le infiltrazioni mafiose nelle amministrazioni comunali. i casi di

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le infiltrazioni mafiose nelle amministrazioni comunali. i casi di
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MILANO
FACOLTÀ DI SCIENZE POLITICHE,
ECONOMICHE E SOCIALI
CORSO DI LAUREA MAGISTRALE IN
SCIENZE SOCIALI PER LA RICERCA E LE
ISTITUZIONI
LE INFILTRAZIONI MAFIOSE
NELLE AMMINISTRAZIONI
COMUNALI.
I CASI DI MILANO E DI
MONZA E BRIANZA.
UN MODELLO DI ANALISI.
Tesi di Laurea di: Patrizia Parma
Relatore: Prof. Fernando Dalla Chiesa
Correlatore: Dott.ssa Martina Panzarasa
Anno Accademico 2012/2013
INDICE
INTRODUZIONE
pag. 3
CAPITOLO 1 – Evoluzione del rapporto delle organizzazioni mafiose con la
politica
Mafia, ‘ndrangheta e camorra: specificità e caratteri comuni
pag. 9
All’origine delle infiltrazioni mafiose nei Comuni: la funzione ancillare pag. 13
La
trasformazione
del
rapporto
tra
mafia
e
politica:
dalla funzione ancillare al rapporto paritario
pag. 22
L’arrivo dei mafiosi a Milano
pag. 31
CAPITOLO 2 – Lo scioglimento dei Consigli Comunali per infiltrazioni mafiose
La
nascita
della
normativa
sugli
scioglimenti:
teorie
sociologiche di riferimento
pag. 39
Analisi degli scioglimenti: andamento temporale, distribuzione
geografica e colore politico
pag. 46
Le cause di scioglimento e il modello dei “motivi di
scioglimento”
pag. 55
CAPITOLO 3 – L’infiltrazione mafiosa “sommersa” a Milano e nei Comuni della
provincia di Monza e della Brianza: i fatti di cronaca
Il caso del Comune di Milano
pag. 64
Gli eventi nei Comuni della provincia di Monza e della Brianza
pag. 83
Il caso del Comune di Monza
pag. 145
CAPITOLO 4 – Dai fatti di cronaca al modello di infiltrazione nelle
Amministrazioni Comunali di Milano e di Monza e Brianza
La colonizzazione della Lombardia: analisi dell’affermazione
della ‘ndrangheta al Nord
pag. 159
Il ruolo delle Amministrazioni Comunali nel processo di
colonizzazione del Nord: la “convergenza”
pag. 171
Analisi della “convergenza” come sintomo di devianza e
politiche di contrasto
pag. 181
CONCLUSIONE
pag. 193
2
INTRODUZIONE
Esistono almeno quattro elementi che toccano, a vario titolo, il rapporto tra mafia e
governo locale e che vengono proposti dal sociologo Vittorio Mete.
In primo luogo, il tema della sicurezza dei cittadini: malgrado i morti ammazzati di
matrice mafiosa siano all’ordine del giorno, spesso con vittime del tutto innocenti,
la minaccia alla tranquillità e alla sicurezza nelle nostre città è proiettata verso
l’esterno, verso i “diversi”, e in particolare gli immigrati.
Il secondo elemento riguarda il peso crescente che il settore privato assume nel
campo dei servizi pubblici locali. In particolare il prolificare di società a prevalente
o a totale partecipazione pubblica, pone nuove questioni alla governance delle
nostre città: la gestione nell’erogazione di servizi fondamentali per i cittadini
secondo logiche insieme pubbliche e private, rendendo il governo locale un centro
di potere che fa gola a coloro che hanno parecchio denaro da investire.
Un terzo aspetto riguarda la dilagante disaffezione politica, che tuttavia non
riguarda i sindaci e gli amministratori locali: contrariamente agli altri uomini
politici ed ai partiti, gli amministratori locali sono infatti percepiti come soggetti
non troppo distanti dalla nostra realtà. Pertanto allontanare l’attenzione dal governo
locale, significa disinteressarsi in generale del rapporto tra cittadini e politica, già
particolarmente compromesso.
Infine, in tempi in cui tutte le forze politiche si proclamano federaliste, stupisce il
fatto che vi sia una scarsissima attenzione alla concreta minaccia mafiosa verso
l’autonomia degli enti locali.1
La recente esplosione dell’epidemia del fenomeno di infiltrazione mafiosa nei
Comuni, nel senso di una sua espansione territoriale, ci spinge ad interrogarci
sull’esistenza di schemi mafiosi di attacco alle fortezze dei Comuni, reiterati nel
tempo e nello spazio.
I Comuni d’altra parte sono l’istituzione più radicata nella storia del nostro paese:
l’Italia è difatti uno Stato fortemente caratterizzato dalla preminenza storica
dell’istituzione “Comuni”, che in molti casi non solo preesiste, ma è molto più
1
V. METE, Fuori dal Comune. Lo scioglimento delle amministrazioni locali per infiltrazioni
mafiose, Bonanno, Catania 2009, pp. 13-18
3
antica dello Stato attuale e delle istituzioni statuali che l’hanno preceduta. In un
certo senso, anzi, lo Stato si è affermato contro le autonomie locali, feudali e
sociali. 2 Tale preminenza è riconosciuta anche dalla Costituzione della Repubblica
Italiana, quando all’articolo 5 recita che “La Repubblica, una e indivisibile,
riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo
Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi
della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento”.
In realtà, con l’unificazione, il nuovo Stato italiano estende agli enti locali di tutta la
penisola la legge già vigente nel Regno di Sardegna (la legge 23 ottobre 1859, n.
3702, c.d “legge Rattazzi”): lo Stato italiano ha così, all’origine, carattere
decisamente accentrato. I comuni, pur essendo istituzioni di gran lunga più antiche
non solo del neonato Regno ma anche degli Stati preunitari, vengono posti sotto
stretta tutela statale, sia attraverso il controllo prefettizio sugli atti e sugli organi, sia
mediante la nomina governativa dei sindaci. Soltanto i consiglieri venivano eletti
dai cittadini maggiorenni in possesso dei diritti civili e di alcuni requisiti di censo,
mentre gli assessori che formavano la giunta erano nominati dal consiglio
comunale.
La prima breccia nel rigido centralismo è stata aperta dalle riforme crispine del
1888-89, le quali intervenivano sul tema del rapporto centro-periferia con una
nuova legge di ordinamento degli enti locali. Presidenti delle province e sindaci
delle città maggiori (con popolazione superiore ai 10.000 abitanti) diventavano
cariche elettive; nel 1896, la legge Di Rudinì avrebbe poi esteso a tutti i comuni
l’elettività degli organi esecutivi.
L’avvento del fascismo segnava invece un deciso passo indietro nel lungo cammino
per l’emancipazione delle autonomie in molti enti locali: la legge 4 febbraio 1926,
n. 237, infatti rendeva nuovamente di nomina governativa le cariche di vertice degli
enti locali: il Sindaco democraticamente eletto veniva così sostituito dal podestà. I
consigli comunali venivano trasformati in consulte con funzioni, appunto,
consultive, perdendo la loro qualità di organi elettivi; la scelta dei lori membri
veniva attribuita in parte al Prefetto e in parte ai sindacati e alle associazioni locali
(poi alle corporazioni). Il testo unico del 1934 (R.D. 3 marzo 1934, n. 383) sanciva
2
SCHILARDI C., Governo degli enti locali e gestioni commissariali, in Quaderni SSAI, 2011, pp.
3-8
4
e contemplava il quadro così tracciato. Gli enti stessi, non più realmente autarchici,
venivano definiti come “ausiliari” dello Stato.
Al crollo del fascismo, nel 1943, una serie di decreti luogotenenziali cancella
rapidamente dall’ordinamento le disposizioni più lesive delle autonomie contenute
nel T.U. del 1934, con particolare riferimento all’elettività degli organi politici, che
riprendono le vecchie denominazioni (Sindaco, presidente, giunta e consiglio). La
Costituzione inoltre, con uno storico cambiamento di rotta rispetto alla tradizione
accentratrice, sancisce tra i suoi principi fondamentali il riconoscimento delle
autonomie locali. Si afferma così in Italia, un peculiare modello di Stato, che non è
federale, poiché la Repubblica resta “una e indivisibile” (art. 5, comma 1), ma è
comunque improntato al massimo rispetto per le autonomie locali.
I principi costituzionali hanno trovato non poche resistenze nella loro pratica
attuazione. Soltanto nel 1990, a quattro decenni di distanza dall’emanazione della
Costituzione, viene approvata una legge organica di riforma degli enti locali, che
attua i principi costituzionali in materia. Fino a quel momento l’ordinamento locale
era incongruamente ancora disciplinato dal T.U. del 1934. La Legge 8 giugno 1990,
n. 142, quando finalmente vede la luce, si presenta particolarmente innovativa,
introducendo, tra l’altro, il riconoscimento dell’autonomia statutaria dei Comuni,
sia pure con uno spazio di autodeterminazione non particolarmente ampio.
L’autonomia democratica locale è stata poi rafforzata dalla legge 25 marzo 1993, n.
81 che ha introdotto l’elezione diretta dei sindaci.
Recentemente, con la legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 di riforma del titolo
V della Costituzione, le norme in materia di autonomie locali sono state quasi
integralmente riscritte. L’articolo 114, che apre il titolo V, oggi chiaramente
afferma che “la Repubblica” non “si riparte” ma “è costituita dai Comuni, dalle
Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”, elencati così, in
ordine inverso rispetto al testo previgente della stessa norma. Questo ordine di
elencazione non è casuale, ma si collega al principio di sussidiarietà, che viene ora
costituzionalizzato
dall’articolo
118,
integralmente riscritto:
“Le funzioni
amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l’esercizio
unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla
base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza”.
5
Con la riforma del titolo V della Costituzione dunque, i Comuni sono posti in una
posizione di assoluta preminenza rispetto alla struttura centrale dello Stato, la quale
viene concepita esclusivamente in una posizione ausiliaria rispetto agli enti locali.
In questo contesto di supremazia attribuita agli enti locali, l’influenza della
criminalità organizzata di tipo mafioso sulle amministrazioni locali, diventa un
fenomeno preoccupante e di rilevanza assoluta. In particolare, la mafia cerca di
incidere sull’organo politico delle amministrazioni locali poiché questo detiene il
monopolio degli obiettivi dell’ente locale.
Ma esiste anche un’ulteriore modifica dell’ordinamento degli enti locali che ha
portato come corollario diretto la possibilità di infiltrazioni e condizionamenti, non
solo nei confronti degli attori politici, ma anche a carico dell’apparato
amministrativo dei Comuni: la riforma che ha portato alla separazione di funzioni
tra politici e dipendenti amministrativi. Un primo passo in questo senso era già stato
fatto con l’approvazione degli artt. 51 e 53 della Legge 8 giugno 1990, n. 142, che
avevano difatti introdotto le prime riserve di competenze a favore dei c.d.
responsabili dei servizi, cioè i funzionari o impiegati (nei piccoli enti) cui fanno
capo i servizi di maggior rilievo (tecnico e contabile), attribuendo loro, fra l’altro, il
compito di esprimere pareri tecnici sulle deliberazioni giuntali e consiliari. La
completa separazione di funzioni fra politici e amministrativi, con attribuzione a
questi ultimi di poteri autonomi, sarebbe intervenuta, con il D.Lgs. 25 febbraio
1995, n. 77, anticipatore della Legge 127/97 (c.d. “legge Bassanini bis”), che ha
riformato la finanza locale secondo criteri moderni improntati all’efficienza,
all’economicità e all’efficacia dell’azione amministrativa, con la previsione di un
piano esecutivo di gestione, di competenza della giunta comunale, che dispone
annualmente l’attribuzione delle risorse, non soltanto finanziarie ma anche
strumentali e umane, ai responsabili di servizio. Si realizza così pienamente il
modello di distinzione dei compiti fra politica e amministrazione: l’organo di
indirizzo politico esecutivo specifica gli obiettivi dell’azione amministrativa e ne
assegna le risorse ai funzionari i quali, poi, perseguono i risultati attesi in piena
autonomia.
La trattazione che segue vuole cogliere il rischio di infiltrazione mafiosa a cui sono
soggetti i Comuni di Milano e della provincia di Monza e della Brianza, partendo
6
dall’elaborazione di un modello sociologico delle “cause di scioglimento”,
predisposto sulla base dell’esperienza dei Comuni che hanno già subito il
provvedimento di scioglimento forzoso del consiglio comunale da parte del
governo per intervenute infiltrazioni di stampo mafioso. Anzitutto, dopo aver
proposto un inquadramento generale delle caratteristiche condivise e delle rispettive
specificità delle singole organizzazioni mafiose, verrà affrontato il tema
dell’evoluzione delle relazioni tra mafia e politica (capitolo 1). Lo sviluppo di
questo rapporto sarà tale da rendere necessaria la nascita di una normativa che
preveda lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali per causa di mafia,
unica al mondo (capitolo 2). Nel capitolo 2 verranno analizzati l’andamento
temporale, la distribuzione geografica e il colore politico degli scioglimenti per
infiltrazione mafiosa e si individuerà un modello dei “motivi di scioglimento”, che
verrà
impiegato
ai
singoli
Comuni
come
strategia
d’azione
ai
fini
dell’individuazione di aree di vulnerabilità al loro interno. In particolare nel
capitolo 3 si prenderanno in considerazione i fatti di cronaca che hanno riguardato i
Comuni di Milano e della provincia di Monza e della Brianza e si scoprirà
l’esistenza del pericolo di condizionamenti mafiosi. Infine nel capitolo 4 si offrirà
una possibile spiegazione della conquista da parte delle organizzazioni mafiose, in
particolare della ‘ndrangheta, di pezzi della società settentrionale (secondo il
modello “vincere in trasferta” elaborato dal professor Dalla Chiesa ), individuando
nella corruzione dei politici e dei pubblici funzionari la linfa da cui la pianta
mafiosa trae la sua forza vitale e riconducendo la convergenza che unisce i politici e
i funzionari pubblici ai mafiosi alle teorie di studio sulla devianza. A questo punto
verranno indicate possibili politiche di contrasto.
7
Alcune vicende riportate in questa analisi riguardano procedimenti giudiziari
che, in alcune occasioni, sono ancora in attesa di giudizio definitivo. In tal
caso i protagonisti di queste vicende giudiziarie sono da considerare
innocenti fino a giudizio definitivo. In altri casi verranno riportate
frequentazioni da parte di politici, seppur non rilevanti penalmente,
quantomeno inopportune e da cui le organizzazioni mafiose traggono la loro
forza.
Al di fuori della rilevanza penale dei comportamenti, i fatti accertati senza
dubbio (quali intercettazioni ambientali, testimonianze di alta attendibilità,
etc.) costituiscono riferimento empirico per la descrizione e la comprensione
della realtà sociale studiata nella presente tesi.
8
CAPITOLO 1
Evoluzione del rapporto delle organizzazioni mafiose con la politica
1 – Mafia, ‘ndrangheta e camorra: specificità e caratteri comuni
Storicamente, le principali organizzazioni criminali italiane, mafia, ‘ndrangheta e
camorra, nascono in contesti molto diversi, soprattutto per via del differente
contesto sociale ed economico in cui vengono alla mondo, diretta conseguenza
delle diverse caratteristiche orografiche dei territori di origine.
La mafia nasce negli ampi spazi della Sicilia Occidentale (in particolare nelle
province di Palermo, Trapani, Agrigento, Caltanissetta e Enna), dove il sistema del
latifondo si presenta più forte.
A seguito delle riforme promosse durante il periodo di dominazione borbonica, tra
il XVIII e il XIX secolo, al latifondo di stampo feudale succede il vasto latifondo,
condotto su basi famigliari o capitalistiche: le terre ex - feudali sono messe in
vendita e vengono ricomprate solo da chi ha i mezzi necessari per coltivarle. Il
crollo del sistema feudale, che da’ impulso al processo di privatizzazione delle
terre, favorisce così lo sviluppo della proprietà borghese. Il fondo, quasi mai è
abitato dal ricco proprietario, in genere aristocratico, che preferisce la vita di città
lasciandone la cura al gabellotto, il quale pertanto fa le veci del proprietario. Il
gabellotto locale, che rappresenta una prima versione del mafioso, gestisce quindi il
latifondo per conto del proprietario e gli assicura che venga garantito l’ordine,
anche usando violenza, nella delicata fase di transizione dal feudalesimo al
capitalismo.
La camorra si afferma invece nei quartieri degradati della città di Napoli, dove i
camorristi sono dei mercenari i cui servigi vengono utilizzati anche per garantire
l’ordine pubblico. La nascita della camorra viene comunemente collocata a inizio
Ottocento, ma è indubbio che già nei secoli precedenti a Napoli si sviluppa e
prospera una malavita organizzata: i soldati del vicerè spagnolo che occupano
Napoli dal XVI secolo importano in città i metodi di violenza e di sopraffazione
della Guardugna, una sorta di confraternita cavalleresca nata e diffusa in Spagna e
capace di influenzare gruppi di potere legale nella vita politica spagnola.
9
Ma la camorra nasce ufficialmente nel 1820 come “associazione segreta”, con il
nome di “Bella Società Riformata”: storicamente pertanto è la prima
organizzazione mafiosa a fare il proprio ingresso sul palcoscenico criminale.
E sin dalle sue origini la politica si è servita della camorra: dapprima i camorristi,
costretti nelle carceri in rapporti di contiguità con i detenuti politici, vengono usati
dai Borbone come spie per combattere i movimenti rivoluzionari liberali.
Poi sono i liberali, consapevoli della necessità di costruire un sistema di alleanze
più largo per poter sconfiggere i Borbone che pensano di rivolgersi alla camorra.
E ancora è Salvatore Maniscalco, nominato Ministro della Polizia borbonica che
“volle servirsi dei malandrini per combattere il malandrinaggio”3 per ricostruire
l’ordinamento gravemente compromesso dalla rivoluzione liberale del 1848.
E poi, durante il passaggio dal regno dei Borbone all’arrivo di Garibaldi, Liborio
Romano, ministro di polizia del regno di Napoli e nominato Prefetto da Cavour per
il traghettamento dai Borbone ai Savoia, affida alla camorra il compito di
mantenere l’ordine pubblico nella fase di transazione all’unità d’Italia.
La camorra, che a differenza della mafia si afferma dunque dentro al degrado
urbano, non rappresenta dunque un fenomeno di potere, ma un fenomeno popolare,
che vive e si struttura dentro la vita delle zone più degradate della città, garantendo
l’ordine nel disordine sociale, con una funzione di mediazione tra società e politica.
La mafia invece non era formata da bande di straccioni o di diseredati, di disperati o
di nullafacenti, ma era qualcosa di molto più complesso e variegato in grado di
tessere relazioni politiche fino al punto di diventare uno “strumento di governo
locale”.4
E infine la ‘ndrangheta: essa nasce nell’estremo lembo della penisola italiana, in
una regione povera attraversata da splendide catene montuose, ma poco ospitali,
che sono state da sempre un formidabile ostacolo alla viabilità, agli scambi
commerciali tra una località e l’altra della stessa regione ed allo sviluppo
economico.
Il territorio della Calabria è stato abitato da una serie vastissima di popoli antichi,
tra i quali i Bruzi erano riconosciuti come una piccola potenza in rapida ascesa: la
loro prerogativa era quella di continuare a svilupparsi come civiltà autonoma e
3
4
G. FALZONE, Storia della mafia, Flaccovio, Palermo 1984, p. 70
E. CICONTE, Storia criminale, Rubettino, Soveria Mannelli 2008, p. 253
10
conquistatrice e ciò li spinse all’ostilità verso Roma, dato che non si sottomisero
mai del tutto. Proprio per il loro comportamento gli antichi abitanti della Calabria
furono accompagnati da giudizi sprezzanti e poco lusinghieri: i romani erano soliti
chiamarli “furfanti, predoni, uomini malvagi”.5 Da questi fatti così lontani si è
affermata, lungo i secoli, una memoria storica che ha rappresentato la Calabria e i
suoi abitanti con tratti pesantemente negativi.
Durante il periodo di dominazione borbonica, dal periodo che va dal sovvertimento
della feudalità all’unità d’Italia, in Calabria gli “spanzati”6 aumentano sempre di
più: gli “spanzati” sono i bravacci, coloro che commettono ogni sorta di bricconeria
rimanendo impuniti. A quel tempo questi ‘ndranghetisti erano presenti in piccoli
luoghi, villaggi e frazioni che superavano di poco i mille abitanti: in quei posti c’era
fame, miseria e abbandono. Le popolazioni vivevano isolate: i paesi erano vicini,
ma separati da fiumare, colline, valloni, gole e dirupi che inesorabilmente li
dividevano.7
E’ in questi luoghi, dove lo Stato è lontano, che a livello familiare nasce la
‘ndrangheta. E ancora oggi la cellula base di questa organizzazione criminale è la
‘ndrina, la famiglia criminale di appartenenza.
Anche se le sue origini sono così tanto radicate nel corso della storia, il termine
“‘ndrangheta” e soprattutto la sua percezione a livello politico, culturale e sociale
sono alquanto recenti: nel 1982, quando viene introdotto l’articolo 416 bis del
codice penale che ha previsto il reato di associazione per delinquere di stampo
mafioso, la ‘ndrangheta è rubricata tra “le altre associazioni comunque localmente
denominate”. La versione originaria dell’articolo infatti recitava: “Le disposizioni
del presente articolo si applicano anche alla camorra e alle altre associazioni,
comunque localmente denominate, che valendosi della forza intimidatrice del
vincolo associativo perseguono scopi corrispondenti a quelli delle associazioni di
tipo mafioso”. Allora ancora nel 1982 la ‘ndrangheta era ritenuta un’appendice, un
residuo.8
5
E. CICONTE, ‘Ndrangheta, Rubettino, Soveria Mannelli 2008, p. 6
E. CICONTE, Storia criminale, Rubettino, Soveria Mannelli 2008, p. 29
7
E. CICONTE, ‘Ndrangheta, Rubettino, Soveria Mannelli 2008, p. 28
8
N. DALLA CHIESA, M. PANZARASA, Buccinasco, la ‘ndrangheta al Nord, Einaudi, Torino
2012, p. 5
6
11
Bisognerà aspettare sino al 2010, per l’aggiunta delle parole “alla ‘ndrangheta” al
testo dell’art. 416 bis.
In generale, quella descritta è la situazione che si presenta in Sicilia, Campania e
Calabria al momento dell’unità d’Italia. Ma già prima dell’unità si deve registrare
un mutamento generalizzato dei caratteri della criminalità qui presente: da
criminalità “episodica”, di piccoli gruppi, sembra essere maturata una criminalità “a
tempo indeterminato”, dotata di proprie regole e in grado di diventare “criminalità
organizzata”.
La struttura organizzativa di questa “criminalità organizzata” ha però delle sue
specificità per ognuna delle singole consorterie criminali.
Grazie alle rivelazioni di Tommaso Buscata a Giovanni Falcone, si scopre che al
vertice della mafia c’è la Cupola: gli esponenti della Cupola sono nominati dai
“mandamenti” suddivisi per provincia. La Cupola ha una funzione di governo
effettivo dell’organizzazione.
L’organizzazione della ‘ndrangheta ci viene invece svelata dall’operazione Crimine
del 2010: nella ‘ndrangheta assistiamo ad uno sdoppiamento delle funzioni di
autorità.
C’è infatti un’autorità centrale di tipo morale, che ha la funzione di “custode”
dell’ortodossia dell’organizzazione e che sta a San Luca (piccolo comune di circa
4.000 abitanti in provincia di Reggio Calabria), poi ci sono le ‘ndrine, cioè famiglie
che possano contare almeno su una decina di affiliati, che godono di una loro
autonomia, ma che comunque devono rispettare la madrepatria.
L’unione di più ‘ndrine su un determinato territorio origina un Locale, che deve
avere a sua volta almeno una cinquantina di affiliati.
Un insieme di Locali origina poi un mandamento. In particolare al vertice
dell’organizzazione, detto “Crimine” o “Provincia”, rispondono tre mandamenti:
Centro (il più importante, con Reggio Calabria), Ionica e Tirrenica.
Quindi la ‘ndrangheta non è più un insieme di cosche largamente autonome tra
loro: come un tempo Cosa nostra, la criminalità calabrese si è data una cupola, retta
da un capo supremo.
La camorra, che nel contesto urbano si è affermata come “delinquenza di quartiere
strutturata”, ancora oggi continua a rimanere un pulviscolo di clan di varia
12
grandezza, ma senza una struttura di coordinamento centrale, anche se il clan dei
Casalesi rappresenta oggi una vera e propria organizzazione criminale paragonabile
a ‘ndrangheta e Cosa nostra, seppur rimanga profondamente radicata nella storia del
suo territorio in provincia di Caserta.
Diverse sono quindi le origini territoriali, economiche e sociali delle principali
organizzazioni criminali italiane, che si riflettono in differenti strutture
organizzative.
Pur tuttavia esiste un “modello mafioso” condiviso, che si esprime attraverso alcuni
elementi comuni, che convivono insieme in quanto componenti indispensabili per
la vita delle organizzazioni.
Un primo elemento è anzitutto il controllo del territorio, esercitato attraverso il
radicamento e la conoscenza, i rapporti di parentela e amicali e una fitta rete di
relazioni che vengono coltivate anche attraverso l’investimento in pubblici esercizi
come bar, ristoranti, discoteche.
Funzionale al controllo del territorio è la costruzione di un complesso di rapporto di
dipendenza personale, che permette di esercitare un forte condizionamento
ambientale, anche grazie un sistema di “raccomandazioni” usate in tutti i campi.
E ancora diventa elemento vitale per l’organizzazione di stampo mafioso la
violenza come suprema regolatrice dei conflitti.
Ma indispensabile al “modello mafioso” è altresì l’esistenza di rapporti organici
con la politica, necessari per mantenere l’anomalia di due Stati nello stesso
territorio, coltivare relazioni e ottenere risorse pubbliche, giudiziarie e informative.
Così, già tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, con lo sviluppo del processo di
democratizzazione, in Meridione le organizzazioni criminali coltivano rapporti con
uomini politici ai quali sono in grado di assicurare un certo numero di voti.
2 – All’origine delle infiltrazioni mafiose nei Comuni: la funzione
ancillare
Siamo allora al momento dell’unità d’Italia in Sicilia, Campania e Calabria.
Con l’affermazione dello Stato unitario, ma soprattutto in conseguenza del processo
di democratizzazione del diritto di voto, diventa di primaria importanza per i partiti
13
di notabili conquistare le masse: e in Italia lo si fa anche attraverso i mafiosi, i quali
riescono così a infiltrarsi nelle istituzioni.
A quei tempi, la base dell’elettorato amministrativo era il censo, cioè il pagamento
di una imposta attinente ai servizi locali. Ma dopo il 1865 il suffragio si andava
sempre più allargando, anche se il diritto al voto era ancora riservato ai soli maschi:
il corpo elettorale che nel 1880 era di 621.896, nel 1882 raggiungeva la
ragguardevole cifra, per l’epoca, di 2.049.461.9
Con il nuovo secolo alle porte, s’infittiva la lotta di nuovi ceti emergenti nel mondo
delle professioni e del commercio con l’obiettivo di scalzare le classi dirigenti che
avevano fatto l’unità e avevano governato nei decenni successivi. In quel periodo il
candidato non aveva dietro di sé il sostegno di un partito politico strutturato e
organizzato:10 siamo ancora ai partiti di notabili. Il politico quindi poteva contare
solo sulla sua rete di relazioni familiari e personali, sulle reti di clientele. Il potere
amministrativo era il terreno di scontro che vedeva protagoniste le famiglie e i
personaggi di spicco di quella realtà. Tanto più forte era la competizione e lo
scontro personale e familiare, tanto più grande era la necessità di procurarsi voti
con qualunque mezzo, anche con il prezioso aiuto del mafioso.
La mafia in particolare ha avuto da sempre uno stretto rapporto con il potere
politico, dimostrando anche di sapere influire sugli equilibri di governo, decisiva
come è stata nel passaggio dalla Destra alla Sinistra storica nel 1876. Essa aveva
anche contato sulla aperta simpatia di ben due capi del governo di origine siciliana:
Francesco Crispi (simbolo della Sinistra storica, anche se garante degli interessi
agrari con la tariffa protezionistica del 1887, feroce repressore dei Fasci siciliani
negli anni novanta) e Vittorio Emanuele Orlando (già presidente del Consiglio della
vittoria della prima guerra mondiale, che nel 1925 durante un comizio elettorale
argomentava: “Or vi dico, signori, che se per mafia si intende il senso dell’onore
portato
fino
all'esagerazione,
l’insofferenza
contro
ogni
prepotenza
e
sopraffazione, portata sino al parossismo, la generosità che fronteggia il forte ma
indulge al debole, la fedeltà alle amicizie, più forte di tutto, anche della morte. Se
per mafia si intendono questi sentimenti, e questi atteggiamenti, sia pure con i loro
9
E. CICONTE, Storia criminale, Rubettino, Soveria Mannelli 2008, p. 265
E. CICONTE, Storia criminale, Rubettino, Soveria Mannelli 2008, p. 274
10
14
eccessi, allora in tal senso si tratta di contrassegni individuali dell’anima siciliana,
e mafioso mi dichiaro io e sono fiero di esserlo!)”.11
Dallo studio di Antonino Cutrera sulla mafia e i mafiosi in Sicilia apprendiamo che
“É spesso nelle loro mani [dei mafiosi] l’esito di una elezione, e perciò è a loro che
si raccomandano i candidati, di qualunque colore politico, mettendo a loro
disposizione la borsa. Qualche volta il candidato può anche essere un antico e
devoto amico della mafia. In questo caso gli amici si offrono di appoggiare la
candidatura con entusiasmo e disinteresse.”12 “Nessuno è libero di votare nella
contrada, invece tutti debbono votare per il candidato o per i candidati che sono
portati dal capo, il quale appoggia quelli che più promettono, tranne il caso che il
candidato stesso non sia uno dei protettori, allora tutti votano per lui con
entusiasmo, perché oltre ad essere un onore per i picciotti avere a proprio
rappresentante una persona a cui sono devoti, è pure conveniente, nei loro interessi,
di avere un amico al consiglio comunale, al consiglio provinciale ed anche al
Parlamento nazionale” e ancora “Infatti nelle borgate vicino Palermo, o nei
sobborghi, ove la mafia è più forte e meglio organizzata, che in tutti gli altri comuni
della Sicilia, nelle elezioni si hanno proclamazioni all’unanimità o quasi. É
precisamente per questo motivo che il potere governativo si è servito, sino a pochi
anni addietro, della mafia nelle elezioni, quando si è interessato del risultato delle
elezioni, perché era certo di avere una forza elettorale compatta, sulla quale poteva
contare con sicurezza, perché quando la mafia promette, adempie” e “dal tempo in
cui le borgate furono autorizzate ad eleggere i propri rappresentanti al consiglio
comunale, i mafiosi di alcune di esse hanno mandato per loro rappresentanti i capi
della mafia. E qui, per mostrare l’attaccamento e la devozione dei picciotti verso i
loro rappresentanti, cade opportuno riportare il seguente episodio elettorale: in una
delle tante borgate che fan corona alla città di Palermo, fu eletto, nelle ultime
elezioni amministrative a consigliere comunale il capo mafia della contrada. Allora
11
N. DALLA CHIESA, La convergenza. Mafia e politica nella Seconda Repubblica, Melampo,
Milano 2010, pp. 31-34
12
A. CUTRERA, La mafia e i mafiosi. Origini e manifestazioni. Studio di sociologia criminale, A.
Reber, Palermo (1900) p. 53 in
http://www.eleaml.org/sud/mafie/mafia_mafiosi_origini_manifestazioni_1900_antonino_cutrera_20
12.html
15
i suoi elettori in segno di devozione ed ammirazione, gli offersero un orologio d’oro
con relativa catena, comprato a spese dei picciotti.”13
Ma la storia è ricca di altri episodi che testimoniano la storica infiltrazione dei
mafiosi nelle amministrazioni locali: “nel luglio del 1872 si dovette fare il
rinnovamento del quinto dei consiglieri dell’amministrazione comunale di
Bagheria, e la nuova associazione di mafiosi, ch’era sorta in Bagheria, per la prima
volta s’impegnò nella lotta elettorale, e riuscì a far risultare come sindaco il notaio
Castronovo, persona di carattere accensibile, cedevole alle pressioni, e capace di
dare appoggio ai tristi elementi. Per gli stessi maneggi furono pure eletti consiglieri,
e nominati poscia assessori Scaduto Gioacchino e Speciale Francesco, aderenti alla
nuova associazione della quale pure faceva parte il consigliere Scaduto Onofrio”.14
Anche se nei comuni di altre province siciliane la situazione non era compromessa
così tanto, qua e là c’erano segni preoccupanti come segnalavano le relazioni
inviate tra il 1884 e il 1888 dal Prefetto di Trapani e di Caltanissetta.
Ma pure a Napoli emergevano nei comuni episodi simili. In un passaggio
dell’articolo “Memorie di Camorra” pubblicato dal quotidiano “Il Mattino” dell’11
settembre 1998 con firma dell’allora presidente della Camera Luciano Violante si
legge: “Basterebbe ricordare quanto evidenziato nel secondo volume dell’edizione
del 1901 (p.570/Commissione Saredo), ove si denuncia che, dal 1895 al 1900, la
gestione del pubblico denaro speso dal Comune di Napoli non è stata mai deliberata
dal Consiglio Comunale. Al di la’ delle distrazioni di fondi in favore di precise
clientele politico-affaristiche che tali bilanci rivelano, va colta in questo fatto
l’esistenza
di
governo
assolutamente
estranea
al
principio
di
legalità
nell’amministrazione che si configura con l’autentico terreno di coltura per ogni
possibile convivenza e connivenza con le pratiche criminali camorristiche”.
L’inchiesta Saredo ricordata da Violante aveva avuto origine da un vero e proprio
scandalo che era scoppiato a Napoli alla fine del XIX secolo e che aveva avuto
ampie ripercussioni sul piano nazionale, ovvero la polemica nata tra il periodico
socialista “La Propaganda” e l’on. Casale, deputato crispino, accusato di pratiche
clientelari e camorristiche.
13
14
Ibid., pp. 68 – 69
Ibid., pp. 145 – 146
16
Bersagli principali delle accuse de “La Propaganda” erano stati il sindaco Celestino
Summonte e appunto l’on. Casale, entrambi, secondo il giornale, sostenuti dalla
camorra. Anche il direttore de “Il Mattino”, Edoardo Scarfoglio era finito nel
mirino del quotidiano socialista, che aveva parlato della triade Casale-SummonteScarfoglio come punta di un iceberg corrotto di funzionari, politici e
amministratori.
La polemica era sfociata in un clamoroso processo per diffamazione intentato dal
deputato nei confronti del giornale, conclusosi con l’assoluzione del giornale.
L’inaspettata sentenza aveva determinato lo scioglimento del consiglio comunale e
la nomina di una commissione d’inchiesta da parte del governo centrale, presieduta
appunto dall’on. Saredo.
L’inchiesta Saredo aveva portato alla luce la grave situazione di corruzione, di
clientelismo e di generale inefficienza del Comune napoletano.
Da un brano dell’inchiesta si legge: “Il male più grave, a nostro avviso, fu quello di
aver fatto ingigantire la Camorra, lasciandola infiltrare in tutti gli strati della vita
pubblica e per tutta la compagine sociale, invece di distruggerla, come dovevano
consigliare le libere istituzioni, o per lo meno di tenerla circoscritta, là donde
proveniva, cioè negli infimi gradini sociali. In corrispondenza quindi alla bassa
camorra originaria, esercitata sulla povera plebe in tempi di abiezione e di
servaggio, con diverse forme di prepotenza si vide sorgere un’alta camorra,
costituita dai più scaltri e audaci borghesi. Costoro, profittando della ignavia della
loro classe e della mancanza in essa di forza di reazione, in gran parte derivante dal
disagio economico, ed imponendole la moltitudine prepotente ed ignorante,
riuscirono a trarre alimento nei commerci e negli appalti, nelle adunanze politiche
e nelle pubbliche amministrazioni, nei circoli, nella stampa. È quest’alta camorra,
che patteggia e mercanteggia colla bassa, e promette per ottenere, e ottiene
promettendo, che considera campo da mietere e da sfruttare tutta la pubblica
amministrazione, come strumenti la scaltrezza, la audacia e la violenza, come forza
la piazza, ben a ragione è da considerare come fenomeno più pericoloso, perché ha
ristabilito il peggiore dei nepotismi, elevando a regime la prepotenza, sostituendo
l’imposizione alla volontà, annullando l’individualità e la libertà e frodando le leggi
e la pubblica fede”.
17
L’inchiesta Saredo aveva inoltre indagato profondamente sui meccanismi di
formazione del personale burocratico e sul funzionamento della macchina
amministrativa, e aveva messo in luce una struttura da sempre affollata ma
aumentata negli ultimi anni. Saredo aveva dimostrato come i meccanismi
d’assunzione per meriti, previsti dai regolamenti, erano regolarmente disattesi in
favore del principio della clientela. Età avanzata degli impiegati, basso grado
d’istruzione, esubero del numero degli assunti ma, soprattutto, il cumulo di doppi e
a volte triplici incarichi di lavoro in diversi uffici. Significativo il dato finanziario di
questa politica di impiego: le retribuzioni erano tra le più basse d’Italia, a fronte di
una spesa comunale dedicata agli stipendi, invece, tra le più alte.15
Le risultanze della commissione Saredo avevano avuto degli effetti non previsti
perché nel corso delle successive elezioni comunali i socialisti che avevano fatto
scoppiare lo scandalo vennero sconfitti, anche a causa dell’intervento di Enrico
Alfano, detto Erricone. Enrico Alfano all’epoca era il camorrista più potente della
città: grazie alle sue conoscenze, a tanti camorristi che erano al domicilio coatto
furono concesse licenze “premio”. La camorra in quegli anni era diventata infatti
uno strumento di battaglia politica per sbarrare la strada all’avanzata dei socialisti.16
Ma ciò accadeva anche in Sicilia: Napoleone Colajanni sosteneva che in Sicilia la
mafia era una potente forza elettorale, perché autorità e politici “si servono dei
mezzi mafiosi più disonesti e delle persone notoriamente appartenenti alla mafia
per far prevalere i canditati governativi”.17
La mafia, come la camorra, usata come strumento di lotta politica. Mafia e camorra
venivano ormai immortalate e descritte in “guanti gialli”, a significare colui che
ruba elegantemente, senza destare il minimo sospetto, a testimonianza dell’alto
livello raggiunto.
Ma anche in Calabria il rapporto tra ‘ndrangheta e politica era sbocciato molto
presto, subito dopo l’unità. Nel 1869 gli elettori della città di Reggio Calabria
vennero chiamati a votare per due volte. Le elezioni amministrative erano state
annullate e si dovettero rifare. L’attiva presenza in campagna elettorale e durante le
votazioni di elementi mafiosi aveva alterato il risultato della competizione. In
15
R. BRUN, La propaganda 1899, 1900: i due anni in cui rivoltammo Napoli, Caracò, 2011
E. CICONTE, Storia criminale, Rubettino, Soveria Mannelli 2008, p. 269
17
E. CICONTE, Storia criminale, Rubettino, Soveria Mannelli 2008, p. 271
16
18
quelle giornate si erano registrati anche fatti di sangue. Tra le altre persone colpite,
anche un medico, sfregiato al volto in pieno giorno. Il fatto, per quei tempi era
enorme e aveva suscitato scalpore e scandalo nell’opinione pubblica. Il Prefetto di
Reggio Calabria, che si era recato personalmente dalla vittima per verificare le
circostanze dell’accaduto, era convinto, come scrisse in una relazione, che “lo
sfregio” fosse stato fatto “per grane elettorali”. I giornali locali avevano scritto
apertamente di mafiosi che giravano impunemente per le vie della città e
denunciarono il fatto che i partiti fossero “obbligati a far transazioni con gente di
equivoca rispettabilità”. Eravamo nel lontanissimo 1869, ma potremmo essere ai
nostri giorni. Uno dei lati meno conosciuti della ‘ndrangheta è proprio il suo
rapporto con la politica che, com’è accaduto per Cosa nostra e la camorra, è molto
antico anche se è stato meno visibile e a lungo ritenuto inesistente o sottovalutato
nella sua dimensione ed importanza. La ‘ndrangheta si è difatti inserita nelle
litigiosissime lotte per il potere che in Calabria per un lunghissimo periodo storico
si sono caratterizzate come uno scontro furibondo tra famiglie contrapposte che si
contendevano i voti usando tutti i mezzi, non esclusi i metodi violenti e mafiosi. 18
La relazione della ‘ndrangheta con la politica, per non organica che sia, è
documentata, oltre che per la città di Reggio, anche per la sua provincia dove la
lotta per la conquista dei municipi era senza esclusione di colpi. “In un partito e
nell’altro”, scriveva in data 23 luglio 1895 il Sindaco di Gerace al Prefetto di
Reggio “non fanno difetto persone facinorose e delinquenti, e nelle loro riunioni si
mostrano orgogliosi”. 19 Era frequente che le elezioni fossero “influenzate dal
clientelismo locale e dall’uso talora spregiudicato degli uffici pubblici”.
20
Le
violenze erano all’ordine del giorno e la presenza della ‘ndrangheta nel gioco
politico cominciava a condizionare le elezioni. I prefetti di Reggio Calabria e
Catanzaro nelle loro relazioni di metà degli anni Ottanta rilevavano la pesante
situazione politica caratterizzata, a volte, da “ reati di sangue”.
Negli anni ’20 del Novecento, i giudici del Tribunale di Palmi mettevano in luce
che la ‘ndrangheta, nata “in seno alle classi meno abbienti”, “vegeta con
18
si veda pagg. 17 – 32 XV Legislatura Camera dei Deputati in
http://www.camera.it/_dati/leg15/lavori/documentiparlamentari/indiceetesti/023/005/00000003.pdf
19
P. CRUPI, L’anomalia selvaggia, Sellerio, Palermo 1992, pp. 28-30 che cita come fonte: Archivio
di Stato di RC, Gabinetto, Elezioni, inv. 34 B 72 fasc. 1109.
20
G. CINGARI, Storia della Calabria dall’Unità ad oggi, Latenza, Roma-Bari 1982, p. 65
19
l’acquiescenza delle classi più facoltose che spesso se ne servono per i loro fini di
predominio personale e di custodia dei latifondi e conta sullo amor del quieto
vivere della maggior parte”.21
Si metteva così in moto una svolta nelle attività delle ‘ndrine: esse non si
limitavano più a commettere reati, ma iniziavano ad allargare i loro interessi agli
affari che, con la politica, si potevano combinare.
Dunque, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento in tutte e tre le regioni le
organizzazioni mafiose erano in rapporti con uomini politici, ai quali erano in grado
di assicurare la raccolta di voti che a volte erano determinanti per la loro elezione.
Che i mafiosi in Sicilia, i camorristi in Campania, gli ‘ndranghetisti in Calabria si
siano mobilitati in campagna elettorale e si siano impegnati, a modo loro e con i
loro metodi, a dare una mano ai candidati e a portare voti, non deve destare
meraviglia.
In quegli anni, caratterizzati dal lento tramonto dei ceti espressione della grande
proprietà e nobiltà terriera, si incontravano due spinte. La prima proveniente dai
nuovi ceti borghesi che vedevano nella conquista delle amministrazioni comunali
un’opportunità e una possibilità di rapida affermazione e ascesa sociale oltre che di
superamento dei gruppi dirigenti risorgimentali. L’altra spinta proveniente invece
da altri settori della società, dai ceti popolari a quelli intermedi fino a spezzoni e a
segmenti significativi e numericamente rilevanti della stessa borghesia, che
intendevano riprogrammarsi e assicurarsi la propria ascesa sociale utilizzando una
nuova risorsa, quella della violenza, che era sempre stata presente nella vita di
relazione tra le persone, ma ormai poteva essere impiegata in modo organizzato,
messa al servizio di un disegno organico di governo locale.
Mafia, ‘ndrangheta e camorra, con tutte le loro differenze e le diverse capacità di
condizionamento sui rispettivi territori, si sono mosse quindi nella stessa direzione;
il che vuol dire che questo modo di agire, e cioè il rapporto con settori del mondo
politico e istituzionale, fa parte del loro modo d’essere, appartenente al bagaglio
costitutivo del codice genetico mafioso.
Ma sin dai primi anni della loro effettiva espansione mafia, ‘ndrangheta e camorra
si incontravano con i politici in un rapporto che non era paritario: i mafiosi, tranne
21
E. CICONTE, ‘Ndrangheta, Rubettino, Soveria Mannelli 2008, p. 35
20
rari casi, concorrevano alle elezioni di sindaci, di consiglieri comunali e provinciali,
di parlamentari, ma erano questi soggetti politici a dominare la relazione.
I mafiosi rimanevano in funzione servente, ancillare rispetto ai disegni dei candidati
che pure avevano sostenuto. Le mafie di questo periodo sono strumento di governo
per spregiudicati uomini politici, sono al servizio di un disegno di potere politico e
di dominio economico che non escludeva, anzi contemplava, la possibilità di
avvalersi di gente pregiudicata, violenta, prepotente, mafiosa.
Queste tendenze, affacciatesi in periodo liberale, proseguiranno durante il
fascismo 22.
Il regime fascista aveva abolito il sistema elettorale sostituendo agli organi elettivi
dei Comuni organi di nomina governativa. Nei Comuni veniva difatti istituito
l’ordinamento podestarile: il podestà, che era nominato con decreto reale,
assommava in sé le attribuzioni del Consiglio comunale, della Giunta municipale e
del Sindaco. Il fascismo aveva una grande ambizione: voleva colpire gli intrecci tra
mafia e notabili liberali che l’avevano protetta e per realizzare questo obiettivo nel
1925 Mussolini aveva nominato Prefetto di Palermo Cesare Mori. A lui erano stati
concessi poteri straordinari, con una competenza estesa a tutta la Sicilia, al fine di
sradicare il fenomeno mafioso sull’isola.
Certamente l’opera di Mori colpì duramente l’ala militare della mafia, ma risultò
soccombere di fronte all’intreccio che si stava determinando tra élite mafiosa e élite
del regime: la sua strategia infatti fu tesa al “salvataggio dei latifondisti” che
storicamente erano tra coloro che di più avevano intrattenuto rapporti con i mafiosi.
La mafia non fu debellata perché, contrariamente a quello che si pensava, era un
fenomeno molto più complesso che non poteva essere affrontato e risolto con
un’azione repressiva di imponenti dimensioni. La mafia, lo dimostrò proprio
l’ampia attività di Mori, non si poteva spegnere solo con la repressione.23.
La camorra attraversò il ventennio fascista tra connivenza e repressione. Molti
delinquenti diventarono squadristi entrando a far parte delle squadre fasciste ed
ebbero in cambio il silenzio sul loro turbolento passato. Ma al fascismo davano
fastidio i guappi a capo di piccole entità criminali che non riusciva ad eliminare. La
pressione sulla malavita era continua e pesante, perché non c’era nessuna possibilità
22
23
E. CICONTE, Storia criminale, Rubettino, Soveria Mannelli 2008, pp. 274-276
Ibid., p. 280
21
e nessuna intenzione di giungere a compromessi. Oltretutto i voti dei camorristi non
servivano più a nulla: non esistevano più libere elezioni.
Così la camorra nelle sue forme tradizionali spariva, lasciando il passo alla
guapparia. Essa avrebbe avuto modo di risvegliarsi energicamente solo dopo la
seconda guerra mondiale con il mercato nero, il contrabbando di sigarette e il
commercio agro – alimentare.
Anche in Calabria il regime fascista considerava le ‘ndrine alla stregua di semplici
“associazioni di malandrini” composte solo da “volgari delinquenti dediti al
furto”.24 Ma negli anni Trenta vennero alla luce episodi inquietanti che mostravano
una ‘ndrangheta ben impiantata persino nei piccoli comuni e addirittura abbarbicata
in frazioni. In alcuni comuni della Locride e dell’Aspromonte si determinò una
situazione paradossale. Le masse popolari e i ceti subalterni si trovarono privati dei
partiti, dei sindacati e di qualsiasi strumento di difesa dei loro interessi, compresi
quelli legati alla sopravvivenza quotidiana. L’unica organizzazione che continuava
a funzionare, seppure in forma segreta e clandestina, era quella della ‘ndrangheta.
Così le ‘ndrine di quel tempo furono popolate oltre che da criminali, anche da
persone contrarie al regime. 25
3 – La trasformazione del rapporto tra mafia e politica: dalla funzione
ancillare al rapporto paritario
Con lo sbarco degli alleati in Sicilia, crollato per intero l’apparato statale fascista,
gli alleati cercano fra i notabili locali (aristocratici, sacerdoti, proprietari terrieri) i
detentori, se non di un potere reale, almeno di forme di influenza e di autorità, ai
quali affidare funzioni amministrative e di raccordo tra governo alleato e
popolazione civile. Così, molti dei sindaci che affiancheranno l’AMGOT (Allied
military government of occupied territory) saranno uomini “di rispetto”
dell’onorata società e gli “antifascisti” rinchiusi nel carcere di Favignana dai tempi
delle retate del Prefetto Mori. Da Calogero Vizzini, sindaco di Villalba, a Genco
Russo, sovrintendente agli approviggionamenti; da Max Mugnani, responsabile dei
magazzini farmaceutici americani, a Vito Genovese, ricercato dalla polizia
24
S. GAMBINO, Mafia. La lunga notte della Calabria, Edizioni quaderni Calabria-oggi, Serra San
Bruno 1976, p. 70
25
E. CICONTE, Storia criminale, Rubettino, Soveria Mannelli 2008, pp. 282-283
22
americana e ritrovato, nelle vesti di interprete, nell’ufficio di Charles Poletti a Nola
(Napoli), molti posti chiave saranno affidati a uomini d’onore nella speranza di
controllare l’ordine pubblico e i rifornimenti alimentari minacciati dal mercato nero
e dal pullulare di gruppi armati di sbandati, grassatori e banditi. 26 Calogero Vizzini,
nominato sindaco di Villalba da un tenente americano, veniva così accolto all’uscita
della cerimonia di insediamento da un gruppo di suoi fedelissimi: “viva la mafia,
viva la delinquenza, viva don Calò”.27
Conclusa la seconda guerra mondiale, le mafie quindi riprendono in grande stile le
attività criminali, anche grazie ai nuovi appoggi politici.
In particolare con l’avvio della Guerra Fredda viene realizzata “una spregiudicata
operazione politica da cui prenderà avvio il progressivo inquinamento della
Democrazia Cristiana siciliana, presupposto delle successive collusioni politicoaffaristiche con i gruppi mafiosi”:28 l’operazione consisteva nel convogliare i voti
mafiosi verso la Dc, allo scopo di arginare il pericolo comunista.
I mafiosi rimangono comunque ancora in una posizione ancillare e servente rispetto
alla politica, ma questa sciagurata scelta strategica aiuta a comprendere perché la
mafia sia potuta diventare, con il passare degli anni, una potenza di primaria
grandezza.
Fino ai primi anni ’50 il fenomeno mafioso in Sicilia rimane strettamente legato, sia
dal punto di vista sociologico che dal punto di vista economico, al latifondo: fino a
quel momento è la rendita sulla terra a detenere il primato economico della mafia.
Ma negli anni ’50 assistiamo a una serie di eventi che determinano l’allargamento
degli orizzonti di interesse del mafioso. Innanzitutto, con la nascita della regione
Sicilia a statuto speciale (1946), la Cassa del Mezzogiorno (1950) e lo sviluppo
delle prime forme di integrazione europea (la CECA nel 1951), si affermano nuove
forme di produzione di reddito basate sulla spesa pubblica e indipendenti
dall’agricoltura. E in aggiunta i movimenti sindacali dei contadini portano nuovo
consenso ai politici in termini di voto: si finisce così per approvare la riforma
26
cfr. M. PANTALEONE, Omertà di stato, Pironti, Napoli 1993, cit., pp. 119-120; R. Ciuni, cit.
pp.105-6
27
N. TRANFAGLIA, Come nasce la Repubblica. La mafia, il Vaticano e il neofascismo nei
documenti americani e italiani. 1943/1947, note a cura di Giuseppe Casarrubea, Bompiani, Milano
2004, p. 150
28
A. COLETTI, Mafie. Storia della criminalità organizzata nel Mezzogiorno, Società editrice
internazionale, Torino 1995, p. 100
23
agraria. La riforma proponeva, tramite l’esproprio coatto, la distribuzione delle
terre ai braccianti agricoli, trasformati in piccoli imprenditori e non più sottomessi
al grande latifondista. La riforma determina quindi il declino della figura del
proprietario terriero.
Così a partire dagli anni ’50 i mafiosi si adeguano ai tempi maturando una
propensione urbana e cominciano a interessarsi ai Piani Regolatori dei Comuni.
In Sicilia sono gli anni del “sacco di Palermo”: la più grande speculazione edilizia
siciliana, caratterizzata da una espansione edilizia dissennata della città. Il periodo
era quello di Salvo Lima sindaco: dal 1958 al 1963. Il suo assessore ai Lavori
Pubblici era Vito Ciancimino, geometra arrivato a Palermo direttamente da
Corleone e definito dalla Commissione Antimafia simbolo della penetrazione
mafiosa nel Comune di Palermo.
L’operazione di cui si sono resi protagonisti i due esponenti democristiani
consisteva in una joint – venture tra mafia e politica, per cui viene cambiata la
destinazione urbanistica di alcuni terreni per fare edilizia ad altissima intensità
abitativa. In pochissimo tempo vengono abbattute numerosissime ville in stile
Liberty nei quartieri residenziali del centro: un incendio danneggia una parte
dell’interno
Florio,
del
un
villino
cottage
all’inglese nel verde di
viale Margherita, tra il 28
novembre del 1959 e i
primi giorni di dicembre
viene
demolita
villa
Deliella e un incendio
distrugge anche il Teatro
Bellini.
Operai al lavoro durante le rapide operazioni di
demolizioni di Villa Deliella
Il centro di Palermo viene sventrato e le periferie vengono ricoperte di cemento. Il
sindaco e il suo assessore ai Lavori Pubblici tolgono il vincolo delle aree adibite a
verde pubblico e coprono di cemento anche quelle. In 4 anni vengono concesse
4.205 licenze edilizie, di cui 3.011 sono intestate alle stesse cinque persone, cinque
mastri muratori sconosciuti e quasi nullatenenti: dei prestanome. E non ci sono solo
24
le licenze: ci sono i sub – appalti per il cemento, per la manutenzione di strade e
fognature, per la nettezza urbana, per la riscossione dei tributi comunali. 29
Ma il mafioso continua a mantenere una posizione subalterna rispetto al politico,
come dimostra un singolare episodio: Ciancimino una sera riceve a casa sua il boss
Riina, già con indosso il pigiama, a testimonianza della sua posizione preminente.30
Negli anni del dopoguerra la situazione calabrese differisce da quella siciliana,
perché parte della ‘ndrangheta vota per i partiti di sinistra Pci e Psi.
Le spiegazioni di questo comportamento stanno nella natura della ‘ndrangheta nei
comuni più piccoli dell’Aspromonte reggino, in quella componente popolare,
ribellista e antistatuale presente nella ‘ndrangheta ottocentesca e d’inizio
Novecento, che si mantenne viva durante il periodo fascista; anzi durante questo
periodo si rafforza sia perché il fascismo, vietando l’attività politica getta nelle
braccia dalla ‘ndrangheta molte persone scontente o che avevano bisogno di essere
difese e protette, sia perché la scelta di inviare al confino malandrini e politici senza
separarli fa sì che ‘ndranghetisti e comunisti stiano insieme. Questi ultimi reclutano
mafiosi convinti che abbracciare l’idea comunista significhi per i mafiosi lasciarsi
alle spalle il loro passato. Ma non sarebbe stato così.31
Da parte sua la camorra, con il ritorno della democrazia, recupera la sua funzione
politica di procacciatrice di voti, che a Napoli risulta particolarmente evidente
nell’organizzazione del consenso intorno alla figura di Achille Lauro, sindaco di
simpatie monarchiche, grande armatore e presidente della squadra di calcio
cittadina. Grazie a questa presenza elettorale, la camorra costruisce una
apprezzabile rete di rapporti con la pubblica amministrazione, che le consente
coperture, licenze, e soprattutto il rafforzamento della storica funzione di
mediazione (permessi, certificati, sussidi per i cittadini).32 Inoltre approfitta anche
dello stato di indigenza e abbandono in cui versa la popolazione negli anni
immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale e prende a dedicarsi al
29
Blu Notte, Rai3, puntata “Il “sacco” di Palermo” - Carlo Lucarelli in
http://www.youtube.com/watch?v=wiiiTa7C_TE
30
La Repubblica, 7 aprile 2010, disponibile in
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/04/07/dagli-incontri-con-riinaprovenzano-nacque.html
31
E. CICONTE, Storia criminale, Rubettino, Soveria Mannelli 2008, pp. 312-314
32
N. DALLA CHIESA, La convergenza. Mafia e politica nella Seconda Repubblica, Melampo,
Milano 2010, p. 47
25
mercato nero: i magazzini degli alleati costituiscono una formidabile fonte di
rifornimento di alimenti, medicine, sigarette e vestiario.
Poi, quando i soldati alleati tornano a casa, visto che il monopolio di Stato del
tabacco non è in grado di rispondere alla domanda, nascono piccole fabbriche che
producono illegalmente sigarette. Tuttavia la richiesta è superiore alle capacità di
produzione, così non resta che il rifornimento dall’estero: il contrabbando. Ma la
vera svolta per la forza economica della camorra si verifica a seguito di un evento
politico internazionale quale è l’indipendenza del Marocco (nel 1956) e la
conseguente chiusura del porto franco di Tangeri. Da questo momento il
contrabbando del tabacco diventa l’affare principale dei camorristi: quest’attività
consente alla camorra di divenire un’organizzazione criminale di livello nazionale
per lo smercio, ed internazionale, per l’acquisto e il trasporto di tabacchi. Le sue
capacità di negoziare all’estero ingenti partite di sigarette, di utilizzare con efficacia
i circuiti finanziari internazionali, di sfruttare al meglio le reti del trasporto
marittimo, le hanno consentito successivamente anche di acquisire un ruolo
primario nel mercato degli stupefacenti, che negli anni seguenti ha visto i camorristi
protagonisti nel traffico dell’eroina insieme alle cosche siciliane ed in quello della
cocaina insieme ai gruppi criminali sudamericani. Ma il contrabbando del tabacco
ha avuto anche un effetto sociale più dirompente: esso ha coinvolto vari strati della
popolazione, dai giovani utilizzati negli sbarchi delle casse di sigarette, ai
professionisti napoletani dedicati agli investimenti dei notevoli profitti, sino al
“personale” dedito alla vendita diretta per strada dei pacchetti di sigarette, ed è stato
tollerato persino dalle istituzioni. Ciò ha determinato un pesante inquinamento dei
comportamenti, per non dire della morale comune. Lo smercio delle sigarette di
contrabbando viene infatti considerato in quegli anni un lavoro: ad esso viene
attribuita la funzione di ammortizzatore sociale, senza rendersi conto che vengono
minati, nella coscienza collettiva, i principi fondamentali dello stato di diritto. Di
fronte all’atteggiamento dell’intera collettività davanti alla vendita in pubblico delle
sigarette di contrabbando, che avviene tranquillamente anche negli uffici pubblici,
non si può pensare altro che ad un livello bassissimo di percezione della illegalità,
tanto da ridurre la soglia della riprovazione sociale della scorrettezza nei
comportamenti di rilevanza collettiva solo ai delitti più gravi, mentre è invece
26
accettata o giustificata una fascia larga di condotte reato. Ciò che è emerge è una
devianza collettiva dai principi di legalità che dovrebbero invece ispirare le diverse
azioni dell’uomo.33
A parte queste considerazioni sociali, l’attività del contrabbando di sigarette
diventerà di fondamentale importanza per le mafie anche per scoprire le rotte che
sarebbero poi state dedicate, a partire dalla metà degli anni ’70, al traffico di
stupefacenti e che porteranno mafia, camorra e ‘ndrangheta a collaborare tra loro.
