la mia vita segreta

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la mia vita segreta
Titolo originale: The secret life of Salvador Dati
© 1 9 4 2 SALVADOR DALI
© 2 0 0 6 ABSCONDITA SRL
VIA MANIN 13 - 2 0 1 2 1 MILANO
ISBN 8 8 - 8 4 1 6 - 1 1 8 - 5
INDICE
PROLOGO
II
PARTE PRIMA
19
Capitolo
Capitolo
Capitolo
Capitolo
21
37
39
55
primo
secondo
terzo
quarto
PARTE SECONDA
Capitolo
Capitolo
Capitolo
Capitolo
primo
secondo
terzo
quarto
93
95
113
129
157
PARTE TERZA
I97
Capitolo
Capitolo
Capitolo
Capitolo
Capitolo
199
221
261
265
277
EPILOGO
primo
secondo
terzo
quarto
quinto
299
i W à l z l t ì v i Sdft0r lal!'venne Pubblicato per la prima volta nel
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9 u e l l a precedente, autorizzata da
LA MIA VITA SEGRETA
A Gala-Gradiva, colei che avanza
PROLOGO
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A sei anni, volevo diventare cuoco. A dieci, Napoleone.
Da allora in poi le mie ambizioni sono sempre andate crescendo.
Stendhal racconta, da qualche parte, la storia della principessa italiana che, in una calda sera d'estate, assaporava voluttuosamente un sorbetto mormorando: «Quanto mi rincresce che questo non sia un vero peccato». Per me, a sei anni, qualsiasi cibo gustato in cucina costituiva un peccato. I
miei genitori mi permettevano tutto, tranne l'ingresso in
quella stanza. E io me ne stavo ore intere sulla soglia dell'uscio vietato, con l'acquolina in bocca, sin quando mi si
presentava l'occasione di scivolar dentro, nel mio luogo di
delizie. E mentre le serve mi osservavano, ruggendo di gioia
io acchiappavo un pezzetto di carne cruda o un fungo, e l'inghiottivo quasi strozzandomi, ma sentendomi inebriato dal
sapore inaudito, dall'aroma affascinante della colpa e della
paura.
A parte questa interdizione assoluta, ero libero di fare
tutto quel che volessi. Bagnai il letto ogni notte, fino agli otto anni, per puro divertimento. In casa ero il dittatore.
Niente era abbastanza buono per me. I miei genitori mi adoravano. Una volta, all'Epifania, ricevetti tra innumerevoli altri regali anche un abbagliante abito da re, compresa la corona dorata, lucente di grossi topazi, compresa la cappa di
ermellino. Durante i mesi successivi non lasciai più il mio
travestimento, e quando le serve mi cacciavano dalla cucina
restavo immobile, nel corridoio, sopra una certa mattonella
del pavimento, interamente abbigliato da re, con lo scettro
in una mano e un battipanni di cuoio nell'altra, tremante di
rabbia, sconvolto dal desiderio di picchiare furiosamente
quelle donne.
Era l'ora angosciosa che precede l'accaldato, allucinante
mezzogiorno estivo. Oltre l'uscio socchiuso mi giungevano le
grida delle bestiali creature dalle mani arrossate; vedevo di
sfuggita le loro corse insensate, le loro grandi criniere; e dal
centro ribollente di un agglomerato dove si mescolavano le
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LA MIA VITA SEGRETA
donne sudate, gli acini d'uva sparpagliati, l'olio bollente, la
leggera peluria sfuggita dalle ascelle dei conigli, le spatole intrise di maionese, i fegatini, la cinguettante gabbia dei canarini; dal centro di quell'agglomerato si levava, per giungere
sino a me, l'imponderabile, inaugurale fragranza del prossimo pasto e, insieme, un acre odore di scuderia.
Imprigionato, oltre un vortice di fumo e di mosche, in un
bacile colmo di bianchi di uovo montati a neve, un raggio di
sole splendeva esattamente come la spuma che orla le froge
dei cavalli frustati a sangue, prostrati nella segatura, ansimanti. L'ho già detto, io fui un bambino viziato.
Mio fratello era morto di meningite, a sette anni, tre anni
prima della mia nascita. La sua morte aveva sprofondato i
miei genitori negli abissi della disperazione; trovarono solo
in me, più tardi, conforto. Mio fratello e io ci rassomigliavamo come due gocce d'acqua, ma i nostri riflessi erano del
tutto diversi. Mio fratello aveva, come ho io, l'inequivocabile
morfologia facciale del genio.1 Dimostrava una precocità inquietante, ma il suo sguardo era sempre velato dalla malinconia che rivela un'intelligenza insuperabile. Io, per contro,
ero assai meno intelligente, ma avevo la capacità di accogliere qualsiasi cosa in me. Sarei divenuto il prototipo, par excellence, di un « perverso polimorfo » eccezionalmente ritardato e quindi capace di rammentare chiaramente l'erogeno paradiso dei lattanti. In qualsiasi momento ero pronto a strozzarmi da solo, in collere illimitate ed egoistiche, e la minima
provocazione mi rendeva pericoloso. Una sera graffiai brutalmente, con uno spillo, la guancia della mia balia, pur adorandola, perché il negozio dove volevo farmi comprare certe
cipolline candite era già chiuso. In altre parole, ero vitale.
Mio fratello, questa prima versione di me, era stato concepito troppo nell'assoluto.
Sappiamo ormai che la forma rappresenta soltanto il prodotto di un processo inquisitorio della materia: la specifica
reazione della materia sottoposta alla tremenda coercizione
dello spazio, alla torturante pressione da ogni lato, finché si
compone, esplodendo, negli esatti contorni della sua propria
originalità reattiva. E quante volte la materia, arricchita di
Fin dal 1929 ebbi una chiarissima coscienza del mio genio, e confesso
che questa convinzione, sempre più profondamente radicata nel mio cervello, n o n mi ha mai dato emozioni, diremo così, sublimi; devo tuttavia ammettere che, in certe particolari circostanze, ne ho tratto una sensazione
estremamente piacevole.
PROLOGO
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impulsi troppo assoluti, ne viene annullata; quante volte
un'altra materia, docile a contrarsi nell'implacabile durezza
dei suoi limiti, finisce per inventare la sua propria, originale
forma di vita!
Esiste forse al mondo qualcosa di più leggero, di più libero, di più stravagante, in apparenza, delle agate, con la loro
floreale ricchezza? E tuttavia sono il risultato della più atroce schiavitù colloidale, delle più implacabili costruzioni, soggette a tutte le torture dell'asfissia morale e materiale: e quelle loro aeree, delicatissime, apparentemente ornamentali ramificazioni, sono soltanto le tracce di un'ansietà disperata, i
rantoli estremi di una materia compressa, e pur decisa a raggiungere, infine, la vegetazione suprema del suo sogno minerale. E quel che noi vediamo nel miracolo delle agate non
rappresenta certo la trasformazione di una pianta in un mi-
14
LA MIA VITA SEGRETA
nerale, e neppure la conquista di una pianta da parte di un
minerale. Vediamo, al contrario, la spettrale apparizione della pianta, la sua arborescenza allucinante e mortale; la fine, la
forma dell'inquisitoria e spietata tirannia di un mondo minerale.
E la rosa. Ogni fiore in una sua prigione. Dal punto di vista estetico, la libertà è priva di forma. Si è ora scoperto, grazie ai recenti studi sulla morfologia (gloria a Goethe per avere inventato questa parola di incalcolabile pregnanza, parola
degna di Leonardo!), che spesso sono precisamente le tendenze più eterogenee, più anarchiche, a offrire la massima
complessità di antagonismi, per poi concludersi nel trionfante regno di rigorose gerarchie formali.
Anche se uomini di istinti unilaterali ed egocentrici vennero bruciati dai fuochi della santa Inquisizione, questi istinti
multiformi e anarchici trovarono, nella luce del rogo, la fioritura essenziale della loro morfologia, appunto perché tali.
Mio fratello, lo ripeto, aveva un'intelligenza insuperabile, ma
con direzione unica e riflessi immutabili che inevitabilmente
vengono consumati, o privati di forma. Io invece ero un tardo, un anarchico polimorfo perverso. Riflettevo, con mobilità straordinaria, gli oggetti di cui ero cosciente in forma di
dolci; e d'altra parte tutti i dolci divenivano in me oggetti di
coscienza materializzati. Tutto poteva modificarmi. Nulla
poteva trasformarmi. Ero morbido, vile, cedevole. Il contorno colloidale del mio cervello avrebbe soltanto fissato, nel rigore unico e inquisitorio del pensiero spagnolo, le agate sanguigne, gesuitiche e arborescenti del mio strano genio.
I miei genitori mi avevano dato lo stesso nome di mio fratello: Salvador, e, come il nome indica chiaramente, ero destinato a salvare il mondo dalla vacuità dell'arte moderna, e a
farlo precisamente nell'abominevole epoca di catastrofi mediocri e meccaniche, a cui abbiamo il desolante onore di appartenere. Se mi volgo a contemplare il passato, gli esseri simili a Raffaello mi sembrano autentiche divinità; oggi io sono probabilmente il solo in grado di spiegare perché ci sia
impossibile accostarci, sia pur lontanamente, agli splendori
delle realizzazioni raffaellesche. E la mia stessa opera mi
sembra un vero disastro, perché avrei preferito mille volte vivere senza essere costretto a salvar qualcosa. Comunque, attualmente, e sebbene non disconosca certe intelligenze specializzate mille volte superiori alla mia, sono pronto a ripetere cento volte che non vorrei cambiare la mia posizione con
quella di un mio qualsiasi contemporaneo. Probabilmente
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l'accorto lettore avrà già capito che la modestia non è precisamente una mia dote.
Un unico essere ha raggiunto un piano di vita paragonabile alle serene perfezioni del Rinascimento, e quest'essere è
precisamente Gala, la moglie che per un autentico miracolo
ho potuto scegliere. Gala è composta dalle divine attitudini,
dalle espressioni tipo-nona-sinfonia che, traducendo i contorni architettonici di un animo perfetto, si cristallizzano nelle linee della carne, nella superficie della pelle, nelle spume
marine di gerarchie privatissime e rigorose, schiarite da un
delicatissimo alitare di sentimenti, e si induriscono, si organizzano, si fanno architetture umane. Così io posso dire che
Gala, seduta, somiglia perfettamente al tempietto di Bramante presso la chiesa di San Pietro in Montorio, a Roma, perché
ha la stessa grazia. E non diversamente da Stendhal in Vaticano anch'io posso misurare rigorosamente le fragili colonne
del suo orgoglio, le tenere e saldissime balconate della sua infanzia, la divina scala del suo sorriso. E spiandola con la coda dell'occhio durante le lunghe ore che trascorro inchiodato davanti al cavalletto, ripeto a me stesso che Gala è tanto
ben dipinta quanto un Raffaello o un Vermeer. Gli altri esseri che mi circondano hanno invece l'aria di abbozzi abbandonati, e malissimo dipinti. Detto ancor meglio, somigliano
alle luride caricature che nei caffè vengono tracciate in fretta,
per pochi soldi, da individui il cui stomaco rugge di fame.
Ho detto che, a dieci anni, volevo diventare Napoleone, e
devo ora spiegarne il motivo. Al terzo piano della nostra casa
abitava una famiglia argentina, i Matas, una delle cui figlie,
Ursula, era famosa per la sua bellezza. Si mormorava, nella
mitologia orale catalana, intorno al 1900, che Ursulita fosse
stata scelta da Eugenio d'Ors come archetipo di femminilità
catalana per il suo libro La ben plantada.
Poco dopo aver compiuto i sette anni, incominciai a venir
soggiogato dall'onnipotente attrazione libido-sociale del terzo piano. Nei lunghi crepuscoli d'inizio estate interrompevo
talvolta il supremo piacere di bere al rubinetto del terrazzo
(deliziosa sete, cuore palpitante di spavento), se uno scricchiolio impercettibile, sulla balconata del terzo piano, mi lasciava sperare in un'apparizione di Ursulita. I Matas, del resto, mi viziavano quanto i miei genitori. Nel loro salotto, ogni
pomeriggio alle sei, un gruppo di affascinanti creature, con i
capelli e la pronuncia argentina dei veri angeli, si riuniva all'ombra di cicogne impagliate, intorno a un immenso tavolo.
Bevevano mate, da un'unica tazza d'argento, che si passava-
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LA MIA VITA SEGRETA
no di bocca in bocca. Era una promiscuità orale che aveva il
potere di turbarmi, e provocava in me turbini di disagio morale, in cui già splendevano, di azzurri fuochi, i diamanti della gelosia. Anch'io, giunto il mio turno, bevevo quel liquore
tiepido, per me più dolce del miele, e già sapevo che il miele
è più doke del sangue; lo sapevo perché mia madre, mio sangue, era presente. Così la fissazione sociale veniva in me consacrata trionfalmente, ineluttabilmente, nella zona erogena
della mia bocca: volevo bere il liquido di Napoleone!
Perché c'era anche Napoleone, nel salotto. Un suo ritratto
figurava, in un cerchio di policromie altrettanto gloriose, sull'angolo di un grosso bricco, verniciato in modo da sembrar
legno, e destinato a contenere il mate. Questo oggetto era
collocato con infinita cura sopra un centrino di merletto, e il
merletto posava esattamente al centro del tavolo. L'immagine
di Napoleone su quel bricco era tutto, per me. Durante molti anni il suo atteggiamento di orgoglio olimpico, la candida,
commestibile sporgenza del suo ventre vellutato, il tono febbrilmente roseo delle sue guance imperiali, l'indecente, melodico e categorico nero del suo cappello, corrisposero puntualmente al modello ideale che io avevo scelto per me, il re.
In quel periodo la gente cantava un breve, brillante motivo:
Napoleón en el final
De un ramillete colosal.
E quel piccolo ritratto di Napoleone si era naturalmente
posto al centro del mio spirito, i cui contorni non esistevano
ancora; come il rosso dell'uovo fritto che, anche senza padella, è pur sempre al suo centro. Nel corso di un anno avevo
stabilito, quasi freneticamente, le mie gerarchie. Ero stato un
re qualunque, che sognava di esser cuoco; mi svegliavo trasformato in Napoleone. Le mie furtive delizie digestive assumevano la forma architettonica di un santuario: il bricco del
mate. Le confuse emozioni erotiche provocate dalle creature
che, per metà donne, per metà cavalle, popolavano la cucina
svanivano davanti alle altre emozioni del salotto al terzo piano: il sereno splendore di una vera dama, Ursulita Matas,
l'archetipo della bellezza 1900.
In seguito illustrerò minuziosamente diverse macchine di
mia invenzione. Una, tra le altre, si basa sull'immagine commestibile di Napoleone, che mi ha permesso di realizzare i
maggiori fantasmi della mia infanzia: il delirio nutritivo orale
e il fanatico imperialismo spirituale. La macchina in questio-
PROLOGO
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ne, composta di cinquanta bicchierini colmi di latte tiepido e
appesi ai braccioli di una poltrona, sta a rappresentare, con
estrema chiarezza, un equivalente delle grasse cosce di Napoleone. Poiché chiunque può essere in grado di vedere la
stessa verità, e chiunque può trarre vantaggio dal contemplar
le cose sotto questo particolare punto di vista, spiegherò un
tale enigma, e moltissimi altri, nel corso di questo mio libro
sensazionale. Una cosa, intanto, è ben certa: mi assumo interamente ed esclusivamente la responsabilità di tutto, assolutamente tutto quanto dirò.
CAPITOLO PRIMO
fra i denti pezzettini anche minuscoli, ma pur sempre orribili e degradanti, di spinaci. La mia superiorità non dipende da
un maggior talento nello spazzolarmi la dentatura, bensì dal
fatto, assai più categorico, ch'io non mangio spinaci. Quindi
attribuisco agli spinaci, e più generalmente a quanto, da lontano o da vicino, riguarda il cibo, essenziali valori di ordine
morale ed estetico. E naturalmente la sentinella del disgusto
è sempre di servizio, vigile, severamente sollecita, cerimoniosamente attenta all'esatta scelta delle vivande.
Mi piace mangiare unicamente cose ben formate, ben definite, e tali che l'intelligenza possa comprenderle. Detesto gli
spinaci per il loro carattere orribilmente amorfo e sono fermamente convinto, e pronto a sostenerlo in eterno, che la sola cosa commestibile di questo sordido legume è il nobile e
buon terriccio custodito tra i fili delle sue radici.
I crostacei contrastano meravigliosamente con gli spinaci:
è per questo che mi piacciono follemente, soprattutto nelle
varietà minori, come i molluschi. Il loro massimo pregio consiste sempre nel guscio, scheletro esterno, che realizza materialmente un'idea originaria e brillante: portare le proprie ossa all'infuori, e non, secondo l'uso corrente, all'interno.
Grazie alle armi della propria anatomia il crostaceo è dunque in grado di proteggere il morbido e nutriente delirio della propria intimità, difeso contro ogni possibile profanazione, incastonato in una corazza solenne e tenace, che lo lascia
vulnerabile solo alla conquista veramente imperiale, nella
nobile guerra della scorticazione: alludo alla conquista del
palato. Quant'è meraviglioso sentirsi scricchiolare sotto i
denti il fragile cranio di un uccellino ! ' Non concepisco che si
L uccello risveglia sempre nell'uomo l'angelo cannibale della sua crudeltà.
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LA MIA VITA SEGRETA
possano mangiare altrimenti dei cervelli! Gli uccellini, d'altra parte, somigliano molto ai molluschi, e anch'essi portano
la corazza, per così dire, inserita nella pelle. Paolo Uccello
dipinse piccoli crostacei simili a piccoli ortolani, e lo fece
con una grazia misteriosa degna in tutto dell'uccello che egli
era realmente, e che gli valse il suo soprannome.
Ho spesso scritto che gli organi più filosofici dell'uomo sono le mascelle. Quando mai ci sentiamo più filosofi, se non
nel momento in cui succhiamo lentamente il midollo di un osso potentemente stritolato nella morsa finale e distruttiva dei
nostri molari, il che ci autorizza a sentirci realmente arbitri
della situazione? In quel momento, raggiungendo l'essenza
del midollo, gustiamo il sapore della verità, che tenera e nuda emerge dal pozzo dell'osso maciullato nella nostra bocca.
So sempre con sicurezza che cosa ho voglia di mangiare! E
la mia meraviglia si rinnova osservando come il mondo sia
pieno di gente che inghiotte qualunque cosa nella sacrilega
convinzione che l'atto del mangiare si compia per pura necessità.
Tuttavia, pur conoscendo minuziosamente e anticipatamente quel che desidero ottenere dai miei sensi, non posso
dire altrettanto dei miei sentimenti, fragili e leggeri come
bolle di sapone. Parlando in linea generale, non sono mai
stato in grado di prevedere gli sviluppi isterici e violenti della mia condotta, e ancor meno il risultato finale delle mie
azioni; al contrario, spesso mi ritrovo attonito spettatore del
gioco e vedo spaventato le mie bolle di sapone assumere il
peso categorico e catastrofico di palle da fucile. Ogni volta
che le sfere iridate del mio sentimento, staccandosi dalla loro
vita effimera, toccano terra, ossia la realtà, si trasformano immediatamente in azioni essenziali e divengono, da trasparenti ed eteree, opache, metalliche e minacciose. Niente può
spiegar meglio simili metamorfosi delle storie che sto per
narrarvi, e che ho raggruppato in questo capitolo senza ordine cronologico, semplicemente pescandole dal torrente
aneddotico della mia vita. Poiché sono rigorosamente autentiche e narrate con franchezza, le mie storie offrono colori e
contorni di inequivocabile somiglianza e rappresentano dunque un onesto tentativo di autoritratto. Molti, lo so bene, le
avrebbero mantenute segrete. Ma la mia idea fissa è quella di
Della Porta, nella sua Magia naturale, dà la ricetta per cucinare un tacchino
senza ucciderlo, raggiungendo così questa suprema raffinatezza: mangiarlo
ben cotto e ben vivo.
PARTE PRIMA
2
3
uccidere nel mio libro la maggior quantità possibile di misteri, e di ucciderli con le mie stesse mani.
Avevo cinque anni, ed era primavera nel villaggio di Cambrils, presso Barcellona. Passeggiavo in campagna con un
bimbo più piccolo di me, biondissimo e ricciuto. Lo conoscevo da poco. Io andavo a piedi, lui in triciclo. Lo aiutavo,
ogni tanto, spingendolo con una mano.
Raggiungemmo un ponte in costruzione, ancora senza parapetti. Improvvisamente, e come spesso mi accade, ebbi
un'idea; mi guardai attorno per esser certo che nessuno potesse vedermi, poi spinsi il piccolo giù dal ponte. Cadde sui
ciottoli del torrente da oltre quattro metri di altezza. Io mi
precipitai a casa per annunciare l'accaduto.
Durante l'intero pomeriggio, bacinelle colme di acqua sanguinolenta furono portate fuori dalla stanza dove il bimbo,
gravemente ferito alla testa, sarebbe poi rimasto per una settimana. L'andirivieni continuo e la confusione generale in cui la
casa era piombata mi ispirarono sensazioni deliziosamente allucinate. Mi ero rifugiato in un salottino, e mangiavo ciliegie
rannicchiato in una poltrona con la spalliera, i braccioli e i
cuscini rivestiti di pizzo a uncinetto. Il pizzo ero ornato di
grosse ciliegie in peluche. Il salottino si affacciava sull'ingresso, e di lì potevo osservare ciò che accadeva, pur stando al
buio, poiché le persiane venivano chiuse fin dal mattino per
respingere l'afa opprimente. Il sole, battendo sul legno, vi accendeva piccoli labirinti scarlatti, simili a orecchie illuminate
dall'interno. Non provavo assolutamente rimorso. E ricordo
benissimo che la sera, attraversando come sempre tutto solo i
prati, assaporavo la bellezza di ogni singolo filo d'erba.
2
All'inarca nello stesso periodo, il dottore venne da noi un
pomeriggio per forare i lobi delle orecchie alla mia sorellina,
che io adoravo con delirante tenerezza. Giudicavo oltraggiosamente crudele l'operazione ed ero ben deciso a impedirla,
nel modo più assoluto. Attesi dunque che il dottore si fosse
seduto e si sentisse pronto, dopo essersi aggiustato gli oc-
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LA MIA VITA SEGRETA
chiari sul naso, a iniziare il suo lavoro. Irruppi allora nella
stanza, agitando il mio battipanni di cuoio, e frustai il dottore in piena faccia, spaccandogli le lenti. Era un uomo anziano
e mandò un urlo di dolore, cadendo poi tra le braccia di mio
padre, accorso in suo aiuto.
« Non avrei mai pensato che potesse fare una cosa simile
proprio a me, che gli volevo tanto bene» si lamentò con la
voce splendidamente modulata di un usignolo e spezzata dai
singulti. Da quel giorno mi piacque ammalarmi, non foss'altro che per il piacere di vedere la faccina di quel vecchio che
avevo fatto piangere.
3
Avevo sedici anni e mi trovavo nel collegio dei Padri Maristi a Figueras. Si passava dalle aule scolastiche nel giardino
della ricreazione grazie a una scala di pietra quasi verticale.
Una sera, senza alcuna ragione, mi venne in mente di buttarmi giù dall'alto della scala. Ero prontissimo a farlo, ma alla
fine la paura mi frenò. Non per questo l'idea smise di assillarmi, e in segreto perfezionavo il piano che avrei realizzato
il giorno dopo. L'indomani, infatti, non esitai. Nel preciso
istante in cui con i miei compagni mi preparavo a scender le
scale, feci un fantastico salto nel vuoto, ricaddi sui primi gradini e di là, rimbalzando, precipitai fino in fondo. Mi ritrovai
coperto di contusioni e di graffi, ma una gioia intensa e inesplicabile rendeva il dolore del tutto secondario. L'effetto
prodotto sugli altri ragazzi, e sui superiori accorsi a rialzarmi,
fu enorme. Fazzoletti umidi mi vennero applicati sulla fronte.
Ero così timido, allora, che la minima attenzione mi faceva
arrossire fino alle orecchie; generalmente restavo appartato e
solitario. L'improvviso interesse generale mi emozionò stranamente e, quattro giorni dopo, ripetei lo stesso balzo, scegliendo però l'ora della seconda ricreazione, quando tutto il
collegio e perfino il padre superiore si trovavano nel cortile.
Produssi una sensazione persino maggiore della volta precedente, anche perché prima di spiccare il volo lanciai un grido
acutissimo che attrasse su di me gli sguardi di tutti. La mia
soddisfazione fu indescrivibile, la pena fisica insignificante,
per cui, incoraggiato da questo, continuai a ripetere di tanto
in tanto la mia impresa. Ogni volta che mi preparavo a scendere in giardino, mi sentivo circondato dall'attesa più com-
PARTE PRIMA
25
mossa. Si butterà, non si butterà? E come avrei potuto scendere tranquillamente e normalmente le scale, mentre mi sentivo divorato da cento sguardi?
