Vita ecclesiale - Fondazione Cassa di Risparmio di Fano

Commenti

Transcript

Vita ecclesiale - Fondazione Cassa di Risparmio di Fano
III
VITA ECCLESIALE
TAURINO CRISTIANO DEL QUARTO SECOLO
La lapide sepolcrale di Taurino, spezzata in tre frammenti, fu trovata
nell’Ottocento. In un vecchio appunto il canonico Billi scrive che gli
era stato detto che la lapide proveniva dalla località fanese (prossima
alla via Flaminia) detta di San Martino, ora prospiciente su via
dell’Abbazia. È la zona dove, secondo la “Vita di San Paterniano”,
sarebbe morto quel santo Vescovo; zona indicata dal distratto o ignorante copista di Nonantola come Vicus Tanarum (Borgo delle Tane)
anziché Vicus Christianorum. Dopo lo scempio del vialetto di cipressi
consumato qualche anno fa è rimasta sul posto la piccola cappella nota
come “San Paternianino”. Là presumibilmente sorse la prima chiesa
cristiana di Fano, la prima Cattedrale che era anche chiesa cimiteriale.
Ma dell’antico cimitero cristiano è emersa solo la lapide di Taurino, se
altre ce n’erano sono andate distrutte o disperse quando furono scavate le fondazioni di nuove case: mi fu detto che vennero trovate molte
ossa umane.
Cosa dice la nostra lapide? Il senso è questo: “Qui giace Taurino,
ragazzo di anni diciotto figlio di Aurora, militante negli invitti seniori”; costoro costituivano un corpo militare ausiliario.
L’iscrizione funeraria che risale al quarto secolo d.C. è un po’ rozza
nella grafia e nella grammatica, essa si chiude col monogramma
costantiniano (“chrismon” a croce) e con due colombe che nel becco
recano un ramoscello d’olivo. Il monogramma costantiniano, che risulta dalle due prime lettere greche della parola Cristo, ha intorno all’asta
verticale “omega” e “alfa”. Perché queste due lettere apocalittiche non
seguono il naturale ordine alfabetico che vuole prima l’alfa e poi l’omega, ultima lettera dell’alfabeto greco?
La strana posizione è stata notata, ma non spiegata. Si tratta invece di
una ulteriore conferma della fede di Taurino e di chi gli pose la lapide.
In definitiva quell’iscrizione rappresenta un totale rovesciamento religioso rispetto alle concezioni pagane. Infatti per chi ha fede la fine,
rappresentata dall’omega, è l’inizio della vera vita, rappresentata dall’alfa prima lettera dell’alfabeto greco. Quelle lettere così invertite
145
sono in realtà un linguaggio mistico. La famosa archeologa Margherita
Guarducci le trovò nel dicembre 1953 sulla tomba di una certa Mania
nelle grotte vaticane perché, la Guarducci disse, “i primi cristiani sembrano essere stati sensibili al gusto delle cose nascoste, al fascino dell’arcano, e avidi del godimento che si prova quando, non senza una
certa fatica, si riusciva a comprendere ciò che a un primo aspetto era
sembrato incomprensibile”.
2004
146
PATERNIANO UN SANTO PER I FANESI
Le notizie su San Paterniano risalgono al medioevo: certamente allora
fu unire una serie di dati che erano stati tradizionalmente trasmessi da
una generazione all'altra. Si pensa che sia nato a Fano verso l'anno 275;
però alcuni nostri storici del secolo XVII (Nolfi, Negusanti e altri)
dicono che nacque nel Lazio, a Palestrina, nientemeno figlio di un console, Ovinio Paterno. Quando nel 303 iniziò la persecuzione promossa
da Diocleziano e Galerio, il giovane Paterniano, già fervente cristiano,
ebbe una visione che lo convinse a rifugiarsi fuori della città, in un
bosco che (secondo la tradizione) si trovava a Sant'Angelo di
Caminate. Lì fu raggiunto da altri cristiani. Sul luogo oggi possiamo
ancora vedere un'antica costruzione romana, un granaio sotterraneo
(un antenato dei “silos”) come luogo in cui Paterniano si è rifugiato. E'
la tradizione che lo dice e che addita, così, uno dei più antichi luoghi
della pietà popolare di Fano e della Diocesi.
Cessata la persecuzione, verso il 306, il giovane Paterniano fu quasi a
furor di popolo creato Vescovo della città, essendo morto nel frattempo il pastore della Chiesa fanese. Egli governò la Diocesi per circa 40
anni; e poté godere della libertà che fu concessa alla Chiesa con il
famoso editto di Milano che è del 313. Non è affatto verosimile che
Paterni ano abbia distrutto i templi pagani e convertito tutti. Egli dovette molto lavorare e molto soffrire per diffondere il Vangelo in una città
in cui il paganesimo era molto radicato; dobbiamo infatti ricordare che
circa settant'anni dopo la sua morte era ancora in piedi il tempio della
Dea Fortuna; ce lo fa sapere il poeta Claudiano. In effetti Fanum era un
santuario pagano, e al santuario erano legati molti interessi. Che la tradizione pagana fosse assai radicata in città ce lo dice anche il fatto che
il nome Fanum (indicante un santuario o tempio pagano) rimase intatto e non fu mai mutato.
Paterniano acquistò fama di saggezza e santità anche nelle città e nelle
regioni vicine: certamente svolse una lavoro enorme per l'affermazione della Chiesa. Morì verso il 360, il 13 novembre, ed ebbe subito
nome e culto di Santo persino fuori d'Italia.
147
I fanesi attendono che il luogo dove egli morì e dove rimase sepolto per
più di mille anni, cioè la chiesetta di San Martino detta anche San
Paternianino venga finalmente restaura e tolta allo squallore in cui l'insipienza di troppe persone, ecclesiastici e laici, l'hanno ridotta.
1993
148
CURIOSITÀ SU SAN PATERNIANO
S. Paterniano Vescovo fu onorato come patrono di Fano fin dal
medioevo; la sua effigie marmorea posta nel ‘300 sulla facciata del
Palazzo del Podestà, in piazza, basta a farne piena fede. Ma sulla vita
del nostro patrono ci sono punti non chiari. Il fatto è che, mancando
documenti d’epoca, la leggenda si è mescolata alla storia.
Non vale a dare netti chiarimenti nemmeno la tarda “Vita di S.
Paterniano” contenuta nel Codice Nonantolano donato nel XVI secolo
dal Vescovo Brentano al Capitolo della cattedrale. Quel codice contiene vite di santi, omelie ed altro. Duro è il giudizio che ne dà lo storico
Grégoire, per lui quelle pagine “non meritano alcun credito”. La “Vita
di S. Paterniano” fu elaborata nell’età di Carlo Magno e poi fu copiata male nel X e nell’XI secolo. Si pensi a questi fatti: nella “Vita” viene
nominata la Pentapoli che viene almeno tre secoli dopo S. Paterniano;
in quella “Vita” si parla molto spesso dei “monaci” compagni del
Santo, quando sappiamo benissimo che il monachesimo era del tutto
sconosciuto in Occidente nel tempo in cui si è soliti collocare le vicende di Paterniano. Poi, cosa strana, nella “Vita” del Santo non compare
mai il nome della città di Fano! La urbs Fani viene trasformata dal
male accorto copista in Turi, Suri, Iuri!
A fare un po’ di confusione ci si sono messi poi alcuni storici locali
(ammesso che siano degni d’esser chiamati “storici”) che hanno indicato nella cosiddetta Grotta di S. Paterniano a Ferriano di Caminate (in
realtà un granaio, un antico silos) la prima catacomba delle Marche,
luogo di rifugio del Santo, dimenticando che le catacombe erano cimiteri di cui, si badi bene, non c’è traccia nella famigerata grotta.
C’è invece una curiosità che merita d’essere notata. Adriano Negusanti
e Vincenzo Nolfi nel sec. XVII asserirono che il Santo era nato a
Palestrina, nel Lazio, figlio del console Ovinio Paterno.Tutto ciò è
potuto sembrare, e forse è, un castello di supposizioni. Però è un fatto
che quel Lucio Turcio Asterio figlio di Aproniano, che incide il suo
nome sull’Arco di Augusto per averlo forse restaurato, curando che nel
fregio del loggiato venisse ricordato Costantino padre dei dominanti,
149
quel Lucio Asterio - dicevo - da una lapide trovata a Roma nel 1780
risulta marito di Ovinia Paterna. L’età in cui operò Lucio Turcio a Fano
(circa il 339 d.C.) corrisponde a quella in cui tradizionalmente si situa
S. Paterniano che potrebbe essere fratello di Ovinia Paterna, nato a
Palestrina e poi venuto a Fano città non sconosciuta alla sorella. Qui,
in una città senza Vescovo, potrebbe essere stato nominato lui dopo l’editto con cui Costantino poneva il cristianesimo fra i culti ammessi. La
dimostrazione di questi eventi è difficile se non impossibile. Vale la
pena di essere almeno curiosi.
2004
150
LA FESTA DI SAN PATERNIANO
E LA BASILICA PROFUMATA
Allora (quanti anni fa?) ero un bambino e con i miei, la sera del 9
luglio, andavo nelle basilica di San Paterniano per rendere omaggio al
Santo Patrono nella vigilia della sua festa.
Sotto un finissimo velo ricamato e trapunto anche da piccole madreperle lucenti si vedeva intero lo scheletro del Santo sistemato e composto da uno scienziato: il Prof.Giacomo Cecconi. Mancavano poche
ossa che secoli prima erano state inviate (l’ho imparato più tardi) a
Venezia come reliquia nella chiesa là intitolata al nostro patrono.
Qualcuno, però, cominciò a dire che lo scheletro di quel Santo (che era
di bassa statura) faceva paura ai bambini e bisognava pensare a qualche altra sistemazione. A me, veramente, muoveva solo curiosità e nessuna paura.
Comunque, bene o male, nel 1960 fu trovata la soluzione. In un’urna
fu posto un finto corpo vestito con abiti pontificali come anche oggi
vediamo. Sotto la maschera del volto (copiata dalla tela secentesca del
Tiarini posta sull’altare maggiore) furono e sono raccolte le venerate
ossa in una cassettina coperta di stoffa che fa da sottocuscino alla testa.
Delle mie lontane visite (sono ormai trascorsi settant’anni) ricordo il
profumo della chiesa che, in occasione di quella festa, aveva il pavimento di cotto cosparso con foglie di alloro: quel fresco sentore si
mescolava a un tenue odore d’incenso.
Il tempo (è proprio vero) rende leggendarie anche le cose semplici!
Del resto la stessa vita di San Paterniano, uno dei primi Vescovi di
Fano (ma non il primo, come erroneamente si sente dire) è intessuta di
leggende, che forse racchiudono qualche verità; ma l’identità del
nostro protettore è stata sempre piuttosto problematica.
Il suo nome una volta era abbastanza diffuso nella Diocesi; poi, come
quello di molti altri santi, è andato fuori moda e vive solo in certi vecchi cognomi abbastanza frequenti nel nostro territorio quali Paterniani
e Patrignani. Schegge di storia; ma la pietà popolare, per grazia di Dio,
è ancora viva.
2002
151
LA LEGGENDA DI SANT’ORSO
Sant’Orso era un tempo piccola frazione agricola di Fano alla sinistra
del Canale Albani; oggi è un grosso quartiere periferico.