Il passaggio al traffico di stupefacenti avrebbe portato a una svolta la storia delle
organizzazioni criminali: il profitto illegale derivante dal narcotraffico assume per
tutte il primato rispetto alle altre fonti di guadagno.
Gli enormi introiti che derivano dall’apertura al traffico internazionale di droga
necessitano tuttavia di essere ripuliti attraverso il riciclaggio e poi il re-investimento
nell’economia e nei circuiti finanziari del denaro non più sporco: tutte queste
attività avrebbero portato alla sprovincializzazione delle mafie italiane, le quali
avrebbero finito con il varcare i confini regionali ma anche nazionali.
Ma l’apertura al traffico di droga, cela in sé anche a un’altra conseguenza esplosiva:
la pretesa di autonomia politica. Grazie ai suoi immensi capitali, il mafioso diventa
finanziatore delle campagne elettorali dei politici e predente di influire sulle loro
scelte in un rapporto paritario e non più subordinato.
E in questa nuova ottica di dominanza nei confronti della politica si possono
collocare i primi omicidi politici di ‘ndrangheta e camorra.
Il primo omicidio politico camorristico è quello di Pasquale Cappuccio, consigliere
comunale socialista a Ottaviano, che viene ucciso il 13 settembre 1978. Il
consigliere denuncia più volte la collusione della malavita con la politica in
riferimento ad appalti e speculazioni edilizie volute da Cutolo e appoggiate dall’ex
sindaco di Ottaviano, ex assessore provinciale, ex socialdemocratico tra i più votati
in Italia, prima di essere espulso dal partito.34
Non passa molto tempo e viene ucciso Domenico Beneventano, medico che
all’attività professionale associa l’impegno politico: viene eletto consigliere
33
G. DI GENNARO, A. LA SPINA, I costi dell’illegalità. Camorra ed estorsioni in Campania, Il
Mulino, Bologna 2010, pagg. 69-71
34
La Repubblica, 7 novembre 1987, disponibile in
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1987/11/07/ex-sindaco-amico-di-cutoloaccusato.html
27
comunale ad Ottaviano delle liste del Pci per due volte consecutive, nel 1975 e nel
1980. E’ ucciso a 32 anni nella mattina del 7 novembre 1980, perchè attacca Cutolo
nella sala del Comune.35
Pochi giorni dopo muore Marcello Torre, sindaco democristiano di Pagani, ucciso
perchè non è disponibile a manipolare la spesa per il terremoto dell’Irpinia (i cui
fondi statali diventano una risorsa inesauribile per i clan camorristici). Torre viene
eletto sindaco di Pagani il 7 agosto 1980 come indipendente della giunta Dc. Il 23
novembre dello stesso anno il paese è colpito dal terremoto e Torre si oppone
apertamente alle infiltrazioni camorristiche nelle procedure di assegnazione degli
appalti. Marcello Torre muore l’11 dicembre 1980 per mano di un gruppo di killer
della camorra.36
Il terremoto dell’Irpinia ha rappresentato di per sé una nuova occasione di crescita
criminale per i camorristi: grazie alla corruzione ed alla collusione con enti locali,
funzionari amministrativi di vario livello, che si sono resi “disponibili”, i camorristi
hanno avuto l’accesso ai fondi pubblici. Come ricordano Giacomo Di Gennaro e
Antonio La Spina: “Il risultato di questa grande opera di infiltrazione è stata la
contaminazione di una parte ampia della politica locale e di una fetta consistente
del settore dell’edilizia. Il metodo camorrista applicato al campo delle costruzioni
ha alimentato il circuito del lavoro nero, dell’abusivismo, della violazione delle
regole di sicurezza, della falsificazione delle fatture, dell’evasione fiscale.
L’impatto ambientale, al pari di quello sociale, è stato devastante. Il costo
complessivo pagato dalla collettività è stato altissimo. La ricostruzione è stato il
grande business su cui la camorra ha potuto speculare ottenendo guadagni
considerevoli, ma grazie ad essa la camorra è anche entrata a pieno titolo nei
salotti dell’imprenditoria e della politica”.37
La camorra in questa occasione si rivela infatti particolarmente pragmatica:
piuttosto che elaborare un rapporto con la classe politica tende a produrre
internamente a se stessa un nuovo ceto politico. E’ questo il fenomeno degli anni
35
si veda pag. 16 XI Legislatura Camera dei Deputati in
http://legislature.camera.it/_dati/leg11/lavori/Bollet/40874_18.pdf
36
Il Fatto Quotidiano, 14 febbraio 2013, disponibile in
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/14/e-se-boss-cutolo-parlasse-forse-denise-avrebbe-padre-daricordare/499405/
37
G. DI GENNARO, A. LA SPINA, I costi dell’illegalità. Camorra ed estorsioni in Campania, Il
Mulino, Bologna 2010, pagg. 69-71
28
ottanta. La scelta di bruciare le tappe. Di fare eleggere i membri dei clan
direttamente nei consigli comunali per poi portarli negli assessorati, così da non
avere più bisogno dei rappresentanti. Il camorrista punta dunque a essere
contemporaneamente capo-criminale, imprenditore e politico, unificando in sé o
nella sua famiglia tutte e tre le funzioni. Clamoroso diventa il caso del fratello di
Antonio Bardellino, Ernesto. Quest’ultimo viene eletto sindaco di San Cipriano
d’Aversa il 10 giugno 1982, a suggellare nel modo più appariscente la capacità
della camorra di arrivare ai vertici del potere politico locale. E non trovando spazi
adeguati nella Dc si candida, trionfalmente nel Psi. A quel punto la famiglia decide
di puntare più in alto, di candidarlo al Senato della Repubblica. Famosa a questo
punto la sua passeggiata con il segretario nazionale del Psi, Bettino Craxi, lungo il
corso principale di San Cipriano di Aversa, arrivato in prima persona per
dissuaderlo dall’intento, nel tentativo di evitare lo scandalo.38
L’assassinio di Giuseppe Valarioti è invece il primo omicidio politico compiuto
dalla ‘ndrangheta. «Aiuto cumpagni, mi spararu»: è il grido che si leva la notte tra
il 10 e l’11 giugno 1980 e sono le ultime parole di Giuseppe Valarioti.
A metà degli anni ‘70 Valarioti, che di mestiere è insegnante precario, si iscrive al
Partito Comunista Italiano e diviene segretario della sezione di Rosarno, dove viene
eletto consigliere comunale per il Pci. Mancano pochi giorni alle elezioni comunali
del 1980. Sono settimane ad alta tensione, una lotta senza quartiere per aggiudicarsi
le poltrone locali. I compagni della sezione del Pci condannano i tentativi della
mafia di controllare le cooperative agricole, difendono il territorio dalla
‘ndrangheta, dalla speculazione edilizia e dalle infiltrazioni. Valarioti è un passo
avanti agli altri e non smorza i toni nonostante i compagni di partito, i parenti, la
fidanzata gli chiedano prudenza. Lui ascolta ma va avanti e organizza un comizio
contro gli ‘ndranghetisti, nella piazza principale di Rosarno, proprio il giorno in cui
si svolgono i funerali della madre del boss Giuseppe Pesce. Da una parte Peppe e i
suoi, dall’altra il boss e i suoi uomini: in mezzo la gente di Rosarno. Alle elezioni
vince il Pci e gli uomini dei clan non vengono eletti. Ma la reazione della
‘ndrangheta non si fa attendere: Valarioti viene ucciso nella notte tra il 10 e l’11
38
N. DALLA CHIESA, La convergenza. Mafia e politica nella Seconda Repubblica, Melampo,
Milano 2010, pp. 50-51
29
giugno 1980, mentre esce dalla cena con cui il Pci festeggiava la vittoria alle
elezioni. 39
E a questo punto anche la ‘ndrangheta compie l’analoga scelta della camorra,
ricercando rapporti di interlocuzione con la politica molto pragmatica, senza
predilezione di alcuna bandiera, e medesimo tentativo di entrare direttamente nelle
amministrazioni comunali. Caso limite resta quello di Francesco Mancuso di
Limbadi, comune limitrofo a Gioia Tauro: Mancuso nel 1983 si candida a sindaco
del suo paese venendo eletto trionfalmente. Mentre procede lo scrutinio delle
schede, è però latitante. Interviene così il presidente della Repubblica Sandro
Pertini, che con proprio decreto anticipa (e di molto) i principi base della legge del
1991 sullo scioglimento dei consigli comunali infiltrati dalla mafia.40
La mafia invece ha iniziato già molto presto a uccidere esponenti politici: il primo
omicidio politico eccellente a cui possiamo risalire dopo l’unità d’Italia è quello di
Emanuele Notarbartolo, ex sindaco di Palermo e senatore, ucciso nel 1893 per
conto di Raffaele Palizzolo, deputato vicino a Crispi. Tuttavia occorre rilevare che
la mafia per parecchio tempo è stata semplicemente il braccio armato di altri: dopo
l’accordo con la Democrazia Cristiana nel secondo dopoguerra uccidere sindacalisti
e politici del Psi e del Pci è uno dei modi con cui la mafia partecipa alle campagne
elettorali per conto della Dc.41 E ovviamente gli esponenti politici siciliani della Dc
che sono in contrasto con questa linea politica finiscono male come succede al
sindaco democristiano di Camporeale, Pasquale Almerico, che il 25 marzo 1957
viene massacrato dai killer perché ha osato negare la tessera del partito a “don”
Vanni Sacco.42 Così il potere della mafia, a differenza di camorra e ‘ndrangheta, si
colloca in un progetto politico nazionale: quello dell’anticomunismo.
L’omicidio politico che segna invece una svolta epocale nella strategia mafiosa
rispetto alla precedente condizione di collusione con la politica è quello di Salvo
Lima, sindaco di Palermo dal 1958 al 1963: il 12 marzo 1992, dopo le sentenze del
maxiprocesso, Cosa nostra cerca la vendetta nei confronti della zona grigia che
39
cfr. D. CHIRICO e A. Magro, Il caso Valarioti (Rosarno 1980: così la 'ndrangheta uccise un
politico (onesto) e diventò padrona della Calabria), Round Robin Editrice, Roma, 2010
40
N. DALLA CHIESA, La convergenza. Mafia e politica nella Seconda Repubblica, Melampo,
Milano 2010, pp. 50-51
41
E. CICONTE, Storia criminale, Rubettino, Soveria Mannelli 2008, p. 295
42
E. CICONTE, Storia criminale, Rubettino, Soveria Mannelli 2008, p. 294
30
aveva promesso di difenderla. Lima è la vittima che segna una rottura con il passato
nel rapporto mafia-politica e l’inizio della stagione di mafia stragista guidata dai
Corleonesi.
4 – L’arrivo dei mafiosi a Milano
A Milano e in Lombardia le varie organizzazioni mafiose sono arrivate lungo i
medesimi sentieri percorsi in tutte le altre regioni del Nord, al seguito dell’enorme
flusso di lavoratori meridionali durante l’epoca del cosiddetto boom economico e
per effetto di una legge dello Stato che pensava di spezzare i legami dei mafiosi con
l’ambiente d’origine inviandoli in soggiorno obbligato nei lontani comuni del Nord
Italia.43 Il soggiorno obbligato si è rivelata una formidabile occasione di
penetrazione e di inserimento dei mafiosi in nuove realtà territoriali: concepito
come uno strumento per allontanare il mafioso dalle terre d’origine nella
convinzione che la distanza e l’abbandono del contesto criminale lo avrebbero
indotto a cambiare vita o, quanto meno, a diradare i rapporti e le frequentazioni con
altri mafiosi, il soggiorno obbligato ha avuto l’effetto opposto di portare al Nord i
primi semi di una pianta destinata a germogliare e a dare copiosi frutti.44 I
soggiornanti difatti non si potevano muovere dalle sedi di domicilio, ma non per
questo erano isolati perché erano frequentemente raggiunti da persone provenienti
dal loro comune di nascita, e molti di queste erano sicuramente mafiose. In tal
modo era giocoforza che alcune riunioni importanti di mafia prendessero a
svolgersi in località del Nord.45
A favorire l’arrivo dei mafiosi al Nord, accanto a questi fattori esterni ve ne sono
stati altri di carattere locale, a cominciare dal particolare sviluppo urbanistico
dell’epoca che, al di là e ben oltre gli accertati casi di speculazione edilizia, ha
avuto delle caratteristiche tali da agevolare, in modo del tutto involontario e
inconsapevole, l’infiltrazione mafiosa. In quegli anni vengono costruite nelle
periferie urbane delle grandi città – a Milano come a Torino come a Genova e come
in tanti altri piccoli e medi centri - quartieri più o meno estesi di edilizia economica
43
E. CICONTE, Estorsioni ed usura a Milano e in Lombardia, Roma, 2000, p. 20, disponibile in
http://www.insiemepercorsico.it/wpcontent/uploads/2011/04/Estorsioni_ed_usura_a_Milano_e_in_Lombardia.pdf
44
Ibid., p. 21
45
Ibid., p. 22
31
e popolare dove i nuovi arrivati sono costretti o spinti ad abitare. Quartieri
dormitorio, costruiti in tutta fretta, inizialmente privi dei servizi più elementari
quali le strade, i mezzi di trasporto, le scuole, gli asili, i negozi, le aree verdi, i
parchi gioco. In queste estreme periferie cittadine, in quartieri che la polemica
politica e giornalistica del tempo definiva quartieri-ghetto, i lavoratori meridionali
stentano ad integrarsi con il resto degli abitanti della città. Nascono zone di
marginalità ed emarginazione. Confinate nei casermoni delle periferie, cospicue
fasce giovanili vivono distanti dal cuore pulsante delle grandi metropoli, che viene
avvertito come un luogo socialmente irraggiungibile. In queste aree, dove ben
presto si sarebbero saldate la vecchia criminalità locale e quella di recente
importazione, e dove la criminalità locale molto spesso avrebbe avuto una funzione
ancillare rispetto a quella mafiosa, viene riprodotto lo stesso stile di vita dei paesi di
provenienza; e così i mafiosi si muovevano in un ambiente a loro familiare, per
nulla ostile.46
La mafia a Milano si materializza con l’arrivo di Joe Adonis (pseudonimo di
Giuseppe Antonio Doto): Adonis arriva a Milano nel 1958 e abita in un
appartamento al settimo piano di via Albricci. Qui vive da gran signore,
frequentando i locali alla moda ed i night clubs, mostrando maniere raffinate e
vestendo con eleganza. La famiglia Doto (con il piccolo Giuseppe), come molti altri
emigranti, si trasferisce negli Stati Uniti a inizio Novecento. Negli anni del
proibizionismo Adonis si afferma come personaggio duro, astuto e spietato e
diventa rapidamente il braccio destro del potente boss Frank Costello; tra i loro
partner anche Lucky Luciano. Ma non è facile per gli inquirenti americani
incastrare Adonis, perché, da buon mafioso, cura molto la rispettabilità della sua
facciata. Eppure sarà una sciocchezza a consentire la sua incriminazione e la
conseguente espulsione dagli Stati Uniti: davanti alla commissione senatoriale
d’inchiesta presieduta dal senatore Kefauver, Adonis dichiara di essere nato a
Passanic, nel New Jersey, ma l’FBI sa con certezza che è nato in Italia, a
Montemarano (provincia di Avellino). Arriva così l’espulsione. Dapprima Adonis
si trasferisce in una villa fuori Napoli, da dove continua a mantenere stretti contatti
con Luciano, poi arriva a Milano. Le indagini condotte tra il 1970 e il 1971 rivelano
46
Ibid., pp. 20-21
32
come Adonis aveva funzioni di “capo” mafioso e che la scelta di Milano come sua
residenza non era stato casuale, ma determinata da precise esigenze strategiche: la
direzione del traffico internazionale di preziosi, soprattutto brillanti, con
ramificazioni in Francia ed in Svizzera ed il coordinamento del contrabbando di
stupefacenti verso il Nord Europa. Nel maggio 1971 Adonis viene arrestato e
mandato in soggiorno obbligato a Serra de’ Conti, un piccolo comune in provincia
di Ancona, dove muore pochi mesi dopo per insufficienza cardiorespiratoria. Ma a
Milano Joe Adonis lascia in eredità una nutrita rappresentanza di uomini d’onore,
che nel rispetto dei suoi insegnamenti si occupano di traffici di ogni tipo e di
riciclaggio.47
Negli stessi anni un altro ceppo mafioso sta ramificando le radici che ormai ha
piantato da qualche tempo: la ‘ndrangheta. Anzi, secondo le ricostruzioni, i
calabresi sarebbero sbarcati al Nord persino prima che Joe Adonis organizzasse, nel
1958, la propria base mafiosa milanese: è infatti il 1954 quando Giacomo Zagari
lascia San Ferdinando, nella piano di Gioia Tauro, per stabilirsi nella provincia di
Varese. Giacomo Zagari è da subito “un punto di riferimento per tutti i calabresi”,
come racconterà suo figlio.48 Nella campagna del varesotto, Giacomo Zagari trova
quasi subito lavoro nell’edilizia, ma le attività principali sono altre: dal
contrabbando alle rapine, compresi delitti su commissione dei boss “di giù”. I
legami con le ‘ndrine e con le famiglie della terra d’origine sono infatti saldissimi.
La Lombardia diventa una propaggine territoriale delle alleanze e delle trame dei
clan calabresi, così come l’avamposto strategico per una delle specialità della
‘ndrangheta: i sequestri di persona.
La vicenda storica dei sequestri di persona è di estremo interesse perché ci consente
di cogliere una diversità tra Cosa nostra e la ‘ndrangheta. Ad iniziare la stagione dei
sequestri al Nord sono stati i Corleonesi di Cosa nostra. La presenza dei mafiosi
siciliani nel campo dei sequestri di persona tuttavia dura ben poco, e così questo
comparto criminale rimane per intero nelle mani della ‘ndrangheta che gestisce in
modo pressoché monopolistico la quasi totalità dei sequestri di persona. Tale scelta
da parte dei mafiosi siciliani probabilmente è stata la naturale conseguenza della
47
M. PORTANOVA, G. ROSSI, F. STEFANONI, Mafia a Milano, Sessant’anni di affari e delitti,
Melampo Editore, Milano, 2011, pp. 24-30
48
A. ZAGARI, Ammazzare Stanca, Alberti Editore, Roma 2008
33
decisione assunta dai vertici di Cosa nostra di vietare in Sicilia i sequestri di
persona per mere ragioni di convenienza, dal momento che essi temevano che i
sequestri avrebbero potuto far diminuire i consensi dei siciliani nei confronti della
mafia. I mafiosi siciliani, dunque, si limitano per un po’ di tempo a fare qualche
sequestro e a vendere subito dopo la vittima ai sequestratori calabresi i quali si
sarebbero incaricati di gestire le fasi ulteriori sino alla conclusione. I mafiosi
calabresi, al contrario dei siciliani, affrontano in termini diversi il problema del
consenso in Calabria realizzando una particolare economia strettamente connessa
alla concreta gestione del sequestro. I soldi dei riscatti vengono utilizzati in varie
direzioni. Parte investita in Calabria nell’edilizia, sicché alcuni palazzoni costruiti
in quartieri di comuni della jonica reggina prendono il nome della persona
sequestrata; parte è servita a comprare camion, betoniere, pale meccaniche per
permettere ai mafiosi di partecipare agli appalti pubblici; parte, infine, investita
nell’acquisto di droga, e così i soldi dei sequestri facevano ritorno a Milano sotto
forma di eroina e di cocaina contribuendo ad alimentare un nuovo mercato
criminale.
Ma nei primi anni Settanta a Milano la mafia è ancora soprattutto siciliana. Sarà
proprio a Milano, in una casa di via Ripamonti, che il 16 maggio 1974 gli uomini
della Guardia di Finanza, arrestano Luciano Leggio, detto la “Primula rossa di
Corleone”: è stato lui l’uomo della svolta per la mafia siciliana, il traghettatore dalla
vecchia mafia agraria verso i più lucrosi lidi dell’imprenditoria, dall’edilizia alla
droga (e, a Milano, dei sequestri), fino alle collusioni con la politica.
I magistrati scoprono anche che l’organizzazione guidata da Leggio può contare
soprattutto sulla compagnia di conterranei di Trezzano sul Naviglio: è qui, dove si
stabiliscono le famiglie Carollo e Ciulla, che la mafia infatti ha il suo epicentro.49
Nel luglio 1974, dopo l’arresto di Luciano Leggio, a Milano arriva la Commissione
parlamentare antimafia. La missione milanese della Commissione sfocia nella
relazione presentata nel 1976. E’ in questo documento che viene affrontato, per la
prima volta in sede istituzionale, il problema dell’esportazione al Nord del
fenomeno mafioso. La Commissione si sofferma sulla figura fondamentale di
Luciano Leggio: “Seguire Leggio da Corleone a Milano significa percorrere, con
49
M. PORTANOVA, G. ROSSI, F. STEFANONI, Mafia a Milano, Sessant’anni di affari e delitti,
Melampo Editore, Milano, 2011, p. 41
34
un uomo, il cammino che ha fatto la mafia negli ultimi 25 anni e mettersi quindi in
condizione di capire meglio le differenze e i caratteri tipici che connotano i diversi
periodi”. Ed è proprio così: seguire Luciano Leggio significa afferrare i motivi che
stanno dietro una migrazione di massa - al tempo stesso volontaria e forzata, per via
dell’istituto del confino - di boss e picciotti fin sotto le guglie del Duomo.
Naturalmente i primi motivi stanno da ricercare nelle “maggiori occasioni che offre
la società sviluppata dell’Italia continentale all’espansione dei traffici illeciti e
all’industria del delitto”. Cui va aggiunta la facilità di mimetizzarsi sia per le
persone sia per le attività economiche.
Arrestato Leggio, nel corso degli anni Settanta e Ottanta diventa funzionale allo
sviluppo della presenza mafiosa a Milano il gangstarismo criminale autoctono, che
si esprime prima nella figura di Francis Turatello e poi in quella di Angelo
Epaminonda. Ciò accade per almeno due motivi: la prima è il circuito di bische da
essi gestito, considerato l’ambiente ideale per infiltrarsi nelle maglie della
criminalità locale, per reclutare uomini e conoscere persone influenti. La seconda è
il clamore che le gesta di questi gangster suscitano in città, tale da distogliere
l’attenzione degli investigatori dalle attività delle famiglie mafiose vere e proprie
trapiantate a Milano.50 Ma c’è un altro fenomeno di cui approfittano i mafiosi per
consolidare la loro presenza sul territorio negli anni Settanta: durante la lunga
stagione del terrorismo le forze dell’ordine e la magistratura sono preoccupate
infatti da quella emergenza e ignorarono totalmente la presenza e l’attività dei
mafiosi, che potranno approfittare al meglio di questa inattesa opportunità e
sfruttare nel modo migliore l’enorme libertà di movimento di cui possono godere.51
Con gli anni Ottanta assistiamo al tramonto del business del gioco d’azzardo: tra
decine di morti ammazzati, numerosi arresti e il conseguente calo di clientela, le
bische al coperto a Milano vengono quasi tutte chiuse. A questo punto tutti gli
sforzi dell’organizzazione di Epaminonda, ex braccio destro di Turatello e nuovo
referente della mafia catanese dal 1981 dopo l’omicidio di Turatello, si concentrano
sul traffico di stupefacenti.
50
M. PORTANOVA, G. ROSSI, F. STEFANONI, Mafia a Milano, Sessant’anni di affari e delitti,
Melampo Editore, Milano, 2011, p. 63
51
E. CICONTE, Estorsioni ed usura a Milano e in Lombardia, Roma, 2000, p. 20, disponibile in
http://www.insiemepercorsico.it/wpcontent/uploads/2011/04/Estorsioni_ed_usura_a_Milano_e_in_Lombardia.pdf
35
Ma Milano ha un altro servizio da offrire a Cosa nostra: la presenza di alcuni
personaggi della finanza che si prestano in operazioni di riciclaggio dell’immenso
flusso di denaro proveniente dalla droga. Tra questi i banchieri Michele Sindona, a
supporto della mafia palermitana, e di Roberto Calvi a sostegno poi dei Corleonesi:
il loro appoggio sarà determinante per l’espansione del network criminale.
E i boss siciliani si rendono anche conto che, con la droga, le entrate hanno ormai
assunto dimensioni tali da richiedere canali di riciclaggio adeguati, e quindi della
vivace economia milanese, perfetta per assorbire capitali a prescindere dalla
provenienza. Imprenditoria terziaria e immobiliare in ascesa da un lato, crimine
organizzato dall’altro. Manager post – industriali e boss mafiosi si incrociano,
collaborano, stringono alleanze e amicizie.
C’è una figura che riassume molto bene questo sistema: è quella di Silvio
Berlusconi.52 Berlusconi è un rampollo di una famiglia borghese. Il padre Luigi, da
impiegato della Banca Rasini riesce nella scalata fino alla carica di procuratore
generale. Lui, Silvio, dopo essersi laureato in giurisprudenza e aver lavorato come
cantante sulle navi da crociera, nel 1963 fonda la Edilnord Sas, in cui figurano
come soci Carlo Rasini, fondatore dell’omonima banca, e il commercialista
svizzero Carlo Rezzonico, che fornisce capitali attraverso una finanziaria:
insomma, la provenienza delle risorse finanziarie decisive per l’avvio della sua
formidabile carriera imprenditoriale è avvolta nel mistero, coperta dal segreto
bancario elvetico. Sta di fatto che negli anni Settanta Silvio Berlusconi è già un
brillante e capace imprenditore edilizio. Durante la stagione dei sequestri di persona
Berlusconi si serve dell’avvocato palermitano Marcello Dell’Utri, suo amico di
università, per incontrare nella primavera del 1974 i capimafia Stefano Bontate,
Mimmo Teresi, Gaetano Cinà e Francesco di Carlo (al processo di Marcello
Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, la Cassazione ha ritenuto
pienamente confermato l’incontro). Marcello Dell’Utri avrebbe agito da
ambasciatore tra i due grandi interessi, quelli mafiosi e quelli dell’imprenditoria del
Nord.
52
M. PORTANOVA, G. ROSSI, F. STEFANONI, Mafia a Milano, Sessant’anni di affari e delitti,
Melampo Editore, Milano, 2011, p. 134
36
All’incontro si discute di Milano 2, il grande progetto edilizio dell’Edilnord, quindi
si affronta il tema della sicurezza personale e della famiglia dell’imprenditore.
E Berlusconi in quegli anni certo non
nasconde la sua paura per i rapimenti,
tanto da emigrare in Spagna e da farsi
fotografare in ufficio con la pistola sul
tavolo. Il 1 luglio 1974, dopo l’incontro
con i mafiosi, ad Arcore arriva un
palermitano: Vittorio Mangano, assunto con la mansione di “stalliere”. E’ lui la
persona che sarebbe stata mandata da Bontate, come promesso, per rassicurare
Berlusconi a proposito del pericolo di un rapimento.53
Alcuni dei pentiti interrogati raccontano che, oltre alla capacità dissuasiva dello
stalliere, per tenere a bada i clan calabresi legati alla famiglia Condello che
progettano un sequestro eccellente nei confronti di Berlusconi, sono necessari
anche viaggi a Milano da parte di Bontate in persona, che deve discutere con i rivali
continentali per mantenere l’efficacia della sua protezione al Cavaliere.
Intanto i rapporti tra galassia berlusconiana ed emissari o padrini di Cosa nostra si
mantengono stretti: un altro collaboratore di giustizia, l’ex narcotrafficante
napoletano Pietro Cozzolino, parla di 70 miliardi di lire che Bontate avrebbe
affidato a Vittorio Mangano e a Marcello Dell’Utri.54
Nel 1981 Stefano Bontate viene ucciso dai killer dei corleonesi di Salvatore Riina
nell’ambito della seconda guerra di mafia e con Bontate vengono sepolti anche
molti interrogativi, che riaffiorano con le dichiarazioni di un altro pentito,
Gioacchino Pennino: “L’enorme patrimonio accumulato da Bontate e dal suo
gruppo è ipotizzabile che sia rimasto nelle mani di chi lo aveva gestito e perciò,
secondo quanto appreso dall’avvocato Gaetano Zarcone, nelle mani di Berlusconi
e dei fratelli Dell’Utri”. Insomma, si materializza l’ipotesi di capitali mafiosi
rimasti al Nord senza padroni, e verosimilmente, senza ricevute per tornare a
esigerli.55
53
La foto scattata da Alberto Roveri nel 1977 è stata riproposta su L’espresso del 23 settembre 2010
M. PORTANOVA, G. ROSSI, F. STEFANONI, Mafia a Milano, Sessant’anni di affari e delitti,
Melampo Editore, Milano, 2011, p. 144
55
M. PORTANOVA, G. ROSSI, F. STEFANONI, Mafia a Milano, Sessant’anni di affari e delitti,
Melampo Editore, Milano, 2011, p. 144
54
37
Dal processo Dell’Utri affiora un’architettura inedita del periodo che precede
l’apice del potere berlusconiano: “L’invio del Mangano presso Berlusconi, pur
finalizzato a proteggerlo e garantirlo dalle minacce provenienti dalle
organizzazioni criminali operanti in Lombardia in quegli anni, non poteva
comunque avvenire ‹‹a costo zero››” ricordano i giudici di secondo grado “essendo
destinato inevitabilmente a diventare nell’ottica di Cosa nostra il canale attraverso
cui ricercare e ottenere comunque profitti illeciti a cominciare dalle somme di
denaro che al Berlusconi da subito sarebbero state richieste proprio in cambio
della ‹‹protezione›› accordata”.56
I giudici inoltre ritengono “provata l’avvenuta corresponsione a Cosa nostra delle
somme di denaro estorte al Berlusconi fino a un’epoca prossima al 1992, non
essendo stata per contro acquisita prova sufficiente per affermare che ciò sia
proseguito anche negli anni successivi”. Quindi per la corte è chiaro che i soldi di
Berlusconi arrivano anche alla mafia corleonese di Salvatore Riina “fino a pochi
mesi prima della strage di Capaci del 23 maggio 1992, evento tragico che deve
dunque ritenersi abbia prodotto, con la sua devastante gravità, un’interruzione nei
pagamenti provenienti dall’imprenditore milanese e dunque l’interruzione dei
sottostanti contatti e rapporti”. Circa un anno dopo quella sanguinosa stagione di
stragi, il Cavaliere da Milano annuncia il suo ingresso in politica.57
E sarà proprio a Milano che la commistione tra mafia, economia e politica si
rivelerà profonda.58
56
M. PORTANOVA, G. ROSSI, F. STEFANONI, Mafia a Milano, Sessant’anni di affari e delitti,
Melampo Editore, Milano, 2011, p. 157
57
M. PORTANOVA, G. ROSSI, F. STEFANONI, Mafia a Milano, Sessant’anni di affari e delitti,
Melampo Editore, Milano, 2011, p. 159
58
M. PORTANOVA, G. ROSSI, F. STEFANONI, Mafia a Milano, Sessant’anni di affari e delitti,
Melampo Editore, Milano, 2011, p. 173
38
CAPITOLO 2
Lo scioglimento dei Consigli Comunali per infiltrazioni mafiose
1 – La nascita della normativa sugli scioglimenti: teorie sociologiche di
riferimento
Seppur con modalità differenti, nella storia dello Stato unitario le mafie non hanno
mai smesso di interessarsi alla politica in generale e ai Comuni in particolare.
Interpretare il fenomeno delle infiltrazioni mafiose nei governi locali utilizzando
una chiave di lettura di una matrice esclusivamente economica sarebbe parziale, se
non fuorviante. Difatti, le prospettive di guadagno che derivano dalle infiltrazioni
nei Comuni sono certamente trascurabili rispetto ai grandi traffici illeciti, ma
infiltrare direttamente o condizionare in maniera indiretta l’amministrazione locale
tramite il suo personale politico e/o tecnico – amministrativo costituisce uno
strumento importante per stabilire quel controllo del territorio che è funzionale a
monte altre attività, legali ed illegali, di cui si occupano le organizzazioni mafiose.
Le infiltrazioni nelle amministrazioni locali possono considerarsi pertanto più
funzionali al controllo del territorio che alla dimensione economica: è infatti grazie
al controllo del territorio che i mafiosi possono condurre molti dei loro traffici
illeciti. Inoltre, le attività imprenditoriali legali che fanno capo alle organizzazioni
criminali, come l’apertura di grandi centri commerciali o lo svolgimento di lavoro
di costruzione e movimento terra derivanti dagli appalti pubblici, sarebbero molto
difficili senza solide complicità con la sfera politica. Tali attività legali
costituiscono un indispensabile completamento a quelle illegali, in quanto rendono
disponibile un canale lecito per riciclare il denaro sporco accumulato in i traffici
illeciti.
Controllare l’ente locale e le attività che da esso dipendono è dunque cruciale per
gli affari dei gruppi mafiosi, anche se la dimensione esclusivamente economica non
è l’unico fattore che induce i mafiosi a infiltrarsi nella politica locale.
Dai Comuni transitano difatti le piccole e le grandi esigenze quotidiane dei
cittadini, dal rilascio dei certificati di anagrafe, ai servizi sociali, dai servizi
cimiteriali alle autorizzazioni commerciali: e in territori in cui prevalgono rapporti
di dipendenza personale, un cittadino che ha un problema pensa a chi poter
39
telefonare e non a quale ufficio rivolgersi. Di conseguenza, il controllo
dell’amministrazione locale è interpretabile anche come uno strumento necessario
per aumentare la reputazione ed il prestigio sociale del mafioso: infiltrarsi nel
campo della politica è per i mafiosi un’occasione imperdibile per espandere il
proprio capitale sociale.59
Nonostante le prime infiltrazioni mafiose nei Consigli Comunali risalgano agli anni
immediatamente successivi all’unità d’Italia e siano state sin da allora un fenomeno
concreto e tangibile, dobbiamo attendere oltre 100 anni affinché venga varata dal
Parlamento italiano una legge contro le infiltrazioni mafiose negli enti locali: è solo
il 31 maggio 1991 quando viene approvato l’art. 1 del D.L. 164 (poi convertito
nella Legge n. 221 del 22 luglio 1991) di scioglimento dei consigli comunali e
provinciali per infiltrazioni mafiose.
E la legge nasce dalla solita emergenza: è il 3 maggio 1991 quando a Taurianova
(RC) il capobastone Rocco Zagari, ex consigliere comunale democristiano, viene
crivellato di colpi nel più tipico scenario degli omicidi d’onore, cioè mentre siede
dal barbiere.60 La vendetta per questo agguato è di inaudita ferocia: quattro vittime
in meno di 24 ore e un sicario taglia la testa a una delle vittime, lanciandola poi in
aria per consentire al suo complice un barbaro tiro al volo.61
La criminalità organizzata con questa azione mostra così il suo volto più feroce e
sanguinario e il Parlamento decide di reagire: in meno di un mese viene approvato
il decreto che prevede lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali, nei casi
in cui “emergono elementi su collegamenti diretti o indiretti degli amministratori
con la criminalità organizzata”.
La straordinarietà della norma risiede nel fatto che questa è una legge che solo
l’Italia al mondo applica ed è sicuramente uno strumento eccezionale per la lotta
alle mafie, voluto e ideato da Giovanni Falcone.62
59
V. METE, Fuori dal Comune. Lo scioglimento delle amministrazioni locali per infiltrazioni
mafiose, Bonanno, Catania 2009, pp. 57-60
60
La Repubblica, 17 marzo 1992, disponibile in
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1992/03/17/con-la-testa-mozzata-fecerotiro-al.html
61
La Repubblica, 5 maggio 1991, disponibile in
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1991/05/05/taurianova-ndrangheta-leggela-strage.html
62
V. VALENTINI, Manuale antimafia – Parte 3: Lo scioglimento dei comuni per infiltrazioni
mafiose, in www.byoblu.com
40
In realtà la legge partorita dal Parlamento italiano nasce già superata nel
momento in cui essa prevede lo scioglimento dei Consigli comunali e provinciali
nel caso di collegamenti degli amministratori con le organizzazioni mafiose, non
tenendo conto del fatto che, con la riforma dell’ordinamento degli enti locali, gran
parte dei poteri dei Comuni sono delegati agli uffici comunali e non agli esponenti
politici.
L’intervenuta modifica dell’ordinamento degli enti locali, dapprima con
l’approvazione degli artt. 51 e 53 della Legge 8 giugno 1990, n. 142, e poi con il
varo del D. Lgs. 25 febbraio 1995, n. 77, anticipatore della Legge 127/97 (c.d.
“legge Bassanini bis”), aveva già di fatto separato la gestione amministrativa
dall’indirizzo politico e ciò aveva comportato, come corollario diretto, la possibilità
di infiltrazioni e condizionamenti anche a carico degli uffici comunali.
Ma bisognerà attendere ancora altri venti anni, affinché lo Stato preveda e sanzioni
la responsabilità di dirigenti e dipendenti (comma 30 art. 2 Legge 15 luglio 2009, n.
94).
L’attuale normativa prevede che il Prefetto possa disporre l’accesso presso l’ente
locale interessato in virtù dei poteri ispettivi di cui è titolare: in tal caso, il Prefetto
nomina una commissione d’indagine, composta da tre funzionari della pubblica
amministrazione, attraverso la quale esercita i poteri di accertamento.
Entro tre mesi dalla data di accesso, rinnovabili una volta per un ulteriore periodo
massimo di tre mesi, la commissione termina gli accertamenti e rassegna al Prefetto
le proprie conclusioni.
Entro quarantacinque giorni dal deposito delle conclusioni della commissione
d’indagine, il Prefetto, sentito il comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza
pubblica integrato con la partecipazione del procuratore della Repubblica
competente per territorio, invia al Ministro dell’Interno una relazione nella quale si
dà conto della eventuale sussistenza di fenomeni di infiltrazione, con riferimento sia
all’apparato politico che a quello amministrativo dei dipendenti dell’Ente. Nella
relazione sono inoltre indicati gli appalti, i contratti e i servizi interessati dai
fenomeni di compromissione o interferenza con la criminalità organizzata o
comunque connotati da condizionamenti o da una condotta antigiuridica.
41
Lo scioglimento è disposto con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta
del Ministro dell’interno, previa deliberazione del Consiglio dei ministri entro tre
mesi dalla trasmissione della relazione del Prefetto, ed è immediatamente trasmesso
alle Camere.
Lo scioglimento del consiglio comunale comporta la cessazione dalla carica di
consigliere, di sindaco, di componente della giunta e di ogni altro incarico
comunque connesso alle cariche ricoperte e la nomina di una commissione
straordinaria per la gestione dell'ente composta di tre membri scelti tra funzionari
dello Stato, in servizio o in quiescenza, e tra magistrati della giurisdizione ordinaria
o amministrativa in quiescenza.
Il decreto di scioglimento conserva i suoi effetti per un periodo da 12 mesi a 18
mesi prorogabili fino ad un massimo di 24 mesi in casi eccezionali.
Se dalla relazione prefettizia emergono elementi su collegamenti tra singoli
amministratori e la criminalità organizzata di tipo mafioso, il Ministro dell’Interno
trasmette la sua relazione all’autorità giudiziaria competente per territorio, ai fini
dell’applicazione delle misure di prevenzione previste dalla legge.
Particolarmente rilevanti sono le conseguenze per l’apparato amministrativo
coinvolto: anche nei casi in cui non sia disposto lo scioglimento, qualora la
relazione prefettizia rilevi la sussistenza di collegamenti diretti o indiretti con
organizzazioni mafiose, con decreto del Ministro dell’Interno, su proposta del
Prefetto, è difatti adottato ogni provvedimento utile a ricondurre alla normalità la
vita amministrativa dell’ente, ivi inclusa la sospensione dall’impiego del
dipendente, ovvero la sua destinazione ad altro ufficio o altra mansione con obbligo
di avvio del procedimento disciplinare da parte dell’autorità competente.
Dal punto di vista sociologico, la normativa dello scioglimento si può inquadrare
nell’ambito delle “politiche antimafia” che lo Stato ha tentato di porre in essere per
sconfiggere la criminalità mafiosa e che diversi autori hanno tentato di classificare.
Una prima classificazione delle politiche antimafia è quella di Antonio La Spina
che le distingue tra politiche antimafia dirette e indirette.63 Gli interventi diretti
mirano a disarticolare l’organizzazione mafiosa, a individuare e a punire i suoi
membri, a intercettare e a sottrarre ai mafiosi i beni illecitamente accumulati.
63
A. La Spina, Mafia, legalità debole e sviluppo del Mezzogiorno, Il Mulino, Bologna 2005, cap. 2
42
Attraverso le politiche antimafia indirette invece lo Stato intende prevenire, o
comunque rendere più difficili, i reati di tipo mafioso: in questa categoria ricadono i
corsi di educazione alla legalità nelle scuole, il sostegno all’associazionismo
antimafia, la lotta all’abbandono scolastico, ma anche lo scioglimento dei consigli
comunali per presunte infiltrazioni mafiose e la rimozione di singoli amministratori
locali e dei dipendenti.
Una diversa classificazione è quella proposta da Rosario Minna, che distingue tre
tipi di interventi: preventivi, repressivi e successivi.64 Tra gli interventi preventivi
rientrano la sorveglianza speciale, la certificazione antimafia e le operazioni di
routine delle forze di polizia. Ma anche il provvedimento di scioglimento di
un’amministrazione locale ha una finalità preventiva, in quanto mira ad evitare che
l’azione amministrativa dell’ente locale sia sviata, a causa delle infiltrazioni
mafiose, dalla condotta prescritta dalla legge. Tra gli interventi di carattere
repressivo si devono invece annoverare la caccia e la cattura dei mafiosi latitanti,
l’istituzione di specifiche strutture giudiziarie e d’indagine sui fenomeni mafiosi (la
DNA, le DDA e la DIA) e, non da ultimo, il reato associativo previsto dall’art. 416bis del codice penale. Infine, possono considerarsi interventi successivi la confisca
dei beni, il regime carcerario speciale previsto dall’art. 41-bis dell’ordinamento
penitenziario e la sospensione dell’elettorato attivo e passivo per coloro che sono
stati condannati, anche in via non definitiva, per reati di mafia.
Una ulteriore classificazione delle politiche antimafia riguarda il grado di
coercizione da esse sprigionato: a questo proposito Michael Howlett e Mishra
Ramesh sostengono che “gli strumenti veramente volontari sono quelli che si
attuano completamente senza l’intervento dello Stato, mentre quelli totalmente
obbligatori non lasciano alcuno spazio alla discrezionalità dell’individuo” [Howlett
e Ramesh 2003, 89].
64
R. Minna, Crimini associati, norme penali e politica del diritto. Aspetti storici, culturali,
evoluzione normativa, Giuffrè, Milano 2007, p. 273
43
Una classificazione degli strumenti di policy antimafia secondo il loro grado di
coercizione/volontarietà
Dall’adattamento di Vittorio Mete alla teoria di Howlett e Ramesh possiamo
rintracciare i provvedimenti di scioglimento delle amministrazioni comunali e
provinciali tra gli strumenti coercitivi di politica antimafia, seppur con un grado
inferiore di coercizione rispetto al reato associativo, alla legislazione carceraria e
alla confisca dei beni. 65
Da parte sua Mete avanza una ulteriore proposta classificatoria incentrata su quattro
aspetti cruciali per la persistenza e la riproduzione delle mafie: la struttura
organizzativa interna dei gruppi mafiosi, la cultura paramafiosa ed il contesto
sociale che caratterizzano alcuni territori, le attività di controllo del territorio
condotte dai gruppi mafiosi (power syndicate) e le loro attività economiche illegali
(enterprise syndicate).
L’idea di Mete è che sebbene ogni politica di contrasto alle mafie tocchi in misura
diversa tutti e quattro gli aspetti individuati, la maggior parte delle politiche ha un
impatto privilegiato su uno o su due di tali aspetti.
65
V. METE, Fuori dal Comune. Lo scioglimento delle amministrazioni locali per infiltrazioni
mafiose, Bonanno, Catania 2009, p. 29
44
Fonte: Vittorio Mete “Quali politiche contro le mafie. Una proposta di
classificazione delle politiche antimafia”66
Inquadrate in questo senso, le procedure di scioglimento dei Comuni per
infiltrazioni mafiose avrebbero un impatto privilegiato sia sul contesto socio –
culturale di riferimento, ma anche sull’attività di controllo del territorio condotte
dai gruppi mafiosi (power syndicate). Soprattutto a livello locale, le infiltrazioni
nella politica e nelle amministrazioni pubbliche sono infatti finalizzate al controllo
del territorio. Per i mafiosi avere uomini di fiducia nei consigli comunali,
66
V. METE, Quali politiche contro le mafie. Una proposta di classificazione delle politiche
antimafia, Paper presentato al XXIV Convegno annuale della Società Italiana di Scienza Politica,
Venezia, 16‐18 settembre 2010, p. 19 disponibile in http://www.sisp.it/files/papers/2010/vittoriomete-743.pdf
45
provinciali e regionali, significa accedere in maniera privilegiata ad informazioni
strategiche per l’esercizio del potere sul territorio. Inoltre, le amministrazioni locali
sono un crocevia di interessi molto rilevanti (si pensi a quelli che ruotano intorno
alla definizione del piano regolatore e all’attribuzione della natura edificabile a un
terreno), specie in contesti economici poco dinamici nei quali le risorse distribuite
dalla politica risultano cruciali per molte fasce sociali e categorie professionali e la
dipendenza dalla politica è a volte totale [Costabile 2008].
Impedendo le infiltrazioni mafiose nel campo politico, o rimuovendole quando
sono già avvenute, si tenta di colpire gli affari e le complicità che le mafie
conducono sul territorio. D’altra parte, i proventi illeciti delle organizzazioni
criminali derivanti dal traffico di droga, dalle estorsioni, dall’usura e altre attività
similari sono investiti soprattutto nel campo dell’edilizia e degli appalti pubblici,
per cui i mafiosi non disdegnano affatto gli investimenti in aree distanti dalla
propria regione di riferimento. Precludere pertanto l’accesso ai gruppi mafiosi al
campo degli appalti pubblici, attraverso l’obbligo di esibizione di una certificazione
antimafia, ha anch’esso un effetto prioritario sulla dimensione di power syndicate:
colpire le attività imprenditoriali legate agli appalti pubblici, attraverso le quali si
controllano le relazioni sociali e un’ampia fetta di affari che si conducono sul
territorio, significa conseguire un riflesso preminente sull’attività di controllo del
territorio condotte dai gruppi mafiosi.67
2 – Analisi degli scioglimenti: andamento temporale, distribuzione
geografica e colore politico
Sciogliere un’amministrazione comunale è una decisione molto scomoda da
prendere per lo Stato: con essa il Governo si assume la responsabilità di “attestare”
che la classe politica locale non è stata in grado di preservare l’amministrazione
dalle influenze mafiose. Lo Stato si accolla altresì l’onere di gestire direttamente la
fase che segue lo scioglimento, inviando sul campo tre commissari.
Ma insediare una commissione straordinaria al posto dei rappresentanti
democraticamente eletti significa anche sospendere la democrazia a livello locale,
tanto che il TAR del Lazio con propria dettagliata e motivata ordinanza n. 681/1992
67
Ibid., pp. 30-50
46
emessa in data 8 luglio 1992, a suo tempo aveva sollevato dubbi in merito alla
costituzionalità della normativa. A tali critiche tuttavia la Corte Costituzionale
aveva risposto con una articolata sentenza, la n. 103 del 10/19.03.1993 (Presidente
Casavola, redattore Caianiello), che ha dichiarato manifestamente inammissibili le
questioni di legittimità costituzionale sollevate dal TAR.
Nonostante i dubbi di legittimità costituzionale e i problemi derivanti gestione del
commissariamento, dal 1991 ad oggi si è fatto ampio ricorso allo scioglimento delle
amministrazioni comunali per infiltrazioni mafiose.
Numero dei Consigli comunali sciolti per infiltrazione mafiosa per Regione
al 31 dicembre 2012
Fonte: elaborazione Legautonomie Calabria
35
25
20
15
10
5
ANNUALITA'
CALABRIA
CAMPANIA
47
SICILIA
PUGLIA
ALTRE
2012
2011
2010
2009
2008
2007
2006
2005
2004
2003
2002
2001
2000
1999
1998
1997
1996
1995
1994
1993
1992
0
1991
NUMERO scioglimenti
30
L’analisi dell’andamento temporale degli scioglimenti rivela il grande balzo iniziale
nell’applicazione della normativa, ma dal 1994 il numero dei amministrazioni
sottoposte al provvedimento sembra essersi stabilizzato sino all’anomalia del 2012
(governo Monti). La forte accelerazione iniziale, seguita da una brusca frenata nel
periodo 1995-2002 e da una leggera ripresa a partire dal 2003, segue il livello
massimo dell’indignazione della società civile dopo le bombe di Capaci e di via
D’Amelio (ed in seguito quelle di Roma, Firenze e Milano): in quel periodo l’opera
di repressione dello Stato culmina con l’invio dell’esercito in Sicilia nel luglio
1992. Questo periodo coincide anche con il crollo del regime sovietico e la
conseguente perdita, per la mafia siciliana, della sua funzione anticomunista.
Successivamente l’attenzione sul fenomeno mafioso da parte della classe politica,
dei mass-media e dell’opinione pubblica scema progressivamente e con essa
diminuisce anche il numero delle amministrazioni locali sciolte.68
La distribuzione territoriale dei Comuni sciolti è concentrata nelle Regioni in cui
tradizionalmente è radicata la presenza della criminalità organizzata. Tuttavia a tal
proposito si devono registrare l’aumento del numero degli scioglimenti in Calabria
e la progressiva applicazione della normativa anche a contesti non tipicamente
mafiosi.
Questa evoluzione è confermata anche dalla comparazione degli scioglimenti per
Regione rispettivamente nell’anno 1992 e nell’anno 2012.
ANNO 1992
ANNO 2012
C A MP A NIA
C A MP A NIA
C A LA B R IA
C A L A B R IA
S IC IL IA
S IC IL IA
A L TR E
A L TR E
I dati rivelano come la ‘ndrangheta nell’ultimo ventennio abbia stretto un legame
sempre più forte con la politica locale, che si estende anche oltre alla classica
regione di origine. Dall’analisi degli scioglimenti che sono intervenuti fuori dalle
regioni meridionali è infatti possibile riscontrare come la matrice dell’infiltrazione
nei Comuni sia stata di natura ‘ndranghetista. Rispetto al Meridione, costituiscono
appunto “eccezioni” lo scioglimento del Comune di Bardonecchia (TO) nel 1995,
68
V. METE, Fuori dal Comune. Lo scioglimento delle amministrazioni locali per infiltrazioni
mafiose, Bonanno, Catania 2009, pp. 84-85
48
di Leini (TO) e di Rivarolo Canavese (TO) nel 2012, nel Lazio di Nettuno (RM) nel
2005, e in Liguria di Bordighera (IM) nel 2011 e Ventimiglia (IM) nel 2012: tutti
sciolti per infiltrazioni della ‘ndrangheta.
Regioni con Comuni sciolti al 31 dicembre 2012
(Fonte: Legautonomie Calabria)
La decisione dello scioglimento è una questione alquanto delicata, non solo dal
punto di vista della gestione, ma anche dal punto di vista politico.
Nel febbraio 2012 Legautonomie Calabria ha compiuto un’inchiesta sul colore
politico delle amministrazioni sciolte. Nell’indagine sono compresi gli scioglimenti
avvenuti sino con D.P.R. del 15 febbraio 2012.69
Colore politico delle amministrazioni sciolte per infiltrazioni mafiose
(dopo la Legge n. 81/93) - dati in percentuale
0,9
1,8
1,8
12,7
20,9
30,9
30,9
0
10
20
CENTRODESTRA
CENTROSINISTRA
SINISTRA
SINISTRA-DESTRA
30
40
LISTE CIVICHE
CENTRO MONOCOLORE
CENTRO SINISTRA STORICO
Fonte: elaborazione Legautonomie Calabria su dati Mininterno
69
Legautonomie Calabria (a cura di C. CAVALIERE), La banca dati dei Comuni sciolti per
infiltrazioni mafiose, Il colore politico delle amministrazioni disciolte, febbraio 2012, disponibile in
http://www.autonomiecalabria.it/lac/wp-content/uploads/2012/03/colore.pdf
49
Dai risultati si ricava che, dall’avvento della Legge 25 marzo 1993, n. 81 di
elezione diretta del Sindaco (successiva di neanche due anni al D.L. 31 maggio
1991, n. 164 di scioglimento dei consigli comunali e provinciali per infiltrazioni
mafiose), il 31% delle amministrazioni disciolte è risultata di centro destra e la
stessa percentuale è riferita a liste civiche. Il centro sinistra ha governato il 21%
delle amministrazioni, mentre il centro monocolore il 13%.
Per “centro monocolore” si intende solo Dc/Ccd/Ppi. Per “sinistra” si intende Psi
monocolore ovvero Sinistra. Per “centro sinistra storico” si intende la coalizione
comprendente Dc e almeno uno tra Psi e Psdi oltre eventualmente Pri, Pli,
indipendenti e liste civiche. Per “sinistra-destra” si intende Pds più An.
Rapportando il dato al numero della popolazione amministrata, il risultato è che
centro sinistra e centro destra coincidono con il 38% della popolazione, mentre le
liste civiche sono al 13% a conferma che tali liste guidano i comuni
demograficamente più piccoli.
Popolazione governata dalle amministrazioni sciolte dopo la Legge
n. 81/93 - dati in percentuale
SINISTRA
1,6%
CENTRO
MONOCOLORE
7,6%
CENTRO SINISTRA
STORICO
SINISTRA-DESTRA
0,9%
0,4%
CENTRODESTRA
38,1%
CENTROSINISTRA
38,2%
LISTE CIVICHE
13,3%
CENTRODESTRA
LISTE CIVICHE
CENTROSINISTRA
CENTRO MONOCOLORE
SINISTRA
CENTRO SINISTRA STORICO
SINISTRA-DESTRA
Fonte: elaborazione Legautonomie Calabria su dati Mininterno
La situazione si modifica analizzando singolarmente le tre principali regioni,
Campania, Sicilia e Calabria.
In Campania è il centro sinistra ad aver governato quasi un terzo dei comuni
disciolti, mentre il 25% il centro destra e il 20% le liste civiche.
50
In Sicilia prevalgono invece le liste civiche con il 38% dei casi, quindi il centro
destra con il 31%, il centro monocolore con il 17 e solo ultimo il centro sinistra con
il 14%.
Negli scioglimenti avvenuti in Calabria le liste civiche sono al 41%, il centro destra
al 32%, il centro sinistra al 16% e il centro monocolore all’8%.
Questi dati ci portano a concludere che le infiltrazioni mafiose, almeno a giudicare
dalle maggioranze che governano i comuni sciolti, non hanno un coloro politico e
prevalente.
Ma poiché la decisione finale dello scioglimento di un Comune per mafia spetta al
Consiglio dei Ministri (su proposta del Ministro dell’Interno), lo scioglimento
risponde anche a logiche politiche in funzione della coalizione che si trova al
governo in quel momento.
Un caso esemplare è quello della discussione sorta in merito allo scioglimento del
comune di Fondi, comune di quasi 40mila abitanti in provincia di Latina, tra Roma
e Napoli, sul tracciato storico della Via Appia.
Nei primi giorni del gennaio 2008, Riccardo Izzi, consigliere comunale Pdl, ex
assessore ai lavori pubblici nel comune di Fondi, è vittima di un duplice attentato
incendiario alla sua autovettura. Decide così di rivolgersi ai carabinieri del
comando provinciale di Latina e alla Dda di Roma e di collaborare con la giustizia
ammettendo i suoi legami con la ‘ndrina Tripodo, che opera nel sud pontino e che
raccoglie proventi legati al giro delle estorsioni e dell’usura. Izzi ammette di essere
stato eletto con i voti della famiglia Tripodo e parla di una serie di favori in cambio
fatti in qualità di amministratore comunale. Di lì a poco il Prefetto di Latina Frattasi
chiede di indagare sull’attività del comune e l’11 aprile 2008 si insedia così la
commissione di accesso. Nel mese di settembre, il Prefetto invia al ministro
dell’Interno Maroni una copiosa relazione in cui vengono ricostruite speculazioni
edilizie, scambi di voti, riciclaggio di denaro di provenienza illecita e
condizionamenti nell’affidamento degli appalti, che confermano la presenza della
camorra e della ‘ndrangheta a Fondi e chiede quindi ufficialmente lo scioglimento
del consiglio comunale di Fondi. In seguito a questa forte ed esplicita relazione, il
Prefetto è stato oggetto di pesanti critiche da parte del mondo politico, in particolare
51
dal senatore Pdl Claudio Fazzone, che nel comune di Fondi ha il uso feudo
elettorale. 70
Nel febbraio 2009 la città di Fondi viene travolta da un’altra indagine della Dia, che
porta all’arresto di 17 persone per associazione di stampo mafioso, corruzione,
falso e abuso d’ufficio. Tra questi spiccano i nomi di Riccardo Izzi e dei fratelli
Tripodo. Ciò fa crescere la tensione: nell’estate 2009 il Consiglio dei Ministri,
pronto a deliberare lo scioglimento del Comune di Fondi, rinvia il voto, e come se
non bastasse, manda una seconda commissione di accesso invitando il Prefetto
Frattasi a riguardare la sua relazione in base alle nuove normative sulla sicurezza
appena emanate dal governo. La replica del Prefetto giunge alle identiche
conclusioni, con un’ulteriore relazione, e un’ulteriore richiesta di scioglimento. Il
governo è così nuovamente chiamato in causa per stabilire una situazione
definitiva, ma ciò che ne viene fuori è un ulteriore rinvio da parte del Consiglio dei
Ministri. Berlusconi spiega: “In Consiglio de Ministri sono intervenuti diversi
ministri, hanno fatto notare come nessun componente della giunta e del consiglio
comunale sia stato neppure toccato da un avviso di garanzia. Quindi sembrava
strano che si dovesse intervenire con un provvedimento estremo come lo
scioglimento della giunta”.71
Ma chi sono questi ministri tanto garantisti? Lo rivela un’inchiesta de “l’Espresso”
del 27 agosto 2009:72 sono Renato Brunetta (la cui compagna è la sorella della
moglie del sindaco di Cisterna di Latina Antonello Merolla, vittorioso al primo
turno con il 55 per cento, benché candidato in extremis, naturalmente con la
benedizione di Fazzone), Giorgia Meloni (fidanzata dell’avvocato della moglie del
senatore Fazzone) e Altero Matteoli (che ha un legame forte con il feudo elettorale
di Fazzone). Si ipotizza dunque che Maroni abbia rinviato lo scioglimento su
pressione dei medesimi ministri.
70
Il Messaggero, 24 luglio 2009, disponibile in
http://www.ilmessaggero.it/home_roma/regione/mafia_il_governo_non_scioglie_comune_di_fondi_
idv_occupa_palazzo_chigi/notizie/67102.shtml
71
La Repubblica, 15 agosto 2009, disponibile in
http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/politica/berlusconi-ferragosto/caso-fondi/caso-fondi.html
72
L’Espresso, 27 agosto 2009, disponibile in http://espresso.repubblica.it/dettaglio/quei-tre-ministriche-vanno-a-fondi/2107788
52
A seguito delle energiche reazioni della politica e della società, il 18 settembre
2009 il ministro Maroni redige di proprio pugno una relazione sulla situazione del
comune di Fondi e annuncia l’imminente scioglimento del consiglio comunale.
