Adeguatezza delle pensioni

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Adeguatezza delle pensioni
L’adeguatezza
delle pensioni
Tutto ciò che si può e si deve fare
per garantire una quiescenza decorosa
a cura di Alberto Brambilla
Indice
Premesse e conclusioni
1.
pag. 5
L’adeguatezza delle prestazioni pensionistiche
nell’ambito della strategia UE di Lisbona e Stoccolma
7
Andrea Lesca e Alberto Brambilla
2.
L’adeguatezza nella Costituzione e nella normativa italiana
13
Maurizio De Tilla
3.
Una prima quantificazione di “adeguatezza” della pensione
nella previdenza italiana: le pensioni assistenziali e previdenziali
(importi e requisiti per le pensioni assistenziali)
17
Domenico Comegna
4.
I tassi di sostituzione netti delle pensioni di primo pilastro
(enti pubblici e privatizzati del 509 e 103)
23
Alberto Brambilla
5.
Le norme e i disincentivi impliciti nel sistema pensionistico italiano
che limitano l’adeguatezza delle prestazioni
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Maurizio Dallocchio e Daniele Pace
6.
La gestione delle risorse: ALM e funding ratio
33
Davide Squarzoni
7.
I rischi sui mercati finanziari e i rapporti tra le generazioni
37
Manuela Ballone e Paolo Onofri
8.
Le polizze rivalutabili
43
Dario Focarelli, Roberto Manzato e Carlo Savino
9.
L’adeguatezza dei regimi complementari
47
Andrea Lesca
10. Tutto quello che si può e si deve fare per garantire una quiescenza decorosa:
i doveri dello stato e quelli del cittadino, controlli severi e regolarità
contributive; i risultati della commissione 2001 e gli errori da non ripetere
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Alberto Brambilla
Adeguatezza delle pensioni:
A. Il punto di vista degli Enti Previdenziali Privatizzati
B. Il punto di vista dei Fondi Pensione complementare
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L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
Premesse e conclusioni
Nell’ambito dei sistemi pensionistici e quindi, nello specifico, in materia di adeguatezza delle pensioni, l’Unione Europea non ha prodotto normative dirette; né avrebbe potuto farlo in quanto la materia previdenziale resta, in base ai trattati UE, di competenza dei singoli stati membri. Tuttavia come vedremo nel sintetico paragrafo che segue, l’UE si è mossa su due fronti:
a) con l’innovativo “metodo di coordinamento aperto” e con la strategia elaborata nel Consiglio di Lisbona, ha posto le basi per un contenimento della spesa pubblica con particolare riguardo a quella previdenziale al fine di garantire da un lato la “sostenibilità finanziaria a medio lungo termine dei sistemi
pensionistici” e dall’altra di garantire “l’adeguatezza delle pensioni”.
L’entità della pensione, affinché sia “adeguata” non è quantificata (esempio: almeno X euro mensili)
ma definita secondo due obiettivi:
1) prevenire l’esclusione sociale;
2) consentire il mantenimento di un tenore di vita adeguato nella fase di quiescenza. Ma la UE indica
anche, accanto al terzo obiettivo “promuovere la solidarietà”, la strada maestra per garantire pensioni
adeguate: 1) prestazioni correlate ai contributi versati (si potrebbe leggere un invito al passaggio al metodo contributivo); 2) innalzamento delle età di pensionamento;
3) aumento della base occupazionale anche e soprattutto prevedendo una maggiore occupazione per
gli over 55 anni e per le donne al fine di mantenere in equilibrio i sistemi a ripartizione.
b) il secondo fronte è una conseguenza del primo: poiché si dovrà inevitabilmente ridurre la grande generosità dei sistemi pensionistici (anche per garantire la fondamentale equità intergenerazionale e tutelare le giovani generazioni), l’UE si è mossa con direttive precise in materia di previdenza complementare. Pur restando fondamentale la previdenza pubblica, il secondo pilastro diviene indispensabile
per rendere “più adeguata la pensione complessiva”.
Vedremo nei paragrafi successivi i reali “tassi di sostituzione netti” ottenibili con le pensioni pubbliche e quanto è possibile ottenere con la previdenza complementare; ma vedremo altresì che per ottenere una “pensione adeguata” (salvo i fisiologici casi in cui deve intervenire la solidarietà generale) occorre una contribuzione “congrua” e un’età di pensionamento che bilanci bene il “tempo di lavoro” con
quello della quiescenza. Con speranze di vita oltre gli 83 anni e più in prospettiva, è impensabile andare in pensione a 53 o a 58 anni (si versa meno di 1/3 del reddito per 33 anni, in media, e non si può
pretendere il 60% del reddito per 30 anni) c’è qualcosa che non va e lo vedremo nell’ultimo paragrafo.
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L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
Capitolo 1
L’adeguatezza delle
prestazioni pensionistiche
nell’ambito della strategia UE
di Lisbona e Stoccolma
Andrea Lesca e Alberto Brambilla
Negli ultimi 15 anni, a seguito dei mutamenti sociali, dell’invecchiamento della popolazione e dell’eccessivo “peso” della spesa per welfare sui bilanci pubblici, l’Europa, culla dello “stato sociale”, intraprende una nuova fase storica che potremmo definire “dalla protezione sociale allo sviluppo” o
anche “dal welfare tutto a carico dello Stato, al maggiore coinvolgimento e responsabilizzazione individuale”.
La determinazione dei rigidi vincoli di bilancio imposti dal trattato di Maastricht del 1992, realizzati in
previsione dell’unione monetaria europea che sarebbe scattata nel 1999, che prevedevano deficit massimo pari al 3% del PIL, stock di debito pubblico massimo pari al 60% del PIL, inflazione all’1,5%, hanno
costretto i Paesi membri ad un conseguente obbligato contenimento della spesa sociale e all’avvio della
stagione delle grandi riforme dei sistemi previdenziali.
I passaggi successivi, pur restando, come previsto dai vari trattati, la competenza in materia di politiche previdenziali e sociali agli Stati membri, hanno visto la creazione della “agenda sociale europea”
siglata con la firma del documento di Lisbona del 2000, che ha posto le basi per lo sviluppo di altri programmi sociali ed economici e l’avvio del cosiddetto “metodo di coordinamento aperto”, istituito in un
primo tempo per le politiche dell’occupazione e per la “coesione sociale”. La strategia di Lisbona, confermata e perfezionata nei successivi Consigli Europei di Stoccolma del 2001, (che ha definito altresì
nuove regole per tenere sotto controllo la spesa sociale varate poi definitivamente dal successivo Consiglio di Laken del dicembre 2001) e Barcellona (2003), si propone principalmente di promuovere la crescita economica dell’Unione, accrescere l’occupazione e rilanciare la competitività al fine di realizzare
una maggiore coesione sociale attraverso tre obiettivi principali: a) ridurre la pressione fiscale sul lavoro, in particolare quello meno qualificato, nonché migliorare gli incentivi impliciti nel sistema fiscale
e di assistenza sociale al fine di sostenere più elevati tassi di occupazione; b) ristrutturare la spesa pub-
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L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
blica per accrescere la componente di accumulazione di capitale sia fisico che umano e per stimolare
la ricerca e lo sviluppo; c) garantire la sostenibilità finanziaria di lungo periodo, in particolare
alla luce dei mutamenti della popolazione legata a fattori demografici e sociali.
Con la relazione congiunta (Joint report) in materia di pensioni sono stati focalizzati alcuni principi,
elaborati a Lisbona, Stoccolma e Laken e condivisi dai Paesi membri: a) una più rapida riduzione dei
debiti pubblici che significa la fine delle politiche sociali finanziate a debito; b) norme per incentivare
l’attività in particolare per le donne e per i lavoratori ultra 55 enni; c) riforme per assicurare la sostenibilità dei sistemi previdenziali che nella maggior parte dei Paesi gravano pesantemente sulla finanza
pubblica, prevedendo una maggiore correlazione tra contributi versati e prestazioni e un allungamento
della vita lavorativa in linea con l’aumento della speranza di vita media. Per raggiungere questi obiettivi nei Consigli Europei si sono inoltre stabiliti una serie di obiettivi settoriali quantitativi e qualitativi
necessari per il risultato finale.
A questo proposito il Consiglio di Barcellona, in modo conseguente alle strategie di Lisbona, ha previsto l’impegno (solo moral suasion ovviamente) di elevare, entro il 2010, di 5 anni l’età effettiva di pensionamento e di aumentare il livello di occupazione complessivo al 70%, quello femminile al 60% e il
livello di partecipazione al lavoro della popolazione tra i 55 e i 65 anni pari almeno al 50% (in Italia tali
percentuali sono oggi rispettivamente pari a 63%, 46% e 30% circa). La Strategia di Lisbona, nell’ambito
delle politiche previdenziali e della coesione sociale, prevede altresì la realizzazione di attività di interscambio organizzate dagli organismi dell’Unione Europea per mezzo del cosiddetto metodo aperto
di coordinamento (Open Method of Coordination)*.
Nell’ambito pensionistico l’OMC, essendo uno strumento efficace per lo scambio di esperienze e la conoscenza reciproca delle cosiddette “migliori pratiche”, è stato incoraggiato il più possibile ed i paesi
membri UE contribuiscono al meglio mediante la redazione annua di un Report relativo alla strategia
nazionale sulle pensioni. Gli obiettivi generali dell’OMC riguardo alle pensioni tendono ad acquisire i
dati sugli andamenti generali al fine di consentire ai Paesi membri di preservare i sistemi pensionistici
pubblici e privati adeguati, finanziariamente sostenibili e moderni in risposta alle mutevoli esigenze delle
società e degli individui. Per garantire il primo macro obiettivo cioè “l’adeguatezza delle pensioni”
l’Unione anzitutto offre la definizione di pensione adeguata, cioè quella pensione che previene l’esclusione sociale e consente il mantenimento di un tenore di vita accettabile (adeguato) e indica una serie di obiettivi specifici per favorire, in definitiva, l’adeguatezza; basta leggerli
per comprendere ciò che il nostro paese deve fare nell’immediato futuro e gli errori che non deve ripetere. Accanto agli obiettivi occupazionali e di innalzamento delle età pensionabili (anche con la progressiva equiparazione uomo donna), la corretta contribuzione è indicata come fattore indispensabile
assieme ad una congrua età di pensionamento.
* Il coordinamento aperto (OMC) è un metodo di lavoro a livello comunitario finalizzato a rafforzare la cooperazione tra gli Stati mem-
bri, facendo convergere le diverse politiche nazionali su alcuni obiettivi condivisi. Il coordinamento aperto si basa principalmente: sulla
definizione comune di una serie di obiettivi da raggiungere; sull’individuazione degli strumenti necessari per la misurazione dei risultati (statistiche, indicatori, ecc.) e per la verifica dell’evoluzione verso gli obiettivi prefissati; sulla messa a punto di strumenti comparativi per favorire l’innovazione e la qualità degli interventi.
L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
Gli obiettivi dell’Unione
Adeguatezza delle pensioni
Obiettivo 1: prevenire l’esclusione sociale
Obiettivo 2: consentire il mantenimento di un tenore di vita adeguato
Obiettivo 3: promuovere la solidarietà
Sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico
Obiettivo 4: aumentare i livelli di occupazione
Obiettivo 5: prolungare la vita lavorativa
Obiettivo 6: mantenere i sistemi pensionistici sostenibili in un contesto di solidità
delle Finanze Pubbliche
Obiettivo 7: mantenere un corretto equilibrio tra le contribuzioni e le prestazioni
Obiettivo 8: garantire che i sistemi pensionistici privati siano adeguati e finanziariamente solidi
Modernizzazione dei sistemi pensionistici
Obiettivo 9: assicurare che i sistemi pensionistici siano compatibili con modelli occupazionali
più flessibili
Obiettivo 10: realizzare condizioni di maggiore uguaglianza tra uomini e donne
Obiettivo 11: rendere i sistemi pensionistici più trasparenti e flessibili, capaci di affrontare nuove sfide
In questo scenario gli obiettivi di Lisbona sono/saranno (visto che il 2010 è già domani) raggiunti solo
parzialmente a causa soprattutto delle inerzie politiche e della inosservanza del principio di equità e
rispetto delle giovani generazioni (a cui lasciamo un Paese acciaccato e pieno di debiti perché chi è venuto prima ha “riempito la pancia” a debito); anche l’attuale grave crisi economica ovviamente non aiuta.
Tuttavia, seppur con lentezza e respingendo iniziative populistiche di molti politici a caccia di voti e notorietà a spese della collettività, aumenta la presa di coscienza dei Governi circa la necessità di riformare i sistemi previdenziali di base e le riforme degli anni novanta iniziano a mostrare i loro positivi
effetti. Diviene così indifferibile un rafforzamento del “secondo pilastro”.
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L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
Ecco il lungo percorso della normativa europea che iniziata nel lontano 1991, rafforzata con la pubblicazione del “libro verde” a cui molti di noi parteciparono, si è concretizzata nella direttiva EPAP.
LA NORMATIVA EUROPEA
Lo scenario previdenziale in Europa
I Paesi dell’Ue sono impegnati in un processo di ridimensionamento delle coperture pubbliche
obbligatorie attraverso un lungo percorso di riforma particolarmente complesso e controverso.
Nonostante la cautela con la quale i governi stanno affrontando il processo di riforma non impedisce, però, il sedimentarsi di una serie di atti che stanno progressivamente modificando
lo scenario pensionistico.
La previdenza complementare è destinata ad assumere in tutti i Paesi, seppur con pesi e quantità diverse, un ruolo di completamento degli strumenti a disposizione dei cittadini per costruire il proprio reddito per gli anni del pensionamento (la tendenza in atto a livello europeo non prevede un processo di sostituzione dei regimi di base con quelli
complementari, quanto piuttosto una loro integrazione).
L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
Anche in Italia si cominciò a parlare di fondi integrativi e complementari fin dal 1984; al momento dell’entrata in vigore del primo testo organico sulla previdenza complementare (se si esclude il disegno
di legge Amato - Rosini) vale a dire il d. lgs 124/93 (riforma Amato) nel nostro paese operavano già oltre 1000 fondi con 1 milione di iscritti. Con la direttiva EPAP, recepita nella recente normativa italiana
(d. lgs. n. 252/2005) si completa il secondo fronte di attività dell’Unione: “favorire le forme integrative
e complementari a fronte delle riforme dei sistemi pubblici” e si gettano le basi (grazie anche ai rilevanti incentivi fiscali introdotti dalla normativa italiana) per garantire pensioni sempre più adeguate,
con il coinvolgimento e la corresponsabilizzazione dei singoli individui. Non più quindi solo lo “Stato
mamma” ma un passaggio prospettico ad un nuovo welfare mix.
LA NORMATIVA EUROPEA
La cronologia
1991
Tentativo della Commissione Europea di inserimento in Agenda Europea
1992
Firma Trattato di Maastricht: i temi sociali e la libertà di circolazione
1994
Comunicazione della Commissione “Un mercato interno per i fondi pensione”
1997
La Commissione pubblica un Libro Verde sulle pensioni complementari
1998
Il Consiglio Europeo adotta una Direttiva per la tutela dei diritti pensionistici
1999
Comunicazione Comm.ne “Verso un mercato unico dei regimi pens. integrativi”
2000
Il Parlamento Europeo adotta risoluzione a sostegno ruolo dei fondi pensione
2000
La Commissione vara una proposta di Direttiva EPAP
2001
La Commissione emana Comunicazione per eliminare ostacoli fiscali
2001
La Commissione istituisce un Comitato Consultivo sulle pensioni integrative
2003
La Commissione adotta la Direttiva EPAP
2005
La Commissione presenta una proposta di Direttiva sulla portabilità dei diritti
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L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
Capitolo 2
L’adeguatezza nella Costituzione
e nella normativa italiana
Maurizio De Tilla
Nella previdenza pubblica l’adeguatezza delle pensioni è oggi concretamente a carico della collettività.
Nella previdenza obbligatoria privata l’adeguatezza delle pensioni è a carico degli iscritti alla Cassa privata. Nel primo caso paga materialmente lo Stato con l’utilizzo delle risorse derivanti dalle imposte pagate dai contribuenti. Nel secondo caso pagano i professionisti più fortunati e con maggiore reddito con
i loro maggiori contributi.
L’adeguatezza si intreccia necessariamente con la solidarietà.
L’art. 38 della Costituzione stabilisce che “I ) Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale. II) I lavoratori hanno diritto che
siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia,
invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. III) Gli inabili ed i minorati hanno diritto all'educazione e all'avviamento professionale. IV) Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato. V) L'assistenza privata è libera”.
La tutela costituzionale va individuata sotto molteplici aspetti:
1. il concetto di adeguatezza
2. la previdenza pubblica o integrata dallo Stato
3. la previdenza e l’assistenza privata libera
Ad un sistema di diritti sociali fa riscontro una situazione di incertezza e di volatilità dei diritti previdenziali che, oltre a costituire una preoccupazione per i soggetti interessati, rappresenta una apparente
contraddizione. Ciò è dovuto in parte a caratteristiche intrinseche alla materia della previdenza.
Il concetto di adeguatezza è esposto a pericoli e variabili. Nella previdenza pubblica si tratta di una tutela proiettata nel tempo e nell’ambito della spesa pubblica. È lo stesso impianto costituzionale che impone una costante mediazione tra i diritti dei soggetti e le esigenze delle collettività e dei conti pubblici. L’adeguatezza va letta e integrata con il disposto dell’articolo 2 della Costituzione che stabilisce
che “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali, ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili
di solidarietà politica, economica e sociale”.
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L’obbligo di solidarietà incombe sui titolari dei trattamenti previdenziali, esso è proiettato nel tempo
ed è ampiamente condizionato dalle condizioni della spesa pubblica.
I menzionati artt. 2 e 38 vanno, inoltre, combinati con l’art. 36 cost. che stabilisce che “il lavoratore ha
diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente
ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”.
Con questa norma la Costituzione prefigura un rapporto diretto ed immediato tra prestazione e retribuzione. Ciò non significa che la Costituzione imponga un trattamento di adeguatezza garantita indifferenziato o eguale per tutti. Non si può, infatti, ignorare la posizione sociale e lavorativa del soggetto.
Va rilevato che la Corte Costituzionale, con la decisione 23 gennaio 2004 n. 30, ha ritenuto che non
sussiste corrispondenza assoluta tra contribuzione e adeguatezza. Il Consiglio di Stato, con la decisione 30 giugno 2003 n. 3906, ha poi affermato che l’integrale corrispondenza tra retribuzione e pensione costituisce solo un obiettivo ottimale la cui graduale realizzazione è rimessa al legislatore una
volta assicurati al lavoratore adeguati mezzi di vita.
Nello specifico la Corte Costituzionale, con la sentenza del 9 maggio 2003 n. 126, ha dichiarato costituzionalmente legittima la disposizione che non riconosceva ai dirigenti generali collocati in quiescenza
prima del 1996 l’indennità di posizione nella pensione. Ritenendo riservato alla valutazione discrezionale del legislatore il principio di adeguatezza della pensione che non corrisponde all’automatico adeguamento agli stipendi. E ciò a riprova che non vi è corrispondenza tra intera pensione e concetto di
adeguatezza. Inoltre, la Corte Costituzionale, con la decisione n. 506/2002, ha stabilito che la pensione
è espropriabile nei limiti del quinto. A ciò non vi osta l’articolo 38 in quanto il concetto di adeguatezza
non è tale da comportare necessariamente il divieto di pignoramento.
Riportandoci a risalente giurisprudenza (Corte cost. n. 173/1986) si è affermato che la proporzionalità
e l’adeguatezza devono sussistere non solo al momento del collocamento a riposo ma vanno costantemente assicurati anche nel prosieguo, in relazione al mutamento del potere di acquisto della moneta.
E successivamente, nella sentenza n. 501 del 1988, si è ribadito che dal canone dell’art. 36 Cost. “consegue l’esigenza di una costante adeguazione del trattamento di quiescenza alle retribuzioni del servizio attivo”. Ma questa garanzia di adeguatezza della pensione non si traduce necessariamente in un
rigido meccanismo di azione; la stessa sentenza n. 173/86, appena citata, ha infatti puntualizzato che
l’attuazione di tale garanzia “non comporta ... la necessaria ed integrale coincidenza tra la pensione e
l’ultima retribuzione, né un costante adeguamento al mutevole potere di acquisto della moneta, specie per effetto della svalutazione monetaria, ma sussiste una sfera di discrezionalità riservata al legislatore per l’attuazione graduale dei detti precetti”. Anche la sentenza Cost. n. 20 del 1991 ha affermato che “rientra nel potere discrezionale del legislatore la determinazione delle misure e dei criteri
di adeguamento dei trattamenti pensionistici alla variazione del costo della vita nonché delle modalità di perequazione degli stessi”.
Ha poi precisato la Corte Costituzionale (sent. 119 del 1992) che i principi di adeguatezza e proporzionalità della pensione (ex art. 36 Cost.) - pur non comportando che sia garantita in ogni caso l’integrale
corrispondenza fra retribuzione e pensione - richiedono però una “commisurazione del trattamento di
quiescenza al reddito percepito in costanza di rapporto di lavoro”; commisurazione questa che può essere variamente attuata “secondo determinazioni discrezionali del legislatore” e la non vincolatezza del
quomodo di tale commisurazione è in fondo conseguenza del bilanciamento complessivo dei valori in
gioco che deve operare il legislatore tenendo conto anche della “concreta ed attuale disponibilità delle
risorse finanziarie”.
L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
Questo sviluppo della giurisprudenza trova ulteriore affermazione nella già citata sentenza n. 42/93, che,
dopo aver escluso che i trattamenti pensionistici possano essere “cristallizzati”, prefigura - nella evenienza che “l’andamento delle retribuzioni” pervenga a “discostarsi delle pensioni bene al di là di quel
ragionevole rapporto di corrispondenza, sia pure tendenziale ed imperfetto, a suo tempo richiesto dalla
Corte ex artt. 3 e 36 della Costituzione (cfr. sentenza n. 119 del 1991)” - il possibile insorgere di una
questione di costituzionalità (sotto il profilo della lesione del principio di adeguatezza) in relazione alla
“mancata previsione di un qualsivoglia meccanismo di raccordo fra variazioni retributive indotte dagli
aumenti del pubblico impiego e computo delle pensioni”.
Va quindi ribadito che la scelta in concreto del meccanismo di perequazione è riservata al legislatore
chiamato ad operare il bilanciamento tra le varie esigenze nel quadro della politica economica generale e delle concrete disponibilità finanziarie, non senza tener conto che - secondo la giurisprudenza della
Corte: sentenza n. 173 del 1986; sentenza n. 30 del 1976 - nel vigente sistema pensionistico, ispirato
anche al principio solidaristico, non è richiesta una rigorosa corrispondenza tra contribuzione e prestazione previdenziale, con il limite, però, della ragionevolezza, soprattutto se si tiene conto che alla
solidarietà tra lavoratori e pensionati si affianca sempre e comunque una solidarietà più ampia dell’intera
collettività; bilanciamento questo che peraltro ha l’ineludibile vincolo di scopo di consentire una ragionevole corrispondenza (evitando che si determini un non sopportabile scostamento) tra dinamica delle
pensioni e dinamica delle retribuzioni.
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Capitolo 3
Una prima quantificazione di
“adeguatezza” della pensione nella
previdenza italiana: le pensioni
assistenziali e previdenziali
(importi e requisiti per le pensioni assistenziali)
Domenico Comegna
Se, come abbiamo visto,(capitolo 1) è ben chiaro e anche intuibile il “concetto” e “la definizione” di adeguatezza, un dimensionamento per importi invece non viene esplicitato ne a livello UE ne nazionale. Proviamo allora attraverso l’esercizio di Domenico Comegna e, utilizzando la definizione di “soglia di povertà relativa” definita dall’Istat, a tentare una prima quantificazione definendo l’importo sia per i single
che per la coppia. Un importo di pensione almeno pari al “trattamento minimo con maggiorazioni
sociali” potrebbe soddisfare il requisito minimo di adeguatezza per tutti gli enti gestori?
