Ordine aprile 2003 - Ordine dei Giornalisti Lombardia

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Ordine aprile 2003 - Ordine dei Giornalisti Lombardia
Anno XXXIII
n. 4, Aprile 2003
Ordine
Direzione e redazione
Via Appiani, 2 - 20121 Milano
Telefono: 02 63 61 171
Telefax: 02 65 54 307
dei
giornalisti
della
Lombardia
http://www.odg.mi.it
e-mail:[email protected]
Spedizione in a.p. (45%)
Comma 20 (lettera b)
dell’art. 2 della legge n. 662/96
Filiale di Milano
Associazione “Walter Tobagi” per la Formazione al Giornalismo
Istituto “Carlo De Martino” per la Formazione al Giornalismo
ASSEMBLEA DEGLI ISCRITTI ALL’ALBO DELL’ORDINE DEI GIORNALISTI DELLA LOMBARDIA
CIRCOLO
DELLA STAMPA
27 MARZO 2003
INTERVENTI,
BILANCI
E PROGRAMMI
UNA GRANDE
FESTA
NEL SEGNO
DELL’ETICA
ABRUZZO
Le delibere 2002 in tema
di deontologia della professione
D’ASNASCH
Più donne nei giornali:
è record europeo
GONZALES
La piaga dilagante dei cococo,
attività spesso subordinata
COLOMBO
Il bilancio 2002 chiude “in nero”,
ma la gestione fiduciaria piange
SARUBBI
Certificato il bilancio 2001.
Accantonati 126mila euro nel 2002
AMBROSI
Ifg, una storia di 25 anni
ricca di successi
BETTETINI
Cattolica, aula multimediale
segno evidente della svolta
GLI “ANZIANI”
Medaglia d’oro per 50 anni
di appartenenza all’Ordine
I GIOVANI
Ecco i vincitori del premio
“Tesi di laurea sul giornalismo”
È stata una grande festa l’assemblea degli iscritti
all’Ordine dei giornalisti della Lombardia, svoltasi
il 27 marzo a Milano al Circolo della Stampa.
Una festa resa particolarmente significativa
da un anniversario: i 40 anni della legge 69/1963
che ha istituito l’Ordine: “Da quel momento”,
ha ricordato il presidente dell’Ordine dei giornalisti
della Lombardia, Franco Abruzzo, “i giornalisti
hanno guadagnato il riconoscimento giuridico
della professione. E hanno trovato regole e tutele
del mestiere incorporate in quella legge”.
E proprio nel segno delle regole
e della deontologia della professione si è svolta
la relazione del presidente Abruzzo,
alla quale sono seguiti gli interventi
del segretario dell’Ordine Sergio D’Asnasch,
della responsabile dell’Urp, Letizia Gonzales,
del tesoriere Davide Colombo, del presidente
dei revisori dei conti Giacinto Sarubbi e, infine,
dei presidenti delle due Scuole di giornalismo
milanesi: Bruno Ambrosi (Afg “Tobagi”-Ifg
“De Martino”), e Gianfranco Bettetini (Cattolica).
L’Assemblea, come ormai è tradizione, è stata
l’occasione per la consegna delle medaglie d’oro
dell’OgL a 17 colleghi con 50 anni di albo.
Consegnate anche le medaglie dell’Ordine
nazionale a 16 colleghi con 60 anni di Albo
(di questi ultimi parleremo nel prossimo numero).
Premiati, infine, i sei vincitori del Premio Tesi
di laurea sul giornalismo istituito dall’OgL
I SERVIZI DA PAG. 2 A PAG. 16
Delibere disciplinari
Le iscrizioni fino al 30 giugno 2003
Rossella (direttore di “Panorama”) La Scuola di Giornalismo
sanzionato con la censura
di Milano cerca 40 praticanti laureati
per il servizio sul giro delle “squillo” (anche cittadini comunitari)
Milano, 7 marzo 2003. Il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia ha inflitto la
sanzione della censura a Carlo Rossella,
direttore responsabile di Panorama, in relazione a un articolo pubblicato sul numero 42
del 17 ottobre 2002 del periodico in in cui
venivano fatti i nomi dei frequentatori di una
casa di appuntamento romana. Con la sua
condotta, Carlo Rossella ha favorito la
commissione di diversi illeciti disciplinari,
quando l’articolo incautamente ed erroneamente coinvolge nella storia delle squillo
persone estranee ai fatti. Il Consiglio, condividendo le affermazioni dell’Ufficio del Garante
della privacy (che formano un preciso capo
d’incolpazione sotto il profilo tecnico), ritiene
che l’articolo di Panorama abbia violato la
dignità delle persone citate nel servizio giornalistico (dignità tutelata dall’articolo 2 della
legge professionale, dal Codice della privacy
e dalla Carta dei doveri del 1993). I cronisti
giudiziari devono rispettare le stesse regole
dei cronisti di nera o di bianca. Il Codice non
offre letture a geometria variabile.
Rossella porta intera la responsabilità di
avere affidato, in contrasto con le prescrizioni
contrattuali, a un non-giornalista il compito di
scrivere una storia di copertina. Il Consiglio
ha inteso affermare anche il principio che i
direttori responsabili rispondono degli errori
deontologici commessi da non-giornalisti
utilizzati al posto dei giornalisti professionisti.
(Il testo della delibera a pag. 18)
Ripristinata la convenzione
per gli sconti sui treni
È stata ripristinata la convenzione tra il
Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti
e la Divisione passeggeri di Trenitalia. La
convenzione avrà decorrenza dai primi di
aprile e consentirà ai giornalisti di richiedere
presso i Consigli Regionali dell’Ordine il rilascio dei tesserini nominativi alle condizioni di
seguito riportate. Acquisto di biglietti di viaggio di corsa semplice e di andata e ritorno,
con la riduzione del 20% in prima e seconda
classe sul prezzo previsto su tutti i treni della
ORDINE
4
2003
Divisione passeggeri di Trenitalia, compresi
gli Eurocity per il solo percorso italiano, ma
esclusi i treni interregionali, regionali e diretti.
Sono esclusi dalle riduzioni i supplementi VL,
le prenotazioni a pagamento, le cuccette, la
ristorazione ed il servizio telefonico.
I vantaggi del tesserino non sono cumulabili
ad altre riduzioni.
Presso l’Ordine della Lombardia il costo di
tale tesserino è di euro 40. Il rilascio dello
stesso è immediato.
Sono aperte fino al 30 giugno 2003 le iscrizioni al concorso di ammissione al XIV biennio (2003-2005) dell’Istituto “Carlo De Martino” per la Formazione al Giornalismo (Ifg). Il
corso, sostitutivo del praticantato tradizionale, è promosso dall’Ordine dei giornalisti
della Lombardia in collaborazione con la Regione Lombardia.
L’Ifg è il centro di formazione professionale gestito dall’Associazione
“Walter Tobagi” per la
formazione al giornalismo.
Al termine dei due anni
di corso, e superato
l’esame di Stato, gli allievi-praticanti verranno
iscritti all’elenco professionisti dell’Albo dei giornalisti.
Questi i titoli richiesti per
l’ammissione al concorso che è nazionale:
• i candidati non devono
superare il limite di anni
30 al 31 dicembre 2003.
• laurea (anche triennale)
di qualsiasi disciplina.
• Il concorso è aperto anche ai cittadini dei
Paesi dell’Unione europea.
versata interamente alla Regione Lombardia.
Il concorso di ammissione avrà luogo
nell’autunno 2003 e prevede tre prove scritte
e una orale. Il bando può essere richiesto
per posta (dietro rimborso delle spese) o
direttamente alla segreteria dell’Ifg: via Fabio
Filzi, 17 - 20124 Milano tel. 02.6749871- fax:
02.670755 51 (orario 912.30 / 14-17, escluso
sabato e festivi).
Il bando e il questionario
per iscriversi alla selezione possono essere stampati direttamente dal sito
www.odg.mi.it oppure dal
sito www.ifg.mi.it.
La Scuola di giornalismo
dell’Ordine di Milano e
della Regione Lombardia
nei 25 anni di vita ha
creato 596 giornalisti tra i
quali 32 sono direttori
responsabili; 142 sono
vicedirettori, capiredattori,
inviati, corrispondenti dall’estero e capiservizio;
259 sono redattori ordinari e 18 sono responsabili
di uffici stampa.
Questi numeri dicono che le scelte fatte nel
1974/1977 dalla Regione Lombardia e
dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia
sono state accompagnate da un successo
senza eguali.
Bando per
il XIV biennio
(2003-2005)
dell’Istituto
‘Carlo De Martino’
per la Formazione
al Giornalismo
“Giornalisti
si diventa
a Milano”
I posti a disposizione sono 40. La tassa
annuale di frequenza è di 50 euro che va
1
RELAZIONE DEL PRESIDENTE FRANCO ABRUZZO
“Le delibere 2002 in tema di deontolog
Una giustizia che rischia di vivere peren
1
I DATI STATISTICI SULLE DECISIONI
DISCIPLINARI DAL 1997 AL 2002
L’assemblea è chiamata ad approvare i bilanci dell’ente, che per legge sono illustrati dal consigliere tesoriere e dai revisori dei conti. Il mio rendiconto riguarda, invece, le decisioni disciplinari e tutte quelle pronunce rese come pareri nel corso del 2002:
Anni
Procedimenti Procedimenti
avviati
archiviati
Sanzioni disciplinari inflitte
Avvertimento Censura Sospensione
Interventi
totali
1997
32
41
2
1
1
77
1998
21
42
7
6
1
77
1999
16
57
1
1
75
2000
30
71
2
2
3
radiazione 2
110
2001
23
37
orale 4
2
2002
24
55
2
2
3
86
2003
2
Procedimenti pendenti 43
IL DIRITTO DEL MINORE A CRESCERE
SENZA AGGRESSIONI E INVADENZE PREVALE
SUL DIRITTO DI CRONACA
Questo principio è stato enunciato dalla sezione prima civile della Corte d’Appello di Milano
nel procedimento a carico del direttore e di un
redattore di Oggi. Il settimanale aveva pubblicato un ampio servizio dedicato a una bambina
un tempo contesa e ne aveva reso note le
generalità. Con deliberazione del 27 ottobre
1997 il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della
Lombardia aveva sanzionato con la censura e
l’avvertimento il direttore e il redattore, rilevando
che la pubblicazione del nome e cognome
della minorenne, nonché la riproduzione della
sua fotografia, nel contesto di un fatto che non
aveva alcun interesse pubblico. La tutela dei
minori è garantita da una serie di regole, che
qui si riassumono:
a) La Carta dei doveri dei giornalisti, indicando, tra i principi fondamentali a cui il giornalista
deve ispirare il proprio ufficio professionale, il
dovere fondamentale di rispettare la persona,
la sua dignità e il suo diritto alla riservatezza,
senza alcuna discriminazione, ripropone la
disciplina speciale già vigente nella materia dei
minori e dei soggetti deboli e prescrive il rispetto dei principi sanciti dalla Convenzione Onu
del 1989 sui diritti del bambino e delle regole
sottoscritte con la Carta di Treviso per la tutela
della personalità del minore, sia come protagonista attivo, sia come vittima di un reato. In particolare dispone che il giornalista non pubblica il
nome o qualsiasi elemento che possa condurre all’identificazione dei minori coinvolti in casi
di cronaca; evita possibili strumentalizzazioni
da parte degli adulti; valuta comunque se la
diffusione della notizia relativa al minore giovi
effettivamente all’interesse del minore stesso.
b) La Convenzione Internazionale sui diritti
dell’infanzia firmata a New York il 20
novembre 1989 (ratificata con legge n. 176
del 1991 e richiamata nel contratto nazionale
di lavoro giornalistico) prevede che nessun
fanciullo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie o illegali nella sua vita privata
(art. 16).
c) La disposizione prevista dall’art. 114 (comma sesto) del Cpp vieta la pubblicazione delle
generalità e dell’immagine dei minorenni testimoni, persone offese o danneggiate dal reato.
d) La Carta di Treviso “per una cultura
dell’infanzia”, approvata e sottoscritta, in collaborazione con Telefono Azzurro, dalla Fnsi e
dall’Ordine dei giornalisti, ribadisce che il rispetto per la persona del minore richiede il mantenimento dell’anonimato nei suoi confronti, il che
implica la rinuncia a pubblicare elementi che
anche indirettamente possano comunque
portare alla sua identificazione.
e) L’articolo 2 della legge professionale
(Diritti e doveri) afferma che la libertà di informazione e di critica resta limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della
personalità altrui.
f) L’art. 48 (Procedimento disciplinare) prevede
che gli iscritti nell’albo, negli elenchi o nel registro, che si rendano colpevoli di fatti non conformi al decoro e alla dignità professionali, o di fatti
che compromettano la propria reputazione o la
dignità dell’ordine, sono sottoposti a procedimento disciplinare. Tutte le disposizioni richiamate, la cui efficacia e validità nella disciplina
2
66
dell’attività di giornalista non è controversa fra le
parti, non escludono, dunque, il diritto di cronaca, e non pregiudicano in assoluto l’esercizio
della libertà di stampa e di informazione, che
costituiscono beni fondamentali di ogni civile
ordinamento e rappresentano un diritto assicurato anche nei confronti e a favore degli stessi
minori (cfr. artt. 13, 16, 17 della convenzione di
New York). Le disposizioni in esame, però, riaffermando il dovere di tutela della personalità del
minore e disciplinando le concrete modalità
secondo cui il diritto (dovere) di cronaca può
essere esercitato quando il fatto coinvolge un
minore, fissano un preciso discrimine fra modalità lecite e modalità illecite della cronaca. Può,
pertanto, condividersi l’osservazione degli
appellanti che nessuno dei principi della deontologia professionale, quali in particolare possono
ricavarsi dall’adesione dei giornalisti iscritti alle
regole richiamate, valga ad impedire in assoluto
l’esercizio di qualsivoglia forma di cronaca e
informazione. Tuttavia, è temerario pensare che
la violazione dei precetti che regolano l’esercizio
del diritto di cronaca non sia sanzionabile; ed è
infondata l’opinione che, anche in caso di grave
inosservanza delle prescrizioni sulla tutela dei
minori, la liceità del comportamento del giornalista possa essere recuperata e desunta con un
giudizio non “ex ante”, bensì “ex post”, il cui esito
sia fatto dipendere da un esame condotto sul
minore per valutare eventuali disturbi arrecati
alla sua personalità. La valutazione del rispetto
dei principi deontologici attiene al comportamento del giornalista, il cui operato deve conformarsi alle regole accettate e prescritte; da
queste si ricava che l’osservanza dell’anonimato
è generalmente funzionale alla protezione
dell’interesse del minore, in quanto idonea - in
sè - a prevenire i pericoli di una compromissione
del naturale e regolare processo di crescita e
maturazione, che (come fondatamente rilevano
il Consiglio nazionale e il procuratore generale)
potrebbe risultare “disturbato o deviato da spettacolarizzazione del suo caso di vita, da clamorosi protagonismi” (così cfr. Carta di Treviso). Ed
è questo, nella sua specifica e concreta
consistenza di fatto materiale, l’addebito
contestato che segna limiti ed oggetto del
presente giudizio, così come indicati nel
provvedimento di apertura del procedimento disciplinare del primo agosto 1997; e su
questo addebito si fonda anche la ragione
decisiva della pronuncia sia degli organi
disciplinari dell’Ordine dei giornalisti, sia del
Tribunale. Scrivono ancora i giudici d’appello:
“La conferma dei provvedimenti contestati non
implica una compromissione del diritto di informazione e di cronaca, poiché questo avrebbe
ben potuto essere esercitato con modalità che
avessero salvaguardato l’interesse, di grado
superiore, alla tutela della personalità del minore
e al rispetto del suo diritto di crescere senza
aggressioni, invadenze e disturbi esterni. Se
non spetta al giudice disciplinare valutare nella
fattispecie la sussistenza o l’insussistenza - in
assoluto - di un interesse pubblico all’informazione, sono certamente sindacabili le modalità
prescelte: nel caso in esame il ripristino di una
situazione di tranquillità era da valutare essenziale ed era utile impedire che la minore fosse
resa identificabile e venisse dunque riportata al
centro attuale dell’attenzione dall’articolo pubblicato sul settimanale, essendo così resa avvicinabile quantomeno dal settore di pubblico territorialmente più contiguo: dal ritorno alla notorietà
del suo caso, la minore poteva essere indotta a
rivivere i traumi derivanti da una certa morbosità
del precedente clamore, quando, nell’immediatezza dei fatti, per consentirle di recarsi in asilo,
era stato indispensabile che l’edificio (come “in
stato d’assedio’) fosse “circondato dai carabinieri che dovevano proteggere la bambina” (in
questi termini l’articolo in questione, pag. 45 del
settimanale): il carattere potenzialmente devastante di tali conseguenze doveva essere valutato e doveva portare a scelte più coerenti con le
finalità di tutela dei minori recepite fra le regole
deontologiche professionali”.
3
È ILLECITO DISCIPLINARE PUBBLICARE
FOTO DI RAGAZZINO IN GRAVI DIFFICOLTÀ
4
IL PLAGIO
È UN FATTO GRAVISSIMO
5
QUANDO LA PUBBLICITÀ INGANNEVOLE SI
NASCONDE NELL’INVITO DELL’ARTICOLISTA
A USARE UN DETERMINATO DENTIFRICIO
È accaduto che in un articolo comparso sulla
Gazzetta della Martesana il 5 marzo 2001 si
parli di un Centro giovanile e in una fotografia
che correda il servizio compaia l’immagine di
un bambino, chiaramente riconoscibile anche
se non ne veniva citato il nome, mentre fa dei
compiti con altri assistiti. Nell’articolo si parlava
esplicitamente di “ragazzi con gravi problematiche”, “con problemi di inserimento e difficoltà
nello studio”. Nell’esposto si sottolinea che il
piccolo Aristide Angeloro, dopo la comparsa
dell’articolo, si è trovato ad essere palesemente indicato tra i frequentatori del Centro, circostanza prima tenuta riservata. Sono cosi iniziate le prese in giro dei compagni di scuola,
determinando in lui mortificazione e sofferenza, tanto da rifiutarsi di continuare a frequentare il Centro. Il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia ha rilevato che il direttore
della pubblicazione è venuto meno ai suoi
doveri e agli obblighi di direttore responsabile
della Gazzetta della Martesana. Il superamento dei limiti fissati dalle norme di legge e deontologiche fa ritenere fondato l’addebito. Rendere identificabile, attraverso una fotografia, un
minorenne, è espressamente proibito dal
Il Consiglio ha censurato un giornalista autore di più casi di plagio. Il plagio è un fatto
gravissimo dal punto di vista etico, data la
natura del lavoro giornalistico che si fonda
sulle idee e sulla parola o sull’immagine, cioè
sull’apporto personale di ogni singolo autore.
Il plagio è sicuramente uno dei più gravi tra i
fatti non conformi al decoro e alla dignità
Oggi ha pubblicato a pag. 116 del numero 41
dell’11 ottobre 1995, nel contesto della rubrica
“SALUTE”, e della sotto-rubrica “BELLEZZA”,
un articolo dal titolo “I quattro segreti della
perfetta igiene orale”, accompagnato da due
inserti collocati in riquadri delimitati da un
bordo colorato a pallini, l’uno recante il titolo
“C’è anche il dentifricio alla propoli” e l’altro
intitolato “E lavarsi i denti diventa un gioco”,
quest’ultimo del seguente tenore letterale:
“Piccoli segreti per «iniziare» i più piccini all’igiene orale. Cominciate con l’abituarli a sciacquarsi la bocca dopo aver mangiato un dolcino o una caramella. E puntate sul loro istinto
di imitazione. Incuriositeli facendoli assistere
sempre, alla fine di ogni pasto, alla vostra
«operazione igiene orale». Poi, un bel giorno,
regalategli il SUO spazzolino e il SUO dentifricio, per esempio della linea Mentadent denti
in crescita, studiata per i più piccoli”. A lato del
testo di quest’ultimo inserto risultava apposta
un’immagine fotografica raffigurante tre spazzolini a forma di pupazzetti in piedi e due
tubetti di dentifricio, uno in piedi ed uno orizzontale, tutti recanti la scritta “MENTADENT”.
Sotto l’immagine vi era la didascalia: Linea
orale per bambini.
Il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della
Lombardia ha promosso procedimento disciplinare nei confronti sia della giornalista autrice dell’articolo e degli inserti sia del direttore
della rivista,per violazione delle norme deontologiche di cui agli artt. 2 e 48 della legge
professionale 3 febbraio 1963, n. 69, rispettivamente nella parte in cui l’una impegna i
giornalisti a promuovere la fiducia dei lettori
Codice di deontologia sulla privacy, dalla Carta
dei doveri del giornalista, dalla Carta di Treviso
(I e II) e dall’articolo 16 della Convenzione
internazionale sui diritto dell’infanzia del 1989
(che è diventata la legge italiana n. 176/1991 e
che è richiamata dal Contratto nazionale di
lavoro giornalistico); e contrasta con i doveri
imposti dall’articolo 2 della legge professionale
circa il rispetto della persona come limite invalicabile del diritto di cronaca. Il direttore, con il
suo comportamento, ha danneggiato profondamente il processo di maturazione del minore e la sua condizione psichica. La tutela della
persona, e soprattutto di un minorenne, coinvolge valori fondamentali della Carta costituzionale (identità personale, diritto alla riservatezza) che non possono essere “invasi” dal
diritto di cronaca. Soprattutto quando gli articoli possono ferire il processo formativo e la
crescita psichica di un minorenne, esponendo
il minorenne medesimo a una “pressione”
esterna continua nel tempo. L’ordinamento
giuridico italiano vieta ai giornali di occuparsi
dei minori: questa regola non ammette deroghe. Gli interessi del minore prevalgono sul
diritto di cronaca
professionale che compromettono la reputazione dei singoli e la dignità dell’Ordine. Il
giornalista che pone in essere il plagio di un
articolo altrui viene meno alle norme di legge
dettate a tutela della personalità altrui e non
contribuisce alla promozione della fiducia tra
la stampa e i lettori nonché dello spirito di
collaborazione tra colleghi.
nella stampa, e l’altro vieta i comportamenti
atti a compromettere reputazione e dignità
dell’ordine, o non conformi alla dignità ed al
decoro professionale; ciò sul presupposto che
nel caso concreto fosse stata posta in essere
una fattispecie di pubblicità redazionale ingannevole (ex artt. 1, secondo comma, e 2, lettera
b, D.Lgs. n.74/1992) indirizzata a promuovere
con tono suadente, non in modo palese e
riconoscibile, in un ambito apparentemente
informale e didascalico, la vendita di un
prodotto commerciale. Il Consiglio ha inflitto ai
due incolpati, con provvedimento emesso in
data 9 settembre 1996, la sanzione dell’avvertimento scritto (ex art.52 della legge n.
69/1963), confermato dal Consiglio nazionale
dell’Ordine dei Giornalisti, dal Tribunale civile
di Milano e dalla prima sezione civile della
Corte d’Appello di Milano.
Si legge nella sentenza della Corte d’Appello:
“Nel caso di specie, peraltro, non sembra
davvero discutibile che la giornalista fosse, o
comunque dovesse essere, ben consapevole
del carattere pubblicitario ingannevole del suo
articolo oltre che del fatto che di conseguenza, potesse risultarne incrinato il rapporto
fiduciario con i lettori e compromessi il decoro
e la dignità della professione. Quanto alla
conoscenza (implicita) del carattere pubblicitario dell’articolo, è appena il caso di rimarcare che tale carattere non è seriamente discutibile visto che, invitando i lettori a far uso
(ovviamente previamente acquistandoli) di
alcuni prodotti della linea “MENTADENT”, la
giornalista null’altro faceva che reclamizzarli,
e sarebbe del tutto incongruo ipotizzare che
ORDINE
4
2003
ia della professione giornalistica.
nemente in zona prescrizione”
di tale finalità pubblicitaria fosse inconsapevole proprio la giornalista che intendeva perseguirla. La ricorrente ha peraltro esplicitamente
dichiarato, nel corso dell’istruttoria esperita in
fase disciplinare, di aver impostato lei stessa
l’intera pagina, e di aver fornito lei stessa la
foto posta a lato dell’articolo, ammettendo di
6
IL DIRITTO DI CRONACA
VINCE SUI PERSONAGGI PUBBLICI
Questo principio è collegato a una vicenda che
ha come protagonista l’ex consigliere comunale Rosy Mauro (Lega Nord), che ha denunciato cinque cronisti e il direttore responsabile del
Corriere della Sera. Secondo il Consiglio, chi
ha deciso di mettersi in politica ha, comunque,
una sfera di salvaguardia molto più limitata
rispetto all’uomo della strada. Queste regole,
ispirate dal concetto americano di “etica pubblica”, riservano “un’attenuata riservatezza per i
personaggi politici e i pubblici funzionari sui
quali il cittadino ha sempre diritto di essere
informato”. In dottrina si ritiene, infatti, che
l’esercizio del “diritto di cronaca può essere
tanto più penetrante quanto più elevata sia la
posizione pubblica della persona nelle istituzioni, nel mondo politico, in quello economico
o scientifico, nella collettività, per il riflesso che
le sue condotte anche private possono assumere sulla sua dimensione pubblica” (M.
Polvani, La diffamazione a mezzo stampa,
Cedam, Padova 1995, 108). “Chi ha scelto la
notorietà come dimensione esistenziale del
proprio agire, si presume abbia rinunciato a
quella parte del proprio diritto alla riservatezza
direttamente correlata alla sua dimensione
pubblica” (Tribunale di Roma, 13 febbraio
1992, in Dir. Famiglia, 1994, I, 170, n. Dogliotti,
Weiss). “L’uomo pubblico” non può sottrarsi ad
una verifica (anche lesiva della reputazione)
cronachistica e/o critica del suo operato.
La Cassazione dall’ottobre 1984 (con la
sentenza n. 5259) ha dettato le regole, ribadite
costantemente negli anni, alle quali devono
attenersi i cronisti: “In tema di diffamazione a
mezzo stampa, il diritto di cronaca può essere
esercitato, quando ne possa derivare lesione
all’altrui reputazione, prestigio o decoro,
soltanto qualora vengano dal cronista rispettate le seguenti condizioni: a) che la notizia
pubblicata sia vera; b) che esista un interesse
pubblico alla conoscenza dei fatti riferiti in relazione alla loro attualità ed utilità sociale; c) che
l’informazione venga mantenuta nei giusti limiti della più serena obbiettività. Il diritto di cronaca non esime di per sé dal rispetto dell’altrui
reputazione e riservatezza, ma giustifica intromissioni nella sfera privata dei cittadini solo
quando possano contribuire alla formazione
della pubblica opinione su fatti oggettivamente
rilevanti per la collettività” (Cass. pen., sez. V,
10 dicembre 1997, n. 1473; Riviste: Cass.
Pen., 1999, 3135, n. Angelini; Rif. ai codici: CP
art. 51, CP art. 595). Per quanto concerne la
pubblicazione di notizie attinenti la condotta di
un magistrato, è stato osservato che “anche la
conoscenza di comportamenti tenuti in privato
(...) può rivestire il carattere della utilità sociale
qualora i comportamenti stessi siano idonei a
valere come indice di valutazione rispetto all’esercizio della funzione esplicata dal soggetto
medesimo” (Cass., 23.4.1986, Emiliani, in
Giust. pen., 1987, II, 699).
L’interesse generale all’informazione sugli
avvenimenti politici comprime la tutela della
reputazione e può legittimare la critica di un
fatto ancora da verificarsi, ma probabile,
nell’interesse della collettività. Questo principio
7
è stato affermato dalla Cassazione (Sezione
quinta penale n. 31037 del 9 agosto 2001). In
sostanza l’autore di una diffamazione con il
mezzo della stampa non è punibile se ha agito
nell’esercizio del diritto di cronaca e di critica,
purché non abbia superato i limiti: a) dell’interesse pubblico all’informazione; b) della continenza, intesa come correttezza formale della
notizia o della critica; c) della verità della notizia. In generale, per quanto concerne il diritto
di critica, è ormai consolidato il principio
secondo il quale “in tema di diffamazione a
mezzo stampa l’esercizio del diritto di critica
presuppone una notizia che ad esso preesiste
(momento che attiene ancora al diritto di
cronaca), con la conseguenza che sussiste
l’obbligo dell’articolista di esercitare la propria
critica esclusivamente su fatti del cui nucleo
fondamentale ha verificato la corrispondenza
al vero” (Cass. Sez. Quinta Penale n. 6548 del
1998)”.
Il diritto di cronaca e di critica nell’esercizio
dell’attività politica, si legge nella sentenza citata, è una manifestazione della libertà di
pensiero (art. 21 Cost.), ma è anche un’estrinsecazione della libertà di “concorrere con
metodo democratico alla formazione della
politica nazionale”. Il metodo democratico,
esplicitato come regola di gestione della politica nell’articolo 49 della Costituzione, non
comporta solamente l’attribuzione ad ogni
cittadino dei diritti di elettorato attivo e passivo
(art. 46 e 51 Cost.), di costituzione e partecipazione ad associazioni politiche (art. 49 Cost.),
di interpello delle Camere (art. 50 Cost.), ma
“comporta anche il rispetto di altre regole
necessarie al regime democratico”. “Tra
queste – si legge nella sentenza – vi è quella
di garantire alla collettività, attraverso i mezzi
di informazione di massa, la conoscenza dei
fatti di rilevanza politica. Essa opera anche
come criterio ermeneutico dell’articolo 51 Cp,
in forza del quale l’interprete deve tener conto
della particolare rilevanza dell’interesse
pubblico e della conseguente minore tutela
dell’onore personale (che, inteso in senso
oggettivo, comprende anche la reputazione). Il
limite della verità è meno rigoroso per la
necessità di una più ampia base di informazione di cui ha bisogno la collettività per potere
valutare criticamente l’azione delle forze politiche, la gestione dell’apparato politico amministrativo ed ogni altro fatto o evento rilevante di
natura politica. Si deve perciò concludere che
in materia politica l’interesse all’informazione
(per la maggiore rilevanza del suo oggetto)
comprime la tutela della reputazione e legittima anche la critica di un fatto ancora da verificarsi, ma probabile in base alla ragionevole
valutazione di altri fatti invece certi, a condizione, peraltro: a) che il fatto in questione sia attinente alla vita politica nazionale o locale e rivesta una sufficiente grado di interesse per la
collettività (requisito della pertinenza); b) che la
rappresentazione di quel fatto come probabile
sia ragionevole e derivi dalla concatenazione
logica di fatti già accertati e correttamente riferiti (requisito della continenza)”.
LE “MALELINGUE”
NON FANNO FONTE
I giornalisti non possono raccogliere e pubblicare ciò che dicono le “malelingue” su una
determinata vicenda, perché hanno l’obbligo
giuridico (art. 2 l. n. 69/1963) di attenersi alla
“verità sostanziale dei fatti”, agendo da “storici
dell’istante” (o “del presente”). Non si addice a
un fotoreporter, iscritto nell’elenco pubblicisti
dell’Albo, braccare una persona, dare la caccia
a una persona, molestando e disturbando. La
caccia si dà, entro determinati limiti temporali e
di specie, soltanto agli animali. La persona al
centro di una storia di cronaca non è un
“prodotto” da vendere al migliore offerente, ma
ORDINE
ben sapere che sarebbe stata pubblicata; foto
il cui carattere pubblicitario non solo è del tutto
evidente, visto che in essa erano raffigurati i
prodotti “MENTADENT”, ma emerge per il
fatto stesso che si trattava di una foto evidentemente realizzata o commissionata dalla
stessa azienda produttrice”.
4
2003
è una persona da rispettare nella sua dignità e
nella sua identità. Nel diritto di cronaca non
rientrano né i racconti delle malelingue né il
“sistema” operativo aggressivo adottato da
taluni fotogiornalisti per procurarsi uno scatto.
L’appartenenza all’Ordine dovrebbe determinare negli iscritti, sia che raccontino i fatti con
le parole sia che raccontino gli stessi fatti con
le immagini, il rispetto massimo delle norme
deontologiche poste a tutela della dignità delle
persone, valore costituzionale che anima la
legge professionale e la normativa sulla
privacy. Sono questi gli argomenti alla base
della delibera con la quale il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia ha sanzionato con la sospensione di due mesi dall’attività professionale il giornalista professionista
Giuseppe Nicotri e il giornalista pubblicistafotoreporter Giuseppe Fella, autore il primo di
un articolo sulla vicenda di Ugo Moretto, già
sacerdote e direttore della Tv del Vaticano, e
della sua compagna Barbara Bisazza, giornalista professionista. L’articolo di Nicotri dal titolo: “Don Moretto, papà perfetto” è apparso sul
numero dell’Espresso del 21 febbraio 2002,
mentre Oggi (numero del 20 marzo 2002) ha
pubblicato un articolo a firma Roberto Beccarla (dal titolo: “Non chiamatemi padre Ugo,
presto sarò solo padre”), illustrato dalle foto
scattate da Giuseppe Fella, che aveva sottoposto la coppia a un lungo assedio e anche a
un inseguimento in auto. Il Consiglio ha ritenu-
8
a
ble
m
e
Ass
to legittima la pubblicazione dei nomi e delle
immagini dei protagonisti della vicenda. Il
Consiglio condivide questa massima giurisprudenziale: “La notorietà del personaggio
ritratto si estende anche ai congiunti, a condizione che costoro ne condividano in buona
parte le vicende umane, inevitabilmente
influenzate dalla sua condizione di uomo
pubblico, e si presentino di sovente in pubblico
accanto a lui” (Trib. Napoli, 30/09/1898; Fonte
Nuova Giur. Civ., 1990,I,404; Dir. Autore,
1990,382; Dir. Informazione e Informatica,
1990, 520). È indubbio che Ugo Moretto sia un
personaggio pubblico, quale ex direttore della
Tv del Vaticano, e che pertanto la sua posizione si estenda a Barbara Bisazza. In questo
caso il diritto di cronaca (tutelato dall’articolo
97 della legge n. 633/1941 sul diritto d’autore)
prevale sul diritto alla riservatezza.
NON COSTITUISCE REATO DI DIFFAMAZIONE
A MEZZO STAMPA SCRIVERE, IN MANIERA
DOCUMENTATA, CHE UNA PROCURA SI È POSTA
FUORI DALLA COSTITUZIONE E DALLA
CONVENZIONE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO
Il Gup del Tribunale di Brescia ha dichiarato
“in nome del popolo italiano” il non luogo a
procedere contro il presidente dell’Ordine dei
giornalisti della Lombardia, “per non essere
punibile, ex articolo 51 Cp, ritenuta sussistente l’esimente del diritto di cronaca e di critica”.
Il presidente era stato accusato del reato di
diffamazione a mezzo stampa nei riguardi di
un Pm di Como al quale un cronista del
Corriere di Como aveva opposto il segreto
professionale alla richiesta dello stesso Pm di
consegnare l’elenco delle sue utenze telefoniche. Il presidente dell’OgL aveva rivolto un
appello al Procuratore generale della Repubblica e concesso una intervista al Corriere di
Como in difesa di un redattore del quotidiano,
messo sotto inchiesta per reticenza dal Pm
incaricato di una indagine su una fuga di notizie. La decisione del Gup significa che i
pubblici ministeri possono essere legittimamente criticati in maniera “aspra, polemica,
forte e veemente ma non denigratoria”, quan-
do chiedono ai cronisti la consegna delle
agende personali con l’elenco delle “utenze
telefoniche”. Il segreto (dei giornalisti) sulle
fonti fiduciarie è tutelato dagli articoli 2 della
legga n. 69/1963 sulla professione giornalistica e 13 della legge n. 675/1996 sulla privacy
nonché dall’articolo 10 della Convenzione
europea per la salvaguardia dei diritti dell’Uomo (sentenza Goodwin della Corte di Strasburgo).
Le critiche del presidente dell’OgL in sostanza
non costituiscono reato in quanto, come ha
scritto il Pm, “la libertà, riconosciuta dalla
Costituzione, di manifestazione del pensiero e di formulazione di critica nei confronti
di chi esercita funzioni pubbliche comprende necessariamente il diritto di critica
giudiziaria ossia l’espressione di dissenso,
anche aspro e veemente, nei confronti
dell’operato di magistrati i quali, in quanto
tali, non godono di alcuna immunità,
nonché degli atti da costoro compiuti”.
9
ARTICOLO 58 DELLA LEGGE N. 69/1963
E PRESCRIZIONE DEI “REATI” DEONTOLOGICI.
QUESTIONE DI LEGITTIMITÀ COSTITUZIONALE
10
CONCLUSIONI
Presto verrà discusso di fronte alla Corte di
Cassazione il ricorso dei giornalisti Occhipinti
e Laganà contro la sanzione della censura
inflitta dall’Ogl e confermata da Cnog, Tribunale e Corte d’Appello di Milano. L’azione
disciplinare purtroppo è prescritta, perché la
Cassazione non ha fissato, benché sollecitata
dal nostro difensore (avv. prof. Remo Danovi),
l’udienza entro il 14 dicembre 2002. Il prof.
Danovi ha avuto la brillante idea, che pienamente condivido, di sollevare la questione di
legittimità costituzionale dell’articolo 58 della
nostra legge professionale. Le sezioni unite
civili della Cassazione, con la sentenza n.
9694 del 4 luglio 2002, hanno stabilito un
criterio interpretativo dell’articolo 58 che
appare insuperabile: “Il procedimento disciplinare nei confronti dei giornalisti è unico, se
pure articolato in due distinte fasi: amministrativa, che si svolge dinanzi al Consiglio
Regionale o Interregionale dell’Ordine e, in
sede di ricorso, davanti al Consiglio Nazionale; e giurisdizionale, che si svolge dinanzi a
“Sezioni specializzate”, istituite presso il Tribunale e la Corte d’Appello, e poi, dinanzi alla
Corte di Cassazione. Pertanto il termine
massimo di prescrizione dell’azione disciplinare, previsto in sette anni e mezzo dall’arti-
Completano il panorama le decine e decine
di pareri di congruità rilasciati a colleghi in
conflitto con le aziende editrici di quotidiani e
periodici. Anche in questo specifico campo
abbiamo cercato di tenere alta la bandiera
della dignità e del decoro della professione,
difendendo le cifre minime fissate dal Tariffario. La normativa europea recepita nel nostro
colo 58 della legge n. 69 del 1963 deve intendersi riferito all’intero procedimento disciplinare, comprensivo delle predette due fasi”.
La conseguenza di quella sentenza è disastrosa: pretendere che cinque gradi di giudizio possano esaurirsi in 7 anni e 6 mesi è
pura follia. Il risultato è che tutti i procedimenti
disciplinari rischiano di essere dichiarati
prescritti, come è avvenuto con il caso
Lombardfin.
Le vie sono due: una modifica legislativa
dell’articolo 58 (impossibile ad ottenersi)
oppure un intervento della Corte costituzionale. L’obiettivo è quello di far attribuire alla
pendenza del procedimento avanti l’autorità
giudiziaria un effetto interruttivo permanete
(dei termini), come oggi già accade per i
procedimenti relativi ad avvocati e notai.
Il prof. Danovi, persona autorevole come
professionista, è presidente del Consiglio
nazionale forense. Spero che la Cassazione
lo ascolti e lo segua. Giornalisti, notai e avvocati non possono essere trattati in maniera
difforme.
Lamento l’assenza del Cnog da questo
procedimento così decisivo per la nostra
credibilità (l’Ordine è la deontologia e sulla
deontologia si gioca tutta la sua credibilità).
ordinamento ci consente di agire con
successo nel campo del recupero dei crediti
vantati dai colleghi nei riguardi degli editori.
Un modo, questo, che, al pari del rispetto per
le regole deontologiche, appare decisivo e
centrale al fine di tutelare efficacemente
quanti vivono il ruolo sociale e la “missione”
pubblica della professione giornalistica.
3
Circolo della stampa
a
ble
m
e
Ass
di Francesco Clementi e Gianni Santucci
oco prima delle 16, la
sala Bracco del Circolo della Stampa resta in silenzio per alcuni secondi. È in corso l’assemblea degli iscritti all’Albo dei
giornalisti della Lombardia.
Sono appena state lette le
relazioni sul bilancio, quando Ruben Razzante si alza
per chiedere un minuto di
raccoglimento in ricordo di
Daniele Vimercati.
È il 27 marzo del 2003, ed
è passato un anno esatto
dalla morte dell’allora direttore di Telelombardia, “biografo” di Umberto Bossi, ex
direttore dell’Indipendente e
del Borghese, noto al pubblico soprattutto per la conduzione del talk-show politico Iceberg. Vimercati morì
a Milano per una malattia
improvvisa, all’età di 45 anni.
Cronaca di
un’assemblea
que avviato nelle forme tradizionali, con le iscrizioni
aperte dal primo marzo.
P
l ricordo di Vimercati è
stato l’unico fuori programma dell’assemblea
del 2003, presieduta per il
14esimo anno da Franco
Abruzzo (“ma l’entusiasmo
è sempre quello della prima
volta”). Che ha ricordato anche un altro anniversario: i
40 anni dalla promulgazione
della legge che nel 1963 ha
istituito l’Ordine. “Da quel
momento -– ha detto Abruzzo – i giornalisti hanno guadagnato il riconoscimento
giuridico della professione.
E hanno trovato regole e tutele del mestiere incorporate in quella legge”. L’assemblea del 27 marzo è stata
anche l’occasione per consegnare le medaglie ai 16
colleghi che hanno raggiunto i 60 anni di iscrizione
all’Albo. E ai 17 che hanno
la tessera da 50 anni.
All’appuntamento sono intervenuti il consigliere tesoriere Davide Colombo, il
presidente del Collegio dei
revisori dei conti, Giacinto
Sarubbi, il consigliere se-
I
uest’anno ha segnato
invece un profondo
rinnovamento nell’altra scuola di giornalismo milanese, quella dell’Università
Cattolica. Gianfranco Bettetini lo ha descritto così: “Pur
rimanendo tradizionalmente
portatrice di una formazione
accademica che considera
la preparazione teorica degli
studenti fondamentale e caratterizzante, la scuola ha
scelto di rafforzare la parte
pratica del curriculum di studi, per rispondere innanzitutto alla mutata fisionomia del
lavoro giornalistico”. Le principali novità sono state la
creazione di un quotidiano
online (Mag, che in poco più
di 3 mesi di lavoro ha prodotto circa 2 mila articoli) e l’avvio a tempo pieno delle attività audio-video.
Infine l’ormai consuta festa
che in un ideale passaggio
di consegne accomuna i decani e le giovani leve.
Abruzzo ha consegnato la
medaglia d’oro ai colleghi
che festeggiano i 50 anni di
iscrizione all’Albo.
Prima “passerella” ufficiale
invece per i 19 studenti della
Scuola di giornalismo dell’Università Cattolica, che
hanno ricevuto l’agognato
tesserino da praticante. Altri
sei laureati sono stati premiati per le migliori tesi di
laurea sul giornalismo: un’iniziativa particolarmente cara ad Abruzzo, nel segno di
un sempre maggiore scambio reciproco fra l’Ordine e il
mondo dell’Università. Parecchia emozione, sorrisi
ma anche qualche occhio
lucido: scene che sicuramente rivedremo a Palazzo
Serbelloni l’anno prossimo,
e che contribuiscono a rendere ogni volta “nuova” questa festa.
Q
gretario dell’OgL, Sergio
D’Asnasch, e il consigliere
responsabile dell’Ufficio relazioni con il pubblico,
Letizia Gonzales.
opo questi interventi,
hanno letto le proprie
relazioni Bruno Ambrosi, presidente dell’Associazione per la Formazione al Giornalismo “Walter
Tobagi” (Afg) che gestisce
l’Ifg (Istituto per la Formazione al Giornalismo), e
Gianfranco Bettetini, direttore della Scuola di giornalismo dell’Università Cattolica. L’incontro si è chiuso festosamente con la consegna delle medaglie alle
“penne d’oro”, e dei tesserini di praticante agli studenti
della Cattolica, mentre sei
laureati sono stati premiati
per le migliori tesi di laurea
sul giornalismo.
D
opo i saluti iniziali di
Franco Abruzzo la
parola è passata al
consigliere tesoriere Davide
Colombo, che ha constatato
un avanzo di esercizio pari a
126.419 euro per il bilancio
consuntivo 2002 dell’Ordine. “Resta negativo il bilancio del contenzioso legale – ha illustrato Colombo –
ma si tratta di spese obbligatorie per difendere la nostra deontologia”. Nel marzo
2002 l’Ordine ha chiuso il
D
rapporto con Bipop-Carire:
“Ora il portafoglio dell’Odg è
stato affidato a Banca
Intesa, che lo gestisce in
una prospettiva di recupero
di valore nel medio e lungo
periodo” ha spiegato Colombo. Il quale ha espresso
soddisfazione per la tempestività dei versamenti a
Roma che ha consentito anche quest’anno all’Ordine
della Lombardia di risparmiare oltre 140mila euro. “E
grazie all’uso della posta
prioritaria in luogo delle raccomandate, la convocazione di questa Assemblea ci è
costata 32mila euro in meno”, ha concluso Colombo. I
dettagli del consuntivo sono
poi stati illustrati dal presidente del collegio dei
Revisori dei Conti Giacinto
Sarubbi, che ha sottolineato
il giudizio positivo rilasciato
dalla Certifida, società cui è
stato affidato il compito di
certificare i bilanci dell’Odg
lombardo nel triennio 20012003. Le due relazioni sono
state approvate all’unanimità.
Sergio D’Asnasch, consigliere segretario dell’OgL ha
iniziato il suo intervendo registrando l’aumento di iscritti, che in Lombardia sfiorano
ormai quota 20mila. In calo
invece il numero di praticanti: “Un chiaro segno – ha
spiegato D’Asnasch – di come gli editori siano restii ad
assumere giovani con regolare contratto: per questo ci
battiamo per far riconoscere
il praticantato d’ufficio a chi
dimostra di averlo fatto”.
D’Asnasch ha concluso riaffermando l’impegno sulla
deontologia, sottolineando
la fiducia di cui in questo
campo gode l’Ordine anche
al di fuori della categoria:
“Lo dimostrano per esempio
le segnalazioni che arrivano
dai semplici lettori”.
