Atti completi - Università degli Studi di Bergamo

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Atti completi - Università degli Studi di Bergamo
01/02
LA CITTÀ COME TESTO
scritture e riscritture urbane
2008
ISSN 1720-5298
ISSN 1720-5298
euro 35,00
9
771720 529003
80001
Lexia
RIVISTA DI SEMIOTICA
nuova serie
01/02
2008
Lexia
RIVISTA DI SEMIOTICA
– nuova serie
Direzione
Sede legale
Ugo Volli
CIRCE, “Centro Interdipartimentale
di Ricerche sulla Comunicazione”
con sede amministrativa presso
l’Università di Torino Dipartimento
di Filosofia
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n. 4 del 26/02/2009
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Redazione
Massimo Leone
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È vietata la riproduzione, anche parziale,
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non autorizzata
I edizione: aprile 2009
ISBN
978-88-548-XXX-X
ISSN XXXX-XXXX
Stampato per conto della casa editrice
Aracne nel mese di aprile 2009 presso la
tipografia « Braille Gamma S.r.l. » di Santa
Rufina di Cittaducale (Ri)
LA CITTÀ COME TESTO
scritture e riscritture urbane
Atti del Convegno Internazionale
Università di Torino – Facoltà di Lettere e Filosofia
19–20 maggio 2008
(organizzato con il contributo del MIUR
PRIN 2006: “La città come testo”)
con un saggio inedito in francese di
ALGIRDAS J. GREIMAS
a cura di Massimo Leone
CON LA COLLABORAZIONE DI
Gian Marco De Maria, Annalisa De Vitis, Daniela Ghidoli,
Roberto Mastroianni, Laura Rolle, Antonio Santangelo,
Federica Turco
Indice
PREFAZIONE
Il testo della città – Problemi metodologici e teorici
UGO VOLLI ........................................................................................................
9
PARTE I
La città come limite: confini, confinamenti, sconfinamenti ........................
23
Reading the City in a Global Digital Age – The Limits of Topographic
Representation
SASKIA SASSEN .................................................................................................
25
Nuovi spazi semiotici nella città – Due casi a Roma
ISABELLA PEZZINI .............................................................................................
49
Formazioni e trasformazioni di spazi linguistici e sociali – Appunti
sull’Esquilino
ILARIA TANI ......................................................................................................
69
Vuoti, stratificazioni, migrazioni – Programmazioni urbanistiche e forme
dell’abitare a Roma
PIERLUIGI CERVELLI ..........................................................................................
95
Il senso del luogo – Qualche riflessione di metodo a partire da un caso specifico
PATRIZIA VIOLI .................................................................................................
113
Il litorale versiliese tra strategia urbanistica e autorappresentazione
ANDREA TRAMONTANA .....................................................................................
129
PARTE II
La città come forma: informazioni, riformazioni, deformazioni ................
145
Città/brand – Esercizio di sociosemiotica discorsiva
GIANFRANCO MARRONE ...................................................................................
147
Turismo ed effetto città
MARIA CLAUDIA BRUCCULERI, ALICE GIANNITRAPANI ....................................
171
5
6
INDICE
Città di sabbia – Pratiche di costruzione del senso in una località balneare
DARIO MANGANO .............................................................................................
187
Oltre l’idea di città
GUIDO FERRARO ...............................................................................................
215
La rappresentazione di Torino nel mondo degli user generated contents
ANTONIO SANTANGELO ....................................................................................
223
PARTE III
La città come simbolo: realtà, virtualità, immaginazione ...........................
239
Esterni londinesi – Lo spettacolo infinito
ROSSANA BONADEI ...........................................................................................
241
Pietroburgo, città immaginaria
UGO PERSI .........................................................................................................
271
La città–macchina e il laboratorio futurista russo
ROSANNA CASARI .............................................................................................
281
L’invivibile contemporaneo nelle città di Yannick Haenel
FRANCESCA MELZI D’ERIL ...............................................................................
297
La città come mondo della vita: le regard des ados – Un’incursione nella
letteratura per ragazzi
MARIA SILVIA DA RE ........................................................................................
311
From L.A to L.A. – Rappresentazione cinematografica di una città duale
GIAN MARCO DE MARIA ...................................................................................
321
Policlastia – Una tipologia semiotica
MASSIMO LEONE ...............................................................................................
335
PARTE IV
La città come progetto: azioni, reazioni, interazioni ...................................
357
La città e il suo pubblico – Immagine prodotta e immagine recepita. Il
successo delle Olimpiadi Torino 2006
SERGIO SCAMUZZI .............................................................................................
359
INDICE
7
Rimini_Segni, Percorsi e mappe del territorio urbano Riminese – Analisi
semiotico–progettuale
GIAMPAOLO PRONI ............................................................................................
377
Città Testo, Città Metalinguaggio
CARLO CRESPELLANI ........................................................................................
389
APPENDICE
Le songe de Gediminas: essai d’analyse du mythe lithuanien de la fondation
de la cité
ALGIRDAS JULIEN GREIMAS ..............................................................................
411
Note biografiche degli autori ............................................................................
443
«Lexia», 1–2/2008
8
INDICE
PREFAZIONE
Il testo della città – Problemi metodologici e teorici
UGO VOLLI*
The text of cities – Methodological and theoretical problems.
English abstract: In relation with cities, text is a metaphor or a model. Nevertheless,
it is useful for understanding the ability for communication of every city and the specific ways of this communication. Textuality implies qualities as complexity, permanence, overlapping of significations. These effects can be classified following criteria
of length of time, spatial overlap, communications pointing to different material functions. The city signification works on the basis of coherence (isotopic) effect by the
autonomous significations of its parts (buildings, streets, squares etc.), using mainly
their exterior communication surfaces. On that basis it is possible to write and to rewrite cities on many levels, often as a “bricolage” patchwork, or even an agonistic
confrontation of powers. But it is important the action of coordination realized by
laws, material boundaries, and direct public intervention.
Key–words: city, text, model, communication, exteriority, coherence, patchwork.
Riscrivere il testo urbano… ma è davvero un “testo” la città, un
messaggio che si possa scrivere e riscrivere? O essa è piuttosto una
“macchina per abitare”, secondo la nota metafora funzionalista di Le
Courbusier sugli edifici, che si può facilmente estendere dalla casa ai
più vasti complessi urbani? Oppure si tratta di un “organismo”, come
si sostiene per esempio nel recente volume a cura di Maria Teresa Lucarelli (2006). O ancora è un prodotto essenzialmente sacrale (Franceschi, 1977), o utopico (Choay, 1973, Olivetti, 2001)? Una concentrazione ecologica (Aa.Vv. 1996) o piuttosto un fenomeno economico
(Camagni, 2002, Evans, 1998)? Una rete? Un’opera d’arte? La base
materiale di una società? Un fatto etologico, paragonabile ad alveari e
*
Università di Torino.
9
10
PREFAZIONE
tane di altre specie animali? O infine essa ha un carattere totalmente
autonomo, che ne autorizza l’analisi solo nei suoi propri termini, secondo le metodologie caratteristiche della progettazione urbanistica?
È chiaro che dal punto di vista sostanziale le città non sono davvero
testi, o non solo ciò; quella testuale è una metafora o un modello, il
che peraltro non le impedisce di poter avere un valore importante dal
punto di vista cognitivo (Montuschi, 1993). Di fatto le metafore o i
modelli che si possono applicare al fenomeno urbano sono molteplici,
in grado di rivelarne con differenti capacità esplicative aspetti diversi.
Se il funzionamento concreto della realtà urbana è così multiforme da
non permetterci di scegliere facilmente un’ipotesi invece dell’altra,
neppure il linguaggio ci aiuta granché a deciderci fra questi differenti
percorsi metaforici: “città” è “civitas”, legato a una radice sanscrita
*kei che ha una connotazione affettiva (“cara”); “urbe”, non indoeuropeo, è probabilmente legato a “orbis” che forse veicola il senso di
un’inclusione; “polis” è in relazione col sanscrito “pur”, fortezza; ma
vi sono anche i “posti” come il greco “astyn” e il germanico “stad”, i
recinti e le fortezze come “town” e “grad” Benveniste, 1969, I, Cap.
VI). La città non nasce secondo un’essenza unica, ma è un prodotto
storico, che ha caratteristiche diverse a seconda delle culture.
Dunque è necessario ribadire preliminarmente che non vi è un’idea
unica, un’essenza della città: non solo per la pluralità dei percorsi di
conoscenza che abbiamo appena accennato citando alcune delle possibili metafore fondanti, ma anche proprio nei fatti, come si verifica facilmente confrontando la struttura e l’aspetto di Bologna e di Los Angeles, di Gerusalemme e di Tokio, dell’Atene Classica e della moderna New York — oggetti tipologicamente e analiticamente assai diversi.
Cosa sia propriamente una città e cosa un villaggio, una “conurbazione”, un accampamento, una metropoli o una rete di insediamenti —
è una decisione che dipende dal modo in cui una certa società di fatto
abita ma anche da come pensa nel profondo il proprio modo di abitare: il rapporto fra abitazione e pensiero è uno dei temi importanti della
filosofia del Novecento (Heidegger, 1954). Molte culture, fra cui per
esempio esplicitamente la tradizione ebraica nella Bibbia e nel Talmud, distinguono radicalmente fra città murate (le sole vere città) e
non murate (sostanzialmente i villaggi), per cui nessuna più delle no-
Il testo della città – Problemi metodologici e teorici (Ugo Volli)
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stre sarebbe una città nel senso proprio. Altre culture pensano che una
sola sia la città per eccellenza, la loro capitale (Atene, Roma, Gerusalemme, Costantinopoli); queste metropoli sono spesso indicate linguisticamente come “la città”. Altre ancora distinguono accuratamente fra
un centro rappresentativo (city) e una zona più fittamente abitata
(town), oppure gerarchizzano metropoli, città, cittadine, borghi e paesi, come le lingue neolatine. In certi casi la nozione di città è chiaramente giuridico–politica e implica certe libertà o immunità per i propri
“cittadini” diverse da quelle degli abitanti del contado. È stato così che
nell’epoca dei Comuni e ancora per secoli nell’ordinamento giuridico
italiano il titolo di città veniva assegnato dall’autorità politica. Che la
città implichi un modo di essere diverso dalla campagna si vede anche
da espressioni come “urbano” per gentile e invece “cafone” (vale a dire originariamente contadino) per male educato.
In altri casi la nozione è religiosa (la sede di un vescovado). In
certi casi invece le città si costituiscono sulla base di un criterio
astrattamente geometrico (si pensi a Brasilia o ad altre città
americane edificate al centro degli Stati di cui saranno capitali).
Talvolta il criterio è quantitativo o demografico. Il territorio urbano
può essere definito all’europea per una stretta continuità, o
all’americana in maniera molto più lasca. Città nuove nascono
dall’unione di villaggi, oppure si distinguono nella continuità
territoriali per ragioni solo amministrative (Milano e Sesto San
Giovanni). Si potrebbe continuare ancora a lungo.
La molteplicità delle denominazioni linguistiche degli ambienti urbani corrisponde dunque a quella delle concezioni della città. E queste
concezioni a loro volta informano i progetti e le pratiche dell’abitare,
diventano case e strade e piazze. Per quest’analisi e per ogni decisione
sulla definizione della città, bisogna partire dal fatto ovvio che la città
non è affatto un fenomeno naturale, una cosa del mondo come le isole
e le montagne, anche se possiamo certamente identificarla nell’oggettività del costruito. È al contrario un fenomeno storico–sociale, il
frutto di un’attività umana dipendente da pensieri, credenze, ideologie
come da interessi e fatti di potere. È il risultato di un progetto. Somiglia in questo ad altri fenomeni materiali istituiti, come il sistema economico e quello giuridico e quello artistico: insiemi di cose che dipendono da un senso e dunque sono il frutto specifico di una cultura.
«Lexia», 1–2/2008
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PREFAZIONE
La città non è dunque ovviamente un genere naturale come un cipresso, ma il suo modo di essere risulta dall’oggettivazione di un sistema di pensiero come accade per un santuario o un ufficio. Non si
capisce la sua realtà concreta se non si pensa alla sua funzione e dunque al sistema di valori specifico che motiva questa funzione, contribuendo a plasmare la sua stessa forma. Anche oggi, sotto l’apparenza
di uno stile internazionale sempre più monotono e ripetitivo che non è
sostanzialmente variato dalla voluta stranezza di costruzioni intese
come sculture, la concezione delle città e la loro struttura è ampliamente divergente in diverse culture storiche. È necessario così contrapporre per esempio i centri antichi ben definiti della maggior parte
delle città europee (nonostante i crescenti fenomeni di “schiuma metropolitana che le circondano”: Volli, 2005) alla rete delle autostrade
che caratterizza le città nuove di buona parte del continente americano, la periferia intesa come suburbio benestante delle città statunitensi
al suo uso come favela abbandonato della maggior parte del Terzo
Mondo e così via.
La nostra domanda dev’essere dunque riformulata. Non dobbiamo
chiederci se la città sia un testo, ma se sia opportuno applicare il modello testuale (o un modello testuale) agli oggetti complessi che la nostra cultura chiama città (sia nel nostro tempo che nel passato). È funzionale il criterio testualista alla comprensione dei diversi fenomeni
urbani, o almeno di una parte significativa di essi? Per rispondere bisogna prendere molto brevemente in esame il portato metaforico e
concettuale della nozione di testo.
Alcune delle caratteristiche della testualità si applicano certamente
senza problemi, anzi banalmente a tutti gli ambienti urbani. In particolare accade così le due accezioni di Colombo e Eugeni (1996): la città
è certamente un textum, un tessuto complesso composto di persone,
cose, storie di vita, mezzi di produzione e di abitazione; ed inoltre è
anche, più o meno volontariamente, sempre testis, testimone del proprio passato che perdura e continua a portare senso ben oltre il momento della sua produzione. La città infatti dura. Queste due caratteristiche non sono il portato di una modellazione teorica, non sono metafore o modi di dire, appartengono inevitabilmente a qualunque cosa
noi possiamo chiamare città, dato che sono le conseguenze inevitabili
Il testo della città – Problemi metodologici e teorici (Ugo Volli)
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rispettivamente di una certa numerosità di insediamento e del suo carattere stabile, che è impossibile eliminare da qualunque definizione
ragionevole dei fenomeni urbani. Ma questi sono anche requisiti veramente minimi, che sarebbero soddisfatti anche da un bosco visto da
un ecologo o da una sezione di crosta terrestre esaminata da un geologo…
La metafora testuale ci dice di più. Quando parliamo di testo urbano intendiamo mettere in evidenza almeno un’altra qualità, la quale
nei testi verbali, visivi, audiovisivi, informatici, ecc. è di solito sottaciuta perché è data per scontata, cioè che si tratti di un dispositivo di
comunicazione o di registrazione che interviene nei rapporti sociali
con quella caratteristica efficacia simbolica che è propria dei segni. I
testi sono rilevanti nella vita sociale non solo per ciò che sono materialmente, ma per la loro capacità di richiamare altro da sé, secondo la
celebre definizione agostiniana del segno come aliquid pro aliquo;
cioè di suscitare e far agire un livello semantico, un piano del contenuto che agisce in maniera non casuale, non puramente psicologica e associativa, ma convenzionale, normata e regolare sulla mente delle persone.
In generale le città non sono considerate in questa maniera. Come
abbiamo visto in parte anche all’inizio, altre funzionalità sono in genere considerate più rilevanti e certamente più discriminanti: l’abitare, il
produrre, lo scambio dei mercati, l’aggregazione delle persone e la
circolazione dei materiali necessari alla loro esistenza, la difesa dai pericoli esterni, i rituali sacri e così via. Proporsi di analizzare la città
come un testo significa dunque innanzitutto mettere tra parentesi queste funzioni (non certo negarle semmai farne astrazione, ma solo in
parte come vedremo). In positivo vuol dire concentrarsi sulla capacità
e sulle modalità specifiche di comunicazione che si esercitano su ogni
città e di cui essa stessa è in diversi modo soggetto e in particolare sulla sua capacità di veicolare senso, di produrre azioni su chi le abita
non semplicemente attraverso i propri vincoli fisici (come i muri che
materialmente sbarrano certi percorsi), ma anche ponendo obblighi,
divieti, possibilità come sensi del luogo (per esempio i percorsi religiosi, turistici e di shopping, le regole della circolazione, ecc.: vincoli
non puramente fisici, anche se incorporati fisicamente in una segnaletica).
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PREFAZIONE
Senza dubbio un flusso di comunicazione, una densità di senso, negli ambienti urbani esiste e non è difficile cogliere un gradiente di intensità, quantità e qualità che li contrappone all’esterno. L’esperienza
dell’arrivo e dell’ingresso in città dai suburbi è stata più volte descritta
in molte opere letterarie e si qualifica sempre come un’intensificazione, anche spaesante rispetto all’esterno, dell’influenza reciproca,
dei vincoli sociali, del frastuono, dell’attività delle persone, della segnaletica, degli stimoli estetici, dei ricordi e dei luoghi sacri collettivamente marcati (monumenti), ecc., cioè sostanzialmente come un
gradiente comunicativo che subentra alla “quiete” della campagna circostante.
Non vi è dubbio dunque che la città sia un teatro di azioni o un
ambiente comunicativo molto denso. Un contenitore dai contenuti semanticamente molto ricchi. Ma questa capacità di ospitare comunicazione ne fa davvero un testo? Televisioni spente, tele non dipinte,
quaderni non scritti possiedono forse una qualche testualità, se non altro dell’ordine della virtualità negata della comunicazione; ma si tratta
di una testualità certamente assai povera, benché vi sia stato chi ha sostenuto che “Il medium è il messaggio” (McLuhan, 1964; vale la pena
di richiamare qui il rapporto importante di questo autore con il tema
della città, se non altro attraverso l’influenza di solito insufficientemente sottolineata di Lewis Mumford [per esempio 1961] e Harold
Innis [soprattutto 1950]).
Senza entrare qui nel merito delle tesi mediologiche di McLuhan, il
fatto è però che i dispositivi di cui abbiamo parlato sono innanzitutto
dei supporti, cioè degli oggetti che presentano una qualche superficie
di iscrizione: se essa non è usata, essi sussistono vuoti e poveri di senso attuale. Senza dubbio però la città non ha questa caratteristica: essa
non si può distinguere dalla sua eventuale iscrizione. Essa è già in sé
significativa, sempre già una scrittura, comunque sia, a prescindere da
quanta comunicazione vi venga proiettata sopra. La città è un testo,
non un mezzo di comunicazione da riempire. La città non si identifica
con la sua segnaletica e neppure con l’animazione delle folle che la
percorrono o dei commerci che vi si svolgono. Certamente esistono le
città vuote, non solo le tracce archeologiche, ma anche le ghost town
ancora quasi intatte come quelle lasciate dalla corsa all’oro in California (cfr. per esempio Piatt, 2003); ma l’“effetto comunicazione” che le
Il testo della città – Problemi metodologici e teorici (Ugo Volli)
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avvolge, senza persone né discorsi vivi, può essere rarefatto ma non
sparisce. Anche le città vuote sono iscritte.
Vi sono diversi modi per provare a caratterizzare questo effetto di
comunicazione, analizzandone il funzionamento, e probabilmente
vanno usati tutti assieme per cogliere la complessità dell’oggetto. Ne
cito alcuni. Altrove (Volli, 2005) ho sottolineato l’importanza di un
criterio cronologico. Le città in genere hanno cicli di vita molto lunghi, che in alcune aree come il bacino del Mediterraneo, la mezzaluna
fertile medio–orientale o certe zone della Cina si possono misurare in
parecchie migliaia d’anni. Alcune caratteristiche fondamentali delle
città, come l’orientamento di base della rete stradale, l’orografia e la
presenza di corsi d’acqua con le loro conseguenze in termini
dell’individuazione delle zone centrali e delle loro difese o ancora certi edifici e luoghi particolarmente cospicui hanno la stessa durata. Edifici, strade e monumenti hanno una durata che tipicamente può essere
di un ordine di grandezza inferiore (centinaia d’anni); facciate, alberi e
decorazioni varie di decine d’anni; segnaletiche, insegne, negozi ed
elementi di “arredo urbano” possono durare anni; i contenuti delle vetrine, i manifesti, le scritte e gli striscioni mesi o settimane, fino alla
presenza effimera ma significativa di persone e mezzi che si misura in
minuti. La città vive nella sovrapposizione di tutti questi diversi ritmi,
che si influenzano a vicenda. Ogni sguardo situato in un momento
preciso li coglie tutti contemporaneamente, come in una sezione.
È importante capire che per ciascuno di questi sistemi di elementi
vale il principio enunciato da Roland Barthes per cui, in un ambiente
sociale (qual è per eccellenza la città) ogni cosa diventa segno del suo
uso possibile, quindi assume una sorta di seconda natura comunicativa. Una strada indica la propria funzione di collegamento, oltre a esercitarla, un’edificio si struttura quasi sempre in modo da permettere a
chi vi passa davanti ed è fornito di normale competenza di sapere se è
una fabbrica o una chiesa, un castello o una scuola. Dunque l’edificio
si dice e parla della funzione sociale che vi si esercita (la giustizia e la
preghiera, il potere militare e il lavoro) definendo i suoi valori.
I ritmi diversi delle strutture urbane corrispondono naturalmente ad
analoghi tempi della loro comunicazione. Di nuovo, però essi sono
colti in sezione, tutti assieme a partire da uno sguardo prospetticamen«Lexia», 1–2/2008
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PREFAZIONE
te situato. La città va dunque pensata nei termini di una polifonia di
sensi estremamente complessa e continuamente modificata. Bisogna
considerare anche che, letteralmente, questi oggetti caratterizzati da
diversi ritmi comunicativi si sovrappongono e spesso si coprono a vicenda. La base materiale dell’archeologia è il fatto che le strutture urbane si stratificano in maniera temporalmente ordinata. Ma anche nel
presente manifesti e striscioni, per esempio, ricoprono le facciate che
avvolgono le strutture degli edifici, nelle quali sono contenuti arredamenti che ospitano vite quotidiane di persone e attività produttive.
Possiamo dunque parlare di “palinsesti” per analogia alle pergamene
su cui si sovrappongono diversi testi. Alla gerarchia temporale si può
accostare dunque in maniera almeno parzialmente coerente una gerarchia spaziale degli elementi significativi che costituiscono la città come testo. Questo è un terzo criterio di organizzazione della comunicazione urbana, dopo quello dei ritmi temporali e delle funzioni rappresentate.
Due avvertenze metodologiche si impongono però a questo punto.
La prima indica il rischio che ovviamente considerando la “seconda”
natura comunicativa di cose come case, arredi, fortezze, indumenti,
facciate noi non teniamo conto della loro natura primaria di luoghi di
abitazione o di difesa, oggetti d’uso, coperture corporee o mezzi di isolamento di locali. Questa messa fra parentesi è certamente una possibilità, molto spesso una necessità metodologica, ma essa non significa certamente negare queste funzionalità materiali, bensì semplicemente prendere in considerazione a parte il modo in cui queste funzioni si rappresentano rispetto ai loro utenti e spettatori occasionali.
Vale la pena di notare a questo punto che è difficile trovare nella
storia e nella geografia delle città, esempi in cui questa dimensione
comunicativa non sia presa in conto ed esplicitamente perseguita, a
tutti i livelli. È quest’attività di previsione, calcolo, di realizzazione
della dimensione comunicativa delle più diverse strutture urbane che
intendiamo parlando di “scrittura” urbana (o di “riscrittura”, quando la
sovrapposizione spaziale e temporale abbia le caratteristiche di riuso e
rifacimento programmato). Vedremo fra poco che essa dipende fortemente dall’esteriorità che caratterizza sempre la struttura urbana (come del resto i testi: Volli, 2008).
Il testo della città – Problemi metodologici e teorici (Ugo Volli)
17
La seconda osservazione consiste nel fatto che buona parte dei manufatti che abbiamo indicati come portatori della testualità urbana sono oggetti autonomi che possono essere considerati anche come testi
indipendenti. In realtà questa è una situazione abbastanza frequente in
ogni tipo di testualità: si pensi per esempio a un giornale, testo diacronico composto di singoli numeri, in cui possiamo distinguere sezioni,
pagine, rubriche, articoli, titoli, illustrazioni, didascalie, pubblicità,
che sono a loro volta per lo più manifestazioni testuali complesse e
scomponibili. Lo stesso vale per la coerenza di una marca rispetto ai
suoi prodotti, di una rete televisiva rispetto alle singole trasmissioni,
dell’arredamento di un locale, ecc.
Il problema di stabilire l’oggetto testuale che ci si propone di analizzare è una questione pratica della ricerca, che spesso viene indicata con l’etichetta del “ritaglio” o decoupage del testo. In termini molto generali, è ragionevole affermare che ha senso ipotizzare
l’utilità di ricorrere a un testo di ordine superiore se si suppone che
vi sia una coerenza fra i testi inferiori, una rete di isotopie che li
omologhino e che facciano sì che la loro effettiva capacità di produrre senso dipenda fortemente dal contesto in cui sono collocati.
In altri termini, quando il testo superiore “dice di più” dei suoi
componenti. Questo è certamente il caso dei giornali, dell’arredamento, ma lo è anche delle città: basta pensare a effetti come i panorami, le skylines, i colori e gli stili prevalenti, le interazioni fra i
monumenti e in genere “il carattere” di una certa città, che spesso è
facilmente riconosciuto dai suoi utenti, fino a diventare luogo comune turistico, “cartolina”.
Da quel che si è detto finora risulta chiaro che tentare di analizzare
le città in termini testuali non significa affatto presupporre l’esistenza
di un qualche “linguaggio urbano” unitario e autonomo, né tantomeno
di un numero più o meno vasto di elementi minimi specifici che lo caratterizzerebbero specificamente, come si voleva un tempo. È l’intreccio e l’interazione estremamente ricca di altre forme testuali a realizzare la comunicazione urbana.
Per questa ragione la scrittura delle città, o la loro progettazione,
riguarda sempre in concreto gli oggetti minori che le compongono
(strade, piazze, edifici, segnaletiche) in rarissimi casi di fondazione
programmata (Brasilia, Pienza, ecc.) anche la loro collocazione e il lo«Lexia», 1–2/2008
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PREFAZIONE
ro orientamento. Anche a questo proposito si impongono delle precisazioni ulteriori.
La prima sta nel fatto che dal punto di vista della comunicazione
della città (non certo del suo funzionamento materiale), quel che conta
soprattutto è l’esteriorità delle sue parti. È l’organizzazione delle facciate, non l’interno delle case e dei luoghi di lavoro, l’aspetto delle
piazze, non ciò che il loro pavimento nasconde, la molteplice segnaletica che costituisce lo strato più esteriore dell’arredo urbano a determinare in buona parte il funzionamento comunicativo della città. Ma è
chiaro che questa “scrittura esterna” determina in buona parte la percezione e l’apprezzamento estetico dell’ambiente urbano.
Dunque non si tratta affatto di una superficie decorativa “senza valore”, per citare una nota tesi funzionalista dell’architettura razionalista del secolo scorso. E non ha senso pensare in questo caso a forme
che seguano pacificamente le funzioni: una chiesa o un palazzo non
sono solo luoghi utili per pregare o per il funzionamento personale o
burocratico del potere; esse servono altrettanto e forse di più a segnalarne l’importanza, a produrre reverenza e timore, o sicurezza e protezione. La stessa differenziazione dell’ambiente urbano che dà identità
uniche e inconfondibili alle grandi città d’arte italiane ed europee è in
buona parte dovuta alle superfici esterne e non alle strutture che ne
sono delimitate. La scrittura della città ha quindi un carattere sempre
esteriore e, come si accennava sopra, di un’esteriorità sovrapponibile.
Questo fatto, insieme al sistema delle durate temporali cui si accennava sopra, fa sì che la scrittura urbana sia per sua natura quasi essenziale una riscrittura, un aggiungere o sovrapporre strati di senso,
un togliere, un riempire, un rettificare che si sovrappone all’organismo
preesistente modificandolo continuamente in parte. Questo fenomeno
della riscrittura è compiuto insomma costantemente in forma di bricolage, lavorando su materiali preesistenti: una casa è ridipinta con un
colore più “adeguato” (al momento); le sue pareti sono deturpate (o arricchite, a secondo dei punti di vista) da graffiti, scritte, affissioni
pubblicitarie. Nelle sue mura si aprono negozi che portano vetrine, insegne, altri materiali pubblicitari. Di fronte ad essa si affollano le automobili parcheggiate, i mercati rionali, i gruppi di persone che passeggiano o manifestano. Una casa è abbattuta e al suo posto si apre un
Il testo della città – Problemi metodologici e teorici (Ugo Volli)
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giardino, o se ne costruisce un’altra. Una strada è prolungata, delle
mura abbattute lasciano lo spazio per viali e parchi. Si erigono statue e
affiggono lapidi. Si piantano alberi, siepi, aiuole; si erigono palizzate e
si espongono cartelli.
Tutto questo continuo bricolage dell’apparenza urbana è regolato
da tre limiti molto diversi fra loro. Uno è l’esistenza di abitudini, tecnologie, materiali che rendono certe apparenze molto più probabili di
altre e con ciò fonda delle isotopie. Materiali come il cotto in buona
parte della pianura padana, il legno dei villaggi alpini, la pietra bianca
veronese e trentina; tecnologie come l’arco a tutto sesto romano, le colonne greche, i contrafforti gotici, il cemento armato moderno segnano
profondamente l’apparenza di una città. E così pure scelte collettive
che si traducono nella prevalenza di portici, merli, facciate decorate o
meno.
La seconda forza, che spesso ne deriva è la regolazione da parte
dell’autorità su forme, materiali, colori delle strutture urbane, che diventa progressivamente più stringente in Europa fino al sistema di autorizzazioni attuali. I limiti di altezza degli edifici che caratterizzano le
città storiche italiane, ma anche l’uniformità del colore di certe città ne
derivano fortemente.
Infine vi sono interventi diretti del potere politico: grandi strutture
di servizio come ponti e strade, palazzi rappresentativi e chiese, grandi
scelte urbanistiche, ma anche (al confine col punto precedente) la costruzione di contesti omogenei come Place Vendôme e Place Royale
(des Vosges) a Parigi, San Marco a Venezia, numerosi spazi urbani torinesi. Un esempio particolarmente significativo è quello di operazioni
di arredo urbano uniforme e programmato, specie nel caso di grandi
eventi come sono state le Olimpiadi torinesi del 2006.
Tuttavia di solito le grandi forze in gioco per disegnare l’immagine
della città sono più d’una e si fronteggiano, come spesso nelle città
italiane si confrontano la chiesa e il palazzo comunale o signorile, o
oggi il potere pubblico e quello dei proprietari di aree e imprenditori.
Ancor più spesso accade che tale confronto avvenga al di là del tempo, fra il lascito di epoche diverse: le rovine romane e il palazzo signorile e la piazza del mercato e i segni della moderna civiltà industriale, che confermano la dimensione di tessuto del testo urbano, la
«Lexia», 1–2/2008
20
PREFAZIONE
sua intrinseca pluralità. Salvo che in rari casi di interventi violentissimi (come quelli compiuti da Ceausescu a Bucarest) è difficile anche al
più assoluto dei poteri cancellare interamente le tracce del passato dal
volto della città e dunque eliminarne la polisemia. Anche gli interventi
d’autorità in realtà rientrano nella dimensione della riscrittura secondo
il bricolage.
Anche nei più raffinati e “armoniosi” tessuti urbani bisogna dunque
saper cogliere la trama polemica (e dunque narrativa, secondo una tesi
fondamentale della semiotica). I grattacieli di New York ci devono
parlare della concorrenza come in un contesto del tutto diverso le torri
di Bologna o di San Gimignano. La fortezza che sovrasta Volterra
dando le spalle al Palazzo Comunale ci dice del dominio mediceo che
abolì il Comune, il rapporto fra Duomo e Palazzo Reale a Torino ci fa
capire le relazioni fra Stato e Chiesa come le stratificazioni di Aghia
Sofia a Costantinopoli quelle fra Cristianità, Islam e Stato laico. Parte
di questi conflitti urbani sono taciti e vanno interpretati al lume della
storia; ma parte sono assolutamente dichiarati: operazioni fatte per significare esplicitamente e programmaticamente prese del potere e predomini, come Via della Conciliazione a Roma o Via Roma a Torino.
Queste tre forze assieme sono comunque decisive nella costruzione
dell’immagine coerente della città, invece dell’aspetto caotico anche
sul piano comunicativo che sarebbe il frutto naturale di un bricolage
non organizzato.
Concludendo, le città certamente non sono testi primari allo stesso
modo delle lapidi affisse ai loro muri o le statue che eventualmente
decorano le loro piazze. Ma la lettura testuale delle città permette di
cogliere un carico comunicativo particolarmente complesso e articolato. Che ci si occupi delle ragioni per cui le città sono plasmate in un
certo modo o della maniera in cui cittadini, immigranti, turisti le interpretano, è difficile fare a meno delle grandi metafore testualiste e delle
linee di ricerca che esse evocano.
Il testo della città – Problemi metodologici e teorici (Ugo Volli)
21
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«Lexia», 1–2/2008
22
PREFAZIONE
Parte I
LA CITTÀ COME LIMITE:
CONFINI, CONFINAMENTI, SCONFINAMENTI
23
24
PREFAZIONE
Reading the City in a Global Digital Age
The Limits of Topographic Representation
SASKIA SASSEN*
Understanding a city through its built topography is increasingly
inadequate when global and digital forces are part of the urban condition. What we might call the topographic moment is a critical and a
large component of the representation of cities. But it cannot incorporate the fact of globalization and digitization as part of the representation of the urban. Nor can it critically engage today’s dominant accounts about globalization and digitization, accounts which evict place
and materiality even though the former are deeply imbricated with the
material and the local and hence with that topographic moment. A key
analytic move that bridges between these very diverse dimensions is
to capture the possibility that particular components of a city’s topography can be spatializations of global and digital dynamics and formations; such particular topographic components would then be one site
in a multisited circuit or network. Such spatializations destabilize the
meaning of the local or the sited, and thereby of the topographic understanding of cities. This holds probably especially for global cities.
My concern in this essay is to distinguish between the topographic
representation of key aspects of the city and an interpretation of these
same aspects in terms of spatialized global economic, political, and
cultural dynamics1. This is one analytic path into questions about cities
in a global digital age. It brings a particular type of twist to the discus*
Columbia University.
These are all complex and multifaceted subjects. It is impossible to do full justice to them
or to the literatures they have engendered. I have elaborated on both the subjects and the literatures elsewhere (Sassen 2008: chapters 7 and 8).
1
25
26
PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
sion on urban topography and cities since globalization and digitisation are both associated with dispersal and mobility. The effort is then
to understand what analytic elements need to be developed in order to
compensate for or remedy the limits of topographic representations for
making legible the possibility that at least some global and digital
components get spatialized in cities. Among such components are
both the power projects of major global economic actors but also the
political projects of contestatory actors, e.g. electronic activists. A topographic representation of rich and poor areas of a city would simply
capture the physical conditions of each advantage and disadvantage. It
would fail to capture the electronic connectivity possibly marking
even poor areas as locations on global circuits. Once this spatialization
of various global and digital components is made legible, the richness
of topographic analysis can add to our understanding of this process.
The challenge is to locate and specify the fact of such spatializations
and its variability.
This brings up a second set of issues: topographic representations
of the built environment of cities tend to emphasize the distinctiveness
of the various socio–economic sectors: the differences between poor
and rich neighborhoods, between commercial and manufacturing districts, and so on. While valid, this type of representation of a city becomes particularly partial when, as is happening today, a growing
share of advanced economic sectors also employ significant numbers
of very low–wage workers and subcontract to firms that do not look
like they belong in the advanced corporate sector; similarly, the
growth of high income professional households has generated a whole
new demand for low–wage household workers, connecting expensive
residential areas with poorer ones, and placing these professional
households on global care–chains that bring–in many of the cleaners,
nannies and nurses from poorer countries. In brief, economic restructuring is producing multiple interconnections among parts of the city
that topographically look like they may have little to do with each
other. Given some of the socio–economic, technical, and cultural dynamics of the current era, topographic representations may well be
more partial today than in past phases.
The limitations of topographic representations of the city to capture
these types of interconnections — between the global and the urban,
Reading the City in a Global Digital Age (Saskia Sassen)
27
and between socio–economic areas of a city that appear as completely
unrelated — calls for analytic tools that allow us to incorporate such
interconnections in spatial representations of cities. Some of these interconnections have long existed. What is different today is their multiplication, their intensity, their character. Some elements of topographic representation, such as transport systems and water and sewage
pipes, have long captured particular interconnections. What is different today in this regard is the sharpening of non–physical interconnections, such as social and digital interconnections, perhaps also pointing to a deeper transformation in the larger social, economic and
physical orders. Topographic representations remain critical, but are
increasingly insufficient. One way of addressing these conditions is to
uncover the interconnections between urban forms and urban fragments, and between orders — the global and the urban, the digital and
the urban — that appear as unconnected. This is one more step for understanding what our large cities are about today and in the near future, and what constitutes their complexity.
1. Spatialized Power Projects
Cities have long been key sites for the spatialization of power projects — whether political, religious, or economic. There are multiple
instances that capture this. We can find it in the structures and infrastructures for control and management functions of past colonial empires and of current global firms and markets. We can also find it in
the segregation of population groups that can consequently be more
easily produced as either cheap labor or surplus people; in the choice
of particular built forms used for representing and symbolic cleansing
of economic power, as in the preference for “Greek temples” to house
stock markets; and we can find it in what we designate today as high–
income residential and commercial gentrification, a process that allows cities to accommodate the expanding elite professional classes,
with the inevitable displacement of lower income households and
firms. Finally, we can see it in the large–scale destruction of natural
environments to implant particular forms of urbanization marked by
spread rather than density and linked to specific real estate develop«Lexia», 1–2/2008
28
PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
ment interests, such as the uncontrolled strip–development and suburbanization that shaped the Los Angeles region.
Yet the particular dynamics and capacities captured by the terms
globalization and digitization signal the possibility of a major transformation in this dynamic of spatialization. The dominant interpretation posits that digitization entails an absolute disembedding from the
material world. Key concepts in the dominant account about the
global economy — globalization, information economy, and telematics — all suggest that place no longer matters. And they suggest that
the type of place represented by major cities may have become obsolete from the perspective of the economy, particularly for leading sectors, such as information economy sectors and finance, as these have
the best access to, and are the most advanced users of, telematics.
These are accounts that privilege the fact of instantaneous global
transmission over the concentrations of built infrastructure that make
transmission possible; information outputs over the work of producing
those outputs, from specialists to secretaries; and the new transnational corporate culture over the multiplicity of cultural environments,
including re–territorialized immigrant cultures, within which many of
the “other” jobs of the global information economy take place2.
One consequence of such a representation of the global information
economy as place–less would be that there is no longer a spatialization
of this type of power today: it has supposedly dispersed geographically and gone partly digital. It is this proposition that I have contested
in much of my work, arguing that this dispersal is only part of the
story and that we see in fact new types of spatializations of power.
How do we reintroduce place in economic analysis? And, how do we
construct a new narrative about economic globalization, one that includes rather than excludes all the spatial, economic, and cultural elements that are part of the urban global economy as it is constituted in
cities and the increasingly structured networks of which they are part?
A topographic reading would introduce place yet, in the end, it would
2
The eviction of these activities and workers from the dominant representation of the global
information economy, has the effect of excluding the variety of cultural contexts within which
they exist, a cultural diversity that is as much a presence in processes of globalisation as is the
new international corporate culture.
Reading the City in a Global Digital Age (Saskia Sassen)
29
fail to capture the fact that global dynamics might inhabit localized
built environments.
2. Analytic Borderlands
As a political economist, addressing these issues has meant working in several systems of representation and constructing spaces of intersection. There are analytic moments when two systems of representation intersect. Such analytic moments are easily experienced as
spaces of silence, or of absence. One challenge is to see what happens
in those spaces, what operations take place there. In my own work I
have had to deal frequently with these spaces of intersection and conceive of them as analytic borderlands — an analytic terrain where discontinuities are constitutive rather than reduced to a dividing line.
Thus much of my work on economic globalization and cities has focused on these discontinuities and has sought to reconstitute their articulation analytically as borderlands rather than as dividing lines3.
Methodologically, the construction of these analytic borderlands
pivots on what I call circuits for the distribution and installation of operations; I focus on circuits that cut across what are generally seen as
two or more discontinuous “systems”, institutional orders, or dynamics. These circuits may be internal to a city’s economy or be, perhaps
at the other extreme, global. In the latter case, a given city is but one
site on a circuit that may contain a few or many other such cities. And
the operations that get distributed through these circuits can range
widely — they can be economic, political, cultural, subjective.
Circuits internal to a city allow us to follow economic activities
into territories that lie outside the increasingly narrow borders of
mainstream representations of the urban economy and to negotiate the
crossing of discontinuous spaces. For instance, it allows us to locate
various components of the informal economy (whether in New York
3
This produces a terrain within which these discontinuities can be reconstituted in terms of
economic operations whose properties are not merely a function of the spaces on each side (i.e.,
a reduction to the condition of dividing line) but also, and most centrally, of the discontinuity itself, the argument being that discontinuities are an integral part, a component, of the economic
system.
«Lexia», 1–2/2008
30
PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
or Paris or Mumbay) on circuits that connect it to what are considered
advanced industries, such as finance, design or fashion. A topographic
representation would capture the enormous discontinuity between the
places and built environments of the informal economy and those of
the financial or design district in a city, but would fail to capture their
complex economic interactions and dependencies.
International and transnational circuits allow us to detect the particular networks that connect specific activities in one city with specific activities in cities in other countries. For instance, if one focuses
on futures markets, cities such as London and Frankfurt are joined by
Sao Paulo and Kuala Lumpur; if one looks at the gold market, all except London drop out, and Zurich, Johannesburg and Sydney appear.
Continuing along these lines, Los Angeles, for example, would appear
as located on a variety of global circuits (including bi–national circuits
with Mexico) which would be quite different from those of New York
or Chicago. And a city like Caracas can be shown to be located on different circuits than those of Bogota.
This brings to the fore a second important issue. We can think of
these cities or urban regions as criss–crossed by these circuits and as
partial (only partial!) amalgamations of these various circuits. As I
discuss later, some of the disadvantaged sectors in major cities today
are also forming lateral cross–border connections with similarly
placed groups in other cities. These are networks that while global do
not run through a vertically organized framing as does, for instance,
the network of affiliates of a multinational corporation or the country
specific work of the IMF. For the city, these transnational circuits entail a type of fragmentation that may have always existed in major cities but has now been multiplied many times over. Topographic representations would fail to capture much of this spatialization of global
economic circuits, except, perhaps, for certain aspects of the distribution/transport routes.
3. Sited Materialities and Global Span
It seems to me that the difficulty analysts and commentators have
had in specifying or understanding the impact of digitization on cities
Reading the City in a Global Digital Age (Saskia Sassen)
31
results from two analytic flaws. One of these (especially evident in the
U.S.) confines interpretation to a technological reading of the technical capabilities of digital technology. This is fine for engineers. But
when one is trying to understand the impacts of a technology, such a
reading becomes problematic 4 . A purely technological reading of
technical capabilities of digital technology inevitably leads one to a
place that is a non–place, where we can announce with certainty the
neutralizing of many of the configurations marked by physicality and
place–boundedness, including the urban5.
The second flaw is a continuing reliance on analytical categorizations that were developed under other spatial and historical conditions,
that is, conditions preceding the current digital era. Thus the tendency is
to conceive of the digital as simply and exclusively digital and the non–
digital (whether represented in terms of the physical/material or the actual, all problematic though common conceptions) as simply and exclusively that. These either/or categorizations filter out the possibility of
mediating conditions, thereby precluding a more complex reading of
the impact of digitization on material and place––bound conditions.
One alternative categorization captures imbrications6. Let me illustrate using the case of finance. Finance is certainly a highly digitized
activity; yet it cannot simply be thought of as exclusively digital. To
have electronic financial markets and digitized financial instruments
requires enormous amounts of materiel, not to mention people. This
materiel includes conventional infrastructure, buildings, airports, and
so on. Much of this materiel is, however, inflected by the digital. Conversely, much of what takes place in cyberspace is deeply inflected by
the cultures, the material practices, the imaginaries, that take place
4
An additional critical issue is the construct technology. One radical critique can be found in
Latour, and his dictum that technology is society ‘Made Durable’ (Latour, 1991; 1996). My position on how to handle this construct in social science research is developed in Sassen, 2006, ch.
7; 2002. More generally see Mansell and Silverstone, 1998.
5
Another consequence of this type of reading is to assume that a new technology will ipso
facto replace all older technologies that are less efficient, or slower, at executing the tasks the
new technology is best at. We know that historically this is not the case. For a variety of critical
examinations of the tendency towards technological determinism in much of the social sciences
today see Wajcman, 2002; Howard and Jones, 2004; for particular applications that make legible
the limits of these technologies in social domains see, e.g. Callon, 1998; Avgerou, Ciborra and
Land, 2004; Cederman and Kraus, 2005; for cities in particular see Graham, 2004.
6
For a full development of this alternative see Sassen, 2006, chapters 7 and 8.
«Lexia», 1–2/2008
32
PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
outside cyberspace. Much, though not all, of what we think of when it
comes to cyberspace would lack any meaning or referents if we were
to exclude the world outside cyberspace. In brief, the digital and the
non–digital are not exclusive conditions that stand outside the non–
digital. Digital space is embedded in the larger societal, cultural, subjective, economic, imaginary structurations of lived experience and
the systems within which we exist and operate (Sassen, 1999)7.
4. Rescaling the Old Hierarchies
The complex imbrications between the digital (as well as the
global) and the non–digital brings with it a destabilizing of older hierarchies of scale and often dramatic rescalings. As the national scale
loses significance along with the loss of key components of the national state’s formal authority over the national scale, other scales gain
strategic importance. Most especially among these are sub–national
scales such as the global city and supranational scales such as global
markets or regional trading zones. There is by now a vast scholarship
covering a range of dynamics and formations (e.g. Sun, 1999; Taylor
et al., 2002; Taylor, 2004; Futur Anterieur, 1995; Schiffer Ramos,
2002; Barry and Slater, 2002; Ferguson and Jones, 2002; Brenner,
2004; Lebert, 2003; Glasius et al., 2002; Olesen, 2005). Older hierarchies of scale that emerged in the historical context of the ascendance
of the nation–state, continue to operate; they are typically organized in
terms of institutional size — from the international, down to the national, the regional, the urban, down to the local. But they are destabilized because today’s rescaling cuts across institutional size (e.g. Sun,
1999; Yeung, 2002; Urry, 2000; Brenner, 2004) and, through policies
such as deregulation and privatization, also cuts across the institutional encasements of territory produced by the formation of national
states (Ferguson and Jones, 2002). This does not mean that the old hi7
There is a third variable that needs to be taken account of when addressing the question of
digital space and networks, though it is not particularly relevant to the question of the city. It is
the transformations in digital networks linked both to certain technical issues and the use of these
networks (for critical accounts, see, e.g. Lovink, 2002; Rogers, 2004; MacKenzie and Wajcman,
1999; Mansell and Collins, 2005; Marres and Rogers, 2000).
Reading the City in a Global Digital Age (Saskia Sassen)
33
erarchies disappear, but rather that rescalings emerge alongside the old
ones, and that they can often trump the latter.
These transformations entail complex imbrications of the digital and
non–digital and between the global and the non–global (Sassen, 2008:
chapters 7 and 8; Garcia, 2002; Sack, 2005; Graham, 2004; Taylor,
2004). They can be captured in a variety of instances. For example,
much of what we might still experience as the “local” (an office building or a house or an institution right there in our neighborhood or downtown) actually is something I would rather think of as a “microenvironment with global span” insofar as it is deeply internetworked. Such a
microenvironment is in many senses a localized entity, something that
can be experienced as local, immediate, proximate and hence captured
in topographic representations. It is a sited materiality. But it is also part
of global digital networks which give it immediate far–flung span. To
continue to think of this as simply local is not very useful or adequate.
More importantly, the juxtaposition between the condition of being a
sited materiality and having global span captures the imbrication of the
digital and the non–digital and illustrates the inadequacy of a purely
technological reading of the technical capacities associated with digitization. A technological reading would lead us to posit the neutralization
of the place–boundedness of precisely that which makes possible the
condition of being an entity with global span. And it illustrates the inadequacy of a purely topographical account.
A second example is the bundle of conditions and dynamics that
marks the model of the global city. Just to single out one key dynamic:
the more globalized and digitized the operations of firms and markets,
the more their central management and coordination functions (and
the requisite material structures) become strategic. It is precisely because of digitization that simultaneous worldwide dispersal of operations (whether factories, offices, or service outlets) and system integration can be achieved. And it is precisely this combination which
raises the importance of central functions. Global cities are strategic
sites for the combination of resources necessary for the production of
these central functions8.
8
These economic global city functions are to be distinguished from political global city
functions, which might include the politics of contestation by formal and informal political ac-
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34
PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
Much of what is liquefied and circulates in digital networks and is
marked by hypermobility remains physical in some of its components.
Take, for example, the case of real estate. Financial services firms
have invented instruments that liquefy real estate, thereby facilitating
investment and circulation of these instruments in global markets. Yet,
part of what constitutes real estate remains very physical. At the same
time, however, that which remains physical has been transformed by
the fact that it is represented by highly liquid instruments that can circulate in global markets. It may look the same, it may involve the
same bricks and mortar, it may be new or old, but it is a transformed
entity.
We have difficulty capturing this multi–valence through our conventional categories: if it is physical, it is physical; and if it is digital, it is
digital. In fact, the partial representation of real estate through liquid financial instruments produces a complex imbrication of the material and
the de–materialized moments of that which we continue to call real estate. And it is precisely because of the digital capabilities of the economic sectors represented in global cities that the massive concentrations of material resources in these cities exist and keep expanding.
Hypermobility and de–materialization are usually seen as mere
functions of the new technologies. This understanding erases the fact
that it takes multiple material conditions to achieve this outcome (e.g.
Rutherford, 2004, Graham and Marvin, 2001), and that it takes social
networks, not only digital ones (Garcia, 2002; Sack, 2005). Once we
recognize that the hypermobility of the instrument, or the de–
materialization of the actual piece of real estate, had to be produced,
we introduce the imbrication of the digital and the non–digital. It takes
capital fixity to produce capital mobility, that is to say, state of the art
built–environments, conventional infrastructures — from highways to
airports and railways — and well–housed talent. These are all, at least
partly, place–bound conditions, even though the nature of their place–
boundedness is going to be different from what it was 100 years ago,
when place–boundedness was much closer to pure immobility. Today
tors enabled by these economic functions. This particular form of political global city functions
is, then, in a dialectical relation (both enabled and in opposition) to the economic functions (see
Sassen, 2000; Bartlett, 2001).
Reading the City in a Global Digital Age (Saskia Sassen)
35
it is a place–boundedness that is inflected, and inscribed by the hypermobility of some of its components, products, and outcomes. Both
capital fixity and mobility are located in a temporal frame where speed
is ascendant and consequential. This type of capital fixity cannot be
fully captured in a description of its material and locational features,
i.e. in a topographical reading.
Conceptualizing digitization and globalization along these lines
creates operational and rhetorical openings for recognizing the ongoing importance of the material world even in the case of some of the
most “de–materialized” activities9.
5. The Spatialities of the Center
Information technologies have not eliminated the importance of
massive concentrations of material resources but have, rather, reconfigured the interaction of capital fixity and hypermobility. The complex management of this interaction has given some cities a new competitive advantage (Sassen, 2001). The vast new economic topography
that is being implemented through electronic space is one moment,
one fragment, of an even vaster economic chain that is in good part
embedded in non–electronic spaces. There is today no fully virtualized
firm or economic sector. As I suggested earlier, even finance, the most
digitized, dematerialized and globalized of all activities has a topography that weaves back and forth between actual and digital space. To
different extents in different types of sectors and different types of
firms, a firm’s tasks now are distributed across these two kinds of
spaces. Further, the actual configurations are subject to considerable
transformation, as tasks are computerized or standardized, markets are
further globalized, and so on.
The combination of the new capabilities for mobility along with
patterns of concentration and operational features of the cutting edge
sectors of advanced economies suggests that spatial concentration re9
A critical issue, not addressed here, concerns some of the features of digital networks, notably their governance (e.g. Robinson, 2004; Drake, 2004; Koopmans, 2004; Klein, 2004; Bennett, 2003; Mansell and Collins, 2005). These networks are not neutral technical events (see also
the issues raised in footnote 6 above).
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36
PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
mains as a key feature of these sectors. But it is not simply a continuation of older patterns of spatial concentration. Today there is no longer
a simple or straightforward relation between centrality and such geographic entities as the downtown or the central business district
(CBD). In the past, and up to quite recently in fact, centrality was synonymous with the downtown or the CBD. The new technologies and
organizational forms have altered the spatial correlates of centrality10.
Given the differential impacts of the capabilities of the new information technologies on specific types of firms and of sectors of the
economy, the spatial correlates of the “center” can assume several
geographic forms, likely to be operating simultaneously at the macro
level. Thus the center can be the CBD, as it still is largely for some of
the leading sectors, notably finance, or an alternative form of CBD,
such as Silicon Valley. Yet even as the CBD in major international
business centers remains a strategic site for the leading industries, it is
one profoundly reconfigured by technological and economic change
(Fainstein, 2001; Ciccolella and Mignaqui, 2002; Schiffer Ramos,
2002) and by long term immigration (e.g. Laguerre, 2000). Further,
there are often sharp differences in the patterns assumed by this reconfiguring of the central city in different parts of the world (Marcuse and
van Kempen, 2000).
Second, the center can extend into a metropolitan area in the form
of a grid of nodes of intense business activity. One might ask whether
a spatial organization characterized by dense strategic nodes spread
over a broader region does in fact constitute a new form of organizing
the territory of the “center”, rather than, as in the more conventional
view, an instance of suburbanization or geographic dispersal. Insofar
as these various nodes are articulated through digital networks, they
represent a new geographic correlate of the most advanced type of
“center”. This is a partly deterritorialized space of centrality (Peraldi
and Perrin, 1996; Marcuse and van Kempen, 2000; Graham and
Marvin, 2001; Scott, 2001).
10
Several of the organizing hypotheses in the global city model concern the conditions for
the continuity of centrality in advanced economic systems in the face of major new organizational forms and technologies that maximize the possibility for geographic dispersal. See the
new Introduction in the updated edition of The Global City (Sassen, 2001). For a variety of perspectives see, e.g. Landrieu et al., 1998; Rutherford, 2004; Abrahamson, 2004.
Reading the City in a Global Digital Age (Saskia Sassen)
37
Third, we are seeing the formation of a transterritorial “center”
constituted via intense economic transactions in the network of global
cities. These transactions take place partly in digital space and partly
through conventional transport and travel. The result is a multiplication of often highly specialized circuits connecting sets of cities (Taylor et al., 2002; Taylor, 2004; Yeung, 2000; Schiffer, 2002; Short,
2005; Harvey In Process); increasingly we see other types of networks
built on those circuits, such as transnational migrant networks (Smith
and Guarnizo, 2001; Ehrenreich and Hochschild, 2003). These networks of major international business centers constitute new geographies of centrality. The most powerful of these new geographies of
centrality at the global level binds the major international financial
and business centers: New York, London, Tokyo, Paris, Frankfurt, Zurich, Amsterdam, Los Angeles, Sydney, Hong Kong, among others.
But this geography now also includes cities such as Bangkok, Seoul,
Taipei, Sao Paulo, Mexico City, Shanghai. In the case of a complex
landscape such as Europe’s, we see in fact several geographies of centrality, one global, others continental and regional.
Fourth, new forms of centrality are being constituted in electronically generated spaces. For instance, strategic components of the financial industry operate in such spaces. The relation between digital
and actual space is complex and varies among different types of economic sectors (Sassen, 2008, chapter 7; Latham and Sassen, 2005), as
well as within civil society sectors (Sack, 2005; Pace and Panganiban,
2002; Avgerou, 2002; Bach and Stark, 2005).
6. What Does Local Context Mean in this Setting?
Firms operating partly in actual space and partly in globe–spanning
digital space cannot easily be contextualized in terms of their surroundings. Nor can the networked sub–economies they tend to constitute. The orientation of this type of subeconomy is simultaneously towards itself and towards a larger global market. Topographic representations would fail to capture this global orientation.
The intensity of transactions internal to such a sub–economy
(whether global finance or cutting edge high–tech sectors) is such that
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38
PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
it overrides all considerations of the broader locality or urban area
within which it exists. These firms and subeconomies develop a
stronger orientation towards global markets than to their immediately
surrounding areas (e.g. Taylor, 2004; Schiffer, 2002; Yeung, 2000).
Insofar as they are a significant component of today’s cities, this
global orientation overrides a key proposition in the urban systems literature, to wit, that cities and urban systems integrate and articulate
national territory. Such an integration effect may have been the case
during the period when mass manufacturing and mass consumption
were the dominant growth machines in developed economies and
thrived on national scalings of economic processes. Today, the ascendance of digitized, globalized sectors, such as finance, has diluted that
articulation with the larger national economy and the immediate surrounding.
The articulation of these sub–economies with other zones and sectors in their immediate socio–spatial surroundings is of a special sort.
To some extent there is connectivity, but it is largely confined to the
servicing of the leading sectors, and, further, this connectivity is partly
obscured by topographic fragmentation in the case of much of this
servicing. The most legible articulation is with the various highly
priced services that cater to the workforce, from up–scale restaurants
and hotels to luxury shops and cultural institutions, typically part of
the socio–spatial order of these new sub–economies. Secondly, there
are also various low–priced services that cater to the firms and to the
households of the workers and which rarely “look” like they are part
of the advanced corporate economy. The demand by firms and households for these services actually links two worlds that we think of as
radically distinct and thus unconnected. But it is particularly a third
instance that concerns me here, the large portions of the urban surrounding that have little connection to these world–market oriented
sub–economies, even though they are physically proximate and might
even be architecturally similar. It is the last two which engender a
question about the insufficiency of topographic representation.
What then is the meaning of locality under these conditions? The
new networked subeconomy occupies a strategic, partly deterritorialized geography that cuts across borders and connects a variety of
points on the globe. Its local insertion accounts for only a (variable)
Reading the City in a Global Digital Age (Saskia Sassen)
39
fraction of its total operations, its boundaries are not those of the city
within which it is partly located, nor those of the local area where it is
sited. This subeconomy interfaces the intensity of the vast concentration of very material resources it needs when it hits the ground and the
fact of its global span or cross–border geography. Its interlocutor is
not the surrounding context but the fact of the global.
I am not sure what this tearing away of the context and its replacement with the fact of the global could mean for urban practice and
theory. But it is clearly problematic from the perspective of urban topography. The analytic operation called for is not the search for its
connection with the “surroundings”, the context. It is, rather, detecting
its installation in a strategic cross–border geography constituted
through multiple “locals”. The local now transacts directly with the
global cross–border structurations that scale at a global level; but the
global also inhabits localities and is partly constituted through a multiplicity of local instantiations.
7. Cities as Frontier Zones: The Formation of New Political Actors
A very different type of case can be found in the growth of electronic activism by often poor and rather immobile actors and organizations. Topographic representations that describe fragmentations, particularly the isolation of poor areas, may well obscure the existence of
underlying interconnections. What presents itself as segregated or excluded from the mainstream core of a city can actually be part of increasingly complex interactions with other similarly segregated sectors in cities of other countries. There is here, an interesting dynamic
where top sectors (the new transnational professional class) and bottom sectors (e.g. immigrant communities or activists in environmental
or anti–globalization struggles) partly inhabit a cross–border space
that connects particular cities.
Major cities, especially if global, contain multiple low–income communities
many of which develop or access various global networks. Through the Internet, local initiatives become part of a global network of activism without losing
the focus on specific local struggles (e.g. Cleaver, 1998; Henshall, 2000; Mele,
1999; Donk et al., 2005; Friedman, 2005). It enables a new type of cross–
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
border political activism, one centered in multiple localities yet intensely connected digitally. This is in my view one of the key forms of critical politics that
the Internet can make possible: A politics of the local with a big difference —
these are localities that are connected with each other across a region, a country, or the world11. Because the network is global does not mean that it all has
to happen at the global level.
But also inside such cities we see the emergence of specific political and subjective dimensions that are difficult to capture through topographic representations (e.g. Lovink and Riemens, 2002; Poster,
2004). Neither the emergence nor the difficulty are new. But I would
argue that there are times where both become sharper — times when
traditional arrangements become unsettled. Today is such a time.
Global cities become a sort of new frontier zone where an enormous
mix of people converge and new forms of politics are possible. Those
who lack power, those who are disadvantaged, outsiders, discriminated minorities, can gain presence in global cities, presence vis–à–vis
power and presence vis–à–vis each other. This signals, for me, the
possibility of a new type of politics centered in new types of political
actors. It is not simply a matter of having or not having power. There
are new hybrid bases from which to act.
The space of the city is a far more concrete space for politics than
that of the nation. It becomes a place where non–formal political actors can be part of the political scene in a way that is much more difficult at the national level. Nationally, politics needs to run through existing formal systems: whether the electoral political system or the judiciary (taking state agencies to court). Non–formal political actors are
rendered invisible in the space of national politics. The space of the
city accommodates a broad range of political activities — squatting,
demonstrations against police brutality, fighting for the rights of immigrants and the homeless, the politics of culture and identity, gay and
11
I conceptualize these “alternative” circuits as countergeographies of globalization because
they are deeply imbricated with some of the major dynamics constitutive of the global economy
yet are not part of the formal apparatus or of the objectives of this apparatus. The formation of
global markets, the intensifying of transnational and trans–local business networks, the development of communication technologies which easily escape conventional surveillance practices:
all of these produce infrastructures and architectures that can be used for other purposes, whether
money laundering or alternative politics.
Reading the City in a Global Digital Age (Saskia Sassen)
41
lesbian and queer politics. Much of this becomes visible on the street.
Much of urban politics is concrete, enacted by people rather than dependent on massive media technologies. Street level politics makes
possible the formation of new types of political subjects that do not
have to go through the formal political system.
The large city of today, especially the global city, emerges as a
strategic site for these new types of operations. It is a strategic site for
global corporate capital. But it is also one of the sites where the formation of new claims by informal political actors materializes and assumes concrete forms (Isin, 2000; Torres et al., 1999; Lovink and
Riemenes, 2002). The loss of power at the national level produces the
possibility for new forms of power and politics at the subnational
level 12 . The national as container of social process and power is
cracked. This “cracked casing” then opens up possibilities for a geography of politics that links subnational spaces and allows non–formal
political actors to engage strategic components of global capital.
Digital networks are contributing to the production of new kinds of
interconnections underlying what appear as fragmented topographies,
whether at the global or at the local level. Political activists can use
digital networks for global or non–local transactions and they can use
them for strengthening local communications and transactions inside a
city (e.g. Lovink and Riemens, 2002) or rural community (e.g.
Cleaver, 1998). Recovering how the new digital technology can serve
to support local initiatives and alliances across a city’s neighborhoods
is extremely important in an age where the notion of the local is often
seen as losing ground to global dynamics and actors and digital networks are typically thought of as global. What may appear as separate
segregated sectors of a city may well have increasingly strong interconnections through particular networks of individuals and organizations with shared interests (Espinoza, 1999; «The Journal of Urban
Technology», 1995; Garcia, 2002). Any large city is today traversed
by these “invisible” circuits.
12
There are, of course, severe limitations on these possibilities, many having to do with the
way in which these technologies have come to be deployed. See Sassen, 1999; Graham and
Aurigi, 1997; Hoffman and Novak, 1998; Latham and Sassen, 2005).
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
8. Conclusion
Economic globalization and digitization produce a spatiality for the
urban that pivots on de–territorialized cross–border networks and territorial locations with massive concentrations of resources. This is not
a completely new feature. Over the centuries cities have been at the intersection of processes with supra–urban and even intercontinental
scalings. What is different today is the intensity, complexity, and
global span of these networks, and the extent to which significant portions of economies are now digitized and hence can travel at great
speeds through these networks. Also new is the growing use of digital
networks by often poor neighborhood organizations to pursue a variety of both intra– and inter–urban political initiatives. All of this has
raised the number of cities that are part of cross–border networks operating at often vast geographic scales. Under these conditions, much
of what we experience and represent as the local turns out to be a microenvironment with global span.
As cities and urban regions are increasingly traversed by non–local,
including notably global circuits, much of what we experience as the
local because locally sited, is actually a transformed condition in that
it is imbricatd with non–local dynamics or is a localization of global
processes. One way of thinking about this is in terms of spatializations
of various projects — economic, political, cultural. This produces a
specific set of interactions in a city’s relation to its topography.
The new urban spatiality thus produced is partial in a double sense:
it accounts for only part of what happens in cities and what cities are
about, and it inhabits only part of what we might think of as the space
of the city, whether this be understood in terms as diverse as those of a
city’s administrative boundaries or in the sense of the multiple public
imaginaries that may be present in different sectors of a city’s people.
If we consider urban space as productive, as enabling new configurations, then these developments signal multiple possibilities.
Reading the City in a Global Digital Age (Saskia Sassen)
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
Nuovi spazi semiotici nella città
Due casi a Roma
ISABELLA PEZZINI*
New semiotic spaces in the city: two cases in Rome.
English abstract: This intervention focuses two places of Rome: Piazza Augusto Imperatore with the new museum of the Ara Pacis (by Richard Meier) and the Auditorium ― Parco della Musica (by Renzo Piano), two sites in sharp transformation in the
landscape of city, first in the historical center, the other near the Olympic Village built
in ’60. These two places also “central” in the structure of the city as somewhat neglected, almost of “internal suburbs”. Their gradual rewriting, in addition to profoundly change the character and ways to live and to perceive, urged wider debates on
the contemporary architectural interventions in the fabric of historic cities.
Our research has moved in three directions: analysis of instances and public discourse
that accompanied the projects; semiotic analysis of architectural texts in relation to
their co–text, direct observation in a social and ethno–semiotic customs and practices
which sedimented in these places.
The results achieved so far can be organized in three main areas: 1. semantic conflicts
that arise in discussions between old/new, ancient/hyper–modern; past/present,
memory/project, conservation/innovation; 2. the relationship between the rewrite of
the city, actors and skills ― in terms of duties, wills, knowledge, credentials ― implicated by this action complex; 3. The theme of self–representation of the city and areas
of self–reflexivity, which explicitly puts it on stage, it is proposed as a subject or as a
brand. This theme connects to the specific role assumed by the new areas in reformulating semiotic of public space.
Our two case studies thus show different strategies on the part of contemporary architecture against the “archaeological”, in an attempt to create a new context around, able
to renew its strength semiotics. The political debate betrays instead tempted to urge
citizens in the mixed feelings of expropriation/reappropriation of the city, in a policy
of “owner” of the city. Finally, we propose to consider space as the Ara Pacis and the
Auditorium, through and beyond their specific cultural function, as local “heterotopic” public places switching ordinary perception of the city, points of discontinuity in its fabric, potential mechanisms of production of reflexivity and identity.
Key–words: historic city/contemporary architecture, memory/project, conservation/
innovation, public space/owner space, identity of the city.
*
Università “La Sapienza” di Roma.
49
50
PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
1. L’oggetto della ricerca
Il termine di “riscrittura”, o “ridisegno”, è utilizzato anche nel linguaggio comune per indicare soprattutto gli interventi di ristrutturazione, risanamento, riordino e ridefinizione di luoghi o parti della città
ad opera di amministratori e di esperti che sono preposti al suo governo. Oppure, eventualmente, ad una più spontanea opera di cittadini,
abitanti o “fruitori” della città, che attraverso le loro pratiche tendono
ad adattarla alle proprie esigenze di consumo e di vita1. Anche in questo senso, la città è — o può essere considerata — un testo, scritto e
riscritto da molte mani. Come il testo nel senso di textum, la città è il
risultato di una tessitura fra orditi e trame di ordini semiotici diversi,
da quello spaziale, urbanistico e architettonico a quello linguistico e
antropologico: si parla infatti di tessuto urbano. E, come il testo, la città è anche e sempre testis, teste, un testimone di quell’insieme di scritture che hanno contribuito a produrla. La città è inoltre oggetto di linguaggi che parlano di lei, “la parlano”, la analizzano e la interpretano
dandole consistenza e personalità semiotica, e al tempo stesso essa è
in qualche modo soggetto di linguaggi, è espressione e produttore di
culture che le sono inerenti e specifiche (Mondada, 2000). Jurij Lotman sintetizza la complessità della città parlandone “in quanto testo
della cultura”, per definizione semioticamente instabile:
Proprio il poliglottismo semiotico, che in linea di principio caratterizza ogni città, la
rende campo di conflitti semiotici diversi, impossibili in altre condizioni. Riunendo
insieme codici e testi nazionali, sociali, stilistici, diversi la città realizza vari ibridi, ricodificazioni, traduzioni semiotiche, che la trasformano in un potente generatore di
nuove informazioni (Lotman, 1984, p. 232, trad. it.).
Il progetto della nostra unità di ricerca, elaborato con Ilaria Tani, si
è così focalizzato su tre “siti” in forte trasformazione nel paesaggio
cittadino romano, la cui progressiva riscrittura, oltre a modificare profondamente la fisionomia e i modi del vivere e dell’abitare di questi
spazi, ha sollecitato ampi dibattiti, non solo a livello cittadino: sono
Piazza Augusto Imperatore e il nuovo museo dell’Ara Pacis; l’Audi-
1
Cfr. il saggio di Pierluigi Cervelli in questo stesso volume.
Nuovi spazi semiotici nella città (Isabella Pezzini)
51
torium e il Parco della Musica; l’area circostante Piazza Vittorio nel
quartiere Esquilino2.
Sono tre luoghi tra loro apparentemente molto diversi, ma accomunati dalla presenza di consistenti tentativi di “riscrittura” e rideterminazione, all’interno di una più vasta e complessa politica di gestione
della città, che si può dire inizi col primo mandato della giunta Rutelli
(1993) e che sembrerebbe essersi esaurita con le elezioni amministrative della primavera 20083. Si tratta peraltro di progetti e di processi
tuttora in corso di completamento, assestamento, definizione, per noi
particolarmente interessanti proprio per gli aspetti ancora in mutazione
e per la ricerca non sempre univoca di un’identità più consolidata che
manifestano.
Sia l’Ara Pacis che l’Auditorium, sui quali concentrerò questo intervento, rientrano in particolare nel forte investimento operato in direzione dell’offerta culturale della città, ed anzi ne sono divenuti dei
veri tangibili “loghi”. Gli interventi sono avvenuti in due aree ritenute
strategiche nel riassetto e dunque nella ridefinizione delle specificità,
delle vocazioni o delle specializzazioni del tessuto cittadino (cfr. Ciucci–Ghio–Rossi, 2006).
1.1. Il nuovo museo dell’Ara Pacis
Il primo intervento studiato è in realtà il più recente, ed è avvenuto
nel centro storico, in un punto nevralgico ma da tempo trascurato,
Piazza Augusto Imperatore, il cui perimetro esterno è delimitato da
via della Frezza a Nord e via Tomacelli a Sud, il Lungotevere a Ovest
e via Corso a Est. Prima dell’intervento, questa piazza veniva considerata quasi una “periferia interna”, retroscena di quel centro commerciale naturale di lusso che negli anni si è attestato nel tridente da Piazza del Popolo a Piazza Venezia (Criconia, 2007), nonché di un vec2
La ricerca si intitola Luoghi del consumo, consumo dei luoghi: Roma come caso di studio,
ed è parte del Progetto COFIN diretto a livello nazionale da Ugo Volli. Collaborano alla ricerca
dell’unità della Sapienza Università di Roma, Dipartimento di Sociologia e Comunicazione:
Franciscu Sedda, Pierluigi Cervelli, Leonardo Romei, Vincenza Del Marco, Paolo Demuru, Mariarosa Bova. Ovviamente questo mio intervento è debitore al lavoro comune.
3
Gianni Alemanno ha subito dichiarato di voler caratterizzare il proprio mandato in discontinuità rispetto ai suoi predecessori, Walter Veltroni e prima di lui Francesco Rutelli.
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52
PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
chio emblema degli sventramenti operati dal fascismo. Ridisegnata da
Vittorio Ballio Morpurgo, la piazza in realtà è rimasta incompiuta al
1939 a causa della guerra. La sua realizzazione, dopo essere stata a
lungo mal tollerata, oggi è “storicizzata”, e cioè considerata a tutti gli
effetti un importante esempio dell’architettura del periodo, al di là del
suo valore rappresentativo nei confronti della dittatura fascista4 . La
piazza, inoltre, si sviluppa intorno al Mausoleo di Augusto, gigantesca
tomba circolare in gran parte interrata. Coperta, essa ebbe funzione di
Auditorium, fino al 1936, quando Mussolini (che si diceva avesse eletto il luogo a proprio sepolcro) fece demolire la sala in vista di una
nuova sistemazione nell’ambito della piazza. Nel corso del tempo,
questo monumento, già ampiamente saccheggiato e progressivamente
lasciato a se stesso, ha assunto l’aspetto di un romantico giardino con
rovine, popolato di gatti e clochard. Oggetto di un concorso per la riqualificazione, espletato nel 2006 e vinto da un progetto di Francesco
Cellini, oggi è sottoposto a un restauro interno e a una ripulitura esterna che dovrebbe fra l’altro renderlo meglio agibile ai turisti. Molto
aumentati dall’inaugurazione del nuovo museo — l’Ara Pacis risulta
la terza meta preferita dai visitatori di Roma —, essi tendono infatti istintivamente a inoltrarvisi dopo la visita all’Ara Pacis, e prima di approdare a un tavolo dei molti locali enogastronomici di tendenza che
coronano l’idealtour “dallo shopping al museo” in questo punto della
città.
Il nuovo Museo dell’Ara Pacis, inaugurato nel settembre 2006, costituisce un caso unico nella storia post–bellica di Roma: si tratta infatti di un’opera di architettura contemporanea costruita nel centro
storico, e oltretutto previa demolizione di un edificio preesistente,
fatto piuttosto raro ed eclatante. Si trattava della cosiddetta “teca
Morpurgo”, un contenitore nato in realtà come provvisorio per la
fretta e la scarsità di mezzi, fatto erigere in tempi record dallo stesso
Mussolini per le celebrazioni fasciste del bimillenario di Augusto.
Inaugurato il 23 settembre 1938, col tempo si era rivelato del tutto
inadeguato dal punto di vista della conservazione museale.
L’opera odierna è firmata da un architetto americano di fama internazionale, Richard Meier, a cui è stata commissionata per incarico di4
Cfr. Rossini, 2007, Cap. “L’Ara Pacis da Morpurgo a Meier”.
Nuovi spazi semiotici nella città (Isabella Pezzini)
53
retto dall’amministrazione cittadina, sindaco Francesco Rutelli 5 . Il
progetto e la sua esecuzione, completata durante il successivo mandato di sindaco di Walter Veltroni, sono stati accompagnati da un acceso
dibattito sulla stampa quotidiana e specialistica e da violente opposizioni, che hanno contribuito alle importanti modifiche al progetto in
corso di esecuzione6.
1.2. L’Auditorium Parco della Musica
Il secondo intervento studiato, l’Auditorium Parco della Musica
progettato da Renzo Piano, è invece situato fra il quartiere Flaminio
(ovest), il quartiere Parioli (sud), Villa Glori (est) e il Villaggio Olimpico (nord), al quale idealmente offre un “cuore”, una piazza sempre
mancata. Prima dell’intervento, la zona era lasciata nell’incuria, pericolosa di notte benché “semi–centrale” come il Flaminio, dove è attualmente in costruzione anche il MAXXI (Museo Nazionale e centro
per la documentazione e valorizzazione delle arti contemporanee)
progettato da un’altra architetta di fama mondiale, Zaha Hadid, in vista di una più ampia ridefinizione della zona come “quartiere delle arti”. Il progetto di Renzo Piano — diversamente da quello dell’Ara Pacis — ha vinto un concorso internazionale a inviti nel 1993, e i lavori
sono iniziati nel 1995. Previsto finito per il 2000, il complesso è stato
inaugurato a partire dal 2002, ed ha comunque avuto un iter molto
lungo e complesso in tutte le sue fasi, dalla scelta del luogo, caduta infine in una zona “spenta” e marginale sebbene certamente non periferica, priva di interventi diretti dagli anni Sessanta.
L’Auditorium si è progressivamente caratterizzato come una struttura multifunzionale, in grado di ospitare eventi di grande importanza
culturale e sociale (dai concerti della Stagione di Santa Cecilia, alla
5
Per la precisione, il Committente del nuovo museo dell’Ara Pacis è il Comune si Roma–
Sovraintendenza ai Beni Culturali, Ufficio Città Storica. L’incarico è affidato nel 1996; nel 2000
iniziano i lavori, che si interrompono per approfondimenti degli scavi e conseguenti modifiche al
progetto. Il 23 settembre 2006 sono inaugurati gli spazi dell’auditorium e del museo (cfr. Ciucci,
Ghio, Rossi, 2006, p. 136). Richard Meier era già anche autore, sempre a Roma, della parrocchia
di Dio Padre Misericordioso, nel quartiere periferico di Tor Tre Teste, commissionato dal Vicariato di Roma (1996–2003).
6
Il dibattito in ambito architettonico è ben rappresentato nella Rassegna stampa tematica del
sito dell’Ordine degli Architetti di Roma, www.architettiroma.it.
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54
PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
Festa del Cinema, ai Festival di filosofia, matematica, scienza…) e
sembra avere inciso profondamente nella vita culturale di Roma e nella sua immagine di metropoli anche all’estero. Ad oggi, malgrado le
critiche, il successo dell’operazione appare evidente, anche in termini
economici e di immagine: nel 2006 la struttura musicale ha avuto
934.563 spettatori paganti, e sotto questo aspetto è al primo posto in
Europa7. Differentemente dall’Ara Pacis, l’intervento è stato accolto
sostanzialmente con favore, come osserva Piero Ostilio Rossi:
Per la prima volta dopo molti anni un’opera di architettura moderna è tornata
al centro dell’interesse della vita cittadina ed è oggetto di valutazioni, di discussioni e di critiche, ma — questo è il punto — è sentita come una componente significativa e vitale della città (Rossi, 2006, p. 45).
Entrambi gli interventi culminano in forti segni di architettura contemporanea, che fanno rima con altri progetti firmati da celebri architetti in corso di realizzazione nella città (fra i quali l’ampliamento della Galleria Comunale di Arte Contemporanea, MACRO, in via Reggio
Emilia, di Odile Decq; il nuovo Centro Congressi detto “la Nuvola” di
Massimiliano Fuksas; il progetto di riconversione dei Mercati Generali al quartiere Ostiense di Rem Koolhaas…), tutti indicatori del riconoscimento operato dagli amministratori del particolare valore comunicativo e di rappresentanza assunto oggi dall’architettura8.
2. L’approccio e il metodo di analisi
Dal punto di vista del metodo di studio, il nostro gruppo di ricerca
ha sinora lavorato in tre direzioni principali: in termini di analisi dei
discorsi e delle istanze discorsive pubbliche che hanno accompagnato
i progetti; di analisi semiotica dei testi architettonici in relazione al loro cotesto, di osservazione diretta in un approccio socio– ed etno– semiotico degli usi e delle pratiche sociali che si vanno sedimentando in
questi luoghi.
7
I dati sono pubblicati dal Rapporto annuale del sito ufficiale dell’Auditorium,
www.Auditorium.com.
8
Cfr. Ciucci, Ghio, Rossi, 2006, Cap. 3, “Le nuove icone della città”, pp. 120–160.
Nuovi spazi semiotici nella città (Isabella Pezzini)
55
2.1. L’Ara Pacis
Un primo passo della nostra ricerca, dunque, ha riguardato proprio
l’intreccio dei diversi discorsi che hanno accompagnato i progetti.
Ogni area urbana che si trovi al centro di un processo di “riscrittura” si
trova infatti potenzialmente al centro di una serie di enunciazioni, che
considerate nel loro sviluppo successivo, sintagmatico, danno luogo a
diverse narrazioni, a cui tutti i discorsi ulteriori fanno riferimento in
modo più o meno esplicito. Schematicamente, per quanto riguarda ad
esempio l’Ara Pacis, possiamo distinguere tra le narrazioni che riguardano la storia del luogo e dei suoi abitanti (il sito e le sue trasformazioni, piazza Augusto Imperatore); la storia del monumento (l’Ara
Pacis e i significati che le sono stati attribuiti); la storia del progetto in
questione (la volontà politica, la scelta di Meier); le vicende e la discussione del progetto stesso9.
Ovviamente ogni narrazione tende a incrociarsi con le altre e a porsi, almeno a zone, in modo metalinguistico rispetto ad esse, e spesso
sono proprio questi “nodi” semantici ad essere rivelatori di conflitti
soggiacenti, esplicitati o meno. Inoltre, ogni narrazione seleziona i
propri protagonisti, attori dotati di competenze e autorevolezze diseguali, che mettono in scena e figurano i diversi punti di vista, le possibili diverse prospettive sugli stessi elementi ed eventi. Un ruolo di
“mediazione” e di sintesi, certamente non neutrale, viene in genere assunto dal discorso giornalistico e televisivo, accessibile ad un pubblico
più vasto e creatore entro certi limiti di una “comunità mediale” che si
sente a pieno titolo partecipe della vita cittadina.
Per ricostruire l’intreccio fra queste narrazioni si è intrapresa
l’analisi della presentazione offerta dal catalogo, dal sito internet e più
in generale dalla comunicazione del Museo, accanto alla ricostruzione
del dibattito pubblico avvenuto sulla stampa o da essa riportato (basato in particolare sul corpus degli articoli raccolti dal sito internet
dell’Ordine degli architetti di Roma). L’analisi, condotta con strumenti semiolinguistici, ha cercato di individuare le principali strategie narrative ed enunciative adottate nelle ricostruzioni e nelle argomentazio9
Queste “narrazioni” forniscono del resto la scansione interna del libro di Orietta Rossini
(2006 e 2007), di fatto catalogo del Museo.
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
ni a favore o contrarie al progetto: le rappresentazioni degli attori in
gioco, le loro competenze, i valori convocati e discussi; i temi principali del dibattito, il livello retorico–figurativo dei discorsi. Si prevede
di dare un complemento a questa parte della ricerca con una ricognizione, basata su un corpus testuale ma anche tramite interviste ad abitanti, cittadini e visitatori, sul cambiamento di percezione e di abitudini cui ha dato luogo la presenza nel tempo del nuovo monumento.
Un secondo passo della ricerca, sempre per quanto riguarda in particolare l’Ara Pacis, è consistito nella visita al museo e nella sua descrizione secondo un approccio di semiotica sincretica, dove l’analisi
dello spazio architettonico si stratifica con quella dell’allestimento
museale, degli oggetti esposti e della comunicazione nei confronti del
visitatore: espressioni eterogenee (architettura, reperti, oggetti, linguaggio verbale e non verbale) concorrono a formulare un messaggio
comune, la cui unità si percepisce in termini di effetti di senso complessivi (Hammad, 2004, 2006).
A partire da una descrizione di questo tipo diventa possibile osservare il gioco, e l’eventuale conflitto, fra i punti di vista del “fruitore
modello”, iscritto nel progetto, e il “fruitore reale”. Questo passo
dell’analisi ha comportato in particolare una riflessione sui tipi diversi
di funzioni e di conseguenza di fruizioni che tipicamente questo museo contemporaneo fa proprie, ed inoltre, collegato e per estensione rispetto al tema precedente, sul rapporto fra questo particolare tipo di
spazio, lo spazio urbano circostante e lo spazio urbano in generale.
Il terzo elemento su cui si è focalizzata la ricerca è stato infatti il
rapporto del museo con l’area urbana immediatamente circostante, caratterizzata da una forte destinazione e vocazione al consumo, data la
massiccia presenza di negozi, di concept store, di locali, da indagare
con l’osservazione diretta e la raccolta di informazioni, anche tramite
lo strumento dell’intervista a operatori, abitanti e passanti (Pezzini,
Cervelli, 2006).
2.2. L’Auditorium
Se lo sfondo metodologico della ricerca è ovviamente lo stesso per
quanto riguarda l’Auditorium, in questo caso particolare attenzione è
stata posta al carattere del progetto in quanto creazione di uno spazio
Nuovi spazi semiotici nella città (Isabella Pezzini)
57
di consumo materiale e immateriale. La ricerca focalizza quattro aspetti in particolare: la presenza nel cuore di Roma di uno spazio
“vuoto” e periferico, tra il quartiere Parioli e il Villaggio Olimpico; la
progettazione di Renzo Piano di un grande struttura e l’incontro/
scontro tra il progetto e la memoria remota del luogo (la villa romana); l’effettiva realizzazione del progetto e le sue proposte culturali;
l’uso e le pratiche che si sono successivamente attestate in questo luogo, in particolare negli spazi esterni. Tutti elementi che dovrebbero
contribuire ad una valutazione dell’efficacia di questo intervento rispetto alle diverse funzioni cui era chiamato, in particolare nel doppio
rapporto con i quartieri immediatamente prossimi e la loro quotidianità da un lato e con la dimensione metropolitana e dell’intrattenimento
globale dall’altro. Quest’ultimo aspetto è indubbiamente il più importante, si può dire anzi che i primi tre aspetti costituiscono la premessa
al cuore conoscitivo della ricerca rappresentato dal quarto punto. In
particolare, è sembrato necessario concentrare l’attenzione sulle diverse istanze che a vari livelli interagiscono dentro e con l’Auditorium:
quelle dei differenti tipi di visitatori; dei cittadini che vivono nei pressi
dell’Auditorium; dell’architettura, e dunque dell’efficacia spaziale su
visitatori e cittadini; della Fondazione che gestisce l’Auditorium.
In sintesi, obiettivo di questa parte della ricerca è studiare la riscrittura della città proprio attraverso le forme che prende il consumo
dell’Auditorium nell’incontro tra queste diverse istanze.
3. Gli snodi emergenti
Da questa prima fase di lavoro sono quattro gli assi o snodi di senso intorno ai quali ci sembra di poter organizzare i risultati finora raggiunti, e di cui qui tratteremo in breve alcuni aspetti:
― l’area dei conflitti semantici tra vecchio/nuovo; antico/ipermoderno; passato/presente; memoria/progetto; conservazione/innovazione;
― il rapporto tra la riscrittura della città, gli attori e le competenze
— in termini di doveri, voleri, saperi, poteri — implicati da
questa azione complessa;
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
― il tema dell’autorappresentazione della città e delle zone di autoriflessività, in cui esplicitamente essa si mette in scena, si
propone come soggetto o come marca, tema che si connette al
ruolo specifico assunto dai nuovi spazi semiotici nella riformulazione dello spazio pubblico.
3.1. Il conflitto tra il passato e il presente
Nell’articolazione dell’analogia fra la “città” e il “testo” si incontra
subito la sua particolare qualità di palinsesto, di città diverse — sia in
termini di spazi costruiti che di modi dell’abitare o anche solo di “immaginare” — che si sovrappongono ed interpenetrano fra di loro, dando luogo a manifestazioni di superficie, a spazi reali, in cui nel migliore dei casi i conflitti sembrano neutralizzati o ricomposti vuoi per interventi specifici di armonizzazione, vuoi per la semplice autorità che
assume l’abitudine.
È noto il confronto che Freud conduce, all’inizio di Il disagio della
civiltà, fra l’archeologia dell’“anima” e viceversa della Città — e
Freud nel suo esempio si riferisce proprio a Roma (Freud, 1929). Nel
primo caso l’inconscio, pur negando la storia, conserva traccia di tutti
gli stadi attraverso i quali è passata la vita psichica e risponde a una
temporalità paradossale, che continuamente può ripresentare, nello
“spazio” del vissuto del soggetto, formazioni o eventi antichissimi accanto — o insieme — a quelli attuali. La storia della città sembrerebbe
invece funzionare in modo opposto, perché lo spazio reale confligge
con il tempo, e un edificio nuovo non potrà che sostituirne uno precedente e demolito per fargli posto. Dunque il medesimo spazio — almeno in superficie — non può essere riempito in due modi diversi allo
stesso tempo, il succedersi storico è rappresentabile solo tramite una
giustapposizione nello spazio.
Questo, a ben vedere, è proprio ciò che accade normalmente nelle
città e rende del tutto specifico il rapporto che in esse si istituisce fra
spazio e tempo, dove elementi eterogenei, prodotti in tempi diversi,
sono riuniti insieme nel collage di una patina paradossale, che è quella
del presente della loro simultanea percezione, più o meno sottolineata
e agevolata da interventi architettonico–urbanistici specifici. Come
scrive Hubert Damisch, tali eterogeneità adempiono ad una «una fun-
Nuovi spazi semiotici nella città (Isabella Pezzini)
59
zione analoga a quella attribuita nel sogno allo spostamento e alla
condensazione, nel momento in cui passato e presente si scontrano.
Tanto che a livello della forma è la stessa identica cosa dire che la città non ha altre realtà che storica e affermare che essa esiste solo nel
presente» (Damischm, 1996, pp. 34–35). La città non è mai un semplice teatro della memoria.
Riportando queste riflessioni verso i nostri casi di studio, fra “vuoto
urbano” e viceversa “troppo pieno”, il caso dell’Auditorium, sorto in
uno spazio relativamente poco denso della città, sembrerebbe contrapporsi — almeno superficialmente — a quello del nuovo museo
dell’Ara Pacis, posto invece in un luogo ipersensibile ed estremamente
rappresentativo per l’identità cittadina, e cioè il pieno centro storico.
In realtà, sia pure con toni diversi, in entrambi i casi è emerso il conflitto sempre incombente e più evidente, a Roma “città eterna”, tra
l’antico e il moderno, il passato glorioso e il presente cialtrone, tra
l’affresco sepolto e la ruspa invadente immortalati da Federico Fellini
nel 1972. Un conflitto che in sostanza si potrebbe riassumere, grossolanamente, in una contrapposizione culturale di fondo, che nella pratica si modula poi in posizioni più articolate e sfumate. Da un lato fra
coloro che ritengono che il tempo dell’evoluzione “spontanea” della
città storica europea sia finito, e che alla luce di questa consapevolezza si tratti di assumere nei confronti di ciò che ne rimane un’attitudine
sostanzialmente di restauro e di conservazione, più o meno discreta10.
Si tratta del partito della cosiddetta “città museo”, che rischia di trasformare la legittima difesa del patrimonio storico in anti–modernismo
viscerale, e di assecondare pur senza volerlo le tendenze del consumo
alla trasformazione dei centri storici in “parchi a tema” (Castells,
2004).
D’altro lato, vi sono invece coloro che malgrado tutto credono ancora nell’idea di città come organismo simbolico e vivo e dunque che
10
Scrive Orietta Rossini, a proposito dell’eccezionalità del cantiere dell’Ara Pacis, “riaperto” dove si era interrotto cinquant’anni prima, alla caduta del regime: «Comprensibilmente, dopo
l’interventismo del regime, l’architettura italiana aveva sviluppato una cultura avanzatissima del
restauro e del recupero urbanistico, e alla fine degli anni novanta l’incarico a Meier, un’icona
dell’architettura internazionale, sembrava infrangere criteri di prudenza che si avvertivano acquisiti proprio in contesti complessi e storicamente densi come quello in causa». (Rossini, 2007, p.
119).
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
essa debba esprimere questa sua vitalità e il senso delle sue trasformazioni complessive anche — forse soprattutto — attraverso il linguaggio dell’architettura e delle arti contemporanee.
Si tratta di un conflitto che bene si presta a incarnarne altri meno
plateali, “quotidiani”, più diffusi e sfumati nel vissuto e nelle rappresentazioni dei suoi abitanti, fra i fantasmi e i simulacri di una città ideale perduta per sempre, sempre valorizzata positivamente e nostalgicamente, e la città attuale, reale, con i suoi problemi e le sue eventuali
nuove presenze, sempre avvertite come deludenti e da neutralizzare11.
Questo atteggiamento, che istintivamente sfocia nella difesa dello status quo, non è un dato ovvio, ma appare specifico di un diffuso sentire, tutto sommato di recente formazione. Per lunghissimo periodo infatti la città si è riformulata e rigenerata utilizzando i suoi stessi materiali, ben prima degli interventi violenti del fascismo — la stessa Ara
Pacis era divenuta, com’è noto, parte integrante delle fondamenta di
un edificio in costante trasformazione dal duecento, il palazzo Fiano–
Almagià.
Dai nostri due casi di studio emergono ad ogni modo diverse possibili strategie da parte dell’architettura contemporanea nei confronti del
“reperto” antico, al di là delle ovvie differenze di partenza, che ci
sembra utile sottolineare.
L’Ara Pacis nasce come museo contenitore per la conservazione e
la valorizzazione di un simbolo della Roma augustea (Moretti, 1975).
L’altare è un “oggetto” perduto e ritrovato che nasce come simbolo e
che nel corso del tempo conosce una serie di vicissitudini — interramento e perdita, recupero parziale, decostruzione ed estetizzazione dei
suoi componenti, recupero filologico, risimbolizzazione e pietra di
volta di una “invenzione della tradizione” ad opera del fascismo —
che ne fanno un caso non solo affascinante ma esemplare. Cambiando
i modi di attribuzione di valore il significato di uno stesso oggetto può
cambiare profondamente, per esempio in base alle diverse possibili at11
Scrive Piero Ostilio Rossi, al termine del saggio già citato: «Non possiamo far finta di ignorare infatti che l’architettura contemporanea è guardata con un pregiudiziale sospetto ed è istintivamente considerata nel sentire comune, soprattutto in una città così ricca di testimonianza
storiche come Roma, un’alterazione negativa e non un possibile arricchimento del tessuto urbano o del paesaggio naturale» (Ciucci, Ghio, Rossi, 2006, p. 46).
Nuovi spazi semiotici nella città (Isabella Pezzini)
61
titudini del presente nei confronti del passato e della sua memoria. Ma
questo stesso processo può finire per rendere l’oggetto una sorta di
“feticcio”, pretesto di esercizio del “modo simbolico”, di una deriva
ed un eccesso di attribuzione di significati (Eco, 1984).
Oggi la presentazione e la comunicazione del Museo–Teca mettono
al centro del loro discorso un presente investito di responsabilità nei
confronti del passato, ed anzi il suo impegno totale nella custodia e
della valorizzazione di questo importantissimo reperto, caduto
nell’ombra e nel degrado per l’inadeguatezza del vecchio contenitore.
Il tema delle tecnologie di conservazione ipermoderne messe in campo è addirittura preminente rispetto alla presentazione dell’opera di
Richard Meier in senso architettonico ed estetico — certamente più
immediatamente esposta al giudizio tanto critico che di gusto 12 . La
stessa concezione del museo, che pone l’Ara al centro del piano a livello suolo, in un grande volume vuoto, visibile dall’esterno, enfatizza
il carattere di culto dell’oggetto esposto — peraltro un altare — ed invita a una fruizione fortemente estesico–estetica, collocando tutto
l’apparato filologico e il percorso cognitivo sapienziale nel piano sottostante e negli annessi.
Dopo tutte le vicissitudini che ha subito, il monumento dell’Ara
Pacis si presenta oggi tipicamente come “un testo estrapolato dal contesto”, cioè tendenzialmente depositario di informazioni costanti. Ad
esso la teca di Meier si offre però nelle intenzioni come un nuovo contesto, capace da un lato di restituirgli l’aura perduta e dall’altro di
reinnestarlo, nel confronto dialogico con l’architettura contemporanea,
in quanto “meccanismo in funzione che ricrea continuamente se stesso
cambiando fisionomia e generando nuove informazioni”, cioè come
“un sistema semiotico generatore di significato” (Lotman, 1998, pp.
38–39).
La struttura del museo, così ampiamente vetrata, dovrebbe o potrebbe rendere possibile questo processo di riattivazione semiotica in
12
Nel sito www.arapacis.it sono presenti due “spot” di presentazione dell’opera, quello di
Richard Meier, incentrato sulla filosofia del suo progetto e sulla visione estetico–sociale della
città, e quello invece di Walter Veltroni, sindaco, che contestualizza l’opera rivelando e rivendicando l’intenzione politica promotrice dell’opera. In particolare questo secondo è interessante
come costruzione discorsiva della dimensione simbolica di un’opera di architettura rispetto a una
visione politica.
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
due diverse direzioni, dall’esterno verso l’interno e dall’interno verso
l’esterno. La teca nei confronti dell’Ara evidenzia infatti il contrasto,
«l’intensa conflittualità interna del nesso testo–contesto», nel dialogo
fra antichità e contemporaneità — e questa operazione di ri–sistemazione — paragonabile all’atto linguistico di una ri–enunciazione,
ha in una sorta di trascinamento semantico l’effetto di rendere contemporaneo l’antico.
Al tempo stesso, nel contesto della “vecchia” Piazza di Morpurgo,
l’opera contemporanea afferma con la sua apparente forte discontinuità il valore del nuovo (Gargano, 2007), quantomeno “deautomatizzando” la percezione complessiva del luogo e risvegliandone le memorie
dimenticate13. Il tema critico che meriterebbe a questo punto di essere
approfondito riguarda il corrispondente prezzo semantico, la perdita
della patina del “tempo intermedio” che ogni opera di restauro radicale comporta.
L’Auditorium, dal canto suo, incontra le fondamenta di una villa
romana la cui esistenza era caduta nell’oblio, se non sconosciuta agli
archeologi, nel corso degli scavi per la realizzazione del progetto di
Renzo Piano, che viene rimaneggiato profondamente in modo da ospitare al suo interno di spazio multifunzionale anche gli scavi e il relativo museo.
In questo caso il rapporto instaurato fra presente e passato non è
programmatico ma accidentale, il presente persegue i propri obiettivi
incorporando e inglobando come cammeo e elemento di pregio anche
le vestigia del passato. La strategia adottata dall’architettura contemporanea nei confronti dell’antico è qui quella del “dialogo interno”,
«che si realizza nell’ambito di uno steso testo attraverso lo scontro, il
conflitto, l’intersezione e lo scambio di informazioni tra tradizioni differenti — è sempre Lotman che parla — tra sottotesti diversi e fra le
“voci dell’Architettura”» (Lotman, cit., p. 40). Questa dialogicità, nel13
La discontinuità è in realtà soprattutto cromatica (il bianco di Meier), dato che in effetti si
moltiplicano i rimandi e le citazioni al resto della piazza ed anche al vecchio contenitore, di cui
viene ripresa l’intera parete in travertino con l’iscrizione in piombo delle Res gestae. Questa strategia, d’altra parte, non è del tutto nuova a Roma, come testimonia ad esempio il recente restauro
dei Mercati Traianei, o il Museo della Centrale Montemartini, una sistemazione provvisoria di
archeologia romana in un contesto di archeologia industriale, divenuta per il successo definitiva
(Hammad, 2006, Ciucci, Ghio, Rossi, 2006, pp. 50–79).
Nuovi spazi semiotici nella città (Isabella Pezzini)
63
le diverse possibili forme, ha un senso se riesce ad innestare o anche
solo a testimoniare non una semplice giustapposizione di oggetti o di
monumenti ma lo stratificarsi di idee diverse e successive della città
come sistema complesso, che, in uno stesso paesaggio, attiva relazioni
e connessioni differenti fra i suoi elementi.
3.2. Ma di chi è la città? Riscrittura, autorialità e potere
E d’altra parte l’architettura non è fatta di sola architettura. La città
è uno spazio in cui si struttura a vari livelli ― da quello fisico a quello
immaginario — il vivere quotidiano, secondo memoria, abitudine,
straniamento. Uno spazio quindi che viene sentito come “proprio” dai
suoi cittadini, e al quale, benché sia un luogo di consumo e che si consuma, è istintivamente affidato il senso di permanenza delle cose. Ogni suo cambiamento, tanto più se esplicito e dichiarato, pubblico, è
destinato ad essere percepito e vissuto in termini conflittuali.
Il conflitto è già insito nel sentire “propria” la città. La città è propria ma al tempo stesso è sempre anche altrui: il sentirla propria si accompagna costantemente al senso di una condivisione forzata (orizzontale) e a una latente espropriazione (verticale) da parte dei Poteri
che ne fanno il terreno della propria affermazione e autorappresentazione. Ogni città è un ambiente semiotico globale, una “semiosfera”
dotata di una propria identità, espressa ad esempio dallo spessore semantico del suo nome — Roma — ma è al tempo stesso la somma di
molte semiosfere differenti, che per la maggior parte del tempo convivono, spesso ignorandosi reciprocamente, ma potenzialmente sono fra
loro in conflitto.
Del resto, nella teoria della modernità, la città è esattamente quel
luogo che rende possibile la coesistenza della diversità, concetto espresso dalla stessa semantica dell’“urbanità”. Come sintetizza di recente Daniel Innerarity, «in ogni città, tutti gli elementi — abitanti, edifici e funzioni — convivono in stretta vicinanza, sono condannati,
per così dire, a una tolleranza reciproca. Tale obbligo, nel corso dei
secoli, ha potuto configurare l’insieme di regole che oggi ammiriamo
come cultura storica della città […] sono fattori che fanno della città
un luogo di comunicazione, di divisione del lavoro, di esperienza della
differenza, di conflitto e di innovazione» (Innerarity, 2008, p. 105).
«Lexia», 1–2/2008
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
Paul Zanker, studioso dell’arte di Roma antica, dedica un libro ad
Augusto e il potere delle immagini che ovviamente dà largo spazio
proprio all’Ara Pacis, e al suo ruolo nella costituzione di uno scenario
mitico intorno alla figura di Augusto e alla sua concezione dello Stato.
