attualità - Dehoniane

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attualità - Dehoniane
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ROCCO PANZARINO - MARZIA ANGELINI
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SANTI
SIMBOLI
Storia, miracoli, tradizioni e leggende nell’arte sacra
quindicinale di attualità e documenti
2012
22
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Attualità
«STRUMENTI»
pp. 288 - € 27,50
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Monti e il centro-destra
La primavera egiziana
Asia: il Concilio realizzato
Cinesi cattolici in Italia
Studio del Mese
Uomo-macchina, macchina-uomo
Metafora e mito della scienza medica
Anno LVII - N. 1135 - 15 dicembre 2012 - IL REGNO - Via Nosadella 6 - 40123 Bologna - Tel. 051/3392611 - ISSN 0034-3498 - Il mittente chiede la restituzione
e s’impegna a pagare la tassa dovuta - Tariffa ROC: “Poste Italiane spa - Sped. in A.P. - DL 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1, DCB Bologna”
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quindicinale di attualità e documenti
!! ! ! CHRISTIAN GABRIELI
A
ttualità
Uno scisma moderno
15.12.2012 - n. 22 (1135)
Caro lettore,
Libri del mese
721 (G. Brunelli)
i 50 anni che ci uniscono e ci separano
dall’evento conciliare descrivono un
tempo lungo per intensità e globalità dei
cambiamenti storici intercorsi. Tra tutti
basterà citare la caduta del muro di
Berlino nel 1989. Per la rivista Il
Regno si tratta di una memoria e di
una storia che l’hanno vista, proprio a
partire dal concilio Vaticano II,
diventare sempre più fonte, protagonista,
interprete della vita della Chiesa.
Dal Concilio Il Regno trae la propria
ispirazione, il prisma interpretativo per
leggere il presente, lo stile del confronto
con il mondo contemporaneo. Siamo
oggi sollecitati in questo anche dalle
parole di papa Benedetto XVI, che nel
documento di indizione dell’Anno della
fede ricorda come il concilio Vaticano
II dev’essere riletto e riscoperto come
«una grande forza per il sempre
necessario rinnovamento della Chiesa»
(Porta fidei, n. 5).
In questo spirito desideriamo fare dono
a tutti i nostri lettori di qualcosa che
crediamo abbia un grande valore storico
e documentario: l’intera collezione dei
Servizi speciali che Il Regno
pubblicò allora con cadenza
quindicinale durante le quattro sessioni
del Concilio, tra il 1962 e il 1965.
A partire da dicembre 2012 e con
cadenza mensile troverà su
www.ilregno.it in formato digitale le
«Note conciliari» di p. E. Balducci, le
cronache delle congregazioni, i
commenti, i numeri delle votazioni oltre
naturalmente ai documenti approvati:
rileggere per comprendere nuovamente.
Con l’occasione desideriamo augurarle
un Natale spiritualmente fecondo e un
2013 di vera pace.
R
Italia – Politica:
Monti a coprire il vuoto
{ Novità e limiti nel centro-destra }
723 (G. Bernardelli)
Egitto – Proteste contro Mursi:
quella primavera era vera
{ Tra rivoluzione liberale
e involuzione islamista }
749 (P. Stefani)
La comunità lefebvriana
750 (M.E. G.)
PREFAZIONE DEL CARD. VELASIO DE PAOLIS
Il Vangelo e la storia
{ Una memoria aperta
su Giuseppe Dossetti }
Editoria – Dossetti
Testi… critici
726 (S. Levi Della Torre)
753
728 (M.E. Gandolfi)
Segnalazioni
762 (M. Castagnaro)
F. Strazzari, Fragmentos di America
Latina
Medio Oriente – Conflitti:
la Palestina all’ONU
{ Le conseguenze politiche
del riconoscimento }
Nigeria – Violenze
Se la cittadinanza non è inclusiva
729 (M. Amaladoss)
Asia-Teologia – 50° Vaticano II:
Chiesa e missione di Dio
{ Appello a un dialogo permanente }
734 (M.E. G.)
Chiesa cattolica – Donne prete
Provvedimenti
734 (M. B.)
Santa Sede – Vatileaks
Il perdono del papa
735 (D. Sala)
Italia – Immigrati cinesi:
fede e integrazione
{ Vecchia e nuova evangelizzazione
dei cattolici provenienti dalla Cina }
738 (G. B.)
Sardegna – Chiesa e crisi
I vescovi con i disoccupati
Schede (a cura di M.E. Gandolfi)
762 (L. Spaziani)
P. De Benedetti, M. Giuliani,
Portare il saluto
763 (M. Paiano)
I. Mattioni, Da grande farò la santa
764 (G. Mocellin)
R. Stella, Eros, Cybersex, Neoporn
765 Profilo { Pier Cesare Bori }
Imago Dei.
La ricomposizione possibile
di una vita ricca e tumultuosa
(P. Stefani)
Diario ecumenico
741 (M. Castagnaro)
Brasile – Chiesa in Amazzonia:
Sâo Gabriel: la più povera
{ Intervista con il vescovo
Edson Tasquetto Damian }
743 (W. Uranga)
Argentina – Chiesa e dittatura
La verità ancora oscura
744 (C. Molari, P. Casaldáliga)
Testimoni – Cristiani
nei due mondi: bei vecchi
{ Arturo Paoli, Pedro Casaldáliga }
pp. 312 - € 27,00
768 (L. Accattoli)
Agenda vaticana
Studio del mese
739 (J. Rubio)
Catalogna – Chiesa-indipendenza:
la parola ai cittadini
{ A Tarragona e a Madrid
le due linee dei vescovi }
«OGGI E DOMANI»
767 (D. Sala)
{ Metafora e mito
della scienza medica }
769 (L. Tesio)
Uomo-macchina, macchina-uomo
779 (P. Stefani)
Parole delle religioni
Natale: una festa di tutti
781 (L. Accattoli)
Io non mi vergogno del Vangelo
«Benedico nei luoghi affollati».
Ancora sulle benedizioni
dei cristiani comuni
)
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783
Indici Attualità 2012
746 (M. Pohlmeyer)
Cinema – Prometheus:
epica postmoderna
{ La ricerca dell’immortalità
nell’ultimo film della serie di Alien }
Colophon a p. 780
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quindicinale di attualità e documenti
!! ! ! CHRISTIAN GABRIELI
A
ttualità
Uno scisma moderno
15.12.2012 - n. 22 (1135)
Caro lettore,
Libri del mese
721 (G. Brunelli)
i 50 anni che ci uniscono e ci separano
dall’evento conciliare descrivono un
tempo lungo per intensità e globalità dei
cambiamenti storici intercorsi. Tra tutti
basterà citare la caduta del muro di
Berlino nel 1989. Per la rivista Il
Regno si tratta di una memoria e di
una storia che l’hanno vista, proprio a
partire dal concilio Vaticano II,
diventare sempre più fonte, protagonista,
interprete della vita della Chiesa.
Dal Concilio Il Regno trae la propria
ispirazione, il prisma interpretativo per
leggere il presente, lo stile del confronto
con il mondo contemporaneo. Siamo
oggi sollecitati in questo anche dalle
parole di papa Benedetto XVI, che nel
documento di indizione dell’Anno della
fede ricorda come il concilio Vaticano
II dev’essere riletto e riscoperto come
«una grande forza per il sempre
necessario rinnovamento della Chiesa»
(Porta fidei, n. 5).
In questo spirito desideriamo fare dono
a tutti i nostri lettori di qualcosa che
crediamo abbia un grande valore storico
e documentario: l’intera collezione dei
Servizi speciali che Il Regno
pubblicò allora con cadenza
quindicinale durante le quattro sessioni
del Concilio, tra il 1962 e il 1965.
A partire da dicembre 2012 e con
cadenza mensile troverà su
www.ilregno.it in formato digitale le
«Note conciliari» di p. E. Balducci, le
cronache delle congregazioni, i
commenti, i numeri delle votazioni oltre
naturalmente ai documenti approvati:
rileggere per comprendere nuovamente.
Con l’occasione desideriamo augurarle
un Natale spiritualmente fecondo e un
2013 di vera pace.
R
Italia – Politica:
Monti a coprire il vuoto
{ Novità e limiti nel centro-destra }
723 (G. Bernardelli)
Egitto – Proteste contro Mursi:
quella primavera era vera
{ Tra rivoluzione liberale
e involuzione islamista }
749 (P. Stefani)
La comunità lefebvriana
750 (M.E. G.)
PREFAZIONE DEL CARD. VELASIO DE PAOLIS
Il Vangelo e la storia
{ Una memoria aperta
su Giuseppe Dossetti }
Editoria – Dossetti
Testi… critici
726 (S. Levi Della Torre)
753
728 (M.E. Gandolfi)
Segnalazioni
762 (M. Castagnaro)
F. Strazzari, Fragmentos di America
Latina
Medio Oriente – Conflitti:
la Palestina all’ONU
{ Le conseguenze politiche
del riconoscimento }
Nigeria – Violenze
Se la cittadinanza non è inclusiva
729 (M. Amaladoss)
Asia-Teologia – 50° Vaticano II:
Chiesa e missione di Dio
{ Appello a un dialogo permanente }
734 (M.E. G.)
Chiesa cattolica – Donne prete
Provvedimenti
734 (M. B.)
Santa Sede – Vatileaks
Il perdono del papa
735 (D. Sala)
Italia – Immigrati cinesi:
fede e integrazione
{ Vecchia e nuova evangelizzazione
dei cattolici provenienti dalla Cina }
738 (G. B.)
Sardegna – Chiesa e crisi
I vescovi con i disoccupati
Schede (a cura di M.E. Gandolfi)
762 (L. Spaziani)
P. De Benedetti, M. Giuliani,
Portare il saluto
763 (M. Paiano)
I. Mattioni, Da grande farò la santa
764 (G. Mocellin)
R. Stella, Eros, Cybersex, Neoporn
765 Profilo { Pier Cesare Bori }
Imago Dei.
La ricomposizione possibile
di una vita ricca e tumultuosa
(P. Stefani)
Diario ecumenico
741 (M. Castagnaro)
Brasile – Chiesa in Amazzonia:
Sâo Gabriel: la più povera
{ Intervista con il vescovo
Edson Tasquetto Damian }
743 (W. Uranga)
Argentina – Chiesa e dittatura
La verità ancora oscura
744 (C. Molari, P. Casaldáliga)
Testimoni – Cristiani
nei due mondi: bei vecchi
{ Arturo Paoli, Pedro Casaldáliga }
pp. 312 - € 27,00
768 (L. Accattoli)
Agenda vaticana
Studio del mese
739 (J. Rubio)
Catalogna – Chiesa-indipendenza:
la parola ai cittadini
{ A Tarragona e a Madrid
le due linee dei vescovi }
«OGGI E DOMANI»
767 (D. Sala)
{ Metafora e mito
della scienza medica }
769 (L. Tesio)
Uomo-macchina, macchina-uomo
779 (P. Stefani)
Parole delle religioni
Natale: una festa di tutti
781 (L. Accattoli)
Io non mi vergogno del Vangelo
«Benedico nei luoghi affollati».
Ancora sulle benedizioni
dei cristiani comuni
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Indici Attualità 2012
746 (M. Pohlmeyer)
Cinema – Prometheus:
epica postmoderna
{ La ricerca dell’immortalità
nell’ultimo film della serie di Alien }
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Politica
I TA L I A
m
onti a coprire il vuoto
Novità e limiti nel centro-destra
D
icembre ha portato
cambiamenti. La costituenda coalizione di
Monti è la novità
(prima non c’era) della
politica italiana. Ma si tratta di una
novità in movimento. Ancora esposta
all’incertezza: sia nella sua definizione
organizzativa (quante liste alla Camera? presenti ovunque?), sia nella
sua collocazione politica (neocentrista? oppure a vocazione maggioritaria
nel campo del centro-destra? una DC
piccola piccola o un Partito popolare
europeo sezione italiana?).
Sulla definizione organizzativa ne
sapremo di più dopo la metà di gennaio. Sull’identità politica dovremo
aspettare l’esito delle elezioni del 24 e
25 febbraio. Sarà infatti il successo o
l’insuccesso elettorale a determinare
davvero l’evoluzione identitaria della
nuova formazione. Anche se la linea
scelta da Bersani e dal Partito democratico (PD), ribadita dalla dura sconfitta di Renzi, di dare vita a un fronte
progressista, chiudendo definitivamente all’ipotesi di un partito democratico di tipo liberal riformista, consegna oggi, di fatto, Monti e i liberal-democratici al campo del centrodestra.
sua formazione, nonché per il superamento dell’attuale Unione di centro
(UDC). L’odierna coalizione sarebbe
solo la prima tappa di una più vasta
ridefinizione del centro-destra. La
prospettiva di una configurazione del
nuovo soggetto sul modello del Partito
popolare europeo si avvicinerebbe. In
quel caso l’eventuale alleanza di governo con i progressisti di Bersani e
Vendola avrebbe un significato politico paritario e temporaneo in attesa
di tornare alternativi, secondo una dinamica bipolare di tipo tedesco.
Se Monti arriverà terzo con un ri-
sultato percentuale significativo tutto
si farà più complesso e incerto nel
campo del centro-destra e nel paese. Il
significato politico di un’eventuale alleanza con la sinistra sarebbe esposto
al rischio della subalternità. Una sorta
di riedizione del compromesso tra DC
e PCI, ma rovesciata per peso ed egemonia. Se, infine, la formazione di
Monti risultasse addirittura quarta,
cioè sotto il movimento di Grillo, si
dovrebbe parlare allora di fallimento
dell’esperimento.
Un po’ per decisione, un po’ per
spinta, Monti si è ritrovato, passo
Il risultato e l’identità
La linea del successo di Monti è
data dal confronto/scontro con il Popolo della libertà (PDL). Se Monti supererà Berlusconi la politica italiana
cambierà profondamente, per l’accelerazione della parabola discendente
del cavaliere e lo smottamento della
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dopo passo, in campo come leader
politico e non più come presidente
del Consiglio di un governo tecnico.
Con l’annuncio delle sue dimissioni,
l’8 dicembre, dopo l’attacco parlamentare all’operato del suo governo
da parte del maggior partito della sua
maggioranza, il PDL, Monti ha compiuto il primo vero atto politico. La
decisione, motivata dalla volontà di
non farsi logorare dall’atteggiamento
del PDL dopo il ritorno di Berlusconi,
non equivaleva di per sé a un suo diretto coinvolgimento nella campagna
elettorale, ma ne è stato il presupposto
necessario.
È facile immaginare che Monti sia
stato dissuaso da più parti dall’entrare
direttamente nella competizione elettorale, a cominciare dal Quirinale,
che ha visto interrompersi bruscamente il proprio disegno di stabilizzazione del sistema politico italiano.
Ma, come è emerso chiaramente dai
media, la diffida maggiore l’hanno
posta i vertici del PD, fino all’accusa,
formulata ripetutamente da D’Alema,
di dubbia moralità della scelta.
I passi successivi sono stati la presentazione (dopo lo scioglimento delle
Camere il 22 dicembre) di un proprio
programma («Agenda Monti»), sul
quale il premier ha chiesto l’adesione
delle diverse forze politiche; infine
l’avvio della nuova federazione centrista che si presenta unita in un’unica
lista al Senato e distinta alla Camera
e che sin qui raccoglie l’UDC e la
nuova lista personale del presidente
del Consiglio uscente costituita dal
movimento «Verso la terza Repubblica» e da «Italia Futura».
Nella scelta di Monti di cimentarsi
direttamente con l’attività politica c’è
inevitabilmente anche una dimensione personale, dettata dalla convinzione di poter proseguire l’azione intrapresa col governo tecnico e di saper
fare meglio di altri. Ma credo che sia
stata decisiva la scelta di Berlusconi di
tornare direttamente a guidare il
PDL.
Tra le due ipotesi politiche opposte,
formulate il 24 e il 27 ottobre, Berlusconi ha infine scelto definitivamente:
se con la prima si sarebbe fatto da
parte, con la seconda è tornato in
campo, annullando ogni sviluppo democratico interno al partito; se con la
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prima avrebbe optato per il liberalismo
europeo e per il PPE, favorendo un’alleanza di tutto il centro-destra, con la
seconda ha preferito una linea populista demagogica contraria alle tasse e ai
cosiddetti «poteri forti», sulla quale ritentare un’alleanza con la Lega; se con
la prima aveva indicato in Monti e nelle
politiche del suo esecutivo un punto di
riferimento e una prosecuzione della
linea del proprio governo, con la seconda gli ha attribuito la fase recessiva
della nostra economia e la sudditanza
internazionale ai diktat tedeschi. La
sconfitta di Alfano dentro il PDL e il
rientro di Berlusconi hanno aperto nel
centro-destra quel vuoto che ora Monti
cerca di riempire.
Apprezzamenti
e distinguo ecclesiastici
I media hanno attribuito alle gerarchie ecclesiastiche (vaticane e italiane) un convinto e diretto appoggio
all’operazione Monti. Sia L’Osservatore romano, sia Avvenire, sia alcuni
esponenti dell’episcopato italiano
(mons. Bruno Forte) hanno salutato il
tentativo Monti come un’opportunità e una speranza. Il presidente
della CEI, card. Bagnasco, ha richiamato alla necessità di non sciupare i risultati conseguiti sin qui dai
sacrifici degli italiani e ha ribadito la
stima e il credito internazionale di
cui gode il presidente Monti. Tra i
critici verso gli apprezzamenti nei
confronti del premier, il neo vescovo
di Ferrara, mons. Negri. Altri vescovi, in passato maggiormente legati al centro-destra berlusconiano,
hanno sin qui taciuto.
Non è una posizione semplice
quella delle gerarchie ecclesiastiche.
Che richiede misura. Perché se identificare l’istituzione ecclesiastica con
un partito è di per sé discutibile, intestarsi il rischio di un fallimento è perlomeno inopportuno.
Azzardando un’interpretazione
unitaria (ma le diversità permangono
sia tra i vescovi, sia tra la CEI come
tale e la Santa Sede) credo si possa osservare che in pochi tra i vescovi italiani c’è il desiderio o la nostalgia di un
ritorno al passato. Il passato rassicurante della DC viene ritenuto non più
riproducibile. Con esso vi è la consapevolezza che il tema dell’unità politica
dei cattolici sia di fatto stato archiviato
nelle forme storicamente sperimentate.
La presenza di cattolici nel centro-sinistra e nel resto del centro-destra, oltre che nell’area montiana, consiglia di
non farne una semplice riproposizione.
Inoltre, lo schema bipolare sembra sostanzialmente accettato. Ma si
tratta di un bipolarismo di tipo tedesco, nel quale più che produrre
un’equidistanza dai due schieramenti
maggiori i vescovi assumono di fatto
una minor distanza dal partito di tradizione o derivazione popolare o democratico-cristiana. Se Monti dovesse
risultare utile per conseguire un tale
obiettivo di stabilizzazione della crisi
sistemica italiana, godrebbe di un favore di fatto, più che dichiarato, delle
gerarchie ecclesiastiche. Più difficile
per i vescovi sarebbe accettare un discorso di egemonia culturale e politica
della sinistra nella forma progressista,
entro la quale si percepisce un incipiente tratto di neo-laicismo.
Si può supporre che lo schema di
relazione con il sistema politico dei
partiti impostato dal presidente della
CEI card. Bagnasco a Todi, nel 2011,
sia di fatto riprodotto nell’imminenza
della campagna elettorale: in tal caso
i vescovi terranno fermo il discorso
sui valori non negoziabili, connotandoli maggiormente su un piano sociale, dopo di che saranno i gruppi
politici e i diversi esponenti, cattolici e
non, a segnalare la loro maggiore o
minore vicinanza, la loro maggiore o
minore distanza dai richiami della
CEI. In fondo, quella elaborata dai
vertici episcopali italiani è una posizione di sicurezza.
Più complesso si fa il ragionamento se si dovesse aprire compiutamente
il capitolo (e sin qui non è stato ancora
fatto) di una ridefinizione della presenza culturale, sociale e politica dei
cattolici nel nostro paese. Non potrà
passare troppo tempo ancora dal cominciare a farlo, perché sta crescendo
la consapevolezza che ci si trova alla
fine della fase storica contraddistinta
dal cattolicesimo politico e che si è
aperta una fase del tutto nuova nella
quale il cattolicesimo appare connotato come post-politico. Ma questa è
un’altra storia.
Gianfranco Brunelli
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Proteste contro Mursi
EGITTO
q
uella primavera era vera
Tr a r i v o l u z i o n e l i b e r a l e e i n v o l u z i o n e i s l a m i s t a
C
olti ancora una volta di
sorpresa da piazza Tahrir. Anche se – a dire il
vero – stavolta le manifestazioni più imponenti si svolgono a Heliopolis, intorno
a un palazzo presidenziale trasformato
rapidamente in un fortino. Va avanti
ormai da settimane al Cairo lo scontro
tra Mohammed Mursi – l’esponente
dei Fratelli musulmani eletto presidente nel giugno scorso – e l’opposizione liberale, tra le cui file è schierata
anche la stragrande maggioranza dei
cristiani copti. Nel momento in cui
scriviamo non sappiamo ancora i risultati definitivi del referendum sulla
bozza di Costituzione approvata dai
soli islamisti, tenutosi in due tornate il
15 e il 22 dicembre. Ma dallo spoglio
dei voti del primo turno è già emerso
chiaro il quadro di un paese spaccato a
metà, con gli islamisti che si confermano maggioranza a livello nazionale
ma perdono al Cairo e nel Delta del
Nilo. Non è difficile prevedere, dunque, che se – come probabile – la Costituzione verrà comunque approvata,
questo voto organizzato in fretta e furia, tra manifestazioni di piazza e intimidazioni molto violente e con un’opposizione tentata fino all’ultimo di
scegliere la strada del boicottaggio, non
segnerà la fine del confronto tra le due
anime dell’Egitto.
Colti di sorpresa
Siamo stati colti di sorpresa da questo braccio di ferro; ma non vuole dire
che i segnali non fossero chiari già da
tempo. Eravamo tutti troppo impe-
gnati nella cantilena sulla «Primavera
araba diventata in fretta inverno» e sugli islamisti veri beneficiari della caduta dei regimi, per continuare a seguire sul serio quanto stava accadendo
al Cairo. Ad esempio eravamo tutti distratti dalla nuova fiammata di guerra
che a metà novembre ha colpito Gaza
per accorgerci che i rappresentanti
delle minoranze e della società civile
egiziana in quei giorni avevano tutti
abbandonato per protesta un’Assemblea costituente in cui gli islamisti stavano stendendo una Carta piena di
ambiguità sul ruolo della sharia, la
legge islamica, nel nuovo Egitto.
E forse proprio su questa nostra
abitudine a stancarci molto in fretta
delle transizioni, contava lo stesso Mohammed Mursi quando il 22 novembre – il giorno dopo la mediazione
che ha fermato i combattimenti tra
Israele e Hamas, il suo trionfo politico
internazionale apertamente lodato al
Cairo dal segretario di stato americano Hillary Clinton – ha emanato un
decreto costituzionale con cui ha liquidato il sistema giudiziario (ancora
dominato dagli uomini dell’era Moubarak) e stabilito l’insindacabilità dei
suoi provvedimenti. Credeva di poter
puntare sull’alleato di sempre: le divisioni dell’opposizione egiziana, spaccata tra vecchie forze socialiste, movimenti giovanili, partiti personali e
persino islamisti dissidenti. In fondo
era stata proprio questa Babele a permettergli in giugno di vincere le presidenziali pur avendo raccolto al
primo turno appena il 24,8% dei consensi (contro il 37,5% che i Fratelli
musulmani avevano messo in tasca
nelle prime elezioni politiche, solo sei
mesi prima, con l’appendice di un altro 27,8% guadagnato da al Nour, il
partito dei salafiti, gli islamisti ancora
più oltranzisti).
Questa volta, però, Mursi ha fatto
male i conti: le opposizioni si sono subito ritrovate unite in piazza per dire
no ai suoi poteri eccezionali. E a quel
punto è iniziato lo showdown: c’è stata
l’accelerazione del presidente che –
dopo aver scritto nel decreto che il
mandato all’Assemblea costituente veniva prorogato di due mesi – ha fatto
approvare in fretta e furia in una sola
notte i 236 articoli della nuova Costituzione e convocato il referendum da
tenersi appena quindici giorni dopo.
Ma anche la protesta dell’opposizione
è cresciuta, riuscendo il 4 dicembre a
portare diverse centinaia di migliaia
di persone sotto il suo palazzo. Così si
è arrivati alla giornata drammatica del
5 dicembre, iniziata con il raid dei Fratelli musulmani mandati dai loro leader a smantellare le tende del presidio
dei liberali a Heliopolis; e continuata
fino a notte fonda con scontri durissimi, costati la vita a dieci persone (con
il tentativo abbastanza goffo degli islamisti di annoverare tutte le vittime tra
i propri ranghi). L’immagine più cupa
di questo Egitto – appunto – spaccato
in due, lontano anni luce dallo slogan
«una sola mano» pronunciato a piazza
Tahrir nei giorni delle proteste contro
Moubarak. E che adesso rischia di riproporsi nella nuova marcia verso le
urne che l’approvazione della nuova
Costituzione presuppone.
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La svolta islamista di Mursi
Perché si è arrivati a questo punto?
La spaccatura non nasce oggi: è la stessa
che già il ballottaggio di giugno, con la
vittoria di misura di Mohammed Mursi
su Ahmed Shafiq – il candidato legato al
passato dell’Egitto – aveva fotografato.
Ma il punto vero è che l’esponente dei
Fratelli musulmani non ha mantenuto la
promessa di essere il presidente di tutti.
E il testo della bozza di Costituzione
sottoposta a referendum sta lì a dimostrarlo. Dire che sia stata introdotta la
sharia è sbagliato: in Egitto già la Carta
precedente, approvata nel 1971, all’articolo 2 diceva espressamente che «i
principi della sharia» sono la fonte prioritaria della legislazione. Il punto è che
– di fronte ai salafiti che contestavano la
genericità di questo riferimento – i copti,
le altre minoranze e i liberali hanno premuto perché fosse mantenuta questa
formulazione. Ottenendo una vittoria
solo apparente: nella nuova Costituzione
l’articolo 2 è effettivamente rimasto immutato. Ma alla fine è comparso un articolo nuovo – il 219 – che va a definire
che cosa siano i «principi della sharia»,
elencando come criteri «l’evidenza generale, le regole fondative, il ruolo della
giurisprudenza e le fonti credibili accettate nelle dottrine sunnite e dalle comunità più ampie». Non è difficile leggere
in controluce il riferimento alle scuole
interpretative dei primi secoli dell’islam,
che se applicate alla lettera trasformerebbero quello che era un riferimento
molto generale alle radici islamiche del
paese in qualcosa di molto diverso.
A destare sospetti in questo senso è
anche l’art. 4 della nuova Costituzione,
in cui si dice espressamente che «i maggiori docenti di al-Ahzar» – la grande
istituzione sunnita che ha sede al Cairo
– «devono essere consultati dallo stato
per tutti i giudizi che hanno a che fare
con l’islam». Una condizione che mina
in maniera abbastanza evidente l’autonomia del potere giudiziario. Va poi
aggiunto l’art. 44 che vieta «l’insulto
nei confronti dei profeti»; anche in questo caso va specificato che la legge antiblasfemia esisteva già nel codice penale egiziano. Ma il fatto di elevarla al
rango di norma costituzionale fa pensare chiaramente a una sua applicazione molto più rigida, con tutti i rischi
in questo senso che il caso pakistano
ha mostrato. E che non si tratti solo di
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preoccupazioni teoriche lo mostra il
fatto che – proprio nei giorni dello scontro sul referendum – un tribunale al
Cairo ha condannato a tre anni di carcere Alber Saber Ayad, un giovane blogger di 27 anni (ateo ma cresciuto in una
famiglia copta) arrestato per aver semplicemente postato sul suo profilo Facebook le immagini del contestatissimo
film anti-musulmano The Innocence of
Islam. Lo stesso film per cui un’altra
corte del Cairo, poche settimane prima,
aveva emesso addirittura una condanna
capitale per gli autori – un gruppo di
copti che vivono negli Stati Uniti. Un
processo e una sentenza evidentemente
simbolici, dal momento che sono riferiti
a imputati in contumacia, ma che
danno l’idea del clima generale che si
respira oggi nell’Egitto di Mursi.
A questo vanno poi aggiunti tutti gli
altri capitoli contestati di questa Costituzione: ad esempio l’art. 3, che riconosce sì a cristiani ed ebrei la possibilità di
utilizzare la propria giurisdizione nelle
materie attinenti lo status personale, gli
affari religiosi e la selezione delle proprie
guide spirituali. Ma sono concessioni
fatte alle «religioni del Libro» nel solco
della tradizione islamica, non un’accettazione del principio della libertà religiosa: per esempio restano completamente tagliati fuori i fedeli della religione
Ba’hai, che pure in Egitto ci sono.
Altro nodo è la questione dei diritti
delle donne: se infatti all’articolo 31 si
afferma che la dignità è un diritto di
ogni essere umano (il che dovrebbe presupporre l’uguaglianza), all’art.10 si
dice che lo stato deve promuovere la
riconciliazione tra «i doveri della donna
verso la sua famiglia» e il suo lavoro.
Sono parole sul cui significato si tratta
ovviamente di intendersi; però il problema è che arrivano in un paese in cui
– tanto per fare qualche esempio – nei
manifesti elettorali dei salafiti vengono
raffigurati solo i volti dei candidati uomini. E si preme per abbassare l’età in
cui è possibile dare in spose le figlie.
Tensioni anche in Tunisia
In gioco non c’è, quindi, solo la formulazione migliore di una serie di articoli di una nuova Carta costituzionale.
Il vero nodo è che tipo di società i partiti islamisti intendono promuovere nell’Egitto di oggi. E va detto che il braccio di ferro in corso al Cairo su questo
tema non è per nulla un fatto isolato:
anche se non «bucano» altrettanto lo
schermo, le tensioni tra laici e islamisti
sono fortissime anche in Tunisia. Dove
Ennahda – il principale partito islamista locale che ha raccolto la maggioranza dei consensi nelle elezioni per
l’Assemblea costituente dell’ottobre
2011 – si barcamena tra le garanzie nei
confronti della tradizione liberale del
paese e la voglia di non farsi scavalcare
dai salafiti, anche lì sempre più scatenati
in piazza. Nelle ultime settimane si sono
moltiplicati gli attacchi ai teatri, ai cinema, ai bar al grido di «Allah è
grande» e «Bere è vietato»; persino i
sindacati sono finiti nel mirino. Anche
in Tunisia si sta discutendo della nuova
Costituzione: nel marzo 2012 i liberali
avevano ottenuto una vittoria importante, convincendo Ennahda a non inserire nella Carta il riferimento alla sharia; cosa che ha ovviamente mandato su
tutte le furie i salafiti. Che si sono, però,
rifatti facendo inserire un articolo in
cui si dice che la donna è «complementare» all’uomo. La partita sul ruolo
dell’islam all’interno dello spazio pubblico a Tunisi, dunque, è tutt’altro che
chiusa. E la tensione sale.
Sono, quindi, due frontiere decisive
oggi il Cairo e Tunisi. Epicentri di un
confronto dall’esito del quale dipenderanno probabilmente gli equilibri anche
in tanti altri angoli del Medio Oriente.
In Palestina, ad esempio, dove l’ultima
guerra a Gaza ha contribuito a rafforzare ulteriormente le posizioni degli
islamisti, nonostante la vetrina guadagnata da Abu Mazen all’ONU (cf. in
questo numero a p. 726). Ma fermenti di
piazza nelle scorse settimane vi sono
stati anche in Giordania, dove per la
prima volta l’ala locale dei Fratelli musulmani ha messo sul serio in discussione il ruolo del re Abdallah. Quale
idea di società – e ancora di più quali
rapporti tra la maggioranza sunnita e le
altre minoranze – sono poi i grandi
punti interrogativi sulla Siria del dopo
Assad, che le notizie degli ultimi giorni
sembrerebbero mostrare ormai abbastanza vicina.
Il fatto che al Cairo e a Tunisi la generazione scesa in piazza due anni fa
contro Ben Ali e Moubarak oggi stia
continuando a dare battaglia, è un segnale chiaro che esiste ancora quella
carica di cambiamento autentico che
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in molti avevano intravisto nelle rivolte.
Chi cercava giustizia e libertà non si
accontenta del ritornello secondo cui
«l’islam è la soluzione». E con questa
piazza oggi anche i Fratelli musulmani
al Cairo devono fare i conti.
Certo quella dell’Egitto liberale –
che oggi ha i volti soprattutto dell’ex direttore generale dell’Agenzia atomica
internazonale (AIEA) Mohamed El Baradei e del socialista Hamdeen Sabbahi
– è una battaglia dura, combattuta in
solitaria contro un avversario che ha
alleati potenti. Alla viglia del referendum al Cairo Yusuf al Qaradawi – il
predicatore islamista divenuto una star
grazie ai suoi sermoni trasmessi da al
Jazeera – ha arringato le proprie folle dicendo che se avesse vinto il «no» alla
Costituzione l’Egitto si sarebbe dovuto
scordare i 20 miliardi di dollari di finanziamenti promessi dall’emiro del
Qatar. Una carta non indifferente in
un paese che – mentre discute di sharia
e dintorni – è sull’orlo del baratro economico. Ma i liberali egiziani hanno
dovuto constatare che dalla parte dei
Fratelli musulmani non c’è solo il nuovo
uomo forte del Golfo Persico. Perché in
tutta questa vicenda Mursi ha potuto
contare anche su un atteggiamento a
dir poco morbido da parte dell’amministrazione americana, che, anche finita l’era Moubarak, sembra incapace
di modulare sull’Egitto una politica che
vada oltre il mantra della stabilità di
governo. Il tutto con esiti imbarazzanti:
proprio mentre al Cairo le milizie dei
Fratelli musulmani arrestavano e interrogavano «in proprio» gli oppositori,
Hillary Clinton a Dublino rivolgeva
«alle parti in Egitto» generici inviti al
«dialogo» e preferiva parlare dell’accesso a Internet come la frontiera dei diritti umani del XXI secolo.
La verità è che mentre Washington
guarda altrove, al Cairo il gioco si è fatto
duro e anche pericoloso. Perché nel braccio di ferro con la piazza anti Mursi gli
islamisti hanno scelto di puntare sulla
carta delle divisioni settarie. Hanno cominciato col dire che i manifestanti dell’opposizione non pregavano al venerdì
(cose smentita da numerose immagini).
Subito dopo il loro raid a Heliopolis del
5 dicembre, poi, hanno mostrato una
bottiglia di una bevanda alcolica ritrovata
in una delle tende dei liberali. Ma l’asticella l’hanno alzata ulteriormente nei
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giorni successivi, quando alcuni esponenti dei Fratelli musulmani hanno cominciato a dire che la protesta era «un
complotto delle Chiese». E su Misr 25,
l’emittente tv legata al movimento islamista, si è arrivati persino a sparare la cifra del tutto inverosimile secondo cui i
copti sarebbero stati «il 60% dei manifestanti» anti Mursi. Un modo evidente
per trasformare in una guerra di religione uno scontro che ha motivazioni
più complesse.
La prudenza delle Chiese
In questo contesto così difficile le
tre principali Chiese cristiane egiziane
(quella copta ortodossa, quella copta
cattolica e quella evangelica) mantengono un profilo di grande prudenza. A
dettare la linea sono state in qualche
modo le scelte del nuovo papa dei copti
Tawadros II, che fin dalla sua elezione
ha annunciato di voler mantenere la
Chiesa fuori dalle contese politiche, per
lasciare l’iniziativa ai laici (cf. Regnoatt. 20,2012,697ss). Un atteggiamento
diverso rispetto a quello del suo predecessore Shenouda III e che è in qualche
modo anch’esso un frutto della nuova
stagione che l’Egitto sta vivendo. Pur sapendo bene da che parte vadano le simpatie dei copti e pur condividendo evidentemente le preoccupazioni per il
crescente tasso di islamizzazione della
società, Tawadros ha mantenuto ferma
questa posizione anche nelle ore più
difficili. Arrivando a dire un «no»
(molto apprezzato dai suoi fedeli) al presidente Mursi che aveva espressamente
chiesto alla Chiesa copta di prendere
parte al «dialogo nazionale» da lui lanciato all’indomani delle violenze di Heliopolis e boicottato dai partiti dell’opposizione. Anche in quell’occasione il
papa copto ha ribadito che compito
della Chiesa è pregare per l’Egitto; agli
accordi devono pensarci i politici. In
occasione del referendum, infine, da
nessuna delle Chiese sono venute indicazioni ufficiali su come votare, anche
se Tawadros ha comunque insistito sul
dovere civico di recarsi ai seggi, dando
lui stesso l’esempio di buon mattino.
Questa grande prudenza non deve
comunque trarre in inganno: al di là
delle indicazioni ufficiali, parlano le
chiese aperte a Heliopolis per offrire
soccorso ai manifestanti attaccati dagli
islamisti. Nella tragica notte del 5 di-
cembre la parrocchia evangelica è stata
addirittura trasformata in un ospedale
da campo. Il portavoce della Chiesa
copta cattolica, padre Rafic Greiche,
poi, pur non fornendo nemmeno lui
indicazioni di voto, ha più volte ripetuto
in questi giorni che «la protesta non
può essere ignorata». Ma è stato lo
stesso Tawadros, alla fine, a trovare il
modo più singolare per mostrare concretamente che il suo richiamo alla preghiera non è affatto una scelta per chiamarsi fuori dalla contesa.
Alla fine di novembre – anticipando
di pochi giorni Benedetto XVI – anche
il 118° patriarca della Sede di san Marco
ha infatti aperto un profilo su Twitter. E
ogni mattina nel mese di dicembre ha
proposto attraverso il social network ai
suoi follower un versetto tratto dal libro
dei Proverbi, affiancandolo con poche
parole facilmente ricollegabili alla situazione del paese: «Miei cari figli, preghiamo per il nostro amato Egitto e per
coloro che lo governano, che Dio garantisca loro sapienza e luce in ogni
passo»; «Abbiamo bisogno di onestà, in
ogni parola, slogan o preghiera»; «La
guerra comincia sempre dalle parole,
dalle espressioni e dalle reazioni»…
Nelle giornate di due anni fa a piazza
Tahrir si era parlato molto della «Primavera araba nata su Twitter», probabilmente favoleggiando un po’ troppo.
Poi però – come spesso accade – il pendolo aveva oscillato dall’altra parte e
quindi tutti hanno cominciato a dire che
quello dei social network era un Egitto un
po’ naive e abbastanza insignificante.
Ora il Cairo è di nuovo in piazza e ancora una volta in questa protesta Twitter
conta: il citizen journalism – ad esempio
– è stato fondamentale in questi giorni
per capire che cosa stava realmente succedendo a Heliopolis. In questo scenario
una delle novità è che al Cairo anche il
patriarca di una delle Chiese cristiane
più antiche e più ieratiche d’Oriente
ogni mattina manda il suo tweet. Provando a coltivare con la generazione di
piazza Tahrir il sogno di un Egitto capace di uscire dal tunnel. Sarebbe illusorio pensare che in un quadro tanto
cupo possa bastare così poco. Però è anche attraverso segni come questo che
oggi si nutre la speranza di un futuro
vero per i cristiani in Medio Oriente.
Giorgio Bernardelli
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Conflitti
MEDIO ORIENTE
l
a Palestina all’ONU
Le conseguenze politiche del riconoscimento
N
el riconoscere la Palestina come stato non
membro, osservatore
all’ONU (con 138 sì, 9
no, 49 astenuti), il 29
novembre 2012 le Nazioni Unite
hanno ribadito implicitamente, e a
stragrande maggioranza, il riconoscimento dello Stato d’Israele. Che il governo israeliano e la destra ebraica
abbiano reagito con rabbia sembra
un paradosso.
Il lapsus
di Netanyahu
Ufficialmente la destra si è offesa
per il riconoscimento della Palestina,
ma io penso si sia offesa anche del
fatto che, contestualmente, venisse ribadito il riconoscimento di Israele. È
che la destra israeliana non ama che
lo stato venga «troppo» riconosciuto,
perché la sua politica punta su due
cose: in primo luogo, che i confini rimangano incerti in modo da favorire
l’espansione coloniale su territorio palestinese; in secondo luogo, che il vittimismo, carta essenziale della sua demagogia, sia alimentato, per poter
indefinitamente lamentare un’ostilità
altrui (peraltro persistente, ora anche
nella forma minacciosa del nucleare
iraniano), che faccia vivere Israele in
un permanente stato d’eccezione.
Uno stato d’eccezione che rafforzi la
coesione e le pulsioni nazionalistiche
all’interno, rivendichi la solidarietà
incondizionata dall’esterno, e giustifichi ogni atto unilaterale di Israele
come dettato da «legittima difesa».
Come in un lapsus che rivela la sua
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ostilità a che Israele venga universalmente riconosciuto, il governo Netanyahu ha infatti risposto alla votazione dell’ONU lanciando nuovi
insediamenti (illegali secondo il diritto
internazionale), per negare ogni determinazione dei confini di Israele.
Che la destra israeliana abbia
guardato con sospetto alla possibilità
di riconoscimento dello Stato d’Israele
lo si era già visto nel 2002, quando
da Beirut la Lega Araba aveva lanciato la proposta: «pace in cambio
di territori»; una novità da parte
araba che Israele aveva lasciato senza
risposta, senza lo sforzo di metterla
alla prova.
I palestinesi pagano
gli errori dei paesi arabi
È un bene che i palestinesi si accorgano dopo 65 anni di essere stati
vittime dell’errore compiuto dagli stati
arabi, nell’aver rifiutato la risoluzione
181 dell’ONU (novembre 1947) che
sanciva la divisione della Palestina
mandataria in due stati, l’uno ebraico
e l’altro arabo. Meglio tardi che mai,
anche se quell’errore è costato decenni di sofferenze e di sangue, soprattutto ai palestinesi. Sorprende invece che la destra israeliana voglia
ora incorrere in un errore analogo e
simmetrico a quello compiuto allora
dalla controparte, e giunga a rifiutare
irosamente la logica di quella risoluzione 181 che legittimava la nascita
dello Stato d’Israele.
Come se la destra israeliana sputasse oggi sui criteri che hanno sancito la legittimità di Israele fin dalla
sua origine, tanto si è abituata a non
far conto della legalità internazionale. Un errore e un paradosso che
segna un ulteriore sconfitta di Netanyahu, che voleva evitare quel voto e
che insiste su una politica fatta di decisioni unilaterali in un mondo diventato multipolare e perciò insofferente all’unilateralismo. Anche gli
USA hanno dovuto prenderne atto,
dopo i disastri dell’attardato unilateralismo di Bush.
La politica, o meglio la non politica del governo di destra israeliano è
venuta via via perdendo alleati strategici come la Turchia, e consenso
presso stati tradizionalmente amici
nell’Unione Europea, e questo progressivo isolamento politico e diplomatico è male per la sicurezza stessa
di Israele, minacciata dall’Iran e dalle
sue propaggini.
Ora il governo Netanyahu ha trascinato il maggiore alleato, gli USA, in
una posizione imbarazzante: quella
di trovarsi relegato in un’umiliante
minoranza nell’assemblea dell’ONU,
uno dei 9 stati (tra cui Micronesia,
Nauru e Isole Marshall) che hanno
votato «no» a fronte di 138 stati che
hanno votato «sì» al riconoscimento
di due stati sulla terra contesa. Fino a
quando gli USA, già affetti da declino
di egemonia politica, sopporteranno
di essere trascinati da Israele in simili
situazioni di isolamento? Logico che il
grande alleato abbia dato vistosi segnali di impazienza.
La recente crisi di Gaza aveva finito per favorire Hamas: in cambio
del lancio di missili su Israele, Neta-
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nyahu è stato costretto a regalare ad
Hamas la titolarità di partner negoziale, negato invece all’Autorità nazionale palestinese presieduta da Abu
Mazen.
Perché questo favore di fatto per
Hamas ai danni invece di Abu Mazen
in Cisgiordania? Perché in primo
luogo è in Cisgiordania che punta
l’espansione degli insediamenti coloniali israeliani (mentre a Gaza le colonie sono state ritirate da Sharon nel
2005); in secondo luogo perché sembra alla destra una strategia geniale
quella di dividere i palestinesi per
esautorare ogni possibile partner di
trattativa; in terzo luogo perché Hamas e governo di destra israeliano, irriducibili nemici, hanno un obiettivo
comune: quello di rifiutare il compromesso.
Ora, l’iniziativa di Abu Mazen e il
suo successo all’ONU hanno rivoltato le cose, hanno ridimensionato il
prestigio guadagnato da Hamas agli
occhi dei palestinesi, hanno rotto la
situazione stagnante riproponendo la
possibilità di negoziato. Mentre Netanyahu e Lieberman strepitavano
per la loro sconfitta all’ONU, il presidente di Israele Peres dichiarava
più saggiamente la sua fiducia in Abu
Mazen come valido partner di trattativa.
Vit torie militari,
umiliazioni politiche
Da troppo tempo l’inerzia diplomatica e la fissazione sulla colonizzazione delle terre palestinesi porta
Israele di sconfitta in sconfitta; da
troppo tempo le vittorie militari di
Israele si risolvono in umiliazioni politiche e morali: in Libano nel 2006,
a Gaza nel 2008 e nel 2012.
C’è effettivamente da preoccuparsi
per la sicurezza e il futuro di Israele.
Di una tale preoccupazione, viva in
Israele, sono espressione Jcall in Europa, Jstreet negli USA, organizzazioni ebraiche che intendono contrastare quelle tendenze secondo cui
l’essere solidali con Israele coinciderebbe con l’assecondare acriticamente
qualunque posizione del governo
israeliano, incoraggiandolo su una via
che sembra rovinosa, perché ne va
producendo un isolamento progressivo, e muove verso il vicolo cieco a cui
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in ultimo lo stesso Sharon aveva cercato di sfuggire ritirando nel 2005 gli
insediamenti dalla Striscia di Gaza.
Quale vicolo cieco? Questo: senza
puntare, nel proprio stesso interesse,
all’indipendenza palestinese, Israele
renderebbe consolidata e istituzionale
una situazione coloniale di apartheid,
cessando così di essere una democrazia; oppure, con l’includere i palestinesi nella sua cittadinanza, cesserebbe
per dinamica demografica di essere
l’unico stato al mondo a maggioranza
ebraica, abbandonando la sua originaria ragion d’essere. Entrambe queste soluzioni sono forme di suicidio
per Israele, e sono quelle che la destra
israeliana sta perseguendo ciecamente nei fatti. E a forza di «fatti
compiuti»: la sottrazione di terre ai
palestinesi e il disconoscimento sistematico di qualunque interlocutore disposto a un confronto negoziale.
Un contributo a questa deriva autodistruttiva su cui la destra sta conducendo Israele è venuto dalle dichiarazioni del capo di Hamas, Khaled
Meshaal: non cederemo – ha detto –
un centimetro della nostra terra, dal
mare Mediterraneo al Giordano.
Contro l’idea della spartizione della
terra, ha ribadito quella della sparizione di Israele. Un oltranzismo che
porta acqua al mulino dell’oltranzismo della destra israeliana, anche in
vista della prossima scadenza elettorale in Israele.
Khaled Meshaal era arrivato a
Gaza il 7 dicembre 2012, 8 giorni
dopo il voto dell’ONU. Aveva appena avuto un ruolo centrale nei negoziati per la tregua tra lancio di missili da Gaza e bombardamenti israeliani su Gaza. Egiziani e israeliani
l’hanno lasciato passare da Rafah: il
blocco di Gaza non è così ermetico,
se già prima erano arrivati dall’Iran
nella Striscia i missili che erano stati
capaci di raggiungere Tel Aviv e Gerusalemme.
Eppure, nel maggio del 2010, Meshaal affermava che Hamas avrebbe
accettato una tregua indefinita con
Israele se questa si fosse ritirata dai
territori occupati della Cisgiordania.
Contestualmente rimaneva in vigore
la Carta di fondazione di Hamas del
1988, che preconizzava la distruzione
di Israele. Così oggi, mentre lancia le
sue dichiarazioni oltranziste, dice che
l’azione di Abu Mazen e di Al-Fatah
all’Assemblea generale dell’ONU rappresenta tutti i palestinesi. Cerca di tenere insieme tutte le anime politiche
dei palestinesi attraverso un’ambiguità
minacciosa. Ambiguità ai fini del negoziato o contro il negoziato?
Una posizione più netta aveva
espresso Marwan Barghuthi, dirigente di Al-Fatah, quando sosteneva
che la spartizione in due stati è necessaria. Barghuthi è stato ispiratore,
dal carcere, dell’iniziativa all’ONU,
perché fino ad ora è rimasto sostenitore della prospettiva dei due stati.
Israele lo tiene in carcere dal 2002,
dopo un processo, diciamo, discutibile, sotto il peso di cinque ergastoli
per assassinio e terrorismo.
Quando ci fu la trattativa con Hamas per la liberazione del rapito Shalit, Barghuthi era in cima alla lista dei
mille prigionieri palestinesi da liberare nel cambio. Perché il governo
israeliano depennò il suo nome? Perché invece accreditò proprio Hamas
come partner negoziale e conferì ad
Hamas il prestigio della liberazione
di mille prigionieri, in cambio del
giovane israeliano? La mia interpretazione di questo perché è nella tesi
generale del presente scritto.
A ragione lo scrittore israeliano
Yehoshua sostiene oggi che è fuorviante qualificare «terroristi» i movimenti palestinesi. Si tratta piuttosto
di «nemici», e coi nemici alla fine si
tratta la pace. Se Israele liberasse non
il «terrorista» Marwan Barghuthi,
ma la controparte Barghuthi, forse il
confronto tra lui, il più prestigioso
leader di Al-Fatah, e Meshaal, leader
di Hamas, entrambi molto influenti
tra i palestinesi, aiuterebbe a chiarire le possibilità o meno di un processo di pace che non sia parola
vuota o un raggiro, qual è ora.
Perché quando si voglia davvero
porre fine al conflitto il rapporto col
«nemico» non è più tanto militare o
giuridico-carcerario, è soprattutto
politico.
Stefano Levi Della Torre*
* Questo articolo esce su Il Regno per gentile concessione del bimestrale ebraico torinese Ha Keillah.
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Nigeria
Violenze
Se la cittadinanza
non è inclusiva
P
roseguono a episodi sempre più ravvicinati e in diverse zone del centro-Nord
della Nigeria le violenze che per semplificazione giornalistica vengono definite
«contro i cristiani» (cf. Regno-att. 12,2012,366).
Tuttavia il dato religioso, pur presente, è solo
l’ultimo di una complessa catena di cause scatenanti.
Come ha affermato il vescovo di Sokoto
(nel Nord del paese), mons. M.H. Kukah, presidente della Commissione per il dialogo interreligioso della Conferenza episcopale nigeriana, in una recente conferenza presso
l’Università statunitense di Notre Dame, vi
sono «serie riserve sul fatto che si possa classificare quello che sta accedendo in Nigeria
come persecuzione contro i cristiani. (…) Non
bisogna confondere le manifestazioni visibili
delle gravi mancanze di uno stato in via di fallimento, compresa la sua incapacità di fermare e punire i criminali, con l’andamento
delle relazioni tra cristiani e musulmani, come
spesso accade nel caso della Nigeria».
Sulla necessità che venga rafforzato innanzitutto lo stato di diritto del più popoloso
paese africano è tornato anche un recente
rapporto dell’International crisis group con
sede a Bruxelles, intitolato Curbing violence in
Nigeria: the Jos crisis (Contenere la violenza
in Nigeria: la crisi di Jos), reso noto il 17 dicembre, che si focalizza in particolare sulla regione che è teatro delle violenze più recenti.
Nel sommario del rapporto, il gruppo
constata che «sin dal 2001, la violenza è
esplosa nella città di Jos, la capitale dello stato
del Plateau, nella regione della Middle belt
della Nigeria» come un conflitto «sulla terra,
il potere e le risorse tra il gruppo autoctono
dei berom – anaguta – afizere e le pretese
opposte degli immigrati hausa fulani. I conflitti autoctoni-immigrati non sono cosa
nuova per la Nigeria, ma attualmente il paese
sta sperimentando una diffusa conflittualità
tra le comunità che colpisce in modo particolare la Middle belt».
La crisi di Jos è la conseguenza diretta di
un’idea di cittadinanza presente nella Costituzione che viene riconosciuta a chi possiede
lo status di «autoctono» piuttosto che quello
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più ampio di residente. Essa era stata pensata
dopo l’indipendenza, «nel 1960, per proteggere le minoranze etniche ed evitare che fossero sopravanzate dai gruppi più numerosi
hausa fulani, igbo, yoruba». Oggi tuttavia si
rende necessaria «una modifica costituzionale – afferma il rapporto – (…) un passo importante per allentare le rivalità tra autoctoni
e immigrati». Inoltre occorre immediatamente
«identificare e perseguire i perpetratori di violenze (…). Le élite a livello locale, nazionale e
federale devono inoltre assicurare politiche
coerenti volte a ridurre il pericoloso legame tra
appartenenza etnica e accesso alle risorse (…)
se si vuole porre termine alla violenza a livello
comunitario».
Il fattore religioso – sostiene il gruppo di
Bruxelles – «rafforza la tensione sottostante
e negli anni ha assunto un’importanza crescente, specialmente a partire dal ritorno
della democrazia nel maggio 1999. Un’aspra e
caotica competizione politica caratterizzata
dalla mobilitazione etnica e dalla violenza,
combinata con un sistema di governo fragile,
con una deregulation economica e con una
corruzione crescente, hanno fortemente aggravato le linee di frattura di tipo etnico, religioso e regionale. (…) Il persistere del conflitto immigrati-autoctoni nello stato del
Plateau riflette un risentimento di lunga data
del gruppo berom – anaguta – afizere (che
comprende al proprio interno anche una piccola comunità musulmana), che esso continua
a nutrire per il fatto di sentirsi trattato da cittadini di seconda classe dagli hausa fulani.
Risposte inadeguate
La Middle belt a predominanza cristiana,
famosa per la sua storia d’aspra lotta contro i
tentativi del profondo Nord a predominanza
musulmana di soggiogarla, recepisce meglio di
ogni altra regione il malessere in tema di cittadinanza. Reclamare i propri diritti in quanto
popolazioni autoctone dello stato del Plateau, è il discorso ricorrente dei tentativi politici del gruppo berom – anaguta – afizere di
ribaltare la discriminazione contro quelli che
vede come gli antichi oppressori. Dall’altro
lato, gli hausa fulani pretendono d’essere
loro», non gli altri, «gli autentici autoctoni di
Jos», e sentono come un’offesa il «non aver
avuto accesso al potere e alle risorse nonostante siano la maggioranza».
Tuttavia, «poiché gli immigrati sono quasi
tutti musulmani e gli autoctoni in maggioranza sono cristiani, la lotta per la proprietà
della terra, per le risorse economiche e per il
controllo politico tende a essere espressa
non tanto in termini etnici quanto in termini
religiosi».
A tutto questo si aggiunge il fatto che «sin
dalla fine del 2010 la sicurezza è ulteriormente
deteriorata a Jos a motivo degli attentati terroristici e degli attacchi suicidi contro chiese
e contro obiettivi militari da parte dei militanti di Boko Haram, il gruppo islamista responsabile di un’inedita ondata di azioni terroristiche nel Nord. Migliaia di persone sono
state uccise, centinaia di migliaia di persone
sono sfollate e miliardi di dollari di beni sono
andati distrutti.
Sinora le risposte delle autorità sia a livello
locale sia nazionale si sono rivelate per lo più
inadeguate. Esse si sono palesate secondo tre
modalità. Innanzitutto sono state nominate
numerose commissioni giudiziarie (…). Tuttavia le autorità sono state lente nel pubblicare
i rapporti e ad agire secondo le raccomandazioni di questi ultimi»; nessun sospettato è
stato perseguito e l’impunità continua a nutrire la violenza. Il secondo tipo di risposta è
stato l’azione di polizia o militare, che ha
avuto scarso successo. Le forze di sicurezza
(…) sono anche sospettate di parteggiare nel
conflitto e i soldati sono accusati di vendere
i fucili per denaro.
Infine, l’Operazione Rainbow (arcobaleno),
un’iniziativa congiunta a partire dal giugno
2010 tra il governo federale e il governo dello
stato del Plateau con il sostegno del Programma per lo sviluppo dell’ONU (UNDP) è
considerata una risposta olistica alla crisi. Sin
dal suo sorgere l’operazione è sembrata utile
ma essa sarà efficace se saprà, come minimo,
guadagnarsi la fiducia di entrambe le parti».
In definitiva – conclude il rapporto – la
crisi del Plateau richiede soluzioni sia nazionali
sia locali. Le disposizioni costituzionali, in virtù
della loro ambiguità» quanto al criterio di accesso «ai diritti di cittadinanza, hanno fatto
poco per chiarire la situazione». E «senza
aspettare una riforma costituzionale che abolisca le discriminazioni in campo educativo e
lavorativo tra autoctoni e immigrati», il governo del Plateau deve prendere provvedimenti. «Altrimenti le differenze politiche si aggraveranno ulteriormente, altro dolore sarà
inflitto a una popolazione sventurata e, inevitabilmente, lo sviluppo dello stato e del
paese verrà ulteriormente danneggiato».
M.E. G.
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50° Vaticano II
A S I A-T E O LO G I A
c
hiesa e missione di Dio
Appello a un dialogo permanente
D
i tanto in tanto qualcuno
invoca un concilio Vaticano III. Probabilmente
è un’ipotesi prematura.
Non abbiamo ancora
pienamente assorbito e attuato il concilio Vaticano II. A cinquant’anni dall’inizio del Concilio è venuto il tempo di
valutare i progressi che abbiamo fatto e
di guardare avanti. Anche se il Concilio
ha emanato 16 documenti, io credo che
le sue principali innovazioni abbiano riguardato tre aree: la Chiesa universale
come comunione di Chiese locali; la
Chiesa anzitutto e soprattutto come popolo di Dio, del quale i ministri sono a
servizio; la Chiesa in dialogo con il
mondo, con le altre religioni e con le altre Chiese.
Una comunione di Chiese
Il primo documento del Concilio –
la costituzione Sacrosanctum concilium
sulla sacra liturgia – ha posto le basi per
una visione della Chiesa universale
come comunione di Chiese locali. Ha
parlato della necessità di inculturare la
liturgia e ha affidato questa responsabilità alle conferenze episcopali locali (cf.
Sacrosanctum concilium, nn. 37-40).
L’uso delle lingue e della musica del
luogo manifesta la varietà delle Chiese
locali. Le conferenze episcopali nazionali e regionali s’incontrano regolarmente. Anche il Sinodo dei vescovi
viene celebrato regolarmente (cf. decr.
Christus Dominus sull’ufficio pastorale
dei vescovi, nn. 36-38).