Il 2 ottobre 2009, proprio la mattina in cui il Consiglio dei Ministri avrebbe dovuto
prendere la decisione definitiva sullo scioglimento, arriva una notizia inaspettata: 1
anno e 25 giorni dopo la richiesta di scioglimento del Prefetto Frattasi, la
maggioranza di centrodestra (Pdl e Udc) di Fondi decide di rassegnare le
dimissioni. La CGIL commenta: “è un escamotage per potersi ricandidare”.73
Il governo provvede così a nominare un commissario straordinario che sostituisce il
sindaco fino alle nuove elezioni amministrative del marzo 2010, alle quali,
essendosi dimessi, gli ex consiglieri comunali del Comune di Fondi hanno potuto
ricandidarsi, eccezion fatta per l’ex sindaco, ma solo perché già in carica da due
mandati consecutivi non può più ripresentarsi.
Il caso emblematico del comune di Fondi dimostra come, nella realtà, poiché la
decisione finale dello scioglimento di un Comune spetta al Consiglio dei Ministri,
anche questa decisione risponde a logiche politiche.
In questo senso, per capire se sono stati sciolti mediamente più Comuni dai governi
di centro-destra o dai governi di centro-sinistra, sono stati presi in esame i numeri
di scioglimenti deliberati ogni 100 giorni di durata del mandato dai governi che si
sono succeduti dalla data di approvazione del D.L. 164/1991.
Numero dei Consigli comunali e ASL sciolti per infiltrazione mafiosa
(dati per colore del governo che ha approvato lo scioglimento)
al 31 dicembre 2012
(compresi D.P.R. di proroga – esclusi D.P.R. di riduzione dello scioglimento)
SCIOGLIMENTI
DELIBERATI
MANDATO
GOVERNO
COMPOSIZIONE
NUMERO
NUMERO OGNI 100
GIORNI
31-mag-91
24-giu-92
ANDREOTTI
VII
DC-PSI-PSDI-PLI
29
7,44
28-giu-92
28-apr-93
AMATO I
DC-PSI-PSDI-PLI
28
9,21
28-apr-93
10-mag-94
CIAMPI
DC-PSI-PDS-PSDI-PLI-FdV
24
6,37
Polo delle Libertà-Polo del Buon
Governo (FI-LN-AN-CCD-UdC)
17
6,75
10-mag-94
17-gen-95 BERLUSCONI I
73
La Repubblica, 4 ottobre 2009, disponibile in
http://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/politica/fondi-sindaco/fondi-sindaco/fondi-sindaco.html
53
SCIOGLIMENTI
DELIBERATI
MANDATO
GOVERNO
COMPOSIZIONE
DINI
Indipendenti (con l'appoggio esterno di
PDS, PPI, PSI, FdV, Rete, CS, LN)
21
4,32
L'Ulivo (PDS-PPI-RI-FdV-UD)
26
2,93
8
1,87
0
0,00
9
2,18
40
2,83
24
6,17
L'Unione
(DS-DL-PRC-RNP-PdCIIdV-FdV-UDEUR)
25
3,46
PDL-LNP-MPA-CN-PT
39
3,03
Indipendenti (con l'appoggio esterno di
PDL, PD, UDC, FLI, API)
37
9,00
17-gen-95
17-mag-96
17-mag-96
21-ott-98
PRODI I
21-ott-98
22-dic-99
D'ALEMA I
22-dic-99
25-apr-00
D'ALEMA II
25-apr-00
11-giu-01
AMATO II
11-giu-01
23-apr-05
BERLUSCONI
II
23-apr-05
17-mag-06
BERLUSCONI
III
17-mag-06
08-mag-08
PRODI II
08-mag-08
16-nov-11
BERLUSCONI
IV
16-nov-11
31-dic-12
MONTI
NUMERO
NUMERO OGNI 100
GIORNI
L'Ulivo (DS-PPI-RI-SDI-FdV)-PdCIUDR
L'Ulivo
(DS-PPI-DEM-FdV-PdCIUDEUR-RI-SDI)
Casa delle Libertà (FI-AN-LN-UDCNPSI-PRI)
* per il governo Andreotti VII sono stati considerati i giorni dal 31 maggio 1991 (data di
approvazione del D.L. 164/1991)
Possiamo osservare come l’istituto dello scioglimento dei consigli comunali sia
stato utilizzato con maggiore forza soprattutto nei primi anni Novanta, durante il
periodo stragista, quando l’indignazione della società civile era ai massimi livelli.
Ma questo periodo coincide tra l’altro anche con la fine dell’impero sovietico e la
caduta del muro di Berlino (1989): la fine del comunismo toglie infatti alla mafia
siciliana la sua legittimazione politica. Essa non può più beneficiare di alcuna
giustificazione “strategica” in funzione anticomunista. E’ in questo nuovo clima
che si spiega l’inusitata priorità attribuita dal sesto e soprattutto dal settimo governo
Andreotti alla lotta contro la mafia: è infatti durante il settimo governo Andreotti
che il 31 maggio 1991 viene approvato, tra l’altro, l’art. 1 del D.L. 164 (poi
convertito nella Legge n. 221 del 22 luglio 1991) di scioglimento dei consigli
comunali e provinciali per infiltrazioni mafiose.74
Ma a partire dagli anni 1994 – 1995 assistiamo a una progressiva ricomposizione
degli equilibri politici e ad un riflusso della mobilitazione antimafia.
74
N. DALLA CHIESA, La convergenza. Mafia e politica nella Seconda Repubblica, Melampo,
Milano 2010, pp. 67-68
54
Il governo Monti costituisce invece un’eccezione rispetto ai governi che lo hanno
preceduto: una media di 9 scioglimenti (compresi i D.P.R. di proroga degli
scioglimenti) ogni 100 giorni di governo (compreso lo scioglimento del primo
capoluogo di Provincia, Reggio di Calabria) rispetto a una media immediatamente
precedente di neanche 3 scioglimenti ogni 100 giorni: il governo tecnico sembra
pertanto meno collegato alle logiche di partito anche nella decisione degli
scioglimenti.
Se invece consideriamo i governi esclusivamente politici, durante i quattro governi
di centro-destra sono stati sciolti mediamente più comuni che nei periodi in cui ha
governato il centro-sinistra.75
3 – Le cause di scioglimento e il modello dei “motivi di scioglimento”
Ormai da anni, la presenza delle organizzazioni criminali di stampo mafioso
travalica le regioni di origine e con il processo di colonizzazione dei luoghi di
destinazione viene esportato anche il “modello mafioso”, che non può prescindere
dal controllo del territorio, inteso anche come un network di relazioni sociali e
politiche, necessario a supporto di affari molto remunerativi, come gli appalti
pubblici e le speculazioni edilizie, i quali svolgono un ruolo di completamento dei
traffici illeciti, poiché rendono disponibile un canale lecito per riciclare il denaro
sporco.
Ma il controllo dell’amministrazione locale consente anche di coltivare una rete di
rapporti di dipendenza personale, indispensabile per accrescere la reputazione ed il
prestigio sociale del mafioso anche fuori dai luoghi di origine.
Una preoccupante anomalia che dobbiamo registrare dall’analisi del numero di
Consigli Comunali sciolti in Italia, si rileva dal fatto che, a fronte di una endemica
minaccia di infiltrazione cui sono sottoposti i governi locali in tutto il territorio
nazionale, solo un numero relativamente ristretto di amministrazioni comunali è
stato finora sciolto fuori dalle regioni di origine della criminalità mafiosa.
E nessun Comune è stato sciolto in Lombardia, anche se tutte province lombarde si
collocano tutte nella top 100 dell’Indice di Presenza Mafiosa elaborato da
75
V. METE, Fuori dal Comune. Lo scioglimento delle amministrazioni locali per infiltrazioni
mafiose, Bonanno, Catania 2009, pp. 84-90
55
Transcrime. La misurazione Transcrime è stata effettuata mediante la creazione
dell’indice di presenza mafiosa (IPM). L’IPM è il risultato della combinazione tra
omicidi e tentati omicidi di stampo mafioso, 2004-2011 (fonte SDI), persone
denunciate per associazione mafiosa, 2004-2011 (fonte SDI), comuni e pubbliche
amministrazioni sciolte per infiltrazione mafiosa, 2000- agosto 2012 (fonte
Ministero dell’Interno), beni confiscati alla criminalità organizzata, 2000-2011,
(fonte ANBSC e Agenzia del Demanio) e gruppi attivi riportati nelle relazioni DIA
e DNA, 2000-2011 (fonte DIA e DNA).
Indice presenza mafiosa per provincia in ordine decrescente (Fonte:
elaborazione Transcrime)76
76
Si veda il Rapporto realizzato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore (Centro Interuniversitario
Transcrime) per il Ministero dell'Interno (PON Sicurezza 2007-2013) disponibile in
http://www.investimentioc.it/
56
Mappatura della presenza di gruppi di Cosa nostra, Camorra, ‘Ndrangheta
sul territorio nazionale. 2000-2010 (Fonte: elaborazione Transcrime)
La mappatura dei tipi di organizzazioni
criminali mafiose è stata effettuata sulla
base dell’analisi dei Gruppi attivi riportati
nelle relazioni DIA e DNA dal 2000-2011.
Si può notare come Cosa nostra sia
presente in tutta la Sicilia ma anche in
Lazio e diverse regioni del Centro Nord.
La Camorra, oltre alla Campania, ha una
forte presenza nelle regioni del Centro e in
Lombardia.
La ‘ndrangheta fa rilevare la propria
presenza in numerose regioni oltre alla
Calabria: particolarmente rilevante è la sua
manifestazione nel Nord Ovest.
Come risulta dall’elaborazione Transcrime, oggi in Lombardia il primato della
presenza mafiosa è detenuto dalla provincia di Milano (26esimo posto in Italia),
seguita da Brescia e provincia (36esimo posto) e in rapida successione Lecco,
Varese e Como. Più distaccate sono Pavia (al 68esimo posto), Bergamo, Lodi,
Sondrio Cremona e Mantova che chiude al 91 posto: nella top 100 della classifica
di presenza mafiosa sul territorio compaiono quindi tutte le province lombarde, con
57
l’eccezione di Monza e Brianza, provincia istituita l’11 giugno 2004 e divenuta
operativa nel giugno 2009 con l’elezione del primo consiglio provinciale, la cui
storia è pertanto da leggersi in stretta correlazione con quella della provincia di
Milano.
Davanti a questa realtà, bisogna riflettere sulla capacità degli organi di Stato di
individuare i potenziali condizionamenti e giungere poi ad un effettivo
scioglimento.
Dato che la normativa non indica criteri chiari e precisi, anche la personale
“sensibilità” del Prefetto e la sua propensione a ricorrere a questo strumento di
contrasto può fare la differenza per arrivare allo scioglimento. A tal proposito
ricordiamo le parole dell’ex Prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi, che,
davanti a una formale audizione davanti alla Commissione parlamentare antimafia
in missione a Milano il 21 e 22 gennaio 2010, legge una relazione scritta di 47
pagine, con la dicitura “riservato”. Un dossier che si apre proprio con questo
interrogativo: “A Milano la mafia esiste?”. Fattasi la domanda, lo stesso Prefetto si
risponde da solo: “No”.77
Effettivamente la normativa non specifica a quali condizioni il Prefetto è tenuto a
procedere all’accesso agli atti del Comune e indica condizioni molto generiche per
dar luogo allo scioglimento, pertanto le autorità preposte allo scioglimento (dal
Prefetto al Consiglio dei Ministri), godono di un’ampia discrezionalità.
In aggiunta, le dimissioni della maggioranza dei consiglieri comunali e la
conseguente cessazione dalla carica del Sindaco, possono intervenire in extremis
per evitare il provvedimento governativo, cosicché i consiglieri comunali
dimissionari hanno anche la possibilità di potersi ricandidare: e in effetti è ciò che è
accaduto a Fondi.
Possono quindi esistere Comuni infiltrati dalla mafia, ma per i quali non è mai stato
disposto neanche l’invio della commissione d’accesso. Così, ai fini della
individuazione del fenomeno di “infiltrazione sommersa” (intendendo con questa il
fenomeno di condizionamento mafioso in assenza di uno scioglimento ufficiale del
Comune), nel presente studio si è scelto di partire dall’analisi dei motivi posti alla
base dei provvedimenti di scioglimento che sono stati effettivamente adottati.
77
L’Espresso, 22 gennaio 2010, disponibile in http://espresso.repubblica.it/dettaglio/a-milano-lamafia-non-ce/2119849
58
Il modello dei “motivi di scioglimento”, potrà quindi essere applicato al singolo
contesto territoriale, per verificare l’esistenza di segnali che lasciano presagire la
possibile infiltrazione della criminalità mafiosa nei vari Comuni.
Dalla mappa “Il fenomeno della corruzione in Italia” dell’Alto Commissariato
Anticorruzione,78 viene evidenziato che nei vari casi di scioglimento decretati dal
governo, si riscontrano i seguenti motivi ricorrenti:
 frequentazioni, parentele, contiguità, rapporti con persone affiliate o
riconducibili ad organizzazioni criminali
 ricorrenza di precedenti penali o carichi pendenti
 illegittimità nel rilascio di licenze in materia edilizia o nel settore commerciale
 inerzia protratta in materia di grave abusivismo edilizio o di smaltimento dei
rifiuti
 illegittimità gravi e ripetute in materia di appalti pubblici (mancato rispetto
della normativa antimafia, affidamenti diretti, abuso del ricorso alla procedura
di somma urgenza, irregolarità nelle gare o affidamento ad imprese in odore di
mafia, gare andate deserte, ribassi anomali)
 assenza di controlli doverosi, anche in ordine ai lavori di esecuzione delle opere
pubbliche
 assunzioni clientelari
 concessione di erogazioni e contributi al di fuori regole
 irregolarità palesi nelle assegnazioni di alloggi
 mancata riscossione di tributi e canoni
Vittorio Mete propone la catalogazione dei “motivi di scioglimento” in tre ambiti:79
le responsabilità dirette imputabili agli amministratori o altri avvenimenti che li
riguardano, le responsabilità dei dipendenti dell’ente locale o altre vicende che li
coinvolgono e il contesto ambientale (le condizioni sociali, politiche amministrative
e dell’ordine pubblico che si verificano sul territorio comunale).
78
Alto Commissariato Anticorruzione, Il Fenomeno della corruzione in Italia (la mappa dell’Alto
Commissariato Anticorruzione, Roma, 10 dicembre 2007, disponibile in http://www.irpa.eu/wpcontent/uploads/2012/03/Mappa-corruzione-Italia.pdf
79
V. METE, Fuori dal Comune. Lo scioglimento delle amministrazioni locali per infiltrazioni
mafiose, Bonanno, Catania 2009, p. 95
59
MODELLO “MOTIVI DI SCIOGLIMENTO”
Fonte: rielaborazione da Vittorio Mete80
AMMINISTRATORI
APPARATO BUROCRATICO – TECNICO
CONTESTO AMBIENTALE
Frequentazioni, parentele, contiguità,
rapporti con persone affiliate o
riconducibili
ad
organizzazioni
criminali
Ricorrenza di precedenti penali o
carichi pendenti
Frequentazioni, parentele, contiguità,
rapporti con persone affiliate o
riconducibili
ad
organizzazioni
criminali
Ricorrenza di precedenti penali o
carichi pendenti
Illegittimità nel rilascio di licenze in
materia edilizia o nel settore
commerciale
Inerzia protratta in materia di grave
abusivismo edilizio o di smaltimento
dei rifiuti
Illegittimità gravi e ripetute in materia
di appalti pubblici
Assenza di controlli doverosi, anche in
ordine ai lavori di esecuzione delle
opere pubbliche
Concessione di erogazioni e contributi
al di fuori regole
Irregolarità palesi nelle assegnazioni di
alloggi
Mancata riscossione di tributi e canoni
Assunzioni clientelari
Dalla lettura delle relazioni ministeriali che accompagnano i decreti di
scioglimento, Mete ha modo di verificare come le specifiche responsabilità degli
amministratori sono in cima alla lista delle cause di scioglimento. Gli indizi più
numerosi che attestano il potenziale condizionamento mafioso dell’attività degli
amministratori sono le frequentazioni, i legami e i rapporti di amicizia tra individui
notoriamente mafiosi e consiglieri, assessori e sindaci. Perciò, pur non costituendo
un comportamento penalmente rilevante, prendere un caffé, andare in giro in auto o
allo stadio, o cenare con un mafioso sono comportamenti reputati politicamente
sconvenienti, nonché indice di potenziale condizionabilità dell’amministrazione
80
V. METE, Fuori dal Comune. Lo scioglimento delle amministrazioni locali per infiltrazioni
mafiose, Bonanno, Catania 2009, p. 95
60
comunale. Ma oltre alle frequentazioni, anche i procedimenti penali a carico degli
amministratori comunali e le loro parentele con mafiosi costituiscono condizioni
che spingono il Prefetto a disporre l’accesso e, poi, il Ministro a sciogliere il
consiglio comunale. In molti casi, anche un’inquinata raccolta del consenso è stata
oggetto di attenzione da parte degli organi dello Stato: il voto di scambio è un reato
previsto dall’art. 416-ter del codice penale, anche se i casi nei quali è stato
effettivamente accertato il reato sono pochissimi. Pertanto, in assenza di una reale
efficacia della norma, lo Stato attribuisce al voto la valenza del condizionamento da
considerare in vista dello scioglimento delle amministrazioni comunali. Ma una
circostanza diffusa, che concorre alla decisione di giungere allo scioglimento, si
realizza
anche
quando
alcuni
amministratori
locali
subiscono
attentati,
intimidazioni e minacce, tali da delineare un quadro di forte pressione sugli
amministratori comunali: questi atti segnalano in maniera esplicita l’interesse dei
clan per l’attività dell’Ente Locale. La violenza mafiosa può essere motivata sia
dalla resistenza degli amministratori nei confronti delle pressioni mafiose, ma
anche può essere il segnale di una ritorsione messa in atto dai mafiosi quando gli
amministratori non hanno rispettato i patti.
In realtà, per essere pienamente efficaci, le infiltrazioni mafiose non si limitano a
toccare gli organi politici, ma si insinuano frequentemente anche nell’apparato
burocratico – tecnico dell’ente locale. Per tale motivo, il comma 30 dell’art. 2 della
Legge 15 luglio 2009 n. 94, ha previsto anche la sospensione di dirigenti e
dipendenti in caso di comportamento collusivi con i mafiosi.
Il terzo e ultimo ambito di fenomeni che inducono lo Stato ad attivarsi decretando
lo scioglimento sono le irregolarità amministrative e quelle che riguardano gli
appalti pubblici. In particolare è il campo dell’urbanistica ad essere al centro delle
attenzioni dei gruppi mafiosi: il business delle costruzioni consente di muovere
ingenti quantità di denaro, così da creare occasioni d’oro per l’attività di riciclaggio.
Inoltre, gestire il campo dell’edilizia pubblica e privata permette ai mafiosi di
assumere una posizione privilegiata nel tessuto economico locale attraverso i
controllo delle forniture, dell’indotto e della manodopera: soprattutto in alcuni
contesti, la facoltà di distribuire lavoro in maniera del tutto discrezionale fa dei
mafiosi, agli occhi di chi lavora grazie ad essi e delle loro famiglie, dei veri e propri
61
benefattori. Ciò aumenta a dismisura il prestigio, la reputazione ed il livello di
legittimazione sociale di cui godono i gruppi criminali e i loro singoli esponenti.
Infine, gli investimenti nel campo del mattone consentono di fare affari di prima
grandezza speculando sulla destinazione d’uso dei terreni sulla quale decidono gli
amministratori locali. Avere perciò un canale privilegiato, anche solo sul piano
informativo, significa per i mafiosi godere di rendite di posizione e di vantaggi
competitivi non indifferenti. Non è raro che individui sospettati di appartenere alla
criminalità organizzata vengano sorpresi con documenti (mappe, progetti di piani
regolatori, planimetrie, etc.) riservati.
Il modello dei “motivi di scioglimento” così elaborato può essere applicato in
generale a tutti quei territori colonizzati dalle mafie, anche con riferimento alle
regioni lontane dai luoghi di origine e dove il “modello mafioso”, inteso in questa
trattazione soprattutto come rete di relazioni politiche e sociali, viene comunque
reiterato.
Come risulta dall’elaborazione Transcrime dell’indice di presenza mafiosa 20002011, la criminalità organizzata mafiosa è presente in tutte le regioni del paese con
poche aree che hanno fatto registrare valori pari a zero. Allo stesso tempo, le aree a
presenza mafiosa molto alta sono limitate e concentrate. L’intensità dei valori varia
tuttavia in modo rilevante anche all’interno di queste regioni.
Al di fuori delle aree tradizionali di influenza è possibile notare la forte presenza di
criminalità organizzata mafiosa a Roma e nel Lazio meridionale. Per quanto
riguarda il Settentrione, nelle regioni del Nord Ovest. In particolare Liguria,
Piemonte e Lombardia fanno registrare valori medi e medio alti intorno ai principali
centri metropolitani, ma anche in aree meno urbanizzate.
Ma nonostante l’endemica minaccia di infiltrazione cui sono sottoposti questi
governi locali, solo un numero relativamente ristretto di amministrazioni comunali
è stato finora sciolto.
In assenza di decreti di scioglimento in Lombardia, in questa trattazione si è scelto
di applicare il modello dei “motivi di scioglimento”, ricondotto ai tre ambiti
(amministratori, apparato burocratico-tecnico e contesto ambientale), quale
strategia d’azione per individuare i segnali dei pericoli di condizionamento mafioso
62
a Milano e nella provincia di Monza e della Brianza, che insieme con la provincia
di Milano, risulta tra le province lombarde con la maggiore presenza mafiosa.
Indice di presenza mafiosa 2000-2011
Fonte: elaborazione Transcrime
63
CAPITOLO 3
L’infiltrazione mafiosa “sommersa” a Milano e nei Comuni della
provincia di Monza e della Brianza: i fatti di cronaca
1 – Il caso del Comune di Milano
Milano è la città in cui “la mafia non esiste”. Lo affermava negli anni Ottanta il
sindaco Paolo Pillitteri, lo ha ripetuto fino all’altro ieri Letizia Moratti.
Milano, già “capitale morale” del paese, è la città diventata oggi la nuova capitale
della ‘ndrangheta. Lo sostengono i magistrati che conducono le loro indagini tra
Calabria e Lombardia.
Milano è la città dove centinaia di persone sono state negli ultimissimi anni
indagate, incriminate, arrestate per la loro partecipazione alle attività dei gruppi di
criminalità organizzata. Molte di queste sono calabresi, ma alcune hanno cognomi e
accento del tutto lombardi. Segno che, se “la mala pianta” è cresciuta così
rigogliosa al Nord, è anche perché ha trovato un terreno particolarmente fertile e
pronto ad accoglierla. E chi ritiene che la mafia non possa aspirare a influire sulle
scelte politiche di una città tanto grande si sbaglia: Milano è anche la città dove
decine di politici ed amministratori pubblici hanno il loro nome stampato nelle carte
delle indagini.81
Già a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta la malavita di vecchio stampo stava
lasciando il posto alle organizzazioni mafiose. Ciononostante le parole del sindaco
socialista di Milano dal 1967 al 1976, Aldo Aniasi, erano rassicuranti. Ma questo
non sorprende, dato che dalle trascrizioni della Commissione Antimafia viene fuori
una conversazione del 2 febbraio 1970 tra il socialista Tunetti e Italo Jalongo,
consulente fiscale del boss Frank Coppola: il sindaco Aniasi e tutto lo stato
maggiore socialista viene chiamato in causa. Contenuto delle telefonate?
Speculazioni varie, dall’ANAS ai grandi magazzini “Standa”.82
Dal 1976 al 1986 sindaco di Milano è il socialista Carlo Tognoli. Il 16 luglio 1979
si riunisce a palazzo Marino il consiglio comunale. Come è consuetudine, il sindaco
81
G. BARBACETTO, D. MILOSA, Le mani sulla città. I boss della ‘ndrangheta vivono tra noi e
controllano Milano, Chiarelettere Editore, Milano, 2011, p. 9
82
G. NICCOLAI, Mafia, criminalità e potere politico (conferenza), 28 maggio 1977, disponibile in
http://www.beppeniccolai.org/Mafia_criminalit%C3%A0_potere_politico.htm
64
apre la seduta con le commemorazioni di personalità cittadine decedute nei giorni
precedenti. Tognoli ricorda nell’ordine Carlo Gervasini, direttore del pubblico
macello, padre Enrico Zucca, fondatore del centro culturale Angelicum, e Giordano
Belloni, presidente del comitato di gestione dell’Eca, l’ente comunale di
previdenza. Nessuna parola per Giorgio Ambrosoli, avvocato esperto in
liquidazioni coatte amministrative e nominato commissario liquidatore della Banca
Privata Italiana di Michele Sindona, ucciso pochi giorni prima in via Morozzo della
Rocca da un sicario ingaggiato da Sindona. Nessuna autorità pubblica d’altra parte
aveva presenziato ai suoi funerali, ad eccezione di alcuni esponenti della Banca
d’Italia. Troppo zelante, questo Ambrosoli. Troppo ligio al dovere, pensano in
molti. In seguito alla protesta di alcuni consiglieri, il sindaco precisa di non aver
onorato la memoria di Ambrosoli in aula “perché, normalmente, rispetto a certi
fatti di cronaca, lo si fa in rari casi”. Duro e accorato è l’intervento del capogruppo
comunista, Roberto Camagni, che riassume l’ascesa di Sindona, la benevolenza
della città nei suoi confronti, le complicità politiche e istituzionali di cui il
finanziere ha goduto. Per tutta risposta, il democristiano Luigi Migliori accusa
Camagni di “approfittare di una commemorazione per fare un comizio su altri
argomenti”, di compiere “una speculazione” e una “strumentalizzazione plateale e
volgare” sulla morte di Ambrosoli.83
Del resto negli anni di Tognoli, l’uomo che segna profondamente la storia
urbanistica di Milano è Salvatore Ligresti, su cui adombrano sospetti di rapporti
sotterranei con la mafia mai confermati. Salvatore Ligresti arriva a Milano sul finire
degli anni Cinquanta. È siciliano, nato il 13 marzo 1932 a Paternò, in provincia di
Catania, come i La Russa. Non ha alcun capitale, solo una laurea in ingegneria
conquistata all’Università di Padova e una furbizia innata, un gran fiuto per gli
affari. Negli anni Ottanta è già l’immobiliarista più potente di Milano.
Attorno a lui crescono subito leggende nere. La domanda che circola nei salotti
buoni è: ma dove ha preso, questo signore, tutti quei soldi? Come ha potuto
diventare anche il padrone della Sai un uomo che nel 1978 dichiarava al fisco un
reddito di 30 milioni di lire? Come ha fatto a diventare, in pochi anni, uno dei
83
M. PORTANOVA, G. ROSSI, F. STEFANONI, Mafia a Milano, Sessant’anni di affari e delitti,
Melampo Editore, Milano, 2011, p. 111
65
cinque uomini più ricchi d’Italia, uno dei pochi italiani presenti nelle classifiche di
“Forbes” e “Fortune”?84
Ligresti a Milano ha fatto un buon matrimonio, perché ha sposato la figlia di un
personaggio chiave per gli affari edilizi, Alfio Susini, provveditore alle opere
pubbliche della Lombardia. Antonietta Susini, detta Bambi, diventa la moglie di
Salvatore Ligresti, ma nel 1981 è vittima di un sequestro. La soluzione è rapida:
Bambi, rapita a Milano il 5 febbraio, viene liberata nei pressi di Varese dopo poco
più di un mese, dietro il pagamento di un riscatto, pare, di 600 milioni di lire.
Ma c’è un risvolto inatteso: gli uomini individuati come i presunti rapitori sono tutti
esponenti delle famiglie che risulteranno “perdenti” contro i Corleonesi nella
seconda guerra di mafia, conflitto scoppiato nel 1978 e conclusosi nel 1983.
Stranamente, degli uomini coinvolti nel sequestro due, Pietro Marchese e Antonio
Spica, finiscono morti ammazzati; il terzo, Giovannello Greco, fedelissimo del
vecchio capo di Cosa nostra Stefano Bontate, scompare nel nulla. È chiamato “il re
degli Scappati” (i mafiosi palermitani che per anni si nascondono, sperando nella
rivincita contro i Corleonesi): solo nel maggio 2002 si costituirà in Spagna e verrà
estradato.85
La storia del rapimento si incastra con una serie di dichiarazioni raccolte dai
collaboratori di giustizia negli anni Novanta. Gaspare Mutolo riferisce una
confidenza ricevuta da Vittorio Mangano, lo “stalliere” di Arcore di Silvio
Berlusconi, che Ligresti riciclava i soldi della famiglia Carollo (imparentata alla
vecchia mafia storica dei “perdenti” per il tramite dei Badalamenti).
Mentre un’altro dei grandi collaboratori di giustizia, Angelo Siino, l’imprenditore
considerato il “ministro dei lavori pubblici” della mafia siciliana, racconta che
Ligresti aveva come diretto referente mafioso nientemeno che Nitto Santapaola, il
boss dei Corleonesi, proprio coloro che si sarebbero affermati nel 1983 dopo la
seconda guerra di mafia, a danno delle famiglie storiche dei Bontate, dei
Badalamenti e dei Buscetta.86
In mancanza di altri riscontri, queste dichiarazioni rimangono però lettera morta.
84
M. PORTANOVA, G. ROSSI, F. STEFANONI, Mafia a Milano, Sessant’anni di affari e delitti,
Melampo Editore, Milano, 2011, p. 126
85
Ibid., p. 125
86
Ibid., p. 129
66
Già negli anni Ottanta sulla presunta mafiosità di Ligresti erano state compiute
indagini ufficiali, molto discrete, senza che nulla trapelasse, ma dopo alcuni anni di
accertamenti, il dossier mafia su Ligresti era stato chiuso, senza alcuna
conseguenza.
Comunque il comune di Milano sarà coinvolto nel corso degli anni in diversi
scandali che avranno come protagonista proprio Salvatore Ligresti.
Il primo scoppia nel 1986: il 18 marzo 1986 l’assessore all’ Urbanistica,
l’esponente Dc Carlo Radice Fossati, fa approvare una delibera con cui il Comune
acquista dei terreni agricoli di Ligresti a 5.000 lire il mq. In ottobre una giornalista
di Avvenire, Ines Maggiolini, informa Radice Fossati che la precedente giunta
aveva già concordato l’acquisto di quei terreni a prezzi enormemente più bassi:
500, 800 e 1.000 lire al mq. L’assessore fa rovistare fra i cassetti del Comune e
trova le lettere di impegno, firmate dal suo predecessore, il comunista Maurizio
Mottini. Le lettere, stranamente, non sono protocollate. Perché? E perchè Ligresti si
era impegnato a vendere al Comune i terreni a prezzi così stracciati?87 Ligresti è
legatissimo all’allora premier socialista Bettino Craxi e dunque al sindaco Carlo
Tognoli. Il sospetto è quello di un accordo inconfessabile fra il costruttore e la
vecchia giunta di sinistra. È la scintilla che fa scoppiare lo “scandalo delle aree
d’oro”, un grande caso politico-urbanistico che mette in evidenza la trama di
commistioni tra politica e affari, gli accordi sotterranei, le stecche, le corsie
preferenziali.88
Il più implacabile accusatore di Ligresti è Basilio Rizzo, allora consigliere
comunale di Democrazia proletaria, che con enorme pazienza e passione controlla
ogni dettaglio della macchina comunale milanese. Ma anche il missino Riccardo De
Corato sforna denunce pubbliche contro il costruttore. Alla fine Ligresti viene
indagato per corruzione e il pretore Francesco Dettori scopre una miriade di reati
urbanistici compiuti nei suoi cantieri, disseminati in tutta Milano: “Parlare di
87
Il Corriere della Sera, 17 luglio 1992, disponibile in
http://archiviostorico.corriere.it/1992/luglio/17/dalle_aree_oro_dell_all_co_0_9207172139.shtml
88
G. BARBACETTO, Compagni che sbagliano. La sinistra al governo e altre storie della nuova
Italia , Il Saggiatore, Milano, 2007 disponibile in Società civile,
http://www.societacivile.it/focus/articoli_focus/ligresti2.html
67
semplice sospetto di collusione tra uffici comunali competenti e proprietà è mero
eufemismo”, scrive Dettori.89
I milanesi imparano così a conoscere il costruttore grazie all’impressionante
sequenza di scandali edilizi di cui si rende protagonista: hotel che diventano uffici
(il Francia Europa), terrazze e sotterranei che si trasformano in appartamenti (via
dei Missaglia, “Ottagoni” di San Siro), uffici non previsti dal piano regolatore (via
Tucidide, via Ripamonti), volumetrie gonfiate (via Cornalia).90
Il nome di Ligresti è legato soprattutto al Piano casa varato dal Comune nel 1982,
per affrontare con urgenza la cronica carenza di alloggi che affligge la metropoli
lombarda: 19 varianti al piano regolatore per oltre 5 milioni di metri cubi da
costruire. Ma in realtà neanche 2 milioni di metri cubi sono destinati effettivamente
a residenza per arrivare ai 10 mila nuovi alloggi promessi dalla giunta. Passano gli
anni, le varianti diventano 32. E in tutto questo il vero affare lo fa Ligresti: si
calcola che il 70 per cento dell’intera cubatura prevista dal Piano casa sia
concentrata su terreni di sua proprietà. In particolare su aree della periferia sud, che
le varianti del piano regolatore convertono da agricole in edificabili.91
A seguito dell’esplosione di tutti questi scandali, nel 1986 il sindaco Tognoli cade e
il suo successore sarà il socialista Paolo Pillitteri, cognato di Bettino Craxi e
celebrante delle nozze tra Silvio Berlusconi e Veronica Lario.
Del resto le scelte politiche del sindaco Tognoli si erano rivelate un fallimento:
Tognoli aveva puntato tutto sull’espansione del terziario e quello che era stato
chiamato Piano Casa, varato in nome della necessità di costruire abitazioni a prezzi
contenuti, si era via via trasformato in un diluvio di uffici, il più grande mai
permesso fino a quel momento a Milano.
Per quanto riguarda Ligresti la sua immagine ne esce a pezzi e affronta uno
stillicidio di piccole condanne per abusi edilizi. Intanto i suoi palazzi non si
vendono, gli uffici restano vuoti, il terziario è bloccato. L’indebitamento finanziario
89
G. BARBACETTO, Compagni che sbagliano. La sinistra al governo e altre storie della nuova
Italia , Il Saggiatore, Milano, 2007 disponibile in Società civile,
http://www.societacivile.it/focus/articoli_focus/ligresti2.html
90
M. PORTANOVA, G. ROSSI, F. STEFANONI, Mafia a Milano, Sessant’anni di affari e delitti,
Melampo Editore, Milano, 2011, p. 124
91
Ibid., p. 125
68
netto è da vertigine. 92. L’allora presidente della BNL Nerio Nesi racconterà che nel
1987 Craxi gli ordinò di accordare a Ligresti un mega-prestito; lui però rifiutò;
Craxi s’infuriò: “Devi ancora imparare come si fa il banchiere!” e lo cacciò.
Ligresti però viene salvato dall’altro suo grande sponsor, il patron di Mediobanca
Enrico Cuccia, siciliano come lui, che nel 1989 impone la quotazione in Borsa della
sua finanziaria Premafin, chiedendo ai risparmiatori di metter mano al portafogli:
Premafin è valutata 1.000 miliardi, 14 volte gli utili, che sono pure gonfiati grazie
agli appoggi politici presso gli enti pubblici (a cui Ligresti vende molti dei suoi
palazzoni vuoti, forzando il mercato).
Perché Cuccia ha scelto di salvare Ligresti? Lasciarlo fallire significava lasciar
andare chissà dove la Sai, e con essa un suo piccolo pacchetto azionario, a cui
Cuccia teneva più d’ogni altra cosa: quello Euralux, finanziaria lussemburghese che
controlla un fascio determinante di azioni Generali. Per tenerlo nell’orbita di
Mediobanca, Cuccia era disposto a fare patti anche con il diavolo. Così Ligresti è
salvo e risorgerà di lì a poco.93
Ma l’inchiesta che aveva svelato per la prima volta le amicizie molto pericolose tra
gli uomini dei partiti e quelli delle cosche inizia, per caso, verso la fine del 1988: è
la “Duomo connection”. Le indagini in un primo momento avevano rivelato un
traffico di stupefacenti gestito insieme da siciliani e calabresi e poi avevano portato
alla scoperta delle collusioni tra mafiosi e alcuni esponenti della pubblica
amministrazione del Comune di Milano, aventi per scopo la gestione pilotata di
lottizzazioni miliardarie.
L’obiettivo iniziale delle indagini era venire a capo di un giro di droga. Il bar Nat &
Johnny a Cesano Boscone era un punto di riferimento ben noto per pusher e
trafficanti. Ad un certo punto i carabinieri riescono ad arrivare ad una pista che
conduce a Antonino Zacco, una figura strategica nel mondo del narcotraffico: lo
chiamano il Sommelier per la conoscenza del “prodotto”. Il Sommelier, ignaro di
essere seguito giorno e notte, conduce i carabinieri a un capannone di via Salis, alla
92
G. BARBACETTO, Compagni che sbagliano. La sinistra al governo e altre storie della nuova
Italia , Il Saggiatore, Milano, 2007 disponibile in Società civile,
http://www.societacivile.it/focus/articoli_focus/ligresti2.html
93
G. BARBACETTO, Compagni che sbagliano. La sinistra al governo e altre storie della nuova
Italia , Il Saggiatore, Milano, 2007 disponibile in Società civile,
http://www.societacivile.it/focus/articoli_focus/ligresti2.html
69
Comasina, dove compare un nuovo personaggio, a prima vista sconosciuto: si tratta
di Tony Carollo, figlio di Gaetano e di Antonietta Ciulla, cognome di spicco negli
ambienti mafiosi.
I carabinieri a questo punto si concentrano su di lui e sulla Novedil, l’impresa
edilizia di Carollo, presso cui sfilano anche imprenditori insospettabili come
Gaetano Nobile e Sergio Coraglia. Gaetano Nobile è titolare di una serie di società
finanziarie tra Milano e Firenze, mentre Sergio Coraglia è titolare della Monti
Immobiliare, società che ha costruito palazzi in tutto l’hinterland milanese.94
Nel dicembre del 1989 gli investigatori ascoltano una conversazione telefonica di
Carollo in cui si discute di politica e si fanno nomi pesanti. Il tema è un terreno al
Ronchetto (zona Navigli): “Sto facendo una convenzione che è alla firma di
Schemmari, sono andato a firmare la convenzione. Ora ho chiesto protezione
politica e l’ho trovata. Io là ho un contatto con Pillitteri, il sindaco di Milano, ci
chiamiamo giornalmente (…) per fissare (…) accelerando questa pratica qua (…)
difatti è alla firma di Schemmari, e dovrebbe firmare oggi o domani, dovrebbe
firmare. Ma nel giro di quattro o cinque anni verrebbero edificabili altri 5 mila
metri cubi, chiaramente con un prezzo politico, poi andremo a suddividere tra
noi”.95 I due nomi pronunciati da Carollo corrispondono al sindaco di Milano Paolo
Pillitteri e all’assessore all’Urbanistica Attilio Schemmari. E in effetti, per portare a
termine il business miliardario di cui parla Carollo serve la firma dell’assessore
all’Urbanistica sulla concessione edilizia legata al piano di lottizzazione.
La pratica del Ronchetto, però, non si sblocca. Il 25 gennaio 1990 Gaetano Nobile
telefona alla direzione nazionale del Psi, in via del Corso a Roma, e chiede
intercessione ad Anita Garibaldi (pronipote di Giuseppe e compagna di Salvatore
Spinello, in rapporti con Gaetano Nobile). Anita Garibaldi, in una sorta di
monologo, riassume a Nobile il contenuto delle sue conversazioni “con Milano”
senza però fare alcun nome, anche se si capisce che l’interlocutore milanese deve
essere un soggetto piuttosto importante: “Ho parlato personalmente con lui, ma
ovviamente lui non segue la cosa personalmente (…) per cui mi ha detto:guarda, ti
faccio sapere dov’è immediatamente. Ovviamente non mi ha richiamato, lo
94
M. PORTANOVA, G. ROSSI, F. STEFANONI, Mafia a Milano, Sessant’anni di affari e delitti,
Melampo Editore, Milano, 2011, p. 237
95
Sentenza del tribunale di Milano, settima sezione, presidente Renato Caccamo, 25 maggio 1992
70
abbiamo richiamato noi. Ecco tutto (…) capisci, non è che (…) io quando gli
parlai, che poi era, erano due minuti, però gli feci presente che era urgente, che
poi conveniva tutto sommato, perché aveva la sua campagna elettorale eccetera.
Per cui non è che non ha capito il problema”.96
Il discorso è chiaro: la campagna elettorale per le elezioni amministrative è alle
porte e una firmetta sulle pratiche giuste può rivelarsi molto utile.
A questo punto gli inquirenti decidono che è tempo di fare qualche mossa: Antonio
Zacco, il Sommelier, non serve più alle indagini e per lui scattano le manette. Nel
cantiere della Novedil la notizia crea scompiglio. Si ipotizza una soffiata, ma viene
escluso che a tradire sia stato qualcuno del gruppo. Nel frattempo si continua a
pensare a quel maledetto affare del Ronchetto. Carollo ne parla in continuazione e
proprio all’indomani dell’arresto di Zacco si lascia scappare le frasi destinate a
scatenare un autentico terremoto politico a Milano: “No, lascia stare che
Schemmari è l’assessore e non fa un cazzo, perché Schemmari lo conosco. Se non
passa alla commissione Grandi opere il progetto, Schemmari non può fare nulla”.
E poi aggiunge: “Schemmari da me ha preso 200 milioni, Schemmari da me, per il
progetto di Ronchetto sulle rane. Schemmari ha preso 200 milioni di lire da me, è
un progetto fermo da due anni. Schemmari da me, personalmente da me, c’ero
andato con 200 milioni, io resto ancora fermo da due anni. Adesso, perché ho
avuto l’incontro con Pillitteri e con Schemmari, forse andiamo alla firma
dell’interra convenzione in questi giorni. Cosa vuole, io le strade le ho. Poi però
arriva un piroetto di questo qua e ci blocca. E poi, meno male, ci ha fatto richieste
del cazzo, ci hanno chiesto 20 milioni. Meno male che hanno chiesto solamente 20
milioni. Per dire che non è un discorso politico, è un discorso che loro dicono: qui
mangiano tutti. Dice: con 1,2 milioni di lire al mese noi andiamo avanti? Hanno
parlato chiarissimo”97.
Il 1 marzo 1990 arriva la notizia della firma tanto attesa. Il 20 marzo il piano di
lottizzazione per il Ronchetto passa anche in consiglio comunale, nel corso
dell’ultima seduta prima dello scioglimento per le elezioni di maggio.
E alle elezioni che si tengono il 6 maggio 1990 viene riconfermato sindaco Paolo
Pillitteri, anche se il suo regno durerà solo fino al 31 dicembre 1991, quando sarà
96
97
Ibid
Ibid
71
costretto a rassegnare le dimissioni ormai abbandonato da Pds, Pri, Verdi e
Pensionati.
Negli uffici della procura della Repubblica il quadro appare ormai chiaro e si
decide di passare all’azione: all’alba del 16 maggio 1990 scattano le manette per
tutti i protagonisti di quella che i giornali chiamano “Duomo connection”. Mentre
la posizione di Pillitteri viene archiviata al termine delle indagini preliminari, tutti
gli altri indagati vengono rinviati a giudizio. La vicenda giudiziaria della “Duomo
connection” si conclude definitivamente soltanto alla fine di dicembre del 1997,
con l’uscita di scena di Sergio Coraglia, grazie a un pesante ridimensionamento del
suo ruolo nella vicenda con la cancellazione dell’accusa di riciclaggio, e la
prescrizione del reato per Attilio Schemmari.98 Oltre vent’anni dopo l’inchiesta,
l’area del Ronchetto, sequestrata nell’ambito del processo, è ancora lì, abbandonata,
in attesa di una decisione o di un intervento dell’amministrazione comunale.
Dall’indagine “Duomo connection” partono altri filoni, che portano alla luce audaci
modelli di riciclaggio di denaro e tentativi di infiltrazione nella vita politica e
amministrativa.
Un filone intercetta un intenso traffico di droga dalla Colombia. L’indagine
coordinata dal procuratore Alberto Nobili fa emergere un nuovo importante canale
del narcotraffico ma anche un ulteriore, preoccupante punto di contatto tra gli
ambienti mafiosi e quelli politici. Nella primavera del 1991 finisce in galera
Gioacchino Matranga, boss siciliano che ha iniziato a trafficare narcotici insieme a
padrini di Cosa nostra come Michele Greco. Matranga ha alle spalle una lunga
gavetta da contrabbandiere e da picciotto, compreso un periodo trascorso tra i
banconi dell’Ortomercato milanese. Ma dopo qualche anno di scalata nel mondo
della droga si trova a gestire numerose attività imprenditoriali. Interrogatorio dopo
interrogatorio, il sostituto procuratore Alberto Nobili vede comparire sui verbali
firmati da Matranga i nomi di alcuni personaggi molto in vista nel panorama
politico locale di quel periodo, e tra i nomi spunta quello di Loris Zaffra (assessore
all’Edilizia privata del Comune di Milano). Nella primavera che precede le elezioni
amministrative del 1990 Zaffra, insieme con suoi colleghi di partito in Regione
Lombardia (Ugo Finetti e Maurizio Ricotti) avrebbe incontrato almeno due volte il
98
M. PORTANOVA, G. ROSSI, F. STEFANONI, Mafia a Milano, Sessant’anni di affari e delitti,
Melampo Editore, Milano, 2011, p. 247
72
narcotrafficante Matranga e la sua banda, per assicurarsi un pacchetto di circa 300
preferenze che Matranga affermava di controllare.99
Ma un ulteriore filone della “Duomo connection” è l’operazione denominata “Fior
di Loto”: dietro un’immobiliare dal nome esotico ci sono i capiclan della
‘ndrangheta al Nord, tra i quali Santo Pasquale Morabito. Santo Pasquale arriva a
Milano nel 1984 da Bova Marina, sulla costa ionica della Calabria, da dove la
polizia locale lo ha cacciato con un divieto di soggiorno nell’Italia meridionale.
Appena messe nel radici nel capoluogo lombardo, Morabito riavvia l’abituale giro
di affari e contatti che gi consentono di vivere alla grande: Lancia Thema Ferrari,
vacanze da signore a Montecarlo e Courmayeur, yacht ormeggiato a Loano e una
passione smodata per i gioielli. Ma che lavoro fa per pagare tutto questo? Santo
Pasquale Morabito commercia cocaina e si vanta di esserne uno dei maggiori
intenditori sulla piazza.100
E anche Santo Pasquale Morabito ha un progetto per avere un uomo affidabile a
Palazzo Marino, ma il piano fallisce perché il boss scommette sul cavallo sbagliato:
Osvaldo Merlini, 25 anni, ragioniere, outsider della sinistra socialista, candidato
numero 57 della lista del Psi per un posto in consiglio comunale. Le elezioni
amministrative del 1990 gelano però tutte le speranze per Merlini di conquistare un
seggio: 293 voti in tutto, non sufficienti per farsi eleggere. E’ al boss calabrese che
si rivolge, furibondo, Merlini quando pensa di presentare ricorso, convinto di essere
vittima di brogli. Santo Pasquale Morabito se la prende con i complici e li rimbrotta
per non aver fatto il possibile per garantire l’elezione di Merlini, ma quasi subito
capiscono tutti e due che è meglio rassegnarsi e rinunciare al ricorso contro il
risultato delle urne.101
Nel frattempo la risposta del consiglio comunale milanese alla vicenda “Duomo
connection” prende la forma di un comitato antimafia dal nome “Comitato di
iniziativa e di vigilanza sulla correttezza degli atti amministrativi e sui fenomeni di
infiltrazione di stampo mafioso”: è costituito dal consiglio comunale il 13
novembre 1990 e lo presiede Carlo Smuraglia, Pci, avvocato penalista ed ex
componente del Consiglio superiore della magistratura. Il comitato è composto da
99
Ibid., p. 249
Ibid., pp. 251-252
101
Ibid., p. 254
100
73
altri quattro consiglieri comunali e da vari membri esterni (studiosi, ex magistrati,
rappresentanti delle organizzazioni di categorie e del mondo del lavoro). Hanno il
compito di analizzare le caratteristiche della presenza mafiosa a Milano e di
individuare gli eventuali buchi della macchina amministrativa attraverso i quali
Cosa nostra potrebbe infiltrarsi (appalti, concessioni, licenze commerciali).102
Il comitato parte con uno studio sulle periferie, facendo sopralluoghi e sentendo i
consigli di zona. Il Palazzo scopre che, per assecondare le necessità del traffico e
dello spaccio di droga, “si determinano aree riservate per la delinquenza
organizzata e spesso quasi inaccessibili”. E’ in questo documento che per la prima
volta vengono elencate le zone di Milano occupate dalla mafia: da Bruzzano a
Quarto Oggiaro, da Ponte Lambro a via Bianchi: è una Milano inedita e
preoccupante quella che emerge dalla relazione Smuraglia. Eppure, quando il
lavoro del comitato viene discusso in consiglio comunale, il sindaco Pillitteri non
ritiene opportuno intervenire, e il tutto si risolve con una delega alle Periferie da
affidare a qualche assessore.
Succede poi il finimondo quando il comitato si azzarda a ficcare il naso nella
macchina municipale. Il succo delle 28 pagine di un’altra relazione “in ordine alla
verifica delle procedure amministrative in atto presso il comune di Milano, e nei
vari settori più esposti” datata 18 luglio 1991, è molto semplice: gli esperti del
comitato individuano i settori più esposti ai pericoli di infiltrazione, e cioè
urbanistica, lavori pubblici, edilizia popolare e privata, economato e commercio. La
ricetta proposta è altrettanto chiara: maggiore trasparenza, snellimento delle
pratiche, registri di imprese, controlli più serrati, in particolare sulle opere in corso.
La relazione finisce sui giornali del 23 luglio ed è subito tempesta: Smuraglia è
additato come traditore della giunta rossa. La sua colpa? Aver portato a termine un
preciso mandato del consiglio comunale.103
Il comitato antimafia prosegue comunque la sua attività. Si imbatte anche nel caso
dell’Ortomercato, gestito dal comune tramite la municipalizzata Sogemi: alcuni
sindacalisti raccontano che, insieme a pomodori e melanzane arrivano anche armi e
droga. L’attività del comitato alimenterà l’indagine della magistratura, che nel 2007
darà il via all’operazione “For a King”, che svelerà una ragnatela nella quale ci
102
103
Ibid., pp. 343-344
Ibid., p. 345
74
sono politici più o meno importanti, società vere o fittizie, prestanome, vigili urbani
e funzionari comunali sensibili alle bustarelle, commercialisti, professionisti,
dentisti, ristoratori e criminali incalliti.
Nel 1991 c’è il tempo per un nuovo scandalo pre-Tangentopoli che coinvolge
nuovamente Salvatore Ligresti: il costruttore risulta infatti essere uno dei più
affezionati clienti del cosiddetto assessorato ombra di via Fara. In queste stanze nei
pressi della Stazione centrale, Sergio Sommazzi, ex funzionario dell’Edilizia
privata comunale, si adopera presso gli ex colleghi dell’Edilizia privata per
accelerare le pratiche dei suoi clienti “clandestini”.104
Il 14 luglio 1992, dopo che nel mese dicembre dell’anno precedente il sindaco
Pillitteri, ormai abbandonato da Pds, Pri, Verdi e Pensionati, era stato costretto a
rassegnare le dimissioni, il gruppo di lavoro presieduto da Smuraglia conclude il
compito presentando una relazione in tre volumi. E’ la prima opera organica sulla
mafia a Milano, con analisi storiche, statistiche e sociologiche. Sfata il mito che
vuole le istituzioni e il tessuto sociale del capoluogo lombardo del tutto
impermeabile alla penetrazione mafiosa: la relazione parla infatti di controllo del
territorio e omertà in periferia, di piccoli imprenditori facili prede delle cosche, di
avvocati, poliziotti e funzionari conniventi con i boss, di riciclaggio nell’edilizia.105
Nel frattempo a Pillitteri succede sulla poltrona di sindaco Piero Borghini, ex Pds
cui Bettino Craxi nel dicembre 1991, ha affidato il compito di guidare una giunta
“ribaltone” imperniata sull’alleanza Psi-Dc, con il Pds all’opposizione. Uno dei
primi atti del sindaco Borghini? L’abolizione del comitato antimafia. Le
motivazioni di Borghini sono sorprendenti: “Parlandone con il questore mi sono
persuaso che Milano non è affatto una città mafiosa (…) la mafia non c’è nel senso
proprio. Nel senso che ha a Palermo. Ci sono forse dei mafiosi. Può darsi. Ma la
mafia come fenomeno, quella no (…) un pericolo mafioso specifico, credo, non
viene dimostrato da nessuno”.
Intanto la prima Repubblica viene spazzata via dal crollo del muro di Berlino e
dall’inchiesta Mani Pulite. La nuova era inizia con l’elezione diretta del sindaco,
che a Milano prende la forma di Marco Formentini della Lega Nord.
104
105
Ibid., p. 125
Ibid., p. 346
75
Nel novembre 1993 Formentini, dopo aver promesso grande interessamento al tema
della mafia, boccia la ricostituzione del comitato antimafia. La relazione Smuraglia
del 1992 continua a giacere dimenticata, in attesa di discussione in consiglio
comunale.
Il 30 gennaio 1996 torna a Milano la Commissione parlamentare antimafia, questa
volta guidata da Tiziana Parenti di Forza Italia. Né il sindaco Formentini, né il
presidente della Regione Roberto Formigoni si degnano di presentarsi
all’appuntamento mandando due sostituti.
Per un buon decennio, dalla metà degli anni Novanta alla metà degli anni Duemila,
la presenza mafiosa a Milano e in Lombardia scompare nel dibattito politico.
Falcidiati dalle operazioni messe a segno negli anni Novanta, il clan mafiosi al
Nord si inabissano. Ma passano gli anni e i rischi di infiltrazione mafiosa in
Comune restano.
L’affare degli anni Duemila per i mafiosi è l’Expo 2015, la grande esposizione
universale che avrà luogo nel capoluogo lombardo nel 2015, per la cui
organizzazione e gestione è stata costituita un’apposita società a partecipazione
pubblica, i cui soci sono Ministero dell’Economia e delle Finanze (quota 40%),
Comune di Milano (quota 20%), Regione Lombardia (quota 20%) e Provincia di
Milano (quota 10%) e Camera di Commercio di Milano (quota 10%).
Ed è l’Expo 2015 l’obiettivo che la ‘ndrangheta si appresta a scalare nel terzo
millennio. L’OPA mafiosa sull’Expo, a quanto risulta da un articolo de “Il Fatto
Quotidiano”, inizia in una notte di mezza estate del 26 maggio 2006 durante la
quale Letizia Moratti festeggia, a pochi passi di piazza Duomo, la fine della sua
prima campagna elettorale.106 Tra i partecipanti ci sono due uomini: sono arrivati in
compagnia delle rispettive mogli a bordo di un Porsche Cayenne. Indossano
giacche eleganti e hanno i volti visibilmente soddisfatti. Un particolare, però, li
rende speciali: sono uomini vicini alla ‘ndrangheta. Chi li conosce? Non il futuro
sindaco, certamente ignaro della loro presenza. Gli investigatori della polizia,
invece, sanno molto bene chi sono. Loro, quella sera, fotografano, riprendono e
annotano tutto. Il racconto della festa si trasforma ora in una storia politicamente
106
Il Fatto Quotidiano, 27 giugno 2010, disponibile in
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/27/la-moratti-festeggia-la-fine-della-campagna-elettorale-ela-ndrangheta-si-siede-in-prima-fila/32237/
76
imbarazzante per un sindaco che, dopo aver fatto naufragare la commissione
antimafia, periodicamente si affretta a dire che “la mafia a Milano? Fatemela
vedere”.
Uno dei due partecipanti è Giulio Giuseppe Lampada, nato a Reggio Calabria il 16
ottobre 1971, che gli investigatori reputano collegato al clan di Pasquale Condello,
il boss arrestato nel febbraio 2008 dopo 18 anni di latitanza. Lampada è abituato a
trattare con i politici. Il suo grande amico e sponsor si chiama Armando Vagliati.
Dal 1997 Vagliati è uno storico consigliere comunale di Palazzo Marino.
Fedelissimo di Berlusconi, l’ingegner Vagliati (non indagato), è già membro della
segreteria cittadina di Forza Italia. Il rapporto tra Lampada e Armando Vagliati
appare consolidato. Come anche quello con Giovanni Pezzimenti, altro consigliere
comunale azzurro (non indagato) alla corte dell’ignara Letizia Moratti.107
“Armando – dice Lampada, che con Pezzimenti ha appena parlato di licenze per
aprire locali pubblici – mi ha fatto capire che il problema si può risolvere con
quelli del Comune”. A margine del borgliaccio ecco cosa annotano i gli
investigatori. “E’ importante sottolineare che il Vagliati, stando alle affermazioni
di Lampada, aveva preferito non parlare al telefono, attestando l’illecità
dell’operazione”. Gli investigatori riferiscono di come “Vagliati fosse a conoscenza
dell’appartenenza di Lampada al gruppo criminale”.108
Grazie a Vagliati, Lampada è riuscito a partecipare alla festa. Alla festa Lampada
incontra un amico calabrese: Domenico Antonio Mollica, che accompagna Vagliati.
Mollica è segnalato già nel 1977 dalla Criminalpol di Milano come associato a
uomini della ‘ndrangheta sospettati di trafficare stupefacenti.
La festa che chiude la campagna elettorale di Letizia Moratti è il preludio alla
politica antimafia della città di Milano durante la sua amministrazione.
Per mesi i consiglieri Pd Majorino e David Gentili inondano la giunta di richieste di
chiarimento su tutti i riferimenti a possibili rapporti della ‘ndrangheta nelle ultime
indagini.
Anzitutto chiarimenti sui rapporti di Giulio Lampada con i loro colleghi consiglieri
Pdl Giovanni Pezzimenti e Armando Vagliati. Vagliati durante il periodo in cui è
107
G. BARBACETTO, D. MILOSA, Le mani sulla città. I boss della ‘ndrangheta vivono tra noi e
controllano Milano, Chiarelettere Editore, Milano, 2011, p. 30
108
Ibid., p. 38
77
sindaco Letizia Moratti mette la firma su un documento che poi si rivela piuttosto
imbarazzante. La vicenda emerge il 25 febbraio 2010, quando i consiglieri
Majorino e Gentili denunciano uno strano emendamento al Pgt in discussione
proprio in quei giorni. Con in calce due firme: quella di Vagliati e quella di Milko
Pennini, allora presidente della Commissione urbanistica (che sarà poi arrestato per
tutt’altre faccende, mentre intasca una tangente da 5000 euro). L’emendamento
propone di rendere edificabile un’area industriale in zona Ripamonti. Proprietario
di parte dell’area è Alberto Bonetti Baroggi, consigliere comunale del Pdl e capo di
gabinetto
di
Letizia
Moratti.