3.1 L’integrazione al minimo
Ordinariamente la legge prevede che il calcolo dell’importo della pensione viene effettuato sulla base
di due elementi: a) il numero degli anni di contributi; b) la cosiddetta retribuzione pensionabile, ossia
la media degli stipendi percepiti nell’ultimo periodo di lavoro (o degli ultimi redditi dichiarati al Fisco
per i lavoratori autonomi). La misura della rendita risulta pari a un 2% della retribuzione pensionabile,
per ogni anno di contributi (per gli scaglioni di reddito successivi tali aliquote si riducono al 1,75%, poi
all’1,5% e oltre i 74.000 euro all’1%).
Quando l’importo calcolato sulla base della contribuzione effettivamente versata risulta inferiore a una
certa cifra (il minimo stabilito annualmente dalla legge) si procede alla cosiddetta integrazione, che rappresenta quindi la differenza, a carico dello Stato, tra la quota effettivamente maturata e la soglia stabilita. Le condizioni richieste affinché scatti l’integrazione sono due:
• chi richiede la pensione non deve avere altri redditi Irpef di importo superiore al doppio del minimo;
• il reddito complessivo della coppia (pensionato e relativo coniuge) non deve superare l’importo annuo di quattro volte il minimo.
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Per il 2009 ad esempio, con un minimo stabilito per legge in 458,20 euro mensili, per 13 mensilità,
la situazione si presenta nel modo seguente:
a) l’integrazione spetta nella misura totale se il reddito personale non supera il minimo di 5.956,60 euro
(458,2 euro x 13 mensilità).
Per chi è coniugato il limite complessivo sale a 17.298,84 euro;
b) nessuna integrazione se il reddito personale supera gli 11.913,20 euro (due volte il minimo); né quando
il reddito della coppia supera il tetto di 23.846,40 euro (4 volte il minimo). Attenzione però: se il reddito personale o di coppia è compreso tra i due estremi, l’integrazione avviene in maniera parziale. Tutto
dipende dall’importo della pensione a calcolo e dalla consistenza del reddito*.
Doppio requisito
Questi i paletti previsti per l’integrazione parziale
•il limite di reddito personale va da 5.956,60 a 11.913,20 euro;
•il limite di reddito di coppia va da 17.298,84 a 23.846,40 euro.
Il limite di reddito personale e quello di coppia devono essere entrambi rispettati; basta che uno dei
due venga superato per escludere il pensionato dall’integrazione al minimo. lo stesso discorso vale anche nel caso in cui i redditi personali o cumulati siano compresi tra le due soglie previste; in questo caso
per calcolare l’integrazione vengono messe a confronto la differenza tra limite e reddito personale e
la differenza tra limite e reddito di coppia e viene posto in pagamento l’importo più basso tra i due. Facciamo due esempi per chiarire: la signora Rossi dichiara un reddito di 8.000,00 euro, per l’appartamento dato in affitto, ed ha maturato una pensione effettiva di 200,00 euro/mese; per calcolare l’integrazione al minimo l’INPS fa questo conteggio: sottrae dal limite individuale che esclude l’integrazione
(11.913,20 euro) il reddito dichiarato (8.000,00). la differenza di 2.913,20 euro viene divisa per le tredici mensilità dell’anno; il risultato di 224,10 euro viene aggiunto alla pensione spettante che sale così
a 424,10 euro. Se non avesse avuto altri redditi l’importo dell’integrazione sarebbe stato di 258,20 che
avrebbe consentito alla signora Rossi di percepire per intero la minima di 458,20 euro. Supponiamo
ora che la signora Rossi sia sposata e che il marito percepisca una pensione di 13.000,00 euro; il reddito cumulato è dunque di 21.000,00 euro (8.000.00 più 13.000,00) ed è quindi compreso nella fascia
che dà diritto all’integrazione parziale. la differenza tra limite personale (11.913,20 euro) e reddito personale (8.000,00 euro) è di 2.913,20, quella tra il limite e il reddito di coppia (23.846,40 meno 21.000,00)
è di 2.846,40 euro; sarà pertanto questa quota che l’INPS prenderà in considerazione ai fini dell’integrazione. La signora Rossi, quindi, beneficerà di un’integrazione mensile di 218,95 euro (2.846,40 diviso 13) che porta la pensione a 418,95 euro.
* REDDITI DA CONSIDERARE: Il reddito preso in considerazione ai fini del diritto all’integrazione al minimo è quello assoggettabile
all’Irpef. Dal computo sono esclusi:
a) il reddito della casa di abitazione;
b) i trattamenti di fine rapporto (la liquidazione), comprese le eventuali anticipazioni;
c) le competenze arretrate sottoposte a tassazione separata;
d) l’importo della pensione da integrare al trattamento minimo.
L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
Per le pensioni liquidate con il nuovo metodo contributivo, riferito a coloro che hanno iniziato a versare contributi a partire dal 1° gennaio 1996, l’istituto dell’integrazione al minimo
non è prevista.
Limiti di reddito oltre i quali è esclusa l’integrazione al minimo:
Reddito coniugale
Anno
Reddito personale
Decorrenza pensione
entro il 1994
Decorrenza pensione
dal 1995
2008
11.532,56 euro
28.831,40 euro
23.065,12 euro
2009
11.913,20 euro
29.783,00 euro
23.826,40 euro
3.2 Un milione al mese
Da alcuni anni alle pensioni minime, a determinate condizioni di reddito, veniva riconosciuta una maggiorazione sociale in modo da portarle a un livello economico più adeguato. E così la legge Finanziaria
del 2002 (precedente governo Berlusconi)
ha stabilito che l'importo della maggiorazione sociale sia innalzato fino a consentire ai beneficiari di
riscuotere una somma mensile di 516,46 euro (un milione di lire).
Il vecchio milione, che nel frattempo è lievitato annualmente sulla base dell’aggiornamento del trattamento minimo, nel 2008 (governo Prodi) è stato elevato a 580 euro. Quest’ultimo importo va ogni
anno aumentato di 136,44 euro, che costituisce la differenza tra 580 euro e la pensione minima del
2008 (443 euro). Nel 2009 l’ammontare del minimo aumentato della maggiorazione raggiunge i 594,64
euro al mese.
Chi ne ha diritto:
Per ottenere il beneficio occorre rispettare due condizioni legate all'età anagrafica e al reddito. Per quanto
riguarda il limite di età, l'aumento viene riconosciuto ai pensionati che hanno superato i 70 anni e ai
pensionati di invalidità (invalidi totali) o inabilità con più di 60 anni.
Per evitare disparità di trattamento tra chi ha versato contributi per parecchi anni e chi ha raggiunto la
pensione con pochi versamenti, la stessa legge prevede che il limite dei 70 anni per ottenere l'aumento
si riduca, fino al un massimo di 65 anni, di un anno ogni cinque di contributi versati. In questo modo è
possibile avere il beneficio a 69 anni se si possono far valere almeno 5 anni di contributi, a 68 anni se
i contributi versati sono pari almeno a dieci anni, a 67 se si hanno 15 anni di contributi e così via. Per
avere diritto all'aumento occorre che la condizione di reddito del pensionato e del suo eventuale coniuge sia tale da giustificare la maggiorazione. Se il pensionato è single la soglia di reddito da non superare (per il 2009) è di 7.730,32 euro. Se si è coniugati, i limiti da rispettare per il pensionato sono due:
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il primo è quello di non possedere redditi propri superiori a 7.730,32 euro e inoltre, il reddito cumulato
con quello del coniuge non deve superare l'importo annuo di 13.047,97 euro. Se non si supera alcuno
dei due limiti di reddito indicati, l'incremento è concesso in misura tale da non comportare il superamento dei limiti stessi. Oltre ai redditi assoggettabili ad Irpef ai fini della maggiorazione vanno presi
in considerazione anche quelli esenti, come la pensione di invalidità civile, la rendita Inail, ecc.. Vanno
inoltre conteggiati i redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta o a imposta sostitutiva, come
gli interessi derivanti da depositi bancari e postali, da Bot, e da Cct., nonché eventuali redditi conseguiti all’estero. Sono esclusi soltanto i redditi derivanti dalla casa di abitazione e quelli provenienti da
trattamenti di famiglia (assegni familiari).
A chi spetta il vecchio milione
(Le condizioni per beneficiare dell’aumento a valori 2009)
Pensionati
con età
Limite reddito
personale
Limite reddito
cumulato con
il coniuge
Numero contributi
versati
65 anni
7.730,32 euro
13.047,97
Minimo 25 anni
66 anni
7.730,32 euro
13.047,97
Minimo 20 anni
67 anni
7.730,32 euro
13.047,97
Minimo 15 anni
68 anni
7.730,32 euro
13.047,97
Minimo 10 anni
69 anni
7.730,32 euro
13.047,97
Minimo 5 anni
70 anni
7.730,32 euro
13.047,97
Ininfluente
Invalidi totali 60 anni
7.730,32 euro
13.047,97
Ininfluente
* La maggiorazione degli under 70.
Anche chi non ha ancora compiuto i 70 anni ha diritto all’aumento della pensione minima. Sono le “vecchie” maggiorazioni sociali stabilite dalla legge Finanziaria del 2001, un bonus differenziato per classe
d'età e reddito. Ai titolari di una “pensione minima” di età superiore ai 60 anni ma inferiore ai 65 la
maggiorazione spetta in misura pari a 25,83 euro mensili (50 mila delle vecchie lire). Per chi, invece,
ha un'età compresa tra i 65 e i 70 anni l’aumento è di 82,64 euro (160 mila delle vecchie lire mensili).
I limiti di reddito sono i seguenti:
* pensionato solo: per il bonus di 25, 83 euro non deve superare il tetto di 6.292,39 euro, mentre per
l’aumento di 82, 64 euro non deve superare 7.030,92;
* pensionato sposato: non deve conseguire redditi propri per un importo superiore a quello sopra indicato, né redditi, cumulati con quelli del coniuge, per un importo superiore a 11.610,04 euro per il bonus di 25, 83 euro, mentre per l’aumento di 82, 64 euro il reddito cumulato non deve andare al di là di
12.348,57 euro.
In pratica, se non si possiede alcun altro reddito, il pensionato al minimo dal 1° gennaio 2004 riscuote
mensilmente 438,01 euro se ha compiuto i 60 anni ma non ancora i 65, e 494,82 euro mensili se ha un'età
compresa tra i 65 e i 70 anni.
Mini-aumento per i più giovani
(Le maggiorazioni previste per chi ha meno di 70 anni)
Età del pensionato
Maggiorazione
mensile
Limite reddito
annuo
individuale
Limite reddito
annuo
coppia
Oltre 60 anni
25,83 euro
6.292,39 euro
11.610,04 euro
Oltre 65 anni
82,64 euro
7.030,92 euro
12.348,57 euro
Pur nella complicata diversificazione delle cosiddette “prestazioni sociali” (pensioni minime, assegni e
pensioni sociali che in carenza di redditi propri passano al milione al mese e pensioni integrate al minimo) possiamo affermare che per il sistema previdenziale italiano il livello minimo di adeguatezza
di una pensione è attorno ai 600 euro mensili per 13 mensilità; 916,4 euro mensili per 13 mesi è il
limite di reddito individuale oltre il quale lo Stato non integra e quindi, se ne può dedurre, il livello accettabile di adeguatezza di un reddito o di una prestazione pensionistica. Per le coppie i redditi sono
quasi raddoppiati. Anche l’ISTAT calcola che il livello minimo di consumi per un single al di sotto del
quale si entra nella “soglia di povertà relativa” è pari a circa 600 euro (media nazionale) con punte pari
a 760 euro nelle regioni del nord, 590 euro in quelle del centro e 480 nel sud. La territorializzazione (regionalizzazione) dei limiti di soglia di povertà relativa e di reddito, sottende che il costo della vita è differente nelle regioni italiane* e quindi sono diversi i livelli di contribuzione e quelli di adeguatezza; tra
i vari metodi di calcolo delle pensioni quello “contributivo” riflette maggiormente la variegata realtà italiana correlando contributi e prestazioni ai livelli di costo delle vita nelle singole realtà italiane.
Se il valore di una pensione adeguata può essere stimata, sulla base dell’intervento sociale dello Stato
e dei dati stimati dall’Istat tra i 600 e i 916 euro mensili per 13 mesi, proviamo a fare qualche ulteriore verifica analizzando le pensioni medie in pagamento presso l’Inps e l’Inpdap (rappresentano oltre il 95% delle prestazioni in pagamento) e fare un fugace riferimento a quanto avviene nei Paesi.
a) Per i lavoratori dipendenti del settore privato le pensioni medie in pagamento per il 2009 variano da un minimo di 710 ad un massimo di 1.540 euro; per i superstiti la media è di circa 550 euro.
b) Per i dipendenti pubblici valori sono maggiori di circa un 40%.
* Per approfondimenti si veda: “la regionalizzazione del bilancio statale. Previdenza, spesa pubblica e entrate fiscali” di Alberto Brambilla; Bancaria Editrice 2005
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c) Per artigiani e commercianti si va da un minimo di 570 ad un massimo di 1.080 euro.
d) Nei principali Paesi della UE i tassi di sostituzione sono estremamente variabili; per una figura tipo
di 65 anni di età e tra i 35 e 40 anni di contribuzione, i tassi lordi di sostituzione sono i seguenti: Regno Unito 18% - Olanda il 30% - Belgio 39% - Germania 43% - Danimarca 45% - Svezia 50% - Finlandia
57% - Francia 65% - Austria 66% - Portogallo 70% - Spagna 85% e Grecia quasi al 100%. Rispetto ai
dati riportati sono necessarie alcune precisazioni: 1) per ottenere i tassi netti occorre maggiorare i lordi
tra un +15% e un + 20%; 2) a questi valori occorre aggiungere i tassi di sostituzione ottenuti dal secondo ed in alcuni casi dal 3° pilastro; nel Regno Unito, ad esempio, la somma dei tre pilastri (per i 12
milioni di lavoratori iscritti) porta il tasso complessivo netto a circa 80% come l’Austria; il Belgio al 70%
- Danimarca 76% - Finlandia, Germania e Francia 66% (in questi paesi la previdenza complementare
è poco sviluppata); 3) i tassi di sostituzione lordi sopra indicati si riducono percentualmente nel periodo
tra il 2009 e il 2030 - 2050 significativamente in Svezia, Polonia e Slovenia; in misura minore in Francia, Grecia, Portogallo e Spagna; stabili invece in Austria, Belgio, Danimarca, Germania, Irlanda, Lussemburgo e Olanda.
Come si evince sia dal quadro italiano sia da quello internazionale i valori pensionistici minimi e accettabili di una pensione adeguata sono ricompresi nella fascia tra i 600 e i 1.200 euro.
Capitolo 4
I tassi di sostituzione netti
delle pensioni di primo pilastro
(enti pubblici e privatizzati del 509 e 103)
Alberto Brambilla
Le Riforme previdenziali, iniziate nel 1992 con l’intervento di Amato, proseguite con la Dini del 1995 e
concluse con la legge n. 243/04 dal Governo Berlusconi, hanno prodotto anzitutto un effetto equitativo
e in un sistema come quello italiano che prevede il finanziamento delle prestazioni previdenziale tramite apposite contribuzioni sociali, ciò si è manifestato con una più corretta correlazione tra contributi
e prestazioni garantendo a tutti i partecipanti al sistema gli stessi tassi di remunerazione dei contributi versati. Ovviamente rispetto alla situazione precedente, che qualcuno ha definito “di bengodi”, i
tassi di sostituzione si sono ridotti per tutte le categorie e l’ampiezza della diminuzione, a seguito dell’introduzione del metodo contributivo, varia in funzione delle percentuali di contributi versati.
Per valutare l’adeguatezza delle pensioni occorre quindi partire dai redditi percepiti durante la vita attiva, supponendo che tali redditi siano a loro volta adeguati; da questi si procede al calcolo del
tasso di sostituzione (il rapporto tra l’ultimo reddito/media degli ultimi redditi e la prima pensione) applicando le regole vigenti nei metodi retributivo e contributivo così come sono state riformate. Ma in
questo paragrafo introdurremo una novità fondamentale nel calcolo dei tassi di sostituzione; una novazione logica che avevo già suggerito nell’ambito della Commissione Castellino del 1994 e che ora è
usata anche dalla RGS e applicata in sede UE: il tasso di sostituzione netto cioè il rapporto tra la
retribuzione netta in busta paga (al netto cioè di contributi sociali, addizionali e tasse) e la prima pensione anch’essa al netto di addizionali e tasse (salvo in alcuni casi di prosecuzione dell’attività lavorativa, non si pagano contributi sociali sulle pensioni). Al supermercato infatti non si va con la busta
paga lorda o con la pensione lorda ma con i soldi netti della pensione che escono dal bancomat.
Verifichiamo quindi di seguito se i tassi di sostituzione sono adeguati.
Per quanto attiene ai lavoratori dipendenti tale riduzione è notevole se rapportata alle situazioni di
certe gestioni eccessivamente generose che garantivano livelli di copertura oltre il 90% (Elettrici, Autoferrotramvieri, FFSS, Inpdai) e che sono finite ingloriosamente nel “mare magnum” della gestione FPLD,
mentre è significativa, ma minore nel caso del citato “fondo pensioni lavoratori dipendenti”.
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Per meglio comprendere questo complesso meccanismo, prendiamo ad esempio una “figura tipo di lavoratore” con 37 anni di contribuzione e 62 anni di età, inserito nel metodo retributivo, con una retribuzione lorda di 40.000 euro, (netta di circa 28.000 euro, senza calcolare deduzioni e detrazioni che
potrebbero aumentare il netto); in questo scaglione di reddito l’aliquota di rendimento pensionistica
è pari al 2% per ogni anno. (per gli scaglioni di reddito successivi tali aliquote si riducono al 1,75%,
poi all’1,5% e oltre i 74.000 euro all’1%) Attualmente la pensione è calcolata sulla media degli ultimi
10 anni di retribuzione pertanto l’attuale tasso di sostituzione, al lordo di imposte e contributi, che
nominalmente sarebbe pari al 74% (37 anni x 2%), assume, in funzione della stessa dinamica reddituale degli ultimi 10 anni, valori tra il 68 e 70%.
A seguito delle riforme il tasso di sostituzione calcolato con il metodo contributivo, si attesta al 61,4%
(punto di partenza della Dini) e utilizzando i nuovi coefficienti di trasformazione proposti dal NUVASP
e che entreranno in vigore nel 2010, si riduce al 57%.
Un lavoratore, con le medesime caratteristiche del precedente, ma con un reddito di 100.000 euro lordi
(circa 52.000 euro netti) avrebbe un tasso di sostituzione nominale pari al 56% circa (aliquota media
di rendimento 37 x 1,55%) che, in funzione della dinamica reddituale degli ultimi 10 anni, assume valori tra il 50% e il 52%; con il metodo contributivo tale livello si attesta al 52% e utilizzando i nuovi
coefficienti di trasformazione proposti dal NUVASP, si riduce al 48,2%.
I valori dei tassi di sostituzione cambiano però se, per i casi esaminati sopra, si rapporta il reddito netto
percepito da lavoratori attivi con quello da pensionati; infatti considerando che le pensioni non sono
più soggette ai contributi sociali e che le stesse hanno un carico fiscale inferiore e sono agevolate frequentemente dalla “no tax area” (supponendo che il soggetto non abbia altri redditi), tali valori aumenterebbero al 64% per i redditi fino a 40.000 euro e al 61% per quelli oltre questo importo.
La riduzione del tasso di sostituzione calcolata all’età di 62 anni appare di una certa consistenza, ma
è inimmaginabile ipotizzare una età di pensionamento fissa per un lungo periodo con coefficienti invece
“dinamici” che variano ogni 3 - 5 anni; occorre infatti tener conto dell’aumento della speranza di vita
e di altri fattori quali il progressivo aumento delle età di ingresso nel mercato del lavoro (attualmente
ad una età media di 23 anni), la dinamicità del mercato del lavoro stesso che inevitabilmente produrrà
delle discontinuità nei “nastri contributivi” e ciò potrebbe significare che i 35 anni di contribuzione non
coincidono più con 35 anni di vita ma ce ne vorranno qualcuno in più anche a causa dei necessari periodi di “formazione continua” tra una attività e la successiva. Se ipotizziamo nei prossimi anni un graduale aumento delle età pensionabili fino ai 65 anni che a causa dei fattori sopra evidenziati è compatibile con un periodo medio di lavoro di circa 35/40 anni, i tassi di copertura non solo possono
stabilizzarsi (anche con l’uso dei coefficienti dinamici) ma addirittura migliorare leggermente.
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Tassi di sostituzione netta della previdenza obbligatoria
LAVORATORI DIPENDENTI
FONTE: Relazione previsionale e programmatica
Ripetendo lo stesso calcolo fatto per i lavoratori dipendenti e quindi riferendoci ad una medesima figura tipo, i lavoratori autonomi avrebbero una maggiore decurtazione delle prestazioni principalmente
a causa del metodo contributivo che correla rigidamente i contributi versati alla prestazioni finali. Infatti gli autonomi (artigiani e commercianti, trascurando per il momento gli imprenditori agricoli che
hanno una diversa normativa sia contributiva sia sui redditi) versano contributi pari al 20% del reddito
dichiarato rispetto al 33% dei lavoratori dipendenti. Mentre con il metodo retributivo il tasso di sostituzione è leggermente inferiore a quello dei dipendenti per il fatto che la retribuzione media pensionabile viene calcolata sugli ultimi 15 anni anziché su 10, e si attesta tra il 66% - 68%, con il metodo
contributivo passerebbe al 35% considerando già i nuovi coefficienti del NUVASP.
Anche in questo caso, rapportando il reddito netto da attivi con quello da pensionati (sul quale non grava
più il 20% di contribuzione sociale), il tasso di sostituzione, al netto dei contributi, delle imposte e dell’effetto “no tax area” migliorerebbe sensibilmente attestandosi attorno al 50%.
Non molto diverso, in termini di tassi di sostituzione netti, è l’approccio per i lavoratori iscritti alla “gestione separata” dell’Inps (i co.co.co, i lavoratori a progetto, gli associati in partecipazione e
i lavoratori occasionali con redditi annui superiori ai 5.000 euro) che sono, sin dalla istituzione
della gestione, inseriti nel metodo contributivo. Ipotizziamo una figura tipo con le stesse caratteristiche reddituali e di requisiti utilizzate nel precedente paragrafo per i lavoratori dipendenti e autonomi;
tenuto conto che per questi lavoratori la finanziaria per il 2007 prevede aliquote di versamento e di computo pari al 23% (1/3 a loro carico e 2/3 a carico del committente), il tasso di sostituzione al lordo dei
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contributi e delle imposte e considerando i nuovi coefficienti, sarà pari a circa il 39,7%. Anche in questo caso, rapportando il reddito netto da attivi con quello da pensionati, il tasso di sostituzione, al netto
dei contributi, delle imposte e dell’effetto “no tax area” migliorerebbe sensibilmente attestandosi attorno al 50%.
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Tassi di sostituzione netta della previdenza obbligatoria
LIBERI PROFESSIONISTI
Tassi di sostituzione netta della previdenza obbligatoria
LAVORATORI AUTONOMI
FONTE: Relazione previsionale e programmatica - Rielaborazione
FONTE: Relazione previsionale e programmatica
Per quanto riguarda i liberi professionisti iscritti alle casse privatizzate il tasso di sostituzione
netto, se non aumenterà la contribuzione (oggi attorno al 10% del reddito imponibile) sarà modesto.