Ricorderò sempre una piovosa sera di ottobre. Ero fermo
sul pianerottolo. Dalla corte saliva verso di me il forte aroma
della terra umida e delle ultime rose; il sole calante accendeva
nel cielo nuvole sublimi, simili a leopardi rampanti, a Napoleoni, a caravelle, sconvolte e stravolte; il mio volto era illuminato dalle mille luci dell'apoteosi. Cominciai a scendere
gradino per gradino, in una lenta, deliberata, cieca estasi, così visibile e così commovente che d'improvviso i ragazzi smisero i loro giochi e tacquero di colpo. Se mi avessero offerto
di cambiare il mio posto con quello di un dio, avrei rifiutato.
4
Avevo ventidue anni. Studiavo all'accademia di belle arti,
a Madrid. Il desiderio di fare sistematicamente, costantemente, immancabilmente, il contrario di quel che facevano
gli altri mi spinse ben presto a stravaganze famose nei circoli
artistici. Un giorno, il professore di disegno ci assegnò il
compito di dipingere una statua gotica della Vergine direttamente dal modello. Prima di lasciarci, il professore ripetè parecchie volte che avremmo dovuto dipingere esattamente
quel che «vedevamo».
Immediatamente, preso da un furore di mistificazione, mi
misi al lavoro, dipingendo furtivamente nei più minuti particolari un paio di bilance che copiavo da un catalogo: tutti
pensarono che fossi davvero impazzito. Alla fine della settimana il professore venne a correggere e a commentare i nostri
lavori. Si fermò in un raggelato silenzio davanti al mio quadro,
mentre tutti gli altri studenti vi si raggruppavano intorno.
« Forse lei vede qui una Vergine, come tutti gli altri, » arrischiai io timidamente, e però con una certa fermezza « ma io
vedo invece un paio di bilance». 1
Soltanto oggi, scrivendo questo aneddoto, sono colpito dall'ovvio rapporto, sia pur suggerito da un'associazione di idee, tra la Vergine e le bilance nei segni dello zodiaco. Ora, così come appare nel mio ricordo, la Vergine posava sopra una « sfera celeste ». La mia presunta mistificazione sarebbe
dunque in realtà un anticipo sulla futura filosofia daliniana della pittura, vale a dire l'improvvisa materializzazione dell'immagine suggerita, l'onnipotente corporalità feticistica di quei fenomeni fin qui arricchiti degli attributi
realistici, privilegio degli oggetti tangibili.
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LA MIA VITA SEGRETA
5
L'anno dopo mi presentai all'esame di storia dell'arte.
Ero ansioso di mostrarmi brillantissimo e avevo studiato indefessamente. Salii sulla piattaforma dove sedeva la commissione e il soggetto della mia esposizione orale fu estratto a sorte. Ebbi una fortuna inaudita: era esattamente il soggetto che
avrei preferito trattare. Ma improvvisamente un'invincibile
indolenza mi sopraffece, e quasi senza esitare, tra lo stupore
dei professori e di tutti gli astanti, mi alzai e dissi testualmente: «Chiedo scusa, ma io sono infinitamente più intelligente
di questi tre esaminatori e rifiuto dunque di venir giudicato
da loro. Conosco l'argomento troppo bene».
Di conseguenza venni citato davanti al consiglio di disciplina ed espulso dalla scuola. Così finì la mia carriera scolastica.
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Avevo ventinove anni e trascorrevo l'estate a Cadaqués.
Stavo facendo la corte a Gala, e mangiavamo con alcuni ami-
PARTE PRIMA
V
ci sulla spiaggia, in una piccola osteria, con la pergola rivestita di tralci e circondata dall'assordante ronzio delle api. Mi
sentivo meravigliosamente felice, benché portassi in me il
peso sempre più maturo del mio nuovo amore e me ne sentissi strangolato come da un polipo di solido oro, lucente per
le mille gemme dell'angoscia. Avevo appena mangiato quattro aragoste e bevuto un po' di vino, uno di quei vini locali
che, pur non essendo pretenziosi, custodiscono tuttavia i più
delicati segreti del Mediterraneo perché possiedono la meravigliosa fragranza in cui, fra immense irrealtà, si ritrova il gusto sentimentale e torturante delle lacrime. Finimmo tardi il
nostro pasto, il sole già calava all'orizzonte. Io ero scalzo, e
una delle ragazze del nostro gruppo che mi ammirava da
tempo seguitava a esaltare stridula la bellezza dei miei piedi.
I miei piedi sono realmente così belli che mi pareva stupido
che lei insistesse nella lode. Sedeva in terra e appoggiava leggermente il capo sulle mie ginocchia. Improvvisamente tese
una mano in avanti e, quasi impercettibilmente, mi carezzò
l'alluce, con dita tremanti. Balzai in piedi, il cervello offuscato da una tremenda gelosia di me stesso, come se, di colpo,
fossi diventato Gala. Respinsi la mia ammiratrice, mi buttai
su di lei e presi a colpirla con tutte le mie forze, finché me la
strapparono, sanguinante, dagli artigli.
7
Nel 1928 tenni una conferenza sull'arte moderna a Figueras, mia città natale. Il sindaco presiedeva la riunione, e tutti
i notabili si erano riuniti in insolita folla per ascoltarmi, con
educato stupore. Quand'ebbi finito, mi parve di non esser
stato capito neppure nella conclusione. Nessuno si era accorto che l'ultimo passo era definitivo. Preso da un improvviso furore isterico, gridai con tutto il fiato: «Signore e signori, la conferenza è finiteli ».
In quel preciso istante il sindaco, uomo popolarissimo e
amato dall'intera città, cadde morto ai miei piedi. L'emozione fu indescrivibile e l'avvenimento ebbe ripercussioni considerevoli. I giornali umoristici dichiararono che le enormità
enunciate nel corso della conferenza lo avevano ucciso. Fu
invece un caso molto comune di morte improvvisa, credo per
angina pectoris, che per pura combinazione coincise con la
fine del mio discorso.
28
LA MIA VITA SEGRETA
8
Quando andai in Italia per la prima volta, il cielo di Torino era oscurato da un'enorme parata aviatoria. Nelle strade
sfilavano cortei, punteggiati di fiaccole: era appena scoppiata
la guerra contro l'Abissinia.
9
Nel 1936, a Parigi, abitavamo un appartamento al 7 di rue
Becquerel, poco lontano dal Sacré-Coeur. L'indomani Gala
avrebbe subito un'operazione e doveva quindi trascorrere la
notte in ospedale per le cure necessarie. L'operazione era ritenuta molto seria. Tuttavia Gala, con il suo straordinario,
esuberante coraggio, non sembrava affatto preoccupata e dedicammo l'intero pomeriggio alla costruzione di due oggetti
surrealisti. Gala era felice come una bimba: con meravigliosi
gesti arcuati, degni di un personaggio di Carpaccio, stava
raccogliendo uno strabiliante assortimento di oggetti da sottoporre ai piccoli cataclismi di certe azioni meccaniche. Più
tardi compresi che l'oggetto che andava creando era pieno di
inconsce allusioni all'imminente intervento chirurgico, essendo evidente il suo carattere biologico. C'erano le membrane destinate alla ritmica tortura delle antenne metalliche,
c'erano strumenti delicati quanto il bisturi e la terrina colma
di farina per attutire i colpi destinati a un paio di seni femminili... Questi seni avevano una raggiera di piume di gallo al
posto dei capezzoli; così le penne, agitando lievemente la farina, ammorbidivano il peso dei seni che venivano a sfiorarne
soltanto la superficie e lasciavano nell'immacolato biancore
farinoso una traccia infinitamente impercettibile del loro
contorno.
Nel frattempo io stavo mettendo insieme una « cosa » che
definii «orologio ipnagogico»: si componeva di un'enorme
pagnotta, posata sopra un lussuoso piedistallo. Fissai sul retro del pane dodici bottigliette di inchiostro Pelikan, tutte in
fila e piene: ogni bottiglietta conteneva una penna di diverso
colore. Ero assolutamente entusiasta dell'effetto ottenuto.
Al tramonto, Gala aveva finito il suo oggetto e decidemmo
di portarlo ad André Breton per mostrarglielo, prima di raggiungere l'ospedale. (La costruzione di simili oggetti era la
mania del momento e non ci si occupava d'altro nei circoli
PARTE P R I M A
X<)
surrealisti.) Sistemammo quindi l'oggetto di Gala in un taxi,
ma non appena ci mettemmo in moto una brusca frenata
spostò ogni cosa e i diversi elementi si sparsero sul sedile e
sul pavimento della vettura. Quel che è peggio, la bacinella
contenente due libbre di farina si capovolse, imbiancandoci
completamente. Tentammo di raccoglierla, ma era già sporca. Di tanto in tanto l'autista si voltava a osservare la nostra
agitazione con un'aria per metà compassionevole e per metà
scandalizzata. Ci fermammo in una drogheria per comprare
altre due libbre di farina.
Tutti questi incidenti ci fecero quasi dimenticare l'ospedale, dove arrivammo tardissimo. La nostra apparizione nel
cortile immerso nel crepuscolo lilla di quel maggio parigino
dovette esser singolare e inquietante, a giudicare dai volti
delle infermiere che ci vennero incontro. Non smettevamo di
spolverarci, scatenando di continuo nuvole di farina: soprattutto io ne ero coperto fino ai capelli. Che pensare di un marito che osava uscire da un qualsiasi taxi, con la moglie gravemente malata e con gli abiti saturi di farina, quasi fosse un
gigantesco scherzo? Probabilmente le infermiere della clinica in rue Michel-Ange se lo chiedono ancora, e si spiegheranno il mistero soltanto se per caso leggeranno queste righe.
Lasciai Gala all'ospedale e rincasai. Di tanto in tanto, a intervalli sempre più lunghi, continuavo a spolverarmi. Pranzai
con eccellente appetito: ostriche, piccione arrostito, tre tazze di caffè. Poi ripresi il lavoro iniziato nel pomeriggio. In
realtà non avevo desiderato altro e l'interruzione per condurre Gala all'ospedale aveva soltanto esasperato la mia attesa e accresciuto il mio piacere. Mi sentivo lievemente stupito nel constatare la mia indifferenza nei riguardi dell'operazione che avrebbe avuto luogo l'indomani mattina alle dieci. Ma mi riusciva impossibile, anche sforzandomi, provare la
minima ansietà. Tale assoluta freddezza verso l'essere che
credevo di adorare presentava alla mia intelligenza un appassionante problema filosofico e morale, ma mi sentivo incapace di risolverlo. Mi sentivo invece ispirato quanto un
musicista: nuove idee scintillavano nelle profondità della mia
fantasia. Dipinsi ad acquerello sessanta bottigliette da inchiostro con le relative sessanta penne, su sessanta quadratini di carta che appesi con sessanta pezzetti di spago alla pagnotta. Una calda brezza entrò dalla finestra ad agitare i foglietti dipinti e contemplai con vera estasi l'assurda e terribilmente reale perfezione del mio oggetto. Ancora immerso
nell'importanza dello sforzo compiuto, mi coricai verso le
L A M I A VITA S E G R E T A
due del mattino, e con l'innocenza di un angelo mi addormentai immediatamente. Mi svegliai alle cinque come un demonio, inchiodato al mio letto dalla peggiore angoscia che
avessi mai conosciuta.
Con lentissimi, dolorosi movimenti che mi parvero durare
duemila anni, respinsi le soffocanti coltri. Ero coperto dal
sudore freddo del rimorso, la rugiada che si forma sui paesaggi dell'animo umano sin da quando è sorta la prima aurora della moralità.
Il giorno già forava il cielo, gli striduli e frenetici canti degli uccelli improvvisamente desti ferivano le pupille dei miei
occhi aperti sulla sventura, mi assordavano, chiudevano il
mio cuore nella rigida, enorme ragnatela di tutti i germogli,
di tutte le esplosioni primaverili.
Gala, Galuchka, Galuchkineta! Lacrime roventi mi sgorgavano dagli occhi, lentamente, prima, come negli spasimi e nelle doglie del parto. Poi presero a fluire con la sicurezza, l'impetuosità di una cavalcata, con il rammarico per la diletta che
vedevo solo di profilo seduta nel madreperlaceo carro della
disperazione. E ogni volta che il flusso delle lacrime accennava a diminuire, ecco un'altra visione di Gala sorgermi dinanzi: Gala appoggiata a un albero d'olivo, a Cadaqués, che mi fa
un cenno; Gala nella tarda estate, arrampicata sulle rocce di
capo Creus per scoprirvi uno scintillante frammento di mica;
Gala che nuota lontano, e posso distinguerne solo il sorriso.
Le fuggevoli immagini provocavano un nuovo fiume di pianto, come se l'aspro meccanismo dei sentimenti comprimesse il
diaframma muscolare delle mie orbite, strizzando dalle luminose visioni del mio amore la livida acidità delle memorie.
Corsi all'ospedale come un pazzo e mi aggrappai al camice
del chirurgo con una violenza così animale da indurlo a trattarmi con singolare cortesia, riconoscendo anche in me un
malato. Per una settimana piansi quasi di continuo, singhiozzai in ogni circostanza, fra lo stupore dei miei più intimi amici surrealisti. Finalmente, una domenica, Gala fu dichiarata
definitivamente fuori pericolo, e Pora-della-morte-in-abitoda-festa se ne andò in punta di piedi. Galuchka sorrideva e
io potevo finalmente premermi la sua mano contro la guancia. «Dopo tutto questo,» pensavo con selvaggia tenerezza
«potrei benissimo ucciderti! ».
PARTE PRIMA
3I
IO
Torniamo a Cambrils, ai miei cinque anni. Tre bellissime
ragazze mi avevano condotto a passeggio con loro. Erano
tutte e tre grandi e stupende, ma soprattutto una mi sembrava meravigliosa. Mi teneva per mano, e il suo immenso cappello, adorno di un gran velo bianco ricadente, me la rendeva particolarmente patetica.
Raggiungemmo un luogo solitario, e qui le ragazze presero
a bisbigliare, a ridere sommessamente tra loro, con una certa
ambiguità. Ne fui turbato e ingelosito, soprattutto quando
cercarono di allontanarmi, suggerendomi qualche gioco che
avrei dovuto fare da solo. Finsi di lasciarle, e mi nascosi in un
luogo da cui mi fosse facile osservarne le mosse: che furono,
in realtà, sconcertanti.
La più incantevole delle tre era al centro del gruppo; le altre due, scostandosi di alcuni passi, la osservavano con curiosità, in silenzio. E lei, con un imprevedibile atteggiamento
di orgoglio, se ne stava immobile, il capo leggermente chino,
le gambe rigide e allargate, mentre le mani, appoggiate ai
fianchi, sollevavano impercettibilmente la gonna e la sua solennità suggeriva un'attesa spasmodica. Tutto fu fermo e
quieto, per circa mezzo minuto, poi un violento zampillo
percosse sonoramente il terreno asciutto, e subito una pozza
fumante si formò tra i suoi piedini. La terra assorbì solo in
parte il liquido, che si divise in ruscelletti così impetuosi da
raggiungere immediatamente le scarpe bianche della giovane
donna, nonostante il suo sforzo quasi acrobatico per evitarli.
Una grigia zona di umidità macchiò il camoscio, dove il bianchetto assunse le funzioni della carta assorbente.
Tutta intenta in quell'atto, la «creatura col velo» non poteva avvertire la mia paralizzata attenzione. Ma rialzando il
capo, mi vide proprio di fronte a lei, appena celato dai cespugli, e mi dedicò un sorriso ironico, con uno sguardo infinitamente dolce e, schermato dalla purezza del velo, castamente
conturbante. Quasi contemporaneamente gettò un'occhiata
alle amiche, che sottintendeva: « Non riesco a trattenermi, è
troppo tardi»; e loro risero, e di nuòvo tacquero. Stavolta
avevo capito benissimo, il cuore mi batteva violentemente ed
ecco che ancora due zampilli scrosciarono sul terreno, e io,
senza volgere il capo, fissai gli occhi sbarrati nei suoi, velati.
Una mortale vergogna mi saliva al volto, con il flusso e il riflusso del sangue, mentre nel cielo le ultime nuvole scarlatte
si scioglievano in nebbie crepuscolari, e sulla terra calcinata i
32
LA MIA VITA SEGRETA
tre preziosi, implacabili, vanamente trattenuti torrenti risuonavano quasi come tre tamburi, prolungandosi in selvagge
cascate di bollenti topazi.
La notte calava, e ci avviammo verso casa. Avevo rifiutato
di dar la mano a tutte e tre le donne, e le seguivo a breve distanza, incerto tra l'esultanza e il rancore. Tenevo nel pugnetto chiuso una lucciola, raccolta per via e di tanto in tanto aprivo le dita per contemplarne lo splendore. Poi tornavo
a serrare il mio tesoro con tanta violenza che il sudore mi
scorreva nel palmo e dovevo ogni tanto passare la lucciola
dalla destra alla sinistra, per impedire che affogasse. Più volte mi sfuggì, durante queste operazioni, e dovetti cercarla,
nella polvere candida, inazzurrata dalla luna ancora esile. Ma
quando una goccia del mio sudore, cadendo in quella stessa
polvere, vi scavò un piccolo cratere, rabbrividii, mi sentii
raggelare, e sempre stringendo la lucciola raggiunsi di corsa
le tre ragazze che mi aspettavano. Di nuovo quella col velo
mi tese la mano, di nuovo la respinsi, camminai vicino a lei,
senza però toccarla.
Avevamo quasi raggiunto la casa quando mio cugino ci
venne incontro. Era un giovane di vent'anni, o quasi, e portava un fucile in spalla, agitando di lontano un oggetto che
voleva mostrarci. Si trattava di un piccolo pipistrello, ferito
all'ala, e mio cugino lo reggeva per le orecchie. Dopo esser
rientrati, lo sistemò in una specie di secchiello e me lo regalò,
perché aveva capito che morivo dalla voglia di averlo. Corsi
subito verso la lavanderia, il mio rifugio prediletto: era lì che
custodivo, sopra un lettuccio di foglie di menta, e coperte da
un bicchiere capovolto, alcune coccinelle, splendenti di riflessi metallici. Misi la lucciola accanto alle coccinelle, il pipistrello accanto al bicchiere, e posi su di loro il secchiello. Il
pipistrello era quasi immobile; restai lì per più di un'ora, prima del pranzo, e spesso scoprivo il volatile, che adoravo pazzamente, per baciare la pelosa sommità della sua testa.
La mattina dopo un funesto spettacolo mi attendeva nella
lavanderia. Il bicchiere rovesciato, le coccinelle scomparse e
il pipistrello, sebbene ancora vivo, brulicante di formiche
impazzite; nell'agonia, il musetto della bestia somigliava alla
maschera di una vecchia, con tutti i fragili denti scoperti.
Proprio allora vidi la «creatura col velo». Era a dieci passi
da me, ferma accanto alla siepe, in procinto di aprire un cancelletto. Assalito da un furore omicida, raccolsi istintivamente un ciottolo e glielo lanciai contro con tutte le mie forze,
quasi riconoscendo in lei la responsabile del disastro. La pie-
PARTE PRIMA
33
tra non la sfiorò neppure, ma rimbalzando provocò un rumore che la fece volgere verso di me, lanciandomi un'occhiata di curiosità materna: io ero lì, tremante, sopraffatto da un
turbine di emozioni, in cui la vergogna lentamente predominava.
E improvvisamente seguii un altro incomprensibile impulso, che strappò alla giovane donna un urlo di orrore. Raccolsi il pipistrello, sempre formicolante, me lo portai alla bocca,
mosso da un istinto di tenerezza, poi, invece di baciarlo, come credevo di desiderare, lo morsi con tanta furia che mi
parve di spaccarmi le mascelle. Tremando di orrore lo lanciai
nella vasca del bucato all'aperto, e fuggii. Quell'acqua era
tutta chiazzata di grossi fichi neri che, troppo maturi, si erano staccati dal sovrastante albero. Tornai lì, più tardi, e non
potei più distinguere il corpicino nero del pipistrello, perso
tra le altre macchie nere dei fichi galleggianti. Mai più, da allora, ebbi voglia di giocare nella lavanderia; e ancora oggi, se
una composizione di oggetti neri mi rammenta il particolare
ordine (sempre chiarissimo nella mia mente) dei fichi in quel
lavatoio dov'era finito il mio pipistrello, sento un brivido
corrermi lungo le reni.
n
Di nuovo alla scuola di belle arti.
Dovevamo dipingere un quadro a olio, durante una specie
di gara tra compagni di corso. Scommisi che avrei vinto il
premio senza neppure toccar la tela con il pennello. Ci riuscii, infatti, lanciando grumi di colore dalla distanza di un
metro, e creando così una composizione pointilliste talmente
accurata nel disegno e nei colori che vinsi davvero il primo
premio.
12
I miei tre viaggi a Vienna furono esattamente tre gocce
d acqua che, per mancanza di immagini da riflettere, restano
opache. Ogni volta feci esattamente le stesse cose: la mattina
andavo a vedere i Vermeer della collezione Czernin e nel pomeriggio « non » visitavo Freud perché regolarmente mi avvertivano che era assente per ragioni di salute.
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LA MIA VITA SEGRETA
Ricordo con piacevole malinconia i pomeriggi trascorsi
vagando per le strade dell'antichissima capitale austriaca. La
torta di cioccolata, che mangiavo in fretta tra un negozio di
antiquario e l'altro (mi interessavano tutti), aveva un sapore
leggermente amaro, suggerito proprio dalle anticaglie appena viste e accentuato dall'ironica delusione per quella visita
sempre impossibile. La sera, prolungavo all'infinito lunghe e
logoranti conversazioni immaginarie con Freud; spesso rincasava con me, e una notte rimase persino aggrappato tenacemente alle tende della mia stanza all'hotel Sacher.
Molti anni dopo i miei vani tentativi di incontrare Freud,
intrapresi un'escursione gastronomica nella regione di Sens,
in Francia. Rammento in particolare un pranzo, che incominciò con le lumache, uno dei miei piatti prediletti. Parlavamo di Edgard AUan Poe, un tema magnifico, specialmente
se accompagnato dalle lumache e animato dalla lettura di un
saggio appena uscito, uno studio psicoanalitico sullo scrittore, della principessa di Grecia, Marie Bonaparte. Improvvisamente scorsi una fotografia del professor Freud sulla prima
pagina del giornale che qualcuno stava leggendo al tavolo vicino. Ordinai che me ne portassero una copia e lessi così che
Freud, esiliato, era giunto a Parigi. C'eravamo appena ripresi dallo stupore della notizia, quando emisi un violento grido.
Avevo appena scoperto il segreto morfologico di Freud! Il
cranio di Freud era una lumaca! Il suo cervello aveva la forma di una spirale, lo si sarebbe potuto estrarre con un ago!
La mia scoperta influenzò profondamente il disegno di Freud
che feci in seguito, dal vero, un anno prima che morisse.
Il cranio di Raffaello è esattamente l'opposto di quello di
Freud: è ottagonale, come una gemma sfaccettata, e il suo
cervello appare come le venature del marmo; il cranio di
Leonardo somiglia invece a una noce da spaccare: intendo
dire che somiglia più degli altri a un vero cervello.
Potei finalmente conoscere Freud a Londra. Ero in compagnia dello scrittore Stefan Zweig e del poeta Edward James. Mentre attraversavo con loro il giardinetto del vecchio
professore, vidi una bicicletta appoggiata contro il muro e
sul sellino, legata con uno spago, c'era una borsa per l'acqua
calda di gomma scarlatta, ben gonfia e incoronata da una lumaca viva: la presenza di quegli strani oggetti appariva inesplicabile nel giardinetto di Freud.
Contrariamente alle mie speranze, parlammo poco, ma ci
divorammo a vicenda con gli occhi. Freud conosceva di me
soltanto la mia pittura e l'ammirava; ma io improvvisamente
PARTE PRIMA
35
fui colto dall'ambizione di apparirgli un dandy dell'« intellettualità universale». Seppi in seguito di aver prodotto l'effetto opposto.
Prima di lasciarlo, volli dargli una rivista che aveva pubblicato un mio articolo sulla paranoia e l'aprii alla pagina in
cui iniziava il mio testo, pregandolo di leggerlo se gli restava
un attimo di tempo. Freud continuava a fissarmi senza curarsi della mia rivista, e allora io, sempre sperando di suscitare il
suo interesse, spiegai che non si trattava di una divagazione
surrealista, ma di un articolo veramente scientifico e ne lessi
il titolo, sottolineandolo col dito. La sua indifferenza rimase
imperturbata, per cui la mia voce divenne involontariamente
stridula e sempre più insistente. Allora, continuando a fissarmi con un'intensità che sembrava riassumere tutta la sua forza, Freud esclamò, rivolgendosi a Stefan Zweig: «Non ho
mai visto un esemplare altrettanto tipico di spagnolo. Che fanatico! ».