Scoperto
il
gioco,
l’emendamento
viene
immediatamente ritirato, ma sulla vicenda si allunga anche l’ombra della
‘ndrangheta: un’informativa della polizia giudiziaria segnala infatti che il boss
Giulio Lampada “starebbe acquistando in zona Ripamonti un terreno agricolo che
dovrebbe ottenere il cambio di destinazione d’uso grazie all’intervento del
consigliere comunale Armando Vagliati”. Sorge il sospetto che la mossa sul Pgt
dovesse dunque favorire non Bonetti Baroggi, ma gli amici calabresi.109
Sempre gli stessi consiglieri Pd (Majorino e David Gentili) chiedono chiarimenti
anche sulla visita da parte di Giulio Lampada alla dirigente del Settore famiglia,
scuola e politiche sociali del Comune, Carmela Madaffari. Nella sua lunga carriera
la dirigente ha lasciato molte tracce di sè nella cronaca. La signora viene nominata
dal sindaco Moratti nel 2007. Una nomina molto contestata: Madaffari infatti è
calabrese e non ha mai vissuto a Milano. Ha spesso ricoperto il ruolo di direttore
generale in varie Asl in Calabria. Ma altrettanto spesso è stata allontanata per
presunte irregolarità contabili durante la sua gestione. Prima della provvidenziale
nomina da dirigente al comune di Milano, Carmela Madaffari era appena stata
mandata via dall’Asl di Locri, commissariata dopo l’omicidio Fortugno. Il nome di
Carmela Madaffari, spunta nelle intercettazioni che riguardano il blitz contro la
‘ndrangheta del 2010, citata dai boss che vogliono mettere le mani in vari affari a
Milano e che per questo cercano contatti e appoggi tra i potenti. “Andiamo a
trovare Carmelina”, dicono il boss Giulio Lampada, (considerato tra l’altro dagli
investigatori di Reggio e di Milano un “riciclatore” dei soldi dei clan) e Francesco
109
BARBACETTO, D. MILOSA, Le mani sulla città. I boss della ‘ndrangheta vivono tra noi e
controllano Milano, Chiarelettere Editore, Milano, 2011, p. 37
78
Morelli, consigliere regionale della Calabria (arrestato poi nel novembre 2011 con
l’accusa di aver favorito i clan della ‘ndrangheta).110
Ma gli scandali non finiscono qui: nel 2008 un’inchiesta della procura di Busto
Arsizio sfiora Vincenzo Giudice, presidente del consiglio comunale di Milano, di
Forza Italia. Una fuga di notizie aveva affossato l’indagine che era finita in niente.
Le conversazioni avevano fatto emergere la volontà delle cosche di essere coinvolte
nella spartizione degli appalti nell’ambito dell' organizzazione di “Expo 2015” a
Milano. Per raggiungere il risultato, si erano rivolti a esponenti di Forza Italia con
incarichi strategici a livello locale. E così nei brogliacci è rimasto annotato anche il
nome di Vincenzo Giudice, che era anche presidente del consiglio di
amministrazione della Zincar, società a capitale misto al quale partecipa anche
palazzo Marino, che si occupa di progetti legati alla mobilità urbana con energie
alternative e sperimentazione di nuove tecnologie.111
Facendo un rapido calcolo, solo nel comune di Milano sono sette i consiglieri
comunali eletti nel 2006 con Letizia Moratti che compaiono in inchieste sulle
organizzazioni criminali: tutti nella maggioranza e più precisamente tutti nel Pdl.
Quindi sette su ventotto, ossia un quarto del maggiore partito di governo della città.
Alcuni coinvolti in forma più diretta (cene elettorali, incontri, intercettazioni) altri
solo citati in intercettazioni altrui. Tra questi compare la figura di Giulio Gallera,
capogruppo Pdl a Palazzo Marino: ne parla Alfredo Iorio (immobiliarista legato ai
Papalia-Barbaro) ammettendo che “è la persona più vicina alla nostra mentalità”,
anche se “di famiglia sta bene ed è meno bisognoso”. In effetti poi Gallera si
rivelerà il può strenuo oppositore della Commissione Antimafia in consiglio
comunale. Emergono poi anche episodi di corruzione come nel caso del presidente
della commissione urbanistica del Comune, Milko Pennini, colto in flagranza di
reato nel febbraio del 2010 mentre intasca una mazzetta davanti alla libreria Hoepli,
a pochi passi da Palazzo Marino.112
Secondo le informative di polizia, anche Ignazio La Russa, in occasione delle
elezioni politiche del 2008, avrebbe aperto un canale privilegiato con gli uomini
110
Blitz quotidiano, 15 luglio 2010, disponibile in http://www.blitzquotidiano.it/cronacaitalia/pdlndrangheta-carmela-madaffari-letizia-moratti-471254/
111
Corriere della Sera, 15 settembre 2008
112
N. DALLA CHIESA, La convergenza. Mafia e politica nella Seconda Repubblica, Melampo,
Milano 2010, pp. 244-247
79
delle cosche, attraverso due persone: Marco Osnato (un suo diretto famigliare) e
Marco Clemente (proprietario del Lime Light e definito il “trait d’union con il
famigliare del ministro La Russa”). Nelle elezioni amministrative comunali del
2011 Clemente è stato candidato al Consiglio comunale, ma non è stato eletto. Ha
avuto successo invece Marco Osnato, il famigliare di La Russa, che con le sue 1651
preferenze viene confermato a Palazzo Marino.113
Nel frattempo la politica antimafia dell’amministrazione Moratti “continua”: il 25
maggio 2009 il sindaco partecipa alla trasmissione Annozero di Michele Santoro e
nega che Milano e il suo territorio sia infiltrato dalla mafia, 114 dopo che aveva
rinunciato all’istituzione di una Commissione Antimafia a seguito della lettera del
Prefetto Lombardi datata 3 marzo 2009, il quale aveva spiegato che la
Commissione Antimafia non ha i poteri necessari per condurre un lavoro del genere
e, comunque, la competenza specifica in materia di sicurezza è dello Stato e non dei
Comuni. E ancora il Prefetto aveva aggiunto: la Commissione non rientra nelle
competenze del Comune, soprattutto perché Palazzo Marino non può accedere agli
atti riservati e tantomeno alle carte della magistratura. Il Prefetto aveva ricordato
anche che tale compito spetta alla Commissione d’inchiesta parlamentare antimafia,
che ha poteri inquirenti e può convocare e disporre delle audizioni. In altre parole:
una Commissione del genere, come quella votata da Palazzo Marino, non ha gli
strumenti per poter lavorare. Perché gli strumenti non sono di competenza del
Comune, ma dello Stato.115 Di fronte a queste motivazioni il Sindaco Moratti si era
affrettata a commentare: “Il Prefetto ha ragione”.116
Recentemente, il 7 novembre 2012, viene pubblicata un’inchiesta de “l’Espresso”
dal titolo “Il Prefetto al mare, paga Ligresti”. L’articolo si riferisce al Prefetto di
Milano Lombardi e la domanda è: “Ma è normale che un alto funzionario dello
Stato vada in vacanza a spese di un costruttore? E che poi sgomberi i nomadi dalle
proprietà dello stesso costruttore? E che suo figlio sia pagato dallo stesso
113
BARBACETTO, D. MILOSA, Le mani sulla città. I boss della ‘ndrangheta vivono tra noi e
controllano Milano, Chiarelettere Editore, Milano, 2011, pp. 19-20
114
il video è in http://milano.repubblica.it/multimedia/home/17931345
115
Il Corriere della Sera, 11 marzo 2009, disponibile in
http://milano.corriere.it/milano/notizie/politica/09_marzo_11/prefetto_no_commissione_antimafia_e
xpo-1501077321407.shtml?fr=correlati
116
Il Corriere della Sera, 12 marzo 2009, disponibile in
http://milano.corriere.it/milano/notizie/politica/09_marzo_12/expo_moratti_no_commissione_antim
afia_prefetto-1501080774288.shtml
80
costruttore?”. E rivela “Giusto un anno fa, al matrimonio di Lombardi junior, tra i
600 invitati al sontuoso ricevimento nell’esclusiva Società del Giardino, i Ligresti
erano tra gli ospiti d’onore”, ma ancora “Nel maggio scorso centinaia di ‹‹precari
dell’arte›› occupano la torre Galfa, un grattacielo abbandonato da anni nella zona
della stazione Centrale. Lombardi convoca subito l’apposito comitato che, senza
sentire il Comune, ordina lo sgombero d’urgenza. La polizia teme una rivolta
urbana, Pisapia tratta con la piazza e gli sgomberati accettano un trasloco pacifico
in un altro palazzo dismesso. Domanda: a chi appartiene la torre Galfa, sgombrata
a gran velocità da Lombardi? Alla Fondiaria dei Ligresti, gli amici del Prefetto.
Ancora loro”.117
Ricordiamo che l’attuale normativa prevede che sia Prefetto a disporre l’accesso
della commissione d’indagine presso nei Comuni in odore di infiltrazioni mafiose
ed è sempre il Prefetto, dopo aver ricevuto le conclusioni della commissione, a
dover inviare al Ministro dell’Interno una relazione nella quale si dà conto della
eventuale sussistenza di fenomeni di infiltrazione. Il Prefetto dovrebbe pertanto
essere un funzionario libero da qualsiasi legame compromettente ed è in questo
senso che l’Espresso si pone tutte le domande del caso.
Sempre nel 2012, le carte dell’inchiesta che il 10 ottobre hanno portato in carcere
l’assessore regionale Domenico Zambetti con l’accusa di voto di scambio,
raccontano di un’altra vicenda: l’avvicinamento dei boss a Vincenzo Giudice, (ex
presidente del consiglio comunale, lo stesso già coinvolto nell’inchiesta del 2008
della procura di Busto Arsizio), per convogliare voti sulla figlia Sara, candidata per
il Terzo Polo al consiglio comunale di Milano nel 2011. Vincenzo Giudice è
indagato, mentre Sara è estranea all’inchiesta, ma gli inquirenti sottolineano
l’inconsapevolezza dei legami criminali degli interlocutori.118
In realtà con le elezioni amministrative del 2011 succede l’imprevedibile: il 1
giugno Giuliano Pisapia, candidato del centro-sinistra, affermatosi alle elezioni
primarie sostenuto da SEL e Federazione della Sinistra dopo aver sconfitto il
candidato ufficiale Pd, vince le elezioni proprio contro Letizia Moratti.
117
L’Espresso, 7 novembre 2012, disponibile in http://espresso.repubblica.it/dettaglio/il-Prefetto-almare-paga-ligresti/2194319
118
Il Fatto Quotidiano, 10 ottobre 2012, disponibile in
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/10/ndrangheta-in-lombardia-in-pizzino-patto-dei-clan-conlassessore-zambetti/378263/
81
Tra i primi atti del nuovo sindaco, in data 7 novembre 2011, c’è la firma del
documento che ufficializza la costituzione del Comitato di esperti per lo studio e la
promozione di attività finalizzate al contrasto dei fenomeni di stampo mafioso e
della criminalità organizzata sul territorio milanese, anche in vista della
manifestazione Expo 2015. Il Comitato, composto dall’avvocato Umberto
Ambrosoli, dal professor Luca Beltrami Gadola, dal dottor Maurizio Grigo e dal
dottor Giuliano Turone, è guidato dal professor Fernando Dalla Chiesa, che, in
veste di presidente, ha la responsabilità del coordinamento. I cinque esperti hanno il
compito di affiancare il sindaco Giuliano Pisapia nell’azione contro la criminalità
organizzata.
E finalmente il 23 gennaio 2012 il Consiglio Comunale di Milano istituisce anche
la Commissione consiliare permanente antimafia, composta da 18 consiglieri
comunali, che si affianca al Comitato voluto da Giuliano Pisapia, e che dovrà
indirizzare l’Amministrazione comunale nella predisposizione di tutti gli strumenti
per contribuire alla prevenzione e al contrasto del radicamento della associazioni di
tipo mafioso.
Il 1 febbraio 2013 esce di scena un altro personaggio protagonista delle vicende
milanesi degli ultimi anni: il Prefetto Gian Valerio Lombardi va in pensione. Il
Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri,
nomina nuovo Prefetto di Milano Camillo Andreana, Prefetto di Bergamo, che a
sua volta andrà in pensione il primo luglio. Un Prefetto quindi di transizione in
attesa delle determinazioni del nuovo governo.
Tanti cambiamenti a livello istituzionale aprono quindi il secondo decennio degli
anni Duemila, ma le vicende del passato ci insegnano a non abbassare la guardia: ci
dimostrano come il comune di Milano sia sensibile al rischio di condizionamenti e
infiltrazioni mafiose.
In una manciata di anni, soprattutto tra il 2007 e il 2010, centinaia di persone sono
state arrestate in operazioni antimafia nel territorio lombardo. La realtà che emerge
per certi versi è più preoccupante rispetto al passato: le indagini raccontano di una
82
criminalità uscita dai fortini dello spaccio, che si può incontrare sul posto di lavoro,
in una riunione d’affari, la sera a ristorante e nei consigli comunali.119
Se applichiamo il modello dei “motivi di scioglimento” proposto da Vittorio Mete
avendo come riferimento gli accadimenti e gli scandali che hanno investito il
comune di Milano nel corso degli anni, osserviamo che a Milano esistono aree di
vulnerabilità che possono favorire il condizionamento mafioso e che lambiscono
tutti e tre gli ambiti prospettati: le istituzioni politiche, la burocrazia e le imprese a
partecipazione pubblica e il contesto ambientale (qui inteso nel senso di imprese
private e professionisti che agiscono sul territorio condizionandone il contesto).
2 – Gli eventi nei Comuni della provincia di Monza e della Brianza
La provincia di Monza e della Brianza è strettamente avvinghiata alla provincia di
Milano,
dato
che
nasce
proprio
dallo
scorporo
di questa
provincia,
alla quale apparteneva sino al giugno 2009
(data di elezione del primo consiglio
provinciale).
La superficie urbanizzata della provincia di
Monza e della Brianza è più alta rispetto
alla media delle province italiane: l’indice
medio di consumo di suolo, calcolato come
rapporto
tra
superficie
urbanizzata
e
superficie totale, supera infatti il 53%: la più alta percentuale fra le province
lombarde. Stiamo parlando della seconda provincia d’Italia, dopo Napoli, per
densità di popolazione.
Appartengono a questa nuova provincia 55 comuni e ovviamente qui le
organizzazioni mafiose possono fare affari d’oro. Questa è infatti anche una delle
zone a più alta densità mafiosa della Lombardia, ma qui nessun Comune è ancora
stato sciolto con decreto per infiltrazioni mafiose.
119
M. PORTANOVA, G. ROSSI, F. STEFANONI, Mafia a Milano, Sessant’anni di affari e delitti,
Melampo Editore, Milano, 2011, p. 428
83
Tuttavia sia a Milano che nella provincia molti sono i consiglieri comunali,
provinciali, regionali, i sindaci, gli assessori, i parlamentari che sono in contatto con
gli uomini dei clan, i quali si presentano come ineccepibili uomini d’affari pronti a
collaborare con le amministrazioni pubbliche e a dare anche una mano per le
costose campagne elettorali. I voti della ‘ndrangheta sono quantitativamente
limitati, ma finiscono per essere determinanti per far vincere un candidato e per
farlo crescere fino a diventare assessore.120 Lo spiega il professor Dalla Chiesa: “Il
cittadino normale di solito non dà la preferenza. Perciò bastano relativamente
pochi voti per far vincere un candidato, per farlo anzi risultare il primo o il
secondo degli eletti, dunque a conferirgli il diritto politico di diventare assessore o
presidente del Consiglio comunale. Ci sono grandi città dove, grazie all’avarizia di
preferenze, si entra in Consiglio comunale con meno di 100 voti. Metropoli dove
vanno alle urne centinaia di migliaia di elettori, ma si diventa autentici trionfatori
con 2000 preferenze. Comuni piccoli o medi (che la ‘ndrangheta colonizza per
primi) dove si entra in Consiglio con 30 o 16 preferenze, pacchetti di voti che una
‘ndrina mette insieme in due minuti”.121
120
G. BARBACETTO, D. MILOSA, Le mani sulla città. I boss della ‘ndrangheta vivono tra noi e
controllano Milano, Chiarelettere Editore, Milano, 2011, pp. 13-14
121
G. BARBACETTO, D. MILOSA, Le mani sulla città. I boss della ‘ndrangheta vivono tra noi e
controllano Milano, Chiarelettere Editore, Milano, 2011, p. 14
84
Il giorno 18 ottobre 2011 il Corriere della Sera pubblica un articolo dal titolo
“Mafia e Tangenti. I Comuni nei guai”, da cui possiamo recuperare una prima
mappa dei Comuni a “rischio”.
Prima di cominciare il nostro viaggio tra questi comuni occorre riflettere sulle
circostanze che hanno portato alla costruzione di questa morsa che cinge il
capoluogo lombardo.
Anzitutto occorre premettere che negli anni Sessanta e Settanta in tutta la
Lombardia assistiamo al completamento della seconda grande ondata migratoria
dalle regioni del Sud quale risultato di vari fattori combinati tra loro.
In primo luogo le fabbriche del Nord rappresentano la meta più ambita per una
classe operaia che aspira a migliorare la propria posizione sociale.
Ma non è solo l’industria ad attrarre la forza lavoro dal Sud: a svolgere una
funzione di richiamo è anche la grande sfera dei servizi come commercio al
dettaglio e all’ingrosso, bar e ristorazione, banche e assicurazioni, scuola, sanità,
assistenza, amministrazioni locali. In particolare questi settori diventano meta di
una immigrazione diversa spesso più istruita e professionalizzata o addirittura di
giovani meridionali laureatisi al Nord.
85
In aggiunta a questi fenomeni dobbiamo anche osservare che, dopo lo shock
petrolifero dell’autunno del 1973, la riorganizzazione dell’economia apre spazi
immensi ai capitali anche di dubbia provenienza.
Il flusso di persone che ne deriva si distribuisce fuori dal capoluogo lombardo, in
particolare in alcuni comuni dell’hinterland e della Brianza, che vedono
moltiplicare la propria popolazione e sviluppano anche una sorta di divisione
territoriale degli immigrati: i nuovi arrivati si concentrano nei singoli comuni in
funzione delle regioni o addirittura dei paesi di origine della popolazione
immigrata. Ciò succede sia a Buccinasco che a Desio. A Desio dobbiamo registrare
anche la funzione di richiamo svolta dai soggiornanti obbligati. 122
A questo punto in questi contesti subentrano alcune dinamiche culturali che
facilitano l’avanzata degli interessi mafiosi. Anzitutto i giovani immigrati
cominciano ad avere sempre meno un punto di riferimento nella grande fabbrica e
nel sindacato: ciò significa che le nuove generazioni trascurano i valori
dell’uguaglianza e della solidarietà di classe e privilegiano modelli di
comportamento fondati sul familismo e sui rapporti di dipendenza personale, che
sfociano nell’individualismo e nel fascino per il denaro guadagnato senza troppe
fatiche. Il declino degli antichi valori lascia spazi enormi ai modelli culturali dei
paesi di provenienza, specie per coloro che già vivono in comunità separate e
protettive.123
Ma per spiegare la rapida colonizzazione dei territori milanesi soprattutto da parte
della ‘ndrangheta dobbiamo ripercorrere anche le vicende politiche del tempo, con
particolare riguardo alle strategie d’azione nella lotta politica dei diversi partiti, con
un’attenzione speciale alle tattiche intraprese dal Partito Socialista per conquistarsi
un proprio spazio politico. Ci riferiamo in special modo alle strategie attuate da
questo partito dopo il celebre congresso del 1976 che consegna la leadership a
Bettino Craxi. Il Partito socialista a quel tempo punta infatti con crescente
determinazione a guadagnare spazio vitale tra i due grandi partiti di massa, cioè la
Democrazia Cristiana e il Partito Comunista, a qualsiasi costo, ai fini del
122
N. DALLA CHIESA, M. PANZARASA, Buccinasco, la ‘ndrangheta al Nord, Einaudi, Torino
2012, pp. 149-152
123
N. DALLA CHIESA, M. PANZARASA, Buccinasco, la ‘ndrangheta al Nord, Einaudi, Torino
2012, pp. 152-153
86
procacciamento del consenso e di risorse. Questo accade anche in Lombardia, dove
già dalla seconda metà degli anni Settanta nel partito crescono gli spazi per i
candidati o funzionari comunali vicini o in relazioni pericolose con gli uomini dei
clan: avviene a Desio, ma anche a Bollate, Cesano Boscone e a Buccinasco. E
vedremo che accade anche a Cesano Maderno. A Desio e a Vimercate si produce
inizialmente, come difesa dalle infiltrazioni, un’anomala risposta politica, ossia una
provvisoria alleanza tra Dc e Pci. Addirittura la pressione sui politici era tale che a
Bettino Craxi in persona, per evitare uno scandalo, toccò di andare a San Cipriano
di Aversa per passeggiare lungo il corso principale, nel tentativo di dissuadere
Ernesto Bardellino, fratello di Antonio (capo della “Nuova Famiglia” camorrista)
dall’intento di candidarsi al Senato.
Questo fenomeno politico si combina anche con un altro elemento che favorisce le
infiltrazioni mafiose nelle Amministrazioni Comunali: come abbiamo potuto
riscontrare già nell’esperienza del comune di Milano, diversi esponenti politici
milanesi e della provincia vivono con assoluta leggerezza le proprie frequentazioni
con ambienti anche criminali, a dimostrare una perdita di contatto con i valori della
legalità connessi al ruolo ricoperto.124
Alla luce di queste premesse, tenendo presente la concreta possibilità di
condizionamenti mafiosi anche nei Comuni della provincia di Monza e della
Brianza, ai fini dell’identificazione di infiltrazioni anche in assenza di
provvedimenti ufficiali di scioglimento, si è scelto di applicare a tutti i Comuni il
modello dei “motivi di scioglimento”, ricondotto ai tre ambiti (amministratori,
apparato burocratico – tecnico e contesto ambientale).
Il punto di partenza di questa analisi è l’operazione “Infinito” del 2010, che ha
rivelato che nel territorio della provincia di Monza e della Brianza hanno sede tre
Locali della ‘ndrangheta: la Locale di Desio (con presunto capo Annunziato
Moscato, nipote del boss storico Natale Iamonte), la Locale di Giussano-Seregno
(con presunto capo Antonino Belnome) e la Locale di Limbiate (con presunto capo
Antonino Lamarmore).
124
N. DALLA CHIESA, M. PANZARASA, Buccinasco, la ‘ndrangheta al Nord, Einaudi, Torino
2012, pp. 158-160
87
Le Locali scoperte dall’antimafia a luglio 2010
Per ognuno è indicato il suo presunto capo
BOLLATE Mandalari Vincenzo
BRESSO Cammareri Vincenzo
CANZO Vona Luigi
CORMANO Panetta Pietro Francesco
CORSICO Longo Bruno
DESIO Moscato Annunziato
ERBA Varca Pasquale Giovanni
GIUSSANO-SEREGNO Belnome Antonino
LEGNANO Rispoli Vincenzo
LIMBIATE Lamarmore Antonino
MARIANO COMENSE Muscatello Salvatore
MILANO Barranca Cosimo
PAVIA Bertucca Francesco
PIOLTELLO Manno Alessandro
RHO Sanfilippo Stefano
SOLARO Ficara Giovanni
Fonte: elaborazione L’Espresso dell’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione
125
“Infinito”, Tribunale di Milano, gip Andrea Ghinetti, 5 luglio 2010
A DESIO (comune di oltre 40 mila abitanti) il boss Natale Iamonte è arrivato in
soggiorno obbligato nel 1988. Originario di Melito di Porto Salvo (Rc), ex
allevatore e analfabeta, Iamonte opera nel business brianzolo del mattone e gli
vengono sequestrate proprietà per 50 miliardi di lire.126 Natale e Annunziato
Moscato sono i suoi nipoti, i figli di sua sorella.
Nella cittadina brianzola Natale Moscato è stato consigliere comunale Psdi nel
1975 (eletto con 167 voti) e poi assessore Psi ai Lavori pubblici negli anni Ottanta,
arrestato per associazione mafiosa nel 1994 e poi assolto,127 ha comunque
continuato a interessarsi di politica prima con Forza Italia e poi con il Pdl. Così a
Desio l’odore di mafia è arrivato ben presto sino in municipio. La notte tra il 6 e 7
novembre 1993 infatti va a fuoco la sala della seicentesca Villa Fittoni Traversi,
dove si riuniva la commissione urbanistica, all’epoca impegnata nella stesura del
piano regolatore poi varato da un commissario prefettizio. Un incendio certamente
doloso, di cui non è mai stato individuato il colpevole. “Cappa di paura su Desio -
125
L’Espresso, 29 ottobre 2010, disponibile in
http://speciali.espresso.repubblica.it/interattivi/mafia/mappa.html
126
M. PORTANOVA, G. ROSSI, F. STEFANONI, Mafia a Milano, Sessant’anni di affari e delitti,
Melampo Editore, Milano, 2011, p.190
127
Il Fatto Quotidiano, 19 gennaio 2012, disponibile in
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/19/ponzoni-larea-berlusconi-voti-clan-civati-pd-formigonideve-dimettersi/185027/
88
vertice in Prefettura dopo l’attentato a Villa Tittoni: maturata la convinzione che
dietro l’incendio appiccato l’altra notte ci sia una strategia intimidatoria di stampo
mafioso”, titola il Corriere della Sera il 9 novembre 1993 e il 13 novembre mille
persone sfilano silenziose in una marcia antimafia.128
Desio è anche la città di Massimo Ponzoni, plenipotenziario del Pdl. Massimo
nasce a Salò, in provincia di Brescia, il 16 novembre 1972. A 21 anni fonda a Desio
un Club di Forza Italia e nel 1995 è eletto consigliere comunale. A 27 anni per la
prima volta entra nel Consiglio regionale con oltre 8000 preferenze. La base del suo
successo rimane sempre Desio. Nel 2006 Formigoni lo premia con l’assessorato
alla Protezione civile e nel 2008 gli affida l’Ambiente. Ma Ponzoni è anche precoce
nel collezionare scandali: dapprima viene coinvolto in vicende di abusi edilizi e una
villetta di famiglia viene abbattuta in quanto abusiva, il tutto mentre è assessore
all’ambiente. Poi arriva un avviso di garanzia per corruzione: l’imprenditore
Duzioni avrebbe chiesto a Ponzoni un suo interessamento per fare cambiare la
destinazione d’uso di alcune aree, trasformandole da agricole a edificabili. In
particolare, nel mirino degli investigatori, ci sono quelle aree oggetto di grossi
interventi: San Giuseppe, al confine con Seregno, (dove è prevista la realizzazione
di capannoni, nuove case e un albergo) e la zona al confine con Muggiò, in cui
sorgerà il centro commerciale Pam Antares con tanto di torre alta 70 metri per il
direzionale. 129 I due progetti sono stati previsti nel nuovo Pgt adottato nel 2008 e
approvato dal consiglio comunale con delibera n. 29 del 20 aprile 2009. Infine il 17
gennaio 2012 Massimo Ponzoni viene arrestato in seguito a un’indagine sul
fallimento della società Pellicano e la scoperta di presunte mazzette, appoggi
politici e altre regalie e favori in cambio di provvedimenti amministrativi ad hoc. E
poi denaro dirottato per sistemare società sull’orlo del crac, per finanziare
campagne elettorali o ancora per concedere permessi comunali in cambio della
ristrutturazione gratuita di una villa in Francia. Sono contestati i reati di
appropriazione indebita, corruzione, concussione, peculato, bancarotta fraudolenta,
128
M. PORTANOVA, G. ROSSI, F. STEFANONI, Mafia a Milano, Sessant’anni di affari e delitti,
Melampo Editore, Milano, 2011, p. 401
129
Il Cittadino di Monza e della Brianza, 31 maggio 2010 disponibile in
http://www.ilcittadinomb.it/stories/Cronaca/472515/
89
violazione della legge per il finanziamento ai partiti e rivelazione del segreto di
ufficio. 130
Ben presto però gli investigatori scoprono anche gli altri altarini di Ponzoni, cioè le
relazioni pericolose con gli uomini della ‘ndrangheta: con Saverio Moscato e con
Fortunato Stellitano.131
Saverio Moscato, un altro dei fratelli Moscato e nipote di Natale Iamonte, in
un’intercettazione così si riferisce al politico del Pdl: “A questo punto questa storia,
a Ponzoni, dobbiamo dargli rilievo. Ci sono anche i soldi per Ponzoni e pago,
quanto vuole, il 10 per cento, toh”. E sempre Moscato: “Ora Ponzoni che deve
venire, ora sto studiando com’è il discorso della Fiera, lì c’è un macello e
dobbiamo... Devo entrare... già sto lavorando con il catering... Io per Ponzoni
l’ultima volta che andato su ho speso 10mila euro di matite omaggio per quando si
vota. Per questo Ponzoni è con Formigoni culo e camicia. Formigoni muove
centinaia di milioni di euro, vorrei partecipare all’Expo”.132
Stellitano invece è originario di Melito di Porto Salvo, in provincia di Reggio
Calabria, paese di provenienza di molti abitanti di Desio e, soprattutto, del clan
Iamonte.133 Cosa fa Stellitano? Lungo la superstrada 36 Milano-Lecco, all’uscita
Desio nord, in via Molinara c’è un terreno incolto. Entrando, si vede per prima cosa
una pila di lastre in eternit con i bordi smangiati e le fibre di amianto, cancerogene,
esposte al vento. Il fango è punteggiato di blu, verde, rosso, giallo: si tratta delle
guaine di cavi elettrici sminuzzate e impastate nel terreno. E’ una discarica abusiva
di rifiuti pericolosi e speciali, messa sotto sequestro dalla polizia locale della
Provincia di Milano nell’ambito dell’operazione “Star Wars” del 2008. L’area era
di Massimiliano Cannarozzo, imprenditore di origini siciliane, ed è stata ceduta a
Fortunato Stellitano. I “servigi” di Stellitano sono utilizzati, secondo gli inquirenti,
da una trentina di aziende comasche e bergamasche, felici di smaltire a costi irrisori
130
La Repubblica, 16 gennaio 2012, disponibile in
http://milano.repubblica.it/cronaca/2012/01/16/news/pirellone_nuova_bufera_giudiziaria_arrestate_l
_ex_assessore_ponzoni-28209288/
131
La Repubblica, 17 luglio 2010, disponibile in
http://milano.repubblica.it/cronaca/2010/07/17/news/_ndrangheta_e_intercettazioni_formigoni_spie
ghi_in_aula-5653373/
132
La Repubblica, 15 luglio 2010, disponibile in
http://milano.repubblica.it/cronaca/2010/07/15/news/bufera_giudiziaria_sulla_regione_mozione_di_
sfiducia_per_ponzoni-5617199/
133
M. PORTANOVA, G. ROSSI, F. STEFANONI, Mafia a Milano, Sessant’anni di affari e delitti,
Melampo Editore, Milano, 2011, pp. 396
90
materiali che dovrebbero finire per legge in discariche autorizzate. In particolare il
cliente più affezionato risulta Fulvio Colombini, titolare della Cf costruzioni srl di
Briosco: gli uomini della polizia provinciale vedono in diretta un camion in uso alla
Cf che intorno alle sei di sera del 17 febbraio 2008 scarica nel terreno di Desio
“plastica e gomma macinata”. Dal sistema, Colombani trae un proprio vantaggio: si
libera dei rifiuti e riceve in cambio terra buona (il “mistone” con ghiaia che nei
cantieri si usa per i riempimenti). Una notte le ruspe degli Stellitano sconfinano
nell’appezzamento vicino e portano via 10 mila tonnellate di terra, per un valore
che gli inquirenti stimano in 35 mila euro.134 I rifiuti speciali smaltiti illegalmente
non finiscono soltanto a Desio, ma anche nelle vicine Seregno e Briosco, nonché
nella Cava Manara di Limbiate, nella Cava Borgonovo di Limbiate, nel magazzino
Fallara di Paterno Dugnano (impianto di betonaggio della Inerti Fumagalli srl) e in
altri luoghi.135 E’ una storia drammatica quella scoperta dall’operazione “Star
Wars”, sia da punto di vista ambientale che di salute pubblica, eppure i malavitosi
sono convinti di avere buone chance di cavarsela grazie alla politica. La discarica
abusiva è sequestrata nel marzo 2008, qualche mese prima degli arresti. Gli
Stellitano si attivano per riaverla indietro, uscire senza danni e magari rendere
edificabile quel terreno intriso di veleni che agricolo non potrà mai essere. Previa
bonifica, possibilmente fasulla. In una telefonata con Cannarozzo, Stellitano si
mostra ottimista: “Adesso la bonifica per quello che abbiamo buttato, da martedì
iniziamo a farla noi”. Ma da dove attinge tanto ottimismo, il boss? Lo spiega subito
a Cannarozzo: “Martedì vado a trovare Massimo e mi faccio fare lo svincolo, che è
l’assessore all’Ambiente ed è a posto. Poi se vogliono che bonifichiamo anche
sotto, ancora meglio”. Ovviamente Massimo che è assessore all’Ambiente è
Massimo Ponzoni. Il gip nell’ordinanza di custodia cautelare del 11 luglio 2008
scrive: “A riscontro della effettiva sussistenza dei rapporti vantati da Stellitano
Fortunato con gli amministratori pubblici, va segnalata l’incredibile tempestività
con la quale il comune di Desio ha emesso l’ordinanza per la bonifica dell’area
sottoposta a sequestro, propedeutica al futuro dissequestro dell’area stessa”. I
134
M. PORTANOVA, G. ROSSI, F. STEFANONI, Mafia a Milano, Sessant’anni di affari e delitti,
Melampo Editore, Milano, 2011, pp. 397
135
M. PORTANOVA, G. ROSSI, F. STEFANONI, Mafia a Milano, Sessant’anni di affari e delitti,
Melampo Editore, Milano, 2011, pp. 398
91
sigilli intorno alla discarica sono stati messi il Venerdì santo, “a uffici comunali giù
chiusi”, il provvedimento desiderato arriva il martedì dopo Pasquetta.
Nel 2010 gli inquirenti dell’operazione “Infinito” scrivono: “La ‘ndrangheta
desiana costituisce uno dei primi tentativi di esportazione dello schema originale
calabrese in territorio del Nord Italia. Infatti, le indagini sin dall’origine hanno
fatto emergere ed oggi hanno definitivamente confermato che a Desio è sempre
esistito un Locale di ‘ndrangheta, retto da un capo-locale e composto da altri
personaggi, ricoprenti il ruolo di Capo-Società, di contabile, con numerosi gregari
ed affiliati. Le attività criminali hanno spaziato e tuttora interessano vari settori
quali le estorsioni, l’usura, gli stupefacenti e le armi. Peraltro diverse ragioni
hanno portato il Locale di Desio ed i suoi massimi rappresentanti a permeare i
gangli della vita politica comunale Moscato Annunziato e Moscato Natale hanno
ricoperto cariche pubbliche tanto da poter affermare tranquillamente che gli
appartenenti alla cosca mafiosa possono contare oggi su esponenti di rilievo della
vita pubblica per risolvere problemi ed ottenere vantaggi all’interno della Pubblica
Amministrazione”.
Coinvolti nell’inchiesta “Infinito” sono il presidente del Consiglio comunale di
Desio di allora Nicola Mazzacuva e il consigliere comunale Natale Marrone,
entrambi del Pdl.
A citare Nicola Mazzacuva sono due tra gli arrestati nell’operazione “Infinito”: Pio
Candeloro (presunto capo società, cioè vicario del capo Locale) e Giuseppe Sgrò
(presunto affiliato alla Locale di Desio). In particolare dall’ordinanza risulta che Pio
Candeloro ha l’aspirazione a voler condizionare la futura vita politica di Desio e
Cesano Maderno, al fine di trarre vantaggi per la cosca. In un’intercettazione Pio
Candeloro chiede a Giuseppe Sgrò: “Ma quando sono le elezioni? Fammi parlare a
me, parlo con Mazzacuva” e risponde a un certo punto Sgrò: “Noi un 150 voti
sicuri”, ma Candeloro dice di temere che non bastino. Risponde Sgrò: “Non è che
deve fare il sindaco, l’assessore!”. E Candeloro: “No, ma lui deve sfondare e deve
essere lui a dirigere poi. Cioè dobbiamo essere noi poi a dire chi va a cosa”.
Gli investigatori intercettano anche il consigliere comunale Natale Marrone quando
chiede a Pio Candeloro, di “esperire un’azione violenta” contro Rosario Perri,
storico capo dell’Ufficio Edilizia privata a Desio. Marrone, non indagato, si scuserà
92
pubblicamente e si dimetterà dalla carica nel partito, ma non dal consiglio
comunale.
“Peraltro”, scrivono gli inquirenti, “il rifiuto di Pio Candeloro” a toccare il capo
dell’Ufficio comunale “è dovuto esclusivamente al fatto che il Perri Rosario è
‹‹appoggiato›› da persone evidentemente di rispetto”. Rosario Perri è una persona
conosciuta: originario della provincia di Catanzaro, ex socialista e pioniere di Forza
Italia in Brianza, è stato per trent’anni di dominus dell’edilizia comunale di Desio.
Ha accumulato innumerevoli cariche in quota Pdl, tra le quali quella di presidente
del parco Groane, e nel 2009 è diventato assessore agli Affari generali nella neonata
provincia di Monza e della Brianza. Non è indagato nell’Operazione “Infinito”, ma
si dimette appena i giornali diffondono le intercettazioni in cui spiega al figlio di
avere tanti soldi da non sapere cosa farsene.136 Il 16 gennaio 2012 Perri viene
colpito da un provvedimento di custodia cautelare nell’ambito dell’inchiesta che
porta in carcere Massimo Ponzoni.137
Dopo l’inchiesta “Infinito” l’attività del comune di Desio è paralizzata, tanto da
provocare il richiamo del Prefetto, in occasione di una mancata approvazione di
bilancio. Più volte il consiglio comunale non riesce a riunirsi per mancanza del
numero legale, tra gli applausi di scherno dei cittadini assiepati in tribuna e risse
fisiche in mezzo agli scranni dei consiglieri. Del resto gli episodi venuti alla luce
nell’inchiesta sono esattamente gli stessi che vengono denunciati da anni da una
parte dell’opposizione (in particolare da Lucrezia Ricciuti del Pd e da Daniele
Cassanmagnago di Sel, in passato assessore all’Urbanistica per Rifondazione
Comunista). Anche un altro uomo Pd, il brianzolo Giuseppe Civati, solleva il caso
in consiglio regionale. Il 26 novembre 2010, dopo mesi di completa inattività
amministrativa e dopo soli otto mesi dalle precedenti elezioni, i consiglieri
comunali della Lega Nord e del centrosinistra si dimettono in massa facendo cadere
la giunta del sindaco Giampiero Mariani. E’ la prima crisi politica per ‘ndrangheta
nella Lombardia,138 ma è errata la definizione che diversi siti e giornali
136
M. PORTANOVA, G. ROSSI, F. STEFANONI, Mafia a Milano, Sessant’anni di affari e delitti,
Melampo Editore, Milano, 2011, p. 400
137
Il Giorno, 16 gennaio 2012 disponibile in
http://www.ilgiorno.it/monza/cronaca/2012/01/16/653466-crac_pellicano_massimo_ponzoni.shtml
138
M. PORTANOVA, G. ROSSI, F. STEFANONI, Mafia a Milano, Sessant’anni di affari e delitti,
Melampo Editore, Milano, 2011, pp. 402
93
attribuiscono al caso Desio come un “Comune sciolto per infiltrazioni mafiose”
perché, nella realtà dei fatti il comune di Desio si è “auto–sciolto” per le dimissioni
della maggioranza dei consiglieri comunali facenti parte del Consiglio. Dunque, nel
comune di Desio, non è mai approdata la commissione d’accesso e di conseguenza
non vi è mai esistita una relazione di questa commissione che evidenziasse le
infiltrazioni e/o i condizionamenti mafiosi all’interno dell’amministrazione
comunale. Ma ciò non significa che questi non ci fossero.
Dopo un periodo di commissariamento ordinario del Comune, seguito allo
scioglimento degli organi dell’Ente per le dimissioni della maggioranza dei
consiglieri comunali, le elezioni amministrative del maggio 2011 vedono affermarsi
al ballottaggio il candidato sindaco del centrosinistra Roberto Corti.
Ma i guai in Comune a Desio non sono finiti: il 30 gennaio 2013 è proprio il
sindaco con il suo vice Lucrezia Ricchiuti a chiamare i carabinieri, che si
presentano in Comune per acquisire documentazione all’Ufficio Tecnico. Al vaglio
gli appalti degli ultimi 4/6 mesi e in particolare i sospetti sarebbero ricaduto su uno,
relativo alla manutenzione dei semafori della città. Tra gli indagati finiscono un
dipendente comunale e due imprenditori. L’ipotesi di reato è turbativa d’asta.139
L’inchiesta “Infinito” del 2010 non si dedica esclusivamente a Desio, ma fa luce su
possibili infiltrazioni anche in altri comuni brianzoli. Gli inquirenti difatti scrivono:
“Certamente, si puo’ parlare di un’area d’influenza anche per quanto concerne
l’infiltrazione nella Pubblica Amministrazione che riguarda i Comuni di Desio e
Cesano Maderno”.
Anche la vita politica di CESANO MADERNO (comune di quasi 40 mila abitanti)
è stata caratterizzata dalla presenza del clan di Natale Iamonte: nel 1990 il nipote di
Natale Iamonte, Annunziato Giuseppe Moscato (presunto capo della Locale di
Desio secondo l’inchiesta “Infinito”) veniva eletto consigliere comunale a Cesano
Maderno nelle liste del Psi. Nel 1994 veniva poi arrestato per associazione a
delinquere di stampo mafioso, ma poi assolto dal processo che ne era scaturito.140
Ma i pericoli per Cesano Maderno non finiscono qui, dato che il 15 settembre 2000
il quotidiano La Repubblica titola: “’Ndrangheta. Arrestato consigliere” e
139
Il Cittadino di Monza e della Brianza, 30 gennaio 2013 disponibile in
http://www.ilcittadinomb.it/stories/Cronaca/790585/
140
Linkiesta, 29 febbraio 2012 disponibile in http://www.linkiesta.it/mafie-al-nord-desio
94
prosegue: “Tra i 24 arresti eseguiti ieri in tutta Italia c’è anche un consigliere
comunale di Cesano Maderno, Domenico Zema, capogruppo di Forza Italia fino a
due mesi fa”. Zema è genero di Annunziato Giuseppe Moscato. Di professione fa
l’agronomo, svolge consulenze in zona, anche se figura nell’organigramma di varie
società immobiliari. Il sindaco di centrosinistra di Cesano Maderno, Pietro Luigi
(Gigi) Ponti, appresa la notizia si dice “molto stupito del fatto che tra i coinvolti ci
sia anche una persona così vicina al Consiglio” e conclude “Come capo
dell'amministrazione mi aspetto che la magistratura faccia il suo corso, anche
perché il reato contestato è molto pesante”. 141 Zema è stato poi prosciolto dalle
accuse, ma i suoi guai giudiziari proseguono: il suo nome lo ritroveremo tra quelli
degli indagati nell’inchiesta della Procura di Monza sulle modifiche sospette al Pgt
di Seregno.
Dagli atti dell’Operazione “Infinito” risulta poi che nel mese di settembre 2008
Lamarmore Antonino (presunto capo della Locale di Limbiate) si attiva affinché al
cugino Coppola Natale sia revocata una sanzione amministrativa dell’importo di
circa 12 mila euro che gli era stata comminata dal Comune di Cesano Maderno per
la realizzazione abusiva di una mansarda. La soluzione secondo il metodo
‘ndranghetista è quella di attivare “gli amici” e in questo caso Moscato Annunziato
Giuseppe. Moscato promette il proprio interessamento, assumendo che ne avrebbe
parlato sia con il tecnico comunale che con l’assessore competente. Gli inquirenti
sottolineano come “anche questa conversazione (quella tra Moscato e Lamarmore)
evidenzia una volta di più la capacità d’infiltrazione dell’organizzazione
‘ndranghetista nella Pubblica Amministrazione”. Si apprende poi che Moscato
Annunziato Giuseppe ha parlato con i soggetti interessati alla “pratica” e, data la
delicatezza dell’argomento, vuole riferire l’esito del suo intervento di persona a
Lamaromore. Dall’ordinanza di custodia cautelare risulta che una successiva
verifica presso il Comune di Cesano Maderno ha consentito di accertare che la
sanzione non era stata pagata.
In quel momento l’amministrazione comunale era guidata da Paolo Vaghi (sindaco
di Cesano dal 2004 al 2009), esponente di una lista civica di centrosinistra ed ex
141
La Repubblica, 15 settembre 2009, disponibile in
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2000/09/15/ndranghetaarrestatoconsigliere.html
95
democristiano, assessore alla cultura della Giunta di Gigi Ponti fino al 2004. Paolo
Vaghi è coinvolto in una singolare intercettazione telefonica che svela il suo
curioso rapporto con Rosario Perri (ricordiamo storico capo dell’Ufficio Edilizia
privata a Desio e assessore provinciale) e Massimo Ponzoni. Il quotidiano “Il
Giorno” rivela infatti il contenuto di una telefonata tra Vaghi e Perri e titola “Vaghi
telefona a Perri: «Pronto ad abbracciare Ponzoni»”. L’argomento della
conversazione è quello della sentenza del Tar che condanna Ponzoni per gli abusi
edilizi di due villette proprio a Cesano Maderno, costruite su un terreno agricolo.
Per questa vicenda il sindaco Vaghi viene contattato per un intervista da un
giornalista di Repubblica, che Vaghi si vede costretto a rilasciare. A questo punto
Vaghi chiama Rosario Perri per avvertire che il giornalista di Repubblica (“quel
barbone”) lo ha contattato. Perri, dopo aver letto l’intervista, gli dice che “La storia
è uscita proprio brutta, il mio amico (Ponzoni) è veramente…”. E Vaghi risponde:
“Non oso chiamarlo...ma sono pronto ad abbracciarlo nella piazza della chiesa,
per solidarietà, perché è stata una vigliaccata a lui di più e a me… Quando era il
momento di fare polemica non mi cagavano i giornali, adesso che che sono in
ottimi rapporti, non buoni, ma ottimi, vanno a pugnalare anche me. Io te lo giuro
sto a casa, non vado avanti più con questa vita di…sono disarmato, ti giuro, ti
chiedo scusa, ti chiedo scusa”.142
Ma dagli atti della Dda di Milano escono ulteriori elementi utili ai fini di rilevare il
coinvolgimento
a
livello
della
politica
locale
di
Cesano
Maderno
dell’organizzazione criminale: “Da sottolineare inoltre come ci sia stato un
tentativo da parte della cosca desiana di infiltrare Sgrò Eduardo Salvatore
(partecipante della Locale di Desio) nella vita politica della pubblica
amministrazione; infatti si è presentato, nel Giugno del 2009, alle elezioni
amministrative per il Comune di Cesano Maderno (candidato Pdl), tuttavia non è
stato eletto. La sua campagna elettorale è stata caldeggiata dal Capo Società
Candeloro, il quale, in una circostanza, è intervenuto presso il Presidente del
Circolo Territoriale di An di Desio Marrone Natale”.
Dai documenti emerge anche il presunto sostegno elettorale della ‘ndrangheta al
sindaco leghista Marina Romanò alle elezioni amministrative del 2009. In una
142
Il Giorno, 9 settembre 2010 disponibile in http://www.selcesano.it/politica-cesano/rassegnastampa-cesano-maderno-9-9-2010/
96
conversazione telefonica tra Polimeni Candeloro (membro della Locale di Desio) e
suo zio Moscato Saverio, Polimeni informa suo zio di notizie d’interesse
intervenute nel campo della politica locale, che possono riguardare i progetti futuri
della cosca. In particolare Polimeni comunica a Moscato l’esito delle elezioni, dove
per 200 voti è stato eletto sindaco proprio Romanò Maria Letizia. E Moscato
commenta: “Va bene, almeno lavoriamo, va bene, dai…omissis…”, anche perché il
loro uomo, Sgrò Eduardo Salvatore candidato Pdl non era riuscito ad entrare.143
Ma la giunta Romanò avrà vita breve: il 24 giugno 2011 si dimettono, oltre ai
consiglieri di opposizione, anche Andrea Rovelli (che dopo le rivelazioni
dell’inchiesta “Infinito” nel consiglio comunale del 20 luglio 2010 aveva espresso
la proposta di voler istituire una commissione antimafia a supporto delle indagini
della magistratura) e anche altri quattro consiglieri Pdl: Copreni, Riccardi,
Spagnuolo e Mornatta (i quali sono considerati vicini a Comunione e Liberazione).
La motivazione: l’impossibilità di avere un dialogo con il sindaco.144
Come a Desio, dopo un periodo di commissariamento ordinario del Comune
seguito allo scioglimento degli organi dell’Ente per le dimissioni della maggioranza
dei consiglieri comunali, le elezioni amministrative del maggio 2012 vedono
affermarsi al ballottaggio il candidato sindaco del centrosinistra Gigi Ponti.
La nuova amministrazione viene investita fin da subito dalla discussione
sull’istituzione di una commissione antimafia permanente alla luce del rischio di
infiltrazioni mafiose prospettato dalla magistratura, ma nonostante le richieste
arrivate in Consiglio Comunale da “Italia dei valori” e “Movimento 5 Stelle”, la
proposta è stata bocciata. E l’ex sindaco Marina Romanò, ora consigliere di
opposizione capogruppo della Lega Nord dopo le nuove elezioni, ha invitato
l’amministrazione comunale a mostrare più decisione nella battaglia a favore della
legalità e dichiara: “Noto, anche con parecchio dispiacere, che il Comune di
Cesano non si e’ mai costituito parte civile contro la mafia, e l’Ndrangheta, a
143
Il Cittadino di Monza e della Brianza, 19 luglio 2010 disponibile in
http://www.ilcittadinomb.it/stories/Cronaca/144352_cesano_candidato_alle_elezioni_arrestato_nella
_retata_delle_cosche/
144
Il Cittadino di Monza e della Brianza, 24 giugno 2011 disponibile in
http://www.ilcittadinomb.it/stories/Cronaca/214681_cesano_consiglieri_dimissionari_la_giunta_ro
man_va_a_casa/
97
differenza di quanto hanno fatto Desio, Seregno, Giussano. Meglio non rimanere
alla finestra: cerchiamo di fare la nostra parte”.145
Dall’inchiesta “Infinito” prendono avvio ulteriori indagini che sfoceranno
nell’operazione “Ulisse” della Dda di Milano eseguita l’11 settembre 2012 contro
le locali di ‘ndrangheta di SEREGNO e Giussano. In particolare gli interrogatori di
Belnome Antonino, arrestato nell’ambito dell’operazione “Infinito”, hanno aperto
scenari inquietanti sulle frequentazioni, sulle conoscenze, che la ‘ndrangheta si è
costruita a Seregno (comune di circa 44 mila abitanti). Belnome è capo della Locale
di Giussano dopo la morte di Carmelo Novella, e ciò grazie proprio al ruolo avuto
nel suo omicidio, avvenuto a San Vittore Olona il 14 luglio 2008. Belnome una
volta arrestato inizia a collaborare con la giustizia e racconta, tra l’altro, dei servizi
di sicurezza che lavorano fuori dai locali di Seregno. E’ noto infatti che le mafie si
occupano persino di “sicurezza”, con agenzie che forniscono buttafuori soprattutto
a locali pubblici e discoteche. Sembra un paradosso e invece è un business lucroso
che in più permette di costruire relazioni preziose con il mondo dei “vip”. Il
servizio di buttafuori nella maggior parte dei locali serali di Seregno è gestito da
Paolo De Luca e dal fratello Giuseppe De Luca, detto Pino, entrambi citati
nell’inchiesta “Infinito” in vari passaggi. Negli interrogatori Antonino Belnome
parla diffusamente di Paolo De Luca e dei suoi rapporti con personaggi della
‘ndrangheta di medio e alto livello. Secondo quando riferito sempre da Belnome,
Paolo De Luca sarebbe affiliato alla ‘ndrangheta e in Brianza i suoi rapporti
sarebbero con le famiglie Cristello e Stagno.146
Nonostante che il nome di Paolo De Luca compaia già nell’indagine “Infinito” del
2010, ancora nel luglio 2011, un anno dopo gli arresti derivanti dall’inchiesta, sia il
vicesindaco e assessore alla Protezione Civile e ai Lavori Pubblici di Seregno,
Gianfranco Ciafrone, sia l’assessore alle Politiche Giovanili, Nicola Viganò
(entrambi appartenenti al Pdl area An), lo annoverano tra gli amici su Facebook.
Un’amicizia che tra Nicola Viganò e Paolo De Luca va oltre a Facebook: i due
infatti avrebbero intrattenuto in passato anche rapporti di tipo economico sempre
145
Qui Brianza, 3 ottobre 2012 disponibile in http://quibrianza.it/cesano-m-romano-costituiamociparte-civile-contro-mafia-e-ndrangheta/
146
Infonodo.org, 12 luglio 2011 disponibile in http://www.infonodo.org/node/29591
98
inerenti la gestione dei servizi di vigilanza al di fuori dei locali, professione che
Nicola Viganò esercitava prima di diventare assessore.147
Quando nel marzo del 2005, Nicola Viganò viene eletto in consiglio comunale con
130 preferenze, a festeggiare in piazza, sventolando la bandiera di An c’è anche
Paolo De Luca. Per spiegare l’exploit del poco noto Nicola Viganò, che supera a
sorpresa candidati storici della destra seregnese, si è pensato al fatto che tutti quei
voti, lavorando alla sicurezza, gli fossero arrivati dai giovani frequentatori delle
discoteche e dei locali notturni.148 Dopo l’elezione di Viganò, una delle società in
cui compare tra i soci il fratello di Paolo De Luca, Giuseppe (la New Phedra soc.
coop.), ha lavorato con il comune di Seregno in almeno un’occasione: per il
Brianza Fitness Festival del 2008, manifestazione organizzata dall’assessorato retto
da Nicola Viganò.149
Ma le strane relazioni intrattenute da Paolo De Luca con gli amministratori di
Seregno non finiscono qui. Nella primavera del 2007, l’assessore al Commercio
Marco Formenti propone ai gestori dei locali di Seregno un protocollo d’intesa da
firmare con il comune. La novità del protocollo a parte regole, ordinanze e norme in
vigore e che quindi i gestori dei locali erano già tenuti ad osservare, consiste
appunto nel servizio di sicurezza, cioè nell’obbligo per i gestori di avvalersi di un
buttafuori all’esterno del locale. Il protocollo d’intesa di Marco Formenti, di fatto
ha consegnato al servizio di sicurezza dei De Luca i locali serali di Seregno.150
Ci sono dei locali in cui non solo all’esterno si trovano i buttafuori dei De Luca, ma
che sono allo stesso tempo meta preferita degli ‘ndranghetisti. Belnome avrebbe
citato la discoteca Noir di Lissone, dove lui e gli altri affiliati erano trattati con
“rispetto” tanto che potevano bere bottiglie di champagne da 250 euro senza
pagare. La discoteca Noir di Lissone è di proprietà della Titty srl. Esiste poi un’altra
società: la Carte srl, anche lei attiva nel campo della ristorazione e delle discoteche,
in cui compaiono ben nove dei soci del Noir, il decimo socio è il sindaco di
Seregno, Giacinto Mariani. 151
147
Infonodo.org, 1 aprile 2012 disponibile in http://www.infonodo.org/node/31970
Infonodo.org, 12 luglio 2011 disponibile in http://www.infonodo.org/node/29591
149
Infonodo.org, 1 aprile 2012 disponibile in http://www.infonodo.org/node/31970
150
Infonodo.org, 12 luglio 2011 disponibile in http://www.infonodo.org/node/29591
151
Infonodo.org, 12 luglio 2011 disponibile in http://www.infonodo.org/node/29591
148
99
Dalle pagine dell’ordinanza di custodia cautelare relativa all’operazione “Ulisse”
emerge un altro episodio inquietante che riguarda gli amministratori seregnesi:
l’atteggiamento del consigliere comunale Pdl di Seregno Francesco Gioffrè,
originario di Rosarno (Rc), di fronte all’estorsione subita dal fratello Roberto,
proprietario del locale Casinò Royalé di Paina di Giussano, da parte di due dei
maggiori esponenti della Locale di Seregno: Rocco Cristello e Claudio Formica. La
vittima dell’estorsione, Roberto Gioffré, ha raccontato nella sua denuncia e nelle
sommarie informazioni ai pm di essere stato minacciato con un coltello e preso a
calci e pugni in faccia durante “un incontro chiarificatore” al ristorante Chapeau di
Seregno, al quale avrebbe preso parte anche il fratello Francesco Gioffrè,
consigliere comunale a Seregno.
Il gip di Milano, Andrea Ghinetti, nell’ordinanza di custodia cautelare descrive
l’atteggiamento di Francesco Gioffré “vicino alla connivenza”, dato che tenta, con
le sue dichiarazioni agli inquirenti, “di minimizzare” le minacce subite dal fratello
Roberto. “Un discorso a parte” prosegue il gip “meritano le dichiarazioni di
Gioffré Francesco, opaco fratello della vittima ed unica ‹‹voce fuori dal coro›› il
quale, sentito a s.i.t. (sommarie informazioni testimoniali) il 26 aprile 2011, pur
ammettendo di conoscere i fratelli Rocco e Francesco Cristello (che sostiene di
avere aiutato per una pratica presso il comune nel quale egli stesso è consigliere
comunale), ha tentato in ogni modo di minimizzare la portata dei fatti giungendo
quasi a prendere le difese dei Cristello, sino al punto di dirsi estremamente stupito
nell'apprendere la notizia del loro arresto del luglio del 2010, nell'ambito del maxiblitz “Infinito””. Aggiunge il gip che “le dichiarazioni di Gioffré Francesco, nella
parte in cui contrastano con quelle del fratello Roberto, non possono ritenersi
credibili ma debbono al contrario essere inquadrate nel medesimo clima di
intimidazione del quale è stato vittima anche Roberto Gioffré, che ha evidentemente
portato i due fratelli a reagire in modo diametralmente opposto”, dato che mentre
uno dei due fratelli, Roberto, “ha scelto di denunciare i fatti con rischio personale
che lo ha portato a temere talmente tanto per sé e per i suoi familiari da decidere
di lasciare il Paese per trasferirsi all'estero, il politico locale Gioffré Francesco ha
fatto una scelta diversa, vicino alla connivenza, più in linea con quella già
riscontrata in altri casi oggetto della presente misura cautelare”.
100
In riferimento invece alle scelte urbanistiche dell’amministrazione comunale
guidata da Giacinto Mariani (Sindaco dal 05/04/2005 rieletto il 29/03/2010), si deve
registrare che ad oggi Seregno non è ancora dotata di un Pgt (lo strumento
urbanistico che dovrebbe prendere il posto dei vecchi Prg), anche se i termini
imposti dalla Legge Regionale 12/2005 sono scaduti.
Ciononostante, non sono mancate modifiche sospette al Prg che, nell’ambito di
un’inchiesta della Procura di Monza, sono finite sotto la lente d’ingrandimento dei
pm: si tratta dell’approvazione di due piani integrati di intervento rispettivamente
nelle aree ex Camisasca e l’“ecomostro” in via delle Grigne.
Il piano integrato di intervento è un tipo particolare di strumento urbanistico
previsto dalla legge regionale 12 aprile 1999, n. 9: la legge prevede che i comuni
possano approvare piani integrati di intervento anche in variante al piano regolatore
generale, in quanto si presume l’intervento persegua obiettivi di riqualificazione
urbana ed ambientale, con particolare riferimento ai centri storici, alle aree
periferiche, nonché alle aree produttive obsolete, irrazionalmente dislocate o
dismesse. Il fatto che, con un piano integrato di intervento (P.I.I.), il Comune possa
operare anche in variante al piano regolatore generale, rende questo strumento
particolarmente delicato.