Letizia Gonzales, da cinque
anni responsabile dell’Ufficio relazioni con il Pubblico,
ha preso la parola sottolineando il privilegio che le
deriva dal ruolo, esercitato
con la preziosa collaborazione dell’avvocato Luisella
Nicosia in materia legale e
del dottor Salvatore Gentile
dello studio Marcianesi in
campo fiscale: “Ho la possibilità di ascoltare la voce di
tanti colleghi: quest’anno un
migliaio si sono presentati
negli uffici, e altrettanti si sono rivolti a noi per telefono o
via e-mail. Le domande più
frequenti riguardano l’accesso alla professione e il
contratto nazionale”. Gonzales, parlando a braccio,
ha voluto mettere il dito in
quella che ha definito la piaga dei cococo “La Fnsi ha
tracciato alcuni confini per
questi contratti, sempre più
gettonati dalle aziende editoriali. I giovani con i cococo
non possono ammalarsi,
godere delle ferie, accendere un mutuo in banca: ma
per molti resta l’unica forma
di contratto possibile”. Infine
per Gonzales bisogna valorizzare il ruolo dei freelance:
“Si tratta di una figura che
possiede quel know how indispensabile per la qualità e
la completezza dell’informazione: alla nostra istituzione
spetta il compito di agire per
il rispetto delle tariffe”.
n apertura della sua relazione, Bruno Ambrosi ha
ricordato un’altra ricorrenza: i 25 anni di vita dell’Istituto per la Formazione
al Giornalismo “Carlo De
Martino”. Un traguardo celebrato con un volume di 160
pagine che ripercorre la storia della scuola, dai primi
bienni a quello in corso, il
tredicesimo. E al futuro
dell’Istituto Ambrosi ha dedicato la parte finale del suo
intervento: “Il passaggio annunciato all’università Statale come biennio di specializzazione in giornalismo
per il corso di laurea in
Scienze della comunicazione, un traguardo che sembrava vicino e privo di difficoltà, si è invischiato invece
nelle paludi della burocrazia, della politica centrale e
di contrapposizioni interne
alla categoria”. Il 14esimo
corso biennale è stato dun-
I
RELAZIONE DEL CONSIGLIERE SEGRETARIO
Sergio D’Asnasch
“Sempre più donne nei giornali.
È record europeo”
Anche nel 2003, come è avvenuto costantemente anche
negli anni precedenti, registriamo un aumento complessivo
degli iscritti all’Ordine dei giornalisti della Lombardia: i giornalisti nella nostra Regione sono infatti 19.972 rispetto ai
19.861 del 2002. I professionisti sono 6.057, di cui il 41%
donne, ed i pubblicisti 9.982, con una componente femminile
pari al 35,49%. Abbiamo inoltre 669 praticanti, 3.472 iscritti
all’elenco speciale, e 49 all’elenco stranieri.
Significativo il continuo aumento delle donne tra i professionisti. È un fenomeno che si sta verificando ormai da tempo
in Lombardia e le previsioni sono di un ulteriore incremento
nei prossimi anni: lo indica il fatto stesso che tra i 669 praticanti iscritti nel nostro Ordine le donne sono addirittura il
51,28%. Del resto l’occupazione femminile in campo giornalistico è in Lombardia la più altra non solo in Italia, ma anche in
Europa.
Il totale dei 669 praticanti iscritti è però inferiore agli 805 che
risultavano lo scorso anno. Una diminuzione che non può
non preoccupare. È un chiaro segno di come gli editori siano
sempre più restii ad assumere giovani con regolare contratto
di praticantato, ricorrendo invece a forme meno impegnative.
Il nostro Ordine cerca di contrastare questa tendenza, riconoscendo il praticantato di ufficio a coloro che dimostrano di
4
averlo comunque fatto con un costante impegno in una o più
testate. Siamo stati i primi in Italia a dare il dovuto spazio al
praticantato di ufficio e continuiamo su questa strada. La
nostra maggiore soddisfazione è quando il praticantato di
ufficio trova piena conferma davanti alla magistratura del
lavoro, che riconosce il diritto all’assunzione con articolo uno
del contratto di lavoro giornalistico a coloro che fino ad allora
erano chiaramente sfruttati. Non tutti, soprattutto quando si
lavora in piccole aziende, ritengono tuttavia opportuno rivolgersi alla magistratura per far valere i loro diritti. Il precariato
continua pertanto ad essere sempre più diffuso nel giornalismo professionistico.
Un vero boom di iscrizioni all’Ordine dei giornalisti si sta invece preannunziando tra i pubblicisti. È dovuto anche alla legge
n. 150/2000 che prevede l’obbligatorietà di iscrizione all’Ordine per coloro che svolgono attività di ufficio stampa presso
enti pubblici. L’iscrizione viene ottenuta frequentando il corso
organizzato dall’Ordine per preparare i praticanti all’esame di
Stato. Per non creare discriminazioni, l’Ordine nazionale ha
quindi deciso che una simile procedura possa essere usata
anche da coloro che lavorino in uffici stampa privati.
Anche per questi si apre pertanto la possibilità di ottenere
l’iscrizione all’elenco dei pubblicisti. Finora, invece, il tesseri-
no di pubblicisti si poteva avere solo dimostrando la pubblicazione “non occasionale e retribuita” di articoli presso testate
giornalistiche.
L’Ordine della Lombardia sta stringendo i rapporti con il
mondo dell’Università, attraverso il quale in futuro avverrà
sempre più l’ingresso nella professione giornalistica. Stiano
anche cercando di valorizzare le tesi di laurea di argomento
giornalistico. Al nostro concorso su questo genere di tesi
partecipa un numero sempre crescente di neolaureati. Abbiamo anche preso contatti con case editrici per la pubblicazione delle tesi più significative contenenti studi approfonditi e
spesso originali tali da meritare ampia diffusione.
Una parola infine sull’impegno dell’Ordine della Lombardia
sulla deontologia. Ne parla ampiamente la relazione del
presidente, ma io voglio sottolineare la fiducia di cui in questo
campo gode l’Ordine al di fuori della categoria. Lo dimostra il
fatto che la maggior parte di esposti su violazioni deontologiche arriva proprio dall’esterno, spesso da semplici lettori.
Ogni segnalazione viene presa nella dovuta considerazione
ed anche quando non si ravvisino gli estremi per un procedimento, ne diamo spiegazione a chi l’ha inviata. Riteniamo,
infatti, che sulle nostre decisioni debba esistere la massima
trasparenza.
ORDINE
4
2003
a
ble
m
e
Ass
RELAZIONE DEL CONSIGLIERE RESPONSABILE DELL’URP (UFFICIO RELAZIONI CON IL PUBBLICO)
Letizia Gonzales
“La piaga dilagante dei cococo,
attività spesso «subordinata»”
Da cinque anni sono responsabile del servizio relazioni con il
pubblico, oramai consolidato e qualificato punto di riferimento
per tanti colleghi soprattutto freelance grazie anche alla
preziosa collaborazione dell’avvocato Luisella Nicosia, che
cura il servizio legale e del dott. Salvatore Gentile dello studio
Marcianesi che cura quello fiscale. Le consulenze, com’è
noto, sono gratuite.
AL SERVIZIO DI MIGLIAIA DI COLLEGHI
Un po’ di numeri: in questo ultimo anno abbiamo incontrato
direttamente negli uffici dell’Ordine circa un migliaio di colleghi e altrettanti si sono rivolti a noi per telefono o attraverso
e-mail.
A me (ricevo due volte la settimana) sollecitano informazioni
sull’accesso al giornalismo, su come iscriversi all’albo dei
pubblicisti, su problemi inerenti la professione dalla privacy ai
diritti d’autore, alla deontologia professionale. Chiarimenti
che riguardano il contratto nazionale di lavoro o quello sottoscritto per le piccole emittenti locali (chiamato l’AerAntiCorallo per intenderci) con riferimento in particolare sui percorsi
professionali e sul praticantato. E ancora recentemente con
la nuova normativa, che prevede l’accesso alla nostra professione degli addetti stampa degli uffici pubblici o privati, informazioni sui requisiti necessari per iscriversi all’albo dei
pubblicisti o come ottenere il riconoscimento del contratto
giornalistico per chi opera negli uffici stampa degli enti pubblici. Persino neoeditori o direttori progettisti si sono rivolti ai
nostri uffici per consulenze circa nuove iniziative e informazioni sull’applicazione del contratto di lavoro.
All’ufficio legale come risulta dalla relazione dell’avvocato
Nicosia si rivolgono i colleghi per sollecitare le aziende a
pagare i compensi dovuti non solo nei termini previsti (oggi ci
aiuta anche un decreto legislativo, il 231 del 2002 che in linea
con la normativa europea tutela gli “imprenditori” contro i
ritardi dei pagamenti a loro dovuti) ma anche spesso non
pagati del tutto (nel corso del 2002 sono stati recuperati
crediti per un valore di circa 68.000 euro, determinati da
compensi non pagati fra 200 e 5.000 euro procapite) e poi
per pareri e interventi su diverse tematiche della nostra
professione. All’ufficio fiscale le consulenze riguardano naturalmente la denuncia dei redditi, la tenuta dei registri per la
partita Iva, i modi di fatturazione dei compensi. E ancora
aspetti fiscali per la costituzione di gruppi associati e recentemente dopo la sanatoria messa in campo dall’Inpgi-2 (gestio-
ne separata per i giornalisti autonomi) chiarimenti sull’obbligatorietà o meno di iscrizione all’ente previdenziale.
CHI SI RIVOLGE AI NOSTRI SPORTELLI
Ma chi sono i colleghi che si rivolgono ai nostri sportelli? La
maggior parte di loro sono giovani freelance pubblicisti o
aspiranti professionisti, come dicevo sopra, non iscritti al
sindacato anche perché non ne conoscono esistenza e
funzioni, che lavorano per le miriadi di piccole aziende editoriali (radio, televisioni private, giornali di nicchia o quotidiani
locali) sparse in Lombardia e collaborano, ma solo raramente
per le grandi case editrici.
La richiesta più frequente riguarda l’accesso alla professione
e la possibilità di sostenere l’esame di stato. Molti giovani
come avevo già rilevato negli anni scorsi ritengono che
conquistare lo “status” del giornalista sia sufficiente per
garantirsi sicurezza, maggiori opportunità di lavoro e magari
compensi migliori. Purtroppo sappiamo che il possesso
dell’agognato patentino rosso scuro non mette al riparo dal
mercato sempre più orientato, almeno per ora, verso forme di
flessibilità selvaggia, a scapito della qualità delle pubblicazioni e verso perversi meccanismi retributivi al ribasso che
trasformano questi giovani in un crescente esercito da utilizzare come tappabuchi usa e getta nei momenti di necessità.
Che fare per tutelare la dignità della persona e difendere i
diritti professionali dei nostri iscritti?
LA PIAGA DEI COCOCO
La Federazione nazionale della stampa, metabolizzando la
necessità del mercato di maggiore flessibilità e per favorire le
aziende nella sperimentazione di nuovi progetti editoriali, ha
ampliato i contratti a termine, che però trovano scarsa applicazione nelle case editrici, mentre per tutelare i lavoratori
autonomi in continua crescita (oggi superano il 50% di coloro
che praticano la professione) ha tracciato alcuni confini
(decorrenza e durata del rapporto, tipo di prestazione richiesta, compensi con eventuali rimborsi spese, garanzia di
copertura assicurativa) per i contratti di collaborazione coordinata e continuativa. Questi ultimi, formulati molto spesso
senza quel minimo di garanzie previste, mascherano quasi
sempre reali attività di lavoro subordinato e sono i più “gettonati” dalle aziende editoriali dove proliferano a macchia d’olio:
dalla carta stampata alle televisioni locali alle radio, alle testate telematiche, ai service. I giovani contrattualizzati con i
co.co.co. non possono ammalarsi (anche una breve influenza
non è contemplata), godere delle ferie, accendere un mutuo
in banca, se sono ragazze non possono fare figli (anche la
maternità non è prevista), il tutto con retribuzioni ridicole ben
al di sotto dei minimi contrattuali o dalle tariffe previste
dall’Ordine nazionale. Naturalmente sono obbligatori tempo
pieno, straordinari non retribuiti, presenza nelle redazioni se
occorre anche di domenica. Ma ahimè per molti giovani
rappresentano l’unica forma di contratto possibile in alternativa al nulla ed un primo passo per accedere alla nostra
professione, maturare esperienza di redazione e richiedere
dopo diciotto mesi (se ottengono di rinnovare il contratto
quasi sempre annuale) il praticantato d’ufficio per sostenere il
tanto ambito esame di stato. Non so se il progetto di riforma
dell’Ordine che prevede l’accesso alla professione attraverso
percorsi universitari migliorerà questa situazione di mercato
selvaggio e se nasceranno forme di incarico più dignitose
dove i confini fra chi sceglie la libera professione e chi invece
preferisce l’esperienza in redazione, sia precisa con una
demarcazione netta fra le due figure. Certo è che oggi il
co.co.co. è l’unico contratto che viene offerto. È comunque di
questi giorni una legge delega del ministro Maroni, la 848
(articolo 4), che prevede nuove normative per i co.co.co.
quando questi simulano lavori subordinati.
VALORIZZARE IL FREELANCE
Mi auguro che anche nella nostra professione si sviluppi un
vero libero professionismo con un percorso di carriera alternativa a quello interno, ben retribuito e dignitosamente
rispettato (oggi riservato a pochissimi privilegiati) come
accade nelle altre professioni e all’estero dove il freelance è
una figura altamente professionalizzata che arricchisce il
giornale di quel know how indispensabile per la qualità e la
completezza dell’informazione. Ed in questa direzione un’istituzione come la nostra può agire sul rispetto delle tariffe
che devono rispecchiare il lavoro svolto e comprendere il
rischio d’impresa ed essere vincolanti come lo sono nelle
altre professioni, prevedendo meccanismi di sanzione quando queste non vengono rispettate. La valorizzazione della
figura del freelance, professionista indispensabile al sistema
giornale, deve far sì che affronti il suo lavoro con serenità al
riparo dalle pressioni dell’editore e non sia più considerato,
come purtroppo accade troppo sovente, una specie di sottoprodotto da sfruttare.
RELAZIONE DEL CONSIGLIERE TESORIERE
Davide Colombo
“Il bilancio 2002 chiude «in nero»,
ma la gestione fiduciaria piange”
Signor presidente, care colleghe e colleghi, nel materiale
predisposto per quest’Assemblea annuale degli iscritti all’Ordine dei giornalisti della Lombardia troverete copia del bilancio consuntivo 2002 e del preventivo di conto economico per
l’anno in corso. Come consigliere tesoriere mi soffermerò
solo sui principali aggregati contabili e sugli eventi che hanno
caratterizzato l’ultimo esercizio restando a vostra disposizione per eventuali chiarimenti.
Nel 2002 sono state appostate a bilancio entrate totali per
2.650.350,33 euro e uscite complessive per 2.523.930.
L’avanzo d’esercizio è quindi pari a 126.419 euro.
confrontata con i circa 98.936 euro di spese legali e notarili
sostenute in corso d’anno. Il bilancio del contenzioso legale
resta dunque negativo per circa 37mila euro. È probabile che,
vincendo le altre cause in corso, riusceremo a recuperare
quello che abbiamo anticipato ai nostri legali come onorari.
Resto inteso che non possiamo non difendere le nostre delibere deontologiche, data l’importanza delle stesse sotto il
profilo del ruolo disciplinare rivestito per legge dall’Ordine. Le
spese, quindi, sono obbligatorie. Importante è far passare nei
tribunali la visione di una professione fortemente ancorata
alle regole deontologiche.
Per quanto riguarda le entrate, in linea con il precedente
esercizio, faccio notare che la voce più consistente è data
dalle quote di iscrizione, pari a 1.970.831 euro, seguite dai
diritti di segreteria, pari a 101.928 euro e circa altri 20mila
euro derivanti dalla sottoscrizione di tessere Alitalia e delle
Ferrovie dello Stato (ora Trenitalia Spa).
Sul fronte patrimoniale i risultati sono meno benevoli: nell’anno gli interessi attivi maturati si sono attestati a 2.107 euro,
mentre il perdurare per tutto il 2002 della crisi che pervade le
principali piazze finanziarie mondiali (è il terzo anno negativo
consecutivo) ci ha costretti a registrare un’altra minusvalenza
(perdita) pari a 88.956 euro.
Poiché l’OgL difende in sede civile i suoi atti tutte le volte che
viene citato in giudizio, registro in questa sede anche un’entrata straordinaria di 61.673 euro derivante dalla vittoria di
alcune delle cause pendenti; cifra quest’ultima che va tuttavia
Il portafoglio dell’Ordine dei giornalisti è stato affidato in
gestione nel marzo scorso a Banca Intesa, dopo la decisione
unanime del Consiglio di chiudere i rapporti con Bipop-Carire
(istituto oggi assorbito in Capitalia Spa) a seguito delle gravi
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irregolarità emerse nella gestione clienti. A queste irregolarità, che si sono concretate in sostanziali disparità di trattamento per non dire di vero e proprio privilegio di alcuni clienti
a danno di altri, la Banca d’Italia nel suo recentissimo dispositivo sanzionatorio ha poi accostato altre irregolarità quali la
“carenza nei controlli interni e di gruppo”, le “errate comunicazioni agli organi di vigilanza”, le “carenze organizzative
delle aree gestionali”, la “carenza nell’informativa di bilancio”.
Com’è noto l’Odg si è costituito come parte lesa con l’obiettivo di un recupero, almeno al netto degli interessi bancari, del
proprio portafoglio originale e lo sta facendo con una causa
civile che si affianca alla causa penale in corso per i reati
societari ipotizzati nei confronti dei vecchi amministratori di
Bipop-Carire dalla procura della Repubblica di Brescia.
Le sanzioni di Bankitalia – di entità compresa tra i 40mila e i
15mila euro appena, nonostante la gravità delle accuse –
riguardano l’amministratore delegato dell’epoca, Bruno
Sonzogni, e tutti i consiglieri di amministrazione: quelli legati
a Sonzogni e quelli passati poi dalla parte di Cesare Geronzi;
i sindaci che non hanno denunciato nulla e i sindaci che si
sono invece vantati d’aver messo il dito sulla piaga. Tutti
insomma sono stati sanzionati dalla Vigilanza: chi nell’ottobre
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2001 avevano pubblicamente sollevato i problemi gestionali
di Bipop dopo lo scandalo delle gestioni privilegiate e chi
invece aveva taciuto.
Allego memoria difensiva avvocato Di Palma
Oggi il portafoglio, come dicevo, è in gestione presso Intesa
su quattro linee di credito che bilanciano il capitale in maggioranza su titoli obbligazionari pur mantenendo un profilo di
rischio quasi in linea con quello originario.
In quanto investitore istituzionale l’Odg-Lombardia non si
pone ovviamente finalità speculative bensì si colloca nella
prospettiva di cauta gestione orientata a un recupero di valore nel medio e lungo periodo che solo l’attuale allocazione di
portafoglio può almeno teoricamente garantire. Fa male fare
confronti in questa sede, ma vale solo ricordare che altri istituti della categoria come l’Inpgi, nell’anno appena passato
hanno subito non meno gravi perdite (in proporzione al capitale investito) sul fronte degli investimenti mobiliari (a fine
2002 l’Inpgi perdeva 16,035 milioni di euro).
Tornando alla gestione, l’Odg continua a vantare crediti verso
gli iscritti - per gli anni dal ‘96 al ‘02 – per circa 464.185 euro e
confidiamo che nel corso dell’anno le esattorie provvederanno a notificare le relative cartelle ai colleghi pubblicisti e
professionisti morosi.
Sul fronte delle uscite, l’anno si è chiuso con un aggregato di
cassa pari a 2.523.930 e la voce più rilevante è stata come
sempre quella relativa alle competenze girate al Consiglio
nazionale dell’Ordine dei giornalisti, per un ammontare pari a
956.091 euro; contro gli 852.153 preventivati.
Il presidente Abruzzo con i praticanti della scuola di giornalismo della Cattolica
Grazie alla tempestività con cui l’Ordine della Lombardia ha
sempre rispettato i tempi dei versamenti a Roma, abbiamo
potuto confermare anche nel 2002 l’aggio sulle quote che è
pari al 15% e che si è tradotto in un risparmio di 143.413
euro.
Le spese complessive sostenute per il personale impiegato
presso la sede di via Appiani – che qui voglio ringraziare per
la professionalità e l’impegno sempre dimostrato – è ammontato quest’anno a 369.041 euro. E ricordo a questo proposito
che l’Ordine applica il CCNL valido per i dipendenti degli enti
pubblici non economici; contratto che presto dovrà essere
sottoposto a rinnovo essendo ormai da lungo tempo scaduto
l’ultimo biennio economico (2000-2001).
Tra le altre principali spese non comprimibili del nostro Ordine resta da annotare l’affitto per la sede e le relative spese
condominiali (77.752 euro), mentre il servizio di consulenza
legale, fiscale e amministrativa prestata ai nostri iscritti si è
tradotto in una spesa di 23.805 euro.
Infine questa nostra Assemblea. La convocazione dell’anno
scorso, effettuata tramite l’invio delle raccomandate a tutti gli
iscritti così come impone la legge istitutiva (n. 69/1963), ci è
costata 46.090 euro.
Quest’anno le cose sono andate decisamente meglio. A
seguito di un’accurata istruttoria condotta dal presidente, il
Consiglio ha deciso unanime, con delibera, di utilizzare il
nuovo strumento della posta prioritaria in luogo delle tradizionali raccomandate per la convocazione dei circa 16mila
iscritti, applicando l’articolo 3 del Dlgs n. 382/1944. Le Poste
ci hanno rilasciato ricevuta sull’inoltro delle 16mila lettere
così come avveniva con le raccomandate. La linea di Milano
è stata seguita da altri Ordini.
La delibera è stata trasmessa alle autorità vigilanti, che non
hanno trovato alcunché da ridire. Altre amministrazioni
pubbliche (Istruzione, Interno, Inps, Inail) utilizzano la posta
prioritaria al posto delle raccomandate. Si risparmiano così
almeno 32mila euro.
Grazie a tutti per l’attenzione.
RELAZIONE DEL PRESIDENTE DEL COLLEGIO DEI REVISORI DEI CONTI
Giacinto Sarubbi
“Certificato il bilancio 2001.
Accantonati 126 mila euro nel 2002”
Il Collegio dei Revisori, composto dai giornalisti Maurizio
Michelini, Alberto Comuzzi e Giacinto Sarubbi, in conformità
al disposto di legge, presenta la propria relazione sul conto
consuntivo per l’esercizio 2002 e sul bilancio preventivo
2003.
I membri di questo Collegio hanno proceduto ad un’accurata
analisi e verifica di tutte le poste in entrata e in uscita, controllando l’inerenza e la correttezza della documentazione
contabile prodotta.
Sono sempre state effettuate le verifiche trimestrali con
puntualità e sono stati ottemperati gli obblighi di legge conseguenti all’attuazione di tali verifiche, in particolare i Revisori
hanno proceduto al controllo sulla tenuta della contabilità ed
al controllo dell’amministrazione.
Nel corso degli incontri trimestrali, così pure nel corso di alcune riunioni del Consiglio, il Collegio dei Revisori ha monitorato la situazione finanziaria, invitando il Consiglio ad una
gestione prudente e finalizzata alla tutela del patrimonio degli
iscritti.
Dalle verifiche di cui sopra è emerso quanto segue:
• entrate per
€
2.650.350,33
di cui:
• quota di iscrizione per
€ 1.970.831,92*
• diritti di segreteria per
€
101.928,93
• tessere viaggi Alitalia per
€
12.836,29
• tessere viaggi ferrovie per
€
8.853,00
• tassa iscrizione albo per
€
68.390,00
• tessere registro praticanti per
€
9.319,00
• pubblicità - inserto Tabloid per
€
11.680,25
* (al lordo di quanto di competenza del Consiglio nazionale)
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La gestione titoli dell’OdG è stata affidata nel marzo 2002 alla
Banca Intesa Bci, a seguito della delibera unanime del
Consiglio di cessare ogni rapporto con la Bipop–Carire.
È da rilevare inoltre che i crediti verso gli iscritti per gli anni
dal 1998 al 2002 ammontano a € 464.185,75.
Il Collegio dei Revisori sottolinea come nel bilancio siano stati
accantonati i seguenti fondi istituzionali:
Fondo aggiornamento professionale
€
969,65
Fondo attività editoriali
€
2.322,07
Fondo arredamento uffici
€
27.416,32
Fondo acquisto sede Ordine
€
522.194,46
TOTALE FONDI ACCANTONATI
€
552.902,50
Nel corso del 2003 la Certifida srl rilascerà il parere relativo
all’esercizio 2002.
Il presidente del Collegio, dando attuazione alla proposta accettata di esercitare tale ruolo a rotazione sia per trasparenza che
per dare reale attuazione al compito istituzionale cui sono chiamati gli eletti di qualunque parte siano espressione, comunica
che per il prossimo esercizio, conclusivo del mandato triennale,
presidente dei revisori sarà il dott. Alberto Comuzzi.
Il Collegio precisa che il bilancio preventivo 2003 è stato
redatto sulla base del consuntivo 2002, dei dati e delle informazioni disponibili, ispirandosi al principio della prudenza.
Il Collegio dei Revisori pertanto invita l’Assemblea ad esprimere voto favorevole al conto consuntivo 2002 ed al bilancio
preventivo 2003.
Il presidente del Collegio dei Revisori:
dott. Giacinto Sarubbi
Il Revisore: dott. Alberto Comuzzi
Il Revisore: dott. Maurizio Michelini
ai quali va aggiunto l’avanzo del 2002 pari a € 126.419,84,
che appare prudente accantonare per intero nel Fondo
adempimenti pluriennali, anche considerando che nel 2004
si terranno le elezioni per il rinnovo del Consiglio. Adempimento, questo, molto oneroso.
Il Collegio dei Revisori ha, inoltre, controllato la rispondenza
dei dati di bilancio con i saldi effettivi esistenti sia in cassa che
presso le banche, riconciliandoli trimestralmente e a fine anno.
Il Collegio ha constatato, inoltre, che l’Ordine su delibera del
Consiglio ha dato mandato alla società di revisione Certifida
srl di certificare i bilanci per il triennio 2001/2003 e che la
stessa ha rilasciato il seguente giudizio:
“Il bilancio d’esercizio dell’Ordine dei giornalisti al 31 dicembre 2001 è conforme alle norme che ne disciplinano i criteri
di redazione; esso pertanto è redatto con chiarezza e rappresenta in modo veritiero e corretto la situazione patrimoniale e
finanziaria ed economica dell’ente”.
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Le due scuole di giornalismo
di Milano si presentano
al giudizio dei cittadini
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IL PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE “WALTER TOBAGI” PER LA FORMAZIONE AL GIORNALISMO
Bruno Ambrosi (Ifg)
“Una storia di 25 anni ricca di successi
ci fa guardare con fiducia al futuro”
Riferirvi dell’attività dell’organismo che guida
l’Istituto per la Formazione al Giornalismo, la
nostra Scuola che perpetua meritatamente il
nome di Carlo De Martino, risulta quest’anno
più facile ed oggettivo: basterebbe sfogliare le
160 pagine del volume celebrativo dedicato
ad un traguardo non da poco, il venticinquennale dell’attività della prima scuola di giornalismo creata in Italia, per ripercorrerne non
solo la storia audace dell’idea nata negli anni
‘70, ma il suo affermarsi nel corso degli anni
sino ai nostri giorni, quelli che vedono l’Ifg
primeggiare tra gli Istituti per la preparazione
alla professione giornalistica garantendo, al
tempo stesso, una collocazione lavorativa
senza eguali. Dagli elenchi nominativi dei
dodici bienni (il tredicesimo è quello in corso)
spuntano i nomi delle firme più note e importanti del mondo della comunicazione: più di
trenta insediati come direttori, un centinaio di
capi redattori e inviati di prestigio, diecine di
“quadri” dei maggiori quotidiani e periodici
italiani, centinaia di redattori. Un vero e proprio “Gotha” del giornalismo che si è formato,
nell’ultimo quarto di secolo, in quella Scuola
che giustamente viene rivendicata come l’iniziativa migliore che abbia contraddistinto l’Ordine dall’epoca della sua nascita.
Ma il libro, che è uscito all’inizio dell’anno nel
più assoluto silenzio dei giornali (secondo
una tradizione di disattenzione ai problemi
della categoria che non è azzardato definire
masochistica), fotografa non solo il passato
ma ci aggiorna sino a quel tredicesimo biennio che si concluderà con l’estate: gli allievi,
qui presenti, sono praticamente alla conclusione del loro corso di studio ed affronteranno nell’autunno l’esame di Stato, forti di una
preparazione accademica molto solida e di
una pratica quotidiana che li ha impegnati
sui diversi campi della multimedialità sino a
farne dei giornalisti a tutto tondo che hanno
assimilato non solo saperi teorici e pratici
ma sono stati improntati a quell’etica indispensabile senza la quale oggi sarebbe
improponibile definirsi “operatori dell’informazione”.
Questo risultato è stato raggiunto grazie all’elevato livello dei docenti, colleghi di prestigio
che hanno compreso quanto sia importante
trasfondere in chiave didattica esperienze e
professionalità sotto la guida sicura del direttore Gigi Speroni, affiancato ufficialmente da
quest’anno dal vice direttore Alfredo Pallavisini, e con il supporto di un personale di segreteria rodato ed appassionato.
E dietro le persone le macchine, ormai indispensabili in ogni processo produttivo, anche
in quello intellettuale: l’Istituto da quest’anno
è dotato di sistema editoriale tra i più avanzati che è stato dotato del “Windows 2000
professional” che viene ad affiancare il videoproiettore, le telecamere e le fotocamere digitali, il dispositivo di edizione televisiva, lo
studio radio e i sistemi di comunicazione che
fanno della Scuola di Milano un Istituto
d’avanguardia non solo in Italia ma in Europa.
Tutto ciò è stato reso possibile dal costante e
fondamentale supporto finanziario (ancorché
risicatissimo) della Regione Lombardia, dai
contributi deliberati dall’Ordine lombardo e
anche, soprattutto in quest’ultimo periodo,
dai nuovi rapporti instaurati con il Comune di
Milano e la Provincia con servizi di collaborazione giornalistica e didattica che completano così una triangolazione operativa con i
maggiori Enti locali che ci auguriamo possa
continuare nel futuro in quanto rappresenta
un’autentica vocazione per una Scuola
pubblica come la nostra. A fianco di questi
contributi essenziali le generose elargizioni
di borse di studio private che, in aggiunta a
quelle dell’Ordine,sostengono la permanenza agli studi dei nostri allievi che provengono
dda quasi tutte le Regioni italiane.
Ma l’attività dell’Afg non si esaurisce nella
gestione, sia pur fondamentale, dell’Istituto
per la Formazione al Giornalismo: a giorni,
infatti, inizieranno, come negli anni precedenti, i corsi di qualificazione per gli Uffici
stampa e quelli per la Multimedialità riservati
ai giornalisti disoccupati ed attuati d’intesa
con l’Associazione lombarda dei giornalisti,
un’esperienza che ha prodotto risultati
concreti nel campo dell’occupazione offrendo nuove possibilità di lavoro a colleghi
messi ai margini dall’attuale linea di tendenza del comparto editoriale che, notoriamente, non sta registrando uno dei suoi momenti
migliori. E, in collaborazione con la facoltà di
Farmacia, si sta avviando anche il consueto
corso di Comunicazione scientifica al quale
collaboriamo con la nostra competenza di
didattica giornalistica.
Una competenza, e un’esperienza, che
riversiamo anche in una delle attività meno
note, ma non per questo meno meritevoli,
del nostro lavoro: è quell’impegno, di puro
volontariato sociale, che pratichiamo nel
carcere di San Vittore sotto la guida appassionata di Emilio Pozzi per dare il basamento
della conoscenza del giornalismo ai detenuti
della Sezione penale e contribuire così, non
solo alla loro crescita culturale, ma alla
qualità delle pubblicazioni che vedono la luce
in quello che ancora in troppi considerano
“un mondo a parte”.
Nella ovvia sintesi di questa relazione non
può comunque essere trascurato il prossimo
futuro, e c’è materia per più di una riflessione:
il passaggio annunciato a suo tempo all’Università statale come corso di laurea specialistica biennale in giornalismo rispetto al corso
di laurea triennale in Scienze della comunicazione, un traguardo che sembrava vicinissimo e privo di difficoltà, si è presentato invece
invischiato nelle paludi della burocrazia e
della politica centrale e anche da contrapposizioni categoriali e di lotte di potere nello
stesso ambiente. Il nostro fiducioso ottimismo, non solo milanese, ma anche dell’Ordine nazionale, è risultato deluso ancora una
volta, proprio nel quarantennale dell’istituzione dell’Ordine e nel momento in cui un’autentica riforma dell’accesso alla professione e di
nuove regole per un giornalismo sempre più
trasformato si presentano non solo come
necessarie, ma indispensabili.
Il matrimonio con l’Università, per dirla
correntemente, è quindi rinviato a data da
destinarsi, ma restiamo comunque fidanzati
e in forma ufficiale come dai protocolli firmati
orami tre anni fa.
Il quattordicesimo corso biennale del “De
Martino” è stato comunque avviato nelle
forme tradizionali. Le iscrizioni si sono già
aperte dal 1° marzo e dall’interesse che registriamo e dal numero di richieste dei bandi di
concorso crediamo di poter affermare che,
Università o non Università, la Scuola
dell’Ordine di Milano resta l’obiettivo primario
di chi intende avviarsi alla professione di
giornalista seguendo la strada più trasparente, qualificata, concreta e meno onerosa che
oggi possa essere offerta alle nuove leve del
giornalismo di domani.
IL PRESIDENTE DELLA SCUOLA DI GIORNALISMO DELL’UNIVERSITÀ CATTOLICA DEL SACRO CUORE
Gianfranco Bettetini (Cattolica)
“Grande aula multimediale
segno evidente della svolta”
Un elemento di forte rinnovamento ha
segnato l’avvio delle attività della Scuola di
Giornalismo della Cattolica per l’anno accademico 2002-03. Pur rimanendo tradizionalmente portatrice di una formazione accademica che considera la preparazione teorica
degli studenti fondamentale e caratterizzante, la Scuola ha scelto di rafforzare la parte
pratica del curriculum di studi con l’avvio di
una serie di nuove attività. Il nuovo orientamento risponde anzitutto alla mutata fisionomia del lavoro giornalistico, che richiede, da
un lato, professionisti con solide basi storiche
e linguistiche e, dall’altro, giovani capaci di
muoversi con versatilità tra generi, linguaggi,
format, oltre che di utilizzare in modo integrato scrittura, immagine, audio, tecnica e
nuove tecnologie. In altri termini, il momento
dell’inserimento professionale degli studenti
è diventato un passaggio di verifica della
capacità che la Scuola ha di riprogrammarsi
e restare sul mercato della formazione con
posizioni avanzate.
La maggior parte dei corsi e dei laboratori ha
beneficiato di questa impostazione e ha
quindi puntato su un modello culturale che
potrebbe essere definito di “teoria-pratica”,
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fatto di continui richiami alla realtà e di verifiche concrete.
L’architettura della Scuola di Giornalismo ha
conservato in modo forte la cesura tra le attività della mattina, riservata alla pratica redazionale, e quelle del pomeriggio, riservato
invece all’attività didattica. A tale proposito, il
corpo docente è stato sollecitato a predisporre programmi articolati in un percorso
formativo coerente e interdisciplinare. L’obiettivo che ci si è posti è stato finora raggiunto
grazie all’istituzione di momenti di confronto
tra professori e tutor, che di volta in volta
hanno sottoposto a verifica programmi e
impegni redazionali.
Su un piano generale, le principali novità
sono state la creazione di un nuovo quotidiano online (Mag) e l’avvio a tempo pieno delle
attività audio-video della Scuola. Sul primo
fronte sono stati convogliati tutti i testi che gli
studenti sono chiamati a scrivere nell’arco
della mattina: in poco più di tre mesi di lavoro
si è arrivati ad una produzione di 2000 articoli (che comprendono inchieste, recensioni,
rubriche e saggi), redatti inviando i praticanti
“sul campo” con il compito di seguire conferenze stampa, presentazioni e anteprime.
Sul quotidiano online sono state convogliate
anche centinaia di news internazionali, debitamente scelte e “cucinate” monitorando
ogni mattina le principali agenzie di stampa,
decine di inchieste originali realizzate dalla
scuola a partire da spunti di cronaca e alcune rubriche frutto di corsi e laboratori.
Sul secondo fronte, invece, relativo alle attività audiovisive, si è arrivati alla produzione
di servizi radiofonici e televisivi, interamente
girati e montati dagli studenti, e alla distribuzione degli stessi su circuiti di rilevanza
nazionale e regionale. L’inserimento di un
tutor responsabile di queste attività e il continuo sforzo di coordinamento tra corsi e laboratori “tecnici” appartenenti alla sezione
audiovisiva della Scuola hanno finora dato
risultati eccellenti.
Spazio di rilievo è stato anche garantito a
Presenza e Csn Notizie, strumenti di lavoro
divenuti ormai “classici”. A Presenza in particolare, il newsmagazine dell’Università
Cattolica, i praticanti della Scuola hanno
contribuito redigendo e impaginando articoli.
Come in passato, la Scuola ha organizzato
incontri, seminari sulle pratiche audiovisive
e tavole rotonde con personaggi di chiara
fama (Biagi, Abruzzo, Roidi, Mo, Colaprico,
Carruba), che sono stati chiamati a confrontarsi con gli studenti su temi di stretta attualità e ad approfondire i contenuti teorici dei
corsi. Altri incontri seguiranno nei prossimi
mesi. E nuovi contatti sono stati presi, d’accordo con le rispettive direzioni, con il carcere di San Vittore e con quello di Bollate, con
cui è nato un proficuo rapporto di collaborazione.
Va sottolineato, poi, un altro elemento che ha
consentito alla Scuola di fare un ulteriore
salto di qualità: la nuova sistemazione logistica. Da quest’anno, infatti, le attività hanno
trovato spazio all’interno di una grossa aula
multimediale attrezzata con quaranta
computer, telefoni, fax, televisore, scanner,
fotocopiatrice e impianto audio. E proprio la
possibilità di disporre di un computer per
studente ha notevolmente infittito l’attività
della redazione.
Infine, un investimento in termini qualitativi è
stato fatto sul fronte della ricerca degli
stages, che la Scuola ha provveduto ad
ampliare e differenziare, in modo da poter
offrire ai giornalisti praticanti dei percorsi
formativi sempre più efficaci.
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Professionisti:
le diciassette
medaglie d’oro
ADRIANA CASTELLANI
GIORGIO CONTARINI
“È stupendo vedere tanti giovani che aspirano
a fare questo appassionante mestiere e sapere che le nuove leve continueranno quello che
noi abbiamo cominciato. Ma allo stesso tempo
viene un po’ di tristezza pensando che se c’è il
ricambio della categoria significa che stiamo
veramente invecchiando”.
Sono state queste le parole di Adriana Castellani, classe 1916, nel giorno in cui ha ricevuto
la medaglia d’oro per i cinquant’anni di iscrizione all’Ordine. Una carriera iniziata a seguire la cronaca sindacale a Milano per l’Unità
diretta da Davide Lajolo, proseguita come
inviata all’estero e poi ad occuparsi delle
province e della pagina della donna nella
redazione romana guidata da Pietro Ingrao e
terminata come direttore responsabile del
settimanale milanese Giorni Vie Nuove a
inizio Anni Novanta.
Una giornalista appassionata, Adriana Castellani, che ha vissuto da protagonista alcuni
degli eventi più avvincenti, drammatici e pericolosi del ‘900 come i fatti di Ungheria del
1956 e la Primavera di Praga del 1968.
Occhi brillanti a cui il passare degli anni non
ha tolto il guizzo intelligente, la Castellani, a
cui le esperienze indimenticabili non sono di
certo mancate, durante la guerra fu un’impavida partigiana comunista e dopo la liberazione
tra i fondatori di “Radio Tricolore”.
el.p.
RENZO DALL’ARA
“Cosa si prova a ricevere la medaglia per le
nozze d’oro con la professione?” si domanda
Giorgio Contarini, che ha appena ricevuto
dal presidente dell’Ordine dei giornalisti della
Lombardia, Franco Abruzzo, il premio per i
50 anni di carriera.
“Ottenere un riconoscimento come questo
dà sempre una sensazione piacevole – si
risponde – ma non posso dire che mi giunga
nuova.
Non è il primo premio del genere che mi
viene dato…” conclude poi, e di certo il suo
riferimento è all’altro, importante riconoscimento, quello ricevuto dalle mani dell’allora
presidente della Repubblica Antonio Segni,
che lo nominò Cavaliere per la realizzazione della Gazzetta Padana, il giornale fondato da Contarini a Ferrara e da cui partì la
sua cinquantennale carriera, che l’ha portato alla Gazzetta dello Sport e che lo vede
ancora impegnato come membro del
Consiglio direttivo dei giornalisti sportivi
della Lombardia.
Una carriera ricca di soddisfazioni, sempre
condivise con la moglie Germana, immancabilmente presente anche a questa cerimonia
di premiazione: con lei, infatti, Giorgio Contarini festeggia quest’anno un altro cinquantennale, quello di matrimonio.
r.m.
MICHELE DI BELLA
“Ma che devo dire, non vorrei rischiare di
essere banale o retorico”, si schermisce
Renzo Dall’Ara mentre sfida scherzosamente il giovane cronista ad incalzarlo con
domande non scontate.
Poi però si lascia andare e non nasconde la
soddisfazione. “Questi momenti sono innanzitutto una rimpatriata. Certo che sono
contento della medaglia, ma lo sono ancora
di più perché oggi ho avuto la possibilità di
rivedere colleghi e amici che le vicende della
vita mi hanno fatto perdere di vista per anni o
anche per decenni”.
Ci sono in sala tanti colleghi del ‘suo’ Giorno,
il giornale presso il quale ha prestato onorato
servizio per 16 anni ininterrotti e in cui ha
conosciuto tutto e tutti. E dove – è lui stesso
ad ammetterlo – ha imparato il ‘mestiere’,
fianco a fianco con le penne più illustri del
giornalismo italiano.
Lo stesso Presidente dell’Ordine, Franco
Abruzzo, dalle cui mani ha appena ritirato
la medaglia d’oro per i cinquant’anni di
iscrizione all’Ordine dei giornalisti della
Lombardia, è stato per anni un dei suoi
tanti colleghi nelle stanze del quotidiano
milanese. E allora sì – si lascia finalmente
andare Dell’Ara – “è vero, è stata una
piccola emozione”.
a.s.
“La mia fortuna è stato essere licenziato in tronco dal Corriere Lombardo”, così Michele Di
Bella ripensa alla sua lunga carriera professionale, iniziata a Venezia nelle vesti di collaboratore di alcune riviste come Sveglia, Cantiere, Asso
di bastone e La prima fiamma, e La gazzetta di
Sicilia e terminata in piena libertà facendo il free
lance per alcune testate del gruppo Rizzoli e
altre straniere (Stern e Paris Match). Nato e
vissuto in Grecia a Leros fino all’età di 18 anni e
poi trasferitosi in Italia a lavorare, Di Bella ha
scelto di trascorrere la sua vita da pensionato
nella terra natia per via di gravi problemi di salu-
te. Una vita professionale burrascosa la sua, a
partire dalla permanenza al Corriere Lombardo,
iniziata grazie all’amicizia con il direttore Egidio
Sterpa e conclusasi in tribunale per un ingiusto
licenziamento, dopo alcune vertenze sindacali.
Ma proprio grazie a quell’episodio, e ai soldi ricevuti a titolo di risarcimento, Di Bella ha potuto
iniziare a lavorare dall’estero, bazzicando in
particolare l’area greco-anatolica, di cui è
profondo conoscitore.Tra i suoi servizi più importanti quelli nella Grecia dei colonnelli e durante il
governo Papandreu, per colpa dei quali è stato
espulso ben due volte.
a.l.
MARIO FRIGERIO
Mario Frigerio è a casa, a Mantova. Mi risponde al quarto squillo. Lo avverto che ho ritirato la
sua medaglia d’oro per i cinquant’anni di iscrizione all’Ordine dei Giornalisti. Me lo aveva
chiesto lui circa due settimane prima della cerimonia. Il pezzo che avevo scritto per Tabloid,
dove Frigerio appariva accanto agli altri colleghi che avevano raggiunto lo stesso traguardo,
gli era piaciuto («anche se – mi disse – al Sole
24 Ore mi occupavo di mercati italiani, non
esteri»). «Missione compiuta – gli dico – ho ritirato la sua medaglia. Fra due giorni sono a
Mantova e gliela porto a casa».
Mi ringrazia e mi chiede immediatamente
com’è andata la cerimonia. Attende la risposta
e poi aggiunge: «Mi spiace di non esser potuto
venire, ma sono contento che tutto sia andato
bene». Mi incalza di nuovo. Essere mancato gli
è davvero spiaciuto. «Chissà però quanti
“vecchioni”…». La sua frase mi spiazza, vorrei
rispondergli di sì, poi penso che considerare
“vecchioni” dei giornalisti del calibro di Enzo
Biagi, Gaetano Afeltra o l’amico Renzo Dall’Ara, memoria storica della Gazzetta di Mantova,
è una sciocchezza. E gli rispondo: «No. C’erano anche i praticanti della Cattolica».
m.b.
VITTORIO FRANCHINI
“Quando ho letto il pezzo sono diventato tutto
rosso per le panzane che hai scritto”, dichiara
subito Vittorio Franchini alla giovane praticante.
“Non è vero – ribatte l’amico Dino Cassani –
sono solo il 25% di quello che hai fatto!”. L’atmosfera è animata, Franchini è di casa al Circolo
della Stampa, saluta tutti con grande naturalezza, con lui la compagna, nota fotografa e il figlio
discografico. Ma al momento di ritirare la medaglia d’oro è davvero emozionato. Il caldo applauso della platea è l’omaggio ad una lunga carriera: dagli anni appassionati del Corriere della
Sera, gli stessi di Dino Buzzati e di Eugenio
Montale, ai ritmi della Grande Mela e di New
Orleans, ai deserti infuocati del continente africano. E ancora la direzione della Domenica del
Corriere, di Qui Touring, di Clubtre, la Tv con la
prima edizione di “Uno mattina” e “Dentro l’avventura”. Gli sceneggiati per Radio Tre e i molteplici volumi di cui è autore, dedicati soprattutto
alla musica. Il jazz è il fil rouge della sua vita
professionale, la collaborazione con Giorgio
Gaslini, solo uno dei suoi tanti fiori all’occhiello.
Dopo la cerimonia Franchini commenta divertito:“Mi fa piacere essere qui, è come stare ad un
raduno di vecchi bersaglieri”. Poi si fa serio e
conclude: “Io bazzico ancora le redazioni e
vorrei dire una cosa a voi più giovani: ricordatevi
che il nostro lavoro, dopo 24 ore finisce nel cestino, non montatevi mai la testa!”
f.b.
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ORDINE
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Ass
MAX MONTI
RINO NEGRI
L’atmosfera particolare, la sala gremita dai
colleghi di una vita, la medaglia per i
cinquant’anni di carriera. Max Monti ricorderà per sempre il momento della premiazione.
Con grande piacere, ma anche con una
sottile malinconia. “In un attimo ho rivisto
tutti i miei cinquant’anni di lavoro –
commenta con una punta di commozione
dopo essere stato chiamato sul palco da
Franco Abruzzo – mi sono passati davanti
agli occhi gli amici con cui ho condiviso la
mia esperienza di giornalista”.
Il “re di Monforte”, come Monti era stato
ribattezzato nei commissariati del suo giro,
si ricorda con piacere non solo dei giornalisti: “Ho pensato a tutti i poliziotti, ai carabinieri, agli autisti del Corriere che mi sono
stati vicino nella mia carriera.