Anche se ci si può chiedere quanto
effettiva e reale sia l’autonomia delle
Chiese locali, la struttura per una tale
autonomia esiste (cf. cost. dogm. Lumen
gentium sulla Chiesa, n. 13). In India, ad
esempio, mentre la liturgia ufficiale è
stata, ed è, un punto sensibile, si nota un
certo movimento nel campo della religiosità popolare, della spiritualità e della
teologia. I cristiani intrattengono un dialogo anche con la società civile, come dimostrano le teologie dalit, tribale, femminista ed ecologista.
Il forte centralismo dell’organizzazione della Chiesa è certo innegabile.
Ma in epoca postcoloniale non si possono dominare totalmente le persone.
Coloro che detengono posizioni di potere sono probabilmente più sensibili al
centralismo degli altri. Suonarono per
noi come una sfida le parole di Giovanni Paolo II, il quale, nella sua enciclica Fides et ratio, ha scritto: «Un
grande slancio spirituale porta il pensiero indiano alla ricerca di un’esperienza che, liberando lo spirito dai condizionamenti del tempo e dello spazio,
abbia valore di assoluto. (…) Spetta ai
cristiani di oggi, innanzitutto a quelli
dell’India, il compito di estrarre da questo ricco patrimonio gli elementi compatibili con la loro fede» (n. 72; EV
17/1323s).
Quando la brigata Hindutva definisce il cristianesimo una religione straniera, noi siamo in condizione di replicare che siamo pienamente indiani, ci
autofinanziamo, ci autopropaghiamo,
ci autogoverniamo. Abbiamo ancora
molta strada da fare per diventare una
Chiesa indiana, non solo la Chiesa in
India. Questo è il nostro compito e nessuno ci farà il favore di svolgerlo al nostro posto.
La Chiesa come popolo di Dio
Il secondo orientamento principale
del Concilio è l’auto-comprensione della
Chiesa come popolo di Dio (cf. Lumen
gentium, nn. 9-17). Il concilio Vaticano I
aveva incentrato l’attenzione sull’autorità
del papa. Il concilio Vaticano II l’ha riequilibrata con la collegialità episcopale.
Le varie conferenze episcopali e il Sinodo
dei vescovi offrono la cornice entro cui
esercitare la collegialità. Ma oggi la struttura e le tensioni verso il centralismo nella
Chiesa sembrano forti, riducendo il collegio a un ruolo meramente consultivo. In
nessun modo la Chiesa latina si avvicina
al sistema sinodale delle Chiese orientali.
Giovanni Paolo II ha chiesto ai teologi di
approfondire la natura e la funzione del
primato nella Chiesa. Pur essendovi stati
alcuni studi e alcune dichiarazioni, come
quella sull’autorità nella Chiesa da parte
della Commissione anglicana-cattolica
romana, in questo campo si è rimasti praticamente fermi. Comunque le Chiese
siro-malabaresi e siro-malankaresi in India sono riuscite a ottenere una qualche
autonomia, che la Chiesa latina non ha.
Ma lo sviluppo che nella pratica è
stato ampiamente ignorato è quello relativo alla realizzazione della Chiesa
come popolo di Dio. Il Concilio, prima
di parlare della struttura gerarchica della
Chiesa, la presenta come il popolo di Dio.
La Chiesa è il popolo della nuova alleanza, che ha la legge di Dio scritta nel
cuore dei fedeli (cf. Ger 31,31-34). San
Pietro la chiama «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa (…). Un tempo
voi eravate non-popolo, ora invece siete
popolo di Dio» (1Pt 2,9-10). Coloro che
appartengono a questo popolo sono sa-
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cerdoti che partecipano al sacerdozio di
Cristo, che offrono non solo il sacrificio
di Cristo come il suo corpo, ma anche sé
stessi. I presbiteri hanno unicamente un
ruolo ministeriale o di servizio.
Il popolo di Dio partecipa anche all’ufficio profetico di Cristo. Il Concilio afferma: «La totalità dei fedeli (…) non
può sbagliarsi nel credere, e manifesta
questa proprietà che gli è particolare
mediante il senso soprannaturale della
fede (sensus fidei) in tutto il popolo,
quando “dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici” esprime l’universale suo consenso in materia di fede e di costumi»
(Lumen gentium, n. 12; EV 1/316). Qui
c’è un bell’equilibrio fra il «senso dei fedeli» e il magistero ufficiale del papa e
dei vescovi. Lo Spirito Santo concede
doni speciali anche alle persone, non a
loro vantaggio, ma per il servizio del popolo (cf. 1Cor 12,7-11). Purtroppo la
Chiesa continua ad avere un’ampia e
forte impronta clericale. Invece di essere
una democrazia consensuale (non maggioritaria), la Chiesa viene vista come
un’entità essenzialmente gerarchica e
autocratica, con i capi cui si riconosce
un’autorità assoluta.
Una Chiesa in dialogo
Mentre questi due orientamenti possono essere considerati piuttosto interni
alla Chiesa, il terzo invita la Chiesa a
guardare all’esterno. Al Concilio, la
Chiesa entra in dialogo con il mondo.
Nella sua costituzione pastorale Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, non esprime un giudizio
puramente negativo sul mondo moderno, secolarizzato e persino ateo, ma
cerca di dialogare con esso, incentrando
l’attenzione soprattutto su famiglia, cultura, sviluppo socio-economico, vita politica, pace. Infatti il documento è rivolto
non solo ai cattolici, ma a tutta l’umanità. Contiene un capitolo sul dialogo fra
la Chiesa e il mondo (nn. 40-44). In
modo veramente dialogico, essa è pronta
non solo a offrire, ma anche a ricevere
dal mondo (cf. Gaudium et spes, n. 44).
Nella sua dichiarazione Dignitatis
humanae sulla libertà religiosa, il Concilio dialoga con le strutture politiche,
chiedendo libertà non solo per la Chiesa,
ma per tutte le religioni. Possiamo dire
che indirettamente dialoga anche con le
religioni, riconoscendole come legittime
detentrici di diritti. Il desiderio di dialogo
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è più esplicito nella dichiarazione Nostra aetate sulle relazioni della Chiesa
con le religioni non cristiane, dove l’attenzione è puntata soprattutto su islam
ed ebraismo. Infine, il Concilio si apre
alle altre comunità ecclesiali nel decreto
Unitatis redintegratio sull’ecumenismo.
Un certo fondamento teologico per
questo dialogo, specialmente riguardo
alle altre religioni, è offerto da altri documenti più dogmatici del Concilio,
come le costituzioni Lumen gentium e
Dei Verbum (sulla divina rivelazione) e il
decreto Ad gentes (sull’attività missionaria della Chiesa). A mio avviso, si tratta
di uno sviluppo importante che determinerà sempre più l’identità e la missione della Chiesa nel mondo nel corso
del XXI secolo. Perciò dedicherò a questo aspetto il resto di questo articolo.
Partirò dalle formulazioni dogmatiche,
passando poi alle direttive pastorali e riflettendo, infine, sulla visione teologica e
sulle implicazioni per la missione. Al termine mostrerò il collegamento con gli altri due orientamenti che ho ricordato
all’inizio.
La missione di Dio
Penso che nei documenti conciliari
abbiamo due modalità, correlate fra
loro, di presenza e azione di Dio nel
mondo. Ma la loro relazione può essere
interpretata in modi diversi. Il Concilio
parla di entrambe, ma non mostra sempre chiaramente la relazione fra di esse.
Forse l’esperienza e la riflessione dell’India può aiutare a chiarire questo punto.
Cercherò di mostrarlo.
Il decreto Ad Gentes parla di quella
che oggi viene comunemente chiamata la
«missione di Dio»: «La Chiesa peregrinante per sua natura è missionaria, in
quanto essa trae origine dalla missione del
Figlio e dalla missione dello Spirito Santo.
Questo disegno scaturisce dall’“amore
fontale”, cioè dalla carità di Dio Padre
(…) che, per la sua immensa e misericordiosa benignità liberamente creandoci e
inoltre gratuitamente chiamandoci a partecipare nella vita e nella gloria, ha effuso
con liberalità e non cessa di effondere la
divina bontà, sicché lui che di tutti è il
creatore possa anche essere “tutto in tutti”
(1Cor 15,28)» (n. 2; EV 1/1090-1091).
Questa presenza e questa azione del
Verbo e dello Spirito, che cominciano
con la creazione, si trovano ovviamente
ovunque e sempre. Ma la missione di
Dio assume una nuova forma con Gesù
Cristo: «Dio, al fine di stabilire la pace e
la comunione con sé e di realizzare fra
gli uomini un’unione fraterna (…), decise di entrare in modo nuovo e definitivo nella storia degli uomini, inviando il
Figlio suo con un corpo simile al nostro
(…) per rendere gli uomini partecipi
della natura divina» (n. 3; EV 1/10921093). «Per realizzare questo, Cristo inviò da parte del Padre lo Spirito Santo,
perché compisse dal di dentro la sua
opera di salvezza e stimolasse la Chiesa
a estendersi. Indubbiamente lo Spirito
Santo operava nel mondo già prima che
Cristo fosse glorificato. Ma nel giorno
della Pentecoste si effuse sui discepoli,
per rimanere con loro in eterno (cf. Gv
14,16)» (n. 4; EV 1/1095).
Ci possiamo chiedere se la missione
del Verbo e dello Spirito fin dalla creazione sia terminata quando il Verbo si è
fatto carne e lo Spirito è stato effuso
sulla Chiesa, o sia continuata in un
modo correlato, non parallelo ma più
profondo. Nella Gaudium et spes leggiamo: «Il cristiano (…), associato al mistero pasquale e assimilato alla morte di
Cristo, andrà incontro alla risurrezione
confortato dalla speranza. E ciò non vale
solamente per i cristiani, ma anche per
tutti gli uomini di buona volontà, nel cui
cuore lavora invisibilmente la grazia.
Cristo, infatti, è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina, perciò
dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo
dia a tutti la possibilità di venire in contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale» (n. 22; EV 1/1388-1389).
Sembra chiaro che per tutti gli uomini è possibile venire in contatto con il
mistero pasquale, ma per alcuni questo
avviene attraverso la Chiesa, mentre per
altri avviene per altre vie, note a Dio.
L’unità fondamentale che sottende il pluralismo delle religioni è affermata dal
Concilio nella dichiarazione Nostra aetate: «Tutti i popoli costituiscono una
sola comunità. Essi hanno una sola origine, poiché Dio ha fatto abitare l’intero
genere umano su tutta la faccia della
terra (cf. At 17,26); essi hanno anche un
solo fine ultimo, Dio, del quale la provvidenza, la testimonianza di bontà e il disegno di salvezza si estendono a tutti (cf.
Sap 8,1; At 14,17; Rm 2,6-7; 1Tm 2,4)»
(n. 1; EV 1/854).
Allora si tratta di definire la rela-
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zione fra questi diversi modi in cui Dio
sembra raggiungere l’umanità. Consideriamo alcuni altri testi prima di ritornare su tale questione. Poiché conosciamo bene e riconosciamo l’azione
salvifica di Dio in Gesù Cristo e nella
Chiesa, consideriamo piuttosto la «missione di Dio». La Dei Verbum afferma:
«Dio, il quale crea e conserva tutte le
cose per mezzo del Verbo (cf. Gv 1,3),
offre agli uomini nelle cose create una
perenne testimonianza di sé (cf. Rm
1,19-20). Inoltre, volendo aprire la via
della salvezza celeste, fin dal principio
manifestò se stesso ai progenitori. Dopo
la loro caduta, con la promessa della
redenzione, li risollevò nella speranza
della salvezza (cf. Gen 3,15), ed ebbe costante cura del genere umano, per dare
la vita eterna a tutti coloro, i quali cercano la salvezza con la perseveranza
nella pratica del bene (cf. Rm 2,6-7)» (n.
3; EV 1/874).
Qui si descrive la «missione di Dio».
Poi si continua, parlando di Abramo,
Mosè e Gesù Cristo. La Lumen gentium
fa un’affermazione simile: «Quelli che
senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, e tuttavia cercano
sinceramente Dio (…), e attraverso il
dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna» (n. 16; EV
1/326).
La Gaudium et spes afferma: «Col
dono, poi, dello Spirito Santo, l’uomo
può arrivare nella fede a contemplare e
a gustare il mistero del piano divino.
Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma
alla quale invece deve obbedire e la cui
voce che lo chiama sempre ad amare e
a fare il bene e a fuggire il male, chiaramente dice alle orecchie del cuore: fa’
questo, fuggi quest’altro. L’uomo ha in
realtà una legge scritta da Dio dentro al
suo cuore: obbedire ad essa è la dignità
stessa dell’uomo, e secondo questa egli
sarà giudicato» (nn. 15-16; EV 1/13681369). Qui si ricorda la coscienza come
il luogo in cui Dio fa sentire la sua presenza e la sua volontà.
Nella dichiarazione Dignitatis humanae si conferisce alla coscienza una
dimensione collettiva: «L’uomo coglie e
riconosce gli imperativi della legge divina attraverso la sua coscienza che egli
è tenuto a seguire fedelmente in ogni
sua attività, per arrivare a Dio, suo fine.
Non lo si deve costringere ad agire con-
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tro la sua coscienza. Ma non si deve neppure impedirgli di operare in conformità ad essa, soprattutto in campo religioso. Infatti l’esercizio della religione,
per sua stessa natura, consiste anzitutto
in atti interni volontari e liberi, con i
quali l’uomo si mette in relazione direttamente con Dio (…). Però la stessa natura sociale dell’uomo esige che egli
esprima esternamente gli atti interni di
religione, comunichi con altri in materia
religiosa, professi la propria religione in
modo comunitario» (n. 3; EV 1/1049).
Qui vediamo che si assicura libertà e
protezione non solo alla coscienza individuale dell’uomo, ma anche alla sua
coscienza collettiva e religiosa. Dio raggiunge gli uomini non solo sul piano individuale, ma anche nelle loro strutture
socio-religiose (cf. anche Ad gentes, n.
3). Questo naturalmente bilanciato con
affermazioni come queste: «Il Signore
Gesù (…) fondò la sua Chiesa come sacramento di salvezza e inviò gli apostoli
nel mondo, come egli era stato inviato
dal Padre (cf. Gv 20,21) (…). Di qui deriva alla Chiesa il dovere di diffondere la
fede e la salvezza di Cristo» (n. 5; EV
1/1096).
La missione della Chiesa
al servizio
della missione di Dio
Da tutti questi testi risulta chiaramente che, in molti suoi documenti, il
Concilio considera Dio, il Verbo e lo
Spirito Santo presenti e attivi ovunque e
sempre. E sembra indicare che questo
accade non solo nel cuore delle singole
persone, ma anche nelle loro religioni,
anche se saranno i teologi asiatici a sviluppare ulteriormente tale insegnamento. Questa presenza e azione di Dio
è salvifica. Ma ogni salvezza è partecipazione al mistero pasquale di Cristo, sia
esso conosciuto e riconosciuto o sconosciuto. Al tempo stesso, Gesù Cristo, il
Verbo incarnato di Dio, ha proclamato,
e sta realizzando, il regno di Dio nella
storia e ha comandato alla Chiesa di
proclamarlo a tutti i popoli e farne discepoli (cf. Mt 28,19-20). Ma noi sappiamo che la maggior parte dell’umanità
non fa ancora parte della Chiesa e può
raggiungere la salvezza attraverso vie
note solo a Dio.
Come comprendiamo questa complessa esperienza della missione di Dio
attraverso il Verbo e lo Spirito Santo
operanti sempre e ovunque e della missione dello stesso Dio in e attraverso
Gesù Cristo e la Chiesa?
Sembra che nello stesso Concilio vi
siano due paradigmi. Un paradigma è
quello della preparazione e del compimento. Si parte dall’alleanza di Dio nella
natura e si continua con Abramo, Mosè
e Gesù. Gesù è il compimento di tutto ciò
che lo ha preceduto. Dopo la venuta di
Gesù, tutti gli altri non sono più importanti, se non come promesse che rinviano al compimento già avvenuto (cf. Ad
gentes, n. 3). Le manifestazioni precedenti di Dio sono al servizio dell’auto-rivelazione di Dio in Gesù e nella Chiesa;
la preparano e vi conducono. Il dialogo
con esse serve solo a prepararle al loro
compimento nella Chiesa. La missione di
Dio è al servizio della missione di Cristo
e della Chiesa. È questo il paradigma
generalmente accettato nella Chiesa oggi
(cf. Giovanni Paolo II, lett. enc. Redemptoris missio, nn. 28-29). Il problema è
che la maggior parte dell’umanità, passata, presente e molto probabilmente futura, non sembra seguire questa strada.
Non raggiunge mai questo compimento
nella Chiesa in questa vita. È al di fuori
della portata della Chiesa.
Il secondo paradigma non è così unilineare, ma è pluralista senza essere relativista. Dio si manifesta alle persone in
vari modi nella storia. Tutte queste manifestazioni, essendo divine, sono salvifiche. Una di queste manifestazioni è
quella incarnata in Gesù Cristo, continuata nella Chiesa. Questa manifestazione particolare può essere più perfetta,
ma non abolisce o elimina altre manifestazioni. È piuttosto al loro servizio, raggiungendo e portando alla comunione
tutte le manifestazioni di Dio. Questo è
un obiettivo escatologico. Nel frattempo,
la Chiesa le aiuta ad avanzare verso questo obiettivo attraverso il dialogo. La missione della Chiesa è al servizio della missione di Dio, che è più ampia e più
inclusiva. La missione di Dio, diversamente dalla Chiesa, raggiunge realmente ogni persona che vive in un determinato tempo, in modi solo a lui noti.
Questo secondo paradigma è comune a tutta la teologia asiatica, oggi.
Un modo per comprenderlo è quello di
mettere a confronto Chiesa e regno di
Dio. L’obiettivo della missione di Dio è
il suo Regno. La Chiesa non è il Regno,
ma è solo in cammino verso il Regno,
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come afferma la costituzione Lumen gentium: «La Chiesa, fornita dei doni del
suo fondatore e osservando fedelmente i
suoi precetti di carità, di umiltà e di abnegazione, riceve la missione di annunciare e instaurare in tutte le genti il regno
di Cristo e di Dio, e di questo Regno costituisce in terra il germe e l’inizio. Intanto, mentre va lentamente crescendo,
anela al Regno perfetto e con tutte le sue
forze spera e brama di unirsi col suo re
nella gloria» (n. 5; EV 1/290).
Tutto il capitolo VII della Lumen
gentium parla della Chiesa come pellegrina che «non avrà il suo compimento
se non nella gloria del cielo» (n. 48; EV
1/415). Non è quindi corretto considerare la Chiesa il compimento delle altre
religioni. La Chiesa, come le altre religioni, è pellegrina sulla propria strada.
La sua pienezza si trova nel futuro. La
Chiesa non può essere presentata come
il compimento delle altre religioni.
Tutte le religioni, compresa la Chiesa,
non sono solo iniziativa di Dio, ma anche
risposta umana e, perciò, possono essere
attraversate dal limite e anche dal peccato, che possono essere affrontati e corretti nel dialogo reciproco. La Chiesa
non sfugge a questa condizione.
Una consultazione teologica sull’«Evangelizzazione in Asia», organizzata dall’Ufficio per l’evangelizzazione della Federazione delle conferenze episcopali
dell’Asia (FABC), afferma: «Il regno di
Dio è perciò universalmente presente e
operante. Ovunque uomini e donne
aprono sé stessi al mistero della divina
trascendenza che incombe su di essi ed
escono da sé stessi per amare e servire gli
uomini, lì il regno di Dio è operante. (…)
“Dove Dio è accolto, dove i valori del
Vangelo sono vissuti, dove la dignità
umana è rispettata… lì il regno di Dio è
presente”. In tutti questi casi gli uomini rispondono all’offerta di Dio della sua grazia in Gesù Cristo nello Spirito ed entrano nel regno di Dio per un atto di
fede. (…) Ciò dimostra che il regno di Dio
è una realtà universale, estesa oltre i confini della Chiesa. È la realtà della salvezza in Gesù Cristo, a cui partecipano
insieme cristiani e non cristiani. È il fondamentale “mistero dell’unità” che ci unisce più profondamente delle differenze
religiose che ci dividono».1
Nella loro risposta ai Lineamenta in
preparazione al Sinodo per l’Asia (celebrato a Roma nell’aprile-maggio 1998;
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ndt) i vescovi dell’India affermano: «Poiché lo Spirito di Dio ha chiamato le
Chiese dell’Oriente alla conversione e
alla testimonianza missionaria (cf. Ap 23), anche noi udiamo questo stesso Spirito che ci invita a essere veramente cattolici, aperti e pronti a collaborare con il
Verbo, che è attivamente presente nelle
grandi tradizioni religiose dell’Asia, oggi.
La fiducia e il discernimento, non l’ansia e l’eccessiva prudenza devono regolare le nostre relazioni con questi numerosi nostri fratelli e sorelle. Infatti,
insieme a loro noi formiamo un’unica
comunità, derivante dall’unico ceppo
che Dio ha creato per popolare tutta la
terra. Abbiamo in comune con loro lo
stesso destino e la stessa provvidenza.
Camminando insieme, siamo chiamati a
compiere lo stesso pellegrinaggio pasquale con Cristo verso l’unico Padre di
tutti noi (cf. Lc 24,13ss; Nostra aetate, n.
1; Gaudium et spes, n. 22)».2
E aggiungono: «Alla luce della volontà di Dio e del suo disegno di salvezza
universale, così chiaramente attestati
nella testimonianza del Nuovo Testamento, l’approccio cristologico indiano
cerca di evitare espressioni negative ed
esclusivistiche. Cristo è il sacramento, il
simbolo definitivo della salvezza di Dio
per tutta l’umanità. Ecco cosa significa,
nel contesto indiano, l’unicità e l’universalità salvifica di Cristo. Ma non significa
che non possano esservi altri simboli, validi nelle loro proprie forme, che il cristiano vede collegati con il simbolo definitivo, Gesù Cristo. L’implicazione di
tutto questo è che per centinaia di milioni
di nostri fratelli uomini e donne la salvezza passa attraverso le loro varie tradizioni socioculturali e religiose e avviene
in esse e non nonostante esse. Non possiamo quindi negare a priori un ruolo salvifico a queste religioni non cristiane».3
Dialogo e sfide
A mio avviso, il Concilio ha posto le
basi di questa visione, affermando chiaramente che la missione di Dio continua
nel mondo e non s’identifica con la missione della Chiesa. Il Concilio ci dice
anche, sia direttamente sia indirettamente, che la via della missione (per la
Chiesa) è il dialogo con la missione di
Dio manifestatasi in vari modi nella storia. Lo fa nella Gaudium et spes, nella Nostra aetate, nella Dignitatis humanae e
nell’Unitatis redintegratio. Come si col-
lega questo con gli altri due orientamenti
che abbiamo ricordato all’inizio?
Anzitutto, poiché Dio parla a un determinato popolo in un determinato
tempo, luogo e cultura, il messaggio deve
essere necessariamente «inculturato». La
comunità cristiana può dialogare con la
missione di Dio in quella cultura solo se
anch’essa è inculturata. Ciò significa che
deve diventare un’autentica Chiesa locale, più locale di quanto sia in realtà. Infatti, i vescovi dell’Asia nella loro prima
assemblea come FABC affermarono che
la Chiesa diventa una Chiesa locale attraverso il dialogo con la cultura. Se non
è locale non sarà né credibile né rilevante. Perciò la Chiesa deve diventare locale per impegnarsi in modo credibile
nella missione, per realizzare la trasformazione dall’interno. Nell’era della globalizzazione, le Chiese locali devono dialogare fra loro per poter offrire una
proposta collettiva al mondo. Nel corso
di questo dialogo le Chiese locali possono anche confrontarsi reciprocamente
in modo profetico.
In secondo luogo, il dialogo con la
missione di Dio deve essere principalmente il dialogo della vita. Bisogna porre
l’accento sulla collaborazione dei fedeli
per la trasformazione della vita e della società. La costituzione Gaudium et spes,
dopo aver parlato del dialogo in generale,
elenca aree concrete in cui esercitare il
dialogo: la famiglia, le culture, la vita sociale ed economica, la comunità politica,
la coesistenza pacifica fra le nazioni. Per
il dialogo in questi campi abbiamo bisogno non tanto di ministri ordinati, che
hanno una funzione speciale nella Chiesa, quanto piuttosto di persone che vivono
nel mondo (laico). A questo livello dobbiamo de-clericalizzare e secolarizzare la
Chiesa. Dobbiamo incoraggiare il popolo
di Dio a impegnarsi nella trasformazione
del mondo collaborando con tutte le persone di buona volontà.
Parlando agli esponenti delle religioni non cristiane a Madras nel febbraio del 1986, Giovanni Paolo II disse:
«Attraverso il dialogo facciamo in modo
che Dio sia presente in mezzo a noi; poiché mentre ci apriamo l’un l’altro nel
dialogo, ci apriamo anche a Dio. (…)
Come seguaci di diverse religioni dovremmo unirci insieme nella promozione e nella difesa degli ideali comuni
nei campi della libertà religiosa, della
fraternità umana, dell’educazione, della
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cultura, del benessere sociale e dell’ordine civile» (n. 4).4
Considerando che il concilio Vaticano
II ci ha mostrato che il dialogo è la via della
missione, che cosa abbiamo fatto negli ultimi cinquant’anni? Una risposta sincera
sarebbe: quasi nulla, a parte occasionali gesti simbolici. La sfiducia, le dispute e la
violenza fra le religioni sono aumentate. I
movimenti ecumenici sono quasi morti. Il
mondo laico si è ulteriormente allontanato dalla Chiesa, rendendo necessario un
Sinodo speciale sulla nuova evangelizzazione. Non sarebbe giusto addossare tutta
la colpa alla Chiesa. Il consumismo, l’individualismo, il secolarismo, il fondamentalismo e il confessionalismo, il capitalismo monopolistico, le ingiuste pratiche
commerciali, il militarismo, la corsa agli armamenti e altro ancora sono i maggiori responsabili dell’ingiustizia, della violenza e
della guerra nel mondo. Ma anche una
Chiesa che non è stata profetica ha la sua
parte di responsabilità. A questo proposito
mi limiterò a tre brevi considerazioni.
Nonostante l’ispirazione della Gaudium et spes, la Chiesa si considera la depositaria di un messaggio spirituale. Una
qualche attività caritativa va bene, ma la
Chiesa non è nel mondo per trasformarlo
dall’interno, seguendo l’esempio dell’incarnazione. Le teologie della liberazione
nel Terzo mondo, specialmente in America Latina, sono state soppresse (più o
meno efficacemente), accusate di promuovere un cosiddetto regno terreno di
stampo marxista. La Chiesa si accontenta
di proclamare, nelle sue encicliche sociali, principi spirituali e morali generali.
Essa sembra porre l’accento sulla salvezza
ultraterrena. Non ama sporcarsi le mani
con le faccende materiali.
In questo senso, c’è la proclamazione
di un messaggio di giustizia, ma non c’è
alcun coinvolgimento attivo. Ad esempio, nel campo della promozione della
pace, la Chiesa prega per la pace, ma
non anima alcun movimento attivo per la
pace. Lascia la cosa ad altri. Non c’è dialogo con il mondo. La Chiesa sembra limitarsi a offrire un messaggio spirituale e
ad aspettarsi che altri lo ascoltino. Il fatto
di collocarsi su un alto piedistallo può
non incoraggiare gli ascoltatori. I leader
dell’Europa e dell’America post-cristiane
sembrano anticlericali. Il mondo islamico
non è interessato. Altri, in India e in Cina,
nutrono dei sospetti, ragionando all’interno di un contesto postcoloniale.
15:08
Pagina 733
In secondo luogo, la Chiesa ha un
complesso di superiorità che è molto dannoso per il dialogo. È vero che Gesù Cristo, in quanto Verbo di Dio incarnato, è
la pienezza della Verità. Ma la Chiesa
non possiede Cristo. E non lo comprende
neppure pienamente. È solo una Chiesa
in pellegrinaggio, che approfondisce sempre più il mistero che ha ricevuto. Perciò
non può considerarsi la pienezza alla
quale tutti gli altri devono giungere. Penso
che la Chiesa sia condotta fuori strada dal
paradigma Antico Testamento – Nuovo
Testamento. Nel disegno di Dio essi sono
collegati e i fatti raccontati nel Nuovo Testamento sono considerati come compimento delle profezie dell’Antico Testamento. Ma la Chiesa non può proiettare
questo paradigma sul mistero della missione di Dio nell’universo. Le altre religioni e Chiese possono testimoniare
aspetti del mistero divino che la Chiesa
non ha sperimentato.
In ogni caso, la Chiesa è chiamata a
essere al servizio della missione di Dio,
non a dominarla. Se la Chiesa è consapevole dei suoi limiti in quanto Chiesa in
pellegrinaggio, sarà certamente aperta al
dialogo, a dare e a ricevere. Altrimenti
farà solo un monologo e gli altri non saranno interessati. Benché il concilio Vaticano II parli molto della missione di Dio
nell’universo, penso che la Chiesa non
abbia veramente interiorizzato questo mistero e non si sia aperta al dialogo con le
altre manifestazioni dell’unica Verità di
Gesù Cristo.
Per ragioni storiche, oggi il suo status
politico e la sua forza organizzativa nel
mondo le permettono anche di condurre
da una posizione dominante ogni dialogo
formale o informale con altre culture, religioni e ideologie. Di conseguenza, non c’è
alcuna vera reciprocità nel dialogo, né gli
altri partecipanti sono interessati a essere
semplicemente subalterni. In realtà, con la
crescita del fondamentalismo religioso,
ogni religione pensa di essere l’unica vera
religione. Se si incontrano sul piano religioso si avrà uno scontro di assoluti, piuttosto che un dialogo.
In terzo luogo, la Chiesa sembra
strumentalizzare il dialogo, considerandolo una preparazione dell’annuncio e
un primo passo verso di esso. La missione viene vista principalmente come
l’annuncio del regno di Dio, rivelato e
realizzato da Gesù Cristo. Di conseguenza, il dialogo viene considerato solo
un passo verso l’annuncio. A volte viene
considerato addirittura un pericolo per
l’annuncio. Non viene considerato significativo in sé stesso. Così le altre religioni vedono in esso un secondo fine e
non sono interessati. Per sant’Ireneo Cristo e lo Spirito sono le due braccia con le
quali il Padre regge l’universo. Forse noi
possiamo considerare l’annuncio e il dialogo le due braccia della missione, con
pari dignità.
In conclusione, a mio avviso, il concilio Vaticano II ha aperto la strada a una
nuova era di dialogo nella Chiesa e nel
mondo. Il beato Giovanni XXIII lo definì
un concilio pastorale. Il dialogo con il
mondo è l’orientamento pastorale offerto
dal Concilio alla Chiesa. Questo dialogo
opera a ogni livello: profano e sacro, socioeconomico, politico, culturale e religioso.
Questo orientamento viene espresso chiaramente nella Gaudium et spes e sostenuto
da altri documenti pastorali e dogmatici,
come ho cercato di mostrare qui.
A distanza di cinquant’anni non lo
abbiamo ancora compreso pienamente e
non ci siamo ancora impegnati in esso,
tranne qualche sporadico tentativo a livello ufficiale e non ufficiale. Siamo consapevoli della missione della Chiesa, ma
dobbiamo diventare più consapevoli della
missione di Dio. Queste due missioni devono dialogare fra loro. Se prendiamo
coscienza della missione di Dio nell’universo, mirante a costruire una comunità
umana migliore, fatta di libertà, fratellanza e giustizia, anche se si tratta di un
processo che non finirà mai, questa consapevolezza ci spronerà a passare dal dialogo alla collaborazione, per riunire tutte
le cose così che Dio sia tutto in tutti (cf. Ef
1,3-10; Col 1,15-20; 1Cor 15,28).
Michael Amaladoss
1
Cf. J. ELIERS (a cura), For All the Peoples of
Asia, II, Claretian, Manila 1997, 200; trad. it delle
Conclusioni della citata Consultazione teologica
della FABC, svoltasi a Hua Bin (Bangkok, Thailandia) dal 3 al 10 novembre 1991, in Regno-doc.
9,1992,315ss (i brani qui ripresi si trovano ai nn. 29
e 30).
2
Cf. P.C. PHAN (a cura), The Asian Synod: Texts
and Commentaries, Orbis Book, Maryknoll 2002, 21.
3
Cf. PHAN, The Asian Synod, 22.
4
Origins 15(1986), 598; Regno-doc. 5,1986,137.
Per affermazioni simili, cf. il discorso di Giovanni
Paolo II ai rappresentanti di altre religioni a New
Delhi dopo la pubblicazione dell’es. ap. postsinodale
Ecclesia in Asia (novembre 1999), in Vidyajyoti Journal of Theological Reflection 63(1999), 884-886; Regno-doc. 21,1999,682.
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Chiesa cattolica
Donne prete
Provvedimenti
U
na serie di provvedimenti disciplinari
sono stati assunti recentemente dalle
autorità ecclesiastiche nei confronti
di chierici che hanno preso posizione in favore del sacerdozio femminile nella Chiesa
cattolica.
Infatti, la «Congregazione per la dottrina della fede ha dimesso canonicamente
il 4 ottobre Roy Bourgeois dalla Società per
le missioni estere degli Stati Uniti d’America,
nota anche come padri e fratelli Maryknoll.
La decisione dispensa il sacerdote dai vincoli sacri»: così recita il comunicato, pubblicato solo il 19 novembre, della congregazione cui apparteneva il religioso statunitense. È noto il suo appoggio al sacerdozio
femminile, per il quale aveva partecipato
nell’agosto 2008 a una «non valida ordinazione di una donna» – Janice Sevre-Duszynska – e si batteva attivamente anche «in
contesti laici e non cattolici», afferma il documento (cf. Regno-doc. 15,2008,469).
E poiché i tentativi di far recedere p. Bourgeois dalle sue posizioni si sono rivelati vani
egli è «incorso nella scomunica, nella dimissione dallo stato clericale e nella laicizzazione», chiude il comunicato che per altro ringrazia il religioso per «il servizio svolto come
missionario» nei 45 anni di appartenenza alla
congregazione.
Tre le principali reazioni al provvedimento.
La prima, il 28 novembre da parte della presidenza delle Suore della misericordia delle
Americhe: essa esprime «tristezza e contrarietà» e afferma che «l’impegno di p. Roy per
il ruolo delle donne nella Chiesa rispecchia
quello delle Suore della misericordia» per la «ricerca di una pienezza di vita e di uguaglianza
[delle donne] nella Chiesa e nella società».
Poi vi è stata la reazione del settimanale
statunitense National Catholic Reporter, che
in un editoriale del 3 dicembre, dopo aver ripercorso le tappe della risposta «di Roma alla
richiesta dei fedeli di ordinare le donne» (dall’ormai dimenticata conclusione della Pontificia commissione biblica del 1976 fino all’Ordinatio sacerdotalis del 1994), così conclude:
«Riteniamo che secondo il sensus fidelium
l’esclusione delle donne dal sacerdozio non
abbia solide basi scritturistiche né altre stringenti motivazioni razionali; pertanto le donne
devono essere ordinate».
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«Ingiusto e controproducente» è stato infine definito il 7 dicembre il provvedimento
vaticano dall’Association of catholic priests
irlandese. Nata due anni fa nel pieno della
crisi per i casi di pedofilia all’interno della
Chiesa per promuovere la realizzazione della
«visione e dell’insegnamento del concilio Vaticano II» e la «ristrutturazione della forma di
governo della Chiesa», sostiene che la dimissione di p. Bourgeois «non porrà fine al dibattito su questi temi» (cf. Regno-att. 8,2012,242).
Un secondo provvedimento ha riguardato
il novantaduenne gesuita p. Bill Brennan, della
diocesi di Milwaukee. Il 29 novembre, infatti,
il superiore della sua comunità gli ha comunicato per conto dell’arcivescovo mons. Jerome
Listecki che è sospeso dalle funzioni clericali
in forma pubblica; che non può parlare con i
giornalisti; che non può partecipare a manifestazioni in quanto gesuita e che non si può allontanare dalla diocesi senza il permesso del
superiore. Brennan, missionario ormai in pensione, aveva preso parte il 17 novembre a una
liturgia con Janice Sevre-Duszynska, la donna
«ordinata» da Bourgeois.
Lo stesso giorno si è poi diffusa la notizia
che il sacerdote austriaco Helmut Schüller,
leader della Pfarrer Initiative, avrebbe perso ti-
tolo di monsignore, anche se non vi è stata alcuna comunicazione ufficiale sul perché di
questa azione formale del Vaticano. A Vienna,
infatti, il portavoce del card. Schönborn ha
detto che «questa è una decisione presa da
Roma che non ha nulla a che vedere con noi»
e che il cardinale continua a «credere nella
possibilità del dialogo personale» (cf. Regnoatt. 16,2011,518). Il titolo, che era stato concesso a Schüller nel 1991 quando divenne presidente di Caritas Austria, si riferiva al grado di
«cappellano di sua santità», che segue quelli,
più elevati, di «prelato onorario di sua santità» e di «protonotario apostolico».
L’annuncio è avvenuto a quattro giorni
esatti da quando egli ha reso noto che nel 2013
organizzerà un incontro internazionale in Germania per mettere in rete i diversi gruppi,
come quello austriaco, che stanno discutendo
di temi come il celibato sacerdotale e l’ordinazione delle donne. Queste «non sono questioni esclusive dell’Europa» – ha detto Schüller – e il movimento desidera stringere i
contatti con le iniziative omologhe presenti in
Germania, Irlanda, Francia, Stati Uniti e Australia.
M.E. G.
Santa Sede
Vatileaks
Il perdono
del papa
L
a mattina del 22 dicembre scorso «il santo
padre Benedetto XVI ha fatto visita in
carcere al sig. Paolo Gabriele, per confermargli il proprio perdono e per comunicargli di
persona di avere accolto la sua domanda di
grazia, condonando la pena a lui inflitta». Così
un breve comunicato delle Segreteria di stato
chiude ufficialmente quanto emerso della questione relativa alla pubblicazione non autorizzata di documenti riservati della Santa Sede e
personali del papa (cf. Regno-att. 10,2012,304).
Una «buona notizia» a conclusione di una
«vicenda triste», ha commentato il portavoce
vaticano p. Lombardi annunciando che anche
per Claudio Sciarpelletti, il secondo condannato nel processo per i cosiddetti Vatileaks, «è
previsto un provvedimento in seguito alla domanda di grazia che egli pure ha avanzato». La
vicenda, esplosa a gennaio dopo una trasmissione televisiva del giornalista Gianluigi Nuzzi e
aggravatasi a maggio con la pubblicazione del
suo libro Sua santità, ha avuto l’onore delle cronache per l’intero anno, nel corso del quale si
sono succeduti, in una serie di colpi di scena,
prima la carcerazione di Paolo Gabriele (23 maggio) – assistente di camera di Benedetto XVI fin
dall’inizio del pontificato – e l’arresto del tecnico informatico della Segreteria di stato Claudio Sciarpelletti (25 maggio, rilasciato il giorno
seguente); poi la celebrazione dei processi al tribunale dello Stato della Città del Vaticano; infine le sentenze di condanna: 3 anni (ridotta a
18 mesi) allo stesso Gabriele il 6 ottobre; 4 mesi
(ridotta a 2 e sospesa con la «condizionale») a
Sciarpelletti il 10 novembre.
Coi provvedimenti di grazia la Santa Sede
non ha chiuso la questione. Conferma autorevole è venuta dall’udienza concessa il 17 dicembre dal papa ai tre cardinali Herranz, Tomko
e De Giorgi, cui è affidata un’inchiesta parallela
ma più ampia di quella della magistratura vaticana. Del resto, pronunciandosi sull’indagine lo
scorso 1° dicembre, lo stesso Lombardi aveva dichiarato: «Nessuno mi ha detto che fosse stata
archiviata o formalmente conclusa per altri
motivi, quindi è un’istruttoria che è aperta».
M. B.
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Immigrati cinesi
I TA L I A
f
ede e integrazione
L
a presenza silenziosa ma
evidente degli immigrati
cinesi in Italia – pur sostanzialmente stabilizzatasi da qualche decennio – continua a suscitare diffidenze
se non ostilità. È un dato che provoca la
Chiesa italiana a confrontarsi con una
profonda diversità culturale e con la
necessità e opportunità di evangelizzare e promuovere umanamente un
Estremo Oriente che vive nelle sue
strade.
Universo parallelo
La migrazione cinese in Italia è iniziata nel 1918 con il primo gruppo di cinesi dello Zhejiang; a mano a mano
che questi primi immigrati facevano
fortuna iniziarono a chiamare i loro familiari dalla Cina, innescando il tipico
effetto a catena a carattere familiare.
La forte coesione tra i componenti ha
portato alla costituzione di una comunità che accoglie i nuovi arrivati e facilita il loro inserimento sociale e lavorativo. Negli ultimi anni è anche iniziato
un controesodo: molti hanno preso a
tornare nella madrepatria, attirati dallo
sviluppo vertiginoso del loro paese, che
offre ora nuove opportunità economiche e di lavoro, o semplicemente dopo
aver fatto fortuna in Italia (è il caso dei
primi immigrati). Ne reca traccia l’aumento impressionante delle rimesse
verso la Cina.
Dopo la prima ondata di inizio secolo ce n’è stata una seconda, proveniente dal Fujian, alla fine degli anni
Ottanta. Questi nuovi immigrati sono
stati spinti dalla fortuna dei primi,
Ve c c h i a e n u o v a e v a n g e l i z z a z i o n e
dei cattolici provenienti dalla Cina
dei turisti. Esse dunque si preoccupano
di rimandare in Cina i passaporti, una
volta che i turisti siano arrivati in Italia,
e di conseguenza questi nuovi clandestini rimangono nel nostro paese senza
documenti, mentre per Pechino risultano regolarmente rientrati. Questo
universo parallelo invisibile conta molti
abitanti, che sfuggono alle stime ufficiali. L’immigrazione più recente è dunque molto diversa da quella delle prime
due ondate, molto meno dotata di
mezzi e più prossima alla marginalità
sociale.
hanno attinto alle loro reti d’aiuto e ne
hanno fatto proprio il modello lavorativo. Il terzo flusso migratorio è stato innescato dalla chiusura delle grandi industrie e miniere di stato, che ha
lasciato senza lavoro 14 milioni di persone nel Nord della Cina.
Si tratta prevalentemente di operai
non più giovanissimi, che arrivano soli
e che spesso giungono in Italia utilizzando l’accordo turistico Approved destination status, che prevede che le
agenzie di viaggio segnalino alle autorità cinesi il mancato ritorno in patria
IMMIGRATI CINESI IN ITALIA
Popolazione
residente
2011
Italia
Abruzzo
Basilicata
Calabria
Campania
Emilia-Romagna
Friuli Venezia Giulia
Lazio
Liguria
Lombardia
Marche
Molise
Piemonte
Puglia
Sardegna
Sicilia
Toscana
Trentino – Alto Adige
Umbria
Valle d’Aosta
60.820.764
1.344.933
586.313
2.010.224
5.834.845
4.459.148
1.236.103
5.775.033
1.614.841
9.992.548
1.569.042
319.101
4.464.889
4.088.868
1.674.927
5.048.509
3.761.616
1.037.114
908.926
4.957.082
Stranieri regolari
stimati
Valore
%*
assoluto
5.011.000
85.000
15.000
78.000
194.000
555.000
120.000
615.000
136.000
1.178.000
161.000
9.000
422.000
100.000
39.000
142.000
398.000
100.000
101.000
554.000
8,2
1,7
0,3
1,6
3,9
11,1
2,4
12,3
2,7
23,5
3,2
0,2
8,4
2,0
0,8
2,8
7,9
1,9
2,0
11,1
Soggiornanti
Occupati cinesi nati Titolari d’impresa
cinesi
all’estero (2011)
cinesi
Valore
Valore
Valore
%**
%***
%***
assoluto
assoluto
assoluto
277.570
5.493
899
2.457
10.584
32.791
3.654
21.021
4.211
61.140
13.738
243
17.747
4.357
2.968
6.010
46.054
2.299
2.407
250
7,6
10,5
11,8
5,9
7,5
7,2
4,0
6,0
3,9
6,3
11,0
5,3
6,8
6,7
13,3
7,0
16,2
3,1
3,7
3,8
155.187 4,3
3.654 5,0
545 3,2
694 1,1
4.687 3,7
17.844 5,0
1.574 1,9
8.309 2,4
1.798 2,2
31.560 4,6
7.266 7,9
108 1,0
7.600 3,3
1.664 1,6
1.003 3,8
1.723 1,6
36.809 14,6
583 1,1
1.155 2,1
136 1,7
36.483
881
69
481
1.426
3.588
487
2.689
398
7.607
1.090
35
1.866
590
407
1.696
8.684
105
134
21
14,6
19,0
22,5
9,4
16,0
13,2
9,9
9,5
5,6
13,5
16,6
12,8
7,2
17,0
12,0
19,6
29,0
3,3
8,2
5,8
Fonte: Caritas italiana, Fondazione CEI Migrantes, Dossier statistico immigrazione 2012.
* Rispetto al totale nazionale degli stranieri.
** Rispetto ai soggiornanti extra-comunitari.
*** Rispetto ai nati all’estero.
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Poi c’è un certo numero di giovani
laureati che viene in Italia per gli studi
post-laurea, e poi torna in Cina. Tra
questi numerosi preti.
Quella cinese è oggi la quarta comunità straniera in Italia (277.570, 7,6%
sugli stranieri regolari), dopo la romena
(14,2%), la marocchina (13,9%) e l’albanese (13,5%), con un aumento del
320% dal 2003 al 2011, sempre stando
ai dati ufficiali. Ma per volume delle rimesse è il primo paese, con 2,5 miliardi
l’anno (+582% nello stesso periodo). I
comuni con la maggior presenza sono
Milano, Prato, Roma, Firenze e Torino.
La popolazione cinese in Italia tende
a ricostituire l’intero nucleo familiare. È
un’immigrazione finalizzata al lavoro,
per cui moltissimi bambini piccoli, che
nascono in Italia, vengono mandati in
Cina dai nonni per lasciare liberi i genitori di lavorare, e rientrano poi dopo i 10
anni inserendosi nel percorso scolastico.
Vi è la tendenza a ritornare in patria
verso i 50 anni, per cui i cinesi anziani in
Italia sono molto pochi.
La comunità cinese manifesta una
forte propensione all’imprenditorialità,
soprattutto nel settore tessile-abbigliamento-calzature, nel commercio e nella
ristorazione, con una presenza ormai
capillare in tutto il territorio italiano. La
forte disponibilità di contanti, che è tra
i suoi caratteri peculiari, è legata principalmente alla cultura della guanxi,
«amicizia», che fa sì che per un cinese
la rete amicale sia così forte e fedele da
configurare quasi una famiglia allargata, dentro la quale la dedizione alla
«causa comune» è totale, così come la
condivisione dei beni, materiali e non.
Restare nella guanxi coinvolge l’onore,
valore di rilievo nella cultura cinese.
Chi ne viene escluso, lo è per sempre, e
dunque cade in una doppia emarginazione. La rete amicale offre aiuto nel
momento del bisogno, e ciascuno vi
partecipa con una parte dei propri introiti, anche fino al 50% (non sempre
del tutto liberamente), alimentando così
il patrimonio, che dopo qualche anno
gli consentirà di avere un prestito anche
molto ingente per avviare un’attività, o
per comprarsi la casa quando si sposa.
In generale la permanenza dei cinesi in Italia è strettamente legata a una
vita lavorativa molto intensa, caratterizzata da una forte mobilità sul territorio. Si segue il lavoro, con un pro-
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getto molto spesso «a tempo determinato», e questo è uno dei fattori che
non favoriscono una vera integrazione.
Un altro fattore è la lingua: molti cinesi
non trovano utile impegnarsi a imparare una lingua tanto diversa dalla loro,
per pochi anni di permanenza in Italia.
La scarsa conoscenza dell’italiano diventa a sua volta un ostacolo all’interazione e quindi all’integrazione.
Negli ultimi anni, poi, è aumentato il
livello d’insofferenza nei confronti dei
cinesi per l’accusa di concorrenza sleale
in ambito lavorativo, poiché per il basso
costo del lavoro che offrono come manodopera molte aziende italiane sono
state delocalizzate in Cina, mentre le
aziende cinesi in Italia sfruttano i dipendenti e non reinvestono nell’economia
locale, ma in patria. Anche sui media
non è raro imbattersi in atteggiamenti
diffamatori (si pensi per esempio alle pagine iniziali di Gomorra di Roberto Saviano: dati alla mano è difficile credere
che ogni giorno centinaia di salme congelate vengano rimandate in Cina).
Due esperienze: Prato e Rimini
Prato è la città che ha vissuto più direttamente e anche drammaticamente
la presenza cinese in Italia: ospita la
terza comunità cinese in Europa dopo
Londra e Parigi. Su circa 250.000 abitanti, conta ufficialmente 20-23.000 cinesi, ma secondo le stime sono almeno
30-35.000, e possono arrivare sino a
40.000 nei picchi d’attività. «Quando
arrivai, nel 1992 – ci dice mons. Gastone Simoni, vescovo di Prato fino a
poche settimane fa –, non ne vidi tanti,
perché erano tutti chiusi nei loro laboratori a lavorare moltissime ore al
giorno. Li ho visti nell’estate successiva,
ed erano veramente numerosi. L’impatto destò in me meraviglia e preoccupazione. I primi contatti con la comunità cinese sono avvenuti grazie a
delle suore cinesi arrivate da Roma.
C’era anche un piccolo numero di preti
cinesi che studiavano teologia nella capitale, e che nei momenti liberi venivano a dare una mano nella pastorale».
Dopo i primi contatti, l’approccio
che la Chiesa locale ha tenuto è stato
improntato alla disponibilità ad ascoltare e aiutare, soprattutto attraverso la
Caritas diocesana. «La Caritas è stata
ed è preziosa – dice il vescovo –, perché
in generale i cinesi chiedono aiuto solo
in casi estremi e se non hanno altre possibilità. Oggi alla Caritas lavora anche
una ragazza cinese, la cui presenza facilita i contatti con la sua comunità».
Dopo alcuni anni, nel 2006, si è stabilita a Prato anche una piccola comunità di francescani, che non sono andati
a stare in un convento ma hanno aperto
una fraternità proprio nel mezzo della
Chinatown pratese, il quartiere San
Paolo. Vanno per le strade, visitano i cinesi detenuti in carcere, quelli ricoverati
in ospedale. E svolgono un’attività molto
riconosciuta e apprezzata dalle famiglie,
impegnate anche per 20 ore al giorno
nei laboratori: un doposcuola per i ragazzi, soprattutto per quelli che si ricongiungono ai loro genitori in età già adolescenziale, senza conoscere una parola
d’italiano e con l’elevatissima probabilità
di rimanere emarginati per tutto il periodo della loro permanenza in Italia.
«Un’altra presenza che molto ha aiutato la convivenza – dice mons. Simoni
– è stata quella di un sacerdote cinese,
che siamo sempre riusciti ad avere in
diocesi. La sua intermediazione è stata
molto utile per superare la diffidenza
culturale e ha contribuito ad abbattere
alcuni muri. Alcuni cinesi dopo qualche
tempo hanno chiesto il battesimo, magari in ospedale. Non si tratta di grandi
numeri, ma sono significativi. Mi pare
che attraverso micro-relazioni positive
improntate al rispetto, alla disponibilità,
all’accoglienza e all’amicizia si possa
aprire uno spazio per il Vangelo». La
parrocchia dell’Ascensione ha fatto da
punto di riferimento, con la celebrazione
della messa e il catechismo in cinese
mandarino. Con l’aiuto della Fondazione Migrantes della Conferenza episcopale italiana si sono costruiti dei locali
nuovi per un Centro pastorale italo-cinese, dove in maggio si è tenuta la quinta
convocazione nazionale dei cattolici cinesi. Attraverso queste forme di collaborazione la diocesi è riuscita a stabilire
un rapporto discreto con tutta la comunità cinese, al punto che anche quelli
che sono buddhisti partecipano ad alcune celebrazioni in cattedrale e hanno
invitato mons. Simoni all’inaugurazione
del loro tempio.
«Forse – annota il vescovo – un po’ la
fede aiuta nell’integrazione, che comunque rimane davvero complicata. Gli immigrati cinesi devono far fronte a profondi malumori da parte della popo-
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lazione pratese, che si sente defraudata
del lavoro – anche se la decadenza di
questo distretto non può essere attribuita
semplicemente alla loro presenza, vi
sono molte concause –; e dall’altra parte
la maggioranza di loro si trova in una situazione di sfruttamento lavorativo, a
cui come comunità cristiana non possiamo essere indifferenti. E abbiamo cercato di dire una parola anche in questo
senso. Per il momento i progressi maggiori li abbiamo ottenuti sul versante dell’integrazione scolastica dei ragazzi: proprio attraverso la scuola, il lavoro, le vie
civili credo sia possibile arrivare a una
convivenza ispirata sempre di più all’integrazione».
Un’altra realtà che – sia pur con numeri differenti – ha subito l’impatto
della presenza cinese è Rimini, dove da
una decina d’anni opera la Piccola famiglia dell’Assunta con un’esperienza
pastorale per molti tratti simile a quella
di Prato. Anche qui si è riscontrato che
il principale ostacolo all’integrazione è
la lingua, e dunque si è concepita l’idea
di pubblicare il Nuovo Testamento e i
Salmi in cinese, con l’intento di avvicinare i cristiani italiani e cinesi sul testo
sacro, e aiutare così l’integrazione dei
cinesi e anche quella dei cristiani (cf. Regno-att. 20,2012,693).
A Savignano sul Rubicone ha dato
vita al Centro Italia-Cina, un luogo di
socializzazione dove i ragazzi e i bambini hanno la possibilità di studiare la
lingua italiana, ricevendo un aiuto anche nello svolgimento dei compiti, e
dove, viceversa, se nati e cresciuti in
Italia possono apprendere anche la loro
lingua madre, fondamentale per la loro
formazione e integrazione all’interno
della comunità cinese.
Presso la Piccola famiglia, che è costituita da una quarantina di religiosi e
religiose, alcuni dei quali parlano il cinese, si tengono corsi per catecumeni (in
questi 10 anni ci sono stati 40 battesimi), con cinesi che traducono o che
fanno da catechisti; e due liturgie domenicali in cinese, più altre infrasettimanali (spesso a causa degli orari di lavoro la partecipazione alla messa della
domenica mattina non è possibile).
L’aiuto si concretizza anche nella ricerca di posti di lavoro non soggetti a
sfruttamento e di appartamenti dignitosi, e nella prestazione di garanzie per
acquistarli.
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Secondo il coordinatore della pastorale
per i cattolici cinesi in Italia, don Pietro
Cui Xingang, sono circa 3.000 in Italia gli
immigrati cinesi di confessione cattolica (la
stessa percentuale della madrepatria,
l’1%), e poi vi sono numerosi cristiani di
varie denominazioni protestanti. L’attività
pastorale può tuttavia contare solo su 12
preti di lingua cinese, e questo fa sì che
molte comunità non possano ancora celebrare nella loro lingua.
Molta messe, pochi operai
Ogni anno la comunità cattolica cinese s’incontra il 24 maggio (o la domenica vicina), che è il giorno nel quale cinque anni fa Benedetto XVI ha indetto
una giornata di preghiera per i cattolici in
Cina. Questo incontro è necessario, secondo don Cui, «perché gli immigrati
che nutrono qualche interesse per la
Chiesa cattolica possano approfondirne la
conoscenza, per far sì che i cattolici italiani comprendano più profondamente
l’importanza del servizio pastorale e di
evangelizzazione verso i cinesi e, con la
nostra collaborazione, si possano organizzare sempre meglio le comunità cattoliche cinesi in Italia e, attraverso la piattaforma che esse rappresentano, aiutare
tanti immigrati cinesi a integrarsi nella società italiana».
Oggi la comunità cattolica cinese in
Italia è strutturata in piccole unità in tutte
le maggiori città italiane. Il numero dei
nuovi cristiani aumenta costantemente:
ogni anno più di 50 catecumeni ricevono
il battesimo, e in alcune comunità oltre
una decina di persone si aggiunge annualmente. Le stesse comunità cinesi
stanno diventando sempre più protagoniste dell’attività di evangelizzazione verso
i non cristiani e nell’aiuto verso i connazionali in difficoltà.
Permangono tuttavia alcune carenze
che don Cui evidenzia. Per esempio, non
c’è facilità di contatto tra le strutture pastorali dedicate alla cura degli immigrati
cinesi in Italia e la Chiesa di provenienza,
poiché non vi è per ora nella Cina continentale un organismo ecclesiale dedicato
al servizio dei migranti. Inoltre è drammaticamente sottodimensionato rispetto
alle necessità il numero dei sacerdoti di
lingua cinese incaricati del servizio pastorale alle comunità di immigrati loro
connazionali, e degli studenti delle facoltà ecclesiastiche solo un numero estremamente esiguo rimane in Italia dopo la
fine degli studi. Inoltre le comunità non
sono ancora in grado di sostenersi economicamente, né riescono a farlo le diocesi.
D’altra parte a livello globale la
Chiesa non sembra aver ancora colto appieno la portata del fenomeno migratorio.
Per quello che riguarda la Cina, secondo
le statistiche ufficiali dell’Ufficio emigrazione del Consiglio di stato essa conta 45
milioni di emigranti, senza quindi tener
conto degli irregolari. Una parte delle risorse che le Chiese locali e gli istituti missionari dedicano alle missioni in Cina potrebbe essere impiegata nei paesi
d’immigrazione. «In realtà, fare missione
in Italia con gli immigrati è come fare
missione direttamente in Cina».
Negli ultimi anni è sorprendente la
diffusione di altre confessioni e religioni
tra gli immigrati cinesi. Con il sostegno
economico delle nuove comunità protestanti degli Stati Uniti, in meno di un decennio si sono formate nuove comunità
evangeliche in tutte le principali città
italiane. Hanno costituito un «Istituto
cinese di teologia in Europa» e pubblicano un mensile, Il corno, che viene distribuito gratuitamente. Anche i buddhisti sono numerosi e vivaci, hanno un
tempio a Prato e uno a Roma. E sono in
rapida espansione anche i Testimoni di
Geova.
A livello nazionale, per migliorare il
coordinamento tra le diverse comunità
sta per nascere un’Associazione per
l’evangelizzazione dei cinesi in Italia, che
potrà raccogliere fondi e agevolare la formazione di nuove comunità, e inoltre costituire una rete tra le comunità nel nostro
paese e quelle presenti nel resto d’Europa. Data la scarsità dei sacerdoti, è fondamentale l’apporto dei religiosi/religiose
e dei laici impegnati, che appunto necessitano di formazione e di risorse economiche. «Molti degli immigrati che giungono in Italia – dice don Cui –, quando
erano in Cina hanno ricevuto un’educazione negativa nei confronti della religione; attraverso il nostro annuncio e le
nostre opere di carità, con più facilità potranno accogliere la nostra fede e aggiungersi a questa nostra “cerchia di
amici” che si amano, si aiutano, s’incoraggiano scambievolmente e insieme affrontano le difficoltà della vita: questa è la
nostra Chiesa».
