Bollettino_05

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Bollettino_05
pace
Conflitti e Violenza
Anno V, n. 6, gen-giu 2008
Giornale della Società Italiana di Scienze Psicosociali per la Pace
In questo numero:
Editoriale di Adriano Zamperini
La memoria come azione sociale - Speciale Bolzaneto
a cura di Marialuisa Menegatto
Enrica Bartesaghi Una madre e una figlia
Claudio Benetti
Loro erano i perdenti noi i vincitori
Evandro Fornasier Ho cercato di resistere al fatto che quanto mi veniva fatto fisicamente,
il sequestro e la violenza, non venisse fatto anche alla mia mente
Stefania Galante Impotenti, davanti a un abuso di potere
Marco Poggi
Le peggiori violenze che abbia visto in vita mia
Mauro Palma
Bolzaneto: un messaggio di impunità
Adriano Zamperini Le radici della violenza: uno sguardo psicosociale dentro la
prigione di Bolzaneto
Dossier Genova G8 Per non dimenticare: il fumetto diventa Memoria Collettiva
Memoria Indifferente
di Fogliazza
Sabina Rossa. Verità e responsabilità per la riconciliazione
Intervista di Marialuisa Menegatto
Alberto L’Abate “Per un futuro senza guerre”. Incontro con l’autore
SISPa – Società Italiana di Scienze Psicosociali per la Pace
Presidente: Adriano Zamperini - Direttivo: Gabriele Chiari, Augusto Palmonari, Marcella Ravenna,
Antonella Sapio, Saulo Sirigatti, Chiara Volpato
Sede legale: Via Cavour, 64 - 50129 Firenze
Sito internet: www.sispa.it
Indirizzo e-mail: [email protected]
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anno V, n.6, gen-giu 2008
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Editoriale
Adriano Zamperini, Presidente SISPa
“Percosse, minacce, sputi, risate di scherno,
urla canzonatorie, insulti di ogni genere venivano rivolti, con evidente fine di disprezzo
e di intimidazione, «a mo’ di saluto del comitato d’accoglienza», alle persone arrestate, nel cortile antistante l’accesso alla caserma. Colpi di manganello per impedire che
qualcuno tra i feriti, con la testa sanguinante, potesse trovare momentaneo sollievo appoggiandosi a una parete, perché (…) la tinteggiatura non doveva essere macchiata.
Nel corso della perquisizione personale, un
uomo veniva obbligato a spogliarsi nudo e a
sollevare il pene, mostrandolo agli agenti
seduti alla scrivania; (..) Un altro, privato
con violenza degli indumenti e lasciato in
mutande, subiva minacce fisiche e sessuali;
in particolare, un poliziotto – mostrandogli
una spranga di ferro e tirandogli l’elastico
delle mutande – gli diceva: «Vedi questa
spranga, adesso te la infiliamo in culo».
Trattamenti vessatori, degradanti e disumani sia all’interno delle celle, ove le persone
senza plausibile ragione erano costrette per
parecchio tempo a mantenere posizioni umilianti e disagevoli, sia nel corridoio, durante
gli spostamenti e l’accompagnamento ai bagni. (…) Umiliazioni, offese e insulti in relazione alle opinioni politiche, come «zecche
comuniste», «bastardi comunisti », «te lo do
io Che Guevara e Manu Chao» e altre di
analogo tenore; alla sfera e libertà sessuale,
in particolare nei confronti delle donne, con
minacce verbali del tipo «entro stasera vi
scoperemo tutte»; alle credenze religiose e
condizione sociale, quali «ebreo di merda»,
«frocio di merda» e simili. Costretti a sentire
espressioni e motivi di ispirazione fascista,
contrariamente alla loro fede politica; ad
esempio l’ascolto obbligato del cellulare con
suoneria costituita dal tema musicale «faccetta nera bella abissina» e la filastrocca
«un due tre viva Pinochet, quattro cinque sei
a morte gli ebrei». Pronuncia contro la propria volontà di slogan del genere «viva il
duce» e affini, con violenza e minacce costretti a eseguire il saluto fascista. Nono-
stante alcune di loro fossero visibilmente
ferite, persone obbligate a rimanere per numerose ore in piedi, con il viso rivolto al
muro della cella, braccia alzate o dietro la
schiena; oppure sedute a terra, ma sempre
con la faccia verso la parete, con le gambe
divaricate e in altre anomale posizioni. Comunque non giustificate, non necessarie alla
detenzione, e senza poter mutare postura.
Costrette a subire ripetutamente percosse e
violenze – come facce sbattute contro il muro o sigarette spente sulle mani –, calci, pugni, insulti e minacce, (…) Una donna, rinchiusa in cella, avendo il ciclo mestruale,
avanzò la richiesta di andare in bagno per
cambiarsi; in risposta, attraverso le sbarre,
le veniva gettata della carta appallottolata
sul pavimento e quindi si vide costretta a
sostituire l’assorbente in cella con dei pezzi
di vestito, alla presenza di altri reclusi,
uomini compresi. (…) Obbligati nei bagni a
espletare i bisogni fisiologici in tempi estremamente contenuti, con la porta aperta e
alla presenza ravvicinata del sorvegliante, al
fine di sottoporli a una profonda umiliazione.
Una persona forzata a mettersi davanti al
water al grido «orina finocchio!», minacciata
di essere violentata con un manganello e col
medesimo colpita all’interno delle cosce; un
trattamento accompagnato da pugni sulla
testa e sulle braccia. Una donna, scortata in
bagno con epiteti ingiuriosi, quali «puttana»
e «troia», costretta con violenza a mettere
la testa dentro la turca; tutt’attorno, agenti
che urlavano frasi oltraggiose di natura
sessuale, del tipo «che bel culo!» e «ti piace
il manganello?» (…) Un agente costringeva
un arrestato a stare carponi, intimandogli di
abbaiare come un cane e di gridare «viva la
polizia!» Altri fatti accucciare a quattro zampe e presi a calci.”
Bolzaneto, Italia, 2001
Estratto da A. Zamperini “L’indifferenza”,
Einaudi, Torino 2007
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La memoria come azione
azione sociale - Speciale Bolzaneto
a cura di Marialuisa Menegatto
Una manifestazione per i diritti umani sfociata in tragedia. Ciò di cui ora siamo chiamati a onorare e raccontare accadde sette
anni fa. G8 Genova, era il luglio 2001. E se
allora le vie della città divennero in soli pochi giorni teatro sanguinoso di una guerriglia
urbana, culminata con la morte di un giovane ragazzo, Carlo Giuliani, altri due teatri
furono la scena di violenze gratuite e inaudite a segnare quei nefasti giorni: la scuola
Diaz e la caserma di Bolzaneto. La Diaz per
cui si attende ancora il giudizio finale, per
Bolzaneto la sentenza è giunta lo scorso 14
luglio. E il nostro raccontare ha inizio proprio
da lì. Dal quel luogo, per qualche giorno
avulso dallo stato di diritto, garante di offese
fisiche e psicologiche, tra le cui mura agenti
e sanitari vestirono gli abiti di spietati aguzzini, spogliando “altri” esseri umani della loro dignità. Attraverso le voci narranti di
alcuni testimoni e il contributo di specialisti,
cercheremo di ampliare i significati di
quell’esperienza mantenendo pur sempre
salda la memoria, compiendo qualche passo
più in là circa un evento a tutt’oggi ancora
incomprensibile e in parte taciuto. Nei contesti dove si manifestano abusi a livello
collettivo vige normalmente un clima di
impunità a protezione degli esecutori. Tale
principio, riscontrabile anche attraverso i
numerosi “non ricordo” di agenti chiamati a
testimoniare al processo, si fonda sulla pratica di una “cultura del silenzio” che si pone
come norma tacita. A questa paralisi culturale sovraordinata, che spesso ostacola
sino a vanificare ogni azione di resistenza, si
aggiungono le conseguenze individuali e
sociali dell’aver patito violenza e tortura.
Numerosi studi dimostrano come l’esperire
di eventi sconvolgenti abbiano effetti negativi sulla salute psico-fisica dell’individuo.
Queste disfunzioni sono conosciute con il
nome di “trauma” e il quadro clinico evidenziato è il Post Traumatic Stress Disorder. Il
grado di sofferenza sopportato e la costruzione di severità dell’offesa subita risentono
indubbiamente da fattori soggettivi ma ciò
che è universalmente comune alle vittime è
che lo stress derivante dall’orrore di aver
subito un’offesa, non si placa nel qui e ora
sul finire degli abusi. Le ferite psicologiche
ed emotive del trauma subito si iscrivono
nella mente spesso con modalità involutive
tornando a sanguinare anche a distanza di
molto tempo, alimentate da ricordi vividi,
intensi, che puntualmente si ripresentano
alla memoria e plasmano la mente. La tortura in particolare, è una «costruzione psicologica» che non attacca solo il singolo individuo ma ne dipana profondamente gli effetti
nei legami interpersonali.1 La vittima sente
di essere stata prescelta come un bersaglio
di un intenzionale atto malvagio. Questa
percezione provoca la frantumazione della
fiducia sociale con conseguente abrasione
delle relazioni sociali. Il senso di sicurezza e
di fiducia vissuto all’interno delle relazioni
interpersonali viene a essere imbrigliato nella morsa del sospetto compromettendo una
serie di competenze sociali, a loro volta possibili moltiplicatori della sofferenza. Compromissione della capacità lavorativa, incapacità di instaurare relazioni amicali o amorose,
isolamento, conseguente impossibilità di
ricevere sostegno e aiuto in caso di bisogno.
All’interno di un simile processo, il trauma si
iscrive non solo nella sfera privata del singolo ma si estende negli effetti sino a raggiungere la dimensione sociale. Quello che alcuni
studiosi definiscono come «trauma psicosociale». Come diventa allora possibile “guarire” dai danni provocati dalla violenza, se
questa si è sviluppata su scala collettiva?
Certamente il processo è arduo e assai delicato, ma diviene indispensabile, come primo
passo, orientare lo sguardo verso la giustizia, garante della tutela e della dignità
umana, a riconoscimento ufficiale dell’offesa
patita e l’accertamento delle responsabilità.2
Un iniziale risarcimento in grado di attivare il
singolo a riconnettersi con la propria comunità, dando avvio a quel processo di empowerment verso il recupero di un senso di
potere e controllo. Ma nel caso di Bolzaneto,
come d’altronde è avvenuto anche per altre
atrocità commesse dal dopoguerra a oggi, la
macchina giuridica balbetta e la giustizia
sociale non è da meno. Ancora lunga è la
strada da percorrere.
1
E. Scarry (1990), La sofferenza del corpo. La distruzione e
la costruzione del mondo, Il Mulino, Bologna (ed. or. 1985).
2
Cfr, A. Zamperini (2008), Giustizia e benessere: comunità
offese e pratiche di riconciliazione, in press.
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Enrica Bartesaghi
Una madre e la figlia
Dei giorni in cui mia figlia Sara venne
rinchiusa a Bolzaneto ho un ricordo ancora
molto vivo e credo che sarà così ancora per
molto tempo. In quei giorni mi sono improvvisamente ritrovata in un Paese che non riconoscevo più, dove non pensavo sarebbe
stato possibile perdere a luglio del 2001 una
figlia, una ragazza di appena 21 anni, e
ritrovarla dopo due notti e un giorno nelle
condizioni in cui Sara era, senza nel frattempo sapere nulla di lei. Sapevamo solo
che era stata arrestata ma non il perché e
nemmeno dove si trovasse. Sara è stata picchiata alla scuola Diaz, è finita in ospedale
per trauma cranico, dopo poche ore è stata
nuovamente sequestrata dalla polizia e condotta a Bolzaneto. Ovviamente questo l’ho
saputo successivamente quando finalmente
siamo riusciti a ritrovarla al carcere di Vercelli. Abbiamo rivisto Sara qui il lunedì notte.
Quando arrivammo, Sara ci disse, come
molti altri ragazzi, che a Vercelli finalmente
si erano sentiti al sicuro. Per una ragazza
che non è mai stata in carcere questo può
dare l’idea di cosa sia successo in quei
giorni. Per me è stato un colpo terribile. Non
avrei mai pensato che in Italia fosse possibile perdere ogni traccia della propria figlia unitamente alle violenze subite. Il paragone che mi veniva in mente era il Cile e
l’Argentina. Dei desaparecidos all’italiana. Di
fronte a tutto ciò mi sono sentita impotente
perché non ho saputo difendere mia figlia,
che credo sia uno dei compiti principali di un
genitore. Mi sono chiesta come mamma che
cosa avrei potuto fare affinché si fosse evitato tutto ciò, che cosa non avevo fatto, e
dove avevo sbagliato. Certamente non avrei
potuto obbligare Sara a non partecipare alla
manifestazione, anche perché non avrei mai
pensato alle terribili conseguenze. E difenderla poi da chi? Dalle forze di polizia? Da
coloro i quali avrebbero dovuto proteggerla
e verso i quali noi ci rivolgemmo per chiedere dove si trovasse Sara, i carabinieri e la
questura. Da chi l’aveva infine sequestrata.
È questa la cosa più sconvolgente. Da allora
la nostra vita è cambiata e credo lo sarà per
sempre. Sara, come tutti gli altri 93 della
Diaz, è rimasta per oltre due anni accusata
di associazione a delinquere finalizzata alla
devastazione e saccheggio, reati che preve-
dono dagli 8 ai 15 anni di carcere. Questo ha
significato paura. Dopo pochi mesi dal G8,
Sara si è recata a Parigi per il programma
Erasmus, come previsto, e io temevo che in
qualsiasi momento un controllo documenti
da parte delle autorità la facesse apparire
come una pericolosa Black Bloc, con tutte le
conseguenze pensabili, soprattutto psicologiche. Purtroppo, Sara da allora non ha
superato il trauma, soprattutto per l’esperienza vissuta a Bolzaneto che ha significato
una vera e propria tortura. Ha subito un
potere assoluto che incide tutt’ora nella sua
vita. Paura di partecipare ad altre manifestazioni, la paura alla vista di una divisa, a
subire un controllo. Di conseguenza anche la
mia vita e quella di mio marito è cambiata.
Dopo alcuni mesi assieme ad altre vittime
del G8 abbiamo dato vita al Comitato Verità
e Giustizia per Genova, per sentirci meno
soli. Il primo impulso è stato coalizzarci,
affinché la verità emergesse e arrivare così
a una giustizia. A distanza di sette anni
posso dire che la verità per Diaz e Bolzaneto
è sicuramente emersa nel corso dei processi
anche se giustizia non ne avremmo mai. Ma
non ci siamo mai molto illusi che questo
potesse accadere. L’altro scopo raggiunto è
stato quello di continuare, raccontare ai cittadini attraverso incontri pubblici, pubblicazioni, riviste, libri, non solo la storia di
quei giorni ma anche di ciò che avveniva e
non avveniva dopo. Abbiamo dovuto aspettare sette lunghi anni per la sentenza Bolzaneto e tutto cadrà in prescrizione tra pochi
mesi. Lo stesso accadrà per il processo Diaz.
Le pene inflitte agli imputati sono irrisorie,
se calcoliamo che sono state notevolmente
compromesse le vite di centinaia di incolpevoli. Viene da fare poi il paragone con la
sentenza che è avvenuta a carico dei “25
manifestanti”, dove le pene in molti casi
vanno oltre i dieci anni senza nessuna prescrizione. Questo significa che in Italia danneggiare cose, vetrine, auto, ecc.. è molto
più grave che danneggiare le persone. In
questi sette anni gli imputati non sono mai
stati sospesi, cosa richiesta non solo dal
nostro Comitato ma anche da altre associazioni come Amnesty International. La loro
sospensione fino al termine dei processi
avrebbe significato una forma di cautela e di
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rispetto per le parti lese. Essi invece hanno
continuato a lavorare e in particolare sono
stati anche promossi. E parliamo di promozioni altissime che toccano i vertici della
Polizia e dei Servizi Segreti. Questo ha chiaramente permesso ritardi nelle indagini e
nello svolgimento del processo. A Genova, in
tribunale ne ho incontrati alcuni personalmente. Dico “alcuni” perché purtroppo in
pochi hanno testimoniato, la maggioranza si
è rifiutata. Mi sono appositamente recata in
tribunale per ascoltarli e guardarli negli occhi perché volevo capire come avevano permesso e voluto il verificarsi di una violenza
così inaudita. Infierito su ragazzi inermi alla
Diaz, a Bolzaneto torturato persone che non
potevano arrecare alcun danno. Ma non ho
avuto risposte. Nessuno tra i responsabili,
anche a livello istituzionale, ministri, parlamentari, fino al Presidente della Repubblica, non hanno mai chiesto scusa per
quanto accaduto. Solo in questi ultimi giorni
c’è stato un incontro tra il sindaco di Genova
con alcune parti offese e devo dire che, a
nome della città di Genova, il sindaco Marta
Vincenzi ha fatto questo gesto che trovo
molto importante ma che dovrebbe essere
fatto a ben più alti livelli. Complessivamente
posso dire che, appena ho sentito la sentenza, la prima reazione è stata ovviamente
molto negativa, mi son detta che 15 condannati su 45 imputati e, con una riduzione
delle pene, mi è sembrato un risultato molto
scadente. Nei giorni successivi in realtà ho
riflettuto e devo dire che questa sentenza è
comunque molto importante e lo dobbiamo
sottolineare. Perché se la sviliamo facciamo
il gioco del “non è successo nulla” e invece
qualcosa c’è stato. È la prima volta in Italia
che 15 appartenenti alle forze di polizia vengono condannati, tutte le parti civili sono
state risarcite, e questo è un riconoscimento
che a Bolzaneto ci sono stati dei torti, delle
violenze, dei danni. È un segnale molto forte
anche per le forze dell’ordine affinché episodi del genere non si ripetano più. È un mio
punto di vista che questa sentenza vada
difesa anche se è poca cosa rispetto a ciò
che è stato provocato. Abbiamo anche dovuto accelerare i tempi anticipando la sentenza
al 14 luglio anziché al 21 come previsto, a
causa del gravissimo rischio sospensione
processi del decreto “salvapremier”, e questo ha comportato che in aula non ci fossero
molte parti lese. Da una parte è stata una
ottima scelta ma dall’altra ci è stato rubato
anche un momento importante che è quello
per le vittime di assistere alla sentenza. Ma
siamo arrivati fino in fondo e ce l’abbiamo
fatta.
Enrica Bartesaghi è la madre di Sara “una
della Diaz”, e oggi è Presidente del Comitato
Verità e Giustizia per Genova. Fondato nel
luglio 2002, il Comitato organizza iniziative
volte alla tutela delle vittime della repressione delle forze dell'ordine durante il G8 di
Genova, nell'esercizio della manifestazione
del pensiero, anche con l'utilizzo degli
strumenti di azione regolati e previsti dal
diritto internazionale con particolare riferimento a quelli creati nell'ambito dell'Unione
Europea. È autrice del libro “Genova. Il
posto sbagliato” (Nonluoghi Libere Edizioni,
Roma 2004).
E-mail: [email protected]
© .ste.
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Claudio Benetti
Loro erano i perdenti noi i vincitori
Raccontare l’esperienza vissuta a Bolzaneto
è difficile, anche se sono passati anni, ricordare un passato che ha dell’incredibile in
una società democratica come la nostra. Ho
vissuto un incubo, ho sperimentato sulla mia
pelle cosa significa essere in balia della violenza gratuita e questo solo perché riteniamo giusto e nostro dovere testimoniare la
nostra opinione, manifestare il nostro dissenso alle logiche del potere. Non ho avuto
paura anche quando sapevo che arrivavano
le botte, il dolore passa, era cercare di capire che faceva male, capire perché mi
trovavo là, capire perché le persone trovano
piacere usare violenza contro gente inerme,
persone che dovrebbero essere i garanti della giustizia. Per me i miei carcerieri non
avevano volto, potevano pure pestarmi, ma
loro erano i perdenti e noi i vincitori. Mi venivano in mente le Beatitudini del Vangelo,
sì noi eravamo i beati, dovevamo resistere,
testimoniare quello che stava accadendo.
Questi pensieri mi hanno aiutato a non cedere, a sopportare le violenze, la stanchezza, le umiliazioni. Ancora oggi scrivendo
queste righe non posso trattenere le lacrime, è stata una esperienza di dolore che
non dimenticherò mai, ma è giusto parlarne
perché questo non si ripeta perché noi tutti
non dobbiamo smettere di lottare per ciò
che riteniamo giusto. In quei momenti
l’impressione era che gli ordini venissero
dall’alto, oppure che la polizia aveva mani
libere di fare ciò che voleva in allegria e
divertimento. E per un anno non passava
giorno senza che rivivessi con il pensiero le
violenze, la notte spesso mi svegliavo e con
disperazione mi guardavo intorno per rassicurarmi che quella era la mia stanza, non
ero a Bolzanetto. La sola vista di una macchina della polizia mi metteva nel panico. Un
anno dopo, convinto da mio figlio e mia
moglie sono tornato a Genova alla manifestazione, ho passato la serata a raccontare a
mia moglie cosa avevo provato, sono riuscito a tirare fuori tutto il dolore, la rabbia
che avevo dentro, da allora ho cominciato
ad accettare la cosa con più serenità. Una
esperienza così ti passa sopra come un rullo
compressore, ne esci con le ossa rotte però
ti da anche la consapevolezza che quello che
stai facendo è giusto, questa nuova forza
viene dopo che sei riuscito a digerirla, cosa
che non è stata facile. In seguito ho anche
incontrato personalmente al processo il poliziotto che mi ha arrestato, che mi vedeva
come protagonista delle violenze di piazza
con imputazioni assurde, processo nel quale
sono stato assolto. Non ho provato rancore
ma la consapevolezza di trovarmi davanti a
un imbecille. Oggi a distanza di qualche
anno da quel triste evento, purtroppo non è
stata fatta chiarezza sulle responsabilità
politiche, questo era importante proprio
perché questi fatti non devono succedere
ancora. I responsabili sono liberi, passati di
grado con il benemerito o di nuovo eletti in
parlamento. Molta gente non ha capito, anzi
è ancora convinta del giusto operato della
polizia; in questo sta la gravità, la mancanza
di giustizia.
