Il disegno è illusione: suggerisce tre dimensioni sebbene sulla carta

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Il disegno è illusione: suggerisce tre dimensioni sebbene sulla carta
Cultura | Tra arte e scienza
A Reggio Emilia Palazzo Magnani ospita fino al 23 marzo
una mostra antologica dedicata a Maurits Cornelis Escher,
uno dei maestri dell’arte grafica del ’900
I paradossi
di Escher
“
Il disegno è illusione:
suggerisce
tre dimensioni
sebbene sulla carta
ce ne siano solo due
“
Scaturiscono da questa riflessione gli apparenti
nonsense figurativi dell’artista olandese.
Molto amato dal grande pubblico
ma anche da matematici, scienziati e intellettuali
di Stefano Marchetti
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on credete ai vostri occhi. L’acqua del vecchio mulino a
ruota, affacciato sulle terrazze coltivate, sale o scende, cade verso il basso o sfida la legge di gravità e torna in alto?
E gli omini silenziosi, sui gradini della casa misteriosa, vanno su
o vanno giù? Dov’è l’inizio? E dove sta la fine? Incisione fa rima con
illusione, e di fronte alle opere di Maurits Cornelis Escher è impossibile non rimanere stupiti e non interrogarsi. «Ha un’attrazione magnetica che ti trascina, e la segui in tutte le sue ambiguità,
negli equilibri paradossali o nelle prospettive improbabili», ammette Avde Iris Giglioli, presidente della Fondazione Palazzo
Magnani di Reggio Emilia, che fino al 23 marzo ospita una straordinaria mostra dedicata all’artista olandese (follemente innamorato delle meraviglie della terra italiana) e ai suoi apparenti
nonsense figurativi. È «L’enigma Escher», appunto, come recita il
titolo dell’esposizione, con 130 opere provenienti da musei prestigiosi, biblioteche e istituzioni nazionali, fra cui la Galleria d’arte
moderna di Roma e la Fondazione Wolfsoniana di Genova, oltre a
collezioni private. «È la mostra più completa che io abbia mai visto su questo artista», fa notare Rock J. Walker, statunitense globetrotter (e ovviamente appassionato della Ferrari), considerato
il maggiore collezionista ed esperto delle iconiche creazioni di Escher, da sempre riprodotte su copertine di libri, riviste, manifesti o gadget.
Il percorso espositivo ricostruisce la parabola inventiva di Escher,
dal paesaggio agli effetti ottici, ne esplora le ascendenze storiche e
le prosecuzioni, e va a esaminare soprattutto il rapporto fra arte e
N
Relatività, luglio 1953 litografia, 277x292 mm
Novembre/Dicembre 2013 - OUTLOOK 81
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Il profilo | Incisore
dell’impossibile
Maurits Cornelis Escher nacque il 17 giugno 1898 a Leeuwarden, capoluogo della Frisia, nel nord dei Paesi Bassi:
quando aveva cinque anni, si trasferì con la famiglia ad
Arnhem, lungo il corso del basso Reno. Il giovane Escher
(detto Mauk) non ebbe una carriera scolastica brillante, e fu
respinto una prima volta all’esame di maturità: eccelleva
soltanto nel disegno, e già nel 1913 realizzò i suoi primi lavori e le prime stampe, poi a diciott’anni le prime incisioni a
linoleum. Nel 1918, dopo aver conseguito il diploma iniziò il
percorso universitario, e si iscrisse prima alla Tecnische
Universiteit di Delft (il padre era ingegnere), poi alla Kunstnijverheidschool, la Scuola di arti grafiche e architettura di
Delft, dove il pittore e grafico Samuel Jessurun de Mesquita
notò le sue qualità.
È del 1921 il primo viaggio all’estero, in Costa Azzurra e in
Italia: il nostro Paese conquistò via via Escher, che vi tornò
poi anche gli anni successivi e vi si trasferì nel 1923. A Ravello incontrò Jetta Umiker, figlia di un industriale svizzero,
nata a Milano, che sposò l’anno successivo a Viareggio. Sempre nel 1923 tenne la prima personale in Italia, a Siena, poi
nel ’24 un’altra mostra in Olanda, a L’Aja. Dopo la nascita del
primo figlio, nel 1927 Escher prese casa a Roma, e nel 1928
nacque il secondo figlio. L’artista (che stava sempre più affinando la sua tecnica incisoria e otteneva riconoscimenti internazionali) rimase nel nostro Paese fino al 1935: decise di
lasciare l’Italia quando il figlio George tornò a casa vestito da
piccolo Balilla. Si mosse fra la Svizzera, la Francia e la Spagna, dove visitò l’Alhambra di Granada e ne studiò i motivi
ornamentali moreschi.