Ci vedevamo ogni giorno, parlavamo di
tante cose, non solo di quello che a me
serviva per gli articoli. Il nostro era ben più
di un semplice rapporto di lavoro.
Con loro mi sono sempre trovato benissimo. E il mio pensiero va in particolare a tutti
quelli che non ci sono più”, confessa. Poi
se ne va felice. Come se avesse appena
fatto una rimpatriata con i suoi amici più
cari.
a.u.
Non se la poteva proprio perdere, la cerimonia che festeggia le sue nozze d’oro con il
giornalismo. Ci teneva troppo Rino Negri,
memoria storica del grande ciclismo, una vita
da fuoriclasse dell’articolo spesa a La
Gazzetta dello Sport: non l’hanno fermato
l’età (saranno 79 anni a luglio), gli acciacchi
fisici, le conseguenze di una caduta che gli
ha rifilato quel compagno poco gradito di un
bastone cui appoggiarsi.
Eppure è lì, al Circolo della Stampa, in prima
fila: riceve la medaglia, ed è felice. Lo
apprendiamo dalle sue parole; eppure,
senza essere delle aquile, lo avevamo già
capito: anche gli occhi parlano, e raccontano
dei sentimenti anche meglio delle parole. «È
una soddisfazione bella e intensa – dice –
durante la mia carriera ho avuto la fortuna (e
forse anche la bravura) di ricevere numerosi
premi. Ma a questo tengo in modo particolare. Celebra il legame con la professione che
fin da bambino sognavo di fare. Testimonia la
fortuna di chi come me aveva un sogno e lo
ha realizzato».
La medaglia d’oro più bella è proprio questa:
splende della luce di chi, come Rino Negri,
aveva un sogno e lo ha realizzato e vissuto.
E la realtà, nel suo caso, si è dimostrata
addirittura più bella della fantasia.
c.s.
GRAZIA NIDASIO
La Stefi, la bambina terribile che è il più celebre dei suoi personaggi, commenterebbe
semplicemente: “ Ci dev’essere un errore!”;
lei invece, la signora del fumetto italiano, si
sente “come Meryl Streep che avesse preso
l’Oscar”. “Solo che – aggiunge – per Meryl
Streep l’entusiasmo sarebbe ben diverso”.
Grazia Nidasio – cinquant’anni di giornalismo professionistico, ma soprattutto
cinquant’anni di vignette e di personaggi –
fatica a scovare, nella sua storia professionale, un momento più bello degli altri. “Probabilmente – dice – è stato il giorno in cui mi sono
iscritta all’Ordine: di certo sono stata sempre
molto orgogliosa”.
In mezzo secolo di storia il mondo del giornalismo di novità ne ha conosciute tante, non
ultima la presenza sempre più consistente
dell’altra metà del cielo. “L’aumento del
numero delle donne - commenta Grazia
Nidasio – ha creato un clima diverso nelle
redazioni. Difficoltà ce ne sono e ce ne
saranno sempre, ma io sono convinta che
con una maggiore presenza femminile le
cose andrebbero diversamente. Pensiamo a
cosa succederebbe se per un anno al governo andassero le donne: di certo ci sarebbe
più buon senso. E forse non ci sarebbero
neanche le guerre”.
l.z.
MARIO PASSI
GIUSEPPE PARDIERI
La cinquantesima candelina di Mario Passi
avrebbe dovuto spegnersi due anni fa, nel
2000, ma uno spiacevole equivoco ha fatto
sì che il premio alla carriera scattasse solo
quest’anno.
Disguido chiarito, la dovuta medaglia d’oro
è stata consegnata, giusto riconoscimento
per una vita dedicata al giornalismo.
Una passione lunga mezzo secolo, una
vocazione sempre accompagnata dal ricordo della lotta di Liberazione dal nazifascismo, cui Mario Passi prese parte come
staffetta partigiana nelle formazioni garibaldine.
Dalla cantina clandestina di Padova, dove
Mario Passi quindicenne stampava di
nascosto l’Unità ancora fuorilegge nella
Repubblica Sociale, alla redazione romana
del quotidiano fondato da Antonio Gramsci.
Trent’anni di cronache e inchieste, attraverso la storia dell’Italia repubblicana, le
conquiste della democrazia e le tragedie di
un Paese sulla via dello sviluppo, il Vajont
su tutte. Poi Milano, la Rai Enzo Biagi e il
“Fatto”, prima della recente, solenne epurazione del decano di Corso Sempione.
s.c.
ORDINE
4
2003
Un traguardo o una tappa? Cinquant’anni
di iscrizione all’albo non dicono tutto. Gli
occhi di Giuseppe Pardieri diventano lucidi
quando gli viene chiesto come ha vissuto
la giornata della sua premiazione. «Non
nascondo – racconta il giornalista – che
oggi ho sentito un po’ di malinconia e che al
momento della consegna della medaglia
mi sono anche commosso».
Nel salone napoleonico del Circolo della
Stampa, tutto diventa solenne. Una carriera. I suoi momenti belli. Quelli brutti. Tutte le
esperienze che hanno costruito giorno per
giorno la professionalità di un giornalista
appassionato.
Nel giorno dei ricordi, Giuseppe Pardieri ha
rivisto gli amici e i colleghi di un tempo.
Inevitabile, lo scrosciare dei ricordi. «A una
certa età – dice con una battuta – i ricordi
diventano inevitabilmente più numerosi,
rispetto ai progetti per il futuro». Ma è un
modo per schermirsi. Pardieri continua a
strizzare l’occhio a idee per nuovi lavori e
intanto si dedica alle sue grandi passioni: il
teatro e la musica.
n.d.m.
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Ass
Professionisti e pubblicisti:
le diciassette
medaglie d’oro
GIOVANNI RUGGERI
È molto soddisfatto Giovanni Ruggeri per il
conferimento della medaglia d’oro per i
cinquant’anni di iscrizione all’Ordine. Anche
se non ha potuto partecipare direttamente alla
cerimonia di premiazione, è orgoglioso per
aver raggiunto un traguardo che corona una
carriera in cui “di certo non sono stato a scaldare la sedia”. “Sono contento – aggiunge – di
condividere questo premio con colleghi che
come me hanno lavorato duro per una vita”.
Prima inventore insieme a Mario Fanelli della
Tv jugoslava, poi per trent’anni inviato
speciale del settimanale Gente, assunto dal
mitico direttore-editore Edilio Rusconi, e infi-
RENZO ZORZI
ne autore, tra gli Anni Ottanta e Novanta, dei
primi pamphlet in cui coraggiosamente cercò
di fare le pulci all’origine delle fortune
imprenditoriali di Silvio Berlusconi. Tante le
querele ricevute, tutte cadute nel vuoto.
Dal 1° gennaio 2002 Giovanni Ruggeri è
andato in pensione. “È solo da un anno che
sono fermo e, onestamente, – confessa –
dopo cinquant’anni di lavoro sento il bisogno
di tirare un po’ il fiato e di godermi la pensione. Per il momento non ho progetti immediati
da realizzare. Ho solo delle cose iniziate e
lasciate a metà. Ma prima o poi riprenderò,
se la salute me lo consentirà”.
e.a.
FRANCO GUGLIELMI
Franco Guglielmi si definisce un “veterano
del giornalismo”. Nato nel 1908, festeggia, a
95 anni, i suoi cinquant’anni di attività. Molte
le testate per cui ha lavorato e collaborato.
Nato a San Nicandro, in provincia di Bari,
Con una laurea in Scienze politiche, lavora
nel 1945 alla Libertà, poi passa al Secolo
Nuovo e nel 1946 svolge il praticantato al
Buonsenso. Nel 1948 approda al Popolo
lombardo e dirige anche l’ufficio stampa
della Democrazia Cristiana di Milano. Nel
1953 è direttore del quindicinale di informazione politica La base. Nel 1963 è direttore
invece del settimanale Gazzetta lombarda e
dal 1969 al 1973 dirige Democrazia. Nel
1983 diventa direttore di Noi città, quindicinale della Provincia di Milano.
m.c.
Nel giorno in cui ha ricevuto la medaglia
d’oro per i cinquant’anni di iscrizione all’Albo dei giornalisti in qualità di pubblicista,
Renzo Zorzi, un protagonista della cultura
italiana del Novecento, ha elargito preziosi
consigli ai giovani che si affacciano a un
lavoro tanto complesso. “In tempi difficili
come questi, il giornalismo va affrontato
con probità, soprattutto perché negli ultimi
anni c’è stata molta corruzione nell’interpretare il mestiere. Bisogna invece evitare
di cedere alle lusinghe del successo,
tenendo presente il contrasto tra impresa
promozionale e impresa critica. Solo
quest’ultima è il vero giornalismo”.
Zorzi ricorda così Adriano Olivetti, nella cui
azienda fu responsabile delle attività culturali dal 1965 al 1986: “Fu un uomo disinteressato, al contrario di certi industriali
odierni che finanziano attività culturali solo
per farsi pubblicità”. Di Aldo Moro, il ministro degli Esteri con il quale lavorò nel
1969 all’organizzazione della mostra che
portò in giro per il mondo gli affreschi di
Firenze restaurati dopo l’alluvione del
1966, dice: “Lo ricordo simpaticamente. Era
un uomo freddo, ma accoglieva le mie idee
con entusiasmo, per non dire con commozione”.
r.v.
ANTONIA FALCHETTI
VINCENZO CEPPELLINI
È stata accolta dall’applauso più forte del
pomeriggio, la consegna della medaglia d’oro a
Vincenzo Ceppellini. Pubblicista, già direttore
editoriale alla De Agostini e poi alla Rizzoli,
autore del “Dizionario grammaticale” e di molti
quiz di Mike Bongiorno, non ha nascosto il
commosso piacere di trovarsi “insieme a colleghi famosi e amici” al Circolo della Stampa di
Milano, dove ha trascorso “tante giornate
emozionanti e significative”.
“Festeggerò l’evento con i miei due nipotini, che
a cinque e sei anni sanno già usare il computer”. E guidati dal nonno Vincenzo fanno i primi
esercizi di scrittura giornalistica: “La maggiore
dei due ha già pubblicato con uno pseudonimo
un articolo su La Repubblica, lamentandosi
dello stato dei parchi giochi e delle attrezzature
per bambini”.
Ceppellini tornerà poi al lavoro, lo aspetta la
correzione delle bozze delle sua ultima fatica,
una storia della casa editrice De Agostini, quella in cui ha lavorato tanti anni. “Anche se sono
rimasto molto perplesso - confessa - quando
ho letto quell’articolo sul Corriere della Sera
che parlava del passaggio dalla professionalità
editoriale ai manager tecnocrati come a una
svolta positiva per l’azienda”. E poi c’è l’impegno, in questi ultimi mesi di corso, con l’Ifg e i
suoi allievi prossimi all’esame professionale,
con i quali intavola discussioni di storia contemporanea (vietato chiamarle “lezioni”): “A loro i
miei migliori auguri per il futuro”.
m.me.
Antonia Falchetti, cinquant’anni di carriera
divisa tra giornalismo e storia dell’arte, ha
appena ricevuto il riconoscimento per le
sue nozze d’oro con la professione: “È una
bella emozione” sono le sue prima parole
da premiata. Le successive, però, sono
bacchettate per l’intervistatore: “Un bel
pezzo – dice riferendosi alla presentazione
fatta di lei su Tabloid –, peccato per quella
parte finale, sul tempo libero…sembra che
io non faccia niente. Avrebbe dovuto farmi
qualche altra domanda…”
Ma il suo è un rimprovero bonario: “Un po’
è stata anche colpa mia – aggiunge infatti
subito dopo – avrei dovuto essere io a
raccontare dei miei viaggi…”.
Viaggi?
“Sì – ribadisce lei – Nella mia vita ho viaggiato un po’ dappertutto: mi piace girare per
il mondo ed entrare in contatto con le civiltà
più diverse. Sono stata dappertutto: in Africa, nelle Americhe, in Asia…Credo di non
essere stata solamente in Australia. Ma
chissà…Non è mai troppo tardi…”, conclude la signora Falchetti, e vista la grinta che
conserva ancora dopo cinquant’anni di
giornalismo, c’è da credere che presto o
tardi un viaggetto agli antipodi lo farà veramente.
r.m.
CLARISSA TORELLI RIMOLDI
Emozionata e un poco imbarazzata Clarissa
Torelli Rimoldi ha ricevuto la medaglia d’oro per
i cinquant’anni di iscrizione all’Ordine con la
stessa modestia che le aveva fatto vibrare la
voce nel momento in cui aveva saputo del
premio e della nostra intervista.
“Sono una giornalista come tante, aveva detto
un mese fa, che non ha fatto nulla di speciale
se non il suo dovere nella professione”. E
proprio con questo stile di umiltà la signora
Torelli Rimoldi si è seduta nell’ultima fila del
salone Bracco del Circolo della Stampa, osservando tutto da lontano con uno sguardo vigile e
attento, ma con l’aria di chi non ama stare sotto
i riflettori.
L’onorificenza è stata una bella sorpresa.
«Questo riconoscimento alla carriera, dice,
giunge inaspettato, ma molto gradito. È stato un
piacere essere qui e rivedere qualche giornali-
10
sta dei miei tempi» conclude con modi gentili e
un sorriso discreto la signora dai riccioli “d’argento”.
Clarissa Torelli Rimoldi ha lavorato una vita per
l’Unità di Milano come stenografa. Una qualifica
sottratta alle luci della ribalta, ma fondamentale
per un quotidiano, con cui molti giornalisti famosi hanno cominciato la carriera. Classe 1918,
iscritta al Partito Comunista, giornalista professionista dal 1953, nei primi Anni Sessanta
divenne responsabile dell’ufficio stenografi
della redazione milanese dell’Unità.
Ma a dispetto di quello che vuol far credere, la
giornalista era molto stimata e apprezzata. Di
lei ha detto l’ex collega Quinto Bonazzola: “Era
una lavoratrice, una giornalista impegnata e
una brava persona dal punto di vista umano,
apparteneva a una categoria che si va estinguendo”.
ele.p.
ORDINE
4
2003
Le sei tesi
premiate dall’Ordine
sezione per sezione
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Ass
Premio tesi di laurea sul giornalismo promosso e organizzato dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia
RECUPERATE PAGINE NOBILISSIME
DELLA PROFESSIONE GIORNALISTICA
di Vincenzo Ceppellini e Nicola D’Amico
coordinatori della Commissione
Si è conclusa anche quest’anno l’operazione
che porta alla premiazione delle tesi di
laurea aventi come campo di osservazione il
giornalismo, nei suoi molteplici aspetti. Le
tesi di laurea concorrenti erano 155, i premi
sei, quante le sezioni previste dal regolamento del concorso, voluto dal Consiglio
dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia. Le
sezioni: 1) Storia del giornalismo italiano; 2)
Storia del giornalismo europeo; 3) Istituzioni
della professione giornalistica. La deontologia e l’inquadramento contrattuale dei giornalisti in Italia, Europa e Nord America; 4)
Professione giornalistica e sue specializzazioni anche telematiche e radiotelevisive; 5)
Giornalismo economico e finanziario; 6)
Giornalismo culturale, sociale, scientifico.
La griglia di valutazione ha compreso: a)
originalità e interesse dell’argomento; b)
quantità e qualità della ricerca; c) documentazione (bibliografia, interviste, ecc.); d) stile
di scrittura; e) uso dei nuovi media; f) spirito
critico. Il giudizio finale doveva tenere conto,
in linea di massima, di un calcolo di questi
singoli elementi, ma era libera di adottare un
giudizio sintetico che se ne discostasse per
valori aggiunti non schematicamente ponderabili, a patto che in nessuna delle voci sopra
elencate, si registrassero elementi di non
sufficienza.
Alla presa in carico delle tesi è seguita la loro
distribuzione tra i colleghi che il presidente
dell’Ordine ha prescelto per questa fatica. Il
tempo a disposizione per l’analisi è stato
adeguato, se è vero che alla data di scadenza della restituzione dei lavori, forniti di giudizio, questi erano tornati tutti sul tavolo
dell’Ordine alla data stabilita (28.2), se si
eccettua un’insignificante eccezione (tre in
tutto), cui si è provveduto con la riassegnazione dei lavori in questione.
Gli argomenti delle tesi costituiscono un
segnale sull’attenzione che il giornalismo
continua a suscitare nelle facoltà universitarie. Scontato l’interesse per il giornalismo
nella nuove facoltà di Scienze della comunicazione e in quella di Scienze politiche e
Sociologia. Ma il giornalismo ha fatto breccia
vistosa anche nelle facoltà di Lettere e Filosofia e in quelle di Giurisprudenza.
Per quanto riguarda la storia del giornalismo,
gli argomenti hanno avuto il merito di recuperare pagine della nostra professione che,
sebbene nobilissime, da tempo non venivano
richiamate alla ribalta e non erano state
ancora rilette alla luce di un criterio moderno
e dei cambiamenti della professione stessa.
Ci riferiamo, per esempio, alla tesi di laurea
su “La nuova antologia”, affidata all’esame
del collega e professore Arturo Colombo, tesi
che ha ottenuto una segnalazione di merito.
La storia è stata intesa dai concorrenti come
una storia non solo sedimentata, ma in
corsa. I commissari hanno accettato questa
interpretazione, e hanno letto, quindi, tesi
che toccano il nostro tempo presente e vivo.
Ci riferiamo, per esempio, alle tesi sul cosiddetto “mielismo”, il fenomeno di trasformazione del quotidiano che si attribuisce a Paolo
Mieli; o sulla free press e sul blog.
E, a proposito di viventi, citeremo le tesi di
laurea sul lavoro di Giulio Nascimbeni, Arrigo
Levi, Oreste Del Buono. Tra quelle dei protagonisti scomparsi hanno destato interesse le
storie professionali (ne citiamo alcune e in
ordine di registrazione delle tesi, per evitare
imbarazzanti graduatorie) di Luciano Bianciardi, Anton Giulio Barrili, Gianni Brera. I
politici “interpretati” dai giornalisti sono stati
due, Enrico Mattei per il passato e Silvio
Berlusconi (due tesi) per il presente.
Radio, televisione e Internet erano presenti
tra le tesi concorrenti in misura adeguata a
quelle che potevano essere le naturali previsioni. È stato gratificante ritrovare in altri lavoORDINE
4
2003
Scontato l’interesse per il giornalismo
nella nuove facoltà di Scienze
della comunicazione e in quella
di Scienze politiche e Sociologia.
Il giornalismo ha fatto breccia vistosa
anche nelle Facoltà di Lettere e Filosofia
e in quelle di Giurisprudenza.
ri testate che hanno fatto non solo la storia
del giornalismo popolare, ma anche cultura
sociologica, come Grand Hotel o il sempre
verde Linus. Né le facoltà universitarie
trascurano le testate locali: entreranno certamente a far parte della storia delle rispettive
città le ricerche sulla stampa palermitana,
comasca, marchigiana, genovese.
Le tesi premiate rappresentano, lo si può dire
senza tema di smentita, l’eccellenza. Sono
citate in altra parte del giornale e qui non ci
ripetiamo. Ma a fronte di questa eccellenza i
commissari non possono non mandare a
dire agli accademici che sarebbe auspicabile
(dato che della loro dottrina non osiamo
dubitare) una maggiore attenzione nell’esame dei lavori presentati per il dottorato:
abbiamo avuto tra le mani delle tesi che
sarebbero state respinte alla licenza media
per la loro sciatteria di scrittura, per il loro
impressionismo linguistico, per la disarticolazione concettuale.
Dobbiamo dirlo. Molti di noi commissari
dell’edizione 2002-2003 sono docenti universitari e non ci si può accusare di prosopopea
professionale, di “iùbris”, di gelosia o di non
essere all’altezza della valutazione. È una
sorta di “grido di dolore”, il nostro, che nasce
dalla constatazione di un gap notevole, in
troppi casi, tra l’intelligenza viva, lo spirito
critico acuto e penetrante, delle nuove generazioni e la loro capacità espressiva, che ne
frustra l’efficacia e ne rallenta la ricaduta sul
progresso delle idee.
Detto questo, bisogna guardare al futuro.
Abbiamo registrato difficoltà nel nostro lavoro? L’esperienza ci permette di dare dei
consigli all’Ordine sul futuro di questo
concorso? Dobbiamo rispondere di sì ad
ambedue le domande.
La Giuria “tecnica”
Camillo Albanese, Gino Banterla, Aldo Bernacchi, Rita Bisestile, Gianfranco Bonanno, Ettore Botti, Laura Caramella, Vincenzo Ceppellini (coordinatore scientifico), Ezio
Chiodini, Arturo Colombo, Ettore Colombo, Matteo Collura, Sara Cristaldi, Vittorio Da
Rold, Nicola D’Amico (coordinatore scientifico), Giacomo de Antonellis, Gianni de
Felice, Marzio De Marchi, Fabrizio De Marinis, Carmen Del Vecchio, Gianluigi Falabrino, Giacomo Ferrari, Dario Fertilio, Emma Franceschini, Franco Fucci, Mario Furlan,
Michele Giordano, Robertino Ghiringhelli, Stefano Jesurum, Lorenzo Leonarduzzi,
Patrizia Lorenzini, Alberto Mazzuca, David Messina,Tiziano Resca, Ottavio Rossani,
Alfredo Pallavisini, Mario Pancera, Paola Pastacaldi, Emilio Pozzi, Francesca Romanelli, Ruben Razzante, Pietro Scardillo, Giovanni Santambrogio, Gigi Speroni, Gregorio Terreno, Roberto Zoldan.
Per quanto riguarda le difficoltà, diciamo
pure che la prima a presentarsi è stata quella
della classificazione delle tesi, della loro attribuzione a questa o a quella sezione. Certamente, per il futuro suggeriamo una rilettura
delle sezioni, nel senso di attribuire, per
esempio, uno spazio specifico al giornalismo
sportivo, che è imbarazzante dover collocare, per il fenomeno di massa che rappresenta, alla sezione del giornalismo di settore.
Altra proposta è quella di creare - a costo di
operare un diverso raggruppamento tra le
altre - una sezione che si stacchi dalla
“storia” del giornalismo e si occupi dei
“soggetti”, dell’argomento (come è affrontato,
l’interesse che suscita attraverso la trattazione del concorrente…) della tesi “giornalistica”: esistono argomenti scottanti, di grande
interesse, la cui trattazione, tuttavia, non ha
fatto la storia del nostro giornalismo, pur se
eccellente se ne presenta la trattazione.
Così come si dovrebbe studiare come
meglio collocare le tesi di laurea che hanno
per oggetto il giornalismo come impresa.
Non era logico, e non lo abbiamo fatto, collocare una tesi del genere tra quelle riferite al
giornalismo economico. Una tesi su un giornale economico non ha niente a che vedere
con un giornalismo inteso come “fatto”
economico esso stesso. Ancora: parlare dei
“fondamentali” del giornalismo (la libertà, la
verità, l’obiettività, la scrittura) talvolta solo
con sforzo può essere considerato, in
mancanza di altre coordinate, argomento di
tipo strettamente professional-tecnico.
Sono, le nostre, considerazioni a caldo,
come quella che può interessare la scelta di
quali tesi a chi assegnare per l’esame, scelta che certamente può meglio avvenire
attraverso una preventiva classificazione
dei lavori, classificazione nella quale coinvolgere i commissari, sotto forma di conferma o meno dopo una prima sommaria lettura. Per finire, se il numero esorbitante di
lavori presentati ha impedito e sempre
impedirebbe che tutti i commissari leggessero tutte le tesi, è chiaro che vanno introdotti correttivi per una lettura più estesa dei
lavori, problema al quale si è in qualche
modo ovviato quest’anno con lo scambio
delle relazioni - tra commissari titolari delle
tesi premiabili - ma che riteniamo metodo
perfettibile e certamente da perfezionare (le
soluzioni cominciano già a delinearsi).
11
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Ass
Tesi
premiate:
ecco
i sei
vincitori
Milano, 14 marzo 2003. La quinta edizione del Premio alle
migliori tesi di laurea sul giornalismo, istituito dall’Ordine dei
giornalisti della Lombardia, si avvia alla fase conclusiva. Con
questa iniziativa, il Consiglio dell’Ordine della Lombardia
punta a valorizzare il collegamento tra l’Università e la professione, ma anche a rilanciare la ricerca sul mondo dei media.
La giuria (formata dai consiglieri dell’Ordine), assistita dai
consulenti (giornalisti e professori universitari), si è riunita ieri
sera per individuare gli autori degni di ricevere il riconoscimento. La giuria e i consulenti hanno preso atto che non
sono state presentate tesi relative alla quinta sezione del
Premio (Giornalismo economico e finanziario) e hanno deciso di raddoppiare i riconoscimenti relativi alla prima sezione
(Storia del giornalismo italiano). Ogni vincitore riceverà un
assegno di 2.583 euro (5 milioni di lire) il 27 marzo al Circolo
della Stampa, in occasione dell’assemblea degli iscritti all’Albo tenuto dall’Ordine della Lombardia. Estratti (di 400 righe)
delle tesi premiate (e segnalate) verranno pubblicati su
Tabloid, organo mensile dell’Ordine dei giornalisti della
Lombardia. Hanno partecipato al concorso 155 neolaureati,
che hanno discusso le tesi nelle Università italiane (pubbliche
e private) nel periodo gennaio-dicembre 2002. Ecco i nomi
dei sei vincitori sezione per sezione:
I
Storia del giornalismo italiano
(testate e personaggi)
Vincitori (2.583 euro pro capite)
• Cappellini Benedetta (Università Studi Firenze – Facoltà Scienze politiche), “Lo stile editoriale di Paolo Mieli al
Corriere della Sera. Ibridazione, popolarizzazione e riconquista di un primato”. Relatore: Prof. Giovanni Bechelloni.
• Cristadoro Sara (Università Studi Roma Tre – Facoltà Lettere e Filosofia), “Dalle tribune politiche al salotto di
Porta a Porta. Quarant’anni di politica in televisione”. Relatore: Prof. Giancarlo Bosetti.
Segnalazione:
• Gorni Tommaso (Università Studi di Milano – Facoltà Lettere e Filosofia), “L’eredità di Pietro Gobetti nella storiografia di Giovanni Spadolini e nella tradizione della ‘Nuova antologia’.Relatore: Prof.ssa Maria Luisa Cicalese.
II
Storia del giornalismo europeo e nordamericano
(testate, deontologia e personaggi)
III
Istituzioni della professione giornalistica.
La deontologia e l’inquadramento contrattuale
dei giornalisti in Italia, Europa e Nord America.
Vincitore (2.583 euro):
• Caterina Ciccotti (Università Cattolica Sacro Cuore Milano – Facoltà Lingue e letterature straniere) “Il giornalismo
in Russia. Storia, regolamentazione giuridica, professione”. Relatore: Prof.ssa Anna Lisa Carlotti.
Vincitore (2.583 euro):
• Stefano Messina (Università La Sapienza Roma – Facoltà Giurisprudenza), “ Profili penali dell’intervista giornalistica
tra esercizio del diritto di cronaca e tutela della reputazione”. Relatore: Prof.ssa Ave Gioia Buoninconti.
IV
Professione giornalistica e sue specializzazioni
anche telematiche e radiotelevisive
Vincitore (2.583 euro):
• Favini Monica (Università Statale Milano – Facoltà Scienze politiche), “La Gazzetta dello sport: il giornale più
popolare d’Italia”. Relatore: Prof.ssa Ada Gigli Marchetti.
Segnalazione:
• Dovigi Maurizio (Università Studi Urbino – Facoltà Sociologia), “Blog uno strumento di cambiamento per i
media tradizionali”. Relatore: Prof. Massimo Russo.
• Vallauri Ugo (Università Studi Bologna – Facoltà Lettere e Folosofia), “Blog journalism: nuovi formati e
prospettive per il giornalismo online”. Relatore: Prof. Angelo Agostini
V
VI
Giornalismo economico
e finanziario
Il premio è stato “girato” alla prima sezione.
Giornalismo
culturale, sociale, scientifico
Vincitore (2.583 euro):
• Martinelli Marta (Università Studi Milano – Facoltà Lettere e Filosofia), “Una lunga storia d’amore: Grand
Hotel 1946-1970)”. Relatore: Prof. Maurizio Punzo.
LE 155 TESI
Studente
Abbate Angela
Alari Gian Marco
Aldinucci Antonella
Antonini Marinella
Audiffredi Giovanni
Avati Francesco Paolo
Azimonti Anja
Bacchetta Simone
Balbi Alessio
Bandirali Luca
Barbieri Lorenzo
Barbieri Luca
Bario Barbara
Bartoccelli Paola
Belletti Marco
Bernardi Francesca
Biolcati Daniele
Bolognini M.Giovanna
Bonaventura Neomisio
Bonzi Gianmario
Bosio Giuseppa
Bozzetti Cristina
Cacace Lorena
Campanella Fabio
Campaniello Anna
Cannizzaro Marianna
Università
Un. studi Palermo - facoltà scienze della formazione
Un. studi Bergamo - facoltà lingue e letterature straniere
Un. studi Siena - facoltà lettere e filosofia
Un. studi Bologna - facoltà lettere e filosofia
Un. studi Milano - facoltà scienze politiche
Un. studi Napoli - facoltà scienze politiche
Un. Sacro cuore Milano - facoltà lettere e filosofia
Un. studi Milano - facoltà scienze pol itiche
Un. studi Roma La Sapienza - facoltà scienze della comunicazione
Un. cattolica Sacro Cuore Milano - facoltà lettere e filosofia
Un. studi Milano-facoltàscienze politiche
Un. studi Padova-facoltà lettere e filosofia
Un. studi Genova - facoltà scienze politiche
Un. studi Palermo-facoltà lettere e filosofia
Un. studi Parma-facoltà giurisprudenza
Un. cattolica del Sacro Cuore Milano-facoltà lettere filosofia
Libera un. IULM Milano - facoltà scienze e tecnologie della comunicazione
Un. studi Torino - facoltà lettere e filosofia
Un. studi “G. D’annunzio” - facoltà lettere e filosofia
Un. cattolica del Sacro Cuore Milano - facoltà lingue e letterature straniere
Un. studi Palermo - facoltà scienze della formazione
Un. cattolica Sacro Cuore Milano - facoltà lettere e filosofia
Un. cattolica Sacro Cuore Milano - facoltà lettere e filosofia
Un. studi Bologna - facoltà scienze della comunicazione
Un. Torino - facoltà lettere e filosofia
Un. cattolica del Sacro Cuore Milano - facoltà lettere e filosofia
Capitani Andrea
Un. studi Bologna - facoltà lettere e filosofia
Cappellini Benedetta
Cartolano Antonietta
Cauli Tiziana
Chiauzzi Stefania
Ciatti Silvia
Ciccotti Caterina
Cimato Simona
Cionfrini Davide
Civale Vincenza
Civitenga Prisca
Clari Valerio
Un. studi Firenze - facoltà scienze politiche
Un. studi Salerno - facoltà lettere e filosofia
Un. studi Cagliari - facoltà scienze politiche
Un. studi Roma la Sapienza - facoltà sociologia
Un. studi Firenze - facoltà scienze politiche
Un. cattolica del Sacro Cuore - facoltà lingue e letterature straniere
Un. studi Urbino - facoltà sociologia
Un. studi Milano - facoltà scienze politiche
Libera Un. Maria ss. Assunta - facoltà lettere e filosofia
Un. studi Roma la Sapienza - facoltà scienze della comunicazione
Un. studi Torino - facoltà lettere e filosofia
12
Titolo tesi
La notizia nella rete. Le versioni on-line dei quotidiani siciliani
L’era Thatcher nello Yorkshire post
Come la stampa italiana rappresenta la pena di morte negli usa: il caso del corriere della sera e di repubblica
Il problema sociale dell’immigrazione nei giornali italiani: il caso albanese del 1997
“Il metallurgico” tra giornalismo e storia. Ottant’anni del giornale dei metalmeccanici (1898-1980)
Aspetti sociali dell’informazione. 1960-2000: titoli del quotidiano “Il mattino” a confronto mediante l’analisi del contenuto
L’immagine della donna sull’Illustrazione italiana e la Domenica del Corriere durante la grande guerra
Un giornale locale: “La cronaca di Cremona, Crema e Casalmaggiore”
C’era una volta il web. Guadagnare con le notizie: cronaca di un fallimento
Timor est sulle pagine dei giornali italiani (1974-2002)
La stampa pop-rock e la condizione giovanile in America e in Italia (1956-1977)
I giornali a processo: il caso 7 aprile
L’edizione genovese de “l’Unità” (1945-1957)
La fabbrica delle notizie. Corriere della sera, le figaro, giornale di sicilia
Imprese di informazione e relazioni sindacali
Notizie dall’Asia:quattro quotidiani italiani negli ultimi vent’anni (1981-2001)
Giornalisti al lavoro. Panorama: i processi produttivi di un settimale
Luciano Bianciardi critico televisivo
Il controllo nell’era di internet: vecchio fantasma del nuovo millennio
Quotidiani sportivi italiani e spagnoli: un confronto
La Repubblica di Palermo. L’informazione locale in un quotidiano nazionale
La cronaca di un delitto irrisolto: dall’Ansa ai quotidiani
Quotidiani gratuiti a Milano: i casi di Metro, Leggo e City
L’informazione locale su internet: giornali online, portali e reti civiche. Modelli produttivi e professionali a confronto
Il sud nell’informazione. I quotidiani italiani e i paesi in via di sviluppo
Il 1848 nella stampa periodica satirica del lombardo-veneto:
“Lo spirito folletto”, “Il sior Antonio rioba” e “il Caffe’ Pedrocchi”
Giornalismo freelance. Distribuzione del fenomeno, analisi dei fattori storici e caratterizzazione
delle pratiche produttive. La situazione italiana
Lo stile editoriale di paolo mieli al corriere della sera. Ibridazione, popolarizzazione e riconquista di un primato
L’11 settembre nella vetrina del giornale. Analisi della titolazione di prima pagina dei quotidiani dell’11 settembre
Libertà di espressione in Sudafrica (1948-1996)
Radio West: la radio al fronte. Giornalismo radiofonico tra guerra e pace
Satira e comunicazione politica: la guerra in Afghanistan attraverso i media italiani
Il giornalismo in Russia. Storia, regolamentazione giuridica, professione
Piero Pergoli e le Marche
Un capo di governo “atypique”: Silvio Berlusconi e la stampa francese
Il calcio in tv: dalla cronaca allo sfruttamento spettacolare
Ritorno alla parola. La sfida di Radio 24 - il Sole 24 ore
Linus 1965-1976: una rivista fra fumetti, satira e società italiana
ORDINE
Relatore professor
Franco Nicastro
Oliviero Bergamini
Federico Siniscalco
Pina Lalli
Ada Gigli Marchetti
Maria Albrizio
Anna Lisa Carlotti
Ada Gigli Marchetti
Aldo Fontanarossa
Annalisa Carlotti
Roberto Chiarini
Gianni Riccamboni
Marina Milan
Mario Giacomarra
Lucia Silvagna
Anna Lisa Carlotti
Angelo Agostini
Alba Andreini
Eide Spedicato
Anna Lisa Carlotti
Franco Nicastro
Giorgio Simonelli
Giorgio Simonelli
Angelo Agostini
Mimmo Candito
Giuseppe Farinelli
Angelo Capitani
Giovanni Bechelloni
Eduardo Scotti
B.Maria Carcangiu
Giuseppe Mazzei
Marco Tarchi
Anna Lisa Carlotti
Vittorio Paolucci
M. Cristine Jullion
Andrea Melodia
Mario Morcellini
Nicola Tranfaglia
4
2003
SARA CRISTADORO
BENEDETTA CAPPELLINI
“Il Corriere”
trasformato
dal “metodo Mieli”
di Diana Fichera
La storia di un giornalista atipico, ma anche di
un innovatore, che ha guardato nel processo di
trasformazione del giornalismo cartaceo, indovinandone il cambiamento, l’irrimediabile contaminazione con gli altri media.
È questo il Paolo Mieli che ha deciso di raccontare la 25enne Benedetta Cappellini, pistoiese
di Casalguidi, laureata a Firenze in Sociologia
dei processi culturali con Giovanni Bechelloni.
Nella sua tesi di laurea, Benedetta ha studiato lo
“stile editoriale” dell’attuale direttore della Rcs
durante i cinque anni alla guida del “Corriere
della Sera”, dal 1992 al 1997, forse i più importanti e decisivi nell’attuale storia del quotidiano
di via Solferino. Quando l’allora 43enne Mieli
lasciò la direzione della “Stampa”, giunse al
timone di un giornale caduto in una profonda
crisi d’identità, disorientato dalla perdita del
primato intellettuale e di vendite, dopo lo storico
“sorpasso”, nel 1986, da parte del più intraprendente e graffiante quotidiano “La Repubblica”.
La sfida che Mieli raccolse quando accettò la
direzione del “Corriere” aveva un carattere
senza dubbio manageriale, ma anche molto
personale, la reazione a un modello di giornalismo che Mieli aveva fino ad allora praticato
proprio accanto ad Eugenio Scalfari; prima
all’”Espresso”, più tardi proprio alla “Repubblica”: una sorta di rivolta, insomma, nei confronti
dei suoi padri “cartacei”. Benedetta Cappellini
ricorda la formazione del giornalista Mieli negli
Studente
Corvi Francesca
Crippa Vania
Cristadoro Sara
Crivella Silvia
De Santis Emilia
De Santo Ermelinda
Di Marco Giuseppe
Di Raimondo Annalisa
Donatoni Marco
anni ‘70, la dirompente vitalità sprigionata dalla
nascita dei fogli della sinistra extra parlamentare, dall’advocacy journalism. Per Mieli, però,
l’esperienza all’interno delle redazioni non è
esclusiva. Durante gli anni dell’ “Espresso” e
della “Repubblica”, continua a collaborare con lo
storico Renzo De Felice (con il quale si era
laureato a Roma) e a svolgere un’intensa attività
didattica. In ciò sta forse il carattere più “atipico”
della sua identità di giornalista ed è forse anche
il motivo che contribuì a preparare il definitivo
distacco da Scalfari. Il “Corriere della Sera” rivisto e corretto secondo il “metodo Mieli” è, infatti,
un giornale radicalmente diverso dal suo intraprendente antagonista romano. Benedetta
Cappellini lo definisce un esempio di “ibridazione e popolarizzazione”, un tentativo di fusione,
perfettamente riuscito, fra tabloid e quolity paper.
Mieli “settimanalizza” il quotidiano, lo contamina
stilisticamente con elementi del magazine.
Questa operazione è evidente e radicale soprattutto in campo politico: dilatazione del tempo
della notizia attraverso il racconto del dettaglio,
contrapposizione dei protagonisti, resoconto
curioso dei particolari e delle vicende secondarie, gusto per la ricostruzione di uno sfondo “di
costume”. A differenza della “Repubblica”, il
“Corriere” di Mieli sarà un giornale fluido, privo di
una forte identità ideologica, ma pronto spregiudicatamente a prendere posizione di volta in
volta su ogni singola questione. “È stato lui”,
ribadisce Benedetta Cappellini, a portare nel
“Corriere” le firme di Galli Della Loggia o Panebianco”, trasformando lo spazio dell’editoriale in
una grande e polifonica tribuna.
Mieli unisce a questa strategia comunicativa
anche una maniacale attenzione agli aspetti
riguardanti il marketing, al ruolo manageriale e
strategico della direzione, anche a scapito dei
rapporti con la redazione. I risultati non tardano
ad arrivare, primo fra tutti la riconquista, nel
1994, del sospirato primato di vendite.
Da allora il “Corriere” ha perso una certa grigia
rigidità che alcuni vecchi nostalgici ricordano
con una nota di commozione, ma forse è stato
uno dei pochi quotidiani di antica origine a sperimentare una seria forma di “multimedialità”; nel
senso che Mieli è un uomo particolarmente
attento ad un mezzo come la televisione, uno
dei pochi intellettuali italiani che ha rinunciato a
disprezzarla, ma non a studiarla, anzi con
sommo cinismo è stato capace di utilizzare e
anticipare sulla carta strategie tipicamente televisive. Questa competizione sullo stesso terreno
della televisione ha creato, paradossalmente,
un giornale piuttosto indipendente dal piccolo
schermo, perchè non ne è un’ eco tardiva. Inevitabile chiedere a Benedetta come sarebbe
stata, secondo lei, la Rai di Mieli: “Una Rai di
buon gusto. Ci ho sperato, ma sapevo che non
avrebbe mai accettato di fare il maestro di cerimonia, avrebbe preteso come sempre carta
bianca, il perfetto controllo su tutto. Non l’ha ottenuto ed è finita come sappiamo”.
di Eduardo Di Blasi
“La redazione di “Porta a porta” è costituita
da circa quaranta persone tra redattori, assistenti, registi e autori”. Sara Cristadoro, forte
di due mesi e mezzo passati come stagista
nella redazione del talk show condotto da
Bruno Vespa, ha potuto affacciarsi nell’accogliente studio Rai per studiarne dall’interno
non solo il modello “produttivo”, ma anche, e
soprattutto, quello comunicativo.
Ne è venuta fuori una tesi interessante,
discussa all’Università di Roma Tre: “Dalle
Tribune politiche al salotto di Porta a porta.
Quarant’anni di politica in televisione”, relatore Giancarlo Borsetti, correlatore Riccardo
Staglianò.
La tesi sostenuta da Sara è che “Porta a
porta”, programma di infotainement tagliato
primariamente sulla politica, sia diversa dalle
vecchie tribune politiche, poiché nel messaggio deve coesistere lo “spettacolo”. Ai primi
telespettatori, non ancora dirozzati, era sufficiente la sola presenza del politico, e del
dibattito, spesso feroce, che ne seguiva
(Sara ricorda l’epico scontro tra Palmiro
Togliatti e Romolo Mangione, editorialista de
“La Giustizia”, fissato nella frase sprezzante
del Migliore “Lei si chiama Mangione, ma di
politica non ne mastica molta”)
“L’ottica prevalente - spiega la Cristadoro non è l’opposizione tra il politico e il conduttore. Questi cerca anzi di mettere il più possibile a proprio agio i politici offrendogli non solo
un’adeguata ospitalità, ma anche una vera e
propria collaborazione, dietro la richiesta di
un’esibizione da parte loro”.
È in questo scambio che risiede il senso
profondo del programma, punto più elevato
della seduzione televisiva raggiunta dalla
politica e dai suoi rappresentanti.
I primi uomini politici italiani che affrontavano
il nuovo mezzo negli Anni ‘60, ne erano intimoriti. La tv pareva poter smascherare le
bugie e in tanti consigliavano a Fanfani, per
esempio, di non esporsi troppo alle telecamere. Oggi, al contrario, la politica ha imparato a domare il mezzo, a sedurre lo spettatore.
Esempio lampante di tale situazione il famoso “Contratto con gli italiani” che il non ancora premier Silvio Berlusconi siglò in direttasimulata (la trasmissione fu registrata al
pomeriggio per permettere ai giornalisti dei
tg e della carta stampata di amplificare
l’evento), 5 giorni prima delle elezioni politiche che lo avrebbero condotto al governo.
“Milioni di elettori ricorderanno più facilmente
l’apparato scenografico del contratto che il
contenuto dei suoi cinque punti fondamentali”, chiosa Sara.
Quel giorno Berlusconi decise di andare da
Vespa e non altrove. Perché? Perché lì, spiega Sara, avrebbe trovato l’accoglienza
migliore per presentare l’ultimo colpo di
teatro della campagna elettorale. Il Miglio
Verde di Michele Santoro gli avrebbe fatto
piovere addosso una valanga di critiche, e
forse anche Costanzo non avrebbe assecondato quel disegno comunicativo. I collaboratori di “Sua Emittenza”, d’altronde, gli consigliarono di andare da Vespa, nel salotto, e la
mossa fu azzeccata. “Il Contratto con gli
italiani – scrive la Cristadoro – è stato ideato
per la televisione e in televisione. Senza di
questa non sarebbe stato neanche pensabile. La formula “cooperativa” tipica di “Porta a
porta” si è rivelata, insomma, la più adatta ad
una performance come quella di Berlusconi:
ospite e conduttore che collaborano insieme
per guadagnare visibilità, credibilità e ascolti
record”.
Quanto tempo è passato da quando Palmiro
Togliatti e Scelba, ricordati sempre da Sara,
si guardavano imbarazzati d’essere stati
truccati col cerone.
