Untitled - Elliot Edizioni

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Untitled - Elliot Edizioni
Chris Bohjalian
LA LEVATRICE
Traduzione di Elena Bollati
Per Victoria, la donna che ha portato bellezza alla mia
vita con i suoi travagli.
E alla nostra bambina, Grace
In ricordo di mia madre, Annalee Nelson Bohjalian
Il Signore infatti non respinge per sempre, ma se affligge, ha pure compassione, secondo la sua immensa
bontà; poiché non è volentieri che egli umilia e affligge i figli dell’uomo.
LIBRO DELLE LAMENTAZIONI 3,31-33
Ognuno di noi è responsabile per il male che avrebbe
potuto evitare.
JAMES MARTINEAU
Prologo
Durante la lunga estate che precedette il processo a mia madre e in
quei freschi giorni autunnali in cui la sua vita venne messa sulla pubblica piazza della contea – la sua persona linciata, le sue conoscenze
messe in dubbio – ascoltai di nascosto molto più di quanto i miei genitori credessero e compresi molto più di quanto avrebbero avuto piacere. Attraverso il condotto del camino nel pavimento della mia camera, potevo sentire le discussioni dei miei genitori con l’avvocato di
mia madre che si tenevano a notte fonda in salotto, quando gli adulti
pensavano che io dormissi ormai da ore. Se per caso i tre si trovavano nello studio di fianco alla cucina che mia madre usava come ufficio e sala visite, magari alla ricerca di un vecchio documento tra i
suoi archivi o un’anamnesi prenatale di una paziente, mi sdraiavo sul
pavimento del bagno sopra di loro e ascoltavo le parole giungermi
attraverso i fori che erano stati fatti per far passare i tubi dell’acqua del
lavandino. E anche se non sono mai arrivata a sollevare il ricevitore
di un telefono al primo piano quando sentivo mia madre parlare all’apparecchio della cucina, spesso scendevo in silenzio lungo le scale
fino a riuscire a sentire ogni parola. In questo modo devo avere ascoltato decine di telefonate, immobile sul gradino più basso, invisibile
dalla cucina poiché il cavo della cornetta si allungava soltanto di un
paio di metri. Fu così che quando ebbe inizio il processo, avevo ricostruito quasi con esattezza quello che l’avvocato, l’amica o l’ostetrica
avevano detto dall’altro capo del telefono. Ero sempre stata un’accanita osservatrice dei miei genitori, ma in quei mesi vicini al processo
divenni una fanatica. Osservavo le loro liti e notavo come i loro diverbi
diventassero sempre più accesi sotto pressione; sentivo che si scusavano, spesso uno di loro singhiozzava, e poi attendevo quei rumori più
sommessi (e tuttavia riconoscibili) di quando si sarebbero messi a
letto e avrebbero fatto l’amore. Coglievo l’essenza delle loro dispute
con i medici e gli avvocati, capivo perché alcuni testimoni sarebbero
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stati meno favorevoli di altri, imparai a odiare persone che non avevo mai conosciuto, i cui volti non avevo mai visto. Il medico legale. Il
procuratore. Un’ostetrica di Washington che doveva essere un’esperta. La mattina in cui il giudice diede le sue istruzioni alla giuria e la
mandò a decidere il destino di mia madre, sentii il suo avvocato spiegare ai miei genitori quella che veniva considerata la più grande leggenda dei processi: si può scoprire la decisione della giuria, nel momento in cui fa ritorno nell’aula dopo la delibera, dal modo in cui
guardano l’imputato o se si rifiutano di guardarlo. Ma non credeteci,
disse loro. È solo una leggenda. Quell’autunno però avevo quattordici
anni e mi sembrava molto più di una leggenda. Aveva quell’aura di
verità che avevo sentito nelle storie di molte donne e ostetriche, una
base di buonsenso sostenuta fermamente da secoli di osservazione. I
bambini nascono con la luna piena. Se le patate bollite bruciano, pioverà prima di sera. Un bruco peloso anticipa un inverno freddo. Non
estrarre lo zucchero dagli aceri prima che i fiumi non siano ingrossati. L’avvocato di mia madre forse non credeva alla leggenda che raccontò ai miei genitori, ma io sì. Aveva senso. Avevo sentito molte cose
nei sei mesi precedenti. Avevo imparato quali leggende prendere a
cuore e quali ignorare. Così quando la giuria di dodici persone rientrò in aula come in processione apostolica, osservai i loro sguardi. Li
osservai per vedere se avrebbero guardato mia madre o se avrebbero
volto lo sguardo altrove. Seduta accanto a mio padre in prima fila,
seduta proprio dietro a mia madre e il suo avvocato come avevo fatto tutti i giorni delle ultime due settimane, cominciai a pregare tra
me e me. Vi prego, non guardatevi le scarpe, non guardate il giudice.
Non guardate su o giù o fuori dalla finestra. Per favore, vi prego, guardate me, guardate mia madre. Guardateci, guardate qui, qui, qui.
Avevo osservato i giurati per giorni, li avevo visti guardarmi. Avevo contato le barbe, notato le rughe, avevo fissato senza ragione e al
limite della maleducazione il tizio che sarebbe diventato il primo giurato, il modo in cui stava seduto con le braccia incrociate davanti al
petto, tenendo nascosta la mano sfigurata anni prima da una motosega. Aveva il pollice, ma non le altre dita. Entrarono dalla camera
adiacente diretti alle loro dodici sedie e presero posto. Alcune delle
donne accavallarono le gambe, uno degli uomini si strofinò gli occhi
e si dondolò per un momento sulle gambe posteriori della sedia. Alcuni scrutavano il muro in fondo all’aula, altri guardavano verso il cartello dell’uscita sopra la porta principale, come se avessero compreso
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che il loro calvario era quasi finito e la liberazione fosse a un passo.
Una donna, la signora anziana con i capelli bianchi e un armadio pieno di stupendi vestiti dai fiori rossi, la donna che ero certa fosse una
Lipponcott di Craftsbury, guardò verso il tavolo dietro il quale il procuratore e il suo vice erano seduti. Fu in quel momento che crollai.
Cercai di non piangere, ma sentii i miei occhi riempirsi di lacrime, sentii le mie spalle cominciare a tremare. Sbattei gli occhi, ma le palpebre di una quattordicenne non sono adatte a contenere il dolore che
stava montando dentro di me. Il mio pianto inizialmente fu silenzioso, un lamento sussurrato, ma crebbe rapido come una furia. Mi dissero che ululavo, e anche se non sono orgogliosa di essere stata colta
da un simile attacco isterico quel giorno in aula, non me ne vergogno
nemmeno. Se c’è qualcuno che dovrebbe provare vergogna per tutto
ciò che è successo in quel momento in una piccola aula del Vermont
nord-orientale, secondo me dovrebbe essere la giuria. Tra i miei sussulti e i miei lamenti, la gente disse che imploravo ad alta voce: «Guardateci! Oh, Dio, vi prego, vi prego, guardateci!». Tuttavia nessuno dei
giurati si voltò verso di me o mia madre.
