini. Tuttavia,
lo status delle lavoratrici differiva profondamente da quello dei colleghi maschi: condizione imprescindibile per l’assunzione era il nubilato; al matrimonio segue il licenziamento. Nel 1881 un’altra differenza si aggiunse, tra la condizione degli uomini e
quella delle donne: gli ausiliari telegrafici ottennero l’immissione nei ruoli dello stato,
con stabilità del lavoro, pensione, consistenti aumenti salariali, ferie retribuite; alle
ausiliarie furono riconosciuti gli stessi diritti solo nel 1887, dopo anni lotte, insieme
all’abolizione dell’obbligo al nubilato. (Tav. 62)
Fin dagli inizi, i servizi telefonici affidano totalmente a personale femminile le funzioni di addette ai centralini. Dipendenti, precarie, da società private, le telefoniste subiscono una condizione di lavoro pesantissima. Così un opuscolo del 1905 descrive la
situazione delle impiegate alla Società Generale dei Telefoni, concessionaria per Roma
e parte dell’Italia Centrale:
“Condizioni di lavoro. Le telefoniste devono essere nubili o vedove senza prole, di non meno di
18 anni di età, di statura alta e di sana costituzione.
Orario. Nei giorni feriali la commutatorista ha 7 ore e di servizio sulle 24; la domenica 5 ore soltanto. Il servizio ora è continuo, ora è interrotto.
Riposo festivo. Non v’è nessun giorno di riposo, né festivo, né settimanale, né quindicinale.
Servizio notturno. Per servizio notturno s’intende quello che va dalle 21 alle 7 del giorno
seguente; è disimpegnato da un gruppo di commutatoriste, le quali si succedono a turno.
Stipendio. Per le commutatoriste diurne vi sono tre categorie di stipendi, cioè 60 (terza classe)
75 (seconda classe), 90 (prima classe) lire mensili. Per le commutatoriste notturne lo stipendio
varia da un minimo di 50 lire ad un massimo di 70 lire mensili”.
(da E. Guglielminetti, La donna salariata a Roma, Roma, 1905).
73
Quanto scrive Guglielminetti corrispondeva ad una prassi comune presso tutte le
società concessionarie, come risulta da un’indagine ministeriale del 1905 (Ministero di
agricoltura, Industria e commercio, Ufficio del lavoro, Materiali per una Legge sul riposo
festivo. Inchiesta sul lavoro festivo in Italia e studi sulla legislazione estera, Roma, Tipografia
Nazionale di G. Bertero e C., 1906).
Le telefoniste, dopo una lunga vertenza, che vide le loro ragioni sostenute in
Parlamento dai socialisti, ottennero nel 1907 la statalizzazione del servizio e l’abolizione dell’obbligo al nubilato, ma solo anni dopo le loro condizioni furono equiparata a
quelle delle altre impiegate statali.
Nel marzo 1922, il Ministero delle Poste e Telegrafi, emanava il nuovo inquadramento
del personale statale, procedendo all’immissione del personale avventizio, e stabilendo uguale stipendio base, per la medesima qualifica, per uomini e donne. Nello stesso
anno, una commissione ministeriale fissava le regole del rapporto di lavoro per le
telefoniste delle società private concessionarie. Il nuovo regolamento fissava un’età
minima d’ingresso, un orario giornaliero, di sette ore, e la retribuzione degli straordinari, e del lavoro notturno; manteneva, peraltro, l’ambigua figura della supplente,
esclusa dal ruolo, ma titolare di molti doveri e pochi diritti.
Nel pubblico come nel privato – nel 1924 la gestione dei servizi telefonici viene di
nuovo data in concessione, rimanendo di competenza statale solo i servizi internazionali – le lavoratrici restano relegate nelle più basse qualifiche impiegatizie; le fasce più
alte, e ancor più i ruoli dirigenti, erano precluse alle donne, che solo molto lentamente
conquisteranno qualche posizione. Così, ancora nel 1971, negli uffici telefonici dipendenti dal Ministero delle Poste e telecomunicazioni, le donne sono il 56,5% tra gli
impiegati esecutivi, e solo il 35% tra quelli di concetto. (Tav. 63)
Le donne negli uffici postali, telegrafici e telefonici di Pisa
Un ufficio postale pare esistesse a Pisa fin dal 1783; nel marzo 1846 viene costruita,
all’indomani dell’inaugurazione della linea ferroviaria, la linea telegrafica PisaLivorno, la prima della Toscana; fino al 1858 ebbe sede a Pisa la Direzione regionale dei
telegrafi.
Nel 1876 esistevano, in città, due uffici telegrafici. In provincia erano aperti uffici a
Calci, Pontedera, Casciana, S. Rossore (per l’esigenze della famiglia reale), Vicopisano,
Volterra, Castagneto, Rosignano Marittimo, Collesalvetti, Navacchio e Bagni
S. Giuliano. Nell’aprile del 1890 funzionava un’officina del telefono, in concessione al
dott. Oscar Tobler, che occupava sette operai. Gli abbonati erano 174; saranno 787 nel
1929, e arrivano a 3.240 nel 1952, per triplicarsi solo quattro anni dopo.
Al censimento del 1881, 17 sono le ricevitrici, su un totale di 71 responsabili postali e
telegrafici della provincia; nessuna donna è presente negli uffici delle due località più
popolose, Pisa e Volterra. Nel 1902, agli uffici esistenti nel 1876 si sono aggiunti quelli,
postali, della Barriera Vittorio Emanuele, delle Piagge e di Barbaricina – ricevitrice
Francioli Cesarina, e i postali-telegrafici di Porta a Mare, e Porta Fiorentina – ricevitrice
Bianchi Viola. La provincia è coperta da una fitta rete di ricevitorie postali e telegrafiche, e le addette sono 12 su un totale di 104. Sono donne le titolari delle ricevitorie
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postali di Navacchio e Casino di Terra, così come degli uffici telegrafici e postali di
Bagni S. Giuliano, Bientina, Calcinaia, Cecina e Suvereto. La loro presenza si concentra
negli uffici esclusivamente telegrafici; un’ausiliaria è tra gli addetti all’agenzia di
Piombino, e vi sono 5 ricevitrici su 7 responsabili negli uffici dei centri minori. (Tav. 64)
Nel 1924 la gestione della rete telefonica di Pisa, viene assunta dalla Società TETI, concessionaria della IV zona, che, nel 1964, sarà acquisita dal gruppo SIP. Il Censimento
del 1931 raccoglie, sotto la voce Comunicazione, gli addetti di ruolo ai servizi postali,
telegrafici e telefonici, in provincia di Pisa. Le donne sono ancora presenti, soprattutto,
nelle piccole ricevitorie – sono il 27% dei direttori nei comuni con popolazione inferiore a 10.000 abitanti. Nel comune di Pisa troviamo la minore presenza di donne: 3 su 17,
tra il personale direttivo, e, tra gli impiegati, solo 32 su 281. Al censimento del 1951, la
presenza femminile, tra telefonisti, telegrafisti e marconisti, è, in tutta la provincia, del
43%; nel rilevamento del 1961 la percentuale è intorno al 40%, ma, ancora, su 27 dirigenti solo 5 sono donne. (Tavv. 65-67)
“La telefonista deve avere un udito ottimo, per essere in grado di ricevere con esattezza la voce
trasmessa strumentalmente anche se debole ed in ambiente rumoroso; la vista deve essere
buona, almeno per la visione da vicino (visione del quadro ed individuazione dei fori; lettura
prolungata di elenchi e di altri stampati). […] Pure necessaria una buona coordinazione dei
movimenti, rapidità percettiva e prontezza di riflessi, timbro di voce chiaro e gradevole, pronuncia sciolta e senza inflessioni dialettali, scrittura ordinata e nitida e rapidità di trascrizione.
Tra i requisiti psichici una buona intelligenza generale, con capacità sia di analisi che di sintesi
e rapidità di intuizione sono richieste per questo lavoro. Importantissima in particolare l’intuizione. Senza questa dote non vi potrà essere una buona commutatorista. Si pensi al caso in cui
l’utente si trova in stato di particolare eccitazione e non è chiaro nelle sue richieste, si pensi alle
comunicazioni, in cui per motivi diversi, le parole non sono tutte comprensibili. In tutti questi
casi è indispensabile intuire ciò che non ha potuto essere compreso con l’udito. All’intuito unirà
buon senso e capacità di decisione autonoma, quando necessaria.
Notevoli anche le qualità di carattere: oltre che essere calma ed attenta, essa dovrà possedere
buone capacità di contatto e di adattamento – la telefonista infatti siede quasi a contatto di gomito con le colleghe, ha con loro continui rapporti, che devono essere improntati alla massima chiarezza e cordialità; inoltre deve sapersi adattare facilmente a situazioni nuove, quando è chiamata a sostituire una collega o ad attendere ad un diverso servizio”.