Daniela Sala
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Sardegna
Chiesa e crisi
I vescovi
con i disoccupati
L
o avevano promesso a settembre, nel
periodo di maggiore criticità e di maggiore attenzione dei media, quando
molta parte dell’isola (dal Sulcis alla Media
Valle del Tirso fino a Portotorres) sembrava
chiudesse, e le lotte dei lavoratori apparivano
prive di speranza. Ora, alla vigilia di Natale, in
concomitanza con la visita del segretario di
stato card. Tarcisio Bertone, i vescovi della
Sardegna hanno reso noto (12 dicembre) il loro
messaggio sulla pesante situazione sociale
della Sardegna. Il tono è assai severo. «La società sarda attraversa un periodo di grave disoccupazione, con risvolti talvolta drammatici.
Questo interpella fortemente, per i suoi effetti umani devastanti, anche la Chiesa».
A CURA DEL COMITATO SCIENTIFICO
E ORGANIZZATORE DELLE SETTIMANE
SOCIALI DEI CATTOLICI ITALIANI
Cattolici
nell’Italia di oggi
Un’Agenda di speranza
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ATTI DELLA 46a SETTIMANA SOCIALE DEI CATTOLICI ITALIANI
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(Reggio Calabria, 14-17.10.2010). Un percorso
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su cui sperimentare la fede vissuta nella storia concreta, con rinnovato impegno nella costruzione del “bene comune” per l’Italia.
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Un elenco disperante
Nell’incipit del documento, i vescovi richiamano quanto detto undici anni fa nella
Carta di Zuri, al termine del Concilio plenario
regionale. L’elenco dei molti appelli restati inascoltati e inattuati è lungo e davvero disperante. Come se alla fine, in certe situazioni, le
parole non potessero nulla. Neppure quelle
della comunità cristiana. Di fronte a quella
che i vescovi non esitano a definire una «tragedia», la comunità cristiana, che chiama tutti
alla solidarietà per dare un po’ di pane agli affamati, non può rimanere nel silenzio.
La visita del card. Bertone (il 15 dicembre),
fortemente voluta dal nuovo arcivescovo di
Cagliari, mons. Miglio, ha fornito l’occasione
per parlare non solo all’isola. Il segretario di
stato ha infatti celebrato una messa di fronte
a delegazioni di lavoratori provenienti da tutte
le fabbriche della crisi: Alcoa, Eurallumina, ex
Ila, Rockwool, Carbosulcis. Bertone ha poi
inaugurato l’impianto del piombo della Portovesme. Conviene riprendere integralmente
il messaggio dei vescovi per la sua incisività.
«La disoccupazione coinvolge soprattutto
i giovani, che in questa situazione senza
sbocco vengono esposti alla tentazione dello
scoraggiamento e del disimpegno. È il “grido di
dolore” che la Chiesa della Sardegna fece risuonare dal santuario di Bonaria il 1° luglio
2001 nel Concilio plenario sardo. Sono trascorsi undici anni e il dramma è divenuto “tragedia”. E non solo per la Sardegna. L’Europa nel
2010 proclamò l’Anno europeo della lotta alla
povertà. E la povertà è andata crescendo. La
Caritas italiana ha lanciato il suo allarme nel
suo annuale Rapporto su povertà ed esculsione sociale in Italia, mostrando che la voce
delle famiglie risuona ogni giorno con i toni
della disperazione. La comunità cristiana, che
chiama tutti alla solidarietà per dare un po’ di
pane agli affamati, non può rimanere nel silenzio. I suoi pastori desiderano gridare ancora
ad alta voce, auspicando che venga accesa
qualche luce di speranza».
«La festa del Natale – proseguono i vescovi –, cara ai bambini e al nostro popolo, ci
invita ad accogliere il bambino di Betlemme,
che vuol donare agli uomini pane, pace e giu-
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stizia. E ad accogliere i bambini e gli uomini
che soffrono la fame per costruire sulla terra
un mondo più giusto. La Costituzione italiana
dice che la Repubblica è “fondata sul lavoro”
e “tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni” (articoli 1 e 35). Ma il lavoro non c’è
e si sta perdendo ogni giorno anche quello
che c’è».
È la disoccupazione che sta al centro
delle preoccupazioni dell’episcopato: «Il concilio Vaticano II ha affermato che il lavoro
umano “è di valore superiore a tutti gli altri
elementi della vita economica” ed è compito
della comunità politica “garantire i mezzi sufficienti per permettere alla persona e alla famiglia una vita dignitosa sul piano materiale,
sociale, culturale e spirituale” (Gaudium et
spes, n. 67; EV 1/1545s). E invece la mancanza
del lavoro, la sua crescente precarietà e la sua
insufficiente sicurezza, stanno generando la
perdita della dignità, la fame, lo scoraggiamento».
I cristiani solidali
Una preoccupazione solidale: «“La disperazione ha sprigionato la fantasia anche
nella scelta delle modalità di manifestare la
protesta e il disagio: sopra i tralicci, sopra le
torri, nei pozzi del carbone…”, dice la Delegazione regionale per i problemi sociali e del
lavoro, istituita nel 2001 dal Concilio plenario
sardo. La CEI ha evidenziato le gravissime
conseguenze della mancanza del lavoro: fragilità sociale, futuro spezzato, sperpero antropologico. Vogliamo ricordare anche la
Carta di Zuri, interessante proposta per una
nuova “Rinascita della Sardegna”, con la collaborazione degli amministratori, dei cittadini, degli emigrati, dei sindacati, delle comunità».
«I cristiani – concludono i vescovi dell’isola – debbono combattere insieme a tutti
gli uomini di buona volontà perché si affermi l’equità nella solidarietà. La comunità
politica deve essere più attenta al mondo dei
poveri e costruire per tutti il “bene comune”.
Il papa Benedetto XVI, nella sua visita in Sardegna, ci ha affidato il compito di far nascere
“una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e
rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile”. E noi gli siamo grati perché più volte ha
richiamato l’attenzione di tutti sulle nostre situazioni di povertà e in questi giorni si è
fatto ancora una volta vicino attraverso la visita a Portovesme del suo segretario di stato
il cardinale Tarcisio Bertone, confermando la
vicinanza della Chiesa al mondo del lavoro.
Sia per tutti il prossimo Natale un tempo di
speranza, nella preghiera davanti al presepe
e nell’impegno comune di solidarietà».
G. B.
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Chiesa e indipendenza
C ATA LO G N A
l
a parola ai cittadini
A Ta r r a g o n a e a M a d r i d l e d u e l i n e e d e i v e s c o v i
L
o scorso 11 settembre si
è riaperto il dibattito
sull’indipendenza della
Catalogna. Un dibattito
che era rimasto latente,
ma che si è nuovamente imposto all’attenzione, e con la massima urgenza, a
causa della gravità della crisi economica. Infatti la recessione colpisce tutto
il territorio spagnolo, ma è particolarmente forte nella Catalogna, che negli
ultimi decenni era divenuta una delle
regioni autonome più ricche.
Barcellona, la capitale della Catalogna, è stata colta di sorpresa da una
marea umana che reclamava l’indipendenza. Un milione di persone per le
strade che, come confermano i dati di
tutti i sondaggi, ha significato che la
maggioranza dei catalani è a favore di
un referendum di autodeterminazione
(il quale, sia detto per inciso, non è previsto dall’attuale dettato costituzionale
spagnolo).
Malessere a Madrid
In quel momento, prima delle elezioni, il partito principale della Catalogna, Convergència i Unió (CIU), aveva
una maggioranza larga, anche se non
assoluta, nel Parlamento autonomo e,
visto l’esito della manifestazione, chiedeva la maggioranza assoluta per condurre questa regione spagnola verso
l’indipendenza, dal momento che lo
stato spagnolo non intendeva riconoscerle alcune specifiche concessioni a
livello economico.
Per sapere che cosa pensavano i catalani si è dovuto aspettare fino al 25
novembre, data delle elezioni regionali
Barcellona, 11 settembre 2012.
anticipate. Ma il loro risultato è stato un
duro colpo per il CIU, che ha perso
molti seggi a favore di un partito realmente indipendentista, l’Esquerra Republicana de Catalunya (ERC). Con
una sorta di ultimatum, il presidente
regionale, Artur Mas, era riuscito a mobilitare l’elettorato più indipendentista
ma senza ottenere un maggior sostegno alla sua candidatura. Quello che è
certo è che, tutto sommato, la maggioranza del Parlamento catalano è favorevole alla convocazione di un referendum, ed è su questa premessa che
sembra basarsi un possibile accordo tra
CIU ed ERC, che in un’altra situazione
sarebbe stato impensabile: si tratta della
destra e della sinistra, e i loro pro-
grammi sono contrapposti su tante questioni, come ad esempio l’uscita dalla
crisi economica. Le trattative sono in
corso.
I vescovi catalani
In questo contesto, così problematico, si collocano le dichiarazioni e le
azioni della Chiesa in Spagna, e segnatamente in Catalogna. I vescovi catalani
hanno una posizione precisa, sulla
quale si sono espressi attraverso l’organo collegiale che li riunisce, la Conferenza episcopale tarrragonese. Ecco
come, in un testo di «orientamenti» a
fronte delle elezioni regionali, hanno
difeso la legittimità di tutte le opzioni e
si sono schierati dalla parte delle deci-
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sioni dei catalani: «Difendiamo la legittimità morale di tutte le opzioni politiche che si fondano sul rispetto inalienabile delle persone e dei popoli e che
cercano con pazienza la pace e la giustizia».
Certamente non si tratta di una posizione nuova; si è manifestata, in
forma attiva e in forma passiva, sin dal
1985, con la pubblicazione del documento Raíces cristianas de Cataluña,
inserito tra le risoluzioni del Concilio
provinciale tarragonese e approvato
dalla Santa Sede. In quel testo si può
leggere: «In quanto vescovi della
Chiesa in Catalogna, incarnata in questo paese, siamo testimoni della realtà
nazionale della Catalogna, che ha
preso forma lungo l’arco storico di un
millennio, e dunque esigiamo per essa
l’applicazione della dottrina del magistero ecclesiale: i diritti e i valori culturali delle minoranze etniche all’interno di uno stato, dei popoli e delle
nazioni o delle nazionalità, devono essere assolutamente rispettati nonché
promossi dagli stati, i quali in nessuna
maniera, secondo il diritto e secondo la
giustizia, possono perseguitarli, distruggerli o assimilarli alla cultura
maggioritaria».
«L’esistenza della nazione catalana
– prosegue il documento del 1985 sulle
radici cristiane della Catalogna – esige
un’adeguata struttura giuridico-politica
che renda possibile l’esercizio dei succitati diritti. La forma concreta più
adatta al riconoscimento della nazionalità, dei suoi valori e delle sue prerogative, corrisponde direttamente all’ordinamento civile». Si è celebrato da
poco il 25° anniversario della pubblicazione di questo documento, e i vescovi catalani hanno deciso di pubblicarne un altro, nel quale hanno
riconosciuto, in continuità con i loro
predecessori, «il profilo e i tratti nazionali propri della Catalogna, nel vero
senso della parola», e hanno difeso «il
diritto di rivendicare e promuovere
tutto quello che esso comporta, secondo
la dottrina sociale della Chiesa».
I vescovi spagnoli
Tutto ciò, a livello ecclesiale, si scontra con la posizione, non unanime, della
Conferenza episcopale spagnola (CEE),
che nel 2006, nell’istruzione pastorale
Orientamenti morali sulla situazione at-
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Pagina 740
tuale della Spagna ha parlato dell’unità
del paese come di un bene morale (nn.
70-76; Regno-doc. 3,2007,91). Questo
documento è tornato di attualità poiché
in una nota del Consiglio permanente
della CEE in tema di crisi economica è
presente un passaggio sull’«unità culturale e politica di questa antica nazione
che si chiama Spagna», che comprende
diversi riferimenti. Ad esempio: «Nessuno dei popoli e delle regioni che
fanno parte dello stato spagnolo potrebbe essere compreso così come è oggi
se non avesse fatto parte della più ampia storia dell’unità culturale e politica
della Spagna. Le proposte che vanno
verso una disintegrazione unilaterale di
questa unità ci procurano una grande
inquietudine».
Parole che hanno provocato l’astensione di quattro dei vescovi membri dell’organo della Conferenza che ne è firmatario – le votazioni sono segrete,
però i vescovi catalani presenti erano
proprio quattro… − e un certo malessere nella Chiesa della Catalogna. Ad
esempio, in un’intervista al settimanale
Vida nueva l’arcivescovo di Tarragona
e presidente della Conferenza episcopale tarragonese, mons. Jaume Pujol,
ha dichiarato, a proposito dell’indipendenza: «Ci troviamo di fronte a una
questione opinabile, e una questione
opinabile non deve essere elevata a imperativo morale. Spetta alla cittadinanza esprimersi su come dev’essere la
forma politica attraverso la quale la Catalogna deve rapportarsi con gli altri
popoli fratelli della Spagna». Nella
stessa intervista mons. Pujol ha parlato
del dialogo e della comprensione come
vie «per ottenere soluzioni giuste e stabili».
Centralità del dialogo
Anche se il discorso dei vescovi catalani non trova eco in altre parti della
Spagna, nessuno deve stupirsene, perché la loro missione è stare vicini ai
propri fedeli, accompagnarli e illuminarli. Ed è ciò che hanno fatto: stare insieme al popolo e partecipare alle sue
gioie e alle sue speranze, ai momenti
positivi e a quelli negativi. Di fatto, la
posizione che hanno assunto favorisce
la riconciliazione; ed è una posizione
che, senza dubbio, è presente nel magistero e nella dottrina sociale della
Chiesa.
Lo ha affermato il monaco di Montserrat e direttore della rivista di testi del
magistero Documents d’Església Bernabé Dalmau: «La dottrina sociale della
Chiesa non è una formulazione dogmatica né un simbolo di fede. È assai
vasta; tanto che ci si può sempre trovare
ciò che interessa. L’autodeterminazione
è un diritto collettivo comunemente
ammesso dalla dottrina sociale, anche
se accade che normalmente, rispetto
alla sua applicazione pratica, la Cheisa
non prende posizione finché la situazione politica non si chiarisce».
Nello stesso senso si è espresso il presidente della Catalogna, cattolico praticante: «Difendere il diritto dei cittadini
della Catalogna a esprimersi sull’indipendenza rientra perfettamente nella
dottrina della Chiesa». Che pertanto
ritiene che la Chiesa, «così come deve
lasciare alla gente tutta la libertà di
esprimersi su questa o quella forma,
deve anche pretendere che tutto avvenga in un contesto di pace e di rispetto, e nel quale tutti devono essere disposti ad accettare il risultato».
Dunque, come si presenta il futuro?
Le posizioni descritte potranno essere
superate? La chiave, a mio parere, sta
nell’incoraggiare il dialogo costruttivo,
un dialogo che parta dal riconoscimento dell’identità dell’altro come soggetto e non come suddito. Quel che ne
verrà avrà più o meno successo a seconda di come lo imposteranno i diversi
responsabili politici. La soluzione passa
dall’abbandonare le trincee e sedersi al
tavolo del dialogo.
Il dibattito oggi verte su una consultazione deliberativa e sulla domanda intorno alla sua costituzionalità – alcuni
dicono che avrebbe questo carattere, altri no. Io credo che la Costituzione riconosca il diritto alla consultazione popolare, ma anche quello della difesa
dell’unità del territorio nazionale. Ed
ecco la centralità del dialogo. È attraverso di esso che, lo ripeto, si costringe
la classe politica, economica, culturale,
sociale e giornalistica a confrontarsi.
Occorre porre le basi per un accordo. E
ora che le tensioni elettorali, con i relativi condizionamenti, si sono placate, è
il momento di essere sereni e di costruire
insieme quel futuro che la crisi rischia di
compromettere.
Juan Rubio
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Chiesa cattolica in Amazzonia
BRASILE
s
ão Gabriel: la più povera
I n t e r v i s t a c o n i l v e s c o v o E d s o n Ta s q u e t t o D a m i a n
D
om Edson Tasquetto Damian è dal 2009 vescovo di
São Gabriel da Cachoeira,
nello stato di Amazonas,
una delle diocesi più povere e isolate del Brasile, grande poco meno
dell’Italia (295.000 chilometri quadrati), con
una popolazione di 60.000 abitanti, per il
95% indigeni di 23 etnie, che parlano 18 lingue diverse. Ordinato prete nel 1975, ha lavorato come educatore di strada a São Salvador da Bahia e poi coi quechua in Bolivia,
quindi nello stato di Roraima ha partecipato
alla lotta degli indigeni per l’omologazione
delle terre di Raposa Serra do Sol. È membro della Fraternità sacerdotale Jesus Caritas di Charles de Foucauld, di cui è stato responsabile nazionale dal 1986 al 1996. Il
Regno lo ha incontrato durante il Congresso
continentale di teologia, svoltosi a São Leopoldo, nello stato brasiliano del Rio Grande
do Sul, dal 7 all’11 ottobre 2012 (cf. Regnoatt. 20,2012,705ss).
Amazzonia:
fragile e deser tificata
– Negli ultimi anni il governo ha varato
il Piano di accelerazione della crescita, il
quale prevede molti progetti infrastrutturali
ed estrattivi in Amazzonia, che stanno generando conflitti soprattutto con le comunità indigene. Come si pone la Chiesa amazzonica
in questo contesto?
«Lo Stato di Amazonas e tutta l’Amazzonia sono vittime dei megaprogetti, disegnati a Brasilia o a São Paulo senza tener
conto delle popolazioni locali. Dai centri del
potere economico e politico, l’Amazzonia
viene vista come una grande riserva di legname, da ottenere tagliando la foresta per
poi creare grandi piantagioni di soia o
enormi pascoli per l’allevamento di bovini,
a tutto vantaggio dell’agrobusiness e ignorando chi ci vive da millenni. In questo
contesto la Chiesa scopre la propria missione profetica di difendere i diritti dei popoli indigeni, delle comunità tradizionali,
delle popolazioni che abitano le rive dei
fiumi e dei caboclos (meticci; ndr). Essi devono essere ascoltati, non solo perché sono
i primi abitanti di queste terre, ma perché
ne conoscono più di chiunque l’ecosistema.
Gli indigeni, che vivono qui da migliaia di
anni, hanno imparato a convivere con una
natura molto fragile. Si pensa che l’Amazzonia sia un ecosistema indistruttibile, ma è
vero il contrario: se si distrugge la foresta, il
suolo è molto povero, produce per pochi
anni e poi diventa deserto. La saggezza degli indios va tenuta in considerazione per
non proseguire una distruzione dell’Amazzonia già andata troppo avanti, tanto che in
alcuni stati, come il Mato Grosso e Rondonia, la foresta è stata praticamente cancellata in circa 30 anni! E non si può non citare la lotta titanica di dom Erwin Kreutler,
vescovo-prelato dello Xingu, contro la megadiga idroelettrica di Belo Monte e molti
altri progetti simili che distruggeranno
quelle aree».
– Com’è la situazione della sua diocesi?
«Io vivo nel bacino del Rio Negro, che
è una regione immensa, ma dove non sono
ancora arrivati né le industrie del legname
né l’agrobusiness perché l’accesso è difficile, in quanto dista 1.200 chilometri da
Manaus e resta per un terzo allagata
quando il fiume è in piena. Quando il Rio
Negro esonda, l’acqua diventa acida come
la terra, i pesci non si riproducono e la popolazione, pur così poco numerosa, non
può cibarsi che di manioca e frutta, per la
qualità dei terreni, e non riesce a combattere la denutrizione neppure con la pesca.
Per questo il maggiore affluente del Rio
delle Amazzoni è chiamato “Fiume della
fame”. Questa è la regione meglio preservata dell’Amazzonia, perché è stato abbattuto meno del 3% della foresta e gli indios
garantiscono tale conservazione, tagliando
solo quel poco che serve loro per costruirsi
le abitazioni. Inoltre, le terre indigene sono
già state demarcate, per cui non possono essere oggetto di progetti di colonizzazione.
São Gabriel da Cachoeira è uno straordinario laboratorio linguistico, culturale,
antropologico, per cui l’Istituto socioambientale (ISA), un’ong che riceve molto denaro dal governo, porta nella zona i migliori
antropologi, linguisti, agronomi delle università di São Paulo e Campinas. Quando
arrivai, nel 2009, la “madre dell’antropologia indigena del Brasile”, Manuela Carneiro da Cunha (che ha aiutato molto i vescovi nella battaglia per inserire i diritti degli
indigeni nella Costituzione del 1988), mi
spiegò, tra l’altro, che gli indios conoscono
oltre 300 varietà di manioca, ciascuna delle
quali ha un uso specifico (per fare farina, per
distillare una bevanda, ecc.), e le incrociano
per ottenere specie più produttive e resistenti. Infatti, la parte più importante della
dote che una donna porta quando di sposa
sono le piantine dei diversi tipi di manioca,
perché coltivarla è compito femminile, mentre l’uomo abbatte gli alberi e li brucia».
Evangelizzare:
23 etnie, 18 idiomi
– In che cosa consiste il lavoro pastorale
con le popolazioni indigene?
«Quando arrivarono, nel 1914, i primi
missionari salesiani si resero conto che
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l’evangelizzazione avrebbe dovuto essere
preceduta dall’alfabetizzazione, per cui di
fianco a chiese e cappelle costruirono sempre un piccolo ospedale e la scuola. Trovandosi di fronte 23 etnie e 18 lingue usarono il metodo che all’epoca sembrava il
migliore, cioè portarono a scuola gli adolescenti, vietando loro di parlare la lingua indigena e obbligandoli a imparare il portoghese, insegnato loro insieme alla catechesi.
In seguito la Chiesa si è resa conto che si devono rispettare le culture, dialogare con
esse, scoprire i semina Verbi che contengono, per cui dagli anni Ottanta si è cominciato a chiudere gli internati. Comunque le lingue indigene sono sopravvissute,
anche perché tutti i matrimoni sono interetnici, per cui il bambino impara prima la
lingua della madre, poi quella del padre
con cui va a pescare e a cacciare, quindi a
scuola studia il portoghese, e ci sono indios
che parlano 5 o 6 idiomi.
Oggi a orientare tutta l’evangelizzazione è il principio per cui “la buona notizia delle culture indigene accoglie la buona
notizia di Gesù”. Partiamo sempre dalla
ricchezza e dalla bellezza di ogni cultura,
dove è già presente lo Spirito Santo, che arriva prima dei missionari. E vogliamo riscoprire e valorizzare con loro questi doni,
mostrando che tutto quanto è umano e
promuove la vita trova eco nel Vangelo. La
buona notizia di Gesù non si impone dall’esterno, distruggendo le culture indigene,
ma, al contrario, scopre che molti loro valori sono evangelici, per esempio la condivisione che si manifesta nel mangiare tutti
insieme, almeno una volta al giorno, il cibo
preparato dalle donne delle diverse famiglie».
– A partire da questa esperienza si comincia a elaborare quella che si potrebbe chiamare una teologia india?
«Sì. Abbiamo già molte vocazioni native, per esempio 6 padri e 12 suore salesiane appartenenti a diverse etnie, la maggioranza delle quali lavora in diocesi, e nel
2012 ho ordinato un prete diocesano, cui si
aggiungono sette studenti nel seminario
maggiore di Manaus. Adesso vogliamo sviluppare maggiormente la teologia india,
con l’aiuto del teologo messicano p. Eleazar
López Hernández, perché questa è la diocesi più indigena del Brasile e i vescovi dell’Amazzonia sono interessati a promuovere
le specificità della Chiesa locale affinché,
come dice il Vaticano II, acquisisca un volto
proprio.
Per dare il senso della successione apo-
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stolica nella Chiesa locale ho voluto essere
consacrato vescovo a São Gabriel dal mio
predecessore, dom José Song Sui-Wan, dimessosi per ragioni di salute (è morto il 15
novembre scorso, a 71 anni; ndr), e alla
presenza di quello cui egli era succeduto,
dom Walter Ivan de Azevedo. Inoltre la
cerimonia è stata inculturata: all’inizio c’è
stata la danza di ingresso al suono dei flauti,
quando è stata letta la bolla papale di nomina sono stato accolto prima di tutto dal
payé (sciamano, ndr), che mi ha benedetto,
mi ha dato il bastone e mi ha cosparso d’incenso, e dopo aver ricevuto le insegne romane, i rappresentanti delle comunità mi
hanno messo il copricapo di piume, la collana, la croce di pau-brasil (albero nativo
dell’Amazzonia; ndr)».
I diaconi e la maternità
della Chiesa
– Che significa creare una Chiesa locale,
con un proprio volto, in Amazzonia?
«Prima di tutto valorizzare molto i leader indigeni. Per esempio, ci sono quasi
500 comunità sparse lungo i fiumi, che i
preti riescono a visitare 3 o 4 volte l’anno,
ma a presiedere la liturgia domenicale e a
guidare la catechesi sono leader comunitari,
che quando arriva il presbitero presentano
i bambini preparati per i sacramenti dell’iniziazione cristiana o gli sposi per il matrimonio. Io vorrei poter dare a questi catechisti e ministri della comunità una
formazione maggiore e ordinare dei diaconi permanenti, nella speranza che la nostra Chiesa non aspetti troppo ad aprire il
presbiterato a uomini sposati, perché abbiamo già diaconi che esercitano il ministero, sono riconosciuti dalle comunità e
potrebbero essere ordinati preti. D’altro
canto, qui la cultura indigena non concepisce il celibato. Inoltre cerchiamo di realizzare liturgie comprensibili dalle culture
indigene. Così se celebro una cresima i presenti dipingono la loro e la mia faccia, mi
pongono in testa il copricapo di piume».
– Passiamo a considerazioni più di carattere generale. Com’è oggi, dal suo punto di
vista, la situazione dell’episcopato brasiliano?
«C’è un gruppo di vescovi che resta fedele alla profezia del concilio Vaticano II e
dell’opzione per i poveri. E all’estremo opposto ce n’è un altro fortemente conservatore, cui piacerebbe che la Chiesa tornasse
indietro. La maggioranza dei vescovi, che è
moderata, sta in mezzo, ma quando si discutono progetti e decisioni rilevanti, votano
con i vescovi conciliari più che con gli ul-
traconservatori, anche se poi non sempre
danno seguito concreto a queste scelte.
A rendere convincenti le posizioni dei
vescovi più impegnati sono gli argomenti
evangelici con cui difendono le proprie proposte e la testimonianza di servizio alle persone, e che li porta spesso a essere minacciati di morte e a dover addirittura essere
protetti dalla polizia, come dom Erwin
Krautler (Xingu), dom Flávio Giovenale
(Santarém) e dom José Luiz Azcona (Marajó). Ricordo che nell’assemblea della
Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile (CNBB) del 2011, alcuni presuli accusarono il Consiglio indigenista missionario
(CIMI) di trascurare l’evangelizzazione e la
catechesi degli indios, ma dom Tomás Balduino, che è stato uno dei suoi fondatori, ne
fece una veemente difesa, ottenendo applausi scroscianti».
– Quali sono gli impegni pastorali cui la
CNBB fatica a dare seguito?
«Le comunità ecclesiali di base devono
essere promosse con più decisione e l’importanza della parola di Dio come fonte
della vita della Chiesa va molto sottolineata,
valorizzando la lettura orante della Scrittura. Negli orientamenti pastorali della
CNBB queste indicazioni ci sono, ma i preti
e i vescovi giovani non si impegnano molto
in questo senso, dimostrandosi più interessati, per esempio, all’estetica del culto, anche perché la formazione biblica del popolo
nonché l’organizzazione e l’accompagnamento di una comunità esigono un più alto
sacrificio. Credo che nel 2013, affrontando
come CNBB il tema della parrocchia come
comunità di comunità, si potranno fare
passi avanti».
– Sulla base della sua esperienza personale e dal suo osservatorio di vescovo di una
Chiesa locale, quale pensa sia la principale
sfida per la Chiesa universale oggi?
«La Chiesa cattolica deve diventare una
Chiesa samaritana, accogliente come una
famiglia, profetica e missionaria, andando
incontro alle persone. Queste caratteristiche
dell’ecclesiologia latinoamericana dovrebbero essere guardate con maggiore attenzione dalle Chiese di tutto il mondo. Credo
che così la nostra Chiesa, difendendo e promuovendo la vita al di sopra di tutto, potrebbe essere come una madre misericordiosa, e le persone sarebbero a proprio agio
al suo interno perché si sentirebbero riconosciute e promosse nella loro diversa identità».
a cura di
Mauro Castagnaro
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- Chiesa e dittatura
L
a verità ancora oscura
Buenos Aires), aveva rivelato qualche mese fa l’esistenza di docuell’aprile 2012 il giornalista argentino Ceferino Reato ha pubmenti segreti della Conferenza episcopale, come appunti di colloblicato il libro Disposición final, frutto di un’intervista di
qui tra le autorità ecclesiastiche e i militari, dove si trovano
venti ore, presso il carcere in cui è detenuto, al dittatore
informazioni che potrebbero gettare luce sulle sparizioni e sulle
Jorge Rafael Videla, condannato dalla giustizia argentina all’ergasmorti (cf. Regno-att. 10,2012,342). La Conferenza episcopale non ha
tolo dopo aver accertato la sua responsabilità diretta in crimini connegato né confermato l’esistenza di questi archivi, tantomeno è
tro l’umanità. Nel libro l’ex tenente generale, che guidò il colpo di
sembrata disponibile a mettere a disposizione della giustizia questa
stato del 1976, ammette che le forze armate argentine uccisero tra
documentazione, qualora esistesse.
le settemila e le ottomila persone, giustificando questi atti come
parte della «lotta contro la sovversione», e sottolinea che i golpisti
ebbero la collaborazione delle autorità della Chiesa cattolica di
Nessuna comunione
allora.
senza pentimento
A fronte delle dichiarazioni del dittatore Videla un gruppo di
In risposta al documento dei vescovi, considerato «insuffilaici cattolici, che a partire da questa occasione si è definito «Crisciente», i Cristiani per il terzo millennio hanno continuato a fare
tiani per il terzo millennio», ha indirizzato lo scorso 20 settembre al
pressione sui vescovi, chiedendo risposte più chiare. Hanno chiesto
presidente della Conferenza episcopale, José María Arancedo (arinoltre che «si ponga fine al pubblico scandalo che si configura oggi
covescovo di Santa Fe), una lettera, in cui si chiedono chiarimenti
nel momento in cui un criminale, reo confesso di crimini contro l’uin riferimento alle parole dell’ex-genemanità (Videla), senza essersene pentito
rale, e soprattutto una presa di posiné tantomeno aver manifestato alcuna
Jorge Rafael Videla (a sinistra nella foto).
zione dei vescovi. Il testo ha raccolto
volontà di riparazione per le atrocità
all’incirca 350 firme. Alcuni rappresencommesse, ha accesso al sacramento
tanti di questo gruppo, tra i quali perdell’eucaristia». Hanno anche insistito
sonalità del calibro di Hernán Patiño
per l’apertura degli archivi finora segreti
Mayer (già ambasciatore argentino in
della Conferenza episcopale, e perché
Uruguay) e di Felipe Solá (oggi depula gerarchia ordini ai cappellani delle
tato, ieri governatore del più imporforze armate e della polizia di mettere
tante stato dell’Argentina, la provincia
a disposizione della giustizia e degli ordi Buenos Aires), hanno anche inconganismi attivi sul fronte dei diritti umani
trato mons. Arancedo, che ha promesso
tutte le informazioni in loro possesso al
che la questione sarebbe stata sottofine di stabilire la verità di quanto accaposta all’assemblea dell’episcopato, ciò
duto. Il gruppo sottolinea che i vescovi
che è accaduto meno di due mesi
incappano in «ambiguità e omissioni» e
dopo.
in tal modo generano «una dolorosa inIl 9 novembre la Conferenza epissoddisfazione».
copale, riunita in plenaria, ha infatti apNello stesso senso va la sollecitaprovato e diffuso un documento nel
zione rivolta dai Cristiani per il terzo miquale nega qualsiasi forma di «complillennio a mons. Agustín Radrizzani,
cità» della gerarchia cattolica con la ditvescovo di Luján-Mercedes, nel cui tetatura militare argentina degli anni
rritorio si trova il carcere in cui è dete1976-1983, e aggiunge che i vescovi di allora «cercarono di fare
nuto Videla, affinché si documenti sui fatti e disponga che non si
quanto era nelle loro possibilità per il bene di tutti, secondo la loro
consenta al dittatore di accedere all’eucaristia. Poiché nello stesso iscoscienza e sulla base di un giudizio prudenziale». Il testo ricorda
tituto di pena è detenuto, condannato all’ergastolo per crimini conche nel 2000 i vescovi chiesero «perdono» per le loro «azioni e
tro l’umanità, don Christian von Wernich, hanno anche chiesto a
omissioni» (cf. Regno-doc. 17,2000,569ss) e ammette che «non tutti
mons. Radrizzani che proibisca al sacerdote di celebrare la messa e di
i membri della Chiesa pensarono e agirono secondo uguali criteri».
amministrare i sacramenti. A tutt’oggi il vescovo non ha dato risposta.
Ciononostante, i vescovi sottolineano (facendo propria una
Il confronto tra i vescovi e i Cristiani per il terzo millennio ha
precedente dichiarazione di mons. Arancedo) che «una sorta di
avuto ampia eco sui media argentini, mentre le richieste del gruppo
connivenza [con la dittatura militare] è qualcosa di completamente
hanno avuto il sostegno dei Preti dell’opzione per i poveri, un’ordistante dalla verità dei comportamenti dei vescovi che vissero
ganizzazione di sacerdoti cattolici che esercitano il loro ministero
quella fase storica». Nello stesso documento i vescovi si dichiarano
pastorale nei quartieri popolari dell’intero paese. Anche altri gruppi
impegnati nella «ricerca della verità» e disposti a collaborare alle indi laici cattolici si sono schierati a fianco dei Cristiani per il terzo
dagini che permettano di fare chiarezza sulle persone morte e su
millennio, reclamando dalla gerarchia episcopale una posizione più
quelle scomparse, in particolare sui bambini nati mentre le loro
chiara e trasparente.
madri erano prigioniere, durante la dittatura militare.
Il giornalista Horacio Vertbisky, del quotidiano Pagina 21 (di
Washington Uranga
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Cristiani nei due mondi
TESTIMONI
b
ei vecchi
A r t u ro Pa o l i , Pe d ro C a s a l d á l i g a
Sollecitudine e sequela
`
E
molto difficile se non impossibile
ridurre l’esistenza di una persona, soprattutto se intensa e varia come quella di fratel Arturo
Paoli, a un’unica sigla. Eppure quando
l’esistenza giunge a pienezza è possibile coglierne una trama unitaria. La persona
fra i tanti percorsi praticabili di fatto ne
realizza uno solo, fra le molte possibilità
iniziali ne attua una sola, fra le numerose
identità personali offerte dalla vita ne assume una sola. Non è una scelta sempre libera perché le molte componenti casuali,
come le svolte imposte da eventi esterni,
impongono esperienze contrastanti, ma le
dinamiche che intrecciano i fili profondi
della struttura spirituale possono essere
sempre decise liberamente. Sono queste
alla fine a costituire l’identità eterna, a delineare la fisionomia del Figlio di Dio il cui
«nome è scritto nei cieli» (cf. Lc 10,20).
Credo che per fratel Arturo questo
nome possa essere descritto con la cifra:
sollecito dei poveri alla sequela di Gesù,
l’Amico.
In Italia, con gli ebrei
Era stato educato dalla madre ad
amare cominciando dagli ultimi. Arturo ricorda con chiarezza alcuni episodi della
sua fanciullezza che hanno avviato il suo
cammino. Come quando nel giorno della
prima comunione la madre lo condusse
con sé nell’ospizio di Lucca, la loro città,
dove si recava a prestare servizio volontario per lavare i corpi e riassettare le stanze
degli anziani abbandonati. La ragione
della scelta era esplicita: «restituire la visita
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all’Amico» che al mattino aveva bussato
alla porta ed era entrato come amico.
O come quando, durante il comizio di
un socialista, le camicie nere di Mussolini
provocarono un tumulto e vide con i propri occhi due persone rimaste sul terreno
colpite da armi da fuoco. Il giorno dopo la
madre, prendendolo in disparte, gli disse:
«Quello che è accaduto ieri è molto grave.
Delle persone hanno ucciso altre persone
e sai perché questo accade? Perché gli uomini non si vogliono bene. Noi dobbiamo
impegnarci perché nel mondo ci sia più
amore, perché le persone imparino a volersi bene». Parole, ora può dire Arturo,
«che mi hanno accompagnato per tutta la
vita». Egli sostiene di essere diventato
grande all’improvviso, «nelle brevi ore di
quel pomeriggio d’inverno». Era il 14 dicembre 1920 e aveva compiuto 8 anni da
due settimane. Quel sangue rimase l’immagine attorno alla quale lungo gli anni si
sviluppò quella che egli definisce la «responsabilità di scegliere come abitare il
mondo». Senza che allora se ne avvedesse,
la sua vita stava acquistando il suo stile.
A ventidue anni sopravvenne, improvvisa, la morte della madre, e poco dopo
un’infezione incurabile portò alla tomba
anche la ragazza che, nei progetti, sarebbe
potuta diventare la sua compagna di vita.
Egli scorse in questi eventi lo stimolo di
una decisione per cui a 25 anni, già insegnante di lettere nel liceo classico della
città, chiese di entrare nel seminario dio-
Morirò in piedi
M
Arturo Paoli.
ons. Pedro Casaldáliga, nativo di Balsareny (Catalogna), 84 anni, vescovo emerito di São Félix (Brasile),
ha dovuto lasciare la sua casa a São
Félix di Araguaia, per essere portato
dalla polizia federale brasiliana a più
di 1.000 km di distanza, per l’intensificarsi delle minacce di morte nei suoi
confronti. Da più di quarant’anni,
mons. Casaldáliga si batte in difesa
dei diritti degli indios Xavante. Appreso della concreta possibilità della
sua uccisione, mons. Casaldáliga ha
composto questi versi (nostra traduzione dallo spagnolo).
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cesano. Dopo 3 anni, il 24 giugno 1940,
nella temperie della Seconda guerra mondiale, fu ordinato sacerdote e inviato dall’arcivescovo Antonio Torrini a far parte di
una piccola comunità di sacerdoti con il
compito di «assistere i perseguitati della
terra». Fra questi i più bisognosi allora
erano gli ebrei, colpiti dalle leggi razziali.
Don Arturo si dedicò senza riserve alla
loro difesa. Era un’azione rischiosa. Un
giorno fu arrestato e per alcune ore trattenuto dai tedeschi in caserma, poi in
modo inopinato liberato. Ancora oggi,
come ogni 6 agosto, anniversario di quella
esperienza, fratel Arturo prega per l’ufficiale dell’esercito tedesco che decise di lasciarlo tornare a casa.
Con alcuni degli ebrei assistiti egli ha
conservato rapporto epistolare fino alla
loro morte. Come con Ludwig Greve
(1924-1991), divenuto in Germania noto
scrittore, che ha lasciato memorie di quei
giorni di paura, pubblicate postume nel
2006. «Mi accogliesti con quella ospitalità
e cortesia con cui da sempre l’Italia ha disarmato i barbari…» (L. Greve, Un amico
a Lucca. Ricordi d’infanzia e d’esilio, Carocci, Roma 2006 – a cura di Klaus Voigt,
che ha accompagnato gli inediti di Greve
con una sua intervista a fratel Arturo svolta
a Fox di Iguaçu in Brasile).
Per queste attività, nel 1999 l’ambasciatore di Israele in Brasile ha conferito ad
Arturo il riconoscimento di «Giusto fra le
nazioni». L’iniziativa per il riconoscimento
è stata presa da un altro ebreo assistito, Yacov Gersel, allora diciannovenne, diven-
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tato poi rabbino e noto studioso del Talmud.
Anche l’Italia ha ricordato la preziosa
attività dei quattro sacerdoti lucchesi
quando il 25 dicembre 2006 il presidente
Carlo Azeglio Ciampi, ha conferito loro la
medaglia d’oro al merito civile: solo fratel
Arturo ha potuto riceverla ancora vivo.
In America Latina,
con i poveri
Situazioni rischiose per la vita non
sono mancate anche negli anni successivi,
in America Latina, sempre per «assistere i
perseguitati della terra». Si trattava di dissidenti politici, di condannati a morte, dei
senza terra, di emarginati senza difesa.
Ma prima della lunga attività in America Latina Arturo fu chiamato da Lucca
a Roma come vice-assistente nazionale
dei giovani dell’Azione cattolica italiana.
Un periodo di frenetica attività, di successi apostolici e di amicizie durature, iniziato nel 1949 e terminato bruscamente
nel gennaio 1954. Il suo influsso sui giovani
fu considerato deleterio soprattutto per
l’orientamento politico, contrario alle derive autoritarie di quegli anni. Egli era
convinto che occorreva portare a maturità
il laicato cattolico e che i giovani non volevano essere di destra, come scrisse, «dopo
molta preghiera e molta insonnia», a
mons. Giovanni Battista Montini, sostituto della Segreteria di stato. Più tardi, divenuto Paolo VI, in riparazione di quelle
decisioni, che non poté contrastare, lo
scelse come uno dei destinatari delle quat-
Io morirò in piedi, come gli alberi:
mi ammazzeranno in piedi.
Il sole, supremo testimone,
porrà il suo sigillo
sul mio corpo due volte unto,
e i fiumi e il mare
saranno strada ai miei desideri,
mentre la selva amata
scuoterà le sue cime di gioia.
Io dirò alle mie parole:
non mentivo gridandovi.
Dio dirà ai miei amici:
ha vissuto con voi, lo attesto,
aspettando questo giorno.
Di colpo, con la morte,
la mia vita sarà verità.
Alla fine avrò amato!
(9 dicembre 2012)
tro parti del mondo a cui, concludendo il
Concilio (dicembre 1965), destinò una
somma per le loro opere in favore degli ultimi.
Nel gennaio 1954 il card. Adeodato
Piazza gli comunicò che era stato scelto
come cappellano delle navi. Veniva così
estromesso dall’Azione cattolica «con quei
metodi soavemente crudeli che talvolta gli
uomini di Chiesa utilizzano per sospendere dalle loro funzioni le persone sgradite,
senza dare spiegazioni». Fu un periodo
oscuro e difficile.
Conosciuti per caso alcuni piccoli fratelli del Vangelo capì che quella spiritualità, ispirata all’esperienza e alla spiritualità
di Charles de Foucauld (1858-1916), corrispondeva bene alla sua trama interiore.
Si rivolse al loro fondatore p. René Voillaume (1905-2003), che lo accolse. Dopo il
noviziato nel deserto algerino e le prime
esperienze tra gli ultimi della terra nel
porto di Algeri e tra i minatori di Bindua
in Sardegna (ancora allontanato d’autorità
per il timore di deleterie influenze sui giovani che lo frequentavano), si aprirono per
lui gli orizzonti ampi dell’America Latina
(Argentina, Venezuela, Brasile e conferenze ovunque venisse chiamato).
In quei paesi, annunciando il Vangelo
di Cristo, liberatore, ha potuto scorgere le
forze di amore che attraversano la storia
umana, ha percepito gli aneliti di libertà
delle persone oppresse ed emarginate e
soprattutto ha potuto operare intensamente per la loro liberazione. Significativo
il fatto che le sue opere più impegnate di
quel periodo siano sorte come dialogo con
persone giovani ed emarginate. Dialoghi
della liberazione (Morcelliana, Brescia
1969; Aragno, Torino 2012) è scritto in
colloqui con il giovane argentino Miguel
Angel Sevilla, «Miquicho», in cerca di un
orientamento di vita. Camminando s’apre
cammino (Gribaudi, Torino 1977; Cittadella, Assisi 2006) è una raccolta di riflessioni proposte a una giovane madre, intenta a preparare tortillas da vendere per
sopravvivere con i propri figli. Fratel Arturo, tornato nella sua diocesi di origine,
nel centro Charles de Foucauld, aperto
nella canonica di San Martino in Vignale,
centenario (è nato a Lucca il 30 novembre
1912), continua ancora a programmare
incontri con giovani per annunciare loro
che Cristo è un amico di cui ci si può fidare
senza riserve.
Carlo Molari
Pedro Casaldáliga.
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Prometheus
CINEMA
e
pica postmoderna
La ricerca dell’origine e dell’immortalità
nell’ultimo film della serie di Alien
P
rometheus, il recente film
(2012) della serie di Alien,
comincia con questa scena:
un umanoide – in un paesaggio magnifico, primordiale, accanto a cascate, in cielo un’astronave – apre una capsula, ne ingoia il
contenuto e si trasforma in un essere orrendo: il suo corpo bianco diventa nero, si
liquefa e cade nella cascata. Ripresa sott’acqua: si vedono girare vorticosamente
frammenti di DNA.
Sono nell’astronave, che lascerà rapidamente la scena, gli dèi che hanno creato
quell’umanoide e ora vorrebbero distruggerlo? È Epimeteo, il fratello di Prometeo,
che apre la scatola di Pandora – forse nella
speranza dell’immortalità – liberando così
uno spaventoso programma genetico, con
cui in seguito i suoi discendenti faranno
esperimenti? Un programma al termine
del quale c’è Alien?
È così che ho interpretato il preludio del
film. Ma nel volume Prometheus. The art of
the film,1 che ho acquistato successivamente,
gli autori del film sembrano preferire un’interpretazione diversa. Le scene iniziali mostrano una sorta di auto-immolazione nel
tempo primordiale, con la quale è cominciato in un pianeta ostile alla vita (la Terra?)
il processo dell’evoluzione e quindi, alla
fine, della comparsa dell’uomo: «Gli ingegneri che seminano nella Terra il loro DNA
alieno e causano la nascita dell’umanità».2
Lì il regista Ridley Scott, spiegando la genesi di questo progetto-Alien, rinvia all’influenza di Erich von Däniken. Sottolinea,
inoltre, che il progetto ha mandato in pensione il «buon, vecchio Alien»: «Non fa più
paura. In uno dei film è stato imprigionato
in un’urna di vetro. Prima era indistruttibile
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e inafferrabile».3 Alien come animale domestico?
Prologo
Il primo ingresso di un extraterrestre
nella storia cinematografica (1979) fu una
pietra miliare della science fiction – al di là
del mondo fiabesco delle guerre stellari
(Star Wars, 1977) –, e molto distante dall’imperialismo pionieristico statunitense
del genere western in formato pop-trash
della serie Star Trek. Per l’insolita progettazione del film, l’artista H.R. Giger ricevette addirittura un premio Oscar.4
Alien si svolge in un’enorme costruzione spaziale; gli eroi sono tipi comuni;
il pianeta sul quale sbarcano è una ricostruzione estetica dell’Ade; l’extraterrestre non parla inglese, anzi non parla affatto. Una chiamata d’emergenza; l’astronave Nostromo atterra. Una squadra
cerca la stazione trasmittente e scopre il
relitto di un’astronave di origine sconosciuta. L’esplorazione da parte degli astronauti è una discesa in un mondo sotterraneo dantesco. Attraverso aperture simili
a vagine entrano nel ventre dell’astronave, che ha l’aspetto di una coscia
aperta, e lì trovano lo scheletro (?) di un
extraterrestre, seduto al posto di comando, con il petto trafitto.5 Attraverso
un’altra apertura Kane, un membro della
spedizione di ricognizione, viene fatto
scendere in una caverna/sala. Si tratta di
un grande locale che sembra continuare
in una parte ricurva, piena di figure a
forma di uovo. Lo spettatore adotta esplicitamente un punto di vista assoluto, la
cui semantica demoniaca apparirà nel
seguito del film. Kane scivola, urta un
uovo e un organismo a forma di piovra
penetra nel suo elmo e aderisce al suo
volto.
L’organismo non può essere staccato,
perché il suo sangue è costituito da acido,
che si spande per vari piani dell’astronave.
In seguito nell’infermeria l’organismo si
stacca in qualche modo da Kane in stato
di coma; e l’astronave Nostromo può riprendere il suo percorso originario (vorrei
aggiungere: nel cuore delle tenebre). In un
primo momento tutto sembra andare per
il meglio. L’equipaggio si riunisce per mangiare. Non si vede la cosa orribile. Essa è
all’interno. Ma ben presto appare chiaramente che l’organismo a forma di piovra
(facehugger) ha inserito in Kane un embrione, perché un essere simile a un serpente gli attraversa improvvisamente il
petto durante il pasto e si dilegua a grande
velocità nell’astronave. L’equipaggio è
traumatizzato. Come anche gli spettatori.
Si decide di catturare quella cosa piccola,
schifosa (un’allusione al capolavoro ironico Dark Star di John Carpenter, del
1974, nel quale un extraterrestre evaso,
grazioso, allegro, simile a un melone gonfiato, si burla in un’astronave completamente distrutta di un equipaggio ugualmente distrutto).
L’equipaggio non vede ancora ciò che
accade. Trovato dal gatto, l’extraterrestre
si erge alle spalle di un altro membro dell’equipaggio, Brett, facendo movimenti
bizzarri con estrema lentezza. Solo il gatto
lo vede, e noi vediamo solo il gatto e la sua
reazione, mentre non vediamo ancora ciò
che esso vede. Poi lo shock: l’extraterrestre
è diventato grande, una mescolanza di
rettile, uomo e macchina, e ha una testa a
forma di banana con denti sulla lingua
(allusione fallica?),6 con i quali uccide Brett
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e solleva in alto con incredibile velocità il
suo corpo. Questa magistrale mescolanza
di lentezza (del cacciatore che si avvicina
strisciando) e incredibile rapidità della reazione sottolineano ancor più l’estraneità
dell’extraterrestre. È del tutto inatteso dunque che alla fine, grazie a uno stratagemma, il personaggio secondario interpretato da Sigourney Weaver sopravviva:
la principessa ha vinto il drago e si adagia
come una moderna bella addormentata
nel bosco in un sarcofago frigorifero.
Ma l’azione che appare sullo schermo
è sottesa da una struttura profonda. Infatti
l’equipaggio è stato manipolato dalla ditta
che ha fabbricato la Nostromo, l’impresa di
Weyland, che sin dalla chiamata d’emergenza è stata informata sul relitto e vorrebbe a ogni costo entrare in possesso di
quell’organismo come arma biologica.
Ash, un androide programmato allo scopo
e mimetizzato come un normale membro dell’equipaggio, deve proteggere a
ogni costo quell’organismo (e non la vita
dell’equipaggio). Nella rilettura del film si
possono comprendere le azioni di Ash su
questo sfondo: egli fa di tutto per prendere
a bordo e proteggere l’extraterrestre; si
stupisce della sua perfezione; in realtà questa forma di vita esiste solo in metamorfosi
(per questo ho scelto paragoni dal mondo
animale per illustrare la sua evoluzione) ed
esiste solo per riprodursi (di qui le metafore
sessuali).
Nella versione ampliata una scena mostra che l’extraterrestre trasformerà il suo
bottino (l’occupazione effettuata dell’astronave Nostromo) in un contenitore
delle uova che si trovavano nel relitto naufragato. Il cerchio si chiude.7 Nel prosieguo
risulta chiaramente che la visione nel
grande locale delle centinaia o migliaia di
uova, collegata con la successiva metamorfosi, rivela il potenziale apocalittico di
Alien. Vari elementi del film mi ricordano
la rappresentazione del giudizio universale della cattedrale (romanica) di SaintLazare.8
L’extraterrestre non è cattivo. E non è
neppure buono. È al di là di tutto questo.
È un biomeccanoide (i confini fra organismo e macchina si dissolvono, come dimostra in modo impressionante l’arte di
Giger), guidato solo dagli istinti di sopravvivenza e procreazione, che rappresenta
una forma di evoluzione perfezionata o
pervertita (a seconda), assolutamente spaventosa dal punto di vista umano. E tuttavia familiare. Non conosciamo forse le ve-
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spe, che anestetizzano con il loro pungiglione i ragni, in modo che poi questi servano come cibo alle loro larve? L’orrore
consiste nel cambiamento di prospettiva:
l’uomo, che si è autoproclamato re del
creato, viene ridotto a incubatrice, a nutrimento, a risorsa. È il timore che affiora
alla coscienza davanti a una procreazione
senza sesso e senza erotismo (e quindi anche senza cultura, amore e spirito) e senza
tu; davanti alla riduzione a oggetto.
L’extraterrestre fa a meno di qualsiasi
etica. L’abisso morale si spalanca anche su
un altro versante: assetata di profitto, la
ditta operante nell’anonimato tratta i suoi
uomini come merce di cui si può liberamente disporre, come campo di sperimentazione, un comportamento che ritornerà anche in Prometheus: una coppia
di sposi viene spedita nell’inferno genetico, solo perché un «re», il capo della ditta
P. Weyland, non vuole morire. La bestia è
l’uomo: e l’uomo è cattivo, perché può
decidere consciamente di essere cattivo,
di voler essere cattivo.9
Prometheus
Ho visto Prometheus, che sul piano
temporale precede Alien, alla luce delle
mie conoscenze sul mito di Prometeo, così
come è stato raccontato da Esiodo, con varianti, in Teogonia e in Le opere e i giorni.10
Chi è Zeus? Quale offerta ingannevole è
stata fatta? Quale fuoco è stato rubato e da
chi? Del resto la scatola di Pandora, cercata dal nuovo extraterrestre, è un errore
di traduzione di Erasmo da Rotterdam.11
Esiodo parla di un vaso. Inoltre Prometheus prende le distanze dalle affermazioni
misogine di Esiodo, perché ancora una
volta una donna (Shaw, interpretata da
Noomi Rapace) assurge al ruolo di eroina
del film, e alla fine andrà verso i suoi creatori.
In Prometheus gli umanoidi di natura
divina, nella rappresentazione ispirati al
«Davide» di Michelangelo,12 hanno creato
l’uomo, ma poi hanno voluto distruggerlo
(la ragione non è chiara, bisogna attendere
la seconda parte). A quanto sembra l’arma
biologica, che hanno sperimentato in aree
militari isolate – sulla loro piramide spicca
un teschio13 –, si è rivoltata contro di loro.
C’è una scena spettrale con una montagna
di cadaveri14 e disegni con costruttori volanti. Sono quindi creatori fallibili. Questi
costruttori – così nella fiction – sono i nostri creatori; noi siamo geneticamente imparentati con loro (in questo modo si
chiude il cerchio della scena iniziale): «Hier
sitz’ich, forme Menschen / Nach meinem
Bilde, / Ein Geschlecht, das mir gleich sei»
(Qui io siedo, formo uomini / a mia immagine, / una stirpe che sia simile a me).15
Ma anche nel film si pone la domanda
su chi abbia creato i creatori. Sul piano filosofico questo dà luogo a un regressus ad
infinitum. E anche l’androide David (Michael Fassbender) è solo un altro prodotto
in una catena di creazioni artificiali. Ancora una volta, perché i creatori dovrebbero punire la loro creazione, così come
Zeus nella mitologia greca? Perché hanno
generato Alien, la loro nuova creatura, affinché s’incarni in così tante figure? Il vaso
di Pandora, che essi volevano portare sulla
terra, non sono più riusciti a chiuderlo.
Personalmente avrei intitolato il film
«Metamorfosi»: da ampolle, allineate in un
enorme salone, esce un liquido nero, materiale genetico che può assumere varie
forme mortali.16 Contaminati da esso, gli
uomini mutano. Oppure il materiale produce un hammerpede17 simile a un cobra,
che aggredisce un uomo e attraverso la
tuta spaziale penetra in lui in modo inarrestabile (come il facehugger).
L’androide David, un appassionato
ammiratore del film Lawrence d’Arabia, infetta volutamente l’ignaro scienziato Holloway con il materiale DNA estraneo; quest’ultimo ha un rapporto sessuale con la
moglie Shaw che, pur essendo sterile, rimane subito incinta18 e in una scena altamente drammatica (nel frattempo il marito
gravemente malato si era lasciato volontariamente sopprimere) espelle dal suo
corpo, con l’aiuto di un robot medico, la
realtà estranea, un organismo simile a un
octopode, chiamato dagli autori del film
«trilobite»,19 ispirandosi ad animali del periodo cambriano. Esso resta chiuso in un
locale e solo alla fine del film piomba sull’ultimo costruttore, avendo raggiunto nel
frattempo una grandezza spaventosa, per
impiantare in lui un embrione extraterrestre.
Anche Shaw è Pandora: da lei viene il
male, ma viene anche una speranza: impedirà all’ultimo costruttore di giungere
sulla terra con la sua nave, nei cui locali
sono stipate innumerevoli ampolle con
l’arma biologica. Ed è anche un’anti-Maria: non partorisce alcun messia, ma in
definitiva il prodotto di una complessa ricombinazione del DNA, un nuovo extraterrestre con due file di denti e caratteristiche androgine: «Il diacono – disse
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Ridley –. Somiglia alla mitra del vescovo,
il cappello a punta del diacono cattivo».20
Si presentano spontaneamente interpretazioni religiose del film, parallele al
background mitologico, anche se il film
non è esplicitamente religioso – e tuttavia
in qualche modo lo è, ad esempio perché
ciò che accade in Prometheus ha luogo a
Natale. Il capitano adorna addirittura la
nave, in modo assolutamente non appariscente, con un albero di Natale. Inoltre
viene indicata una data in base alla quale
la distruzione dei costruttori sarebbe avvenuta 2.000 anni prima. In modo assolutamente non appariscente. Naturalmente
qui si allude alla nascita di Gesù.
La costruzione del complesso delle piramidi, il sistema operativo e l’ultima scena
suggeriscono addirittura l’esistenza di una
flotta di astronavi, un parallelo al salone in
Alien e all’implicito terrore apocalittico.
Quando l’ultimo costruttore sopravvissuto
vuole partire per la Terra, gli viene impedito di farlo da una collisione con l’astronave Prometheus; in un certo senso l’equipaggio si sacrifica per l’umanità – anche la
morte di Gesù viene interpretata come un
atto salvifico negli scritti del Nuovo Testamento –. C’è persino una scena di crocifissione! In una sala (delle cerimonie)
l’equipaggio scopre un quadro (di altare),
che ha l’aspetto di un extraterrestre crocifisso ed è stato così interpretato anche dai
realizzatori del film.21 In modo assolutamente non appariscente.
E Weyland, lo sponsor del viaggio, che
ormai avanti negli anni e prossimo alla
morte è nascosto – pochi lo sanno – a
bordo dell’astronave Prometheus, vorrebbe
rubare agli dèi il fuoco, che è la vita eterna,
ma così causa solo la catastrofe. Sarà sem-
plicemente ucciso dall’ultimo costruttore,
che è sopravvissuto in un sarcofago frigorifero ed è stato rianimato da David: un
atto che priva il re della ditta Weyland di
ogni significato e di ogni importanza. A
me l’intero equipaggio sembra come Epimeteo, che nonostante l’avvertimento del
fratello Prometeo ha accettato Pandora, il
dono della vendetta di Zeus. Shaw riconoscerà il suo grave errore.
