numero - Dietrich | Untertrifaller Architekten

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numero - Dietrich | Untertrifaller Architekten
Pubblicazione gratuita quadrimestrale, anno 1° n°1 novembre 2011, Aut. Tribunale di Rovigo n. 5 del 2011, Contiene I.P. , Codice ISSN 2240-3612
numero.
erde tierra terra terre earth
2
numero.
erde tierra terra terre earth
2
Magazine dell’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Rovigo
quadrimestrale
n.2 | maggio 2012
indice
editoriale
territorio fragile
di Roberto Navarrini
Direttore responsabile
Micol Andreasi
Direttore
Roberto Navarrini
scenari
Comitato di redazione
Sara Cuccu
Veronica De Stefani
Michael Gamberini
Elena Lavezzo
Michele Peretto
Silvio Pianta
Sara Voltani
Davide Zagato
l’architettura di Mario Cucinella tra
estetica,etica ed empatia
intervista a Mario Cucinella
a cura di Elena Lavezzo
Impaginazione
Michael Gamberini
Traduzioni
Sara Cuccu
Michele Peretto
Stampa
Tecnocopy Service S.n.c.
Rovigo, Italy
Distribuzione gratuita agli architetti iscritti all’Albo della Provincia di Rovigo, agli Ordini provinciali, alle Federazioni regionali, al C.N.A., agli
Enti e Amministrazioni interessate ed alle Associazioni culturali della Provincia. Gli articoli firmati esprimono esclusivamente l’opinione degli
autori non impegnano il Direttore, il Comitato di redazione e il Consiglio dell’Ordine. Le foto e le immagini fornite dai rispettivi autori sono
tutelate dalle leggi sul copyright. Ogni riproduzione anche parziale è vietata. Deroga a quanto sopra potrà essere fatta secondo modalità di
legge: le riproduzioni per uso differente da quello personale potranno avvenire solo a seguito di specifica autorizzazione rilasciata dagli autori.
Consiglio dell’Ordine degli Architetti PPC Rovigo
Presidente Marzio Bottazzi
Giovanna Bordin
Luigi Barbato
Nicola Cappato
Daniele Battaglini
Michele Fioravanti
Roberto Navarrini
le jardin de mire
RAUM
14
pavillon d’été du Petit-Lac à Sierre
BASSICARELLA ARCHITECTES
20
parasite las palmas
Korteknie Stuhlmacher Architecten
24
estonoesunsolar
gravalosdimonte arquitectos
28
Nella terra: Sport Center ETH
a cura di Davide Zagato
34
spazio concorsi
Federico Pugina
Michele Rizzato
Sostenere i concorsi,nonostante tutto
a cura di Claudio Aldegheri
Editore e Redazione
Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Rovigo
via Enrico Toti, 36 | 45100 | Rovigo
Tel. 0425.421799 | Fax 0425.25888
[email protected] | www.ordinearchitetti.ro.it
Aut. Tribunale di Rovigo n.5 del 2011
finito di stampare nel mese di giugno 2012
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40
42
a cura di Silvio Pianta
Codice ISSN 2240-3612
pensare sostenibile
a cura di Veronica De Stefani
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2
“Accidenti……non finisce più” queste sono
state le mie parole il 20 maggio alle quattro di
mattino…e subito il pensiero corse a stimare
dove potesse essere l’epicentro del terremoto
che ha fatto cadere alcuni soprammobili nel mio
appartamento al quinto piano.
Avendo coscienza che la nostra zona è catalogata
a bassa pericolosità sismica, non ho mai temuto
i terremoti, ma quella domenica mattina presto,
la scossa è stata forte e lunga.
Neppure il disastroso terremoto in Friuli del
1976 era stato avvertito in modo così evidente
in città e quindi la mia preoccupazione si è
diretta verso quella direzione temendo un
terremoto catastrofico nel nord-est, non avrei
mai immaginato invece che l’epicentro del sisma
fosse a poche decine di chilometri da me.
Come tecnici abbiamo sempre progettato e
costruito convinti che il pericolo che la terra
tremasse fortemente non fosse possibile dalle
nostre parti, per cui le particolari misure da
prendere in questi casi fino a pochi anni fa non
erano state previste, solo dal 2003 siamo stati
obbligati a considerare i territori in cui viviamo
a debole a rischio sismico (zona sismica 4), ora
invece il nostro ruolo sociale e professionale ci
impone a valutare con grande preparazione e
sensibilità il fatto che gli edifici che andremo
a costruire dovranno resistere a movimenti
tellurici di non lieve entità.
Proprio perché “architetti” sappiamo il significato
che ha per ogni uomo il costruirsi una casa, quante
volte abbiamo cercato di interpretare i desideri
dei nostri clienti, e quante volte abbiamo letto in
loro la soddisfazione di possedere un’abitazione,
che talvolta diventa anche una tana dove ritirarsi
e proteggersi dalle difficoltà della vita. Ora
pensiamo a quelle persone che all’improvviso
sono rimaste senza niente, proprio niente, tutto
sepolto sotto le macerie, neppure la scatola
di latta con i ricordi di adolescente, per non
pensare a coloro che hanno perso anche la vita.
Ecco, di fronte a questi drammi, affinchè non si
ripetano, dobbiamo dare il meglio delle nostre
conoscenze, non accontentarci delle normative
ma usare la nostra esperienza e professionalità
per costruire case sicure, e non solo case ma
anche luoghi di lavoro affidabili.
Forse i progettisti e i produttori di quei capannoni
crollati, con le travi semplicemente appoggiate
ad altre travi a loro volta ad incastro libero sui
pilastri, qualche senso di colpa ce l’hanno: hanno
rispettato le norme ma non hanno analizzato
l’imprevisto.
Questo è il messaggio di questa tragedia, vedere
più avanti, pensare che l’imprevedibile sia dietro
l’angolo, e non solo per quanto riguarda la
statica, ma anche per il risparmio energetico,
dobbiamo pensare ad un modo nuovo di
costruire, puntare a costruire “case passive”,
con l’autosufficienza energetica, perché negli
instabili equilibri mondiali basta poco a far
schizzare alle stelle i costi dell’energia. Molti
sono convinti che tutto accadrà lentamente,
molto lentamente e lo auspichiamo tutti: le
riserve petrolifere che diminuiscono poco a
poco, il metano ci da una mano…..e poi trac…
un conflitto e ci rammaricheremo di non aver
costruito prima case meno energivore.
Quindi, coraggio, rimbocchiamoci le maniche e
lavoriamo con rinnovato impegno!
Marzio Bottazzi
Presidente dell’Ordine degli Architetti
Pianificatori Paesaggisti e Conservatori
della Provincia di Rovigo
editoriale
territorio fragile
di Roberto Navarrini
Dopo acqua, “numero.” si occupa del tema terra
inteso come pianeta, nazione, zolla, ettaro, ecc.
e considerato, scendendo così di un livello nella
tetraktys pitagorica, nella sua accezione più
ampia.
La tendenza delle nostre città negli ultimi anni è
il continuo ingrandirsi, modificando sempre più
il paesaggio e provocando cambiamenti nell’uso
del territorio; così la tematica relativa al consumo
di suolo diventa centrale in quanto coinvolge
tutti. Nella nostra penisola, e soprattutto nella
pianura padana, sono stati divorati ettari di suolo
agricolo con ritmi superiori a quelli del boom
economico degli anni 1950-1960, purtroppo col
consenso o nell’indifferenza della maggioranza
della popolazione. Ciò che sta accadendo, alcune
amministrazioni stanno già applicando processi
virtuosi in questo senso, richiede un cambio di
mentalità categorico: non è più possibile avere
modalità di sviluppo speculative. In questa
prospettiva la figura dell’architetto assieme a
quella di altri attori può diventare nevralgica,
nei processi di sviluppo urbano, ma anche
nell’orientare verso nuove modalità di approccio,
più rispettose del territorio, generanti sicurezza
e benessere limitando gli sprechi energetici.
Un esempio anche e soprattutto per le nuove
generazioni.
I nostri sistemi di pianificazione sono ormai
obsoleti e figli di una politica di spartizione del
territorio a fini speculativi non più accettabile.
Il suolo è una risorsa finita e non rinnovabile,
quindi il suo consumo deve essere limitato. Quali
sono le possibili alternative? Costruire in aree
dismesse, recuperare e rigenerare il patrimonio
edilizio esistente, ampliare con tecniche non
invasive quanto già esiste.
Nell’intervista a Mario Cucinella, uno degli
architetti italiani più impegnati nella ricerca
di un’architettura di qualità senza sprechi
energetici e attenta ai luoghi, queste tematiche
sono state esplorate attraverso alcuni suoi
progetti e realizzazioni recenti. Nell’intervista
è richiamata una sua recente affermazione “in
Italia il ruolo dell’architetto è socialmente inutile”
affermazione che ci impone una severa riflessione
su quale dovrà essere il nostro impegno e su
come si dovranno cambiare i sistemi di gestione
dei processi di trasformazione. Il quadro è
chiaro: siamo tutti chiamati a contribuire per
promuovere interventi di qualità, sensibili
al contesto, liberi dalle perverse logiche del
profitto. Ogni intervento, anche il più piccolo in
luoghi quotidiani, può/deve essere il germe per
un nuova rinascita. Sono gli interventi “normali”,
depositari di una grande forza, che spesso
sono frutto di sforzi, di pazienza e di grande
attenzione, ma soprattutto sono veri, concreti e
possono farci ripartire liberandoci dall’effimero e
dal superficiale.
