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n.5 – 31 MAGGIO 2016
Magazine
Ius dictum
Novità dalle Aule di Giustizia
Notiziario telematico di Studio
curato dall’ Avv. Veronica Morlacchi
Sommario
Condominio e responsabilità per le
infiltrazioni dal tetto: parlano le Sezioni
Unite
pag.2
Il suo cane morde la mano a un’amica:
condannato a pagare 50mila euro di danni
pag.3
Infortunio sul lavoro e onere della prova della
pericolosità dell’ambiente di lavoro
pag.4
Sfortunato motociclista cade dalla moto per
dislivello stradale e viene investito da auto in
arrivo: responsabilità solidale dell’Ente
gestore della strada e dell’Assicurazione RC
dell’investitore
pag.5
Studio legale
Avv. Veronica Morlacchi
Via I Maggio n.5
21052 Busto Arsizio (VA)
tel./fax 0331/622235
[email protected]
Errore del Notaio e responsabilità anche verso
la banca mutuante
pag.6
www.studioavvmorlacchi.it
La clausola c.d. claims made nel contratto di
assicurazione della responsabilità civile vista
dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite
pag.7
Anche i Giudici devono rispettare il diritto alla
privacy
pag.8
Le ultime dal mondo della mediazione:
sanzionata la parte che non partecipa
ingiustificatamente alla mediazione
pag.9
1
Condominio e responsabilità per
le infiltrazioni dal tetto: parlano
le Sezioni Unite
Le Sezioni Unite, con la sentenza n.9949 depositata il 6 maggio 2016, si è pronunciata in materia di danni da
infiltrazioni in un edificio condominiale. In particolare, la sfortunata proprietaria di un appartamento sito al
penultimo piano di un condominio romano citava in giudizio la proprietaria del sovrastante appartamento ed
il Condominio, per ottenere la loro condanna al risarcimento dei danni subiti a causa delle infiltrazioni dal
terrazzo di proprietà esclusiva della proprietaria dell’ultimo piano, che aveva in parte funzione anche di
copertura dell’intero condominio. Il Tribunale di Roma, uniformandosi ad una sentenza delle Sezioni Unite
della Cassazione del 1997 (ma che negli anni successivi non aveva trovato uniformità di consensi), accoglieva
la domanda e condannava i due convenuti in solido, da ripartire nella misura di 1/3 la proprietaria esclusiva
del terrazzo e 2/3 il Condominio, come previsto dall’art.1226 cod.civ. La sentenza veniva anche confermata
dalla Corte d’appello e, da ultimo, sulla questione veniva chiamata a pronunciarsi la Corte di Cassazione, a
Sezioni Unite, che pur ripensando il suo precedente orientamento sulla natura giuridica della responsabilità,
confermava il criterio di ripartizione. La Corte, infatti,con la sentenza del 6 maggio scorso, ha ricondotto la
responsabilità per i danni da infiltrazioni dal lastrico solare o dal terrazzo di proprietà o uso esclusivi alla
responsabilità del “custode” del bene di cui all’art.2051 cod.civ. per quanto riguarda il soggetto proprietario
o utilizzatore esclusivo. Responsabilità a cui ha ritenuto di affiancare quella di tutto il Condominio, tenuto
conto della funzione del lastrico o terrazzo anche di copertura dell’intero edificio, nel caso in cui
l’Amministratore non si sia attivato per la conservazione delle cose comuni o l’Assemblea non deliberi le opere
di manutenzione straordinaria necessarie. Il danno, infatti, deve ritenersi causato dalla violazione degli
obblighi del “custode” del bene e comunque del dovere di manutenzione della cosa comune e, deve, dunque
ritenersi di natura extracontrattuale (con tutte le annesse conseguenze sotto vari profili). Tuttavia, ai fini della
ripartizione delle quote di responsabilità tra il proprietario esclusivo e il Condominio, salvo il caso di palese
riferibilità di responsabilità all’uno o all’altro in via esclusiva, si deve fare, comunque, riferimento al criterio
dell’art.1226 cod.civ., ovvero 1/3 il proprietario o usuario esclusivo e 2/3 il Condominio.
2
Il
suo cane morde la mano a un’amica:
condannato a pagare 50mila euro di danni
In occasione della visita presso l’abitazione di un amico, una sfortunata Signora, entrava in una stanza della
casa dove si trovava la moglie di costui in compagnia del loro pastore tedesco, che, irritato dalla presenza e
dal tentativo di dargli una carezza, pur conoscendola bene sin da quando era piccolo, la morsicava alla mano
destra, causandole un’invalidità temporanea per 5 mesi oltrechè lesioni permanenti, quantificate dal
consulente tecnico nella misura dell’11%. La danneggiata agiva in giudizio contro l’(ex) amico, chiedendone
la condanna al risarcimento dei danni, quantificati in quasi 50.000,00 euro, conseguenti alle lesioni alla mano.