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Parte I
I
Quando ero bambina, utilizzavo la parola “vulva” proprio come alcuni bambini utilizzano le parole sedere, pene o vomito. Non era una
vera parolaccia, ma sapevo che aveva un’incisività tale da paralizzare
gli adulti. “Vulva” era una di quelle parole che in qualsiasi famiglia,
tranne la nostra, trasmetteva dei sentimenti e delle emozioni oltre che
significare una semplice parte dell’anatomia umana o un’azione, come
vomitare, che era una funzione corporea basilare.
Mi ricordo che un giorno stavo giocando da Rollie McKenna, mentre sua madre aveva in visita un’amica proveniente da Montpelier. Era
una di quelle rare giornate estive in cui nel Vermont il cielo è così blu
da sembrare quasi una luce al neon; quel blu che c’è spesso a gennaio in quei giorni in cui la temperatura non sale sopra lo zero e il
fumo proveniente dalla stufa a legna del tuo vicino sembra doversi
congelare non appena fa capolino dal camino, ma è raro vederlo a giugno o luglio.
Come la signora McKenna, la sua amica lavorava per il dipartimento dell’istruzione dello Stato. Mentre le due donne sedevano a un
tavolo in ferro battuto sulla terrazza di mattoni dei McKenna (una
terrazza che allora sembrava troppo elegante persino per me) e bevevano del tè freddo con delle foglie di menta provenienti dal giardino
di mia madre, io mi cimentavo nel raccontare il parto di Cynthia Charbonneau in tutti i dettagli che mi erano possibili.
«Il bambino della signora Charbonneau era di quattro chili e duecento grammi, ma la mia mamma è riuscita a massaggiarle la vagina e
allungare i muscoli tanto da evitare che il perineo si strappasse. La
maggior parte delle donne che hanno bambini di quelle dimensioni
devono essere sottoposte a un’episiotomia, cioè quando si taglia il
perineo di una donna dalla vagina fino all’ano, ma non è stato così
per la signora Charbonneau. La sua vulva sta bene. E la placenta è uscita subito dopo Norman, l’hanno chiamato così il bambino, dopo cir15
ca due minuti. Mamma dice che anche la placenta era grande e ora è
sepolta proprio accanto a quell’acero che il signor Charbonneau ha
piantato in cortile. Mio padre spera che il loro cane non vada a dissotterrarla, ma potrebbe. Il cane. Ecco tutto».
All’epoca dovevo avere nove anni, il che significa che i McKenna
vivevano in Vermont da un anno circa, visto che erano arrivati in città
da un quartiere di Westchester, New York, il giorno del mio ottavo
compleanno, esattamente lo stesso giorno. Quando il camion dei traslochi cominciò ad arrancare per la collinetta davanti alla nostra casa,
dissi a mio padre che mi aspettavo che girasse a sinistra nel nostro
vialetto e scaricasse i miei regali.
Mio padre sorrise e scosse la testa dicendo che avevo le stesse probabilità che la luna si staccasse dal cielo per venire a posarsi sul nostro tetto.
Non ero mai stata a Westchester, ma ebbi subito l’impressione
che i McKenna provenissero da una città più leziosa di Reddington:
il terrazzo ne era un indizio, ma lo era anche il fatto che fossero più
rigidi di coloro che stavano nel Vermont da sempre, in particolare gli
amici dei miei genitori, quelli del periodo in cui uscivano con la gente del Liberation News Service e consideravano le collanine di perle
una profonda asserzione politica. Mi piacevano i McKenna, ma dal
momento in cui Rollie mi presentò sua madre, sospettai che la sua famiglia non sarebbe durata a lungo in questa parte del Vermont. Sarebbero forse stati bene a Burlington, la città più grande dello Stato,
ma non in un paesino come Reddington.
Mi sbagliavo. I McKenna se la cavarono bene qui, in particolare
Rollie. Inoltre i McKenna non sembravano badare al fatto che mia
mamma fosse una levatrice, mentre in città c’erano veramente dei genitori che non avrebbero permesso alle loro figliolette di giocare a casa
mia, alcuni per la semplice paura che avrebbero finito per assistere a
una nascita nel caso mia madre non fosse stata in grado di trovare
una baby-sitter in tempo, altri perché credevano che mia madre, tra
le strane erbe e tinture che erano la sua idea di intervento medico, tenesse anche marijuana, hashish e funghi allucinogeni.
All’età di nove anni, raccontare alla signora McKenna e alla sua
amica del passaggio di Norman Charbonneau attraverso il canale vaginale della madre per me era naturale quanto raccontare ai miei genitori che una verifica a scuola era andata bene, o di quanto mi fossi
divertita in un giorno di dicembre a scendere con lo slittino lungo la
collina dietro la casa di Sadie Demerest.
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All’età di quattordici anni, quando mia mamma si trovò sotto processo, avevo cominciato a stufarmi di turbare gli adulti con le mie
conoscenze cliniche sul parto naturale o con i miei racconti straordinari sul parto in casa. Inoltre capivo anche che parole come vulva suscitavano meno tenerezza nella bocca di una quattordicenne rispetto
a una ragazzina più piccola.
Per di più a quell’età, quando il mio corpo si era avviato da tempo
lungo il percorso di trasformazione da bambina ad adolescente (avevo cominciato a indossare un reggiseno sportivo nell’estate tra le elementari e le medie ed ebbi il primo mestruo quasi un anno prima che
l’aula del tribunale della contea divenisse la mia seconda casa), l’idea
di un qualcosa di quattro chili e duecento grammi che si faceva strada
attraverso quell’apertura così minuscola tra le mie gambe mi dava la
nausea.
«È solo che non capisco come qualcosa di così grosso possa passare attraverso qualcosa di così piccolo!» insistevo, dopodiché mio padre talvolta aggiungeva, scuotendo il capo: «Un progetto fatto male,
non credi?».
Se mia madre era presente lo avrebbe sicuramente contraddetto.
«Non è vero!» diceva. «È un progetto meraviglioso, bellissimo. È perfetto».
Visto che era una levatrice, penso che mia madre fosse obbligata
a pensarla così. Io no. Inoltre, oggi ho trent’anni e ancora non riesco
a spiegarmi come qualcosa che è grande quanto un bambino possa
un giorno scivolare o farsi strada a forza agitandosi attraverso quello
che mi sembra sempre un tunnel dannatamente stretto.
Sebbene mia madre non avrebbe mai portato nessuna delle mie
amichette ad assistere a una nascita, poco tempo prima che compissi
otto anni cominciai ad accompagnarla se il bambino decideva di nascere in un giorno o una notte in cui mio padre era fuori città e nessuno della sua squadra di baby-sitter riusciva a liberarsi con così poco
anticipo. Non so come avesse fatto prima di allora, ma deve aver sempre trovato qualcuno nel momento del bisogno, perché la prima nascita che ricordo, la prima volta che sentii mormorare mia madre
«Sta emergendo», cosa che ancora oggi mi fa immaginare un bambino che fa capolino dalla vagina con un boccaglio, accadde una notte
in cui ci fu un terribile temporale e io frequentavo la seconda elementare. Era la fine dell’anno scolastico, forse verso l’inizio dell’estate, tipo la prima o seconda settimana di giugno.
