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Capitolo I
Neuroscienze
F. Allemand, D. Allemand, C. Vagnoni, A. Allemand
La fine del XX secolo è stata inequivocabilmente l’era della
Neurobiologia, della comprensione sempre più puntuale della
Anatomia e della Fisiologia del Sistema Nervoso Centrale (SNC).
Il termine Neuroscienze si riferisce appunto a quell’insieme di
discipline che studiano l’organizzazione e il funzionamento del
Sistema Nervoso.
Negli ultimi decenni si è assistito a uno sviluppo e a una crescita
delle conoscenze nell’ambito di tutte le scienze umane che ha assunto proporzioni estremamente rilevanti; alla fine del 900 è stato però
soprattutto lo studio del cervello che ha registrato enormi successi e
un sensibile e progressivo aumento delle nostre certezze, mentre i
modelli teorici di comprensione della mente, in particolare la psicoanalisi, che aveva segnato tutti i primi tre quarti del secolo, sono rimasti, purtroppo, a inseguire con sempre maggiore difficoltà.
Ci si è più volte domandato in passato in che modo lo sperimentatore potesse essere contemporaneamente soggetto e oggetto della
propria osservazione (in realtà, già Baruch Spinoza aveva risposto
nell’Ethica in modo assolutamente esauriente a questa domanda nella
seconda metà del 600).
Attualmente il quesito si è modificato: non ci si chiede più se il funzionamento e l’organizzazione del Sistema Nervoso possa essere indagato e compreso; ci si chiede quando tale processo sarà portato a
compimento.
Dal momento in cui l’uomo è divenuto consapevole delle imponenti possibilità del suo cervello, una delle principali aree di indagine
riguarda la possibilità di studiare la relazione — in termini di diffe11
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renze o somiglianze — tra attività “mentali”, come le emozioni, il
pensiero, l’autocoscienza, la volontà; e attività “cerebrali” quali il
tono muscolare, la postura,il movimento, la percezione.
L’oggetto della discussione riguarda la possibilità che tali attività —
“mentali” e “cerebrali”— rappresentino l’espressione funzionale delle
strutture neuronali del nostro cervello o siano funzioni differenti.
Scienziati e studiosi che ammettono la dicotomia sostengono che il
semplice atto motorio e l’atto volontario che governa tale gesto originano da “entità” e si sviluppano con meccanismi fondamentalmente
differenti tra loro.
Coloro che si oppongono a tale dicotomia, e noi siamo tra questi,
assumono una posizione diametralmente opposta, affermando che
attività “mentali” e “cerebrali” sono manifestazioni del medesimo
organo, diverse per quanto concerne qualità e modalità di espressione, ma tutte dipendenti da uno stesso meccanismo, attraverso il quale
i neuroni comunicano tra loro e con il resto dell’organismo.
Dall’affermazione e dal consolidamento di tali opposte posizioni
sono scaturite due discipline distinte e spesso non comunicanti: la
neurologia si è dedicata allo studio delle funzioni “cerebrali”; la psichiatria si è invece concentrata sulle attività “mentali”.
Le attuali conoscenze in materia ci consentono di affermare che
tale dicotomia tra attività “mentali” e “cerebrali” non abbia più alcuna ragione di esistere nonostante sia ancora presente nella terminologia corrente (e questo rende preziosissimo il mantenimento e la crescita della disciplina di neuropsichiatria infantile che non ha mai
rinunciato a vedere in termini unitari le attività cerebrali e quelle
mentali): tali attività rappresentano infatti l’espressione unica e indivisibile del nostro cervello, espressione che naturalmente può variare
in termini di qualità e complessità di organizzazione delle attività neuronali semplici.
L’ipotesi di lavoro che costituisce il fondamento delle
Neuroscienze è che, nello stesso modo in cui si accrescono le conoscenze riguardanti le proprietà che sono alla base della vita, così, progressivamente, in un tempo non lontano, si potranno conoscere le
proprietà del cervello che sono alla base dei processi mentali.