Titolo tesi
La riviera ligure: nascita di una linea politica
Quotidiani cartacei, quotidiani on-line in germania. Un confronto critico
Dalle tribune politiche al salotto di Porta a porta. Quarant’anni di politica in televisione
Italiani in Germania: la loro immagine nella stampa bilingue e nella sua Auslanderliteratur
Il giornale telematico in Italia e in Francia
Nuovi scenari dell’informazione quotidiana online in Italia: l’esempio di Repubblica extra
“L’Unità” dal 1990 al 2000. Il perche’ di una crisi
Due progetti grafici di Giuseppe Trevisani: un quotidiano, “il Giorno” e un settimanale specializzato, “Tempo medico”
La stampa collaborazionista in lingua italiana nell’Alpenvorland (1943-1945): l’esperienza de “il Trentino”
e quella del “Giornale di Belluno”
Doneddu Silvia
Un. studi Sassari - facoltà scienze politiche
La stampa spagnola e la prima guerra d’indipendenza italiana
Dovigi Maurizio
Un. studi Urbino - facoltà sociologia
Blog uno strumento di cambiamento per i media tradizionali
Dri Lucia
Un. studi trieste - facoltà scienze politiche
La stampa periodica in Friuli Venezia Giulia. Il caso “Il nuovo Friuli”
Esposito Elisa
Un. LUISS - facoltà giurisprudenza
L’attività giornalistica tra diritto di cronaca e responsabilità penale
Evangelista Emma
Libera un. Maria ss. Assunta - facoltà lettere e filosofia
“Ricordo di una notizia giornalistica: un’analisi empirica”
Favini Monica
Un. statale Milano - facoltà scienze politiche
“La gazzetta dello sport: il giornale più popolare d’Italia”
Ferraina Maria Giuseppina Un. studi Siena - facoltà lettere e filosofia
Il giornalismo letterario. I casi di Luciano Bianciardi e Dino Buzzati
Fiori Daniela
Un. studi Torino - facoltà lettere e filosofia
Giornalismo di guerra, tra crisi e transizione. La copertura informativa
dei tre maggiori quotidiani italiani durante l’attacco all’Afghanistan
Foà Andrea
Un. studi Torino - facoltà lettere e filosofia
I balcani secondo “Limes”. La guerra del Kosovo
Gabriele Mattia
Un. studi Bologna - facoltà lettere e filosofia
Kudiyattam: storia, tecniche, rappresentazione
Gallotta Concetta
Un. studi Palermo - facoltà scienze della formazione
Giornalismo e internet tra evoluzione e metamorfosi. Gli old media visti dai new media
Gambassi Giacomo
Un. studi Firenze - facoltà scienze politiche
La RAI nella transizione. Dalla suddivisione consociativa al controllo della maggioranza
Garuccio Vincenzo
Un. La Sapienza di Roma - facoltà scienze della comunicazione
Una sola moltitudine. La difficile identità del giornalismo nella società globale dell’informazione
Gavagnin Michela
Un. studi Trieste - facoltà scienze dell’educazione
I quotidiani italiani in internet
Gelosi Emilio
Un. studi Bologna - facoltà giurisprudenza
Il diritto di cronaca nell’ordinamento comunitario
Gennari Andrea
Un. Bologna - facoltà lettere e filosofia
La riunificazione tedesca attraverso la stampa italiana
Genta Daniela
Un. studi la Sapienza di Roma - facoltà scienze della comunicazione
La notizia in movimento. Un’indagine sulla free press
Gentile Maria Stella
Un. ST
Le notizie come storie: I codici narrativi nella comunicazione giornalistica
Girometta Raoul
Un. cattolica Sacro Cuore Milano - facoltà scienze linguist. e lett. straniere La stampa musicale “indipendente” in Inghilterra e in Italia
Giuliano Manuel
Un. studi Roma La Sapienza - facoltà scienze politiche
Lo sport nella stampa fascista
Gorni Tommaso
Un. studi Milano - facoltà lettere e filosofia
“L’eredità di Piero Gobetti” nella storiografia di giovanni Spadolini e nella tradizione della “Nuova antologia”
Greco Marcello
Un. studi Siena - facoltà giurisprudenza
La diffamazione a mezzo stampa
Grifò Marilena
Un. studi Trieste - facoltà scienze della formazione
“I siciliani” di Giuseppe Fava. Un periodico indipendente nella catania dei primi anni ottanta
Guallini Luisella
Un. cattolica Sacro Cuore Milano - facoltà lettere e filosofia
Vigevano 1945-1995: la storia della città nelle pagine dell’Informatore Vigevanese
Isidori Maria Simona
Un. studi Pavia - facoltà scienze politiche
La comunicazione pubblica nel sistema politico italiano e in quello francese: un’analisi comparata
Lasta Alessio
Un. cattolica Sacro Cuore Milano - facoltà lettere e filosofia
Vedere e raccontare. Venticinque anni di reportage su alcuni quotidiani italiani
Limatola Antonietta
Un. studi Salerno - facoltà lettere e filosofia
Televisione e catastrofi, il potere delle immagini
Lorenzini Alessandro
Un. studi Siena - facoltà lettere e filosofia
Dal villaggio al villaggio il bisogno di informazione locale nell’era internet
Madau Roberta
Un. studi Cagliari - facoltà scienze politiche
Protezione internazionale dei giornalisti in guerra
ORDINE
4
Università
Un. studi Parma - facoltà lettere e filosofia
Un. cattolica Sacro Cuore Milano - facoltà lingue e letterature straniere
Un. studi Roma tre - facoltà di lettere e filosofia
Un. studi Milano - facoltà scienze politiche
Un. studi Salerno - facoltà scienze politiche
Libera un. IULM - facoltà scienze della comunicazione e dello spettacolo
Libera un. “Maria ss. Assunta” - facoltà lettere e filosofia
Libera un. IULM - facoltà scienze della comunicazione e dello spettacolo
Un. studi Trento - facoltà lettere e filosofia
“Porta a Porta”
tra spettacolo
e messaggio
2003
Relatore prof.
Paolo Briganti
Anna Lisa Carlotti
Giancarlo Bosetti
Virgina Cisotti
S. Sica
Angelo Agostini
Francesco Malgeri
Angelo Agostini
Vincenzo Cali’
Eloy Martin Corrales
Massimo Russo
Giovanni Delli Zotti
Paola Severino
M. Pietronilla Penna
Ada Gigli Marchetti
Maurizio Boldrini
Mimmo Candito
Francesco Tuccari
Gerardo Guccini
Franco Nicastro
Luigi Lotti
Rubens Esposito
Leopoldina Fortunati
Lucia Serena Rossi
Maria Salvati
Michele Sorice
Mimmo Candito
Giorgio Simonelli
Francesco Malgeri
M.Luisa Cicalese
Roberto Guerrini
Livio Vanzetto
Anna Lisa Carlotti
Giorgio Fedel
Anna Lisa Carlotti
Giuseppe Jacobini
Enrico Menduni
Isabella Castangia
13
CATERINA CICCOTTI
MONICA FAVINI
“Le contraddizioni
del giornalismo
russo”
Con la “Rosea”
una cavalcata nello
sport italiano
di Marco Bellinazzo
di Oriana Liso
Un’analisi del giornalismo russo nei suoi tre
secoli di storia. Caterina Ciccotti ha portato a
termine un lavoro molto impegnativo, che
avrebbe spaventato molti per la mole delle
fonti (essenzialmente straniere, visto che in
Italia non esistono pubblicazioni su un argomento pure tanto interessante) e la complessità dell’argomento. Ma la sua tesi “Il giornalismo in Russia. Storia, regolamentazione
giuridica, professione”, che ha avuto come
relatore la professoressa Anna Lisa Carlotti,
è frutto di una tenacia e una determinazione
che nascono da una forte passione per una
terra che resta, più di altre, il simbolo e il
crocevia del passaggio dall’antichità alla
modernità. Un passaggio per molti versi
ancora incompiuto. “Basta uscire appena
fuori da Mosca o da San Pietroburgo racconta Caterina Ciccotti - due città di una
bellezza sconfinata, per ritrovasi proiettati in
pieno Medioevo”.
E anche le vicende del giornalismo in Russia
sono piene di contraddizioni, come se il
pendolo della storia lì si muovesse all’incontrario. “In Europa - spiega Ciccotti - i giornali
nascono nel XVI-XVII secolo come “Gazzette”, mezzi di scambio d’informazioni
commerciali di carattere privato. E solo in un
secondo momento il potere si appropria di
questi utili strumenti ai fini di influenzare politicamente l’opinione pubblica. In Russia la
nascita del giornalismo è caratterizzata da
un fenomeno inverso. Il primo giornale a
stampa nasce per iniziativa di Pietro il Grande, nel 1703, col preciso scopo di propagandare le idee riformatrici dello zar e ottenere il
consenso della società istruita. Un utilizzo di
tipo borghese e commerciale della stampa
prende piede in Russia solo nella seconda
metà dell’800”.
Un altro capitolo fondamentale per la storia
del giornalismo in Russia, più vicino ai nostri
giorni, ma nel quale riemergono intatte tutte
le contraddizioni dello spirito russo, è quello
che si apre nel 1985 con la nomina del nuovo
segretario, Michail Gorbačev, il padre della
perestrojka e della glasnost’. La stampa
inizia a giocare un ruolo chiave. Ed è un
evento tragico, come il disastro nucleare di
Černobyl nell’86, a fare da catalizzatore di
questo fenomeno, la cui mancata copertura
acuisce gli appelli alla riforma del sistema
Analizzare un giornale che, da solo, rappresenta la storia del giornalismo sportivo in
Italia è, di per sé, una bella sfida. Ma Monica
Favini, neo-laureata milanese, non si è fatta
spaventare dalle tante ore che avrebbe
dovuto passare in archivio, né dalla necessità di sostenere un esame in più. La sua
determinazione le ha dato ragione, tanto
che, il 10 dicembre 2002, ha discusso la tesi
su “La Gazzetta dello Sport: il giornale più
popolare d’Italia”.
Nel 1999 Monica è una studentessa della
Statale di Milano, iscritta alla facoltà di
Scienze politiche. Arrivata ad una manciata
di esami dalla laurea, scopre che è stato
istituito il corso di storia del giornalismo.
Senza pensarci due volte, decide di dare
un esame in più e si rivolge alla professoressa Ada Gigli Marchetti che, però,
“boccia” la sua idea di studiare la presenza
femminile nel giornalismo sportivo. Troppo
poco materiale a disposizione e una
controproposta: perché non studiare la
“Gazzetta dello Sport”?
E così Monica ha trascorso più di un anno
tra la Biblioteca Braidense, la Sormani e,
ovviamente, l’archivio della “Gazzetta”, ore
giornalistico. Si avvia così un vivace dibattito
sulle questioni più attuali del Paese a
promuovere il quale è la nuova stampa riformista che vede in prima linea le due pubblicazioni settimanali Moskovskie Novosti (Le
notizie moscovite) e Ogoniok (Il fuocherello)
che convogliano l’interesse “reale” dei lettori
sovietici.
I tentativi di introdurre la “critica” e il “pluralismo socialista” non restano tuttavia privi di
resistenza. Per evitare il pericolo di un “ritorno indietro”, Gorbačev promulga la prima
legge sulla stampa dell’Unione Sovietica,
che garantisce a chiunque il diritto di fondare
un mezzo d’informazione, e che entra in
vigore nell’agosto del ‘90.
Ma il crollo dell’Urss travolge anche questo
tentativo. E le ripercussioni su pluralismo e
libertà d’informazione si sentiranno soprattutto con l’ascesa di Valdimir Putin, presentato
come “l’uomo nuovo” che ristabilirà l’ordine e
la legalità nel Paese, e la successiva guerra
in Cecenia, allorché la stampa viene espressamente invitata ad alimentare il patriottismo
e a prendere parte alla guerra d’informazione
contro il terrorismo.
“Il completo smantellamento del gruppo
Media-Most di Gusinskij e il “pogrom” nei
confronti dei media indipendenti – scrive
Ciccotti nella conclusione della sua tesi –
negli ultimi mesi, sono visti dagli osservatori
russi e internazionali come una messa a
tacere di qualsiasi voce d’opposizione. Nella
mappa geografica sulla libertà d’informazione fornita annualmente dal sito Internet
dell’organizzazione internazionale Reporters
sans frontières, la Russia risulta oggi fra le
zone ad alto rischio”.
passate a spogliare le annate della “rosea”.
Nata il 3 aprile del 1896 dalla fusione di due
testate, “Il ciclista” e “La tripletta”, quello che
ora è il quotidiano più letto in Italia esordì
con un colore che non è quello attuale, tanto
famoso da essere associato al giornale stesso. Per un anno la “Gazzetta”, con il sottotitolo “Il ciclista e la tripletta” (scomparso nel
1897) arriva tra le mani dei lettori su carta
verde, poi gialla, poi bianca e, solo nel 1899,
su consiglio degli stessi lettori, sceglie definitivamente il rosa.
Il viaggio attraverso le pagine della “Gazzetta” ha avuto, per Monica, il valore di una
scoperta di avvenimenti sportivi del passato
che hanno fatto, a modo loro, “una” storia
d’Italia che, per ovvie ragioni anagrafiche,
Monica non poteva conoscere. Ha significato anche fare una lettura non convenzionale
di periodi della storia ufficiale d’Italia, come il
fascismo o le due guerre mondiali. Ma ha
voluto dire anche analizzare la continuità di
un linguaggio semplice, che si è rivelato uno
dei tanti motivi del suo successo.
Archiviata questa esperienza oggi Monica,
che ha trentuno anni e vive a Milano, ha
trovato lavoro all’Eco della Stampa, dove si
occupa di rassegne stampa. Il suo sogno,
però, è quello di fare la giornalista sportiva,
tanto da aver mandato il curriculum, ovviamente, proprio alla “Gazzetta dello Sport”.
Nel frattempo, collabora a “Lombardia
Calcio” e al “Giornale di Sesto”, occupandosi
del calcio femminile. Perché il suo non è un
interesse momentaneo: sin da piccola ha
vissuto in un ambiente in cui il calcio era
argomento quotidiano, e lei stessa, confessa, da ragazzina giocava a pallone.
LE 155 TESI
Studente
Maffeo Stefania
Magistrali Silvia
Malaguti Sara
Malandrino Laura
Malleo Tamara
Università
Un. studi Salerno - facoltà lettere e filosofia
Un. studi Parma - facoltà lettere e filosofia
Un. Bologna - facoltà lingue letterature straniere
Un. cattolica Sacro Cuore Milano - facoltà lettere e filosofia
Un. cattolica Sacro Cuore Milano - facoltà lettere e filosofia
Mancini Alessandro
Marchesi Tiziana
Marchetti Fabrizio
Marchetti Marina
Marciante Lucia
Mariani Alessia
Martinelli Marta
Martinotti Alessia
Masia Matteo
Mastellarini Gabriele
Mastrodicasa Mara
Meda Fabio
Messina Stefano
Micalizio Claudia
Mileti Paola
Miriello Marcella
Montemurro Tiziana
Mortari Emanuela
Naboni E. Francesca
Ognissanti Antonio
Onano Laura
Pangallo Antonella
Paolinelli Paola
Papa Giovanni Luca
Pavone Cecilia
Un. studi Urbino - facoltà sociologia
Un. studi Milano - facoltà lettere e filosofia
Un. studi La Sapienza Roma - facoltà sociologia
Un. studi Roma tre - facoltà scienze politiche
Un. studi Urbino - facoltà sociologia
Un. studi Bergamo - facoltà lingue e letterature straniere
Un. studi Milano - facoltà lettere e filosofia
Un. cattolica Sacro Cuore Milano - facoltà lingue e letterature straniere
Un. studi Roma La Sapienza - facoltà sociologia
Un. studi Teramo - facoltà scienze della comunicazione
Un. studi Chieti - facoltà lettere e filosofia
Un. cattolica del Sacro Cuore Milano - facoltà lettere e filosofia
Un. studi Roma La Sapienza - facoltà di giurisprudenza
Un. studi Catania - facoltà economia
Un. cattolica Sacro Cuore Milano- facoltà lettere filosofia
Un. studi Torino - facoltà lettere e filosofia
Un. studi Pisa - facoltà lettere e filosofia
Un. studi Genova - facoltà scienze politiche
Un. studi Milano - facoltà lettere e filosofia
Un. studi Bologna - facoltà lettere e filosofia
Un. studi Cagliari - facoltà lingue e letterature straniere
Un. cattolica Sacro Cuore Milano - facoltà lettere e filosofia
Un. studi Urbino - facoltà di sociologia
Un. studi Urbino - facoltà sociologia
Un. studi Bari - facoltà filosofia
Pelliccioni Silvia
Perilli Vanessa
Pesce Filippo
Pestarino Simona
Peviani Carlotta
Pirovano Lucia
Poletti Giacomo
Quarantelli Paola
Ravagnan Andrea
Un. studi urbino - facoltà sociologia
Un. studi Milano - facoltà lettere e filosofia
Un. studi Milano-Bicocca - facoltà sociologia
Un. studi Genova - facoltà scienze politiche
Un. Sacro Cuore Milano - facoltà lettere e filosofia
Istituto superiore di educazione fisica della Lombardia
Un. studi di Bologna - facoltà lettere e filosofia
Un. studi Roma tre - facoltà lettere e filosofia
Un. studi Bologna - facoltà lettere e filosofia
14
Titolo tesi
2 giugno 1946 una cronaca differita
La rivista “Linus” da Gandini a Del Buono (1965-1972)
In viaggio con l’”Uncommercial traveller”. Il giornalismo dickensiano tra flanerie ed investigazione
Il “Semplicista!” (dal 13 agosto 1913 al 12 luglio 1924) un esempio di giornalismo siciliano
Le rubriche informative dei telegiornali. Analisi comparativa delle strutture
e delle modalità comunicative dei supplementi delle principali testate nazionali italiane
Il fumetto in Italia dal 1908 al 1973
“L’italia letteraria” e le arti figurative. (1929-1934)
L’infontainment telematico e i problemi connessi al suo sviluppo. La Nexta.com e il caso Film.it
Immagine e rappresentazione de dopoguerra italiano: “l’europea” 1945-1948
I periodici del Salento nel periodo 1943-1944
“Dispensatrici di scosse in gonnella”: l’emancipazione femminile tra le righe dei Women’s magazines vittoriani
Una lunga storia d’amore: Grand Hotel 1946-1970
L’immagine di Silvio Berlusconi durante la campagna elettorale del 2001 sui giornali inglesi e tedeschi
Come cambia un quotidiano. Il Messaggero on-line, Repubblica.it e Il sole24ore.com a confronto
Il caso Rizzoli - p2 (1976-1982)
Il Bargello di Alessandro Pavolini. Indice degli articoli 1929-1934
Implicazioni sociologiche e linguistiche nella stampa sportiva: “La gazzetta dello sport”
Profili penali dell’intervista giornalistica tra esercizio del diritto di cronaca e di critica e tutela della reputazione
L’approccio dei rough sets per l’analisi di customer satisfaction. Il caso dei settimanali femminili: Anna, Gioia e Grazia
Arrigo Levi e la Russia: incontri e miti
Un modello per il giornalismo online: Repubblica.it
I “Quaderni di Giustizia e Libertà”: voce di lotta, discussione, coscienza antifascista
“Il G8 a Genova nel confronto tra giornalismo tradizionale e informazione on-line”
“Italy as a symbol”. Il “Chicago tribune” e l’Italia nel secondo dopoguerra, 1945-1948
L’ordine dei giornalisti: storia e dibattito. Polifonia di un discorso sociale
“Tigri di carta”: giornalismo italiano e britannico dopo l’11 settembre
Intrattenimento e spettacolo nel “Corriere della sera” e ne “La Repubblica”. Il caso Sanremo
I giornali della democrazia repubblicana nell’anconetano (1870-1892)
Il quotidiano la Provincia di Como (1892-2000)
Il fuoco della rivoluzione comunista in Ernesto “che” Guevara. La filosofia marxista-leninista
e l’analisi del capitalismo nell’era post-fordista
I quotidiani e i periodici a rimini (1945-1948)
Elisabetta Cuminer Turra traduttrice e divulgatrice di teatro
“Gianni brera, un grande giornalista che nasce dal mondo contadino”
Gli esordi del Caffaro, quotidiano di Anton Giulio Barrili (1875-1886)
Novella e Lei: due femminili Rizzoli negli anni trenta
I giochi della XXVII olimpiade attraverso la carta stampata
L’unità. Identità politica e giornalistica
Lo scritto e Il trasmesso. La lingua dei quotidiani cartacei e in rete
La ricezione del jazz in Italia attraverso i periodici specializzati
ORDINE
Relatore prof.
Pietro Cavallo
Gloria Bianchino
Valentina Poggi
P Giuseppe Farinelli
Giorgio Simonelli
Vittorio Paolucci
PAntonello Negri
Luciano Russi
Mario Toscano
Vittorio Paolucci
Alessandra Violi
Maurizio Punzo
Anna Lisa Carlotti
Paolo Calza Bini
Pasquale Iuso
Giancarlo Quiriconi
Giuseppe Farinelli
AveGioia Buoninconti
B. Matarazzo
Giuseppe Farinelli
Mimmo Candito
Bruno Di Porto
Marina Milan
Rita Cambria
Angelo Varni
Laura Pisano
Giorgio Simonelli
Vittorio Paolucci
Vittorio Paolucci
Marcello Montanari
Vittorio Paolucci
Claudio Bosisi
Franco Abruzzo
Marina Milan
Anna Lisa Carlotti
Franco Mauro
Angelo Agostini
Paolo D’achille
Giampiero Cane
4
2003
STEFANO MESSINA
MARTA MARTINELLI
Se l’intervistatore
è responsabile
di diffamazione
Così iniziò
il fotoromanzo
in Italia
di Sabrina Provenzani
di Giovanni Pinna
30 giugno 1995. In un’intervista rilasciata ad
Antonio Padellaro, allora all’”Espresso”, Giuliano Ferrara ha parole pesanti nei confronti del
Procuratore Generale di Napoli, Agostino
Cordova. Definisce alcune sue posizioni in
tema di giustizia “eccessi deliranti”. Scatta la
denuncia del magistrato, e il 16 dicembre del
1998 la V sez. Penale della Cassazione emette una sentenza di condanna per diffamazione
nei confronti di Ferrara. Ma non solo. Stavolta, i
giudici chiamano in causa anche Padellaro e
l’allora direttore dell’”Espresso” Claudio Rinaldi Tufi, rinviati a giudizio di secondo grado
rispettivamente per concorso e omesso
controllo. La sentenza ha un impatto enorme
sulla stampa italiana: in gioco c’è il rischio di
una limitazione di fatto del diritto di cronaca,
per il giornalista, e di quello di critica per l’intervistato. Materia rovente e appassionante,
soprattutto per giuristi e addetti ai lavori: e
Stefano Messina, studente di giurisprudenza
e aspirante giornalista, ne fa l’argomento della
propria tesi di laurea, “Profili penali dell’intervista giornalistica tra esercizio del diritto di
cronaca e tutela della reputazione”. I due tomi
del suo corposo lavoro occupano quasi interamente il tavolino del bar romano dove avviene
il nostro incontro.
Stefano, perché la sentenza Ferrara-Cordova
destò tanto clamore?
Perché stabiliva un principio nuovo: che l’intervistatore, perfino quando riporta le dichiarazioni dell’intervistato fra virgolette, non sia mai un
osservatore neutrale, ma contribuisca a “creare l’evento intervista” e sia quindi corresponsabile dei suoi eventuali contenuti diffamatori.
Insomma, andava a intaccare il difficile equilibrio fra la tutela della reputazione e della
dignità personale e la libera manifestazione
del pensiero e della libertà di stampa, principi
ugualmente tutelati dalla Costituzione e dalla
legge ordinaria.
Eppure un anno dopo la Cassazione assolse
dalle stesse accuse Alessandra Longo e
Eugenio Scalfari, rispettivamente redattrice e
direttore di Repubblica, per un’intervista del
1994 in cui la scrittrice Lidia Ravera aveva
usato parole di fuoco nei confronti di Irene
Pivetti, allora Presidente della Camera…
Infatti, si trattò di una sentenza che potremmo
definire ‘liberale’, apparentemente in contraddizione con la precedente. Ma solo pochi mesi
Marta Martinelli riceve la borsa di studio per la
tesi “Una lunga storia d’amore: Grand Hotel
1946 – 1970”. Marta, 28 anni a dicembre, è
una ragazza molto attiva e, aggiungiamo noi,
scrupolosa, dato che ha vinto i 2.583 euro
grazie a un lavoro non scelto da lei, ma impostole dal suo relatore, il professor Maurizio
Punzo dell’Università degli Studi di Milano. La
premiata vive con la famiglia a Marnate
(Varese), dove lavora a contatto col pubblico
presso uno sportello comunale che si occupa
di assistenza agli anziani. La parola “giornalismo”, tuttavia, esercita da sempre su di lei un
forte fascino sicché appena può corre a
seguire eventi e ad annotare fatti di cronaca
per “L’Informazione dell’Alto Milanese”, il settimanale che ha dato i natali giornalistici anche
a Francesca Senette del Tg4.
L’amore per la scrittura, Marta lo scoprì dopo
un’indigestione di numeri rimediata in cinque
anni di ragioneria; conseguito il diploma, si
iscrisse alla Facoltà di Lettere e Filosofia
dell’Università di Milano. Qui non le è andata
affatto male e ha concluso gli studi con
110/110 e lode discutendo la succitata tesi
nel giugno del 2002. Amante dello sport,
Marta Martinelli si diletta con la pallavolo e il
Studente
Regimenti Sara
Rizzello Silvia
Rizzo Chiara
Romagnoli Francesca
Romanazzi Tiziana
Rossetti Alessio
Rossetto Silvia
Rossi Giulia
Sala Elena Maria
Sala Emanuela
Sandor Krisztina
dopo, nell’aprile del 2000, ancora la V Sezione
penale della Cassazione condannò Federico
Geremicca, di Repubblica per un’intervista del
1996, in cui sempre Ferrara aveva dato del
“cretino” all’avvocato Vittorio Dotti, neoeletto in
Parlamento. In questo caso Geremicca era
stato condannato come “dissimulato coautore”: secondo i giudici, non si sarebbe limitato a
registrare e riportare l’opinione dell’intervistato,
ma nell’interazione con lui l’avrebbe ‘guidato”
verso quelle dichiarazioni.
Insomma, l’orientamento non era dei più lineari, fino alla pronuncia delle Sezioni riunite che,
il 30 maggio del 2001, trovò un equilibrio che a
mio parere è il migliore possibile: stabilì in
sostanza che la scriminante del diritto di cronaca non debba essere rigida, statica e immutabile, ma che debba adattarsi al mutamento
della realtà. È il giudice di merito che deve
valutare caso per caso, tenendo conto di fattori
come la rilevanza pubblica e il contesto dell’intervista. E, soprattutto, sottolineò che, in certe
condizioni, il diritto dell’opinione pubblica
all’informazione debba prevalere anche sulla
tutela della reputazione del singolo.
Hai scritto una tesi brillante, premiata con la
lode e con il riconoscimento dell’Ordine dei
Giornalisti. Pensi di approfondire gli studi di
diritto?
No, anzi, ho scelto questo argomento proprio
perché mi consentiva di allontanarmi dagli
aspetti più tecnici del diritto. Ho studiato Giurisprudenza più con la ragione che con il cuore:
le mie vere passioni sono lo sport e la vulcanologia… e poi c’è il sogno di diventare giornalista…
Gli auguriamo che il sogno si avveri. Sarà, c’è
da giurarci, un intervistatore cauto.
nuoto sincronizzato. Del tutto casuale il modo
in cui ha appreso del concorso: cercava informazioni sulle scuole di giornalismo visitando il
sito internet dell’Ordine. Ha già le idee chiare
su come impiegare la somma vinta, che
diventerà un fondo cassa del suo matrimonio
programmato per l’anno prossimo.
«Ora sono molto felice di aver fatto questa tesi
– dichiara a “Tabloid” – malgrado desiderassi,
in origine, occuparmi del ventennio fascista.
Ho cercato di dimostrare che tutti gli studi
condotti sul fotoromanzo sono scaturiti da un
assurdo assioma di catalogazioni astratte. Di
conseguenza, col mio relatore abbiamo voluto
suggerire una chiave di lettura inedita del
successo dei fotoromanzi: partire dai contenuti senza avere la pretesa di ritrovarvi dei
manuali di letteratura».
La storia del fotoromanzo in Italia inizia
proprio con “Grand Hotel” nel lontano 1946. I
primi numeri del settimanale della casa editrice Del Duca, erano illustrati a fumetti da
Walter Molino, noto per le copertine de “La
Domenica del Corriere”. La fotografia fu introdotta in seguito e i protagonisti delle vicende
ebbero il volto, prima degli attori cinematografici dell’epoca, poi dei divi della neonata televisione. Oggi “Grand Hotel” è edito dalla Universo di Milano e diffonde settimanalmente circa
250 mila copie.
Titolo tesi
“Raccontare la realtà”
Giornalisti, le battaglie di Algeri. Martiri dell’informazione tra censure e speranze di libertà
Tra comunità e rete, televisione e internet. Nuovi modelli di relazione nell’era digitale
Il giornalismo come impegno sociale: l’esperienza dei giornali di strada
Il contratto collettivo nazionale di lavoro del giornalista
“la verità” di nicola bombacci e l’”opposizione fiancheggiatrice”
“l’evoluzione della comunicazione internazionale dalla media diplomacy al contesto contemporaneo”
Evoluzione del rapporto tra diritto alla cronaca e diritto alla privacy nel regno unito
La rivoluzione cubana raccontata da cinque quotidiani spagnoli
Il telegiornale: da format televisivo a format on line. Analisi comparativa di alcuni esempi italiani e francesi
Gli 11 giorni che hanno sconvolto l’Ungheria (gli eventi attraverso la stampa sovietica, italiana
ed ungherese dell’autunno del 1956)
Scalvinoni Elena
Un. studi Milano Bicocca - facoltà sociologia
Fare informazione nel world wide web: le trasformazioni dei modelli giornalistici
nei quotidiani online e il caso de il nuovo.it
Scapin Micaela
Un. studi Padova - facoltà scienze politiche
Minori e mass media nel sistema costituzionale
Senette Francesca
Un. Cattolica Sacro Cuore Milano - facoltà scienze politiche
Interagire con il telegiornale tramite l’e-mail: il caso del tg4
Serra Margherita
Un. studi “Roma tre”-facoltà di lettere e filosofia
Il tabloid che viene dal web. Come il giornalismo online potrebbe importare in italia la formula “popolare”
Siano Andrea
Un. studi salerno - facoltà lettere e filosofia
“I nuovi profili professionali nella geografia del giornalismo contemporaneo”
Silla Andrea
Libera un. IULM Milano - facoltà scienze della comunicaz. e dello spettac. La radio di informazione. Il caso radio24
Siracusa Elena
Un. studi Pavia - facoltà lettere e filosofia
Rassegna stampa sul “novecento italiano”. Raccolta e analisi di articoli pubblicati dal 1926 al 1930
Spada Stefano
Un. studi l’aquila - facoltà lettere e filosofia
La rivoluzione dei garofani nella stampa inglese, americana e portoghese. Esempi di analisi del discorso giornalistico
Speca Barbara
Un. studi Roma La Sapienza - facoltà scienze della comunicazione
11 settembre 2001. Media, eventi, terrorismo tra realtà e rappresentazione
Splendore Sergio
Un. studi Genova - facoltà scienze politiche
Tra giornalismo e politica. Indro montanelli e la fine dell’avventura de “il giornale” 1922-1994
Tarozzi Daniel
Un. studi Roma La Sapienza - facoltà scienze della comunicazione
Ultime notizie sull’[email protected] Il giornalismo investigativo tra stampa e rete
Testoni Giuseppina
Un. studi Roma La Sapienza - facoltà scienze della comunicazione
Campanile rete. Giornalismo locale e nuove tecnologie
Todaro Elvira
Politecnico di Milano - facoltà disegno industriale
“Interviste in città”. Comunicare la città
Traversa Silvia
Un. studi Genova - facoltà lettere e filosofia
Ugo ojetti e “la fiera letteraria” 1925-1926
Tremolada Chiara
Libera un. IULM - facoltà di lingue e letterature straniere
Il giornalismo online: il caso del Times di Londra
Trevisani Valentina
Un. studi Firenze - facoltà scienze politiche
Enrico Mattei e “il Giorno” alla ricerca di una politica petrolifera per l’Italia (1956-1962)
Trillo’ Edoardo
Un. studi Genova - facoltà lettere
Le idee politiche di Vittorio Zincone
Triscari Vincenzo Federico Un. studi Torino - facoltà scienze politiche
Il Corriere della sera e le sue pagine scientifiche
Uboldi Francesco
Un. Bologna - facoltà lettere e filosofia
Pionierismo e multimedialità nel giornalismo online
Vacalebre Valentina
Un. studi Milano - facoltà lettere e filosofia
1908: il terremoto di messina nelle cronache dei quotidiani milanesi.
Dalla distruzione al primo passo verso la rinascita
Valerio Anna
Un. studi Padova - facoltà scienze politiche
Il settimanale “Panfilo Castaldi (1867-1872)”. Un esempio di giornalismo politico a feltre
Vallauri Ugo
Un. studi Bologna - facoltà lettere e filosofia
Blog journalism: nuovi formati e prospettive per il giornalismo online
Vallin Eleonora
Un. studi Padova - facoltà lettere e filosofia
La stampa italiana e il “caso Moro” (1978)
Vella Carmela
Un. studi Palermo - facoltà scienze della formazione
Cultura e informazione. Dal giorno a l’ora: un modello reinterpretato
Vicentini Stefano
Un. studi Padova - facoltà lettere e filosofia
Giulio Nascimbeni: giornalismo e letteratura tra sanguinetto, “l’Arena” e il “Corriere della sera”
Viggè Cristina
Un. Cattolica Sacro Cuore Milano - facoltà lettere e filosofia
Quale sostenibilità per il futuro nel turismo? Analisi dell’informazione turistica nel settimanale “Tu”
ORDINE
4
Università
Un. studi Roma La Sapienza - facoltà scienze della comunicazione
Un. studi Roma La Sapienza - facoltà scienze della comunicazione
Un. studi Roma tre - facoltà di lettere
Un. Cattolica del Sacro Cuore - facoltà lingue e letterature straniere
Un. studi bari - facoltà di economia
Un. studi Firenze - facoltà scienze politiche
Un. studi La Sapienza Roma - facoltà scienze della comunicazione
Un. Bologna - facoltà scienze politiche
Un. Cattolica Sacro Cuore Milano - facoltà lingue e letterature straniere
Un. Cattolica Sacro Cuore Milano - facoltà lingue e letterature straniere
Un. studi Milano - facoltà lettere e filosofia
a
ble
m
e
Ass
2003
Relatore prof.
Giuseppe Mazzei
Rinaldo Fontanarosa
Giancarlo Bosetti
Giorgio Simonelli
Antonio De Feo
Cosimo Ceccuti
G. Anzera
Stefano Ceccanti
Annalisa Carlotti
Giorgio Simonelli
Liudmila Chapovalova
Giorgio Grossi
Chiara Volterra
Vincenzo Cesareo
Giancarlo Bosetti
Eduardo Scotti
Alessandra Scaglioni
Luisa Giordano
Diane Ponterotto
Mario Morcellini
Marina Milan
Aldo Fontanarosa
Mario Morcellini
Franco Contorbia
Alberto Cadioli
Cosimo Ceccuti
Dino Cofrancesco
Gianpietro Mazzoleni
Angelo Agostini
Maurizio Punzo
Filiberto Agostini
Angelo Agostini
Silvio Lanaro
Franco Nicastro
Adone Brandalise
Giorgio Simonelli
15
Eco
Promosso da
Assolombarda,
Il Sole 24 Ore, Mediaset,
Mondadori, Radio e Reti,
Rcs Editori,
un Osservatorio
sui media, che da
quest’anno affianca
il Premio Cenacolo,
e che punta i riflettori
su settori strategici
per Milano:
libri, giornali, televisioni,
radio, cinema,
discografi
e new media
“
Guai
perdere
Le radici
e l’identità
“
Non mi spaventa l’avvento delle nuove
tecnologie – dice a Tabloid Umberto Eco,
presidente della giuria del Premio Cenacolo –
erano in tanti a pensare che l’avvento della
televisione avrebbe ridotto di molto i lettori di
libri e a distanza di decenni non è stato così.
Oggi sono in tanti a tremare di fronte ad internet e pensano che i new media eroderanno
come un fiume in piena l’editoria più tradizionale. Non mi pare sia accaduto questo con i
giornali on-line. Ma bisogna tornare a fare gli
editori puri come qualcuno ha detto durante il
dibattito. Tornare a cercare talenti? Io parlerei
di un Osservatorio della Memoria per tornare
a capire che cosa è stata nei secoli l’editoria e
quali siano stati i meccanismi attraverso i
quali è cresciuta. Chi si distacca dalle sue
radici per fare altro finisce col perdere la
propria identità. È quello che sta accadendo
oggi. Gli editori dovrebbero tornare seriamente a fare il loro mestiere e puntare sulla
qualità. Ci sono libri antichi che hanno resistito
ai secoli. Mentre la nuova editoria è già in
pericolo. E che ne sarà domani dei supporti
magnetici. Rischiamo l’azzeramento della
memoria. Resisteranno al tempo? Sono tutti
interrogativi inderogabili.
(fdm)
Romiti
“
È tempo
di tornare
al
mestiere
“
È tempo di tornare a fare gli editori, ma
soprattutto a selezionare talenti – sorride
Cesare Romiti a Tabloid - Ci troviamo in un
momento molto particolare della storia
dell’editoria italiana e bisogna ripensare a
tante cose. È il pensiero del presidente di
Rcs Editori, che durante la presentazione dei
lavori dell’Osservatorio è stato molto chiaro
su quelli che saranno i nuovi indirizzi da
seguire.
Il mercato è in controtendenza ed è il
momento di tornare a fare qualità, i lettori
vanno riconquistati attraverso il mestiere e la
capacità di dialogo. Un’informazione non
corrispondente alla realtà li allontana e
aumenta il divario che si è creato. Un altro
fenomeno pericoloso è quello dei giornali
gratuiti. Così facendo si svilisce la qualità e la
profondità dell’informazione e si vizia il
pubblico che darà sempre meno importanza
alla carta stampata.
Dopo l’ubriacatura di internet e delle nuove
tecnologie bisogna riconsiderare rotte e strategie. Nei momenti di crisi è bene tornare un
po’ alle radici. Ritengo che l’Editoria debba
rifare un bagno d’identità per ritrovare se
stessa.
(fdm)
Editoria Talento e qualità!
Lo chiede il mercato
di Fabrizio de Marinis
Editoria si torna al talento. Il prodotto è una
sua precipua derivante. Abbacinata dalle
nuove tecnologie e da Internet, annegata dai
continui rilanci del mondo finanziario che
credeva di avervi trovato la panacea speculativa, soffocata da un mondo politico sempre più
invadente e senza misura che ne ha ricavato
spesso solo farina del diavolo, fiaccata da una
crisi della raccolta pubblicitaria che per la
contingenza economica non accenna a diminuire, la complessa macchina editoriale italiana mostra il fiato grosso e riflette su sviluppi,
prospettive e identità. E lo fa a Milano, una
delle grandi capitali europee dell’Editoria fin
dall’epoca napoleonica, con le sue diverse
scapigliature che diedero vita a fenomeni
come il Corriere della Sera, Sonzogno con il
Secolo, Treves, Corona e Caimi, Hoepli,
Giacomo Agnelli, Ricordi, Crivelli, Politti,
Vallardi, Baldini e Castoldi, ricca ai primi del
Novecento di ben otto giornali che tiravano
insieme un terzo della tiratura nazionale che
era di 500 mila copie su una popolazione
milanese di 300 mila persone e dove nel 1837
vi si stampavano tra quotidiani, settimanali e
mensili, 137 testate di fronte alle 109 di Roma,
alle 107 di Firenze, alle 85 di Torino.
Oggi Milano mantiene lo stesso primato e
resta una fucina di pensiero in campo editoriale con i suoi 700 editori librari che forniscono il
40% dell’offerta e dell’occupazione del settore
in Italia. I periodici arrivano al 30% dell’offerta
e al 45% degli addetti, percentuali che scen“Un traghetto nel ciberspazio”
è il titolo dell’articolo dell’Unione Sarda del 4 dicembre
1994 sulla presentazione alla
stampa della versione ipermediale del quotidiano.
L’Unione Sarda è stato il primo giornale italiano a sbarcare nel web. Il primo in assoluto
tuttavia è stato il Chigago
Tribune nel maggio 1992, seguito un anno dopo dal San
José Mercury Center. Da allora l’editoria on line ha fatto
passi da gigante. E non si
contano più le pubblicazioni in
rete.
Ricostruire la storia dell’informazione on line non è facile:
molte pubblicazioni sono nate
e morte nel giro di poche ore,
tanti giornali su carta replicano semplicemente i contenuti
in html. È complicato mettere
paletti storici, cavare via precisi punti di riferimento. Certo, la
svolta si potrebbe far partire
dal 1995, quando sulla rivista
cult Wired, Micheal Crichton
profettizzò l’imminente estinzione di giornali e tv a favore
dei media interattivi, seguito
da George Gilder, economista e massmediologo (disse:
«La tv è morta. Il computer
l’ha sostituita di fatto»). Tempi
in cui tutto era facile: Andrew
Grove, allora presidente del
colosso multimediale ameri-
16
dono per i quotidiani al 12% e al 25% rispettivamente. Per quanto riguarda la televisione su
20 mila addetti in Italia, 4. 500 sono a Milano.
È per questo che Assolombarda, Il Sole 24
Ore, Mediaset, Mondadori, Radio e Reti e Rcs
Editori, con la collaborazione della Di Baio
Editore e di Federico Motta Editore, promuovendo l’Osservatorio sull’Editoria e la Comunicazione, e il Premio Cenacolo, hanno deciso
di monitorare l’intero settore considerandolo
un unicum distrettuale in grado di enormi
possibilità.
È una riflessione continua che ha puntato i
riflettori su un settore in crisi d’identità, ma
ricco di slanci e innovazioni e che ha riaffermato i suoi intenti anche nel corso dei Colloquia del Cenacolo del 25 novembre scorso.
Presente il Cardinale Dionigi Tettamanti con
una relazione su Individualismo ed economia
globale, un palcoscenico di tutto conto ha
soppesato e riflettuto sulla situazione attuale
e sulle cose da fare. Cesare Romiti, presidente di RCS Editori, Michele Perini, presidente
di Assolombarda, Fedele Confalonieri, presidente Mediaset, Maurizio Costa, amministratore delegato Mondadori, Stefano Parisi,
consigliere de Il Sole 24 ore, Enzo Campione,
amministratore delegato Radio e Reti, Enzo
Rullani, docente di strategie d’impresa a Ca’
Foscari a Venezia e Aldo Bonomi direttore di
Aester Milano. Tema L’Editoria del nuovo
ambiente competitivo: l’industria della comunicazione nel difficile passaggio dal vecchio
al nuovo.
Il progetto nasce dalla constatazione che il
sistema editori-comunicazione costituisce un
cano Intel, in un intervento sostenne che la carta stampata
aveva tre anni di vita. Profezia
errata. Ma la storia dei media
è ricca di profezie non azzeccate.
Alcune date sono state fissate da Ipse.com. Nel 1995,
esattamente in aprile, «parte
il sito della Stampa, curato da
Federico Reviglio. Quello
dell’Unità debutta il 30 agosto,
grazie all’opera dal provider
romano McLink. Seguono
poi, tra il ‘95 e il ‘96, il Corriere
della Sera, il Sole 24 Ore, la
Gazzetta dello Sport e il
Manifesto». La Repubblica
«fa i primi esperimenti online
nella seconda metà del ‘96»,
in occasione delle elezioni capisce la straordinaria potenzialità del web, «e inaugura
Repubblica.it nel gennaio
‘97».
Nella seconda metà del ‘96 va
in rete anche Il Foglio di
Giuliano Ferrara. E anche «il
Giornale inaugura una sua
“edizione sperimentale” su
Internet, realizzata dal service
provider milanese Starlink:
due sole pagine che restano
on line un paio d’anni (oggi il
quotidiano milanese è uno
dei pochi a non avere un suo
sito web)». Questi, in sintesi, secondo quanto scrive
Ipse.com - «i primi passi dei
settore strategico del tessuto produttivo milanese e una risorsa da valorizzare – ha spiegato Michele Perini, presidente Assolombarda –
Mentre altri settori come finanza, moda e
design sono ormai riconosciuti come elementi costitutivi dell’identità della città e del suo
primato a livello nazionale e internazionale,
l’editoria e la comunicazione raramente
vengono analizzate come appartenenti ad un
unico sistema integrato, in cui il ruolo nello
sviluppo economico e culturale di Milano ricopre una posizione centrale. In questo settore
Milano è connessa ad una geografia di luoghi
che si estende sul territorio nazionale e internazionale, caratterizzata da flussi e dinamiche
di notevole complessità.
Analizzare queste dinamiche significa mettere
a fuoco il posizionamento competitivo che
Milano e le sue attività hanno nel più vasto
circuito della produzione, dello scambio e del
consumo di prodotti editoriali e di servizi della
comunicazione. Il progetto Milano Capitale
della Comunicazione comprende diversi strumenti di ricerca e di riflessione, il cui obiettivo
è quello di fornire ad aziende e operatori informazioni e dati sul cambiamento in atto, sulle
dinamiche di sviluppo e sulle possibili strategie del settore. A riguardo, Rullani, che ha
anche curato, insieme ad altri collaboratori la
relazione dell’Osservatorio, ha sottolineato
come si fa di nuovo strada la figura dell’editore
di mestiere che cerca nicchie di qualità ed uno
stretto contatto con i lettori.
Il Premio Cenacolo Editoria e Innovazione
promuove gli aspetti più innovativi della produzione editoriale italiana, valorizzando inoltre il
Nel 2002 sono diminuiti
i quotidiani su Internet
quotidiani italiani su Internet.
Ma la storia di quegli anni è
molto più complessa e nessuno si è ancora preso la briga
di scriverla. E ancora meno
noti sono gli esordi in rete di
altri prodotti editoriali, come i
periodici e le riviste elettroniche». Per questo, «per ricostruire le origini dell’informazione online in Italia»,
Ipse.com chiede i contributi
dei navigatori: «Molti hanno
vissuto in prima persona le vicende di quell’epoca (non è
preistoria, sono passati solo
sette anni)».
Va detto, però, che per la prima volta i quotidiani su
Internet sono diminuiti.
Secondo l’Osservatorio informazione online di Ipse.com
(www.ipse.com), nel dicembre 2002 i siti di giornali italiani erano 102; tre in meno rispetto ad un anno prima. Un
altro segnale della crisi che
ha colpito i new media, determinando un ridimensionamento delle iniziative online di
molti editori, in particolare di
quelli più impegnati su
Internet. I gruppi editoriali (co-
me Rcs, l’Espresso, Il Sole
24Ore, Class, Caltagirone e
Monrif) che non si sono limitati a riproporre su Internet in
modo automatico i contenuti
dei giornali su carta, ma hanno costituito redazioni più o
meno ampie per produrre
contenuti ad hoc per la rete,
nel 2002 hanno dovuto fare i
conti con la pesante flessione
della pubblicità online, principale fonte di ricavi per i giornali su Internet. Dalla crisi, gli
editori hanno cercato di uscire in due modi: tagliando i costi (riducendo o eliminando le
redazioni) e adottando un diverso modello di business basato sugli abbonamenti online.
La vera novità del 2002, secondo Ipse.com, è il rapido affermarsi dei contenuti a pagamento. Nel corso dell’anno le
testate che hanno scelto questa strada sono più che triplicate: nel dicembre 2001 erano quattro, un anno dopo sono diventate 14. Tra questi figurano quotidiani nazionali,
come il Corriere della Sera, la
Gazzetta della Sport, la
ruolo centrale di Milano come capitale di
questo settore. Giunta ormai alla terza edizione ha visto la partecipazione di oltre 300
progetti provenienti da tutto il paese, quest’anno ha proposto alcune novità come il Premio
ai Giovani e quello dedicato alla Comunicazione. Vincitrice di questa edizione Carthusia
Edizioni, per il progetto Pinocchio, campagna
informativa rivolta a minori e stranieri, Lifegate,
portale internet dedicato all’eco cultura, radio
e magazine, Urban Italia per il suo giornale
cittadino gratuito, Studio Progetti Culturali
Mo.Ma con la Città dell’Ottagono, per l’editoria. Armando Testa, Federico Motta Editore e
Snach per la comunicazione, Francesca
Guidotti, Alessandro Papini, Letizia Abbate
per il Premio Giovani.
Dinamico e complesso il dibattito. Cesare
Romiti ha sottolineato l’importanza di un ritorno al mestiere di editore che scopre talenti e
ha denunciato i pericoli del nuovo fenomeno
della stampa gratuita. Fedele Confalonieri ha
puntato il dito sui troppi vincoli di cui il sistema
televisivo è vittima. Costa ha sviluppato un’analisi delle difficoltà dell’internazionalizzazione
dell’Editoria italiana sottolineando la necessità
di un ripensamento globale di strategie nella
qualità.
Parisi ha parlato di tornare a conquistare la
fiducia dei lettori e delle difficoltà incontrate
nell’integrare i vari livelli della multimedialità,
giornali, radio, internet, Tv. Il prossimo appuntamento è sulla nuova relazione dell’Osservatorio che intanto trasmette via internet la
necessità di un ritorno al talento e alla qualità
(www.editoriaecomunicazione.it).