* Docente di teologia e filosofia della religione
all’Università di Flensburg (Germania). L’articolo,
qui in una nostra traduzione dal tedesco, è apparso
sulla rivista on-line www.cult-mag.de (18.8.2012).
Cf. anche, sull’argomento, M. POHLMEYER, «Mit
Odysseus durch den Weltraum. Mythopoetik in der
Science fiction», in M. BAUER, M. JÄGER (a cura di),
Mythopoetik in Film und Literatur, edition text + kritik, München 2011, 164-183.
1
M. SALISBURY, Prometheus. The art of the
film, Prefazione di R. Scott, Titan Books, London
2012.
2
Ivi, 28.
3
R. SCOTT, ivi, 15.
4
Cf. al riguardo Giger’s Alien. Film design
20th Century Fox, 1989.
5
In Prometheus il mistero dello scheletro viene
svelato: si tratta solo di una tuta spaziale.
6
Cf. la chiara presentazione di H.R. GIGER,
«Necronom II (1976)», in ID., Necronomicom I & II,
Area, Erftstadt 2005, 37.
7
Alien II presenterà una regina ovipara; Alien
IV metterà in scena addirittura una combinazione
del DNA di Ripley e di una regina.
8
Cf. R. TOMAN (a cura di), Die Kunst der Romanik. Architektur – Skulptur – Malerei, Könnemann, Köln 1996, 331-333.
9
Cf. più ampiamente su Alien M. FRITSCH,
M. LINDWEDEL, T. SCHÄRTL, Wo nie zuvor ein
Mensch gewesen ist. Science-Fiction-Filme: Angewandte Philosophie und Theologie, Pustet, Regensburg 2003; M. ROWLANDS, Sci-Phi. Philosophy from
Socrates to Schwarzenegger, Griffin Press, New York
2005; G. LOUGHLIN, Alien Sex. The Body and Desire in Cinema and Theology, TJ International, Padstow 2004.
10
Cf. le varianti del mito di Prometeo in
ESIODO, Teogonia e Le opere e i giorni.
11
Cf. I. MUSÄUS, Der Pandoramythos bei Hesiod
und seine Rezeption bei Erasmus von Rotterdam, Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen 2004, 179-182.
12
Cf. SALISBURY, Prometheus, 139.
13
Questo ricorda da vicino gli abbozzi di Giger per il suo film Dune.
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Epilogo
Per tornare alla critica del progetto da
parte di Scott: con Prometheus, egli vorrebbe cancellare la controllabilità e l’addomesticamento di Alien, ma al prezzo di
una sdemonizzazione dello stesso, poiché
la sua genesi viene smitizzata come risultato della produzione di un’arma biologica. La forza del primo film consisteva nel fatto che la realtà inquietante
proveniente da un altro mondo era semplicemente presente, senza retroscena e
senza chiarificazioni. In Prometheus la
colpa è chiaramente dei creatori, dei costruttori; sono loro a portare il peso della
teodicea; ma, in definitiva, risultano solo
apprendisti stregoni, ispirandosi alla celebre poesia di Goethe: «Die ich rief, die
Geister, / Werd’ ich nun nicht los» (Gli spiriti che ho chiamato, ora non riesco a liberarmene).22 Inoltre i costruttori giocano ruoli strani e molteplici: sono al
tempo stesso creatori, distruttori e vittime delle loro creazioni. Perché ci hanno
creati? «Ein Geschlecht, das mir gleich sei,
/ Zu leiden, weinen, / Genießen und zu
freuen sich, / Und dein nicht zu achten, /
Wie ich»? (Una stirpe che sia simile a me
/ per soffrire, piangere / gioire e rallegrarsi / e non tenere conto di te / come
me). E tuttavia l’ultimo costruttore non
ha alcuna compassione, perché uccide
gli uomini che ha attorno; senza rispondere al loro tentativo di comunicazione,
vuole raggiungere con l’astronave la terra
e insegue Shaw fino alla fine. Dietro il desiderio di Weyland di prolungare la vita
c’è anche la rivolta accusatoria della creatura contro il suo dio: essa si chiede perché debba morire. Forse la risposta in
questo film è molto semplice e toglie anche ogni illusione: anche i creatori muoiono. E forse hanno creato una realtà
così spaventosa come Alien, perché avevano paura: paura dell’uomo.
Il film è un patchwork postmoderno.
Purtroppo una maggiore crudeltà non
eleva affatto la tensione. La forza di Alien
erano gli ambienti vuoti, la lentezza e il terrore improvviso. In Prometheus si giunge
sul pianeta, s’individuano, dopo una breve
ricerca, le piramidi, si atterra immediatamente, se ne ispeziona una. E si parte. E
poi ancora una prevedibile tempesta; un
prevedibile smarrimento di due membri
dell’equipaggio; una prevedibile scoperta
di una realtà che non è affatto bella, ecc.
(No, non si vuole solo giocare!).
Purtroppo il film si confronta solo superficialmente con il mito di Prometeo e
con i frammenti della tradizione cristiana;
purtroppo rimane un intreccio di citazioni
e riferimenti senza collegamento fra loro;23
purtroppo resta solo – nonostante le grandiose inquadrature – un barlume di epica.
Prometheus è una variante barocca in 3D
di Alien, di cui presuppone naturalmente
la conoscenza. E la morale della storia:
non giocare con le armi biologiche!
Markus Pohlmeyer*
14
Cf. SALISBURY, Prometheus, 142s.
J. W. V. GOETHE, Prometheus, in ID., Werke,
Vol. 1: Gedichte und Epen I, a cura di E. Trunz,
München 1988, 44-46; qui 46.
16
Questo compare in qualche modo già anche
in The X-Files.
17
SALISBURY, Prometheus, 126-133.
18
Un motivo che si trova sia nell’Antico sia nel
Nuovo Testamento.
19
Cf. SALISBURY, Prometheus, 174. Dubito fortemente che un trilobite avesse un tale aspetto.
20
SALISBURY, Prometheus, 186.
21
Ivi, 116.
22
J.W. V. GOETHE, Der Zauberlehrling, in ID.,
Werke, Vol. 1: Gedichte und Epen I, a cura di E.
Trunz, München 1988, 276-279; qui 279.
23
Noi ascoltiamo fra l’altro anche Chopin;
vediamo di sfuggita un ritratto di Beethoven; uno
dei costruttori suona il flauto; si allude brevemente
alla Favola indoeuropea di Schleicher come esercizio linguistico per David; si allude qua alla pittura
rupestre, là all’archelogia, ecc.
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L ibri del mese
Il Vangelo e la storia
Una memoria aperta su Giuseppe Dossetti
grande frequenza, non vi è nulla di paragonabile al destino editoriale di figure
come quella di Carlo Maria Martini,
Gianfranco Ravasi o Enzo Bianchi. Queste tre personalità, per quanto diverse tra
loro, sono, infatti, accomunate da una
presenza formidabile di loro opere sui
banchi delle librerie tanto cattoliche
quanto laiche. Nulla del genere avviene
per gli scritti di e su Dossetti. Su questa
«differenza intracristiana» pesano vari
fattori: l’anagrafe e la volontà degli autori,
la qualità della loro scrittura e il modo
d’articolare il pensiero, i rispettivi stili di
vita e, probabilmente, ancora molti altri
aspetti. Tra essi, non ultimo, la difficoltà
di presentare, attraverso gli schemi interpretativi più consueti, una personalità a
un tempo poliedrica e fortemente unitaria
come quella di Giuseppe Dossetti.
L’
approssimarsi del centenario della nascita di
Giuseppe Dossetti (nato
il 13 febbraio 1913) favorisce l’uscita di pubblicazioni dedicate alla sua figura e al suo
pensiero. Tra quelle edite di recente ve ne
sono due di rilievo, opera entrambe di
giovani studiosi. Si tratta rispettivamente
della sintesi proposta da Fabrizio Man-
CCI
dreoli1 e dell’analisi redatta da Giambattista Zampieri.2 Tutte e due sono stampate da piccole case editrici. Peraltro le
stesse opere di Dossetti, oltre a non essere
state, per massima parte, pensate per la
pubblicazione (non per nulla sono uscite
in buona misura postume), sono anch’esse
marginali rispetto al cerchio della grande
editoria.3
Per Dossetti, nome noto e citato con
Ritrovare la radice
profonda del cristianesimo
Facendo un giro d’orizzonte sembra
d’assistere a una diaspora delle memorie
dossettiane, polarizzate, non di rado, su
centri d’interesse settoriali: la Costituzione,
la politica, il Concilio e la sua ermeneutica, la Chiesa bolognese, il monachesimo,
la Scrittura, la relazione tra Chiesa e popolo d’Israele, la riflessione su alcuni
aspetti abissali della storia del Novecento
e così via. Le due opere di Mandreoli e
Zampieri, lette da questo punto di vista,
sono complementari: la prima, infatti, fornisce un quadro complessivo, necessariamente articolato per fasi, della vita di Dossetti, mentre la seconda s’impegna a
collocare in un contesto biografico generale, il proprio interesse focalizzato su alcuni punti specifici: la riflessione sul totalitarismo nazista, il nodo Chiesa-Israele e
la teologia della kenosi.
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ibri del mese
EDITORIA – DOSSETTI
Testi... critici
A
ccanto ai libri di bilancio complessivo sulla figura di Dossetti citati in queste pagine da Piero Stefani, è presente in
libreria dal 2004 una collana di volumi delle edizioni Paoline
che costituisce una raccolta organica dei tanti testi – scritti e pronunciati – da don Giuseppe, curati dalla comunità monastica della
Piccola famiglia dell’Annunziata da lui fondata. Divisa in 4 sezioni –
«I. “Archivio della famiglia” e lettere alla comunità», «II. Omelie»; «III.
Discorsi ed esercizi spirituali»; «IV. Pensieri e consigli spirituali»; cf.
Regno-att. 10,2005,332s –, la collana ha da poco presentato il volume Il Vangelo nella storia. Conversazioni 1993-1995 (III.2; 136 pp.,
€ 19) nel quale si ripercorre, anche con tratti fortemente biografici
l’ultimo periodo di vita di Dossetti.
Nell’approssimarsi del centenario della nascita, anche il card. Gia-
Trovare formule per etichettare un
pensiero, a un tempo complesso e unitario,
è operazione sempre rischiosa e non di
rado arbitraria. A volte però è quasi inevitabile cedere a questa tentazione. Parlare
a proposito di Dossetti di «radicalismo cristiano» (espressione assente in entrambi i
libri) è, per esempio, formulazione per alcuni versi banale, ma per altri sicuramente
calzante. L’istanza di giungere a un nucleo
profondo sottratto a mediazioni e compromessi appare, infatti, una cifra ricorrente da applicarsi sia al costituente,4 sia al
politico, sia al perito conciliare, sia al monaco, sia al meditatore dell’intera Scrittura. Tutto ciò trova il proprio baricentro
all’interno della precoce e costante intuizione di Dossetti di vivere in un’epoca
contrassegnata dalla fine della cristianità.
Elman Salmann – in modo del tutto
autonomo dalla riflessione dossettiana –
ha avanzato l’idea stando alla quale il movimento giansenista ha rappresentato la
prima grande esperienza volta a formare
un cattolicesimo colto, capace di presentarsi come una minoranza non settaria in
grado di confrontarsi con la cultura moderna. Riferendosi alle ripetute accuse di
semipelagianesimo mosse da Dossetti a
molti atteggiamenti assunti dai cristiani
che operano nel mondo contemporaneo,
risulta quasi inevitabile avanzare un’analogia.
In effetti, occorre riflettere se l’appello
al ruolo della «grazia» – verità teologica,
ma, di riflesso, anche antropologica – non
sia una condicio sine qua non per collocare
la testimonianza evangelica nell’ambito
che le è oggi peculiare. La sfida sta nel-
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como Biffi, arcivescovo emerito di Bologna, non ha voluto mancare
l’occasione – come dichiara egli stesso nell’introduzione – per «riproporre integralmente» nel volumetto Don Giuseppe Dossetti. Nell’occasione di un centenario (Cantagalli, Siena, 56 pp., € 7,5), «tutte
le pagine su Dossetti che si trovano nelle Memorie e digressioni di un
italiano cardinale (edizione 2010)», dove aveva espresso senza giri di
parole le proprie «riserve teologiche ed ecclesiali circa le posizioni»
del monaco del quale, durante il proprio ministero bolognese, aveva
eretto canonicamente la Piccola Famiglia in associazione pubblica di
fedeli (8.5.1986), dopo averle dato mandato «di restare a Monte Sole
in suo nome e in sua rappresentanza» (16.9.1984; cf. qui a p. 751).
l’individuare proprio nel richiamo alla grazia la possibilità di emanciparsi da ogni atteggiamento settario.
Nel 1994, nel corso di un’omelia pronunciata per la professione di un fratello
che entrava nella Piccola famiglia dell’Annunziata, don Giuseppe affermò:
«Ogni tentativo di ricostruire o di “dare da
bere” che si può ricostruire una sintesi
culturale o una organicità sociale che presidi e che difenda la fede sarà sempre più
un tentativo illusorio. E io prego perché
noi sacerdoti e noi pastori della Chiesa
non diamo a nessuno questa illusione, anche se una certa tentazione è sempre rinascente (…). Ma i cristiani si ricompattano solo sulla parola di Dio e sull’Evangelo! E sempre più dovremo, in questa
nuova stagione che si apre per il nuovo nel
nostro paese, contare esclusivamente sulla
parola del Signore, sull’Evangelo riflettuto, meditato, assimilato».5
Se l’attenzione si focalizzasse solo sull’ultima riga, forte sarebbe l’impressione,
avuta da molti, di trovarsi di fronte a una
specie d’«integrismo mite» che impone al
credente di adottare il Vangelo anche
come guida totale pure per il proprio impegno nella civitas. Si tratta di un’interpretazione sbagliata, ma per comprendere perché lo sia occorre uscire dagli
schemi interpretativi correnti.
Una prima precisazione fondamentale da avanzare è che, rispetto all’azione
dei credenti nella società, l’Evangelo si
presenta comunque come una guida indiretta: «Un fatto veramente nuovo ed
emergente – e perciò influente sulla storia
che si sta svolgendo – sarebbe invece se da
M.E. G.
molti, anche non moltissimi cristiani di
oggi e del prossimo domani, si riscoprisse
e si attuasse nella propria vita l’autentico
nucleo esplosivo dell’essere discepoli di
Cristo».6
Al riguardo Mandreoli opportunamente annota che l’efficacia storica del
cristianesimo appare qui come un effetto
indiretto, quasi non voluto in quanto «per
don Giuseppe non si possono mai invertire
i termini, cioè prima l’efficacia nella storia
e poi il discepolato, prima la presenza
pubblica ecclesiale e solo dopo le virtù
battesimali ed evangeliche».7
In un testo pubblicato nel 1967 sulla
rivista diocesana bolognese Chiesa e quartiere (cf. Regno-att. 20,2005,675), Dossetti
affermava con assoluta chiarezza l’impossibilità di derivare dalla Scrittura temi e
problemi oggi di spettanza del sociologo o
del pianificatore. La Bibbia non è un trattato di sociologia o di estetica; essa «non
contiene neppure il germe di una soluzione concreta per nessuno dei problemi
della nostra società». Questo compito non
spetta alla Bibbia e neppure al suo interprete, ma alle persone impegnate nella ricerca e nello sforzo creatore delle specifiche discipline.8
L’urgenza dell’ora
e il mistero della continuità
La griglia interpretativa vale anche
per l’impegno politico personale dello
stesso Dossetti. Al riguardo Zampieri riporta una lunga citazione di Guido Formigoni che ribadisce la radicale estraneità
del «Dossetti politico» a ogni concezione
del cristianesimo di tipo «costantiniano».
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SILVANO FAUSTI
La politica perciò fu da lui intesa non
come una forma di «cristianizzazione»
della società, ma «come estrinsecazione di
un appello a cogliere tutte le conseguenze
comunitarie, sociali, civili, dell’azione di
Dio nella storia, nella logica di una “volontà di perfezione” spiritualmente orientata, al servizio del bene comune della
persona umana inteso in senso completo,
ma non era affatto concepita secondo categorie di un cristianesimo ideologico».9
Si parla in nome del Vangelo non solo
senza alcun automatismo applicativo, ma
anche senza alcun appello a una diretta
vocazione profetica da parte di Dio. Dossetti avvertì in modo sempre molto acuto
l’idea dell’«ora». Vi sono momenti in cui
la discesa in campo non è dilazionabile.
L’impegnarsi attivamente nella Resistenza fu la prima, drammatica applicazione di un simile discernimento. La scelta
non scaturisce però da alcuna chiamata
specifica. Alle sue spalle vi è soltanto una
valutazione sorta in virtù del proprio pensiero e della propria coscienza. Come nel
caso del «sapiente», non vi è alcuna immediata percezione di una voce che viene
da Dio.
In questo senso in Dossetti non vi è
nulla di carismatico. Anche quando, nella
parte finale della sua vita, decise di ritornare sul proscenio pubblico per favorire
una mobilitazione in difesa della Costituzione, lo fece in nome di un’«ora» autonomamente colta attraverso un discernimento personale. La vicenda ebbe un’eco
assai vasta e fu da molti ritenuta di portata
epocale, giudizio che, a distanza di tempo,
appare in qualche modo frutto di sopravvalutazione.
Tuttavia non v’è dubbio che anche in
quella occasione si parlò in maniera indiretta, esito «involontario» di un indiscusso
primato attribuito al Vangelo e all’eucaristia. Sostenere la natura non diretta delle
ricadute pratiche dei «misteri della fede»,
comporta, sull’altro versante, affermare
che Scrittura ed eucaristia appaiono in
loro stesse non storicamente determinate.
In una sua omelia tenuta per un Giovedì santo don Giuseppe affermò: «Non
abbiamo altra scelta! O ci sentiamo inseriti in questo mistero di continuità, in questa volontà divina che si produce di anno
in anno, di generazione in generazione, o
ci sentiamo figli dei nostri padri (senza
pensare di superarli, perché quello che
facciamo noi e quello che hanno fatto loro
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non è altro che l’unica cosa, quella compiuta dall’Agnello del Signore), o noi riusciamo a capire che in questo non ci può
essere nessun progresso, ma soltanto una
continuità che scaturisce da un intervento
divino decisivo e si continua senza nessuna
variazione fino alle soglie dell’eternità, o
riusciamo a capire questo o altrimenti
tutto quello che stiamo facendo non è altro che un assurdo, una specie di suicidio
intellettuale, morale, religioso».10
Quanto si afferma per l’eucaristia, vale
anche per la Scrittura a cui è dato d’accedere in senso proprio solo in maniera globale, meditativa, orante. Infatti è sempre la
Scrittura a giudicare la storia e mai viceversa. Proprio su questo fronte vanno ad
addensarsi i rilievi critici mossi da Dossetti
nei confronti di alcune parti della costituzione conciliare Gaudium et spes.
La let tura teologica
della Shoah
Il Vangelo non va mai né sottaciuto,
né diluito. Ciò vale tanto per la presenza
dei cristiani nella civitas, quanto per la lettura teologica della Shoah che trova risposta solo nell’abbandono assoluto del
Figlio sulla croce. La prefazione al libro di
Luciano Gherardi Le querce di Monte
Sole11 è una delle poche opere di Dossetti
scritte appositamente per la pubblicazione.
Per avviarsi a comprendere quelle
dense pagine occorre concentrarsi sulla riflessione dedicata rispettivamente al totalitarismo nazista e al popolo d’Israele. In
essa si rispecchia in maniera inequivocabile lo sforzo profondo di confronto con
l’accadere storico. Il tentativo è condotto
innanzitutto in modo «laico», come risulta evidente dal ricorso a modalità storico-giuridiche al fine di comprendere sia
il modo di operare del regime nazista sia
lo stabilire quanto rese un unicum la «soluzione finale». Tuttavia per trovare la
parola definitiva occorre, anche qui, rivolgersi a un giudizio sulla storia basato
sulla Scrittura. La chiave ultima per comprendere il nazismo è l’idolatria.
Il termine va inteso non già come
pura espressione della volontà di sostituzione dell’uomo a Dio, ma come esplicita
scelta di asservirsi a potenze negative sovraumane. Sono molte le denominazioni
usate dal Nuovo Testamento per indicare
le forze demoniache: spiriti, potenze, principati, potestà, elementi ecc.
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Ermeneutica
teologica
Fenomenologia del linguaggio
per una ermeneutica teologica
L
o studio propone una riflessione
fondamentale del linguaggio in vista di una ermeneutica teologica. Il problema della possibilità di un linguaggio
religioso-teologico diviene il problema
della possibilità e della realtà dell’oggetto stesso della teologia, che è Dio.
L’opera è un caposaldo della materia.
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GIOVANNI BUZZONI
La sapienza
del giusto
Omelie di ispirazione patristica
INTRODUZIONE DI P. BENEDETTO CALATI
A
vent’anni dalla morte, vengono
riproposte le omelie che don Giovanni Buzzoni ha tenuto nel corso degli
anni come canonico teologo del duomo
di Ravenna. Sono riflessioni rivolte all’uomo di oggi, che testimoniano in ogni
pagina il respiro sapienziale ed evangelico del loro autore.
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ibri del mese
della cristianità, anche in quella riservata
al popolo ebraico non trova spazio la categoria della secolarizzazione. Si tratta di
un punto nevralgico. La visione in base
alla quale si dà un trasferimento in ambiti
profani di categorie di origine sacrale appare estranea al pensiero dossettiano. Le
metamorfosi mimetiche dal piano sacro a
quello secolare indicano in effetti una
strada diversa da quella della maniera in
cui Dossetti intende l’idolatria.
Un’eloquente esemplificazione di ciò
la si trova nelle sue considerazioni relative
al sionismo. Se si abbandona l’idea di secolarizzazione, l’interpretazione dello
Stato d’Israele come espressione laica del
nazionalismo ebraico risulta marginalizzata. Anche per comprendere vicende
storico-politiche ci si appellerà, allora, all’idea di popolo eletto. Inevitabile, dunque, imbattersi in difficili problemi legati
all’idea di tradimento di un compito di
origine divina.14
Per Dossetti (come per Paolo) queste
potenze sono reali. Chi vi si sottomette volontariamente dopo che è avvenuta
l’opera di salvezza compiuta da Gesù Cristo finisce per essere guidato da esse.
Perciò, collocandosi sull’altro versante, la risposta all’idolatria non può che
essere quella antica e perenne: la croce di
Gesù Cristo che, sub contraria specie, ha
conseguito la vittoria definitiva su quelle
potenze: «la risposta di fede alle catastrofi
provocate dalla libertà lasciata da Dio all’uomo, soprattutto quando si asserve agli
idoli, è questa e solo questa. La risposta
del Dio che è muto è il grido stesso della
derelezione di Dio nel suo Eletto. È Gesù
Dio agonizzante che in Dio grida: “Dio
mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” (Sal 21,2)».12
Nella frase appena riportata vi è una
parola che va diluita in una dimensione
generica. Si tratta del termine «Eletto».
Esso indica la connessione unica e indissolubile tra Gesù e il popolo d’Israele,
l’elezione di quest’ultimo culmina infatti
in quella del Figlio. Una simile concentrazione cristologica non comporta affatto una sostituzione dell’elezione di
Israele. Il popolo ebraico resta eletto fino
alla fine dei tempi. Lo è in quanto santo
Qahal d’Israele, ma lo è anche nella sua
concreta esistenza storica.
Un duro riscontro di questa dinamica
lo si ha anche nella derelezione dell’Eletto. In riferimento ai canti del Servo
di Isaia, Dossetti sostiene che tanto in
Israele quanto in Cristo il sacerdote e la
vittima s’identificano. La congiunzione è
affermata fino a giungere al punto di dichiarare che l’uccisione di sei milioni di
ebrei va compresa anch’essa in questa
prospettiva: «È un segno tremendo, ma
ancora un segno della particolare dilezione di Dio».13
Al pari dell’analisi dedicata alla fine
Chiesa e Israele
Il nodo appena evocato va al di là
della dimensione specifica legata al sionismo. Esso s’incunea, infatti, dentro lo
stesso pensare teologico complessivo legato al rapporto Chiesa-Israele. È un
punto saldo del pensare dossettiano dichiarare che questa relazione riguardi il
definirsi stesso della Chiesa. L’espressione
più alta di ciò si trova nell’incipit di Nostra
aetate n. 4. Il testo, dovuto al card. Lercaro (e quindi a Dossetti), afferma che,
scrutando il mistero della Chiesa, l’assemblea conciliare fa memoria (meminit)
del vincolo con cui il popolo del Nuovo
Testamento è legato spiritualmente alla
stirpe di Abramo. Come si è già avuto
modo di vedere, la dimensione della memoria indica una permanenza: non si
tratta solo di realtà passate. Il vincolo è
duraturo.
1
F. MANDREOLI, Giuseppe Dossetti, Il Margine, Trento 2012, pp. 157, € 15,00.
2
G. ZAMPIERI, Giuseppe Dossetti. La Storia,
la Croce e la Shoah. Prefazione di don Athos Righi, Aliberti, Roma 2012, pp. 347, € 18,00.
3
Al riguardo nel libro di Zampieri si trova
un’ampia bibliografia; precise indicazioni bibliografiche corredano anche l’opera di Mandreoli.
4
Il 21 novembre del 1946 Dossetti propose
d’introdurre nella Costituzione il seguente articolo: «La resistenza individuale e collettiva agli
atti dei pubblici poteri, che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino»; cf.
G. DOSSETTI, La ricerca costituente 1945-1952, a
cura di A. Melloni, Il Mulino, Bologna 1994,
209.
05
In MANDREOLI, Giuseppe Dossetti, 137-138.
06
G. DOSSETTI, La parola e il silenzio. Discorsi e scritti 1986-1995, Il Mulino, Bologna
1997, 252 (altra edizione Paoline, Milano 2005).
07
MANDREOLI, Giuseppe Dossetti, 124.
08
In MANDREOLI, Giuseppe Dossetti, 67.
09
In ZAMPIERI, La Storia, la Croce e la
Shoah, 291.
10
In ZAMPIERI, La Storia, la Croce e la
Shoah, 146.
11
G. DOSSETTI, Introduzione a L. GHERARDI, Le querce di Monte Sole, Il Mulino, Bologna 1986, I-LXVII.
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Eppure ci si può chiedere se, come risulta dalle righe successive in cui si parla
di una Chiesa misticamente prefigurata
nell’esodo del popolo ebraico dall’Egitto,
nel testo conciliare vi sia una tendenza a
diluire l’irriducibile differenza qualitativa che sussiste tra il popolo d’Israele e
la comunità dei credenti in Cristo formata da ebrei e da gentili. La diversità,
infatti, va più che mai affermata proprio
quando si dichiara l’indissolubilità del
legame.
Lercaro, in un suo intervento conciliare (steso sicuramente da Dossetti, il fatto
è comprovato da una certa attestazione
documentaria), dopo aver ribadito, sulla
scorta della Lettera ai Romani (cf. 11,28),
la permanenza dell’elezione di Israele,
parla di un amore di Dio per Israele che
si rivelerà anche nel futuro per vie «non
identificabili nei modi umani della propaganda esteriore e della persuasione o
comunque delle evoluzioni storiche, ma
solo in una tensione escatologica degli
animi verso la comune eterna pasqua
messianica».15
Nulla sarebbe più errato che leggere
questo passaggio alla luce della cosiddetta
«teologia delle due vie» secondo la quale
la salvezza d’Israele è conseguita indipendentemente da quella compiutasi in
Gesù Cristo. Al contrario, va infatti pienamente sottoscritta l’interpretazione del
passo avanzata da Zampieri secondo la
quale: «Cristo è il punto in cui l’elezione
d’Israele ha raggiunto il massimo della
concentrazione e Cristo è il punto in cui
i due popoli si ricongiungeranno nella comune pasqua messianica».16 Anche qui il
rigore interno del pensiero dossettiano
porta a esiti che possono sconcertare chi
li legge con griglie interpretative inadeguate.
Piero Stefani
12
DOSSETTI, Introduzione a Le querce di
Monte Sole, XXX.
13
G. DOSSETTI, L’identità del cristiano. Esercizi spirituali, EDB, Bologna 2001, 92.
14
Cf. MANDREOLI, Giuseppe Dossetti, 110113; ZAMPIERI, La Storia, la Croce e la Shoah,
177-186. Importante al riguardo anche la lettera, finora inedita, del 2 maggio 1991 scritta
alla comunità di Main in Giordania. Ampi stralci
in ZAMPIERI, La Storia, la Croce e la Shoah, 196ss.
15
Per la forza dello Spirito. Discorsi conciliari
del card. Giacomo Lercaro, EDB, Bologna 1984,
108-109.
16
ZAMPIERI, La Storia, la Croce e la Shoah,
206-207.
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L ibri del mese / schede
I Libri del mese si possono ordinare indicando
il numero ISBN a 13 cifre:
per telefono, chiamando lo 049.8805313;
per fax, scrivendo allo 049.686168;
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Sacra Scrittura, Teologia
AUTIERO A., PERRONI M., La Bibbia nella storia d’Europa. Dalle divisioni all’incontro, EDB, Bologna 2012, pp. 240, € 17,00. 9788810415269
Servizio a cura di Maria Elisabetta Gandolfi
permane. Conoscerne la morfologia significa comprendere il proprio
«sì» a Dio. Questo straordinario vol. nella sua semplice complessità aiuta il lettore a individuare la gnosi immanente che tanta parte ha avuto
nella storia del pensiero. Da leggere.
ELLUL J., Il fondamento teologico del diritto, Il Segno dei Gabrielli,
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l vol. presenta in Italia la «prima opera teologica» del filosofo francese
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Jacques Ellul, pubblicata in Francia nel 1946. In una prospettiva tipicaprotestante, l’a. nega che l’uomo possa arrivare con la sola ragione
a conoscere la giustizia che «guarda dal cielo». Pertanto, il rapporto tra
«diritto umano» e «diritto divino» deve essere analizzato in una prospettiva «laica» e «teocentrica»: si tratta cioè di capire in che rapporto sta la giustizia umana di fronte a Dio e che posto occupa nella sua opera di redenzione. «Il diritto fa parte del mondo laico», ma di un mondo che è già posto sotto la signoria di Gesù Cristo.
HELWYS T., Il mistero dell’iniquità. Traduzione e cura M. Ibarra Pérez.
Postfazione M. Rubboli, Edizioni GBU, Chieti - Roma 2012, pp. 222,
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tracciato del vol. da una parte guarda al processo storico in cui la Bibrosegue, con la pubblicazione di questa opera la lodevole iniziativa delIin lbiaEuropa.
è stata assunta come elemento dapprima di divisione, poi d’incontro P le edizioni GBU di far conoscere le «tracce» che hanno maggiormenNe ha tratto giovamento l’espressione linguistica, la prassi d’al- te influito sulla storia dell’evangelismo dal XVI secolo a oggi rendendo il
fabetizzazione, così come la definizione d’appartenenza religiosa e civile e,
non ultimo, lo sviluppo della mentalità scientifica e critica, tipica della maturazione culturale di un popolo. Agli albori della modernità e nella temperie specifica del concilio di Trento, tutto ciò assume un significato particolare, di cui il testo, con esplicita sensibilità ecumenica, vuole rendere ragione. D’altro lato si apre anche la domanda sul se e come la Bibbia possa essere ancora oggi fonte d’ispirazione per comprendere la vita individuale e collettiva.
cristianesimo realtà culturale poliedrica e spiritualmente affascinante. Con
questo vol., pubblicato in Inghilterra nel 1612, un avvocato e teologo inglese, Thomas Helwys, appartenente alla piccola nobiltà terriera del Nothinghamshire scrisse la carta d’identità dei battisti la cui nascente Chiesa
sarà destinata ad avere uno straordinario sviluppo nei secoli successivi, soprattutto negli Stati Uniti. Il mistero dell’iniquità è una richiesta di tolleranza religiosa, lanciata in un periodo particolarmente convulso della storia d’Inghilterra: un grido di libertà per «tutti» che giunge sino a noi.
BALOCCO D., Dal cristocentrismo al cristomorfismo. In dialogo con
David Tracy. Prefazione E. Salmann, Glossa, Milano 2012, pp. 501, € 25,00.
9788871053035
NERI M., La dimora ospitale. Riflessione teologica sull’incarnazione,
EDB, Bologna 2012, pp. 92, € 6,90. 9788810808795
l vol., tesi di dottorato dell’a. in teologia, approfondisce uno degli aspetti più originali e fecondi del pensiero del teologo americano David Tracy: il «cristomorfismo». Il «paradigma cristomorfico» – secondo l’a. – è
«un principio ermeneutico capace di mostrare le analogie presenti tra i diversi campi del sapere teologico e i differenti ambiti del reale». Tale principio si rivela efficace sia per l’interpretazione del «vissuto ecclesiale» ed
«esistenziale», sia nel rispondere alle domande critiche della modernità,
che «con la sua peculiare flessibilità e il suo marcato policentrismo» interpella la vita cristiana e il sapere teologico.
I
BENEDETTO XVI - RATZINGER J., L’infanzia di Gesù, Rizzoli, Milano
2012, pp. 180, € 17,00. 9788817064224
n quella che il papa definisce una «piccola «sala d’ingresso» ai due precedenti voll. su Gesù, «ho cercato d’interpretare, in dialogo con esegeti
del passato e del presente, ciò che Matteo e Luca raccontano all’inizio dei
loro Vangeli sull’infanzia di Gesù». Due sono i punti irrinunciabili per il
pontefice: da un lato «la componente storica dell’esegesi»; e dall’altro la
doppia domanda: «È vero ciò che è stato detto? Riguarda me?». Infatti «la
domanda circa il rapporto del passato col presente fa immancabilmente
parte della stessa interpretazione» che è al cuore del «cammino verso e
con Gesù» di ogni uomo.
I
COTTIER G., Ateismi di ieri e di oggi. A cura di G. Mari, La scuola,
Brescia 2012, pp. 105, € 9,00. 9788835030546
«inutile negarlo, il cristianesimo si trova in affanno nel contemporaÈ
neo. (…) Viviamo in una stagione non facile, dove nessuno sembra
avere le abilità per tenere la barra del timone. Non la politica, non la religione e neanche il potere economico che le ha soppiantate nel governo del
mondo. (…) È come se tutti fossimo in attesa di una parola» (dall’Introduzione). Il vol. vuole essere una semplice introduzione a un itinerario di
riappropriazione di una gioia possibile, in quanto l’uomo è destinatario di
una parola che non guarda ai tempi passati, solo apparentemente più facili e più lineari, ma che vuole costruire nell’oggi un mondo abitabile da
tutti. È la parola che si è fatta carne, dimora ospitale dell’amore di Dio nella storia dell’uomo.
ODELAIN O., SÉGUINEAU R., Concordanza tematica del Nuovo Testamento. Nuova edizione, EDB, Bologna 2012, pp. 1505, € 85,00.
9788810231135
vol. offre al lettore tutto il testo del Nuovo Testamento in 115 voci, che
Ili silcostituiscono
i cc. del libro, con le loro suddivisioni, all’interno dei quaripartisce tutto il vocabolario italiano del Nuovo Testamento secondo
la nuova traduzione della CEI. La «voce» è una costellazione di nomi, verbi, aggettivi, espressioni: negazioni, attributi, paralleli, contrari. La concordanza tematica offre il vantaggio di raggruppare concettualmente parole ed espressioni rendendole facilmente reperibili.
SEQUERI P., L’amore della ragione. Variazioni sinfoniche su un tema di
Benedetto XVI, EDB, Bologna 2012, pp. 146, € 9,00. 9788810208069
in da giovane domenicano, Georges Cottier s’interessò a un tema che
rendendo spunto da alcune suggestioni di Benedetto XVI, il libro riS
si dipana in tutta la filosofia moderna e contemporanea: l’ateismo. Te- P flette sulle condizioni in base alle quali il cristianesimo potrebbe torma che viene affrontato in questo vol., breve ma notevole per profondità nare a essere forza trainante della cultura europea. Si tratta di riprendere
e conoscenza, in ogni sua sfumatura e snodo. Con la forma colloquiale
dell’intervista curata da Giuseppe Mari, si chiariscono le traiettorie del
pensiero ateo dalla sinistra hegeliana che in Feuerbach trova il liquidatore della religione vista solamente come «religione antropologica». La sfida degli ateismi affonda le proprie radici nel pensiero greco, ma tutt’ora
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quel gesto del pensiero mediante il quale il cristianesimo fu capace di riscattare dall’oblio la tradizione filosofica greca e aprire quegli spazi in cui
sono state possibili le ideazioni più alte dell’Europa: dall’idea di libertà,
con la sua autonomia, alla forma democratica della convivenza civile. Il
vol. dà avvio a una collana di scritti di aa. europei (teologi, filosofi, storici)
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www.edizionimessaggero.it
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che indichino da diverse prospettive il contributo che un pensiero cristiano competente può portare alla configurazione di un rilancio umanistico
della cultura europea.
Pastorale, Catechesi, Liturgia
ANTHONY F.-V., CIMOSA M., Pastorale giovanile interculturale. 1.
Prospettive fondanti, LAS, Roma 2012, pp. 189, € 13,00. 9788821308369
e profonde modificazioni della società italiana portate dall’immiL
grazione sollecitano la Congregazione salesiana, il cui carisma consiste in particolare nell’opera educativa verso le nuove generazioni, a
Luciano Manicardi
Raccontami una storia
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Riflessioni per comprendere come la vita
cristiana nasca da un racconto
e si faccia racconto di fede.
un ripensamento della pastorale giovanile nei nuovi contesti multiculturali, come indicato dal XXVI Capitolo generale della Congregazione nel 2008. Il percorso qui compiuto si colloca tra pedagogia interculturale e teologia interculturale, sottolineando la rilevanza dell’intercultura diacronica e sincronica nella vita intra-ecclesiale per una crescita nella comunione e nell’esperienza di fede, e nella vita extra-ecclesiale in vista dell’integrazione socio-culturle e dello sviluppo del patrimonio culturale.
Bibbia. Per la formazione cristiana. Nuova edizione, EDB, Bologna 2012,
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l vol. è uno strumento d’iniziazione alla sacra Scrittura, particolarmenIferenze
te adatto a non esperti. A tal fine è corredata di introduzioni, note, rea margine e riquadri esplicativi e d’approfondimento. Dell’Antico
Testamento sono omesse le parti di testo meno indispensabili. Il Nuovo
Testamento è presentato integralmente e accanto al testo corre una vera e
propria spiegazione che esplicita anche gli aspetti storici e religiosi legati al
tempo in cui l’autore sacro scrive. Un best seller esaurito da tempo, ora aggiornato con la nuova traduzione della Bibbia CEI.
BLANCHARD Y.-M., BOESPFLUG F., DE CLERCK P., Ars liturgica. L’arte
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uando l’arte diventa ars liturgica? Su questo interrogativo si è svolto
Q
nel 2011 a Bose il IX Convegno liturgico internazionale, organizzato dal monastero e dall’Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici
della CEI, dopo che l’VIII aveva inaugurato la riflessione sul tema «Liturgia e arte. La sfida della contemporaneità». Contributi di Y.-M. Blanchard, U.M. Lang, T. Sternberg, R.F. Taft, G. Gresleri, J. Goodall, M. Di
Capua, G. Schlimbach, P. Cerri, F. Tedeschi, N. Valli, C. Yannaras, F. Boespflug e sintesi conclusiva di P. De Clerk.
FERRARIO G., PIRRONE C., SCANZIANI F., Le radici del futuro. Percorso per coppie in cammino verso il sacramento del matrimonio. Guida per gli
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Alla scoperta del racconto biblico
capace, ancora oggi, di suscitare nuove
narrazioni nella comunità cristiana.
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le coppie, EDB, Bologna 2012, pp. 47, € 3,90. 9788810511367
enza sostituirsi al classico corso per fidanzati, l’itinerario si propone
S
d’accompagnare le coppie che desiderano un cammino più approfondito e personalizzato verso il matrimonio cristiano. Il lavoro prevede tre
voll., che possono essere utilizzati anche singolarmente, componendo un
percorso proprio. Lo stile previsto degli incontri non è di tipo frontale o
classicamente catechistico, ma ha al centro la vita della coppia e intende
stimolarne il dialogo e il confronto.
POLITO V., TRIGGIANI R.L., Pregáme a la barése. Preghiamo in dialetto barese, Levante, Bari 2012, pp. 100, € 10,00. 9788879496056
«questo libretto abbiamo raccolto le più comuni preghiere del cristiano,
Ito nproponendo,
accanto alla versione italiana, la libera traduzione in dialetbarese, con una scrittura semplice, al fine di agevolarne la lettura. Abbiamo riportato, inoltre, alcune preghiere dedicate alla madonna e ai santi più
spesso invocati dai devoti baresi: san Nicola, san Pio, sant’Antonio». A ri-
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ROBERTO REZZAGHI
Il sapere
della fede
prova che la liturgia «inculturata» prende forma in una lingua dialettale tuttora molto diffusa, il libretto riporta un’orazione alla vergine Odegitria,
composta dall’arcivescovo di Bari – Bitonto mons. Francesco Cacucci.
ROCCHETTA C., Abbracciami. Per una terapia della tenerezza. Saggio di
antropologia teologica, EDB, Bologna 2012, pp. 256, € 18,00. 9788810513231
esto semplicissimo, ma di straordinaria forza espressiva, l’abbraccio comunica con immediatezza la disponibilità a entrare in relazione con
l’altro e a creare le condizioni che consentono di superare la naturale inclinazione a difendere il proprio spazio personale. Esiste una vasta tipologia di
abbracci: protettivi, riconcilianti, di benvenuto, di commiato, di congratulazione, di affetto, di passione, ognuno dotato di un contenuto specifico in relazione al significato che gli viene attribuito, alla sua forma, alla sua finalità.
Nonostante questa ricchezza, nessun dizionario biblico, dogmatico, morale
o di spiritualità riporta questa voce o la richiama e, fatta eccezione per qualche studio specifico, la riflessione sul piano dell’antropologia teologica è stata finora poco approfondita, come se questa modalità di comunicazione non
avesse pieno diritto di cittadinanza nel pensiero cristiano.
Catechesi e nuova evangelizzazione
G
RUCCIA A., La corresponsabilità laicale della comunità ecclesiale. Per una nuova evangelizzazione, Vivere in, Roma 2011, pp. 177,
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ppassionata ricerca teologico-pastorale che coglie «i segni dei tempi legA
gendo i concreti bisogni» del mondo contemporaneo e offre un «metodo» per rendere efficace la pastorale in un contesto di rinnovamento ecclesia-
L
a «vita liquida» che caratterizza la nostra
epoca coinvolge la stessa trasmissione
della fede e anche il catechista è chiamato
a interrogarsi sulle inedite modalità dell’incontro con Dio. Un volume che invita la
comunità cristiana a non temere il futuro,
cogliendo appieno la sfida della nuova
evangelizzazione.
«FORMAZIONE CATECHISTI»
le e di nuova evangelizzazione. Al centro vi è il concetto di «comunità allargata». Da questa prospettiva l’a. indaga sopratutto il ruolo del laicato, secondo il principio della «corresponsabilità» che esso è chiamato a esercitare insieme ai presbiteri per realizzare una «progettualità della nuova evangelizzazione» organica, creativa, espressione autentica di una «Chiesa-comunità».
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sono stati pensati come ausilio nella preghiera per i numerosi
Ideivolumetti
immigrati in terra italiana di lingua spagnola e di lingua tagalog, uno
principali idiomi filippini. Infatti – come scrive mons. G. Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes nella lettera di presentazione –
«nella preghiera, anche se lontani dalla famiglia e dal paese di origine, lo
Spirito ci rende figli amati di un Dio che possiamo chiamare e pregare come “Padre nostro” in qualunque lingua».
Giovani,
dove sta la felicità?
Lettera ai giovani e ai loro educatori
UPCHURCH C., WITHERUP R.D., I quattro Vangeli. Per capire e riflettere, EDB, Bologna 2012, pp. 300, € 19,90. 9788810820803
dei quattro Vangeli offrono una «voce» che racconta la storia
Ipuòracconti
di Gesù e la venuta del regno di Dio. Ogni voce ha il suo timbro che si
ascoltare separatamente, ma insieme creano un canto armonico. Il
vol. accompagna i Vangeli con strumenti che aiutano il lettore a capire il
testo. All’inizio del vol. vengono fornite informazioni essenziali introduttive, mentre la parte finale spiega l’utilizzo che la Chiesa fa di questi testi
nella liturgia e propone un elenco delle letture che scandiscono i cicli dell’anno liturgico.
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HOWIE V., NAGY K.K., Alla scoperta del Natale. Natale con le porte
aperte, Elledici, Cascine Vica (TO) 2012, pp. 20, € 9,90. 9788801051773
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n una realtà che offre ai giovani scarse
prospettive, la Chiesa è particolarmente
sollecitata a farsi carico delle loro speranze.
Con linguaggio immediato ed efficace il vescovo di Rimini si accosta all’esistenza di chi,
pur in mezzo a fragilità e insicurezze, desidera una vita piena e autentica. Per vivere
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SEMERARO D. (a cura di), Messa e preghiera quotidiana/gennaio
2013. A cura di fratel MichaelDavide, EDB, Bologna 2012, pp. 350, € 3,90.
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STOCK K., La liturgia della Parola. Spiegazione dei Vangeli domenicali
e festivi. Anno C (Luca), ADP - Apostolato della preghiera, Roma 2012,
pp. 415, € 20,00. 9788873575511
Spiritualità
BIANCHI E., Le tentazioni di Gesù Cristo, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2012, pp. 57, € 5,00. 9788821573613
ommento ai testi dei sinottici sulle tentazioni di Gesù, a partire dalla
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consapevolezza che «senza tentazione non c’è libertà». La tentazione,
quindi è esperienza essenziale dell’uomo, archetipo d’ogni dubbio del cre-
MARTINI C.M., È il Signore! Questa è la nostra fede, Cooperativa In Dialogo, Milano 2012, pp. 105, € 10,50. 9788881237784
a «fatto molta strada questo libro, che ora l’editrice In dialogo riproH
pone» con una nuova revisione dall’originale di una registrazione e
con una nuova veste grafica. È un testo che “ha fatto scuola”, accompagnando generazioni di giovani nel cammino della propria vita» a partire
da quegli esercizi spirituali che il cardinale tenne a Lentate sul Seveso nel
marzo del 1982.
MOSCONI F., NATOLI S., Sperare oggi, Casa editrice Il Margine, Trento
2012, pp. 67, € 7,00. 9788860890962
ggi più che mai il dibattito che si dipana nelle pagine del volumetto
O
– nella collana «Cattedra del confronto» – sul tema della possibilità
di una speranza per l’uomo contemporaneo è una scommessa tutta da vincere. Gli aa. non si sottraggono e anche nel dialogo con il pubblico precisano il proprio percorso di ricerca e le piste che possono rendere più fecondo quello di ciascuno.
dente nel proprio cammino spirituale.
THEODOSSIOS MARIA DELLA CROCE, Rinnovarsi ogni giorno, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano , pp. 442, € 13,00. 9788820987688
FONTANA A., La presunzione di definire Dio. Al di là dei miti e delle nuvole bianche, Effatà, Cantalupa (TO) 2012, pp. 142, € 10,00. 9788874027705
a. è il «fondatore della Fraternità della santissima vergine Maria. NaL’
to in Grecia nel 1909 e deceduto in Italia nel 1989, (…) il suo immenso desiderio di verità lo portò a entrare nella Chiesa cattolica dove di-
avanti a Dio l’uomo tace contemplandolo, perché non può espri«D
mere l’inesprimibile». Tuttavia se è vero che il mistero di Dio è
inafferrabile e indicibile, egli stesso si è svelato nella storia degli uomini,
nella persona di Gesù di Nazareth e in particolare nella sua morte e nella
sua resurrezione. In questo agile libretto l’a. non vuole dare definizioni,
ma piuttosto «mettere in guardia» dalle definizioni per evitare, «soprattutto in ambito cristiano», quelle deformazioni che portano a nominare il nome di Dio invano.
venne sacerdote». Egli «era persuaso della necessità di un rinnovamento
nella fedeltà alla grande tradizione della Chiesa», scopo cui ha dedicato la
Fraternità. Il testo, raccolta di brevi meditazioni, una per ogni giorno dell’anno, è una sorta d’«almanacco dello spirito», come lo ha definito il card.
Piacenza nella sua breve Introduzione, che parla «con struggente nostalgia» della «vita nel mondo che verrà» che già da oggi si può «gioiosamente sperimentare nella Chiesa».
FRANCIA V., Gesù di Nazaret. Un profilo, Vivere in, Roma 2012, pp.
109, € 10,00. 9788872634028
GALLIANO A.M., Stupore di Natale. Un adorato incontro, Paoline, Milano 2012, pp. 140, € 15,50. 9788831542456
a., «con semplicità e senza nessuna pretesa di carattere scientifiL’
co», intende offrire un «profilo» della persona di Gesù di Nazaret,
evidenziando come la tensione dinamica tra il «Gesù della storia» e il
MILITELLO G., Il giusto fiorirà come un giglio. La via di San Giuseppe, Effatà, Cantalupa (TO) 2012, pp. 80, € 8,00. 9788874027514
«Cristo della fede», abbia spinto i cristiani «di tutti i tempi» a farsi interpreti attivi e creativi – attraverso la fede – della vicenda di Gesù: «Figlio dell’uomo» e «Figlio di Dio». L’a. invita a custodire «la grande eredità della fede» per «approfondirla» e «riprodurla» nell’esistenza personale.
POLITI A., Le risposte di Padre Pio. Prefazione di Mons. P.M. Mainolfi, Edizioni Segno, Feletto Umberto - Tavagnacco (UD) 2012, pp. 230,
€ 10,00. 9788861384811
GIUDICI M.P., Sussurri e grida del creato. Risonanze salmiche, Paoline, Milano 2012, pp. 152, € 13,00. 9788831542005
a preghiera «comincia non in una coscienza concentrata su se stessa,
L
ma nella visione attiva e persino curiosa delle cose sensibili, attenta e
recettiva di ciò che può destabilizzare la coscienza con la sorpresa». Per vivere da contemplativi bisognerebbe esercitare uno sguardo simile su ciò
che ci circonda. L’a., religiosa, offre 32 brevi meditazioni attorno ad altrettanti elementi della natura, partendo dai Salmi e proseguendo con riflessioni, poesie, ricordi personali, per aprire il cuore alla lode a Dio e a un
sentimento di rispetto e responsabilità verso il creato.
HAUSHERR I., Padre, dimmi una parola, Edizioni Scritti Monastici - Abbazia di Praglia, Bresseo di Teolo (PD) 2012, pp. 350, € 28,00. 9788885931558
corposo testo, pubblicato per la prima volta nel 1955 in franQ uesto
cese, ci aiuta a riconoscere ed apprezzare la ricca tradizione della
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Chiesa orientale riguardo alla figura del padre spirituale e alla sua centralità nello sviluppo monastico. Le pagine citate, spesso tratte dagli insegnamenti dei padri del deserto, i quali hanno avuto un importante influsso sul
monachesimo dell’Oriente cristiano, delineano caratteristiche, doveri e requisiti del padre spirituale, una figura quanto mai preziosa nel nostro
mondo che, come osservò Giovanni Paolo II, «ha un estremo bisogno di
padri».
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VARESI C., Nel bene il segreto per vincere il male, Edizioni Segno, Feletto Umberto - Tavagnacco (UD) 2012, pp. 183, € 12,00. 9788861385566
Storia della Chiesa
CASSANELLI R., STOLFI E., Gerusalemme a Roma. La Basilica di
Santa Croce e le reliquie della Passione, Jaca Book, Milano 2012, pp. 290, €
32,00. 9788816411623
l vol. costituisce la prima monografia di questa antica basilica di Roma
Ilungo
che prede il nome dalle reliquie relative alla croce di Cristo. Frutto di un
e complesso lavoro, lo studio a cui hanno partecipato 18 esperti di
aree disciplinari diverse, vede la luce grazie anche alla collaborazione tra
la casa editrice e il Ministero degli interni – Fondo edifici di culto, proprietario del complesso monastico, gestito dai benedettini d’obbedienza cistercense. «Tre sono i filoni che si sono voluti particolarmente seguire: il
problema della fondazione e della committenza imperiale, tra Costantino,
sant’Elena e Galla Placidia; la storia edilizia, specialmente complicata dal-
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Ho cercato e ho trovato
la ricostruzione romanica e poi da quella tardo barocca promossa da Benedetto XIV (…); le reliquie, infine, cui si lega gran parte della fama dell’edificio, anch’esse protagoniste di una storia contrastata di trasmissione».
Attualità ecclesiale
CASADEI R., Tribolati, ma non schiacciati. Storie di persecuzione, fede
e speranza. Prefazione di mons. Louis Sako, Lindau, Torino 2012, pp. 133,
€ 14,50. 9788871800141
a nostra Chiesa è apostolica non solo perché è stata fondata dagli
«L
apostoli, ma perché è martire come lo è stata la Chiesa degli apostoli». Sono le parole dell’arcivescovo caldeo di Kirkuk riportate nella Premessa di questo libro che raccoglie testimonianze dirette di episodi di martirio di cristiani in Iraq, Libano, Iran, Sud-Sudan e Uganda. L’a., giornalista, evidenzia non tanto l’ingiustizia subita da queste vittime ma il grande valore del loro sacrificio come prova di fede nella «certezza della positività ultima del reale». Queste storie non possono lasciare indifferenti i lettori ma stimolarli a «riscoprire valide anche per sé le ragioni che hanno
spinto il martire al suo martirio».
COMITATO PER IL PROGETTO CULTURALE DELLA CEI, Gesù nostro contemporaneo, Cantagalli, Siena 2012, pp. 400, € 18,50. 9788882728298
ono gli atti del convegno internazionale omonimo organizzato dal ProS
getto culturale della CEI tra il 9 e l’11.2.2012 (cf. Regno-att.
6,2012,171), seguito naturale di «Dio oggi. Con lui o senza di lui cambia
tutto», del 10-12.12.2009.
Carlo Carretto nella Chiesa
e nella società del Novecento
a cura di PAOLO TRIONFINI
L’impegno nella scuola,
l’amore per l’Azione cattolica,
il deserto algerino, l’approdo
di Spello: mille sfaccettature
della vita di Carlo Carretto,
attraverso la quale si riesce
anche a vedere in controluce
la storia della Chiesa
e dell’Italia nel Novecento.
Con contributi di: E. Preziosi,
L. Caimi, P. Trionfini, L. De Mola,
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FARICY R., PECORAIO L., Gesù è presente e agisce. Presentazione del
card. I. Dias, EDB, Bologna 2012, pp. 245, € 17,50. 9788810521168
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urare gli ammalati e liberare gli oppressi confidando nella potenza della
C
preghiera può dare l’impressione in un tempo dominato dalla scienza e
dalla tecnologia di un brusco ritorno al passato. I Vangeli narrano di Gesù
taumaturgo e terapeuta ed episodi di guarigione e di liberazione si sono verificati con frequenza negli ultimi decenni in gruppi e comunità del Rinnovamento carismatico cattolico mondiale. Attraverso il racconto di esperienze, situazioni e contesti pastorali, il vol. presenta un aspetto della vita sacramentale e carismatica della Chiesa che accompagna la sofferenza umana.
FARINELLA P., Habemus papam. La leggenda del papa che abolì il vaticano, Il Segno dei Gabrielli, S. Pietro in Cariano (VR) 2012, pp. 280,
€ 18,00. 9788860991348
n questo romanzo, già pubblicato nel 1999 per Adelphi, l’a. ci propone
una «provocazione cosciente». Siamo nella notte di Natale del 1999, il
conclave elegge un semplice prete che prenderà il nome di Francesco I, il
quale, spogliandosi di tutti i suoi averi durante il discorso Urbi et Orbi,
inaugurerà una nuova stagione per la Chiesa di Cristo all’insegna di una
rinnovata radicalità evangelica. Personaggio che riproduce lo spirito del
poverello d’Assisi, Francesco I è per l’a. una figura «inevitabile» che attende, prima di manifestarsi, la fine di una Chiesa «stanca», «ripiegata su se
stessa», incapace pertanto di mostrare in modo autentico «il volto di Dio».
CARLO MARIA MARTINI
Invocare il Padre
Preghiere
PRESENTAZIONE DI MONS. RENATO CORTI
I
NERVO G., Catechesi e carità, EMP - Edizioni Messaggero, Padova
2012, pp. 87, € 8,00. 9788825024500
rimo presidente della Caritas italiana e anima della Fondazione «E. ZanP
can» di Padova, l’a. richiama lo sviluppo storico della Chiesa italiana negli ambiti della Chiesa e della carità e ne richiama il rapporto reciproco in
chiave di evangelizzazione. Poi reinterpreta l’ispirazione del convegno ecclesiale su «Evangelizzazione e promozione umana» in un contesto di nuova
evangelizzazione. Una vera e propria miniera d’indicazioni pastorali.
VALLI A.M., Diario di un addio. La morte del card. Carlo Maria Martini, Àncora, Milano 2012, pp. 100, € 11,50. 9788851410957
ldo Maria Valli, vaticanista del TG1, ha seguito da vicino il card.
A
Martini fin dai tempi del suo episcopato milanese e, come molti, ha
sviluppato verso di lui l’attaccamento del discepolo e dell’amico. In queste
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L
a sensibilità umana e spirituale del
card. Martini emerge dalla raccolta
di testi: una catechesi sulla preghiera,
orazioni ispirate alle tappe principali
dell’anno liturgico, adatte agli incontri di lettura del Vangelo, dedicate ai
giovani e alla famiglia, di invocazione allo
Spirito Santo e a Maria; in appendice,
altre preghiere compongono un esame
di coscienza sull’uso del tempo.
«CARLO MARIA MARTINI»
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ibri del mese / schede
pagine racconta da cronista i giorni immediatamente precedenti e successivi alla morte di Martini, lasciando spazio ai ricordi personali e ad alcune delle molte voci, cattoliche e non, che sugli organi di informazione hanno commentato questa perdita. Emergono vari aspetti della personalità
del cardinale, dall’amore per i giovani, all’umiltà, la misericordia, la critica appassionata verso la Chiesa, la consuetudine con la preghiera e, soprattutto, la passione per le Scritture.
rica, all’interno della quale, nel contesto della disputa coeva fra vitalisti e
meccanicisti, s’inserisce riproponendo la tesi teleologica che porta il nome
di neovitalismo. Centro del suo pensiero è il concetto di Umwelt, inteso come «ambiente percettivo e operativo peculiare di una specie biologica».