(da N. Palli, La telefonista, Torino, G.B. Paravia, 1957)
2. Le levatrici del territorio pisano
(A. Vitiello)
La scuola di ostetricia annessa all’Ospizio di Maternità di Firenze
Le prime levatrici del Compartimento pisano si diplomano a Firenze, non essendo
ancora stata istituita a Pisa la scuola di ostetricia. Con il motu proprio del 1815
Ferdinando III di Lorena apre all’interno dell’Ospedale degli Innocenti un Ospizio di
Maternità affinché “in tutta l’estensione del Granducato si abbiano abili levatrici”.
Ferdinando III continua la politica dei Granduchi di Lorena Francesco e Pietro
Leopoldo in campo sanitario. La Toscana del tempo è uno degli stati europei all’avan-
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guardia nel campo della formazione clinica di nuovi professionisti della nascita, preparati per arginare la mortalità materna e neonatale.
La scuola durava due anni e le allieve dovevano risiedere nella scuola convitto, mantenute dalle comunità di provenienza. Dal 1816 al 1845, nel periodo in cui furono le
Comunità a pagare il mantenimento delle allieve, frequentarono l’Ospizio 279 allieve
di cui 44 del Compartimento pisano.
La prima allieva del Compartimento pisano, ammessa all’Ospizio di Maternità di
Firenze il 18 ottobre 1816, è Ardiccioni Egidia “moglie di Caprano e figlia del fu chirurgo Giovacchino Pagni del Popolo di S. Verano a Peccioli”.
Il regolamento della scuola, redatto nel 1816, e poi modificato nel 1818, detta regole
così rigide da somigliare a quelle di un ordine monastico. La
“maestra scelta tra le più abili di questa professione e di eccellente morale dovrà essere necessariamente vedova avrà quartiere fisso nell’Ospizio, da cui non potrà assentarsi che colla maggiore discrezione possibile, ma non potrà pranzare né pernottare fuori dell’Ospizio senza un’espressa permissione del Direttore”.
La giornata delle allieve è scandita ora per ora da una serie di doveri: dalla frequenza
alle lezioni, all’assistenza alle partorienti, allo studio, “ai lavori d’ago”, alla partecipazione alle funzioni religiose. L’uscita, che è prevista una volta alla settimana, è rigorosamente regolamentata. Nell’Ospizio, sin dall’apertura della scuola, per esercitare le
allieve nella pratica, si accolgono gratuitamente partorienti sposate di condizione miserabile, che, secondo le parole del direttore dell’Ospizio, trovavano “riposo alla loro vita
affaticata, un vitto sano e nutriente, una ben diretta assistenza nel parto e nei primi
tempi del puerperio”. Vengono poi dimesse con un assegno mensile di 3 lire per tutto
il tempo dell’allattamento. Un giorno alla settimana vengono all’Ospizio delle donne
che, in cambio di un compenso, prestano i loro corpi per le esercitazioni delle allieve
che, attraverso la visita vaginale, devono riconoscere le modificazioni dell’utero nelle
varie fasi della gravidanza. Queste donne sono così disperatamente povere che si
accontentano di una lira per 16 “riscontri”.
Nel 1861 verranno accolte nell’Ospizio anche le gravide nubili, che fino ad allora erano
state ospitate nel Conservatorio di Orbatello.
Le allieve frequentano tre corsi completi di ostetricia prima di sostenere l’esame di
matricola davanti a due membri del Collegio medico, al Direttore dell’Ospizio e al
Proposto del Collegio medico, presidente della Commissione.
Da questa scuola usciranno importanti levatrici, formate ai dettami della “nuova”
scienza ostetrica.
I primi decenni della Scuola di Ostetricia pisana
Il 10 dicembre 1876 a Pisa si inaugura il nuovo Ospizio di Maternità. Il direttore Carlo
Minati, professore di Ostetricia, nel suo discorso di inaugurazione, esprime piena soddisfazione per l’apertura di un ospizio che ha tutti i requisiti igienici, tanto più necessari in quanto “un ricovero di partorienti e puerpere merita più degli altri di essere
tutelato da ogni pericolo … perché la loro vita è legata a quella di un nascituro o di un
76
neonato” e perché le donne entrano nella Maternità “solamente per la ragione della
miseria e non per la malattia”. A Pisa, infatti, come nel resto d’Italia, l’Ospizio di
Maternità è luogo di accoglienza legato non ad una patologia, ma ad una condizione
sociale: la maternità povera e illegittima. Il nuovo Ospizio offre la possibilità di accogliere, oltre le partorienti, le Alunne convittrici che svolgeranno il loro apprendistato
sui corpi delle gravide povere o nubili costrette al ricovero o per estremo bisogno o
spinte dalla necessità di abbandonare i figli all’Ospizio dei trovatelli.
Frequentano la Scuola giovani donne provenienti dalle province di Pisa, La Spezia,
Massa Carrara, Lucca, Livorno (Tavv. 68-76). La scelta della professione di ostetrica
rivela un forte desiderio di emancipazione e promozione sociale. Donne molto giovani si allontanano da casa per entrare nella scuola-convitto che le mette a contatto con
un mondo fortemente gerarchizzato che richiede disciplina e sacrificio ma promette un
futuro professionale. Tra il 1878 ed il 1915 si diplomano 473 allieve. Nell’annuario
dell’Università di Pisa dell’anno accademico 1878-1879 vengono pubblicati i nomi
delle prime 6 levatrici approvate dalla Scuola di Pisa:
Bonfigli Celeste nata a Livorno
Del Corso Livia nata a Cevoli
Federighi Angiola nata a Peccioli
Filippi Maria nata a Buti
Palla Maria nata a Pisa
Taccola Cesira nata a Uliveto.
Dirige la scuola di Ostetricia dalla sua fondazione fino al 1895 il professore di Ostetricia
Carlo Minati, e successivamente il professor Ermanno Pinzani fino
al 1922.
Le maestre levatrici della Scuola di Ostetricia di Pisa dal 1876 al 1923
La prima maestra levatrice della Scuola di Ostetricia di Pisa è Teresa
Franchini, che rimarrà in servizio fino al 1891. Seguiranno Giulia
Brini per un solo anno, Cleofe Anselmi dal 1892 al 1897, Domenica
Sabatini dal 1897 al 1906, Giorgia Pellegrini dal 1907 al 1923.
È importante ricordare questi nomi e farli emergere dai documenti di archivio perché il lavoro delle maestre ostetriche è stato un
Fig. 64. Ermanno Pinzani,
lavoro di grande responsabilità e di grande impegno.
Direttore della Scuola dal
Nelle lettere delle maestre levatrici, conservate nell’Archivio di 1895 al 1922
Stato di Pisa, rieccheggiano gli stessi problemi e gli stessi disagi
che emergevano dalle lettere delle Maestre dell’Ospizio di maternità di Firenze: le difficoltà finanziarie, l’impegno troppo gravoso, e l’insostenibilità di
un regime quasi carcerario.
In una lettera del 1885 alla Commissione Amministratrice dei R.R. Spedali Riuniti di
S. Chiara, la Maestra levatrice Teresa Franchini chiede “che le venga accordato un aiuto
dal quale farsi sostituire in tutti i casi di sua assenza”. Il regolamento la obbliga a
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“rimanere costantemente nell’Ospedale in tutte le ore del giorno e della notte, salvo il
permesso del Soprintendente per le ore del giorno. Quell’obbligo, oltre ad essere gravosissimo in se stesso, perché forse nessun altro impiego esige la presenza continuata
del titolare per tutto il giorno e per tutta la notte, impedisce alla esponente in modo
assoluto l’esercizio della sua professione di fuori”, necessario per integrare il modestissimo stipendio.
Nel programma di esame dell’anno accademico del 1903-1904 è previsto l’obbligo per
le allieve levatrici di presentare due storie scritte di casi seguiti personalmente durante il tirocinio.
Sono storie di parti: uno patologico e uno fisiologico. Costituiscono una fonte di grande interesse perché offrono un contributo alla ricostruzione della storia della scienza
ostetrica e della maternità illegittima e povera.
Attraverso “lo sguardo clinico” di una giovane allieva, emergono frammenti di una
realtà sociale segnata dalla miseria e dalla fatica. L’anamnesi familiare rivela una continuità di condizione e di destino sociale da madri a figlie. Le figlie combattono le stesse
battaglie delle madri: affrontano, insieme al peso di un lavoro che inizia in giovane età,
gravidanze, parti, allattamenti, aborti, che si susseguono a ritmo serrato. Le madri meno
prolifiche hanno avuto 4 figli, le più prolifiche 14. Tra le partorienti, con un’età intorno
ai 40 anni, ci sono quelle che hanno avuto fino a 16 figli. Si intravede un mondo femminile segnato dal dolore. Le partorienti parlano di fratelli e sorelle morti da piccoli: il
numero è impressionante, c’è chi ha perso 9 fratelli, chi 5 tutti di tifo, chi 7 di polmonite. La maggior parte di queste donne non ricorda neanche la causa della morte di questi piccoli, entrati e usciti dalla vita in un baleno. A questi lutti si aggiungono quelli per
la morte dei propri figli, come emerge dalla storia scritta nel 1918 dall’allieva levatrice
Maria Tardelli: si ricovera in Clinica una contadina di 36 anni, all’undicesima gravidanza; non ha portato a termine sei gravidanze, dei 4 figli che le sono nati uno è morto pochi
giorni dopo la nascita, un altro è nato anencefalo, due sono nati sani ma uno di loro è
morto ustionato. In Clinica partorisce due gemelli: uno è sano, l’altro anencefalo.