Claudio Benetti è attivista di Rifondazione
Comunista di Schio e della Federazione di
Vicenza. Venne arrestato e portato a
Bolzaneto sabato 21 luglio. Il 21 luglio 2001
circa 500 vicentini di Rifondazione avevano
partecipato alla manifestazione indetta dal
Genoasocialforum contro il G8 per il giorno
successivo ai tragici fatti di piazza Alimonda,
nel corso dei quali aveva perso la vita Carlo
Giuliani. Tra le imputazioni che accompagnarono l’arresto vi era quella di aver lanciato sassi all’indirizzo della polizia e di essere in possesso di un bastone. In realtà, come è stato ampiamente dimostrato dalle
testimonianze, quando Benetti venne arrestato stava difendendo, con le braccia appoggiate ad un muro, due ragazzine che si
erano accasciate a terra ai suoi piedi, travolte dalla compressione della massa dei
manifestanti presa dal panico. Prima della
carica era rimasto seduto sull’asfalto assieme agli altri dirigenti del circolo di
Rifondazione di Schio senza mai allontanarsi
da loro.
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Evandro Fornasier
Ho cercato di resistere al fatto che quanto mi veniva fatto
fisicamente, il sequestro e la violenza, non venisse fatto
anche alla mia mente
Credo che a partire dal luglio 2001 siano
stati raccontati già tante volte i drammatici
avvenimenti di quei giorni a Genova e
chiunque non si sia dedicato con forza a
negare la portata e la drammaticità di quanto è accaduto avrà avuto sicuramente modo
di confrontarsi, attraverso la grande quantità di testimonianze e documenti, con una
realtà tragica e non facilmente integrabile
nella storia di un Paese che voglia dirsi
civile. Le vicende della caserma di Bolzaneto
sono purtroppo solo una delle storie inquietanti che rappresentano la realtà di
quelle giornate: c’è stata la morte di Carlo
Giuliani (seguita agli scontri innescati da un
assalto a freddo delle forze dell’ordine nei
confronti del corteo dei disobbedienti in un
area autorizzata alla manifestazione), la
“macelleria messicana” alla scuola Diaz
(come l’ha definita il vice questore di
Genova Michelangelo Fournier), i sistematici
indiscriminati pestaggi in strada da parte
delle forze dell’ordine nei confronti di manifestanti palesemente non offensivi ed altro
ancora che molti hanno testimoniato anche
se in numerosi casi non vi è stata alcuna
conseguenza sul piano giudiziario per gli autori delle violenze.
Racconterei così di una storia che mi riguarda personalmente ma che non può prescindere da questa realtà più ampia: quello che
mi è stato fatto alla caserma di Bolzaneto,
ma anche prima con l’arresto in strada e
dopo con le violenze al carcere di Alessandria, non è stato il frutto del sadismo di
qualche agente, l’eccesso di singoli, come in
questi anni spesso alcuni alti esponenti di
cariche istituzionali hanno cercato di raccontare all’opinione pubblica, ottica nella
quale attualmente si cerca di collocare il
senso dell’attuale sentenza del Tribunale di
Genova sui fatti di Bolzaneto, ma è stata
solo una delle articolazioni di qualcosa di
ben più sistematico e consapevole che si andava realizzando in quelle giornate.
Racconterei di aver subito non un arresto
ma un sequestro di persona (nessun giudice
mi ha mai contestato alcun reato) da parte
di istituzioni dello Stato che invece di realiz-
zare e difendere la legalità perseguivano
evidentemente, in quelle ore, altre finalità
per mezzo delle violenze e degli abusi sugli
arrestati.
Racconterei di aver cercato di resistere al
fatto che quanto mi veniva fatto fisicamente, il sequestro e la violenza, non venisse
fatto anche alla mia mente. In quei frangenti
non credo fosse possibile fermare le violenze. No, non da parte di coloro che erano
le vittime di questa situazione le cui sofferenze sembravano invece dare continuo
vigore ai violentatori. Credo che in una
situazione che aveva assunto dei tratti così
primitivi solo una forza maggiore e contraria
avrebbe potuto far cessare le violenze o
l’avrebbe potuto la volontà di un’autorità
superiore (in effetti avevo sperato che la
visita del ministro di Grazia e Giustizia nella
tarda serata del 21 luglio alla caserma di
Bolzaneto, proprio mentre ero recluso,
avrebbe potuto cambiare qualcosa ma ciò
non è avvenuto). Questo però rinvia a un
complesso, o forse anche non troppo complesso, ragionamento sulla situazione ideologica in quel momento esistente, su tutto
quanto aveva portato a realizzare un contesto come Bolzaneto, non tanto sul piano
della struttura fisica, ma sul piano delle
relazioni fra mondo politico-istituzionale
dell’epoca/personale esecutivo/cittadino dissenziente. Sarebbe utile provare a rispondere a qualche domanda: all’interno di questa dimensione qual’era la comunicazione
che stava passando tra lo Stato e il cittadino
attraverso questi suoi rappresentanti così
rozzi, ideologizzati e probabilmente anche
strumentalizzati? Che significato aveva la
loro violenza e quale ne era l’origine?
Nei giorni successivi, uscito dal carcere, mi
sono sentito molto male, spaventato. I fatti
accaduti avevano sovvertito i miei piani di
realtà. Pensavo “se mi hanno fatto questo
potrebbero farmelo ancora”. Mi sentivo fortemente minacciato. Le vicende appena accadute mi sospingevano verso una dimensione paranoica e del resto questo aveva
una sua legittimità rispetto alla situazione
reale. Le più alte cariche istituzionali, nono-
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stante le evidenze dei soprusi già emerse
allora, si erano affrettate ad avvalorare e
sostenere in toto l’operato delle forze
dell’ordine. Non potevo escludere che potessero essere commesse altre illegalità nei
miei confronti per motivi da me non prevedibili, esattamente come mi era appena successo. Le forze politiche e sociali che protestavano per quanto era accaduto a Genova
sembravano non avere alcun peso. L’unica
strada, che aumentava la mia difficoltà ma
che contemporaneamente mi restituiva la
possibilità di reagire, di cominciare a “maneggiare” l’esperienza appena accaduta, è
stata quella di denunciare, scrivere ai giornali, rendere noto. Ma questo ha avuto un
costo emotivo molto alto che ho comunque
deciso di sopportare. È stata molto importante la presenza della mia compagna e la
solidarietà di molte persone, l’attenzione dei
mezzi di comunicazione. Ma in quei giorni, a
causa della grande insicurezza che provavo,
ho anche pensato di allontanarmi dall’Italia.
Non credo che l’esperienza di Bolzaneto mi
abbia cambiato. No, credo di no. Più che un
cambiamento ritengo di aver dovuto affrontare esperienze che hanno investito la mia
vita in modo consistente, in particolare rispetto alle denunce, gli interrogatori, i processi. In qualche momento ho fatto davvero
molta fatica. Sicuramente tutto questo lascia
in me la traccia di un vissuto con il quale
periodicamente devo fare i conti, con pazienza, una rielaborazione “continua” che di
tanto di tanto, magari sollecitata da fatti
occasionali, torna a essere necessaria come
una forma di “manutenzione” della mente e
delle emozioni. In seguito, ho incontrato
personalmente una guardia carceraria che
ho denunciato per le violenze subite al
carcere di Alessandria, in Tribunale, durante
le indagini preliminari e al processo successivamente. Ho avuto la percezione di una
distanza incolmabile tra me e un altro essere umano intorno al quale tuttavia mi
sono soffermato spesso a pensare. Ho riflettuto sulle sue motivazioni, su ciò che poteva
essere passato nella sua mente. Credo che
questa sia stata la mia necessità di reperire
un senso quale che fosse, su quello che era
successo. Ho pensato e constatato che si
trattava di una persona semplice, con mezzi
non particolarmente evoluti di espressione e
forse anche di lettura della realtà, a suo
modo anch’egli vittima di un sistema ideologico ma che questo non doveva in alcun
modo evitargli di confrontarsi con la propria
responsabilità individuale.
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Oggi a distanza di qualche anno da quel triste evento, alla luce anche dei processi in
corso a Genova e della sentenza, giudico la
vicenda Bolzaneto una sconfitta di civiltà
nella quale sono prevalsi interessi ideologici
e politici che hanno di fatto abbandonato il
cittadino e la sua petizione di giustizia, un
altro “buco nero” nella storia di questo
Paese, un malessere non episodico della democrazia. Sarebbe necessario aprire un discorso sul ruolo fondamentale della magistratura in questi anni e sulle conseguenze
contraddittorie che ha prodotto la sua attività. La sentenza sui fatti di Bolzaneto pur
condannando per la prima volta rappresentanti delle forze dell’ordine in questa misura
tende a dare una rappresentazione estremamente riduttiva di quello che è accaduto,
realizzando di fatto una nuova ingiustizia. Va
ricordato che indipendentemente dalle condanne e la loro entità questo processo finirà
in prescrizione nella prossima primavera.
Sappiamo già da anni, grazie all’introduzione
della legge ex-Cirielli nel nostro ordinamento
giudiziario, che gli imputati non faranno mai
un solo giorno di carcere. Quando si è votato in parlamento per questa legge si è sancita la loro impunità e noi, parti civili, saremmo stati comunque la parte soccombente con un minimo risarcimento dei
danni in forma economica. In conclusione
posso dire che, se riconosciamo come fondamentale nell’elaborazione di un trauma che
cosa viene “fatto dopo”, quali risposte fornisce la realtà circostante, ebbene, a partire
dai giorni del G8 2001 sono avvenuti i seguenti fatti (il mio elenco non è sicuramente
esaustivo): Presidente del Consiglio, Vice
Presidente del Consiglio, Ministro degli Interni, Ministro di Grazia e Giustizia proclamano con decisione nei primi giorni successivi al G8 totale e incondizionato sostegno alle forze dell’ordine; non viene istituita
la Commissione di Inchiesta Parlamentare
che sarebbe stato strumento ben più incisivo rispetto all’inoffensiva Commissione di
Indagine; viene archiviato il procedimento
sulla morte di Carlo Giuliani; viene approvata nel 2005 la citata legge detta ex-Cirielli
in base alla quale vengono accorciati i tempi
di prescrizione per i reati come quelli contestati nel processo di Bolzaneto; “salta” l’approvazione della legge sulla tortura (della
quale l’Italia non dispone nonostante sia
prevista dalla Convenzione dell’Onu che
l’Italia ha approvato nel 1988; è chiaro che
questo
strumento
legislativo
avrebbe
cambiato totalmente il profilo di questo
pace Conflitti e Violenza
anno V, n.6, gen-giu 2008
processo) grazie a una sorta di “colpo di
mano” parlamentare del partito di appartenenza del Ministro di Grazia e Giustizia
all’epoca del G8; lo stesso ministro fa dichiarazioni irridenti riguardanti le condizioni di
detenzione a Bolzaneto (cioè che in fondo si
stava lungamente in piedi come fanno tutti i
giorni gli operai); promozione di molti funzionari delle forze d’ordine che hanno partecipato direttamente alle vicende di Genova,
alcuni a cariche di altissimo prestigio, nonostante diversi fra loro siano sotto processo
per reati gravissimi tanto più se commessi
da pubblico ufficiale. Ebbene la mia storia e
la storia di quelli come me fa i conti con tutto questo e con l’amara constatazione che
infine avevano ragione i nostri aggressori
nelle stanze di Bolzaneto e i loro capi, a percepirsi e proclamarsi, sicuri del fatto loro,
come coloro che non avrebbero dovuto assumersi alcuna responsabilità riguardo ai
reati commessi, se non, nella peggiore delle
ipotesi, perdere un po’ di tempo nelle aule
giudiziarie e spendere un po’ di denaro in
avvocati. Affermo inoltre che le modalità di
funzionare di tipo primitivo non si possano
riferire solo alle violenze di uomini e donne
contro altri uomini e donne in stato di inferiorità ma anche di istituzioni, di parti
“Un chirurgo plastico di Beverly Hills cancellò i
tatuaggi dal mio corpo. Quel che mi restava
tatuato nel cervello era tutt’altra faccenda”.
EDWARD BUNKER
9
consistenti del mondo politico che in questi
anni hanno lavorato alla difesa di legami e
appartenenze piuttosto che alla difesa della
società civile e della democrazia, anzi, in
definitiva, contro di esse.
EVANDRO FORNASIER è uno psicologo torinese. È stato arrestato sabato 21 luglio
2001, durante il corteo dei 200 mila, nel
garage in cui cercava riparo dalle cariche e
dal gas dei lacrimogeni e condotto in seguito
a Bolzaneto. «Quelli che ho ricevuto io sono
stati colpi sul corpo, colpi al torace, un
calcio sui testicoli, mi è stata sbattuta la
testa contro il muro un paio di volte come a
sollecitare che assumessi la posizione proprio desiderata dai miei aguzzini… c’è stata
una canzonetta che è stata cantata per
qualche minuto e che diceva: “Uno, due, tre,
viva Pinochet; quattro, cinque e sei a morte
gli ebrei; sette, otto, nove il negretto non
commuove (..) poi con le suonerie dei
cellulari ci facevano sentire la canzone di
regime Faccetta nera». (Testimonianza resa
in udienza del 26 aprile 2006 durante il processo in corso presso il Tribunale di Genova).
pace Conflitti e Violenza
anno V, n.6, gen-giu 2008
10
Stefania Galante
Impotente davanti a un abuso di potere
La tortura è cominciata ancor prima di arrivare a Bolzaneto, da quando ci hanno caricati sul cellulare per condurci in carcere.
Nessuno ci ha detto dove ci avrebbero portato. Ci hanno fatto sedere con le mani alzate dietro la nuca, immobili, senza la possibilità di parlare, di poter chiedere. L’attesa
in queste condizioni è durata più di un’ora. E
in questo tempo già divenimmo oggetti di
scherno da parte degli agenti con frasi come
“non uscirete più dal carcere”. E questo,
senza che noi dicessimo alcunché. Quando
siamo arrivati a Bolzaneto nemmeno il passaggio dal cellulare alla caserma è stato piacevole. I manganelli sventolavano dietro le
nostre nuche, e questo ci terrorizzava. Ci
hanno riperquisiti togliendoci quel poco che
ci era rimasto dalla Diaz e se non mantenevamo la postura richiesta si veniva incoraggiati con forza ad aprire le gambe, ci
hanno minacciate di stuprarci “se non apri le
gambe te le faccio aprire io” o “te lo infilo”
ecc.. Una cosa indescrivibile che mi confonde ancor oggi. Entrata in caserma ricordo
di aver avuto un attacco di panico. Il medico
mi ha detto che se non mi calmavo mi
avrebbe iniettato del valium in vena e di
stare zitta. È cominciato così un calvario
allucinante. Dalla cella si sentivano lamenti,
urla, grida, insulti, da e verso persone che
erano lì, già da prima. Noi siamo state per
ore con le mani in alto e con faccia rivolta
verso il muro. Siamo state senza mangiare,
bere. Potevamo andare al bagno se accompagnate, ma si diceva che chi andava
veniva picchiato, quindi si preferiva non
chiedere per non essere colpite. Durante la
visita medica ci sono state fatte richieste
strane, di denudarci completamente, di
fronte tra l’altro a medici che non si capiva
chi fossero. Lì dentro ho visto togliere un
piercing in maniera brutale. A un ragazzo
straniero, che quindi non poteva capire l’italiano, e che stava malissimo, un medico proferiva cose assurde “scriva che questo si è
fatto di marijuana”. La prima notte l’abbiamo passata in piedi, la seconda abbiamo
chiesto delle coperte perché nella cella faceva freddissimo, c’era una finestra aperta. Io
non sono mai stata colpita fisicamente, ma
verbalmente noi tutte eravamo nel mirino di
questi pazzi. Ci minacciavano continuamente. E noi eravamo veramente spaventate,
non sapevamo cosa fare, a chi credere. Ci
hanno fatto firmare documenti di cui non
sapevamo il contenuto, abbiamo chiesto un
avvocato e la possibilità di chiamare a casa,
ma ci sono stati negati. Il nostro grado di
impotenza verso gli agenti era elevatissimo.
Alcuni detenuti chiedevano semplicemente
cosa stava succedendo perché era talmente
assurda la situazione. Eravamo stati presi
senza motivo ed eravamo tutti increduli. Ma
le risposte erano di punizione, di umiliazione, quindi il messaggio era chiaro: non si
doveva parlare, non si doveva chiedere; pena, subire la stessa sorte di chi aveva osato.
Ho visto persone ferite e doloranti chiedere
aiuto a cui non veniva prestato la necessaria
cura. Anzi, venivano messe in condizioni di
soffrire ancora di più, attraverso posture da
mantenere o azioni da compiere del tipo
saltare, fare flessioni, cantare ecc.. Poi la
mattina del secondo giorno c’è stato un
cambio del personale. Mi ricordo essere
stato un momento finalmente positivo perché sono arrivati degli agenti leggermente
più miti. Ci hanno chiesto che cosa era successo, ci hanno finalmente dato cibo e trattato meglio. I torturatori sembravano spariti
anche se il lunedì mattina un’agente donna
passando davanti alla mia cella, guardandomi negli occhi mi dice “puttana, troia,
adesso starai in prigione per tutta la vita”.
Io non ce l’ho più fatta e ho chiesto il perché
di quelle frasi. Lei per ripicca ha preso una
forbice e mi ha tagliato una parte di maglietta che indossavo. Poi sono stata portata
al carcere di Voghera. Alla mezzanotte mi
hanno rilasciata. Eravamo in due e per tornare a casa abbiamo dovuto camminare dal
carcere alla stazione del treno. Da allora mi
ricordo la paura. La paura di tutto. Paura
che mi seguissero, paura di addormentarmi,
paura che gli agenti piombassero in casa.
Avevo paura che, avendo visto ciò che era
successo, mi ammazzassero. Ho vissuto con
la paura di essere uccisa da qualcuno per
molto tempo. A fine settembre sono tornata
a New York dove abitavo. E non è stato facile nemmeno qui. Sia per ciò che era appena
accaduto l’11 settembre, sia perché avevo il
pace Conflitti e Violenza
anno V, n.6, gen-giu 2008
record delle accuse di Genova, accusa di associazione a delinquere. Sono stata interrogata al mio arrivo dalle autorità americane
già informate del mio stato e mi hanno avvisata che avrei dovuto restare a loro disposizione per qualsiasi tipo di approfondimento
avessero dovuto fare. Quel periodo l’ho vissuto in maniera devastante anche a livello
fisico: mal di schiena, ansia, problemi del
sonno. Anche se poi le accuse sono state
cancellate penso che ancor oggi sia un
marchio che induce al sospetto, e lo stress
patito dura tutt’ora. Soffro d’agorafobia. Mi
ha aiutato tanto il “fare”. A New York ho conosciuto casualmente un giornalista fotografo famoso. Essendo stato anche lui a Genova in quei giorni, organizzò una mostra
sul G8 in una famosa galleria di Soho. Mi ha
chiesto di partecipare all’evento, così ho
scritto un pezzo testimonianza e sono intervenuta alla conferenza. In seguito, con altri
scritti, ho avuto modo di trasformare la mia
rabbia in informazione e divulgazione. E
questo mi è servito molto anche se la parte
più profonda del trauma non è ancora stata
elaborata. Al processo ho incontrato i responsabili delle violenze. I ruoli si erano ribaltati, loro gli accusati e noi le parti civili.
Ho provato un senso di rivincita. Però avrei
tanto voluto chiedere loro che cosa gli
passava per la testa quando impartivano
violenza, il perché. Li vedevo anche parzialmente responsabili di quello che era successo, visto che gli ordini sono stati impartiti
da ben più alte cariche. Erano anche ragazzi
ventenni, e chissà cosa è stato detto loro
per innescare così tanta aggressività. Ho
chiesto a un loro collega come vengono
impartiti gli ordini. Praticamente mi è stato
risposto che a loro viene detto di predisporsi all’attacco e alla difesa durante l’irruzione
perché come entreranno nello stabile verranno loro stessi attaccati. A questi poveri
“ignari” devono essere state dette cose
fuorvianti. Mi riferisco anche all’aggressione
alla scuola Diaz. Mentre a Bolzaneto c’è stata sicuramente una tortura premeditata,
dentro la Diaz la cosa che mi ha traumatizzata di più è stato vedere un attacco
violentissimo a persone inermi che stavano
dormendo, picchiate indiscriminatamente,
tanto che non so come certe siano potute
sopravvivere. Questo mi ha sconvolta. Io poi
sono in una condizione un po’ strana. Alla
Diaz non sono stata toccata, nessuno mi ha
picchiata. Non so come mai. Ma ho visto
tutto. La rabbia c’è ma forse la mia rabbia è
11
diversa da chi ha subito un’aggressione
fisica. Non voglio certo sminuire le ferite
psicologiche, che in me sento profonde, ma
mi sento in una posizione un po’ ambigua.