Per Zanker è chiarissimo il ruolo minuzioso svolto dall’architettura e
dalle arti nell’affermazione di nuovi valori legati alla monarchia, a suo
avviso secondo «un processo in larga misura spontaneo, senza esplicite direttive dall’alto». Nel capitolo “Marmo e autocoscienza” leggiamo:
Il culto imperiale e la trasmissione di nuovi valori, soprattutto per quanto riguarda le ristrutturazione urbanistica della città, vanno qui dunque di pari
passo, in un clima di pieno consenso ideologico (Zanker, 2003, p. 352).
Se il fascismo ha immaginato di poter riattualizzare una simile concezione della città e della sua architettura come espressione ed immagine coordinata di un Potere unico, è evidente che un approccio di
questo tipo oggi non è più possibile. Nella democrazia, sono i meccanismi complessi della rappresentanza e della delega, integrati e corretti
dalle forme della partecipazione e del dibattito pubblico a “rappresentare” la città. La città oggi non è più un solo “corpo”, lo spazio ideale
di una civitas concorde, è terreno di conflitti e di conquista. Utilizzando la metafora del testo e dell’interpretazione, se la città è un testo esso è attraversato dal conflitto delle interpretazioni (Volli, 2006). Per
fare un esempio molto concreto, all’interno del sito web del nuovo
museo dell’Ara Pacis, sono ancora conservati due video di presentazione, risalenti alla sua inaugurazione. Sono due video–interviste, una
a Richard Meier, l’architetto, e una a Walter Veltroni, primo cittadino,
rappresentante della committenza. Entrambi, ciascuno dalla propria
prospettiva, estetico–architettonica il primo, politica il secondo, fanno
del nuovo Museo il simbolo di una visione assiologica legata a
un’idea di sviluppo della città in cui passato e presente dialoghino insieme e soprattutto dove il presente abbia un rilevante ruolo di formatività, e si proietti verso il futuro. Ma ecco che la prima dichiarazione
fatta dal nuovo sindaco, Gianni Alemanno, di opposto schieramento
politico rispetto al predecessore, è di voler “rimuovere” la nuova teca
dell’Ara Pacis, letta banalmente come simbolo della precedente amministrazione, colpevole di aver decostruito e rielaborato i simboli
Nuovi spazi semiotici nella città (Isabella Pezzini)
65
della cultura della città: «La teca dell’Ara Pacis è un intervento invasivo. Va rimossa […] è uno sfregio nel cuore della città», un «atto di
arroganza intellettuale contro i cittadini romani» (“Repubblica”, primo
maggio 2008, p. 12). È interessante notare gli stereotipi linguistici adottati, che Alemanno importa direttamente dai toni accesi del dibattito precedente l’inaugurazione, efficaci nel solleticare un sentimento di
espropriazione/riappropriazione della città da parte delle diverse parti
politiche. Essi sono al tempo stesso rivelatori di una concezione “padronale” della città, vista più come oggetto e che in quanto soggetto di
investimenti ed interventi politici.
3.3. La città si autorappresenta
Scrive Alan Bennet, nel suo spiritoso quanto acuto Una visita guidata, a proposito dei motivi per cui le persone affollano la National
Gallery di Londra:
In realtà […] non lo sanno. […] La verità è che la gente viene qui per le ragioni più varie: per rilassarsi un po’, o per ripararsi dalla pioggia, o per guardare i quadri, o magari per guardare le persone che guardano i quadri. C’è da
sperare, anzi da contarci, che queste opere riescano in qualche modo a emozionarli e che, uscendo, portino con sé qualcosa di inaspettato e imprevedibile (Bennet, 2005, pp. 42–43).
Spazi come l’Ara Pacis o l’Auditorium potrebbero essere dunque
considerati, al di là ed in forza della loro funzione specifica di musei o
di spazi culturali, come locali eterotopie, luoghi di commutazione della percezione ordinaria della città, punti di discontinuità nel suo tessuto, che ci obbligano a pensare ai “paesaggi percettivi” che vi si alternano.
Questi spazi nascono, infatti, per enfatizzare la percezione sensoriale nell’esperienza estetica e nella fruizione culturale (la visione,
l’ascolto…). In modi diversi, le architetture contemporanee sembrano
rendere possibile anche un ribaltamento di queste esperienze metropolitane dall’interno dei luoghi deputati verso l’esterno che le contiene:
così come dall’interno insonorizzato e trasparente dell’Ara Pacis è la
città che si rappresenta e diventa uno spettacolo, muto e in movimento.
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
Il paesaggio contemporaneo della città non deve essere per forza di
cose ottenuto da radicali modificazioni, ma da modi diversi, per
l’appunto “contemporanei”, di riconoscere e “mettere in rete” i suoi
elementi. Chiede non solo luoghi di memoria e di celebrazione del
passato e dei suoi monumenti, ma soprattutto proposte e dispositivi
che ne favoriscano dinamiche interpretative, sperimentazioni, accostamenti imprevisti, nuove occasioni di produzione di senso.
Teorici della metropoli contemporanea come Saskia Sassen o Manuel Castells osservano che all’architettura dev’essere affidato il compito di riportare in primo piano l’accezione culturale dello spazio come forma di vita, e concentrare l’attenzione dagli interventi sullo spazio fisico a quelli sul cosiddetto “spazio dei flussi”. In questo senso, il
«modello spaziale dominante nell’età dell’informazione» dovrebbe
esprimersi proprio nei musei, nei centri per congressi, così come nei
nodi di trasporto, «luoghi dell’immaginario culturale e di comunicazione funzionale, trasformati dall’architettura in forme di espressione
culturale e di condivisione dei significati» (Castells, 2004, p. 74), negli esempi migliori, cattedrali dell’età dell’informazione, mete di pellegrinaggio in cui cercare il senso del proprio vagare:
Luoghi di riflessione, in cui si esprime la frattura fra gli edifici e la città nel
suo complesso. La mancata integrazione tra questa architettura dei flussi e lo
spazio pubblico è una giustapposizione tra marcatura simbolica e anonimato
metropolitano. […] ogni opera ha il suo linguaggio e il suo progetto che non
si può ridurre a una funzione o a una forma, ma il suo significato finale dipenderà dalla messa in relazione dell’opera con l’esistenza quotidiana dello
spazio pubblico urbano (Castells, 2004, p. 75).
A partire da queste considerazioni, si tratterà ora di verificare se i
nuovi spazi romani, con le manifestazioni che ospitano e la politica
culturale che realizzano, si dimostrano all’altezza dei compiti che attendiamo da loro.
Nuovi spazi semiotici nella città (Isabella Pezzini)
67
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«Lexia», 1–2/2008
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
Formazioni e trasformazioni di spazi linguistici e sociali
Appunti sull’Esquilino
ILARIA TANI*
Transformations of linguistic and social spaces – Some remarks on the Esquilino area
of Rome.
English abstract: The Esquilino area of Rome is an interesting example of the loss of
linguistic and social cohesion related to the recent trends of immigration and nomadism. Starting from recent sociolinguistic studies on the area, the paper mainly
deals with Linguistic Landscape methodology, an important approach to multilingualism through written signs in public spaces. The different perceptions and evaluation of
linguistic varieties by inhabitants and by experts, and the role of quantitative and
qualitative methods in sociolinguistic research on multilingualism are some of the
points in discussion.
Key–words: linguistic community, linguistic conflicts, multilingualism, linguistic
landscape, qualitative and quantitative methods.
1. Premessa
In un articolo pubblicato il 30 aprile 2008 su “La Repubblica”,
Giuseppe D’Avanzo, riflettendo sui risultati elettorali delle ultime
amministrative a Roma, metteva in luce le particolari forme di cambiamento che hanno reso la città irriconoscibile in certe aree, soprattutto nelle periferie storiche, come Cinecittà, il Quadraro, il Tuscolano, trasformandola in «un vuoto che non ospita, che non si può abitare, un brulicante vuoto minaccioso che ha cancellato ogni significato
accettato e comune». Ciò che è in gioco «non è l’incolumità delle persone, ma la familiarità con il luogo che abitano», il riconoscimento
delle forme e perciò il senso connesso alle pratiche del quotidiano. Il
*
Università “La Sapienza” di Roma.
69
70
PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
centro della periferia urbana è divenuto irriconoscibile per l’irruzione
di modi dell’abitare e dello stare diversi e per una trasformazione dei
vettori di orientamento1 che hanno prodotto una desemantizzazione di
quello spazio, svuotandolo del suo fuoco semiotico e disorientando gli
abitanti storici2.
Fattori importanti per la percezione dello spazio urbano come familiare o estraneo sono anche le lingue e le pratiche discorsive, dal momento che il linguaggio verbale è uno dei modi con cui organizziamo
e diamo forma all’esperienza della realtà e alle relazioni intersoggettive. L’idea che la lingua sia una componente fondativa della città è una
costante della riflessione occidentale a partire almeno dal modello aristotelico, in cui città e linguaggio sono assunti come termini complementari e costitutivi della naturale politicità dell’essere umano (Arist.,
Pol. 1253a), che proprio in quanto animale parlante è “urbano” e “sociale” (Volli, 2008, p. 4). Nel Novecento, accanto ai fondamentali studi di Labov sulla stratificazione sociale della lingua inglese nella città
di New York (1966), un deciso richiamo ad ampliare gli studi linguistici in questa direzione è venuto da Halliday per il quale «la città è un
luogo di discorsi: è costruita con la lingua, e da questa tenuta insieme.
Non solo i suoi abitanti spendono parecchie delle loro energie comunicando l’un l’altro, ma nelle loro conversazioni essi riaffermano e
rimodellano continuamente i concetti di base attraverso cui viene definita la società urbana» (Halliday, 1983, p. 175). Un insieme di edifici non è dunque sufficiente a costituire una città, se non intervengono
strette interazioni tra i parlanti, che assumono la città non solo come
sfondo ma anche come oggetto dei loro discorsi (Franceschini, 2001,
p. 21). Ciò non significa però che la città sia una “comunità parlante”,
nell’accezione idealizzata di questa espressione, risultante dalla combinazione di tre concetti distinti: gruppo sociale, rete di comunicazione, popolazione linguisticamente omogenea. È evidente l’inadeguatezza di questa definizione rispetto al contesto urbano contemporaneo:
uno spazio linguisticamente eterogeneo, polifonico e potenzialmente
1
Il piazzale dell’Anagnina è diventato un terminal di bus non solo cittadini (collegamento
con il centro) ma anche interprovinciali (Castelli), interregionali (Calabria) e internazionali
(Romania).
2
Sulle diverse forme di vuoto urbano e sulla conseguente ridefinizione dei rapporti tra centro e periferia rinvio a Cervelli in questo volume.
Formazioni e trasformazioni di spazi linguistici e sociali (Ilaria Tani)
71
conflittuale, non solo dal punto di vista endolinguistico (relativo cioè
alle variazioni della lingua nei diversi quartieri e nei diversi strati sociali), ma anche, e oggi anzi soprattutto, dal punto di vista esolinguistico (per la presenza di una pluralità di lingue, molte delle quali non
europee). La città si presenta oggi come una realtà plurilingue, al tempo stesso motore di unificazione e standardizzazione linguistica, luogo
di contatto e conflitto di lingue, di meticciaggio e creolizzazione linguistica (Calvet, 1994).
Uno dei grandi temi del dibattito contemporaneo sulla città è appunto costituito dalla frammentazione e dalla perdita di coesione dello
spazio sociale e linguistico innestata dai processi di immigrazione e
nomadismo, che hanno coinvolto l’Italia in generale e Roma nello
specifico in tempi relativamente recenti, comunque in ritardo rispetto
ad altri contesti europei. Le migrazioni mettono in questione l’idea
della città come un insieme organico nonché la serie di mitologie legate allo sviluppo dei nazionalismi europei degli ultimi due secoli: la
stanzialità e la sedentarietà, il mito delle origini (cfr. Attili, 2007, p.
19), l’omogeneità linguistica come strumento ed espressione della
comunità sociale. La civitas è oggi piuttosto uno spazio frazionato e
composito al suo interno, attraversato da frontiere e confini sociali e
linguistici. E la crescente presenza di varietà linguistiche esogene nello spazio urbano viene percepita da una mentalità monolingue ancora
molto diffusa come un riaffiorare della minaccia di Babele, rappresentazione estrema della diversità come incomunicabilità, funzionale alla
delimitazione dell’urbs–civitas come forma organica.
La zona di piazza Vittorio Emanuele II, nel quartiere romano dell’Esquilino, rappresenta un’area esemplare per riflettere sull’idea di
confine sociale e linguistico–culturale, nelle sue trasformazioni e relazioni con la città. Si tratta infatti di un’area centrale (è parte del I Municipio, che comprende tutto il centro di Roma), in cui però l’organizzazione sociale dello spazio e soprattutto i modi di viverlo appaiono
per molti versi tipicamente periferici. Con un bel chiasmo, piazza Vittorio è stata definita “centro delle periferie” per gli immigrati e “periferia del centro” per i romani (Vando, 2007), l’unico “quartiere globale” della città, che mette alla prova la nostra capacità di cittadini di
confrontarci con l’alterità ma anche la tenuta e i limiti degli strumenti
concettuali delle nostre discipline e dei loro reciproci steccati.
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
Nell’impostare la ricerca sull’Esquilino, condotta nell’ambito dell’unità di Roma–Sapienza, intitolata «Luoghi del consumo, consumo dei
luoghi: Roma come caso di studio» (coordinata da Isabella Pezzini)3, è
parso innanzitutto necessario interrogarsi sugli strumenti metodologici
più adeguati all’analisi e all’interpretazione di un contesto sociale e
linguistico particolarmente complesso. A tal fine si è ritenuto perciò
opportuno dedicare una prima fase alla ricognizione dei principali studi sociolinguistici sullo spazio urbano, e in particolare al modello del
Linguistic Landscape che nel corso degli ultimi anni ha assunto una
crescente rilevanza nelle ricerche sul plurilinguismo. In questa sede
tenterò di dar conto sinteticamente dei principali spunti metodologici
che emergono da queste direttrici di indagine, per poi illustrarne le
possibili linee di applicazione al contesto indagato.
2. Fisionomia e immagine del paesaggio linguistico
Nell’ambito della sociolinguistica gli studi sulla città si sono sviluppati lungo due fondamentali linee di ricerca. La prima, legata al
nome di Labov, assume la città come uno spazio di variazione sociale
e linguistica e al tempo stesso come un fattore di unificazione e standardizzazione degli atteggiamenti e delle valutazioni sociali nei confronti degli usi linguistici propri e altrui. Qui la città è assunta come
luogo di osservazione privilegiata delle dinamiche del mutamento linguistico che, per l’addensarsi di una molteplicità eterogenea di parlanti, hanno maggiore possibilità di dispiegarsi e di rendersi visibili.
Manca però una specifica riflessione sullo spazio urbano e sulla sua
strutturazione linguistica e comunicativa. Una seconda linea di studio,
più recente e legata alla lezione di Halliday, privilegia invece lo studio
dei “discorsi sulla città”, considerati come azioni con cui i cittadini
costruiscono e danno forma verbale alle diverse rappresentazioni dello
spazio cittadino (Mondada, 2000, p. 72; D’Agostino, 2007, p. 159)4.
3
Sul caso specifico dell’Esquilino, oltre a chi scrive, stanno lavorando in particolare Vincenza Del Marco e Paolo Demuru.
4
Esempi di sociolinguistica della città in Italia sono le ricerche di Klein a Napoli (1995), di
D’Agostino a Palermo (2006), ma anche, sebbene in una diversa prospettiva disciplinare, le indagini di Portelli su Roma (2007).
Formazioni e trasformazioni di spazi linguistici e sociali (Ilaria Tani)
73
Pur mostrando una decisa consapevolezza della specificità della dimensione urbana, quale fattore esplicativo e interpretativo dei processi
comunicativi e linguistici, nonché della rilevanza dei fenomeni di coesistenza, contatto e conflitto tra lingue negli attuali contesti urbani, gli
studi dedicati al “parlare della città” condividono con quelli relativi al
“parlare in città” un’attenzione pressoché esclusiva al linguaggio parlato.
Gli usi scritti delle lingue nello spazio cittadino sono invece oggetto di un ulteriore indirizzo della sociolinguistica urbana, relativamente
recente, incentrato sull’analisi di una varietà di testi verbali — privati
e pubblici, spontanei e pianificati — visibili su muri, insegne e cartelli. Questo insieme di messaggi viene oggi definito “paesaggio linguistico”, con un’espressione che serve a sottolineare in particolare la visibilità delle lingue e la loro salienza nella costruzione simbolica dello
spazio pubblico (Backhaus, 2007, p. 4). Il riferimento allo spazio
dell’esperienza visiva come ambito di raccolta dei dati e l’adozione di
strumenti e metodi di tipo rappresentazionale e cartografico per l’elaborazione delle informazioni colloca questo indirizzo della sociolinguistica all’interno di un variegato insieme di scienze sociali accomunate dal ricorso privilegiato al piano visuale dell’esperienza sia come
oggetto che come metodo di ricerca (Pezzini, 2008, p. 6).
Il concetto di linguistic landscape emerge alla fine degli anni settanta nell’ambito della pianificazione e della politica linguistica in
contesti bilingui e plurilingui, ma è con un saggio di Landry e Bourhis
del 1997 che tale espressione viene introdotta ufficialmente negli studi
sociolinguistici, per individuare un fattore specifico nell’ambito del
contatto e della vitalità delle lingue, distinto da altri criteri di analisi
(come scuola, media, reti sociali). Il paesaggio linguistico è costituito
dal «linguaggio dei segnali stradali, dei cartelloni pubblicitari, delle
targhe di strade e di piazze, delle insegne di esercizi commerciali ed
edifici pubblici» (1997, p. 24), cioè dagli usi linguistici percepibili visivamente nello spazio pubblico. E dal momento che questi usi della
scrittura appaiono con una particolare densità negli agglomerati urbani, il linguistic landscape tende a risolversi nel cityscape (Gorter,
2006a).
Come spesso accade, anche in questo caso la novità importata dalla
cultura anglosassone potrebbe dirsi più apparente che reale: l’oggetto
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
di studio delimitato dalla nuova etichetta sembra infatti per certi versi
coincidere con quanto siamo stati abituati a definire “scritture esposte”, cioè con le realizzazioni della scrittura in luoghi pubblici (muri,
monumenti, pareti), dotate di funzioni comunicative e informative
(Petrucci, 1986)5, oppure con i cosiddetti “sistemi semiologici di supplemento” (Choay, 1969), espressione che accorpa in un’unica categoria elementi verbali — nomi di strade, cartelli e insegne commerciali
— e non verbali — sistemi di illuminazione e arredi urbani6. Diversamente da questi ultimi, tuttavia, gli studi sul paesaggio linguistico non
si occupano dei segni linguistici dal punto di vista della loro efficacia
e funzionalità comunicativa nello spazio urbano, ma li analizzano come testimonianza delle lingue presenti in un dato territorio, cioè come
indicatori del repertorio linguistico cittadino: l’insieme delle scritture
nello spazio pubblico costituisce una traccia della presenza, della vitalità e del grado di apertura di lingue e culture diverse. Rispetto alle ricerche sulle scritture esposte, decisivo per la delimitazione dell’oggetto di indagine e dunque per la specificità di questo campo di ricerca è
il riferimento alla veduta d’insieme dei segni verbali disseminati su
una determinata area abitata, intesa come uno scenario linguistico
5
Come ricorda Maturi (2006, p. 244), le scritture esposte possono essere analizzate non solo
dal punto di vista comunicativo (modalità della relazione tra emittente e ricevente) e informativo
(rapporto dato/nuovo realizzato linguisticamente attraverso dimensioni quali ordine delle parole,
focalizzazioni, struttura tema/rema), ma anche sul piano propriamente linguistico come rappresentazioni delle forme fonetiche sottostanti e delle lingue o varietà di lingua utilizzate; e inoltre
dal punto di vista del contenuto (ambiti tematici attestati dalle scelte lessicali) e della forma (colore, forma e dimensioni dei caratteri), di cui si occupa propriamente la grafica. Uno studio esemplare delle scritture esposte in una prospettiva socio–semio–linguistica è quello diretto da
Lucci (1998) sulla città di Grenoble.
6
Per Choay i sistemi semiologici di supplemento rivestirebbero per “la leggibilità della scena urbana” una importanza inversamente proporzionale alla capacità semantica dei sistemi semiologici di costruzione (edifici, strade, piazze, giardini, ecc.), cui spetterebbe dunque una funzione primaria nella costruzione del senso urbano. Per una critica diretta a quest’ultima posizione si veda Mangano (2008, p. 157). Diametralmente opposta alle considerazioni di Choay sui
rapporti tra architettura e scrittura è anche la posizione di Zennaro (2004), la cui analisi grafica,
relativa alla dimensione formale delle iscrizioni nella Roma classica e umbertina, evidenzia come le scritte (ufficiali) su muri ed edifici ricorrano con più frequenza nei casi in cui la forma architettonica è già di per sé eloquente, contribuendo così alla costruzione di “un artefatto comunicativo completo ed esauriente”.
Formazioni e trasformazioni di spazi linguistici e sociali (Ilaria Tani)
75
complesso. È tale riferimento che giustifica, in particolare, il ricorso al
termine “paesaggio”7.
Come ricorda infatti Besse (2008), «il paesaggio appartiene
all’ordine del visibile», implica cioè un rapporto di tipo visivo ed estetico con il mondo. Dal punto di vista antropologico–genetico questo
modo di riferirsi al mondo appare «legato alla dimensione stanziale
dell’essere umano», che «per prima crea un dentro e un fuori e conseguentemente la distinzione tra vivere e vedere, tra vicino e lontano, tra
visioni conosciute e sconosciute […]. Il nomade e il raccoglitore non
hanno di fronte paesaggi, si orientano dentro reti del sentire e non del
vedere» (Abruzzese, in Zagari, 2006).
E tuttavia, come in altri casi si cerca di ampliare l’idea di paesaggio
al di là dell’esperienza visiva, estendendola a suoni, rumori, odori, esperienze di tipo tattile, cioè all’intera gamma delle relazioni percettive con il mondo, con il suo conseguente dissolvimento nell’idea di
ambiente, così in sociolinguistica tale termine viene spesso utilizzato
in modo generico per riferirsi alla situazione linguistica in un dato paese o alla presenza e all’uso di più lingue in una determinata area geografica. Il paesaggio linguistico diviene allora sinonimo di espressioni
quali “mercato linguistico”, “spazio” e soprattutto “ambiente linguistico” e il relativo studio finisce per identificarsi tout court con la cosiddetta ecologia linguistica (di cui costituisce invece una sottodisciplina), perdendo così la sua specificità e alimentando l’impressione di
una estensione approssimativa al campo della ricerca linguistica di
termini ambientalistici alla moda, non supportati da un’adeguata elaborazione metodologica e teorica8.
7
L’espressione inglese linguistic landscape viene variamente resa in italiano ora con “panorama” ora con “paesaggio” linguistico. Entrambi i termini rinviano alla capacità di abbracciare
con lo sguardo una porzione complessa della realtà e al tempo stesso alla rappresentazione pittorica, fotografica, ecc. della stessa realtà. Ma mentre il primo porta con sé una connotazione estetico–naturalistica e scenografica, privilegiata nella tradizione anglosassone (landscape), il secondo rinvia anche ad elementi di carattere storico–culturale, tradizionalmente valorizzati nella
corrispondente espressione francese (paysage) (cfr. Mela, Belloni, Davico, 1998, p. 131). Trattandosi della visibilità delle lingue storico–naturali si è preferito perciò rendere sempre il termine
inglese con l’italiano “paesaggio”.
8
Anche quella di ecologia linguistica è una nozione estremamente controversa all’interno
degli studi linguistici. Il suo ambito di riferimento è lo studio e la difesa della diversità linguistica, sollecitato dalla crescente minaccia di estinzione che incombe su tante lingue del mondo. Per
«Lexia», 1–2/2008
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
Al contrario, secondo Gorter (2006a) e Backhaus (2007), per la delimitazione del paesaggio linguistico è importante conservare il riferimento, proposto da Landry e Bourhis (1997), alla visibilità delle lingue nello spazio pubblico, escludendo altri usi linguistici non scritti e
non esposti. La dimensione visiva è infatti un fattore decisivo del legame privilegiato che i segni verbali esposti intrattengono con lo spazio, al quale attribuiscono significato, ricavandone al tempo stesso la
propria semanticità (indessicalità); inoltre è nello spazio visivo che il
segno linguistico esercita la sua forza: per mezzo della lingua in un
certo senso il gruppo marca il territorio, affermando così il suo potere
all’interno di un determinato spazio urbano (simbolicità) (cfr. Millet,
1998, p. 39).
Quest’ultimo punto appare particolarmente rilevante nella prospettiva sociolinguistica. È evidente infatti che la componente linguistica
dei messaggi scritti nello spazio pubblico fornisce innanzitutto indicazioni sulla composizione sociolinguistica di una determinata area abitata. Ma accanto a questa funzione propriamente informativa il paesaggio linguistico svolge anche una funzione simbolica, giacché la
competizione per la visibilità delle lingue fa parte della rappresentazione del potere, del conflitto e della solidarietà tra gruppi diversi (cfr.
Volli, 2005, p. 8). Mentre dunque agisce come l’indicatore più evidente e immediato dello status delle comunità linguistiche insediate in un
certo territorio, e dunque della vitalità etnolinguistica oggettiva (valutabile in modo quantitativo), il paesaggio linguistico influenza la percezione soggettiva della propria e dell’altrui vitalità etnolinguistica,
contribuendo così ad orientare la quantità e la qualità dei possibili
contatti tra i diversi gruppi e la formazione delle rappresentazioni sociali esocentriche ed egocentriche (Landry, Bourhis, 1997).
Se dunque la percezione, intesa come strumento di lettura dello
spazio urbano, è al centro degli studi sul paesaggio linguistico, in gioco non può essere soltanto l’occhio e l’osservazione del ricercatore
esperto, ma anche l’esperienza che dello spazio linguistico urbano
fanno i diversi abitanti e le diverse immagini della città che ne risultano. Il problema delle differenze percettive e quello del rapporto tra saun quadro recente delle questioni in gioco si rinvia in particolare a Cuzzolin (2003) e Dressler
(2003) e più in generale ai vari saggi contenuti nel medesimo volume dedicato a questo tema.
Formazioni e trasformazioni di spazi linguistici e sociali (Ilaria Tani)
77
pere esperto e sapere diffuso sono alcune delle questioni che emergono nella città contemporanea e che lo studio del paesaggio linguistico
dovrebbe consentire di tematizzare.
Con la distinzione tra dimensione informativa e dimensione simbolica dei segni verbali nello spazio pubblico si ripropone infatti
nell’ambito degli studi linguistici una polarizzazione analoga a quella
che attraversa in generale gli studi sul paesaggio, presi in una costante
oscillazione tra una accezione oggettiva ed una accezione soggettiva
del termine, inteso ora come parte di una realtà osservabile e conoscibile (fisionomia), ora come percezione o rappresentazione emotivamente ed esteticamente connotata del reale (immagine) (cfr. Gorter,
2006c)9.
Questa distinzione ha evidenti ricadute sul piano epistemologico e
metodologico: la posizione soggettivistica esalta il ruolo costitutivo
dello sguardo, quella realistica assume il visibile come traccia di qualcosa di non direttamente accessibile alla vista ma che in qualche modo
si rivela nella esteriorità e che l’osservatore esperto può cercare di conoscere. Nel primo caso emerge l’esigenza di un incontro tra discipline territoriali e discipline socio–psicologiche che si sostanzia nella
adozione di metodi di indagine narrativa, necessari alla comprensione
del senso e del valore prospettico di un territorio per una molteplicità
di soggetti individuali e collettivi (cfr. Mela, Belloni, Davico, 1998);
nel secondo caso le discipline territoriali si trovano a doversi confrontare con analisi di tipo strutturale e tipologico, necessarie ad una più
articolata comprensione della forma di un territorio, che per la sua
ineludibile valenza storica e sociale sollecita una adeguata assunzione
di strumenti semiotici e culturali (Socco, 2007).
Lo studio del paesaggio non può comunque ridursi alla considerazione esclusiva dell’una o dell’altra prospettiva. Nel primo caso, infatti, il rischio è quello di rincorrere rappresentazioni dello spazio potenzialmente infinite, non solo relative a ogni abitante o persino ad ogni
viandante/turista, ma anche soggette a continui mutamenti nel tempo,
nel passaggio ad esempio da una generazione all’altra, in conseguenza
9
Per un’analisi della doppia accezione del temine (paesaggio come carattere o fisionomia e
paesaggio come percezione o immagine) in riferimento al testo della Convenzione europea del
paesaggio (2000), cfr. Priore (2006) e Socco (2007).
«Lexia», 1–2/2008
78
PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
del mutamento dei ritmi di vita e degli spostamenti. L’esito sarebbe
cioè l’esasperazione del soggettivismo o del relativismo nella percezione del paesaggio. Nel secondo caso, la ricerca di criteri oggettivi
porta ad affidare lo studio del paesaggio ad esperti, dotati di competenze specialistiche e rigore metodologico, il cui parere si rivela però
spesso in conflitto con il vissuto e l’opinione comune degli abitanti.
Analoghi problemi metodologici sorgono anche all’interno degli
studi sul paesaggio linguistico: anche in questo caso da un lato si tratta
di registrare oggettivamente le lingue usate nello spazio pubblico,
dall’altro di interpretare la funzione simbolica della loro presenza e gli
effetti sul piano sociale e cognitivo che ciò produce sugli abitanti di
una certa area urbana; il che riproduce anche in quest’ambito una potenziale frattura tra sapere esperto e senso comune.
3. Le lingue di piazza Vittorio, tra aperture e conflitti
L’area dell’Esquilino costituisce un significativo banco di prova
per i problemi metodologici legati allo studio del paesaggio linguistico, ma anche per una riflessione sul concetto di periferia culturale.
Quartiere multietnico per eccellenza (assieme al Pigneto), la zona di
piazza Vittorio testimonia in modo esemplare la crescente presenza
nel nostro paese di nuove forme di plurilinguismo (ben distinte da
quelle storicamente attestate nello spazio linguistico italiano e specificamente romano, cfr. De Mauro, 1970, 1987), il cui valore simbolico
appare in un certo senso potenziato dal contrasto con l’architettura
umbertina che caratterizza quest’area come una delle più rappresentative delle trasformazioni di Roma nel periodo post–unitario. Il disegno
a maglie quadrangolari, espressione dei valori di omogeneità, ordine,
funzionalità posti alla base del progetto del rione10, destinato ad accogliere i numerosi dipendenti pubblici provenienti dalla ex–capitale
piemontese, si trova ormai da vari anni sottoposto ad un pressante
processo di riequilibrio socio–politico e di re–immaginazione della
città, sollecitato dalla presenza di un elevato numero di cittadini stra10
Approvato con il piano regolatore presentato da Viviani nel 1873 e realizzato in gran parte
nel corso degli anni ottanta dell’Ottocento.
Formazioni e trasformazioni di spazi linguistici e sociali (Ilaria Tani)
79
nieri, appartenenti a una duplice tipologia: immigrati (stabilizzati) e
migranti (solo in transito)11. Questa nuova composizione sociale del
territorio viene perlopiù percepita come fattore di disgregazione di una
presunta omogeneità sociale e di destrutturazione dello spazio urbano,
anche perché i gruppi immigrati non appaiono compatibili con nessuna delle due principali linee di rilancio della città oggi praticate: quella
tecnocratica e quella cultural–simbolica (cfr. Guidicini, 2003; Longworth, 2007). Per questo l’Esquilino è oggi spesso definito come un
quartiere in bilico, ma anche come un laboratorio politico e sociale
dell’esperienza urbana contemporanea.
Negli ultimi anni la zona è stata oggetto non soltanto di interventi
di riqualificazione da parte dell’amministrazione cittadina (spostamento del mercato dalla piazza alla caserma Pepe, riuso della caserma Sani come sede universitaria, hotel Radisson, parcheggio multipiano,
Casa dell’architettura), ma anche di un crescente interesse scientifico,
in particolare nell’ambito della sociologia (Mudu, 2003, 2006; Di Luzio, 2006), dell’urbanistica (Attili, 2008; Lucciarini, 2005) e della linguistica (Vedovelli, 2002; Bagna, Barni, 2006). Le ricerche condotte
in quest’ultimo campo, sebbene numericamente inferiori rispetto a
quelle registrate in altre discipline, costituiscono una novità significativa sul piano metodologico, rappresentata dall’elaborazione tecnica
degli strumenti di analisi del paesaggio linguistico e dalla applicazione
del modello ad un contesto particolarmente complesso.
Gli studi sul paesaggio linguistico, precedenti e successivi alla loro
ufficiale istituzionalizzazione da parte di Landry e Bourhis (1997),
hanno generalmente prestato scarsa attenzione a contesti urbani caratterizzati da forme di convivenza e contatto tra lingue diverse legate a
fenomeni migratori recenti. Per lo più sono state indagate aree urbane
storicamente contrassegnate da un alto grado di plurilinguismo e attraversate da conflitti politici e sociali, in cui il fattore linguistico gio11
Come ricorda Attili (2007, p. 142) la vicinanza della stazione Termini caratterizza presto il
quartiere come «un luogo di arrivo, di passaggio, di meticciato. Un luogo di incontro temporaneo», determinando anche l’apertura di un numero consistente di alberghi. Dalla seconda metà
degli anni ottanta del Novecento si registra però un forte incremento di popolazione straniera,
proveniente in particolare dalla Cina (ma piccoli nuclei di cinesi erano presenti sin dagli anni
sessanta), e poi soprattutto dal Bangladesh, dalle Filippine e dall’Africa sub–sahariana. Questi
nuovi residenti vanno a riempire un vuoto abitativo prodotto da un processo di spopolamento del
centro storico verso altre zone della città, avviato sin dai primi anni cinquanta.
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
ca un ruolo importante (ad es. Bruxelles, Montréal, Gerusalemme, ma
per una ricognizione dei casi di studio si veda Backhaus, 2007). Oppure sono stati indagati gli effetti della crescente diffusione dell’inglese
sui diversi paesaggi linguistici e sulle complesse relazioni tra lingue
ufficiali e lingue minoritarie (Gorter, 2006b). Nel caso poi specifico di
Roma, gli studi in questo settore (di numero comunque esiguo e non
riferiti esplicitamente alla categoria del paesaggio linguistico) si sono
concentrati da un lato sul “nuovo bilinguismo” indotto dalla globalizzazione, rappresentato dalla incidenza della lingua inglese in insegne
commerciali, targhe di edifici pubblici, quali musei e monumenti, cartelloni e manifesti pubblicitari (Griffin, 2004)12, dall’altro sul “vecchio
plurilinguismo”, cioè sulla presenza e la tenuta del dialetto e della varietà romana e giovanile d’italiano, documentata dalle scritte murali
(Romiti, 1998, 2002; Stefinlongo, 1998, 1999)13.
La ricerca sulle lingue dell’Esquilino (Bagna, Barni, 2006), condotta tra il 2004 e il 2005 nell’ambito dell’Osservatorio linguistico permanente dell’italiano diffuso tra stranieri e delle lingue immigrate in
Italia (Vedovelli, 2004), si muove invece nello specifico contesto teorico e metodologico degli studi sul paeaggio linguistico. L’obiettivo
dichiarato è quello di indagare il grado di visibilità delle lingue immigrate e migranti14, inteso come indice della loro vitalità15, e il grado di
12
La ricerca, condotta su 17 strade di diverse aree della città, ha evidenziato nel ricorso
all’inglese la prevalenza di fattori di prestigio rispetto ad esigenze di comunicazione internazionale.
13
In questa prospettiva le scritture esposte spontanee sono assunte come “specchio del parlato”. Obiettivo di queste ricerche è pertanto lo studio delle forme fonetiche sottese agli usi scritti,
la percezione ingenua e irriflessa delle varietà usate dai parlanti nativi, le forme di enunciazione
mistilingui.
14
Questa distinzione, proposta da Bagna, Machetti, Vedovelli (2003), ricalca quella relativa
alle presenze straniere, stanziali o in transito. Le lingue dei migranti, gruppi composti da poche
persone e scarsamente coesi, difficilmente si rendono visibili, mentre quelle degli immigrati, costituiti in gruppi consistenti dal punto di vista numerico e in via di radicamento in un certo territorio, hanno maggiori possibilità di entrare in contatto con le lingue parlate sul territorio di accoglienza e dunque di contribuire alla formazione di un nuovo spazio plurilinguistico.
15
La vitalità di una lingua e la sua capacità di affermarsi sul territorio dipendono da molti
fattori, tra i quali naturalmente è decisivo l’utilizzo che ne viene fatto nei diversi momenti della
vita sociale. A questo proposito vale la pena ricordare che tra i differenti usi di una lingua (quotidiano, religioso, culturale e scientifico, amministrativo, diplomatico, ecc.) quello commerciale
è uno dei più poveri, dal momento che ricorre alla massima semplificazione e standardizzazione
lessicale e sintattica (cfr. Barbina, 1998, p. 53).
Formazioni e trasformazioni di spazi linguistici e sociali (Ilaria Tani)
81
apertura/chiusura della comunicazione tra differenti gruppi linguistici,
sulla base dell’ipotesi che la presenza delle nuove lingue sia in grado
di modificare lo spazio linguistico italiano e di contribuire al rafforzamento della diversità linguistica che da sempre caratterizza il nostro
paesaggio linguistico.
Gli strumenti adottati sono quelli dell’approccio visuale, sia per la
raccolta dei dati, sia per l’elaborazione delle informazioni. Per quanto
riguarda il primo punto, in generale gli studi sul paesaggio linguistico
devono molto all’incremento e alla diffusione della fotografia digitale
(il cui ruolo nello sviluppo di questo indirizzo è paragonabile a quello
che il registratore portatile ha esercitato per l’elaborazione degli studi
sulle varietà del parlato negli anni sessanta del Novecento). Nel caso
specifico della ricerca sull’Esquilino, grazie all’aiuto di fotocamere
digitali collegate a computer palmari è stato possibile catturare tutte le
tracce linguistiche visibili all’interno del trapezio compreso tra via
Giolitti, viale Manzoni, via Merulana e via Cavour, riconducibili ad
una articolata tipologia testuale (costituita da insegne, opuscoli, manifesti e annunci commerciali, messaggi personali, menù, ecc.), censite
in un arco temporale delimitato16. Questi testi sono poi stati classificati
sulla base di una serie di variabili: lingue utilizzate; unità lessicali; genere testuale; localizzazione; dominio d’uso; contesto. Si è quindi proceduto al trattamento delle informazioni nella forma di una “mappatura” e di una “rappresentazione cartografica” (Bagna, Barni, 2006, p. 2)
delle lingue censite, la cui visibilità e vitalità viene così focalizzata
nella dimensione statica e georeferenziata.
Delle 24 lingue registrate nel rione di piazza Vittorio, alcune presentavano un elevato numero di occorrenze: cinese, bengali, e naturalmente italiano e inglese; altre erano attestate da una sola occorrenza: urdu, farsi, portoghese, polacco e ucraino; in posizione intermedia
si trovavano lingue come il cingalese, l’hindi, il russo, l’arabo, il rumeno, ma anche lo spagnolo, il francese, il tedesco, il punjabi, il core-
16
La rilevazione è stata condotta nell’ottobre del 2004 (nell’arco di cinque giorni), prima
della introduzione da parte dell’assessorato al commercio del Comune di Roma delle norme relative alla dimensione delle scritte nelle insegne commerciali e alla loro traduzione in italiano.
Una seconda rilevazione di controllo è stata svolta nell’aprile del 2005, per «verificare la portata
di questo intervento di politica linguistica» (Bagna, Barni, 2006, p. 27).
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
ano e il giapponese; scarsamente rappresentate infine l’albanese, il tagalog, il turco.
L’analisi quantitativa del paesaggio linguistico ha consentito di evidenziare un fenomeno rilevante della immigrazione recente: la mancanza di corrispondenza tra visibilità linguistica e culturale da un lato
e consistenza numerica del relativo gruppo etnico dall’altro. Ad esempio il tagalog è risultato decisamente sottorappresentato, sebbene la
comunità filippina alla data del 31 dicembre 2004, secondo i dati forniti dal Comune, costituisse numericamente il secondo gruppo straniero tra i residenti nel I Municipio17, e addirittura il più consistente in assoluto se si considera l’intera superficie del Comune18. Viceversa la
lingua cinese appariva la più rappresentata sebbene il relativo gruppo
etnico19 fosse numericamente inferiore a quello dei bengalesi e dei filippini. Il che dimostra come la vitalità e la forza di una lingua non sia
determinata dal numero dei parlanti, in valori assoluti e relativi alla totalità della popolazione, ma dipenda soprattutto dal tipo di attività lavorativa prevalente. Altri fattori che possono naturalmente incidere
sono poi l’eventuale partecipazione alla vita politica della città, la possibilità e la capacità del gruppo di gestire proprie istituzioni educative
e culturali e di accedere linguisticamente e culturalmente allo spazio
dei media. Dal punto di vista informativo, la visibilità della lingua nello spazio pubblico riflette dunque soprattutto la forza economica, politica e culturale del gruppo linguistico. Dal punto di vista simbolico, i
differenti gradi di visibilità delle lingue influiscono certamente sulla
forza dei legami sociali all’interno della relativa comunità linguistica e
sulle rappresentazioni identitarie interne, ma soprattutto sulla rappresentazione del potere e dello status di quella comunità e dunque sugli
17
Con 2122 unità, numero di poco inferiore a quello del primo gruppo costituito dai cittadini
del Bangladesh, pari a 2154 unità. Riporto qui i dati relativi al 2004, forniti dal Comune di Roma, utilizzati nella ricerca di Bagna e Barni (2006), perché è di quest’ultima che qui stiamo discutendo. D’altra parte ciò che interessa in questa sede non sono gli aspetti prettamente numerici
di quella ricerca ma l’impostazione metodologica. È opportuno comunque ricordare che per
quanto riguarda il numero degli stranieri residenti nel Comune di Roma, gli ultimi anni hanno
registrato un incremento significativo passando dai 223.879 registrati nel 2004 (pari al 7,9% della popolazione totale) a quasi 270.000 stranieri censiti all’inizio del 2008 (pari al 10% della
popolazione totale) (Comune di Roma, 2008).
18
Con 27.335 unità, seguito dai romeni, con 24.996 unità.
19
Con 1194 unità nel I Municipio e 7930 nell’intero Comune.
Formazioni e trasformazioni di spazi linguistici e sociali (Ilaria Tani)
83
atteggiamenti e i comportamenti degli altri gruppi nei suoi confronti e
sulla quantità e qualità dei possibili contatti tra parlanti lingue diverse.
Oltre alla presenza delle lingue nell’area dell’Esquilino, la ricerca
ha anche indagato il loro relativo grado di dominanza e di autonomia,
attraverso la valutazione dell’incidenza di forme d’uso monolingui,
plurilingui e mistilingui nei testi censiti, indicative della chiusura e
dell’apertura comunicativa tra le diverse comunità linguistiche. I dati
quantitativi non solo confermavano la preponderanza del cinese nel
paesaggio linguistico del quartiere (con 483 testi su un totale di 851
testi censiti), ma ne evidenziavano anche l’autonomia in un rilevante
numero di testi (197), il cui monolinguismo segnala la scelta di «privilegiare specifiche fasce di pubblico/parlanti/clienti» da parte di una
comunità linguistica «forte, compatta, chiusa nei suoi usi linguistici»
(Bagna, Barni, 2006, pp. 31–32). Per il resto veniva riscontrata però
una netta preferenza per il plurilinguismo, rilevato nella maggior parte
dei testi raccolti: 457, contro 277 testi monolingui.
La ricostruzione scientifica e oggettiva del paesaggio linguistico
dell’Esquilino, condotta attraverso la raccolta sistematica e l’elaborazione cartografica delle scritture esposte, ci presenta dunque una fisionomia caratterizzata da un sostanziale plurilinguismo e da una notevole apertura comunicativa tra i diversi gruppi.
Tuttavia la percezione diffusa del quartiere e delle relazioni
socioliguistiche al suo interno è ben diversa. Come osserva Vando
(2007, p. 86), l’“immagine” che di questo territorio viene generalmente fornita dai suoi stessi abitanti è quella di una stratificazione di
“mondi”, che scivolano l’uno accanto all’altro, spesso ignorandosi,
mondi che evitano cioè «l’incontro, temendo lo scontro o
l’incomunicabilità»20. E questa percezione diffusa di estraneità è legata
anche alle nuove e diverse forme di appropriazione linguistica dello
spazio. Come sottolinea Halliday (1983, p. 184) le persone si sentono
minacciate dal fatto che altri significhino in modo diverso da loro, «il
problema non si pone a livello di un diverso sistema vocalico, ma
piuttosto di un diverso sistema di valori».
20
L’assenza di scambio tra i diversi gruppi dell’Esquilino resta una costante anche delle ricorrenti rappresentazioni giornalistiche (cfr. il recente articolo Esquilino, la città parallela, “Corriere della Sera”, 5/9/2008).
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
Questa rappresentazione di indifferenza o di esplicita conflittualità
trova espressione piuttosto nel modo in cui la vita nel quartiere viene
rappresentata nella narrativa, basti pensare al fortunato racconto di
Amara Lakhous, Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio
(2006), in cui ciascun personaggio più che «una serie contigua di luoghi (stanze, appartamenti, scale, ascensori, piazze, vie, giardini, ristoranti, bar, botteghe)», abita differenti “sfere discorsive”, intraducibili e
potenzialmente conflittuali (Demuru, 2008)21.
Anche in questo caso si ripropone dunque il problema di una divergenza tra sapere esperto e sentire comune, tra realtà percepita e rappresentazione scientificamente elaborata. Un contrasto in parte dovuto
anche alla metodologia di ricerca utilizzata negli studi sul paesaggio
linguistico. Il metodo visuale e cartografico infatti porta a ridurre la
città, anche dal punto di vista linguistico, ad una superficie a due dimensioni ordinata in base a punti, linee e poligoni (Bagna, Barni,
2006: 8), che non riesce a dar conto della complessità delle interazioni
socio–linguistiche e dei reciproci atteggiamenti tra i diversi gruppi di
parlanti. Un orientamento che, come ha dimostrato Farinelli (2006), ha
le sue radici storiche nella vittoria del paradigma formale su quello sostanziale. Tale passaggio presuppone lo sgombero di ogni concreto essere umano dal piano della rappresentazione, organizzata con gli
strumenti della geometria euclidea, e l’assunzione di uno scarto tra la
conoscenza, intesa come attività ideale e rappresentazionale condotta
da soggetti estranei all’oggetto indagato, e sapere situato, quale attività riflessiva fondata sulle forme del vissuto e dell’appartenenza.
Ma, come ha osservato Mondada (2000), l’analisi delle immagini
della città richiede di considerare le diverse rappresentazioni prodotte
dai differenti attori che la abitano, la attraversano, la studiano, i cui
differenti sguardi possono contribuire nel loro insieme alla conoscenza
e al miglioramento dello spazio urbano. E nell’area di piazza Vittorio
convergono molteplici tipologie sociali e svariate modalità di vita (lavorative, di studio, abitative): dagli abitanti stanziali e di vecchia ge21
Risponde ad una esigenza analoga di osservazione di diversi punti di vista sul quartiere la
raccolta di storie di vita dell’Esquilino a firma Samgati (2006), che però registra forme di quotidianità molto meno conflittuali di quelle messe in scena da Lakhous. L’area di piazza Vittorio
continua peraltro ad alimentare la scrittura narrativa su Roma: si veda, da ultimo, Tommaso Pincio, Cinacittà, Einaudi, 2008
Formazioni e trasformazioni di spazi linguistici e sociali (Ilaria Tani)
85
nerazione, agli immigrati di più lontano insediamento a quelli degli
anni più recenti, agli studenti, ai turisti, ai commercianti (sempre meno romani e sempre più stranieri), «forme diverse di consumatori metropolitani», tutti caratterizzati da differenti livelli di plurilinguismo
(cfr. D’Agostino, 2007, p. 163). L’analisi qualitativa di queste diverse
prospettive potrà servire a misurarsi con un decisivo problema
semiotico, relativo a «cosa dà senso e fa sistema nel caso di un luogo e
della esperienza che se ne fa» (Violi, Tramontana, 2006, p. 110), a
come si costruisce cioè l’immagine coerente, unitaria, organica di un
luogo, di un quartiere e, soprattutto, a chi appartiene questa immagine
(cfr. Pezzini in questo volume).
Se si assume l’idea che la città non esiste come agglomerato di edifici e di lingue, ma esiste nei discorsi dei parlanti (Halliday, 1989) e
che la rappresentazione di uno spazio è sempre filtrata da valori sociali
e culturali, dagli stili di vita, da visioni del mondo, dalla memoria storica di un singolo, di una famiglia o di un gruppo sociale, occorrerà
considerare non solo il moltiplicarsi delle immagini della città e del
quartiere ma anche le possibilità di una loro ricomposizione in un progetto di spazio comune. Se infatti la frammentazione si accompagna
ad un’assenza di comunicazione tra individui e tra gruppi sociali può
risultarne un processo di perdita di senso della città, per lo meno di alcune sue parti che appariranno come spazi destrutturati e periferici, in
quanto tali contrapposti ad aree simbolicamente forti e centrali.
La ricerca di una integrazione e il mantenimento di un costante dialogo tra rappresentazione esperta e percezione comune del paesaggio
linguistico (quest’ultima indagabile attraverso l’analisi delle produzioni discorsive e narrative) può servire ad orientare i processi di strutturazione linguistica del rapporto dei parlanti tra loro e con lo spazio
urbano e contribuire in modo significativo alla comprensione di una
città che appare sempre più lontana da vecchie forme di isomorfismo
linguistico, culturale e territoriale (Appadurai, 2001).
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
Figura 1. Mappa dell’Esquilino.
Figura 2. I portici di piazza Vittorio, lato nord.
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Figura 3. Via Carlo Alberto.
Figura 4. Via Principe Eugenio.
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
Figura 5. Al mercato.
Figura 6. Al mercato.
Formazioni e trasformazioni di spazi linguistici e sociali (Ilaria Tani)
Figura 7. In via Principe Umberto nel 1957.
Figura 8. In via Principe Umberto nel 2008.
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90
PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
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Formazioni e trasformazioni di spazi linguistici e sociali (Ilaria Tani)
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
Vuoti, stratificazioni, migrazioni
Programmazioni urbanistiche e forme dell’abitare a Roma
PIERLUIGI CERVELLI*
Empty spaces, stratifications, migrations – Urban planning and forms of settlement in
Rome.
English abstract: This article aims at analyzing how semantic relations among different city areas are reshaped depending on housing development. Reference is made
to those urban modifications already planned, in terms of outskirt definition and relative intervention policies, as well as to the PRG recently adopted. The relationship between housing practices and recent migrations is analyzed, focusing on some specific
ethnic groups (Chinese, Bangladesh, Romany): different ways to settle in the city are
studied as semiotic processes of interpretation and strategic redefinition of relations
among city areas. Finally, considering the concept of outskirt in the frame of cultural
dynamics, the paper shows how three forms of outskirt, based on different semiotic
models of urban space, are now coexisting in Rome.
Key–words: semiotics, migrations, city, outskirt, urban studies.
Viviamo in un’epoca in cui lo spazio ci si offre
sotto forma di relazioni di dislocazione.
Michel Foucault
La città di Roma in questi ultimi anni ha vissuto trasformazioni radicali: è diventata una città realmente multietnica (è abitata da persone
di 182 comunità nazionali diverse e quasi il nove per cento della popolazione residente è composta da cittadini immigrati, anche di seconda
generazione)1, ha vissuto un intenso sviluppo edilizio, con ampi feno*
Università “La Sapienza” di Roma.
Si tratta di 250.640 persone residenti nel territorio comunale (al primo gennaio 2007), un
dato notevolmente superiore rispetto alla media nazionale, intorno al 5%. La cifra aumenta in
1
95
96
PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
meni di speculazione nella gestione degli immobili e disagio abitativo
e ha visto la conclusione di un lungo processo di programmazione generale dello spazio urbano, che ha trovato esito nel Piano regolatore
generale della città, redatto (e adottato) dal consiglio comunale fra il
1997 ed il 2002 e recentemente approvato definitivamente, a quarantasei anni di distanza dal precedente (del 1962) e ad un secolo circa
(1909) dall’ultimo approvato dal consiglio comunale della città. La
redazione del Piano regolatore generale è stata uno sforzo notevolissimo, il cui ambito di applicazione è molto vasto (almeno nel panorama italiano), basti pensare alle dimensioni del territorio che esso ha interessato, pari alla somma delle nove più grandi città italiane (Milano,
Torino, Palermo, Bari, Napoli, Catania, Firenze, Napoli, Bologna) e
alla sua complessità storica, artistica, ambientale e politico–amministrativa.
Vorrei fare qualche riflessione a partire da questo documento senza
addentrarmi nella articolazione specifica dei progetti, anche perché essa è stata oggetto di una discussione vasta e molto frammentata2, soffermandomi solo su quei temi che mi pare emergano dal suo impianto
generale e che considero pertinenti dal punto di vista di una ricerca
semiotica sulla città. Considererò il Piano regolatore per come esso è
stato elaborato fino al 2002, riferendomi ad un testo scritto da Maurizio Marcelloni, un urbanista che è stato uno degli estensori principali
del Piano regolatore, essendo stato direttore dell’ufficio del nuovo
Piano regolatore dal 1994 al 2001. Egli descrive e documenta in profondità il lavoro svolto, la sua impostazione basilare e la situazione ereditata in precedenza3.
Mi propongo di mettere in relazione le riflessioni urbanistiche, in
particolare riguardo alla classificazione della città in parti, con alcune
maniera notevole se consideriamo anche gli immigrati stabilmente soggiornanti, arrivando a
431.418 persone (di cui 52.997 sono presenti per motivi religiosi), ma bisogna considerare che è
comprensiva dell’intero territorio della provincia di Roma. Cfr. Caritas, 2007.
2
L’arrivo del Piano Regolatore generale in consiglio comunale ha coinciso con la presentazione di circa 11.000 osservazioni da parte di cittadini, imprenditori dell’edilizia e associazioni
culturali e ambientali, e di altrettante contro deduzioni da parte dell’amministrazione.
3
Per i dati relativi al Piano Regolatore faccio riferimento a Marcelloni, 2003. Ho scelto questo documento perché ho preferito avvicinarmi al Piano regolatore attraverso una riflessione il
più possibile vicina all’impianto generale “originale” piuttosto che attraverso il filtro di altre elaborazioni critiche.
Vuoti, stratificazioni, migrazioni (Pierluigi Cervelli)
97
dinamiche di articolazione della città dovute ai modi di abitarla, di
percorrerla e di posizionarsi in essa, che contribuiscono, secondo me,
a strutturare le relazioni fra le parti che costituiscono la città e ne definiscono il senso come forma (o organismo) globale o la disgregano,
mettendone in questione la presunta unitarietà. Vorrei mostrare in particolare come sia possibile, considerando le dinamiche abitative ed i
modelli semiotici di spazio urbano sottesi ad esse, definire più forme
di periferia che coesistono contemporaneamente. Mi pare infatti che la
specificità di uno sguardo semiotico nel contesto del Piano regolare
possa essere quella di rendere dinamiche alcune definizioni, come
quelle di “centro” e “periferia”, considerando quei fenomeni che Michel de Certeau (1990) chiamava “pratiche spaziali”, con l’obiettivo di
riflettere sul divenire dello spazio urbano analizzandolo sulla base di
alcuni modi effettivi di abitarlo.
1. Forme dell’indistinzione: i vuoti urbani
Analizzando lo stato del territorio urbano prima della redazione del
Piano regolatore, il punto di partenza del lavoro, l’autore sottolinea
l’eterogeneità del territorio, che il Piano suddivide, sulla base delle caratteristiche del costruito, in tre tipi: la città “storica”, quella “compatta” dell’espansione edilizia intensiva degli anni Cinquanta e Sessanta,
e la “periferia della dispersione”, segnata dalla frammentazione a causa di quelli che l’autore definisce “spazi vuoti”. Si tratta di residui di
ex–campagna, inglobati nella città e tuttavia non edificati, che si situano come delle lacune, o delle fratture, nei quartieri della periferia
estrema della città. La presenza costante di questi luoghi non più “naturali”, perché inglobati nella città, ma nemmeno costruiti, accomuna
fra loro i quartieri più lontani dal centro della città, sia che si tratti di
quelli costruiti abusivamente e di edilizia minuta, definiti “borgate abusive”, sia di quei quartieri di edilizia pubblica degli anni Settanta,
costituiti prevalentemente da megastrutture (il complesso di Corviale
ne è un esempio noto). L’autore motiva la nascita di questa periferia
riferendosi alle previsioni del Piano regolatore del 1962 e del Piano
per l’edilizia economica e popolare e la descrive in questo modo:
«Lexia», 1–2/2008
98
PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
La parte realizzata è in generale costituita da grandi interventi in cui predomina
il segno architettonico ed il grande spazio degli standard sovradimensionati in
funzione delle esigenze dei vicini quartieri sottostandard. Gli edifici vengono
realizzati ma le aree per gli standard restano vuote: i finanziamenti per le espropriazioni […] sottostanno ad una logica puramente quantitativa […] che
impone la scelta di limitare l’esproprio ai soli sedimi edificatori e alle aree per i
servizi più locali ed indispensabili […]. I nuovi quartieri nascono così privi di
connessioni e di servizi: la dilatazione dello spazio degli standard diventa così
spazio vuoto, terra di nessuno e marca lo scenario in cui si innalzano i nuovi
monumenti dell’edilizia pubblica. (Marcelloni, 2003, 21)
L’unica parte della città che nel Piano regolatore è definita “periferia” (significativamente le altre parti, benché differenziate, sono comunque chiamate “città”) si caratterizza dunque per il continuum indifferenziato di “terrains vagues” che si insinua all’interno delle “borgate abusive” e dei “quartieri di edilizia pubblica” costruiti in essa.
Marcelloni si riferisce a questa parte della città definendola “un arcipelago senza connettivi”, in cui quartieri di edilizia pubblica e borgate
abusive “galleggiano”. Gli esiti semantici di questa organizzazione
urbanistica vengono resi espliciti dall’autore definendo così la periferia dispersa:
quella parte del territorio urbano, […] carente di quell’effetto–città che connota la città antica e moderna, e caratterizzata invece da un susseguirsi di episodi depositati nel
tempo e senza alcuna logica apparente sia che si tratti di edilizia legale che di edilizia
illegale. (2003, 169)
La dispersione dunque non si configura solo come una “distanza”,
fra gli edifici o i complessi abitativi. È piuttosto in una mancanza
strutturale di organizzazione e di coerenza che si trova il primo elemento distintivo, al di là dei tipi edilizi, che connota lo spazio della
periferia. È dunque una particolare ricorrenza di deficit funzionali che
ha una regolarità, si stabilizza e si costituisce come costante riconoscibile, a definire implicitamente un sistema di classificazione e interdefinizione reciproca degli spazi della città, caratterizzando i quartieri
della periferia “della dispersione”. Questa morfologia urbana esprime
una differenza semantica fra le parti della città: una parte di essa si
struttura come un insieme organizzato, mentre questa periferia è descritta come un’agglomerazione di elementi puntuali privi di un tessu-
Vuoti, stratificazioni, migrazioni (Pierluigi Cervelli)
99
to connettivo che abbia una propria coerenza e riconfiguri, in una unità più generale, il significato degli elementi che si situano in esso4.
Per modificare questa situazione gli interventi più importanti previsti nel Piano Regolatore si concentrano nella costruzione di quelle che
sono definite “Centralità”: complessi di edifici residenziali privati,
spesso di un certo pregio, ed uffici, che dovranno ospitare anche luoghi pubblici (biblioteche, centri culturali e centri commerciali) e stazioni per treni urbani e metropolitane (sono previste connessioni viarie
su ferro per un’estensione di circa 300 chilometri) tramite cui ci si
propone che ogni cittadino, all’interno del Raccordo Anulare, possa
disporre, nel raggio di 500 metri dalla sua abitazione, della possibilità
di accesso ad uno dei nodi ferroviari che consentiranno di raggiungere
velocemente le altre parti della città. Le “Centralità” dovranno porsi
come “iniezioni di città nella non–città” (questa è la terminologia del
Piano regolatore) ed il loro effetto dovrà estendersi anche al territorio
circostante (dovranno agire, si scrive, come dei “magneti”), creando le
condizioni per una città policentrica strutturata come una rete, in modo da uscire dal modello di città attualmente in vigore, centripeto, basato sul fulcro della città storica e passare ad uno multipolare.
Considerando la natura ed il posizionamento delle future Centralità
sulla base di alcuni progetti5 si può notare come esse saranno delle
porzioni di edificato compatte ed autonome, urbanisticamente coerenti, con degli insiemi privati di qualità architettonica molto superiore
all’edificato circostante, in coincidenza con le reti di trasporto e con
gli unici spazi culturali e sociali fruibili a piedi, per incontrarsi o passeggiare, presentandosi di fatto, al di là delle intenzioni progettuali,
come insiemi separati, come “isole”, rispetto ai quartieri–arcipelago
che li circondano. Rispetto ad un modello di questo tipo il mio dubbio
è: come posso trasformare una città centripeta in una rete se costruisco
delle “Centralità” che riproducono, nella relazione semantica con le
periferie in cui si inseriscono, il rapporto gerarchico che c’è adesso fra
il centro della città attuale con la totalità della sua vecchia periferia?
4
In questo senso la definizione di “schiuma metropolitana” proposta da Ugo Volli pare
particolarmente adatta in quanto non è la mancanza di elementi a caratterizzare questa parte
della città ma la presenza costante di spazi che nessuno usa e che sono indefinibili rispetto a
quello che succede al loro interno, ai loro confini, ai loro utilizzatori. Cfr. Volli, 2004.
5
Cfr. Salvagli, 2005.
«Lexia», 1–2/2008
100
PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
Mi pare che la produzione di nuovi “centri” in periferia rischi di riprodurre, moltiplicandolo su scala locale, il modello di città monocentrica
attualmente in crisi. Credo che anche per evitare questo nel Piano regolatore si sottolinei la necessità che le Centralità siano composte essenzialmente da edifici a carattere pubblico.
Un cambiamento davvero notevole potrebbe derivare invece
dall’espansione del sistema dei trasporti e dalla moltiplicazione dei
percorsi possibili. I percorsi, in quanto modi di connettere e disconnettere i luoghi, possono essere considerati come una forma di regolazione e modificazione delle relazioni che intercorrono fra di essi, come è
stato sottolineato anche nella ricerca urbanistica, in particolare da C.
Alexander6. Credo che questo riaffermi l’importanza dei modi di abitare la città, dei modi di situarsi nei luoghi, dei flussi e dei percorsi,
che risultano fondamentali, secondo me, per capire come si crea uno
spazio vuoto e quando esso si trasformi in uno spazio abitabile. Gli
stessi “spazi vuoti” di cui parlava Marcelloni sono prima di tutto
“vuoti di persone”: si situano in quartieri caratterizzati da una massiccia concentrazione degli edifici e dallo svuotamento di strade e piazze,
dove è molto difficile incontrare qualcuno per la strada, tanto che
l’autore li definisce anche “spazi di nessuno”. La ristrutturazione della
concentrazione delle persone trasforma il senso dei luoghi e restituisce
l’immagine della città come un insieme pulsante, attraversato da contrazioni e diradamenti. Ma i luoghi non sono statici e possono crearsi
dei “vuoti urbani” in tutta la città. Un’analisi qualitativa su questi fenomeni mi pare potrebbe contribuire ad approfondire la definizione
della periferia urbana, affiancandosi alle analisi urbanistiche, ma anche ribaltandone la prospettiva e sostituendo allo sguardo dall’alto,
cartografico, uno “sguardo abitante”, inserito nella città.
2. Inserirsi nei vuoti: periferie culturali e modelli semiotici dello
spazio urbano
Considerando alcune dinamiche abitative mi pare appaiano ulteriori
modi di individuare e riempire i vuoti nel tessuto della città, la cui
6
Cfr. C. Alexander, 1967.
Vuoti, stratificazioni, migrazioni (Pierluigi Cervelli)
101
considerazione è assente nei testi urbanistici a cui mi sono riferito. In
entrambi, benché si accenni ai processi di globalizzazione non si trova, nemmeno una volta, la parola “migrazioni”. Questo è invece, secondo me, un tema fondamentale per la strutturazione attuale del territorio urbano. Le migrazioni a livello globale hanno una loro logica e
una loro struttura e contribuiscono alla definizione degli stati nazionali7: credo che anche le differenti logiche di posizionamento delle comunità immigrate ed i loro modi specifici di situarsi nella città non
siano casuali e anzi possano dirci moltissimo sul funzionamento, sulla
struttura interna delle città8. Nella città in cui il Piano regolatore si trova ad operare perdono senso i suoi limiti amministrativi, confini che
non delimitano più nulla (in quanto dopo di essi la città continua identica) e se ne creano di nuovi, anche a causa di questi nuovi abitanti
non autoctoni. Si tratta di un fenomeno diffuso: le capitali europee sono ormai città–frontiera, che comprendono oggi al loro interno i confini una volta ai limiti degli stati nazionali9, costituiti oggi dalle periferie culturali, i luoghi di confine e di traduzione, in cui si parlano almeno due lingue, abitati dagli stranieri (Lotman, 1985). Si tratta delle
nuove frontiere interne delle città globali.
Se guardiamo i dati degli ultimi anni è evidente una strutturazione
molto particolare di questi spazi nel territorio di Roma, che sembra evidenziare delle forme di regolarità e credo possa essere connessa alla
forma generale del territorio urbano, al complesso di relazioni per cui
le parti della città definiscono reciprocamente la propria identità individuale. Colpiscono in particolare le modalità insediative di due comunità: quella bangladese e quella cinese, che non sono le più grandi
in termini numerici10 ma sono sicuramente le più concentrate e dunque
le più visibili, rispetto ad altre comunità, molto più omogeneamente
distribuite sul territorio urbano (in particolare quelle rumena, filippina,
peruviana). Le caratteristiche di questa concentrazione meritano qual7
Come ha mostrato S. Sassen (1999).
I modi di posizionarsi nella città da parte degli abitanti immigrati non sembrano casuali né
caotici ma seguono piuttosto delle regolarità, delle forme di persistenze e di relazioni stabili che
secondo me non sono dipendenti dagli aspetti economici (anche se questo fattore è ovviamente
molto importante).
9
Cfr. Fabbri, 1994.
10
Cfr. dati ufficiali al 31/12/2007 forniti dall’ufficio statistico del comune di Roma.
(http://www.romastatistica.it).
8
«Lexia», 1–2/2008
102
PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
che riflessione: queste comunità abitano prevalentemente in due soli
municipi11, il primo ed il sesto, entrambi localizzati in aree centrali
della città e strategici dal punto di vista della mobilità e della riqualificazione urbana. Fino a 15 anni fa si trattava di quartieri considerati
poco sicuri, fortemente degradati da un punto di vista abitativo e urbanistico, poco interessanti per attrarre residenti italiani e investimenti
da parte loro.
Oggi si tratta di due aree interessate da evidenti fenomeni di gentrification12 che, da periferie interne all’area centrale, stanno diventando
interessanti quartieri multiculturali della città13. Oggi sono visibili le
potenzialità che quei quartieri avevano già 15 anni fa ma che solo attraverso un percorso di rivalutazione e di ripopolamento attivato dagli
stranieri sono visibili a tutti e interessano e coinvolgono ora alcune fasce di italiani.
Il dato della concentrazione emerge con particolare evidenza: nei
municipi delle aree considerate, primo e sesto (su diciannove totali), si
concentrano14 circa il 40% della comunità bangladese e circa il 35%
della comunità cinese. Sono evidenti fenomeni di concentrazione anche in altre comunità: i rumeni nell’ottavo municipio, gli Srilankesi
nel ventesimo, entrambi con le stesse percentuali, intorno al 20% per
municipio. Cosa rende specifica la modalità insediativa di cinesi e
bangladesi? Due fenomeni che sono supportati dai dati: è una concentrazione fortemente localizzata, che si traduce in una quasi totale assenza in molti altri municipi15 e che si situa solo in alcune zone urbanistiche, corrispondenti grosso modo a quelli che chiamiamo quartieri
secondo il senso comune, di questi municipi. Due sole comunità dunque, che si presuppone non abbiano relazioni precedenti al fenomeno
11
Si tratta delle 19 entità amministrative in cui è divisa la città.
Mi riferisco al processo per cui in alcune aree urbane, sottoposte a processi di valorizzazione e recupero, avviene uno spostamento di nuovi abitanti benestanti e un progressivo allontanamento dei residenti di ceto meno abbiente.
13
Riferendosi allo studio di una giovane stilista, in un articolo apparso su D, settimanale del
quotidiano Repubblica, si scrive: «Nel suo studio al centro di Roma, nel quartiere Vigneto» (D
del 20/9/2008, articolo di Gabriella Colarusso). Il Pigneto fa parte del sesto municipio, ed è
compreso nella zona urbanistica 6A, Torpignattara.
14
Il dato è ricavato in base ai dati relativi alle iscrizioni all’Anagrafe cittadina.
15
In 9 municipi su diciannove si concentra meno del 2% della comunità Bangladese; lo stesso accade in 6 municipi su diciannove per i cinesi. Cfr. http://www.romastatistica.it.
12
Vuoti, stratificazioni, migrazioni (Pierluigi Cervelli)
103
migratorio, che presentano le stesse percentuali di concentrazione e le
stesse modalità insediative. All’interno del municipio VI in particolare
la concentrazione è visibile nel quartiere di Torpignattara (zona 6A),
in cui è concentrato circa il 10% del totale della comunità bangladese
e di quella cinese16. Un fenomeno analogo accade in un altro quartiere,
quello dell’Esquilino (zona 1E del municipio I), dove si concentra ufficialmente più del 12% dei cinesi presenti a Roma e circa il 7% dei
bangladesi. Si tratta fra l’altro di una popolazione residente presumibilmente stabile, dato che è composta omogeneamente da uomini e
donne (in misura assolutamente paritaria per i cinesi e con una prevalenza di giovani uomini per i bangladesi, che si riscontra in entrambi i
quartieri e pare dovuta alle attuali caratteristiche dell’immigrazione
bangladese)17.
Quello che colpisce è la straordinaria capacità dei migranti di individuare alcune zone della città degradate o trascurate, ma potenzialmente interessanti, capaci di divenire “centralità”, e posizionarvisi
strategicamente. Pare infatti che queste comunità si siano inserite, con
una logica interstiziale a blocchi, al centro della città consolidata, nei
quartieri (Esquilino e Torpignattara) che per vari motivi gli italiani
consideravano degradati o avevano abbandonato18. Questa scelta nella
16
In valori assoluti: 1098 Bangladesi su 11.235 e 973 cinesi su 9655.
Inoltre emerge un dato apparentemente anomalo: circa l’11% dei bangladesi risulta residente a Trastevere (zona 1B, municipio I), un quartiere storico e turistico dove la gentrification è avvenuta circa 30 anni fa e buona parte dei residenti stranieri sono cittadini dell’Europa
occidentale o statunitensi, e i prezzi degli alloggi risultano proibitivi. Il dato si spiega con la
presenza di due organizzazioni che si occupano di assistenza e di tutela degli immigrati, la
Comunità di S. Egidio ed il BCII, Bangladesh Cultural Institute of Italy, presso le quali molti
immigrati possono prendere la residenza anagrafica (scelta che si presume sia motivata dalla
mancanza di una residenza stabile a Roma). Anche sulla base di contatti con la comunità, si
potrebbe ipotizzare che queste persone, prevalentemente giovani uomini (su 1269 residenti
solo 18 sono donne) vivano nei luoghi in cui la comunità si concentra, dove si verificano frequentemente fenomeni di coabitazione e di sovraffollamento degli alloggi. È comunque sufficiente percorrere questi quartieri per notare una presenza massiccia di queste persone, anche
sulla base delle loro attività commerciali, delle affissioni e delle pubblicazioni in lingua.
18
Gli italiani erano poco interessati a questi quartieri per motivi diversi: il quartiere Esquilino aveva cominciato a perdere popolazione sin dagli anni Cinquanta per la bassa qualità degli alloggi (nel 1982 sono crollati due edifici durante i lavori di costruzione della metropolitana nel
1990 un altro si è spaccato a metà) e negli anni Ottanta, data anche la vicinanza alla Stazione
Termini, era particolarmente frequentato da tossicodipendenti. Torpignattara era invece un quartiere molto degradato, dal punto di vista delle abitazioni e della criminalità, e comprendeva la
zona del Pigneto, costituita da un nucleo di case di edilizia minuta degli anni Venti cui si erano
17
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
localizzazione pare in relazione alla forma complessiva della città ed
ai processi di valorizzazione soggiacenti ad essa ed è in netto contrasto con le modalità insediative tipiche degli italiani19, anche in una
prospettiva storica 20 (segnalando anche l’apparizione di una nuova
classe media non italiana). Analizzare le scelte abitative degli immigrati può dunque dirci molto su come anche gli abitanti italiani pensano la città, sulla sua attuale organizzazione valoriale, e sui processi in
fieri di ricategorizzazione delle relazioni fra le parti che la compongono.
Sembra necessario, e utile, considerare un’ulteriore peculiare forma
di posizionamento all’interno della città, relativa ai campi irregolari
abitati da zingari21 rom e sinti. Anche il modello insediativo di questi
campi sembra non casuale. In base ai dati disponibili, parziali e soggetti a modifiche frequenti dovute agli sgomberi e agli spostamenti, risulta che esistono tutt’ora 133 campi (spesso microcampi) irregolari
spontanei, abitati da 4179 zingari (talvolta si tratta anche di campi misti, abitati anche da non zingari) che si sviluppano come nuclei di baracche e/o tende, inglobando talvolta ruderi archeologici o edifici abbandonati e sono distribuiti pressoché in tutta la città, in 18 municipi
su 1922. I campi sono privi di acqua, luce, e servizi igienici ed il conaggiunte nel tempo costruzioni abusive ed aveva vissuto per decenni come una borgata isolata
dalla città (sebbene topograficamente al suo interno). Sebbene molto vicino al centro della città il
quartiere era considerato socialmente marginale dagli italiani, anche perché si sviluppava in
quella che era una volta una zona industriale della città e si configurava come un quartiere per
operai. In effetti a tutt’oggi è compreso in quella parte della città che presenta il numero percentuale più basso di laureati rispetto alla totalità degli abitanti. (per questo dato, suddiviso per municipi, cfr. Frudà, 2007).
19
Cfr. Pittau, Kowalska, Mellina 2007.
20
Per uno studio sociologico della relazione fra modificazioni urbanistiche e insediamento
della popolazione italiana a Roma in una prospettiva storica (dall’unità d’Italia ad oggi) cfr. Frudà, 2007.
21
Ho scelto di utilizzare, in linea con le ricerche antropologiche, il termine zingari, nonostante le connotazioni negative con le quali è spesso utilizzato, per esigenze di “economia”: per
non dover specificare ogni volta se si tratta di rom, sinti o camminanti siciliani e di quale gruppo
specifico (esistono decine di etnie rom e sinti diverse, che provengono da luoghi diversi e parlano diverse varianti della lingua romani). Il termine zingari è inoltre usato dagli zingari stessi
quando non si riferiscono al loro specifico gruppo etnico. Esso indica cioè, come sostiene L. Piasere, un’appartenenza che è sentita come comune.
22
I dati sui campi abitati attualmente da Rom e Sinti sono stati forniti dall’Arci–Karin. Devo
un ringraziamento particolare ad Andrea Masala, che è il responsabile del progetto, per l’aiuto e
le informazioni. Ringrazio inoltre F. Pittau per i dati sui campi rom e sinti relativi al 2006 e
Vuoti, stratificazioni, migrazioni (Pierluigi Cervelli)
105
tatto con le strutture assistenziali è scarso o nullo. Le loro dimensioni
sono ridottissime: spesso sono composti da 5 a 30 abitanti, appartenenti a una o due famiglie. Solo 8 campi su 133 sono abitati da più di
100 persone e uno solo ha 300 abitanti. In 125 campi dunque abitano
2818 persone. Sembra dunque possibile parlare di una struttura, come
l’ha definita efficacemente Leonardo Piasere, “a polvere” (1999). A
conferma della regolarità di questa forma di insediamento dispersa sul
territorio, caratterizzata da forte mobilità, si possono citare gli studi
approfonditi svolti da questo studioso, uno dei più importanti antropologi italiani delle culture zingare. A proposito dell’esperienza avuta
nel corso di una osservazione sul campo presso un accampamento irregolare di zingari Romà23 nel nord Italia, Piasere scrive (1999, 87):
«Per esempio negli otto mesi in cui rimasi accampato con un gruppo
di loro, fummo cacciati otto volte e rifacemmo quindi otto accampamenti diversi, uno al mese di media», e l’affermazione è coerente con
l’immagine che si può ricavare da un’analisi comparativa dei dati attualmente disponibili.
In questi ultimi mesi la realtà dei campi si è ulteriormente polverizzata, per resistere in una società che si è fatta ancora più ostile24, arriFrancesco Carchedi per i consigli e l’amicizia. Per l’analisi dei dati è stato fondamentale l’aiuto
di Marianna Onano.
23
Le osservazioni di Leonardo Piasere si riferiscono a comunità di zingari Romà Gurbeti e
Arlìa che provengono dal Kosovo e si sono spostati in Italia, e nel resto dell’Europa occidentale,
a partire dagli anni Sessanta.
24
Un’eccezionale campagna discriminatoria verso i rom è iniziata nello scorso aprile
(durante la campagna elettorale) dopo l’omicidio della signora Reggiani, uccisa a Roma da un
rom rumeno (denunciato da altri rom), dopo aver subito violenza. Un episodio orribile e limitato, cui sono seguiti pestaggi a Roma, da parte di italiani verso immigrati, e incendi di campi
rom a Napoli. Il governo ha poi deciso di effettuare un censimento della popolazione Rom,
per ora volontario, che prevede la schedatura con foto segnaletiche e impronte digitali di tutti i
rom, adulti e bambini (a Roma ci si è limitati a fotografie e identificazione, senza impronte
digitali, per tutti i rom dall’età di due anni in poi), anche di coloro che non hanno commesso
reati, con l’obiettivo dichiarato di impedire l’accattonaggio. I rom abitavano a Roma, fino al
2006, in 34 campi censiti, suddivisi in “campi attrezzati”, semiattrezzati, e spontanei. Nei
campi attrezzati si abita generalmente in container di circa 30 metri quadrati, privi acqua potabile, recintati e controllati. I campi abusivi, sono di piccole dimensioni, e privi di qualunque
servizio. Una via di mezzo è rappresentata dal campo, ormai all’interno della città consolidata
e, pare, prossimo allo sgombero, chiamato Casilino 900, un ex campo di baraccati italiani in
cui abitano 800–1000 rom. Le baracche sono prive di acqua, di bagni e da circa 6 mesi sono
prive di luce. Gli unici servizi igienici sono bagni chimici. Prima dell’estate è stata tolta
l’acqua a molte delle poche fontane presenti nel campo. Recentemente sono stati posti dei
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
vando a questi micro–campi sempre più piccoli e nascosti, abitati generalmente da pochissime persone o da poche famiglie, principalmente cittadini rumeni arrivati da poco, come si evince dai dati disponibili.
Un aspetto interessante, sebbene basato su dati piuttosto frammentari25, è relativo al numero e alle dimensioni dei campi: nel 1995 furono censiti 5467 cittadini rom e sinti distribuiti in 51 campi, tutti irregolari; nel 2002 il Comune di Roma aveva creato degli insediamenti
regolari, attrezzati o semiattrezzati (si tratta di dotazioni minime: bagni chimici, colonnine per la luce e alcune fontane di acqua potabile)
erano 32, distribuiti in 16 municipi su 19 totali, cui si dovevano aggiungere poco meno di 60 campi abusivi in cui abitavano circa 6000
rom rumeni, rilevati nel corso della campagna sanitaria per la vaccinazione dei bambini rom26. In seguito all’azione del comune, che ha deciso di attrezzare alcuni campi abbiamo oggi 26 dei 51 campi originari, trasformati da abusivi in attrezzati (o semiattrezzati), ma i circa 60
campi abusivi del 2006 si sono più che raddoppiati e la popolazione di
ognuno è drasticamente diminuita. I loro abitanti sono complessivamente diminuiti, da circa 6000 a 4179 censiti (anche a causa dei rimpatri “volontari”, dopo gli sgomberi, che prevedono anche la concessione di una piccola somma economica). I dati dunque confermano la
natura strategica della distribuzione di rom e sinti e della sua struttura
“a polvere”, e confermano l’affermazione di Leonardo Piasere, secondo cui gli zingari si rendono invisibili nel momento in cui la repressione verso di loro è massima e invece ricompaiono quando la situazione è più tranquilla. Possiamo affermare infatti che non vi è stata
blocchi di cemento all’ingresso al campo, in modo da vietare l’entrata dei camioncini con cui
alcuni rom raccolgono il ferro in giro per la città. L’ingresso è ora pattugliato dagli agenti della polizia municipale, che, a volte, chiedono i documenti alle persone italiane che entrano.
Pensiamo cosa sarebbe successo nel caso di una rissa come quella citata da S. Sassen
(1999), avvenuta in Francia fra immigrati italiani e francesi nel 1893, che si concluse con 50
morti e 150 feriti.
25
I dati sono stati presentati nell’ambito delle rilevazioni perla costruzione del dossier immigrazione Caritas, non si tratta dunque di dati riferibili all’ufficio statistico comunale. Cfr. Motta, Geraci, 2007.
26
Nel corso della seconda campagna “Salute senza Esclusione – Campagna per l’accessibilità dei servizi socio–sanitari e l’educazione della salute in favore dei Rom e Sinti presenti a
Roma”.
Vuoti, stratificazioni, migrazioni (Pierluigi Cervelli)
107
nessuna invasione di rom rumeni27: la loro apparizione, o sparizione
improvvisa, è legata al posizionamento di questi microcampi irregolari. Si tratta piuttosto di una strategia di costruzione dell’invisibilità basata su una sorta di contro–mappa della città, che opera al rovescio, e
anziché segnare i monumenti individua i vuoti momentanei, scova gli
interstizi puntuali e i luoghi di invisibilità28. Da questo punto di vista
può essere utile considerare anche i luoghi scelti per la costruzione dei
microcampi abusivi: sottopassaggi abbandonati, argini dei fiumi, piste
ciclabili isolate, camminamenti sotto i ponti e lungo le strade tangenziali, edifici abbandonati, luoghi difficilmente accessibili interni ai
parchi pubblici.
La definizione della periferia cambia se è situata in una logica processuale, come esito delle relazioni mobili che strutturano e rendono
ragione delle modificazioni dei rapporti fra le comunità che abitano la
città e dei loro modi di pensare ed usare il territorio urbano. In questa
ottica possiamo affermare che oggi a Roma possiamo distinguere al27
I dati dimostrano chiaramente che non vi è stata nessuna “invasione”, nonostante i proclami politici e le semplificazioni giornalistiche: sommando questi 4179 abitanti ai circa 7900,
che secondo i dati Caritas abitavano nel 2006 nei campi “attrezzati o semiattrezzati” riconosciuti dal Comune di Roma emerge un dato complessivo di 12.079 persone, di molto inferiore
alle cifre delle sole espulsioni, quantificate in circa 20.000, annunciate dal nuovo sindaco della città, Giovanni Alemanno, al momento del suo insediamento (aprile 2008). In cifra assoluta
la presenza Rom, comparata ai dati del censimento del 2002, registra un netto aumento, da
circa 6500 individui agli attuali 12.000, in linea comunque con l’aumento degli altri immigrati
(passati da 160.921 residenti, al 31/12/2000, in base ai dati dell’ufficio statistico comunale, a
250.640 residenti, al 31/12/2006, di molto inferiore alla cifra delle presenze complessive, se
consideriamo i regolarmente soggiornati), ma notevolmente ridotto in valori assoluti: si tratti
in effetti di poche migliaia di persone in una città che ha circa 2.800.000 abitanti residenti
complessivi.
28
Sembra emblematico un episodio riferito in un articolo pubblicato sul quotidiano “Il
manifesto” il 3 maggio 2008 (articolo di Stefano Milani), in cui si parla di un abitante rom
rumeno, Mirceu, di una piccola baraccopoli costruita sulla via Flaminia, che ha abitato,
nell’arco di dieci anni in oltre quaranta campi sparsi per la città. Scrive Milani, riportando fra
virgolette le sue parole: [Abita qui da un anno ma “a giorni alterni”. Perché «ogni tanto arrivano i vigili e la polizia e siamo costretti ad andare via per qualche giorno». Una, due settimane al massimo poi sono di nuovo lì. «Tanto abbiamo altri posti dove andare a nasconderci». Entra un attimo nella sua baracca ed esce con una mappa dettagliatissima. «Vedi — dice
— Roma è talmente grande che anche se ci cacciano da qui un altro posto lo troviamo. Questo, ad esempio, è un posto perfetto per vivere». Col dito indica la zona est della Capitale,
piena di verde e neanche così lontana dalla metropolitana. «Se Alemanno ci manda le ruspe
abbiamo già deciso, andremo a stare lì»]. Mirceu abita in una baracca di 20mq, costruita con
bandoni di lamiera arrugginita, insieme alla madre, al padre e a quattro fratelli.
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
meno tre periferie: una prima periferia della dispersione, che corrisponde alla periferia indicata da Marcelloni, in cui si trovano prevalentemente italiani immigrati negli anni Cinquanta e Sessanta, che si è
sviluppata ed è stata abitata con una logica di aggiunta alla città esistente, legata alla rappresentazione di un territorio centralizzato in cui
i confini hanno un forte significato, e che è stata assorbita dalla città
attraverso espansioni successive; una seconda periferia “a blocchi”,
localizzata nei luoghi creolizzati al centro della città, abitata con una
logica di inserimento compatto negli interstizi, che si basa sulla comprensione delle forme di categorizzazione e gerarchizzazione in vigore, sfruttandone le falle: e infine una terza periferia polverizzata, ancora diversa culturalmente e morfologicamente, costituita dai piccoli
campi non autorizzati abitati da rom e sinti con la sua struttura “a polvere”, che si basa su un modello acentrico e stratificato di territorio,
adatto a spostarsi velocemente, a difendersi e nascondersi in una società che è ostile.
Dal punto di vista della relazione fra modello generale di un territorio e modi di posizionarsi in esso possiamo distinguere, sottese a queste tre forme di periferia, tre diversi modelli di spazio urbano, che rendono conto della interpretazione tattica delle forme urbanistiche consolidate29: un primo modello in cui la forma del territorio è quella di
uno spazio striato30, un insieme fortemente centralizzato e con dei confini riconoscibili (tipica degli insediamenti degli italiani e che pare riprodursi negli insediamenti di immigrati provenienti dall’Europa
dell’est31, nell’estrema periferia e nei comuni extraurbani); un secondo
modello che lo considera come un insieme compatto ma bucato, uno
spazio che presenta delle cavità in cui inserirsi a blocchi, in cui il valore degli elementi decresce dal centro alle estremità, ed infine una terzo
modello, desumibile dall’organizzazione attraverso cui si situano i
campi rom e sinti spontanei (irregolari): si tratta di un’antistruttura che
si basa su un modello acentrico di territorio, in cui non si riconosce
29
Si tratta di procedimenti di interpretazione riconducibili a quelli definiti da Eco (1975,
198) in relazione al concetto di ipocodifica, considerati qui come processi che emergono nel
quadro generale di una relazione fra macro–sistemi strategici di inglobamento e micro–sistemi di
inserimento localizzato.
30
Cfr. Deleuze, Guattari, 1980.
31
Cfr. Caritas, 2007.
Vuoti, stratificazioni, migrazioni (Pierluigi Cervelli)
109
nessuna gerarchia e non vi sono confini definiti, ma in cui contano le
relazioni di accessibilità e inaccessibilità, l’accerchiamento da parte
dei gagè (i non zingari) e i modi di sfuggire ad esso rendendosi invisibili e spostandosi continuamente. Si tratta dunque di tre modi diversi
di articolare un sistema di luoghi secondo sintassi specifiche.
Questa molteplicità della periferia, e dei modelli culturali di spazio
urbano, esisteva anche in passato, ma coinvolgeva altre comunità: ad
esempio a Roma prima dell’unità d’Italia le modeste case del popolo
minuto circondavano i palazzi nobiliari, ne erano la periferia diffusa,
popolare e locale, ma c’era un’altra periferia interna alla città, quella
del ghetto ebraico, anch’essa fortemente localizzata (lo dimostrano
molto chiaramente la specificazione quasi ossessiva e l’estrema violenza delle norme edilizie e di localizzazione che imponevano la costruzione dei ghetti ebraici e di quelle tese a una regolazione della vita
quotidiana degli abitanti, contenute negli editti papali di Paolo IV32).
Tuttavia, anche in riflessioni urbanistiche davvero approfondite e sensibili, sempre su Roma, come quelle di Birindelli e Insolera33, c’è pochissimo sul ghetto ebraico e non si accenna minimamente alle sue
particolarità urbanistiche in quanto periferia culturale.
Per evidenziare questa relazione è necessario accostare alla considerazione dello spazio costruito quella qualitativa dello spazio abitato,
dinamizzato dalle relazioni fra individui e dai programmi conflittuali o
cooperativi che le animano. È quello che Michel de Certeau (1990),
proprio applicando alle dinamiche dell’abitare le categorie semiotiche
del linguaggio messo in discorso, proponeva più di 20 anni fa con la
distinzione fra spazi e luoghi. Oggi possiamo espandere la proposta di
de Certeau considerando i flussi di popolazione che caratterizzano la
città contemporanea e la dimensione politica che essi implicano: quella legata alle condizioni di accessibilità diversificate che caratterizzano le enclaves esistenti nell’arcipelago metropolitano e alle forme di
invisibilità che esse determinano.
Un’analisi delle forme concrete dell’abitare ci restituisce anche
un’immagine peculiare che a partire da Roma potremmo mettere alla
prova nei contesti di altre città globalizzate: quello di una città, o me32
33
Cfr. Fantozzi Micali, 1995.
Cfr. Insolera, 1970; Birindelli, 1978.
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
glio di un territorio urbanizzato, che è fortemente connesso globalmente ma che al contempo è stratificato e separato localmente. Per evidenziare queste stratificazioni, che portano iscritte criticità e potenzialità delle nostre città, credo sia fondamentale osservarle anche attraverso gli occhi degli altri. Le loro scelte sono forme di uso del territorio studiando le cui logiche potremmo più facilmente capire le nostre, e non dimenticare come siano tragiche certe situazioni che rischiano di vederci solo come spettatori distaccati.
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
Il senso del luogo – Qualche riflessione di metodo
a partire da un caso specifico
PATRIZIA VIOLI*
The Sense of Place: Some Insights on Method from a Specific Case Study.
English abstract: The aim of this paper is to analyze and discuss some methodological issues for a possible semiotic approach to the study of space. Moving from the
analysis of a very specific case study — the cultural construction of the Mediterranean
region — more general questions are confronted, starting with what appears to be the
most basic epistemological problem in a semiotic perspective: the very definition of
the object under analysis. Space seems to have an “objective” and self–evident existence, but this is not the case: space is always the result of a construction process, depending, first of all, on the perspective of the observer. But it is also a cultural construction, which can become highly stratified over time, as in the case of the Greater
Mediterranean area. This implies a redefinition of what should be taken as Expression
and Content planes of a spatial semiotics: in particular the Expression plane cannot be
seen as coincident with the morphological configurations themselves, but is always
locally constructed, according to a principle of ratio difficilis with regard to its content. Such an approach allows us to better understand the “sense of place” of any
given geographical entity, and the relative variability of its semiotic values, which
may be independent of any physical changes in its basic morphological configuration.
Key–words: Semiotics of space, sense of place, expression and content plan, Mediterranean region.
Scopo del mio intervento è proporre una riflessione su alcune questioni metodologiche di fondo sollevate dall’analisi semiotica dello
spazio. Che ci si occupi infatti di città in senso stretto, o di quelle entità che, con termine molto generico, potremmo definire “località geografiche”, ci si trova in ogni caso a fronteggiare problemi fondativi di
metodo, che si pongono come trasversali e comuni rispetto alle specifiche analisi. Come si lavora sullo spazio? Attraverso i testi che lo
*
Università di Bologna.
113
114
PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
raccontano e descrivono? Attraverso gli edifici che lo arredano? Attraverso le pratiche, gli usi, i vissuti di chi lo abita o soltanto lo attraversa? Come incrociare e integrare tutte queste dimensioni?
Mi pare quindi indispensabile, indipendentemente dalla specificità
che ogni singolo luogo impone, riflettere sulla portata del metodo semiotico nella sua generalità e nei suoi presupposti, soprattutto nel
momento in cui la natura dell’oggetto ci obbliga a confrontarci e dialogare con altri possibili metodi e prospettive di indagine.
Lo spunto per questa riflessione nasce da una ricerca condotta
all’Università di Bologna da un gruppo da me coordinato che aveva
per tema il Mediterraneo1. Non è dunque la città l’oggetto da cui siamo partiti, ma qualcosa per certi versi più complesso e indefinito, che
include nella sua realtà anche importantissime realtà urbane — basti
pensare a tutti i porti e le città costiere, grandi e piccole, che da millenni si affacciano sulle rive del mediterraneo — ma che non è ad esse
riducibile. Questa diversa estensione del campo di indagine non incide
tuttavia in modo significativo sui problemi di metodo che intendo discutere, anche se impone qualche chiarimento preliminare relativamente al nostro oggetto di analisi.
1. La costruzione culturale dello spazio
Fin dall’inizio della nostra ricerca ci siamo imbattuti in un interrogativo di fondo: come si può definire un oggetto vasto, complesso e
multiforme come il Mediterraneo, e, ancora più radicalmente, esiste il
Mediterraneo come entità in sé definibile?
Il Mediterraneo infatti non è un oggetto unitario di studio, e forse
non è nemmeno un oggetto. Non rimanda ad uno spazio geografico
1
Il progetto biennale dell’Università di Bologna aveva per titolo: La rappresentazione del
Mediterraneo fra memoria e progetto. Stereotipi, nuove politiche identitarie, costruzioni semiotiche. Vi hanno partecipato: Nicola Bigi, Giovanna Cosenza, Cristina Demaria, Annamaria Lorusso, Maria Pia Pozzato, Andrea Tramontana, Andrea Zannin. Primi risultati parziali del lavoro
sono in Violi e Tramontana (2006), i risultati finali della ricerca sono in corso di pubblicazione.
Il testo di Andrea Tramontana presentato in questo stesso volume si colloca entro questo quadro
generale di lavoro.
Il senso del luogo (Patrizia Violi)
115
omogeneo, non è un’entità geo–politica definita, non allude nemmeno
ad una storia comune. Anche se sempre più spesso, negli ultimi decenni, si parla di una “cultura del mediteranno”, nella realtà risulta poi
impossibile definire con maggiore precisione i confini di tale cultura, i
suoi assi portanti, gli elementi comuni che dovrebbero distinguerla per
opposizioni ad altre culture. La stessa idea di una definizione contrastiva appare problematica, dato che mal si comprende a quali altre culture quella del Mediterraneo dovrebbe contrapporsi: culture “continentali”, “nordiche”, “atlantiche”?
Da un lato quindi il Mediterraneo non è un’unità definita e circoscrivibile, dall’altro però si presenta come una realtà discorsiva fortemente investita di senso, come un luogo simbolico e mitico, un deposito di rappresentazioni, temi, figure stratificate nel tempo e nelle differenti culture che ne fanno parte. E anche un repertorio di stereotipi che
in vari campi, dall’architettura alla cucina, funzionano poi come stilemi che contribuiscono a costruire quella stessa presunta “mediterraneità” di cui dovrebbero testimoniare l’esistenza.
Il Mediterraneo è dunque in primo luogo una costruzione culturale
e discorsiva, un’entità semiotica basata su un procedimento astrattivo.
L’astrazione in realtà non è altro che il risultato di un’operazione di
estrazione di alcuni semi da un insieme più vasto di configurazioni
semantiche e di percorsi discorsivi possibili. Proprio per questa sua
natura costruita, l’oggetto che ne risulta può anche essere internamente contraddittorio, una sorta di costrutto–ornitorinco fatto di pezzi diversi non necessariamente coerenti in se stessi, il che non esclude che
l’insieme produca complessivamente un effetto di coerenza e di omogeneità. Parlare del Mediterraneo come di una entità semiotica significa sottolinearne la natura di oggetto culturale, quindi unità dotata di
senso, anzi di molti sensi “compossibili”, diversi e a volte parzialmente contradditori fra loro.
Questo è stato l’oggetto specifico della nostra ricerca sul Mediterraneo: non la sua storia, la sua geo–politica, le sue tradizioni, ma piuttosto le forme della sua esistenza semiotica e le molteplici articolazioni del suo senso. È chiaro infatti che ci siamo trovati ad analizzare
molti e diversi piani di organizzazione del senso, e molti diversi oggetti semiotici specifici: testi, rappresentazioni di vario genere, edifici,
aggregazioni urbane, percorsi, pratiche di tipo diverso, dalla balnea«Lexia», 1–2/2008
116
PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
zione al turismo alla pesca, e così via. Oggetti di taglia e natura diversa che mettono in gioco grandezze eterogenee, in cui a volte sono rintracciabili isotopie dominanti e aggregazioni sistemiche, in altri casi
accostamenti di sottoinsiemi non necessariamente omogenei e coerenti.
Queste considerazioni, certamente centrali nel caso di una entità
geografica così vasta e multiforme come il Mediterraneo, mi sembrano tuttavia estendibili all’analisi di qualunque luogo, in particolare
all’analisi delle città, anche esse oggetti costruiti e mai dati in sé.
La costruzione dell’oggetto è qui da intendersi in molti sensi: innanzitutto come risultato di una storia culturale. Nel nostro caso, ad
esempio, il Mediterraneo come lo pensiamo oggi, luogo essenzialmente di mare, vacanze, turismo estivo, è un’invenzione piuttosto recente.
Fino al Settecento non esisteva l’idea stessa di vacanza, che al Mediterraneo così prepotentemente si connette: la “villeggiatura” è nozione
della nostra modernità, e costituisce un capitolo di quella storia del turismo che tanta parte gioca nella vita contemporanea.
Se consideriamo poi singole località più circoscritte e delimitate,
vediamo che esse sono a loro volta oggetti costruiti in molti sensi diversi: in primo luogo dall’osservazione che le circoscrive, delimita e
rende pertinenti; in secondo luogo dalle pratiche, gli usi e i comportamenti che le attraversano: quello che ci sembra “lo stesso luogo” non è
affatto “lo stesso” per chi ci vive o per chi ci va in vacanza, per
l’immigrato che vende le sue paccottiglie o per il turista che lo visita.
Infine, e soprattutto, i luoghi sono costruiti dalle attribuzioni di valori
e sensi diversi che producono una riscrittura continua e in costante trasformazione.
Nella nostra ricerca abbiamo lavorato contemporaneamente su due
piani diversi, anche se interconnessi: da un lato le rappresentazioni
della “mediterraneità” come prende forma all’interno di vari testi e discorsi che la mettono in scena, dalle guide turistiche ai libri di cucina
alle riviste di viaggi, alla pubblicità, ai siti web, eccetera.
Dall’altro le rappresentazioni di alcuni luoghi specifici, luoghi “esemplari” — litorali e zone costiere — che si presentano come luoghi
topici del discorso sul e del mediterraneo. Luoghi di condensazione
semica, fortemente simbolici, che acquistano il carattere di luoghi prototipici, nel senso che esibiscono alcuni dei semi e delle configurazio-
Il senso del luogo (Patrizia Violi)
117
ni che di volta in volta contribuiscono a creare l’effetto di senso “Mediterraneo”.
È importante sottolineare che non si tratta qui di contrapporre testi
a luoghi, ma di mettere in relazione semantica fra loro grandezze semiotiche diverse, costrutti semiotici a livelli diversi di pertinenza. I
luoghi sono oggetti semiotici complessi, il cui senso è la risultante di
testi, discorsi, rappresentazioni sedimentate, pratiche, percorsi, ecc.
Oggetti sincretici per eccellenza, in cui il piano dell’espressione è fortemente eterogeneo.
Mentre l’analisi dei discorsi e delle rappresentazioni non presenta
particolari problemi dal punto di vista del metodo, l’analisi dello spazio è ancora un terreno in parte sperimentale, ed è su questo che vorrei
concentrare le mie osservazioni, elencando una serie di punti problematici, o questioni ancora aperte per la definizione di una semiotica
dello spazio, a partire da un problema di ordine molto generale che riguarda la costituzione dei piani di analisi.
2. La delimitazione dei piani in una semiotica dello spazio
A partire dal saggio fondativo di Greimas sulla semiotica topologica (Greimas, 1976), la semiotica ci ha abituato a pensare alla spazialità
come ad un linguaggio dotato di una propria significazione. «La spazialità è un linguaggio a tutti gli effetti: lo spazio parla d’altro da sé,
parla della società, è uno dei modi principali con cui la società si rappresenta, si dà a vedere come realtà significante» (Marrone, 2001, p.
292).
Ora, se lo spazio è un linguaggio, sarà articolato sui due piani di
espressione e contenuto; la questione teoricamente più delicata riguarda a mio parere la definizione del piano dell’espressione di una semiotica spaziale, che si dimostra più complessa di quanto non appaia a
prima vista.
Infatti, perché un sistema possa essere considerato come una semiotica, bisogna che significhi altro da sé, e quindi che l’espressione
rimandi a un contenuto diverso, di natura eterogenea. In questa prospettiva «lo spazio parla d’altro da sé», per riprendere le parole di
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
Gianfranco Marrone; lo spazio parla della società, dei rapporti di potere, della divisione di ruoli, significa, e iscrive in sé allo stesso tempo,
codici e funzionamenti sociali.