Nella sezione scenari
il tema terra viene
declinato secondo diversi aspetti attraverso la
lettura di interventi che attivano con il luogo uno
scambio sinergico e arricchente: il padiglione di
RAUM a Nantes rivestito con sacchi di terra dove
germoglia un prato, l’intervento dello studio
Bassicarella che dialoga con la topografia del
paesaggio, il parassita di Korteknie Stuhlmacher
che sfrutta le strutture esistenti senza consumo
di suolo, il programma “EstoNoEsUnSolar” di
Gravalosdimonte che attraverso interventi
leggeri ed economici rivaluta aree vuote della
città di Saragozza innescando processi di
rivitalizzazione sociale e infine lo Sport Center
EtH di Zurigo di Dietrich Untertrifaller +
Staheli costruito dentro la collina con la quale
dialoga in modo delicato e armonioso. Attivare
processi e progetti attenti e sensibili sottende
a rivedere anche le modalità di affidamento.
Nella sezione concorsi il contributo di Claudio
Aldegheri, coordinatore della commissione
concorsi FOAV, evidenzia con intelligenza quali
sono le carenze del sistema dei concorsi in Italia
rimarcandone, però, l’assoluta necessità per
avere un’architettura di qualità.
Mentre “numero.” si preparava ad andare in
stampa il 20 e poi il 29 maggio due scosse di
terremoto di magnitudo 5.9 hanno scosso la
pianura padana tra la nostra provincia e l’Emilia
provocando distruzione e vittime. Questo terribile
evento, pensando anche al recente terremoto
in Abruzzo, ci impone azioni forti, immediate e
concrete, con il contributo di tutti, affinché gli
edifici e le nostre città possano sopportare in
futuro questi imponderabili eventi. Il cambio
di mentalità dove condurre a considerare non
più una eccezionalità ciò che è realizzato con
corretti criteri, sia energetici che antisismici, ma
la normalità.
A questo dobbiamo tendere.
Con tutte le nostre energie.
editoriale
l’architettura di Mario Cucinella
tra estetica, etica ed empatia
intervista a Mario Cucinella
a cura di Elena Lavezzo
Una breve intervista all’architetto Mario Cucinella che nei suoi lavori, in Italia e
all’estero, sviluppa una continua ricerca nel campo dell’architettura sostenibile.
Quest’ultima, caratterizzata da strategie naturali e tecnologie sofisticate che
diventano a volte elementi peculiari dal punto di vista estetico, non è mai esente
da un approccio etico e empatico nei confronti dell’ambiente.
EL Nei tuoi progetti, oltre all’intenzione di creare luoghi in cui vivere con piacere,
c’è sempre un approccio sostenibile, che si concretizza nelle strategie atte
a creare micro-climi ambientali controllati e molto altro. Le tue architetture
possono definirsi empatiche nei confronti dell’ambiente, ma qual è, visto che
parliamo di terra, il tuo parere sul tema del consumo di suolo?
MC Il tema del consumo di suolo è un tema importantissimo e complesso, in
cui entrano in gioco molti fattori tra cui l’etica, la visione politica e la legalità.
Noi abitanti dei paesi sviluppati abbiamo la fortuna di vivere nel benessere e di
sostenere stili di vita improntati al pieno soddisfacimento dei nostri desideri. Per
noi oggi è normale mangiare uva a febbraio, bere vino sudafricano, riscaldare e
Sezione bioclimatica
per la riqualificazione
del complesso
residenziale Aler di
Milano.
J
scenari
scenari
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raffrescare le nostre case come più ci piace, apriamo il rubinetto e l’acqua viene
fuori come per magia... Purtroppo non ci rendiamo conto che per poter vivere
così consumiamo le risorse di qualcun altro che invece è costretto a vivere al
limite della sopravvivenza. Per questo motivo dobbiamo ripensare al modo in cui
viviamo, dobbiamo stabilire delle nuove dinamiche che ci permettano di vivere in
modo più etico e permettano di distribuire le risorse, tra cui soprattutto il suolo,
in modo più equo. Arriverà un giorno, non molto lontano, in cui questo modo di
agire responsabile non sarà più un’opzione ma una necessità inderogabile a cui
non potremo sottrarci in alcun modo.
Un primo passo che noi architetti possiamo fare in quest’ottica di
responsabilizzazione è quella guardare al consumo di suolo in modo diverso.
È sempre necessario sottrarre nuovi spazi alla natura o all’agricoltura? Come
possiamo riutilizzare spazi ormai in disuso per rendere le nostre città più belle
e più vivibili? Penso agli enormi spazi, spesso centralissimi, che si trovano nelle
nostre città…penso alle vecchie caserme, alle aree industriali dismesse alle
vecchie strutture ospedaliere. Sono edifici di pregio che si trovano in luoghi
privilegiati delle nostre città e che spesso per colpa dell’incapacità di prendere
decisioni da parte della politica versano in condizioni di degrado e di abbandono.
Sarebbe importante e utile far rivivere questi spazi abbandonati e renderli
funzionali alle esigenze dei cittadini.
Penso anche ad una importante esperienza di riqualificazione e rigenerazione
urbana che sto portando avanti a Milano, con l’ALER, in uno storico quartiere di
edilizia popolare. Realizzeremo dei micro-villaggi, edificati utilizzando strutture
prefabbricate in legno, per circa 100 studenti, direttamente sulla copertura di 4
vecchie torri di 8 piani ciascuna.
L’intervento, oltre a prevedere una bonifica delle torri che saranno più salubri
e più efficienti energeticamente, ha creato un grande fermento nella gente
del quartiere che vedrà i propri palazzi popolati da giovani studenti, si favorirà
anche la creazione di nuove comunità.
Immagini di
riferimento per la
riqualificazione del
complesso
residenziale Aler di
Milano.
Vista del plastico
per la nuova sede
dell’ARPA a Ferrara.
Immagini del progetto
di riqualificazione
del complesso
residenziale Aler di
Milano.
Render della nuova
sede dell’ARPA a
Ferrara.
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scenari
EL In Italia e all’estero, è sempre attuale la questione del rapporto tra costruito
e territorio. E’, e se sì come, variato nel tuo lavoro il rapporto tra architettura e
paesaggio?
MC Il territorio è un’entità piuttosto complessa, non è solo uno spazio finito e
delimitato da confini precisi. Il territorio è “un supporto” su cui intervengono
infiniti fattori e su cui agiscono molti “attori”. L’agricoltura, le reti idrogeologiche,
i parchi nazionali, le aree industriali, le città, i paesi, i villaggi, le comunità, le
infrastrutture viarie, i porti, le discariche, la legalità, l’illegalità, la cultura, le
differenze, le diverse vocazioni. Se guardiamo a tutto questo possiamo capire la
difficoltà di interpretazione e la necessità di nuovi strumenti di pianificazione e
gestione del territorio. Nell’architettura è mancata una visione di insieme delle
azioni necessarie da intraprendere per riuscire a governare questo insieme non
organico di fattori. Negli scorsi decenni la tendenza è stata quella di ragionare
più per territori “amministrativi” che “paesaggistici” creando inevitabilmente
una frammentazione e un senso di estraneità.
In una nuova visione bisogna necessariamente confrontarsi con questa realtà
multiforme cercando di creare, attraverso nuovi strumenti di gestione del
territorio, un’idea identitaria di paesaggio, anche attraverso il meccanismo
delle demolizioni nelle numerose realtà che oltraggiano il nostro paesaggio.
È necessario guardare ad una dimensione collettiva, nuova, che includa
infrastrutture verdi, anche extraregionali, come indica Andreas Kipar, dove i
progetti paesaggistici e le infrastrutture verdi possano contribuire a dare un
nuovo senso di identità a luoghi finora costruiti guardando alla sola ottica
speculativa. Bisogna incrociare i nuovi bisogni dei cittadini e delle aree produttive
comprendendo prima le reali necessità e poi i piani economici.
Da quanto tempo utilizziamo gli stessi strumenti di pianificazione? E gli
strumenti che utilizziamo sono adeguati alle necessità di oggi? La risposta è
che gli strumenti non sono cambiati mentre le necessità si.
Ecco, negli anni la visione tra paesaggio è architettura è variata nel mio lavoro
cercando di tener presente le nuove necessità e cercando di affinare sempre di
più una sensibilità verso le complessità dei luoghi dove mi trovo a lavorare, una
sorta di empatia creativa.
scenari
5
Vista del plastico per
One airport square,
Accra - Ghana.
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EL Nella tua attività si riconosce sempre la ricerca di equilibrio tra estetica e
etica. Com’era e com’è oggi lo scambio tra un aspetto e l’altro nei tuoi progetti?