Nel caso di Seregno, secondo i reati ipotizzati dagli inquirenti, Attilio Gavazzi (ex
vicesindaco e assessore al territorio della prima giunta di Giacinto Mariani con
deleghe all’urbanistica, ai lavori pubblici e all’edilizia privata dal 2005 al 2010) e
Ugo Calò (ex capogruppo Pdl in Consiglio Comunale) avrebbero percepito tangenti
per far approvare la modifica della destinazione d’uso delle aree aree ex Camisasca
e dell’“ecomostro” in via delle Grigne da industriale a residenziale.152
E
intanto
succede
anche
un
altro
episodio
singolare:
nell’operazione
dell’“ecomostro” in via delle Grigne spunta il nome di Domenico Zema, già
consigliere comunale di Cesano Maderno, arrestato nel 2000 (poi prosciolto dalle
accuse che lo riguardavano) e genero di Annunziato Giuseppe Moscato (presunto
capo della Locale di Desio). Zema risulta socio della GDA Case srl (attraverso la
Damez srl da lui amministrata), che ha acquistato l’immobile in questione (dopo
che era già stata cambiata la destinazione) dalla Edil VLB srl del defunto
152
Il Cittadino di Monza e della Brianza,
http://www.ilcittadinomb.it/stories/Cronaca/792471/
101
12
febbraio
2013
disponibile
in
imprenditore siciliano Paolo Vivacqua, ucciso nel suo ufficio di Desio il 14
novembre 2011. 153 In aula Domenico Zema ha ammesso in aula di avere preso 300
mila euro dal defunto Paolo Vivacqua: “I soldi erano per dei compromessi per
degli appartamenti”, ha dichiarato Zema “Io mi occupo anche di immobili”.154
Nel frattempo la gestione dell’urbanistica di Seregno continua a generare
polemiche, anche all’interno degli alleati della Lega: non ultima quella sulla
nomina di Paolo Bertacco a consulente in materia urbanistica per il comune di
Seregno. L’avvocato Bertacco, ciellino e di Carate Brianza, ha ricoperto il ruolo di
Assessore ai Lavori Pubblici a Carate nella giunta Pipino dimissionaria a seguito
dell’inchiesta Carate Nostra. L’inchiesta ha evidenziato un giro di tangenti fra cui
quelle che sarebbero state pagate da Paolo Vivacqua per ottenere una maggiore
superficie edificabile nell’affare Bricoman (il grande centro commerciale riservato
agli amanti del «fai-da-te»). Anche se non indagato, Paolo Bertacco, avrebbe
partecipato alla riunione riservata fatta “ad hoc” che accolse le richieste di
Bricoman. Il 27 agosto 2012, indagini non ancora concluse, il comune di Seregno
nominava appunto come consulente all’urbanistica Paolo Bertacco, allora assessore
ai Lavori Pubblici a Carate Brianza.155
Ma un altro protagonista della recente vita urbanistica di Seregno è Piergiuseppe
Avanzato: è sua l’area dismessa dell’ex carburatori Dell’Orto. Sconosciuto ai più,
Avanzato è stato protagonista dei processi All Iberian 1 e All Iberian 2. Si tratta di
vicende giudiziarie degli anni ‘90 che si sono trascinate fino al febbraio 2012 (con
l’epilogo del processo Mills) e che hanno visto come principale imputato Silvio
Berlusconi: attraverso Avanzato e altri operatori finanziari, Fininvest creò fondi
neri per complessivi 1500 miliardi di vecchie lire, parte dei quali sono stati
utilizzati per pagare una maxi tangente da 15 miliardi a Bettino Craxi. Chiuse le
attività finanziarie in concomitanza con i processi All Iberian, tra il 1998 e il 2000,
Avanzato negli anni successivi ha investito le sue notevoli fortune nel campo
immobiliare. In particolare la Reda Group Real Estate spa, aggregazione di società,
153
Il Giorno, 11 febbraio 2013 disponibile in
http://www.ilgiorno.it/monza/cronaca/2013/02/11/844147-monza-seregno-pgt-domenicozema.shtml
154
Il Giorno, 11 febbraio 2013, disponibile in
http://www.ilgiorno.it/monza/cronaca/2013/02/11/844147-monza-seregno-pgt-domenicozema.shtml
155
Infonodo.org, 12 gennaio 2013 disponibile in http://www.infonodo.org/node/35420
102
raccoglie tre immobiliari riconducibili a lui: l’Immobiliare Sant Ambroeus, La
Residenza dei Capuccini e Abielle Immobiliare. 156
Una delle società di Avanzato, La Residenza dei Capuccini srl, fa parte anche della
società La Costellazione. La Costellazione ha rapporti con il sindaco di Seregno,
Giacinto Mariani: lo studio G, che firma tutti i progetti de La Costellazione, ha
anche realizzato il rifacimento del Molto Club Restaurant di cui il sindaco di
Seregno è socio. La Costellazione, inoltre, è annoverata tra i partner ufficiali del
locale, nonché di altri locali riconducibili ai soci di Giacinto Mariani come il Noir
di Lissone. Ancora più importante è il legame tra la Costellazione e un altro
esponente politico brianzolo, Francesco Magnano, conosciuto ai più come il
geometra di Berlusconi. Nascosto dietro alla fiduciaria Unione fiduciaria spa (che
possiede il 50% delle azioni di Athena, una delle società che fanno parte della
galassia La Costellazione) ci sarebbe proprio lui. Athena a sua volta possiede il
70% dell’immobiliare il Centro srl (altra società di Costellazione) che è proprio
quella che sta realizzando i palazzi sull’area ex Camisasca su cui la magistratura sta
indagando per le presunte tangenti percepite da Attilio Gavazzi (ex vicesindaco e
assessore al territorio della prima giunta di Giacinto Mariani) e Ugo Calò (ex
capogruppo Pdl in Consiglio Comunale) per far approvare la modifica della
destinazione da industriale a residenziale. La Costellazione ha costruito negli ultimi
anni 710 unità abitative e ha 9 cantieri aperti per altri 233 appartamenti in un
mercato dell’edilizia in crollo e con il 28% delle aziende del settore che, tra le
province di Milano e Monza Brianza, hanno chiuso.157
Al di fuori del circuito Reda Group e Costellazione, Giuseppe Avanzato è presente
in due altre società: la 2 G srl e la 2 G Lario srl, in entrambe con Giuseppe
Malaspina. Giuseppe Malaspina, imprenditore edile di origini calabresi, già
condannato a 14 anni per un omicidio commesso quando ne aveva 19, è
recentemente finito al centro delle cronache giudiziarie per il tentativo di estorsione
compiuto ai suoi danni da esponenti della famiglia Miriadi di Vimercate che
avevano anche tentato di sequestrare il fratello. Il legame tra la ‘ndrangheta del
vimercatese e Seregno non è una novità: negli anni ‘90, durante la guerra che
contrappone i Miriadi a Franco Coco Trovato e a Pepe Flachi, viene gambizzato
156
157
Infonodo.org, 22 marzo 2013 disponibile in http://www.infonodo.org/node/36000
Infonodo.org, 22 marzo 2013 disponibile in http://www.infonodo.org/node/36000
103
Antonino Lugarà, noto costruttore di Seregno, ritenuto vicino ai Miriadi ed
esponente ai tempi della Dc locale.158
In conclusione Giuseppe Avanzato e Giuseppe Malaspina, attraverso la 2 G srl,
possiedono l’area dismessa ex Carburatori Dell’Orto a Seregno e, tramite la 2 G
Lario srl, la ex Arbarelli di Como in zona frontiera Ponte Chiasso.
La Costellazione, Reda Group, Piergiuseppe Avanzato e Giuseppe Malaspina, visti
i progetti realizzati o in via di realizzazione, possiedono risorse finanziarie e linee
di credito che li fanno andare controcorrente rispetto agli altri operatori del
mercato. Si può dire che la crisi sta semplificando il mondo dell’edilizia e lo sta
mettendo nelle mani di pochi.159
Ciò che emerge dalle recenti indagini, a partire dagli esiti dell’operazione
“Infinito”, è indubbiamente uno scenario inquietante sulle frequentazioni, sulle
conoscenze che la ‘ndrangheta si è costruita a Seregno.160
Bisogna comunque riconoscere che l’Amministrazione Comunale si è costituita
parte civile in ben sei processi contro la mafia e per prima ha lanciato l’ipotesi di
una class action contro gli affiliati come segnale tangibile per sottrarre terreno alla
malavita.161 E il sindaco dichiara: “Dal 2008, quando, primo tra i sindaci della
Brianza, mi ero costituito parte civile nell’ambito dell’operazione “Star Wars”
contro quattro esponenti della ‘ndrangheta che avevano aperto una discarica
abusiva sul nostro territorio, di strada ne abbiamo fatta” ha commentato Mariani
“Abbiamo sempre avuto un unico obiettivo: essere presenti in ogni processo contro
la mafia. Purtroppo, però, se mi giro, a parte due/tre Comuni, alle mie spalle non
vedo la fila”.162
Ma nell’aprile 2013 il sindaco Mariani viene travolto dallo scandalo scoppiato a
seguito di un’inchiesta de l’Espresso, dagli esiti sconvolgenti. I protagonisti di
questa storia sono appunto Giacinto Mariani (sindaco di Seregno), Mario Barzaghi
(vicepresidente di Confindustria della provincia di Monza e Brianza) e il capitano
dei carabinieri di Seregno. L’inchiesta rivela che tutti insieme, direttamente o
158
Infonodo.org, 22 marzo 2013 disponibile in http://www.infonodo.org/node/36000
Infonodo.org, 22 marzo 2013 disponibile in http://www.infonodo.org/node/36000
160
Infonodo.org, 12 luglio 2011 disponibile in http://www.infonodo.org/node/29591
161
Infonodo.org, 25 febbraio 2013 disponibile in http://www.infonodo.org/node/36004
162
MonzaToday, 1 marzo 2012 disponibile in http://www.monzatoday.it/cronaca/seregno-comuneparte-civile-contro-ndrangheta.html
159
104
attraverso i loro familiari, sarebbero in affari con una società paravento della
camorra per la realizzazione di impianti fotovoltaici. Quando il 10 aprile 2013
l’inviato dell’Espresso, Fabrizio Gatti, prova a intervistare sull’argomento Mario
Barzaghi, il giornalista viene sequestrato il giornalista per un’ora e minacciato di
morte.163
Questa storia comincia l’11 ottobre 2012, quando la Sezione misure di prevenzione
del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere mette sotto sequestro una piccola
società con la sede legale a Somma Vesuviana e l’ufficio amministrativo a Cesano
Maderno, vicino a Seregno. Si chiama Simec srl. Secondo la Direzione
investigativa antimafia di Napoli e la questura di Caserta, l’impresa gestita da Ugo
Ersilio Cincotto, brianzolo di Desio, di fatto appartiene alla costellazione di un
casertano, Pasquale Pirolo. Basta il titolo del capitolo che il Tribunale gli dedica per
capire chi è Pirolo: “Le emergenze indiziarie in tema di pericolosità: dal clan
Bardellino al clan dei Casalesi”. Dal giugno 2010 la Simec ha riempito le industrie
di mezza Italia di preventivi e progetti per l’installazione di pannelli fotovoltaici sui
tetti dei capannoni. Ma sulla carta intestata di quei progetti non appare soltanto il
marchio della Simec. C’è anche quello della +Energy srl, la società dietro cui
invece ci sarebbero direttamente o indirettamente il sindaco di Seregno, il
vicepresidente di Confindustria della provincia di Monza e Brianza e il capitano dei
carabinieri di Seregno.
Il 10 aprile 2013 Mario Barzaghi risponde alle domande di Fabrizio Gatti
nell’ufficio della sua ditta, la Effebiquattro a Seregno. Racconta che il progetto del
fotovoltaico è nato per affrontare la crisi della Effebiquattro. E sui proprietari della
163
il video è in http://espresso.repubblica.it/dettaglio/giornalista-io-ti-ammazzo/2204978
105
+Energy srl racconta: “Non era il sindaco, è la compagna del sindaco. E come lei
parla di Spenga, non era Spenga. Io sinceramente non so. Come la compagna del
sindaco, non so se è la compagna o la moglie del capitano o qualche altro
parente”. “La mamma?” chiede Gatti. “Mi sembra. Sinceramente io non lo so
neanche. Perché io ero solo come finanziario e basta”.164
Accortosi delle compromettenti rivelazioni fatte al giornalista, Barzaghi inveisce
improvvisamente contro di lui e, come rivela l’Espresso, lo sequestra per un’ora e
lo minaccia di morte.
Questa storia è costata a Barzaghi la carica di vicepresidente di Confindustria
Monza e Brianza e un fascicolo aperto in Procura per il sequestro di Gatti. Il
capitano dei carabinieri è invece stato trasferito lontano dalla Brianza dopo un
lunghissimo periodo a Seregno.
Ma torniamo invece sulla figura di Piergiuseppe Avanzato. Su di lui troviamo che
fa affari non solo a Seregno. Anche a CORREZZANA (piccolo comune di 2 mila
e 600 abitanti) Abielle Immobiliare, del gruppo Reda Group di Avanzato, costruirà
appartamenti:165 con delibera della Giunta Comunale n. 29 del 30 settembre 2011 è
stato adottato il Piano attuativo di iniziativa privata a destinazione residenziale
denominato appunto “Abielle”, relativo all’area di via Kennedy-via M.L. King,
approvato poi in via definitiva con deliberazione n. 60 del 22 novembre 2011. Ma
la società ha cantieri in essere o già terminati sul Lago Maggiore, a Villa Romanò
di Inverigo, in Valtellina, a Colico e a Brugherio, a Meda, a Seregno in via Stefano
da Seregno, e a Cesano Maderno, allo stesso indirizzo dove ha in progetto un
cantiere la Costellazione di Seveso.
Esisteva poi un asse che legava il comune di Seregno a quello di SEVESO, comune
di circa 22 mila abitanti, commissariato nel dicembre 2012.
Nicola Viganò, l’assessore alle Politiche giovanili del comune di Seregno non è
solo un amico di quel Paolo De Luca citato nelle carte dell’inchiesta “Infinito”, ma
è anche un amico degli “Amici del Tricolore”. “Amici del Tricolore” è
un’associazione di estrema destra che ha come presidente Alessio Kulmann,
candidatosi nelle file del Pdl (An) alle elezioni amministrative di Seveso del 2008.
164
L’Espresso, 22 aprile 2013, disponibile in http://espresso.repubblica.it/dettaglio/in-brianza-tralega-e-clan/2204955//0
165
Infonodo.org, 22 marzo 2013 disponibile in http://www.infonodo.org/node/36000
106
Ebbene l’associazione “Amici del Tricolore” di cui Kulmann è presidente, ha
ottenuto dall’assessorato di Seregno retto da Viganò fondi, collaborazioni e
patrocini per numerose iniziative. Kullmann, però, non è l’unico esponente di An di
Seveso venuto ad intrattenere rapporti commerciali con l’Assessorato alle Politiche
Giovanili del comune di Seregno. C’era anche Federico Houeis consigliere
comunale del Pdl (area An) a Seveso che il 16 aprile 2008 fonda insieme con un
socio, la MB Comunicazione & Eventi Srl con sede a Seregno. L’8 luglio 2008
l’assessorato retto da Viganò affida alla MB Comunicazione l’incarico per
l’organizzazione e la realizzazione della “Notte Bianca per la Brianza” dietro un
compenso di € 10.000 + IVA.166
Ma l’asse Seveso-Seregno non funziona solo in un verso ma anche al contrario.
Esiste infatti una società in cui compaiono amministratori di Seregno che prendeva
appalti dal comune di Seveso. E’ il caso di Fonia Nazionale Srl, a cui il Comune di
Seveso ha affidato il servizio di telefonia fissa in sostituzione di Elitel Spa. Ebbene,
sino al 2007 il comune di Seveso ha un contratto per la fornitura di servizi di
telefonia con Elitel (operatore acquisito ad inizio 2007 dal gruppo Vive La Vie e
finito nei guai pochi mesi dopo, in seguito ad una pesante posizione debitoria verso
Telecom Italia). A partire dal 10 luglio 2007 Elitel comincia a manifestare i propri
problemi con il distacco improvviso dell’utenza. Il giorno 8 luglio 2007 viene
fondata Fonia Nazionale srl che viene iscritta alla Camera di Commercio di Milano
il 20 luglio 2007. Il 17 luglio 2007 il Comune di Seveso accetta l’offerta di Fonia
Nazionale e il giorno dopo firma il contratto. Il 3 marzo 2008 con delibera della
Giunta n. 85 il comune di Seveso accetta inoltre la proposta di Fonia Nazionale di
implementare i servizi di telefonia. Per l’anno 2008 l’esborso sarà per il comune di
Seveso di € 37.500,00.167 Fonia Nazionale è costituita da una cordata di soci in cui
compaiono il fratello dell’assessore di Seregno Gianfranco Ciafrone (altro amico di
Paolo De Luca e esponente del Pdl area An), il fratello dell’assessore di Seregno
Nicola Viganò (Pdl area An), la sorella dell’assessore di Seregno Carlo Novara
(Pdl), l’assessore di Seregno Marco Cajani (lista Amare Seregno), la compagna del
166
167
Infonodo.org, 3 settembre 2009 disponibile in http://www.infonodo.org/node/23138
Infonodo.org, 3 settembre 2009 disponibile in http://www.infonodo.org/node/23138
107
consigliere comunale di Amare Seregno Roberto Pozzoli, l’ex presidente della
municipalizzata di Desio Amsp Trading Giovanni Costanza.168
Nel mese di dicembre 2012 il comune di Seveso viene commissariato per la
mancata approvazione del bilancio preventivo 2012, dopo che il sindaco Donati
aveva perso l’appoggio della Lega a seguito della decisione di approvare il progetto
Pedemontana. Si interrompe così l’asse Seregno-Seveso.
Ricordiamo infine che Seregno è sede di una Locale di ‘ndrangheta al cui vertice
c’era da almeno la metà degli anni Duemila sino al giorno del suo omicidio,
commesso a Verano Brianza il 27 marzo del 2008, Rocco Cristello.
Cristello era uno dei proprietari del Magic Movie, un cinema multisala in un centro
commerciale di MUGGIÒ, comune di circa 23 mila abitanti: il Magic Movie, con
15 sale per 3.450 spettatori e un piano destinato a bar e negozi, è un importante
pezzo di città. La storia del Magic Movie inizia già negli anni ’80, quando
l’imprenditore edile calabrese Felice Zaccaria acquista alcuni terreni a Muggiò, tra
cui un’area di proprietà dei Conti Casati situata all’interno di quello che diventerà
poi il Parco del Grugnotorto. Nel 1991 l’allora giunta di sinistra concede
l’edificabilità di quell’area acquistata da Zaccaria con una variante del Piano
Regolatore vigente. Successivamente la Tornado Gest S.p.A. di Felice Zaccaria
presenta un progetto che prevede l’edificazione su quell’area di un complesso di 5
sale cinematografiche. Nel 1997 la Regione Lombardia suggerisce alcune varianti
al Piano Regolatore adottato, tra cui quella di ripristinare a verde pubblico
quell’area su cui Zaccaria aveva proposto la costruzione del Multisala. La
maggioranza di centrosinistra vota a favore di questa proposta della Regione: il
Parco del Grugnotorto torna ad essere integralmente un’area verde.
Nel 1999 il centrodestra vince le elezioni e diventa sindaco Pietro Stefano
Zanantoni.
Nel 2000 Zaccaria fa ricorso al TAR della Lombardia che gli dà ragione: l’area in
questione ridiventa edificabile. Zanantoni potrebbe ricorrere al Consiglio di Stato
contro la sentenza del TAR, anche tenendo conto del fatto che nel frattempo era
stato istituito il Parco del Grugnotorto, ma non lo fa, adducendo come motivazione
la paura di esporre il Comune all’eventualità di una onerosa richiesta di danni. Non
168
Infonodo.org, 19 gennaio 2010 disponibile in http://www.infonodo.org/node/24225
108
solo: nel 2003 il sindaco Zanantoni approva un Programma Integrato d’Intervento,
presentato dalla Tornado Gest, che prevede la realizzazione di 15 sale
cinematografiche al posto di 5 iniziali, nonché di un’area commerciale di 10.000
metri quadrati, di cui 2.450 adibiti a media struttura di vendita al dettaglio. In
cambio Zaccaria cede al Comune 187.000 metri quadrati di terreno nel parco e si
impegna a realizzare un laghetto e una club house. Quindi, alla fine, Zanantoni
concede a Zaccaria un mostruoso aumento di volumetria del manufatto, perché ha
paura di esporre il Comune a una onerosa richiesta di risarcimento danni, in quanto
era passato del tempo, la situazione di mercato era mutata e, per rendere sostenibile
il progetto aziendale, 5 sale cinematografiche non bastavano più. 169 Ma quando alla
fine del 2004 la costruzione del complesso Magic Movie sta per essere terminata, le
casse della Tornado Gest sono ormai vuote, sparpagliati in altre società di famiglia,
ciò determinando una “elevatissima confusione patrimoniale”. E’ a questo punto
che entrano nell’affare altre aziende, tra cui la Valedil srl di Rocco Cristello e
Saverio Lo Mastro, “con l’apporto ai coniugi Zaccaria di capitali di non meglio
identificata provenienza”.
Finalmente, nel febbraio 2005, il Magic Movie mette in programma i primi film.
Ma le proiezioni durano ben poco, perché sei mesi dopo, senza neanche chiedere al
Comune la variazione di destinazione d’uso, i soci cominciano ad affittare gli spazi
commerciali del complesso a grossisti cinesi. Compare così sulla scena un nuovo
personaggio: Song Zichai, condannato per truffa dalle autorità di Pechino,
un’accusa che può costargli la pena capitale. La storia del Magic Movie prende una
piega a dir poco surreale: in modo del tutto abusivo, un intero piano del complesso,
per 10 mila metri quadrati, è dato in affitto a circa 150 grossisti, in cambio di una
tariffa d’ingresso tra i 20 e i 60 mila euro e di un canone di affitto mensile tra i
1.500 e i 1.800. Sei delle 15 sale cinematografiche diventano magazzini di
“cineserie”. Ma il nuovo business crolla rapidamente: i cinesi capiscono che le cose
non quadrano, ma chi protesta viene minacciato. Il comune non può fare altro che
mettere i sigilli all’edificio, con un’ordinanza del 19 luglio 2006. Ai cinesi che
hanno pagato l’affitto non resta che protestare con forza: il 24 luglio devono
169
C. FOSSATI (Sindaco di Muggiò 2004-2009), Le pesanti responsabilità politiche di Zanantoni
nella vicenda del Multisala cinematografico, 14 febbraio 2010, disponibile in
http://pdmuggio2009.blogspot.it/2010/02/le-pesanti-responsabilita-politiche-di.html
109
intervenire i carabinieri per liberare Song Zichai dai commercianti che lo hanno
sequestrato e pretendono di riavere indietro tra i 3 e i 4 milioni di euro. Cristello e
Lo Mastro, intanto, con una scrittura privata nel maggio 2006 sono diventati
padroni della Tornado Gest, quindi dell’edificio e di tutta la traballante impresa. La
società presenta bilanci falsi e precipita verso la procedura fallimentare, lasciando
in eredità al Comune la spinosa situazione dei cinesi truffati.
L’8 luglio 2006 Cristello finisce in carcere per una condanna per droga diventata
definitiva. Il pm Giordano Baggio, nell’ambito dell’inchiesta penale seguita al
fallimento della Tornado Gest, lo iscrive nel registro degli indagati ipotizzando per
lui il reato di riciclaggio. Cristello verrà poi ucciso il 27 marzo 2008, dopo aver
investito nell’impresa Magic Movie circa 10 milioni di euro. Il 28 aprile 2009
finiscono in carcere i coniugi Zaccaria e Saverio Lo Mastro. Song Zichai scompare
nel nulla. Nella richiesta di custodia cautelare del 16 marzo 2009 il pubblico
ministero Baggio rileverà la “scarsa lungimiranza” del Comune di Muggiò. 170
Alla fine di questa lunga vicenda, il 27 gennaio 2010 sul sito del Comune di
Muggiò compare un comunicato stampa dal titolo: “Querelati dal Comune i due
autori di un libro diffamatorio”. Il libro di cui trattasi è “A Milano comanda la
‘Ndrangheta”, scritto da Davide Carlucci e Giuseppe Caruso. Ebbene: gli autori
farebbero trasparire l’esistenza di un rapporto privilegiato tra Felice Zaccaria e il
sindaco Zanantoni, ipotizzando in tal senso la presenza di una amicizia complice in
relazione alla quale si spiegavano, da parte della Giunta Zanantoni, atti e
comportamenti, nonché “aiuti amministrativi”, finalizzati ad esprimere tale
vicinanza.
Ma il difficile rapporto del sindaco Zanantoni con i costruttori edili non si limita al
caso del Magic Movie. Il campo di calcio di via XXV Aprile - I Maggio è stato
realizzato, dopo un lungo stop, ma anziché essere opera a costo zero di cui doveva
farsi interamente carico il costruttore Giuseppe Malaspina (lo stesso presente nelle
società 2 G srl e 2 G Lario srl con Giuseppe Avanzato), che stava edificando su 42
mila metri cubi 160 appartamenti nella vicina area ex Fillattice, ha inciso sulle
casse comunali per 1,3 milioni di euro.171 E sono ancora aperti i contenziosi sulla
170
M. PORTANOVA, G. ROSSI, F. STEFANONI, Mafia a Milano, Sessant’anni di affari e delitti,
Melampo Editore, Milano, 2011, pp. 367-370
171
Infonodo.org, 7 marzo 2013 disponibile in http://www.infonodo.org/node/36153
110
congruità del primitivo progetto con Malaspina, che non ha realizzato la prevista
area mercato annessa al condominio e neppure parcheggi, percorsi pedonali, aiuole
e attrezzature sportive previste dalla convenzione.172
Negli ultimi anni l’espansione della ‘ndrangheta sembra inarrestabile: dopo
l’omicidio di Rocco Cristello avvenuto il 27 marzo 2008, dalla Locale di Seregno
nasce la Locale di GIUSSANO. Il battesimo della nuova Locale avviene in un
periodo compreso tra l’omicidio di Rocco Cristello e quello, il 14 luglio 2008, di
Carmelo Novella, il boss dei boss, capo della ’ndrangheta in Lombardia.
La Locale di Giussano, dopo aver avuto a capo Carmelo Novella e Antonino
Belnome, arrestato il 13 luglio 2010 nell’ambito dell’Operazione “Infinito” e poi
diventato collaboratore di giustizia, è passata nelle mani di Michael Panaija,
arrestato il 10 aprile 2011.
Le parole di Belnome raccontano la storia delle due Locali: quella storica di
Seregno e la sua “gemellata” di Giussano. Sullo sfondo, la guerra di potere fra due
clan rivali attivi fra Seregno e Giussano, vale a dire i Cristello e gli Stagno.
Neanche a Giussano, comune di circa 25 mila abitanti, mancano vicende che
segnalano il pericolo di infiltrazioni mafiose all’interno delle istituzioni locali.
Dall’ordinanza di custodia cautelare emessa nell’ambito dell’operazione “Infinito”
si legge che le strategie a lungo respiro del sodalizio di Antonio Stagno (che risulta
a capo della cosca distaccata che fa a lui riferimento) “prevedono di infiltrare
all’interno del Comune di Giussano un proprio referente proprio con l’intento di
sfruttare tale presenza per ottenere dei vantaggi per tutti i componenti della
compagine”. Lo si apprende da un’intercettazione ambientale del giugno 2009, in
occasione delle elezioni amministrative.
Ma questo non è l’unico episodio che testimonia il pericolo a cui è esposto il
Comune di Giussano. Il 16 gennaio 2012, Franco Riva, il sindaco di Giussano dal
2004 al 2009 ex esponente Dc fondatore di liste civiche, è colpito da un
provvedimento di custodia cautelare nell’ambito dell’inchiesta che porta in carcere
Massimo Ponzoni.173 Riva in particolare risulta indagato per corruzione in
un’inchiesta urbanistica: variazioni urbanistiche non conformi alla normativa,
172
Infonodo.org, 7 marzo 2013 disponibile in http://www.infonodo.org/node/36153
Il Giorno, 16 gennaio 2012 disponibile in
http://www.ilgiorno.it/monza/cronaca/2012/01/16/653466-crac_pellicano_massimo_ponzoni.shtml
173
111
consulenze societarie fittizie e in conflitto con il pubblico incarico, il tutto pagato
da un imprenditore, sono alcune delle accuse mosse dalla magistratura monzese nei
confronti dell’ex Sindaco. In particolare Franco Riva è accusato, in concorso con
Massimo Ponzoni ed altre cinque persone, di aver manipolato il Pgt cittadino per
avvallare le richieste dell’ex coordinatore brianzolo del Pdl, in cambio di poltrone e
denaro. L’allora Sindaco ed assessore all’urbanistica, nel periodo compreso tra il
2008 ed il 2009 ha ricoperto difatti anche la funzione di consulente per alcune
società immobiliari riconducibili a Massimo Ponzoni, all’epoca coordinatore
provinciale del Pdl brianzolo. E proprio nel 2008 una società francese, attraverso la
Altarimi srl (che a sua volta avrebbe agito attraverso la Mediaservice di Filippo
Duzioni), ha espresso interesse a costruire un parco commerciale nell’area di via
Nuova Valassina, a Giussano. Dall’inchiesta risulta che l’imprenditore Duzioni
avrebbe chiesto a Ponzoni un suo interessamento per fare cambiare la destinazione
d’uso di alcune aree, trasformandole da agricole a edificabili. Secondo i pm, Riva
avrebbe determinato il parere positivo della commissione urbanistica, in modo che
avvallasse il piano di lottizzazione proposto da Altarimi, nonostante fosse in
contrasto con le disposizioni del Pgt. Nel 2009 poi Riva avrebbe anche votato una
controdeduzione al Pgt sempre in favore del piano di lottizzazione, nonostante il
parere contrario espresso dai tecnici del Politecnico di Milano chiamati a valutare lo
stesso Piano di Governo del Territorio. Ponzoni, in questa vicenda inquadrato come
il soggetto corruttore insieme a Filippo Duzioni, avrebbe ricompensato Riva con la
poltrona di Sindaco Effettivo a Trasporti Pubblici Monzesi, in attesa di riservargli
un posto da assessore in Provincia (poi negato dall’intervento del coordinatore
regionale del Pdl, subito dopo l’indicazione alla sua nomina proposta da Ponzoni).
Riva, rivestendo all’epoca anche la carica di consulente, avrebbe inoltre ricevuto
del denaro da Duzioni, parte del quale sarebbe finito nelle tasche di Ponzoni, a
chiudere il cerchio.174 Un ruolo, quello di Riva nella squadra di Ponzoni, che lo
vedeva ricoprire un duplice aspetto: amministratore pubblico e commercialista delle
società immobiliari di Ponzoni. Una doppia veste ribadita anche dai magistrati nella
richiesta di rinvio a giudizio dove il ruolo di Franco Riva viene definito come
“esempio deleterio di commistione tra pubblico e privato avendo interpretato il
174
MBNews, 1 febbraio 2012 disponibile in http://www.mbnews.it/attualita/109-attualita/23138-pgtdi-giussano-nei-guai-lex-sindaco-tra-intercettazioni-e-75-mila-euro-.html
112
ruolo di sindaco e assessore all’Urbanistica (delega che Riva tenne per sé dopo le
dimissioni dell’assessore Gabriele Talpo) come prosecuzione dei propri e altrui
affari privati”.175
Ma c’è un altro episodio singolare che ha interessato il sindaco di Giussano Franco
Riva: durante il suo mandato il Comune è balzato alla ribalta delle cronache perché
avrebbe rilasciato un documento d’identità falso a un superlatitante della
‘ndrangheta. Il 3 agosto 2008, al momento del suo arresto, Antonio Patania (il
guardaspalle di Domenico Bonavota, considerato dagli inquirenti il reggente
dell’omonima ’ndrina di Sant’Onofrio, in Calabria) era difatti in possesso di una
carta di identità falsa rilasciata dal Comune di Giussano il 20 gennaio del 2007,
sulla quale erano riportati i dati di un operaio di Acquaro, piccolo centro in
provincia di Vibo Valentia. Riva, che ai tempi non aveva avviato alcuna indagine
interna al proprio Comune, aveva formulato un’altra ipotesi: “Tempo fa abbiamo
subìto almeno due furti all’Ufficio anagrafe. La carta d’identità potrebbe arrivare
da lì. Non possiamo farci nulla”.176
Proseguendo il nostro viaggio virtuale tra i Comuni della neonata provincia di
Monza e Brianza arriviamo a VERANO BRIANZA, comune brianzolo di neanche
10 mila abitanti, dove ricordiamo che nel marzo 2008 è stato ucciso in un agguato
Rocco Cristello.
Qui generano numerosissime polemiche le parole di Roberto Saviano che,
nell’articolo pubblicato su La Repubblica il 29 dicembre 2010 ricorda come
Giuseppe Lumia (politico italiano, presidente della Commissione Parlamentare
Antimafia dal 2000 al 2001) aveva definito il clan Mancuso, originario della
provincia di Vibo Valentia, “la prima consorteria criminale per potenza economica
d’Europa” e Saviano aggiunge: “Investe soprattutto in Lombardia, nel cemento,
nella distribuzione di cibo e di benzina, nella gestione degli appalti, nel
narcotraffico, nel condizionamento delle amministrazioni comunali e nel segmento
sanitario di Monza, Novara e nei Comuni di Giussano, Seregno, Verano Brianza e
Mariano Comense”.177
175
Infonodo.org, 10 aprile 2012 disponibile in http://www.infonodo.org/node/32065
Il Giorno, 17 settembre 2008, disponibile in http://www.omicronweb.it/2008/09/17/giussano-la%E2%80%99ndrangheta-si-nasconde-in-brianza/
177
La Repubblica, 29 dicembre 2010, disponibile in
http://www.repubblica.it/cronaca/2010/12/29/news/saviano_calabria-10671062/
176
113
Renato Casati, primo cittadino di centrosinistra di Verano Brianza, a tal proposito
dichiara: “Sono stufo di essere tirato in ballo a sproposito: prima Roberto Saviano
su «la Repubblica» poi Marco Fraceti nel suo «Ndrangheta in Brianza».
L’amministrazione comunale di Verano e i suoi cittadini neanche di striscio hanno
avuto contatti con la malavita. Tengo moltissimo alla correttezza e alla trasparenza
e non accetto che il nome di Verano sia accostato impropriamente alla ‘ndrangheta
e sia infangato, insieme a quelli di altri Comuni della zona”.178
E alle parole di Renato Casati hanno risposto dodici colleghi, che hanno accettato
l’invito di riunirsi per studiare insieme azioni comuni contro le infiltrazioni
mafiose. Il 17 giugno 2011 nella sala consiliare di Verano, erano difatti presenti i
sindaci (o loro rappresentanti) di Albiate, Briosco, Barlassina, Cabiate, Desio,
Giussano, Mariano Comense, Seregno, Sovico e Verano appunto. Besana e Renate
hanno aderito all’iniziativa ma non hanno potuto essere presenti. Il vertice è stato
l’occasione per un’azione politica condivisa che scaturirà in proposte concrete
comuni con l’obiettivo di contrastare la malavita locale.
Secondo Enrico Elli, consigliere comunale della Lega Nord e assessore provinciale
alla Cultura, le dichiarazioni di Saviano e Fraceti costituiscono “gravi diffamazioni
che hanno leso l’onorabilità dell’Amministrazione” che necessitavano la
costituzione in giudizio della giunta come atto simbolico, così come aveva fatto la
Provincia, costituitasi parte civile nel Processo “Infinito”, nonostante all’epoca
dell’inchiesta, il 2006, non fosse ancora stata istituita.
“Un atto simbolico costa e Verano, come da parere legale, non ha i presupposti per
costituirsi parte civile nel processo come le vicine Amministrazioni di Giussano e
Seregno” ha spiegato il sindaco Renato Casati “Contro Fraceti e Saviano, dopo la
lettera inviata al quotidiano, senza ricevere risposta, sono scaduti i termini per
procedere, ma mi impegno a rinnovare l’appello ad una smentita attraverso una
nuova missiva.”. Per il sindaco “il vero obiettivo però resta quello di prendere le
distanze dalla mafia concretamente, così come abbiamo fatto nei tre incontri
promossi”. Risposta che ha fatto infuriare Elli che ha proposto un emendamento
178
Il Cittadino di Monza e della Brianza, 18 giugno 2011, disponibile in
http://www.ilcittadinomb.it/stories/Cronaca/452837/
114
non accolto dalla maggioranza, la quale si è sentita “attaccata politicamente senza
ragione”. 179
Mentre
le
polemiche
politiche
proseguono, il 25 maggio 2012 un
incendio scoppia ad Albiate: ad
andare a fuoco è l’azienda di prodotti
chimici per calzaturifici e pelletterie
Girba, di proprietà di Giacomo
Ballabio, già sindaco di Verano
Brianza per oltre 10 anni e ancora
oggi in consiglio comunale (all’opposizione). Nessuno dei 26 dipendenti si trovava
all’interno. Tutti avevano smesso di lavorare cinque minuti prima. I cancelli erano
chiusi. All’interno dei capannoni c’erano fiamme altissime: sulla Valassina intanto
si erano formate code di auto: il fumo nero rimane ben visibile da Monza e dal
Vimercatese, ma anche da Milano e dal comasco.180
Fra i comuni di medie dimensioni della provincia arriviamo ora a MEDA (comune
di 23 mila abitanti).
A pag. 25 di “Narcomafie” di marzo 2010, nel dossier “Mafie in Lombardia”, c’è la
fotografia del cantiere dell’ex-villa Baserga: un esempio di palazzina liberty in
Brianza. La foto serve per illustrare l’articolo di Michelangelo Bonessa “Storia di
una speculazione annunciata”: soldi, cemento, politica. L’ombra della ‘ndrangheta
si proietta sulla Brianza, dove il mattone sposta milioni e milioni di euro.
Quella raccontata è la storia di un Programma Integrato d’Intervento (un altro!), in
teoria un progetto edilizio proposto da un privato a un Comune per riqualificare
zone degradate, ma che spesso diventa l’occasione per operazioni discusse, dato
che con i P.I.I. è possibile operare in variante anche ai Prg.
179
L’Esagono, 12 settembre 2011, disponibile in http://www.esagonoweb.it/notizie/contro-landrangheta-cosi-uniti-e-cosi-divisi/
180
Il Cittadino di Monza e della Brianza, 25 maggio 2012, disponibile in
http://www.ilcittadinomb.it/stories/Cronaca/653866/
115
Appena dopo la sconfitta elettorale subita nel 2007 dalla coalizione di centrodestra
alle elezioni comunali, Asnaghi, il sindaco uscente in quota a Forza Italia, lascia
una “lettera ai posteri”. Nella missiva, indirizzata ai compagni di partito, Asnaghi
indica i motivi per i quali Forza Italia e alleati avevano perso contro la Lega Nord.
Ma non solo: al settimo punto della lettera, l’ex primo cittadino punta il dito contro
la sua stessa maggioranza. Uno dei problemi della sua Amministrazione era stata la
difficoltà a far approvare dei P.I.I., “a meno che non fossero raccomandati”. In
particolare la vicenda legata al P.I.I. dell’area ex Baserga di via Mazzini, che la
maggioranza di Asnaghi ha approvato, è stata oggetto di molte attenzioni nel corso
degli anni, sia di politici che di imprenditori. Si tratta di un’area con una superficie
territoriale complessiva di 3.338,62 mq., occupata dai capannoni abbandonati di
un’azienda che da tempo ha cessato l’attività (ex Baserga) e dalla pregevole villa in
stile liberty. Quest’ultima, che occupa 1.376,57 mc., dovrebbe essere ristrutturata e
mantenuta privata. Inoltre l’intervento del P.I.I. prevede la realizzazione di un
nuovo insediamento di 9.307,01 metri cubi che – sommati a quelli della villa –
porterebbero a un totale di 10.683,58 mc. di edificato, con un indice volumetrico di
3,2 mc/mq., contro un indice assegnato dal Prg di 2 mc/mq.: significa che con il
P.I.I. si permette di edificare nel cuore della città il 60% in più di quanto è previsto
dal Prg.
116
La storia dell’area ex Baserga parte da lontano: il 24 febbraio 2003 i Baserga
vendono il loro immobile alla Gpa costruzioni dei due fratelli Piemonte (famiglia
molto nota a Meda, perché Giancarlo Piemonte è stato uno dei fondatori della
sezione medese di Forza Italia), che acquisisce metà della proprietà, e ai fratelli
Trezzi, che acquisiscono l’altra metà. La vendita viene conclusa per 1,136 milioni
di euro.
Una normale operazione tra imprenditori, se non fosse che la sera dello stesso
giorno, durante una seduta del Consiglio comunale, Adelio Asnaghi propone un
emendamento al bilancio: un incremento di 2 milioni di euro per acquistare la
proprietà Baserga, area sul cui terreno teoricamente sarebbero dovuti sorgere i
nuovi uffici municipali: la spesa proposta da Asnaghi per le casse comunali è più
alta di oltre 800 mila euro rispetto a quella appena sostenuta dalla Gpa e dalla
Trezzi costruzioni. Ma l’operazione non va in porto e tutta la vicenda viene
ricostruita da due consiglieri comunali che la riassumono in un esposto alla
magistratura.
La storia della proprietà Baserga però non finisce qui: dopo due anni i Piemonte e i
loro soci non vendono al Comune, ma alla Inmeda costruzioni srl, con sede a
Lissone. La nuova società ottiene il permesso di costruire 9 mila metri cubi (con la
villa il progetto arriva a 10 mila), compensando gli oneri di urbanizzazione primaria
e secondaria che avrebbe dovuto pagare al Comune con opere a scomputo da
realizzare: 137.309 euro corrispondono alla realizzazione dell’area a parcheggio
pubblico, 407.367 euro alla ristrutturazione del fabbricato ex-Mascheroni acquisito
dal Comune con il relativo P.I.I. (per un totale di 544.676 euro) e altri 44.058 euro
ai lavori di sistemazione del Tarò nel tratto che attraversa l’area del P.I.I.. Ma di chi
è la Inmeda costruzioni? La società è una srl la cui proprietà è divisa tra Claudio
Umberto Valerio Vidoli Manzini (imprenditore di origine svizzera) e Aligi holding
srl, che risulta essere di proprietà, oltre che di Vidoli Manzini e della Fiduciaria
Banknord, anche di Loredana Moscato (residente a Desio con suo marito,
Domenico Zema, il genero di Annunziato Giuseppe Moscato, presunto capo della
Locale di Desio).
La storia di questo P.I.I. resta piena di interrogativi: uno dei suoi protagonisti, l’ex
sindaco Asnaghi, ha rifiutato di rispondere a qualche domanda a proposito. Dice
117
che si è ritirato dalla vita politica. Ai cittadini rimane un dubbio: chi ha
raccomandato i P.I.I. approvati nel corso della sua legislatura?181
Ma proseguiamo il nostro viaggio tra i comuni della neonata provincia brianzola e
arriviamo a CARATE BRIANZA, comune con quasi 18 mila abitanti,
recentemente travolto dagli scandali nel settore urbanistico.
C’è un ufficio di Desio, in via Bramante da Urbino, che ha fatto partire l’inchiesta
della magistratura “Carate Nostra”: è l’ufficio di Paolo Vivacqua, l’imprenditore
siciliano che il 14 novembre del 2011 in quell’ufficio è stato ucciso con 7 colpi di
pistola. Il delitto di Vivacqua sa di esecuzione mafiosa. Il 17 giugno 2012 veniva
uccisa, sempre a Desio, anche la consuocera di Paolo Vivacqua, Franca Lo Jacono.
Nella terra della ‘ndrangheta, a dispetto delle suo origini agrigentine, Vivacqua
aveva avuto fortuna. Rottamaio, trafficante in terreni, ideatore di siti web legati al
gioco. Ma anche presunto evasore, accusato con i suoi figli di una frode milionaria.
Soldi a qualunque costo. Nella sua abitazione svizzera dove risiedeva, la Polizia
elvetica gli ha trovato 37 mila euro in contanti, ma è sul business del cemento, sui
rapporti che la malavita organizzata, sui possibili “sgarbi” alle organizzazioni
criminali che si concentrano le attenzioni degli inquirenti.182
Le indagini sull’omicidio di Paolo Vivacqua in realtà hanno avuto un risvolto
apparentemente inatteso: sono sfociate nell’inchiesta “Carate Nostra” sulle tangenti
per modifiche sospette al Pgt di Carate Brianza ai fini di trasformare, nel 2006, da
agricole a commerciali e residenziali cinque aree e un fabbricato, tra cui quella del
centro commerciale Bricoman.
Nel luglio 2012 finisce in carcere Maurizio Altobelli, dimissionario consigliere
comunale, capogruppo del Pdl e presidente della Commissione urbanistica del
comune di Carate Brianza. Vivacqua, secondo gli inquirenti, avrebbe preso accordi
per versare ad Altobelli 870 mila euro da spartire con i professionisti Adelghi
(architetto) e Gerona (geometra), mentre l’imprenditore Caruso Calogero Licata
avrebbe avuto il ruolo di prestanome per coprire Vivacqua.183
181
Infonodo.org, 7 luglio 2010 disponibile in http://www.infonodo.org/node/25718
L’Esagono, 21 novembre 2011, pp. 12-13
183
Il Fatto Quotidiano, 19 ottobre 2012, disponibile in
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/19/tangenti-indagato-sandro-sisler-coordinatore-provincialepdl-di-milano/387107/
182
118
Inoltre c’è un altro ex amministratore pubblico coinvolto: l’architetto-imprenditore
Massimo Piovano, ex consigliere comunale di Carate nel 1998 (anch’egli arrestato),
che si sarebbe accordato con Altobelli per versare a quest’ultimo altri 290 mila
euro.184
Nell’ambito delle indagini, è stato emesso anche un avviso di garanzia per
Antonino Brambilla, vicepresidente della Provincia di Monza e Brianza, già
consigliere comunale di Carate, agli arresti domiciliari dal gennaio 2012 in quanto
coinvolto nella vicenda di Massimo Ponzoni. Ai tempi dell’adozione (31 ottobre
2008) e della successiva approvazione del Pgt (31 marzo 2009) Brambilla (di Forza
Italia) non sosteneva la maggioranza del sindaco Marco Pipino. Il sindaco infatti
fino alla primavera del 2009 contava sull’appoggio dei partiti della maggioranza
formata da An, Lega Nord e dalla lista civica Amare Carate. Tuttavia Brambilla era
consulente delle società intestate al prestanome di Paolo Vivacqua, Calogero
Caruso Licata. I giudici hanno sottolineato come “veniva sequestrata presso
l’ufficio di Brambilla, documentazione che riscontra il diretto intervento di questi
quale consulente dell’operatore privato nella pratica Edil VIb/Bricoman presso gli
organi competenti del Comune di Carate, e pur essendo lo stesso Brambilla
consigliere comunale di Carate”.185
Il 19 ottobre 2012 arriva un altro avviso di garanzia per corruzione: questa volta nel
mirino degli inquirenti della Procura di Monza finisce Sandro Sisler, coordinatore
provinciale del Pdl di Milano e già assessore all’Urbanistica del comune di Carate
Brianza. Gli investigatori cercano riscontri alle dichiarazioni di Maurizio Altobelli,
che chiama direttamente in causa Sisler come elemento di primo piano
dell’amministrazione nel sistema di mazzette che girava intorno a concessioni
edilizie. Sisler avrebbe previsto variazioni al Pgt in cambio di bustarelle.186
184
Il Fatto Quotidiano, 12 luglio 2012 disponibile in
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/12/carate-brianza-manette-a-consigliere-per-corruzionetutto-parte-da-un-omicidio/291407/
185
Il Giorno, 5 agosto 2012 disponibile in
http://www.ilgiorno.it/monza/cronaca/2012/08/05/754133-carate-nostra-tangenti-antoninobrambilla.shtml
186
Il Fatto Quotidiano, 19 ottobre 2012 disponibile in
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/19/tangenti-indagato-sandro-sisler-coordinatore-provincialepdl-di-milano/387107/
119
Il 30 novembre 2012, dopo dieci anni di amministrazione e travolto dagli scandali il
sindaco Pipino rassegna le sue dimissioni e il comune di Carate Brianza viene
commissariato.
A dimostrazione della densità della presenza mafiosa nel territorio brianzolo,
l’Operazione “Infinito” rivela che nella provincia di Monza e della Brianza, oltre
alle Locali di Desio e di Giussano-Seregno, si colloca un’altra Locale della
‘ndrangheta: quella di LIMBIATE con presunto capo Antonino Lamarmore,
originario anche lui di Melito di Porto Salvo (Rc), paese in cui da decenni la costa
dominate è quella degli Iamonte, alla quale Lamarmore deve dare conto, come lui
stesso afferma durante una conversazione con Mandalari Vincenzo (presunto capo
della Locale di Bollate).
Antonio Domenico Romeo è stato sindaco di Limbiate (comune di oltre 35 mila
abitanti) per dieci anni, dal 2001 al 2011, prima di passare in consiglio regionale al
posto del decaduto Massimo Ponzoni, in quanto primo dei non eletti del Pdl in
Brianza alle regionali. Da “Il Fatto Quotidiano” del 19 gennaio 2012 si legge che
“in favore di Romeo, non indagato, si registra persino una dichiarazione pubblica
di voto espressa da Natale Moscato” (ricordiamo che Natale Moscato è il nipote di
Natale Iamonte). In un’intervista al Giornale di Desio del 17 agosto 2010, dove
nega ogni coinvolgimento con la criminalità, Natale Moscato dice la sua sulle
elezioni regionali lombarde svoltesi in primavera: “Massimo Ponzoni non è mai
stato presente a Desio né in Brianza e gli stessi brianzoli l’hanno punito. Io non ho
fatto la campagna elettorale per nessuno, ma come sa ho una famiglia numerosa e
tutti noi alle Regionali abbiamo votato per Antonio Romeo, un sindaco che al suo
paese, a Limbiate, è stato premiato con tremila voti. Evidentemente fa bene il suo
lavoro e, lui sì, merita la mia stima: Ponzoni non avrebbe neanche dovuto essere
eletto”.
Un accenno a questi spostamenti elettorali da Ponzoni a Romeo si trova in
un’intercettazione dei pm di Monza. Uno sconosciuto parla con Franco Riva
(sindaco di Giussano dal 2004 al 2009 e ricordiamo colpito da ordinanza di
custodia cautelare nell’ambito dell’inchiesta che porta in carcere anche Massimo
Ponzoni) spiegando: “Mi hanno detto a Cesano chi ha votato quello di Limbiate,
tutto il clan Moscato… Soliman e gli altri tre consiglieri, Giacomini, Mandin… il
120
clan Moscato”. Riva risponde: “Il Ponz mi ha detto che è contento di essersi tolto
da quel giro lì”.
E poi, per uno strano scherzo del destino, nel giugno 2012 il candidato preferito
dalla famiglia Moscato, Romeo, entra in consiglio regionale proprio al posto di
Ponzoni.
Lo scandalo per Romeo scoppia quando le inchieste della magistratura riconducono
ad interessi della ‘ndrangheta, specificatamente al clan Valle, per il tramite
l’architetto di Vimercate Adolfo Mandelli, due dei Piani Integrati di Intervento
(P.I.I.) approvati dalla giunta Romeo: quello di via Corelli del Villaggio del Sole e
quello di via Monte Sabotino.187 Mandelli non è personaggio da poco: amico e
prestanome dei Valle, viene descritto dagli inquirenti come “il classico
imprenditore senza scrupoli che si allea alla famiglia di usurai, pur di fare soldi
con le sue iniziative nel settore edile”.
Nel gennaio 2009 il progetto di via Monte Sabotino viene bloccato dal Tar
Lombardia su ricorso di alcuni cittadini, in quanto, tra l’altro privo della dovuta
valutazione di impatto ambientale. Ma l’amministrazione comunale non rinuncia e
decide di appellarsi al Consiglio di Stato.188
Lo scandalo in Comune scoppierà nel giugno 2010, quando il giudice del Tribunale
di Milano, Gennari, emette l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 15
componenti del clan Valle, da cui risulta che i proventi delle attività illecite del clan
vengono riciclati nel settore immobiliare. In particolare risulta che i Valle si erano
mossi con dei grossi investimenti sul comune di Limbiate.
Nel consiglio comunale del 8 luglio 2010 l’ultimo argomento affrontato è proprio la
risultanza dell’inchiesta del Tribunale di Milano. “Il nostro territorio”, così dice il
sindaco Romeo, “non ha nulla a che spartire con queste cose. Non essendo a
conoscenza, formalmente, di alcun indagine su qualche proprietà, voglio
tranquillizzare: il consiglio comunale, i dipendenti del comune, la cittadinanza.
Non c’è nessun elemento che possa far pensare che sul nostro territorio ci sia
questa diffusione. Non è che non ci sia, la malavita c’è, c’è a Limbiate come in
tutta Italia”. E poi un accorato appello ai giornalisti: “Chiediamo ai giornalisti di
contenersi anche perché, ho chiesto, e dove nasce il problema (n.d.r. a Cisliano,
187
188
Infonodo.org, 26 maggio 2011 disponibile in http://www.infonodo.org/node/29214
Infonodo.org, 13 luglio 2010 disponibile in http://www.infonodo.org/node/25744
121
dove il clan Valle ha la sua base operativa) non mi sembra che ci sia tutta questa
pubblicità. E attenzione ai titoli perché fatti banalissimi sono stati amplificati dai
giornali nel passato e, a distanza di trent'anni, vengono ancora ricordati”. Per
contro il sindaco Romeo, per tutta la serata, è riuscito nella non facile impresa di
fare tutti i suoi interventi senza pronunciare la parola ‘ndrangheta.
Addirittura è arrivato al punto, sempre per prudenza, di sconsigliare ad un
consigliere
di
opposizione
di
fare
il
nome
degli
imputati in aula, mentre questi
cercava di fare una ricostruzione
della vicenda, carte del magistrato
alla mano.
Il 15 ottobre 2010 una fiaccolata
viene organizzata dal Pd locale per
rifiutare
le
‘ndrangheta
infiltrazioni
sul
della
territorio:
“Limbiate non è a vostra disposizione” è il messaggio forte e chiaro lanciato
durante la manifestazione.
Dopo gli scandali e dopo dieci anni di regno Romeo, le elezioni ammnistrative del
2011 vedono affermarsi il candidato di centrosinistra Raffaele De Luca. Nel 2013
Romeo viene candidato alle elezioni per la Regione Lombardia, ma risulta essere il
primo dei non eletti nelle liste Pdl.
Anche BRUGHERIO (comune con oltre 30 mila abitanti) la ’ndrangheta fa sentire
la propria presenza: nel marzo 2009 nell’ambito dell’“Operazione Isola” i
carabinieri di Monza, assieme alla Dda di Milano, danno esecuzione a una ventina
di ordinanze di custodia cautelare che portano alla decapitazione di una cosca attiva
in Brianza e nell’hinterland milanese: i Paparo da Isola di Capo Rizzuto
(condannati con sentenza di appello nel maggio 2012). I Paparo prima degli arresti
erano un’organizzazione criminale capace di siglare una pax mafiosa fra ‘ndrine
storicamente rivali in nome degli affari. Una cosca che aveva allungato le mani
sugli appalti dell’Alta Velocità piuttosto che sulla quarta corsia dell’autostrada A4,
acquisendo società e cooperative di logistica, eliminando la concorrenza con
estorsioni, minacce, ferimenti, agguati e spedizioni punitive. E il cuore della
122
consorteria mafiosa aveva sede proprio a Brugherio. Il presunto boss della cosca,
Marcello Paparo, viene arrestato in una elegante villa del paese, e a Brugherio
aveva sede la Ytaka, un consorzio di sei cooperative specializzate nella fornitura di
manodopera per facchinaggio e pulizie, mentre nella limitrofa Cologno Monzese
c’era la P&P, impresa specializzata nel movimento terra. La cosca aveva altresì una
cospicua disponibilità di armi, come era stato evidenziato da un’intercettazione in
cui si parlava del recupero di 8 armi da fuoco murate in un’altra abitazione di
Brugherio. L’operazione dei carabinieri porta anche a un sequestro del valore
complessivo di 10 milioni di euro fra imprese, immobili e contanti. E anche qui la
Brianza è stata interessata dal sequestro di un’agenzia immobiliare, oltre che di
immobili a Concorezzo, Besana Brianza, Cassano d’Adda e Gessate.
L’allora Sindaco di Brugherio, Carlo Cifronti (centrosinistra), era rimasto stupito
dagli esiti dell’“Operazione Isola”, e aveva promesso “un’indagine interna nel
Comune per verificare quanto nelle nostre possibilità, a cominciare dal catasto”,
salvo però precisare che “quanto accaduto non significa però che la ’ndrangheta si
sia insediata in paese”.
Ma nel 2010 la scoperta che un’importantissima azienda proprio di Brugherio, il
consorzio Kalos, veniva sottoposta alle estorsioni della ‘ndrangheta, da’ corpo a
una presa di coscienza inequivocabile: la ‘ndrangheta fa affari, leciti e illeciti,
proprio in Brianza. Inutile negarlo.
Il nuovo Sindaco di Brugherio, Maurizio Ronchi (Lega Nord) in carica dal 2009 al
2012 prima del commissariamento dell’Ente, appare stupito dalla notizia (“non
conoscevo il consorzio Kalos”), ma non può esimersi dal confermare: “La
’ndrangheta fa affari in tutta Italia, e quindi anche da noi: ormai siamo coscienti
che si tratta di un problema terribilmente radicato anche in Brianza e non
possiamo che affidarci alla grande al ministro Roberto Maroni, che da quando è al
Governo ha già portato all’arresto di un numero di criminali senza precedenti
affiliati alle mafie. Noi come comunità locale non possiamo che continuare a
vigilare e segnalare ogni situazione sospetta alle forze dell’ordine”.189
Nel marzo 2012, a seguito della dimissione della maggioranza dei consiglieri
comunali, il comune di Brugherio viene commissariato: le cronache degli ultimi
189
Infonodo.org, 2 ottobre 2010 disponibile in http://www.infonodo.org/node/26316
123
anni di amministrazione Lega-Pdl parlano di liti, faide interne, defezioni, ricatti,
abbandoni dell’aula consiliare, rimpasti di Giunta, mozioni di sfiducia, avvisi di
garanzia per presunti abusi edilizi e indagini della magistratura. Sarebbero diversi i
fascicoli aperti relativi a diverse questioni di urbanistica nel palazzo comunale
brugherese.
Il primo, partito dall’esposto di un cittadino, riguarda il presunto abuso d’ufficio per
l’ex consigliere del Pdl Vittorio Cerizza. Il politico è accusato di non essere uscito
dall’aula di consiglio in una seduta del 2010, nonostante all’ordine del giorno ci
fosse una questione che lo coinvolgeva, nel suo ruolo professionale di geometra.
Socio proprietario di un terreno di via Increa, si sarebbe anche visto raddoppiare le
volumetrie rispetto ai dettami del Prg. In riferimento a questa questione era stato
sentito più volte dai carabinieri l’ex dirigente del Comune e il terreno di Cerizza era
stato sequestrato preventivamente.
Un altro fascicolo riguarderebbe poi altre questioni che coinvolgono l’ufficio
tecnico del Palazzo e imprenditori immobiliari.
Sarebbero al vaglio anche questioni urbanistiche relative al Pav (Piano Alienazioni
e vendite) Andreani approvato dalla ex Giunta di centrosinistra Cifronti.