Filosofia
di questo vol. è la restituzione dell’impianto teoretico della filoIdallantento
sofia di Gioberti. Il percorso compiuto dal prete-filosofo torinese parte
confutazione della prospettiva cartesiana del «dubbio metodico» e
BARTOLOMEI M.C., La filosofia e il grande Codice. Fissità dello scritto Libertà di pensiero?, Claudiana, Torino 2012, pp. 296, € 29,00. 9788870168976
uale rapporto intrattiene il testo biblico con la libertà di pensiero che
Q
anima e ispira il pensiero filosofico, e in particolare quello moderno?
In che modo questa libertà può essere legittimamente vincolata alla «fissità» del testo scritto per eccellenza o, rovesciando la questione, in che modo il «grande Codice» può essere considerato generatore di quei germi
che, liberamente sviluppati, danno origine alla speculazione filosofica? Infine quali metodi d’interpretazione del testo biblico è necessario porre in
campo perché questo confronto sia fruttuoso? Ecco i temi del vol., che riporta gli atti di un convegno tenutosi a Milano nel 2010.
BRENTARI C., Jakob von Uexküll. Alle origini dell’antropologia filosofica, Morcelliana, Brescia 2011, pp. 356, € 28,00. 9788837226046
resentazione ampia e documentata del pensiero di un biologo e filosoP
fo estone, vissuto a cavallo del XIX e del XX secolo, capace di esercitare una certa influenza su settori diversificati del mondo filosofico e scientifico successivi, riconducibili, fra gli altri ad aa. come M. Scheler, M. Heidegger e K. Lorenz. Suo ambito privilegiato di indagine è la biologia teo-
DE LUCIA P., La ragione nei limiti della pura rivelazione. Vincenzo
Gioberti e la filosofia positiva, Aracne, Roma 2012, pp. 160, € 11,00.
9788854847910
del soggettivismo kantiano presupposto ne La religione nei limiti della semplice ragione, per arrivare, attraverso il recupero del teoria dell’intuito e più
generalmente un impianto idealista di matrice platonica (ben diverso quindi dagli esiti dell’idealismo tedesco coevo, in cui l’impianto kantiano è dato per presupposto), al rovesciamento dei termini della questione posta nel
celebre opuscolo del filosofo di Koenigsberg.
DI IASIO B., María Zambrano. Pietà e ragione, Levante, Bari 2012,
pp. 110, € 13,00. 9788879495998
a razionalità hegeliana entra in crisi nel secolo da poco trascorso, seL
colo degli olocausti e della fine delle grandi narrazioni. Sismografo di
tale crisi filosofica è la filosofa spagnola Zambrano, allieva di Ortega y
Gasset. Insieme a S. Weil, ad H. Arendt, a R. Maritain, ella è una delle
personalità più originali quanto a elaborazione di pensiero laddove frantumati i grandi sistemi filosofici resta il “frammento” che indaga la ragione poetica, la pietà e l’amore. L’a. ne delinea i contorni offendo al lettore
un utile strumento per avvicinarsi a una pensatrice che nel lamento sofferente e «ribelle» dell’uomo gettato in un mondo sempre più indecifrabile
vide la possibilità d’innamorarsi del pensiero razionale.
RIVA F., Il bene e gli altri. Differenza, Universale, Solidarietà, Vita e pensiero, Milano 2012, pp. 256, € 20,00. 9788834319994
A CURA DI
PAOLO MARTINELLI
Nuova evangelizzazione
e carisma francescano
Prospettive e testimonianze
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li di un nodo centrale della riflessione filosofica. Il bene, secondo l’a., è definibile nella sua polarizzazione tra differenza e condivisione, senza che
questi due termini possano essere dissociati in alcun modo. A questa dualità si affianca poi quella fra universale e individuale, nella quale la riflessione sul bene si declina nella concretezza dei rapporti umani e si apre al
discorso sulla solidarietà e sulla responsabilità.
SEVERINO E., Educare al pensiero. A cura di Sara Bignotti, La scuola,
Brescia 2012, pp. 157, € 9,00. 9788835030560
filosofo italiano contemporaneo alle prese con un libro interIspallelvistapiùalpergrande
svelare la follia di cui è preda l’Occidente da quando ha voltato le
suo senso autentico. Curato in modo eccellente da Sara Bignotti, il
are esperienza di Dio per annunciare al
mondo la sua Parola: seguendo questa
riflessione di Benedetto XVI, i contributi
raccolti nel volume offrono un quadro di
grande speranza, presentando la nuova
evangelizzazione non nei termini di una
strategia pastorale, ma come evento spirituale da vivere giorno per giorno.
«TEOLOGIA SPIRITUALE»
mpia riflessione sul bene, nella quale l’a., appoggiandosi alla ricostruA
zione di ciò che la speculazione antica, medievale, moderna e postmoderna ha prodotto sull’argomento, tenta di delineare i tratti essenzia-
vol. si pone come esplorazione della «capacità della filosofia di educare al pensiero» scoprendone i due volti: quello dell’educare nel senso della tradizione il
cui culmine è la civiltà della tecnica e quello di «un’educazione totalmente altra – inaudita – accostandosi alla quale viene meno pure il suo nome e il suo
linguaggio». Scopo, infatti, della lunga conversazione con il filosofo è quello
d’introdurre il lettore, a colui che eternamente «sta», nel lessico severiniano.
Parole come «destino», «terra che salva», «gloria», «gioia» «salvezza», del tutto scevre del loro carico semantico, indicano, infatti, «una finalità non più intesa in senso nichilistico» ma come ciò che, appunto, eternamente «sta».
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1954, Morcelliana, Brescia 2012, pp. 517, € 32,00. 9788837226121
vol., sostenuto dal Comune di Gazzada Schianno, la Pro loco e altri
Idolsponsor,
presenta uno spaccato dell’intensa vita sociale del nobile GuiCagnola (1861-1954) e «rivela la sua grande capacità d’intrattenere re-
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CAMILLIANI-CTF – CARITAS ITALIANA
OSPEDALE PEDIATRICO BAMBINO GESÙ
lazioni dirette e rapporti epistolari con ogni categoria di persona», con una
speciale attenzione al rapporto con lo storico dell’arte Bernard Berenson.
Il vol. porta una Presentazione del direttore di Villa Cagnola, mons. Luigi
Mistò, che è anche segretario di quella Amministrazione apostolica della
Santa Sede che ne è proprietaria anche se ne ha affidato la cura e la gestione alle diocesi lombarde.
CASTELLI F., El gran teatro del mundo. Scenografie letterarie, Libreria
editrice vaticana, Città del Vaticano 2012, pp. 260, € 13,00. 9788820987213
gesuita e redattore de La Civiltà cattolica, esperto di letteratura, in
Iro lquesto
vol. «chiede» (nella finzione letteraria) a 15 noti scrittori «se a loparere, la vita abbia un senso e come la definirebbero». Si tratta di autori del calibro di Poe, Roth, Canetti, Flaiano, Oe e altri. Tuttavia – afferma l’a. – «le risposte ricevute in scenografie dagli sfondi più vari, invitano
a una grave riflessione. Alcune sono illuminanti, altre non del tutto convincenti, molte sono amare, sconsolate, funeree». Uno studio di tipo comparatistico che storicizza ogni singolo autore senza deformarne il pensiero, e che esprime un proprio – spesso controcorrente – giudizio che si conclude nel passaggio dalla letteratura alla teologia, «intervento dall’Alto per
calmare la nostra sete di verità e di amore».
Oltre
l’arcobaleno
Bambini e salute mentale in situazioni
di emergenza e disastri naturali
A CURA DI PAOLO FEO, MARCO IAZZOLINO, WALTER NANNI
KANIUK Y., 1948, Giuntina, Firenze, pp. 180, € 15,00. 9788880574453
ato a Tel Aviv nel 1930, dopo aver partecipato alla guerra del 1948, KaN
niuk si è trasferito a New York per 10 anni per poi tornare in Israele. Il
romanzo – il libro di suo maggior successo –, è insieme storico e autobiografico; esso descrive dall’interno il travaglio di una generazione, arruolatasi liceale per una guerra di cui non aveva «la più pallida idea». Questo l’incipit:
«È successo oppure no? In un modo o nell’altro, nessuna memoria ha uno stato, nessuno stato ha una memoria. Posso ricordare oppure inventare un ricordo, e al tempo stesso inventare uno stato o pensare che in passato fosse diverso. Nessuno stato può essere diverso se prima non è stato non-diverso».
ORAZIO, Odi. A cura di E. Castelnovi. Testo latino a fronte, Morcelliana,
Brescia 2012, pp. 393, € 19,00. 9788837225827
ella traduzione di Enrico Castelnovi, condotta sull’edizione critica di F.
N
Klinger, Opera, Berlino 2008, viene ripresentato il testo delle Odi oraziane con il latino a fronte. «Tramontata l’idea di un Orazio maestro di morale
e del buon gusto, ci resta (…) l’immagine di un uomo meno olimpico e più
problematico di quanto la vulgata non voglia riconoscere. Scopriamo che la
sua serenità non è mai una conquista definitiva e che la filosofia non possiede
il potere salvifico che ha in Lucrezio. (…) Grazie al suo epicureismo aperto, la
poesia oraziana è un antidoto laico contro la tentazione dell’intransigentismo
e di ogni integralismo» (dall’Introduzione dell’a.).
TERRIN A.N., Il mito delle acque in Oriente. Tra filosofia e storia delle
religioni, Morcelliana, Brescia 2012, pp. 120, € 11,00. 9788837226206
l mito congiunge in un tutto inscindibile il reale al sacro e il sacro al
reale». L’a., docente all’istituto di Liturgia pastorale S. Giustina di
Padova, analizza il «mito vedico delle acque primordiali». Intrecciando
aspetti storici e liturgici (in modo particolare i riti d’iniziazione legati al
simbolismo dell’acqua), l’a. vuole mostrare l’attualità del mito e il suo contenuto di verità. Tra le varie simbologie – scrive l’a. – quella dell’acqua è
«un originario privilegiato» un vero e proprio «mondo nel mondo». Dall’acqua, infatti, provengono e ritornano tutte le cose: essa risolve simbolicamente l’enigma dell’origine e della fine d’ogni uomo.
«I
I
l primo studio scientifico in Italia che analizza gli
effetti dei disastri naturali sulla psiche dei bam-
bini. Esaminando le reazioni di 2.000 piccoli abruzzesi
all’indomani del terremoto de L’Aquila, l’indagine offre diversi spunti di riflessione e intervento per tutti
gli attori chiamati in causa: i servizi di sanità pubblica,
il volontariato, le famiglie, la Chiesa, la comunità locale, gli istituti e i centri di ricerca.
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AGOSTINI P., CANTIERI G., Cittadini della terra e del cielo. Giovani,
famiglia, politica e società, Casa editrice Mazziana, Verona 2012, pp. 400,
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ntologia di alcune conferenze svoltesi all’Università di Verona nel corA
so di 4 cicli tematici organizzati dal Collegio universitario femminile
«Don N. Mazza» di Verona tra il 2006 e il 2011: «Formazione alla re-
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sponsabilità civile e all’impegno sociopolitico» (Bignardi, Grandis, D’An-
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FEDERAZIONE DELLE CHIESE EVANGELICHE IN ITALIA, Un patto per il
futuro. Teologia, società e politica. A cura di P. Naso, Claudiana, Torino
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vol. si riallaccia alle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità di Italia da
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concluse ed esce in un anno che vede la nostra nazione in preda a
crisi soprattutto antropologica. Un paese, il nostro, che in tutta la sua
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racconta le storie
della Bibbia
breve storia unitaria non si è mai posto il problema teologico del patto. Tale traiettoria trova in Zwingli, in Calvino, in Althusius i fari che hanno
concretamente offerto ai puritani e alla loro rivoluzione la possibilità di
realizzare in modo compiuto la «teologia federale». Il vol., con gli interventi di diversi studiosi provenienti da differenti ambiti, si propone di
esplorarla nei suoi punti chiave presentandola a una nazione che vive un
delicato giro di boa per quanto riguarda il binomio cittadinanza-fede.
FIORIN M., Finché la legge non vi separi. Perché la fabbrica dei divorzi
sta distruggendo la nostra civiltà, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2012,
pp. 222, € 12,90. 9788821575679
ifacimento del vol. La fabbrica dei divorzi del 2008, sostiene la tesi che
R
in Italia sia diventato troppo facile divorziare, e che ciò sia alla radice del dilagare di molti mali nella società. Piuttosto discutibile laddove
prende per inoppugnabili l’esistenza e la diffusione della «sindrome da
alienazione genitoriale» – che invece per gli psicologi sono decisamente
controverse – e laddove sostanzialmente generalizza a favore dei padri come vittime del sistema, è invece condivisibile nei dieci richiami deontologici agli avvocati per essere soggetti attivi nella prevenzione e nella soluzione della conflittualità tra le coppie in crisi.
IACONA R., Se questi sono gli uomini. Italia 2012. La strage delle
donne, Chiarelettere, Milano 2012, pp. 256, € 13,90. 9788861903234
iornalista di Rai3, l’a. ha viaggiato per qualche mese per l’Italia per
G
raccogliere qualcuna delle storie di violenza che colpiscono le donne
in Italia (137 uccise dai loro compagni o ex nel 2011), e che sono finite sui
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EDB
gelo); «La famiglia e le nuove sfide della società contemporanea» (Sartori,
Donati, Pati, Ruscello, Butturini, Grandis, Landuzzi, Bernardi, Udali);
«La Costituzione italiana: progetto di convivenza civile» (Frau, Garavaglia, Zamagni, Onida, De Siervo, Sorge, Zagrebelsky, Naso, Paronetto,
Carlassare); «Essere italiani oggi. Per un’identità politica, culturale e religiosa» (card. Martino, Colombo, Ciotti, Corradini, De Giorgi, Delai, Costato, Crespi, Guerraggio, Feltrin, Vesti, De Rita).
soldato o schiave di guerra, baby prostitute o lavoratrici, spose bambine e
così via. «Se non ora, quando?», si chiedono organizzazioni non governative e associazioni che animano progetti di promozione umana al femminile. Conoscerli è il minimo.
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na raccolta di sei libretti in cofanetto
per raccontare in modo divertente
e stimolante gli episodi più importanti
della Sacra Scrittura. Ad accompagnare
i piccoli lettori in questo viaggio ci sarà
Beniamino, l’Angelo Bambino, che farà
da cornice a ogni singolo episodio, spiegando e illustrando il concetto principale con una filastrocca.
ibri del mese / schede
abbastanza impressionante vedere messi in fila, e forniti di volti e noÈ
mi, i dati relativi alla violenza sulle donne nel mondo attraverso femminicidi (aborti selettivi o forzati, infanticidi), matrimoni forzati, bambine
l volume aggiunge un nuovo tassello al
«Corso di teologia spirituale», analizzando il processo formativo alla vita spirituale in un’originale ottica francescana. I
contributi degli autori, provenienti da ambiti e discipline differenti, testimoniano
una sorprendente convergenza di temi e
prospettive.
«TEOLOGIA SPIRITUALE - SEZ. CORSO DI TEOLOGIA SPIRITUALE»
L
giornali. L’intenzione di denuncia è evidente e apprezzabile, ma forse non
avrebbe guastato – al di là dello scavo nella vita delle vittime – uno sviluppo maggiore dell’analisi del fenomeno.
MANCINI R., Dalla disperazione alla misericordia. Uscire insieme
dalla crisi globale, EDB, Bologna 2012, pp. 107, € 11,50. 9788810411407
queste pagine l’a., propone «una riflessione articolata dal fondo di una
Iabbiancondizione
di crisi e in vista di una guarigione, di un cambiamento che
la natura della conversione». Per arginare la paura e la disperazio-
«PICCOLI IN ASCOLTO»
6 voll. (pp. 20 cad.) - € 22,00
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ne che dimorano nella vita di molte persone, a motivo della crisi di dimensioni globali e della diffusa mentalità contraria al bene comune, diventa necessario individuare cambiamenti che consentano d’uscire dalla
crisi riconfigurando lo spazio sociale. In tale contesto, uno «specchio maieutico» viene offerto dalla misericordia, che non è solo virtù di benevolenza, ma strumento di liberazione in grado di fare emergere le istanze
della giustizia e la realtà della comunione, convertendo l’infelicità organizzata in una felicità condivisa.
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SARESELLA D., Cattolici a sinistra. Dal modernismo ai giorni nostri, Laterza, Roma – Bari 2012, pp. 285, € 22,00. 9788842097853
rienza è dunque possibile immaginare ulteriori sviluppi legislativi, un’ideale «Legge 181».
on è operazione facile ricostruire quella fetta di cattolicesimo che dalN
la fine dell’Ottocento a oggi è andata riconoscendosi nelle idee politiche della «sinistra». S. ne individua alcune: vi furono gli «assertori di
DETTI E., Piccoli lettori crescono. Come avvicinare bambini e ragazzi
alla lettura, Erickson, Trento 2012, pp. 134, € 14,50. 9788859000785
un’idea di Chiesa povera e vicina ai poveri»; altri, ritenendo possibile una
netta separazione della «sfera religiosa da quella politica» si pensarono al
contempo obbedienti alla Chiesa istituzionale e «insieme comunisti»; poi
vi furono i «cattolici moderati che (…) ipotizzarono collaborazioni politiche con la sinistra»; infine, altri ancora che «cercarono di adoperarsi affinché l’associazionismo cattolico abbandonasse la sua dimensione militante e spesso politica». Tutti furono accomunati dal dibattito attorno a
due temi: «l’unità politica dei cattolici» e il «confronto teorico tra marxismo e cristianesimo».
VATTA B., Legami mobili - Mobile ties. Famiglie migranti nello spazio europeo del Novecento - Migrant families in Twentieth-century Europe, Forum
editrice universitaria udinese, Udine 2012, pp. 156, € 18,00. 9788884207371
o
i tratta del 2 numero della collana «Quaderni di Ammer», l’Archivio
S
multimediale della memoria dell’emigrazione regionale, che raccoglie documenti, foto e interviste sull’emigrazione friulana nel Novecento. In questo
saggio – redatto in italiano e in inglese – si raccontano le storie di vita di tanti emigranti friulani, incentrandosi sul tema dei legami familiari e di come
questi si modellassero in conseguenza delle separazioni. Emergono sorprendentemente degli elementi di continuità con la realtà contemporanea, facendo addirittura ritenere un’esperienza episodica il modello, oggi mitizzato, della famiglia cosiddetta «tradizionale» degli anni Cinquanta e Sessanta.
Pedagogia, Psicologia
BANDURA A., Adolescenti e autoefficacia. Il ruolo delle credenze personali nello sviluppo individuale, Erickson, Trento 2012, pp. 84, € 10,00.
9788859000273
n questo breve saggio, Albert Bandura, uno dei padri fondatori della
psicologia cognitiva, spiega alcuni capisaldi della «teoria sociocognitiva
e dell’agentività», intesa come capacità del soggetto d’agire in modo intenzionale, programmato, autoregolato e consapevole all’interno del contesto ambientale e dei suoi mutamenti che considera come un’opportunità. In questo quadro è dunque fondamentale l’autoefficacia, ossia la capacità d’agire in modo efficace, e avere un’alta percezione delle proprie abilità, in particolare per gli adolescenti e le sfide che essi incontrano. Più che
«proteggere» è quindi importante «abilitare» i ragazzi.
I
BROCCOLI A., La comunicazione persuasiva. Retorica, etica, educazione, La scuola, Brescia 2012, pp. 221, € 15,50. 9788835028574
iversamente da quanto il titolo farebbe presagire, non si tratta delD
l’ennesimo prontuario sulla comunicazione cosiddetta «efficace», ma
di una riflessione teorica impegnativa sul problematico statuto epistemologico del linguaggio logico-matematico tradizionale, e sulla collegata rivalutazione della retorica, intesa come tecnica dell’argomentazione persuasiva. Ripercorrendo il pensiero di vari filosofi e teorici della comunicazione contemporanei, s’intende poi mostrare il legame utile e fecondo fra
retorica, etica ed educazione, stante nella possibilità di perseguire la responsabilità e la cooperazione nella comunicazione.
DE STEFANI R., TOMASI J., Psichiatria mia bella. Alla ricerca delle cure che
Basaglia sognava, Erickson, Trento 2012, pp. 141, € 14,00. 9788859000211
alla promulgazione della Legge Basaglia – L. 180/1978 – il Servizio
sanitario nazionale ha dovuto prendersi cura dei pazienti psichiatrici
direttamente sui territori. Questo libro ci racconta, attraverso 11 storie
personali, l’esperienza sviluppata a Trento negli anni ideando un innovativo approccio chiamato «fareassieme», che ha riscosso crescenti apprezzamenti in Italia e all’estero. Esso non cura i malati psichiatrici in isolamento bensì coinvolge anche le persone circostanti, a partire dai familiari,
considerando entrambi dei soggetti competenti. A partire da questa espe-
D
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i diceva un tempo non troppo lontano che «il gusto per la lettura non si
S
può insegnare, ma si possono creare le condizioni affinché si possa sviluppare», afferma l’a. esperto sulle problematiche della lettura e dei nuovi mezzi
di comunicazione. Tuttavia «grazie a una serie di ricerche, oggi si sa che nella vita ha maggiori possibilità di diventare buon lettore chi: 1. ha un più alto
livello d’istruzione (…); 2. ha avuto genitori o adulti che gli hanno letto ad alta voce libri fin dalla prima infanzia; 3. ha avuto la possibilità di prendere fin
dalla nascita confidenza con i libri (…); 4. ha respirato in famiglia un’atmosfera ricca di stimoli (…); 5. ha avuto una scuola che non si è preoccupata solo di presentare la lettura come dovere ma anche come piacere; 6. vive una
vita partecipata e attiva (…) e sviluppa comportamenti di consumo diversificati verso gli altri media, i cosiddetti «nemici» del libro: dalla TV al computer, al telefonino, ai fumetti, ai videogiochi». Da leggere!
NEGRI M., Lo spazio della pagina, l’esperienza del lettore. Per
uan didattica della letteratura nella scuola primaria, Erickson, Gardolo (TN)
2012, pp. 271, € 22,00. 9788861375208
s’incentra sul rapporto fra il testo scritto, oggetto materiale, e i bamIdallelbini,vol.immagini.
esplorando i percorsi immaginativi e creativi innescati dalle parole e
Viene qui infatti raccontata una ricerca condotta su classi del
2o ciclo della scuola primaria e strutturatasi dapprima nella somministrazione
ai bambini di questionari aperti e, in seguito, in un’esperienza di lettura e scrittura collettiva. I risultati sono stati per certi aspetti inattesi e hanno indicato
piste per la didattica della letteratura che insistano sul piacere e la libertà del
leggere, senza mirare alla ricerca dell’interpretazione «corretta».
SCATAGLINI C., Il sostegno è un caos calmo. E io non cambio mestiere,
Erickson, Trento 2012, pp. 110, € 13,00. 9788859000242
uello dell’insegnante di sostegno è un mestiere pieno di difficoltà e
Q
contraddizioni, ma anche di profonde soddisfazioni, in cui «niente è
uguale due volte di seguito». Questo ci testimonia l’a., che esercita questa
professione da 20 anni. Il racconto di episodi reali diventa un percorso per
affrontare i tanti fattori che entrano in gioco nel mestiere: dal rapporto con
gli alunni diversamente abili a quello coi compagni, i colleghi, i dirigenti
scolastici, i genitori. Nonostante alcune importanti lacune della scuola
pubblica a livello istituzionale, essa ha avuto il merito di aver fatto proprio
il paradigma dell’integrazione di tutti gli alunni.
ALBRECHT-SCHAFFER A., HAGL P., Bambini, in scena! 22 sceneggiature e giochi teatrali per la scuola dell’infanzia e primaria, Erickson, Gardolo (TN) 2012, pp. 106, € 18,50. 9788861379978
CODURI L., Educare il bambino con disabilità. Volume 3. Autonomia, relazioni e sessualità, Erickson, Gardolo (TN) 2012, pp. 250, € 18,00.
9788861379954
NERI M., Edith nel Paese degli spaventapasseri. Le avventure della
sorellina di Alice, Erickson, Trento 2012, pp. 225, € 15,00. 9788859000051
SASSÉ M., Pronti, attenti, via! Giochi per il corpo e per la mente, Erickson, Gardolo (TN) 2012, pp. 160, € 18,00. 9788861379916
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GONZÁLEZ FAUS J.I., I poveri vicari di Cristo. Testi della teologia e della
spiritualità cristiana. Antologia commentata, EDB, Bologna 22012, pp. 640,
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KASPER W., Il Vangelo di Gesù Cristo, Queriniana, Brescia 22012,
pp. 311, € 28,00. 9788839904614
SCHATZ K., Storia dei Concili. La Chiesa nei suoi punti focali, EDB,
Bologna 32012, pp. 351, € 18,00. 9788810215203
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FRAGMENTOS
DI AMERICA
LATINA. MARTIRI,
PROFETI E CHIESE
A RISCHIO,
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pp. 192, € 16.
9788810140703
I
n un panorama editoriale, anche cattolico,
sempre più restio a dar conto del cammino
della Chiesa latinoamericana, il libro di Francesco Strazzari giunge quanto mai opportuno.
Non solo, infatti, il volumetto contribuisce a
colmare un vuoto d’informazione, ma soprattutto offre una chiave di lettura – forse non
esaustiva, ma certamente rilevante – per comprendere le dinamiche ecclesiali di quel continente negli ultimi 30 anni: quella del conflitto
tra «due linee pastorali: una che ascolta e vive
accanto alla comunità locale, costituita dai poveri di Dio, sofferenti e indifesi, l’altra che si alimenta a modelli di potere, a collateralismi politici, a movimenti autoreferenziali, che privilegiano la massa e il formalismo rispetto alla verità e alla coscienza della persona».
Con uno stile godibile e vigoroso, Fragmentos di America Latina ripercorre l’epoca
che va dall’inizio degli anni Ottanta del secolo
scorso fino ai giorni nostri, attraverso una serie
di istantanee proposte con diversi registri narrativi (reportage, interviste, approfondimenti
ecc.) su momenti ed eventi effettivamente risultati decisivi (il «caso Boff», la IV Conferenza
generale dell’episcopato latinoamericano di
Santo Domingo, la rivolta indigena nel Chiapas,
la visita di Giovanni Paolo II a Cuba ecc.) per la
Chiesa cattolica continentale.
L’autore, inviato de Il Regno, alterna incontri con personalità, ricostruzioni storiche e
cronache di vicende ecclesiali, cucendo fatti e
personaggi non solo con grande competenza e
«dal di dentro», ma soprattutto senza nascondersi dietro a finti irenismi e senza glissare su
questioni scomode.
Così, per esempio, dedica l’intervista a
mons. Samuel Ruiz, vescovo di San Cristobal de
Las Casas che si è conquistato una fama mondiale per la mediazione sui generis svolta tra il
governo e l’Esercito zapatista di liberazione
nazionale dopo l’insurrezione del 1994, non al
conflitto politico e militare, ma alla costruzione in diocesi di una Chiesa autoctona: un
tema meno noto, ma sul quale si gioca una
delle sfide più significative per la Chiesa cattolica del futuro, quella di coniugare nella propria configurazione e strutturazione universalità e specificità locale, unità e pluralità o
diversità.
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E che pure l’ambito ecclesiale sia attraversato da conflitti, Strazzari non solo non lo nasconde, ma lo esplicita con realismo, affrancandosi dalla reticenza tipica di parte della
pubblicistica cattolica, come nella presentazione del caso del vicariato apostolico di Sucumbíos, esploso nel 2011 per la sostituzione
del carmelitano mons. Gonzalo Lopez Marañon con mons. Rafael Ibarguren, degli Araldi del
Vangelo, e tuttora irrisolto. Il suo è uno sguardo
informato e teso all’obiettività, ma non neutrale, e ciò non per pregiudizio ideologico od
opzione politica, ma per istintiva sintonia e solidarietà con quanti hanno scelto di scommettere – e a volte perdere – la vita per testimoniare il Dio dei poveri.
Di qui l’«emozione» dell’incontro con p.
Jon Sobrino, il gesuita sopravvissuto, solo perché all’estero, alla strage di sei confratelli e
due donne dell’Università centroamericana di
San Salvador per mano dei militari nel 1989; o
la simpatia che sprigiona la conversazione con
dom Tomás Balduino, vescovo emerito di Goiás, in Brasile, fondatore del Consiglio indigenista missionario; o la lucida preoccupazione
che emerge dall’articolata intervista a mons.
Victor Corral, erede a Riobamba, in Ecuador,
dell’incompreso mons. Leonidas Proaño, e di
cui a sua volta Roma aveva accettato le dimissioni il giorno stesso del compimento dei 75
anni.
Davvero fresco risulta il racconto di dom
Josè Maria Pires, vescovo ultranovantenne di
Paraiba e padre conciliare, sul Vaticano II, scorrendo tra memoria e futuro, con l’aneddotica
di episodi curiosi nelle udienze di Giovanni
XXIII ai vescovi brasiliani e la proposta di riforme, nello spirito del Concilio, per rendere
effettiva la collegialità episcopale, ridurre almeno la differenza di trattamento tra uomo e
donna nella Chiesa, mettere tutte le comunità
cristiane in condizione di celebrare l’eucaristia
anche a costo di rivedere la legge del celibato
presbiterale.
Al centro del libro, infine, spiccano i quattro capitoli dedicati alla Chiesa del Perù, con
particolare attenzione per la presenza e l’azione
del Sodalizio di vita cristiana, un movimento
ecclesiale nato in quel paese negli anni Settanta
in contrapposizione alla teologia della liberazione e simile ai Legionari di Cristo; nelle stesse
pagine Strazzari pennella il ritratto della discussa figura del card. Juan Luis Cipriani Thorne,
arcivescovo di Lima e membro dell’Opus Dei,
tornato recentemente alla ribalta per lo scontro con la Pontificia università cattolica del
Perù (cf. Regno-att. 6,2012,197), conclusosi con
la proibizione a quest’ultima, da parte della
Santa Sede, dell’utilizzo del titolo di «pontificia» e di «cattolica» (decreto della Segreteria di
stato dell’11.7.2012).
Mauro Castagnaro
P. DE BENEDETTI,
M. GIULIANI,
PORTARE
IL SALUTO.
I significati
dello Shalom,
Morcelliana,
Brescia 2012, pp. 82,
€ 10,00.
978883722594
P
arte vitale della relazione, il saluto è
un’esperienza universale e attinente all’essenza stessa dell’uomo, «i saluti sono
specie di credenziali con cui ci si accredita
presso qualcuno, che li ascolta compiaciuto,
che s’aspetta di essere riverito e accolto, anche se in realtà è il suo ascolto attento e
comprensivo che accoglie non tanto il saluto in sé, ma il latore di quel saluto, l’ambasciatore del messaggio che il saluto, in vari
modi veicola».
Interessante questo libro di Paolo De Benedetti e Massimo Giuliani su un gesto quotidiano, un piccolo rito spesso compiuto automaticamente, che connota tutte le nostre
giornate e che veramente potremmo definire
centrale nel rapporto con l’altro: il saluto è «il
primo e più elementare segno di riconoscimento di un legame e di una connessione»,
evidentemente preesistenti al saluto stesso,
ma che tuttavia il saluto rende meritori di attenzione.
La prima parte di questo lavoro è dedicata ai lineamenti per una fenomenologia
del saluto con le pagine di Massimo Giuliani
che propone una analisi dettagliata della presenza stratificata del saluto all’interno della
nostra esistenza, a partire dal suo ruolo nella
conoscenza dell’altro. Muovendo dalle etimologie della parola, l’excursus tocca poi diversi aspetti: dal portare il saluto al toglierlo,
dal suo essere una mitzvà al cogliere gli elementi di un «penultimo» e «ultimo saluto»
che ne sanciscono inequivocabilmente l’essenza relazionale.
Ogni saluto è una berakhà, al pari della
preghiera del mattino che a ogni risveglio recita il pio israelita, inaugura di nuovo un
aspetto del nostro essere vivi e attivi «ogni
saluto è una benedizione su chi sta per entrare di nuovo nel nostro mondo» (16).
Tra i vari aspetti esaminati dall’autore, direi che vale soffermarsi sul portare il saluto di
altri e sul togliere il saluto. Quante volte ci è
capitato di portare a qualcuno che riteniamo
a noi vicino, caro, importante, il saluto di un
altro per il quale nutriamo gli stessi sentimenti? Giuliani afferma qui che sebbene il vicario abbia una posizione subalterna rispetto
a colui del quale porta il saluto, il suo potere
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nel modellare il messaggio è assoluto, gli è
dato di colmare uno spazio, quello tra il «mittente» e il «destinatario» e la riuscita di questo dipende dalla scelta delle parole che
userà, così come dal loro tono vocale.
Anche Dio parla al suo popolo mandando il «saluto» attraverso suoi messaggeri,
i profeti, che fedelmente riferiscono, «ma
che non scompaiono affatto nella loro missione; al contrario diventano spesso parte
integrante del saluto stesso, del messaggio e
della missiva di cui sono incaricati» (21).
Altrettanto significativo mi sembra il togliere il saluto, che incarna meglio di ogni altro gesto il voler rompere, o interrompere,
una relazione: significa voler negare tutto
quel già esistente, vissuto, che il saluto ripristina ogni volta ab origine. Togliendo il saluto
agiamo seguendo un giudizio di merito,
spesso equivalente a una condanna; è come
se dicessimo all’altro: «tu non sei degno del
mio riconoscerti pari a me, legato a me e
come me interconnesso da multipli legami
sociali. Non salutandoti, con intenzione e in
modo palese (…) il tu (…) viene spodestato
dalla dignità (…) viene ucciso» (42).
Allorché decidiamo, perché si tratta di un
gesto di volontà deliberata, di togliere il saluto al nostro prossimo, facciamo un gesto
anche contro noi stessi, attestando che abbiamo fallito «come esseri relazionali, che
abbiamo rinunciato a concepirci in termini
davvero umani e abbiamo ceduto al sostituto
di ogni dialogo: il silenzio violento, la mano
alzata per colpire nella forma della parola interrotta» (44).
Nella seconda parte del testo, Paolo De
Benedetti si sofferma sullo shalom come saluto messianico. La sua prima osservazione è
che spesso diamo della pace una definizione
negativa e passiva: «fare la pace» sta per
smettere di fare la guerra, di litigare, ma è una
visione limitata, povera, che guardando nella
tradizione biblica e rabbinica dello shalom
ebraico può essere riformata, ampliata, riletta in una luce nuova.
All’interno della Scrittura la parola shalom denota una ampia serie di nozioni – benessere, salute, completezza, fortuna – che
spesso indicano aspetti materiali più che spirituali. Il termine può essere legato all’andare
in pace (cf. Gen 26,29), all’essere sepolto in
pace (cf. Gen 15,15), al presentarsi come
«messi di pace» (Is 33,7), si trova addirittura
una pace degli empi, così come esiste naturalmente quell’accezione negativa di pace
come assenza o contrario di guerra (cf. Qo
3,8). Non mancano neppure riferimenti allo
shalom con un senso teologico, nei riguardi
di Dio, mai però, sostiene un altro studioso,
nella Bibbia lo shalom indica «pace interiore».
È certamente di rilievo che alcune volte
in luogo della parola shalom o insieme con
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questa appare la parola zedaqà, che potremmo tradurre con «giustizia». De Benedetti sostiene che si potrebbe dire «che la zedaqà la fa l’uomo, lo shalom lo fa Dio (…) e
che se l’uomo non fa zedaqà, Dio non fa
shalom» (69).
Se lo shalom viene da Dio (ciò che sembra addentrandosi come fa l’autore anche
nel pensiero rabbinico), dobbiamo forse limitarci ad aspettare che venga? – ci si chiede.
«La risposta è nel Salmo 122,6: “Chiedete shalom per Gerusalemme”. Bisogna pregare per
lo shalom, bisogna predisporsi allo shalom»
(74).
L’uomo in sé non è capace di fare shalom, ma può e deve essere imitatore di Dio
che fa shalom. Come? Parlando di pace, sebbene non sempre coincida con l’essere operatori di pace, «il discorso di pace, soprattutto
se è fatto da una persona pacifica, trova orecchi – e forse cuori – ben disposti» (78). Così,
lo shalom dato all’uomo da Dio verrà a lui restituito, «non nell’accezione del talento non
fruttato ma nel senso che Dio ha bisogno di
essere “pacificato” dai “pacifici”» (79).
Consiglierei di leggere questo libro ai cercatori di pace, a coloro che vivono nell’assenza di concordia, per aver tolto il saluto o
essere oggetto di tale privazione; suggerirei di
guardare ai sensi dello shalom nella Scrittura
alla ricerca dei suoi molti aspetti e vorrei raccomandare di leggere queste pagine in abbinamento a un altro piccolo testo altrettanto
denso, Silenzi di Sabino Chialà (Qiqajon, Magnano [BI] 2010), per capire come a rispondere della relazione con l’altro siamo chiamati
noi uomini ogni giorno, a partire dai gesti
apparentemente più semplici della nostra
vita quotidiana.
fine degli anni Settanta. Si tratta, in particolare de La vispa Teresa (fondata nel 1947
dai coniugi Pierotti Cei, edito dalla DEA e
destinata a bambine), Primavera (fondata
nel gennaio 1950 dalle Figlie di Maria ausiliatrice, diretta a giovani tra gli 11 e i 18 anni
e dal 1979 al 2000, anno in cui termina le
pubblicazioni, indirizzata a entrambi i sessi)
e di Così (fondata nel Natale 1955 dalle Figlie di San Paolo, per adolescenti). Si aggiunge Il Giornalino (edito sempre da San
Paolo) che, pur essendo rivolto a un pubblico di entrambi i sessi, aveva rubriche per
bambine.
L’indagine evidenzia come la difesa e la
promozione dei principi cattolici venissero
operate dalle testate in modi riconducibili
ai diversi ambienti cattolici di cui erano
espressione. La più rigida nella preservazione delle posizioni tradizionali sembra essere Primavera, che sin dall’inizio si era
proposta di formare nelle lettrici «caratteri
forti», per opporsi alla secolarizzazione
della società. Soltanto dalla metà degli anni
Settanta cominciò a veicolare una visione
più moderna della donna, anche attraverso
un dialogo attivo con le lettrici.
Le altre riviste si differenziano da Pri-
A CURA DI LUIGI GUGLIELMONI
FAUSTO NEGRI
«Un altro
vedere»
Lorena Spaziani
Don Primo Mazzolari e la fede
PREFAZIONE DI MONS. VINCENZO PAGLIA
I. MATTIONI,
DA GRANDE
FARÒ LA SANTA.
Modelli etici
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nella stampa
cattolica femminile
per l’infanzia
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Prefazione
di Edoardo Bressan,
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L
a fede, per don Primo, era al tempo
stesso adesione piena al vangelo e
inquietudine di fronte al mistero. Uno
stile che ha portato il parroco di Bozzolo
a non accontentarsi mai di soluzioni
«addomesticate», ma a mettersi in cammino alla ricerca di quel Dio che è sempre più grande dei progetti umani.
I
l volume mette a fuoco valori e modelli
di comportamento veicolati a bambine
e giovani da alcune riviste cattoliche a
esse dirette tra il secondo dopoguerra e la
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ibri del mese / segnalazioni
mavera nel modo d’affrontare i problemi,
più colloquiale o più problematico. Ma i
contenuti di fondo restavano largamente
condivisi. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta,
tutte appaiono dirette a plasmare nelle
bambine e nelle giovani comportamenti
cristiani che dovevano, oltre che garantire
la personale salvezza spirituale, prepararle
al ruolo di mogli e madri ed edificare gli
adulti con i quali venivano a contatto.
L’«angelo del focolare» doveva infatti –
se necessario – correggere i comportamenti
del marito in senso cristiano. E questa configurazione del ruolo sociale della donna
sottendeva l’idea – di più lontana origine nel
cattolicesimo – secondo cui il cristiano (cattolico) era anche il miglior cittadino. Ma dall’assolvimento dei compiti da esso implicati
ci si attendevano, nella contrapposizione tra
cattolici e comunisti del secondo dopoguerra, ricadute più specifiche: orientare
marito e figli verso comportamenti cristiani
doveva rafforzare il fronte dei primi contro
quello dei secondi. Il voto delle donne, del
resto, era stato favorito dallo stesso Pio XII
in funzione anticomunista.
Nell’analisi della Mattioni, sino alla fine
degli anni Sessanta il profilo di donna
ideale di matrice cattolica aveva diversi
tratti in comune con quello di matrice
«borghese». Comune risulta, ad esempio,
l’idea che la donna potesse lavorare solo se
ciò non ostacolava il pieno assolvimento
dei compiti familiari. Di questo dato di
mentalità, e del suo cambiamento a partire
dal Sessantotto nella società e – sia pure
con maggiore lentezza e con numerosi distinguo – nella cultura cattolica, il volume
evidenzia i riflessi sul piano giuridico e legislativo.
L’oggetto dell’indagine condotta è d’indubbio interesse, investendo un ambito di
ricerca ancora poco frequentato. L’attenzione prevalente dell’autrice per questioni
di carattere pedagogico e sociologico appare tuttavia ridimensionare il contributo
conoscitivo che dalla ricerca sarebbe potuto venire sul piano storico attraverso un
più ampio ricorso alla bibliografia storiografica contemporaneistica sia di carattere
generale sia di ambito storico-religioso –
come ad esempio E. ASQUER , M. CASALINI, A.
DI BIAGIO, P. GINSBORG (a cura di), Famiglie
del Novecento. Conflitti, culture e relazioni, Carocci, Roma 2010 e P. MAZZOLARI, La
Chiesa del Novecento e l’universo femminile, a cura di G. Vecchio, Morcelliana, Brescia 2006 – che avrebbe consentito di
contestualizzare ed esaminare con maggiore profondità almeno alcuni dei numerosi problemi affrontati.
Maria Paiano
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R. STELLA,
EROS, CYBERSEX,
NEOPORN.
Nuovi scenari
e nuovi usi in rete,
Franco Angeli,
Milano 2011,
pp. 208, € 24,00.
9788856840056
D
icono i dati che ben più della metà del
traffico Internet, monitorato a livello
mondiale, nonché un quarto delle ricerche effettuate tramite Google e gli altri
«motori», hanno come oggetto materiali (foto, video, scritti) di natura pornografica. Difficile dunque dubitare che il web stia contribuendo significativamente a quel fenomeno
di pornografizzazione dell’intera comunicazione di massa che è a tal punto avanzato da
aver investito di sé, proprio negli scorsi giorni,
perfino un funerale cristiano, quello del notissimo industriale italiano della pornografia,
Riccardo Schicchi.
È appunto della «pornografizzazione», e
del ruolo assunto in essa dal web, che si occupa questo saggio del sociologo Riccardo
Stella. Egli torna così a fare della pornografia
oggetto di uno studio scientifico dopo vent’anni dall’aver pubblicato, sempre presso
Franco Angeli, L’osceno di massa (1991); e lo fa
partendo dal presupposto che indagarla in
quanto fenomeno, e fenomeno collettivo,
vada distinto dall’analizzarne gli aspetti che ne
fanno un problema (74-75). Senza per questo
pretendere per la propria ricerca uno statuto
di «terzietà» che questo oggetto non consente; piuttosto proponendo sin dall’inizio, e
argomentando lungo l’intero volume, la chiave
di lettura dell’«ambivalenza», che riguarda
tanto il consumo e la produzione di pornografia «al tempo della rete», quanto la condanna e il disgusto che essa può suscitare (17).
Spiega l’a. nella prima parte, su cui mi soffermerò maggiormente, che il termine «pornografizzazione» identifica in prima battuta
«il processo che negli ultimi anni», in virtù
dell’accesso facile, illimitato e riservato consentito da Internet, «ha contraddistinto la
diffusione e la penetrazione sociale della pornografia» (21); ma aggiunge che la massificazione dell’hard-core ha invaso tutte le culture
visive e le pratiche mediali, così che, in senso
estensivo, si può definire tale «l’esposizione
apparentemente incontenibile che i media
fanno, non solo del sesso, ma di tutto ciò che
dovrebbe rimanere celato dietro a veli di pudore personale o collettivo» (24). Qualcosa su
cui, pensando ai media italiani, non credo ci
sia bisogno di offrire esempi.
Si può poi parlare di pornografizzazione
anche in riferimento al «sovrapporsi di codici, più o meno esplicitamente hard, con
settori della comunicazione e dell’arte che li
reinterpretano secondo i propri canoni
espressivi» (27), come accade in particolare
nel cinema, ma anche nella pubblicità e persino nell’informazione. Di qui, ancora estendendo il concetto, Stella evidenzia una sorta
di «secolarizzazione dell’hard-core», conseguente al fatto che «il mainstream dei media tradizionali è ormai segnato da stili e linguaggi», quelli della «spettacolarizzazione
del mondo», che hanno consentito anche
(non solo) alla pornografia di «accreditarsi e
rivendicare un ruolo esterno al proprio
ghetto» (32-36).
Dopo aver ripercorso, ancora nella prima
parte, la storia della letteratura specialistica
sulla pornografia e quella dell’evoluzione
tecnologica dell’hard-core fino a Internet,
che contiene, riciclato in digitale, «tutto
l’universo del porno» che l’ha preceduto, il
vol. passa – nella seconda parte – ad analizzare la più recente «novità» che Internet ha
portato con sé in ordine alla pornografia,
ovvero la produzione amatoriale, spontanea
e dilettantistica di video pornografici, con la
conseguente intercambiabilità tra produttori e consumatori che di per sé caratterizza
ormai l’intero sistema della comunicazione
digitale. Nella terza parte, infine, alla luce anche dei risultati di alcune verifiche empiriche
che lo stesso web ha reso possibili in termini
prima impensabili (137-168), il vol. analizza
qualche «modello di consumo» pornografico.
È a maggior ragione in questi altri ambiti,
più empirici, della ricerca che la chiave
dell’«ambivalenza», proposta all’inizio, si ripropone come la più adatta per affrontare il
fenomeno. Raccogliendo sotto la definizione di Neoporn l’insieme delle modificazione prodotte sulla pornografia da Internet
proprio attraverso il prevalere dell’«amatoriale» sul «professionale», Stella ne descrive,
dettagliatamente, i caratteri salienti, mettendo l’accento soprattutto su un dato: pur
conforme alla prevalente domanda «maschile», esso presenta una «presa di parola»
dei «perversi polimorfi» tanto vasta e articolata quale mai si era offerta all’osservazione e allo studio (cf. 100-109): tanto che,
con i suoi rischi e pericoli (cf. 114-126), il Neoporn costituisce «un intenso, ampio, immaginifico universo di pratiche e di desideri di
condivisione che ha cambiato definitivamente la pornografia, sin nella sua struttura
economica, e che non è detto non riesca a
cambiare anche la relazione di alcuni di noi
col sesso» (134).
Guido Mocellin
CCXVI
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ROFILO
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Pier Cesare Bori
(1937-2012)
Imago Dei
La ricomposizione possibile di una vita ricca e tumultuosa
È
difficile proporre un ricordo originale di Pier
Cesare Bori. Lo è per molti motivi, uno dei
quali è che lui stesso, in due occasioni, ha
scritto ampiamente di sé: una prima volta in
maniera più indiretta, una seconda in modo
diretto. Si tratta di Incipit. Cinquant’anni cinquanta libri (1953-2003) (Marietti, GenovaMilano 2005) e dell’estremo CV 1937-2012 (il
Mulino, Bologna 2012), testo scritto negli ultimi mesi di
vita, fra una chemio e l’altra, e uscito postumo poche settimane dopo la morte dell’autore avvenuta il 4 novembre. In quei due libri sembra esserci tutto, senza che ciò
ci consenta di circoscrivere la singolarità di questa figura;
anzi dalla loro lettura essa viene rafforzata e consegnata
a una specie di inafferrabilità. Si tratta, comunque, di due
testi-documento imprescindibili per tutti coloro che desiderano capire qualcosa di lui.
La vita come relazione
Bori, per molteplici aspetti, fu un «cittadino del
mondo» nel senso classico del termine; lo fu per le
tante lingue e le tante culture studiate, lo fu per i numerosi luoghi europei, americani, nordafricani e asiatici in cui soggiornò nel suo inesausto indagare, lo fu
per un desiderio di universalità cercato attraverso
una pluralità di vie,1 lo fu anche per le critiche mosse
alla «incolta monocultura» italiana da lui definita
«cattolica-miscredente». La sua morte, però, è tragicamente imputabile alla sua terra d’origine, Casale
Monferrato. Per vari decenni nel suo corpo si annidò
un frammento della «mala polvere». La microscopica
particella di amianto alla fine chiese il conto e fu inesorabile nel riscuoterlo. La constatazione ci sbigottisce perché induce a pensare a quanti decessi ci
potrebbero ancora essere: se nel Monferrato si muore
ancora di eternit, che ne sarà a Taranto? Nel caso di
Bori vi è il fattore, che vale per lui come per tutti, legato alla costrizione di essere figli della propria terra.
Un non amputabile cordone ombelicale ci connette
alle nostre origini. Molte sono le sue filiazioni, comprese quelle (a volte terribili) insite in una memoria
biologica, filogenetica, ontogenetica o ambientale
che sia.
Per quale motivo Bori volle scrivere di sé? La domanda non è irrispettosa perché lui stesso la riporta all’inizio del suo ultimo libro, contraddistinto dal titolo
ironico verso di sé e affettuoso verso i giovani di CV.
Perché stendere un curriculum vitae indirizzato non già
al futuro dell’attività lavorativa, ma al passato-futuro
di ricordi da trasmettere? Un cenno di risposta lo si
trova dentro una parentesi (luogo in se stesso simbolico); là Bori replica a una giovanile perplessità relativa
al tanto «io» presente nelle sue pagine. Lo fa in modo
allusivo, servendosi di un verbo al condizionale: «La
risposta sarebbe in una direzione a cui solo accenno:
che la vita è un insieme di relazioni, qui l’io è solo inizio e invito a inoltrarvisi».2 Le pagine successive lo
avrebbero mostrato in svariate maniere, compresi i
molti nomi di persona e le molte lettere spedite o ricevute ivi riportate.3 Relazioni, appunto.
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Pier Cesare Bori
ROFILO
E io? Io ero spaccato
La sollecitazione esterna, in realtà, non era che
un’eco di una domanda interna posta già all’inizio di
Incipit: «E io? E le mie cose? E poi? Poi invece ho parlato a me stesso e ho ricordato l’insegnamento antico
e diffuso: quanto più aprirai la mano e lascerai andare tutto quel che sei o ti appartiene, tanto più ti troverai connesso alla vita, agli altri. Tanto più resterai
con loro».4 Siamo solo sulla soglia, eppure lo sguardo
gettato è sufficiente ad affermare che le inquietudini
avvertite da ognuno di noi sono state pienamente assunte da Bori al fine di trasformarle in stimoli di ricerca e, ancor di più, in occasioni per costruire
relazioni interumane. Tutto ciò non è altro che etica.
Un’antica domanda ebraica si chiedeva se fosse più
grande lo studio o la pratica.
I pareri furono a lungo discordanti, infine si trovò
un accordo affermando che era più grande lo studio
perché porta alla pratica. Potrebbe essere un detto capace di riassumere la vita di Pier Cesare. Un titolo di
una sua opera, per così dire programmatica, lo evoca
chiaramente: Per un consenso etico tra culture (Marietti, Genova 21995).
Se si passa attraverso l’elencazione delle tappe del
CV il disorientamento sembra inevitabile. Il curriculum più che ricco appare tumultuoso. Basta esporne
alcuni degli snodi principali per restare, sulle prime,
sconcertati: dopo l’infanzia e l’adolescenza, l’approdo
agli studi giuridici sulla scia del padre, l’impegno nella
FUCI, la vocazione sacerdotale, la laurea in giurisprudenza, l’inizio degli studi teologici a Roma (il
Lombardo, ma anche il Russicum), l’ordinazione, il
Biblico, ma anche le prime «esperienze pastorali», la
costruzione di una comunità sacerdotal-laicale nel
clima dell’immediato post-concilio, una possibile suggestione monastica, l’insofferenza per l’istituzione e
l’incontro con Elena, la richiesta di riduzione allo
stato laicale, il matrimonio e la nascita di tre figli, l’approdo all’Istituto per le scienze religiose di Bologna
(ritrovato nella parte finale della vita dopo un distacco
ventennale), la carriera universitaria, i poli di interesse
che lo portarono, nel tempo, verso la Russia, il Maghreb e la Cina e alle rispettive lingue, la psicoanalisi
praticata come paziente e indagata come studioso,
l’impegno come dirigente di Amnesty International,
l’approdo alla Società degli Amici (quaccheri) a cui si
affiancò, in seguito, una pratica meditativa di ispirazione più orientale (vipassana), i viaggi e i soggiorni
di studio in vari angoli del pianeta, i libri, i convegni
e i seminari, ma pure un lungo lavoro culturale nelle
carceri, l’interesse profondo per Pico della Mirandola
e per l’homo come imago Dei,5 la continua vicinanza
ai giovani e la grande quantità di relazioni umane instaurate.
In tutte queste svolte si avverte, però, la presenza
di un filo che unisce quanto sembrava destinato a
un’inevitabile dispersione.
Se teoricamente Bori pensò all’universalismo
come molteplicità di vie, nella pratica della sua vita
affermò l’unità non semplicemente attraverso la plu-
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ralità ma anche nella spaccatura. Non oseremmo affermarlo se non fosse lui stesso a dirlo: «Come già accennavo la spaccatura aveva marcato tutta la mia vita,
che sembrava tutta vanamente impegnata a colmarla.
Ero “spaccato” (…). Cristianesimo, ebraismo, islam,
buddhismo: mistica o mondanità, monachesimo o laicità, cattolicesimo umanista ed essenzialità quacchera, rinuncia alla bellezza e via della bellezza.
Tante possibilità che si delineano anche in volti di
amici così diversi tra loro, pure tutti affabili. Preghiera
o meditazione. Ecco, volevo dire che intravedo adesso
– nell’unità della mia vita concreta e nella connessione di questa con tutte le altre vite – una ricomposizione possibile. Forse è giusto che la si intraveda solo
ora, verso il termine, mentre in itinere le divisioni restano, e del resto chissà quali prove e tentazioni mi e
ci attendono ancora. Ma è importante indicare che
questa unità è possibile, indicare una direzione».6
L’amicizia concorde
La fiducia profonda nella luce che illumina ogni
essere umano e nell’imago Dei in lui impressa si riflette
nelle parole conclusive di CV (poste subito dopo quelle
ora citate): «È possibile – dico ancora questo, che è
vitalmente importante – imparare a vivere nella tranquilla e continua transizione dall’invocazione per tutto
quello che non siamo e non abbiamo ancora (Luca
10,13)7 alla contemplazione in cui, ben saldi nell’imago
Dei, guardiamo consapevoli, sorridendo, al trascorrere della figura di questo mondo».8
Poi vi sarà l’approdo ultimo. Lo si può indicare
con parole di Pico da cui Pier Cesare dichiara di sentirsi sempre interiormente mosso: «È questa la santissima pace, l’unione inseparabile, l’amicizia concorde,
per cui tutte le anime in quell’unica mente che è al di
sopra di ogni mente, non solo si accordano, ma, in un
certo modo ineffabile, si fondano intimamente in una
sola».9
Piero Stefani
1
Cf. P.C. BORI, Universalismo come pluralità di vie, Marietti
1820, Genova 2004. Una Bibliografia completa delle sue opere si
trova in appendice a P.C. BORI, CV 1937-2012, il Mulino, Bologna
2012, 155-165.
2
BORI, CV, 8.
3
Presso la Fondazione per le scienze religiose di Bologna si
trova il fondo Bori, che conserva una documentazione scritta a iniziare dal 1953. Essa comprende migliaia di lettere, prime redazioni di lavori e ricerche varie, documenti personali, due diari
giovanili, un diario di lavoro a partire dal 1989, alcune migliaia di
foto.
4
BORI, Incipit, 12
5
Cf. A. MELLONI, R. SACCENTI (a cura), In the Image of God.
Foundations and Objections within the Discourse on Human Dignity. Proceedings of the Colloquium at Bologna and Rossena (July
2009) in Honour of Pier Cesare Bori, Lit Verlag, Berlin 2010.
6
BORI, CV, 151-152.
7
«Guai a te, Corazìn, guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e
a Sidone fossero avvenuti i prodigi che avvennero in mezzo a voi,
già da tempo, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero
convertite».
8
BORI, CV, 152.
9
Citazione di PICO DELLA MIRANDOLA in BORI, CV, 143.
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diario ecumenico
NOVEMBRE
Italia – Evangelici e battisti. Dal 1° al 4 novembre si svolge
a Roma e a Pomezia la XVI Assemblea della Federazione delle Chiese
evangeliche in Italia (FCEI), sul tema «Si spezzino le catene della malvagità (Is 58,6)». Essa riconferma per un triennio il pastore Massimo
Aquilante alla presidenza dell’organismo interdenominazionale che
in Italia raggruppa le Chiese protestanti storiche. Viene approvato un
documento su Gli evangelici nello spazio pubblico (cf. Regno-att.
20,2012,662). L’Unione cristiana evangelica battista d’Italia (UCEBI),
che tiene a Chianciano Terme dal 22 al 25 novembre la sua XLII Assemblea col motto «L’ora del grano» (un riferimento alla parabola
evangelica del seme che cresce da sé), riconferma alla presidenza
del proprio Comitato esecutivo il pastore Raffaele Volpe e approva
il nuovo regolamento che recepisce la modifica dell’Intesa con lo
stato italiano approvata dal Parlamento a luglio. Dal 2013 l’UCEBI sarà
tra le confessioni e religioni finanziate dallo stato, ma solo per finalità umanitarie, sociali e culturali, e avrà accesso alla ripartizione della
quota dell’8 per mille derivante sia dalle scelte espresse sia da quelle
non espresse.
Egitto – Tawadros dopo Shenouda. Il successore di Shenouda III (morto il 17 marzo) alla guida dei copti ortodossi è Tawadros, il cui nome viene sorteggiato il 4 novembre come nuovo
patriarca di Alessandria e di tutta l’Africa. Cf. Regno-att. 20,2012,697.