MC Ci sono dei luoghi nel mondo dove bisogna per forza confrontarsi con le enormi
difficoltà esistenti; difficoltà di vario genere, climatiche, politiche, culturali. In
questi luoghi, il concetto di estetica non può prescindere da quello di etica e
anzi occorre partire da una visione etica per poter realizzare qualcosa che sia
anche bello. Qualche anno fa mi è capitato di partecipare ad una conferenza
a Ramallah, organizzata dalla Cooperazione Italiana allo sviluppo. Visitando i
Territori palestinesi e, soprattutto, Gaza è nata l’idea di promuovere un modello
di scuola sostenibile.
A Gaza la dipendenza energetica è totale: l’elettricità arriva con un black out
di 40-60 ore a settimana. L’altro problema deriva dall’acqua, perché le acque
superficiali sono tutte inquinate per la mancanza di sistemi di fognatura e di
depurazione e non è possibile accedere a falde molto profonde. C’è un’enorme
difficoltà di accesso alle risorse primarie. In questo quadro ci è sembrato
interessante presentare all’ONU il progetto di scuola green. L’idea è stata
accolta con molto interesse ed è stata già finanziata dalla Banca Islamica per
lo Sviluppo. Il progetto è complicato perché, avendo scarse risorse economiche
e tecnologiche, siamo stati costretti a ripercorre, attualizzandole, tradizioni
millenarie, come quella di raffrescare l’aria sotto l’edificio, utilizzare dei camini
solari per ventilare le classi e proteggerle dal sole, disegnare la forma dell’edificio
in modo da poter raccogliere e massimizzare l’uso delle acque piovane (scarse
ma che garantiscono comunque 400 mm d’acqua nel corso dell’anno), che
vengono stoccate e recuperate attraverso un processo di fitodepurazione. La
vera sfida sta nell’utilizzare al massimo le risorse disponibili sfruttando anche
le condizioni climatiche. Grazie a nuove tecniche costruttive e al supporto
della tecnologia, edificare una scuola a Gaza, oggi è possibile, nonostante le
condizioni proibitive.
Schizzo progettuale
della scuola di Gaza.
Vista del plastico della
scuola di Gaza.
Sezione bioclimatica
della scuola di Gaza.
Vista del plastico della
scuola di Gaza.
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scenari
Ed è un grande passo avanti per il benessere delle nuove generazioni: far sì
che i bambini studino in scuole quantomeno decenti mi sembra un elemento
fondamentale per uno sviluppo sostenibile. In luoghi come quelli dei territori
palestinesi dove nei mesi estivi fa davvero caldo e le temperature superano i
40 gradi stare tra i banchi di scuola diventa quasi impossibile, soprattutto se
scarseggia anche l’acqua e spesso viene staccata la luce. Progettare pensando
solo all’aspetto estetico di un edificio senza tener conto di questi aspetti
fondamentali non avrebbe alcun senso. In questa operazione c’è anche un altro
aspetto che mi sembra interessante dal punto di vista etico, la costruzione
di una green school a Gaza rappresenta infatti un’importante opportunità per
favorire il trasferimento di conoscenza tecnica agli ingegneri e agli imprenditori
palestinesi. Questa fondamentale componente viene gestita da “Building Green
Futures”, un’organizzazione non-profit che ho recentemente fondato al fine di
promuovere i principi di un’architettura sostenibile negli interventi umanitari e
nei contesti in via di sviluppo. La nascita di un’organizzazione incentrata sui temi
dell’architettura sostenibile nasce, soprattutto, dalla considerazione di quanta
scenari
9
Vista del plastico della
scuola di Gaza.
poca qualità ci sia nelle azioni umanitarie istituzionali o delle ONG, in termini
di architettura e organizzazione dello spazio pubblico. In questo campo, infatti,
molta attenzione viene data alla ricerca di fondi e di azioni, poca alla qualità
degli edifici sia in termini di prestazioni energetiche e di integrazione con fonti
rinnovabili, che in termini di qualità propria dell’architettura.Pur conoscendo i
limiti economici esistenti nei paesi in via di sviluppo, spesso il miglioramento
della qualità non e’ sinonimo di costi extra, ma solo di un modo di pensare
diverso alla progettazione degli edifici. L’azione di Building Green Futures si
rivolge, pertanto, alla creazione di un gruppo di esperti in grado di collaborare
con le agenzie umanitarie e i donatori, al fine di qualificare gli investimenti.
L’organizzazione non-profit ha natura esclusivamente tecnica ed ha lo scopo
di migliorare le condizione delle persone attraverso una migliore qualità degli
edifici e dello spazio pubblico.
10 scenari
EL Qual è secondo te il ruolo dell’architetto oggi? In questo momento particolare
per l’economia del nostro Paese credi che conseguirà un cambiamento nel
modo di intendere la nostra professione?
MC Me lo auguro. Mi auguro che il ruolo dell’architetto venga realmente
compreso nel nostro Paese e acquisti sempre più un maggiore peso, così come
accade in altri Paesi. Tempo fa, in modo polemico, avevo dichiarato che in Italia
il ruolo di un architetto è socialmente “inutile” e avevo chiesto asilo politico ai
leader dei Paesi stranieri, questo perché nei processi di pianificazione urbana
le logiche perseguite sono quelle del profitto, le opere vengono affidate per
lo più direttamente alle imprese mentre il ruolo dell’architetto è sempre più
marginale. Questa a mio avviso è una visione molto miope che però col tempo
sta presentando alla collettività un conto molto salato. Non posso dimenticare
come è stata gestita la vicenda dell’Aquila o del G8 alla Maddalena. L’impressione
che ho è che viviamo in un Paese dove non ci sia alcun amore per l’architettura,
un Paese che sta inesorabilmente ma con determinazione facendo morire
la cultura e l’architettura, un Paese dove ci si preoccupa più dell’immagine
che della sostanza. Allo stesso tempo, però, mi sono accorto che qualcosa è
cambiato, sempre più professionisti stanno comprendendo la complessità dei
nuovi scenari in cui occorre operare e stanno portando avanti con serietà un
nuovo modo di fare architettura. Mi auguro che con il tempo la politica e le
amministrazioni abbiano la forza di ascoltarli, facendone protagonisti per il bene
della nostra società.
Il SIEEB di Pechino.
scenari 11
One airport square
destinazione d’uso: misto
sito: Accra (Ghana)
committente: ACTIS London
project developer:
Laurus Development Partners
cronologia: 2010-2012
superficie: 17000 m2
costo: 20.5 ml Euro
EQUIPE
progetto: MCA
responsabile di progetto:
David Hirsch
Luca Bertacchi
gruppo di progetto:
Mario Cucinella
Hyun Seok Kim
Giuseppe Perrone
Nada Balestri
Luca Sandri
Giulia Pentella
Alberto Bruno
plastico:
Yuri Costantini
progetto strutturale:
Politecnica Ingegneria e Architettura,
Modena;
Twum Boafo &
Partners, Accra
progetto elettrico e meccanico:
BDSP Partnership, London;
Impact Technologies Limited, Accra
partner locale: Deweger Gruter
Brown
quantity surveyors:
Davis Langdon, London;
A-Kon Consults Limited, Accra
immagini virtuali: Engram studio
A.L.E.R.
Riqualificazione e ampliamento del
complesso residenziale A.L.E.R.
sito: Milano (Italia)
committente: ALER
cronologia: 2009- in corso
superficie: 3500 m2
costo: 8 ml Euro
EQUIPE
Vista del plastico per
la scuola di Gaza.