Infine un altro fascicolo nel quale sarebbe indagato l’ex sindaco Ronchi. Il reato
contestato a Ronchi sarebbe l’abuso d’ufficio relativo ad una delibera che egli
avrebbe firmato ad agosto dello scorso anno mentre era da solo. Una delibera
secondo la Procura che potrebbe essere sospetta perché favorirebbe un
imprenditore.190
Invece a LISSONE, il comune di oltre 40 mila abitanti guidato dalla Lega Nord nel
periodo 1994-2012, succede che l’assessore leghista ai Lavori pubblici Giuliano
Beretta e sua moglie vendono casa al calabrese Fortunato Stellitano, lo stesso
titolare della discarica abusiva di via Molinara a Desio e legato alla cosca IamonteMoscato. Il caso di Beretta nasce e si alimenta nel dicembre 2010 durante una
seduta del Consiglio comunale di Lissone, quando Ruggero Sala, ex vicesindaco di
Forza Italia e consigliere di una Lista civica, da’ dei “collusi con la mafia” ai
190
Infonodo.org, 19 aprile 2012 disponibile in http://www.infonodo.org/node/32207
124
consiglieri di maggioranza che stavano bocciando la Commissione sulla
‘ndrangheta.191
E anche a Lissone non mancano vicende di presunte tangenti.
Secondo il settimanale L’Esagono del 22 ottobre 2012, l’ex vicesindaco e
consigliere provinciale Gabriele Volpe del Pdl, sarebbe al centro di una vicenda di
mazzette. Il tutto si fonda su un verbale di interrogatorio della Procura di Milano
risalente all’estate 2011 nel quale un imprenditore già implicato in “giri strani”
parla di tangenti per 30.000 euro versate appunto a Volpe (in qualche caso
addirittura nel municipio di Lissone) relativamente all’appalto del Contratto di
quartiere (ex Ls/1).192
Altra vicenda è quella che vede coinvolto l’ex responsabile dell’ufficio tecnico del
Comune, l’architetto Marco Terenghi: in data 30 gennaio 2013 il collegio di giudici
del Tribunale di Monza gli inflitto in primo grado 4 anni di reclusione. Terenghi
era imputato di corruzione insieme al geometra Eugenio Zanella per la vicenda del
Piano integrato di intervento di via Giotto-Vasari (un intervento edilizio da 50 mila
metri cubi approvato dal Comune nel 2006) e insieme al costruttore Lino Lacchei e
all’architetto Laura Valotti per un altro intervento edilizio più piccolo in via
Pisacane.193 Nel mirino la concessione da parte del Comune di un’edificabilità
molto ampia: 17 palazzi tra i 5 e gli 8 piani, in cambio di concessioni di opere
pubbliche in compensazione ritenute troppo ridotte: l’ampliamento della scuola
elementare di via Tasso e la costruzione di una nuova palestra per lo stesso
istituto.194 Si tratta dei cosiddetti interventi/opere a scomputo di oneri, in cui il
privato, anziché pagare i contributi dovuti al Comune, accetta di realizzare opere di
interesse pubblico. L’edificabilità difatti comporta il pagamento di un contributo al
Comune concedente, commisurato all’incidenza delle spese di urbanizzazione, ma
il Comune, accettando la realizzazione diretta delle opere di urbanizzazione,
rinuncia a pretendere il pagamento dell’importo dovuto a titolo di contributo.
191
Il Fatto Quotidiano, 27 dicembre 2010, disponibile in
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/06/ndrangheta-in-brianza-assessore-leghista-vende-casa-alsuperboss-delle-discariche/80471/
192
L’Esagono, 22 ottobre 2012, disponibile in http://www.pdlissone.it/2012/images/file/volpe_2.pdf
193
Infonodo.org, 31 gennaio 2013 disponibile in http://www.infonodo.org/node/35637
194
Infonodo.org, 13 marzo 2012 disponibile in http://www.infonodo.org/node/31753
125
Nel caso del Comune di Lissone appunto gli interventi a scomputo sono stati troppo
ridotti rispetto all’edificabilità concessa nei P.I.I..
Il Comune di Lissone a suo tempo non si era costituito parte civile al processo e a
rappresentanza della pubblica accusa, il sostituto procuratore monzese Salvatore
Bellomo, ha sostenuto che “Terenghi ha agito per via Giotto - Vasari e per via
Pisacane nell’interesse dei privati accettando promesse di pagamento” a suo
favore. Ma Bellomo ha avuto parole dure anche nei confronti dell’intera ex
amministrazione pubblica del Comune di Lissone in tema di concessioni edilizie:
“Dalla documentazione prodotta da Zanella vi sono situazioni che veramente
lasciano allibiti e che danno uno spaccato di come l’apparato amministrativopolitico del Comune di Lissone seguiva molto disinvoltamente gli iter
amministrativi”.195
Sul tavolo del sostituto procuratore monzese Salvatore Bellomo si trova poi anche
l’inchiesta sul Pgt di LENTATE SUL SEVESO (comune di circa 15 mila
abitanti): l’architetto Paolo Favole, che con un pool di altri colleghi si è aggiudicato
la stesura del Pgt, è indagato per tentata concussione. Con l’architetto è indagato
anche un intermediario tra Paolo Favole e Roberto Battistello (titolare sull’area
dismessa dell’ex tessitura Schiatti): è questa l’area che risulta per ora al centro
dell’attenzione degli inquirenti. Si tratta di un terreno di circa 19.000 metri quadrati
(il progetto del 2008 prevedeva un’edificabilità di 44.000 metri cubi, soprattutto
residenziale) che sorge nel pieno centro cittadino, acquistata all’asta. Secondo
l’accusa Paolo Favole, tramite l’intermediario, avrebbe contattato l’imprenditore
chiedendogli di pagare un tot al metro cubo per ottenere un aumento della
volumetria sul terreno. L’imprenditore si era recato dall’allora sindaco di
centrodestra Massimo Sasso (in carica dal 2007 al 2012) a lamentare il tentativo di
concussione e il primo cittadino aveva deciso di presentare una denuncia.196
Tra i comuni più popolosi della provincia c’è poi VIMERCATE con i suoi 25 mila
abitanti. A Vimercate in consiglio comunale è guerra aperta tra il sindaco del Pd
Paolo Brambilla e Alessandro Cagliani, capogruppo di “Noi per Vimercate”, lista di
minoranza. Il primo cittadino ha presentato nell’ottobre 2010 un esposto alla
Procura della Repubblica di Monza dove chiede che sia fatta luce sull’eventuale
195
196
Infonodo.org, 31 gennaio 2013 disponibile in http://www.infonodo.org/node/35637
Infonodo.org, 13 luglio 2012 disponibile in http://www.infonodo.org/node/33324
126
presenza di infiltrazioni della criminalità nella vita politica locale. Un’iniziativa
clamorosa, in aperta polemica con il consigliere Cagliani, il quale in Consiglio
comunale ha detto di temere che la politica urbanistica del Comune possa favorire
l’arrivo di soldi sporchi, come è avvenuto in altri Comuni della Brianza: “Io non
voglio (trascrizione testuale dal verbali del Consiglio comunale del 21 settembre
2010 in cui si discuteva del recupero urbanistico dell’area ospedale) avere qui una
nuova Desio, una nuova Lissone, non mi va. Io non voglio avere qui i capitali che
devono essere riciclati perchè gli unici interlocutori dei costruttori che non
vendono da anni sono quelli che hanno i soldi da riciclare”. E ancora: “Guardate
(rivolto alla maggioranza di centrosinistra) che le condizioni che state creando voi
con questo tipo di sviluppo urbanistico smodato e scriteriato creano le condizioni
per questo tipo di prassi politico-economica”. Il sindaco però non ci sta: “Basta con
questo clima avvelenato in cui si lanciano sospetti”, ha detto incontrando la stampa:
“Quelle fatte dal consigliere Cagliani sono affermazioni gravi, che se fossero vere
andrebbero subito messe a disposizione della magistratura. E siccome non lo fa chi
le ha pronunciate, ho trovato doveroso farlo io. Ho così rispetto dei consiglieri
comunali e della miei concittadini da non poter accettare il clima barbaro che
deriva da affermazioni gratuite”. E ancora: “Se c’è un Comune che nella sua storia
non è mai stato citato per infiltrazioni mafiose questo è Vimercate”. La reazione del
sindaco non si è fatta attendere: “Per tutelare la città e il mio operato ho presentato
un esposto al magistrato perché indaghi”.197
D’altra parte il territorio di Vimercate è non stato immune da episodi criminosi che
hanno avuto come protagonisti gli uomini della ‘ndrangheta. Il 4 maggio 1990
proprio a Vimercate viene freddato a raffiche di kalashnikov sulla sua Alfa 164
blindata Assunto Miriadi insieme a Giovanni Tripodi, il cugino guardaspalle,
fulminato prima di riuscire ad estrarre la pistola. E’ soltanto l’ultima delle
esecuzioni di quel periodo ordinata dal clan Flachi (alleato di Franco Coco Trovato)
per una disputa sugli appalti di costruzione e di false fatture per frodare l’IVA. In
quella faida moriranno complessivamente sei persone.198
197
198
Infonodo.org, 14 ottobre 2010 disponibile in http://www.infonodo.org/node/26455
Blu Notte, Rai3, puntata “Mafia al Nord” - Carlo Lucarelli in
http://www.youtube.com/watch?v=C-soryPbiHM
127
E più recentemente, nel settembre 2012, l’arresto dei fratelli Vincenzo e Giovanni
Miriadi (i figli di Assunto Miriadi), di Mario Girasole e di Isidoro Crea, accusati di
estorsione ai danni di Giuseppe Malaspina, l’imprenditore edile di Vimercate
anch’egli di origine calabrese, ha fatto suonare più di un campanello d’allarme nella
città. I quattro sono ritenuti responsabili di vari episodi accaduti alla fine del 2011,
compreso il tentativo di sequestrare il fratello di Malaspina, tutti finalizzati a
estorcere denaro all’imprenditore (che ricordiamo ha diversi interessi urbanistici a
Seregno insieme con il socio Giuseppe Avanzato). Ragione della tentata estorsione,
secondo il pm della Dda di Milano, un terreno di via Pellizzari a Vimercate,
acquistato da Malaspina nel 2010 per realizzare un insediamento residenziale. Il
terreno sarebbe appartenuto a una società della famiglia Miriadi, e negli anni ‘90
era stato messo all’asta in seguito al fallimento della loro impresa. Ma i due fratelli
Miriadi avrebbero preteso prima la restituzione e poi 12 milioni di euro che i
Malaspina non hanno mai corrisposto. Dal canto loro gli imputati negano le accuse
e sostengono che quel terreno era un’eredità lasciata dai parenti defunti.199
Dopo il verificarsi di questi episodi a Vimercate il pensiero va agli anni ’90. L’ex
vicesindaco Roberto Rampi, eletto deputato nelle elezioni politiche del 2013, ha
ricordato come nella vita politica vimercatese degli anni ‘80 sono state compiute
scelte importanti che hanno evitato quell’intreccio tra politica e criminalità
organizzata che ha invece caratterizzato, come riportano le cronache, altri paesi
della Brianza. Rampi si riferisce al compromesso storico tra Dc e Pci, che ha
vissuto la sua prima esperienza proprio a Vimercate.200 Negli anni ’80 Assunto
Miriadi infatti frequentava spesso la sezione socialista Salvador Allende di
Vimercate:201 così per evitare i pericoli di infiltrazione mafiosa nelle istituzioni
locali Dc e Pci avevano formato una giunta nel segno di un compromesso storico,
espressione della volontà politica di preservare il comune dalla minaccia di
possibili condizionamenti.
Anche il sindaco Paolo Brambilla ricorda gli omicidi degli anni ‘90. “Furono anni
terribili. Ma il centrosinistra già prima fece scelte importanti per tenere ai margini
199
Infonodo.org, 28 marzo 2013 disponibile in http://www.infonodo.org/node/36405
Infonodo.org, 14 settembre 2012 disponibile in http://www.infonodo.org/node/34006
201
La Repubblica, 5 maggio 1990 disponibile in
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1990/05/05/brianza-mitra-decidono-gliappalti.html
200
128
il tentativo di fare affari attraverso la politica”. Il primo cittadino parla del “mito
del buongoverno” e ricorda quella “classe politica che giunge dal compromesso
storico Dc-Pci. Un mito che ha resistito saldo ad ogni tempesta”.202
Nel proseguire il nostro viaggio nella nuova provincia brianzola arriviamo ora a
VAREDO (comune di neanche 13 mila abitanti) dove esiste il caso ex – Snia,
importante azienda chimica italiana con sede a Milano. Lo stabilimento Snia (che si
estende anche nei comuni di Limbiate e Paderno Dugnano) nasce nel 1924 con lo
scopo di fabbricare filati artificiali di cellulosa rigenerata. Nel 2003 l’intero
complesso di Varedo viene chiuso.
Nel 2008 la sede di Varedo, la cui area è ampia 430.000 kmq, è ceduta a Norman 3
S.r.l., che risulta essere controllata da Marconi 2000 (di proprietà di Gabriele
Sabatini e Angelo Natale Bassani, la società irlandese Anchor Pubblishing, la
lussemburghese Vip Real Estate e la Finpaco Properthes controllata dall’IPI di
Danilo Coppola)203. Da allora l’area versa in stato di abbandono.
Nell’ottobre 2008 i nomi di Sabatini e Bassani finiscono nelle indagini che portano
agli arresti Salvatore Izzo (pluripregiudicato originario di San Giorgio a Cremano
nel napoletano, con presunti legami con la camorra, che sarebbe stato a capo di una
presunta organizzazione illecita dedita al “lavaggio” di capitali clandestini
accumulati da Izzo nei trent’anni precedenti attraverso il contrabbando e l’usura).204
202
Infonodo.org, 14 settembre 2012 disponibile in http://www.infonodo.org/node/34006
Infonodo.org, 17 aprile 2012 disponibile in http://www.infonodo.org/node/32175
204
Infonodo.org, 18 settembre 2008 disponibile in http://www.infonodo.org/node/15350
203
129
Nel mirino delle indagini finiscono appunto anche Sabatini e Bassani, accusati di
avere accettato di fare da prestanome a Izzo.
Già usciti dal processo sul riciclaggio, Gabriele Sabatini e Angelo Bassani sono
stati assolti il 26 febbraio 2012 dall’accusa di falsa fatturazione dal giudice
Giuseppe Airò “perché il fatto non sussiste”. Airò è stato protagonista del processo
sul clan Paparo di Brugherio quando a sorpresa ha assolto dall’accusa di
associazione mafiosa gli imputati, stravolgendo l’impostazione che gli inquirenti
avevano dato all’inchiesta. I Paparo saranno poi condannati con sentenza di appello
nel maggio 2012.205
Ma i guai giudiziari per la Marconi 2000 non sono completamente finiti. Nelle carte
dell’inchiesta nata sul presunto sistema di tangenti sull’urbanistica del comune di
Cassano D’Adda (in provincia di Milano) e che ha portato ad essere indagato il
presidente de consiglio regionale lombardo Davide Boni (Lega Nord) poi
dimessosi, viene riportata una presunta mazzetta promessa a Boni dalla Marconi
2000 per avere un percorso “agevolato” nella bonifica dell’area ex Snia di Varedo
per il tramite dell’architetto Michele Ugliola. Nato a San Severo in provincia di
Foggia e residente a Milano, Ugliola ha un passato socialista, nel tempo è stato
accostato a Forza Italia e al Pdl e già in passato coinvolto in storie di tangenti. Nel
2005 la Finanza trasmette un’informativa ai pm che indagano su Antonveneta: la
nota, che non avrà rilevanza penale, rivela che il commercialista Salvatore
Randazzo, siciliano di Paternò, professionista di riferimento della famiglia La
Russa, “è il depositario delle scritture contabili di Michele Ugliola”.206
Un dossier di La Repubblica del 10 marzo 2012 rivela che: “Nel corso del 2009,
per far avere il via libera a un imprenditore per lo sviluppo di un’area
commerciale Marconi 2000 di Varedo, la tariffa imposta da Boni sarebbe stata,
secondo l’ipotesi dell’accusa, di 800 mila euro. Ugliola fa incontrare
l’imprenditore con l’assessore e il suo staff al ristorante Riccione. Si stringe
l’accordo per lo sviluppo di un’area di diecimila metri quadri, il Pgt viene anche
approvato dietro la promessa di 800 mila euro. Ma alla fine l’immobiliarista,
205
PD Monza e Brianza, 25 aprile 2012 disponibile in http://pdmonzabrianza.it/html/varedo/1284varedo-il-caso-ex-snia
206
Il Fatto Quotidiano, 22 marzo 2012, disponibile in
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/22/tangenti-lombardia-larchitetto-michele-ugliola-quelmilione-euro-fatture-false/199437/
130
improvvisamente, secondo il ricordo dell’architetto messo a verbale davanti ai pm,
decide di non dare esecuzione al «piano attuativo» di sviluppo commerciale”.207
Il 4 aprile 2012 il consiglio regionale lombardo ha in effetti approvato un pacchetto
legislativo sulla bonifica delle aree dismesse. Nella legge è previsto per i siti di
interesse regionale, come quello dell’ex Snia di Varedo, un incentivo alla bonifica
per
i
proprietari
dell’inquinamento:
dell’area
“è
concesso
che
al
non
sono
proprietario
direttamente
non
responsabili
responsabile
della
contaminazione un incremento fino al 30 per cento della volumetria e della
superficie ammessa, nel caso in cui il Pgt preveda il recupero”. In pratica si regala
volumetria ai proprietari dell’area andando in deroga al Pgt con un premio che
arriva fino al 30%.208
Ricordiamo poi che proprio a Varedo viveva fino al 29 marzo 2009, giorno della
sua scomparsa, Rocco Stagno, zio dei giussanesi Gianluca e Antonio Stagno,
arrestati nell’operazione “Infinito” e già condannato per omicidi e per la sua
appartenenza a organizzazioni di stampo mafioso. Rocco Stagno era ritenuto un
uomo fidato di Carmelo Novella e a lui sono riconducibili numerose estorsioni ai
danni di esercizi pubblici sul territorio della Brianza fino all’aprile 2009, quando i
familiari più stretti ne hanno denunciato la scomparsa ai carabinieri di Varedo.209
Rocco Stagno nutriva un profondo astio nei confronti di Rocco Cristello, suo ex
compare: incarcerato nel 2001, era convinto di essere stato “venduto” ai carabinieri
proprio da lui. E dopo l’uscita dal carcere nel 2006 per l’indulto, tenta di
riconquistare le posizioni perdute. Naturale dunque pensare che dietro il brutale
omicidio di Rocco Cristello del 27 marzo 2008 possa esserci proprio la mano degli
Stagno, e di Rocco in particolare. Si arriva così al marzo 2009 quando Rocco
Stagno sparisce nel nulla. La sua vettura viene trovata abbandonata.210 Secondo il
pentito Antonino Belnome, Rocco Stagno viene ucciso a Bernate Ticino, in una
porcilaia, dove branchi di maiali possono far sparire in poco tempo i resti.
207
La Repubblica, 10 marzo 2012 disponibile in
http://milano.repubblica.it/cronaca/2012/03/10/news/una_rete_di_corruzione_attorno_alla_citt_vole
vano_incassare_3_6_milioni_di_euro-31276935/
208
Infonodo.org, 17 aprile 2012 disponibile in http://www.infonodo.org/node/32175
209
Il Cittadino di Monza e della Brianza, 19 luglio 2010, disponibile in
http://www.ilcittadinomb.it/stories/Cronaca/144339_seregno_dalle_carte_spuntano_due_possibili_c
asi_di_lupara_bianca/
210
Il Giorno, 22 marzo 2011 disponibile in
http://www.ilgiorno.it/monza/cronaca/2011/03/22/477812-sepolti_maiali.shtml
131
In realtà non sono solo i Comuni più grandi a correre gravi pericoli di
condizionamenti e infiltrazioni: il caso del comune di VEDUGGIO CON
COLZANO, Comune di poco più di 4 mila abitanti, ci mostra come le attività dei
Comuni, anche quelle dei più piccoli, sono soggette a rischi che riguardano gli
ambiti più disparati.
I rischi sono difatti infinitamente estesi. A Veduggio con Colzano succede che il 21
ottobre 2010 la società Milano Sportiva ASD si aggiudica la gestione del centro
sportivo per 15 anni.211 Se la notizia inizialmente non desta alcun scalpore, il caso
scoppia quando si scopre che la società Milano Sportiva ASD compare
nell’ordinanza dei magistrati milanesi contro i boss della ‘ndrangheta che ha portato
in carcere Pepè Flachi, insieme ad altri 34 affiliati all’organizzazione criminale
nell’ambito dell’operazione “Redux-Caposaldo”.
Secondo quanto sostiene il gip Gennaro Gennari il centro sportivo Ripamonti di via
Iseo a Milano, di proprietà del Comune di Milano, gestito dalla società Milano
Sportiva ASD ed inserito nella zona di Milano controllata dal clan dei Flachi, era
sotto il controllo della ‘ndrangheta. Secondo l’ordinanza firmata dal gip, si può
affermare con “assoluta certezza che il centro sia gestito dai Flachi, che esercitano
tutti i poteri tipici del dominus: decidono sul personale, risolvono le controversie,
gestiscono i servizi e incassano i guadagni. E il Comune, senza consapevolezza, in
quanto proprietario del centro, finanziava il gruppo Flachi sostenendone le
iniziative economiche”. Anche perché il presidente di Milano Sportiva ASD,
211
L’Esagono, 21 marzo 2011 disponibile in
http://www.veduggiodomani.it/consigli/materiali/2011321125.pdf
132
Massimiliano Buonocore, figlio di uno dei fondatori del Pdl, Luciano, pur non
essendo indagato, secondo il gip “garantiva alla consorteria criminale la
partecipazione coperta alla vita politica della città”. A marzo 2011, il centro di via
Iseo viene chiuso dal prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi per infiltrazioni
mafiose. A fine giugno, dopo un’ informativa interdittiva di maggio della Prefettura
che parla di “controllo totale” dei Flachi sulla struttura, dal Comune arriva la revoca
della concessione d’uso a Milano Sportiva con la gestione temporanea che finisce
alla partecipata MilanoSport. Per tutta risposta l’8 ottobre 2011 qualcuno entra dalla
porta di emergenza del palazzetto, svuota gli estintori, sale al primo piano e
incendia la palestra. “I segnali lasciati dimostrano che si voleva far capire chi fosse
il mandante” dicono le forze dell’ordine e il Corriere della Sera titola “Pisapia:
avvertimento della ‘ndrangheta l’incendio di via Iseo”.212
In realtà, nonostante la società di Massimiliano Buonocore gestisse sia il centro
sportivo di proprietà del Comune di Milano sia quello di Veduggio con Colzano,
solo il primo si è trovato al centro dell’inchiesta, mentre quello brianzolo no. E
Buonocore ha dichiarato: “Io non sono né indagato, né nient’altro. Al massimo, noi
siamo vittime di questo sistema. E onestamente, sono preoccupato”. Ma alla fine la
convenzione per la gestione del centro sportivo di Veduggio della Milano Sportiva
ASD è saltata dopo un periodo di gestione in affidamento provvisorio.213
Ma i pericoli per i piccoli Comuni non finiscono qui: l’8 agosto 2012 la Polizia
provinciale sequestra 16 tir a MEZZAGO, altro piccolo comune di 4 mila della
provincia. I camion, nascosti su un terreno agricolo, venivano utilizzati per
trasportare in modo abusivo rifiuti. Il terreno trasformato nell’autorimessa dei tir
sequestrati dalla Polizia provinciale si trova a 200 metri dal paese brianzolo e
comprendeva il parcheggio, il deposito di gasolio e alcuni prefabbricati per le
attività di ufficio. Tutto quanto poteva servire, insomma, per gestire un servizio di
autotrasporto. Ci lavoravano tre persone. L’attività nel 2011 non era sfuggita alla
Polizia locale che aveva presentato un denuncia per utilizzo improprio di terreno,
senza rilevare però nessun abuso edilizio. “La destinazione dell’area è agricola e
212
Corriere della Sera, 10 ottobre 2011, disponibile in
http://archiviostorico.corriere.it/2011/ottobre/10/Pisapia_avvertimento_della_ndrangheta_incendio_
co_7_111010018.shtml
213
L’Esagono, 6 giugno 2011, disponibile in
http://www.veduggiodomani.it/consigli/materiali/201166157.pdf
133
non consente lo svolgimento di attività industriali”, ricorda il sindaco Antonio
Colombo (Pd). Mezzago, la roccaforte “rossa” della Brianza, non teme di diventare
terra di infiltrazioni mafiose: “Certo, nessuno è immune”, ragiona il primo
cittadino, “bisogna tenere alta la guardia. Ma in paese è diffusa una coscienza
civica che è un bell’antidoto contro la criminalità organizzata. Coscienza che
cerchiamo di sviluppare ancora di più”. Dell’operazione della Polizia provinciale
dice: “Dimostra che il presidio del territorio funziona. A Mezzago però c’era solo il
parcheggio. I tir partivano al mattino e tornavano la sera. Il materiale di
demolizioni che trasportavano non lo caricavano in Brianza, ma in altre
province”.214
Ricordiamo che già da anni Mezzago è un punto di riferimento per gli uomini della
‘ndrangheta: il 14 giugno 2005, all’interno di un capannone di via delle Industrie 2,
si tiene un importante summit tra quattro boss della ‘ndrangheta che discutono di
appalti pubblici da conquistare. Sono i fratelli Marcello e Romualdo Paparo (una
cosca a conduzione familiare, piccola, ma con agganci e alleanze molto importanti:
ai Paparo fanno direttamente riferimento anche le cosche degli Arena e dei
Nicoscia, di Isola Capo Rizzuto), Maurizio Giordano (referente del movimento
terra per i Nicoscia di Mezzago) e Michele Grillo (uomo d’onore del clan Perre di
Platì, federato con la potente cosca dei Barbaro). A entrambe le cosche (Nicoscia e
Barbaro) spetta di diritto una buona fetta dell’affare Tav ed è per questo che i
quattro si vedono. Alla fine i boss si dividono in zone gli appalti. Succede anche
questo nella Brianza che lavora.215.
Come a Mezzago, anche a TRIUGGIO (comune brianzolo di 8 mila abitanti) ci
sono movimenti di camion sospetti, a cui si aggiungono diversi episodi di
inquinamento del fiume Lambro e dei suoi affluenti (Brovada e Rio Pegorino). Nel
2011 i residenti della frazione di Rancate sono in allarme per il materiale scaricato
nella cava. Il motivo di tanto allarmismo è dovuto al fatto che sono stati visti
arrivare almeno 80 camion che hanno scaricato nella cava materiale sospetto.
L’intera frazione teme per la salute. C’è tensione anche per la lettera di minaccia
inviata al presidente del comitato in difesa del territorio, e consegnata ai carabinieri
214
Infonodo.org, 9 agosto 2012 disponibile in http://www.infonodo.org/node/33677
G. BARBACETTO, D. MILOSA, Le mani sulla città. I boss della ‘ndrangheta vivono tra noi e
controllano Milano, Chiarelettere Editore, Milano, 2011, pp. 309-314
215
134
di Biassono. Il sindaco ha precisato che sono in corso indagini e ha riferito in
Consiglio comunale di essere stato anche lui oggetto di un attacco violento.216
Si sospetta che anche a CARNATE (comune di 7 mila abitanti, da dove passa la
linea ferroviaria che collega Lecco a Milano e Seregno a Bergamo) siano avvenuti
episodi di sversamento di macerie contenenti rifiuti pericolosi. In particolare
l’occasione sarebbe stata quella dei lavori di raddoppio della linea ferroviaria lungo
il tratto Carnate-Airuno, conclusi a fine luglio 2008. Si ritiene che nel corso degli
anni l’azienda Perego Strade di Cassago Brianza (impresa totalmente controllata
della ‘ndrangheta ed in particolare dal clan mafioso facente capo a Salvatore
Strangio)217 avrebbe smaltito illecitamente rifiuti contenenti amianto e altre
sostanze pericolose nei cantieri da essa gestiti.
In base alle conclusioni dell’inchiesta avviata dalla Procura della Repubblica di
Milano per i titolari della Perego Strade (subappaltatrice della titolare del cantiere
del raddoppio della linea ferroviaria, la “Todini costruzioni spa”) insieme ad altre
persone (tra cui gli autisti dei camion) viene ipotizzato il concorso in traffico
illecito di rifiuti. I rifiuti provenivano da prodotti di risulta di diversi cantieri (inerti
e amianto) senza che i committenti ne sapessero nulla. Tra i cantieri, la demolizione
di uno stabilimento tessile di Macherio ma anche la Clinica Mangiagalli di Milano.
I rifiuti, invece di essere portati in discariche speciali, sarebbero stati smaltiti in
operazioni di movimento terra o nelle amalgame degli asfalti, tra i quali appunto
quelli utilizzati per il raddoppio ferroviario della Carnate-Airuno.218
Carabinieri nei cantieri
216
Infonodo.org, 13 giugno 2011 disponibile in http://www.infonodo.org/node/29354
si veda pag. 328-330 XVI Legislatura Camera dei Deputati in
http://www.camera.it/_dati/leg16/lavori/documentiparlamentari/indiceetesti/023/013/00000022.pdf
218
Il Cittadino di Monza e della Brianza, 10 ottobre 2012 disponibile in
http://www.ilcittadinomb.it/stories/Vimercatese/776591/
217
135
Se si rivelassero fondati gli elementi raccolti dalla Procura milanese, il danno
ambientale sarebbe incalcolabile, considerato che i rifiuti risulterebbero tutt’ora
interrati in corrispondenza, oltre che delle opere ferroviarie e viabilistiche realizzate
negli ultimi anni, anche di importanti strutture pubbliche (come il nuovo Ospedale
S. Anna di Como). In tutto 109 mila metri cubi di materiali, per 6.400 trasporti e un
risparmio di due milioni e 300 mila euro a favore di Perego Strade.219
Un ex operaio della Perego strade aveva addirittura dichiarato, in sede
d'interrogatorio, che i traversini dei binari della vecchia linea smantellata (che
ricordiamo sono impregnati con olio di catrame, che contiene sostanze
cancerogene) erano stati prelevati e sotterrati in un luogo non meglio precisato della
linea stessa. Secondo l’operaio “Era un materiale fortemente inquinante perché
conteneva amianto che derivava dai freni dei treni”. Secondo i parametri usati per
la costruzione delle strade ferrate, ogni sei metri bisogna posizionare 10 traversine.
Cioè una ogni 60 centimetri. Il tratto di ferrovia interessato dal raddoppio è lungo,
all’incirca, 14 km. Quindi più di 20mila traversine della vecchia linea sono state
rimosse e accantonate per essere smaltite secondo le indicazioni di legge.220
Ma non succede solo questo nella ricca Brianza: qui può succedere che i Sindaci
vengano minacciati di morte. E’ successo nel passato a LESMO (8.000 abitanti),
quando già nel 1995 la Lega Nord denunciò “il grave attentato di chiaro stampo
mafioso” subito dal Sindaco, nonché esponente leghista, Lucio Malagò: nella notte
del 31 maggio al termine dei lavori del Consiglio comunale, mentre si recava al
parcheggio dove aveva lasciato l’auto, il sindaco scopriva la propria vettura
fortemente danneggiata. Di lì a poco, avvisando telefonicamente la moglie
dell’accaduto, apprendeva di aver ricevuto a casa gravi minacce da parte di
sconosciuti contro la sua persona e contro i suoi familiari. Questo il commento della
Lega: “con la sua azione, la Giunta municipale ed il sindaco di Lesmo hanno
pestato i piedi a qualcuno che non si fa scrupolo di usare metodi di stampo
mafioso. Proprio la sera prima dell’attentato, infatti” ricorda il comunicato “la
219
Il Giorno, 10 settembre 2012 disponibile in
http://www.ilgiorno.it/como/cronaca/2012/09/10/769876-perego-ndrangheta-como-cantieriasfalto.shtml
220
Il Cittadino di Monza e della Brianza, 26 luglio 2010 disponibile in
http://www.ilcittadinomb.it/stories/Cronaca/145608_il_mistero_della_carnateairuno_bomba_ecologica_sotto_i_binari/
136
Giunta aveva approvato tre importanti delibere, la prima delle quali in particolare
prevede la concessione gratuita di un’area a privati per la costruzione di una casa
di riposo per anziani non autosufficienti, a costo zero per il Comune. La seconda
concede, ancora in maniera gratuita, un’area a privati per la costruzione di una
piscina sempre a costo zero per le casse comunali”. Premesso che “Cosa Nostra ha
da sempre puntato la sua attenzione sul riciclaggio di capitali sporchi nel settore
edilizio”, la Lega Nord arriva a questa conclusione: “L’onestà, la trasparenza e
l’economicità delle scelte della giunta leghista di Lesmo evidentemente non
piacciono alle bande criminali che operano sul territorio”.221 Il primo giugno la
Lega Nord aveva organizzato una fiaccolata di solidarietà e Umberto Bossi in
persona era arrivato a Lesmo a tuonare contro gli interessi occulti di chi voleva
fermare il rinnovamento portato avanti dalla giunta monocolore leghista. Un altro
grave episodio sempre ai danni del sindaco leghista sarebbe avvenuto quasi un anno
dopo, il 5 aprile 1996, quando nella posta venne ritrovato un manifestino a lutto con
nome del figlio che recitava: “E’ purtroppo mancato per le colpe dell' infame padre
il più piccolo Malagò M. di anni 2. La povera madre e il padre bastardo piangono.
Malagò, questo è il secondo e ultimo avvertimento. La prossima volta ti
consegneremo in un pacco la testa di tuo figlio. Tienilo chiuso in casa, perché
mandarlo in giro con la nonna o con la tua cara mogliettina può essere pericoloso.
Non illuderti, il cane non potrà fare niente perché morirà anche lui. Avrai intorno
a te solo lacrime e sangue. A presto, bastardo. Buona Pasqua e pensaci, ha solo
due anni”.222
Più recentemente ad essere vittima di minacce sono stati i lavoratori della Yamaha
in presidio per la minaccia di licenziamenti e la chiusura della produzione. Nella
notte tra il 10 e l’11 gennaio 2010 ignoti hanno infatti distrutto le tende e i gazebo
che erano stati sistemati proprio di fronte al cancello della fabbrica. Nel mirino
sono finiti anche i numerosi striscioni appesi alla cancellata e le bandiere di Cisl e
Rsu, strappati e abbandonati nei campi intorno, il manichino (a rappresentare un
221
Adnkronos, 31 maggio 1995 disponibile in
http://www.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/1995/05/31/Politica/LEGA-DENUNCIAATTENTATO-MAFIOSO-A-SINDACO-LESMO-MI_174500.php
222
Il Corriere della Sera, 7 aprile 1996, disponibile in
http://archiviostorico.corriere.it/1996/aprile/07/Minacce_sindaco_leghista_uccideremo_tuo_co_0_9
604072675.shtml
137
operaio impiccato) e anche i documenti sindacali custoditi nella roulotte
parcheggiata davanti allo stabilimento.223 E poi l’8 aprile 2011 una mano ignota ha
strappato i cavi elettrici che mettevano in sicurezza il presidio permanente, ed il
corto circuito è stato evitato per miracolo, il giorno dopo invece è stata la volta di
un foglio di intimidazione, che invitava i presidianti ad andarsene a fronte di gravi
minacce di morte.224 Nel luglio 2010 infine un incendio ha bruciato il capannone
della Lesmoterm. 225
Tutto ciò accade mentre l’assessore leghista alla Sicurezza, Flavio Tremolada (in
carica sino alle elezioni amministrative del 2012), propone ai componenti leghisti
della giunta della cittadina brianzola un’autotassazione per mettere una taglia sui
rapinatori.226
Anche a CORNATE D’ADDA (comune brianzolo di circa 10 mila abitanti)
recentemente il sindaco Pdl Fabio Quadri ha subito pesanti minacce. L’episodio
risale al novembre 2012. Sono i giorni che seguono una conferenza dei sindaci
durante la quale viene votata una mozione a sostegno della provincia di Monza e
Brianza in previsione dell’ipotesi di una sua soppressione formulata dal governo
centrale. Quadri è l’unico ad astenersi e spiega ai giornali “Non essendo la mozione
all’ordine del giorno non avevo avuto modo di confrontarmi con il consiglio e la
giunta”.227
E così, oltre ai rimproveri di qualche capo del partito e di colleghi innamorati della
Provincia, si è beccato pure una minaccia telefonica: un uomo chiama il municipio
e chiede di parlare con la segreteria del sindaco. La funzionaria, sbigottita, trascrive
il testo del delirio “Dopo le dichiarazioni sulla Provincia il sindaco è un uomo
morto”. La segretaria avvisa Quadri, che il giorno stesso si reca nella caserma dei
carabinieri per sporgere denuncia. Partono subito le verifiche sui tabulati. Si scopre
che la telefonata è partita da una cabina telefonica di Monza, in una zona non
223
Il Cittadino di Monza e della Brianza, 11 gennaio 2010, disponibile in
http://www.ilcittadinomb.it/stories/Cronaca/206355/
224
MBNews, 11 aprile 2011 disponibile in http://www.mbnews.it/economia/100-economia/18341lesmo-yamaha-cassaintegrati-minacciati-bersani-serve-qtavoloq.html
225
Il Cittadino di Monza e della Brianza, 5 luglio 2010, disponibile in
http://ilcittadinomb.it/stories/Vimercatese/282615/
226
Il Giorno, 6 aprile 2010 disponibile in http://www.ilgiorno.it/monza/cronaca/2010/04/06/314494lesmo_assessore_propone.shtml
227
Il Cittadino di Monza e della Brianza, 8 gennaio 2013, disponibile in
http://www.ilcittadinomb.it/stories/Cronaca/341417_prese_posizione_sulla_provincia_minacciato_il
_sindaco_di_cornate/
138
coperta dalle telecamere di videosorveglianza. E si scopre che chi ha telefonato lo
ha fatto utilizzando le monete e non schede prepagate, altra precauzione per non
rischiare di essere rintracciato. Sull’identità del fanatico pare non ci siano indizi,
solo ipotesi scaturite dalla logica. Il Sindaco Quadri ha dichiarato: “Non escludo
che dietro la telefonata possa esserci un politico, magari per interposta persona.
Di sicuro è qualcuno che vive direttamente o indirettamente grazie ai soldi della
Provincia, attraverso prebende, assunzioni o appalti. A un cittadino comune non
verrebbe mai in mente di fare una cosa simile. Alla gente che incontro per strada
del destino della Provincia di Monza non importa nulla, anzi la maggioranza ne
invoca la chiusura”.228
E giusto per non farci mancare niente succede che un articolo del Il Giorno del ci
rivela che CONCOREZZO, comune di circa 15 mila abitanti, ha due paure: la
mafia cinese e la salute.229 L’articolo si riferisce in particolare a tre episodi, ritenuti
non casuali dagli inquirenti, che hanno coinvolto la comunità cinese concorezzese:
l’incendio del 20 settembre 2012 alla Casa World (magazzino cinese di articoli per
la casa e giocattoli)230, la rapina a colpi di kalashnikov all’Inter Trade (magazzino
cinese di vendita all’ingrosso) del 23 settembre 2012,231 e l’incendio che nella notte
tra il 14 e 15 ottobre 2012 ha mandato in fumo il deposito della AB.M Idea
(azienda cinese che distribuisce in tutta Italia prodotti di ogni tipo: giocattoli,
articoli da regalo, casalinghi, oggetti per il bricolage, cancelleria, profumi).232 Un
altro scenario di violenza si era invece vissuto il 20 giugno 2012 al bar tabacchi
Della Pesa, nella periferia di Monza, al quartiere Sant’Alessandro, di proprietà di
un cinese, quando una rapina era finita con una sparatoria e un ferito.233
A mettere in fila le coincidenze, o presunte tali, c’è da preoccuparsi e il sindaco
Riccardo Borgonovo ammette: “E io lo sono, non lo nascondo: sono preoccupato.
La sequenza degli eventi certamente fa pensare”. E per il sindaco, l’ultima vicenda
228
Il Giorno, 3 gennaio 2013 disponibile in
http://www.ilgiorno.it/monza/cronaca/2013/01/03/824518-minacce-morte-sindaco-fabio-quadricornate.shtml
229
Infonodo.org, 18 ottobre 2012 disponibile in http://www.infonodo.org/node/34504
230
Infonodo.org, 16 ottobre 2012 disponibile in http://www.infonodo.org/node/34472
231
MBNews, 25 settembre 2012 disponibile in
http://m.mbnews.it/component/content/article/27356.html
232
Infonodo.org, 16 ottobre 2012 disponibile in http://www.infonodo.org/node/34470
233
Il Cittadino di Monza e della Brianza, 20 giugno 2012, disponibile in
http://www.ilcittadinomb.it/stories/Cronaca/667052/
139
(quella della AB.M Idea) sfugge ai clichè che dipingono le aziende cinesi come
universi chiusi, impermeabili alle influenze dell’ambiente indigeno. Prosegue infatti
Borgonovo: “Tutto andrà verificato in maniera approfondita, ma per ora quello
che emerge è che siamo di fronte a una realtà integrata, che impiega personale
italiano, dove cinesi e italiani collaborano senza apparenti problemi”.234
Al termine di questo nostro viaggio nel cuore della florida e produttiva Brianza
arriviamo a BIASSONO (comune di quasi 12 abitanti). Qui il 12 marzo 2013
l’amministrazione comunale comunica la sospensione del comandante della Polizia
Locale in seguito al suo presunto coinvolgimento nell’inchiesta Sias (società
controllata dall’Aci che gestisce l’Autodromo di Monza) sulla gestione
dell’autodromo di Monza. Secondo gli atti diffusi dalla Procura di Monza il
comandante della Polizia avrebbe infatti accettato biglietti della Superbike 2012 in
cambio della divulgazione di notizie riservate sull’ordinanza del Comune sul
divieto di circolazione nell'area di accesso all’autodromo. Un’ordinanza che il
sindaco aveva preparato in segno di protesta contro la decisione della Sias di
costruire un distributore di biocarburanti in zona Santa Maria alle Selve. E infatti in
una telefonata con Vialardi (consulente della Sias), si sentirebbe il comandate della
Polizia Locale dire: “E no perché dopo alla fine ho fatto sospendere tutto io perché
gli ho fatto capire, sindaco, che è na cagata e allora l’ha capita e l’ha sospesa”. Al
comandate verrebbe anche contestato l’abuso in atti d’ufficio per avere ignorato
l’assenza “di legittima e regolare autorizzazione” nella gestione di un campeggio
(funzionale all’Autodromo durante le Superbike).235
Ma il Gran Premio di Formula Uno fa gola a molti. A VEDANO AL LAMBRO
(comune di oltre 7 mila abitanti, che insieme ai comuni di Monza, Biassono e
Villasanta è uno dei comuni del Parco di Monza, il cui Autodromo ogni anno ospita
appunto il Gran Premio), c’è la sede dell’autosalone di Domenico Pisani, nato a
Stilo (provincia di Reggio Calabria). Il nome di Pisani compare in alcune
informative dei Ros di Milano, anche se non risulta indagato.236 Nel 1994 Pisani
fonda il primo club di Forza Italia a Monza. Quattro anni dopo diventa coordinatore
234
Infonodo.org, 16 ottobre 2012 disponibile in http://www.infonodo.org/node/34471
Infonodo.org, 12 marzo 2013 disponibile in http://www.infonodo.org/node/36202
236
Il Fatto Quotidiano, 23 gennaio 2011, disponibile in
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/01/23/nomine-asl-la-mail-dellassessore-buscemi-a-sostegnodellamico-della-ndrangheta/87973/
235
140
provinciale del partito di Berlusconi. Nel 2000 entra in Regione. Eletto consigliere
viene nominato da Formigoni assessore con delega a Giovani, Sport e Pari
opportunità. Quindi, nel 2009, cambia casacca (da Forza Italia all’Udc). Dal 29
giugno 2009 è consigliere provinciale della Provincia di Monza e della Brianza (nel
gruppo Udc). Il 3 settembre 2009, Pisani viene fotografato assieme all’ex assessore
della Provincia di Milano (quella che fino al 21 giugno 2009 era capitanata dal
democratico Filippo Penati) Antonio Oliverio. Oliverio era già finito dentro
all’inchiesta “Infinito” e “Tenacia” per i suoi presunti rapporti con il boss della
‘ndrangheta Salvatore Strangio: il suo nome compariva alla voce “capitale sociale”
delle cosche, ma per lui è stata poi chiesta l’archiviazione dal gip. 237 E del resto
Oliverio, che fuori dalla politica, si occupa di rifiuti, sarebbe anche in ottimi
rapporti con la cosca Valle, egemone nel pavese. Per loro, il politico si sarebbe
speso in favore di Leonardo Valle candidato (poi bocciato) alle comunali di
Cologno Monzese nella primavera del 2009.238
Ma veniamo al 3 settembre 2009: Pisani e Oliverio si trovano nel parcheggio
dell’autosalone di Pisani. Con loro anche Ivano Perego, titolare della Perego Strade
di Cassago Brianza (l’impresa totalmente controllata proprio dal clan mafioso
facente capo a Salvatore Strangio) e arrestato il 13 luglio 2010 per associazione
mafiosa. Secondo i Ros di Milano i tre si incontrano per due motivi: Perego aveva
interessato “l’influente Oliverio per procurarsi dei biglietti omaggio per il Gran
Premio di Formula Uno”. Da qui l’ex politico di centrosinistra propone di far visita
a tale Pisani, successivamente identificato appunto nell’ex assessore regionale
Domenico Pisani. Il secondo motivo, dal punto di vista investigativo, è definito
molto più interessante. “E’ possibile che durante l’incontro con Pisani” si legge
nell’informativa depositata agli atti dell’inchiesta “si sia parlato, oltre che della
prossima gara automobilistica, anche di lavori ed appalti ed in particolare di quelli
relativi alla realizzazione del nuovo Polo Istituzionale della nuova Provincia di
237
Il Fatto Quotidiano, 8 luglio 2011, disponibile in
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/08/mafia-al-nord-chiesta-assoluzione-per-ex-assessore-ilgip-e-il-capitale-sociale-dei-clan/144047/
238
Il Fatto Quotidiano, 23 gennaio 2011, disponibile in
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/01/23/nomine-asl-la-mail-dellassessore-buscemi-a-sostegnodellamico-della-ndrangheta/87973/
141
Monza e Brianza”. Valore dell’affare: 22 milioni di euro.239 Proprio il 2 settembre
2009 infatti (il giorno prima dell’incontro tra Pisani, Oliverio e Ivano Perego),
Ivano Perego aveva contattato un dirigente della Italiana Costruzioni (non
indagato), aggiudicataria dell’appalto per la realizzazione del nuovo “Polo
Istituzionale della Provincia Monza-Brianza”. Dagli atti dell’operazione “Tenacia”
del luglio 2010 risulta che i due avevano discusso dei lavori di scavo che Perego
stava compiendo a Monza, nell’area adiacente a quella dove da poco l’Italiana
Costruzioni si era appunto aggiudicata i lavori di realizzazione del nuovo “Polo
Istituzionale della Provincia Monza-Brianza”. In particolare, il dirigente di Italiana
Costruzioni (che recentemente si è aggiudicata i lavori per il restauro della Villa
Reale di Monza in Associazione Temporanea d’Impresa con Malegori Comm.
Erminio Srl e Na.Gest. Global Service Srl) aveva informato Perego che si trattava
di terre e rocce da scavo di buona qualità, così come attestato anche dalle analisi
compiute dall’Arpa. Incalzato dal suo interlocutore, Perego aveva confermato che,
durante le varie fasi di asportazione del materiale di risulta, le sue macchine
operatrici erano solite sconfinare nel lotto di terreno di competenza dell’Italiana
Costruzioni. E lo stesso si era impegnato a far sgomberare alcuni cumuli di terra in
eccedenza, nonché a procedere alla recinzione dell’area di cantiere.
Il nostro viaggio tra i comuni della provincia brianzola termina qui. Ora che
abbiamo chiari i fatti, ciò che più sconvolge nel ripercorrere le tappe del nostro
percorso sono le frequentazioni dei politici locali che, anche se non hanno dato
luogo a indagini, sono quantomeno inopportune: i politici locali dovrebbero
rappresentare il baluardo della democrazia e della legalità, in quanto raffigurano le
istituzioni che più delle altre sono vicine ai cittadini e ai loro problemi. Invece in
parecchi casi finiscono per rappresentare l’interesse di “pochi”, portatori però di
“grandi” interessi.
In aggiunta ciò che emerge al termine di questa nostra trattazione è che,
contrariamente a quanto si è soliti pensare, i clan calabresi non puntano solo su
Milano, città della Borsa e della finanza, ma soprattutto sui centri più piccoli della
ricca Lombardia. Ciò che è evidente è che la storia dei clan calabresi si è intrecciata
239
Il Fatto Quotidiano, 23 gennaio 2011 disponibile in
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/01/23/nomine-asl-la-mail-dellassessore-buscemi-a-sostegnodellamico-della-ndrangheta/87973/
142
in Lombardia con la storia di una miriade di comuni di poche migliaia di abitanti
(come quelli di origine del resto). Come osserva il professor Dalla Chiesa ciò è
accaduto per una serie di ragioni strategiche che possono essere riassunte nel
seguente schema:
Piccolo è bello (per la ‘ndrangheta)
1) Maggiore influenzabilità demografica del contesto
2) Maggiore controllabilità del territorio
3) Minori resistenze sociali
4) Facilità di rapporti con le amministrazioni
5) Facilità di accesso alla rappresentanza politica
6) Disinteresse della stampa (cono d’ombra)
7) Opportunità di espansione degli affari
Fonte: elaborazione F. Dalla Chiesa - M. Panzarasa
“Buccinasco, la ‘ndrangheta al Nord”
In generale si può affermare che la logica della ‘ndrangheta sia di cercare il
controllo del territorio prima che i profitti della finanza. In questo senso il contesto
piccolo è quello ideale. Nei piccoli comuni essi sanno infatti da sempre di godere di
una serie di vantaggi decisivi.
Anzitutto la maggiore influenzabilità demografica del contesto, poiché in un
piccolo comune poche persone organizzate hanno molta più possibilità di
condizionare l’ambiente circostante, di modificarne nel tempo gli stessi riferimenti
fisici (i luoghi, le persone) e mentali (gli usi, i modi di pensare). Qui non bisogna
sradicare una rete grande e complessa di relazioni sociali, basta intervenire su uno o
due elementi del network locale per condizionare il contesto.
In secondo luogo un altro fattore di vantaggio di cui la ‘ndrangheta può beneficiare
nei piccoli comuni è la maggiore controllabilità del territorio da parte dei clan:
nella gran parte dei comuni più piccoli manca infatti la stazione dei carabinieri e
spesso in tutto il comune c’è soltanto un vigile urbano. Queste condizioni non fanno
altro che facilitare i mafiosi, i quali possono disporre, oltre che della forza militare,
anche di ingenti risorse economiche e umane (nel senso di uomini) per controllare il
143
territorio, a dispetto invece dell’esiguità delle disponibilità finanziarie e di numero
di uomini a disposizione dell’Amministrazione Pubblica.
In terzo luogo ciò che facilita l’assalto delle organizzazioni mafiose alle fortezze
dei municipi più piccoli è la scarsa resistenza sociale che qui si incontra: qui non si
è costretti a misurarsi con l’eventuale forza collettiva delle grandi organizzazioni
sindacali, delle scuole e delle università, dei movimenti politici o civili. E qui non
ci sono cioè luoghi di aggregazione dai quali sia possibile realizzare efficaci
strategie di mobilitazione e di contrasto. In questi comuni l’oppositore alla cultura
mafiosa si trova da solo e l’unica spietata alternativa a cui si trova di fronte è se
tacere o subire.
In aggiunta il piccolo comune non viene mai scelto per caso: vi si investono risorse
e vi si sviluppano strategie a partire dalla disponibilità, sul posto o nei paesi vicini,
di un capitale sociale comunque considerevole come una rete parentale, un amico
influente, una facilità di interlocuzione con le amministrazioni pubbliche, favorita
tendenzialmente di legami di compaesanità. E’ questo un punto cruciale per la
nostra analisi: come osserva il professor Dalla Chiesa si può infatti teorizzare che
alla ‘ndrangheta i consigli comunali e gli enti locali interessano più del parlamento.
Dai comuni infatti passano gli appalti e i processi di colonizzazione del territorio.
Essi rappresentano così il fulcro della strategia espansionista ‘ndranghetista e il
primo obiettivo politico delle ‘ndrine.
Questa strategia viene favorita dalla facilità di accesso alla rappresentanza
elettorale, perché al Nord, in un comune medio-piccolo, si ottiene un consigliere
comunale anche con quindici o venti preferenze (grazie al fatto che normalmente
l’elettore settentrionale abdica al diritto di esprimere la sua preferenza).
Automaticamente ne consegue che un qualsiasi gruppo organizzato è in grado di
ottenere come minimo il suo consigliere comunale o addirittura (in forza delle
preferenze raccolte) l’assessore o il presidente del consiglio comunale. Ciò spiega
la vorticosa moltiplicazione di amministratori locali in odore di ‘ndrangheta che si è
realizzata in Lombardia negli ultimi venti anni.
Va infine considerato un ultimo, fondamentale fattore di vantaggio che un piccolo
comune rappresenta per il mafioso: il disinteresse della stampa verso quanto accade
quotidianamente nelle periferie del paese. Un piccolo comune di poche migliaia di
144
abitanti, infatti, non fa notizia per quello che vi succede ogni giorno. Qui può essere
realizzata a pieno la strategia del “basso profilo”, con notevoli opportunità di
espansione degli affari. Silenzio su opere edili mediocri e che i piccoli municipi,
sprovvisti di mezzi finanziari, accolgono facilmente in cambio dell’incasso degli
oneri di urbanizzazione, che in un periodo di crisi economica può risollevare i
bilanci comunali.
A conclusione di questa nostra analisi ritroviamo così la ‘ndrangheta collocata fuori
dalla grande città, nei piccoli comuni dell’hinterland, come a rappresentare una
morsa che tiene al collo ciò che è incommensurabilmente più grande.240
3 – Il caso del Comune di Monza
L’analisi del caso di Monza (comune di circa 120 mila abitanti), capoluogo della
provincia di Monza e della Brianza, merita un paragrafo a parte.
“Io ho preservato Monza dall’invasione della ‘ndrangheta”: chi lo dice? Non si
tratta di un uomo di Stato, di un funzionario pubblico, ma chi sta parlando è il boss
Giuseppe Esposito (detto anche “Peppe o ‘curt”), di Torre Annunziata (Napoli),
domiciliato a Villasanta, durante una recente intercettazione in una conversazione
telefonica dai carabinieri di Monza.
Per decenni Giuseppe Esposito ha gestito da Villasanta la malavita campana di
stanza a Monza; un leader che nella Brianza dominata dalla ‘ndrangheta era riuscito
a difendere la sua enclave di potere senza sparare un colpo. Un boss di livello, a
capo di un’associazione a delinquere vicina alla camorra con un contatto diretto con
i potenti clan Gionta (con area di influenza a Torre Annunziata) e Mariano (clan
camorristico dei Quartieri Spagnoli di Napoli). 241
Durante la conferenza stampa di illustrazione dell’Operazione “Briantenopea”, che
nel marzo 2013 ha portato in carcere, oltre a Giuseppe Esposito, altre 35 persone
catturate tra Monza e Milano, la Brianza e parte della Campania, il sostituto
procuratore monzese Salvatore Bellomo racconta: “Lui si era seduto ad un tavolo in
cui c’era una sorta di suddivisione territoriale e in altri aspetti, in altre
240
N. DALLA CHIESA, M. PANZARASA, Buccinasco, la ‘ndrangheta al Nord, Einaudi, Torino
2012, pp. 212-215
241
Il Giorno, 4 marzo 2013 disponibile in
http://www.ilgiorno.it/monza/cronaca/2013/03/04/854144-monza-antonicelli-appalti-comunebriantenopea.shtml
145
circostanze, è dovuto intervenire perché qualche calabrese aveva cercato di
invadere questo territorio”. “Peppe o ‘curt” a Monza e dintorni poteva contare su
un piccolo esercito di una quarantina di malavitosi, in grado di fare business in ogni
settore della criminalità: estorsioni, truffe, furti, rapine, soldi falsi, droga e armi. 242
E a Monza, grazie alla complicità di appartenenti alla vita pubblica, il clan Esposito
nel corso del tempo aveva accresciuto il suo potere, la sua capillarità e capacità di
intervento, arrivando a mettere mano anche nelle “stanze dei bottoni”.243
L’indagine coordinata dalla Procura monzese ipotizza infatti anche pesanti
infiltrazioni della camorra nella Pubblica Amministrazione. In carcere, con l’accusa
di associazione per delinquere finalizzata ad ottenere consenso elettorale, il 4 marzo
2013 è così finito anche Giovanni Antonicelli (originario di San Giorgio Ionico, in
provincia di Taranto), esponente del Pdl (già attinto nel 2005 da una sentenza per
bancarotta fraudolenta e successivamente riabilitato nel 2010), più volte assessore
della Giunta Comunale di Monza. Il nome di Antonicelli era comparso anche nelle
carte dell’inchiesta sugli affari dell’ex assessore regionale Massimo Ponzoni,
rinviato a giudizio per corruzione e bancarotta. L’ex commercialista di
quest’ultimo, Sergio Pennati, lo accostava a Ponzoni indicandolo come “il suo
uomo di fiducia a Monza”.244
Antonicelli fino a febbraio 2012, quando si è dimesso, era assessore all’Ambiente e
Acque, con deleghe importanti come l’ecologia, lo smaltimento rifiuti, la
manutenzione cimiteriale, il patrimonio, il demanio e gli alloggi comunali,
dell’Amministrazione comunale alla guida di Monza dal 2007 al 2012.245
Dall’inchiesta “Briantenopea” emerge che Antonicelli sarebbe stato eletto anche
con l’“impegno” attivo dell’organizzazione criminale di Esposito, grazie al
reperimento di voti a suo favore durante la campagna elettorale. Così l’assessore
sarebbe stato il punto di riferimento dell’organizzazione per la risoluzione di
242
il video è in http://video.corriere.it/monza-immagini-operazione-carabinieri/20f934b2-84b911e2-aa8d-3398754b6ac0
243
MBNews, 4 marzo 2013 disponibile in http://www.mbnews.it/attualita/109-attualita/30260operazione-briantenopea-a-monza-in-manette-lex-assessore-antonicelli.html
244
Il Corriere della Sera, 7 giugno 2012, disponibile in
http://archiviostorico.corriere.it/2012/giugno/07/Appalti_rifiuti_assessore_indagato_per_co_7_1206
07028.shtml
245
La Stampa, 4 marzo 2013 disponibile in http://www.lastampa.it/2013/03/04/italia/cronache/lemani-della-camorra-su-monza-in-manette-pure-un-ex-assessoreOoDAR6QUXT2pDmuvRthMpL/pagina.html
146
problematiche riguardanti la Pubblica Amministrazione ed inerenti agli
appartenenti della associazione, nonché l’“elargitore” di appalti alla ditta
P.Gi.Emme riconducibile a Giuseppe Esposito (società utilizzata da Esposito per
coprire la sua attività di usuraio e tramite la quale otteneva commesse proprio dal
comune di Monza tramite Antonicelli). 246
In particolare si ipotizza che il boss Giuseppe Esposito potesse gestire un pacchetto
di voti nel difficile quartiere di Cederna. Preferenze sempre concentrate su
Giovanni Antonicelli, 500 voti per lui ad ogni giro elettorale: abbastanza a Monza
per diventare appunto Assessore. Un uomo Antonicelli, che in questi anni si è
sempre dimostrato pronto a ricambiare con assegnazione di alloggi, appalti e posti
di lavoro tutti gli uomini del clan che avevano favorito la sua ascesa politica.247
Antonicelli “appare strettamente legato a Esposito, con il quale si esprime con
grande confidenzialità, e della cui organizzazione si è avvalso per essere eletto, e
per fare eleggere colleghi di partito; a propria volta, Esposito può contare su di lui
per ottenere regolarmente commesse per la P.gi.emme. Costante da parte sua la
frequentazione di Esposito, dei suoi ambienti (il bar Mamo’s) e risultano provati
contatti con altri associati” e Antonicelli “intreccia con Esposito rapporti
economici, posto che la società Edilizia Lombarda, riferibile ad Antonicelli, si
avvale di personale della P.gi.emme di Esposito”.248
Ad Antonicelli, a Esposito e alla sua banda, gli investigatori sono arrivati partendo
da rapine comuni, bar e appartamenti, ristoranti e Punti Snai. E poi i bancomat e i
POS dei benzinai clonati, le ricettazioni di Nike contraffatte, di giubbotti di
sottomarca. Basso livello, finché qualcuno non fa il nome di Esposito e si apre uno
squarcio. Emerge così l’usura, con tassi del 90 per cento mensili, un prestito da 11
mila euro a un imprenditore di Brugherio che ne deve restituire 29 mila, un
pasticcere a Monza che viene minacciato al telefono per 30 mila euro che devono
rientrare: “Peppe lo sta cercando” rivela al telefono uno degli esattori “per
246
Il Giorno, 4 marzo 2013 disponibile in
http://www.ilgiorno.it/monza/cronaca/2013/03/04/854144-monza-antonicelli-appalti-comunebriantenopea.shtml
247
il video è in http://video.corriere.it/monza-immagini-operazione-carabinieri/20f934b2-84b911e2-aa8d-3398754b6ac0
248
Il Sole 24 Ore (blog di ROBERTO GALULLO), 22 marzo 2013 disponibile in
http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2013/03/quanto-costa-un-voto-a-monza-venti-euro-mac%C3%A8-anche-lo-sconto-famiglia-i-pacchetti-di-voto-a-disposizione-dei-napole.html
147
staccargli la testa”. E tutto ciò accade non nell’arretrato e distante Mezzogiorno,
ma nel profondo Nord. Tutto poteva Esposito. Base al Mamo’s bar di Monza,
tavolate in cui raccontava la sua carriera criminale, la sua scalata alla Brianza:
“Però a noi, non ci hanno mai interessati i soldi, noi ci siamo sempre interessati
all’amicizia”.