Comunque, allo stato attuale delle nostre conoscenze, quello che ci
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sentiamo di poter affermare è che, alla stessa maniera di come sappiamo che non si può prescindere dalle molecole complesse del carbonio per ottenere la vita, ma che non basta assemblare molecole di carbonio per avere l’attivazione di processi vitali, essendo la vita qualcosa di intrinsecamente molto più complesso delle componenti chimiche che ne sono alla base; così, non basta che si mettano in relazione
neuroni perché si abbia automaticamente una attività mentale, essendo la “mente” intrinsecamente molto più complessa delle strutture
neuroanatomiche che ne sono alla base.
Operando una semplificazione di una questione estremamente
complessa, possiamo riconoscere una suddivisione in tre grandi livelli delle funzioni cerebrali.
– Il meccanismo utilizzato dai neuroni per comunicare tra loro, attraverso un codice basato su due simboli di natura differente, rappresenta il primo livello. Il primo di questi simboli è rappresentato da
un insieme di sostanze chimiche chiamati neurotrasmettitori; il
secondo è costituito da impulsi elettrici variabili per frequenza e
intensità, che prendono il nome di potenziali d’azione.
Nel momento in cui un neurone viene stimolato da un altro neurone, si genera nel soma dello stesso un potenziale di azione che si
propaga attraverso le fibre nervose fino a raggiungere le sinapsi.
La propagazione del potenziale d’azione provoca una liberazione
nella fessura sinaptica di uno o più neurotrasmettitori, che legandosi a siti recettoriali localizzati nella membrana postsinaptica,
provocano la generazione di un ulteriore potenziale di azione.
Naturalmente, insieme a neurotrasmettitori di natura eccitatoria,
appena descritti, esistono neurotrasmettitori inibitori che operano
impedendo il passaggio del potenziale d’azione.
Negli ultimi decenni le conoscenze in tale ambito sono cresciute in
maniera esponenziale grazie anche all’impegno di discipline come
la biologia dello sviluppo e la genetica: tali discipline hanno consentito il raggiungimento di brillanti risultati nell’analisi di quei
meccanismi genetici e biologici che sono alla base della formazione e progressiva specializzazione funzionale delle cellule nervose, e
dell’interazione di tali meccanismi con l’influenza dell’ambiente e
delle sue stimolazioni.
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Operando nuovamente una semplificazione di una questione
estremamente complessa possiamo affermare che, secondo tali
studi, l’organizzazione strutturale e funzionale dei circuiti neuronali è codificata nel genoma dell’essere vivente, mentre le stimolazioni ambientali svolgono un ruolo fondamentale nella definitiva
realizzazione delle connessioni sinaptiche.
Negli ultimi anni si è inoltre molto riflettuto sul fenomeno denominato apoptosi ovvero l’esistenza di un programma interno, geneticamente determinato ma fortemente influenzato da stimolazioni
ambientali, che porta, nel corso dello sviluppo del Sistema
Nervoso, alla morte prematura di intere popolazioni neuronali.
Studi recenti hanno inquadrato tale fenomeno nei termini di una
variante specifica della più generale selezione darwiniana che porta
alla sopravvivenza del più adatto. Nel corso dello sviluppo ogni
neurone tenta di stabilire connessioni con altri neuroni. Tali connessioni producono, tra le altre cose, una inibizione temporanea e
non definitiva del programma interno di morte. Dalla adeguatezza
o inadeguatezza di tali collegamenti dipende l’inibizione o l’attivazione del programma di morte cellulare; in tal modo la natura
garantisce l’eliminazione di ogni cellula non necessaria. Si ritiene
che alcune malattie degenerative come il morbo di Parkinson o
l’Alzheimer dipendano da una errata attivazione di tale programma.
– Il secondo livello riguarda i meccanismi mediante i quali i neuroni,
organizzati in strutture altamente complesse (reti, gangli, centri),
elaborano gli impulsi nervosi, li memorizzano ed emettono risposte comportamentali.
Le unità di base di questi sistemi elaborativi sono le strutture
colonnari, composte da centinaia o migliaia di neuroni, situate a
livello corticale.