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Mia madre credeva che i bambini fossero più propensi a nascere
quando il cielo era coperto di nuvole di pioggia piuttosto che in una
giornata limpida, perché la pressione era più bassa. Così quando quella sera le nuvole cominciarono ad avanzare, mentre stavamo cenando sotto il portico, disse che una volta terminato di lavare i piatti
avrebbe controllato chi poteva farmi da baby-sitter quella notte se ce
ne fosse stato bisogno. Mio padre era sul lago Champlain sulla costa
di New York quella sera; il giorno successivo sarebbero cominciati
gli scavi per la costruzione di un nuovo edificio per la facoltà di matematica e scienze di un college alla cui progettazione aveva collaborato. Non era soltanto suo il progetto, dovevano passare ancora tre
anni prima che si mettesse in proprio, ma mio padre poteva prendersi i meriti per aver trovato il modo di costruire la struttura sul lato di
una collina facendo in modo che non sembrassero gli uffici del North
American Strategic Air Command.
La prima bambina che vidi nascere in casa fu Emily Joy Pine, E.J.
come finì per essere chiamata. Fu una nascita semplice, ma non mi
sembrò così quella notte a poco meno di un mese dal mio ottavo
compleanno. Non sentii suonare il telefono quando chiamò David
Pine a casa nostra alle dieci di sera, forse perché mia madre era ancora sveglia e rispose subito. Così la nascita di Emily per me cominciò
con le labbra di mia madre che mi baciavano la fronte e poi l’immagine delle tende della finestra accanto al mio letto che fluttuavano verso di noi sospinte dalla brezza. L’aria era carica, ma non aveva ancora cominciato a piovere.
Quando arrivammo, Lori Pine era seduta sul lato del letto con
una coperta di cotone leggero drappeggiata intorno alle spalle, ma la
maggior parte delle coperte, il copriletto e le lenzuola erano stati rimossi e giacevano ammucchiati sul pavimento. In testa al letto c’erano alcuni cuscini spessi che sembravano provenire da un vecchio divano; il materasso era coperto da un lenzuolo con una fantasia che
sarebbe stata perfetta su una grossa e orrenda tenda da doccia: diversi girasoli psichedelici con petali a forma di lacrime e dei soli che
emanavano luce e calore.
Quel lenzuolo, sentii di sfuggita, era stato infilato in un sacchetto
della spesa di carta marrone e poi messo per più di un’ora nel forno
della cucina. Forse era di cattivo gusto, ma almeno era sterile.
Quando io e mia madre arrivammo, la donna che all’epoca era la
sua apprendista era già lì. All’epoca Heather Reed doveva avere ventiquattro o venticinque anni e aveva aiutato mia madre a far nascere
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quasi quaranta bambini in casa; quando entrammo nella camera da
letto, stava dicendo con calma a Lori di immaginare quello che vedeva il suo bambino all’interno dell’utero in quel momento.
Mia madre non era per nulla sterile, così non appena ebbe salutato si diresse subito nel bagno dei Pine per lavarsi. Passava almeno
dieci minuti a strofinarsi le mani e insaponarsi le braccia prima di mettere delicatamente le mani sul ventre di una donna o di infilarsi un
paio di guanti sottili in lattice per esaminare con le dita la cervice di
una madre in travaglio.
Quando emerse dal bagno chiese a Lori di sdraiarsi sulla schiena
in modo che potesse controllare come stava. I due figli piccoli di Lori
e David erano già stati portati in cima alla strada dallo zio, mentre la
zia, la sorella di Lori, era lì che strofinava le spalle della donna sopra
la coperta. David era appena tornato dalla cucina dove aveva preparato del tè con un’erba chiamata caulofillo, che mia madre credeva
aiutasse a stimolare il travaglio.
Lori si sdraiò sul letto. Nel farlo la coperta cadde e vidi che era
nuda. Avevo immaginato che non dormisse con un pigiama come il
mio, ma non mi era passato per la mente, mentre ero in quella camera, che potesse non indossare una camicia da notte come quella di
mia madre, o magari una grande T-shirt come quella in cui sia io sia
mia madre dormivamo nelle calde notti estive.
No, non Lori Pine, nuda come un verme. Ed enorme.
Avevo sempre considerato Lori Pine una donna imponente. Svettava su di me molto più delle altre mamme quando ci trovavamo insieme alla cassa dei grandi magazzini Reddington General, o nel vestibolo affollato della chiesa prima o dopo la messa. I suoi figli erano
più piccoli di me, uno di due anni e l’altro di quattro, quindi a scuola
non la vedevo, eppure mi sembrava che mi capitasse di trovarmi spesso accanto a lei, e tutte le volte temevo che se avessi mai avuto bisogno di superarla in caso di emergenza, avrebbe ostruito completamente l’uscita, una donna tappo, abbondante, larga e dal fondoschiena generoso.
Ora credo che in caso di una vera emergenza, Lori Pine in realtà
avrebbe usato le sue dimensioni per afferrarmi e portarmi lontano
dal pericolo, gettandomi da un’uscita o una porta con la stessa facilità con cui al mattino io getto i nostri gatti fuori di casa.
Quello che mi colpì di più quando vidi Lori Pine nuda sul suo
letto, fu semplicemente la sua pancia gravida. Ecco quello che vidi,
ecco quello che ricordo: una pera di carne enorme appoggiata sul
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suo grembo, alta quanto le sue ginocchia piegate, con una piccola protuberanza al centro che mi ricordava quei noccioli che escono dai petti di pollo o tacchino ben cotti. Allora non sapevo che la pancia di
una donna incinta avesse una consistenza solida, così mi aspettavo che
una volta coricata si appiattisse e scivolasse da un lato come un mucchio di maionese; quando non accadde e vidi il ventre emergere dal
letto come una montagna, la guardai con talmente tanto stupore negli occhi che Lori si voltò verso di me e disse ansimando quella che
ho sempre creduto fosse la parola “condom”, preservativo.
Non ho mai capito se quella parola fosse intesa affinché mi ricordassi un consiglio, tipo “Chiedi al tuo uomo di indossare sempre un
preservativo così non finirai per cercare di spingere un cocomero attraverso una cannuccia”, o se cercasse di mettermi in guardia contro
quella particolare forma di contraccezione: “È tutta colpa di un preservativo. Esistono metodi migliori per controllare le nascite, e se
avessi avuto un po’ di buonsenso li avrei usati”.
Non saprò mai se Lori Pine disse davvero condom, un’altra parola
o semplicemente il mio nome quando mi vide lì in piedi – il mio nome
è Constance, anche se fin da piccola decisi che preferivo Connie. Mi piace credere che abbia detto condom; ci sono tante cose in cui crediamo
e che crescendo vengono sfatate, e voglio tenere questa così com’è.
In ogni caso, qualunque cosa disse, fece in modo che le persone presenti nella stanza si rendessero conto che io ero lì, appoggiata al muro.
«Ti spiace se rimane, Lori?» chiese mia madre facendo un cenno
verso di me. «Non farti problemi se non ti va».
Il marito di Lori le prese la mano e carezzandola aggiunse: «Potrebbe raggiungere i ragazzi dallo zio, se vuoi. Sono certo che a Heather
non dispiacerebbe accompagnarla».
Ma Lori Pine era generosa e disinibita quanto era grossa e disse che
non le importava di avermi lì. «Che cosa sono un paio di occhi in
più, Sibyl?» disse a mia madre, prima di fare una smorfia per una
contrazione, voltando la testa di colpo verso di me come se fosse stata schiaffeggiata.