La Scuola di Ostetricia pisana dagli anni ’20 agli anni ’50 del Novecento
La realtà della scuola di ostetricia in questi decenni si delinea con grande precisione
grazie alle testimonianze delle ostetriche condotte e libere professioniste della provincia pisana diplomatesi tra il 1924 e il 1956. (Tavv. 77, 79)
“Sin dal primo anno assistevamo al travaglio sempre sotto la guida di un’ostetrica diplomata, ma
non potevamo fare la visita interna. Il secondo anno controllavamo anche la dilatazione … I medici specializzandi si affacciavano appena in sala travaglio, perché le ostetriche facevano capire che
la loro presenza agitava le donne”. “In sala parto si entrava già dal primo anno. La prima volta che
io entrai in sala parto mi misero vicino alla finestra. Mi dissero di stare lì che avrei visto nascere il
bambino. Mi fece impressione la testa del bambino coperta dalla vernice caseosa che veniva in
avanti e poi tornava indietro. Io guardavo e ad un certo punto mi sono sentita male e ho pensato
“Io l’ostetrica non la faccio”. Ero così giovane e sprovveduta, non sapevo nulla di nulla”.
“Quando era finito il turno nei reparti, studiavamo o seguivamo le lezioni. Alcune allieve si sentivano un po’ troppo soffocate dalle regole. Non è facile stare tutta una settimana chiuse, se poi
scendevamo con la cuffia storta … addio!”.
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Fig. 65. Scuola di Ostetricia di Pisa. Anno accademico 1924-25. In prima fila i medici, il professor Attilio Gentili al centro, a destra la maestra
ostetrica Ada Venturucci e la sottomaestra Gina
Cingottini. In seconda e terza fila le allieve
Fig. 66. Anno 1946: il giorno del diploma di Anna Pardella.
Anna è in prima fila, la seconda partendo da destra. In seconda
fila la quarta da sinistra è la maestra ostetrica Ida Gervasi
Dai racconti emerge molto viva la figura del “Professore” per eccellenza, Attilio
Gentili, per le sue capacità professionali, la passione per l’insegnamento, il rispetto per
il ruolo dell’ostetrica. Ebreo, fu allontanato dalla cattedra nel 1938, in applicazione
delle leggi razziali. Reintegrato al suo posto l’anno successivo, diresse la Clinica fino al
1948.
Emergono dai racconti delle ostetriche anche le figure delle maestre Venturucci,
Gervasi e Bronzini; queste hanno esercitato una così profonda influenza sulle allieve
che nel corso di tutta la loro professione sono state guidate dai loro insegnamenti che
ricordano ancora oggi, a tanti anni di distanza.
3. L’ostetrica condotta
(A. Vitiello)
La nascita della condotta
La legge sanitaria del 1888 stabiliva l’obbligo per i Comuni o per un consorzio di
Comuni di stipendiare un medico e una levatrice, per l’assistenza gratuita ai pove-
79
ri. L’attuazione di questa legge incontrò molti ostacoli per la scarsità di levatrici
“patentate”. In molte zone del paese le partorienti continuarono ad essere assistite
dalle empiriche, donne senza diploma ma con una lunga esperienza nell’assistenza
ai parti.
Due anni dopo, nel 1890, viene approvato il regolamento per l’esercizio della professione di levatrice in cui si definisce il confine tra le competenze del medico e quelle
delle levatrici.
“È vietato alla levatrice di adoperare istrumenti chirurgici o di praticare operazioni manuali sul
feto nell’utero, salvo il caso di urgenza eccezionale per cui risulti l’impossibilità di avere in
tempo utile l’opera del medico”.
Viene elencato tutto quello che deve essere contenuto nella busta ostetrica e viene codificato ogni singolo gesto al letto della partoriente. (Tav. 78)
Grande attenzione è riservata all’igiene, per evitare il rischio delle febbre puerperale
che è il grande incubo dell’epoca. Si raccomanda “che le mani e le avambraccia siano
lavate per almeno 5 minuti con sapone” e che, la levatrice, indossato il grembiale “rilaverà mani e avambraccia” con una soluzione antisettica. Solo allora si avvicinerà alla
partoriente, per procedere all’esame esterno e accertarsi della posizione del feto e del
suo stato di salute, attraverso “la palpazione e l’ascoltazione”. Si raccomanda di limitare le visite vaginali mentre si invita ad ascoltare frequentemente con lo stetoscopio il
battito cardiaco fetale. Dopo il parto, la levatrice controllerà attentamente la placenta e
praticherà alla donna un’irrigazione vaginale con soluzione antisettica. Visiterà la
puerpera due volte al giorno per otto giorni.
La vita dell’ostetrica nella condotta
La levatrice appena diplomata, che decide di lavorare in una condotta, si trova ad
affrontare inizialmente molte difficoltà. È guardata con diffidenza perché le sue scelte
di vita sono lontane dai modelli tradizionali. È giovane, nubile e, se è sposata, non di
rado viene nella condotta da sola perché il marito lavora lontano. Arriva da fuori, si è
formata in una scuola di città e ha acquisito una mentalità “moderna”. È una figura
sanitaria che applica le regole della scuola e mette in discussione tradizioni secolari.
Spesso, però, bastano alcuni parti condotti a buon fine per guadagnarsi la stima della
comunità. A volte il primo parto può essere drammatico, ma se la giovane levatrice riesce a fronteggiare le difficoltà, conquista improvvisamente la fiducia di tutti.
Un’ostetrica, che si è diplomata nel 1950, racconta gli inizi della carriera:
“Avevo 24 anni e ne dimostravo ancora meno. Le donne mi dicevano “Certo lei è tanto giovane!”. E io rispondevo “Provatemi”. La mia professione iniziò con un fatto clamoroso. Assistei un
parto con inerzia tetanica. In un’ora, senza avere il tempo di andare in ospedale, nacque una
bambina con un’asfissia pallida. Sembrava morta. Tutti erano agitati. “Calmi, state calmi! Fate
tutto quello che dico io, acqua calda e acqua fredda”. Mandai il marito della puerpera, che lavorava nel magazzino della farmacia, a prendere l’adrenalina. Con l’acqua calda e l’acqua fredda
la bambina cominciò a reagire, poi le detti l’adrenalina. Emise un lamento. Le aspirai il meconio,
l’avvolsi nei panni caldi. Stetti lì tutta la notte. Ora è una donna adulta con tre figli. La notizia si
80
diffuse in tutto il paese … Il marito della puerpera ne parlò con tante persone, dicendo che io
avevo fatto il miracolo. Io avevo fatto solo quello che sapevo fare. Non mi sono lasciata andare,
ho avuto la prontezza di intervenire”.
Alle ostetriche è riconosciuto il diritto ad una libertà di movimento che è inimmaginabile per le altre donne: il loro lavoro non ha orari, devono raggiungere posti lontani in
piena notte spesso in compagnia di sconosciuti: non c’è tempo né per perplessità né per
timori.
Arrivare alla casa della partoriente è spesso un’avventura. Racconta un’ostetrica,
diplomatasi nel 1924 ed ormai centenaria:
“Una notte mi chiamano. Mi vengono a prendere con il carro con i bovi. Piovettava e allora avevano messo l’incerata sorretta dai pali. Io stavo seduta nel carro con la seggiola legata. E via e
via e via: il carro entrò nella melma e non si poteva più uscire e allora a piedi nel viottolino che
loro illuminavano con la lanterna. Cammina, cammina. Dalla finestra si sentiva gridare
“Correte, lo fa”. Cado, le gambe piene di mota. La lanterna andava, non si erano accorti che ero
caduta e io “Aiuto!”. Arrivai in tempo per assistere il parto. Che vita sacrificata! Ma sono ancora viva”.
Le ostetriche sono le prime donne che imparano a guidare. Racconta una di loro, diplomata nel 1952 “I primi cinque anni sono stati di gavetta: la borsa ostetrica attaccata al
motorino e via, poi la Vespa con relativi capitomboli. Dopo 4 anni comprai il Topolino”.
Le ostetriche si trovano spesso a confrontarsi con un ambiente sociale ed umano condizionato dall’estrema indigenza.
“Noi ostetriche di condotta ci assumevamo tutte le responsabilità ed eravamo abituate ad assistere in case senz’acqua, senza luce, senza riscaldamento. Quando chiedevi un po’ d’acqua partiva quella che aveva il lume in mano e ti lasciava regolarmente al buio”.