Bulgaria – Muore il patriarca Maxim. Il 6 novembre si spegne a Sofia a 98 anni il patriarca Maxim di Bulgaria, leader della
Chiesa ortodossa bulgara, una Chiesa autocefala che conta 6,5
milioni di fedeli nel paese e circa 2 milioni all’estero. Maxim era il
più anziano tra tutti i primati delle Chiese ortodosse autocefale,
e aveva guidato la sua Chiesa per 40 anni, dalla dittatura comunista alla transizione democratica del dopo 1989. I suoi legami con
il regime gli erano valsi nel 2004 gli attacchi frontali e la ribellione
di un nutrito gruppo di preti «riformisti», che avevano dato vita a
Vienna – Centro internazionale per il dialogo interreligioso. Viene inaugurato a Vienna il 26 novembre da re
Abdullah bin Abdulaziz il Centro internazionale per il dialogo
interreligioso e interculturale, eretto su iniziativa del Regno dell’Arabia Saudita, della Repubblica austriaca e del Regno di Spagna. La Santa Sede partecipa come osservatore. Nell’occasione
il direttore della Sala stampa vaticana, p. Federico Lombardi,
spiega: «È importante osservare che il nuovo Centro non si qualifica come un’istituzione propria del Regno dell’Arabia Saudita,
ma come organizzazione internazionale indipendente, riconosciuta dalle Nazioni Unite, e costituita da tre stati fondatori,
due dei quali con antiche tradizioni cristiane. Si tratta quindi
di un’opportunità e di uno spazio di dialogo di cui è giusto
trarre vantaggio e in cui è bene essere presenti per mettere ulteriormente a frutto l’esperienza e l’autorevolezza della Santa
Sede nel campo del dialogo interreligioso. Lo status di osservatore fondatore è il più adatto a garantire tale presenza, rispettando la natura propria della Santa Sede e consentendole
di esprimere le proprie aspettative» (Vatican information service, 23.11.2012). A rappresentare la Chiesa cattolica sarà p. Miguel Ayuso Guixot, segretario del Pontificio consiglio per il
dialogo interreligioso.
un proprio Sinodo. Lo scisma si era ricomposto nel 2010. In aprile
di quest’anno gli archivi dei servizi segreti della Bulgaria comunista avevano rivelato che tra gli 11 (su 15) vescovi del Santo Sinodo
che figurano nelle liste dei collaboratori del regime comunista
non c’era Maxim. In cinque anni l’ortodossia dell’Est europeo ha
rinnovato gran parte della sua leadership, dopo la morte dei patriarchi Teoctist (Romania, 2007), Alessio II (Russia, 2008), Pavle
(Serbia, 2009).
Chiesa d’Inghilterra – Nuovo primate e nuova crisi sulle
donne vescovo. Il 9 novembre il primo ministro inglese David Cameron annuncia che il prossimo arcivescovo di Canterbury e primate della Chiesa anglicana inglese sarà Justin Welby, attualmente
vescovo di Durham. Il 20 novembre il Sinodo della Chiesa d’Inghilterra boccia la misura che deve garantire la supervisione episcopale
alle parrocchie che non accettano di avere un vescovo donna. Cf.
Regno-att. 20,2012,661.
Dialogo cattolici-protestanti – Giubileo della Riforma.
La celebrazione dei 500 anni dall’inizio della Riforma protestante
(1517-2017) avrà, nelle intenzioni delle Chiese protestanti e della Santa
Sede, una valenza ecumenica, anche se i contorni di essa non hanno
ancora preso una forma chiara. Al termine dell’Assemblea plenaria
del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, che
si svolge dal 12 al 16 novembre, il presidente del dicastero vaticano
card. Kurt Koch afferma alla Radio vaticana che la commemorazione comune dovrà consistere in un atto penitenziale, perché la
Riforma ha avuto conseguenze storiche terribili, per quanto non volute. Al termine del Sinodo della Chiesa evangelica luterana unita di
Germania (VELKD), ai primi di novembre, il segretario generale della
Federazione luterana mondiale (FLM) Martin Junge sottolinea maggiormente la dimensione di celebrazione e ringraziamento per i
frutti della Riforma. Le due confessioni hanno redatto insieme un
documento, Dal conflitto alla comunione: la commemorazione
comune luterano-cattolica ella Riforma nel 2017, che non è ancora
stato reso pubblico.
Serbia e Croazia – Scontro tra i vescovi su Ante Gotovina. Il verdetto di assoluzione per Ante Gotovina e Mladen Marka , che la Corte d’appello del Tribunale penale internazionale per
l’ex Iugoslavia emette il 16 novembre, suscita reazioni polarmente
opposte tra i vescovi cattolici croati e quelli ortodossi serbi. Cf.
Regno-att. 20,2012,662.
Dialogo tra cattolici e musulmani sciiti. Dal 19 al 21 novembre si tiene a Roma l’VIII Incontro tra il Pontificio consiglio per
il dialogo interreligioso e il Centro per il dialogo interreligioso dell’Organizzazione per la cultura e le relazioni islamiche (ICRO), sul
tema «Cooperazione cattolica e musulmana nella promozione della
giustizia nel mondo contemporaneo», sotto la presidenza congiunta
del card. Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio consiglio, e di
Mohammad Bagher Korramshad, presidente dell’ICRO. Al termine
viene pubblicato un comunicato congiunto in cui entrambe le parti
esprimono la loro preoccupazione per le sfide attuali come la crisi
economica, quella ecologica, l’indebolimento della famiglia come
istituzione basilare della società e le minacce alla pace mondiale. Il
prossimo colloquio, preceduto da una riunione preparatoria, avrà
luogo a Teheran, in Iran, tra due anni.
Daniela Sala
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agenda vaticana
NOVEMBRE
Sciarpelletti. Il 10 novembre il Tribunale vaticano sentenzia
«l’imputato Sciarpelletti Claudio (tecnico informatico in servizio
alla Segreteria di stato; ndr) colpevole del delitto ascrittogli per avere
egli aiutato a eludere le investigazioni dell’autorità» (in riferimento
al trafugamento di documenti dalla scrivania papale da parte di
Paolo Gabriele, aiutante di camera del papa condannato a tre anni
di reclusione il 6 ottobre, dimezzati in accoglimento di attenuanti;
ndr) e «lo condanna alla pena di mesi quattro di reclusione», ridotti
a due per attenuanti generiche; con sospensione della pena per cinque anni. Cf. in questo numero a p. 734.
Burundi. Il 7 dicembre viene firmato un accordo quadro con la Repubblica del Burundi che «definisce e garantisce lo statuto giuridico della
Chiesa cattolica e regola vari ambiti, tra cui il matrimonio canonico, i luoghi di culto, le istituzioni cattoliche di istruzione e di educazione, l’insegnamento della religione nelle scuole, l’attività assistenziale-caritativa
della Chiesa, la cura pastorale nelle forze armate e nelle istituzioni penitenziarie e ospedaliere, e il regime patrimoniale e fiscale».
Accademia di latinità. Con la lettera apostolica in forma di
motu proprio Latina lingua il papa istituisce il 10 novembre la Pontificia accademia di latinità per la promozione e la valorizzazione della lingua e della cultura latina e dichiara estinta la fondazione Latinitas istituita da Paolo VI nel 1976. L’Accademia dipenderà dal Pontificio
consiglio della cultura, presieduto dal card. Ravasi, avrà come presidente
il prof. Ivano Dionigi, rettore dell’Università di Bologna, e come segretario il salesiano don Roberto Spataro. Cf. Regno-doc. 21,2012,645.
Ratzinger dagli anziani. «È bello essere anziani», dice il papa
il 12 novembre in visita a una «casa famiglia» per vecchi – gestita sul
Gianicolo dalla Comunità di Sant’Egidio –, presentandosi come «anziano in visita ai suoi coetanei». Richiamandosi all’Anno europeo dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra le generazioni Benedetto chiede un «maggiore impegno» alle famiglie e alle istituzioni
perché gli anziani siano aiutati a «rimanere nelle proprie case», ammonendo che «la qualità di una società, vorrei dire di una civiltà, si
giudica anche da come gli anziani sono trattati e dal posto loro riservato nel vivere comune». Benedetto esorta infine i cattolici ad
adoperarsi per «far comprendere come la Chiesa sia effettivamente
famiglia di tutte le generazioni, in cui ognuno deve sentirsi a casa».
Mea culpa per i 500 anni della Riforma. Parlando il 16 novembre alla Radio vaticana, a conclusione della plenaria del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani, il card. Kurt Koch, presidente del
dicastero, propone – in riferimento alle Chiese riformate che stanno
preparando le celebrazioni del 2017 per i 500 anni della Riforma –
«una celebrazione penitenziale comune nella quale riconosciamo insieme le nostre colpe, perché il fatto che la Riforma non abbia raggiunto il suo scopo, e cioè il rinnovamento della Chiesa, ricade nelle
responsabilità di entrambe le parti: le ragioni sono di ordine teologico e politico. Riconoscerlo e perdonarsi vicendevolmente per
tutto questo, trovo che sarebbe un gran bel gesto».
L’infanzia di Gesù. Il 20 novembre viene pubblicato – in coedizione Rizzoli - Libreria editrice vaticana – L’infanzia di Gesù, il terzo
volume scritto dal papa sotto il titolo generale Gesù di Nazaret. Firmato «Joseph Ratzinger – Benedetto XVI» come già i precedenti,
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tratta dei «Vangeli dell’infanzia» e intende porsi – dice l’autore nella
premessa – «come piccola sala d’ingresso ai due precedenti volumi». Il primo trattava della vita pubblica «dal battesimo nel Giordano fino alla trasfigurazione» (2007), il secondo andava «dall’ingresso
in Gerusalemme fino alla risurrezione» (2011).
Nuova guerra di Gaza. «Seguo con grave preoccupazione l’aggravarsi della violenza tra gli israeliani e i palestinesi della Striscia di
Gaza. Insieme al ricordo orante per le vittime e per coloro che soffrono, sento il dovere di ribadire ancora una volta che l’odio e la violenza non sono la soluzione dei problemi. Inoltre, incoraggio le iniziative e gli sforzi di quanti stanno cercando di ottenere una tregua
e di promuovere il negoziato. Esorto anche le autorità di entrambe
le parti ad adottare decisioni coraggiose in favore della pace e a porre
fine a un conflitto con ripercussioni negative in tutta la Regione medio-orientale, travagliata da troppi scontri e bisognosa di pace e di
riconciliazione»: così il papa il 21 novembre, all’udienza generale, in
riferimento alla nuova guerra di Gaza. Cf. in questo numero a p. 726.
Da Monterisi ad Harvey. Il 23 novembre il papa nomina arciprete della basilica di San Paolo fuori le Mura l’arcivescovo statunitense e neocardinale (vedi sotto) James Michael Harvey, dal 1998 prefetto della Casa pontificia. Subentra al card. Francesco Monterisi, 78
anni, in carica dal 2009.
Concistoro. Il 24 novembre si tiene il Concistoro per la creazione
di sei cardinali, tutti extra-europei, annunciati il 24 ottobre. «Attraverso
questo Concistoro – aveva detto il papa il 27 ottobre, intervenendo per
l’ultima volta al Sinodo sulla nuova evangelizzazione – desidero porre
in risalto che la Chiesa è Chiesa di tutti i popoli, e pertanto si esprime
nelle varie culture dei diversi continenti. È la Chiesa di Pentecoste, che
nella polifonia delle voci innalza un unico canto armonioso al Dio vivente». Il Concistoro del 18 febbraio scorso era stato segnalato dai media come eurocentrico e curiale, avendo creato 22 cardinali, dei quali
18 europei e 10 curiali. Cf. Regno-att. 20,2012,656.
Palestina osservatore all’ONU. Il 30 novembre l’Assemblea
generale delle Nazioni Unite approva a maggioranza la Risoluzione che
promuove la Palestina a Stato osservatore non membro delle Nazioni
Unite. Una nota vaticana afferma che «la Santa Sede ha seguito direttamente e con partecipazione i passi che hanno condotto a questa importante decisione, sforzandosi di rimanere al di sopra delle parti e di
agire in linea con la propria natura religiosa e la missione universale che
la caratterizza, nonché in considerazione della sua attenzione specifica
alla dimensione etica delle problematiche internazionali; la Santa Sede
ritiene inoltre che la votazione odierna debba essere inquadrata nei tentativi di dare una soluzione definitiva, con il sostegno della comunità internazionale, alla questione già affrontata con la Risoluzione 181 del 29
novembre 1947 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (…); la votazione odierna manifesta il sentire della maggioranza della comunità
internazionale e riconosce una presenza più significativa ai palestinesi
in seno alle Nazioni Unite. In pari tempo, è convinzione della Santa Sede
che tale risultato non costituisca, di per sé, una soluzione sufficiente ai
problemi esistenti nella regione: a essi, infatti, si potrà rispondere adeguatamente solo impegnandosi effettivamente a costruire la pace e la
stabilità nella giustizia e nel rispetto delle legittime aspirazioni, tanto degli israeliani quanto dei palestinesi». Cf. in questo numero a p. 726.
Luigi Accattoli
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Metafora
e mito della
scienza medica
Uomo-macchina,
macchina-uomo
L’uomo come un’officina industriale: il disegno forse più famoso del medico tedesco
Fritz Kahn (Berlino 1888, Ascona 1968).
Personaggio eclettico, visionario e cosmopolita (riuscì a rifugiarsi negli Stati Uniti
sfuggendo alla persecuzione nazista antisemita grazie all’aiuto di Albert Einstein) ,
si dedicò alla divulgazione medico-biologica estremizzando l’analogia
uomo-macchina.
Il primato del paradigma biologico nella
moderna scienza medica, favorito dal
progressivo affermarsi delle metafore dell’uomo
come «macchina» e della patologia come
«guasto», sta oscurando l’importanza della
«medicina clinica» e riducendo l’investimento
economico e umano in questo settore. La
centralità della relazione medico-paziente,
i mezzi empirici che nel singolo caso bisogna
provare, le finalità stesse della disciplina
orientata alla soluzione di casi particolari
sembrano agli antipodi della ricerca di
«oggettività» e «predicibilità» delle scienze
moderne. Il mancato riconoscimento di
scientificità del sotteso paradigma psicocomportamentale, segnalato dallo sviluppo
della letteratura medica e della formazione
accademica, sta determinando una
divaricazione tra i «bravi» (biomedicina)
e i «buoni» (medicina fisica e riabilitativa) e un
conseguente declino della medicina clinica. Solo
una critica del modello scientifico dominante e
una formazione del medico capace di ritornare
dal primato della «prestazione» all’importanza
della «relazione» potrà invertire la tendenza.
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L’ U O M O È U N A M ACC H I N A B I O L O G I C A ?
Dai tempi di Icaro la macchina manifesta la volontà di potenza dell’uomo; essa rappresenta la possibilità di dominare la realtà e di attenuare l’angoscia di
fragilità e di morte. L’immagine di macchina si associa
anche all’idea di piena conoscenza dello strumento e di
perfetta prevedibilità dei suoi comportamenti. Essa implica la percezione di controllo da parte del suo utilizzatore o almeno del suo creatore. La macchina può subire insuccessi, ma questi sono errori rimediabili con
tempo e risorse.
La macchina ha sempre implicato anche il concetto di artificialità, di pseudo-vita. Tuttavia l’osservazione degli animali e di se stesso ha sempre suggerito all’uomo che i viventi potessero essere anch’essi macchine, benché animate:1 il cavallo o lo schiavo che trasportano carichi e la mucca che produce latte sono
esempi lampanti. L’evidenza di «vita» in questo particolare tipo di macchine deriva dall’osservazione di una
quota di imprevedibilità nei loro comportamenti, dal
sapere che esse possono nascondere autodeterminazione e dall’osservazione di un loro divenire spontaneo,
dalla nascita alla morte alla decomposizione.
Le macchine sono da sempre un prodotto umano
ma quando «cominci l’uomo» è argomento non ancora
esaurito dal punto di vista scientifico. A parte caratteristiche anatomiche, su cui molto si discute, rispetto ai
suoi cugini primati il genere homo dovrebbe avere una
caratteristica peculiare, ovvero la coscienza di sé. Gli
antropologi nel rinvenire resti di antichi primati forse
umani inferiscono senza esitazioni la coscienza dalla
presenza di oggetti ornamentali o di riti funerari. Verso
quali lidi la specie umana attuale evolva è ancora un vivace tema para- o fanta-scientifico. Per quanto attiene
il futuro, ormai si propongono visioni «post-umane» basate sulla possibilità di una vita puramente «mentaleinformativa» in cyber-spazi virtuali (si pensi al fortunato
film Matrix). Questi mondi informatici ricordano la
«noosfera» sovrapposta alla biosfera prefigurata dal
gesuita-paleontologo Pierre Teilhard de Chardin.2 Il
dubbio di non avere l’esclusiva della coscienza di sé è
una spina nel fianco dell’uomo. La scienza tiene ancora
aperto il dibattito sull’«autocoscienza degli animali».3
L’autocoscienza delle macchine è un classico tema fantascientifico, ma ormai ha raggiunto la dignità di ipotesi non fantasiosa negli ambienti scientifici.
Costruire una macchina autocosciente significherebbe diventare Dio – ambizione mai sopita dai tempi
di Adamo – poiché significherebbe nella sostanza costruire un uomo, realizzazione massima della Creazione. Il tema ricorre in tutta la breve storia umana segnata dalla scrittura (circa 6.000 anni) e probabilmente
anche nel lunghissimo periodo di «storia prima della
storia» (100.000 anni e più)4 dell’attuale homo sapiens
sapiens, periodo del quale non abbiamo testimonianze
scritte: si va dal mito ebraico del Golem (l’umanoide di
fango «attivato» dalla scritta «vita» sulla fronte) fino agli
impareggiabili automi settecenteschi e alla sterminata
letteratura «robotica». Un bel saggio di Giorgio Israel
ripercorre organicamente la vicenda storica della «mac-
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china vivente»,5 termine introdotto dal fondatore della
moderna medicina sperimentale, il grande Claude Bernard.6
Dalla fantascienza alla realtà
L’atteggiamento umano verso la macchina vivente
è sempre stato ambivalente: da un lato, si trova la ricerca di imitare le perfette macchine biologiche (le ali
di Icaro) che avevano già risolto problemi fisici ancora
insuperabili; dall’altro, emerge la paura che, qualora divengano autodeterminate, le macchine possano sfuggire al controllo, ovvero diventare autocoscienti e rifiutare l’asservimento. La letteratura su questo tema
abbonda: l’infanzia di milioni di bambini è accompagnata dalla storia di Pinocchio.
Tuttavia fu la trasposizione cinematografica della
macchina-uomo a far penetrare profondamente nell’inconscio collettivo le speranze e le angosce che essa
solleva. Questo particolare genere «fantascientifico»
nasce con il cinema stesso, probabilmente con la storia
del mostruoso umanoide («il demone») assemblato con
materiale cadaverico dal dr. Frankenstein nel primo romanzo gotico dovuto a Mary Shelley7 e che trovò come
produttore, nel 1910, niente meno che il più grande inventore di tutti i tempi, Thomas A. Edison. Il dr. Frankenstein, nato letterariamente nel 1818, fu straordinariamente in anticipo sui tempi della ricerca biomedica:
egli infatti assemblò il suo demone con pezzi biologici
e non meccanici.
Dal primo film di pochi minuti realizzato nel 1910,
le varianti cinematografiche non solo della storia di
Frankenstein, ma anche dell’uomo-macchina in generale, non si contano più. Di regola questi film riflettono
la tecnologia loro contemporanea. I personaggi umanoidi mostrano un’evoluzione verso la perdita graduale
di caratteristiche anatomicamente antropomorfe, pur
restando antropomorfi dal punto di vista psicologico. Si
danno versioni meccaniche, e poi sempre più meca-troniche come l’Arnold Schwarzenegger-Terminator interamente antropomorfo, o puramente informatiche
come il supercomputer Hal del capolavoro di Kubrick
2001: Odissea nello Spazio, una macchina priva di
qualsiasi aspetto umanoide ma umanissimamente avida
di sopravvivenza.
L’umanoide, fin qui, è sempre «altro» dall’uomo. Ed
ecco che inizia il percorso verso la «macchinizzazione»
dell’uomo, il passaggio dalla macchina-uomo all’uomomacchina. La rivoluzione informatica suggerisce che informazione e materia si possano concretamente scindere.
La fantascienza propone inizialmente personaggi ibridi
costituiti da forme di uomo «bionico», un individuo che
mantiene il proprio cervello (o poco più) e che sostituisce il resto del corpo con protesi di tipo elettro-meccanico (un esempio di successo fu il pur mediocre film Robocop di Paul Verhoeven). Benché sia stato rapidamente
superato nel cinema, il sogno di una protesi totalmente
riparatrice rimane un compromesso fra uomo e macchina molto influente nell’immaginario medico, come
sarà richiamato più avanti.
Infine, si costruisce una macchina umana trasfe-
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rendo soltanto il pensiero, come nel celebre film Avatar di James Cameron: il pensiero (non il cervello) di un
soldato paraplegico viene «caricato» come un programma informatico nel cervello di un soggetto appartenente a una specie aliena antropomorfa, facendo
di questo ibrido mente-corpo un efficiente alter ego.
La realtà supera sempre la fantasia. In anni recenti
anche l’ingegneria elettronica-informatica è stata superata dall’ingegneria genetica. L’antropomorfismo
raggiunge i suoi vertici con la più angosciante delle
macchine animate, ovvero la macchina zootecnica non
soltanto antropomorfica ma costruita geneticamente
come un uomo. Il passaggio dalla macchina-uomo all’uomo-macchina è completato.
Tra illusione e angoscia
Il vero salto concettuale, dunque, è l’uomo geneticamente determinato. L’eugenetica (dove il prefisso
eu- va preso con beneficio di inventario) ha trovato precursori letterari illustri già nel 1932. Nel Mondo nuovo8
di Aldous Huxley si manipolano geneticamente le caratteristiche del nascituro con nefaste applicazioni a
un’ingegneria sociale totalitaria: ben si sa come alcuni
di questi incubi uscirono presto dalle pagine di quel libro. Nell’uomo-macchina di Huxley l’artificialità non
sta più nel prodotto ma soltanto nel modo di produzione. Citare il dr. Frankenstein, ancora una volta, è
d’obbligo.
Eppure, dopo il film del 1910 il cinema impiegherà
oltre 70 anni per riproporre un uomo-macchina e non
una macchina-uomo. Le trame ormai si assomigliano,
come sempre avviene in ciascuno dei pochi «generi» cinematografici. La paura che l’umanoide, indistinguibile
da un vero umano, debba essere sfruttato o ucciso (meglio: «terminated», come un programma informatico)
coinvolge lo spettatore perché gli propone il dubbio angosciante che ogni persona possa essere una macchina:
sostituibile e predeterminata.
Nel celeberrimo Blade Runner, capolavoro di Ridley
Scott tratto da un romanzo di Philip M. Dick dal titolo
Ma gli androidi sognano pecore elettriche?,9 i «replicanti», figli dell’ingegneria genetica, sono fisicamente
fortissimi, sono autocoscienti ma hanno una data di scadenza automatica. Non vi è possibilità di distinguerli
biologicamente dai veri esseri umani. Essi vengono
marcati con un codice sulla congiuntiva (giudichi il lettore «se questo è un uomo», come domanda Primo Levi
portatore del tatuaggio di Auschwitz).10 Gli umanoidi
vengono resi diversi soprattutto dal punto di vista psicologico: sono privi di memoria infantile e adolescenziale perché vengono prodotti già adulti e non hanno
reazioni emotive. Nel racconto una partita difettosa
«sfugge di mano» perché dispone di emozioni fra le
quali spicca l’angoscia di morire: gli schiavi si rifiutano
di «scadere», fuggono e sono braccati. Chiedono invano «più vita» al loro bio-costruttore. Infine soffrono
quando «è tempo di morire». Davvero mirabile è la
scena del replicante morente (l’attore Rutger Hauer)
dominata dal famoso incipit: «Io ne ho viste cose che
voi umani non potreste immaginarvi…».
Non occorre competenza psicoanalitica per cogliere
che i dubbi sulla possibilità di controllo della «macchina
vivente» riflettono l’oscillazione nevrotizzante fra un’illusione e un’angoscia: l’illusione di potere «riparare» infinitamente anche sé stessi fino a rendersi biologicamente immortali, e l’angoscia di essere null’altro che
macchine. All’illusione è più facile resistere, se soltanto
si dispone di un minimo di contatto con la realtà, benché non manchino mai aspiranti bio-immortali che
cercano di clonarsi o di surgelarsi. Nessuno, invece, può
sfuggire all’angoscia di sentirsi «una bistecca con un encefalogramma». L’autocoscienza e le emozioni sarebbero quasi un difetto di fabbricazione che porterebbe
inevitabilmente alla spiacevole consapevolezza di essere
un meccanismo: biologico finché si vuole, ma comunque predeterminato.
Il tema sconfina in quelli della dicotomia mentecorpo e nella diatriba vitalismo-fisicalismo, nella questione del libero arbitrio, o in tutti questi temi insieme
e in altri ancora: tutti argomenti che hanno profonde
implicazioni filosofiche e religiose. Molto più modestamente si cercherà qui di analizzare come la visione
dell’uomo quale «macchina vivente» stia influenzando
sempre più – e non sempre per il meglio – la medicina
contemporanea.
R I PA R A R E L ’ U O M O - M ACC H I N A :
LA MEDICINA È UNA SCIENZA?
Medicina, riduzionismo e determinismo
La medicina è vecchia quanto l’uomo ma essa inizia ad accettare l’assimilazione della persona a una
macchina, e quindi l’assimilazione del malato a una
macchina guasta nel Seicento, il secolo del metodo
sperimentale e della dissezione anatomica sistematica.
L’anatomia era già nata come studio di parti inanimate e non a scopo medico (si pensi agli studi anatomici leonardeschi). Sarà la fisiologia la vera figlia del
XVII secolo, la scienza del vivente. La data di nascita
della fisiologia è quella del trattato di William Harvey
sulla circolazione sanguigna,11 quando per la prima
volta la «funzione», e non soltanto la morfologia, diventa oggetto di studio sperimentale sistematico. Per
esempio è in questo secolo, come attesta un saggio cui
questo articolo deve molto,12 che per la prima volta la
scienza medica vede la contrazione e non il muscolo:
basta godersi i mirabili disegni di biomeccanica del già
citato Alfonso Borelli.13 Il secolo è dominato da una rivoluzione scientifica che instaura nuovi paradigmi
(nel senso ampio che questo concetto ha nel classico
saggio di Thomas Kuhn),14 gran parte dei quali sono
in vigore anche oggi. Per cogliere quanto radicale sia
stata la rivoluzione nella fisica basta confrontare Copernico con Tolomeo, Galileo e Newton con Aristotele.
La nuova epistemologia che va fondandosi prevede
due capisaldi: il riduzionismo e il determinismo. La verità non sta nel fenomeno nel suo insieme, in ciò che appare, bensì sta dietro, al di sotto, dentro al fenomeno,
nelle sue parti. Le parti interagiscono secondo leggi
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nismi causa-effetto di cui Bernard fu un grandissimo
scopritore. Il «ritorno alla norma» in risposta agli stimoli ambientali è la funzione primaria della macchina
biologica. La patologia è una deviazione quantitativa
da parametri «normali» (quelli che garantiscono la
massima omeostasi), non una realtà ontologicamente
«altra». La patologia si descrive con una misura, non
con un giudizio di valore.
Vi sono molti argomenti epistemologici contrari a
una tale visione. In particolare le contraddizioni e le
ambiguità che nascono da un uso non coerente di
termini comuni quali «normale», «normativo», «anormale», «anomalo», «patologico»: lessico e significati sono chiariti magistralmente da Georges Canguilhem,16
filosofo-medico allievo di Georges Foucault, poco noto
in Italia, almeno in ambito medico. Si tratta di un autore riproposto e rielaborato nel pensiero anti-meccanicista della medicina del matematico e storico Giorgio
Israel.17
Quale che sia il pensiero filosofico, la medicina pratica resiste comunque al modello dominante bernardiano persino nel suo lessico quotidiano e per descrivere
diagnosi e sintomi adotta qua e là prefissi sia «quantitativi» (ipo-, iper-) sia «qualitativi» (eu-, dis-). Dunque,
anche il paradigma ottocentesco fisiologico-quantitativo
di malattia incorrerà da subito in contraddizioni e resistenze.
Una delle celeberrime tavole del De motu animalium di Giovanni Alfonso Borelli, 1680. Con Borelli l’anatomia divenne «animata», lo studio della funzione si rese autonomo dalla pura osservazione
anatomica. In questa tavola è evidente l’applicazione di principi di
meccanica alla morfologia osteo-muscolare, al fine di comprendere
il movimento.
«naturali» che rendono immutabile, prevedibile e reversibile l’esito della relazione, come nel caso della parabola percorsa da un proiettile di artiglieria. Previsioni
errate dipendono da scarse conoscenze o da scarse informazioni, ma non da inconoscibilità intrinseca del fenomeno. Ed ecco che, ossequiosa verso il modello riduzionista, la ricerca anatomica diventerà ben presto
ricerca istologica, cellulare e infine – giù giù, alla ricerca
di parti dietro le parti – molecolare, atomica e subatomica.
Nel contempo la fisiologia applicherà alle funzioni
corporee le crescenti conoscenze fisico-matematiche,
introducendo il determinismo perentoriamente invocato dal padre ottocentesco della fisiologia come la conosciamo oggi, Claude Bernard.15
Bernard imporrà la visione della malattia come
condizione di «parti» dell’organismo, una visione caratterizzata da deviazioni di parametri numerici rispetto ai valori più frequenti in una popolazione senza
evidenze cliniche di patologia. L’equivalente biologico
del principio di inerzia – caposaldo della fisica newtoniana – è l’«omeostasi», la stabilità di quello che Bernard chiama il «milieu intérieur», il quale è definito da
parametri quantitativi come glicemia, temperatura,
pressione arteriosa e vari altri valori, secondo mecca-
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Tre contraddizioni del modello
La prima contraddizione è l’incapacità della fisiologia di spiegare il divenire fatto di crescita, invecchiamento e morte degli individui e delle specie, molto
lontano dall’ideale di omeostasi. Va ricordato che la rivoluzione darwiniana è contemporanea all’opera di
Bernard. La fisiologia può spiegare alcuni «come» ma
nessun «perché». È difficile leggere una «causa» a
monte del divenire ma è anche imbarazzante ritrovarsi dopo duemila anni col principio di finalità-causa,
la entelechia aristotelica.
L’identità di fondo fra fisiologia e fisica sembra trovare nuovo sostegno quando si scopre che anche l’universo fisico evolve. Negli anni in cui il modello di Bernard s’impone viene formulato, nelle due versioni
equivalenti di Lord Kelvin (nato William Thomson) e
Rudolf Clausius, il secondo principio della termodinamica, che conduce al concetto di irreversibilità delle trasformazioni termiche: se il lavoro genera calore, con lo
stesso calore non si può più ottenere lo stesso lavoro.
L’equilibrio termico, cui tutti i sistemi termodinamici
tendono, è lo stato di massima entropia, ovvero di massima indifferenziazione, di massimo disordine. Ludwig
Boltzmann identificherà nitidamente l’entropia col contenuto informativo del sistema, che quindi nella sua
evoluzione tende al massimo disordine. L’informazione
costa. Nascerà così l’attesa della «morte termica» dell’universo che appare in viaggio verso un’insignificante
e uniforme semplicità.
Si tratta quindi di un’ulteriore smentita dell’identità
fra fisiologia e fisica: l’universo intero evolve, sì, ma
verso la massima entropia, verso lo stato di massimo di-
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sordine e minima informazione, e non certo verso la
complessità e l’ordine. Creare ordine – e sicuramente
un vertebrato ne contiene più di un batterio – costa; eppure in biologia esso sembra accumularsi irreversibilmente. La fisiologia di Bernard, dunque, non può nemmeno spiegare i molti «come» dell’evoluzione
intra-organismo e intra-specie.
La seconda contraddizione è la necessità di ammettere che la patologia non è un fatto oggettivo, bensì
un giudizio di valore e quindi un fatto soggettivo, tipicamente umano.18 In una natura veramente deterministica tutto è «fisiologico» e tutto tende alla dissoluzione. Il principale tentativo di spiegare l’evoluzione
biologica verso l’ordine e la complessità tenterà di conciliare «il caso e la necessità», ma appunto senza riuscire a darne una dimostrazione in senso propriamente
scientifico:19 la scienza per sua natura non può dimostrare scopi. La patologia, dunque, a rigore non esiste
così come non esiste etica nel comportamento aggressivo di un animale carnivoro predatore. Sono fisiologici
sia un terremoto nel mondo inanimato, sia l’ammalarsi,
il morire e il decomporsi nel mondo animato. Di che
cosa si dovrebbe occupare, dunque, la medicina? Come
si vedrà essa può ben occuparsi di attenuare condizioni
indesiderate di singoli malati, ma soltanto abdicando al
suo status di «scienza» secondo l’accezione riduzionista-determinista.
La terza contraddizione riguarda la relatività delle
«leggi» fisiologiche e quindi l’incertezza che esse implicano. Non è prevista incertezza nella fisica classica,
si tratti della legge newtoniana di gravitazione universale come dell’equazione galileiana del pendolo.
Dunque, per Claude Bernard – ma la posizione è
probabilmente condivisa dalla maggior parte dei fisiologi contemporanei – la descrizione dei fenomeni
fisiologici non dovrebbe idealmente avere alcun bisogno di ricorrere alla statistica una volta identificati i
rapporti causa-effetto: l’incertezza che la statistica
cerca di imprigionare nei suoi modelli riflette imperfezioni conoscitive e informative, non una variabilità
intrinseca della realtà. Il «caso» non è una realtà ontologica ma soltanto uno spiacevole dato empirico. Per
inciso, la fisica quantistica darà poi status ontologico
al caso: si possono conoscere soltanto probabilità delle
proprietà fisiche di un sistema (per esempio la posizione di sue componenti) e comunque al prezzo di non
potere avere una conoscenza totale del sistema,
aspetto che sarà formalizzato da Werner Heisenberg
nel suo principio di indeterminazione. Tuttavia la fisica quantistica, così terribilmente contro-intuitiva, è
ancora molto lontana dalle applicazioni e riflessioni
mediche.
Il determinismo di Bernard soffre di contraddizioni
ben più palpabili. I parametri «normali» – nel senso di
«oggettivamente frequenti» – sono anch’essi relativi:
essi dipendono dal contesto ambientale, inteso sia come
natura sia come società. L’elevata concentrazione di
globuli rossi delle popolazioni andine è patologica?
Forse sì, perché essa aumenta la viscosità ematica e predispone a incidenti cardiovascolari. Forse no, perché
essa consente di restare asintomatici anche ad alte
quote. L’attesa di vita alla nascita, la statura media e il
peso medio sono fortemente condizionati dal livello
igienico e alimentare: quali «leggi» biometriche si possono invocare? È difficile pensare che norme «naturali»,
così poco «oggettive», possano appartenere alla stessa
famiglia di quelle astronomiche.
Il termine «oggettivo» non appartiene al lessico di
Bernard ma egli lo avrebbe approvato e comunque entrerà fortemente nel lessico medico-scientifico successivo: il distacco della patologia dal soggetto ammalato
e dal medico curante, la sua parcellizzazione e oggettivazione diventeranno marcatori irrinunciabili di ciò
che è suscettibile di ricerca veramente «scientifica».
Le tre contraddizioni resteranno sopite sullo sfondo
per poi riemergere (Kuhn insegna).
MODELLO
B I O M E D I CO
E M O D E L L O C L I N I CO - CO M P O RTA M E N TA L E
Ragioni e limiti di un primato
La medicina viene tuttora incasellata fra le discipline
scientifiche ma sorgono dubbi crescenti sul suo statuto
di «scienza» in senso proprio. Claude Bernard, che
fondò la medicina sperimentale, o meglio la sperimentazione in medicina, si occupava ben poco di clinica.
Egli la considerava un’arte o una tecnica che doveva finalmente avvalersi delle «vere» scienze, abbandonando
magia e filosofia senza però essere essa stessa una
scienza. La peculiarità dell’interazione medico-paziente, i mezzi del tutto empirici che nel singolo caso bisogna pur provare e che talvolta inspiegabilmente funzionano (Bernard lo ammette apertamente), le finalità
stesse della disciplina medica che si esauriscono volta
per volta nella soluzione di casi singoli, si collocavano
a suo giudizio – e lì rimarranno per la scienza contemporanea – agli antipodi della ricerca di matematizzazione e quindi di generalizzazione che è propria
delle «scienze» contemporanee.
La medicina ottocentesca vedeva ancora la malattia come una forma di disfunzione globale dell’interazione tra ambiente e organismo: curare richiedeva una
cultura universale. Il medico in inglese si chiama ancora
physician, un vero tributo al physicus medievale che
tutto conosceva della natura, la physis greca. Senza
una cultura delle parti e delle leggi tanto sapere poteva
convergere in ben poche soluzioni terapeutiche, primariamente rappresentate da salassi (di cui forse morì
nel 1882, dunque non nel Medioevo, anche un certo
Giuseppe Garibaldi),20 purghe e clisteri.
La medicina «delle parti» si chiamava chirurgia
(che invece aveva evitato allo stesso Garibaldi l’amputazione della gamba ferita in Aspromonte), e appariva
ancora una disciplina minore, figlia com’era dell’arte
del «cerusico» avvezzo a usare lame per radere come
per amputare. Dopo Claude Bernard (e dopo molti suoi
contemporanei scientificamente orientati, come Bichat
e Virchow, fondatori dell’istologia e della moderna
anatomia patologica) i successi sfornati dai laboratori
chimici e fisici non lasciarono scampo alla medicina: se
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voleva essere ammessa fra le nuove scienze essa doveva
perdere una parte della sua identità.
Il modello dominante oggi in medicina è quello biomedico, che si potrebbe definire anche fisico-biologico
tout-court. Soltanto la riconduzione a meccanismi chimico-fisici e una matematizzazione il più possibile priva
di aggiustamenti statistici garantiscono al modello la
«griffe» di scienza. Sia detto chiaramente: la biomedicina ha dato risultati straordinari e irrinunciabili, anche
se essi sono giunti soltanto negli ultimi cent’anni circa.21
Tuttavia, interessa qui vederne i limiti e soprattutto le
ipoteche che il modello biomedico pone alla soluzione
di ulteriori problemi. Come nel caso di una macchina
guasta, il modello funziona tanto meglio quanto più
l’agente patogeno è un oggetto estraneo all’organismo
e quanto più l’alterazione che esso provoca è localizzabile. Gli esempi più convincenti sono la risposta data
alle malattie infettive con la rivoluzione antibiotica (ormai al tramonto, ma questo è un altro discorso) e a
traumi e neoplasie, grazie al potenziamento sinergico
di anestesiologia e chirurgia. I campi dove il modello
funziona molto meno bene sono almeno tre.
Il primo è quello in cui la malattia sembra originare
da «squilibri generali» interni all’organismo senza una
sede di origine tipica. Rientrano in questa classe tutte
le malattie oggi definite auto-immuni nelle quali molti
tessuti simultaneamente vengono aggrediti dalle difese
immunitarie come fossero corpi estranei (sclerosi multipla, lupus eritematoso sistemico, artrite reumatoide
ecc.). Lo stesso vale per malattie «degenerative», nelle
quali i più vari tessuti semplicemente smettono di funzionare, si atrofizzano e muoiono come se avessero
esaurito il tempo vitale a loro disposizione (l’artrosi
primaria generalizzata, l’arteriosclerosi, le più varie
forme di atrofie corticali ecc.). In questi casi è verosimile
che siano in gioco simultaneamente un «disequilibrio»
fra multipli meccanismi omeostatici, fattori ambientali
sconosciuti non necessariamente patogeni e predisposizioni genetiche. Dire «dove» sta la patologia è pressoché impossibile; dire «che cosa» bisogna togliere o aggiungere è molto difficile. Curare significa «regolare»
il sistema senza conoscerne bene i meccanismi: con un
ovvio ritorno al vituperato modello pre-ottocentesco,
anche se con ben altri mezzi conoscitivi e terapeutici.
Una terapia immunosoppressiva o una radioterapia
sono più efficaci di un salasso, ma proprio come il salasso presuppongono la non conoscenza delle cause
parcellari e deterministicamente intese della patologia
stessa.
Esistono poi altri due àmbiti ancora meno imbrigliabili dal modello: in essi l’oggetto stesso di diagnosi
e cura non è più l’organismo, ma la persona nel suo
complesso, intesa come individuo comprensivo sì del
proprio organismo, ma anche di autodeterminazione e
quindi di imprevedibilità intrinseca. Si tratta di un modello che si potrebbe definire medico-comportamentale,
anche se la sua concettualizzazione più famosa usa il
termine bio-psico-sociale.22 Esso accetta e applica i risultati del modello biomedico ma ne resta profondamente diverso.
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Macchina guasta, macchina giusta
e persona disabile
In questo modello la patologia come oggetto intracorporeo è sostituita da alterazioni dei comportamenti
della persona in toto rispetto all’ambiente. Le alterazioni biomediche che le sottendono o sono sconosciute,
o sono trascorse e quindi non più aggredibili.
Un primo campo di applicazione è quello della disabilità. La definizione di disabilità ha una storia contrastata e culminata nel 2001 con la classificazione dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS).23 In
sostanza la «abilità» viene definita come l’interazione
della persona nel suo complesso con il mondo esterno
inclusivo di altre persone. La «dis-abilità» diviene di
conseguenza un’alterazione svantaggiosa delle funzioni
dell’individuo, intendendo con funzione lo scambio di
energia o informazione fra l’individuo e l’ambiente.24
Così intesa, la «dis-abilità» dell’OMS è un comportamento. La conduzione nervosa e la contrazione muscolare sono funzioni biomediche, intracorporee; camminare e comunicare sono funzioni della persona non
attribuibili a sue parti.
Le più varie condizioni patologiche si associano ad
alterazioni funzionali durante la malattia stessa o nei
suoi esiti. Per esempio, un ictus cerebrale può lasciare
paralisi o disturbi di linguaggio. Un trauma può lasciare
un’amputazione. Il rapporto malattia-disabilità, tuttavia, non è univoco. Molte malattie possono condurre a
una stessa condizione di disabilità (per esempio, a una
paraplegia); una stessa malattia può condurre a molte
forme di disabilità (ad esempio, la sclerosi multipla può
condurre a difficoltà motorie, sfinteriche e cognitive).
Dunque, la disabilità è patologia?
Esistono fautori di una visione totalmente relativista della disabilità: l’ambiente sfavorevole, e non un’intrinseca limitazione della persona, sarebbe la genesi
della disabilità. Quando la malattia è spenta e restano gli esiti nessuna macchina è guasta e tutte le
macchine sono giuste. Un paziente claudicante non è
disabile se le barriere architettoniche vengono abbattute. Le persone affette da sordomutismo rappresentano una minoranza linguistica e soffrono quindi di discriminazione, non di patologia. Si guardi agli atleti
disabili che ormai stanno diventando popolari. Alcuni di loro competono addirittura con i più abili fra
i normo-dotati (si vedano le prestazioni di persone con
amputazione di entrambi gli arti inferiori alle recenti
Olimpiadi e Paralimpiadi di Londra 2012). Questo avvalora l’immagine di una disabilità non-patologica
che anzi è strumento di successo e di affermazione individuale.
Se il disabile «non ce la fa»?
Se, da un lato, questo agisce da antidoto verso atteggiamenti discriminatori perché le macchine non riparabili difficilmente attirano interesse e investimenti,
dall’altro, la presentazione mediatica «vincente» facilita
anche la rimozione della non-onnipotenza della biomedicina. L’accettazione del disabile sembra poter essere mediata soltanto dalla sua riparazione protesica.
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Soprattutto se mal interpretata, questa presentazione apre surrettiziamente la porta a un razionamento
delle risorse sanitarie da dedicare all’area riabilitativa.
Se una persona disabile «non ce la fa» (la maggior
parte di queste persone sono anziane, poco telegeniche
e gravemente dipendenti), in qualche misura questo
sembra anche colpa sua. Comunque la sua diversità
non sarebbe un problema clinico e neppure sanitario
ma tutt’al più sociale. D’altro canto esiste ampia evidenza che interventi da parte di medici e operatori sanitari variamente qualificati – e non soltanto di ingegneri, come la metafora del campione con le protesi
impone – possano contrastare efficacemente varie
forme di disabilità lavorando sulla persona nel suo
complesso, applicando competenze biomediche generali e nel contempo applicando tecniche di esercizio e
di insegnamento, favorendo sia meccanismi di recupero
intrinseco delle funzioni lese, sia adattamenti con protesi o ambientali che sfruttano le abilità residue.
In sostanza, se la medicina è biomedicina i fautori
della de-medicalizzazione della disabilità contestano
coerentemente la medicina fisica e riabilitativa quale
non-senso, in quanto medicina senza «parti né cause»
sulle quali intervenire in un ospedale-officina,25 e addirittura priva del suo oggetto principale, ovvero la patologia-guasto. La disabilità sarebbe infatti da considerare e rispettare come semplice variante rispetto alla
media della popolazione.
Il secondo campo refrattario al modello biomedico
è quello della malattia mentale. Il termine malattia
non appare del tutto appropriato in questo contesto. È
alterato il funzionamento globale dell’uomo-macchina
e per di più non si identificano singole parti guaste nel
cervello. Sarebbe ragionevole descrivere queste condizioni come una forma di disabilità per la quale valgono
le considerazioni appena esposte. Come per la disabilità la lotta alla discriminazione verso il malato mentale
(iniziata con la Rivoluzione francese, che ne decretò la
differenza rispetto al deviante criminale) secondo una
forte corrente di pensiero si spinge fino alla negazione
della sua natura patologica, percepita come pretesto per
operazioni di controllo politico e discriminazione sociale.26
Non a caso, dunque, è stata ipotizzata una profonda affinità tra lo statuto epistemologico della medicina fisica e riabilitativa e quello della psichiatria sulla
base della condivisione di mezzi e scopi di natura comportamentale.27
I L D I V O R Z I O F R A S C I E N Z A E A S S I ST E N Z A
È stato segnalato come il rischio di una de-umanizzazione della biomedicina (con le gravi conseguenze etiche che questo comporta) sia troppo spesso affrontato
solo con la proposta di argini etico-religiosi, senza criticare la validità scientifica del modello.28 Il successo
della biomedicina ha così prodotto, senza significative
resistenze, alcuni fenomeni socialmente molto vistosi e
che in questa prospettiva appaiono collegati. Il quadro
è stato delineato in dettaglio in altre sedi.29
Una prima categoria di fenomeni attiene l’inquadra-
mento accademico delle discipline di area psicologica. Un
evento critico fu, negli anni Settanta, la scissione della disciplina accademica psichiatrica dalla neurologia, dopo
decenni di convivenza nella casa comune denominata
«clinica delle malattie nervose e mentali». Una genesi
analoga ebbe l’avvento della psicologia come disciplina
accademica autonoma (oggi vi sono lauree triennali e
quinquennali) e la sua scomparsa come specializzazione
cui si poteva accedere sia da una laurea in medicina e chirurgia sia da una laurea in lettere o in filosofia. La neuropsicologia (la scienza delle funzioni cognitive separatamente intese: linguaggio, memoria, attenzione ecc.) è
divenuta una specializzazione post-laurea alla quale non
si può accedere da una laurea in medicina e chirurgia ma
soltanto da una laurea in psicologia.
Una seconda categoria di fenomeni riguarda le attività clinico-sanitarie rivolte alla disabilità (per semplicità qui definite riabilitazione) ed è di tipo politico.
Il fenomeno consiste nella progressiva separazione fra
competenze sanitarie e competenze socio-assistenziali
a livello di governo centrale (ministeri) e anche locale
(assessorati regionali): davvero una situazione poco
adatta alla riabilitazione che necessita della massima integrazione fra clinica e assistenza sociale proprio per la
«fragilità» delle persone disabili e per la cronicità dei bisogni che le caratterizzano.
Negli anni Sessanta, per esempio, si chiuse l’era dei
luoghi assistenziali curativi-non guaritivi, come sanatori
e ospizi, e iniziò la corsa all’apertura degli ospedali-officina con degenze brevi e potenzialmente guaritive.
Oggi l’invecchiamento della popolazione e i miglioramenti tecnologici di diagnosi e cura rendono ridondante la rete ospedaliera e poco soddisfacente la rete assistenziale territoriale. Ancora adesso, tuttavia, un
intervento di trapianto cardiaco è considerato «sanitario» ed è interamente a carico del Servizio sanitario nazionale, mentre un ricovero in una casa di riposo è considerato «socio-sanitario» e i suoi costi per circa il 50%
(ovvero, per più di uno stipendio medio) gravano sul cittadino-ospite (salvo che in rare eccezioni locali).
L’evoluzione dei moderni «ospedali» dagli antichi
«ospizi», in un percorso che li ha visti a partire dagli
anni Sessanta prima come officine, poi come laboratori
di ricerca con annessi posti-letto, è delineata altrove.30
Le attività mediche di riabilitazione, comprensibilmente, non riescono a trovare una chiara identità (né
quindi un adeguato dimensionamento) all’interno degli ospedali-laboratorio organizzati per interventi brevi
e possibilmente risolutori. Lo stesso vale per gli ospedali-ospizio, sopravvissuti in varie forme alquanto demedicalizzate quali case di riposo e hospice per malti
terminali, dove interventi medici specialistici intensivi
non sono previsti.31
NON C’È
P O STO P E R L A C L I N I C A
Distinzioni necessarie
È quanto meno opportuno chiarire il significato di
tre termini: medicina, clinica e sanità. La biomedicina
ha ereditato senza troppi sforzi il patrimonio metodo-
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logico accumulato dalle scienze fisico-chimiche. Sostanzialmente essa ha assunto il metodo sperimentale
applicato alla biologia e aspira a diventare pura biologia applicata all’uomo. La sanità non è la medicina
(dettaglio troppo spesso ignorato nel linguaggio politico
e corrente); essa si cura di popolazioni, non di singoli
individui. Sanità è vaccinare una popolazione e assicurarle acque pulite e ospedali efficienti. Medicina è curare un singolo paziente affetto da polmonite.
Sta invece scomparendo anche dai documenti ufficiali di vario tipo e livello il termine «medicina clinica». L’aggettivo «clinica», che deriva dal termine
greco klinein, inclinarsi, indica il gesto di chinarsi al
letto del malato. La clinica – professione molto più
prestigiosa quando era meno «scientifica» – è pienamente immersa nel paradigma comportamentale e sta
quindi perdendo rapidamente lo status di scienza.
La clinica è perdente
con queste regole del gioco
Nella ricerca medica contemporanea lo statuto di
scienza comporta la presenza di almeno tre aspetti metodologici: a) che le variabili da osservare siano di ordine
chimico-fisico; b) che il disegno sperimentale renda ininfluente la soggettività del paziente e la relazione con lo
sperimentatore (per esempio, con l’assegnazione casuale
e «in cieco» di pazienti a gruppo-trattato e gruppo-controllo); infine, c) che l’analisi statistica dei dati miri a definire effetti «medi» su popolazioni, prescindendo dalle
osservazioni su singoli pazienti, osservazioni per loro
natura diverse l’una dall’altra.
Certamente è più facile prevedere che cosa succederà
nella media del prossimo campione se si parte da quanto
è successo alla media del campione allo studio. Se si
prende il caso della validazione di un farmaco, il modello
funziona molto bene se il farmaco è l’unica terapia applicata, se esso non ha effetti collaterali riconoscibili dal
paziente e dal valutatore di efficacia, e se il farmaco si
comporta in modo discretamente simile nella maggior
parte dei pazienti.
Purtroppo questo paradigma (il cui apice sta nel mitico double-blind randomized controlled trial) non si applica spesso all’agire clinico (e quasi mai all’agire riabilitativo e psichiatrico). In un intervento di tipo clinico: a)
molte variabili sono comportamentali e non oggettive
(dolore, autosufficienza, depressione, equilibrio, fatica),
la loro misurazione si basa su questionari e richiede un
trattamento quantitativo particolare, sottovalutato dai
biomedici;32 b) si applicano simultaneamente molti interventi sul singolo paziente (e non un singolo intervento su molti pazienti); c) la relazione paziente-curante
è parte integrante della terapia e comunque non può essere neutralizzata facilmente attraverso la «cecità» dei
curanti o la scelta casuale dei pazienti.
Per quanto possa apparire strano anche gli studi basati su popolazioni (per esempio quelli epidemiologici e
di economia sanitaria) beneficiano del metodo sperimentale biomedico. L’assunto di fondo è quello della interscambiabilità fra soggetti (gli uomini-macchina, appunto). I membri di una popolazione in uno studio
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epidemiologico, così come le cellule di un campione
ematico o le fibre di un muscolo, servono a definire un
«oggetto-soggetto medio» in realtà non osservabile. L’interazione con l’individuo non esiste proprio. Da qui la
metafora che vede il grado di scientificità delle discipline
seguire una forma a «U», o «a scodella», in cui gli apici
sono rappresentati dalla biologia e dalla sanità, nelle
quali operano «i bravi», mentre il fondo è rappresentato
dalla medicina clinica nella quale gli operatori sono,
tutt’al più, «i buoni».33
Altre regole sono possibili
Un approccio rigorosamente scientifico agli studi
che esplorano variabili psico-comportamentali esiste da
decenni; anzi, esso ha una tradizione di altissimo livello
tecnico.34 Non a caso questo patrimonio culturale si è dovuto accontentare della denominazione di «quasi-sperimentale» ed è oggetto di studio sistematico soltanto
nelle cosiddette soft sciences come sociologia, psicologia,
pedagogia, discipline oggi «schiacciate» dalle hard sciences più matematizzabili come fisica e chimica. La clinica
è in declino perché considerata soft mentre la biomedicina vuole essere hard. Spinge in questa direzione anche
la posizione dei pensatori metodologici (i più, da Claude
Bernard a Giorgio Israel)35 i quali, mossi da sincera ammirazione per le sfide culturali che la medicina pone, ne
negano la natura di scienza e la definiscono «più che
scienza» o «arte».
I clinici avvertono un senso di frustrazione crescente
per la perdita di prestigio scientifico e sociale associata,
non a caso, a una crescente burocratizzazione.36 Non si
tratta soltanto di una percezione. Esistono molti indicatori quantitativi che segnalano come la clinica moderna,
la cui nascita fu magistralmente descritta da Georges
Foucault,37 stia già morendo. Fra questi spiccano lo sviluppo distorto della letteratura medica e lo sviluppo «ad
modum Bernard» della formazione accademica.
Nella ricerca e nella formazione
Da molti decenni gli articoli su riviste di settore sono
la moneta di scambio della produzione scientifica nell’area delle hard sciences ma in particolare nelle cosiddette life sciences e in medicina.
Le riviste più accreditate vengono censite in particolari banche dati (ormai tutte on-line). Il prestigio delle riviste si misura (pur con note distorsioni) in base al numero di citazioni che i loro articoli ricevono da parte di
altre riviste accreditate. L’indicatore più noto è l’impact
factor. Sull’impact factor (o su indici analoghi o derivati)
si basano finanziamenti e carriere. L’impact factor sale se
i lettori di un articolo sono molti, ma soprattutto se sono
a loro volta scrittori prolifici. Entrambe le caratteristiche
si ritrovano molto più nelle aree biomedica e sanitariogestionale che nell’area comportamentale e clinica.38
Notoriamente coloro che hanno un’ esclusiva attività di
laboratorio o di epidemiologia hanno più tempo per
sperimentare, leggere e scrivere, o almeno possono programmare queste attività più efficacemente rispetto a coloro che svolgono una professione assistenziale rivolta a
singoli pazienti.
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Anche i clinici, tuttavia, cercano di pubblicare su riviste di area biomedica, o almeno di area sanitario-gestionale, perché saranno maggiormente premiati dal
loro elevato impact factor. L’area biomedica riceverà
più finanziamenti e apparirà più attraente ai giovani talenti: si genera così un circolo vizioso, esempio classico
di profezia che si auto-avvera.39
Recenti riforme universitarie sono state coerenti con
una deriva biomedica che svaluta lo statuto scientifico
della medicina clinica. È stato notato, ad esempio, che
gli iscritti a lauree specialistiche non mediche (svolte in
un biennio che segue la laurea triennale) vengono definiti «studenti». Lo stesso vale per gli iscritti ai corsi di
dottorato di ricerca post-laurea, il PhD program anglosassone. Si noti che PhD sta per Philosophiae Doctor,
termine che la dice lunga sul significato culturale attribuito a tale curriculum. Inoltre, in questi curricula viene
posta molta enfasi su aspetti metodologici generali che
consentano poi allo «specialista» di autoformarsi e di generalizzare conoscenze e competenze nella sua vita professionale futura.
Al contrario i medici iscritti ai corsi di specializzazione medica (non importa se di cardiologia, radiologia,
oftalmologia o altro) vengono definiti «assistenti in formazione». Nei corsi di specializzazione non oltre il 510% delle ore di insegnamento andrebbe dedicato alla
formazione teorica in aula, poiché in essi prevale l’obiettivo di una formazione «professionalizzante», termine
utilizzato – forse impropriamente – per indicare un insegnamento basato sulla pratica. In sostanza, la crescita
teorica e metodologica non è il core business della «specializzazione» medica.
L I B E R A R S I DA U N M I TO
La decadenza della medicina clinica deriva dall’ormai diffusa concezione della persona umana come uomomacchina, concezione foriera di grandi successi in molte
circostanze ma nel contempo forte freno a progressi in
molte aree della scienza medica. Ovviamente non sarà
regredendo a visioni prescientifiche che si otterranno
nuovi successi. Occorre tuttavia allargare e forse reindirizzare il modello scientifico attualmente dominante.
Il metodo clinico come scienza
In primo luogo, bisogna essere meno rinunciatari sull’affermazione dello statuto scientifico della medicina clinica. Bernard sostiene che «la base della medicina scientifica è la fisiologia» e forse non ha torto. Ma che cosa è
la fisiologia? È molto più metodo che contenuto. Nello
stesso testo egli ammette che è più facile definire «come»
la fisiologia opera piuttosto che definire «di che cosa» in
realtà si occupi (infatti si può fare fisiologia sull’occhio o
sull’intestino, sulla funzione renale o sulla corsa, su una
membrana cellulare o su un elefante). Se ne deduce che
per Bernard è possibile una «scientificità» del metodo conoscitivo, indipendentemente dagli oggetti studiati.
La sua lezione – tuttora presente nella mentalità medica contemporanea – è stata forse interpretata riduttivamente, o comunque è stata applicata in modo rigido
senza contestualizzarla a un’ epoca in cui la priorità era
la lotta conto ciarlataneria e approssimazione. Non è ancora inciso nel marmo che il metodo clinico non possa
essere una scienza in sé, piuttosto che «arte» e «filantropia» tributarie delle «vere» scienze, né che l’atto di curare con successo e fortuna un singolo paziente non richieda processi mentali scientifici per poi generare – se
il clinico è culturalmente attrezzato – un’osservazione foriera di scoperte o di generalizzazioni.
L’atto clinico è in buona parte composto di procedimenti logici induttivi-abduttivi-deduttivi (secondo la
classica definizione che ne diede l’epistemologo Charles
S. Pierce e ben riassunta in un sottile articolo medico)40
che sono in gran parte impliciti e restano in parte misteriosi e tuttavia nulla hanno da invidiare, quanto a
complessità e raffinatezza, ai processi mentali dello «scopritore da laboratorio».