Tale organizzazione strutturale e funzionale consente una elaborazione delle informazioni sia in serie che in parallelo.
Il processo di memorizzazione degli impulsi è intimamente connesso a quello dell’elaborazione: sembrerebbe che ogni neurone
sia dotato di elementi molecolari deputati alla fissazione di eventi
sinaptici per un determinato periodo. Tale funzione cerebrale,
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essenziale per ogni attività nervosa, è da tempo oggetto di studi
della più svariata natura.
La progressiva identificazione dei meccanismi molecolari coinvolti
nella fissazione dello stimolo in animali dal Sistema Nervoso molto
semplice, ha permesso di ipotizzare una fondamentale identità delle
basi neuronali della memoria più o meno in tutte le specie.
Questi studi cominciano a fornire informazioni interessanti anche
sul problema molto più complesso che concerne i meccanismi che
presiedono alla coscienza e alla volontà.
– Il problema della comprensione dei processi mentali costituisce il
focus del più complesso dei livelli, il terzo. È altamente probabile
che la conoscenza di questo terzo livello dipenda fondamentalmente dalla comprensione dei primi due livelli. Attualmente sono
state avanzate diverse teorie da studiosi e scienziati appartenenti a
diverse discipline (la biologia molecolare e, in particolare, la fisica
quantistica con Penrose). Nonostante molto sia stato fatto, la strada è ancora lunga, ma non è azzardato ipotizzare che un giorno
non lontano tali tentativi si concretizzeranno nel successo più
ambìto da quando l’uomo ha preso coscienza di se stesso e del
mondo che lo circonda: portare a compimento l’esortazione socratica del conosci te stesso.
Per ora, però, crediamo non si possa prescindere da modelli teorici di interpretazione della funzione della mente e il modello, a
nostro giudizio, di gran lunga più efficace e utile, è quello psicoanalitico. Condividiamo pienamente l’asserzione di Kernberg, fatta
a Roma nell’Aula Magna del nostro Dipartimento quattro anni or
sono: la comprensione della fisiologia e della fisiopatologia dei processi mentali si basa su due pilastri, le neuroscienze e la psicoanalisi. Ma, come nella realtà architettonica, questi due pilastri sono
normalmente paralleli e quindi non destinati a incontrarsi che
all’infinito. Nessuno psicoterapeuta, neuropsichiatra, psichiatra,
può prescindere da quanto le neuroscienze hanno dimostrato negli
ultimi anni e dai risultati incredibilmente fertili prodotti dalla psicoanalisi, ma, allo stato attuale delle nostre conoscenze, è bene che
i due mondi si conoscano a fondo vicendevolmente, collaborino,
ma non si confondano.
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Tuttavia tentativi di gettare dei ponti tra queste due realtà sono
stati e continuano a essere fatti: alcuni solo per rispondere a esigenze
strettamente attinenti alle regole più tradizionali della cura medica o
addirittura a richieste più o meno implicite delle compagnie di assicurazioni; altri molto più seri e motivati, come quello condotto da
Kandel negli ultimi anni del XX secolo. E sarà di tale contributo che
ora riferiremo in modo più analitico.
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Bibliografia essenziale
Baruch Spinoza. Ethica. Editori Riuniti, Roma, 1988.
Calissano P. Neuroscienze. Enciclopedia Treccani (voce), Roma, 2000.
Freud S. Opere di Sigmund Freud, 12 volumi. Ed. Boringhieri.
Kandel ER, Schwartz IH, Jessel TM. Priciples of Natural Scince. Elsevier IV
ed, New York, 2003.
Kandel ER. A new intellectual framework for psychiatry. Am J Psychiatry
155, 1998: 457–469.
Kandel ER. Biology and future of psychoanalysis: a new intellectual framework for psychiatry revisited. Am J Psychiatry 156, 1999: 505–524.