Ma questo rinvio dello spazio ad altro rispetto a se stesso non è da
tutti condiviso. Manar Hammad ad esempio sostiene che «è difficile
mostrare direttamente che il criterio citato è soddisfatto» — il criterio
citato essendo appunto quello del rinvio — e prosegue dicendo: «eccoci di fronte a una difficoltà di ordine metodologico, legata alla definizione stessa dell’espressione della possibile semiotica di cui stiamo
interrogando lo statuto» (Hammad, 2003, p. 11).
In qualche misura le problematiche teoriche che ci pone la definizione dell’espressione nel caso di una semiotica delle spazio non sono
molto dissimili da quelle che ritroviamo in una semiotica della percezione, e analoghi sono i rischi di cadere in una definizione sostanzialistica del piano dell’espressione.
Un primo equivoco da cui smarcarsi è quello che riguarda l’identificazione immediata e diretta dell’espressione con la morfologia spaziale: lo spazio percepito — i singoli luoghi e la loro morfologia —
non rappresentano in quanto tali l’espressione di una semiotica dello
spazio. Non si può infatti pensare a questa semiotica come costituita
da un paesaggio materiale fatto di “cose”, cui far corrispondere dei significati sulla base di un dato codice culturale, oppure di pratiche che
semantizzerebbero pure morfologie spaziali.
Ogni luogo è piuttosto «un agglomerato di esseri e di cose» (Greimas, 1976, p. 137), un’unica forma sociale fatta di uomini, oggetti,
spazi: «Non c’è, da un lato, una società fatta di uomini e, dall’altro
uno spazio fatto di oggetti che quella società accoglie in modo più o
meno adeguato; c’è semmai un’unica, generale, forma sociale, che
comprende sia uomini sia cose sia spazi, portatori ognuno di ruoli attanziali specifici» (Marrone, 2001, p. 319). La semiotica dello spazio è
una semiotica sincretica per sua natura, dove il piano stesso
dell’espressione è eterogeneo e non riducibile alla sola configurazione
morfologica in sé data2. Si tratta allora di capire meglio cosa è il piano
dell’espressione nel caso di questa particolare semiotica non verbale
che è la semiotica dello spazio.
2
Su questo punto cfr. Hammad (2003).
Il senso del luogo (Patrizia Violi)
119
A questo fine può essere utile ripartire da quello che è un assunto
teorico di fondo della nostra disciplina, fin dalla definizione di significante data da Saussure, definizione interamente formale e non sostanziale: l’espressione non è mai un dato, né una sostanza (anche se poi si
manifesta attraverso sostanze), ma è un funtivo di una relazione con il
piano del contenuto, relazione che, specie nelle semiotiche non verbali, è localmente definita, non sulla base di un codice preesistente ma
per selezione pertinente di tratti contestualmente rilevanti.
In quanto funtivo, l’espressione è sempre qualcosa di costruito e
non dato; non può precedere il contenuto ma si dà sempre e solo insieme a questo, nell’indissolubile unità del verso e del retro di uno
stesso foglio, per riprendere la famosa metafora saussuriana. Per stabilire quali elementi rientrino nella costituzione del piano dell’espressione, non si può che partire da un’ipotesi sul contenuto, che nel nostro caso potrebbe essere un certo uso dello spazio, una forma di vita,
un insieme di valori ad esso attribuiti. Sulla base di questa ipotesi saranno selezionati quei tratti che verranno poi resi pertinenti come espressione di quel dato contenuto. La determinazione del piano dell’espressione è dunque sempre una questione di pertinenze a partire da
una lettura, o ipotesi, o attribuzione, sul piano del contenuto.
Facciamo un esempio che rimanda a un caso in cui ci siamo imbattuti frequentemente nella nostra ricerca. Lavorando soprattutto sui litorali come luoghi topici del nostro territorio, abbiamo individuato nel
lungomare uno spazio particolarmente significativo e semanticamente
“denso”. Ma il lungomare può essere cose molto diverse, svolgere
funzioni sociali molto diverse, dare luogo ad abiti diversi in differenti
contesti. Il punto è che, con il variare delle funzioni e degli usi, quindi
del “senso” complessivo, varia anche il piano dell’espressione, e non
siamo più di fronte allo “stesso” lungomare. Là dove il lungomare è
luogo di passeggiata, saranno pertinenti certi tratti dello spazio e non
altri (la direzionalità del percorso, la sua percorribilità, la sua accessibilità, e così via). Se invece il lungomare diviene luogo di aggregazione sociale, diventeranno pertinenti spiazzi, slarghi e simili, che in molti casi vengono artificialmente segnalati e enfatizzati con interventi di
ristrutturazione mirati, o anche solo arredamento urbano. Ma anche in
assenza di alcun intervento specifico, è “lo stesso luogo” a non essere
più “lo stesso” per dirla in forma un po’ paradossale; in altri termini la
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
stessa configurazione morfologica viene a costituire un piano
dell’espressione differente, perché differente è la selezione dei tratti
che in questo caso sono diventati pertinenti.
Se poi, come avviene in alcuni casi e magari in alcuni orari particolari, il lungomare si trasforma in un inquietante luogo di spaccio o
prostituzione, potranno divenire pertinenti gli anfratti nascosti, le zone
non visibili, o buie — all’opposto del caso precedente in cui è lo slargo illuminato a assumere rilevanza — in una continua riscrittura e ridefinizione reciproca dei due piani.
Semioticamente potremmo dire che il rapporto che costituisce
l’identità dei termini, nel caso dello spazio, è per ratio difficilis, dal
momento che si parte da un’ipotesi sul contenuto per definire il piano
di pertinenza della funzione segnica, e su questa base si determina poi
il piano dell’espressione. Ciò significa che la morfologia non può essere pensata come il supporto materiale per un investimento di valori,
ma una configurazione anch’essa costruita nel suo senso a partire da
pratiche e valori. Tanto è vero che il senso di un luogo può cambiare
anche radicalmente senza che cambino gli spazi fisici.
Nelle zone costiere del Mediterraneo da noi considerate, abbiamo
spesso rilevato fenomeni analoghi: risemantizzazioni profonde che,
modificando le abitudini, i percorsi, i valori stessi dell’esperienza di
un luogo, ne trasformano il senso complessivo senza alterarne tuttavia
la forma. I processi di risemantizzazione, anche qualora non alterino la
morfologia dello spazio, modificano sempre anche il piano dell’espressione, e non solo quello del contenuto, dal momento che le
nuove pratiche, abiti, forme di vita rendono pertinenti altri e diversi
tratti espressivi rispetto a quelli precedenti3.
Ciò significa che non c’è un significato spaziale separato o separabile da uno culturale; il modo stesso di percepire gli spazi e di costituirli come significanti dipende dai valori e dai significati culturali che
vi attribuiamo. Non esiste, per lo meno dal punto di vista semiotico,
3
Un esempio interessante è rappresentato dal ponte di Mostar, analizzato da Francesco
Mazzuchelli nella sua tesi di dottorato (Dottorato in Semiotica, Università di Bologna). Il ponte,
pur ricostruito identico dopo il suo bombardamento, non ha più il senso e il valore che aveva in
precedenza, né è utilizzato secondo le medesime modalità. Un altro caso significativo è il teatro
della Fenice di Venezia, ossessivamente restituita alla sua apparenza precedente all’incendio che
la distrusse, eppure irrimediabilmente diversa.
Il senso del luogo (Patrizia Violi)
121
una morfologia in sé, “oggettivamente data”, distinta dai valori di cui
è investita, dalle pratiche e dai comportamenti a cui dà luogo, dai discorsi che vi sono inscritti; un lungomare non sarà tale solo in virtù di
un percorso fisico, ma di una serie di abiti e forme di vita che a loro
volta implicano un’attribuzione di valori sottostanti.
Con questo non si vuole negare l’ovvia esistenza di morfologie
proprie e specifiche ai vari spazi e luoghi, dotate di una loro realtà oggettivabile e descrivibile, ma solo segnalare una pertinenza dell’analisi
semiotica rispetto ad altri approcci possibili e legittimi. Altre discipline, dalla geografia all’urbanistica, possono avere come proprio oggetto, se pure da angolature diverse, la morfologia del territorio, quello
che la semiotica deve descrivere è il senso degli spazi, il costituirsi di
quegli stessi spazi in un linguaggio provvisto di senso.
3. Il senso del luogo
Finora abbiamo parlato indifferentemente di spazio o di luoghi come se i due termini fossero coestensivi ed equivalenti, ma parlare di
luoghi non è la stessa cosa che parlare di spazio. Sia che si analizzino
città, sia che ci si occupi di località appartenenti a un’area geografica
molto ampia come il Mediterraneo, stiamo sempre prendendo in considerazione non uno spazio generico, ma dei luoghi definiti. Ed è precisamente il senso del luogo l’oggetto specifico del lavoro semiotico.
Ma che cos’è esattamente il senso di un luogo, e ancora prima cosa
è esattamente “un luogo” e come lo definiamo?
Su questo punto si riscontrano posizioni differenti. Per de Certeau
un luogo è «una configurazione istantanea di posizioni» che implica
una indicazione di stabilità; è «l’ordine qualsiasi secondo il quale degli elementi vengono distribuiti entro rapporti di coesistenza» (de Certeau, 1990: 175 trad. it.). A fronte di questa generalità lo “spazio” è
invece un luogo abitato e praticato, «prodotto dalle operazioni che lo
orientano, lo circostanziano, lo temporalizzano e lo fanno funzionare
come unità polivalente di programmi conflittuali o di prossimità contrattuali» (ibidem, p. 176). Il rapporto fra i due termini sarebbe simile
a quello che intercorre fra la generalità della langue e la realizzazione
della parole.
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
Opposta la posizione di Christian Norberg–Schulz (1980), per cui
gli spazi ambientali diventano luoghi (places in inglese) nel momento
in cui sono abitati e vissuti, e solo a quel punto acquisiscono un
senso4.
La mia proposta è di considerare come luogo uno spazio percepito
come un tutto organico, dotato di delimitazione e confini, se pure non
netti e marcati, con una identità relativamente stabile o comunque percepita come tale, e sempre individuato da un nome che lo definisce
toponomasticamente. La denominazione è semioticamente più rilevante, per l’individuazione di un luogo, dell’esistenza di precise caratteristiche morfologiche che lo delimitino, caratteristiche non sempre necessariamente presenti. Se per una piccola isola il nome va a identificare una realtà morfologica i cui confini sono predefiniti sulla base dal
suo carattere insulare, una località sulla costa romagnola, che non presenta soluzioni di continuità nella sua urbanizzazione, sarà individuabile dal solo nome. Da questo punto di vista il concetto di luogo presenta affinità, e può essere comparabile, con la nozione semiotica di
Attore.
Si tratterà ora di meglio definire tutte le componenti semantiche
che concorrono a costruirne il senso, e in particolare la relazione dinamica che mette in tensione configurazioni spaziali e usi. Non vi è
dubbio infatti che la configurazione spaziale non è separabile dai suoi
usi, i quali a loro volta non sono separabili dal suo senso. Come ricorda Ugo Volli, «non è mai possibile separare l’uso pratico del territorio
dalla sua dimensione di senso» (Volli, 2005, p. 12).
Ogni intervento umano sul territorio, ogni sua modificazione e trasformazione, che si tratti di edificare nuovi edifici o tracciare strade, di
preservare aree “naturali” come parchi, o di ricostruirle artificialmente
come tali, costituisce un’operazione carica di senso, o meglio di sensi
diversi, che mettono in gioco sistemi e gerarchie di valori, suggeriscono percorsi, favoriscono o inibiscono determinati usi. Come abbiamo
visto nell’analisi dei litorali di area mediterranea, ogni singolo luogo
modula una sua particolare forma del senso, legata alle forme specifiche dell’utilizzo di quel territorio, fatta di inediti e diversi rapporti fra
tradizione e innovazione, sviluppo e conservazione, al cui interno so4
Per una discussione su questo punto si veda anche Coppock (2008).
Il senso del luogo (Patrizia Violi)
123
no iscritte complesse dinamiche di natura non solo culturale, ma anche
sociale ed economica.
4. Forme dello spazio e forme di vita
Una volta riconosciuto il nesso centrale che, nell’articolare il senso
di un luogo, lega le morfologie spaziali alle forme di vita, un punto
problematico è la loro reciproca interdipendenza. In altri termini, fino
a che punto le configurazioni topologiche predispongono determinate
modalità di esperire gli spazi? Fino a che punto possono essere trasformate, forzate, risemantizzate? Esistono delle “linee di resistenza”
proprie alle morfologie che precludono o quanto meno ostacolano determinate pratiche o usi?
È indubbio infatti che nei luoghi è iscritto un progetto d’uso: alcuni
comportamenti sono previsti e resi possibili dalla stessa forma spaziale, altri si presentano come impraticabili. Abbiamo tuttavia osservato,
nel nostro campione di analisi, anche casi di risemantizzazioni così
radicali da cambiare il segno “naturale” del luogo. Un divertente esempio è un tratto di litorale nei pressi di Castiglioncello denominato
“I pungenti” per l’asperità del terreno di origine lavica, lavorato dal
mare in forma di aguzze e taglientissime punte. Eppure proprio su
questo pezzetto di costa libera si sono sviluppate pratiche di balneazione imprevedibili rispetto alla pura morfologia del luogo, e che richiedono ingegnosi accorgimenti e opportuni strumenti, come spessi
strati di gommapiuma, strutture mobili a incastro fra gli scogli, e simili. E il caso non è isolato5.
Il rapporto fra spazi e comportamenti pare così sempre da intendere
a doppio senso: da un lato gli spazi prefigurano dei comportamenti e
dei percorsi possibili, ma allo stesso tempo i percorsi e i comportamenti contribuiscono a ridefinire gli spazi, risemantizzandoli attraverso processi che ne alterano i sensi originari e determinano nuovi valori. La dinamica di questa interconnessione può essere descritta in ter5
Altri esempi simili li abbiamo riscontrati a Grado, analizzato da Maria Pia Pozzato,
nell’uso “improprio” della diga, o lungo il litorale adriatico, con utilizzi “aberranti” di spazi attrezzati del lungomare, che vengono usati in modi del tutto diversi da quelli per cui erano stati
progettati e previsti.
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
mini di differenti forme di esistenza semiotica: le configurazioni spaziali prefigurano delle virtualità, dei “progetti” di uso possibili in
qualche modo previsti dalla morfologia dei luoghi; le forme di vita realizzano poi tali progetti con un ampio grado di libertà, seguendo talvolta percorsi impensati e non previsti, in un rapporto non predeterminato, e nemmeno sempre prevedibile, fra i due livelli.
In altri termini il progetto iscritto nello spazio e la sua effettiva realizzazione non hanno la cogenza e la necessità che intercorre, in altri
sistemi semiotici e in primo luogo in quello linguistico, fra langue e
parole, fra la generalità della struttura e l’atto individuale della sua realizzazione.
Mi pare che solo tenendo conto di questa importante caratteristica
si possa affrontare la questione della enunciazione in ambito spaziale.
Hammad (2003, p. 48) riferendosi all’architettura, individua proprio in
quello che io ho chiamato “progetto”, e che lui definisce come uno
“statuto strutturale (sintattico) particolare”, un ruolo enunciazionale
che andrebbe a regolare le relazioni tra le persone che vi si trovano in
interazione.
Se nel caso dell’architettura il ruolo regolatore dell’enunciazione,
iscritta già a partire dal progetto, appare più identificabile e circoscritto, la questione si presenta assai più complessa quando si analizzino
luoghi compositi come una città o un tratto di costa. Per un edificio è
infatti più facile risalire all’intenzionalità enunciazionale, leggibile nei
disegni stessi dell’architetto, e poi via via nelle sue varie fasi man mano che il progetto si viene realizzando. La singola opera architettonica
può così essere letta come un testo la cui enunciazione rimanda ad un
enunciatore unitario (che non è necessariamente un unico attore), secondo un percorso che va dal progetto alla realizzazione, magari con
significative trasformazioni da uno stadio all’altro, man mano che si
procede in un percorso di progressiva attualizzazione semiotica6.
Ma quando da un singolo artefatto si passa ad un agglomerato urbano, una città o una porzione più ampia di territorio, l’enunciazione
presenta una complessità infinitamente maggiore: non è più possibile
ipotizzare un enunciatore unico, ma ci troviamo di fronte a una com6
È questo un tema molto attuale e discusso; si veda ad esempio il recente numero della rivista NAS a cura di Boudon (2008).
Il senso del luogo (Patrizia Violi)
125
presenza di istanze e intenzionalità diverse, non necessariamente coordinate e pianificate. Certo, esistono piani regolatori che prevedono
sviluppi possibili e altri non consentiti e che possono, in quest’ottica,
essere letti come istanze enunciazionali, secondo un parallelismo con
ciò che il progetto rappresenta per il singolo edificio. Ma le variazioni
che intercorrono fra piano regolatore e realtà del territorio sono più
complesse, perché varie e molteplici sono le progettualità che si vengono a sovrapporre, o anche semplicemente ad accostare le une alle
altre senza necessariamente essere dotate di un ordine gerarchico,
dando luogo a esiti meno lineari e assai più frammentari.
Una dimensione particolare di questa polifonia enunciativa dipende
naturalmente dalla dimensione storica che è iscritta nella morfologia
di ogni singolo luogo, e che accosta le une accanto alle altre opere e
tracce di epoche e periodi storici passati, stratificando identità diverse
che vengono a loro volta reinvestite di senso nei nuovi usi che via via
si fanno degli elementi, architettonici ma non solo, del passato.
5. Memoria e identità dei luoghi
Si apre qui un capitolo molto importante della semiotica dello spazio, che riguarda il processo attraverso cui la diacronia diventa sincronia, e il passato viene in varie forme integrato nel presente, fino a farsi
elemento costitutivo del modo in cui una morfologia significa se stessa, i suoi valori, il suo senso specifico. Una problematica che investe
la costruzione e gestione della memoria e dell’identità di un determinato luogo nel tempo, il modo in cui viene interpretata, modificata, o
stravolta la sua tradizione. Il passato potrà di volta in volta essere conservato in forma “museificata”, riutilizzato e valorizzato in funzione di
un’identità culturale forte, inglobato nel presente, o una combinazione
di tutte queste strategie. Talvolta il passato viene addirittura ricostruito
in funzione di una nuova definizione identitaria, che arriva a manipolare la stessa morfologia fisica dei luoghi per iscrivervi le tracce di una
storia passata ripensata a partire dal presente.
L’analisi diacronica diviene allora una dimensione necessaria della
ricerca semiotica, non tanto in quanto componente storica in sé, ma
piuttosto come parte della ricostruzione culturale complessiva, in cui
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
la storia dei luoghi si iscrive nei luoghi stessi, quindi si fa sistema della contemporaneità. Il senso di un luogo reca iscritta la storia delle
proprie trasformazioni e sedimentazioni, ne attiva continuamente la
memoria, costituendosi come una sorta di palinsesto, un sistema di
senso stratificato con progressive iscrizioni e cancellature. «La differenza che definisce ogni luogo […] assume la forma di strati embricati. […] Una sedimentazione di strati eterogenei. Ciascuno, come la
pagina deteriorata di un libro, rinvia a modalità diverse di unità territoriale, di suddivisione socio–economica, di conflitti politici e di
simbolizzazione identificatoria» (de Certeau, 1990, trad. it., pp. 281–
282).
La trasformazione diacronica sedimentata nella strutturazione sincronica dei luoghi, se da un lato è il risultato di una storia culturale e
non naturale che ha negli esseri umani i soggetti trasformatori,
dall’altra a sua volta agisce poi sugli umani determinandone le modalità di vita nei luoghi stessi. Vi è un rapporto di doppia interazione e di
dipendenza reciproca fra spazi e esseri umani, fra soggetti e oggetti,
dove non è dato che il soggetto sia sempre l’essere umano e l’oggetto
lo spazio, perché, appunto, a volte è proprio lo spazio ad agire
sull’uomo, imponendo percorsi, suggerendo pratiche e forme di vita,
stabilendo valori pragmatici ed economici, ma anche estetici7.
7
Soggetto e Oggetto sono qui ovviamente intesi come ruoli attanziali. L’analisi attanziale
applicata ad una semiotica dello spazio apre alcune questioni di metodo interessanti, a cui, in
questa sede, farò solo un breve accenno. La semiotica ci ha giustamente abituato a pensare i
ruoli attanziali in chiave non antropomorfa, ma puramente sintattica; a volte tuttavia l’analisi
in chiave attanziale di configurazioni spaziali ci appare un poco forzato. Può una porta chiusa,
in se stessa, essere definita come un Antisoggetto perché ostacola la realizzazione di un PN di
spostamento? A me pare che in questi e analoghi casi si rischi di ridurre la narratività a una
pura e semplice concatenazione sintattica, escludendo valori e investimenti di valori, carichi
modali e loro trasformazioni, in altri termini le poste in gioco dell’azione. Per potersi costituire come Antisoggetto, un certo attore deve essere qualcosa di più che un mero ostacolo “sintattico”, deve essere modalizzato secondo il Volere, deve essere investito di valori opposti al
Soggetto, eccetera.
Il senso del luogo (Patrizia Violi)
127
6. La costruzione del corpus. I litorali
Tocco per ultimo, e solo brevemente8, quello che è in realtà il primo
problema di metodo che qualsiasi analisi semiotica deve affrontare: la
composizione del corpus. Nel nostro caso la delimitazione del corpus
si presentava come questione centrale e al tempo stesso particolarmente difficile, data la complessità culturale e l’estensione territoriale del
nostro oggetto, alla cui problematicità ho già accennato all’inizio. Abbiamo scelto di privilegiare i litorali perché ci sono parsi i naturali
punti di limite e confine, ma anche di incontro, fra mare e terra, e
quindi luoghi topici per definizione di una regione che nel mare ha la
sua caratterizzazione sia culturale che geografica.
Il litorale del Mediterraneo ha subito profonde trasformazioni storiche: da luogo “vuoto” e non pertinentizzato come si presentava prima
dell’“era della villeggiatura”, a luogo saliente (nelle sue varie forme)
come è oggi. In semiotica la definizione di un elemento avviene sempre per via differenziale, quindi per contrasto con qualcosa che “non
è”; anche per noi il litorale è stato dunque identificato sulla base di
un’opposizione soggiacente con un “non–litorale”, un’area percepita e
costruita come diversa e semanticamente opposta, ma la natura e le
forme specifiche di questa opposizione non sono date una volta per
tutte, al contrario presentano notevoli gradi di variazione.
In alcuni casi la zona costiera si oppone all’entroterra inteso come
campagna e luogo di coltivazione, una opposizione che si può rintracciare anche su territori molto limitati in estensione, come alcune piccole isole. In altri casi l’opposizione pertinente è quella con il tessuto
urbano: qui il litorale assume il carattere di spazio di loisir e la città
quello di spazio di lavoro, una differenza che si conserva in alcuni dei
nostri luoghi campione, sparisce invece in altri, o comunque viene riformulata: Rimini non si oppone alla città, ma si fa essa stessa città,
generalizzando alcune caratteristiche di luogo iper–urbanizzato.
Naturalmente quando si analizza una regione geografica estremamente estesa e composita come il Mediterraneo, non si potrà che procedere per campioni, per una mappatura limitata di casi che appaiono,
8
La questione sarà affrontata in modo più approfondito nella pubblicazione conclusiva della
nostra ricerca.
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
al giudizio dell’analista, particolarmente significativi, o per la loro eccezionalità, o al contrario, per la loro ricorsività. Se questo può essere
visto come un limite dell’analisi, ci pare un limite inerente alla specifica metodologia semiotica, che si pone consapevolmente sul piano
qualitativo e non su quello quantitativo. Il risultato di un’analisi per
casi campione non si prefigge come risultato una impossibile ricostruzione del Mediterraneo nella sua interezza, né d’altra parte deve essere
letta come una pura sommatoria di casi a sé stanti. Le singole analisi
rappresenteranno piuttosto altrettanti casi prototipici che si propongono come realizzazioni particolarmente significative dalla forma Mediterraneo, istanze di tipi culturali e semiotici di ordine più generale. In
quanto tali potranno esibire linee di tendenza riscontrabili anche al di
fuori dell’area mediterranea strettamente intesa, presentandosi come
modelli di uno stile mediterraneo che spazia dalla cucina all’architettura, ampiamente esportato anche in realtà geografiche che non
hanno alcuna continuità diretta con il bacino del Mediterraneo.
Riferimenti bibliografici
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une science du projet?, “NAS”, 111.
Coppock P. (2008), Genius Loci nello spazio terzo. La sacralità come processo culturale, “E/C – Rivista dell’Associazione Italiana di Studi Semiotici Ondine”.
Accessibile presso il sito www.ec–aiss.it.
De Certeau M. (1980), L’invention du quotidien, Gallimard, Parigi (trad. it.
L’invenzione del quotidiano, Il Lavoro, Roma 2001).
Greimas A. (1976), Sémiotique et sciences sociales, Seuil, Parigi (trad. it. Semiotica
e scienze sociali, Centro Scientifico Editore, Torino 1991).
Hammad M. (2003), Leggere lo spazio, comprendere l’architettura, Meltemi, Roma.
Marrone G. (2001), Corpi sociali, Einaudi, Torino.
Norberg–Schulz C. (1980), Genius Loci. Towards a Phenomenology of Architecture,
London Academy, Londra.
Violi P., Tramontana A. (2006), “Mediterraneo: identità e border crossing fra terra e
mare”, in Marrone G., Pezzini I. (a cura di), Senso e metropoli. Per una semiotica posturbana, Meltemi, Roma.
Volli U. (2005), Laboratorio di semiotica, Laterza, Bari.
Il litorale versiliese tra strategia urbanistica
e autorappresentazione
ANDREA TRAMONTANA*
Versilia’s coastline between urban planning strategies and self–representation.
English abstract: The aim of the paper is an analysis of the stretch of coast known as
Versilia, situated in the northern central Italy, by the Tyrrhenian Sea (in the province
of Lucca). Our case study is a landscape, which is the result of a process of view and
interpretation made by a community. In this heterogeneous area with different towns,
local governments from 2001 decided to establish a “integrated system for tourist services”. The offer of a unique "holiday package’ (with different cultural activities for
every target) went together a process of construction of a local identity and a sense of
belonging to a common history. Two main efforts have been made to stress similarities among different towns and touristic services: a symbolical–discursive one and an
urbanistic one. The symbolical–discursive aspect relates with the huge proliferation of
promotional texts (brochures, guide books, maps, affiches), whose central topic is the
emphasis on the illustrious past of the region: e.g. Viareggio is described with images
and tales as the “Pearl of the Tyrrhenian Sea” and an ancient holiday resort for the aristocracy. The urbanistic aspect relates with a large–scale project of urban equipment
and restyling of a crucial area: the waterfront, perceived by inhabitants and tourists as
the ‘semantic nucleus’. Discursive and urban dimensions are two strictly connected
aspects of the same strategy: the creation of a common memory, a case of “invention
of tradition”, a coordinated image which is the result of connections (real and imaginary ones) among different nodes of a network. Our attempt to describe Versilia as a
“local area network” (topography) or a sort of hypertext (with interconnected links)
would like to convey the idea of a contemporary passage from a “society of places” to
a “society of flows”: identity is more and more related to other surrounding identities.
Key–words: landscape planning; network/hypertextuality; seacoast; place marketing.
1. La prospettiva di analisi: dalla città al paesaggio
Questo contributo ha per oggetto lo studio della Versilia, area co*
Università di Bologna.
129
130
PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
stiera del Tirreno settentrionale in provincia di Lucca (Toscana) 1 .
Nell’ambito della ricerca semiotica sulla realtà urbana, si propone come riflessione e confronto tra l’uso della categoria di “testo” applicata
alla città e l’uso di quella di “ipertesto” per il paesaggio. Come vedremo, alcuni caratteri dell’ipertestualità (forma di scrittura/lettura
multisequenziale, rete di elementi sincretici) colgono meglio la realtà
delle metropoli e delle comunità che le abitano2. Non solo ma il cambiamento del piano di pertinenza, ovvero l’allargamento della scala di
analisi a nuclei abitativi eterogenei, non fa che mettere alla prova e
chiarire la prospettiva semiotica sulla città come “luogo di significazione” ed “effetto di senso”. L’analisi semiotica si giova anche di questo differente piano di pertinenza in quanto, come ricorda Rykwert «la
città può essere compresa solo nel contesto del suo paesaggio, come
parte integrante e componente inscindibile della sua regione» (2000,
trad. it. 2003, p. 305).
Tale rifocalizzazione sul paesaggio, inteso come costruzione
sociale e relazione tra una soggettività che percepisce e un’oggettività
dell’ambiente, richiama l’attenzione sull’importanza di uno studio che
consideri sia il dato morfologico e tangibile che la dimensione simbolica e intangibile di un luogo. È per questo interessante riscontrare
come demolizioni o ricostruzioni di zone urbane (ovvero interventi di
riconfigurazione della manifestazione superficiale) corrispondano a
precise scelte di valore di una comunità: sono atti semiotici di riscrittura che interessano la semantica profonda del luogo stesso, il modo in
cui quest’ultimo è percepito e vissuto.
Parlare di paesaggio vuol dire dichiarare fin da subito la natura socialmente costruita dell’oggetto di analisi: rispetto al nome “città” che
può riferirsi anche esclusivamente alla realtà materiale dell’abitato
(l’urbs opposta alla civitas), il termine “paesaggio” indica una metabolizzazione, una percezione e interpretazione del dato ambientale
(urbano o no) ad opera di una comunità. Il paesaggio è infatti contenitore di miti, saperi sul territorio, punti di vista preferenziali e lavoro di
1
L’analisi è stata svolta nell’ambito di un progetto di ricerca biennale dal titolo La rappresentazione del Mediterraneo fra memoria e progetto. Stereotipi, nuove politiche identitarie, costruzioni semiotiche, coordinato dalla prof.ssa Patrizia Violi e svolto da un gruppo di ricercatori
dell’Università di Bologna.
2
Per una disamina del concetto di ipertesto, cfr. Cosenza, 2008, pp. 98 e ss.
Il litorale versiliese (Andrea Tramontana)
131
interpretazione: per questo il landscape planning (la gestione del paesaggio) è un lavoro di manipolazione dei segni, dei codici di lettura (in
cui ecosfera e semiosfera sono continuamente intrecciate) orientato alla costruzione di un “universo di significato”. «Il paesaggista non può
fare paesaggi come il panificatore fa il pane, perché il paesaggio non è
oggetto: è senso» (Cassatela, Bagliani, 2005).
Quindi nello studio delle città il paesaggio non può essere visto
come semplice contesto, limite o resistenza rispetto a un testo costituito dai progetti di urbanisti e architetti: è qualcosa di diverso dalla tela
bianca sulla quale crea l’homo symbolicus (che dà forma alla materia
amorfa). Il paesaggio è il risultato e il complesso di sguardi, letture e
discorsi ma anche pratiche vissute che danno forma, che restituiscono
un’immagine (più o meno coerente) di un luogo. Tale prospettiva è in
sintonia con l’idea che “non è possibile parlare di spazialità facendo
economia della soggettività che la percorre, la esplora e la rende visibile» (Cavicchioli, 1996, p. 9).
Un altro vantaggio dello studio sul paesaggio è dato dal fatto che la
natura semiotica di “effetto di senso”, creazione simbolica del luogo,
emerge più lucidamente quando ci occupiamo di qualcosa di più esteso dell’immagine di una città. L’idea di città richiama alla mente
un’area delimitata amministrativamente, con confini più o meno stabili ma in qualche modo oggettivamente rintracciabili3. La metafora del
“testo” applicata ad essa rafforza ancor più l’idea che esista nella realtà delle cose un’unità con confini, omogeneità interna e che sia frutto
di un disegno creatore.
Per evitare tale reificazione va ribadita la natura di modello operativo che hanno il testo e l’ipertesto: entrambi sono forme che consentono all’analista di spiegare fenomeni che hanno luogo nella realtà
empirica urbana4. Una città (come un territorio) diventa un’unità significativa in quanto ritaglio culturale ad opera di un soggetto che prende
in carico la sua interpretazione. È analizzabile come testo o ipertesto
3
Anche a fronte di fenomeni contemporanei come quelli che definiti “schiuma urbana”, “disgregazione metropolitana” si è portati a considerare la chiusura, l’unità e la coerenza morfologica come presenti nell’essere dei fenomeni e non nella lettura dell’analista che li osserva.
4
Pezzini, Marrone, 2008, p. 10 «[il testo è] un modello e non un oggetto; una forma e non
una sostanza; ha confini necessari ma non ontologici, dunque da negoziare volta per volta».
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
da parte dell’analista a seconda della forza esplicativa e della capacità
di render conto di caratteristiche e trasformazioni che vi sono in atto.
Il caso della Versilia (per la differenziazione tra aree e per la moltiplicazione zone di passaggio) mostra in modo evidente la natura di
“costruzione” dell’identità del luogo: nostro scopo è vedere all’opera i
dispositivi di produzione del senso del luogo. Due parole sul corpus e
sulla metodologia di analisi. Il corpus è eteroclito, composto di documenti 5 ma anche di dati delle strategie urbanistiche e delle pratiche
vissute. L’approccio strutturale ha ricercato isotopie e figurativizzazioni ricorrenti nei discorsi promozionali ma anche nelle strategie insediative (indagate indirettamente attraverso il monitoraggio di testi di
urbanistica). Le notazioni sulle pratiche vissute derivano
dall’osservazione sul campo, una sorta di “etnografia del vissuto” interessata a come gli spazi sono animati da pratiche quotidiane ed eventi
per la comunità locale e per i turisti.
2. L’oggetto di studio e le sue principali caratteristiche
2.1. Le trasformazioni storiche del paesaggio
La Versilia (dal nome del fiume omonimo) è una delle zone
litoranee italiane con la maggiore intensità di urbanizzazione, che nel
tempo è stata oggetto di significative trasformazioni. Trasformazioni
che sono suggerite anche dallo spostamento semantico del toponimo:
un tempo riferito al vicariato di Pietrasanta, nell’immediato entroterra,
è oggi usato prevalentemente per indicare la fascia costiera tra la foce
del Serchio e quella del Magra (TCI, 2005, p. 139).
Questo “slittamento” deriva dall’accrescimento di importanza demografica ed economica delle “marine” (centri abitati lungo la costa)
a fronte della marginalizzazione dei limitrofi centri pedemontani. Per
secoli il litorale era costituito da paludi inospitali e disabitate, punteggiate solo da torri di guardia lungo la riva; a seguito di una massiccia
5
I documenti presi in esame, dei quali riportiamo solo frammenti per esigenze di spazio, sono riviste di viaggi («Dove», «Panorama Travel», «Viaggi di Repubblica»), siti internet, materiale promozionale, guide turistiche (Touring Club Italia, De–Agostini) e materiale iconografico
(cartoline).
Il litorale versiliese (Andrea Tramontana)
133
operazione di bonifica (iniziata da Cosimo I dei Medici a fine Cinquecento e ripresa nel Settecento), le zone costiere dall’Ottocento divennero meta di villeggiatura dell’aristocrazia toscana durante i mesi invernali6.
Qualche decennio più tardi fu la pratica dei bagni di mare a decretare la definitiva consacrazione di quelle località, prima fra tutte Viareggio, che si dimostrarono capaci di rinnovare la struttura urbanistica
e la trama edilizia in funzione delle esigenze del nuovo turismo balneare (ibidem, p. 140).
A cavallo dei secoli XIX e XX gli insediamenti urbanistici assunsero prevalentemente la forma delle piccole cittadine loisir (crescendo ai
ritmi imposti dal successo turistico), mentre dal secondo dopoguerra
l’occupazione antropica assunse i caratteri di fenomeno di massa. Lo
sfruttamento edilizio ha portato negli ultimi decenni alla rarefazione
delle zone verdi, costituite dalle dune erbose della macchia mediterranea e dalle pinete sviluppatesi dopo l’introduzione del pino domestico
e di quello marittimo. La copertura fitta di ville e stabilimenti balneari
è diventata il tratto figurativo caratterizzante dell’intera area, tanto che
anche solo a partire dall’organizzazione funzionale è facile indovinare
la tendenza alla stagionalità della popolazione. A fronte di una maggiore vitalità nella stagione primaverile ed estiva «negli altri periodi
dell’anno […] quando i bagni sono chiusi e liberati dalle file interminabili di ombrelloni e sedie a sdraio [il viale litoraneo] consente anche
di scorgere qualche squarcio di mare e di riannodare elementi naturali
e storici di quello che era, ancora nel primo Novecento, uno straordinario ambiente costiero» (ibidem, p. 141).
Vedremo come i richiami al passato dell’ultimo secolo siano una
cifra caratterizzante dei discorsi sulla Versilia, la quale, pur subendo la
concorrenza di altre destinazioni balneari italiane ed estere, non cessa
di essere presentata in materiali promozionali come “caposaldo
dell’industria turistica”, “perla del Tirreno”, “meta obbligata per il turismo di élite”. Aldilà degli slogan, la zona è un interessante caso di
studio per il carattere pionieristico di centro balneare: stabilimenti, co6
In particolare nel periodo del Carnevale molti nobili toscani si trasferivano nelle ville di
campagna a ridosso del mare per godere dei benefici influssi e allontanarsi dalle città sempre più
caotiche.
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
lonie, ville e alberghi d’epoca sono nati di pari passo a quella che molti definiscono come “la scoperta del mare”, per questo offre «uno
spaccato significativo dell’evoluzione della vacanza al mare, del suo
processo di diffusione sociale con conseguente diversificazione dei
bisogni e degli stili di vita» (ibidem, p. 141). Interessante allora rilevare come le pratiche del passato siano incorporate nella struttura
urbanistica attuale e giocate nelle strategie di rilancio turistico. Il
materiale espressivo costituito da elementi architettonici “parla” di
altro da sé: illustra pagine della storia recente, contribuisce a produrre
un’identità locale sempre riattualizzata dalle pratiche di turisti e locali.
Una critica può essere sollevata: se già in una città è complicato per
l’analista trovare un’estetica unitaria, un “volto” stabile, come li si rintraccia in un territorio più ampio? La nostra tesi è che i dispositivi di
messa in forma, articolazione delle discontinuità, costruzione di una
narrativa dell’identità versiliese siano del tutto analoghi a quelli che
sono all’opera per una sola città.
2.2. La Versilia come attante collettivo
Negli ultimi anni è emerso con decisione nell’area versiliese il tentativo delle diverse amministrazioni locali (Forte dei Marmi, Marina
di Pietrasanta, Viareggio e Torre del Lago) di rafforzare connessioni e
un’immagine coordinata per competere con altre zone litoranee.
Dall’esame di piani regionali per lo sviluppo, redatti dalla Provincia
di Lucca e dalla Regione Toscana, dal 2001 in avanti (cfr.
www.regionetoscana.it dal 2001 in avanti), emerge una strategia di
promozione di una linea di prodotto maggiormente integrata rispetto
ai vari segmenti di offerta.
A lungo Viareggio e Forte dei marmi (due principali fulcri economici) hanno promosso la loro immagine come unità singolari, autonome (quasi delle isole) in competizione con scelte urbanistiche e
sforzi promozionali che esaltano le discontinuità, senza una reale differenziazione. In questa rappresentazione erano narcotizzati i collegamenti con i centri storici dell’entroterra e con le destinazioni attigue.
A fronte di una flessione in termini di presenze turistiche, la concezione localistica di chiusura rispetto alle realtà circostanti è stata cor-
Il litorale versiliese (Andrea Tramontana)
135
retta e ogni misura strategica dal 2001 è stata indirizzata verso
l’aggregazione e la differenziazione funzionale delle aree della zona,
che si propone come “sistema turistico locale” coerente e integrato. In
termini semiotici sintetizzeremo il passaggio come la costruzione di
un attante collettivo7: non si ha una cancellazione delle “parti del tutto”, ma una focalizzazione sulla comune volontà a perseguire un obiettivo (programma narrativo) e sugli elementi di demarcazione rispetto al continuum circostante.
Proprio per l’interesse sociosemiotico verso la dimensione dinamica
del sociale, ci sembra che questo caso sia utile a mostrare come le identità locali siano qualcosa di fluido, relazionale e per nulla “cristallizzato”. Proprio per la sua natura semiotica di etichetta, l’esistenza
dell’identità versiliese non è definita ma è in divenire, soggetta al confronto con altri attanti e situazioni. Gli eventi degli ultimi anni hanno
mostrato una trasformazione aspettuale da massa disarticolata (con fragilità e instabilità attanziale) in unità discreta, ma anche il sorgere di un
limite simbolico (a partire da quello geografico) tra un “noi” e un “loro”
costituito dal resto della costa toscana. Si vedrà che più che opposizione
rispetto a un attante esterno, molto sforzo è stato diretto al recupero di
un passato fatto di tradizioni ed eventi culturali comuni. Come accade
sempre nei casi di recupero di una tradizione, il tipo di lavoro svolto
dall’istanza di enunciazione responsabile è molto più che riproposizione: è ri–creazione e parziale invenzione degli elementi.
Il racconto di una storia comune di un’area è basato su un apparato
discorsivo ampio ed ha trovato sostegno e risposta nelle scelte urbanistiche, nei riti sociali organizzati per enfatizzare la continuità tra le aree. L’elemento connettore principale è il viale litoraneo (lungo 14 km
da Forte dei Marmi a Viareggio) che separa la fascia degli stabilimenti
balneari dalla zona pedemontana apuana. La continuità del paesaggio
è garantita dalla scelta di un tipo distintivo di pavimentazione per i
marciapiedi, dalla identica disposizione dei parcheggi e dalla punteggiatura quasi inalterata del viale con aiuole di pini e palme nane.
Questa strada di scorrimento diventa allora un significante spaziale
atto a veicolare contenuto altro da sé: trasmette al visitatore che “leg7
Ovvero «una collezione di attori individuali dotati di una competenza modale o di un fare
comuni» (Alonso, 1998, p. 51, trad. mia).
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
ge” il paesaggio un senso di uniformità del tratto di costa, rendendolo
segmento marcato e distinto a nord da infrastrutture più funzionali
(come il porto di Carrara) e a sud dalla Macchia di Migliarino, protetta
dal Parco Naturale di san Rossore.
La Versilia è peraltro un territorio innervato da vie di comunicazione8: questo dato strutturale è esaltato come punto di forza nelle brochure perché rende facilmente accessibili le città d’arte toscane
dell’entroterra ma soprattutto consente di percepire il paesaggio abitato come un sistema aperto e non chiuso, che coinvolge il territorio con
sistema di flussi.
La costa versiliese comprende i comuni di Viareggio, Camaiore,
Pietrasanta e Forte dei Marmi (mentre Massarosa, Serravezza e Stazzema si trovano verso l’interno)9. Il principale centro è Viareggio, dove sono tuttora leggibili i criteri di zonizzazione dell’inizio del XIX
secolo, adattati al modello della città termale–balneare. Strutture balneari, residenziali e ricettive sono disposte nell’impianto ortogonale
secondo una gerarchia che ha come riferimento l’asse litoraneo (il mare è in termini lynchiani un margine ma anche un riferimento non puntuale ma lineare). Caratteristica riconosciuta alla cittadina è «aver saputo mantenere, su un impianto marcato da elementi architettonici
omogenei e qualificati […] un diffuso decoro» (TCI, 2005, p. 142).
3. Il paesaggio della Versilia come network di luoghi
3.1. Il paesaggio come ipertesto
Il senso del luogo, come detto, non può essere colto prescindendo
dai discorsi e dalle rappresentazioni che lo costituiscono. La scelta di
presentare in modo olistico la Versilia è una strategia di messa in forma del territorio che ne restituisce una rappresentazione come fosse un
unico attore collettivo. Dal monitoraggio del materiale promozionale
emerge come l’immagine della Versilia sia prossima a quella di una
grande rete, una galassia di possibilità, servizi ed eventi a disposizione
8
La statale 1 Aurelia, la ferrovia e l’autostrada A12 si sviluppano in modo parallelo alla riva
del mare e seguono il tracciato della strada romana.
9
Per un quadro completo della Versilia, cfr. TCI, 2005, pp. 141 e ss.
Il litorale versiliese (Andrea Tramontana)
137
del visitatore. Ecco perché per dare conto di questa immagine veicolata affianchiamo al modello della “città come testo” (tessuto, «stabile e
leggibile come un libro», Volli, 2005), quello del «paesaggio come ipertesto». Nell’enfasi posta sulle connessioni (i percorsi trasversali in
bici, a piedi, in auto tra Viareggio, Pietrasanta o Torre del lago proposti da brochure come “Versilia. Itinerari turistici”) e sulle differenze
che però fanno sistema, c’è una tematizzazione ricorrente: quella della
zona come un’area policentrica in cui il tutto conta più del singolo.
Architetti, filosofi e urbanisti hanno usato l’immagine dell’ipertesto
come descrizione suggestiva della complessità delle metropoli (perdita
di un centro, esplosione edilizia, debolezza del disegno urbano)10, in
cui i valori guida sono indeterminatezza, parzialità, effetto collage fatto di layer sovrapponibili. Si tratta di una complessificazione dell’idea
di Castells che vedeva la città come parte di un più vasto sistema socio–produttivo (network economico–politico) più che come unità spaziale e sociale autonoma.
L’idea di ipertesto coglie la necessità di interrelare dinamicamente
le sottounità di un insieme (i sottotesti di un testo di riferimento) e inquadra meglio il ruolo del visitatore: questi non si limita a leggere il
testo urbano ma è partecipante attivo circondato dal paesaggio, sceglie
dove posizionarsi, il punto di vista e in quale direzione andare.
Il paesaggio appare così un insieme di risorse parzialmente strutturate disponibili a essere reinterpretate. Se la metafora del testo ha talvolta
implicazioni conservatrici, suggerendo l’idea di un insieme coerente, integrità, permanenza, messaggio, testimonianza da mettere in biblioteca,
la metafora dell’ipertesto è un invito a considerare la complessità come
qualcosa di trattabile. Nel paesaggio come ipertesto ogni luogo è una risorsa, perché esisterà un lettore che lo utilizzerà nei suoi spostamenti,
nei suoi riferimenti, nei suoi discorsi (Cassatella, 2001, p. 63).
Testo e ipertesto sono modelli operativi che interpretano la realtà;
ciascuno inquadra ed è esplicativo rispetto ad alcuni aspetti del vivere
in un territorio. Il testo si adatta a una visione tipica dell’era moderna,
improntata alla “retorica cartografica”: tale ideologia descrive il mon10
Tra gli altri Andrè Corboz parla di “ipercittà” per l’assenza di strutture gerarchizzate (centro/periferia, dentro/fuori) e di ordine armonico: nel nuovo panorama domina invece tensione,
contrasto e discontinuità.
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
do secondo una prospettiva zenitale come collezione di elementi dai
confini stabili. Mentre la metafora dell’ipertesto, che enfatizza relazioni e movimenti, si è imposta grazie al successo dell’uso di internet
e quello del paradigma del “network di relazioni” nelle scienze sociali.
Tra le caratteristiche dell’ipertesto (Cassatella, 2001) due ci sembrano
interessanti se riferite alla realtà territoriale: a) la struttura reticolare,
ovvero la non gerarchicità dei contenuti creati da più soggetti indipendenti; b) la fruizione dinamica ovvero la percezione discontinua simile
alla “navigazione” che prevede una pluralità di codici e percorsi.
Paesaggio e ipertesto sono due universi multisensoriali e multidirezionali nei quali ci si trova immersi. Il lavoro semantico di chi esplora
un paesaggio è analogo all’interattività di un active reader perché è
molto di più che lettura lineare di una sostanza. Si tratta di un’esperienza di comprensione, interpretazione partecipativa di una situazione
costituita da una molteplicità di sostanze espressive (visive, sonore,
olfattive e tattili).
Eppure la percezione del paesaggio avviene in modo parziale rispetto all’effetto di senso complessivo; perché si affermi un’immagine
summa che ricomponga la frammentarietà è necessario l’intervento di
un operare narrativo. Nel caso della costruzione dell’attante collettivo
Versilia ci troviamo dinanzi a un dispositivo di stewardship territoriale (logica del portale), che a fronte della pluralità di situazioni riduce
le scelte possibili indirizzandole, ordina attraverso mappe ma soprattutto suggerisce una sintesi interpretativa del tout évolutif.
Gli interventi coordinati mirano a un “effetto polifonico” e un’offerta turistica differenziata per aree a ventaglio (non monotematica e
modulare) con due obiettivi: rafforzamento della coerenza figurativa
complessiva e segmentazione verso target distinti. Ogni destinazione
mantiene e enfatizza le specificità nei discorsi ma anche attraverso misure di arredo urbano: Viareggio sempre di più città balneare per le
famiglie che valorizza la sua passeggiata con negozi per un pubblico
di massa; Forte dei Marmi che enfatizza i tratti di mondanità e abbellisce il suo shopping district per turisti raffinati e ricchi; Torre del Lago
che si promuove come meta di turismo naturalistico ma fulcro del nightlife trasgressivo; la zona di Marina di Pietrasanta più indirizzata al
turismo culturale (con eventi d’arte e letteratura che le fanno meritare
l’appellativo di “Piccola Atene”).
Il litorale versiliese (Andrea Tramontana)
139
Il singolo luogo non basta ad attirare famiglie e giovani, pensionati
e VIP mentre la il brand Versilia si pone come “pacchetto completo”,
area di villeggiatura dove chiunque può trovare (in un punto o l’altro)
i servizi desiderati con la libertà di facile accesso agli altri, come fossero contenuti di una rete ipertestuale.
3.2. Lo sguardo rivolto al passato
Se il recupero delle tradizioni è una costante del mercato turistico
contemporaneo, la costruzione dell’attore collettivo Versilia gioca insistentemente sulla dimensione temporale passata e in particolare su
due “tempi d’oro”: la Belle Époque e gli anni del Boom. Nei testi è ribadito il fatto di “essere ancora” meta della villeggiatura di classe, una
“aristocratica colonia bagnante”:
Ancora un articolo di nostalgie e ricordi? Ancora la Passeggiata a mare di Piccini e
Marconi, di Ermete Zacconi e Arturo Toscanini? Si perché è inevitabile e giusto. Perché la memoria è la bellezza di Viareggio (TCI, 2005, p. 121).
Sapore di mare in Versilia. Da Forte dei Marmi a Pietrasanta, sulle spiagge di moda
fin dagli anni Cinquanta. Dove le giornate trascorrono come una volta, tra giri in bicicletta, bomboloni, shopping al mercatino del mercoledì e cene in riva al mare. La
nuova tendenza è il ritorno alla villeggiatura classica (Dove, 2006).
Due isotopie principali contraddistinguono i discorsi di guide e
brochure della zona: la conservazione del passato e l’aspirazione elitaria. Non è tematizzata la rottura e il recupero del passato illustre ma si
pone l’accento sulla continuità con la tradizione del turismo aristocratico di inizio secolo a Viareggio e quello alto borghese al Forte, dove
si ricordano le frequentazioni di artisti (scrittori, pittori, poeti) ma anche la mondanità dei luoghi–simbolo (villa Costanza della famiglia
Agnelli e la Capannina, storica discoteca). Si trovano frasi come: «non
ha mutato il clima di sincera ospitalità e di prestigiose frequentazioni
che l’ha sempre contraddistinta» e «un successo mai tramontato, da allora Forte dei marmi ha saputo conservare le sue caratteristiche di equilibrio urbanistico», «dai dorati anni Sessanta, è cambiato tutto o
forse niente».
La costruzione del mito della Versilia come «meta preferita del turismo di classe nazionale e internazionale» è una tematizzazione,
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
un’immagine statica che mette in valore le figure del passato anche a
fronte di cambiamenti e la complessità del territorio. Coerentemente
con questo stereotipo discorsivo, sul territorio sono conservate tracce
architettoniche delle due epoche: la strategia urbanistica assiologizza
la categoria persistenza vs. innovazione a favore del primo termine. È
investito di valore positivo ogni elemento dei luoghi di ritrovo e delle
passeggiate che richiami al passato: si pensi al recente restauro in modo fedele del Fortino (da cui il nome di Forte dei marmi) oppure alla
conservazione a Viareggio lungo la passeggiata dei grandi alberghi
d’epoca (Hotel Excelsior, Principe di Piemonte), i magazzini Duilio
48 (la cui impostazione liberty richiama l’epoca d’oro della città balneare), lo chalet Martini in legno dell’inizio Novecento, unica struttura sopravissuta all’incendio dei bagni del 1917, il gran caffè Margherita, finemente decorato e con torrette orientaleggianti secondo la moda
di fine anni Venti (Fig. 1).
Figura 1
Il litorale versiliese (Andrea Tramontana)
141
Ma l’insistenza sulle tracce del passato non riguarda solo l’architettura, bensì le tradizioni e gli eventi culturali promossi in estate.
Citiamo tre casi. La Versiliana, un parco a due passi dal mare di Marina di Pietrasanta, dove si tengono vernissage, incontri culturali e un
talk–show che richiama l’abitudine dei “salotti letterari” frequentati da
letterati e artisti di inizio Novecento. La rassegna internazionale di lirica Puccini Festival che si tiene a Torre del lago, dove in un teatro
all’aperto vengono messe in scena le opere dell’autore che qui visse a
lungo. L’ultimo caso è quello delle due discoteche più note della zona:
la Bussola e la Capannina, due locali tra i più famosi d’Italia che vivono all’ombra di un passato recente fatto di mondanità e personaggi
famosi, tanto da comparire persino nelle cartoline come luoghi simbolo della zona (Fig. 2).
È evidente che l’aspetto del territorio, le abitudini e i ritmi di vita
rispetto ai primi del secolo scorso (o anche agli anni Sessanta) sono
mutati. Questo non impedisce alla lettura e alla narrazione della
Figura 2
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
Versilia come “terra d’altri tempi”, come «Lido perbene, spiaggia più
elegante della Penisola» di essere ancora forte e presente. La trasformazione dei suoi centri abitati ma anche i nuovi riti collettivi (che
vanno oltre il Carnevale) e i nuovi punti di incontro per giovani non
entrano a far parte di questa immagine cristallizzata, questo sguardo
sulla zona.
Troviamo una tendenza quasi opposta alla “risemantizzazione” di
un luogo (cambiamento di valorizzazione): in Versilia non si riscontra
una trasformazione del senso rispetto ad una prima valorizzazione
bensì una riconferma degli stessi discorsi, stessi valori di fondo a fronte di un mutare della sostanza espressiva. Versilia diventa allora la denominazione che si cristallizza in un habitus e una sintesi interpretativa per outsider e residenti; gioca strategicamente il passato per presentare le diverse destinazioni come casi di un unico genere, aspetti di
uno stesso volto, possibilità da esplorare come nodi di una rete perché
fortemente interconnessi. A costituire punto di accesso, portale a tutti
questi nodi è il viale lungomare (che si trasforma in passeggiata a Viareggio): è un corridoio visivo, un walkscape per accedere alle diverse
destinazioni quasi come si trattasse di una dorsale, arteria principale
dei flussi umani e simbolici della zona. Questo “spazio dell’andare”
ha un potere rivelatore sull’identità del paesaggio: da questa prospettiva, come riportato da ogni documento promozionale, si apprezza
maggiormente la bellezza del paesaggio: lo scorcio di “mare e monti”
solitamente visti dalla riva è protagonista indiscusso delle cartoline e
di ogni rappresentazione celebrativa della Versilia. A riprova del carattere distintivo di questi due elementi figurativi è da segnalare come
nell’immagine logo del consorzio della Versilia, il disegno della V assuma i tratti delle pendici dei monti e sotto si trovi una macchia azzurra che simboleggia il mare (Fig. 3).
4. Conclusioni
Il caso della Versilia ci ha consentito di indagare in che modo il senso
di un luogo venga continuamente riscritto non solo attraverso materiali
promozionali ma anche attraverso scelte di arredamento urbano e promozione di eventi culturali, che rimandano l’uno all’altro come fossero col-
Il litorale versiliese (Andrea Tramontana)
143
legati da link. La costruzione di un attante unico Versilia dove ne esistevano una pluralità è stata la risposta per competere economicamente con
altre destinazioni balneari. L’identità condivisa ha giocato interamente
sulla valorizzazione del passato dell’ultimo secolo e sulla forza
dell’“effetto rete”, ovvero la sistematicità di risorse, soggetti e storie.
Nell’indagine si rintraccia qualcosa di più del passaggio dal cityscape (paesaggio urbano) allo sprawlscape (paesaggio della dispersione): il mutato piano di promozione turistica dell’area ha sollecitato
iniziative urbanistiche e un intensificarsi di discorsi ed eventi. Dato
che ogni descrizione è un progetto implicito che modifica il territorio
(in quanto la rappresentazione stessa è uno spazio di interazione sociale), questa nuova “biografia territoriale”, o “descrizione fondativa”
non può che avere ricadute sulle abitudini, valori e pratiche delle comunità di riferiment11. Altrettanto interessante è vedere come l’identità
Figura 3
11
Esempio di ciò che Marrone, Pezzini (2006) chiamano “effetto di ritorno”: lo spazio messo in scena contribuisce a informare lo spazio esperito, orientando le pratiche quotidiane.
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PARTE I – LA CITTÀ COME LIMITE
comune nasca dall’esigenza di rappresentarsi, rendersi più desiderabili
per gli outsider, i turisti.
La metafora dell’ipertesto qui proposta in riferimento al paesaggio
si è dimostrata utile in due modi: ha richiamato l’attenzione sulle capacità del territorio di connettere diversi discorsi sul mondo in modo
relazionale e non chiuso; ha accordato maggiore importanza a chi interpreta e “da un senso” al luogo (rispetto alla concezione testualistica
centrata maggiormente sull’atto creativo, progettuale). Questa prospettiva offre quindi una migliore focalizzazione sul processo dinamico di
costruzione del senso del luogo e sul ruolo delle forme di narrazione
dello spazio vissuto. L’identità di una città o di un paesaggio più che
risultato stabile che l’analista descrive come acquisito e dato appare
allora come processo, azione costante di “identificazione” che necessita di interventi su diversi piani.
Riferimenti bibliografici
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Universitaires de Limoges, Limoges.
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Parte II
LA CITTÀ COME FORMA:
INFORMAZIONI, RIFORMAZIONI, DEFORMAZIONI
145
146
PARTE I – LA CITTÀ COME FORMA
146
Città/brand – Esercizio di sociosemiotica discorsiva
GIANFRANCO MARRONE*
City/brand: an Exercise of Socio–Semiotics of Discourse.
English abstract: According to my books on brand discourse (Marrone, 2007) and
languages of the city (Marrone e Pezzini eds, 2008), considering a city as a brand
from a semiotic point of view means: (i) examining the discourse on the city held by
different media, each one considered in its own specificity and autonomy as well as in
the ways they intertwine with each other; (ii) examining the discourse held by the city
itself using its own languages, heterogeneous in their substance but coherent in their
form; (iii) examining the way in which these two levels mix in citizens/consumers’
concrete experience of living and reading the city (and making a brand of it).
In order to introduce such a thesis, this article proposes the textual and discursive
analysis of a specific case: two advertising campaigns about Palermo city in which the
generic message of “renewal” is conveyed by different kinds of discursive genres
(journalistic, institutional, spatial), whose confusion at first sight seems to generate
semantic vagueness. This sense effect vanishes when the underlying level of narrativity is being considered — both on utterance and on enunciation level — discovering a
common deep narrative (subjects, anti–subjects, values, programs and counter–
programs) that gives coherence and meaning to the whole.
As a matter of facts, the city emerges as a brand, a sense effect given by: (i) all the
different discourses held about and by it, (ii) the narrative background in which these
two discourses create both contractual and conflictual relationships between them.
Key–words: Palermo, city, advertising, brand, socio–semiotics.
0. Città/brand può voler dire diverse cose. Parecchie delle quali non
riguarderanno questo intervento. Non vorrei occuparmi, poiché spesso
già fatto, delle città che uno o più brand costruiscono ai propri fini di
marketing e di comunicazione, realizzando di fatto un’iniziativa immobiliare che risponde in modo più o meno coerente ai valori identitari della marca (un esempio per tutti, quello di Celebration della Di*
Università di Palermo.
147
148
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
sney1). Non posso occuparmi, per ragioni di competenza disciplinare,
di marketing urbano, ossia di tutto ciò che riguarda i processi di innovazione e di creatività costruita, in modo da far divenire certe aree metropolitane veri e propri centri di attrazione per investimenti interni ed
esterni2. Né vorrei occuparmi del caso per certi versi opposto, quello
dell’immagine percepita in modo spontaneo e casuale di una qualsiasi
città, legata ai vari discorsi ― da quello mediatico a quello dei rumors, passando per le varie pratiche significanti di fruizione e di rivalorizzazione “dal basso” ― che su di essa circolano nella semiosfera.
Né tantomeno, caso intermedio e semioticamente più interessante,
vorrei qui interessarmi agli interventi dei brand nel paesaggio urbano,
dalla cartellonistica alle affissioni nelle facciate degli edifici usate come supporti pubblicitari, ma anche a intere zone ridisegnate o riscritte
poiché brandizzate (cfr. per es. le operazioni di Nike a Berlino3). Tale
questione, in parte studiata4, riguarda non tanto il modo in cui viene
comunicata una città dalle sue varie istituzioni, per costruirne per es.
una nuova identità (basti per tutti il caso riuscitissimo di Torino), ma
semmai il modo in cui il discorso di marca si testualizza negli spazi di
una città, come cioè il paesaggio urbano si mette a disposizione dei
brand, oppure come esso stesso si fa brand. I vari punti vendita per esempio, già dal modo in cui costruiscono l’allestimento delle loro vetrine, in qualche modo usano la città, ne assimilano parti, dando adito
a varie forme di messa in continuità o in discontinuità fra la facciata di
un edificio e l’arredamento di un negozio, fra il /dentro/ del negozio e
il /fuori/ della città. Ma anche su questo si è già abbastanza discusso5.
1. Facendo un passo indietro, chiediamoci allora preliminarmente
due cose. La prima: come definire semioticamente il brand? Riassumendo quanto esposto altrove6, intendo come brand un soggetto semiotico che non ha ― necessariamente e stabilmente ― contenuti propri
1
Cfr. Codeluppi, 2001.
Cfr. Carta, 2007.
3
Cfr. la ricognizione e le interpretazioni di Borries, 2004.
4
Cfr. per es. il convegno di Limoges dell’ottobre 2004 su “Affiche/affichages”, i cui interventi sono adesso disponibili su www.revues.unilim.fr.
5
Oliveira, 1997; Codeluppi, 2007; Mangiapane, 2008.
6
Il riferimento è a Marrone, 2007.
2
Città/brand (Gianfranco Marrone)
149
ma si pone come metaistanza enunciativa che costruisce la propria identità di soggetto enunciante dettando la mappa dei discorsi altrui, valorizzandoli e disvalorizzandoli a piacimento, inserendoli al proprio interno e rilanciandoli, negoziandoli col consumatore, usandoli per i propri
obiettivi, e sempre a partire da forme testuali diversificate per sostanza
ma coerenti per forma, con casi frequenti di condensazione testuale (cfr.
i logo e in generale le forme brevi) o viceversa di espansione e dispersione formale e sostanziale. La seconda: che cosa “vende” una città/brand? Ovviamente una congerie di cose, beni/servizi/soggetti anche
molto diversi, con complesse possibili organizzazioni gerarchiche e relative dominanti interne: il proprio territorio come area di business
(commerciale, finanziario, immobiliare, ecc.), se stessa come luogo
d’attrazione turistica, le sue aziende, l’efficienza dei suoi servizi e
dell’amministrazione che li rende attivi, ma anche ― in fondo ― i suoi
politici che vogliono essere glorificati e rieletti.
2. A partire da queste due precisazioni, vorrei in questa sede presentare un abbozzo d’analisi di un caso di costruzione dell’immagine
efficiente e in generale positiva di una città, Palermo, a fini di branding non immediatamente o esclusivamente politico: due campagne
pubblicitarie apparentemente diverse (una istituzionale, l’altra elettorale) ma in realtà legate fra loro da meccanismi espressivi e semantici
di vario genere7. Nell’ottobre–novembre 2006 il paesaggio urbano palermitano è stato invaso da una massiccia serie di manifesti a dir poco
curiosi, una campagna presto battezzata dai media come la pubblicità
de La nuova Palermo (di fatto, dunque, un vero e proprio brand, da
progettare e manifestare) e diventata celebre grazie a intensi dibattiti
su di essa nei blog cittadini, che di fatto rilanciavano e commentavano
un cattivissimo servizio andato in onda nella trasmissione televisiva
Le Iene il 22 gennaio 2007. Su una campitura uniformemente rossa
spiccavano fra virgolette, con precisa indicazione di testata e di data, i
titoli di diversi giornali che nei due anni immediatamente precedenti
avevano pubblicato diverse notizie sui miglioramenti che stavano av7
Riprendo qui alcune osservazioni proposte da Francesco Mangiapane su
http://www.rosalio.it, nonché alcuni esiti di una bella tesi di laurea in Giornalismo per uffici
stampa, discussa da Fabio Brocceri presso la Facoltà di Scienze della Formazione di Palermo,
e da me diretta, nell’a.a. 2006–07.
150
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
venendo nel capoluogo siciliano. Il tutto con il logo, in basso a destra,
dell’amministrazione comunale. Eccone alcuni esempi:
Figura 1
Figura 2
Figura 3
Figura 4
Città/brand (Gianfranco Marrone)
151
Ed ecco l’elenco pressoché completo dei titoli giornalistici riportati
nella campagna:
Boom di ristrutturazioni nel centro storico
“La Sicilia”, 23 novembre 2005
Palermo mon amour
«Anna», 17 gennaio 2006
Rinascita il Kalsa Palermitana
“La Repubblica delle donne”, 10 settembre
2005
Emergenza idrica? È acqua passata
“Giornale di Sicilia”, 23 febbraio 2005
Notturno con Daverio Palermo è cambiata
“Giornale di Sicilia”, 11 novembre 2005
Palermo ti stupirà
«Glamour», 27 luglio 2006
Alla Zisa rifiorisce il giardino degli arabi
“Il Giornale”, 23 luglio 2004
Palermo in bella vista
“Il Sole 24 ore”, 6 settembre 2005
La nuova Palermo
«In viaggio», primo luglio 2005
In Palermo, a renaissance for art and architecture
“International Herald Tribune”, 11 luglio
2006
Restaurate statue e fontane, splende il
Giardino Inglese
“La Repubblica Palermo”, 26 luglio 2003
La Zisa, paradiso ritrovato
“La Repubblica”, 14 agosto 2005
Foro italico, la passeggiata ritrovata
“La Sicilia”, 6 ottobre 2005
Torna alla luce Palermo Felicissima
«MF Sicilia», 12 novembre 2005
Palermo, centro storico a cinque stelle
«MF Sicilia», 17 settembre 2006
L’architettura sceglie Palermo
«MF Sicilia», 4 maggio 2006
Palermo. Rinascimento a colpi di cantiere
«Panorama», 27 marzo 2004
La città più cool d’Italia? È Palermo
«Panorama», 30 luglio 2006
Come dicevo, la campagna ha suscitato aspri dibattiti e commenti
negativi sui giornali e sui blog cittadini, anche a partire da un servizio
televisivo de Le Iene, i cui argomenti chiave erano sostanzialmente
152
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
due: (a) si tratta di un’operazione pagata coi soldi pubblici che avrebbero potuto servire per cose più importanti e urgenti; (b) la quale peraltro non risponde alla realtà effettiva della città. Una glorificazione,
insomma, costosa e menzognera. Da cui l’immediata risposta degli uffici di comunicazione del Comune: «abbiamo riportato i titoli dei
giornali, senza alcun intervento, per evidenziare l’attenzione e la considerazione dei media della carta stampata regionale e nazionale relativamente al momenti di rinascita che la città sta vivendo». Nessun intervento enunciativo diretto, dunque, in linea di principio, ma un classico caso di discorso riportato.
Non ci interessa ovviamente, in questa sede, entrare nel merito della discussione e prenderne parte, ma semmai, collocandoci a un livello
“meta” del discorso, assumerla come ulteriore oggetto d’analisi che
integra in modo contrattuale/conflittuale il discorso già di per sé
metaenunciativo del brand “nuova Palermo” che con questa campagna
l’amministrazione comunale palermitana, committente della pubblicità
in questione, stava tentando di far emergere e di affermare. Se un
brand, come sappiamo, è l’effetto di senso parziale e cangiante dei discorsi che su di esso vengono tenuti (da se stesso o da altri), ecco un
caso interessante di città/brand sul quale vale la pena soffermarsi con
una rapida analisi sociosemiotica. Si tratterà di un tipico esercizio
d’analisi testuale e discorsiva, al fine di mostrare come certe strategie
di branding urbano comportino meccanismi semiotici a volte molto
complessi, non sempre gestibili a monte dal progettista/creativo
/stratega che li pensa e li produce, e in ogni caso ben spiegabili e felicemente interpretabili attraverso una cassetta degli attrezzi di natura,
appunto, semiotica.
3. Cominciamo, come di consueto, dal livello esplicito dei contenuti semantici in gioco, ossia dall’articolazione tematica. Le figure del
mondo convocate nei testi in questione — l’acqua, la luce, i trasporti, i
giardini, il lungomare, i monumenti, il centro storico, il teatro,
l’edilizia… — costituiscono una configurazione discorsiva molto evidente qual è quella della /città/, dei suoi problemi, dei bisogni dei suoi
abitanti. Questa configurazione è dinamizzata da una serie di processi
espressi esplicitamente in alcuni lessemi — “cambiando”, “ristrutturazioni”, “ritrovata”, “rifiorisce”, “rinascita”, “rinascimento”, “reinas-
Città/brand (Gianfranco Marrone)
153
sance”, ecc. — grazie ai quali riesce possibile ricostruire l’articolazione tematica soggiacente:
rinnovamento
ritrovamento
nascita
cambiamento
trasformazione
(vs invecchiamento)
(vs perdita)
(vs morte)
(vs stabilità)
(vs stato)
a partire dalla quale si intravede altresì — soprattutto grazie
all’ultima opposizione — il germe di un racconto.
Per ricostruire tale narratività soggiacente, occorre soffermarsi ancora un po’ sul livello tematico e i suoi meccanismi semantici costitutivi. Queste opposizioni sono costruite tutte al medesimo modo: il
primo termine (manifestato nel testo) è valorizzato positivamente,
mentre il secondo (occultato, ma facilmente encatalizzabile nel corso
della lettura) è valorizzato negativamente, di modo che l’assiologia
profonda che regge il discorso — e su cui si basa la proposta di senso
dell’enunciatore all’enunciatario — è al tempo stesso evidente e nascosta, condivisibile e discutibile, assunta e problematizzata. Si tratta
in fondo, com’era del resto ipotizzabile, del principio costitutivo del
discorso giornalistico legato per lo più alla cronaca: ogni notizia è tale
sullo sfondo di una /normalità/, di una /abitudine inveterata/ che è il
discorso stesso a presupporre, ossia, letteralmente, a porre dopo come
esistente prima8. Così, per es., se si dice che «torna alla luce Palermo
felicissima», si presuppone che prima non era così, che «Palermo felicissima» era venuta meno. Oppure: se si afferma che sono state «restaurate statue e fontane al Giardino Inglese», si presuppone che normalmente esse venivano lasciate nella più totale incuria. Ancora, sul
piano affettivo, se la “passione dominante” è la meraviglia (cfr. Palermo ti stupirà), si presuppone una predisposizione affettiva molto
diversa verso la città: noia, abitudine, apatia… Le opposizioni semantiche precedenti vanno allora riscritte diversamente, in modo da far
emergere sia l’assiologia del discorso (marcata dai segni + [= euforia]
e – [= disforia] — sia il processo trasformativo/narrativo implicito nella serie di presupposizioni (indicata dalle frecce ³). Da cui lo schema:
8
Cfr. Marrone, 1998; 2001; 2003.
154
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
+
rinnovamento
ritrovamento
nascita
cambiamento
trasformazione
–
³
³
³
³
³
invecchiamento
perdita
morte
stabilità
stato
Quel che resta implicito in questo germe narrativo è la batteria degli attanti in gioco, il sistema di soggetti, antisoggetti, aiutanti, oppositori, destinanti, antidestinanti, ecc. che deve garantire al racconto il
suo strato antropomorfo, affidandogli la concretizzazione
dell’assiologia profonda. Chi è l’artefice del cambiamento positivo
che viene raccontato in questi titoli di giornali? contro chi questo soggetto ha operato? qual è il suo destinante? Non lo sappiamo, non ci
viene detto.
Abbiamo però alcuni contenuti in più che ci vengono forniti a livello della temporalizzazione e dell’aspettualizzazione: i termini in gioco
si stagliano molto chiaramente nell’asse temporale /ora vs allora/ che,
nei termini della presupposizione discorsiva, va riscritto come /ora ³
allora/, dove cioè l’/ora/ è dato e l’/allora/ ricostruito per catalisi. Inoltre, appare abbastanza evidente grazie a una serie di lessemi in campo
(“sta cambiando”, “acqua passata”, “sulle macerie… nasce”, “non è
più”, ecc.) come il momento dell’/allora/ sia caratterizzato da una
/duratività/, da un processo tanto lungo quanto, assiologicamente, disforico (= “per tanto tempo purtroppo è stato così”), mentre quello
dell’/ora/ mette in gioco la fine di tale processo, dunque una
/terminatività/ (= “il peggio sta per finire”) oppure addirittura l’inizio
di un altro, un’/incoatività/ (= “è cominciata una nuova era”). Osservazione importante, poiché sottintende che il processo di rinnovamento è stato avviato da poco, non s’è affatto concluso, ed esige dunque
— questa volta per implicazione — d’essere continuato e completato.
Cosa che, al momento dell’emersione dei soggetti in gioco, comporterà una loro caratterizzazione modale molto precisa e la presa in carico
di programmi d’azione altrettanto determinati.
4. A proposito di programmi d’azione, va spesa qualche parola su
quel che concerne la messa in opera delle valorizzazioni che fonda
l’assiologia profonda del discorso. Riesce infatti pressoché immediato
Città/brand (Gianfranco Marrone)
155
l’uso del celebre modello dell’assiologia dei consumi, per riscontare che
tutte e quattro le forme di valorizzazione previste da Floch (1990) vengono qui tirate in ballo. Vi è innanzitutto una valorizzazione utopica
della città (La nuova Palermo, Torna alla luce Palermo felicissima, Palermo mon amour, Foro Italico, la passeggiata ritrovata, Alla Zisa rifiorisce il giardino degli arabi, La Zisa, paradiso ritrovato), in cui essa
acquisisce una vera e propria identità soggettiva data dalla sua storia più
o meno mitica, esotica, nostalgicamente rimpianta. Una città, pertanto,
di cui addirittura poter innamorarsi. A essa si accosta, logicamente opposta, una valorizzazione pratica (L’architettura sceglie Palermo, Big
europei per progettare il metro, Anello ferroviario verso il traguardo)
dove affiora una precisa esigenza strumentale, il varo di un programma
d’uso mirante a un congiungimento con un oggetto modale, dunque per
presupposizione una decisione d’azione, un /voler–fare/. Possiamo inoltre intendere come valorizzazione critica quei titoli che parlano di un
bisogno soddisfatto, di un’esigenza consumeristica presa in considerazione, di un calcolo razionale tenuto in considerazione (Emergenza idrica? È acqua passata, Il tram non è più desiderio, Restaurate statue e
fontane, splende il Giardino Inglese, Palazzo Bonagia. Sulle macerie
della guerra nasce un teatro). Non manca infine una valorizzazione ludica, che punta sull’estetica, la bellezza, il gusto, il lusso, il piacere (Palermo, centro storico a cinque stelle, Palermo in bella vista, La città più
cool d’Italia? È Palermo). Obiettivi, bisogni, desideri, piaceri sono tutti
presi in considerazione. Da cui l’effetto di senso di una città come totalità integrale, configurazione di senso unitaria e articolata al suo interno,
fiera di un’identità al tempo stesso forte e sfaccettata. Da cui, poi, un ulteriore effetto di senso tanto intenso affettivamente quanto cognitivamente importante: Palermo ti stupirà. Dallo stupore, per molti filosofi,
ha inizio la conoscenza.
5. Ma chi tiene questo discorso? e a chi si rivolge? Come anticipato, l’emergenza del discorso di marca risucchia in sé una congerie di
discorsi altri e comporta una loro strategica messa in gerarchia. Passando a livello dell’enunciazione, va osservata l’esistenza di un palese, smaccato, troppo evidente inscatolamento enunciativo.
Al primo livello si colloca il discorso giornalistico, il racconto esterno e legittimante, ‘autorevole’ proprio perché informativo, vero e
156
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
veritiero di uno stato di fatto sanzionato positivamente. Come dire: «i
giornali dicono che Palermo è adesso così–e–così». (La scelta del font
times, autorevole e ‘giornalistico’, come carattere tipografico utilizzato non è forse del tutto casuale — e in ogni caso enfatizza l’effetto obiettivante). Data la manifestazione del momento finale dello schema
narrativo, quello del giudizio sanzionatorio, si presuppone un lavoro
per giungere al risultato (performance riuscita di un soggetto operatore
mai nominato), una competenza pregressa per svolgerlo, un contratto
ancora più a monte, che — se da riscrivere — sarà appunto il focus
nascosto di tutta l’operazione.
Il secondo livello è quello del discorso istituzionale: i giornali vengono ripresi, citati, menzionati dall’amministrazione, segnalata dal logo del Comune, che ‘si limita’ a mostrarne la parola sanzionatoria.
Una specie di euforica rassegna stampa raccolta e proposta alla cittadinanza, per mostrarle «quel che i media dicono di noi». Se al primo
livello enunciativo, quello dei giornali, la storia enunciata riguarda Palermo e le sue trasformazioni (di cui abbiamo detto sopra), a questo livello del discorso istituzionale i contenuti enunciati riguardano invece
la parola giornalistica, e pertanto implicitamente le storie in cui essi a
loro volta si trovano a vivere e operare. Se difatti i giornali sono
l’attante soggetto enunciante che svolge l’azione di parlare di Palermo
assumendo il ruolo del destinante sanzionatore euforico (ne parlano
‘bene’), il loro antisoggetto — implicitamente messo in gioco a livello
dell’enunciazione istituzionale — sono quegli altri giornali che invece
di Palermo parlano male, magari sulla base di stereotipi culturali (mafia, criminalità, malaffare, ecc.) o di periodiche classifiche sulla qualità urbana della vita (dove Palermo figura quasi sempre agli ultimi posti). La /rassegna stampa/ proposta ai cittadini ha dunque un suo nemico mediatico tanto indeterminato quanto giurato: quella reputazione
negativa che agli occhi dei media e dei suoi fruitori da molto, troppo
tempo Palermo si trova ad avere. Il discorso istituzionale intende ristabilire la realtà delle cose: «guardate che i giornali parlano bene di
noi, altro che stereotipi negativi!».
Ne è nata quella che mi piacerebbe definire una guerriglia filologica: c’è stato chi è andato a prendere i giornali citati per vedere come
quei titoli stessero in relazione con gli occhielli e i catenacci, nonché
con il contenuto intero degli articoli. A questo proposito, il futuro
Città/brand (Gianfranco Marrone)
157
candidato dell’opposizione alle imminenti elezioni comunali non ha
mancato di invocare il sempreverde contesto: «hanno estrapolato i titoli dal loro contesto». Non si tratterebbe dunque, secondo gli avversari dell’amministrazione comunale, enunciatore a questo secondo livello, di una semplice, obiettiva, ‘normale’ rassegna stampa, ma dell’esito di una doppia selezione: quella degli articoli positivi su Palermo,
quella dei titoli rispetto all’intero ambito della pagina di giornale in
cui erano stati proposti. Alla supposta buona fede del cittadino palermitano ‘modello’, enunciatario del secondo livello della campagna in
questione, pronto a prendere per buona la parola dei giornali e di chi li
propone alla sua attenzione, si contrappone così la coscienza semiologica degli avversari politici, che esibiscono un’accortezza testuale da
filologo provetto e uno strategico, provvidenziale misbelieving nei
confronti della storia enunciata.
A prescindere dall’intervento, del resto presumibile, degli avversari
filologicamente accorti, già questo dispositivo enunciativo duplice
sembra avere alcuni esiti curiosi sul piano, non della comunicazione,
ma della significazione. Innanzitutto, non può non saltare all’occhio la
natura delle testate coinvolte e il loro non sempre eccelso prestigio.
Cosa che si riverbera sul discorso in generale, producendo un effetto
‘bricolage’, una sorta di ricerca matta e disperata di un giudizio positivo sulla città che non può che escludere i grandi media — per definizione come s’è detto, nemici. L’autorevolezza che si ricerca nella parola giornalistica finisce così per diventare il suo contrario. In secondo
luogo, si pone un problema di generi: all’interno di quale tipo di frame
discorsivo l’enunciatario può collocare — e dunque interpretare — la
campagna in questione? nel discorso giornalistico o in quello politico?
nel discorso istituzionale/pubblico o in quello promozionale/turistico/pubblicitario (entrambi i quali, per definizione, dovrebbero
avere intenti comunicativi opposti)? Da una parte, c’è un discorso riportato fra virgolette e la citazione della fonte; dall’altro c’è il logo
dell’amministrazione comunale che sovrappone la propria parola a
quella del giornale. A chi dar retta? Come spesso accade, l’assunzione
programmatica del termine complesso (giornalistico + politico; istituzionale + pubblicitario) finisce per ricadere nel termine neutro (né
giornalistico né politico; né istituzionale né pubblicitario), con tutta la
perdita di senso — e di efficacia comunicativa — che ne deriva.
158
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
Ma le cose si complicano — o si chiariscono — ancora di più se
passiamo al terzo livello enunciativo che è in gioco nel processo semiotico–comunicativo che stiamo ricostruendo, e che è quello del discorso della città. Non si tratta di allargare ostinatamente lo sguardo a
dismisura, ma di andare alla ricerca di ciò che, nel contesto situazionale ove si situano i testi della campagna in questione, è pertinente, e che
dunque deve essere assunto come elemento o componente testuale da
convocare nell’analisi. Ora, per quanto spesso dimenticato, è abbastanza evidente che l’affissione pubblicitaria entra in forte relazione
con il paesaggio urbano, contribuendo a definirlo, a modificarne il
senso e i valori, interagendo con tutti gli attori — cose, persone, strade, edifici, altre affissioni, ecc. — che in esso sono presenti. Il confine
testuale del manifesto pubblicitario, pertanto, non può essere quello
del suo formato di partenza, così come viene fuori — a monte — dal
progetto del creativo e della tipografia che lo manda in stampa; esso
deve necessariamente includere il supporto materiale dove — a valle
— viene collocato il manifesto, con tutta la significazione che tale
supporto già possiede, nonché gli immediati dintorni urbani in cui esso si trova a sua volta a essere collocato. Il gioco delle scatole cinesi è
insomma potenzialmente infinito, a priori, ed è solo la testualizzazione, ossia l’effetto di senso prodotto sul destinatario, a determinarne a
posteriori l’interruzione — salvo poi riprenderlo in vista di nuovi,
possibili effetti di senso nella semiosfera9. Così, nel caso in questione,
i manifesti affissi dell’amministrazione comunale che parlano del modo in cui i giornali parlano di Palermo sono stati distribuiti lungo il
9
Fontanille (2008: 215) insiste a questo proposito sul fatto che la significazione d’un manifesto pubblicitario non si esaurisce nel suo essere un testo–enunciato, poiché occorre integrarla
alla situazione semiotica in cui tale manifesto si trova concretamente a esser collocato. Tale situazione, che non va confusa col generico ‘contesto’ troppo spesso evocato per bloccare l’analisi
immanente degli oggetti semiotici, va a sua volta distinta in quelle che l’autore definisce ‘scena
predicativa’ e ‘strategia d’affissione’, ossia tutto ciò che, a partire da una eterogeneità di principio che potrebbe costituire una sorta di ‘rumore’ all’efficienza comunicativa (supporti, altre affissioni, oggetti sparsi nell’ambiente, costrizioni parziali e temporali, passanti, ecc.), può essere
invece ottimizzato per rendere coerente ed efficace il manifesto. Si ha l’impressione, però, che il
punto di vista assunto da Fontanille sia ancora, per molti versi, quello della comunicazione, ossia
del produttore e della sua intenzionalità predicativa (non a caso egli parla di strategie di cattura
dello sguardo), e non quello, qui assunto, della significazione, ossia dell’osservatore che, più o
meno per caso, si trova ad assumere la posizione del destinatario del manifesto affisso
nell’ambiente cittadino.
Città/brand (Gianfranco Marrone)
159
paesaggio urbano della stessa Palermo ― costruendo, decostruendo e
ricostruendo giochi semiotici di tutti i tipi, che interagiscono con la significazione dei precedenti due livelli enunciativi, sino a inficiarne
fortemente la portata comunicativa. Basti questa breve serie fotografica per testimoniare del problema:
Figura 5
Figura 6
160
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
Figura 7
Figura 8
Città/brand (Gianfranco Marrone)
Figura 9
Figura 10
161
162
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
Come si vede, i manifesti entrano in relazione con tutti gli altri elementi del (con)testo urbano ― semafori, edifici, alberi, cielo, altri
manifesti ― contribuendo a costituirlo come tale (Fig. 5), quando
non riescono di per se stessi, se per es. accostati fra loro, a proporsi
come un elemento a sé stante del design della città (Fig. 6). Può accadere che il rossastro del manifesto interagisca per contrasto con un
elemento decorativo del centro storico come una fontana (Fig. 7); ma
se si allarga un po’ la visuale ci si accorge che è ancora il principio
del design urbano a dominare, con una teoria di campiture rosse che
segnano la soglia fisica fra il marciapiede e la strada (Fig. 8), ridefinendo l’estetica della città vecchia. Ma se lo sguardo si focalizza invece su un particolare a sinistra del panorama cittadino del medesimo sito, ecco emergere una donna a capo chino che chiede
l’elemosina, il cui contrasto con il titolo del giornale proposto nel
manifesto che le sta accanto (Palermo, centro storico a cinque stelle)
è talmente eccessivo da superare anche il ridicolo per arrivare quasi
all’offesa (Fig. 9). L’allargamento e il restringimento della focale
dello sguardo comporta così vere e proprie trasformazioni dell’atto
linguistico messo in opera, con tutte le evidenti conseguenze
sull’osservatore/destinatario del testo giornalistico–/istituzionale/
pubblicitario/politico, una volta che questo viene inserito — come
per forza di cose dev’essere — nel (con)testo urbano. L’offesa, del
resto, scatta non solo in un regime di soggettività o intersoggettività
(lo stato di indigenza della donna vs il preteso centro storico ‘a cinque stelle’) ma anche in quello dell’interoggettività: se dalla donna si
sposta lo sguardo un po’ più a destra, questa volta a perdere le staffe
sarà la fontana, tutt’altro che restaurata e spendente, come quelle del
Giardino Inglese di cui parla il titolo del giornale riportato nel manifesto che le sta giusto dinnanzi (Fig. 10). A innervosirsi maggiormente, possiamo immaginare, saranno però uomini e cose che dal
centro storico — a cinque stelle o no, restaurato o meno — stanno
molto lontano: come quelli del quartiere periferico e iperdegradato
dello Zen, dove pure i medesimi manifesti sono stati affissi (Figg.
11–12).
Città/brand (Gianfranco Marrone)
Figura 11
Figura 12
163
164
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
6. Resta, alla fine, un effetto di senso abbastanza determinato: quello
legato a un valore — la novità, il rinnovamento — che tiene insieme in
profondità l’intero discorso della campagna, fatte salve le difficoltà semiotico–testuali a cui essa è necessariamente andata incontro. L’amministrazione comunica ai propri cittadini che, rispetto a un passato ancora
recente, le cose stanno cambiando; e a dirlo non è tanto e soltanto lei,
quanto semmai i giornali, pronti adesso a mettere l’accento su tutto ciò
che di positivo a Palermo viene fatto. Ma qual è il passato di cui così implicitamente e ostinatamente parla la nostra campagna? cosa accadeva
/allora/? cosa si diceva e se ne diceva? e quali erano gli attori protagonisti? È presto detto: il periodo precedente, in cui c’era un’altra amministrazione, era quello della famigerata Giunta Orlando, ossia proprio un
governo della città che del rinnovamento aveva orgogliosamente fatto la
sua bandiera politica. Emerge così a tratti l’antisoggetto, posto però, dal
punto di vista assiologico, sul piano di un’apparenza cui non corrisponde
alcuna realtà effettuale, dunque sull’isotopia della menzogna (apparire +
non–essere). In altri termini, la campagna in questione sta dicendo ancora: questo d’/adesso/ è il vero rinnovamento, non quello tanto sbandierato
/allora/ — e, ancora una volta, sono i giornali ad affermarlo.
Occorre chiedersi: perché è apparso necessario mettere in gioco
questo antisoggetto e ridefinirlo così fortemente sul piano della veridizione? che bisogno c’era di tirare in ballo un passato che, per quanto
recente, potrebbe anche essere, se non dimenticato, quanto meno messo fra parentesi? E la risposta è semplice: non si tratta soltanto del
passato ma a ben vedere anche del presente, o quanto meno dell’immediato futuro. Da lì a pochi mesi si sono svolte infatti le elezioni per
il rinnovo dell’amministrazione comunale, dove Leoluca Orlando era
il candidato che l’opposizione schierava contro l’attuale sindaco, Diego Cammarata, candidato per la riconferma. Comprendiamo così la
ragione delle ambiguità semantiche ed enunciative sopra rilevate: la
campagna elettorale era già cominciata, sotto mentite spoglie. Il discorso del brand ‘nuova Palermo’ si poneva anticipatamente a servizio
di un discorso che presto è divenuto squisitamente politico — dove
questa volta il soggetto–eroe può e deve uscire allo scoperto.
Dando un’occhiata ai manifesti elettorali di Cammarata emerge allora un certo numero di fenomeni di un qualche interesse, che supportano e integrano le osservazioni sin qui avanzate.
Città/brand (Gianfranco Marrone)
Figura 13
Figura 14
165
166
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
Figura 15
Figura 16
Città/brand (Gianfranco Marrone)
167
Innanzitutto, va rilevata la serie delle palesi, sistematiche forme
d’opposizione fra le due campagne [chiamiamole, d’ora in poi, ‘campagna rossa’ e ‘campagna azzurra’]. Innanzitutto a livello d’impatto
visivo, sia figurativo sia plastico, emerge l’esigenza di una chiara differenziazione fra le due campagne, che fanno sistematico ricorso a soluzioni grafiche molto diverse:
campagna rossa
rosso pieno
dominate verbale
figurazione astratta
un solo logo
allineamento centrale
vs
campagna azzurra
azzurro sfumato
dominante visiva
figurazione concreta
molti logo
allineamento a destra
Un’altra opposizione riguarda la dimensione enunciativa. Laddove
nella campagna rossa, come s’è detto, l’intento è quello di produrre un
effetto obiettivante mediante un discorso riportato per definizione autorevole qual è quello giornalistico, la campagna azzurra mira invece a
un effetto soggettivante, grazie allo sguardo dell’attore enunciato diretto in modo inequivoco verso lo spettatore, che viene in tal modo interpellato, chiamato in causa, coinvolto in prima persona nel discorso
che si sta facendo. Cammarata, soggetto enunciante che si autorappresenta nell’immagine, guarda negli occhi il suo elettore, gli parla direttamente, lo fa partecipe di problemi e soluzioni che, per definizione, lo
riguardano. Inoltre, se nel caso della campagna rossa il genere discorsivo, per quanto oscillante, è quello del discorso istituzionale, qui si
opta per un genere decisamente più familiare e intimo, quel è quello
epistolare (cfr. la finzione della cartolina postale, con tanto di francobollo).
Tornando alla dimensione plastica, però, non è difficile accorgersi
che la campagna azzurra, più che citare direttamente il discorso giornalistico, come fa la rossa mettendolo fra virgolette, in qualche modo
cita il modo in cui quest’ultima lo cita. E il discorso dell’informazione, apparentemente denegato, torna a far capolino. Ecco il medesimo carattere tipografico: a parte figura 13, è il tipico times. Ma,
soprattutto, ecco una struttura grafica invariante della parte verbale,
che sembra mimare la articolazione ternaria canonica della titolazione
giornalistica occhiello–titolo–catenaccio. Per esempio in figura 14:
168
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
Occhiello
soluzione specifica
1000 litri di più al secondo.
443 hm di nuove condutture
Titolo
problema generale
L’acqua nelle vostre case?
Catenaccio
risposta al problema
Adesso c’è.
Se si considera la dimensione tematica e, poi, narrativa, fra le due
campagne si coglie del resto più di un semplice, fortuito collegamento
istituzionale. Le tematiche trattate sono le medesime — l’acqua, i trasporti urbani, il lavoro —, in modo da produrre vere e proprie isotopie
che tessono una rete semantica complessiva che è ancora una volta
quella della configurazione discorsiva della città, dei suoi bisogni e
dei suoi problemi. Il tutto sotto l’egida di un valore — quello del nuovo — che, legando le due campagne a livello assiologico, fa sì che esse si pongano come due declinazioni testuali distinte del medesimo discorso di marca: “la nuova Palermo”. La città/brand è il collante che
dona una coerenza discorsiva a due congerie di testi apparentemente
non collegate, fornendo loro, fra l’altro, una sintagmatizzazione dei
contenuti. Laddove la campagna rossa costruiva, come s’è visto, una
serie di presupposizioni che opponevano un rinnovamento in corso a
una stasi del passato, la campagna azzurra rende manifesto l’attore che
incarna il ruolo attanziale del soggetto–eroe che opera questa trasformazione. Un claim come Il Sindaco della nuova Palermo è da questo
punto di vista un perfetto connettore d’isotopie: un articolo determinativo (“il”) che individua uno determinato attore; un sostantivo che rivela un preciso ruolo tematico (“Sindaco”); una specificazione (“della”) che indica il campo d’azione di questo soggetto–eroe; una formula (“nuova Palermo”) che funge da marchio dell’intera operazione. La
figura di Cammarata è così costruita come quella di un soggetto competente, performante e positivamente sanzionato dalla stampa per il
proprio operato. Pronto a sottoporsi a un’ulteriore sanzione, questa
volta da parte del suo elettorato, che di fatto sottende la stipula di un
nuovo contratto e di una nuova manipolazione.
Città/brand (Gianfranco Marrone)
169
Riferimenti bibliografici
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Paulo.
170
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
Turismo ed effetto città*
MARIA CLAUDIA BRUCCULERI**, ALICE GIANNITRAPANI**
Tourism and city–effect.
English abstract: In this essay we will investigate how the “city feeling effect” appears, starting from two kinds of texts dedicated to travelling.
Taking as a starting point a previous wider research about different types of tourist
communication relevant to some Mediterranean destinations, we will dwell upon a
comparison between the institutional brochures and the Routard guides of Barcelona,
Istanbul and Palermo.
Our analysis will start showing some macro–differences among the Routard guides
and the institutional brochures. Such differences are related to many aspects, such as
the logic on which the relationship between the visitor and the place is based, the featuring of the city, the contrast between the historical, geographical or cultural theoretical thorough analysis typical of the brochure and the informal feature of the description made in the guides, created as a sort of travel tale.
Not only, but what further distinguishes such two kinds of text is the way of creating
the simulacrum of their enunciatee: if on one hand such difference is on the whole
referable to the opposition between tourist and traveller (already widely treated by
tourist literature), the different textualizations of the relationship host–guest (which
can appear under a polemic or contractual shape) have to be added to such difference.
The comparison between the guides and the brochure allows us to emphasize the
building mechanisms of the space dimension of the city: they are shaped starting from
two different kinds of glance organizing them, from their most representative monuments, from the apportionment defining them.
The centrality of the relationship of the places with the temporal dimensions has also
to be added, therefore there will be cities whose identity is based on a well–balanced
relationship between the past and the future and cases in which such identity is unbalanced towards a specific dimension, generally linked to the past. Temporality declines
also as rhythm proper of the cities, but also as time articulating the path of the visitor/reader inside the urban text.
Therefore, actors, spaces, times and glances organize the creation of the identity of the
places according to modalities varying from city to city but also in relation to the two
textual genres. The urban space emerges as a sense effect starting from a shaping operation producing time by time a specific tourist substance.
Key–words: tourism, city–effect, brochure, tourist guides, building of the image of
places.
*
Questo articolo è stato progettato e discusso in tutte le sue parti da entrambe le autrici. Per comodità, Brucculeri si è occupata della stesura dei paragrafi 1, 2, 5; Giannitrapani dei paragrafi 3, 4.
**
Università di Palermo.
171
172
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
1. Introduzione
L’obbiettivo di questo intervento è indagare in che modo emerge
quello che potremmo chiamare l’effetto di senso città a partire da due
tipi di testo dedicati al viaggio. Ci siamo chieste in quali modi il discorso turistico metta in forma la città, costruendone una specifica
immagine semiotica, facendone, da un lato, un vero e proprio oggetto
di valore, e, dall’altro, producendo un portato di senso che interagisce
con quello derivante da altri discorsi sociali (politici, letterari, urbanistici, ecc.). Pur considerando che, nel vasto panorama dell’editoria turistica, trovano spazio diversi generi testuali, in questo contributo si è
deciso di delimitare il campo prendendo in considerazione le brochure
ufficiali e la guida “Routard” di tre città mediterranee: Barcellona, Istanbul e Palermo1. Ci sembra utile tracciare di seguito le macro–differenze che definiscono i due tipi di testo del nostro corpus.
Nelle guide “Routard” il lettore riceve un trattamento elitario: non
tutti i turisti sono uguali, si crea un forte effetto di comunità; il lettore
è definito dall’appartenenza al proprio ruolo tematico (viene chiamato
routard), culturalmente superiore rispetto a quello di un banale turista2
e paritetico rispetto a quello dell’enunciatore (arrivando paradossalmente a forme di inversione attanziale3). Nelle brochure, invece, c’è
un trattamento generalista dei visitatori inscritti, senza alcun intervento sanzionatore dell’enunciatore circa i diversi modi di fare turismo4.
Su questa scia, due diverse logiche sembrano regolare il rapporto
visitatore/luogo: nelle guide una logica della scoperta, diretta tanto
verso l’esterno (la meta visitata), quanto verso l’interno (romantica1
I testi facenti parte del corpus di analisi sono: Guida Routard Istanbul (2007), Guida
Routard Barcellona e Catalogna (2007), Guida Routard Sicilia (2001) e le brochure di Palermo, Istanbul e Barcellona realizzate nel 2007 dagli Enti Istituzionali di promozione turistica dei rispettivi paesi.
2
«Allontanatevi dieci o venti minuti dai capolinea del tram o dai principali monumenti,
fuggite da ogni genere di procacciatore e non accontentatevi dei soli ristoranti che […]» (Routard Istanbul, p. 98); «Comfort minimo a un prezzo veramente economico. […] Accoglienza
poco cordiale. Per i routard, quelli puri e duri!» (Routard Sicilia, p. 56).
3
«L’abbiamo trovato inspiegabilmente chiuso, fateci sapere se c’è qualche novità» (Routard
Sicilia, p. 236).
4
«La caratteristica più importante che rende Istanbul una “città di mondo” è quella di offrire a tutti […] svariate possibilità […]» (Brochure Istanbul, p. 8), «In genere gli abitanti del
posto considerano il turista un invitato d’eccezione» (Brochure Istanbul, p. 5).
Turismo ed effetto città (Maria Claudia Brucculeri, Alice Giannitrapani)
173
mente correlata ad una concezione del viaggio come riscoperta e trasformazione del sé); nelle brochure, una logica della conoscenza rivolta verso i luoghi, che esclude un effetto riflessivo sul soggetto.
Inoltre a una visione del tutto euforica proposta dalle brochure
(l’esperienza di viaggio sembra essere idilliaca e senza alcuna forma
di turbamento), si contrappone una visione che alterna euforia e disforia nelle guide (non mancano infatti esperienze rischiose, pericoli, negatività che attraversano la meta visitata)5.
Ancora, le guide “Routard” sono costruite come una sorta di racconto di viaggio, fatto di note e appunti che lasciano larghi spazi di
autonomia e di libertà all’enunciatario6. Le brochure invece si basano
su approfondimenti storico–culturali e riferimenti analitici ai siti di interesse, mirando a fornire un’informazione quanto più possibile esaustiva e completa. Si tratta chiaramente di effetti di senso: a un effetto
di sospensione se ne contrappone uno di esaustività. Notiamo dunque,
con Geninasca, una contrapposizione tra una costruzione oggettivante
dei luoghi, in cui la percezione è regolata da un sapere codificato anteriore, e una costruzione soggettivante, «che invertendo la relazione tra
percepito e conosciuto, rende possibile l’invenzione di un sapere inedito sul mondo» (Geninasca, 1995, p. 69).
La costruzione dello spazio delle tre città rispecchia questa duplice
logica: per le brochure lo spazio turistico si esaurisce in una serie di
markers “istituzionali”, luoghi “da visitare” per il loro indiscutibile
valore storico–culturale7 ; per le guide, accanto a quelli che Pezzini
5
«La stanza è stata trasformata in un deplorevole museo–truffa. L’allestimento ha del patetico […]» (Routard Istanbul, p. 169); «Abbiamo visitato altri musei di questo genere molto
più ricchi e interessanti. L’ingresso è caro per ciò che si vede» (Routard Barcellona e Catalogna, p. 203).
6
«Insomma, vi farete da soli la ricetta vincente a seconda dei gusti e delle propensioni festaiole» (Routard Barcellona e Catalogna, p. 181); «Ma noi vi suggeriremo alcuni valori già
consolidati, pur non dubitando che il vostro fiuto abituale ve ne farà scoprire altri» (Routard
Barcellona e Catalogna, p. 170).