Nel 1937 abbandonò definitivamente i soggetti naturalistici
e paesaggistici per dedicarsi a una nuova ricerca sull’impiego della tassellazione e sugli oggetti impossibili: realizzò
«Metamorfosi I», solo l’inizio di una lunga serie di incisioni
che lo hanno poi reso famoso in tutto il mondo. Escher tornò
in Olanda e dopo la Seconda guerra mondiale, crebbe sempre più l’interesse internazionale verso la sua opera: nel 1954
si tenne un’importante mostra ad Amsterdam, in occasione
del Congresso internazionale di matematica, e poi un’esposizione a Washington. Progressivamente, nel periodo successivo, le incisioni di Escher vennero messe in collegamento con la geometria, la matematica e le leggi della cristallografia, al punto che l’autore divenne protagonista anche di un articolo sulla prestigiosa rivista «Scientific American». Nel 1969 a L’Aja inaugurò la monumentale decorazione «Metamorfosi III» per l’ufficio postale della città. Fu
una delle sue ultime creazioni: nel 1971 uscì la monografia
«Il mondo di Escher», a cura di J. L. Locher, poi si aggravarono le condizioni di salute dell’artista, che morì il 27 marzo
1972 a Hilversum.
Dagli anni Venti del ‘900 Escher sperimenta le varie tecniche incisorie cui rimane legato per tutta la sua carriera:
l’acquaforte, il linoleum, la litografia e la xilografia, ovvero l’incisione su legno, la sua prediletta, con una precisione
e un dettaglio incredibili. «Nella sua opera si delinea un ponte fra la cultura artistica medievale e quella surrealista,
passando per i capolavori di Bosch, di Piranesi e del Futurismo», spiegano i curatori della mostra
geometria nei paradossi grafici dell’autore. Non a caso il comitato scientifico che ha curato l’evento è coordinato da Piergiorgio Odifreddi, noto logico matematico, e affianca a uno storico dell’arte
come Marco Bussagli, docente all’Accademia di Belle arti di Roma, un docente universitario di Geometria, il professor Luigi Grasselli, pro-rettore dell’ateneo di Modena e Reggio Emilia, e un collezionista e studioso di Escher, Federico Giudiceandrea, ingegnere umanista e imprenditore, dalla cui raccolta arrivano diversi pezzi pregiati. «Escher è considerato l’artista più caro alle persone di
scienza e in particolare ai matematici», sottolinea Giudiceandrea.
«Del resto, le implicazioni matematiche scaturite dalla sua opera,
a volte in anticipo sulle ricerche degli specialisti, ne fanno un monumento della creatività del genere umano», aggiunge Bussagli.
«Anche se c’è ancora qualcuno che, proprio per questo, a torto non
lo considera un artista».
E pensare che Escher, da ragazzo, ai primi del Novecento in Olanda, non era proprio un campione in matematica e scienze. Ma
il padre ingegnere gli trasmise un approccio scientifico, che lui seppe unire al suo primo amore, il disegno, alla Scuola di architettura e arti decorative. Gli esordi risentono sia della lezione dei clas-
In questa pagina: Vincolo d’unione, aprile 1956, litografia,
253x339 mm. A fronte: Nastro di Möbius II (Formiche rosse),
febbraio 1966, xilografia in colori rosso, nero e verde-grigio
stampata da tre blocchi, 453x205 mm
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Nel percorso dell’artista c’è una data-chiave, il 1937.