Repubblica, l’Unità; economici, come Il Sole 24 Ore e Italia
Oggi; e anche locali come Il
Giornale di Sicilia e La
Provincia di Cremona. Questi
ultimi, in particolare, sembrano destinati ad aumentare: se
l’esperienza pilota di Repubblica avrà successo è probabile che il gruppo editoriale
L’Espresso estenderà l’accesso su abbonamento anche ai
siti dei suoi 18 quotidiani locali.
Le formula adottata in genere
è questa: si paga la consultazione dell’edizione integrale
del giorno, mentre restano
gratuiti gli altri contenuti e servizi presenti sul sito (notizie,
rubriche, forum, documentazione, eccetera); alcuni quotidiani fanno pagare anche
l’accesso all’archivio, mentre
in altri casi questo servizio è
gratuito. Anche nella vicina
Svizzera italiana, due dei tre
quotidiani presenti su Internet, hanno scelto la formula
dell’accesso solo su abbonamento (Altri particolari sui
contenuti online a pagamento, in Italia e all’estero, si trovano nel sito Fogli di stile).
Come dicevamo all’inizio, in
assoluto il numero dei giornali
italiani su Interent è diminuito.
Se si guarda però ai contenuti, il risultato cambia. I quoti-
diani che offrono nei propri siti
tutti i contenuti delle edizioni
su carta sono infatti cresciuti,
passando da 71 nel 2001 a
74 nel 2002; sono diminuiti invece quelli che prongono una
semplice presentazione della
testata o addirittura solo una
scarna home page (una sorta
di segnaposto virtuale): nel
2001 erano 12, oggi sono nove.
Il totale di 102 quotidiani online al dicembre 2002 è il risultato di alcune chiusure di siti
verificatesi nel corso dell’anno
e dell’approdo su Internet di
nuove testate. Hanno chiuso,
ad esempio, Il Globo, Il
Nuovo Piccolo, Il Campanile
e La Discussione; altre testate
hanno cambiato periodicità,
da quotidiana a settimanale
(Stretto Indispensabile). Tra i
nuovi giornali che hanno
aperto un sito web, da segnalare Il Riformista. Gli ultimi
mesi del 2002 hanno visto l’uscita in edicola (o l’annuncio
dell’imminente uscita) di altri
tre nuovi quotidiani politici ed
economici: Europa, Finanza
& Mercati e La gazzetta politica: se tutti apriranno un proprio sito web, il numero delle
testate online tornerà in pratica ai valori del dicembre
2001, recuperando il calo dello scorso anno.
ORDINE
4
2003
NUOVO MONITO DEL QUIRINALE SU PLURALISMO E IMPARZIALITÀ DELL’INFORMAZIONE
1963
2003
l’Ordine
dei giornalisti
compie
quarant’anni
Carlo Azeglio Ciampi
giornalista ad honorem
Roma, 25 febbraio 2003. Dopo il messaggio
inviato alle Camere il 23 luglio scorso (il
primo dall’inizio del suo settennato), il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi
ha lanciato un nuovo monito a favore del
pluralismo e dell’imparzialità dell’informazione, sottolineando quanto sia delicata la
professione del giornalista che – quotidianamente – “penetra” nella mente e nell’animo
altrui. Lo ha fatto il 24 febbraio scorso, ricevendo al Quirinale il presidente del Consiglio
nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Lorenzo
Del Boca, e gli esponenti nazionali e regionali della categoria. In occasione del quarantesimo anniversario di fondazione dell’Ordine
(istituito con la legge 69 del 1963), il capo
dello Stato è stato nominato giornalista ad
honorem. Commosso, Ciampi ha ringraziato
Del Boca per la «bellissima tessera che mi
ha voluto donare a nome di tutti voi». Lui che
– come racconta al termine del discorso –
non ha «mai scritto un articolo su un giornale». «Ricordo – ha detto infatti Ciampi – che
quando ero giovanissimo ne scrissi uno
nell’immediato dopoguerra, però non ebbi
mai il coraggio di andarlo a portare al direttore del giornale di Livorno. Ed era intitolato, io
giovane, “Invito ai giovani”».
Ma che cosa ha voluto dire Ciampi ai giornalisti saliti al Colle? Intanto, ha ribadito il
senso delle parole contenute nel messaggio inviato ai parlamentari. «Voi sapete – ha
esordito il presidente della Repubblica quanto sono interessato ai temi che qui
sono stati accennati, anche in nostri precedenti incontri, e soprattutto sapete che nel
luglio scorso ho ritenuto di inviare al Parlamento un messaggio, il solo che io abbia
finora rivolto al Parlamento in questi ormai
quasi quattro anni da Presidente della
Repubblica.
E l’ho fatto per richiamare l’attenzione sulla
importanza del pluralismo e la imparzialità
dell’informazione». Non solo. A luglio il capo
dello Stato si soffermò anche sulla necessità di emanare al più presto una legge di
sistema per dare un riassetto all’intricato e
strategico settore della comunicazione.
«Nel primo paragrafo – ha ricordato a tal
Roma, 5 febbraio 2003. La legge istitutiva
della professione giornalistica, del 3 febbraio
1963, ha compiuto quaranta anni. Quaranta
anni vissuti tra luci ed ombre. La libertà di
stampa, come filo conduttore. Quella libertà
di stampa che, oggi, forse più di ieri, anima il
dibattito sul dovere di informare e sul diritto di
essere informati. Una libertà che, evidentemente, la legge intitolata a Guido Gonella
non è più in grado di garantire. Questione di
contenuti, del moltiplicarsi delle fonti, di un
frenetico sviluppo dei mezzi di comunicazione. Così l’incontro, ospitato nella Sala della
Lupa a Palazzo Montecitorio, organizzato
per ricordare l’evento, è stato, anche e
soprattutto, un momento di confronto sulla
necessità di riformare e presto la vecchia 3
febbraio 1963.
Ad introdurre i lavori, lo stesso presidente
dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Lorenzo
Del Boca, sulla base del progetto di riforma
già girato al Governo: “Sulla libertà di stampa
c’è un dialogo insistito, significa che il problema è irrisolto”. Del Boca, dopo aver ribadito
l’inadeguatezza della legge (“è un’automobile che perde i pezzi”), si è augurato che il
percorso parlamentare non sia troppo lungo:
“Anche se leggi sbagliate, possono limitare
la libertà di stampa”.
Non si è fatta attendere la risposta del ministro delle Comunicazioni, Maurizio Gasparri:
“Mi auguro che ci sia una accelerazione relativamente alla discussione sulla nuova legge,
visto che sono passati quaranta anni e molte
cose sono cambiate”. Per Gasparri, in ogni
caso, un argomento complesso. Sul sistema
radiotelevisivo italiano, accusato di una
minor libertà dai legacci della politica, il ministro parlando di concentrazioni editoriali, ha
ORDINE
4
2003
proposito Ciampi - sottolineai “la garanzia
del pluralismo e dell’imparzialità dell’informazione costituisce strumento essenziale
per la realizzazione di una democrazia
compiuta”. Poi nel messaggio auspicai che
“l’emanazione di una legge di sistema, intesa a regolare l’intera materia delle comunicazioni, delle radiotelediffusioni, dell’editoria di giornali e periodici e dei rapporti tra
questi mezzi” e che una legge nel prepararla si tenesse conto del fatto che “il pluralismo e l’imparzialità dell’informazione, così
come lo spazio da riservare nei mezzi di
comunicazione alla dialettica delle opinioni,
sono fattori indispensabili di bilanciamento
dei diritti della maggioranza e dell’opposizione” e aggiunsi che “parametri di ogni
riforma devono, in ogni caso, essere i
concetti di pluralismo e di imparzialità, diretti alla formazione di una opinione pubblica
critica e consapevole, in grado di esercitare
responsabilmente i diritti della cittadinanza
democratica”».
Nell’incontro di febbraio, però, Carlo Azeglio
Ciampi ha parlato anche della responsabilità
del giornalista e dell’autonomia della professione. «Ho già detto – ha affermato il capo
dello Stato – quanto sia importante la vostra
professione in una società democratica.
Senza una informazione ampia e responsabile non può formarsi un’opinione pubblica
“critica e consapevole”, e il danno è grave
per il corretto funzionamento delle istituzioni
democratiche. Ciascuno di voi, al di là delle
disposizioni di legge, o degli ordinamenti
che la categoria si dà autonomamente, è
investito di questa grande responsabilità.
Come farvi fronte? Non è facile dare norme
e regole, si apprende nella vita della professione e soprattutto dall’esempio dei giornalisti che vi hanno preceduto. Sicuramente
sono importanti e necessarie le garanzie
della professione, però non bastano».
Schiena dritta e testa alta, dunque. Ecco i
pilastri su cui si deve reggere il comportamento del giornalista. Con un impegno in più
rispetto alle altre professioni. «In particolare
– ha chiarito infatti Ciampi – per voi questi
principi stanno nella consapevolezza che
ciascuno deve avere della responsabilità di
informare correttamente e di “penetrare” con
i vostri scritti, con le vostre parole, con le
vostre immagini, nella mente e nell’animo
altrui. In questo voi avete una responsabilità
particolare, perché le altre professioni non
hanno questo diritto-dovere di “penetrare”
nell’animo e nella mente altrui, quotidianamente».
Il pensiero del presidente della Repubblica
vola così all’eredità lasciata da due giornalisti tra loro molto diversi, ma egualmente
esemplari: Guido Gonella e Indro Montanelli. «La mia generazione – ha osservato
Ciampi – ricorda direttamente come negli
anni del fascismo, gli “Acta Diurna” redatti
anonimamente da Guido Gonella per l’Osservatore Romano, erano lettura obbligatoria per chi cercava accesso a un’informazione che non fosse soltanto di regime. Allora
ero studente universitario e giovane laureato
e mi procurai l’Osservatore Romano per
leggere gli “Acta Diurna”. A sua volta, la
lunghissima carriera di Montanelli è stata
soprattutto una testimonianza, ripetutamente confermata, di autonomia del giornalista
da qualsiasi condizionamento, nelle più
diverse circostanze. Non era solamente il
modo di essere e il modo di fare, con quella
verve che spesso contraddistingue noi
toscani».
«Il confronto con personaggi di tale statura
non è facile», ha ammesso infine il presidente della Repubblica. «Ognuno di noi si sente
ben piccolo a ricordo di coloro che ha preso
come guida esemplare. Ed è bene ed utile
farlo, poiché bisogna avere un maestro da
prendere ad esempio. E non dimentico mai
quanto scrisse Pascal, avventurandosi nel
mistero del pensiero umano, nella scia dei
grandi filosofi dell’antichità: “Noi ci sentiamo,
siamo dei nani rispetto a quei giganti, ma
siamo nani che possono salire sulle loro
spalle, e quindi hanno di fronte a loro un
orizzonte più ampio”. Questo vale anche per
la professione che voi avete liberamente
scelto, ed è la funzione che per noi svolgono
coloro che ci siamo presi come maestri».
(cl. cas.)
Libertà di stampa:
re molto preparati e non c’è più spazio per
l’approssimazione”. Per Romiti, oggi, la
libertà di stampa deve essere coniugata in
un modo nuovo: “Gli strumenti di pressione
più usati sono ancora la censura e la propaganda, ma sono applicati diversamente”.
Dal fronte sindacale, è arrivato il contributo
del segretario del Fnsi, Paolo Serventi
Longhi, che ha ribadito la sua preoccupazione per il pluralismo dell’informazione e per la
libertà di stampa, “in una situazione, quella
italiana, complessa e difficile, caratterizzata,
ancora, dall’irrisolto problema del conflitto di
interessi”.
Per Piero Ottone, le tradizioni italiane, in
termini di libertà di stampa, non sono state
mai brillanti. Giovanni Conso, invece, ha
introdotto il tema del “silenzio che nasconde
e toglie conoscenza”, un silenzio che, a volte,
come nel caso degli fatti internazionali, vedi
Unione Europea, è frutto solo dell’impreparazione. La libertà come qualità, anche, nell’intervento del direttore del Messaggero, Paolo
Graldi.
La televisione nella rete delle ingerenze,
delle pressioni politiche? Sì, almeno secondo alcuni relatori e soprattutto per Luca
Cordero di Montezemolo, presidente della
Fieg: “Bisogna meditare sul fatto che l’Italia
ha un sistema radiotelevisivo non proprio
pluralista, mentre è da record l’indice di
libertà nella stampa”. Infine, Stefano Rodotà,
Garante per la privacy, ha puntato sulla
paura del flop, del “buco”, paura che sacrificherebbe concetti più importanti, come quello della trasparenza; in più ha ricordato che il
Garante più volte ha risolto quesiti che
“spalancavano autentiche autostrade” che
poi i giornalisti non hanno percorso.
legge Gonella
inadeguata
evidenziato, però, il rischio di indebolimento
del settore in un contesto mondiale. Da evitare il “nanismo” nei confronti dei colossi stranieri.
Invece, il presidente della Camera, Pier
Ferdinando Casini, ha invitato i media a
“servire la libertà, servendo la verità” e la
politica ad un atteggiamento più responsabile (“rinunci alle pressioni”). Un passaggio
dell’intervento-saluto di Casini, dopo il ricordo della figura di Gonella, ha affrontato il
tema della professionalità, della preparazione dei giornalisti: “Il diritto di cronaca postula
il dovere di conoscere i fatti che si riferiscono,
il dovere verso la verità, il dovere del rispetto
della pluralità e della persona”.
Insomma, tutti d’accordo sulla necessità di
aggiornare la legge Gonella. Tutti d’accordo,
anche, sul concetto che la libertà di stampa
esiste dove esiste un giornalista libero. Una
scelta personale, che esula da leggi e codici,
ma che, comunque, deve essere supportata
da una adeguata preparazione (la formazione trova ampio spazio nella proposta di riforma dell’Ordine e dell’accesso alla professione).
Quest’ultimo tema è stato ripreso da Cesare
Romiti, presidente della Rcs: “Prima c’era un
vuoto di informazioni, ora un eccesso di fonti
e per questo motivo i giornalisti devono esse-
17 (25)
DELIBERA DISCIPLINARE
Carlo Rossella
(direttore
di “Panorama”)
Sanzionato con la censura per il servizio di
Il Consiglio, condividendo le affermazioni dell’Ufficio del
Garante della privacy (che formano un preciso capo d’incolpazione sotto il profilo tecnico), ritiene che l’articolo di Panorama abbia violato la dignità delle persone citate nel servizio
giornalistico (dignità tutelata dall’articolo 2 della legge professionale, dal Codice della privacy e dalla Carta dei doveri del
1993). I cronisti giudiziari devono rispettare le stesse regole
dei cronisti di nera o di bianca. Il Codice non offre letture a
geometria variabile.
Il Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia
nella sua seduta del 17 febbraio 2003;
sentito il consigliere istruttore, Sergio D’Asnasch (articolo 6
della legge 7 agosto 1990 n. 241);
visti gli articoli 2 e 48 della legge 3.2.1963 n. 69 sull’ordinamento della professione giornalistica;
letti la legge n. 675/1996 e il Codice di deontologia sulla
privacy;
lette la sentenza n. 11/1968 della Corte costituzionale secondo la quale l’Ordine «....con i suoi poteri di ente pubblico vigila,
nei confronti di tutti e nell’interesse della collettività, sulla rigorosa osservanza di quella dignità professionale che si traduce,
anzitutto e soprattutto, nel non abdicare mai alla libertà di informazione e di critica e nel non cedere a sollecitazioni che
possano comprometterla» e la sentenza n. 7543 del 9 luglio
1991 (Mass. 1991) della Cassazione civile secondo la quale
«la fissazione di norme interne, individuatrici di comportamenti
contrari al decoro professionale, ancorché non integranti abusi
o mancanze, configura legittimo esercizio dei poteri affidati agli
Ordini professionali, con la consequenziale irrogabilità, in caso
di inosservanza, di sanzione disciplinare»;
espletate le sommarie informazioni di cui all’articolo 56 della
legge 3.2.1963 n. 69;
tenuto conto della sentenza 14 dicembre 1995 n. 505 della
Corte costituzionale;
visti altresì gli atti del procedimento;
Considerato quanto segue:
1. La vicenda.
L’avviso disciplinare
Contro Carlo Rossella, direttore responsabile di Panorama, è
stato aperto d’ufficio un fascicolo relativo a un articolo (pubblicato sul numero 42 del 17 ottobre 2002, ma in edicola almeno
7 giorni prima) in cui venivano fatti i nomi dei frequentatori di
una casa di appuntamento romana. Il Garante della privacy è
intervenuto, sottolineando, con una nota del 10 ottobre: “IL
GARANTE PRIVACY E L’INCHIESTA SUL GIRO DI PROSTITUZIONE A ROMA: INFORMAZIONE Sì, MA NEL RISPETTO DELLA VITA PRIVATA DELLE PERSONE. La giusta
esigenza di informare l’opinione pubblica su vicende giudiziarie non deve entrare in conflitto con il rispetto della vita privata
delle persone. In riferimento alle segnalazioni pervenute in
questi giorni al Garante da parte di diversi soggetti riguardo
alla pubblicazione dei nomi delle persone coinvolte nell’inchiesta su un giro di prostituzione nella capitale - e della quale gli
organi di informazione hanno dato ampia notizia - il Collegio
del Garante per la protezione dei dati personali ribadisce i principi generali già più volte espressi in precedenti interventi in
materia. In particolare, la necessità di non diffondere informazioni non indispensabili, soprattutto laddove queste siano legate ad aspetti particolarmente riservati, come la vita sessuale
delle persone, e attinenti, quindi, alla loro sfera più strettamente privata. Questo anche allo scopo di evitare ingiustificate
spettacolarizzazioni o eventuali strumentalizzazioni di scelte
personali. Lo stesso Codice deontologico dei giornalisti richiama l’attenzione sul rispetto del principio di essenzialità
dell’informazione, cioè sulla reale necessità di divulgare dati,
immagini e dettagli non strettamente necessari per dare conto
di fatti di cronaca e vicende giudiziarie, e stabilisce espressamente che il giornalista si astenga dalla descrizione delle
abitudini sessuali delle persone. Ciò anche quando si tratti di
persone che rivestono posizioni di particolare rilevanza sociale
o pubblica, se non ricorre il requisito dell’essenzialità dell’informazione e non viene garantito il rispetto della dignità persona-
18 (26)
le.Tali considerazioni valgono sia per i clienti sia per le ragazze
alle quali gli stessi si sarebbero rivolti, tanto più in considerazione del fatto che tra le persone delle quali sono state pubblicate le fotografie ve ne potrebbero essere alcune totalmente
estranee alla vicenda, come già segnalato al Garante. L’Autorità si riserva, comunque, di valutare caso per caso eventuali
iniziative di pubblicazione, anche in relazione alle ulteriori
segnalazioni che dovessero eventualmente pervenire”.
Il presidente di questo Consiglio ha trasmesso in data 29 ottobre 2002 avviso disciplinare a Carlo Rossella allegando sia il
documento del Garante della Privacy sia il numero di Panorama, che dedica la copertina a una grande inchiesta sui vizi
proibiti degli italiani: “Nelle stanze dei libertini. Trasgressivi
noi?”. Alla storia di copertina sono riservati sei servizi uno dei
quali, “A Roma il vizio è capitale”, a firma di Matteo Acquafredda (probabilmente un nome… d’arte, non figurando nell’organico di Panorama pubblicato da “Medias-l’informazione nome
per nome” del novembre 2002). Il servizio di Matteo Acquafredda concerne i “retroscena dell’inchiesta su vip e prostitute”
e lo “scandalo a luci rosse di Roma”.
2. La difesa scritta
di Carlo Rossella
Nella memoria difensiva dell’avv. Caterina Malavenda –
memoria (13 novembre 2002) che fa parte integrante di questo
provvedimento amministrativo – si afferma che Panorama
aveva fatto quel servizio “non condividendo le ipocrisie ed i finti
silenzi degli altri organi di stampa”. L’avv. Malavenda fa anche
osservare che in casi del genere il direttore può essere eventualmente accusato solo di mancato controllo, mentre il
responsabile diretto è l’autore dell’articolo (che non è stato
identificato, ndr). In particolare Caterina Malavenda scrive (a
partire da pagina 4 della memoria difensiva): “II tema è trattato
(nell’articolo, ndr) in modo garbato, niente affatto scandalistico
e soprattutto chiaro: fin dall’inizio, si precisa che i vip che saranno citati “sono persone informate sui fatti”, interrogati in tale
veste ed in alcun modo coinvolti nei reati contestati ai tre
soggetti arrestati.
Soggetti indispensabili, però, per fornire conferme e precisazioni, a sostegno dell’ipotesi accusatoria.
Viene sintetizzato il “comune denominatore” delle dichiarazioni
rese dagli interessati (sesso facile a pagamento, senza problemi e senza perdite di tempo).
Vengono poi fatti i due nomi già noti alle cronache, Zago ed
Assuncao che hanno avuto il tempo di smentire le notizie diffuse e viene precisata la posizione degli investigatori sulle smentite (“Sanno bene che tutti negano. Ma poi...”).
Infine gli altri nomi, Amedeo Goria che prima smentisce, ma
poi davanti agli inquirenti conferma, alcuni calciatori (con
smentita “incorporata”, seppure non sempre diretta), Gigi
Sabani su cui erano ancora in corso accertamenti (ma che poi
sentito, finirà anche lui per ammettere), Vittorio Sgarbi il solo
nome che non sarebbe stato fatto dalla polizia (sicché, a
contrario, gli altri sembrerebbero provenire da quella fonte) che
smentisce con intelligenza.
Nessun tono scandalizzato, nessun furore moraleggiante,
nessuna critica eccessiva.
Panorama torna sulla vicenda sui due numeri successivi, la
prima volta per ammettere di avere commesso un errore, inserendo Gianni Cerqueti nell’elenco delle persone coinvolte
nell’indagine, per rivendicare le ragioni della sua scelta e chiedersi se può davvero parlarsi di un diritto alla privacy nel caso
di personaggi noti (doc. 15), la seconda per confermare l’estraneità di Totti alla vicenda (doc. 16)
4) DIRITTO
4.1) LA POSIZIONE DEL GIORNALISTA E DEL DIRETTORE
Da accertamenti effettuati presso il Consiglio dell’Ordine del
Lazio si è appreso che, dopo la presa di posizione ufficiale del
presidente, a favore dei giornalisti citati dagli organi di stampa
e “per evitare che finiscano nel calderone dei bla bla persone
che non hanno nulla a che fare con il cosiddetto scandalo delle
squillo” (doc. 17) non è stato avviato alcun procedimento disci-
Con la sua condotta, Carlo Rossella ha favorito la commissione di diversi illeciti disciplinari, quando l’articolo incautamente ed erroneamente coinvolge nella storia delle squillo
persone estranee ai fatti.
Il Consiglio ha inteso affermare anche il principio che i
direttori responsabili rispondono degli errori deontologici
commessi da non-giornalisti utilizzati al posto dei giornalisti professionisti:
plinare a carico dei numerosi giornalisti “laziali” che si sono
occupati della vicenda “reale” a Roma (circostanza della quale
l’allegata rassegna stampa fornisce prova).
Senza una pregiudiziale valutazione della condotta dell’autore
dell’articolo, per costante giurisprudenza di Codesto Consiglio,
la posizione del direttore non è passibile di autonomo giudizio,
poiché quest’ultimo risponde solo di omesso controllo e solo
nel caso in cui venga accertato che l’autore dell’articolo ha
violato un principio deontologico.
Tale valutazione nel caso de quo non è stata effettuata.
Si chiede, pertanto, che la posizione del direttore di Panorama,
in assenza di tale accertamento, venga archiviata.
4.2) LA DIVULGAZIONE DEI NOMINATIVI
Qualora la richiesta preliminare di archiviazione non venga
accolta, occorrerà valutare la liceità della divulgazione dei nomi
dei vip, clienti delle ragazze che lavoravano per la signora
Borragine.
Può convenirsi sul fatto che la delicata materia, oggetto dell’articolo de quo, sia stata trattata nel modo più corretto, sicché
rimane solo da stabilire se la mera divulgazione dei nomi, sia
pure con tutte le cautele del caso, debba ritenersi lecita oppure
in contrasto con il codice deontologico e con la L. 67 5/96.
La diffusione dei nominativi in parola, innanzitutto, non deve
essere ricondotta all’art. 11 del codice deontologico, come ha
fatto il Garante nella sua intervista, bensì agli artt. 12, lett. a) e
25, comma 1 della legge, nonché agli artt. 1, comma 2, 5 e 6
dei codice deontologico.
Oggetto diretto delle notizie diffuse che qui debbono valutarsi
non è la “descrizione di abitudini sessuali riferite ad una determinata persona, identificata”, ma il coinvolgimento di determinate persone, identificate nel corso di indagini di P.G., culminate negli arresti di alcuni indagati, aventi ad oggetto incontri,
anche di natura sessuale, penalmente rilevanti, sotto il profilo
del favoreggiamento della prostituzione.
Altro sarebbe stato il discorso, se uno o più giornalisti si fossero appostati sul portone, sede di una casa d’appuntamento ed
avessero preso nota dei clienti noti che vi entravano, con una
interferenza nelle abitudini sessuali di questi ultimi, non giustificata dal diritto di cronaca.
Nel momento in cui tali incontri, però, diventano oggetto di un
procedimento penale e la identificazione è fatta o mediante
appostamenti presso il commissariato di zona, per verificare
quali vip vengono convocati come testi o attingendo le informazioni da fonti qualificate e da atti penali noti alle parti (nelle ordinanze di custodia cautelare notificate il 4 ottobre 2002 e negli
atti messi a disposizione dei difensori per il Tribunale del riesame saranno certo state citate le persone sentite a conferma
degli incontri) la valutazione della liceità della divulgazione
deve essere fatta con i criteri utilizzati per accertare il corretto
esercizio del diritto di cronaca giudiziaria.
In tale ambito, è lecito indicare i nomi dei testi sentiti nel corso
delle indagini, quale che ne sia l’oggetto, purché non si tratti di
minori infrasedicenni e purché si dia correttamente atto della
loro estraneità alle accuse e delle loro eventuali smentite,
com’è avvenuto nel caso in esame.
La pubblicazione dei nomi dei vip, individuati nel corso delle
indagini sulla base degli elementi raccolti, come possibili clienti
e sentiti a conferma o a smentita dell’assunto è certamente
legittima, afferendo solo incidentalmente ad aspetti (e non già
a descrizione di abitudini) della vita anche sessuale degli interessati. Tutto ciò premesso si chiede l’archiviazione del procedimento”.
3. Apertura del procedimento
disciplinare
e capo d’incolpazione
Il Consiglio, conclusa la fase della raccolta delle informazioni di
cui all’articolo 56 della legge n. 69/1963, ha deliberato nella
seduta del 19 novembre 2002 di aprire il procedimento disciplinare nei riguardi di Carlo Rossella contestandogli la violazione
degli articoli 2 e 48 della legge professione nonché del Codice
ORDINE
4
2003
Rossella: farò ricorso
Roma, 7 marzo 2003. Il direttore di Panorama Carlo Rossella è “dispiaciuto” per la
censura inflittagli dall’Ordine dei giornalisti
della Lombardia, ma rivendica “il diritto di
cronaca” e annuncia che farà “ricorso” contro
il provvedimento disciplinare. L’Ordine ha
contestato al direttore di Panorama un articolo pubblicato dell’ottobre 2002 in cui venivano fatti i nomi di frequentatori di una casa
d’appuntamento romana e che avrebbe
“violato la dignità delle persone citate”. “Sono
contrario alla censura per principio, è una
parola che mi fa venire i brividi, assolutamente lontana dalla mia cultura”, sottolinea
Rossella. “Mi dispiace di essere stato censurato dall’Ordine, ma sono convinto di aver
fatto il mio dovere di giornalista. In quel caso
avevo il diritto di cronaca e lo rivendico. Farò
ricorso contro il provvedimento disciplinare”.
(ANSA)
Replica di Franco Abruzzo
Il Consiglio dell’Ordine della Lombardia non
ha limitato i diritti costituzionali di Carlo
Rossella. Rossella, che non conosce evidentemente le sanzioni previste dalla legge
professionale, non può confondere il provvedimento disciplinare definito “censura” con la
parola “censura” intesa come limitazione
della libertà di manifestazione il pensiero. “La
censura, da infliggersi nei casi di abusi o
mancanze di grave entità, consiste - dice l’articolo 53 della legge n. 69/1963 - nel biasimo
formale per la trasgressione accertata”.
copertina sul giro romano delle “squillo”
sulla privacy (del 3 agosto 1998) nella parte in cui chiede,
come ha scritto il Garante, “di non diffondere informazioni non
indispensabili, soprattutto laddove queste siano legate ad
aspetti particolarmente riservati, come la vita sessuale delle
persone, e attinenti, quindi, alla loro sfera più strettamente
privata…Lo stesso Codice deontologico dei giornalisti richiama l’attenzione sul rispetto del principio di essenzialità
dell’informazione, cioè sulla reale necessità di divulgare dati,
immagini e dettagli non strettamente necessari per dare conto
di fatti di cronaca e vicende giudiziarie, e stabilisce espressamente che il giornalista si astenga dalla descrizione delle
abitudini sessuali delle persone. Ciò anche quando si tratti di
persone che rivestono posizioni di particolare rilevanza sociale
o pubblica, se non ricorre il requisito dell’essenzialità dell’informazione e non viene garantito il rispetto della dignità personale”. Il documento del Garante forma il capo di incolpazione nei
riguardi del direttore di Panorama. Carlo Rossella – che risponde come se fosse responsabile della stesura materiale dell’articolo nella impossibilità (per ora) di identificare Matteo Acquafredda – ha adottato una decisione (quella di pubblicare i nomi
di alcune persone coinvolte nello scandalo romano a luci
rosse) che appare lesiva delle regole deontologiche della
professione giornalistica improntate al rispetto della dignità
della persona e tale da compromettere la sua reputazione e la
dignità dell’Ordine. Il comportamento del giornalista oltre ad
essere deve anche apparire conforme alle regole deontologiche della professione. La tutela della dignità della persona,
come ha scritto (con la sentenza n. 293/2000) la Corte costituzionale, è il cuore della nostra Carta fondamentale.
Il Consiglio in quell’occasione ha sottolineato quanto affermato
dalla Cassazione (sez. un. civili 25 ottobre 1979 n. 5573) per
cui “il provvedimento con il quale il Consiglio dell’Ordine deliberi l’apertura del procedimento disciplinare non implica, neppure implicitamente, alcuna pronuncia sulla colpevolezza del
professionista, ma costituisce mero atto preliminare della decisione”.
4. La difesa orale
di Carlo Rossella
affidata al difensore
Nella seduta del 17 febbraio 2003, Carlo Rossella è stato
rappresentato dall’avvocato Caterina Malavenda che ha
sviluppato la difesa dell’incolpato secondo la memoria depositata il 5 febbraio precedente. Si sottolineano i due passaggi
essenziali dell’articolo 56 (“Procedimento”) della legge n.
69/1963:
1. Nessuna sanzione disciplinare può essere inflitta senza che
l’incolpato sia stato invitato a comparire davanti al Consiglio.
2. Il Consiglio, assunte sommarie informazioni, contesta all’incolpato a mezzo di lettera raccomandata con ricevuta di ritorno
i fatti che gli vengono addebitati e le eventuali prove raccolte, e
gli assegna un termine non minore di trenta giorni per essere
sentito nelle sue discolpe.
L’articolo 56 vuole, quindi, che l’incolpato, e solo l’incolpato, sia
sentito nelle sue discolpe (presente il difensore). Questo
Consiglio, però, ritiene che l’incolpato possa decidere liberamente come difendersi. Indubbiamente, però, l’incolpato, un
giornalista di grande professionalità come nel caso specifico,
decidendo di non comparire, priva il Consiglio della possibilità
di porgli domande e di chiedere spiegazioni, che potrebbero
illuminare la vicenda sotto altri profili. Al Consiglio, comunque,
non rimane che prendere atto del comportamento (legittimo)
del giornalista professionista Carlo Rossella. Ed ecco le linee
difensive sviluppate dall’avvocato Malavenda:
1) L’ESISTENZA DI MATTEO ACQUAFREDDA E LA SOSPENSIONE DEL PRESENTE PROCEDIMENTO
Nel provvedimento citato, Codesto Consiglio ritiene che
Matteo Acquafredda, firmatario dell’articolo, sia un “nome ....
d’arte”, poiché esso non figura nell’organico di Panorama. Tale
assunto è infondato. Matteo Acquafredda esiste, non è giornalista professionista, né giornalista praticante e tuttavia collabora saltuariamente con il periodico Panorama, in attesa di decidere se intraprendere o meno l’attività giornalistica. Esiste a tal
punto da essere stato addirittura querelato da Mancini e Mihajlovic, nel procedimento penale, attualmente pendente avanti la
Procura della Repubblica di Roma, P.M. Dott. Cascini, n.
45903/02 RG. PM. Previa autorizzazione dell’interessato, si
allega alla presente memoria copia del verbale di identificazione ed elezione di domicilio a lui notificato.
Matteo Acquafredda, dunque, esiste, non è un nome d’arte,
ma un soggetto “noto” che può essere convocato e sentito da
Codesto Consiglio, avendo lo stesso manifestato la propria
disponibilità, qualora la cosa risultasse di una qualche utilità.
II presupposto in base al quale dunque Carlo Rossella è chiaORDINE
4
2003
mato a rispondere come “autore materiale” dell’articolo, “l’inesistenza” di Matteo Acquafredda, si può ritenere superato.
L’incolpato risponde, perciò, solo ed esclusivamente quale
direttore responsabile del periodico per omesso controllo sul
contenuto dello stesso.
In tale veste, peraltro, egli è stato a sua volta querelato, come
ci si riserva di documentare, appena sarà possibile.
Ritiene la difesa di poter chiedere, perciò, in via preliminare, la
sospensione del procedimento disciplinare a carico di Carlo
Rossella, a norma dell’art. 58 comma 2, L. 69/63.
Tale norma, come è noto, dispone che, nel caso in cui per lo
stesso fatto per il quale si procede in sede disciplinare, sia
stato promosso procedimento penale, il termine di prescrizione
rimane sospeso e ricomincia a decorrere nel momento in cui
diventa irrevocabile la sentenza di condanna o di proscioglimento.
La legge parla di “fatto” e non già di “condotta”, sicché anche
qualora si dovesse ritenere che la “condotta” sottoposta alla
cognizione del gìudice penaie è diversa da quella contestata in
sede disciplìnare, il “fatto”, vale a dire la pubblicazione dell’articolo de quo, ed il suo contenuto è il medesimo e ciò impone la
sospensione dei procedimento.
2) LA IRRILEVANZA DISCIPLINARE DELLA CONDOTTA
DELL’INCOLPATO
Qualora tale richiesta preliminare non venga accolta, si ritiene
comunque che Carlo Rossella possa e debba essere prosciolto. Egli risponde, come detto, non già di aver redatto l’articolo in
questione, ma solo di averne consentito la pubblicazione, con
ciò, in ipotesi, non impedendo la commissione di un illecito
disciplinare e commettendone, a sua volta e per tale ragione,
uno di natura autonoma.
Anche sul punto sono necessarie alcune precisazioni. Matteo
Acquafredda è sottoposto alla cognizione del giudice ordinario,
ma non a quella dei giudice disciplinare, non essendo lo stesso iscritto all’Albo professionale.
Come Codesto Consiglio ha più volte statuito, la “sorte” del
direttore dipende, in via esclusiva da quella dell’autore dell’articolo, costituendo la condotta di quest’ultimo il presupposto
essenziale per valutare e determinare la sussistenza o meno
della violazione deontologica del primo.
Se perciò è a volte possibile condannare l’autore ed assolvere
il direttore è impossibile il contrario e di regola, nella prima
ipotesi, alla condanna dell’autore segue quella del direttore.
Nel caso in esame, l’applicazione di tali criteri non è possibile,
per la “veste” professionale dell’autore dell’articolo e tuttavia
alla mancata condanna, rectius alla mancata apertura del
disciplinare a carico di Acauafredda dovrebbe seguire la “assoluzione” dei direttore, per assenza dei presupposto di fatto per
procedere nei suoi confronti.
Qualora la richiesta principale non dovesse trovare accoglimento, è tuttavia necessario che Codesto Consiglio valuti,
anche incidentalmente, la condotta di Matteo Acquafredda, per
verificare la correttezza della condotta dei direttore responsabile, che ha consentito la pubblicazione dell’articolo.
Come si è ampiamente documentato, i nomi dei soggetti coinvolti, a vario titolo, nella inchiesta sulla prostituzione romana
sono stati diffusi sostanzialmente da tutti gli organi di informazione che se ne sono occupati.
Inoltre, l’effettivo coinvolgimento nell’inchiesta, a vario titolo, dei
soggetti citati ha trovato indiretta conferma da un lato, nelle
smentite poi rientrate da parte di alcuni di loro e dall’altro, nelle
verifiche alternative alla consultazione delle fonti, svolte dall’autore dell’articolo.
La conferma della bontà di tali investigazioni è data dal fatto
che altri organi di stampa hanno diffuso, negli stessi termini e
contemporaneamente, i nomi dei medesimi soggetti coinvolti
nelle indagini.
La condotta dell’autore dell’articolo e perciò quella del direttore
devono, dunque, essere valutate solo sotto un profilo squisitamente giuridico, alla luce delle norme sulla privacy.
Come si è già argomentato con scarso successo, nella memoria depositata ai sensi dell’art. 56 L. prof., la condotta del direttore che ha consentito la pubblicazione di nomi di soggetti noti,
a vario titolo interessati in una inchiesta penale non è assimilabile a quella del direttore che abbia consentito lo svolgimento e
la pubblicazione dei risultati di mere inchieste giornalistiche,
non collegate a fatti di cronaca, su soggetti, anche pubblici, in
relazione alle loro abitudini sessuali.
Non è questo il contesto in cui occorre muoversi, bensì quello
relativo alla diffusione di dati emersi nel corso di indagini, svolte nell’ambito di un procedimento penale, cioè al diritto di
cronaca giudiziaria.
Sotto tale profilo, potrà convenirsi sul fatto che non sarebbe
equo apprestare una tutela autonoma e diversa ai vari soggetti, protagonisti di un procedimento penale, a seconda della
natura dei reati contestati agli indagati.
Così come è lecito e deontologicamente corretto rivelare il nome
del presunto autore di un omicidio e delle persone informate sui
fatti, sentite dalla Polizia giudiziaria, altrettanto lecita deve essere
ritenuta la pubblicazione dei nominativi di soggetti, presunti
responsabili di reati di natura sessuale e delle persone informate
sui fatti, sentite nell’ambito delle relative indagini.
Né la legge sulla privacy né il codice deontologico operano
distinzioni, in base al titolo di reato di cui il giudice si sta occupando.
Ciò perché una tale distinzione avrebbe creato una situazione
di evidente disparità di trattamento fra i soggetti coinvolti in
procedimenti per fatti più o meno gravi, che non abbiano natura sessuale, dei quali i nominativi potrebbero essere liberamente divulgati; e i soggetti, nella stessa posizione, coinvolti in
procedimenti per reati di natura sessuale, che riceverebbero
una tutela particolare.
Lo stesso Garante, il cui comunicato è stato ritenuto, in pratica,
“capo di incolpazione” del presente procedimento, è sui punto
abbastanza chiaro.
Occorre prendere le mosse dall’art. 25 L. 675/96, che garantisce al giornalista il diritto di trattare i dati anche sensibili, per
l’esclusivo perseguimento delle finalità relative all’esercizio
della professione di giornalista.
È lecito, perciò, divulgare anche dati sensibili, soprattutto se
relativi a persone pubbliche, purchè ciò venga fatto nel rispetto
della essenzialità dell’informazione, riguardo a fatti di interesse
pubblico.
Posto il principio, si rende necessario valutare se, nel caso di
specie, dato per pacifico l’interesse pubblico per la vicenda, i
nominativi dei soggetti, sentiti come persone informate sui fatti,
nell’ambito dell’inchiesta penale, fossero dati essenziali
dell’informazione oppure no.
Scorrendo il codice deontologico, occorre innanzitutto segnalare come esso tuteli, in via generale, la dignità delle persone, in
relazione alla quale i dati sensibili costituiscono un “elemento
aggiuntivo”.
II giornalista che fa cronaca ha, dunque, il diritto di riferire gli
sviluppi di una indagine penale, soprattutto se coinvolge
soggetti noti.
Per valutare, in concreto, la legittimità della condotta, occorre
verificare la loro natura ed il modo in cui sono stati diffusi.
Altro è infatti il coinvolgimento di soggetti in fatti cronaca, altro è
il coinvolgimento di soggetti in procedimenti penali.
A tal proposito e con riferimento all’art. 12 dei codice deontologico, occorre segnalare come sia esplicitamente tutelato il diritto di cronaca nei procedimenti penali, che avrebbe potuto
trovare un’attenuazione anche drastica, nel caso in cui il principio non fosse stato sancito.
Con riferimento, alla tutela della dignità della persona, l’art. 11
inibisce al giornalista di descrivere le abitudini sessuali di una
persona identificata o identificabile.
Tale principio subisce una deroga nel momento in cui il riferimento a tali dati diventi essenziale alla informazione, sempre
salva la dignità della persona.
A parere di questa difesa, il fatto oggetto di contestazione disciplinare non riguarda la descrizione di abitudini sessuali tout
court, ma la inchiesta penale che, incidentalmente, ha avuto
ad oggetto gli incontri sessuali di soggetti noti con persone
che, secondo l’accusa, farebbero parte di un giro di squillo.
Appare evidente come la tutela sia stata garantita innanzitutto
(e come lo stesso Garante auspicava) alle ragazze coinvolte in
tale contesto.
Le loro foto sono state, infatti, pubblicate, dopo essere state
consegnate ai giornalisti, con tutte le necessarie “accortezze”
grafiche per impedirne la identificazione.
Per quel che riguarda i clienti, fermo restando il modo assolutamente garbato ed accorto con cui l’argomento è stato trattato,
la loro dignità non è stata in alcun modo violata, poiché il giornalista si è limitato a riferire dei contatti fra costoro e le ragazze,
così come accertati dagli organi di Polizia Giudiziaria, poiché
tali contatti rappresentavano l’oggetto delle indagini e l’argomento delle loro testimonianze.
A riprova della correttezza dell’operato dell’autore e perciò del
direttore, il Garante, che pure ha il potere di trasmettere segnalazioni specifiche a carico degli operatori dell’informazione ai
relativi Consigli di appartenenza, si è astenuto dal segnalare a
Codesto Ordine la condotta del direttore di Panorama, che
pure è il giornale che per primo ha diffuso alcuni nomi. il
Garante, nella sua nota 10 ottobre 2002, si è infatti limitato da
un lato, a ricordare di aver ricevuto alcune segnalazioni da
parte dei soggetti a qualunque titolo coinvolti nell’inchiesta e
“della quale gli organi di informazione hanno dato ampia notizia” (il che lascia intendere che la notizia era diventata di dominio pubblico). Si limita a ribadire i principi generali esistenti in
materia ed a preoccuparsi soprattutto delle ragazze a cui i
clienti si sarebbero rivolti e che potrebbero risultare estranee
alla vicenda. il Garante conclude riservandosi di valutare caso
per caso eventuali iniziative “anche in relazione alle ulteriori
segue
19 (27)
Carlo Rossella
(direttore
di “Panorama”)
sanzionato
con la censura
per il servizio
di copertina
sul giro romano
delle “squillo”
Deontologia
segnalazioni che dovessero eventualmente pervenire”. A quel
che consta, non vi è stata alcuna segnalazione successiva che
provenga dal Garante e che lasci intendere che lo stesso abbia
riscontrato violazioni deontologicamente rilevanti nella condotta di Carlo Rossella. Non può, evidentemente, considerarsi un
capo di incolpazione, il generico richiamo ai principi e la riserva
di svolgere ulteriori segnalazioni. Sotto tale profilo, si eccepisce
la nullità della contestazione per assoluta indeterminatezza.
Venendo alla natura della informazione, aver diffuso la notizia
che alcuni giocatori, liberi di stato, abbiano deciso di accompagnarsi a ragazze di evidente avvenenza fisica attraverso un
giro di pubbliche relazioni, è argomento che non tocca in alcun
modo la loro dignità. Le indagini penali in particolare, come
viene chiaramente detto, non hanno riguardato la loro condotta. Il Garante, peraltro, in alcuni dei provvedimenti che ha
emesso nel corso degli anni, ha individuato alcuni principi, utili
per la valutazione del caso. Ad esempio, nella decisione 19
dicembre 2001, ha affermato che le disposizioni contenute nel
codice deontologico “contengono regole semplificate in ordine
all’informativa ed alla acquisizione del consenso, nonché altre
prescrizioni volte a contemperare alcuni diritti della persona (in
particolare il diritto alla riservatezza) con il diritto di cronaca e
con la libertà di espressione. Ciò in riferimento alla trattazione
sia di dati “comuni” sia “sensibili”, o attinenti a provvedimenti
giudiziari”.
Ciò consente di affermare che il Garante non esclude affatto
che i dati sensibili, soprattutto se collegati ad indagini penali,
possano essere trattati dai giornalisti.
Così, con riferimento ad altro dato sensibile, vale a dire la salute, valutando la doglianza proveniente da un soggetto che
lamentava la diffusione di dati attinenti al suo stato di salute,
citato in un articolo relativo ad una transazione intervenuta per
gravi motivi di salute dell’interessato, il Garante ha rilevato
come la diffusione dello stato di salute di un soggetto, al fine di
spiegare la ragione per la quale il Consiglio comunale si sarebbe indotto a stipulare una transazione, è elemento che non
viola il codice deontologico. Scrive il Garante (decisione
21.1.2001) “la vicenda riguarda un fatto di interesse pubblico
relativo al corretto svolgimento dell’attività amministrativa
comunale. Non è stata descritta con particolari dettagli non
pertinenti. Anche i riferimenti generici a motivi di salute dell’interessato - che sono la ragione della controversa riduzione
della penale, contestata da alcuni consigli comunali - non reca
particolari dettagli nè specifiche informazioni lesive della
dignità dell’interessato”.
Desumendo, da tale affermazione il principio generale, applicabile anche alla vicenda in oggetto, occorre rilevare come il
fatto, oggetto dell’articolo, fosse di interesse pubblico e fosse la
ragione dell’avvio delle indagini penali, mentre non può non
sottolinearsi la totale assenza di riferimenti specifici alla attività
sessuale dei soggetti nominati, vale a dire di qualunque riferimento a particolari dettagli e informazioni specifiche superflue.
La semplice indicazione del nominativo dei soggetti che avevano rapporti con le ragazze di quel giro, non lede in alcun modo
la loro dignità personale.
Anche sotto tale profilo, la condotta dell’autore dell’articolo e
quindi di Carlo Rossella risultano del tutto lecite.
Si insiste, pertanto, nella richiesta di proscioglimento, riservando eventuali istanze istruttorie, all’esito della discussione orale,
che verrà svolta il 17 febbraio 2003”.
Questa la risposta (3 novembre 1993; prot. 7/52/5140) a firma
del direttore dell’Ufficio VII:
“Con riferimento ai quesiti proposti con la nota n.