Sono le prime professioniste che devono far prevalere le esigenze del loro lavoro su
quelle familiari e private. Nelle famiglie delle ostetriche i ruoli tradizionali sono messi
in discussione: non sono rari i mariti che si assumono i compiti di cura dei figli e che
accettano il ruolo preminente della moglie nella comunità.
Alcune ostetriche fanno una scelta controcorrente, decidendo di rimanere nubili per
dedicarsi ad un lavoro che riempie la vita, “È una professione così coinvolgente che
tutto il resto perde valore”, dichiara una delle ostetriche intervistate. L’ostetrica diplomata è forse la prima lavoratrice che affianca alla passione per il lavoro l’orgoglio per
le proprie competenze professionali. È una donna ricca di risorse, intellettualmente
curiosa, che si aggiorna continuamente, partecipando a convegni e a corsi di specializzazione. È consapevole di svolgere una funzione sociale di grande valore. (Tavv. 80-82)
La relazione con la partoriente
Le ostetriche conoscevano l’arte di sostenere, incoraggiare e alzare gli argini contro la
paura che può togliere alla donna la forza proprio nel momento cruciale. Erano attente all’integrità del corpo della partoriente: sostenevano il perineo affinché non si lace-
81
rasse. Avevano fiducia nelle risorse della natura ma erano pronte ad individuare i
rischi, a riconoscere il parto distocico, ricorrendo al medico e all’ospedale. “Noi rispettavamo la regola delle 3 P: pazienza, pazienza, pazienza, prudenza, prudenza, prudenza, pazienza, pazienza, pazienza”. Durante il travaglio la parola è importante per
incoraggiare e sostenere: “Parlavo molto, raccontavo di parti e storie familiari”.
Ostetrica e partoriente lavorano insieme per il buon esito del parto: “Insegnavo la
respirazione”, “Camminavo nella stanza con la donna, se il sacco amniotico non era
rotto”. (Tav. 83)
La svolta epocale
A partire dagli anni Sessanta, contemporaneamente ai grandi cambiamenti sociali ed
economici, si afferma in pieno la medicalizzazione del processo di riproduzione, favorita anche dall’estensione della copertura mutualistica ai parti fisiologici. Le ostetriche
condotte, che si sono diplomate tra gli anni Trenta e gli inizi degli anni Cinquanta,
hanno vissuto questo grande cambiamento come un trauma che ha fatto vacillare la
loro forte identità.
Il passaggio da una professione esercitata con grande autonomia, e con la consapevolezza delle proprie competenze, ad un lavoro subordinato, scarsamente qualificato, ha
segnato una cesura profonda nella loro vita. Sin dagli inizi degli anni Sessanta hanno
dovuto affiancare all’assistenza ai parti a domicilio, il lavoro nelle strutture pubbliche
(Comune, Ufficio Sanitario, Inam).
“Io ho fatto servizio all’ufficio anagrafe del Comune. Ho fatto tutto l’aggiornamento degli schedari del Comune, dopo il censimento. Quando avevo un parto salutavo e andavo via. Per qualche mese ho anche sorvegliato i bambini sullo scuolabus. Siamo state nelle mani di nessuno perché nessuno ci ha tutelato. È stata la perdita della dignità, di tutto”,
afferma amaramente un’ostetrica, diplomata nel 1949.
Con la riforma sanitaria del 1978 scompare l’istituto della condotta ostetrica.
82
V. DONNE E POLITICA
(a cura di T. Noce, V. Messerini)
1. Parole e immagini di donne nello spazio pubblico (1946-1981)
(T. Noce)
La militanza femminile nel dopoguerra: donne nei partiti e nelle associazioni
L’ingresso delle italiane in politica è sancito dal Decreto legislativo luogotenenziale del
febbraio 1945, che estende alle donne i diritti politici. Non tutte le donne possono votare, sono escluse dal voto le prostitute che lavorano fuori dai bordelli. Tale discriminazione viene abrogata nel 1947.
L’appello al voto lanciato dai partiti alle donne ricalca la concezione di femminilità del
tempo: viene chiamato in causa il ruolo materno, il “dovere” di scegliere per il bene di
un altro, non il “diritto” di esercitare la cittadinanza. (Fig. 69)
Per osservare la militanza femminile bisogna tener presente che la politica come atti-
Figg. 67, 68. Fatima Previtera Bozzoni, pisana, e Primetta Cipolli
Marrucci, livornese, candidate alla Costituente per il PCI nel collegio Pisa-Livorno-Lucca-Massa Carrara
83
Fig. 69.
vità che riguarda il potere si ritrova anche in organizzazioni che operano all’interno di
uno Stato, a livello infrastatuale, a cominciare dai partiti e dai sindacati e a finire con
movimenti sociali del tipo più vario.
“Anziché continuare a descrivere la vita politica come uno spazio d’assenza femminile e a insistere su narrazioni che minimizzano sistematicamente i momenti di intervento delle donne,
bisogna valutare invece con metro politico gli eventi nei quali le donne partecipano alla storia”.
(Michelle Perrot, storica)
Con il diritto di voto le donne diventano a pieno titolo soggetti politici. I partiti che aspirano al governo e all’egemonia nella società non possono più fare a meno del loro consenso. Il voto alle donne crea però non pochi problemi alla classe dirigente che si afferma nel dopoguerra. Sia nel mondo cattolico sia nello schieramento di sinistra sono ancora forti le resistenze alla partecipazione delle donne alla politica, un’ostilità diffusa
verso il suffragio femminile è presente anche nella parte più conservatrice della società.
Questi veti incrociati mirano a lasciare inalterata nel nuovo contesto istituzionale la concezione corrente di femminilità. Il PCI, ad esempio, per dare un’immagine rassicurante
della donna comunista non manca di promuovere concorsi di bellezza. (Tav. 84)
84
Alle donne sono destinati all’interno di ciascun partito spazi separati; nel PCI, nel PSI
e nei partiti minori si forma una Sezione femminile, nella DC il Movimento femminile. Così avviene anche nelle organizzazioni sindacali. La militanza nei partiti politici
non esaurisce però lo spazio dell’attivismo femminile. Nel dopoguerra risorgono associazioni legate al movimento femminista emancipazionista di inizio secolo, come il
Consiglio Nazionale Donne Italiane e l’Alleanza Femminile. Nascono anche nuove
associazioni come l’Associazione Nazionale Donne Elettrici. Le associazioni più
importanti sono però il Centro Italiano Femminile (CIF) e l’Unione Donne Italiane
(UDI), espressione del mondo cattolico e di quello della sinistra, sorte nell’autunno del
1944 per la formazione e la mobilitazione politica delle italiane. (Tav. 85)
Le donne partecipano attivamente al clima di ricostruzione del paese. Molte di loro
avevano già scelto di essere parte attiva della società durante l’occupazione tedesca e
la Resistenza. (Tavv. 86, 87)
Iscritte all’UDI in Toscana nel 1946
Provincia
Arezzo
Massa
Pisa
Grosseto
Siena
Firenze
Livorno
Lucca
Pistoia
Totale
Circoli
89
31
64
18
40
260
42
16
14
574
Iscritte
Donne residenti
6.546
2.027
3.765
2.110
5.776
60.000
3.829
1.968
1.600
87.621
154.132
99.849
168.501
86.045
130.354
426.611
121.005
182.218
106.893
1.475.608
Fig. 70. Gina Bertini Casarosa, qui
con Mons. Camozzo, Presidente
provinciale del CIF dal 1958. Prima
di lei hanno ricoperto tale carica
Lina Caraci e Teresa Toniolo. La
Casarosa è eletta consigliera provinciale per la DC nel 1975
85
Dopo la Liberazione le militanti occupano gli spazi lasciati loro dagli uomini e quei settori in cui trova maggiormente riscontro la secolare esperienza femminile. Si tratta dei
campi d’azione politica più legati alle relazioni interpersonali: l’istruzione, il lavoro di
cura, le politiche sociali. Le priorità dell’azione politica sono però legate anche ai bisogni di un paese sconvolto dalla guerra: casa, cibo, lavoro.
Nel dopoguerra le politiche sociali costituiscono uno dei terreni di scontro tra mondo
cattolico e mondo della sinistra. Sull’educazione dei bambini e sulla distribuzione delle
risorse si gioca una delle partite per il radicamento dei partiti nella società e le militanti
ne sono consapevoli:
“Riacquistata la libertà nasceva prepotente in tutti il desiderio di una vita nuova, il bisogno di
ricostruire non solo strade e case, ma un modo nuovo di vivere basato sulla democrazia, sul confronto, sulla partecipazione. Le donne pisane di ispirazione cristiana compresero che eravamo
di fronte ad un forte mutamento sociale e culturale e che occorreva aiutare tutte le donne a
cogliere l’importanza di quanto stava avvenendo ed a vivere questo cambiamento da protagoniste. Il 21 marzo 1945 si costituiva a Pisa il Centro Italiano Femminile (C.I.F.)”.
