Il futuro e l`Apocalisse, è questo il leitmotiv di larga parte dell

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Il futuro e l`Apocalisse, è questo il leitmotiv di larga parte dell
Federico Magi
Metropolis
26 giugno 2009
Il futuro e l’Apocalisse, è questo il leitmotiv di larga parte dell’animazione giapponese degli ultimi
trent’ anni. A partire dai Goldrake e i Mazinga, arrivati in Italia nel 1978 come cartoni seriali, il
presentimento di un futuro in cui i robot avrebbero dominato il mondo è diventato una forma di
intrattenimento visivo, in principio quasi ludico ma poi sempre più angosciante, irrinunciabile anche
in Occidente. Se lo spauracchio di partenza era La Guerra fredda (l’atomica sempre in rampa di
lancio), che di certo è alla base delle motivazioni non dette del Conan di Miyazaki, ispirato da un
romanzo (The Incredible Tide) di Alexander Key, con lo scorrere del tempo, e a Muro di Berlino
ampiamente crollato, è risultato evidente ai costruttori di fiabe animate che di motivi
d’autodistruzione, per gli esseri umani, ce ne erano ben altri, sempre legati a equilibri (squilibri) di
potere, a imperialismi assortiti e a umane negligenze, per usare un eufemismo, nella salvaguardia
dell’ecosistema. Da Oriente a Occidente, sotto questa immaginifica influenza che spirava dal Sol
Levante, sono nati i grandi lungometraggi fantascientifici della fine dei Settanta e degli Ottanta,
come la prima trilogia Star Wars, Alien, Blade Runner e Terminator. Il futuro è un’ ipotesi,
cantava proprio negli Ottanta Enrico Ruggeri, certo con ben diversi e meno inquietanti quesiti di
base, ma un’ipotesi terrificante e oscura, a quanto vagheggiato dall’intrattenimento di celluloide
degli anni a venire, tanto da immaginare un rapporto ambiguo tra l’uomo e la macchina, fino quasi a
ribaltare i ruoli, umanizzando le macchine e robotizzando sempre più gli uomini, come è
riscontrabile in mondo lampante e angosciante soprattutto in Blade Runner e Terminator 2, il
giorno del giudizio (ma anche nel quasi contemporaneo, struggente e malinconico A.I. di
Spielberg, a ben guardare). Da queste suggestioni, oltre ché da tanta letteratura di genere, trae
spunto Metropolis, lungometraggio d’animazione datato 2001 e ispirato al manga omonimo di
Osamu Tezuka, diretto da quel Rintaro già regista del suggestivo anime La spada dei Kamui e di
uno dei tre episodi (Labyrinth) de I racconti del Labirinto. Da queste ma soprattutto dal
capolavoro del cinema muto del tedesco Fritz Lang (l’omonimo e ben più famoso Metropolis, del
1927), a cui è liberamente ispirato, e al quale tutte le pellicole sopra citate devono certamente
qualcosa. Fatta un po’ di storia e lasciati i dovuti riferimenti cinematografici, raccontiamo
brevemente l’intreccio.
Metropolis è una megalopoli del futuro, una gigantesca Città Stato abitata da diverse classi sociali. Il
Presidente Boon controlla l’esercito e guida le istituzioni, ma il vero potere è detenuto dal Duca Red
il quale, segretamente, sta facendo costruire dal Dr. Laughton – uno scienziato svanito nel nulla e
ricercato dalle autorità – l’androide perfetto, Tima, colei che governerà il mondo dallo Ziggurrat, una
torre imponente e ipertecnologica che si erge al centro di Metropolis. Uomini e androidi convivono,
nella città del futuro, ma le macchine spesso si ribellando alle prescrizioni umane. Di più, le
macchine, i robot, sono così evoluti da comprendere l’assenza di libertà e le sperequazioni sociali,
proprio perché programmate per il bisogno dell’uomo. In effetti Metropolis è tutt’altro che un’oasi si
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pace e beatitudine: si estende per più livelli nel sottosuolo, dove vive un proletariato suburbano
pronto alla rivolta, contro i tiranni e contro le macchine. In questo scenario da Apocalisse alle porte
arriva dal Giappone un investigatore privato, accompagnato dal nipotino Kenichi, sulle tracce dello
scomparso Dr.Laughton. Ma l’intreccio è ancor più complesso, perché il Duca Red e la sua polizia di
partito hanno in mente, grazie al potere dell’ancora inconsapevole Tima, di ribaltare gli equilibri
politici della città e da essa governare il mondo. E poi c’è anche Rock, figlio adottivo del Duca che
vuol boicottare l’esperimento androide a tutti i costi: di qui il tentativo di distruggere Tima, ancora
ignara della sua potenza e credutasi bambina umana, grazie all’amicizia e all’amore di Kenichi che
l’aveva salvata dall’esplosione in cui aveva perso la vita il Dr.Laughton. In un finale di fuoco e
distruzione, la macchina si ribellerà al perverso potere dell’uomo, immaginando una soluzione
terminale. Ma c’è l’amore di Kenichi, per un cuore artificiale immaginato simile a quello degli
uomini.