Complessivamente giudico l’esperienza Diaz
e Bolzaneto un abuso ingiustificato di potere. Un’azione tipica di una dittatura, non di
una democrazia. Non di quello che dovrebbe
essere un Paese civile. Azioni del genere
sono paragonabile a ciò che succede in Paesi
a regimi dittatoriali. Infatti la prima cosa che
ho pensato quando la polizia è entrata alla
Diaz è che ci fosse stato un colpo di Stato e
saremmo morti tutti.
Stefania Galante è di Padova ma vive a
New York dove studia e lavora. Era presente
nella scuola Diaz, un «posto sicuro dove
dormire», durante il blitz della polizia. Venne
arresta e condotta a Bolzaneto la notte fra
sabato 21 e domenica 22 luglio 2001.
Con Alexander Stille e Joel Sternfeld è
autrice del libro Treading on Kings: Protesting the G8 in Genoa, Steidl Publishing
2002.
«Dei colpi… colpi, urla… provocazioni…
tante urla. Stai fermo, mettiti a terra…
bastardo, vieni qua…insomma, questo da
altre…non si capiva da dove venivano, però
dal altre celle. Tantissime urla… e urla di
persone che sembrava venissero picchiate».
(Testimonianza resa in udienza del 3 luglio
2006 durante il processo in corso presso
il Tribunale di Genova).
© Fogliazza
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Marco Poggi
Le peggiori violenze che abbia mai visto in vita mia
A Bolzaneto, la caserma dove vennero condotti e trattenuti i manifestanti arrestati nel
G8 di Genova, c’era anche un’infermeria.
Una stanza dove si curano le persone. Dove
il detenuto, divenuto paziente bisognoso di
cure, dovrebbe ricevere assistenza. Ma nell’infermeria di Bolzaneto, come pure attraverso i corridoi, nelle celle, nel cortile antistante l’entrata, le cose andarono diversamente. Forze dell’ordine e personale medico
furono complici di fatti definiti dai pm in sede processuale «estremamente gravi da realizzare un trattamento inumano e degradante, una violazione dei diritti dell'uomo,
soprattutto per la sofferenza psicologica
inflitta». Tali situazioni, sembra si siano potute realizzare per una sorta di consenso tacito o inespresso che si diffuse tra i pubblici
ufficiali. Un contagio relazionale imposto dall’alto, dal vertice dell’autorità, decretando la
frattura tra un «noi» potente, che andava
costruendo la propria unità sul rigetto di un
«loro» diverso, pericoloso, secondo una logica escludente senza nessun possibile riconoscimento reciproco. È l’inizio della distruttività relazionale che rende legittime le pratiche della violenza, della tortura e del non
intervento, verso un male da sconfiggere
con tutti i mezzi a disposizione. Una distanza
sociale legittimata che consente ai perpetratori di agire in assoluta tranquillità e agli
spettatori di rimanere imprigionati in un alone di anestesia generalizzata. Nel carcere di
Bolzaneto in quei giorni si sono vissuti momenti di vero terrore e di violenza, come
racconteranno le vittime. Ma il vedere inflitta
una violenza gratuita, se spesso fa voltare lo
sguardo altrove, emarginando l’agire nell’alveo dell’indifferenza, in alcuni può innescare
un forte disagio emozionale. E qualcuno,
spettatore indifferente di allora, testimone
sofferente e impotente nell’immediatezza
degli eventi, ha preso in seguito il coraggio
di dissentire, e chiedere scusa ai manifestanti transitati nel centro di reclusione
temporanea di Bolzaneto. Non piegandosi al
peso del conformismo che lo esortava a rimanere allineato nell’apatia, ha denunciato
pubblicamente l’accaduto.1 Marco Poggi, infermiere penitenziario, entrò in servizio a
Bolzaneto dalle ore 20 di venerdì 20 luglio
2001, e ci rimase fino alle 15, 15.30 di domenica 22 luglio. Da quell’infermeria dove si
cura, ha visto ciò che si consumava in termini di violenza, «il primo, quello che mi ha
tra virgolette sconvolto più di tutti, è stato
quel detenuto, o perlomeno tale, che è stato
il primo ragazzo arrestato, che gli è stato
chiesto di fare la flessione. Lui non capiva e
uno dei due agenti gli ha dato due forti
pugni all'altezza dei reni.. e nessuno disse
niente».2
Per un infermiere come me che ha lavorato
a lungo nelle carceri e negli ospedali psichiatrici, entrare in contatto con la sofferenza e la violenza è cosa ordinaria. Mi sono
nutrito di violenza, è il mio mestiere, ne ho
vista tanta. Negli ospedali psichiatrici è dovuta anche al tipo di patologia che presentano gli ospiti e nelle carceri dobbiamo
sempre considerare che i detenuti sono esseri umani con le loro debolezze. Invece ciò
che è accaduto a Bolzaneto non è stato un
qualcosa di fisiologico a un metodo di osservazione o di controllo, o una violenza
esercitata, come succede spesso nelle carceri o nei manicomi, dai pazienti o dai detenuti. Lì è successo l’inverso. Lì la violenza è
diventata uno strumento di vendetta e di
terrore, esercitata da una parte di alcuni poliziotti, i quali dovrebbero per legge evitare
fenomeni di maltrattamento, abuso, brutalità, e proteggere i detenuti affinché tutto
ciò non avvenga. E invece, alcuni agenti sono stati autori di nefandezze e di violenze
incredibili che escono da ogni logica e ogni
giustificazione. Per chi come me crede che la
violenza non possa avere giustificazioni,
forse, solo motivazioni diverse. Lì è stata
gratuita, vendicativa, erroneamente educativa perché nascondeva una voglia di colpire, di picchiare, di far soffrire, di far del male. Quindi direi forse la peggiore, la più gratuita, la più nefasta di tutte le violenze che
1
Cfr. A. Zamperini (2007), L’indifferenza. Conformismo del
sentire e dissenso emozionle, Einaudi, Torino.
2
Testimonianza resa in udienza del 6 febbraio 2007 durante il
processo in corso presso il Tribunale di Genova.
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ho visto nella mia vita. Anche credo dal punto di vista psicologico. Perché la sofferenza
fisica passa, il dolore si lenisce, ma la sofferenza psicologica rimane, ed è quella che
fa più male. Naturalmente come spesso ribadisco, non tutti gli agenti si sono macchiati di quelle nefandezze. Anzi, direi fortunatamente pochi rispetto alla maggioranza.
Il fatto di ciò che è accaduto a Bolzaneto
non deve assolutamente farci cadere nell’errore di fare di ogni erba un fascio e autorizzarci a pensare che i poliziotti siano tutti
dei criminali. Sarebbe un errore immenso.
C’è stato effettivamente un gruppo sparuto
ma abbastanza forte, protetto e tollerato,
che ha esercitato queste nefandezze, però
all’interno di questi ci sono anche stati episodi di umanità, di benevolenza e di aiuto.
Come agenti che hanno dato da bere ai detenuti, e che in qualche modo hanno anche
manifestato la loro contrarietà a quello che
succedeva. Ma ovviamente sono stati episodi molto ben minori e circoscritti rispetto
agli episodi di violenza. E io, conoscendo
molto bene l’ambiente carcerario, l’ho sempre detto e lo sostengo con tutta la mia
forza che non è stata violenza premeditata
ma è stata violenza tollerata ed è stata in
qualche modo protetta e coperta soprattutto
dall’alto dei vertici. Se proprio gli alti in grado l’avessero voluto, credo che in quei frangenti sarebbe stato possibile fermare la spirale della violenza esercitata. Perché non
dimentichiamo che se il corpo di polizia penitenziaria nel 1991 è passato da un corpo
militare a un corpo civile, la gerarchia verticale è comunque molto sentita, quindi
bastava solo che qualcuno dei superiori
avesse detto basta che tutto si sarebbe
fermato. Invece hanno guardato, alcuni anche sorridendo. Per questo io dico e ribadisco tollerata, condivisa e protetta. È questo
per me lo scandalo più grande. Lì si poteva
evitare e fermare. E io al cospetto di tutto
ciò mi sono sentito malissimo. Non sapevo
cosa fare. Io, Marco Poggi, riconosco di essere una persona molto logorroica. Ma in
quei frangenti non riuscivo a parlare. Mi sentivo impotente. E una volta uscito dalla caserma di Bolzaneto non mi sono sentito diversamente. Solo con gli agenti al mio abituale lavoro in carcere si parlava di ciò che
era successo. Molti non erano d’accordo, altri dicevano che era giusto. Mi ricordo che
alcuni mi dissero “mi raccomando non dire
mai quello che hai visto” mentre altri mi
esortavano a riferire tutto ciò di cui fui testimone. Ma la mia idea era quella di chiuder-
13
mi in me stesso. Poi, assieme a un altro mio
collega in servizio a Bolzaneto, sentendo il
dilagare di molte menzogne, provenienti soprattutto dagli organi della stampa, ossia
che a Bolzaneto non era successo niente di
grave, che erano stati solo episodi sporadici,
abbiamo deciso di far emergere la verità
perché credo che Bolzaneto sia stato ed è un
disonore per il nostro Paese. Credo davvero
incancellabile. Perché, togliere la dignità di
esseri umani alle persone, checché esse
possano aver combinato, è la più grande nefandezza e disonore. Lì a Bolzaneto di Black
Bloc non se n’è visto nemmeno uno. Mettiamo pure che i giovani incarcerati fossero
stati tutti colpevoli di aver disfatto Genova,
secondo me, doveva essere la giustizia a punirli semmai ne fossero stati responsabili.
Ma dal momento che a Bolzaneto vennero
resi inerti e inoffensivi dovevano essere protetti e rispettati. Invece sono stati torturati,
offesi, umiliati, e tra loro c’erano anche dei
ragazzini. A parlarne ancor oggi mi viene
l’ansia. Il diffondersi delle menzogne unitamente a un senso di colpa verso i ragazzi
per non aver fatto nulla o pochissimo per
aiutarli, mi ha spinto in seguito a raccontare
e denunciare gli episodi di violenza attraverso un mio libro “Io, L’infame di Bolzaneto”.3
E così in questo modo ho pensato di levare
una voce non dall’interno del gruppo delle
vittime, dei manifestanti, ma da chi si trovava dall’altra parte. Che dichiarasse ciò che
aveva visto, quindi incontestabile. L’ho sentito come un mio dovere. E sono felice che
questa mia testimonianza, anche se in minima parte, abbia portato ai processi di Bolzaneto, dove spero la giustizia faccia il suo
corso. Perlomeno per chi è stato individuato
come responsabile delle violenze. Ricordo
che un giorno, in occasione del Festival del
Cinema di Venezia, dove fui invitato alla
proiezione del film Genova senza risposte,
incontrai una ragazza vittima a Bolzaneto
delle violenze. Al termine della proiezione, la
ragazza, additandomi disse: “Lei è un aguzzino come gli altri e non è giusto che stia
seduto a fianco di Haidi e Carlo Giuliani”. E
mi si gelò il sangue. Però non ho mai potuto
dare torto a quella ragazzina. Altri invece
che ho incontrato in seguito hanno capito
che non ero certamente un aguzzino, che in
quei giorni non feci nulla. Anzi, avessi fatto
qualcosa per aiutare qualcuno. Ci provai una
3
W. Cavatoi (a cura di) (2004), Io, L’infame di
Bolzaneto. Il prezzo di una scelta normale. La storia di
Marco Poggi, Yema, Bologna.
pace Conflitti e Violenza
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anno V, n.6, gen-giu 2008
volta ma poi è andata peggio e ho lasciato
stare. Parlare anche oggi di Bolzaneto, per
me è sempre doloroso. Non credo che quell’esperienza mi abbia cambiato come uomo.
Cambiare una persona di una certa età, matura come lo sono io non è facile. Diciamo
che mi ha lasciato un’impronta infelice e triste, questo sì. Un’impronta che spesso mi
rincorre nei pensieri, nei sogni. Pur non
avendo subito ciò che hanno dovuto subire i
ragazzi anch’io ho avuto i miei ritorni. È stata una parte della mia vita molto negativa.
Non credo mi abbia cambiato ma sicuramente mi ha dato degli imput diversi. Anche nella professione. Il mio lavoro che ho
sempre cercato di farlo con giustizia, professionalità, serietà, soprattutto amore, ho dovuto lascialo. Perché quando una persona
esce allo scoperto dicendo cose scomode come ho fatto io, diventa un “infame”. Un
“infame” come ho intitolato il mio libro.
Quindi non è più appartenente al gruppo.
Anche tra i lupi succede la stessa cosa.
Quando un lupo si macchia di un qualcosa
viene abbandonato dal gruppo. E deve continuare da solo, cercando di farcela da solo.
Nessuno lo vuole più. Io ho questa sensazione. Sono stato abbandonato. Le alte gerarchie del carcere mi hanno consigliato vivamente per la mia salute di lasciare il posto. È stato un momento molto triste. Ma
non perché ho perso il posto, faccio l’infermiere, una professione che trova facilmente
impiego. Ma di tutta la vicenda mi ha umiliato il modo, il sistema con cui sono stato additato per aver semplicemente fatto il mio
dovere di uomo, di professionista. Per questo ho perso anche amicizie vere, amicizie di
anni. Sono cose che non cambiano ma lasciano il segno. E ci si chiede sempre il perché, anche se a oggi ho smesso di chiedermelo. E tutto questo mi ha fatto soffrire
moltissimo. Primo perché era ed è un lavoro
che amo tanto, secondo è che quando si subisce un’ingiustizia, non si sta bene. Per tutto ciò non posso che giudicare la vicenda
Bolzaneto come una pagina tristissima della
mia vita e della storia italiana. Checché ne
dicano Fini e Castelli a Bolzaneto è stato
esercitato il fascismo. Perché torturare e picchiare per nulla le persone, togliere loro la
dignità, negare loro il diritto ad avere un
avvocato, il diritto a chiamare i famigliari,
quando questo è previsto dall’ordinamento
penitenziario, è ledere i diritti umani, uso arbitrario della violenza e della sopraffazione.
E per coloro che hanno esercitato questo, direi che se non il carcere almeno dovrebbero
lasciare il posto di lavoro. Come ritengo debbano fare anche i medici che si sono macchiati di quelle nefandezze. Non è giusto e
non è corretto in un Paese civile e democratico come il nostro che continuino a praticare la professione medica. Perché chi ha
scelto come professione di lenire la sofferenza e invece la produce, credo che non
abbia più nulla a che fare con la cura. Se io
fossi un medico mi indignerei di avere dei
colleghi così. E invece sembra che l’Ordine
dei Medici non voglia fare nulla contro queste persone.
© Fogliazza
pace Conflitti e Violenza
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anno V, n.6, gen-giu 2008
Mauro Palma
Bolzaneto: un messaggio di impunità
Un’Italia distratta, pronta ad occultare e
dimenticare troppo in fretta episodi imbarazzanti calpestando una serie di principi sui
diritti umani in tema di giustizia. Un Parlamento troppo indaffarato ad arginare il problema di turno, da non poter trovare il
tempo in venti anni di adeguare il nostro
ordinamento giuridico a quanto previsto
dalla Convenzione Onu contro la tortura. In
Italia il reato di tortura non è contemplato. E
se diffusa era l’opinione che la tortura non
fosse affar nostro, ma vicende circoscritte a
qualche Paese a regime dittatoriale o arretrato, con Bolzaneto ci si è dovuti ricredere,
e constatare che la tortura può costituire un
evento di cui nemmeno il più avanzato stato
democratico ne è immune. Una giustizia che
per due anni ha lavorato a Genova, più di
trecento testi ascoltati, ha però permesso di
rompere quella “cultura del silenzio”, gettando luce all’interno di una realtà univoca,
riuscendo bene a documentare cosa accadde all’interno della Caserma di Bolzaneto e a
riconoscere pubblicamente che gli abusi ci
furono e non si trattò di semplici fantasie
deliranti. I pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati, nella loro
requisitoria riferiscono che «soltanto un
criterio prudenziale» impedisce di parlare di
tortura, infatti «alla tortura si è andato molto vicini» riconoscendo i fatti come «trattamenti inumani e degradanti». Ma l’accusa
si è dichiarata impotente al cospetto di tale
vuoto legislativo, e pertanto ha dovuto virare argomentazione sul piano giuridico. I reati contestati sono perciò divenuti: l’abuso di
ufficio, l’abuso di autorità contro arrestati o
detenuti, la violenza privata. Pene che vanno dai sei mesi ai tre anni, che ricadono
nell’indulto, decretando la mancata carcerazione, e colpe che, nel 2009, cadranno in
prescrizione.
Mauro Palma, Presidente del Comitato
Europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani e degradanti e Socio fondatore e onorario
dell’Associazione Antigone, ci parla
della mancanza nel nostro ordinamento
del reato di tortura, alla luce del Processo in corso a Genova per i fatti
svoltisi all’interno della
Bolzaneto durante il G8.
Caserma
di
Alla luce dei processi in corso per i fatti
accaduti all’interno della Caserma di
Bolzaneto durante il G8 di Genova,
definiti dai pm come dei “trattamenti
inumani e degradanti, una violazione
dei diritti dell'uomo”, cosa ne pensa di
quell’evento e dell’impossibilità di perseguire i responsabili per mancanza nel
nostro ordinamento del reato di tortura?
Ritengo che la descrizione che la Pubblica
Accusa ha dato al termine del processo sia
molto eloquente. Non giudico in maniera
specifica gli atti avvenuti nelle strade nel
corso della manifestazione perché la competenza del nostro Comitato è soltanto per le
persone private della libertà, quindi non è
per le questioni di ordine pubblico quanto
per le persone che sono già sotto controllo
da parte dell’autorità pubblica detenute o
fermate. Ma gli atti che sono avvenuti nella
caserma di Bolzaneto sono atti che indignano. Se le responsabilità accertate sono così
come sono state descritte dai fatti, svelano
forte mancanza di professionalità, forte carenza di formazione di chi ha operato, e una
grave forma di responsabilità di chi ha
impartito gli ordini e le regole di come
comportarsi in quell’occasione. Svelano anche una cultura di fondo fortemente irresponsabile. Nel senso che non si avverte la
responsabilità dell’autorità pubblica, responsabile dell’incolumità delle persone detenute
a lei affidate. Si svela così una cultura che al
contrario concepisce i detenuti come persone da punire in maniera anticipata, o comunque da umiliare perché vengono tenute
nel “potere” di chi le detiene. Quindi questo
è un elemento allarmante anche al di là della responsabilità penale perché è indicativo
di una determinata cultura. Detto questo, il
processo di Bolzaneto è un’immagine estremamente chiara di ciò che in questi anni
hanno più volte detto sia gli organismi internazionali sia le associazioni non governative,
cioè, che la carenza di un reato specifico di
tortura nel nostro ordinamento è una carenza grave. Non tanto perché le condotte mes-
pace Conflitti e Violenza
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se in campo da chi ha operato non vengano
perseguite, ma perché vengono perseguite
con delle forme improprie: violenza privata,
lesioni, abuso di potere, abuso d’ufficio e via
dicendo. Tutte queste figure di reato non
danno una descrizione chiara di ciò che realmente è successo e sono tutte figure che,
giustamente nel codice prevedono delle pene di tipo medio, ma proprio per questo
destinate a una prescrizione in termini molto
più rapidi rispetto a ciò che sarebbe avvenuto se ci fosse un reato di tortura che naturalmente prevederebbe una pena particolarmente alta e quindi non facilmente prescrivibile. Con questo, l’esito di tutta la situazione sarà che alcune persone saranno
formalmente sanzionate anche se di fatto
non avranno una reale sanzione, e una cosa
importante, non tanto perché si voglia sanzionare chi ha operato con il carcere, è che
così facendo si manda indirettamente un
improprio messaggio di impunità a tutti gli
operatori, soprattutto a quelli più giovani e
un messaggio tra virgolette quasi di scherno
a chi invece correttamente opera nelle forze
dell’ordine, nelle forze di polizia e nelle forze
di polizia penitenziaria, che sono la maggioranza. Il messaggio è di impunità perché
l’esito sarà quello che, queste persone, seppur siano state accertate come responsabili
di fatti molto gravi, di fatto non avranno nel
concreto nessuna sanzione proporzionata al
reato commesso.
Quali sono le motivazioni per cui l’Italia
a circa vent’anni dalla convenzione non
risponde?
Ci sono due convergenti motivazioni. La prima è perché l’Italia si è sempre ritenuta un
po’ immune da questi fenomeni. Già il termine tortura sembra un termine che fa scattare un riflesso dal tipo “da noi questo problema non esiste”. Io ricordo che alcuni anni
fa proprio l’Associazione Antigone fece un
convegno sul reato di tortura, e in apertura
un esponente che allora aveva forti responsabilità di tipo politico sul settore della giustizia intervenne dicendo “questo è un problema che rimane ancora nei Paesi a democrazia non sviluppata”. Invece eravamo a
pochi mesi prima degli eventi di Napoli e di
Genova. E questo dimostra che il problema è
un problema latente che può svilupparsi anche nei Paesi a democrazia sviluppata. Primo fra tutti per esempio gli Stati Uniti che,
certamente sono una democrazia sviluppata
e elaborata, eppure abbiamo visto tutti le
immagini di Abu Ghraib. Quindi c’è un primo
16
filone che è quello di aver sottovalutato il
problema in virtù del fatto che la tortura
fosse un fatto che non riguardava il nostro
Paese e nel codice c’erano altre figure di
reato per perseguire tali comportamenti. Il
secondo filone di matrice diversa è che
l’Italia ha ancora un codice penale risalente
al 1931. Da allora, per una riforma complessiva del codice penale si sono avute varie
commissioni nominate dai vari ministri della
giustizia che si sono succeduti, ma la riforma non è mai arrivata e molti problemi sono
stati rinviati a quando si sarebbe messo
mano a tutta quanta la questione complessiva del ridisegnare la penalità in Italia. E
questo rinvio, ormai avviene da decenni. Io
ricordo commissioni di più di vent’anni fa
che pur avevano elaborato un nuovo codice
penale, questo codice non è mai stato approvato. Ecco, questo rinvio del problema
alla riforma complessiva ha finito per essere
un altro fattore, di natura del tutto diversa,
e del tutto endogena a come avviene la produzione legislativa in Italia. Quindi penso
che ci sia la convergenza di due filoni: un
filone di sottovalutazione del problema e di
presunta immunità dell’Italia rispetto ad
esso, e un filone di incapacità complessiva a
legiferare in maniera organica nell’ambito
del codice penale.