Liliana Bonaccorsi, Donne del C.I.F., in 1945-1985 Centro Italiano Femminile di Pisa. 40 anni al servizio della società, Pisa, s.d.
Le donne intendono il lavoro svolto nei partiti e nelle associazioni come compiutamente politico. Che si occupino di scuola o di colonie, che entrino a far parte dei comitati civici o tengano comizi, sono convinte di dare il proprio contributo alla costruzione di una società fondata sui valori in cui credono.
La guerra aveva lasciato Pisa in condizioni miserevoli, il primo impegno delle donne è
quello di ricostruire il tessuto sociale della città andando incontro alle necessità materiali della popolazione.
Gli asili, le scuole e le colonie del CIF svolgono un’attività pluridecennale. Molto curati
sono gli aspetti organizzativi e pedagogici, la professionalità del personale. (Tavv. 88-92)
Negli anni Cinquanta le militanti dell’UDI e del CIF esprimono il loro impegno politico anche nelle colonie e negli asili:
“La scuola, come l’avremmo voluta e come i tempi esigevano che fosse, doveva essere scelta
politica consapevole ed attiva [...] Si era di fronte ad un grosso impegno, con mezzi impari, la
cui delicata posta in gioco (l’educazione) andava di pari passo con le aspirazioni diffuse nel
Paese per la riforma delle sue strutture. Per noi, le istituzioni educative, dovevano essere trasformate radicalmente esigenza già da tempo presente tra le istanze dei movimenti popolari,
istanze soffocate poi da un ventennio di dittatura e risorte in modo organico con la Liberazione
attraverso i programmi dei partiti della classe operaia. [...] Gli Asili furono sorretti dalle organizzazioni operaie che si mobilitarono intorno ad essi: ci vennero aiuti da tutte le parti, in doni
(ci fu offerto tra l’altro un pianoforte dalla famiglia Marchionneschi di Montescudaio) mezzi
finanziari, viveri; l’epica lotta dei contadini mezzadri vide dirottare le regalie dovute fino allora
ai padroni (polli, conigli, uova) agli Asili infantili di Carità di Pisa. Significative le raccolte di
danaro fatte insieme da sezioni comuniste e repubblicane, tra le donne, i lavoratori: si ebbero
soci anche a Santa Croce sull’Arno. [...] I controlli tutori impedirono che si realizzasse una maggiore apertura nella impostazione programmatica, comunque lo sforzo per imprimere alla
Fondazione un carattere autenticamente democratico, crediamo non possa essere messo in dubbio. Gli asili Calandrini e Frassi sorsero come istituzione rivolta al popolo e noi abbiamo fatto
del nostro meglio perché quel carattere conservassero”.
(da Fatima Previtera Bozzoni, La rinascita (1945-1948), in AA.VV., La scuola per l’infanzia ieri e oggi, Pisa, 1976)
86
Figg. 71-74. Attività quotidiane alla colonie del
CIF, anni ’40 e ’50
87
Le colonie e gli asili dell’UDI e del CIF hanno stili diversi ma un fine comune: educare le nuove generazioni ai propri ideali di riferimento. È un fine che ha riconoscimento politico se l’UDI trova sostegno nel PCI, e se i governi a maggioranza democristiana assicurano alle colonie del CIF la presenza di funzionari dello Stato in occasioni
impotanti quali le cresime e la distribuzione dei pacchi per la Befana, nonché cospicui
finanziamenti. (Tavv. 93-95)
Contributo statale agli Enti gestori delle colonie estive per l’anno 1951
ASCI Volterra
Ass. Naz. Combattenti e reduci di Pisa
Asili Infantili di Carità di Pisa
Istituto Don Bosco di Pisa
ACLI di Pisa
Ospizio Pro-Infanzia di Tirrenia
Comune di Pisa
ACI Castelmaggiore di Calci
ACLI Pontasserchio
Istituto Arcivescovile S. Caterina
Opera Cardinale Maffi di Calci
ASCI di Pisa
Sez. Diocesana PCA di S. Miniato
Sez. Diocesana PCA di Pisa
Sez. Diocesana PCA Istituto S. Bartolomeo di Putignano
Comitato Provinciale CIF di Pisa
Asili “Licia Rosati” Pisa
Terzo Ordine Francescano S. Giusto
Collegio Serafico dei Frati Minori di San Miniato
Seminario Vescovile di S. Miniato
Villaggio del Fanciullo di Pisa
A disposizione
Totale
90.000
630.000
750.000
240.000
1.080.000
150.000
645.000
210.000
105.000
900.000
63.000
210.000
1.980.000
1.878.000
210.000
8.700.000
105.000
210.000
180.000
180.000
1.080.000
989.000
21.641.000
Va sottolineato inoltre che le militanti che si occupano di educazione, assistenza e formazione professionale hanno alle spalle corsi di studio e di formazione politica frequentati nelle associazioni o nelle scuole di partito. Sia da parte cattolica che comunista infatti si pone molta attenzione all’educazione politica delle donne. L’Azione
Cattolica e le scuole di partito del PCI hanno fornito al paese la maggior parte delle
militanti della prima generazione repubblicana. (Tav. 96)
L’attività politica delle donne nei primi decenni della Repubblica risente del clima di
forte contrapposizione ideologica fra DC e PCI, in un quadro internazionale caratterizzato dalla guerra fredda. L’adesione dell’Italia al Patto Atlantico, la bomba atomica,
gli scontri per il lavoro nelle campagne e nelle fabbriche sono solo alcuni dei problemi
della scottante agenda politica del tempo. (Fig. 75)
Le lotte per l’uguaglianza e il femminismo
Accanto alle grandi battaglie politiche nazionali le militanti, pur rimanendo fedeli ai
propri schieramenti politici, danno vita ad iniziative per superare le pesanti discrimi88
Fig. 75. Conferenza dell’UDI per promuovere la
campagna contro la bomba atomica
nazioni a carico delle donne che permeano la società italiana. Al riconoscimento dei
diritti politici infatti non corrisponde nel dopoguerra quello di tutti i diritti civili.
Le donne non possono far parte delle giurie popolari; non possono accedere alla magistratura; percepiscono a parità di lavoro un salario inferiore a quello degli uomini; possono essere licenziate per causa di matrimonio; esse, infine, in base alle norme del codice civile del 1942 sono subordinate al marito nella famiglia.
La generazione di militanti uscita dalla guerra si impegna con campagne di sensibilizzazione, pressione sui governi, scioperi e lotte a colmare le distanze fra i sessi sul piano
della parità giuridica. Le associazioni femminili portano avanti anche una riflessione
generale sulla condizione femminile ed elaborarono strumenti per porvi rimedio.
Fig. 76. Giornata di studio del CIF 1952
89
Figg. 77, 78. Dal 1954 il CIF nazionale promuove la Giornata della donna cristiana per “portare a conoscenza della pubblica opinione femminile il pensiero cristiano nei riguardi del problema della donna” (Amalia di Valmarana, allora Presidente nazionale del
CIF). Qui momenti dell’incontro pisano del 1957
Figg. 80, 81. Convegno Nazionale del CIF 1964 e logo relativo
Fig. 79. Pisa 1957: Giornata della donna cristiana
90
Figg. 82, 83. L’8 marzo, un
appuntamento
annuale
dell’UDI per portare in
primo piano le istanze di
emancipazione delle donne
Fig. 84. Pisa, anni Cinquanta, manifestazione organizzata dall’UDI per la pensione alle casalinghe
Dal 1956 le donne sono ammesse nelle giurie popolari, sebbene all’inizio solo nelle
Corti di Assise e nei Tribunali per minorenni in proporzione del 50% con i giurati
uomini. Il 16 luglio 1960 viene firmato l’accordo interconfederale fra CGIL CISL e UIL,
Confindustria e Intersind sulla parità di retribuzione, anche se solo a partire dal 1970
la giurisprudenza, con alcune sentenze importanti, riconosce tale principio. Nel 1963 si
dà il varo alla legge che permette alle donne di accedere a tutte le carriere; nello stesso
anno un’altra legge vieta di licenziare le donne per causa di matrimonio.
Bisognerà aspettare invece 30 anni (il nuovo Diritto di famiglia verrà approvato nel
1975) perché le donne non siano più, almeno sul piano giuridico, sottomesse al marito.
(Figg. 85-87)
91
Figg. 85-87. Fumetti dell’UDI che evidenziano le difficoltà delle donne nella famiglia tradizionale
92
Alla fine degli anni ’60 si affaccia alla maturità e sulla scena pubblica una nuova generazione di donne. Sono soprattutto studentesse, che partecipano al movimento che
scuote le scuole e le università europee e statunitensi, un movimento, quello del ’68,
che si caratterizza per una forte carica antistituzionale e per una critica radicale ai
costumi e alla mentalità correnti. A queste donne non basta più l’eguaglianza giuridica con gli uomini, esse individuano nel corpo femminile il luogo dove il potere maschile crea la gerarchia fra i sessi. Le femministe chiedono il riconoscimento sociale della
differenza sessuale. Il fulcro della riflessione del movimento femminista si situa ora
nella sessualità, un nodo che fino a quel momento la generazione di militanti uscita
dalla guerra aveva posto in secondo piano.