Il tema non è nuovo, come non lo è lo scenario apocalittico, ma Metropolis conferma l’ottimo feeling
tra il cinema d’animazione nipponico e certe tematiche adulte, affatto spensierate e tradotte in un
fantascientifico che non ha nulla né di ludico e né, a ben guardare, di troppo sdolcinato o “buonista”.
Il film di Rintaro risulta addirittura angosciante, nella lunga sequenza pre epilogo, a dispetto di un
uso del colore che cerca fantasie assortite e rifugge lo stile gotico-dark tanto caro a questo tipo
d’animazioni, ancorché dosando sapientemente la lucentezza restituita. Anche i ritmi e la musica
vanno quasi contro la tendenza di genere: un po’ lento all’ingresso della storia e nebuloso in alcuni
suoi intrecci preliminari, Metropolis si avvale di una colonna sonora che spazia dal jazz al melodico
country, rievocando atmosfere dell’America degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta. Questa scelta
apparentemente stridente non sembra un vezzo di Rintaro, ma quasi un modo per creare atmosfere
da vecchio noir, che a dire il vero mal s’accordano – a mio parere – col contesto fantascientifico. Solo
nel finale, sulle abbondanti scene di distruzione, le note di I can’t stop loving you, celebre brano
del musicista country Don Gibson, interpretato da Ray Charles, hanno una palese e riscontrabile
valenza simbolica, per un amore androide-umano impossibile ma comunque necessario a salvare il
pianeta a un passo dalla devastazione totale.
Come si diceva in sede d’introduzione, il tema principe di Metropolis, ovvero il rapporto affettivo tra
umano e androide, è mutuato in maniera dolce e delicata da due capolavori fantascientifici come
Blade Runner e Terminator 2 (James Cameron, non a caso, ha espresso lodi entusiastiche per
Metropolis), due film che insinuavano inquietanti interrogativi: può il robot essere programmato su
registri emotivi? Può essere programmato per provare empatia, amore? O addirittura essere
indirizzato a una sorta di filantropia, come tenta di fare, con sorprendenti risultati, Edward FurlogJohn Connor con Arnold Shwarznegger-Terminator nel secondo episodio del gioiello di James
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Cameron? Terminator 2 è proprio il film che estende a macchia d’olio e che meglio restituisce dubbi,
orrori e inquietudini legati al rapporto tra l’uomo e la macchina, in quanto le macchine prima
distruggono e poi tornano indietro nel tempo, riprogrammate, per vegliare sul leader della futura
ribellione umana. Come in Terminator e Blade Runner, anche in Metropolis risulta chiaro ed
evidente il limite umano nella ricerca di contatto o quantomeno di avvicinamento all’idea di assoluto.
Tima, in effetti, è pensata come una sorta di semidio, concetto arcaico (ricordate la saga di
Gilgamesh?) ma sempre fascinosamente attuale, una sorta di ponte tra cielo e terra (un tempo c’era
il Pontifex, sempre nel mondo arcaico e tradizionale), tra umano e divino. Non a caso viene evocato
nel film più volte lo Ziggurrat, torre dell’antica area mesopotamica, il cui emblema storico,
mitologico e letterario è l’arcinota Torre di Babele, anch’essa mutuata da Tezuka come simbolo del
crollo di una civiltà, della sua autodistruzione, di un’Apocalisse presentita in cui l’uomo perde la
giusta distanza tra sé e le cose, nonché i concetti d’identità e alterità, principi primi della vita in
comunità.
Costato la bellezza di 12 milioni di dollari, ma legato a tratti animati forse troppo infantili per un
simile tema, Metropolis denota comunque delle suggestive scelte estetiche, soprattutto di contrasto,
mescolando effetti digitali e computer grafica. Elaboratissima l’animazione della fortezza, per la
quale Rintaro ha goduto della collaborazione di notevoli firme del cartoon nipponico, come il
disegnatore, sceneggiatore e regista Katsuhiro Otomo. Non mancano, a ben guardare, i classici temi
dostoevskijani, sempre presenti nelle animazioni giapponesi dall’ampio respiro, come i rapporti aridi
tra padre e figlio generatori di paure inconsce e aggressività (il personaggio di Rock è emblematico,
in questo senso), come non manca la riflessione di fondo sull’etica e sul potere, con riferimenti
nemmeno troppo velati alla genesi delle dittature novecentesche.
A conti fatti, davvero un ottimo lungometraggio animato, ricco di spunti di riflessione e forte di una
sua riconoscibile cifra autoriale. Forse non è il capolavoro di cui si è andato vagheggiando in questi
anni, perché fin troppo cerebrale e costruito, non limpido e puro come un’opera miyazakiana, per
intenderci, ma un film decisamente da vedere.
Federico Magi, giugno 2009.
3/3