E grazie alla sua “amicizia” con l’assessore Antonicelli, la sua P.Gi.Emme,
intestata alla compagna di Esposito, Stefania Giorgini (abruzzese di Giulianova),
ottiene lavori e appalti dal Comune. Piccoli, per non esporsi, come spiega in una
conversazione del 21 dicembre del 2010: rifiuta quelli da 200 mila euro, ne vuole
da 10-15mila, non di più. Ma continui. Eccolo prendere appuntamenti al ristorante,
chiamare il geometra per le delibere del Comune, fare lui il prezzo, non importa se
fosse il rifacimento di tetti di alloggi comunali o del bagno per un disabile in una
casa popolare. Li tiene per sé o li dà in subappalto agli amici. Per Esposito,
Antonicelli c’era sempre.249 Secondo quanto spiegato dagli investigatori, l’allora
assessore favoriva “piccoli ma continui lavori per la ristrutturazione delle case
popolari alla società intestata all’amica di Esposito, assegnava appartamenti
popolari a chi gli veniva indicato o intercedeva presso imprenditori della zona
affinché assumessero determinate persone”.250
Con riferimento alla figura di Antonicelli racconta sempre Bellomo: “Il ruolo era
quello del funzionario pubblico che metteva a disposizione la propria funzione per
gli interessi dell’associazione: questo è il ruolo che gli è stato assegnato
naturalmente dietro il corrispettivo del reperimento del consenso elettorale”.
Ma agli atti risulterebbero anche numerose intercettazioni telefoniche tra impiegati
comunali, la società P.gi.emme (in persona di Stefania Giorgini), e persone
interessate a lavori edili, in cui il riferimento ad Antonicelli come interlocutore
appare evidente. Circa le modalità di affidamento di diversi lavori da parte del
comune di Monza all’impresa P.gi.emme, in realtà non saremmo in presenza di una
invalidità degli atti emessi dai funzionari comunali da un punto di vista
249
La Repubblica, 4 marzo 2013 disponibile in
http://milano.repubblica.it/cronaca/2013/03/04/news/blitz_dei_carabinieri_di_monza_in_manette_p
olitici_e_camorristi-53824613/
250
Il Giorno, 4 marzo 2013 disponibile in
http://www.ilgiorno.it/monza/cronaca/2013/03/04/854144-monza-antonicelli-appalti-comunebriantenopea.shtml
148
amministrativo, né di accordi corruttivi. Sembrerebbe invece che l’operato dei
funzionari comunali non si sia uniformato a criteri di correttezza procedimentale:
nessun affidamento richiesto dal Comune alla P.gi.emme sembra essere stato
preceduto, in osservanza a una regola di elementare prudenza, dalla richiesta di
almeno qualche preventivo a imprese diverse (l’art. 125 del D. Lgs. 163/2006 ne
prevede almeno cinque). Viene fatto rilevare come anche l’affidamento di lavori di
poche migliaia di euro non può avvenire a totale arbitrio da parte di un ente
comunale. Difatti anche i lavori di importo inferiore alla cosiddetta soglia
comunitaria (per i quali non è prevista l’adozione di procedure di evidenza
pubblica), come in questo caso, richiedono l’osservanza di principi minimi di
imparzialità e parità di trattamento, che sembrano essere stati travisati nel caso in
questione.
Ciò che emergerebbe è che Giovanni Antonicelli (e l’ufficio che a lui faceva capo
in quanto assessore) si è determinato a senso unico fungendo da “elargitore” di
appalti alla P.Gi.Emme: è per questo che i pm sostengono l’esistenza di un canale
privilegiato di approvvigionamento di lavori presso la Pubblica Amministrazione, e
di una struttura (la P.gi.emme) in grado di rapportarsi formalmente alla stessa.
A inizio aprile 2013 i giudici del Tribunale del Riesame di Milano hanno respinto la
richiesta di arresti domiciliari presentata dall’avvocato difensore di Antonicelli. I
magistrati hanno ritenuto sussistente il pericolo di reiterazione del reato per vari
motivi, a partire dal carattere “continuativo” della collaborazione prestata da
Antonicelli alla banda capeggiata da Esposito.251 Si tratterebbe, secondo i giudici di
una “cooperazione continuativa e consapevole” tra Giovanni Antonicelli e
l’associazione per delinquere diretta da Giuseppe Esposito in un’ottica di
“reciproco sostegno e affidamento” e di rapporti “saldamenti radicati in una trama
di relazioni e connivenze”. A ripercorrere la tesi difensiva di Giovanni Antonicelli
sono proprio i giudici del Tribunale del Riesame di Milano. L’ex assessore si
difende sostenendo che la collaborazione fornita da Esposito (ma anche da un’altra
quarantina di persone) durante la campagna elettorale prevedeva solo un modesto
rimborso spese e che gli appalti e i lavori assegnati alla società P.Gi.Emme di
251
Il Corriere della Sera, 9 aprile 2013, disponibile in
http://archiviostorico.corriere.it/2013/aprile/09/Voto_scambio_Antonicelli_resta_cella_co_0_20130
409_10a66ea0-a0dd-11e2-9c13-69dbb89f7f7d.shtml
149
Esposito per conto del Comune di Monza sono stati affidati regolarmente sulla base
della prevista rotazione degli incarichi e delle esistenti graduatorie. Circa la
presunta associazione per delinquere contestata anche ad Antonicelli, la difesa
ritiene che l’ex assessore non fosse a conoscenza delle attività di Esposito,
nonostante sapesse che aveva qualche guaio con la giustizia.
Una tesi che non ha però convinto i giudici della libertà, secondo cui esistono gravi
indizi di colpevolezza in merito alla partecipazione di Antonicelli all’associazione
capeggiata da Esposito, tra cui non vi erano incontri solo per le relazioni
commerciali tra le rispettive imprese (anche Antonicelli risulta titolare della società
“Edilizia Lombarda”). Per i giudici a carico di Antonicelli sussiste anche il pericolo
di reiterazione dei reati, nonostante le sue dimissioni da assessore.252 E il pm
Salvatore Bellomo non fa un passo indietro rispetto alla richiesta di arresto perché:
“…pur se l’indagato è al momento privo di incarichi pubblici e ciò potrebbe far
ritenere attenuate le esigenze cautelari, occorre rilevare come questi sia attivo nel
sottobosco del mercato dei pacchetti di voti, vantando conoscenze e dispensando
consigli al riguardo; ciò è indice, a fronte dei molteplici collegamenti dell’indagato
con il mondo imprenditoriale e politico non solo brianzolo, di come sia concreto il
rischio che l’indagato impieghi metodi ormai acquisiti dalle sue frequentazioni
delinquenziali e che si avvalgono delle stesse per metterli al servizio di altre
persone (si rammenti al riguardo che molteplici persone interessate all’attività di
compravendita di pacchetti di voti non sono indagati e pertanto, presumibilmente
liberi, potrebbero ancora attivarsi alla bisogna) ovvero per servirsene ai danni di
terzi. Occorre quindi svolgere un controllo continuo sull’indagato”.253
E’ uno scenario inquietante quello che si prefigura agli atti dell’Operazione
“Briantenopea”, che rivela i pericolosi rapporti tra il boss e l’assessore di Monza.
Ma i tentacoli del clan di Esposito non si fermano solo a Monza. La sua era
un’organizzazione che, tramite collettori di voti, era ormai in grado di
252
Il Giorno, 9 aprile 2013 disponibile in http://www.ilgiorno.it/monza/cronaca/2013/04/09/870732briantenopea-antonicelli-arrestato-carabinieri-criminalita-napoli.shtml
253
Il Sole 24 Ore (blog di ROBERTO GALULLO), 22 marzo 2013 disponibile in
http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2013/03/quanto-costa-un-voto-a-monza-venti-euro-mac%C3%A8-anche-lo-sconto-famiglia-i-pacchetti-di-voto-a-disposizione-dei-napole.html
150
commercializzare preferenze anche fuori dal capoluogo brianzolo.254 In questo caso
le indagini conducono direttamente a Milano, alle elezioni amministrative del 2011,
quando il candidato consigliere del Pdl Renzo De Biase (alla fine non eletto, ma
consigliere eletto per il Pdl dal 2009 al 2011) avrebbe goduto dei favori
dell’associazione criminale. L’ex consigliere non è stato indagato, perché non ci
sono le prove che lui fosse consapevole dell’appoggio, ma è chiaro l’interesse della
camorra sulle amministrative del capoluogo lombardo. In particolare, con
riferimento appunto alle elezioni comunali di Milano del maggio 2011, è Giovanni
Antonicelli che vorrebbe sostenere il candidato Renzo Di Biase (i due avrebbero
rapporti diretti documentati) e chiede sostegno elettorale a Giuseppe Esposito.
Esposito organizza con questo fine diversi momenti di convivialità, raggruppando
anche imprenditori utili allo scopo. In una intercettazione telefonica, salta poi fuori
anche un tariffario ideato da Giuseppe Esposito per dirottare voti sul candidato
prescelto Di Biase: 30 euro per il voto singolo e 50 euro per quello di una
famiglia.255
Come ricorda Il Giorno del 5 marzo 2013, De Biase, che indagato non è, respinge
fermamente ogni accusa e difende il proprio onore, del resto conquistato sul campo
anche con l’associazione “Comunità, legalità e moralità”, da lui fondata e con la
quale ha partecipato proprio alle elezioni comunali del 2011. Il suo nome, però, gli
ricorda il giornalista Giambattista Anastasio, era emerso anche nell’inchiesta sulla
compravendita di voti dalla ’ndrangheta che ha portato in cella l’ex assessore
regionale in Lombardia, Domenico Zambetti. In una telefonata (tra un politico e un
presunto ‘ndranghetista) si parlava di far convergere voti su di lui i voti alle
comunali del 2011. Ecco la risposta di De Biase: “…glielo dico chiaro e tondo: io
non compro i voti. Lo dimostra il fatto che non sono stato eletto. Alle comunali
presi appena 600 preferenze e non c’è alcun collegio in cui ne abbia prese più di
13-15. La mia campagna la gestirono 60-70 amici e rimasi deluso dai risultati:
m’hanno portato al massimo 10 voti a testa, se m’ha votato il marito non m’ha
votato la moglie. Sono precipitato in un incubo, mio figlio mi ha chiamato cinque
254
il video è in http://video.corriere.it/monza-immagini-operazione-carabinieri/20f934b2-84b911e2-aa8d-3398754b6ac0
255
Metropolis Web, 5 marzo 2013 disponibile in
http://www.metropolisweb.it/Notizie/Torrese/Cronaca/mani_clan_gionta_politica_milanese_30_eur
o_ogni_voto.aspx
151
volte per chiedermi che avessi fatto. E io gli ho risposto: «Niente, non ho fatto
niente»”.256
Ma torniamo invece a Monza: ad un certo punto succede che l’inchiesta
“Briantenopea” si incrocia con il processo Ponzoni, quando spunta un collegamento
tra l’azienda di Giuseppe Esposito e la gestione degli appalti per le pulizie delle
sedi di Forza Italia. Stefania Giorgini, compagna di Esposito ed amministratrice di
fatto della sua società, la P.Gi.Emme, era attesa in aula il 14 marzo 2013 al banco
dei testimoni nell’ambito del processo Ponzoni, per spiegare la ragione dei mille
euro annuali che Forza Italia destinava alla P.Gi.Emme per presunti lavori di pulizie
locali. La donna, che arrestata nell’ambito dell’Operazione “Briantenopea”,
ovviamente non era presente in aula, avrebbe dovuto chiarire ai magistrati i
collegamenti con le sedi del partito, ai tempi coordinato a livello Provinciale dallo
stesso Massimo Ponzoni. L’imputato Ponzoni, a processo per corruzione,
concussione, finanziamento illecito e bancarotta fraudolenta, ha negato di aver mai
avuto idea di chi gestisse i lavori di pulizia delle sedi monzesi del partito.257
Di fronte allo scandalo seguito all’operazione “Briantenopea” Roberto Scanagatti,
sindaco Pd di Monza dal maggio 2012, ha chiesto formalmente con una lettera di
poter incontrare il magistrato e, soprattutto, di poter accedere agli atti dell’inchiesta.
Lo ha fatto “per capire se ci sono elementi sensibili per il Comune su cui poter
subito intervenire”. E’ evidente il collegamento con le ipotizzate infiltrazioni che la
camorra ha potuto avere in municipio considerato che, dai primi riscontri degli
investigatori, si fa riferimento ad appalti agevolati dall’ex assessore e pure a
impiegati comunali che sarebbero stati ringraziati per il loro lavoro con mozzarelle
e regali. L’incontro tra sindaco, accompagnato dall’assessore all’Urbanistica,
Claudio Colombo e il pm Bellomo è poi avvenuto: un colloquio di quindici, venti
minuti, al termine del quale i due amministratori pubblici non hanno voluto
rilasciare alcuna dichiarazione: “No, no, niente”, le uniche parole pronunciate dal
sindaco sulle scale della Procura. Nient’altro.258
256
Il Giorno, 5 marzo 2013 disponibile in
http://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/2013/03/05/854231-renzo-debiase-clan-briantenopeamilano.shtml
257
MBNews, 14 marzo 2013 disponibile in http://www.mbnews.it/attualita/109-attualita/30459processo-ponzoni-la-ditta-del-boss-della-camorra-puliva-le-sedi-del-pdl.html
258
Infonodo.org, 12 marzo 2013 disponibile in http://www.infonodo.org/node/36196
152
L’inchiesta a Monza sulla contiguità con la politica non è ancora finita. Il pm
Bellomo ha dichiarato che: “Ci sono settori che attualmente sono sotto
indagine”.259
In realtà, a dispetto di quanto sostenuto da Esposito, a Monza non c’è solo camorra.
Secondo Angela Napoli, storico membro della Commissione Parlamentare
Antimafia: “A Monza c’è la ‘ndrangheta. Alla camorra al massimo è stata lasciata
qualche briciola, le due organizzazioni non sono minimamente paragonabili. E alla
‘ndrangheta non può che far comodo che ora si pensi che sul capoluogo della
Brianza a dominare sia la camorra”. Spiega ancora Angela Napoli: “‘Ndrangheta e
camorra sono molto diverse. La prima può puntare su un’organizzazione
incredibile, con cosche apparentemente autonome che però agiscono mantenendo
sempre un filo rosso con la terra madre calabrese. E ha un potere finanziario
enorme. La seconda invece si basa più che altro sull’iniziativa di singoli
personaggi legati a piccoli clan” e aggiunge inoltre: “È inimmaginabile credere
che la ‘ndrangheta, che domina in tutta la Lombardia e l’ha eletta a sua seconda
patria, abbia lasciato campo libero alla camorra proprio su Monza. La
‘ndrangheta divide al proprio interno, spartisce affari e settori, ma non con le altre
organizzazioni criminali, al massimo fa qualcosa nella gestione dei rifiuti. Che
avesse lasciato immune Monza, ribadisco, è inimmaginabile. Anche dove può
sembrare che domini la camorra, bisogna sempre considerare che sopra c’è
l’occhio della ‘ndrangheta: è lei la suprema, e alle volte è talmente forte e capace
da riuscire a svolgere i propri affari servendosi dello schermo offerto da altre
piccole organizzazioni, a cui vengono lasciati settori che evidentemente non fanno
abbastanza gola”.260
E in effetti come risulta dall’ordinanza di custodia cautelare “Redux-Caposaldo”
della primavera 2011 i camion dell’Al.Ma. Autotrasporti, società riconducibile a
Rocco Morabito, esponente di spicco della ‘ndrangheta di Africo, provincia di
Reggio Calabria, hanno lavorato a diversi cantieri stradali di Milano, ma anche di
Monza. La gestione delle imprese di Morabito era affidata a Giuseppe Romeo,
anche lui considerato uomo delle cosche di Africo a Milano. Tra i cantieri
259
il video è in http://video.corriere.it/monza-immagini-operazione-carabinieri/20f934b2-84b911e2-aa8d-3398754b6ac0
260
Il Giorno, 9 marzo 2013 disponibile in http://www.infonodo.org/node/36169
153
attenzionati ricordiamo il maestoso cantiere di viale Lombardia. Il committente dei
lavori è la società Anas s.p.a., vincitrice dell’appalto è Impregilo, la quale ha a sua
volta subappaltato il lavoro alla Perego General Contractor s.r.l., la ditta di Ivano
Perego (l’impresa totalmente controllata della ‘ndrangheta ed in particolare dal clan
mafioso facente capo a Salvatore Strangio): “Ci vediamo a Monza che dopo tienimi
libero 7, 8 camion” è la raccomandazione di Perego a Romeo. Altro subappalto
pubblico è quello relativo all’ampliamento dell’attuale sede del Comando
Provinciale dei Vigili del Fuoco di Monza. I camion dell’Al.Ma. facevano avanti e
indietro da via Mauri, dove aveva sede il cantiere. A concedere il subappalto alle
‘ndrine sarebbe stata la ditta Procopio Costruzioni srl. Il lavoro per i Vigili del
fuoco avviene nel periodo di ottobre 2009, quando la società di Romeo aveva
ottenuto la certificazione antimafia. Un fatto che lascia incredulo lo stesso
Francesco Gligora (nipote e braccio destro di Romeo nell’Al.Ma.), tanto che
quando gli comunicano “abbiamo l’antimafia”, reagisce spaventato, convinto che
l’interlocutore si riferisca agli investigatori.261
Più recentemente l’Amministrazione Scanagatti, a pochi mesi dal suo insediamento,
ha dovuto anche affrontare la questione urbanistica di Monza più controversa degli
ultimi 50 anni: la pratica della Cascinazza, l’affare immobiliare della famiglia
Berlusconi. Negli anni Ottanta Paolo Berlusconi, il fratello minore di Silvio, aveva
acquistato dalla famiglia Ramazzotti (quelli dell’amaro), a prezzi da fondo agricolo,
una grande tenuta, chiamata Cascinazza. Mezzo milione di metri quadrati vincolati
a verde, perché quell’area è una delle poche dove può ancora sfogarsi il Lambro, un
fiume già assediato da troppo cemento, che ad ogni nubifragio allaga pure Milano.
Dopo vent’anni di tentativi di abolire quel vincolo, nel 2008 Paolo Berlusconi ha
venduto tutta l’area a una società controllata al 70 per cento dalla famiglia Cabassi
e da altri soci come il costruttore Gabriele Sabatini (proprietario insieme a Angelo
Natale Bassani e altri della Marconi 2000, che dispone dell’area ex – Snia di
Varedo).262
261
MBNews, 25 marzo 2011 disponibile http://www.mbnews.it/attualita/109-attualita/18010-monzacantiere-di-viale-lombardia-ce-ndrangheta-al-via-codice-etico-degli-appalti-regionali.html
262
L’Espresso, 23 maggio 2012, disponibile in http://espresso.repubblica.it/dettaglio/paolo-b-eromani-guai-grossi/2181711
154
Ricordiamo che nell’ottobre 2008 Sabatini e Bassani erano stati coinvolti nelle
indagini che avevano portato agli arresti per Salvatore Izzo (pluripregiudicato
originario di San Giorgio a Cremano nel napoletano, con presunti legami con la
camorra, che sarebbe stato a capo di una presunta organizzazione illecita dedita al
“lavaggio” di capitali clandestini accumulati da Izzo nei trent’anni precedenti
attraverso il contrabbando e l’usura).263 Nel mirino erano finiti appunto anche
Sabatini e Bassani, accusati di avere accettato di fare da prestanome a Izzo. Già
usciti dal processo sul riciclaggio, Gabriele Sabatini e Angelo Bassani sono stati
assolti il 26 febbraio 2012 dall’accusa di falsa fatturazione dal giudice Giuseppe
Airò “perché il fatto non sussiste”. Airò è stato protagonista del processo sul clan
Paparo di Brugherio quando a sorpresa ha assolto dall’accusa di associazione
mafiosa gli imputati, stravolgendo l’impostazione che gli inquirenti avevano dato
all’inchiesta. I Paparo saranno poi condannati con sentenza di appello nel maggio
2012.264
Dall’inchiesta sul riciclaggio del denaro proveniente dalla malavita napoletana
(l’inchiesta appunto su Salvatore Izzo) era nato anche un troncone di indagine che
ha portato nel giugno 2011 alla condanna in primo grado per corruzione del
consigliere comunale monzese Franco Boscarino (prima in minoranza con l’Udc
poi passato al Gruppo Misto in appoggio alla ex Giunta di Marco Maria
Mariani).265 Boscarino avrebbe fatto da intermediario tra l’ex immobiliarista di
263
Infonodo.org, 18 settembre 2008 disponibile in http://www.infonodo.org/node/15350
PD Monza e Brianza, 25 aprile 2012 disponibile in http://pdmonzabrianza.it/html/varedo/1284varedo-il-caso-ex-snia
265
Il Fatto Quotidiano, 4 dicembre 2011, disponibile in
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/04/cascinazza-monza-laffare-immobiliare-della-famigliaberlusconi-rischia-svanire/175200/
264
155
Lissone Ivano Chiusi (vicino a Salvatore Izzo) e un funzionario dell’Agenzia delle
Entrate di Milano. Boscarino e il funzionario avrebbero percepito soldi e benefit in
cambio di un trattamento di favore nelle verifiche fiscali nei confronti di Chiusi e
delle sue società immobiliari.266
Ma torniamo all’area della Cascinazza: con riferimento al progetto per la sua
riqualificazione, il Comitato Beni Comuni MB fa rilevare come l’architetto Alberto
Strada, di Sicem srl, è la firma di questo progetto. Nel 2008 anche Alberto Strada,
con Sabatini e Bassani, era stato accusato di avere accettato di fare da prestanome a
Salvatore Izzo.267 Il nome di Alberto Strada era entrato inoltre nell’inchiesta
“Tenacia” del luglio 2010, quella sulla Perego Strade di Cassago Brianza (sempre
l’impresa totalmente controllata della ‘ndrangheta ed in particolare dal clan mafioso
facente capo a Salvatore Strangio), in quanto Strada (non indagato) è stato
amministratore unico della Perego General Constructor dall’ottobre del 2009 al
fallimento della società decretato il 21 dicembre 2009.268
Nel 2008, dopo la vendita dell’area Cascinazza, Paolo Berlusconi resta comunque
interessato all’affare: finora ha incassato un anticipo di 40 milioni, ma se un domani
la Cascinazza diventasse edificabile, ne intascherebbe altri 52.
L’ex giunta Lega-Pdl di Monza ha tentato di far passare la variante al Pgt fino
all’ultimo consiglio comunale prima delle elezioni amministrative del maggio 2012,
scontrandosi però non solo con l’opposizione, che da sempre gridava allo scandalo,
ma anche con le resistenze di alcuni consiglieri di maggioranza, allarmati da una
cementificazione che avrebbe rischiato di creare una specie di Monza-bis con ben
40 mila abitanti in più. La procura di Monza indaga su presunte tangenti
nell’ambito di questa variante al Pgt. Le intercettazioni ricostruiscono i retroscena
inconfessabili di quella tentata manovra politico-edilizia. Siamo nel marzo 2012:
dopo la formale “adozione”, il consiglio comunale ha 90 giorni di tempo per la
definitiva “approvazione” della variante al Pgt (disegnata dall’ex ministro Paolo
Romani, mandato come assessore in quel della Brianza dallo stesso ex presidente
266
Il Giorno, 9 giugno 2011 disponibile in
http://www.ilgiorno.it/monza/cronaca/2011/06/09/521056-processo_boscarino.shtml
267
Il Giorno, 31 ottobre 2008 disponibile in http://www.infonodo.org/node/15707
268
MBNews, 18 febbraio 2012 disponibile in http://mbnews.it/attualita/109-attualita/23528-ladenuncia-dellosservatorio-antimafia-e-del-comitato-beni-comuni-monza-e-brianza-ecco-il-latooscuro-della-brianza.html
156
del Consiglio). Il termine scade domenica 18 marzo 2012. Ai telefoni, sul tema
caldo della Cascinazza, la Guardia di Finanza sente di tutto. I faccendieri più
informati parlano di tangenti da “300 mila euro a testa”, offerte ad almeno tre
consiglieri di centro o di destra ancora “incerti”. Soldi in cambio del loro voto in
consiglio a favore della variante. Quando le elezioni si avvicinano, le manovre per
ricompattare la destra si fanno frenetiche. L’assessore Paolo Romani riceve, ad uno
ad uno, vari consiglieri comunali. Incontri riservati, senza testimoni, ora ricostruiti
solo in parte, grazie alle indagini. Per adesso i pm ipotizzano solo il reato di
“istigazione alla corruzione”. Come dire: i soldi sono stati offerti sicuramente,
secondo l’accusa, ma non è certo se alcuni dei consiglieri (e quali) abbiano
effettivamente accettato quella proposta indecente. Qualcuno sembra aver rifiutato.
Infatti l’approvazione salta per pochissimi voti. Scaduti così i fatidici 90 giorni, la
turbo-variante pare bocciata per sempre. E invece no: con un guizzo d’ingegno,
metà dei consiglieri (tutti di centrodestra) votano da soli un’inedita “adozione-bis”
nell’ultimo giorno utile (21 marzo 2012) prima dello scioglimento del consiglio
comunale. In caso di vittoria, al centrodestra-bis sarebbe bastata una sola seduta per
l’approvazione definitiva consiglio comunale e per regalare ai monzesi quei quattro
milioni di metri cubi di nuovo cemento.269
Ma sappiamo che la storia è andata diversamente: la giunta di centrosinistra che si è
insediata nel giugno 2012 al governo della città di Monza, ha revocato la variante al
Pgt, facendo un bello sgambetto a Berlusconi, che però ha deciso di chiedere i
danni al comune di Monza per la mancata edificazione per una cifra che si aggira
sui 60 milioni di euro.270
A Monza anche un episodio minore dà l’idea della dimestichezza dei padrini del
Nord con il potere locale. Il direttore sanitario del carcere di Monza ha ambizioni
politiche e cosa fa? Chiede consiglio e supporto a un detenuto eccellente: Rocco
Cristello.271 Nell’ambito dell’Operazione “Infinito” sono state infatti intercettate
numerose conversazioni in cui il direttore chiede un appoggio elettorale a Rocco
269
L’Espresso, 23 maggio 2012, disponibile in http://espresso.repubblica.it/dettaglio/paolo-b-eromani-guai-grossi/2181711
270
Il Fatto Quotidiano, 27 marzo 2013, disponibile in
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/27/cascinazza-edificazione-sfumata-paolo-berlusconichiede-60-milioni-al-comune-di/543690/
271
M. PORTANOVA, G. ROSSI, F. STEFANONI, Mafia a Milano, Sessant’anni di affari e delitti,
Melampo Editore, Milano, 2011, p. 448
157
Cristello (poi ucciso il 27 marzo 2008), detenuto dal 8 luglio 2006 al 27 marzo
2007 presso il carcere dove il direttore prestava servizio. Nel corso del 2007
Cristello lo mette in contatto con un movimento politico apparentemente di secondo
piano a livello locale (Movimento europeo diversamente abili, abbreviato in
M.E.D.A.), ma certamente in grado (almeno a livello potenziale) di raccogliere
numerosi consensi. Cristello avrebbe favorito il contatto tra il M.E.D.A. e il
direttore sanitario del carcere in quanto un eventuale incarico pubblico di
quest’ultimo ridonderebbe a favore delle imprese di Cristello).
Purtroppo la città di Monza è balzata alla ribalta della cronaca anche per un fatto di
cronaca tristemente noto: proprio a Monza, in un terreno in zona San Fruttuoso,
sono stati ritrovati i resti di Lea Garofalo, testimone di giustizia della ‘ndrangheta,
sparita nel novembre 2009 da Milano dopo essere stata attirata in un tranello dall’ex
compagno Carlo Cosco. Nel 1996 Lea lascia il compagno. Nel 2002 decide di
svelare tutto quello che sapeva di omicidi ed estorsioni. Fino al 2009 Lea e la figlia
Denise fanno parte di un programma di protezione e vagano per l’Italia in una sorta
di via Crucis. Ma in aprile del 2009 Lea smette i panni della testimone, forse perché
sente il fiato sul collo di Cosco (che ha saputo dove si trova da un carabiniere), e
dopo tredici anni cerca un contatto con lui. Cosco però, affiliato a una cosca della
’ndrangheta di Crotone, “chiede l’autorizzazione a due capi-cosca per uccidere la
Garofalo”, vuole la sua “vendetta”.272 Lea verrà così strangolata e il suo corpo dato
alle fiamme. Le suo ossa, mentre bruciano, vengono frantumate con una pala e i
suoi resti saranno ritrovati solo grazie alle rivelazioni di un collaboratore di
giustizia.273 Il primo aprile 2012, con una cerimonia di commemorazione, il
Comune di Monza ha posato una targa in suo ricordo presso il cimitero di San
Fruttuoso, a pochi passi dal luogo dove è stata ridotta in cenere. 274
272
Il Fatto Quotidiano, 9 aprile 2013, disponibile in http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/09/leagarofalo-carlo-cosco-mi-assumo-responsabilita-dellomicidio/556849/
273
La Repubblica, 20 marzo 2013 disponibile in
http://milano.repubblica.it/cronaca/2013/03/20/news/il_verbale_dell_orrore_sulla_pentita_garofalo_
bruciai_il_suo_corpo_finch_rimase_cenere-54945861/
274
Il Giorno, 1 aprile 2012 disponibile in http://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/2012/04/01/690260targa_garofalo.shtml
158
CAPITOLO 4
Dai fatti di cronaca al modello di infiltrazione nelle
Amministrazioni Comunali di Milano e di Monza e Brianza
1 – La colonizzazione della Lombardia: analisi dell’affermazione della
‘ndrangheta al Nord
Sembra assurdo, ma questo nostro viaggio virtuale non ha avuto luogo nel lontano e
profondo Sud, ma nella ricca e produttiva Brianza, che ha sempre guardato con aria
altezzosa e forse un po’ presuntuosa il resto del paese, ritenuto arretrato e ancora
legato a consuetudini arcaiche.
Ma ora, dopo aver scoperto cosa accade nel profondo Nord, qualche riflessione
diventa doverosa. Come primo passo dobbiamo ricondurre alla sociologia della
criminalità organizzata la cronaca degli eventi: la prima domanda che sorge
spontanea è come tutto ciò si sia potuto verificare. Come è potuto succedere che il
“piccolo” (in particolar modo la ‘ndrangheta) abbia colonizzato il “grande” (cioè lo
Stato).
Ripercorrendo le tappe della escalation criminale della ‘ndrangheta, se dovessimo
stabilire una graduatoria di forza e pericolosità delle tre principali organizzazioni
mafiose italiane non vi è dubbio che sino al 1992 (sentenza del maxiprocesso) il
primato toccherebbe alla mafia, secondo posto alla camorra, terzo alla ‘ndrangheta.
Il potere della camorra, che era stato ridimensionato durante il periodo giolittiano,
riprende in grande stile con lo sbarco degli Alleati. Come evidenziato recentemente
da Francesco Barbagallo, si possono individuare tre momenti fondamentali della
storia della camorra. Dopo la chiusura del porto franco di Tangeri, il contrabbando
del tabacco, e che negli anni Sessanta e Settanta ha rappresentato l’affare principale
dei clan napoletani, ha consentito alla camorra di divenire un’organizzazione
criminale di livello nazionale, per lo smercio, ed internazionale, per l’acquisto e il
trasporto di tabacchi. Il secondo momento di crescita criminale si è avuto con
l’affare del dopo terremoto negli anni Ottanta. La ricostruzione è stato il grande
business su cui la camorra ha potuto speculare ottenendo guadagni considerevoli, e
grazie ad essa è entrata a pieno titolo nei salotti dell’imprenditoria e della politica.
Ma già a partire dagli anni Ottanta e sino ad oggi, un altro grande affare è per la
159
camorra lo smaltimento dei rifiuti. Questo settore ha costituito uno delle fonti
principali di ricchezza della criminalità campana, spesso alle dipendenze di una
mafia dai “colletti bianchi” rappresentata da imprese del Nord Italia: quest’attività
ha devastato in misura ancora oggi non valutabile un territorio destinato
all’agricoltura ed al turismo. In termini complessivi, si può attribuire al
contrabbando delle sigarette, alla ricostruzione del dopo terremoto ed allo
smaltimento dei rifiuti una funzione basilare, che ha consentito alla camorra di
crescere e permeare il tessuto produttivo e sociale del territorio campano, trovando
nel contempo proiezioni su tutto il territorio nazionale ed in molti paesi europei ed
extraeuropei.275
Infine la forza della ‘ndrangheta è costante sino al 1943, poi vive una fase di
transizione (dal 1960 con lo spostamento delle rotte dei traffici di sigarette a seguito
della fine del regime di porto franco del porto di Tangeri) infine beneficia dei
processi di accumulazione originaria (sequestri di persona, Autostrada del Sole nel
tratto Salerno-Reggio Calabria, centro siderurgico di Gioia Tauro): arriviamo così
agli anni Settanta e la ‘ndrangheta ora ha i capitali sufficienti per fare anch’essa,
come le altre organizzazioni mafiose, il salto nel mercato degli stupefacenti. Ma
l’apertura al nuovo mercato illegale scatena dentro la ‘ndrangheta dinamiche
conflittuali senza precedenti: in pochi anni, dal 1985 al 1991, solo nella città di
Reggio Calabria, controllata dal clan De Stefano, si contano novecento morti.276 La
pace che ne scaturisce (Patto Federativo) sfocia in un accordo tra le principali
cosche che ha l’effetto di dare vita a una moderna e più funzionale spartizione degli
affari e del territorio.
Nel 1989, anno della caduta del muro di Berlino, le distanze tra le tre
organizzazioni criminali risultano quindi notevolmente accorciate: tutte e tre hanno
acquisito un potere economico immenso, tutte e tre si sono espanse territorialmente
sia nel Nord Italia (in particolare la mafia e la ‘ndrangheta), sia all’estero (la mafia
e la camorra in Europa occidentale e in America Latina, mentre la ‘ndrangheta
275
G. DI GENNARO, A. LA SPINA, I costi dell’illegalità. Camorra ed estorsioni in Campania, Il
Mulino, Bologna 2010, pagg. 69-71
276
N. DALLA CHIESA, La convergenza. Mafia e politica nella Seconda Repubblica, Melampo,
Milano 2010, p. 54
160
soprattutto in Australia e Canada).277 E in questa fase della loro storia, la fine
dell’impero sovietico, con la caduta del muro di Berlino, offre alle organizzazioni
mafiose italiane spazi immensi per investire i proventi illeciti: prezzi stracciati,
bisogno diffuso di liquidità, funzionari pubblici facilmente corruttibili. E’ la
premessa ideale per diventare protagonisti della ricostruzione di questi Stati, per
diventarne capitalisti e redditieri, per impiantare affari e basi logistiche, per fare
affari con governi più avventurosi e corrotti che stavano sorgendo al disfacimento
del grande impero sovietico.278
Fonte: elaborazione prof. Fernando Dalla Chiesa
Ma per la mafia siciliana il 1989 è l’anno nero: la fine del comunismo le toglie
difatti la sua legittimazione politica. Essa non può più beneficiare di alcuna
giustificazione “strategica” in funzione anticomunista. Ciò si incrocia anche con la
accresciuta sensibilità della democrazia americana di sconfiggere il narcotraffico. In
questo nuovo clima si spiega l’inusitata priorità attribuita dal sesto e soprattutto
dal settimo governo Andreotti alla lotta contro la mafia: è infatti durante il settimo
governo Andreotti che il 31 maggio 1991 viene approvato, tra l’altro, l’art. 1 del
D.L. 164 (poi convertito nella Legge n. 221 del 22 luglio 1991) di scioglimento dei
277
N. DALLA CHIESA, La convergenza. Mafia e politica nella Seconda Repubblica, Melampo,
Milano 2010, pp. 34-35
278
N. DALLA CHIESA, La convergenza. Mafia e politica nella Seconda Repubblica, Melampo,
Milano 2010, p. 66
161
consigli comunali e provinciali per infiltrazioni mafiose. Ma Cosa nostra è
comunque ancora l’organizzazione criminale nazionale più forte in quel periodo.
Agli inizi degli anni Novanta le preoccupazioni della mafia sono tutte concentrate
sugli esiti del maxiprocesso: il 30 gennaio 1992 la Corte di Cassazione conferma le
condanne di primo e secondo grado e Cosa nostra cerca vendetta. Comincia così il
periodo stragista con le bombe di Capaci e di via D’Amelio (ed in seguito quelle di
Roma, Firenze e Milano): in quel periodo l’opera di repressione dello Stato culmina
con l’invio dell’esercito in Sicilia nel luglio 1992.
In questo quadro che vede contrapposti Stato e mafia, la camorra e la ‘ndrangheta
possono invece sviluppare tutte le opportunità offerte dai nuovi mercati
internazionali: esportano capitali, costituiscono imponenti patrimoni immobiliari,
investono nel commercio, nell’industria del divertimento, nella ristorazione e nei
servizi.279
I fattori del primato della ‘ndrangheta sono molteplici e, come evidenziato dal
professor Dalla Chiesa, riguardano diversi ambiti:
‘Ndrangheta
I fattori del primato
a) Caduta del Muro (variabile politica internazionale)
b) Centralità “politica” di Cosa Nostra (variabile politico-mediatica)
c) Maggiore affidabilità criminale (variabile culturale)
d) Disseminazione territoriale (variabile demografica)
e) Patto federativo (variabile infra-organizzativa)
Fonte: elaborazione prof. Fernando Dalla Chiesa
279
N. DALLA CHIESA, La convergenza. Mafia e politica nella Seconda Repubblica, Melampo,
Milano 2010, pp. 67-73
162
Le ‘ndrine sono ormai penetrate dappertutto e in molti settori di attività: droga,
armi, appalti, cave, supermercati, videopoker, settore del turismo, agricoltura (dove
si sono diffuse le truffe ai danni della Unione Europea) e sanità. Così, dopo il
delirio stragista dei Corleonesi, la posizione di Cosa nostra risulta incrinata, mentre
la ‘ndrangheta viene riconosciuta sul palcoscenico
internazionale come
l’organizzazione più affidabile, capace di commercializzare armi e droga di ogni
tipo.
Nel frattempo in Italia si consuma la fine della Prima Repubblica con la crisi dei
partiti politici storici seguita agli scandali di Tangentopoli, la inaspettata e
straordinaria affermazione della Lega nelle elezioni politiche del 1992 e infine la
vittoria di Forza Italia nelle elezioni del marzo 1994: si apre così l’era di
Berlusconi.
La ‘ndrangheta, che ha ormai acquisito il primato delle tre principali organizzazioni
mafiose italiane, è proiettata sempre più in alto: ormai è disseminata in tutto il
mondo, anche se il nucleo centrale del suo potere è sempre lì, nell’arretrata
Calabria. I Piromalli-Molè a Gioia Tauro, i De Stefano a Reggio, i Morabito nel
basso Jonio, i Mancuso nel vibonese, gli Strangio e i Pelle a San Luca, i Papalia, i
Barbaro e i Sergi a Platì. Crescono poi gli Alvaro a Sinopoli.
Un recente rapporto di Eurispes (2008) mostra che il volume d’affari annuale della
‘ndrangheta sarebbe pari a circa 44 miliardi di euro, di poco superiore al prodotto
interno lordo di Estonia (13,2 miliardi) e Slovenia (30,4 miliardi) e pari a quasi il
3% del PIL nazionale.
Più della metà di tale cifra deriverebbe dal settore degli stupefacenti, di cui la
‘ndrangheta detiene il monopolio grazie all’asse con i narcos sudamericani e
colombiani in particolare.
Ad allarmare, però, è la costanza con la quale le cosche calabresi continuano a
trarre immense ricchezze dal controllo degli appalti e dei lavori pubblici (attività
che è al secondo posto) e da racket e usura (al terzo posto).
A completare la torta degli affari criminali, settori come la prostituzione e il traffico
di armi.
163
Eurispes ha anche analizzato la percezione dei calabresi sulle azioni di contrasto
alla ‘ndrangheta. Non mancano le sorprese. Fa riflettere infatti quel 9% di cittadini
secondo il quale la mancanza di una cultura della legalità è tra le principali cause
della diffusione della criminalità organizzata. Colpisce anche che appena il 6,7%
dei calabresi ritenga che il presidio dell’Esercito rappresenti una valida forma di
contrasto e solo il 16,1% solleciti il rafforzamento delle Forze dell’Ordine
dispiegate sul territorio. Meglio puntare sull’inasprimento delle pene: così, almeno,
la pensa il 28,9% dei calabresi. Il quadro che emerge da questo rapporto dovrebbe
indurre Governo e Parlamento a contrastare con efficacia la pervasività delle cosche
che, ogni giorno di più, inquinano la società e l’economia non solo calabrese ma
ormai di tutta Italia.280
Ma come è potuto succedere? Come è accaduto che paesini senza economia e senza
tradizioni culturali di 3-4 mila abitanti (Africo, San Luca, Platì, Cirò, Sinopoli) o di
meno di 10 mila (Cutro) abbiano eroso e conquistato rapidamente pezzi della
società settentrionale? Nel Nord Italia si sta compiendo la vendetta storica della
280
Il Sole 24 Ore, 21 maggio 2008, disponibile in
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2008/05/ndrangheta-appalti-corebusiness.shtml?uuid=6b22f4b8-2692-11dd-bfbb00000e25108c&DocRulesView=Libero&fromSearch
164
campagna sulla città. Lo Stato guarda a Sud, ma la vera offensiva è a Nord. Ma a
questo punto una domanda ci sorge spontanea: perché la ‘ndrangheta è riuscita a
“vincere in trasferta”?281
Ripercorrendo le vicende raccontate nella presente trattazione l’arrivo delle
organizzazioni mafiose nelle regioni settentrionali è stato senz’altro facilitato e
incoraggiato dell’istituto del soggiorno obbligato, che si è sommato all’immenso
flusso migratorio dei lavoratori meridionali durante l’epoca del boom economico.
Accanto a questi agenti esterni, a favorire l’arrivo dei mafiosi al Nord, vi sono altri
fattori di carattere locale, a cominciare dal particolare sviluppo urbanistico con cui
si è favorito la costruzione nelle periferie urbane delle grandi città di quartieri
dormitorio, dove i mafiosi hanno potuto riprodurre lo stesso stile di vita dei paesi di
provenienza e dove hanno avuto modo di saldarsi la vecchia criminalità locale e
quella di recente importazione, cosicché i mafiosi hanno goduto di una sorta di
ospitalità del contesto criminale autoctono. Tutto ciò ha permesso alla ‘ndrangheta
di creare delle filiali/ambasciate in territorio straniero, che sono pienamente
operative e funzionali alla madrepatria.
In aggiunta qui i mafiosi in soggiorno obbligato hanno potuto beneficiare di efficaci
sistemi logistici di collegamento con la terra d’origine: essi sono riusciti a
comunicare agevolmente per telefono e anche a certificare la presenza sul posto,
ossia a firmare ogni giorno presso la caserma dei carabinieri, andando e tornando in
aereo dalla sua regione. Inoltre nelle grandi città come Milano è più facile dare
copertura ai latitanti, come dimostra il caso di Luciano Leggio, scambiato dalla sua
vicina di casa milanese per una “così brava persona”: in città le opportunità
mimetiche di certo non mancano.
Vi è poi un canale di insediamento parallelo delle organizzazioni mafiose nelle
regioni “non tradizionali”: a partire dagli anni Cinquanta difatti lo sbarco dei
mafiosi nelle regioni settentrionali è anche conseguenza di una loro scelta
consapevole. I mafiosi sanno infatti che proprio al Nord possono più facilmente
trovare e stringere buoni affari suoi mercati internazionali del contrabbando, specie
dei preziosi. Sanno che la vicinanza al confine svizzero consente, nei decenni del
dopoguerra, operazioni più facili sui mercati illegali e anche nell’impiego di
281
N. DALLA CHIESA, La convergenza. Mafia e politica nella Seconda Repubblica, Melampo,
Milano 2010, pp. 218-252
165
capitali. Sanno che l’industria del divertimento, dai casinò alle discoteche al gioco
d’azzardo, offre maggiori opportunità di guadagno e anche di relazioni con il
mondo dello spettacolo. Quando poi i capitali derivanti dai traffici nel mercato
degli stupefacenti diventano spropositati, bisogna riciclarli e reinvestirli sui mercati
legali e Milano diventa per i mafiosi la scelta obbligata: è Milano infatti la piazza
finanziaria o industriale per eccellenza. I finanzieri di riferimento sono due:
Michele Sindona (protagonista del fallimento della Banca privata italiana) e
Roberto Calvi (presidente del Banco Ambrosiano). Tutti e due muoiono
tragicamente: nel 1982 Calvi è vittima di un finto suicidio sotto il ponte dei Frati
Neri a Londra, mentre Sindona si uccide nel carcere di Voghera nel 1986. Tutti e
due sono legatissimi al Vaticano. Tutti e due sono iscritti alla loggia massonica
deviata P2. Tutti e due fanno parta di quel network criminale fatto di risorse
professionali e imprenditoriali, la cui disponibilità è vitale per la sopravvivenza e la
crescita delle organizzazioni mafiose e che si aggiungono alla già ben nota
disponibilità di risorse “persuasive”: la violenza difatti diventa l’arma estrema
usata dalla criminalità organizzata come suprema regolatrice dei conflitti e
rappresenta uno degli elementi fondanti del modello mafioso.
Ma esistono altri due fattori determinanti che hanno consentito alla ‘ndrangheta di
“vincere in trasferta”: la permeabilità ambientale (corruttibilità, insensibilità) e
l’effetto cono d’ombra.
La presenza mafiosa al Nord infatti non nasce dal nulla, ha bisogno di un retroterra
di corruzione, di assenza delle istituzioni, di complicità di un network di potere. Ci
sono insomma una permeabilità della politica e dell’amministrazione pubblica e
un’apertura di consigli di amministrazione a personaggi chiacchierati che rivelano
una grande disinvoltura. Mettere in mostra questi aspetti non può fare certo piacere.
L’esplosione di Tangentopoli nel 1992 dimostra come il livello di corruzione
ambientale sia il varco ideale per le organizzazioni mafiose per allacciare rapporti
privilegiati con l’economia e con la politica.
E con la leadership realizzata dalla ‘ndrangheta sul mercato mondiale della cocaina
(che è andata a sostituire nelle preferenze dei consumatori l’eroina), la ‘ndrangheta
è diventata la principale organizzazione criminale in Europa: i profitti immensi del
narcotraffico hanno dato ai calabresi una forza contrattuale elevatissima, soprattutto
166
in un periodo di crisi economica. Gli investimenti sono stati spesso immobiliari
(edilizia pubblica, grandi infrastrutture, aree edificabili, strutture di servizio, centri
commerciali), incentrati sui piani regolatori comunali (come già a Palermo negli
anni ’60). Ma un’organizzazione che vuole investire massicciamente sullo sviluppo
del territorio ha certamente bisogno di stretti rapporti con l’amministrazione
pubblica. Essa cercherà dunque di avere in ogni città o paese che le interessi, i
“suoi” consiglieri comunali e meglio ancora i “suoi” assessori o sindaci, e anche i
“suoi” tecnici, magari fatti arrivare apposta dalla Calabria. Inoltre non solo porterà
voti, ma finanzierà anche le campagne elettorali. Per questo nella classe politica di
governo diventa sempre più impellente l’imperativo di negare l’evidenza della
presenza dei clan nella regione: ricordiamo a tal proposito la polemica televisiva tra
l’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni e lo scrittore Roberto Saviano, che nel
novembre 2010 aveva osato denunciare in televisione la diffusione della
‘ndrangheta in Lombardia, grande bacino di voti elettorali della Lega Nord.
Infine una vera e propria costante delle fortune della ‘ndrangheta al Nord e fattore
determinante per la sua espansione è sicuramente l’effetto “cono d’ombra” di cui
l’organizzazione calabrese ha potuto godere: mentre l’attenzione dello Stato e
dell’opinione pubblica era concentrata altrove, la ‘ndrangheta poteva crescere
indisturbata. Prima ha potuto beneficiarne con il terrorismo, poi con Tangentopoli e
in più con le stragi di mafia e infine con il pericolo “clandestini”, fenomeni che
hanno convogliato i riflettori altrove. La guerra ai clandestini assume la stessa
funzione-schermo del terrorismo prima e di Tangentopoli e delle stragi di mafia
poi. Mentre però con il terrorismo e Tangentopoli il “cono d’ombra” è il prodotto
contingente della storia, nel caso del pericolo “clandestini” esso discende da una
libera scelta politica.282
Di fatto si crea tra la fine del Novecento e l’inizio del nuovo secolo un fenomeno
che oggi appare di assoluto interesse: in Lombardia, ma in particolare sull’asse
occidentale che va dalla provincia di Pavia fino a quelle di Como e Varese, la
‘ndrangheta si pone come forza criminale egemonica, con elevatissimo livello di
ramificazione. In parallelo qui si consolida la funzione di governo della Lega Nord.
Ed esattamente all’ombra di questa cultura di governo, tra la difesa del dialetto e
282
N. DALLA CHIESA, La convergenza. Mafia e politica nella Seconda Repubblica, Melampo,
Milano 2010, p. 233
167
quella dei simboli padani, il cuore della regione viene consegnato ai clan calabresi,
che ne realizzano una progressiva colonizzazione in un numero crescente di
comuni.
‘Ndrangheta
Vincere in trasferta
- Presenza di filiali/ ambasciate
- Apertura di mercati legali
- Apertura di mercati illegali
- Opportunità mimetiche
- Disponibilità di risorse “persuasive”
- Disponibilità di risorse professionali/imprenditoriali
- Funzionalità dei sistemi logistici
- Ospitalità del contesto criminale
- Permeabilità ambientale (corruttibilità, insensibilità)
- Effetto cono d’ombra
Fonte: elaborazione prof. Fernando Dalla Chiesa
Così, mentre i brianzoli si preoccupano dei clandestini, la ‘ndrangheta con i suoi
uomini colonizza il territorio seguendo il modello “‘Ndrangheta. Vincere in
trasferta”.
Negli anni si ammucchiano i nomi e le vicende che hanno caratterizzato la storia
della mafia a Milano e in Lombardia, si susseguono le indagini, i processi, ma è
come se il Nord fosse assopito e concentrato esclusivamente nell’attacco contro la
piccola delinquenza. Il 20 marzo 2010, come ogni anno, l’associazione Libera tiene
a Milano il suo appuntamento annuale per ricordare al Paese le vittime delle
organizzazioni mafiose. Ma nonostante la marea di folla che travolge Piazza
Duomo (150.000 presone secondo i dati ufficiali), si registra il più basso contributo
mai dato dalle istituzioni locali a questa cerimonia: la Provincia di Milano stanzia
mille euro, la Provincia di Lecco nega il patrocinio gratuito. Le stesse elezioni
168
regionali di quell’anno non vedono mai i candidati a confronto porre il problema
della lotta alle grandi organizzazioni criminali.283
Ma come abbiamo visto, la storia a volte surclassa il negazionismo istituzionale:
due inchieste arrivano una dopo l’altra a fotografare impietosamente la
colonizzazione in atto in Lombardia e la pericolosità raggiunta dai clan calabresi.
La prima è la “Parco Sud” e coinvolge l’area meridionale dell’hinterland milanese,
ma la bufera arriva nell’estate 2010 con l’operazione “Infinito”, che mette in luce
come il processo di colonizzazione sia ormai ad uno stadio decisamente avanzato.
Seguendo lo schema di seguito riportato (proposto dal professor Dalla Chiesa)
possiamo scandire analiticamente, seppur semplificando, le fasi del processo di
colonizzazione:
I contesti (le fasi) dell’attrazione fatale
Fase 1) Contaminazione
Fase 2) Assuefazione ambientale
Fase 3) Proliferazione
Fase 4) Espansione (territoriale e settoriale)
Fase 5) Massimizzazione della rappresentanza
Fase 6) Colonizzazione (mercato, politica, costumi
civili, sistemi normativi)
Fonte: elaborazione prof. Fernando Dalla Chiesa
La prima fase è quella della contaminazione: il boss o il clan non sono più visti
come soggetti del tutto indesiderabili dalla comunità che li ospita. Entrano in
contatto con la popolazione, ne frequentano i luoghi di incontro e di ritrovo,
scambiano beni e servizi, introducono nel panorama della vita quotidiana specifici
modelli di pensiero e di comportamento.
La seconda fase è quella dell’assuefazione ambientale: la cittadinanza e le stesse
sue espressioni istituzionali non percepiscono più una radicale diversità dei clan
rispetto agli standard dichiarati della vita civile. Essi diventano un sottosistema da
tollerare, che produce, in sede economica come in sede politico-elettorale, modelli
di azione dei quali è legittimo avvalersi.
283
N. DALLA CHIESA, La convergenza. Mafia e politica nella Seconda Repubblica, Melampo,
Milano 2010, p. 240
169
Da questo momento si apre la terza fase: la proliferazione, ossia l’incremento
quantitativo della presenza dei clan. L’accettazione che nasce dall’assuefazione
offre infatti un ambiente ormai ospitale per l’arrivo di nuovi esponenti delle
famiglie mafiose, stimola la nascita o l’arrivo di nuove piccolissime imprese
calabresi operanti come satelliti delle imprese maggiori, ormai assestate su
posizioni monopolistiche.
Dalla proliferazione all’espansione territoriale e settoriale il passo è breve. La
quantità genera qualità: si verifica una massimizzazione della rappresentanza.
Aumenta il numero dei luoghi, anche pubblici, che sanciscono il predominio
operativo, estetico, linguistico dei clan. Si espandono le loro aree di influenza, le
zone fisiche e le nervature sociali sulle quali esercitano un controllo delle decisioni.
A questo punto ci sono tutte le premesse perché si compia e si completi il processo
di colonizzazione, che investe senz’altro il ciclo del cemento e i piani regolatori, ma
riguarda anche un numero crescente di settori economici, l’idea stessa di mercato,
gli assessorati o gli uffici comunali chiave, i costumi civili, il senso comune, le
regole non scritte, e perfino le pratiche religiose (i santi da onorare). Si tratta di una
colonizzazione che non si nutre di spinte disordinate provenienti dalle province
calabresi, ma di un afflusso ben regolato da un singolo comune della madrepatria,
in una logica di spartizione territoriale che i vari clan si impegnano a rispettare: a
ogni area colonizzate corrisponde cioè biunivocamente un paese colonizzatore. A
Desio corrisponde Melito di Porto Salvo (Rc), a Buccinasco corrisponde Platì
(Rc).284
Colonizzazione: è questo, da sempre, il concetto più appropriato per definire le
forme di insediamento che le organizzazioni mafiose realizzano nella storia. Esse
non esportano infatti solo alcuni reati. Esse esportano una mentalità e producono
una veloce forma di contagio avvalendosi con pragmatica sapienza delle debolezze
di culture e prassi circostanti.285
Quello che la storia rivela è la grande trasformazione nella percezione della
‘ndrangheta nel passaggio dal secolo scorso al Duemila: da una ‘ndrangheta che
284
N. DALLA CHIESA, M. PANZARASA, Buccinasco, la ‘ndrangheta al Nord, Einaudi, Torino
2012, pp. 227-228
285
N. DALLA CHIESA, M. PANZARASA, Buccinasco, la ‘ndrangheta al Nord, Einaudi, Torino
2012, p. 226
170
terrorizza la classe dirigente con i sequestri di persona, a una ‘ndrangheta che
“affascina” quella stessa classe dirigenti con i suoi soldi, i suoi favori e i suoi voti,
in una contiguità di rapporti sconvolgente.286
D’altronde, come ricorda il professor Dalla Chiesa, la forza della mafia sta fuori
dalla mafia.
2 – Il ruolo delle Amministrazioni Comunali nel processo di
colonizzazione del Nord: la “convergenza”
La forza della mafia sta fuori dalla mafia. Cosa significa? Significa che le
“convergenze” offerte in primo luogo dalla politica risultano decisive per
l’affermazione delle organizzazioni mafiose anche fuori dalla loro terra d’origine.
Un aneddoto del 1980 di Giovanni Falcone, ricordato sempre dal professor Dalla
Chiesa, ce lo spiega. Racconta Falcone che uno dei suoi colleghi romani nel 1980
va a trovare Frank Coppola, appena arrestato, e gli chiede: “Signor Coppola, che
cosa è la mafia?” Il vecchio mafioso ci pensa su e ribatte: “Signor giudice, tre
magistrati
vorrebbero
diventare
procuratore
della
repubblica.
Uno
è
intelligentissimo, il secondo gode dell’appoggio dei partiti di governo, il terzo è un
cretino, ma proprio lui otterrà il posto. Questa è la mafia…”.