4495/93/FA/eg del 14.10.1993, si fa presente quanto segue:
l’art. 58 della legge 3 febbraio 1963 n. 69 sottopone l’esercizio
dell’azione disciplinare ad un termine di prescrizione quinquennale decorrente, secondo il dettato della norma, dal
compimento del fatto. Tale specifica previsione di legge impedisce ad avviso di quest’Ufficio, un’interpretazione tesa a valorizzare, quale termine iniziale, il momento della effettiva conoscenza del fatto-illecito da parte dell’organo competente all’esercizio dell’azione disciplinare e della concreta esperibilità
dell’azione nei confronti del professionista.
D’altra parte si osserva, una soluzione siffatta, oltreché imposta
dalle regole generali in materia di interpretazione (v. art. 12
disposizioni sulla legge in generale), risulta giustificata dall’interesse prevalente dell’incolpato a non subire procedimenti disciplinari per fatti commessi in epoca assai remota rispetto alla
esigenza che determinati fatti lesivi della dignità professionale
rimangono in concreto impuniti in conseguenza della mancata
tempestiva apprensione da parte del Consiglio dell’Ordine.
Per quanto attiene poi alla configurabilità nelle iniziate inchieste penali di una causa interruttiva della prescrizione, ai sensi
del II comma dell’art. 58 citata legge, si fa presente la totale irrilevanza di cause diverse da quelle espressamente individuate
nei commi II e III dell’art. 58 della citata legge.
Con riguardo poi alla previsione contenuta nel II comma (“Nel
caso che per il fatto sia stato promosso procedimento penale,
il termine suddetto decorre dal giorno in cui è divenuta irrevocabile la sentenza di condanna e di proscioglimento”), si
osserva che in base alle sostanziali modifiche intervenute nel
campo processuale e alla distinzione introdotta nell’ambito del
processo penale tra la fase procedimentale di natura investigativa e la fase processuale di natura giurisdizionale, il termine
procedimento penale deve intendersi quale processo penale.
Con la conseguenza che solo qualora le attività investigative
del Pubblico Ministero siano sfociate in una richiesta di rinvio a
giudizio, il termine di prescrizione di cui all’art. 58 è sospeso
sino alla definizione del giudizio penale, stante l’opportunità di
subordinare in tal caso l’esercizio dell’azione disciplinare all’accertamento della esistenza dei fatti compiuti in sede penale”.
La difesa non ha fornito, quindi, alcuna documentazione utile
per affermare che “le attività investigative del Pubblico Ministero siano sfociate in una richiesta di rinvio a giudizio” di Matteo
Acquafredda e soprattutto di Carlo Rossella. Con la sentenza
n. 14811/2000, la Cassazione penale ha ribadito, occupandosi
della vicenda di un medico sottoposto alla vigilanza del suo
Ordine, che il termine di prescrizione “non decorre per tutto il
tempo in cui si svolge il processo penale” sicché i cinque anni
di tempo che l’Ordine di appartenenza ha a disposizione per
prendere provvedimenti nei confronti del professionista “si
calcolano dal momento in cui si esaurisce la fase giudiziaria” (Il
Sole 24 Ore del 28 novembre 2000, pagina 27)
Conseguentemente il Consiglio ritiene di non dover sospendere il procedimento disciplinare, perché non è in atto alcun
processo penale a carico di Carlo Rossella.
Va sgomberato il terreno anche da una seconda affermazione
della difesa: “Non può, evidentemente, considerarsi un capo di
incolpazione, il generico richiamo ai principi e la riserva di svolgere ulteriori segnalazioni. Sotto tale profilo, si eccepisce la
nullità della contestazione per assoluta indeterminatezza”. Il
capo di incolpazione è evidentemente formato da tutto il punto
3 di questo provvedimento, che è identico a quello riportato
nella delibera di apertura del procedimento disciplinare. Carlo
Rossella, infatti, si è difeso punto per punto anche nella fase
procedurale contrassegnata dalla notifica dell’avviso disciplinare, contestando tutte le asserzioni contenute nel citato punto 3.
Il punto 3 non è affatto indeterminato, ma contiene i riferimenti
essenziali al fatto e ai “reati” deontologici e va letto ovviamente
in correlazione logica con i punti 1, 2 e 4.
Carlo Rossella, tramite il suo legale, confessa che “Matteo
Acquafredda, firmatario dell’articolo, non è giornalista professionista, né giornalista praticante e tuttavia collabora saltuariamente con il periodico “Panorama”, in attesa di decidere se
intraprendere o meno l’attività giornalistica”. Carlo Rossella,
infine, rivela che Matteo Acquafredda “esiste a tal punto da
essere stato addirittura querelato da Mancini e Mihajlovic”. Dal
verbale di polizia citato emerge anche che Matteo Acquafredda non sia un collaboratore occasionale di Panorama, ma che
sia di casa a Panorama, tanto da indicare la sede della redazione romana (via Sicilia 136) del periodico come suo domicilio per le notifiche degli atti processuali.
Il Consiglio respinge la richiesta di “valutare, anche incidentalmente, la condotta di Matteo Acquafredda, per verificare la
correttezza della condotta dei direttore responsabile, che ha
consentito la pubblicazione dell’articolo”. Non può essere
giudicato nemmeno incidentalmente la condotta di chi non
appartiene agli elenchi dell’Albo (articolo 1, quinto comma,
della legge n. 69/1963).
Il Consiglio non può giustificare la condotta di Carlo Rossella
5. Conclusioni
Il Consiglio ritiene preliminarmente che vada sgomberato il
campo dalla prima richiesta della difesa:”Ritiene la difesa di
poter chiedere, perciò, in via preliminare, la sospensione del
procedimento disciplinare a carico di Carlo Rossella, a norma
dell’art. 58 comma 2, L. 69/63.Tale norma, come è noto, dispone che, nel caso in cui per lo stesso fatto per il quale si procede in sede disciplinare, sia stato promosso procedimento
penale, il termine di prescrizione rimane sospeso e ricomincia
a decorrere nel momento in cui diventa irrevocabile la sentenza di condanna o di proscioglimento”. La difesa, con la memoria depositata il 5 febbraio 2003, ha presentato il verbale di
elezione di domicilio di Matteo Acquafredda, autore dell’articolo. Secondo quanto si legge nel verbale di polizia, Matteo
Acquafredda è stato informato che “presso la Procura della
Repubblica di Roma pende (nei suoi riguardi, ndr) procedimento penale in relazione alla querela per diffamazione a
mezzo stampa presentata dai calciatori Sinisa Mihajlovic e
Roberto Mancini” e che lo stesso Acquafredda, “persona
sottoposta alle indagini”, ha “eletto domicilio per le notifiche
degli atti processuali presso la redazione romana di Panorama
( via Sicilia 136)”.
In data 14 ottobre 1993 il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti
della Lombardia ha posto all’Ufficio VII della Direzione generale Affari civili e libere professioni del ministero di Giustizia un
quesito relativo all’interpretazione dell’articolo 58 della legge n.
69/1963 sull’ordinamento della professione giornalistica.
20 (28)
Roma, 7 febbraio 2003. Il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, riunito a Roma il 3-45-6 febbraio 2003 ha esaminato 27 ricorsi. In particolare il Consiglio, in seguito ai provvedimenti disciplinari adottati in primo grado dagli Ordini regionali, esaminati i ricorsi avanzati da
alcuni colleghi, ha votato le seguenti sanzioni:
33 ricorsi
disciplinari
decisi
dal Consiglio
nazionale
- Vittorio Feltri, caso pedofilia, sanzione della censura (il Consiglio della Lombardia aveva
comminato la radiazione);
- Roberto Toffolutti, mancato rilascio dichiarazione compiuta pratica, annullamento e rinvio al Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, (la sanzione era stata la sospensione per due mesi);
- Giuseppe Biselli, protezione dei minori, ricorso respinto e conferma della sospensione per 2
mesi (comminata dal Consiglio regionale della Lombardia);
- Rita Dalla Chiesa, divieto di pubblicità, ricorso respinto e conferma della sospensione per 6
mesi (comminata dall’Ordine regionale del Lazio e Molise);
- Norma Redi, direzione riviste pornografiche, ricorso respinto e conferma della radiazione
(comminata dall’Ordine regionale del Lazio e Molise);
- Ezio Mauro, mancata rettifica, ricorso respinto e conferma della sanzione dell’avvertimento
(comminata dall’Ordine regionale del Lazio e Molise);
- Giuseppe D’Avanzo, diritto di cronaca, sanzione dell’avvertimento (l’Ordine regionale del
sotto un altro profilo. Non è ammessa l’ignoranza scusabile su
un punto: il giornalista professionista, direttore di un grande
settimanale, è tenuto a conoscere non solo le regole deontologiche quant’anche le regole contrattuali della professione. È
una precondizione, questa, dell’esercizio della professione
giornalistica e dell’assunzione di alte responsabilità gestionali.
Nei giornali e nei periodici (art. 5 Cnlg) lavorano soltanto giornalisti professionisti, come anche in misura certamente minore
praticanti giornalisti (art. 35) e pubblicisti (art. 36), tutti tenuti a
rispettare le regole deontologiche della professione (art. 1
Cnlg; artt. 1, 2 e 48 l. n. 69/1963; Codice della privacy ex art. 25
l. n. 675/1996) e tutti sottoposti alla vigilanza disciplinare
dell’Ordine (art. 2229 Cc e art. 1 l. n. 69/1963). Questo quadro
normativo non si presta ad equivoci, la giurisprudenza non è
oscillante, il comportamento della pubblica amministrazione
“Ordine dei giornalisti” non è mai stato. tale da poter generare
(in Rossella) una presunzione di legittimità della (sua) condotta. L’Ordine di Milano dal 1965 è molto attivo nella repressione
dell’esercizio abusivo della professione (art. 11, lettera b,. della
legge n. 69/1963). Carlo Rossella ha violato tali norme
coscientemente o, comunque, per ignoranza non scusabile,
mentre doveva prestare attenzione ai doveri di informazione o
di attenzione sulle norme contrattuali; doveri che sono alla
base della convivenza civile in una redazione, quella di Panorama, ricca di forti personalità professionali accantonate, almeno per quanto riguarda la vicenda a luci rosse, in maniera
opinabile e con il rischio di minare, come è puntualmente avvenuto, la credibilità del periodico.
Rossella porta intera la responsabilità di avere affidato, in
contrasto con le prescrizioni contrattuali, a un non-giornalista il
compito di scrivere la storia di copertina di Panorama del
numero 42 del 17 ottobre 2002. Le sue responsabilità omissive
sotto il profilo del mancato controllo sono pacifiche e non c’è
bisogno di attendere l’esito di alcuna inchiesta penale per affermarle in un giudizio amministrativo disciplinare. Bisogna, però,
sottolineare che anche Matteo Acquafredda, come cittadino,
era ed è tenuto ad osservare le regole del “Codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio
dell’attività giornalistica”. Queste regole attengono non alla
professione giornalistica, ma all’attività giornalistica: vincolano
tutti coloro, iscritti o non iscritti negli elenchi dell’Albo, che trattano sui mass media argomenti riferiti alla vita sessuale o alla
salute, ai minori o ai soggetti deboli, al rispetto della dignità
delle persone. Sotto questo profilo Matteo Acquafredda è
esposto all’azione penale per violazione del Codice e, quindi,
della legge n. 675/1996.
Non è in gioco, qui, il diritto costituzionale di Matteo Acquafredda di manifestare il pensiero con lo scritto. A Matteo Acquafredda l’ordinamento giuridico proibisce di svolgere funzioni
esclusivamente riservate – come la stesura del servizio di cui
si occupa questo provvedimento – a chi svolge la professione
giornalistica, perché non ha alcuno titolo abilitante ex articolo
33 (V comma) della Costituzione. La legge professionale del
1963, che “lascia integro il diritto di tutti di esprimere il proprio
pensiero attraverso il giornale”, organizza soltanto coloro che
per professione manifestano il pensiero (sentenza 11/1968
della Corte costituzionale). Rossella avrebbe dovuto affidare
quell’importante e delicato servizio di copertina (sui “retroscena dell’inchiesta su vip e prostitute” e sullo “scandalo a luci
rosse di Roma” ) a un giornalista di provata esperienza.
Acquafredda, che non ha studiato le materie dell’esame di
Stato (art. 44 del Dpr n. 115/1965), ha dimostrato di ignorare le
cautele proprie di un giornalista, che conosca le regole deontologiche della professione. Carlo Rossella, quindi, risponde
direttamente dell’articolo, come se lo stesso fosse anonimo e
non “solo ed esclusivamente quale direttore responsabile del
periodico per omesso controllo sul contenuto dello stesso”.
Regge pertanto la contestazione iniziale: “Carlo Rossella –
che risponde come se fosse responsabile della stesura materiale dell’articolo (anche se oggi Matteo Acquafredda è stato
identificato) – ha adottato una decisione (quella di pubblicare i
nomi di alcune persone coinvolte nello scandalo romano a luci
rosse) che appare lesiva delle regole deontologiche della
professione giornalistica improntate al rispetto della dignità
della persona e tale da compromettere la sua reputazione e la
dignità dell’Ordine. Il comportamento del giornalista oltre ad
essere deve anche apparire conforme alle regole deontologiche della professione. La tutela della dignità della persona,
come ha scritto (con la sentenza n. 293/2000) la Corte costituzionale, è il cuore della nostra Carta fondamentale”. Si può
affermare nel caso specifico (un grande servizio di copertina)
che il direttore responsabile del periodico è corresponsabile di
quanto è stato pubblicato: quelle storie vengono lette e discusse dal direttore con i suoi collaboratori nelle riunioni di redazione. La scelta di pubblicare i nomi va addebitata in primis a
Carlo Rossella. Il direttore di Panorama non solo non ha vigilato, ma ha giocato un ruolo di impulso nella pubblicazione
dell’articolo, perché è impensabile sostenere che l’articolo sia
finito in prima pagina all’insaputa del direttore.
Con la sua condotta, Carlo Rossella ha favorito la commissioORDINE
4
2003
Roma, 26 febbraio 2003. Il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, riunito a Roma nei
giorni 24 e 25 febbraio 2003, ha esaminato sei ricorsi di natura disciplinare. In particolare il
Consiglio, in seguito ai provvedimenti adottati in primo grado dagli Ordini regionali, esaminati i
ricorsi avanzati da alcuni colleghi, ha votato le seguenti decisioni:
Lazio e Molise aveva comminato la sanzione della censura);
- Luciano Fraschetti, diffusione di notizie non vere, ricorso accolto (il Consiglio regionale della
Lombardia gli aveva comminato la sanzione della censura);
- Nino Rizzo Nervo, caso pedofilia, sanzione dell’avvertimento (il Consiglio regionale del Lazio
e Molise aveva comminato la sanzione della sospensione per 2 mesi);
- Adriana Pannitteri, caso pedofilia, conferma della sanzione della censura (comminata
dall’Ordine del Lazio e Molise);
- Chiara Graziani, lite in redazione, accoglimento del ricorso (l’Ordine del Lazio e Molise aveva
comminato la sanzione della sospensione per 2 mesi).
Il Consiglio nazionale ha inoltre esaminato altri ricorsi in tema di iscrizione e cancellazione
dall’Albo; ha fissato per il 30 aprile 2003 la prova degli esami di idoneità professionale e ha
approvato il tariffario per le prestazioni giornalistiche autonome relative al 2003.
ne di diversi illeciti disciplinari, quando l’articolo incautamente
ed erroneamente coinvolge nella storia delle squillo persone
estranee ai fatti. Nel numero 44 del 30 ottobre 2002 (pagina
361), la direzione di Panorama ha dovuto “precisare che il
calciatore Francesco Totti fosse da ritenersi del tutto estraneo
alla vicenda”. Il vicedirettore di Panorama, Giorgio Mulè, ha
dichiarato a Il Secolo XIX (12 ottobre 2002) che il periodico si
era scusato con il giornalista Gianni Cerqueti, chiamato in
causa e poi risultato estraneo alla storia. Mulè ha ammesso
che “è stato un incidente”. E poi completano il quadro le querele di Mancini e Mihajlovic, che, secondo un comunicato della
“Lazio”, non hanno ricoperto alcun ruolo nella vicenda.
Al Consiglio appare abnorme e paradossale l’affermazione
della difesa (“Così come è lecito e deontologicamente corretto
rivelare il nome del presunto autore di un omicidio e delle
persone informate sui fatti, sentite dalla Polizia giudiziaria,
altrettanto lecita deve essere ritenuta la pubblicazione dei
nominativi di soggetti, presunti responsabili di reati di natura
sessuale e delle persone informate sui fatti, sentite nell’ambito
delle relative indagini”), perché l’ordinamento giuridico non
accorda tutele al “presunto autore di un omicidio”. Sul fronte
della cronaca, i giornalisti possono pubblicare anche fatti in sé
diffamatori, ma a patto che gli stessi siano veri, di interesse
pubblico, scritti civilmente e nella loro essenzialità. L’ordinamento prevede sbarramenti al diritto di cronaca soltanto a favore di soggetti che rientrano nell’area del Codice sulla privacy. Il
giornalista viola la legge sulla privacy nella misura in cui viola il
Codice previsto dall’articolo 25 della legge n. 675/1996.
Il Consiglio, condividendo le affermazioni dell’Ufficio del Garante della privacy (che formano un preciso capo d’incolpazione
sotto il profilo tecnico), ritiene che l’articolo di Panorama abbia
violato la dignità delle persone citate nel servizio giornalistico
(dignità tutelata dall’articolo 2 della legge professionale, dal
Codice della privacy e dalla Carta dei doveri del 1993). I cronisti giudiziari devono rispettare le stesse regole dei cronisti di
nera o di bianca. Il Codice non offre letture a geometria variabile. Non sempre, quindi, “il giornalista che fa cronaca ha il diritto
di riferire gli sviluppi di una indagine penale, soprattutto se
coinvolge soggetti noti”. In sostanza non rientra nel diritto di
cronaca pubblicare i nomi e i cognomi di persone coinvolte in
storie collegate alla loro vita sessuale e attinenti alla loro sfera
più strettamente privata anche se le stesse persone godono di
notorietà: “La giusta esigenza di informare l’opinione pubblica
su vicende giudiziarie non deve entrare in conflitto con il rispetto della vita privata delle persone”.
La pubblicazione delle generalità di persone estranee ai fatti
aggrava il comportamento di Carlo Rossella, che è venuto
meno ai suoi doveri di direttore responsabile e di giornalista,
arrecando un danno all’immagine della testata a lui affidata, a
se stesso, ai suoi colleghi di redazione, all’Ordine professionale al quale appartiene, e al rapporto di fiducia che deve essere
salvaguardato tra lettori e stampa (valori tutti tutelati dagli articoli 2 e 48 della legge professionale);
PQM
il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, valutati
le contestazioni deontologiche e il comportamento del direttore
di “Panorama” ,
delibera
di sanzionare con la censura il giornalista professionista Carlo
Rossella. “La censura, da infliggersi nei casi di abusi o
mancanze di grave entità, consiste - dice l’articolo 53 della
legge n. 69/1963 - nel biasimo formale per la trasgressione
accertata”.
Il Consiglio, con questa decisione, intende affermare anche il
principio che i direttori responsabili rispondono degli errori
deontologici commessi da non-giornalisti utilizzati al posto dei
giornalisti professionisti: “L’esperienza dimostra che il giornalismo, se si alimenta anche del contributo di chi ad esso non si
dedica professionalmente, vive soprattutto attraverso l’opera
quotidiana del professionisti” (sentenza n. 11/1968 della Corte
costituzionale).
Avverso il presente provvedimento (notificato ai controinteressati ex legge n. 241/1990) può essere presentato (dall’interessato e dal Procuratore generale della Repubblica) ricorso al
Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti (Lungotevere dei
Cenci 8, 00186 Roma) ai sensi dell’art. 60 della legge n.
69/1963 nel termine di 30 giorni dalla notifica del provvedimento stesso e secondo le modalità fissate dagli artt. 59, 60, e 61
del Dpr 4 febbraio 1965 n. 115.
Il presidente dell’OgL-estensore
(dott. Franco Abruzzo)
ORDINE
4
2003
- Gianluigi Corti, attività extragiornalistica, accoglimento del ricorso (il Consiglio della Liguria
aveva comminato la sospensione per due mesi);
- Giovanni Graziani, modifica motivi assoluzione deliberata dal Consiglio della Emilia e Romagna, ricorso dichiarato inammissibile;
- Giovanni Graziani, ricorso del P.G. di Bologna contro l’assoluzione deliberata dal Consiglio
regionale dell’Emilia e Romagna: ricorso dichiarato irricevibile perché fuori termine;
- Stefano Bonifazi, direzione riviste pornografiche, ricorso respinto (conferma della radiazione
comminata dall’Ordine regionale del Lazio e Molise);
- Enrica Simonetti, protezione dei minori, sanzione dell’avvertimento (il Consiglio regionale
della Puglia aveva comminato la sanzione della censura);
- Pier Maria Minuzzo, titolazione ambigua e lesiva, sanzione dell’avvertimento (il Consiglio
regionale della Valle d’Aosta aveva comminato la sospensione per due mesi).
Impegno di Maurizio Mosca:
“Non farò più pubblicità”
Milano, 7 marzo 2003. Il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia ha richiamato Maurizio Mosca all’osservanza dei suoi
doveri.
Mosca è il protagonista dello spot pubblicitario a favore dei marchio Emmezeta in contrasto con la sua qualifica di giornalista profes-
sionista e con il principio di incompatibilità
fissato dalla Carta dei doveri del giornalista.
Mosca ha ammesso di avere sbagliato e si è
impegnato a non ripete l’errore, affermando
in maniera chiara: “Non farò più pubblicità”. Il
Consiglio, quindi, ha contenuto la sanzione in
quella dell’avvertimento.
Cronista richiamato all’osservanza dei suoi doveri
perché non ha protetto l’anonimato di un minore
Milano, 7 marzo 2003. Il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia ha richiamato Claudio Del Frate, redattore del Corriere della Sera, all’osservanza dei suoi doveri.
Contro il giornalista Del Frate hanno presentato esposto disciplinare i genitori di F. V., un
giovane di 16 anni che aveva assistito ad
una rapina ed il cui nome, con relativa testimonianza, era stato poi fatto da Del Frate
nell’articolo su quella vicenda apparso sul
Corriere della Sera del 18 settembre 2002. I
genitori lamentano che in seguito il figlio
aveva ricevuto telefonate di minacce, denunciate ai carabinieri. La lealtà e la correttezza
di Claudio Del Frate hanno colpito il Consiglio, che ha deliberato unanime di contenere
la sanzione in quella minima. D’altro lato l’ordinamento giuridico della Repubblica, tutelando lo sviluppo psichico del minore, proibisce espressamente la pubblicazione del
nome e del cognome del minore stesso;
regola violata dal giornalista.
Le tre delibere sono pubblicate integralmente sul sito dell’OgL www.odg.mi.it
Provvedimento disciplinare.
Radiato pubblicista direttore di Marketpress
Milano, 30 gennaio 2003. Il giornalista
pubblicista gianfranco Rosso (direttore
responsabile
del
quotidiano
online
(www.marketpress.info) è stato radiato
dall’Albo. Questo il capo d’incolpazione
elevato dal Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia: “Aver compiuto gravi atti
persecutori, anche sul luogo del lavoro, nei
riguardi della signora XY, che svolge attività
giornalistica non professionale, arrogandosi
la veste impropria di giustiziere e ciò in
contrasto con la legge penale della Repubblica”. Si legge nella delibera: “Gianfranco
Rosso, come cittadino, ha diritto di denunciare fatti-reato all’autorità giudiziaria, ma non
può sostituirsi alla polizia giudiziaria oppure
farsi giustizia da solo. D’altro lato la libertà di
manifestazione del pensiero è un diritto costituzionale di tutti i cittadini, i quali, per potersi
iscrivere nell’elenco pubblicisti dell’Albo,
devono svolgere per due anni attività giornalistica in maniera non occasionale e retribuita
(articoli 1 e 35 della legge n. 69/1963). È
evidente che nei due anni, richiesti dalla
legge, gli stessi non sono iscritti nell’elenco
pubblicisti dell’Albo e pertanto non possono
essere oggetto di atti ostili quando ricevono
(o cercano) notizie (diritto garantito dall’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti
dell’uomo)”.
Commissariato l’Ordine della Calabria
Roma, 14 marzo 2003. Il ministero della
Giustizia ha disposto il commissariamento
dell’Ordine dei giornalisti della Calabria e ha
nominato il giornalista professionista Antonio
Cembran commissario.
Il commissariamento è stato disposto in
seguito alla radiazione dall’Albo, nel dicembre scorso, del presidente dell’Ordine
regionale Raffaele Nicolò, condannato in
via definitiva per truffa ai danni dell’Inpgi. Il
Consiglio nazionale dell’Ordine aveva espresso il 25 febbraio scorso “parere favorevole allo scioglimento del Consiglio regionale dell’Ordine dei giornalisti della Calabria ai sensi dell’art. 24, secondo comma,
della legge 3.2.1963 n.69” e aveva indicato
una terna di giornalisti professionisti tra i
quali scegliere eventualmente il commissario: Antonio Cembran, Michele Partipilo,
Claudio Alò.
Raggiro in nome di “Striscia”: radiati i giornalisti
pubblicisti Paola Rossi e Fulvio Scocchera
Milano, 26 marzo 2003. Il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia ha radiato
dall’Albo i giornalisti pubblicisti Paola Rossi e
Fulvio Scocchera coinvolti nella vicenda del
tentativo di raggiro di due sindaci veneti con la
promessa di un servizio su “Striscia la notizia”
dedicato all’ospedale dell’Altopiano di Asiago
minacciato di chiusura. Come contropartita
erano stati chiesti 52 mila euro. I sindaci, non
convinti dell’offerta, hanno messo in allerta
«Striscia». Ricci e soci per smascherare il
progetto criminoso hanno proseguito le trattati-
ve, registrandole con telecamere spia.
Momento centrale della «trappola» è l’incontro
attorno ad un tavolo fra i due sindaci, la giornalista Paola Rossi (che si fa accompagnare da
Fulvio Scocchera) e Franco Dolce nel ruolo di
intermediario. Il filmato è andato in onda il 9
gennaio. È scandalo. L’11 gennaio parte l’istruttoria dell’Ordine di Milano a carico di Paola
Rossi e Fulvio Scocchera. La delibera con le
pesanti sanzioni è del 17 marzo. La notifica è
avvenuta ieri. (il testo della delibera è pubblicato nel sito dell’OgL: www.odg.mi.it)
21 (29)
Lecco, 19 febbraio 2003. Sono stati tutti rinviati a giudizio e saranno
chiamati a comparire in aula il prossimo 19 settembre i tre giornalisti di
Merateonline, accusati per la detenzione e l’utilizzo di radio in grado di
intercettare le conversazioni delle forze dell’ordine, difesi dall’ex Pubblico ministero milanese è attuale leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di
Pietro.
La decisione è stata presa dal Gup di Lecco, Gianmarco De Vincenzi,
a conclusione dell’udienza preliminare. Il procedimento chiama in
causa il direttore della testata telematica lecchese, Claudio Brambilla,
e i giornalisti Fabrizio Alfano e Daniele De Salvo a favore dei quali il
presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, Franco Abruzzo, si è offerto di testimoniare al dibattimento.
Il direttore della testata di Merate e i due collaboratori erano stati
indagati dal pm Valeria Bove per l’uso di apparecchi - regolarmente
A giudizio
tre
giornalisti di
www.merateonline.it
Sono difesi
dall’ex magistrato
Antonio
di Pietro
venduti - in grado di captare le trasmissioni non criptate. Fra il 31
luglio e il primo agosto, per ordine dello stesso pm, erano state anche
perquisite dai carabinieri la redazione di Merateonline e le abitazioni
del direttore e di uno dei collaboratori: un’operazione che aveva
provocato, tra l’altro, anche un’interrogazione parlamentare presentata dal Ds Giuseppe Giulietti e una lettera di protesta inviata dal segretario della Fnsi Serventi Longhi. L’ex Pm di Mani pulite, nella sua
veste di avvocato, ha sottolineato che in materia c’è un vuoto legislativo. “Rispetto e non critico i giudici – ha detto Di Pietro –. Comprendo
la decisione e posso anche condividerla, vista la situazione. D’altro
canto non posso non mettermi nei panni del cittadino: e in questo
senso mi rendo conto che dover andare in aula per una carenza legislativa è un peso non indifferente, e una colpa che non dovrebbe ricadere sull’imputato”.
(ANSA)
Caso “scanner”: quando si
aprirà il vaso di Pandora…
Abbiamo scritto...
Non avrebbe neppure dovuto avere inizio. Ma
una volta entrata nelle aule giudiziarie la
vicenda dell’uso dello scanner doveva inevitabilmente finire in un pubblico dibattimento. E
ci sta bene. Abbiamo subito rifiutato qualunque rito alternativo. O l’archiviazione perché il
fatto non sussiste come hanno ampiamente
sostenuto i nostri legali, Antonio Di Pietro e
Maria Grazia Corti o il confronto in aula. Dove
si dovrà parlare sì di commi e codicilli, ma
anche del contesto ambientale, di come e
perché un comando locale dei carabinieri
arrivi a decidere di perquisire un giornale
regolarmente registrato in Tribunale e le
abitazioni private di alcuni cronisti alla ricerca
di apparecchi in uso da quarant’anni in tutte
le redazioni che si occupano anche di cronaca nera, venduti in tutti i negozi di settore,
assieme a cd, dvd, videocassette, radio,
stereo, tv, frigoriferi e macchine da cucinare.
Ci hanno rinviato a giudizio perché il nostro
caso colmerà un vuoto legislativo, hanno
detto. Stante l’estensiva interpretazione delle
norme attuali potrebbero essere perseguiti
centinaia di migliaia di cittadini: tutti coloro
che hanno in casa ricetrasmittenti usate dai
bambini, potenzialmente in grado di captare
trasmissioni in chiaro, tutti gli appassionati di
trasmissioni Cb, persino chi ascolta la conversazione a voce fra due militari distanti fra loro
qualche metro. Pensate un po’ in che paese
viviamo. Come giustamente ha fatto rilevare
l’on. Di Pietro, intervistato dai giornalisti
lecchesi, “è davvero preoccupante se un
cittadino deve finire sotto processo per caren-
ze legislative”. Certo, si poteva osare di più in
sede di udienza preliminare. Le trasmissioni
in chiaro non comprendono segreti di stato
(altrimenti sarebbero come minimo criptate).
Sono semplici comunicazioni che possono
essere captate da un qualunque apparecchio
ricevente.
Non vi sono manipolazioni fraudolente in
quanto nessuno degli “scanner” sequestrati è
stato alterato, come confermano le perizie.
C’è invece il diritto all’informazione e alla
cronaca, c’è l’articolo 10 della convenzione
europea, ci sono le norme costituzionali. Ma
questa è tutta la materia processuale. Gli
avvocati con il supporto dell’ordine dei giornalisti della Lombardia - grazie all’ottimo
presidente Franco Abruzzo, già pronto a venire in aula - risolveranno sicuramente la
questione. Sono altre le considerazioni che
vogliamo fare. Due almeno: come si è arrivati
fin qui e quanto è costato allo Stato questa
operazione militare. Che se poi finirà in acqua
renderà indispensabile che qualcuno ne
paghi il conto. Brevemente, vediamo prima di
inquadrare la situazione attraverso un semplice esercizio: apriamo uno dei tanti giornali in
edicola, uno lecchese, giusto per restare a
casa nostra e andiamo alle pagine di cronaca
nera. Ci accorgiamo subito che tutte le testate
riportano i medesimi fatti e che tutti, o quasi,
gli articoli sono corredati da immagini.
Forse nessun lettore si è mai posto la
domanda, ma qui è il caso di porsela: come
riescono i giornalisti ad essere sempre, giorno e notte, sul luogo degli incidenti per scattare foto e prendere interviste? Come si è
saputo in tempo reale del sequestro del
giovane valtellinese? È stato il sequestratore
a telefonare ai giornali? È stato il sequestrato? Sono stati i carabinieri a dare la soffiata?
Delle due l’una: o vengono informati direttamente dalle forze dell’ordine oppure ascoltano gli scanner. Ci sarebbe la soluzione della
sfera di cristallo cui però, da tempo non
crediamo. Ebbene, sui luoghi ove sono
accorsi i nostri cronisti fino al 31 luglio scorso, c’erano colleghi di altre testate. Come
hanno potuto esserci? Sono stati informati
da uomini delle forze dell’ordine o hanno
ascoltato la notizia attraverso gli scanner?
Sia chiaro, questo ragionamento non vuole
in alcun modo essere una chiamata di
correità. Noi ci saremmo autodenunciati se
una cosa del genere fosse accaduta ad altri.
Ma non intendiamo coinvolgere colleghi nella
nostra vicenda. Noi, però. Che non abbiamo
la divisa addosso. Ma coloro che ce l’hanno,
e hanno organizzato il trappolone e le
perquisizioni si sono mai posti la domanda
che abbiamo posto prima? Se la risposta è
no, è grave per ragioni evidenti; se la risposta
è sì, è gravissimo, per ragioni diverse ma
altrettanto evidenti. Chi ha orchestrato l’operazione ai nostri danni aveva tutti gli elementi, da assai più tempo, per agire, se davvero
ritiene che vi siano violazioni di legge, in
molte altre direzioni. Perché non l’ha fatto, né
prima l’1 agosto né dopo? Ci sarebbe poi
anche da chiedersi come mai una circostanza come l’ascolto di “scanner”, nota a tutti da
decenni, non abbia indotto il magistrato che
ha firmato l’autorizzazione alla perquisizione,
a disporre analogo provvedimento su vasta
scala. Se ipotesi di reato c’è, perché colpire
solo da una parte? Ecco quindi che assume
importanza il contesto ambientale complessivo, anche sull’asse Merate-Lecco, in cui è
maturata, ed è stata autorizzata, l’intera brillante operazione militare che ha visto all’opera un nugolo di carabinieri impegnati nella
“cattura” di due giovani cronisti. Un contesto
appena accennato in aula, sia pure in modo
già molto efficace, dall’avvocato Maria
Grazia Corti, ma che sarà certamente
sviscerato in sede dibattimentale. E si sa che
quando si aprono i vasi di pandora quel che
ne esce rischia sempre di provocare naufragi. Su di noi hanno redatto volumi interi,
dovreste vedere la documentazione predisposta a nostro carico dai militari. Senza
pretese, indagheremo anche noi.
C’è poi l’aspetto dei costi. Uomini impegnati,
verbali a chili, fotografie, indagini, perizie. E
ora, cancellieri, pubblici ministeri, giudici,
uditori, dattilografe. Ma quanto costa allo
Stato tutto ciò? E non avevano cose più
importanti e urgenti da fare i carabinieri del
comando cittadino? Ancora Antonio Di
Pietro: “Ci chiediamo perché chi deve prevenire fatti ben più gravi nel territorio si sia dedicato a queste cose”.
Noi qualche risposta ce l’abbiamo. Ma la
teniamo in serbo per il pubblico dibattimento.
Merateonline
© www.merateonline.it
Il primo giornale digitale
della provincia di Lecco
Pubblichiamo la lettera indirizzata dal presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia alla casa editrice Vnu Bp Italia
Abruzzo risponde su praticantato
e commistione informazione/pubblicità
Queste il punto di vista dell’Ordine dei giornalisti sui temi del praticantato e della
commistione informazione/pubblicità ricavato
dalle numerose decisioni del Consiglio
nell’arco quarantennale della sua esistenza:
Praticantato giornalistico
Per quanto riguarda il riconoscimento del
praticantato giornalistico tradizionale (svolto
nelle testate), tengo a sottolineare che devono essere iscritti nel Registro con inquadramento contrattuale Fnsi/Fieg e con versamento dei contributi all’Inpgi (art. 76/legge n.
388/2000) quanti svolgono, all’interno delle
redazioni, il tirocinio professionale (art. 34
legge n. 69/1963 nella lettura data dal Cnog
e dall’OgL). La libertà dell’azienda, costituzionalmente garantita, si esplica nella fase
dell’assunzione su richiesta dei direttori
responsabili delle singole testate (art. 6
vigente Cnlg). Si sottolinea che, in base
all’articolo 35 del Cnlg, il periodo di prova per
il praticante giornalista è di 6 mesi, periodo
sufficiente per misurarne capacità e potenzialità. Interpretazioni diverse metterebbero
l’azienda nella condizione di violare soprattutto gli articoli 2 e 41 della Costituzione (che
garantiscono la tutela della dignità della
persona, in questo caso degli aspiranti giornalisti professionisti).
Pubblicità/informazione
Per quanto riguarda il problema dei “confini”
22 (30)
pubblicità/informazione, si richiama l’attenzione dell’azienda sul rispetto, rigoroso,
dell’articolo 44 del Cnlg, mentre la pubblicità
ingannevole è vietata dal Dlgs n. 74/1992. Le
violazioni costituiscono per i giornalisti, che
hanno responsabilità, infrazione disciplinare
sanzionabile in base agli articoli 2 e 48 della
legge n. 69/1963 sull’ordinamento della
professione giornalistica. Per un direttore è
illecito disciplinare, secondo il Tribunale
civile di Milano, avallare la commistione
informazione-pubblicità: “Costituisce illecito disciplinare, in quanto contrario al prescritto dovere di lealtà nell’informazione, il
comportamento del direttore responsabile di
un periodico, che avalli la pubblicazione di
una copertina e di articoli dotati di contenuto
pubblicitario non chiaramente differenziato
rispetto al dato informativo” (Trib. Milano, 11
febbraio 1999 Parti in causa Monti c. Consiglio reg. ord. giornalisti Lombardia; Riviste:
Foro It., 1999, I, 3083 Rif. legislativi: L 3
febbraio 1963 n. 69, art. 2; L 3 febbraio 1963
n. 69, art. 48).
Si riporta sul tema pubblicità/informazione
uno stralcio della sentenza 23 marzo 2000
della quarta sezione civile del Tribunale di
Milano, che ha accolto pienamente l’impostazione di questo Consiglio dell’Ordine:
“Il rispetto del principio della necessaria
separazione tra informazione e pubblicità è
stato più volte sollecitato dal Consiglio
regionale della Lombardia, sia per evitare
che un giornale si trasformi in un catalogo
commerciale, sia per tutelare il cittadino che
ha diritto ad una corretta informazione che
gli consenta di riconoscere quali notizie,
servizi ed altre attività redazionali appartengono alla responsabilità della redazione o
del singolo giornalista e quali, invece, siano
diretta espressione di altri enti o aziende: la
pubblicità deve essere chiara, palese, esplicita e riconoscibile, soprattutto la c.d. pubblicità redazionale: la lealtà verso il lettore
impone che il lavoro giornalistico e quello
pubblicitario rimangano separati ed
inconfondibili: qualsiasi forma di pubblicità
occulta diventa un inganno per il lettore ed
una forma degenerativa della qualità
dell’informazione (delibera di indirizzo del
Consiglio Lombardo): la comunicazione
pubblicitaria persuasiva o suggestiva è
caratterizzata dall’assenza di quella neutralità che rappresenta invece il primo requisito
richiesto all’informazione obbiettiva: il
messaggio pubblicitario sviluppa una sorta
di difesa naturale da parte del lettore che
invece non è preparato a contrapporre la
propria capacità critica ai segnali ricevuti da
una fonte riconosciuta come neutrale quale
deve essere l’articolo giornalistico.
Un primo riconoscimento testuale ed esplici-
to in sede legislativa del divieto di pubblicità
occulta si trova nell’art. 8, comma secondo
della Legge 6/8/90, n. 223, dove si legge che
la pubblicità televisiva e radiofonica deve
essere riconoscibile come tale ed essere
distinta dal resto dei programmi con mezzi
ottici o acustici di evidente percezione; il Dlgs
25/1192, n. 74, con le sue definizioni alle
quali qui si fa rinvio per brevità, ha lo scopo
di tutelare dalla pubblicità ingannevole e
dalle sue conseguenze sleali, in genere, gli
interessi del pubblico nella fruizione di
messaggi pubblicitari; l’art. 7 del Codice di
autodisciplina pubblicitaria prevede la necessaria identificazione della pubblicità.
Di fronte ad un testo apparentemente informativo ed in assenza di un dimostrato
rapporto di committenza tra autore dei testo
ed impresa, occorre accertare, in via presuntiva, la presenza di elementi gravi precisi e
concordanti che concorrano a stabilirne il
contenuto promozionale; in caso positivo
occorre verificare la sussistenza dei requisiti
di evidente percezione idonei a rivelare
immediatamente la natura promozionale del
testo medesimo; la mancanza di detti requisiti consente di qualificare il messaggio
come ingannevole”.
Il Presidente dell’OgL-estensore
dott. Franco Abruzzo
ORDINE
4
2003
QUADRO NORMATIVO DI RIFERIMENTO
Presa
di posizione
dell’Ansa
sul tema
“Servizio
informativo
Mms-calcio”
“Nessun limite d’uso per le
foto delle partite di calcio”
Roma, 19 febbraio 2003. Ansa realizza da
sempre servizi informativi, attraverso testi e
immagini, su tutti gli eventi di interesse
pubblico, inclusi quelli sportivi. Questo legittimo esercizio da parte dell’Ansa del diritto di
cronaca, svolto su ogni mezzo di comunicazione (giornali, periodici, radio, tv, internet,
apparati di comunicazione mobile, ecc.)
nell’ambito della sua attività editoriale diretta
e indiretta, e quale agenzia giornalistica per
gli organi di informazione, non ha mai dato
luogo a contestazioni, anche per la tradizionale correttezza con la quale è stato sempre
esercitato.
In particolare, Ansa fornisce da diversi anni
(dal 2002 attraverso la sua controllata
Ansaweb, preposta alla realizzazione e
distribuzione di servizi per i new media) agli
operatori di telefonia mobile prodotti informativi per servizi SMS e WAP fruibili attraverso i telefoni cellulari.
Seguendo l’evoluzione delle tecnologie e del
mercato, Ansa (per il tramite di Ansaweb,
alla quale fornisce i contenuti per la realizzazione dei servizi) offre oggi agli operatori
delle TLC anche prodotti multimediali e, in
particolare, realizza e fornisce da alcuni
mesi a TIM i prodotti informativi denominati
“MMS Goal” e “MMS Finale”, commercializzati da TIM con la denominazione “Serie A
Tim Live”, per la pubblicazione su piattaforma MMS (Multimedia Messaging Service)
degli stessi.
Tali prodotti MMS sono composti da alcune
fotografie e notizie relative alle partite di
calcio del Campionato Italiano di serie A
(ogni MMS contiene un frame introduttivo,
un gingle musicale, l’aggiornamento del
risultato, tre foto - una delle quali relativa
all’azione del goal - e una breve descrizione
del goal).
Le fotografie e le notizie forniscono un
aggiornamento tempestivo (con un ritardo di
circa 20-25 minuti) ed essenziale, in occasione della realizzazione dei goal (o dei
risultati finali, in caso di assenza di marcature) delle partite di campionato disputate
dalle seguenti squadre: Juventus, Milan,
Inter, Roma, Lazio e Torino.
Recentemente l’A.C. Chievo Verona s.r.l ha
ottenuto dal Tribunale di Verona un provvedimento cautelare inaudita altera parte
contestando la legittimità del servizio “Serie
A Live” svolto da Ansa in collaborazione
con TIM, sul presupposto (erroneo e, se
portato alle sue estreme conseguenze,
molto pericoloso anche per le possibili ulteriori estensioni) che il diritto di cronaca sia
applicabile solo alla diffusione di notizie e
immagini attraverso alcuni media tradizionali e non anche alla diffusione di analoghi
contenuti attraverso i terminali mobili
(telefoni cellulari, ecc.), adducendo, tra l’altro, che tale servizio non corrisponderebbe
a cronaca, poiché secondo il Chievo: “la
cronaca è essenziale”, mentre “non rimane
in questi limiti una fotografia e un commento
testuale”, e “la cronaca è gratuita”. Lettere
di diffida, per gli stessi motivi, sono state
inoltrate ad Ansa dal Parma A.C. e dal
Como Calcio S.p.A.
Tale approccio appare infondato perché
pone delle limitazioni ingiustificate al diritto
di cronaca che, tra l’altro, non trovano
nessun fondamento neppure nelle vigenti
regolamentazioni della Lega Calcio.
Questa infatti, per quanto riguarda il diritto
esclusivo delle società sportive di sfruttare
l’immagine degli atleti nello svolgimento
delle partite, ovvero del contemperamento
del diritto di cronaca, tutelato dall’articolo 21
della Costituzione, con gli interessi connessi
allo sfruttamento esclusivo dei diritti televisivi da parte delle società sportive, ha previsto
che solo la diffusione di filmati televisivi
(cosa ben diversa dalle foto) viola l’esclusiva
sui diritti televisivi di titolarità delle società
calcistiche. Nessuna limitazione è stata mai
posta per le immagini fotografiche e le notizie scritte (qui accanto il Quadro normativo
di riferimento).
L’eventuale limitazione della possibilità di
esercitare una legittima attività di cronaca e
informazione (essendo i contenuti della
stessa fuori discussione) sulla base delle
sole modalità di diffusione delle notizie,
avrebbe come conseguenza la limitazione
del diritto ad una tempestiva e libera informazione da parte del pubblico che verrebbe
privato della facoltà di ricevere tali notizie sui
nuovi media o si vedrebbe costretto a ricevere le stesse informazioni senza possibilità
di scelta e alle condizioni fissate dall’eventuale solo operatore al quale le squadre
decidessero di conferire in esclusiva ciò che
invece, legittimamente, deve essere garantito a tutti nell’ambito dell’esercizio del diritto
di cronaca e informazione.
I fotografi che per conto di Ansa eseguono le
istantanee all’interno degli stadi sono debitamente autorizzati a ciò da parte delle società
di calcio ospitanti su richiesta di Ansa.
Tale previsione è dettata dall’art.1 delle
“Norme relative ai rapporti tra le società calcistiche e gli organi di informazione in occasione
delle gare organizzate dalla Lega Nazionale
Professionisti” che al suo interno prevede che
è consentito accesso gratuito agli stadi ai fotografi accreditati dalla Società ospitante. Una
volta ottenuto il consenso della società ospitante, il fotografo ha pieno titolo per eseguire
qualsivoglia fotografia dell’evento sportivo che
si svolge all’ interno dello stadio.
Per quanto riguarda il diritto di sfruttamento
economico della fotografia da parte del fotografo esecutore della stessa, la legge sul
diritto di autore in fotografia è la n. 633 del 22
aprile 1941, poi modificata dal DPR 19/79 e,
più recentemente, dal Dlgs 154/97 stabilisce
che il fotografo è pienamente titolare di tutti i
diritti, sia economici che morali, sulle fotografie dallo stesso realizzate. Ai sensi
dell’art. 88 della menzionata legge n.633/41,
se l’opera fotografica è stata ottenuta nel
corso e nell’adempimento di un contratto di
impiego o di lavoro, il diritto esclusivo di
sfruttamento economico compete al datore di
lavoro (nella fattispecie Ansa).