Certamente l’interazione «unica» medico-paziente
può essere vista come fattore di confusione se lo scopo è
quello di scoprire meccanismi generalizzabili, ma il metodo di gestione di questa «unicità» per ottenere informazioni e compliance rispetto alla cura può essere esso
stesso rigorosamente scientifico.41
In secondo luogo, occorre insistere per importare
nell’area biomedica metodi propri delle cosiddette soft
sciences e che valorizzino i risultati di interventi comportamentali poco evidenziabili con protocollo biomedici convenzionali.
Dalla «prestazione» alla «relazione»
Le due proposte precedenti implicano entrambe un
ripensamento della formazione del medico. Un’ipotesi
abbastanza radicale, ma non difficile da sperimentare,
è quella di differenziare precocemente i curricula formativi del medico in vista di una professione futura «di
relazione» invece che «di prestazione», ove prevalgano
la presa in carico della persona rispetto alla erogazione
di consulenza o di prestazioni «su parti» della persona.42
Le professioni sanitarie in fondo si differenziano non
soltanto in base a organi e metodi di primario interesse,
ma anche in base al peso che rivestono la relazione medico-paziente, le peculiarità cliniche e sociali del paziente
stesso, l’impatto disabilitante della patologia, rispetto alla
complessità del singolo atto diagnostico-terapeutico parcellare (una radiografia, una escissione chirurgica).
Per meglio visualizzare questo gradiente si possono
esemplificare due estremi costituiti dalla psichiatria all’estremo relazionale e dalla biochimica clinica e dall’anatomia patologica all’estremo prestazionale. Vicino
alla psichiatria si possono collocare la medicina fisica e
riabilitativa e la geriatria, per esempio; vicino alla laboratoristica si possono collocare radiologia e molte chirurgie, e via collocando. Le basi di ragionamento logico
induttivo, di psicologia, di statistica psicometrica devono essere superiori nel primo caso, rispetto al secondo.
Le basi di ragionamento deduttivo, di conoscenze chimico-fisiche e l’esperienza manuale prevalgono nel secondo caso.
Un terzo caso potrebbe essere il percorso dei medici
«di comunità» le cui competenze statistiche, sociali, giu-
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ridiche ed economiche dovrebbero essere potenziate
precocemente così da generare una forma mentis e non,
come avviene adesso, un accumulo di nozioni specificamente epidemiologiche su una forte base biologica e
clinica che resterà in gran parte inutilizzata.
La natura stessa delle «specializzazioni», intese come
«cappello» sovrapposto a una base unica, va ripensata.
Oggi si accetta che un medico odontoiatra venga formato con cinque anni accademici, senza passare per i sei
anni di medicina e chirurgia. Nel contempo tuttora servono almeno undici anni per diplomare sia un audiologo, sia un internista. Qualsiasi medico ha ancora titolo
per iscriversi a qualunque specializzazione.
L’uomo-macchina e la macchina-uomo sono utili come
metafore che aiutano l’uomo a cercare meccanismi riparativi; sono pericolose se diventano miti di potenza. Il
mito rallenta sempre il progresso della conoscenza scientifica, basato sul dubbio e sull’esperimento.
L’equivalenza fra persona malata e macchina guasta
non è un’evidenza scientifica e a ben vedere non è nemmeno rassicurante. Non soltanto è giusto ma è anche
conveniente insistere nella ricerca di uno statuto scientifico proprio della medicina clinica, così da non abbandonare la medicina tutta a una deriva biologica.
* Professore ordinario di Medicina fisica e riabilitativa presso
l’Università di Milano, direttore del Dipartimento di scienze neuroriabilitative presso l’Istituto auxologico italiano di Milano. Il testo origina da un intervento intitolato «Medicina, malattia e disabilità:la
macchina guasta e la macchina giusta», tenuto al XX Convegno di studio dell’Area di ricerca SEFIR (Scienza e fede sull’interpretazione del
reale; cf. Regno-att. 10,2012,308s) sul tema «Le macchine parlano di
noi» (Roma, 26-28.1.2012). Ringraziamo SEFIR e l’editrice Città
Nuova, presso cui saranno pubblicati gli Atti del Convegno, per averci
concesso la pubblicazione congiunta del testo.
1
Cf. G.A. BORELLI, De motu animalium (edizione originale latina
postuma del 1680). Facilmente accessibile l’edizione: On the movement of
animals, Springer, New York 1998. Il titolo stesso del celeberrimo De
motu animalium di Giovanni Francesco Borelli riflette lo stupore della
scienza seicentesca per la peculiarità della vita caratterizzata dal
«moto» di organi e organismi: animalium, infatti, significa «degli esseri
animati» e non degli animali in senso zoologico.
2
Cf. P. TEILHARD DE CHARDIN, Il fenomeno umano, Queriniana, Brescia 2010 (edizione originale francese postuma del 1955).
3
Cf. C. ALLEN, «Animal Consciousness», in E.N. ZALTA (a cura
di), The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Winter 2011 Edition) (reperibile sul sito web http://plato.stanford.edu).
4
Cf. I. TATTERSALL, Il mondo prima della storia. Dagli inizi al 400 aC,
Raffaello Cortina, Milano 2009 (edizione originale inglese del 2008).
5
Cf. G. ISRAEL, La macchina vivente. Contro la visione meccanicistica dell’uomo, Bollati Boringhieri, Torino 2004.
6
Cf. C. BERNARD, Introduzione allo studio della medicina sperimentale,
Feltrinelli, Milano 1973 (edizione originale francese del 1865).
7
Cf. M. SHELLEY, Frankenstein, Mondadori, Milano 2002 (edizione
originale inglese del 1818).
8
Cf. A. HUXLEY, Mondo nuovo-Ritorno al mondo nuovo, Mondadori,
Milano 2000 (edizione originale inglese del 1932).
9
P.K. DICK, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, Fanucci, Roma
2012 (edizione originale americana del 1968).
10
Cf. P. LEVI, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino 1998 (edizione
originale del 1947).
11
Cf. W. HARVEY, Exercitatio anatomica de motu cordis et sanguinis in
animalibus (edizione originale del 1628). Facilmente accessibile la versione inglese On the motion of heart and blood in animals, Prometheus Books,
Amherst 1993.
12
Cf. G. CANGUILHEM, Il normale e il patologico, Einaudi, Torino
1994 (edizione originale francese del 1966, comprensiva di postfazione
alla prima versione del 1943).
13
Cf. L. TESIO, «Giovanni Alfonso Borelli, 1680: meccanica, movimento, vita», in Ricerca in riabilitazione 3(1994) 3, 15-19 (reperibile sul
sito web www.scalafim.com/pages).
14
Cf. T.S. KUHN, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino 2009 (versione originale americana del 1962).
15
Cf. BERNARD, Introduzione allo studio della medicina sperimentale.
16
Cf. CANGUILHEM, Il normale e il patologico.
17
Cf. ISRAEL, La macchina vivente.
18
Cf. CANGUILHEM, Il normale e il patologico.
19
Cf. J. MONOD, Il caso e la necessità, Mondadori, Milano 2001 (edizione originale francese del 1970).
20
Cf. F. AGNOLI, L. BALDUCCI, G. CESANA, «Ethical disputes», in
Journal of Medicine and the Person 10(2012) 1, 1-2 (disponibile sul sito web
www.springer.com/medicine/journal).
21
Cf. L. TESIO, «La bio-medicina fra scienza e assistenza. Medicina riabilitativa: scienza dell’assistenza», in Il Nuovo Areopago 20(1995)
2, 80-105.
22
Cf. G.L. ENGEL, «The Need for a New Medical Model: A Challenge for Biomedicine», in Science 196(1977) 4286, 8.4.1977, 129-136.
23
Cf. ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITÀ, ICF. Classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute, Erickson,
Trento 2002.
24
Cf. L. TESIO, F. FRANCHIGNONI, «Don’t touch the physical in
“Physical and Rehabilitation Medicine”», in Journal of Rehabilitation Medicine 39(2007) 8, 662-663 (reperibile sul sito web www.medicaljournals.se/jrm).
25
Cf. L. TESIO, «Riabilitazione nell’ospedale: scienza o assistenza?», in L’Arco di Giano (2007) 52, 79-92.
26
Cf. M. FOUCAULT, Il potere psichiatrico. Corso al Collège de France,
1973-1974, Feltrinelli, Milano 2010.
27
Cf. L. TESIO, «How specific is a Medical Specialty? A semi-serious game to test your understanding of Physical and Rehabilitation
Medicine», in International Journal of Rehabilitation Research 34(2012) 4,
378-381.
28
Cf. TESIO, «La bio-medicina fra scienza e assistenza».
29
Cf. Ivi; ID., «The good-hearted and the clever: clinical medicine
at the bottom of the barrel of science», in Journal of Medicine and the
Person 8(2010) 3, 103-111; ID., «Outcome research in rehabilitation:
variable construction, trial design and statistical inference», in H. SOROKER, H. RING (a cura di), Advances in Physical and Rehabilitation Medicine, Monduzzi, Bologna 2003, 499-505.
30
Cf. TESIO, «Riabilitazione nell’ospedale: scienza o assistenza?».
31
Cf. Ivi.
32
Cf. L. TESIO, «Measuring Behaviours and Perceptions: Rasch
Analysis as a tool for Rehabilitation Research», in Journal of Rehabilitation Medicine, 35(2003) 3, 105-115 (reperibile sul sito web www.medicaljournals.se/jrm); ID., «Outcome research in rehabilitation».
33
Cf. TESIO, «The good-hearted and the clever».
34
Cf. W.R. SHADISH, T.D. COOK, D.T. CAMPBELL, Experimental and
Quasi-Experimental Designs for Generalized Causal Inference, Houghton Mifflin Co., Boston 2002; J.L. FLEISS, Design and Analysis of Clinical Experiments, Wiley & Sons, New York 1986.
35
Cf. G. ISRAEL, Per una medicina umanistica. Apologia di una medicina
che curi i malati come persone, Lindau, Torino 2010.
36
Cf. T.R. COLE, N. CARLIN, «The suffering of physicians», in
The Lancet 374(2009) 9699, 24.10.2009, 1414-1415 (reperibile sul sito
web www.thelancet.com).
37
Cf. M. FOUCAULT, Nascita della clinica, Einaudi, Torino 1998 (edizione originale francese del 1963).
38
Cf. L. TESIO, C. GAMBA, A. CAPELLI, «Rehabilitation: the Cinderella of neurological research? A bibliometric study», in Italian Journal of Neurological Sciences 16(1995) 6, 473-477 (reperibile sul sito web
http://link.springer.com).
39
Cf. TESIO, «The good-hearted and the clever».
40
Cf. C. RAPEZZI, R. FERRARI, A. BRANZI, «White coats and fingerprints: diagnostic reasoning in medicine and investigative methods
of fictional detectives», in British Medical Journal 331(2005) 7531,
24.12.2005, 1491-1494 (reperibile sul sito web www.bmj.com).
41
Cf. M. BUZZONI, «On Medicine as a Human Science», in Theoretical Medicine and Bioethics 24(2003) 1, 79-94.
42
Cf. TESIO, «The good-hearted and the clever».
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Luigi Tesio*
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delle religioni
Una festa di tutti
Natale: la dinamica divina
e la nostra accoglienza
L
e feste dipendono dai calendari, i quali a loro volta si
poggiano su moti celesti. Essi non sono sottoposti al capriccio umano, né a variabili stagionali. Un inverno
può essere molto rigido e nevoso o solo freddo e piovoso, ma si può essere certi che ogni anno fino al solstizio d’inverno i dì si accorceranno, dopo di che ricominceranno a crescere. Sole, luna e stelle ci accomunano, o almeno così sembra.
È sapienza antica affermare che tutti abitiamo sotto lo stesso
cielo. Eppure la misura del tempo differisce da luogo a luogo,
da civiltà a civiltà. C’è chi guarda al sole, chi si fa forte della
ciclica luna e chi tiene conto dell’uno e dell’altra. Al calendario gregoriano, che s’è imposto in Occidente e di riflesso nel
mondo intero, sfuggono ancora molti terreni del sacro. Il
papa e i gesuiti del Collegio romano hanno conquistato il nostro pianeta senza occupare tutti gli spazi di Dio. Quasi ogni
religione continua, infatti, a misurare il tempo a modo suo. Capita perciò che le feste degli uni cadano quando altri vivono
un tempo normale e viceversa. Non a caso nelle società multireligiose si moltiplicano i calendari che indicano le ricorrenze
delle varie comunità.
Possiamo rallegrarci insieme?
In spazi fattisi sempre più condivisi le differenze risultano più
percepibili. Non è, però, scoperta di oggi. Già in passato si sapeva che nessuna religione è un’isola. Un non ebreo disse a rav
Yehoshua’ ben Qorchah (un maestro d’Israele vissuto nel secondo secolo della nostra era): «Noi abbiamo le nostre feste e voi
le vostre; quando voi vi rallegrate noi non lo facciamo e allorché
noi siamo lieti voi non lo siete». Una domanda sorse allora sulle
labbra del gentile: «Non esiste mai davvero un’occasione in cui
tutti possiamo rallegrarci insieme?». Il rabbi rispose che ciò avveniva quando cadeva la pioggia. Nelle zone aride, dove scarsi
sono i fiumi e il sottosuolo è povero d’acqua, la vita dipende, alla
lettera, dal fecondante pianto delle nubi. Quando piove la gioia
è condivisa allo stesso modo in cui lo è l’esistenza: «Siamo vita
in mezzo a vita che vuol vivere» (A. Schweitzer).
Nell’emisfero settentrionale, nell’ultimo scorcio del mese di
dicembre, qualcosa del genere vale anche per il lento, ma costante, crescere della luce. Quando si sa di aver toccato il fondo
non si può che risalire. A poco a poco il buio retrocede. Tuttavia soltanto nei tempi fissi della natura ci è dato di sapere con certezza che si è giunti davvero al punto infimo; in quelli mobili della
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vita individuale, economica, sociale e politica rimane incerto se,
per quanto si situi già in basso, non ci siano ulteriori gradini da
scendere.
Nel «settentrional vedovo sito» da tempo immemorabile
l’accensione di lumi all’inizio dell’inverno è segno augurale collegato alla progressiva risalita della luce. Ebrei e cristiani, nati e
sviluppatisi nell’emisfero Nord, hanno assunto l’uso di accendere
lampade facendole interagire con i racconti connessi alla propria
fede: gli uni hanno i lumi di Chanukkah, gli altri le candele dell’Avvento e le luci poste sugli alberi di Natale. Entrambi conti-
LUCA MAZZINGHI
Il Pentateuco sapienziale
Proverbi Giobbe Qohelet
Siracide Sapienza
Caratteristiche letterarie e temi teologici
I
libri sapienziali sono testi poco conosciuti
dal grande pubblico, ma il loro studio consente di far emergere una ricchezza di temi
che per lungo tempo ha nutrito la riflessione
teologica di Israele. Il volume, frutto della
docenza dell’autore, rappresenta un’ottima
introduzione alla letteratura sapienziale
biblica.
«TESTI E COMMENTI»
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Dehoniane
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Parole delle religioni
nuano tuttora ad accenderle. Lo fanno anche se l’inquinante eccesso luminoso, proprio delle nostre società, ferisce in modo
grave il simbolismo delle lampade. Perché la luce risplenda per
davvero occorre conoscere le tenebre, e ciò vale in senso sia fisico sia spirituale (Gv 1,5).
Ognuno, allora, ha le proprie feste e sono soltanto i tempi
del cielo ad accomunarci? Rispondere di sì significherebbe
consegnare le ricorrenze a un ambito dominato da un tollerante principio paragonabile a quello contenuto nel motto secondo cui la mia libertà finisce là dove comincia la tua. Non ci
sarebbe concorrenza, ma neppure solidarietà. Ognuno festeggerebbe a casa propria senza pestare i piedi a nessun altro. Ad
accomunarci sarebbero dunque solo tempi e stagioni? È utopia confidare in qualcosa di più? Davvero non ci è dato di rallegrarsi per le feste degli altri? Ed è solo arroganza pretendere
che le celebrazioni di ciascuno siano dotate di un respiro più
ampio di quello conseguibile dall’interno della propria tradizione religiosa?
Il Natale, pur essendo forse l’unica festa nell’Occidente cristiano dotata tuttora di una perdurante componente domestica,
erompe dall’ambito familiare. Ciò avviene, nella maniera più
appariscente, nel suo versante secolarizzato e commerciale.
Esso riempie di luci strade e piazze e, così facendo, allarga, nel
contempo, il vuoto che abbiamo dentro: le tenebre esteriori superficialmente sconfitte accrescono quelle interiori. Né, per
contrastare questa tendenza, basta coltivare la pur alta motivazione, (accresciutasi negli ultimi anni) che induce alcuni a condividere, in maniera cordiale, le feste degli altri. La partecipazione all’altrui festa ci accomuna più dei moti della terra o della
luna e ci ristora rispetto al protervo sfavillio omogeneizzante
delle nostre strade. Tuttavia la condivisione sarebbe davvero
piena solo se fosse all’altezza del paradosso di ospitare anche la
pretesa di universalità insita, il più delle volte, nella festa dell’«altro». Per ricorrere a un’espressione di Simone Weil, occorrerebbe partecipare alle solennità altrui partendo dalla convinzione che ogni religione sia l’unica vera: una sfida che è al di là
delle nostre attuali forze spirituali. Qui non basta pensare al crescere del sole; occorre coltivare desideri estremi, come quello di
sperare in un sole che, come scrisse il grande poeta mistico musulmano Gialal ad-Din Rumi, sia in grado di proteggerci dai
suoi stessi raggi.
Dio esce da sé e si fa creatura
Per il credente in Gesù Cristo non è sufficiente affidarsi ai
tempi del creato, per lui è necessario guardare ai paradossali
tempi di Dio, in virtù dei quali l’eterno si è rivestito di carne e
sangue. Se il Natale fosse solo festa dei cristiani l’incarnazione del
Figlio sarebbe ricondotta all’ambito angusto dell’identità confessionale: noi abbiamo le nostre feste, voi le vostre. Il Verbo venuto a porre la propria tenda tra noi (Gv 1,14) esige, invece, di
essere accolto con un respiro aperto a tutti, senza con ciò imporsi
a nessuno. Ciò e non altro significa la possibilità che ci è data di
accoglierlo o rifiutarlo. Leggendo e rileggendo il Prologo del
quarto Vangelo si coglie che le parole iniziali riferite al Logos che
era presso Dio vanno comprese alla luce del racconto di quanto
viene dopo. Il messaggio che ci è comunicato è incentrato sulla
rivelazione massima secondo cui il Logos, per mezzo del quale
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sono state fatte tutte le cose (Gv 1,3), può essere accolto, e quindi
anche rifiutato, dalle sue creature. Si tratta di un’alternativa
che ci comunica una realtà abissale: chi è all’inizio di tutto,
lungi dall’imporre alle proprie creature di essere riconosciuto,
chiede loro di venir ospitato esponendosi, di conseguenza, al rischio di restare fuori dall’uscio. La Parola che crea ogni cosa,
nulla impone.
La massima libertà esercitata da Dio è stata quella di uscire
da sé e di farsi creatura. Quella scelta abissale ci invita a uscire
da noi stessi per condividere la vita degli altri; proprio in ciò la
testimonianza di fede in Gesù Cristo si fa massima. L’omogeneo
e settentrionale crescere della luce successiva al solstizio d’inverno
non ci basta né per vivere il Natale né per presentarlo come simbolo universale (custodito dalla fede di alcuni e negato da quella
di altri) dell’umanità di Dio. Per attingere alle profondità del Natale occorre viverlo come fonte di un divino accoglimento dell’umanità dell’altro che ci incalza a essere a nostra volta accoglienti. Per quanto il senso autentico del Natale sia custodito solo
dalla fede di alcuni, si è chiamati a renderlo, nella mitezza, una
festa a favore di tutti.
Piero Stefani
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«Benedico nei luoghi affollati»
Ancora sulle benedizioni dei cristiani comuni
“
IO NON
MI VERGOGNO
DEL VANGELO
“
I
o benedico nei luoghi affollati». «Dio
mio non ho mai benedetto nessuno». «A me vien fatto di
benedire sempre, in cuor mio, i bambini». Tre donne che frequentano il
mio blog mi hanno inviato queste confidenze in risposta alla richiesta di narrare la propria esperienza della benedizione come liturgia del cristiano
comune, che non ha rituali e che è affidata alla spontaneità della vita. Il
mese scorso avevo abbozzato qui una
rassegna narrativa della varietà delle
benedizioni scambiate ai nostri giorni,
comprese quelle dei laici ai consacrati
(Regno-att. 20,2012,719). Torno sul
tema per meglio calarlo nella quotidianità.
«Io benedico nei luoghi affollati,
per le strade, negli autobus», racconta
la prima delle tre visitatrici: «Soprattutto quando nei dintorni c’è qualcuno molto arrabbiato. Mi guardo intorno, poso un rapido sguardo su un
volto, poi su un altro, e a ognuno dico
mentalmente: “Dio ti benedica”. A
volte tra i volti arrabbiati se ne nota
uno calmo, assorto. Se su quello indugio con lo sguardo, corre tra noi un
abbozzo di sorriso e allora mi sento
benedetta. Se solo ci si fa un po’ caso,
siamo avvolti di benedizioni». Mio
lettore, io credo che questa sarà anche
la tua conclusione se leggerai per intero. Svolgeremo un esercizio di applicazione alla vita quotidiana dei
mille modi nei quali ognuno può farsi
benedizione per sé e per gli altri.
COSÌ BENEDICO I FIGLI
PRIMA DI ANDARE A LETTO
La visitatrice del blog che afferma
di benedire i bambini così continua:
«Li vedo così belli nella loro spontaneità non ancora toccata dal Male che
il mio “Dio ti benedica” è un pensiero
naturale, un desiderio forte che restino
sempre al di fuori del Male, e nello
stesso tempo un ringraziamento al
Creatore che li ha chiamati alla vita».
Una quarta visitatrice racconta di
una benedizione detta in parole e non
solo nel cuore: «Ero ferma a un semaforo, un povero si avvicinava ai finestrini chiedendo l’elemosina. Era
un ragazzo, nordafricano probabilmente, di 15, 16 anni, e sembrava
sconsolato. Quando è arrivato da me,
gli ho porto la moneta, e insieme ho
detto: “Il Signore ti benedica”. Non
posso dimenticare il cambiamento
nell’espressione del suo viso, la luce
che si è accesa: “Grazie”, ripeteva.
Sono ripartita e dallo specchietto l’ho
visto che guardava verso di me sorridendo».
Non sono solo le donne a benedire. «Da un paio d’anni – racconta
un papà – do la benedizione ai figli
prima di andare a letto pronunciando
la formula della chiusura della liturgia
delle ore: “Il Signore ti benedica, ti
preservi da ogni male e ti conduca
alla vita eterna”. Con la risposta dei
figli: “Amen”. La sera è una benedizione individuale con il segno della
croce sulla fronte, come nella celebrazione del battesimo, con l’aggiunta
di una carezza sulla guancia e il bacio
della buona notte. La mattina invece
la benedizione è collettiva. È la forma
di conciliazione più semplice ed efficace che ho trovato con i figli piccolissimi e piccoli. È la forma più sincera
di buona notte. Anche il più piccolo,
un anno e mezzo, viene alla sponda
del lettino e non vede l’ora tutte le
sere». «Dall’abitudine consolidata di
dare la benedizione ai figli – racconta
ancora il papà benedicente – mi accorgo che passo con facilità anche a
benedire espressamente ma con disinvoltura e quasi con naturalezza altre persone, quando la situazione lo
consente».
Un visitatore esperto delle lingue
di Calabria e di Sicilia narra la frequenza delle benedizioni tuttora alta
laggiù e conclude: «Quando vado a
trovare don Daniel, alla fine per saluto
mi faccio sempre benedire». Ma ovviamente non sono solo i sacerdoti a
benedire in quelle terre. Lo stesso visitatore riferisce che in Sicilia si dice
ancora: «U Signuri t’u paja», che il
Signore ti ripaghi per il buon gesto
che hai fatto. Leggendo queste parole
a me è venuto alla memoria che nelle
mie Marche gli anziani dicono: «Il Signore ti rimeriti».
«BABBO, MAMMA,
LA BENEDIZIONE»
Ancora il visitatore calabro-siciliano: «Mia zia Anna in Calabria mi
congedava sempre con un “Va’ figghiu n’santa paci”, vai figlio in santa
pace. A Bagheria è uso salutare tra
persone in età con un “Sa binidìca”,
vossignoria mi benedica. Mia nonna
dice che “i cosi ca no su giusti ‘u Signuri no t’i benadìci”, ossia che Dio
non ti benedice le cose che fai pestando i piedi agli altri o con sotterfugi».
Una visitatrice che vive negli USA
ma è di origine napoletana ricorda la
formula «A’ Madonna t’accumpagni»,
che «detta da nonne, zie, mamma è
sempre stata una benedizione che è
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discesa su ognuno di noi. L’ho detta
anch’io alle mie figlie, proprio così, in
napoletano, per anni; e la nuova generazione viene su ricevendo la stessa
benedizione quotidiana».
Un visitatore del blog che è di Ferrara ha un racconto analogo: «Una
mia nonna nel nostro sermo nativus
salutava i nipoti rivolgendo loro queste parole: “Banadèt al miè putìn”,
“banadèta dal Sgnòr”; o semplicemente “banadìt!”. Benedetta nonna.
Benediceva continuamente».
Anche nel linguaggio familiare dei
contadini marchigiani la richiesta e il
dono della benedizione erano frequenti. Ricordo che la ritualizzazione
del dialogo benedizionale era arrivata
a togliere il verbo «dammi» dalla richiesta dei figli. Al termine del rosario, recitato nella cucina o nella stalla,
prima di andare a letto si diceva a
casa mia: «Babbo, mamma, la benedizione». Lo dicevamo tutti insieme
confusamente, come in una gara a chi
faceva prima e quelli rispondevano:
«Dio vi benedica».
UN RITO DI BENEDIZIONE
«JACOPO ORTIS» DI FOSCOLO
NELLO
Il dialogo diveniva più impegnativo quando uno partiva per un viaggio o per l’ospedale, o andava soldato,
o in guerra. Ma anche per andare a
«garzone» per la settimana della mietitura o della vendemmia da un altro
contadino, dormendo la notte nel fienile. E la corrispondenza di chi era
lontano portava sempre la richiesta
della benedizione e non solo tra i contadini: «Mi benedica, mio caro Papà,
e preghi Dio per me, che le bacio la
mano con tutto il cuore» (Giacomo
Leopardi al padre Monaldo, da Firenze, 3 luglio 1832).
Il Foscolo ha un memorabile rito
di benedizione nelle Ultime lettere di
Jacopo Ortis (1801), quando il protagonista prende commiato dalla
mamma avendo deciso di suicidarsi:
«Jacopo le strinse la mano e la guardava come se volesse affidarle un secreto; ma bel tosto si ricompose, e le
chiese la sua benedizione. Ed ella alzando le palme: Ti benedico – Ti benedico; e piaccia anche a Dio onnipotente di benedirti. Avvicinatisi alla
scala s’abbracciarono».
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La benedizione di chi è vicino a
morire aveva e ha il valore simbolico
di un testamento. Aldo Moro manda
queste parole alla «dolcissima Noretta» dal carcere delle Brigate rosse,
avuto l’annuncio della morte: «Ti abbraccio forte forte e ti benedico dal
profondo del cuore. Aldo» (senza
data, maggio 1978).
Flavio Chemello, un ragazzo di
Verona che muore di tumore a 24
anni nel 1988, così prende commiato
dal parroco: «Ora chiedo al Signore
che mi lasci andare, e chiedo anche
una benedizione per te e la comunità». Rita Sivelli, di Parma, mamma
di due bambini, muore anche lei di
tumore a 35 anni nel 1994 così ringraziando le amiche per l’aiuto da
loro avuto nei mesi della malattia:
«Sono certa che questo amore donato è stato accolto dal Signore e lo
ha trasformato in benedizione per voi
e per le vostre famiglie». Queste due
ultime storie sono nei miei volumi intitolati Cerco fatti di Vangelo 2 e 3,
ambedue pubblicati da EDB (2011 e
2012).
QUEI SOLDATI RICONCILIATI
DAL KYRIE ELEISON
Una formula simile usa – nell’ultima lettera ai genitori – un partigiano
condannato a morte dai tedeschi,
Leonardo Corona, che così scrive da
Firenze il 23 marzo 1944: «Sono rassegnato alla volontà del Signore che
per questo sacrificio darà a voi ogni
benedizione e a me darà il Paradiso
dove tutti ci ritroveremo» (Lettere dei
condannati a morte della Resistenza
italiana, Einaudi, Torino 1994, 84).
A volte si danno «benedizioni»
“
IO NON
MI VERGOGNO
DEL VANGELO
“
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nelle quali non compare la parola
«benedire» in nessuna delle sue varianti ma compare l’atto dell’affidamento al Signore. Don Italo Ruffino,
prete di Chiavari che fu cappellano
militare della spedizione in Grecia e
che ha appena compiuto cent’anni,
in un’intervista ad Avvenire del 21 novembre 2012 racconta di un soldato
italiano che dopo una battaglia si
trova accanto a un greco agonizzante:
«Mosso a pietà avrebbe voluto dirgli
qualcosa, chiudergli gli occhi. La
prima cosa che gli venne in mente furono le uniche due parole in greco
che conosceva: Kyrie eleison. Le disse
chinandosi sul volto di quell’uomo
prima nemico. E lui rispose: Kyrie eleison».
COME DONNE E UOMINI
DI BENEDIZIONE PER TUTTI
Il linguaggio e le forme del benedire sono di grande varietà. Nelle
«Premesse generali» al Benedizionale
(edizione CEI del 1992) si parla a p.
21 di «Dio che benedice» le sue creature, di uomini che «benedicono Dio»
e di uomini che «benedicono gli altri».
Il linguaggio dei teologi è ancora più
libero: «Una madre che traccia un segno di croce sulla fronte del suo bambino lo benedice e se traccia il segno
della croce sulla propria fronte benedice se stessa» (P.P. KASPAR, Il linguaggio dei segni, Queriniana, Brescia 1988, 69).
Benedire Dio, benedire un fratello,
benedire un figlio, benedire sé stessi,
benedire un nemico, benedire chi ci
passa accanto. Un neonato o un morente. Un papa in affanno o un prete
colpito da Parkinson. Un condannato
a morte di cui incrociamo lo sguardo
nel telegiornale. Con o senza parole o
gesti. Questa liturgia minima, ampiamente offerta al cristiano comune, è
una delle modalità più frequenti con
cui il segno dell’amore di Dio viene
partecipato e accolto nella vita quotidiana. Un pieno protagonismo laicale
comporta che i cristiani avvertano sé
stessi come uomini e donne di benedizione per sé, per l’umanità, per il
mondo.
Luigi Accattoli
www.luigiaccattoli.it
i
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attualità 2012
i ndici
ARGOMENTI
(Cf. singole nazioni)
At tualità ecclesiale
BENEDET TO XVI
IV Concistoro: il ritorno della curia (G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . . .
IV Concistoro: il rinnovamento spirituale (G. Brunelli) . . . . . . . . . .
Messico - In attesa del papa: il predominio della violenza
(M. Castagnaro) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Messico e Cuba - Viaggio di Benedetto XVI: ritornare a Dio
(A.M. Valli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Cuba - Messico: sfide nuove per un continente cattolico (G. B.) . . .
Austria: rinnovamenti (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Dibattito - Il papa e la liturgia: per una moltitudine (F. Pieri) . . . . . .
Santa Sede - «Corvi»: l’esercizio dell’autorità, oltre gli uomini
(G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il papa a Milano - VII Incontro mondiale delle famiglie: una Chiesa
e il suo popolo (A. Torresin) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Chiese - Crisi dell’euro: l’Europa necessaria (Il Regno) . . . . . . . . . . .
Santa Sede - Nomine: Bertone rimane ancora (G. Brunelli) . . . . . .
Libano: il viaggio del consenso (G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Germania - Vescovi: il papa soffre (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Dibattito - «Pro multis»: il tema è la salvezza (F. Pieri) . . . . . . . . . . .
Anno della fede: la fede e la riforma della Chiesa (G. Brunelli) . . . .
Concistoro: l’equilibrio mantenuto (G. Mocellin) . . . . . . . . . . . . . . .
Vatileaks: il perdono del papa (M. B.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
2,19
4,73
4,122
8,230
8,232
8,242
10,297
10,304
12,371
14,433
14,441
16,505
16,509
16,551
18,577
20,656
22,734
SANTA SEDE
Benedetto XVI - IV Concistoro: il ritorno della curia (G. Brunelli)
Lefebvriani: il senso della continuità (G. Mocellin) . . . . . . . . . . . . . .
Benedetto XVI - IV concistoro: il rinnovamento spirituale
(G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Gregoriana, Santa Sede e violenze sui minori: senza alternative
(M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Lefebvriani: senso unico (G. Mc.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Neocatecumenali: percorso concluso (G. Mc.) . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Australia - Vescovo rimosso: dubbi sul processo (D. S.) . . . . . . . . . . . .
Legionari: la rotta è cambiata (M. B.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
50° del Vaticano II - Giustizia e pace: la Chiesa che serve
(D. Christiansen) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Irlanda: l’autentico percorso (M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Lefebvriani: Roma attende Fellay (G. Mc.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Perù - Università cattolica: chi vincerà la controversia (G. Mc.) . . . .
Vietnam: migliorano i rapporti (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Chiesa in Cina: uno sguardo propositivo (G. Brunelli) . . . . . . . . . . .
Irlanda: fratture (M.E. G.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Religiose USA: dalle inchieste all’intervento (M. Faggioli) . . . . . . . .
Vietnam: il caso Van Thuan (A. Speciale) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
«Corvi»: l’esercizio dell’autorità, oltre gli uomini (G. Brunelli) . . . .
Cina: relazioni «ufficiali» (A. Speciale) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il papa a Milano - VII Incontro mondiale delle famiglie: una Chiesa
e il suo popolo (A. Torresin) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Milano - Dopo il caso Carrón: Scola da CL ad Ambrogio
(G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Carrón - Nomina di Scola: lettera al nunzio mons. Bertello
(J. Carrón) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
2,19
2,20
4,73
4,75
4,80
4,80
4,81
4,81
4,82
6,160
6,170
6,197
6,198
8,217
8,242
8,263
8,268
10,304
10,345
12,371
12,374
12,375
USA - Storia della Chiesa: agli albori della modernità.
Benedetto XIV tra riforma e Illuminismo (M.T. Fattori) . . . . . . .
USA: Roma e le teologhe (M. Faggioli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Lefebvriani: gli sforzi continuano (G. Mc.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Legionari: percorso accidentato (M. B.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Australia - Ex anglicani: nuovo ordinariato (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . .
Sinodo - XIII Assemblea generale: le attese della Chiesa. Rileggendo
l’Instrumentum laboris (S. Dianich) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Nomine: Bertone rimane ancora (G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . . . . .
Religiose USA: lo spazio del discernimento (M.E. G.) . . . . . . . . . . . .
Il concilio Vaticano II 50 anni dopo: una Chiesa
contemporanea (Il Regno) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Il concilio Vaticano II nella storia della teologia: continuità
o discontinuità? (P. Walter) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Il concilio Vaticano II nel ricordo di un testimone: che cosa
significa per me (F.-X. Kaufmann) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Benedetto XVI - Anno della fede. La fede e la riforma della Chiesa
(G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
R. Williams al Sinodo sulla nuova evangelizzazione: il dono
di contemplare (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Benedetto XVI - Concistoro: l’equilibrio mantenuto (G. Mocellin) .
Chiesa cattolica - XIII Sinodo dei vescovi: rinascere dall’alto
(L. Bressan) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Sinodo dei vescovi: primi passi (G. B.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Lefebvriani: attendismi e doppi binari (M. B.) . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Legionari: ridefiniti vertici e carisma (M. B.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Chiesa cattolica - Donne prete: provvedimenti (M.E. G.) . . . . . . . . .
Vatileaks: il perdono del papa (M. B.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
12,376
12,378
12,379
12,380
12,414
14,435
14,441
16,521
16,558
16,560
16,569
18,577
18,579
20,656
20,657
20,658
20,663
20,664
22,734
22,734
ASSOCIAZIONI - MOVIMENTI
Santa Sede - Lefebvriani: il senso della continuità (G. Mocellin) . . .
Santa Sede - Lefebvriani: senso unico (G. Mc.) . . . . . . . . . . . . . . . . .
Santa Sede - Lefebvriani: Roma attende Fellay (G. Mc.) . . . . . . . . . .
Benedetto XVI - Austria: rinnovamenti (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Milano - Dopo il caso Carrón: Scola da CL ad Ambrogio
(G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Carrón - Nomina di Scola: lettera al nunzio mons. Bertello
(J. Carrón) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Lefebvriani: gli sforzi continuano (G. Mc.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
50° Vaticano II: riaprire il cantiere. L’Assemblea nazionale
«Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri» (G. Forcesi) . . . . . . . . . . . . . .
Santa Sede - Lefebvriani: attendismi e doppi binari (M. B.) . . . . . . .
2,20
4,80
6,170
8,242
12,374
12,375
12,379
18,599
20,663
MINISTERI - VITA RELIGIOSA
Violenze su minori: ripartire dai frammenti (M.E. Gandolfi) . . . . .
2,13
2,14
– Olanda (M.E. G.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
2,15
– Belgio (M.E. G., M. B.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
2,16
– Lussemburgo (M.E. G.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Gregoriana, Santa Sede e violenze sui minori: senza alternative
4,75
(M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
4,80
Santa Sede - Neocatecumenali: percorso concluso (G. Mc.) . . . . . . .
4,81
Santa Sede - Legionari: la rotta è cambiata (M. B.) . . . . . . . . . . . . . .
4,81
Australia - Vescovo rimosso: dubbi sul processo (D. S.) . . . . . . . . . . . .
Mille anni: nel millenario di Camaldoli un volume fotografico
4,99
ne celebra la ricerca spirituale (T. Ceravolo) . . . . . . . . . . . . . . . . .
Santa Sede - Irlanda: l’autentico percorso (M.E. Gandolfi) . . . . . . . 6,160
Benedetto XVI - Austria: rinnovamenti (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8,242
Religiose USA - Santa Sede: dalle inchieste all’intervento
(M. Faggioli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8,263
CEI - Violenze sui minori: linee guida, un punto di partenza
(M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10,296
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Il papa a Milano - VII Incontro mondiale delle famiglie: una Chiesa
e il suo popolo (A. Torresin) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Milano - Dopo il caso Carrón: Scola da CL ad Ambrogio
(G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Carrón - Nomina di Scola: lettera al nunzio mons. Bertello
(J. Carrón) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Santa Sede - USA: Roma e le teologhe (M. Faggioli) . . . . . . . . . . . .
Santa Sede - Legionari: percorso accidentato (M. B.) . . . . . . . . . . . .
Chiesa - Violenze sui minori e diritto: vescovi in tribunale
(M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Chiesa d’Inghilterra - Donne vescovo: serve ancora tempo (D. Sala)
In morte di Carlo Maria Martini: un padre della Chiesa. Biblista,
pastore, maestro (G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Un buon pastore (A. Torresin) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Il «non so» del cardinale (P. Stefani) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Santa Sede - Religiose USA: lo spazio del discernimento (M.E. G.) .
Dialogo - Chiarinelli e Accattoli: libero come un cristiano. Sensazioni
e suggestioni di un vescovo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Estasi e sogno: «Tra la terra e il cielo» (L. Chiarinelli) . . . . . . . . .
– Vescovi emeriti e cristiani sparsi: un canto di libertà (L. Accattoli)
Australia - Chiesa e violenze su minori: la guarigione è lontana
(M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Santa Sede - Legionari: ridefiniti vertici e carisma (M. B.) . . . . . . . . .
Monachesimo - Media digitali: la rete nel chiostro… e il chiostro
nella rete (I. Jonveaux) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Chiesa cattolica - Donne prete: provvedimenti (M.E. G.) . . . . . . . . .
12,371
12,374
12,375
12,378
12,380
14,442
14,451
16,510
16,512
16,514
16,521
16,523
16,523
16,526
18,629
20,664
20,665
22,734
PASTORALE - LITURGIA - CATECHESI
Violenze su minori: ripartire dai frammenti (M.E. Gandolfi) . . . . .
2,13
– Olanda (M.E. G.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
2,14
– Belgio (M.E. G., M. B.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
2,15
– Lussemburgo (M.E. G.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
2,16
America Latina - Ecuador: la rivoluzione di Correa (F. Strazzari) .
2,22
Editoria religiosa: musica e liturgia (R. Castagnetti) . . . . . . . . . . . .
2,44
Benedetto XVI - IV concistoro: il rinnovamento spirituale
(G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
4,73
Gregoriana, Santa Sede e violenze sui minori: senza alternative
(M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
4,75
Africa - Chiesa cattolica: forme della comunicazione
(M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
4,93
USA - Vescovi cattolici e Obama: rimanere civili (B. Cupich) . . . . .
4,96
– USA - Riforma sanitaria: è ancora scontro (D. S.) . . . . . . . . . . . . . .
4,97
Messico - In attesa del papa: il predominio della violenza
(M. Castagnaro) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4,122
America Latina - CELAM: i conflitti ambientali (M. Castagnaro) . 4,123
Verso Aquileia: la fede del Nord-est. Una religiosità
in rapida trasformazione (A. Castegnaro) . . . . . . . . . . . . . . 4,126
– Aquileia, vent’anni dopo (A. C.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4,128
Pasqua 2012: la misteriosa certezza della risurrezione
(R. Etchegaray) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6,145
Ungheria - Chiesa e società: le priorità dopo il comunismo.
Mons. Ternyak, arcivescovo di Eger (F. Strazzari) . . . . . . . . . . . . 6,155
Santa Sede - Irlanda: l’autentico percorso (M.E. Gandolfi) . . . . . . . 6,160
CEI - Catechesi: la stagione dell’annuncio. I Convegni catechistici
regionali nel 2012 (G. Benzi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6,161
Liturgia: morì, fu sepolto, è risuscitato. Nuova edizione del Rito
delle esequie (E. Castellucci) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6,164
Parrocchia domani: possibilità reali (A. Torresin) . . . . . . . . . . . . . . . 6,166
Santa Sede - Chiesa in Cina: uno sguardo propositivo (G. Brunelli) 8,217
Triveneto - Aquileia 2: quale volto di Chiesa (M. Bernardoni) . . . . 8,219
– Aquileia 2 continua (G. Mc.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8,221
CEI - Ora di religione: per la qualità (R. Rezzaghi) . . . . . . . . . . . . . 8,223
Messico e Cuba - Viaggio di Benedetto XVI: ritornare a Dio
(A.M. Valli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8,230
– Cuba - Messico: sfide nuove per un continente cattolico (G. B.) . . . 8,232
Panama - Chiesa cattolica: a fianco degli indigeni (M. Castagnaro) 8,233
Cile - Chiesa: impatti ambientali (M. Castagnaro) . . . . . . . . . . . . . 8,234
Germania - Katholikentag: ripartire (A.R. Batlogg) . . . . . . . . . . . . . 8,241
Benedetto XVI - Austria: rinnovamenti (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8,242
CEI - Violenze sui minori: linee guida, un punto di partenza
(M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10,296
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IL REGNO -
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22/2012
Dibattito - Il papa e la liturgia: per una moltitudine (F. Pieri) . . . . . .
Dibattito - Crisi della Chiesa, crisi di Dio: cambi di prospettiva
(P.M. Zulehner) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Non solo per chi ha già la fede. Il progetto di pastorale giovanile
dell’arcidiocesi di Milano (E. Castellucci) . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
CEI - LXIV Assemblea: il futuro della fede (G. Brunelli) . . . . . . . . .
Tunisia - Cristiani e transizione: l’islam del Maghreb (M. Lahham)
Il papa a Milano - VII Incontro mondiale delle famiglie: una Chiesa
e il suo popolo (A. Torresin) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Milano - Dopo il caso Carrón: Scola, da CL ad Ambrogio
(G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Carrón - Nomina di Scola: lettera al nunzio mons. Bertello
(J. Carrón) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Freiburg, Germania - Divorziati risposati: pressing sul vescovo (D. S.)
Argentina - Chiesa e consumo di droga: a nome dei poveri
(W. Uranga) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Brasile - Codice forestale: per l’ambiente o per lo sviluppo?
(M. Castagnaro) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Bolivia - Vescovi e ambiente: non tutto è in vendita
(M. Castagnaro) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Filippine - Governo e vescovi: scontro sulla contraccezione
(A. Speciale) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Sinodo - XIII Assemblea generale: le attese della Chiesa
(S. Dianich) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Chiesa - Violenze sui minori e diritto: vescovi in tribunale
(M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ucraina - Chiesa greco-cattolica: le nostre responsabilità. Intervista
all’arcivescovo S. Shevchuk (L. Prezzi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Irlanda - Congresso eucaristico internazionale: il Vaticano II visto
da Dublino (M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Filippine - Vescovi: completare la riforma agraria (D. S.) . . . . . . . . . .
India - Chiesa cattolica: un sinodo laico (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Puglisi - Beatificazione: martire di Cristo (M. Torcivia) . . . . . . . . . .
Editoria religiosa: la Chiesa che verrà (M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . .
Sud - Conferenza episcopale calabra: essere solidali in Calabria
(G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
CEI - Opere sanitarie e sociali: multiformi e complesse
(L. Diotallevi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Rilevazione CEI - Prospettive pastorali: conoscere, curare, sostenere
(F. Soddu, A. Manto) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Libano - Benedetto XVI: il viaggio del consenso (G. Brunelli) . . . .
Germania - Vescovi: il papa soffre (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
In morte di Carlo Maria Martini: un padre della Chiesa
(G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Un buon pastore (A. Torresin) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Il «non so» del cardinale (P. Stefani) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Cina - Chiesa cattolica: guarire le ferite. Intervista al card. J. Tong,
vescovo di Hong Kong (H. Waldenfels) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Dialogo - Chiarinelli e Accattoli: libero come un cristiano. Sensazioni
e suggestioni di un vescovo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Estasi e sogno: «Tra la terra e il cielo» (L. Chiarinelli) . . . . . . . . .
– Vescovi emeriti e cristiani sparsi: un canto di libertà (L. Accattoli)
Dibattito - «Pro multis»: il tema è la salvezza (F. Pieri) . . . . . . . . . . .
Benedetto XVI - Anno della fede: la fede e la riforma della Chiesa
(G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Williams al Sinodo sulla nuova evangelizzazione: il dono
di contemplare (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Germania - Vescovi cattolici: se uno esce dalla Chiesa (U. Ruh) . . . .
Austria - Vienna: comunità parrocchiali e filiali (D. S.) . . . . . . . . . . . .
Portogallo - Il fenomeno Fatima: un luogo di cultura materna.
Colloquio con mons. dos Santos Marto (F. Strazzari) . . . . . . . . . .
Catechesi - Convegni regionali: comunità formazione iniziazione
(C. Sciuto) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Calabria - Chiesa e mafia: siete contro Dio, convertitevi
(G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
50° Vaticano II: riaprire il cantiere. L’Assemblea nazionale «Chiesa
di tutti, Chiesa dei poveri» (G. Forcesi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Australia - Chiesa e violenze su minori: la guarigione è lontana
(M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Chiesa cattolica - XIII Sinodo dei vescovi: rinascere dall’alto
(L. Bressan) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
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12,363
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12,374
12,375
12,381
12,409
12,411
12,412
12,413
14,435
14,442
14,443
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14,456
14,456
14,457
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14,481
14,482
16,505
16,509
16,510
16,512
16,514
16,516
16,523
16,523
16,526
16,551
18,577
18,579
18,581
18,584
18,587
18,590
18,594
18,599
18,629
20,657
783-792_indici:Layout 3
3-01-2013
10:45
Pagina 785
attualità 2012
– Sinodo dei vescovi: primi passi (G. B.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Italia - Santuari e religione popolare: i nuovi pellegrini (L. Berzano)
Africa del Nord - CERNA: nel medesimo crocevia (M.E. G.) . . . . . .
Guatemala - Chiesa cattolica: una svolta autoritaria
(M. Castagnaro) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Italia - Immigrati cinesi: fede e integrazione (D. Sala) . . . . . . . . . . . .
Sardegna - Chiesa e crisi: i vescovi con i disoccupati (G. B.) . . . . . . .
Chiesa in Amazzonia: Sâo Gabriel, la più povera. Intervista
a mons. E. Tasquetto Damian (M. Castagnaro) . . . . . . . . . . . . . .
Testimoni - Cristiani nei due mondi: bei vecchi. Arturo Paoli,
Pedro Casaldáliga (C. Molari) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
20,658
20,672
20,699
20,701
22,735
22,738
22,741
– Nel ricordo di un testimone: che cosa significa per me
(F.-X. Kaufmann) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
50° Vaticano II: riaprire il cantiere. L’Assemblea nazionale «Chiesa
di tutti, Chiesa dei poveri» (G. Forcesi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Editoria religiosa: l’affollato scaffale del Concilio (M.E. Gandolfi) .
Teologia della liberazione e Vaticano II. Il Sud del Concilio
(M. Matté, F. Strazzari) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Teologia - 50° Vaticano II: Chiesa e missione di Dio
(M. Amaladoss) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
22,744
2,27
2,51
4,82
4,88
4,89
4,119
6,191
6,194
8,235
10,308
10,310
10,348
12,378
12,385
12,428
14,487
18,601
18,603
20,669
20,705
20,707
20,710
22,729
22,749
22,750
CONCILIO VATICANO II
Tornare alla sorgente. La recezione del Vaticano II (C. Theobald) .
Vaticano II, 50° - Giustizia e pace: la Chiesa che serve
(D. Christiansen) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
La regola è il discernimento. Il cuore del Vaticano II per chi non l’ha
vissuto (C. Theobald) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Irlanda - Congresso eucaristico internazionale: il Vaticano II visto
da Dublino (M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il concilio Vaticano II 50 anni dopo: una Chiesa
contemporanea (Il Regno) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Nella storia della teologia: continuità o discontinuità? (P. Walter) .
2,27
4,82
12,385
14,452
16,558
16,560
20,705
22,729
Or todossi
Grecia, Europa - Crisi: appello alle Chiese (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . .
Egitto - Copti: dopo Shenouda (M.E. G.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Credenti d’Italia - Ortodossi romeni: l’aiuto quotidiano. Intervista
al vescovo Siluan (D. Sala) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Serbia - Mons. Hocevar: il perdono e la speranza (G. Brunelli) . . . .
Grecia - Chiesa ortodossa: nuovi anatematismi (B. Petrà) . . . . . . . . .
Macedonia - Note di viaggio: ai confini degli imperi (U. Mazzone) .
Russia - Chiesa e stato: non perdere l’armonia (T. Bremer) . . . . . . .
Serbia e Croazia - Cattolici e ortodossi: di nuovo nemici (D. S.) . . . .
Egitto - Chiesa copta: Tawadros, il nuovo papa (M.C. Giorda) . . . .
4,92
6,150
8,225
6,152
8,264
12,383
14,446
20,662
20,697
Anglicani - Protestanti
USA - Chiesa: da episcopaliani a cattolici (D. Sala) . . . . . . . . . . . . . .
Sudan - Cattolici e anglicani: la delusione e il sogno (M.E. G.) . . . . .
Australia - Ex anglicani: nuovo ordinariato (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . .
Chiesa d’Inghilterra - Donne vescovo: serve ancora tempo (D. Sala)
America Latina - Evangelicali: congresso aperto (M. Castagnaro) .
Credenti d’Italia - Protestanti: una nuova vitalità. Intervista
a R. Bottazzi (D. Sala) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ecumenismo - Chiesa d’Inghilterra: ministero di unione. Intervista
all’arcivescovo di Canterbury (D. Sala) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Williams al Sinodo sulla nuova evangelizzazione. Il dono
di contemplare (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Germania - Ecumenismo: un appello, unità ora (D. S.) . . . . . . . . . . .
Chiesa d’Inghilterra: nuovo leader, nuova crisi (D. Sala) . . . . . . . . . .
Italia - Evangelici: nello spazio pubblico (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . . . .
16,558
16,560
16,569
18,599
18,620
Ecumenismo
TEOLOGIA
Tornare alla sorgente. La recezione del Vaticano II (C. Theobald) .
Dialoghi - Fede e scienze: passione per la verità. Intervista al fisico
U. Amaldi (M. Bernardoni) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Vaticano II, 50° - Giustizia e pace: la Chiesa che serve
(D. Christiansen) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Triveneto - Teologia e scienze: primi passi (M. Bernardoni) . . . . . .
– Italia: Padova e gli altri (M. B.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
USA - Teologia ispanica: cattolici latinos. Intervista al teologo
V. Elizondo (M. Castagnaro) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Università della Santa Croce: coscienza e identità
(M. Bernardoni) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
America Latina - Teologia ed economia: il concetto di liberazione.
Intervista a J. Mo-Sung (M. Castagnaro) . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Spagna - Vescovi-teologi: ho chiesto il confronto. A. Torres Queiruga
risponde alla Notificazione (F. Strazzari) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Dialoghi - Fede e scienze: un tempo favorevole e urgente
(M. Bernardoni) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Italia - Teologia: Dio nell’era del disincanto (G. Rota) . . . . . . . . . . . .
Guardare la tradizione oltre lo specchio del XIX secolo.
Esperienza e tradizione (M. Neri) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Santa Sede - USA: Roma e le teologhe (M. Faggioli) . . . . . . . . . . . .
La regola è il discernimento. Il cuore del Vaticano II per chi non l’ha
vissuto (C. Theobald) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Stefano De Fiores, 1933-2012: il rinnovamento della mariologia
(A. Filippi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
L’islam contemporaneo e le sue trasformazioni: nel nome
dell’intraducibile (I. Zilio Grandi, P. Stefani, V. Fedele) . .
Il concilio Vaticano II 50 anni dopo: una Chiesa
contemporanea (Il Regno) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Nella storia della teologia: continuità o discontinuità? (P. Walter) .
– Nel ricordo di un testimone: che cosa significa per me
(F.-X. Kaufmann) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Italia - Teologia: corpo e sacramento. Una lettura fenomenologica
(M. Neri) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Disintossicare l’eros. La recente discussione teologica sulla morale
sessuale cattolica (S. Orth) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Psicanalisi - Teologia: la parola fatta silenzio (M. Gronchi) . . . . . . .
Teologia della liberazione e Vaticano II. Il Sud del Concilio
(M. Matté, F. Strazzari) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Teologia della liberazione: sulla linea del tempo (D. S.) . . . . . . . . . .
– Porto Alegre, a colloquio con i protagonisti: Roma-Brasile, domani
(M. Matté, F. Strazzari) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Teologia - 50° Vaticano II: Chiesa e missione di Dio
(M. Amaladoss) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il Vangelo e la storia. Una memoria aperta su Giuseppe Dossetti
(P. Stefani) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Editoria - Dossetti: testi… critici (M.E. G.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
16,569
2,21
10,338
12,414
14,451
16,522
16,528
18,578
18,579
18,583
20,661
20,662
Dialogo interreligioso
India - Chiese cristiane: vietata la violenza interreligiosa (D. S.) . . . .
2,26
Siria - Guerra civile: si riscrive la presenza religiosa
(G. Bernardelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6,151
Mondo arabo - Intervista a O. Roy: il futuro nella libertà religiosa
(M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10,335
– Siria - Vescovi cattolici: tornare al dialogo (M.E. G.) . . . . . . . . . . . 10,336
Macedonia - Note di viaggio: ai confini degli imperi (U. Mazzone) . 12,383
Ebrei
Medio Oriente - Conflitto israelo-palestinese: due stati per due popoli
(B. Segre) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6,146
Le acque del Giordano. Il peso delle memorie e il controllo delle
risorse (P. Stefani) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10,357
Islam
Italia: il dialogo continua… (M. Bombardieri) . . . . . . . . . . . . . . . .
Firenze - Luoghi di culto islamici: una moschea nella città
(M. Bombardieri) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Italia: una federazione prevalente (M. Bombardieri) . . . . . . . . . . .
Italia: un master europeo (M. Bombardieri) . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Mondo arabo - Intervista a O. Roy: il futuro nella libertà religiosa
(M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Siria - Vescovi cattolici: tornare al dialogo (M.E. G.) . . . . . . . . . . .
Golfo Persico - Primavera araba: la federazione può attendere
(M.E. G.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Turchia - Stato e Chiesa: invitati, riconosciuti. A colloquio con mons.
L. Pelâtre (F. Strazzari) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Tunisia - Cristiani e transizione: l’islam del Maghreb (M. Lahham)
IL REGNO -
AT T UA L I T À
2,4
8,228
10,313
10,314
10,335
10,336
10,338
10,339
12,363
22/2012
785
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i
3-01-2013
10:45
Pagina 786
ndici
Africa - Nigeria: i tristi giorni della violenza (M.E. G.) . . . . . . . . . . .
Francia: o la riforma o il fine corsa (M. B.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
L’islam contemporaneo e le sue trasformazioni: nel nome
dell’intraducibile . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Islam - nuove sfide: tradurre il Corano, un’ipotesi di lavoro
(I. Zilio-Grandi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Cristianesimo - islam: in principio era la traduzione (P. Stefani) . .
– Islam europeo: il protestantesimo come paradigma interpretativo
(V. Fedele) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Pakistan - Blasfemia: una svolta inattesa (M. B.) . . . . . . . . . . . . . . . . .
Italia - Islam a Milano: un albo per il culto (M. Bombardieri) . . . .
Italia - Islam e satira sul Profeta: reazioni composte
(M. Bombardieri) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Filippine - Fronte islamico: verso la pace a Mindanao (A. Speciale)
Proteste contro Mursi: quella primavera era vera (G. Bernardelli) .
12,366
12,382
14,487
14,488
14,493
14,495
16,518
18,597
18,598
20,702
22,723
Cultura e società
Belgio - Indagine CRISP: interpretare le trasformazioni. Da religiosità
strutturata a disseminata (M. Bernardoni) . . . . . . . . . . . . . . . . . .
2,9
Arti - Cinema e religioni: se si mostra Dio (T. Subini) . . . . . . . . . . . .
2,47
Dialoghi - Fede e scienze: passione per la verità. Intervista al fisico
U. Amaldi (M. Bernardoni) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
2,51
Triveneto - Teologia e scienze: primi passi (M. Bernardoni) . . . . . .
4,88
G. Martina, 1924-2012: il Concilio e la Chiesa (G. Martina) . . . . . . 4,137
Ungheria - Chiesa e società: le priorità dopo il comunismo. Mons.
Ternyak, arcivescovo di Eger (F. Strazzari) . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6,155
– Ucraina - Post-comunismo: nasce la società civile (G. Brunelli) . . 6,156
Gran Bretagna - Matrimonio gay: aperta una consultazione
(D. Sala) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6,157
– La legislazione sulle unioni omosessuali nel mondo (D. S.) . . . . . . . 6,158
– Il matrimonio gay nelle altre confessioni e religioni (D. S.) . . . . . . . 6,159
Non all’unisono, ma in armonia. Gesù nella letteratura contemporanea
(M. Beck) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6,171
Convegno - Università della Santa Croce: coscienza e identità.