Così rimasi e assistetti al travaglio di Lori Pine e alla nascita di
E.J. Pine. Mia madre e io eravamo arrivate intorno alle dieci e mezza
di sera e rimasi sveglia quasi tutta la notte fino al mattino dopo. Mi appisolai sulle coperte che erano state gettate a terra, soprattutto quando i tuoni che avevano attraversato la Champlain Valley e le Green
Mountains dirigendosi verso est passarono sopra di noi per arrivare
nel New Hampshire; ma erano pisolini brevi e quando mia madre
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cominciò a far spingere Lori alle sei meno un quarto del mattino ero
sveglia, così come alle sette e trentacinque quando E.J. si infilò per
l’ultima volta sotto l’osso pubico, e mia madre premette le dita contro il cranio di Lori per rallentarla e dare al perineo qualche altro secondo per allungarsi.
E.J. nacque alle 7.37, come l’aeroplano. Il travaglio era durato circa nove ore e mezza e l’opinione di tutti i presenti era che fosse stata
una passeggiata. Tutti tranne me. Quando mi addormentai, doveva
essere perché non sopportavo più la vista di Lori Pine che affrontava
un tale dolore e avevo chiuso gli occhi, non soltanto perché ero stanca e le palpebre si erano abbassate da sole.
La camera era avvolta da un bagliore soffuso, quello di un paio di
luci di Natale dal bulbo rosso che David aveva recuperato in soffitta
per l’occasione appena arrivammo io e mia madre. Se non fosse stata
una notte così ventosa, avrebbero usato delle candele vere, ma Lori
voleva che le finestre rimanessero aperte e David aveva preferito sacrificare l’autenticità per la sicurezza.
Lori aveva cominciato a esprimere il suo disappunto quando vide
comparire David con le candele di plastica invece che quelle di cera,
ma un’altra contrazione le attraversò il corpo, così afferrò le braccia
di mia madre con entrambe le mani e urlò tra i denti serrati: un suono come quello di un motore che fa fatica ad avviarsi.
«Respira Lori, respira» le ricordò mia madre serafica «respira a
lungo e piano», ma dal modo in cui gli occhi di Lori si rigirarono,
mia madre avrebbe potuto dirle di uscire a montare una nuova porta
del garage e sarebbe stata la stessa cosa; così quello fu tutto ciò che disse Lori Pine a proposito delle candele.
Non avevo mai visto un adulto soffrire prima di allora. Avevo visto
bambini urlare, talvolta per quella che doveva essere una vera agonia,
per esempio quando Jimmy Cosino si ruppe la clavicola in prima elementare. Jimmy ululava come un bebè in preda alle coliche, però con
la capacità polmonare di un bambino di sei anni, e urlò fino a quando
una maestra non lo portò dal parco giochi all’ospedale.
Eppure fu un’esperienza di tutt’altro tipo vedere un adulto singhiozzare. Mia madre fu fantastica con Lori, sempre sorridente, la rassicurava che lei e il bambino stavano bene, ma per quello che mi riguardava non capivo perché mia madre non potesse darle l’equivalente adulto della baby-aspirina all’arancia che mi dava quando non
stavo bene. Quella roba faceva miracoli.
Invece mia madre suggerì che Lori camminasse in giro per la casa,
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in particolare nelle prime ore dopo che arrivammo. Mia madre la fece
camminare per le camere dei suoi due bambini; le raccomandò di fare
una doccia tiepida. Chiese a sua sorella di farle dei leggeri massaggi alla
schiena e alle spalle. A un certo punto mia madre fece guardare a Lori
e David il loro album di famiglia, le foto scattate durante i parti in
casa dei loro primi due figli, foto fatte proprio in quella camera.
E anche se non credo che assistere al dolore di Lori Pine mi abbia
atterrita tanto da terrorizzarmi, oggi mi ricordo alcuni suoni e alcune
immagini molto, molto bene: mia madre che sussurra con dolcezza a
Lori dicendole della marcatura e il sangue sulla vecchia salvietta che
mia madre aveva usato per pulire il lenzuolo. Lori ansimante e il marito e la sorella che si chinano su di lei ansimando insieme, un trio di
adulti in iperventilazione. Lori Pine che sbatte il capo sulla testiera del
letto, le nocche che vi picchiano sopra, come se i gomiti fossero una
molla caricata dal dolore, e il rumore delle ossa contro il legno di ciliegio che sembrava il rumore di un uccello che si schianta contro
un’asse. Il panico disperato nella voce di Lori quando disse che non
ce la faceva, che non poteva farcela, non questa volta, che c’era qualcosa che non andava, non le aveva mai fatto così tanto male prima, e
la voce serena di mia madre che le ricordava che invece era stato proprio così, per due volte. Quando, a travaglio avanzato, Lori scese dal
letto e aiutata da mia madre e da Heather andò in bagno, le braccia
appoggiate sulle loro spalle come se fosse stata un soldato ferito, uno
di quelli che avevo visto nei film, aiutato a fuggire dal campo di battaglia da medici, compagni o colleghi con cui prima non erano mai stati amici. L’immagine delle dita di mia madre avvolte dai guanti che di
tanto in tanto scomparivano dentro la vagina di Lori Pine e la dolcezza
soddisfatta nella sua voce mentre diceva – parole pronunciate con calma, appena sussurrate – «Oh, stai andando bene. No, non bene, fantasticamente. Il tuo bambino sarà qui per colazione!».
E così fu. Alle sei meno un quarto del mattino, quando Lori Pine
cominciò a spingere, il cielo era illuminato sebbene coperto di nubi, ma
la pioggia si era spostata a est da tempo. Nessuno aveva pensato di
spegnere le lucine natalizie, così lo feci io: già nel 1975, alla tenera età
di otto anni, ero un’ambientalista interessata alle energie rinnovabili.
O ero questo o ero una yankee spilorcia predisposta a spegnere le luci
se non erano necessarie.
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II
I libri dicono che il concepimento avviene quando uno spermatozoo
penetra in un ovulo e tutti i libri utilizzano questa parola: penetrazione. Ogni libro! È come se la vita cominciasse con una battaglia:
“Assaltiamo l’ovulo!”. O magari come un’infiltrazione di spie o sabotatori: “Ci avvicineremo di soppiatto all’ovulo e poi ci infileremo dalla finestra della cucina mentre dorme!”. Non capisco, non vedo perché debbano sempre dire penetrare.
Che cosa c’è di sbagliato nelle parole incontrare, unirsi o provare piacere?
– dagli appunti di Sibyl Danforth, levatrice
In ostetricia, quando qualcosa va male, accade in fretta. Si cade da
un precipizio. Un minuto prima mamma e feto si stanno godendo la
vista dall’alto e il minuto dopo ruzzolano oltre il ciglio e sono in caduta libera tra le rocce e gli alberi sotto di loro.
Crescendo sentii i medici utilizzare di continuo questo genere di
paragoni. E ovviamente ogni ginecologo che lo Stato fece sfilare davanti alla giuria durante il processo di mia madre aveva la sua versione personale di questo discorso aereo sul parto.
“Perlopiù il parto è come un giro in macchina in campagna. Non
accade nulla di insolito; ma a volte, a volte, è possibile che si scivoli su
quella pozzanghera ghiacciata e si esca di strada, oppure che un camion
dell’immondizia perda il controllo e ti travolga”.