Un aneddoto straordinariamente semplice, ma che ci rappresenta il concetto di
“convergenza”, rivelandoci quanto necessaria per la mafia la disponibilità dei
cretini (nel senso di idioti, ossia di “uomini inetti a partecipare alla cosa pubblica”)
nei posti delle istituzioni. Il cretino farà spontaneamente, spesso in buona fede, ciò
di cui la mafia ha bisogno. Di più: lo farà gratis.287
La prima volta che concetto di “convergenza” fa ufficialmente il suo ingresso
nell’analisi giudiziaria del fenomeno mafioso è in occasione del maxiprocesso di
Palermo, ad intendere che tutti quei delitti non sarebbero stati compiuti
dall’organizzazione criminale se non fossero state assicurate preventivamente
coperture operative e giudiziarie da parte di esponenti politici e/o istituzionali,
interessati per proprie ragioni alla eliminazione di determinati protagonisti della
286
N. DALLA CHIESA, La convergenza. Mafia e politica nella Seconda Repubblica, Melampo,
Milano 2010, pp. 241-242
287
N. DALLA CHIESA, La convergenza. Mafia e politica nella Seconda Repubblica, Melampo,
Milano 2010, p. 19
171
lotta alla mafia. O addirittura ad intendere che quei delitti potevano essere stati
suggeriti da soggetti esterni alla mafia, a sua volta interessata a compierli, e
convinta a farlo dalle altrui promesse e rassicurazioni di impunità. Del resto la
convergenza di interessi è stata alla base del reato di “concorso esterno in
associazione mafiosa”, che, costruito sulla giurisprudenza agganciandosi a due
articoli del codice penale, altro non è che la partecipazione (concorso) al reato di
associazione mafiosa: il giudice Falcone a suo tempo motivò questa figura di reato
con la provata disponibilità di soggetti non mafiosi a realizzare comportamenti
funzionali alla mafia.
Da allora il contesto politico-istituzionale è profondamente cambiato: è evidente
sempre di più che vi è un’altra forma di convergenza, ancora più ampia, più
generale, più sistematica, che può includere patti inconfessabili con le
organizzazioni mafiose. Dunque non l’accordo per un delitto, ma l’incontro
oggettivo che può nascere da un comune interesse, di mafia e partiti o leader
politici, ad avere una giustizia più debole, magistrati meno autonomi,
un’informazione più asservita, un senso dello Stato più precario, sistemi di valori
più funzionali all’esercizio dell’illegalità. E’ una convergenza che non si può
portare in tribunale, ma che si realizza negli scambi di favori, o in campagne
politiche o di opinione che convengono, per separate e autonome ragioni, sia alla
mafia sia agli altri soggetti coinvolti. Agisce sui comportamenti, sui valori, sulle
leggi, creando per la mafia un ambiente più ospitale e comprensivo. A volte può
realizzare il cosiddetto concorso esterno in associazione mafiosa, ma il più delle
volte no. Ci sono complicità, che non si vedono e di cui non si vedono nemmeno
direttamente gli effetti, che nessuno si sognerebbe di portare in tribunale. Esse sono
però più profonde della partecipazione diretta, perché ne costituiscono il retroterra,
la premessa. Le due convergenze (il coinvolgimento diretto o le culture complici
con la comunanza di principi) si sommano, sconvolgendo le regole su cui si
reggono lo Stato e la democrazia.288 La storia dei rapporti tra Stato e mafia nella
288
N. DALLA CHIESA, La convergenza. Mafia e politica nella Seconda Repubblica, Melampo,
Milano 2010, pp. 11-12
172
Prima Repubblica, e ancor più nella Seconda, mette in luce come sia proprio questa
la principale chiave interpretativa dei successi di mafia, ‘ndrangheta e camorra.289
Come ricordato da Giacomo Di Gennaro e Antonio La Spina molteplici sono le
forme di illegalità protagoniste in Italia: la prima è appunto la criminalità
organizzata di stampo mafioso, la seconda è la corruzione. La terza è la “legalità
debole”, che si riscontra quando dal punto di vista della popolazione, sia da quello
degli apparti pubblici preposti alla loro applicazione, le norme giuridiche che
dovrebbero rendere prevedibile e calcolabile il contesto entro il quale si esplica
l’attività degli operatori economici non vengono prese sul serio, e vengono quindi
“normalmente violate” [La Spina 2005; D’Antonio 2001]. La quarta è la criminalità
comune.290 Queste forme di illegalità sono tra loro autonome, dato che ciascuna di
esse sussiste indipendentemente dall’altra e esplica singolarmente un effetto di
ritardo sullo sviluppo, pur tuttavia esse spesso si intrecciano e si rafforzano
vicendevolmente e convergono nel bloccare lo sviluppo e la crescita economica.291
Per le organizzazioni criminali la corruzione, che il larga misura raffigura il
concetto di “convergenza”, è preferibile al ricorso alla violenza e spesso è persino
più efficace di un omicidio, visto che produce effetti duraturi. Un funzionario o un
politico, una volta accettata una tangente rimane legato al mafioso che lo ha pagato
per il resto dei suoi giorni, soggetto a un possibile ricatto permanente: sarà “a
disposizione” senza che questo crei allarme sociale, a differenza di un omicidio.
Ogni volta che sia possibile, dunque, i mafiosi preferiscono razionalmente pagare
piuttosto che intimidire o uccidere i rappresentanti dello Stato. Nello stesso tempo, i
pagamenti sottobanco a politici e burocrati permettono ai mafiosi che gestiscono
attività d’impresa di arricchirsi in tutti quegli affari in cui entrino in gioco appalti
per opere pubbliche e forniture, operazioni immobiliari e speculazioni urbanistiche,
gestione dei rifiuti, etc. Esiste allora una naturale simbiosi tra organizzazioni
criminali, politici e funzionari corrotti. E’ naturale che amministratori sensibili al
potere d’acquisto dei corruttori rappresentino gli interlocutori ideali dei mafiosi.
289
N. DALLA CHIESA, La convergenza. Mafia e politica nella Seconda Repubblica, Melampo,
Milano 2010, pp. 282-283
290
G. DI GENNARO, A. LA SPINA, I costi dell’illegalità. Camorra ed estorsioni in Campania, Il
Mulino, Bologna 2010, pag. 17
291
G. DI GENNARO, A. LA SPINA, I costi dell’illegalità. Camorra ed estorsioni in Campania, Il
Mulino, Bologna 2010, pagg. 18-19
173
Grazie ai capitali illeciti di cui dispongono, i gruppi criminali hanno facile accesso
a una serie di servizi e di favori utili.292 Come osserva Alberto Vannucci, le
organizzazioni criminali che fanno valere i codici informali di condotta della
corruzione sistematica conseguono due risultati importanti: da un lato estendono le
loro opportunità di profitto nel mercato pubblico, dove circolano ingenti risorse;
dall’altro tessono una tela di relazioni con interlocutori strategici per il controllo
territoriale delle attività economiche e amministrative.
Ciò che emerge dal nostro viaggio nelle Amministrazioni Comunali del profondo
Nord è che troppo spesso la corruzione (dei politici locali o dei funzionari pubblici)
e la criminalità organizzata finiscono per incrociarsi e, in qualche caso, per
confondersi. Dopo aver raccolto e incrociato i fatti di cronaca che hanno coinvolto
il comune di Milano e i Comuni della provincia di Monza e Brianza, se andiamo a
ripescare il nostro modello dei “motivi di scioglimento” delle Amministrazioni
Comunali, possiamo pensare di applicarlo alle vicende di cronaca per cercare di
cogliere fino a che punto il fattore “convergenza” si è spinto, avendo presente che,
nonostante l’endemica minaccia di infiltrazione cui sono sottoposti questi governi
locali, nessun decreto di scioglimento del Consiglio Comunale è stato emesso in
tutta la Lombardia.
Ricordiamo di aver ricondotto i motivi di scioglimento a tre ambiti:
(amministratori, apparato burocratico-tecnico e contesto ambientale).
Avendo come riferimento il primo ambito (gli amministratori) numerosi sono gli
episodi di cronaca ripercorsi nella presente trattazione, che a Milano e nella
provincia di Monza e Brianza testimoniano l’endemica corruzione dell’apparato
politico.
Ma non mancano neanche le frequentazioni, i legami e i rapporti di amicizia tra
individui notoriamente mafiosi e consiglieri, assessori e sindaci. Pur non
costituendo un comportamento penalmente rilevante, prendere un caffé, andare in
giro in auto o allo stadio, o cenare con un mafioso sono comportamenti da ritenere
politicamente
sconvenienti,
nonché
indice
di
potenziale
condizionabilità
dell’amministrazione comunale. Oltre alla frequentazione da parte dei mafiosi di
esponenti politici locali ai fini di un condizionamento indiretto dell’attività
292
A. VANNUCCI, Atlante della corruzione, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2012, pp. 220-223
174
amministrativa dei Comuni,
esistono
nella
provincia anche episodi di
partecipazione diretta da parte di esponenti della ‘ndrangheta alla vita politica
locale.
A Desio Natale Moscato è stato consigliere comunale Psdi nel 1975 e poi assessore
Psi ai Lavori pubblici negli anni Ottanta, e comunque ha sempre continuato a
interessarsi di politica prima con Forza Italia e poi con il Pdl. Nel 1990 Annunziato
Giuseppe Moscato (presunto capo della Locale di Desio secondo l’inchiesta
“Infinito”) è stato eletto consigliere comunale a Cesano Maderno nelle liste del Psi.
Entrambi sono i nipoti del boss Natale Iamonte (figli di sua sorella): nel 1994
venivano arrestati entrambi per associazione a delinquere di stampo mafioso, ma
poi assolti dal processo che ne era scaturito. Nel 2000 il consigliere comunale di
Cesano Maderno Domenico Zema, genero di Annunziato Giuseppe Moscato, nel
passato capogruppo di Forza Italia, viene arrestato nel 2000, anche se poi prosciolto
dalle accuse che lo riguardavano.
Invece dall’ordinanza di custodia cautelare emessa nell’ambito dell’operazione
“Infinito” si apprende che le strategie del sodalizio di Antonio Stagno (che risulta a
capo della cosca distaccata che fa a lui riferimento) “prevedono di infiltrare
all’interno del Comune di Giussano un proprio referente proprio con l’intento di
sfruttare tale presenza per ottenere dei vantaggi per tutti i componenti della
compagine”: ciò emerge da un’intercettazione ambientale del giugno 2009, in
occasione delle elezioni amministrative.
A Vimercate l’ex vicesindaco Roberto Rampi ricorda come nella vita politica locale
degli anni ‘80 siano state compiute scelte importanti che hanno evitato
quell’intreccio tra politica e criminalità organizzata che ha invece caratterizzato,
come riportano le cronache, altri paesi della Brianza. Rampi si riferisce al
compromesso storico tra Dc e Pci, che ha vissuto la sua prima esperienza proprio a
Vimercate. Qui negli anni ’80 Assunto Miriadi (ucciso il 4 maggio 1990 a raffiche
di kalashnikov sulla sua Alfa 164 blindata proprio a Vimercate) frequentava spesso
la sezione socialista Salvador Allende di Vimercate: così per evitare i pericoli di
infiltrazione mafiosa nelle istituzioni locali Dc e Pci avevano formato una giunta
nel segno di un compromesso storico, espressione della volontà politica di
preservare il comune dalla minaccia di possibili infiltrazioni.
175
Dall’esame dei fatti emerge che un altro segnale di condizionamento mafioso in
ambito politico è l’inquinata raccolta del consenso elettorale: ricordiamo che il voto
di scambio è un reato previsto dall’art. 416-ter del codice penale. L’operazione
“Briantenopea” del marzo 2013 ha svelato come il clan di Giuseppe Esposito di
Monza era in grado, tramite collettori di voti, di commercializzare preferenze anche
a Milano città. Le indagini hanno rivelato che alle elezioni amministrative del 2011
il candidato consigliere del Pdl Renzo De Biase (alla fine non eletto, ma consigliere
eletto per il Pdl dal 2009 al 2011) avrebbe goduto dei favori dell’associazione
criminale. E’ Giovanni Antonicelli (assessore comunale di Monza, poi finito in
carcere) che vorrebbe sostenere il candidato Renzo Di Biase (i due avrebbero avuto
rapporti diretti documentati) e chiede sostegno elettorale a Giuseppe Esposito.
Esposito organizza con questo fine diversi momenti di convivialità, raggruppando
anche imprenditori utili allo scopo. In una intercettazione telefonica, salta poi fuori
anche un tariffario ideato da Giuseppe Esposito per dirottare voti sul candidato
prescelto Di Biase: 30 euro per il voto singolo e 50 euro per quello di una famiglia.
L’ex consigliere non è stato indagato, perché non ci sono le prove che lui fosse
consapevole dell’appoggio, ma è chiaro l’interesse della camorra sulle
amministrative del capoluogo lombardo. Il nome di Di Biase era già emerso anche
nell’inchiesta sulla compravendita di voti dalla ’ndrangheta che ha portato in cella
l’ex assessore regionale in Lombardia, Domenico Zambetti.
Ai fini della nostra analisi, possiamo ritenere che un’altra circostanza che può
concorrere a evidenziare i pericoli di condizionamento mafioso degli organi politici
delle Amministrazioni Comunali sono gli attentati, le intimidazioni e le minacce,
tali da delineare un quadro di forte pressione politica. La violenza mafiosa può
essere motivata sia dalla resistenza degli amministratori nei confronti delle
pressioni mafiose, ma anche può essere il segnale di una ritorsione messa in atto dai
mafiosi quando gli amministratori non hanno rispettato i patti. Nel recente passato,
a essere vittima di minacce ed intimidazioni è stato il sindaco di Lesmo Lucio
Malagò (Lega Nord), che il 31 maggio 1995, al termine dei lavori del Consiglio
Comunale, ha trovato la propria automobile al parcheggio pesantemente
danneggiata. E quasi un anno dopo, il 5 aprile 1996, nella posta veniva ritrovato un
manifestino a lutto con nome del figlio e pesanti minacce di morte. Più
176
recentemente, il 25 maggio 2012 un incendio scoppia ad Albiate: ad andare a fuoco
è l’azienda di prodotti chimici per calzaturifici e pelletterie Girba, di proprietà di
Giacomo Ballabio, già sindaco di Verano Brianza per oltre 10 anni e ancora oggi in
Consiglio Comunale (all’opposizione). Anche a Cornate d’Adda il sindaco Pdl
Fabio Quadri ha subito pesanti minacce. L’episodio risale al novembre 2012,
quando un uomo chiama il municipio e chiede di parlare con la segreteria del
sindaco. La funzionaria trascrive il testo del delirio “Dopo le dichiarazioni sulla
Provincia il sindaco è un uomo morto”. Quadri era stato l’unico, durante la
conferenza dei sindaci tenutasi nei giorni precedenti, ad astenersi dalla mozione
presentata a sostegno della provincia di Monza e Brianza nelle giornate in cui si
discuteva della sua soppressione. Da successive verifiche si scopre che la telefonata
è partita da una cabina telefonica di Monza, in una zona non coperta dalle
telecamere di videosorveglianza. E si scopre che chi ha telefonato lo ha fatto
utilizzando le monete e non schede prepagate, altra precauzione per non rischiare di
essere rintracciato.
Ciò che emerge, dopo aver ripercorso velocemente la panoramica dei fatti di
cronaca che hanno riguardato l’ambito politico del nostro modello dei “motivi di
scioglimento”, è che esiste una concreta minaccia di aggressione alla sfera politica
da parte delle organizzazioni criminali di stampo mafioso.
In realtà, per essere pienamente efficaci, generalmente le infiltrazioni mafiose non
si limitano a toccare gli organi politici, ma si insinuano frequentemente anche
nell’apparato burocratico-tecnico dell’ente locale, a cui, con l’approvazione del
D.Lgs. 25 febbraio 1995, n. 77, è affidata la gestione risorse finanziarie degli Enti
Locali, e per questo ampiamente autonomo rispetto alla componente politica.
In questo ambito a Milano spicca la figura della ex dirigente del Settore famiglia,
scuola e politiche sociali del Comune, Carmela Madaffari, nominata nel 2007 dal
Sindaco Letizia Moratti. Di origine calabrese, ha spesso ricoperto il ruolo di
direttore generale in varie Asl in Calabria. Prima della nomina da dirigente al
comune di Milano, Carmela Madaffari era appena stata mandata via dall’Asl di
Locri, commissariata dopo l’omicidio Fortugno. Il nome di Carmela Madaffari,
spunta nelle intercettazioni che riguardano il blitz contro la ‘ndrangheta del 2010,
citata dai boss che vogliono mettere le mani in vari affari a Milano e che per questo
177
cercano contatti e appoggi tra i potenti. “Andiamo a trovare Carmelina”, dicono il
boss Giulio Lampada, (considerato tra l’altro dagli investigatori di Reggio e di
Milano un “riciclatore” dei soldi dei clan) e Francesco Morelli, consigliere
regionale della Calabria (arrestato poi nel novembre 2011 con l’accusa di aver
favorito i clan della ‘ndrangheta).
Come risulta dagli agli atti dell’operazione “Infinito” accade invece che a Desio il
consigliere comunale Natale Marrone viene intercettato mentre chiede a Pio
Candeloro (presunto capo società, cioè vicario del capo Locale), di “esperire
un’azione violenta” contro Rosario Perri, storico capo dell’Ufficio Edilizia privata.
Marrone, non indagato, si scuserà pubblicamente e si dimetterà dalla carica nel
partito, ma non dal consiglio comunale. “Peraltro”, scrivono gli inquirenti, “il
rifiuto di Pio Candeloro” a toccare il capo dell’Ufficio comunale “è dovuto
esclusivamente al fatto che il Perri Rosario è ‹‹appoggiato›› da persone
evidentemente di rispetto”.
E anche a livello burocratico-tecnico non mancano nei Comuni della provincia di
Monza e della Brianza episodi di corruzione: in data 30 gennaio 2013 il collegio di
giudici del Tribunale di Monza ha inflitto in primo grado 4 anni di reclusione all’ex
responsabile dell’ufficio tecnico del Comune di Lissone, l’architetto Marco
Terenghi, che era imputato appunto di corruzione insieme al geometra Eugenio
Zanella. Nel mirino della magistratura la concessione da parte del Comune di
edificabilità molto ampie, in cambio di opere a scomputo di oneri ritenute troppo
ridotte. Il Comune di Lissone a suo tempo non si era costituito parte civile al
processo e a rappresentanza della pubblica accusa, il sostituto procuratore monzese
Salvatore Bellomo, ha sostenuto che “Terenghi ha agito per via Giotto - Vasari e
per via Pisacane nell’interesse dei privati accettando promesse di pagamento” a
suo favore. Ma Bellomo ha parole dure anche nei confronti dell’intera ex
amministrazione pubblica del Comune di Lissone in tema di concessioni edilizie:
“Dalla documentazione prodotta da Zanella vi sono situazioni che veramente
lasciano allibiti e che danno uno spaccato di come l’apparato amministrativopolitico del Comune di Lissone seguiva molto disinvoltamente gli iter
amministrativi”.
178
Dagli esiti dell’operazione “Briantenopea” risulta invece che a Monza sussistono
perplessità circa le modalità di affidamento di diversi lavori da parte del comune di
Monza all’impresa P.gi.emme (società che sarebbe stata utilizzata da Giuseppe
Esposito per coprire la sua attività di usuraio): a Monza in realtà non saremmo in
presenza di una invalidità degli atti emessi dai funzionari comunali da un punto di
vista amministrativo, né di accordi corruttivi. Sembrerebbe invece che l’operato dei
funzionari comunali non si sia uniformato a criteri di correttezza procedimentale:
nessun affidamento richiesto dal Comune alla P.gi.emme sembra essere stato
preceduto, in osservanza a una regola di elementare prudenza, dalla richiesta di
almeno qualche preventivo a imprese diverse (l’art. 125 del D. Lgs. 163/2006 ne
prevede almeno cinque). In particolare viene fatto rilevare come anche
l’affidamento di lavori di poche migliaia di euro non può avvenire a totale arbitrio
da parte di un ente comunale: anche i lavori di importo inferiore alla cosiddetta
soglia comunitaria (per i quali non è prevista l’adozione di procedure di evidenza
pubblica), come in questo caso, richiedono l’osservanza di principi minimi di
imparzialità e parità di trattamento, che sembrano essere stati travisati nel caso in
questione.
Come risulta da una questa rapida panoramica delle vicende giudiziarie e di cronaca
che hanno riguardato l’apparato burocratico-tecnico dei Comuni, non possiamo non
osservare come, anche in questo ambito, ricorrono i pericoli di un vero e proprio
assalto delle organizzazioni mafiose alle fortezze dei Comuni.
Infine il terzo e ultimo ambito di analisi del rischio di infiltrazioni mafiose riguarda
il contesto ambientale (qui inteso nel senso di imprese private e professionisti che
agiscono sul territorio condizionandone appunto il contesto): dobbiamo registrare
che anche a Milano e nei Comuni della provincia di Monza e Brianza è il campo
dell’urbanistica ad essere al centro delle attenzioni dei gruppi mafiosi, ma non
mancano episodi di smaltimento illegale di rifiuti pericolosi (come a Desio,
Seregno, Brioso, Limbiate, Carnate, Triuggio) e anche tentativi di entrare
nell’attività di erogazione di servizi di piccoli comuni, come nel caso di Veduggio
con Colzano: qui nel 2010 la società Milano Sportiva ASD si era aggiudica la
gestione del centro sportivo per 15 anni. La società è la stessa che gestiva il centro
179
sportivo Ripamonti di via Iseo a Milano, di proprietà del Comune di Milano,
pesantemente infiltrato dalla ‘ndrangheta e precisamente dal clan dei Flachi.
Ciò che la nostra analisi delinea è un quadro di pesanti pericoli per la gestione della
cosa pubblica nelle Amministrazioni Comunali considerate. I rischi di
condizionamento mafioso nei Comuni presi in esame riguardano tutti gli ambiti
possibili: le responsabilità dirette imputabili agli amministratori, le responsabilità
dei dipendenti/collaboratori dell’ente locale e il contesto ambientale.
COMUNI OGGETTO DI PROCESSI DI
COLONIZZAZIONE: AREE DI VULNERABILITA'
ISTITUZIONI
POLITICHE
BUROCRAZIA E
IMPRESE A
IMPRESE PRIVATE
PARTECIPAZIONE E PROFESSIONISTI
PUBBLICA
MILANO
MONZA
DESIO
CESANO MADERNO
SEREGNO
CORREZZANA
SEVESO
MUGGIO'
GIUSSANO
VERANO BRIANZA
MEDA
CARATE BRIANZA
LIMBIATE
BRUGHERIO
LISSONE
LENTATE SUL SEVESO
VIMERCATE
VAREDO
VEDUGGIO CON COLZANO
MEZZAGO
TRIUGGIO
CARNATE
LESMO
CORNATE D'ADDA
CONCOREZZO
BIASSONO
VEDANO AL LAMBRO
Dall’analisi dei fatti di cronaca che riguardano Milano e i comuni della provincia di
Monza e della Brianza risulta evidente la “zona grigia” che pervade le
amministrazioni comunali e possiamo ricavare che la dimensione locale è il terreno
fertile in cui l’intimidazione mafiosa trova il suo radicamento. Tuttavia quella
180
locale è anche la dimensione ideale per diffondere ideali e abitudini di rifiuto della
criminalità mafiosa.293
3 – Analisi della “convergenza” come sintomo di devianza e politiche di
contrasto
E’ un dato acquisito ormai da tempo che il sistema criminale si sviluppa, oltre che
nelle mere attività illegali e nell’esercizio della violenza, anche nel suo interagire
con il sistema economico e politico.
Come ricordato dall’ex Prefetto di Napoli Alessandro Pansa, tutte le volte che
vengono effettuati accessi formali nei comuni della provincia di Napoli per sospetto
condizionamento camorrista e in tutti i commissariamenti prefettizi determinati da
dimissione degli organi elettivi, emerge come dato constante l’illegittimità della
gran parte delle procedure utilizzate dalle amministrazioni comunali negli appalti,
nelle concessioni edilizie e nel rilascio di licenze o nelle assunzioni, anche nei
comuni sciolti per infiltrazione camorrista, il tasso di condizionamento camorrista è
sempre inferiore rispetto a quello dell’illegalità connessa la crimine organizzato. La
ricaduta di questo tipo di illegalità, che si aggiunge a quella strettamente camorrista,
riduce in termini drammatici le possibilità di crescita. Rende inospitale ai suoi stessi
cittadini un territorio che dovrebbe costituirne la base esistenziale stessa.294
Poiché la problematica dei rapporti tra mafia e politica è complessa e riguarda
diversi ambiti, le politiche di contrasto devono muoversi con misure multiple e
differenziate a secondo dei livelli che vengono affrontati.295
Gli interventi operati nel corso del tempo non sempre hanno dato risultati
lusinghieri.
Specificatamente, per quel che concerne lo scioglimento degli enti locali, non
sempre l’esito dello scioglimento ha portato alla rimozione di quelle complicità tra
mafia e politica che condizionano direttamente i territori. Alcune volte, dopo lo
scioglimento e il periodo di commissariamento dell’ente, sono state rielette le stesse
293
A. LA SPINA, Mafia, legalità debole e sviluppo del Mezzogiorno, Il Mulino, Bologna 2005, pag.
139
294
G. DI GENNARO, A. LA SPINA, I costi dell’illegalità. Camorra ed estorsioni in Campania, Il
Mulino, Bologna 2010, pag. 80
295
G. DI GENNARO, A. LA SPINA, I costi dell’illegalità. Camorra ed estorsioni in Campania, Il
Mulino, Bologna 2010, pag. 82
181
compagini che erano state causa dell’intervento. Possiamo pertanto ritenere che il
sistema di prevenzione in questo campo sia ancora piuttosto farraginoso. Il primo
punto debole che si rileva è l’esiguità delle risorse destinate a tale azione. Il
secondo è quello del capitale umano ad esso dedicato: peraltro si tratta di attività di
prevenzione molto sofisticate e complesse, per le quali è richiesto un alto grado di
specializzazione professionale. Così, dal punto di vista operativo, sarebbe
necessario un piano di ristrutturazione e potenziamento della prevenzione
antimafia, che possa portare a risultati di successo duraturi: in termini elementari
occorrono più risorse umane, dedicate in via esclusiva, con un livello di formazione
specifica molto elevato e dotazioni strumentali adeguate.296
Ma l’azione preventiva non dovrebbe essere orientata esclusivamente a fronteggiare
profili emergenziali del momento (come accade con lo scioglimento): occorre, nello
stesso tempo, intraprendere azioni che riducano il grado di vulnerabilità del
territorio. Il primo passo verso una riduzione del rischio d’infiltrazione da parte ella
criminalità nel settore degli appalti pubblici è costituito dall’adozione di un
protocollo di legalità per gli appalti tra istituzioni, imprenditori e banche. Un
protocollo che preveda una certificazione antimafia sotto soglia, la trasparenza
finanziaria completa, il rispetto della normativa sulla sicurezza sui luoghi di lavoro
e sanzioni economiche, garantite da fideiussioni bancarie, in caso di violazione
delle norme pattizie. Ma anche altre misure andrebbero adottate: la riduzione dei
tempi di pagamento da parte delle stazioni appaltanti (intervento che eviterebbe che
la mancanza di liquidità spinga le aziende ad accedere a forme di credito
eccessivamente onerose, se non addirittura a finanziamenti di denaro di origine
illecita), il contrasto ai ribassi eccessivi praticati ai prezzi posti a base d’asta, ma
anche l’istituzione di stazioni uniche appaltanti (specializzate e prive della presenza
di amministratori o funzionari locali corruttibili).297
Inoltre l’azione preventiva dovrebbe anche fronteggiare tutte le altre forme di
illegalità diffuse (corruzione, “legalità debole” e criminalità comune), che
296
G. DI GENNARO, A. LA SPINA, I costi dell’illegalità. Camorra ed estorsioni in Campania, Il
Mulino, Bologna 2010, pagg. 85-86
297
G. DI GENNARO, A. LA SPINA, I costi dell’illegalità. Camorra ed estorsioni in Campania, Il
Mulino, Bologna 2010, pagg. 87-88
182
producono quella “convergenza” da cui la criminalità organizzata di stampo
mafioso trae la propria linfa vitale.
Lo spiega chiaramente il procuratore aggiunto di Milano Gerardo D’Ambrosio
nell’autunno del 1992, quando le retate del pool Mani pulite si alternano a quelle
della Dda: “Oggi si potrebbe dire che l’acqua nella quale nuotano le
organizzazioni criminali è da una parte la microcriminalità, vero serbatoio dal
quale attingono forze, dall’altra la corruzione dei pubblici funzionari e anche dei
politici. Si tratta di un fenomeno che agevola certamente la penetrazione mafiosa.
E’ infatti assurdo pensare che la mafia usi solo mezzi tipici come l’intimidazione,
quando può raggiungere gli stessi interessi, creando oltretutto legami più solidi,
attraverso la corruzione”.298
Poiché esiste questa “convergenza” di interessi tra le varie forme di illegalità,
l’apparato di contrasto deve muoversi con misure multiple e differenziate.
“Il rapporto tra illegalità e criminalità è perverso: spesso non per scelta (né libera né
imposta), ma semplicemente per prassi, si adottano comportamenti che pongono in
diretta connessione le condotte meramente scorrette con quelle strettamente tipiche
delle organizzazioni mafiose. Spesso le modalità di condurre l’affare (qualunque
esso sia: appalto, vendita, erogazione di servizi, ecc.), partendo da un contesto di
semplice illegalità, immette l’attività imprenditoriale in un meccanismo di relazione
che non può che trovare sbocco nel crimine. Se si impiegano lavoratori in nero, se
non si fatturano gli acquisti o le vendite, come si fa ad avere le carte in regola per
accedere al credito o agli appalti? Si entra in un circuito che porta a cooperare con
chi non è pulito. Questo è lo stesso circuito che porta a condividere con le
organizzazioni mafiose una serie di comportamenti e a farci affari insieme, se non
addirittura a lavorare per conto della criminalità. Questa situazione di illegalità è
piuttosto estesa e su di essa è problematico intervenire: diventa difficile distinguere
tra vittima e carnefice, tra illegalità spicciola e crimine organizzato”.299
“Quello che registriamo quotidianamente sul nostro territorio è che la legalità è in
crisi: vi è una fascia variegata di comportamenti umani caratterizzata dalla
mancanza di rispetto delle regole, che vanno dal crimine più o meno grave alla
298
Società civile, ottobre 1992
G. DI GENNARO, A. LA SPINA, I costi dell’illegalità. Camorra ed estorsioni in Campania, Il
Mulino, Bologna 2010, pagg. 78-79
299
183
indisciplina. Una cultura della legalità va certamente recuperata. Questo recupero è
indubbiamente un problema etico che tocca l’individuo e poggia su valori che
trovano radici nella storia del proprio popolo, del proprio paese, della comunità in
cui si vive, della propria famiglia. Tuttavia non si tratta solo di un problema di
morale individuale, ma soprattutto di un fatto sociale che riguarda i contesti in cui
le persone vivono. Si tratta di rispetto delle regole sia nelle azioni del potere
pubblico, dell’amministrazione pubblica e del governo del territorio, sia in quelle
del cittadino nei confronti della comunità. Ma in questa maniera il concetto di
sicurezza da “formale” diventa “sostanziale” e perde il suo connotato strettamente
giuridico per divenire sociologico. Quando si parla di comportamenti di rilevanza
collettiva, si fa riferimento non solo al rispetto delle norme del codice penale, ma
anche a quelle della trasparenza amministrativa e finanziaria, alla concorrenza leale,
alla fedeltà fiscale, al rispetto delle gerarchie, ad un sistema valoriale
corrispondente a quello di una società moderna e democratica”. 300
Si è scelto in questa trattazione di ricondurre le diverse forme di illegalità in genere
al concetto di “convergenza” e di studiarla applicando le teorie sulla devianza,301
soprattutto per cercare di comprendere le motivazioni che spingono politici locali e
funzionari pubblici, ma anche persone comuni, a mettere a disposizione la propria
persona a favore della criminalità mafiosa, avendo per contro il supporto elettorale
(per i politici) e/o benefici economici anche non considerevoli.
Uno dei tentativi di spiegare la devianza è quello compiuto dagli esponenti della
Scuola Classica, nata nel XVIII secolo sulla scorta del movimento di pensiero
illuminista. Tra gli esponenti più importanti ritroviamo Cesare Beccaria. Il
contributo degli esponenti di questa Scuola rappresenta il primo tentativo per
spiegare il comportamento criminale (ossia la decisione di certi individui di
commettere atti devianti). L’assunto di base della teoria è la razionalità nella scelta
di commettere un reato: l’individuo è libero di scegliere l’osservanza o la
trasgressione della legge, cosicché, nella scelta se commettere o meno un atto
deviante, ciascuno farà un calcolo costi/benefici e deciderà di deviare qualora l’atto
300
G. DI GENNARO, A. LA SPINA, I costi dell’illegalità. Camorra ed estorsioni in Campania, Il
Mulino, Bologna 2010, pagg. 64-65
301
D. SCARSCELLI, O. VIDONI GUIDONI, La devianza. Teorie e politiche di controllo, Carocci
Editore, Roma, 2008
184
gli consentirà di massimizzare il proprio piacere. Alla fine degli anni Sessanta del
secolo scorso Gary Becker propone la teoria economica della criminalità,
assumendo che i devianti siano come i consumatori nel libero mercato, attori
razionali mossi dal desiderio di massimizzare il proprio benessere. Questo modo
razionale di ragionare presuppone che le preferenze degli individui siano costanti e
simili e non influenzate da fattori culturali e sociali.
Ora: in realtà se l’uomo fosse esclusivamente un essere razionale, non influenzato
dal contesto storico e sociale di riferimento, allo Stato basterebbe creare delle
possibili conseguenze (in termini di danni) maggiori rispetto ai benefici eventuali,
per evitare un’azione criminosa. E in realtà politici e funzionari pubblici corrotti
corrono rischi (in termini di prestigio sociale e di carriera professionale) il più delle
volte maggiori rispetto ai guadagni realizzati e realizzabili. Quindi, nel nostro caso,
questa teoria può spiegare solo parzialmente il comportamento deviante preso in
esame. Non può spiegare ad esempio come certi impiegati comunali possano essere
ringraziati per il loro lavoro con delle mozzarelle, come risulta dagli atti
dell’operazione Briantenopea.302
Negli anni Ottanta i teorici della scelta razionale (Cornish e Clarke) abbandonano le
formulazioni matematiche tipiche del ragionamento economico e postulano che i
vantaggi che le persone possono ottenere dalla commissione di un reato non sono
soltanto strumentali (ricavare denaro o acquisire un bene), ma consistono anche
nella ricerca del prestigio sociale, del divertimento, ecc. Cornish e Clarke pongono
anche la questione della natura limitata della razionalità umana, nel senso che
nessun individuo è in grado di raccogliere tutte le informazioni possibili per
scegliere il corso di un’azione che massimizza il proprio piacere, né prevederne con
certezza l’esito. Così, in una condizione di razionalità limitata, i teorici della scelta
razionale focalizzano la loro attenzione alle circostanze esterne (cosiddetto contesto
situazionale) che precedono e che circondano da vicino la realizzazione di un atto
deviante e che rendono questo tipo di atto più o meno desiderabile. Il
comportamento deviante comunque non sarebbe influenzato da fattori sociali,
famigliari e culturali: chiunque potrebbe commettere un atto deviante qualora si
presentasse un’occasione favorevole (il contesto situazionale appunto). Secondo
302
Infonodo.org, 12 marzo 2013 disponibile in http://www.infonodo.org/node/36196
185
questi teorici il comportamento criminale si dovrebbe prevenire intervenendo
sull’ambiente in cui è probabile che si verifichi il reato (ad esempio attraverso
programmi che prevedono maggior controllo da parte della polizia).
In realtà dobbiamo registrate che, fortunatamente, non per tutti i politici e
funzionari pubblici vale la teoria per cui “l’occasione fa l’uomo ladro”. Inoltre, gli
studi di valutazione sull’efficacia dei programmi di prevenzione situazionale
evidenziano anche un effetto spostamento (temporale, geografico, tattico, di
obiettivo o di attività) dell’attività criminale: l’individuo che non è in grado di
portare a termine il proprio progetto a causa delle misure di prevenzione, non per
questo rinuncia all’atto deviante, ma decide di orientare diversamente la propria
strategia. Quindi neanche questa teoria può spiegare completamente la
“convergenza” tra politici e funzionari pubblici corrotti e mafiosi.
Nel corso del XIX secolo (a seguito dell’affermazione dei processi di
industrializzazione, urbanizzazione e immigrazione di massa) emerge una nuova
spiegazione della devianza: il cosiddetto paradigma sociale, che individua le radici
del comportamento deviante soprattutto in quelle condizioni (sociali, materiali e
ambientali) che gli individui non possono controllare, ma che li predispongono a
certi comportamenti. Secondo questo paradigma tali condizioni, che caratterizzano
la società, sono dotate di un potere coercitivo in virtù del quale si impongono agli
individui al di fuori della loro coscienza, con o senza il loro consenso. Uno dei
maggiori esponenti di questo paradigma è Durkheim, che teorizza come, in seguito
a rapidi cambiamenti sociali, le regole divengono meno vincolanti e la società non è
più in grado di imporre ai suoi membri alcun limite: si cade così in una condizione
di anomia (dal greco a = senza e nomos = norma, ad indicare l’assenza di regole),
che determina un incremento del tasso di devianza. Ai nostri giorni possiamo
supporre che, in presenza di una situazione di ostentazione della ricchezza nella
società occidentale, che si accompagna ad un affievolimento dei vincoli di
solidarietà tra i membri della società, gli individui (nel nostro caso i politici locali o
i funzionari pubblici) possono essere portati a ritenere di poter conquistare tutto o
anche poco senza alcuna regola.
Un’altra importante tradizione teorica all’interno del paradigma sociale è quella
della Scuola di Chicago, espressione con cui si denomina il gruppo di sociologi che
186
opera agli inizi del XX secolo presso l’Università di Chicago. Gli studi della Scuola
di Chicago evidenziano come la devianza non sia caratteristica degli individui, ma
piuttosto dei contesti sociali tipici dell’ambiente in cui tali individui vivono.
Nell’ambito di questi studi Shaw e McKay lavorano sulle aree delinquenziali, cioè
su un tipo speciale di area naturale, che incoraggia tradizioni culturali devianti
(teoria della trasmissione culturale della devianza). Poiché il comportamento
deviante viene spiegato attraverso le caratteristiche culturali e struttali della società,
la devianza si previene e si controlla intervenendo sulla società e non sui singoli
individui. In realtà, nel caso della corruzione a livello politico e dell’apparato
burocratico-tecnico, non possiamo sostenere che gli individui vivano in ambienti e
in contesti in cui le pratiche illegali vengono considerate “normali pratiche
organizzative”: qui la legalità dovrebbe già essere di casa e la devianza non
dovrebbe essere trasmessa culturalmente.
Sempre nell’ambito del paradigma sociale, le teorie struttural-funzionaliste studiano
invece la società come una totalità di strutture sociali e culturali tra loro
interdipendenti, ciascuna delle quali svolge una particolare funzione a favore del
mantenimento
dell’equilibrio
dell’intero
sistema
sociale.
All’interno
dell’impostazione struttural-funzionalista uno dei contributi più significativi allo
studio della devianza è quello di Merton, il quale riformula la teoria dell’anomia di
Durkheim. Secondo la prospettiva funzionalista in ogni società sono definite le
mete (a cui gli individui possono legittimamente aspirare) e i mezzi (attraverso cui
tali mete possono essere perseguite). In particolare Merton fa l’esempio del
successo economico quale meta da raggiungere e professata nella società
occidentale. In realtà non tutti i membri della società, per la posizione sociale che
ricoprono, dispongono dei mezzi (legalmente disponibili) per raggiungere le mete
(che la struttura culturale propone): si tratta della cosiddetta teoria della tensione.
Secondo Merton la tensione che si verifica appunto tra mete e mezzi può essere
risolta attraverso diverse forme di adattamento individuale, tra cui l’innovazione,
con cui si intende l’accettazione da parte di una persona delle mete (nel nostro caso
il successo economico), ma non dei mezzi legali per raggiungerlo. Si mettono così
in campo comportamenti innovativi (non legali) per raggiungere la meta
(culturalmente professata). Nel caso della corruzione dobbiamo rilevare che, in un
187
contesto come quello tipico delle nostre società occidentali, in cui si enfatizza uno
specifico scopo (il successo economico) senza che si attribuisca un’importanza
corrispondente ai procedimenti istituzionali per raggiungerlo, si viene così a creare
una situazione di anomia: le norme perdono il loro potere di regolare il
comportamento.
Gli studiosi Cohen, Cloward e Ohlin, che come Merton ipotizzano che la devianza
sia determinata dalla tensione tra mete e mezzi, a differenza di Merton considerano
invece il comportamento deviante una forma di adattamento collettivo piuttosto che
individuale, appreso e consolidato all’interno di un gruppo: le organizzazioni della
nostra società infatti non sarebbero entità monolitiche, ma sarebbero caratterizzate
da una cultura organizzativa dominante e da ambiti le cui (sub)culture organizzative
variano in qualche misura tra loro. Nel caso dei comportamenti corruttivi possiamo
riferirci alla teoria delle subculture organizzative, che pone in evidenza come
alcune subculture espongono i propri membri a particolari visioni del mondo che
consentono agli individui di mettere in atto determinate attività illegali
considerandole normali pratiche organizzative. Le subculture possono favorire il
comportamento criminale in due modi: fornendo ai propri membri, oltre alle
tecniche e ai moventi, le razionalizzazioni per compiere il reato e isolando i propri
membri dai modelli normativi convenzionali. Possiamo in effetti ipotizzare che in
determinati strati delle Amministrazioni Comunali circoli una subcultura,
minoritaria rispetto alla cultura principale della legalità e del rispetto di norme, che
stimola gli individui che ne vengono a contatto a comportamenti anche
inconsapevoli di connivenza con le organizzazioni criminali di stampo mafioso, tali
da generare situazioni di vera e propria convergenza. In questi casi a livello
dell’apparato burocratico-tecnico una forma di prevenzione potrebbe essere quella
di evitare l’isolamento della subcultura corruttiva dalla cultura dominante della
legalità. Si possono ipotizzare scambi professionali tra Amministrazioni Comunali
e partecipazione a corsi di formazione in materia di criminalità mafiosa, per
consentire la diffusione di specifiche conoscenze sul fenomeno mafioso di cui i
funzionari pubblici sono completamente sprovvisti.
A inizio Novecento, in una evoluzione del paradigma sociale, Sutherland elabora la
sua teoria dell’associazione differenziale:
188
egli considera il crimine un
comportamento appreso attraverso l’interazione con altre persone in un processo di
comunicazione sociale. Durante questo processo non si apprenderebbero
esclusivamente le tecniche per compiere il reato, ma anche le motivazioni, le
razionalizzazioni e gli atteggiamenti collegati alla condotta deviante. Un individuo
commette un atto deviante quando le “definizioni favorevoli” alla violazione della
legge superano le “definizioni sfavorevoli”: questo è il principio dell’associazione
differenziale.
A proposito di “definizioni favorevoli” tornano alla memoria le dichiarazioni in
materia di “moralità dell’evasione fiscale” durante una conferenza stampa a Palazzo
Chigi del 17 febbraio 2004 dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi
che in proposito testualmente dichiarava: “Se io lavoro, faccio tanti sacrifici e lo
Stato poi mi chiede il 33 per cento di quello che ho guadagnato sento che è una
richiesta corretta in cambio dei servizi che lo Stato mi da’. Se lo Stato mi chiede il
50 e passa per cento, sento che è una richiesta scorretta e mi sento moralmente
autorizzato ad evadere, per quanto posso, questa richiesta dello Stato”.303
Anche la teoria dell’associazione differenziale ci consente di spiegare la corruzione
di politici e dipendenti pubblici: attraverso l’interazione con soggetti che
definiscono un comportamento corruttivo favorevolmente, un individuo potrà
arrivare a infrangere le norme nell’ambito dei propri compiti istituzionali, ma senza
arrivare a definire sé stesso un deviato.
Ma in quest’ottica, secondo Matza e Sykes è difficile pensare a un totale isolamento
della persona deviante dal mondo convenzionale: la maggior parte dei devianti non
sarà infatti costituita da soggetti che si oppongono radicalmente alla società
convenzionale. In particolare esisterebbero meccanismi di integrazione (e non di
differenziazione) della subcultura della devianza nella società più ampia. Tali
meccanismi (che consistono in forme di giustificazione e di negazione del danno)
neutralizzerebbero l’efficacia delle norme che si intendono violare, liberando
l’individuo dal suo legame morale con la società, ma consentendogli comunque di
mantenere contemporaneamente l’adesione al sistema normativo e valoriale della
società stessa.
303
il video è in http://video.repubblica.it/cronaca/mi-sento-moralmente-autorizzato-adevadere/48181/47763
189
Naturalmente, rispetto a un criminale comune, è più probabile che un professionista
della politica o un integerrimo (in apparenza) funzionario pubblico possa trovare un
pubblico che riterrà attendibili e ragionevoli le proprie giustificazioni. La cosiddetta
criminalità dei “colletti bianchi”, a cui in genere non viene quasi mai attribuito lo
status di criminale, sembra difatti essere un tema rimosso dall’opinione pubblica: i
cittadini hanno una percezione della pericolosità soprattutto in riferimento alla
criminalità convenzionale (scippi, furti, rapine), mentre il rischio di rimanere
vittima di un reato del “colletto bianco” sembra non allarmare la popolazione,
neanche quando si parla dei numerosi episodi di sversamento di macerie contenenti
rifiuti pericolosi per la salute. La nostra attenzione si dovrà pertanto focalizzare sui
meccanismi che portano queste forme di devianza a eludere la reazione sociale.
Sarà allora importante intervenire non solo sui singoli episodi, ma anche a livello
culturale per modificare la percezione sociale e intervenire sulle motivazioni con
cui si giustificano queste azioni devianti come atti non violenti e pertanto non
dannosi.
Al termine di questo nostro viaggio lungo i sentieri della “convergenza”, dobbiamo
riflettere anzitutto sui valori rincorsi dalle società occidentali, dove spesso si
inseguono convulsamente obiettivi specifici (anche di poco conto) senza che si
attribuisca una importanza corrispondente al rispetto delle regole istituzionali per
raggiungerli.
Inoltre dobbiamo considerare che alcune subculture espongono i propri membri a
particolari visioni del mondo che portano gli individui a mettere in atto determinate
attività illegali considerandole normali pratiche organizzative. In ciò sono sostenute
dalla diffusione nella nostra società di “definizioni favorevoli” in merito a certi
comportamenti illeciti, cosicché chiunque può arrivare a infrangere le norme
nell’ambito dei propri compiti istituzionali, ma senza considerare sé stesso un
deviato. In questo può essere aiutato dalla scarsa percezione sociale del pericolo di
alcuni comportamenti fuori legge, tra cui appunto la corruzione.
Ma come si può allora uscire da questo vortice infinito? Alla luce di quanto sopra
esposto, con riferimento all’apparato burocratico-tecnico, sarebbe proficuo
diffondere una cultura della legalità e dell’importanza delle norme, investendo in
190
corsi di formazione in materia di criminalità mafiosa o scambi professionali tra
Amministrazioni Comunali.
In generale si potrebbero invece prevedere progetti per la diffusione della cultura
antimafiosa destinati all’opinione pubblica, con uno sviluppo della cultura del
diritto già a partire dalle istituzioni scolastiche, in modo da formare cittadini che
facciano semplicemente il proprio dovere.
Il professor Dalla Chiesa cita a tal proposito una delle grandi intuizioni di Vaclav
Havel, presidente della Repubblica Ceca dopo la caduta del Muro, incarcerato dal
regime comunista di Praga. Havel, nella ricerca della strada più efficace per minare
le basi del potere comunista, indicava il contributo che ciascuno poteva dare per
smascherare e attaccare quotidianamente il regime senza subire troppi rischi.
Questo contributo era “il lavoro ben fatto”, fosse quello dell’intellettuale o
dell’ortolano. Trasferendo la sua intuizione alla lotta alla mafia, si può dire che il
lavoro ben fatto, il “fare il proprio dovere”, può essere la più efficace arma per
“abbattere il muro delle convergenze e vedere la luce dall’altra parte”.304
E il lavoro ben fatto è anche quello dell’elettore, che deve guardare ai candidati con
la stessa determinazione e lo stesso pragmatismo dei mafiosi: la mafia offre difatti i
suoi pacchetti di voti ai candidati in cambio di favori e appoggi per le proprie
strategie criminose, eleggendo i “suoi” candidati e anche i “suoi” amministratori,
scegliendo le persone che saranno al suo servizio più che al servizio della comunità.
In genere le sceglie con molta concretezza, senza distinzione di partito; a volte
puntando di più sui partiti destinati a vincere, o coprendo tutto lo schieramento
politico per godere di complicità e silenzi anche nell’opposizione. Ebbene il
cittadino antimafioso deve usare la medesima strategia, ricordando che sempre
meno elettori usano il proprio voto di preferenza, cosicché diventa facile per 150 o
200 elettori vicini a una organizzazione mafiosa fare entrare in un consiglio
comunale il proprio candidato.305 Lo strumento della preferenza diventa così il
meccanismo più efficace per sconfiggere al livello politico, nel segreto dell’urna, le
strategie mafiose, nella certezza che, per citare la celeberrima frase di Giovanni
304
N. DALLA CHIESA, La convergenza. Mafia e politica nella Seconda Repubblica, Melampo,
Milano 2010, p. 290
305
N. DALLA CHIESA, La convergenza. Mafia e politica nella Seconda Repubblica, Melampo,
Milano 2010, p. 299
191
Falcone, “la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un
principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine”.
192
CONCLUSIONE
Le organizzazioni mafiose nel corso della storia italiana non hanno dimostrato
alcuna riverenza nei riguardi dei Comuni, che sono l’istituzione più radicata nella
storia del nostro paese, in molti casi non solo preesistenti, ma anche molto più
antichi dello Stato italiano e delle sue istituzioni.
Le ragioni degli interessi di mafia, ‘ndrangheta e camorra alle Amministrazioni
Comunali non hanno una matrice esclusivamente economica, dato che le
prospettive di guadagno che derivano dalle infiltrazioni sono certamente
trascurabili rispetto ai grandi traffici illeciti. In realtà i condizionamenti dell’attività
dei Comuni possono considerarsi più funzionali al controllo del territorio, che a sua
volta sta a monte di molte altre attività, illegali ma anche legali, di cui si occupano
le organizzazioni mafiose. Ma il controllo dell’amministrazione locale è
interpretabile anche come uno strumento necessario per aumentare la reputazione
ed il prestigio sociale del mafioso, dato che proprio dai Comuni transitano le
piccole e le grandi esigenze quotidiane dei cittadini: infiltrarsi nel campo della
politica locale diventa così per i mafiosi un’occasione imperdibile per espandere il
proprio capitale sociale.
Il fenomeno delle infiltrazioni mafiose negli enti locali in Italia è talmente dilagante
che lo Stato per combatterlo ha dovuto concepire una normativa unica al mondo: è
il 31 maggio 1991 quando viene approvato l’art. 1 del D.L. 164 (poi convertito
nella Legge n. 221 del 22 luglio 1991) di scioglimento dei Consigli comunali e
provinciali per infiltrazioni mafiose. Per legge si stabilisce che, in caso di accertate
infiltrazioni mafiose, gli scioglimenti saranno disposti con decreto del Presidente
della Repubblica, su proposta del Ministro dell’interno, previa deliberazione del
Consiglio dei ministri.
Abbiamo visto come l’istituto dello scioglimento dei consigli comunali sia stato
utilizzato con maggiore forza soprattutto nei primi anni Novanta, durante la
stagione stragista, quando l’indignazione della società civile era ai massimi livelli.
Questo periodo coincide tra l’altro anche con la fine dell’impero sovietico e la
caduta del muro di Berlino (1989), quando la fine del comunismo toglie alla mafia
193
siciliana la sua legittimazione politica: la mafia non riesce più a beneficiare di
alcuna giustificazione “strategica” in funzione anticomunista.
A partire dagli anni 1994-1995 assistiamo a una progressiva stabilizzazione del
numero di scioglimenti, con una leggera ripresa a partire dal 2003 e con l’eccezione
del governo Monti, che rappresenta un governo tecnico non targato politicamente.
Una riflessione sull’applicazione della normativa ci porta a concludere che, poiché
la decisione finale di sciogliere o meno un’Amministrazione Comunale infiltrata
spetta alla politica, esiste l’eventualità che gli scioglimenti possano rispondere più a
logiche e a strategie di partito, a seconda del colore della coalizione che amministra
il Comune attenzionato, che non alla reale situazione dell’ente.
Una singolare anomalia in questo senso si rileva dal fatto che, a fronte di una
endemica minaccia di infiltrazione cui sono sottoposti i governi locali in tutto il
territorio nazionale, solo un numero relativamente ristretto di amministrazioni
comunali è stato finora sciolto fuori dalle regioni di origine della criminalità
mafiosa. E nessun Comune è stato sciolto in Lombardia, anche se tutte le province
lombarde si collocano tutte nella top 100 dell’Indice di Presenza Mafiosa elaborato
da Transcrime.
Le varie organizzazioni mafiose a Milano e in Lombardia sono arrivate lungo i
medesimi sentieri percorsi in tutte le altre regioni del Nord, al seguito dell’enorme
flusso di lavoratori meridionali durante l’epoca del cosiddetto boom economico e
per effetto di una legge dello Stato che pensava di spezzare i legami dei mafiosi con
l’ambiente d’origine inviandoli in soggiorno obbligato nei lontani comuni del Nord
Italia. Accanto a questi agenti esterni, a favorire l’arrivo dei mafiosi al Nord, vi
sono stati altri fattori di carattere locale, a cominciare dal particolare sviluppo
urbanistico con cui si è favorito la costruzione nelle periferie urbane delle grandi
città di quartieri dormitorio, dove i mafiosi hanno potuto riprodurre lo stesso stile di
vita dei paesi di provenienza e dove hanno avuto modo di saldarsi la vecchia
criminalità locale e quella di recente importazione, cosicché i mafiosi hanno goduto
di una sorta di ospitalità del contesto criminale autoctono.
Tutto ciò ha permesso in particolare alla ‘ndrangheta di creare delle
filiali/ambasciate, pienamente operative e funzionali. E proprio alla fine del secolo
scorso, all’apice della pericolosità e della sua forza, la ‘ndrangheta realizza un vero
194
e proprio processo di colonizzazione delle aree del Nord Italia: qui la ‘ndrangheta è
riuscita a “vincere in trasferta”.
In particolare sono stati due i fattori determinati che hanno consentito alla
criminalità organizzata calabrese di mettere a segno questo goal a porta sguarnita:
in primo luogo l’effetto “cono d’ombra” (di cui ha potuto beneficiare prima con il
terrorismo, poi con Tangentopoli e con le stragi di mafia e infine con il pericolo
“clandestini”) e in aggiunta la permeabilità ambientale (corruttibilità, insensibilità).
La presenza mafiosa al Nord infatti non nasce dal nulla, ma ha bisogno di un
retroterra di corruzione, di assenza delle istituzioni, di complicità di un network di
potere. Ci sono insomma una permeabilità della politica e dell’amministrazione
pubblica e un’apertura di consigli di amministrazione a personaggi chiacchierati
che rivelano una grande disinvoltura: è in questo senso che possiamo parlare di
“convergenza”.
Dopo aver concluso che la ‘ndrangheta ha realizzato al Nord, e soprattutto nei
piccoli Comuni, un vero e proprio processo di colonizzazione, il quale si è
realizzato appunto grazie, tra l’altro, all’esistenza di una incredibile “convergenza”
di interessi con ampi settori della Pubblica Amministrazione, troppo facilmente ben
disposta nei confronti dei mafiosi, si è riscontrato appunto che nessun Comune è
stato ufficialmente sciolto per infiltrazioni mafiose in tutta la Lombardia. Per
affrontare questa anomalia si è scelto allora di applicare il modello dei “motivi di
scioglimento” delle Amministrazioni Comunali al Comune di Milano e ai Comuni
della provincia di Monza e della Brianza per verificare la presenza di eventuali
condizionamenti mafiosi.
Ciò che da questa analisi si delinea è un quadro di gravi pericoli per la gestione
della cosa pubblica nelle Amministrazioni Comunali considerate. I rischi di
condizionamento mafioso nei Comuni presi in esame riguardano tutti gli ambiti
possibili: le responsabilità dirette imputabili agli amministratori, le responsabilità
dei dipendenti degli enti locali e il contesto ambientale.
La soluzione prospettata dallo Stato in questi casi è lo scioglimento degli organi
elettivi comunali.
Ma dall’esperienza diffusa in materia di scioglimento dei consigli comunali per
infiltrazioni mafiose, è emerso che non sempre l’esito dello scioglimento ha portato
195
alla rimozione di quelle complicità tra mafia e politica che condizionano
direttamente i territori. Alcune volte, dopo lo scioglimento e il periodo di
commissariamento che ne deriva, sono state rielette le stesse compagini che erano
state la causa dell’intervento.
Ciò significa non solo che il sistema di prevenzione in questo campo è ancora
piuttosto farraginoso e richiede certamente un potenziamento, ma anche che non si
può pretendere di agire sulla “convergenza” fronteggiando esclusivamente profili
emergenziali del momento (appunto attraverso gli scioglimenti dei consigli
comunali).
Occorre altresì intraprendere azioni che riducano il grado di vulnerabilità del
territorio e fronteggiare tutte le altre forme di illegalità diffuse, che producono
appunto quella “convergenza” di interessi da cui la criminalità organizzata di
stampo mafioso trae la propria linfa vitale.
Vista la complessità del fenomeno si è deciso quindi di ricondurre il concetto di
“convergenza” agli studi sulla devianza, al fine di comprendere le motivazioni che
spingono politici locali e funzionari pubblici, ma anche comuni cittadini, a mettere
a disposizione la propria persona a favore della criminalità mafiosa, avendo per
contro il supporto elettorale (per i politici) e/o benefici economici anche non
considerevoli.
La prima conclusione ha riguardato i valori perpetrati dalle società occidentali,
dove spesso accade che si inseguono convulsamente obiettivi specifici (anche di
poco conto) senza che si attribuisca una importanza corrispondente al rispetto delle
regole istituzionali per raggiungerli.
In secondo luogo è emerso che alcune subculture espongono gli individui a
particolari visioni del mondo che portano le persone a mettere in atto determinate
attività illegali considerandole normali pratiche organizzative: in ciò si è visto che
sono sostenute dalla diffusione nella nostra società di “definizioni favorevoli” in
merito a certi comportamenti illeciti, cosicché chiunque può arrivare a infrangere le
norme nell’ambito dei propri compiti istituzionali, ma senza considerare sé stesso
un deviato. E in questo può essere aiutato scarsa dalla percezione sociale del
pericolo di alcuni comportamenti fuori legge, tra cui appunto la corruzione.
196
A questo punto si è ipotizzato che la via d’uscita da questo vortice potrebbe essere
la diffusione di una cultura della legalità e dell’importanza delle norme (con corsi
di formazione in materia di criminalità mafiosa o scambi professionali tra
Amministrazioni Comunali per quanto riguarda l’ambito burocratico-tecnico) e in
generale lo sviluppo di una cultura del diritto già a partire dalle istituzioni
scolastiche, cosicché possano crescere cittadini che facciano semplicemente il
proprio dovere.
Agli scettici vanno ricordati gli esempi di Singapore e di Hong Kong, che
rappresentano due recenti storie di successo nella lotta alla corruzione: grazie al
pragmatismo e all’impegno della leadership, con lo scopo di incrementare il PIL
nazionale eroso dai fenomeni corruttivi, questi paesi sono passati in pochi decenni
da una corruzione diffusa a una dilagante legalità, fino ad arrivare ai vertici delle
classifiche sulla trasparenza del potere pubblico. Ciò dimostra che la corruzione
non è un fenomeno genetico o iscritto in maniera indelebile nell’eredità culturale di
un popolo, ma si può sconfiggere.306
La storia di Singapore e di Hong Kong ha anche un’altra valenza: ci raffigura tanto
semplicemente una via d’uscita forse sottovalutata dalla crisi economica che
contraddistingue i nostri tempi.
306
A. VANNUCCI, Atlante della corruzione, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2012, pp. 253-257
197
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