Infatti applicando il metodo contributivo si vedranno di molto decurtate le prestazioni previdenziali rispetto al calcolo retributivo (si veda l’ultimo capitolo). Applicando lo stesso calcolo effettuato per dipendenti e autonomi, i tassi netti di sostituzione si attesteranno tra il 35% e il 40% o più se si possono
vantare 40 anni di servizio.
Pertanto in futuro la pensione per tutte le categorie di lavoratori sarà molto diversa da quella dei loro
padri (anche se realistica rispetto ai contributi versati, adeguata e superiore alla media Ocse) ed è bene
che tutti ma soprattutto i giovani vengano informati e ne prendano atto così come avviene nella maggior parte dei Paesi industrializzati. Dai calcoli proposti emerge quindi che le categorie che vedranno
ridursi le loro prestazioni a seguito sia dalle riforme sia dalla nuova modalità di calcolo sono: in generale tutti i giovani siano essi dipendenti, autonomi e collaboratori che hanno iniziato la loro attività
dal 1/1/1996, ai quali si applica integralmente il metodo contributivo; seguono tutti quei lavoratori che
alla data del 31/12/1995 avevano pochi anni di anzianità contributiva (alcuni anche 1 solo anno) e i lavoratori con carriere medio forti (dinamiche delle retribuzioni individuali al netto dell’inflazione, pari o
superiori al 3%); ovviamente risentiranno di più tutti quelli che versano modesti contributi quali, appunto,
i liberi professionisti.
Alla domanda iniziale se almeno i tassi di sostituzione netti fossero adeguati, si può rispondere affermativamente; rispetto agli altri Paesi industrializzati le percentuali di copertura sono buone. Infatti per
tutte le categorie, tranne che per i liberi professionisti la pensione netta oscillerà tra il 64% e il 50%
dell’ultima retribuzione o dell’ultimo reddito percepito, il che tuttavia evidenzia la necessità di dotarsi
per tempo di nuovi strumenti di risparmio previdenziale, quali appunto i Fondi Pensione, che permetteranno di integrare la pensione pubblica garantendo il mantenimento dello stesso tenore di vita anche quando si abbandonerà l’attività lavorativa.
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Nella seguente tabella sono calcolate le percentuali di contribuzione da versare ai fondi pensione per
ottenere una prestazione complementare pari al 10% dell’ultimo reddito; come si vede è assai diversa la contribuzione se ci si pensiona a 57 o a 65 anni (si vedano le linee guida della strategia di Lisbona).
Percentuale di contribuzione per ottenere una pensione complementare pari al 10%
dell’ultimo reddito.
Capitolo 5
Età di pensionamento a 65 anni
Le norme e i disincentivi impliciti
nel sistema pensionistico italiano
che limitano l’adeguatezza
delle prestazioni
Maurizio Dallocchio e Daniele Pace
Età di pensionamento 57 anni
Ipotesi di calcolo: Tassi di rendimento del FPC: per ciascuna delle dinamiche retributive si è ipotizzato un tasso di rendimento reale
del fondo pari al 2% al netto degli oneri di gestione; Dinamica della retribuzione reale individuale del 2% (dovuta per lo 0,5%
all’effetto dell’anzianità individuale e per la parte restante alla crescita della produttività generale dell’economia) e dinamica del 3%
(dovuta per 1,5% all’effetto anzianità e carriera individuale e per il resto alla crescita della produttività generale). Le aliquote di contribuzione sono calcolate sulle retribuzioni lorde; la rendita pensionistica è al lordo delle imposte; Nell’analisi di sensitività (terza
colonna in ciascuna delle due parti della tabella) si è ipotizzato di applicare un rendimento del 3% alla figura con dinamica retributiva del 2%.
Nel 1995, dopo un lungo e difficile dibattito fra gli studiosi, i politici ed i rappresentanti dei lavoratori
e delle imprese, il Parlamento emanò la legge n.335 di riforma del sistema pensionistico. Con tale legge
si istituì il passaggio del metodo di calcolo delle prestazioni dal regime retributivo a quello contributivo. Almeno per i lavoratori più giovani, pagando dazio al conservatorismo delle organizzazioni sindacali. Tuttavia, pur con limiti e imperfezioni si trattò di una svolta epocale sotto molteplici punti di vista.
In questa sede merita evidenziarne due: il rispetto del principio del gioco attuarialmente equo nel calcolo delle pensioni, per cui si percepiscono rate di pensione che dipendono dal valore capitalizzato dei
contributi pagati e, soprattutto, la distinzione tra politica sociale di sostegno ai cittadini in età di pensionamento e livello delle pensioni, eliminando anche per questa via uno dei maggiori elementi di danno
procurato al Paese dal ceto politico: il governo del sistema pensionistico in base alla “clausola del pensionato più favorito” per la quale si estendevano a tutte le lobby in grado di esercitare pressioni significative i benefici pensionistici da ultimo ottenuti, di norma senza alcuna ragione attuariale, da qualcuna delle medesime lobby.
Sono passati quasi 20 anni da quel tempo fecondo e il sistema contributivo sta iniziando ad entrare a
regime ma alcuni dei problemi rimasti irrisolti in allora lo sono ancora. Tra di essi merita menzionare
che la giusta richiesta di separare politica previdenziale e sociale non significa che le due politiche siano
incorrelate ovvero, più precisamente, che gli effetti della seconda non abbiano impatti sulla prima.
Un esempio in sé lampante ma non troppo presente nel dibattito di policy, per non menzionare quello
politico in senso proprio, è costituito dal rapporto esistente tra aumenti dell’assegno sociale e diminuzione delle coperture pensionistiche a causa della progressiva entrata a regime del sistema contributivo.
Tutti i Governi hanno, giustamente, a cuore le sorti degli anziani del proprio paese e tale interesse tende
naturalmente a rafforzarsi mano a mano che cresce la quota della popolazione ultrasessantacinquenne sul totale della popolazione. Sarà forse per questo motivo oltre che, naturalmente, per una maggiore sensibilità sociale, che gli ultimi governi della Repubblica e segnatamente quello in carica, hanno
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dedicato così grandi energie finanziarie e mediatiche al tema dell’aumento delle pensioni sociali, in questo criticati dalle opposizioni pro-tempore solo perché gli interventi posti in essere venivano e vengono
giudicati insufficienti. Tale esempio di grande coalizione (o bipartinasism) è caratterizzato dalla trascuratezza circa le distorsioni in termini di equità fra generazioni e categorie di cittadini, gettito contributivo, articolazione della concorrenza che si sommano, peraltro, alle distorsioni ancora presenti fra
lavoratori pubblici e privati, dipendenti ed autonomi, lavoratori con pensione (attuarialmente iniqua poichè di norma si riceve più di quanto si è versato) e lavoratori senza pensione.
Come si vede il tema della pensione quale corrispettivo attuarialmente equo dei contributi versati non
acquista, con il trascorrere del tempo dall’entrata in vigore della riforma del 1995, maggiore vigore ma
tende anzi a stemperarsi nella nostalgia dei nostri decisori politici per la manovra delle leve pensionistiche allo scopo di massimizzare il consenso di breve periodo da parte della popolazione: chi ha infatti
il coraggio di dichiararsi contrario ad una misura di aumento delle pensioni più basse in un Paese in
cui la pensione è intesa come diritto inalienabile? Inoltre i guai, individuali e collettivi, in campo pensionistico si rendono chiari solo a distanza di molti anni dagli atti o dalle omissioni che li hanno determinati di talché è comprensibile, anche per questa ragione, che il senso critico di chi viene danneggiato dalle misure di tipo caritatevole a vantaggio degli ultrasessantacinquenni sia piuttosto lieve.
Si noti, ancora, che tali puzzles della politica pensionistica determinano effetti marcatamente più significativi, in negativo, quando cresce la quota di persone con carriere contributive discontinue e con
profili salariali individuali modesti (1,5% di crescita salariale individuale, il c.d. effetto carriera), ovvero
con carriere piatte. Tuttavia il fenomeno riguarda, come mostriamo di seguito, anche soggetti con carriere maggiormente dinamiche e livelli salariali più elevati: effetto carriera del 3% annuo costante per
tutti gli anni di contribuzione.
A titolo esemplificativo abbiamo considerato due tipologie di lavoratori: entrambi entrano nel mercato
del lavoro a 25 anni e ne escono a 60 dopo 35 anni di contribuzione con un coefficiente di trasformazione pari al 5,163%.
Il primo lavoratore ha una carriera discontinua, caratterizzata da precariato all’inizio (10.000 euro di salario lordo) e alla fine mentre ha un incremento di circa il 50% nella retribuzione a partire dall’11 anno
e fino al 25mo. È uno dei modi possibili per raffigurare una carriera non lineare ed è stato scelto perché è quello che produce i risultati meno favorevoli alla nostra tesi.
Il secondo lavoratore inizia con una retribuzione di 25.000 euro lordi annui che crescono al 3% annuo
per l’intera vita contributiva.
Ipotizzando inflazione nulla e tassi di interesse reali dell’1,5% annuo costanti nel periodo, utilizzati sia
per capitalizzare che per scontare ed una media quinquennale reale del PIL pari sempre all’1,5% costante nel periodo, si ottengono:
1. per il primo soggetto una rendita mensile, in termini di valore attuale, di 710,16 euro per 13 mesi equivalente ad un tasso di sostituzione netto del 46%;
2. per il secondo soggetto una rendita mensile, in termini di valore attuale, di 1.518,36 euro per 13 mesi,
equivalente ad un tasso di sostituzione netto del 36%.
In entrambi i casi le pensioni sono superiori al limite di legge per l’integrazione al minimo, pari a 458,20
euro mensili per 13 mensilità, di talché neppure il primo soggetto sfugge alla ineluttabilità dell’equivalenza attuariale tra contributi pagati e prestazioni incassate, sebbene non possa certo considerarsi
un rappresentante del decile più ricco della popolazione italiana.
L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
Per dare un’idea del problema su cui intendiamo richiamare l’attenzione, abbiamo inoltre confrontato
le posizioni di questi due lavoratori in termini di ricchezza pensionistica netta con quella di un cittadino
italiano ultrassessantacinquenne che percepisca l’assegno sociale, cui l’integrazione al minimo fu equiparata nel 1995 per un’ impuntatura populista dell’allora PDS, di 458,20 euro mensili. A tale scopo abbiamo considerato che i due lavoratori lascino, data la speranza di vita desunta dalle più recenti tavole
di mortalità*, una rendita ai superstiti al coniuge, più giovane di 5 anni, e che dunque la pensione si
incassi per ulteriori 5 anni**
Come si vede dalla tavola 1, la figura-tipo caratterizzata da una carriera discontinua e quella caratterizzata da una carriera dinamica, presentano un delta positivo tra valore attuale delle prestazioni e dei
contributi di circa, rispettivamente, 2mila e 4mila euro.
Tab. 1 - Calcolo del delta valore tra contributi e prestazioni
Carriera
piatta (euro)
Carriera
dinamica (euro)
Pensionato
sociale (euro)
NPV contributi
106.191,30
227.041,11
0
NPV prestazioni
108.318,96
231.419,45
45.332,58
Delta
2.127,66
4.378,34
45.332,58
Delta con evasione
contributiva
151.523,88
272.373,69
Pensione mensile
710,16
1518,36
458,20
Dalla tabella 1 emergono, fra le molte possibili, tre considerazioni principali.
La prima considerazione è che il principi dell’equivalenza attuariale è sostanzialmente rispettato: il sistema “regala” a ciascun lavoratore circa tre mensilità di pensione.
La seconda considerazione è che un individuo razionale non ha nessun incentivo a contribuire al sistema
obbligatorio: se si tiene in considerazione il valore attuale dei contributi che si potrebbero evadere e
lo si somma al valore attuale delle rate di pensione sociale che si percepirebbero in tali circostanze, si
ottiene una ricchezza aggiuntiva di 151,523 euro per il lavoratore con carriera piatta e di ben 272.373
euro per il lavoratore con carriera dinamica.
* Annuario statistico italiano, 2007, ISTAT
* * Abbiamo ipotizzato equivalente la speranza di vita dei danti ed aventi causa allo scopo di non distinguere tra maschi e femmine.
In caso contrario avremmo dovuto raddoppiare gli esempi o scegliere arbitrariamente la coppia maschio-femmina nei ruoli di dante ed
avente causa.
31
32
L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
In terzo luogo, in assenza di evasione, si mostra che la differenza fra la pensione mensile per il lavoratore a carriera piatta ed il pensionato sociale è consistente in percentuale (45%) ma trascurabile in
valore assoluto posto che non si vive con 710 euro mensili tanto quanto con 458.
In sintesi, l’entrata a regime del sistema contributivo unitamente alla maggiore, per intensità ed
estensione, frammentazione delle carriere contributive determina un livello delle pensioni difficilmente sostenibile se si vuole giustificare l’esistenza di un sistema previdenziale obbligatorio. Inoltre,
esiste una differenza troppo modesta tra pensione di chi ha lavorato 35 anni (e a fortiori per chi ne ha
lavorati di meno) e quella di chi non ha mai lavorato. Ciò non incentiva a contribuire al sistema obbligatorio: in assenza di evasione la ricchezza pensionistica netta è per il pensionato sociale 20 volte quella
del lavoratore a carriera piatta e 10 volte quella del lavoratore a carriera dinamica, se si considera anche la possibile evasione contributiva le posizioni si invertono: il lavoratore con carriera piatta ha una
ricchezza pensionistica pari ad oltre 3 volte quella del pensionato sociale mentre il lavoratore con carriera dinamica arriva a circa 7 volte.
Appare chiaro che a lungo andare un sistema siffatto pone seri problemi di condivisione e, dunque, di
sostenibilità. Sarebbe forse il caso di pensare ad un sistema a tre pilastri con due pilastri pubblici: un
assegno sociale uguale per tutti i lavoratori (almeno sino a soglie di reddito assai consistenti) e che varia per tutti i percettori nello stesso modo, una pensione contributiva pubblica ed una pensione di tipo
complementare liberalizzata ma obbligatoria.
Certamente esistono impatti sul bilancio pubblico ma, come è noto, non esistono pasti gratis: il problema esiste ed è serio e se lo si vuole risolvere è necessario spendere. Tra l’altro questo sistema darebbe ai decisori politici la sola leva del primo pilastro pubblico uguale per tutti che potrebbe essere
innalzato o abbassato a seconda della sensibilità a tali aspetti da parte del governo pro tempore, lasciando ai loro meccanismi autonomi le pensioni pubbliche contributive. Ciò andrebbe certamente in
direzione di una maggiore chiarezza nel calcolo dei costi e dei benefici associati all’azione di governo
e dunque, di per sé, costituirebbe un accrescimento del tasso di democrazia, infine, last but not least,
la storia italiana e in misura più lieve quella di altri paesi, ci testimonia che meno leve a disposizione
hanno i decisori politici e meno cresce il debito pubblico: con un parziale contributo alla copertura della
spesa aggiuntiva generata dal passaggio al doppio pilastro pensionistico pubblico.
L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
Capitolo 6
La gestione delle risorse:
ALM e funding ratio
Davide Squarzoni
L’utilizzo di tecniche di asset and liability management non è da considerarsi una pratica di recente istituzione; tale metodologia, infatti, tra origine dalla crisi delle Saving and Loans americane degli anni 80,
derivante da una gestione semplificata del bilancio basata sulla vecchia regola che i banchieri applicavano sin dagli inizi del secolo scorso, e nota come la “3-6-3 rule”: raccogli con depositi al 3%, presta il denaro al 6% e alle 3 in punto vai a giocare a golf!
Quando la stabilità della struttura a termine dei tassi venne meno, con le note conseguenze dell’epoca,
il golf pomeridiano lasciò il posto alla creazione di presidi interni per il controllo dei rischi, e allo studio di indicatori che, inizialmente, potessero fornire un supporto nel monitoraggio del mismatch tra attivo e passivo e, successivamente, individuare adeguate tecniche di copertura di quello che allora pareva un margine garantito.
Oggi, nell’industria bancaria, questi presidi e queste metodologie di gestione sono ormai parte integrante
della gestione sia all’interno delle unità preposte al controllo dei rischi sia all’interno delle unità operative di gestione degli stessi.
In realtà, l’asset and liability management, trae origine e pone le proprie fondamenta nella gestione
dei flussi di cassa di attività e passività, e può essere oggi definito, in un’accezione più moderna, come
un processo continuo di formulazione, implementazione e rivisitazione delle strategie integrate relative ad attività e passività, nel tentativo di raggiungere predefiniti obiettivi finanziari per un dato insieme di restrizioni e di tolleranze al rischio sopportato dal bilancio.
Il concetto, così generalmente espresso, evolve il proprio campo di applicazione a tutte le industrie che
necessitino di gestire il bilancio con l’ausilio di una pratica che permetta la misura dei rischi e il supporto all’immunizzazione degli stessi, in un ottica di integrazione di bilancio più sofisticata.
Anche all’interno dell’industria dei fondi pensione internazionali a prestazione definita vengono utilizzate tecniche di gestione basate sull’ALM, soprattutto a seguito dei crolli nei mercati azionari del
2000/2001 e dell’adeguamento ai nuovi standard contabili e regolamentari, che hanno imposto regole
di controllo più stringenti per valutare lo stato di salute (funding level) di tali forme di previdenza.
Sebbene in Italia tali regole non siano ancora applicate nella stesura dei bilanci e nelle pratiche di risk
management, alcuni spunti derivanti dalla best practice internazionale hanno portato Prometeia Advisor Sim ad avvicinarsi ad un modello di ALM capace di fare inferenza sulla bontà degli investimenti e
33
34
L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
sullo stato di salute dei fondi a prestazione definita e delle casse di previdenza. Se da un lato esistono
i bilanci tecnici, con formati e requisiti standardizzati definiti a livello ministeriale, che esplicano una
indispensabile funzione di vigilanza, dall’altro si può considerare l’ALM come un potente strumento gestionale costruito sulle specifiche caratteristiche del fondo o della cassa e fondamentale per una corretta traduzione degli obiettivi previdenziali in adeguate strategie di investimento.
Nel cruscotto di indicatori forniti da un’analisi di ALM uno dei principali è rappresentato dal funding
ratio.
Il funding ratio esprime il rapporto tra il valore del patrimonio (lato attivo del bilancio) e il
valore attuale delle prestazioni attese (lato passivo del bilancio).
Il valore attuale del patrimonio è adeguatamente calcolato considerando alcune poste a valori di mercato e altre in maniera conforme al loro ruolo di hedging delle passività. Analogamente il passivo è dato
da una stima dei flussi futuri che considera tutte le variabili demografiche afferenti la popolazione in
esame integrate con i livelli correnti di inflazione attesa e tassi d’interesse di mercato.
Un analisi di ALM permette di gestire numeratore e denominatore del rapporto descritto mantenendo
da un lato come variabile dipendente il rendimento da realizzare e dall’altro considerando volatilità e
correlazione dei fattori di rischio in gioco.
L’attenzione alla dinamica del passivo e la strutturazione delle scelte gestionali in funzione dei rischi
in esso impliciti rappresenta l’innovazione che la modellistica in oggetto si pone come obiettivo principale.
Infatti, i bilanci di casse di previdenza e fondi pensione a prestazione definita, al pari e forse più di un
bilancio bancario, sono soggetti a diverse fonti di rischio, non solo dal lato dell’attivo (market risk), ma
anche dal lato del passivo (inflazione realizzata vs rendimento ottenuto, rischi di longevità, crescita dei
salari ecc.)
In questo contesto l’implementazione di una modellistica di ALM mette a disposizione degli organi decisionali di un fondo pensione o di una cassa di previdenza uno strumento gestionale per tradurre gli obiettivi propri della finanza previdenziale, diversi dalla massimizzazione del profitto, in una logica di mercato
che è comunque per tutti lo stesso. In questo modo sarà possibile essere più o meno “attivi” nella gestione di mercato si avrà sempre la consapevolezza e il controllo dei rischi in ottica previdenziale.
Attraverso il funding ratio infatti è possibile, da un lato, ottenere preziose informazioni relativamente
allo stato di patrimonializzazione odierno e, dall’altro, attraverso un motore di simulazione tarato sulle
specifiche caratteristiche della struttura delle passività, definire una funzione obiettivo da massimizzare in sede di definizione dell’asset allocation. Attraverso un processo d’investimento basato sulla massimizzazione del funding ratio prospettico si passa dalla ricerca di un rendimento assoluto a quella di
un rendimento che pone l’attenzione su tutta la struttura di bilancio.
Dotandosi di una misura che definisce l’adeguatezza di un’asset allocation rispetto alla distribuzione
del funding ratio atteso, i rischi diventano misurati e consapevoli, e la gestione del patrimonio più efficiente.
L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
200.0%
180.0
160.0
140.0
120.0
100.0
80.0
60.0
75th - 95th percentile
40.0
50th - 75th percentile
25th - 50th percentile
20.0
5th - 25th percentile
0.0
2009 2011 2013 2015 2017 2019 2021 2023 2025 2027 2029 2031 2033 2035 2037 2039 2041
Si può quindi affermare che l’approccio ALM all’asset allocation è caratterizzato da una riduzione nei
rischi di bilancio che si concretizza nella misurazione delle probabilità di successo con riferimento al
funding ratio e ad una propensione al rischio misurata proprio rispetto al deterioramento della stesso
ad un dato orizzonte temporale.
Attraverso questo approccio non ci si chiederà più se il rendimento del patrimonio sarà superiore ad un
target deterministico, ma se il suo andamento sarà coerente con il cambiamento di valore delle passivo.
Questo significa che ALM non è sinonimo di investimenti in strumenti a basso rischio, ma bensì di rischi controllati alla ricerca di rendimenti aggiuntivi (alpha) verso quello che viene definito Liability Benchmark Portfolio* (beta).
* Liability Benchmark Portfolio è definito come quel portafoglio di asset che, in assenza di contribuzione futura e a meno di fluttua-
zioni casuali attorno alle assunzioni demografiche adottate per le stime, permette di coprire le erogazioni per le passività maturate dagli iscritti e mantenere lo schema al suo corrente livello di solvibilità (funding ratio) nonostante eventuali cambiamenti nelle condizioni
economiche di mercato.
35
36
L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
La nuova frontiera efficiente
Capitolo 7
I rischi sui mercati finanziari
e i rapporti tra le generazioni
Manuela Ballone e Paolo Onofri
Spostandosi verso una logica ALM, è possibile cogliere ciò che in un mondo asset “only” rimane inesplorato, e cioè che il passivo di bilancio è una posta dinamica che subisce variazione di valore e rischio a seconda delle dinamiche di mercato proprio come l’attivo.
Da un punto di vista socio-economico occupandoci di previdenza di 1° pilastro va ricordato che gli obiettivi fondamentali sono rappresentati dalla necessità di fare fede agli impegni presi, conservando nel
tempo lo stato di patrimonializzazione, (Sostenibilità) e di erogare prestazioni adeguate a garantire una
quiescenza decorosa (Adeguatezza)
Allo stesso modo, le leve su cui agire per raggiungere tali obiettivi sono: la politica di contribuzione,
la politica di erogazione, la politica di investimento e le politiche di hedging.
L’utilizzo di una modellistica ALM a supporto della sostenibilità garantisce da un lato la possibilità di
analizzare risultanze di stress test e misurare di sensitivity che si traducono in un supporto gestionale
e dall’altro lato, quello operativo, di individuare adeguati strumenti di copertura aprendo le porte ad un
nuovo ambito di consulenza relativo a strategie di hedging dei rischi di bilancio.