È da quell’anno che comincia a creare le figurazioni
e le fantastiche visioni che lo hanno reso inconfondibile
in tutto il mondo. L’abbandono dell’Italia e dei suoi paesaggi
gli fa cambiare direzione: «Allontanandomi
dall’illustrazione del mondo circostante, ho dovuto
dipendere dalle mie immagini interne», spiega Escher
sici e dei fiamminghi, sia delle atmosfere liberty di quell’epoca e
dello Jugendstil diffuso anche nel Nord Europa: lo vediamo chiaramente anche in una suggestiva serie di «Ex Libris» degli anni
Venti. In quel periodo, Escher cominciò a sperimentare le varie tecniche incisorie che avrebbe poi adottato in tutta la sua carriera,
l’acquaforte, il linoleum, e poi la xilografia, ovvero l’incisione su
legno, che utilizzò dal 1922 e che fu la sua prediletta, con una precisione e un dettaglio incredibili, e la litografia, la «pietra che
scrive», a cui si dedicò dal 1929. «Certamente nell’opera di Escher
si delinea un ponte fra la cultura artistica medievale e quella surrealista, passando per i capolavori di Bosch, di Piranesi e del Futurismo», annotano i curatori.
Nel 1921, al primo viaggio in Italia per una visita di Firenze, Escher rimase così ammirato dal Belpaese da tornarci poi più volte, fino a prenderci casa. Prima si spostò fra Ravello e la Toscana,
quindi dal senese alla Sicilia, nel 1924 a Viareggio celebrò le nozze con Jetta Umiker, svizzera, poi andò nell’Agro romano, e finalmente nel 1927 si stabilì a Roma dove rimase fino al 1935, quando ormai il fascismo era diventato troppo ingombrante per lui. Rupi e villaggi, il monastero dei francescani a Rocca Imperiale e la
roccia di Tropea, a picco sul mare, diventano magici nel bianco e
nero del suo segno elegante, preciso e ricco di dettagli.
Per molti studiosi, comunque, c’è una data-chiave lungo la strada di Escher, il 1937. Quasi uno spartiacque. Fu da quell’anno che
l’artista olandese iniziò a creare le figurazioni e le fantastiche visioni che lo hanno reso celebre (e inconfondibile) in tutto il mondo. Di sicuro gli mancavano l’Italia, i suoi panorami: «Per forza
dovevo allontanarmi dall’illustrazione più o meno diretta e fedele del mondo circostante. Dipendevo, quindi, dalle mie immagini
interne», spiegò Escher. Fondamentale fu «l’illuminazione sulla
via dell’Alhambra», sorride Bussagli. Da una visita al grandioso
complesso in stile moresco di Granada, in Spagna, l’artista ricavò
infatti la fascinazione delle decorazioni arabe con il loro susseguirsi regolare di geometrie: lo stesso principio che poi tradusse
nel suo «metodo della tassellatura», la divisione periodica e regolare dello spazio in cui le forme si incastrano come fossero pezzi di
un puzzle, si ripetono e si trasformano con l’effetto mirabolante dei
cristalli al microscopio. In «Giorno e notte», xilografia del 1938,
In questa pagina: Su e giù, luglio 1947, litografia
in colore marrone, 503x205 mm. A fronte: Giorno e notte, 1938,
xilografia a due colori, 393 x 678 mm
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«Fu l’Alhambra ad aprirgli nuove porte», commenta lo storico dell’arte Marco Bussagli. «Da una visita
al grandioso complesso in stile moresco di Granada l’artista ricavò la fascinazione delle decorazioni arabe
con il loro susseguirsi regolare di geometrie: lo stesso principio che poi tradusse
nel suo “metodo della tassellatura”, la divisione periodica e regolare dello spazio in cui le forme si incastrano
come fossero pezzi di un puzzle, si ripetono e si trasformano con l’effetto dei cristalli al microscopio»
uno stormo di anatre scure incontra in volo un gruppo di oche
bianche, e i due gruppi sfumano l’uno nell’altro: così nell’abbraccio delle ali vedi la sagoma del becco, e nei contorni dello spazio
bianco puoi già scorgere la stessa forma, riflessa e scura. Allo
stesso modo in «Cielo e acqua» anatre e pesci sono due mondi che
vivono in simbiosi. «Il vuoto diventa esso stesso una forma», indica Bussagli. È una continua «Metamorfosi», come Escher intitolò
una delle più lunghe xilografie a quattro colori mai realizzate: una
storia per immagini, dove passo dopo passo i coccodrilli si tramutano in esagoni, e poi api, pesci, uccelli, le casette di un villaggio,
e le caselle di una scacchiera.