La domanda, respinta in primo grado, veniva, invece, accolta dalla Corte d’appello. Ma la controversia giungeva
poi fino alla Corte di Cassazione, che, con la sentenza n.10402 depositata il 20 maggio 2016, ha affermato
alcuni principi in materia. Ha ricordato, innanzitutto, che del danno cagionato da un animale risponde ai sensi
dell’art.2052 cod.civ. il proprietario (o chi se ne deve occupare per il tempo in cui lo ha con sè), in quanto la
responsabilità si fonda non su un comportamento o
un’attività - commissiva o omissiva - di costoro, ma su una
relazione intercorrente tra chi ne è proprietario o custode
(fondante il dovere di custodia e di sorveglianza) e
l’animale. Tale responsabilità può essere esclusa solo dalla
ricorrenza del “caso fortuito”. Si ricordi, infatti, che l’art.2052 cod.civ. Afferma che “il proprietario di un animale
o chi se ne serve per il tempo in cui l’ha in uso, è responsabile dei danni cagionati dall’animale, sia che fosse
sotto custodia, sia che fosse smarrito o fuggito, salvo che provi il caso fortuito. “. Caso fortuito la cui ricorrenza
è stata esclusa nella fattispecie all’esame della Suprema Corte: il caso fortuito, infatti, deve essere attinente
alle modalità di causazione del danno e deve essere ricondotto ad un elemento esterno, non all’animale
medesimo fonte del danno. Non è, dunque, sufficiente per il proprietario (o il custode) dell’animale provare
di essere esente da colpa o di avere usato la comune diligenza e prudenza, ma occorre provare che il danno
deriva da un fattore imprevedibile, inevitabile e assolutamente eccezionale.
3
Infortunio sul lavoro e onere
della prova della pericolosità
dell’ambiente di lavoro
La controversia, decisa dalla Corte di Cassazione con la sentenza n.10342 depositata il 19 maggio 2016, ha
origine dall’infortunio accaduto ad una lavoratrice a seguito dello scivolamento sul pavimento bagnato di
una Casa di Riposo, mentre svolgeva il suo lavoro quale dipendente della cooperativa che aveva in appalto i
lavori di pulizia presso la predetta Casa di Riposo.
La Signora infortunata citava in giudizio la Casa di Riposo per il risarcimento dei danni patiti in conseguenza
dell’infortunio, ma la sua domanda veniva respinta sia dal Tribunale di Lodi che dalla Corte d’appello di
Milano, che ritenevano che la lavoratrice non aveva dato prova della nocività dell’ambiente di lavoro, del
nesso causale con il danno alla salute che lamentava, delle modalità dell’infortunio nè dello stato dei luoghi
ove si era verificata la caduta.
Anche la Corte di Cassazione ha ritenuto non fondato il ricorso dell’infortunata, confermando che la
lavoratrice non aveva adempiuto agli oneri di allegare e provare che l’ambiente di lavoro era pericoloso e
che vi era nesso causale tra il danno che lamentava e tale pericolosità del luogo. Oneri che ricadevano a suo
carico, mentre ella aveva solo fatto riferimento alla presenza di alcuni centimetri d’acqua sul pavimento del
bagno ove stava eseguendo le pulizie, senza dare la prova che si trattava di una situazione anomala e di
pericolo da lei non riconoscibile e non evitabile nemmeno utilizzando le scarpe antiscivolo di cui era dotata.
La Cassazione, dunque, concludeva ricordando che la nozione di rischio ambientale cui si ricollega la copertura
assicurativa per gli infortuni sul lavoro, non esonera il lavoratore dalla prova delle modalità concrete
dell’infortunio occorsogli.