Le vittime di tortura chiedono spesso il
riconoscimento e la consapevolezza del
torto subito. Questo comporta una
acquisizione da parte dell’autorità responsabile di far piena luce e verità sui
fatti. Per i reati gravissimi alle persone
cosa ne pensa alla possibilità di istituire
un organismo anche a livello europeo
che indaghi le responsabilità non solo
penali ma anche civili e politiche? Una
sorta di Commissione per la Verità e la
Riconciliazione?
Noi come Comitato Europeo teniamo ben
fermo che la lotta contro la tortura deve
avere tre aspetti non scindibili l’uno
dall’altro: la prevenzione, la repressione e la
possibilità di rimedio per le vittime fin dove
è possibile, perché sappiamo che la tortura
porta ferite molto profonde difficili da rimarginare. Ora sul piano preventivo mi sembra
evidente che l’Italia in qualche modo ha
fallito. Lo dimostra Bolzaneto. Sul piano repressivo ci sono i processi in corso, ma come dicevo poc’anzi i processi rischiano di
essere delle attività formali, importanti per
stabilire determinate cose ma poi di fatto di
non attuare un’effettiva repressione perché
pace Conflitti e Violenza
anno V, n.6, gen-giu 2008
non arriveranno a sanzioni concrete. Resta il
terzo versante che è quello del rimedio per
le vittime. Io ho una lunga esperienza di interviste e colloqui con le vittime di tortura in
molti Paesi. La vittima di tortura è una persona che ha molta difficoltà a rivivere la propria esperienza. Molto spesso è anche molto
arduo, anche là dove noi sospettiamo che
una determinata persona sia stata vittima di
tortura, far in modo che ella confermi i nostri sospetti, che riparli della propria esperienza. La tortura richiede molta elaborazione di drammaticità personale sofferta. Al
contrario, le persone che quasi immediatamente parlano di maltrattamenti subiti, alle
volte, sono i meno attendibili. Ho un’esperienza di persone con le quali impieghiamo
molti incontri per far riemergere la storia.
Tuttavia quello che hanno in comune le
vittime della tortura nel rivivere la propria
esperienza è la necessità che vi sia un riconoscimento dell’aver subito un torto, un riconoscimento di una consapevolezza sociale
e ciò che essi hanno passato è qualcosa di
negativo che non doveva succedere e non
dovrebbe più succedere. Ecco proprio per
questo messaggio io credo che una commissione, più che per l’accertamento di responsabilità individuali a cui ci ha pensato la
magistratura, avrebbe il ruolo di inviare un
messaggio del tipo “siamo consapevoli,
siamo tutti responsabili di ciò che voi avete
subito, perché non siamo riusciti a prevenirlo, non siamo riusciti a dare ordini giusti a chi doveva operare, perché in quel momento avevamo responsabilità politiche e le
abbiamo mal utilizzate”. Quindi una commissione secondo me è uno strumento fortemente necessario nella direzione di dare alle
vittime questo minimo rimedio. Il minimo
rimedio di avere un segnale che la società
nella sua complessità di società politica e
civile, è consapevole di ciò che loro hanno
patito. Questa commissione la vedrei come
necessità nazionale non sovranazionale. Gli
organismi sovranazionali sono estremamente importanti, ne presiedo uno, però credo
che gli stati democratici debbano trovare nel
loro interno, in primo luogo, la capacità di
compiere azioni in questa direzione. È lo
Stato a dover riconoscere là dove ha fallito,
là dove ha sbagliato. Mi auguro che con
questo spirito ci sia una possibilità di trovare
in Parlamento un pensiero comune verso
l’istituzione di una commissione. Certo i
tempi non sembrano essere i migliori. Il tentativo di rimuovere è molto forte. Il tentativo di non aver memoria in Italia è sempre
17
stato vincente. Gli eventi passano, nessuno
ricorda più niente. Credo invece che su questa questione sia utile sia per le vittime che
per noi ritornare a una riflessione su quello
che è accaduto a Bolzaneto sette anni fa.
Lei, attraverso anche l’Associazione Antigone di cui è fondatore, osserva ormai
da tempo il carcere. Spesso si parla che
il tempo trascorso in carcere debba
essere un tempo di costruzione, rieducazione, crede sia possibile far diventare le carceri luoghi di dialogo e
crescita in osmosi con il resto della
società?
Questa è una finalità che nel caso italiano è
addirittura posta nella Costituzione. La pena
deve tendere alla rieducazione del condannato. Con questo abbiamo alle spalle uno
strumento positivo di diritto molto forte,
perché la finalità non è soltanto nella legge
penitenziaria ma è nella Costituzione stessa.
Oggi non sta funzionando in questo modo.
Soprattutto perché il carcere sta diventando
sempre più affollato e sempre più abitato da
persone che piuttosto che avere un profilo
criminale effettivo, hanno un profilo di forte
minorità sociale. Questo non toglie che non
abbiano commesso dei reati, ma diciamo
che il carcere sembra quasi uno strumento
di politica del territorio, di ricettacolo di tutte
le forme di marginalità che non un effettivo
strumento con cui realizzare dei progetti, dei
programmi, per far ritornare progressivamente le persone alla società. Ricordiamoci
che il reato rappresenta sempre un aver reciso un legame sociale e quindi c’è una necessità di riannodare tale legame. Qui non si
tratta di educazione etica, ma di abituare
una persona a riannodare quel legame reciso attraverso il reato. Io credo che, perché
queste non rimangano parole, il carcere dovrebbe essere uno strumento riservato soltanto a quei reati che richiedono effettiva
separazione dalla società e un progressivo
progetto di reinserimento e non uno strumento inflazionato come invece attualmente
è. I numeri sono sempre crescenti e poiché
il carcere ha anche costi, gli standard di vita
sono sempre più bassi, e diventa sempre più
un luogo di disperazione e al contempo o di
parcheggio, o di rischio di costruzione di legami con altre microcriminalità, rischiando
di agire come motore all’inverso. Continuo
invece a pensare che debba avere un’utilità
sociale ma perché abbia questo scopo deve
essere uno strumento molto più limitato,
controllabile e controllato anche dall’esterno.
pace Conflitti e Violenza
anno V, n.6, gen-giu 2008
18
Adriano Zamperini
Le radici della violenza: uno sguardo psicosociale dentro la
prigione di Bolzaneto
Introduzione
Al di là dei fatti processuali. Questa la strada
che intendo seguire. Scrivo subito dopo la
sentenza di Bolzaneto. Quando rimbalzano
le polemiche in merito agli esiti giudiziari.
Come spesso accade, si fa facile profezia
affermando che saranno notizie rapidamente
accartocciate con i giornali che le hanno
pubblicate. Dopotutto, l’estate è alle porte.
La mente dei cittadini abbisogna di manutenzione e di una ristoratrice vacanza. Ecco
allora voci lamentose bofonchiare: «Ancora
con queste storie; ancora con il G8 di Genova». Sì, ancora con queste storie. Serve ancora scrivere di queste storie. A lungo.
E ho scritto di Bolzaneto anche prima della
sentenza.1 Affrontare ciò che vi è accaduto,
prima e dopo il pronunciamento del tribunale – senza voler entrare nel merito degli
atti giudiziari –, non è certo un modo per
svicolare dai gravi problemi sollevati. Altre
voci hanno parlato al riguardo, pure sulle
pagine di questo Giornale. Altre ancora continueranno a farlo. Piuttosto, vuol essere
una presa di posizione per la conoscenza.
Conoscenza di esseri umani che hanno brutalizzato altri esseri umani. Perché, al di là
della sentenza, io, come psicologo sociale,
so. Conosco ciò che è accaduto in quella prigione – le testimonianze sono innumerevoli
e concordanti2 – e non ho bisogno di una
sentenza per pronunciarmi. La necessità di
affrontare questa vicenda oltre il piano strettamente legale, nasce da una presa di coscienza: le ferite di Bolzaneto non saranno
mai sanate da qualsivoglia atto giudiziario.
Esse sanguineranno soprattutto al di fuori
delle aule del tribunale. Nelle vite personali
delle vittime e dei loro familiari. Nel rapporto
che instaureranno con le istituzioni e con le
forze dell’ordine. Nel loro impegno di cittadini per contribuire al funzionamento di
una società che possa dirsi, senza arrossire
d’imbarazzo, democratica. E quindi Bolzaneto è anche metafora di come si organizza la
1
Cfr. A. Zamperini (2007), L’indifferenza. Conformismo del
sentire e dissenso emozionale, Einaudi, Torino.
2
Si rimanda anche alle testimonianze presenti in questo
numero del Giornale.
vita collettiva. Per questo motivo Bolzaneto
non passerà mai. Resterà sempre lì. Una prigione capace di incarcerare un presente con
domande che si vorrebbero confinare nel
passato. Interrogativi a cui va data risposta.
E io so. Tutto ciò fa parte del mio mestiere
di psicologo sociale che mi porta a studiare
gli esseri umani, raccogliendo osservazioni
sul campo e dati di ricerca. Coordinandoli in
un quadro organico, ristabilendo nessi là
dove sembrano esserci solo accostamenti
casuali. Individuando regolarità all’interno di
un’apparente discontinuità. E così, munito di
questo sapere, posso addentrarmi nella prigione di Bolzaneto. Non per affrontare la
questione giudiziaria, già l’ho detto. Bensì
per affrontare quella politica. Non partitica
ma politica: ossia l’analisi della situazione
che ha figliato il dramma di Bolzaneto.
Da cittadini a reietti: la delegittimazione al servizio della violenza indiscriminata
«Episodi isolati. Nulla di veramente grave.
Forse qualche abuso c’è pure stato, ma è il
risultato – sicuramente increscioso e da punire senza tentennamenti – di poche mele
marce che si sono fatte prendere la mano
nella concitazione del momento». Quante
volte abbiamo sentito simili affermazioni?
Nulla di nuovo sotto il sole. Sempre, quando
è chiamata a rendere conto di un evento negativo, la struttura dell’autorità si nasconde
dietro il paravento del singolo, sostenendo:
«Non siamo noi, è lui». E davanti a quel
“lui”, un carnefice, la vittima Evandro Fornasier – così racconta nella sua testimonianza3
– sperimenta una distanza incolmabile. E,
pur senza sollevarlo dalla propria responsabilità personale, egli lo considera una
“persona semplice”. Una persona ordinaria.
Sicuramente la nostra società e il nostro sistema giudiziario considerano i singoli individui responsabili delle proprie azioni. Ma
davanti agli eventi di Bolzaneto uno psicolo3
Cfr. la testimonianza di Evandro Fornasier in questo numero
del Giornale.
pace Conflitti e Violenza
anno V, n.6, gen-giu 2008
go sociale si spinge più in là, ritenendo responsabili sia i pari grado che i superiori, e
tutti coloro che esercitavano un controllo sul
contesto sociale delle azioni. Attenzione:
non perché egli stia da una parte o
dall’altra. Piuttosto, perché sta dalla parte
del sapere.
La psicologia sociale ha ormai accumulato
un sapere vastissimo in merito ai processi di
influenza sociale. E soprattutto come un
particolare contesto possa indurre le persone ad essere aggressive, vessatorie, conformiste e obbedienti. Tutti requisiti che abbiamo visto in azione a Bolzaneto.
L’ambiente dell’azione vede ovviamente protagonisti diversi attori; nel nostro caso, “noi”
e “loro”. E loro, gli altri, per meritare la violenza inflitta devono patire una delegittimazione sociale.4 In sostanza, la delegittimazione è l’inserimento di un gruppo – o più
gruppi – all'interno di categorie negative. In
tal modo si rende possibile l'esclusione morale. Un progetto che si concretizza allorché
singoli e gruppi vengono percepiti al di là dei
confini entro i quali si applicano norme e
valori guidati da criteri di giustizia ed equità.
Le opinioni e gli atteggiamenti inerenti ai
diversi problemi sociali dipendono dalla posizione occupata dai soggetti coinvolti rispetto
al perimetro della morale.5 Sia chi sta all'interno di una comunità come chi al suo esterno, può certamente subire violenza e prevaricazione. Però quando il danno è inflitto agli
interni è più facile che sia considerato un
fatto ingiusto, attivando emozioni di colpa o
richieste di riparazione, mentre laddove il
bersaglio è un esterno, un estraneo, un nemico, è molto più probabile che non venga
percepita alcuna violazione di diritti.
Diversi strumenti lavorano per la delegittimazione. Uno di questi è la «disumanizzazione»: un gruppo viene etichettato come
inumano inscrivendo i suoi membri nel registro di una diversità dal regno dell’umanità;
le etichette linguistiche maggiormente usate
fanno riferimento a una razza inferiore, al
mondo animale e persino soprannaturale (ad
esempio demoni). La «caratterizzazione per
tratti» punta a descrivere un gruppo sulla
base di tratti estremamente negativi e perciò non tollerabili, servendosi di termini quali
idioti o parassiti. Dipingere i componenti di
un gruppo come trasgressori di norme fon-
4
Cfr. D. Bar-Tal (1990), «Causes and consequences of
delegitimization: Models of conflict and ethnocentrism», Journal
of Social Issues, 46, pp. 65-81.
5
Cfr. S. Opotow (1990), «Moral exclusion and injustice: An
introduction», Journal of Social Issues, 46, pp. 1-20.
19
damentali vuol dire bandirli dalla società e
dalle sue istituzioni; sono individui ritenuti
sessualmente pervertiti, criminali, devianti,
psicopatici. L'uso di «etichette politiche» assimila un gruppo a una specifica entità politica che minaccia i valori costitutivi di una
collettività, creando un serio pericolo per il
suo funzionamento e la sua sopravvivenza.
Infine, attraverso un «confronto di gruppo»
si giunge a identificare e percepire negativamente un determinato insieme di persone,
alla stregua di vandali o barbari; ogni
compagine sociale dispone di un proprio vocabolario culturale per indicare quei gruppi
che rappresentano il male.
Eventi sociali e politici, come il G8 di Genova, sono scenari capaci di generare nuovi
nemici e inedite rappresentazioni dei medesimi. Grazie soprattutto all’azione della comunicazione sociale. Allora, chi erano le persone condotte e trattenute nella caserma di
Bolzaneto? Cittadini che avevano magari infranto la legge durante una manifestazione
pubblica? E quindi, come sancito dalle norme vigenti, sottoposti a fermo, affinché venissero identificati e poi eventualmente processati? No. Per quello che sappiamo di Bolzaneto, in quel luogo non sono transitati cittadini – quindi membri della comunità giuridica e morale di un Paese –, bensì qualcun
altro o qualcosa d’altro. Basti qui ricordare
alcuni appellativi con cui sono stati chiamati:
zecche comuniste, bastardi comunisti, ebrei
di merda, froci di merda, puttane, troie,
bombaroli, e altre dello stesso tenore. Un
bel carrozzone di reietti, cacciati ai margini
della comunità. Il luogo dove si concentra la
complessa fenomenologia della negatività.
E, grazie al linguaggio – un rasoio simbolico
capace di tagliare i legami della cittadinanza
–, i singoli colpiti da un simile etichettamento possono essere impunemente oltraggiati e fatti oggetto di violenza. Dopotutto, il
passato insegna. Sempre, la violenza indiscriminata – ossia quella che colpisce le vittime sulla base della propria identità sociale
– è preceduta e accompagnata da un processo di delegittimazione. E senza riaprire i
libri di storia, basti pensare a ciò che sta accadendo nel nostro Paese ai rom. È creando
l’equivalenza simbolica “rom-delinquenti”
che diventa possibile colpire i singoli identificabili da questa appartenenza con provvedimenti discriminatori. Rendendo salienti categorie negative, si attivano nella popolazione forti emozioni di rifiuto – odio, rabbia,
disprezzo, paura –, sviluppando la convinzione che il gruppo delegittimato è un peri-
pace Conflitti e Violenza
anno V, n.6, gen-giu 2008
colo per l’ordine costituito e quindi non meritevole di alcuna considerazione morale.
Perciò l'aggressività nei suoi confronti è più
che motivata (nella mente di chi l’agisce).
Sicché, la costruzione sociale di un sistema
simbolico e normativo plasmato dalla delegittimazione e dall'esclusione morale produce sugli individui gravi conseguenze cognitive, emotive e comportamentali. Sul piano
cognitivo, viene predisposto un set di idee
stereotipate in merito alle dinamiche interpersonali e intergruppi. A livello emotivo, i
coltivati sentimenti di paura, pericolo o disprezzo nei confronti di un particolare gruppo forniscono benzina per alimentare ulteriormente il processo di delegittimazione.
Per quanto riguarda la sfera delle azioni, si
sviluppano comportamenti discriminatori e
violenti contro il nemico percepito. E di fronte a crudeltà gratuite, la delegittimazione è
un ottimo sedativo per le coscienze dei
singoli agenti, così come per la massa di
spettatori.6 Permettendo soprattutto ai primi
di mettere in atto un disimpegno morale circa il proprio operato.7 Dentro il teatro interiore di ogni perpetratore, è infatti facilitato
il ricorso a strategie cognitive di auto-assoluzione. Capaci non solo di giustificare in sé
la condotta ma anche di capovolgere la
relazione di responsabilità tra chi ferisce e
chi è ferito, considerando quest'ultimo come
responsabile dell'accaduto.
Imitare e dire di sì: la brutalità del conformismo dell’obbedienza
Una volta creato un simile ambiente – esterno e interno –, votato alla sopraffazione di
persone transitate dal ruolo di cittadini a
quello di reietti nemici dell’ordine, i ben noti
fenomeni della conformità tra pari e dell’obbedienza all’autorità permettono di fornire
ulteriori elementi esplicativi per comprendere cosa è accaduto a Bolzaneto. Gli agenti di
custodia abusano dei prigionieri in conformità a quello che altre guardie fanno, al fine
di adempiere a un ruolo potente. Ciò è stato
ben evidenziato dall’esperimento carcerario
di Stanford, quando persone comuni – assegnate casualmente al ruolo di guardie e
detenuti – hanno dato vita a un dramma
vero e proprio. Conclusosi precocemente per
evitare che le guardie agissero abusi ancora
più gravi nei confronti di vittime inermi.8
Poco sappiamo da parte degli agenti di custodia di Bolzaneto. Molto invece da parte
delle vittime, con le loro testimonianze. Ebbene, ascoltandole e leggendole si può riscontrare una forte analogia con quanto vissuto dai “detenuti volontari” della prigione di
Stanford. Oltre alla sofferenza fisica, le persone tradotte a Bolzaneto hanno patito per il
controllo arbitrario agito dalle guardie. I
reclusi hanno fatto esperienze inaspettate in
un ambiente imprevedibile, dove non era
possibile capire cosa seguiva a cosa. Un
disorientamento psicologico assai gradito a
chi è preposto al governo delle istituzioni totali. Infatti, la sottomissione fisica non basta. Bisogna colpire anche la mente. Aggredire la percezione di padronanza che ciascuno di noi sperimenta, seppure in grado diverso, nelle varie sfere dell'esistenza collettiva. Un controllo essenziale per il benessere
di qualsiasi essere umano. Non è certo una
forzatura individuare una somiglianza tra lo
stato psicologico – per nulla transitorio, come si evince dalle testimonianze – dei reclusi di Bolzaneto e la nota sofferenza psicologica chiamata “impotenza appresa”.9
Come qualsiasi matricola di psicologia sa,
persone comuni possono macchiarsi di azioni incredibilmente distruttive se ricevono
ordini da un’autorità legittima. Gli studi
sull’obbedienza all’autorità di Stanley Milgram sono ormai entrati a far parte del
nostro patrimonio di conoscenza.10 Se è
indiscutibile che conformismo e obbedienza
possano essere fenomeni non sempre gravidi di pericolose conseguenze, è altrettanto
inoppugnabile che, all’interno del scenario
simbolico summenzionato, sono armi terribili. Sia detto senza tentennamenti: la tortura, almeno in parte, è il crimine di un’obbedienza socializzata. I subordinati non solo
fanno quello che gli è stato ordinato di fare,
ma anche quello che essi pensano che i
superiori ordinerebbero loro di fare. Guardando dalla parte dei perpetratori, che cosa
rappresenta un linciaggio? Una modalità –
crudele – con cui persone comuni vanno al
di là della legge vigente per ribadire la loro
visione della volontà di una comunità o di
uno Stato. Con un balzo discorsivo, usciamo
dalla prigione di Bolzaneto e entriamo nel
8
6
A. Zamperini (2001), Psicologia dell’inerzia e della solidarietà.
Lo spettatore di fronte alle atrocità collettive, Einaudi, Torino.
7
Cfr. A. Bandura (1997), Riflessioni sul disimpegno morale, in
G.V. Caprara (a cura di), Bandura, FrancoAngeli, Milano.