Orso, nome ora non più usato, era un fanese che fu Vescovo della sua
città dal 625 al 639 all’incirca; ma su lui e sulla sua santità si hanno
poche notizie; certo godette molta fama se fu addirittura annoverato tra
i quattro protettori di Fano (gli altri sono Paterniano, Eusebio,
Fortunato). Il ricordo di Sant’Orso è giunto sino a noi legato ad una
leggenda scambiata da qualcuno per “storia vera”.
Dunque si racconta che un 15 maggio (festa del Santo) tanti secoli fa
un contadino lavorava la terra con i buoi infischiandosi del giorno
festivo. Ripreso da un conoscente che gli ricordò di non lavorare in
quel giorno di festa, rispose con ironia e fastidio: “Se lui è un orso, io
sono un cane”. E continuò a lavorare; ma a questo punto - dice la leggenda - la terra si aprì e la voragine inghiottì, nella fossa di sant’Orso
appunto, il contadino, i buoi e tutto.
È una leggenda che lascia un po’ perplessi perché non è tanto facile e
naturale pensare a un Santo Vescovo così tremendamente vendicativo.
Il fatto è che lungo i secoli la “fossa di Sant’Orso” venne sempre indicata come luogo di un prodigio che ammoniva a non prendere in giro
i Santi. Lo storico Amiani ci dice che ai suoi tempi, cioè nel secolo
XVIII, la “fossa” si vedeva e con ciò quello storico (a volte un po’ fantasioso) avvalorava la leggenda. Nel 1848 il Vescovo Carsidoni e il
Gonfaloniere Rinalducci eressero sul luogo una edicola in mattoni a
vista: ora è all’incrocio di via Sant’Orso con via Galilei.
Coll’andar del tempo la “fossa” si è riempita; noi pensiamo che la sua
origine sia tutt’altro che miracolosa. Quella fossa, molto probabilmente, era una fossa limitalis dell’antica centuriazione romana perfezionata ai tempi di Augusto. La fossa che assicurava il regolare deflusso
delle acque superficiali avviandole verso un fosso più grande rimase al
suo posto per moltissimi anni e non è escluso che qualcuno vi sia caduto dentro. Di qui la leggenda. Fatto sta che nella ricostruzione della
centuriazione romana fatta da Cesare Selvelli e in quella, più esatta,
152
disegnata da Nereo Alfieri il fosso di Sant’Orso cade proprio in parallelo col lato di un quadrato delle sopraddetta centuriazione. Non è fuor
di luogo ipotizzare che quel fosso, o “fossa” come dicevano i fanesi,
fosse col tempo indicato come segno di un vecchio prodigio ammonitore.
2003
153
SAN FRANCESCO SANA TRE INFERMI FANESI
Non risulta storicamente che San Francesco sia stato a Fano né che da
lui, come si legge in un racconto del tutto favoloso, sia stata liberata da
un grosso serpente la selva del Ponte Metauro.
È certo, invece, che la città fu sempre devota al Poverello e ai suoi frati
che già nel 1235 ebbero in dono dalla comunità fanese l’ospizio di San
Giuliano, posto dove ora il Palazzo comunale fa angolo fra Via Nolfi e
via San Francesco. Non era un convento, ma un luogo di sosta per i
frati che, numerosi, avevano occasione di transitare per Fano. Il vero e
proprio convento cominciò ad essere fabbricato nel 1255, mentre la
monumentale chiesa di San Francesco fu costruita nel secolo seguente
dai Malatesta; venne solennemente consacrata nel 1336 dal vescovo
Iacopo II, presenti i suoi confratelli di Fermo, Osimo, Senigallia,
Macerata, Camerino, Cagli, Trivento.
Fra Tommaso da Celano nella sua “Leggenda francescana” ricorda tre
fanesi miracolati dal Santo pochi anni dopo la sua morte: “Nella città di
Fano - scrive fra Tommaso - c’era un rattratto, le cui tibie ulcerate erano
ripiegate e aderenti al corpo, e tale era il fetore delle piaghe che nessuno voleva accoglierlo e tenerlo all’ospedale.
Pei meriti del beatissimo padre nostro Francesco, del quale invocò la
misericordia fu guarito”. E continua: “V’era nella città di Fano un idropico con le membra orribilmente tumefatte; dal beato Francesco fu
interamente liberato”. Ed ecco il terzo caso: “Nella città di Fano un
giovane di nome Bonomo, dichiarato lebbroso e paralitico da tutti i
medici, offerto dai genitori al beato Francesco, fu completamente
mondato dalla lebbra e guarito dalla paralisi” (da Memorie francescane fanesi).
1992
154
IL BEATO SANTE BRANCORSINI
L’agile volume che padre Giancarlo Mandolini ha dedicato a Sante
Brancorsini, il Beato Sante, si legge con grande profitto, spirituale e
storico.
E’ veramente un atto di amore di un frate del 2000 verso un frate santo
vissuto nel 1300; non è un libro di dolciastra devozione né di archeologia per scoperte impossibili: è una sincera ricerca delle proprie radici e, insieme, delle radici di quella religiosità popolare che fa parte
della storia della nostra gente. Una religiosità nata dalla fiducia in chi
ha dato prove sicure della propria santità nell’umiltà, nel ritiro, nella
preghiera. Il Beato Brancorsini era nobile, era avviato alla carriera giuridica, ad un’alta posizione sociale. Un giorno, spinto da generosità,
intervenne per sedare una rissa; ne fu invece coinvolto, suo malgrado,
e finì con l’uccidere uno dei contendenti.
Seguì un periodo di riflessione e di crisi che lo portò dalla natia
Montefabbri (a 14 chilometri da Urbino) a chiedere d’essere accolto
come fratello laico nel convento francescano di Scotaneto, oggi di
Mombaroccio.
Non voglio togliere, a chi già conosce la vita del Beato Sante e a chi la
vuol conoscere, il piacere di scorrere le pagine scritte da padre
Mandolini sul suo antico confratello.
Mi soffermo, però, su un particolare che mi ha colpito. Il beato Sante (qui
a Fano el Biètsant) ci appare in stretta comunione di fraternità con la natura, con le piante tanto che sono addirittura tre i prodigi che di lui narrano
con un referente botanico: francescanamente con le “sorelle piante”.
Nel 1888 cadde la famosa quercia del Beato Sante: era quella che, a
suo tempo salvata e benedetta da Lui, produceva ghiande che avevano
incisa una piccola croce.
C’è poi il miracolo delle ciliegie: era inverno e fra Sante era ammalato. Pregò il frate infermiere di andare a raccogliere delle ciliegie nell’orto: e infatti le ciliegie c’erano! Quando nel 1769 si procedette alla
ricognizione della salma del Beato furono trovati entro la cassa trenta
noccioli di ciliegia.
155
Nel 1395, un anno dopo la sua morte, fra Lorenzo di Isola d’Urbino
andò a pregare di notte in chiesa. Scorse uno strano bagliore proveniente dal sepolcro dei frati. Ebbe paura: si avvicinò e vide un candido
giglio “bello vigoroso, di soavissimo odore” che spuntava da quel
sepolcro. Diede l’allarme (!); tutti scesero in chiesa e fu intonato il Te
Deum. Vengono in mente i “Fioretti di San Francesco”!
1994
156
UN “ALBATO” PELLEGRINAGGIO
Stava per scadere il 1399 e l’entrata di un nuovo secolo, il ‘400, suscitava sia profondi pensieri di penitenza sia devozioni che alcuni studiosi giudicano di tipo millenaristico come se la peste, che continuava a
farsi vedere dopo il tragico 1348, le lotte infinite fra e dentro stati e
città, la guerra dei 30 anni, lo scisma che vedeva un Papa a Roma e un
altro ad Avignone, il serio profilarsi della minaccia turca, fossero il
pauroso preludio della fine dei tempi. Dice lo storico Franco Cardini:
“Da un po’ tutta l’Europa, ma soprattutto dall’Italia centro-settentrionale cominciarono a convergere verso Roma processioni di uomini e
donne in vesti bianche munite di cappuccio e segnate da una croce. I
pellegrini si flagellavano ed entravano nelle città del tempo, sovente
sconvolte dalle guerre civili e dalle faide, invocando la pace e incitando al perdono reciproco e alla misericordia”.
Fu in questo clima che le “devozioni” o “processioni” o “pellegrinaggi” dei Bianchi percorsero alcune regioni a noi vicine, fu in questo
clima che mi sembra di poter collocare, a fine settembre 1399, il pellegrinaggio, la “cerchia” come allora si scrisse, che con intenzioni
penitenziali e non millenaristiche, e col permesso del Vescovo, partì da
Rimini per Fano prevedendo il ritorno ancora a Rimini per
Fossombrone.
Si mise dunque in cammino una folta compagnia di Bianchi o “Albati”
- così narrano gli storici riminesi Tonini e Clementini - nel tardo settembre 1399 guidati da Carlo Malatesta (Signore di Rimini e fratello
di Pandolfo III Signore di Fano) con ottomila uomini e da Isabetta
Gonzaga, sua moglie, con cinquemila donne. Era con loro il marchese
Francesco Gonzaga, cognato di Carlo, preoccupato sia per la sorte del
suo principato bisognoso dell’aiuto di Venezia contro Milano sia per la
precaria salute del figlioletto Gianfranco, sofferente di febbre terzana.
Meta prescelta del pellegrinaggio penitenziario degli “Albati” fu il
Santuario di S. Maria del Ponte Metauro, un Santuario fondato dal
Beato Cecco da Pesaro, terziario francescano, e già meta devozionale
popolare da una settantina d’anni.
157
I pellegrini che (notiamolo subito, non erano “turisti”) procedevano
invocando misericordia, cantavano lo Stabat Mater (canto che forse
ebbe origine proprio in quei tempi) e per penitenza dormivano in terra
e digiunavano: non mangiavano né carne né uova; il sabato (ne capitarono due in undici giorni di cammino) si nutrivano di pane e acqua.
Bene intendevano il pellegrinaggio, essi e i loro Signori, come prova di
fede, come comunitaria manifestazione di penitenza: e il Santuario
come luogo privilegiato tra Dio e il suo popolo pellegrino nel tempo.
1999
Pellegrini in abito bianco in un affresco
del secolo XIV nella Pieve di Carpegna
158
PANDOLFO III MUORE CONFORTATO
DA SAN GIACOMO DELLA MARCA
Mentre si avvia alla conclusione l’intervento di ripulitura e restauro
delle tombe malatestiane e del portale della chiesa di San Francesco è
stato appurato che il sepolcro di Pandolfo III, opera del 1460 riconducibile al “cantiere” del tempio malatestiano di Rimini (L.B. Alberti?
Matteo Pasti?), ancora custodisce i resti mummificati di Pandolfo, che
fu Signore di Fano, Brescia e Bergamo, non di Rimini come è stato
erroneamente scritto.
L’esame della mummia potrebbe svelarci di che malattia morì Pandolfo
Malatesta; la ricognizione del sepolcro potrebbe restituire oggetti,
monete, capsule con documenti, ammesso che non abbia subito la spoliazione totale toccata alle vicine tombe di Paola Bianca e del medico
Bonetto da Castelfranco.
L’idea sussurrata da qualcuno di collocare la mummia di Pandolfo in
un’urna di vetro a “…scopo turistico” è semplicemente orrenda!