12 scenari
Progetto: MCA
responsabile di progetto:
David Hirsch
gruppo di progetto:
Mario Cucinella
Hyun Seok Kim
Nada Balestri
Alberto Bruno
Giulia Pentella
Marco Dell’Agli
plastico: Yuri Costantini
ingegneria: Politecnica Ingegneria e
Architettura
immagini virtuali: Engram studio
CSET
Centre
for
Technologies
Sustainable
Energy
destinazione d’uso: università
sito: Ningbo (China)
committente:
University of Nottingham,
Ningbo( China)
cronologia: 2006-2008
superficie: 1200 m2
costo: 5 ml Euro
EQUIPE
progetto: MCA
gruppo di progetto:
Mario Cucinella
Elizabeth Francis
Angelo Agostini
David Hirsch
Gabriele Evangelisti
collaboratori:
Eva Cantwell (3D)
Richard Ceccanti (3D)
Francesco Fulvi
Caterina Maciocco
Giuseppe Perrone
Luca Stramigioli
Debora Venturi (strategie ambientale)
plastico:
Natalino Roveri
Alessandro Bobbio
progetto ambientale:
School of the Built Environment,
University of Nottingham, UK
Prof. Brian Ford
Prof. Saffa Riffat
Rosa Schiano
Mauricio Hernandez Tascon
management di cantiere e progetto:
Chris Jagger
University of Nottingham, UK;
Charles Lee
Orlando Shi
University of Nottingham, Ningbo
(Cina)
on-site Implementation of Energy
equipments and technologies:
Prof. Jo Darkwa University of Nottingham, Ningbo
(Cina)
partner locale: NADRG, Ningbo (Cina)
construction management:
WEG, Ningbo (Cina)
progetto strutturale:
Luca Turrini
progetto meccanico, elettrico e light
design:
TiFS Ingegneria Srl, Padova (Italia)
Prof. Roberto Zecchin
fotografie:
Daniele Domenicali
School for a green future,
architecture as a sign of peace
SIEEB Sino-Italian Ecological
Energy Efficient Building
destinazione d’uso: scuola
sito: Gaza (Palestina)
finanziatori:
Islamic Development Bank,
Kuwait Fund for Development
partnership: UNRWA (The United
Nations Relief and Works Agency)
destinazione d’uso: università
sito: Pechino (China)
committente: Ministero Italiano per
l’Ambiente e la Tutela del Territorio,
Ministero della Scienza e della
tecnologia della Repubblica Popolare
Cinese
cronologia: 2003-2006
superficie: 20000 m2
costo: 20.5 ml Euro
EQUIPE
progetto: MCA
progetto strutturale:
F&M favero&milan ingegneria,
Ing. Maurizio Milan,
Ing. Hazem Abdul Karim
progetto ambientale:
b&a associati architetture sostenibili,
Arch. Mario Butera
progetto raccolta acqua:
artecAMBIENTE,
Mauro Lajo,
Davide Tocchetto
progetto elettrico, meccanico e
idraulico:
ManensTiFS,
Ing.Roberto Zecchin,
Ing. Ugo Piubello
partner per il medio oriente:
Arch. Rashid Abdelhamid
ARPA
destinazione d’uso: uffici e laboratori
sito: Ferrara (Italia)
committente: Arpa Ferrara
cronologia: 2006-in costruzione
superficie: 5000 m2
costo: 4 ml Euro
EQUIPE
progetto: MCA
responsabile di progetto:
Francesco Barone
Luca Bertacchi
gruppo di progetto:
Mario Cucinella
Caterina Maciocco
Antonella Maggiore
Giulio Pisciotti
Luca Stramigioli
Alessio Rocco
Debora Venturi
plastico:
Natalino Roveri
progetto strutturale:
Technopolis S.P.A.
progetto strutturale legno:
SWS Engineering
studio bioclimatico: TIFS Ingegneria
progetto elettrico: Tecnopolis S.P.A.
immagini virtuali: Engram studio
fotografie: Luca Bertacchi
and
EQUIPE
progetto: MCA
responsabile di progetto:
Prof. Federico Butera
Politecnico di Milano,
Dipartimento Best,
gruppo di progetto:
Mario Cucinella
David Hirsch
G. Altieri
plastico:
Natalino Roveri
progetto strutturale:
F&M favero&milan ingegneria,
S. Favero
F. Zaggi
G. Lenarduzz
L. Nicolini
China Architecture Design Research
group
costruttore: Impregilo Spa
illuminazione:
iGuzzini Illuminiazione Spa
facciate in vetro: Permasteelisa Spa
impianti idraulici:
Merloni Termosanitari Group
pavimenti: GranitiFiandre Spa
sistema di controllo: Siemens Spa
condizionamento: Climaveneta Spa
pannelli radianti: Proter Imex Spa
vetri: Glaverbel Spa
fotografie:
Daniele Domenicali
Alessandro Digaetano
MCA Archivi
scenari 13
le jardin de mire
Nantes,Francia
RAUM
Benjamin Boré
Thomas Durand
Julien Perraud
14
Il progetto è nato dalla richiesta dell’associazione Mire di rivestire il container
posizionato nell’area del progetto culturale “La Fabrique” a Nantes per esaltarne
la funzione pubblica di spazio espositivo e magazzino. La nostra proposta fu
quella di non ricercare un rivestimento, ma di ceare un evento al fine di caricare
di significato la realizzazione di un giardino in un’area industriale pesantemente
inquinata da arsenio.
Prendendo spunto da laboratori collettivi fatti a Subbotnik nell’ex-URSS, abbiamo
organizzato sei giorni di workshop aperto a chiunque volesse parteciparvi per
predisporre l’involucro del container. La facciata viene così creata usando sacchi
di polietilene in triplo strato color nero (commercialmente conosciuti come
silobag) riempiti con terra fertile, limo e dai semi portati dai partecipanti. I
singoli sacchi vengono poi posizionati su corsi continui lungo tutto il perimetro
senza predisporre alcun sistema di irrigazione.
Dopo solo poche settimane, la facciata scura comincia a mutare, a crescere...
e il giardino comincia ad esistere.
scenari 15
Fasi di riempimento dei
sacchi di polietilene.
16 scenari
scenari 17
DATI DI PROGETTO
destinazione d’uso: Local for
storage & video exhibition
sito: La Fabrique, Nantes,
Francia
committente: Idea Fiori di
Marco Segantin
cronologia: 2012
superficie: 30 m2 (locale) e
250 m2 (giardino)
RAUM e uno studio fondato nel 2007 da Benjamin Borè e Julien Perraud, architetti formatosi
all’Ecole de Architecture de Nantes. Thomas Durand è entrato a far parte dello studio nel 2010.
L’esperienza collettiva è alla base della sua origine: la maggior parte dei progetti è stata condotta
in collaborazione con architetti, artisti e singoli individui guidati dal desiderio di verificare la realtà.
18 scenari
scenari 19
Pavillon d’été du Petit-Lac
Sierre,Svizzera
BASSICARELLA ARCHITECTES
Andrea Bassi
Roberto Carella
20
Costruire il paesaggio
Nei nostri progetti ricerchiamo il rapporto che può esistere tra il luogo, il
programma funzionale, la forma costruita e la sua materialità. Noi vorremmo
che questa percezione di cose sia tanto emozionale quanto razionale. Il
padiglione realizzato al di sopra del Petit Lac de Sierre (piccolo lago Sierre) è
costituito da due spazi: uno piuttosto introverso e orientato verso la montagna,
l’altro aperto generosamente verso il lago. Dalla strada che conduce al sito, la
costruzione è praticamente invisibile, aderisce al fianco della collina seguendo
le dolci ondulazioni della topografia. Il solo segno forte, che fa riconoscere è la
presenza di un’abitazione con la sua grande apertura vetrata che incornicia la
vallata.
La bellezza del luogo è legata sia alle sue caratteristiche paesaggistiche naturali
che a quelle artificiali costruite dell’uomo costituite dai muri in pietra a secco,
che permettono la coltivazione delle vigne in questa regione montuosa. La
collina di Lavaux è diventata patrimonio mondiale dell’Unesco grazie a questa
struttura paesaggistica, in cui l’uomo ha operato tanto quanto la natura.
scenari 21
BASSICARELLA ARCHITECTS viene fondato nel 2006 da Andrea Bassi e Roberto Carella,architetti
formatosi rispettivamente all’ETS di Lugano e all’Ecole d’ingénieurs de Genève (EIG).
Stefano Morello si è associato allo studio nel 2010.
Il nostro progetto vuole proporsi come una situazione paragonabile. In natura,
la percezione che noi abbiamo delle cose è intimamente legata alla loro forma
e alla loro materialità. In architettura, possiamo fare la stessa constatazione.
La dicotomia forma-materialità è indissociabile dalla maniera in cui percepiamo
gli oggetti. La materialità è una carica emozionale potente, forgia il carattere
delle cose. Il padiglione è un lungo muro in pietra a secco che reinterpreta le
regole rurali della costruzione del territorio. La piegatura successiva in piano e in
sezione dei muri, costituenti la costruzione e la loro estensione oltre le superfici
riscaldate, permette di creare degli spazi interni e esterni che si fondono con il
paesaggio. All’interno, le stanze seguono la topografia per meglio integrarsi,
ma anche per differenziarsi tra di loro. Il loro carattere è fortemente impregnato
dall’onnipresenza del cemento grezzo. L’essenzialità è il pensiero che caratterizza
questi spazi proiettando il pensiero al ricordo della dura vita quotidiana degli
abitanti della valle di un tempo. Solo la grande generosità dell’apertura vetrata ci
allontana della condizioni ancestrali che sembrano ancora abitare questi luoghi.
La nuova vita della valle e la sua nuova apertura alla modernità abbandonano
il vecchio ricordo di povertà e sacrificio immergendo l’attuale fruitore al piacere
della contemplazione del paesaggio.
22 scenari
23
Un oggetto verde appoggiato sul vano ascensori di un ex edificio industriale,
costruito nel 2001 come oggetto visibile a distanza è il logo tridimensionale
per segnalare e ospitare le iniziative in corso durante l’anno 2001 a Rotterdam
nominata capitale europea della cultura. Una di queste esibizioni era chiamata
“Parasites” che ha presentato progetti di piccoli oggetti che fanno uso
‘parassita’ delle infrastrutture esistenti per contaminare siti urbani inutilizzati.
La mostra è stata curata e organizzata da Mechthild Stuhlmacher e Rien
Korteknie, coinvolgendo un gruppo internazionale di architetti. Approfittando
dell’atmosfera creatasi nell’anno culturale, uno dei disegni è stato reso progetto
e successivamente costruito in scala reale. Si è scelto come posizione ideale
il tetto di un edificio dismesso in mezzo al variegato e spettacolare paesaggio
delle coperture degli edifici nella zona del porto di Rotterdam.
parasite las palmas
Rotterdam,Olanda
Korteknie Stuhlmacher Architecten
Rien Korteknie
Mechthild Stuhlmacher
Sezione.