Allo stesso modo l’utilizzo di una modellistica ALM a supporto dell’adeguatezza dovrebbe iniziare col
domandarsi: come si definisce una prestazione adeguata?
Se consideriamo un minimo sociale e un tasso di sostituzione obiettivo del 60% per il primo pilastro ecco
che con un’analisi di ALM siamo in grado di definire il rendimento come variabile dipendente (oggi il rendimento è una variabile indipendente come il salario negli anni ’70…) migliorando la sostenibilità e rilanciando il ruolo del secondo pilastro che dovrà essere integrativo rispetto all’obiettivo minimo di tasso
di sostituzione (60%) ovvero incrementarlo con le conseguenti implicazioni di carattere gestionale.
Il calcolo contributivo della pensione introdotto dalla riforma del sistema pensionistico pubblico del 1995
ha al suo interno due meccanismi endogeni che garantiscono la sostenibilità del sistema stesso: (i) il
rendimento nozionale dei contributi corrisponde al tasso di crescita nominale del Pil e (ii) i coefficienti
che trasformano il montante contributivo in rendita annua devono essere aggiornati in funzione delle
modificazioni della vita attesa all’età della pensione.
Il primo meccanismo consente la maturazione di diritti pensionistici coerente con l’incremento delle risorse del sistema economico: se accelera la crescita della produttività del sistema economico, accelera anche l’accumulo di diritti pensionistici e viceversa.
Il secondo garantisce l’equità attuariale del valore della pensione liquidata: a parità di montante contributivo se col tempo aumenta l’aspettativa di vita al momento della pensione per una determinata
età, il coefficiente di trasformazione viene corretto appropriatamente per generare una rendita annua
più bassa.
In questo modo il sistema pensionistico pubblico è coperto dal rischio economico e dal rischio demografico di lungo periodo. Per non introdurre eccessiva volatilità nei rendimenti nozionali i tassi di crescita del Pil cui si fa riferimento sono la media mobile quinquennale degli stessi. Come pure, per non
penalizzare alcune coorti rispetto ad altre, si va verso la riduzione da dieci a tre anni dell’intervallo di
tempo tra una modificazione dei coefficienti di trasformazione e l’altra.
La garanzia della sostenibilità può, però, andare a scapito della adeguatezza del livello della rendita
annua, ragione per cui si è dato avvio alla previdenza integrativa a capitalizzazione.
Anche questo tipo di previdenza ha al suo interno dei meccanismi endogeni di garanzia di sostenibilità
di lungo periodo: a lungo andare l’invecchiamento della popolazione determina una lenta riduzione della
crescita dell’economia e ciò si riflette sui mercati finanziari con una lenta riduzione dei rendimenti reali
e quindi con una minore crescita del valore reale degli attivi finanziari. Si manifesta lo stesso effetto se
la riduzione della crescita è il risultato di shock specifici dell’economia reale nazionale o internazionale.
A ciò si aggiunga il fatto che vi è un aspetto proprio dell’operare dei mercati finanziari, che consiste
nell’andare spesso oltre l’obiettivo di equilibrio di medio periodo (overshooting) nei processi di aggiustamento; ciò determina volatilità del valore del montante contributivo al momento della liquidazione
della parte di pensione a capitalizzazione.
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L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
Abbiamo provato a simulare il valore finale di un portafoglio finanziario detenuto per trent’anni da 20
coorti successive a partire dalla coorte che lo detiene dal 1959 e lo liquida nel 1989, fino alla ventesima che lo detiene dal 1978 e lo liquida nel 2008.
Il montante contributivo è costruito ipotizzando che il contributo versato dalla prima coorte il primo anno
sia pari a 100 euro e che la contribuzione sia aggiornata annualmente in base al tasso di inflazione. Per
ciascuna coorte, si suppone che i contributi annui vengano investiti in un comparto bilanciato: 70% obbligazioni decennali il cui rendimento annuo è quello di mercato e 30% azioni. In particolare, il portafoglio è costituito come segue:
La Fig. 1 mostra che i valori ottenuti sono entrambi rapidamente crescenti per le coorti successive per
le diverse prestazioni di azioni e obbligazioni sperimentate negli intervalli mobili di trent’anni. In ogni
caso, il passaggio dell’intero portafoglio a un comparto più prudente negli ultimi cinque anni di investimento riduce la variabilità del valore del montante, ma non può evitare l’impatto del declino dei rendimenti azionari dal 2006/2007. Se ci concentriamo solo sulla procedura di investimento che prevede
il passaggio negli ultimi cinque anni al portafoglio prudente può essere utile calcolare il rendimento dei
diversi trent’anni d’investimento e la loro variabilità.
Nella Fig. 2 il rendimento medio annuo di trent’anni di investimento finanziario oscilla nel periodo 19892008 tra l’8.5 e il 10.5 per cento con una deviazione standard che si presenta crescente negli ultimi anni.
Portafoglio bilanciato (70% obbligazioni e 30% azioni):
50% Obbligazioni Uem 10 anni: 20% Italia, 15% Francia, 15% Germania - (rendimenti FMI) 15% Obbligazioni Usa 10 anni (rendimenti FMI) 5% Obbligazioni Regno Unito 10 anni (rendimenti FMI) - 15%
Azioni Italia (Serie storiche FMI) - 15% Azioni Usa (in euro) (Serie storiche FMI).
Abbiamo confrontato la performance di questo portafoglio a composizione costante per tutti e trenta
gli anni di investimento con un portafoglio che prevede la composizione anzidetta per i primi 25 anni
e per gli ultimi 5 anni la composizione diventa più prudente: 100% di obbligazioni con scadenze da uno
a cinque anni.
Fig. 2 - Effetto del mercato sulla volatilità del risultato
Montanti contributivi per 20 diverse coorti e, per ognuna di esse, rendimento annuo medio (lordo) e rischiosità del portafoglio di capitalizzazione annuale dei contributi
14
Portafoglio prudente (100% obbligazioni):
13
100% Obbligazioni Uem 1-5 anni (Merrill Lynch Emu Gvt 1-5Ys, fonte DataStream)
12
160.000
140.000
120.000
11
Valori %
Fig. 1 - Montanti contributivi con e senza mutamento di composizione del portafoglio
10
100.000
9
80.000
8
160.000
60.000
7
140.000
Montante contributivo (asse dx)
80.000
Rendimento annuo medio
20 (1978 - 2008)
19 (1977 - 2007)
18 (1976 - 2006)
17 (1975 - 2005)
16 (1974 - 2004)
15 (1973 - 2003)
14 (1972 - 2002)
13 (1971 - 2001)
12 (1970 - 2000)
11 (1969 - 1999)
10 (1968 - 1998)
9 (1967 - 1997)
8 (1966 - 1996)
7 (1965 - 1995)
6 (1964 - 1994)
5 (1963 - 1993)
4 (1962 - 1992)
3 (1961 - 1991)
100.000
2 (1960 - 1990)
40.000
1 (1959 - 1989)
6
120.000
Deviazione Standard
60.000
Montante contributivo CON SWITCH
Montante contributivo SENZA SWITCH
20 (1978 - 2008)
19 (1977 - 2007)
18 (1976 - 2006)
17 (1975 - 2005)
16 (1974 - 2004)
15 (1973 - 2003)
14 (1972 - 2002)
13 (1971 - 2001)
12 (1970 - 2000)
11 (1969 - 1999)
10 (1968 - 1998)
9 (1967 - 1997)
8 (1966 - 1996)
7 (1965 - 1995)
6 (1964 - 1994)
5 (1963 - 1993)
4 (1962 - 1992)
3 (1961 - 1991)
2 (1960 - 1990)
40.000
1 (1959 - 1989)
38
Diversa è l’immagine della volatilità dei risultati se teniamo conto dell’inflazione che nei diversi periodi
si è verificata. Nella Fig. 3 l’aleatorietà dei risultati espressa in termini reali è indubbiamente maggiore
di quella dei risultati nominali: le coorti i cui investimenti contengono in modo rilevante gli anni settanta ottengono un rendimento medio annuo reale negativo, mentre successivamente la variabilità si
muove solo nell’ambito di rendimenti positivi e progressivamente crescenti fino al rendimento massimo
del trentennio che termina nel 2008. Tutto ciò è tradotto alle volte nell’espressione “la lotteria del momento dell’uscita”.
39
L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
Dopo la grande depressione degli anni trenta e l’inflazione seguita alla seconda guerra mondiale, l’introduzione progressiva dei sistemi pensionistici pubblici a ripartizione è stata motivata dalla necessità
di evitare di caricare solo su alcune sfortunate generazioni i rischi finanziari sistemici. A tutt’oggi, nei
sistemi pensionistici dell’Europa continentale la pensione pubblica a ripartizione continua a svolgere
un ruolo rilevante nella garanzia di reddito per la vecchiaia, pur nella consapevolezza dei problemi di
adeguatezza già menzionati. Il tema della copertura di rischi sistemici dei mercati finanziari per la parte
di previdenza complementare sta via via emergendo alla luce dei comportamenti dei mercati finanziari
degli ultimi due anni e del fatto che i fondi pensione a capitalizzazione sono prevalentemente a contribuzione definita e il rischio finanziario è spostato sul lavoratore.
Sistema di calcolo contributivo della pensione a ripartizione e previdenza complementare a contribuzione definita hanno ridotto drasticamente la solidarietà intergenerazionale nell’ambito dei sistemi pensionistici rinviandola all’operare del sistema fiscale e di welfare più generale: rischi economici, demografici e finanziari sono tutti a carico del lavoratore.
La gestione dei portafogli dei fondi tenendo conto delle passività che il fondo stesso va accumulando
è lo strumento fondamentale. L’autorità di sorveglianza dei fondi pensione in Olanda ha previsto che i
fondi pensione debbano mantenere un rapporto tra attività e passività del 125 per cento. Se questo rapporto è più basso di 125, ma più alto di 105, il fondo ha un periodo massimo di 15 anni per recuperare
quota 125. Quando il rapporto è più basso di 105, il fondo deve recuperare quota 105 in un massimo
di tre anni.
Ci sono tre misure che i fondi pensione possono prendere in linea di principio:
1) De-indicizzare al tasso di inflazione è, di solito, il primo strumento utilizzato per rialzare il rapporto
di copertura. Le pensioni versate ai pensionati e i diritti pensionistici che i lavoratori maturano non vengono indicizzati alla variazione del livello dei prezzi. Ogni fondo de-indicizza secondo regole proprie. Comunque, nella maggior parte dei casi la mancata indicizzazione tocca anche il patrimonio dei lavoratori in quel momento occupati.
Volendo affrontare il problema della copertura dei rischi finanziari connessi a quella parte di pensione
a capitalizzazione, che dovrebbe temperare il problema dell’adeguatezza della pensione pubblica, è necessario fare riferimento sia a politiche di gestione degli attivi di portafoglio in funzione dell’entità degli impegni passivi che il fondo pensione sta prendendo, sia a misure finalizzate a coprire il rischio “lotteria dell’uscita”.
2) Il secondo strumento è l’aumento dei contributi pagati dagli occupati.
Fig. 3 - Effetto del mercato sulla volatilità del risultato in termini reali
Montanti contributivi al netto dell’inflazione di 20 coorti e per ciascuno di essi il rendimento medio annuo lordo al netto dell’inflazione
Questo esempio mostra come anche nel caso della capitalizzazione possano essere previste modalità con cui i lavoratori giovani assicurano almeno in parte i diritti pensionistici dei lavoratori più anziani, ovvero attuando forme di solidarietà intergenerazionale all’interno di un fondo pensione a capitalizzazione.
Montante contributivo (asse dx)
Rendimento annuo medio
20 (1978 - 2008)
19 (1977 - 2007)
18 (1976 - 2006)
17 (1975 - 2005)
16 (1974 - 2004)
15 (1973 - 2003)
2.000
14 (1972 - 2002)
-2
13 (1971 - 2001)
3.000
12 (1970 - 2000)
-1
11 (1969 - 1999)
4.000
10 (1968 - 1998)
0
9 (1967 - 1997)
5.000
8 (1966 - 1996)
1
7 (1965 - 1995)
6.000
6 (1964 - 1994)
2
5 (1963 - 1993)
7.000
4 (1962 - 1992)
3
3 (1961 - 1991)
8.000
2 (1960 - 1990)
4
1 (1959 - 1989)
Valori %
40
3) Se i primi due strumenti non bastano, il fondo pensione può decidere di abbassare il valore nominale dei diritti pensionistici maturati dai pensionati. Ma questa è una misura drastica che non è mai
stata presa finora.
41
L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
Capitolo 8
Le polizze rivalutabili
Dario Focarelli, Roberto Manzato e Carlo Savino
A seguito della crisi dei mercati finanziari e, in particolare, dei rendimenti negativi registrati da molti
fondi pensione, si è sviluppato in molti paesi un dibattito su possibili interventi o correttivi di modifica del sistema di previdenza complementare. Senza entrare nel merito di questa ampia e complessa
discussione, che è essenzialmente incentrata sul problema di come trovare forme di mutualità tra le
generazioni, può essere utile evidenziare che esistono degli strumenti assicurativi, quali le polizze rivalutabili italiane e le polizze “with profit” di derivazione anglossassone, che permettono di ridurre
la volatilità tipica degli strumenti valutati a mark-to-market, mantenendone il rendimento medio di
lungo periodo.
Al momento, i fondi pensione italiani di nuova istituzione non possono investire le risorse - né parte di
esse - in gestioni assicurative tradizionali garantite. La rimozione di questo divieto, che peraltro non esiste per fondi pensione preesistenti, potrebbe ampliare la gamma dei prodotti d’investimento a disposizione dei fondi pensione. Inoltre, la costituzione di linee d’investimento con rendimenti minimi garantiti
potrebbe facilitare l’opera di convinzione dei lavoratori, oggi assai riluttanti a devolvere il TFR anche
perché preoccupati da eventuali perdite sulle somme investite.
In Italia le gestioni assicurative separate sono una realtà ormai quasi trentennale, che grazie al loro funzionamento consentono di garantire un rendimento minimo stabilito per legge, di livellare i risultati con
rendimenti più costanti, di ridurre drasticamente la volatilità e di neutralizzare il rischio di entrare nell’investimento in un momento sfavorevole.
In altri paesi europei, principalmente nel Regno Unito, sono disponibili prodotti analoghi - le cosiddette
gestioni assicurative “with profit” (ossia con partecipazione agli utili) - in cui il gestore stabilisce di anno
in anno la percentuale di utile della gestione da distribuire, accantonando quando il rendimento è positivo una quota dei proventi come riserva da distribuire agli assicurati negli anni in cui il rendimento
è negativo.
Caratteristiche delle polizze rivalutabili italiane
Nelle gestioni assicurative separate, i premi versati dagli assicurati, al netto dei costi, confluiscono in
una gestione distinta dalle altre attività dell’impresa di assicurazione dove vengono investiti in attivi
finanziari, prevalentemente a reddito fisso, i quali vengono posti a copertura degli impegni assunti nei
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confronti degli stessi assicurati. Una volta assegnati alla gestione, gli attivi possono uscirne solo per
realizzo. La contabilizzazione di tali attivi nella gestione separata viene effettuata, in base all’attuale
normativa di derivazione comunitaria, con riferimento al “valore di carico”, definito anche “costo storico”. Il rendimento della gestione nel periodo di riferimento è determinato come il rapporto tra la somma
di cedole, interessi, dividendi e realizzi di plus o minusvalenze rispetto alla giacenza media delle attività. La discrezionalità da parte del gestore nella determinazione del rendimento della gestione risiede
nella scelta del timing della realizzazione delle plus e minus valenze. Il rendimento viene attribuito, in
tutto o in una percentuale definita contrattualmente, alle prestazioni assicurate. Grazie al meccanismo
di funzionamento delle gestioni assicurative e alla prevedibilità statistica dei movimenti di portafoglio,
le imprese di assicurazione possono adottare strategie di asset allocation di lungo periodo e offrono:
• rendimenti minimi garantiti. Essi risultano attualmente, per legge, non superiori al 2,5% (il valore massimo previsto per legge è in funzione del rendimento del BTP decennale guida);
• consolidamento dei risultati. Il consolidamento può avvenire su base annua, su base poliennale o in
relazione a un evento (ad esempio: trasferimento della posizione individuale, invalidità, decesso, pensionamento).
Fig. 1 - Rendimentogestioni separate a confronto con titoli di stato, TFR e inflazione
Le principali caratteristiche di queste gestioni sono:
Fatto 100 il valore di un investimento in una gestione separata nel 1982, sulla base dei rendimenti lordi
registrati nel periodo il valore era pari a 1.231 nel 2008, con un rendimento medio annuo (non composto) del 10,24%, (5,7% in termini reali) e con una volatilità (deviazione standard) pari al 4,93%. Lo stesso
investimento in azioni italiane era pari, sempre alla fine del 2008, a 1.693 (nell’ipotesi di completo reinvestimento dei dividendi), con un rendimento medio annuo del 15,07% (10,5% in termini reali) e una
deviazione standard del 31,32%. Sulla base dell’indice di Sharpe (rapporto tra rendimento e deviazione
standard), la strategia di investimento in gestioni rivalutabili è risultata quindi, negli ultimi 25 anni, preferibile a quella dell’investimento in azioni italiane, anche ove si tenesse conto della quota di rendimento lordo delle gestioni, variabile da prodotto a prodotto, non attribuita ai contratti (generalmente
il rendimento viene attribuito alle prestazioni contrattuali in una quota compresa tra l’80% e il 90%).
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Inflazione
TFR
Titoli di Stato
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Gestioni separate
Fig. 2 - Rendimentogestioni separate a confronto con indice azionario (1982=100)
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2000
1500
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500
Gertioni separate
Indice Datastream
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Può essere utile effettuare un confronto di lungo periodo tra i rendimenti realizzati dalle gestioni separate collegate alle polizze rivalutabili e quelli dei titoli di Stato, il tasso di inflazione e la remunerazione
del TFR. La Figura 1 evidenzia come il rendimento lordo delle gestioni separate sia stato tra il 1982 e il
2002 superiore, in ciascun anno, al rendimento dei titoli di Stato (dal 1995 è stato considerato il rendimento del BTP decennale “guida”), al tasso di remunerazione del TFR e al tasso di inflazione. Nell’ultimo
quinquennio il rendimento medio annuo delle gestioni separate è stato pari al 4,3%, mentre il rendimento
a scadenza del BTP è stato pari al 4,2%, la remunerazione del TFR al 3,1% e l’inflazione al 2,1%.
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Rendimenti delle polizze rivalutabili
valori percentuali
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• drastica diminuzione della volatilità dei rendimenti. I movimenti della curva dei tassi e dei corsi azionari hanno un effetto limitato su tali gestioni rispetto a quelle valutate secondo il criterio del markedto-market, in quanto le perdite influenzano il rendimento del fondo solo quando realizzate. Per comprendere meglio tale meccanismo si ipotizzi un fondo chiuso a ingressi e uscite con una durata fissa,
e si pensi di valutarne i rendimenti annui con il criterio del marked-to-market e del costo storico: a scadenza i rendimenti saranno gli stessi, ma la volatilità dei rendimenti annui della gestione separata sarà
ovviamente molto inferiore;
• solidarietà fra investitori. Il meccanismo di calcolo del rendimento della gestione separata implica
una mutualità tra risparmiatori che hanno investito in tempi diversi: infatti, il rendimento di un periodo
è una media ponderata dei rendimenti attribuibili agli investimenti fatti nel corso della vita della gestione e ancora in essere nel periodo di riferimento;
• parziale sterilizzazione del rischio di timing dell’investimento. A corollario della solidarietà fra investitori c’è la sterilizzazione, almeno parziale, del rischio di sbagliare il timing di entrata o di uscita dall’investimento: in ogni caso, infatti, il realizzo è deciso dal gestore-assicuratore e l’investitore godrà di
un rendimento che è una media di rendimenti, ragion per cui non correrà i rischi derivanti dall’entrata
o dall’uscita dalla gestione in periodi sfavorevoli.
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19
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Le gestioni assicurative concretizzano un obbligo di risultato rappresentato dal valore del maturato raggiunto, e non un obbligo di mezzi come in un normale mandato di gestione. Di conseguenza, il legislatore ha previsto, oltre all’obbligo per l’assicuratore di rispondere anche con il proprio patrimonio al raggiungimento degli impegni di rendimento minimo contrattualizzato, anche alcuni presidi che garantiscono
la solidità delle gestioni. Tra questi ricordiamo in particolare:
• la normativa che impone di disporre in ogni momento di attivi sufficienti e congrui a copertura degli
impegni assunti;
• la normativa sulla costituzione di riserve aggiuntive da costituire in certi casi per garantire ulteriormente gli impegni assunti;
• la normativa prudenziale sulla determinazione degli impegni e sulla valutazione delle attività iscritte
a bilancio;
• la normativa che limita la tipologia degli investimenti e stabilisce i limiti massimi per ciascuno di essi,
in modo da garantire la sicurezza, la dispersione, la redditività e la liquidabilità degli stessi;
• la normativa sul margine di solvibilità, che obbliga le imprese a detenere un certo livello di patrimonio
libero, in aggiunta alle riserve tecniche, per far fronte a eventuali perdite inattese.
Capitolo 9
L’adeguatezza dei regimi
complementari
Andrea Lesca
In questo periodo di turbolenze dei mercati finanziari e di recessione mondiale è stata posta grande
attenzione anche al tema dell’adeguatezza delle pensioni sia pubbliche sia complementari. Infatti il
binomio recessione e crisi dei mercati finanziari rischia di pesare significativamente sul futuro assegno pensionistico degli italiani, in particolare dei più giovani e su coloro che avranno la pensione calcolata prevalentemente con il metodo contributivo. Ciò a causa sia del meccanismo di rivalutazione
delle contribuzioni che di basa sulla crescita del prodotto interno lordo che potrebbe risentire negativamente, della stagnazione economica italiana e della bassa crescita che purtroppo non è certamente
un problema recente*.
Nei regimi di previdenza complementare a contribuzione definita, regimi in cui il livello della prestazione
pensionistica è determinato dall’ammontare contributivo e dalla redditività media ottenuta per il
tempo di capitalizzazione, emerge con grande evidenza il tema dell’adeguatezza della prestazione in
riferimento alle variabili in grado di influenzare il risultato e alla capacità del lavoratore di comprenderne la sua evoluzione nel tempo.
Ancora una volta si comprende come la previdenza pubblica e complementare, aldilà delle elevate peculiarità, sono due facce della stessa moneta.
Focalizzando l’attenzione sui sistemi di previdenza complementare il punto cruciale è rappresentato dalla
consapevolezza che gli iscritti nella fase di accumulazione dovrebbero avere sull’adeguatezza del livello
di contribuzione e di redditività per ottenere il tasso di sostituzione desiderato. La COVIP, per sensibilizzare e rendere maggiormente consapevoli gli iscritti alle forme pensionistiche su queste tematiche,
ha cercato di fornire una risposta concreta tramite l’introduzione del “Progetto esemplificativo”**,
uno strumento volto a illustrare all’iscritto l’evoluzione prevista della posizione individuale nel corso del
rapporto di partecipazione e l’importo della prestazione attesa al momento del pensionamento. Il Pro-
* Stime crescita PIL medio nel periodo ’00-’09: Eurostat nov ’08: 1,3%; Confindustria nov ’08: 1%.
* * Disciplinato con deliberazione del 31 gennaio 2008 (G.U. n. 41 del 18 febbraio 2008.