Sugli ultimi giorni di vita dell’antico signore di Fano ci è giunta una
scarna, ma interessante notizia che forse pochi ricordano.
Pandolfo si ammalò a fine settembre del 1427 mentre a Fano svolgeva
un ciclo di prediche il francescano fra Giacomo da Monteprandone,
poi canonizzato come San Giacomo della Marca. Più volte quel frate
fu presente nella nostra città tanto che a lui si deve la fondazione del
primo convento fanese dei frati dell’Osservanza a Santa Maria del
Ponte Metauro, poi trasferito a Santa Maria Nuova in S. Lazzaro e,
infine, dentro la città a S. Maria Nuova in S.Salvatore.
Il santo predicatore più volte si recò a visitare e a confortare l’illustre
ammalato; il 3 ottobre, visto che Pandolfo era gravissimo, San
Giacomo con delicatezza, ma assai chiaramente, gli disse che era giunto agli estremi e lo esortò a confessarsi e comunicarsi.
Il principe, che pur aveva mostrato grandissimo coraggio in tanti frangenti di guerra, a sentire quelle parole si alterò in volto, tremò e quasi svenne.
Poi, ripresosi, aiutato da San Giacomo si raccolse in preghiera, ricevette i sacramenti e invitò il santo frate a pregare e a stargli vicino sino
alla fine; poco dopo spirò cristianamente tra le braccia del Santo.
1992
159
SAN GIACOMO DELLA MARCA TORNA TRA NOI
Ritorna tra il popolo e tra i Frati Minori di Fano, Pesaro e Urbino San
Giacomo della Marca. Ritorna perché più volte San Giacomo ha compreso Fano, Pesaro, Urbino, Fossombrone, Urbania, ecc. nel suo intenso pellegrinare come predicatore; un predicatore che affascinava anche
quando fustigava. Sapeva unire la verità con la carità e, per questo,
diceva pane al pane e vino al vino: non era un uomo dalle mezze misure o dai modi compromissori.
Nelle chiese, nelle piazze, soprattutto, nelle case private, nei conventi,
nelle corti dei Signori e dei Sovrani combatté una lunga battaglia anzitutto per l’integrità della fede: e fu questa vocazione, questa urgenza,
che lo portò a vestire l’abito francescano, abbandonando una promettente carriera notarile. Nato nel 1393 a Monteprandone (Ascoli
Piceno), morì a Napoli nel 1476; fu chiamato “della Marca” non solo
per essere nato nella nostra regione, ma perché questa fu - con tante
altre terre italiane e straniere - quella che più lo vide presente nei centri grandi e piccoli. Fu anche in Dalmazia, in Bosnia, in Croazia, a
Ragusa, Sarajevo, Bistrica, Vukovar.
A Fano fu tra i fondatori del convento dei Frati Minori a Ponte
Metauro, convento che poi si trasferì in San Lazzaro e, infine, a Santa
Maria Nuova dove tutt’ora si trova. Il secolo in cui visse non fu tranquillo né per la società civile né per la Chiesa (sono mai esistiti secoli
tranquilli?): prepotenza, miseria, pestilenze, intrighi, corruzione, scandali erano abbondantemente diffusi. La voce di San Giacomo si levò
ad ammonire, a consigliare, ad insegnare; ma, quando era necessario,
anche a condannare.
I temi su cui il frate Giacomo batteva e ribatteva erano il lusso smodato in contrasto con la pesante miseria di molti, la scostumatezza, l’usura, la bestemmia, la diffusa credenza nelle superstizioni e nelle pratiche magiche che giungevano fino alla profanazione dell’Ostia consacrata (mescolata a intrugli e a talismani), gli antagonismi anche cruenti fra i Signori, per esempio fra i Malatesta e i Montefeltro, l’eresia predicata dai falsi frati.
160
E non solo predicava, ma interveniva rappacificando fazioni e signorie,
riportando in onore i sacramenti, fondando conventi per l’assistenza e
l’istruzione del popolo, operando con efficacia per la diffusione dei
Monti di Pietà al fine di combattere l’usura. Era molto efficace anche
perché, come il suo maestro Bernardino da Siena, predicava in lingua
corrente per farsi intendere da tutti; e se la gente non andava in chiesa
lui andava a cercarla nella strada!
A Fano attaccò ironicamente, ma lo fece anche in altre città, il lusso
femminile e riuscì a convincere le donne a dismettere gli abiti col lungo
strascico, la “coda”, e a ridurre la monumentale vistosità delle pettinature caratterizzate dai cosiddetti “circi” o ricci, che si addensavano
come una tenda sulla fronte e sugli occhi.
Andava a predicare e a consigliare anche nei Consigli comunali che
erano onorati della sua presenza, e lo ascoltavano: fu più volte, come
attestano i documenti, nel Consiglio di Fano e di Pesaro. E Dio sa di
quante prediche avrebbero bisogno oggi i nostri rappresentanti a tutti i
livelli! La santità e l’operosità di San Giacomo non sono dunque una
favola, ma sono quanto mai attuali e pertanto la sua presenza fra noi,
oggi, deve essere per tutti occasione per un esame di coscienza.
1993
San Giacomo della Marca
in una incisione del 1560
CLEMENTE VIII NON FIORENTINO MA FANESE
Certamente è merito del revisionismo storico se l’autorevole Annuario
Pontificio nella edizione 2001 ha provveduto, per quanto riguarda l’elenco dei Papi, non solo ad aggiornare certe notizie secolari e direi tradizionali (San Damaso dato sempre per spagnolo risulta invece romano), ma ha anche riconosciuto l’esatto luogo di origine di certi pontefici moderni. Un vecchio detto asseriva che il luogo di nascita di un
personaggio indica la sua vera patria (ortum patriam ducit) e così
finalmente Ippolito Aldobrandini, Papa Clemente VIII dal 1592 al
1605, non è più indicato come “fiorentino”, ma di Fano. Il padre
Silvestro, esule da Firenze, era Vicegovernatore di Fano nel 1536 quando nella casa di Antonio Nigosanti (probabilmente nell’attuale via
Boccaccio), gli nacque Ippolito che fu battezzato in Duomo così come
ricorda la lapide collocata solo qualche decennio fa sopra una porta
che dà su via Rainerio.
La piazza che si estende davanti al Duomo porta il nome di Clemente
VIII, ma non c’è nessuna spiegazione che possa aiutare a capire che il
titolare della piazza era Papa ed era nato a Fano: per molti quel nome
e quella intitolazione restano un mistero.
Non si può dire che Clemente VIII abbia fatto gran favori alla città
nativa, anzi è da ricordare che nel 1595 fece chiudere, come in tutto lo
Stato pontificio, la locale prestigiosa zecca, attiva, con qualche interruzione, per circa cinque secoli. Però ascoltò padre Gabrielli quando
gli chiese di abolire la piccola parrocchia di S.Pietro in Valle ove era
prevista (oltre ad una nuova chiesa) la sede degli Oratoriani di San
Filippo Neri, il santo che era stato l’unico a pronosticare, molti anni
prima, che il cardinale Aldobrandini sarebbe diventato Papa!
Quando nel 1598 andò a Ferrara, recuperata allo Stato pontificio sine
gladio, si fermò a Fano e fondò una Congregazione del Porto che, poi,
fu costruito al tempo di Paolo V Borghese. Allora si parlò di un progetto da affidare all’architetto Giovanni Fontana, ma non se ne fece
nulla e il porto di Fano cominciò la sua travagliata storia dopo che lo
impiantò l’architetto Gerolamo Rainaldi.
162
Molti furono gli avvenimenti successi durante il pontificato di
Clemente VIII, il più noto riguarda la condanna per eresia di Giordano
Bruno e soprattutto il poco cristiano rogo su cui fu arso.
Per finire diremo che l’Annuario Pontificio 2001 e il sano revisionismo da cui è animato, rendono giustizia anche ad un altro pontefice
marchigiano: si tratta di Leone XII (1823 - 29), Annibale della Genga,
sempre indicato come umbro dei dintorni di Spoleto; invece è nato nel
Castello della Genga, vicino a Fabriano. Solo qualche studioso marchigiano lo sapeva; molti altri, copiandosi a vicenda, lo davano nativo
dell’Umbria: sia dunque benvenuto il revisionismo storico quando
porta alla verità e alla esattezza.
2001
163
RICORDI MARCHIGIANI: IL GIUBILEO DEL 1600
In pieno clima controriformistico il Giubileo dell’anno 1600 fu uno
scontro-incontro tra vecchio e nuovo. Il Pontefice, che in quel momento era ClementeVIII, nato a Fano da famiglia fiorentina, era ben deciso ad applicare decreti e spirito del Concilio di Trento ed era anche
suggestionato dall’esempio di fervore religioso lasciato a Roma da San
Carlo Borromeo nel precedente Giubileo. Clemente VIII voleva naturalmente incrementare questo filone, ma doveva fare i conti con il
clima rinascimentale tutt’altro che cancellato e con la secolare chiassosa abitudine celebrativa della gente. Il vecchio Cicerone giustamente aveva scritto consuetudo quasi altera natura: i costumi abituali formano nei popoli quasi una seconda natura.
Conviene spiegare velocemente i fatti.
Il rigido Clemente VIII animato da grande zelo per la buona riuscita
dell’Anno Santo diede per primo ai pellegrini un alto esempio di umiltà, di compunzione, di macerazione. Nonostante l’età e le non buone
condizioni di salute visitò settanta volte le Basiliche, per i romani la
prescrizione era di trenta, quindici per i forestieri. Nelle domeniche il
Papa seguiva la pratica della Scala Santa; accompagnava le processioni a piedi nudi e soleva digiunare spesso; ai pellegrini lavava i piedi e
li serviva perfino a tavola. Insomma, a dare il segno che la Chiesa postconciliare doveva se non abbandonare almeno ridurre certe solite
ridondanze impone a sé stesso e ai Cardinali l’osservanza di una stretta sobrietà evangelica in un’epoca di costumi poco severi.
Ma dalle Marche, e precisamente dal piccolo comune di San Ginesio
(Macerata) gli giunse il segnale che l’antica concezione trionfalistica
ed estetizzante era ancora ben lontana dal cedere il passo.
C’era insomma chi intendeva il Giubileo e la Chiesa in modo piuttosto
diverso fatta salva, naturalmente, la buona fede e l’intenzione di
mostrare piena adesione alla Chiesa Cattolica.
Cosa fecero dunque i sanginesini? Organizzarono, applicandovi anni e
anni di preparazione, una solenne e sontuosa processione (ma questo è
il meno); di fatto diedero vita in costume, a piedi e financo su carri ad
164
un colossale e ortodosso Trionfo di Santa Chiesa. La gente salì persino sui tetti per vedere la grande parata marchigiana e sanginesina.
L’intimità e la riflessione lasciarono grande spazio alla meravigliosa
invenzione. Fu giocoforza conoscere due aspetti della Chiesa. Il
Trionfo partiva dalla creazione del mondo per giungere all’Ascensione
di Cristo. Ognuno al suo posto, ognuno col suo sfarzoso costume.
Dopo gli uomini e le donne del Vecchio Testamento sfilarono Profeti,
Sibille e Apostoli; e poi i Martiri con impressionanti strumenti del
martirio addosso, e poi Confessori, Vergini, Santi. Evidentemente la
Riforma Cattolica non aveva trovato ancora autentico spazio nella cultura popolare. Tuttavia tutto si fermò ad esteriore luccichio.