CAPITOLO SECONDO
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NASCITA DI SALVADOR DALI
Nella città di Figueras alle undici del mattino, il 13 maggio
1904, don Salvador Dali y Cusi
nato a Cadaqués, provincia di
Gerona, di anni quarantuno, coniugato, di professione notaio,
abitante in questa città al numero
venti di calle Monturiol si presentò al signor Miguel Cornas
Quintana, il giudice municipale
della città, e al suo segretario,
don Francisco Sala y Sabria, per
comunicare la nascita di un figlio da iscrivere nel registro civile e, fattosi riconoscere dal summenzionato giudice, dichiarò:
Che il detto figlio è nato nel mio domicilio alle ore otto e quarantacinque del mattino di questo stesso giorno, il 13 maggio, e che
gli sarebbe stato dato il nome di Salvador Felipe y Jacinto; che il
bambino è figlio legittimo mio e di mia moglie dona Felipa Domenech di anni trenta, nata a Barcellona, residente al suddetto domicilio. I suoi nonni paterni sono don Gaio Dali Vinas, nato a Cadaqués, defunto, e dona Teresa Cusi Marco nata a Rosas; e i suoi nonni materni sono dona Maria Ferres Sadurne e don Anselmo Domenech Serra, nati entrambi a Barcellona.
I testimoni furono don José Mercader, nato a La Bisbal,
provincia di Gerona, conciatore, abitante in questa città al
numero venti di calzada de Los Monjes; e don Emilio Baig,
nato in questa città, musicista, domiciliato al numero cinque
di calle de Perelada, entrambi maggiorenni.
Fate suonare tutte le vostre campane! Esultate, Salvador
Dali è nato! N o n spira un soffio di vento, il cielo di maggio
risplende immacolato, il mar Mediterraneo si stende immobile, e sul suo dorso, morbido come quello di un pesce, brilla un riflesso di sole ben distinto in almeno sette, o forse otto, raggi: si potrebbero contare. Tutto va per il meglio! Salvador Dali non avrebbe potuto desiderar di più.
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LA MIA VITA SEGRETA
Fu in un mattino uguale a questo che i fenici e poi i greci
sbarcarono nelle baie di Rosas e di Ampurias, per preparare
il letto della civiltà, le candide, lucenti e teatrali lenzuola destinate alla mia nascita, per essa soltanto scelsero il centro
preciso della pianura di Ampurdàn, il paesaggio perfetto,
concreto, obiettivo, che non ha equivalenti nel mondo intero.
Ecco che il pescatore di capo Creus ritira i remi nella barca e ve li lascia immobili a gocciolare; intanto sputa nel mare
l'amara cicca di un sigaro mille volte rimasticato e si asciuga
con la manica la lacrima di miele lentamente formatasi all'angolo dei suoi occhi, e poi guarda verso di me!
E anche tu, Narciso Monturiol, illustre figlio di Figueras,
inventore e costruttore del primo sottomarino, volgi i grigi
occhi velati di nebbie verso di me. Guardami! Non vedi nulla? E tutti voi non vedete nulla?
Soltanto...
In una casa di calle Monturiol un neonato dorme, tra l'adorazione dei genitori, tra un disordine domestico assolutamente insolito.
Miserabili, tutti quanti siete! Ma ricordate il mio avvertimento: le cose non andranno così il giorno della mia morte!
CAPITOLO TERZO
FALSI RICORDI D'INFANZIA
Quand'ebbi sette anni mio
padre decise di mandarmi a
scuola, e il primo giorno mi accompagnò. Dovette ricorrere
alla forza e trascinarmi per mano, mentre io urlavo, provocando una confusione tale da
far accorrere sui loro usci i
bottegai di tutte le strade che
percorrevamo. 1 miei genitori mi avevano già insegnato due
cose: le lettere dell'alfabeto e il modo di scrivere il mio nome.
Alla fine del primo anno di scuola scoprirono con vero stupore che avevo dimenticato tutto quel che sapevo.
Non era colpa mia. Il mio maestro si era dato una gran pena per ottenere questo bel risultato, sempre che si possa
chiamar pena il suo sonno quasi continuo. Questo professore si chiamava senor Traite, che in catalano significa « frittata», ed era sotto ogni aspetto un personaggio straordinario.
Aveva un'immensa barba bianca divisa in tante treccioline
simmetriche così lunghe che, quando si sedeva, gli pendevano oltre le ginocchia. Era una barba color dell'avorio, chiazzata di giallo, come i polpastrelli e le unghie dei grandi fumatori e i tasti di certi pianoforti, sebbene quei pianoforti, è ovvio, non abbiano mai fumato in vita loro.
Il sefior Traite aveva un bellissimo viso di tipo tolstoiano1
con innesti leonardeschi; i suoi occhi turchini lucentissimi si
illuminavano di sogni e di poesia; vestiva con sciatteria, puzzava e, di tanto in tanto, si metteva in testa un cilindro, ornamento insolito nella regione. Ma il suo aspetto imponente gli
permetteva qualunque eccentricità, ed era reso invulnerabile
dalla fama di un'estrema intelligenza. Talvolta, la domenica,
partiva per brevi escursioni artistiche, e ne ritornava con la
il incirca nello stesso periodo, in Russia, nella villa di Tolstoj, un'altra
m a mo
'j
'
8^ e > sedeva nel grembo di un'altra patata, di un altro
rdo terroso, raggrinzito e sognante: il conte Lev Nikolaevic Tolstoj.
40
LA MIA VITA SEGRETA
carrozza piena di frammenti marmorei, finestre gotiche e altri
elementi architettonici che comprava per pochi soldi o addirittura rubava nelle chiese dei dintorni. Un giorno scoprì in
un campanile un capitello romanico particolarmente affascinante e tornò sul luogo di notte, più volte, per estirpare dal
muro a cui era fissato il suo adorato capitello. Scalfì, scavò,
demolì con tanto furore che alla fine una parte del campanile
crollò, e con un fracasso facilmente immaginabile due enormi
campane caddero sopra una casa vicina, demolendo il tetto e
penetrando, attraverso un largo cratere, nelle stanze. Prima
che l'intero villaggio si svegliasse e si rendesse conto dell'accaduto, il seiior Traite fuggiva al galoppo nella sua carrozza,
indenne, inseguito da alcuni sassi dei contadini infuriati. Benché l'incidente avesse provocato una certa collera nel popolino di Figueras, il seiior Traite ne trasse l'aureola del martirio
artistico. In verità si stava costruendo, pezzo dopo pezzo, una
villa in campagna, ricavata dai suoi saccheggi domenicali.
Perché mai i miei genitori avevano scelto per me quella
scuola diretta da un insegnante così eccentrico? Perché mio
padre, libero pensatore, non voleva affidarmi ai Padri Maristi,
che istruivano gli altri bambini della mia classe sociale; trascorsi quindi il mio primo anno scolastico tra i più poveri ragazzini della città, il che fu decisivo per lo sviluppo delle mie
tendenze naturali alla megalomania. Giorno dopo giorno mi
abituai a giudicare me stesso, lo scolaro ricco, come un qualcosa di preziosissimo, di delicato, di diverso dai miei miserabili compagni. Ero il solo a portare a scuola un magnifico
thermos pieno di cioccolata calda, avvolto in una salvietta ricamata con le mie iniziali. Io solo, se mi graffiavo anche leggermente, venivo accuratamente medicato e fasciato; io solo
indossavo un abitino alla marinara, con grosse mostrine dorate e stelle sul berretto; io solo emanavo un profumo meraviglioso per i miei compagni, i quali, a turno, fiutavano da vicino l'aroma dei miei capelli accuratamente pettinati, della mia
testa privilegiata; io solo calzavo scarpette ben lucidate e con
una fila di bottoncini d'argento, e se ne perdevo uno si scatenavano risse furibonde tra i bambini scalzi anche in pieno inverno o, al massimo, calzati di orribili e spaiate espadrilles.
Io, soprattutto, ero colui che non giocava, colui che non
parlava mai, e i miei condiscepoli mi ritenevano un essere così strano che mi si avvicinavano, diffidenti, solo per ammirare da vicino il fazzolettino di pizzo fiorito nella mia tasca, o il
mio bastoncino esile e flessibile, ornato da una testa di cane
in argento.
/
PARTE PRIMA
41
Che cosa feci dunque, durante un anno intero, in quell'orrenda scuoletta comunale? Intorno al mio silenzio solitario
gli altri bambini si abbandonavano alla frenesia di una turbolenza continua e per me incomprensibile. Gridavano, giocavano, combattevano, piangevano, ridevano, animati dall'oscura avidità di lacerare carne vivente con i denti e con le
unghie, ostentando l'ancestrale demenza tipica di ogni essere
biologicamente sano, degna dei «principi d'azione» sviluppati praticamente e animalescamente. Quant'ero lontano da
loro, esattamente al polo opposto! Ogni giorno disimparavo
il modo di compiere gli atti più semplici. Ammiravo l'ingenuità dei piccoli esseri assistiti dai demoni delle attività quotidiane e quindi capacissimi di riparare con due chiodini i
portapenne rotti. Sapevano anche ricavare figure complicate
da un foglio di carta piegato; sapevano sciogliere rapidamente e abilmente gli aggrovigliati nodi delle loro espadrilles,
mentre a me capitava di restar chiuso per un intero pomeriggio in una stanza, non sapendo girare la maniglia per uscirne;
se capitavo in una casa di amici, mi ci perdevo e non riuscivo
nemmeno a togliermi, sfilandolo dal capo, il mio camiciotto
da marinaio, perché temevo di morire soffocato. Ogni « attività pratica» mi era impossibile e gli oggetti del mondo
esterno sempre più mi atterrivano.
Che cosa feci dunque, lo ripeto, per un anno intero in quel1 orrenda scuola? Una cosa soltanto, ma questa con disperata
intensità: fabbricai «falsi ricordi d'infanzia». La differenza
tra ì ricordi veri e quelli falsi è esattamente la stessa che si può
riscontrare tra i gioielli: sono sempre i falsi ad avere un'aria
autentica e preziosa. Ricordo ad esempio una scena che, per
ia sua improbabilità, deve ritenersi il mio primo ricordo falso.
42
LA MIA VITA SEGRETA
Stavo guardando un neonato nel suo bagno. Non saprei dire
se fosse un bimbo o una bimba, ricordo soltanto che vidi sopra una delle sue minuscole cosce un buco abbastanza
profondo da contenere un'arancia brulicante di formiche.
Nel bel mezzo delle abluzioni la creaturina fu posta a pancia
in su e io pensai che le formiche si sarebbero compresse nella piaga, provocando un dolore acuto. Poi il piccolo essere fu
risollevato e la mia ansia di rivedere le formiche divenne enorme, ma con mio profondo stupore mi accorsi che erano
scomparse, senza lasciar traccia di ferite. Questo ricordo è
chiarissimo, anche se non so situarlo nel tempo.
Del resto il mio passato forma per me una massa talmente
omogenea e compatta che soltanto l'esame criticamente
obiettivo di certi avvenimenti troppo assurdi e chiaramente
impossibili mi costringe a considerarli «falsi ricordi». Ad
esempio, quando mi riferisco a fatti accadutimi in Russia, de-
PARTE PRIMA
43
vo catalogarli tra i falsi, perché non sono mai stato in quel
paese in vita mia. Avevo però veduto una gran quantità di
cartoline, di disegni, di fotografie della Russia, restando affascinato dal miraggio delle cupole abbaglianti, dei paesaggi di
ermellino nei quali i miei occhi «udivano», per così dire, i
fiocchi di neve scricchiolare di magici fuochi orientali. Le visioni di questo paese candido e lontanissimo corrispondevano esattamente alla mia aspirazione patologica verso l'« assolutamente straordinario ». E assumevano realtà e peso a tutto
detrimento delle vie di Figueras, che stavano perdendo il loro carattere corporale.
Inoltre, come mi accade spesso quando desidero qualcosa
con appassionata veemenza, la mia oscura ma violenta attesa
trovò una sua materializzazione: una notte cadde la neve. Era
la prima volta che contemplavo quel fenomeno, e al risveglio
vidi Figueras e tutta la campagna circostante coperta da
quell'ideale nuvola che seppelliva la realtà, quasi per la magia unica e onnipotente della mia volontà. Non ne fui stupito, a tal punto avevo atteso e immaginato la trasformazione;
una calma estasi si impadronì di me e affrontai gli straordinari eventi che ora racconterò con una calma sognante e assoluta.
Verso metà mattina la neve smise di cadere, e lasciai la finestra, a cui ero rimasto incollato fino ad allora, per andare a
passeggio con mia madre e con mia sorella. Ogni incerto passo nella neve mi sembrava stupendo, ero soltanto lievemente
irritato perché il traffico stradale già guastava l'immacolato
splendore delle vie: avrei voluto che nessuno potesse percorrerle, tranne ovviamente io.
Avvicinandoci ai sobborghi della città, incominciammo a
ritrovare la vera neve e, attraversata una piccola foresta, raggiungemmo una radura splendidamente intatta. Mi arrestai
affascinato, anche perché, proprio al centro di quella distesa
purissima, vidi un piccolo oggetto nero: il frutto, simile a una
castagna selvatica, caduto da un platano. L'involucro esterno
si era spaccato e si distingueva perfettamente la bacca gialla
all'interno. All'improvviso il sole saettò attraverso le nuvole
illuminando ogni cosa, e donando al mio riccio selvatico una
nitida ombra turchiniccia sulla neve. La lieve lanugine chiara
parve prender fuoco e farsi «viva». Mi sentii gli occhi colmi
di lacrime e andai a raccogliere con sollecitudine infinitamente tenera la pallottolina lacerata. La baciai sugli orli delia spaccatura con la tenerezza dovuta a qualcosa di vivo, di
sofferente, di prediletto. Poi l'avvolsi nel mio fazzoletto e
44
LA MIA VITA SEGRETA
dissi a mia sorella: «Ho trovato una scimmietta nana, l'ho
qui, ma non te la mostrerò! ».
E la sentivo muoversi, nel mio fazzoletto! Un sentimento
più forte di qualsiasi premeditazione mi guidava verso un
punto ben determinato: «la fontana scoperta». E insistetti
con tutta la mia ostinazione tirannica per ottenere da mia
madre che ci dirigessimo lì. L'avevamo quasi raggiunta (la
fontana scoperta si trovava di fianco a noi; bastava scendere
numerosi gradini e poi voltare a destra) quando mia madre,
incontrando alcune amiche, mi disse: «Corri avanti e va' a
giocare. Puoi recarti alla fontana, ma sta' attento a non farti
male. Ti aspetto qui».
P
s^jfTT
Le amiche invitarono mia madre a sedere con loro sopra
una panchina di pietra, appena liberata dalla neve e ancora
umida. Guardai con feroce disprezzo quelle signore che osavano proporre «una cosa simile» a mia madre, mentre io le
destinavo nella mia fantasia soltanto comodità raffinatissime;
provai una grande soddisfazione vedendo che lei non volle
sedersi, ma restò in piedi col pretesto che così poteva sorvegliarmi meglio.
Scesi dunque gli scalini e voltai a destra. Eccola, era lì, la
bimba russa che d'ora innanzi chiamerò Galuchka, usando un
nomignolo di mia moglie, perché sono convinto che un'unica
immagine femminile riappaia di continuo nella mia vita amorosa, un'immagine che alimenta al tempo stesso i miei veri e i
miei falsi ricordi. Galuchka sedeva dinanzi a me, sopra una
panchina di pietra, e sembrava aspettarmi. Scorgendola mi
ritrassi, e il cuore mi batteva così forte da farmi temere che
all'improvviso mi balzasse fuori dal petto. E anche la mia castagna selvatica pulsava, nel mio pugno chiuso, confermandomi di essere ben viva.
Mia madre, al mio riapparire, si avvide subito del mio turbamento: « C'è qualcosa che non va, alla fontana? » mi chie-
PARTE PRIMA
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se e spiegò alle amiche: «Quant'è capriccioso! Mi ha tormentata perché lo conducessi alla fontana, e ora che ci siamo
venuti non ha neppure voglia di rimanervi un poco».
Le dissi di aver dimenticato il fazzoletto e, poiché mia madre fissava quello che tenevo tra le dita, spiegai: « Questo mi
serve per avvoltolarci la scimmietta, ne ho bisogno di un altro per soffiarmi il naso ».
Dopo che mia madre ebbe usato il suo per soffiarmi il naso mi allontanai nuovamente. Questa volta volevo aggirare
la fontana, per cogliere Galuchka alle spalle, per vederla senza esser visto; era però necessario, per riuscirci, arrampicarsi
lungo una scarpata di pietre taglienti. E mia madre commentò, di nuovo: «Deve sempre far diversamente dagli altri.
Scendere i gradini gli sembrava troppo semplice! ».
Mi inerpicai per l'erta ripida, e vidi Galuchka di schiena.
Ne fui rassicurato, temevo che non fosse reale, temevo se ne
fosse già andata; l'immobilità dorsale del suo atteggiamento
mi paralizzava ancora, ma non tanto da terrorizzarmi. Mi inginocchiai sulla neve, per meglio nascondermi, dietro il tronco di un vecchio olivo. Il mio movimento coincise con quello
di un uomo che si chinava per riempir d'acqua la sua brocca,
alla fonte e, mentre l'acqua gorgogliando scendeva nel recipiente, ebbi una strana impressione: ' mi parve di vivere « all'infinito», sentendomi deserto di ogni pensiero, di ogni
emozione. Ero simile alla biblica «statua di sale» ma, pur
avendo il cervello svuotato, vedevo e sentivo con un'intensità
quale in seguito non mi fu più dato provare. La figura di Galuchka si stagliava sullo sfondo nevoso con contorni precisi e
aguzzi, simili a quelli del buco di una serratura, e contemporaneamente ascoltavo, senza perderne una sillaba, la conversazione tra mia madre e le sue amiche, nonostante la distanza che ci separava.
Nel preciso istante in cui l'acqua traboccò dall'anfora, lo
strano incantesimo si spezzò in me. Il tempo, rimasto miracolosamente immobile, riprese le sue consuete prerogative, i
suoi limiti normali, e io mi rialzai guarito da ogni timidezza.
Avevo le ginocchia intirizzite per il lungo contatto con il suolo diaccio, e tuttavia pensavo soltanto a raggiungere Galuchka per baciarla sulla nuca con tutte le mie forze. Ma subito
dopo, invece di realizzare il mio desiderio, trassi di tasca un
\nche Picasso mi disse di aver vissuto un'esperienza simile, nel suo caPresso Parigi: in una notte di luna riempì d'acqua una brocca e gli parvivere «molti anni» nel tempo necessario alla semplice operazione.
1
46
LA MIA VITA SEGRETA
coltelluccio per seguire un altro impulso; ci pensavo da tempo, a dire il vero, e ora l'avrei fatto: avrei sgusciato la mia castagna selvatica, per offrirne il cuore, dolcemente peloso, a
Galuchka.
Ma ancor prima che cominciassi il mio lavoro, l'adorata
bambina si era alzata, correndo verso la fontana per riempirvi, a sua volta, un piccolo bricco; decisi allora di avvicinarmi
furtivamente alla sua panchina per posare la castagna selvatica, così com'era, sopra un foglio di giornale lì abbandonato.
Ma fui nuovamente vinto dalla vergogna: misi, sì, la castagna
sulla panchina, ma sotto il giornale, e subito dopo fui colto
con tanta forza dal timore che la piccola, sedendosi, si ferisse
con l'invisibile riccio, che venni assalito da un tremito violento. Mia madre mi raggiunse: da tempo stava chiamandomi
e, non udendo risposta, si era spaventata. Temendo che avessi preso freddo, mi avvolse in una grossa sciarpa; era palesemente atterrita. Mi prese per mano e io, tremando al punto
di non poter parlare, mi lasciai condurre via, abbagliato,
istupidito, le viscere divorate dalla disperazione di dover lasciare quel luogo, e in quel modo.
La storia del mio diletto riccio selvatico è appena all'inizio. Ascoltate il seguito.
La neve scomparve, e con lei si perse la meravigliosa trasfigurazione della città e del paesaggio durante i miei tre giorni di eccezione: tre giorni senza scuola, tre giorni di sogni a
occhi aperti, di avventure fin qui minuziosamente descritte. Il
ritorno alla soporifera monotonia della scuola mi fu quasi
piacevole, per il suo valore di riposo, e contemporaneamente
mi ferì, iniziando la lunga, reale sofferenza che, lo presentivo,
sarebbe guarita assai lentamente. E poi la perdita dellascimmietta nana, della pallina amatissima, mi pesava troppo.
Il soffitto a volta che conchiudeva le quattro sordide pareti della scuola era chiazzato da grandi macchie di umidità, i
cui contorni irregolari costituirono, per parecchio tempo, il
mio solo, il mio unico conforto. Durante interminabili e logoranti rèveries, i miei occhi seguivano le forme confuse di
quel caos da cui lentamente vedevo emergere apparizioni
concrete, precise, dettagliate, realistiche.
Da un giorno all'altro potevo, con un certo sforzo, ritrovare le figure in precedenza scoperte, e continuavo così a perfezionare il mio lavoro allucinato. Se una lunga consuetudine
mi rendeva troppo familiare una figura, le sue potenzialità
emotive languivano, si spegnevano, e allora trasformavo immediatamente l'immagine logorata in «qualcosa d'altro», e
PARTE PRIMA
47
un identico pretesto formale poteva, attraverso infinite metamorfosi, procurarmi sempre rinnovati piaceri.
La particolarità più curiosa del fenomeno (che sarebbe
poi divenuta la chiave di volta della mia futura estetica) consisteva nella possibilità di ritrovare sempre, a mio piacimento uno qualsiasi dei mille stadi dell'evoluzione di una figura,
e di ritrovarlo non semplicemente com'era all'inizio, ma come lo avevo progressivamente perfezionato e arricchito.
Una sera, mentre ero più che mai immerso nella contemplazione delle chiazze di muffa, sentii due mani posarmisi
dolcemente sulle spalle. Trasalii, balzai in piedi, inghiottii di
traverso, presi a tossire convulsamente, e ne fui ben lieto perché così potei nascondere il mio smarrimento. Ero infatti arrossito sino alle orecchie, riconoscendo, nel compagno che
mi toccava, Buchaques.
Era assai più alto di me, e indossava un abito stravagante,
con un'enorme quantità di tasche, che si chiamano, in catalano, buchaques, e gli avevano valso il suo soprannome. Da
gran tempo avevo deciso che Buchaques era il più bello della classe e non osavo guardarlo se non furtivamente, e ogni
volta che casualmente i nostri sguardi si incrociavano, il sangue mi si gelava nelle vene. Senza alcun dubbio ero innamorato di lui, perché nulla giustificherebbe altrimenti i disturbi
emotivi provocati in me dalla sua presenza, nonché la sua
crescente importanza nelle mie rèveries, dove lo trovavo talvolta unito a Galuchka, talvolta contrapposto a lei.
48
LA MIA VITA SEGRETA
Non capii assolutamente quel che Buchaques mi stava dicendo, perché le orecchie mi ronzavano, in quel delizioso
stordimento che ci avvolge per permetterci di ascoltar meglio i battiti furiosi del nostro cuore. Buchaques divenne il
mio unico amico e quella sera, lasciandoci, ci baciammo lungamente sulla bocca.
A lui solo volli raccontare la storia della mia scimmietta
nana. Mi credette, o finse di credermi, mostrando un vivo interesse; e parecchie volte, al buio, andammo nei pressi della
fontana scoperta «cacciando» la mia scimmia nana, la mia
meravigliosa pallina cui attribuivo, ormai, tutte le particolarità di un essere vivente.
Buchaques era biondo (avevo portato a casa mia uno dei
suoi lunghi capelli, che custodivo tra le pagine di un libro,
considerandolo oro puro), con occhi azzurri splendenti, e la
sua carnagione rosata contrastava con il mio olivastro e pensoso pallore, su cui aleggiava l'ombra della meningite, il nero
uccello che aveva ucciso il mio fratellino.
Buchaques era bello, per me, come una bellissima bambina, e solo le sue ginocchia ossute e le sue cosce, troppo evidenti nei pantaloncini eccessivamente stretti, mi davano un
certo fastidio. Ma nonostante il mio imbarazzo, continuavo a
guardare con estremo interesse quei calzoncini attillatissimi,
ogni volta che un movimento brusco minacciava di spaccarli.
Rivelai a Buchaques i miei sentimenti nei riguardi di Galuchka. Le sue reazioni furono totalmente scevre da ogni gelosia, e il suo atteggiamento verso Galuchka fu simile a quello
verso la scimmietta: mi convinsi che avrebbe adorato entrambe, non meno di me. Insieme ne parlavamo sempre, tenendoci strettamente allacciati, con braccia carezzevoli; ma
ci baciavamo soltanto al momento di lasciarci.
Ed era un momento che aspettavamo con emozione crescente, cercando di esasperarlo al massimo col prolungare la
conversazione. Lui era ormai tutto, per me, e cominciai a regalargli i miei migliori giocattoli, che uscivano furtivamente
da casa mia per ammucchiarsi in casa di Buchaques, sempre
più avido di doni. Esauriti i miei giochi, presi quanto trovai
in casa, cominciando timidamente con le pipe di mio padre e
con certe medaglie d'argento (il nastro era di seta marezzata)
conferitegli durante un congresso di esperantisti. Poi scelsi
un canarino di porcellana che troneggiava in una delle vetrine, in salotto. Ma Buchaques, abituatosi rapidamente alla
mia prodigalità, divenne esigentissimo. Finii per portargli
una grossa ciotola di coccio che mi sembrava poeticissima e
PARTE PRIMA
49
commovente, essendo ornata di due rondinelle grigiazzurre,
in pieno volo.