Il parassita Las Palmas è un prototipo di abitazione che mira a combinare i
vantaggi della tecnologia dei prefabbricati e le qualità della progettazione su
misura. I limiti per la realizzazione sono stati imposti dalla dimensione limitata
del vano ascensore su cui si insinuava l’oggetto perchè richiedeva di pensare
ad un oggetto compatto nel volume e nella dimensione, perché la nuova
struttura era supportata dai muriesistenti dell’edificio. Inoltre i servizi come
l’acqua pubblica, gli scarichi fognari e l’elettricità erano forniti con la creazione
di collegamenti agli impianti esistenti.
24
scenari 25
Non sono state montate finestre apribili. Si è optato per una combinazione di
doppi vetri fissi e non apribili nelle parti forate e persiane in legno apribili per
consentire il ricambio d’aria e l’ingresso.
Le aperture variando in dimensione, tipologia e posizione, celebrano la vista
spettacolare e altamente varia che si ha dalla loro varia collocazione inquadrando
i nuovi sviluppi urbani e le diverse attività portuali dallo stesso edificio.
Nonostante il suo carattere temporaneo, l’edificio è rimasto nella sua posizione
fino all’estate del 2005 ed è stato utilizzato per numerose attività
A causa del rinnovamento delle strutture della fabbrica Las Palmas del Parasite
è stato rimosso ed è attualmente in deposito, in attesa di nuovi usi e siti su cui
insediarlo.
L’edificio è costruito con pannelli di legno lamellare ricavati dagli scarti di legno
prodotto in Europa. Tutti gli elementi sono prefabbricati e poi assemblati in sul
luogo in pochi giorni - Nonostante la posizione difficile e particolarmente ventoso.
Questo sistema di costruzione era la prima volta che veniva utilizzato in Olanda
offrendo radicalmente nuove possibilità per l’architettura in legno. Le superfici
interne non sono state trattate lasciandole in legno a vista , l’esterno invece è
stato rivestito con grandi lastre di compensato dipinto di colore verde acido. Le
aperture sono dei fori semplici che cercano molteplici viste sul porto della città.
Piante piani terra e
primo.
Lo studio Korteknie Stuhlmacher Architecten è stato fondato nel 2001 da Mechthild
Stuhlmacher e Rien Korteknie. L’ufficio ha sede a Rotterdam e conta su un team internazionale
di architetti in grado di sviluppare diversi tipi di progetti che partono dalla matrice comune di una
costante ricerca e interesse nel campo urbano e del paesaggio.
26 scenari
scenari 27
Dopo i molti rilievi fatti a partire dal 2004 che si concentrano sulla città vecchia
di Saragozza sono stati individuati diversi seri problemi nella configurazione
dello spazio pubblico. In particolare si concentrano sulla condizione del luogo
e sull’ avere un decente stato urbano di vita dello stesso. Altri problemi rilevati riguardavano gli spazi non costruiti che si presentavano insalubri non solo
nell’estetica del paesaggio urbano ma che anche presentano insalubri condizioni igienico sanitarie. Dopo la mappatura degli spazi non costruiti della città
vecchia, è stato rilevato che c’erano, specialmente nei distretti di San Pablo e de
la Magdalena, dove sono stati registrati la maggior parte di essi, aree altamente
depresse con alto grado di conflitto sociale. Queste aree abbandonate, che si
stavano progressivamente deteriorando trasferendo i propri conflitti allo spazio
pubblico circostante sono state studiate e analizzate. Infatti l’assurda interruzione del tessuto urbano produce un processo di degrado nelle strade adiacenti
a questi spazi, infettando l’area pubblica e i cittadini che ci vivono. La situazione
ha mobilitato diverse associazioni di residenti a chiedere al governo municipale
una soluzione per risolvere il problema di deterioramento progressivo della città
vecchia. L’obbiettivo era l’occupazione temporanea dei siti non costruiti nella
città sia privati che pubblici, offrendo diversi usi temporanei allo scopo di raggiungere un uso del 100% dello spazio e nel tempo giornaliero.
estonoesunsolar
Saragozza,Spagna
gravalosdimonte arquitectos
Patrizia Di Monte
Ignacio Gravalos Lacambra
Da sinistra:
Ambito 14 Actur
Octavio Paz: area
giochi,1045m2
Ambito 18 Las Fuentes:
piazza,347m2
Ambito 4 San Blas 53:
piste da bocce,120m2
Ambito 5 S.Augustin:
area giochi, 500m2
28 scenari
Tutte queste energie convergono nel programmo “EstoNoEsUnSolar” che raccoglie le proposte di architetti , di gruppi e associazioni di residenti. Le diverse
energie sono state incanalate grazie al supporto istituzionale, il consiglio municipale della città vecchia e sono state gestite dalla società “ Municipal Zaragoza
Vivienda”. La suggestione dello spazio vuoto, dell’invisibile e del silenzio sono
stati valutati come i nuovi elementi dello spazio. Questo rigonfiamento del tessuto della città vecchia è uno strumento dinamico e mutevole che ci permette
una lettura alternativa e flessibile della città e dello spazio pubblico. Si crede
negli spazi vuoti come forza per creare situazioni ed eventi. Differenti agenti e
relazione complesse convergono in ogni lotto vuoto di terra. Questo aspetto ha
implicato una mistura di accordi complessi e intricati con i proprietari. Il programma iniziato nel 2009 in 14 lotti nella città vecchia, nel 2010 è stato esteso
a tutta la città riciclando altri 14 vuoti pubblici urbani.
Tutte queste idee si sono alla fine realizzate con interventi concreti. Ogni lotto
vuoto contiene un’idea, ogni spazio è il desiderio dei residenti. Tutte le proposte
sono emerse da processi di partecipazione dei cittadini. Una scommessa è stata
scenari 29
fatta su soluzioni immateriali eteree che esprimono il carattere provvisorio della
loro presenza e stabiliscono dialettiche con il circostante già costruito attraverso
la leggerezza del progetto. Ognuno dei 14 interventi è stato un punto di raccolta
per le richieste del cittadino e il paesaggio. Ad esempio un progetto è stato fatto
sugli argini di un fiume rivalutato che adesso funziona come punto di raccolta
per i bambini, i giovani e gli anziani. Un altro intervento è stato posto a metà tra
un centro di Alzheimer e un centro per bambini avendo come idea progettuale il
concetto di ricordo e memoria. Un’altra azione è stata fatta all’estrema periferia
della città nel punto di incontro con il paesaggio attraverso la progettazione di
diversi frutteti urbani che si fondono con il paesaggio circostante. Questi tipo di
interventi sono stati fatti in ogni sito non costruito|vuoto strategicamente scelto
e 32.000 mq di spazio pubblico sono stati restituiti alla città. Due anni dopo
aver lanciato il programma “EstoNoEsUnSolar” si può affermare che gli obiettivi
sono stati pienamente raggiunti. I processi di partecipazione del cittadino sono
stai implementati integrando nuovi 28 lotti vuoti e 42.000 mq di spazio pubblico
sono stati aggiunti alla città. Interventi in aree depresse sono state la scusa per
disegnare strategie di coesione sociale e l’obiettivo in tutte queste aree è stato
di rivitalizzare la città con usi e attività parallele, pianificando questi spazi come
spazi per la partecipazione e l’integrazione sociale. D’altra parte i cittadini
hanno ricevuto questi processi come se gli appartenessero, producendo un
intensivo coinvolgimento in tutte le fasi dei progetti. Questo programma è anche
servito per attivare un piano di impiego per persone che soffrivano il rischio di
esclusione sociale (110 persone hanno trovato un lavoro). Ci sono state molte
difficoltà a partire da un budget molto ristretto a quelle derivanti dalle intense e
complesse relazioni sociali e personali ma tutte queste sono servite alla fine per
attivare processi creativi a partire da complicità e speranza dei cittadini stessi.
Ambito 22 San José:
area giochi, 722m2
Ambito 16 Vadorrey:
parco con area giochi,
approdo turistico
4297m2
Ambito 20 Casetas:
orto urbano,2000m2
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Ambito 23 Oliver:
piazza e zona verde
426m2
scenari 31
Ambito 2 Armas 92:
orto urbano, 500m2
Ambito 10 Palafox:
campo da basket
300m2
Ambito 8 Armas 93:
piazza alberata
280m2
Ambito 21 Delicias:
parco giochi, 4340m2
Ambito 1 San Blas 94:
giardino botanico
390m2
GRAVALOSDIMONTE è uno studio italospagnolo fondato nel 1998 da Ignacio Gravalos
Lacambra e Patrizia di Monte, rispettivamente con formazione spagnola e italiana (iuav).
Oltre a vantare numerosi premi e opere in territorio italiano e spagnolo, la loro continua attività di
ricerca e sperimentazione è testimoniata dal loro impegno nell’insegnamento nelle più prestigiose
università spagnole (Barcellona,Zaragoza, Madrid).