7
«Questa moschea [la Moschea Blu n.d.r.] è sia il “marchio di fabbrica” di Istanbul che la
favorita dei musulmani e dei turisti» (Brochure Istanbul, p. 58); «Le spettacolari dimensioni
del progetto hanno fatto sì che la Sacra Famiglia diventasse il simbolo indiscusso della città»
(ibidem).
174
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
(2006) definisce monumenti–logo8, si stagliano tutta una serie di siti
che sovvertono le sedimentate assiologie turistiche (alberghi che diventano monumenti da visitare, monumenti che diventano luoghi in
cui fare un pic nic, luoghi in cui non c’è nulla da vedere ma che conservano un’atmosfera da assaporare)9.
2. Attori
Sebbene queste forme di editoria turistica non siano popolate da
molti attori, una figura che chiaramente viene convocata è quella del
visitatore. Essendo questo simulacro pertinente anche al livello dell’enunciazione, emerge con evidenza la questione delle diverse modalità enunciative e dei patti comunicativi dei testi indagati.
Così, ad una figura tendenzialmente unitaria e coerente del viaggiatore routard, che vuole scoprire anche e soprattutto gli aspetti più insoliti del luogo, si contrappone nelle brochure un turista generalista,
che si attiene ai percorsi canonici predisposti nei testi. Non ci soffermeremo ulteriormente su questa opposizione tra turista e viaggiatore,
già ampiamente trattata in letteratura.
L’enunciatario inscritto nei testi di divulgazione turistica è in realtà
un attante sincretico: è un lettore (del testo editoriale), è un visitatore
(che percorre il testo città). Questi due ruoli sono costruiti diversamente nelle guide e nelle brochure. Nel primo caso l’enunciatario è
innanzi tutto un lettore destinato a trasformarsi in visitatore: così ad
esempio ci sono sezioni della guida che vanno lette prima di arrivare,
l’articolazione delle informazioni segue i passi del turista e le sue esigenze di programmazione del viaggio. Nel secondo caso l’attante sincretico turista–lettore si dà in concomitanza: le informazioni relative
all’organizzazione del viaggio sono totalmente secondarie e in genere
poste alla fine del testo, mentre si dà grande spazio agli itinerari e alla
8
«[…] macro–segni identitari: per la città e i suoi abitanti, per i suoi architetti, per lo stesso
turista, con il compito di rinnovare–perpetuare l’identità visiva della città installando un percorso
di visita “autoriflessivo” per tutti» (ibidem, p. 44).
9
«Più che un albergo è un vero e proprio museo» (Routard Istanbul, p. 169); «In realtà
non c’è nulla di straordinario: un’atmosfera, frammenti di vita, facce, osterie, bar riciclati»
(Routard Barcellona e Catalogna, p. 222).
Turismo ed effetto città (Maria Claudia Brucculeri, Alice Giannitrapani)
175
loro organizzazione sintagmatica, che regola contemporaneamente sia
il percorso di lettura sia quello fisico, con approfondimenti da leggere
una volta giunti nel sito da visitare.
Si noti come la costruzione del turista–lettore come attante sincretico comporta parallelamente un doppio sguardo, che Volli (2003) definisce “strabico”, rivolto verso il testo scritto, ma anche verso il testo
spaziale in cui è inglobato. Operazione non semplice in cui lo sguardo
va gestito, regolando il passaggio da un tipo di testo all’altro e cercando una forma di equilibrio: non lasciarsi scappare informazioni sul
luogo mentre lo si visita, non lasciarsi scappare porzioni di luoghi
mentre si legge10.
2.1 La relazione host–guest
Un aspetto spesso tematizzato nei testi è il rapporto ― complesso
― tra visitatore e popolazione locale, che identificheremo, in linea
con gli studi sul turismo, con i termini host e guest. Tale rapporto si
lega al ruolo di “mediazione interattiva” che Cohen (1985) attribuisce
alle guide.
Esso si configura come tendenzialmente euforico, ma non mancano
forme di interazione a rischio. Da un lato, nei testi vi è una riduzione
della figura di host a “tipo”, spesso convocato in quanto ruolo tematico (soprattutto quando si ha a che fare con descrizioni a grandi pennellate e con la ricreazione di atmosfere arcaiche o autentiche 11 ).
Dall’altro, nella guida “Routard”, vengono chiamati in causa personaggi veri e propri con nome e cognome e caratterizzazione fisica e/o
patemica12.
10
«Nelle prossime pagine vi forniamo indicazioni essenziali: in questo modo eviterete di
restare con gli occhi incollati alla guida a scapito delle numerose attrattive della città» (Routard Istanbul, p. 111).
11
«Assembramenti di persone giocano a carte tra ficus giganti» (Routard Sicilia, p. 67);
«Come capita spesso, bisogna perdersi tra i suoi meandri per goderselo al meglio. Il quartiere,
ovviamente, è ultra–turistico, ma tra stradine e viuzze si possono scoprire dei magici scorci
della vita di una Spagna ancora autentica: un prete addormentato nel suo confessionale, un
portinaio rannicchiato nel suo casotto in fondo all’ombrosa hall di un edificio, bambini in uniforme che giocano a pallone […]» (Routard Barcellona e Catalogna, p. 198).
12
«Il proprietario Antonio, un ex fricchettone che si è riciclato nel ramo dei crostacei (non
può sfuggirvi, è il solo siciliano che assomiglia a un indiano Cheyenne seppure privo di piumaggio) propone a tutti lo stesso menu pantagruelico […]» (Routard Sicilia, p. 77).
176
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
Per ciò che concerne la relazione host–guest possiamo dire che tendenzialmente il viaggiatore routard vuole confondersi con host partecipando per esempio alle pratiche quotidiane (siano essi matrimoni,
funerali, cene al ristorante o visite al barbiere del luogo13). Il rapporto
costruito è in questo caso contrattuale e la popolazione ospitante, qualunque essa sia, è dipinta in termini euforici. Talvolta, però, tale rapporto diventa potenzialmente polemico: si tratta dei casi in cui un personaggio del luogo vuole truffare il turista. Il racconto è messo in tensione, il turista è posto sul chi va là, e l’enunciatore interviene con un
ruolo preventivo e salvifico. Si innesca così un complesso gioco di tattiche e contro–tattiche, camuffamenti e contro–camuffamenti14.
La relazione host–guest, in sostanza, si configura come polemica
quando coinvolge un turista di massa, è invece contrattuale quando riguarda un viaggiatore.
Nelle brochure, invece, la relazione host–guest è sorprendentemente assente, a causa della loro tendenza a privilegiare la dimensione cognitiva e a costruire una relazione con i luoghi distante dall’attualità e
dalla loro vita reale.
3. Spazi
La creazione di uno spazio turistico urbano viene sviluppata
all’interno dei nostri testi secondo una pluralità di strategie. Innanzitutto la città viene presentata come configurazione globale nelle sezioni introduttive generali. Colpisce a questo proposito un netto contrasto
tra le brochure e le guide. Nelle prime viene enfatizzata la dimensione
13
«Se siete routard curiosi, fate una puntata da un parrucchiere (kuaför) o da un barbiere
(berber): potrete usufruire di un taglio con metodi antichi o di un’accurata rasatura […]» (Routard Istanbul, p. 33); «Osate spingere porte, imboccare stradine e mescolarvi nel mezzo di un
matrimonio o un funerale per visitare una chiesa di solito chiusa» (Routard Sicilia, p. 64).
14
«Come in tutte le grandi città, il furto è frequente… Specialità locale: lo scippo! Non si
contano poi i temibili borseggiatori. Avendo assistito sulle scale della Sagrada Famiglia alla
corsa senza speranza di una turista americana alle calcagna del tipo che le aveva strappato la
borsa, possiamo affermare che i ladri hanno spesso un look da turista (macchina fotografica al
collo, zaino) e ottimi garretti! Malgrado la folta presenza di agenti (spesso in borghese per
non farsi riconoscere), ecco alcuni consigli da non trascurare, evitando comunque la paranoia
per non rovinarsi la vacanza» (Routard Barcellona e Catalogna, p. 33).
Turismo ed effetto città (Maria Claudia Brucculeri, Alice Giannitrapani)
177
storica e geografica dei luoghi, che sembra riconducibile a un discorso
di tipo pedagogico e scolastico15. Il lettore convocato è un soggetto
cognitivo che domina il sapere sul luogo. Nelle guide prevale un discorso patemico e poetico, centrato sulla dimensione dell’essere, in
cui il visitatore è chiamato in causa come soggetto percipiente, talvolta sopraffatto ed eterodiretto dalla forza della città16.
A questo fa da pendant la diversa costruzione dello spazio portata
avanti dai due tipi di testo. Nelle brochure domina una costruzione
oggettivante, realizzata a partire da un osservatore non inscritto nel
racconto, semplice istanza presupposta, che con Fontanille (1989;
2004) possiamo definire un focalizzatore, e dal prevalente uso di assi
cardinali come punti di riferimento spaziale. Nelle guide invece predomina una costruzione soggettivante, fondata su un turista inscritto,
un assistente partecipante, che percorre la città e utilizza i “sei lati del
mondo” per orientarsi.
In secondo luogo la città, in quanto oggetto di valore, viene rappresentata dai suoi markers, che punteggiano il territorio e ne definiscono
la turisticità. Essi possono essere di diverso tipo: attorializzati da figure umane (gli euforici “milioni di visitatori” che si oppongono alle disforiche “orde di turisti”), di natura spaziale (la Sacra Famiglia, Aya
Sofia e la Moschea Blu, il Palazzo dei Normanni e la Cappella Palatina), o ancora manifestati da tratti plastici (la curvilinerarità del modernismo a Barcellona o lo skyline definito dalle sagome di cupole e minareti a Istanbul). Tali markers assurgono a simboli dell’identità turistica della città, condensandola sinteticamente per effetto di un meccanismo sineddochico. Nelle guide “Routard”, accanto ai markers “i15
«Ubicata nella zona pianeggiante che unisce le montagne al mare […] Barcellona ha
circa un milione e mezzo di abitanti […] È la seconda città della Spagna […]» (Brochure Barcellona); «Meta obbligata, tra Settecento e Ottocento, del Grand Tour di scrittori, poeti e
artisti […] Palermo è riuscita a conservare il fascino delle genti che l’hanno abitata: […]»
(Brochure Palermo).
16
«Capoluogo della Sicilia, è una delle città che più colpisce per le immagini forti, le atmosfere inquietanti e i pregiudizi. Ci si accosta con una lieve apprensione, che via via aumenta quando si resta imbottigliati nel traffico pazzesco di via Roma, a fine mattinata. Una città
da affrontare con grinta. Tuttavia superato il momento drammatico e trovato finalmente il
parcheggio (grazie al classico colpo di fortuna!), si scopre una città ricca di sorprese e di
inesauribili risorse. Palermo dà forti emozioni con i suoi pregevoli monumenti, ma anche con
i suoi netti contrasti, a volte sconcertanti. […] Dimenticare Palermo… Impossibile! È come
dimenticare il primo incontro, la prima automobile, il primo…» (Routard Sicilia, p. 46).
178
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
stituzionali”, e coerentemente con l’inscrizione nel testo di un lettore–
viaggiatore, ritroviamo anche dei markers a–tipici. Si tratta di siti in
rovina, la cui valorizzazione si fonda su un’estetica del degrado e che
al contempo è costruita come tratto autentico e non battuto del luogo17.
La costruzione dello spazio della città si basa su un’operazione di
selezione dei luoghi da visitare e di focalizzazione dello sguardo sugli
aspetti più significativi. Il valore turistico si costruisce sempre a partire da due tipi di sguardi che inquadrano la città. Il primo è quello del
soggetto che la percorre, sguardo per definizione dal basso, che può
essere statico o dinamico. Se statico, è di solito durativo e contemplativo (lessicalizzato con verbi come ammirare, assaporare, apprezzare,
ecc.); se dinamico si tratta spesso di una visione fuggitiva, che si insinua ma non si sofferma, puntuale (sbirciare, dare un’occhiata, ecc.)18.
Il punto di vista è in questi casi ravvicinato, secondo una modulazione
progressiva, che può arrivare fino all’iper–focalizzazione su un dettaglio. Il secondo tipo di sguardo è quello panoramico; il punto di vista è
in questo caso ampio e distante, si diparte da luoghi generalmente esterni o marginali (Torre di Galata, Tibidabo, Monte Pellegrino) e
consente una presa totalizzante sulla città o su alcune sue porzioni19.
Lo sguardo in tale modo abbraccia e costruisce la città in quanto spazio totale inglobato, rendendo possibile la costruzione del concetto
della città, o meglio della “città come concetto” (Mondada, 2000).
17
«La città vecchia che precede il Barrio Gotico è un dedalo inestricabile di stradine bisunte in cui le osterie si affrontano a colpi di zaffate maleodoranti e i caffè si contendono la
clientela più movimentata o il juke–box più urlante. È il rifugio di emarginati, di punk alla deriva, di tutte le lingue del Mediterraneo […]» (Routard Barcellona e Catalogna, p. 204).
18
«[…] è dunque possibile dare un’occhiatina […]» (Routard Barcellona e Catalogna, p.
146); «[…] da ammirare nel loro insieme, trovando l’angolatura ideale (non facile!)» (Routard
Sicilia, p. 67); «Bisogna attardarsi un po’ al suo interno [di Ayasofia] per cogliere a pieno la
sua serenità maestosa […]» (Brochure Istanbul); «Vale la pena di fermarsi alcuni minuti ad
ammirare il pavimento» (Brochure Barcellona, p. 14).
19
«Salite sulla terrazza in cima alla torre: bel panorama e vista impedibile sulle due torri e
sui tre archi della porta Dorata. Mettete alla prova le vostre diottrie guardando, nell’angolo
della torre nord, un’aquila bizantina appollaiata sopra il cornicione» (Routard Istanbul, p.
148); «La straordinaria veduta che si scorge dall’alto [dalla vetta del Tibidabo], con la città
che si estende eterogenea fino al mare […] fanno sì che la località sia prediletta da coloro che
vogliono allontanarsi dal ritmo di vita frenetico, senza smettere di sentire il suo battito ai loro
piedi» (Brochure Barcellona, p. 37); «La strada [che conduce a Monte Pellegrino] offre bellissime viste su Palermo e la Conca d’Oro» (Brochure Palermo, p. 38).
Turismo ed effetto città (Maria Claudia Brucculeri, Alice Giannitrapani)
179
La città diventa pertanto uno spazio per definizione deformato, ora
zoommato, ora rimpicciolito, ora addirittura cancellato. Queste “deformazioni” si legano all’operazione di messa in valore turistico realizzata dall’enunciatore. Diventano così pertinenti le figure retoriche
della sineddoche e dell’asindeto, già utilizzate nell’analisi degli spazi
da De Certeau (1990) e Augoyard (1979). Talvolta è il singolo dettaglio ad emergere al posto di più ampi sintagmi spaziali, attraverso una
pratica di “addensamento” — è il caso dei principali monumenti turistici. In altri casi, nella pratica descrittiva, interi segmenti spaziali
vengono eliminati, negati, producendo un effetto di discontinuizzazione: è il caso per esempio della descrizione di monumenti che si susseguono senza soluzione di continuità o di interi quartieri del tutto negati.
In questo senso è possibile leggere la relazione tra la città e le sue
parti secondo la dinamica figura/sfondo, per cui in alcuni casi la città
sembra darsi esclusivamente come sfondo de–semantizzato, sul quale
si inscrivono le figure dotate di valore (i siti turistici); in altri casi invece è la città ad emergere come figura in rapporto a uno spazio più
ampio (non turistico) che le fa da sfondo (si pensi allo sguardo panoramico che riduce l’eterogeneità della città, per riportarla a un’unità
globale che si staglia e si oppone rispetto ad uno sfondo de–
semantizzato).
Per ciò che concerne la forma della città turistica, al di là delle specifiche parcellizzazioni che ogni testo propone, possiamo individuare
una sua ripartizione in tre macro–aree: il vecchio, il nuovo e il residuale, che potremmo mettere in relazione alla distinzione proposta da
Rastier tra ici, là e labas. Nelle tre città considerate la parte nuova
viene descritta da un punto di vista storico come “estensione” rispetto
a un vecchio centro. Il percorso turistico ripropone questa relazione tra
vecchio e nuovo: l’Eixample, Beyoğlu e il quartiere di Via Libertà nei
testi sono raccontati come aree sorte in risposta alla crescita demografica (Eixample e Beyoglu etimologicamente si legano a un’idea di
“ampliamento”, di qualcosa che sta “oltre”)20. La città turistica ha così
20
«A metà del XIX secolo il progetto di costruzione dell’Eixample (Ampliamento) fu la
risposta alle sue esigenze di espansione fuori dal nucleo medievale […]» (Brochure Barcellona, p. 2); «La città comincia ad essere troppo piccola, e si pensa quindi di costruire “oltre” le
mura. […]» (Routard Istanbul, p. 170).
180
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
un centro di irradiazione, che parte dal vecchio, in cui la densità del
valore turistico è massima21, e che si sviluppa verso l’esterno, verso il
nuovo, con una diminuzione progressiva di densità di tale valore turistico.
Tutti i testi riportano poi uno o più siti vicini alla città, ma non del
tutto interni (i “dintorni”); zone residuali che assumono il loro pieno
significato in questo modello di città turistica. Si tratta delle zone liminari, che distinguono la città dal suo altro, punti in cui quel processo di diminuzione di densità turistica giunge al suo estremo. Questi
posti riproducono all’interno della città, possiamo dire con Lotman
(1998), l’opposizione tra interno ed esterno. Il loro ruolo è comunque
importante per una pluralità di ragioni. Si tratta di luoghi in cui è di
solito possibile osservare la città nel suo complesso e che sono caratterizzati da un fare turistico diverso da quello urbano — si pensi al caso
di Mondello, delle Isole dei Principi o del Tibidabo. La loro visita costituisce una sorta di “viaggio nel viaggio”: comportano un allontanamento dalla città (spostamento fisico), un cambiamento di valori turistici e una diversa pratica d’uso dello spazio (ci si va per prendere il
sole, fare un pic–nic, andare al parco giochi, immergersi nel verde). E
ovviamente ci si va se si ha del tempo anch’esso “residuale”, dopo la
visita della città22.
4. Tempi
I testi presi in esame costruiscono in modi diversi il rapporto della
città con il tempo, da intendere non solo come categoria generale, che
si tripartisce in passato/presente/futuro (con tutte le implicazioni che
ciò comporta a seconda di quale di queste dimensioni venga valorizzata), ma anche come dimensione su cui si fonda il tempo agogico della
città, cui si sovrappone anche il ritmo proprio della visita turistica.
21
«Così come il cuore dell’impero batteva a palazzo [Palazzo di Topkapi], il cuore del palazzo batteva nell’harem» (Brochure Istanbul, p. 26); «Il Quartiere Gotico è il vero cuore
cittadino» (Brochure Barcellona, p. 7).
22
«La collina di Camlica è il punto culminante di Istanbul. Se avete tempo vi ci potete recare in macchina per ammirare il magnifico panorama sulla città e i superbi paesaggi» (Brochure Istanbul); «Il Tibidabo divenne la meta per antonomasia delle escursioni urbane e continua ad esserlo» (Brochure Barcellona, p. 37).
Turismo ed effetto città (Maria Claudia Brucculeri, Alice Giannitrapani)
181
In generale nei testi dedicati a Istanbul e Palermo riscontriamo
un’assoluta centralità della storia e un totale sbilanciamento su un
tempo per definizione passato e slegato dalla contemporaneità23. Le
due città sono proposte come una sorta di museo a cielo aperto, somma di edifici, monumenti, siti il cui valore sta proprio nell’essere luoghi–testimonianza di eventi passati.
Questi siti, come ha messo in luce Koselleck (1986), non rappresentano il passato in quanto tale, che per definizione non è più, ma il
“presente del passato”, ovvero la traccia ancora viva di ciò che era un
tempo. Notiamo dunque una radicalizzazione della concezione della
città definita da Lotman (1998) come un «meccanismo che, come la
cultura, si contrappone al tempo». Se infatti la città, in quanto sistema
semiotico attivo, si fonda su una continua riattualizzazione della sua
memoria e sulla possibilità di rendere passato e presente quasi intercambiabili, in questo caso il discorso turistico e le pratiche che esso
implica finiscono per far venir meno questa sorta di equilibrio. Tale
sbilanciamento verso il passato si traduce in una riattivazione del
meccanismo della memoria, facendo sì che sia il visitatore, paradossalmente, a conservare una memoria del luogo più profonda rispetto a
quella del cittadino.
Nelle guide il riferimento al passato non esclude del tutto la dimensione del presente, sebbene anche quest’ultimo acquisti senso nella ricerca di una dimensione arcaica e perduta24. Nella brochure di Palermo l’attualità, la vita quotidiana, le trasformazioni contemporanee non
vengono tematizzate in alcun modo, diversamente dal caso di Istanbul,
in cui il presente è tematizzato esclusivamente se intrattiene una qualche relazione con la dimensione turistica25.
23
«Da Santa Sofia alla Moschea Blu attraverserete un millennio di storia» (Brochure Istanbul, p. 111); «Istanbul […] è stata capitale di tre grandi imperi, che hanno ospitato popoli
vissuti in Anatolia con una cultura millenaria […]» (Brochure Istanbul, p. 12); «Fenici, Romani, Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini e Spagnolo hanno lasciato la loro firma
nell’arte e nella vita stessa della città» (Brochure Palermo, p. 2).
24
«Questo è il ritrovo della gente modesta del quartiere. Andrete a scegliere direttamente
in cucina i vostri piatti, su consiglio di Angelina. Giuseppe vi offrirà il vino della casa. Ha
partecipato allo sbarco americano nel 1945, e ha mantenuto un po’ l’accento americano che,
mescolato con il dialetto siciliano, suona piuttosto buffo» (Routard Sicilia, p. 60).
25
«Questo primo cortile (del palazzo di Topkapi n.d.r) […] dove all’epoca risiedevano i
giannizzeri, è oggi utilizzato come parcheggio per gli autobus che portano ogni giorno migliaia di turisti» (Brochure Istanbul, p. 25).
182
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
Nel caso di Barcellona invece l’identità della città si definisce come
protesa, in una continua tensione positiva, verso il futuro, che non di
meno poggia su solide basi storico–culturali. Sempre con Lotman
(1998) potremmo parlare in questo caso di una città “eccentrica”, in
cui il futuro è per definizione il tempo della città, caratterizzata da un
ritmo incalzante e vitale, in cui ogni aspetto della vita della metropoli
tende verso uno sviluppo progressivo26.
Questo aspetto trova un suo corrispettivo a livello spaziale. Nel caso di Barcellona la coesistenza di passato e futuro nel presente ha una
sua rima a livello spaziale, nella valorizzazione turistica euforica tanto
del vecchio (quartiere gotico), quanto del nuovo (Eixample). Parallelamente nel caso di Istanbul la centralità del passato della città, che
non nega però del tutto il suo presente, si riflette in un netto sbilanciamento a favore della valorizzazione turistica dei vecchi quartieri
storici27. A Palermo questo contrasto è portato ai suoi estremi: alla valorizzazione del passato si accompagna una costruzione turistica della
città fondata esclusivamente sul centro storico (alla parte nuova vengono dedicate poche righe di testo).
Un altro aspetto inerente la temporalità è quello dell’agogia28 . Il
tempo agogico di Barcellona è, come abbiamo visto, veloce, incalzante, dinamico, caratterizzato in termini euforici, spesso in contrasto con
la lentezza del modo di esplorarla da parte del visitatore. Il visitatore è
26
«Barcellona mostra la sua vocazione settentrionale nello spirito imprenditoriale e nel continuo desiderio di innovazione […]» (Brochure Barcellona, p. 2); «Non c’è da stupirsi che Barcellona sia una città aperta e cosmopolita: orgogliosa del ricco patrimonio acquisito nel corso dei
secoli, lo salvaguarda […] Scelta come sede dei Giochi Olimpici nel 1992, la città ricevette un
ulteriore impulso, approfittando dell’occasione per modernizzarsi […] a dimostrazione di
un’enorme capacità organizzativa» (Brochure Barcellona, p. 3); «Volendo preservare la propria
immagine di metropoli audace e intraprendente, Barcellona ha investito in progetti di grande
portata» (Routard Barcellona e Catalogna, p. 146).
27
«La strada principale conserva ancora un certo fascino, ma il resto dell’isola ha perso
gran parte del suo interesse da quando gli yali sono stati sostituiti da moderne ville o residenze. Diffidate anche delle spiagge tutte quante a pagamento e…in cemento» (Routard Istanbul,
p. 198).
28
Con questo termine si intende una forma di temporalità che pertiene il piano dei contenuti
enunciati dai testi, prescindendo dalla loro messa in forma enunciazionale e dal piano espressivo
che ne consegue. Si tratta di un “ritmo musicale del racconto” (Marrone, 2003, p. 250), quello
che in francese si indica con tempo, «[…] un rythme particulier qui caractérise un style d’agir et
qui peut être odservé à plusieurs niveaux du percours géneératif de la signification» (Alonso,
2006, p. 14).
Turismo ed effetto città (Maria Claudia Brucculeri, Alice Giannitrapani)
183
in effetti invitato chiaramente a percorrere e conoscere i luoghi attraverso il ritmo lento proprio della passeggiata, percorso ondivago e valorizzato euforicamente a partire dall’opposizione implicita tra velocità (propria del tempo routinario del non viaggio) e lentezza (propria
del viaggio), come se l’unico modo per assaporare e cogliere l’essenza
di una tale vitalità sia quello di accostarsi ad essa rilassatamente. Nella
guida “Routard”, al contrario, il ritmo della città viene talvolta fatto
proprio dal visitatore, che, secondo la sua logica di acclimatamento al
luogo (Landowski, 1997), si lascia prendere del tutto dalla specificità
della nuova dimensione spazio–temporale29.
Per quanto riguarda Istanbul e Palermo la situazione è un po’ più
complessa. In particolare le guide “Routard” tematizzano un ritmo alternato, fatto di frenesia e momenti sospensivi. La frenesia può essere
inquadrata ora in termini euforici (quando diventa un tratto tipizzante
del luogo, che lo caratterizza in quanto esotico, altro dal quotidiano ―
per es. i mercati), ora in termini disforici (quando essa richiama la
quotidianità e la routine del non–viaggio, per es. nel caso del traffico
cittadino)30. Accanto a questa emerge un ritmo parallelo proprio degli
abitanti, che vivono momenti sospensivi (bere il the o la siesta pomeridiana), che sembrano quasi sdoppiare l’immagine della città31. Nella
brochure di Istanbul, infine, la caratterizzazione disforica della frenesia emerge in negativo e velatamente dall’indicazione di luoghi in cui
è possibile trovare ristoro rispetto al caos della città32.
29
«La Rambla si percorre al centro del vialone centrale al ritmo del passeggio» (Routard
Barcellona e Catalogna, p. 202).
30
«Fin dall’arrivo a Istanbul, vi assorderanno con i loro clacson: presenti ovunque, forniscono un notevole contributo al caos imperante, integrandosi nel tessuto cittadino» (Routard
Istanbul, p. 85).
31
«La siesta pomeridiana fa parte delle tradizioni… fin dall’antichità. In estate soprattutto, la città si addormenta dopo pranzo: i negozi chiudono, il traffico diminuisce e chi lavora
durante l’hora sexta […] è veramente una rarità. […] Visitando l’isola, sarebbe cosa saggia
assecondare questo ritmo, ritenuto salutare per il corpo e per lo spirito» (Routard Sicilia, p.
44).
32
«In questo genere di posti potete raccogliere le forze prima di gettarvi nella calca di
questa città situata tra due continenti» (Brochure Istanbul, p. 13).
184
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
5. Conclusioni: la città nel discorso turistico
In conclusione ci sembra utile ritornare sul ruolo della descrizione
nella costruzione dell’effetto città. Hamon (1981) parla della descrizione come forma di “equivalenza” che si ha tra un elemento condensato (il tema–titolo) e la sua espansione (predicati, nomenclatura). In
tal senso, stando alla definizione del dizionario di Greimas e Courtés
(1979), «la descrizione può essere definita come l’attualizzazione di
un campo lessicale latente». Questo ci consente di avvicinarci alla
struttura dei testi analizzati in cui il tema–titolo (la città considerata) è
correlato alle parole che seguono, che lo espandono, ma che soprattutto costituiscono un’equivalenza: quella città è ciò che è descritto, ciò
che segue il suo nome la costituisce come realtà — salvo poi ritrovare
tante realtà, tante città, quanti sono i testi esaminati.
Vorremmo quindi brevemente riprendere alcune caratteristiche di
quelle che ci sembrano essere le peculiarità della città turistica. Innanzi tutto una città per essere di interesse turistico va costruita come varia; il valore di varietà si estrinseca spesso in diverse forme di contrasto (vecchio/nuovo, ricchezza/povertà, bello/brutto, ecc.). In secondo
luogo, come già evidenziato da diversi studi in campo turistico, alcune
parti della città vanno costruite come autentiche, zone “vere” che sintetizzano lo spirito del luogo. Da qui il paradosso dell’autenticità di
cui parla Culler (1981, p. 137): un sito per essere considerato autentico ha bisogno di essere marchiato come tale, ma, nel momento stesso
in cui ciò avviene, vi è una mediazione, un segno del sito stesso e,
quindi, il sito non è più autentico nel senso di inesplorato.
Inoltre la città turistica va costruita sempre a partire da due sguardi:
dal basso, parziale e frattale il primo (quello del turista che percorre
gli spazi), dall’alto, ampio e inglobante il secondo (quello panoramico). La città come entità turistica globale si dà nei testi a partire da un
primo inquadramento di massima, ma per essere conosciuta va spezzettata, parcellizzata. Essa risulta imprendibile nella sua interezza, che
si può cogliere solo a posteriori. Questa parcellizzazione semplifica il
lavoro del turista e porta i testi ad identificare sempre degli spazi “più”
(rappresentativi, importanti, tipici, ecc.), un “cuore” turistico che fa
vivere la città in quanto essere antropomorfizzato.
Ci sembra poi interessante evidenziare la stretta relazione che si in-
Turismo ed effetto città (Maria Claudia Brucculeri, Alice Giannitrapani)
185
nesta tra spazio e tempo nella costruzione delle città turistiche indagate e in particolare dei percorsi che le attraversano. A Barcellona spazio
e tempo si danno in perfetta sinergia ed equilibrio: lo spazio esprime
attraverso il suo linguaggio il rapporto equilibrato della città con la
propria dimensione temporale, aperta contemporaneamente verso il
passato e verso il futuro. Nel caso di Istanbul la dimensione storica è
talmente centrale nella costituzione della sua identità, da finire per sovradeterminare e quasi annullare la dimensione geografica: i percorsi,
gli interstizi, gli elementi congiuntivi vengono negati, per affermare
un’organizzazione tassonomica dei luoghi legata al tempo, che finisce
per negare lo spazio della città. Nel caso di Palermo, al contrario, è lo
spazio a sovradeterminare il tempo: gli itinerari si danno a partire da
un criterio di prossimità geografica, trasversale alla dimensione temporale, finendo per intersecare luoghi e siti relativi ad epoche diverse.
Lo spazio urbano pertanto è uno spazio che si dà a partire da una
messa in forma turistica: è la proiezione di una griglia specifica e orientata su un substrato di materia formata da altri tipi di discorso (geografico, storico, economico–sociale, artistico, ecc.), che produce una
sostanza turistica specifica, quella che emerge dai singoli testi.
Riferimenti bibliografici
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PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
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Città di sabbia – Pratiche di costruzione
del senso in una località balneare*
DARIO MANGANO**
City of Sand – Making Sense in a Seaside Resort.
English Abstract: Mondello is Palermo inhabitants’ favourite seaside resort, a long
white sand strip that assumes different meanings depending on the season: during
summer, when it is invaded by lido’s facilities that make an urban system of it; and
during winter, when some of them are removed and it becomes a savage land, where
contact with nature can be experienced. The most important among the devices that
perform this resemantization is the “capanna”, a small wooden cabin rented for the
entire season to extended families with which the sandy surface is divided, organized,
oriented. A system made of streets and squares, and even more on social relationships,
those typical of a small community that transform the beach in a village. In this scenario, new identities and conflicts raise, i.e. the one between capanna owners and
those who don’t have such a facility that are forced to try to set them up day after day
in the only part of the beach protected by the law from any kind of license: the water’s
edge. This way, an intense semiotic activity takes place on the seaside: new spaces get
sense ― such as Mondello–Paese and Capo Gallo’s rocks ― and new identities are
being constructed, in a resemantization game well represented by the semiotic square
that articulates the opposition between /nature/ and /culture/, a theoretical tool that not
only clarifies the semantic value of different spaces but also helps to explain the transformations of their meanings.
Key–words: seaside, beach, holiday, seasonal migration, resemantization, semiotic of
space, space.
*
Devo molto per questo articolo alla generosità intellettuale di Paolo Fabbri che in una lunga passeggiata a Mondello ha voluto condividere con me le sue brillanti osservazioni, e, prima
ancora, al fiuto semiotico di Gianfranco Marrone che ha saputo cogliere le potenzialità di
quest’area spronandomi a lavorarci.
**
Università di Palermo.
187
188
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
1. Una “località”
Mondello si direbbe una “località”, espressione che viene utilizzata
nel linguaggio comune per indicare luoghi di cui non è ben definita né
l’estensione né la precisa natura, e tanto meno il rapporto che intrattengono con ciò che gli sta intorno (per esempio con le città), ma che
«sono caratterizzati da particolari aspetti ambientali» (Devoto–Oli).
Oscillano dal piccolo paese al quartiere, e si trovano solitamente ai
margini del territorio urbano. Mondello è la località balneare dei palermitani e comprende, oltre a un vasto numero di case di villeggiatura
della migliore borghesia, anche l’amata spiaggia. Situata tra il «più bel
promontorio del mondo» (almeno a detta di Goethe, che così lo definisce per la gioia degli uffici del turismo nel suo Viaggio in Sicilia), ossia il Monte Pellegrino e il Monte Gallo (Figg. 1 e 2), Mondello si
Figura 1. Il golfo di Mondello racchiuso fra i due promontori di Monte Pellegrino (a sinistra)
e di Monte Gallo (a destra).
Città di sabbia (Dario Mangano)
189
presenta come una lunga distesa di finissima sabbia bianca pochi
chilometri fuori da Palermo. Qui, durante i mesi estivi, la “società italo–belga” (al secolo “Immobiliare italo–belga s.a.”) che da oltre
cent’anni detiene i diritti di sfruttamento del fronte a mare, provvede
ad “attrezzare” la spiaggia con un insieme di oggetti e infrastrutture
(docce, cabine–spogliatoio, fontanelle, tettoie, ecc.) che dovrebbero
contribuire a rendere più piacevole la fruizione di questi luoghi. La distesa di sabbia che, nei mesi invernali, è possibile percorrere liberamente in lungo e in largo, si trasforma così in uno spazio parcellizzato,
accessoriato e, più di tutto, chiuso a coloro che non possiedono
l’ambita “tessera” fornita dalla società ai suoi ospiti paganti. Da spazio pubblico Mondello diventa dunque privato, ma ciò che si verifica
non è, come si potrebbe immaginare, un restringimento dell’insieme
di coloro che fruiscono di questa risorsa naturale e, più in dettaglio, un
loro livellamento verso le classi più abbienti: più la spiaggia viene
chiusa più in realtà si apre a un pubblico vasto, ma soprattutto a un
Figura 2. Il golfo di Mondello con al centro il Charleston, lo stabilimento su palafitte.
190
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
target completamente differente da quello che ne fruisce negli altri
momenti dell’anno. Inoltre, cambiano completamente le modalità
d’uso di questi luoghi: ciò che si fa in spiaggia ma anche ciò che si fa
della spiaggia, ovvero il senso che assume rispetto alla città e ai suoi
modelli di vita. Pochi dispositivi fisici agiscono come operatori semiotici, trasformando il senso dei luoghi e con esso il loro funzionamento
in quanto operatori di relazione. Cambia l’identità dei fruitori e cambiano le pratiche d’uso secondo quel principio di presupposizione reciproca che è tipico della relazione di significazione, il tutto in un
complesso gioco di risemantizzazioni che finisce per riconfigurare il
rapporto complessivo che vi è tra la città e il mare, e con esso le loro
rispettive identità.
La spiaggia, così colonizzata, diventa allora una vera e propria città, che si inserisce però in un’altra inurbazione (il paese di Mondello),
che a sua volta è inglobata in un’altra città ancora (Palermo), in un
gioco di ruoli (e dunque di sensi) per comprendere il quale è necessario partire proprio da quest’ultima, da Palermo.
2. L’invenzione di Mondello
A dispetto dell’etimologia da cui proviene il suo nome, Palermo
(Panormos in greco vuol dire “tutto–porto”) ha sempre avuto con il mare un rapporto tutt’altro che semplice. «Chi l’ha mai visto il mare nella
Città? — scrive Roberto Alajmo nel suo Palermo è una cipolla — Se
solo tu fossi un viaggiatore più intraprendente dovresti provare a percorrere tutta la costa, da sudest a nordovest, da Settecannoli a Sferracavallo, se ci riesci. Prova, se ci riesci, con l’automobile a tenerti il più vicino possibile al mare, fermandoti ogni volta che puoi vederlo o che ti
pare sia raggiungibile. Già alla partenza non vedresti che un continuum
di muri e staccionate» (Alajmo, 2006). Anche Leonardo Sciascia, prima
di Alajmo, notava come Palermo faccia di tutto per voltare le spalle al
mare, rivolgendo per esempio le facciate dei palazzi verso l’interno e
non verso la distesa azzurra. In città, del mare si sentono gli odori, le
temperature, l’umidità, lo annunciano i gabbiani che sorvolano le zone
più interne dell’abitato, se ne percepisce la presenza insomma, ma la
sua esistenza viene negata in ogni modo possibile.
Città di sabbia (Dario Mangano)
191
Mondello è il luogo in cui il mare finalmente si vede, in cui si realizza il romantico contatto con la natura, con la sua prorompente bellezza che però qui, come spesso accade anche nei paesaggi all’apparenza più incontaminati, è il frutto di una precisa azione dell’uomo.
Mondello non è sempre esistita, non in questa forma almeno. Prima
della fine dell’Ottocento e dell’intervento di bonifica operato dal Principe Lanza di Scalea, questa zona non era nulla più che una palude acquitrinosa e malsana, al termine della quale, ormai quasi sotto monte
Gallo (Fig. 1) sorgeva una borgata di pescatori intorno ad una piccola
tonnara. Mondello come oggi la conosciamo è il frutto di una precisa
“invenzione”, quella dell’ingegner Luigi Scaglia che la concepì in tutti
i suoi particolari come un preciso e regolato “sistema” che si sviluppava intorno a uno stabilimento balneare ma che comprendeva anche
diverse strutture per la ricezione turistica, un tram di collegamento con
Palermo, un certo numero di villette private e financo una chiesa. Un
progetto che avrebbe dovuto proiettare questa località nell’empireo di
quelle più prestigiose d’Europa accanto a Nizza, Cannes, Southport e
Venezia (si confrontino Figg. 3 e 4). Lo stabilimento chiamato Char-
Figura 3. Il Charleston, cuore dello stabilimento balneare.
192
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
leston è ciò che rimane di questo grande disegno, per quanto, a dire il
vero, la struttura su palafitte che sorge oggi al centro del golfo (Figg. 2
e 3) sia un surrogato del progetto originale realizzato da tale Rudolph
Stualker, che fu incaricato della progettazione da due imprenditori
belgi, Jules Monard e Paul Mouton, dopo che ebbero soffiato sotto al
naso all’ingegnere l’affare di cui erano venuti a conoscenza grazie ad
un improvvido articolo a sua firma uscito su La Sicilie Illustrée nel
1906 e intitolato “Grandioso progetto per l’avvenire di Mondello”.
La storia di Mondello comincia dunque con il raggiro di un siciliano da parte di due belgi, che, al contrario del primo, non avevano a
cuore il prestigio internazionale della zona, ma solo le possibilità speculative che offriva, e che infatti si guardarono bene dal portare a
compimento le opere che si erano impegnati a realizzare (costruirono
solo il Charleston e il tram oggi dismesso), accaparrandosi però il diritto di sfruttamento della spiaggia per ben un secolo. Lo stesso diritto
che consente alla società italo–belga che oggi lo possiede, di lottizzare
in estate la distesa di sabbia riempiendola di costruzioni in legno: le
capanne.
Figura 4. Una veduta della Baie des Agnes a Nizza come appariva all’ingegner Scaglia negli
anni dei suoi viaggi di perlustrazione in Europa.
Città di sabbia (Dario Mangano)
193
3. La città di capanne
Quando si dice “capanna” a Palermo nessuno pensa ad una costruzione con il tetto di paglia. Altrove probabilmente le si chiamerebbe
cabine o, come dicono alcuni forestieri, “casette”, per via del fatto che
riproducono le forme di una elementare casa con il tetto a spiovente.
Si tratta di costruzioni in legno grezzo di abete di 2 x 3 metri circa appoggiate sulla sabbia e del tutto prive di confort come l’acqua corrente
o la luce elettrica, che in qualche caso vengono fornite di una tettoia
collegata alla facciata a mo’ di terrazza coperta (Figg. 7 e 8). La loro
funzione ideale sarebbe quella di spogliatoio, se non fosse che esse
non vengono concesse in uso dalla società italo–belga per il breve
tempo di un cambio d’abito ma per l’intera stagione, e ad un prezzo
equivalente all’affitto di una piccola casa di villeggiatura. Una somma
in cui è compreso il diritto ad un certo numero di “tessere” che consentono l’accesso a quella parte della spiaggia che ospita le capanne
stesse e che, con l’inizio della stagione balneare, viene cinta da una
ringhiera verde sul fronte della strada (Fig. 5) e da una bassa staccio-
Figura 5. La cancellata verde che dal “viale alberato” impedisce l’accesso alla spiaggia.
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PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
nata su quello del mare (Fig. 6), “mura” sorvegliate da appositi guardiani per impedire l’accesso ai non soci. La superficie privatizzata è
tutta quella che la legge consente di dare in concessione e dunque non
comprende la “battigia”, ovvero i 5 metri che precedono il punto in
cui l’onda si infrange (Fig. 6).
Dello spogliatoio la capanna non ha che solo l’idea della funzione.
Si voglia perché al giorno d’oggi non fa scandalo togliersi i vestiti in
pubblico, si voglia per il costo del noleggio, si voglia per la forma mitica da rifugio che assume, essa non è mai solo il luogo per un cambio
d’abito ma diventa una casa a tutti gli effetti, in cui la sola attività che
non si pratica è quella di dormire. Per il resto gruppi familiari allargati
(gli unici in grado di sostenere costi così elevati) ne fanno il loro campo base estivo, stipandola di ogni genere di suppellettile (sedie, tavoli,
ombrelloni, palloni, salvagenti, pinne, maschere, contenitori per l’acqua, ecc.) che al mattino, il primo arrivato della comunità di utenti,
provvede a tirare fuori e a disporre sulla sabbia antistante la dimora.
Figura 6. La staccionata che divide la zona delle capanne dalla battigia.
Città di sabbia (Dario Mangano)
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La capanna diventa così una vera e propria casa, non solo per il tempo
che vi si passa all’interno (o in prossimità), ma anche per il modo in
cui viene arredata, personalizzando il colore delle pareti interne attraverso carte da parati e affiche varie nonché appendendo all’ingresso la
tipica tenda (Fig. 7).
Insomma, se una casa è tale solo quando assolve sia la funzione
pratica del riparo sia quella mitica, allora le capanne con le loro decorazioni, con l’intimità che creano non solo al loro interno ma anche
all’esterno, sono per il villegiante un perfetto sostituto della casa che
possiede in città e alla quale deve far ritorno solo per ricaricare le borse termiche e dormire quel tanto che basta per ricominciare una nuova
giornata di vacanza.
Figura 7. Serie di capanne con tettoia adornate dalle tende e, sulla parte interna della porta, da
ogni genere di affiche.
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PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
4. Urbanizzazione di Mondello
Se le capanne sono le case con cui viene colonizzata la spiaggia,
bisogna chiedersi a questo punto come avvenga tale colonizzazione,
che tipo di modello “urbanistico” sia adottato e quali ne siano le conseguenze. Come si è detto, basta confrontare il modo in cui Mondello
viene vissuta in estate, quando le capanne sono montate sulla spiaggia,
con quello che ha luogo in inverno, quando vengono rimosse e la
spiaggia restituita alla sua forma “naturale”, per renderci conto di
quanto quel tipo di colonizzazione influisca sull’identità dei luoghi e,
con essa, sui modi di entrare in relazione delle persone.
Figura 8. Cortile fra due file di capanne senza tettoia.
Città di sabbia (Dario Mangano)
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4.1. L’estate, il regno della discontinuità
Vediamo dunque come l’indistinta continuità di questo spazio venga spezzata nelle sue principali direzioni (Fig. 9). Per comodità decidiamo di orientare i nostri due ideali assi cartesiani in modo che le ascisse coincidano con la linea della costa e le ordinate con le file di
capanne. Partendo dal mare la prima delle zone che incontriamo è
quella della battigia, un lembo di sabbia tutelato dalla legge come demanio pubblico e al quale dunque deve essere garantito pubblico accesso, ma che, a causa dei movimenti delle acque, si espande e riduce
continuamente. L’unica possibilità di godere del mare mondelliano da
parte dei non tesserati, diventa così una vera e propria zona fantasma,
che — novella striscia di Gaza — diventa il teatro di una doppia guerra: quella con gli elementi naturali e quella dei tesserati contro i non
tesserati.
Figura 9. Le diverse zone della spiaggia di Mondello. Ben visibili, sulla spiaggia, le file di
capanne perpendicolari alla costa che definiscono altrettanti cortili.
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PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
A monte della staccionata che sancisce la fine della battigia comincia la zona off–limits per la gente comune e occupata dalle famigerate
capanne. Queste ultime sono disposte perpendicolarmente rispetto al
fronte del mare a formare dei cortili (Fig. 8) in mezzo ai quali si trova
una zona libera in cui i proprietari delle capanne dovrebbero potersi
sdraiare al sole. Disposte in questo modo le capanne si guardano l’una
con l’altra e dunque ai proprietari che vogliono stare in prossimità della propria preziosa dimora è preclusa la vista delle acque. Un paradosso che rientra perfettamente in quella logica di negazione del rapporto
col mare di cui si è detto.
Ulteriore zona ancora più interna è quella che chiameremo
dell’“incementato”. Si tratta di una lunga passerella di cemento che
percorre l’intero golfo sulla quale sono posti alcuni dei servizi forniti
dalla società italo–belga: le docce, le toilettes e alcune fontanelle basse. L’incementato è di fatto l’ultimo baluardo dello stabilimento, oltre
il quale la cancellata verde (Fig. 5) segnala l’inizio dello spazio pubblico. A caratterizzarlo è il “viale alberato” (Fig. 5, a sinistra), una
strada in terra battuta circondata dalla vegetazione che i non tesserati
della società italo–belga percorrono per andare da una parte all’altra di
Mondello, il cui statuto però non è quello del normale marciapiede
(Fig. 9). Si voglia per il materiale di cui è costituito il fondo — un terriccio chiaro che ricorda la sabbia e che consente di camminarvi su a
piedi scalzi senza particolari problemi — si voglia per l’ombra offerta
dagli alberi, questa zona diventa il teatro di lente passeggiate compiute
per lo più in costume, secondo un modello di comportamento che è
quello del “corso del paese”. Qui si fanno incontri, ci si ferma a chiacchierare, ci si pulisce dalla sabbia o si mangia il pane e panelle. La sua
funzione non è affatto quella della strada, e sebbene segua tutto il litorale, non è qui che chi si deve spostare rapidamente cammina: i veri
professionisti vanno dalla parte opposta della strada, nel sottile marciapiede in cemento.
Per quanto riguarda la dimensione ortogonale al mare, e dunque le
diverse latitudini, dovremmo aprire un lungo discorso che ci porterebbe lontano dagli intenti di questo articolo. Per evitare di far passare del
tutto sotto silenzio questo aspetto, però, diciamo che, come è prevedibile, i diversi cortili, sebbene tutti uguali in linea di principio, assumono caratteristiche e prestigio diverso a seconda della loro posizione.
Città di sabbia (Dario Mangano)
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Quello che è interessante è che il valore non è dato unicamente dalla
prospettiva che offrono sul golfo ma anche da ciò che si trova dalla
parte opposta (un certo bar, oppure il commissariato di polizia che ha
sede in una splendida villa sulla strada). Basta leggere i giornali per
rendersi conto di quanto il diverso prestigio delle zone sia un fatto ormai assodato per tutti i palermitani: A Mondello il cortile dei “nobili
decaduti”, Quest’anno ci hanno tolto pure le docce titola “la Repubblica” nella cronaca di Palermo il 5 agosto 2007.
4.2. La presa della battigia
Nel sistema che abbiamo descritto, la battigia assume un ruolo di
particolare importanza così come le pratiche che vi hanno luogo. È
qui, infatti, più che altrove, che i conflitti che sono insiti nel modo di
sfruttamento della spiaggia si manifestano. E con essi diventano visibili le fazioni in lotta, con i rispettivi concetti di vacanza, relax, contatto con la natura, svago e quant’altro. Sono le zone di confine quelle
nelle quali scoppiano le guerre, e ciò avviene sempre a causa di una rilevante attività semiotica che qui si realizza (Montanari, 2004): è tutto
un interpretare di segni, un decidere quanto un movimento è minaccioso, cosa ha voluto dire, e come è opportuno rispondere. Qualcosa
che avviene, in piccolo, anche a Mondello.
Le fazioni in lotta, ormai è noto, sono da un lato i tesserati della italo–belga che desiderano ristorarsi grazie alla brezza marina dal calore
infernale tipico dei cortili chiusi, e dall’altro i palermitani che non si
rassegnano ad essere estromessi dal loro mare. Non si tratta, però, soltanto di coloro che non possono permettersi i costi di una capanna, ma
anche di tutti quelli che pensano il proprio rapporto con il mare in
modo diverso da quello tipico dei tesserati; che non hanno bisogno di
imbandire la tavola per resistere all’ora di pranzo, che magari ad una
certa ora del pomeriggio sono disposti a considerare attività diverse da
quelle da spiaggia e che sicuramente tengono di più a fare il bagno
piuttosto che a star seduti a giocare a carte sotto il proprio ombrellone.
Un esercito nutrito, che fin dalla mattina comincia a occupare la striscia di sabbia, provocando puntualmente la reazione dei tesserati. A
quel punto cominciano gli scontri. Intendiamoci: non ci si picchia direttamente, si lasciano combattere le truppe, che in questo caso sono
200
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
rappresentate, dal lato dei proprietari di capanna, da sedie, ombrelloni,
e sdraio (Fig. 10), e da parte dei cittadini comuni, dalle immancabili
asciugamano (Fig. 11). Quando i non–tesserati arrivano al mare la
prima cosa che devono fare è apparecchiarsi il posto distendendo la
propria asciugamano: da quel momento in poi il fazzoletto di sabbia è
di loro proprietà. I virtuosi si attrezzano allora con asciugamano grandi quanto la vela di un brigantino per avere più spazio per muoversi e
per riporre le proprie cose, una strategia vincente in quanto nessuno
avrà mai nulla da ridire sul diritto di distendere la propria tovaglia
(come si chiama qui). L’unico atto di rappresaglia, semmai, sarà
camminare così vicino al telo da riempirlo di sabbia proprio quando il
proprietario è a fare il bagno, in modo che trovi la lieta sorpresa al suo
ritorno. L’asciugamano a Mondello è insomma l’equivalente del tappeto descritto da Hammad (2001), segna i confini di una sorta di giradino privato, il vero senzatetto allora, da queste parti, diventa colui
che non ha un telo sul quale stendersi (Fig. 12).
Figura 10. I tesserati occupano la battigia con le loro sedie in plastica.
Città di sabbia (Dario Mangano)
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Figura 11. I “visitatori” contrattaccano distendendo i loro asciugamano.
Figura 12. Il caso particolare di una “visitatrice” islamica che, dovendo rimanere coperta, non
ha ragione di utilizzare l’asciugamano.
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PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
Ma il conflitto è molto più affollato di quello che sembri. Se le
truppe sono quelle che abbiamo detto, la guerra, come sempre accade,
non ha luogo solo sul campo di battaglia. Ci sono infatti altri attori a
combatterla. Da una parte il mare, che fa variare continuamente la fascia di 5 metri prevista per la battigia, restringendola soprattutto, e
provocando così le proteste infuriate degli invasori non tesserati (non
a caso, i giornali locali riservano ogni estate con cadenza quotidiana
almeno una pagina a questo genere di beghe, per esempio: “Le due fazioni di Mondello alla conquista della battigia” titola “La Repubblica”
di Palermo del 29 luglio 2007). Dall’altra quella del bagnino, mezzo
poliziotto al servizio del padrone italo–belga e mezzo garante della sicurezza, che cerca sempre molto timidamente di liberare l’accesso al
mare invocando le ragioni del bene comune. Tutto conferma il fatto
che la diatriba tra battigia e cortile è anche la diatriba tra due modelli
di vacanza, due forme di vita: quello “familiare”, “domestico” in tutti i
sensi, e quello dei “giovani”, meno inclini alla stanzialità, al gruppo
chiuso, all’essere confinati in un recinto fisico prestabilito. Ecco allora
che le annuali oscillazioni della battigia, le lotte per farne lievitare la
superficie, tendono invariabilmente ad un modello di spiaggia libera.
Una utopia (visto anche il recente rinnovo della concessione alla società italo–belga), che non manca però di indicare la via di una trasformazione in atto. Prima di occuparcene, però, vediamo cosa succede a Mondello in inverno.
4.3. L’inverno e il regno della continuità
In inverno il paesaggio cambia profondamente: le capanne vengono
smontate e da qualche anno (è conquista recente di un comitato di cittadini) la stessa sorte tocca anche alla inferriata verde. Queste due
semplici variazioni non soltanto ridisegnano il panorama, ma cambiano profondamente il modo in cui si fruisce degli spazi, contribuendo a
modificare la composizione di coloro che abitano spiaggia ben più di
quanto possano le condizioni meteorologiche (che sull’isola consentono la balneazione da aprile a novembre). La spiaggia viene in qualche
modo restituita ai palermitani, a un certo tipo di palermitani almeno,
riacquistando la sua forma “naturale”, ritornando ad essere quel paradiso incontaminato meta prediletta di romantiche fughe dall’aliena-
Città di sabbia (Dario Mangano)
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zione della metropoli. Ma quello che è adesso finalmente uno spazio
privo di soglie, continuo, diventa davvero un tutto indistinto? Come è
facile dimostrare, a Mondello rimuovere delle soglie significa renderne pertinenti delle altre, diverse dalle prime, ma utili come quelle a dar
senso agli spazi. Facciamo subito un esempio: il viale alberato. Non
appena la ringhiera verde scompare e l’incementato (Fig. 5) risulta accessibile per la passeggiata di tutti, di colpo il viale perde un po’ della
sua “essenza pedonale” per diventare una strada frequentata soprattutto dagli scooter (Fig. 13). Un destino peraltro comune a qualunque
“corso” di paese che, come si sa, è sempre strada e salotto insieme.
Cambia la funzione ma soprattutto cambiano coloro che se ne interessano, dai pedomobili ai motomobili, attanti diversi che pertinentizzano
elementi dello spazio e della configurazione urbana differenti.
Per non parlare della battigia, il cui destino è quanto mai interessante. Zona frequentatissima in estate, non appena viene rimossa la
Figura 13. Scooter a ottobre sul viale alberato.
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PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
staccionata che ne segna il limite, anziché diventare un luogo come
un’altro, frequentato in misura uguale alla parte rimanente della distesa di sabbia, rimane di colpo deserto (Fig. 11). Nessuno ci va più. Le
asciugamano vengono posizionate sempre dietro quella che era la linea Maginot dei tesserati in estate e questo per nessuna ragione pratica
viste le temperature e la quietezza delle acque. È come se fosse lei, ora, la parte “riservata” secondo una inversione che ci fa pensare alle
maschere di Lévi–Strauss.
4.4. Sulle variazioni stagionali
Abbiamo visto come Mondello sia il teatro per nulla innocente di
una vera e propria migrazione stagionale, ciò di cui ci dobbiamo occupare adesso è capire cosa accada da un punto di vista sociale in questa migrazione, mettendo in collegamento questo aspetto con le trasformazioni fisiche del mondo materiale e del paesaggio che abbiamo
Figura 14. La battigia vuota in inverno.
Città di sabbia (Dario Mangano)
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visto. Si tratta di un approccio ben noto all’antropologia che ha studiato approfonditamente questi fenomeni. Molti popoli, infatti, si spostano durante la stagione estiva per cercare zone con un clima migliore,
oppure per avere modo di procurarsi più facilmente il cibo, ma gli effetti di tali migrazioni non sono soltanto pratici. Non si tratta semplicemente di raccogliere frutta migliore o cacciare in zone più popolate,
ma di cambiare profondamente il proprio stile di vita, tanto da far sorgere il dubbio se il motivo che spinge a migrare sia quello di trovare
più facilmente qualcosa da mangiare, oppure se ciò che davvero si
cerca sia un diverso modo di interrelarsi con la comunità. Particolarmente interessanti si sono rivelate per noi le migrazioni dei popoli eschimesi analizzate da Mauss (1906). Ciò che accomuna i palermitani
a questo popolo così lontano è il fatto che in entrambi i casi nella bella
stagione si lasciano le case invernali per trasferirsi in altre residenze
molto più provvisorie delle prime. Gli eschimesi vanno a vivere in vere capanne fatte di bastoni e pelli di foca, mentre gli abitanti del capoluogo siciliano si spostano nelle cabine di cui s’è detto. È vero che gli
eschimesi passano anche la notte nelle capanne mentre ai palermitani
questo non succede, ma per il resto la vita si svolge in un ambiente
completamente diverso da quello cui si è abituati e — cosa più importante — secondo sistemi di relazione molto differenti. Il tesserato trascorre l’intera giornata in prossimità della sua capanna, in un cortile
popolato da altre famiglie che presto impara a riconoscere come suo.
Il contatto con i vicini è inevitabile e più diretto di quello che si può
avere in un condominio: c’è più tempo per parlarsi e conoscersi, inoltre, questa configurazione spaziale genera subito un effetto di comunità, stimolando un senso di appartenenza nei confronti non soltanto degli altri cortili, ma più ancora dei veri “altri”, quelli che stanno sulla
battigia e che bisogna scavalcare ogni qualvolta si decida di fare il bagno. Insomma la vita estiva del mondelliano è una vita di comunità
(Gemeinschaft) che recupera la dimensione del paese, risvegliando
modalità relazionali che è difficile si realizzino nella metropoli in cui
predomina il modello più razionale della società (Gesellschaft) (come
anche, all’opposto, nello spazio invernale meno arredato e più “naturale”). L’esempio degli eschimesi è indicativo: ciò che interessa Mauss
non è il cambio di zona o di casa, ma il fatto che in inverno questi popoli vivano in famiglie allargate, in cui c’è una forte condivisione non
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PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
soltanto dello spazio ma di moltissime altre funzioni sociali; mentre in
estate le famiglie si separano e, come per incanto, una serie di usi spariscono. La religione per esempio. In inverno quando si è tutti insieme
permea profondamente la quotidianità, ogni fatto viene interpretato alla luce di radicate e rigide credenze, in estate invece, questa dimensione così condizionante sparisce del tutto. «La vie d’hiver et […] la vie
d’été ne se traduit pas seulement dans les rites, dans les fêtes, dans les
cérémonies religieuses de toute sorte; elle affecte aussi profondément
les idées, les représentations collectives, en un mot toute la mentalité
du groupe» (Mauss, 1906, p. 219). Quello che vediamo accadere a
Mondello ha le stesse caratteristiche, soltanto che rispetto al caso eschimese tutto funziona al contrario: dove per gli eschimesi l’estate è
la stagione della solitudine, per i palermitani è quella della condivisione e della socialità.
5. La natura di Mondello
Parlare di Mondello ci ha portato nei paragrafi precedenti a far riferimento più volte ad un stato di “natura” dal quale sembra ci si allontani o avvicini a seconda del modo in cui si utilizza la spiaggia, obbligandoci a definirlo in relazione a quello di cultura. Ma se il concetto
di natura non può essere considerato unico, è necessario prevedere accanto al multiculturalismo cui siamo abituati e che, anzi, ci sembra del
tutto scontato, anche la possibilità di un multinaturalismo (Latour,
1999), concetto quest’ultimo più scomodo e difficile da gestire da parte della scienza, perché la obbliga a definire tutte le volte le condizioni
a partire dalle quali qualunque ragionamento può essere considerato.
La “natura” è tale solo in rapporto a ciò che la circonda, che si trova
accanto ad essa nello spazio (sintagma), ma anche a ciò che si sarebbe
potuto trovare al suo posto in quella stessa situazione (paradigma). Il
caso di Mondello è emblematico in questo senso. Durante l’inverno, lo
abbiamo detto, è per il palermitano la via di fuga, il punto in cui può
finalmente ritrovare la natura che tanto gli manca in città. Questo accade però soltanto per nove mesi l’anno, per i rimanenti tre si trasforma nel più socialmente denso dei luoghi: tanta gente, tante relazioni,
tante “cose”, e sulla spiaggia nasce una vera e propria città con regole
Città di sabbia (Dario Mangano)
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diverse da quelle dell’altra città, quella di cemento e asfalto, ma non
per questo meno “urbana” nello spirito. Il sole e il mare, sempre al loro posto, non sono più gli stessi, quella non è più la natura che cercava
il nostro palermitano in fuga, è una forma di cultura, diversa da quella
cittadina, ma altrettanto capace di far sentire il suo peso. Cosa accade
a questo punto che la natura non è più la stessa? Siamo prigionieri di
una indistinta cultura? Assolutamente no, piuttosto si costruisce
un’altra /natura/: entra in gioco Capo Gallo (Fig. 15), una zona irta di
scogli subito oltre il paese che in inverno era rimasta deserta, sebbene
sia ricca di paesaggi altrettanto suggestivi di quelli della spiaggia e
priva della dispettosa sabbia.
Risulta evidente da questo ragionamento come il pre–culturale, il
regno dell’indistinto, di ciò che Greimas (1976) chiamava estensione e
che idealmente precede il luogo che è l’esito di una operazione di
formazione (e dunque una sostanza), sia un’entità concettuale che non
Figura 15. Capo Gallo all’inizio della stagione estiva.
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PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
è possibile pensare se non a partire da quest’ultimo. Per dirla in termini hjelmsleviani, l’estensione in quanto materia a partire dalla quale
l’attività semiotica si esercita come operazione di messa in forma e
dunque di costruzione di una sostanza, non è pensabile se non a partire
proprio dalle concrete realizzazioni culturali con le quali veniamo in
contatto e che, loro soltanto, ci consentono di pensare una dimensione
pre–semiotica.
Se non c’è natura senza cultura e questi due concetti si presentano
come opposti (ossia come una categoria semantica) il modo di ragionare semiotico impone di guardare all’interno di questa categoria per
valutare se le due posizioni logiche che essa custodisce siano rappresentate nella realtà. A offrirci questa possibilità è lo strumento del
quadrato semiotico che presentiamo nelle figure 17 e 18.
Figura 16. Uno degli edifici abbandonati che realizzano il terrain vague accanto Mondello–
Paese.
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Città di sabbia (Dario Mangano)
Questi schemi ci invitano a riflettere sul fatto che dietro ogni categoria si nasconde sempre un’articolazione più complessa che comprende anche altre posizioni possibili che giocano un ruolo fondamentale in qualunque struttura semantica. Mondello da questo punto di vista è esemplare. In inverno le posizioni sono chiare: Mondello coincide con la /natura/ mentre Palermo con la /cultura/. Con la bella stagione si verifica invece una risemantizzazione che nel nostro quadrato
percepiamo come uno spostamento: Mondello passa dallo statuto di
/natura/ a quello, più ambiguo, di /non natura/, ed è qui che subentra
Capo Gallo che ristabilisce gli equilibri prendendo il posto lasciato libero da Mondello. A questo punto però il territorio che separa questi
due spazi, ossia Mondello–Paese, non può non entrare a giocare un
ruolo. Quale sia questo ruolo però di primo acchito non è chiaro. Come posizionare l’insieme di ristoranti, pizzerie, paninerie, bar che popolano quest’area nel quadrato? Risulta immediato pensare questa zona come il supporto dedicato al vettovagliamento di coloro che abita-
MONDELLO
PALERMO
/ natura/
/ cultura/
/ non cultura/
/ non natura/
Figura 17. La struttura semantica di base di Mondello in inverno.
CAPO GALLO
/ natura/
PALERMO
/ cultura/
MONDELLO-PAESE
/ non cultura/
/ non natura/
TERRAIN VAGUE
MONDELLO
Figura 18. La struttura semantica di base di Mondello in estate.
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PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
no la spiaggia e dunque una parte fondamentale della città di capanne.
Mondello–Paese insomma come Mondello (/non natura/) o addirittura
come Palermo (/cultura/). Ma la struttura semantica che abbiamo previsto ci segnala l’esistenza di un termine, quello della /non cultura/,
che non abbiamo riscontrato. Ora, lo scopo dei modelli come il quadrato semiotico è non solamente quello di consentirci di sistematizzare
le nostre riflessioni, ma anche, e forse soprattutto, quello di segnalarci
la possibile esistenza di aspetti di un dato problema che sulle prime
potevamo non aver considerato. Un modello è valido solo se ci consente di prevedere degli effetti di senso, e nel nostro caso è esattamente così che funziona, obbligandoci a guardar dentro una scatola, quella
di Mondello–Paese, che non possiamo per nulla considerare uniforme
e le cui differenze interne entrano perfettamente nel sistema che abbiamo considerato.
Questa singolare borgata, infatti, per quanto popolata in maggior
misura da bar e ristoranti, li concentra nella parte più vicina alla
spiaggia mentre, man mano che si prosegue sulla costa per giungere a
Capo Gallo, ciò che era un brulicare di locali improvvisamente scompare. Ciò che segue non è però un incontaminato pezzo di costa, bensì
un numero di edifici (ex esercizi commerciali per lo più) abbandonati
(Fig. 16) del tutto inaudito per una zona turisticamente così valida.
Una vera e propria zona morta, perfetto terrain vague in cui il vuoto
di senso è solo apparente perché in effetti un senso esiste ed è quello
di non–essere qualcosa. Basta guardare il paese durante la notte dalla
spiaggia (Fig. 19) per rendersi conto di come questo “vuoto” sia percepibile nell’illuminazione: molto forte a sinistra, nulla in mezzo, e di
nuovo presente a destra, in prossimità del Capo. Si tratta allora con
tutta evidenza di quella /non cultura/ rispetto alla quale il nostro quadrato ci aveva messo in guardia. Percorrere il golfo di Mondello fino a
Capo Gallo in estate significa allora vivere i momenti di un percorso
narrativo rispetto al quale la /natura/ diventa l’obiettivo finale, un obiettivo che in inverno, quando l’organizzazione semantica degli spazi
è diversa, non è più tale, non è più parte di quella narrazione. Per questo non si fa nulla per riqualificare questo luogo: esso durante la stagione invernale sparisce, perde ogni pertinenza, ogni senso, e dunque
la sua stessa esistenza, e quando la riacquista allorché la spiaggia viene ricolonizzata è ormai troppo tardi e non rimane che tenerlo com’è.
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6. Dal vedere al fare: l’evoluzione di Mondello
Da quanto si è detto, appare evidente che a Mondello, come in qualunque altro luogo, una riqualificazione deve essere pensata innanzitutto come un effetto di senso, ed è ciò che sta accadendo oggi sulla
spiaggia a darcene conferma. Dalla passata stagione, infatti, la Società
italo–belga ha disposto che una piccola parte della spiaggia fosse
sgombrata dalle capanne e attrezzata con sdraio e ombrelloni come
accade in moltissime altre località turistiche. Una mossa che ha avuto
un grande successo commerciale riportando a Mondello alcuni di quei
frequentatori invernali che non riuscivano ad adattarsi alla capanna e
al modello di vita che comporta, ma soprattutto i turisti. Quel sistema
di fruizione della spiaggia, infatti, non prevedeva minimamente la
possibilità che la spiaggia potesse ospitare anche loro. Come avrebbe
dovuto fare, d’altronde, uno straniero a capire il complesso sistema
delle capanne adattandosi a prendere anche lui forzatamente possesso
della battigia? Impossibile. Ed infatti a Mondello non si sono mai visti
forestieri fino a quest’anno in cui sono magicamente ricomparsi. È bastato togliere le capanne e modificare la recinzione (Fig. 20) per cambiare del tutto l’effetto di senso creato dalla spiaggia. Il mare dei palermitani si avvia a non essere più soltanto dei palermitani dunque.
Figura 19. Il panorama notturno di Mondello–Paese e, fra le due stanghette bianche, il terrain
vague accanto al paese (a sinistra) e Capo Gallo (a destra).
212
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
Non dimentichiamo però che quando si parla di città, così come
quando si parla di lingua, cambiare un termine (anche quando lo si fa
con un sinonimo) significa potenzialmente cambiare il senso
dell’intera frase. Dobbiamo chiederci allora cosa ne sarà a questo punto del senso di Palermo e di Capo Gallo, oltre che della rimanente parte di costa. Finora, quando nasceva la città di capanne sulla sabbia, Palermo diventava di colpo diversa, molto più vivibile: si frequentavano
altri esercizi pubblici, si facevano altre passeggiate, si facevano altre
cose. Si usciva molto di più insomma, vivendo in maniera diversa la
città. Per capire verso quale Mondello o Palermo si vada allora — e
per fare in modo che ce ne sia una — non serve una teoria della città
intesa come un modello statico, ma una semiotica, ovvero una teoria
della trasformazione, del senso in quanto produzione e non in quanto
prodotto.
Figura 20. La nuova Mondello con le sdraio e gli ombrelloni.
Città di sabbia (Dario Mangano)
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Riferimenti bibliografici
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Mauss M. (1906), Essai sur le variations saisonnières des Eskimo: étude de morphologie sociale, “Année Sociologique”, 9: 39–132; (trad it. Sociologia e antropologia, Newton Compton, Roma 1981, 141–234).
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Tönnies F. (1887), Gemeinshaft und Gesellshaft, Reislad, Lipzia (trad. it. Comunità
e società, Ed. di comunità, Milano 1963).
214
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
Oltre l’idea di città
GUIDO FERRARO*
Beyond the idea of city.
English abstract: What we usually call “town” can still be seen as a specific part of
an objective reality? When the appeal of the “urban” was at its zenith, the concept was
already primarily designating not a place but a process, a way of transforming social
relations and personal stories. As the concept of “urban” has always been based on a
differential gap with the surrounding areas, we are no more always able to discriminate urban areas from something “not urban”. And finally we are pushed to think that
towns are not “there”, and maps are not an instrument to describe their independent
“reality”, but that the new purpose of maps is to create the “urban effect”, inventing
the identity of places, their plan and their boundaries: the new maps, in the era of
Google and social networks, don’t represent a territory, they write it.
English key–words: city, limits, maps, social networks.
Ormai da diversi anni si è andata diffondendo e consolidando l’idea
che quello che siamo soliti chiamare “città” non vada pensato come
un’entità dotata di una sua solida e oggettiva presenza, ma come un
modo di percepire e pensare una porzione di spazio antropizzata. I
semiotici possono dire quindi, nei loro termini, che “città” è un effetto
di senso, riprendendo del resto in questo modo certi aspetti di quanto
già era stato elaborato, ad esempio, all’epoca dell’interesse dei semiotici per il concetto di “paesaggio”. L’effetto–città è quindi il risultato
di una soggettiva lettura dei luoghi, il che ovviamente rende pertinente
e interessante la precisazione di quali regole determinino l’interpretazione di una porzione di spazio quale realtà urbana, e di come tali
regole cambino nel tempo.
La semiotica convoca allora propri modelli su cui da tempo lavora,
come la fondamentale opposizione centro/periferia, ma forse più inte*
Università di Torino.
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216
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
ressante sarebbe ragionare in termini che, potremmo dire, vedono nella città la rappresentazione di determinati regimi di trasformazione
(concetto che ha poi qualche imparentamento con quello di “transitività”, lanciato da Benjamin e recentemente ripreso da Ash Amin e Nigel
Thrift (2001): “città” è un territorio strappato al dato naturale, proiezione di un volere progettuale, punto di arrivo di un percorso di generazione culturale — sicché “città” sarebbe il punto di arrivo di un progetto continuamente in corso e continuamente ridefinito. Perché in definitiva l’obiettivo di questo progetto è il mantenimento — magari anche finzionale, illusorio, ingannevole se vogliamo — di una bengodi
della virtualità: lo spazio del possibile, dell’incrocio tra tutte le identità e tutti i linguaggi, fra tutte le prospettive e tutti i programmi di vita
(su questi aspetti cfr. Sgroi, 1997; ma non è privo d’interesse a questo
proposito l’avvicinamento tra città e romanzo fatto da alcuni semiotici, tanto più se pensiamo a quanto Bachtin aveva detto sul romanzo…). All’epoca della corsa alla città, lo spazio urbano sembra essere
stato sentito da molti come il luogo ove era davvero possibile la trasformazione della propria identità — opponendosi in questo senso alla
campagna, luogo della stasi e della ripetizione, dei cicli naturali, iterativi, e parallelamente spazio legato a un quadro sociale per sua natura
votato alla stabilità.
Collegandoci a questa prospettiva, possiamo ricordare come non
costituisca novità neppure sostenere che la città non sia un’entità, non
sia un luogo bensì un processo — lo ha scritto in particolare Manuel
Castells (1996), nel suo libro sulla Network Society. Ma se possiamo
dire che nell’ottica di oggi la città possa essere intesa come un “processo”, possiamo anche riconoscere che in effetti la città sia stata alla
radice concepita in effetti come un processo, precisando in tal senso
che il concetto di “città” vale come tale dentro la prospettiva dinamica
di un fenomeno come l’urbanesimo, storicamente situato pur se collocabile in molteplici condizioni storiche. Non consideriamo qui la dimensione — ovviamente pertinente — dell’evoluzione diacronica, legata a trasformazioni essenziali nei modi di produzione, di consumo,
di organizzazione sociale eccetera, ma assumiamo la prospettiva a noi
più abituale per cui processo è termine correlativo a sistema: “processo” si riferisce a un’azione condotta sulla base del raggiungimento di
uno scopo, per l’ottenimento di certi valori o l’acquisizione di una cer-
Oltre l’idea di città (Guido Ferraro)
217
ta identità. Pensiamo dunque a un processo attivato e indirizzato da un
Soggetto, definito da una determinata posizione nella rete sociale: in
questo senso, l’urbanesimo è pensabile come un programma narrativo
che aspirava a raggiungere valori tra i quali c’era per esempio
senz’altro la sicurezza, o l’aspirazione a far parte di un ambiente umano dotato di maggiore organicità: questo in dipendenza di una più precisa articolazione delle funzioni e specializzazione dei compiti, quindi
grazie alla compresenza e complementarità di istituzioni, attività, professioni — il che, come molti hanno notato, comporta anche l’opportunità di una condivisione dello spazio tra differenti strati sociali.
Basta citare già solo queste due componenti essenziali per renderci
conto che per leggere “sicurezza” nell’ambiente urbano, finiti i tempi
in cui contavano le opere di fortificazione e le guarnigioni militari, si
doveva coglierla nella stessa percezione di uno spazio “denso”, così
come l’organicità di un interagire di parti caratterizzate da funzioni
complementari era legato anch’esso alla lettura di uno spazio come
“denso”. In altre parole, sotto certe prospettive sembra che basti avvicinare le persone, le case, le attività, concentrandole in un ambito più
ristretto, che basti insomma infittire il territorio di elementi che comunque costituiscano le molecole di uno spazio abitato — o se vogliamo che basti eliminare i vuoti, diminuire le distanze, serrare le fila,
insomma — per avere almeno alcuni degli effetti di senso chiave del
“fare città”.
Ma va rilevato che la nostra idea di città come luogo denso, fitto di
case e di persone, e la conseguente convinzione dell’evidenza oggettiva della città come spazio denso — che si contrapporrebbe alle ipotesi
più elaborate cui abbiamo accennato — è solo uno dei modi di pensare
la città. Non tutte le città possiedono di fatto questa evidenza. Basti ricordare che quella che si considera la maggiore città dell’epoca medioevale, con una popolazione stimata tra i cinquecentomila e il milione di abitanti — vale a dire Angkor, la capitale dell’impero Khmer
— si estendeva su una superficie incredibilmente vasta, recentemente
valutata nell’ordine del migliaio di chilometri quadrati (non molto
meno dell’attuale Los Angeles, per intenderci). Si trattava, dicono gli
archeologi, di un complesso urbano ad altissima strutturazione, con
una notevolissima organizzazione di servizi interni e un imponente sistema di approvvigionamento d’acqua, e però a bassa densità abitativa
218
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
— come del resto lo erano anche le grandi città dell’America precolombiana. Qualcosa del genere vale del resto ancora oggi, per esempio
per un’altra grande città dell’Indocina come Rangoon, in molte sue
parti — anche centrali — non riconoscibile ai nostri occhi quale agglomerato urbano.
Non sempre dunque la presenza della città è leggibile nei nostri
termini; la città non è necessariamente, sempre e dovunque, quello che
siamo soliti pensare. Mettiamo in dubbio, allora, la nostra tradizionale
concezione della città come legata a una misura di densità. Oggi, essendo in grado di cogliere le mille variazioni dei fondamentali bisogni
antropologici del fare gruppo, possiamo guardare all’urbanesimo anche come a un modo ai suoi tempi innovativo per elaborare una cultura comune, per dar vita a forme di pensiero meglio collettivamente
condivise: l’urbanesimo può essere visto anche come l’ultima applicazione di un meccanismo di crescita culturale per addensamento. La
città “ha dei numeri”: più teste pensanti, più possibilità per lo scambio
delle merci e delle idee, anche più possibilità di confronto fra patrimoni d’esperienze in qualche misura diverse. Parallelamente, s’intende, la città dispone di maggiori masse lavoratrici per innalzare edifici
e monumenti che sfidino il cielo o per dar vita a forme di produzione
serializzata e massificata, dove ancora una volta la dimensione numerica diventa un prerequisito fondamentale.
L’era industriale è quindi non a caso considerata come il momento
di massima affermazione del modello della struttura urbana, sicché è
stato facile a molti studiosi riconoscere come per tanti aspetti l’epoca
post–industriale comporti un qualche superamento di tale modello.
Tra le dimensioni interessanti da un punto di vista semiotico c’è
senz’altro quella che accomuna strutture spaziali e strutture comunicative. Nel fondamentale saggio No sense of place Joshua Meyrowitz
(1985) mostra come i media annullino progressivamente la relazione
tra la comunità culturale (o il gruppo sociale) e la prossimità nello
spazio. Questo limita almeno certi aspetti del rilievo della densità sociale e apre la via alla prospettiva della già ricordata Network Society
e alla possibilità di parlare di strutture che funzionalmente equivalgano a quelle urbane ma siano deterritorializzate: forse in fondo facendoci pensare a un fenomeno di urbanizzazione totale, a una “città diffusa”, senza più confini e identità differenziale. Come ad esempio os-
Oltre l’idea di città (Guido Ferraro)
219
serva Massimo Ilardi (2007, pp. 37–38) nel suo libro sul tramonto del
vecchio concetto di “non luogo”, la definizione sociale dello spazio è
ormai stabilita dai circuiti del mercato e della comunicazione, che seguono loro regole e nuovi modelli — fondamentalmente il modello
della rete — per cui oggi «fuori della metropoli non c’è più nulla»:
non c’è, dunque uno spazio che per essere meno densamente urbanizzato si distingua in termini di stili di vita, di linguaggi, di forme di socialità.
Quello che innanzi tutto sembra andato perduto, agli occhi degli
studiosi recenti, è la leggibilità stessa di una porzione di spazio come
area urbana. Come ai semiotici è ben noto, ogni entità è definibile solo
a partire da una differenza, ma oggi — dicono i sociologi della dimensione urbana — la città si oppone ormai solo debolmente a quella che
un tempo era nettamente identificata come “campagna”, o comunque a
uno spazio non urbanizzato. Ma forse è la stessa percezione delle
grandezze e delle qualità dello spazio a non essere più percepita nei
modi tradizionali. Su un piano molto concreto, la configurazione spaziale che in modo apparentemente ovvio definiva la città viene vissuta
sempre più in termini di accessibilità e di percorribilità, dunque in definitiva traducendo le dimensioni spaziali in temporali: le distanze si
misurano in minuti piuttosto che in chilometri. Di conseguenza, la
mappa culturale dei luoghi muta drasticamente, allontanandosi dalle
rappresentazioni inefficaci di ogni mappatura meramente fisica: se
consideriamo in termini di tempi l’accesso da una zona all’altra della
città, e parallelamente conduciamo la stessa operazione su un territorio
comprendente un certo numero di centri minori disgiunti, ci possiamo
rendere conto che in termini di possibilità di accedere a servizi, di disporre di un’articolazione tra zone complementari, di fruire occasioni
di socialità eccetera, il risultato è ormai troppo simile sotto moltissimi
aspetti.
D’altro canto, il crescere delle dimensioni e delle densità degli spazi urbani non va più a vantaggio della loro identità, ma tende semmai
a travolgerla e mandarla in frantumi. A un certo punto l’effetto tradizionale di compattezza dell’agglomerato urbano tende a perdersi, la
città abdica alla sua omogeneità e non riesce più a gestire la complementarità tra aree interne diversamente specializzate; come spesso accade, si prospettano forme di rovesciamento del centro nella periferia,
220
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
o si disegnano barriere interne che incidono linee di disgregazione non
facilmente valicabili, vere e proprie trincee come ad esempio quella
che a Torino può essere osservata lungo Corso Regina Margherita,
nell’area intorno a piazza della Repubblica. Qui, soprattutto nelle ore
serali, si rileva una netta linea di spaccatura, su un lato della quale si
schierano le falangi di un pacifico ma compatto esercito di africani,
mentre sul versante opposto si accalcano le truppe locali, costituite
soprattutto da folti drappelli di giovani che fanno di quest’area di confine una delle zone più trendy e sofisticate della città. Nessun passaggio graduale, dunque, nessun vantaggio di vicinanza, nessuna compattezza o complementarità; la visione oggettiva della mappa fisica non
rivela nulla della mappa reale di un vissuto urbano che trae senso dalla
contemporanea presenza ed esclusione dell’altro: i ristoranti etnici e i
raffinati caffè alla marocchina frequentati dai giovani torinesi su un lato della trincea sono tanto allusivi quanto inaccessibili alle falangi nere disposte sull’altro lato — esattamente del resto come da quel lato i
caffè marocchini e i ristoranti di cuscus sono altrettanto off limits per i
non africani. La città stringe artificialmente gli spazi tra le realtà culturali, ma non li cancella, anzi palesemente li traduce nei termini di una
configurazione virtuale, che non a caso fa rotta verso il piano dell’immaginario.
Tutto questo non fa che sottolineare la distanza crescente dalla rappresentazione tradizionale della “città”. Abbiamo tutti potuto constatare il moltiplicarsi dei modi in cui una mappa può essere concepita e
impiegata, ma fino a poco tempo fa si poteva comunque vedere la
mappa come lettura del territorio, per quanto parziale e soggettiva: essa ancora manteneva in effetti una primarietà del territorio rispetto alla
rappresentazione che lo leggeva, sicché la mappa restava uno strumento di accesso a qualcosa che “era là”. Ma già la mappa del banale navigatore satellitare, che cambia sotto i nostri occhi ridefinendo le linee
dei suoi percorsi a seguito dell’osservazione del nostro comportamento, la mappa che ci osserva e si riconfigura di conseguenza, ci si presenta oggi come l’antenata delle mappe di cui ci troveremo circondati
nei prossimi anni: mappe personalizzate, mappe che abbozzano proposte e si ridisegnano al volo sulla base delle nostre reazioni, mappe
che tracciano sullo spazio esterno i percorsi dei programmi narrativi
generati dall’espressione dei nostri desideri… Aggiungiamo che —
Oltre l’idea di città (Guido Ferraro)
221
come sa chi conosce il senso della “personalizzazione” nel contesto
delle teorie recenti del marketing e dei consumi — non si deve ingenuamente pensare che si tratterà di strumenti che semplicemente ubbidiscano alle inclinazioni dell’individuo, tanto più che gli individui si
definiscono in contesti sempre più chiaramente tribali, di elaborazione
collettiva. I meccanismi di social tagging del territorio sono in effetti
già decisamente in atto: si pensi a tutto il lavorio con cui ci s’impegna
a riportare su mappe come quelle di Google le proprie indicazioni, le
proprie scoperte da condividere, i link ai filmati su YouTube, ecc.
Avremo dunque mappe legate a realtà di groupware e di social networking, ma anche inevitabili mappature brandizzate: si potrà percorrere uno spazio urbano secondo il disegno elaborato da Facebook o da
Tribe.net, oppure da Michelin o da Prada, oltre che naturalmente dai
responsabili degli enti locali o dagli esperti delle associazioni paesaggiste. E saranno, per ciascuno di questi casi, esperienze profondamente diverse, perché ognuna di queste prospettive tende per suo statuto a
elaborare una specifica concezione del territorio, disegnando spazi definiti dalle proprie logiche interne, senza molte ragioni di seguire i
confini o le densità oggettive della vecchia “epoca urbana”. Probabilmente, anzi, e del tutto ragionevolmente, questi strumenti avranno tanto più successo quanto più si renderanno autonomi dall’oggettività data del territorio fisico, scegliendo di seguire piuttosto proprie logiche
d’attrazione che poco hanno a che fare con i processi e le ragioni che
portarono un tempo a configurare gli agglomerati urbani. Quando le
mappe leggevano il territorio, le città imponevano la loro voluminosa
e inconfutabile esistenza, ma quando le mappe iniziano piuttosto a
scrivere il territorio, reinventandolo a partire da altri principi, può ben
accadere che finisca per dissolversi la stessa percezione di una realtà
urbana.
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PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
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Sgroi E. (1997), Mal di città. La promessa urbana e la realtà metropolitana, Franco
Angeli, Milano.
You Turin
La rappresentazione di Torino nel mondo
degli user generated contents
ANTONIO SANTANGELO*
You Turin – The Representation of Turin in the World of User Generated Contents.
English abstract: “YouTurin” is the title of a research that deals with the theories of
some semioticians who, in the last years, have tried to define the role of semiotics in
the context of social sciences. The main goal is to highlight the best procedures to find
out the cultural models that work inside and around Torino, determining the vision its
citizens have of it. Everything starts with a sort of a bet: that from some simple textual
analyses of the user generated contents shared in social networking environments, like
YouTube or MySpace, we can draw the main “grammar” of the way people use to
think about a town. Therefore, what we find out is not only the meaning of some videos, but also the reasons why architects and politicians acted like they did, in the last
years, to change the shape and the identity of the urban landscape. Of course, to verify
this hypothesis, the research doesn’t stop at the user generated contents analyses, but
it compares the cultural models they are based on, to the ones that are displayed in
other texts, like a best seller essay on Torino, some communication campaigns of the
local authorities and, finally, the words of an architect who has recently constructed
some very important buildings in town. The results — that talk about a “mythical” vision of Torino, which is trying to take distance from its recent industrial past — confirm the theories we chose to guide the research, revealing that starting to study an objective space like a town, from the subjective points of view of YouTube or MySpace
users, is not actually a bet, but a precise strategy to understand and describe the cultural models that we build together to give birth to the socially shared vision of that
space.
Key–words: Turin, media studies, user–generated contents, cultural models, socio–
semiotics.
*
Università di Torino.
223
224
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
Premessa
“YouTurin” è il titolo di una ricerca che ho messo a punto per confrontarmi con le teorie di alcuni degli studiosi che, negli ultimi anni,
hanno cercato di definire il ruolo e i metodi della semiotica tra le
scienze sociali.
L’obiettivo era dotarmi degli strumenti e delle procedure d’analisi
più efficaci per individuare i modelli culturali che operano dentro e attorno alla città di Torino, determinando l’immagine che, di quest’ultima, custodiscono i suoi cittadini.
La curiosità, invece, era di verificare se, a partire da alcune semplici analisi testuali, basate sui contenuti generati e condivisi dagli utenti
di YouTube, MySpace, LiberoVideo, Blogger e Qoob, tutti ambienti
telematici di social networking, fosse possibile astrarre una sorta di
“grammatica” del pensiero sulla città, in grado di rendere conto non
solo del significato di una serie di video o di discussioni nei forum on
line, ma anche, per esempio, delle operazioni architettoniche e politiche messe in atto, negli ultimi anni, da chi si è occupato di dare forma
allo spazio urbano del capoluogo piemontese.
Questo articolo è una presentazione delle analisi che ho condotto,
delle ragioni teoriche che le hanno sostenute e dei loro risultati. Esso è
suddiviso in due parti, che possono essere lette in maniera indipendente.
Anche se la seconda — il resoconto della fase empirica della ricerca —
deve essere vista come una conferma delle considerazioni iniziali.
1. La città, gli user generated contents e la semiotica come scienza
sociale
1.1. La semiotica come scienza sociale della “inter–soggettività”
Conducendo la mia ricerca, ero interessato, in primo luogo, a verificare una proposta teorica di Ferraro che, nel suo articolo La semiotica e le scienze sociali (2000, pp. 163–172), suggerisce di tornare a
pensare la nostra disciplina nei termini di una “scienza della soggettività”, in grado di prendere le distanze da una visione “oggettivante” di
ciò che essa studia.
You Turin – La rappresentazione di Torino nel mondo (Antonio Santangelo) 225
Basandosi sul celebre esempio di Saussure (1922, pp. 143–145),
sulla natura mentale e differenziale dei significanti dei segni, Ferraro
approfondisce questi concetti, sostenendo che
il mondo “oggettivo” è indefinitamente variabile, instabile, legato alle variazioni individuali, non pienamente regolato — per esempio ciascuno può vergare una lettera
dell’alfabeto con una grafia particolare tutta sua, individuale e instabile — mentre il
mondo “soggettivo” stabilisce delle categorie astratte e ben formate — come per esempio i grafemi che costituiscono l’alfabeto — e queste categorie soggettive sono
espressione di regole, hanno stabilità, appartengono al livello del collettivo (Ferraro,
2004, p. 29).
Alla luce di queste riflessioni, gli studi sulla città, condotti sui video e sui discorsi degli utenti dei social network on line, possono rivelarsi molto significativi. Essi, infatti, permettono al semiologo di confrontarsi con quelle visioni “soggettive” della realtà di cui parla Ferraro. User generated contents significa, per l’appunto, contenuti generati direttamente dai singoli individui, i quali si servono di tecnologie di
condivisione come YouTube o Facebook, per parlare con gli altri del
proprio punto di vista sul mondo. Da un lato c’è un “oggetto” — la
città — che viene rappresentato sotto molteplici sfaccettature.
Dall’altro, se le teorie sulla semiotica come scienza sociale della “soggettività” sono corrette, dovrebbero esserci delle regolarità, delle logiche di lettura della città stessa, che accomunano i diversi sguardi delle
persone, rassicurandole del fatto che, in fondo, stanno parlando della
medesima “realtà”.
A questo proposito, sono interessanti le affermazioni di due sociologi della conoscenza, Peter Berger e Thomas Luckmann, i quali, nel
loro famoso saggio sulla realtà come costruzione sociale (1966, pp.
42–58), affermano che quest’ultima è il prodotto dell’interazione degli
individui, per mezzo dei segni. Ma, soprattutto, i due studiosi ci suggeriscono dove ricercare la realtà, indicandoci un campo d’indagine
preciso: le interazioni tra le persone, mediate dal linguaggio. È lì, infatti, che, scambiandoci visioni condivise delle cose, ci convinciamo
della “stabilità” della loro “vera natura”.
Anche sotto questo aspetto, lo studio della rappresentazione della
città, nel mondo degli user generated contents, si dimostra interessante. D’altra parte, in ambienti come i social network, gli individui
226
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
non fanno altro che discutere attorno a video, fotografie, frasi pronunciate da qualcuno, citazioni, costruendo insieme un’idea precisa
della realtà.
Fondamentale, però, è comprendere i meccanismi di questa costruzione simbolica. A questo proposito, Ferraro (2004, pp. 76–82), riferendosi alle teorie di Claude Lévi–Strauss sul funzionamento dei miti,
suggerisce di rinunciare alla classica distinzione saussuriana tra langue (il sociale, la regola) e parole (l’individuale, la realizzazione della
regola stessa). Quando si tratta di ragionare sulla circolazione dei modelli culturali che contribuiscono a definire una certa visione del mondo, infatti, non ci sono singoli individui che fanno le loro scelte, per
comporre frasi ben formate, a partire dalle infinite virtualità rese possibili dalla lingua. Piuttosto, c’è una specifica grammatica, intesa come un sistema di classificazione dell’esperienza, che si preoccupa di
dire «che cosa è uguale e cosa è diverso, che cosa può essere unito e
che cosa va tenuto distinto» (ivi, p. 82).
Questa grammatica, in questi frangenti, diventa non lo strumento,
ma il fine della comunicazione. L’obiettivo di chi se ne serve non è,
allora, fornire la sua personale visione delle cose, ma ragionare
sull’ordine per la lettura simbolica dell’esperienza, messo in gioco in
un certo contesto socio–culturale. Per ripeterlo, rileggerlo, discuterlo e
costruire, insieme agli altri, una visione condivisa della realtà.
Questo è anche, a mio modo di vedere, ciò che avviene nei social
network, quando si parla di un tema dalla grande rilevanza sociale,
come quello della città. Gli utenti producono i propri contenuti personali, proprio per affermare la bontà di un certo sguardo sul mondo. Poi
lo condividono con gli altri, e questo suscita dibattiti, spesso molto accesi, nella misura in cui queste posizioni corrispondono ai punti di vista culturalmente più rilevanti, sull’essere cittadini di un certo contesto
urbano, in un determinato periodo storico. Ma queste posizioni, appunto, sono tanto più forti, quanto meno assumono un valore personale, diventando immediatamente condivisibili.
Alla luce di queste riflessioni, mi sembra utile introdurre un’altra
definizione di quella che, oggi, viene chiamata “socio–semiotica”, che
arricchisce, in qualche modo, il significato dell’espressione “realtà
come costruzione sociale”. Si tratta della posizione di Eric Landowski
(1997), che suggerisce alla nostra disciplina di analizzare
You Turin – La rappresentazione di Torino nel mondo (Antonio Santangelo) 227
quei si dice, luoghi comuni o dichiarazioni ufficiali, scene di strada o mode
del momento, lettere d’amore o d’affari, racconti di viaggio o foto d’attualità,
articoli di stampa o frammenti di letteratura. E ricavarne delle configurazioni
generalizzabili, una “grammatica”: quella della produzione di senso emergente dai nostri modi di stare–insieme. Vale a dire una grammatica del sociale.
Se il concetto di “costruzione della realtà” può essere visto, alla De
Certeau (1975), come il frutto dell’invenzione delle persone che, con
le loro pratiche di riappropriazione degli spazi della vita quotidiana,
affermano la propria autonoma visione del mondo, dall’altro lato essa
si può intendere come il risultato della riproduzione di certe strutture
di senso preesistenti. Questo non significa, naturalmente, essere
“schiavi” di alcuni modelli culturali, da cui non è possibile affrancarsi,
ma avere la possibilità di scegliere insieme quelli che più si adattano a
fornire una descrizione condivisibile della realtà.
In questo senso, Landowski è chiaro, nel tracciare limiti e confini
della ricerca socio–semiotica. Egli sostiene che
nulla, in questo dominio, è attualmente in grado di proporre un modello in
qualche modo compiuto (sempre che l’idea stessa di compiutezza e di totalizzazione conservi qui un senso)… sappiamo a grandi linee in quali direzioni
cercare, nella prospettiva di un progetto di comprensione più globale che, in
definitiva, riguarda lo statuto della nostra presenza nel mondo, come mondo
reso significante nel e grazie al gioco delle pratiche intersoggettive (ivi).
Queste parole, seppur pensate in un altro contesto teorico, sembrano scritte apposta per tracciare la strada degli studi semiotici sulla città. Il contesto urbano, infatti, è l’eterogeneo crocevia di una serie di
modelli culturali di portata generale, che non solo ci permettono di
leggere e dotare di senso la realtà che ci circonda, ma che influenzano
direttamente la nostra esistenza, dando forma agli spazi in cui viviamo
e al nostro modo di abitarli. I testi che parlano della città, ma anche i
piani urbanistici, le strade, i palazzi, gli oggetti e le interazioni tra le
persone assumono la loro fisionomia sulla base di questi modelli, che
sono, appunto, quella “grammatica del sociale” che emerge dai nostri
“modi di stare insieme”. Il compito del semiologo, dunque, è studiarli
induttivamente, a partire dalle loro molteplici manifestazioni, tra le
pieghe della vita quotidiana.
228
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
1.2. Oltre il “testualismo”: procedure socio–semiotiche per la ricerca
sociale
Il punto di vista di Landowski è interessante anche in un’ottica metodologica. Esso si allontana due volte dalla vecchia prospettiva “testualista”. Innanzitutto, perché sostiene che il significato dei testi in
generale e, dunque, anche di quelli che parlano della città, non sia al
loro interno, ma nei modelli culturali che li generano. E poi perché ritiene che una semiotica che ambisca ad affiancare le altre scienze sociali, non possa studiare solo quelli che, nel senso comune, vengono
riconosciuti come testi (libri, riviste, articoli di giornale, programmi
televisivi, film, siti Internet), ma che debba occuparsi anche del significato degli oggetti, dei luoghi, delle mode e delle azioni delle persone.
Eppure, questo non significa dover necessariamente tagliare tutti i
ponti con le tradizioni metodologiche del recente passato. Come ricorda Marrone, infatti
la significazione non è un sottoinsieme della società, ma vi si sovrappone; qualsiasi
fenomeno sociale ― istituzione, movimento, relazione intersoggettiva ― si dà perché
è inserito in un universo articolato di senso, ossia in un processo di significazione. Il
problema […] è comprendere i modi in cui la società entra in relazione con se stessa,
si pensa, si rappresenta, si riflette attraverso i testi, i discorsi, i racconti che essa produce (2001, p. XVI).
Si può dire, in sostanza, che i medesimi principi che generano i testi che parlano del mondo, siano all’opera nel mondo stesso, per dare
forma a luoghi, oggetti e pratiche dello stare insieme. Per individuarli,
descriverli, e comprendere il loro modo di operare nella società, è possibile, dunque, partire dai testi, per poi compiere il doppio movimento
di allontanamento che ho già descritto: verso altri testi, la cui struttura
consenta di comprendere i modelli che hanno prodotto quelli analizzati; e verso tutte le manifestazioni della vita quotidiana il cui significato, frutto della medesima “grammatica del sociale”, dimostri con chiarezza la portata generale di quegli stessi modelli.
Questa, naturalmente, è una metodologia di lavoro che può essere
applicata anche agli studi socio–semiotici sulla città. Può avvenire, per
esempio, che un ricercatore si imbatta in un filmato particolarmente
You Turin – La rappresentazione di Torino nel mondo (Antonio Santangelo) 229
significativo, per il suo modo di rappresentare il contesto urbano. Per
comprenderne appieno il senso, egli lo comparerà con altri filmati,
romanzi, articoli di giornale, saggi, opere d’arte. Infine, una volta esplicitati e descritti i principi che lo hanno prodotto, cercherà di verificarne la rilevanza sociale, constatando se la città stessa, nella sua conformazione generale, o in quella di alcune delle sue componenti, subisca o meno la loro influenza.
Questa procedura corrisponde esattamente al disegno della ricerca
che presento in queste pagine. Ancora una volta, i concetti di user generated contents e di social network si rivelano cruciali. In questo caso, però, visti nell’ottica dei cosiddetti personal media, accostati ai
mass media. Infatti, se le teorie di Landowski, Marrone e Ferraro sono
valide, allora l’esistenza di modelli culturali unificanti, che funzionano
come matrici comuni di testi eterogenei, ci induce a ritenere che non
dovrebbe sussistere una grande differenza tra i contenuti di video, fotografie e discussioni sulla città, prodotti dagli utenti di alcuni social
network, e quelli realizzati, sul medesimo argomento, da mezzi di comunicazione di massa come la televisione o la stampa.
Questo è il motivo per cui ho deciso di inserire un’opera come
quella di Giuseppe Culicchia — Torino è casa mia (2005)— campione di vendite nelle librerie “generaliste”, come parametro di paragone,
rispetto a ciò che le persone “qualunque” esprimono, sotto forma di
pareri personali, su come deve essere visto e interpretato il capoluogo
piemontese.
Senza anticipare le conclusioni della ricerca, segnalo solo che questa è, d’altra parte, la strada che, da più parti, viene indicata come la
più foriera di possibili nuove scoperte, nel campo dei cosiddetti audience studies televisivi (Scaglioni, 2006, pp. 69–130). Un settore nel
quale, alla rigida contrapposizione tra il paradigma dei cosiddetti “effetti forti”, e il modello “usi e gratificazioni”, si è andata pian piano
sostituendo l’idea del punto di incontro tra le logiche di lettura del
mondo messe in gioco dai mass media e dai loro spettatori. Proprio
perché si è visto che, invece di ragionare su come la televisione possa
influenzare il pensiero delle persone, o su come queste ultime possano
sfuggire ai suoi “malefici” influssi, è molto più interessante riflettere,
in generale, su come i mezzi di comunicazione e il loro pubblico costruiscano, insieme, una visione condivisa della realtà.