20
Cfr. P. Zimbardo (2008), L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa?,
Cortina, Milano (ed. or. 2007).
Cfr. A. Zamperini (2004), Prigioni della mente. Relazioni di
oppressione e resistenza, Einaudi, Torino.
10
S. Milgram (2003), Obbedienza all’autorità, Einaudi, Torino
(ed. or. 1974).
9
pace Conflitti e Violenza
anno V, n.6, gen-giu 2008
clima sociale attuale da caccia alle streghe
con i rom nei panni dei reietti. E, anche solo
per un attimo, pensiamo ai roghi dei campi
nomadi. Lascio ai ragionamenti del lettore la
risposta in merito a chi abbia acceso questi
incendi.
Conclusioni
In breve, gli studi della psicologia sociale
evidenziano chiaramente come, all’interno di
un particolare contesto di forze sociali, persone comuni possano commettere atrocità.
Tali azioni appartengono alla sfera della
condotta umana e perciò possono e vanno
studiate da una prospettiva scientifica. Non
dobbiamo temere queste spiegazioni. Magari
pensando che giungano a corrompere il
giusto giudizio di condanna verso i carnefici.
Studiare la vicenda di Bolzaneto significa
rifiutarne la demonizzazione. Quei poliziotti
e quei sanitari sono esseri umani. Dobbiamo
pertanto riconoscere che, nella stessa situazione, altri avrebbero potuto macchiarsi di
quella violenza, se vogliamo comprendere e
spiegare nel modo migliore i loro comportamenti. Sicché spiegare non significa assolvere, scusare, o perdonare. Piuttosto, significa offrire risposte capaci di andare al di là
dei fatti giudiziari, necessariamente e giustamente limitati a sanzionare specifiche
condotte individuali. E oltrepassare il giuridico vuol dire chiamare in causa la responsabilità politica dell’accaduto.
Già immagino le facce dei miei colleghi e dei
miei studenti: ancora con la delegittimazione, con Milgram, con Zimbardo. Studi e
nomi arcinoti per gli addetti ai lavori. Ma
allora perché non se ne parla in merito a
Bolzaneto? Perché la maggioranza dei cittadini, coloro che certo non sono tenuti a
conoscere a menadito tutte queste ricerche,
non ne hanno quasi mai sentito parlare e soprattutto non hanno quasi mai avuto la
possibilità di discutere e di confrontarsi con
tali idee? Credo proprio che Doris Lessing,
premio Nobel per la letteratura, abbia ragione. Ha ragione quando, nelle sue lezioni sulla libertà, lamenta il fatto che noi esseri
umani possediamo un bel po’ di informazioni
su noi stessi, ma non ne facciamo uso per
migliorare le nostre istituzioni e quindi le
nostre vite.11
Allora, sulla base del sapere psicosociale di
cui disponiamo, è certo che quanto è acca11
Cfr. D. Lessing (2003), Le prigioni che abbiamo dentro.
Cinque lezioni sulla libertà, Minimun Fax, Roma (ed. or. 1986).
21
duto a Bolzaneto non è riconducibile all’azione isolata di pochi subalterni. Scientificamente va respinta qualsiasi spiegazione che
si limiti a puntare il dito contro singoli individui. Riconoscere invece che quelle stesse
azioni non possono che essere il frutto di un
particolare contesto sociale, atto a promuovere e istigare aggressività, vuol dire essere
interrogati sulle responsabilità politiche di
quel contesto. Altrimenti, senza questa pubblica presa di coscienza, tutti i proclami affinché episodi simili non debbano più ripetersi resteranno lettera morta. Diventa allora decisivo usare il sapere di cui disponiamo
per analizzare vicende come quella di Bolzaneto, perché se sappiamo quali processi
psicosociali preparano il terreno a una violenza indiscriminata, possiamo lavorare tutti
per promuovere contesti di vita dove questi
pericoli siano vanificati o perlomeno attenuati.
Adriano Zamperini insegna Psicologia
sociale alla Facoltà di Psicologia dell'Università di Padova. I suoi interessi di ricerca
sono rivolti in modo particolare alla
comprensione del comportamento umano in
situazioni estreme (come nel genocidio) e
all'estensione di queste conoscenze nella
scuola e nella comunità per la formazione
alla convivenza e alla tolleranza. Si interessa
inoltre del rapporto tra cinema e psicologia
sociale. È tra i fondatori e Presidente della
Società Italiana di Scienze Psicosociali per la
Pace. Fra i suoi scritti: Psicologia sociale
della responsabilità (Utet, Torino 1998), Psicologia dell'inerzia e della solidarietà
(Einaudi, Torino 2001), Psicologia sociale
(con Ines Testoni, Einaudi, Torino 2002),
Prigioni della mente (Einaudi, Torino 2004).
E-mail: [email protected]
[email protected]
pace Conflitti e Violenza
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22
“Dossier Genova G8”
Per non dimenticare:
il fumetto diventa Memoria Collettiva
Nando Dalla Chiesa
Sarà la storia a giudicare, e il giudizio
peserà. Peserà più di quanto ora
immaginano gli impuniti: non resteranno
anonimi, e il marchio sarà indelebile.
Amnesty International
La più grande sospensione dei diritti
democratici in un paese occidentale dalla
fine della Seconda Guerra Mondiale.
DOSSIER GENOVA G8
IL RAPPORTO ILLUSTRATO DELLA PROCURA DI GENOVA SUI FATTI DELLA SCUOLA
DIAZ
Gloria Bardi - Gabriele Gamberini
BeccoGiallo, Padova 2008, € 15
Will Eisner un grande maestro del fumetto,
parla del fumetto come arte sequenziale.
Egli sostiene che le figure prese individualmente sono solamente delle figure, mentre
prese in sequenza danno vita all’arte del
fumetto. E come ogni forma d’arte anche il
fumetto comunica. Alla pari di documentari,
film, libri narrativi, saggi, e dipinti, il fumetto sa esprimere attraverso le proprie
immagini e contenuti, concetti anche molto
impegnativi e difficili. In questo raccontare
attraverso il fumetto, ci sono riusciti Gloria
Bardi, scrittrice e autrice teatrale, docente di
storia e filosofia, e Gabriele Gamberini,
pittore e disegnatore, ricostruendo ciò che
accadde la notte del 21 luglio 2001 quando
la Polizia irruppe nel complesso scolastico
Armando Diaz, in un assalto/perquisizione
inspiegabilmente violento contro persone
inermi. Un fumetto, che apparentemente
potrebbe sembrare banale, si rivela in realtà
uno spazio altamente innovativo, non solo
per l’ulteriore occasione di accessibilità alla
memoria e alle informazioni, ma per
l’opportunità di leggere all’unisono immagini
e narrazione non altrimenti disponibili. In
questo, il tratto dell’autore si mostra abile
nel riuscire a rappresentare in ogni sfumatura lo sventolare dei manganelli, la violenza
dei calci sferrati con gli anfibi, ma sono
soprattutto le espressioni dipinte nei volti
degli attori a rendere pregnante tutta la
narrazione. Lodevole di un resoconto che
segue puntualmente gli atti processuali,
mantenendo in siffatto modo un rigore
epistemologico, “Dossier Genova G8” ci
accompagna attraverso una sceneggiatura,
in cui gli eventi si susseguono l’uno dopo
l’altro sino a trasmettere a chi legge
emozioni alla stregua di un film.
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G8 Genova 2001. Per saperne di più
LIBRI
LIBRI
Mario Portanova
Inferno Bolzaneto
Melampoeditore 2008
Lorenzo Guadagnucci
Noi della Diaz. “La notte dei
manganelli” al G8 di Genova.
Una democrazia umiliata
Terre di Mezzo 2008
Roberto Ferrucci
Cosa cambia
Marsilio 2007
Adriano Zamperini
L’indifferenza.
Conformismo del sentire e
dissenso emozionale
Einaudi 2007
Lorenzo Guadagnucci
La seduzione autoritaria
Nonluoghi Libere Edizioni
2005
SITOGRAFIA
Comitato Verità e Giustizia
per Genova
www.veritagiustizia.it
Comitato Piazza Carlo
Giuliani
www.piazzacarlogiuliani.org
Processi G8
www.processig8.org
Supporto Legale
www.supportolegale.org
Lorenzo Guadagnucci Blog
www.altreconomia.it
Carlo Gubitosa
Genova nome per nome
Editrice Berti – Altra Economia
Edizioni 2003
Andrea Camilleri
Il giro di boa
Sellerio 2003
Stefano Tassinari
I segni sulla pelle
Marco Tropea Editore 2003
Haidi e Giuliano Giuliani
Un anno senza Carlo
Baldini & Castoldi 2002
Giulietto Chiesa
G8/Genova
Einaudi 2001
AA.VV.
I giorni di Genova.
Cronche, commenti e
testimonianze dai giornali
di tutto il mondo
Internazionale 2001
Concita De Gregorio
Non lavate questo sangue
Laterza 2001
Obbligo di referto
a cura di
I sanitari del GSF
FretelliFrilli Editore 2001
Enrica Bartesaghi
Genova. Il posto sbagliato
Nonluoghi Libere Edizioni 2004
Walter Cavatoi
a cura di
Io, L’infame di Bolzaneto. Il
prezzo di una scelta normale.
La storia di Marco Poggi
Yema 2004
Genoa Legal Forum
a cura di Stefano Bigliazzi
e Emilio Robotti
Dalla parte del torto
Fratelli Frilli Editore 2002
FILMOGRAFIA
OP Genova 2001. L’ordine pubblico durante il G8 di Genova
a cura di segreteria Genova Legal Forum (2007)
Ora o mai più
di Lucio Pellegrini (2003)
Il seme della follia
di M. Parissone e R. Burchielli (2003)
Carlo Giuliani ragazzo
Di F. Comencini (2002)
Le strade di Genova
Di D. Ferrario, I. Fraioli, G. Grosso e J. Renzi (2002)
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Cosa resta di Bolzaneto
Se numerosi video e fotogrammi hanno nutrito il nostro immaginario collettivo circa la
vicenda scoppiata a Genova nell’estate del
2001, dalle devastazioni ai pestaggi della
guerriglia urbana, sino alle scene dell’assalto alla scuola Diaz, e, alle strazianti immagini del corpo di Carlo in Piazza Alimonda, a Bolzaneto, nulla ci è stato permesso
vedere. Ammantato da un segreto che si
sperava andasse preservato, Bolzaneto non
ha immagini. Le immagini di Bolzaneto appartengono solo all’intimo di chi a Bolzaneto
c’e stato. Immagini ancor oggi strazianti e
nitide. Di quelle immagini abbiamo voluto
farne tesoro, e, ri-costruire l’immagine di
Bolzaneto. E perciò il nostro intento attraverso le pagine di questo Giornale è stato
molteplice. Abbracciando un profilo più
ampio, onorare e commemorare le vittime
delle violenze come severo monito che
qualcosa di simile non accada mai più. Da
un altro lato, contribuire a mantenere viva
una memoria minacciata costantemente
dalla “cultura del silenzio” e preservarla dal
tentativo di dissolvimento o dall’indifferenza che spesso il tempo condanna. Infine, si
è voluto porre attenzione al comprendere e,
in una categoria più ampia tratteggiare il
fenomeno della delegittimazione come processo di esclusione sociale nei confronti di
qualsivoglia gruppo pericoloso. In questo
peregrinare siamo partiti dal basso esplorando il vissuto dei testimoni, preziosi custodi di tale memoria, da chi porta in prima
persona le ferite dell’esperienza subita, privilegiando le loro emozioni e sentimenti.
Sino ad arrivare a chi da anni incontra e
guarda negli occhi la fenomenologia della
tortura e del carcere, a chi, come scienziato
sociale studia il comportamento umano in
condizioni estreme ponendo il focus alla relazione di oppressione tra vittima e carnefice, a chi, è riuscito a tradurre in immagini di fumetto la vicenda della scuola
Diaz rendendo accessibile alla memoria un
più vasto pubblico. Questo è l’affresco che
abbiamo voluto tratteggiare di Bolzaneto. E
a voi lettori lasciamo l’opinione se in questo
intento ci siamo riusciti. Attraverso questi
racconti “altri” orizzonti ci sono stati svelati
ad ampliamento della nostra comprensione,
orizzonti del cuore e di intimi pensieri. Non
è stato facile ripercorrere il viaggio a Bolzaneto soprattutto per i testimoni chiamati a
rievocare l’esperienza patita, alla luce di
28
un’offesa ulteriormente ferita dalla sentenza
promulgata, e un ringraziamento loro è doveroso per il dono resoci. Rabbia, turbamento e timore riecheggiano a tutt’oggi
nelle loro menti. In loro resta la paura di
frequentare luoghi affollati, paura di essere
uccisi, paura delle forze di polizia, paura di
ri-subire violenza. La “paura di tutto”. E
forse, anche la paura d’amare.
Dalle più recenti indagini sociali la paura
sembra essere l’emozione più diffusa della
nostra società moderna.1 Ma la paura originatasi dall’esperienza di aver subito violenza
e tortura, è, come si evince dalle testimonianze, così devastante da sommergere
le biografie individuali. Incapsula l’individuo
in un inquieto vivere che accompagna passo
passo la sua esistenza. E la giustizia, non
contemplando nell’ordinamento il reato di
tortura sembra non essere stata in grado di
indennizzare completamente le vittime dal
danno. Il processo di “guarigione” nell’introduzione menzionato sembra essersi arrestato. Quindi il nostro intento, lungi dal
voler sembrare presuntuosi, è stato un
volere anche “curativo”. Il riammettere le
testimonianze all’interno di una cornice più
ampia significa per tutti noi appropriarci di
quel “buco nero” altrimenti non conoscibile,
per le vittime, può significare il rielaborare
non solo la sofferenza patita ma l’essere
riammessi all’interno dei confini sociali di
una comunità che il processo di delegittimazione aveva allontanato2 riannodando
nel contempo i legami recisi.3 Sicuramente
le testimonianze raccolte in sede giudiziaria
ci hanno permesso un primo riscontro e
verifica. Ma il piano giudiziario lascia poco
spazio alle emozioni e i sentimenti. E poi,
quale spiegazione, quale risposta, quale
consolazione potrà mai essere trovata,
individuale e collettiva, a seguito della constatazione dell’incapacità della giustizia di
trionfare sul male? Il voltar pagina diventa
ancor più arduo. Ma assai necessario per ricostruire da oggi un “altro” Bolzaneto. A
partire dai suoi attori interni o esterni fondare spazi “alternativi” di cittadinanza attiva
nei quali sperimentare “altre” forme di giustizia sociale, avulse dalla cultura dominante
del silenzio e dell’ingiustizia. Spazi definiti
1
J. Bourke, Paura. Una storia culturale, Laterza, Bari
2007 (ed. or. 2005).
2
Cfr. l’articolo di Adriano Zamperini in questo numero
del Giornale.
3
Cfr. intervista a Mauro Palma in questo numero del
Giornale.
pace Conflitti e Violenza
29
anno V, n.6, gen-giu 2008
della “cittadinanza insorgente”4, nei quali la
protesta e il conflitto svaniscono, ove la
spazialità e il dialogo si propongono aperti e
pubblici, ove la ferita subita viene continuamente ridefinita dalle pratiche sociali di
una comunità partecipativa e empatica. Si
tratta di pratiche di “giustizia sociale riparativa” che sfuggono alle leggi canoniche
giuridiche, senza tuttavia agire al di fuori
del campo in cui essa si esercita. In simili
spazi, attori individuali e collettivi sono
chiamati a mantenere vive le narrative. In
simili spazi essi possono trovare un luogo
terapeutico, premessa di un possibile
cambiamento. Il potere rigenerante delle
narrazione permette di ri-significare il senso
dell’azione subita verso la costruzione di
una narrativa comune, condivisa, nella quale le diversità possono incontrarsi ed essere
riconosciute come peculiarità «Poiché colui
che ascolta una storia entra in società con
colui che la racconta; colui che la legge
partecipa anch’esso a quella società. E chi
dice
partecipazione
dice
condivisione,
scambio, comunicabilità, o ancora “comune
misura” che rende la realtà tramandabile».5
Per concludere, ci è sembrato che dedicare
le pagine del nostro Giornale a Bolzaneto
abbia potuto rappresentare uno di questi
spazi di in-contro, di costruzione, opportunità e cambiamento. E se del lager Bolzaneto non avremo mai immagini, rimangono
innegabilmente le voci di tutti gli attori
coinvolti che in forma corale hanno
“contribuito in questi anni a scrivere un
pezzo di storia italiana o meglio europea”,
come dichiara l’Avv. Stefano Bigliazzi.6
Che cosa resta allora di Bolzaneto? Molto.
Sicuramente un passato ferito, ma nel
presente una sentenza voluta e raggiunta
grazie alla forza e tenacia della coesione
delle parti offese, e un futuro ove proiettarsi
in numerose “altre” possibilità, guardando
Bolzaneto con gli occhi di una risorsa.
DISPOSITIVO DELLA SENTENZA
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
IL TRIBUNALE DI GENOVA-III SEZIONE
PENALE
IN COMPOSIZIONE COLLEGIALE
Visti gli artt. 533 e 535 c.p.p.
DICHIARA
PERUGINI Alessandro colpevole del solo
reato ascrittogli al capo 2) della rubrica,
esclusa la contestazione in ordine alla
mancata somministrazione di cibo, bevande
e pasti;
POGGI Anna colpevole del solo reato
ascrittole al capo 7) della rubrica, esclusa la
contestazione in ordine alla mancata
somministrazione di cibo, bevande e pasti;
GUGLIOTTA Antonio Biagio colpevole dei
reati ascrittigli ai capi 18), esclusa la
contestazione di cui alla lettera F); 19),
esclusa la contestazione in ordine alla
mancata somministrazione di cibo, bevande
e pasti; 20), esclusi i riferimenti alle
persone offese Crocchianti Massimiliano,
O’Byrne
Mark
Thomas,
Zehatschek
Sebastian e Junemann Sebastian, escluso
per
Pignatale
Sergio
l’episodio
del
denudamento e posizione fetale; 21), 22),
23), escluso per questo capo il riferimento
allo sputo e 24), esclusa l’aggravante dei
motivi abietti e futili per tutti i capi in cui è
stata contestata;
MAIDA Daniela colpevole del solo reato
ascrittole al capo 27) della rubrica, esclusa
la contestazione circa la mancata somministrazione di cibi e bevande;
ARECCO Matilde colpevole del reato ascrittole al capo 35) della rubrica;
PARISI Natale colpevole del reato ascrittogli
al capo 36) della rubrica;
TURCO Mario colpevole del reato ascrittogli
al capo 37) della rubrica;
4
J. Holston, “Spaces of insurgent citizenship”, in: J.
Holston (a cura), Cities and citizenship, Duke
University Press, Durham, 1999.
5
M. Revault d’Allones, Peut-on élaborer le terribile?,
Fragile Humanité, Aubier, Paris 2002, p. 41.
6
L’Avv. Stefano Bigliazzi è membro “Genoa Legal
Forum”, un gruppo di avvocati che hanno contribuito
all’assistenza legale delle parti civili ai processi G8 in
corso a Genova.
UBALDI Paolo colpevole del reato ascrittogli
al capo 38) della rubrica;
GAETANO Antonello colpevole dei reati
ascrittigli ai capi 54), 55) e 56) della
rubrica, escluso il concorso con l’imputato
pace Conflitti e Violenza
30
anno V, n.6, gen-giu 2008
SALOMONE Massimo e esclusa l’aggravante
dei motivi abietti e futili;
PIGOZZI Massimo Luigi alla pena di anni 3 e
mesi 2 di reclusione;
PIGOZZI Massimo Luigi del reato ascrittogli
al capo 57) della rubrica, esclusa l’aggravante di aver agito con crudeltà;
AMADEI Barbara, ritenuta la continuazione
tra i reati contestatile ai capi 59), 60) e 61),
alla pena di mesi 9 di reclusione;
AMADEI Barbara colpevole dei
reati
ascrittile ai capi 59),
limitatamente alla
condotta
contestata
quale
violazione
dell’art. 581 c.p., 60) e 61), con esclusione,
per questi capi, dell’aggravante dei motivi
abietti e futili;
INCORONATO Alfredo alla pena di anni 1 di
reclusione;
INCORONATO Alfredo colpevole del reato
ascrittogli al capo 66) della rubrica, esclusa
l’aggravante dei motivi abietti e futili;
PATRIZI Giuliano colpevole del reato
ascrittogli al capo 68) della rubrica, esclusa
l’aggravante dell’aver agito per motivi
abietti e futili;
TOCCAFONDI Giacomo Vincenzo colpevole
dei soli reati ascrittigli ai capi 85), 90) e
92) della rubrica, esclusa, per i capi 90) e
92) l’aggravante dei motivi abietti e futili e
escluso, per quest’ultimo capo, il concorso
con Amenta Aldo e Sciandra Sonia;
AMENTA Aldo colpevole del solo reato
ascrittogli al
capo 108) della rubrica,
esclusa l’aggravante dei motivi abietti e
futili;
e, per l’effetto,
CONDANNA
PERUGINI Alessandro e POGGI Anna alla
pena di anni 2 e mesi 4 di reclusione
ciascuno;
PATRIZI Giuliano alla pena di mesi 5 di
reclusione;
TOCCAFONDI Giacomo Vincenzo, unificate le
condotte sotto il vincolo della continuazione,
alla pena di anni 1 e mesi 2 di reclusione;
AMENTA Aldo alla pena di mesi 10 di reclusione;
nonché tutti i predetti imputati, in solido, al
pagamento delle spese processuali;
visto l’art. 31 c.p.,
APPLICA
a tutti i suddetti imputati la pena accessoria
dell’interdizione temporanea dai PP.UU. per
la durata di legge;
CONCEDE
ai soli imputati MAIDA Daniela, ARECCO
Matilde, PARISI Natale,
UBALDI Paolo,
GAETANO Antonello, AMADEI Barbara,
INCORONATO Alfredo, PATRIZI Giuliano,
TOCCAFONDI Giacomo Vincenzo e AMENTA
Aldo i benefici della sospensione condizionale della pena e della non menzione
della condanna;
DICHIARA
GUGLIOTTA Antonio Biagio alla pena di anni
5 di reclusione;
MAIDA Daniela alla pena di anni 1 e mesi 6
di reclusione;
ARECCO Matilde, PARISI Natale, TURCO
Mario e UBALDI Paolo alla pena di anni 1 di
reclusione ciascuno;
GAETANO Antonello, ritenuta la continuazione tra i delitti ascrittigli ai capi 54), 55)
e 56) della rubrica, alla pena di anni 1 e
mesi 3 di reclusione;
le pene principali come sopra inflitte interamente condonate in relazione agli imputati PERUGINI Alessandro, POGGI Anna e
TURCO Mario e condonate nella misura di
anni tre in favore degli imputati GUGLIOTTA
Antonio Biagio e PIGOZZI Massimo, per
effetto del provvedimento di indulto di cui
alla L. 241/06;
(……….)