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getto illustra inoltre il valore della rendita corrispondente alla posizione individuale maturata. L’esemplificazione intende costituire uno strumento di ausilio all’aderente per l’adozione o la modifica delle
scelte relative al piano pensionistico (livello di contribuzione, profilo di investimento ecc..). In tal modo
si intende inoltre accrescere la comprensione dell’iscritto circa le conseguenze che le scelte operate
nel corso del rapporto possono determinare sulla prestazione finale attesa, contribuendo a favorire una
maggiore attenzione dello stesso sia in sede di adesione sia nel corso del rapporto di partecipazione,
attraverso un monitoraggio della evoluzione del piano previdenziale. A tal fine, è stato previsto che il
“progetto” venga predisposto fin dall’inizio del rapporto di partecipazione e sia oggetto di aggiornamento
periodico.
Ciò consente all’aderente di verificare nel tempo l’adeguatezza del piano in corso di costruzione rispetto
agli obiettivi di copertura pensionistica che esso intende conseguire e di operare per tempo le modifiche che reputi opportune.
L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
IL PROGETTO ESEMPLIFICATIVO PERSONALIZZATO
Le variabili da utilizzare per la costruzione del “Progetto esemplificativo” personalizzato sono
di tre tipologie:
IL PROGETTO ESEMPLIFICATIVO
La COVIP con deliberazione del 31/01/08 ha stabilito che le forme pensionistiche complementari
mettano a disposizione dell’aderente un “Progetto esemplificativo” sia nella fase di adesione,
sia annualmente in occasione dell’invio della “Informativa Periodica”
Le forme pensionistiche complementari devono:
• realizzare i Progetti standardizzati entro il 01/07/08, da abbinare
alla “Nota Informativa”
• inviare i Progetti personalizzati agli iscritti in occasione dell’invio
della comunicazione periodica relativa all’anno 2008
• rendere disponibile al pubblico un motore di calcolo per lo sviluppo del
“Progetto esemplificativo” entro giugno 2008
Il “Progetto esemplificativo”, che, come detto verrà allegato alla comunicazione periodica dal 2009
sarà altresì predisposto, in maniera distinta, facendo riferimento a stime “standardizzate” e a stime “personalizzate”.
Le stime standardizzate partono da alcune variabili fisse, definite dalla stessa COVIP (ad esempio inflazione, crescita del salario, rendimento finanziario...) o proprie di ciascun Fondo Pensione (costi di partecipazione, profili di investimento...) e forniscono stime “standard” per diverse classi di età e livelli contributivi, mentre con il Progetto Esemplificativo personalizzato le proiezioni vengono create utilizzando
i dati di ciascun iscritto singolarmente (dati anagrafici, contributi, profilo di investimento scelto) e quindi
risultano maggiormente accurate per i singoli aderenti.
Gli esempi, redatti con riferimento a forme pensionistiche complementari ipotetiche, non intendono tuttavia limitare l’autonomia degli operatori nella individuazione delle modalità di predisposizione ritenute
più efficaci, stante l’obiettivo di perseguire la migliore rappresentazione all’aderente della possibile evoluzione della posizione individuale nel corso del rapporto di partecipazione e dell’importo della prestazione attesa al momento del pensionamento.
Inoltre i singoli fondi pensione, soprattutto quelli negoziali che sono rivolti ad una platea omogenea di
lavoratori - aderenti, potrebbero realizzare appositi studi su differenti coorti di età, sesso (e quindi requisiti di probabile pensionamento) e livello contributivo, al fine di comprendere se al momento attuale
gli schemi previdenziali degli iscritti siano adeguati rispetto agli obiettivi in termini di prestazione pensionistica complessiva (pubblica e complementare) o debba essere necessario attuare dei correttivi
(ad. esempio aumento delle contribuzioni) al fine di non trovarsi all’età pensionabili con delle coperture
previdenziali insufficienti.
Infatti, come già accennato in precedenza, la previdenza complementare non va considerata a sé stante,
ma in relazione al regime pensionistico pubblico, che, soprattutto nei paesi dell’Europa Continentale
continua a svolgere il ruolo prevalente nel garantire ai lavoratori una fonte di reddito al momento del
pensionamento. In alcuni Paesi, proprio questo ruolo di complementarietà con il sistema pubblico, è già
stato oggetto di un’attenta analisi, soprattutto focalizzando l’attenzione sull’entità delle contribuzioni,
volta a comprendere come gli schemi pensionistici privati e le altre forme di risparmio potranno contribuire all’adeguatezza e sostenibilità del sistema pensionistico nel suo complesso.
Nel Regno Unito, per esempio, è stato istituito un ente indipendente, la Pensions Commission, che ha
la missione di monitorare costantemente il sistema di previdenza complementare e il risparmio di lungo
periodo. Nella prima relazione annuale dell’ottobre del 2004 tale istituto evidenziava già il fatto che,
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al fine di assicurare un livello adeguato di prestazioni pensionistiche ai lavoratori, sarebbero stati auspicabili sia un incremento del livello di contribuzione sia una maggiore partecipazione da parte dei lavoratori più anziani ai vari schemi pensionistici. All’interno del secondo rapporto del 2005 sono state
altresì formulate proposte concrete ampiamente condivise dal Governo inglese che le ha riprese nel Pensions Reform White Paper del maggio 2006.
Fino ad oggi il sistema italiano è stato monitorato e valutato con riguardo soprattutto al numero dei partecipanti al sistema della previdenza complementare rispetto alla forza lavoro e agli occupati, anche
se occorrerebbe focalizzarsi sia verso gli esclusi (individuando motivazioni e soluzioni), sia verso i già
iscritti valutando l’adeguatezza delle prestazioni pensionistiche complementari.
Proprio su questo punto, nel Regno Unito una recente ricerca dell’ABI (Association British Insurance)*,
confermata dalla Pensions Commission, relativa all’ammontare di risparmio annuo versato ad una forma
pensionistica complementare (a contribuzione definita) da parte degli iscritti del Regno Unito, ha fatto
emergere l’inadeguatezza dei versamenti da parte del 77% dei partecipanti. Ciò non può che comportare una nuova sfida sociale che il Paese deve affrontare nei prossimi anni: l’incremento, quantitativo
e qualitativo, dei partecipanti alle forme di previdenza complementare.
Oltre al livello contributivo e al rendimento delle risorse impiegate, un altro aspetto che impatta sull’adeguatezza delle prestazioni pensionistiche riguarda sicuramente la maggiore o minore possibilità
di utilizzare nel corso del periodo di accumulazione parte o tutto il montante maturato per scopi
non prettamente previdenziali, come possono essere i consumi privati (come alternativa al finanziamento)
o altre e diverse esigenze degli iscritti.
Ad oggi, in Italia, la legislazione della previdenza complementare con riguardo a queste tematiche ricalca quasi interamente la disciplina del “trattamento di fine rapporto” dei lavoratori dipendenti e prevede alcune casistiche precise per lo svincolo di parte del montante maturato (fino al 75% per gravi spese
mediche, acquisto e ristrutturazione prima casa e fino al 30% per ulteriori esigenze).
Se da un lato questa possibilità rende più flessibili e quindi incentivanti per i lavoratori gli schemi di
previdenza complementare, dall’altro, però rischia di aumentare la possibilità che il livello di prestazioni pensionistiche sia inadeguato rispetto agli obiettivi dell’iscritto.
Il legislatore, quindi, dovrebbe tenere conto di queste due istanze contrapposte allorché intendesse, nell’intento di coinvolgere maggiormente i lavoratori, modificare la disciplina dei fondi pensione aumentando le possibilità di svincolo anticipato.
Ovviamente, in alcune circostanze, la possibilità di utilizzo del montante pensionistico dovrebbe essere
garantita e salvaguardata; in tal senso, la stessa Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione ha chiarito recentemente la possibilità di un riscatto parziale della posizione individuale dell’iscritto in caso
di ricorso da parte del datore di lavoro a procedure di cassa integrazione guadagni ordinaria o straordinaria**. Il riscatto di cui alla predetta norma è, quindi, ammissibile ogniqualvolta intervenga la ces-
* Fonte: Oliver Wyman & Company (2001).
* * In particolare, è stato chiesto di chiarire quali sono i presupposti per l’erogazione della predetta tipologia di riscatto, tenuto conto
dell’ampiezza delle situazioni di cassa integrazione guadagni in astratto ipotizzabili, sia in termini di sospensione del rapporto di lavoro che di mera riduzione dell’orario, e della gravità delle altre situazioni che, al pari della cassa integrazione guadagni, danno titolo
a beneficiare del riscatto parziale. Ciò, anche alla luce del generale sfavore, nell’ambito della previdenza complementare, verso il riscatto della posizione individuale, in quanto prestazione residuale ammessa in ipotesi particolari, differenziate anche sotto il profilo
fiscale.
L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
sazione del rapporto di lavoro e questa sia stata preceduta dall’assoggettamento lavoratore interessato ad una procedura di cassa integrazione guadagni ordinaria o straordinaria, indipendentemente dalla
durata della procedura medesima.
Dal punto di vista di capacità soggettiva e di consapevolezza degli aderenti, è altresì utile una sensibilizzazione (come ad esempio quella che può venir dal Progetto Esemplificativo) volta a far comprendere quale siano le implicazione sul livello di prestazioni future della scelta di svincolare parte del
capitale destinato alla previdenza complementare per far fronte a necessità di denaro (ad esempio nell’acquisto della casa) rispetto a lasciare integro il montante con finalità previdenziale e ricorrere ad altri finanziamenti.
Un’altra possibile zona di intervento migliorativa al fine di rendere maggiormente adeguate le prestazioni pensionistiche complementare riguarda la modifica del regime fiscale, in particolare per quello che
riguarda l’abolizione dell’imposizione fiscale sui rendimenti (intervento sostenuto da alcuni esperti e
operatori del settore della previdenza complementare). Se le misure di riduzione dell’imposta sui rendimenti vanno certamente nella direzione di aumentare il montante disponibile e anche l’adeguatezza
delle future pensioni complementari, d’altra parte bisogna altresì considerare che queste misure non
sono di per sé sostenibili senza riconsiderare in maniera complessiva l’attuale impianto fiscale (basato
sulla logica ETT) che al momento prevede un sistema molto semplice e conveniente rispetto ad altri sistemi complementari, principalmente europei, basati sulla logica EET.
Infine, anche una diminuzione dei costi a carico degli iscritti potrebbe sicuramente favorire una aumento
della prestazione pensionistica; un’incidenza annua delle commissioni inferiore dello 0,1% porterebbe, alla fine della fase di accumulo, ad un aumento delle prestazioni nell’ordine del 2-3%. Al momento attuale esistono ancora margini di riduzione dei costi, soprattutto per alcune tipologie di forme
pensionistiche complementari, solo a patto che riescano nel contempo a mantenere un livello di servizio offerto adeguato alle esigenze della clientela.
In conclusione il tema dell’adeguatezza rappresenta un punto rilevante all’interno del quale esistono
ancora diversi spazi di intervento, da una parte tra le forme pensionistiche complementari alcune saranno più virtuose e innovative e forniranno su questo tema risposte concrete, dall’altra la COVIP continuerà nell’opera intrapresa di controllo e di stimolo al settore perché accresca una maggiore consapevolezza in tal senso. Sicuramente anche il legislatore non si sottrarrà al compito di attuare quegli
interventi normativi che si rendessero necessari affinché il sistema della previdenza complementare
possa perseguire effettivamente ed efficacemente i propri scopi pensionistici integrativi.
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L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
Capitolo 10
Tutto quello che si può e si deve fare
per garantire una quiescenza
decorosa:
i doveri dello stato e quelli del cittadino, controlli
severi e regolarità contributive; i risultati
della commissione 2001 e gli errori da non ripetere
Alberto Brambilla
Un vecchio adagio dice che “la previdenza è diversa dalla provvidenza: la prima dipende da numeri e
non, come la seconda, dalla divina bontà miracolosa”.
Cosa si può fare per garantire una quiescenza decorosa e quindi una pensione adeguata? Anzitutto occorre che tutti, lo Stato regolatore, gli Enti gestori e i singoli lavoratori iscritti, facciano il loro dovere
fino in fondo guardando in faccia la realtà; il mix vincente si basa su regolarità nel versamento
dei contributi previdenziali, percentuali di contributi attorno al 20% e requisiti di anzianità
contributiva e di età congrui (35/40 - 65/67 anni). Con pochi contributi o scarsi requisiti non si ottiene una pensione decorosa ed è inutile e dannoso, come fanno alcuni gestori, aspettarsi una “seconda
moltiplicazione dei pani e dei pesci” che mai verrà.
Quali sono stati i grandi errori del passato e quali le lezioni da trarre dalla
lunga storia del nostro sistema previdenziale per evitare errori futuri e garantire
maggiore stabilità ed adeguatezza?
• Il più importante fattore di instabilità, responsabile del disavanzo pensionistico e del “fallimento” di
tante gestioni obbligatorie (si pensi alle Ferrovie dello Stato, agli autoferrotranviari, agli elettrici ecc)
è la assoluta mancanza di correlazione tra contributi versati e prestazioni che si evidenzia in
numerosissimi casi e rappresenta uno dei maggiori aspetti critici. Per rendere meglio comprensibile questa affermazione, faremo di seguito alcuni esempi. Si pensi a due lavoratori dipendenti privati (due gemelli) che iniziano a lavorare e vanno in pensione alla medesima età; per 30 anni hanno le stesse retribuzioni poi il primo negli ultimi 5 anni riceve una retribuzione 10 volte più alta del gemello; poiché
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la pensione è calcolata sulla media degli ultimi 5 anni (oggi tale limite è 10 anni per i dipendenti e 15
per gli autonomi; più elevato per i liberi professionisti) tutte le retribuzioni dei primi 30 anni sono ininfluenti e pertanto il primo gemello riceverà una pensione 10 volte più alta dell’altro. In pratica, stressando il concetto, il metodo retributivo consente di versare 1 euro per 30 anni (basta cioè essere meramente iscritti al sistema) e negli ultimi 5 anni 100 euro; la pensione sarà pari al 70% (2% per 35 anni)
di 100 euro.
Addirittura per i dipendenti pubblici la pensione era calcolata sulla base dell’ultima mensilità di retribuzione (cosa che avviene tuttora per la indennità di buonuscita, l’equivalente pubblico del TFR). In alcune categorie pubbliche vige ancora la regola che poco prima del pensionamento il dipendente (Enav,
militare o membro delle magistrature ma anche semplice funzionario o dirigente dello Stato) venga promosso al grado successivo (il colonnello diventa generale) il che significa ricevere una prestazione che
può arrivare anche al 110% dell’ultimo stipendio.
Ma anche tra il lavoro autonomo si annidano pesanti storture; si pensi che fino al 1973 artigiani e commercianti (trascuriamo il caso ancor più critico degli imprenditori agricoli) versavano 14.928 lire annue
in cifra fissa e che solo dal 1984 si passò ad una contribuzione del 4,25% del reddito dichiarato. Con
la legge del 1991, l’ultima di un ciclo di norme che a parole rivendicavano maggior rigore ma che nei
fatti distruggevano il sistema, si equiparò la modalità di calcolo della pensione a quella dei lavoratori
dipendenti (rendimento pari al 2% per ogni anno lavorato) solo che gli autonomi versavano circa il 10%
medio sul reddito dichiarato di contribuzione mentre i dipendenti il 33%. Di colpo le gestioni che presentavano saldi attivi di bilancio, evidenziarono, in pochissimi anni, disavanzi sempre più elevati.
• Nel 2001 la Commissione Brambilla per far meglio comprendere il fenomeno (che ancora oggi molti
gestori di forme obbligatorie tendono a sottovalutare) ha elaborato una serie di simulazioni su “casi reali”
di lavoratori iscritti alle varie gestioni (dipendenti pubblici e privati, artigiani e commercianti). Il calcolo
è semplice: sono stati sommati tutti i contributi (in cifra fissa o percentuale) realmente versati nella vita
lavorativa capitalizzandoli, anno per anno, al tasso del rendimento dei titoli di Stato (un parametro oggettivamente molto generoso); si è costituito così il “montante contributivo”. A questo punto, per ciascuna categoria è stata calcolata la pensione secondo le regole attuali del metodo retributivo; infine
si è calcolato il rapporto tra montante e rata di pensione ottenendo così un parametro grezzo ma molto
indicativo che indica il “numero di anni di pensione coperti dalla contribuzione”. Per gli anni successivi al 2000 si è riprodotto l’esercizio simulando casi concreti utilizzando tassi di rivalutazione di sistema.
I risultati sono riportati nella tabella seguente e evidenziano le distorsioni prodotte dal metodo retributivo che, proprio per come è strutturato, spesso si presta anche a abusi e comportamenti opportunistici. Non sono rari i casi in cui nei primi anni si cerca di pagare meno contributi possibili dichiarando
redditi irrisori (e quindi evadendo anche il fisco) mentre negli ultimi anni, quelli che contano, i redditi
come per magia raddoppiano e in molti casi verificati in “banca dati” assumono valori altissimi. Gli anni
coperti da contributi sono veramente pochi nel metodo retributivo soprattutto per gli autonomi che si
pagano dai 3 ai 5 anni su oltre 20 di fruizione delle prestazioni; anche i dipendenti restano a carico della
collettività per un certo numero di anni (maggiori per i pubblici). Solo con il metodo contributivo si raggiunge una copertura quasi completa ma dovremo ancora aspettare il 2045; per questo sono ancora urgenti ulteriori interventi manutentivi tra i quali l’introduzione del pro rata al contributivo.
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• Ma oltre alla mancanza di correlazione tra contributi versati e prestazioni che gravano pesantemente
sui bilanci delle gestioni previdenziali sottraendo importanti risorse per migliorare le prestazioni “vere”,
quelle che definiamo “previdenziali” (cioè finanziate con regolari contribuzioni) l’altro aspetto assai critico è quello della elusione o evasione contributiva; oltre ovviamente alle forme di falso assistenzialismo (si pensi alle centinaia di migliaia di lavoratori, anche agricoli, che lavorano per pochi mesi
l’anno e godono di sussidi di disoccupazione per il resto dell’anno e ciò accade anche per 20 e più anni
consecutivi). Tutto ciò si può sintetizzare in tre cifre: a) le prestazioni pensionistiche integrate socialmente
o quelle totalmente a carico dello stato sono oltre 9 milioni su circa 23 milioni di prestazioni totali (circa
il 40%; un record!); b) oltre il 55% delle pensioni di vecchiaia (circa 6 milioni) sono integrate al minimo
il che significa che a 65 anni di età non si è riusciti a versare neppure 15 anni di contributi veri! c) oltre
1,5 milioni di pensioni hanno oltre 7 anni di contribuzione figurativa a carico dello stato.
Le proiezioni e le prospettive a lungo termine
Anni di pensione coperti dal montante contributivo
*
* La vita residua è pari alla somma tra la vita residua del pensionato e del coniuge superstite
(calcolata in base alla probabilità di lasciare famiglia ed all’aliquota di reversibilità del 60%)
• Ma c’è di più: in occasione della redazione della normativa sulla “totalizzazione” alla quale parteciparono attivamente tutte le casse privatizzate, sono stati realizzati alcuni calcoli per confrontare, a parità di “storia contributiva”, l’entità di una prestazione calcolata con i metodi retributivo e contributivo. In media (ma sono disponibili i calcoli per molte casse privatizzate) a parità di contribuzione (circa
il 10% del reddito imponibile che per moltissimi non supera i 3.000 euro annui!!) e di vita lavorativa
(età anagrafica e anzianità contributiva) con il metodo retributivo si ottiene un tasso di sostituzione lordo
pari a circa il 56% ma è evidente lo squilibrio tra quanto versato e quanto percepito; infatti il montante
accumulato (la sommatoria di tutti i contributi capitalizzati al tasso tecnico della gestione) seppur rivalutato annualmente al tasso del 3,5% anche dopo il pensionamento, copre solo 6 annualità di pensione diretta su quasi 20 annualità di pensione. D’altra parte come è possibile avere un tasso di sostituzione quasi simile a quello dei lavoratori che versano il 33% di contribuzione? Calcolando invece
la pensione con il metodo contributivo il tasso di sostituzione scende al 20% e, ipotizzando che il montante accumulato si rivaluti sempre al tasso del 3,5% le annualità di pensione coperte dai contributi
sono 20 mantenendo così il sistema in perfetto equilibrio.
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10.1 Quali le conclusioni:
i doveri di cittadini, stato ed enti - gli errori da non ripetere - le cose da fare
Per avere una pensione adeguata (salvo casi particolari dovuti a salute o incidenti vari) occorre:
a) Il cittadino deve pensare al proprio futuro in modo intelligente e non egoistico (nel senso di non
gravare sulle giovani generazioni prendendo pensioni a debito) versare idonei contributi con regolarità, essere informati e consapevoli di quanto si versa e di quanto sarà la futura pensione, fruendo però
di una migliore informativa sia dai media sia dallo Stato. Per quanto riguarda i liberi professionisti l’unica
soluzione (in vista dell’ineludibile passaggio al metodo contributivo) è quella di aumentare le contribuzioni. Come si evidenzia nella tabella che segue il favorevole regime fiscale consente di migliorare
sensibilmente la contribuzione senza eccessivi aggravi di costo e quindi portare il tasso di sostituzione
netto sopra il 50%.
UNA SOLUZIONE POSSIBILE
• Contributo soggettivo da 10% a 15%; con aliquota fiscale 40% il 6% lo mette lo Stato
• Ogni 2,5 punti % di aumento di soggettivo, 1% di aumento del contributo integrativo, (a carico di Stato e committenti)
• Quindi contributo integrativo da 2% a 4%
• Considerando 1 punto di integrativo pari a circa 1,5% di soggettivo, da utilizzare
nel conto previdenziale individuale del veterinario e utilizzando almeno 0,5% del vecchio integrativo otterremo:
• Un contributo finale pari al 18,5%; costo vero per l’iscritto 9%!!!
b) Lo Stato deve da un lato informare meglio; entro il 2010, grazie al lavoro del Nucleo di valutazione
della spesa previdenziale del Ministero del Lavoro con gli enti, gli iscritti riceveranno “l’estratto conto
unificato”, una specie di “busta arancione” alla svedese che indicherà l’entità della futura pensione
(pubblica e complementare) e le eventuali integrazioni contributive da versare ai fondi pensione. Dall’altro, avere il coraggio di dire a molti pensionati che spesso la prestazione che percepiscono è un contributo della collettività che peserà sulle giovani generazioni. Si pensi che circa il 70% circa del debito
pubblico deriva da disavanzi pensionistici e assistenziali.
Parimenti lo stato con l’introduzione della dichiarazione mensile (emens) e con la messa in funzione dei
“casellari dei pensionati e degli attivi” deve migliorare il controllo anti elusione verificando con atten-
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zione chi versa e chi non versa; con il casellario degli attivi, il Nucleo di Valutazione, l’Inps e tutti gli
altri Enti, saranno in grado di effettuare controlli mensili.
c) Gli enti previdenziali devono saper monitorare la situazione suggerendo le migliori combinazioni
possibili per garantire una pensione adeguata; ciò si realizza con una accurata e veritiera informazione
agli iscritti (di nuovo la busta arancione svedese). Ovviamente un accesso più regolare alla previdenza
complementare garantisce ancor di più l’adeguatezza come pure occorrerebbe sviluppare maggiormente,
visto l’incremento della speranza di vita, l’accesso e l’offerta della “long terme care”.
Gli errori da non ripetere:
Pensare che in fondo il metodo retributivo equivale a quello contributivo (non è vero e i dati sopra esposti lo dimostrano); pensare che si può accettare (spesso in nome di una falsa solidarietà, sempre a danno
delle giovani generazioni) una mancanza di correlazione tra contributi e prestazioni; pensare che con
scarse contribuzioni (inferiori al 20% del reddito e addirittura inferiori ai 5.164 euro della previdenza
complementare) si possa avere una pensione adeguata.