32 scenari
scenari 33
Nella terra: Sport Center ETH
Zurigo,Svizzera
Dietrich | Untertrifaller + Staheli ArchitektenD
a cura di Davide Zagato
“Osservando il panorama da qui si vedono
solo edifici, non immagini. Bisognerebbe
come un archeologo cominciare a scavare
per riuscire a trovare qualcosa da questo
paesaggio offeso…Oggi ci sono pochissime
persone in questo mondo che lottano per il
bisogno di immagini appropriate. Abbiamo
assolutamente bisogno di immagini che si
armonizzino con la nostra civiltà e il nostro
profondo intimo”
Portoghesi parlando del rapporto tra natura e architettura sostiene che «
quest’ultima si identifica come un “sedimento resistente” che l’uomo lascia nella
terra, non diversamente dai coralli che formano barriere nella profondità del
mare; un insieme di forme e di segni capace di riflettere i comportamenti della
natura stessa, qualche volta ricalcandone i principi strutturali ».
Così come l’atto formale (costruire) aderisce alle caratteristiche di un luogo e in
esso sono impliciti il coinvolgimento e la valorizzazione degli elementi naturali,
anche nello scavare, gli strati di terra, gli spessori del paesaggio diventano
“luoghi transitivi” tra le forme dell’organico e le forme dell’artificio, ovvero
architettura in stretto rapporto con la terra, in cui le figure del vuoto, dello
spazio scavato sono gli elementi della composizione.
Da un lato muovere la terra, sostruire-costruire i vuoti, edificare per sottrazione,
sono concetti capaci di esprimere la particolare tensione, attesa, verso il mondo
fisico rappresentato dal suolo e dagli strati di terra: « come un’impronta, come
la traccia di un corpo sulla sabbia. Essa esiste come forma, perché una relazione
si è stabilita tra i due, un incontro in cui entrambi sono ancora riconoscibili,
integri ed autonomi, ma la cui essenza è diversa da quella di ciascuno dei due»
Wim Wenders, Tokyo-Ga 1985
34
scenari 35
(Ferrera e Nunes, 2001). Dall’altro la relazione tra costruzione-forma-natura
non si esaurisce nella tensione topologica, esplora gli aspetti della materia,
elabora una sintesi degli elementi (terra, acqua, aria, luce).
L’elemento terra è direttamente coinvolto nel processo di strutturazione
dell’architettura, il rapporto diventa sensibile quando, come nel caso delle
architetture ipogee, è l’elemento stesso a contenere il costruito; in questo
caso assumono particolare valore la relazione con il paesaggio circostante,
la percezione dell’aria, della luce; casi esemplari sono: il Museo di Arte
Contemporanea nell’isola di Naoshima e il Water Temple a Hompuki (Giappone)
di Ando; la realizzazione di complesse strutture architettoniche ipogee nell’area
del Roden Crater a Flagstaff (Arizona) dell’artista-architetto James Turrel; gli
edifici e la terra che assumono l’aspetto di un’unica entità topografica nella City
of Culture a Santiago de Compostela di Eisenman.
Una architettura scavata nella terra esprime il rapporto primordiale tra natura
e “abitare”, uno scavo di forma regolare, un vuoto geometrico che segna in
profondità la volontà di imporre un disegno, una regola, congruenti con il
luogo e con il paesaggio: « un disegno del suolo attraverso forme che nascono
dal concetto di terra come luogo originario, ma anche divenire, movimento,
flusso, generazione, terra come natura...ciò da cui tutte le cose nascono e si
sviluppano» (Valentini, 1991). Costruito dentro la collina il Centro sportivo
dell’ETH di Zurigo, dello studio Dietrich | Untertrifaller+Staheli Architekten, si
inserisce armoniosamente nel contesto paesaggistico del Campus; gran parte
del volume è interrato in modo da “integrare” nell’orografia del paesaggio la
residua parte di edificio affiorante dal suolo (hall di ingresso e foyer).
Il Campus dell’Università Tecnica Svizzera sistemato sul monte Hönggerberg,
a nord-ovest di Zurigo, è stato oggetto di sostanziali interventi di ampliamento
realizzati in diverse fasi fino all’espansione attuale. La zona settentrionale è
connessa direttamente con lo straordinario paesaggio del dosso boscoso della
collina Kaferberg; sul lato orientale, nel 2011, è stato realizzato il Centro
agonistico: interpretando le caratteristiche del luogo, il corpo di fabbrica
appare “spinto” verso e dentro la collina mimetizzandosi con il terreno erboso e
risultando visibile solo nella facciata occidentale.
Lo spazio interno, continuo, scorre verso l’esterno attraversando il grande foyer
vetrato. Il volume interrato ospita una palestra tripla con tribuna, guardaroba
e spogliatoi, sale per la danza, la ginnastica, la palestra pesi e una palestra
wellness. Il concept affronta il tema della “zona di transizione” del passaggio dal
campus densamente costruito all’area paesaggistica, ricreativa, aperta. Il corpo
36 scenari
scenari 37
di fabbrica è inserito profondamente nella collina, gradualmente declinante,
in modo che il terreno naturale “trapassi” attraverso la superficie inverdita
della copertura; il bordo superiore della copertura corrisponde alla quota delle
superfici prative circostanti.
Dal lato del campus e della grande piazza allungata in salita, l’edificio affiora dal
terreno con il basso volume d’ingresso, lineare, dai bordi marcati e smussati: è
l’nterfaccia del sistema tra il suolo e il sottosuolo, esso si adegua all’irregolarità
delle superfici, valorizzando la qualità del luogo.
I bordi poliedrici attenuano le forme artificiali emerse e rispondono con sensibilità
all’andamento del terreno: una facciata parzialmente opaca e parzialmente
trasparente, di vetro termico verde, evoca l’impressione di un oggetto prismatico
cristallino irregolarmente smerigliato.
Le viste interne dal foyer si aprono contemporaneamente in profondità, sulla
grande palestra e verso l’esterno attraverso le facciate vetrate e le superfici
verdi in salita che conducono al prato aperto.
Così, all’interno, le immagini del paesaggio e le immagini dei vuoti architettonici
interrati si sovrappongono. Forma esterna e articolazione interna convergono
in un rapporto di accordo e di sovrapposizione, opportunamente calibrati in
un’interessante composizione architettonica. L’ETH Sport Center è tra i progetti
segnalati all’ottava edizione del Premio Internazionale Architettura Sostenibile,
Ferrara 2011 e all’edizione 2011 del Premio IAKS Awards Salone Internazionale
delle Strutture ricreative.
studio Dietrich | Untertrifaller
Nel Vorarlberg, la regione più occidentale dell’Austria, vi è, fin dagli anni settanta, un clima
favorevole all’architettura di alta qualità. Agli architetti del gruppo dei Baukünstler, che negli anni
ottanta suscitarono interesse a livello internazionale, seguì una seconda generazione; Helmut
Dietrich e Much Untertrifaller sono tra gli architetti di maggior successo appartenenti a questa
generazione. Già con le prime opere diedero prova del loro talento: Dietrich con la Casa Preuss a
Schnepfau (1989) e Untertrifaller con la Casa Silvretta sulla Bielerhöhe (1992), entrambe premiate
e spesso pubblicate. Nel 1992 hanno vinto il concorso internazionale per il Festspielhaus di Bregenz,
e nel 1993 hanno aperto uno studio comune in questa città. La ristrutturazione del Festspielhaus,
eseguita in due fasi, è stata ultimata nel 2006. Nel 2010 hanno vinto il concorso per l’ETH Sport
Center Zurigo.
38 scenari
scenari 39
sostenere i concorsi,nonostante tutto
Coordinatore
A parlare ancora
paradossalmente
con trasparenza
titolo personale,
40 spazio
della
a cura di Claudio Aldegheri
Commissione Concorsi-FOAV
di concorsi in Italia si rischia di passare per pazzi! Eppure,
non credo ci siano molte altre soluzioni per poter affidare
ed equità incarichi di progettazione. Se posso scrivere a
ho iniziato la mia carriera di architetto proprio vincendo e
concorsi
realizzando un progetto di concorso; l’unico, trent’anni fa! Poi ho continuato
a fare concorsi (circa un centinaio), classificandomi, vincendo una decina di
volte, pubblicando i risultati, ma non mi è più capitata la “magica” coincidenza
di realizzare l’opera. Effettivamente, la situazione attuale è proprio questa:
pochissime “vere” opportunità e spesso gestite male. L’Autorità di vigilanza sui
LL.PP. ha recentemente diffuso un dato molto emblematico: solo il 17% dei
progetti pubblici non si realizzano a causa della dilagante corruzione. L’83%
delle opere non si concludono per incompetenza delle stazioni appaltanti!