Da tale opera non può derivare alcuna lesione
dei diritti di immagine dei singoli calciatori
nel riprodurre le fasi di gioco delle partite che
li vedono coinvolti. A tale riguardo l’art. 97
della legge n.633/41 prevede che “non occorre il consenso della persona ritrattata quando
la riproduzione dell’immagine è giustificata
dalla notorietà o quando è collegata a fatti o
avvenimenti di interesse pubblico”.
Per quanto riguarda, inoltre, il diritto esclusivo delle società sportive di sfruttare l’immagine degli atleti nello svolgimento delle partite,
questo deve essere contemperato con il diritto
di cronaca, tutelato dall’articolo 21 della
Costituzione. A questo fine, nel regolamentare lo sfruttamento esclusivo dei diritti televisivi da parte delle società sportive, la Lega
Calcio prevede che solo la diffusione di filmati (comunque consentita, per diritto di cronaca, nei limiti di tre minuti e con un certo ritardo) di notizie e immagini degli eventi sportivi
viola l’esclusiva sui diritti televisivi di titolarità delle società calcistiche. Nessuna limitazione è stata mai posta per le immagini fotografiche e le notizie scritte. Fermo restando
che il regolamento in questione non può certo
comprimere un diritto garantito a livello costituzionale qual è il diritto di cronaca (e in tal
senso si sono espresse giurisprudenza e
dottrina), non v’è dubbio che tali limitazioni
sono riferite ai filmati audiovisivi e destinate
esclusivamente alle emittenti televisive e che
la diffusione di alcuni fotogrammi, cosa ben
diversa dalle riprese televisive, non può certo
essere di per sé ritenuta condotta lesiva del
diritto di privativa delle società di calcio.
Il Garante della privacy fissa regole e limiti anche nell’uso personale
Fotografie e riprese con gli MMS:
ai giornalisti non serve il consenso
Roma, 14 marzo 2003. L’Autorità Garante ha
individuato le regole applicabili all’uso degli
MMS (messaggi multimediali) tramite telefoni
mobili che permettono di scattare fotografie ed
effettuare riprese, registrarle e comunicarle a
terzi.
Sono pervenute all’Autorità segnalazioni che
hanno chiesto di verificare la conformità delle
nuove applicazioni della telefonia mobile alle
norme sul rispetto della riservatezza. Queste
tecnologie, con le quali è possibile riprendere
più facilmente e mettere più agevolmente in
circolazione immagini e suoni raccolti specie
in luoghi pubblici o aperti al pubblico, sono
destinate ad una utilizzazione sempre più
diffusa da parte di singoli utenti, ma suscettibili di ledere la sfera privata e la dignità delle
persone.
Per questi motivi, il Garante ha indicato le
modalità per un uso corretto degli MMS:
1) Resta ovviamente lecito scattare foto con il
proprio cellulare per uso personale: ad esempio quando un soggetto scatta foto o effettua
una ripresa per esigenze di svago o culturali e
invia a parenti ed amici le immagini, che rimangono quindi in un ristretto ambito di conoscibilità. Alla raccolta e alla comunicazione di dati
personali in via occasionale e per scopi esclusivamente personali non si applica infatti la legge
n.675. Rimane comunque l’obbligo di risarcire
ORDINE
4
2003
gli eventuali danni prodotti alle persone ritratte e
di mantenere sicure le immagini raccolte.
2) Quando si tratta invece di fotografie o filmati
che vengono comunicati in via sistematica ad
una pluralità di destinatari o diffusi, per esempio
mediante la pubblicazione su un sito Internet, o
anche di invii tali da dar vita ad una comunicazione a catena, le cose cambiano. In questo
caso è obbligatorio informare gli interessati e
chiedere il loro consenso.
3) Diverso il discorso per chi svolge l’attività
giornalistica: non c’è alcun obbligo di chiedere il
consenso, ma devono essere comunque
rispettare le cautele e i limiti posti dalla legge
sulla privacy e dal codice deontologico dei giornalisti.
È bene ricordare che, sia in caso di invio episodico sia di diffusione sistematica di immagini, si
devono comunque rispettare ulteriori obblighi
previsti da altre norme diverse da quelle relative
alla privacy, anche antecedenti alla legge n.
675.
Si dovrà anzitutto porre attenzione alla tutela
prevista dal codice civile (art.10, “Abuso dell’immagine altrui”) e dalla legge sul diritto d’autore
(legge n.633/1941), che richiede il consenso
della persona ritratta, a meno che la riproduzione dell’immagine sia giustificata dalla notorietà
o dal ruolo pubblico svolto dal soggetto fotografato o da necessità di giustizia o di polizia o
quando la fotografia è collegata ad avvenimenti
di interesse pubblico o svoltosi in pubblico. La
legge sul diritto d’autore vieta comunque
l’esposizione o la messa in commercio di foto
qualora rechino pregiudizio all’onore, alla reputazione o anche al decoro del persona ritratta.
Ci sono poi altri divieti sanzionati penalmente e
sono quelli che riguardano l’indebita raccolta,
rivelazione e diffusione di immagini relative alla
vita privata prese a distanza nelle dimore private; la tutela dei minori riguardo al materiale
pornografico; il reato di ingiuria in caso di
messaggi inviati per offendere l’onore o il decoro del destinatario; le pubblicazioni oscene.
Per completare il quadro delle garanzie, l’Autorità ha segnalato, infine, la necessità di rispettare alcune regole ulteriori, quali l’obbligo per i
fornitori di servizi telefonici di tutelare la libertà e
la segretezza delle comunicazioni telefoniche,
garantite dalla Costituzione, e il profilo riguardante i gestori telefonici che offrono la possibilità di rendere accessibili via Internet i messaggi
MMS a destinatari che non dispongano di
apparecchi mobili in grado di riceverli.In questo
caso la conservazione temporanea dei
messaggi deve cessare una volta che avvenga
la lettura da parte del destinatario.
Il provvedimento del Garante verrà inviato
anche all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e al ministero per le Comunicazioni, per
opportuna conoscenza.
Il vademecum
Le regole del garante privacy sui messaggi MMS
• Senza limiti. Non sono soggetti alla legge
sulla privacy i messaggi (foto, filmati) utilizzati
per scopo esclusivamente personale. È il caso
di una fotografia scattata con il telefonino e
inviata solo a una ristretta cerchia di persone.
• Il consenso. Se la foto viene inviata anche ad
altre persone o pubblicata su Internet, l’autore
deve preoccuparsi di informare l’interessato e
acquisirne il consenso.
• L’esclusione. Ai giornalisti si applica il codice
deontologico.
• Le cautele. Altre cautele da rispettare sono
contenute nel codice civile, nella legge sul diritto d’autore e nel Codice penale.
• Le regole fatte in casa. Se in un luogo aperto
al pubblico o ad accesso selezionato il gestore
impone regole per l’uso di MMS all’interno dei
locali, quelle regole vanno rispettate.
• Gli obblighi dei gestori. Le società telefoniche devono garantire la libertà e segretezza
delle conversazioni e non devono conservare
gli MMS, a eccezione di casi legati a particolari
servizi chiesti dagli abbonati, che in questo
caso devono essere informati e aver dato il
consenso.
23 (31)
Partita con sei Stati fondatori l’Unione avrà tra poco trenta Paesi membri
Dall’Atlantico agli Urali occorre fare
ordine in fretta tra norme, regolamenti
e leggi e arrivare ad una
Costituzione europea.
Una lettera aperta della presidenza
del nuovo organismo ai direttori
dei maggiori giornali europei ha
chiesto più informazione sui lavori.
Ma non tutti hanno risposto
e il Trattato di Nizza sui diritti
fondamentali dei cittadini
è entrato in vigore nel silenzio.
Chi e come degli accordi di Laeken
La Convenzione, insignita dal Consiglio d’Europa il 15
dicembre 2001 a Laeken, è formata da 16 deputati del
Parlamento europeo, 15 rappresentanti dei Capi di Stato e
di Governo degli Stati membri (uno per Stato membro), da
2 rappresentanti della Commissione europea, 26 parlamentari dei paesi candidati, 30 parlamentari degli Stati
membri, 13 rappresentanti dei governi dei paesi candidati,
coordinati dal presidente Valery Giscard d’Estaing e dal
vicepresidente Giuliano Amato.
I rappresentanti italiani, in qualità di membri titolari, sono
oltre ad Amato, Gianfranco Fini, in rappresentanza del
governo, Cristiana Muscardini e Antonio Tajani, per conto
del Parlamento europeo, Marco Follini e Lamberto Dini, in
rappresentanza del Parlamento italiano.
Gli uomini e le donne chiamati a dare le risposte alla nuova
Europa hanno a disposizione per i dibattiti, i luoghi del
Parlamento europeo e sono dotati di un organo direttivo, il
Presidium, composto da 12 membri compreso il presidente
e i due vicepresidenti.
Per rappresentare i paesi candidati all’adesione e su loro
richiesta, si è aggiunto a questo gruppo ristretto, in qualità
di inviato, il parlamentare sloveno Alojs Peterle.
Il calendario prevede incontri ogni mese da marzo a giugno
del 2003, quando più o meno dovranno finire i lavori, divisi
in sessioni plenarie e riunioni del Presidium.
Ogni paese ha mandato i suoi rappresentanti. Si contano
due ex Presidenti della Repubblica (francese ed estone),
sei ex Premier, tre Vicepremier, tre ministri degli Esteri, tre
ministri degli Affari Europei e numerosi giuristi, costituzionalisti, ricercatori e parlamentari provenienti dalle professioni liberali (avvocati, dentisti, giornalisti o ingegneri aeronautici).
Europa unita. È tempo di Convenzione
di Fabrizio de Marinis
L’Europa dei concili e dei congressi ne ha da
raccontare. E se è vero che la storia, come
ama spesso dire il medievalista Jaques Le
Goff, non fa mai il bagno nello stesso fiume,
non è da escludere una babele se la diritta via
viene smarrita Insomma, costituzione, trattato,
carta o statuto? E poi bivio, crocevia, divario o
coacervo? Al momento una sola parola ricca
di eufemismi: Convenzione. Un credo per
molti, per altri uno strumento infernale che
cancellerà identità e tradizioni, per altri ancora
l’alba di un nuovo continente. Un fatto è certo,
come sia, di un passo costituzionale si tratta,
dell’elaborazione di un testo che definisca istituzioni comuni per tutti gli Stati membri dell’Unione europea, per il quale sono al lavoro 103
membri effettivi e 102 supplenti e che getterà
le basi della Costituzione europea.
Un gran numero di esperti, al quale fanno da
contrappunto, tanti entusiasti e altrettante
cassandre. Cittadini d’Europa unitevi, gridano
queste ultime, sta per nascere un’idra a più
teste che porterà sventura, optate da subito
per un’Europa dei popoli e non delle nazioni.
Un fatto importante. E la faccenda si complica.
Il mondo cambia e il progetto europeo non
può restare indifferente ai mutamenti in corso
o che si preparano per il futuro. È evidente che
l’Unione europea non può proseguire come
se tutto fosse immutato.
Da sei Stati fondatori, ci si avvia verso un’Unione che conterrà una trentina di Stati
membri. Il contesto politico europeo e internazionale ha subito un’involuzione e gli scenari
sono da cardiopalma. Il processo di integrazione europea, dall’Atlantico agli Urali, si deve
iscrivere in questo nuovo contesto ed essere
oggetto di una riflessione priva di tabù. Occorre insomma fare ordine e in fretta E soprattutto informare. Recentemente il Presidium della
Convenzione ha scritto una lettera aperta ai
direttori dei maggiori giornali europei pregandoli di riferire dei lavori in corso e degli interrogativi che emergono. Ma molti non hanno
risposto e il Trattato di Nizza sui diritti fondamentali dei cittadini è entrato in vigore nel
silenzio. Un sito internet (http://europeanconvention.eu.int/) permette, poi, alle associazioni della società civile di inviare i propri
coordinati da Dario Carella vicedirettore del
commenti, un altro sito ospita un forum per il
Tgr, Massimo della Campa presidente dell’Udialogo con i cittadini (http://europamanitaria e il professor Bruno Nascimbeni
.eu.int/futurum:index_en.htm). La maggior
presidente del Sioi.
parte dei governi, tra cui in governo italiano,
hanno creato siti nazionali (http://www.politiOccorrono innanzi tutto leggi chiare, regolamenti applicabili e facili da utilizzare – ha
checomunitarie.it/Osservatorio/struttura1.htm)
sottolineato Cristiana Muscardini – un’Europa
per mettere a disposizione i documenti e
consapevole delle identità nazionali e non un
sempre via internet si possono seguire in
diretta le riunioni della sessione plenaria.
superstato inviso ai cittadini, in grado di rispetLa questione non è da prendere sottogamba.
tare culture, diversità tradizioni. Un’Europa
Se falliamo – aveva detto Valery Giscard
insomma che ricca della storia dei singoli
d’Estaing, presidente della Convenzione, il 28
popoli definisca in modo univoco e chiaro i
febbraio 2002, a Laeken, durante l’inauguravalori di riferimento. Nel dicembre del 2000 al
zione dei lavori
Consiglio euroe la prima riupeo di Nizza, i
nione in ses15 capi di stato
sione plenaria
e di governo
dei convenziodegli Stati memTre membri della Presidenza
nali – ciò che è
bri hanno dato il
(Presidente e due vicepresidenti)
stato costruito
via al grande
negli ultimi 50
dibattito sul futu15 Rappresentanti dei Governi degli Stati membri
anni rischia la
ro dell’Unione in
disgregazione.
13 Rappresentanti dei Governi dei Paesi candidati
vista dell’allarOgnuno si sen30 Parlamentari degli Stati membri
gamento. Dopo
tirebbe meglio
26 Parlamentari dei Paesi candidati
una prima fase
nel nostro pia16 Rappresentanti del Parlamento europeo
(secondo semeneta se potes2 Rappresentanti della Commissione europea
stre 2001) case ascoltare la
ratterizzata dalvoce forte dell’le discussioni
Europa.
nazionali, il diNon dimentichiamo che il nostro continente
battito è ora entrato nella fase comune.
ha portato all’umanità i tre contributi fondaNel dicembre 2001 al Consiglio europeo di
mentali della ragione, dell’umanesimo e della
Laeken, i quindici hanno deciso di convocare,
libertà.
come previsto dalla dichiarazione allegata al
L’importanza di tutto questo, della chiarezza
Trattato di Nizza, una convenzione sull’avveniche occorre e dell’urgenza d’azione è stata
re d’Europa, la quale dovrà redigere un dosottolineata anche nella tavola rotonda, I lavocumento base finale che costituirà il punto di
ri della convenzione europea, tenutasi il 22
partenza per i lavori della conferenza intergogennaio 2003, a Milano, sotto il patrocinio
vernativa che avrà il compito di elaborare le
della Società italiana per l’Organizzazione
riforme della nuova Europa.
internazionale (Sioi), sezione Lombardia e la
La Convenzione non è un’assemblea costiSocietà Umanitaria, nella Sala degli Affreschi,
tuente – ha chiarito Antonio Padoa Schioppa
in via Daverio 7,
– ma ha, comunque, una sua piena rappreUn ampio dibattito al quale hanno partecipato
sentatività ed è un’opportunità straordinaria
Cristiana Muscardini, membro della Delegaper dare all’Europa una stabilità storica, una
zione del Parlamento europeo alla Convenzioregolamentazione univoca, è insomma un’ocne europea, il docente Antonio Padoa Schiopcasione non convenzionale ma sostanziale
pa, Eugenio Preta, Francesco Tufarelli, capo
che coinvolgerà tutta l’Unione e i suoi cittadini.
di gabinetto del ministro per le Politiche comuMa l’appuntamento convenzionale è ancora
nitarie, Ginevra del Vecchio, rappresentante
troppo sotto silenzio.
del Governo italiano alla Convenzione dei
Da recenti studi solo quattro cittadini su dieci
giovani, Giovanni Melogli, agli onori di casa
sanno che cosa è la Convenzione e quale è la
I 105 “convenzionali”
sua operatività. Si tratta di un momento importantissimo della vita della giovane Europa
Unita – ha aggiunto il professor Bruno
Nascimbene – che dovrà fare chiarezza
soprattutto a livello di diritto lì dove le regole
costituzionali serviranno a perfezionare le istituzioni.
Già si è aperta una nuova stagione con la
proclamazione, a Nizza, della Carta dei diritti
fondamentali dell’Unione e con l’entrata in
vigore lo scorso mese del Trattato che porta il
nome della città francese, purtroppo ignorata
da tutti i giornali italiani, eccetto il Sole 24 Ore.
La Convenzione dovrà affrontare temi di grande impegno, come il ruolo di un’Europa potenza portatrice di pace e di un progetto democratico in grado di sviluppare l’effettiva sovranità popolare, valorizzando la cultura della
democrazia partecipativa.
Dovrà fare chiarezza sulle competenze e
lavorare sul superamento della centralizzazione dei poteri pubblici.
Gettare le premesse per le nuove sfide dei
mercati e la crescita economica con troppa
presenza pubblica nelle imprese e poca
concorrenza. Consolidare il sistema di dialogo
sociale e le politiche di devoluzione. E così,
affrontare i grandi temi della qualità della vita e
dell’ambiente e dei bacini culturali. Tutti nodi
importantissimi.
Ma gli europei sono antichi e hanno tutti i vizi
dei secoli. Cosi si perdono in mille rivoli e cavilli senza vedere dove scorre il grande fiume
della storia. Giscard d’Estaing ha proposto
l’abile espressione, di Trattato costitutivo e
molti studiosi ci vedono un passo decisivo per
la creazione degli Stati Uniti d’Europa di tipo
federativo, termine evitato da chi non vuole
abbandonare l’idea di stato come si è andata
formando nella storia europea dalla fine del
Medioevo alla Rivoluzione francese.
C’è chi, invece, come Jaques Delors ex presidente della Commissione europea parla di
Federazione di Stati nazione. Quali che siano,
comunque, il peso e l’eredità che hanno ispirato assemblee e testi del passato, la Convenzione sull’avvenire d’Europa dovrà inventare
qualcosa di nuovo o l’unità europea continuerà ad essere - come ha sottolineato l’ex
sottosegretario agli Esteri francese Pierre
Moscovici, ascoltato da Jacques Le Goff un’avventura.
Donne e potere. La forza invisibile
di Claudia Cassino
Una ricerca
della facoltà di Sociologia
dell’Università Bicocca
indaga sul rapporto
tra la città
e le professioni femminili.
Tante le dirigenti,
ancora poche
le vere “leader”.
24 (32)
Tante sul lavoro, poche – ancora pochissime –
ai vertici. Milano è a misura di donna, ma solo
fino al penultimo gradino della piramide del
potere. «Immaginiamo una scala a pioli molto
alta: le donne che salgono, e sono tante,
riescono ad arrivare solo fino al penultimo
piolo della scala», osserva Francesca
Zajczyk, professore ordinario presso la facoltà
di Sociologia dell’Università di Milano-Bicocca.
La Milano del 2003, dunque, la Milano che
lavora e produce, mostra ancora un contesto
sociale chiuso che impedisce l’ascesa femminile fino a livelli “apicali”, di leadership. Il
paesaggio urbano è ostile soprattutto nei
confronti delle giovani donne, guardate con
una certa diffidenza anche dalle sorelle
maggiori. Eppure – evidenzia Zajczyk – le
donne che occupano livelli dirigenziali sono
aumentate in maniera esponenziale nel corso
degli ultimi anni, sia nel pubblico sia nel privato. Da qui, dalla contraddizione tra la massiccia presenza femminile sui luoghi di lavoro e la
scarsa incidenza collettiva del potere in rosa,
è nata la ricerca “Donne e potere. La forza
invisibile delle donne di successo a Milano”,
presentata il 4 marzo scorso a Palazzo Reale.
Condotta da Barbara Borlini e Francesca
Zajczyk, l’indagine è stata realizzata tra il 2001
e il 2002 dal Dipartimento di Sociologia e
Ricerca sociale dell’Università di MilanoBicocca.
Al questionario postale, inviato a circa mille
donne dell’area milanese che ricoprono posizioni di vertice in vari settori professionali,
hanno risposto in 250. Oltre al versante quantitativo, è stato analizzato anche l’aspetto
qualitativo del rapporto tra donne e potere,
attraverso 70 interviste in profondità alle
poche «che ricoprono un ruolo di élite» a livello cittadino o aziendale.
Il quadro che emerge, pur nelle sue sfumature, è segnato da un unico comune denominatore: l’ambivalenza. «È l’ambivalenza del potere economico, per molte assolutamente
centrale nella città», spiegano le ricercatrici.
Non solo. «È l’ambivalenza del potere politico:
meno rilevante dal punto di vista sostanziale –
almeno così appare a molte – anch’esso privo
di una progettualità, poco autonomo e propositivo rispetto al potere politico nazionale e a
quello economico».
Ma l’ambivalenza riguarda anche l’insieme
della città: «Una città – continuano le studiose
– in cui le intervistate percepiscono l’esistenza
di un’azione di chiusura che favorisce il ristagno delle stesse, poche persone nelle posizioORDINE
4
2003
Incontro-dibattito nella prestigiosa sede della Società Umanitaria
Un inedito sulle origini dell’Umanitaria
Galli, al centro, con Massimo della Campa, a sinistra, e Arturo Colombo.
È in stampa un nuovo testo curato dall’Umanitaria, che nel
2003 compie 110 anni. Ne anticipiamo il titolo: Il modello
Umanitaria. Storia, immagini, testimonianze (1893-2003).
“È in parte una riedizione del volume pubblicato in occasione
del centenario - dice Claudio A. Colombo -. La nuova pubblicazione è però arricchita da contributi inediti come quello di
Giorgio Galli, su Le origini dell’Umanitaria, e da “chicche”
quale l’articolo Filippo Turati L’istituzione Loria come sboccia,
tratto da “Critica Sociale”.
A Galli abbiamo chiesto di parlarci del suo inedito.
“Io collego le origini dell’Umanitaria a quella particolare fase
di evoluzione della società italiana di fine 800. Cito fenomeni
significativi, che sono: la fondazione, negli anni Novanta
dell’800, della Camera del Lavoro, del partito socialista a
Genova e dell’Umanitaria. Metto in rilievo che mentre la
fondazione del partito socialista è stata un’iniziativa tipicamente politica, la fondazione della Camera del Lavoro e
quella dell’Umanitaria (e i suoi primi anni, con un ruolo
eminente in entrambi i casi di Osvaldo Gnocchi Viani), sono
una tipica espressione della società civile”.
Milano rende onore a Giorgio Galli
“Società, culture e trasgressioni lungo la storia” è il titolo
dell’incontro che la Società Umanitaria e la Fondazione
Humaniter hanno organizzato in onore di Giorgio Galli, il 29
gennaio, nella sede milanese di via Daverio.
di Rosa Alba Bucceri
Massimo della Campa, presidente dell’Umanitaria, nonché promotore dell’iniziativa parla
chiaro: “Giorgio Galli, dopo tanti anni di insegnamento, ha lasciato nel 2000 l’Università
Statale di Milano in silenzio. Noi abbiamo
voluto supplire alla manchevolezza della città
nei confronti di un suo figlio. Era ora ed era
necessario che Milano gli rendesse onore”.
L’Umanitaria, che ha visto Galli presidente
per un seppur breve periodo (alcuni mesi
dopo Riccardo Bauer), si è dimostrata sede
quanto mai adatta a imprimere all’evento
accademico-salottiero ulteriori significati.
Sul palco un pool di relatori illustri: Enrico
Decleva e Alberto Martinelli, rispettivamente
attuale ed ex rettore della Statale di Milano,
Massimo della Campa e Arturo Colombo,
che hanno condotto la serata, Michele
Salvati, Alessandro Cavalli, Morris Grezzi;
Salvatore Veca presente spiritualmente, con
un intervento letto dal professor Colombo.
A fare da contrappunto un Galli, garbato e
divertito interlocutore, seduto per sua scelta
tra un pubblico animato, folto di ex allievi,
colleghi, affezionati lettori.
Il titolo dato alla serata, ha spiegato Arturo
Colombo fa riferimento a tre temi – società,
culture, trasgressioni – connessi e scanditi
nei cinque tempi del lungo e ricco itinerario
intellettuale di Galli. Un viaggio esplorativo,
tuttora in corso, le cui tappe fondamentali –
narrate peraltro dallo stesso Galli in Passato
prossimo – sono state ricordate dai colleghi
docenti insieme ai saggi divenuti classici che
le hanno scandite. Il tutto condito da ricordi di
esperienze condivise.
Enrico Decleva, per Galli “il ragazzo divenuto
rettore”, ha voluto ricordare la scelta lungimirante, negli anni effervescenti dell’Università,
di inserire Galli nella compagine universitaria. Decleva lo ha definito un indipendente di
sinistra realmente indipendente e ne ha
sottolineato la grande intelligenza quale dote
principale in un’Accademia dove può capitare che la scienza prevalga sull’intelligenza.
Alberto Martinelli lo ha ricordato come pioniere, in Italia, degli studi sul comportamento
elettorale e ha poi citato un libro non famoso
ma destinato a diventarlo, completato alla fine
degli anni 80 e pubblicato (da Kaos) nel 1991,
in significativo anticipo rispetto agli eventi degli
anni successivi: Affari di Stato. L’Italia sotterranea 1943-1990: storia politica, partiti, corruzione, misteri, scandali. Martinelli ha ravvisato
già in quelle ricerche l’interesse di Galli per gli
aspetti anche occulti del sociale e ha concluso
augurando a lui e a noi molti aggiornamenti
delle sue opere.
Augurio ben accolto da un Galli peraltro in
piena attività.
Passato prossimo
e il saggio su
La massoneria italiana,
coautori Massimo della
Campa e Giorgio Galli.
edito nel 1988 da Franco
Angeli. Il prezzo
della democrazia.
La carriera politica di
Giulio Andreotti, è l’ultimo
saggio di Galli uscito in
gennaio per i tipi di Kaos.
Giorgio Galli, classe 1928, laurea in Giurisprudenza, già docente di storia delle dottrine politiche, è noto soprattutto per: Il bipartitismo imperfetto, Storia del partito armato, I
partiti politici italiani ed etichettato come “uno
dei maggiori politologi italiani”.
Per meglio rendere l’idea degli ambiti – politologia, storia, insegnamento, giornalismo –
in cui ha lasciato il segno
diremmo: un grande comunicatore della storia e
della scienza politica.
Studioso dei problemi
della democrazia rappresentativa e della loro
connessione con il livello
di informazione dei cittadini-elettori, come delle
relazioni tra cultura occidentale tradizionale e
culture alternative emarginate: Giorgio Galli è
“una volpe in continuo movimento, pronto a
scoprire e farci scoprire nuovi orizzonti”. Così
ispirandosi a una metafora di Isaiah Berlin, lo
ha ben descritto Arturo Colombo, contrapponendolo agli accademici, di solito “ricci chiusi,
gelosi del loro microcosmo”.
A proposito di Accademia e di dimenticanze,
interpelliamo Galli, il quale minimizza:
“Nessuna amarezza per l’Università. La vita
universitaria, soprattutto l’insegnamento, il
contatto con i giovani, mi ha dato molte
soddisfazioni. Probabilmente il mio stile di
lavoro non era del tutto convergente con la
struttura accademica”.
Intanto la Statale di Milano, al di là dell’apparente nonchalance, continua a rendergli di
fatto omaggio: la sua presenza, seppure non
fisica, è ben tangibile in corsi quali quello di
Storia dell’Italia contemporanea (prof. Ivano
Granata) su “Governo e partiti nell’Italia del
secondo dopoguerra”.
Professore, c’è un libro e insieme un’idea
a cui è più affezionato?
È quello, citato sia nell’intervento di Veca che
da Ghezzi, pubblicato prima da Rizzoli con il
titolo Occidente misterioso. Baccanti, gnostici, streghe, i vinti della storia e successivamente da Kaos con il
titolo più consono di
Cromwell e Afrodite.
Democrazia e culture
alternative.
Il sottotitolo riporta a
un suo famoso corso
universitario Problemi
della democrazia e
culture
alternative,
1998-1999) e a un filone di ricerche originali
sulle relazioni fra vicende storico-politiche
e culture relegate nell’irrazionale ma con
cui il mondo occidentale deve fare i conti.
Sì, il primo saggio di questo filone è stato
Hitler e il nazismo magico, edito da Rizzoli
nel 1989. Questi argomenti in genere sono
poco studiati e i pochi che se occupano
stabiliscono soltanto una correlazione fra
culture esoteriche e culture politiche delle
destra. Io credo invece che questi rapporti
coprano tutto lo spettro del pensiero politico,
e credo di averlo dimostrato in un altro libro:
La politica e i maghi. Da Richelieu a Clinton.
Oltre che di questo nuovo settore, lei
continuerà a occuparsi anche della politologia tradizionale?
Certo. Gli ultimi due libri sono: la cura dell’edizione italiana completa del Mein Kampf, e Il
prezzo della democrazia. La carriera politica
di Giulio Andreotti, appena uscito.
Politologo,
storico,
comunicatore
E soprattutto
“volpe tra i ricci”
delle donne di successo a Milano
ni di vertice. Si tratterebbe in buona misura di
uomini, e di età matura; il che potrebbe indurre
a ritenere che le donne (ma anche i giovani)
possano essere in qualche modo svantaggiati
nel processo di selezione».
«Milano è fatta di moda, comunicazione,
editoria, design, finanza, istituzioni. Nei primi
tre settori ci sono abbastanza donne, già nel
design meno, nella finanza pochine, nelle
istituzioni pubbliche poche», dice una delle
250 intervistate. «Mai come a Milano contano i figli di», incalza un’altra componente del
campione.
Ed ecco un’altra riflessione che si nasconde
dietro le risposte delle intervistate: anche in
una città largamente meritocratica come
Milano, l’accesso ai vertici della piramide
delle istituzioni economiche avverrebbe per
lo più sulla base delle conoscenze costruite
nel tempo, nell’ambito della propria rete di
ORDINE
4
2003
relazioni. «Una rete – commenta Francesca
Zajczyk – che oltretutto pare continuare ad
essere strettamente connessa con l’origine
familiare».
Ma chi sono le donne che hanno risposto al
questionario postale e che cosa emerge
dalle loro opinioni nel dettaglio? Intanto, il
campione è composto per il 32,3% da libere
professioniste, docenti e magistrati; per il
26,2% da manager e dirigenti di alto livello;
per il 16,4% da imprenditrici e presidenti di
società. Infine ci sono politiche e sindacaliste
(5,2%), responsabili di associazioni culturali
(2,6%) e giornaliste (1,5%). Oltre i tre quarti
del e intervistate dichiara di svolgere una
sola attività, il 14% due attività, mentre oltre il
10% ne svolge più di due.
Donne di successo, dunque, socialmente e
politicamente impegnate. La stragrande
maggioranza di loro (l’82%) è convinta che la
presenza femminile all’interno dell’élite milanese sia molto scarsa. Addirittura il 90% del
campione, poi, crede che a Milano la natura
del potere sia di tipo economico/finanziario,
mentre il 79% delle donne intervistate non è
d’accordo sul fatto che i vecchi centri di potere siano stati distrutti da Tangentopoli. Insomma, poco o nulla è cambiato dopo gli anni
Ottanta e Novanta.
I primi risultati delle interviste in profondità
confermano questa tendenza. E mettono in
luce anche altre relazioni tra Milano, le donne
e il potere. Una su tutte: la scarsa visibilità
dell’altra metà del cielo. «Oggi è come se le
donne si fossero in un certo qual modo “ritirate”, nascoste, “messe dietro le quinte”. La
qualcosa – si legge nel documento che
accompagna la ricerca – non è assolutamente in sintonia con la crescente presenza
anche nei livelli alti del mercato del lavoro».
Le stesse intervistate riconoscono, però,
l’esistenza di un potere maschile e di uno
femminile. Il primo sarebbe più orientato al
vantaggio personale che alla crescita collettiva. Il secondo, invece, è caratterizzato da
una valenza positiva e costruttiva, connessa
alla possibilità di “fare cose”.
Così, secondo Francesca Zajczyk, si perpetua la distinzione tra il potere vero e il cosiddetto “poterino”, «che permette alle donne di
operare, ma che in realtà resta “un gradino
sotto”». «A questo punto mi domando se le
donne vogliano davvero il potere», conclude
provocatoriamente Walter Passerini, direttore di Corriere Lavoro, intervenuto – insieme a
Benedetta Barzini, Renata Prevost e Giulio
Sapelli – alla presentazione della ricerca.
Già, lo vogliono davvero il potere nella sua
dimensione maschile? E se la risposta fosse
“no”, che cosa ci sarebbe di tanto strano?
25 (33)
I dati elaborati
da Deloitte & Touche
per conto della Fieg
mostrano un netto
peggioramento
Dati in euro/000
Ricavi editoriali
Costi operativi
Materie prime
Lavoro
Servizi
Altri
Totale costi operativi
Margine operativo lordo (MOL)
Rapporto MOL/fatturato
2001
3.112.586
2002
3.150.150
Var. % 2001 / 2002
+ 1,2
580.092
862.351
1.306.267
134.304
2.883.014
229.571
7,4%
545.286
888.221
1.423.831
138.333
2.995.671
154.479
4,9%
- 6,0
+ 3,0
+ 9,0
+ 3,0
+ 3,9
- 32,7
Fonte: elaborazione Fieg su dati di bilancio di 61 imprese editrici di quotidiani
Allarme sui conti dei quotidiani:
gli utili si sono azzerati nel 2002
La gelata della pubblicità e l’aumento
dei costi provocano un netto
peggioramento nei conti delle imprese
editrici di quotidiani in Italia. È questo il
segnale che emerge dal rapporto
periodico sull’evoluzione della stampa
nel periodo 1999-2002, della Fieg, la
Federazione degli editori di giornali in
Italia, curato da Deloitte & Touche.
L’indagine sui bilanci delle imprese
editrici di giornali quotidiani condotta
dalla società di revisione e
certificazione Deloitte & Touche su
incarico della Fieg è giunta alla 19a
edizione. Le sue indicazioni vanno
lette in parallelo con quelle fornite
dallo studio sull’industria dei giornali
elaborato dall’ufficio studi della
Federazione, e forniscono un
approfondito contributo sulla realtà
economico-finanziaria delle imprese
editrici di giornali. quotidiani.
L’indagine condotta da Deloitte &
Touche ha preso in esame il triennio
1999-2001 e si basa sui bilanci
pubblicati da un numero di imprese
che rappresenta pressoché
totalmente l’universo della stampa
quotidiana nel nostro Paese. Le
imprese inserite nell’indagine sono
suddivise secondo categorie e classi
di tiratura. I dati, quindi, rappresentano
un vero e proprio consuntivo da
integrare con le prime anticipazioni
sull’andamento del 2002 contenute
nelle stime elaborate dalla Fieg.
■
Investimenti pubblicitari
in calo
Il quadro che scaturisce dai dati contenuti nei
due studi non è certo incoraggiante sullo
stato di salute della stampa quotidiana in
Italia. La fase particolarmente positiva registrata dal comparto durante il biennio 19992000, infatti, sembra essersi esaurita nel
corso del 2001. Il motivo principale di questa
frenata è l’arretramento della raccolta pubblicitaria che ha colpito in modo pesante
proprio la stampa quotidiana.
Il calo degli investimenti pubblicitari è proseguito anche nel corso del 2002, contribuendo
al forte ridimensionamento dei margini di
redditività delle imprese editrici di quotidiani.
Gli utili aggregati dei quotidiani italiani erano
stati di 298,4 milioni di euro nel 2000, con un
incremento del 56% rispetto all’anno precedente. Nel corso del 2001 questo indicatore
ha segnato un drastico peggioramento, attestandosi a 146,4 milioni di euro, con una
riduzione del 51%.
■
Aumento dei costi
di produzione
Nel 2002, le prime stime elaborate da Fieg
lasciano intravedere un vero e proprio azzeramento degli utili, anche in rapporto all’andamento del margine operativo lordo aggregato,
che aveva già subito una flessione nel 2001
(-42%), ed è ulteriormente diminuito del 33%
nel 2002, scendendo di 145 milioni di euro. In
pratica un livello inferiore alla metà di quello
raggiunto nel 1999. L’indice fra il margine
operativo lordo e il fatturato nel 2000 era salito
al 12,6% ma è sceso nel 2002 al 4,9%.
Si sono così, purtroppo, avverati i timori
espressi dalla Fieg in passato sul rischio di
rottura del fragile equilibrio raggiunto nei
conti delle imprese editrici di quotidiani,
ottenuto con notevoli sforzi di riorganizzazione produttiva compiuti nell’arco degli
anni ‘90. Ad incidere sui risultati, oltre al
calo delle entrate pubblicitarie, ha pesato il
costante aumento dei costi di produzione:
+5,1% nel 2001, +4% nel 2002. I ricavi
editoriali, nel contempo, si sono mantenuti
sostanzialmente stazionari: -0,8% nel 2001,
+1,2% nel 2002.
■
Stagnano
i consumi
La stagnazione dei consumi, che è proseguita nel 2002, si è fatta sentire con particolare intensità sugli introiti pubblicitari dei
quotidiani che a fine anno hanno fatto registrare un’ulteriore flessione valutabile intorno al 7%.
L’evoluzione del mercato pubblicitario,
peraltro, ha influito pesantemente anche
sulla stampa periodica. Nel 2001, i periodici
avevano dimostrato una maggiore capacità
di tenuta rispetto alla generalità dei mezzi
classici mettendo a segno a fine anno un
incremento del fatturato pubblicitario del
2,6%. Nel 2002, anche per l’aggravarsi
della congiuntura economica, i periodici
hanno sofferto una diminuzione di fatturato
dell’8%. Nel complesso, l’incremento dei
ricavi editoriali del comparto che era stato
dell’1,5% nel 2001, si è ridimensionato allo
0,9% nel 2002.
Comunque, l’offerta globale della stampa
periodica si è mantenuta su livelli qualitativi e
su volumi considerevoli. Se infatti si considera l’universo delle testate settimanali rilevate
dall’ADS, le copie diffuse a numero hanno
fatto registrare un sia pur lieve incremento
(+0,5%), passando da 14,991 a 15,064
milioni di copie. Analogo discorso può essere
fatto per i mensili che, considerati nella loro
totalità, hanno limitato la flessione ad uno
0,3% passando da 15,161 a 15,114 milioni di
copie diffuse a numero.
■
Tenuta
della diffusione
■
Il dualismo
nord-sud
Anche per i quotidiani i dati sulla diffusione
nel 2001 mettono in luce una sostanziale
tenuta sul mercato di riferimento. I livelli di
vendita sono restati pressoché costanti,
passando da 6,07 a 6,06 milioni di copie
(-0,3%). Leggermente più accentuata la flessione nel 2002 (-2,8%), spiegabile soprattutto a causa del consistente incremento del
prezzo di vendita al pubblico intervenuto all’inizio dell’anno.
Sia per i quotidiani che per i periodici, ad
ostacolare l’espansione della diffusione è
stata ancora una volta, secondo la Fieg, la
struttura tradizionale di un mercato in cui non
si riescono a risolvere due problemi fondamentali: l’allargamento della rete di vendita e
l’impossibilità di sviluppare efficaci sistemi di
abbonamento.
Un altro fattore di carattere strutturale che
incide sui consumi di carta stampata, secondo la federazione degli editori, è il dualismo
economico che continua a caratterizzare il
nostro Paese. Al Nord e al Centro si vendo-
Lettere in redazione/1
“L’Inpgi non può e non deve
favorire le società di comodo
che aggirano il divieto di cumulo
Caro direttore, ritorno sul caso Inpgi perché
a seguito dei miei due precedenti interventi
ho ricevuto parecchie telefonate ed e-mail:
mi sembra quindi giusto, nell’interesse di
tutti, chiarire alcuni punti.
La solidità dell’Inpgi. Ma come puoi affermare – mi hanno chiesto in molti – che l’Inpgi non ha i conti a posto? Non lo affermo
affatto, anche perché non ho dati analitici in
mano e inoltre sul sito Inpgi non ho trovato
né il bilancio 2002 né quello degli anni
precedenti. Mi limito a una constatazione:
all’Inpgi affermano che l’abolizione del divieto di cumulo costerebbe all’istituto 17 miliardi
e ciò metterebbe in difficoltà le casse dell’Istituto stesso. A parte il fatto che non credo
per nulla che l’abolizione del divieto di cumulo, come ho spiegato nei miei due precedenti interventi, costerebbe 17 miliardi ma molto,
molto meno, mi limito all’affermazione e
concludo: se 17 miliardi mettono in difficoltà i
conti dell’Inpgi vuol dire che qualcosa non
quadra e se qualcosa non quadra è bene
che lo sappiamo tutti, chiaramente e con
dati analitici in mano.
Piuttosto – e qui rispondo in particolare ai
miei interlocutori giovani, che guardano con
26 (34)
comprensibile apprensione al loro futuro
previdenziale – faccio un ragionamento,
seppur abbastanza spannometrico, che vi
prego di seguire con attenzione.
Per capirci meglio, supponiamo che lo
stipendio medio di un giornalista sia uguale
a 100 milioni di vecchie lire. Ebbene, dopo
35-40 anni di lavoro il nostro può andare in
pensione con una rendita annua sui 90
milioni di lire. Ed ogni anno lui, sul suo
stipendio, pagava (comprendendo anche i
contributi corrisposti dall’editore) una ritenuta previdenziale intorno al 30%, quindi una
trentina di milioni.
Che cosa comporta tutto ciò? Che per pagare la sua pensione di 90 milioni per effetto del
“sistema retributivo” attualmente in vigore
occorrono le contribuzioni di tre giornalisti attivi anch’essi con uno stipendio medio di 100
milioni di lire. Infatti, su ciascuno di essi grava
una contribuzione di 30 milioni che moltiplicati per tre fanno 90 milioni, esattamente la cifra
percepita dal nostro pensionato.
Ora mi domando: è corretto pensare che in
futuro per ogni pensionato ci saranno
sempre tre giornalisti attivi? Soprattutto, è
corretto ipotizzare che questi giornalisti attivi
avranno uno stipendio medio esattamente in
linea con quello di chi è andato in pensione?
Personalmente ne dubito anche perché
vedo molti giovani che entrano in questa
professione in condizioni di precariato, con
contratti co.co.co (collaborazioni coordinate
e continuative e a termine. Nonché ai minimi, minimissimi di stipendio. E quindi versano risicati contributi.
Le società di comodo. Anche a questo
proposito ho ricevuto richieste di spiegazioni, soprattutto da parte di giovani, evidentemente scandalizzati. Sì, esistono, è un modo
per aggirare il divieto di cumulo. A questo
proposito faccio l’esempio (di recente
raccontatomi) di quell’illustre giornalistaconduttore, titolare di noti programmi TV, il
quale, da poco andato in pensione, ora fa
esattamente ciò che faceva prima, comparendo sempre in prima persona nei suoi
programmi. Il tutto, però, con il paravento di
una società che gli consente di fatturare
“non da dipendente” (in quanto socio) le sue
prestazioni e di conseguenza di guadagnare
al netto di qualsiasi contribuzione (forse, ma
non lo so, paga l’Inpgi due). E, naturalmente,
percepisce per intero la sua pensione. Come
lui, tanti altri.
Però, l’Inpgi preferisce tollerare questi “trucchi” (trucchi?) invece di abolire il divieto di
cumulo. Questa, almeno, è la mia conclusione, stando le cose come le ho spiegate.
Chiarezza e trasparenza. Se ho insistito e
insisto su ciò che io definisco “l’iniquo divieto
di cumulo” è perché – lo dico senza reticenze – oltre a un interesse personale in ciò vi
vedo – cosa più importante – anche un inte-
resse generale: quello della chiarezza e
della trasparenza, oltre che dell’equità. A
mio parere l’Inpgi deve essere un istituto
tecnico, professionale, per la gestione della
previdenza della categoria. Un istituto dove
non dev’essere fatta mediazione politica,
perché le mediazioni di questa natura le
fanno il Governo e il Parlamento, che fissano
le regole generali della previdenza a favore
di tutti gli italiani e non di singole categorie.
I principi, le regole, devono essere chiari e
precisi e non possono essere continuamente cambiati a seconda delle circostanze e
delle necessità. Un conto, infatti, è accettare
e adeguarsi a regole (leggi) che valgono per
tutti e che sono emanate da un organo legislativo, un altro è dover subire regole che
impone (con quale autorità?) un organo
privato (il consiglio dell’Inpgi) e che incidono
su un rapporto privato (quello che intercorre
fra il socio e l’istituto) che non può unilateralmente essere cambiato. Soprattutto se
(come nel caso del divieto di cumulo, ma in
futuro i casi potrebbero essere altri) si tratta
di decisioni penalizzanti addirittura a
confronto con la realtà Inps. Ecco, è anche
questo ciò su cui occorre meditare e, soprattutto, dovrebbero meditarvi i giovani colleghi,
ancora lontani dall’età pensionabile, perché
quando si comincia a mettere in discussione
i diritti soggettivi tutto diventa aleatorio,
mercificabile, oggetto di contrattazione…
Inoltre, bisognerebbe cominciare a meditare
anche sulla politica previdenziale della categoria: quale Inpgi, in futuro, e sorretto da
quali principi e parametri? E con quali
mezzi?
Ezio Chiodini
ORDINE
4
2003
Ex festività, ecco i giorni
del 2003 in cui
si guadagna il doppio
di Edmondo Rho*
no, rispettivamente, 132 e 125 copie ogni
1.000 abitanti. Al Sud, invece, se ne vendono
soltanto 60, con punte di particolare depressione in Molise (46 copie) e in Basilicata (41
copie). Soltanto grazie alla Sardegna (130
copie), regione dove i livelli di lettura sono
tradizionalmente elevati, il dato complessivo
delle regioni meridionali non subisce un ulteriore peggioramento.
■
Stasi
delle iniziative
L’indicazione che si ricava dall’evoluzione
dell’ultimo biennio è dunque quella di un
settore posto di fronte ad una nuova crisi
provocata dalla flessione dei ricavi pubblicitari, con il conseguente prevalere di incertezze
sul piano dei costi e della redditività degli
investimenti.
Tutto questo, purtroppo si traduce in una
stasi delle nuove assunzioni e delle iniziative
(anche se manca il lancio di qualche nuova
testata quotidiana).
■
Ridimensionata
la carta stampata
Si tratta di una situazione che colpisce
soprattutto i mezzi stampati. In effetti,
mentre la stampa ha accusato un ridimensionamento della sua quota di mercato
pubblicitario di quasi due punti percentuali
(dal 40,7 del 2001 al 39% del 2002), la
pubblicità televisiva ha continuato a crescere, sia pure in misura contenuta (+0,4%),
incrementando la sua quota di assorbimento degli investimenti pubblicitari complessivi
dal 51,7 al 53,7%.