Harris JE. How the brain talks to itself. Haworth Press, New York, 1998
Capitolo 2
Commento a Kandel
C. Vagnoni, F. Allemand, A. Allemand
Alla fine degli aa 90 il Nobel Eric Kandel ha scritto alcuni lavori
fondamentali che hanno ripreso temi già noti, ne hanno aggiunti altri
e sono un contributo fondamentale per chi si propone di comprendere questi temi. Cercheremo ora di riassumere la posizione dell’Autore
e di commentarla, inquadrando il rapporto tra neurobiologia e teoria
della mente anche da un punto di vista storico.
Negli anni seguenti la Seconda Guerra Mondiale, la Medicina fu
trasformata da “arte pratica”, in una disciplina scientifica basata sulla
biologia molecolare. Durante lo stesso periodo, la Psichiatria fu trasformata da disciplina essenzialmente medica in un’ “arte terapeutica”. Negli aa 50 la Psichiatria accademica divenne per lo più sede di
discipline psicoanalitiche e socialmente orientate.
Influenzati dalle esperienze della seconda guerra mondiale molti
psichiatri cominciarono a credere all’efficacia della psicoanalisi non
solo per problemi mentali, ma anche per altre malattie (ipertensione,
asma, ulcera ecc.). Queste malattie furono considerate come psicosomatiche e indotte da conflitti inconsci. Negli aa 60 la psichiatria psicoanalitica divenne il modello prevalente per la comprensione delle
malattie mentali e fisiche.
In quegli anni, la biologia del cervello non era ancora matura
abbastanza da spiegare i processi mentali e i suoi disordini. A partire dal 1980 si ebbe uno sviluppo straordinario delle
Neuroscienze; in particolare, si capì sempre più chiaramente che
aspetti differenti delle funzioni mentali sono rappresentati in zone
diverse del cervello.
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Cinque principi costituiscono, in forma semplificata, la corrente
di pensiero dei biologi circa la relazione mente–cervello:
1. Tutti i processi mentali derivano da operazioni del cervello. La mente
è uno spettro di funzioni eseguite dal cervello. I disordini comportamentali che caratterizzano i disturbi psichici sono disturbi della funzione cerebrale.
2. I geni (combinazione di geni) esercitano un controllo significativo sul
comportamento. Una importante componente delle principali malattie mentali è genetica.
3. Fattori sociali e di sviluppo contribuiscono altresì in maniera molto
importante modificando l’espressione dei geni e quindi le funzioni
delle cellule nervose.
4. Alterazioni nella espressione genetica indotte dall’apprendimento
cambiano i pattern delle connessioni neuronali.
5. Quando la psicoterapia produce cambiamenti a lungo termine nel
comportamento, lo fa producendo modifiche nell’espressione genetica che alterano la forza delle connessioni sinaptiche e determinando cambiamenti strutturali che diversificano i pattern anatomici
delle connessioni tra cellule nervose.
Considereremo ora ognuno di questi principi, ne illustreremo la
base sperimentale e le sue implicazioni nella teoria e pratica psichiatrica.
Tutte le funzioni della mente riflettono funzioni del SNC.
Questo principio è centrale nella medicina e nella biologia ed è
supportato scientificamente. Una specifica lesione del cervello produce specifiche alterazioni nel comportamento e viceversa.
I dettagli di tale relazione sono tuttora poco conosciuti e tale relazione diviene molto meno ovvia se il principio viene applicato a tutti
gli aspetti del comportamento.
Per molti aspetti del comportamento individuale o di gruppo,
infatti, l’analisi biologica potrebbe non essere il livello ottimale di analisi (come se, per studiare e capire un’opera pittorica, occorresse
conoscere il numero atomico dei componenti chimici p.e. del carminio, del rosso porpora o del lapislazzulo).
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Dualismo mente–cervello o ipotesi unitaria?
Il disaccordo tra studiosi deriva principalmente da due fraintendimenti che possiamo così schematizzare:
1. I processi biologici sono strettamente determinati dai geni
2. L’unica funzione dei geni è la trasmissione dei caratteri ereditari
Queste idee sbagliate portano dalla nozione che i geni siano non
regolabili, non influenzabili dagli eventi esterni ed esercitino un determinismo cogente sul comportamento delle persone e sulla progenie.