(……….)
(……….)
pace Conflitti e Violenza
31
anno V, n.6, gen-giu 2008
visto l’art. 529 c.p.p.
DICHIARA
non
doversi
procedere
a
carico
di
GUGLIOTTA Antonio Biagio per gli episodi di
ingiurie, percosse, lesioni, contestatigli al
capo 20) in danno di:
Ghivizzani Federico, Haldimann Fabian,
Laval Alban Sebastian, Manganelli Danilo e
Zincani Sabatino per mancanza di querela;
visto l’art. 530 cpv c.p.p.
AMADEI Barbara dal reato ascrittole al capo
59) limitatamente alla contestazione di
violazione dell’art. 608 c.p. perché il fatto
non sussiste;
CERASUOLO Daniela dal reato ascrittole al
capo 64) della rubrica perché il fatto non
sussiste e dal reato ascrittole al capo 65)
per non aver commesso il fatto;
FORNASIERE
Giuseppe
e
TOLOMEO
Francesco Paolo Baldassarre dai reati loro
rispettivamente ascritti ai capi 69) e 70)
della rubrica per non aver commesso i fatti;
ASSOLVE
PERUGINI Alessandro, POGGI Anna, BRAINI
Giammarco,
BARUCCO
Piermatteo,
PISCITELLI Maurizio, MULTINEDDU Antonio
Gavino, RUSSO Giovanni, FURCAS Corrado,
SERRONI Giuseppe, FONICIELLO Mario,
AVOLEDO Reinhard, PINTUS Giovanni,
ROMEO Pietro, MURA Ignazio, MANCINI
Diana, TOCCAFONDI
Giacomo Vincenzo,
AMENTA
Aldo,
MAZZOLENI
Adriana,
SCIANDRA Sonia e ZACCARDI Marilena dai
reati loro rispettivamente ascritti ai capi 1),
6), 29), 31), 33), 34), 39), 40), 41), 42),
43), 44), 45), 46), 47), 48), 50), 84), 97),
104), 112), 113) e 119) perché i fatti non
costituiscono reato;
PERUGINI Alessandro dai reati ascrittigli ai
capi 3), 4), 5) della rubrica per non aver
commesso il fatto;
GUGLIOTTA Antonio Biagio, dal reato
ascrittogli al capo 25) della rubrica per non
aver commesso il fatto;
VALERIO Franco, TARASCIO Aldo e TALU
Antonello dai reati loro rispettivamente
ascritti ai capi 26), 33) e 34) della rubrica
per non aver commesso i fatti;
NURCHIS
Egidio,
MULAS
Marcello,
AMOROSO Giovanni e SABIA COLUCCI
Michele dai reati loro rispettivamente ascritti
ai capi 71), 72), 73), 74), 75), 76), 77),
79), 80), 81), 82), 83) della rubrica perché i
fatti non sussistono;
TOCCAFONDI Giacomo Vincenzo dai reati
ascrittigli ai capi 86), 87), 88), 91), 93),
95), 98) e 103) della rubrica perché i fatti
non sussistono e dai reati ascrittigli ai capi
89), 94) e 100) per non aver commesso i
fatti;
AMENTA Aldo dai reati ascrittigli ai capi
105), 109), 110) perché i fatti non
sussistono e dai reati ascrittigli ai capi 106)
e 107) per non aver commesso i fatti;
SCIANDRA Sonia dai reati ascrittile ai capi
114) e 118) perché i fatti non sussistono e
dal reato ascrittole sub 115) per non aver
commesso il fatto;
ZACCARDI Marilena dal reato ascrittole al
capo 120) della rubrica perché il fatto non
sussiste;
visto l’art. 530, comma 1°, c.p.p.,
MAIDA Daniela dal reato ascrittole al capo
28) della rubrica per non aver commesso il
fatto;
BRAINI Giammarco e BARUCCO Piermatteo
dai reati loro rispettivamente ascritti ai capi
30) e 32) della rubrica per non aver
commesso i fatti;
SALOMONE Massimo dal reato ascrittogli al
capo 51) della rubrica per non aver
commesso il fatto;
ASSOLVE
CIMINO Ernesto, PELLICCIA Bruno e DORIA
Oronzo dai reati loro rispettivamente ascritti
ai capi 12), 13), 14), 15), 16) e 17) della
rubrica perché i fatti non sussistono;
SALOMONE Massimo dai reati ascrittigli ai
capi 52) e 53) della rubrica per non aver
commesso i fatti;
pace Conflitti e Violenza
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anno V, n.6, gen-giu 2008
TOCCAFONDI Giacomo Vincenzo dai reati
ascrittigli ai capi 96) e 99) della rubrica
perché i fatti non sussistono;
AMENTA Aldo dal reato ascrittogli al capo
111) della rubrica perché il fatto non
sussiste;
SCIANDRA Sonia dai reati ascrittile ai capi
116) e 117) della rubrica perché i fatti non
sussistono.
“...la società non può semplicemente far
passare sotto il silenzio un capitolo della sua
storia. L’unità di una nazione riposa sopra
un’identità comune, che la tiene
ampliamente a una memoria collettiva.
Anche la verità contribuisce ad una salutare
catarsi sociale e aiuta a impedire il
passaggio del ripetersi” José Zalaquett .8
ORDINA
infine,
in
dovuta
ottemperanza
alla
conforme richiesta del P.M., la trasmissione
al Procuratore della Repubblica di Genova
degli atti relativi alle deposizioni rese in
dibattimento dai seguenti testi:
Mattana Piergiorgio, Serra Giuseppe, Marras
Roberto, Chighine Marco, Murru Igor,
Pirastu Gianni, Atzori Roberto, Mambella
Giambattista, Erriu
Samuele, Esposito
Cristian, Desideri Tiziano.
Indica in giorni NOVANTA il termine per il
deposito della motivazione.
Così deciso in Genova il 14 luglio 2008.
Il Presidente
Renato Delucchi7
© Fogliazza
7
Parte del dispositivo della sentenza del processo Bolzaneto
del 14 luglio 2008, www.processig8.org/Bolzaneto/htlm
8
J. Zalaquett, The MathewTobriner Memorial Lecture:
Balancing ethical imperative and politicalconstraints: The
dilemma ofbnew democracies confronting past human rights
violations, in «Hastings Law Journal», 1, 43 (1992), p. 14251438, p. 1433. José Zalaquett è un filosofo e attivista cileno, è
stato presidente della Commissione nazionale cilena per la
verità e la riconciliazione.
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33
Memoria Indifferente
Narrazione a fumetti
Fogliazza
La storia non va insegnata.
Va trasmessa
Ho sempre guardato la storia dal basso
verso l’alto, come stesse su un monumento
inaccessibile, un monolito equestre edificato
da professori che a scuola mi hanno disinnamorato prima ancora di scoprire che (la
storia) l’avrei amata.
Ho due figli, Jacopo e Nicolò, ai quali non dico NO ogni volta che fanno o stanno per fare
qualcosa che non devono: offro loro
un’alternativa. Questo gli permette di non
produrre intolleranza verso quello che cerco
di trasmettere. Perché non glielo insegno.
Parlo loro scavalcando la scrivania del genitore, scendendo dal piedistallo marmoreo,
disarcionandomi, se necessario, dall’ego
equestre di certi condottieri.
Mio nonno era un gigante, non era né alto
né grosso. Io ero piccolo e tutto di lui mi
sembrava inarrivabile. La sua voce, poi,
baritonale e piena… raccontava le barzellette
con tale enfasi che diceva la battuta finale
come se mi stesse rimproverando, arrivava
a sovrastarmi come un tenore che sta per
mangiarsi il microfono, l’orchestra e tutto il
pubblico. Credevo mi stesse sgridando. Invece amava la vita e pure una barzelletta
sapeva iniettarla di passione.
Tutto questo non mi è servito. Forse perché
crescendo mi sono accorto che non era un
gigante come solo oggi capisco. Forse perché io diventavo più alto di lui ma senza
crescere nella consapevolezza del tempo che
perdevo a ignoralo. Ho capito tardi quanto
fosse importante per me. Ho vissuto la mia
vita come spettatore molto a lungo prima di
imparare la puntualità sulle cose che contano. E l’immagine più nitida che ho di mio
nonno è lui in cima alla rampa di scale che
sto scendendo, mi chiama, mi volto, dice di
volermi bene e io rispondo quello che è più
comodo alla vergogna della presunzione di
uno stupido: annuisco.
Mio nonno si chiamava Ugo Pellegri.
Mio nonno non ha fatto il partigiano, ha
ricevuto la Medaglia d’Argento al Valor
Militare nel 1951, è rientrato dalla deportazione in Germania nel maggio del ’45,
altra storia… la Resistenza era finita. L’ho
voluto comunque nello spettacolo, ultimo dei
ritratti che svelo, perché un sentimento solo
unisce lui alle donne che racconto: la
memoria, l’ importanza di ricordare ciò che
conta. E lui, mio nonno, ho capito troppo
tardi quanto fosse importante per me. Non
ho voluto commettere lo stesso errore con le
donne partigiane.
pace Conflitti e Violenza
anno V, n.6, gen-giu 2008
Tutto comincia con una casa diroccata, un
rudere, sassi divorati dalle erbacce e intuire
che lì c’era una casa è impresa ardua. Eppure ci viveva Angiolina, una donna che
sola, con due figli, ha tirato avanti dieci anni, dopo che il marito gliel’hanno fatto fuori
finita la guerra. La curiosità di sapere e di
capire fa il resto, con le domande in giro, a
chi ha voglia di raccontare e a chi ancora le
domande di un certo tipo dan fastidio. Ricostruisco un po’ di quella storia e la
compongo a pezzetti, come fosse un mosaico. Ma i tasselli questa volta son persone
e quando incastro tutto mi appare la libertà
conquistata dalla Resistenza Partigiana.
In “MEMORIA INDIFFERENTE” sono proprio i
ritratti appesi, che lo spettatore trova già
allestiti, ad essere il mosaico. Il tutto viene
man mano rivelato “svelando”, cioè facendo
cadere quella stoffa/diaframma tra chi guarda e le donne ritratte. Un gesto semplice,
ma lacerante, come squarciare il velo
dell’oblio. Immediatamente lo spettatore ha
così davanti a sé il riscontro della donna
che ho appena narrato.
Guidare senza fretta, per le stradine imboscate dell’Appennino Reggiano dà un senso
di pace. Seguire un foglietto appoggiato al
parabrezza con l’indirizzo di una signora
ottantenne piuttosto che impostare i dati di
un GPS ha un sapore strano, come se ogni
numero civico del quale sono alla ricerca
fosse una conquista del tesoro.
Una dopo l’altra, vinta una più che legittima
diffidenza iniziale, le donne che avrei raccontato nello spettacolo MEMORIA INDIFFERENTE, un anno e mezzo più tardi, mi
fanno accomodare in casa, si fidano, mi
offrono un caffè, qualcuna ha preparato la
torta, altre sono andate dal parrucchiere.
Tutte… raccontano.
Con i tempi che corrono, e con la pessima
fama che il fumetto ha in Italia quando si
tratta di tematiche importanti, non è uno
scherzo vincere il sospetto iniziale. Negli occhi delle signore c’è la perplessità di chi immagina che “questo sconosciuto” voglia
disegnare Topolino e Paperino che cantano
“Bella Ciao”. Il lavoro è lento, non scava nella riservatezza solamente, va a pescare più
in là, rimuovendo quell’indifferenza storica
che si protrae da oltre sessant’anni.
34
Le donne che hanno fatto la Resistenza sono
un fatto abbastanza sconosciuto. Colpa della
mancata appariscenza delle armi: la maggior parte di esse faceva la staffetta. E poi
queste donne raccontano poco e quando
decidono di farlo lo fanno molto avanti negli
anni. Mentre gli uomini erano obbligati a
scegliere se stare con i Partigiani o con in
Fascisti, le donne non avevano la costrizione
di una scelta obbligata: potevano starsene a
casa. Per questa ragione il loro contributo è
anche più significativo.
Tanto più una storia è meno nota e tanto più
mi interessa. Il tributo alle donne in questo
caso diventa un valore aggiunto. E poi si
tratta di donne che non appaiono nella
ribalta delle cerimonie, questa sorta di
anonimato contribuisce a far sì che lo
spettatore si senta ancora più coinvolto che
non di fronte a un “divo” da prima pagina!
Esalto le signore comuni, anche se le “mie”
hanno resistito al nazi-fascismo.
pace Conflitti e Violenza
anno V, n.6, gen-giu 2008
Parto da un nome, da una citazione. Una
breve ricerca, verifico un numero di telefono. Smanio come un ragazzino nell’attesa
che all’altro capo del telefono una “nuova
nonna mia” mi risponda. Cos’ho in mente di
fare non lo so bene, ma la curiosità ormai mi
comanda, quella curiosità di sapere come
mai siamo quello che siamo oggi o più
semplicemente ho bisogno di qualcuno in cui
credere, qualcuno che mi sia d’esempio
senza per forza finire stampato sulle magliette, effige di un declino culturale. Cerco
un riferimento, qualcuno che la contingenza
dell’epoca aveva reso straordinario, anche
se all’epoca la differenza tra nero e bianco
era netta. Oggi la scala di grigi ti scivola nel
peggioramento con una indifferenza consensuale. Della Resistenza sapevo poco. Devo
molto alla mia ignoranza, una bocca sempre
aperta che non si sfama mai. Mi ha
“costretto” a conoscere. In un Paese che
non trova modelli… io li ho trovati nella
Resistenza.
Sullo sfondo di questi incontri c’è sempre
una figura, quella a me più cara, l’unica, a
differenza di queste donne ancora in vita,
che non posso più recuperare: mio nonno. È
lì che voglio arrivare, un’altra volta tardi sui
fatti della mia vita che contano, ma lì, nel
recupero della memoria, quella che pesa al
solo pensiero di guardarsi indietro e fare i
conti con le proprie responsabilità. Fare i
conti con la propria indifferenza trascorsa,
ma che mai espiata paziente logora la coscienza. Almeno quella mia.
Non è semplice trovare tante donne così
avanti negli anni e ancora lucide disposte ad
accogliere uno sconosciuto fumettaro e per
di più con i capelli lunghi! È una lotta contro
il tempo. Mio nonno l’ho perso nell’arco di un
anno, ho avuto tutto il tempo per vederlo
morire senza tentare un riavvicinamento.
Non l’ha sorpreso un infarto, ma un cancro
lento, di quelli che sembrano presentarti il
conto alla fine di una vita che hai amato
tanto e che hai vissuto e divorato. Non
voglio lasciare che accada la stessa cosa con
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queste donne. Penso spesso che solo ricordando si smette di morire. Queste donne
sono alla fine del loro ciclo vitale, tra poco
non ci saranno più. Le ho prese per i capelli,
sono arrivato appena in tempo ed ora ho i
loro volti impressi a china e acquerello su
carta ruvida, le loro parole trascritte nei
balloon di quello straordinario, se correttamente usato, veicolo di comunicazione che è
l’arte sequenziale. In MEMORIA INDIFFERENTE i ritratti non occupano l’intero rettangolo della tela, ma sono realizzati attraverso
lettere, che lette in verticale compongono il
nome di battaglia delle donne partigiane. Il
nome di battaglia è sicuramente un aspetto
evocativo, ma si tratta anche della necessità
di un effetto “speciale” che ammicchi alla
curiosità dei ragazzi. Va detto che questo
trucco non l’ho inventato io, è preso dalla
scritta “Marvel” attraverso la quale si vedeva
un idiota in calzamaglia… Non ho fatto altro
che mettere persone vere e straordinarie!
Ho l’onore di avere incontrato persone
semplici e sconosciute che difficilmente ammetteranno d’aver fatto cose eroiche, ma
che il loro piccolo pezzo di storia, intrecciato
con quello di tante altre, ha costruito la
nostra Costituzione e la nostra libertà. La
memoria è un fiume lento, sornione come il
Po. Sbanda ubriaco tra un’ansa e l’altra e gli
si dà poco peso. Sta lì. Finisce che ti abitui
alla sua presenza, che non ci fai caso, ti
diventa indifferente, fino alla prossima piena, quando rompe gli argini e non lo ferma
se non la furia esausta del suo risveglio. La
memoria è un fiume che quando rompe gli
argini vuole dire che ce lo siamo dimenticato
quanto male fa. Come l’indifferenza al
ricordo: accorgersi che ci siamo dimenticati
della nostra storia non è bene: significa che
è già troppo tardi.
A queste donne non avevo che da garantire
una cosa: che le avrei disegnate. Raccontarle? Dovevo trovare il modo, la formula
giusta. I libri non si leggono più, mentre le
immagini hanno l’inestimabile vantaggio
dell’immediatezza.
pace Conflitti e Violenza
anno V, n.6, gen-giu 2008
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pace Conflitti e Violenza
anno V, n.6, gen-giu 2008
Le ho disegnate, ognuna si è rivista ritratta,
ognuna mi ha dato il suo consenso ai fini
della correttezza e della trasparenza della
testimonianza storica. Nello stesso momento
si presentava una responsabilità che non
avevo immaginato: tutte erano già state
fotografate in passato, ritratte mai. La
differenza è pesante. Una foto va pensata
prima, studiata, fatti tanti scatti. Ma l’azione
dura comunque un clik. Disegnare è diverso:
maturi lo studio prima e dopo, quando lo
realizzi e per quanto tu sia veloce a farlo…
l’azione (il disegno) è un percorso lento. È in
questa lentezza che affiora ancor più quello
che tu hai visto e sentito di queste donne,
con una intimità emozionale che a volte si fa
scabrosa. È il caso di Anna, donna che non
ho mai visto sorridere, mai più ripresa dal
dolore della guerra e soprattutto dalla
perdita del fratello. Una donna la cui
tristezza ha segnato il volto come una ruga.
Nel momento in cui ha visto il suo ritratto mi
dice “Non mi piace, sono sconvolta”. Non
parlo, penso che devo rifarlo, penso… “Ma se
ritiene che servirà allo scopo allora va bene
così” è Anna stessa ad assolvere il mio
dubbio. E se quel ritratto l’avessi rifatto,
magari per lenire la sua espressione
sofferente, che cosa avrei
ottenuto?
Racconto la mia perplessità a un paio di
signore che conoscono bene Anna: no, mi
dicono, se l’avessi fatta sorridente non
sarebbe stata lei. Avrei mentito. Spero
invece che comprenda la mia scelta e che mi
faccio carico, in modo infinitesimale, della
sua tristezza, avendola colta.
Adoro starmene tranquillo e anonimo dietro
il mio tavolo da disegno, assediato solo da
Jacopo e Nicolò che legittimamente mi
pretendono. Al loro posto penserei la stessa
cosa: disegnare è un lavoro?!
Mi piace il silenzio. Ricordare è silenzioso.
Ricordare è un sangue che esce piano,
spesso devi riaprire ferite che sembrano
asciutte. Ma un istante dopo ecco una goccia
ed è rosso vivo, come il ricordo che si scalda
e recupera i particolari che sembrano persi.
Alcune di queste donne si scusano se non
ricordano bene. Tutte, alla fine, non
mancano un dettaglio! Tullia, per esempio, è
una piacevole chiacchierona. Alla fine
dell’incontro mi confiderà che poco prima
che arrivassi aveva preso una pastiglia per il
cuore. Il giorno dopo, al telefono, mi dirà
che appena me ne sono andato… “ho pianto
tanto… perché vede… anche se dico una
battuta poi ci soffro a ricordare certe cose,
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che poi vorrei raccontarle, ma spesso mi
accorgo che non interessano, che c’è tanta
indifferenza…”.
Tullia è una che ha voglia di raccontare e
capisco che quello che manca è la voglia di
ascoltare. Ma se non le ascoltiamo noi,
queste donne, chi se le ricorda più?
Gina, invece, la prima volta che mi sente al
telefono, appena il tempo di accennarle le
mie intenzioni e subito tuona “siete arrivati…
finalmente siete arrivati… siamo in ritardo
ma siete arrivati: io ho lottato contro i tedeschi e ora sto lottando contro il cancro!!!”