Contemporaneamente a San Ginesio si organizzarono molte opere di
beneficenza, sussidi, vitalizi, elargizioni a Monti di Pietà, fu aperta una
farmacia per i poveri, abbondarono i lasciti alle confraternite. Tempi di
trapasso; tempi difficili.
1999
165
IL GIUBILEO DELL’ANNO 1625
Che io sappia qui, a Fano, c’è una sola lapide dove, sia pure per dovere di datazione, viene ricordato l’anno di un Giubileo: esattamente
quello del 1625. La lapide (integra) è tuttora murata e leggibile nella
facciata interna dell’Arco (o Porta) d’Augusto.
Essa non è dedicata al Giubileo ma al Cardinale S.R.E. (Sanctae
Romanae Ecclesiae) Francesco Boncompagni che in quell’anno 1625
era Vescovo di Fano.
Avendo accettato di far parte della Confraternita di San Michele, questa volle ringraziarlo e lodarlo murando sull’Arco la lapide che riproduciamo in questo articolo e dove è facile leggere nell’ultima linea
l’accenno all’anno giubilare: “Anno Iubilaei 1625”.
Il Giubileo del 1625 (era Papa Urbano VIII, Barberini) si aprì in
modo piuttosto fortunoso, oltre a correre le solite voci di peste si
temeva che il Tevere facesse qualche brutto scherzo.
Infatti nel gennaio una paurosa inondazione, che produsse danni rilevanti, dette non pochi pensieri agli organi preposti all’accoglienza e
alla sistemazione dei pellegrini.
Il Papa dovette escludere dalle basiliche da visitare San Paolo fuori le
mura, sostituendola con S. Maria in Trastevere.
È da notare che l’alloggiare i pellegrini fu sempre un problema
capitale ricorrente ad ogni Anno Santo. Nel 1625 funzionò assai
bene l’Ospizio apostolico per Ecclesiastici che nel precedente Anno
Santo era stato eretto dal nostro Ippolito Aldobrandini (Papa
Clemente VIII).
Un prodigio per quei tempi fece l’Istituto della Santissima Trinità che
ricoverò più di mezzo milione di pellegrini, mentre altri trentamila
erano accolti nella sede (non grandissima) dell’Arciconfraternita del
Gonfalone.
Ma a Papa Urbano VIII, che era anche amico di poeti e artisti, toccò
un’umiliazione: avrebbe voluto far vedere ai pellegrini il famoso baldacchino di bronzo nella Basilica di S. Pietro: ma il Bernini sul quale
confidava tanto non poté accontentarlo. I pellegrini poterono però
166
accostarsi con pietà ad una reliquia famosa (che ora sembra ritrovata in
Umbria): il Volto Santo, il cosiddetto “lino della Veronica” con l’immagine del Volto di Cristo.
1999
167
UNA PASQUA COL TERREMOTO
Tra le tradizioni pasquali della nostra città (pochi decenni durò la processione del Cristo Morto curata, nel Sei-Settecento, dai Gesuiti) ho
rievocato (l’anno scorso, mi pare) le “Tre ore di agonia” che si tenevano nel primo pomeriggio del Venerdì Santo nella chiesa del Suffragio,
e “l’Incoronazione della Madonna Addolorata” coi due angioletti che
scendevano lungo fili invisibili per deporre una corona sul capo della
Vergine vestita di nero nella chiesa di S. Pietro in Valle: forse ultimo
ricordo delle “rappresentazioni” eseguite un tempo dai padri
Oratoriani (Filippini) che custodirono fino al gennaio 1861 quella
magnifica chiesa.
Quest’anno voglio invece rievocare un evento luttuoso legato alla tradizione della visita ai così detti “sepolcri”: ogni chiesa preparava il suo
per il pomeriggio del Giovedì Santo, oggi liturgicamente e più correttamente sostituiti dalla Messa in Coena Domini.
Cosa accadde il pomeriggio del Giovedì santo del 1672, il 15 aprile?
Si sa che la nostra zona è un po’ “ballerina”, quel pomeriggio vi fu un
gran terremoto. Erano circa le quattro pomeridiane; la gente era devotamente in preghiera nelle varie chiese davanti allo speciale “tabernacolo-sepolcro” circondato dai vasi tenuti in qualche oscura grotta in
cui il grano era germogliato in lunghi steli biancastri. Il significato di
quella strana piantagione appare chiaro: il seme del cristianesimo non
può fiorire nell’oscurità, ma deve farsi visibile e presente come Cristo
che, dopo il sepolcro, conobbe la gloria della Risurrezione.
Nel nostro Duomo il sepolcro era allestito nella Cappella del
Sacramento. Il lungo tremare della terra causò il distacco della parte
superiore della torre (che fungeva da campanile) del Duomo stesso,
detta “torre di Belisario”, che crollò proprio sopra la Cappella del
Sacramento causando venticinque morti e un gran numero di feriti,
uomini e donne. La città subì danni gravissimi, crollarono (notano i
cronisti del tempo) molti comignoli e il vecchio campanile di S.
Agostino ne uscì malconcio. Sotto le macerie del Duomo morirono
sette nobili; particolare pietà destò la fine immatura di due bambini,
168
due fratelli, Vincenzo e Antonio Palazzi. Il terremoto di quel Giovedì
santo si fece sentire da Loreto a Forlì. A Fano fu preso con atteggiamento molto fatalistico; nel verbale del Consiglio cittadino (che si
riunì il giorno dopo) se ne parla con linguaggio estremamente laconico anche se, in apertura, il Gonfaloniere Bracci ricordò con parole
commosse le povere vittime.
Nei giorni seguenti si decise di far celebrare Messe e di esporre il
Santissimo per tre giorni in S.Paterniano. Si pensò poi a dare qualche
sollievo, in pane, ai più poveri. Il risarcimento dei danni? Oggi si
sarebbe chiesto lo stato di calamità e l’intervento dello Stato, né mancherebbe chi saprebbe trarre profitto dalla disgrazia comune falsando
la gravità dei danni subiti.
La Reverenda Camera Apostolica, a corto di soldi stabilì che un forte
sussidio sarebbe stato dato solo a Rimini dove i danni erano stati gravissimi e molti i morti. E gli altri? Dovevano fare fronte ai danni coi
propri mezzi...
2001
169
QUANDO PIO VII VENNE A PREGARE SULLA TOMBA
DI GIOVANNA GHINI CHIARAMONTI
Abbiamo già letto su questo giornale che Pio VII (Barnaba
Chiaramonti) eletto Papa il 14 marzo 1800, a Venezia, venne a giugno
a Pesaro per via mare.
Da Pesaro – proseguendo per Roma – raggiunse Fano ove desiderava
raccogliersi in preghiera sulla tomba della madre, Giovanna Ghini che,
rimasta vedova del conte Scipione Chiaramonti a 37 anni, aveva deciso, dopo 9 anni, di farsi carmelitana, dato che ormai i figli non avevano più bisogno di lei.
E così nel 1759 entrò, all’insaputa dei suoi e accompagnata solo da
un’amica, nel monastero di Santa Teresa di Fano.
Prese il nome di Suor Teresa Diletta di Gesù e Maria. Abituata ad una
vita agiata seppe essere un’autentica figlia di Santa Teresa per umiltà,
pietà, obbedienza.
Fu maestra delle novizie che la considerarono sempre come una vera
madre.
Colpita da una lunga atroce malattia la sopportò senza lamentarsi e
spirò serenamente il 22 novembre 1777, all’età di 64 anni, in concetto
di santità.
Fu sepolta nella chiesa del Monastero e lì, dopo la elevazione al
Pontificato, venne a pregare il figlio che già, da Venezia, rispondendo
alle congratulazioni delle monache fanesi, scriveva alla Priora:
“…Con vero gradimento riceviamo le congratulazioni che da Lei ci si
fanno con tutta la Sua Religiosa Comunità per l’esaltazione nostra al
Sommo Pontificato. Riguardando con singolare compiacimento codesto loro monastero a cui ci lega il sacro pegno che in esso si conserva…”.
Il 20 giugno di quel 1800 Pio VII, dopo aver reso omaggio alla memoria della madre, rimase a lungo con le monache e non solo disse alla
Priora:
“Madre Priora, oggi è un giorno di letizia, chiedete quello che volete!”,
ma le raccontò che un lontano giorno la madre, mentre lui bambino era
un po’ irrequieto in chiesa, lo rimproverò dicendogli:
170
“Non è questo il modo di comportarsi per uno che deve salire molto in
alto nel servizio alla Chiesa!”.
Profezia di una mamma e simpatica confidenza di un Pontefice.
1992
171
GLI OCCHI DELLA MADONNA
Per celebrare il mese dedicato a Maria andiamo col ricordo ad un prodigio che a Fano, come altrove, meravigliò e impensierì la gente. Era il
1796: l’esercito del generale Napoleone Bonaparte, esattamente nel
giugno, varcò i confini dello Stato Pontificio. I soldati francesi furono
visti da molta parte del popolo come alfieri di uno spirito ferocemente anticattolico: qui, però, non vogliamo parlare né dei “patrioti” giacobini che ad essi plaudirono né delle “insorgenze” combattute contro
di loro. Nell’inquieto clima suscitato dalla occupazione francese
accadde un segno straordinario che riguardò molte città e molti paesi
dello Stato Pontificio: parecchie immagini della Vergine furono viste
aprire e chiudere gli occhi. E oltre a Roma, dove il prodigio avvenne in
più chiese il 9 luglio, dobbia mo ricordare Ancona, il 25 giugno,
Urbania, Frascati, Frosinone, Todi ecc. ecc. e, naturalmente, anche
Fano.
Circa due anni fa Vittorio Messori e Rino Cammilleri descrissero nel
libro Gli occhi di Maria gli eventi successi dal luglio 1796 al gennaio
1797. Il Papa Pio VI ordinò un’inchiesta sia per raccogliere attendibili
testimonianze sia per stabilire la verità perché in un primo momento,
c’è da immaginarselo, non si parlò di prodigio ma di suggestione.
Certo è che quel prodigio (lo diciamo col senno di poi, pensando alle
tante apparizioni mariane) fu un severo monito per i cristiani e cioè che
con la rivoluzione francese sarebbe cominciato un tempestoso periodo
per la Chiesa.
Ma veniamo a Fano. Nel diario di Tommaso Massarini viene notato
che il 6 luglio 1796, verso le cinque del pomeriggio “la Beata Vergine
posta al cantone della chiesa di S. Giovanni si vide da molti visibilmente aprire e chiudere gli occhi, ed io vidi poco dopo ecc. ecc.”. Il
Vescovo, mons. Antonio Gabriele Severoli, fu subito avvertito (ma i
documenti dell’archivio vescovile parlano del 7 luglio) che l’immagine della Vergine della Consolazione posta in una nicchia sul muro della
chiesa di S. Giovanni Filiorum Hugonis (adesso c’è il negozio di calzature “Fiacconi”) aveva mosso gli occhi. Molta gente, e non solo da
172
Fano, correva a vedere il prodigio che si ripeté per parecchi giorni. Il
Vescovo, allora, avviò una severa e vasta inchiesta e fece esaminare la
tavola di legno di pino su cui era dipinta la sacra immagine da due artisti fanesi, i pittori Giuseppe Luzi e Carlo Magini. Esiste la loro deposizione giurata nella quale dicono che nessun artificio risultava dalla
loro minuta ispezione, il movimento degli occhi non era certamente
provocato da alcun meccanismo o da movimenti del legno. Ci sono in
archivio molte testimonianze giurate e atti notarili che confermano
quanto fu detto dai due esperti pittori.