RISCHIO AMBIENTALE ovvero “rischio che deriva dalla pericolosità dello spazio di
lavoro, della presenza di macchine e del complesso dei lavoratori in esso operanti” . In merito,
vale la pena ricordare la sentenza SSUU 3476/94, che aveva affermato che “il requisito della
manualità delle mansioni non è indispensabile ai fini dell'insorgenza dell'obbligo assicurativo
antinfortunistico dei lavoratori subordinati, rilevando invece il fatto oggettivo dell'esposizione
a rischio, di guisa che la qualifica di impiegati o anche di dirigenti …. ed il fatto che i titolari
di tali qualifiche non abbiano un contatto diretto con gli apparecchi e gli impianti non
escludono la sussistenza dell'obbligo suddetto, qualora questi lavoratori siano costretti,
dall'esercizio delle loro mansioni, a frequentare ambienti in cui operano le fonti di rischio”
4
Sfortunato
motociclista cade dalla moto per
dislivello stradale e viene investito da auto in
arrivo: responsabilità solidale dell’Ente gestore
della strada e dell’Assicurazione RC
dell’investitore
Un giovane diciassettenne, mentre era alla guida della propria Vespa lungo la tangenziale ovest di Siena, ne
perdeva il controllo, a causa di un dislivello sul piano stradale, finendo contro un guardrail. A seguito dell’urto
violentissimo, perdeva la gamba destra e, mentre veniva soccorso, veniva investito da un’auto che giungeva
a forte velocità, assicurata con la Milano Assicurazioni. Agiva, quindi, per il risarcimento dei danni sia contro
l’ANAS, gestore della strada, sia contro l’Assicurazione dell’auto che lo aveva poi investito.
La Corte di Cassazione, con la sentenza n.8643 depositata il 3 maggio 2016, ha chiuso definitivamente la
controversia, confermando la responsabilità solidale dell’ANAS e della Milano Assicurazioni S.p.a. ex art.2055
cod.civ. La Cassazione ritiene esservi tale responsabilità solidale quando, anche se il danno deriva da due
azioni o omissioni diverse e distinte, tali azioni o omissioni, legate da un vincolo di interdipendenza, hanno
concorso alla produzione dello stesso danno. E così è stato ritenuto essere accaduto nel caso di specie (il
dislivello stradale incautamente lasciato da ANAS, che causava la caduta, cui seguiva l’investimento da parte
dell’auto in corsa), dove il malcapitato è stato danneggiato dalla contestualità di azioni strettamente connesse
e collegate: d’altra parte, la responsabilità solidale di più responsabili prevista dall’art.2055 cod.civ. è volta
a rafforzare la garanzia del danneggiato e non ad alleviare la responsabilità dei danneggianti. Anche perchè,
la consulenza tecnica aveva attribuito le conseguenze dannose
subite ad entrambi i momenti indistintamente, ovvero alla
immediata amputazione a seguito dell’urto e all’investimento
che aveva consolidato le conseguenze negative già causate dalla
prima fase del sinistro. Dunque ANAS e Assicurazione tenute al
risarcimento insieme per l’intero.
5
Errore
del Notaio e
responsabilità anche verso
la banca mutuante
Con la sentenza depositata il 9 maggio 2016, n. 9320, la Corte di Cassazione si è pronunciata sul contenuto
della prestazione del Notaio e sulle possibili responsabilità discendenti da un suo eventuale
inadempimento.
La vicenda è questa. L’Istituto SanPaolo IMI S.p.a. erogava ad una Società costruttrice otto mutui,
finalizzati alla realizzazione di un complesso alberghiero su aree a tal fine acquistate. Al momento
dell’erogazione del mutuo, la Banca costituiva ipoteca a garanzia su tali aree, avendole ritenute
un’idonea garanzia in forza di una relazione istruttoria redatta dal Notaio. Tuttavia, dopo qualche
tempo, veniva annullata la concessione edilizia di costruzione, con conseguente demolizione delle
opere realizzate, a causa dell’esistenza di un vincolo archeologico sulle aree, imposto tempo prima dal
Ministero dei beni culturali, ma che non era stato rilevato dal Notaio nella redazione delle relazioni
prodromiche alla concessione dei mutui. La Società costruttrice falliva e non rimborsava, dunque, più
il mutuo, e le aree, che avrebbero dovuto garantire la Banca, avevano, invero, a quel punto un valore
ben inferiore (a causa del vincolo) rispetto a quello considerato al momento del rilascio del mutuo,
con un ingente danno per l’Istituto di credito. La Banca agiva, così, contro il Notaio, per accertarne la
responsabilità per non avere rilevato l’esistenza del vincolo e per ottenere il risarcimento dei danni.