La madre di Buchaques dovette giudicare la ciotola troppo voluminosa per ignorarla, come aveva fatto con gli altri
doni, e la restituì a mia madre, che potè così spiegarsi la
scomparsa, ancora misteriosa, di tanti oggetti. Fui disperatamente infelice, piansi amare lacrime, gridando: « Io amo Buchaques! Io amo Buchaques! ».
Mia madre, sempre angelica, mi consolò come meglio
potè e poi mi comprò un magnifico album su cui incollammo
centinaia di decalcomanie per offrirlo, una volta completato,
al mio amico, al mio amato, a Buchaques. Inoltre disegnò e
colorò per me, su lunghe strisce di carta, straordinari ritratti
di animali favolosi, e incollò con tanta precisione le strisce da
formarne una specie di libretto pieghevole: fu un altro mio
omaggio a Buchaques.
Ma il crescente intervallo tra i regali e il loro scarso valore
materiale raffreddarono i sentimenti che Buchaques mi aveva
sin lì testimoniato, e ben presto lo vidi mescolarsi ai giochi turbolenti degli altri scolari: mi dedicava ancora qualche breve
intervallo, ma generalmente a ogni ricreazione si lasciava dominare dalla frenesia delle competizioni più chiassose e violente. Capivo di aver perduto definitivamente la dolcezza del
mio idillico confidente, e la forza germinativa della sua esuberante salute scoppiava, incontenibile, oltre i limiti di quella sua
carne morbida al tatto, ma troppo presto congestionata e venata di sangue. E ora mi si accostava solo per afferrarmi brutalmente per un braccio e costringermi a correre con lui!
Una sera finsi di aver ritrovato la mia scimmietta nana.
Speravo, con quello stratagemma, di riconquistarlo, e infatti
Buchaques insistette appassionatamente per vedere il tesoro,
accompagnandomi a casa, dove ci nascondemmo dietro la
grossa porta di un buio sottoscala. Lì, con infinita cura, con
mani tremanti, svolsi il fazzoletto che conteneva una castagna selvatica raccolta a caso.
Brutalmente, Buchaques mi strappò di mano fazzoletto e
castagna. Era talmente più forte di me che non tentai neppure di resistere e lo vidi sorridere con malvagità infinita, uscire in strada, reggendo per la sua « codina » la castagna, e lanciarla in alto. Non cercai di riprenderla, sapevo benissimo
che non era quella «vera».
-Uà allora Buchaques fu mio nemico. Si allontanò dalla mia
casa sputando in aria, verso di me, a parecchie riprese. Corsi
ln c a m
era mia e piansi a dirotto. Ma gliel'avrei fatta pagare!
5<D
LA MIA VITA SEGRETA
Ero convinto di essere in Russia, sebbene non ci fosse neve attorno, il che era naturale, poiché si era appena sul finire
dell'estate. Quel giorno ai due lati della strada si assiepava la
folla, in attesa, mi sembra, di una sfilata militare. Il pubblico
era prevalentemente femminile. Da una folta e scura massa
d'alberi spuntavano cupole e torri policrome, simili a quelle
che avevo ammirato sulle incisioni del seiìor Traite, e i raggi
obliqui del sole, che volgeva al tramonto, traevano dalle merlature fuochi multicolori.
Su una rotonda di pietra la banda accordava gli strumenti:
gli ottoni mandavano di quando in quando bagliori violenti,
accecanti come quelli dell'ostensorio nelle messe di paese.
Già si udiva quello stridio, ora acuto ora sommesso, di note discordi, che ha la perfida virtù di esasperare l'attesa: l'accordo iniziale sta per scoppiare da un istante all'altro, e
quando l'attesa si prolunga è una terribile, delicata tortura.
Alla mia età, tante impressioni e tante emozioni accumulate non potevano che sfociare in un prepotente bisogno di far
pipì; e così accadde quando il paso doble inaugurale esplose,
lacerando il crepuscolo in lembi scarlatti. Le lacrime erano
calde, negli angoli dei miei occhi, irresistibili, come se in
quello stesso istante mi inondassero anche i calzoncini. E le
mie sensazioni raddoppiarono di intensità, quando vidi Galuchka. Stava in piedi, sopra una seggiola, per osservare la sfilata. Solo un viale alberato mi divideva da lei: certo mi avrebbe
scoperto, tra poco; vergognandomi orribilmente, mi nascosi
dietro la schiena enorme di una bambinaia seduta per terra.
PARTE PRIMA
51
Era una schiena infinitamente tenera, inconsciamente protettiva, mossa da un respiro ritmico e quasi marino, che mi
ricordava le deserte spiagge di Cadaqués... Forse, nell'imminente oscurità, non mi sarei più vergognato, avrei osato incontrare lo sguardo di Galuchka. Chiusi gli occhi. Quando li
riaprii Galuchka stava venendo verso di me.
Avrei voluto fuggire, ma era ormai troppo vicina. Poco
dopo eravamo seduti l'uno di fronte all'altra e le nostre ginocchia si toccavano: il respiro affannoso non ci permetteva
di proferir parola.
Dal luogo dove eravamo seduti partiva una rampa che
conduceva a una strada più alta. Un gruppo di ragazzacci si
divertiva ad arrampicarsi fino in cima per precipitarsi poi giù
a rompicollo con dei monopattini, lanciando urla scomposte
e minacciose. Quale non fu il mio smarrimento quando fra
loro scoprii Buchaques: era orribile. Ricambiò il mio sguardo
carico d'odio, poi si precipitò contro di noi col suo monopattino, sghignazzando. Galuchka e io cercammo di barricarci fra il muro e il tronco di un grosso platano. Buchaques
rinnovava gli assalti, ma ogni volta che si allontanava per risalire la rampa, il nostro idillio ricominciava.
ome assorta, Galuchka cominciò a trastullarsi con la caina che portava al collo, ma i suoi gesti avevano una appassionata e maliziosa civetteria, che mi lasciava intendere
>e qualcosa di molto prezioso fosse legato a quell'oggetto.
52
LA MIA VITA SEGRETA
«Chiudi gli occhi» mi disse, e io ebbi il presentimento di
quello che poi vidi riaprendoli: la mia cara pallina, la mia adorata scimmietta! Ma Galuchka la rimise subito dentro la blusa.
«Richiudi gli occhi» ripetè, poi mi prese la mano, e benché opponessi resistenza, stupito, lei la condusse giù, dentro
il suo seno: sulla carne tenera e calda sentii, fra un ciuffo di
medagline scottanti, l'inconfondibile presenza della pallina
che avevo tanto desiderato.
Ma non ebbi tempo di assaporare il miracolo: Buchaques,
arrivando come un fulmine, mi buttò a terra. Anche Galuchka era stata colpita e aveva una ferita proprio in mezzo alla fronte.
Un atroce desiderio di vendetta m'invase. La mia mano
scivolò sull'elsa della spada, la sollevò impercettibilmente;
scorreva bene nel fodero e vidi brillare la sua lama tagliente.
Buchaques sarebbe stato punito! La mia vendetta era decisa.
Galuchka si era allontanata; la notte stava scendendo, nessuno avrebbe visto e Buchaques non si sarebbe certo accorto
in tempo del pericolo.
Ma questa volta Buchaques non scese col monopattino;
dirigendosi verso il platano senza osare guardarmi domandò:
« E lei dov'è? ».
Non risposi. Lui girò dietro il platano e rimase lì a lungo,
a fissare stupidamente Galuchka. Finalmente le disse: « Se mi
mostri la scimmietta di Dali non lo farò più».
Lei rabbrividì e ancor più fortemente si premette sul cuore il ciuffo di medagline con la mia cara pallina. Allora, geloso e mortificato, Buchaques mi chiese: «Giochiamo?». «A
che cosa?» domandai. «A guardie e ladri. Chi sta sotto?».
« Il più alto » proposi.
Arrendevole, ormai in mio potere, accettò. Era il più alto e
risalì la rampa per dare a Galuchka e a me il tempo di nasconderci. Salì tranquillo: la mia ipocrita, la mia perversa riconciliazione aveva placato il suo fugace rimorso.
Continuavo di lontano, con gli occhi, il muto idillio con
Galuchka per non insospettirla, ma intanto estraevo con lenta determinazione la spada dal fodero; passandola dietro la
schiena la infilai fra due seggiole con la lama nuda nella direzione voluta. Calcolavo, sempre guardando teneramente Galuchka, la statura di Buchaques: volevo che la lama affondasse proprio nel mezzo della sua gola.
Mi assicurai della resistenza delle seggiole che dovevano
servire da pilastri al mio ponte tagliente, e altre ne aggiunsi
di rinforzo.
PARTE PRIMA
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«Galuchka,» gridai finalmente «sta arrivando Buchaques ! ».
Ed eccola contro di me, mentre ancora stavo spiando la ripida discesa che avrebbe facilitato la corsa di Buchaques. Me
la stringevo sul petto, ordinandole di non guardare, approfittando della sua obbedienza per far scivolare meglio la spada
tra le due seggiole. L'avevo nascosta perfettamente, brillava
appena, nel buio, con la fredda e disumana nobiltà della giustizia.
Già si udiva il rumore del monopattino di Buchaques lanciato a corsa pazza lungo il pendio. Era ora di fuggir via. Trasanai Galuchka tra la densa folla, per mano; come due farfalle cieche sbattemmo contro la fiumana che ci veniva incontro. Poi, obbedendo al malinconico rimpianto che segna
il finire delle feste, anche il ritmo della folla si fece più lento.
Un ultimo paso doble, suonato senza convinzione, si spense. Sostammo sul luogo dove, poche ore innanzi, un cavallo
era stato ucciso, e sull'asfalto il sangue formava un'enorme
macchia, simile a un uccello nero dalle ali spiegate. Improvvisamente fece freddo; il sudore ci si gelò addosso. Ci sentivamo laceri e sporchi; il cuore mi batteva nelle ferite che mi
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LA MIA VITA SEGRETA
laceravano le guance. Mi toccai la testa: mille contusioni mi
procuravano un dolore dolce e quasi piacevole; Galuchka
era livida. La macchia di sangue sulla sua fronte era circondata da una chiazza viola. E Buchaques? Dov'era il suo sangue? Chiusi gli occhi.
CAPITOLO QUARTO
AUTENTICI RICORDI D'INFANZIA
Una sera, a pranzo, mio padre provocò la costernazione
generale leggendo a voce alta un
dettagliato rapporto dei miei insegnanti. Vantavano la mia buona condotta, la mia gentilezza;
ponevano in risalto il fatto che trascorrevo le mie ricreazioni
lontano dai giochi rumorosi dei compagni, contemplando
un'immaginetta (sapevo benissimo quale)1 trovata nell'argenteo involucro della cioccolata. Ma concludevano dicendomi
«dominato da una pigrizia mentale così profonda che ogni
possibilità di progresso negli studi va esclusa».
Ricordo che mia madre pianse, quella sera. Era vero, comunque, che in un anno di scuola (il mio secondo, ma avevo
ripetuto la stessa classe) non mi era stato possibile imparare
la quinta parte di quanto i miei compagni divoravano e assorbivano, letteralmente. Sarei dunque rimasto sempre allo
stesso punto, mentre gli altri, animati dal furore della competizione, si sarebbero arrampicati fulmineamente lungo gli
scoscesi gradini delle scale gerarchiche. Il mio isolamento si
era fatto tale che io, assillato da quell'idea fissa, mi convincevo di non poter imparare neppure quanto, a poco a poco e
quasi mio malgrado, mi si insinuava nel cervello; ad esempio,
scrivevo ancora malissimo, con una gran quantità di macchie, e formando faticosamente caratteri illeggibili, benché
in realtà fossi perfettamente capace di scriver bene.
Lo si vide quando, ricevuto in dono un taccuino di carta
satinata, scoprii le gioie della calligrafia. Con cuore palpitante inumidii di saliva il pennino nuovo, per parecchi minuti, e
subito cominciai a eseguire un miracolo di regolarità e di eleganza che mi valse il primo premio, e la pagina fu incorniciata, posta sotto vetro e appesa al muro.
Lo stupore prodotto dal mio improvviso e miracoloso mutamento mi spinse sulla via di quelle mistificazioni, di quelle
1
li
una immaginetta religiosa raffigurante il martirio dei Maccabei.
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LA MIA VITA SEGRETA
simulazioni che furono i miei primi « contatti sociali ». Se, ad
esempio, sapevo di dover essere interrogato sopra un argomento che non conoscevo, balzavo in piedi scagliando lontano il libro su cui da almeno mezz'ora stavo chino fingendo
interesse vivissimo, ma in realtà senza leggerne una riga.
Dopo il gesto violento, apparentemente suggerito da una
ferma determinazione, salivo sul banco, poi ne scendevo, in
preda a un panico ben simulato, tenendo le braccia tese in
avanti come a proteggermi da qualche immaginario pericolo
e mi lasciavo infine ricadere al mio posto, celando il volto tra
le mani, come squassato da un terrore invincibile. Ottenevo
così il permesso di andarmene a passeggiare in giardino.
Rientrando in classe, trovavo una tazza di tè aromatico, che
odorava di pino. I miei genitori, evidentemente informati
delle mie allucinazioni, dovevano aver raccomandato ai miei
insegnanti una speciale indulgenza, e tutto questo contribuiva a creare un'atmosfera particolare intorno alla mia vita scolastica: presto i maestri smisero ogni tentativo di insegnarmi
qualcosa.
Spesso, inoltre, mi conducevano dal medico, quello stesso
a cui avevo spaccato gli occhiali, mentre si accingeva a forar
le orecchie a mia sorella. Infatti soffrivo di capogiri se scendevo o salivo troppo in fretta le scale, perdevo spesso sangue
dal naso ed ero periodicamente malato di angina. I miei attacchi erano sempre uguali: un giorno di febbre e una settimana di convalescenza, con temperatura leggermente anor-
PARTE PRIMA
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male, e durante questo periodo assolvevo in camera le mie
funzioni corporali. Mia madre faceva bruciare certi foglietti
rossi di carta armena, odorosi di incenso, per eliminare il
cattivo odore, oppure, se i foglietti erano finiti, una zolletta
di zucchero, persino più delizioso. Quanto mi piaceva ammalarmi di angina! Aspettavo con impazienza di rialzarmi: le
convalescenze, soprattutto, erano il mio paradiso. Llucia, la
mia vecchia bambinaia, veniva ogni pomeriggio a farmi compagnia, mia nonna si sedeva, sferruzzando, accanto alla finestra e la mamma portava persino le sue amiche a vedermi.
Ascoltavo con un orecchio solo le fiabe di Llucia, perché con
l'altro seguivo il mormorio dei «grandi», continuo e fitto come il rumore del fuoco. Se la febbre aumentava leggermente,
allora tutto si fondeva in una realtà nebbiosa che, cullando il
mio cuore, assordando il mio cervello, preparava l'arrivo
dell'alato angelo vestito d'argento, l'angelo delle canzoni di
Llucia, l'angelo brillante di un estenuato splendore.
Llucia e mia nonna erano due incantevoli vecchie, con i
capelli più candidi, la pelle più morbida e più avvizzita che
abbia mai veduto. Llucia era gigantesca e somigliava a un papa. Mia nonna era minuscola, e somigliava a un gomitolo di
refe bianco. Io adoravo la vecchiaia. Che differenza fra queste due creature favolose, con la loro carne pergamena, dove
il manoscritto cancellato e completo della vita era scritto
squisitamente, e la carne nuova, cruda, stupidamente inconscia dei miei coetanei, incapaci di rammentare d'esser stati
vecchi, poco tempo innanzi, nel loro stato embrionale. I vecchi, invece, ricordavano benissimo di esser stati bambini e
avevano imparato a invecchiare nuovamente.
Ero, sono e sarò fino alla morte la vivente incarnazione
dell'anti-Faust. Bambino, adoravo il nobile prestigio degli
anziani, e avrei dato volentieri il mio corpo per poterli raggiungere rapidamente, per invecchiar con loro. Ero l'antiraust. Miserabile colui che, acquisita la scienza suprema della vecchiaia, vende poi l'anima per spianarsi la fronte, per
riacquistare l'ignara carne della gioventù! Lasciate che il ferro rovente della mia stessa vita mi tracci sul volto un labirinto di rughe, lasciate che i miei capelli imbianchino, che il mio
passo vacilli, purché l'intelligenza della mia anima sia salva,
purché la mia informe anima infantile acquisti, invecchian. °, la forma razionale ed estetica di un'architettura, purché
Possa imparare quanto nessuno saprebbe insegnarmi,
quanto la vita soltanto saprà tatuare profondamente sulla
°"a epidermide!
58
LA MIA VITA SEGRETA
Il levigato animale della mia giovinezza mi era odioso e
avrei voluto calpestarlo, lacerarlo, con tacchi aguzzi di metallo turchino. Nella mia mente il desiderio e la scienza costituivano un insieme unico e io sapevo che soltanto la prosperità e poi la decadenza della mia carne potevano offrirmi illuminanti risurrezioni. In ogni ruga di Llucia o di mia nonna
leggevo la forza della conoscenza intuitiva portata alla superficie dal penoso assommarsi dei piaceri goduti, e già pregna
dei germi che animano l'embrione. Forza fatale, sotterranea
e bacchica forza di Minerva, forza che attorciglia i freschi viticci alle vecchie viti, forza che presto cancellerà le risa stridenti sul volto, senza età, del bambino di genio.
Naturalmente non sapevo salire lungo l'erta, atroce china
delle matematiche, non riuscivo affatto nei calcoli morbosi e
logoranti delle moltiplicazioni; ma io, Salvador Dali, di anni
nove, avevo non soltanto scoperto il fenomeno del mimetismo, avevo anche stabilito una teoria, generale e completa,
per spiegarlo!
A Cadaqués, durante l'estate, avevo osservato una specie
di pianta marina frequentissima sulla spiaggia. Queste piante, viste da vicino, erano composte di foglioline irregolari,
sorrette da steli cosi flessibili che il minimo alito di vento le
PARTE PRIMA
59
manteneva in un costante tremolio. Un giorno, però, osservai
come alcune di quelle foglie si muovessero in modo indipendente dalle altre, e quale fu il mio stupore quando le vidi
camminare! Subito isolai i minuscoli insetti-foglia per osservarli minuziosamente: a guardarli dall'alto non si poteva distinguerli dalle foglie vere, ma rovesciandoli diventavano simili a scarafaggi, con la sola eccezione delle zampine, esilissime e in posizione normale, addirittura invisibili. La scoperta mi colpì enormemente perché mi convinsi di aver compreso uno fra i più importanti segreti della natura.1 E non v'è
dubbio: tale comprensione influenzò, fin da allora, il cristallizzarsi in me delle immagini invisibili e paranoiche che attualmente popolano i miei quadri delle loro fantomatiche
presenze.
Fiero, orgoglioso, estatico, utilizzai subito la mia nuova
scienza per gli abituali scopi di mistificazione e dichiarai che,
grazie alla mia magia personale, avevo acquisito la capacità
di animare oggetti inanimati. Raccoglievo un folto viluppo di
piantine, sostituivo abilmente a una foglia uno dei miei insetti, e battendo fitti colpi con un sasso annunciavo di volere
dar vita ai vegetali.
All'inizio tutti gli spettatori dei miei esperimenti credevano che la foglia si muovesse solo per le vibrazioni dei miei
colpi. Cominciai così a diminuirne la forza, riducendoli infine a un picchiettio talmente lieve da non poter assolutamente influire sulla foglia-insetto, secondo ogni evidenza indipendente e libera.
A quel punto smettevo anche il picchiettio, e i miei spettatori mandavano un urlo di ammirazione vedendo la foglia
andarsene a passeggio. Ripetei mille volte il mio esperimento, soprattutto in presenza di pescatori: ognuno di loro conosceva benissimo le piantine, ma nessuno si era mai accorto
del fenomeno, benché ogni cespuglio fosse carico di insetti.
Quando, molto più tardi, allo scoppio della guerra, nel 1914,
la prima nave mimetizzata attraversò l'orizzonte di Cadaques, scrissi nel mio libriccino di esperienze personali: «Oggi ho trovato la spiegazione dei miei morros de con (era così
che chiamavo i miei insetti): ho visto infatti un malinconico
convoglio mimetizzato. Contro quale pericolo volevano difendersi i miei insetti, mimetizzandosi, mascherandosi? ».
L invisibile immagine di Voltaire può venire paragonata sotto ogni
petto
etto al
al^mimetismo
mimetismo degli insetti-foglia, resi iinvisibili dalla rassomiglianza e
Uà confusione stabilite tra sfondo e figura.
60
LA MIA VITA SEGRETA
Anch'io, da bambino, adoravo mascherarmi. Esattamente
nello stesso modo con cui avevo ottenuto la neve desiderando che il paesaggio di Figueras diventasse russo, così, desiderando vivamente invecchiare, ottenni che uno dei miei zii di
Barcellona mi inviasse in dono un mantello regale di ermellino, uno scettro d'oro e una corona fissata sopra un'enorme e
ricciuta parrucca bianca. La sera in cui il costume giunse mi
guardai allo specchio, la corona sul capo, il manto drappeggiato sulle spalle, il resto del corpo completamente nudo. Poi
resi invisibili i miei attributi maschili chiudendoli strettamente tra le cosce serrate, sperando di sembrare davvero una
ragazzina. Fin da allora adoravo tre cose: la debolezza, la
vecchiaia, la lussuria. Ma, superiore anche a queste, un « sentimento imperiale di solitudine suprema» mi dominava,
sempre più possente, incorniciato dagli altri sentimenti consueti, detti di « altezza » e di « sommità ».
Da qualche tempo mia madre continuava a chiedermi: « Tesoro, che cosa desideri? Tesoro, che cosa potrebbe farti piacere? ». Non appena lo capii, glielo dissi: volevo una delle
due stanze destinate al bucato e poste sul tetto di casa nostra,
con una bella terrazza davanti. Poiché il nuovo lavatoio era
stato installato in giardino, le soffitte servivano unicamente
da ripostiglio. Mi fu dunque facile ottenerne una, che le domestiche sgomberarono, ponendo la roba vecchia in una
specie di pollaio attiguo, e cosi il giorno seguente potei prender possesso dello stanzino. Era talmente minuscolo che la
piccola vasca, con il suo ripiano inclinato, l'occupava quasi
per intero, lasciando solo lo spazio indispensabile a una donna per lavare i panni rimanendo ben diritta e quasi immobile. Ma le ridottissime dimensioni del mio primo studio corrispondevano, perfettamente, ai miei ricordi dei piaceri intrauterini.
Ecco, dunque, come mi installai: collocai una seggiola nell'interno della vasca, e disposi orizzontalmente sul piano inclinato la grossa tavola di legno che le lavandaie usano per
non bagnarsi il ventre. Era la mia tavola da lavoro.
Talvolta, nei giorni particolarmente caldi, mi spogliavo
completamente e aprivo il rubinetto della vasca, colmandola
a metà e restando nell'acqua fino alla vita. Era tiepida, provenendo da un serbatoio esposto tutto il giorno ai raggi del
sole: qualcosa come il bagno di Marat. Il resto dello sgabuzzino era destinato ad accogliere un curioso assortimento di
oggetti, e le pareti erano ricoperte di quadretti che dipingevo
sui coperchi di certe flessibilissime cappelliere in legno leg-
PARTE PRIMA
6l
gero, rubate nel negozio di modista di mia zia Carolina. Sedendo nella mia tinozza portai a termine due grossi lavori: il
primo, interamente di fantasia, rappresentava l'Incontro di
Giuseppe con i fratelli; il secondo era, in un certo senso, un
plagio, avendolo tratto da un libriccino colorato, un riassunto dell'Iliade: raffigurava Elena1 di Troia, di profilo, intenta a
contemplare l'orizzonte. Il titolo era: E il palpitante cuore di
Elena si colmava di memorie... In quel quadro (che mi offrì il
soggetto di lunghissimi sogni) avevo particolarmente curato
lo sfondo, ornandolo di una torre gigantesca, sormontata da
una figura minuscola: quella figura ero io!
Oltre ai quadri, c'erano poi nel mio studio moltissimi aggeggi, simili agli oggetti surrealisti inventati poi a Parigi nel
1929. Nello stesso periodo modellai anche una Venere di Milo in creta, traendo, dal mio primo tentativo di scultore un
piacere squisito e senza alcun dubbio erotico.
<*k*> * c % T ^ ^
Eien a sarebbe
poi stato il nome di mia moglie.
6z
LA MIA VITA SEGRETA
Avevo portato lassù l'intera collezione di Art Govens: erano piccole monografie, dono di mio padre, ed ebbero nella
mia vita un'influenza decisiva. Ben presto imparai a memoria
tutte le riproduzioni di capolavori, poiché passavo giornate
intere a contemplarle. I nudi mi attiravano particolarmente e
l'Età d'oro di Ingres mi pareva il più bel quadro del mondo:
ero perdutamente innamorato della fanciulla ignuda che
simboleggia la fonte.