“La stragrande maggioranza delle volte, il parto non necessita di
un intervento medico. È un processo naturale che le donne affrontano
da, beh, dall’inizio dei tempi. Eppure abbiamo dimenticato che sebbene sia un fatto naturale, il parto è pericoloso. Prendiamo atto che un
tempo le donne e i bambini morivano di continuo durante il parto”.
Il loro punto di vista era sempre lo stesso: le donne non avrebbe23
ro dovuto partorire in casa con mia madre. Avrebbero dovuto partorire in ospedale con dei medici.
«Un ospedale è come un seggiolino per l’auto: se dovesse accadere
qualcosa di inaspettato e ci fosse un incidente, ci sono i mezzi per tirare fuori il bambino dal forno» insisteva un medico mescolando diverse
metafore e confondendo l’utero con un elettrodomestico della Sears.
Alla fine degli anni Settanta e all’inizio degli anni Ottanta mia madre faceva parte della decina di levatrici del Vermont indipendenti o
“laiche” che assistevano i parti in casa. Praticamente non lo faceva
nessun medico. I costi assicurativi per negligenza personale legati al
parto in casa erano proibitivi e la maggior parte dei ginecologi credeva veramente che fosse più sicuro accompagnare i bambini dal grembo al mondo in un ospedale.
Mia madre non era d’accordo e spesso lei e diversi medici ingaggiavano le loro battaglie con dati statistici. Da piccola sentivo frasi e
numeri scagliati da un fronte all’altro come volani del badminton ed
ero affascinata dall’aggressività celata dietro le parole sterili e cliniche.
Mortalità materna. Mortalità neonatale. Decessi durante il parto.
La definizione “nato morto” mi affascinava. Nato morto. A nove
o dieci anni, immaginavo che fosse una sorta di stato simile all’essere
uno zombie.
In parte mia madre credeva che il parto in casa fosse sicuro anche
perché si rifiutava di seguire le gravidanze a rischio.
Per esempio le donne con la pressione molto alta, il diabete, o i
parti gemellari. Con queste donne insisteva affinché partorissero in
ospedale, anche quando la pregavano di aiutarle a partorire in casa.
E non ha mai esitato quando c’è stato bisogno di trasferire una madre in travaglio sotto le sue cure in ospedale, se qualcosa le faceva
battere il cuore – come una volta mi aveva descritto la sensazione
che la assaliva – più in fretta di quanto le piacesse. A volte era dovuto alla sensazione che il travaglio non fosse progredito per ore e che
la paziente fosse esausta. A volte mia madre raccomandava che venisse
trasferita perché temeva che stesse per capitare qualcosa di pericoloso, una di quelle cose che la comunità medica descrive con l’eufemismo “imprevisto”: la placenta che si separa dalle pareti uterine prima che il bambino sia uscito o dei segnali di sofferenza fetale come
un rallentamento del battito cardiaco.
I registri hanno rivelato che in tutti gli anni di pratica, mia madre
ebbe la necessità di portare in ospedale soltanto il quattro per cento
delle sue pazienti.
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Dentro di me non ci sono dubbi che mia madre e la comunità medica non si piacessero, ma non avrebbe mai permesso che i loro conflitti mettessero in pericolo la salute di una delle sue pazienti. Questo
è un dato di fatto.
Potrei cominciare la storia di mia madre con la morte di Charlotte Fugett Bedford, ma significherebbe scegliere di aprire la sua vita
con quello che per lei fu l’inizio della fine. Lascerebbe intendere che
tutto quello che importò nella sua vita fu il crogiolo che rese la mia
famiglia parte di una piccola nota a piè di pagina della storia.
Così non lo farò.
Inoltre, la vedo anche come la mia storia e il motivo per cui credo
che i bambini siano diventati anche la mia vocazione.
Sono convinta che le nostre storie cominciarono all’inizio della
primavera del 1980, diciotto mesi prima che mia madre vedesse la sua
vita distrutta nell’aula affollata di un tribunale nel nord del Vermont e
almeno un mese prima che i Bedford si trasferissero nel nostro Stato.
Ecco quello che ricordo: ricordo che il fango quell’anno era un
incubo, ma l’estrazione dello zucchero fu incredibile. Capita spesso.
Se il fango è molto, gli aceri saranno buoni, perché il fango e gli aceri sono in qualche modo imparentati a livello climatico. Quelle condizioni che trasformano le strade sterrate del Vermont in sabbie mobili a marzo – un inverno gelido, nevoso, seguito da una primavera dai
giorni tiepidi e le notti molto fredde – aiuta gli aceri a produrre una
linfa dolce e abbondante che scorre come fiumi ingrossati dalla neve
e dal ghiaccio che si sciolgono.
Le famiglie di mio padre e di mia madre non estraevano più lo zucchero, così i miei ricordi di quel marzo si concentrano più sul fango
che sullo sciroppo d’acero: per me quel mese fu soprattutto una corrente infinita di sporcizia marrone. Arrivava a ricoprirmi gli stivali fino
agli stinchi prima che avessi percorso arrancando i cinquanta metri
che separavano l’inizio della nostra strada sterrata e la stanza minuscola tra la porta laterale e la cucina, che in quei giorni si guadagnò il nome
di stanza del fango: il pavimento e le pareti ne erano ricoperti. Quando il fango era umido aveva il colore scuro e profondo del tabacco;
quando si asciugava diveniva più chiaro e ricordava la polvere di cacao
che mettevamo nel latte. Comunque, che fosse umido o secco, il fango
in quel marzo del 1980 era ovunque. Le strade sterrate si trasformarono in spugne dove le automobili affondavano, rimanendo invischiate,
talvolta sprofondando così tanto che gli automobilisti non riuscivano
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più ad aprire le portiere per scappare e dovevano sgusciare dai finestrini
per uscirne. I cortili diventavano paludi dove i cani, che di solito li percorrevano correndo, si limitavano a farsi strada nella melma. Praticamente ogni famiglia della nostra città aveva posato delle grosse assi o dei
larghi pezzi di compensato per attraversare le pozzanghere di fango
nei giardini o per cercare di collegare il vialetto dove parcheggiavano
l’auto con il portico di casa.
Mia madre parcheggiava la sua station wagon appena finiva la strada asfaltata, alla fine del nostro vialetto, come era solita fare in inverno e all’inizio della primavera, per essere sicura di riuscire ad arrivare dalle sue pazienti in tempo. Eppure capitava ogni tanto che ci fossero dei parti ai quali nemmeno la mia determinata mamma riusciva
ad arrivare in tempo. La zona della nostra vecchia casa che usava come
studio aveva un’intera parete ricoperta dalle fotografie dei bambini
che aveva aiutato a nascere, insieme ai loro genitori; una di quelle
foto vede un bambino che sta uscendo mentre la madre è assistita da
sua sorella. La donna tiene una cornetta del telefono stretta tra l’orecchio e la spalla, mentre si prepara ad afferrare il bambino. Mia
madre era all’altro capo del filo e parlò alla sorella per tutta la durata
del parto, perché una tempesta di neve aveva impedito sia a lei sia ai
soccorsi di arrivare prima che il bambino decidesse che era tempo di
nascere.