230
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
2. Torino alla ricerca di un’identità “mitica”
Nel mondo degli user generated contents, basta scrivere su un motore di ricerca la parola “Torino”, per imbattersi in moltissimi link, che
conducono a testi collegati ad altri testi, in una rete di rimandi labirintica e, potenzialmente, senza fine.
Se avessi dovuto ragionare in un’ottica statistica, a giudicare dalla
frequenza con cui questo tipo di video vengono condivisi, sarei certamente dovuto partire, per la mia analisi, da qualche montaggio sulle
bellezze architettoniche della città. Tra turisti nostalgici che ricordano
la loro vacanza in Piemonte, e torinesi orgogliosi che mostrano il glorioso passato e il luminoso presente della prima capitale d’Italia, infatti, non ci sarebbe stato che l’imbarazzo della scelta.
Come sostiene Lévi–Strauss, però, quando si tratta di studiare i
meccanismi di pensiero di un certo contesto socio–culturale, è più utile concentrarsi su un testo il cui funzionamento non dipenda «dal suo
carattere tipico, quanto piuttosto dalla sua posizione irregolare in seno
al gruppo» (1964, p. 14). È infatti a partire dalle apparenti anomalie
del sistema che si riesce a comprendere, per somiglianze e differenze
coi suoi elementi più rappresentativi, la logica del sistema stesso.
Per questo motivo, la mia attenzione si è concentrata su due video
molto simili, dal titolo The World Comes to Torino1, prodotti da un
famoso network americano, in occasione delle olimpiadi invernali del
2006. Montati insieme da un utente di YouTube, essi erano stati non
solo i più visti in assoluto, tra quelli catalogati con il tag “Torino”, nel
celebre sito Internet americano (almeno fino al maggio del 2008), ma
anche i più commentati, con una serie di infuocate discussioni, capaci
di eccitare gli animi degli amanti e dei detrattori del capoluogo piemontese.
Più o meno, il senso di questi spot era che Torino è una città molto
bella, piena di splendidi monumenti, e circondata da una natura incontaminata; ma che, soprattutto, essa è il simbolo dello spirito olimpico,
perché i suoi cittadini hanno saputo battersi e soffrire per un ideale,
durante il Risorgimento, per liberare l’Italia dai suoi oppressori e farla
diventare una libera repubblica.
1
Per vederlo: http://it.youtube.com.
You Turin – La rappresentazione di Torino nel mondo (Antonio Santangelo) 231
Il fatto che The World Comes to Torino fosse stato visto e discusso
da così tante persone, naturalmente, non poteva essere un caso. Variante dei video sulle meraviglie architettoniche, naturali e culturali,
prodotti dai turisti e dai torinesi, esso era il frutto, significativo,
dell’attenzione degli stranieri nei confronti della città. La quale, proprio per l’occasione delle olimpiadi, si rendeva conto di dover assumere un’identità ben precisa. Se non altro, per sapere come mostrarsi
allo sguardo degli “altri”.
Mediamente, i commenti suscitati dalle immagini della televisione
americana erano come questo, di Mazda189:
per chi come me ha vissuto le Olimpiadi 2006 al 100% questo video regala
sensazioni uniche. Le emozioni che quei meravigliosi 15 giorni hanno trasmesso a noi torinesi saranno per sempre scolpite nei nostri cuori. Torino ha
saputo, grazie alla sua bellezza e alla sua straordinaria cittadinanza, dare
un’immagine splendida dell’Italia in tutto il mondo. TORINO SEI STATA
GRANDE!
Il giudizio, dunque, si orientava subito sulle chiavi di lettura emotive ed estetiche, con opposizioni molto nette, come quella del botta e
risposta tra Raqdreamer («Spettacolo! Bella e indimenticabile Torino!») e Tetrabye («Ma per piacere che Torino è la città più brutta
d’Italia…»).
Se ci concentriamo sui motivi per cui Torino era considerata brutta,
dai suoi detrattori, individuiamo all’incirca cinque posizioni ricorrenti:
1. città in crisi d’identità: «ma quanta retorica!!! In verità è una città che dietro tanta propaganda nasconde la sua crisi. Leggete ad
esempio l’ultimo libro di Babando ‘Torino, provincia di Milano’
e capirete qualcosa» (Anonimo);
2. città triste: «il centro è molto bello, non c’è che dire. Il resto è
molto triste. Ci abito da 4/5 anni ma non credo che riuscirò mai
a sentirla come la mia città adottiva» (Anonimo);
3. città grigia e inquinata: «ma come si fa a dire che questa è una
bella città… non si vedono neppure le stelle da Torino!!!!! Il
grigiume è perenne» (Anonimo);
4. città pericolosa e piena di immigrati: «odio venire a Torino e
beccarmi tutta sta mandria di coglioni, mi spiace perché avete
232
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
una bella città, ma non potete uscire mai di casa tranquilli» (sidout);
5. città provinciale: «Torino la città più dinamica d’Europa? Per
piacere, che oltre a un paio di parchi e la grande piazza dove sta
palazzo Madama e palazzo reale non c’è niente» (tetrabye).
Attorno a queste posizioni, i sostenitori della bellezza della città
intavolavano appassionate discussioni, avvalorate dalle testimonianze di video e fotografie. Da questi confronti con gli sguardi critici,
nasceva una rete di testi che costruiva un discorso abbastanza preciso
sull’identità di Torino. Un discorso basato su cinque opposizioni
forti:
1. internazionale e monumentale vs provinciale e insignificante: in
questo caso, la città era considerata bella perché europea e motore della crescita dell’Italia sotto vari aspetti, da quelli culturali, a
quelli economici e di costume. Tipici interventi a difesa della
sua immagine erano:
lasciate stare coloro che dicono che Torino fa schifo. Sono ipocriti e invidiosi di una città gioiello dell’Italia e contemporaneamente tesoro ben custodito, prima capitale, difesa dell’Italia dall’invasore durante tutta la storia, lontana dalla caoticità di Milano, dal pattume e dalla malavita di Napoli, città belle e importanti comunque; rispetto per una città che in Italia
è prima nella maggior parte dei settori (compreso il calcio con la juve).
Tutta invidia, rodetevi il fegato W TORINO (Feonte18);
se è Torino è chiamata la “Piccola Parigi” ci sarà un motivo no?? Torino è
di sicuro la città più elegante d’Italia con larghi viali, piazze sconfinate e
portici senza fine che danno la sensazione di lusso anche. Torino è un po’
Parigi e anche un po’ Vienna… (Davidtutdunpez);
2. luogo di integrazione, multietnico, tranquillo e vitale vs contesto
fatto di emarginazione, razzismo, delinquenza: in questo caso,
invece, Torino era considerata bella perché capace di accogliere
persone provenienti da tutto il mondo, in grado di arricchire la
città con le loro culture differenti e la loro voglia di integrarsi. È
significativo che, per sostenere queste posizioni, gli utenti di
YouTube abbiano pubblicato alcuni video prodotti dal Comune
You Turin – La rappresentazione di Torino nel mondo (Antonio Santangelo) 233
di Torino, in occasione delle olimpiadi2. Accadeva, infatti, che i
singoli utenti di un cosiddetto personal medium mostrassero di
condividere le posizioni delle istituzioni, proposte attraverso i
mezzi di comunicazione di massa. Come a significare che certi
modelli di lettura della città appartenevano a tutti, a prescindere
da chi fosse il soggetto che li enunciava;
3. colore, pulizia, natura e bellezza delle origini vs grigiore, smog,
cemento e polvere del tempo: secondo questa opposizione, Torino oggi è bella perché è riuscita a scrollarsi di dosso la polvere
del suo passato industriale, ritrovando un corretto rapporto con
la natura e una vivibilità tipici di una sua supposta “età dell’oro”. Un classico discorso a sostegno di questa posizione è il
seguente:
Torino qualche anno fa era ingrigita perché trascurata,bella ma impolverata. L’uomo l’ha ripulita, riportando all’originaria bellezza ciò che era stato trascurato, le grandi industrie ci sono ma in periferia. La città è racchiusa fra la collina in fiore, il Po e le Alpi innevate. È bellissima, credimi
(Ortensia25);
4. allegra, viva, piena di gente in festa e di iniziative culturali vs
triste, noiosa, dedita solo al lavoro, materialista: in questo caso,
invece, Torino era apprezzata per la sua capacità di trasformarsi
in una città a misura d’uomo, dove le persone sono in grado di
riappropriarsi del loro tempo, costruendo dei rapporti incentrati
su valori come l’allegria, la cultura e il divertimento in mezzo
agli altri. Ancora una volta, il discorso più rappresentativo di
questa posizione, veniva portato avanti da un utente che citava
un video del Comune di Torino, che recitava, all’incirca, così:
«nuovi amici, nuovi spazi, nuove strade, nuovi interessi, nuove
lingue, nuove prospettive, nuove idee, nuova vita»3;
5. cambiamento, futuro e dinamismo vs stasi, passato e immobilismo: infine, l’ultima opposizione forte era quella tra la paura di
rimanere legati a un passato ormai superato e l’entusiasmo per i
2
3
Per vederlo: http://it.youtube.com.
Per vederlo: http://it.youtube.com.
234
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
cambiamenti che, in maniera visibile, stavano proiettando Torino verso un futuro promettente:
non bisogna vedere a due centimetri ma un po’ più avanti… Torino comunque si é
svegliata dal torpore degli scorsi decenni. Gente, non credete più al politico che
dice, questo no, questo non si può fare, no no no… (Aristide11).
A riprova dell’immediata rilevanza sociale delle posizioni espresse
nel mondo degli user generated contents, è sufficiente sottolineare
come queste fossero già tutte presenti nel libro di Giuseppe Culicchia
— Torino è casa mia (cit.)— campione di vendite, forse, proprio per
la sua capacità di tratteggiare un’immagine del capoluogo piemontese
ampiamente condivisa dalla gente.
Per esempio, a proposito della Torino multietnica, allo stesso tempo ricca di cultura e minacciosa, lo scrittore torinese afferma: «così a
Torino una casbah c’è ed è lì [a Porta Palazzo]: inebrianti profumi e
inquietanti vicoli compresi» (ivi, p. 43).
Sulla ricomparsa di colori e bellezze del passato remoto, a discapito
del grigiore degli anni bui, invece, Culicchia si esprime così:
Torino non è Wolfsburg. E in fabbrica non ci vanno più tutti i torinesi in
blocco, come vuole la leggenda […] Altrove tuttavia il luogo comune della
“grigia città industriale”, per definizione perennemente piovosa, resiste ostinato […] Eppure, chi viene a Torino per la prima volta, aspettandosi di trovare una distesa monotona di capannoni e alveari dormitorio, è costretto a ricredersi […] tanto che dopo i recenti interventi di restauro che hanno restituito al centro storico i suoi colori originari […] la città sta recuperando le tinte
solari amate da Nietsche. (ivi, pp. 16–18)
Infine, sulla capacità di rinnovarsi, insita nella città, ma temuta da
quella parte di abitanti timorosi del futuro, queste sono le parole dello
scrittore: «Torino non è una città grigia: grigi sono spesso i torinesi,
dentro» (ivi, p. 124).
Se Atrium e Piazza Solferino fossero chessò, a Berlino o Londra, i torinesi in
gita direbbero però, che bravi, questi berlinesi o londinesi… invece Atrium è
a Torino. Ah, se altri architetti a Torino avessero avuto il coraggio di chi ha
progettato Atrium […] Se i nuovi condomini sparsi qua e là nelle zone sottratte al passante ferroviario o alle vecchie fabbriche fossero stati concepiti
con uno spirito simile. (ivi, p. 155)
You Turin – La rappresentazione di Torino nel mondo (Antonio Santangelo) 235
Volendo raggruppare tutte le posizioni fin qui presentate, si potrebbe costruire un unico modello unificante. È molto chiaro, infatti, che
per chi osserva Torino, cercando di cogliere la sua vera identità, i segni del passato remoto recuperato, e quelli del futuro che la città desidera perseguire, sono letti come qualcosa di positivo. La capacità di
far convivere, allo stesso tempo, monumenti di tutte le epoche, una natura incontaminata, tradizioni importantissime e uno stile di vita a misura d’uomo, assieme con l’innovazione, la voglia di cambiamento, la
creatività e l’effervescenza culturale, è vista come l’elemento fondamentale che rende “bello” il capoluogo piemontese. Ciò che, invece, è
completamente negativo, e va rimosso, è il passato prossimo. Quello
dell’epoca industriale, grigia, polverosa, inquinata, spersonalizzante,
noiosa, materialista, caratterizzata dall’incapacità delle persone di
prendere in mano il proprio destino e costruire il futuro che davvero
desideravano. A questo proposito, Culicchia scrive:
Torino, città già militare e poi industriale, non è più né militare, né industriale. E giorno dopo giorno, cerca la sua nuova identità. Puntando, si dice, sulla
cultura. Così che i cantieri per le prossime Olimpiadi […] sono forse al momento la metafora perfetta di un luogo in divenire, dove alle rovine si alternano nuove fondamenta, e accanto ai mozziconi di vecchie fabbriche in via di
demolizione se ne intravedono altri, quelli degli edifici in via di costruzione.
(ivi, p. 15)
Torino si è trovata sotto i riflettori del mondo intero, in un momento storico di grande ridefinizione della propria identità, mentre il modello economico industriale, su cui essa aveva costruito le sue fortune,
ma soprattutto la sua riconoscibilità, verso l’esterno e verso sé stessa,
si trasformava e si trasferiva verso est. Dovendo fornire un’immagine
di sé, ma faticando a trovarla, visto che voleva tagliare i ponti con un
passato controverso, che sembrava allontanarla dalle logiche di sviluppo delle città occidentali più avanzate, essa ha dunque deciso di
puntare su un concetto nuovo, che potremmo definire della “miticità”.
Applicando al funzionamento dei media contemporanei alcune teorie di Lévi–Strauss, infatti, possiamo dire che la capacità di coniugare
gli opposti è una prerogativa dei miti della nostra cultura. Quell’automobile è allo stesso tempo potente, ma capace di limitare i consumi. Quello sportivo, grazie alla consulenza di una famosa azienda,
236
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
riesce a fare l’atleta e lo studente universitario. Quella coppia di successo riesce a tenere insieme famiglia e carriera. E una città può far
convivere passato e futuro, natura e tecnologia, tradizione ed innovazione. Trasformandosi, agli occhi di chi la osserva, in un luogo mitico,
decisamente desiderabile.
Poco importa, poi, se Torino non è veramente così. Le rappresentazioni sono dei segni, che per qualcuno — i cittadini, le istituzioni —
stanno per qualcos’altro — lo spazio urbano — secondo qualche aspetto o capacità. E questi “aspetti o capacità”, come ricorda Prieto
(1975), sono parti della realtà, che vengono rese più significative di altre, dalle pratiche di attribuzione di senso di chi si serve dei segni
stessi.
Nel capoluogo piemontese esistono davvero esempi virtuosi della
capacità di far convivere passato e futuro, nel nome di un’idea nuova,
che tagli i ponti con gli ultimi due secoli di storia della città. Ma ci sono anche tanti capannoni abbandonati, quartieri dormitorio, aree dimesse da recuperare. E molte industrie ancora pienamente funzionanti.
Solo che il modo in cui le persone pensano Torino, oggi, sta cambiando. Le campagne di comunicazione della pubblica amministrazione
recitano slogan come “always on the move”, “passion and more”,
“Torino al futuro”. Nel mondo degli user generated contents, si parla
di un luogo mitico, ormai lontano dalle immagini di immigrazione e di
operai in lotta, di fronte ai cancelli della Fiat.
Questo non modifica solo il modo in cui viene rappresentata la città, ma ottiene degli effetti più concreti, come dimostra questo testo4 di
Benedetto Camerana, un architetto che, a Torino, ha lavorato molto,
costruendo, per esempio, il “Villaggio Olimpico”. Di questo complesso abitativo, egli scrive che
si inserisce all’interno di un quartiere che era, ed è ancora, una sorta di periferia interna alla città […] un’area che aveva smarrito buona parte della sua identità […] con la progressiva scomparsa dello statuto di quartiere operaio,
legato come era alla produzione dei vicini impianti della Fiat Mirafiori, molto
ridotta negli anni. Questa incertezza doveva, come per tutte le grandi aree in
trasformazione, essere inquadrata nella più generale ricerca di una nuova identità per Torino […] Il progetto [del Villaggio Olimpico] prevedeva […]
4
Per leggere l’intero documento: www.casaportale.com.
You Turin – La rappresentazione di Torino nel mondo (Antonio Santangelo) 237
che le facciate degli edifici fossero vivamente e variamente colorate […] Con
questa scelta […] volevamo dare anche il segno di una trasformazione
dell’anima della città, non più solo industriale, e quindi erroneamente interpretata come “grigia”, ma anche città del turismo, dunque città colorata, viva,
varia.
Fatte le dovute proporzioni, sembra di sentire parlare uno degli utenti di YouTube, o di leggere una pagina di Culicchia. In realtà, possiamo adesso concludere che tutti quanti riproducono la medesima
“grammatica”, cioè le stesse regole per la lettura della realtà.
Riferimenti bibliografici
Berger P.L., Luckmann T. (1966), The Social Construction of Reality, Garden City,
NY, Doubleday and Co. (trad. it. La realtà come costruzione sociale, il Mulino,
Bologna 2007).
Culicchia G. (2005), Torino è casa mia, Laterza, Roma.
De Certeau M. (1975), L’invention du quotidien. I: Arts de faire, Gallimard/Folio,
Parigi.
Ferraro G. (2000), La semiotica e le scienze sociali, in Bertetti P. (a cura di), La semiotica: venticinque anni dopo, Edizioni dell’Orso, Torino.
Ferraro G. (2004), Corso di Sociosemiotica, Università degli Studi di Torino, Torino.
Landowski E. (1997), La prospettiva socio–semiotica, “Lexia”, 13.
Lévi–Strauss C. (1964), Le cru et le cuit, Librairie Plon, Parigi (trad. it. Il crudo e il
cotto, Il Saggiatore, Milano 1998).
Marrone G. (2001), Corpi sociali, Einaudi, Torino.
Prieto L. (1975), Pertinence et Pratique: Essai de Semiologie, Minuit, Parigi.
Saussure de F. (1922), Cours de linguistique générale, Editions Payot, Parigi (trad.
it. Corso di linguistica generale, Laterza, Bari 2001).
Scaglioni M. (2006), Tv di culto. La serialità televisiva americana e il suo fandom,
Vita&Pensiero, Milano.
238
PARTE II – LA CITTÀ COME FORMA
Parte III
LA CITTÀ COME SIMBOLO:
REALTÀ, VIRTUALITÀ, IMMAGINAZIONE
239
PARTE I: LA CITTÀ COME LIMITE
Esterni londinesi – Lo spettacolo infinito
ROSSANA BONADEI*
London outdoor: the endless show.
English abstract: The image of the “Greater London”, capital of the Industrial
Revolution, finds its visionary foundation in poetry, namely in William Wordsworth’s
Prelude (1851). Foregrounded by the poet’s gaze (the poem was completed by 1805),
London emerges as a ‘spectacular city’,while a Victorian establishment was launching
a urbanistic and architectural project to make London an “exhibition” to the multitude
for the multitude. The Imperial London was eventually made even more spectacular
with the opening of collective and performing spaces that clearly emboded a ‘participant spectacular gaze’: according to a national ideology that reflected its power into a
“progressive architecture”, conceived also to entertain, astonish and ‘control’ the urban masses.
From the ‘astonished’ gaze of the proto–romantic flaneur to the Crystal Palace (the
‘wonderful’ glass structure that in 1851 hosted the first Great Exhibition), from the
“pleasure gardens” to the grand glass and iron buildings conceived by the fin de siècle
Western establishments, an impressive cultural and aesthetic continuity has constructed the image of London as the modern “City of Wonder” (competing with Paris,
Chicago and New York). A ‘wonder’ that would soon become a global tourist attraction (London. The Wonder City was actually the title of a best selling tourist guide
published in English in the beginning of the XXth century): a modern metropolis implemented by heritage attractions and ‘view points’ that are also gaze–devices for an
urban community that has been investing emotions and money in making itself a
world–show. And this would come to a climax with The London Eye, the gigantic
post–modern copy of Vienna and Chicago Panoramic Wheels, that welcomes on
board the globalized masses allowing them to embrace the Third Millenium metropolis, to peep from high in its remote nooks and angles and guess its exploding boundaries. You can see them from the many antic city corners, circling in the air as if themselves embraced to a luminous and light web.
Key words: London, poetic narration, gaze, architecture, glass.
*
Università di Bergamo.
241
242
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
1. “London is a show”: origine e meta di un discorso
Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si
presenta come un’immensa accumulazione di
spettacoli.
Guy Debord
Shock e spaesamento: sono questi gli stati d’animo che emergono
dall’incontro “a passo d’uomo” con le strade di Londra, la città in piena Rivoluzione industriale, che sta diventando metropoli: la passeggiata di questo flaneur ante–litteram è uno dei capitoli cruciali del
Preludio di William Wordsworth, poema narrativo di lingua inglese
che restituisce un interessante spaccato della storia sociale inglese ed
europea a cavallo tra Settacento e Ottocento1. La vicenda “mentale” (il
sottotitolo del poema è The Growth of a Poet’s Mind) spazia avanti e
indietro nel tempo, dall’infanzia in campagna all’adolescenza “on the
road”, fino all’impatto con la città: quasi un romanzo di formazione,
che mette a fuoco la storia di quella generazione di inglesi che lasciarono la provincia per diventare abitanti della città. Nel Prelude tempo
dell’esperienza e tempo della narrazione precipitano in una sorta di
sincronia simulata, che suggerisce l’idea di esperienze ed emozioni “in
presa diretta”. Ne esce un impasto di momenti memorabili, “spots of
time”2 che si impongono come immagini poetiche e nuclei narrativi su
cui costruire il castello di connessioni, analogie, discontinuità, trasformazioni, e giudizi che attestano la formazione del soggetto, e
l’individuazione di un destino poetico.
Il soggiorno londinese, che da il titolo al Libro settimo è senza
dubbio un passaggio cruciale della formazione, fatto di “istantanee” e
“fissi–immagine” che conferiscono al testo una forte carica visionaria
e mettono a fuoco strade, angoli, piazze della città. La scoperta della
nuova vastità di Londra e la scrittura/mappatura della città–capitale,
1
Per una ricostruzione del contesto storico–letterario si veda la prefazione di M. Bacigalupo alla edizione Mondadori, alla quale si fa riferimento per tutte le citazioni in traduzione
dal testo.
2
Sullo specifico poetico di Wordsworth si rimanda in particolare a Makdisi, 1998.
Esterni londinesi – Lo spettacolo infinito (Rossana Bonadei)
243
sono un contributo immaginario e topografico fondamentale per una
collettività raccoltasi attorno a una città per molti versi percepita come
un “Dark Continent”, sconosciuto e insidioso. C’era bisogno di ri–
raccontare Londra, di farla propria mentre stava diventando altra, di
rimisurare il grado di appartenenza alla nuova realtà: di questo sostanzialmente si occupa il Prelude, aprendo il capitolo, poi lunghissimo,
della ‘messa a testo’ della città3.
Le “sobrie e vere storie”, non meno di “tutto quel che si fantastica”,
sono il tessuto discorsivo dentro cui incomincia il racconto di Londra:
c’è insomma un “testo mentale” della città, costruito dal “potere mirabile delle parole”, che spazia in scenari grandiosi, piazze come quinte
di teatro solenni e silenziose, visioni dentro a cui galleggiare. Ma la
città–memoria sembra dissolversi dopo poche battute, una volta scesi
per strada:
e ora guardavo la scena vera,
la osservavo da vicino giorno dopo giorno
con piacere acuto e vivace […]
[…] la danza veloce
Di colori, luci e forme; il frastuono babelico;
il flusso ininterrotto di uomini e oggetti in moto;
per ore e ore il passeggio senza termine
sempre su vie con sopra cielo e nuvole,
la ricchezza, l’affaccendarsi e la fretta
[…]
qua, là e ovunque un affollarsi estenuante;
chi va e chi viene, faccia contro faccia,
faccia dopo faccia; le file di merci vistose
di negozio in negozio, con insegne e nomi dipinti,
e sull’ingresso tutti i titoli del commerciante;
qua facciate di case che paion frontespizi
stampati di grandi lettere da cima a fondo,
là, sulla porta, come santi protettori,
forme allegoriche maschili e femminili
(vv. 156–179; corsivo nostro)
3
Sfida che il giovane poeta giudicò — paradossalmente— persa: il testo, ampiamente
circolato tra amici e conoscenti (tra il 1801 e il 1805 Coleridge, De Quincey e Keats lo lessero
e commentarono per esteso, appressandolo), fu pubblicato postumo, solo nel 1850, quando lo
“spettacolo” di Londra era già diventato merce culturale.
244
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
Incontrata ad “altezza d’uomo”, la città–monumento diventa forma
viva in movimento,perpetual flow che avanza a un ritmo costante e infernale (Babel din), a creare un ambiente testuale fortemente impregnato di immagini teatrali. Non tanto “libro di pietra” (Victor Hugo)
Londra è piuttosto un grande palcoscenico — masquerade, pantomimic scene, exhibition, walking pageant, raree–show, mimic sight,
parade — ove lo sguardo incontra la qualità intrinsecamente spettacolare della città, il suo essere intrattenimento infinito. Scene curiose e
“strane” si susseguono e si accavallano, e strane (straniere) sono le
facce che il poeta–flaneur comincia a mettere a fuoco. Il tessuto “meticcio” di Londra, la realtà di una folla esplicitamente multietnica, si fa
evidente nei quartieri affollati a ridosso del Tamigi, (vv. 227–243).
Gremita di venditori ambulanti, giocolieri, barboni e freaks mescolati
a ordinari city users, Londra è una mostra permanente di uomini e
merci. È di fatto il “film della città” che il testo comincia a costruire,
portando l’attenzione su paesaggi e luoghi di aggregazione e di transito, pratiche di intrattenimento ludico, a incorporare il nuovo “ibrido”
collettivo, il suo ritmo e “lo stato d’animo” (Simmell) che lo caratterizza. A “pensare” e a trascrivere The Greater London (secondo la definizione data nella letteratura storica e urbanistica) è uno “sguardo
che cammina”, un soggetto incorporato dentro a una concentrazione
collettiva nuova: una forma organica che impasta l’umano, l’animale e
la suppellettile in un unico corpo sociale e politico (roaring crowd).
Di fronte alla città che non si ferma mai, allo “scintillio” e al vortice cacofonico del perpetual flow, il testo visibilmente arranca e risponde con una “lentezza” e una “lunghezza”, che mimano la fatica di
procedere, di osservare, e tradiscono la preoccupazione di dare un senso. È la folla — muto sguardo che cammina — il memento di un “inciampare”, un “perdersi” e un “disfarsi” che il soggetto poetico a tratti
patisce come una minaccia al farsi stesso della scrittura, e alla sua capacità di dire il mondo — un fantasma “romantico” che qui si proietta
sui volti inconoscibili, su quella presenza “straniera” che resta
l’emblema primo dell’esposizione alla città (“il volto di ciascuno che
mi passa vicino è un mistero”). Da qui l’impulso, anche questo caratteristico di molta poesia romantica, a nominare per conoscere e riconoscere ―in uno sforzo classificatorio e desinonimizzante volto a definire qualità e sfumature dell’oggetto che contribuiscono a distingue-
Esterni londinesi – Lo spettacolo infinito (Rossana Bonadei)
245
re l’indistinto: e allora la folla si fa moltitude, crowd, mob, swarm,
perpetual flow — sfumature di folla che consentono al soggetto di riorientarsi. Da un altro lato, resta l’esperienza del caos urbano in sé a
sfidare la rappresentazione, dove l’osservazione ad “altezza d’uomo”
si scontra con il paradosso di una eccessiva vicinanza, inadatta per il
poeta a presentare la realtà di un corpo esteso e diramato: come il
viandante cieco avvistato a un incrocio di strade, il flaneur urbano
guarda senza vedere, “il volto fisso e gli occhi senza vista” (v. 621).
Ma nel Prelude, prospettiva e panorama sono stati sacrificati allo
schema dell’incontro, lo spettacolo della città è dunque ciò che letteralmente si incontra: corpi, odori, riflessi, assaggi di cibo, bestie e
suppellettili che la scrittura mette a testo chiamando in causa tutti i
sensi, e facendo ricorso a intricate sinestesie. È poi la dimensione narrativa incorporata dalla passeggiata a riscattare il soggetto da un
continuum di cui non intravvede un inizio o una fine: sono i cambi di
scena imposti dall’itinerario e dalla casualità degli incontri a far brillare la dimensione “romanzesca” (Marc Augé) della città, il cui “ritmo”
è invece affidato alla cadenza battente del pentametro giambico reso
lento o martellante, a seconda del procedere del passo e del battito
cardiaco, oppure eccitato e frenetico, a riflettere il galoppare a destra e
a sinistra dello sguardo, della mente, del corpo in corsa.
La costruzione di una grammatica urbana attestata da un soggetto
in movimento — che fa corpo con una collettività che lo contiene e lo
definisce — diventa preoccupazione centrale dell’arte e del discorso
sociale ottocentesco, per culminare nel vero e proprio “pensiero della
città” di Simmel e Benjamin: il primo impegnato a definire «la base
psicologica su cui si erge il tipo delle individualità metropolitane», osservata nella «intensificazione della vita nervosa che è prodotta dal rapido ininterrotto avvicendarsi di impressioni esteriori e interiori»4; il
secondo alle prese con sistematiche ‘attraversate’ — di Parigi e Berlino, innanzitutto — dove un soggetto a spasso tra strade, memoria ed
enciclopedia indaga la struttura stratigrafica ed evolutiva della città
che si fa metropoli, tracciando mappe geografiche e mentali a un
tempo.
4
Cfr. Simmell, 1903, p. 413.
246
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
2. “London exhibited”: ideologia dell’evento e palazzi di cristallo
L’umanesimo della merce prende a proprio carico “gli svaghi e l’umanità” semplicemente
perché l’economia politica può e deve dominare queste sfere in quanto economia politica.
Guy Debord
A partire dagli anni Trenta dell’Ottocento, Londra è fatta oggetto di
una massiccia offensiva immaginaria, che vede pittori e romanzieri,
incisori e reporter, fotografi e pubblicisti impegnati in un intenso
“corpo a corpo” con la città, rivelata e “fotografata” nella sua articolata fisionomia, giocando su contrasti prospettici e visioni dall’alto, che
lo sguardo insegue nella struttura stessa e nella topografia della città:
Figura 1
Esterni londinesi – Lo spettacolo infinito (Rossana Bonadei)
247
dalle finestre, dai ponti o ai campanili, quel che si vede e si rappresenta di Londra non sono tanto le beautiful vistas (le banks lungo il Tamigi, St Paul’s, il Parlamento), ma quella “fiera di gente” che si muove, si agita, e fa spettacolo di sé, in qualche modo compiaciuta di essere lì, nel cuore del nuovissimo mondo.
Mentre l’arte tematizza lo spettacolo del caos metropolitano, la
pubblicistica celebra Londra come capitale del moderno, contrapposta
a Roma capitale dell’antico, certamente degna di essere proprio per
questo visitata:
Certainly tourists from the eighteenth century onwards visited London to see
a new world in its making…what fascinated visitors was not a landscape of
historical monuments, but the ‘Great Roar of London’. The spectacle of its
movement, its congestion, even its dirtiness could be read as a sign of the
newness and modernity of the city. (Gilbert, 1998, p. 2)
Figura 2
248
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
Anche la politica va scoprendo in quel primo scorcio di secolo le
potenzialità simboliche del teatro cittadino e individua nelle massa urbana il soggetto su cui sperimentare le strategie di un moderno consenso civico: attraverso l’intensificazione della pratica organizzata
dell’evento e dell’intrattenimento, manipolando una domanda ludica e
di aggregazione del tutto comprensibile per una società investita dai
nuovi disagi della civiltà senza ancora godere del benessere diffuso.
La Londra vittoriana, dove la ricchezza delle abitazioni ancora si
misura dal numero delle finestre e una larga parte della popolazione di
umile estrazione lavora, mangia e dorme per strada, è una città tutta
orientata verso i suoi esterni, caratterizzata da un’intensa “vita di strada”, sia tradizionale (mercati rionali, fiere, sagre) che proiettata sulle
nuove forme di intrattenimento di massa, organizzate in spazi dedicati.
Eventi sportivi (gare di cricket, di rugby o di football), concorsi e mostre di vario genere, concerti all’aperto e happenings dilagano, (a sostituire più antichi “spettacoli” popolari, come le battaglie tra animali
e le impiccagioni). Tra gli anni Trenta e Cinquanta dell’Ottocento si
afferma il fenomeno dei pleasure gardens, veri e propri parchi di di-
Figura 3
Esterni londinesi – Lo spettacolo infinito (Rossana Bonadei)
249
vertimento situati in sobborghi resi facilmente accessibili dalla costruzione delle nuove linee di ferrovia urbana (Highbury Barn, Vauxhall
Gardens). Proliferano i circhi (il più famoso è quello stabile di Westminster Bridge Road) e si moltiplicano le performing areas (Covent
Garden e Haymarket). Esplode infine la mania dei visual games con la
diffusione di diorama, ciclorama, cosmorama e kineorama, e il successo dei peep show. A Park Square East si trovava un famoso diorama di Jacque Daguerre, inventore della fotografia, ove si poteva ammirare un’eruzione dell’Etna in tre tempi e la simulazione della navigazione sul Bosforo; un “Colosseo”, aperto nel 1826 a Regent Park,
offriva invece un giro “turistico”, con una panoramica di Londra, una
Sala degli Specchi e uno Chalet svizzero.
La storia della Greater London che si avvia a diventare capitale
imperiale — e l’attestarsi di un corredo immaginario che ne simbolizza la grandezza e la “magia” — è anche la storia di un sistematico “allestimento” della città, a partire da un riassetto urbanistico del centro
cittadino (con grandi arterie e ponti che racchiudono il “cuore pulsante” — la City e il West End), un robusto intervento architettonico
(all’insegna di un vistoso stile neo–gotico che marca l’area politico–
amministrativa, tra il Tamigi e Buckingham Palace) e la costruzione
di spazi e di edifici pubblici concepiti per ospitare, intrattenere, educare, controllare, la collettività. Un’accorta classe politica aveva insomma deciso di “investire” simbolicamente sul capitale urbano e sui suoi
abitanti, rendendoli protagonisti e spettatori di una saga nazionale che
ritrovava nella Corona — e nella Regina Vittoria — un formidabile
punto di riferiment5. Il prestigio economico e politico dell’Inghilterra,
la sua supremazia culturale e morale partivano dalla “presentabilità” di
Londra e della sua classe dirigente, nonché dalla disponibilità della
popolazione a “contemplarla”, nei termini esattamente indicati da Guy
Debord nel suo implacabile ritratto della “società dello spettacolo6 .
«Quanto più diventeremo democratici ― ebbe a dire Walter Bagehot,
costituzionalista vicino alla Corona ― tanto più impareremo ad apprezzare l’importanza per il popolo della pompa e dell’ostentazione.
5
Per una recente rilettura sulla centralità della regina Vittoria e di tutto l’entourage familiare, si veda Homans e Munich, 1997.
6
Ci riferiamo ovviamente all’omonimo saggio, La Société du spectacle, pubblicato da
Gallimard nel 1992.
250
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
Essere invisibili equivale a essere dimenticati, mentre per essere un
simbolo, un simbolo davvero efficace, occorre farsi vedere spesso, e
nel modo più vistoso»7.
Nel 1851 un grande e unico spettacolo avrebbe coronato il progetto
di fare di Londra un teatro per il mondo intero: la città sarebbe diventata infatti sede della prima grande esposizione universale delle genti e
delle merci, «to display Britain to the world and viceversa», in risposta alle Expositions parigine in voga dal 1798. The Great Exhibition,
letteralmente messa in scena in un fantastico edificio di vetro, ferro e
legno — il Crystal Palace — inaugurò una nuova stagione metropolitana, quella delle Expo, vere e proprie esibizioni di grandezza per le
città del mondo– di qua e di là dell’Oceano– che ambivano a competere nell’economia e nella cultura del progresso, dove anche arte e architettura erano convocate per sfidare il senso comune.
Innestato dentro ai giardini di Hyde Park, e facilmente raggiungibile da Victoria Station via Kensington attraverso la Exhibition Road, il
Crystal Palace era effettivamente una sfida in molti sensi: misurava
mezzo chilometro di lunghezza e 130 metri di larghezza; fu costruito
con 300 mila metri quadri di vetro e acclamato da tutti — classe politica, stampa e cittadini — come wonderful, un trionfo della tecnica
con un nome dal sapore antico (suggerito da un giornalista del Punch),
ma che sapeva sollecitare immaginari utopici. Quel luogo “fiabesco”
Figura 4
7
Citato in Bertinetti, 2007, p. 35.
Esterni londinesi – Lo spettacolo infinito (Rossana Bonadei)
251
(come ebbe a definirlo anche la Regina Vittoria) coglieva tra l’altro alla perfezione il gusto britannico di far convivere armoniosamente il
naturale e l’artificiale (come fu per il Landscape Garden), la conservazione e l’invenzione: da qui l’apparente paradosso di un “laboratorio industriale” immerso nel verde, con una hall principale abbracciata
a due enormi olmi (conservati per una volontà popolare di cui sempre
il Punch si era fatto principale portavoce)8.
La Great Exhibition, che mise in mostra 19 mila prodotti provenienti da tutto il mondo e fece registrare una media di 40 mila visitatori al giorno, «non fece aumentare le vendite dei prodotti, ma creò le
basi per la commodity culture e il suo sistema di rappresentazioni»9 e
fu comunque, un colossale business commerciale e turistico. Ai Vittoriani, che amavano le statistiche, non sfuggì che quell’evento aveva
aperto di fatto la strada a diverse nuove economie — tra cui l’industria
legata ai trasporti pubblici e al turismo urbano. David Gilbert mostra
in modo assai convincente lo stretto legame tra la Great Exhibition, il
lancio turistico di Londra e il revival editoriale della “guida alla città”:
«Over six million people visited the Exhibition, concentrating the
minds and efforts of the publishers of tourist literature. More than 40
guides were published in English during the Exhibition, and at least 16
in foreign languages» 10. A fare da modello fu London Exhibited di
John Weale, passata inosservata qualche anno prima, e ora perfettamente in tono con una cultura del “mostrare” che faceva delle città un
punto di forza. Ma parlare genericamente di visitatori significa trascurare storie poco raccontate, storie trascurate ma non per questo meno
importanti agli effetti della piena comprensione delle dinamiche di
massa innescate dalla Exhibition. Alcuni visitatori furono di fatto co–
protagonisti dell’evento non meno del gruppo che l’aveva orchestrato:
ci riferiamo in particolare alle maestranze operaie, sia quelle inglesi
(addette agli stands e alle macchine) che quelle straniere, (convenute a
decine di migliaia, soprattutto dalla Francia e dalla Germania), ma anche alle diverse comunità coloniali convocate a fare da comparsa “esotica” o per animare, come suppellettili “mute”, paesaggi primitivi o
8
Su questi aspetti, si veda in part. De Stasio, 1995.
Cfr. Richard, 1991, p. 26.
10
Cfr. Gilbert, 1998, p. 16.
9
252
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
selvaggi ricostruiti secondo la “visione del mondo” avvallata dalla
Exhibition. Non è questa la sede per approfondire le contro–storie legate al grande evento, ma vale la pena ricordare che esposizione universale e internazionale socialista sono fenomeni tra loro legati11, così
come la presenza massiccia a Londra di comunità trasportate dai domini coloniali avvia il capitolo del melting pot e delle sue contro–
storie12. I fantasmi della rivolta ― proletaria o coloniale ― erano comunque lontani da una Londra che, a metà dell’Ottocento, era protesa
ad autocelebrarsi come capitale di una cultura progressista attenta alle
riforme sociali. In tutti i sensi la città rivendicava insomma una capacità di “meravigliare” il mondo, esibendo tutti i “segni del progresso”,
tecnologico, economico e “democratico”.
Dopo il Crystal Palace, la gara a stupire sfruttando l’alleanza tra
spazio urbano e tecno–architettura prosegue in Francia con la Tour
Eiffel, costruita anch’essa in occasione di un’Esposizione Universale
(quella parigina del 1889). Interamente di ferro e arditamente verticale, la Tour Eiffel squarcia il cielo sopra Parigi, riscrivendo la città “ai
propri piedi” e conferendo un senso nuovo alla storia nazionale. Come
ebbe ad osservare Roland Barthes, la Tour sorge a «desacralizzare il
peso di un tempo anteriore, a opporre alla fascinazione della Storia…
la libertà di un tempo nuovo»13. Incorporata a forza nella vita quotidiana, e punto fisso, sempre presente (impossibile non vederla, a meno
che uno ci salga su– come notava Maupassant), la Torre realizzava
anche un desiderio arcaico e modernissimo, che si riassume nel sogno
“panottico” («è l’unico punto cieco di un sistema ottico totale di cui
essa costituisce il centro e Parigi la circonferenza»)14, o più pragmaticamente nella possibilità di “decifrare”. Chicago, che nel 1893 ospitò
la prima Esposizione Universale in terra statunitense, pur puntando
11
Si vedano in tal senso i contributo di Meriggi e Pagetti, 1994.
Un interessante saggio di Andrew Hassam, Portable structures and uncertain colonial
spaces at the Sidenham Crystal Palace, in Driver and Gilbert (1999) recupera qualche frammento di contro–storia relative ai gruppi stranieri delle colonie, con riferimenti a tafferugli e
proteste (soprattutto degli indiani), per approfondire poi la controversa vicenda dell’utilizzo di
aborigeni australiani all’interno delle fantasiose messe in scena del “mondo primitivo” proposte dal Sydenham Crystal Palace.
13
Cfr. Barthes, 1998, p. 428.
14
Ibidem, p. 412
12
Esterni londinesi – Lo spettacolo infinito (Rossana Bonadei)
253
sulla “grandezza” e sul dispositivo ottico, optò invece per una forma
meno ardita ed esplicitamente giocosa: su suggerimento di George
Washington, Gale Ferris realizzò la costruzione di una Ruota alta 80
metri. L’idea comunque piacque e fu immediatamente replicata a
Londra per la Earl’s Court Exhibition del 1895 e a Parigi per
l’Exposition del 1900: stava con ciò avanzando anche nella pragmatica ideologia capitalistica l’idea di una progressive architecture, concepita in funzione ludica piuttosto che abitativa, ma comunque densa
di carattere simbolico e capace di “messaggio” sociale.
3. “The Wonder City”. La messa in scena della metropoli imperiale
Lo spettacolo non è un insieme di immagini,
ma un rapporto sociale tra individui, mediato
dalle immagini.
Guy Debord
Il Crystal Palace, “a galaxy of splendour” a cui sembrava ormai
impossibile rinunciare, durò a Kensington pochi anni, anche a seguito
di un incendio che aveva minacciato i quartieri circostanti; smantellato
nel 1853, fu ricostruito su identica pianta a Sydenham, in un quartiere
periferico, ma con dimensioni più che raddoppiate. L’edificio, raggiungibile tramite due nuove linee ferroviarie urbane, era destinato a
diventare il centro–decentrato di tutte le attività culturali londinesi,
dall’arte alla musica alle scienze, (che andavano riscuotendo sempre
più attenzione presso le énclave culturali della città quanto tra le masse): divenuto nel giro di un anno un grande parco espositivo e musicale — il primo del genere al mondo — il nuovo Crystal Palace fu battezzato dai media “Palace of the People”, a segnalare la definitiva alleanza tra economia politica, edutainment di massa e consumo. Immediatamente dopo la sua edificazione, su incarico della Corona e per rispondere al nuovo interesse scientifico–paleontologico sollevato dalla
Great Exhibition del 1853, B. Waterhouse Hawkins — esperto di geologia e di animali estinti presso il British Museum of London — viene
nominato Director of the Fossil Departmnet of the Crystal Palace e
avvia il lavoro di costruzione di modelli di animali preistorici, tra cui
254
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
un gigantesco iguanodonte15, che avrebbero trovato collocazione nei
giardini circostanti il Palace, a simulare un parco preistorico adattato in
mezzo a felci e paludi: l’inizio della storia, insomma. Lo spazio interno,
suddiviso in varie halls illuminate dalla luce naturale garantita dal vetro,
conteneva esposizioni permanenti illustrative delle architetture e alle arti antiche (dall’Egitto a Roma) e moderne (da Bisanzio all’età Elisabettiana). Gli allestimenti più spettacolari (che oggi non esiteremmo a definire “disneyani”) erano sicuramente i padiglioni–serra, come quelli
dedicati agli egizi, con enormi statue, sfingi e due colossi di Abu Simbel, o quello che riproduceva una parte dell’Alhambra, incastrati uno
dentro l’altro a formare caleodscopici percorsi.
Figura 5
15
La creatura preistorica avrebbe fatto molto parlare di sé; tanto da diventare una specie
di icona culturale, quando non una citazione letteraria (si veda ad es. l’incipit “surreale” di
Bleak House di Dickens, del 1858).
Esterni londinesi – Lo spettacolo infinito (Rossana Bonadei)
255
Ad attestare la continuità tra il vecchio e il nuovo Crystal Palace
era la presenza delle sale dedicate all’Industria e alle città industriali
inglesi (in particolare Birmingham e Sheffield), con una vasta esposizione di macchine e prodotti. Nel 1856 il Palace avvia un nuovo importante capitolo della storia della cultura e dell’intrattenimento di
massa, con la costruzione di una grande Concert Room, destinata alla
rappresentazione di opere liriche e concerti di musica classica, a partire dalle opere di Handel. Nel 1857 il Crystal Palace si impone
all’attenzione internazionale dando ospitalità al primo Handel Festival
(2000 tra cantanti e coristi e circa 400 musicisti inglesi e stranieri). Un
pubblico di 40,000 persone prese parte all’evento, inclusa la Regina
Figura 6
256
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
Vittoria e varie famiglie reali straniere. Completata nel 1868, la
Concert Room ospitava fino a 4000 persone, grandi orchestre e strumenti musicali d’eccezione; è a questo stadio che riprende corpo
l’antica associazione tra musica e giochi di luce — resa grande dalle
corti rinascimentali — con sontuosi spettacoli di fuochi artificiali visibili da grandi distanze.
Dal 1859, il Crystal Palace di Sidenham avvia iniziative di educazione e formazione, con l’apertura di varie scuole e “collegi”, come
The School of Art, Science and Literature (che ospitava corsi annuali
con più di 400 studenti) e The School of Practical Engineering16 che
Figura 7
16
«Men of all ages, and from all parts of the globe, came to the Crystal Palace to be
trained. Mr. Wilson had under his care Colonials, Indians, Chinese, Japanese, West Africans,
Germans, Frenchmen most of whom left their countries without the slightest knowledge of
engineering and returned thoroughly skilled in its application» (Piggott, 2004, p. 47).
Esterni londinesi – Lo spettacolo infinito (Rossana Bonadei)
257
trovarono complemento nella Fine Arts Courts (con una ragguardevole raccolta di opere figurative) e una biblioteca di 12.000 volumi. Nel
1868, infine, in una delle grandi sale fu installato il primo proiettore a
motore (a gas) concepito per proiezioni destinate a un vasto pubblico.
Parco scientifico, museo, accademia, spazio espositivo, performing
area, il Palace era al contempo una struttura iconica e uno spazio abitativo–collettivo unico al mondo che assolve a numerose funzioni tra
arte, educazione e spettacolo, a promuovere un’idea di cultura che
cerca i grandi numeri e ha ambizioni di universalità: in quella maestosa vetrina, gli inglesi impararono a rafforzare la propria immagine di
popolo “virtuoso”, dispensatore di democrazia e progresso. In tal senso esso fu anche la cornice perfetta per ospitare nell’immediato primo–dopoguerra la Victory Exhibition e le prime ali dell’Imperial War
Museum.
Edificio–emblema di una epopea della luce, della musica e della
conoscenza, il Sydenham Crystal Palace riprendeva, rafforzandola,
Figura 8
258
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
una “fiera” del cristallo che fu anche simbolo di una parabola visionaria del tutto specifica del mondo britannico, che incorpora la sua comunità dentro a un medesimo spettacolo, di sé, della nazione e della
città che in questa comunità si specchia. Un altro tassello di quella fiera è l’Alexandra Palace, costruito nel 1876 come una copia in miniatura del Sydenham per dare nuovi spazi all’intrattenimento musicale:
poteva ospitare fino a 14mila spettatori e vantava l’organo più grande
del mondo. Non edifici di pietra, dunque, ma superfici lucenti e volumi fluidi erano preferiti come sfondo per il tempo libero e ludico: metallo e cristallo, dove esterni e interni sono in continuità tra loro e lo
sguardo li attraversa, senza barriere: in un vertiginosa circolazione di
sguardi che guardano e si incrociano.
La Londra edoardiana — stiamo parlando di una fine secolo che si
protrae abbastanza coerentemente fino allo scoppio della Seconda
Guerra Mondiale, prima che i bombardamenti sfigurino la città —
conservava e confermava molte delle pratiche e dei rituali di strada,
spontanei o organizzati, consolidati dalla generazione precedente, con
alcune variabili significative: una crescita netta della capacità di mobilitare grandi masse (funerali reali, giubilei, festeggiamenti internazionali). Nell’era dello splendore imperiale — tra la fine del secolo e il
1914, volendo tracciare una parabola storica — l’ideologia della mobilitazione si allea con un populismo marcato (condiviso con le altre
grandi nazioni europee, sullo sfondo di crescenti tensioni, sfociate poi
in aperto conflitto).
Al livello dell’intrattenimento collettivo, una dimensione insulare e
nostalgica sembra convivere con la spinta verso una internalizzazione
degli stili partecipativi. Esemplare di un localismo incline a “tradizioni
inventate” (nell’accezione di Hobsbawm) è il pageant revival, che elegge Londra a territorio privilegiato per rituali e ricorrenze volte a celebrare lo heritage nazionale (di guerre e vittorie, ma anche di ricorrenze e tradizioni della cultura materiale). Se l’antecedente più prossimo furono le celebrazioni per l’incoronazione di Vittoria a Imperatrice d’India, nel 1877 — un rito imponente culminato con una sfilata
alla quale assistettero centinaia di migliaia di cittadini festanti — i pageant si moltiplicarono nei primi dieci anni del secolo, come forma di
propaganda esplicita intesa a «bring home to the citizens of London
the greatness of their city», mostrando «in striking manner the impor-
Esterni londinesi – Lo spettacolo infinito (Rossana Bonadei)
259
tant part it occupies as the centre of a wide–world Empire»17. Il genere
conobbe il suo culmine (prima del definitivo declino) nel London Pageant del 1911, spettacolare evento di strada lungo tre giorni, con 40
scene e 15.000 comparse (tra cittadini e performers), dedicato alla narrazione della secolare storia di Londra, che si concludeva con un ‘Masque Imperial’ in forma di “Allegory of the Advantages of Empire”.
Per quanto possano sembrare oggi stravaganti, queste forme espressive si collocano in un contesto di intrattenimento popolare che trovava
allora espressioni diverse — dai toga plays di Max Reinhardt alle epiche cinematografiche di D.W. Griffith.
Anche la fotografia e la pubblicistica che lavorano per la stampa di
massa sembrano aver abbracciato senza ripensamenti l’immagine di
Londra “cuore del mondo”, “the biggest aggregation of human life”,
la cui “marca” più forte è il West End, completamente ristrutturato alla fine dell’Ottocento e trasformato da area di divertimenti popolari in
area commerciale estesa (con i primi department stores a Oxford
Street e gli eleganti stores di Regent Street, tra cui Liberty, icona del
“British style” di fin de siècle). Si consolida insomma l’immagine della metropoli come città degli happenings, che accanto alla politica, includono ora lo shopping, la moda e l’arte, sostenuti da una frenesia di
‘ammassamento’ che sembra fatta apposta per fare notizia e immagine. Facevano dunque notizia e immagine le parate e gli assembramenti
della “roaring crowd” — come The Monkey Parade e Mafeking, o le
manifestazioni sindacali e le sfilate di protesta — tutti ‘spettacoli’ su
cui i riflettori dei media si accendono, stimolando una domanda già
robusta di aggregazione collettiva e di consumo immaginario dello
spazio urbano.
E facevano notizia le aggregazioni festive favorite nel tempo da
progetti ‘megalomani’ — ”monster halls and pleasure domes”, come
l’Olimpia Palace (1886) che ospitava il Circo Barnum e l’immenso
Earl’s Court pleasure ground (1884) che comprendeva la prima Great
Wheel di enormi dimensioni e il Buffalo Bill Wild West Show. Un
progetto avviato nel 1904, mai realizzato, riguardava la costruzione
del più grande parco di divertimenti del mondo, che doveva includere
una torre di ferro alta più di 300 metri, volutamente pensata per ‘umi17
Cfr. Ryan, in Driver and Gilbert, 2003, p. 117.
260
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
Figura 9
Figura 10
Esterni londinesi – Lo spettacolo infinito (Rossana Bonadei)
261
liare’ la Torre Eiffel, in un’ottica di competizione tra metropoli che
andava caratterizzando l’epoca pre–bellica.
Per i fotografi di fine secolo anche lo “spettacolo dall’alto” si rivela
un tema affascinante, che riflette d’altronde una vera e propria “panoramania” resa possibile dalle tecnologie e dalle nuove macchine del
volo (le mongolfiere, i dirigibili, le ruote panoramiche) e amplificata
da un’industria culturale ormai “globalizzata”, sostenuta da press–
networks e agenzie internazionali.
Densità e vastità sono il segno riconoscibile della realtà metropolitana: per cui accanto alle immagini prese “ad altezza d’uomo” — che
immortalano la folla — si moltiplicano le vedute aeree. Le immagini
di Londra, Parigi e New York “viste dall’alto” si diffondono sui giornali e sulle guide turistiche, diventano poster e cartoline, come “common properties” dell’immaginario e icone di un vissuto quotidiano
che appartiene al mondo intero, ad alimentare sogni collettivi condivisi. A metà Ottocento, quando la modernità era agli esordi, la visione
aerea cominciava ad affascinare una civiltà — quella Vittoriana —
sempre più ossessionata dalla “vista di sé stessa”. La Londra del nuovo secolo — centro di avanguardie artistiche e letterarie — è ancor più
compresa in questa ossessione, quando non ne è centro propulsivo.
Visione aerea e modernità vanno insomma di pari passo, sostenute
dall’arte, dalla grafica e dalla tecnologia costruttiva. La stessa Tour
Eiffel può esser letta in tal senso come un turning point decisivo: se il
Figura 11
262
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
sorvolamento con il pallone aerostatico era un’esperienza per pochi, la
Tour Eiffel è strumento di massa. Solo nel primo anno 2 milioni di
persone salirono sulla Torre: quel fenomeno trasformava il modo di
vedere, apriva lo sguardo alle superfici piatte, ai pattern astratti, alla
visione vertiginosa, apriva a una dimensione “fantasmagorica” della
città, nel senso proprio suggerito da Benjamin. Una dimensione —
vertiginosa, astratta, caleidoscopica — che le avanguardie pittoriche
(Impressioniste e Post–Impressioniste) stavano a loro volta procedendo a fissare su tela. La visione dall’alto otteneva d’altronde un effetto
importante: conferiva potere all’osservatore — un potere liberatorio
per l’artista e certamente euforico per il cittadino — e trasmeva
l’illusione di un controllo condiviso: un’illusione appunto, sostenuta
da un “piacere dell’incoscienza” che è cresciuto insieme alla civiltà
della “contemplazione” consumistica.
4. Global London
Quanto più la necessità viene a essere socialmente sognata, tanto più il sogno diviene necessario. […]
Lo spettacolo è il guardiano di questo sonno.
Guy Debord
Alla fine degli anni Trenta, a ridosso del secondo conflitto, Londra
sembra aver abbracciato l’immagine di una metropoli laboriosa e tutta
compresa in un “high imperialism” che anche gli stranieri hanno imparato a leggere come elemento di grandeur e di wonder. London the
Wonder City, titolo di una delle scene del Pageant of London del
1911, ricompare come titolo di una famosa guida turistica, particolarmente apprezzata dai ricchi americani, che insisteva sulla capitale inglese come “treasure house of tradition”: la guida uscì nel 1937, celebrato come anno specialmente denso di eventi spettacolari “of a brilliance and a gaiety unparalleled”18. Uno “sguardo turistico” si andava
rapidamente sovrimponendo sulla città, che a sua volta provvedeva a
18
Cfr. Gilbert, 1998, p. 17.
Esterni londinesi – Lo spettacolo infinito (Rossana Bonadei)
263
riorganizzare i propri spazi e i propri tempi a misura di una nuova
massa internazionale e multiculturale (i cui volti tradivano anche
l’impatto di una progressiva colonizzazione di ritorno). Un anno prima, nella notte del 30 novembre 1936, il Sidenham Crystal Palace —
un segno del tempo — era andato completamente in cenere, devastato
da un incendio che durò giorni e notti (contrastato da 438 vigili del
fuoco e 749 poliziotti, intervenuti a proteggere qualche centinaio di attoniti visitatori). Con uno spettacolare incendio la cattedrale dello
“spettacolo infinito” a uso e consumo del popolo britannico aveva
chiuso i battenti.
Figura 12
264
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
Anche le macerie facevano spettacolo. Ma la Londra in macerie
che emerge dai massicci bombardamenti del secondo conflitto mondiale (un destino condiviso con molte altre capitali europee), lo spettacolo di una capitale devastata (fino ad allora mai fatta oggetto di attacchi esterni, a differenza di altre città europee) è una ferita simbolica
oltre che materiale. A cui gli inglesi reagiscono con una ricostruzione
frenetica — soprattutto per gli aspetti urbanistici e di relazione commerciale — gestita da un partito Labour che riorienta le politiche culturali verso un consenso più critico, che punta sull’aperto coinvolgimento delle classi intellettuali del paese. La fine del lutto nazionale
coincide con un grande evento, che segna la ripresa delle attività culturali: il Festival of Britain del 1951 ha come premessa un coraggioso
piano di rigenerazione urbana che trasforma la South Bank, sede di
fabbriche e depositi industriali, nella più grande area di eventi culturali e di divertimenti inclusa in una metropoli. Caratteristica del progetto
è il ritorno a solide architetture (basate su una combinazione severa di
geometrie realiste e materiali locali–i tradizionali bricks) associate alla
presenza di edifici temporanei, ad accogliere spunti architettonici sperimentati nelle expo internazionali19. Intorno alla Royal Festival Hall
sorsero infatti una serie di strutture solo in parte sopravvissute: the
Dome of Discovery, una vasta cupola di alluminio che ospitava una serie di gallerie espositive; lo Skylon, un gigantesco giavellotto alto 90
metri fatto sospeso e fatto fluttuare nell’aria con un complicato sistema di cavi (che ricorda il sistema che àncora the Eye, l’ultimo anello
di quello heritage invisibile che caratterizza la Londra lucente e spettacolare).
La seconda metà del secolo riguarda la storia di quella «metropoli
che non si ferma mai» (Roberto Bertinetti) troppo sfaccettata per essere credibilmente raccontata in poche pagine. È d’altronde la storia di
metropoli che da un lato tendono ad assomigliarsi, investite da sviluppi urbanistici turbinosi, e da un altro proteggono la propria differenza,
incorporando nuovi segni dentro al tessuto stratificato del passato. Le
parole — in questo caso gli aggettivi coniati dall’industria culturale e
19
Si pensi al padiglione lucente di Miles van der Rohe all’Expo di Barcellona del 1929 o
alla tenso–struttura di Frei Otto, fino alle gigantesche cupole: dalle “Geodesic Domes” di Buckminster, diventati modelli d’esportazione per paesaggi urbani che tendono ad assomigliarsi
sempre più.
Esterni londinesi – Lo spettacolo infinito (Rossana Bonadei)
265
dalle narrazioni mediatiche — possono comunque suggerire un ipotetico ‘indice’ del testo della Londra che tutti conosciamo: “swinging”
negli anni Trenta, “hectic” negli anni Settanta, “cool” negli anni Trenta, e “global” all’affaccio di un nuovo millennio che la città e la nazione hanno festeggiato quasi come fosse cosa propria20. Avanguardia,
rivoluzione, innovazione, fashion system, sono invece le parole
d’ordine di una città concentrata sulla rincorsa a nuovi stili di vita e di
consumo, specializzata, secondo alcuni detrattori, in un “effimero” i
cui segni sono visibili tanto nell’aspetto della folla globale che accorre
a Londra numerosissima quanto su un territorio che accetta speculazioni immobiliari, stravaganze urbanistiche e scempi estetici. Da qui il
paradosso — riferibile ai vari livelli della espressione sociale — di “icone all’apparenza democratiche” che, come osserverà un perplesso
architetto, servono a «destabilizzare il contesto, a sfidare la gerarchia
dei significati sociali, a stravolgere le convenzioni. Ma è una ben strana forma di democrazia quella che permette a ogni edificio, soprattutto
se di altezza stratosferica e di forma insolita, di trasformarsi in un landmark»21. In realtà anche l’odierno spettacolo di Londra — sia esso
urbanistico o umano — ripropone l’eredità culturale di una civiltà che
ha tenuto insieme memoria storica e sfida futuristica: solo alla luce di
questo ibrido (inciso e ben visibile sul territorio) si riesce a dare un
senso a un testo urbano che comprende la Modern Tate (un gioiello di
architettura rigenerata) e la conica Swiss Re Tower (il “cetriolo erotico”), la nuova sede dei Lloyds e il faraonico quanto grossolano complesso del Millenium Dome (entrambi frutto di Richard Rogers, il co–
progettatore con Renzo Piano del Beaubourg di Parigi), la Canary
Tower (imponente succursale della City trasportata sulla South Bank)
e il London Eye, la grande ruota di vetro e metallo aggiunta, con i lavori del Millennio, a uno psichedelico skyline londinese, a riproporre
l’attualità di un paradigma spettatoriale che è tornato ad essere caratteristico della metropoli londinese.
Costruito per la Millenium Feast sulla South Bank, in faccia alle case del Parlamento e a St.Paul, il London Eye è una tecno–struttura in
20
Un’interessante mappatura degli stili e delle culture sviluppatesi a Londra tra il
Dopoguerra e gli anni Settanta è suggerita da Colaiacomo e Caratozzolo, 1996.
21
Cfr. Jenks in Bertinetti, 2007, p. 123.
266
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
vetro e metallo dalla forma elementare e fiabesca: un cerchio con una
“V” rovesciata che punta al centro, con tanti piccoli cerchi sul grande
perimetro (gli abitacoli di vetro). Questo grande occhio artificiale e rilucente (che variamente richiama un monocolo, un orologio, un colossale mulino d’acqua, o la Ruota della Fortuna) si staglia per 135 metri
nella sua perfetta rotondità come la citazione post–moderna e kitsch
delle famose ruote panoramiche ottocentesche, con le quali condivide
una primaria funzione ludica. Puntato sul cuore della città, the Eye
doveva “far rima” con il Dome, forma circolare e piatta adagiata sulla
riva opposta del Tamigi: come un altro “occhio” rivolto al cielo a
scrutare il futuro, o come un’astronave pronta a decollare.
Figura 13
Esterni londinesi – Lo spettacolo infinito (Rossana Bonadei)
267
Per la sua altezza (è la terza forma più alta della città, con il Canary
Wharf Tower e la BIT Tower), ma soprattutto per la sua forma, immediatamente riconoscibile anche da molto lontano. the Eye si impone
allo sguardo come un segno iconico, che aiuta a dare un senso al paesaggio complicato di Londra. Come accade per la Tour Eiffel, se vedi
the Eye sai dove sei e se vi sali hai la città ai tuoi piedi, immediatamente decifrabile e “visibile” dall’alto nelle sue direttrici fondamentali– le stesse che il visitatore impara a distinguere nelle mappe del London Tube, con in più una prospettiva scalare (portata dal lento saliscendi della ruota) che produce l’illusione di una graduale messa a
fuoco del paesaggio.
Figura 14
Figure 15 e 16
268
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
Forma essenziale e forza iconica hanno rapidamente fatto del London Eye un calco “turistico” di successo, un nuovo biglietto da visita
per una città che ha fatto dei suoi visitatori una importante risorsa economica: lo si incontra sulle brochures e le cartoline turistiche — parificato a più memorabili monumenti — sulle confesioni del cioccolato, i retrocopertina dei giornali a grande diffusione; la sua silhouette
stilizzata viaggia sulle fiancate dei bus o si accende sui poster luminosi che arredano la città, riprodotto poi all’infinito nelle fotografie e nei
filmati dei molti turisti che stazionano nell’area. A differenza del Millenium Dome — un edificio fin dall’inizio violentemente contrastato e
rapidamente smontato anche a causa di un inaspettato flop finanziario
— il London Eye si è installato nel paesaggio quotidiano dei londinesi
e nell’immaginario turistico, nonostante la sua provocatoria presenza,
a confermare l’inclinazione di Londra ad accettare spettacolari e discutibili ‘rotture’ urbanistiche, che continuamente “risignificano” la
città.
Eppure, non dissimilmente dal Dome, anche the Eye era stato concepito come un edificio “a tempo”: la sua leggerezza e la sua trasparenza esprimono infatti un modo nuovo di occupare lo spazio,
all’insegna della provvisorietà piuttosto che della solidità. In questo
senso, il London Eye è un segno del tempo e un indicatore valoriale
paragonabile al Crystal Palace: laddove il Palazzo però — osserva
Bertinetti — doveva trasmettere a chi vi accedeva il senso di solidità
dell’economia inglese mentre “la ruota sulla quale salgono ogni anno
più di quattro milioni di turisti comunica soprattutto il carattere ludico
Figura 17
Esterni londinesi – Lo spettacolo infinito (Rossana Bonadei)
269
e leggero della sua evoluzione in forma post–moderna”. E così, compresi nella fantasmagoria di questo occhio luccicante, scrutiamo
dall’alto una città dove gli edifici «appaiono disposti come se fossero
enormi sculture di carta che spuntano fuori da un libro pop sulla vita
urbana»22.
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Meriggi M.G., Pagetti C. (a cura di) (1994), L’Impero di carta, La Nuova Italia
Scientifica, Roma.
22
Bertinetti, 2007, p. 124, corsivo nostro.
270
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
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P. Delamotte, Avenue of Sphinxes, North Transept, looking across Nave to Alhambra, in Piggott 2004.
6. “The Messiah at the Crystal Palace in Sydenham”, nella brochure della mostra
Handel at the Crystal Palace, The Foundling Museum, 2008.
7. “The Palace by the light of ‘the electric flash bombshell’: a Brock’s Benefit
night, with 64.000 persons present”, in Piggott 2004.
8. “Imperial War Museum, Crystal Palace, 1920–24”, in Piggott 2004.
9. “Monkey Parade, Rye Lane, Peckham, 1913”, in White 2008 .
10. “Coronation Celebrations at Banghor Street, Notting Dale, May 1937”, in
White 2008.
11. “Balloon Ascent from ‘the English Garden’, Showing Rockhills, Paxton’s
House”, in Piggott 2004.
12. “The Fire, Daily Sketch, 1 December 1936”, in Piggott 2004.
13. “The London Eye from Wenstminster Bridge”, in Rose e Robinson 2007.
14. “Mark’s Barfield illustration of a new use for the Millenium Dome, 2000”,
ibidem.
15/16. “Section through the capsule”, in Rose e Robinson 2007, p. 105.
17. The London Eye, Fotografie, ibidem.
1.
2.
3.
4.
5.
Pietroburgo, città immaginaria
UGO PERSI*
Petersburg, an imaginary city.
English abstract: The definition of St. Petersburg as “an understandable city” becomes important in light of the famous verse by the Russian poet A. Blok, and later
quoted by the historian Nicolai Anciferov in his works on “the soul of St. Petersburg.”
In this text the author writes about a mythology of the city based on literary texts
which portray the city on the Neva as a protagonist or as a background of various narratives. The mythology it is concerned with is based on the evanescence of the St. Petersburg reality, on its ghost–like quality, but the emphasis is on the architectural or
territorial sites which have already lost their physical appearance due to the automatic–quality caused by repetition. Rarely is St Petersburg portrayed as a city in
which real people live and work. The main idea of this paper is not to lose sight of the
real city and to bring together the two contrasting aspects of St. Petersburg, the
mythological one and the urban one, in order to depict “an understandable St. Petersburg”.
Key–words: St. Petersburg, mythological space, urban space, utopia, distopia, russian
literature.
In un suo importante scritto dal titolo Il testo pietroburghese della
letteratura russa il noto semiologo V. Toporov a proposito di Pietroburgo scrive: «la città e il suo testo sono legati da un certo qual processo osmotico unitario, ma bidirezionale, e per questa ragione è tanto
difficile decidere una volta per tutte […] cosa nel testo ci sia della città
e, più spesso, cosa ci sia nella città del suo testo» (Toporov, 2003, pp.
29–30).
La questione, in effetti, è complessa, ma non tanto per la problematica compresenza nel “testo pietroburghese” del dato urbanistico e della sua rappresentazione artistica, quanto per la natura “concettuale”
*
Università di Bergamo.
271
272
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
della città. Uso questo termine a ragion veduta, sia in senso etimologico che, per così dire, filosofico, proprio perché Pietroburgo è una città
“concepita” sotto il profilo urbanistico, e città–concetto sotto quello
letterario e nell’immaginario collettivo russo. È importante mettere in
evidenza che il primo fattore ha condizionato assai fortemente i secondi. Per questa ragione, contrariamente ai “testi” di altre città, Berlino, Parigi, Londra, Praga, il “testo pietroburghese” solo di rado rappresenta la città reale mediante l’attivazione del dato urbanistico. Ne
consegue la formazione, nel corso della storia della città, di due testi
che pur non distinti, tuttavia si presentano e rappresentano abbastanza
autonomamente: da un lato la città reale come tessuto urbano di strade, piazze, edifici, rete idroviaria, formato dalle continue stratificazioni edilizie; dall’altro quello mimetico come tela formata dalle successive stratificazioni di tutte le immagini verbali e visuali di Pietroburgo. Con la perspicacia che lo contraddistingue, già negli anni Trenta
dell’Ottocento N. Gogol’ nel racconto La Prospettiva Nevskij scriveva: «Dio mio, che vita è la nostra! Un eterno dissidio fra sogno e realtà». Difficile pensare a Pietroburgo come a una medaglia che compendia due facce, due aspetti, due realtà.
Michel de Certeau nel suo studio L’invenzione del quotidiano afferma che dopo il XVI secolo il “fatto urbanistico” si tramuta in “concetto di città” (De Certeau, 2001, p. 175). De Certeau non accenna a
Pietroburgo, ma se questa città fosse stata oggetto della sua attenzione,
egli avrebbe potuto parlare solo di “concetto di città” non preceduto
dal alcun “fatto urbanistico”. In Russia, fra le due capitali, solo Mosca, pari ad altre grandi città europee, aveva vissuto la fase di “fatto
urbanistico”, poiché solo essa era sorta per necessità etno–geo–
economiche. Come dicevo, Pietroburgo per di più è una città “concepita” a tavolino, e questo fatto ha indotto la formazione di una mitologia particolare e, di conseguenza, di un’altrettanto particolare letteratura sulla e della città, appunto il cosiddetto “testo pietroburghese”.
Può servire a mettere in evidenza questa specificità il confronto con il
“testo moscovita”. A mio parere, nonostante gli sforzi lodevoli di vari
studiosi di individuare tale “testo”, i risultati sono alquanto meno convincenti perché la mitologia moscovita è di per sé più debole, e lo è
proprio e paradossalmente perché Mosca è più russa, è intrinseca e,
per così dire, “non costituisce problema” per la coscienza russa. Mo-
Pietroburgo, città immaginaria (Ugo Persi)
273
sca è al centro di tutto: del territorio etno–geografico, della cultura
russa antica, della storia, della religione, e tutti questi fattori la alimentano. Al contrario, Pietroburgo è eccentrica a tutto ciò. È al di fuori. È
un corpo estraneo artificialmente inoculato nell’“ostrica” della cultura
russa, la quale, restando in metafora, per non soffrirne ha cominciato
ad isolarla secernendo sostanze calcaree che presero forma di meravigliosi palazzi, monumenti e… mitologemi. Alla dinamizzazione dei
miti pietroburghesi contribuì il fatto che la nuova capitale fu sempre
percepita non solo come un corpo estraneo, ma addirittura come una
sorta di mondo alla rovescia a causa delle sue caratteristiche climatico–territoriali: costruita non su terreno solido, ma su paludi; terra che
periodicamente si trasformava in mare; la sua nascita provocò decine
di migliaia di morti; sole a mezzanotte. Jurij Lotman, nell’analisi semiotica della vita di corte, o dell’alta aristocrazia in genere, rileva che
vista dal di fuori, e cioè dal personale di servizio, dai comuni cittadini,
e dal resto della Russia, quella vita non solo era considerata inarrivabile, ma soprattutto irreale, una vera rappresentazione teatrale. Palazzo
dopo palazzo, mitologema dopo mitologema, ne risultò una perla che
non aveva ormai quasi più nulla a che fare con la sua ostrica e che, tuttavia, nonostante la sua bellezza non aveva ancora una sua cultura
perché quella russa, ritenuta semibarbara, era stata rigettata. Alla città
fenomenica mancava il noumeno e pertanto la perla doveva essere, e
fu, incastonata in una montatura mitologica.
L’eccezionalità di Pietroburgo, l’ibridismo della sua natura costituito da astrazione e concretezza, il suo carattere premeditato, l’hanno
posta ad una certa distanza dalla coscienza di tutto il paese che la percepisce come concetto, come punto mentale, piuttosto che come dimensione e fatto urbanistico. Nel famoso romanzo Pietroburgo Andrej Belyj scrive: «Comunque sia, Pietroburgo non è soltanto illusoria,
ma si trova anche sulle carte; in forma di due cerchi concentrici con un
punto nero nel mezzo; e da questo punto matematico che non ha dimensioni proclama energicamente la propria esistenza: da qui, da questo punto si diffonde come una fiumana lo sciame delle parole del nostro libro» (Belyj, 1980, p. 4).
Il decreto imperiale e il progetto rigidamente razionalistico che
diedero vita alla città la condannarono ad un’esistenza “cartografica”,
o “planimetrica”. Questo tratto di virtualità, per altro già rilevato da
274
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
Belyj quando scrive «tutta Pietroburgo è l’infinità d’una prospettiva,
elevata all’ennesimo grado. Dietro Pietroburgo non c’è nulla» (ibidem,
p. 15), questo tratto di virtualità, dicevo, ha trasformato la città in un
fenomeno anormale che si è riflesso negativamente sulla sua quotidianità. Il riflesso negativo della quotidianità della Pietroburgo reale è
rappresentato dalla sua matrice utopica spesso volgente ad un esito distopico, non da ultimo a causa delle condizioni territoriali a cui ho accennato. Movendo invece da Pietroburgo come “punto mentale” e a
giudicare dal testo pietroburghese, piuttosto che di utopia o distopia, si
deve parlare di negazione della località, di luogo–non luogo, di città
esclusivamente concettuale, insomma di atopia.
Come la nebbia perniciosa che si leva dalle paludi circostanti,
l’“errore” di Pietro si è alzato sulla città, l’ha intossicata per sempre
creando un mito ambiguo, angosciante e maestoso. La Pietroburgo reale, nonostante i problemi, continua la sua vita di grande città, e così pure la Pietroburgo letteraria, ma su tutt’un altro piano. Non tanto su quello del “fittizio artistico”, quanto su quello delle idee. Quando M. Bachtin definisce i personaggi di Dostoevskij “portatori di idee”, ossia individua la loro ragion d’essere nell’espressione di un’idea, coglie nel
segno, ma non è forse un caso che l’esempio più calzante è proprio il
pietroburghese Raskol’nikov che con i suoi continui spostamenti da un
punto all’altro della città li marca di idea, ideologizzando così il territorio pietroburghese. Riferendomi al già citato studio di de Certeau in cui
fra l’altro si afferma che “lo spazio è il luogo frequentato”, credo di poter affermare che la Pietroburgo del testo pietroburghese è uno spazio
poco frequentato da personaggi forniti di connotati reali, ma quasi solamente da persone–idee che non riflettono la reale vita sociale della città, bensì un’altra, forse più elevata, ma astratta. Raskol’nikov ha forse
qualcosa in comune, per esempio, con i balzachiani Rastignac e Rubempré, o col Duroy di Maupassant o al Dombey dickensiano? Persino
nel romanzo più simile a questi esempi del realismo francese e inglese,
Una storia comune di I. Gončarov, il protagonista passeggia, corre indaffarato, gioisce, soffre in una Pietroburgo sulle prime tratteggiata negativamente e poi senz’altro dimenticata nel prosieguo del testo. Si direbbe che il mito di Pietroburgo sia stato emanato da un peccato originale e che non abbia ormai più nulla a che fare con la città reale. Questo
mito venne propagandato dal “testo pietroburghese” il quale, però, si ri-
Pietroburgo, città immaginaria (Ugo Persi)
275
vela essere un’essenza tre volte ‘inessenziale’ poiché con parole rappresenta il concetto di una città che non c’è.
Anche se la rappresentazione che se ne ha in Occidente è più semplice di quella russa, Pietroburgo è un concetto della cultura mondiale
che si può sintetizzare come «meravigliosa scena della fastosa vita degli zar». Le rappresentazioni russe di questo concetto, invece, sono evidentemente più articolate, ferma restando la ripetitività di pochi temi: scena grigia e malinconica di una spettrale vita quotidiana. Effettivamente, tutti gli “autores” russi, in misura maggiore o minore, rappresentano Pietroburgo come un incubo; i vari giudizi, sfumature, rivisitazioni che vanno a formare il “testo pietroburghese” non sono altro che mitologemi di una città–errore, di una città che non c’è, di una
“città–non–città”. Non v’è dubbio che se usiamo il termine “concetto”
nel significato datogli dalla semantica cognitiva, allora anche il concetto “Pietroburgo” non può reggersi sul nulla, ha anch’esso un freim,
una sorta di aureola di concezioni individuali su Pietroburgo, di singoli apporti personali, che necessita di ‘supporti’, di punti d’appoggio
concreti, che nel caso specifico si ripetono da più di due secoli praticamente invariati. La versione letteraria di Pietroburgo, infatti e in ultima analisi, è una serie quanto mai ricca di testi che poggiano su pochi elementi urbanistico–architettonici di base più o meno ricorrenti
che i vari autori di volta in volta osservano vuoi da un punto di vista
diverso, vuoi sotto un’altra illuminazione, vuoi in un’atmosfera differente, vuoi, infine, in un’altra disposizione d’animo.
Esiste una sorta di quintessenza del “testo pietroburghese”, l’ampio
studio di N. Anciferov del 1922 dal titolo L’anima di Pietroburgo.
Quintessenza perché l’autore passa in rassegna i testi dei più importanti scrittori e poeti in cui Pietroburgo compare in qualità di sfondo
scenografico o, addirittura, di protagonista. Leggendo L’anima di Pietrobugo non si può non notare l’imbarazzo di Anciferov di fronte alla
necessità di reperire sempre nuove varianti per i suoi commenti ai
concetti, oggetti, immagini, che gli autori esprimono in modo ripetitivo nei confronti della cosiddetta Palmira del Nord. La causa di tutto
ciò, come rileva lo stesso Anciferov, è una sola: «Una città senza volto, senza passato, né futuro, una sorta di posto vuoto»1. Questa affer1
N.P. Anciferov, Nepostižimyj gorod, p. 84.
276
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
mazione è prestata ad Anciferov dalle impressioni di A. Herzen, scrittore e pubblicista di sentimenti socialisti foureriani, non certo incline a
valutazioni emotive.
Un posto, Pietroburgo, che per correttezza non possiamo considerare del tutto vuoto; tuttavia scarse sono le categorie oggettuali che si
incontrano nel “testo pietroburghese”. Sopra tutte risaltano: 1) il tempo atmosferico, 2) il territorio, 3) l’architettura. Di queste categorie è
costituito il freim del concetto “Pietroburgo”, sostenuto da vari “oggetti–supporti”. Questi sono, per il tempo atmosferico ― i cieli bassi e
grigi, la foschia o la nebbia, la neve, la pioggia, il vento, il fango; per
il territorio ― la Neva, i canali, le isole del delta; per l’architettura ―
luoghi elevati e spesso brillanti come l’Ammiragliato con la sua guglia
dorata, le chiese di Pietro e Paolo e di Sant’Isacco rispettivamente con
la guglia e la cupola dorata, la Prospettiva Nevskij, la statua equestre
di Pietro I, detta anche il Cavaliere di bronzo, i ponti. Soprattutto significativi sono questi edifici che sembrano assumere la funzione di
“luoghi alti”, punti di riferimento in una città sorta su un terreno del
tutto piatto e nella quale, a causa delle enormi dimensioni prospettiche
e dell’uniformità degli edifici in altezza, lo skyline appare stranamente
basso.
La descrizione della città che ci fornisce Gončarov tramite i pensieri e i sentimenti del giovane protagonista di Una storia comune, appena arrivato dalla campagna per intraprendere nella capitale una nuova
vita, potrebbe essere assunta a sintesi iconica di tutto ciò che fu e sarebbe stato scritto in seguito sul panorama di Pietroburgo nella letteratura russa. Così scrive Gončarov:
Guardò gli edifici e fu preso da una noia ancora maggiore: gli infondevano
tedio quegli uniformi giganti di pietra che, come sepolcri colossali, in massa
compatta si disponevano uno dietro all’altro. … Aleksandr arrivò fino alla
Piazza dell’Ammiragliato e rimase impietrito. Davanti al Cavaliere di bronzo
rimase più o meno un’ora. Gettò un’occhiata alla Neva … e con aria tronfia
fece la sua comparsa sulla Prospettiva Nevskij, atteggiandosi a cittadino di un
nuovo mondo.
Nella percezione del lettore l’eterna ripetizione di “luoghi alti” poco a poco priva gli stessi di concretezza e solo la genialità degli autori
li salva dallo status di cliché, per conferire loro quello di convenzione.
Pietroburgo, città immaginaria (Ugo Persi)
277
Quasi tutti i personaggi pietroburghesi, e con loro il lettore, in questo
spazio convenzionale si spostano da un “luogo alto” all’altro, e con i
loro passi fittizi e spostamenti mentali essi tessono una tela–concetto
fine a se stessa e per la quale non è importante se l’immagine che ne
risulta sia più o meno verosimile. In ultima analisi, persino l’“esanime
affrettarsi” della folla (Gončarov) si presenta come necessario ma
formale attributo della capitale, non come elemento segnico o strutturale del romanzo. La Pietroburgo narrata è un luogo vuoto, città puramente verbale fornita di monumenti e attrattive con funzione di “bandierine”, come quelle delle mappe di Google Earth, intorno alle quali i
poeti intrecciano merletti metaforici, una città nella quale la gente non
vive una comune vita cittadina. Difficile immaginare un romanzo su
un grande magazzino pietroburghese di moda femminile come Au
bonheur des femmes di E. Zola o sulle vicende di un profumiere emulo del balzachiano César Birotteau. Nella capitale del Nord poco di
tutto questo. Certo, anche nella Pietroburgo letteraria ferve la vita, ma
è una vita fittizia, ideologica. La Pietroburgo letteraria si nutre di letteratura; scrive V. Korolenko: «E questo, ovviamente, è il Nevskij…
Ossia, ecco, qui un tempo passeggiava il gogoliano tenente Pirogov…
E in qualche posto di questa confusa mole di palazzi viveva Belinskij,
rifletteva e lavorava Dobroljubov»2. Insomma, nella Pietroburgo letteraria la mitologia intrattiene rapporti incestuosi col mito e genera incubi mitopoietici. E quasi sempre Pietroburgo è un pretesto per
l’ennesima rappresentazione della tragedia russa, l’eterna opposizione
Occidente–Oriente. Pietroburgo è un punto incancellabile sulla carta
della storia e della coscienza russa e come tale essa è una città–idea,
un’idea costituita dal fatto di essere “fra”, né Occidente, né Oriente, né
reale, né solo apparente. In ciò la sua tragedia, ossia l’idea–cardine su
cui ruota tutta la mitologia artistica della città.
Posseduta da questa idea, la letteratura di e su Pietroburgo in fondo
poco si cura della vera Pietroburgo. Se in Turgenev la quantità di coordinate topografiche della città è ridotta al minimo, in Tolstoj non se
ne trovano descrizioni. Tuttavia, anche là dove le incontriamo, esse
hanno spesso un carattere convenzionale. Ciò è particolarmente evidente nella poesia dei simbolisti, tutta un’esperienza poetica che si ri2
V.G. Korolenko, Istorija moego sovremennika, tomo 2, parte 1, Cap. 4, Leningrad 1976.
278
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
versa in un romanzo–non romanzo, il citato Pietroburgo di Belyj, vera
summa della livida mitologia pietroburghese. A. Blok, il maggiore poeta del simbolismo russo, pur rappresentandola, raramente la nomina o
denomina, mai la descrive: «Ricordi la città inquietante, / la nebbia
azzurra lontano…»; «Verranno le notti bianche, / Avvelenando l’anima di luce bianca»; «Siamo ovunque. E in alcun luogo. Andiamo, / E
il vento invernale incontro a noi»; «Il cielo di Pietrogrado s’offuscò di
pioggia».
Più esplicita A. Achmatova, devota di Blok, ma anche lei affezionata alle “bandierine”: «Di nuovo Sant’Isacco paludato / D’argento
fuso. / Intirizzito d’impazienza minacciosa / Il cavallo del Grande Pietro. // … / Ah! Il sovrano è scontento / Della sua nuova capitale».
L’altra poetessa protagonista dei salotti letterari pietroburghesi, Z.
Gippius, temuta critica letteraria per la sua penna puntuta e velenosa,
riversa sulla capitale queste sue qualità: «E la volta celeste, come di
vetro, / È trafitta dalla guglia d’oltre fiume», e nel fiume scorrono
«acque amare come assenzio».
In moltissimi casi la convenzionalità della topografia pietroburghese è tale da rendere irriconoscibile la città, spesso è addirittura assente
e l’allusione alla città è affidata ad un solo toponimo, magari posto
con funzione di titolo, a mo’ di insegna. Così come per la statua di una
dea sconosciuta priva di segno distintivo o di emblema, solo il cartiglio inciso sul piedistallo conferisce alla figura nome, significato e
contenuto, allo stesso modo in molte poesie il titolo–insegna, e solo
esso, pone il testo nel contesto pietroburghese. Un esempio significativo è dato dalla poesia Giardino d’estate di un poeta minore, N. Nedobrovo, primo studioso della poetica achmatoviana. Vi si narra di un
incontro galante, del tentativo di corteggiamento di una giovane dama
seduta su una panchina del giardino (12). Di nuovo, come in molti altri casi, ci troviamo in un luogo pietroburghese convenzionale individuato non in base a coordinate spazio–temporali, ma in un vuoto contestuale. La “convenzionalità” di questo Giardino d’estate dipende solamente dal titolo–insegna, appunto Giardino d’estate che poteva essere benissimo sostituito da un’altra insegna come “Palais Royal” o
“Volksgarten”, senza che alcuno ne notasse la differenza. E un’altra
poesia di Nedobrovo, dal significativo titolo La pianta di Pietroburgo,
si propone come reificazione della tesi fin qui esposta:
Pietroburgo, città immaginaria (Ugo Persi)
279
Enorme fiume, larghi canali,
Ampie e diritte vie, vaste piazze…
Belle nelle tiepide notti bianche.
Ma che libertà all’impeto del vento invernale!
Com’è odiosa la loro vastità nel gelo,
Quando ghiaccia ogni loro vuoto
E tutto vuol essere più intimo, vicino e stretto,
Quando nella carrozza, pur non amando,
Una donna si stringe a un uomo3.
Riferimenti bibliografici
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3
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p. 83.
280
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
La città–macchina e il laboratorio futurista russo
ROSANNA CASARI*
The city–machine and the Russian futurist laboratory.
English abstract: The purpose of this work is to analyze the urban imaginary in the
Russian futurists’ works, in particular in the works of poets and painters who propose,
from one side images of the contemporary chaotic city, from the other side the city of
the future as a world of dream, as a world of utopias. I think that this last kind of city,
the city of the future, can be an optimal projection of the other one. A special attention
is paid to the imaginary buildings represented in Velimir Chlebnikov’s drawings and
poems, where is underlined verticality and preponderance of glass and crystal. Future
buildings imagined by Chlebnikov show moreover an original synthesis between nature and human artefact. Chlebnikov’s poetic images suggest a link with Pavel Florenskij’s ideas, which have been expressed in his work Organoproekcija (The projection
of the organs). In this work Florenskij shows how many organs of the human body are
in a strong relation with the corresponding human artefact.
Key–words: Russian futurism, Chlebnikov, Florenskij, urbanism, architecture, utopia,
nature, artefact.
Percorre l’esperienza futurista russa, come quella occidentale, con
una frequenza ossessiva nella sintesi di poesia, pittura e architettura, il
tema costante e infinitamente sfaccettato e variato della città. Presenza
e immaginario fondanti per il futurismo che si esprimono, a ben vedere, tramite due ipostasi diverse e insieme complementari. Da un lato
emerge e s’impone l’aspetto caotico della metropoli contemporanea
vista come alienante città infernale, turbinoso groviglio di vie, dall’altro una sua struttura immaginaria, razionale e ordinata, utopica e
fantastica, risultato della progettualità visionaria degli artisti.
A prima vista le due tipologie appaiono diametralmente opposte le
une alle altre, in realtà la seconda variante di immagini urbane futuri*
Università di Bergamo.
281
282
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
ste in un certo senso proietta su un piano diverso gli stessi elementi
componenti le immagini delle città “reali” in cui erano immersi gli artisti creatori; ne rappresenta la proiezione razionalizzata e ordinata in
un utopico cosmo.
Immagini di città, le une e le altre, che già popolavano l’arte del primissimo novecento, in diverse declinazioni e realizzazioni. Nelle opere
dei più noti poeti simbolisti, in Blok, Belyj e Brjusov il tema della città
si era fatto man mano dominante, pertanto quando i futuristi proclamavano, nei loro più dirompenti manifesti, che era necessario gettare “dalla nave del tempo” tutta l’arte anteriore alla loro esperienza, la stessa
pratica affermava palesemente il contrario; tuttavia, in relazione al tema
urbano, i futuristi si allontanavano dalla tradizione precedente nella tensione verso la rappresentazione privilegiata di una città astratta e universale, della “Città” con la maiuscola. Majakovskij e Chlebnikov, i due
maggiori poeti futuristi russi, tendevano infatti, fondamentalmente, a un
immaginario urbano sintetico e astratto, pur muovendo anch’essi da una
realtà ben individuata e nominata, dalle due capitali Mosca e Pietroburgo, le città–simbolo sempre presenti, con i loro tratti caratteristici, nel
sottotesto della città futurista russa. Mosca e Pietroburgo, pur trasformate e rivisitate, ne costituivano il costante tessuto semantico.
Le due ipostasi di città di cui si è detto all’inizio, dominano
l’immaginario urbano delle opere di Majakovskij e Chlebnikov, non
solamente nei loro esiti lirici, ma anche nelle opere di arte figurativa e
nel teatro. Anch’essi infatti, come gli artisti del tempo, coprono con la
loro produzione i generi più vari e le più diverse correnti, in una coesistenza e intreccio continuo di poesia transmentale, cubofuturismo, suprematismo, costruttivismo. Pertanto le loro “città del futuro” si costituiscono di elementi verbali e non verbali, di segni grafici e architettonici tendenti a trasmetterne una visione essenziale. L’indagine artistica
sulla città, che coinvolge trasversalmente tutte le arti nell’affermarsi
dell’avanguardia russa tra gli anni Dieci e Venti del XX secolo, si
immette infatti nella corrente di ricerca del nucleo primario delle varie
arti, di ciò che in poesia si definiva “la parola come tale” e in pittura,
segnatamente nel suprematismo di Malevič, “la forma come tale”.
Intorno al tema della città, pittura e poesia sono in costante dialogo,
in uno scambio che si fa particolarmente intenso nell’opera di Vladimir Majakovskij.
La città–macchina e il laboratorio futurista russo (Rosanna Casari)
283
Nella tragedia Vladimir Majakovskij, nel poema La nuvola in calzoni (Oblako v štanax), immagini minacciose di case dai mille occhi
inquietanti danno vita a una visione cubofuturista che ha i suoi analoghi nelle opere di Ol’ga Rozonova e Aleksandra Ekster (Fig. 1).
Un cinetismo frenetico, convulso, debordante squassa la città, dove
tramvai e automobili corrono su più piani, si agitano le innumerevoli
insegne, baluginano luci e fuochi e al lettore pare di udire un continuo
rombo di sottofondo. Muta continuamente il punto di vista, la visione
si scompone fino a capovolgersi nella più pura tradizione russa della
prospettiva rovesciata, come nei celebri versi di L’infernaccio della
città (Adišče goroda): «Le finestre frantumarono l’infernaccio della
città / in minuscoli infernucci succhianti con le luci. / Rossicci diavoli,
si impennavano le automobili, / facendo esplodere le trombe proprio
sull’orecchio. / […]» (Majakovskij, 2004, p. 15).
La città che tormenta e distrugge, aspira tuttavia sempre ad un
mondo altro, superiore, alla “terra promessa”, come nel dramma Mistero buffo (Misterija buff); si apre allo spazio delle fantastiche città
russe del futuro dove domina la dimensione verticale e la volontà di
elevazione. Questa constatazione induce a indagare con particolare attenzione il complesso problema della verticalità che investe tutta l’arte
Figura 1. V. Chlebnikov – Noi e le case, 1914–16.
284
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
dell’avanguardia con quella tensione e volontà di sollevarsi dalla pesantezza della realtà, di vincerla in uno slancio ascensionale che unisce i poeti e i pittori del tempo.
Le immagini aeree delle loro opere sono suggerite, s’intende, anche dalla contemporanea diffusione dell’aviazione, che indirizza verso il cielo l’attenzione dell’artista, ma nel loro tendere verso l’alto si
esprime di fondo una vnutrennjaja potrebnost’ (necessità interiore)
di tutto il movimento futurista: «Siccome è dinamico, il mondo urbano non sopporta l’ancoraggio al terreno, […] per Majakovskij si
risolve in una trasposizione della città nel cosmo» (Messina, 1993,
p. 284).
La città aerea non risulta tuttavia una totale alternativa a quella terrena, ma ne è in qualche modo una proiezione e una sublimazione, venendo a costituire uno spazio simbolico, un sognato Eden, nel quale
coesistono i tratti trasfigurati del mondo reale. Come spesso accade
nella tradizione culturale russa, le visioni simboliche sono strettamente connesse al dato concreto, al reale, a un quotidiano (byt) che rimanda tuttavia a significati altri, al mondo trascendente, trasfigurato.
Sullo sfondo degli avvenimenti burrascosi degli anni Dieci e Venti
del XX secolo, sullo sfondo della rivoluzione, si fa possibile un mondo nuovo di audaci progetti, di ogni sorta di utopie architettoniche e
urbanistiche.
Eppure non erano utopie in assoluto, sebbene avessero tutti i tratti
distintivi dell’utopia. La lucida razionalità che le contraddistingue, si
configura, secondo le parole di Aleksandr Flaker (1986, p. 488), come
“proiezione ottimale”, in altre parole si può riconoscere nella realtà ricreata avveniristicamente una chiaro rimando a quella terrena, un legame tenace con questo mondo, con la Russia di quegli anni, in un
continuo movimento di ascesa e di discesa. Si tratta pur sempre di una
proiezione, ciò che presuppone un legame con il “quaggiù”.
Nell’ambito delle visioni urbanistiche del futuro un posto centrale
spetta a Velimir Chlebnikov.
È necessario premettere che Chlebnikov ha accompagnato costantemente la sua attività artistica a un forte interesse per la matematica
che si è espresso in un continua ricerca dei segreti dei numeri, e per
l’architettura, uno dei temi prediletti che ha generato le frequenti immagini di case e di città.
La città–macchina e il laboratorio futurista russo (Rosanna Casari)
285
“Mundi constructor” è chiamato il poeta futurista (Lanne, 1990, p.
52). La sua ars aedificatoria riflette il caos del mondo contemporaneo
in nuove immagini oniriche, lo trasforma, lo razionalizza con lucida
fantasia.
Chlebnikov ha dedicato alla creazione della città dei budetljane 1
(gli uomini del futuro) non solamente i ben noti versi: Moskva buduščego (Mosca del futuro), Gorod buduščego (La città del futuro), il
poema Ladomir, ma una prosa programmatica Noi e le case (My i doma), nella quale il discorso fa dapprima oggetto di considerazioni la
città borghese contemporanea, contraddistinta da forme architetture
ormai sorpassate, per poi passare a esporre una nuova concezione urbanistica che deve aiutare l’uomo del futuro a sollevarsi da terra, liberarlo dalle catene che lo legano al suolo e alla sua pesantezza, elevandolo in una nuova dimensione verticale, in uno spazio di trasparenze e
dove dominano trasparenti grattacieli di vetro.
Gli uomini del futuro dovranno essere uomini volanti, perciò: «[…]
non nelle viziose vie con il loro sozza volontà di possedere l’uomo
come una cosa nel proprio lavandino, ma sul tetto bello e giovane si
affollerà l’umanità […] la via si è trasferita più in alto delle finestre e
delle grondaie […] la folla ha imparato a volare sopra la città […]»
(Chlebnikov, 1968, p. 276).
La città chlebnikoviana degli “uomini volanti” possiede il suo nucleo abitativo, un’unità costituita da una cabina mobile di vetro che
può essere trasportata da un edificio all’altro. In tal modo si è realizzata una grande vittoria: viaggia non l’uomo, ma la casa.
Questi abitacoli di vetro sono destinati a occupare appositi incavi
previsti nei diversi edifici della città e a fissarvisi temporaneamente,
poiché gli uomini del futuro di Chlebnikov sono un popolo nomade,
come il poeta stesso che non ebbe mai una dimora stabile.
L’immaginazione poetico–architettonica di Chlebnikov progetta
diversi tipi di edifici alveolari che il poeta descrive accuratamente nella sua prosa, dove compaiono case–ponte; case–pioppo; palazzi sottomarini; case–nave; casa–pellicola; casa–scacchi; casa–altalena; ca-
1
Termine coniato da Chlebnikov sul futuro del verbo essere russo: budet.
286
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
sa–capello; casa–coppa; casa–tromba; casa–libro;casa–campo; casa
sulle ruote2.
Nella particolareggiata descrizione di tali edifici in vetro (in parte
rappresentati nel disegno; Fig. 1) e nelle precise indicazioni del loro
uso da parte della nuova umanità, si avverte una buona dose di ironia e
di mistificazione da parte dell’autore, ma i progetti utopici e le fantasie architettoniche di Chlebnikov inducono anche a considerazioni che
ne mettono in rilievo i profondi legami con l’ampio dibattito che si
svolgeva contemporaneamente in Russia, in diversi ambiti culturali,
sui rapporti tra arte e scienza, anche in relazione alla città.
È opportuno ritornare a quanto si è già detto sullo slancio verso
l’alto che domina l’immaginario futurista. Tener conto di questa “necessità interiore”, disposizione cruciale per comprendere l’arte di Majakovski, è anche l’elemento discriminante per orizzontarsi nell’immaginario architettonico e urbanistico di Chlebnikov, i cui edifici fantastici tendono tutti all’alto, sono tutti grattacieli. Come se i russi, e i futuristi in particolare, per compensare l’accentuata orizzontalità del territorio russo, coltivassero con particolare intensità il mito della verticalità, rinnovando e proiettando nel futuro l’eterno simbolo della “città
sulla montagna”, della città come tramite tra la terra e il cielo.
Nella tradizione culturale e spirituale russa predomina un atteggiamento interiore che potrebbe essere definito una sorta di “nostalgia
dell’altezza”, della montagna, dove naturalmente la montagna deve
essere intesa come segno e simbolo. In effetti, nel corso di tutta la storia culturale russa, il folclore e la tradizione religiosa testimoniano del
significato profondo del concetto di “alto” (Fedorov, 1994, pp. 14–26;
Casari, 2000) e Chlebnikov conosceva molto bene e aveva una particolare attenzione per queste tradizioni, come in generale per un certo
mondo arcaico e primitivo, prediletto anche da molti artisti contemporanei.
Questo strato culturale si manifesta anche nella predominante verticalità dei futuristi, metafora della possibilità di trascendere il mondo
terreno e avvicinare una realtà spirituale. La verticalità è infatti segno
di quel passaggio dal “visibile all’invisibile” che cercava Malevič con
il suprematismo, inteso come superamento dei limiti del mondo reale.
2
Ibidem, pp. 283–285.
La città–macchina e il laboratorio futurista russo (Rosanna Casari)
287
L’incrocio tra lo slancio verso l’alto e ricerca delle protoforme, dava
vita ai celebri prouny di El’ Lisickij (Fig. 2), ai planity e gli architektony di Malevič.
Un particolare interesse suscitano gli architektony di Malevič, prototipi architettonici da lui concepiti come fondamento della città del
futuro. Nell’idearli il pittore futurista percorre una significativa traiettoria: dagli architektony “Alfa e Beta” (Fig. 3) caratterizzati da
un’orizzontalità assoluta, l’artista passa agli architektony “Gota e Zeta” (Fig. 4), che si innalzano decisamente verso l’alto con la loro struttura accentuatamente verticale. Essi esprimono lo slancio ascensionale
come proprio della struttura ideale della città futura (Kaucisvili, 1994,
pp. 162–163).