Sarebbe troppo lungo ripetere qui quel che vissi nella mia
soffitta-lavatoio. Indubbiamente fu lì che trovai il sale e il pepe del mio umorismo. Cominciai anche a sorvegliarmi, a studiarmi, accompagnando le mie maliziose strizzatine d'occhio
con un sorriso divertito: ero già cosciente, sia pur in modo
confuso, di recitare la parte del genio. Oh, Salvador Dali!
Ora lo sai! Se ti fingi genio, lo diverrai!
I miei genitori dovevano ripetere, a ognuno dei visitatori
che chiedeva di me: «Salvador è sul tetto! Salvador dice di
avere uno studio lassù! Salvador se ne sta ore e ore, tutto solo, in soffitta! Lassù!». «Lassù?». «Sì, lassù!». Che frase
stupenda! La mia intera esistenza doveva poi esser dominata
da queste idee contrastanti, il fondo e la cima. Fin dall'infanzia ho disperatamente lottato per raggiungere la vetta, e ora
che ci sono riuscito non mi muoverò di qui fino alla morte!
Ero ostinato, e lo sono rimasto. La mia mania di solitudine
crebbe, assunse a volte aspetti patologici: sono stato pazzo,
secoli fa, e perché dovrei imparare saggezze che ho dimenticato duemila anni or sono? ' Ma avevo un tale bisogno di isolarmi che, ancor prima di finire il pasto comune, ero incapace di restar fermo sulla mia seggiola e mi allontanavo a più
riprese, fingendo ad esempio di dover andare al gabinetto
per un violento mal di pancia. Il mio unico scopo era quello
di trascorrere alcuni minuti da solo, per alleggerire la tortura
del lungo pasto e per convincermi che presto avrei potuto
tornarmene lassù, nella mia soffitta.
A scuola divenni aggressivo contro chiunque minacciasse,
di proposito o meno, la mia solitudine. I bimbi che trovavaII manoscritto di Salvador Dali, per quanto riguarda la calligrafia, l'ortografia, la sintassi, è probabilmente uno dei documenti più fantasticamente
indecifrabili sgorgati dalla penna di una persona sensibile al peso e al valore
dei vocaboli, alle immagini verbali, allo stile. È scritto su carta formato protocollo, gialla; la calligrafia è praticamente illeggibile; non c'è punteggiatura,
non c'è divisione in capitoli: è un labirinto stravagante clie farebbe sudar
freddo qualsiasi grafologo. Gala è la sola che non si perda in questo fittissimo caos.
PARTE PRIMA
63
no il coraggio di avvicinarsi a me, in numero naturalmente
sempre minore, venivano accolti da un'occhiata talmente carica d'odio da metterli in fuga, e così le mie ricreazioni mi
permettevano di immergermi nel mio intatto e immacolato
mondo personale. Ma la immacolata purezza di questo mio
mondo fu ben presto distrutta: a farla svanire bastò l'immagine femminile, sempre pronta a sconvolgere quelle costruzioni cerebrali con cui, al calar della notte, tentiamo con ogni
pena di allontanare la morbida, sorridente farfalla della carne che, mentre ci incute il timore della morte, ci infonde la fede nel mito, per eccellenza cattolico, della nostra trionfante
risurrezione corporale.
Un giorno mi trovai dinanzi una bambina, tornando da
scuola. Camminava davanti a me, e aveva un vitino così sottile che a ogni passo ondeggiava inverosimilmente, per cui temevo di vederla spezzarsi in due, con quella sua cinturina
d'argento così stretta. Due amiche l'accompagnavano, una a
ogni lato, tenendole le braccia intorno alla cintura, e omaggiandola dei più seducenti sorrisi. Le due amiche si voltavano spesso indietro, e io afferravo al volo i resti dei loro sorrisi, lenti a svanire sui volti, ma l'altra, quella nel centro, non si
voltava affatto e camminava con tale fierezza che mi avvidi
subito del suo distacco dalle compagne. Era una regina, lei.
Ed ecco rinnovarsi in me lo stesso sentimento d'amore
ispirato da Galuchka, dedicato ora a Dullita; tale era il nome
che le amiche ripetevano di continuo, su tutti i toni della tenerezza e della passione. Io rincasai senza averla vista in viso,
e senza neppure aver tentato di farlo. Era comunque « lei »,
Dullita! Dullita! Galuchka «rediviva»!
Salii direttamente nella mia soffitta; le orecchie mi bruciavano, imprigionate nel berrettino alla marinara, quasi dovessero prender fuoco. Mi scoprii il capo, la fresca aria del crepuscolo mi accarezzò deliziosamente le orecchie, e io compresi che il mio nuovo amore cominciava a prender possesso
di me partendo dai lobi infiammati.
Da quel giorno ebbi un solo desiderio: ricevere nel mio
studio la visita di Dullita, accogliere Dullita sulla mia terrazza. Sapevo che questo desiderio si sarebbe inevitabilmente
realizzato: ma come? ma quando? Nulla poteva attenuare il
m
io tormento.
Una cosa atroce era inghiottire le patate lesse. Ebbi una
nuova emorragia violentissima, dovettero chiamare il dottore,
erdevo sangue dal naso così copiosamente che dovetti restaore e ore sdraiato con la testa pendente, la fronte coperta
64
LA MIA VITA SEGRETA
di pannolini intrisi di aceto, a guardare il soffitto. Le persiane
erano socchiuse. La grossa chiave, postami da una serva sulla
nuca, all'inizio del mio malessere, mi si era incrostata nelle
carni, e mi doleva molto. Ma ero troppo debole per spostarla.
Minuscole immagini di passanti e di veicoli si riflettevano
sul soffitto, e io sapevo bene che corrispondevano a veri passanti, a veri veicoli, giù nella strada illuminata dal sole. Eppure la loro apparizione era così rapida da farmi pensare
piuttosto a uno sfilare di angeli. Se Dullita, con le sue amiche, avesse scelto la mia strada per la sua passeggiata, ecco
che l'avrei vista sul mio soffitto. Non era probabile poiché
percorreva sempre una via parallela alla nostra, ma due pensieri mi preoccupavano profondamente:
1. Se avesse attraversato il mio soffitto, io mi sarei trovato
sotto di lei.
2. Se la sua testa fosse stata all'ingiù, sarebbe dovuta cadere nel vuoto.
E continuavo a vederla, naturalmente di spalle, con il suo
virino fragilissimo, cadere nel nerissimo vuoto, spezzandosi
irrimediabilmente in due, come una tazzina di porcellana.
Era il castigo che meritava per non esser ancora venuta nel
mio studio, ma volevo salvarla e mi torcevo disperatamente
sul letto, sentendo la chiave entrarmi nelle ossa e localizzando il mio amore per Dullita, per Galuchka rediviva, li, dove
soffrivo tanto.
L'indomani i miei genitori decisero di mandarmi in campagna. Sarei stato ospite della famiglia Pichot, che possedeva
una tenuta in pianura, a due ore da Figueras.1 La proprietà si
chiamava El muli de la torre [Il mulino della torre]. Non ci
ero mai stato, ma il nome mi affascinava e quindi accettai di
andarci, mostrando una stoica rassegnazione, in cui la presenza della torre, uno dei miei miti prediletti, giocava un seducente ruolo.
Questa famiglia ebbe su di me e sui miei genitori una grande influenza.
Tutti i Pichot erano artisti, di molti meriti, di infallibile gusto. Ramon Pichot
era pittore, Ricardo violoncellista, Luis violinista, Maria contralto, e cantava
all'Opera. Pepito, poi, era il più artista di tutti benché non si dedicasse particolarmente alle belle arti. Fu però lui che costruì la casa di Cadaqués, lui a
possedere un talento squisito per il giardinaggio e per la vita in generale.
Anche Mercedes era una Pichot al cento per cento, con una sensibilità mistica e poetica per quanto riguardava la casa. Sposò il grande poeta spagnolo Eduardo Marquina, che introdusse nel pittoresco realismo di questa famiglia catalana la nota castigliana di delicatezza e di austerità indispensabile
a rendere perfette la maturità e la compiutezza generali.
PARTE PRIMA
65
laÙ.Jkh/fireInoltre quel mio soggiorno sarebbe stato una vendetta
contro Dullita, che non veniva a trovarmi, benché l'aspettassi ogni giorno; senza contare che, una volta svanito il mio
rancore insieme al ricordo, avrei ritrovato la mia felice solitudine, da lei sconvolta.
Partii in un carrozzino, con il senor e la senora Pichot e la
s%° S p d l c , e n n e fi§lia adottiva, Julia, dai lunghi capelli neri. Il
enor i ichot guidava il cavallo. Era uno dei più begli uomini
nlìU° j , a m a l v i s t 0 ' c o n b a r b a e b a f f i di ebano e folti capelli ondulati. Per incitare il cavallo gli bastava far schioccac i \ f a \ e,sfr/ngeva a l l o r a curiosamente i denti, pur socb r a COn u n a s m o r f i a c h e
scSiTS0
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canHid
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Perfetti,
saliva 11 S l m i 10u l ' C ° m e S u g a r d e nie pietrificate e umide di
te m,™ J™ ' docilmente, accelerava la corsa, traendo no"uove dal tintinnio dei suoi campanelli.
66
LA MIA VITA SEGRETA
Arrivammo poco dopo il tramonto e il Muli de la torre 1 mi
impressionò come un luogo magico, architettato unicamente
per la continuazione reale dei miei sogni e delle mie fantasie.2
Mi parve di aver miracolosamente riacquistato la salute, e
la stanchezza, la malinconia dei giorni precedenti sparirono
all'istante. La patata lessa, cosparsa di olio e di sale, mi fece
venire l'acquolina in bocca.
I sistematici princìpi che dovevano poi costituire la gloria
di Salvador Dalf cominciarono a manifestarsi in questo periodo, attraverso un meditato programma che soppesava i
miei diversi impulsi, un programma gesuitico e meticoloso
secondo cui non soltanto decidevo le azioni da compiere durante il giorno, ma anche le emozioni che dalle azioni stesse
avrei potuto e dovuto trarre: il mio sistematico principio
consisteva sia nella perversa premeditazione sia nel disciplinato rigore nell'attuazione dei gesti e dei pensieri prefissati.
Fin da allora avevo scoperto un'essenziale verità: avrei dovuto conferire una «forma» alla bacchica molteplicità, alla
promiscuità dei miei desideri. Inventai per me stesso un'inquisitoria disciplina del mio spirito che cercherò qui di accennare.
II mio risveglio doveva accompagnarsi a una cerimonia di
esibizionismo, ispirata dalla mia nudità: era quindi necessario che io mi svegliassi da solo, prima che venisse Julia, incaricata di spalancare le mie finestre. Mi era difficilissimo, perché le mie giornate, dense di avvenimenti, mi procuravano
un sonno pesantissimo; ma riuscivo a destarmi sempre un
quarto d'ora prima della venuta di Julia, e dedicavo quest'intervallo ad assaporare in anticipo l'imminente emozione erotica, a inventare una messa in scena sempre leggermente diversa e tuttavia sempre destinata a «mostrarmi nudo», nell'atteggiamento per me più conturbante, e quindi destinato a
turbare anche Julia. Modificavo la mia posa fino a quando
non sentivo risuonare il suo passo, e soltanto allora prendevo
una decisione definitiva; l'ultimo attimo di smarrimento e di
incertezza era anche il più voluttuoso nel mio incipiente esi-
La proprietà era, effettivamente, una delle più belle nella regione e conteneva una quantità di quadri dipinti dal senor Ramon Pichot.
Fu sempre sullo sfondo del Muli de la torre che si inquadrarono poi le fantasticherie di tutta la mia vita, specialmente quelle di carattere erotico, che ho
poi scritto nel 1932. Uno di questi miei saggi, che ha per protagoniste Gala e
Dullita, fu pubblicato in «Le Surréalisme au service de la revolution», ma la
sua intonazione particolarissima mi vieta di includerlo nel presente volume.
PARTE PRIMA
67
bizionismo. Con l'aprirsi dell'uscio mi immobilizzavo rigidamente, fingendo un sonno di piombo, ma chiunque mi avesse guardato da vicino si sarebbe accorto della mia emozione
perché tremavo così forte da dover stringere convulsamente
i denti, per impedire che battessero rumorosamente. Julia intanto apriva bruscamente le imposte, si accostava al mio letto, mi copriva con le lenzuola che io avevo lasciato cadere in
terra o ammucchiato ai piedi, sempre fingendo scomposti e
però innocenti gesti di dormiente. Poi Julia mi baciava in
fronte per farmi alzare. Io mi ritenevo allora idealmente bello, e trovavo così piacevole guardarmi nudo che non mi rassegnavo a vestirmi prima di essermi fatto ammirare ancora
un poco. Dovevo così trovare un altro pretesto, e passavo rapidamente in rassegna le diverse astuzie studiate la sera innanzi, prima di addormentarmi, e tutte basate sul mio esibizionismo mattutino: «Julia, ho perso tutti i bottoni! Julia,
mettimi la tintura di iodio sulla coscia! Julia! ».
Seguiva la prima colazione servita, per me solo, sul grande
tavolo della sala da pranzo: due grosse fette di pane tostato,
stillanti miele, e un bicchiere di caldissimo caffellatte. Le pareti erano pressoché interamente coperte di quadri e di disegni colorati, opera, quasi tutti, di Ramon Pichot, il fratello di
Pepito Pichot, allora a Parigi.
Fu così che scoprii l'impressionismo francese, la scuola
che doveva aver su di me una profondissima influenza, perché rappresentò il mio primo contatto con una teoria estetica
antiaccademica e rivoluzionaria. Non mi bastavano gli occhi
per afferrare quanto desideravo cogliere in quei densi, informi strati di colore gettati, con apparente casualità, sulla tela
secondo un gusto capriccioso e negligente. Ma non appena
mi allontanavo di qualche passo, subito si realizzava l'incomprensibile miracolo per cui la confusione musicalmente colorata si organizzava, si trasformava in purissima realtà. L'aria,
le distanze, l'attimo luminosamente improvviso, l'intera
gamma dei fenomeni si sprigionavano, per me, dal caos. La
prima maniera di Ramon Pichot rammentava la formula, tipicamente iconografica, di Toulouse-Lautrec e io spremetti
dai suoi quadri tutti i residui letterari del 1900, il cui erotismo mi bruciò poi la gola come una goccia di Armagnac inghiottita di traverso. Rammento soprattutto una danzatrice
del «Bai Tabarin», nell'atto di vestirsi: il suo volto era perversamente ingenuo, le sue ascelle brillanti di peli rossi.
Ma le opere che addirittura mi sconvolsero furono le più
recenti: Ramon Pichot era passato, da un deliquescente im-
6S
L A M I A VITA S E G R E T A
pressionismo, a un pointillisme quasi uniforme. La continua
sovrapposizione dell'arancio e del violetto produceva in me
le stesse illusioni, le stesse felicità ispirate dall'osservare gli
oggetti attraverso un prisma, che conferiva loro tutti i colori
dell'arcobaleno. C'era, nella sala da pranzo dei Pichot, un
tappo di bottiglia, in cristallo sfaccettato, che rifletteva il
mondo «impressionisticamente»: spesso me lo portavo in
tasca per rinnovare, durante il giorno, i miei piaceri «impressionistici ».
Improvvisamente mi accorgevo di esser rimasto seduto al
tavolo per un tempo assai più lungo del necessario, e la mia
contemplazione si concludeva quasi sempre con uno « choc
di violento rimorso » per cui inghiottivo malamente gli ultimi
sorsi del caffellatte versandomene gran parte sul petto. Cominciai a provare una strana soddisfazione sentendo la bevanda calda diventare fredda sulla mia pelle, e lasciarvi una
umidità leggermente appiccicosa e piacevolissima. Ben presto cominciai a provocare artificiosamente quest'emozione,
inizialmente involontaria: stavo bene attento a non esser sorpreso da Julia, e in un suo momento di distrazione mi versavo direttamente nell'apertura della camicia abbastanza caffellatte da bagnarmi fino al ventre.
Un giorno fui colto in fallo, e per molti anni l'episodio fu
raccontato dal senor e dalla senora Pichot, fra i tanti aneddoti relativi alla mia stravaganza, tutti, per loro, divertentissimi. Cominciavano, regolarmente, col dire: «La sapete questa, di Salvador?». E gli ascoltatori, regolarmente, ridevano
fino alle lacrime. Solo mio padre non poteva nascondere,
con il suo triste sorriso, il timore che gli ispirava il mio avvenire.
Dopo essermi inondato di caffellatte, correvo in uno stanzone imbiancato a calce, e destinato ad accogliere i sacchi di
grano e le pannocchie. Era il mio studio, scelto per me dal
senor Pichot «perché c'è sole tutta la mattina». Avevo disposto la mia scatola di colori sopra un tavolo, dove rapidamente si ammucchiavano pile di disegni. Altri disegni, attaccati con quattro puntine, coprivano i muri.
Alla fine, essendo rimasto senza carta e senza tela, decisi di
usare una grande porta fuori uso, sistemata in un angolo sopra due seggiole. Era in legno antico, magnifico: avrei dipinto solo il pannello, utilizzando l'inquadratura come cornice
per la grande natura morta di ciliegie che mi ossessionava da
parecchi giorni. Sparsi dunque sul tavolo il contenuto di un
cesto di ciliegie, e il sole, irrompendo, le accese di tantalici
PARTE PRIMA
6.9
fiochi accrescendo così la mia esaltazione: avrei usato tre
colori soltanto, per rendere quell'affascinante monotonia, e
li avrei usati spremendoli direttamente dal tubetto. Strinsi
fra le dita della mano destra il vermiglio, riservato alle sfumature chiare, fra le dita della sinistra il carminio, per le sfumature dense, e nel cavo della mano destra il bianco, per dar
luce ai frutti.
Così armato, iniziai l'attacco al mio quadro, l'assalto alle
mie ciliegie. Toc, toc, toc, ogni ciliegia tre tocchi! Toc, toc,
toc chiaro, scuro, luce, chiaro, scuro, luce... E ben presto accordai il mio ritmo al ritmo del mulino, vicinissimo: toc, toc,
toc... toc, toc, toc... Il mio quadro era ormai un appassionante gioco di destrezza, dovevo superare me stesso a ogni nuovo toc, toc, toc, a ogni nuova ciliegia. I miei progressi erano
sensazionali e, a ogni toc, mi sentivo maestro e mago, padrone di imitazioni quasi perfette; poi, ormai sazio della mia abilità, cercai di complicare le regole del nuovo gioco, ripetendomi la frase dei domatori da circo: « Sempre più difficile, signori, sempre più difficile! ». E anziché dipingere le mie ciliegie ammucchiate, come avevo fatto fino ad allora, le disposi isolatamente, lontane l'una dall'altra, nei diversi angoli,
correndo, rapidamente, per serbare l'antico ritmo, spostandomi con gesti così bruschi da far supporre a chiunque fosse
entrato che io non dipingessi affatto, ma, semplicemente, eseguissi un incantesimo danzante. Balzavo in alto, perle ciliegie
superiori, mi inchinavo per le ciliegie inferiori, toc qui, toc lì,
toc su, toc giù, e illuminavo il vecchio uscio facendo sorgere
una nuova ciliegia a ogni monotono pulsare del mulino.
Quanti videro il mio lavoro ne furono stupefatti, e il sefìor
Pichot rimpianse amaramente che io avessi usato un fondo
così pesante, intrasportabile, e, in parecchi punti, così tarlato. I contadini, poi, rimasero a bocca aperta: le ciliegie spiccavano con tanto rilievo che si sarebbe creduto di poterle cogliere, e mi mossero l'unico rimprovero di aver trascurato i
gambi dei frutti. Avevano perfettamente ragione, e trovai subito il modo di accontentarli: presi una manciata di ciliegie,
cominciai a mangiarle, e, via via che ne inghiottivo una, applicavo il suo gambo sopra una ciliegia dipinta, affondandolo nel colore ancora fresco. L'effetto fu di un realismo addirittura delirante, e perfino i buchi esistenti nel legno assunsero, improvvisamente, l'aspetto di elementi da me voluti. Ben
presto scoprii che anche le vere ciliegie erano piene di grossi
vermi, e così, seguendo un impulso che ancora oggi mi sembra incredibilmente raffinato, cominciai con infinita pazien-
yo
LA MIA VITA SEGRETA
za a togliere i tarli dal legno per introdurli nelle ciliegie carnose, a togliere i vermi dalla frutta per infilarli nel pannello
tarlato.
Un curioso silenzio accolse, una sera, il mio ingresso in sala da pranzo, e capii che si stava parlando di me. Il sefior Pichot, difatti, mi rivolse la parola in tono insolitamente grave:
«Ho deciso di consigliare a tuo padre che ti scelga un buon
maestro di disegno ».
Ma io, quasi oltraggiato da quell'idea, gridai: « Non voglio
nessun maestro, perché sono un pittore "impressionista" ! ». E
sebbene non capissi chiaramente il significato delle mie parole, mi parvero comunque meravigliosamente logiche.
La senora Pichot scoppiò a ridere: « Guarda lì quel bimbo
che si dichiara tranquillamente "impressionista"!». E seguitò a ridere, caldamente, generosamente, riccamente. Io ricaddi nella mia consueta timidezza, e presi a succhiare un
pezzo di pollo, osservando che il midollo dell'osso aveva
esattamente un colore rosso veneziano. Il sefior Pichot sviò il
discorso e prese a spiegare la necessità di raccogliere i fiori
dei tigli prima che la settimana finisse. Quella raccolta avrebbe avuto, per me, conseguenze incalcolabili.
STORIA DELLA RACCOLTA D E I F I O R I D I T I G L I O
E DELLA G R U C C I A
Ecco una storia piena di sole ardente e di tempesta, una
storia intessuta di amore e di paura, una storia di tigli in fiore e di grucce, una storia tutta penetrata della presenza della
morte.
Poco dopo essermi destato, ancor più presto del solito, salii con Julia e due contadini nelle soffitte della torre per
prendere le scale necessarie alla raccolta dei fiori. Quelle soffitte erano immense e buie, gremite di anticaglie eterogenee,
e, poiché abitualmente venivano chiuse a chiave, non avevo
ancora avuto l'opportunità di entrarvi. Scoprii subito due
oggetti che spiccavano, per la loro assoluta personalità, sull'ammasso, anonimo e indifferente, degli altri relitti domestici. Uno era la pesante corona1 di lauri dorati, alta quasi quanto me e adorna di lunghi nastri di seta sbiadita, con compliSeppi, assai più tardi, che la corona non aveva alcun carattere funebre.
Era stato un dono offerto dal Teatro dell'Opera di Madrid a Maria Gay, dopo il grande successo riportato nella Carmen di Bizet.
PARTE PRIMA
71
cate e indecifrabili scritte in una lingua misteriosa. Il secondo oggetto, per me terribilmente vivo, e tale da offuscare
ogni cosa circostante, era una gruccia. Per la prima volta in
vita mia, o così almeno credevo, ne vedevo una. La giudicai
straordinaria e me ne impadronii subito, comprendendo che
non me ne sarei mai più separato in vita mia, tanto violento
fu il feticismo, ancora inspiegabile, che si impadronì di me.
Ah incantevole gruccia! Ah, concentrato massimo di ogni
austerità, di ogni solennità ! La gruccia soltanto poteva sostituire il mio antico scettro, quel battipanni di cuoio perduto
un giorno nel tentativo di lanciarlo lontano. Nella parte superiore, quella biforcuta, per accogliere l'ascella, mi sarebbe
stato dolcissimo posare la guancia carezzevole, chinare la
fronte pensosa. E brandendo la gruccia, forte di una solenne
arroganza fino ad allora sconosciuta, scesi in giardino.
I contadini avevano proprio allora appoggiato le doppie
scale agli alberi di tiglio che crescevano in mezzo al giardino,
disponendo, tutto intorno, vaste lenzuola bianche: la nevicata di fiori cominciava. Le scale erano tre, e sulla cima di
ognuna stava una donna. Due di loro erano bellissime, e si
somigliavano molto, con grossi e splendidi seni, perfettamente modellati nei corsetti di lana bianca. La terza era invece brutta, con enormi denti color maionese e tumefatte gengive che le davano l'aria di ridere sempre. Infine, una quarta
si equilibrava, arcuandosi e volgendomi il dorso, tra il suolo
e il vuoto: era una ragazzina di una dozzina d'anni, intenta a
guardare la madre che lavorava. La madre era quella che aveva i seni più perfetti.
Anche la bimba era venuta lì per lavorare, e non appena la
vidi di spalle me ne innamorai all'istante, perché il suo atteggiamento mi ricordò DuUita e non poteva non impressionarmi. Inoltre, non avendo mai visto il volto della vera DuUita,
mi era facilissimo fondere tra loro le due bimbe, così come in
DuUita avevo già fuso la Galuchka dei miei «falsi ricordi»:
DuUita rediviva! Con la mia gruccia sfiorai leggermente la
spalla della ragazzina, che si volse, e le dissi con una sicurezza, con una forza già simili alla collera: «Tu sarai DuUita! ».