Procedure sbagliate, giurie improvvisate e via dicendo. Spesso negli ambienti
politici, quando non si sa cosa fare, si bandisce un concorso di idee. La nostra
normativa nazionale – allineata a quella europea – dice invece che il concorso
va fatto per opere significative e di cui sia stato preparato uno Studio di
fattibilità. Quel modo sbagliato di operare, nasconde spesso la precisa volontà
di non fare in realtà nulla. Infatti se si volesse veramente realizzare un’opera, si
dovrebbe investire la giusta quantità di euro e non le poche migliaia o addirittura
centinaia a cui spesso assistiamo. E sarebbe importante che si arrivasse a
bandire prevalentemente concorsi di progettazione a inviti, chiamando pochi
concorrenti, pagandoli e preselezionandoli in base alle capacità e seguendo
una corretta rotazione, non basandosi esclusivamente su fatturato e su opere
analoghe già realizzate. Si tratta perciò di passare dai concorsi cosiddetti
“aperti” a quelli per inviti. Qualche volta capita che, anche dei privati, invitino
alcuni studi per fare dei concorsi su loro interventi significativi. Pur ritenendo
ammirevole l’intento, anche in questo caso assistiamo spesso, a un totale
sottodimensionamento dell’impegno necessario: poche migliaia di euro a fronte
di attività e costi enormi. Fare concorsi – secondo me – fa parte dell’attività
professionale: quindi va giustamente pagato. Il fatto poi che spesso non si decida,
una volta consegnato un concorso, dimostra scarse attitudini – da parte della
Committenza - nel prendersi una che sia pur minima responsabilità, provocando
danni enormi a tutta la nostra (povera) categoria. Credo che ogni concorso si
debba concludere con un vincitore (e non con premi ex-aequo) considerando il
fatto che, quello che i progetti a cui ci si trova di fronte rappresentano, è lo stato
dell’arte. Questo anche perché poi, si deciderà comunque di fare qualcosa. E
sull’argomento voglio presentare qui un esempio. Mi è capitato di vedere con
Google map quale sia oggi l’esito di una famosa opera messa a concorso negli
anni ‘80: l’ampliamento del Cimitero di Urbino. La proposta allora vincitrice,
consisteva in un’opera architettonico-scultorea (oggi si chiama “concept”) di
Arnaldo Pomodoro. Pensando a quelle che sono le soluzioni di Gehry, della Hadid
o di altri, direi che anche in quell’occasione l’Italia prefigurò una tendenza,
come spesso è accaduto nella nostra storia: l’idea dell’opera architettonica
intesa come “landmark”. Ma cosa successe allora? Associazioni varie e qualche
intellettuale si opposero alla proposta vincitrice del concorso. Cosa si è costruito
quindi? Provate voi stessi a vedere e a fare il confronto.
spazio
concorsi 41
spazio concorsi
a cura di Silvio Pianta
Plastico di progetto
per la nuova sede
IUAV di Miralles,
1998.
Siamo ospiti su un pianeta che chiamiamo TERRA quando questo è per l’80%
costituito d’acqua… la stessa proporzione che ritroviamo all’interno del nostro
organismo. Siamo ospiti da quando i nostri pro pro pro pro pro ed ancora progenitori anfibi mossero i primi balzetti su una poltiglia fangosa, che li ricopriva
proteggendoli da un’atmosfera non molto profumata.
Metano ed altri gas erano simpaticamente presenti nell’ambiente.
I balzi, divennero passi a quattro zampe o voli con ali poco ricche di piume e
così i rifugi che la TERRA ci forniva erano caverne o pertugi dove ripararsi.
I volatili trovarono comodi alberi e vegetazione, i terrestri invece guardavano
con fare platonico fuori dalle grotte, decidendosi di migliorare la loro condizione,
sfruttando tutto quello che la TERRA poteva offrire.
Nacquero così le prime costruzioni completamente ecosostenibili e decisamente
biosostenibili. Come scrisse nel secondo libro del De Architettura di Vitruvio
“cominciarono in quella loro primitiva società chi a costruire capanne coperte di
frasche, chi a scavare caverne sotto i monti, chi, anche, a costruire con fango
e i rami dei ripari sotto cui rifugiarsi imitando la tecnica di costruzione dei nidi
delle rondini”
Eggià la TERRA nostra madre che ci ha abbracciato e coccolato per anni in
compagnia di fratello sole e sorella luna, ma anziché continuar a cantarne le
doti ed omaggiarla come fanno i bravi figli e le creature che hanno un minimo
d’intelletto, abbiamo deciso di fare i selvaggi quando per contro ci siamo evoluti.
Mi pare di sentirla parlare la nostra mamma…
42 spazio
concorsi
Figli miei che state facendo? Perché continuate a pungermi con quelle cose
che chiamate edifici, sono degli aghi insolenti che m’infettano. E non vi basta!
Anche nel mare infilate trapani per prendere liquidi che poi sporcano l’aria o la
mia pelle con i loro derivati.
La povera mamma…ha dovuto anche subire una corrente d’architettura che
si faceva chiamare organica, ma che di organico non possedeva quasi nulla
o perlomeno nulla che riuscisse a generare una sorta di simbiosi corretta con
l’ambiente.
Ma quello a cui bisogna puntare non sono le semplici incentivazioni a sistemi
ecocompatibili o sostenibili, a riuscire a realizzare dei concorsi ecologici.
Concorsi ecologici…mancano… non ci sono… non sono previsti.
Nei bandi vi son barlumi che parlano d’impiego di prodotti biologici, d’utilizzo
di fonti alternative, ma non esistono concorsi legati ad una vera tematica
ecologica, la quale dovrebbe esser intesa in un senso molto più ampio della
semplice salvaguardia dell’ambiente.
Ecologia è un sistema in cui la successione degli elementi ha una funzione
mirata, ed in questi elementi ci deve assolutamente essere anche la cultura
del progetto finalizzato a creare edifici che non vadano ad alterare l’equilibrio
del pianeta.
Ma questo equilibrio si fonda su una corretta disposizione dei pesi politici, sociali,
culturali ecc. in poche parole su un’utopia…(ecologia e società sono facce della
stessa medaglia). Il progetto dovrebbe prevedere non solo l’elementare utilizzo
di prodotti “compatibili”, ma realizzare una catena nella quale ogni anello abbia
una funzione realmente legata alla nostra vita in rapporto con la Terra.
Sono state sperimentate costruzioni come oggetti d’insegnamento collettivo,
ma queste iniziative non possedevano i corretti soggetti attuatori.
Oggi, queste sperimentazioni potrebbero esser rivedute. Grazie alla diffusione
delle scuole edili, si potrebbero far realizzare i progetti ai loro studenti. Questo
concetto potrebbe essere allargato creando concorsi per l’edilizia sociale,
nella quale chi cerca casa se la costruisce. Con questo sistema, gl’interessati
ad un’abitazione, realizzerebbero le opere in modo molto più accorto,
in base al principio che chi fa una cosa per se stesso la realizza meglio, e
contemporaneamente si specializzerebbero in un mestiere (muratore, fabbro,
dipintore ecc).
Un concorso di questa tipologia richiederebbe un’attenta valutazione di tutte
le fasi, creando anche una metamorfosi nella professionalità dell’architetto, il
quale oltre a progettare le pareti che generano lo spazio, dovrebbe far entrare
in esso la Terra, con tutto quello che la compone e che il genere umano ha posto
su di essa.
Il concorso ecologico/sociale richiederebbe sforzi immani, ma fornirebbe
un’altra tipologia di rapporto nei confronti della Terra, dopotutto se vogliamo
confrontarci con il nostro pianeta bisogna aver idee grandi quanto lei…
spazio
concorsi 43
pensare sostenibile
a cura di Veronica De Stefani
Ex-officina
oleodinamica,
Ferrara
44 pensare
© redazione numero.
sostenibile
La limitazione del consumo di suolo si sta affermando come una delle scelte
strategiche per una effettiva sostenibilità ambientale ed urbanistica. Si è infatti
acquisita la consapevolezza che il territorio è una risorsa ambientale finita,
non riproducibile e non rigenerabile e quindi la sua tutela, o la progressiva
riduzione del suo spreco, è insita nel concetto stesso di sostenibilità. In generale
il consumo di suolo può essere definito come un processo antropogenico di
trasformazione di superfici naturali od agricole attraverso la realizzazione di
costruzioni ed infrastrutture, e dove si presuppone che il ripristino dello stato
ambientale preesistente sia molto difficile, se non impossibile, a causa della
modifica della matrice terra.
Il tema non è nuovo nella storia recente dell’urbanistica italiana. Ciò che oggi
chiamiamo “consumo di suolo” ieri veniva definito “urbanizzazione selvaggia” o
“cementificazione” riferendosi in particolare all’aggressione cui erano sottoposte,
ad esempio, le coste italiane, le zone archeologiche, i parchi naturali. Oggi,
invece, con il termine consumo di suolo ci riferiamo più specificamente allo
sviluppo continuo della cosiddetta “città diffusa” o “città dello sprawl” che,
originata dallo sovrapporsi di diversi fenomeni dal Dopoguerra in poi, si è
tradotta nella crescente richiesta di nuove aree di edificazione, nella dispersione
abitativa dovuta alla motorizzazione di massa con conseguente affermazione
del modello di bassa densità abitativa e più recentemente nell’espulsione delle
funzioni non solo residenziali, ma anche legate alla produzione al commercio e
al divertimento dalle aree metropolitane e dalle periferie verso fasce sempre più
esterne, originando crescenti vuoti urbani e una infrastrutturazione che privilegia
la mobilità privata su quattro ruote rendendo in tal modo problematica qualsiasi
razionalizzazione del trasporto pubblico. Cambia il linguaggio e cambia anche
lo scenario territoriale di riferimento, ma il tema è quello della crescita urbana
disordinata, spesso irrazionale e molto spesso speculativa. Nell’accezione di
riduzione, in termini qualitativi e quantitativi, di aree libere o naturali per le
trasformazioni legate alle attività umane si può pensare che sia una necessaria
conseguenza della cosiddetta “civiltà del benessere”, ma in base alla definizione
stessa di “sviluppo sostenibile” il “benessere” umano può essere garantito solo
se il consumo del suolo si mantiene entro certi limiti, e se consente di mantenere
ecosistemi vitali e funzionali per il benessere nostro e del pianeta.