Quella primavera anche una città con strade asfaltate e marciapiedi
solidi come Montpelier, la capitale dello Stato, in qualche modo era
riuscita ad accumulare una patina liscia di fango sui chilometri e chilometri di asfalto e cemento. Ma l’estrazione dello zucchero fu buona e la produzione di sciroppo enorme.
La mia migliore amica Rollie McKenna aveva un cavallo, e sebbene non avremmo dovuto cavalcarlo in due, lo facevamo spesso. Quel
marzo dopo scuola cavalcammo fino alla fattoria dei Brennan, dove
producevano lo sciroppo d’acero, almeno tre o quattro volte per poter annusare quella nebbia dolce che avvolgeva il luogo mentre Gilbert e Doris trasformavano lentamente la linfa in sciroppo.
Ovviamente c’erano altri motivi che ci portavano a cavalcare fino
alle colline dove i Brennan avevano appeso centinaia e centinaia di
secchi agli aceri. Andavamo lassù anche perché la strada che portava
fino alla fattoria passava davanti al campo da baseball della città,
dove Tom Corts e i suoi amici andavano a fumare sigarette.
A dodici anni (quasi tredici), avrei cavalcato, camminato o corso
deviando dalla mia strada per chilometri solo per poter vedere fuma26
re Tom Corts, che aveva due anni più di me e quindi era in prima superiore. Probabilmente avrei deviato di chilometri per vedere Tom
Corts accatastare legna o dipingere staccionate. Indossava sempre
dei dolcevita, di solito neri o blu scuro, che gli donavano un tocco di
mistero, ma aveva i capelli molto biondi e gli occhi avevano una sfumatura di verde che li faceva sembrare quasi femminili, caratteristiche
che rendevano poetica l’aura di squisita delinquenza che lo circondava. Tom fu il primo dei molti fumatori sensibili dei quali mi innamorai e, anche se non ho mai cominciato a fumare, conosco bene il gusto del fumo sulla mia lingua.
Tom Corts fumava le Marlboro dure e teneva le sigarette come i
bulli dei film: tra il pollice e l’indice. (Alcuni anni dopo, quando ero
anche io alle superiori, uno dei discepoli più giovani di Tom, un ragazzo della mia classe, mi avrebbe insegnato a tenere uno spinello a
quel modo). Non aspirava molto fumo, probabilmente non più del necessario per accendere la sigaretta e poi tenerla in mano mentre bruciava: la maggior parte delle volte le sigarette scomparivano lentamente tra le sue dita, lasciando la cenere sulla polvere o sul fango del
campo, del marciapiede o della strada.
Tom aveva la reputazione di far impazzire gli adulti, sebbene raramente in modo tale che dovessero o potessero punirlo. Ricordo la
prima stagione di caccia nella quale gli diedero un’arma e lo portarono nei boschi con gli uomini più anziani della sua famiglia, e lui sparò
a uno dei cervi più grandi che furono portati in paese quell’anno. L’orgoglio degli uomini per il loro giovane parente dovette vacillare però
quando videro Tom posare con il cervo davanti alla macchina fotografica del proprietario del supermercato per la foto ricordo annuale. Tom aveva passato un braccio intorno al collo del cervo morto e
faceva finta di piangere, mentre con l’altra mano teneva in alto un
cartello sul quale aveva scritto: “Innocente”.
In città si credeva anche che Tom fosse il capo del gruppo che in
qualche modo era riuscito a impossessarsi delle latte del colore giallo
acceso usato dagli operai per fare le strisce sulle autostrade e che ad
Halloween aveva ricoperto la parete principale dell’ufficio del nuovo soprintendente della città. L’edificio – un mostro tozzo che anche
i membri del consiglio comunale mal sopportavano – era un errore
che tutta la città rimpiangeva, e né la polizia locale né quella statale si
impegnarono molto per trovare i vandali.
Durante il giorno era possibile vedere Tom da qualche parte che
leggeva un libro di mitologia greca – non assegnato a scuola – così
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come una rivista sui gatti delle nevi; era quel genere di jolly che avrebbe potuto saltare una gita di classe al planetario di St. Johnsbury, ma
poi scrivere un tema sui buchi neri tale da lasciare l’insegnante senza
parole.
All’inizio a mio padre non piaceva Tom, sebbene non abbastanza
da volermi scoraggiare dal tentare di attirare le attenzioni del ragazzo o da insinuare che fosse una pessima idea per me e Rollie cercare
di entrare a far parte del suo giro. Credo che mio padre – quel genere di architetto metodico che impilava le sue monete in ordine di grandezza ogni sera della sua vita adulta, così che ogni mattina io trovassi
in cima alla sua scrivania dei piccoli grattacieli di quarti di dollaro, cinque centesimi e dieci centesimi – pensasse che Tom fosse lasciato un
po’ troppo a briglia sciolta. Mio padre proveniva da una famiglia di
successo, una genealogia di fattori che prosperò nei suoli rocciosi del
Vermont, seguita da due generazioni di piccoli imprenditori, e pensava che il pedigree di Tom potesse essere un problema. Sebbene sapesse che Tom era molto intelligente, aveva paura che il ragazzo finisse
come la maggior parte dei Corts di Reddington: di giorno al lavoro
in un disordinatissimo garage che sembrava più un cimitero d’auto arrugginito, e la notte a cercare di rimediare delle Budweiser con i buoni alimentari. Probabilmente non era una vita così malvagia se ti ricordavi di fare il richiamo per l’antitetanica, ma non era quel genere
di vita che mio padre si augurava per la sua unica figlia.
Mia madre capiva perché trovassi carino Tom, ma anche lei aveva
le sue riserve. «Ci sono cose certamente peggiori di Tom Corts a questo mondo» mi mise in guardia un giorno «tuttavia voglio che tu stia
attenta con quel ragazzo. Sii cauta».
Entrambi avevano sottovalutato Tom, come avrebbero compreso
l’anno successivo. Quando ebbi bisogno di lui, fu sempre al mio fianco.
Nella stagione del fango del 1980, la cavalla di Rollie, Witch Grass,
aveva vent’anni e, mentre i suoi giorni migliori erano da tempo trascorsi, per noi era il cavallo ideale. Paziente, poco impegnativo e difficile da far andare ad andatura sostenuta. Quest’ultima caratteristica significava molto per noi (e per i nostri genitori, credo), infatti
avevamo smesso di prendere ufficialmente lezioni l’anno prima, stanche di sentirci dire di stare sedute erette, dritte e trottare.
Witch Grass poteva portare sia Rollie sia me per lunghe distanze
sul suo dorso color nocciola, sebbene cercassimo di ridurre al minimo
il tempo in cui scaricavamo ottantacinque chili sulla sua anziana schiena. Una di noi a volte le camminava accanto.
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Fu durante la terza settimana di marzo che devo aver permesso a
Tom di baciarmi.
Non fraintendiamo, non si trattò di uno di quei momenti “ci baciammo” ricchi di passione: fui decisamente passiva al mio primo
bacio e sebbene fosse stato Tom a iniziare la cosa (e io ne fui una partecipante consenziente), si staccò subito. Eravamo troppo giovani –
e il terreno troppo fangoso – perché il mondo intorno a noi si fermasse.