Figura 2. El’ Lisickij – La tribuna di Lenin, 1920–24.
288
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
Questa visione spaziale di una predominante verticalità e il dialogo–contrasto ininterrotto delle linee orizzontali, verticali e a spirale
sono propri anche delle opere d’arte costruttiviste.
Si crea così un ponte che unisce la città del futuro di Majakovskij,
di Chlebnikov, di Malevič con le utopie di artisti visionari creatori delle città volanti, quali Krutikov e Lodovskij (Figg. 5 e 6).
Figura 3. Malevic – Alpha, 1923.
Figura 4. Malevic – Gota, 1924(?).
La città–macchina e il laboratorio futurista russo (Rosanna Casari)
Figura 5a e 5b. G Krutikov – La città volante, 1928.
Figura 6. N. Lodovskij – Progetto di una casa comune, 1919.
289
290
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
Una marcata verticalità caratterizzerà anche il “Monumento alla
terza Internazionale” di Tatlin (Fig. 7) e più tardi, già in tempi staliniani, verrà ribadita nei grattacieli di Mosca e nel gigantismo del
“Palazzo dei Sovet” progettato da B. Iofan (Fig. 8).
Figura 7. V. Tatlin – Monumento alla III Internazionale, 1920.
Figura 8. B. Iofan – Il Palazzo dei Sovet, 1933.
La città–macchina e il laboratorio futurista russo (Rosanna Casari)
291
La predominante verticalità si deve intendere inoltre come il risultato di un particolare punto di vista sulla città, frutto di un’ottica che
andando dal basso verso l’alto marca l’aspirazione a un mondo utopico libero, armonico e felice. I progetti della città del futuro che muovono dal mondo “basso”, reale, e simbolicamente si slanciano verso
l’alto, si aprono al mondo dell’illimitato possibile: «O città mangianuvole!», esclama Chlebnikov e la vede come “vetropoli” (Ripellino,
1968, p. 207), agglomerato di falansteri di vetro: «O città mangianuvole! / che porti avanti un rogo di catene, dal becco d’aquila! / Dove
più fragorosa di mille tori / mugghiava la gola di case di vetro. / […]
Valle di vetro, scogliere di vetro, cui s’attorceva delle strade il luppolo /»3.
In tale contesto di visionarietà e fantasie architettoniche l’uso del
vetro e del cristallo ha di fatto un ruolo molto ampio e significativo.
Il vetro con la sua trasparenza e leggerezza si adattava particolarmente alla costruzione di architetture fantastiche, poiché simbolo della
luce, perché esso stesso rilucente. Erano gli anni in cui l’architetto tedesco Paul Scheerbart sognava di creare un’intera città di vetro: «Il
suo libro Architetture di vetro […] divenne il manifesto teorico dei
giovani architetti. Scheerbart attribuisce all’architettura di vetro il ruolo messianico di liberazione dai mali dell’epoca» (D’Amelia, 2005,
p. 8).
Vetro, cristallo e specchi diventano per Chlebnikov un’ossessione,
moltiplicandosi all’infinito nelle visioni delle città del futuro come la
Solestan della lirica Gorod buduščego (La città del futuro): «Come
cinghie motrici vanno le vive stanze / celletta dietro celletta, argentea
campana a martello, / allegre eremite che han conosciuto il servaggio,
/ come fili cerulei di vitree, di lisce capanne /» (Ripellino, 1968,
p. 70)4.
3
Ibidem, p. 67.
Nella tradizione letteraria russa esiste anche una linea di interpretazione distopica del significato dei grandi edifici in vetro e ferro. Già nel 1862, in Inghilterra, Dostoevskij ebbe modo di contemplare il Palazzo di cristallo e con la capacità di penetrare i significati più profondi
della realtà che gli era propria, subito lo vide come privazione di libertà, come prigione, come
“formicaio”. Questa linea interpretativa conduce sino al romanzo di E. Zamjatin My (Noi) che
precorre Orwell.
4
292
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
Il porre in risalto materiali così fortemente caratterizzati in senso
simbolico come il vetro e il cristallo non è tuttavia l’unico tratto che
caratterizza la specificità delle visioni chlebnikoviane. Il mondo urbanistico dei futuristi, e di Chlebnikov in particolare, presentava una tensione verso sintesi nuove e originali. Se da una parte si poneva il problema di unire il nuovo a una rivisitazione originale delle tradizioni,
dall’altra si avvertiva la necessità di collegare in qualche modo la città–macchina, prodotto della tecnica, alla natura.
Era questa un’istanza molto sentita e molto urgente per gli artisti e i
pensatori dell’epoca, un problema per il quale Chlebnikov prospetta
soluzioni originali. Come afferma il critico Jean–Claude Lanne, nella
visione del mondo e nel pensiero poetico–urbanistico del futurista russo il modello biologico e organico ha uno straordinario rilievo (Lanne,
1986, p. 494).
Nell’ottica del rapporto tecnica–natura, il disegno che illustra la
prosa My i doma (Fig. 2) è particolarmente interessante per le raffigurazioni della casa–pioppo e della casa–fiore5, nelle quali la tecnica diventa perfezionamento della natura. L’ideale della loro sintesi pervade
i progetti di queste case in qualche modo “biotecniche”, come le innumerevoli metafore vegetali che popolano le opere chlebnikoviane e
rappresenta il fondamento del mondo del futuro.
Nel legame privilegiato, strettissimo e indissolubile di tecnica e natura si possono cogliere forti analogie tra la visione del mondo di
Chlebnikov e le teorie che il pensatore russo suo contemporaneo Pavel
Florenskij espose nell’opera Proiezione degli organi (Organoproekcija) (Florenskij, 2000, pp. 402–421)6.
Per Florenskij l’organo umano (l’occhio, l’orecchio, la bocca, la
mano) è prototipo di un corrispondente strumento o artefatto prodotto
dell’ingegno umano. Così, per esempio, l’occhio è il prototipo della
camera oscura. Tra prototipo e strumento si instaura tuttavia, secondo
il pensatore russo, un legame particolare, nel senso che lo strumento
può essere considerato “proiezione” del corrispondente organo umano.
5
In questo ultimo edificio sono destinati a vivere I e E, una sorta di nuovi Adamo e Eva, i
due protagonisti dell’opera di Chlebnikov Racconto dell’età della pietra.
6
TESTO DELLA NOTA MANCANTE
La città–macchina e il laboratorio futurista russo (Rosanna Casari)
293
L’organo biologico e lo strumento–artefatto svolgono la stessa funzione e, secondo Florenskij, costituiscono un tutto indivisibile.
Nello stesso trattato, Florenskij prende in considerazione la casa
come insieme di utensili e strumenti collegati gli uni agli altri, appunto
come unità e totalità. In quanto tale, la casa è proiezione del corpo
umano, il quale, a sua volta è una totalità di organi.
Muovendo da questo tipo di considerazioni si può affermare, a nostro avviso, che anche nella città, totalità di case, sistema di sistemi, si
possono individuare le due componenti quella biologica e quella inerte
e materiale. La città è a sua volta corpo e in quanto tale può rientrare
in quella “biosfera” intesa come unità organica di ogni manifestazione
della vita che lo studioso G. Vernadskij teorizzava in quegli anni e alla
quale Florenskij in una lettera a Vernadskij del 1929 fa diretto riferimento per il suo lavoro sull’organoproekcija (Florenskij, 2000, pp.
449–452).
Come Florenskij ipotizza tra l’organo umano e la sua proiezione
tecnica un rapporto di simbolo, cioè un “terra di mezzo” dove i due
mondi si incontrano e interagiscono, così Chlebnikov rappresenta poeticamente l’evoluzione dalla natura alla tecnica tramite metafore che
dicono la costante compresenza dei due mondi. Se per Chlebnikov nel
fiore è ancora presente il seme, in una continuità organica dell’evoluzione che radica il futuro nel passato, allora afferma ancora Lanne:
On peut poser dès le départ […] que le modèle biologique lui est congénitalement inhérent, car la ville est pensée par Xlebnikov comme devant suivre le
mouvement même du temps […]. C’est le sens profond de la métaphore végétable si frequente dans les textes […] de Xlebnikov, par la quelle la ville
apparaît comme une manifestation de la vie, une entité végétale […] les formes mêmes sous lesquelles la ville se déploie […] retrouvent très naturellement le mouvement de croissance et d’expansion de la vie [végétale ou animale].
L’evoluzione in Chlebnikov ha un suo aspetto “germinativo” che
indica un passaggio dalla natura alla tecnica in una visione unitaria
dell’universo, dove l’oggetto fabbricato rappresenta proprio come in
Florenskij, un’emanazione del modello che è nella natura: «La città si
fa il primo esperimento di una pianta di ordine superiore […]» (Lanne,
1990, p. 73).
294
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
La compresenza del mondo biologico e di quello frutto della
scienza e dell’intervento dell’uomo in un continuo processo di metamorfosi, processo di cui la città è fulcro, viene, si può dire definitivamente sublimato da Chlebnikov in un modello di sintesi esteso a
tutta la Russia, nelle straordinarie immagini dei versi Io e la Russia
(Ja i Rossija):
Ed io mi tolsi la camicia / E ciascun grattacielo di specchi dei miei capelli, /
ciascuna fessura / della città del corpo / espose tappeti e tessuti di porpora. /
Le cittadine e i cittadini / del Me–stato / si affollavano alle finestre dei riccioli a mille finestre, / le Olghe e gli Igor’, / non per ingiunzione, / esultando del
sole, attraverso la pelle osservavano. / Cadde giù la prigione della camicia! /
Non feci altro che toglierla di dosso: / diedi il sole ai popoli del Me! (Ripellino, 1968, p. 164).
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La città–macchina e il laboratorio futurista russo (Rosanna Casari)
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296
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
L’invivibile contemporaneo
nelle città di Yannick Haenel
FRANCESCA MELZI D’ERIL*
English abstract: Cercle is a novel by Yannick Haenel that describes the contemporary experience of the European cities visited by its protagonist: Paris, Berlin, Prague… The voyage starts in the French capital: one morning one man decides to spend
his time wandering in the urban landscape: the city then dissolves as a well–known
universe displaying what the author calls “l’invivable” of our epoch, a surrealist dimension charged with the memory of evil and of history.
Key–words: Cercle, Yannick Haenel, contemporary French literature, cities, urban
landscape.
La critica ha indicato come “postmoderno” il tipo di scrittura, ormai lontana da quella dei grands récits (Lyotard, 1979), che si caratterizza come una sperimentazione radicale del linguaggio e una autopresentazione attraverso l’incrocio di generi letterari diversi che mescolano i discorsi più vari1. Seguendo infatti il discorso di Lyotard, il passaggio dalla modernità al postmoderno si è concentrato su una cultura
della frammentazione e della dispersione molto simile a quanto Flaubert aveva previsto in Bouvard e Pecuchet. In esso infatti si constata
che i fili che organizzano la conoscenza ovvero i differenti racconti si
sfilacciano progressivamente dalla tela del discorso (Cascardi, 1995:
pp. 360–65). Ma il postmoderno crea soprattutto una funzione partico*
Università di Bergamo.
Hillen, 2007, p. 5: «Le roman que plusieurs ont appelé postmoderne et que d’autres qualifieraient désormais de l’“hypermoderne” ou encore de “sur–moderne” n’a pas seulement revelé
la fin des grands récits. Il a aussi repandu une vision de la liberté fragilisée par la tecnologie et la
mondialisation. Libertaire et parfois libéral, le personnage de la seconde modernité exigeait une
dignité qui lui donnait le droit de vivre sans contraintes en harmonie avec ce qu’il jugeait important ou valable».
1
297
298
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
lare dello spazio urbano. Il romanzo di Haenel, come del resto altri
romanzi degli ultimi anni del XX secolo, quelli ad esempio di Auster,
Laurrent, Echenoz hanno in comune la fusione di elementi che appartengono al romanzo di avventura, a quello nero, al poliziesco pur non
avendo poi nulla di questi generi (Horwath, 2004: 347–55).
Cercle è il romanzo con il quale un giovane scrittore francese,
Yannick Haenel, ha vinto nel 2007 il prestigioso Prix Goncourt (Haenel, 2007). La vicenda del protagonista, un certo Deichel, ha inizio la
mattina di un 17 aprile, a Parigi. Come ogni giorno, presso la stazione
del metro Champ de Mars egli è in attesa del treno delle 8,07 che lo
dovrebbe condurre al lavoro. Deichel avverte un appello interiore a riprendere in mano la sua vita e formula una risposta del tipo: «sì, è
possibile». Tutto si dimostrava più semplice del previsto: non sale sul
treno, esce dal metro, si ritrova all’aria aperta, inizia a camminare lungo la Senna. La presentazione della città comincia dunque da un punto
ben precis2. Avrà così inizio la sua errance: Parigi, Berlino,Varsavia,
Lublino, Cracovia, Praga, altrettanti labirinti urbani alla ricerca delle
parole che sfuggono, scompaiono, riappaiono, galleggiano nell’aria,
sempre inseguendo una giovane donna, Anna Livia, che faceva parte
della troupe di Pina Bausch. È comune a questi romanzi post moderni
lo svolgersi nelle grandi città moderne. Cité de Verre di Auster a New
York, i romanzi di Echenoz a Parigi. Il movimento senza soste che caratterizza questi testi sembrerebbe favorirne la presentazione (Petitfrère, 1998).
Il primo gesto altamente simbolico che Deichel compie dopo la sua
decisione è quello di rovesciare il contenuto della sua borsa. Getterà
poi la borsa stessa da un ponte nella Senna: questa svolta rappresenta
ciò che egli chiamerà “l’évènement”: «Questo evento non aveva nome. Era impossibile omologarlo. Io lo chiamavo l’evento» (Haenel,
2007, p. 385).
«L’evento aveva come nervatura la distruzione, la distruzione pura
e semplice» (ibidem).3
2
Garric, 2007, p. 25: «La ville commence toujours par un endroit».
«Cet évènement n’avait pas de nom. Il n’était pas homologable. Moi je l’appelais
l’évènement. […] L’évènement avait pour nervure la destruction, la destruction pure et simple» (ibidem).
3
L’invivibile contemporaneo nelle città di Y. Haenel (Francesca Melzi d’Eril) 299
Distruzione di una vita, di orari, di rapporti di lavoro, di amicizie di
tutte le coordinate entro le quali egli aveva l’abitudine e di muoversi.
Deichel, il protagonista di Cercle, a partire da quella mattina, uscendo dal metro che rappresenta dunque quel punto topograficamente
ben definito da cui si dipana il romanzo post moderno, va incontro a
strane avventure, a incontri casuali e impossibili, spostandosi incessantemente attraverso il labirinto delle città europee menzionate alle
quali successivamente approda. Questa specie di “quête” pare corrispondere alla ricerca di un senso attraverso l’inseguimento delle parole e delle frasi che dovranno andare a comporre il suo romanzo e che,
man mano, vanno a depositarsi nella fodera del suo mantello. Ma tutto
quanto costituisce la sua incessante rincorsa assume l’aspetto di un girare a vuoto anche se, apparentemente, il continuo spostarsi all’inseguimento di Anna Livia, caratterizzando l’universo postmoderno del
romanzo, potrebbe offrire l’impressione di una grande attività. Da notare come i nomi propri, assai frequenti nel romanzo, rappresentino
l’ancoraggio di quello che Garric definisce una deriva mnemonica,
“une dérive mémorielle”, in quanto sul toponimo “se greffe le discours” (Garric, 2007, p. 40). Come in altri analoghi romanzi, il protagonista passeggia e si muove senza soste, da un punto all’altro delle
città menzionate. Un altro dato è rappresentato dalla constatazione che
le città in cui Deichel penetra, sono tutte città attraversate da un fiume;
il protagonista stesso ribadisce che, fin dall’inizio, non ha fatto altro
che seguire il percorso dei fiumi: la Senna, la Sprea, la Vistola, la Vlatva. I fiumi non si perdono mai e i racconti che vengono dai fiumi si
formano sulle loro rive. Se tutto scomparisse si tornerebbe a nascere in
riva a un fiume (Haenel, 2007, p. 409).
Grazie alle descrizioni assai precise degli itinerari che percorre —
la Parigi di Notre Dame, della Sainte Chapelle, dei Lungosenna —
enumerandone i ponti: Concorde, Solférino, Pont Royal, Carrousel,
Pont des Arts, Pont Neuf, Saint Michel, (ibidem, p. 26) seguendo lo
scorrere del fiume, «questa curva azzurra che penetra nella città come
un serpente rilassato» 4 (ibidem). Deichel modella il suo corpo “de
phrase en phrase” finché ha l’impressione che esso diventi un turbinio,
un “tournoiement” fra gli alberi, una luce di vento leggero “une lumiè4
«Cette courbure bleue qui penètre dans la ville comme un serpent décontracté».
300
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
re de vent frais” e man mano che procede le frasi si affacciano, una a
una, alla sua mente. Le frasi vengono dall’acqua. «Come ogni giorno
ascoltavo il rumore della Senna» (ibidem, p. 112)5.
La vita delle frasi ha inizio con la spuma, ogni frase è arrotolata in
un onda. Diventa pronta per essere ascoltata.
Captando la sonorità dell’acqua, Deichel dichiara a se stesso che
non avrebbe più scritto dal punto di vista degli uomini ma dal punto di
vista dell’acqua e la sua scrittura sarebbe stata unicamente quella degli
alberi e del fiume (ibidem, p. 113). E così avviene per Berlino, per
Varsavia, per Praga. Potrebbe sembrare che tutti questi segnali permettano al lettore di immaginare di vivere realmente in queste città ma
le metropoli descritte restano silenziose e sembrano respirare il vuoto
come se fosse dato di vederle sfilare attraverso delle riproduzioni
(Horwath, 2004).
Le città in questo, come in altri romanzi simili di questi anni in
Francia, sono città in cui non è importante la vita, né la propria né
quella degli altri, sono testi da decifrare, dense di segnali da interpretare (Gouvion, 1973; Petitfrère, 1998) immersi in un atmosfera di “égarement”. Isabelle Roulland, analizzando la dinamica dell’“égarement” ne La Forme d’une ville di Gracq, ne mette in evidenza
l’orientamento e il disorientamento continuo come corrispondente a
una deriva intellettuale dei pensieri, come una progressiva scoperta
delle radici dell’immaginario che passa attraverso il percorso urbano
(Roulland, 2005, p. 185). La città, proiezione di uno spazio mentale
costituisce dunque una topografia dell’immaginario a cui il narratore
dà forma. Si assiste allora a una dematerializzazione dello spazio urbano, a un processo per uscire dallo spazio–tempo. Se per Haenel si
tratta di grandi città, di capitali come quelle che abbiamo indicato; per
altri si tratterà di Sidney, Bombay, New York, Las Vegas. Aeroporti,
stazioni, alberghi, ristoranti, caffè, cabine telefoniche, phonecenters,
luoghi di transito, boîtes de nuit, tutti luoghi che restano anonimi e che
sembrano respirare il vuoto (Marillaud, 2003), luoghi in cui l’uomo è
alle prese con il suo spazio, lotta con esso lungo tutta la sua vita.
5
«J’écoutais comme chaque jour le bruit de la Seine».
L’invivibile contemporaneo nelle città di Y. Haenel (Francesca Melzi d’Eril) 301
La parola vuoto ricorre ossessivamente insinuandosi in continuazione fra le pieghe di città assai popolate. Solo le frasi riempiono questo vuoto, solo le frasi verranno abitate.
Gli spostamenti continui corrispondono a uno spaesamento del personaggio che si muove incessantemente nella solitudine più completa
nonostante incontri casuali, brevi, anonimi: «Un universo di segni
vuoti volteggia al rallentatore. Sono segnali indirizzati al vuoto. Vi
cadono fino al giorno in cui seguite il vuoto laddove è divenuto un alleato, laddove guida i vostri passi»6.
Nel romanzo di Haenel sono frequenti i segnali che annunciano
l’arrivo e la presenza delle frasi che andranno a ricomporsi fino a formare il suo testo.
Haenel aveva scritto un suo primo romanzo nel 2003 dal titolo Evoluer (“compiere evoluzioni”) parmi les avalanches (Haenel, 2003), in
cui il narratore si trova, il 12 settembre 2001, nel metro intento a leggere Les Pensées di Pascal quando il convoglio subisce un brusco arresto. La frase che egli stava leggendo era: «Qu’y a t–il dans le vide
qui puisse nous faire peur?». Contemporaneamente lo sguardo cade
sul giornale del vicino e sulle fotografie dell’11 settembre con la gente
che si lancia nel vuoto dalle torri in fiamme (ibidem, pp. 12–13) Già in
questo primo romanzo l’immagine tragica delle virgole umane che si
gettano nel cielo di New York, erano state associate a brandelli di parole, di frasi: «Mara mi ha raccontato che erano state chiamate virgole
i corpi che si erano gettati dalle torri del World Trade Center l’11 settembre. Allora ecco sul soffitto della mia camera svolazzano le mie
virgole»7.
Sul ponte della Concorde è giunta una frase. La terza. Conoscevo anche quella. Era una frase di Rimbaud. Da molto tempo non l’avevo più pronunciata e
ecco che oggi essa faceva ritorno. Non la pronunciavo più perché mi sentivo
in ritardo su di lei, in ritardo su tutte le frasi di questo genere e proprio oggi
6
«Un monde de signes creux virevolte au ralenti: ce sont des signaux qui s’adressent au
vide. Ils y tombent jusqu’au jour où vous allez avec le vide, où le vide est devenu favorable,
où il guide vos pas» (Haenel, 2007, p. 26).
7
«Mara m’a dit qu’on avait nommé virgules les corps qui s’étaient jeté des tours du
World Trade Center le 11 septembre. Alors voilà dans le ciel de ma chambre […] mes virgules s’envolent» (ibidem, p. 76) «e anche allora sono le frasi che parlano in noi, ci conducono
dove vogliono e noi diventiamo le nostre frasi» (ibidem, p. 17).
302
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
essa tornava a sorridermi. “La vita sboccia dal lavoro: una vecchia verità: la
mia vita non era abbastanza pesante. Vola via e galleggia lontano sopra
l’agire, questo caro punto del mondo”.Questa frase di Rimbaud cadeva a picco. Essa indicava esattamente il punto in cui mi trovavo. Formulava ciò che
mi stava accadendo fin da questa mattina. Non mi ero forse all’improvviso
liberato della vecchia verità, quella del lavoro?
Non avevo forse mollato gli ormeggi? nello spazio di qualche ora, da un ponte all’altro, con alcune frasi e la luce in un corpo che cambiava ad ogni momento, avevo cominciato a abitare questa frase sulla quale ancora ieri mi sentivo in ritardo.8
La sensazione che il personaggio prova, nonostante si avventuri
nella descrizione delle città in cui si inoltra, è quella di non essere da
nessuna parte, di abitare unicamente il linguaggio. La passione per
questa interminabile frenesia deambulatoria per combattere la noia
(Hillen, 2007, p. 3), questa interminabile passeggiata, corrisponde in
realtà a quel tentativo già indicato di uscire dallo “spazio–tempo”, di
immergersi in qualcosa che sia fuori da se stesso9.
A Berlino, città che per la sua grande estensione diventa teatro di
marce estenuanti: «Allora cammino, cerco di sfinirmi camminando.
Cammino lungo la Senna. Percorro l’isola dei Musei»10.
«Ero contento. Camminavo a casaccio»11.
8
«Sur le pont de la Concorde une phrase est arrivée. La troisième. Celle–la aussi, je la
connaissais. C’était une phrase de Rimbaud. Je ne la prononçais plus depuis longtemps et voici qu’elle faisait retour aujourd’hui. Je ne la prononçais plus car je me sentais en retard sur
elle, en retard sur toutes les phrases de ce genre et aujourd’hui, précisément, elle revenait srir
à moi: «La vie fleurit par le travail, vieille vérité: moi, ma vie, n’est pas assez pesante. Elle
s’envole et flotte loin au dessus de l’action, ce cher point du monde». Cette phrase de Rimbaud tombait à pic. Elle indiquait exactement là où j’en étais. Elle formulait ce qui m’arrivait
depuis ce matin. Ne m’étais–je pas subitement deliver de la vieille vérité? celle du travail?
N’avais–je pas largué les amarres? En quelques heures, d’un pont à l’autre, avec des phrases
et la lumière dans un corps qui changeait à chaque instant, cette phrases sur laquelle hier encore j’étais en retard, je m’étais mis à l’habiter» (ibidem, p. 27).
9
Perec sottolinea come gli spazi si siano moltiplicati, diversificati e ne sono, egli scrive in
Espèces d’espaces (1974) di tutte le taglie, per tutti gli usi e tutte le funzioni. Vivere è passare da
uno spazio all’altro, cercando, per quanto è possibile, di non urtarsi. Garric nota come «c’est en
prélevant quelques uns de ces termes qu’il va tracer son propre parcours dans la ville qu’il va actualiser son espace« (2007, p. 40). Si veda anche de Certeau, 1990.
10
«Alors je marche, j’essaie de m’épuiser en marchant. Je longe la Sprée. J’arpente l’ile
des Musées» (Haenel, 2003, p. 388).
11
«J’étais tout content. Je marchais au hasard» (ibidem, p. 428).
L’invivibile contemporaneo nelle città di Y. Haenel (Francesca Melzi d’Eril) 303
«Correvo e correndo avevo la sensazione che la notte corresse con
me»12.
Camminatore indefesso, errabondo, egli ci fornisce una miriade di
particolari: indirizzi, itinerari, mezzi di trasporto. Ho scoperto “la casa
che non c’è” proprio in quel periodo. Si tratta di un luogo nel vecchio
quartiere ebraico al numero 17 della Grosse Hamburger Strasse dalla
parte opposta al vecchio cimitero, ove fra le due case non vi è nulla»13.
Le città, nonostante questi segnali così precisi, sembrano rimanere
taciturne.
In Cercle, come in altri casi ci si trova inoltre in presenza di una
miriade di frammenti intertestuali, iconografici e letterari come intertesto della città, carrefours testuali per eccellenza. Sempre presente fra
i fili dell’ordito Shakespeare, Joyce, ma poi Omero, Melville, Moby
Dick. La loro presenza lacera lo spazio e il tempo. Il tempo e lo spazio
di Moby Dick sono quelli del vecchio mondo quello in cui essi sono
esistiti per l’unica e ultima volta. (Haenel, 2007, p. 75) Le frasi di
Omero risuonano come una melodia familiare danzando nella sua testa e chiedendo che cosa avesse fatto in questi anni. Omero si era
smarrito realizzando in un secondo momento che quando ci si perde si
trova la vera strada. Ulisse, nonostante le sue avventure, che gli etnologi definiscono “pérégrination empechée”, non sembra perdersi (Peyronic, 2005), salvo un’unica volta presso i Feaci quando, addormentato presso il fiume, viene svegliato da Nausica (ibidem, p. 40).
Le città sono carrefours testuali per eccellenza. Dopo aver declinato la sua identità, il protagonista si libera del passato, del lavoro, dei
legami che avevano caratterizzato la sua vita fino a quel momento e
scivola verso l’anonimato. Nessuno sa chi veramente egli sia. Ma la
perdita di identità finisce per farlo smarrire nel labirinto in cui si è inoltrato. Questa alienazione è l’unica vera avventura che appare nel
romanzo postmoderno.
12
402).
«Je courais et en courant j’avais la sensation que la nuit courait avec moi» (ibidem, p.
13
«J’ai découvert la “Maison manquante” à cette période. C’est un endroit, dans le vieux
quartier juif, au 17 de la Grosse Hamburger strasse de l’autre coté du vieux cimétière, où entre
deux maisons il n’y a rien» (ibidem, p. 382). E a p. 388 vi è il disegno della Maison Manquante e di quanto la circonda.
304
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
Il capitolo XXXVIII, di Cercle dal titolo “Le Labyrinthe”, porta
questo titolo ma le città in cui si addentra sono uno spazio finto poiché
in realtà il labirinto è di natura diversa e lo spazio urbano ne è solo il
pretesto (Castoriadis, 1978; Bord, Lambert, 1977).
Se, come scrive Bachelard nell’uomo “tout est chemin perdu”, il
momento labirintico sia onirico sia mnemonico corrisponde dunque
all’erranza, alla sensazione di essersi smarriti e di cercare la strada.
«L’incubo del labirinto riassume queste due angosce e il sognatore
vive una strana incertezza, si trova esitante al centro di un solo elemento»14.
Come è stato puntualizzato anni or sono, essere e muoversi nel labirinto rappresenta un binomio che costituisce anzitutto una condizione esistenziale divenendo uno schema di autopresentazione a cui
l’idea del labirinto fornisce la struttura di supporto mitico–figurale. Il
percorso stesso con tutte le sue complicazioni diviene una rappresentazione della molteplicità degli stati o delle modalità dell’esistenza
manifestata attraverso la serie indefinita nella quale l’essere ha dovuto
errare. La letteratura, come ricorda Segre, crea dei modelli del mondo
e tale attività si pone in atteggiamento esattamente speculare alla presa
di conoscenza del mondo attraverso stereotipi di tipo conoscitivo che
“dicano” o “parlino” la realtà (Segre, 1985: 168)15.
Verso la fine della sua avventura Deichel, frugando fra le pagine
manoscritte, afferma di avervi trovato, inaspettatamente, il disegno
della spirale che sappiamo essere una delle prime raffigurazioni labirintiche incise su tavolette d’argilla portate nei musei d’Europa
all’inizio del secolo scorso provenienti dagli scavi nella Mesopotamia.
Esse raffiguravano labirinti accompagnate da iscrizioni cuneiformi.
Fra queste due l’una è conservata a Leida, l’altra proprio a Berlino.
Casualità? E queste due non presentano iscrizioni ma semplicemente
una spirale. In effetti, osservando la classica raffigurazione del labirinto, notiamo che esso non è che una spirale i cui giri non si svolgono in
modo uniforme, ma, variamente interrotti, imboccano direzioni oppo-
14
«Le “cauchemar du labyrinthe” totalise ces deux angoisses et le rêveur vit une étrange
hésitation. Il hésite au milieu d’un element unique» (Bachelard, 1958, p. 210 e ss.).
15
C. Segre, Avviamento all’analisi del testo letterario, Einaudi, Torino 19, 168.
L’invivibile contemporaneo nelle città di Y. Haenel (Francesca Melzi d’Eril) 305
ste e inoltre vanno dall’interno all’esterno e quindi dall’esterno all’interno, come se si volesse rafforzare il valore protettivo della spirale16.
Il labirinto rappresenta perciò un archetipo dell’immaginario che
incarna, come una delle nostre mitologie, l’angoscia di un reale che
sfugge, come potrebbe essere per esempio, quello che si prova nei
confronti della città moderna. Attraverso la realtà dell’erranza, il labirinto diventa così uno spazio portatore di significato; l’angoscia dello
smarrimento e del ritorno sui propri passi, l’incertezza della via da
scegliere, i ripetuti errori prima di procedere di qualche passo verso il
centro. Gli studi fino a oggi condotti convergono su un dato inconfutabile, la presenza nei meandri della esperienza labirintica di uno
schema antropologico che consente l’indagine di un largo spazio
dell’immaginario mettendo in evidenza quella struttura dialettica che è
implicita nel viaggio, nella conquista del centro, in un problematico ritorno. L’errance del protagonista di Cercle attraverso le città che ho
citato, all’inseguimento della donna conosciuta per caso anch’essa
perpetuamente in movimento, tracciando a passo di danza, un suo labirinto di cui tiene il filo, avviene all’insegna della espressione di Nietzsche «L’uomo del labirinto è alla ricerca della sua Arianna»17 (Haenel, 2007, p. 466).
Contrariamente a quanto appare, non si tratta, afferma il narratore
di Cercle, di cercare di uscire dal labirinto, perché uscire è un modo di
perdersi «Poiché il labirinto è il nome della memoria» (ibidem)18.
Egli capovolge quindi lo schema tradizionale che comprende
un’entrata e un’uscita trovando nel labirinto una strada che riporta alla
memoria nomi, corpi, voci, tutto ciò che nella vita abbiamo già incontrato.
Il filo d’Arianna di Deichel sono le parole, le frasi che vanno a costruire nelle pagine manoscritte Cercle I, II, III. Egli entra nel labirinto
del linguaggio attraverso tre parole: “phrases”, “oiseaux”, “feuillage”.
La combinazione di queste tre parole è in grado di accendere un fuoco
16
Peyronic, 2005, p. 43: «Sia nelle rappresentazioni greche sulle monete cretesi del V e IV
secolo sia a Roma nei mosaici delle ricche ville imperiali, nella rappresentazione labirintica viene escluso che ci si perda. Non vi è altra difficoltà se non quella dell’enchevetrement».
17
«L’homme labyrinthique cherche son Ariane».
18
«Car le labyrinthe est le nom de la mémoire».
306
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
nella sua mente e ognuna di esse darà luogo a una visione che si inserirà nella trama di Cercle (ibidem, p. 28).
Ad esse aggiunge la parola “vide” e con queste quattro parole scarabocchiate su un foglio che tiene davanti agli occhi prosegue il suo
cammino come se tenesse fra le mani la mappa della città. Sono frasi
che tessono un prato in mezzo alle foglie, svolazzano come piume nella camera dell’albergo.
Solo nel momento in cui le frasi formano una musica nella sua testa
si ha la percezione di che cosa voglia dire esistere, mentre le parole
invecchiano, cambiano significato, muoiono, si sbriciolano, cadono in
polvere. Le frasi vanno a depositarsi ai suoi piedi (ibidem, pp. 101,
121).
Siamo di fronte a una rappresentazione dello spazio che viene veicolata dalle parole, dall’immagine, dal suono. Bertrand Westphal nel
suo libro sulla geocritica fa riferimento all’opera che ha influenzato
gran parte della critica postmoderna, quella di Lefevre, La production
de l’espace. Altri critici vi hanno ravvisato il libro probabilmente più
importante che sia stato scritto sul significato sociale e storico dello
spazio.
Penso tuttavia che non sia fuori luogo richiamare anche la teoria di
Deleuze che aveva declinato lo spazio sotto tutte le sue forme (Westphal, 2007, p. 45) e non forme, dalla linea di fuga alla superficie liscia che opponeva agli spazi striati.
Tuttavia a me sembra che la rappresentazione delle parole, delle
frasi così come l’autore ce la propone all’interno della struttura labirintica della città già illustrata, possa anche richiamare quella struttura a rizoma che Deleuze Guattari avevano teorizzato già molti anni
or sono. L’albero è di per sé immagine del mondo o meglio ancora la
radice è l’immagine dell’albero–mondo. Il rizoma, fusto sotterraneo,
corto, orizzontale possiede radici normali che si staccano verticalmente in basso in corrispondenza dei nodi, ha forme assai differenti dalla sua estensione superficiale ramificata in ogni senso. Un
punto qualsiasi del rizoma, secondo la teoria deleuziana, può essere
congiunto con qualsiasi altro. In ogni rizoma ogni tratto non riguarda
necessariamente un tratto linguistico: alcuni anelli di una catena semiotica vengono collegati a codificazioni assai diverse, anelli biologici, politici, economici. Un rizoma non cessa di congiungere uno
L’invivibile contemporaneo nelle città di Y. Haenel (Francesca Melzi d’Eril) 307
con l’altro. Estraneo a qualsivoglia idea di asse genetico e di struttura profonda il rizoma è mappa, non calco. La mappa infatti non riproduce un inconscio chiuso su se stesso, lo costruisce. Possiede inoltre uno dei caratteri più importanti del rizoma di essere a entrate
multiple contrariamente al calco che rimanda sempre a se stesso (Deleuze, Guattari, 1976, pp. 11, 12 e 18). Riassumendo, il rizoma è fatto solo di linee, linee segmentali, stratificazioni territoriali da non
confondersi con le linee arborescenti. Fa riferimento a un antimappa
che deve essere costruita, smontata, rovesciata, modificata, a entrate
e uscite multiple.
Il territorio rizomatico è soggetto alla delinearizzazione del tempo.
Questo spazio–tempo anomico sembra adattarsi alle forme fluide del
post–moderno (Westphal, 2007, p. 88).
In questo testo il protagonista rincorre parole e frasi, che abitano
uno spazio fuori di lui, e che chiedono di essere chiamate alla vita del
testo. Ma la natura stessa del linguaggio lo pone in un territorio urbano, fra luoghi, edifici, ecc. Inseguire le parole che non sono allineate e
già pronte per entrare in un testo ma giacciono dappertutto in maniera
imprevedibile e disordinata, deve avvenire attraverso un testo già esistente, in questo caso le città europee maggiormente significative. Ma
se l’ordine delle parole non è lineare non può neppure essere lineare il
percorso da seguire per intercettarle. Le città si presentano allora come
spazio e, secondo Lefevre, spazio concepito, percepito, spazio vissuto
(ibidem, p. 127). Sono d’accordo con Westphal allorché ritiene che lo
spazio concepito, ovvero una rappresentazione dello spazio è quello
che sembra interessarci maggiormente quello spazio vissuto attraverso
immagini e simboli e nel nostro caso il romanzo contiene anche alcune raffigurazioni interessanti sulle quali è il caso forse di soffermarsi
come momenti intertestuali iconografici. Vi sono infatti alcuni disegni
a penna dell’autore e sono: la balena, il labirinto a spirale il cui centro
è costituito dal sorriso, un teschio e altro e inoltre un quadro di Bacon
(1944), Tre studi di figure ai piedi di una Crocifissione. Bacon cerca
di colpire lo spettatore nell’intimo, atteggiamento di chi è stato definito esistenzialista nella misura in cui l’individuo viene afferrato nel
cuore del suo isolamento, irriducibile, generalmente in un trittico in
cui i personaggi non comunicano fra loro. I personaggi di Bacon sono
al limite della disgregazione, della deformazione. Il Rhinoceronte di
308
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
Durer19, che egli riproduce, sarebbe apparso all’improvviso, alle 10 del
mattino, a Berlino sulla Budapester Strasse mentre dietro un cancello
due uomini lo stavano lavando. La visione di questo animale lo affascina, gli fa pensare a Anna Livia, una visione improvvisa quanto insolita. Il rinoceronte nel suo volume, nella sua compattezza gli offre
l’idea dell’existence absolue, di essere in grado di sfuggire alla distruzione. Il rinoceronte appartiene a un regno, in esso ha un posto ben definito che talvolta manca all’essere umano, appartiene a una sfera totalmente altra, regna sulla solitudine. Lo si crede prigioniero ma è indifferente proprio in virtù della sua appartenenza all’altro regno. (ibidem, pp. 353–356)
Particolarmente significativa la riproduzione di un quadro di Giovanni Francesco Caroto20, San Giovanni evangelista a Patmos, che il
narratore dice di aver visto a Praga alla Galleria Nazionale. Nella raffigurazione di San Giovanni; questi siede su un masso roccioso, la testa riposa nel palmo della mano. Giovanni è circondato di carte, di libri, simile, scrive Haenel, a una Vergine del Rinascimento italiano.
Appoggia i gomiti su un tessuto che assomiglia nelle sue pieghe a un
papiro. Il suo mantello rosso sembra tramutarsi in manoscritto. Sta
scrivendo l’Apocalisse. Con un mantello e la carta il mondo si spalanca e si cambia il mondo (ibidem, p. 492) Ma il soggetto del quadro,
precisa ancora l’Autore, è San Giovanni che pensa. L’aria è immobile.
«Saint Jean a vu ce qu’on ne peut pas voir». Un giorno ha visto una
voce che gli ha comandato di scrivere quello che aveva visto cioè
quello che non si vede.
Haenel ha avvalorato con la presenza del quadro di Caroto tutto il
suo racconto dall’inseguimento delle parole e delle frasi nel labirinto
delle città attraverso le quali è stato obbligato a rincorrerle a partire da
quella mattina fino al ricupero di tutti quei brandelli scritti che an19
Nel maggio del 1515 arrivò a Lisbona un rinoceronte dono al Re del Portogallo. Secondo
le cronache il rinoceronte durante lo sbarco cadde in acqua e annegò. Dürer non aveva mai visto
l’animale ma eseguì la splendida xilografia attraeverso un disegno che gli era pervenuto, apponendovi anche una dicitura secondo la quale il rinoceronte sarebbe il nemico numero uno
dell’elefante. Dürer, disponendo solo di un’immagine, commise un errore. Interpretò una protuberanza mal eseguita come corno supplementare.
20
G.F. Caroto (1450–1555) lavorò a Milano per i Visconti verso il 1527–30. La sua arte sotto l’influenza di Raffaello si trasformò profondamente perdendo la sua intensità lirica e cadendo
nell’eclettismo.
L’invivibile contemporaneo nelle città di Y. Haenel (Francesca Melzi d’Eril) 309
dranno a formare il romanzo. In questa raffigurazione di San Giovanni
il particolare del mantello sembra proteggere e conservare le parole e
le frasi della sua visione quasi che fosse necessario metterle al sicuro
proprio per la loro stessa natura di visione esse corressero il pericolo
di dileguarsi, di scomparire nel nulla. La scelta dell’autore dell’Apocalisse ha un suo significato ben preciso perché le parole di Giovanni raccontano qualcosa che lui solo aveva visto potuto afferrare.
La nostra riflessione giunge al punto cruciale al rapporto fra referente e rappresentazione, problema sul quale è avviata la nostra riflessione e che oggi non può che avvalersi di alcuni interrogativi preliminari.
Il linguaggio, come affermava Roudaut, reinventa la città: “frasi” di
Haenel vanno a posarsi sulla città, vengono trasportate dall’acqua dei
fiumi La descrizione dei luoghi non produce un referente, è il discorso
che costruisce lo spazio (Westphal, 2007, p. 134).
Non a caso la continua, soggiacente intertestualità con l’Odissea ripropone un Ulisse che con il suo discorso disegna una carta, fatta di
parole non di luoghi precisi.
In che modo quindi una città costruisce un testo (Garric, 2007)? I
livelli di rappresentazione delle città appaiono come strumenti di organizzazione di un messaggio e dunque elementi di organizzazione
del reale e del messaggio stesso (ibidem, p. 17). Gli strumenti che
vengono elaborati per “faire ville” secondo l’espressione di Garrii, appaiono come metafore della città. Possiamo riscontrare nella città un
intreccio di parecchi livelli che vanno dalla realtà materiale della città
prodotta dalla società ma che poi influenza a sua volta la società. Il
codice della rappresentazione della città associa una funzione informativa attraverso la quale delle convenzioni artificiali organizzano
l’insieme di una frase del testo.
Riferimenti bibliografici
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Bord J., Lambert J.C. (1977), Labyritnthes et dédales du monde, Paris.
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310
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
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Westphal B. (2007), La Géocritique, éd. de Minuit, Parigi.
La città come mondo della vita: le regard des ados
Un’incursione nella letteratura per ragazzi
MARIA SILVIA DA RE*
The city as lifeworld: le regard des ados – An incursion in literature for teenagers.
English abstract: Real cities rarely appear in titles of novels for teenagers; editors
rather emphasize plot, characters, or the more or less ambiguous profile of a hero.
However, the “textualization” of a city can play a foreground role in the literature for
teenagers, where it often represents, through fictional elaboration, a key to reality and
its invisible background. The paper starts from a survey of some recent best–sellers in
order to formulate some hypotheses about criteria for the classification of novels and
therefore provide a mapping of the city in this editorial/literary sector, which more
and more appears not only as a cultural but also as a commercial phenomenon.
Key–words: City, literature, teenagers, reality, fiction.
Le considerazioni espresse in questo articolo si basano su una
prima presa di visione del tema della città nella letteratura per ragazzi, un’“incursione”, per così dire, funzionale all’impostazione di una
banca dati allo studio per l’Università di Bergamo. Sarà una schedatura ragionata della narrativa contemporanea per adolescenti, schedatura che dovrebbe costituire uno strumento per ulteriori ricerche e
inoltre già fornire alcune suggestioni critiche e di sociologia della
lettura.
Il criterio è quello di indicizzare ogni libro secondo parametri esterni — indicazioni bibliografiche, tiratura, prezzo del libro, ciclo di
vita e travaso in altre collane — e parametri interni: genere testuale e
trattamento del luogo/tema della città.
*
Università di Bergamo.
311
312
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
Gli indici pertinenti relativi al trattamento della città saranno ricavati in modo induttivo. Alcuni saranno costanti, come quelli funzionali alla descrizione di qualsiasi luogo (per esempio, confini, accessi, toponimi) altri varieranno (topografie reali e immaginarie, effetti di verosimiglianza, relazione in cui sta la città con la vicenda e le avventure
dei personaggi, e quanto suggerito dagli stessi libri). Un aspetto di cui
già oggi, nell’ambito di una veloce panoramica, si potrà anticipare
l’incidenza, è proprio la verifica di un’idea stratificata della città, suggerita da queste giornate di studio.
Indipendentemente dagli esiti statistici, i dati raccolti e indicizzati
nella banca dati dovrebbero in ogni caso consentire di recensire una
“messa in testo” o elaborazione testuale della città all’interno della letteratura per ragazzi, che è una vera e propria letteratura parallela, generalmente trascurata dalla critica.
Un esito secondario ma non meno importante potrebbe essere quello di andare a determinare l’“orizzonte d’attesa” del lettore teenager,
ossia le sue aspettative verso la letteratura specializzata. Dal momento
che le indagini qualitative sui comportamenti di ricezione e di lettura
sono una via ancora scarsamente battuta dagli operatori del libro si potrebbe auspicare anche la loro collaborazione (alcuni editori hanno già
dato la loro disponibilità) e la rilevanza dell’indagine anche ai fini degli studi sull’editoria.
La verifica interessa i lettori teenager, o ados, come dicono i francesi abbreviando adolescenti, proprio perché quello che in gergo si
chiama lo “zoccolo duro” dei lettori, per l’editoria per ragazzi, rimane
la fascia d’età compresa fra gli 8 e gli 11 anni, mentre dai 12 e
nell’arco dell’adolescenza tende a verificarsi il cosiddetto “abbandono
della lettura” che assilla tanto i genitori e gli insegnanti quanto ovviamente gli editori e sul quale merita perciò riflettere.
Il comparto dell’editoria per ragazzi in Italia è comunque un comparto in buona salute anche se in parte saturo e di dimensioni ristrette
a paragone di mercati simili, come per esempio quello francese, che
aveva rappresentato un mercato di riferimento fin verso la metà degli
anni Ottanta, prima che il mercato italiano fosse maggiormente influenzato da quelli anglosassone e americano.
Per inquadrare le dimensioni del settore ragazzi rispetto al complesso della nostra editoria, le opere per ragazzi (italiane e tradotte)
La città come mondo della vita: le regard des ados (Maria Silvia Da Re)
313
pubblicate nel 2006 sono state circa 4300 (prime edizioni e ristampe)
a fronte di quasi 51.000 opere di varia (categoria che include un po’
tutto, dizionari, narrativa, manualistica) e di oltre 6000 opere di scolastica (a).
Non mi risultano statistiche ufficiali che distinguano all’interno
della produzione per ragazzi le tipologie per fascia d’età: in altri termini non sappiamo quanta parte in questa produzione occupano gli albi per i più piccini, le serie per i preadolescenti e i volumi, spesso fuori collana, indirizzati agli adolescenti. A costoro da un paio d’anni anche le librerie, sulla scorta dell’interesse degli editori per questo pubblico, o appetibile fetta di mercato, hanno consacrato spazi dedicati sui
loro scaffali, ma non sempre con il richiamo di un esplicito layout.
Uno sguardo ai cataloghi evidenzia peraltro uno scarso numero di
titoli che evochino città immaginarie o reali, benché tanto l’ambientazione metropolitana quanto la tematizzazione della città siano ricorrenti sia nella produzione per i più piccini (anche negli albi per i non
lettori) sia in quella per i giovani adulti.
Nella classifica dei 600 libri più venduti a Natale nel 2007 si contano solo 8 ricorrenze fra toponimi (compresa la Troia degli adattamenti
dell’Iliade) e allusioni alla città nei titoli: fra queste La città del vento
di Pierdomenico Baccalario, scrittore emergente per adolescenti edito
da Piemme.
La città del vento, ambientato a Parigi, è l’unico romanzo della serie Century ideata da questo autore con nel titolo la parola “città”;
Baccalario (2006–2008) ha intitolato diversamente gli altri volumi usciti finora: L’anello di fuoco, La stella di pietra e La prima sorgente,
in cui la vicenda si svolge rispettivamente a Roma, a New York e a
Shangai. I romanzi di Baccalario, in cui ogni cento anni quattro ragazzi sfidano e sventano l’incombere del male, sfruttano al massimo
l’ambientazione metropolitana, sede di enigmi, tracce e cerche, e rappresentano un’eccezione alla regola per la messa in risalto anche nella
veste grafica dei volumi della città, che sin dalla copertina appare protagonista.
Altri libri in cui la città rappresenta ben più che un semplice sfondo
non ne sfruttano invece l’immagine in copertina (né ad essa danno
importanza le schede editoriali che si soffermano piuttosto sulla trama
e sullo stile dell’autore), cosicché la città, pur ben presente nella narra-
314
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
tiva per ragazzi, è un tema non sempre facile da individuare anche per
gli stessi editori e librai.
Anche per il fatto che non esistono esaustivi repertori tematici, il
primo scopo della banca dati, la cui ampiezza significativa resta da determinare, è dunque proprio quello di un censimento.
L’intento è comunque di avviare la ricerca a partire dall’attualità,
per seguire l’evoluzione che in questo momento, il “genere” letteratura per ragazzi, all’inseguimento del nuovo, sta attraversando. Tanto
che si può parlare di veri e propri sperimentalismi, spesso all’avanguardia anche rispetto alla letteratura per adulti.
E vengo alla seconda ragione per cui sembra promettente concentrarsi sulla fascia degli adolescenti (fascia divenuta più precoce negli
ultimi anni). Sotto il profilo dei contenuti la proposta rivolta ai ragazzi
presenta naturalmente un’elaborazione più sofisticata rispetto ai libri
rivolti ai più piccini (non lettori e primi lettori). Negli albi e nelle storie a fumetti per questa fascia d’età, la rappresentazione della città è
più che altro un pretesto e ha una funzione educativa o attualizzante.
Anni fa era ad esempio uscita in traduzione per i tipi della Tartaruga
una versione di Cappuccetto Rosso a Manhattan, mentre un successo
dell’anno scorso in Francia (premiato anche alla Fiera di Bologna
2007) è stato proprio Un lion à Paris (Un leone a Parigi) dell’illustratrice italo–francese Beatrice Alemagna, uscito da Autrement. Dopo
lo spaesamento iniziale, il suo simpatico leone che si specchia nella
riva della Senna decide di abitare a Parigi. Sono vari i libri illustrati
che mettono in scena non senza poesia e umorismo l’impatto della città sul visitatore ingenuo (o l’animale bonario). Inoltre la città è un tema della quotidianità illustrata nei diversi registri della giocosità ai
bambini (penso per esempio alle avventure delle Tea Sisters parenti di
Geronimo Stilton, il celebre topo giornalista), o alla serie sulle città
edita negli anni Sessanta e recentemente ripubblicata da Rizzoli per i
più piccini.
Nel volume delle Tea Sisters intitolato Grosso guaio a New York,
la Grande Mela è attraversata come un mirabolante luogo di avventure.
Nella Parigi della bella serie Rizzoli invece ci sono tanto di gatti e
angeli custodi e un bel bozzetto di Les Halles prima della ristrutturazione del quartiere.
La città come mondo della vita: le regard des ados (Maria Silvia Da Re)
315
Mutatis mutandis, e a parte il fatto che le audaci Tea Sisters anticipano
le ragazzine irriverenti dei volumi per le successive fasce d’età, si tratta
pur sempre di classici del libro per l’infanzia, fra poesia, riso e stupore.
Se si guarda alla proposta oltre gli undici anni si può invece constatare la portata innovativa della letteratura per ragazzi, che in ogni caso
prospetta un genere a sé stante con interessanti peculiarità anche nel
trattamento della città.
Possiamo provvisoriamente intendere il concetto di genere in
un’accezione vasta, ossia, come è stato definito (Maria Corti), come il
luogo in cui un’opera entra in contatto con altre opere.
I filoni di maggior successo dell’attuale letteratura per adolescenti
infatti rifondono elementi dell’horror, del thriller e della fantascienza,
ma anche del fiabesco e dell’iperrealismo, in un linguaggio perlopiù
non alto e spesso sconcertante, ma con espedienti funzionali a introdurre nella scrittura una serie di “effetti speciali” fra i quali ricorre anche un “effetto–città” basato sulle dimensioni spazio–temporali della
stratificazione e della simultaneità.
Per introdurre ancora qualche esempio prima di soffermarci su alcuni casi che vale la pena di tenere presenti anche ai fini di un approfondimento della “città come testo”, è necessaria una rapidissima ricapitolazione di quelle che si potrebbero definire le due “rivoluzioni del
libro per ragazzi” degli ultimi decenni, dopo il boom di questa letteratura anche in quanto letteratura di consumo e di intrattenimento, ormai
svincolata dalla sua originaria vocazione moralizzatrice.
Alla luce dei cambiamenti dobbiamo infatti inquadrare anche la
presenza della città nella proposta editoriale più recente.
La prima rivoluzione si è avuta intorno alla metà degli anni Ottanta
ed è stata quella del “realismo” delle tematiche affrontate: famiglia,
disagio, primi amori. Collane di lungo corso come “Gaia” di Mondadori, in cui la femminilità è affrontata in tutti i suoi aspetti problematici, o come “Contrasti” di Fabbri, dal nome significativo, possono essere citate ad esempio. Quanto ai temi dell’immigrazione e della società
multietnica, sono ancora scarsamente affrontati nella narrativa, mentre, in anticipo su quella italiana, sono numerose le collane francesi
centrate su questi aspetti, anche per ovvie ragioni storiche. Il ruolo
della città si limita in questi casi a un’ambientazione, per quanto problematica, dei romanzi esperienziali.
316
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
L’antidoto alla quotidianità del mondo reale, con gli steccati tra
ricchi e poveri, centro e periferia, può essere allora l’universo virtuale.
La narrativa esperienziale non esclude oggi contaminazioni con
l’immaginario. Un libro che ha riscosso un notevole successo in Francia e ha ottenuto un minore riscontro in Italia, tradotto da Mondadori
nel 2003 è Golem. Romanzo i cui riferimenti colti corrono anche al
giallo e alla fantascienza (oltre che alla tradizione del Golem ebraico).
Il caso è ambientato in un quartiere povero di Parigi e la città vi appare tanto più straniante per gli accadimenti insoliti che vi hanno luogo:
un ragazzino e il suo maestro di scuola sono uniti nella comune battaglia contro i mostri che si sprigionano dai computer posseduti dalle
multinazionali e che invadono la città…
Golem è stato scritto da Marie–Aude Murail, oggi scrittrice di punta della letteratura per ragazzi d’oltralpe (in Italia tradotta da Giunti)
all’età di 11 anni insieme ai suoi due fratelli Lorris ed Elvire e ha dato
inizio alla voga dei ragazzi scrittori per ragazzi, che ha portato a immettere sul mercato libri dalla scrittura talvolta discutibile.
In generale la ricerca sembra vertere, più che sulla qualità della
scrittura, su un mix di ingredienti vincenti.
Il mercato italiano infatti ha reagito come quello anglosassone alla
commistione dei generi e alle contaminazioni ormai quasi onnipresenti
del fantasy.
La seconda “rivoluzione del libro per ragazzi”, a tutt’oggi in corso,
è stato il successo di Harry Potter (il primo volume Harry Potter e la
pietra filosofale è del ’97). Dopo questo best–seller assoluto, per i tipi
di Salani in Italia, la cui fortuna è stata determinata oltre che dalla godibilità (almeno per molti) da un’operazione marketing senza precedenti, tanto la proposta di letture indirizzate alle più giovani fasce
d’età quanto quella rivolta agli adolescenti si sono affollate di draghi,
magia e fantasmi. Autori come Philip Pullman, Tolkien e C.S. Lewis,
dapprima considerati classici del fantasy per adulti, sono passati ai reparti ragazzi nelle librerie, anche grazie alle recenti versioni cinematografiche, che sono state un volano di vendite anche per i titoli di
questi autori, oltre che della serie della Rowling.
Proprio la saturazione del fantasy ha determinato l’attuale tendenza
alla sperimentazione sta dando luogo a novità anche nel trattamento
della città, o della metropoli.
La città come mondo della vita: le regard des ados (Maria Silvia Da Re)
317
E sono proprio le città reali — Londra, Parigi, Venezia, New York
— a esibire un doppiofondo della realtà, luogo spettrale o sedimento
archeologico, ma anche cuore di una circolazione vitale — Cuore di
pietra è un titolo emblematico — e insomma un insolito “mondo della
vita” (utilizzando fuori contesto questa suggestiva categoria) il cui
presupposto non è più scontato, e nelle cui “riscritture urbane” si prospettano inedite articolazioni del possibile.
Per avviarci alle conclusioni, mi limiterò ad accennare ad alcuni
successi di pregio degli ultimi anni. L’originalità può riguardare la
formula e gli espedienti narrativi, il contenuto o l’espressione.
Nel romanzo di Brian Selznick (2007), La straordinaria invenzione
di Hugo Cabret, la storia sfrutta svariati topoi della letteratura classica
e per l’infanzia: nella Parigi degli anni Trenta, un orfano sopravvive
regolando gli orologi della stazione (il mestiere dello zio scomparso
che lo aveva adottato) e facendosi ingaggiare da un severo giocattolaio; il ragazzino ha un sogno: riparare l’automa lasciatogli da suo padre e impara i trucchi del furto e della prestidigitazione per sottrarre al
giocattolaio i pezzi per rianimare l’automa: è un automa particolare, il
cui gesto è quello di scrivere e che traccerà il disegno del viaggio sulla
luna illustrato da George Méliès, vera identità del giocattolaio scoperta nel lieto fine.
L’innovazione sta qui nella tecnica narrativa: il romanzo infatti
sfrutta alternandole la narrazione tradizionale e la graphic novel. In altri termini la storia procede per parole e illustrazioni senza didascalie.
Dopo un breve prologo, lo stesso incipit del romanzo è affidato alle
immagini e la città vi è protagonista insieme ai personaggi della narrazione, scandita appunto dai luoghi; il testo è grafica, e la città fa le veci del testo, ossia è graphia, come a dire scrittura.
In un altro romanzo del 2007, dell’americana Katherine Marsh
(2007), Lo strano viaggio di Jack Perdu nell’al di là edito dal Castoro
(il titolo originale è the Night Tourist) la città è così fittamente intrecciata alla trama e ai rimandi testuali da apparire essa stessa ipertesto,
un universo non sequenziale nel quale i protagonisti, il ragazzino Jack
e lo spirito di Euri (nuova Euridice), per così dire “navigano”, passando da una dimensione all’altra grazie all’ausilio di una vecchia mappa
(o bussola). In una New York caput mundi, nella quale convergono la
storia e le energie spirituali dell’umanità, l’altrove è sopra e sotto, nel
318
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
cielo in cui volano i fantasmi e nell’oltretomba sotterraneo al quale si
accede intrufolandosi nelle fontane. Anche la storia è un eterno ritorno
nel quale rivivono simultaneamente miti e leggende metropolitane. In
questo aldilà che prelude esso stesso a un oltre (i Campi Elisi) Jack ritroverà la madre scomparsa e il senso della sua vita nella metropoli
dove era nato e dove poi tornerà ad abitare. Al tracciato topografico si
sovrappone una mappatura poetica: sono infatti i versi di Emily Dickinson a fare incontrare Euri e Jack, liceale ipercolto che può avanzare nella sua ricerca grazie alle chiavi fornitegli dai poeti e che gli permettono di spostarsi in punti diversi, in una sorta di bizzarra esegesi
della città.
Non è questa la sede per una disamina letteraria, che il romanzo
meriterebbe anche per la sua fine ironia. Nel “Circolo dei poeti estinti”
dell’oltretomba di New York, incontriamo ad esempio anche un misconosciuto scrittore per ragazzi.
Senza indulgere in dettagli che rischierebbero di scoraggiare
un’avvincente lettura, passo a un ultimo altro romanzo, di nuovo godibile anche per il pubblico degli adulti. È il già citato Cuore di pietra,
dello scozzese Charlie Fletcher (2007) (uscito nel 2006 e pubblicato in
Italia da Mondadori nel 2007). Il mondo invisibile, a noi, ma non a i
due ragazzini protagonisti, è in questo caso sotto i nostri occhi: sono i
monumenti e le sculture medievali e moderne di Londra, che vivono
di una dimensione parallela, e si dividono in Destati e Marchiati, una
nuova versione dei buoni e i cattivi. Tutti portano il segno del loro
creatore e la favilla che lo scultore ha impresso alle sue creazioni. Sono i segni di altrettante epoche stratificate nella città che non è di nessuno e appartiene a tutti.
Non esiste un’unica Londra, ma un composito palinsesto di morti e
di vite simultanee.
Così si spiegano l’Artigliere Destato e l’incauto ragazzino protagonista di nome George (che come San Giorgio dovrà sconfiggere i Draghi):
― E io perché ti posso vedere?
L’artigliere si concesse ancora qualche grattatine, poi si alzò in piedi
all’improvviso. ― Perché tu hai fatto qualcosa. Non so cosa, ma dev’essere
stato un bello scherzo per far arrabbiare tanto i Marchiati. Immagino che do-
La città come mondo della vita: le regard des ados (Maria Silvia Da Re)
319
vremo scoprire cos’hai combinato, ma ti dirò una cosa, e te la dirò gratis. È
stato già abbastanza brutto tirarti fuori dalla tua Londra e farti entrare nella
mia. Non è una cosa buona. Non per te.
― In che senso la tua Londra?
― La Londra in cui i Marchiati odiano i Destati e le cose che nella tua Londra sono immobili si muovono e vanno a caccia e combattono. Non avrai mica creduto che la tua Londra fosse l’unica che esisteva, vero? Londra non è
soltanto una qualsiasi vecchia città. È la roccia e l’argilla e la terra su cui sorge. Ha molti strati. Tu sei soltanto caduto da uno strato all’altro. E adesso
sbrighiamoci, dobbiamo chiedere alle sfingi come risolvere…
― Si bloccò. Rizzò le orecchie.
― Gorge gli si avvicinò senza pensarci. ― Cosa hai sentito?
― Niente. Voglio dire, ho sentito qualcosa che smetteva, ma era qualcosa di
così silenzioso che non l’ho notato finché non c’è stato più. (ibidem, p. 62)
La visione della città che qui si esprime è del tutto esplicita e illustrata anche altrove nel romanzo.
In conclusione di questo rapido excursus mi ricollego perciò brevemente alle premesse del mio discorso.
L’appartenenza della letteratura per ragazzi alla scrittura di genere,
o paraletteratura, dove questo termine non ha nulla di aprioristicamente dispregiativo ma indica semplicemente una scrittura indirizzata a un
preciso pubblico, e regolata da una serie di rapporti convenzionali tra
il piano dell’espressione e del contenuto, convenzioni sulle quali non
mi sono soffermata, ma che come abbiamo visto non escludono
l’originalità, la rende tanto più interessante nell’ambito di una ricerca
sulla città.
Prima di tutto perché questo tema è tradizionalmente catalizzato
dai generi di cui la letteratura per ragazzi si contamina, dal feuilleton
alle città immaginarie del fantasy e a quelle reali del giallo. Poi perché in quanto destinata a un lettore ancora ingenuo, questa letteratura
sembra esplicitare tanto i meccanismi del proprio funzionamento
quanto i percorsi dell’investimento di senso dei luoghi. Gli itinerari
straordinari e i percorsi di iniziazione alla vita, che è per eccellenza
la vita moderna nella città, descrivono altrettanti processi della costituzione simbolica.
Del resto i ragazzi sono l’avanguardia del presente come noi lettori
e scrittori adulti ce lo immaginiamo, l’occasione per la nostra continua
risignificazione delle circostanze dell’esistenza…
320
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
Ma cosa ne pensano i ragazzi reali? Potrà stupire ma da una recente
inchiesta, “vivere tante vite, esperienze diverse”, “vivere delle avventure” e “avere compagnia”, sono ultime in classifica fra le motivazioni
che spingono i giovani alla lettura.
Una ragione di più per sondare i significati dei loro mondi ideali.
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(trad. it. Lo strano viaggio di Jack Perdu nell’aldilà, Il Castoro, Milano 2007).
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From L.A to L.A
Rappresentazione cinematografica di una città duale
GIAN MARCO DE MARIA*
From L.A. to L.A. – Cinematic representation of a dual city.
English abstract: L.A. embodies one of the most important cinematic experiences, a
place where it is possible to understand the “entire future geometry of the networks of
human relations”. The screens of L.A. do not only explore and explain the work (language and figurative research) of the new American cinema but build a real city with a
movie camera. L.A. itself becomes a spatial and cinematic derive, an authentic overplace, which overlaps with the whole United States. Although everybody knows L.A.
as an extensive city, now we can read it as an aerial city encompassing also New York
(from the point of view of cinema) as the new skyline of American culture.
Keywords: cities, american cinema, Los Angeles.
La rappresentazione cinematografica di una città ha spesso comportato, durante tutto il Novecento, una fertile interrogazione sulle forme
di costruzione dello sguardo sia dal punto di vista operativo di chi ha
registrato le immagini urbane sia di quei soggetti che, in conseguenza
di una loro “messa in quadro” sono entrati a far parte, in maniera più o
meno diretta e consapevole, del paesaggio metropolitano.
Nel contesto americano Los Angeles, come del resto New York, si
sono offerte come paradigma di declinazione delle più diverse e articolate forme della visione. In particolare Los Angeles ha sprigionato
al proprio interno una forma di saturazione audiovisiva talmente aggressiva — al riguardo il caso di Strange Days (Id. Kathryn Bigelow,
1995) ci sembra paradigmatico — da porre in primo piano con ricorrente, nonché ossessiva continuità, il rapporto fra la propria messa in
scena e la riflessione sull’assemblaggio e sulle modalità di fruizione
delle immagini fotografiche, analogiche e digitali. A questo proposito
*
Università di Torino.
321
322
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
si deve registrare quanto L.A., soprattutto a partire dagli anni
Sessanta, punto di partenza della nostra indagine, sia stata spesso
riprodotta dal cinema con estrema reticenza. L.A. è risultata per lo più
assente: un unico ambiente (ufficio, semplice appartamento, villetta,
residence) ne coagulava un riferimento metonimico inteso come una
quarantena, l’anticamera interminabile del desiderio di una città
dispositivo di mostrazione privilegiato, luogo dove poter liberare lo
sguardo e contemporaneamente farsi osservare.
Questo non vuol dire che viene meno la qualità performativa della
città, il suo proporsi come palcoscenico nonchè scenario di formazione del proprio romanzo personale. Va solo registrato quanto lo spazio
urbano abbia trovato dimora, attraverso le forme di un desiderio represso, dentro il corpo dei personaggi: ogni ambiente interno non è
semplice surrogato di un corpo ma si comporta e reagisce a tutti gli effetti come un corpo. Questo divieto di accesso alla vetrina urbana ha
determinato violente lacerazioni in una idea he crediamo stia alla base
dell’immagine o dell’immaginario urbano: quella che De Certeau definisce la «volontà di vedere la città» prima di avere i «mezzi per soddisfarla» (De Certeau, 2005, p. 144).
Il desiderio inappagato innescava tra ambienti interni e personaggi
la reciproca frustrazione di non poter far parte dell’immagine (urbana)
come idea di origine, di matrice, sia essa di natura antropologica, religiosa, estetica, sociale…
L’assunzione della città hollywodiana avviene dunque sulla pelle e
dentro il corpo dei personaggi: il corpo diventa l’unica traccia possibile per rendere l’invisibile urbano esibito attraverso tutte le ferite e le
cicatrici inferte da quello spazio. Questa forma di interiorizzazione è
avvenuta in modo così totalizzante e perverso, da non poter rimandare
all’esterno alcuna immagine: per questi personaggi, lo sfondo, la città,
rappresentano un violento rimosso, spesso ineffabile, pena, in molti
casi, addirittura la morte. È quanto appare evidente nella casa–vagina
di What Ever Happened to Baby Jane?(Che fine ha fatto Baby Jane?,
Robert Aldrich, 1964), nel residence–gabinetto di figure di cera di
Day of the Locust (Il giorno della locusta, John Schlesinger, 1975)
che emargina le imminenti tragedie della storia mondiale e nel corpo–
albergo in putrefazione di Barton Fink (Id., Ethan e Joel Coen, 1991).
Persino il lunghissimo piano sequenza girato negli esterni degli stu-
From L.A to L.A. (Gian Marco De Maria)
323
dios–corpo produttivo di The Players (I Protagonisti, Robert Altman,
1992) attesta, a dispetto di una inarrestabile mobilità ed apertura — da
e verso il fuoricampo ― un inesplicabile e gratuito passaggio di corpi
e voci, interferenze che sembrano rimandare non ad una presenza, ma
all’eco di un contesto abbandonato, un corpo industriale ormai in disuso, dismesso.
Il fatto poi che tre delle pellicole prese in esame si concludano en
plein air (su una spiaggia la pellicola di Aldrich e dei fratelli Coen;
per i viali del centro di L.A. quella di Schlesinger) non significa che
sia avvenuta una liberazione dagli spazi claustrofobici di partenza, al
contrario. In Baby Jane le due sorelle rimangono sulla spiaggia alla
mercè di un pubblico di bagnanti che le etichetta come mummie del
passato, senza più diritto ad alcun palcoscenico se non a quello sepolcrale della propria casa. In Barton Fink la spiaggia emana fantasmaticamente da un quadro dell’albergo andato a fuoco attestandone
l’appartenenza ad un universo centripeto. Quanto alla conclusione di
The Day of the Locust, che mette in scena un altro incendio come
quello che distrugge l’albergo di Barton, Los Angeles brucia senza le
stimmate della catarsi, e le fiamme danno l’impressione non di distruggere, ma di illuminare il disfacimento di un universo mummificato e diafano.
Anche quando, se prendiamo in esame altre produzioni, gli spazi
esterni sono protagonisti della scena, risultano obliterati dal momento
che alludono in maniera fortemente allegorica e metaforica a un contesto metacinematografico. A questo proposito si può esordire ricordando le freeways, il drive in, o i sobborghi della San Ferdinando Valley che compaiono in Targets (Bersagli, Peter Bogdanovich, 1967) e
concludere con gli ambienti di Mulholland Drive (Id., 2001) dove David Lynch ha allestito una Hollywood che da luogo del sogno ha assunto definitivamente le proporzioni dell’incubo.
Per quanto riguarda le freeways del film di Bogdanovich, sebbene
siano il luogo dove viene compiuto un massacro gratuito da uno psicopatico con l’ausilio di un fucile ad alta precisione, va detto che non
costituiscono l’oggetto su cui riflette la registrazione della macchina
da presa, come del resto non lo è l’assassino che punta l’arma e spara
a caso contro le auto. Questo paesaggio autostradale, e tutte le azioni
che lo sostanziano, come pure i restanti ambienti presenti nella pelli-
324
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
cola, sono solo un pretesto per interrogarsi sugli effetti delle immagini
generate dal cinema. Nel caso che abbiamo citato, infatti, ciò che davvero importa, tanto da marchiare ambienti e personaggi, è il comportamento del fucile surrogato/sostituto della macchina da presa.
Lynch, dal canto suo, attiva su L.A. un movimento centripeto che
andrebbe letto, a nostro avviso, come un morphing continuo che impasta e plasma la stessa materia. Un solo personaggio, un solo ambiente,
sapientemente modificati e stratificati decine e decine di volte grazie
al bagaglio di immagini strappate dalla storia del cinema e dal linguaggio audiovisivo in senso lato. In un siffatto processo le immagini,
gli ambienti, partecipano a innumerevoli mondi possibili tanto che non
si può più nemmeno parlare di una singola L.A. ma di molteplici piani
urbani livellati, privi di precise gerarchie, dove stesse azioni producono effetti diversi e viceversa.
In precedenza abbiamo anche accennato al fatto che ci sono stati
documenti filmici che hanno fatto di L.A. un percorso di caselle metaforiche. Ogni spazio (esterno o interno) è presentato come una tessera,
non per creare un tessuto connettivo tra gli spazi di una città ma, come
si può rilevare in Short Cuts, (America oggi, Robert Altman, 1993) per
esaltare una arida comunione catodica. Nel film di Altman la televisione, nello scandire l’unità di tempo, è onnipresente, sia grazie ai ruoli interpretati da molti suoi protagonisti (anchormen o giornalisti) oppure attraverso le proprie trasmissioni (telegiornali, programmi di intrattenimento, spot pubblicitari). Le formule retoriche audiovisive costituiscono l’indispensabile filtro ermeneutico trasmesso in esclusiva
da un apparato televisivo che si afferma come sola entità in grado di
costruire una relazione tra i continui cambi di luogo e azione Da un lato assistiamo ad una strategia unificante che sembra governare la casualità e la dispersione di una grande metropoli, dall’altro va registrata, ancora una volta, una Los Angeles città–cornice, non solo o non
tanto “piegata”, come la intenderebbe Deleuze (1988), su stessa, quanto costantemente mediata da più mezzi di comunicazione di massa.
Quella che dovrebbe essere una polifonia documentaria tratteggiata attraverso la casualità degli incontri e delle relazioni tra i personaggi risponde invece ad un sofisticato registro linguistico e allegorico. La
lettura televisiva svuota L.A. di senso dal momento che confonde, ad
esempio, nella sua lettura–visione, moscerini e terremoti: esemplare è
From L.A to L.A. (Gian Marco De Maria)
325
l’equivalenza tra la minaccia di un moscerino della frutta che infesta le
piante della metropoli e il pericolo della catastrofe latente, il terremoto
risolutore. A fronte poi di un avvolgente universo comunicazionale attivato non solo dalla tv, ma dal mondo dello spettacolo e dell’arte in
generale (compaiono truccatori, musicisti, cantanti, clown, pittori,
modelle, come rilevante è anche il ruolo della fotografia), si crea un
forte registro di incomunicabilità che prelude alla putrefazione di tutto
il crogiuolo di immagini (qualunque ne sia la fonte) che annichiliscono L.A.
La suggestione di Jean Baudrilllard sembra allora aver prodotto le
sue conseguenze più estreme e subito un significativo aggiornamento.
Se per lo studioso francese era stato lo schermo cinematografico, con
il suo patrimonio di immagini e miti, ad aver partorito la città americana e non viceversa Baudrillard (1986), ora l’impulso dato da Short
Cuts ha disegnato una L.A. non più emanazione del solo schermo cinematografico (o cinetelevisivo) ma di ogni tipologia di schermo, di
cornici: si passa senza soluzione di continuità dai finestrini delle automobili agli icon buildings Friedberg (2002).
A questa babele iconica, linguistica e poetica c’è stato chi, come
Takeshi Kitano, ha pensato di reagire alla proliferazione, più o meno
organizzata e saturata di schermi, immagini e cornici, mostrando una
L.A. quasi inerte. Brother (Id, Takeshi Kitano, 2000), in effetti, ne ha
elaborato una visione rarefatta attivando una deriva verso il mondo e
la cultura orientale come era già stato in parte realizzato, con altri risultati, in Blade Runner (Id, Ridley Scott, 1982).
Brother presenta ambienti svuotati: gli interni sono spesso troppo
grandi, con arredi scarni, oppure privi di una identità, comunque
provvisori. Inoltre dimostrano di essere luoghi quasi impermeabili alle
azioni dei personaggi. Nemmeno le innumerevoli sparatorie e il sangue versato sembrano lasciare il segno sui muri o per terra. Ogni accadimento che potrebbe provocare un alterazione dello spazio viene,
per così dire, risucchiato e annullato dal vuoto, dalla solitudine che
emana da quello stesso spazio. Gli esterni, poi, ci consegnano una veduta di L.A. dove strade e grattacieli sono sentinelle di uno scenario
che dichiara tutta la sua disarmante inconsistenza e staticità.
Sono sufficienti allora le evoluzioni di un piccolo aeroplanino di
carta, quello che il protagonista Aniki lancia da una finestra del suo
326
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
quartier generale, a denunciare, mostrando facciate di edifici e strade
quasi prive di forme di vita, un fondale sconfitto dalle traiettorie funamboliche di un semplice giocattolo di carta.
La difficoltà del cinema a registrare una città come L.A., al di là
delle criticità metodologiche, stilistiche o poetiche, potrebbe non stupire se si dà credito a Reyner Banham quando sancisce che l’unico
mezzo — e vedremo che si tratta di un mezzo audiovisivo — per “leggere Los Angeles in originale” (Banham, 1971) è l’automobile: «Los
Angeles non è una città fondata sull’acqua né sulla roccia, è fondata
sulle ruote» (Banham, 2004, p. 243). Questo esaltato primato dell’auto
nulla sottrae alle possibilità di lettura della città attivate dal dispositivo
cinematografico dal momento che l’esperienza del cinema e quella
dell’automobile sono considerate da molti, secondo noi a ragione,
complementari. Guidare l’auto corrisponde ad una «forma motorizzata
di flanerie», e il «parabrezza è una membrana permeabile tra Los Angeles e i suoi schermi» (Friedberg, 2002, p. 186). L’automobile diventa una sorta di sala di proiezione privata al cui interno si stabilisce
una perfetta equazione tra «automotive mobility e cinematic visuality»
(Virilio, 1989).
Tuttavia, se dobbiamo analizzare quale sia attualmente la tipologia
di messa in scena più efficace di L.A, allora bisogna riconoscere che il
connubio cinema–automobile ha ceduto il suo primato al binomio cinema–freeways. Così come la realtà americana, pur avendo preceduto
la nascita del cinema, si è modellata in funzione di uno schermo gigantesco, Baudrillard (1986), così la città degli Angeli sembra ormai
sorta «intorno a questa rete di arterie». Il sistema di freeways è diventato un grande schermo itinerante, un luogo dove, letteralmente, veicolare le proprie affettività domestiche e private (Sennet, 1990). Su queste “rampe” «la circolazione raggiunge il livello di un’organizzazione
simbolica. Le automobili stesse, con la loro fluidità e la loro guida automatica, hanno creato un ambiente […] sul quale ci si sintonizza come su di una rete televisiva». Questo accade anche per il fatto che «il
sistema delle freeways è un luogo di integrazione (si dice addirittura
che alcune famiglie vi circolino perpetuamente nella loro mobile home
senza mai uscirne)» (Baudrillard, 2000, p. 63). Cinema e freeways
contribuiscono a esprimere una sorta di sprawl audiovisivo che configura bene il carattere diffuso della megalopoli californiana. Va ricor-
From L.A to L.A. (Gian Marco De Maria)
327
dato che il cinema non è nuovo ad una registrazione “estensiva” di
L.A. Del resto è stato inevitabile che alla proverbiale verticalità di una
New York “città in piedi”, Los Angeles potesse rispondere soltanto
con una disposizione altrettanto iperbolica quanto opposta. Questo
confronto, in prima istanza, ha rinnovato la riflessione sulla trasformazione della natura delle immagini (cinematografiche e non). Ne sono state un esempio paradigmatico due pellicole di John Carpenter,
Escape from New York (Fuga da New York, 1981) e Escape from L.A.
(Fuga da Los Angeles, 1996). In entrambi i film troviamo lo stesso
protagonista, un uomo privo dell’uso di un occhio che incarna il surrogato della visione monoculare della macchina da presa. Costui, infatti, affronta le due città in questione, e L.A. in particolare, come un
terreno su cui confrontare concetti quali visibilità, definizione, simulacro, identità, ologramma, tempo e spazio dell’immagine. Carpenter ha
evidenziato le due metropoli come due isole, due penitenziari, due laboratori coatti in cui sperimentare e concentrare i guasti, i rifiuti prodotti da un sistema audiovisivo autocratico dove osservare la lotta per
il futuro governo dell’immagine o di una sua eventuale rigenerazione.
Giocando sull’erosione della dialettica dei piani orizzontale/verticale
di L.A. e New York, Carpenter ragionava sul futuro delle immagini attraverso la messa in scena del futuro delle città. Un futuro in cui le
città
saranno estensive e non urbane […], in un futuro ancor più lontano
s’interreranno e non avranno nemmeno più nome. Tutto diventerà infrastruttura cullata dalla luce e dall’energia artificiali. Sparite la sovrastruttura brillante, la verticalità folle. New York è l’ultimo eccesso di questa verticalità
barocca, di quest’eccentrica centrifuga, prima dello smantellamento orizzontale, e poi dell’implosione sotterranea. (Baudrillard, 2000, p. 32)
Collateral (Id., Michael Mann, 2004) interviene nella rilettura del
carattere “esteso” di L.A., aggiornandone definizione e prospettiva attraverso almeno due elementi.
Il primo sostituisce ad una dilatazione indifferenziata e vaga del
territorio una sua conoscenza precisa. L’ingranaggio viario di Collateral elabora una sofisticata segnaletica di quello che era un territorio
selvaggio da attraversare, pista di esplosivi inseguimenti nonché documentario del disfacimento etico e morale della città, tutte annota-
328
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
zioni che aderivano bene a prodotti cinematografici come To Live and
Die in L.A. (Vivere e morire a Los Angeles, William Friedkin, 1985).
Ora, invece, la città sembra non custodire più alcun segreto o mistero,
la sua conoscenza è così precisa e familiare che consente al taxista di
poter dichiarare in anticipo ai propri clienti i tempi di percorrenza e
prevedere senza alcun ausilio il tragitto più breve. La precisione della
conoscenza del paesaggio, e soprattutto la sua raffinatezza estetica,
sembrerebbero, in prima battuta, garantire l’ordine e l’inviolabilità di
questo ambiente urbano. Anzi si potrebbe imputare proprio alla qualità
estetica della mostrazione della città il tratto che garantisce la precisione della sua conoscenza.
Il secondo elemento fa della orizzontalità diffusa una dimensione
sospesa, aerea. Sono diversi gli indizi presenti nel film che rilasciano
questa impronta e consigliano di non osservare gli innumerevoli percorsi automobilistici compiuti dal taxista e dal killer a contratto come
un lungo percorso a tappe vissuto solo in superficie. Proviamo ad annotare solo 4 punti.
1) Le inquadrature notturne in campo lunghissimo delle freeways,
fanno apparire la città come un universo fluttuante intorno ad arterie che pompano regolarmente una sostanza gassosa e fluorescente.
Le freeways da sistema vascolare di L.A. evolvono in un apparato non più ancorato al terreno: «Guidare su quelle alte rampe
in ampie traiettorie a 60 miglia all’ora, per poi rituffarsi ancora
una volta a livello del terreno, è un tipo di esperienza spaziale
normalmente non associata ai monumenti ingegneristici, quanto
di più vicino io conosca a volare su quattro ruote» (Banham,
2004, p. 242).
2) Il taxi si comporta come una bolla d’aria, un bozzolo composto
da un materiale translucido, apparentemente impermeabile, almeno in principio, agli agenti terreni.
3) I sogni, le aspettative del taxista confidate ad una passeggera sono descritte come una esperienza in forte concorrenza con
l’aereo: — «quando arriverà all’aeroporto non vorrà più scendere dalla mia limou» — dichiara a proposito della sua prossima
compagnia di noleggio limousine.
From L.A to L.A. (Gian Marco De Maria)
329
4) Le plongée su strade e costruzioni realizzate come carrelli a seguire e riprodotti al ralenti, in campo lunghissimo, da oltre la
sommità dei grattacieli.
Ci siamo concentrati sulla violazione della orizzontalità perché essa
è funzionale al cuore del nostro contributo, ossia lo slittamento di L.A.
su un piano che la avvicina, se non proprio sovrappone, alle modalità
con cui il cinema ha spesso tradotto New York, generando così una
sorta di città duale. La liaison tra le due città ci sembra pertinente a
partire dalle inquadrature delle freeways che si propongono, rispetto a
New York, come una sorta di skyline orizzontale rispondendo alla natura simbolica dei grattacieli con una qualità “mitica” altrettanto radicata nell’immaginario collettivo. Città come L.A. trovano la loro espressione in questo tipo di infrastrutture che rispondono, secondo noi,
alla logica dei “Superluoghi”. Una accezione che, riferendola squisitamente al rapporto cinema–architettura, prendiamo in prestito, con
alcuni distinguo1, da quella proposta da Stefano Boeri integrandola a
quella discussa da Fuksas e Ingersoll.
Le freeways sono “Superluoghi” nel senso che
funzionano come grandi antenne dell’immaginario. […] spazi potentissimi da
un punto di vista simbolico che mantengono tutta la loro dimensione estetica,
perché questo è il modo con cui circolano nei media oggi, pur rimanendo
luoghi che hanno una presenza fisica caratterizzata da una sostanziale solitudine. Sono luoghi che hanno ospitato, hanno assistito a degli eventi e che
continuano ad essere sulla scena grazie ad uno sdoppiamento della loro identità; mantengono un corpo in un punto del mondo e però hanno prodotto un
simulacro che circola ovunque e che ci tocca, ci entra dentro, si accende ogni
qual volta veniamo investiti da una vicenda di cronaca e decidiamo di metterci in sintonia con essa. (Boeri, 2007, pp. 17–18)
1
Boeri identifica come “superluoghi” architetture come il Guggenheim di Bilbao oppure
luoghi come Groud Zero, ambienti precisamente identificabili aventi come denominatore comune un forte immaginario da diffondere e non quello (come gli outlet, gli aeroporti, i centri commerciali, le stazioni) di essere estremamente percorsi e affollati.
Noi riteniamo, invece, che gli attuali “superluoghi” cinematografici (grattacieli o skyline,
metropolitane, freeways) siano gruppi di spazi o sistemi di ambienti non solo senza una identità
precisa ma “usurati dalla pratica quotidiana”. Inoltre, riprendendo Fuksas e Ingersoll, questi “superluoghi” ci sembrano «spazi intermodali (dove) il prefisso super si ascrive al loro valore simbolico non all’elemento topografico».
330
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
Nell’ambito di questa sovrapposizione urbana vanno anche annoverate le inusuali riprese operate dall’alto dei grattacieli di L.A.: in Collateral, lo abbiamo detto, si va anche oltre la sommità degli stessi
grattacieli sfidando quello sguardo della macchina da presa che Lewis
Mumford, “passeggiando per New York”, aveva proclamato “sovrumano”. Nel costruire la L.A. duale vanno annotati di Collateral anche
quegli scenari notturni, potremmo dire tipicamente newyorkesi, che
non possono non riscrivere le tante L.A. quasi sovraesposte, presenti
in documenti filmici emblematici come Chinatown (Id., Roman Polansky, 1975), dove l’eccesso di luce e di spazio traduceva impenetrabili misteri che a New York, invece, per semplificare, sarebbero stati
custoditi dal buio e da ambienti liminari o clastrofobici. La notte della
L.A. di Mann, coagula il buio di New York e la luce di Los Angeles.
Grazie al dosaggio cromatico, alle possibilità di messa a fuoco, consentite dalla tecnologia digitale, Collateral offre un paesaggio denaturato, con dominanti nette, dove le ambiguità e le violazioni presenti,
visibili e annunciate, vengono risucchiate nel movimento regolare del
paesaggio.
Dove poi significative scollature diventano ghiotta occasione di riscontro per tracciare invece sovrapposizioni è con Taxi Driver (Id,
Martin Scorsese, 1975) L’accostamento non va letto, secondo noi,
come un parallelo tra due entità separate. La L.A. di Collateral si modella sulla New York iperrealista di Scorsese in modo tale che anche
le discrasie siano l’evidente risultato di un processo di raffinamento
subito da ambienti e personaggi grezzi presenti in Taxi Driver. Ciò
vuol dire che se il filtro iperrealista aveva condotto Scorsese a leggere
New York attraverso un alfabeto in grado di tradurre una “riproduzione impeccabile dell’oggetto” (urbano), e pertanto falso e irreale, Mann
ne alleggerisce i tratti, ridefinisce i colori, spariglia e amalgama le
ambiguità. Innanzitutto egli dialoga con l’“impeccabilità” dell’intervento iperrealista e anziché mettere in scena oggetti freddi e irreali li
fa virare in oggetti caldi. Non solo essi si presentano integrati e quindi
non “disconnessi” rispetto al contesto come accade a quelli di Scorsese, ma manifestano la proprietà di comportarsi quasi come uno schermo protettivo rispetto alla realtà. Al contrario di Taxi Driver Collateral non alimenta oggetti perturbanti bensì provvede a riassorbire
nell’ambiente gli sdoppiamenti.
From L.A to L.A. (Gian Marco De Maria)
331
Il successo di questa operazione crediamo vada attribuito alla esaltazione di ogni singolo arredo od oggetto urbano, al calibrato aumento
delle loro singole proprietà di attrazione percettiva. Il semplice lampeggiare di un indicatore di direzione, ad esempio, non attira solo
l’attenzione dello spettatore, ma crea una visione sovradimensionata,
non una iper–visione ma una super–visione che rende ogni oggetto un
ipermedium in grado di coinvolgere e dilatare potenzialità sensoriali
che non riguardano solo la vista.
Emerge, allora, da un lato il riflesso di un gesto estetico che funge
da atto di purificazione rispetto alla New York di Scorsese, dall’altro
lo stesso gesto esaurisce presto la sua spinta e diventa pura inerzia,
una astrazione indifferente. È quanto attesta la conclusione della vicenda. Il film ha termine nella metropolitana dove si consuma il duello
tra taxista e killer, entrambi esponenti della ambiguità dell’immagine e
della sua rappresentazione. La metropolitana di L.A. continuerà a portare in circolo il cadavere del killer sconfitto come in un loup così come quasi profetizzato dallo stesso assassino nelle sue osservazioni sulla città: «un uomo muore nella metropolitana, nessuno se ne accorge e
il cadavere continua a girare per tutta la città».
La metropolitana riproduce sottoterra il reticolo delle freeways. Così
le due facce (il taxista esponente delle freeways ed il killer latore di un
regno sotterraneo, nascosto), il verticale e l’orizzontale (il grattacielo e la
strada) trovano la loro commutazione anche in un sopra e un sotto.
La breve disamina delle pellicole fin qui riportata ha cercato di evidenziare quanto L.A. sia rimasta nascosta sebbene, paradossalmente,
sempre perfettamente illuminata o al centro della diegesi. Ma si è trattato spesso di una città sovraesposta o deviata dalle superfici riflettenti
che hanno determinato, come nel caso di The Long Good Bye (Il lungo
addio, Robert Altman, 1973), una cesura netta tra primo piano e sfondo, e dove, progressivamente, insieme alla città, scomparivano o diventavano inconsistenti anche i personaggi.
Il centro della California ha mantenuto dunque per molto tempo,
con le opportune differenziazioni, questa sua caratteristica di schermo
diffuso, dilatato, deviato, rispetto ad una New York sfrontata nelle sue
offerte visive, sempre in mostra, inconfondibile e radicata.
Collateral, come abbiamo anticipato, ha confuso il terreno di queste radici. L.A. ora pare sovrapposta a New York, come se dalla Cali-
332
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
fornia fosse stata rovesciata una pellicola trasparente e collocata sopra
il piano urbano di Manhattan. Questa L.A. ha dilatato la componente
aerea che il sistema autostradale le ha costruito come trampolino per
colmare, attraverso l’immaginario prodotto, un intero territorio fino alla costa atlantica. Quelle che fino a qualche anno fa sono state le soglie di due mondi opposti, spesso ostili, a volte complementari, in altri
casi indifferenti, ora anche grazie a Collateral vivono una condizione
di forte aderenza.
L’immagine (presentata più volte nel film) che forse più di tutte ha
saputo creare una comunione con New York è la vertiginosa ripresa
aerea effettuata a strapiombo ben oltre la sommità dei grattacieli e che
in ralenti segue il flusso di automobili. Qui assistiamo alla costruzione
di una sorta di forma astratta che presenta L.A. coagulata intorno ad
una assoluta regolarità geometrica in concorrenza con la squadratura
topografica di New York. Queste inquadrature sospese di L.A. si
spingono anche oltre quelle newyorkesi. Sono in effetti portatrici di un
paesaggio talmente organizzato e ordinato che appare quasi libero
dall’arbitrio del mondo fenomenico e che contribuisce ad annullare
l’illusione della percezione sensoria trasportando verso un distribuzione dell’immaginario Pinotti (1997).
Crediamo in definitiva che la L.A. cinematografica del nuovo millennio si possa configurare come un Overplace, un territorio instabile,
fluttuante, che da stazione trasmittente di immagini si è prima riconvertita in dispositivo di ricezione e poi, lavorando sulle interferenze,
sulle sovrapposizioni, sulle contaminazioni linguistiche, ha sviluppato,
rendendola iperbolica, la sua mobilità/velocità in modo tale da sospendere il proprio territorio ed espandersi nell’aria. È un percorso che
muove non solo da L.A. a New York e ritorno ma si è già spinto fino
ad Hong Kong come bene ha testimoniato il film di Mamoru Oshij
Kôkaku kidôtai (Ghost in the Shell, 1995).
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334
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
Policlastia – Una tipologia semiotica
MASSIMO LEONE*
Policlasm – A semiotic typology.
English abstract: If cities are conceived of as texts, can their meaning be thought of
as something that may be totally erased? On the one hand, many civilizations have
elaborated strategies for the annihilation of urban meaning; on the other hand, several
cultures have shaped an imagery of total urban destruction. The purpose of cultural
semiotics is therefore to analyze the structure of both these series of texts, in order to
bring about a typology of “policlasms”: as probably nothing better than the study of
iconoclasm reveals the main issues in the Christian conception of images, so probably
nothing better than the study of “policlasm” reveals the cultural attitude of civilizations toward the idea of the city. Four semiotic types of policlasm are singled out.
Two of them embody an internal point of view on the annihilation of urban meaning:
the “catastrophic prophecy” (prediction of a destroyed city) and the “survivor’s report” (commemoration of a destroyed city). Two types of policlasm, on the opposite,
embody an external point of view on the city: the “epopee of annihilation” (point of
view of the conqueror) and the “apologue of the nomad” (point of view of the rejected
ones). These four types of policlasm are exemplified with reference to texts from
various civilizations. Such texts are semiotically analyzed in order to show what policlasms reveal on some essential features of urban meaning.
Key–words: city, meaning, destruction, catastrophes, cultural semiotics.
1. Cancellazione del senso urbano e policlastia
Se si concepisce la città come un testo, passibile di continue scritture e riscritture, allora è lecito chiedersi se questo testo possa essere
cancellato, e in che modo. Non si allude, qui, a cancellature parziali;
frammenti più o meno ampi del senso urbano scompaiono nel nulla
quotidianamente, senza lasciare di sé traccia alcuna, attraverso processi che sono familiari ai più e facilmente descrivibili. In primo luogo, si
*
Università di Torino.
335
336
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
abradono porzioni della superficie testuale della città: si distruggono
edifici, si ostruiscono piazze, si rimuovono statue, targhe o lapidi, si
cancellano graffiti, si cambiano i nomi delle strade o finanche quello
della città intera. In secondo luogo, si obliano alcuni percorsi di senso
possibili all’interno del testo urbano: si cambia il senso di marcia delle
strade, si ridisegnano le piste ciclabili, si eliminano o si costruiscono
marciapiedi. Infine, ed è questa forse la forma più efficace di cancellazione della città, dimenticano i cittadini, oppure muoiono, e con essi
muore il ricordo di un mercato rionale, del nome di un negoziante, di
cortili dedicati ai giochi dei bambini: scampoli di senso urbano che
spesso svaniscono senza che alcuno li abbia trascritti su un supporto
più durevole del corpo di una o due generazioni.
Tuttavia, interrogarsi su questi fenomeni di sgretolamento del senso
urbano è forse meno interessante del confrontarsi con una questione
teorica più ardita: è possibile cancellare una città nella sua interezza,
senza che di essa permanga senso alcuno? In modo che il testo che costituisce una città sia disfatto come si disfano le maglie di un tessuto?
In altri termini, esiste una ars oblivionalis della città, e come si configura? Ovviamente, tale questione non può essere affrontata dal punto
di vista storico: se una qualche civiltà ha sviluppato un’efficace strategia di cancellazione del testo urbano, tale strategia non deve aver lasciato, per definizione, traccia alcuna. Più pertinente, invece, risulta
l’approccio di una semiotica delle culture, secondo il quale la questione di cui sopra andrebbe riformulata come segue: da un lato, molte civiltà hanno messo a punto delle pratiche di annientamento del senso
urbano; ciò che interessa non è tanto chiedersi quando e come siano
state applicate, e con quale efficacia, bensì che cosa tali pratiche significhino rispetto alle civiltà che le hanno elaborate, e soprattutto rispetto alla concezione del senso urbano caratteristica di queste civiltà.
Dall’altro lato, molte culture hanno dato forma a un immaginario della
distruzione urbana, elaborando narrazioni in cui una o più città vengono radicalmente cancellate dalla storia. Anche in questo caso, il punto
di vista della semiotica delle culture spinge a chiedersi cosa riveli della concezione del senso urbano di una civiltà l’analisi dei testi in cui
essa ha immaginato l’annientamento di questo senso. In altre parole,
come non vi è forse nulla che meglio riveli la concezione delle immagini nel Cristianesimo dello studio dell’iconoclastia, così non vi è for-
Policlastia – Una tipologia semiotica (Massimo Leone)
337
se nulla che offra un punto di vista più efficace sul senso urbano di
una cultura dell’analisi della sua “policlastia”, dei suoi atteggiamenti
culturali rispetto all’idea di cancellare la città.
Una semiotica della policlastia deve fare i conti con un corpus
sterminato: si può dire che l’idea di cancellare il senso urbano nasca
quasi contemporaneamente all’idea di città e che ogni cultura abbia
elaborato pratiche e racconti di annientamento del testo cittadino. In
prima istanza, dunque, ci si dovrà limitare a disegnare delle tipologie
generali, che la semiotica delle culture, al contrario delle discipline filologiche, non concepisce come diacronicamente legate a una collocazione nella storia bensì come sincronicamente, antropologicamente
connesse con una struttura significante. Naturalmente i due approcci
non sono che due facce della stessa medaglia.
2. Un tentativo di tipologia testuale
Secondo la classica impostazione lotmaniana (Lotman, Uspenskij,
1971), si possono distinguere, in primo luogo, due macrocategorie di
testi: da una parte, quelli che incarnano un punto di vista dall’interno
della città verso il suo esterno; dall’altra parte, quelli che, al contrario,
esprimono una prospettiva diametralmente opposta, dall’esterno della
città verso il suo interno. Naturalmente, qui i termini “interno” ed “esterno” non devono essere intesi come riferimenti a caratteristiche geografiche o urbanistiche, ma come etichette metalinguistiche, che identificano un atteggiamento prevalente nei confronti del senso della
città e della sua distruzione. I testi di entrambe le categorie, infatti,
rappresentano lo stesso processo: il disfarsi, più o meno rapido, della
coerenza semiotica che tiene insieme una città; tuttavia, nel primo caso questo disfacimento è osservato dall’interno stesso del testo urbano,
mentre nel secondo è rappresentato da uno sguardo che si colloca al di
fuori di questa coerenza semiotica.
Per quanto riguarda la prima macro–categoria — dall’interno
all’esterno —, ad essa appartengono, caratteristicamente, due tipi di
testi: li si potrebbe denominare “profezia catastrofica” e “resoconto
del sopravvissuto”.
338
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
3. La profezia catastrofica
Solitamente, la profezia catastrofica ha come oggetto una città storica, in cui processi di scrittura e riscrittura mutano continuamente il
senso urbano senza però stravolgerlo, ma mantenendo un equilibrio
intorno a una certa forma; ebbene, la profezia catastrofica immagina
una serie di eventi o processi a seguito dei quali questa forma, osservata e rappresentata dal suo interno, viene annichilita in modo più o
meno repentino. Non è necessario molto acume per capire che, analizzando le profezie catastrofiche prodotte da una certa cultura, si possono desumere quali siano i fenomeni socio–semiotici che essa considera come una minaccia per l’equilibrio del senso cittadino. Per fare un
esempio, in Ecology of Fear, Mike Davis ha analizzato centotrentotto
tra film e romanzi che, dal 1909 al 1996, hanno messo in scena la distruzione di Los Angeles (Davis, 1998). Tra il 1900 e il 1940, in particolare, l’elemento che domina queste narrazioni è la presenza di
un’orda di invasori che stravolge rapidamente il senso della città fino
a cancellarlo. Non è dunque difficile ritrovare in queste “escatologie
urbane” un’espressione angosciata dei wasp californiani di fronte alle
massicce ondate migratorie della prima metà del Novecento.
Già nel 1880 Pierton Dooner in Last Days of the Republic descriveva una San Francisco assediata dai coolies cinesi, attirati dai plutocrati locali al fine di abbassare i salari degli operai bianchi (Dooner,
1880). Nel romanzo di Dooner la ribellione di questi ultimi dà luogo a
una guerra civile che distrugge le città statunitensi fino a quando i cinesi, più inclini al sacrificio di sé, non innalzano la bandiera del celeste impero sulle rovine di Washington e cancellano persino il nome
degli Stati Uniti dagli archivi nazionali (ibidem, p. 257).