L’immagine fu tolta dal muro e posta in una cappella interna. Poi col
passar del tempo la chiesa fu chiusa e trasformata. Dal 1918 l’immagine, attribuita a Sebastiano Ceccarini, si trova nella chiesa di S.
Giovanni a Marotta.
2004
173
QUANDO PADRE GEMELLI FU FISCHIATO A FANO
Sono passati cento anni da quando dopo una repentina conversione,
scandalosa per gli anticlericali, il medico milanese Odoardo Gemelli,
miscredente e focoso socialista, entrò nell’Ordine dei frati minori assumendo il nome di Agostino. Un giornale del tempo uscì in proposito
col titolo “Il suicidio di un’intelligenza”! Ma non è che qui voglio parlare della conversione del futuro fondatore e rettore dell’Università
Cattolica.
Ho trovato il testo di una conversazione che mio padre, nel 1953, tenne
agli Uomini di Azione Cattolica del Duomo; egli era presente al Teatro
della Fortuna dove, approssimativamente nel maggio del 1907, padre
Gemelli aveva accettato di tenere una conferenza su “Le malattie professionali dei lavoratori”; un tema che non avrebbe dovuto urtare nessuno; ma non bisogna dimenticare che l’anticlericalismo, protetto dalle
autorità costituite, era diffuso anche a Fano e Gemelli per tanti era pur
sempre un traditore.
Sentiamo cosa dice mio padre. “Il teatro era gremito: in numero rilevante i nostri; assai più numerosi gli avversari. L’inizio andò bene e
passò tranquillo; ma disgraziatamente la conferenza era a proiezioni, e
a un dato momento lo spegnersi della luce segnò l’inizio della gazzarra: incominciarono i primi fischi e le prime grida ostili. Ne seguì una
scena che non dimenticherò mai (…).
Padre Gemelli non si dà per vinto; continua a parlare anche perché, da
parte dei nostri, si delinea una certa reazione e gli applausi cercano di
coprire i fischi. A un certo punto, però per illustrare non so quale
malattia, viene proiettato un fascio di muscoli a grandezza superiore
del naturale. Allora alcuni dei più fanatici, fingendosi scandalizzati,
gridano “Le canne dell’organo; ci fa vedere le canne dell’organo, uh!
uh! uh! E qui fischi a non finire. Il contrasto cresce, la confusione è al
colmo.
Padre Gemelli tenta nuovamente di proseguire; ma alla fine, perduta la
pazienza, scatta e con tono vibrato rivolto ai disturbatori dice più o
meno “Il vostro contegno non disonora me; è un disonore per voi”. Ciò
174
detto esce dal palcoscenico e lascia senz’altro il teatro.
Il giorno dopo la conferenza viene ripetuta in ambiente chiuso, e per
invito, nella chiesa di S.Maria Nuova”.
Mi fermo qui. Per dare un’idea dell’aria che allora si respirava basta
ricordare che, nel 1899, un sindaco della nostra città aveva detto che
sarebbe stato bene abbattere chiesa e convento di San Paterniano concludendo: “bene inteso, tutto radendo al suolo”. Per ironia della storia
nell’agosto del 1944 i soldati tedeschi, con le mine, rasero al suolo il
campanile…!
2003
Padre Agostino Gemelli (a sinistra)
con Don Antonio Bravi (Fano 26 aprile 1934)
175
COME RICOSTRUIRE LA STORIA
DEI MOVIMENTI CATTOLICI
Qualcuno dirà che ho voglia di scoprire l’acqua calda. C’è forse qualche dubbio sull’utilità degli archivi, anche di quelli che possono apparire “minori” e “di poco conto”? Certamente no. Un tempo era cosa
ovvia “archiviare”; eppure oggi, sempre più spesso, mossi da varie
occasioni, si scopre la mancanza (a volte totale) dei dati archivistici in
riferimento al sorgere, al vivere e, purtroppo, al morire di parecchie
nostre associazioni, unioni e società cattoliche diocesane o parrocchiali. Mi chiedono: è vero che a Fano è esistita la cosiddetta “banca dei
preti” e perché si chiamava così? Che ruolo ha svolto e che fine ha
fatto? Non saprei dove mettere le mani per rispondere.
Dov’è l’archivio del glorioso Circolo cattolico cittadino di “S.
Paterniano” (Sala Manzoni)? Non so; e non so nemmeno se più esiste.
Sessant’anni fa c’era, lo vidi abbastanza ordinato in un piccolo armadio. Dov’è l’archivio del Seminario Vescovile? È possibile leggere le
carte o, almeno, qualche carta del primo Partito Popolare Fanese
(1919)? È possibile costruire la biografia degli uomini e delle donne
più rappresentativi? E l’Azione Cattolica? Molto si può ricostruire
attraverso i Bollettini Diocesani, ma è assai difficile penetrare nell’intimo delle varie associazioni: nei loro problemi, nelle difficoltà, nelle
divergenze o convergenze.
Oggi, poi, l’uso del telefono ha portato via una grossa fetta delle
memorie, delle decisioni, dei dubbi, di tutto ciò che forse un tempo
poteva finire in archivio.
Molte carte e altre cose di carattere associativo interno sono rimaste e
rimangono presso i privati, che avevano ruolo di dirigenti, e molto
spesso finiscono disperse alla loro morte o diventano patrimonio di
chi, magari, pensa a ben altre cose.
Allora scatta la “ricerca” fra i superstiti: essi raccontano, raccontano,
ricordano, credono di ricordare. Non bisogna fidarsi troppo: la memoria
fa brutti scherzi e difficilmente mette in luce con esattezza i punti salienti di un qualche problema, i ricordi, poi, sono come i sogni: vengono
interpretati! E non si sa che razza d’interpretazione a volte viene fuori.
176
Ho fatto questa lamentazione (e potrei aggiungere qualche “mea
culpa”) perché oggi non mancano ricercatori, studiosi, laureandi impegnati a ricostruire aspetti di vita del variegato “mondo cattolico”: ciò
che ieri era cronaca, oggi è memoria storica.
Sul nostro recente passato, per quel che ci riguarda, già ne abbiamo
sentite di cotte e di crude. Pare che abbiamo sbagliato tutto: o quasi…
Invece abbiamo fatto molto.
1999
177
LA SALA-TEATRINO “CONTARDO FERRINI”
Al tempo delle Sale e delle Filodrammatiche cattoliche che io ricordo
negli anni 1930-1940 (ma c’erano anche prima) venne a volte alla
ribalta a Fano anche la Sala Contardo Ferrini (chi era costui?) dei frati
minori francescani di Santa Maria Nuova. Soprattutto le filodrammatiche cattoliche erano un valido strumento per accostare, impegnare,
educare i giovani al sacrificio e alla disponibilità. Volontariato culturale! La più importante e forse la più vecchia filodrammatica figurava
quella del Circolo di San Paterniano (El Circul), posta all’angolo di via
Montevecchio, con via Guido del Cassero: lì c’era la famosa Sala
Manzoni, un teatrino con piccola galleria. Ora c’è la Fondazione
“Costanzo Micci” per l’assistenza al clero.
Qui voglio solo ricordare (è memoria d’infanzia) un locale di cui a
Fano è pressoché perduta la memoria: la Sala, appunto, intitolata all’allora Venerabile Contardo Ferrini (1859-1902), beatificato nel 1947.
Fra gli altri vi vidi recitare Bruno Tonucci con Savorani, e vi udii i
poeti dialettali Rino Bragadin e Luigi Pacassoni (Gigin). Era una sala,
un teatrino che poteva contenere, come tante altre, un centinaio di persone. Il campanile di Santa Maria Nuova vi rovinò sopra quando nell’agosto del ‘44 i tedeschi lo abbatterono a mine. Sala, archivio, ricordi, programmi andarono perduti e persino il nome di Contardo Ferrini,
illustre giurista cattolico; uno dei pochi sopportato e onorato nelle laicissime università statali, e di cui il grande Federico Mommsen aveva
affermato che nel campo del diritto romano-bizantino non v’era alcuno che lo superasse: persino quel nome famoso col passar delle generazioni laicali e fratesche finì nel dimenticatoio.
Eppure anche quella, nel suo piccolo, era stata una delle tante cellule
cattoliche che a Fano tradizionalmente avevano motivo di contare qualcosa e di riscuotere prestigio e rispetto. Il tempo, il silenzio, l’indifferenza hanno veramente un potere distruttivo superiore alle mine: contro di loro vale solo la memoria che, in questo caso, deve limitarsi a
registrare una presenza.
1999
178
NON BISOGNA FARE SCOMPARIRE
I SEGNI DI PIETÀ POPOLARE
Nelle nostre strade di campagna non è difficile incontrare quelle edicole sacre dette popolarmente anche “cappelline” o “figurine”. Sono
segni, a volte secolari, della pietà popolare sorti o per iniziativa delle
parrocchie o di singoli credenti.
Vi si legge una dedica, una invocazione, un voto, la riconoscenza per
una grazia ricevuta.
Questa pia tradizione non è affatto tramontata; difatti capita di imbattersi in edicole edificate da pochi anni o arricchite da lapidi che ricordano il recentissimo Anno Mariano (1988).
Fiori e luci testimoniano, in altre, la devozione ancora viva. Devozione
di gente semplice, un modo di esprimere la propria fede: la superstizione non c’entra per niente.
Accanto alle edicole “vive” non mancano casi di sconfortante abbandono o casi di sfregio come quando, per racimolare quattro soldi, i soliti “ignoti” rubano statue, ornamenti, croci, i piccoli cancelli e persino
i mattoni che servono, poi, a costruire nicchie nelle pareti di casa per
metterci il bar in bella vista!
Dall’edicola di Sant’Anna, sulla strada di Roncosambaccio, hanno
strappato il crocifisso e un teschio, entrambi di pietra arenaria. Erano
lavori artigianali, ma ugualmente belli nella loro semplicità: quanto
avranno fruttato al ladruncolo? Qualche migliaio di lire.
Ma intanto è stato mutilato per sempre un secolare segno della pietà
popolare.
Così pure l’edicola di Santa Maria degli Angeli non lontano da Fenile,
è stata privata, in due riprese, delle statue poste nella nicchia da qualche secolo, e della croce di ferro che la sovrastava. È poi stata ulteriormente danneggiata dal movimento di terra per allargare la curva.
Ora è là abbandonata, infestata dalle formiche, in attesa di crollare se,
con un po’ di pietà, non si provvederà subito al restauro.
Questa nostra età innalza lungo le strade principali tanti distributori di
benzina che, è vero, ci servono; ma certamente non hanno nulla di altro
da dirci: sarà dunque bene non far scomparire le antiche “figurine”
179
della pietà popolare, esse accompagnavano i viandanti nel loro cammino offrendogli il segno e il senso di una presenza sacra.