■
Un mercato
televisivo anomalo
■
Limiti strutturali,
insufficiente distribuzione
Si tratta di un’anomalia che storicamente
caratterizza il mercato italiano a differenza di
quanto avviene nella stragrande maggioranza dei paesi industrializzati nei quali sono
ancora i mezzi stampati a rappresentare il
principale veicolo di comunicazione pubblicitaria. In Italia, sottolinea la Fieg, la televisione
è arrivata a garantirsi una quota di mercato
del 54% e i due principali network, pubblico e
privato, sono arrivati a detenere il 97% delle
risorse pubblicitarie destinate alle televisioni.
Questa situazione, secondo la federazione
degli editori di giornali quotidiani, dimostra
come il sistema di regolamentazione dell’affollamento pubblicitario televisivo sia troppo permissivo.
Se agli elementi che presenta l’attuale configurazione del mercato si aggiungono quelli
derivanti da altri limiti strutturali come l’insufficienza della distribuzione, il forte costo che
comporta il ricorso a canali alternativi di
vendita, una propensione alla lettura non
adeguatamente incentivata nell’ambito della
formazione scolastica, si ricava un quadro
più completo dei vincoli economici e sociali
con il quale devono fare i conti gli editori nel
disegnare le loro strategie imprenditoriali e
cogliere le opportunità operative. I problemichiave con i quali deve confrontarsi l’editoria
giornalistica restano sostanzialmente l’aumento dei costi e la stasi del mercato,
conclude la Fieg.
A.D.P.
Lettere in redazione/2
La posizione passiva
sull’Inpgi
del Gruppo pensionati
Cari amici, nel numero di gennaio dell’organo dell’UNGP a pagina 9, a commento
della lettera del presidente dell’Inpgi
Gabriele Cescutti, sullo scottante argomento del cumulo, leggo un boxino dal
titolo “Modifica attesa” che termina così:
“Una decisione”, come sottolinea in conclusione Cescutti, che “salvaguarda la
stabilità dell’Istituto” e “i diritti dei giornalisti
pensionati...”.
Forse la modifica al Regolamento Inpgi
salvaguarderà la stabilità dell’Istituto, ma
non certamente i diritti dei lavoratori
pensionati. La non applicabilità delle
norme generali del cumulo è chiaramente
una discriminazione nei confronti dei giornalisti, che viola le norme costituzionali in
fatto di eguaglianza dei cittadini e di diritto
al lavoro.
E in casi di questo genere non basta una
circolare ministeriale di controversa e
discutibilissima interpretazione, a dare
legittimità alla norma regolamentare. Ho
proposto a Cescutti provocatoriamente di
creare una causa pilota per portare tutta la
controversa questione relativa alla natura
del nostro Istituto e al suo essere pseudo
libero perché privatizzato (solo il fatto che
ORDINE
4
2003
ci sono voluti due anni per avere la norma
regolamentare emanata e, guarda caso,
dal ministero del Lavoro quale massimo
organo di controllo, dovrebbe far riflettere
sulla natura giuridica del nostro Istituto e
sulla obbligatorietà della sua stretta osservanza di tutte le leggi generali relative alla
previdenza, non solo quelle che portano
soldi alle casse evitando accuratamente di
applicare quelle che hanno dei costi)
davanti alla Corte Costituzionale. Contrariamente alle sue abitudini non mi ha
neppure risposto.
Brutto segno. Per tornare a bomba mi
meraviglio quindi della posizione passiva
del Gruppo Pensionati.
In questo caso non ci possiamo accontentare: dobbiamo esigere che la legge
generale venga rispettata e attuata e
soprattutto che i giornalisti pensionati
non siano considerati, come dice giustamente Ezio Chiodini (per non parlare di
Franco Abruzzo) sull’ultimo numero di
Tabloid: “Libertà di cumulo: i giornalisti
considerati cittadini di serie C”. Grazie
per l’attenzione.
Gianfranco Pierucci
Molti colleghi, con più esperienza, se ne
ricordano. Ma ci sono anche giornalisti più
giovani che forse non sanno di aver diritto al
pagamento di una giornata doppia se lavorano in coincidenza delle festività abolite.
Si tratta di una vecchia norma che ci tutela
ed è rimasta in vigore anche dopo l’ultimo
rinnovo contrattuale: per usufruirne, conviene avere l’accortezza di segnare sulla
propria agenda le cinque ex festività, due
delle quali (Ascensione e Corpus Domini)
cadono ogni anno in giorni diversi.
Ricordiamo cosa dice in proposito il settimo
comma dell’art. 19 del Contratto nazionale di
lavoro giornalistico sulle ex festività: “Ferma
restando la facoltà di chiamata in servizio da
parte delle aziende, al giornalista che presti
attività lavorativa nei giorni che non sono più
festivi a seguito della legge 5 marzo 1977, n.
54 e successive modificazioni - San Giuseppe
(19 marzo), Ascensione, Corpus Domini, San
Pietro e Paolo (29 giugno), 4 novembre - verrà
corrisposto, in aggiunta alla retribuzione
mensile, 1/26 della stessa”.
Nelle ex festività che non coincidono con la
domenica, quindi, dovrà essere pagato in più
1/26 della retribuzione mensile ai giornalisti
che nel 2003 lavoreranno nei giorni:
mercoledì 19 marzo (San Giuseppe)
giovedì 29 maggio (Ascensione)
giovedì 19 giugno (Corpus Domini)
sabato 4 novembre (festa della Vittoria).
Va anche ricordato che ai giornalisti che non
lavorano nei giorni indicati sopra, spetta l’intera retribuzione mensile senza intaccare né
il monte-ferie né il monte-permessi: la
mancata presenza in un giorno di ex festività
non può neppure essere considerata come
giorno di “corta”.
Parzialmente diverso, e più favorevole, il regime contrattuale quando la festività abolita
cade di domenica. Nel 2003 solo una delle
ex festività coincide con la domenica, cioè
domenica 29 giugno (San Pietro e Paolo): ai
giornalisti che lavorano in questo giorno
dovrà essere pagato il compenso per il lavoro domenicale più 1/26 della retribuzione
mensile, come è stabilito dal nono comma
dell’art. 19 del Contratto.
Ancora diverso il trattamento per i giornalisti
che lavorano nel Comune di Roma, per i
quali il 29 giugno è considerato giorno festivo
a tutti gli effetti anziché ex festività (si veda al
proposito l’allegato F del Contratto nazionale
di lavoro giornalistico). Quindi ai colleghi che
lavoreranno a Roma il prossimo 29 giugno
dovrà essere pagato, ai sensi dell’art. 19 del
Contratto, “un ventiseiesimo della retribuzione mensile con la maggiorazione dell’80%
oltre al normale compenso per il lavoro
domenicale”.
Concludo invitando tutti a far circolare queste
informazioni tra i colleghi sul posto di lavoro:
occorre sempre ricordare l’importanza
dell’applicazione del Contratto, se vogliamo
che il Sindacato riconquisti tra i giornalisti la
credibilità che in molti frangenti ha perduto.
* (di Quarto Potere-componente della Giunta
esecutiva Fnsi)
Giornalisti “fantasma”
nei giornali napoletani: qui un
articolo può valere anche 3 euro
Tre, cinque, dieci euro, questi sono i
compensi medi per un servizio giornalistico
a Napoli. Per rientrare nei costi, non dico
per guadagnare, lo sventurato giornalista
deve camminare a piedi il più possibile,
rinunciare alle interviste sui cellulari, ridurre
al minimo le connessioni ad internet, stampare il meno possibile e con inchiostro
compatibile… Tutto questo nella speranza
di non incappare in un imprevisto, come un
guasto al motore dell’auto, perché manderebbe in fumo il guadagno di un’intera settimana.
La condizione dei giornalisti napoletani,
dunque, ha qualcosa di ridicolo e paradossale: guadagnano meno dei facchini e per
giunta, sono obbligati a mantenere un Ordine regionale che se ne infischia di loro. L’Ordine dei giornalisti della Campania, presieduto da Ermanno Corsi, non ha un e-mail,
né un sito web, né un giornale di categoria,
ha solo un numero di telefono al quale di
solito non risponde. Le sue attività, i suoi
bilanci, i suoi verbali sono rigorosamente
top secret. L’assemblea annuale per l’approvazione del bilancio, che potrebbe essere l’unica occasione di dibattito, è una
pomposa quanto sterile messa in scena,
degna del partito comunista bulgaro.
Si approva un bilancio di cui nessuno,
neanche la sede dell’Ordine regionale,
possiede una copia, come ho verificato e
pubblicamente denunciato il 6 aprile 2002.
In termini giuridici, ciò significa che la legge
n. 241 del 1990, sul diritto di accesso ai
documenti pubblici, viene costantemente e
palesemente violata proprio da chi dovrebbe esserne il garante.
Ma il problema più grave dei giornalisti
napoletani resta quello dei compensi, visto
che solo i più fortunati – o i più raccomandati – hanno il “privilegio” di un contratto. Più
volte, come portavoce del Coordinamento
dei giornalisti precari, ho sollecitato l’Ordine
regionale ad intervenire nelle redazioni per
ristabilire un minimo di legalità e dignità
professionale. A settembre 2002 ho anche
presentato una petizione, firmata da trentuno colleghi, per chiedere all’Ordine regionale di vigilare sull’applicazione del tariffario
sui compensi, come previsto dalla norma E
pubblicata in calce al tariffario stesso.
Nonostante i reiterati appelli e segnalazioni
da me rivolti, e nonostante la nuova legge
n. 231, che consente agli ordini professionali di fare ricorso al giudice per ottenere
l’inibitoria all’uso di clausole inique, l’Ordine
della Campania continua a fare orecchie da
mercante. Il Consiglio regionale non ha mai
preso in esame la petizione sul tariffario,
anzi dichiara di averla persa.
La mia stessa presenza nell’Ordine regionale è diventata un fattore di disturbo.
Quando vado alla sede per ricordare che
attendo una risposta, non ricevo nessun
ascolto e se oso ribadire la mia richiesta,
sono bruscamente messo alla porta.
A questo punto, su indicazione del presidente dell’Ordine lombardo Franco Abruzzo, e con il sostegno di alcuni colleghi, ho
inviato una lettera al presidente dell’Inpgi
Gabriele Cescutti, perché solleciti delle
ispezioni nelle redazioni campane ed avvii,
eventualmente, delle vertenze sulla mancata applicazione delle norme professionali.
Intanto a Napoli nascono quotidiani come
Seracittà, che pubblica solo articoli anonimi
e risulta non avere collaboratori. Sembra di
capire che il direttore Costantino Federico,
già sindaco di Capri, avvocato, editore di
Fieracittà e Telecapri, scriva da solo 16
pagine al giorno (vedi: www.iustitia.it n. 44).
Marco di Mauro
(portavoce del Coordinamento
dei giornalisti precari)
27 (35)
L A
L I B R E R I A
D I
TA B L O I D
Ada Ferrari
Altri quattro volumi su Rai
e dintorni tra una bufera e l’altra Milano e la Rai.Un
incontro mancato?
di Emilio Pozzi
La pubblicistica su televisione, e anche radio, si arricchisce in
continuazione, si fa per dire, di saggi critici e storici e di
pamphlets. Le vicende che hanno accompagnato, negli ultimi
mesi, il problema Rai, con le implicazioni che hanno interessato persino le supreme Corti, arrivando alla soglia della crisi
di governo, hanno occupato quotidianamente tutti i media:
dalle ironie per i ‘giapponesi’ Baldassarre e Albertoni (reo,
quest’ultimo, di voler trasferire RaiDue a Milano), alla designazione di Paolo Mieli alla presidenza (7 marzo), naufragata
dopo una settimana, alla immediata indicazione di Lucia
Annunziata, (13 marzo) votata come Presidente dai nuovi
consiglieri Francesco Alberoni, Giorgio Rumi, Sandro Maria
Petroni e Marcello Veneziani.
Le dighe dei contenitori erano saltate , il ‘parlamento’ per usare
un vocabolo del Ruzante o, se preferite, gli sproloqui infarciti di
volgarità culturali erano dilagati a dismisura. Gli opinionisti , tra
guerra all’Iraq, Fiat, proposte di condoni(generosi), indulti e
‘indultini’ (con ingenerose sordità all’appello del Papa e del
Presidente Ciampi) sono stati travolti dall’assurdo di tanti
comportamenti e se ne sono dovuti occupare con frequenza
più che quotidiana, di minuto in minuto. Anche perché l’argomento , con buona pace degli azzeccagarbugli, dei crociati ,
degli apostoli, dei maggiordomi, dei vassalli, dei provocatori e
degli ignoranti costituzionali, riguarda tutto il Paese, cioè ogni
cittadino che si pone davanti al video, cioè alla televisione ‘cattiva maestra’ secondo la definizione di Karl Popper. Era sceso in
Vittorio Emiliani
Affondate la Rai.
Viale Mazzini
prima e dopo
Berlusconi
Una perentoria minaccia o
un’accusa a qualcuno? Come sempre è il tono che fa la
musica e il titolo del più recente volume di Vittorio
Emiliani, che alla Rai c’è stato come collaboratore per significativi programmi e, per
quattro anni, come consigliere d’amministrazione, può
essere letto in due modi. E alla fine delle 261 pagine del
testo si è portati a scegliere la
seconda ipotesi, perché il libro, estremamente documentato, è un appassionato
e rabbioso atto d’amore in difesa del servizio pubblico radiotelevisivo. E se dovessimo
dare una voce a chi pronuncia quella frase gli daremmo
quella di chi dalla Bulgaria
accusò di atti ‘criminosi’ Enzo
Biagi e Michele Santoro.
Abbandonata, per una volta
quella mielata del Grande
Persuasore, aggiunse alle
molte gaffes, pressoché quotidiane e storicamente dimostrate, l’uso certamente improprio di un aggettivo da
querela.
E da qui l’ampio flash back.
Ogni capitolo è preceduto da
una contestualizzazione, altalenante tra cronaca e storia, che serve a inquadrare gli
argomenti e i periodi presi in
esame di volta in volta.
Emiliani, lo dice lui stesso, ha
sempre avuto l’abitudine, di
prendere appunti, da diligente cronista. E quelli raccolti
nel quadriennio 1998-2002,
come consigliere d’ammini-
28 (36)
strazione della Rai (presidente Roberto Zaccaria) gli sono
felicemente serviti per raccontare quello che avveniva
(e anche quello che non si
riusciva a realizzare) in quelle
che Pietro Nenni amava definire le “stanze dei bottoni”. I
retroscena non hanno mai il
piccante gusto dei gossip, ai
quali ci hanno abituato i maggiordomi del potere, ma costituiscono solide informazioni per ricostruire momenti di
vita della grande macchina
della comunicazione radiotelevisiva. Non nostalgici amarcord, ma risposte documentate a interrogativi che ci poniamo, in continuazione,
mentre assistiamo al dipanarsi di arruffati gomitoli, quasi un Grande Gatto si fosse
divertito ad ingarbugliarli. In
sostanza – ricupero le suggestioni della quarta di copertina – Emiliani si è posto questi quesiti: cosa si nasconde
dietro la bufera che sta investendo la tv pubblica? Davvero la Rai è un’azienda sull’orlo del tracollo finanziario?
Esiste oggi in Italia una vera
concorrenza tra tv pubblica e
tv privata? Quante e quali risorse vengono riservate in
Italia alla Rai? Come si comportano gli altri governi europei con le tv pubbliche dei loro paesi?
Cinque appassionanti domande e altrettante puntuali,
documentate e perché no,
appassionate risposte.
Scelgo di prendere in esame,
campo, tra gli altri, quando ancora le acque non parevano da
diluvio universale, anche Alberto Ronchey che nei glossari di
linguaggio giornalistico è già passato alla storia per essere l’inventore, un quarto di secolo fa, del termine ‘lottizzazione’
(applicato alla Rai per indicare la spartizione delle poltrone).
Sul Corriere della sera del 13 dicembre 2002 ha infatti riproposto in un fondo dal titolo “Una metafora chiamata RAI” il concetto che questa azienda sia, abitualmente, lo specchio rivelatore
di quello che sta per cambiare nella politica italiana ovvero una
metafora, appunto, della politica.
E, suggeriva, Volendo uscire dalla logica della lottizzazione,
sarebbe ragionevole privatizzare almeno in parte la Rai,
superare il duopolio con Mediaset, ampliare la competitività
nel mercato televisivo”. Argomento riproposto anche da chi
ricorda che sull’argomento i cittadini italiani si sono espressi
votando un referendum e contrastato da chi invece sostiene i
valori sociali del servizio pubblico nell’ambito dei media.
In questo contesto comunque, ogni voce meditata e documentata è utile. Questa volta (ai lettori ricordiamo di aver
recensito nel numero di settembre-ottobre 2002 di Ordine
Tabloid i volumi di Maria Grazia Bruzzone, Bruno Vespa,
Roberto Levi, Giandomenico Crapis) segnaliamo altri quattro
volumi (occhio anche ai titoli!). Ne sono autori Vittorio Emiliani (Affondate la RAI) , Franco Chiarenza (Il cavallo morente),
Ada Ferrari (Milano e la RAI un incontro mancato?), Francesco De Domenico, Mihaela Gavrila e Augusto Preta (Quella
deficiente della TV) si occupano di Rai e dintorni e hanno un
denominatore in comune: esprimono già nei titoli, molto
pessimismo.
non a caso, l’analisi che riguarda l’ultimo punto, forse il
meno trattato da altri testi e
quindi meno conosciuto.
Dopo avere dato nome e cognome ai ‘mille padroni di viale Mazzini’ (che non pare abbiano occhi intenti a ingrassare il cavallo) e aver scoperto gli altarini delle evasioni al
canone, nel quale si distinguono le Regioni ricche, fomentate da personaggi che
hanno responsabilità di governo, Emiliani varca i confini
e passa in rassegna le garanzie di indipendenza delle tv
pubbliche in Gran Bretagna,
Francia e Germania. E si scoprono regole proprio utili nei
vari campi, soprattutto in
quelli etici e deontologici. La
signora Thatcher si lamentò
spesso di essere criticata
dalla Bbc ma aggiunse: “Ma
non posso farci niente”. “Tale
quale l’Italia”, commenta
Vittorio Emiliani.
E, a proposito di pubblicità,
due notizie: in Germania non
si può trasmettere pubblicità
dopo le ore 20 così come è
totalmente proibita nel canale
culturale franco tedesco Arte,
che fra l’altro è vista anche
nelle zone francofone del
Nord Africa e nella Repubblica ceca, Polonia e Slovacchia, dove la lingua tedesca ha preso piede.
Il libro di Emiliani può essere
letto come un ‘diario di bordo’
ricco però di notazioni che
mettono in luce, dal punto di
vista di chi crede nei principi
della democrazia, il progressivo smantellamento del servizio pubblico a tutto vantaggio degli interessi privati di
Berlusconi e di coloro, persone e organismi, hanno le
chiavi per aprire e chiudere
porte e progetti nell’ambito
della comunicazione.
Un tema altrettanto interessante del libro è quello che riguarda le vicende giornalistiche: problemi deontologici e
strutturali, comportamenti di
alcuni personaggi. Qui Emiliani spiega come abbia cercato di mettere al servizio del
ruolo di consigliere d’amministrazione, la sua esperienza
professionale, maturata in
lunghi anni di lavoro, da cronista fino a direttore, senza
tacere, anzi ricordandole nei
particolari, alcune polemiche
su questioni scottanti come il
modo di trattare cronaca nera
e violenza – vedasi in proposito le divergenze di opinione
con Giulio Borrelli quand’era
direttore del Tg1 – e la messa
in onda su due telegiornali
(Tg1 e Tg 3) di servizi riguardanti casi di pedofilia, che
portarono, fra l’altro alle dimissioni di Gad Lerner.
Emiliani non sceglie la strada
della diplomazia anche quando oggetto delle riflessioni
sono i direttori generali o i ministri. Si toglie tranquillamente qualche sassolino dalla
scarpa: per farvene un’idea,
dall’indice dei nomi potete risalire a frasi e a episodi che
riguardano Pier Luigi Celli e
Maurizio Gasparri.
Anche sui temi della cultura ci
sono spunti e idee da leggere
con attenzione perché contengono progetti ancora validi.
Emiliani dispensa anche pagelle di merito, citando giornalisti che hanno seguito le
vicende Rai e dirigenti che
hanno ‘collaborato’. E sotto
questo aspetto è molto generoso. Fin troppo.
Un libro di parte dunque
(molti pensano che sia quella
buona), ma a cui si può fare
riferimento per la completezza di dati, grafici e tabelle utili
e non rifiutabili.
Dopo aver citato i giudizi critici del consigliere Marco Staderini che faceva parte della
maggioranza e che si è dimesso, Emiliani conclude
malinconicamente: “Tramonta il sole e già si fa scuro in
viale Mazzini e dintorni”.
Vittorio Emiliani,
Affondate la Rai
Viale Mazzini prima
e dopo Berlusconi,
Garzanti, Milano 2002,
pagine 261, euro 14,00
Si può togliere tranquillamente
il punto interrogativo messo
dall’autrice nel titolo.Tanto più
che il sottotitolo, implicitamente, spiega : “Luci ed ombre di
una capitale di transizione
1945-1977”.
Ada Ferrari, docente a Scienze
politiche alla Statale di Milano,
è una storica che da qualche
anno ha rivolto la sua attenzione al mondo della comunicazione. E il taglio del libro ha
queste radici.D’altro canto , come sottolinea nelle prime righe
della sua introduzione Ettore
Adalberto Albertoni (storico
anche lui, anche se la prefazione è firmata nella veste di assessore alle Culture, Identità e
Autonomie della Regione
Lombardia, nei mesi scorsi
protagonista delle cronache
che hanno squassato non soltanto viale Mazzini ma anche i
palazzi e i palazzetti della politica), “la ricostruzione storica degli eventi che hanno caratterizzato la vita della sede Rai di
Milano si intreccia, inevitabilmente con la stessa storia della città, non raramente sovrapponendosi ad essa”. E di questo intreccio, marcando le implicazioni politiche e partitiche
ha acutamente analizzato gli
effetti, quasi mai salutari,
Giorgio Rumi , in una presentazione del volume svoltasi a
Palazzo Dugnani.
La storica Ada Ferrari, che di
Rumi è stata allieva, si è gettata con ardore sul tema, sin qui
scarsamente analizzato, e che
ha avuto un buon punto di partenza dal convegno ‘Milano
città della radiotelevisione’
1945-1958, organizzato nel
giugno 1988 dalla facoltà di
Scienze politiche e nel quale
furono molte le testimonianze
dei sopravvissuti alle pionieristiche esperienze del dopoguerra.
Questo volume è estremamente ricco di fatti e di opinioni: moltissime le interviste e
accurata la ricerca bibliografica che si è estesa dai testi in
circolazione (non tutti attendibili, anche se considerati inevitabili punti di riferimento) a
quanto pubblicato in quotidiani
e periodici, in mezzo secolo.
L’autrice non nasconde peraltro la sua formazione ideologica che la porta a privilegiare,
concettualmente, le luci che
vengono dal pensiero dei cattolici, anche se largo spazio è
lasciato a documenti forniti, ad
esempio da Raffaele De
Grada, capo redattore del
Giornale radio di Milano dal ‘45
al ‘48 (e defenestrato, dopo la
valanga Dc del 18 aprile, che
‘normalizzò’in chiave democristiana e romanocentrica la Rai
di Milano) e dalla crociata antistatalista (soprattutto per la tv)
dell’imprenditore, d’origine siciliana, Guido Zerilli Marimò che
scrisse parecchi volumi a sostegno delle sue battaglie liberiste.
I molti nomi che si ritrovano
nell’indice non corrispondono
a semplici citazioni bensì a titolari di segmenti di una storia
che, per Milano, avrebbe potuto essere diversa. Ed emergono responsabilità e trascuratezze non da poco. La narrazione si ferma al 1977 e la
conclusione è amara: occasioni sfumate per sempre, perdute.I problemi non risolti, possono conservare , come le radici
nascoste di piante apparentemente morte, qualche linfa vitale. Indubbiamente il sistema
planetario televisivo, le veloci
innovazioni tecnologiche sembrano aver bruciato i significati
di rivendicazioni territoriali e i
valori del locale; certe rivendicazioni appaiono soltanto pittoresche, residuo di mentalità
fuori dal tempo. E in ciò l’appiattimento sulla globalizzazione non aiuta.Tuttavia, evitando
ridicoli folclorismi, Milano può
dare contributi di alto livello,
nella concezione che, come
da sempre, innesti e ibridazioni rafforzano.Le polemiche degli scorsi mesi sono state condotte male, con approssimazione, con ignoranza di fatti e
quindi senza inquadramenti
storici, riducendo un problema
non da poco a un tiro alla fune
senza senso.E facendo, come
s’usa dire, buttar via il bambiuo
con l’acqua sporca. Purtroppo
agli infanticidi ci hanno brutalmente abituato.
Ada Ferrari,
Milano e la Rai. Un incontro
mancato?
Luci e ombre di una capitale
di transizione
(1945-1977), prefazione di
Ettore A. Albertoni,
Franco Angeli, Milano 2002,
pagine 276, euro 22,50
Franco Chiarenza
Il cavallo morente
“Nel suo genere è un classico”. Così lo definisce Mario
Morcellini, direttore con
Alberto Abruzzese, della collana ‘Scienze della comunicazione’ che pubblica il volume di Chiarenza. Adottato in
molti corsi universitari, il libro
è uscito in nuova edizione arricchito di una quarantina di
pagine (tra premessa, prefazione e postfazione) che aggiornano la situazione ad oggi (o per esser esatti al marzo
2002, perché le vicende Rai
sono sempre in progress (mi
si perdoni l’ironia), indubbiamente si deve condividere
l’affermazione del prefatore
perché l’onesta intellettuale
dell’autore - che peraltro ha
sin dall’inizio messo le carte
in tavola dichiarando la sua
ideologia liberale - non l’ha
messo in condizione di portare modifiche: è lo stesso testo
del ‘77 con l’eliminazione di
un ultimo capitolo relativo alle
innovazioni tecnologiche che,
invece, per conto loro, hanno
ORDINE
4
2003
Roberto Ghiringhelli
Modernità e democrazia
nell’ “altro” Risorgimento
di Ruben Razzante
fatto molti progressi.
Fece molto scalpore, allora, il
provocatorio titolo: la riforma
democratica, che spostava
dall’Esecutivo al Parlamento
e che propugnava il decentramento ideativo e produttivo dell’azienda (una pia illusione) era stata votata da
meno di due anni e stava faticosamente cercando una
strada di attuazione, anche
se molti politici l’avevano votata con qualche riserva
mentale – i comunisti non
erano favorevoli per principio
al decentramento, anche se
qualcuno di loro pensava alla
possibilità di ritagliarsi qualche casella di potere, attraverso direzioni di sede e
strutture di programmazione
(sviluppate con la terza rete
nel 1979). Contro la lottizzazione si erano schierati i liberali: Chiarenza si riconosceva
in loro essendo stato direttore
di Democrazia liberale, organo del movimento giovanile
del partito liberale, ed era approdato in Rai per chiamata
personale di Gianni Granzotto appena nominato amministratore delegato.
Il libro di Chiarenza ripercorre, da un osservatorio privilegiato ma con scrupolo cronistico, le alterne vicende fino
al ‘76. E, in una corposa postfazione, esamina l’arco temporale dal 1976 al marzo
2002, sottolineando che ‘la
sfida di oggi è quella di orientare l’intero sistema di comunicazione, che si presenta
sempre più complesso ai bisogni della società di domani.
Dal suo punto di vista l’autore
ritiene che, in questo quadro
il concetto stesso di servizio
pubblico, la sua funzione, le
diverse possibilità di articolarlo, vanno ripensati.
E il fatto che il volume, molto
lodato da Mario Morcellini,
adottato in parecchi corsi universitari e presente in quasi
tutte le bibliografie di tesi di
laurea che si occupano di televisione, sia ripubblicato con
lo stesso titolo, fa pensare
che Chiarenza non abbia
cambiato parere, anche se il
cavallo è, per stare all’imma-
gine, in agonia da più di 25
anni: una bella resistenza.
Salvo qualche distrazione su
fatti e personaggi (ad esempio Paolo Grassi che è stato
presidente dal ‘77 all’80 e che
cercò di dare una svolta culturale all’azienda, è nominato
una sola volta, e in nota, e come consigliere), il volume
mantiene un solido impianto
cronistico e si conclude, partendo dal presupposto che lo
Stato, pur in una visione liberale della società, intenda
mantenere una responsabilità diretta nella gestione dei
mass media, con alcune ‘ricette’ condensate nella postfazione in sette punti. Li sintetizzo:
1 - modello di conduzione trasparente in cui la gestione sia
separata dal controllo;
2 - gestire la programmazione e l’informazione in modo
credibile come in Gran
Bretagna e in Usa;
3 - tutte le assunzioni per
concorso, con regole chiare;
4 - regole etiche e deontologiche molto precise per chi vi
lavora;
5 - rendere chiare le responsabilità di fronte agli utenti;
6 - proventi della pubblicità
marginali, con un capitolo separato di bilancio;
7 - nuove tecnologie come
momento di sperimentazione
a disposizione degli utenti-cittadini.
Chiarenza a questo punto
abbandona l’immagine del
cavallo di Messina, emblema
di viale Mazzini e punta su
Saxa Rubra, dove si opera
fattivamente, e si augura che
all’unicorno, che è il nuovo
simbolo, ‘siano tagliate le briglie che lo inchiodano al passato. La Rai rappresenta ancora un patrimonio di professionalità e di intelligenza sopravvissuto ad ogni attentato;
ce la può fare, parola di un
suo ex dipendente’.
Franco Chiarenza,
Il cavallo morente.
Storia della Rai.
Franco Angeli,
Milano 2002,
pagine 254, euro 19,50
De DomenicoGavrila-Preta
Quella deficiente
della tv
Quando si dice la fortuna di
una battuta. Il fatto che a pronunciarla sia stata Franca
Ciampi, interpretando il pensiero di molti, ha sollevato un
nugolo di consensi, suggerendo persino a un accorto editore di sfruttarla per il titolo di un
libro che, in altre circostanze
sarebbe stato presentato con
quello che è stato declassato
a sottotitolo.
La definizione scioccante è citata in una frase dell’introduzione di De Domenico (che da
trent’anni divide il suo tempo
fra prestigiosi incarichi dirigenziali in Rai e l’insegnamento in
questa o quella Università)
che afferma “Quella deficiente
della tv - come con una mirabile e robusta sintesi l’ha definita la nostra first lady-deve
ORDINE
4
2003
dunque sforzarsi di conquistare e mantenere il centro della
corrente dei gusti delle attese,
dei bisogni della società di oggi, a partire da quelli di informazione e di intrattenimento.
La definizione che ci pare più
corretta dunque è quella di
mainstream television”. E questo in contrapposizione all’abusato termine di Tv generalista, mutuato dal termine francese, che l’autore definisce
‘supercilioso’.
Non si aspetti il lettore, dunque, da questo libro una sventagliata di ‘citazioni’ sui più clamorosi segnali di decadimento delle tv, sui più deplorevoli
esempi di idiozia verbale e
concettuale propinati quotidianamente da mille canali. Se
invogliato dal malizioso titolo
andasse a cercare la spazzatura televisiva, sarebbe deluso. A questo pensano altri testi, magari involontariamente,
esaltando personaggi frivoli e
presuntuosi.
Per fortuna. Questa è una ricerca seria che si vale dei
contributi dei curatori e del direttore della collana, Mario
Morcellini, prezzemolo di qualità (detto senza ironia, io adoro il prezzemolo) in testi e convegni, ma anche di una fitta
schiera di esperti, alcuni anche giovani d’età, che sono
padroni della magmatica materia.
Ampi saggi sono dedicati oltre
alla mainstream Tv ( ma non
era possibile creare un termine italiano?) e al suo futuro, al
mercato pubblicitario e al
Multichannel e ai suoi dintorni.
L’indice propone un ricco e accattivante menu per chi voglia
accostarsi , ad esempio, ai linguaggi della tv globale, in un
denso dizionarietto di voci, da
Account a Zapping, dopo aver
discettato su quesiti stimolanti, ponendo anche alcuni interrogativi sui quali riflettere.
Come ad esempio l’approccio
ad una sociologia della teleindipendenza, cioè l’emancipazione dalla fruizione televisiva,
sul quale ragiona Mihaila
Gavrila. In appendice si trovano anche due utili tabelle: la
prima relativa ai quindici principali canali tematici e a pagamento in Europa, elaborata
da Augusto Preta e la seconda che elenca le categorie
fondamentali per l’analisi del
mercato tv.
Da una tabella, riferita all’autunno 2001 (forse si sarebbe
potuto essere più aggiornati,
visto che siamo ormai nel
2003), emergono alcuni dati
interessanti: Ne estrapoliamo
alcuni.
Su un totale di 21 milioni 420
mila famiglie, 21 milioni 48mila
748 possiedono almeno un
televisore, quindi quasi il 98%
della popolazione, qualche
punto superiore alla media
europea, conosce le gioie e il
dolore del teleschermo.
Si aggiunga che il 90% vede a
colori e che almeno il 50%
possiede almeno due televisori. I videoregistratori sono
diffusi in circa il 60% delle famiglie. I televisori in circolazione erano oltre 35milioni, quasi
tutti a colori. Il televideo che fa
da supporto anche per chi
non acquista quotidiani è presente in oltre 15 milioni di famiglie, mentre soltanto il 10%
usufruiva a quella data del satellite (qui invece la media europea è del 20%). Il dato significativamente più modesto riguarda il DVD presente in poco più di 610 mila famiglie. Un
dato questo destinato a crescere, dicono gli esperti, in
modo vertiginoso.
Ecco dunque alcuni motivi per
cercare di capire non solo le
novità della ‘tastiera tecnologica’ ma della tv globale. A quel
punto, nella confusione delle
lingue e dei sistemi, c’è da
sperare che non si debba più
apostrofare la tv come deficiente, ma la si possa qualificare almeno efficiente.
Francesco De Domenico,
Mihaila Gavrila e Augusto
Preta (a cura di),
Quella deficiente della tv.
(Mainstream television
e Multichannel),
Franco Angeli, Milano 2002,
pagine 284,
euro 18,00
Giovane giurista desideroso
di coniugare il vecchio e il
nuovo in una sintesi superiore. Magistrato civile dell’epoca
trentina.
Docente di diritto pubblico a
Parma e Pavia. Giureconsulto
del Regno d’Italia. Infine, last
but not least, patriota critico,
deluso dall’avventura centralistica napoleonica e assai
sensibile alle tipicità delle società e dei diritti delle genti italiche. Tutto questo è stato
Gian Domenico Romagnosi
(1761-1835), fra gli ideologi
più importanti del nuovo Stato
italiano e fra i teorizzatori del
ruolo primario dei municipi e
delle comunità locali nel creare una base sociale allo Stato,
inteso come somma delle società particolari.
Per cogliere l’essenza del suo
pensiero non si può non suggerire la lettura di un recentissimo volume, curato da
Robertino Ghiringhelli, titolare
della cattedra di Storia delle
dottrine politiche all’Università
Cattolica del Sacro Cuore di
Milano. Si tratta di un volume
dal titolo Modernità e democrazia nell’altro risorgimento
(Giuffrè, 2002), che raccoglie
ben tredici saggi riguardanti
gli aspetti più significativi del
pensiero politico del Romagnosi.
La loro lettura consentirà di
scandire in modo assai efficace i tre periodi della sua opera: la formazione e le prime
esperienze (1775-1802); l’affi-
narsi dell’attività pubblica e
degli scritti giuridico-politici
nell’età napoleonica (18021815); la teorizzazione dei vari rami della civile filosofia e
della dottrina dell’incivilimento
che impegnano gli ultimi
vent’anni della sua vita (18151835). I vari aspetti del suo
pensiero e della sua produzione letteraria vanno intesi
come finalizzati alla costruzione di una “scienza della cosa
pubblica”, oggi diremmo una
scienza della politica, ad uso
della società civile.
Gian Domenico Romagnosi è
colui che meglio e più incisivamente di altri incarna e anticipa la dottrina politica dell’incivilimento, tipica del secondo
ottocento italiano. È la convinzione che l’unità nazionale
non dovesse essere imposta
dall’alto, ma definirsi attraverso i meccanismi del consenso allo Stato nazionale, tenendo conto delle differenti
culture e vicende presenti nel
Paese.
Alla base di questo ordine di
idee c’è il netto rifiuto del centralismo del modello costituzionale giacobino napoleonico, ma anche dell’autoritarismo regio, unito alla volontà
di recupero della realtà municipale, non riducibile a momento meramente esecutore
delle funzioni assegnatele dal
potere centrale.
In Romagnosi la politica viene
definita studio o arte che tende a raggiungere il maggior
bene pubblico col minor sacrificio della libertà e delle pro-
Gabriella Parca
La guerra acerba
di Lidia Sella
Si dipana con garbo, nel cannocchiale capovolto del tempo, il filo discreto dei ricordi
suggeriti al lettore dal diario di
Gabriella Parca. Questo libro,
destinato a una diffusione via
Internet, è stato presentato
nel marzo di quest’anno al
Circolo della Stampa di
Milano. L’autrice - oggi giornalista - allo scoppio della seconda guerra mondiale non era
che una ragazzina.
Quella nostalgia dolce-amara
che in ognuno di noi s’accompagna al rimpianto per la propria perduta gioventù qui si lega alla consapevolezza d’aver
vissuto eventi davvero memorabili. Sfondo della sua italianissima testimonianza di giovane donna, le tragedie che
hanno insanguinato il “mondo
civile” dal 10 giugno del ‘40 momento in cui il nostro
Paese decide di prender parte
alle ostilità - fino alla bomba su
Hiroshima nell’agosto ‘45.
I singoli tasselli impiegati per
costruire il complesso mosaico dell’impianto storico risultano assemblati con cura e
obiettività, quasi a formare le
tavole sinottiche d’un immaginario atlante. L’attenta concatenazione cronologica e logistica degli accadimenti consente quindi di seguire agevolmente le drammatiche mosse
avviate sullo scacchiere internazionale in quei lunghi anni
impastati di dolore.
Esaltazione mescolata a perplessità; lo spettro della fame,
della morte; il coraggio e l’ombra costante del terrore.
Interrogativi e speranze; inge-
nuità o furberie; un viluppo di
notizie e smentite. E poi lutti,
sofferenza, amor di patria, la
scelta - o l’obbligo - d’immolarsi sull’altare di un’ideologia
piuttosto che di un’altra, lo
squallore del tradimento...
Una disfatta sia per la ragione
che per il cuore, una prova
dalla quale nessuno è uscito
vincitore: popoli o individui, i vivi così come i milioni di caduti.
Ecco, il lettore viene calato nel
caleidoscopio della guerra: a
sperimentar sentimenti estremi, scatenati da circostanze
abnormi, quelle che hanno
determinato una congiuntura
globale fra le più infauste degli
ultimi secoli. Proposto in un’ottica duplice - intimistica e collettiva - non meno interessante appare insomma lo scenario psicologico su cui s’innesta
la trama autobiografica. Un
percorso affascinante: oscillazioni e cadute d’una coscienza critica ai suoi primi passi,
che vengono registrate - meglio, confessate - senza timore
di contraddirsi o svelarsi, dunque, con schietta e profonda
umanità.
L’intreccio narrativo, non particolarmente coinvolgente, in
alcuni passi tocca però punte
di notevole lirismo. Assai delicata la descrizione dell’amicizia sentimentale con Simone,
ragazzo ebreo che, recatosi al
ghetto di Roma a caccia di notizie sulla sua famiglia - già deportata in Germania - finirà
per esser catturato anche lui
dai tedeschi.
Purtroppo ci spiace dover rilevare qualche svista di carattere storico. Due esempi soltanto. Rommel viene nominato
maresciallo il 21 giugno ‘42,
prietà individuale con la tutela
dell’uguaglianza. La libertà
viene interpretata nella sua
declinazione negativa, come
assenza di vincoli. Il termine
democrazia è alquanto latitante negli scritti romagnosiani, anche per il timore di censure da parte della polizia austriaca. Viene pertanto sostituito sovente dall’espressione
“società incivilita”, caratterizzata dall’assenza di divisioni
rigide in classi o ordini e dall’uguaglianza delle opportunità di partenza per tutti.
Romagnosi riesce peraltro a
smascherare il ventre molle
del sistema rappresentativo,
quando afferma che «se il sistema rappresentativo apporta il sommo vantaggio di rendere mobili e maneggevoli le
grandi masse popolari, e di
far intendere la ragione a chi
si deve e come si deve, porta
pure seco il grave inconveniente di non rendere assolutamente certa l’unità d’interesse dei rappresentanti con
quella dei rappresentati».
In definitiva, il pregevole volume del prof. Ghiringhelli illumina sufficientemente sulla figura e il pensiero di un’insigne figura del Risorgimento, di
quell’età alla quale risalgono il
dibattito sulla formazione dello Stato moderno nazionale
italiano e le lotte per l’indipendenza.
Roberto Ghiringhelli,
Modernità e democrazia
nell’“altro” Risorgimento.
Studi romagnosiani,
Giuffrè, Milano 2002
UN LIBRO IN RETE
www.cpdonna.it.
(dal 10 marzo, tutti i giorni,
dal lunedì al venerdì,
un capitolo al giorno,
per 8 settimane e mezzo)
dopo la conquista di Tobruk.
Mentre la Parca gli attribuisce
questo grado già nel febbraio
‘41.
Inoltre le unità navali Usa approdarono sulle coste del
Marocco e dell’Algeria e non
in Tunisia, come invece sembrerebbe leggendo La guerra
acerba.
Infine, una piccola annotazione di natura linguistica. Prima
dello sbarco degli alleati in
Sicilia, nel discorso del 24 giugno ‘43 su “Gli imperiosi doveri dell’ora”, pronunciato a
Palazzo Venezia, a Roma, dinanzi al Direttorio nazionale
del partito, Mussolini dichiarava: “Il popolo italiano è ormai
convinto che è questione di vita o di morte. Bisogna che,
non appena il nemico tenterà
di sbarcare, sia congelato su
quella linea che i marinai chiamano del “bagnasciuga”, la linea della sabbia, dove l’acqua
finisce e comincia la terra”.
Una distrazione? Chissà…
Forse sì, perché in realtà per
bagnasciuga s’intende la parte dello scafo d’un natante
compresa fra la linea di minima e massima immersione,
che perciò è bagnata o asciutta a seconda del carico imbarcato o dello stato del mare. Ad
ogni modo non fu il Duce a “inventare” tale termine. In quell’occasione, semmai, vi fece
ricorso in maniera impropria.
Più correttamente avrebbe
dovuto optare per la parola
battigia, che appunto sta a indicare la striscia di sabbia ove
le onde vanno a morire…
Gabriella Parca, La guerra
acerba. Il secondo conflitto
mondiale visto con gli occhi di una ragazzina
29 (37)
LIBRI
IN REDAZIONE
Domenico Cara, I flautini dell’occhio, Laboratorio delle Arti,
pagine 243, euro 15
Stefano Apuzzo e Edgar Meyer, Fido non si fida, Stampa
alternativa, pagine 138, euro 9,30
Lorenzo Franchi, Un uomo una vita, Edizioni Del Leone,
pagine 169. euro 13
Andrea Filippo Saba e Edgar Meyer, Storia Ambientale, una
nuova frontiera storiografica,
Editore Teti, pagine 261, euro 20,66
Guido Knopp, Olocausto, Editrice Corbaccio, pagine 377,
euro 20
Luigi Tivelli e Sergio Masini, Un nuovo modo di governare,
l’e-government e il cambiamento della pubblica amministrazione, Enterprise Ericsson, pagine 173, euro 18
Enrico Grassoni, L’altra faccia della tecnica, Mimesis, pagine
124, euro 12
Gilberto Gelosa e Massimo Insalaco, Fusioni e scissioni di
società, Giuffrè Editore, pagine 624, euro 42
Mario Oriani, Il convento dei delitti, Orme editori, pagine 126,
s. i. p.
Autori vari, Ergonomia del posto di lavoro del tele-radiocronista
sportivo in ambito calcistico, ricerca condotta in collaborazione
tra Inail e Ergolab, Edizione Inail 2002, pagine 87, s. i. p.
La scrittrice Carla Porta Musa
compie 101 anni: il segreto
della longevità racchiuso nei versi
“La gioia di vivere / mi fa camminare
diritta per la strada / accettando tutto
quello / che mi passa intorno / ma
soffermandomi / di tanto in tanto / ad
assetarmi di cielo”. La gioia di vivere, la
sete di cielo, la curiosità di stare al
mondo.
Basta leggere i suoi versi per scoprire il
segreto della vitalissima longevità di
Carla Porta Musa, la scrittrice e
poetessa comasca che ha compiuto
101 anni il 15 marzo scorso. Una bella,
colta ed elegante “ragazza” del 1902.
Folgorata, ancora adolescente, dai
versi di Guido Gozzano. Poetessa,
dunque. Ma anche giornalista (è iscritta
nell’elenco pubblicisti dell’Ordine della
Lombardia dal 21 maggio 1958), collaboratrice di riviste come La Domenica
del Corriere, Amica, L’illustrazione
italiana. Non solo. Negli anni, Carla
Porta Musa è stata infatti un’instancabile organizzatrice di incontri e convegni. A Como, i suoi
“Venerdì letterari” (nati nel 1946) sono una vera e propria
istituzione a cui hanno partecipato i più grandi scrittori italiani: da Salvatore Quasimodo a Riccardo Bacchelli, da Guido
Piovene a Mario Rigoni Stern.
Ma navigando il presente, attraverso le pagine del sito
www.carlaportamusa.it, non si può fare a meno di pensare
all’Italia dei primi del Novecento. All’Italia dove nasce la
borghese Carla, figlia dell’industriale milanese Enrico Musa
e della panamense-ticinese Maria
Casella, discendente dei Maestri
Comacini. Mentre in Europa infuria
la prima guerra mondiale, Carla
studia nei migliori collegi inglesi e
svizzeri. Finita la guerra, prende
lezioni di piano, di canto e di danza
classica, assistita dalla prima ballerina del Covent Garden. Nel 1935
scrive la sua prima poesia () e
sposa Giannino Porta, stimato
medico pediatra. Nel 1939 nasce la
sua unica figlia, Livia. Nel 1955
incontra casualmente sul treno
l’editore Arnoldo Mondadori, che
pubblica il suo primo romanzo
Virginia 1880. Dopo nove libri e
prestigiosi riconoscimenti, Carla
Porta Musa ancora oggi continua a
collaborare per l’archivio della
Biblioteca di Como. La sua città
natale, lo scorso anno, ha festeggiato i cento anni della scrittrice con una messa officiata
nella chiesa di Sant’Abbondio da monsignor Gianfranco
Ravasi e con una grande festa al Teatro Sociale. “Non
esiste – ha scritto Carla Porta Musa in un articolo del 1971
– una età precisa per essere e apparire vecchi. Forse la
“vecchiaia” varia secondo la vita che s’è fatta “. Una vita,
quella di Carla Porta Musa, vissuta sicuramente con intensità e passione. Di nuovo auguri, signora Carla.
Claudia Cassino
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Chiuso in redazione il 28 marzo 2003
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ORDINE
4
2003
ORDINE
4
30 (39)
2003

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