Le condensate immagini di Galuchka e di DuUita s'erano
incorporate, grazie aUa violenza del mio desiderio, in quella
creatura dal volto abbronzato e angelicamente bello. Il suo
volto, finalmente mio, fu il volto di DuUita, e le tre creazioni
del mio delirio composero un unico, armonico oggetto d'amore: la mia ansiosa libidine, accumulatasi in tanti anni di solitaria e fremente attesa, si cristallizzava ora in una trasparente
72
LA MIA VITA SEGRETA
gemma taglientissima, sfaccettata in un tetraedro, e in ogni
sfaccettatura potevo scorgere il virginale splendore delle mie
tre passioni scintillanti sotto il sole del più perfetto giorno.
Ma potevo esser sicuro che non si trattasse proprio di Dullita? Cercavo di scoprire, nel dorato volto della campagnola, il
pallore nordico di Galuchka, e di minuto in minuto i loro volti mi sembravano sempre più simili. Pestai forte, con la gruccia, in terra e ripetei, con voce roca, tremante d'emozione:
«Tu sarai Dullita! ». Lei si trasse indietro, spaventata, e non rispose. Mi resi conto che la manifestazione dei miei sentimenti
era stata troppo violenta, per cui mi sarebbe stato difficile
'•
EREDITARIETÀ
tente^nZln 1 ;^ 11 Ì : S Ì t 0 ^ l e f a s c i , n o , d e l l a »»a architettura esercitò una pòIl Dicchi S ur f a c o l t a m e n t a l i d e l P i c c o l ° Dal"'dl foto r
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g afato dal senor Pichot.
Salvai D o ™ < T n e c h . madre di Salvador Dali.
di S a l v a d o r DaIÌ
Sa
vado"Dali
n 3 pyy Domenech
S U S £ ' p a d r eneonato.
^lvador
II. TRENT ANNI PRIMA - TRENT ANNI DOPO
Quand'ero bambino, a scuola, rubai una vecchia pantofola al maestro per
usarla a mo' di berretto quando giocavo tutto solo.
Nel 1936 realizzai un oggetto surrealista servendomi di una vecchia scarpa di Gala e di un bicchiere di latte caldo.
Molti anni dopo la mia burla scolastica, una fotografia di Gala incoronata
dalle cupole di San Basilio riportò d'attualità la mia antica fantasia di un
cappello-scarpa.
Finalmente Madame Schiaparelli lanciò la moda del famoso cappelloscarpa. Fu Gala a sfoggiarlo per prima; Mrs Fellowes si presentò a Venezia
indossandolo nel periodo estivo.
PARTE PRIMA
75
riconquistare la fiducia della ragazzina; tuttavia avanzai ancora di un passo, ma lei, presa da un terrore quasi animale,
salì rapidamente lungo la scala su cui era la madre, a cercarne la protezione, e lo fece con tanta leggerezza e abilità da
impedirmi di sfiorarle il capo, come volevo fare per rassicurarla, con l'estremità della mia gruccia.
Eppure la mia Dullita aveva ragione: doveva temermi, la
sua paura sarebbe anzi divenuta sempre più forte, perché tutto era appena cominciato! Già allora ero cosciente dei pericoli rappresentati dal mio carattere troppo impulsivo. Quante volte, nel corso di una tranquilla passeggiata, ero stato assalito dal bisogno irresistibile di saltare un muro troppo alto,
di tuffarmi da una roccia pericolosa e, ben sapendo che nulla avrebbe potuto arrestarmi, chiudevo semplicemente gli occhi e balzavo nel vuoto.1
Spesso mi ritrovavo, sia pur incolume, stordito; ma ormai
calmo, potevo dirmi: «Il pericolo è superato, per oggi». Ritrovavo allora una tenerezza nuova per le cose modeste che
mi stavano attorno.
Convinto di non poter riconquistare, almeno per il momento, la mia nuova Dullita, decisi di allontanarmi, ma non
prima di averle lanciato un ultimo affettuosissimo sguardo
che, secondo le mie intenzioni, avrebbe dovuto rassicurarla:
«Non crucciarti, tornerò! ». Me ne andai, dunque, in giro per
il giardino, benché a quell'ora solitamente mi chiudessi nel
mio studio a dipingere: il mattino era iniziato sotto così singolari auspici - la gruccia e Dullita - che, inebriato dal magico odore dei tigli fioriti, mi dissi: «Posso fare un'eccezione
alle mie regole». Eppure la disciplina era allora così potente
per me che la disobbedienza alle mie stesse leggi mi rodeva
letteralmente l'anima di rimorsi, e così tornai indietro, interrompendo la passeggiata, per chiudermi nel mio studio.
Avrei voluto poter pensare a Dullita serenamente, in qualche angolo del giardino, e invece la mia volontaria disciplina
me lo vietava. Le ore trascorrevano, senza recarmi una sola
di quelle idee brillanti che avrebbero dovuto confortare il
mio ego, per cui una sensazione di colpevolezza mi inchioda-
Un contadino, testimone di una fra le mie tante cadute volontarie, ne
parlo al senor Pichot, il quale non voleva credere che io potessi gettarmi da
nuli altezze senza restarne ucciso sul colpo. Diventai abilissimo nel salto in
°-1 tu tardi, durante le lezioni di ginnastica, a Figueras, questa mia abilità
valse la partecipazione alle gare e divenni, senza sforzo, campione di sai0 In a
"° e m lungo. Sono tuttora un notevole saltatore.
j6
LA MIA VITA SEGRETA
va con crescente durezza nelle spire metalliche delle peggiori torture morali.
Ero continuamente aggredito dalle immaginarie seduzioni
della mia Dullita e, contemporaneamente, un invisibile rancore contro di lei velava di presentimenti temporaleschi l'immacolato cielo turchino. Di nuovo, e per la seconda volta,
Dullita rovinava e annullava, semplicemente apparendo, il
tempio della mia divina solitudine che io avevo ricostruito
con tanto rigore, con tanta severità cerebrale, fin dal mio arrivo al Muli de la torre. Intuivo che soltanto uno stratagemma, basato su una bugia in grado di ingannare anche me stesso, poteva liberarmi dal mio carcere volontario: lo studio. Mi
convinsi, dunque, che era urgente per me iniziare subito i disegni dal vero di animali. Ci pensavo da tempo, e custodivo
nel pollaio un topolino grigio che sarebbe stato un modello
ideale. Avrei ripetuto, con il topolino, la mia impresa delle ciliegie, ma questa volta, anziché replicare all'infinito immobili frutti, avrei ritratto il topo in ogni suo possibile atteggiamento, e poiché i topi hanno code, accarezzavo un'idea originale di collage.
Usando mille argomenti per vincere la mia resistenza, corsi dunque dal topo. Lo trovai in curiose condizioni, tutto
gonfio, e il suo corpicino abitualmente agilissimo si era completamente arrotolato, simile a una ciliegia divenuta grigia e
pelosa. La sua immobilità mi atterrì; viveva, lo vedevo respirare con un ritmo insolitamente accelerato, ma non si muoveva affatto e teneva le zampine così ripiegate da divenire invisibili. Sollevandolo per la coda, la sua somiglianza con una
ciliegia era ancora più curiosa. Lo riposi con ogni cura sul
fondo della scatolina che costituiva la sua casa nel pollaio,
ma quello, con una scossa improvvisa, rimbalzò in alto, e
colpì la mia faccia maternamente china a contemplarlo. Il
colpo imprevisto mi spaventò al punto che rimasi a lungo
senza fiato.
Un intollerabile fastidio spirituale mi spinse a chiudere la
scatola con il suo coperchio, lasciando solo un'apertura sufficiente per il passaggio dell'aria. E non appena mi fui rimesso dalla prima penosa impressione, dovetti subirne un'altra,
che resta tra le più atroci nella mia memoria.
Non possedevo soltanto un topo, ma anche un grosso riccio, che era scomparso da una settimana; credevo fosse fuggito, e invece lo vidi all'improvviso in un angolo del pollaio,
dietro un mucchietto di mattoni e di sabbia. Era morto. Raggelato per la ripugnanza, mi accostai: il suo dorso irto di
PARTE PRIMA
77
punte spinose brulicava di vermi impazziti, e vicino alla testa
quell'orrenda massa divoratrice era così ribollente da far
pensare all'esplosione di un putrefatto cratere interno, pronto a esplodere oltre le spine, imminente eruzione dell'ignominia finale. Un leggero tremito, accompagnato da un'estrema debolezza, mi assalì alle gambe, e delicati brividi, salendomi verticalmente lungo la schiena, si irradiarono a ventaglio sino alla mia nuca, ne ricaddero, accesero tutto il mio
corpo come la trionfante esplosione degli ultimi fuochi d'artificio, apoteosi del mio terrore. E intanto mi avvicinavo sempre più alla putrida palla che mi attraeva con il fascino dell'orrore. Dovevo guardarla, dovevo guardarla.
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Fu l'odore a farmi fuggire. Corsi via con tutta la rapidità
concessami dalle mie gambe tremanti e raggiunto lo spiazzo
dove sorgevano i tigli ne respirai la fragranza sperando di
purificarmi i polmoni. Subito dopo tornai indietro, ancora
ansioso di studiare il mio riccio putrefatto. Ma tenni il naso
chiuso finché potei resistere e poi nuovamente fuggii verso i
!gh: una gran quantità di fiori si era accumulata sulle lenzuoi e ^ e a pi volavano fitte intorno ai petali. Mentre respiravo,
ondavo le nere acque del mio sguardo nel pozzo azzurro
e
gh occhi di Dullita. Ancora il putrido riccio. Ancora l'aria
Prorumata intorno alla mia Dullita.
78
LA MIA VITA SEGRETA
Il mio andirivieni si fece talmente esaltato e isterico che
ben presto persi il controllo dei miei movimenti, e a ogni mio
ritorno presso il riccio mi sentivo sempre più ansioso di commettere un atto irreparabile, di buttarmici sopra, di toccarlo,
di toccarlo. Allo stesso modo ogni mio ritorno presso Dullita
acuiva in me, insieme allo spasimo del respiro troppo lungamente trattenuto, l'ansietà di abbracciarla con tutte le mie
forze, di succhiare dalla sua bocca, socchiusa come una ferita, il salivoso sapore della sua anima, del suo volto di timido,
rustico angelo.
Infine, ritornando dal riccio, decisi, incapace di resistere
alla cieca inerzia, di saltare oltre la piccola infetta carogna.
Saltai troppo da vicino e con una tale goffaggine, spiegabile
solo con le mie inconsce intenzioni, che evitai solo di qualche
millimetro la mia caduta nella nera, pestilenziale poltiglia.
Dopo, sentendo più acuto il febbrile desiderio, più intenso il ribrezzo, ebbi un'idea che momentaneamente mi procurò profonde soddisfazioni; avrei toccato il repellente groviglio con la punta della gruccia, avrei spostato a volontà
l'immondo nodo, senza doverlo maneggiare direttamente.
Già avevo tentato di lanciare qualche sasso in quella molliccia decomposizione, ma erano esperimenti che, pur provocando in me una certa momentanea emozione, non assumevano poi un carattere abbastanza atroce da soddisfarmi. Ora,
tenendo in mano la gruccia, la capovolsi, in modo da premere la sua estremità « biforcuta » contro la rotondità pungente
del cuore nero, maturo di morte. La biforcazione aderì cosi
bene alla lurida palla da far supporre che l'una fosse creata
per l'altra, e non si capiva più se fosse la gruccia a reggere il
riccio, o il riccio a reggere la gruccia.
Premetti l'incubo verminoso con un'intensità così terribile, con una voluttà così morbida che temetti di svenire, soprattutto quando, frugandolo con la stampella, il riccio rovesciato mostrò tra le quattro zampine irrigidite un grumo,
grosso quanto il mio pugno chiuso, di vermi che traboccavano orrendamente dalla delicatissima membrana violetta del
ventre dove, sino ad allora, erano rimasti racchiusi in un
compatto, divorante, divorato labirinto. Fuggii, abbandonando la gruccia: era troppo anche per me.
Seduto in terra, guardavo ora volare e cadere i fiori dei tigliMi resi conto di aver perduto, nella mia debolezza, la gruccia,
e con lei la sicurezza che me ne derivava. Chissà, forse aveva
ormai perduto, insozzata dalla putredine, ogni qualità protettiva per assumerne invece altre, tutte minacciose e mortali.
PARTE PRIMA
79
Non potevo rassegnarmi e trovai una soluzione che mi
permetteva di riconquistare la gruccia, dopo aver compiuto
qualche cerimonia preliminare: sarei tornato indietro, e
senza guardare il riccio l'avrei raccolta per portarla verso il
torrente che serviva il mulino. Là, dove il corso dell'acqua
si faceva impetuoso e formava cerchi di candide spume,
avrei immerso il mio feticcio, per poi lasciarlo asciugare sulla candida distesa dei fiori di tiglio. Infine, verso il crepuscolo, l'avrei portato sulla torre, e la notte lunare, la rugiada, l'aurora l'avrebbero, non meno del mio pentimento, purificato.
Così feci, e ben presto la gruccia riposò tra i fiori, mentre
ancora la nera palla della morte mi tremava in cuore.
Giunse, dopo una colazione priva di ogni rilievo, il pomeriggio. E poiché sapevo che la mia Dullita era ormai saldamente legata al lucente guinzaglio giallo della mia seduzione,
assaporai con delizia, con voluttà, il supremo lusso dell'amore, quello di guardare altrove, di guardare, soprattutto, le
ascelle nude della donna dai magnifici seni. Erano cavità soffici, pallidissime, perlacee, gloriose, intorno al fiorire, inaspettatamente nero, della peluria. Il mio sguardo correva, alternativamente, dallo strano nido di peli neri sulla pelle periata ai due pletorici seni, il cui volume soppesavo tra le palpebre socchiuse nel piacere confuso della digestione e della
visione. E nella mia torpida pigrizia riconoscevo in me la
nuova voglia, la nuova irresistibile paura: ecco quel che Salvador ora voleva ! Voleva « disseppellire » la gruccia ricoperta dai fiori, per toccare, delicatamente, con infinita precauzione, i globi carnali di quei seni dorati dal sole, con la stessa
biforcazione, ora profumatissima, che poco prima aveva
schiacciato il riccio.
Tutta la mia vita è fatta di simili capricci, e io sarò sempre
pronto a sacrificare il più lussuoso viaggio verso le Indie in
onore di una piccola pantomima, infantile e innocente quanto quella che ho raccontato ora. Ma le cose sono forse così
semplici come possono sembrare? La mia esperienza mi avvertiva che non è così, poiché nel mio cervello si affollavano
piani strategici così forti, così sottili, così ipocriti da farmi
vincere la mia battaglia preliminare contro la realtà, eroicamente realizzando la mia fantasia: toccare quei seni con la
biforcazione della mia gruccia e, subito dopo, ritrovare nella
gruccia il mio scettro di re!
-Il sole cominciava a calare, la piramide di fiori cresceva,
sorgeva la luna e Dullita giaceva sulle corolle. La necessità di
80
LA MIA VITA SEGRETA
toccare quei seni con la gruccia si esasperava in me, tanto irrevocabilmente, ormai, che avrei preferito la morte alla rinuncia. Ma innanzi tutto dovevo indossare le mie vesti regali
che, come sempre, mi avrebbero dato un'ispirata sicurezza.
Poi, sdraiandomi a fianco di Dullita sui fiori, avrei potuto
contemplare a mio agio quei seni, e Dullita si sarebbe pazzamente innamorata di me.
Mi precipitai in camera, trassi dall'armadio il manto d'ermellino, me lo posi sulle spalle, mi incoronai, lasciando che
la mia parrucca d'anti-Faust mi scendesse delicatamente sul
collo in lunghe, fluenti volute. Mai mi ero sentito bello come
allora: un pallore cereo traspariva dalla mia abbronzatura, e
le ombre che mi cerchiavano gli occhi avevano esattamente
lo stesso colore bruno che si annidava nelle ascelle di colei
che raccoglieva i fiori, quando, abbassando leggermente le
braccia, mostrava i tre morbidi solchi scuri della sua pelle.
Mi mossi per tornare in giardino, animato dalla calma serena
di chi si sente irresistibilmente perfetto.
PARTE PRIMA
81
Prima di raggiungere lo scalone dovevo però attraversare
una specie di piccolo vestibolo chiuso affacciato sul giardino, con una finestrella splendidamente illuminata dal sole e
ornata di tre meloni, che erano stati appesi a maturare al soffitto per mezzo di lunghi spaghi. Sostai per osservarli, e una
folgorante illuminazione risolse e rese possibile la mia nuova
fantasia, imperniata sui seni della raccoglitrice.
Nonostante la vivida luce che irrompeva dalla finestrella,
il vestibolo era immerso nella semioscurità, e se la raccoglitrice avesse, dall'esterno, raggiunto con la sua scala la finestra, fermandosi a una certa altezza, io avrei potuto contemplarle i seni nell'angusta cornice, quasi isolati dal resto del
corpo, contemplarli con tutta la mia voracità senza provare
la vergogna di esser veduto, senza dover rivelare ad alcuno il
mio desiderio. E mentre contemplavo i seni, avrei potuto
premere dolcemente l'impugnatura della mia gruccia contro
i meloni, sollevandoli leggermente per avere un'idea precisa
del loro peso.
La nuova versione del mio desiderio era mille volte preferibile alla prima, basata semplicemente sui seni della donna:
ora invece il peso dei meloni posti a maturare assorbiva la
matura gravità della mia violenza, e la speranza che la loro
polpa fosse meravigliosamente dolce e fragrante urgeva nella
mia immaginazione insieme con il turgore reale della carne,
fino ad accecarmi divinamente. Già mi sembrava che il sotterfugio della sostituzione operasse e che mi fosse possibile
non soltanto premere i meloni con la biforcazione della
gruccia, ma persino «mangiarli», e mangiare i seni, spremerne il liquido zuccherino e odoroso che, come i meloni, anch' essi certo racchiudevano.
Salii al terzo piano per mettere in scena la commedia che
avrebbe persuaso la raccoglitrice ad assecondare il mio piano: con molte difficoltà riuscii a far cadere il mio «diabolo»
in modo che la sua cordicella si impigliasse in un viluppo dei
rampicanti, fittissimi sulla facciata. Adoperando una lunga
bacchetta, torsi i lunghi rami spinosi delle rose selvatiche e le
morbide fronde della vite vergine, per complicare il lavoro
della donna. Ci riuscii benissimo, manovrando la bacchetta
adagio, con precauzione: chiunque mi avesse osservato dal
giardino mi avrebbe creduto intento nell'occupazione opposta, ossia nel tentativo di recuperare il mio giocattolo.
Sistemata finalmente la trappola, corsi in giardino, mi accostai alla scala della donna-dai-bellissimi-seni, e con voce
querula la pregai di riprendermi il diabolo: le accennai il
82
LA MIA VITA SEGRETA
punto in cui si trovava, usando di proposito la gruccia, disseppellita dal cumulo profumato dove stava ancora purificandosi. La raccoglitrice interruppe il lavoro, con l'evidente
sollievo di chi potrà presto godere un desiderato riposo, e
spostò tutto il peso del corpo sopra uno dei suoi robusti gomiti e sopra una gamba, arcuando violentemente i fianchi in
una posa stupenda, resa ancor più sublime dal gesto della
mano libera che tentava di riordinare la chioma scomposta.
Fu allora che una stilla di sudore le si staccò dall'ascella e mi
cadde proprio nel mezzo della fronte, simile a una delle larghe gocce di pioggia che precedono, in piena estate, tremendi temporali. E in verità quella goccia era l'oracolo, era il
presentimento del temporale che il destino mi riservava per
l'indomani, alla stessa ora.
Non dovetti insistere per essere accontentato: tutti mi obbedivano, al Muli de la torre, per espresso ordine del sefior
Pichot. Dopo una brevissima sosta, e ne approfittò per abbandonare tutto il suo corpo alla piena luce come una statua, la contadina scese dalla scala, e con l'aiuto di Dullita la
trascinò presso il muro della casa. Ci volle un certo tempo
per farlo, la distanza non era indifferente e bisognava poi fissare in qualche modo la scala alla parete, prima di iniziare
l'ascesa.
Ne approfittai per volare nella mia stanza e spogliarmi
completamente. Allora, allora, raggiunsi il culmine della mia
bellezza, e avrei voluto che il mondo intero mi ammirasse, o
almeno la magnifica raccoglitrice e la mia nuova Dullita. Ma
non osavo ancora mostrarmi cosi, e mi coprii con l'ermellino; il verdastro riflesso degli alberi di tiglio, penetrando nella mia camera, mi conferiva un pallore spettrale.
Ridiscesi nel vestibolo dei meloni. Esattamente mentre
stavo entrando, il corpo della donna si inquadrò nel vano
della finestra: i miei calcoli si dimostravano esatti, e la raccoglitrice mostrava di sé la parte compresa tra le cosce e il collo. Dal movimento delle sue braccia, dal sussultare delle sue
spalle, capivo quanto vani fossero i suoi sforzi per districare
il laccio, cosi accuratamente aggrovigliato tra le spine, del
mio diabolo.
La finestra era interamente colmata dalla carne della donna, il buio era quasi assoluto, il caldo intenso. Sudavo, lasciai
scivolare l'ermellino che mi cadde ai piedi, e un tepore soffice, appena percorso di frescura, accarezzò la mia nudità.
«Lei non può vedermi,» pensavo «appena capirò che ha finito correrò a vestirmi o mi nasconderò contro il muro ».
PARTE PRIMA
83
E intanto mi abbandonavo totalmente al piacere del mio
gioco: avevo collocato delicatamente la biforcazione della
gruccia contro la parte inferiore del melone, che premevo
con tutta la tenerezza sentimentale di cui ero capace. Un acuto lirismo mi colmava gli occhi di lacrime, perché la consistenza dolcissima del melone superava ogni mia speranza:
era talmente maturo che la gruccia, nonostante la leggerezza
del contatto, affondava nella polpa, con un suono vellutato e
profondo. E intanto tenevo gli occhi fissi sul petto della donna, sempre intenta a lottare contro i nodi gordiani del mio
diabolo. Non potevo vedere chiaramente i suoi seni, ma
quella massa confusa, in controluce, esasperava ancor più la
m
ia insoddisfatta libidine, e per appagar meglio la mia voglia
Cipressi un ritmo particolare alla gruccia. Quasi subito il
84
L A M I A VITA S E G R E T A
succo del melone prese a gocciolare su di me, pianissimo prima, poi in abbondanti rivoli appiccicosi; mi posizionai così
da avere il volto proprio al di sotto del frutto, e sporsi la lingua, arida di sete e di desiderio, a raccogliere il liquido dolcissimo, ma ravvivato da un afrore di ammoniaca.
La mia sete divenne furiosa, e mentre il mio sguardo passava, instancabile, dal melone alla finestra, dalla finestra al
melone, e ancora e ancora, in un delirio che mi toglieva interamente il controllo dei gesti e dei movimenti, affondavo duramente la gruccia nella carne stillante per strappare succo e
vita dalla profondità dei suoi intestini. Melone, finestra, finestra, melone!
Ormai i miei movimenti erano così isterici e furenti che il
melone si staccò dal suo sostegno, e mi cadde sulla testa proprio quando la bellissima raccoglitrice, essendo riuscita a districare il mio diabolo, cominciava a scendere la scala. Ebbi
appena il tempo di gettarmi in terra che già il suo volto appariva, e rimasi lì, sul mantello di ermellino, inondato dall'essenza del melone. Ansante, sfinito, serrando le labbra per
trattenere il respiro, aspettavo che la contadina, accortasi di
me, risalisse qualche gradino per vedermi meglio: mi sarei
accorto della sua attenzione senza neppure sollevare il capo,
semplicemente rivedendo l'ombra che poco prima il suo corpo aveva proiettato nella stanza.
Ma l'attimo temuto e follemente sperato non giunse. Invece della diletta eclissi nera, la aranciata luce del sole calante
coprì del suo riflesso tutta la parete densamente imbiancata a
calce, su cui si stagliavano le ombre dei due meloni ancora intatti, ancora penduli alle loro corde. Non avrei giocato con loro. La magia era finita e non sarebbe stato possibile rinnovarla. Una stanchezza estrema mi intorpidiva i muscoli, rendeva
penosi i miei movimenti, le ombre dei meloni mi apparivano
sinistre e non evocavano più i bellissimi seni, dorati dal meriggio: erano cose morte, invece, erano ricci putrefatti.
Rabbrividii, tornai nella mia stanza per rivestirmi, interrompendomi a tratti per lo sfinimento che mi faceva crollare,
prono, sul letto. L'oscurità mi colse, e dovevo affrettarmi,
ora, se volevo sfruttare il beneficio della torre. Corsi, reggendo la mia gruccia, e il cielo era stellato, e la stanchezza mi impediva le grandiose fantasticherie abitualmente ispirate da
quell'ora e da quel luogo.