I geni hanno in realtà, come è ben noto da tempo, due funzioni:
1. Template function: è esercitata da ogni gene, in ogni cellula del corpo, inclusi i
gameti. È questa funzione che assicura alle successive generazioni copie di
ogni gene. Questa replicazione è fedele, non è regolata da esperienze sociali.
Può essere solo alterata da mutazioni, che sono rare.
2. Transcriptional function: determina il fenotipo. Condiziona la struttura, la funzione e tutte le altre caratteristiche biologiche delle cellule. La sua regolazione dipende molto da fattori ambientali.
Stimoli interni ed esterni alterano il legame dei regolatori transcrizionali, questo aspetto della regolazione genica è chiamato regolazione epigenetica.
Le influenze sociali sono incorporate biologicamente nelle espressioni; modificate in specifici geni di specifici neuroni di specifiche
regioni del cervello. Queste alterazioni socialmente influenzate sono
trasmesse culturalmente, non sono ovviamente incorporate in spermatozoi e cellule uovo e non sono trasmesse geneticamente.
Nell’uomo l’espressione dei geni tramite la cultura (non in modo
trasmissibile) è fondamentale e ha creato un nuovo tipo di evoluzione: l’evoluzione culturale.
Importanza della genetica
I geni non influenzano il comportamento in modo diretto. Un singolo gene codifica per una singola proteina e non può codificare per
un comportamento.
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Il comportamento è infatti generato da complessi circuiti neuronali che coinvolgono moltissime cellule, ognuna delle quali esprime
specifici geni che determinano la produzione di specifiche proteine. I geni espressi nel cervello codificano proteine che svolgono un
ruolo nei vari steps dello sviluppo. Molte cellule e molti geni sono
richiesti per lo sviluppo e per il funzionamento dei circuiti neuronali.
Darwin ha postulato che le variazioni nel comportamento
umano, in parte, sono dovute alla selezione naturale. Se così fosse,
alcuni elementi delle variazioni comportamentali nelle popolazioni
dovrebbero necessariamente avere una base genetica. Studi condotti su gemelli identici, separati in età precoce e cresciuti in luoghi diversi, hanno fornito numerose informazioni, sia sul piano
genetico che comportamentale; hanno dimostrato soprattutto,
paradossalmente, l’importanza delle influenze ambientali. Uno studio similare è stato condotto su pazienti con disturbo del comportamento e malattia mentale. Kallman nel 1930 diede una dimostrazione diretta dell’importanza dei geni nello sviluppo della schizofrenia. L’incidenza della schizofrenia nel mondo è dell’1%, tra i
parenti di soggetti affetti del 15%. La concordanza tra i gemelli
monozigoti è del 45%, nei dizigoti del 15%. Se la schizofrenia
fosse causata solo da geni anomali, il tasso di concordanza tra i
gemelli monozigoti sarebbe vicino al 100%; essendo invece del
45%, è ovvio che il fattore genetico non è l’unico che entra in gioco
nella patogenesi della malattia. Con tutta probabilità la schizofrenia è una malattia multigenica che coinvolge variazioni delle eliche
in circa 10–15 loci che possono variare nel grado di penetranza
Nelle malattie poligeniche occorre non solo la presenza di numerosi difetti genici ma anche, e fortemente, l’azione di fattori di sviluppo e di fattori ambientali.
Il comportamento modifica l’espressione genetica
Alcune funzioni genetiche sono regolabili ma non trasmissibili.
Diversi studi sull’apprendimento degli animali dimostrano che l’espe-
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rienza produce cambiamenti permanenti delle connessioni neuronali,
modificando l’espressione dei geni.
Negli anni settanta le malattie psichiatriche sono state distinte in:
organiche e funzionali. Le malattie che hanno una evidenza anatomica di lesione cerebrale sono considerate organiche, altrimenti sono
considerate funzionali.
In realtà tutti i processi mentali sono, a rigore, biologici; ogni alterazione in tali processi è quindi necessariamente “organica”, se si da
a questo termine un senso lato.