Gli anni Settanta sono anni di straordinaria partecipazione politica. L’UDI pisana, ad
esempio, che negli anni Sessanta aveva conosciuto un calo di iscritte, registra un
aumento delle socie. (Figg. 88-90)
“Dall’ultimo Congresso provinciale, tenuto in preparazione di quello nazionale del 1973, la crescita della nostra associazione è stata notevole. Da circa 600 iscritte che eravamo siamo arrivate
a 1250-1300 (non tutti i circoli hanno ancora comunicato il numero), da una decina di Circoli che
avevamo abbiamo ora esteso le tesserate ad altre zone e siamo complessivamente presenti in 34
località”.
(Documentazione Casa della Donna)
UDI Comitato provinciale di Pisa documento firmato dalla Presidente Giulia Nocchi, 1974
“… A Pisa si è registrato un fatto abbastanza insolito: si sono viste venire 45 donne spontaneamente a chiedere la tessera nel corso della campagna elettorale, ma non solo, infatti dalla ripresa dell’attività ad ora altre 8 donne sono venute a chiedere la tessera. Siamo arrivate, a Pisa a 93
nuove iscritte di cui 53 venute alla sede spontaneamente”.
(Documentazione Casa della Donna)
In quegli anni le militanti della prima generazione riscoprono anche la loro storia, si
torna a parlare della guerra di Liberazione per mettere in risalto l’opera delle donne
che parteciparono alla Resistenza. (Tav. 97)
Il confronto con le femministe mette in crisi l’UDI che acquisisce i loro temi e, in parte,
il loro linguaggio (Fig. 91). L’UDI pisana negli anni Settanta interviene pubblicamente
sugli eventi drammatici che investono la città e sulla situazione internazionale; allo
stesso tempo l’associazione dà vita a iniziative che riguardano tematiche più vicine al
movimento femminista, come la sessualità. (Figg. 92, 93)
“Come problemi centrali condividiamo quelli sottolineati nella riunione dell’Esecutivo nazionale dell’UDI cioè diritto di famiglia, nuovo rapporto donna-sessualità-maternità, interventi
sulla scuola, abolizione del cumulo dei redditi del marito e della moglie. In più, per noi, anche
applicazione della legge sulla tutela del lavoro a domicilio”
(Documentazione Casa della Donna. 1974)
Ma le tematiche femministe influenzano anche le donne iscritte ai partiti, specie quelli
di sinistra, ne è un esempio la copertina del Documento finale delle socialiste presenti
al 40° congresso del Psi. (Fig. 94)
93
Fig. 88. Corteo dell’UDI
Figg. 89, 90. Incontri pubblici promossi dalle donne dell’UDI
94
Fig. 91. In questo manifesto femminista sono descritti gli ostacoli che
una donna deve superare prima di
diventare un individuo con una
propria identità
Un momento centrale della temperie degli anni Settanta e in particolare del percorso
delle donne in politica è il referendum sul divorzio che avvicina le donne dell’UDI, isolate dal PCI su questo tema, al movimento femminista. (Figg. 95-98)
A Pisa pullulano gruppi e collettivi di donne. Con il motto “il privato è politico” le femministe affermano la necessità di dare valore politico all’intera esperienza esistenziale
degli esseri umani; per le donne è un passo necessario per acquisire visibilità. Date
canoniche della politica al femminile come l’8 marzo diventano occasioni per scendere in piazza e mostrare il proprio desiderio di cambiamento. Le femministe immaginano un mondo nuovo, in cui i rapporti umani siano senza gerarchie e in cui le donne
95
Fig. 92. L’UDI festeggia l’8 marzo 1977
Fig. 93. Documento dell’UDI che invita le donne a
una presa di coscienza della subordinazione femminile
96
Fig. 94.
Figg. 95, 96. Documenti della campagna per il referendum sul divorzio
97
Figg. 97, 98. Congresso straordinario
dell’UDI, si discute della riforma del
Diritto di famiglia
possano scoprire insieme la propria femminilità, separandola da quella costruita dal
potere maschile e appiccicata sulle donne tramite l’educazione.
Per le femministe trovarsi tra donne, trascorrere insieme il tempo del lavoro e della
vacanza diventa un momento indispensabile di crescita personale e collettiva. (Figg.
99-103)
Nonostante le giovani donne dei gruppi si contrappongano alla generazione di militanti
che le ha precedute, emergono anche molte somiglianze. Ad esempio, forse inconsapevolmente, le donne di Lotta Continua si pongono nel solco delle donne del dopoguerra
98
Fig. 99. Otto marzo 1977
Fig. 100. Otto marzo 1977
99
Fig. 101. Insieme in vacanza
Fig. 102. Incontri fra donne: Pinarella di Cervia, in un albergo dell’UDI
100
Fig. 103. Incontri fra donne: presso Agape
quando decidono di condurre una battaglia per gli asili nido. Il 6 dicembre 1971 era stata
approvata la legge n. 1044 sul “Piano quinquennale per l’istituzione di asili nido comunali con il concorso dello Stato” e le donne pisane di Lotta Continua ne chiedono l’applicazione in città. L’iconografia del materiale di propaganda, in questo caso un volantino per le elezioni del 1975, che riproduce una donna con un bimbo in braccio ricorda
quella del dopoguerra. Forse i problemi nodali delle donne non sono cambiati?
Particolarmente aspro è il confronto fra il femminismo e le donne cattoliche; le femministe accusano la Chiesa di essere una delle istituzioni che più ha oppresso le donne,
educandole alla sottomissione e alla repressione della sessualità. È difficile conciliare la
sensibilità di fede con la radicalità e l’aggressività del linguaggio femminista, anche se
con il Concilio Vaticano II si aprono degli spazi per una nuova e più aperta riflessione
sul rapporto fra la Chiesa e le donne. Nel 1975 una apposita commissione istituita da
Paolo VI pubblica un documento innovativo che riconosce l’oppressione che la società
opera sulle donne. Lo scontro è però tesissimo sul divorzio e sull’aborto. (Figg. 104-106)
Sull’aborto si confrontano posizioni inconciliabili. Per le cattoliche la vita inizia sin dal
concepimento e non appartiene alla madre, bensì a Dio. Le femministe credono invece
che il generare sia una facoltà del sesso femminile e dunque la decisione della maternità spetta alla donna. In occasione del referendum del 1981 le femministe scendono in
piazza con una serie di manifestazioni per difendere la legge. (Figg. 107, 108)
101
Figg. 104, 105. Il CIF discute dei problemi del momento in un Convegno Provinciale nel 1976
Fig. 106. 1977: mentre il Movimento per la vita celebra una funzione al Duomo le femministe tengono fuori dall’edificio una manifestazione a favore dell’aborto
102
Figg. 107, 108. Manifestazioni organizzate dalle femministe in difesa dell’aborto
103
La sconfitta al referendum non rappresenta per le donne cattoliche un ripensamento
sulla scelta di militanza, ma costituisce un momento di riflessione su come calibrare la
propria attività in una società in mutamento che pone nuove sfide al messaggio cristiano.
“Nel C.I.F. raggiunsi la carica di Consigliera Provinciale prima, Consigliera Comunale poi e, in
alterni periodi, fui incaricata per la ‘Stampa’; ho cercato di essere disponibile come ho potuto,
alternandomi tra due città e l’insegnamento che sempre più mi assorbiva, e i doveri familiari.
Combattei convinta accanto a Gina Casarosa e le sue valide collaboratrici, le famose battaglie
storiche contro il divorzio e contro l’aborto. Sconfitte in campo politico non ci arrendemmo e
vennero luminose conquiste come le varie realizzazioni nella ‘Regina Mundi’ e nella ‘S.
Caterina’ al Calambrone. Partecipai a convegni, organizzai qualche lezione a giovani colleghe
offrendo un granellino della mia esperienza”.
Anna Fantoni, Il Quarantennio, in 1945-1985 Centro Italiano Femminile di Pisa. 40 anni al servizio
della società, Pisa, s.d.
Il movimento femminista chiede invece agli amministratori locali un riconoscimento
istituzionale.
“Nel 1978 per iniziativa del Collettivo femminista comunista, del Collettivo del Liceo Scientifico,
con l’appoggio dell’UDI si raccolgono 2000 firme a sostegno dell’iniziativa per ottenere il Centro
della Donna, uno spazio dove incontrarsi, discutere, organizzarsi. Nel 1979 La Provincia e il
Comune riconoscono il diritto delle donne ad uno spazio autonomo e si impegnano a garantire
loro una sede: la palazzina di via Galli Tassi. L’anno successivo in occasione dell’8 marzo il presidente della Provincia Orsini e il sindaco Bulleri rinnovano il loro impegno. L’8 Marzo 1981 le
donne del movimento decidono un’occupazione simbolica della palazzina, simbolica perché l’edificio è ancora inagibile. L’occupazione durerà una settimana. Si vuole ricordare alle istituzioni l’impegno preso”.