Proprio al centro della terrazza c'era un cubo di cemento,
destinato, almeno credo, a sorreggere l'asta della bandiera in
un suo piccolo buco circolare: vi infilai la gruccia, ma l'aper-
PARTE PRIMA
85
tura era un poco troppo larga perché la gruccia potesse restarvi ben diritta. Però mi piacque vederla così, leggermente
storta, pendente a destra, e me ne andai soddisfatto. Svegliandomi, di notte, avrei potuto pensare alla mia gruccia,
immobile sulla torre e trarne un senso illusorio di protezione. Ma mi sarei svegliato? Le orecchie già mi ronzavano di
sonno, e dopo una giornata così colma di emozioni desideravo solo crollare addormentato. Scesi le scale come un sonnambulo, urtando le pareti, inciampando, ma ripetendo con
voce bassa e vibrante di volontà: «Sarai Dullita! Sarai Dullita! Domani! ».
Sapevo che la raccolta dei fiori sarebbe durata due giorni.
E difatti l'indomani vidi nuovamente Dullita, il sole saliva in
cielo, le raccoglitrici raccoglievano, i seni pesavano, i meloni
pendevano, ma ormai erano per me totalmente svuotati di fascino. Anzi, se ricostruivo mentalmente la scena del giorno
innanzi, non solo ero incapace di ritrovare la traccia del mio
desiderio, ma mi sentivo addirittura soffocare dal disgusto.
L'ermellino insozzato, il sapore dolciastro e pungente del
melone, perfino i seni non mi sembravano più così belli, nel
rievocarli, e comunque lontanissimi dalla spirituale dolcezza
che il giorno innanzi mi aveva costretto alle lacrime, guardandoli.
Quel giorno solo la fragilità di Dullita mi attraeva. La sua
vita esilissima sembrava assottigliarsi ancora, con l'avvicinarsi del sole allo zenit, e le ombre sempre più verticali accentuavano la sua fragilità di clessidra: sottilissimo, fierissimo
corpo. Dullita, Galuchka rediviva.
Non le parlai, incontrandola. Ma, dentro, mi ripetevo:
«Nessun'altra, oggi! Lei, o nessuna! Ho tutto il tempo che
voglio! ».
E cominciai a giocare con il mio diabolo. Ero abilissimo, e
mentre i miei movimenti si susseguivano agili e sicuri pensavo all'ammirazione che dovevano suscitare in Dullita. Fu
dunque con irritato stupore che mi avvidi, per i suoi sguardi
prima e per le sue supplichevoli parole poi, che Dullita non
desiderava affatto contemplarmi, ma, al contrario, giocare lei
con il mio diabolo. E infatti, non appena un mio gesto insolitamente maldestro lanciò il diabolo lontano, Dullita si precipitò a raccoglierlo. Io la inseguii, e più volte compimmo, di
corsa, il giro del giardino finché Dullita si lasciò cadere sopra
un mucchio di fiori scartati dalle raccoglitrici perché appassiti, giallicci, consumati dalle api. Raddolcito, mi accostai alia bimba, portando due bracciate di fiori freschissimi, che le
86
LA MIA VITA SEGRETA
lasciai cadere addosso: giaceva sul ventre, per meglio nascondere il diabolo con tutto il corpo, mostrandomi così la
sua intenzione di tenerlo a tutti i costi per sé. Era davvero
meravigliosa, le sue delicate rotondità emergevano dai fiori,
in cui sprofondava poi l'abisso della sua inverosimile vita,
che, inginocchiandomi, circondai con le braccia. Vitino da
regina! E, a bassa voce, carezzevolmente, stringendola:
« Dammi il mio diabolo! » le intimai.
«No! » rispose lei supplichevole.
« Dammi il diabolo! ».
«No!».
« Dammi il diabolo! » e la strinsi più forte. « Dammi il diabolo! ».
«No!».
Allora premetti con tutta la mia forza su di lei: « Dammi il
diabolo! ».
Un singhiozzo scosse le sue spalle delicate e, traendosi dal
petto il diabolo, me lo lasciò cader davanti; lo presi, e mi allontanai di qualche passo, mentre Dullita correva a cercare
rifugio presso la madre, che lavorava sulla scala. Le due parti
della doppia scala erano unite tra loro con una corda e Dullita, angelicamente graziosa, si appoggiò proprio lì, premendo
contro la fune tagliente la parte più vulnerabile del suo corpo, quel vitino che poco prima avevo squassato. Sentivo bruciare nella mia carne la sofferenza che la corda doveva incidere in quella indolenzita di Dullita, e la guardavo piangere
con assoluta nobiltà, senza alcuna smorfia. Capivo che avrebbe voluto poter reprimere anche le lacrime, perché nessuno
scoprisse la sua pena. Mi vergognavo, lo confesso, incapace
di sostenere lo sguardo lucente di Dullita, e stringendo il mio
diabolo corsi in cima alla torre: Julia mi chiamava a gran voce, perché la colazione era pronta, ma finsi di non sentirla.
Volevo giocare lassù sui tetti, e non appena ebbi lanciato
in alto il mio diabolo lo vidi cadere oltre l'angolo esterno
della torre, restando sull'orlo estremo del cornicione. Mi
chinai, sporgendo tutto il corpo all'infuori, e per un vero miracolo riuscii a riacchiappare il diabolo, restando però così
stordito da provare un vero senso di nausea che mi impedì
poi di mangiare: lasciai il diabolo sulla torre per riprendere il
gioco in seguito. Del resto anche il senor Pichot non mangiò,
lagnandosi di una tremenda emicrania.
La sua fronte era coperta da una fascia, e additandomi alcune nuvole bianche, lontanissime nel cielo splendidamente
azzurro, mi annunciò l'imminenza di un temporale.
PARTE PRIMA
87
Restai sul balcone della sala da pranzo, appoggiato alla
ringhiera di ferro, osservando le nuvole salire, gonfiarsi, farsi
simili alle umide chiazze sul soffitto del senor Traite, dove
erano sfilate le prime fantasie della mia infanzia, dimenticate
poi, ritrovate ora nella gloria carnosa, nella immacolata spuma di quelle candide torri ormai altissime all'orizzonte. Ecco
i cavalli alati, e dai loro pettorali zampillavano seni, e meloni
dai seni, e diaboli modellati come clessidre, come il vitino di
Dullita. Giganteschi elefanti dai volti umani, muscolosi lottatori in contrasto e il busto di Beethoven, mestamente chino,
che progressivamente ingigantiva scurendosi, assumendo il
grigiastro tono del temporale, della polvere accumulata sulle
sculture decadute. Ben presto la fronte di Beethoven gli divorò tutto il volto, divenne un immenso teschio d'apoteosi. Il
primo fulmine lo tagliò in due, e parve che l'argento vivo del
cervello celeste traboccasse attraverso la sutura frontale di
quel cranio.
Quasi contemporaneamente il tuono squassò, per mezzo
minuto, fin dalle fondamenta il Muli de la torre. Le foglie e i
fiori dei tigli furono strappati via in un turbine. Le rondini
fuggirono con grida di terrore, le prime gocce, larghe come
grosse monete, caddero e subito uno scroscio enorme, com-
88
LA MIA VITA SEGRETA
patto, spietato, flagellò il giardino assetato e atterrito, traendone un odore di muschio e di mattoni bagnati, e quasi placando la mia lunga, elettrica, insoddisfatta contemplazione
platonica del cielo e della terra. La propizia oscurità di quel
pomeriggio di pioggia ininterrotta fu un elemento importante nel dramma che Dullita e io avremmo vissuto sul finire di
quel giorno segnato dalla sfrenatissima irruenza degli elementi e dei sentimenti.
Seguendo un improvviso e tacito accordo, Dullita e io ci
eravamo rifugiati nelle soffitte per giocare protetti da un
buio pressoché assoluto. Il soffitto basso, la solitudine, l'assenza di ogni luce, dovevano favorire gli sviluppi, lungamente attesi, della nostra temibile intimità. Il timore che la stanza mi aveva ispirato la prima volta era totalmente scomparso, e la presenza di Dullita e il fragore della tempesta rendevano il luogo meraviglioso; perfino la corona di alloro, a cui
attribuivo ancora un significato funebre, brillava per me con
una sua attraente civetteria a ogni nuovo lampo, filtrato attraverso le imposte serrate. La mia nuova Dullita, la mia Galuchka rediviva, scivolò dentro il cerchio formato dalla corona, e giacque li dentro nella postura di un cadavere, a occhi
chiusi. Gli scoppi del tuono si succedevano, squassando la
torre, e atroci presentimenti mi gonfiavano il petto. Non sapevo cosa, ma certamente un evento terribile stava per accadere.
Mi inginocchiai dinanzi a lei, guardandola fissamente. Ora,
abituato alla penombra, potevo intravedere il suo viso, incorniciato dal buio assoluto. Posai la mia testa sulla sua, e lei
sollevò le palpebre: «Giochiamo a toccarci la lingua» disse,
e sporse, oltre le labbra deliziosamente umide, la punta della sua linguetta. Il panico mi paralizzò, e nonostante il mio
desiderio di baciarla la respinsi con tanta durezza che la sua
testa urtò rumorosamente conto i lauri dorati. Balzai in piedi, così bruscamente da apparirle minaccioso: lessi nel suo
sguardo che avrebbe accettato qualsiasi mia brutalità senza
proteste.
Tanto stoicismo accrebbe in me l'impulso di farle male.
Con un balzo girai dietro le sue spalle e Dullita si raddrizzò,
forse per fuggire. Poi, cambiando idea, restò ferma, eretta, al
centro della corona. Un nuovo lampo, rischiarando con insolito splendore la soffitta, mi mostrò la regale cintura di Dullita che si stagliava contro le pareti nere. Mi lanciai nuovamente su di lei e, come la mattina, squassai violentemente il
suo vitino. Non mi resistette, e quasi subito la mia furia si
PARTE PRIMA
89
placò, secondo un calcolo preciso che sfuggì a Dullita, convinta di un mio moto di tenerezza e già pronta a cingermi
con le braccia.
Giacemmo così in terra, in un abbraccio sempre più languido. Capivo che avrei potuto soffocare ogni suo grido,
stringendo contro il petto quel piccolo volto, ma il suo atteggiamento non corrispondeva alla mia fantasia. Volevo colpirle la schiena, stritolarla contro la corona, immergere nella
sua pelle levigata quelle foglie pungenti come spade. L'avrei
tenuta inchiodata al suolo, gettandole addosso oggetti sempre più pesanti e, liberandola finalmente dalla tortura, avrei
baciato la sua bocca, la sua schiena martoriata, piangendo
con lei. Preparandomi alla prossima battaglia, continuavo ad
accarezzarla con dolcezza crescente, mentre scrutavo le pesanti suppellettili che mi sarebbero servite per seppellirla.
Scelsi finalmente un enorme stipo a cassetti, un poco traballante. Avrei avuto la forza di spostarlo? Un dolore lancinante
mi attraversò il collo, le scapole, e all'improvviso l'uscio si
spalancò, rivelando un altro uscio ugualmente spalancato
dallo stesso vento impetuoso. La pioggia era cessata, un cielo
tutto nuovo si spalancava su di noi, livido e giallo come un limone d'incubo.
Non pensai più a «Dullita stritolata», in quel cielo acceso
dalle luci di un incredibile tramonto: « Saliamo in cima alla
torre! » le dissi. E già mi inerpicavo lungo la scala. Dullita,
probabilmente delusa dall'interruzione delle carezze, non mi
seguì subito, per cui, interpretando la sua riluttanza come
una disobbedienza, mi precipitai di nuovo giù, per afferrarla.
Sembrava ansiosa di fuggir via e io, con la testa in fiamme, lasciai scatenarsi in me la bestia selvaggia della mia collera. Afferrai, con entrambe le mani, i capelli di Dullita e la trassi
verso di me. Cadde sul primo gradino con un gemito di dolore, e io la costrinsi, tirandola per i capelli, a rimettersi in
piedi, a salire tre o quattro scalini, ben deciso, se fosse stato
necessario, a continuare la tortura. Ma lei fece un balzo, e
correndo mi precedette sulla terrazza della torre.
Era ridiscesa in me una calma soprannaturale, per cui potei seguirla con lentezza estrema: non poteva comunque
sfuggirmi. Si stava realizzando il mio lungo, perduto desiderio: la Dullita che non era mai venuta sulla mia terrazza di Figueras, la Galuchka rediviva, stava varcando la soglia della
torre. Avrei voluto che la mia ascesa durasse in eterno, per
gustare meglio una felicità che sarebbe stata perfetta se avesS1
potuto indossare i miei abiti regali. Pensai, per un momen-
9o
LA MIA VITA SEGRETA
to, di scendere nella mia stanza a prenderli, ma poi desistetti. Nulla, neppure la morte, poteva arrestare la mia ascesa
verso la cima.
Ecco, proprio nel centro, leggermente pendente a destra,
lucente di pioggia, prolungata da un'ombra infinita e sinistra, ecco la mia gruccia. Lì accanto il diabolo, e lei, con il
suo vitino stretto in un anello d'argento, e nel cielo un'immensa nuvola lilla, bordata d'oro lucente, un Napoleone della tempesta. Poco più in là, altissimo, un arcobaleno interrotto da un largo spazio turchino che inquadrava Dullita, seduta sul parapetto. Non piangeva più e mi aspettava.
« Se scendi di lì » le dissi, assecondando l'irresistibile ipocrisia che non mi abbandona mai nei momenti decisivi della
vita «e mi prometti di non rischiare una così pericolosa caduta, ti regalo il mio diabolo».
Mi obbedì subito e raccolse il diabolo: «Quant'è bellino! » disse, tornò al parapetto e nuovamente si sporse, lanciandomi un sorriso ironico. Di certo pensava che le sue recenti lacrime mi avessero domato. Io simulai un gesto di angoscia e mi nascosi la faccia, come se non tollerassi di vederla in un simile pericolo. La sua civetteria ne fu, come prevedevo, eccitata, e, non contenta di star seduta sul parapetto,
lasciò penzolare fuori le gambe.
«Aspetta,» la pregai «aspetta e ti farò un altro regalo! »•
PARTE PRIMA
9'
Presi la gruccia e finsi di andarmene. Ma tornai indietro, in
punta di piedi, al colmo dell'eccitazione, ripetendomi: «Ora
tocca a me! ». Strisciai carponi verso DuUita che mi volgeva
le spalle, le gambe penzolanti, le mani appoggiate alla pietra,
gli occhi fissi sulle nuvole squarciate dalla tempesta, ridotte a
brandelli: il verticale Napoleone si era trasformato in un orizzontale coccodrillo sanguinario.
Presto sarebbe stata notte. Con infinite precauzioni appoggiai l'impugnatura della gruccia contro l'incredibile vitino di DuUita. Mi muovevo con cautela, ero così attento a
non far rumore che i denti mi affondavano nelle labbra e il
sangue cominciò a cadérmi, goccia a goccia, sul mento. Dullita, volgendosi, non parve affatto spaventata, e si appoggiò
alla biforcazione. Nessun angelo del paradiso ha mai avuto
un volto più bello del suo in quel momento, e vidi l'arcobaleno del suo sorriso gettare un magico ponte sullo spazio che
ci separava, lo spazio della gruccia. Abbassai gli occhi, finsi
di voler infilare la stampella in una fessura; poi, rialzandomi,
le strappai di mano il diabolo e gridai con voce rauca di pianto: «Né per te, né per me! ».
E scagliai il diabolo nel vuoto. Il sacrificio era finalmente
consumato.1 E da quel giorno, fino al giorno della mia morte,
quell'anonima gruccia fu, è e sarà, per me, il « simbolo della
morte» e il «simbolo della risurrezione»!
Il diabolo assume, in quest'episodio, una tipica importanza di sostituì ° n e : è l'ariete di Abramo. Simboleggia cioè la morte di DuUita, di Galuchka rediviva, e la possibilità della loro risurrezione.
z
PARTE SECONDA
CAPITOLO PRIMO
ADOLESCENZA
CAVALLETTE
ESPULSIONE DALLA SCUOLA
FINE DELLA GUERRA EUROPEA
L'adolescenza inizia con la
nascita dei peli superflui. Nel
mio caso questo fenomeno si
produsse fulmineamente, durante una mattina estiva, nella
baia di Rosas. Avevo nuotato, nudo con altri bambini, e ora
mi asciugavo al sole. Improvvisamente, scrutando il mio corpo con la compiacenza narcisista che mi era solita, vidi alcuni peli velarmi la pelle bianca e delicata del pube. Sebbene
ancora sottili e radi, erano già lunghissimi: come potevo non
aver notato un così profondo mutamento sul mio adorato
corpo, sul mio corpo così spesso contemplato e scrutato da
farmi ritenere che non potesse celarmi alcun segreto?
La mia adolescenza fu caratterizzata dal moltiplicarsi dei
miti, delle manie, delle deficienze, dei doni, delle manifestazioni di genio e di violenza della mia prima infanzia. Non desideravo assolutamente correggermi, né trasformarmi; al contrario, ero di giorno in giorno maggiormente posseduto dalla
volontà di imporre e di esaltare in ogni modo la mia concezione di vita.
Anziché limitarmi a godere l'acqua stagnante del mio narcisismo precoce, la canalizzavo: e la crescente, violentissima
affermazione della mia personalità si sublimò ben presto in
nuovi sviluppi di azioni che, considerando le tendenze eterogenee e ben caratterizzate del mio cervello, potevano soltanto essere antisociali e anarchiche.
Il bimbo-re divenne un anarchico. Sistematicamente, ostinatamente, mi opponevo a tutto.
Da piccolo facevo sempre « diversamente dagli altri », ma
senza esserne cosciente. Ora, dopo aver finalmente compreso il lato eccezionale e fenomenale del mio modo di agire,
«lo facevo apposta». Bastava che qualcuno dicesse «nero»
perché io ribattessi «bianco». Bastava che qualcuno si inchinasse rispettosamente per farmi sputare. Il mio incessante, feroce impegno a sentirmi « diverso » mi strappava lacrime di rabbia se, per una qualsiasi coincidenza, mi vedevo
98
LA MIA VITA SEGRETA
Inoltre era brutto, e la sua cioccolata, di pessima qualità, mi
ispirava un profondo disprezzo per colui che stava consumando un cibo così volgare. Mi avvicinai a lui, furtivamente
tenendo in mano un libro del principe Kropotkin1 che portavo sempre con me. La mia vittima mi vide benissimo, ma non
sospettò il pericolo e continuò, ovviamente, a mangiare pane
con cioccolata, guardando dall'altra parte. Io mi concessi il
lusso di una lunga premeditazione; squadrando bene il ragazzino per decidere minuziosamente quel che avrei fatto,
dopo aver studiato attentamente il suo orrendo modo di
mangiare, e ancor peggio di inghiottire, lo schiaffeggiai con
tanta forza da far volare via pane e cioccolata. Poi scappai di
gran corsa, mentre quello sciocco, attonito, stentava a riaversi, e quando si rese finalmente conto dell'accaduto rinunciò a
ogni proposito di vendetta, pensandomi lontano. Dal mio
nascondiglio lo vidi raccogliere la cioccolata e il pane.
Il pieno successo della mia impresa mi incoraggiò a tentarne altre; e caddi così in una sorta di nuovo, invincibile vizio.
Finii per aggredire un tale che conoscevo appena, e vagamente ammiravo per la sua vocazione artistica (studiava il
violino), altissimo, e in realtà assai più forte di me, ma così
magrolino, così pallido e malaticcio che lo giudicavo incapace di reagire violentemente. Lo stavo già seguendo da parecchi minuti, senza tuttavia poter cogliere un'occasione favorevole, perché incontrava continuamente gruppi di studenti
che si trattenevano a chiacchierar con lui. A un certo momento, rimasto solo, posò in terra il violino e si chinò a riallacciarsi una stringa della scarpa, in posizione per me favorevolissima. Senza esitare, mi avvicinai, vibrandogli un calcio
terribile, e subito dopo saltai sul violino, lo ridussi in mille
pezzi e volai via con tutta la velocità possibile. Ma in questo
caso l'aggredito non si diede per vinto, si riprese subito dallo
stupore e mi rincorse, con gambe così lunghe, con slancio
così possente che ben presto compresi di non aver scampo e,
giudicando inutile ogni resistenza, atterrito e in preda a
un'invincibile vigliaccheria, mi fermai, mi buttai ad abbracciargli le ginocchia, supplicandolo di perdonarmi. Gli offrii
perfino del denaro: venticinque pesetas, se non mi toccava,
se non mi faceva male. Ma il giovane violinista era troppo assetato di vendetta: viste inutili le mie preghiere, inutili le mie
Non lo lessi mai, ma il nome di Kropotkin e il titolo Conquista del pane,
mi apparivano meravigliosamente sovversivi e tali da conferirmi prestigio
agli occhi dei passanti che incontravo.
PARTE SECONDA
99
proposte, non mi restò che proteggermi il volto con le braccia per ripararmi alla meglio. Vibrandomi un selvaggio colpo
nel petto mi buttò disteso in terra, mi picchiò più volte, mi
afferrò per i capelli, me li strappò a ciuffi: e io continuavo a
urlare così istericamente, le mie sofferenze erano così teatrali il mio tremito così intenso che lui, credendomi in preda a
un attacco di epilessia, mi lasciò libero, e a sua volta si allontanò di corsa.
Una folla di studenti si era raccolta intorno a noi, e il professore di letteratura, che passava di lì, si valse della sua autorità per intervenire: facendosi strada attraverso la ressa mi
chiese spiegazioni. Un'incredibile bugia mi saltò subito in
mente, e la dissi: « Ho distrutto il suo violino per dimostrargli, definitivamente, che la pittura è superiore alla musica ».
La mia dichiarazione fu accolta con risa e mormorii; il
professore, benché indignato, mi chiese ancora: «E come
l'hai dimostrato?».
Un attimo di pausa, e poi: « Con le scarpe » risposi.
Stavolta tutti risero, creando una gran confusione. Il professore impose il silenzio, mi si avvicinò, mi premette le mani
sulle spalle, e in tono quasi paterno di rimprovero: «Non hai
dimostrato nulla. Non c'è senso comune in quel che dici! ».
Io lo guardai diritto negli occhi, con una sicurezza non
priva di solennità, e articolando le sillabe con la maggior dignità possibile: « So benissimo che i miei compagni non trovano un senso comune in quel che ho detto, e forse neppure
i professori; d'altra parte io le garantisco che le mie scarpe» 1
e le indicai con un dito «la pensano in tutt'altro modo! ».
Un silenzio di gelo accolse le mie ultime parole. I miei
compagni si aspettavano che il professore mi fulminasse per
la mia stupefacente insolenza. Lui invece, fattosi pensoso,
Le scarpe hanno sempre influito sulla mia esistenza e le utilizzai in diversi oggetti surrealisti, in diversi quadri, fino a trasformarle in una specie di
divinità. Le ho perfino collocate in testa alle donne. Elsa Schiaparelli, infatti, creò un cappello ispirato dalla mia idea fissa e Daisy Fellowes apparve, a
Venezia, con una scarpa sul capo. La scarpa, effettivamente, è per me l'oggetto più ricco di virtù realistiche, e opposto agli oggetti musicali che io ho
sempre ritratto nei loro aspetti di disfacimento, come i violoncelli di carne
putrida. Uno dei miei ultimi quadri rappresenta un paio di scarpe, e mi ci
sono voluti due mesi per copiarle dal modello, con lo stesso amore, con la
stessa obiettività di Raffaello nel ritrarre una Madonna.
E dunque istruttivo osservare come una bugia improvvisata in circostanze ultraneddotiche abbia anticipato per me una durevole piattaforma filosofica, resa anche più solida dal passare degli anni.
100
L A M I A VITA S E G R E T A
ebbe un gesto categorico e impaziente, a significare che l'episodio, almeno per il momento, doveva considerarsi chiuso.
Da quel giorno crebbe, intorno alla mia persona, l'aureola
dell'audacia. Crebbero anche le discussioni: «È pazzo? Non
è pazzo? Dimostra una personalità straordinaria, ma è forse
anormale? ». Quest'ultima opinione era sostenuta dai professori di disegno, di calligrafìa, di psicologia. Quello di matematica, invece, assicurava che la mia intelligenza era nettamente inferiore alla media. Comunque, tutto quel che accadeva di insolito, di fenomenale, mi venne da allora regolarmente attribuito. E via via che divenivo più «solo», più
« unico », divenivo anche più « visibile »; e più mi tenevo nascosto, più venivo notato. Divenni un esibizionista della solitudine; ne ero fiero, come di un'amante, ostentata cinicamente, ingemmata dai miei omaggi.
Un giorno lo scheletro di cui ci servivamo per le lezioni di
storia naturale perse il cranio: naturalmente lo cercarono subito nel mio cassetto. E dire che allora gli scheletri mi ispiravano tanta ripugnanza da impedirmi perfino di toccarli!
Mi conoscevano davvero male, per sospettarmi. L'indomani
l'enigma fu risolto: era stato il professore a smontare lo scheletro per portarsi a casa il cranio e studiarne comodamente
alcune particolarità.