La classificazione delle malattie mentali si potrebbe basare, quindi, anche sulla presenza o meno di alterazioni anatomo–funzionali. Le
neuroimmagini hanno infatti aperto la porta alla esplorazione non
invasiva del cervello a un livello tale di risoluzione che possono essere utilizzate nello studio della schizofrenia, della depressione, dei
disturbi d’ansia e dei disturbi ossessivo–compulsivi (DOC).
In definitiva, tutte le patologie cosiddette funzionali hanno comunque un “substrato” organico (alterazione della funzione trascrizionale)
e come conseguenza un aumento di alcune connessioni sinaptiche.
D’altra parte tutte le patologie che riflettono una alterazione della
funzione “template” necessitano di fattori sociali per esprimersi.
Le mappe corticali per le sensazioni somatiche
Nell’uomo ogni componente funzionale del SNC è rappresentata
da migliaia di cellule neuronali.
La corteccia primaria somato–sensitiva ha 4 mappe separate della
superficie del corpo in 4 aree del giro postcentrale; queste mappe
sono differenti nei vari soggetti in base all’uso. Le mappe corticali per
le sensazioni somatiche sono quindi dinamiche, non statiche. Queste
modificazioni dell’architettura del cervello costituiscono la base biologica dell’individualità.
Psicoterapia e farmacoterapia possono indurre le stesse alterazioni
nella espressione dei geni e nel cambiamento strutturale del cervello.
La psicoterapia ha successo perché produce alterazioni nell’espressione di geni che determinano cambiamenti strutturali nel cervello.
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Questo può essere dovuto anche ai trattamenti psicofarmacologici. Il
trattamento delle nevrosi e di altri disordini psichici con la psicoterapia può e, per funzionare deve, produrre cambiamenti nella sinaptogenesi e strutturali.
La psicoterapia e la farmacoterapia sono spesso utili se utilizzate
insieme, a causa del loro effetto interattivo e sinergico.
Un esempio evidente di questo si ha nel DOC, dove vengono
usati gli SSRI e specifiche terapie comportamentali. Molti studiosi
hanno postulato un ruolo del talamo e dello striato associato con
iperattività della testa del nucleo caudato di destra e si è visto che
sia dopo l’uso degli SSRI che mediante la terapia comportamentale
si ha un sostanziale decremento dell’attività della testa del nucleo
caudato.
La psicologia è “riemersa” negli anni settanta, con l’avvento dei
computer e con lo sviluppo di metodi più correttamente controllati
per esaminare i processi mentali umani, in forme quali la psicologia
cognitiva che esplora linguaggio, percezione, memoria, motivazione
e abilità motorie. La moderna psicologia sta ancora evolvendosi.
L’unione della psicologia cognitiva con le neuroscienze — creando
quella disciplina che ora si chiama neuroscienze cognitive — ha creato un’area che è una delle principali di tutta la biologia.
Il futuro della psicoanalisi è, secondo Kandel, nel contesto della
psicologia empirica e richiede anche l’ausilio di neuroimmagini,
metodi neuroanatomici e/o basati sulla genetica umana.
Paradossalmente, mentre le comunità scientifiche iniziavano a
mostrare interesse per la biologia dei processi mentali, l’interesse
degli studenti di medicina per la psichiatria psicodinamica cominciava a decrescere. Come l’enfasi posta sulla neurobiologia crebbe
molto, iniziò a cambiare la natura della psichiatria e ci si pose l’obiettivo di farla diventare una disciplina più “sofisticata” dal punto
di vista tecnologico e scientifico. Attualmente la biologia sempre di
più viene utilizzata nella pratica psichiatrica. È nata così una collaborazione importantissima tra psichiatria, psicopatologia, neurologia che sta creando le basi per una clinica psichiatrica per il XXI
secolo.