La Corte di Cassazione, in ultima istanza, conferma la responsabilità del Notaio per l’errore commesso e
afferma che rientrano tra gli obblighi di tale Professionista lo svolgimento delle attività accessorie e
successive necessarie per il conseguimento del risultato voluto dalle parti, ed in particolare il compimento
delle c.d. visure catastali e ipotecarie (salvo espresso concorde esonero). La Cassazione precisa che con
riguardo all’attività concernente un mutuo ipotecario, fanno parte dell’oggetto della prestazione notarile
la preventiva verifica della libertà e disponibilità del bene e le visure immobiliari, con obblighi non solo
verso il richiedente il mutuo, ma anche verso la banca mutuante, che, da un lato, beneficia del rapporto
contrattuale con il soggetto richiedente il prestito, e, dall’altro, fa affidamento sull’attività del Notaio, in
forza del c.d. “contatto sociale” che si instaura.
La Cassazione conferma che l’esistenza del vincolo archeologico rientra di certo nel contenuto dell’obbligo
informativo che il Notaio avrebbe dovuto rilevare nella sua relazione preliminare alla concessione del
mutuo ipotecario, secondo i canoni della diligenza professionale ex art.1176, comma 2 cod.civ.
La Banca, infatti, verosimilmente se avesse saputo dell’esistenza dal vincolo, avrebbe perlomeno
effettuato più approfonditi accertamenti sulla validità delle concessioni e sulla possibilità di un
annullamento delle stesse. Il Notaio, dunque, secondo la Corte di Cassazione, alla luce della speciale
competenza professionale, non può esimersi da responsabilità.
6
La clausola c.d. claims made
nel contratto di assicurazione
r.c. vista dalla Corte di
Cassazione a Sezioni Unite
Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la sentenza n.9140 del 6 maggio 2016 hanno fatto il punto
della situazione in merito alla clausola c.d. “claims made” ovvero “a richiesta fatta”, ed in particolare a quella
c.d. impura. Si tratta di quella clausola, frequentemente inserita nei contratti di assicurazione, che subordina
la copertura assicurativa alla circostanza che sia il fatto illecito da cui origina il danno sia la richiesta di
risarcimento intervengano nel periodo di efficacia del contratto di assicurazione oppure entro un periodo
di tempo previamente determinato, ed è da tempo oggetto di discussione in giurisprudenza.
La Cassazione ha, innanzitutto, escluso che tale clausola sia di per sè incompatibile con il contratto di
assicurazione o anche vessatoria (e, dunque, inefficace se non specificamente approvata per iscritto ex
art.1341 cod.civ.), affermando che non è una clausola che limita la responsabilità dell’Assicurazione, bensì
stabilisce quali siano i sinistri da essa coperti con lo scopo di definire gli obblighi assunti concretamente dalle
parti (delimitando in tal modo l’oggetto del contratto).
La Cassazione ha, però, aggiunto che essa, al ricorrere di determinate condizioni, può essere dichiarata nulla
dal Giudice “per difetto di meritevolezza ovvero, laddove sia applicabile la disciplina di cui al decreto legislativo
n.206 del 2005 (ndr ovvero quando il contratto di assicurazione è stipulato da un c.d. consumatore), per il
fatto di determinare, a carico del consumatore, un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti
dal contratto”. Significativo squilibrio che dà origine alla nullità della clausola ed all’applicazione in sua
sostituzione della disciplina del codice civile, dettata dall’art.1917 cod.civ., ispirata al principio c.d. “loss
occurence”, che ricomprende nell’assicurazione i fatti avvenuti durante la validità della polizza
indipendentemente dalla data di richiesta del risarcimento. E l’indagine sulla meritevolezza deve essere
necessariamente svolta, a giudizio dei Supremi Giudici, di volta in volta in concreto, con riguardo al singolo
contratto sottoposto all’esame del Giudice.
7
Anche i Giudici devono
rispettare il diritto alla
privacy
La Corte di Cassazione, con la sentenza n.10510 depositata
20 maggio 2016, si è nuovamente pronunciata in materia di
violazione del diritto alla riservatezza, questa volta da parte di un’autorità giudiziaria, la Corte dei Conti.
In particolare, la Corte dei Conti, pronunciatasi al termine di un giudizio in materia pensionistica,
pubblicava sul proprio sito internet, liberamente accessibile, la sentenza conclusiva del giudizio, dalla
quale emergevano i dati personali del richiedente insieme ai dati relativi alla sua salute ed alle sue
invalidità. Il ricorrente, dunque, agiva in giudizio per ottenere il risarcimento dei danni determinati
dall’illegittima divulgazione dei suoi dati attinenti alla salute.
La Corte di Cassazione, nell’affrontare in ultima istanza la questione, osserva in via preliminare che il
diritto alla riservatezza appare, più di altri diritti della personalità, strettamente collegato alle profonde
trasformazioni operate dalla società industriale e che, soprattutto in ragione dell’inarrestabile progresso
tecnologico, è necessaria l’individuazione di adeguate e attente difese a sua tutela.