La disposizione delle tele è tale per cui il
gesto di svelarle avviene sempre in ordine
cronologico (questo dà anche una scansione
del tempo che passa). Man mano che la
narrazione procede sono sempre più i ritratti
che si rivelano e questo permette un effetto
in crescendo sia nel racconto che nella
partecipazione del pubblico. Le donne partigiane sono protagoniste, sono loro che hanno il risalto maggiore, io mi muovo e
scompaio definitivamente nel finale, lasciando chi veramente deve essere celebrato
a prendere tutta la consapevolezza degli
spettatori del contributo che hanno dato.
Penso che ogni viaggio sia una responsabilità che ci si assume. Incontrare queste
pace Conflitti e Violenza
anno V, n.6, gen-giu 2008
donne è stato un viaggio in ogni senso. Avevo solo un taccuino nello zaino. Sono tornato con un baule pieno di vite. Non è stato
solo un viaggio in auto, ma in un passato
remoto per la cultura della società attuale e
in un presente mai trascorso nel ricordo di
queste donne.
Adoro starmene tranquillo e anonimo dietro
il mio tavolo da disegno, ma stavolta il viaggio mi spinge avanti e tornare sarebbe fingere che quello che è accaduto oltre sessant’anni fa non mi riguarda. Lasciare perdere e limitarsi al disegno sarebbe fuggire
accelerando nel futuro, quanto basta in là
nel tempo perché la Resistenza sia sommersa dall’indifferenza della memoria. L’indifferenza deposita sul dovere di ricordare una
polvere leggera, ma bastante a isolarci
dall’esserne responsabili. Succede la stessa
cosa con l’indignazione da telecomando:
premere il bottone per cambiare le cose.
Il disegno e la sua immediatezza, quindi, il
fumetto che così bene parla alle generazioni
più giovani, l’immagine che con la sua rapidità non chiede di essere letta come una
pagina di solo testo. Non basta: musica, ci
vuole musica e comincio con un amico alla
chitarra, se ne aggiunge un altro e completiamo con un fisarmonicista. Serve la melodia popolare delle arie partigiane, qualcosa
che faccia da colonna sonora ai ritratti delle
signore partigiane e metta le ali alle mie
parole di narratore improvvisato, perché è
così che andrà a finire. Anzi no: sarà un
inizio.
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gramma, ma convinti della necessità di provarci. In MEMORIA INDIFFERENTE a volte la
musica cammina da sola, altre mi accompagna, sempre costituisce un vento di trasporto. I musicisti borbottano i loro strumenti
quando tocca al “pedale”, gergo musicale
del sottofondo. Poi la musica si esalta e sospinge in improvvise ascese che sottolineano
passaggi di romantica bellezza.
Ci sono molti modi per viaggiare. Uno è stato quello di incontrare i musicisti, chiedere
loro di credere alla mia idea balzana, aver
fiducia che donne sconosciute e ottuagenarie avrebbero incuriosito i ragazzi di quattordici anni. Un altro è stato scoprire che
fuori dalla trincea del mio tavolo da disegno… non ci sto poi tanto male! Che bisogna
rischiare, assumersi le responsabilità, che
lamentarsi e imprecare contro il capro espiatorio di turno è roba da telecomando. Che il
pubblico se ne sta seduto al sicuro in platea,
solidale con se stesso mischiato tra la folla e
non si mette in gioco, solo, in piedi, affrontando tutti con la fissa che “questa storia è
una bella storia, che ci riguarda, che l’ho
incontrata di persona, dove ogni persona è
un mosaico da spolverare, che quando è
completo si intitola libertà!”.
Contemporaneamente aggiorno le signore,
per dire loro che “ci sto lavorando, che
provo con i ragazzi, che sto mettendo in
piedi contatti”. Non voglio che le signore si
scordino del capellone che un anno prima le
ha fatte chiacchierare tanto. Come non
voglio diventare, io, l’ennesimo cavaliere
dell’entusiasmo che dice dice e poi spala la
polvere dalla propria coscienza alla memoria, sepolta.
Il 2 dicembre 2007 la prova generale, un
luogo insolito, la casa comunità per ragazzi
con famiglie a rischio, gestita da una coppia
di amici che sono i miei eroi terrestri. Sessanta invitati, almeno quindici sono i “loro
ragazzi”, dai 7 ai 17 anni, i cui genitori sono
sparsi chissà dove, caso mai fossero ancora
vivi e non morti di droga o violenza o che
altro.
Finalmente un pubblico vero al quale raccontare una storia che in prova, costretto a
immaginare chi ascolta, cominciava ad essere una nenia ritmica e vuota di senso. Finalmente un pubblico vero al quale trasmettere
la vitalità di una storia che sta morendo di
indifferenza collettiva.
Il giorno prima di quella prova generale allestisco i ritratti, prendo confidenza con gli
spazi. Facciamo un’ultima prova prima del
debutto generale. È un disastro!!! Sbaglio
tutto, la cronologia, i tempi, i nomi. Tutto.
Quaranta minuti frettolosi di racconto vissuti
con un pensiero fisso: che cosa sto combinando? Cosa ho fatto? Cosa sono andato a
promettere? Non mi resta altro che consegnarmi a quello che accadrà domani con la
consapevolezza che sarà già l’ultima. Dietro
al tavolo, il mio tavolo da disegno, al mio
telecomando…. Lì posso stare tranquillo e
tranquillo indignarmi.
La notte dormo male. Mi sento spacciato.
Devo solo passare il due dicembre, giorno
della prova generale e ammettere davanti a
tutti che ho esagerato. Che sarà meglio
disegnare. E basta!
Durante questo viaggio costruisco la fiducia
dei musicisti, non più impiegati del penta-
Ne valeva la pena! Ho avuto paura e pure
voglia di tirarmi indietro. Ma ogni volta che
pace Conflitti e Violenza
anno V, n.6, gen-giu 2008
ho pensato questo mi sono rifatto alle “mie
donne” partigiane, a quello che devono aver
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passato loro. Solo così, grazie a loro, mi
sono “liberato” delle mie paure.
pace Conflitti e Violenza
anno V, n.6, gen-giu 2008
Quel due dicembre facevo una scoperta
importante: potevo mantenere la promessa
fatta alle signore che le avrei raccontate in
quello che ancora, per imbarazzo intellettuale, era a tutti gli effetti uno spettacolo.
E che liberazione poterle risentire al telefono
e dire loro che tutto era andato bene, anche
quello che era andato storto!
MEMORIA INDIFFERENTE, che si articola tra
narrazione orale, immagini e musica, ha un
contributo in più: la voce di mio nonno.
Mi domando ancora come mai tredici anni fa
ho intervistato mio nonno e mi sono fatto
raccontare la sua esperienza di guerra,
l’ammutinamento, la ferita, la deportazione
in Germania, il ritorno a casa. Mi domando
quale lampo di maturità deve avermi folgorato quella volta per poi lasciarmi stordito
tutti gli anni a seguire, fino al giorno in cui
ho potuto ufficialmente realizzare lo spettacolo, “spolverare” la mia indifferente memoria e riportarla al dovuto splendore. Oggi
riascolto la voce di mio nonno, nel fruscio
evocativo del nastro magnetico, il sottofondo di mia nonna di là in cucina che
spignatta e mi chiede, interrompendo mio
nonno, se mi fermo a pranzo!! Lo spettacolo
si apre e si chiude con due tracce audio di
quelle parole registrate tanto tempo fa,
come se la voce, in un certo senso, potesse
farlo rivivere. E in un certo senso è così.
Mio nonno, va detto, non ha fatto il partigiano. È rientrato dal campo di internamento in Germania nel maggio del ’45, a
liberazione avvenuta. Ma se nello spettacolo
arrivo a lui raccontando di queste dieci donne che ho conosciuto… è perché un sentimento forte li unisce: la memoria, e uno
spettro: l’indifferenza.
Ho compreso che anche noi, a nostro modo
o figli del nostro tempo, possiamo e dobbiamo resistere, senza armarci per combattere, ma ricordando per difendere tutto ciò
che altrimenti finirebbe sepolto dalla sabbia
dell’indifferenza, soffocando la memoria,
cancellando la storia e la nostra identità.
Il 9 aprile, su Repubblica, usciva la dichiarazione di Marcello Dell’Utri “Se vinciamo
riscriveremo i libri di storia epurandoli dalla
retorica della Resistenza”.
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C’è sempre una buona ragione per resistere,
una è quella di ribattere colpo su colpo le
minacce tese a vanificare il sacrificio di chi si
è battuto per la libertà, la stessa che permette anche a Dell’Utri di manifestarsi con
la libertà di opinione.
Oggi lo spettacolo, considerando che di
mestiere sono uno che disegna, mi è un po’
“scoppiato” tra le mani: è molto richiesto, è
solo l’inizio ma vedo che i ragazzi… ascoltano. Di più: le cose stanno andando così
bene che sto preparando un nuovo progetto,
con lo stesso format, ma è presto per parlarne. Già fatico a trovare le parole adatte
per spiegare a Jacopo e Nicolò che “lavoro”
fa papà!!
Adoro starmene tranquillo e anonimo dietro
il mio tavolo da disegno. Ma restare dentro
una trincea, qualunque essa sia, presto o
tardi ci resti sepolto. Vivo o morto. Peggio
ancora: indifferente.
Gianluca Foglia alias Fogliazza è vignettista, illustratore e copertinista. Collabora con
PolisQuotidiano e Meptropolino di Parma,
SabatoSera di Lugo di Romagna, Junior
Italia di Milano, per l’Unità nella collana
curata da Maurizio Chierici "I quaderni
dell'America Latina" e la casa editrice EMI di
Bologna. Ha collaborato con Diario di Enrico
Deraglio. Espone ogni anno al Festival della
Satira Politica di Forte dei Marmi. Come
autore di fumetti ha realizzato “Once de
Septiembre” (2003), “La notte di San Nessuno” (2006/2007), “Tuttinsieme” (2007),
“Napoli Comicon” (2007), “Resistenze”,
Beccogiallo, Padova (2007), e “Memoria
Indifferente” (2008). Memoria Indifferente narrazione a fumetti è il tentativo di contribuire alla memoria partigiana, soprattutto
quella femminile, attraverso la narrazione
orale, la musica, ma soprattutto il disegno, il
fumetto quando si fa arte sequenziale trattando tematiche importanti. Con l'auspicio
che tale progetto parli un linguaggio più
simile a quello dei giovani, gli stessi capaci
di garantirci la più lunga aspettativa di vita
della memoria.
Il suo sito è: www.fogliazza.net
E-mail: [email protected]
pace Conflitti e Violenza
anno V, n.6, gen-giu 2008
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Sabina Rossa
Verità e responsabilità per la riconciliazione
Intervista di Marialuisa Menegatto
Sembra esserci un momento nella vita in cui
il passato torna a bussare alla porta del presente chiedendo udienza. Rimozione, omertà, silenzio, oblio, condensate in una sola
parola “indifferenza” spesso non bastano a
governare un vuoto, soprattutto se questo
contiene in se un’offesa latrice di dolore, verità distorte o occultate. Ecco che il vissuto
desta le emozioni, la memoria conferma il
dubbio, il desiderio si fa azione. E contro
l’indifferenza nasce il bisogno di conoscere la
verità, di ripercorrere gli eventi fondando in
essa nuovi significati, cercando di sanare
quel torto subito che nel trascorrere del
tempo continua a rivendicare attenzione seguendo la logica del turbamento, sfiducia,
risentimento, rancore.
La giustizia penale, strumento privilegiato,
fondante della tutela dei diritti umani,
invocato dalle vittime a ricerca della verità
in riparazione dell’offesa subita, si è spesso
dimostrata sfuggente, fragile, impotente,
evidenziando nella prassi punti deboli non
solo giurisdizionali, ma anche organizzativi,
burocratici, nonché temporali. Uscire da un
piano giuridico dimostratosi fallace per limiti
e incongruenze diventa allora necessario.
Rompere la tacita “legge del silenzio” che
annichilisce le menti consegnandole al regno
dell’amnesia collettiva, conduce a un primo
risarcimento che dal privato si espande sino
alla sfera sociale e pubblica.
Questo viaggio al di fuori della sfera giuridica, l’ha compiuto Sabina Rossa. Ora deputata del PD, figlia del sindacalista genovese
Guido Rossa ucciso da un commando brigatista il 24 gennaio 1979, vittima degli anni di
piombo già da ragazzina, Sabina Rossa è
riuscita a colmare in parte quel vuoto, là
dove la giustizia tradizionale in tanti anni si
è dimostrata inadempiente. Donna tenace
come il padre, animata da un forte principio
di giustizia sociale ha avviato un’indagine
privata il cui risultato ha visto la luce tra le
pagine di un libro “Guido Rossa, mio padre”
(Rizzoli, 2006), scritto con Giovanni Fasanella. Un viaggio-inchiesta che l’ha condotta
a incontrare vis à vis uno dei killer di suo
padre, e a ricostruire seppur parzialmente la
regia di quell’omicido. Nel suo cammino non
sono certamente mancati atteggiamenti
omissivi da parte di alcune persone chiamate in causa, tanti punti interrogativi persistono, ma grazie a lei nuovi tasselli si sono
aggiunti, colmando in parte un fallimento
giuridico. E ciò che Sabina Rossa è riuscita
fare è stato quello di consegnare alla comunità, raccontando, un segmento mancante di
storia collettiva, e di raccontarsi rendendo
pubblico il suo dolore. Ma la sua missione
non si è conclusa. Come Senatrice è stata la
prima firmataria della Legge che ha istituito
il giorno della memoria per le vittime del
terrorismo e ora esorta la pubblicazione di
un vastissimo materiale raccolto da una
Commissione d’Inchiesta a tutt’oggi coperto
da segreto di stato. Un
insegnamento
importante ci proviene da Sabina Rossa: se
non è possibile avere una verità giudiziaria,
buone pratiche possono rendere una verità
storica una verità anche giudiziaria, restituire alle vittime parte di un risarcimento
morale, divulgare conoscenza affinché la
memoria non si consegni all’oblio, ma anzi
serva come esempio e colmi una biografia
collettiva.
Vorrei che lei descrivesse, per chi non
ha letto il libro, chi era Guido Rossa.
Mio padre era un operaio dell’Italsider che a
Genova era allora una delle più grandi industrie siderurgiche di Stato, contando qualcosa come 15 mila persone. Quindi un operaio iscritto al partito comunista e delegato
della CGIL. Ma mio padre era anche una
persona che aveva una personalità con molte sfaccettature. Era anche un alpinista.
Attività sportiva che iniziò all’età di 17 anni,
le prime salite nelle Dolomiti. Credo che la
montagna ne abbia forgiato il carattere e
modellato i valori. Questa è una lettura della
sua personalità e di quella che è stata anche
la sua vita. Posso aggiungere che c’è stato
un dualismo molto forte in quello che è stata
la vita di mio padre. Da una parte la vita
della fabbrica e quindi anche l’impegno politico, dall’altro il grande amore per la montagna. E poi la sua storia è conosciuta. Credo
che si possa dire che mio padre abbia avuto
il coraggio di fare quello che nessun altro
fino a quel momento ha avuto il coraggio di
pace Conflitti e Violenza
anno V, n.6, gen-giu 2008
fare. In quel periodo del settantanove,
perché, tre mesi prima del giorno della sua
uccisione, aveva denunciato la violenza e
l’azione propagandistica di un brigatista
all’interno della fabbrica dove egli stesso
lavorava. E per questo è stato giustiziato da
un commando brigatista che ne aveva decretato la sentenza di morte in quel 24
gennaio 1979.
Un uomo che ha scelto di andare contro
l’indifferenza collettiva e di denunciare,
ma che per questo coraggio è stato lasciato solo dai compagni e dalle istituzioni. Quali sentimenti e emozioni
sono prevalsi in lei dopo che le era
stato strappato improvvisamente?
Allora in quel clima è stato davvero un atto
singolare perché dobbiamo anche ricordarci
quello che era il contesto storico di quegli
anni. Ascoltare il telegiornale tutte le sere
era come ascoltare un bollettino di guerra.
Non passava giorno dove non ci fosse
un’azione definita di violenza politica, un
attentato, un ferimento, varie azioni di
intimidazione di rappresaglia. Venivano fatte
esplodere auto. Il clima era un clima particolare e dirlo oggi non fa lo stesso effetto.
Quando mi è stato strappato avevo appena
compiuto i 16 anni e non avevo un’età per la
quale potevo pormi tanti interrogativi. Nel
senso che è stata una grande tragedia dalla
quale sono uscita perché ho messo in atto
un meccanismo di rimozione che viene quasi
istintivo e naturale. A quell’età non si è in
grado di affrontare una tale vicenda, non si
è in grado di capire quello che è successo
realmente. Non riuscivano a capirlo nemmeno chi era preposto alle indagini. Qui a Genova operava una colonna definita inafferrabile, che per anni ha portato a termine
rapimenti e gambizzazioni. Era una colonna
composta da persone che non si riusciva a
identificare. Credo ci fosse anche un’area di
contiguità molto molto vasta, sulla quale
non è mai stata fatta completa luce. Quindi
io in quegli anni non mi sono posta il problema di capire. Ho subito quella che è stata
la mancanza di un padre, il modo con cui mi
è stato portato via, e ho accantonato quello
che era successo per continuare la mia vita
da adolescente, continuando ad andare a
scuola e a studiare.
42
Dal suo libro emerge il bisogno di conoscere la verità attorno alla morte di suo
padre, una verità che va oltre le aule
del tribunale. Che cosa ha significato e
significa per lei ricercare la verità?
Il tema della verità è un tema di forte attualità, perché a 30-40 anni di distanza
chiunque sia stato nella mia situazione come
tutte le altre vittime del terrorismo, oggi
cavalcano la battaglia dicendo “vogliamo la
verità su quegli anni”. Perché dobbiamo
anche dire che una verità su quegli anni a
tutt’oggi non ce l’abbiamo. O solo per poche,
come la Strage di Peteano. Abbiamo ancora
fortissimi dubbi. Per esempio sono stati riconosciuti e incarcerati due colpevoli per la
strage di Bologna, ma ancora tanti punti
interrogativi persistono, così come per Piazza Fontana non si è mai arrivati a una verità
definitiva. Per quanto riguarda il fenomeno
delle Brigate Rosse forse siamo arrivati a
qualche verità in più, mentre per quello che
ha riguardato il mio percorso ho pensato di
recuperare quello che non avevo fatto allora.
Un debito per me che ha significato approfondire ciò che era successo, interrogare
tutti quei soggetti che hanno avuto una
parte in causa all’evento, che hanno vissuto
da vicino quel periodo o che erano stati amici operai e compagni di lavoro di mio padre,
ma anche i protagonisti di quegli anni che
oggi noi chiamiamo ex-terroristi. Quindi un
recupero di verità non dette e non scritte
perché volevo riuscire a mettere insieme
qualche tassello che mancava alla mia memoria. E poi come ho scritto nel libro credo
che questo percorso mi abbia portato a
recuperare un confronto che mio padre non
ha avuto. Se fosse stato ferito e oggi fosse
ancora in vita, avrebbe cercato lui stesso un
recupero della verità. Perché mio padre era
anche essenzialmente un uomo di dialogo e
quindi si sarebbe confrontato con queste
persone.
Che cosa l’ha condotta a incontrare
faccia a faccia uno dei killer di suo
padre, Vincenzo Gagliardo, e che cosa
ha provato?
Vincenzo Guagliardo era l’unica persona
rimasta viva, partecipe dell’attentato a mio
padre. L’unico testimone e autore superstite
che sparò a mio padre assieme a Riccardo
pace Conflitti e Violenza
anno V, n.6, gen-giu 2008
Dura morto invece durante il blitz del Generale Dalla Chiesa il 28 marzo del 1980. E
Guagliardo essendo stato il primo ad aprire
il fuoco, volevo da lui il racconto di quella
mattina, di come andarono i fatti. In particolare davanti a lui non ho provato niente.
Non ho provato particolari emozioni. Ho
avuto modo di constatare che tutti coloro
che hanno partecipato ad azioni terroristiche
di quegli anni, oggi hanno grosse difficoltà
ad assumersene la colpa. La prima cosa che
mi disse è che lui aveva solo sparato alle
gambe. Un tentativo di frammentare quella
colpa e di non assumersi direttamente la
responsabilità. Un po’ quel tentativo come
narra Erri De Luca nel suo libro che chiunque poteva uccidere il Commissario Calabresi. Quindi tutti colpevoli ma nessun colpevole. Il contrario di ciò che accadeva nella
tragedia classica. Come cita Paolini in
un’analisi della narrativa di quegli anni, la
grandezza di Edipo davanti ai suoi figli è
stata nell’assunzione piena della responsabilità. Mentre di quegli anni la tragedia
viene negata, nessuno mai si è assunto la
colpa e la responsabilità. Nessuno si è mai
messo dinnanzi la sua colpa come è avvenuto ad esempio nella Commissione per la
Verità e la Riconciliazione in Sudafrica. In
cui il colpevole guarda la sua colpa di fronte
alle vittime senza implicazioni giudiziarie,
con un’amnistia, durante la quale però
emergono e si manifestano tutte le verità
non dette. E credo che oggi, da parte di chi
si occupa di quegli anni, ma anche da parte
di chi scrive, mi riferisco a Giovanni Fasanella, Giovanni Pellegrino autore del libro
“Segreto di Stato”, ci sia la necessità di
mettere in campo questa possibilità, ossia
verità in cambio di impunità. Oppure come
arrivare a una riconciliazione che non significa perdono. Se si arrivasse alla completa
verità, la riconciliazione sarebbe quasi conseguente. Io credo che questo sia un percorso che andrebbe perseguito e portato
avanti con l’abolizione del segreto di stato,
con l’apertura di tutta quella documentazione che a tutt’oggi è coperta dal segreto.