Cap. 2 – Commento a Kandel
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Il pensiero psicoanalitico
Nonostante quanto detto nel paragrafo precedente, non vi sono
dubbi a nostro avviso che Kandel abbia ragione nel sostenere che la
psicoanalisi rappresenti tuttora la più soddisfacente interpretazione
del funzionamento della mente; da qui l’importanza decisiva della
possibilità di testarla scientificamente e, per converso, l’insostenibilità
della posizione suicida che “snobba” il controllo scientifico statistico
tradizionale.
Una delle grandi scoperte delle moderne neuroscienze cognitive
nel campo della memoria è che la memoria non è una funzione unitaria della mente, ma che essa può essere divisa in due forme:
1. memoria esplicita o dichiarativa che codifica informazioni consce circa
elementi autobiografici. L’ippocampo e il lobo temporale mediale
sono coinvolti in questo processo.
2. memoria implicita o procedurale che coinvolge una memoria inconscia
per strategie motorie e percettive. Sono coinvolti il sistema motorio e
sensoriale (cervelletto e gangli della base).
I pazienti con lesioni del lobo temporale o dell’ippocampo non
hanno memoria esplicita, ma possono imparare facilmente abilità
motorie e percettive. Esiste una sofisticata forma di memoria chiamata PRIMING, nella quale si ha il riconoscimento di stimoli incontrati di recente. I pazienti con disturbo della memoria esplicita possono
apprendere (p.e. la soluzione di un puzzle) senza esserne coscienti.
Tutto ciò ha fatto toccare con mano l’esistenza di una base neurologica di un processo mentale inconscio. Questo inconscio è diverso da
quello di Freud: non è legato a conflitti e non diviene mai cosciente.
Si crea però, comunque, un modello di future ricerche di confine tra
neuroscienze e psicoanalisi.
Biologia al servizio della psicoanalisi
Come abbiamo già detto, la biologia sta facendo molti progressi
negli ultimi anni nel suo porre attenzione sulla mente. La mente
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C. Vagnoni, F. Allemand, A. Allemand
potrebbe anzi essere per la biologia nel XXI secolo quello che i geni
sono stati per la stessa nel XX secolo.
La neurobiologia può aiutare a rispondere ad alcune delle questioni riguardanti la memoria e i desideri; potrà essere utilizzata per
capire i processi mentali, delineando le basi neurofisiologiche dei
processi inconsci e del determinismo psichico, il ruolo dei processi
mentali inconsci nella psicopatologia e gli effetti terapeutici della psicoanalisi.
Riportiamo ora alcuni esempi per una spiegazione più analitica.
A) Processi mentali inconsci
La psicoanalisi si basa sul fatto che noi non conosciamo un grande
parte della nostra vita mentale. Molte delle nostre esperienze –pensare, sognare, fantasticare — non sono direttamente accessibili al pensiero cosciente. L’idea dei processi mentali inconsci è importante non
solo in questo senso, ma è fondamentale per capire la natura del
determinismo psichico. Abbiamo già visto che l’uomo ha due memorie: la procedurale o implicita è completamente inconscia. Nella
memoria procedurale abbiamo quindi un nuovo esempio biologico
della componente inconscia della vita mentale.
Freud usò il concetto di inconscio in tre modi diversi:
1. Inconscio dinamico: Es + parte dell’ego che contiene impulsi
inconsci, difese e conflitti.
2. Inconscio procedurale: parte inconscia dell’ego non repressa
(memoria procedurale).
3. Inconscio preconscio: tutti i processi mentali di cui un individuo
non è consapevole ma che possono divenire consci attraverso uno
sforzo attentivo.
Solo l’inconscio procedurale sembra rilevare quello che le neuroscienze chiamano memoria procedurale. L’importanza della correlazione tra neuroscienze cognitive e psicoanalisi è stata sottolineata per
la prima volta da Robert Clyman, che ha considerato la memoria procedurale nel contesto delle emozioni.
Sander, Stern e altri hanno sviluppato l’idea che ci sono dei
momenti significativi (moments of meaning) — nelle interazioni tra
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paziente e terapeuta — che rappresentano il compimento di una
nuova via della memoria implicita che permette alle relazioni terapeutiche di progredire a un livello nuovo. Questa progressione non
dipende dal significato cosciente, non richiede che ciò che è inconscio
divenga conscio. Questi momenti permettono di creare dei cambiamenti nel comportamento del paziente che innalzano le strategie procedurali che servono per svolgere delle azioni.