1992
Edicola mariana a Fenile di Fano
180
VIVA VIVA LA PASQUELLA
Non sempre le rime o le risonanze correvano lisce perché i testi erano
affidati solo alla memoria che si rinnovava di anno in anno, ma in
tempi ormai lontani (da ragazzo ne sentivo parlare come di un’usanza
tramontata) era costume in campagna, nei paesi e anche nei centri più
o meno piccoli “cantare la Pasquella” nella vigilia dell’Epifania, la
prima delle tre Pasque dell’anno.
In primavera seguivano la Pasqua del Signore e la Pasqua rosa
(Pentecoste).
Nel passato, qui da noi, l’Epifania non aveva assunto le vesti della Befana
perché “la Vecchia” con i suoi doni (maritozzi, biscotti con l’anice, arance, fichi secchi, carrube, rare cioccolate, rarissimi giocattoli) arrivava il
giovedì di Mezza Quaresima, appunto “il giorno della Vecchia”.
La vigilia dell’Epifania nutrite compagnie di giovani con rudimentali
strumenti e l’immancabile rustico organetto visitavano i casolari di
campagna, le abitazioni di amici e parenti cantando “la Pasquella”.
Una cantilena che spesso variava nelle parole e anche nell’intonazione
musicale, ma che era sempre canto di festa e richiesta di un dono:
Buona gente a noi diletta
che adunata voi qui siete
ascoltate se volete
la piacevole novella:
Viva, viva la Pasquella!
Nato già l’eterno Verbo
del suo Padre unico figlio
nell’inferno gran scompiglio
per ’na nuova così bella:
Viva, viva la Pasquella!...
Noi niente qui chiediamo,
ma se date qualche cosa
siamo gente non ritrosa
prenderemo anche un’agnella…
Viva, viva la Pasquella!
181
In un gran canestro raccoglievano ciambelle, formaggi, salami, uova
che servivano ad organizzare un banchetto che, in qualche parte delle
Marche, era chiamato “satollaccio”.
Il nostro Fabio Tombari inizia la Cronaca IV di “Tutta Frusaglia”
facendo a gran voce cantare una Pasquella nella forma più diffusa in
provincia:
La Pasquella è già venuta
l’ha mandata il buon Signore,
Padre, Figlio, Spirito, Amore
e nel nome del Messia.
Da lontano abbiam saputo
che il porcel mazzato aveto
qualche cosa ci dareto,
o prosciutto o mortadella
Viva, viva la Pasquella.
(Con la variante dialettale qualche cosa ci dareto o parsciut o murtadèla ecc., ecc.).
Certi cantori, immagina Tombari, “capitavano giù tutti gli anni per
l’Epifania dalle Valli di Comacchio” e ripetevano l’augurio:
Salutiamo tutti quanti,
salutiamo tutte e tutti,
giovanotti belli e brutti
nel gran nome del Messia.
Nel giorno dell’Epifania si usava gettare nel fuoco, che ardeva nell’arola, le foglie secche dell’olivo benedetto, chiamate le pasquelle, e dal
modo con cui bruciavano o saltavano o si attorcigliavano si deducevano pronostici di amore e di matrimonio.
E sempre si concludeva: la Pasqua Epifania tutte le feste porta via!
1991
182
MEMORIA DI RITI PASQUALI
Più o meno a partire dagli anni del dopoguerra sono venuti meno a
Fano due tradizionali appuntamenti religiosi della Settimana Santa
risalenti ad una consuetudine antica e popolare.
Delle “tre ore di agonia” che si celebravano il venerdì santo nella chiesa del Suffragio è ancora vivo il ricordo; meno nota e meno ricordata
è invece l’incoronazione della Mater Dolorosa che il sabato santo,
verso le undici del mattino aveva luogo nella chiesa di S. Pietro in Valle
e che prevalentemente si rivolgeva a un pubblico di bambini e adolescenti.
Le tre ore di agonia già nell’Ottocento richiamavano molti fedeli. Fu
persino raccolta e stampata, in seguito, una raccolta (rarissima) di
Strofette che si cantavano al Suffragio in occasione della Tre ore di
Agonia. Negli anni “trenta” abitavo a due passi dal Suffragio, ricordo
che le “tre ore” si svolgevano nelle prime ore del pomeriggio ed erano
seguite da un pubblico prevalentemente femminile; tale impressione
forse è dovuta al fatto che già qualche ora prima dell’inizio vedevo
molte donne, provenienti da ogni parte della città, che si avviavano in
chiesa con in mano una sedia o uno sgabello, perché non tutti potevano restare in piedi tre ore dato che le panche della chiesa erano piuttosto scarse. Un predicatore da un palco posto verso l’altare maggiore
faceva rivivere, con la retorica del tempo, i momenti della Passione: i
presenti partecipavano devotamente con preghiere e canti.
Quest’anno la Confraternita del Suffragio il 21 aprile - venerdì santo
alle 18,15 - farà rivivere ottimamente almeno il ricordo dell’antica funzione con una edizione speciale di musiche e testi del Settecento; precisamente del musicista Giuseppe Giordani e del notissimo poeta
melodrammatico Pietro Trapassi che grecamente si firmava
Metastasio. Si tratta di un laboratorio armonico vocale e strumentale in
sostituzione della tradizione che però era solo popolare.
L’altra manifestazione religiosa di cui dicevo è sconosciuta a gran parte
del pubblico odierno. Ultimamente me ne parlava uno degli ultimi rari
testimoni: Leandro Castellani, regista.
183
Per quel che ricordo (mia nonna non mi faceva mai mancare all'appuntamento) si trattava di questo: il cappellone dell'altare maggiore di
S. Pietro in Valle veniva scenograficamente trasformato dal Rettore
della chiesa in una vasta pianura verde: in lontananza spiccava il
Golgota con le tre croci. In primo piano era la statua della Madonna,
velata e vestita di nero, col cuore trafitto da sette piccole spade.
Probabilmente questa specie di sacra rappresentazione (non saprei
come altrimenti chiamarla) risaliva ai tempi in cui la chiesa era officiata dai padri oratoriani.
Mentre dal bel pulpito secentesco un catechista intratteneva il folto
pubblico di bambini, la scena improvvisamente si illuminava e, nel
silenzio meravigliosamente assoluto, due angioletti che reggevano una
corona d'argento calavano dalle volte della cupola (seguendo due sottilissimi invisibili fili di ferro), posavano la corona sul capo della
Vergine mentre noi, ansiosi temevamo che fallissero il bersaglio! Indi,
adagio, adagio, risalivano verso il cielo. Era quello il momento in cui i
bambini si scatenavano per correre a precipizio fuori della chiesa e
vedere ancora una volta gli angioletti ascendere in alto: ma essi non
c'erano più…
2000
184
QUANDO L’ASCENSIONE ERA ANCHE LA FESTA
DI TUTTA LA NATURA
Una delle feste religiose fatte slittare nella domenica successiva alla sua
tradizionale scadenza è l’Ascensione. Un tempo (ormai quando si parla
di queste cose sembra di raccontare favole) era molto sentita soprattutto in campagna perché coincideva con il grande rigoglio della natura e,
naturalmente, era accompagnata da quella ‘liturgia popolare’ attenta a
scandire i tempi delle stagioni e le cadenze religiose vissute come
misterioso collegamento delle forze del cielo con quelle della terra.
Sull’Ascensione, come sulle altre feste, fiorivano leggende, detti, proverbi, riti: tutto quello che assai sbrigativamente i “benpensanti” chiamavano “superstizione”. Si trattava, invece, di religiosità popolare: il
modo con cui la gente semplice si rapportava al sacro appropriandosi di
antichissimi riti ed usanze che accompagnavano il ciclo delle stagioni,
i rapporti di individui e gruppi col proprio lavoro e col trascendente: riti
che nel corso dei secoli il cristianesimo aveva purificato e “battezzato”.
L’Ascensione del Signore che scandiva il prorompere della bella stagione, era - secondo lo storico cristiano Eusebio - giorno solenne,
caratterizzato da cortei e canti e suppliche che a Gerusalemme si muovevano verso il Monte degli Ulivi, ad Antiochia verso la campagna, a
Roma da San Pietro al Laterano.
Fino alla prima metà di questo secolo nel Lazio si accendevano fuochi,
si mettevano alla finestra lumi accesi e canestrini con dentro l’uovo; in
molti paesi delle Marche si esponeva sul davanzale delle finestre una
lucerna accesa e si conservava l’olio residuo come unguento per lenire ogni male.
Era diffusa nella nostra regione l’usanza di conservare, in un luogo
buio della casa, un uovo raccolto il giorno dell’Ascensione a protezione contro il maltempo, i naufragi e le tempeste. Era diffusa la credenza che in questo giorno gli uccelli non osassero lasciare il proprio nido
per non rovinare le uova deposte. In Romagna si facevano processioni
con rami di gelso con l’intento di benedire tutte le piante.
Erano espressioni di religiosità popolare: la religiosità di chi crede in Dio
senza sapere di teologia. Una voce da aggiungere tra i “beni perduti”.
1993
185
LA PROCESSIONE NELLA FESTA DEL CORPUS DOMINI
Qualche anno fa, al TG 1 delle 13,30 l’annunciatore (ne sono testimone auricolare) disse che nel pomeriggio di quella domenica del Corpus
Domini in molte località ci sarebbero state le tradizionali processioni
celebrandosi la ricorrenza dell’istituzione dell’Eucarestia: proprio
così!
Io che da sempre ero convinto che quella sacra istituzione fosse avvenuta il giovedì santo rimasi un po’ scandalizzato, un po’ interdetto. Il
Vangelo parla dell’ultima cena, e va bene, ma la Televisione (“lo ha
detto anche la TV” - e quanti ci credono) assicurava seria seria che
invece…
È certo che se si facesse la processione della beata ignoranza la sfilata durerebbe un gran pezzo!
Mutiam dolore, diceva un poeta languido e non celebre. Mutiam dolore: guardiamo un attimo le ultimissime edizioni della processione del
Corpus Domini tenute qui a Fano. Il paragone con le processioni di un
tempo, molto scenografiche, non è da fare: su questo siamo tutti d’accordo. E poi sono spesso assai noiose tutte le rievocazioni di un passato che non torna, non può tornare.
Per non disturbare i bancarellari della fiera dell’antiquariato che la
seconda domenica di giugno sono alle prese con le ultime ore di vendita, la processione educatamente deve saltare quella parte di via
dell’Arco d’Augusto che dal Duomo immette nel Corso Matteotti. Un
atto di cortesia non si nega a nessuno, e poi a cosa gioverebbe percorrere cinquecento metri di più?
La città è vuota, i ritmi della vita sono mutati, le finestre che danno su
Corso Matteotti sono ben chiuse (tranne pochissime). Le case abitate
sono rare: per il Corso ci sono soprattutto uffici. La domenica sono
chiusi. Sparite da gran tempo le classiche sopracoperte di seta che
esposte sui davanzali allietavano il percorso, sono rimasti nove, otto,
sette, tre stendardi damascati appesi ad alcune finestre.
Non posso fare a meno di ripensare alla pioggia di petali di rose che un
tempo scendeva da quelle finestre dove si affacciavano le famiglie sia
186
con gl’infanti sia coi vecchi pallidi e come moribondi che volevano
vedere la processione. Oggi ciò non sarebbe nemmeno pensabile: ora
si muore all’ospedale o nelle case di riposo. E quei petali si posavano
non solo sul selciato, ma anche sopra il bellissimo baldacchino di seta
ricamata (dove diavolo è andato a finire?) che copriva il Vescovo, il
quale passava con l’ostensorio: il più bello perché è giusto che il Corpo
del Signore venga onorato dalle cose più belle che escono dalle mani
dell’uomo a ricordargli che quelle preziosità esteriori sono simbolo e
promessa di tutto ciò che di più bello egli sa preparare al suo Creatore.