Via via, nel corso degli anni, Escher concepì e creò i suoi mondi
impossibili, nei quali non c’è un’unica prospettiva o un solo punto
di vista, o dove le colonne e le volte del «Belvedere» (1958) si intrecciano come mai potrebbe avvenire nella realtà, anche se a prima
vista tutto ci appare assolutamente normale, e quasi naturale. In
fondo, come scriveva Aristotele nella sua «Poetica», «una convincente impossibilità è preferibile a una non convincente possibili-
tà». «È proprio questo che ce lo rende così affascinante», osserva il
professor Grasselli. «Escher dimostra che è possibile rappresentare mondi diversi da quello in cui siamo abituati a vivere. I nostri riferimenti sono perlopiù bidimensionali o tridimensionali,
ma lui si spinge oltre, verso spazi iperbolici, a più dimensioni». Nelle sue opere, dunque, c’è tanta geometria, ma non soltanto quella
euclidea: è il segno di una profonda ricerca che, appunto, va oltre
quello che vediamo. «Benché mi manchino completamente educazione e conoscenza scientifiche, spesso mi sembra di avere più in
comune con i matematici che con i miei colleghi artisti», ammetteva Escher. Piergiorgio Odifreddi ritrova nelle opere del maestro
olandese molti dei cosiddetti «paradossi percettivi», basati sul contrasto fra la percezione e l’interpretazione di dati sensoriali, figure ambigue o figure assurde, i cubi reversibili e il triangolo impossibile. Teoremi e diagrammi, leggi di composizione e simmetrie,
tutto rientrava nell’enciclopedia di Escher, che nel «Limite del cerchio» del 1959 (con tanti pesci via via sempre più piccoli) sembrava addirittura anticipare la teoria dei frattali, figure geometriche
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in cui un motivo identico si ripete su scala
continuamente ridotta. «Escher aveva un’estetica originale e inusuale che gli procurò
notorietà nel campo scientifico, ma gli alienò anche le simpatie del campo artistico, con
accuse di eccessiva freddezza, astrazione e
convenzionalità stilistica», ricorda Odifreddi. Eppure è stato effettivamente artista a
tutto tondo: in lui si ritrovavano echi di
Dürer e Arcimboldo, Koloman Moser e Dalì,
e allo stesso modo le sue incisioni hanno
fatto scuola, per esempio per gli esponenti
della Optical art come Victor Vasarely.
In mostra a Palazzo Magnani ammiriamo tutte le opere più conosciute, le «Mani
che disegnano» del 1948 («Il simbolo più indovinato di tutto il suo lavoro», commenta
Odifreddi), i volti umani che si destrutturano come la «Buccia» di un frutto, e le formiche rosse che continuano a inseguirsi all’infinito sul «Nastro di Moebius II» del 1963. E
vediamo alcune incisioni riprodotte anche
su scatole da regalo e cartoline d’auguri, sulle riviste e sugli lp di gruppi famosi come i
Pink Floyd. «Escher era amato moltissimo
non solo dai matematici ma anche dal nascente movimento hippie, che aveva associato le
stranezze dei suoi mondi alle esperienze psichedeliche e all’uso di stupefacenti. Ma Escher
era lontano mille miglia da loro, anzi con il tempo maturò una vera e propria avversione verso i figli dei fiori», rivela Federico Giudiceandrea. E a Mick Jagger che gli aveva scritto con forse troppa confidenza, chiedendogli
di disegnare la copertina di un album, l’artista (tanto per tenere le distanze) fece rispondere che «per il signor Jagger io non sono Maurits, ma Maurits Cornelis Escher».
Allora, chi è stato veramente Escher? «Un
punto d’incontro fra arte e scienza, l’Einstein
del mondo dell’arte», assicura Rock J. Walker, che sta progettando non uno, ma tre musei (anche a New York e Tel Aviv) dedicati al
maestro. «Un artista capace anche di farci
trovare la dimensione del sogno, di portarci
su orizzonti cosmici come nelle zone oscure
del nostro profondo», aggiunge Avde Iris Giglioli. Uno spirito geniale che ha fatto andare a braccetto la logica e la fantasia, la razionalità e la poesia. Ha disegnato un altro
mondo.
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