Sono molte le gestioni previdenziali che hanno drammaticamente sperimentato negli scorsi anni i risultati di contribuzioni modeste; artigiani e commercianti sono passati in pochi anni da grandi attivi di
bilancio a pesanti disavanzi. L’introduzione del metodo contributivo ha mostrato, numeri alla mano, l’iniquità generazionale delle prestazioni assai generose del metodo retributivo (responsabili dei grandi disavanzi) e, per avere bilanci migliori e prestazioni adeguate, hanno dovuto portare le contribuzioni da
circa il 10% degli anni 90 all’attuale 20%; gli iscritti alla gestione separata dell’Inps, che alla pari degli Enti privatizzati istituiti dal d. lgs. n° 103/96, non avevano problemi di sostenibilità finanziaria ma
certamente di adeguatezza delle prestazioni, hanno visto le loro contribuzioni passare dal 10 al 23,5%
e così molte altre categorie.
I fondi speciali rivolti ad un segmento preciso di lavoratori (settore elettrico, gas, telefonia ecc) di cui
abbiamo parlato più sopra, per cause demografiche (popolazioni chiuse) e di corrispondenza tra contributi e prestazioni, hanno evidenziato in pochi anni disavanzi sempre più ampi e non più recuperabili
e sono stati incorporati nel FPLD (fondo pensione lavoratori dipendenti), con grave danno per gli equilibri previdenziali complessivi. In generale tutte le gestioni rivolte a “popolazioni chiuse” se non prevedono una assoluta coerenza tra contributi e prestazioni, sono destinati dalla demografia (e la storia
dei fondi speciali ce lo insegna) a rapidi deterioramenti. Relativamente agli Enti Privatizzati, l’analisi
dei bilanci trentennali darà rapidamente il polso della situazione.
Infine ma ci sarebbe molto da dire ancora, evitare qualsiasi velleità di introdurre correttivi al metodo
contributivo. La regola di calcolo della prestazione è semplice: i contributi versati mese per mese (o periodi più ampi per talune categorie) vengono capitalizzati al tasso di crescita della media quinquennale
del PIL; ebbene questo tasso annuo di rivalutazione è stato pari negli ultimi 10 anni al 4,44%, raffrontato con il 2,2% dell’inflazione, il 3,1% del TFR, l’1,9% dei fondi bilanciati e il - 2% circa dei fondi total return un euro. È quindi un tasso assai favorevole e imbattuto sia a 10 sia a 14 anni; tuttavia come
accennavano più sopra Andrea Lesca e Paolo Onofri, si spera che l’attuale crisi non duri molto poiché
diversamente anche il criterio della media quinquennale del Pil (che assorbe bene sia rialzi sia ribassi
tra 1 e 2 anni) potrebbe risentirne riducendo il tasso di rivalutazione. Il montante così ricavato viene
trasformato in rendita rivalutabile e reversibile mediante applicazione dei “coefficienti di trasformazione”.
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Nella tabella che segue si evidenzia che i coefficienti utilizzati dal sistema pubblico (quelli che entreranno in vigore a partire dal 1/1/2010) sono più favorevoli di quelli utilizzati dalle assicurazioni tra il
13 e il 17%. Come si vede non c’è da modificare nulla; occorre un congruo periodo di contribuzione e
una età di pensionamento coerente con la speranza di vita. Qualsiasi ipotesi di versamenti figurativi (responsabili di quasi il 50% del disavanzo pensionistico) è velleitaria e distruggerebbe il sistema pensionistico.
Confronto tra i coefficienti pubblici e privati
Età
Coeffic
Coeff priv
pubblici (A) M/F %
Coeff priv
F/M %
Coeff priv
Media (B)
Differenza
B/A %
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4,419
3,844
3,935
3,88
-13
58
4,538
3,917
4,016
3,96
-13
59
4,664
3,993
4,098
4,04
-13,5
60
4,798
4,074
4,186
4,13
-14
61
4,940
4,160
4,280
4,22
-14,8
62
5,093
4,250
4,379
4,31
-15,5
63
5,257
4,346
4,485
4,41
-16
64
5,432
4,447
4,598
4,52
-16,5
65
5,620
4,554
4,718
4,63
-17,6
Le cose da fare:
Abbiamo detto che troppo spesso alla politica è mancato e manca il coraggio di guidare i processi di
informazione e cambiamento, soprattutto sui temi sociali; di seguito, e per sintesi, concluderemo questa riflessione sulla adeguatezza delle pensioni con 5 cose che lo Stato dovrebbe fare.
Anzitutto 3 informative per far conoscere ai propri cittadini la realtà dei fatti al fine di educare a comportamenti migliori e prepararsi il proprio futuro:
1. La prima, in attesa della “busta arancione” italiana di cui accennavo sopra, è una campagna nazionale per informare i giovani sulla necessità di pensare, anche nelle attuali ristrettezze (i nostri
nonni e padri fecero assai più pesanti sacrifici) al proprio futuro sanitario e pensionistico. Educare significa informare (anche individualmente) su cosa fare per costruirsi nel tempo e quindi senza grossi
sacrifici, una certezza per la propria vecchiaia in una società sempre più vecchia: per esempio informare
su quanto sarà il tasso di sostituzione, quanto bisogna versare al sistema pubblico e anche a quello dei
fondi pensioni; dire che non si può arrivare a 30 anni senza contributi e prevedere che i datori di lavoro
o committenti che sfruttano i nostri giovani con lavoro nero ed irregolare vanno severamente puniti.
2. La seconda consiste nella spedizione a tutti i pensionati di un estratto conto che indichi l’importo
della pensione in pagamento e quale pensione dovrebbero invece percepire in base ai contributi realmente versati; per i moltissimi che si lamentano per il modesto importo della loro pensione, argomento spesso utilizzato dai media e dai politici (destra, sinistra e centro) per fare polemiche e propaganda, sarebbe veramente una grande sorpresa. Infatti, come dimostrato più sopra, la quasi
totalità dei pensionati scoprirebbe che gran parte della loro pensione è a carico dello Stato (quindi di
tutti noi) e non dipende dai contributi versati. Ora nessuno pensa minimamente di lasciare nella esclusione sociale queste persone ma una “operazione verità” va fatta, almeno per convincere tutti, giovani
compresi, che i contributi sociali vanno pagati se no ci si ritrova vecchi e con pochi mezzi.
3. Parimenti andrebbe spedito annualmente a tutti i cittadini, a cura delle singole regioni, un estratto
conto che indichi il totale delle spese sostenute a favore di ogni singolo cittadino e delle persone a suo
carico, dal sistema sanitario; per i moltissimi che si lamentano per le eccessive tasse, questa operazione verità, consentirebbe di fare un rapporto tra tasse pagate e prestazioni sanitarie incassate nell’anno e per la grande generalità si scoprirebbe che spesso si incassa di più di ciò che si paga (non considerando poi scuola, sicurezza, viabilità ecc).
Dopo le informative 2 proposte pratiche per rendere più adeguate le pensioni:
1. Detassazione delle pensioni: per salvaguardare il potere di acquisto delle pensioni e quindi la loro
adeguatezza, come avviene in alcuni paesi europei (Germania, Francia, Spagna e Inghilterra) occorrerebbe introdurre anche in Italia un sistema di progressiva detassazione delle pensioni per ultra
67, 71 e 76 anni; già oggi le cosiddette pensioni ad un milione (oggi circa 600 euro mensili) e tutte le
pensioni che usufruiscono di “maggiorazioni sociali”, comprese le “integrazioni al minimo” sono esenti
da imposte. Per via delle “detrazioni” in generale anche tutte le altre pensioni non pagano praticamente
imposte sui primi circa 600 euro. Per migliorare l’adeguatezza della rendita all’aumentare dell’età anagrafica si potrebbe pensare di ridurre ulteriormente il carico fiscale (anche attraverso maggiori detrazioni) a partire dal 67° anno di età (prima se intervengono inabilità ed invalidità). È ovvio che tale misura andrebbe a favore delle sole “pensioni a calcolo”, cioè quelle ottenute con i contributi versati,
ma ciò è corretto dal punto di vista dell’equità nei confronti di coloro che hanno pagato tasse e contributi sociali; in effetti l’aumento delle pensioni assistenziali agli attuali 600 euro mese ha creato problemi poiché tale importo è molto vicino alla “fascia bassa” delle pensioni ottenute versando contributi (quand’anche insufficienti) e quindi una detassazione sulla quota eccedente i 600 euro appare più
che equa. Inoltre questa proposta può diventare un incentivo al regolare versamento dei contributi sociali; diversamente sia che versi contributi per 20 anni sia che non versi nulla, a 65 anni avrai la stessa
pensione: il che è profondamente iniquo (salvo il 3% fisiologico di sfortunati). Una ulteriore riduzione
di imposta dovrebbe scattare al compimento dei 67 anni (ad esempio riducendo del 10% il residuo carico fiscale) e al raggiungimento dei 76 anni di età, con un dimezzamento delle imposte.
2. Prevedere oltre per l’insieme dei lavoratori anche per i pensionati un regime di “deduzioni” su determinate spese al fine di rendere la pensione sempre più adeguata. Riporto qui una sintesi di un mio
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articolo pubblicato recentemente su Sole 24 ore.
Come fare a migliorare i redditi dei lavoratori e dei pensionati? Partiamo da queste semplici osservazioni:
a) l’Italia è ai vertici delle classifiche per entità di lavoro sommerso (circa il 30% del Pil);
b) i lavoratori dipendenti e i pensionati hanno redditi bassi e non possono “scaricare” fiscalmente quasi
nulla: sono tassati alla “fonte” senza sconti;
c) l’iva sulle prestazioni essenziali (20%) è da rapina;
d) una imbiancatura o riparazione di caldaia che costa 1.000 euro, se fatturata arriva a 1.200 euro, senza
fattura anche a 900; con i tempi che corrono nessuno, neppure il più onesto, riesce a fare l’eroe fiscale;
e) poiché è impensabile che lo Stato si debba dotare di un esercito di finanzieri e ispettori (che poi costano più di quanto incassano realmente dati i lunghi tempi dei contenziosi) per controllare i cittadini
sempre più tassati, la nostra ipotesi di lavoro è diversa: 1) occorre creare le condizioni perché siano i
cittadini stessi a combattere l’evasione o elusione fiscale, evitando di aumentare il peso dei dipendenti
pubblici e anche qualche malaffare tangentizio; 2) per far questo occorre rendere conveniente, soprattutto
nei rapporti diretti tra utente e fornitore, la richiesta di una fattura consentendo di “dedurla” dal reddito; si potrebbe ottenere lo stesso risultato, o quasi, con la “no tax area” per i primi 7 mila euro, ma
in un Paese come il nostro con un così elevato livello di evasione fiscale è sicuro che perderemmo gettito e non elimineremmo mai tale evasione; 3) perché ciò accada occorre anche ridurre l’iva da rapina
(si veda quanto finalmente fatto con buoni risultati per le ristrutturazioni).
Alla luce di queste innegabili osservazioni si dovrebbe fare quanto segue: a) il prelievo alla fonte per
pensionati e lavoratori dipendenti (almeno fino ai 60.000 euro lordi annui) dovrebbe avvenire con una
aliquota di acconto non superiore al 10% per i primi 26.000 euro e con aliquote ridotte del 30% per i
redditi ulteriori; a fine anno, al netto delle deduzioni e detrazioni si farà il “conguaglio” con pagamenti
rateizzati nell’anno successivo; b) prevedere la deducibilità annua di un importo fino a 5.000 euro per
i lavori di manutenzione ordinaria della casa (imbiancature, idraulica, elettricità, edili ecc), purchè dimostrati con apposita fattura e pagamento tracciabile (anche con versamento di contante tramite banca);
stessa procedura per le spese sanitarie, per importi tra i 1.500 e 2.500 euro, a seconda della numerosità della famiglia; stesso importo per le spese di asilo nido; almeno 1.000 euro per le manutenzioni
dell’autoveicolo; c) su queste prestazioni dovrebbe gravare un Iva, relativa alla sola manodopera, non
superiore all’5%. Così facendo il nostro lavoratore tipo potrebbe risparmiare oltre 1.000 euro l’anno;
una quasi quattordicesima! Lo Stato peraltro, non avrebbe una eccessiva perdita di gettito poiché
gli sconti fiscali a pensionati e dipendenti sarebbero più che compensati dalle imposte ottenute dalla
riduzione (questa volta si vera!) della evasione fiscale; inoltre molti di questi 1000 euro andrebbero in
consumi generando altre imposte dirette e indirette, più occupazione e più sviluppo.
Adeguatezza delle pensioni:
il punto di vista degli
Enti Previdenziali Privatizzati
A. La definizione di “adeguatezza”
Fausto Amadasi, Presidente Cassa Previdenza Geometri Liberi Professionisti
Per chi si occupa e preoccupa di previdenza l’obiettivo della adeguatezza delle pensioni equivale alla
ricerca della pietra filosofale anche se alle tre proprietà straordinarie di cui è dotata, soprattutto per
quanto riguarda la prima, “l’immortalità“, bisognerebbe fare qualche modifica.
Venti anni fa, in tempo di baby pensioni e previdenza creativa, si teorizzava che la pensione doveva garantire al lavoratore in quiescenza lo stesso tenore di vita avuto durante il periodo in attività.
Ora che siamo diventati un poco più saggi (e meno ricchi) sosteniamo che la pensione è adeguata quando
è in grado di dare risposte concrete ai bisogni irrinunciabili dell’individuo senza che questi debba pesare sulla famiglia o sulla società.
E fra venti anni, quando saremo ancora un po’ più saggi e più longevi di oggi e, temo, ancora meno ricchi, quale sarà la definizione che daremo al concetto di adeguatezza?
Forse la pietra filosofale, alla quale è attribuita la proprietà della “onniscienza “, ovvero la conoscenza
assoluta del passato e del futuro, ci potrebbe aiutare, nel frattempo, potendo contare solo su “poteri”
più tradizionali sarà bene che ci limitiamo ad un saggio utilizzo delle “ leve” di cui è dotata la previdenza ampliando la pura erogazione pensionistica con servizi e coperture assistenziali in grado di migliorare la risposta ai bisogni reali del nostro assistito.
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B. Le iniziative pratiche per rendere adeguate
le pensioni
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contributo integrativo, con un espresso vincolo di scopo quale quello di incrementare i montanti e, conseguentemente, migliorare l’adeguatezza delle prestazioni. Adeguatezza che rimane la preoccupazione
principe per chi amministra un Ente come il mio.
Florio Bendinelli, Presidente EPPI
Sono grato dell’opportunità che mi viene concessa di poter esprimere, in un consesso altamente qualificato, ciò che l’Eppi ha potuto realizzare per l’adeguatezza delle prestazioni. Non è questa l’occasione
delle lamentele e, quindi, tralascerò ogni critica verso un sistema normativo eccessivamente “cautelativo” e, come tale, penalizzante per l’autonomia dell’Ente e preclusivo per le iniziative opportune all’adeguatezza delle prestazioni. Così come è pleonastico ogni rilievo negativo verso una normativa che
ignora tout court la funzione costituzionale demandata agli Enti di previdenza.
Il sistema previdenziale contributivo, così come concepito dal legislatore della riforma del 1995, ha il
pregio di garantire sempre e comunque il futuro delle prestazioni pensionistiche; il rovescio della medaglia è, però, il non assicurare un “tenore di vita” dignitoso dopo il pensionamento.
Ma, proprio perché sono di fronte a interlocutori consapevoli della problematica, mi limiterò a riassumere quanto l’Eppi ha potuto fare, nel rispetto dei rigidi limiti normativi, sia in termini di adeguatezza
che di maggiori servizi offerti agli iscritti.
Avvalendosi della innegabile maggiore autonomia riconosciuta per quanto attiene all’assistenza, l’Ente
ha puntato l’attenzione verso l’adeguatezza con provvedimenti volti a garantire migliori prestazioni agli
iscritti titolari di pensioni di invalidità ed inabilità. “Raggirando” il divieto della integrazione delle prestazioni rispetto al parametro sociale, così come imposto dalla legge Dini, l’Eppi ha riconosciuto, sino
ad ora, a tutti i propri iscritti pensionati di inabilità ed invalidità, un beneficio consistente nella corresponsione aggiuntiva fino al raggiungimento dell’importo dell’assegno sociale - totale per gli inabili e
percentuale per gli invalidi. Questo impegno, connaturato dal carattere assistenziale, è stato declinato
in termini di adeguatezza previdenziale permanente, mediante una modifica regolamentare specifica,
che legittima - in alcuni casi - la reversibilità anche della integrazione assistenziale a favore dei superstiti,
per le ipotesi di inabilità.
Allo stesso modo da tre anni, l’Eppi è intervenuto, al fianco dei propri iscritti, riconoscendo delle provvidenze al verificarsi di determinate condizioni, provvidenze non limitate alle sole vicissitudini della vita,
ma anche a incentivare iniziative professionali meritevoli degli iscritti.
Sempre limitando l’esposizione all’iniziativa in termini di adeguatezza delle prestazioni, l’Ente ha recepito l’opportunità di offrire ai propri iscritti la possibilità di costruirsi una previdenza su misura, avvalendosi delle aliquote opzionali maggiori rispetto al minimo di legge. È stato modificato, da oltre quattro anni, il Regolamento previdenziale consentendo ai periti industriali di calcolare la propria
contribuzione soggettiva sulla base delle percentuali dal 12 e fino al 18% del reddito professionale. Aumentando il montante migliora la prestazione finale.
Un altro obiettivo importante, centrato per ora solo in parte, è quello di poter distribuire a favore dei
propri iscritti, una quota della riserva straordinaria ad oggi accumulata. Obiettivo parzialmente centrato
perché, seppur approvata la norma regolamentare che ne legittima l’utilizzo, i lacci ed i lacciuoli normativi e le eccessive preoccupazioni ministeriali, impediscono un’autonoma utilizzabilità. Allo stesso
tempo, grande attenzione poniamo alla rivendicata riforma normativa per l’aumento dell’aliquota del
L’Ente, poi, ha investito molto in termini di servizi a favore degli iscritti sfruttando al massimo le opportunità dell’evoluzione informatica, offrendo ad esempio la posta elettronica certificata per rendere
sicure e veloci le comunicazioni, consentendo l’invio della modulistica obbligatoria online, “affinchè i
muri degli uffici siano di cristallo”. Ha puntato, con una campagna di comunicazione integrata - carta
stampata, TV, internet- alla creazione di una cultura previdenziale del perito industriale libero professionista. Tutto ciò che si poteva fare l’abbiamo fatto. Molto volgiamo ancora realizzare in termini di una
riforma normativa, che legittimi la piena autonomia degli Enti, dando la possibilità: a) di superare il rigido principio di proporzionalità del sistema contributivo e consentire un eventuale accreditamento ulteriore rispetto alla contribuzione obbligatoria; b) di dare la giusta e doverosa rilevanza alle singole realtà proprie di ogni Ente legittimando una diversificazione dei coefficienti di trasformazione; c) di
eliminare vere e proprie ingiustizie quali la doppia tassazione o la parificazione degli enti di previdenza
alle società commerciali. Sicuramente continueremo a lavorare tenacemente fianco a fianco con la classe
politica per garantire ai nostri iscritti una pensione certa e adeguata.
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C. Puntare alla sostenibilità finanziaria
per garantire pensioni adeguate
D. Equilibri finanziari di gestione e supporti tecnici
e culturali informativi per una quiescenza decorosa
Andrea Camporese, Presidente INPGI
Eolo Parodi, Presidente Enpam
Se l’adeguatezza delle pensioni erogate dall’Inpgi è fuori discussione, con una media che supera i 60
mila euro annui, la sostenibilità del sistema ha ricevuto negli anni una necessaria “manutenzione” che
andrà completata. L’Istituto di Previdenza dei Giornalisti Italiani si trova nella particolare condizione di
avere al proprio interno due gestioni, una dedicata sostanzialmente ai dipendenti d’azienda, l’altra destinata al vasto mondo della libera professione.
Nell’ambito della Gestione principale la riforma varata negli scorsi anni, riconosciuta nella sua incisività dalla Corte dei Conti, ha sostanzialmente messo in equilibrio il sistema per quegli iscritti di nuova
generazione. La sfida del presente è sostenere e superare la maggiore spesa derivante dalle regole maggiormente favorevoli applicate alle pensioni in essere e a quelle del prossimo decennio. Lo studio attuariale rileva una criticità che va ad esaurirsi dopo circa vent’anni, con un patrimonio che si riduce ma
non si azzera mai, a partire dal 2022. È in questa area temporale che l’Istituto dovrà incidere per tempo,
ragionando anche sull’aumento delle aliquote a carico dei datori di lavoro oggi inferiori di oltre 7 punti
percentuali rispetto a quelle applicate dall’Inps. Il costo sostenuto dall’Istituto, e non dalla collettività
a volte con il concorso delle Parti Sociali, per i prepensionamenti del comparto editoriale, unico caso
nel panorama italiano, è stato superato dalla modifica della legge 416 intervenuta in queste settimane.
La creazione di un fondo annuale di 10 milioni di euro a carico dello Stato ha modificato la norma sui
prepensionamenti facendo venir meno l’eccezione di costituzionalità che l’Inpgi aveva sollevato.
La Gestione separata, destinata al mondo del lavoro autonomo, si trova in una situazione opposta, non
soffrendo di nessun problema di sostenibilità, insito nella regolamentazione di legge delle prestazioni.
Sul fronte dell’adeguatezza delle prestazioni, oggi limitate a causa di versamenti mediamente esigui,
il Cda ha deliberato l’applicazione del cosiddetto protocollo sul Welfare, recepito dalla legge 247/2007,
a favore dei giornalisti con collaborazioni coordinate e continuative. Ora il provvedimento attende l’approvazione dei Ministeri Vigilanti. Sarà realizzato un graduale innalzamento delle aliquote contributive
fino ad allinearsi a quelle applicate dall’Inps sostanzialmente triplicando l’attuale afflusso fermo al 12
per cento dei redditi percepiti. Un passaggio fondamentale che comunque sconterà le difficoltà legate
al mondo del lavoro autonomo giornalistico caratterizzato da redditi per la metà degli iscritti inferiori
ai 5 mila euro annui.
Una pensione per potersi considerare adeguata deve corrispondere sia a dei profili di carattere oggettivo che ad altri, egualmente importanti, di più spiccata valenza soggettiva.
Oggettivamente adeguata può considerarsi una pensione che nella cornice prioritaria di un sistema equo,
solidale e sostenibile garantisca all’atto del pensionamento un passaggio indolore dalle ultime retribuzioni lavorative al trattamento di quiescenza, insieme ad una sua appropriata garanzia di tenuta nel
tempo in termini di potere di acquisto.
Vi è tutta una intensa letteratura sui tassi di sostituzione, sulle aliquote di rendimento e sui coefficienti
di trasformazione, sui metodi e tassi di indicizzazione, che confermano quanto la materia sia complessa
e adeguatamente studiata.
Ad ogni modo, è inevitabile che le attuali caratteristiche demografiche ed economiche degli scenari previdenziali influenzino con le loro dimensioni collettive i parametri con cui si definiscono le pensioni individuali, per cui stante l’esigenza vincolante dell’obiettivo di assoluta equivalenza tra contributi versati e prestazioni garantite per ogni singolo contribuente attivo, il percorso individuale dell’adeguatezza
oggi non può scindersi dal concetto di una integrazione volontaria, tempestiva e responsabile. Che appunto di un percorso si tratta, non di un automatismo contabile, fatto di consapevolezza delle proprie
esigenze e di conoscenza specifica.