La processione intanto avanza in mezzo ad una città vuota. Avanza
nella strada principale deserta! È vero che nei partecipanti resta viva
l’intenzione di onorare il Santissimo e di riconsacrargli la città, è
ugualmente importante che i partecipanti trovino nella processione uno
di quei momenti di identità e di fraternità che tanto giovano allo spirito di ognuno. Ma resta vero e necessario che la forma della processione deve essere ripensata.
Non è bene lasciare all’improvvisazione ogni atto liturgico o paraliturgico che sia. La processione è un solenne atto esterno: troviamo la giusta misura di solennità.
1998
Processione del Corpus Domini con la partecipazione
di soldati polacchi (31 maggio 1945)
LA FESTA DEGLI ANGELI CUSTODI
Venerdì 2 ottobre: il calendario liturgico ricorda gli Angeli custodi.
Così come il 29 settembre cadeva, ricordo, la “festa” dei Santi
Michele, Gabriele e Raffaele Arcangeli.
In materia di commemorazioni angeliche il Concilio non ha operato
mutamento alcuno.
L’Angelo Custode a molti, a tutti noi richiama la bella, semplice e quotidiana preghiera appresa dalle labbra materne: Angelo di Dio che sei
il mio custode, ecc.; per i più vecchi Angele Dei qui custos es mei, etc.
Oggi gli Angeli non sono fra i dimenticati: anzi! Su di loro si scrivono
decine di libri; l’ultimo, mi sembra, è quello americano di Megan Mc
Kenna: Angeli: se non ci fossero bisognerebbe inventarli. Di essi parlano e scrivono in molti; si direbbe che c’è addirittura un revival
dell’Angelo. Ma non sempre è salva e rispettata la loro figura così
come è presentata dalla Chiesa: custodi in nome di Dio, protettori in
Suo nome, uniti a Lui senza confusione né separazione del divino dall’umano. Attraverso certi riti, sette e filosofie che oggi girano il mondo
(s’è visto qualcosa anche in film) la figura dell’Angelo è a volte ambigua, ambigua e usurpatrice come ci ricorda Olivier Clement citando S.
Paolo.
Sono stati messi in giro Angeli ambigui che, ad esempio, aiutano l’uomo a sentirsi più sicuro di sé; in questo momento in cui “la sicurezza
del cittadino è il problema principale del nostro paese” (V. Andreoli su
Tempo) essi sono…gratis “l’ultima guardia del corpo” (Andreoli,
Tempo 18 settembre)!
Ma a parte dissacrazioni e scherzi, vengono presentati Angeli così
amici e così protettori che possono darti la sicurezza (la superbia) che
ciò che tu pensi è senz’altro la verità: sono Angeli che si fanno amare
ma che fanno dimenticare Dio fonte di Verità e sorgente di Virtù e di
Fede. Con notevole spirito dialettico ha parlato di Angeli e di “Angeli
necessari” anche chi li considera solo come ipotesi filosofica per
ammettere che c’è qualcosa di invisibile attorno a noi: un buco del pensiero.
188
Siamo lontani da ciò che recentemente scriveva l’americano
R.E.Brown: “L’angelo nella Bibbia è un semplice modo di descrivere
la presenza di Dio in mezzo agli uomini”.
Per cui il fenomeno un po’ consumistico degli Angeli sui generis reinventati può diventare come scrive Padre Domenico Mucci su Civiltà
Cattolica (19 settembre 1998) “banale, balordo e pericoloso” quando
lo si collega come fa il movimento New Age alla proposta “di un cristianesimo ridotto alla sua sola dimensione spirituale”: per sentirsi
tranquilli e felici di per se stessi.
Ma noi continuiamo a vedere l’Angelo come strumento e aiuto verso
la salvezza.
1998
189
VARIA E LUNGA STORIA DELLE SEPOLTURE
Varia e lunga è la storia delle sepolture. Di essa mi limiterò ad un breve
frammento che può interessare.
Ognuno di noi entrando in qualche vecchia chiesa o in quelle dove non
è stato rifatto il pavimento può vedere pietre e lastre tombali poste, evidentemente, sopra qualche sepolcro. Oppure è facile imbattersi in
qualche cappella, a volte di gran pregio artistico, con ben incisi nelle
lapidi nomi e titoli dei defunti ivi sepolti. Dunque un tempo, e fino ai
primi decenni del secolo scorso la morte aveva ospitalità negli edifici
consacrati. Ma non fu sempre così.
Anticamente i decemviri romani nella legge delle dodici tavole (circa
450 anni prima di Cristo) prescrissero (ma succedeva anche presso altri
popoli) di non seppellire né cremare i cadaveri entro le mura cittadine:
Hominem mortuum in urbe ne sepelito neve urito. Ed ecco infatti, per
venire ad una realtà a noi vicina senza scomodare Roma o Pompei, i
sepolcreti impiantati a destra e a sinistra della via Flaminia fuori le
mura di Fano.
Nel medioevo, invece, la morte fu sempre vicina e familiare, fu - dice
lo storico Ariès, laico - “addomesticata”, e ciò ebbe inizio presso i cristiani prima in Africa e poi a Roma. Finisce la ripugnanza per la vicinanza dei morti, già ossessione per romani ed ebrei sia per la fede nella
resurrezione dei corpi sia per il culto reso ai martiri e alle loro tombe.
Così i morti entrarono nelle città e la morte non fu espulsa dalla vita,
non fu igienizzata ed estraniata come cominciò ad avvenire soprattutto nella seconda metà dell’Ottocento e nei nostri giorni nei quali, con
parecchia esagerazione, parlare della morte propria è poco corretto e
quasi morboso. Ammonisce Ariès: “Ciò che è davvero morboso non è
parlare della morte, ma tacerne come oggi si fa”.
Però dobbiamo dire che la morte degli altri ci viene mostrata giornalmente con un certo distacco abitudinario, a volte cinico, nella stampa
e nella TV; ma senza mai aiutarci ad una religiosa meditazione su questo argomento che pur ci riguarda tutti. Nel medioevo la morte fu dunque addomesticata; la sepoltura fuori dai recinti sacri delle chiese (ove
190
venivano sepolti ecclesiastici e nobili soprattutto) o fuori dai cimiteri
che le attorniavano, era riservata ai malvagi, ai condannati a morte, ai
colpevoli non pentiti. L’attuale cimitero urbano di Fano, in via della
Giustizia, ha origine dall’antico “campo della giustizia” dove venivano sepolti i delinquenti morti sul patibolo.
La sepoltura, dentro o attorno alla chiesa, diventa il santo dormitorio
(“cimitero” ha dal greco questo significato) in cui i morti sentono il
calore dei vivi che frequentano gli stessi luoghi, che pensano e pregano per loro. La morte così è un prolungamento della vita. Tutto ciò
senza dimenticare certe approssimazioni e trascuratezze di alcuni
cimiteri rurali, messe in luce anche dal clero.
Dal rinascimento in poi, adagio adagio, cambia la mentalità fino a
giungere alla ripulsa fosco liana degli “effigiati scheletri” nelle città,
fino alle leggi dell’imperatore Giuseppe d’Asburgo e di Napoleone
che, ai motivi igienici, univano prese di posizione culturali ideologicamente lontane dalla mentalità cristiana che sempre ha considerato la
morte uno “dei veri problemi della vita”.
1999
191
IL FANESE MONS. LUIGI FERRI VESCOVO DI MONTALTO
E DI RIPATRANSONE
Un trafiletto apparso qualche mese fa su Avvenire (31.10.2002) ci ha
dato modo di ripensare (il “perché” apparirà di seguito) a mons. Luigi
Ferri (Fano, 1868 - 1952) Vescovo di Montalto (1911) e poi di
Ripatransone. Nel trafiletto in questione intitolato: “Vita comune dei
preti, segno per il territorio”, si legge che i Vescovi della Basilicata,
senza prendere iniziative ufficiali, hanno discusso della vita comunitaria dei preti, indicando uno stile di vita che riunisca più sacerdoti sotto
un unico tetto. “È l'unica via - dicono i componenti della Conferenza
Episcopale della Basilicata - per una presenza significativa ed efficace
dei sacerdoti nella vita religiosa e sociale della regione. Non si tratta di
vivere come monaci o frati. I preti devono organizzare esperienze
opportune di condivisione di vita materiale e di impegni pastorali”.
Come si vede è solo una ipotesi, privilegiata quanto si vuole, ma solo
ipotesi che non desta scandalo nonostante le implicazioni pratiche e
teologiche che comporta.
Il Vescovo Luigi Ferri a cui opportunamente, dato che se ne perdeva la
memoria, hanno dedicato un libro Silvano Bracci, Vincenzo Catani e
Pietro Pompei, oltre ad essere ricordato per tutto quello che di nobile e
di santo può fare un Vescovo è ricordato per l'attività spesa nel sostenere i cosiddetti “cenacoli presbiterali”, un progetto di vita comune per
i preti secolari, appunto, proposto da don Francesco Vittorio Massetti
e dall'urbinate don Ugo Bonazzoli, morto cappellano militare in Russia
nel 1943.
L'entusiasmo di questi due sacerdoti si trasmise al Vescovo Ferri e il
primo cenacolo nacque ufficialmente il 2 agosto 1943 a S. Benedetto
del Tronto. Ma a qualcuno parve troppo spinto il coinvolgimento laicale, soprattutto femminile, all'interno del cenacolismo.
Dal punto di vista teologico ci pare che venne notato che i cenacolisti
mettevano l'obbedienza alla carità al posto di ogni forma di obbedienza alla autorità gerarchica.
Il cenacolismo venne allora guardato con sospetto; intervenne il S.
Ufficio e il 1° luglio 1945 il Vescovo Ferri emise il decreto di sciogli192
mento del Movimento dei Cenacoli. Alla fine di quello stesso anno
mons. Ferri, che aveva 78 anni, chiese di essere sollevato dal governo
delle diocesi di Montalto e di Ripatransone. Nominato Vescovo titolare di Liviade si ritirò a Fano, presso la casa di suo fratello Augusto e lì
morì nel 1952.
L'entusiasmo con cui aveva creduto di fare un nuovo servizio alla
Chiesa non fu sufficiente a preservarlo dal calice dell'amarezza e della
solitudine. Ma, come abbiamo visto all'inizio di questa nota, il senso
delle sue idee è ora ripreso e discusso come ipotesi per dare slancio
all'opera dei sacerdoti.
2003
Da sinistra: i vescovi Luigi Ferri, Vincenzo Del Signore,
Oddo Bernacchia (Fano 24 ottobre 1937)
193
NON VOLLE I SACRAMENTI
Il recente articolo di Silvano Bracci per ricordare monsignor Vincenzo
Del Signore mi ha fatto tornare in mente la prima volta che lo incontrai. Fu in Duomo, durante gli anni trenta, quando gli servii la messa
voluta, per grazia ricevuta, dalla celebre cantante lirica Toti Dal Monte
che aveva avuto un incidente automobilistico ed era stata curata nel
nostro ospedale. Durante la messa, con Duomo forse pieno più di
curiosi che di fedeli, il soprano eseguì parecchi brani adatti alla sacra
funzione.