(Documentazione della Casa della Donna)
La ricerca intende approfondire il sintetico quadro qui delineato, lumeggiare le diverse realtà della provincia e osservare più da vicino il difficile rapporto tra le generazioni di donne che si sono avvicendate sulla scena politica pisana.
104
2. Donne e voto
(V. Messerini)
Il 31 gennaio del 1945, con l’Italia divisa ed il Nord sottoposto all’occupazione tedesca,
il Consiglio dei Ministri, presieduto da Ivanoe Bonomi, emanò un decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne (Decreto legislativo luogotenenziale 1 febbraio 1945,
n. 23). Venne così riconosciuto il diritto al suffragio universale, dopo i vani tentativi
fatti dalla fine dell’800 dal movimento femminista ispirato da Maria Montessori.
Il 2 giugno del 1946 le donne votarono per il Referendum istituzionale e per le elezioni dell’Assemblea costituente, ma già nelle precedenti elezioni amministrative avevano esercitato il loro diritto all’elettorato attivo e passivo, risultando elette in numero
discreto nei consigli comunali.
Già nel 1907 il movimento femminile cattolico, tramite la portavoce Adelaide Coari,
aveva rivendicato oltre alla parità salariale e all’istruzione anche per le donne, almeno
il voto amministrativo. Roberto Mirabelli si era fatto latore di questa proposta alla
Camera, ma le richieste furono respinte in blocco.
Quando il 30 giugno 1912 si raggiunse il suffragio universale maschile, la Camera
rifiutò, con una votazione avvenuta per appello nominale, la concessione del voto alle
donne (209 contrari, 48 a favore e 6 astenuti).
Nel 1913 si concesse solo la modifica della normativa sino ad allora in vigore, che associava l’incapacità della donna a votare e ad essere eletta alla “incapacità per infermità
di mente” e “per indegnità”, presentando separatamente la previsione che “le donne
non possono essere iscritte nelle liste elettorali amministrative e non sono eleggibili
agli uffici designati … dalla legge”.
La Costituzione del 1948 ha definitivamente riconosciuto pari diritti e opportunità ad
entrambi i sessi: all’art. 3 nel quale si proclama il diritto di eguaglianza davanti alla
legge; all’art. 37 sulla parità dei diritti delle donne lavoratrici; agli artt. 48 e 51, sul diritto di voto e di accesso alle cariche elettive.
Oggi, ancor più esplicitamente, abbiamo un pieno riconoscimento costituzionale del
principio della piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e della parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive, nell’art. 117 della
Costituzione a seguito della modifica operata dalla legge costituzionale n. 3 del 2001.
Il voto delle donne a Pisa
Il processo di affrancamento della donna dalla subordinazione politica in cui si trovava nel nostro paese alla metà del secolo scorso non si è completato. Dopo oltre cinquant’anni dal riconoscimento del diritto al voto alle donne e del loro diritto a essere
presenti negli organi di governo delle istituzioni pubbliche, il numero delle donne elette rimane ancora limitato e la loro effettiva possibilità di partecipare ai processi decisionali risulta ridotta.
Nella Provincia di Pisa la situazione non si discosta rispetto a quella generale, anche se
105
significative personalità femminili hanno contribuito alla crescita politica e culturale e
allo sviluppo dell’intera comunità locale ed anche se, in aree isolate, legate a realtà
locali, si presentano interessanti elementi di novità.
L’analisi dei dati sul numero delle votanti, delle astenute, delle candidate, delle elette
e sulle loro caratterizzazioni sociali, culturali, politiche, nella nostra Provincia, è strumento efficace per evidenziare la stretta connessione tra l’estensione dei diritti politici
alle donne e le trasformazioni dei rapporti sociali nonché lo sviluppo delle inesauribili potenzialità progressive del sistema locale. Gli stessi dati evidenziano altresì le resistenze ed i contrasti interni a questo sistema, che hanno impedito in passato, e impediscono tuttora, il superamento del divario creatosi nel corso dei secoli tra uomo e
donna nell’esercizio del potere e nelle opportunità di sviluppo personale in tutti i
campi.
Il rapporto donne ed istituzioni proietta i suoi riflessi sull’intero vissuto della nostra
comunità e sui suoi scenari futuri.
Tabelle di raffronto sulla presenza delle donne nelle istituzioni
Tab I. Pisa, elezioni comunali 1946.
Suddivisione per sesso su: partecipazione al voto, candidati e eletti
totale votanti: 41.085
femmine: 22.485; maschi: 18.600
totale elettori: 48.949
femmine: 26.544, maschi: 22.405
astensionismo: 16,08%
femmine: 15,29%; maschi: 16,98%
candidati per sesso su 270:
femmine: 19, maschi: 251
eletti per sesso su 40:
femmine: 0, maschi: 40
106
Tab II. Pisa, elezioni comunali 1951.
Suddivisione per sesso su: partecipazione al voto, candidati e eletti
totale votanti: 51.289
femmine: 27.633; maschi: 23.656
totale elettori: 55.011
femmine: 29.670, maschi: 25.341
astensionismo: 6,76%
femmine: 6,86%; maschi: 6,64%
eletti per sesso su 40:
femmine: 4*, maschi: 36
candidati per sesso su 306:
femmine: 12, maschi: 294
* Donne elette: Jone Dominuco DC, Teresa Toniolo DC, Fatima Privitera Bozzoni PCI, Maria Cardini Timpanaro PSI. Nessuna
donna assessore
Tab III. Pisa, elezioni comunali 1999.
Suddivisione per sesso su: partecipazione al voto, candidati e eletti
totale elettori: 178.667
femmine: 95.597, maschi: 86.070
totale votanti: 140.207
femmine: 71.003; maschi: 69.204
astensionismo: 21,5%
femmine: 23%; maschi: 20%
candidati per sesso su 1.338:
femmine: 402, maschi: 986
eletti per sesso su 448:
femmine: 109, maschi: 339
Presenza femminile nei Consigli e nelle Giunte comunali della provincia di Pisa
consiglieri su 29 Comuni
femmine: 109, maschi 339
assessori su 29 Comuni
femmine: 33, maschi 75
Presenza femminile tra i Sindaci e i Vicesindaci della provincia di Pisa
vicesindaci su 29 Comuni
femmine: 5, maschi 24
sindaci su 29 Comuni
femmine: 3, maschi 26
Elezioni comunali 1999. Composizione per sesso dei Consigli e delle Giunte comunali
della provincia di Pisa
(continua)
108
Elezioni comunali 1999. Composizione per sesso dei Consigli e delle Giunte comunali
della provincia di Pisa (segue)
Tab IV. Pisa, elezioni provinciali 1951.
Suddivisione per sesso su: candidati e eletti
totale elettori: 243.270
totale votanti: 230.228
astensionismo: 5,36%
dati articolati per sesso al momento non disponibili
totale eletti: 30
femmine: 1*, maschi: 29
totale candidati: 90
femmine: 2, maschi: 88
* eletta Maria Cardini Timpanaro, PSI
109
Tab V. Pisa, elezioni provinciali 1999.
Suddivisione per sesso su: partecipazione al voto, candidati e eletti
totale votanti: 244.355
femmine: 124.358; maschi: 119.997
totale elettori: 329.687
femmine: 171.743, maschi: 156.944
astensionismo: 25,7%
femmine: 28%; maschi: 24%
eletti per sesso su 30:
femmine: 6, maschi: 24
candidati per sesso su 177:
femmine: 36, maschi: 141
Presenza femminile nel Consiglio e nella Giunta provinciali
Assessori: 8
femmine: 3, maschi 5
Consiglieri: 30
femmine: 6, maschi: 24
110
TAVOLE A COLORI
dgsags
I. DONNE E NAZIONE
Tav. 1. O. Borrani, Le cucitrici di camicie rosse, 1863
113
Tav. 2. Ritratto a matita di Sofia Vaccà Berlinghieri
eseguito dal suo amico Paolo Folini
Tav. 3. Miniatura con ritratto di Sofia Vaccà
Berlinghieri
Tav. 4. Elisa Toscanelli Finocchietti,
Ritratto di Emilia
Tav. 5. Foto del “salotto rosso” di
Borgo dei Greci
114
Tav. 6. Materiali prodotti dai bambini del giardino d’infanzia Elena
Raffalovich Comparetti: lavori in perle
Tavv. 7, 8. Il Congresso femminile: l’altra campana
(Il Ponte di Pisa, 10 maggio 1908)
115
II. L’EDUCAZIONE DELLE DONNE
Tav. 9. Demetrio Cosola, Il dettato, 1891
116
Tav. 10. Colore giallo: analfabetismo femminile 26-30% [Bientina, Calcinaia, Capannoli, Cascina, Castelfranco di S., Castellina M.,
Chianni, Lari, Monteverdi M., Montopoli, Pomarance, Ponsacco, S. Miniato, S Croce, S Maria a M., Terricciola, Volterra]
Colore verde: analfabetismo femminile 31-38% [Buti, Casale M., Crespina, Guardistallo, Lajatico, Montecatini , Montescudaio,
Palaja, Peccioli, Riparbella]
117
Tav. 11. Prospetto economico e rapporti sullo stato sanitario e morale della Scuola infantile di carità per le femmine in Pisa, 1837
Tav. 12. Regolamento organico per la Scuola infantile di carità aperta alle bambine in Pisa (5 marzo 1837): Titolo III art. 8
Tav. 13. Giornale della Direttrice (14.1.1843-13.12.1844)
118
Tav. 14. La cappella del Palazzo della Carità, oggi biblioteca di Filosofia e storia
Tav. 15.