Entriamo nella dimensione soggettiva dell’adeguatezza, sia culturale che tecnica, di cosa cioè ognuno
di noi intenda per pensione adeguata alle proprie esigenze post lavorative.
Tale impostazione si collega necessariamente anche alla dimensione personale della sostenibilità,
quanto cioè sia ritenuto sostenibile durante l’età lavorativa in termini di differimento in previdenza dei
propri guadagni o, più prosaicamente, in termini di sacrificio contributivo.
Responsabilità delle Casse è sicuramente garantire equilibri prospettici di sostenibilità ed equità tra
generazioni subentranti, ma anche di fornire i supporti tecnici e culturali perché ognuno maturi la propria idea di pensione adeguata e la persegua con strumenti operativi appositamente istituiti.
Un esempio di risposta a tal problema è stato dato, per quanto riguarda la Fondazione Enpam, in occasione del rinnovo convenzionale per la Medicina Generale, inserendo l’istituto della flessibilità contributiva dei versamenti obbligatori, che si affianca in termini di integrazione volontaria agli istituti già previsti di riscatto degli anni di laurea e specializzazione, di allineamento contributivo e di ricongiunzione.
Ogni singolo contribuente al Fondo della Medicina Generale avrà la possibilità di richiedere alla propria Azienda un incremento del versamento contributivo obbligatorio a proprio carico, rinnovabile annualmente, che potrà arrivare sino a cinque punti percentuali dei compensi.
Questa opportunità configura uno strumento fruibile di costruzione attiva del proprio trattamento di quiescenza sulla base delle autonome esigenze sempre più influenzate dalla variabilità dei profili professionali e contributivi.
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E. La riforma previdenziale forense un felice
connubio tra adeguatezza e sostenibilità
Paolo Rosa, Presidente Cassa Forense
Il progetto di riforma della previdenza forense, attualmente al vaglio dei Ministeri vigilanti, rappresenta
il risultato di un percorso, che ha visto coinvolti non solo gli organi della Cassa ma anche autorevoli studiosi della materia, finalizzato alla salvaguardia della sostenibilità di lungo periodo. Ma già allo stato
embrionale del suo percorso era opinione condivisa, tra coloro chiamati a delinearne gli aspetti, che
la sostenibilità non poteva, e non doveva, essere l’unico obiettivo per giungere alla costruzione di un
moderno ed efficiente sistema di previdenza per l’avvocatura, ma che era necessario fare riferimento
ad altri vincoli anche a costo di rendere il percorso più tortuoso e difficile.
Allo stesso momento, anche il legislatore comunitario e poi anche il legislatore nazionale ha esplicitato tale opinione, già intuita all’interno della Cassa Forense, che una gestione assennata dei sistemi
previdenziali non può perseguire esclusivamente la sostenibilità finanziaria di medio e lungo periodo,
ma deve essere necessariamente accompagnata da una scrupolosa attenzione circa l’adeguatezza delle
prestazioni offerte agli individui che vi partecipano. Il concetto di adeguatezza ha assunto notevole importanza, in particolar modo oggi in cui sono sempre più diffusi sistemi previdenziali gestiti con criteri
di tipo contributivo, in cui, essendo stato abbandonato l’automatico vincolo tra pensione e retribuzione,
ad una più equa ed esplicita corrispondenza tra contributi versati e prestazioni erogate, non sempre si
associa una copertura pensionistica sufficientemente adeguata. È per questo che, nel concetto più moderno di previdenza, un sistema previdenziale con una situazione finanziariamente sostenibile ma che
garantisca ai propri partecipanti inadeguati livelli di copertura previdenziale, non può essere considerato un sistema efficiente.
Ed è in questo contesto, pertanto, che negli ultimi tempi hanno assunto una particolare importanza concetti di assoluta novità quali per esempio il tasso di sostituzione* (dato dal rapporto tra pensione e reddito) quale indicatore della misura in cui il sistema permette all’individuo di mantenere il proprio standard di vita al termine dell’attività lavorativa e quindi rappresentativo dell’adeguatezza dei sistemi
previdenziali.
Pertanto Cassa Forense, nel suo processo riformatore, si è mossa avendo come obiettivo la sostenibilità di lungo periodo ma come vincolo l’adeguatezza delle prestazioni offerte. La riforma ha pertanto riguardato il sistema nella sua interezza, sia dal lato delle entrate sia dal lato delle uscite, sia sul livello
delle prestazioni previdenziali sia sul livello della prestazioni assistenziali e al contempo migliorando
alcune coperture rivolte a coloro che ha ritenuto oggi le vere fasce più deboli: i giovani.
Mentre l’aumento dei contributi era operazione inevitabile e, tutto sommato, condivisa, non altrettanto
si può dire sia stata la scelta di come agire sulle prestazioni. Il dilemma era tra un passaggio ad un con-
* L’interesse mostrato per il tasso di sostituzione è stato, tra l’altro, di recente ribadito nell’ambito della legge di attuazione del Protocollo Welfare (L.247/2007) in cui il legislatore ha auspicato il perseguimento di politiche occupazionali e previdenziali che “possano
favorire il raggiungimento di un tasso di sostituzione non inferiore al 60%”.
Il tasso di sostituzione costituisce inoltre elemento di assoluta novità all’interno delle nuove Linee guida per la redazione dei bilanci
tecnici degli enti di previdenza privati, che ne prevedono l’inclusone tra gli indicatori di accompagnamento alla relazione di bilancio,
attribuendogli di fatto la funzione di strumento utile all’individuazione del livello di copertura pensionistica offerto dal sistema ai propri iscritti.
L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
tributivo o la permanenza nel retributivo con opportune rivisitazioni. La cassa forense ha scelto la “via
difficile” del retributivo che, fondando il suo meccanismo di determinazione dei trattamenti, su un legame proporzionale tra reddito e pensione, meglio del contributivo rispondeva all’esigenza di salvaguardare l’adeguatezza delle prestazioni ma, ovviamente, molto più difficile da gestire e da calibrare
nel tempo rispetto al contributivo.
Si è deciso pertanto di rendere meno generoso l’esistente retributivo riducendo i coefficienti di redditività (da 1,75% all’1,50%), ma restava il problema di come fare per non incidere negativamente sugli
importi medi di pensione erogata. Sono state così individuate due strategie riformatrici.
La prima è rappresentata dal progressivo aumento dell’età pensionabile; intervento di indubbia attualità, che ha consentito di rispondere in modo appropriato al generalizzato aumento della speranza di
vita media, e al contempo, ha permesso di salvaguardare l’adeguatezza delle prestazioni. Infatti l’aumento dell’età pensionabile conduce, di fatto, ad accedere al pensionamento con una anzianità media
di iscrizione più elevata e di conseguenza ad erogare importi medi di pensione più alti, anche in considerazione che una volta a regime scompariranno i supplementi, oggi calcolati con il sistema contributivo, gli anni in più saranno tutti calcolati con il sistema retributivo.
Tale strategia ha fatto si che il tasso di sostituzione attribuibile ad un generico iscritto alla cassa forense dopo l’introduzione delle riforma non varierà in maniera significativa rispetto a quello attuale (Vedi
tabelle nelle pagine seguenti).
Tuttavia, per salvaguardare le più disparate situazioni sociali e professionali che potrebbero riguardare
gli iscritti alla cassa si è mantenuta comunque la possibilità di accedere al pensionamento in anticipo
rispetto ai requisiti previsti, previa una riduzione dell’importo iniziale di pensione secondo coefficienti
attuariali che tengono conto del maggiore numero medio di annualità in più erogate. Tale meccanismo
conferisce un indubbio elemento di flessibilità e di equità al sistema.
La seconda strategia, a salvaguardia dell’adeguatezza dei futuri trattamenti previdenziali post riforma,
è stata individuata dall’introduzione di un ulteriore “pezzo” di pensione, cosiddetta pensione modulare,
da erogare accanto alla quota retributiva, calcolata secondo un criterio di tipo contributivo e finanziata
da contributi aggiuntivi ed in gran parte volontari; attraverso la modulare ciascun iscritto potrà autonomamente scegliere quanto del proprio risparmio destinare alla previdenza anche in relazione alle capacità reddituali del momento e alla più o meno spiccata coscienza previdenziale.
La modernità del sistema previdenziale forense sta proprio nel fatto che, oltre a vantare una sostenibilità di lungo periodo, mostrata dai bilanci tecnici, e ad aver mantenuto adeguati trattamenti previdenziali e assistenziali, ha fatto della flessibilità la sua bandiera: il proprio iscritto potrà, entro certi vincoli, scegliere non solo la misura della propria pensione ma anche il momento in cui andare in pensione
superando definitivamente il vecchio concetto di una copertura previdenziale imposta e precostituita
per giungere ad una più moderna autoconsapevolezza previdenziale.
Ora si dovrà lavorare per diffondere tra gli iscritti la cultura previdenziale perché “chi inizia bene…è
a metà dell’opera“.
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L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
NORMATIVA VIGENTE:
tassi di sostituzione per alcune figure-tipo
RIFORMA:
tassi di sostituzione per alcune figure-tipo - RIFORMA PREVIDENZIALE
USCITA PER VECCHIAIA CON REQUISITI MINIMI
(65 anni di età e 30 anni di anzianità)
USCITA PER VECCHIAIA CON REQUISITI MINIMI
Tassi al lordo del prelievo fiscale e contributivo
Anno pensionamento
Maschi
2007
32,4%
2017
30,5%
2027
28,2%
2037
27,3%
2047
27,3%
Femmine
41,7%
38,3%
34,3%
33,1%
33,1%
Tassi al netto del prelievo fiscale e contributivo
Anno pensionamento
Maschi
2007
40,7%
2017
39,3%
2027
36,9%
2037
36,0%
2047
36,0%
Femmine
53,1%
50,5%
45,6%
44,4%
44,4%
Tassi al lordo del prelievo fiscale e contributivo
Anno pensionamento
Maschi
2007
32,4%
2017
31,1%
2027
30,2%
2037
28,4%
2047
27,4%
Femmine
41,7%
40,3%
39,5%
36,4%
34,8%
Tassi al netto del prelievo fiscale e contributivo
Anno pensionamento
Maschi
2007
40,7%
2017
39,9%
2027
38,7%
2037
36,8%
2047
35,8%
Femmine
54,7%
53,0%
52,0%
48,8%
46,9%
USCITA PER ANZIANITÀ CON REQUISITI MINIMI
USCITA PER ANZIANITÀ CON REQUISITI MINIMI
(58 anni di età e 35 anni di anzianità)
Tassi al lordo del prelievo fiscale e contributivo
Anno pensionamento
Maschi
2007
34,7%
2017
33,0%
2027
30,4%
2037
30,4%
2047
30,4%
Femmine
50,3%
44,0%
39,5%
39,5%
39,5%
Tassi al netto del prelievo fiscale e contributivo
Anno pensionamento
Maschi
2007
42,5%
2017
41,3%
2027
38,6%
2037
38,6%
2047
38,6%
Femmine
61,1%
56,0%
51,5%
51,5%
51,5%
Tassi al lordo del prelievo fiscale e contributivo
Anno pensionamento
Maschi
2007
34,7%
2017
33,7%
2027
32,6%
2037
29,1%
2047
29,1%
Femmine
50,3%
48,0%
47,7%
40,7%
40,7%
Tassi al netto del prelievo fiscale e contributivo
Anno pensionamento
Maschi
2007
42,5%
2017
41,9%
2027
40,6%
2037
36,9%
2047
36,9%
Femmine
61,1%
60,4%
60,1%
52,9%
52,9%
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F. L’azione dell’ente nazionale di previdenza
e assistenza della professione infermieristica
per migliorare l’adeguatezza delle prestazioni
L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
fracategoriale, sempre nell’ambito del dettato dell’articolo 38 della Costituzione. Accanto a tali interventi, l’Ente dovrà adottare, esercitando la propria autonomia normativa, i provvedimenti che ritiene necessari ad assicurare pensioni adeguate. A tal fine, gli elementi sui cui concentrare l’attenzione possono essere:
Mario Schiavon, Presidente Enpapi
La costituzione degli Enti privati di previdenza obbligatoria dei Liberi Professionisti prevista ai sensi del
decreto legislativo 10 febbraio 1996, n. 103 - in attuazione della delega contenuta nell’articolo 2, comma
25 della legge 8 agosto 1995, n. 335 - ha consentito, nella configurazione del sistema pensionistico obbligatorio del nostro paese, di perseguire concretamente le funzioni di tutela previdenziale costituzionalmente previste dall’articolo 38 della Costituzione, anche per quelle professioni intellettuali sprovviste, fino agli anni ’90, di tutela pensionistica ed assistenziale.
Il citato decreto legislativo 103/96 ha, infatti, espressamente attribuito agli Ordini professionali rappresentativi di categorie di professionisti intellettuali (quali Infermieri, Assistenti Sanitari, Infermieri
Pediatrici; Periti Industriali; Psicologi; Biologi; Attuari, Chimici, Dottori Agronomi, Dottori Forestali, Geologi; Giornalisti Liberi Professionisti; Periti Agrari, Agrotecnici) la possibilità di costituire Enti che esercitino direttamente la funzione di protezione sociale, cioè di previdenza e assistenza.
Gli Enti Privati, e soprattutto gli Enti “103”, devono applicare il metodo di calcolo c.d. “contributivo”.
Tra i punti di forza, il metodo contributivo di calcolo delle prestazioni è, certamente, il solo in grado di
assicurare il mantenimento della sostenibilità economico - finanziaria della gestione nel breve, medio
e lungo periodo: la certezza delle prestazioni è assicurata. Punti di debolezza sono, di contro, le criticità del sistema così configurato, collegate alla mancata adeguatezza dei trattamenti pensionistici, che
visto l’ammontare attuale delle prestazioni erogate. I correttivi introdotti ai sensi della legge 23 agosto 2004, n. 243, che rendono possibile modulare l’aliquota da applicare ai redditi netti professionali
per determinare la misura del contributo soggettivo annuo, al fine di offrire agli Assicurati l’incremento
della base di calcolo dei trattamenti pensionistici, non consentono in concreto apprezzabili miglioramenti del sistema.
È forte, dunque, la necessità di affrontare le richiamate criticità, per mezzo di immediati ed efficaci interventi legislativi, accompagnati da provvedimenti, da adottare avvalendosi dell’autonomia conferita
dal decreto legislativo 509/94. Le proposte di modifica legislativa, già presentate al Ministro del Lavoro ed alla Commissione bicamerale di controllo sull’attività degli Enti gestori di forme di previdenza
e assistenza, sono volte ad ottenere:
• l’incremento dell’aliquota per il calcolo del contributo integrativo, mediante la rimozione del vincolo
che, attualmente, impone agli Enti “103” la misura del 2% dei corrispettivi lordi del professionista. L’eccedenza rispetto all’attuale percentuale del 2%, la cui determinazione concreta dovrebbe, peraltro, essere lasciata all’autonomia normativa delle Casse, potrebbe essere destinata in parte ai montanti contributivi, in misura paritaria ovvero proporzionale rispetto al reddito, e in parte alle prestazioni
assistenziali;
• la possibilità di distribuire le somme, eventualmente accantonate al fondo di riserva, ai montanti contributivi
Tali interventi si pongono anche nel solco della necessità di riaffermare, accanto alla finalità previdenziale, quella assistenziale. Quest’ultima, peraltro, realizza un importante principio di solidarietà in-
I
l’elevazione dal 10% al 12% dell’aliquota applicata obbligatoriamente ai redditi netti professionali
per il calcolo del contributo soggettivo utile a fini pensionistici;
II l’integrazione dei coefficienti di trasformazione esistenti. i coefficienti attualmente in uso, previsti
nella legge 335/995 e ripresi all’interno del regolamento di previdenza, sono stati elaborati fino all’età di 65 anni, occorre, però, considerato l’allungamento della vita media e la possibilità di continuare a svolgere la libera professione anche dopo il raggiungimento dei 65 anni, provvedere ad una
loro integrazione fino agli 80 anni, considerando tutte le conseguenze che ciò determina non sono
sull’importo della pensione erogata al singolo ma anche in termini di equilibrio finanziario dell’ente.
III l’elevazione della misura dei contributi minimi, soggettivo ed integrativo, con un incremento tale
da assicurare a tutti gli iscritti il raggiungimento di un importo di pensione pari almeno all’assegno
sociale.
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L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
Adeguatezza delle pensioni:
il punto di vista
dei Fondi Pensione complementare
A. La previdenza del “M. Negri” per i dirigenti
del settore commercio.
Alessandro Baldi, Presidente Fondo Pensione Mario Negri
La prima forma di previdenza integrativa contratuale è degli anni ’40
La vocazione della categoria dei dirigenti commerciali per le tutele assicurativo - previdenziali risale a
tempi lontani: esattamente agli anni ‘40, in cui venne introdotto l’istituto contrattuale della previdenza
integrativa, gestito dall’I.N.A. mediante il ricorso a polizze assicurative che prevedevano sia il caso sopravvivenza che il caso di morte.
La costituzione del Fondo “M. Negri”
Nel 1957 venne costituito il Fondo “M. Negri”, con riconoscimento di personalità giuridica, operante
inizialmente in regime di capitalizzazione, con il diritto al riscatto dell’accantonamento di previdenza
integrativa al verificarsi degli eventi previsti per l’erogazione della prestazione.
Il sistema pensionistico integrativo del Fondo
Nel 1966 la categoria ritenne di dover sviluppare la previdenza integrativa del “M. Negri” introducendo,
in aggiunta alla forma in atto, un sistema previdenziale articolato sullo schema di quello dell’INPS: prestazioni pensionistiche per i casi vecchiaia - invalidità - superstiti, con previsione di requisiti e diritti
analoghi a quelli dell’assicurazione generale obbligatoria, rafforzando così sostanzialmente il livello complessivo di copertura previdenziale. La nuova regolamentazione comprendeva anche, come per l’INPS,
quote di prestazioni solidaristiche garantendo, per i casi invalidità e superstiti, un livello di prestazione
commisurato ad una anzianità contributiva minima di 15 anni.
Il tetto pensionistico dell’INPS
Assai in linea con il tema del convegno odierno ed anche un’indicazione del tipo di soluzioni che è stato
possibile elaborare in occasione delle circostanze critiche in materia previdenziale che ci si è trovati
ad affrontare nel tempo, è il pacchetto di interventi adottato negli anni ‘80. Anni in cui venne creata
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L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
una profonda ingiustizia in quanto, ferma restando la contribuzione dell’INPS sull’intera retribuzione effettiva, venne fissato un tetto alle retribuzioni utili per il conteggio della pensione dovuta dall’Istituto
del tutto inadeguato per la categoria dei dirigenti. Ne conseguiva un tasso di sostituzione della retribuzione del tutto insufficiente e lontano dal poter assicurare la prosecuzione di un tenore di vita adeguato ai lavoratori in quiescenza, dopo aver tra l’altro concorso abbondantemente alla costituzione delle
riserve dell’INPS con contribuzioni sostanziose.
La solidarietà integrazionale
Per il periodo transitorio, che si auspicava di breve durata, fino al ripristino, dietro la forte pressione
delle parti sociali, di un livello accettabile di retribuzione pensionabile INPS, le Organizzazioni costituenti
il Fondo “M. Negri” convennero di dover sopperire alle forti carenze manifestatesi nel sistema pubblico,
supportando i dirigenti in fase di pensionamento con una attribuzione di un trattamento pensionistico
integrativo rapportato alla retribuzione convenzionale pensionabile degli ultimi anni di contribuzione.
Di fatto per i casi interessati l’entità della prestazione pensionistica integrativa del Negri venne svincolata dalla consistenza dell’accantonamento complessivo individuale. Il sistema tecnico finanziario del
Fondo, facendo affidamento sulla solidarietà intergenerazionale, passò quindi dalla capitalizzazione individuale a quella collettiva, trasformandosi poi di fatto nel tempo in un sistema a ripartizione.
Il complesso unitario dei fondi previdenziali, assicurativi
e assistenziali della categoria
Pressoché contestualmente, la contrattazione collettiva con notevole lungimiranza pose a lato della previdenza integrativa del M. Negri una nuova forma di previdenza aggiuntiva, ora confluita nella convenzione “A. Pastore”, gestita da un gruppo di compagnie assicurative, costituita in parte da un accantonamento a capitalizzazione e in parte da coperture per il caso morte e l’invalidità permanente da
malattia, cui ultimamente si è aggiunto il caso di non autosufficienza. In particolare tali coperture sono
costituite dalle seguenti forme assicurative:
• “Garanzia capitale differito”: costituita dall’accantonamento di quote dei contributi versati, rivalutati annualmente in funzione della gestione finanziaria della compagnia;
• “Garanzia temporanea in caso di morte”: tutela i beneficiari in caso di premorienza del dirigente, qualunque sia la causa, mettendo a loro disposizione una somma;
• “Invalidità permanente da malattia”: in caso comporti la perdita o la diminuzione definitiva irrimediabile della capacità all’esercizio della professione;
• “Long term care”: assicurazione di rendita collegata a problemi di non autosufficienza con impossibilità fisica ad alcune azioni della vita quotidiana, senza l’assistenza di terze persone.
Sono inoltre previste:
• “Garanzie di esonero pagamento premi all’“A. Pastore” in caso di invalidità totale e permanente conseguente a malattia o infortunio;
• “Assicurazione Ponte sulla perdita di impiego”, per dirigenti con determinate caratteristiche anagrafiche.
Il complesso unitario degli istituti contrattuali della categoria, che comprendono anche il Fondo di assistenza sanitaria ed il Centro di formazione permanente, costituiscono un solido sistema, continuamente
L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
in evoluzione e migliorato, in grado di assicurare, in servizio ma anche in quiescenza, soddisfacenti livelli di tutela e, pertanto, di sicurezza e stabilità.
IL D.lgs 124/93.
Con l’introduzione della nuova disciplina della previdenza complementare del ’93, prevista con il sistema
a capitalizzazione, il Fondo ha dovuto affrontare un complesso di adempimenti peraltro individuati nella
disciplina transitoria per i fondi preesistenti. In primo piano, la presentazione di un piano di riequilibrio
prontamente inoltrato ed approvato dal Ministero del Lavoro. Sono seguiti gli adeguamenti in materia
di banca depositaria, di procedure per l’affidamento delle gestioni mobiliari, ed al sistema degli investimenti delineato dal D.M. 703/96.
La riforma del sistema del fondo del 2003
Sulla base di approfonditi studi attuariali, con l’accortezza della salvaguardia dei diritti acquisiti mediante un regime transitorio con la regolamentazione previgente, assicurata anche mediante l’applicazione di ponderati criteri di equità, a decorrere dall’1.1.2003 si è ripristinato l’originario sistema a capitalizzazione, cui ha fatto seguito l’aggiornamento del piano di equilibrio, supportato dalla previsione
di una contribuzione aggiuntiva.
IL D.lgs 252/05.
La nuova disciplina della previdenza complementare di cui al D.lgs 252/05, facendo salve le specificità
della regolamentazione del “M. Negri” funzionali al piano di equilibrio, introduceva per gli iscritti la previsione di opzioni sulla destinazione del TFR. Per rispondere alle esigenze in proposito della categoria,
il “M. Negri” ha prontamente adempiuto agli adempimenti richiesti consentendo di accogliere una buona
percentuale di conferimenti del TFR destinati sia Comparto bilanciato che a quello garantito.