Su monsignor Del Signore, rettore del Seminario Regionale Pio XI, mi
raccontò Bruno Tonucci, che se qualcuno usciva di sera il rettore attendeva e non andava a letto finché tutti non fossero rientrati: erano le
convinzioni di “un buon padre di famiglia” come diceva lui.
Ma il ricordo più vivo e per me più commovente è un altro. Stava per
morire una persona non credente; monsignor Del Signore, vescovo, lo
andò a visitare e cercò di pacificarlo con la Chiesa. Ottenne un rifiuto:
la persona in questione fu gentile, ma ferma nelle sue convinzioni. Il
vescovo tornò in episcopio molto turbato. Qualcuno lo vide nella piazzetta del Duomo e gli domandò: “Cosa è successo, eccellenza?” Allora
il vescovo raccontò tutto e disse che avrebbe dovuto pensarci prima e
se quel tale si presentava davanti a Dio da miscredente era anche per
colpa sua che non aveva fatto quello che doveva. Questo era monsignor
Del Signore, uno che sentiva profondamente il senso di responsabilità.
Per finire: negli ultimi mesi dell’occupazione tedesca di Fano il
comandante germanico gli chiese di indicare una persona per fare il
podestà della città. Naturalmente non si trovò nessuno. Allora si offrì
lui, ma i tedeschi che non lo volevano si vendicarono. Prima di andarsene minarono e buttarono giù sei campanili, recando gravi danni ad
altrettante chiese. Per fortuna a San Pietro in Valle si limitarono a sparacchiare contro gli angeli di stucco. Poi completarono la loro nefasta
opera distruggendo torri e case civili. La scusa che i campanili potevano servire ai loro nemici per scrutare la zona verso Pesaro era del tutto
fasulla: infatti gli alleati avevano molti e ben attrezzati velivoli da rico194
gnizione e il nostro campanile più alto, quello di Monte Giove, non fu
toccato. È una storia che i fanesi più vecchi conoscono, ma giova ricordarlo ogni tanto per pensare alla disumanità di quella guerra: autentico “suicidio dell’Europa”. Furono tre cattolici: De Gasperi, Adenauer,
Shuman a volere e a lavorare per un’Europa unita che non cadesse più
nel baratro di altre guerre. I marxisti, anche quelli dei PCI italiano,
furono naturalmente contrari. C’era da aspettarsi qualcosa di diverso?
2007
195
LA CAUSA DI BEATIFICAZIONE DEL VESCOVO PASSIONISTA
FANESE BATTISTELLI
Il 19 novembre 2001 con una solenne funzione svoltasi nella
Cattedrale di Teramo è stata trasmessa alla Congregazione dei Santi la
causa di Beatificazione del Servo di Dio mons. Amilcare Stanislao
Battistelli.
Il vescovo Amilcare Battistelli, che ormai pochi fanesi ricordano, nacque a Fano, da famiglia fanese, il 28 settembre 1885 nella parrocchia
del Duomo. Rimasto orfano di padre (falegname) all'età di cinque anni,
visse in povertà con la madre e con il fratello Carlo. Con l'aiuto di
mons. Luigi Ferri, parroco, entrò nel seminario di Fano e nel 1900 ricevette la tonsura. La lettura della biografia di San Paolo della Croce stimolò in lui il desiderio di farsi passionista, contrastato in ciò sia dai
superiori sia dalla madre. Allora (3 giugno 1906) fuggì dal Seminario
e si rifugiò nel convento di Montescosso (Perugia) dove il padre-maestro lo accolse facendogli assumere il nome di Stanislao.
Fu poi oratore efficace e forbito specie dopo due anni di studi teologici a Roma. Scrisse una biografia stampata dieci volte; molte pagine ci
vorrebbero per narrare la vita semplice, austera e illuminata dalla grazia che poi trascorse sia come superiore del convento di San Gabriele
al Gran Sasso sia come pastore di anime: come Vescovo di SovanaPitigliano, poi di Teramo e Atri. Molte furono le sue iniziative a favore dei fedeli e del clero, molto 1’affetto e la venerazione di cui fu circondato sempre e ovunque. Lasciata la Diocesi di Teramo per limiti di
età, ritornò al Convento di San Gabriele ove il 20 febbraio 1981 chiudeva santamente la Sua lunga vita.
Introdotta il 2 giugno 1988 la Causa di Beatificazione, ora si attende la
decisione della Congregazione dei Santi. Mons. Amilcare Battistelli
più volte venne a Fano, città sempre a Lui cara. È bene che i fanesi non
lo dimentichino e sperino che un giorno venga elevato agli onori degli
altari.
2007
196
IL FURTO A SAN PATERNIANO
Ripetendo il gesto di chi nel 1895 rubò nella Basilica di S.
Paterniano lo Sposalizio della Vergine - splendida tela del
Guercino, fortunosamente poi ritrovata anche se malconcia, i ladri
recentemente sono tornati nella Basilica sottraendo dalla sacrestia 7
tele del ‘600 e del ‘700. tre di sicuro valore artistico: una attribuibile al Guercino o alla sua scuola, due al Gennari; le altre di grande valore devozionale perché rappresentano S. Paterniano e la
Madonna. Il furto è avvenuto mentre per iniziativa dei padri cappuccini fervono i lavori di radicale e costoso restauro delle strutture architettoniche del cinquecentesco convento (chiostro e puteale),
degli affreschi del Ragazzini nella cupola e nell’abside della
Basilica, di numerose tavole e tele: una di quelle rubate era fresca
di restauro. I malviventi, per ironia della sorte, o per calcolata
necessità di far presto, sono arrivati proprio mentre si stava iniziando l’iter burocratico per dotare di apparecchiature di allarme la
Basilica e il convento! Tale furto, che non è l’unico in questo periodo, ripropone con nuova urgenza alla diocesi il problema, comune
a tutta Italia, della tutela del patrimonio storico-artistico della
Chiesa.
Premesso che nei musei diocesani allestiti un po’ ovunque, va collocato ciò che artisticamente e storicamente è importante, ciò che
non serve più all’uso liturgico o apparteneva a chiese sconsacrate o
abbandonate, o non può essere assolutamente difeso in loco, resta
di tutta evidenza la necessità di custodire e difendere le opere che si
desidera mantenere nei luoghi per i quali sono nate e di cui fanno
parte integrale.
Il museo, per quanto bello e ricco, è privo di sacralità del luogo di
culto: non mi è mai venuto in mente di dire una preghiera di fronte
a un quadro sacro esposto in una pinacoteca. La difesa dei beni artistici ecclesiastici presenta difficoltà di vario ordine, ma esse non
dispensano nessuno dal dovere della loro difesa; è pertanto necessario che alle difficoltà non si aggiunga colpevole indifferenza o super197
ficialità come quelle che si manifestano nella alienazione delle suppellettili minori, dei mobili, ecc. di cui vediamo ampia esposizione nelle
botteghe e nelle fiere degli antiquari. Di fronte alle difficoltà della difesa sta l’assalto crescente dei ladri stimolati dalla domanda del “mercato” nazionale e internazionale, destinato a crescere (quest’ultimo) quando nel 1993 sarà liberalizzato il traffico tra i paesi della CEE, e sta
anche l’inadeguatezza dei sussidi dello Stato, prontissimo a porre vincoli, ma lento a fornire strumenti di difesa e di conservazione.
Tuttavia non sempre si è pronti ad usufruire delle provvidenze dello
Stato, della Regione, degli Organismi internazionali, perché mancano
attenzione, informazione e volontà. Su questo punto avremo occasione
di ritornare, anche perché il discorso che oggi ha preso le mosse dal
furto di quadri deve allargarsi agli edifici, ai mobili, agli archivi e alle
biblioteche.
Tutto ciò va guardato non solo come patrimonio di cultura, ma anche
di fede e di vita della Chiesa. Non dimentichiamo ciò che ha scritto la
CEI: “La dignità dell’arte sacra è stata riaffermata dal Concilio
Vaticano II per la sua natura di nobile attività dell’ingegno umano, per
la realizzazione della bellezza divina e espressa nelle opere dell’uomo
e per il contributo prestato alle menti degli uomini indirizzandole religiosamente a Dio”.
1991
198
IL SEMINARIO REGIONALE LASCIA FANO
È noto che i Vescovi marchigiani hanno decretato la fine della permanenza a Fano della sede del Seminario Regionale: la nuova sorgerà ad
Ancona. Fano aveva fin dal 1909 solo il Seminario vescovile, intitolato a S. Carlo; per tutto l’Ottocento quel seminario aveva goduto meritata fama di grande efficienza didattica e formativa nel campo culturale e spirituale: possedeva (vera eccezione per quei tempi) una biblioteca di circa 6.000 volumi. Nel 1909, in linea con le direttive della Santa
Sede, i Vescovi del Piceno Superiore (o Marca Settentrionale) scelsero
Fano, proprio per la sua rinomata serietà, a sede del Seminario
Interdiocesano per i Corsi di Teologia. Convennero qui, nella sede di
S.Agostino in via Vitruvio, i seminaristi-teologi di Ancona, Urbino,
Pesaro, Pennabilli, Fossombrone, Cagli, Pergola, Iesi, Osimo e
Cingoli, S. Angelo in Vado e Fano. Senigallia pur avendo dato il placet
mai inviò i suoi seminaristi, mantenendosi in una posizione defilata
(qualcuno diceva addirittura ostile) nei confronti di Fano.
Primo rettore del nuovo seminario fu mons. Ettore Castelli, milanese.
Intanto l’idea di concentrare le forze per dare vita a Seminari Teologici
sempre più efficienti dal punto di vista formativo-culturale fece intravedere la possibilità, fin dal 1914, di trasformare l’Istituto
Interdiocesano di Fano in Seminario Regionale. Una prima offerta per
realizzare l’opera fu fatta direttamente al Papa Pio X da un sacerdote
milanese amico di Mons. Castelli, don Cavallotti, che versò 25.000
lire, somma consistente per quei tempi. Nello stesso anno la Santa
Sede (era divenuto Papa Benedetto XV) decise di acquistare, concorrendovi finanziariamente il Vescovo di Fano, il Convento dei
Cappuccini costruito, con la Chiesa di Santa Cristina, fuori città, sulla
via Flaminia.
Nel 1916 il Seminario ebbe anche i corsi liceali interni: così Fano
divenne un centro di grande importanza per il clero di molte diocesi.
Non c’è bisogno di dire che disponendo il Seminario fin da allora di
numerosi ecclesiastici di grande levatura morale e culturale tutta la
città ne ebbe un benefico effetto. Fu Pio XI (Papa Ratti) a promuove199
re il Seminario Interdiocesano al rango di Seminario Regionale
Marchigiano che poi, meritatamente, fu a lui intitolato.
L’apertura, nel 1924, avvenne nei locali progettati ex novo dall’ing.
Giuseppe Momo che costruì un edificio arioso e assolutamente rispettoso delle norme antisismiche allora in vigore, tanto che il grande terremoto del 1930 non recò alcun danno.
Dopo settant’anni di feconda attività il Pio XI, presumibilmente nel
1994, cesserà la sua funzione. Tutto ciò sarà indubbiamente per Fano
una grave perdita, un sicuro impoverimento.
1992
200

Documenti analoghi