Giorgio Rossi Cairo - L`Azienda Italia

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Giorgio Rossi Cairo - L`Azienda Italia
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L’Azienda Italia si cura con concentrazioni
e low cost di qualità
Giorgio Rossi Cairo
CorrierEconomia, 5 dicembre 2011
Su fatti e numeri di questa crisi è difficile obiettare. Da vent’anni l’Italia cresce meno degli altri
Paesi europei: un sesto dell’Europa dei quindici e un quinto della Germania; siamo usciti da
molti settori ad alto valore aggiunto (elettronica, chimica fine, farmaceutica, impiantistica per
le telecomunicazioni); una crescente pressione fiscale ha penalizzato la produzione di
ricchezza a vantaggio della rendita; abbiamo smesso di attrarre investimenti esteri (solo la
Grecia oggi fa peggio di noi). Senza più la droga delle svalutazioni la nostra quota nelle
esportazioni mondiali si è ridotta del 35%, mentre quella tedesca è aumentata del 20%. Non
possiamo più finanziare investimenti per rilanciare la crescita.
Anche sulle responsabilità, si può convenire: la classe politica non ha saputo far funzionare la
macchina statale, semplificare le norme che regolano l’economia, ridare vitalità all’assetto
sociale; la classe dirigente (imprenditori, professionisti, magistrati, sindacalisti), d’altra parte,
è venuta meno al suo compito preferendo ritirarsi in trincea a difesa dei propri interessi. Farsi
scudo oggi delle responsabilità politiche serve a poco e, in ogni caso, se pure tutte le riforme
annunciate fossero realizzate di colpo, ci vorrebbero almeno dieci anni per vederne gli effetti.
Qual è allora la strada per tornare a crescere? La prima risposta è mentale: come
imprenditori non dobbiamo perdere coraggio e fiducia nelle nostre capacità.
Poi ci sono le cose da fare. La prima è definire un nuovo posizionamento dell’impresa italiana
sui mercati esteri. In passato abbiamo investito in automazione (oggi sarebbe impossibile),
più recentemente abbiamo cercato di delocalizzare le produzioni (nell’ultimo decennio lo
stock d’investimenti italiani all’estero è pressoché quadruplicato). Nel complesso abbiamo
continuato a puntare su produzioni semplici, inseguendo vantaggi di costo destinati a
erodersi velocemente. Oggi bisogna percorrere nuove strade. Possiamo cogliere la forte
crescita dei Paesi emergenti adattando prodotti e servizi alla domanda dei singoli mercati.
Nello stesso tempo dobbiamo organizzarci per presidiare e rafforzare la parte alta della
catena del valore (ricerca, marketing, supply chain) investendo in formazione tecnica e
manageriale.
Il nostro costo del lavoro va gestito per quello che è: un vantaggio competitivo. I dati del 2008
dicono che con 35.600 euro, costo medio per dipendente, l’Italia è allineata ai 27 Paesi
dell’Unione; Gran Bretagna, Francia e Germania si collocano oltre la media in misura del 2530%. Se un’impresa tedesca volesse oggi sviluppare un software, troverebbe più
conveniente operare con un nearshore in Italia invece che con un offshore in India. Il
differenziale di costo tra l’India e l’Italia, in particolare il Sud, è più che compensato da un
servizio migliore, da una maggiore produttività, un’elevata flessibilità operativa e dall’assenza
di fuso orario.
Un altro punto chiave è l’adattamento dell’offerta ai livelli medi di reddito. In Italia e negli altri
Paesi europei il segmento delle famiglie a reddito medio-basso si sta purtroppo ampliando:
bisogna rispondere a questo trend con un’offerta di prodotti di qualità, ma a prezzi contenuti,
valorizzando le peculiarità del made in Italy e contendendo la scena a player stranieri che
sono già riusciti a rubare al Paese dell’arredamento il primato sui mobili a basso costo.
C’è poi l’irrisolto tema delle dimensioni. È ora di considerare le nostre numerose piccole e
medie imprese un’anomalia, non una virtù. Circa il 70% dei lavoratori italiani è impiegato in
aziende che hanno meno di 50 dipendenti, contro il 30-40% di Francia, Germania, Stati Uniti.
Nell’economia di oggi non si può continuare a essere una potenza industriale senza grandi
aziende.
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Per realizzare il salto dimensionale servono:
1) imprenditori che puntino alla crescita piuttosto che al controllo;
2) un sistema finanziario che guardi le reali prospettive industriali delle imprese;
3) un intervento statale che agevoli le aggregazioni. I distretti tradizionali, oggi focalizzati
sulle basse tecnologie, devono invece concentrarsi su poche e selezionate tecnologie
emergenti e agire da catalizzatori di crescita ed export. Il nostro know how in alcuni settori
(dal design all’automotive) è tuttora riconosciuto.
Individualmente, ne sono certo, sapremo trovare la forza per tornare a crescere, ma come
categoria dobbiamo cambiare approccio surrogando lo Stato nella formazione, nel supporto
all’export, nella promozione di una cultura fiscale responsabile, nel sostegno ai settori
emergenti. L’Italia ha sviluppato nei secoli le capacità per compensare l’assenza di un
interlocutore pubblico pronto, capace, efficiente. A questa capacità possiamo e dobbiamo
attingere senza compromessi.

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