L’artificializzazione dei terreni naturali ha almeno quattro grandi effetti
negativi sulla società e l’ambiente: impatto ambientale negativo in termini
di irreversibilità della compromissione delle caratteristiche originarie del
paesaggio con conseguenze su flora/fauna, ecosistemi, assetto idrogeologico e
modifiche del microclima; un danneggiamento in senso socio-culturale, poiché
il paesaggio è anche percezione umana ed identità culturale; un impoverimento
della qualità sociale dovuta alla creazione di aree isolate/emarginate ed infine
un aumento dei costi di urbanizzazione e fornitura dei servizi. A peggiorare le
cose concorre la visione del suolo/territorio e del suo parametro di edificabilità
pensare
sostenibile 45
come strumento di politica di bilancio dovuto alla progressiva diminuzione delle
risorse a disposizione delle amministrazioni locali.
Diverse le fonti da cui ricavare i numeri che caratterizzano questo fenomeno
che, anche se di interpretazione non univoca, testimoniano chiaramente che
un’ulteriore crescita smisurata della superficie urbanizzata rappresenterebbe
una grave patologia per l’ambiente e il territorio, accompagnata da altre
problematiche quali il degrado delle periferie, gli scempi del paesaggio ripetuti
nonostante una diffusa pianificazione specifica, la sostanziale assenza delle
problematiche energetiche nel governo del territorio, la mancanza di interventi
di ecologia urbana in grado di ridurre il carico inquinante e di garantire una
effettiva rigenerazione delle risorse ambientali riproducibili e, soprattutto la
radicata mancanza di infrastrutture per una mobilità funzionale e sostenibile.
Si tratta di mettere in campo una politica ambientale efficiente che non si può
basare solo su misure di tutela e conservazione, ma deve sviluppare anche
adeguate misure di trasformazione, di “costruzione” di un nuovo ambiente
urbano e territoriale non disgiunte da un uso sostenibile del suolo; ciò significa
gestire le città e il territorio in modo da conservare e riprodurre le proprie risorse,
materiali e qualitative, energetiche e umane, anche nel lungo periodo, in un
Consumo di suolo
in alcune regioni
italiane.
Fonte FAI-WWF
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sostenibile
contesto di complementarietà con il sistema extraurbano di riferimento poiché
ogni politica di riduzione del consumo di suolo o di transizione dalle energie
fossili a quelle rinnovabili non è pensabile al di fuori di una pianificazione di area
vasta. L’obiettivo dello sviluppo sostenibile è, quindi, di ridurre i singoli impatti,
assicurando nel contempo, una società sana ed equa, un sistema urbano ad alte
prestazioni ambientali ed energetiche.
Negli ultimi mesi il dibattito sul tema della tutela dei suoli ha avuto un notevole
impulso, focalizzando l’attenzione su vari aspetti: l’esigenza di trovare soluzioni
diverse per sostenere i bilanci degli enti locali emancipandoli dalla dissipazione
di risorse territoriali e l’introduzione di principi di fiscalità ambientale, di efficaci
forme di compensazione ecologica, di un sistema di regole finalizzato a ridurre
lo spreco di suolo libero. Numerose le iniziative che ne sono conseguite e dalle
quali ricavare spunti di riflessione e possibile soluzioni. Tra le varie proposte
sembra fondamentale l’approvazione di una legge che salvaguardi il suolo, come
quella di iniziativa popolare promossa dal Forum dei Movimenti per la Terra e
il Paesaggio che promuove il suolo come bene comune e risorsa strategica
esauribile e non rinnovabile e tenendo conto delle sue connotazioni spaziali e
funzionali ne persegue la tutela attiva attraverso un sistema che disincentiva
il consumo di territorio e di spazio, anche attraverso la ripresa dei concetti di
“compensazione ecologica preventiva”, trasferendo risorse al potenziamento e
al consolidamento delle funzioni dei suoli liberi e potenziando laddove le nuove
costruzioni siano indispensabili l’applicazione dei concetti di progettazione urbana
bioclimatica attraverso il rispetto e l’applicazione dei principi di “diritto al sole,
al vento e al cielo”. Fondamentali nelle nuove politiche sostenibili i meccanismi
che rendono meno conveniente l’urbanizzazione di terreni vergini, per orientare
l’imprenditoria immobiliare verso la riqualificazione dell’esistente e il recupero e
la rigenerazione urbana, a cominciare dalle aree dismesse o degradate, unendo
saldamente i temi consumo di suolo e fiscalità, attraverso proposte di fondi a
favore degli enti territoriali più virtuosi nel raggiungimento di obiettivi di freno
al consumo di suolo, coloro cioè che rispettano certe “soglie” (ad esempio valori
limite di inquinamento di aria e acqua). Sembra inoltre parte fondamentale
nella gestione sostenibile del territorio e degli spazi urbani la rilevazione del
consumo di suolo, in grado di offrire basi di dati omogenea sull’uso del suolo
e una sua analisi evolutiva attraverso l’utilizzo di strumenti cartografici idonei.
Una sorta di censimento delle superfici libere, di quelle edificabili residue dei
piani urbanistici vigenti e quelle previste da eventuali piani adottati nonché
degli edifici sfitti, vuoti o sottoutilizzati. Una nuova politica urbanistica dunque,
ispirata al risparmio di suolo e alla crescita zero.
E per quanto sembri una visione utopica esistono già alcuni esempi virtuosi di
gestione del suolo, come alcuni comuni lombardi quali Cassinetta di Lugagnano,
il capofila, poi Solza, Pregnana Milanese, Ozzero e Ronco Briantino dove si
può costruire solo sull’esistente o sulle aree dismesse con eccezioni solo per le
pensare
sostenibile 47
aziende situate in area industriale con necessità di espandersi, che costituiscono
un incremento al mercato del lavoro. Questa scelta ad espansione zero non è
un modello applicabile solo a piccole realtà, ma anche da centri più grandi
come Monaco di Baviera, che ha fatto lo stesso tipo di svolta contrastando così
i soliti ritriti ritornelli: “Non possiamo fermare il progresso, dobbiamo costruire
per far viaggiare l’economia” e svincolandosi dal meccanismo perverso del
finanziamento di alcuni servizi ai cittadini con l’edilizia. Il bilancio di Cassinetta
è sopravissuto alla mancanza di oneri di urbanizzazione servendosi di altre
entrate: utilizzando le energie rinnovabili e i pannelli fotovoltaici sui tetti,
tagliando le consulenze, le spese accessorie inutili, alzando un po’ le tasse, dal
6 al 7 per mille, sulle seconde case e sulle attività produttive e “inventandosi”
introiti originali come i matrimoni a tutte le ore e in qualsiasi luogo. Tutte entrate
che non prevedono il territorio come merce di scambio senza conseguente saldo
negativo derivante dallo stravolgimento senza ritorno dell’ambiente naturale. La
scelta di Cassinetta è dunque diventata il simbolo di un possibile cambiamento
generale, condivisa altre esperienze virtuose che cercano di far emergere e
diffondere nuovi stili di vita sostenibile. L’Italia, attraverso questi casi di “buone
pratiche”, i movimenti e le campagne di sensibilizzazione in atto da qualche
tempo cerca di allinearsi alla sensibilità ambientale già praticata da altri paesi,
dove è prioritaria la necessità di arginare la trasformazione di spazi liberi in aree
urbanizzate. Tra i vari esempi la Germania dove il governo ha fissato un limite
quantitativo e da molti anni pone il consumo di suolo tra i temi fondamentali
dell’azione politica. Nel 1998 il Ministro per l’Ambiente ha fissato un obiettivo
molto ambizioso, ovvero ridurre il consumo a 30 ettari al giorno entro il 2020,
per arrivare a zero nel 2050, partendo dai 130 ettari al giorno del 2000. In
Inghilterra dal 2004 il 60% delle nuove urbanizzazioni deve avvenire su aree
dismesse. Sono state introdotte le green belts, aree verdi intorno alla città,
realizzate per limitarne l’espansione entro le quali è vietata qualsiasi tipo di
urbanizzazione. Nei Paesi Bassi sono state realizzate vere e proprie zone offlimits, dedicate solo a zone agricole e spazi naturali, e dal 2007 il 40% delle
nuove costruzioni deve essere realizzato in aree dimesse o sottoutilizzate.
Numerosi sono quindi gli esempi già operativi da cui prendere spunto per
diffondere una “economia ecologica” del territorio, come nuovo paradigma più
attento ai bisogni dell’uomo e al contempo ai limiti dell’Ecosistema.
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ordine degli architetti pianificatori
paesaggisti e conservatori
della provincia di rovigo