Tra filosofia e neuroscienze (M. Bernardoni) . . . . . . . . . . . . . . . . 6,191
Perù - Università cattolica: chi vincerà la controversia (G. Mc.) . . . . 6,197
Raccontare storie, spazio di libertà dell’uomo:
[email protected] (M. Pohlmeyer) . . . . . . . . . . . . . . . . 6,205
CEI - Ora di religione: per la qualità (R. Rezzaghi) . . . . . . . . . . . . . 8,223
Firenze - Luoghi di culto islamici: una moschea nella città
(M. Bombardieri) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8,228
Cile - Chiesa: impatti ambientali (M. Castagnaro) . . . . . . . . . . . . . 8,234
I valori non consumati. La crisi economica ed educativa in Italia
a partire da un’indagine europea (G. Ambrosio) . . . . . . . . . . . . . . 8,243
Editoria religiosa: tra le pagine, il futuro (M.E. Gandolfi) . . . . . . . . 8,247
Migrazioni, un fenomeno globale. Il confine e la speranza
(M. Ambrosini) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8,271
– Migranti africani: rifugiati di nessuno (M.E. G.) . . . . . . . . . . . . . . . 8,276
– Consiglio d’Europa: vite perdute nel Mediterraneo
(M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8,278
Chiesa - Comunicazione: la nuova apologetica (D. Sala) . . . . . . . . . . 10,302
Dialoghi - Fede e scienze: un tempo favorevole e urgente
(M. Bernardoni) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10,308
Italia - Teologia: Dio nell’era del disincanto (G. Rota) . . . . . . . . . . . . 10,310
Editoria - Settimanali cattolici: briciole pubbliche (F. Rossi) . . . . . . . 10,312
Guardare la tradizione oltre lo specchio del XIX secolo.
Esperienza e tradizione (M. Neri) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10,348
Le acque del Giordano. Il peso delle memorie e il controllo delle
risorse (P. Stefani) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10,357
Emilia - Terremoto: l’angoscia del possibile (P. Stefani) . . . . . . . . . . 12,367
– Tornare come prima. La cronaca e le cifre di un mese drammatico
(F. Rossi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12,369
Storia della Chiesa: agli albori della modernità. Benedetto XIV
tra riforma e Illuminismo (M.T. Fattori) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12,376
Macedonia - Note di viaggio: ai confini degli imperi (U. Mazzone) . 12,383
Cinema - Pasolini e il sacro: il finale tragico (T. Subini) . . . . . . . . . . . 12,405
Finanza, economia, disagio sociale: anatomia di una crisi
(B. Levesque) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12,417
786
IL REGNO -
AT T UA L I T À
22/2012
– La crisi e il cambiamento: dentro il disagio psichico e sociale
(R. Mancini) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Chiese - Crisi dell’euro: l’Europa necessaria (Il Regno) . . . . . . . . . . .
Chiesa - Violenze sui minori e diritto: vescovi in tribunale (M.E. G.)
Germania - Ebrei e musulmani: reato di circoncisione (D. S.) . . . . . .
Svizzera - suicidio assistito: più regole? No, più cura (F. Lozito) . . . .
Nazioni Unite - Sviluppo sostenibile: Rio+20 avanti piano
(M. Mascia) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Sempre più secolarizzata. Storia e attualità dell’informazione religiosa
in Italia sui grandi media (G. Mocellin) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
CEI - Opere sanitarie e sociali: multiformi e complesse
(L. Diotallevi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Rilevazione CEI - Prospettive pastorali: conoscere, curare, sostenere
(F. Soddu; A. Manto) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Un tormentato percorso. Chiesa, modernità e diritti umani
(M. Paiano) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Francia - Matrimonio omosessuale: aprire il dibattito (M. B.) . . . . . .
Portogallo - Il fenomeno Fatima: un luogo di cultura materna.
Colloquio con mons. dos Santos Marto (F. Strazzari) . . . . . . . . . .
Calabria - Chiesa e mafia: siete contro Dio, convertitevi (G. B.) . . . .
Volontariato - La proposta del MoVI: le strade della prossimità
(Movimento di volontariato italiano) . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Editoria religiosa: l’affollato scaffale del Concilio (M.E. Gandolfi) .
Cinema - I colori della passione: d’arte, di storia e di fede
(T. Subini) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Monachesimo - Media digitali: la rete nel chiostro… e il chiostro
nella rete (I. Jonveaux) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Psicanalisi - Teologia: la parola fatta silenzio (M. Gronchi) . . . . . . .
Italia - Architettura sacra: sulle chiese del Concilio (C. Manenti) . . .
Italia - Santuari e religione popolare: i nuovi pellegrini (L. Berzano)
Con gli occhi aperti sulla vita. Ricordando Ivan Illich e Robert Fox
(I. Illich) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Robert J. Fox (1930-1984) (F. Milana) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Ivan Illich (1926-2002) (F. M.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Italia - Migrazioni: andata e ritorno (G. Matti) . . . . . . . . . . . . . . . . .
Cinema e letteratura: sul dolore e sull’amore
– Se il male ha principio. Il tempo è un dio breve, romanzo
di M. Veladiano (M.A. Bazzocchi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Ferite di ogni giorno. Amour, film di M. Haneke (T. Subini) . . . . .
Sardegna - Chiesa e crisi: i vescovi con i disoccupati (G. B.) . . . . . . .
Cinema - Prometheus: epica postmoderna (M. Pohlmeyer) . . . . . . .
Pier Cesare Bori, 1937-2012: imago Dei (P. Stefani) . . . . . . . . . . . .
Metafora e mito della scienza medica: uomo-macchina,
macchina-uomo (L. Tesio) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
12,424
14,433
14,442
14,450
14,454
14,455
14,459
14,481
14,482
16,531
18,586
18,587
18,594
18,595
18,620
18,641
20,665
20,669
20,671
20,672
20,675
20,676
20,678
20,695
20,713
20,715
22,738
22,746
22,765
22,769
POLITICA
Politica in Italia: il tripartito? (G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ungheria - V. Orban e l’Europa: avventura democrazia
(A. Maté-Toth) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ex Iugoslavia - Crimini di guerra: tra politica e riconciliazione.
Intervista a F. Pocar (E. Pirazzoli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
America Latina - Ecuador: la rivoluzione di Correa (F. Strazzari) .
Corea del Nord: dopo il dittatore (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
India - Chiese cristiane: vietata la violenza interreligiosa (D. S.) . . . .
La crisi dell’Unione Europea. Europa: un’avventura
spirituale nella nostra storia (J. Delors) . . . . . . . . . . . . . . . . .
– COMECE - Crisi europea: una comunità solidale e responsabile
(G. Ambrosio) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Francia - I cattolici e le presidenziali: eutanasia e laicità (G. B.,
F. Giacoboni) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ungheria - Chiesa cattolica: piace la nuova Costituzione (G. B.) . . . .
USA - Vescovi cattolici e Obama: rimanere civili (B. Cupich) . . . . .
– USA - Riforma sanitaria: è ancora scontro (D. S.) . . . . . . . . . . . . . .
Maria Eletta Martini, 1922-2011: il volontariato e la politica
(G. Nervo) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Santa Sede - Vietnam: migliorano i rapporti (D. S.) . . . . . . . . . . . . . .
Mali - Colpo di stato: dimenticare Touré (F. Datola) . . . . . . . . . . . . .
Santa Sede - Chiesa in Cina: uno sguardo propositivo (G. Brunelli)
Guinea Bissau - Mali: eserciti e narcotraffico (F. Datola) . . . . . . . . . .
Myanmar - Elezioni e democrazia: vince Suu Kyi (A. Speciale) . . .
2,1
2,6
2,17
2,22
2,26
2,26
2,57
2,64
4,90
4,91
4,96
4,97
4,139
6,198
6,199
8,217
8,265
8,267
783-792_indici:Layout 3
3-01-2013
10:45
Pagina 787
attualità 2012
Vietnam - Santa Sede: il caso Van Thuan (A. Speciale) . . . . . . . . . .
Politica in Italia: il rifiuto dei partiti come sistema (G. Brunelli) . . . .
Italia - Etica e politica: il dissenso etico (M. Ivaldo) . . . . . . . . . . . . . .
Mondo arabo - Intervista a O. Roy: il futuro nella libertà religiosa.
Democrazia e islam (M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Siria - Vescovi cattolici: tornare al dialogo (M.E. G.) . . . . . . . . . . .
Golfo Persico - Primavera araba: la federazione può attendere
(M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Turchia - Stato e Chiesa: invitati, riconosciuti. A colloquio con mons.
L. Pelatre (F. Strazzari) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Argentina - Chiesa cattolica: critiche al nuovo Codice civile.
La posizione dei vescovi (W. Uranga) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Desaparecidos: alcuni vescovi sapevano (W. U.) . . . . . . . . . . . . . . . . .
Repubblica Dominicana - Elezioni: continuità (M. Castagnaro) . .
Filippine - Governo e vescovi: scontro sulla contraccezione
(A. Speciale) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Russia - Chiesa e stato: non perdere l’armonia (T. Bremer) . . . . . . .
Filippine - Vescovi: completare la riforma agraria (D. S.) . . . . . . . . . .
Stati Uniti - Cattolici e partiti: oltre le divisioni ideologiche
(R.E. Pates) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Repubblica Ceca - Stato e Chiesa: risarcimenti appesi a un filo
(D. S.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Etiopia: dopo Zenawi (F. Datola) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Venezuela - Elezioni: Chavez fino al 2019 (M. Castagnaro) . . . . . .
Paraguay - Crisi istituzionale: Lugo destituito (M. Castagnaro) . . .
Unione Europea: una crisi più che economica (B. Spinelli) .
Politica in Italia: il vecchio e il vuoto (G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . .
USA - Elezioni presidenziali: Obama 2012 (M. Faggioli) . . . . . . . .
Nicaragua - Chiesa cattolica: astensionismo e democrazia
(M. Castagnaro) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Politica in Italia: Monti a coprire il vuoto (G. Brunelli) . . . . . . . . . .
Egitto - Contro Mursi: quella primavera era vera (G. Bernardelli) .
Catalogna - Chiesa e indipendenza: la parola ai cittadini (J. Rubio) .
Argentina - Chiesa e dittatura: la verità ancora oscura (W. Uranga)
8,268
10,289
10,293
10,335
10,336
10,338
10,339
10,341
10,342
12,412
12,413
14,446
14,456
16,519
18,585
18,624
18,627
18,628
18,633
20,649
20,652
20,701
22,721
22,723
22,739
22,743
Pace - Guerra
Ex Iugoslavia - Crimini di guerra: tra politica e riconciliazione.
Intervista a F. Pocar (E. Pirazzoli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Corea del Nord: dopo il dittatore (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Medio Oriente - Conflitto israelo-palestinese: due stati per due popoli
(B. Segre) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Siria - Guerra civile: si riscrive la presenza religiosa
(G. Bernardelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Medio Oriente-Conflitto israelo-palestinese: due stati per due popoli
(B. Segre) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Mali - Colpo di stato: dimenticare Touré (F. Datola) . . . . . . . . . . . . .
Nigeria: il programma Boko Haram (M.E. G.) . . . . . . . . . . . . . . . . .
Sudan: con le armi o col petrolio (M.E. G.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Guinea Bissau - Mali: eserciti e narcotraffico (F. Datola) . . . . . . . . . .
Migranti africani: rifugiati di nessuno (M.E. G.) . . . . . . . . . . . . . . . .
Siria - Vescovi cattolici: tornare al dialogo (M.E. G.) . . . . . . . . . . . . .
Golfo Persico - Primavera araba: la federazione può attendere
(M.E. G.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Filippine - Cattolici-musulmani: Libaton, morto verso la pace
(A. Speciale) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Sri Lanka - Diritti umani: quale riconciliazione (A. Speciale) . . . . . .
Africa - Nigeria: i tristi giorni della violenza (M.E. G.) . . . . . . . . . . .
Repubblica democratica del Congo: segnali inquietanti (M.E. G.) . .
Siria - Guerra civile: evoluzione di un conflitto (International
Crisis Group) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Kenya-Somalia - Islamisti: vendette (F. Datola) . . . . . . . . . . . . . . . . .
Serbia e Croazia - Cattolici e ortodossi: di nuovo nemici (D. Sala) . .
Repubblica democratica del Congo: ancora in guerra (M.E. G.) . . .
Medio Oriente - Conflitti: la Palestina all’ONU
(S. Levi Della Torre) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Nigeria - Violenze: se la cittadinanza non è inclusiva (M.E. G.) . . . .
6,146
6,151
6,146
6,199
6,201
6,202
8,265
8,276
10,336
10,338
10,344
10,344
12,366
12,366
16,507
18,626
20,662
20,700
22,726
22,728
N A ZI O N I
Vita internazionale
Ex Iugoslavia - Crimini di guerra: tra politica e riconciliazione.
Intervista a F. Pocar (E. Pirazzoli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
La crisi dell’Unione Europea. Europa: un’avventura
spirituale nella nostra storia (J. Delors) . . . . . . . . . . . . . . . . .
– COMECE - Crisi europea: una comunità solidale e responsabile
(G. Ambrosio) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Grecia, Europa - Crisi: appello alle Chiese (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . .
Serbia - Mons. Hocevar: il perdono e la speranza (G. Brunelli) . . . .
Santa Sede - Vietnam: migliorano i rapporti (D. S.) . . . . . . . . . . . . . .
Vietnam - Santa Sede: il caso Van Thuan (A. Speciale) . . . . . . . . . .
Migrazioni, un fenomeno globale. Il confine e la speranza
(M. Ambrosini) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Migranti africani: rifugiati di nessuno (M.E. G.) . . . . . . . . . . . . . . .
– Consiglio d’Europa: vite perdute nel Mediterraneo
(M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Mondo arabo - Intervista a O. Roy: il futuro nella libertà religiosa
(M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Siria - Vescovi cattolici: tornare al dialogo (M.E. G.) . . . . . . . . . . .
Golfo Persico - Primavera araba: la federazione può attendere
(M.E. G.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Cina - Santa Sede: relazioni «ufficiali» (A. Speciale) . . . . . . . . . . . . .
Finanza, economia, disagio sociale: anatomia di una crisi
(B. Levesque) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– La crisi e il cambiamento: dentro il disagio psichico e sociale
(R. Mancini) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Chiese - Crisi dell’euro: l’Europa necessaria (Il Regno) . . . . . . . . . . .
Nazioni Unite - Sviluppo sostenibile: Rio+20 avanti piano
(M. Mascia) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Unione Europea: una crisi più che economica (B. Spinelli) .
Serbia - Croazia - Cattolici e ortodossi: di nuovo nemici (D. S.) . . . .
Italia - Migrazioni: andata e ritorno (G. Matti) . . . . . . . . . . . . . . . . .
Medio Oriente - Conflitti: la Palestina all’ONU
(S. Levi della Torre) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
2,17
2,26
AFRICA
2,17
2,57
2,64
4,92
6,152
6,198
8,268
8,271
8,276
8,278
10,335
10,336
10,338
10,345
Chiesa cattolica: forme della comunicazione. CERAO, religiose
e religiosi, CCEE-SCEAM (M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . .
4,93
Migranti africani: rifugiati di nessuno (M.E. G.) . . . . . . . . . . . . . . . . 8,276
Mondo arabo - Intervista a Olivier Roy: il futuro nella libertà religiosa.
Democrazia e islam (M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10,335
Africa del Nord - CERNA: nel medesimo crocevia (M.E. G.) . . . . . . 20,699
Egit to
Copti: dopo Shenouda (M.E. G.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6,150
Chiesa copta: Tawadros, il nuovo papa. Dopo Shenouda e dopo
Moubarak (M.C. Giorda) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 20,697
Proteste contro Mursi: quella primavera era vera (G. Bernardelli) . 22,723
Etiopia
Dopo Zenawi. Luci e ombre di una figura carismatica (F. Datola) . . 18,624
Guinea Bissau
Guinea Bissau - Mali: eserciti e narcotraffico. Due colpi di stato
a confronto (F. Datola) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
8,265
Kenya
12,417
Islamisti: vendette (F. Datola) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 18,626
12,424
14,433
Colpo di stato: dimenticare Touré. Una minaccia di destabilizzazione
per la regione saheliana (F. Datola) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6,199
Guinea Bissau - Mali: eserciti e narcotraffico. Due colpi di stato
a confronto (F. Datola) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8,265
14,455
18,633
20,662
20,695
22,726
Mali
Nigeria
Il programma Boko Haram (M.E. G.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6,201
I tristi giorni della violenza (M.E. G.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12,366
Violenze: se la cittadinanza non è inclusiva (M.E. G.) . . . . . . . . . . . . 22,728
IL REGNO -
AT T UA L I T À
22/2012
787
783-792_indici:Layout 3
i
3-01-2013
10:45
Pagina 788
ndici
Repubblica Democratica del Congo
Segnali inquietanti (M.E. G.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12,366
Ancora in guerra (M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 20,700
Somalia
Cuba - Messico: sfide nuove per un continente cattolico
(G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Panama
Chiesa cattolica: a fianco degli indigeni (M. Castagnaro) . . . . . . . .
Islamisti: vendette (F. Datola) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 18,626
Sudan
8,232
8,233
Paraguay
Crisi istituzionale: Lugo destituito (M. Castagnaro) . . . . . . . . . . . . 18,628
Con le armi o col petrolio (M.E. G.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6,202
Cattolici e anglicani: la delusione e il sogno (M.E. G.) . . . . . . . . . . . . 10,338
Tunisia
Cristiani e transizione: l’islam del Maghreb. Visto e «vissuto»
da un vescovo (M. Lahham) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12,363
Perù
Università cattolica: chi vincerà la controversia (G. Mc.) . . . . . . . . . .
6,197
Repubblica Dominicana
Elezioni: continuità (M. Castagnaro) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12,412
Stati Uniti
AMERICHE
America Latina - CELAM: i conflitti ambientali (M. Castagnaro) .
America Latina - Teologia ed economia: il concetto di liberazione.
Intervista con Jung Mo-Sung (M. Castagnaro) . . . . . . . . . . . . . .
America Latina - Evangelicali: congresso aperto (M. Castagnaro) .
Teologia della liberazione e Vaticano II. Il Sud del Concilio
(M. Matté; F. Strazzari) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Teologia della liberazione: sulla linea del tempo (D. S.) . . . . . . . . . .
– Porto Alegre, a colloquio con i protagonisti: Roma-Brasile, domani
(M. Matté; F. Strazzari) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
4,123
6,194
16,522
20,705
20,707
20,710
Argentina
Chiesa cattolica: critiche al nuovo Codice civile. La posizione
dei vescovi (W. Uranga) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10,341
– Desaparecidos: alcuni vescovi sapevano (W. U.) . . . . . . . . . . . . . . . . . 10,342
Chiesa e consumo di droga: a nome dei poveri. I vescovi si oppongono
alla depenalizzazione (W. Uranga) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12,409
Chiesa e dittatura: la verità ancora oscura (W. Uranga) . . . . . . . . . . 22,743
Bolivia
Vescovi e ambiente: non tutto è in vendita (M. Castagnaro) . . . . . . 12,412
Brasile
America Latina - Teologia ed economia: il concetto di liberazione.
Intervista a J. Mo-Sung (M. Castagnaro) . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Codice forestale: per l’ambiente o per lo sviluppo?
(M. Castagnaro) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Teologia della liberazione e Vaticano II. Il Sud del Concilio
(M. Matté; F. Strazzari) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Teologia della liberazione: sulla linea del tempo (D. S.) . . . . . . . . . .
– Porto Alegre, a colloquio con i protagonisti: Roma-Brasile, domani
(M. Matté; F. Strazzari) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Chiesa in Amazzonia: Sâo Gabriel, la più povera. Intervista a mons.
E. Tasquetto Damian (M. Castagnaro) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Testimoni - Cristiani nei due mondi: bei vecchi. Arturo Paoli, Pedro
Casaldáliga (C. Molari) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
6,194
12,411
20,705
20,707
20,710
22,741
22,744
Cile
Chiesa: impatti ambientali (M. Castagnaro) . . . . . . . . . . . . . . . . . .
8,234
Cuba
Messico e Cuba - Viaggio di Benedetto XVI: ritornare a Dio
(A.M. Valli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Cuba - Messico: sfide nuove per un continente cattolico
(G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
8,230
8,232
2,22
Guatemala
Chiesa cattolica: una svolta autoritaria (M. Castagnaro) . . . . . . . . . 20,701
Messico
In attesa del papa: il predominio della violenza (M. Castagnaro) . .
Messico e Cuba - Viaggio di Benedetto XVI: ritornare a Dio
(A.M. Valli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
IL REGNO -
2,21
4,96
4,97
4,119
8,263
12,376
12,378
16,519
16,521
20,652
22,734
Venezuela
Elezioni: Chavez fino al 2019 (M. Castagnaro) . . . . . . . . . . . . . . . . 18,627
ASIA
Mondo arabo - Intervista a Olivier Roy: il futuro nella libertà religiosa.
Democrazia e islam (M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10,335
Golfo Persico - Primavera araba: la federazione può attendere
(M.E. G.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10,338
Teologia - 50° Vaticano II: Chiesa e missione di Dio
(M. Amaladoss) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 22,729
Cina
Santa Sede - Chiesa in Cina: uno sguardo propositivo. Con alcune
preoccupazioni (G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8,217
Cina - Santa Sede: reazioni «ufficiali» (A. Speciale) . . . . . . . . . . . . . 10,345
Cina - Chiesa cattolica: guarire le ferite. Intervista al card. J. Tong
(H. Waldenfels) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 16,516
Corea del Nord
Dopo il dittatore (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
2,26
Filippine
Cattolici-musulmani: Libaton, morto verso la pace (A. Speciale) . . .
Governo-Vescovi: scontro sulla contraccezione (A. Speciale) . . . . . .
Vescovi: completare la riforma agraria (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Fronte islamico: verso la pace a Mindanao (A. Speciale) . . . . . . . . .
10,344
12,413
14,456
20,702
India
Chiese cristiane: vietata la violenza interreligiosa (D. S.) . . . . . . . . . .
2,26
Chiesa cattolica: un sinodo laico (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 14,456
Israele
Ecuador
Rivoluzione di Correa. Difficile rapporto tra Chiesa e leader
progressisti (F. Strazzari) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
788
Da episcopaliani a cattolici (D. Sala) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Vescovi cattolici e Obama: rimanere civili (B. Cupich) . . . . . . . . . . .
– Riforma sanitaria: è ancora scontro (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
La teologia ispanica: cattolici latinos. Intervista al teologo V. Elizondo
(M. Castagnaro) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Religiose-Santa Sede: dalle inchieste all’intervento (M. Faggioli) . . .
Storia della Chiesa: agli albori della modernità. Benedetto XIV
tra riforma e Illuminismo (M.T. Fattori) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Roma e le teologhe (M. Faggioli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Cattolici e partiti: oltre le divisioni ideologiche (R.E. Pates) . . . . . . .
Santa Sede - Religiose: lo spazio del discernimento (M.E. G.) . . . . .
USA - Elezioni presidenziali: Obama 2012 (M. Faggioli) . . . . . . . .
Chiesa cattolica - Donne prete: provvedimenti (M.E. G.) . . . . . . . . .
AT T UA L I T À
22/2012
4,122
Conflitto israelo-palestinese: due stati per due popoli (B. Segre) . . . . 6,146
Medio Oriente - Conflitti: la Palestina all’ONU
(S. Levi Della Torre) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 22,726
Libano
Benedetto XVI: il viaggio del consenso. Firmata la postsinodale
Ecclesia in Medio Oriente (G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 16,505
Myanmar
8,230
Elezioni e democrazia: Vince Suu Kyi (A. Speciale) . . . . . . . . . . . . .
8,267
783-792_indici:Layout 3
3-01-2013
10:45
Pagina 789
attualità 2012
Pakistan
Lussemburgo
Blasfemia: una svolta inattesa (M. B.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 16,518
Violenze su minori: ripartire dai frammenti (M.E. Gandolfi) . . . . .
2,13
Macedonia
Palestina
Conflitto israelo-palestinese: due stati per due popoli (B. Segre) . . . . 6,146
Medio Oriente - Conflitti: la Palestina all’ONU
(S. Levi Della Torre) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 22,726
Siria
Guerra civile: si riscrive la presenza religiosa (G. Bernardelli) . . . . 6,151
– Vescovi cattolici: tornare al dialogo (M.E. G.) . . . . . . . . . . . . . . . . . 10,336
Guerra civile: evoluzione di un conflitto. Tra divisioni interne
e incertezze internazionali (International Crisis Group) . . . . . 16,507
Sri Lanka
Diritti umani: quale riconciliazione (A. Speciale) . . . . . . . . . . . . . . . 10,344
Vietnam
Santa Sede - Vietnam: migliorano i rapporti (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . 6,198
Vietnam - Santa Sede: il caso Van Thuan (A. Speciale) . . . . . . . . . . 8,268
Chiesa cattolica: contro la corruzione (A. Speciale) . . . . . . . . . . . . . 12,414
Note di viaggio: ai confini degli imperi (U. Mazzone) . . . . . . . . . . . . 12,383
Paesi Bassi
Violenze su minori: ripartire dai frammenti (M.E. Gandolfi) . . . . .
2,13
Por togallo
Il fenomeno Fatima: un luogo di cultura materna. Colloquio
con mons. dos Santos Marto (F. Strazzari) . . . . . . . . . . . . . . . . . . 18,587
Regno Unito
Matrimonio gay: aperta una consultazione sui diritti delle coppie
omosessuali (D. Sala) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6,157
– La legislazione sulle unioni omosessuali nel mondo (D. S.) . . . . . . . 6,158
Chiesa d’Inghilterra - Donne vescovo: serve ancora tempo (D. Sala) 14,451
Ecumenismo - Chiesa d’Inghilterra: ministero di unione. Intervista
all’arcivescovo di Canterbury (D. Sala) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 18,578
Chiesa d’Inghilterra: nuovo leader, nuova crisi (D. Sala) . . . . . . . . . . 20,661
Repubblica Ceca
EUROPA
Stato e Chiesa: risarcimenti appesi a un filo (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . . 18,585
Ex Iugoslavia - Crimini di guerra: tra politica e riconciliazione.
Intervista a F. Pocar (E. Pirazzoli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
2,17
La crisi dell’Unione Europea. Europa: un’avventura
spirituale nella nostra storia (J. Delors) . . . . . . . . . . . . . . . . .
2,57
– COMECE - Crisi europea: una comunità solidale e responsabile
(G. Ambrosio) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
2,64
Consiglio d’Europa: vite perdute nel Mediterraneo
(M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8,278
Chiese - Crisi dell’euro: l’Europa necessaria (Il Regno) . . . . . . . . . . . 14,433
Unione Europea: una crisi più che economica. L’Europa
imbalsamata, mentre la storia precipita (B. Spinelli) . . . . 18,633
Chiesa e stato: non perdere l’armonia (T. Bremer) . . . . . . . . . . . . . . 14,446
Benedetto XVI: rinnovamenti (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8,242
Vienna: comunità parrocchiali e filiali (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 18,584
Monachesimo - Media digitali: la rete nel chiostro… e il chiostro
nella rete: nuove chance, nuove sfide (I. Jonveaux) . . . . . . . . . . . . . 20,665
Belgio
2,9
2,13
Suicidio assistito: Più regole? No, più cura (F. Lozito) . . . . . . . . . . . . 14,454
Turchia
Stato e Chiesa: invitati, riconosciuti. A colloquio con mons.
L. Pelâtre (F. Strazzari) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10,339
Chiesa greco-cattolica: le nostre responsabilità. Intervista
all’arcivescovo di Kiev S. Shevchuk (L. Prezzi) . . . . . . . . . . . . . . . 14,443
Post-comunismo: nasce la società civile (G. B.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6,156
Ungheria
Croazia
Francia
I cattolici e le presidenziali: eutanasia e laicità
(G. B., F. Giacoboni) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
4,90
Islam: o la riforma o il fine corsa (M. B.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12,382
Matrimonio omosessuale: aprire il dibattito (M. B.) . . . . . . . . . . . . . . 18,586
Germania
8,241
12,381
14,450
16,509
18,581
18,583
Grecia
Crisi: appello alle Chiese (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Chiesa ortodossa: nuovi anatematismi (B. Petrà) . . . . . . . . . . . . . . . .
Spagna
Vescovi - Teologi: ho chiesto il confronto. A. Torres Queiruga
risponde alla Notificazione (F. Strazzari) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8,235
Catalogna - Chiesa e indipendenza: la parola ai cittadini (J. Rubio) . 22,739
Ucraina
Serbia e Croazia - Cattolici e ortodossi: di nuovo nemici (D. S.) . . . . 20,662
Katholikentag: ripartire (A.R. Batlogg) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Freiburg - Divorziati risposati: pressing sul vescovo (D. S.) . . . . . . . . .
Ebrei e musulmani: reato di circoncisione (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . . .
Vescovi: il papa soffre (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Vescovi cattolici: se uno esce dalla Chiesa (U. Ruh) . . . . . . . . . . . . . .
Ecumenismo, un appello: unità ora (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Serbia
Mons. Hocevar: il perdono e la speranza. L’Europa nella
riconciliazione dei Balcani (G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6,152
Serbia e Croazia - Cattolici e ortodossi: di nuovo nemici (D. S.) . . . . 20,662
Svizzera
Austria
Indagine sulla religiosità: interpretare le trasformazioni
(M. Bernardoni) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Violenze su minori: ripartire dai frammenti (M.E. Gandolfi) . . . . .
Russia
4,92
8,264
Irlanda
Santa Sede: l’autentico percorso (M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . 6,160
Santa Sede: fratture (M.E. G.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8,242
Congresso eucaristico internazionale: il Vaticano II visto da Dublino
(M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 14,452
V. Orban e l’Europa: avventura democrazia (A. Maté-Toth) . . . . . .
Chiesa cattolica: piace la nuova Costituzione (G. B.) . . . . . . . . . . . . .
Chiesa e società: le priorità dopo il comunismo. Mons. Ternyak,
arcivescovo di Eger (F. Strazzari) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
2,6
4,91
6,155
OCE ANIA
Australia
Ex anglicani: nuovo ordinariato (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12,414
Chiesa e violenze su minori: la guarigione è lontana. E l’opinione
pubblica incalza (M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 18,629
Italia
AT TUALITÀ ECCLESIALE
Triveneto - Teologia e scienze: primi passi (M. Bernardoni) . . . . . .
4,88
4,89
– Padova e gli altri (M. B.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Nel millenario di Camaldoli un volume fotografico ne celebra la ricerca
4,99
spirituale (T. Ceravolo) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Verso Aquileia: la fede del Nord-est. Una religiosità
in rapida trasformazione (A. Castegnaro) . . . . . . . . . . . . . . 4,126
– Aquileia, vent’anni dopo (A. C.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4,128
IL REGNO -
AT T UA L I T À
22/2012
789
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i
3-01-2013
10:45
Pagina 790
ndici
G. Martina, 1924-2012: il Concilio e la Chiesa (G. Martina) . . . . . .
M.E. Martini, 1922-2011: il volontariato e la politica (G. Nervo) . . .
CEI - Catechesi: la stagione dell’annuncio. I Convegni catechistici
regionali nel 2012 (G. Benzi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Liturgia: morì, fu sepolto, è risuscitato. Nuova edizione del Rito
delle esequie (E. Castellucci) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Parrocchia domani: possibilità reali (A. Torresin) . . . . . . . . . . . . . . .
Triveneto - Aquileia 2: quale volto di Chiesa (M. Bernardoni) . . . .
– Aquileia 2 continua (G. Mc.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
CEI - Ora di religione: per la qualità (R. Rezzaghi) . . . . . . . . . . . . .
Credenti d’Italia - Ortodossi romeni: l’aiuto quotidiano. Intervista
al vescovo Siluan (D. Sala) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
CEI - Violenze sui minori: linee guida, un punto di partenza
(M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Dibattito - Il papa e la liturgia: per una moltitudine (F. Pieri) . . . . . .
Teologia: Dio nell’era del disincanto (G. Rota) . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Non solo per chi ha già la fede. Il progetto di pastorale giovanile
dell’arcidiocesi di Milano (E. Castellucci) . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
CEI - LXIV Assemblea: il futuro della fede (G. Brunelli) . . . . . . . . .
Il papa a Milano - VII Incontro mondiale delle famiglie: una Chiesa
e il suo popolo (A. Torresin) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Milano - Dopo il caso Carrón: Scola, da CL ad Ambrogio
(G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Carrón - Nomina di Scola: lettera al nunzio mons. Bertello
(J. Carrón) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Puglisi - Beatificazione: martire di Cristo (M. Torcivia) . . . . . . . . . .
Sud - Conferenza episcopale calabra: essere solidali in Calabria
(G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
CEI - Opere sanitarie e sociali: multiformi e complesse
(L. Diotallevi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Rilevazione CEI - Prospettive pastorali: conoscere, curare,
sostenere (F. Soddu, A. Manto) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
In morte di Carlo Maria Martini: un padre della Chiesa
(G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Un buon pastore (A. Torresin) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Il «non so» del cardinale (P. Stefani) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Dialogo - Chiarinelli e Accattoli: libero come un cristiano. Sensazioni
e suggestioni di un vescovo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Estasi e sogno: «Tra la terra e il cielo» (L. Chiarinelli) . . . . . . . . .
– Vescovi emeriti e cristiani sparsi: un canto di libertà (L. Accattoli)
Credenti d’Italia - Protestanti: una nuova vitalità (D. Sala) . . . . . . . .
Dibattito - «Pro multis»: il tema è la salvezza (F. Pieri) . . . . . . . . . . .
Catechesi - Convegni regionali: comunità formazione iniziazione
(C. Sciuto) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Calabria - Chiesa e mafia: siete contro Dio, convertitevi
(G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
50° Vaticano II: riaprire il cantiere. L’Assemblea nazionale «Chiesa
di tutti, Chiesa dei poveri» (G. Forcesi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Teologia - Istituto teologico marchigiano: corpo e sacramento
(M. Neri) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Evangelici: nello spazio pubblico (D. S.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Italia - Immigrati cinesi: fede e integrazione (D. Sala) . . . . . . . . . . . .
Sardegna - Chiesa e crisi: i vescovi con i disoccupati (G. B.) . . . . . . .
Testimoni - Cristiani nei due mondi: bei vecchi. Arturo Paoli,
Pedro Casaldáliga (C. Molari) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il Vangelo e la storia. Una memoria aperta su Giuseppe Dossetti
(P. Stefani) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Editoria - Dossetti: testi… critici (M.E. G.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Pier Cesare Bori, 1937-2012: imago Dei (P. Stefani). . . . . . . . . . . . .
4,137
4,139
6,161
6,164
6,166
8,219
8,221
8,223
8,225
10,296
10,297
10,310
10,315
12,361
12,371
12,374
12,375
14,457
14,479
14,481
14,482
16,510
16,512
16,514
16,523
16,523
16,526
16,528
16,551
18,590
18,594
18,599
18,601
20,662
22,735
22,738
22,744
22,749
22,750
22,765
POLITICA
Il tripartito? Dal governo Monti alla prossima legislatura
(G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
M.E. Martini, 1922-2011: il volontariato e la politica (G. Nervo) . . .
Il rifiuto dei partiti come sistema. Recenti elezioni e sgretolamento
democratico (G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Etica e politica: il dissenso etico. Il riferimento al valore nel dibattito
pubblico (M. Ivaldo) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il vecchio e il vuoto. Dalla scomposizione del centro-destra
alle primarie del PD (G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Monti a coprire il vuoto (G. Brunelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
790
IL REGNO -
AT T UA L I T À
22/2012
2,1
4,139
10,289
10,293
20,649
22,721
CULTURA E SOCIETÀ
Islam: il dialogo continua… Università, associazioni islamiche
e Ministero (M. Bombardieri) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Triveneto - Teologia e scienze: primi passi (M. Bernardoni) . . . . . .
– Padova e gli altri (M. B.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Università della Santa Croce: coscienza e identità. Tra filosofia
e neuroscienze (M. Bernardoni) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Firenze - Luoghi di culto islamici: una moschea nella città
(M. Bombardieri) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
I valori non consumati. La crisi economica ed educativa in Italia
a partire da un’indagine europea (G. Ambrosio) . . . . . . . . . . . . . .
Etica e politica: il dissenso etico. Il riferimento al valore nel dibattito
pubblico (M. Ivaldo) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Editoria - Settimanali cattolici: briciole pubbliche (F. Rossi) . . . . . . .
Islam: una federazione prevalente (M. Bombardieri) . . . . . . . . . . .
Islam: un master europeo (M. Bo.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Emilia - Terremoto: l’angoscia del possibile (P. Stefani) . . . . . . . . . .
– Terremoto: tornare come prima. La cronaca e le cifre di un mese
drammatico (F. Rossi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Cinema - Pasolini e il sacro. il finale tragico. L’opera dell’artista
e il pensiero di De Martino (T. Subini) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Sempre più secolarizzata. Storia e attualità dell’informazione religiosa
in Italia sui grandi media (G. Mocellin) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
CEI - Opere sanitarie e sociali: multiformi e complesse
(L. Diotallevi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Volontariato - La proposta del MoVI: le strade della prossimità
(Movimento di volontariato italiano) . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Islam a Milano: un albo per il culto (M. Bombardieri) . . . . . . . . . .
Islam - Satira sul Profeta: reazioni composte (M. Bombardieri) . . .
Italia - Architettura sacra: sulle chiese del Concilio (C. Manenti) . . .
Santuari e religione popolare: i nuovi pellegrini (L. Berzano) . . . . .
Migrazioni: andata e ritorno (G. Matti) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
2,4
4,88
4,89
6,191
8,228
8,243
10,293
10,312
10,313
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12,367
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18,597
18,598
20,671
20,672
20,695
RUBRICHE
Studio del mese
La crisi dell’Unione Europea. Europa: un’avventura
spirituale nella nostra storia (J. Delors) . . . . . . . . . . . . . . . . .
– COMECE-Crisi europea: una comunità solidale e responsabile
(G. Ambrosio) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Verso Aquileia: la fede del Nord-est. Una prospettiva
individuale (A. Castegnaro) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Aquileia, vent’anni dopo (A. C.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Raccontare storie, spazio di libertà dell’uomo.
[email protected], ovvero, perché «le mele di Adamo»
non cadono lontano dal tronco ermeneutico? (M. Pohlmeyer) . .
Migrazioni, un fenomeno globale. Il confine e la speranza
(M. Ambrosini) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Migranti africani: rifugiati di nessuno (M.E. G.) . . . . . . . . . . . . . . .
– Consiglio d’Europa: vite perdute nel Mediterraneo
(M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Guardare la tradizione oltre lo specchio del XIX secolo.
Esperienza e tradizione (M. Neri) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Finanza, economia, disagio sociale: anatomia di una crisi
(B. Levesque) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– La crisi e il cambiamento: dentro il disagio psichico e sociale
(R. Mancini) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
L’islam contemporaneo e le sue trasformazioni: nel nome
dell’intraducibile . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Islam - nuove sfide: tradurre il Corano, un’ipotesi di lavoro
(I. Zilio-Grandi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Cristianesimo - islam: in principio era la traduzione (P. Stefani) . .
– Islam europeo: il protestantesimo come paradigma interpretativo
(V. Fedele) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il concilio Vaticano II 50 anni dopo: una Chiesa
contemporanea (Il Regno) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Nella storia della teologia: continuità o discontinuità? (P. Walter) .
– Nel ricordo di un testimone: che cosa significa per me
(F.-X. Kaufmann) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
2,57
2,64
4,126
4,128
6,205
8,271
8,276
8,278
10,348
12,417
12,424
14,487
14,488
14,493
14,495
16,558
16,560
16,569
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attualità 2012
Unione Europea: una crisi più che economica. L’Europa
imbalsamata, mentre la storia precipita (B. Spinelli) . . . .
Teologia della liberazione e Vaticano II. Il Sud del Concilio
(M. Matté, F. Strazzari) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Teologia della liberazione: sulla linea del tempo (D. S.) . . . . . . . . . .
– Porto Alegre, a colloquio con i protagonisti: Roma-Brasile, domani
(M. Matté, F. Strazzari) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Metafora e mito della scienza medica: uomo-macchina,
macchina-uomo (L. Tesio) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
18,633
20,705
20,707
20,710
22,769
Diario ecumenico
di Daniela Sala
DICEMBRE 2011: CEC - Libertà religiosa; Mosca - Chiesa
ortodossa ed elezioni; Cipro - Ebrei e ortodossi; Dialogo
cattolici-giainisti; Il rabbino Jonathan Sacks dal papa; Berlino Incontro europeo dei giovani di Taizé; I cristiani nel mondo Statistiche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
2,55
GENNAIO 2012: USA - Ordinariato per ex episcopaliani;
Germania - Teologia islamica; CEC - Ecumenismo nel 21° secolo;
Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani; Lavoro dignitoso;
KEK - Nuovo segretario; Benelux - Conferenza episcopale
ortodossa; Patriarcato di Mosca - Chiesa greca . . . . . . . . . . . . . . . . 4,124
FEBBRAIO: Il card. Koch su Chiesa, eucaristia e ministero;
Bartolomeo I sulla nuova Costituzione turca; CEC - Ecumenismo
conciliare; Chiesa d’Inghilterra - Donne vescovo; Ecologia Dichiarazione delle Ceneri; Battisti - 8 per mille . . . . . . . . . . . . . . . 6,203
MARZO: Chiesa ortodossa russa - Elezioni presidenziali; Bulgaria Chiesa ortodossa sotto accusa; Chiesa d’Inghilterra - Williams
annuncia le dimissioni; Chiesa di Norvegia - Dis-establishment;
Millenario di Camaldoli: Roma e Canterbury; Egitto - Morte
di Shenouda III; Arabia Saudita - Chiese cristiane; Cipro - Primati
ortodossi del Medio Oriente; USA - Le Chiese e la recessione . . . . 8,269
APRILE: Svizzera e Germania - Chiese evangeliche; Terra santa Pasqua comune; Comunione anglicana - Il futuro di Canterbury;
Assisi - Conferenza ecumenica internazionale; Chiesa ortodossa
russa - Scandali; Italia - Sinodo della Chiesa evangelica luterana;
Giubileo della Riforma - Kässmann ambasciatrice . . . . . . . . . . . . . 10,346
MAGGIO: USA - Chiesa metodista unita; Comunione mondiale
delle Chiese riformate - Assemblea annuale; ARCIC III - Secondo
incontro; Chiesa ortodossa serba - Anniversario dell’Editto
di Costantino; Norvegia - Dis-establishment della Chiesa luterana;
Dialogo avventisti-mennoniti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12,415
GIUGNO: Forum cattolico-ortodosso a Lisbona; Serbia - Incontro
dei vescovi cattolici e ortodossi; Fede e costituzione - «Documento
di Penang»; Danimarca - Matrimoni gay in Chiesa; Regno Unito Chiese e matrimoni gay; Rio +20 - La delusione; Germania Sentenza sulla circoncisione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 14,485
LUGLIO: Muore José Míguez Bonino; Alleanza battista mondiale Assemblea annuale; Chiesa d’Inghilterra e donne vescovo - Decisione
rimandata; USA - Benedizione delle coppie gay; Italia - Intese
con ortodossi, pentecostali e mormoni; Comunione anglicana La prima donna vescovo in Africa; SAE - 49a sessione di formazione;
Londra - Le Olimpiadi e le religioni; Vaticano - Dialogo islamocristiano . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 16,554
AGOSTO: India - Chiese e dalit; Morte di Abuna Paulos; Sinodo
valdese - Documento sulla famiglia; Russia e Polonia Riconciliazione; Russia - La Chiesa e le Pussy Riot; CEC Comitato centrale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 16,555
SETTEMBRE: Muore il rev. Moon; Firenze - Concordia
di Leuenberg; Dialogo teologico anglicano-ortodosso; Germania Appello «Ecumenismo adesso»; Bose - Spiritualità ortodossa; CEC Pakistan; Patriarcato di Mosca - Battesimi danesi . . . . . . . . . . . . . . 18,631
OTTOBRE: Chiude l’agenzia ENI; Chiesa russa - Preti in politica;
Germania - Circoncisione; Morte di Torkom Manoogian; Pasqua
comune in Terra santa; Dialogo luterani-anglicani; Italia - Dialogo
cristiano-islamico; Grecia - Chiesa ortodossa e crisi economica . . . 20,703
NOVEMBRE: Italia - Evangelici e battisti; Egitto - Tawadros
dopo Shenouda; Bulgaria - Muore il patriarca Maxim; Vienna Centro internazionale per il dialogo interreligioso; Chiesa
d’Inghilterra - Nuovo primate e nuova crisi sulle donne vescovo;
Dialogo cattolici-protestanti - Giubileo della Riforma; Serbia
e Croazia - Scontro tra i vescovi su Ante Gotovina; Dialogo
tra cattolici e musulmani sciiti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 22,767
Agenda vaticana
di Luigi Accattoli
DICEMBRE 2011: Mozambico; ICI-IMU e Chiesa; Segnata
dai nostri peccati; Foley; Educare i giovani alla pace; Ai carcerati
di Rebibbia; Cause dei santi; Tedio e gioia della fede; «Dimostra
la tua potenza»; Nigeria . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
2,56
GENNAIO 2012: Secondo ordinariato ex anglicano; Penitenziere
maggiore; Concistoro per 22 cardinali; Anno della fede; Monti;
Giornata dei migranti; Cammino neocatecumenale; Viganò
e il Governatorato; Moraglia a Venezia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4,125
FEBBRAIO: Lefebvriani; Viganò IOR e AIF; Violenze sessuali;
Messaggio per la Quaresima; Rifare il mondo o amarlo; Siria;
Lombardi sui «corvi»; Concistoro per 22 cardinali; Lombardi
sul caso Orlandi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6,204
MARZO: Laurent Monsengwo Pasinya; Bagnasco; Annuario
pontificio 2012; Lefebvriani; Caccia ai corvi; Bertone su di sé;
Messico e Cuba; Narcotraffico messicano; Marxismo cubano . . . . 8,270
APRILE: Bellezza e fragilità del mondo; Spinta disperata a fare
qualcosa; Venerdì santo a L’Avana e a Roma; Urbi et orbi sulla Siria;
Casi Orlandi e De Pedis; Compleanno Ratzinger; Lefebvriani;
Religiose degli USA; «Sparso per voi e per molti»; Caccia ai corvi 10,347
MAGGIO: Caritas internationalis; Arezzo; Casi Orlandi e De Pedis;
Lefebvriani; Sollevato vescovo di Trapani; Caccia ai corvi
e un arresto; Gotti Tedeschi sfiduciato; Nuovi dottori della Chiesa;
Apparizioni e rivelazioni; «Tristezza nel mio cuore» . . . . . . . . . . . . 12,416
GIUGNO: Incontro famiglie a Milano; Gotti Tedeschi e IOR;
Lefebvriani; Nuova evangelizzazione e vocazioni; Burke advisor
per la comunicazione; Consultazioni su corvi e curia; Benedetto
ai terremotati dell’Emilia; Da Antonelli a Paglia e da Farina
a Bruguès; Comunità missionaria di Villaregia; Puglisi beato . . . . . 14,486
LUGLIO: Yad Vashem su Pio XII; Da Levada a Müller; Castel
Gandolfo; Fiducia del papa a Bertone; Bilancio; Cina; Moneyval
sul Vaticano; Università del Perù; Vigevano da Di Mauro
a Tettamanzi; Corvo - Summit dal papa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 16,556
AGOSTO: Terzo volume su Gesù; Suore statunitensi; Corvo Rinvio a giudizio; Lombardi su trasparenza; Monti; Martini;
Ratzinger Schülerkreis su ecumenismo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 16,557
SETTEMBRE: Ecumenismo adesso; «Provocazioni» - Film
su Maometto; Attentato di Bengasi; Libano; Sulla Primavera araba;
Fondamentalismo; Ecclesia in Medio Oriente; Nomine per il Sinodo
sulla nuova evangelizzazione; Premio Ratzinger; Processo
al «maggiordomo» . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 18,632
OTTOBRE: Loreto; «Corvo» condannato a tre anni; Sinodo
sulla nuova evangelizzazione; Anno della fede e 50° del Vaticano II;
Guinea Equatoriale; Il Sinodo e la Siria; Concistoro; Williamson;
Lefebvriani; Nuove competenze su seminari e catechesi . . . . . . . . . 20,704
NOVEMBRE: Sciarpelletti; Burundi; Accademia di latinità;
Ratzinger dagli anziani; Mea culpa per i 500 anni della Riforma;
L’infanzia di Gesù; Nuova guerra di Gaza; Da Monterisi
ad Harvey; Concistoro; Palestina osservatore all’ONU . . . . . . . . . . 22,768
Libri del mese
Tornare alla sorgente. La recezione del Vaticano II (C. Theobald) .
2,27
Mille anni. Nel millenario di Camaldoli un volume fotografico
4,99
ne celebra la ricerca spirituale (T. Ceravolo) . . . . . . . . . . . . . . . . .
Non all’unisono, ma in armonia. Gesù nella letteratura contemporanea
(M. Beck) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6,171
I valori non consumati. La crisi economica ed educativa in Italia
a partire da un’indagine europea (G. Ambrosio) . . . . . . . . . . . . . . 8,243
Non solo per chi ha già la fede. Il progetto di pastorale giovanile
dell’arcidiocesi di Milano (E. Castellucci) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10,315
La regola è il discernimento. Il cuore del Vaticano II per chi non l’ha
vissuto. Enchiridion del 50° (C. Theobald) . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12,385
IL REGNO -
AT T UA L I T À
22/2012
791
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Pagina 792
attualità 2012
ndici
Sempre più secolarizzata. Storia e attualità dell’informazione religiosa
in Italia sui grandi media (G. Mocellin) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Un tormentato percorso. Chiesa, modernità e diritti umani
(M. Paiano) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Disintossicare l’eros. La recente discussione teologica sulla morale
sessuale cattolica (S. Orth) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Con gli occhi aperti sulla vita. Ricordando Ivan Illich (1926-2002)
e Robert Fox (I. Illich) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Robert J. Fox (1930-1984) (F. Milana) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Ivan Illich (1926-2002) (F. M.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il Vangelo e la storia. Una memoria aperta su Giuseppe Dossetti
(P. Stefani) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Editoria - Dossetti: testi… critici (M.E. G.) . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
14,459
Profilo
16,531
Giacomo Martina, 1924-2012: il Concilio e la Chiesa (G. Martina) 4,137
Maria Eletta Martini, 1922-2011: il volontariato e la politica
(G. Nervo) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4,139
Stefano De Fiores, 1933-2012: il rinnovamento della mariologia
(A. Filippi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12,428
Pier Cesare Bori, 1937-2012: imago Dei (P. Stefani). . . . . . . . . . . . . 22,765
18,603
20,675
20,676
20,678
22,749
22,750
Segnalazioni
C. Frugoni, Storia di Chiara e Francesco (M. Veladiano) . . . . . . . . .
G. Forcesi, Il Vaticano II a Bologna (L. Pedrazzi) . . . . . . . . . . . . . . .
B. Sesboüé, Salvati per grazia (M. Rossi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
L. Chiappetta, Il Codice di diritto canonico (V. De Paolis) . . . . . . . . .
A. Potente, Un bene fragile (T. Valentini) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
T. Frigerio, Sfida al patriarcato (A. Deoriti) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
V. Mancuso, Io e Dio (P. Cattani) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Munus. Rivista europea di cultura (D. Segna) . . . . . . . . . . . . . . . . . .
F. Margiotta Broglio, Religione, diritto e cultura politica nell’Italia
del Novecento (A.G. Chizzoniti, G. Mori) . . . . . . . . . . . . . . . . . .
J. Moltmann, Etica della speranza (D. Segna) . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
J.-D. Causse, E. Cuvillier, A. Wénin, Violenza divina (J.-D. Causse,
E. Cuvillier, A. Wenin) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
P. Lombardini, Le donne nel cristianesimo delle origini (A. Deoriti) .
Quaderni di diritto e politica ecclesiastica (A. Torresin) . . . . . . . . . . .
G. de Chirico, Catalogo ragionato dell’opera sacra (G. Ravasi) . . . . .
W. Kasper, Chi crede non trema. 1 (W. Kasper) . . . . . . . . . . . . . . . . .
P. Ricca, La fede cristiana evangelica (D. Segna) . . . . . . . . . . . . . . . .
C. von Kirschbaum, La donna vera (A. Deoriti) . . . . . . . . . . . . . . . .
C. Gugerotti, Caucaso e dintorni (B.L. Zekiyan) . . . . . . . . . . . . . . .
Scicluna C.J., Zollner H., Ayotte D.J. (a cura di), Verso la guarigione
e il rinnovamento (M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
G. Ruggieri (a cura di), La costituzione Anglicanorum coetibus
e l’ecumenismo (G. Ruggieri) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
A.M. Valli, Piccolo mondo vaticano (G. Mocellin) . . . . . . . . . . . . . . .
M. Heller, La scienza e Dio (G. Brotti) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Pontificio consiglio per la famiglia, Enchiridion della famiglia
e della vita (E. Antonelli) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
L. Messinese, Metafisica (T. Valentini) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
S. Bocchini, Le religioni presentate ai miei alunni; G. Filoramo,
F. Pajer, Di che Dio sei? (D. Segna) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Aa.Vv., «Nuovi ateismi e antiche idolatrie», Hermeneutica 32(2012)
(P. Grassi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
R. Etchegaray, L’uomo a che prezzo? (P. Stefani) . . . . . . . . . . . . . . . . .
La sacra Bibbia. Nuovo testamento e Salmi. Cinese - italiano
(M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
P. Beccegato, W. Nanni, F. Strazzari (a cura di), Mercati di guerra
(Caritas Italiana) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
F. Strazzari, Fragmentos di America Latina (M. Castagnaro) . . . . .
P. De Benedetti, M. Giuliani, Portare il saluto (L. Spaziani) . . . . . . .
I. Mattioni, Da grande farò la santa (M. Paiano) . . . . . . . . . . . . . . . .
R. Stella, Eros, Cybersex, Neoporn (G. Mocellin) . . . . . . . . . . . . . . . .
Chiavi di lettura
Musica e liturgia (R. Castagnetti) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Per Milano 2012 (M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Tra le pagine, il futuro (M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
La Chiesa che verrà (M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
L’affollato scaffale del Concilio (M.E. Gandolfi) . . . . . . . . . . . . . . . .
2,43
2,43
4,115
4,116
4,117
6,187
6,188
6,189
6,190
8,259
8,260
8,260
8,261
8,262
10,331
10,331
10,332
10,333
12,403
12,403
12,404
14,476
14,477
16,549
16,550
18,622
20,693
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22/2012
di Piero Stefani
Padre onnipotente. Un Dio che guarda con amore il suo mondo . . . .
Comprendere. L’ardimento intellettuale di Tommaso d’Aquino . . . .
Paolo e Agatone. Frammento di un dialogo immaginario . . . . . . . . . .
Figli delle nostre azioni. L’inascoltato magistero di Manzoni . . . . . . .
Le acque del Giordano. Il peso delle memorie e il controllo delle
risorse . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il culto razionale. L’agire sorretto dal discernimento come culto
gradito a Dio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Dignità e limite. Riletture della Genesi da Pico della Mirandola
al Maharal . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
I linguaggi del silenzio. Quies cordis in Deum et in hominem . . . . . . . .
Il Dio creatore. Sui ricorrenti tentativi di cercare conferme
scientifiche nella Bibbia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il grigio e il tiepido. Primo Levi e Dostoevskij . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Una festa di tutti. Natale: la dinamica divina e la nostra accoglienza .
La vecchiaia che vorrei (O. Bolzon) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il santo ateismo del buon Samaritano (A. Marchesi) . . . . . . . . . . . .
Chi rimane dopo la morte (M. Cantiani) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Figlie di un Dio minore? (D. Pizzuti) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Violenze sessuali. Le linee guida della CEI (G. Pipino) . . . . . . . . . . .
La nuova apologetica (F. Mastrofini) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Violenza sui minori: una cultura della prevenzione (G. Pipino) . . . .
Siria: una guerra regionale con ramificazioni globali?
(Lettera firmata) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
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di Luigi Accattoli
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I let tori ci scrivono
Io non mi vergogno del Vangelo
Volumi recensiti
IL REGNO -
Parole delle religioni
20,693
Sacra Scrittura, teologia (135 voll.); Pastorale, catechesi, liturgia (227); Spiritualità (145); Storia della Chiesa (35); Attualità ecclesiale (119); Filosofia (75); Storia, saggistica (89); Politica, economia e società (88); Pedagogia, psicologia (116);
Ristampe (14) = 1.043 volumi.
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Dibat tito
Il papa e la liturgia: per una moltitudine (F. Pieri) . . . . . . . . . . . . . . . 10,297
Crisi della Chiesa, crisi di Dio: cambi di prospettiva
(P.M. Zulehner) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10,305
«Pro multis»: il tema è la salvezza. Efficacemente ricevuta,
universalmente offerta? (F. Pieri) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 16,551
… E la privacy? Quando parlare e quando tacere nelle cose
della fede . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Secolo che vai santo che trovi. Le canonizzazioni oggi tornano
all’antica varietà . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Menestrelli di Dio. Dalla, Celentano e Benigni . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Paolino Serra Zanetti. Ovvero un Dossetti ricondotto alla nuda fede
Padovese martire. E quella sua critica alle «virtù eroiche» . . . . . . . . .
Sul corvo e dintorni. Contro la mania di fare appello al papa . . . . . .
In morte di Vittorio Tranquilli. Quando il giusto è solo un giusto . . .
In memoria del card. Martini e della sua libertà di parola . . . . . . . . .
Nel fuoco della malattia. «Accettazione senza rassegnazione»,
le parole di Lina Biora . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
«Benedicimi». La benedizione come liturgia quotidiana
del cristiano comune . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
«Benedico nei luoghi affollati». Ancora sulle benedizioni
dei cristiani comuni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
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ROCCO PANZARINO - MARZIA ANGELINI
&
SANTI
SIMBOLI
Storia, miracoli, tradizioni e leggende nell’arte sacra
quindicinale di attualità e documenti
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Attualità
«STRUMENTI»
pp. 288 - € 27,50
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Monti e il centro-destra
La primavera egiziana
Asia: il Concilio realizzato
Cinesi cattolici in Italia
Studio del Mese
Uomo-macchina, macchina-uomo
Metafora e mito della scienza medica
Anno LVII - N. 1135 - 15 dicembre 2012 - IL REGNO - Via Nosadella 6 - 40123 Bologna - Tel. 051/3392611 - ISSN 0034-3498 - Il mittente chiede la restituzione
e s’impegna a pagare la tassa dovuta - Tariffa ROC: “Poste Italiane spa - Sped. in A.P. - DL 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1, DCB Bologna”

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