Gli anni Ottanta dell’Ottocento videro proliferare romanzi analoghi
nelle librerie californiane, per esempio quello pubblicato da Robert
Woltor nel 1882, e intitolato, senza mezzi termini, A Short and
Truthful History of the Taking of Oregon and California by the Chinese in the Year A.D. 1899 (Woltor, 1882). Più o meno negli stessi anni,
la costa est degli Stati Uniti produceva analoghe profezie catastrofiche: permaneva l’idea di una città annientata dagli invasori stranieri,
ma cambiava l’identità di questi ultimi: in The End of New York, pubblicato da Benjamin Park nel 1881, Manhattan è rasa al suolo da
Policlastia – Una tipologia semiotica (Massimo Leone)
339
un’orda di Spagnoli che, dall’alto di alcune mongolfiere, rovesciano
dabbasso enormi bidoni di nitroglicerina (Park, 1881); in Last American, dato alle stampe da John Ames Mitchell nel 1889, New York è
annichilita da un’orda di irlandesi, tanto che una ricognizione persiana
nel 2951 scopre le poche tracce rimaste di questo annientamento: ovviamente, i rottami arrugginiti della Statua della Libertà e un ultimo
americano superstite, che i Persiani uccidono per poi esporne il cranio
in un museo di Teheran (Mitchell, 1889). Ma nei romanzi di questo
periodo non mancano neppure personaggi come l’orco Caesar Lomellini, di inequivocabile ascendenza, che in Caesar’s Column, pubblicato da Ignatius Donnelly nel 1890, innaffia con gas velenosi i quartieri
borghesi di New York e utilizza i 250.000 cadaveri delle vittime per
innalzare sulle macerie della città una gigantesca colonna inneggiante
«alla morte e alla sepoltura della civiltà moderna» (Donnelly, 1890)1.
4. Il resoconto del sopravvissuto
Se la profezia catastrofica enuncia in un tempo futuro la cancellazione di una città presente, configurandosi, dunque, come racconto
immaginario, il resoconto del sopravvissuto enuncia in un tempo passato, o in un presente storico, la cancellazione di una città passata o,
per meglio dire, il tentativo di questa cancellazione. Il resoconto del
sopravvissuto, infatti, costituisce la prova schiacciante che l’annientamento del senso di un testo urbano non è riuscito, proprio perché
questo senso è ricreato, rivive e si riproduce nella memoria di chi è
sfuggito al cataclisma, alla catastrofe, all’annichilimento. Anzi, sono
forse proprio le città completamente distrutte, e ricostruite nel racconto dei pochi superstiti, quelle il cui senso viene trasfigurato in una
forma imperitura, per non dire mitica. Da un certo punto di vista, il
grandioso epos elaborato da Virgilio nel primo secolo a.C. ruota attorno a questo meccanismo, intorno al senso di una città distrutta che si
trasfigura, grazie all’eroico superstite, in quello di una città presente.
Ma non mancano episodi storici analoghi, ancorché meno nobili, i
quali rivelano un’altra caratteristica del resoconto del sopravvissuto;
1
Sull’immaginario della distruzione di New York, cfr. Page, 2008.
340
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
come sostiene il comparatista Martin Harries nel suo recente libro
Forgetting Lot’s Wife: On Destructive Spectatorship (Harries, 2007),
nel momento stesso in cui il discorso dei superstiti mitizza il senso di
una città cancellata, la distruzione di questa diviene spettacolo agli occhi di coloro che si situano al di fuori della semiosfera urbana.
Un episodio curioso e significativo a questo riguardo è quello di
Auguste Cyparis, meglio noto col nome d’arte di Ludger Sylbaris. Sul
finire dell’Ottocento, la città di Saint–Pierre, nella Martinica, era soprannominata le Petit Paris, le Paris des Isles, la Perle des Antilles, o
anche la Venise tropicale ed era la capitale economica e culturale di
tutte le Antille. L’8 maggio 1902, l’eruzione di un vicino vulcano, la
Montagne Pelée, distrusse interamente la città di Saint–Pierre e sterminò tutti i suoi abitanti, circa 30.000 persone. L’unico cittadino sopravvissuto fu, appunto, Cyparis, che all’epoca aveva 27 anni. La notte prima del cataclisma era stato arrestato a seguito di una rissa in un
bar ed era stato poi rinchiuso in una cella d’isolamento murata, parzialmente sotterrata e a prova di bomba, probabilmente il luogo più sicuro della città. Quando quattro giorni dopo l’eruzione i primi soccorsi giunsero a Saint–Pierre, trovarono Cyparis nella cella, gravemente
ustionato ma ancora in vita (Morgan, 2003).
La parte più interessante di questa storia è che, dopo essere fortunosamente scampato alla totale cancellazione di una città e dei suoi abitanti, Cyparis fu assunto dal circo Barnum & Bailey col nome d’arte di
Ludger Sylbaris, primo afro–americano in uno staff di soli bianchi, e attraversò gli Stati Uniti in lungo e in largo proponendo lo spettacolo del
proprio resoconto di sopravvissuto. Una pittoresca locandina dei primi
del Novecento annunciava questa attrazione (Fig. 1).
Essa accompagnava una visualizzazione quasi hollywoodiana della
catastrofe e del suo protagonista con la didascalia seguente: «The Only
Living Object That Survived in The ‘SILENT CITY of DEATH’ where
40,000 Human Beings Were Suffocated, Burned or Buried by One
Belching Blast of Mont Pelée’s Terrible Volcanic Eruption». “Silent
city of death”: la città silenziosa della morte; è questa figura, in cui
l’isotopia di un testo urbano chiassoso e vitale si rovescia nel suo esatto contrario, che il resoconto del sopravvissuto tocca il suo apice: nulla rimane della città, fuorché la voce di chi ne racconta la totale cancellazione.
Policlastia – Una tipologia semiotica (Massimo Leone)
341
4.1. Una variante non verbale: le macerie
Vi sono poi circostanze, piuttosto numerose nella storia, in cui la
narrazione di una città cancellata non s’incarna in un testo verbale, o
in una rappresentazione visiva, bensì si esprime in quella particolare
figura retorica di disintegrazione del testo urbano che sono le macerie.
Non bisogna confondere queste ultime con le rovine; la distinzione
semiotica fra questi due tipi di relitto urbano, fra i modi in cui essi significano l’annientamento della città, è infatti sottile ma fondamentale. I semiotici direbbero che tale distinzione si basa su un diverso livello di de–figurazione del testo urbano2.
Di fronte a un immagine dell’attuale Persepoli, per esempio, (Fig.
2) si parlerebbe senz’altro di rovine: la struttura urbanistico–
architettonica dell’antica città persiana e il modo in cui essa è stata
Figura 1. Poster dell’“attrazione” Ludger Sylbaris.
2
La letteratura sulle rovine è molto vasta; cfr. Böhn, Mielke, 2007; Bégin, Habib, 2007.
342
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
parzialmente “cancellata”, ma anche la vicinanza di questo testo urbano frammentario e silente a quello, attualmente integro e chiassoso,
della moderna Shiraz, inducono lo spettatore a ricostruire, a partire da
questo testo, non il racconto di una distruzione subitanea, di un’invasione repentina, di un cataclisma inaspettato, di un senso urbano improvvisamente annichilito, bensì il racconto di una disintegrazione
dalla diversa aspettualità, di un graduale smorzarsi della vita nell’antica Persepoli dopo l’invasione di Alessandro e il declino degli Achemenidi, di un città morta di vecchiaia più che di morte violenta, di un
senso urbano che, invece di scomparire, si trasferisce altrove, e comunque ancora aleggia, come una sorta di fantasma, sui piedistalli ricoperti di polvere e attorno alle colonne mozzate3. La predisposizione
delle rovine a suscitare una valorizzazione estetica, fenomeno sul quale si sono spesi molti pensatori moderni e contemporanei, nasce forse
proprio dal modo in cui questo testo urbano parzialmente cancellato
racconta il suo stesso annientamento.
Figura 2. Le rovine di Persepoli.
3
Cfr. Augé, 2003.
Policlastia – Una tipologia semiotica (Massimo Leone)
343
Al contrario, le immagini di ciò che resta, per esempio, dei nove
paesini francesi della Meuse distrutti nel 1916 durante la battaglia di
Verdun, una delle più catastrofiche della Prima Guerra Mondiale, e
mai più ricostruiti, propongono un tale livello di de–figurazione del
testo urbano e suggeriscono una tale rapidità del suo annientamento
che difficilmente potrebbero essere qualificati come “rovine”; ecco
un’immagine di ciò che resta della scuola del paesino di Fleury–
devant–Douaumont (Fig. 3).
E si consideri anche l’immagine seguente (Fig. 4).
In entrambi i casi, il testo del paesino è stato talmente de–figurato
da non consentirne una lessicalizzazione, come direbbero i semiotici:
un meta–testo verbale deve allora intervenire per far capire allo spettatore che si trova di fronte au village détruit de Fleury–Devant–
Douaumont, o di fronte alla scuola del paesino. In tali casi, il termine
“macerie” risulta forse più appropriato di quello di “rovine”, in quanto
si riferisce a un testo urbano la cui tessitura è stata talmente disfatta,
Figura 3. Ciò che resta del villaggio di Fleury–Devant–Douaumont.
344
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
talmente slabbrata, che il testo non esprime più alcun senso autonomo
ma può, tuttalpiù, con l’ausilio di un opportuno metatesto, narrare il
racconto della propria distruzione e fungere, così, meno da memoria
che da memento, meno da traccia nostalgica di un’umanità distrutta
che da monito contro un’umanità distruttrice.
Non è certo un caso se, man mano che ci si approssima alla contemporaneità, le città cancellate assumono la facies di macerie, piuttosto che quella di rovine. Da un lato è cambiata la struttura urbanistico–
architettonica delle città, dall’altro la tecnica ha messo a disposizione
dell’uomo strumenti sempre più efficaci per la cancellazione dei testi
urbani. Difficilmente i Macedoni di Alessandro Magno avrebbero potuto annientare Persepoli con la stessa efficacia evocata da Sebald, in
pagine insuperabili, a proposito del bombardamento alleato di Dresda
(Sebald, 1999). Nel passato, soltanto cataclismi naturali, come il celebre terremoto di Lisbona, erano in grado di azzerare le città, trasfor-
Figura 4. Ciò che resta della scuola del villaggio.
Policlastia – Una tipologia semiotica (Massimo Leone)
345
mandole in macerie ma anche in materia di ben note riflessioni filosofiche sui destini dell’umanità4.
Tanto le profezie catastrofiche quanto i resoconti del sopravvissuto,
siano essi il macabro spettacolo di Ludger Sylbaris o le lacrimæ rerum
di Verdun, condividono ciò che i semiotici definirebbero una comune
assiologia valoriale, nonché una simile patemizzazione: entrambi i tipi
di testi, infatti, proiettano una sorta di euforia sulla città prima della
sua cancellazione e attribuiscono, invece, una coloritura disforica agli
anti–soggetto che ne disintegrano l’armonia e il senso, siano essi una
popolazione aliena, un cataclisma improvviso o la potenza distruttiva
della macchina bellica.
Come si è detto, però, l’annientamento del senso di un testo urbano
può essere anche osservato e rappresentato secondo una prospettiva
diametralmente opposta, che in un certo senso parteggi a favore
dell’attante distruttore contro la città distrutta. Al pari della prima macro–categoria, quella che comprendeva profezie catastrofiche e resoconti del sopravvissuto, anche questa seconda può essere articolata in
diversi tipi di testi; due sembrano meritare una particolare attenzione;
li si potrebbe denominare “epopea di annichilimento” e “apologo del
nomade”.
5. L’epopea di annichilimento
Le epopee di annichilimento comprendono tutti quei testi, ma anche tutte quelle pratiche, che un popolo conquistatore enuncia al fine
di rappresentare l’azzeramento di un testo urbano, la completa cancellazione del suo senso. La cultura dell’antica Roma, per esempio, che
aveva messo a punto una serie di pratiche rituali molto precise per istituire il senso di una nuova città, simmetricamente ne prevedeva pure
alcune altrettanto codificate per destituire il senso di una città conquistata. Come scrive Rykwert, infatti, «al condottiero vittorioso non bastava radere al suolo o dare alle fiamme la città conquistata: doveva
anche distruggerla ritualmente, privandola della sua qualità istituzio-
4
Cfr. Dupuy, 2002; Virilio, 2005.
346
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
nale» (Rykwert, 1976 [1981]: 68). Nei Carmina di Orazio5 si trova un
riferimento poetico che indica quale fosse lo strumento simbolico di
tale destituzione del senso urbano: nel sedicesimo componimento del
primo libro dei Carmina, la palinodia ad amatam puellam, si legge:
irae Thyesten exitio gravi
stravere et altis urbibus ultimae
stetere causae, cur perirent
funditus inprimeretque muris
hostile aratrum exercitus insolens6.
È l’ira che spesso fa sì che le città antiche muoiano dalle fondamenta [“funditus”], e spinge l’esercito tracotante ad affondare l’aratro
ostile ove sorgevano le mura [“hostile aratrum exercitus insolens”].
Ancora più esplicito è il grammatico Servio7, il quale nel commentare il quarto libro dell’Eneide scrive quanto segue:
arandum videtur illud attingere moris antiqui, quod cum conderetur nova civitas, tauro et vacca, ita ut vacca esset interior, a magistratu muri designarentur. Nam ideo ad exaugurandas vel diruendas civitates aratrum adhibitum, ut eodem ritu, quo conditæ, subvertantur8.
Se nella cultura romana l’aratro era uno strumento simbolico fondamentale al fine di in–augurare una città, di tracciare la matrice profonda del suo senso, questo stesso strumento risultava altrettanto indispensabile per l’ex–augurazione della città, per la cancellazione radicale della sua esistenza. La logica che conduceva all’emergere di un
senso urbano dalla nuda terra era allora sovvertita (“subvertantur”) al
fine di significare lo sprofondare di questo stesso senso nel nulla.
Sempre in un commento all’Eneide, Macrobio 9 descrive un’altra
pratica che i Romani avrebbero seguito in vista dell’annientamento di
5
Venosa, 65 a.C. – Roma, 27 a.C.
Il testo latino è tratto da Quinto Orazio Flacco, Odes and Epodes, a cura di P. Shorey e G.J.
Laing, Benj. H. Sanborn & Co, Chicago 1919: I, 16: 17–21.
7
Servio Mario Onorato, fine del quarto secolo.
8
Il testo latino è tratto da Mauro Servio Onorato, In Vergilii carmina comentarii. Servii
Grammatici qui feruntur in Vergilii carmina commentarii, a cura di G. Thilo e H. Hagen, B.
G. Teubner, Lipzia, 1881: IV, 212.
9
Quarto–quinto secolo d.C.
6
Policlastia – Una tipologia semiotica (Massimo Leone)
347
una città; nell’undecesimo paragrafo del terzo libro dei Saturnalia
l’enciclopedico autore riporta per esteso, come esempio, il testo che
Scipione avrebbe enunciato prima della distruzione di Cartagine:
SI DEUS SI DEA EST CUI POPULUS CIVITASQUE CARTHAGINIENSIS EST
IN TUTELA, TEQUE MAXIME, ILLE QUI URBIS HUIUS POPULIQUE TUTELAM RECEPISTI, PRECOR VENERORQUE VENIAMQUE A VOBIS PETO UT
VOS POPULUM CIVITATEMQUE CARTHAGINIENSEM DESERATIS, LOCA
TEMPLA SACRA URBEMQUE EORUM RELINQUATIS ABSQUE HIS ABEATIS, EIQUE POPULO CIVITATI METUM FORMIDINEM OBLIVIONEM INICIATIS, PRODITIQUE ROMAM AD ME MEOSQUE VENIATIS, NOSTRAQUE
VOBIS LOCA TEMPLA SACRA URBS ACCEPTIOR PROBATIORQUE SIT,
MIHIQUE POPULOQUE ROMANO MILITIBUSQUE MEIS PRAEPOSITI SITIS
UT SCIAMUS INTELLIGAMUSQUE. SI ITA FECERITIS, VOVEO VOBIS
TEMPLA LUDOSQUE FACTURUM10.
Il testo è lungo ma la sostanza è semplice: che tu sia un dio o una
dea, che tutela Cartagine, noi Romani, che vogliamo distruggerla, ti
preghiamo di lasciare i templi, le case e gli altri luoghi di questa città e
di venire a Roma, dove troverai templi, case e altri luoghi sacri più
gradevoli. Se accetti la nostra proposta, ti promettiamo di costruirti
nuovi templi a Roma. Questa invocazione esprimeva l’idea che il senso della città emergesse dal legame con un sacro che non era possibile
estirpare, neppure attraverso il rituale ex–augurale dell’aratro. Tuttalpiù, era possibile operare ritualmente per un’evacuazione di questo sacro, per un suo spostamento verso Roma.
Alcune delle pratiche di policlastia appena descritte appartengono a
un’epopea di conquista peculiarmente romana, mentre altre sembrano
caratterizzarsi per una maggiore transculturalità. Appiano11, per esempio, proprio nel descrivere l’annientamento di Cartagine, nell’ottavo
libro della Storia romana racconta che, dopo che la città fu rasa al
10
Testo latino da Ambrosius Theodosius Macrobius, Saturnalia, a cura di L. von Jan, Gottfried Bass, Quedlinburg e Lipzia, 1852: III, 11.
11
Alessandria D’Egitto, 95–165.
348
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
suolo, imprecazioni furono indirizzate a chiunque avesse tentato di ricostruirla (Fig. 512).
Analogamente Strabone13 nel tredicesimo libro della Geografia, riferisce che Agamennone, al pari di Creso dopo la distruzione di Sirenê, scagliò una maledizione contro ogni potenziale ricostruttore di
Troia (Fig. 6)14.
In molti casi, infatti, l’annientamento della città prevede che se ne
cancelli non solo ogni traccia del passato e ogni senso presente, ma
anche che se ne scongiuri attraverso maledizioni rituali il potenziale
riemergere futuro. Pratiche di questo genere si trovano sostanzialmente in tutto il mondo antico. Per esempio, in un testo in ittita arcaico del
1300 a.C. Anitta, figlio di Pithana, re di Kuššara15, riporta la maledi-
Figura 5. Passo della Storia romana di Appiano.
12
Testo greco da Appiano, Storia romana, a cura di P. Goukowsky, Les Belles Lettres, Parigi, 2001: VIII, 135, 639.
13
Amasya (attuale Turchia), 63/64 a.C. – 24 d.C.
14
Testo greco da Strabone, Geografia, a cura di S. Radt, Vandenhoeck & Ruprecht, Gottinga, 2004: XIII, 1, 42.
15
Anatolia sud–orientale.
Policlastia – Una tipologia semiotica (Massimo Leone)
349
zione pronunciata dal padre dopo la conquista della città di Hattuša16:
“chiunque diverrà re dopo di me e tornerà a fondare Hattuša di nuovo,
possa la Tempesta che regna nei cieli colpirlo” “ne–pi–sa–as
D
IŠKUR–as ha–az–zi–e–et–tu” (Fig. 7)17.
Figura 6. Passo della Geografia di Strabone.
Figura 7. Passo della Proclamazione di Anitta.
16
Vicino all’odierna Boğazkale, Anatolia nord–orientale.
Trascrizione della proclamazione di Anitta dal cuneiforme ittita arcaico in E. Forrer
(1969) Geschichtliche texte aus Boghazköi, Otto Zeller, Osnabrück, 9 (2.BoTU.7.: pp. 49–51).
Traduzione italiana dell’autore a partire dalla versione tedesca di H. Otten (1951) Zu den Anfängen der heithitischen Geschichte, “Mitteilungen der Deutchen orient–gesellschaft”, 83: 33–71.
17
350
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
Si ritrova un testo analogo nel libro di Giosué 6, 26, che riporta la
maledizione scagliata da Giosué su Gerico dopo averla distrutta
(Fig. 8).
Maledetto davanti al Signore l’uomo che si alzerà e ricostruirà questa città di
Gerico! Sul suo primogenito ne getterà le fondamenta e sul figlio minore ne
erigerà le porte18!
Figura 8. Giosué, 6, 26.
Un’altra pratica che ricorre in molte epopee di conquista del mondo
antico consiste nel fatto di seminare il terreno della città rasa al suolo,
tipicamente con il sale, ma a volte anche con il crescione o con altre
specie vegetali. Giudici 9, 45, per esempio, racconta che (Fig. 9):
Abimelech combatté contro la città tutto quel giorno, la prese e uccise il popolo che vi si trovava; quindi distrusse la città e la cosparse di sale19.
Figura 9. Giudici, 9, 45.
18
19
Trad. TOB.
Trad. TOB.
Policlastia – Una tipologia semiotica (Massimo Leone)
351
Con la locuzione “e la cosparse di sale” la TOB italiana si rifà probabilmente al testo della vulgata “ita ut sal in ea dispergeret”, che però traduce metaforicamente l’originale ebraico “‫“[ ”ויזרעה מלח‬way–y
zrā،éha mélach”], reso più letteralmente dalla Settanta con la locuzione “έσπειρεν εις άλας”, “seminò di sale”. Perché dunque Abimelech seminò di sale le macerie della città distrutta? Le interpretazioni,
ovviamente, sono numerose e disparate. Solo per menzionare le più
recenti, Honeyman ritiene che il sale servisse ad essiccare il sangue
dei vinti, al fine di scongiurarne la vendetta (Honeyman, 1953). Più
convincente, però, la spiegazione di Gevirtz, il quale, grazie a un’attenta comparazione fra testi ittiti, canaaniti, greci e latini — che non vi
è spazio qui per sintetizzare — conclude che tale semina serviva a
consacrare a una divinità il terreno prima occupato dalla città distrutta
(Gevirtz, 1963, p. 59).
6. L’apologo del nomade
L’annientamento del senso di un testo urbano è osservato e rappresentato dall’esterno non solo nelle epopee di conquista ma anche, come si è accennato, in testi e racconti che, pur posizionando il proprio
punto di vista al di là dei confini della semiosfera urbana, non esprimono una logica di conquista bensì un diverso atteggiamento culturale
verso la città, qui denominato “apologo del nomade”. La tradizione testuale creatasi attorno all’episodio biblico della distruzione di Sodoma
è, a tal riguardo, esemplare. In questa circostanza non è possibile sviscerarla in tutte le sue articolazioni. È opportuno, però, ricordare il
modo in cui Agostino, nel sedicesimo libro della Città di Dio, interpreta questo episodio:
Dopo questa promessa e dopo che Lot era stato fatto uscire da Sodoma tutto
il territorio della città depravata fu incendiato da una pioggia di fuoco che
veniva dal cielo, perché in essa gli atti carnali fra maschi aveva introdotto un
costume più accreditato della liceità di quegli atti che le norme morali consentono20.
20
“Post hanc promissionem liberato de Sodomis Loth et veniente igneo imbre de caelo tota
illa regio impiae civitatis in cinerem versa est, ubi stupra in masculos in tantam consuetudinem
352
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
Agostino non fu il primo a spiegare la distruzione di Sodoma come
castigo divino contro l’omosessualità maschile e le pratiche sessuali
da essa diffuse nella città. Già nel Testamento di Levi, infatti, opera
pseudo–epigrafica redatta nella sua forma finale nel secondo secolo
a.C., la tradizione di Sodoma e Gomorra è usata esplicitamente per
condannare le relazioni sessuali d’Israele, sebbene non vi si faccia distinzione fra libertinismo e omosessualità (TLevi 14:1 – 15:4). D’altra
parte, è comunque a partire da Agostino che l’equazione fra annientamento di Sodoma e omosessualità si radica in profondità nella tradizione biblica, perlomeno in quella cristiana. Tuttavia, rileggendo i
passi della Bibbia che raccontano la visita dei tre uomini ad Abramo,
la sue domande su Sodoma, la maledizione di Dio sulla città, il modo
in cui Abramo ne testimonia la distruzione, l’episodio di Lot e le figlie
e gli sviluppi successivi di questa concatenazione narrativa (Genesi
18–19), ma soprattutto leggendo le interpretazioni di tale concatenazione nella letteratura ebraica antica, vi si può cogliere un’isotopia testuale trascurata da Agostino, una linea semantica che James Alfred
Loader ha efficacemente descritto come “an anti–urban tendency in
the story” (Loader, 1990, p. 38). Non vi è forse testo che la esprima
meglio di un passo del primo libro delle Antichità giudaiche di Flavio
Giuseppe21 (Fig. 10)22…
Figura 10. Passo da Antichità giudaiche di Flavio Giuseppe.
convaluerant, quantam leges solent aliorum factorum praebere licentiam”. Testo latino dell’edizione maurina confrontato con il Corpus Christianorum e traduzione a cura di D. Gentili, Città
Nuova Editrice, Roma, 1988: 528–529 [XV: 30].
21
37–100.
22
Testo greco da Flavius Josephus, Les Antiquités juives, edizione del testo originale e traduzione francese a cura di É. Nodet, Cerf, Parigi, 2005: 11.1 (194).
Policlastia – Una tipologia semiotica (Massimo Leone)
353
…la città di Sodoma fu annientata da una pioggia di fuoco perché i
suoi abitanti odiavano gli stranieri e ne abusavano sessualmente. Il
trattato Sanhedrin, quarto dei dieci che compongono l’ordine Nezikin,
sezione del Talmud babilonese23, è ancora più esplicito nell’affermare
che:
Gli uomini di Sodoma erano esaltati a causa della bontà sovrabbondante del
Signore. […] Essi dicevano: siccome la nostra terra ci fornisce pane a sufficienza, perché dovremmo lasciare entrare viaggiatori che vengono solo per
diminuire il nostro denaro? Che la nostra terra dimentichi che esiste un piede
di straniero24.
In sintesi, secondo la maggior parte dei testi della letteratura ebraica antica, la distruzione di Sodoma, e l’annientamento di tutti i Sodomiti, avvenne non a causa della loro omosessualità, bensì a causa di un
atteggiamento che, con un termine ideato da Lazarsfeld e Merton nel
1954 e ora nuovamente in voga nel dibattito intellettuale anglofono, si
potrebbe denominare omofilia (Lazarsfeld, Merton, 1954): un eccessivo amore per sé stessi e per i propri simili, e la conseguente incapacità
di ospitare il viaggiatore, di accogliere il nomade, di aprire al diverso i
confini della semiosfera urbana e del suo senso25.
Dopo questa scorribanda fra i secoli e le culture, sia lecito concludere col monito che le civiltà del passato sembrano trasmetterci: non
sono soltanto le invasioni di orde aliene che distruggono il senso di
una città, o i cataclismi improvvisi, timori ben presenti nell’immaginario contemporaneo. Il senso di un testo urbano si cancella anche
per mancanza di ospitalità, quando una città si ripiega su sé stessa e,
come l’antica Sodoma, non riesce a onorare la sacralità di un senso
sconosciuto e innovatore.
23
Trascritto intorno al V secolo dell’era cristiana.
Traduzione italiana dell’autore da The Babylonian Talmud, trad. inglese a cura di M.L.
Rodkinson, 20 voll., The Talmud Society, Boston: Nezekin, Sanhedrin, II parte (Haggada), vol.
VIII (XVI): 357.
25
Cfr. l’analoga interpretazione che della distruzione di Sodoma propone Michel Tournier in
Gaspar, Melchior et Baltazar, Gallimard, Parigi, 1980.
24
354
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
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PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
Parte VI
LA CITTÀ COME PROGETTO:
AZIONI, REAZIONI, INTERAZIONI
357
358
PARTE III – LA CITTÀ COME SIMBOLO
La città e il suo pubblico – Immagine prodotta e immagine
recepita. Il successo delle Olimpiadi Torino 2006
SERGIO SCAMUZZI*
The City and its Audience – Producing and Receiving the City’s Image. The Success
of Turin 2006 Olympics.
English abstract: Five concepts of city image are discussed: Lynch’s physical image,
Simmel’s spirit of metropoly, Pile’s phantasmagories, the cognitive and evaluative
perception of a city in an urban culture, Kotler’s image of a city as marketing strategy.
Their correlations and connections are discussed. Empirical evidence is taken from
the case of Turin and the 2006 Winter Olympic Games, a huge change of city image
from the above said five points of view.
Key–words: city image, urban culture, strategic planning, mega events.
1. Immagine della città: cinque definizioni
“Immagine” è un termine del linguaggio comune di alcuni ambiti
professionali, piuttosto vago se ci riferiamo al suo uso traslato, il cui
significato preciso è lasciato per lo più all’intuizione e al contesto.
Codificazioni disciplinari sono state tentate ma nessuna ha raggiunto
una larga condivisione, anche per la varietà dei campi di applicazione.
I termini vaghi, necessariamente osteggiati da ogni sapere scientifico
quanto ricercati in sede di produzione artistica, hanno però anche
qualche virtù quando agli inizi di una ricerca catturano, anche solo intuitivamente, la multidimensionalità di un fenomeno da analizzare. È
il caso della “immagine della città”. Per un discorso sociologico, interessato perciò all’immagine come componente di azione e relazione
sociale, sono rilevanti almeno cinque accezioni che colgono aspetti di*
Università di Torino.
359
360
PARTE IV – LA CITTÀ COME PROGETTO
stinti ma collegati tra loro del fenomeno. L’analisi di qualsiasi caso
concreto di trasformazione dell’immagine della città, comunque definita, ci mostra proprio un fenomeno così complesso, per descrivere e
spiegare il quale nessuna definizione è autosufficiente e anzi i fenomeni cui si riferisce ogni concetto definito tendono a intrecciarsi. Il
caso torinese in occasione della Olimpiadi che sarà esaminato è un laboratorio di questa complessità.
Il significato più vicino all’uso proprio del termine è l’immagine fisica della città quale può essere percepita da chi la percorre e la guarda e in qualche misura e occasione è stata pianificata da architetti e
urbanisti. Il fatto stesso che derivi da una composizione di oggetti
(vie, edifici…) visibile e fruibile in modi diversi da soggetti differenti
e non da un singolo oggetto fisico rende già il termine un traslato. A
distanza di parecchi anni dalla sua formulazione il riferimento al modello analitico proposto da Lynch (1960) resta il più utile e citato. Ricordiamo che esso nacque da un’esigenza di valutare la leggibilità di
città in profonda trasformazione negli anni Cinquanta negli Stati Uniti,
intesa come la capacità della gente comune di capire la disposizione
spaziale (layout) di un luogo. Il questionario che egli somministrava
per cogliere le mappe mentali dei residenti comprendeva cinque voci:
path, districts, edges, nodes, landmarks, ossia strade e aree omogenee
famigliari, confini, centri di attrazione in cui entrare, punti di riferimento. Qualcuno successivamente vide in questo approccio psicoculturale la fine del modernismo (l’idea di città macchina funzionale con
cui l’homo oeconomicus moderno si immedesima grazie alla sua razionalità che accomuna progettista e fruitore) e l’inizio del postmodernismo (la città testo da interpretare che il progettista offre a più interpretazioni e fruizioni).
Si tratta di una forzatura che falsa l’impostazione empirista di
Lynch ma certamente di qui bisogna passare ove si voglia tradurre in
operazioni di ricerca le influenti suggestioni di Simmel (1903) sulla
città vista come fenomeno culturale, segno esemplare della modernità
per l’immagine che luoghi come le strade di Berlino e di Parigi
all’inizio del Novecento offrivano al passante: un flusso di esperienze;
un vissuto di autonomia individuale sconosciuti alla comunità tradizionale che fissa e ritualizza l’esperienza dell’altro e le identità e ne
controlla dall’intimo e dall’esterno l’azione; un’organizzazione dei
La città e il suo pubblico (Sergio Scamuzzi)
361
tempi delle sue attività. La città colpisce anzitutto i sensi, e col sovraccarico dei suoi stimoli, il movimento, suscita l’indifferenza (blasé) del flaneur. L’immagine della città si connota così non solo come
percezione cognitiva di elementi ma anche come metafora culturale e
compare l’emozione a suo supporto. L’attenzione della letteratura alla
città nell’Ottocento e nel Novecento sviluppa ampiamente questo rapporto tra aspetti cognitivi ed emotivi, coglie i segni della città, in romanzi e novelle ambientate in città, la città come segno di altro, metafora della modernità o di altro, quando la città diventa in qualche modo protagonista, oggetto principale di narrazione e di invenzione.
Una dimensione più profonda dell’immagine della città, socio–
psicanalitica, è colta dalla sua definizione come fantasmagoria che
Piles (2005) deriva in parte da Benjamin. La dimensione è solamente
emozionale e un “lavoro onirico” sulla città fa emergere, per dislocazione e condensazione, come già nell’Interpretazione dei sogni freudiana, anche il rimosso. La retorica del sogno è spesso applicata anche alle città, le città suscitano emozioni e, specie per il turista, sono
paragonabili a un sogno da cui svegliarsi al ritorno. Tra i rimossi che
possono comporre questa immagine emotiva della città Pile tipizza la
magia, il sangue e l’occulto, i fantasmi, oltre al sogno stesso, in
un’analisi che sviluppa a fondo le implicazioni conoscitive di questa
metafora.
Non codificato da alcun autore ma ampiamente praticato nella ricerca sociologica è un concetto più neutro di immagine della città come rappresentazione sociale di un luogo, sedimentata nella sua cultura locale. Nella sua forma più forte esprime l’identità di una comunità
locale, condivisa e tramandata dai suoi membri: in questo caso è un
modello cognitivo e valutativo tradizionale. In forme più rilassate e
moderne è più semplicemente una definizione sociale, più o meno largamente condivisa, di un luogo, soggetta agli agenti di continuità e di
trasformazione di ogni definizione sociale: socializzazione, comunicazione, stereotipizzazione nella interazione sociale, riduzione di dissonanze cognitive rispetto all’esperienza, profezia che si autoadempie, e
altri ancora, capace di orientare le scelte di chi la condivide, il rapporto delle persone residenti o esterne con la città stessa. La cassetta degli
attrezzi della sociologia dei processi culturali viene applicata a questo
come a tanti altri campi.
362
PARTE IV – LA CITTÀ COME PROGETTO
Le pratiche di marketing del territorio, in via di impetuosa diffusione a partire dagli anni Novanta in tutto il mondo, hanno tra i loro
strumenti la manipolazione di questa immagine mediante la comunicazione istituzionale delle città e pervengono a una definizione leggermente diversa, specie dello stesso genere però, dell’immagine della
città, integralmente e radicalmente moderna, in quanto risultante da un
calcolo razionale in cui anche l’aspetto tradizionale è recuperato solo
in quanto funzionale ad esso (per conferire credibilità al risultato).
L’immagine è un progetto riflessivo e strategico di più soggetti aventi
interesse a una forma di valorizzazione del territorio (èlites politiche
ed economiche locali impegnati in politiche di sviluppo nel contesto di
mercati internazionali). L’attenzione alla comunicazione nella disciplina del marketing strategico cresce con l’attenzione a consumatori
che non scelgono più solo prodotti standardizzati in base al prezzo ma
prodotti individualizzati in base al loro valore simbolico e ha trovato
nel prodotto “territorio” (place) una sfida di notevole complessità
(Kotler, 1999; Caroli, 2006). L’immagine della città come sistema territoriale della sua offerta specifica è confezionata con l’obiettivo di essere percepita da un pubblico definito grazie all’impiego di strumenti
vari della comunicazione (pubblicità, propaganda, marketing diretto,
pubbliche relazioni e altri) e comprende aspetti cognitivi (informazione) ed emotivi–valutativi (simboli che promettono esperienze gratificanti e socialmente desiderabili). I requisiti del suo successo — essere
semplice, distintiva, affascinante, credibile — bene riflettono, con un
po’ dell’inevitabile riduttivismo della pratica e delle tecniche di indagine empirica che ad essa è funzionale, tratti compresi con più ampia e
fine elaborazione anche dalle altre quattro definizioni.
2. L’immagine della città nel contesto della competizione globale
La quinta accezione di immagine appena citata nasce dal contesto
sociale che ha oggi riportato alla ribalta il tema tutto della immagine
della città, non a caso un contesto di nuova trasformazione come già
lo furono quelli retrostanti alle precedenti riflessioni di Simmel, Benjamin, Lynch: le metropoli industriali di fine ottocento e degli anni di
ripresa economica del secondo dopoguerra.
La città e il suo pubblico (Sergio Scamuzzi)
363
Alcuni tratti di questo contesto giustificano l’urgenza di un’immagine progettata e ne valorizzano le componenti culturali ed emotive oltre a quelle cognitive, rovesciano inoltre l’attenzione dalla comunità
locale e dai fruitori dell’arte a pubblici esterni ad essa, pur senza eliderla, ed eterogenei.
L’urgenza di un’immagine per la città deriva dalla necessità di
“vendere” il territorio, un prodotto “senza prezzo” o con prezzi diversi
delle sue numerose componenti creati dalla globalizzazione dei mercati che delocalizza e rende mobili risorse, informando gli aquirenti e
valorizzando ai loro “occhi”, cioè comunicando, le caratteristiche che
rendono conveniente o gratificante un’allocazione delle suddette risorse (Giddens, 1990). Nella società tradizionale e nella prima modernità
uno sviluppo endogeno basato su risorse radicate (o stabilmente appropriate con una conquista altrove manu militari o un’immigrazione)
non richiedeva questa attività. I territori divengono come porti in cui
attirare navi per un ancoraggio provvisorio: turisti o investimenti o
manodopera qualificata (o trattenere residenti utili) in un’economia
che scambia e mobilizza attività economiche e lavoratori. La città può
diventare un brand che fa da ombrello comunicativo alle sue componenti. La sua immagine si culturalizza per superare il sovraccarico di
informazione (o l’informazione dannosa) dell’operatore economico ed
eventuali indifferenze di costi–benefici materiali; incide su emozioni
per rovesciare aspettative negative o inesistenti, e così fissare nel tempo un’immagine nuova, con una strategia di comunicazione istituzionale e varie tattiche di comunicazione di “prodotti” specifici della città. Tra i mezzi emerge per la sua particolare diffusione e potenza
l’organizzazione di un grande evento di portata internazionale, in grado di trasporre aspetti della sua immagine sulla città (Guala, 2007;
Roche, 2006) e fissarne la percezione. Emergono anche le politiche
culturali locali che producono anch’esse eventi in continuazione e per
definizione agiscono direttamente sulla sfera della rappresentazione
collettiva della realtà con la comunicazione della cultura materiale
(beni culturali classicamente intesi) e della cultura immateriale. Si
ampliano nel contempo i destinatari di cui l’immagine progettata cerca
la percezione: consumatori provenienti da altrove (questo sono i turisti), imprese, investitori, lavoratori qualificati, a loro volta ulteriormente segmentati secondo il possibile “interesse” a fruire la città o
364
PARTE IV – LA CITTÀ COME PROGETTO
collaborare alla sua promozione e quindi le preferenze e i modelli culturali. Conoscenza e cultura sono veicolate dall’immagine della città.
Nel processo sono coinvolti non solo segni e simboli ma anche oggetti
che assumono valore di segni e simboli, di metafore; sono voluti e
progettati in quanto tali: tornano in scena le architetture e l’immagine
fisica della città (dai contenitori dei beni culturali ai nuovi grattacieli
ai centri storici rivitalizzati). Una testualità intenzionale così si espande e trionfa. A monte, più soggetti sociali eterogenei cooperano (e talora confliggono anche) a progettare e diffondere questa immagine e
la città stessa come testo e immagine. Accanto a un processo per così
dire spontaneo di riproduzione culturale, l’unico nella comunità locale
tradizionale o di prima modernità, si sviluppano processi economico–
organizzativi finalizzati di produzione culturale con traduttori e gatekeeper vari: autori intellettuali e creativi, dirigenti delle amministrazioni, élite dei media, élite politica ed élite economica locale. Questo
pluralismo li rende complicati e non del tutto prevedibili, come notano
con qualche rammarico gli studiosi di marketing che fanno il confronto con la produzione di immagine aziendale, resa tanto più semplice
dalla gearchia e dalla proprietà che unificano obiettivi e cultura. La
produzione culturale di un’immagine diventa efficace in queste condizioni, se fa parte di un processo politico di produzione di consenso tra
questi soggetti a monte e se viene poi verificata a valle la corrispondenza delle attese nella percezione effettiva della popolazione interessata e infine nel suo comportamento, suscitando correzioni. Tutti questi processi possono fallire ad ogni momento o quantomeno produrre
molto rumore.
I processi suddetti non sono per loro natura routinari, anzi la routinizzazione è una delle sfide che debbono affrontare. Come e più di altri processi di innovazione sociale, hanno una forte connotazione carismatica: leadership dei promotori della nuova immagine in sede politica ed economica, creatività nella proposta di nuovi schemi cognitivi
e valutazioni, talora anche di nuove forme di comunicazione, adesione
richiesta da parte del pubblico su base emotiva e non solo razionale,
rottura della ordinarietà, di quanto si dà irriflessivamente per scontato.
La ridefinizione della immagine di una città nel contesto di globalizzazione evocato assume i connotati di una vera e propria mobilitazione sociale e politica: il contesto costituisce la sfida esterna che un “ap-
La città e il suo pubblico (Sergio Scamuzzi)
365
puntamento” con un evento o megaevento, in cui si riconosce
un’opportunità, dotato di una sua periodicità, vincola nel tempo le decisioni necessarie, le decisioni costituiscono una strategia aggressiva
nei confronti del passato, dell’ambiente, perfino di taluni gruppi sociali in qualche caso, nel processo o nell’insieme dei processi di produzione culturale e di consenso attivati emergono norme nuove a coordinare l’azione collettiva e si diffondono, non senza ritardi e conflitti
nuove definizioni che rappresentano la realtà agli attori: diagnosi e visioni della città e dei suoi problemi, immagini che ne esprimono il
progetto. Risorse umane ed economiche si mobilizzano.
Le mobilitazioni seguono un loro ciclo temporale e lasciano un’eredità istituzionalizzata, seguendo il ben noto schema weberiano, che
routinizza la spinta iniziale: le chiese sono state maestre della quotidianizzazione del carisma dei loro fondatori in riti periodici presieduti
da funzionari deputati. Qualcosa di simile succede con la produzione
d’immagine della città affidata ad eventi: eventi minori ricorrenti dopo
quello “fondativi” della nuova immagine devono confermarla e rafforzarla e mantenere una sorta di mobilitazione permanente. Il contesto
culturale ed economico della modernità avanzata lo richiede perchè estremamente labile, ‘liquido’ per usare la fortunata metafora di Bauman, e competitivo. Si rende necessaria un’incessante funzione di
reincantamento, non diversa da quella delle cattedrali del consumo
studiate da Ritzer. La dinamica culturale della innovazione diventa sinergica con una dinamica politico amministrativa che alcuni politologi
tedeschi battezzarono con parola appropriata Festivalisierung der Stadtpolitik, festivalizzazione delle politiche delle città (1993).
Che un processo così complicato avvenga e si ripeta è problematico, non scontato. Ma non ne tratteremo delle ragioni in questa sede. Ci
soffermiamo invece sul pluralismo autoriale ed editoriale del processo
di produzione culturale e su come una nuova immagine viene recepita
ed entra a far parte di una eredità immateriale dell’evento.
3. Produzione e ricezione dell’immagine di una città
L’immagine di una città nasce, nei suoi contenuti, dal concorso di
più fattori e di più agenti sociali. Anzitutto dalla tradizione, intesa co-
366
PARTE IV – LA CITTÀ COME PROGETTO
me eredità assicurata di routine e trasmessa come identità della comunità locale. Le sfide della modernità creano i difensori della tradizione
che a loro volta ne diventano produttori e inventori nei contesti riflessivi di tarda modernità, con esiti “fondamentalisti”. L’immagine della
città che esprime questa identità può diventare perciò oggetto di conflitto culturale elaborato da figure intellettuali, del mondo accademico
o dei media, figure che possono far riferimento ad altri soggetti collettivi della città, e non solo patrimonio differenziato per generazioni
della popolazione dei residenti o di altre popolazioni esterne cui si
suppone la città possa essere nota. Il conflitto per sua logica crea immagini antitetiche e irriducibili l’una all’altra, lungo qualche variante
contenutistica dell’asse modernità/tradizione o modernità industriale/postmodernità. Ed espone la popolazione a proposte diverse.
L’elaborazione di una nuova immagine della città a fini strategici può
rientrare in questa logica antitetica o sottrarsi ad essa in parte, come
suggeriscono alcuni casi di successo (e le raccomandazioni di alcuni
consulenti di marketing), sfruttando elementi selettivi della tradizione
come fonti di credibilità e validità della nuova immagine. Le proposte
veicolate dai media, risultanti dal conflitto culturale anzidetto, si aggiungono a quelle depositate dai più lenti meccanismi e agenti della
socializzazione e della interazione quotidiana. In questo modo, un po’
niccianamente, una società sceglie il suo passato per avere un futuro.
Ogni membro della popolazione dispone anche di una propria capacità di elaborazione a partire dall’esperienza diretta della quale una
componente notevole è l’immagine fisica della città, culturalizzata dal
ricordo del suo vissuto quotidiano. Ma sempre più spesso anche tale
immagine è progettata e costruita con attenzione alle valenze simboliche, estese ben al di là della storica attenzione dell’architettura a comunicare il potere alla sfere del tempo libero e della organizzazione
del lavoro. Gli architetti, e in genere le opere dell’edilizia e dell’urbanistica, si aggiungono con la potenza e permanenza del loro segno al
processo di produzione della immagine e ai relativi conflitti.
Al termine del processo però quello che conta, ai fini del rapporto
con la città di residenti ed esterni, è l’immagine recepita e quindi
l’elaborazione che nella mente della popolazione viene svolta dei numerosi messaggi prodotti e offerti che entra a fare parte del senso comune dei diversi gruppi e fin di loro singoli membri in posizione di
La città e il suo pubblico (Sergio Scamuzzi)
367
leadership in grado di esercitare influenza. Qui entrano in gioco come
possibili fonti di variazione della immagine le classiche segmentazioni
per età, genere, istruzione, le più complesse combinazioni di valori e
propensione al consumo che costituiscono gli stili di vita, le ancora
più complesse dotazioni di capitale sociale e culturale che costituiscono gli habitus. Questi fattori dotati di una certa stabilità nel tempo,
producono a loro volta “gusti appresi”, cioè preferenze di fondo dotate
di qualche durata, ma all’opposto non vanno ignorati le ben più labili
congiunture dei climi di opinione creati dai media, le emozioni contingenti suscitate da fantasmagorie, i calcoli razionali, perciò mutevoli
secondo le circostanze, per ridurre possibili dissonanze cognitive da
parte dei soggetti, e altri fattori congiunturali ancora.
La ricezione inoltre avviene per due vie diverse: il meccanismo della percezione diretta dell’oggetto città, nel quale la popolazione dei residenti e dei visitatori se lo rappresenta e ne seleziona una memoria
che comunica ad altri soggetti; il meccanismo della rappresentazione
in assenza dell’oggetto reale, necessariamente mediata da altri o dai
grandi media. Per popolazioni diverse dai residenti o visitatori, che però sono esattamente quelli che l’immagine strategica deve attirare. È
un errore considerare solo il risultato del secondo meccanismo “immagine della città”, poiché per molte ragioni essa risulta da entrambi
insieme: il passaparola di chi ha avuto esperienza diretta si integra con
la rappresentazione mediatica e ne condiziona il recepimento e gli effetti, in positivo come in negativo; i residenti sono anch’essi esposti ai
media e la distinzione tra una comunicazione esterna o interna della
città può venire meno, se i media sono gli stessi. In queste circostanze
il valore di verità dell’immagine (credibilità, validità) viene messo alla
prova. In questo movimento tra esperienza diretta e rappresentazione
mediatica, in una parola nella ricezione, non possiamo aspettarci una
trasposizione di contenuti troppo meccanica: non solo perché come
già accennato, la ricezione non è passiva e perciò univoca ma resa variabile da molteplici caratteristiche soggettive dei recettori, risvolto
sociologico della ben nota teoria semiotica del lettore–coautore, ma
anche perché una “selezione” avviene ad ogni passo del complesso
circuito ermeneutico che si crea tra i produttori dell’immagine (intellettuali, media e altri innanzi citati), tra le varie popolazioni di recettori quando interagiscono, tra i primi e i secondi. La somma è la riflessi-
368
PARTE IV – LA CITTÀ COME PROGETTO
vità della società moderna che si autodefinisce e autoprogetta. In questo circolo ermeneutico si creano intertestualità tra i testi prodotti dalla
città fisica, i testi della tradizione comunitaria e della sua eventuale
memoria reinventata, i testi della immagine strategicamente progettata. E linguaggi diversi trovano traduzioni, in particolare le immagini e
le parole.
Ricostruire un processo così complicato richiede una varietà di fonti e approcci disciplinari. Percorreremo solo un tratto di strada con un
approccio sociologico alla ricezione nella popolazione dalla quale però si dipartono altri fili di analisi che saranno di volta in volta almeno
suggeriti.
4. Il caso Torino 2006
Analizzare l’immagine di una città nel momento culminante del
suo cambiamento consente di vedere all’opera molti dei meccanismi
enunciati in precedenza: questo è stato il caso di Torino in occasione
delle Olimpiadi invernali del 2006.
Torino per l’Italia è stata quasi un archetipo di città industriale e la
sua deindustrializzazione a partire dagli anni Ottanta, con un fulcro
nella ristrutturazione della Fiat, è stata analoga per severità a tanti altri
casi europei, dalla Ruhr a Glasgow, da Bilbao a Barcellona, e ai grandi porti come Genova e Rotterdam, per citare solo alcuni esempi. Tali
circostanze hanno reso necessari in tutte queste città una forte strategia
di riconversione delle imprese e di rimodellazione della città e della
sua immagine da parte della politica locale. Le Olimpiadi invernali del
2006 sono state colte come una opportunità per accelerare e intensificare questo cambiamento perchè sono un tipo di evento in grado di
proiettare sul piano internazionale una nuova immagine e di fornire risorse e scadenze certe per grandi opere. Sia la preparazione e l’esito
dei giochi sia l’insieme della trasformazione, iniziata ben prima, sono
state attentamente monitorate da vari enti tra cui l’università che hanno prodotto fonti utili anche sul nostro tema1. Questo monitoraggio è
1
Cfr. www.creo.it.
La città e il suo pubblico (Sergio Scamuzzi)
369
anche indice di una riflessività del processo e della sua radicale modernità, meno accentuata in altre città anche vicine come Milano.
L’immagine tradizionale della città era molto forte e consolidata da
una lunga storia sociale; nel dopoguerra anche presso le élites e il
grande pubblico internazionali, grazie alla notorietà di Giovanni Agnelli e della Fiat, primo produttore nazionale di automobili e multinazionale con vari stabilimenti all’estero. Torino città della Fiat, città
e fabbrica fordiste per eccellenza. La cultura industriale che esprimeva
questa immagine accomunava molti tipi di soggetti sociali, almeno nel
suo nucleo: élite economiche e politiche locali, nazionali, estere, intellettuali, lavoratori e immigrati. Era egemone sia nella classe dirigente,
borghese e politica governativa, sia nel movimento operaio: per
quest’ultimo diventava anche “città laboratorio” del conflitto industriale e della lotta di classe in Italia, mentre per la cultura d’impresa
era la “città della Fiat”. Ma era ben presente anche nelle più povere elaborazioni degli immigrati del sud, per lo più poco istruiti: fabbrica e
dormitorio, ma meta di benessere. Il lavoro organizzato era l’agente
riproduttore principale di questa immagine che non aveva bisogno di
pratiche di comunicazione finalizzata. Anche la memoria sabauda e
resistenziale trovavano in esso un agente riproduttore. La città fisica
faceva il resto con l’orgoglioso grigiore dei suoi edifici, moderni e storici, la viabilità e i ritmi scanditi dall’orologio della fabbrica. Un’importante cultura, umanistica e scientifica, e un’industria culturale di rilievo non solo nazionale si sviluppavano nella città ma, animate com’erano da temi e valori universalistici, non avevano tra le loro preoccupazioni di fornire ulteriori connotazioni specifiche alla sua immagine, al di là di uno spirito borghese, ordine razionale e riservatezza. La
connotazione, anche forte, derivava come una conseguenza non intenzionale. Così dire che Torino è la città di Primo Levi e di Einaudi non
significava solo dare un luogo geografico a un autore e a una casa editrice. L’intero meccanismo di produzione di immagine era endogeno e
irriflesso, identitario e non strategico, costituito da contenuti prevalentemente cognitivi e valoriali, con elementi di pathos limitati alla meta
di benessere per gli immigrati e di sogno confinati ad un rimosso di
città magica relegato nella cultura popolare di gusto non legittimo.
Tale forza e complessità della tradizione dà una misura della radicalità e difficoltà del cambiamento dell’immagine, motivo perciò an-
370
PARTE IV – LA CITTÀ COME PROGETTO
che di conflitti culturali significativi nelle élites intellettuali, politiche,
professionali della città suscitati dalle nuove proposte. Tanto più forte
(e utile a fini anche interni) ha dovuto essere, ed è stato, l’impatto
dell’evento olimpico per la svolta.
Le nuove proposte si sono formate anzitutto come immagine fisica
della città (Rossi, Durbiano, 2006) con il restauro del centro storico e
la sua parziale pedonalizzazione, prodromo in tempi precedenti la riverniciatura dei suoi numerosi edifici barocchi con un criterio filologico, che li ha resi bianchi o rosso mattone e non più grigi o ingrigiti,
e la creazione o valorizzazione di importanti musei e gallerie,
un’importante riassetto con nuova edilizia e riusi dell’asse centrale
della città prima occupato da stabilimenti e ferrovie, alcune minori
opere migliorative degli accessi alla città. Protagoniste dell’operazione
sono state un’amministrazione locale con forti discontinuità con le
precedenti (coalizione, uomini e professionalità pregresse), una dirigenza economica e alcuni intellettuali chiaramente orientati al postfordismo, reti sociali tra queste componenti dell’élite. Una comunicazione incessante di slogan, “Torino non sta mai ferma” (rovesciamento del tradizionale bogia nen) il più usato, noto e gradito dalla popolazione, e alcuni altri e di immagine (Torino internazionale, città
della conoscenza e della cultura come obiettivi ed eponimi del piano
strategico, manifestazioni culturali a cominciare dalla illuminazione
della città con figure al neon prodotte da noti artisti) è svolta dai soggetti anzidetti negli anni, pur tra ricorrenti polemiche contro gli sprechi culturali e per la pretesa negazione delle radici.
Una parte significativa della comunicazione della città per le Olimpiadi (Martina, 2006) sottolinea riferimenti urbani fisici: file di banner
definiscono percorsi nella città, i siti olimpici e la Medal Plaza nella
piazza centrale del centro storico come nodi in cui entrare, nuovi simboli di riferimento principale tra i quali un grande arco, baricecentrico
ai principali stadi e luoghi di gara nell’area di nuovo sviluppo/riuso
dello stabilimento del Lingotto, divenuto centro commerciale, le residenze olimpiche creano aree omogenee nuove, le case delle nazioni
principali come ulteriori nodi e riferimenti. È una vera riscrittura della
città con una sorta di evidenziatore (arancione, colore di attività). La
folla di residenti e visitatori che si è aggirata nella città nei giorni delle
Olimpiadi ha letto questo testo. Come vedremo oltre, lo ha recepito.
La città e il suo pubblico (Sergio Scamuzzi)
371
Un’altra leva importante di questa strategia che ha mirato a comunicare congiuntamente città e Olimpiadi — un connubio sempre più
frequente nella storia delle Olimpiadi (Gold, Gold, 2006) — è stata
l’emozione e il lavoro su essa e sul sogno. Tre i mezzi di più largo impatto impiegati: lo slogan fondamentale, ripetuto e mostrato ovunque,
che lo tematizzava: “Passion lives here”; le premiazioni trasformate
in spettacolo e spostate dai luoghi di gara alla piazza centrale del centro storico della città entro un palcoscenico apposito dove avvenivano
anche spettacoli musicali veri e propri; le notti bianche in cui la popolazione era coinvolta massicciamente in un passage collettivo tra case
delle nazioni, luoghi degli spettacoli (incluse sedi teatrali tradizionali e
premiazioni), spettacoli di strada, visite notturne a musei, stand degli
sponsor in una vera e propria fantasmagoria nell’area del centro storico, con propaggini sui siti urbani che ospitavano manifestazioni più
ampie, tra l’alfa e l’omega delle partecipatissime cerimonie d’apertura
e chiusura dei giochi allo stadio olimpico.
Figura 1. Il grande arco olimpico del Lingotto.
372
PARTE IV – LA CITTÀ COME PROGETTO
La terza leva importante sono stati i rapporti con le testate giornalistiche e i grandi broadcaster presenti alle Olimpiadi, gestiti anche con
strutture parallele e complementari a quelle strettamente olimpiche, ai
quali è stato rivolto, tramite i materiali e le opportunità d’uso in queste
occasioni, il messaggio della nuova identità che la città è andata creandosi nel tempo. L’esito è stato molto positivo, specie per emittenti
televisive e stampa straniera e per i periodici italiani, ricchi
d’informazione su elementi della nuova identità e immagine della città, mentre i quotidiani italiani sono stati condizionati da una retorica di
preliminare demolizione di stereotipi forti dell’immagine tradizionale
e la Rai da veti politici e incomprensioni culturali nei confronti della
città e del nesso tra cultura e sport che caratterizza l’evento olimpico
(Bondonio et al., 2007, Cap. 2): un caso evidente di selettività in un
processo complesso di produzione culturale ed ermeneutica collettiva
tra più attori.
Figura 2. Una notte bianca a Torino durante le Olimpiadi invernali del 2006.
La città e il suo pubblico (Sergio Scamuzzi)
373
Com’è stata recepita questa offerta? (dettagli in Bondonio et al.,
2007, Cap. 1). L’esperienza urbana diretta dei torinesi è stata molto intensa e partecipata. Dal monitoraggio i residenti risultano aver seguito
nel 17% di persona i giochi ma ben più ampio è stato il coinvolgimento nelle manifestazioni delle Olimpiadi della cultura e maggioritaria
l’esperienza delle notti bianche (c’erano almeno una volta il 67% dei
torinesi maggiorenni). Anche la desiderabilità sociale elevata raggiunta da questi comportamenti,che potrebbe aver gonfiato un po’ i dati,
prova un’esperienza diffusa, intensa e positiva dell’immagine urbana
trasmessa con le Olimpiadi. Un’esperienza che ha lasciato un grado di
soddisfazione elevatissimo della popolazione, destinato ad associarsi
all’immagine sperimentata. Il che ha cambiato aspettative e comportamenti nella fruizione stessa della città: l’88% vorrebbe vedere nuove
mostre e locali aperti anche la sera, al 17% è già capitato di non trovare posto in qualcuna delle offerte culturali post–olimpiche, necessariamente meno estese. Ma la cosa più importante è che l’esperienza —
congiunzione d’immagine creata dall’evento e immagine fisica della
città — ha cambiato durevolmente qualcosa nel modo di passare il
tempo libero per un terzo degli intervistati e ha persino avuto qualche
riflesso nel modo di lavorare per altrettanti, stando alle loro dichiarazioni. Anche l’effetto dimostrativo del più efficiente e potenziato funzionamento dei trasporti pubblici durante i giochi è stato significativo
nel creare aspettative per dopo.
Un confronto puntuale è possibile tra il 2002 e il 2007, prima e ultima survey di monitoraggio: da un’immagine contingente di caos,
cantieri e lavori e caratterizzata nel fondo e in continuità con altre indagini del passato da Mole, Fiat, città industriale, Juventus, con valutazioni poco lusinghieri come quelle di città sporca,angusta e in crisi
all’immagine di una bella città viva e dinamica, che esprime movimento, speranza, cambiamento, di cui si menzionano nuovi simboli
come Palazzo Madama, Lingotto, Palavela. Anche per il suo futuro
piace lo slogan “Torino non sta mai ferma – Turin always on the move” e si conferma il successo dello slogan olimpico che sottolinea la
passione. Ne nasce un’importante eredità immateriale: fiducia e adesione della comunità locale al cambiamento strategico d’immagine
che si esprime nella conferma di un consenso plebiscitario alle Olimpiadi che si era manifestato fin dagli inizi, dell’orgoglio per la candi-
374
PARTE IV – LA CITTÀ COME PROGETTO
datura vinta del 70% dei torinesi, della fiducia nella direzione del
cambiamento, non solo città industriale ‘ma anche’ città di turismo e
di cultura condivisa dai due terzi dei torinesi.
La città è stata esperita anche da stranieri che si sono mescolati al
pubblico dei residenti. Un sondaggio on line compiuto presso i numerosi ospiti degli sponsor restituisce il loro entusiasmo. Non è solo questione che la festa sia riuscita: parole evocanti sogno e magia descrivono il vissuto durante l’evento. Ma a questo target particolare ed esigente la città è piaciuta in quanto tale, nelle sue architetture e percorsi
urbani. L’immagine fisica nuova è quindi passata. E con essa elementi
di una fantasmagoria.
Infine l’immagine mediata della città, non risultante dall’esperienza
diretta, è stata recepita sia da cittadini stranieri sia da cittadini Italiani.
In estrema sintesi, come risulta da un sondaggio internazionale compiuto un anno dopo le Olimpiadi, i francesi, i tedeschi e gli inglesi si
rappresentano Torino come una città d’arte e di cultura che organizza
eventi e offre qualità della vita, paragonabile a Barcellona, Francoforte, Amsterdam ma non lontana dalle grandi capitali europee.
Per gli italiani, non residenti a Torino, il cambiamento è altrettanto
radicale che per gli altri pubblici: mentre inchieste passate restituivano
fino a dieci anni addietro anni fa (Scamuzzi et al., 2001) Mole, Fiat,
Juventus e grigiore, un’inchiesta successiva alle Olimpiadi restituisce
glamour, capacità organizzative e lavorative, città bella e visibile, apprezzamento per opere realizzate, una città d’arte e cultura oltre che
d’industria.
Lo stereotipo negativo è stato superato e la costruzione strategica di
una nuova immagine è stata recepita. Ma c’è di più. Il successo di
questa comunicazione s’innesca su di un cambiamento più profondo
della opinione pubblica che ovunque, non solo nella città olimpica,
sembra abbandonare una visione tradizionale e comunitaria della identità dei luoghi e della immagine che la esprime. Una ricerca sull’intera
regione piemontese, anche nelle sue parti non direttamente esposte alla esperienza olimpica ma ormai soggette da tempo a varie politiche
locali di valorizzazione, oltre che nella città torinese, mostra la diffusione di una identità ridefinita anche strategicamente come immagine
dalle comunità locali grandi e piccole (Allasino et al., 2007, Cap. 5). Il
futuro delle comunità è visto nell’arte, nei prodotti locali, nella natura
La città e il suo pubblico (Sergio Scamuzzi)
375
e nella qualità della vita, considerati utili per attirare popolazione esterne e per frenare il possibile esodo dei residenti. Del dinamismo
presente fanno parte la reinvenzione della tradizione, compresa quella
delle parlate locali (oggetto della ricerca citata), in moderata ripresa
dopo un drastico declino come linguaggio dell’intimità e all’opposto
della spettacolo, nell’ambito di una politica culturale locale in grado di
produrre cultura che rende globali. Il favore di cui godono nuove opere pubbliche fa parte e di questo dinamismo ricercato.
Registriamo così i primi risultati di un processo di quotidianizzazione della immagine progettata e strategica e di routinizzazione dei
mezzi per rinnovare l’incantamento. La modernizzazione si è così
compiuta.
376
PARTE IV – LA CITTÀ COME PROGETTO
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Rimini_Segni, Percorsi e mappe del territorio urbano
Riminese – Analisi semiotico–progettuale
GIAMPAOLO PRONI*, LAURA BARCELLONA
Rimini_Signs: Paths and Maps of the Rimini Urban Territory. Semiotic Analysis and
Plan.
English Abstract: The article outlines a semiotic research (and plan) on the urban
and seashore areas of Rimini (Italy), carried on between 2007 and 2008. The method
adopted is shortly presented: it takes its inspiration from the principle that every territory seen as an external entity corresponds to an internalized and experienced territory; citizens’ behaviors and discourses therefore result from the interaction of these
two worlds. Semiotics describes such inner–outer worlds as texts and offers the theoretic tools to analyze them and draw from them visions and concepts that support urban design. Semiotic maps are presented to synthesize the conclusions of the research
in thematic terms and the categories of visions and concepts that have been set forth.
Key–words: Rimini, territory, semiotics, experience, urban planning.
1. Appunti metodologici
La ricerca che presentiamo è stata commissionata da una testata locale, il quotidiano La Voce di Romagna. L’abbiamo definita analisi
semiotico–progettuale, vale a dire un’indagine che, partendo da un
primo step analitico, sfocia nella proposta di vision e concept a loro
volta capaci di mettere in moto progetti di azione1.
Molto importante, nella ricerca commissionata, non accademica, è
tenere in considerazione che essa deve essere comunicata in modo
comprensibile e utile per il committente, e non solo per la comunità
*
Università di Bologna.
Per i termini vision e concept si rimanda al lessico della progettazione e in particolare
della meta–progettazione: Trocchianesi, 2008.
1
377
378
PARTE IV – LA CITTÀ COME PROGETTO
scientifica. In assenza di questo la migliore ricerca può restare isolata
o venire rifiutata. Ma soprattutto i suoi risultati rischiano di non essere
compresi e restare quindi vani, non contribuire all’evoluzione della
comunità alla quale è stata riferita.
Allo stesso tempo, non si deve perdere di vista il background accademico al quale la ricerca universitaria deve sempre fare riferimento,
per mantenere la demarcazione rispetto alla consulenza professionale,
ugualmente rispettabile ma collocata in un diverso quadro.
Questo doppio requisito non è facile da soddisfare, e non crediamo
certo di essere immuni da errori nell’uno e nell’altro senso. Ma abbiamo cercato il più possibile di evitarli.
1.1. Il metodo
Obiettivo dell’analisi era costruire una mappa semiotica del territorio urbano riminese come viene vissuto dagli abitanti. Il territorio come entità esterna corrisponde a un territorio vissuto e interiorizzato, e i
comportamenti e i discorsi dei cittadini sono la risultante dell’interazione tra i due mondi.
Dal punto di vista metodologico non c’erano riferimenti a un procedimento di indagine completo. Abbiamo lavorato partendo dai miei
studi sull’analisi degli spazi (Bonfantini e Proni 2002) e dalla tesi di
Laura Barcellona il cui lavoro prendeva spunto dai classici di Simmel,
De Certeau, Greimas, Merleau Ponty, Floch, Augé. (Barcellona 1998).
Resta fondamentale ancora oggi The Image of the City di Kevin
Lynch, un testo non esplicitamente semiotico, ma che accetta il fondamentale principio di analizzare la città nella percezione dei cittadini.
Tra gli autori della semiotica italiana abbiamo fatto riferimento al
saggio di Gianfranco Marrone L’agire spaziale (2001), al lavoro di
Pezzini e Cervelli Scene dal consumo (2006), agli Atti del Convegno
AISS Senso e metropoli (Marrone e Pezzini 2006, 2008) e al
bell’articolo di Ugo Volli del 2005 (il testo nel quale riconosco più affinità con il nostro approccio).
Nel complesso il metodo usato è il risultato di una nostra elaborazione condotta anche in relazione all’oggetto di analisi e all’obiettivo
dell’indagine.
Propongo brevemente alcune note metodologiche.
Rimini_Segni (Giampaolo Proni, Laura Barcellona)
379
1.2. L’analisi del testo e l’analisi sociosemiotica
La differenza tra l’analisi di un testo già definito e l’analisi di un
vissuto collettivo è data principalmente da due elementi.
Il primo è che il testo viene considerato nell’analisi come un oggetto definito, con limiti precisi (“soglie” à la Genette) e un corpus di letture consolidato (in parte definibili come intertesto e co–testo). In tal
modo l’analista inizia il suo lavoro su una base espressiva (ma in effetti anche semantica e pragmatica) che sente solida (che lo sia è altra
questione). In realtà il testo è semplicemente un’entità semiotica contrattualmente e fenomenologicamente più consensuale delle pratiche
(ma se prendiamo a esempio la Bibbia, le cose si fanno meno definite). Il testo ha uno statuto ontologico concettuale (un “generale” per
dirla alla Peirce) fissato: quando parliamo della Divina Commedia non
facciamo riferimento ai libri cartacei, alle sostanze dell’espressione
che la supportano, ma a un concetto di testo accettato, un’entità astratta e generale, un type. Quando invece facciamo riferimento a un vissuto collettivo, parliamo di eventi contingenti e individuali che non hanno una descrizione testuale, una concettualizzazione, negoziata e assestata. La semiotica, attraverso la pratica di testualizzazione (e la nozione di testo), ha una risposta che è più elastica delle discipline che
conoscono esclusivamente la generalizzazione in leggi e regole generali. Se, per esempio, devo analizzare la pratica “lavarsi i denti”, devo
produrre una descrizione generale per un numero di eventi singolari
praticamente infinito. La semiotica mi consente di studiare la pratica
sociale di lavarsi i denti prima e indipendentemente dalla descrizione
di tale pratica in termini generali e universali (definizione applicabile
ad ogni caso) o in termini statistici (modelli prevalenti sulla base di
analisi di un campione). Diventa perciò cruciale il processo di testualizzazione.
Il processo di “testualizzazione” può essere indiretto (l’analista
considera testi relativi a quel vissuto, come pubblicazioni, registrazioni, fotografie, ecc, prodotte da soggetti terzi o dai soggetti osservati) o
diretto, quando l’analista provvede egli stesso (o il suo gruppo) a testualizzare i discorsi e le pratiche, producendo i testi che poi analizzerà e sottoporrà alla valutazione della comunità scientifica. Vale la pena
precisare che questo tipo di analisi semiotica dovrebbe rifarsi alla pro-
380
PARTE IV – LA CITTÀ COME PROGETTO
cedura etnografica e allegare alle ricerche il corpus integrale dei testi
analizzati.
La ricerca sociosemiotica incontra qui i problemi dell’etnografia, e
la scelta migliore è appoggiarsi a questa disciplina sorella (che in molti suoi membri oggi riconosce consonanze con la semiotica). Si tratta
in sostanza di “mettere in tavola le carte” che portano alla produzione
dell’evidenza testuale sulla quale si andrà ad esercitare l’analisi e il
confronto con la comunità scientifica. In questa dichiarazione il semiotico, come l’etnografo, è tenuto a specificare e ad assumere la
maggiore consapevolezza possibile del proprio background enciclopedico, inclusi cultura, genere, idiosincrasie personali, e dei propri obiettivi strategici (Gobo 2001).
Il secondo punto di differenza è che il vissuto collettivo è la derivazione di tanti vissuti individuali, è un costrutto intersoggettivo derivato da discorsi e pratiche potenzialmente infiniti e transfiniti.
Mentre un testo, anche se continuo come un dipinto, si può facilmente ridurre a elementi di articolazione minimi, un vissuto collettivo
non può esserlo mai: non esiste l’unità minima di una pratica come
“fare colazione”. Perciò è transfinita, cioè infinitamente divisibile, e la
grana alla quale l’analisi si arresta va definita.
Un vissuto sociale è infinito (potenzialmente se non matematicamente) perché le sue occorrenze non potranno mai essere enumerate in
modo esauriente, al contrario di un testo che, essendo un concetto, è
un’entità unica. Tornando all’esempio di “lavarsi i denti”, ovviamente
la descrizione generale non potrà mai derivare dall’esame di miliardi
di eventi individuali. Si tratta perciò di adottare strumenti di generalizzazione che per necessità logica possono essere solo induttivi e/o
abduttivi. Perciò anche nell’analisi semiotica trovano posto metodi
quantitativi. La differenza è che il loro obiettivo non è misurare la frequenza di un evento, ma evidenziare le tipologie di valori emergenti.
Il testo da analizzare, che risulta dal processo di “testualizzazione”,
assume dunque la caratteristica di un ipertesto composto da tipologie
eterogenee di testi che aggregano risultati di generalizzazioni e rappresentazioni più intersoggettive. Si tratta, in altri termini, di ricostruire
l’enciclopedia degli abitanti relativamente al territorio nel quale vivono.
Il modo in cui “l’ipertesto” viene costruito è di tipo etnografico. Il
percorso caratteristico parte dall’accesso al campo, l’esplorazione di
Rimini_Segni (Giampaolo Proni, Laura Barcellona)
381
spazi e testi, l’interrogazione di fonti a partire da quelle accessibili e
nodali, in un tracciato a spirale in cui raccolta, ordinamento, analisi e
successive raccolte, ordinamenti e analisi, si susseguono fino al raggiungimento degli obiettivi (Gobo 2001).
Il risultato è una rete ipertestuale a maglie più o meno larghe, nella
quale non vi è garanzia dell’assenza di vuoti significativi. Tuttavia, se
l’esplorazione è condotta con attenzione e sufficienti risorse di tempo
e mezzi, la copertura del vissuto collettivo dà buoni risultati. La valutazione dei suoi risultati avviene nel confronto con altre ricerche, per
esempio di tipo quantitativo con campioni più ampi, o in base alle
previsioni di scenario che scaturiscono dall’analisi.
Ecco uno schema della procedura che abbiamo adottato.
Figura 1
382
PARTE IV – LA CITTÀ COME PROGETTO
2. Mappe semiotiche
Premesso che dire “mappa semiotica” è una ovvietà, in quanto è
difficile pensare a una mappa che non lo sia, usiamo l’espressione per
significare un tipo di disposizione grafica che adotta come elementi
categorie e valori specificamente semiotici.
La “mappa semiotica” che abbiamo prodotto consiste in un diagramma che incrocia su varie dimensioni temi e figure emersi dai testi
raccolti e analizzati.
Le unità testuali analizzate sono di diverso tipo: analisi di spazi, interviste, fotografie, immagini video.
Temi e figure esprimono valori, semplicemente euforici e disforici
oppure declinati su più assi. Nel nostro caso le categorie/assi emergenti dall’analisi del vissuto sono quattro, come sintetizzato in (Fig. 4),
tesa a semplificarle e renderle il più possibile chiare.
Figura 2. Legenda delle tipologie di testi.
Rimini_Segni (Giampaolo Proni, Laura Barcellona)
Figura 3. Gli item distribuiti per categorie e tematizzazioni.
Figura 4. La sintesi grafica delle macroevidenze.
383
384
PARTE IV – LA CITTÀ COME PROGETTO
La mappa in figura 3 è sostanzialmente a tre dimensioni. In ascissa
abbiamo le quattro categorie valoriali che sono emerse dalla tematizzazione e figurativizzazione dei testi. Qui abbiamo verificato ― evidenza non nuova ― che non emergeva nettamente un’opposizione di
categorie esclusive, ma che ulteriori categorie si intrecciavano e si sovrapponevano.
Non solo, ma l’approccio categoriale interpretativo di origine peirceana (Possibilità, Esistenza e Legge o Regola) si è rivelato utile per
descrivere lo statuto fenomenologico dell’Oggetto di Valore.
In sostanza, rispetto agli Oggetti delle narrazioni, i soggetti adottavano quattro principali atteggiamenti.
Rispetto ad alcuni Oggetti riconosciuti come esistenti, oggettivi
(concreti o astratti che fossero), vi era una accettazione, un atteggiamento di unione e riconoscimento di essi come parte del sé collettivo;
rispetto ad altri vi era una repulsione, una rimozione (abbiamo usato il
termine proprio per le suggestioni psicoanalitiche). I primi erano in un
certo senso accolti nello spazio interiore dell’identità. Non necessariamente si tratta di Oggetti “euforici”: i riminesi, per esempio, ammettono di essere spesso individualisti e dediti all’interesse personale,
ma riconoscono questo aspetto quasi come inevitabile, a volte anche
con un po’ di compiacimento. Altri “esistenti” sono invece dei problemi che “stanno davanti” ma non si risolvono, e si tende a ignorarli,
dimenticarli finché non intervengono con la loro secondità prominente.
Le due opposizioni sono tipi di relazione. Mentre l’esistente si correla solo al soggetto (in una sorta di débrayage enunciazionale), che è
uno dei due poli della relazione, l’opposizione sta in equilibrio con i
suoi due poli esterni al soggetto, in una relazione triadica. Nel primo
caso il soggetto è su uno dei due poli dell’assiologia, nel secondo no.
È simile al “débrayage enunciativo”.
In un caso si tratta di opposizioni statiche. Sono lì, non si risolvono
né si pensa che debbano risolversi. Nel secondo caso si tratta di opposizioni dinamiche: da esse può scaturire una dynamis, una forza, si
possono generare soluzioni, innovazioni, mutamenti. Sono queste le
leve progettuali più fertili.
In ordinata abbiamo posto le cinque tipologie di débrayage alle
quali si potevano ricondurre le unità testuali: attoriale, spaziale, di-
Rimini_Segni (Giampaolo Proni, Laura Barcellona)
385
mensionale (si tratta di una specificazione spaziale: nella città la percezione della dimensione è fondamentale. “Rimini è grande” e “Rimini è piccola” sono enunciati entrambi possibili in quanto relativi, ma
significativi della relazione del soggetto con lo spazio urbano), e infine del tempo storico e del tempo del calendario o dell’anno. A Rimini,
come potete facilmente comprendere, il vissuto estivo e quello invernale sono molto diversi.
La terza dimensione è data dalle categorie testuali, che abbiamo indicato con tipi di icone descritte nella legenda.
La mappa è stata poi ulteriormente ridotta a macroevidenze (v. p.
es. Fig. 4) presentando verbalmente i contenuti dei vari incroci.
Nel corso della ricerca abbiamo verificato che il quadrato semiotico
è uno schema utile, ma può essere utile anche il grafico SWOT o altri
sistemi espressivi.
Già a questo livello, confrontando “euforie” e “disforie”, criticità e
opportunità, si possono produrre “vision” e “concept”.
È stato francamente sorprendente come la cerniera tra analisi semiotica e proposte meta–progettuali si sia dimostrata funzionale: dalle
assiologie evidenziate e semantizzate emergevano le idee risolutive
con una fertilità del tutto imprevista per chi, come lo staff di analisti,
era dotato solo di competenze semiotiche.
3. Vision e concept
A partire dalla mappa sono stati prodotte delle “vision”, vale a dire
delle possibili direzioni di soluzione progettuale, che si relazionano
soprattutto ai livelli percepiti di criticità.
Il primo livello è di “vision” critiche, quelle che si confrontano con
gli “esistenti rimossi”, i problemi più incarniti nel vissuto collettivo.
Sono quelle che richiedono in genere gli interventi più radicali ma che
dovrebbero raccogliere il maggiore consenso.
Il secondo è quello delle “vision” a media criticità: quelle che partono da una situazione nel complesso positiva ma che deve essere migliorata e offre gli appigli progettuali per farlo.
Il terzo è quello delle visioni assestate: quelle che si presentano
come eventi e luoghi percepiti in modo positivo e costante, che attira-
386
PARTE IV – LA CITTÀ COME PROGETTO
no affetto e benessere, sui quali è importante non condurre interventi
radicali, ma conservare le loro caratteristiche e favorire un lento ma
costante adattamento al sentimento e alle pratiche dei cittadini.
Le visioni dinamiche, infine, sono quelle che presentano in genere
contrasti, ma che offrono forti leve progettuali, che possono dare risultati importanti con interventi a volte non troppo pesanti, o che si prestano ad azioni progettuali di grande impatto e significato, che portano
a loro volta a nuove dinamiche di sviluppo culturale, sociale ed economico.
Abbiamo infine descritto una serie di “concept” che possono dare
alla progettazione vera e propria elementi di confronto e di riflessione.
È nostra convinzione che analisi e progettazione, anche se governati da logiche diverse e affidati a sistemi di competenze e professionalità distinti, non siano separate da una cesura netta. L’analisi è parte della progettazione così come la progettazione nasce da, e si confronta
con, l’analisi. Questo principio è molto chiaro nei processi di marketing. In essi la consapevolezza della ciclicità analisi–progettazione–
esecuzione–nuova analisi–nuova progettazione, ecc. è maturata da
tempo, perché molti settori commerciali sono di per sé continuativi e
seriali. Nel design e nell’architettura il principio è in fase di assimilazione, per una serie di ragioni che non elenchiamo qui. Ma la logica
stessa di un agire strategico ci porta ad adottare una processualità a feedback (Proni 2008).
4. Conclusioni e considerazioni per future ricerche
La ricerca ha prodotto risultati che stanno incontrando verifiche a
diversi livelli. Da una parte discorsi dei media e comportamenti dei
cittadini confermano alcune ipotesi dell’analisi. Dall’altra una serie di
interventi progettuali attivati dal Comune e da privati vanno a toccare
le criticità evidenziate. Nel complesso lo strumento semiotico si è rivelato capace di produrre una conoscenza del territorio condivisibile e
capace di fornire previsioni attendibili.
Le future direzioni di ricerca che appaiono più fertili sono:
Rimini_Segni (Giampaolo Proni, Laura Barcellona)
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a) l’estensione dell’analisi all’intero territorio urbano riminese
(l’attuale si è concentrata sul centro e sulla zona mare), soprattutto ai quartieri della terza città, quelli che presentano meno valori identitari e percezioni più vaghe;
b) la verifica su altri territori;
c) l’innesto dell’analisi in un vero processo progettuale o di pianificazione territoriale.
Riferimenti bibliografici
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388
PARTE IV – LA CITTÀ COME PROGETTO
Città Testo, Città Metalinguaggio
CARLO CRESPELLANI*
City as Text, City as Metalanguage.
English abstract: The interaction between towns and globalization through metropolises changes the meaning of a little center, usually integrated with the urban continuum. Its role can be different than mere dependance, moving to a status of important
complementarity. A new sense of intermediate space is being born, between towns
(cities), metropolises and nature, a new concept of connectivity based on Third Space
Theory and on the idea that the quality of a milieu is based on the presence of a coherent but not homogeneous environment. The connection between individuals and
plural subjects is the real interface between metropolitans and simple remote cities in
local areas. Connectivity is not only relation, but application of new environments and
functions based on network technology where hybrid governances are created. Multi–
channel environments, workgroup and collaboration applications, webTV, ipTV, pod–
casting, workflow, gateway online services, content management, and intelligent repositories like media asset management blogs, social networking and social media are
not sufficient. We must focus on urban quality and efficient services too: different
ways to invent new concepts about combination of architectural styles, old and new
materials. Past and future, tradition and innovation, draws and patterns can already be
seen as placed side by side at random, but must become the output of a project. Artefacts and structural elements, based on light and materials, functions and visual communications (graphical design, writing elements in billboards and standards, advertising) will assume a key role in the quality of urban design. Their role consists in bringing about the right relation between elements in order to build an atmosphere that creates identity and coherence through a large set of different signs.
Key–words: metropolies, towns, villages, environment, urban design.
1. Il ruolo della città e dei centri minori nel rapporto con la globalità e la natura
Per effetto dei fenomeni di globalizzazione e di contemporanea interconnessione con la propria tipica e specifica località (il fenomeno
*
Università di Sassari.
389
390
PARTE IV – LA CITTÀ COME PROGETTO
oramai noto col termine glocalizzazione) la città odierna sta assumendo il ruolo di un’importante “manifestazione di interfaccia”, per un
fenomeno che coinvolge sia la dimensione della realtà locale — intesa
come territorio — in termini di mobilità lavorativa, di mercato, di relazioni sociali, sia la dimensione globale quanto alle attività di natura
economico–finanziaria, di scambio di beni e servizi, d’informazione e
culturali. Come acutamente studiato da Silvano Tagliagambe secondo
un modello di spazio intermedio in cui le differenze si influenzano
senza confondersi, questo ruolo non è interpretabile solamente come
un semplice luogo di interscambio economico, informativo e culturale
tra realtà differenti, ma soprattutto, e più in profondità come vero traduttore di linguaggi, di ritmi e di significati.
Questo è ancora più evidente in alcune aree vaste metropolitane,
nelle quali, per la loro intrinseca eterogeneità etnica, sociale e culturale, si manifesta una maggiore vocazione interculturale rispetto ad altre
metropoli che, malgrado la loro dimensione, svolgono questo ruolo
con grande difficoltà, con conflitti e forme di emarginazione, spesso
per effetto di una identità storico–culturale fortemente auto–referenziale e auto–conservativa. Questa differenza trova correlazione spesso
anche nel tessuto sociale, distinto in aree differenziate con poca osmosi sia all’interno della città, sia tra essa e l’hinterland.
Questi aspetti sono sovente correlati anche ad altri tra loro interdipendenti, come l’innovazione industriale e dei servizi, lo sviluppo economico, le attività culturali e la coesione sociale. Quando alcuni fattori esogeni (combinati con altri endogeni) stimolano un’azione congiunta su questi aspetti — come ad esempio l’opportunità data da
grandi eventi (come le Olimpiadi per Torino) — quando cioè la comunità intera non ha uno spirito conservativo ma di sviluppo, emerge
un maggiore livello di attrattività del territorio che si traduce in una
maggiore predisposizione al cambiamento interno, generando così un
circolo virtuoso sui diversi fronti. Al contrario, nei contesti urbani in
cui questo fenomeno si manifesta solo parzialmente e sporadicamente,
nei quali in sostanza prevale una stasi generale, è tipica la gestione del
potere (economico, informativo, ecc.) disposta solamente a cambiare
tutto affinché nulla cambi, ovvero perché tutto rimanga com’è, creando condizioni tali che eventuali fattori esogeni non possano alterare gli
equilibri (statici) esistenti.
Città Testo, Città Metalinguaggio (Carlo Crespellani)
391
Esistono inoltre dinamiche all’interno dell’area vasta, in cui città e
hinterland sperimentano reciprocamente migrazioni e nuove localizzazioni. Queste trasformazioni — che si sommano talvolta all’emergente
forza attrattiva delle aree metropolitane — sono fenomeni complessi:
per poter gestirli al meglio, appare necessaria e possibile una nuova
governance sovra–comunale, attraverso cui coordinare efficacemente i
fattori produttivi, la mobilità e la residenzialità (primariamente il costo
delle abitazioni e la localizzazione dei servizi). Le esperienze di maggiore rilievo di gestione integrata di alcune aree metropolitane a livello nazionale e internazionale (in particolare in Francia l’area di Lione1) mettono in luce, all’interno di una complessità normalmente paralizzante, l’efficacia di questo processo che permette di guidare in modo meno caotico (anche se non sempre perfettamente armonico) i diversi aspetti correlati del territorio: politiche del lavoro e dell’occupazione, residenzialità, mobilità e trasporti, servizi, coesione sociale. In
particolare gli interventi risultano particolarmente efficaci quando, oltre alla visione sistemica, è presente una capacità fattuale di governance, che per poter incidere significativamente necessita di strumenti efficaci di incentivazione e promozione, di cui la leva fiscale si è dimostrata essere chiave.
Non si possono però trascurare altri fattori, determinanti nella percezione e fruizione della città da parte dei propri abitanti e dei turisti:
la dimensione emotiva che la città è capace di trasferirci e di stimolare
nel tempo, nei cicli naturali quotidiani e stagionali, la qualità del paesaggio urbano (disegno urbano, viste prospettiche, qualità dei manufatti, percorsi, loro stato di manutenzione o degrado, arredo urbano,
luci naturali e illuminazione, riferimenti cromatici), di sicurezza, di
accessibilità, e quant’altro condiziona il nostro stato di benessere o disagio nella fruizione quotidiana.
A questa dimensione fruitiva, che vede la relazione tra soggetto e
luoghi, si aggiunge quella strettamente relazionale, intersoggettiva,
sociale che qualifica la vita in città nella sua dimensione antropica.
La capacità delle città di attrarre risorse e persone in modo progressivo, infatti, non è legata solamente ad aspetti strettamente economici,
1
Camagni R., dalla relazione nella 1a Conferenza per il Piano Strategico di Cagliari – maggio 2007.
392
PARTE IV – LA CITTÀ COME PROGETTO
ma anche a fattori di natura emozionale, relazionale e culturale. Mi
piace ricordare un passaggio raccolto da un internettiano2 che così lascia sul web una sua testimonianza:
Sono un uomo profondamente legato ai luoghi urbani, affascinato dalle relazioni di vicinato tra persone che condividono lo spazio e nella fattispecie la
città. In città nascono cose magnifiche, bellezze e sorprese inimmaginabili.
Personalmente tutto ciò che la città sputa fuori è affascinante, problemi compresi.
Chi mi conosce sa: là fuori ― fuori porta ― mi annoio, non comprendo il
territorio esterno ai confini urbani. Dopo la circonvallazione, usciti dalla tangenziale, c’è un utile nulla, un cuscino dove riposare le membra, un minuto là
fuori rappresenta per me un’esperienza eremitica.
In realtà al di fuori della città ci sono i paesi; vero, essi rappresentano probabilmente dei caravanserragli, delle postazioni, dei rifugi. La costellazione di
paesi attorno ai grandi poli urbani funge da cuscinetto, sopporta l’oppressione
ed espansione urbana, subisce la gerarchia territoriale, è custode di tradizioni
e del patrimonio culturale della zona.
Ancora più in là, nel limbo, in territori unici ci sono enclave deputate a raccogliere e a donare emozioni. Mi riferisco ai resort, alle località di villeggiatura, a spazi incontaminati unici da preservare in contemplazione.
Infine sopra tutto le metropoli: grandi catalizzatori di denaro, cultura,
innovazione, vita. Fanatico di megalopoli il mio desiderio è viverle e provare
l’emozione, anche solo da turista, di essere al centro del mondo, in uno degli
alambicchi dove avvengono le più forti reazioni antropiche.
Così, anche la qualità urbana, e quindi la qualità della vita, stanno
assumendo un ruolo sempre maggiore, al punto che alcuni abitanti
delle grandi metropoli, benché considerino necessario per la loro vita
vivere e risiedere nell’urbs, come descritto dal nostro internauta, sentono sempre più la necessità di ritrovare un contesto di compensazione, una dimensione esistenziale complementare da ricercarsi, quando
le condizioni economiche lo permettono, in una piccola residenza in
un centro minore: la dimensione necessaria per declinare la propria vita secondo ritmi differenziati.
Ci sono altri fattori che influenzano e amplificano questo fenomeno. In particolare la stessa dimensione del lavoro, articolata anche in
momenti di attività di elaborazione individuale fuori dal contesto pri2
Alessandro Grella, phD Politecnico di Torino.
Città Testo, Città Metalinguaggio (Carlo Crespellani)
393
mario, (come quella di studio e approfondimento, scrittura di documenti complessi, sviluppo di attività creative, elaborazione di progetti,
formazione), anche per effetto dell’adozione di nuove tecnologie e
della connettività diffusa, trova nei centri minori una nuova opportunità. Si sviluppa quindi, per questi ultimi, un diverso ruolo rispetto al
passato, rappresentando così, anche se per una parte della esistenza
delle persone, una forma di “ritorno alla natura”, non solo nel senso di
prossimità, ma soprattutto di ritmi, del senso del trascorrere del tempo,
capaci di favorire concentrazione e quindi efficacia nelle attività di
approfondimento e di sintesi. In altri termini l’emergere di città–
metropoli come snodi tra il globale e il locale, sta facendo assumere,
in certi contesti, anche un ruolo differente ai centri minori: piccoli
centri urbani o paesi in cui la dimensione umana risulta essere percepita in modo differente soprattutto da coloro che normalmente subiscono i ritmi e la comunicazione incalzante nella città e della città.
Ne consegue che il fenomeno di spopolamento dei centri minori3,
drammatica realtà nell’entroterra di vaste aree territoriali, particolarmente evidenti nelle stesse comunità montane, segue in alcuni casi (ed
è interessante capire quando e perché) una dinamica a retroazione che
può favorire un serio ripensamento e una riproposizione del ruolo del
centro minore, sempre più come interfaccia tra città–metropoli e natura.
Elemento chiave affinché questo processo si sviluppi, in modo tale
da valorizzare le specificità delle due realtà (metropolitana e dei centri
minori), è un “ambiente” capace di dialogare con i due contesti: uno
spazio logico di interfaccia, un cuscinetto su cui poter innestare ritmi,
tempi e peculiarità differenti. Evidentemente non è sufficiente avere a
disposizione le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, in
particolare la connettività diffusa e quella mobile, ma è necessario anche “costruire progressivamente” ambienti capaci di favorire le attività
di collaborazione, la possibilità di partecipare ad eventi online o misti
(presenza–online), la possibilità di condividere applicazioni, di accedere a risorse e materiali di lavoro, di tipo didattico, di intrattenimento
3
È noto che all’inizio del 1900 solo il 5% della popolazione mondiale risiedeva nelle grandi
metropoli, che oggi siamo al 50% e che nel 2050 si prevede diventi il 75%.
394
PARTE IV – LA CITTÀ COME PROGETTO
e gioco, di scambio relazionale, di accedere ad applicazioni di gestione delle risorse.
Oltre all’adozione intelligente di nuove tecnologie, oggi sempre più
necessarie, emerge l’importante funzione dei soggetti (anche quale
fulcro di soggetti collettivi), che possiamo definire “soggetti–ponte”,
che vivono le due realtà. Essi sono catalizzatori delle opportunità di
interscambio, vivendo uno spazio complementare a quello fisico,
svolgono attività in presenza e online; come intuito da Susani, vivono
un “terzo spazio”, in questo caso capace di rafforzare e sostanziare le
relazioni esistenti tra i diversi fronti (i due spazi fisici e quello digitale).
Oltre alle attuali modalità di semplice interscambio di oggetti digitali (documenti, audio foto, video, ecc.) attraverso le diverse reti (web
e mobile) secondo modalità di comunicazione differente (es e–mail,
messaggistica sms, mms…), si vanno affermando ad esempio ambienti capaci di far condividere tra più soggetti un insieme di risorse e attività, attraverso cui coinvolgere una ulteriore pluralità di soggetti,
promuovere approfondimenti, raccogliere consensi, elaborare ipotesi
di azione coordinate e condividere processi decisionali. Esempi significativi sono sistemi di workgroup, webTV, applicazioni di workflow,
portali con servizi collegati, sistemi di content management e repositories intelligenti, blog e altre forme di social networking4.
4
Esperienza degna di nota in questo senso è lo sviluppo di ambienti in rete di tipo immersivo multiutente (un contesto simile a un videogioco e all’esperienza di Second Life), ma orientati
all’interazione sui temi del territorio e dei centri minori. Diversi ambienti di questo genere, basati
sul software Mondi Attivi® (www.mondiattivi.it) sono stati creati per (e soprattutto con) i giovani con la finalità di innovare la didattica e contrastare la dispersione scolastica,. Sono stati occasione per esplorare nuove forme di “costruzione e rappresentazione dei temi come la qualità del
paesaggio urbano e naturale, l’architettura, i beni culturali e non ultimo la stessa governance del
territorio e dello stesso ambiente in rete.
Gli spazi (vedi immagini allegate) sono una sorta di ricostruzione di alcuni centri minori sardi in cui i diversi artefatti sono declinati e re–interpretati attraverso una sorta di metafore con cui
dare “luogo e forma” a concetti e ad analisi territoriali, dando nuovi sensi a edifici, piazze in cui
accogliere laboratori (quindi spazi di prove, controprove, sperimentazioni dei ragazzi, ecc.) sulle
tematiche del territorio (es. paesaggio urbano, naturale, architetture, ecc.). Allestimenti e d eventi
sono csi generati e declinati costantemente. Le esperienze, finanziate dalla Regione Sardegna, a
far parte del POR Sardegna 2000–2006 hanno permesso di esplorare ambiti particolarmente innovativi anche su diversi fronti con il coinvolgimento di scuole e Università di Cagliari e Sassari.
Città Testo, Città Metalinguaggio (Carlo Crespellani)
395
Queste modalità di interazione tipiche dei contesti lavorativi, in
particolare delle organizzazioni di dimensioni estese, tipicamente multinazionali, sperimentate per superare i vincoli spazio–temporali, o
emerse in comunità sociali di dimensione globale, possono essere declinate per la valorizzazione del contesto locale e soprattutto per interconnettere la dimensione locale con il contesto territoriale più esteso.
Se la comunicazione con il mondo globale è già diffusa attraverso
queste tecnologie, oggi non sono ancora colte le opportunità che essa
può manifestare nelle relazioni tra area metropolitana e centri minori.
Qui si situa appunto la possibilità di evoluzione della governance di
realtà territoriali estese, asimmetriche in termini di peso e sviluppo:
nella possibilità di favorire, nelle diverse fasi di un processo di pianificazione, le capacità di ascolto, di coordinamento, di elaborazione e
di diffusione dell’informazione, dello sviluppo della progettualità
condivisa e di metodi di democrazia partecipata.
Questi aspetti, cruciali per lo sviluppo della “località” e della sua
corretta interconnessione con la città, non hanno solamente un’anima
“virtuale” online, ma necessitano di riscontri nell’ambiente fisico, nel
modo di valorizzare, mantenere ma anche sviluppare i centri minori.
Questi ultimi possono svolgere un ruolo di residenzialità alternativa, un contesto ibrido di residenti tradizionali e nuovi residenti ad essi
collegati: una nuova dimensione, che necessita però di alcune condizioni, per esempio la presenza di un insieme di servizi (di comunicazione ma non solo), e un certo livello di qualità ambientale.
Sull’aspetto della qualità ambientale è acuta la necessità di focalizzare l’attenzione e l’impegno: a dimostrarlo è anche quanto emerge da
una ricerca tesa a mettere in luce quali siano i fattori chiave per favorire le capacità creative dei dipendenti delle imprese. I fattori chiave riscontrati sono infatti un’elevata qualità del contesto ambientale proprio dei luoghi di lavoro, esprimibile anche in termini di fascino delle
architetture e del valore del paesaggio, sistemi efficaci di comunicazione (comprese connettività e informazione), e la le possibilità di
svolgere attività di svago e tempo libero.
396
PARTE IV – LA CITTÀ COME PROGETTO
2. Luoghi e non luoghi: dall’identità alle coerenze–contraddizioni
Questa nuova dialettica tra città–metropoli e centro minore ha probabilmente possibilità di instaurarsi se si presentano più condizioni
contemporaneamente.
Un primo fattore è l’accessibilità che deve essere poco impegnativa
e psicologicamente non faticosa (es. un percorso privo di criticità, con
paesaggi gradevoli, ecc.). Ma nello stesso momento, un fattore positivo è la sua esclusività. In passato e in buona parte anche oggi, questo
fatto ha creato forme di turismo di nicchia, non solo d’élite di classe
ma anche di interessi. I centri minori possono svolgere un ruolo interessante allorquando si identificano per alcune specificità, siano esse
ambientali, di attività o di relazione. In questo ultimo caso è interessante identificare esigenze opposte che sono di rarefazione o perfino
di isolamento rispetto al mondo esterno o di attese di iniziative e manifestazioni locali. Mentre il sistema di relazioni sociali si manifesta
dinamicamente, gli altri aspetti ambientali, quali quelli concernenti la
natura (qualità dell’aria, della luce, ecc.), il paesaggio naturale e urbano, le architetture e il linguaggio degli oggetti e artefatti tipici di quel
luogo, sono strutturalmente meno dinamici, anche se soggetti nel tempo a trasformazioni non meno profonde. Queste metamorfosi sono oramai sempre più correlate con il mondo industriale e con la globalizzazione, anche a causa di fattori economici e di distribuzione. Gli effetti sono sempre più presenti nell’ambiente urbano, nei centri abitati,
manifestandosi in una pluralità di situazioni.
Sono visibili sia nel tessuto urbano (come singole costruzioni, ma
anche come complessi o quartieri interi) ma soprattutto attraverso diverse manifestazioni di contaminazione di elementi aggiunti (es. condizionatori esterni), come anche attraverso ibridazioni o anche sostituzioni (es. ristrutturazioni in cui sono modificate parti di abitazioni come infissi, cancellate, ecc.). È inoltre significativa l’incidenza di trasformazione prodotta da elementi infrastrutturali (es. reti elettriche, i
sistemi di illuminazione, strutture viarie, opere pubbliche di contenimento terre o altro), come anche da singoli oggetti/artefatti (depositi
dell’acqua, impianti). L’avvento di nuovi materiali su componenti di
edilizia (infissi, portoni, tetti, elementi prefabbricati, rivestimenti, tubazioni, canalette, ecc.) e i nuovi disegni di essi incidono significati-
Città Testo, Città Metalinguaggio (Carlo Crespellani)
397
vamente sulla trasformazione in corso. I loro effetti non sono solamente in uno o in pochi edifici, ma riguardano spesso intere costruzioni e si manifestano in modo diffuso ed eterogeneo, spesso irregolare. Un fenomeno che si manifesta a tutti i livelli, non solo dimensionali, ma anche nei diversi contesti pubblici e privati. La percezione di
tutto questo riguarda spazi interni privati (che però sono percepiti in
modo significativo anche dall’esterno e da altri spazi privati) come
anche spazi pubblici, e non solo per i singoli elementi ma soprattutto
nella relazione tra essi.
Proprio nel sistema di relazione tra i diversi elementi, tra artefatti,
tra elementi esistenti ed elementi progressivamente introdotti, si manifesta un elemento chiave della conservazione, della rottura o della trasformazione del contesto esistente: “l’atmosfera”, non è associabile a
questo o a quell’elemento ma alla capacità degli elementi nell’insieme
di integrarsi, di dialogare secondo uno stile omogeneo o quantomeno
coerente. È nei margini, nei confini, nelle zone di transizione tra aree o
tra materiali d’epoca e attuali, tra stili compositivi, tra i sistemi distributivi di vecchia e nuova concezione, tra sistemi costruttivi storicamente rilevanti e sistemi attualmente funzionali, che si annida il nocciolo della questione. Se l’aspetto strettamente costruttivo, funzionale,
stimola soluzioni e materiali innovativi, d’altra parte la conservazione
di contesti storici suggerisce il mantenimento di vecchi schemi e materiali costruttivi. Una incongruenza la cui mediazione è possibile in alcuni casi, suggerendo ad alcuni progettisti di seguire forme, materiali,
trattamenti che “richiamano” e che si “confondono” con il pregresso e
che quindi sono generalmente (e genericamente) accettati dall’utenza
media. Ma quando questa mediazione non è più fattibile, è necessario
identificare ed esplorare nuove soluzioni concettuali. Situazioni critiche sono ad esempio i sistemi di condizionamento dell’aria, cui nessuno è disposto a rinunciare e che obbligano ad un ripensamento del
modo di collocare, integrare tali artefatti nelle facciate delle abitazioni,
in particolare nei manufatti d’epoca.