I Supremi Giudici richiamano, così, l’art.22 del Codice della Privacy, che afferma il principio generale per
cui i dati sensibilissimi, e specificamente quelli idonei a rivelare lo stato di salute, non possono essere
diffusi. Richiamano, altresì, l’Autorizzazione n.7/2008 e la Deliberazione del 2.12.2010, entrambe del
Garante della Privacy, che impongono di svolgere l’attività di informazione giuridica, tutelando al meglio
la riservatezza dei soggetti coinvolti.
La Cassazione conclude riconoscendo l’illegittimità della diffusione delle generalità del ricorrente nella
sentenza contenente riferimenti al suo stato di salute e alle sue invalidità. Con la precisazione finale,
tuttavia, che il danno lamentato non è, comunque, in re ipsa ma va provato e quantificato.
8
Le ultime dal mondo della mediazione e degli
altri ADR
Sanzionata la parte che senza giustificazione non partecipa
alla mediazione
Così ha provveduto il Tribunale di Vasto, con l’ordinanza datata 23 aprile 2016, a fronte di un caso
in cui, a seguito di un procedimento di mediazione da lui stesso demandato, il procedimento non
era proseguito oltre il primo incontro, in cui la parte invitata aveva semplicemente dichiarato di non
voler proseguire nella mediazione. Il Giudice, in particolare, rilevava che le conseguenze, anche di
natura sanzionatoria, previste dall’art.8, comma 4bis d.lgs.28/2010, scattano sia nel caso di assenza
ingiustificata al primo incontro di mediazione sia nel caso in cui la parte, pur presente al primo
incontro, non espliciti le ragioni per l’ulteriore prosecuzione della mediazione ovvero adduca
motivazioni ingiustificate. Si darebbe, altrimenti, spazio a condotte tese ad aggirare l’applicazione
effettiva della mediazione e si frusterebbe la finalità dell’istituto, che non è quella di introdurre un
mero adempimento burocratico, ma che consiste nell’”offrire ai contendenti un’utile occasione per
cercare una soluzione extragiudiziale della loro vertenza, in termini più rapidi ed in termini più
soddisfacenti rispetto a quelli che può fornire il Giudice con la sentenza.”.
Dato che, nella fattispecie vi era solo stato il rifiuto secco di proseguire, il Giudice ha sanzionato la
parte chiamata che non aveva senza giustificazione partecipato al pagamento di una somma a favore
dello Stato.
LA NORMA
ART.8, comma 4BIS D.LGS.28/2010
“4-bis. Dalla mancata partecipazione senza
giustificato motivo al procedimento di mediazione, il
giudice può desumere argomenti di prova nel
successivo giudizio ai sensi dell'articolo 116, secondo
comma, del codice di procedura civile. Il giudice
condanna la parte costituita che, nei casi previsti
dall'articolo 5, non ha partecipato al procedimento
senza giustificato motivo, al versamento all'entrata
del bilancio dello Stato di una somma di importo
corrispondente al contributo unificato dovuto per il
giudizio.”
9
Studio legale
Avv. Veronica Morlacchi
Mi occupo principalmente di diritto
civile, in particolare diritto della
responsabilità civile, diritto di famiglia e
delle persone, contrattualistica e diritto
immobiliare.
Sono, altresì, iscritta nell’Elenco dei
mediatori civili e commerciali
professionisti presso un Organismo di
mediazione accreditato al Ministero
della Giustizia.
Per tale ragione, questo periodico
magazine del mio Studio, contenente
curiosità provenienti dalle Aule di
Giustizia, ha ad oggetto soprattutto
pronunce attinenti a queste materie,
con lo scopo di aggiornare sulle più
recenti pronunce giurisprudenziali in tali
settori.
Via I Maggio n.5
21052- Busto Arsizio (VA)
tel./fax 0331/622235
[email protected]
www.studioavvmorlacchi.it
AVVERTENZA.
IL
PRESENTE
NOTIZIARIO
CONTIENE
PRONUNCE
GIURISPRUDENZIALI E NOTIZIE DI CARATTERE GENERALE. NON
SOSTITUISCENATURALMENTEL’ESAMEDELLESINGOLEFATTISPECIEELANECESSITÀ
DI UN’ ATTIVITÀ PROFESSIONALE QUALIFICATA SPECIFICA PER OGNI
SITUAZIONE.
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