119
Tavv. 16, 17. Conservatorio di S. Chiara
a S. Miniato in un opuscolo del 1934:
veduta d’insieme, dormitorio
Tav. 18. Le prime allieve della
Carducci, 1911, III classe
120
III. LE DONNE NELL’ARTE
Tav. 19. Giovan Battista Tempesti, Allegoria della Pittura, sec. XVIII
Tav. 20. Elisa Toscanelli, Album di ritratti
Tav. 21. Elisa Toscanelli, Album di ritratti
Tav. 22. Elisa Toscanelli, Album di ritratti
121
Tav. 23. De La Morinière, Il pulpito del Duomo
Tav. 24. De La Morinière, Una noria nei dintorni di Pisa
122
Tav. 25. De La Morinière, L’angelo ceroforo di Stoldo
Lorenzi in Duomo (particolare)
Tav. 26. De La Morinière, La chiesa di Santa Maria della Spina
Tav. 27. Fotografia di Laura Ruschi, fondatrice
delle Terrecotte artistiche di S. Zeno. Calci,
Archivio Ruschi
123
Tavv. 28, 29. Esempi di ricami artigianali riconducibili all’attività
delle I.F.I. pisane. Calci, Palazzo Ruschi
Tav. 30. Piatto con figurazioni tratte da
L’adorazione dei Magi di B. Gozzoli, Camposanto
di Pisa; diametro cm. 42. Calci, Palazzo Ruschi
124
Tav. 31. Donna con bambino, da La Maledizione di
Cam di B. Gozzoli, Camposanto; h. cm. 29. Calci,
Palazzo Ruschi
Tav. 32. Prova d’affresco da La Torre di Babele di B. Gozzoli,
Camposanto. Calci, Palazzo Ruschi
Tav. 33. Marchio di fabbrica delle Terre Cotte
Artistiche e monogramma del formatore Giotto
Fagiolini
125
Tav. 34. Teiera. Calci, Palazzo
Ruschi
Tav. 35. Cane, h. cm. 23. Calci, Palazzo Ruschi
Tav. 36. Piatto con decorazioni floreali; diametro cm. 37. Calci,
Palazzo Ruschi
126
Tav. 37. Coppo porta ombrelli con gli stemmi delle
famiglie Ruschi e Carranza, h. cm. 70. Calci, Palazzo
Ruschi
Tav. 38. Un esempio di lavoro in rafia riferibile all’attività di Margherita Bassolino. Calci, Palazzo Ruschi
127
IV. DONNE E LAVORO
AGRICOLTURA
Tav. 39. Angiolo Tommasi, Ritorno dai campi, 1885
Tav. 40. Angiolo Tommasi, Al lavoro nei campi, 1889
128
Tav. 41. Angiolo Tommasi, Quando comincia a piovere, 1883
Tav. 43. Ludovico Tommasi, Vita semplice, 1930
Tav. 42. Angiolo Tommasi, Lavandaie sull’Ema, 1883
129
Tav. 44. Giovanni Fattori, Contadina nel bosco, 1860-61
130
Tav. 45. Angiolo Tommasi, Sull’aia, 1883
Tav. 46. Francesco Gioli, Fernanda Gioli e le amiche, 1885-86. Il dipinto evidenzia la diversa condizione sociale delle padrone rispetto alla loro contadina
131
Tavv. 47-, 48. Manifestazioni primi anni ’50 a Pisa (Archivio CGIL)
132
Tav. 49. Manifestazione primi anni ’50 a Pisa (Archivio
CGIL)
Tav. 50. Contadine nei campi, anni ’50 (Archivio CGIL)
133
INDUSTRIA
Tav. 51. T. Signorini Le tessitrici
134
Tav. 52. Localizzazione delle fabbriche nella città di Pisa alla fine
dell’Ottocento
Tav. 53. Veduta esterna dello stabilimento Morini di Pontedera
135
Tav. 54. Bandiera della Lega edile femminile di Fornacette
Tav. 55. Cascina, Tabaccaia
Tav. 56. Una tabacchina intenta a fogliare il tabacco ai Littoriali del Lavoro
Femminile a Pisa
136
Tav. 57. Gruppo di costruttrici di
scope a Bientina
Tav. 58. Immagine della chiusura della Forest
137
Tav. 59. Immagine di maglieria a domicilio
Tav. 60. Lavoratrice del cuoio a domicilio
Tav. 61. Immagine di una cestaia a domicilio
138
VECCHIE E NUOVE PROFESSIONI
Tav. 62. Operatrice dei telefoni impegnata ad un centralino, 1906 (da Il lavoro delle donne, a cura di
A. Groppi, Bari, Laterza, 1996)
Tav. 63. Centraliniste al lavoro nella sala di commutazione degli uffici della Società Telefonica Tirrena di
Pisa; si nota in piedi la capoturno, che svolgeva funzioni di coordinatrice e sorvegliante per ciascun turno di
lavoro
139
Tav. 64. Opuscolo sui servizi postali, telegrafici e telefonici a Pisa,
pubblicato nel 1902
Tav. 65. Foto di gruppo del personale degli uffici della TETI di Pisa, 1955 circa
140
Tav. 66. La Befana per i figli dei dipendenti dell’ufficio TETI di Pisa, 1955
Tav. 67. Gruppo di impiegate
ad una festa dei lavoratori dell’ufficio TETI, svoltasi nel ridotto del teatro Verdi, 1960 circa
141
Tavv. 68-76. Volti di allieve della Scuola di ostetricia pisana all’inizio Novecento (Archivio di Stato di Pisa)
142
Tav. 77. 1949: allieve ostetriche sulla
terrazza della Clinica
Tav. 78. La borsa dell’ostetrica
Tav. 79. Anni Trenta. Clinica Ostetrico-Ginecologica di Pisa: donna in travaglio di parto assistita dall’ostetrica e dall’allieva
143
Tav. 80. Anni Cinquanta, Terme di S.
Carlo. Convegno di Ostetriche del
Collegio di Pisa. Sono presenti anche
rappresentanti delle case farmaceutiche e i figli delle ostetriche
Tav. 81. Anni Sessanta: Uliveto Terme. Le ostetriche festeggiano Ada Venturucci, maestra ostetrica dal 1923 al 1941, insignita della
croce di cavaliere del lavoro
144
Tav. 82. Ospedaletto di Vecchiano: insieme al dott. Sbragia ed al prof. Bogi, una famiglia di ostetriche. Da destra: Erina e Egle
Puccetti, Anna e Tina Pardella, figlie di Erina
Tav. 83. Carmela Silluzio con uno dei suoi neonati
145
V. DONNE E POLITICA
Tav. 84. Concorso Miss Vie Nuove, 1950
Tav. 85. Pio XII e le donne del CIF
146
Tav. 86. Giuseppina Pillitteri Guelfi, conosciuta col nome di partigiana,
Unica, è tra le fondatrici dell’UDI pisana e candidata per il PCI alle
prime elezioni amministrative
Tav. 87. Giuseppina Pillitteri e Genny Bargagna
147
88
90
89
91
Tavv. 88-91. Le colonie del CIF a Calambrone
Tav. 92. 1950, Servizio sociale del CIF
148
Tav. 93. Vera Tarchi, ritratta in un momento della sua lunga
carriera di direttrice di colonia
Tavv. 94, 95. Befana 1950 e Cresime alla Regina Mundi alla presenza di funzionari della Prefettura
149
Tav. 96. Festa alla Scuola di
Partito del PCI a Faggeto
Lario, 1951
Tav. 97. Manifesto del Convegno su Donne e Resistenza (Pisa
1978)
150
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Finito di stampare nel mese di Maggio 2003
presso le Industrie Grafiche della Pacini Editore S.p.A.
Via A. Gherardesca • 56121 Ospedaletto • Pisa
Telefono 050 313011 • Telefax 050 3130300
Internet: http://www.pacinionline.it

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