Ripensamento che mette in luce la necessità di spostare l’attenzione
sulla relazione tra elementi e contesto in cui sono inseriti: integrazione
o differenziazione, intervento di mascheramento, di assonanza (cromatica, di forma, di materiale) o di contrapposizione? In altri termini emerge la necessità anche in questo scenario di creare un dialogo, un
398
PARTE IV – LA CITTÀ COME PROGETTO
terzo spazio tra due concezioni, tra due (o più) tipologie costruttive,
che non solamente interconnetta delle realtà differenti, ma che trovi
nuove soluzioni, nuovi modi di interpretare il nuovo nel vecchio e il
vecchio nel nuovo. O probabilmente di trasfigurare il concetto di vecchio e di nuovo.
È necessario, come ci suggeriscono le stesse riflessioni di Florenskij sui temi legati al simbolo e alla relazione tra visibile e invisibile,
tra terreno e divino, mantenere distinti i due aspetti, ma in una contemporanea unità. Da una parte occorre non rendere completamente
trasparente (quindi illeggibile) la differenza tra queste due entità, ma
allo stesso tempo è necessario non renderle completamente opache,
permettendo di percepire una unitarietà articolata, mantenendo la differenza tra di esse come fossero figura e sfondo che si combinano e
che fanno parte dello stesso scenario.
Queste riflessioni, declinate nel contesto del disegno urbano, sia
della metropoli sia del piccolo centro urbano, dovrebbero favorire la
lettura della dimensione della memoria storica, del passato come del
presente, e, contemporaneamente, l’apertura al futuro, alla trasformazione nella continuità. In questo senso l’evoluzione spontanea, se non
ci sono regole anche di carattere “percettivo” e norme correlate, si
manifesta soltanto secondo processi dettati dalla globalizzazione, dal
disegno–produzione industriale verso soluzioni funzionalmente standard, facili da introdurre, più idonee secondo criteri di economicità,
sicurezza e qualità dei prodotti. Basti pensare alla forma degli oggetti,
o alle strutture di ingegneria del territorio: le tecniche costruttive e di
produzione, l’ergonomia funzionale determinano forme e funzioni
dell’artefatto. E l’assenza di design e di progetto–controllo di sistema
(o di una influenza debole o impropria) spesso è causa di debolezza
della qualità ambientale, del valore del luogo. Questo fatto non deve
farci arrendere alla convergenza indifferenziata standard di singoli
prodotti e microartefatti, ma piuttosto spingerci ad identificare sempre
nuove modalità di interpretare, declinare, trasfigurare gli artefatti che
ci circondano all’interno del contesto specifico, raccogliendo da una
parte l’esperienza del razionalismo e dall’altra superandola secondo lo
spirito organicista. Spesso ci troviamo di fronte ad una pluralità di elementi che non si traduce in ricchezza di stimoli, ma in una giustapposizione e sovrapposizione di artefatti. Il tema degli stili differenti
Città Testo, Città Metalinguaggio (Carlo Crespellani)
399
contemporaneamente presenti, tipico dell’approccio postmoderno, deve fare i conti con la capacità di interpretare il dialogo tra questi elementi, tra stili differenti: è su questo che l’azione di ricerca futura va
indirizzata.
L’esperienza dei piccoli centri urbani, in cui si riversa la memoria
collettiva per quanto riguarda il passato, esige una visione sistemica
affinché si preservi “l’atmosfera”, ovvero quella visione in cui si garantisce omogeneità, intesa non come uniformità ma come coerenza.
In questo senso non solo gli artefatti, i materiali, ma anche e soprattutto gli interspazi, le zone di risulta, gli elementi di congiunzione tra costruzioni, l’integrazione dei diversi artefatti sovrapposti al disegno urbano (es. derivatori di corrente, cassonetti rifiuti, arredo urbano, sistemi di illuminazione), svolgono un ruolo chiave e attraverso la loro
organizzazione si riesce a concepire il livello di congruenza, di coerenza percettiva e funzionale.
Su questo fronte si può definire la sintassi del linguaggio del disegno urbano, l’articolazione congruente o meno, cosciente o meno del
descriversi dello spazio.
Appunto da questo nasce la “coscienza” del disegno urbano, coscienza intesa come capacità di far accadere le cose in qualche modo
come frutto di una volontà e quindi non del caso. Questo significa che
l’azione di disegno urbano si deve sviluppare attraverso azioni di progetto, ma anche azioni diffuse degli abitanti di un territorio, supportate
e coordinate attraverso azioni delle amministrazioni con linee guida e
supporti professionali. L’attenzione al tema per alcuni aspetti è stato
indirizzato già da alcuni anni da alcune realtà della pubblica amministrazione (es. Regione Lombardia) ampliando gli strumenti urbanistici, visti non solo come le tradizionali norme restrittive per le licenze
edilizie, ma definendo dei criteri per valutare l’impatto ambientale in
funzione del luogo e delle caratteristiche dell’opera e generando un
processo dialettico tra progettista e amministrazione. In questo modo
lo sviluppo urbano non è governato solamente da una serie di norme
vincolistiche ma anche da indicazioni su cui trovare soluzioni propositive secondo una dialettica tra progettisti e professionisti dedicati e
certificati a supporto dell’amministrazione. Questo può aiutare a ridurre gli interventi sul territorio che non tengano conto della qualità e che
si appiattiscono sugli aspetti meramente quantitativi.
400
PARTE IV – LA CITTÀ COME PROGETTO
Nel paesaggio urbano infatti incidono anche tutti quegli elementi e
manufatti che trasformano le specificità e caratteristiche tipiche di
questo o di quell’ambiente, fino a trasformare alcuni ambiti in “non–
luogo”, proprio nel senso della definizione presente su wikipedia:
Il neologismo nonluoghi definisce due concetti complementari ma assolutamente distinti: da una parte quegli spazi costruiti per un fine ben specifico
(solitamente di trasporto, transito, commercio, tempo libero e svago) e
dall’altra il rapporto che viene a crearsi fra gli individui e quelli stessi spazi.
Marc Augé definisce i nonluoghi in contrapposizione ai luoghi antropologici,
quindi tutti quegli spazi che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici. Fanno parte dei nonluoghi sia le strutture necessarie per la
circolazione accelerata delle persone e dei beni (autostrade, svincoli e aeroporti), sia i mezzi di trasporto, i grandi centri commerciali, i campi profughi,
eccetera. Spazi in cui milioni di individualità si incrociano senza entrare in
relazione.
I nonluoghi sono prodotti della società della surmodernità, incapace di integrare in sé i luoghi storici, confinandoli e banalizzandoli in posizioni limitate
e circoscritte alla stregua di “curiosità” o di “oggetti interessanti”. Simili eppure diversi: le differenze culturali massificate; in ogni centro commerciale
possiamo trovare cibo cinese, italiano, messicano e magrebino. Ognuno con
un proprio stile e caratteristiche proprie nello spazio assegnato. Senza però
contaminazioni e modificazioni prodotte dal nonluogo. Il mondo con tutte le
sue diversità è tutto racchiuso lì.
Secondo questa definizione, il non–luogo, che permea sempre più
la città–metropoli, trova modo di manifestarsi anche nei centri minori
perché anche lì, soprattutto in un contesto turistico, è necessario comunque rendere disponibili servizi e sistemi di comunicazione (sia nel
senso di trasporto che di informazione) che proprio in quanto sistemi
di “interconnessione” non possono che essere globali e comunque non
strettamente locali.
Questo comporta che il “segno” del linguaggio della città, come
quello del centro urbano minore, contrariamente al testo, non solo sta
per qualcos’altro ma “segna” lo spazio, il luogo, l’ambiente in modo
differente in quanto interviene nella dialettica tra fruitore e luogo secondo una dimensione percettiva e non solo semantica. Mentre la percezione del testo è strettamente funzionale alla decodifica del significato in esso espresso e la sua sintassi e la sua semantica sono sul piano
linguistico–simbolico, il segno sul territorio si manifesta in modo per-
Città Testo, Città Metalinguaggio (Carlo Crespellani)
401
cettivo secondo regole ben differenti e criteri assolutamente diversi. I
segni del territorio inoltre hanno capacità simboliche e possono esprimere con efficacia anche istituti linguistici normalmente noti in ambito testuale o verbale (metafore,metonimie, sineddoche, ecc.).
Bisogna quindi esplorare i segni del territorio, sia come singoli elementi, sia in una visione olistica, quindi sistemica, come una rete organizzata di elementi che esprimono un’atmosfera, quindi qualcosa di
diverso dai singoli artefatti presi singolarmente.
Le differenze tra il sistema simbolico del testo e dello spazio architettonico e urbano (sia esso metropolitano o di un semplice centro minore) ci aiutano però a cogliere le differenze strutturali tra questi due
mondi e quindi a meglio caratterizzarli.
In particolare le strutture linguistiche del testo e verbali si articolano secondo stili letterari differenti (saggistica, prosa, poesia, articoli,
lettere, documenti, comunicazione web, messaggistica su mobile) e
format nuovi (e–mail, chat, forum, sms, ambienti collaborativi in rete,
social network, ecc.) che si esplicano secondo articolazioni argomentative, elementi evocativi e altri istituti linguistici ben noti (oggi nelle
comunicazioni con cellulari emergono anche forme comunicative di
keep–in touch). E a livello superiore, un discorso basato sull’argomentazione, su stili persuasivi, su retorica o altro, si analizza per la
sua efficacia e la stessa valenza dialettica, si valuta secondo il valore
delle premesse e delle inferenze, ma anche di chi le sostiene (quindi
del nostro interlocutore), ovvero secondo parametri di coerenza e di
credibilità.
Al contrario la sintassi e la struttura relazionale fra gli elementi
dell’architettura, del paesaggio urbano e naturale, della fruizione, non
hanno natura argomentativa ma sono basati su diverse regole, spaziali,
cromatiche, funzionali; su sistemi di relazione interpretabili secondo
criteri di assonanze e dissonanze, di associazioni, contrapposizioni,
complementarietà; sono imperniate su matrici percettive e visive,
comportamentali di azione–reazione, anche di natura emotiva e non
solo cognitiva. L’interpretazione e la fruizione sono figlie delle possibili azioni, degli schemi d’azione e delle corrispondenti percezioni e
non di ipotetiche strutture logico–simboliche.
Se il linguaggio verbale e i linguaggi percettivo–fruitivi del territorio
(ovvero della città e dell’ambiente), sono strutturalmente differenti, tra
402
PARTE IV – LA CITTÀ COME PROGETTO
essi si può individuare qualche elemento unificatore comune nell’identità del luogo così come nella manifestazione linguistica: la coerenza, i
punti di forza e le contraddizioni esistenti nell’articolazione complessiva. In questa luce, l’identità di un territorio può essere esplorata leggendo e interpretando le forme di coerenza e l’emergere delle contraddizioni e delle ambiguità (positive e negative) nella concezione dello spazio,
nell’uso e nella sua fruizione, nell’assunzione di valore o meno, nella
ostentazione o nella riservatezza delle manifestazioni del tessuto urbano
inteso come una pluralità di artefatti, di infrastrutture, di eventi e manifestazioni. o anche guardando agli usi estemporanei e sistematici, stabili
e instabili e pseudo–stabili (es. costruzioni provvisorie che permangono
negli anni, abitazioni non finite).
Se pensiamo alla trasformazione del pensiero scientifico nel passaggio dalle teorie linguistiche a quelle strutturalistiche, possiamo aspettarci che una valida guida in questa esplorazione potrebbe esserci
fornita dai criteri della teoria dei sistemi complessi, applicata alla lettura di coerenza delle mappe territoriali, utilizzando differenti modalità di analisi.
Questa lettura della coerenza espressa da città e territorio può essere fatta secondo una duplice visione: quella dell’esperto (urbanista, fotografo urbano, paesaggista, amministratore locale) e quella del fruitore (adulto, giovane o bambino, turista–ospite o residente). La lettura
dovrebbe esser tesa a far emergere i segni e le relazioni tra essi, la
memoria e i significati condivisi, i valori collettivi e quelli individuali
differenziati, il valore simbolico o meno.
Questa lettura, fatta su alcune realtà locali di centri urbani come nei
centri minori, può far emergere la rilevanza degli spazi indefiniti, non
progettati, di risulta, in trasformazione: tutti ulteriori declinazioni di
non–luogo. Questo fenomeno si manifesta smaccatamente nelle grandi
metropoli, in continua trasformazione e alla rincorsa di una riqualificazione caratterizzante, ma anche nei centri minori il modo è simile. E
in modo opposto, tra i non luoghi definiti da Augé emergono luoghi
iperdefiniti secondo riferimenti standard, in cui è acutissimo il senso
di omologazione e di assenza di identità dei luoghi, benché estremamente leggibili nella loro organizzazione spaziale e funzionale.
Emergono anche segni linguistici del testo, presenti nell’iconografia pubblicitaria, spesso giustapposta al disegno urbano e solo ecce-
Città Testo, Città Metalinguaggio (Carlo Crespellani)
403
zionalmente inserita secondo un criterio di comunicazione integrata.
Analogamente alla pubblicità emerge anche la rilevanza della segnaletica e della comunicazione testuale delle insegne, dei cartelli, che assumono significati propri, o anche significati dipendenti dal contesto
specifico. La loro densità, il basso livello di progettualità, l’assenza di
contestualizzazione, creano una sorta di rumore visivo che riduce
spesso in modo drastico la qualità totale dell’ambiente.
Questo accade in modo sempre più evidente soprattutto nei luoghi
che non esprimono una propria identità e una capacità relazionale. In
essi non sono percepibili valenze o coerenze (non necessariamente nel
senso di uniformità di stili), ed anzi si manifestano con forza “il rumore visivo” e le contraddizioni, comprese quelle rappresentate dal testo
e dall’iconografia della pubblicità, o dalla presenza di microartefatti
che in quel contesto non trovano significato.
Quei luoghi, se ripensati e reinterpretati, possono iniziare a favorire
percezioni, fruizioni, relazioni, comportamenti. Per ognuno di tali luoghi si può e si deve costruire l’atmosfera che “quel” luogo dello spazio
sia ridotto ad un non–luogo. Con azioni sistemiche, ed anche con azioni diffuse da parte di chi quotidianamente vive quei (non) luoghi.
404
PARTE IV – LA CITTÀ COME PROGETTO
Alcune declinazioni del tema attraverso immagini fotografiche realizzate
principalmente in Sardegna, a Cagliari e nell’area del Sarrabus Gerrei
Figura 1. Scatola di derivazione elettrica murata e verniciata con la parete – S.Vito (CA) 2007.
Figura 2. Deposito d’acqua azzurro in contesto abitativo – Villaputzu (CA) 2007.
Città Testo, Città Metalinguaggio (Carlo Crespellani)
Figura 3. Pubblicità su edificio da completare – Villaputzu (CA) 2007.
Figura 4. Segnaletica, ombra e muro tra cartelli pubblicitari – Cagliari 2007.
405
406
PARTE IV – LA CITTÀ COME PROGETTO
Figura 5. Scrittura e punto “sopra la righe” – Grafismi sui muri – Cagliari 2008.
Figura 6. Vista urbana con enfasi accidentale (senza progettualità) di una parete – Cagliari Pirri – 2007.
Città Testo, Città Metalinguaggio (Carlo Crespellani)
407
Figura 7. Insegne pubblicitarie con spazio vuoto dietro, non integrate nel disegno urbano –
P.zza S Avendrace (CA) 2007
Figura 8. Costruzione tronca con senso di incompletezza – P.zza S.Avendrace (CA) 2007.
408
PARTE IV – LA CITTÀ COME PROGETTO
Figura 9. Rumore visivo: cartelloni pubblicitari e margini indefiniti. Perdita del paesaggio –
Strada Quartu Cagliari 2007
Figura 10. Ricostruzione e animazione con Mondi Attivi® della piazza di Iglesias, dedicata al
tema delle competenze di logica e argomentazione. L’interazione sul tema degli enunciati è
svolta con un cameriere attraverso quesiti e risposte.
Città Testo, Città Metalinguaggio (Carlo Crespellani)
409
Progetti sul territorio attraverso tecniche 3D immersive mutiutente con Mondi Attivi®: Spazio
dedicato ai temi della progettazione ambientale.
410
PARTE IV – LA CITTÀ COME PROGETTO
APPENDICE
Le songe de Gediminas: essai d’analyse
du mythe lithuanien de la fondation de la cité
ALGIRDAS JULIEN GREIMAS
Préface de Kęstutis Nastopka
Algirdas Julien Greimas a hérité son premier prénom du grand duc
de Lithuanie Algirdas qui a régné de 1345 à 1377. Celui–ci était le fils
du grand duc Gediminas (1316–1341), considéré comme le fondateur
de la capitale de la Lithuanie. Depuis des siècles, le mythe de la fondation de Vilnius, tel qu’enregistré dans les Chroniques lithuaniennes
du XVIe siècle, est une source de fierté pour les Lithuaniens.
Lors d’un congrès des intellectuels lithuaniens aux Etats–Unis en
1965, Greimas a qualifié ce mythe comme le mythe de l’engagement
pour l’avenir. En 1971, il a commencé sa première conférence à
l’université de Vilnius par un renvoi au même mythe: «Quand, faisant
mes études primaires, je récitais des vers sur Vilnius, je ne pouvais
imaginer qu’un jour j’aurais l’honneur de parler en plein cœur de Vilnius, en ce lieu où nous sommes tenus de continuer la tradition du
Loup de Fer et, par le hurlement d’une centaine de loups, de propager
la gloire de cette ville et les exploits de ses fils». En présentant les résultats de son analyse, Greimas faisait savoir qu’il se fondait sur un
travail déjà écrit en français. Mais dans des interviews accordées à des
interlocuteurs lithuaniens en 1977 et 1978, Greimas indique au contraire que l’analyse du mythe n’est pas encore achevée.
Dans ses archives déposées à la bibliothèque de Vilnius se trouve le
manuscrit de l’article en question ainsi que divers documents préparatoires. Le manuscrit s’achève sur le titre d’un nouveau chapitre — “Les
lieux” — qui devait être évidemment un des derniers chapitres. Compte
tenu des matériaux réunis, on peut supposer que l’article a été rédigé en
411
412
APPENDICE
1971, un an après “La quête de la peur”, première tentative de Greimas
de décrire l’univers mythique des croyances lithuaniennes. Ayant ajourné
la rédaction de la version définitive, Greimas ne l’a jamais reprise.
Dans ses recherches sur la mythologie lithuanienne, Greimas a essayé de reconstruire le système des anciennes croyances. Il émettait
des hypothèses et cherchait des arguments pour les confirmer ou les
abandonner. Dans son premier livre d’études consacrées à la mythologie lithuanienne (Des dieux et des hommes, 1979) et dans le deuxième
(A la recherche de la mémoire du peuple, 1990), les constructions mythologiques sont différentes. Le dieu lunaire Mėnulis, par exemple,
élevé dans “Le songe de Gediminas” au premier rang des dieux, a plus
tard été qualifié comme un substitut dégradé du dieu Andojas, dieu
souverain du monde aquatique. Cependant, les changements de détail
ne changent pas le fondement des hypothèses greimassiennes. Sa
conclusion principale reste valable: le mythe concernant le songe
prophétique de Gediminas n’est ni une simple imitation du mythe de
la fondation de Rome ni une manifestation figurative de l’idéologie du
Grand–Duché de Lithuanie mais une transformation originale de la
mythologie indo–européenne.
Le manuscrit de Greimas a été traduit en lithuanien et publié en
1998 (Algirdas Julius Greimas, «Gedimino sapnas (lietuvių mitas apie
Vilniaus įkūrimą: analizės bandymas)», Kultūros barai, 1998, Nr. 8/9,
p. 65–75) et réédité en 2005 (Algirdas Julius Greimas, Lietuvių mitologijos studijos, Vilnius: Baltos lankos, 2005, p. 549–473).
Kęstutis Nastopka
Professeur du Centre Greimas de Vilnius
Le songe de Gediminas (Algirdas Julien Greimas)
413
Gediminas’s dream: an attempt to analyze the Lithuanian myth of the foundation of
the city.
English abstract: The paper tries to sketch an analysis of the Lithuanian myth of the
foundation of the capital city of Vilnius. The sketch uses as primary sources a 15th–
century Lithuanian chronicle and the Kronika by Stryjkowski (16th C.). Secondary
sources include a version of the same tale contained in the Historia Poloniae and J.
Dlugosz’s Historia polonorum. The analysis focuses, in particular, on the folktale
dealing with the disqualification of the king and the qualification of his successor.
Keywords: Foundation of cities; etiology of Vilnius; Lithuanian mythology; narratology; comparative literature.
1. Remarques initiales
1.1. Corpus
Nous procédons à l’analyse du mythe lithuanien de la fondation de
la cité, qui est en l’occurrence, la ville capitale de la Lithuanie, Vilnius. II s’agit d’une première analyse provisoire.
Les sources principales: a) Chronique lithuanienne du XVe s.; b)
Kronika de Stryjkowski du XVIe.
Les sources secondaires: a) La variante dans Historia Poloniae; b)
Historia polonorum de J.Dlugosz.
Nous utiliserons, en cours de route, le conte populaire merveilleux
qui traite de la disqualification du roi et de la qualification de son successeur.
1.2. Problématique générale
a) Le mythe apparaît dans les Chroniques du XVe s. et correspond
à l’idéologie d’indépendance par rapport à la Couronne polonaise, et la haute noblesse lithuanienne.
b) Mais il utilise, sans le vouloir, les catégories fondamentales de la
religion lithuanienne telle qu’elle a dû être assumée par la société
lithuanienne unifiée, entre le XIe et le XVe (christianisation).
c) Sur le plan figuratif, et non seulement idéologique, le mythe utilise des séquences et motifs qu’il est possible de comparer
414
APPENDICE
― au mythe de la fondation de Rome;
― aux mythes de l’avènement et de la déposition du roi en
Inde, à Rome, en Irlande (Dumézil, Servius et la Fortune)
ce qui montre l’ancienneté du mythe lithuanien et la possibilité de l’intégrer dans la mythologie comparée des peuples
indo–européens.
2. Economie générale du mythe
L’économie générale du mythe paraît assez simple.
2.1. Déplacement et quête du héros fondateur
Le mythe se présente sous la forme d’une duplication du déplacement et de la quête du héros.
a) La première quête est un échec partiel.
Gediminas, grand duc de Lithuanie, quitte son ancienne capitale,
Kernavė, et part pour la chasse; il trouve un endroit convenable
(une colline), y construit un château et y transfère sa capitale
(Trakai).
b) La deuxième quête est une réussite.
Gediminas quitte sa capitale, Trakai, part pour la chasse, trouve
un endroit convenable (une colline), y fonde une cité et y transfère sa capitale (Vilnius).
2.2. La séquence intercalaire
Cette duplication permet la valorisation de la seconde quête. Une
séquence, en effet, s’intercale entre la découverte de l’endroit convenable et la fondation de la ville, séquence qui rend compte de la réussite de cette quête, et du même coup montre l’incomplétude de la
première.
La séquence intercalaire est divisible en deux sous–séquences:
a) la chasse au Taureau sauvage (lith. Tauras);
Le songe de Gediminas (Algirdas Julien Greimas)
415
b) le songe de Gediminas et l’apparition du Loup de fer (lith. Geležinis Vilkas).
Ces deux sous–séquences sont à interpréter, de manière globale,
comme
a) Epreuve qualifiante
Gediminas tue le Taureau sauvage à l’endroit choisi (sur la colline).
b) Etablissement du contrat (entre le roi et les dieux)
i) Gediminas reçoit le message–mandement divin pendant le
songe;
ii) Le devin Lizdeika interprète le songe qui prédit
α) l’épreuve décisive – fondation de la cité,
β) l’épreuve glorifiante – la gloire future de la cité.
Dans cette perspective, la quête du héros fondateur apparaît comme la quête du contrat avec les dieux (qui précède sa qualification).
Ceci permit de comprendre pourquoi la fondation de la première
capitale est un échec (parce que sans qualification ni contrat).
2.3. La fondation de la cité = exécution du contrat = épreuve décisive
La séquence finale comprend le faire du héros fondateur, qualifié et
sous contrat. Elle est constituée par
a) la construction des 2 châteaux, ceux d’En–haut et d’En–bas, et
la dénomination de l’ensemble comme Vilnius;
b) l’institution d’un pouvoir religieux (Lizdeika, évêque des païens)
et d’un pouvoir profane (Goštautas, gouverneur civil et militaire);
c) la caractérisation du règne de Gediminas comme relevant de la
souveraineté selon Mitra;
d) information complémentaire de Stryjkowski sur la fondation des
institutions religieuses de l’Etat (tripartition).
416
APPENDICE
2.4. En conclusion provisoire
Le mythe apparaît à la fois
― comme l’avènement, l’intrônisation, la consécration d’un roi et
― comme la fondation de la cité–Etat.
Dans l’analyse qui suit nous tâcherons de mettre, en évidence, ces
deux aspects complémentaires.
Gediminas part en quête – chasse – mont – fondation de Trakai
séquence intercalaire
fondation de Vilnius
La chasse
La fondation
|_______________________| |_____________________|
3. La duplication de la quête
l) Le grand duc Gediminas quitte son ancienne capitale Kernavė
(historiquement: celle de son prédécesseur et frère Vytenis, présenté
dans le mythe comme le père de Gediminas) pour aller à la–chasse.
Interprétation. Il est significatif de noter que Gediminas, lorsqu’il
entreprend la quête (= s’en va à la chasse) est déjà le souverain de fait.
Du point de vue de la syntaxe narrative, on peut dire de lui, qu’il est le
sujet du vouloir.
2) Le récit ne mentionne pas que, lors de sa première entreprise,
Gediminas ait trouvé ou tué du gibier: la quête est, par conséquent, un
échec. Dépourvu du savoir qu’il est, il s’évertue toutefois à fonder la
cité qui sera sa capitale. Malgré la situation toute semblable à celle de
sa deuxième quête qu’il découvre (un endroit convenable: une belle
colline, entourée de forêts de chênes et de plaines) où il fait construire
le château de Trakai pour y transférer un peu plus tard sa capitale,
l’entreprise ne le satisfait pas et il entreprend une nouvelle quête.
Interprétation. Dépourvu du savoir–faire qu’il est, Gediminas
passe au faire et institue sa capitale à Trakai: celle–ci est donc fondée
selon le pouvoir faire qui ne suffit pas. Entre la chasse–quête et la
Le songe de Gediminas (Algirdas Julien Greimas)
417
fondation de la cité qui la suit immédiatement, la grammaire narrative
permet de prévoir un manque que la duplication s’efforcera de remplir
par un plein que le manque de la première tentative rend doublement
significative.
4. L’épreuve qualifiante
l) L’épisode de la chasse au taureau que nous avons défini narrativement comme l’épreuve qualifiante rappelle, à la différence du sexe
prés, le rôle joué par la Vache dans les mythes indo–européens de
l’avènement du roi étudiés et comparés par G. Dumézil. En effet, la
Vache d’Empire, immolée à Diane, qualifie les Romains pour la domination sur les autres peuples, tandis que la Vache en bois du roi irlandais Bress dont il est obligé de boire le faux lait le disqualifie
comme roi et cause sa perte. D’un autre côté, c’est dans le contexte de
chasse que le roi indien Prthu prend possession de la Vache d’Abondance, anciennement considérée comme Vache Va–raj, terme désignant la souveraineté. Attrapée lors de la chasse ou immolée à Diane,
la Vache, symbole de la souveraineté, qualifie ou disqualifie le roi.
2) Un conte lithuanien qui, indépendamment de son aspect “merveilleux” comporte, dans certaines de ses versions, des éléments mythologiques certains, permet de retrouver la figure de la Vache de fer,
chargée, elle aussi, des fonctions de qualification et de disqualification. Le conte présente un roi qui désire contracter le mariage avec la
fille de Mėnulis (“lune” et “mois”, au masc.) qui habite au fond des
eaux, ou, plus simplement dans d’autres versions, avec “la princesse
des mers”. Le héros, chargé de la lui ramener, accomplit sa tâche à la
suite de nombreuses épreuves, mais la fille de Mėnulis n’accepte le
mariage qu’avec celui qui se baignera dans le lait de la Vache de fer
(dans une des versions: avec, en plus, la bénédiction de son père
Mėnulis). Or le lait de la Vache de fer est bouillant et si le héros,
sommé de s’exécuter le premier, réussit l’épreuve, grâce à un adjuvant, et acquiert du même coup santé et beauté, le roi, disqualifié,
périt dans le lait bouillant laissant de ce fait le royaume au plus méritant.
418
APPENDICE
Ce conte–mythe apparaît donc comme porteur d’une idéologie de
la souveraineté, apparenté au mythe irlandais de la déposition du roi:
la Vache de fer comme la Vache de bois sont des instruments de la
disqualification. Mais il est en même temps le mythe de la consécration du roi: les hauts faits du héros le qualifient pour la fonction souveraine, et de ce fait il se rapproche du mythe de Gediminas, souverain de fait d’abord, souverain de droit divin, ensuite.
3) La figure de Vache–taureau apparaît comme incontestablement
liée avec fonctions de souveraineté et pose le problème de la sphère de
la souveraineté divine à laquelle il faut la rattacher. Car on voit bien
que la version lithuanienne de l’acquisition de la souveraineté se présente comme l’inversion syntagmatique de la procédure caractérisant
l’Inde et Rome. En Lithuanie, le souverain de fait cherche la consécration divine, tandis qu’en Inde et à Rome, les signes divins envoyés du
ciel indiquent à l’avance le choix des dieux.
Le cadre de cette étude ne permet que d’esquisser l’hypothèse dont
la consolidation nécessiterait certainement de nombreuses recherches.
Elle consiste à tenter de circonscrire, dans la mythologie lithuanienne,
la sphère de la souveraineté contractuelle du type Mitra, et à identifier
celui–ci (ou du moins à inclure dans sa sphère comme une de ses manifestations essentielles) au dieu lunaire Mėnulis, équivalent du dieu
vieux–prussien Patrimpas, tel qu’il apparaît dans la triade divine de
Grunau, revalorisée récemment par J. Puhvel.
Le désir du roi (dans le conte de la Vache de fer) d’épouser la fille
de Mėnulis, c’est à dire d’établir les relations contractuelles consacrant
sa souveraineté, ne constitue qu’un point de départ pour l’identification Mithra ≈ Mėnulis ≈ Patrimpas.
a) Nombre de faits permettent le rapprochement entre Mėnulis et
Patrimpas; nous n’en indiquerons que quelques–uns. Tout
d’abord, Mėnulis, même s’il est présenté comme roi du ciel, a
incontestablement une résidence subaquatique, il est un dieu
d’eau au même titre que Patrimpas. Il se présente presque toujours sous l’apparence d’un jeune homme (ou d’un jeune dieu),
tout comme Patrimpas qui, seul des trois divinités principales de
Grunau, a l’aspect jeune. Outre que, dans certaine dialectes,
Le songe de Gediminas (Algirdas Julien Greimas)
419
Mėnulis ou Mėnuo (= “lune” et “mois”) n’est désigné que du
seul nom de Dievaitis (dieu, dans sa forme diminutive ou augmentative) les prières adressées à Mėnulis (dont un grand nombre a été conservé) le mentionnent toujours comme un dieu souverain. Les mêmes prières lui demandent vie, santé, beauté et
fortune: on sait que Patrimpas est chargé par Grunau de fonctions comparables (la transformation exercée par la Vache de fer
va dans le même sens).
b) Ce serait mal poser le problème que de vouloir procéder ensuite
à l’identification du dieu balte Patrimpas–Mėnulis Dievaitis
avec Mitra. Il s’agit essentiellement, il nous semble, d’envisager, dans un premier temps, la distribution trifonctionnelle des
grands dieux baltes, quitte à expliquer plus tard le fait, à première vue troublant, que les attributs de la troisième fonction,
par exemple, se trouvent inclus, et ceci pour les Prussiens comme pour Lithuaniens, dans la sphère de Patrimpas–Mėnulis.
Pour revenir maintenant à l’image de Tauras, un supplément
d’information apporté par M. Stryjkowski, dans sa Kronika Polska i
Litewska, au mythe de la fondation de Vilnius, rattache davantage la
figure de Tauras au symbolisme de la souveraineté. Stryjkowski note
en effet que les cornes du taureau tué par Gediminas, incrustées d’or,
furent conservées par les grands ducs de Lithuanie dans leur trésor,
qu’elles étaient utilisées en fonction de coupes, dans des circonstances
exceptionnelles (solennelles): dans les réceptions d’ambassadeurs
étrangers, et jusqu’aux temps de Vytautas qui, lors de la réunion des
rois et des princes convoquée à Luck en 1429 à l’occasion de son couronnement, en a offert une à l’empereur du Saint Empire romain Sigismond, roi de Hongrie. La signification de ce geste est claire: avant
de devenir roi chrétien et en attendant la couronne que le pape lui avait
envoyée, Vytautas a tenu à exprimer, à la mode ancienne, le partage
symbolique de la souveraineté avec l’empereur, que le couronnement
selon le rituel chrétien qui devait suivre impliquait. Histoire vraie ou
prolongement du mythe, peu importe: les cornes de Tauras étaient
bien le symbole de la souveraineté, divine et contractuelle, pour laquelle Gediminas s’était qualifié en tuant le taureau sauvage et en
l’immolant, comme Stryjkowski le laisse entendre, aux dieux, tout
420
APPENDICE
comme le prêtre de Diane l’avait fait à Rome et en accrochant ensuite
les cornes de la Vache d’Empire à l’entrée du temple de Diane.
5. La vallée de Šventaragis
Comme il était trop tard pour revenir à Trakai, sa capitale, Gediminas se décide à passer la nuit dans la vallée, toute proche, de Šventaragis. C’est là qu’il eut “un songe merveilleux” dans lequel le Loup de
Fer lui est apparu.
Cette vallée se présente comme un espace mythique par excellence
où doit s’établir la communication avec le divin, et ceci pour plusieurs
raisons.
l) Tout d’abord, à cause du nom de la vallée qui lui vient de Šventaragis, premier souverain mythique (grand duc) de toute la Lithuanie.
Le nom de ce souverain est déjà significatif: c’est un composé de ragas “corne” et šventas “sacré”, “saint”, qui nous renvoie peut–être à
l’une des épiphanies de Mėnulis “Lune”. Le rapprochement avec les
mythes indiens et romains qui renvoient, eux aussi, au roi primordial,
mythique est également à signaler.
2) Šventaragis, dont la légende situe le règne au XIe s. mais qui
n’est mentionné que par les Chroniques Lithuaniennnes du XVIe, n’est
pas connu, comme c’est le cas habituellement, par ses faits de guerre,
(Jurginis, Istorija ir poezija, p. 43) mais uniquement en relation avec
ses funérailles. C’est lui en effet qui a instauré le nouveau rituel funéraire en chargeant son fils Gerimantas de brûler son corps et de
l’enterrer à l’endroit où se trouve la vallée portant depuis son nom. Il
est curieux de constater que le mythe épouse ainsi, dans leurs grandes
lignes, les découvertes archéologiques et les recherches historiques récentes: celles–ci montrent en effet que la substitution de l’enterrement
par la crémation s’est produite sur le territoire de la Lithuanie entre le
Ve et le Xe siècle, que, d’autre part, à en juger par l’ensemble des données culturelles, la société lithuanienne, avec ses institutions économiques et sociales unifiées, apparaît comme déjà définitivement constituée dès le XIe siècle.
Le songe de Gediminas (Algirdas Julien Greimas)
421
3) Cette transformation du rituel funéraire qui impliqua uns véritable révolution religieuse est difficile à cerner. Ainsi, si Patolus, dieu
souterrain du temple de Grunau qui y est représenté avec ses attributs:
les crânes humain, bovin et chevalin, peut passer pour le “dieu des
âmes”, ses attributs auraient dû normalement changer, ou lui même
céder la place de dieu souverain à une divinité liée au culte du feu.
Stryjkowski dont les commentaires ajoutés à la première version du
mythe ne sont que rarement en contradiction avec la signification globale de celui–ci, ajoute toutefois un renseignement important. Šventaragis n’est pas seulement le premier grand duc souverain de toute la Lithuanie et l’instaurateur du nouveau rituel funéraire, il est également
l’instaurateur du culte du feu perpétuel dans un endroit qui n’est pas
éloigné de la Vallée et qui est précisé par les données géographiques de
son époque («où se trouve actuellement la manufacture des canons»),
culte qu’il compare d’ailleurs à celui du temple de Vesta à Rome.
Or, il ne nous reste qu’à renvoyer de nouveau le lecteur à
G.Dumézil qui, dans Servius et la Fortune, p. 219, souligne le rôle
éminent que joue le feu dans l’avènement du roi: les rois Servius et
Prthu sont nés, d’une manière ou d’une autre, du feu, et Nairyosanha,
un génie igné iranien est «le feu gardé héréditairement dans les maisons royales» (p. 220).
Sans entrer pour l’instant dans des considérations religieuses, il suffira de noter que l’endroit choisi pour la “visitation en songe” de Gediminas apparaît d’ores et déjà comme un espace sacré, lieu des premiers commencements et du culte du feu éternel.
6. Le mandataire et son interprète
L’endroit où se trouve situé le songe de Gediminas étant connu et
l’examen de son contenu pouvant être remis à plus tard, il est intéressant d’étudier des circonstances de cette communication et les acteurs
qui y sont intéressés.
Gediminas a un songe qu’il qualifie de “merveilleux” et dont il ne
comprend pas la signification. Au réveil, il s’adresse donc à Lizdeika
qualifié par les Chroniques comme «suprême devin du duc Gediminas
et, plus tard, prêtre des païens». Or, Jan Dlugosz, dans son Historia
422
APPENDICE
Poloniae, liber XII, qui est du milieu du XVe s., donne, de façon inattendue, la dénomination lithuanienne de ce devin (que Stryjkowski,
comparant aux Romains, appelle aussi augure): il s’agit d’un sacerdos
«qui eorum lingua zincz appelabatur». Le lithuanien žinčius est le nom
d’agent appartenant à la famille žinoti “savoir”: le prêtre est donc, de
par ses fonctions, qualifié de “savant”.
Si les Chroniques se contentent de donner le nom du futur “prêtre
des païens” en mentionnant au passage qu’«il fut trouvé dans un nid
d’aigle» (le mot Lizdeika est un nom d’agent dérivé à partir de la racine lizd – “nid”), Stryjkowski déploie un double commentaire à son
sujet. D’une part, il complète les Chroniques, en précisant qu’il fut
trouvé «dans un nid d’aigles, à l’intérieur d’une forêt, près d’une
route», mais aussi que c’est Vytenis lui–même qui l’a trouvé et l’a fait
élever comme son fils. Selon la deuxième version qui cherche à “rationaliser” l’événement et qu’il présente comme un ouï–dire, Lizdeika
aurait été trouvé dans un berceau propre, suspendu à un arbre; qu’en
grandissant il ne cessait de montrer des dons exceptionnels permettant
de reconnaître qu’il était d’origine noble ou princière mais abandonné, par jalousie, par sa marâtre ou par son beau–père.
Or, Vytenis, historiquement connu comme frère et prédécesseur de
Gediminas est tenu par les Chroniques pour père de celui–ci. Gediminas, fils de Vytenis, et Lizdeika, trouvé et élevé par Vytenis “comme
son propre fils”, apparaissent donc comme frères et rejoignent ainsi
les frères Witowudi et Bruteno, respectivement premier roi et prêtre
suprême des Prussiens d’après la Preussische Chronik de Grunau, ainsi que, d’ailleurs, Romulus et Remus.
Si la version de Stryjkowski présente Gediminas et Lizdeika comme des quasi–frères, la Chronica Polonorum de M. Miechovita (1521,
p. 244) attribue à Gediminas lui–même des origines beaucoup plus
humbles: il aurait servi comme valet d’écurie (ou comme une sorte de
“marescalcus” chez Vytenis et ne serait devenu grand duc qu’après
l’avoir assassiné. Ainsi, deux versions contradictoires présentent, chacune à sa manière, des ressemblances par rapport à la mythologie romaine, la première renvoyant à la fondation de la cité par deux frères1,
la seconde, à la déposition violente du prédécesseur du souverain in1
Cf. La survivance de l’importance des jumeaux.
Le songe de Gediminas (Algirdas Julien Greimas)
423
trônisé. Il est caractéristique toutefois que ni l’une ni l’autre ne tiennent compte de la “vérité historique” selon laquelle Gediminas ne fait
que succéder à son frère Vytenis et maintiennent, chacune à sa façon,
les lambeaux de la “vérité mythique”: nécessité qu’il y ait deux frères
à l’origine pour qu’un seul puisse devenir souverain, nécessité aussi
de marquer le premier commencement par la situation d’enfants trouvés ou d’origine inconnue, nécessité d’assassinat pour présenter le
souverain comme “un”.
7. Le songe et son interprétation
Gediminas voit en songe, au sommet d’une colline appelé Mont
Courbe Kreivuoju (Krivių) et que l’on appelle maintenant le Mont
Chauve
a) un immense Loup de Fer;
b) tandis que de l’intérieur du Loup se fait entendre comme le hurlement d’une centaine de loups.
L’interprétation de Lizdeika est la suivante:
a) l’énorme Loup de Fer signifie: la ville capitale sera érigée ici;
b) tandis que le hurlement (sortant) de ses entrailles (veut dire
que): sa gloire se répandra dans le monde entier.
l) L’épisode du songe présente, du point de vue narratif, toutes les
caractéristiques d’une séquence contractuelle, ou, plutôt, de la première partie du contrat qui consiste dans la formulation d’un message–
mandement et exige, l’acceptation ou le refus de celui à qui il est
adressé. Nous sommes donc en présence d’un Destinateur divin, et
d’un Destinataire (Gediminas) et d’un Médiateur (Lizdeika) qui déchiffre et interprète le message.
2) L’objet ou le contenu du message consiste dans l’énonciation
d’un programme de comportements que le Destinataire, en acceptant
le contrat, se charge d’exécuter, c’est–à–dire, de faire passer du plan
du virtuel au plan du réel.
424
APPENDICE
3) Le fait qu’il s’agisse du contrat entre la souveraineté divine et le
souverain humain est caractéristique de la version lithuanienne du mythe. Tandis que Grunau éprouve le besoin de préciser que, dans le cas
de Prussiens, Witowudi «fut fait roi par la population locale» (J. Puhvel, p. 4), tandis que le consentement divin est implicite et antérieur au
contrat entre le roi et le peuple dans les versions indienne et romaine,
le mythe lithuanien après avoir présenté Gediminas
― comme le souverain selon le pouvoir (vouloir?) (= fondation
de Trakai);
― comme le souverain selon le savoir (pouvoir?) (= la chasse au
Taureau)
insiste sur les relations contractuelles explicites entre les dieux et
les hommes (le contrat est encore plus explicite dans le mythe “dégradé” de la Vache de Fer où le roi cherche à contracter le mariage avec
la fille de Mėnulis).
4) Le songe comporte deux énoncés:
a) dans le premier, le Loup de Fer est identifié avec la ville capitale
que le souverain est invité à fonder. Le passage à la réalisation
de cette partie du contrat, la fondation de la cité, constitue, dans
l’économie du récit, l’épreuve principale du héros;
b) dans le second énoncé le hurlement des cent loups est assimilé à
la gloire future de la cité. Il s’agit là, projetée dans le futur, de
l’épreuve glorifiante qui, promise par le Destinateur, se trouve
conditionnée par l’exécution de la première partie du contrat.
5) Le personnage du Loup est fort complexe. Si, selon la tradition
étiologique, le loup a été créé par Velnias (≈Varuna?), celui–ci n’a pu
toutefois lui insuffler la vie que sur le conseil de Dievas (Dieu chrétien
Actuel; Mitra?) et qu’en s’en faisant un ennemi (il doit ordonner au
loup d’attaquer et d’avaler Velnias). D’un autre côté, le maître des
loups, dans la tradition orale XIXe s., est Saint Georges sous les traits
duquel on reconnaît aisément une des manifestations de Perkūnas (≈
Indra).
Le songe de Gediminas (Algirdas Julien Greimas)
425
Ainsi, le Loup de Fer (et Vache de fer) rappelle par certains aspects
la Louve romaine: celle–ci nourrit et transmet sa vigueur aux futurs
fondateurs de la cité, tandis que le Loup de Fer représente symboliquement, la force et la vigueur de la future ville capitale. Mais par ailleurs, et tenant compte du fait que la future place forte de la cité sera
construite sur l’emplacement de l’apparition du loup en songe, le Loup
de Fer peut tout aussi bien être le représentant de la fonction guerrière
et être rapproché du Lupus Martius, annonciateur de la victoire, des
Romains.
Quoi qu’il en soit, la distinction fonctionnelle entre Tauras qui qualifie le souverain fondateur, et Geležinis vilkas qui symbolise la force
et la puissance de la cité, est nettement établie.
8. La Fondation de la cité
1) Acceptant et approuvant l’interprétation du songe et la mission
qu’il impliquait, Gediminas s’empresse de fonder la ville capitale.
Cette fondation comporte des aspects à la fois matériels et institutionnels sur lesquels les Chroniques, d’une part, et les commentaires
de Stryjkowski de l’autre présentent un certain nombre de divergences.
En s’entendant aux Chroniques, les aspects suivants peuvent être
dégagés:
a) La fondation matérielle consiste dans la construction, dès le lendemain, de deux châteaux forts, le premier, le château d’En–bas,
dans la vallée de Šventaragis, le second, le Château d’En–haut,
dans le Mont Courbe, appelé aux temps de la composition des
Chroniques le Mont Chauve, où le Loup de Fer était apparu à
Gediminas. Les deux châteaux sont ensuite dénommés Vilnius et
la capitale y est transférée.
b) La fondation des institutions comporte la nomination de son chef
de guerre (hetman) Goštautas en qualité de premier gouverneur
civil (voivod) de Vilnius, nomination explicitement notée, dans
le texte, immédiatement après le transfert de la capitale, mais à
laquelle fait pendant cette autre institution implicite qui est la
426
APPENDICE
transformation de Lizdeika, du principal devin qu’il était, en
“prêtre des païens”.
Le récit de Stryjkowski s’écarte, sur certains points, de celui des
Chroniques:
a) La fondation matérielle de la ville commence par la construction
du Château d’En–haut, situé cette fois–ci, sur Taurakalnis, où le
taureau fut tué et où, d’après lui, le Loup de Fer était apparu,
tandis que le Château d’En–bas ne fut construit qu’ensuite,
“après en avoir mesuré l’emplacement”, dans la vallée de Šventaragis qui, à l’époque, était appelé la vallée de Kriviai.
b) Si la nomination de Goštautas comme gouverneur est passé sous
silence, l’institution de Lizdeika en qualité de “l’évêque des
païens” est soulignée et, qui plus est, l’épisode de la fondation
développe longuement le thème de «la consolidation de la gloire
des dieux dans la ville capitale nouvellement fondée» et, plus
précisément, la distribution tripartite des lieux du culte à
l’intérieur de la cité.
2) Ces divergences, d’importance très inégale, semblent, à première
vue, provenir du chevauchement des structures binaires et des répartitions ternaires qui constituent l’armature du récit mythique.
Les structures binaires apparaissent
a) dans l’existence de deux châteaux, ceux d’En–Haut et d’En–Bas,
existence que peuvent constater de visu les deux chroniqueurs;
b) dans la présence de deux fondateurs, quasi frères, qui sont Gediminas et Lizdeika.
Les structures ternaires sont manifestées par
a) l’existence de trois espaces significatifs, deux collines et une
vallée: comportant trois dénominations: Taurakalnis, Kreivasis
Kalnas et la vallée de Šventaragis;
b) entre lesquels il faut répartir trois événements mythiques: la
chasse au taureau, l’apparition du loup de fer et le songe de Ge-
Le songe de Gediminas (Algirdas Julien Greimas)
427
diminas (mais auxquels ne correspondent que deux châteaux
construits);
c) la tripartition des lieux du culte (auxquels correspondent deux
fondateurs).
Les contraintes, les unes historiques ― telle l’existence, évidente,
de deux châteaux ― les autres, narratives, l’enchevêtrement probable
de deux thèmes mythiques — fondation de la cité et fondement de la
souveraineté — n’ont pu aboutir qu’à des solutions boiteuses qui toutefois n’arrivent pas à camoufler le principe de la tripartition du sacré
que les chroniqueurs ne comprenaient probablement plus.
3) Deux solutions sont trouvées pour résoudre l’existence contradictoire de trois espaces mythiques et de deux châteaux historiques.
Soit, en situant le château d’En–Bas dans la vallée de Šventaragis,
a) La Chronique ne tient compte que d’une seule colline, le Mont
Courbe (où est apparu le Loup de Fer) et y fait construire le château d’En–Haut, en passant sous silence l’utilisation qui fut faite
du Mont de Tauras.
b) Stryjkowski situe sur une seule colline les deux apparitions merveilleuses — celle de Tauras et celle du Loup de Fer — la dénomme Taurakalnis et y fait construire le château d’En–Haut.
Conscient toutefois de l’existence d’un nom (de colline) laissé
pour compte, il décerne la dénomination de colline Courbe pour
dédoubler le nom de la Vallée de Šventaragis. (Ce transfert du
nom lui a été rendu possible par l’assimilation de la racine
Kreiv– “courbe” en lith., rendu dans le texte slave des Chroniques par Kriv–, à la dénomination Krivo donné au pontifex
maximus des Vieux–prussiens, permettant de considérer la vallée de Šventaragis en même temps comme Vallée des prêtres
(païens). [NB: Le rapprochement étymologique ainsi établi n’est
pas nécessairement faux].
4) Cette réduction, due aux contraintes historiques, au principe binaire de la structure ternaire de l’espace sacré se trouve compensée par
la réintroduction de la tripartition à un niveau différent.
428
APPENDICE
a) La Chronique introduit, à côté de Gediminas et de Lizdeika, un
troisième personnage, Goštautas, chef de guerre et premier gouverneur de la cité en esquissant ainsi une tripartition des pouvoirs.
b) Stryjkowski, de son côté, après avoir expliqué, tant bien que
mal, la fondation matérielle, profane, de la ville, s’arrête longuement sur le problème de sa fondation sacrée en mettant un
soin particulier à définir les trois lieux du culte instaurés à Vilnius.
C’est l’étude comparative de ces différentes tripartitions qui seule
peut nous donner quelques éclaircissements non plus sur le mythe de
la fondation de la cité, ni sur celui de la souveraineté, mais sur
l’articulation fondamentale de la religion lithuanienne.
9. La tripartition du sacré
9.1. Velnias – Kalvelis?
Nos deux sources concordent pour reconnaître à la vallée de Šventaragis le caractère de lieu sacré antérieurs à la fondation de Vilnius.
Différent quant au nom de la colline où fut construit le château fort
d’En–haut, elles s’accordent également pour situer dans la même vallée le château d’En–bas. C’est cet endroit aussi qui fut choisi par les
deux versions pour faire délivrer à Gediminas, sous la forme d’un
songe, le message l’intimant à fonder la cité, ce qui en fait le lieu privilégié de la communication avec le sacré. Aussi les renseignements
complémentaires donnés à ce sujet par Stryjkowski ne sortent pas du
cadre général du mythe et peuvent, jusqu’à la preuve du contraire, être
pris au sérieux. Or, Stryjkowski, en énumérant les trois lieux cultuels
destinés à “consolider la gloire des dieux” à Vilnius distingue nettement des deux lieux instaurés par Gediminas, un premier lieu, établi,
auparavant, par Šventaragis et son fils Gerimantas, et dont il ne fait
que “pourvoir abondamment” les prêtres.
Tout concourt, par conséquent, à considérer que ce lieu du culte
consacré au Feu Eternel, antérieur aux autres fondations religieuses de
Le songe de Gediminas (Algirdas Julien Greimas)
429
la cité, situé aux abords de la vallée nécropole des premiers souverains, instaurateurs mythiques et du culte du feu et du rituel funéraire
crématoire correspond à une sphère de souveraineté divine que l’on
peut chercher à délimiter.
La constatation de l’existence d’une telle sphère du sacré, attribuable à une divinité souveraine et caractérisée par le culte du Feu ne va
pas toutefois sans soulever des difficultés.
Ces difficultés sont, dans le contexte du mythe que nous examinons, au nombre de deux:
a) La place réservée par Stryjkowski au culte du feu (mais qui se
rattache directement au mythe de Šventaragis que connaissent
les Chroniques) correspond, si l’on cherche à comparer la tripartition lithuanienne au panthéon prussien de Grunau, à celle de
Patulus, dieu souterrain dont la version lithuanienne serait plutôt
Velnias: en effet, dans les deux autres lieux de culte, ainsi que
dans les tripartitions parallèles du mythe que nous aurons à identifier, on reconnaît implicitement, une sphère de Mitra ≈ Patrimpas Mėnulis et une autre explicitement consacrée à Perkūnas
(lith. et pruss.) ≈ Indra.
b) Cette inadéquation qui, dans un lieu consacré aux ancêtres et
aux morts, fait apparaître le feu à la place des caractéristiques
d’une divinité souterraine a pour effet d’instituer à Vilnius deux
lieux cultuels du feu, auxquels ne correspond, dans le temple de
Grunau, qu’un feu perpétuel voué à Perkūnas.
Des deux objections, c’est la seconde qui semble la plus facile à réfuter. Si l’adoration du feu par les tribus lithuaniennes est constamment soulignée, depuis les premiers documents, par tous les chroniqueurs des deux Ordres Teutoniques, c’est par la destruction du feu
que commence, selon J. Dlugosz, “Wladislaus Rex”, grand duc lithuanien devenu roi chrétien de Pologne, qui ordonne de détruire «ignem,
qui perpetuus ab illis putabatur in Vilnensi civitate, quae caput et metropolis gentis erat servatum…». Fait important, ce même Dlugosz,
lorsqu’il parle des dieux lithuaniens, donne la liste de leurs interpretationes romanae où aux objets d’adoration qu’il énumère comme
ignem, fulmen, silvas et aspides, correspondent les noms de Vulca-
430
APPENDICE
num, Iovem, Dianam et Aesculapium. Ce qui retient notre attention ce
n’est pas seulement le fait insolite, que la liste des dieux commence
par un dieu romain relativement secondaire tel que Vulcain, c’est surtout le fait que Jupiter étant explicitement identifié comme Perkūnas
avec fulmen pour attribut, c’est à Vulcain, qu’est attribué ignem. Or, si
la Chronique de Grunau prévoit le culte de feu pour Perkūnas — ce
que fait également Stryjkowski, un autre feu cultuel peut aisément, sinon impérativement être attribué au Vulcain lithuanien.
Peut–on faire un pas de plus et formuler l’hypothèse relative à
l’identité de ce Vulcain?
Dès le XIIIe siècle, les Chroniques russes, celle de Malala (1261),
ainsi que la Chronique de Volynie (XIIIe s.) mentionnent (la première
en compagnie de Perkūnas) le nom d’un dieu Teljavel dans lequel les
philologues et les mythologues reconnaissent unanimement la déformation du lithuanien *Kal–ev–elis (cf. finnois Kalevala), aug. Kalvelis, dimin. de Kalvis “forgeron”, et ceci d’autant plus facilement que la
Chronique de Malala le qualifie de «forgeron ayant façonné le Soleil
et l’ayant accroché au ciel». Un autre renseignement, donné par Jeronimus Pragensis (Scriptores rerum Prussicarum, IV, Leipzig, 1890, p.
238) datant de 1409–1418 consolide le rapprochement entre ce dieu
forgeron et la déesse Soleil (au fem. en lith.) qui, «adorée en Lithuanie
après avoir été emprisonnée par un puissant roi et enfermée dans une
tour fortifiée, fut libérée à l’aide d’un énorme marteau».
Le dieu Kalvelis–Vulcain existe donc bien, sa relation avec le feu
ne fait pas difficulté non plus. Ne pourrait–on pas l’identifier avec le
dieu Krukis, mentionné par J. Lasicius (dans son De Diis samagitorum) qui le qualifie comme «suum (est) deus qui religiose colitur ab
Budraicis, hoc est, fabris ferrarijs». Il est difficile de voir, pour
l’instant, si une relation mythique existe réellement entre les porcs et
le dieu Krukis ou s’il ne s’agit que d’un malentendu provenant de
l’homophonie du lith. Krukis, qui réunit deux mots (ou deux sémèmes
d’un seul mot) dont le premier signifie bien “groin d’un porc” tandis
que le second désigne un “bâton (courbu)” et, métaphoriquement, “celui sur qui on peut s’appuyer”, “héritier”, ce dernier sens étant largement et anciennement attesté par les dictionnaires.
Car on voit que Krukis, dieu des forgerons qui l’adorent au milieu
de la nuit (le mot budraitis est un nom d’agent dérivé de budra “té-
Le songe de Gediminas (Algirdas Julien Greimas)
431
nèbres de la nuit”) pourrait bien être ce dieu–héritier qui s’est substitué, lors de la révolution cultuelle dont nous avons déjà parlé, à Velnias ≈ Patulas, dieu souterrain, dieu des ténèbres. En effet, les données–folkloriques assez nombreuses (mais encore insuffisantes, étant
donné l’absence de recherches systématiques sur ce problème) indiquent «les relations étroites existant entre Velnias et Kalvis: c’est
kalvis qui a dérobé aux démons (≈ velniai) le secret de la fabrication
du fer et l’on sait que Velnias (au sing.) se présente au héros d’un
conte mythique sous l’apparence d’un vieillard à longue barbe et
l’amène dans la forge souterraine où il réside; c’est encore Kalvis
qui, une fois mort, fait fuir de l’enfer tous les démons en déléguant
ainsi Dieu à le recevoir au ciel, le héros d’un autre conte, confronté
avec Velnias, le menace de l’intervention de son frère Kalvis qui habite au ciel, etc.
Tous ces faits qui dénotent une intimité certaine entre Velnias et
Kalvelis demandent évidemment à être complétés et comparés aux
données indo–européennes (cf. Toporov). Ils soutiennent d’ores et déjà l’hypothèse selon laquelle le panthéon lithuanien comportait à la
place habituellement réservée à un dieu souverain de type varunien, un
dieu lié au culte du feu éternel et qui pouvait bien être Kalvelis, remplaçant et co–équipier de Velnias ≈ Patulas.
9.2. Mėnulis?
Après avoir abondamment pourvu les prêtres desservant le feu perpétuel, «Gediminas consacre, de plus, aux dieux une forêt obscure et y
installe, selon le coutume, les prêtres païens pour qu’ils y prient pour
les âmes mortes des princes (ducs) qui furent brûlés dans ces endroits
et pour qu’ils y nourrissent et élèvent, en qualité de dieux domestiques, les serpents et ce qu’on appelle les žemininkai; la forêt elle–
même s’étendait le long du fleuve Neris de la manufacture actuelle des
canons jusqu’à Lukiškiai».
C’est intentionnellement que nous avons voulu transcrire tel quel le
texte de Stryjkowski afin de soumettre au lecteur son témoignage intégral avec les difficultés qu’il comporte.
A première vue, le texte paraït transparent:
432
APPENDICE
a) Situé entre l’indication du lieu cultuel consacré au feu perpétuel
et la description du lieu de culte voué à Perkūnas, ce texte renvoie incontestablement à un troisième culte concernant une troisième sphère du sacré.
b) L’analyse de la séquence narrative relative à la chasse au taureau
nous a permis d’établir, avec une assez forte probabilité, que le
taureau représente la sphère de souveraineté correspondant à
Mitra ≈ Patrimpas ≈ Mėnulis.
c) Or, Grunau décrit Potrimppo comme «ein man junger gestalt
ane bardt gekronet mit saugelen (épis de blé) und frolich… und
der gott vom getreide», tandis que sa statue avait à côté d’elle un
serpent dans une jarre couverte de gerbes de blé et nourri de lait
par les waydolottinnen (prêtresses)… Patrimpus, tout comme
Mėnulis d‘ailleurs, paraît ainsi cumuler, avec les attributs de
dieu souverain, ceux de la troisième fonction: il n’est pas étonnant dès lors que Stryjkowski installe, lui aussi, les žemininkai
(ou žemėpačios (lith.), žemėpačiai, d’après Lasicius), les divinités secondaires de la Terre dans les lieux consacrés ce type de
souveraineté.
d) La présence des serpents dans ce même lieu correspond également à la description de Grunau. La systématisation plus poussée des données mythologiques lithuaniennes relatives à cette
sphère permettrait probablement le rapprochement de Mėnulis,
dont la résidence au fond des mers a été reconnue dans le conte
mythique relatif à la Vache de Fer, avec le roi des serpents, Žilvinas, ayant lui aussi son château et sa résidence au fond des
mers (cf. le conte Eglė, reine des serpents). Bien plus, la liste
des dieux proposée par Dlugosz comporte, à côté des noms de
Vulcain, Jupiter et Diane, celui d’Aesculape: ne seraient–ce par
la fonction de veiller sur la santé et son emblème qu’est le serpent (cf. aspides) qui expliqueraient cette interprétation romaine
restrictive de Mėnulis?
e) Le nom de Diane que l’on trouve dans la liste de J. Dlugosz ne
fait pas, non plus, de difficulté particulière. Si la liste d’objets
d’adoration, parallèle à celle des divinités, mentionne aspides
pour Aesculape, c’est silvas qui correspond au nom de Diane.
Or le texte de Stryjkowski parle justement d’une forêt profonde
Le songe de Gediminas (Algirdas Julien Greimas)
433
que Gediminas consacre aux dieux, en réunissant ainsi, dans un–
même lieu, les cultes de “Diane” et d’“Aesculape”.
En analysant la séquence de la chasse au taureau, nous avons vu
que ce n’est pas seulement le fait d’obtenir la qualification en vue de
la souveraineté lors d’une chasse qui paraissait significatif, mais que
le rapprochement avec le temple de Diane à Rome, orné de cornes de
vache, permettrait d’envisager une place vide où une Diane lithuanienne pourrait éventuellement se manifester. Cette Diane lithuanienne n’est autre que Medeina (cf. medėjas “chasseur”, lith. medis
“forêt”), mentionnée, à côté de Kalvelis, d’un *Diviriks (quelque
chose comme “souverain des dieux”) et de deux autres dieux opaques,
dans la Chronique de Volynie du XIIIe s., et reprise, indépendamment,
par Lasicius (vers 1580) et par Daukša (1595), donc, solidement attestée, dont on ne sait pas grand–chose sinon qu’elle règne en souveraine
sur les lièvres. Des dépouillements plus substantiels sont nécessaires
avant de se prononcer si certaines croyances selon lesquelles les lièvres seraient les ombres des âmes mortes ont suffisamment de consistance pour autoriser le rapprochement entre Medeina et le monde des
morts, comme le texte de Stryjkowski incite à le penser.
Si l’ensemble des données contenues dans ce texte paraît s’ordonner et s’expliquer de manière cohérente, il y a là une chose gênante:
l’apparition dans la topographie des lieux d’un nouvel espace sacré: la
forêt profonde que Gediminas consacre aux dieux et qui, tout en faisant penser à la vallée de Šventaragis, ne se confond pas avec elle.
9.3. Perkūnas
«Gediminas fit construire, en outre, une idole à Perkūnas (ou de
Perkūnas?) tenant dans sa main un grand silex qui servait aux prêtres à
allumer le feu; le feu éternel, en offrande à lui, était sans interruption
aucune entretenue jour et nuit avec du bois de chêne à l’endroit où se
trouve actuellement l’église de St. Stanislaus, construite par le petit
fils de Gediminas, Jogaila». (Il s’agit de Jogaila, pol. Jagello ou Vladislaus Rex, déjà mentionné, destructeur du culte païen).
Ce texte décrivant l’instauration à Vilnius, du culte de Perkūnas,
dieu souverain de la fonction guerrière, ne pose apparemment pas de
434
APPENDICE
difficultés. Perkūnas attesté très tôt, commun aux trois peuples baltes,
très vivant dans les croyances populaires jusqu’au début du XXe s. est
pour ainsi dire le seul dieu dont l’authenticité n’a jamais été mise en
doute. Aussi contenterons nous de quelques remarques portant sur le
détail du texte afin d’en augmenter la crédibilité.
a) Il est une tradition, parmi les folkloristes et historiens s’occupant
des questions lithuaniennes, de formuler les plus grandes réserves quant à l’existence, dans le culte païen de la figuration, anthropomorphe ou zoomorphe des divinités et de la fabrication
des “idoles”. Or les données linguistiques, réunies par K. Būga2
sont en contradiction avec cette thèse: en réunissant une bonne
dizaine de termes lithuaniens désignant ou ayant désigné idole,
tels que stabas “idole” (appartenant à la famille stebėti “observer”, nu–steb–ti “s’étonner”, steb–uklas “miracle”, stulpas “poteau”, anciennement “idole” (de la même famille que ap–stulp–
ti “devenir muet et immobile de stupéfaction”) ou bien de nombreux: dérivés de la racine diev– “dieu”: deivė, dei–vilas, diev–
ainis, diev–aitis, servant tous à désigner, “idole” dans la littérature chrétienne des XVI–XIXe s., K. Būga montre bien qu’il est
impossible d’interpréter ces faits autrement que par l’existence,
à l’époque pré–chrétienne, d’une représentation figurative des
divinités.
J. Dlugosz, lorsqu’en racontant l’établissement du christianisme
en Lithuanie à la fin du XIVe s., il précise que le roi Jogaila
“aras idolorum destruit” ne fait que confirmer l’existence antérieure, des “idoles”.
b) Le même Dlugosz, après avoir identifié Perkūnas à Jupiter («Iovem autem in fulmine venerando vulgari suo illum Perkunum,
quasi percussorem, apellabent»), le relie au culte du feu, en parlant des vestales qui entretenaient son feu perpétuel. L’idole de
Perkūnas, le feu éternel qui lui était consacré et le bois de chêne
qui l’entretenait constitue donc un ensemble crédible.
2
K. Būga, “Medžiaga lietuvių, latvių ir prūsų mytologijai (1908)”, in Rinktiniai raštai, I, p.
143–9.
Le songe de Gediminas (Algirdas Julien Greimas)
435
9.4.1. La tripartition des dieux
l) La tripartition des dieux souverains que nous avons cherché à
consolider repose donc sur l’interprétation du texte de Stryjkowski,
établissant une distribution des lieux du culte dans la cité de Vilnius
mythiquement fondée par Gediminas: a) un autel préexistant à la fondation consacré au feu éternel, b) une forêt profonde peuplée de serpents et de dieux de la terre de la 3ème fonction et c) une statue de
Perkūnas avec un autre feu perpétuel en son honneur. Il est curieux de
constater que J. Dlugosz parlant de la destruction de la religion lithuanienne s’en tient à la même répartition des types cultuels: «aras idolorum destruit(e), lucos succidit (2) …ignem disiecit et extinguit (l)»
(Hist. Poloniae IV (= XIII) p. 159).
2) Etant donné que le texte de Stryjkowski auquel nous nous référons fait partie du récit de la fondation de la ville capitale et, suivant
immédiatement celle–ci, apparaît comme la description de l’institution
officielle de la religion d’Etat, nous nous sommes cru autorisé à y voir
l’établissement des lieux cultuels des dieux souverains et à chercher à
faire correspondre à chaque lieu et type cultuels, une divinité souveraine. Ce n’est qu’à titre hypothétique, et en attendant que les hypothèses soient confirmées ou infirmées, que nous avons tenté, en s’appuyant
sur les données de Stryjkowski et les interpretationes romanae de Dlugosz, mais aussi en tenant compte du panthéon tripartite de Grunau, à
proposer, pour les cases vides des noms disponibles de dieux lithuaniens. Résumons le nouveau panthéon sous la forme d’un tableau:
1ére fonction
2e fonction
Souveraineté
contractuelle
Souveraineté
magique
Souveraineté
guerrière
Inde
Mitra
Varuna
Indra
Prusse
Patrimpas
+ la 3ième fonction
Patulas
Perkūnas
Lithuanien
Mėnulis Dievaitis
+ Medeina
+ la 3ième fonction
Kalvelis (Velnias)
Perkūnas
436
APPENDICE
9.4.2. La tripartition des “éléments”
3) Cette tripartition peut étre consolidée par des oppositions que
l’on peut retrouver, dans la tradition mythique populaire, à un niveau
figuratif très profond, entre les éléments constitutifs de la nature, dans
la mesure où celles–ci correspondent aux oppositions reconnues des
sphères du sacré. Dans le cas de la mythologie lithuanienne nous
avons l’impression très générale et intuitive, d’avoir à faire, grosso
modo, à une conception de l’univers où le monde humain assez restreint, fait de terre et d’air, se trouve entouré par des éléments fondamentaux qui sont l’eau et le feu, étant entendu que l’un comme l’autre
sont divisibles en
eaux d’en bas
feu d’en bas
vs
vs
eaux d’en haut et
feu d’en haut
Cependant, tandis qu’une entente ou même une collusion semble
régner entre les eaux d’en haut et les eaux d’en bas (ainsi, Mėnulis est
roi du ciel et réside en même temps au fond des mers; ainsi, les lacs ne
sont que des nuages qui, guidés chaqun par un taureau, sont descendus
se poser sur terre, ainsi, l’arc–en ciel, appelé parfois dermės juosta, littéralement “ceinture, lien de concorde”, sert à prélever les eaux d’en
bas pour rétablir l’équilibre avec celles d’en–haut), il semble qu’un
antagonisme inconciliable existe entre le feu d’en haut, le feu céleste,
et le feu d’en bas ou le feu terrestre.
Les témoignages dans ce sens abondent. Ainsi, selon la tradition
mythique, il est strictement défendu d’allumer le feu dans les champs
avant que le Perkūnas agraire (cf. Pergrubis prussien), par le premier
tonnerre du printemps, ne secoue la terre en en chassant les démons.
Ainsi, en tous temps, lorsque Perkūnas gronde, il est interdit
d’allumer le feu dans les champs, de se tenir près du feu (Krt LTA
758(80)): en effet, Perkūnas lance sa balle (ou, plus anciennement, sa
floche) là où il voit le feu allumé, persuadé que Velnias s’y trouve
(Kdn. LTA 832(347)). La même hostilité concerne également le feu
du foyer: il est déconseillé, il est interdit d’entretenir le feu du foyer
tout le temps que tonne Perkūnas (Vlk LTA 763(380)/ Rsn. LTA
832(344), etc.)
Le songe de Gediminas (Algirdas Julien Greimas)
437
Cet antagonisme entre les deux sortes de feu, le feu de Perkūnas et
le feu de Velnias (attribut fondamental qu’il partage avec Kalvelis–
Vulcain) semble se refléter, en la confirmant, dans la distinction entre
deux: feux perpétuels reconnus par Stryjkowski dans les institutions
religieuses de Vilnius. Le fait paraît même assez solidement établi
pour fonder l’originalité du culte lithuanien par rapport à ce que nous
savons, par Grunau, du culte, prussien, où n’existait qu’un seul feu
perpétuel attribué à Perkūnas, tandis que Patulas, dieu souterrain, pour
peu que nous en sachions, en était dépourvu.
Par contre, la relation existant entre le feu et l’eau est toute différente. Si le feu d’en–bas peut être éteint à l’aide de l’eau, il n’est pas
de même du feu d’en–haut. Jusqu’à des temps récents, il était défendu
d’essayer d’éteindre le feu de Perkūnas considéré comme un “feu sacré” (Utn Tir ŽV 644 (Bič)); bien plus, il est impossible de l’éteindre
avec de l’eau, car le feu de Perkūnas lui résiste (Mrjm LTA 828(242) /
Kdn LTA 1039 (1)), l’eau dans ce cas «ne fait que le mettre encore
plus en colère» (Zrs LTA 1032 (182)).
II existe, par conséquent, entre le feu de Perkūnas et l’eau de
Mėnulis, non un état d’antagonisme et d’hostilité, mais une relation
d’incompatibilité. Par contre, l’eau peut éteindre le feu d’en bas (cf.
celui de Velnias–Kalvelis) et inversement, le feu de Perkūnas peut être
éteint en utilisant les liquides relevant de la sphère de Velnias: le lait
de chèvre (Alt LTA 1041 (118) / Zrs LTA 1032 (172)), etc. ou les autres liquides fermentés ou acides comme le lait (séré) caillé (Mrj LTA
228/242), etc. etc.) ou le jus de betteraves (Zrs LTA 1032 (187), etc.
etc.)
On peut dire, en formalisant un peu, qu’il existe une relation de
contrariété entre Mėnulis et Perkūnas (qui s’excluent mutuellement)
et une relation de contradiction entre Velnias et Perkūnas (qui se détruisent réciproquement).
9.4.3. La tripartition des pouvoirs humains
La tripartition religieuse des cultes qui occupe une place essentielle
dans le récit de Stryjkowski, est absente du texte des Chroniques qui
sert de point de départ à Stryjkowski. Le fait en soi n’est pas étrange:
si M. Stryjkowski est averti de choses de la religion, les Chroniques li-
438
APPENDICE
thuaniennes, tout en étant un témoignage portant sur une religion
étrangère a leurs auteurs, doivent être considérées, suivant les conceptions de l’époque, comme une œuvre politico–historique, s’occupant
des problèmes de gouvernement et d’Etat.
Aussi n’est–on pas étonné d’y voir le récit de la fondation de la
ville capitale s’achever par des considérations politiques sur les hommes et le gouvernement de la cité nouvellement fondée.
L’érection des deux châteaux, ceux d’En–haut et d’En–bas, et leur
dénomination commune sont suivies, dans les Chroniques, des remarques que voici:
l) «Et nomma Gediminas son chef de guerre (hetman) Goštautas,
qui fut né de Krumpis (Kumpis) premier gouverneur (voivod) de Vilnius».
2) «Et régnait le grand duc Gediminas pendant de longues années
dans la principauté de Lithuanie, de Ruthénie et de Samogitie
― et il fut un prince juste;
― et, ayant à faire face à de nombreux combats, il en sortait toujours victorieux (laimėdavo);
― et régnait heureux (laimingai) jusqu’à ses plus vieux jours».
On voit que le mythe, préoccupé de fonder la cité et sa gloire, se retourne pour ainsi dire dans ses dernières phrases pour
a) donner la définition des qualifications du Souverain, Gediminas;
b) instaurer un pouvoir politico–militaire, le personnifiant en Goštautas;
c) à côté d’un pouvoir religieux, déjà annoncé, conféré à Lizdeika.
Une nouvelle tripartition apparaît ainsi, réalisée non plus au niveau
du divin, mais au niveau des personnages chargés d’incarner le pouvoir souverain.
1) Les qualités attribuées à Gediminas dans l’exercise de sa souveraineté en font un représentant typique de ce que G. Dumézil appelle
Le songe de Gediminas (Algirdas Julien Greimas)
439
les dynasties lunaires, par opposition aux dynasties solaires produisant des rois actifs et turbulents, vivant dans “la fureur et le sang” et
que représente incontestablement le frère (père d’après les Chroniques) de Gediminas, Vytenis.
Les attributs de Gediminas qui sont a) la justice, b) la fortune dans
les combats et c) la santé (= une longue vie et mort de vieillesse,
contraire à l’histoire) sont ceux justement qui qualifient la souveraineté selon Mitra, ceux aussi qui constituent la sphère fonctionnelle de
Mėnulis Dievaitis (à rapprocher aussi de Patrimpas).
2) La nomination de Goštautas, chargé des pouvoirs politico–
militaires peut paraître, à première vue, comme un anachronisme: la
terminologie de ses fonctions: hetman et voivod est celle du XVe siècle, et l’idéologie politique qui s’y reflète correspond au désir de fonder, à posteriori, et de justifier par ses origines la domination politique
exercé à cette époque par la haute noblesse. Tout cela est fort possible,
probable même. Un seul détail nous arrête, c’est le choix des noms
propres, ceux de Goštautas et de Krumpis–Kumpis, Goštautas est, il
est vrai, le nom d’une famille de haute noblesse qui s’est illustrée
pendant les XV–XVII siècles. L’étymologie n’en est pas moins significative: Goš–tautas est un nom composé, dont le deuxième élément
tauta (cf. lat. totus) désigne le peuple tandis que le premier élément
semble se rattacher au verbe gošti qui signifie actuellement «s’épanouir aux dépens des autres», le composé lui–même pouvant signifier
alors «celui qui est au dessus des peuples», “chef”. Une telle coïncidence entre l’étymologie et les fonctions que les Chroniques attribuent
au personnage portant ce nom paraît difficilement pouvoir être mise
au compte du hasard. Dès lors la naissance de Krumpis, littéralement
«la deuxième articulation des doigts du poing» et, par conséquent, «la
partie du poing avec laquelle on donne des coups» ou Kumpis “le
courbe”, synonyme de Kreivas, nom que porte la colline sur laquelle
est apparu le Loup de Fer, semble introduire une dimension mythique
dans ce qui n’apparaissait qu’une nomination politique tendant à fonder le droit de la domination d’une classe. Les origines mythiques de
Goštautas, chef guerrier, de par sa nomination chef du peuple (en armes?) en feraient le représentant institutionnel de la deuxième fonction.
440
APPENDICE
3) S’il en était ainsi, la place de Lizdeika serait toute indiquée. Bien
que ses origines soient encore obscures faute de dépouillements permettant de préciser la figure mythique de l’aigle. Lizdeika préexiste à
la fondation de la cité, tout comme le feu éternel que Gediminas ne
fait qu’entourer de soins particuliers lors de la fondation. Principal devin, žinčius de Gediminas, il devient avec la fondation de la ville, le
“prêtre”, l’“évêque” des païens que Stryjkowski n’hésite pas à affubler
du nom de Krivių Krivaitis emprunté à la tradition, confondant les
faits prussiens qui remontent à Chronicon Prussiae de Petrus von
Dusburg (1326) et à Grunau, et qui le qualifient de “pape païen”. Dans
l’économie tripartite, Lizdeika se rattache ainsi au culte du feu éternel
et à la sphère de la souveraineté magique représentée hypothétiquement par Velnias et Kalvelis.
Il y a peut–être lieu d’insister ici, une fois de plus, sur le caractère
profondement religieux — au sens païen, évidemment — du mythe
que nous examinons. Les critiques d’inspiration historique — ou historiciste — qui cherchent à ne voir dans ce mythe que l’idéologie politique de la haute noblesse du XV et XVIe siècles, soucieuse de
conserver, face aux ambitions polonaises, sa puissance et son indépendance, si elles restent valables dans la mesure où elles expliquent
les raisons d’apparition de ce mythe dans les Chroniques Lithuaniennes et ses succès ultérieurs, ne peuvent rien contre le fait que les chroniqueurs qui l’enregistrent et le valorisent, tout chrétiens (et probablement de longue date) qu’ils sont, transmettent, bien malgré eux,
une idéologie religieuse qui leur est étrangère, qu’ils fondent la souveraineté de Gediminas et la gloire de sa capitale sur la volonté explicite
des anciens dieux.
L’institution du culte tripartite développée par Stryjkowski va, par
conséquent, dans le même sens et ne change rien dans l’orientation
générale du mythe. Aussi peut–on noter ici, comme significative,
l’attention particulière dont Gediminas entoure toute la classe des prêtres et leur supérieur, Lizdeika: les trois lieux du culte établis à Vilnius
comportent toutes une organisation sacerdotale. Dès lors, un nouveau
rapprochement s’impose avec les mythes indien et romain de
l’avènement du roi étudiés par Dumézil.
On sait que les rois fondateurs — Prthu et Servius ― se réfèrent
aux origines de la royauté et aux premiers rois mythiques, tout comme
Le songe de Gediminas (Algirdas Julien Greimas)
441
le mythe de Gediminas se réfère à Šventaragis. On sait, d’autre part,
que les mythes indien et romain reprochent à Vena et Tarqum, prédécesseurs déposés de Prthu et de Servius, d’avoir “détruit les castes” et
méconnu les droits des prêtres. Ne peut–on voir dés lors, dans le soin
que prend Gediminas à instituer les lieux du culte et à les entourer
d’un clergé nombreux, comme une restauration officielle de la dignité
de l’ancienne religion après la période de troubles qui, dans la
deuxième moitié du XIIIe siècle, ont suivi la conversion au catholicisme, le couronnement et, finalement, la déposition par assassinat du
roi Mindaugas qui, nécessairement, avait aboli l’ancienne classe des
prêtres? Une telle réminiscence, mythologique, n’est pas à exclure,
surtout que, pour une nouvelle fois, elle réconcilierait la logique mythique et la vérité historique.
Le nombre de tripartitions, relativement cohérentes, se multiplie: à
celle des fonctions, nous sommes amené à ajouter la tripartition des
“fonctionnaires”.
9.5. Les lieux
Tauras Šventaragis Kreivasis
Plikas [chauve] par opp. à Gauruotas [poilu]
Bas
Haut (cf. [Patulas?] qui regarde d’en bas
([Louve?] vs Tauras
et Gel. Vilkas
sont en haut)3.
3
L’article n’a pas été achevé par Greimas; il est contenu dans un manuscrit gardé auprès du
département de manuscrits de la bibliothèque de l’Université de Vilnius [N.d.R.].
442
APPENDICE
Note biografiche degli autori
Rossana Bonadei insegna Letteratura Inglese e Studi culturali
all’Università di Bergamo. Ha lavorato prevalentemente sulle estetiche e le poetiche romantiche e moderniste nei loro intrecci con i temi
della percezione, del viaggio e del paesaggio. Ha scritto saggi sui poeti romantici e su Hopkins (di cui ha anche tradotto ampi stralci dai
Diaries), su Dickens e i paesaggi narrativi inglesi (Paesaggio con figure, Jaca Book, 1996). Ha sviluppato inoltre interessi per gli studi
culturali in relazione all’antropologia dello sguardo nelle pratiche del
quotidiano e alle teorie del viaggio. Ha co–curato con Ugo Volli Lo
sguardo del turista e il racconto dei luoghi, Milano 2003. Di recente
pubblicazione il volume I sensi del viaggio, Milano 2007.
Maria Claudia Brucculeri è dottore di ricerca in Scienze del turismo, insegna Filosofia del linguaggio presso l’Università degli Studi
di Palermo e si occupa da anni di semiotica dello spazio e di analisi
della comunicazione turistica. Attualmente è impegnata in una ricerca
sugli spazi urbani e sui linguaggi della città.
Rosanna Casari è ordinario di Letteratura russa all’Università di
Bergamo. Ha da sempre privilegiato le tematiche dello spazio in letteratura, lo studio delle intersezioni tra letteratura e territorio, tra il testo
urbano e il testo provinciale, dedicando particolare attenzione all’opera di F. Dostoevskij.Ha pubblicato i volumi: Il complesso di Asmodeo. Pagine di letteratura russa “sub specie architecturae”; L’altra Mosca. Letteratura e arte nella cultura russa del XIX–XX secolo;
Viaggio in provincia. La cultura della provincia russa nel XIX secolo.
Attualmente si occupa del mito antico (Psiche, Fedra, Antigone) nella
narrativa russa della seconda metà dell’Ottocento, nonché dei rapporti
tra arte popolare russa e letteratura.
443
444
Note biografiche degli autori
Pierluigi Cervelli insegna Comunicazione e semiotica degli eventi
sportivi presso la Facoltà di Scienze della comunicazione dell’Università “La Sapienza” di Roma. Si occupa di semiotica dello spazio urbano e di semiotica della cultura, in particolare in relazione all’analisi
delle dinamiche abitative nella periferia urbana. Oltre a vari saggi ha
pubblicato La città fragile (2008) e ha curato, con Isabella Pezzini,
Scene del consumo: dallo shopping la museo (2006).
Carlo Crespellani Porcella, cagliaritano di nascita (1956), milanese di esperienza professionale. Ingegnere, consulente ed esperto di
comunicazione, innovazione didattica e media. Docente di Teoria delle Reti e Comunicazione presso l’Università di Pavia, è autore di diversi articoli e saggi di comunicazione. Tra i suoi libri troviamo L’interruttore di Kandinsky – Il salto comunicativo tra linguaggio, visione
e mondo digitale, Guida Editore, 2001; La comunicazione nell’era di
Internet (a cura di) con S. Tagliagambe e G. Usai, Etaslibri, 2000). È
stato condirettore della Rivista IF della Fondazione IBM Italia. In collaborazione con Francesco Paoli ha realizzato il corso e–learning di
Logica e Argomentazione per il corso di laurea online di Scienza della
Comunicazione dell’Università di Cagliari. È stato dirigente d’azienda
e coordinatore di diversi progetti tra cui Unisofia. Cordinatore scientifico su progetti di innovazione didattica. Ha affrontato tematiche legate al management l’innovazione e progettazione ambientale. Si è occupato di linguaggi visivi, percezione e fotografia.
Maria Silvia Da Re è stata redattrice della Rivisteria–Librinovità.
È dottore di ricerca in francesistica e traduttrice. Ha partecipato a diversi convegni internazionali con contributi su Yves Bonnefoy, Michel Tournier e Jean–Luc Coudray, Pierre–Jean Jouve. Ha pubblicato
il volume Yves Bonnefoy: il Cuore–spazio e i testi giovanili (Alinea,
2000), e vari articoli critici, in particolare sulla poesia francese contemporanea. Dal 2003, tiene il laboratorio “Teoria e prassi della traduzione letteraria” presso l’Università degli Studi di Milano (Facoltà di
Lettere e Filosofia), dove collabora con diverse cattedre e case editrici.
Dal 2007 è Membre du Conseil d’Administration dell’Association Internationale de la Critique Littéraire (A.I.C.L., Tours).
Note biografiche degli autori
445
Gian Marco De Maria è dottore di ricerca in Teoria e Analisi del
Testo. Ha insegnato per diversi anni Storia del Cinema presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino e Linguaggio Cinematografico all’interno del corso di laurea in Ingegneria del Cinema
del Politecnico di Torino. È autore di diversi saggi sul linguaggio cinematografico. Nel 2008 ha pubblicato “Due o tre cose che so di Lei”.
Aspetti della messa in scena della città americana dagli anni Sessanta
alle soglie del duemila, Celid, Torino. Attualmente collabora con il
Centro Interdipartimentale di Ricerca sulla Comunicazione.
Guido Ferraro è docente di materie semiotiche all’Università di
Torino. La sua attività di ricerca è dedicata soprattutto alla teoria della
narrazione e alla ridefinizione della semiotica come scienza sociale a
tutti gli effetti. Principali ambiti di applicazione la narrativa cinematografica e letteraria, la pubblicità, la comunicazione in rete. Tra le sue
pubblicazioni, Strategie comunicative e codici di massa (Loescher), Il
linguaggio del mito (Meltemi), La pubblicità nell’era di Internet
(Meltemi), Comunque umani (Meltemi).
Alice Giannitrapani è assegnista di ricerca presso il Dipartimento
di Analisi dell’Espressione dell’Università degli Studi di Palermo e
docente di Semiotica della Pubblicità presso il medesimo Ateneo. Dottore di ricerca in Marketing Turistico, negli ultimi anni ha approfondito gli studi relativi alla semiotica dello spazio e alle forme di costruzione e promozione dei luoghi turistici. Attualmente è impegnata in
una ricerca sugli spazi urbani e sui linguaggi della città.
Algirdas Julien Greimas (Tula, 1917 – Parigi, 1992) è uno dei
padri della semiotica contemporanea. Studioso di lessicologia, di mitologia comparata, di semantica e di semiotica, Greimas è stato il fondatore della semiotica generativa. Il suo insegnamento si tramanda sia
attraverso le sue numerose opere, tradotte in varie lingue, sia attraverso i gruppi di ricerca che in tutto il mondo si ispirano alle sue ricerche.
Massimo Leone è ricercatore presso il Dipartimento di Filosofia
dell’Università di Torino, dove insegna Semiotica e Semiotica della
Cultura. Laureatosi in Scienze della Comunicazione a Siena, ha ottenu-
446
Note biografiche degli autori
to un DEA in “Storia e semiotica dei testi e dei documenti” dall’Università di Parigi VII, un MPhil in “Studi su parola e immagine”
presso il Trinity College di Dublino, un Dottorato in Scienze Religiose
presso l’Ecole Pratique des Hautes Etudes di Parigi, un Dottorato in
Storia dell’Arte presso l’Università di Friburgo (CH). Borsista presso il
CNRS a Parigi (2002) e il CSIC a Madrid (2003), Fulbright Visiting
Professor presso il Graduate Theological Union di Berkeley (2004),
Endeavour Research Award presso la Monash University di Melbourne
(2008), Massimo Leone ha impartito conferenze, lezioni, seminari in
numerose università in Africa, Asia, Australia, Europa, USA. Autore di
più di cento articoli e due monografie, Massimo Leone si occupa principalmente di semiotica delle culture religiose e semiotica delle città.
Dario Mangano insegna Semiotica nei corsi di laurea in Disegno
industriale e in Comunicazione internazionale dell’Università di Palermo. Ha pubblicato: Semiotica e design (Carocci, 2008). Fa parte del
comitato di redazione della rivista «E/C», per la quale ha curato il
numero monografico Il discorso del design con Alvise Mattozzi. Ha
scritto inoltre sui manuali di istruzioni per l’uso, sui segnali stradali,
sugli apparecchi fotografici e sulle relazioni tra musicista e strumento
nel jazz.
Gianfranco Marrone è professore straordinario di Semiotica nella
Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Palermo, ateneo dove insegna anche Teoria dell’innovazione nel Corso di laurea
magistrale in Design per il Mediterraneo della Facoltà di Architettura,
ed è Coordinatore del Dottorato di ricerca in Design, espressione e
comunicazione visiva. È inoltre docente di Semiotica della marca
presso l’Università IULM di Milano, e fa parte del Consiglio scientifico e del Collegio dei docenti del Dottorato SUM in Semiotica, presso
l’Università di Bologna. Tiene regolarmente corsi e seminari presso
diverse università italiane e straniere.
Giornalista pubblicista, collabora a “La Stampa” di Torino e ad altre testate. Dirige l’e–journal «E/C», rivista dell’Associazione italiana
di studi semiotici.
Tra i suoi scritti: Sei autori in cerca del personaggio (1986); Stupidità e scrittura (1990); Il sistema di Barthes (1994); Il dicibile e
Note biografiche degli autori
447
l’indicibile (1995); Estetica del telegiornale (1998); C’era una volta il
telefonino (1999); Corpi sociali (2001); Montalbano (2003); La Cura
Ludovico (2005); Il discorso di marca (2007).
Francesca Melzi d’Eril Kaucisvili, Ordinario di Letteratura Francese presso l’Università degli Studi di Bergamo, ha svolto la sua attività di insegnamento e di ricerca presso l’Università Cattolica di Milano e l’Università degli Studi di Milano. Dopo aver conseguito la
Laurea e il Dottorato in Filologia Moderna sotto la guida del Professor
Raffaele de Cesare presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica, si é dedicata dapprima allo studio dei rapporti culturali fra la Francia e l’Italia nel XIX secolo pubblicando corrispondenze inedite di Cesare Cantù, Manzoni, Pellico con i cattolici liberali
francesi e ricostruendo attraverso ricerche d’archivio la presenza e i
rapporti che Madame deStael e Stendhal ebbero con Milano e con alcuni esponenti della cultura e della vita politica milanese. Contemporneamente ha approfondito il ruolo dell’immagine e della metafora nel
primo simbolismo francese pubblicandone alcuni risultati. Nell’ambito della letteratura francese contemporanea ha rivolto la sua attenzione
alla figura e all’opera di Marguerite Yourcenar procedendo attraverso
i suoi manoscritti, conservati alla Houghton Library di Cambridge
Mass., a una critica genetica dell’opera della scrittrice soprattutto per
quanto concerne L’Oeuvre au Noir: (Dans le laboratoire de Marguerite Yourcenar, Fasano–Schena, Université Paris Sorbonne, 2002).
Alcuni poeti francesi contemporanei: Paul Eluard e il mito di Guernica
(Aa.Vv., Nel Segno di Picasso, Viennepierre, Milano 2005), Philippe
Jaccottet, Jacques Dupin A.du Bouchet e la rivista “Ephémère”, François Cheng., sono stati oggetto di contributi, tavole rotonde, confronti in Italia e in Francia.
Ha organizzato alcuni convegni internazionali fra i quali si segnala
quello a Gargnano La poétique du fleuve (Cisalpino, Milano 2004) e a
Bergamo Lingua, identità, alterità (“Dintorni”, 2006).
Ugo Persi è Professore Ordinario di Lingua e Letteratura Russa
presso l’Università degli Studi di Bergamo, dove si è laureato nel
1973. Il suo campo d’interesse principale è la letteratura russa in prospettiva comparatistica. Le sue pubblicazioni principali in questo am-
448
Note biografiche degli autori
bito di ricerca, oltre a una sessantiva di articoli pubblicati in varie riviste italiane e straniere, sono i volumi La parola in Liberty. Il Liberty
letterario fra Russia e Occidente (1989) e I suoni incrociati. Poeti e
musicisti nella Russia romantica (1999). Ambedue i volumi hanno
conosciuto anche un’edizione russa.
Isabella Pezzini è professore straordinario di Filosofia–Teoria dei
linguaggi, ed è titolare degli insegnamenti di Semiotica presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università Sapienza di
Roma. La sua ricerca riguarda temi di semiotica generale (lo sviluppo
moderno e contemporaneo della disciplina; le sue radici epistemologiche; il dibattito teorico interno), di semiotica del testo e della cultura
(enunciazione; espressione della soggettività e dell’affettività; forza
persuasiva ed efficacia simbolica; spazialità). Analisi specifiche vertono su testi letterari e narrativi, si estendono a testi e percorsi visuali
e sincretici. Di recente, estende i suoi studi al campo della semiotica
dello spazio e dell’architettura della città, con particolare interesse per
i luoghi del consumo e i musei. Nell’ambito del progetto Cofin (Prin,
2006) sulla “Scrittura e riscrittura della città” diretto da Ugo Volli è
responsabile della unità di ricerca di Roma, il cui progetto è intitolato
“Luoghi del consumo, consumo dei luoghi: tre casi a Roma”.
Ha pubblicato di recente: Immagini quotidiane. Sociosemitica visuale (Laterza, Roma 2008); Il testo galeotto. La lettura come pratica
efficace (Meltemi, Roma 2007). Ha curato: Scene del consumo. Dallo
shopping al museo, con Pierluigi Cervelli (Meltemi, Roma 2006) e,
con Gianfranco Marrone i due volumi di Senso e metropoli. Per una
semiotica posturbana e Linguaggi della città. Senso e metrpoli II
(Meltemi, Roma 2006 e 2008).
Giampaolo Proni è nato a Faenza e vive a Rimini. Insegna semiotica della moda all’Università di Bologna, Polo di Rimini. È direttore
del Master universitario Produzione e Cultura della moda – Collection
Product Manager. La sua attività di ricerca si indirizza alla semiotica
del comportamento di consumo, all’analisi semiotica del territorio e
alla semiotica progettuale.
Ha pubblicato Introduzione a Peirce (Bompiani, Milano 1990), Il
caffè, l’amico di Voltaire (Lupetti, Milano 1994), Leggere le tendenze
Note biografiche degli autori
449
(Lupetti, Milano 2007) e, con Michela Deni, La semiotica e il progetto. Design, comunicazione, marketing (Franco Angeli, Milano 2008),
articoli e saggi. Ha collaborato all’edizione di Opere, di C.S. Peirce, a
cura di Massimo A. Bonfantini (Milano: Bompiani, 2003).
È autore dei romanzi Il caso del computer Asia, Bollati–Boringhieri, Torino 1989; L’indagine di Maria H., Signorelli, Milano 1993,
La dea digitale, Fazi, Roma 2000, Digit_Zero www.gproni.org 2007 e
Aracne editrice, Roma 2008, e di diversi racconti.
Ha collaborato con RAI, “il Sole 24 Ore” e altre testate.
Antonio Santangelo insegna Semiotica presso l’Università Vita/
Salute San Raffaele di Milano. Dopo la laurea in Scienze della Comunicazione all’Università degli Studi di Torino, conseguita concentrandosi soprattutto sulle discipline della semiotica dell’audiovisivo e
delle teorie e tecniche dei nuovi media, ha condotto per tre anni una
ricerca di dottorato, sempre nello stesso Ateneo, dal titolo “La Tv
intermediale”, per indagare, da un punto di vista socio–semiotico, il
rapporto tra la televisione e gli altri mezzi di comunicazione, nell’attuale sistema dei media. Oggi è titolare di un assegno di ricerca
biennale, presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di
Torino, per condurre uno studio sui potenziali rapporti che possono
instaurarsi tra la televisione e i social network on line. Come
ricercatore sociale ha lavorato per 5 anni presso il Format_Lab del
Virtual Reality & Multi Media Park, un parco tecnologico di Torino,
svolgendo studi semiotici sugli sviluppi e le tendenze del linguaggio
dell’audiovisivo, nei settori della televisione e del multimedia. In
questo ambito, ha condotto ricerche per la Rai, per le pubbliche
istituzioni regionali del Piemonte e per l’Unione Europea. Oggi
studia la qualità del sistema televisivo locale, per conto del Corecom
del Piemonte.
Saskia Sassen è Lynd Professor of Sociology and Member, The
Committee on Global Thought, Columbia University. Tra i suoi libri
più recenti, Territory, Authority, Rights: From Medieval to Global Assemblages (Princeton University Press, 2006) pubblicato in italiano da
Bruno Mondadori nel 2008, e A Sociology of Globalization (W.W.
Norton, 2007), pubblicato in italiano da Einaudi nel 2008. Saskia Sas-
450
Note biografiche degli autori
sen ha appena completato un progetto quinquennale UNESCO sull’insediamento umano sostenibile basato su una rete di ricercatori e attivisti in più di trenta Paesi; i risultati sono stati pubblicati come uno
dei volumi dell’Encyclopedia of Life Support Systems (EOLSS)
(Oxford, UK: EOLSS Publishers) [http://www.eolss.net]. I libri di Saskia Sassen sono stati tradotti in sedici lingue. Saskia Sassen è membro del Council on Foreign Relations (USA), della National Academy
of Sciences Panel on Cities (USA), e ha presieduto l’Information
Technology and International Cooperation Committee of the Social
Science Research Council (USA). I suoi articoli appaiono regolarmente in The Guardian, The New York Times, OpenDemocracy.net,
Le Monde Diplomatique, the International Herald Tribune, Newsweek
International, the Financial Times, ecc.
Sergio Scamuzzi è professore ordinario di Sociologia presso
l’Università di Torino. È autore di studi e ricerche sulla modernizzazione e sullo sviluppo locale, le disuguagliazne sociali, la comunicazione e il territorio.
Ilaria Tani è ricercatrice di Filosofia e Teoria dei linguaggi presso
la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università di Roma
“La Sapienza”, dove insegna Sociolinguistica e Retorica. Si occupa di
storia delle teorie linguistiche, di teoria e metodologia della sociolinguistica e di analisi del discorso. Ha publlicato il volume L’albero della mente. Sensi, pensiero, linguaggio in Herder, Carocci (2000) e diversi saggi, fra cui: Parlar scrivendo. Questioni linguistiche nelle chat
(2007); Mente e linguaggio nella tradizione empirista da Gassendi a
Herder (2008).
Andrea Tramontana è assegnatario di borsa di studio di post dottorato di ricerca con un progetto dal titolo Tra pietre e storie. Interpretazione e presentazione dei siti del patrimonio culturale presso il Dipartimento di Discipline della Comunicazione dell’Università degli
studi “Alma Mater” di Bologna. Ha conseguito nel 2007 la qualifica di
Dottore di ricerca in Semiotica (XIX ciclo) presso l’Università di Bologna con una dissertazione dal titolo Il Patrimonio dell’Umanità
dell’UNESCO. Un’analisi di semiotica della cultura. Le principali a-
Note biografiche degli autori
451
ree di ricerca e di interesse sono: la semiotica della cultura, le politiche
culturali delle organizzazioni internazionali, gli heritage studies, il paesaggio e il marketing territoriale.
Patrizia Violi è Professore di Semiotica all’Università di Bologna.
Coordina il Dottorato di Semiotica di quella Università ed è responsabile scientifico del Centro di Studi Semiotici e Cognitivi dell’Università di San Marino. Autrice di numerosi libri e saggi, si è occupata di
teoria semiotica, semantica, analisi del testo. Al momento i suoi interesi di ricerca vertono su luoghi della memoria culturale, testimonianza e autobiografia, protosemiotica preverbale.
Ugo Volli, nato a Trieste nel 1948, laureato in Filosofia a Milano
nel 1972, è professore ordinario di Semiotica del testo presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, dove insegna pure
Sociosemiotica. Fino all’anno accademico 1999–2000 ha insegnato
Filosofia del linguaggio all’Università di Bologna. È presidente del
Corso di laurea specialistico in Comunicazione multimediale e di massa dell’Università di Torino, dove dirige anche il Centro Interdipartimen tale di studi sulla comunicazione e partecipa al collegio dei docenti del Dottorato in Comunicazione. Fa parte anche del collegio dei
docenti del dottorato ISU di semiotica presso l’Università di Bologna.
È membro della commissione comunicazione dell’Università di Bologna e di quella della CRUI. Ha tenuto corsi e conferenze in numerose
istituzioni e università italiane e straniere fra cui l’ISTA (International
School of Theatre Anthropology), di cui è membro del comitato scientifico, la New York University e la Brown University di Providence –
R.I. (USA), in ciascuna delle quali stato visiting professor per un semestre. Inoltre ha svolto varia attività didattica alla Columbia
University, Haute Ecole en Sciences Sociales (Paris), Brooklin
College, Universidad Nacional di Lima, Universidad Nacional di Bogotà, Università di Genéve, Bonn, Madrid, Montpellier, Augsburg,
Vienna, Zagabria, Helsinki, Sofia, Kassel oltre a numerosi atenei italiani. È professore a contratto di Semiotica, presso il Corso di laurea in
Scienze della Comunicazione dell’Università Vita Salute di Milano.
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Lexia
RIVISTA DI SEMIOTICA
– nuova serie
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