Una limitazione allo studio dei processi psichici inconsci era dovuto alla non esistenza di un metodo di osservazione diretta, tutti i
metodi si basavano sulla osservazione indiretta. Un contributo che la
biologia può dare è proprio in questo senso, vista la sua capacità di
approfondire i processi mentali e di studiare pazienti con lesioni in
diverse componenti della memoria procedurale; può cambiare cioè le
basi dello studio dei processi inconsci.
B) Rapporto tra preconscio e corteccia prefrontale
Abbiamo ragione di credere che aspetti del preconscio possono
essere mediati dalla corteccia prefrontale, la quale sembra svolgere
due funzioni: integra l’informazione sensoriale e la collega a un movimento pianificato. Pianifica e organizza le attività quotidiane.
Una lesione in tale corteccia produce un deficit specifico nella
componente a breve termine della memoria esplicita chiamata
Working memory; essa determina il passaggio da preconscio a conscio.
La corteccia prefrontale integra inoltre alcuni aspetti del giudizio
morale dell’individuo, permettendo una pianificazione intelligente e
responsabile delle attività quotidiane.
Alla corteccia prefrontale sono quindi attribuite ora alcune funzioni esecutive dell’Io e del Super–Io di Freud.
C) Orientamento sessuale
Anche questo è un campo di confine tra neurobiologia e psicoanalisi, ed è di estremo interesse.
Freud credeva che l’orientamento sessuale personale fosse influenzato da un processo di sviluppo innato e che tutti gli uomini fossero
costituzionalmente bisessuali. Successivamente, si è pensato che l’o-
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C. Vagnoni, F. Allemand, A. Allemand
rientamento sessuale fosse una caratteristica acquisita. Sulla base
delle tre fasi di sviluppo psicosessuale, Freud vide l’omosessualità
maschile come fissazione alla fase anale.
Dal punto di vista biologico lo sviluppo embrionale delle gonadi è,
all’inizio, uguale nei maschi e nelle femmine. Il genotipo è determinato dal cromosoma sessuale. Il fenotipo maschile è determinato da un
gene sul cromosoma Y. In assenza di questo gene si ha lo sviluppo
delle ovaie e la produzione di estrogeni. Di particolare interesse per
la biologia e per la psicoanalisi è che il dimorfismo sessuale si estende
al cervello e al comportamento, che differisce a partire dalla pubertà
in relazione al sesso. Si è visto però che il comportamento tipico sessuale si organizza su base neurobiologica durante un periodo preciso,
vicino alla nascita.
Il comportamento diverso tra i due sessi deriva infatti da una differenza nella struttura del SNC, soprattutto a livello dell’ippocampo,
in particolare nei nuclei intestiziali dell’ippocampo anteriore. Le cellule di questo nucleo diminuiscono in caso di sviluppo femminile e
aumentano in quello maschile, perché hanno recettori per il testosterone.
In conclusione ci sentiamo di poter affermare che gli assunti di
Erik Kandel sono tutti ampiamente condivisibili, ma ancora non del
tutto esaustivi e vanno considerati più come uno stimolo alla ricerca
e un punto di partenza, che come un punto di arrivo.
Cap. 2 – Commento a Kandel
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Bibliografia essenziale
Calissano P. Neuroscienze. Enciclopedia Treccani (voce). Roma, 2000.
Freud S. Opere di Sigmund Freud in 12 volumi. Ed. Boringhieri.
Kandel ER, Schwartz JH, Jessell TM. Principles of Neural Science.
ElsevierIV ed, New York, 2003.
Kandel ER. A new intellectual framework for psychiatry. Am J Psychiatry
155, 1998: 457–469.
Kandel ER. Biology and the future of psychoanalysis: a new intellectual framework for psychiatry revisited.Am J Psychiatry 156, 1999: 505–524.

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