L’ulteriore evoluzione della regolametazione del fondo:
creazione di nuovi istituti e attribuzione di nuove facoltà di opzione
sulle prestazioni
In linea con la continua richiesta di estensione delle tutele ed ampliamento delle coperture, nonché di
consentire più opportunità in materia di modalità di esercizio del diritto alle prestazioni, più di recente
si è provveduto:
• a favorire l’accesso di nuovi iscritti alla previdenza complementare a soggetti con determinate caratteristiche anagrafiche (cosiddetti Dirigenti di Prima Nomina), ammettendo, per un periodo transitorio iniziale, il versamento di un contributo ridotto;
• a istituire, per il caso di cessazione di attività di iscritti con un determinato profilo, una “assicurazione ponte” (ponte per la copertura del vuoto contributivo nell’attesa di un nuovo rapporto dirigenziale) che offre la copertura di 12 mesi di contribuzione per tutti i Fondi e Istituti contrattuali;
• ad ampliare i trattamenti assistenziali, peraltro da sempre presenti nella regolamentazione del Fondo,
con l’erogazione di sussidi in presenza di figli minori colpiti da grave infermità;
• a consentire agli iscritti di esercitare, per il caso di decesso, la scelta dei destinatari a cui attribuire l’importo dell’accantonamento, anche in deroga alla previsione regolamentare che, in presenza
di determinati requisiti, dispone l’erogazione della pensione ai superstiti individuati dalle relative norme;
• a dare la facoltà ai superstiti di cui sopra di rinunciare alla rendita cui si ha eventualmente diritto e
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scegliere il riscatto dell’accantonamento maturato a favore dell’iscritto;
• a lasciare alla discrezione dei richiedenti la pensione di invalidità di liquidare in capitale l’eventuale
accantonamento derivante dal conferimento del TFR;
• mantenere la gestione diretta delle rendite vitalizie, che attualmente sono in numero di oltre 5.500,
realizzando consistenti economie di gestione sia per le spese amministrative, essendo le procedure di
pagamento completamente automatizzate ed, inoltre, per l’acquisizione alla gestione dell’equivalente
dei premi che sarebbero dovuti a beneficio delle Compagnie Assicurative, per il “rischio di sopravvivenza”
in relazione alla speranza di vita oltre la media.
La predisposizione annuale del bilancio tecnico, consente di valutare costantemente la situazione di equilibrio e di adeguatezza della riserva dei pensionati.
Tutto quanto sin qui esposto evidenzia che la regolamentazione delle tutele predisposte per i Dirigenti
del commercio non ha mai costituito un rigido impianto avulso dall’evoluzione dei tempi, dal sistema
sociale complessivo e dalle attese sempre vive di rispondenza alle nuove giuste aspettative che la contrattazione collettiva, con la sua vitale funzione di proposizione, di mediazione e di efficace sintesi, permette via via di soddisfare.
L’ A D E G U AT E Z Z A D E L L E P E N S I O N I
B. Garantire l’adeguatezza
delle prestazioni pensionistiche
Claudio Machetti, Presidente Fopen
Quello di garantire l’adeguatezza del trattamento previdenziale e la difesa del potere d’acquisto è a mio
avviso l’obiettivo che i vertici di un fondo pensione debbono tenere sempre in testa alle loro preoccupazioni. A questo fine non bisogna mai dimenticare il carattere “integrativo” dei fondi negoziali, e pertanto non va mai persa di vista la loro complementarietà rispetto alle pensioni pubbliche, e pertanto
rispetto a queste vanno calibrati.
In questo senso vorrei accennare brevemente a quelli che ritengo 3 temi chiave, di importanza critica
ai fini dell’obiettivo poc’anzi accennato, sui quali a mio avviso dovranno maggiormente concentrarsi in
futuro gli organi direttivi dei fondi pensione al fine di garantire prestazioni pensionistiche adeguate:
a) I gradi di libertà da concedere agli iscritti;
b) L’asset allocation strategica;
c) La gestione delle rendite.
Per quanto attiene al primo tema ritengo che un’eccessiva libertà data agli iscritti faccia loro rischiare
di cadere nella trappola di confondere il fondo pensione con un fondo comune d’investimento, ciò che
finisce per indurli ad uscire dai comparti più rischiosi nei momenti di crisi per rientrarvi in quelli di boom,
e così facendo loro rischiare di ritrovarsi a scadenza con un capitale pesantemente decurtato da un’attività di “trading” che invece di creare profitti ha creato perdite. Qui è molto importante che i fondi svolgano con continuità un’attività educativa nei confronti dei loro iscritti, un’attività resa indubbiamente
più difficile dalla stampa che ogni tre mesi va caccia delle performance dei fondi per metterle a confronto, enfatizzando forse troppo i risultati di breve termine.
In merito al tema dell’asset allocation strategico, mi sembra che sino ad oggi il grosso dei fondi pensione negoziali abbia offetto agli iscritti l’alternativa tra i classici comparti monetario, obbligazionario
ed azionario, con vari gradi di contaminazione tra di loro. Ritengo che l’obiettivo dovrebbe essere più
focalizzato sugli investimenti in grado di garantire un maggior grado di diversificazione ed un alto potenziale di rivalutazione nel lungo termine. Credo ad esempio che dovrebbero cominciare a trovare posto nei fondi comparti nuovi come quello real estate, infrastrutture, commodities, obbligazioni inflation
linked. A mio avviso il prodotto più efficace da offrire agli iscritti potrebbe essere un paniere dei comparti precedenti, ovviamente in aggiunta ad azionario, obbligazionario e monetario, dosato sapientemente in funzione dell’età dell’iscritto, evitando l’asset allocation fai da te.
Tema finale è quello della gestione delle rendite. Qui c’è un aspetto di costo di grande importanza, credo
che dovrebbe essere favorita la creazione di pool tra vari fondi pensione per abbassare l’incidenza dei
costi di gestione, al fine di evitare che eventuali sovraperformance conseguite con tanta fatica nel periodo dell’accumulazione vengono poi vanificate da elevati costi di gestione delle rendite. Di importanza
non secondaria è l’asset allocation delle risorse finanziarie di chi è nel regime della rendita: infatti la crescente incidenza del sistema contributivo nella pensione pubblica del futuro, in aggiunta all’allungamento
della vita media può rendere critico proprio il mantenimento del potere d’acquisto per le classi di età più
avanzate, in questo senso una gestione dei capitali in rendita fatta unicamente attraverso impieghi sul
mercato monetario può aggravare questo rischio. Andrebbe invece preso in considerazione uno smontamento progressivo delle posizioni, in maniera tale che la pensione pubblica possa avere una funzione
preponderante nella prima fase del periodo pensionistico, e quella integrativa cresca di importanza con
l’età, così da poter integrare l’ineluttabile perdita di potere d’acquisto della pensione pubblica.
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C. L’adeguatezza della previdenza
complementare gestita da Previndai in favore
dei dirigenti industriali
D. Mercati finanziari e garanzie per gli iscritti:
autotutele dal sistema fondi pensione
Vittorio Betteghella, Vice Presidente PREVINDAI
La crisi dei mercati che stiamo vivendo in questo delicato periodo è una crisi di natura reale e non finanziaria e dipende da un fattore degli Stati Uniti che si è esteso all’Unione Europea e la distribuzione
del reddito ne è stata la causa iniziale. Ritengo che proprio questa crisi possa fornire al sistema lo spunto
per darsi nuove regole e indurlo a suggerire quali linee di finanza-previdenziale seguire attendendo che
avvengano dei segnali sulla distribuzione del reddito, attualmente troppo polarizzata.
Il biennio appena trascorso è stato particolarmente significativo per Previndai, in quanto in primo luogo
ha costituito un ottimo banco di prova per la verifica del livello di soddisfazione dimostrato dai dirigenti
industriali nei suoi confronti e, conseguentemente, del grado di adeguatezza della previdenza complementare gestita. Pochi numeri sono sufficienti per dimostrare quanto affermato:
• il livello di adesione è più che doppio rispetto a quello di mercato, superando l’80%;
• si è registrata una forte crescita sia dei flussi contributivi sia delle masse in gestione. I primi sono passati dai 488 mln di euro del 2006, ai 619 mln di euro del 2007, ai 714 mln di euro dell’esercizio appena
concluso. Le seconde, nello stesso periodo di osservazione, sono passate complessivamente dai 3,3 mld
di euro del 2006, ai 3,9 mld di euro del 2007 ed ai 4,5 mld di euro del 2008, confermando Previndai ai
vertici del mercato domestico della previdenza complementare per i volumi gestiti;
• anche il 2008 è stato caratterizzato da un risultato positivo della gestione, in quanto tutte e tre le linee di investimento hanno ottenuto performance con segno positivo. Il rendimento netto riconosciuto
ai propri aderenti ha raggiunto la soglia dei 150 mln euro, concorrendo sia ad allungare la serie storica, ormai significativa, di risultati tutti positivi, sia a difendere ed accrescere il risparmio previdenziale dei propri iscritti.
Come è stato possibile tutto ciò? In primo luogo, grazie alla lungimiranza delle parti istitutive di Previndai, che in epoca non sospetta (nel 1990) hanno provveduto a gettarne le basi ed in particolare negli ultimi anni lo hanno rafforzato sensibilmente in sede contrattuale; in secondo luogo, grazie alla cultura previdenziale dimostrata dai dirigenti industriali che hanno prediletto il risparmio previdenziale a
più immediate ed effimere forme di reddito; da ultimo, grazie ad un’architettura previdenziale realizzata da Previndai e caratterizzata da elevati livelli di flessibilità, possibili anche grazie alla condizione
di fondo preesistente e quindi sottoposto a minori vincoli rispetto agli altri, che Previndai e gli iscritti
hanno saputo utilizzare al meglio, pur in un anno come il 2008 che eufemisticamente possiamo definire molto difficile.
Fabio Ortolani, Presidente Fondo Cometa
Molti di noi si sono chiesti del perché il governo degli Stati Uniti abbia salvato l’American International Group AIG; altri si sono sbizzarriti nel dare spiegazioni più fantasiose ed anche le più valide, ma quasi
nessuno ha capito che salvare il colosso assicurativo americano aveva, ed ha, nel suo dna l’obiettivo
di salvare, oltre che questo gruppo anche buona parte delle pensioni private [ora in parte statalizzate]
e soprattutto buona parte dell’economia assicurativa mondiale che avrebbe portato, come conseguenza,
il ridimensionamento anche delle pensioni pubbliche, erogate dallo Stato. Ed è stata forse proprio questa situazione ad innescare un dibattito in cui si è anche invocato un ruolo dello Stato nel fornire un’assicurazione contro i rischi sistemici o più semplicemente una garanzia pubblica limitata ai lavoratori prossimi alla pensione.
Il tema delle garanzie da offrire agli aderenti, pur rappresentando una giustissima riflessione che andrebbe svolta, a prescindere dall’attuale crisi economica finanziaria, rischia di dare spazio a chi non crede
nella previdenza complementare ed anzi la contrappone ingiustamente al ruolo dello stato e del primo
pilastro trovando in questa situazione inconsapevoli alleati tra coloro che nella previdenza complementare hanno creduto magari esaltandone, inizialmente troppo, le capacità miracolose del sistema
pensionistico del secondo pilastro.
Ho sempre ritenuto il ruolo della previdenza complementare ed in particolare quella rappresentata dai
fondi negoziali, veramente aggiuntiva ad un sistema a ripartizione che deve rimanere prevalente, non
mi sottraggo a questo ragionamento così come non mi sono sottratto in passato quando ho sottolineato
la necessità di affiancare ai comparti più aggressivi, anche comparti prudenti o garantiti che in questi
periodi difficili stanno dando risultati reali. Non di meno ritengo che la riflessione sulle garanzie andrà
sviluppata all’interno del sistema fondi pensione complementari attraverso regole e modalità di finanziamento che coinvolgono le parti Istitutive poiché ritengo che il sistema abbia, al suo interno, le
risorse e le possibilità per costruire forme di tutela autofinanziate che sostengano la scelta di adesione
ai Fondi anche in momenti di negatività del mercato.
Non credo “nella fine del capitalismo”, ma sono certo che il modello finanziario, che fino ad oggi siamo
stati abituati ad utilizzare, non sarà uguale a quello che oggi siamo abituati a conoscere. Ritengo inoltre che il risanamento del modello finanziario e la creazione di nuove regole possano consentire alla
finanza-previdenziale di trovare l’impulso per una nuova fase di crescita.
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Quest’anno i principali indici borsistici azionari hanno registrato perdite consistenti e solo gli indici obbligazionari hanno segnato performance positive con riguardo alle scadenze a lungo termine. Ovviamente
in questo contesto di incertezza rimane alta la volatilità e probabilmente resterà tale nei primi mesi dell’anno in corso. e per queste ragioni credo necessario, prima di tutto, riaffermare il concetto dell’investimento previdenziale inteso come un investimento di lungo periodo e manifestare tutta la necessità
che i fondi negoziali siano considerati da tutto il mercato finanziario, investitori previdenziali, e come
tali godere di quelle attenzioni dovute alla parte più debole e bisognosa del paese che investe, non in
“surplus”, ma per avere effetti di sicurezza pensionistica da ricollegare al sistema delle pensioni pubbliche, dell’INPS e dell’INPDAP.
Nell’analizzare e valutare i risultati dei fondi pensione spesso ci si limita a verificare l’andamento delle
quote del fondo, come fosse un normale strumento finanziario. La natura finanziaria - previdenziale dei
fondi pensione non può e non deve essere confusa con gli strumenti finanziario - speculativi il cui fine
è quello di investire e far rivalutare un “surplus” finanziario. Per una corretta valutazione della convenienza del fondo pensione non si possono dunque sottacere due aspetti fondamentali che il legislatore
ha posto in funzione della natura previdenziale dello strumento. Il primo aspetto è di natura fiscale e
riguarda da un lato la deducibilità dei contributi e dall’altro la tassazione agevolata rispetto al TFR, riconosciuta sui montanti accumulati nel fondo pensione, una volta raggiunta l’età di pensionamento. Se
poi si considera che ad esempio in alcuni Paesi l’aliquota di imposta sulle attività finanziarie decresce
con l’allungarsi del periodo di detenzione dello strumento finanziario per azzerarsi trascorso un periodo
di tempo predefinito, allora l’attuale disciplina fiscale EET (deducibilità dei versamenti, tassazione dei
rendimenti finanziari in fase di accumulo e tassazioni delle prestazioni al momento del pensionamento)
potrebbe modificarsi nell’EET, intendendo con ciò un’esenzione da tassazione anche per i rendimenti
finanziari in fase di accumulo. Il secondo aspetto, operante fin da subito, è il contributo del datore di
lavoro, percepito da chi aderisce al fondo pensione con la propria contribuzione ma non percepito se
si lascia il TFR in azienda. A tali considerazioni, sotto il profilo della convenienza, non può essere sottaciuta un terzo aspetto, quello relativo ai costi di accesso ai fondi pensione negoziali, maggiormente
vantaggiosi rispetto ad altri prodotti di mercato, quali PIP e fondi aperti. Il Regolamento COVIP, sulle
modalità di raccolta delle adesioni, offre al sistema l’opportunità di rafforzare ulteriormente la trasparenza dell’offerta pensionistica proveniente dai fondi pensione negoziali, a partire da una corretta
informazione sui tre aspetti sopra richiamati, che non sempre vengono illustrati ai potenziali aderenti
con la dovuta trasparenza.
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E. Equità nelle pensioni pubbliche, regole comuni
e adattabilità della previdenza complementare
Flavio Casetti, Direttore Generale Fondo Cooperlavoro
Un sistema pensionistico si può definire adeguato se assicura alla totalità delle persone nel periodo
di quiescenza un reddito che permetta di mantenere un tenore di vita similare a quello avuto mediamente durante la vita lavorativa e se, per raggiungere questo obiettivo, impiega in modo equo una quantità “ragionevole” di risorse collettive e individuali.
Se sull’obiettivo generale - di origine costituzionale - non sembrano esserci grandi questioni, sulle modalità per raggiungerlo la discussione pubblica ha accompagnato i sistemi previdenziali dalla loro nascita fino ad oggi senza soluzione di continuità.
Il perché è da un lato banale: l’incidenza della spesa previdenziale sul prodotto interno lordo fa della
voce previdenza uno degli aggregati più importanti per le politiche di bilancio, per quelle macro-economiche (vedi domanda delle famiglie), per quelle di welfare mix. La quantità ragionevole di risorse private e pubbliche da destinare alla previdenza dovrebbe tenere conto di un orizzonte temporale tale da
far escludere la leva della spesa previdenziale fra quelle azionabili per politiche congiunturali. In previdenza ragionevolezza fa rima con stabilità: stabilità delle regole e dei metodi che garantiscano al lavoratore un’alta probabilità di rispetto del patto implicito nel sistema a ripartizione.
Il cittadino, il lavoratore deve quindi sentire il sistema come accettabile perché ragionevole ed equo. Un
sistema confuso, con privilegi inversamente proporzionali al merito sociale è inadeguato perché inaccettabile. Non c’è argomento che tocchi la sensibilità civica più di questo. Le riforme degli ultimi 15 anni hanno
dato una risposta. Il passaggio al sistema contributivo per i lavoratori dipendenti e autonomi, con il suo
forte carattere di corrispettività, ha introdotto nel sistema una robusta dose di equità che va consolidata
e allargata verticalmente, fra le generazioni, e orizzontalmente, fra le categorie. Anche gli interventi correttivi di carattere solidaristico non devono scardinare questo principio. Timidamente e a bassa voce posso
chiedere a che servono tante gestioni della previdenza obbligatoria pubblica se tutti i contributi versati
vanno a formare un montante che poi sarà trasformato in prestazione con i medesimi parametri? Più che
totalizzazioni ex post non sarebbe più utile un unico conto pensionistico ex ante? Con un’unica gestione
per i lavoratori a calcolo contributivo si consoliderebbe il sistema, si renderebbero meno facili le incursioni
volte a creare differenziazioni, si raggiungerebbe più facilmente l’obiettivo di avvicinare tutte le categorie all’aliquota di equilibrio del sistema o almeno si chiarirebbero le ragioni delle differenziazioni.
Un previdenza pubblica adeguata, perché certa, esigibile ed equa costituisce la base indispensabile per
lo sviluppo della previdenza complementare.
Se il criterio base della previdenza pubblica è l’equità, quello della previdenza complementare è l’adattabilità. Con la previdenza complementare il sistema assume “plasticità”, attraverso la gestione di risorse
collettive - originate dalla contrattazione delle categorie - e di risorse individuali - destinate volontariamente dal lavoratore/cittadino - il sistema esplicita e definisce le differenziazioni necessarie attraverso
meccanismi di forte responsabilizzazione collettiva e individuale. Un sistema in cui il pubblico assicura
il massimo di equità - come sintesi di corrispettività e solidarietà - e la previdenza complementare lo rende
adattabile alle condizioni materiali e sociali di categorie ed individui è un buon sistema.
Per poterlo fregiare definitivamente del titolo di adeguatezza tale sistema deve tendere ad azzerare i
cosiddetti costi di agenzia: anche le regole devono essere costruite con questo obiettivo, da quelle della
previdenza pubblica e quelle più semplici che regolano la previdenza complementare.
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F. Adeguatezza delle pensioni e informazione:
un valore per gli iscritti
Gianfranco Verzaro, Presidente Fondo Pensione BNL
Nato fin dal 1957 per la lungimirante iniziativa congiunta della BNL e delle Organizzazioni Sindacali dei
lavoratori, il Fondo Pensioni del Personale BNL si è posto fin dalla sua origine come uno strumento previdenziale integrativo del sistema pensionistico pubblico.
Ad avvalorare questa tesi, fu stabilito, in aggiunta alla contribuzione del 2% a carico del personale, un
contributo del 4% a carico della Banca, a conferma del condiviso riconoscimento del ruolo sociale del
Fondo Pensioni. Va anche ricordato che le condizioni e i livelli della pensione pubblica di quegli anni
non erano particolarmente elevate e che i due decenni successivi furono caratterizzati da un costante
aumento dell’inflazione che tendeva ad eroderne sensibilmente il potere d’acquisto.
L’importanza del ruolo del Fondo Pensioni è oggi sicuramente cresciuta e il passaggio del sistema pensionistico pubblico dal metodo retributivo a quello contributivo, fa sì che il Fondo rappresenti un vero
e proprio Valore da salvaguardare e difendere, in quanto assolve alla fondamentale funzione di sostenere l’adeguatezza del reddito pensionistico delle nuove generazioni, integrando la ridotta prestazione pubblica con quella complementare.
Sempre nella direzione di favorire l’adeguatezza del reddito futuro delle nuove generazioni va anche il
recente accordo di elevare il contributo della Banca dal 3,65% al 4% anche nei confronti dei nuovi aderenti, di coloro cioé che si sono iscritti al Fondo dopo la legge di riforma n.124 del 29/04/1993.
Oltre all’obiettivo prioritario di salvaguardare il mantenimento del potere d’acquisto per i suoi iscritti
per quando avranno completato il proprio percorso professionale e maturato il diritto alla pensione, il
Fondo Pensioni del Personale BNL si pone un secondo altrettanto importante obiettivo: diffondere una
cultura previdenziale tra i propri aderenti, oggi quanto mai necessaria per guardare al futuro con serenità ma anche con realismo e concretezza, investendo ora nel secondo pilastro previdenziale, consapevoli della sua importanza e insostituibilità.
Al riguardo, sono state molteplici le iniziative di comunicazione poste in essere negli ultimi tempi e molte
altre ne abbiamo in cantiere per l’anno 2009, in quanto è nostra intenzione accelerare l’opera di sensibilizzazione alla problematica: a) gli specifici corsi di formazione che fin dal 2006 abbiamo organizzato per tutti i nuovi assunti della Banca, a cui negli ultimi tre anni hanno partecipato oltre 1000 persone che hanno espresso un gradimento elevato sulla tematica affrontata con particolare riferimento
al tema del tasso di sostituzione “pensione /stipendio” previsto dal nuovo sistema pensionistico di base
con il calcolo “contributivo” (1° pilastro) e di conseguenza l’importanza dello strumento della previdenza
complementare (2° pilastro); b) la intranet aziendale, le indagini di customer satisfaction, le news letter, la partecipazione a convegni o eventi, la sponsorizzazione di borse di studio su temi della previdenza
complementare. Le nostre iniziative hanno fatto sì che già oggi più di mille iscritti al Fondo, consapevoli dell’opportunità loro offerta e del vantaggio fiscale previsto dalla normativa vigente che consente
la deducibilità dei contributi entro il tetto di euro 5.164,57 annui, hanno deciso di investire ancor di più
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nel proprio futuro, incrementando volontariamente l’importo della propria contribuzione. Vorrei infine
ricordare che recentemente, per poter offrire agli aderenti un’ampia e variegata gamma di rendite opzionabili, personalizzando le prestazioni alle esigenze di ciascuno e quindi rendendole il più possibile,
in ciascun caso, “adeguate”, il Fondo Pensioni BNL ha stipulato con un primario partner assicurativo
una convenzione per cui si può già oggi scegliere fra 10 diverse tipologie di rendita (diretta, certa per
almeno 5/10 anni, reversibile ai superstiti al 60-80-100%, controassicurata e che raddoppia al compimento del 75° anno d’età) avendo anche la possibilità di scegliere, al momento del pensionamento, il
relativo tasso tecnico di rivalutazione che può essere pari a 0% o a 2,5%, con una rendita inizialmente
più bassa nel primo caso, ma rivalutabile più velocemente e con una rendita iniziale più elevata nel secondo caso che si incrementerà più dolcemente nel corso degli anni. Ad ogni tipologia di rendita è poi
possibile affiancare una copertura assicurativa di tipo “Long Term Care” che permette di assicurarsi contro il rischio futuro di non autosufficienza.
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Finito di stampare nel mese di Febbraio 2009
Progetto grafico e impaginazione Gi&Gi