Io e Rollie, come il giorno prima, avevamo deciso di cavalcare
Witch Grass a turno per andare fino a Gove Hill, l’unico luogo di
Reddington che venne in mente a sua madre che non fosse asfaltato
e nemmeno immerso nel fango. Dopo che il cavallo avesse avuto la
possibilità di sgranchirsi le gambe, avremmo cavalcato insieme fino
al lato opposto della strada, oltre il supermercato fino al campo da
baseball, guardando di sfuggita Tom Corts e i suoi amici scansafatiche. Poi avremmo continuato fino alla fattoria dei Brennan, visto che
addirittura dal centro della città si poteva vedere il vapore sollevarsi
tra gli alberi come un geyser, piccolo ma iperattivo.
Così Rollie uscì per prima con Witch Grass e io scavalcai il filo elettrico per entrare nel campo accanto alla stalla dove il cavallo pascolava quando Rollie era a scuola; cominciai a spalare i grossi mucchi
di sterco per metterli in quella che io e Rollie chiamavamo segretamente “la Carriola della Merda”. Witch Grass non era la mia cavalla,
ma trascorrevo talmente tanto tempo a cavalcarla che cercavo di aiutare come potevo nell’accudirla e darle da mangiare, il che significava soprattutto una bella spalata pomeridiana.
Non stavo lavorando da molto quando udii la station wagon di mia
madre sobbalzare nella mia direzione, con il motore che tossiva producendo un rumore che faceva sospettare una certa inefficienza. La
macchina era un gigante blu legnoso della fine degli anni Sessanta e
sebbene i miei genitori avessero pensato di venderla durante la crisi
del petrolio del 1973 – un’idea suggerita sia dal senso di colpa per
quanta benzina ingollasse l’animale, sia dal costo che aveva pompare
dinosauri morti dentro il suo ventre per farla andare avanti – mia
madre non fu in grado di separarsene. Aveva la station wagon quasi da
quando ero nata io, l’aveva portata sana e salva a oltre cinquecento
parti e non sopportava l’idea di mandare in pensione quella compagna speciale.
Il campo era accanto a una delle strade più trafficate di Reddington, quella che si snodava fino alla Route 15, la strada che correva a
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ovest verso Morrisville e a est verso St. Johnsbury. Questo significava
che mia madre poteva essere diretta ovunque: dal droghiere, in banca, da una madre in travaglio.
Rallentò quando mi vide, si fermò in mezzo alla sua corsia (non osò
fermarsi nel fango che la costeggiava) e abbassò il finestrino. Attraversai la strada ancora con la pala dei McKenna in mano e mi misi in
equilibrio con i piedi sulle linee gialle al centro della carreggiata, facendo finta che le strisce fossero due corde da funambolo.
«Sta per nascere il bambino di Wanda Purinton» disse sorridendo serena nel modo in cui era solita fare ogni volta che una delle sue
mamme cominciava il travaglio.
«È a buon punto?» chiesi.
«Non lo so, le contrazioni sembrano ravvicinate. Vedremo».
«Non verrai a casa per cena, vero?». Cercai di nascondere il mio
disappunto; cercai di dirlo come se fosse un semplice dato di fatto che
necessitava soltanto una conferma, ma non mi uscì così.
Scosse la testa. «No, tesoro, tu e papà sarete soli. Ti scoccia preparare la cena?».
«No». Ma mi scocciava e mia madre lo sapeva.
«Ho scongelato un po’ di carne macinata, fai degli hamburger».
«Mh-mh». Gli hamburger erano il massimo della mia arte culinaria quando avevo dodici anni. Gli hamburger e il formaggio alla piastra. A dirla tutta, fino a quando non seguii un corso di cucina di due
settimane come diversivo all’inizio del college, rimasero tutto quello
che fossi in grado di cucinare.
«Magari sarà un travaglio breve. Wanda è una Burnham e di solito i Burnham arrivano abbastanza in fretta».
«O magari starai là tutta la notte».
Sollevò un sopracciglio. «Forse. In quel caso vorrà dire che faremo una gigantesca colazione insieme». Sporse la testa fuori dal finestrino. «Un bacio per favore?».
Obbedii, un bacetto frettoloso sulla guancia, poi la guardai mettere
la marcia e partire. Non ero proprio arrabbiata con lei, ero piuttosto frustrata: il suo lavoro e il bambino di Wanda Purinton significavano che
dovevo tornare a casa prima di quanto pensassi. Non è che una cena a
base di hamburger e fagioli in scatola richiedesse molto tempo per essere preparata, ma sentivo sempre un certo obbligo morale quando
mia madre era fuori, volevo essere a casa quando mio padre rientrava
dal lavoro. Non so se l’idea mi era stata inculcata dalle sit-com che
guardavo per ore davanti al nostro televisore segnato dalle interferen30
ze o se la causa fosse il comportamento delle madri delle mie amiche –
donne diverse una dall’altra come la signora McKenna di Westchester
e la signora Fran Hurly originaria del Vermont – ma per quanto ne sapessi, con la sola eccezione delle levatrici, le madri dovevano essere a
casa quando i padri tornavano dal lavoro.
Tornai a grandi passi verso il campo e continuai a spalare abbattuta per qualche minuto, sapendo che non avrei avuto tempo per
fare una cavalcata fino a Grove Hill e trovare anche una scusa per
andare con il cavallo a guardare Tom Corts fumare. Così appoggiai
la pala in cima a una pietra asciutta di grosse dimensioni, infilai l’orlo dei jeans più a fondo nei lunghi stivali neri e decisi di camminare
fino al campo da baseball da sola. Mi dissi che in realtà stavo andando al supermercato per comprarmi delle gomme da masticare, ma
anche questa scusa aveva un’aura di complotto: l’alito buono nel caso
Tom o io… l’alito buono.
Tom era seduto con due ragazzi più grandi quando passai lì davanti, adolescenti abbastanza grandi da aver ormai deciso che non
avevano bisogno di finire le superiori per andare a lavare i piatti in uno
dei ristoranti che circondavano Powder Peak, la località sciistica più
a sud, o per diventare falegnami specializzati, e che quindi avevano abbandonato gli studi. Riconobbi uno di loro, era un O’Gorman, ma
aveva quattro anni più di me e non sapevo quale fosse, mentre l’altro
era Billy Metcalf, quel genere di ragazzo la cui barba era stranamente minacciosa da quando era diventato alto e smilzo.
Se Tom fosse stato da solo, forse avrei trovato il coraggio per fare
una deviazione verso le gradinate passando per la fanghiglia che nel
giro di un mese o due sarebbe diventata erba, ma non lo era, così arrancai verso il negozio. Le gomme e le mentine si trovavano in un espositore di metallo esattamente dal lato opposto del bancone di legno dietro il quale John Dahrman sedeva ogni santo giorno, un vedovo tranquillo dai capelli bianchi e dagli occhi profondi quanto le orbite
spettrali di Abraham Lincoln nei ritratti che riempivano il capitolo
sulla Guerra Civile del mio libro di storia. Sebbene i suoi capelli fossero bianchi e gli occhi sfiniti, aveva la pelle liscia, e allora pensavo
che fosse molto più giovane di quanto si potesse pensare sulle prime.