Anche il giudice Rosario Priore ha affermato
che solo oggi si è appreso dei tanti faldoni
sul caso Moro che sono stati sottratti alla
Magistratura. Quindi dico che a 40 anni di
distanza dai fatti, forse non possiamo più
avere una verità giudiziaria ma possiamo e
dobbiamo avere una verità storica.
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Durante il vostro incontro Vincenzo
Guagliardo le disse: “Davanti a te mi
sento in colpa”. Che effetto le ha fatto il
riconoscimento della colpa da parte di
uno dei killer?
Ho trovato Guagliardo molto sfuggente. Devo dire la verità che non mi ha commossa. E
anche la sua verità è stata una verità molto
parziale, con tante omissioni sia di nomi che
di fatti. Lui non mi ha mai guardato direttamente negli occhi quindi anche questo credo sia un fatto che possa essere letto. È
sfuggito alla mia richiesta di confronto. In
realtà questo confronto vero da lui non sono
riuscita a ottenerlo fino in fondo.
Da questo incontro lei si è riconciliata
con i carnefici di suo padre?
Io la riconciliazione la vedo in cambio di una
verità piena che non c’è ancora. Forse è
troppo presto per parlare di riconciliazione
così come non è possibile a oggi voltare
pagine o chiudere un capitolo come tanti
auspicano in cambio di un’amnistia. Occorre
aprire un dibattito, chiarire tante cose.
Dopodiché potremmo chiudere e mettere a
parola fine a questo capitolo.
Questo suo esempio di ricerca individuale per la verità potrebbe essere
estesa, attraverso una commissione, a
tutto il periodo degli anni di piombo in
Italia? Un periodo ancora buio della
nostra storia e auspicare a una riconciliazione nazionale con quegli anni,
visto che lei, in qualità di Senatrice, è
stata anche la prima firmataria per la
legge che ha istituito la giornata della
memoria per le vittime del terrorismo.
Intanto bisogna chiedere con forza al Parlamento la pubblicazione di tutti gli atti che
sono contenuti in quella Commissione d’Inchiesta sul terrorismo e le stragi che fu
presieduta da Pellegrino prima del 2001 e
che ha raccolto tantissime testimonianze. Lì
dentro c’è una documentazione vastissima
che è stata completamente secretata da chi
è venuto dopo, da chi ha governato dal
2001 al 2006 e in particolare dalla Commissione presieduta da Guzzanti. Io credo davvero che prima occorrerebbe chiedere la
pubblicazione di tutti quegli atti. Poi affidare
la lettura della storia agli storici perché sono
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anno V, n.6, gen-giu 2008
necessari gli occhi della storia per leggere
quel passato. Il 9 maggio, data che è stata
istituita per legge, dovrà essere il giorno del
ricordo di tutte le vittime del terrorismo
interno e internazionale. Credo che questa
giornata debba diventare davvero un momento significativo di una più generale riflessione sul terrorismo. Non soltanto come
commemorazione e ricordo ma credo dovrà
indicare un percorso da portare avanti
soprattutto nelle scuole dove si dovrà raccontare e spiegare agli studenti che cosa
sono stati quegli anni che loro non hanno
vissuto ma che appartengono anche a loro.
In modo che i giovani studenti possano
diventare i primi interlocutori di un processo
di analisi e chiarificazione storica che a oggi
non abbiamo.
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Ho trovato molto interessante il fatto
che lei abbia dedicato questo libro a sua
figlia Eleonora e agli studenti di due
licei. Quale insegnamento trarre da
quegli anni per le nuove generazioni?
Noi oggi parliamo di cultura della legalità,
contro la criminalità, le mafie. Credo che
l’insegnamento da trarre debba essere
quello del rifiuto di ogni tipo di violenza politica, terrorismo, mafie, criminalità. Di una
cultura alla legalità che occorre diffondere e
portare ai nostri giovani studenti attraverso
l’insegnamento, la testimonianza, la memoria.
Giovanni Fasanella e Sabina Rossa, Guido Rossa, mio padre, BUR, Milano 2006, € 8,8
È l’alba del 24 gennaio del 1979. Le brigate rosse uccidono il sindacalista Guido Rossa, che aveva provato a rompere il clima di
omertà che regnava nelle fabbriche intorno ai terroristi. Quasi
trent’anni dopo la figlia prova a capire che cosa quel giorno è
veramente successo e lo racconta in questo libro.
Chi era suo padre? Nessuno aveva mai chiarito il segreto di
quell'omicidio: compagni di partito, operai, magistrati, carabinieri.
Ed ex brigatisti: anche coloro che parteciparono all'azione armata.
Le loro testimonianze sono toccanti e dolorose, ma decisive.
Guido Rossa fu ucciso perché sapeva troppo, oggi la verità
comincia ad affiorare. Chi in seguito provò a cercare più in alto,
fino alle complicità con gli apparati dello Stato, fu costretto a
fermarsi. Come traspare da questa ricostruzione pagina dopo
pagina.
“Se invece considererà la verità come la più ampia
raccolta possibile di impressioni personali, storie, miti, esperienze,
allora avrà scelto di ristabilire la memoria e promuovere una nuova umanità.
E forse questo è il senso profondo della giustizia”.
ANTJIE KROG
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Alberto L’Abate Per un futuro senza guerre
Incontro con l‘autore
L’obiettivo del libro è triplice. Da un lato il
libro è nato perché essendo aumentati i
corsi di laurea universitari per operatori per
la pace, unitamente a dottorati e master su
quest’argomento, non sembra essere però
ancora aumentato lo spazio di lavoro per le
persone laureate o perfezionate in questo
settore. Dall’altro c’è l’obiettivo attraverso il
mio libro di cercare di lottare contro una cultura che io definisco “bellicogena”. Una cultura convinta che i conflitti si risolvano con
le guerre e le armi e convinta che non ci siano altri modi per risolverli. Cosa che secondo me è esattamente l’opposto della realtà
dei fatti. Ovvero, che la guerra non porta la
pace, ma produce inevitabilmente altri conflitti e altre guerre. L’obiettivo quindi è proprio quello di cercare di dimostrare, non in
modo etico o morale, ma attraverso un’analisi scientifica dei dati e delle teorie, che in
realtà la guerra peggiora la situazione, e il
metodo migliore applicabile è invece quello
della nonviolenza attiva che interviene sia
lottando contro tutte quelle che sono ritenute le cause della guerra, le ingiustizie, gli
squilibri, secondo un modello di sviluppo che
tende a inasprire le differenze economiche
tra ricchi e poveri, sia attuando progetti
costruttivi, promulgando la costruzione di
una società diversa, più umana, più sostenibile, più a portata dell’uomo e più valida
per la convivenza. Il predominio di questa
“cultura bellicogena” non avviene solo a
livello sovraordinato ma è presente anche a
livello di relazioni interpersonali. In Italia il
70-80% della popolazione non si fida degli
altri. La persona è convinta che gli altri la
vogliano ingannare perciò vige la regola “ti
inganno prima io anziché lo faccia prima tu”.
Questa è una cultura chiaramente di tipo
violento che è legata a quella che Galtung
chiama una “cultura profonda”. Ecco, con il
libro, il mio è un tentativo di lottare contro
questa cultura violenta. L’esortazione certo
non è solo a livello teorico, il mio approccio
di scienziato è sempre stato, come del resto
emerge anche nei miei libri precedenti,
anche se non troppo amato dai miei colleghi
sociologi che lasciano ad altri il compito di
agire, un approccio che si chiama ricercaintervento. Un approccio che individua certi
problemi intervenendo e valutando i risultati
concreti dell’intervento stesso. E questo
infine è un obiettivo che si aggiunge agli altri. Riuscire a prevenire i conflitti, ma anche,
come nel caso del Kosovo, riuscire a
comprendere attraverso un’analisi precisa il
perché non si sia potuto prevenire. E da
questo punto di vista abbiamo verificato che
in realtà questo conflitto poteva essere previsto ed evitato. Troppo spesso il fatto che
non si prevengano i conflitti è legato anche
a determinati interessi economico-politico, lo
sfruttamento del petrolio, dell’acqua ecc...
La guerra rende troppo in termini economici.
La guerra si concilia perfettamente con un
modello di sviluppo attuale. Un modello che
induce a consumare sempre di più le energie, e naturalmente queste energie sono
poche e bisogna farsele proprie, ed ecco che
alla fine si arriva alle guerre. Questo
comporta la necessità di
dover studiare
questo nostro modello di sviluppo, vederne i
limiti, che sono davvero moltissimi, e
trovare delle alternative credibili, valide e
possibili. Infatti un capitolo del libro è
dedicato proprio alla nostra esperienza
durante la prima guerra del Golfo e la guerra del Kosovo. Conflitti di cui ci siamo occupati per parecchi anni attraverso quella che
noi chiamiamo “Ambasciata di Pace”. Cioè
un lavoro attraverso il superamento delle
tradizionali ambasciate che sembrano siano
fatte solo per fare la guerra. Che pensano
solo al mercato, e non avendo nessuna formazione sui problemi dei conflitti ovviamente non se ne occupano. E nel mio libro
emerge molto chiaramente che in tutti e due
i casi citati c’era l’opportunità di trovare
soluzioni alternative, ma che non si sono
volutamente portate avanti, per una serie di
ragioni non molto confessabili, ma forti e
presenti dal punto di vista del mercato
economico. Tutto il mio libro poi è orientato
a far arrivare al lettore un messaggio esortativo affinché non si lasci annichilire dalla
questa “cultura bellicogena”. Da un lato contestando tutta la teoria dell’aggressività
dell’uomo che in realtà non esiste, o esiste
come forma del non lasciarsi sopraffare come desiderio di autoconservazione. Sappiamo benissimo che l’aggressività non proviene dalla guerra, ma nasce semmai da una
ricerca di quella che viene chiamata la sicurezza collettiva, ossia un mondo più valido
dove non si mette a repentaglio nessuno,
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ma si cerca il benessere comune, che corrisponde all’idea ghandiana del sarvodaya.
Penso che sostanzialmente la base della
guerra non sia l’aggressività dell’uomo ma
piuttosto la passività. Che egli subisce ciò
che gli arriva dall’alto, dalle autorità, dalla
politica, e non agisce, se non nei momenti in
cui avvengono catastrofi naturali. Ma il tentativo del mio libro è proprio quello di
cercare di superare il bisogno dell’estremo e
della disgrazia, per poi muoversi e contrastare la guerra dal basso. Ed è proprio qui
che si mostra l’importanza dell’agire dell’uomo. E ci sono tutta una serie di elementi che
danno validità a questa teoria, come ad
esempio il concetto di assertività, che supera da una parte l’aggressività e dall’altro la
passività. In questo quadro viene anche
smantellata l’idea che a mantenere la pace
siano state le armi nucleari e il rischio della
guerra nucleare. In realtà per il mantenimento della pace sono stati molto importanti
i movimenti anti-nucleare, di cui nel libro c’è
una dimostrazione concreta, e di cui io ne
sono stato anche coinvolto in prima persona.
Quindi l’importanza dell’azione come empowerment o come “cittadinanza insorgente”
che si muove per far rispettare i diritti
dell’uomo che spesso vengono attaccati. Una
cittadinanza che mai come ora è necessaria
per difendere i diritti dell’uomo già riconosciuti e arrivare a promuoverne di nuovi
come il diritto alla casa, al minimo vitale,
alla vita in generale. Diritti di cui si parla
molto ma che ancora non vengono realizzati. La metodologia architrave del libro è la
concezione della guerra non come un fatto
ma come un processo che si costruisce, la
ricerca-intervento, di cui ho già parlato, il
principio di reciprocità tra gli attori, l’individualismo metodologico che non solo riconosce l’importanza delle strutture ma soprattutto riconosce il ruolo e l’importanza
dell’individuo all’interno di queste strutture.
Perché attraverso l’azione degli individui,
che non siano essi solo semplice somma di
parti ma uniti in un processo strategico, si
può arrivare a modificare le strutture stesse.
Il mio libro infine è anche un po’ un’autobiografia di una persona che ha sempre
cercato di darsi da fare, nel bene e nel male,
fallendo o riuscendo, per agire in questo
senso, nel senso della pace.
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Alberto L’Abate abbina attività di studio
sulla pace e sulla nonviolenza con un impegno diretto su questi temi. Insegna, presso
l’Università di Firenze, “Sociologia dei
Conflitti e Ricerca per la Pace” e collabora a
vari master nazionali di formazione. Ha
fondato e coordinato per anni la Scuola
estiva di formazione alla nonviolenza della
Casa per la Pace di San Gimignano. È stato
per circa due anni in Kosovo come “Ambasciatore di Pace”, per studiare a fondo il
conflitto e cercare una soluzione nonviolenta, possibile, ma non implementata. È autore di libri e articoli su queste tematiche apparsi in Italia e all’estero. È presidente nazionale dell’IPRI-Rete CCP (una associazione
per la promozione sociale cui aderiscono 15
organizzazioni italiane) che sta promuovendo la creazione, a livello italiano ed europeo,
dei “Corpi Civili di Pace”, per l’intervento
nonviolento per la prevenzione e l’interruzione dei conflitti armati, e per la riconciliazione dopo la loro fine.
Alberto L’Abate, Per un futuro senza guerre, Liguori, Napoli 2008, € 32
L’educazione alla pace
ed alla nonviolenza (…)
non si esaurisce in un
generico appello. Si
appoggia al contrario
su esempi, prove e
documenti storici inoppugnabili... Nella tradizione del pensiero
sociale italiano l’opera
di Alberto L’Abate non
costituisce uno sforzo
solitario. Essa può legittimamente richiamarsi agli scritti e agli insegnamenti del non dimenticato Aldo Capitini e dei suoi ‘Centri di
Orientamento Sociale’; più recentemente, si
ricollega ai contributi didattici e di ricerca di
Aldo Visalberghi, soprattutto quando questi
si augura “che la scuola non trasmetta più
messaggi tipo quelli di Papini che inneggiava
alla guerra in nome del ‘progresso sanguinoso’... [mentre] la scuola deve formare e
contribuire a formare cittadini con mentalità
planetaria, che rifiutano un benessere ...
fondato sulla sofferenza e la morte dei loro
simili di altre parti del globo.
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Schede bibliografiche
Angela Fedi e Ronnie Bonomelli, Lutto,
protesta, democrazia, Napoli, Liguori
2008, € 17,5
La storia delle Madres de Plaza de
Mayo
rappresenta
un esempio per certi
versi
unico nella
storia della mobilitazione sociale: un
gruppo di madri argentine, digiune di
politica e di partecipazione,
diviene
l’epicentro della lotta alla dittatura e della volontà di cambiamento sociale. A loro, e ai movimenti a esse
collegati, il presente volume dedica un’attenta analisi in ottica psicosociale, basata
sui principali contributi teorici al tema, volta
a rintracciare i principali processi in gioco e
a esplorare le articolazioni fra livelli micro e
macro della mobilitazione.
www.liguori.it
Camillo Regalia e Giorgia Paleari,
Perdonare, Bologna, Il Mulino 2008, € 8,8
Offendere ed essere
offesi, ferire ed essere feriti sono esperienze molto comuni
nel vivere umano. I
quotidiani e la Tv ci
aggiornano puntualmente su violenze e
soprusi di ogni genere perpetrati a danno
di persone o di interi
gruppi sociali. E anche se la maggior parte
di noi è estranea a vicende così estreme, a
tutti è capitato di offendere o di essere feriti.
Il perdono si prospetta come via alternativa
alla vendetta o alla fuga, una possibilità che,
pur non abdicando al bisogno di ottenere
giustizia e di avere memoria dell'accaduto,
lascia spazio a una sua risoluzione più
positiva. Ma cosa vuol dire perdonare? Cosa
facilita o ostacola il perdono di un'offesa tra
persone o tra gruppi sociali? Il perdono ci fa
stare bene? Sfatando una serie di luoghi
comuni, gli autori rispondono a questi interrogativi sottolineando le potenzialità ma
anche i limiti insiti nel delicato processo del
perdono.
www.mulino.it
Miguel Á. Martin, Neuro habitat. Cronache
dell’isolazionismo, Roma, Coniglio Editore
2008, € 11
NeuroHabitat è il
racconto lineare e
definitivo di un isolamento fisico ed
emozionale. Chiuso
nel suo appartamento con la sola
compagnia di una
anaconda e di un
cane robot, un ragazzo senza nome ci
accompagna nella
raggelante quotidianità dell’isolazionismo
radicale. Fino alla totale eliminazione della
vita sociale, fino alla cancellazione del proprio volto, per affermare – forse – una nuova paradossale identità. Il bisturi di Martín
(autore del cult Brian the Brain) affonda con
precisione nella paranoia contemporanea.
All’inizio sembra quasi che non faccia male,
e vi farà sorridere con la sua ironia crudele,
mentre lascia il segno. La storia di questo
libro non è reale e non è fantastica:
assurda, plausibile e presente, è vera. È la
storia del vostro vicino di casa, oppure,
forse, la vostra.
www.coniglioeditore.it/coniglio-editore.asp
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Notiziario
Padova. Psicoperapia per tutti: una nuova opportunità per i cittadini
Sono ormai ricorrenti e numerose le voci di esperti e ricercatori che segnalano la diffusione del
disagio psichico e psicosociale in gran parte della popolazione. Addirittura, l’OMS ritiene che nel
2020 la depressione sarà la malattia più diffusa. E spesso le espressioni più gravi di sofferenza
mentale sono solo la punta di un iceberg, quella visibile e classificabile dalle statistiche
epidemiologiche. Al di sotto e nascoste vi sono ulteriori e molteplici forme di disagio, indotte
dalla solitudine, dalla precarietà delle relazioni, da un diffuso senso di vulnerabilità, dalla
marginalità e dall’esclusione sociale. Nonostante il benessere psicologico personale sia un bene
fondamentale per la vita di ogni essere umano, non tutti però dispongono dei mezzi economici
per proteggerlo o svilupparlo. Per offrire una risposta concreta a tutti i cittadini padovani
bisognosi di un aiuto psicologico e psicoterapeutico l’Institute of Constructivist Psychology
(ICP) ha creato il Centro di Psicoterapia Costruttivista. Una struttura che, oltre a svolgere
attività di ricerca, eroga prestazioni di psicologia clinica e psicoterapia. Nel Centro svolgeranno
le loro prestazioni psicoterapeuti e specializzandi della Scuola di Psicoterapia dell’ICP, già
iscritti all’Ordine e sotto supervisione. Il Centro di Psicoterapia prevede che le persone, per cui
sia indicato un sostegno psicologico o un percorso terapeutico – nel caso non riescano a
sostenerne le spese – possano accedere gratuitamente al servizio. E in ogni caso, sempre nei
limiti delle possibilità economiche dei cittadini, potrà essere richiesto un contributo non
superiore ai dieci euro per incontro. Tali contributi saranno raccolti in un fondo cassa per
coprire le spese vive dell’iniziativa.
L’attività del Centro parte ai primi di luglio 2008, avrà sede presso l’Institute of Constructivist
Psychology in via Martiri della Libertà, 13 a Padova. È attivo un servizio di segreteria telefonica
(049 657712).
Roma. Istituto Nazionale per lo Studio e la Promozione del Cohousing
Verso la fine dello scorso anno, è nato a Roma l'ISPCO, Istituto Nazionale per lo Studio e la
Promozione del Cohousing con presidente Antonella Sapio. L’ISPCO vuole costituire un punto di
riferimento per le istituzioni, gli enti, i ricercatori, i cohousers (potenziali o già attivi) e la
società civile. Il cohousing (coabitazione) nasce in Scandinavia negli anni '70 ed è oggi diffuso
specialmente in Danimarca, Svezia, Olanda, Inghilterra, Stati Uniti, Canada, Australia,
Giappone. In questi paesi sono già svariate migliaia le persone che hanno scelto di abitare
condividendo alcuni spazi che consentono di unificare i servizi. Le persone che scelgono il
cohousing per lo più hanno già sperimentato rapporti umani ravvicinati e sono inclini a stabilire
relazioni amicali profonde; nella maggioranza dei casi, tuttavia, è proprio l'esperienza del
cohousing ad aiutare le persone ad acquisire una maggiore maturità alla convivenza civile e ad
approfondire il proprio spessore relazionale. Sito internet: www.ispcohousing.org
Vicenza.
No Dal Molin “La resistenza contro la costruzione della nuova
base USA”
Nel prossimo autunno la città di Vicenza sarà chiamata a pronunciarsi in merito a un
referendum storico: Dal Molin di guerra o Dal Molin di pace. Il movimento No Dal Molin dovrà
affrontare questa impegnativa campagna e visto che non gode di finanziamenti pubblici, sta
attivando una serie di iniziative di raccolta fondi per questo scopo.
La prima è la pubblicazione del libro “Non c’è più Pace”, Lalli Editore € 10, 128 pagine a colori,
che ripercorrono la storia dell’esperienza No Dal Molin attraverso i titoli di giornali, locali e
nazionali, commentati dalle vignette-amare di happy caps.
Per informazioni: www.nodalmolin.it
Per ordinare il libro: www.lallieditore.it [email protected]
pace Conflitti e Violenza
anno V, n.6, gen-giu 2008
Per gentile concessione dell’autore Fogliazza
pace
Conflitti e Violenza
Giornale
della Società Italiana di Scienze Psicosociali per la Pace
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