Era il proprietario del negozio almeno da quando ero nata e avevo
preso coscienza di cose come il commercio e le gomme da masticare,
ed era aiutato alla cassa da una schiera apparentemente infinita di nipoti, mano a mano che questi crescevano e imparavano a contare.
Stavo pagando le mie gomme, delusa per non essere riuscita ad
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arrivare nemmeno a trenta metri dal mio sregolato oggetto del desiderio, quando sentii suonare la campanella della porta d’ingresso del
negozio. O’Gorman e Billy Metcalf si stavano dirigendo verso il frigorifero sul retro del negozio, dove il signor Dahrman teneva le birre. Erano troppo giovani per comprarne, ma li avevo già visti là davanti a osservare le confezioni da sei, discutendo ad alta voce quanta
ne avrebbero potuta bere e quale marca avrebbero comprato quando fossero stati abbastanza grandi. Alla fine il signor Dahrman li sbatteva fuori o li accompagnava verso le corsie con la carne secca o le
patatine al formaggio, prodotti che trovavano interessanti quasi quanto la birra ed erano autorizzati a comprare.
Mi aspettavo di vedere spuntare Tom Corts dietro di loro, ma non
arrivò. Immaginai che significasse che era andato a casa, ma avevo
ancora la fioca speranza che fosse rimasto da solo al campo da baseball e, se avessi camminato in fretta, avrei potuto godere di un momento con lui prima che O’Gorman e Metcalf tornassero con la loro
scorta di patatine e snack. Quello che avrei fatto realmente in quel momento era al di là della mia immaginazione, visto che fino a quel momento il massimo che fosse accaduto tra me e Tom consisteva in confusi saluti con le mani.
Alla fine il problema non si presentò visto che Tom se n’era andato. Le gradinate dal lato della prima e della terza base erano vuote e
l’unica forma di vita in vista era lo stupido golden retriever dei Cousino, un cane così scemo da abbaiare per ore a un tronco d’albero o
un idrante. In quel momento stava abbaiando al barbecue in pietra tra
la linea di fuoricampo destra e il fiume che scorreva accanto al campo. Cercai di affogare la mia delusione gonfiando dei palloncini perfetti e nel sapore dolce della gomma quando la schiacciavo forte contro i denti con la lingua, e mi diressi verso il campo che stavo spalando. Non mi chiesi dove fosse andato Tom con il suo cipiglio e le sue
sigarette, accettai semplicemente il fatto che fosse scomparso e avrei
dovuto aspettare un altro giorno per vederlo.
Allungai le gambe sotto il filo elettrico e afferrai la pala dalla pietra dove l’avevo lasciata. Appoggiato contro il muro della stalla a nemmeno venti metri di distanza c’era Tom Corts. Si tolse la sigaretta
dalla bocca e venne verso di me, ignaro – o incurante – del fatto che
a ogni passo le sue scarpe da ginnastica si inabissavano nello sterco
di cavallo o nel fango.
Rimasi immobile, aspettavo con il cuore in gola. Quando fu così vicino che potei sentire l’odore di sigarette che si sprigionava dal suo fia32
to, si fermò e mi chiese: «Ti pagano per farlo?». Rimasi a pensare:
fare cosa? Poi capii: la pala. «No».
«Allora perché lo fai?».
«Perché Rollie è una mia amica».
Annuì. «E perché usi il suo cavallo».
«Anche».
Affondò la mano libera dalla sigaretta nella tasca dei suoi jeans.
«Questa notte farà freddo. Per gli animali farà un freddo infernale. L’istinto dice loro che è arrivata la primavera e non pensano più al freddo che faceva a gennaio; ma questa notte la temperatura arriverà allo
zero e visto che non se lo aspettano sarà come se ci fossero venti gradi sotto».
Non sapevo minimamente se la teoria di Tom avesse qualche fondamento, ma quel pomeriggio mi sembrò un ragionamento saggio. E
compassionevole. Mi diceva che quel ragazzo aveva un’anima misteriosa tanto quanto i suoi occhi erano gentili.
«La tua famiglia ha degli animali?» chiesi. Sapevo che i Corts non
avevano animali da anni ormai, ma sentivo di dovergli chiedere qualcosa. «Mucche o cavalli?».
«I miei nonni, tutti, li avevano. Mio nonno paterno per anni tenne una mandria di cinquanta capi, che veniva considerata numerosa.
E avevano anche qualche cavallo, dei Morgan».
«Cavalchi?».
Scosse la testa. «No, soltanto le motoslitte e le moto».
Avevo visto spesso Tom guidare la motoslitta, quando io e mio
padre andavamo a fare sci di fondo su nel parco naturale e lungo le
piste dei boscaioli a nord di Reddington. Forse ci eravamo dovuti spostare dalla pista una decina di volte a causa di Tom e i suoi amici e
cugini più grandi. Avevo però il sentore che mentisse riguardo alle
moto e in qualche modo questo fatto lo rendeva ancora più attraente
ai miei occhi, come le sue parole sagge sugli animali.
«Non sono mai andata su una motoslitta».
«Ti ci porto, se vuoi. Magari anche quest’anno – verrà altra neve,
sai…».
«Oh, sì lo so».
«Ti ho vista sciare. Con tuo padre e tua madre».
«Soltanto mio padre. A mia mamma non piace sciare».
«È furba. La motoslitta è più divertente. Vai più veloce e fai molto esercizio fisico. Molto di più di quello che si possa pensare».
«Non credo che le piaccia nemmeno la motoslitta».
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Lanciò la sigaretta ai suoi piedi e la spinse giù nel fango.
«Hai la Purta come insegnante di francese, vero?».
«Sì».
«Ti piace?».
«Sì, certo».
Annuì, facendo sua la risposta e meditandoci su per trovarne un significato. Un segnale. La conferma, forse, della mia maturità. Poi mi
disse una cosa che sarebbe potuta sembrare una minaccia se non avessi sentito quattro di quelle parole proprio un attimo prima da mia
madre, una coincidenza che mi indicava una giustizia cosmica. Inoltre, all’improvviso, la sua voce era colma di un disagio che rispecchiava il mio.
«Un bacio prima che vada, per favore?» chiese e nella sua voce ci
fu un tremolio che trasformò le parole “per favore” in una richiesta di
cinque sillabe. Rimasi immobile davanti a lui, che fu la cosa più vicina
a un’affermazione che potessi esprimere a dodici anni, e dopo un secondo sufficientemente lungo affinché la pelle d’oca mi ricoprisse le
braccia e danzasse lungo la pelle sotto le maniche della mia camicia e
della mia felpa, si chinò verso di me e premette le sue labbra sulle mie.
Aprimmo appena la bocca e assaggiammo il fiato uno dell’altra.
Fu soltanto quando si raddrizzò e i nostri corpi si staccarono che
realizzai che non aveva infilato la lingua nella mia bocca. Ne ero felice, soprattutto perché non avrei saputo come destreggiarmi con la lingua di Tom e il grosso chewing gum che in quel momento nascondevo da qualche parte nella guancia.
Passarono almeno otto mesi prima che io e Tom ci mettessimo insieme e un buon anno e mezzo prima che guardassi sul fondo di un
aula di Newport e lo vedessi lì in piedi, a osservare. Sarebbe passato
un anno e mezzo prima di ritrovarmi a piangere tra le sue braccia la
notte.
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