Poco tempo dopo, colpito dalla mia solita angina, rimasi a
casa alcuni giorni. Tornando a scuola, vidi davanti all'ingresso un gruppo di condiscepoli che, soffiando a pieni polmoni,
bruciavano una bandiera spagnola. Mi avvicinai per chieder
spiegazioni e tutti scapparono, quasi atterriti dalla mia presenza. Prima che potessi capire perché fuggissero ero perfettamente solo, con i resti della bandiera, e a pochi passi vidi un
gruppo di soldati furenti. C'era, in corso, un movimento separatista, di cui io ignoravo tutto, e i soldati, testimoni del rogo, non vollero assolutamente credere alla mia innocenza:
dovetti comparire in tribunale, e solo la mia giovane età mi
valse l'assoluzione. Del resto l'immagine che ciascuno si era
fatto di me induceva a credere alla mia piena responsabilità:
ero l'eroe di una dimostrazione a cui non avevo partecipato,
ero un esempio di stoicismo rivoluzionario e di fermezza
d'animo.
Mi ero lasciato crescere i capelli, ormai lunghi come quelli di una fanciulla, e guardandomi allo specchio amavo assumere l'espressione di malinconia, l'affascinante atteggiamento di Raffaello nell'autoritratto. Mi sarebbe piaciuto tanto
assomigliargli! Mi sarebbe anche piaciuto che la mia peluria
PARTE SECONDA
101
crescesse e mi permettesse di radermi, lasciandomi però folte basette. Avevo fretta di creare un capolavoro con la mia
faccia, di assumere un aspetto « diverso dagli altri », e spesso
correvo in camera di mia madre, per incipriarmi furiosamente la faccia e tingermi di nero le orbite. In strada mi mordevo
ferocemente le labbra per renderle scarlatte. E la mia vanità
si venne accentuando quando compresi che i passanti mi fissavano bisbigliando: «È il figlio del notaio Dali! È quello
che ha bruciato la bandiera! ».
Superai i miei primi esami senza infamia e senza lode, e fui
promosso perché non volevo perdere la mia estate studiando
per gli esami di riparazione. Le mie estati erano sacre, e mi
imponevo una severa disciplina per impedire che un qualsiasi fastidio ne diminuisse lo splendore. Ho già detto altre volte, e lo ripeto ora, che la cosa chiamata dagli altri, e da me,
un « paesaggio » esiste soltanto sulle rive del Mediterraneo, e
in nessun altro luogo. Ma la cosa più straordinaria è questa:
che il punto dove il «paesaggio» diventa più bello, più intelligente, più completo, sta nei pressi di Cadaqués, proprio
dove per mia immensa fortuna (e me ne rendo perfettamente
conto) Salvador Dali potè, fin dalla prima infanzia, trascorrere « esteticamente » le sue estati.
E che cosa costituisce la primordiale bellezza, la primordiale eccellenza del paesaggio, insuperabile, di Cadaqués? La
sua «struttura», nuh"altro. Ogni collina, ogni contorno roccioso avrebbero potuto esser disegnati da Leonardo. Se si eccettua la struttura, non è altro. Nessuna vegetazione, tranne
gli olivi, che con il loro colore giallo paiono chiome venerabili e coronano le vecchie colline, rugose di antichi tracciati.
Era un paese di vini, prima che l'America fosse scoperta. Poi
la fillossera, quest'insetto americano, devastò le vigne, e la
struttura generale prese risalto e le «fasce», destinate un
tempo a ospitare nei loro ripiani le viti, diedero ombre e luci
al paesaggio. Ormai l'unico scopo di quei digradanti terrazzi
è di conferire risalto, valore architettonico a una spiaggia digradante in molteplici, irregolari scalinate; di stabilire passaggi, serpentini o diritti, che costituiscono i duri, immobili
riflessi della splendida anima chiusa nella terra. Testimonianze di civiltà incrostate nel dorso della collina, ora ridenti, ora
taciturne, ora ispirate dal dionisiaco sentimento della nostalgia; fermi segni raffaelleschi che, calando dai caldi e argentei
Olimpi di ardesia, raggiungono la frangia delle spume marine esplodendo nelle più rapide, nelle più classiche canzoni di
pietra, di tutte le pietre, dal granito ai macigni rozzamente
102
LA MIA VITA SEGRETA
accostati per trattenere la solitaria, infecondata terra, e la cui
asciutta, elegiaca asprezza serve ancora da piedistallo ai piedi
nudi del gigantesco fantasma, silenzioso, sereno, verticale,
pungente, il fantasma di tutti i perduti vini, di tutto il perduto sangue dell'antichità.
Quando meno te l'aspetti, ecco che la cavalletta salta. Orrore di tutti gli orrori! Ed è sempre così. Sempre, nel momento in cui raggiungo la massima esaltazione, la più estatica contemplazione, una cavalletta salta! Pesante, inconscio,
tremendo, il suo balzo paralizzante si riflette in un terrore
che mi scuote fin nel profondo. Cavalletta, spaventevole insetto! Orrore, incubo, carnefice della vita di Salvador Dali.
Ho ormai trentasette anni, e le cavallette mi fanno esattamente la stessa paura di quand'ero adolescente. No, non esattamente: di più. Se mi trovassi sull'orlo del precipizio, con una
grossa cavalletta alle spalle, salterei nel vuoto per sfuggirle.
L'origine di questo terrore costituisce ancora un enigma.
Piccolissimo, adoravo le cavallette e ne andavo volentieri a
caccia, in compagnia della zia e di mia sorella. Aprivo con delizia le loro ali, i cui colori mi ricordavano i rosa, i lilla, gli azzurri dei crepuscoli che coronano la fine dei giorni caldi, a
Cadaqués.
Ma un giorno pescai un piccolissimo pesce, detto comunemente da noi «bavoso», e lo strinsi forte nel pugno per
impedirgli di scivolar via. Solo la piccola testa emergeva dalla mia mano, e la guardai da vicino. All'improvviso, lanciando un urlo così acuto da far voltare mio padre, lo scagliai
PARTE SECONDA
103
lontano e scoppiai in pianto. « L'ho visto bene, » gridai « ha il
muso di una cavalletta». E fu questa associazione d'idee a
rendermi le cavallette temibili: « Strano, » dicevano i miei genitori «gli piacevano tanto, prima!». E dovettero proibire
agli altri bambini di lanciarmele addosso, per divertirsi alle
mie grida, temendo che mi venisse un attacco di nervi.
Un giorno mia cugina mi schiacciò, premeditatamente, una
grossa cavalletta sulla nuca. Ne ebbi la stessa sensazione di
sgradevole, guizzante vischiosità già provata a causa del pesce,
ma aggravata dal fatto che la cavalletta, per quanto sventrata,
gocciolante del suo liquido schifoso, trovava la forza di resistere, schiacciata tra la mia carne e la mia camicia, e le sue zampette mi si piantavano nel collo con una forza che mi appariva
invincibile. Restai, per un attimo, in uno stato di semicoscienza, finché i miei genitori riuscirono a strappar via quel « tremendo incubo semivivo». Trascorsi il pomeriggio strofinandomi furiosamente il collo e inondandomi di acqua marina.
Anche ora, scrivendo queste righe, brividi di orrore mi scivolano lungo la schiena, e sento che la mia bocca, sebbene cerchi
di controllarmi, si contrae in una smorfia di ripugnanza suggerita da un profondo malessere morale. Un immaginario osservatore scoprirebbe ora sul mio viso un ghigno assolutamente
ripugnante, come se irresistibili riflessi facciali, una sorta di involontario mimetismo, mi rendano somigliante alla cavalletta.
Ma il mio vero martirio sarebbe cominciato soltanto a Figueras, dopo le vacanze. I miei genitori non potevano starmi
continuamente vicino e fui il bersaglio di raffinate crudeltà da
parte dei miei compagni. Poiché bastava mostrarmi una cavalletta per vedermi fuggir via come un pazzo, l'unico pensiero dell'intera classe fu di catturare cavallette; e quasi sempre,
nonostante le mie fughe, venivo colpito dal lancio di cadaverici, agonizzanti, mostruosi insetti. Oppure, aprendo il mio libro, li trovavo lì, immersi nel loro succo giallastro, con le pesanti teste cavalline quasi separate dal corpo, le zampe ancora
tremanti, hi, hi, hi, hi! E, sia pur moribondi, erano ancora in
grado di minacciarmi! Una mattina mi accorsi del pericolo
mentre il professore ci stava spiegando un problema di geometria, e scaraventai via il volume-tomba, spaccando una gran
vetrata. Fui sospeso da scuola per due giorni, che trascorsi temendo qualche comunicazione del direttore a mio padre.
Le cavallette di Figueras sono poi molto più grosse di quelle di Cadaqués, e mi atterrivano quindi in proporzione. Orrende cavallette di Figueras, con uno spago legato alle zampine, sottoposte a lenti, atroci martiri dai bambini, vi rivedo an-
104
c«ouei.
LA MIA VITA SEGRETA
cora! Eccole, eccole, le cavallette, immobili o convulse per la
paura e per il dolore, infarinate di polvere, quasi abiette croquette di puro spavento! Eccole, agli orli dei marciapiedi, le teste basse, le grevi teste equine, inespressive, impassibili, ottuse, atroci, con i ciechi, concentrati sguardi, gonfi di sofferenza,
eccole, immobili, immobili... E improvvisamente: hi, hi, hi, hi!,
ecco che saltano, con tutta l'incoscienza esplosiva, accumulata
nella lunga attesa come se improvvisamente la loro capacità di
soffrire sia esaurita, e debbano gettarsi su qualcosa, su qualcuno, su di me!
Così, a scuola, non seppi pensare ad altro. Vedevo cavallette ovunque: un foglio di carta grigia, apparendomi d'improvviso, ed evocandomi una cavalletta, mi strappava un ululato delizioso per i miei condiscepoli; un pezzetto di pane,
una gomma, lanciatimi alle spalle, mi facevano sussultare, balzare in piedi, torturato dall'idea di scorgere una cavalletta
pronta ad aggredirmi. Quando mi accorsi di non poter resistere oltre, ricorsi a uno stratagemma per liberarmi non dalla
mia angoscia, che sapevo invincibile, ma dai miei persecutori:
inventai la contro-cavalletta. Si trattava di una semplice cocotte, un galletto ritagliato nella carta bianca; e cominciai a
fingere spasimi anche peggiori, in presenza della cocotte, di
quelli provocati dalle cavallette. Cercai di reprimere le mie vere reazioni davanti alle cavallette, e non appena i miei compagni, ripetutamente supplicati di risparmiarmi la vista delle cocotte, cominciarono a mostrarmene di continuo strillavo come se mi volessero sgozzare. Il cambiamento piacque a tutti,
un poco perché rappresentava una novità, ma soprattutto
perché è preferibile tagliuzzare carta che catturare cavallette.
Fui quindi liberato dalle cavallette, e assalito dalle cocotte.
La necessità di celare la paura vera e di ostentare quella falsa
mi divertiva e al tempo stesso mi infastidiva, essendo sempre
costretto a recitare perfettamente le mie due diverse parti, altrimenti sarei ricaduto sotto la tirannia delle cavallette. Ci fu
un solo inconveniente: le mie isteriche contorsioni alla presenza delle cocotte divennero così straordinarie che i miei
professori se ne preoccuparono e proibirono severamente le
cocotte, spiegando ai miei compagni quanto il mio stato nervoso fosse preoccupante. Soltanto il padre superiore non si
interessò troppo al mio caso, quand'ecco che un giorno, in
sua presenza, trovai una cocotte nel fondo del mio berretto:
sapevo benissimo che la classe intera aspettava le mie urla, e
infatti le lanciai, stridule. Il padre superiore, scandalizzato, mi
ordinò di portargli subito la cocotte, e io risposi fermamente:
ni.
L'ENIGMA DELL'ORIFIZIO
Fine di un mobilio alimentare: la mia nutrice, dalla cui schiena è stato
estratto un comodino.
Ritratto di mia sorella. Mentre ero intento a dipingere questo quadro, improvvisamente ebbi la visione di un terrificante buco rettangolare nella sua
schiena.
Fotografia di Dalf quando andò a visitare il parco Guell di Barcellona.
Viale del parco Guell. Gli spazi vuoti tra gli alberi artificiali provocarono
m me una sensazione d'angoscia indimenticabile.
Ursulita Matas, che mi accompagnò nella visita al parco Guell.
Sonno, un quadro del 1939 in cui ho espresso col massimo dell'intensità
1 angoscia che mi provoca lo spazio vuoto,
IV. CADAQUES: UN VILLAGGIO INCANTATO
L'adattamento dei desideri, dipinto nel 1929, la registrazione di visioni
ispirate dalla contemplazione di ciottoli sulla spiaggia di Cadaques.
Sodomia commessa da un teschio su di un pianoforte a coda, ispirato da un
sogno fatto a Cadaques nell'estate del 1937.
Durante la posa per questa fotografia ricordo di aver trattenuto il respiro
mentre guardavo fuori dalla finestra uno scorcio del panorama di Cadaques.
Vista panoramica di Cadaques, che considero di gran lunga la più bella
città del mondo.
Idillio: con Gala a Cadaques.
Il volto di Gala in questa fotografia, scattata quando era ragazza, mi sembra avere la stessa aura d'eternità di cui risplende Cadaques.
PARTE SECONDA
IO7
«Per nulla al mondo! ». Perse la pazienza, e mi intimò di obbedire: allora mi diressi a una scansia dove custodivamo l'enorme bottiglia di inchiostro che serviva a rifornire tutti i calamai, la presi a due mani e la lasciai cadere sulla cocotte, naturalmente già scivolata sul pavimento. La boccia si spaccò in
mille frantumi, e un torrente di inchiostro colorò la cocotte di
un intenso turchino: la raccolsi, gocciolante, tra il pollice e
l'indice, e la posi con delicatezza sulla cattedra: «Ora posso
obbedirle. Non essendo più bianca, non mi fa più paura!».
Il risultato della mia impresa daliniana fu uno solo: l'indomani mi espulsero dalla scuola.
I miei ricordi di guerra sono tutti gradevoli, perché la neutralità spagnola donò alla Catalogna un periodo di euforia e
di rapida prosperità economica. Il mio paese produsse infatti una truculenta e succulenta fauna di nouveaux-riches che,
sviluppandosi a Figueras, «regione agricola dell'Ampurdàn,
dove la follia si coniuga con estrema grazia alla realtà », produsse una gran quantità di tipi curiosi, e tali da fornire ai
miei concittadini un alimento spirituale di saporite chiacchiere, da accompagnare giustamente ai saporitissimi alimenti materiali. Non ho dimenticato che dal 1914 in poi, a
Figueras, ci si preoccupò soprattutto di cucina: una famiglia
francese, in particolare, molto legata alla mia, era reputata la
scuola dei gourmet. Il gallo selvatico, irrorato di cognac, non
ha segreti per me, e conosco il cerimoniale necessario a bere
un buon Pernod in pieno sole, con la sua zolletta di zucchero, ascoltando il fiorire dei mille aneddoti relativi, precisamente, ai nouveaux-riches. Presto questi aneddoti divennero
tanto famosi quanto quelli di Marsiglia, ma si tratta di un articolo che si esporta male, bisogna consumarlo sul posto.
Si cantava, allora, la canzone Ay, ay, ay! e i tanghi argentini
ci venivano portati dai commessi viaggiatori, che ci narravano
anche le meraviglie di Barcellona, vere storie da Mille e una
notte, roulette e baccarà appena legalizzati, e il resto. Un pittore tedesco, Siegfried Burman, che per dipingere usava solamente spatole ed enormi tubetti di colore, trascorse l'intero
periodo della guerra a Cadaqués, insegnando i passi difficili
dei tanghi argentini e adattando alla chitarra melodie tedesche. Un ricco signore ebbe l'idea di partecipare alla parata
dei fiori con un cocchio trainato da due cavalli interamente rivestiti di coriandoli. Cominciò col far versare enormi secchi di
colla liquida sulle due bestie (ci vollero parecchi uomini per
riuscirci), poi costrinse i due animali a rotolarsi sopra un fitto
a
Ppeto di coriandoli: un'ora dopo erano entrambi morti.
I08
LA MIA VITA SEGRETA
La pace scoppiò come una bomba, e fu salutata, in Catalogna, dalla gioia universale, perché tutti erano francofili: si decretarono festeggiamenti d'ogni genere, sardanas,1 balli, congressi, bandiere, manifesti. Gli studenti si riunirono in un'organizzazione di tipo «progressista» e si decise di chiamarla
Grupo Estudiantil: il suo scopo immediato era quello di partecipare alle «parate della vittoria» e il presidente venne a
chiedermi di preparare un discorso per il giorno successivo.
« Tu sei il solo studente che sia in grado di farlo, » mi disse
stringendomi la mano «ma fa' qualcosa che sia degno di te,
qualcosa di forte, di sensazionale! ».
Acconsentii e cominciai a scrivere un'orazione: «Il sublime sacrificio di sangue su tutti i campi di battaglia ha finalmente risvegliato la coscienza dei popoli... ». Ma l'indomani,
dopo una notte trascorsa nel panico più assoluto, dopo mille
vani tentativi di riprendermi, mi presentai a una folla enorme, ironica ed eccitata, per gridare, semplicemente, con voce
tonante: «Viva la Germania! Viva la Russia! », e gettai la seggiola e la tavola del conferenziere contro il pubblico, fuggendo come una lepre nella confusione infernale. Tutti urlavano
e si agitavano, nella sala; e io, ritrovando in casa mio padre
che mi chiedeva notizie del mio discorso, risposi: «Tutto benissimo!». Difatti era andato benissimo. Senza che potessi
supporlo, la mia azione era stata politicamente efficace e originale. Martin ViUanova,2 uno dei nostri agitatori, spiegò le
ragioni della mia condotta: «Non ci sono più vincitori né
vinti. La Germania, in piena rivoluzione, va considerata pari
agli altri popoli. In Russia, poi, la rivoluzione sociale ci offre
l'unica speranza del dopoguerra».
La tavola e la seggiola capovolte erano state utilissime a
suscitare l'attenzione generale e l'indomani sfilai con i miei
compagni portando una bandiera tedesca, applauditissima, e
Martin ViUanova portava quella russa: erano le prime del genere, in una strada spagnola.
Qualche tempo dopo, Martin ViUanova e il suo gruppo
decisero di dedicare una via al presidente Wilson. ViUanova
venne da me con una tela immensa, un'autentica vela, e mi
chiese di dipingervi, a grandi e «artistici» caratteri: «La
città di Figueras onora in Woodrow Wilson il Difensore della Libertà delle Nazioni Minori». Salimmo insieme sul tetto
Sardana: ballo popolare catalano.
Uno dei pochi rivoluzionari in buona fede che abbia conosciuto, ingenuo e generoso.
PARTE SECONDA
109
e appendemmo la tela, per i suoi quattro angoli, alle corde
che di solito sostenevano il bucato di casa. Promisi che sarei
uscito subito a comprare diversi barattoli di colore, in modo
da potergli consegnare il lavoro ultimato e asciutto l'indomani' l'avremmo appeso sopra la lapide che dava a quella strada
di Figueras il suo nuovo, illustre nome.
Ma l'indomani mattina mi svegliai, roso dai rimorsi perché
non avevo fatto nulla, e ormai, anche mettendomi subito al
lavoro, non avrei saputo come far asciugare i caratteri verniciati. Ebbi però un'idea. Potevo ritagliare nella stoffa la scritta, e il cielo turchino sarebbe stato uno sfondo meraviglioso.
Con la mia solita mancanza di senso pratico, non vidi affatto
le inevitabili difficoltà, e scesi in salotto a prendere un comune paio di forbici, che non riuscirono neppure a scalfire il robusto tessuto. Provai con un coltellaccio da cucina, ottenendo solo un vasto, informe buco, che mi scoraggiò profondamente. Finalmente optai per una nuova tecnica: avrei bruciato la stoffa in più punti, seguendo grossolanamente il piano
stabilito, e poi avrei rifinito il tutto con le forbici. Non dimenticai di disporre intorno a me parecchie brocche d'acqua
per l'eventualità di un incendio, e feci bene, perché la tela
prese fuoco, e dopo aver domato le fiamme mi ritrovai, tristissimo, con la tela sforacchiata due volte, dal coltello prima
e dal fuoco poi.
Era troppo tardi per altri tentativi. Stanco morto, deluso,
mi sdraiai nudo sulla tela, che formava una specie di amaca,
e, dondolandomi, fui ben presto sul punto di addormentarmi. Solo allora ricordai che mio padre mi aveva spesso parlato del pericolo delle insolazioni e, sentendomi stordito dalla
fatica e dal caldo, immaginai una brillante fantasia che, nel
modo più ingenuo e gentile, avrebbe dovuto condurmi a sicura morte. Misi così un mastello pieno d'acqua sotto di me,
in diretta corrispondenza del buco maggiore, e standomene
con la pancia all'ingiù infilai la testa, attraverso la irregolare
apertura, nel secchio.1 Passai il piede nel secondo buco, e cosi, in un abile gioco di muscoli, mi bagnai più e più volte il
capo, traendone un'autentica soddisfazione.
In quei ricordi che chiamerò intrauterini figura il gioco di attirarmi il
sangue agli occhi facendo pendere il capo, e poi agitandolo per procurarmi
certe « illusioni » della retina. Questa mia nuova fantasia, che coincide con la
ne della guerra, ha una stessa origine intrauterina. Bisogna osservare che
Jjui non solo lasciavo pendere la testa, ma la lasciavo pendere attraverso un
uc
o , ciò che è assolutamente tipico: le «frustrazioni», i «buchi inutili», ma
suzzati con sforzi materiali e morali notevolissimi, rivelano chiaramente la
no
LA MIA VITA SEGRETA
Ma poi, volendo liberare la testa dalla sua liquida prigione, ripetei vanamente il complesso, consueto gioco: il mio
piede, agitandosi, lacerò ampiamente la tela per cui, privo di
quel sostegno, non potei assolutamente sollevarmi. Ero ormai incastrato nel secchio, immobilizzato dal mio stesso peso, e il mio frenetico movimento non faceva che peggiorare
la situazione. Non vedendo possibilità di salvezza, cominciai
ad attendere la morte.
Fu Martin Villanova a salvarmi. Non vedendomi giungere
con lo striscione, si precipitò, senza fiato, in casa mia, per vedere che cosa stesse succedendo. Succedeva, semplicemente,
che Salvador Dali moriva di asfissia, moriva sulle cime, moriva sul tetto dove, da bimbo-re, aveva assaporato, per la prima volta, la sensazione della vertigine.
contrarietà provocata da ostacoli reali e meccanici. Così la paura del mondo
esterno, incarnato qui dalla folla riunitasi per ammirare il mio striscione, e
necessariamente delusa, perché io sapevo che non lo avrei finito in tempo, la
paura del mondo esterno mi costringeva a cercare rifugio nel mondo prenatale del sonno. Ma la paura della morte mi assalì, evocando inconsciamente
il trauma della nascita con il piacevole simbolo del paracadute, simulacro di
un mio contro-sottomarino.
PARTE SECONDA
I1I
Mi ci volle un certo tempo per riprendermi, sotto gli occhi
esterrefatti di Martin: « Cosa diavolo stavi facendo, nudo come un verme, con la testa nel mastello? Potevi affogarti! E il
sindaco è già arrivato, tutta la città è arrivata, ti aspettiamo
da mezz'ora. Dimmi cosa ti è successo! ».
Io trovo sempre una risposta a tutto. «Stavo inventando
un contro-sottomarino» gli risposi fermamente.1
Martin Villanova non dimenticò mai l'episodio e la sera
stessa lo raccontò sulla rambla.2
«Quel Dali, quant'è grande! Mentre noi lo aspettavamo
con le autorità, con la banda e tutto il resto, lui se ne stava
nudo sul suo tetto, inventando il contro-sottomarino, con la
testa in un secchio. Se, per puro caso, non fossi giunto in
tempo, a quest'ora sarebbe morto e sepolto. Quant'è grande! Quant'è grande il nostro Dali! ».
La sera dopo si suonavano sardanas, in via Presidente Wilson, e il mio striscione, finalmente pronto, sventolava, appeso a due balconi. C'erano due buchi, due sinistri buchi, e solamente Martin Villanova e io ne conoscevamo il significato:
uno corrispondeva alla testa, l'altro al piede di Salvador Dali.
Ma Salvador Dali era lì, vivo, ben vivo! E sapremo altre importantissime cose di lui. Ma, pazienza! Bisogna procedere
con ordine.
Riassumiamo, dunque, la situazione di Dali all'inizio di
quel periodo decisivo, il dopoguerra. Dali, cacciato da scuola, continua a studiare per la licenza liceale; è martirizzato da
spaventevoli cavallette, intimidito dalle ragazze, imbevuto
del chimerico amore per Gala, e ancora ignaro dell'amore
reale; il suo pube si copre di peli; è anarchico, è monarchico,
è anticatalano; è stato processato per azioni sacrileghe in
quanto antipatriottiche; durante una riunione in onore degli
alleati ha gridato: «Viva la Germania! Viva la Russia», scagliando una seggiola e un tavolo sugli ascoltatori; poteva morire inventando il contro-sottomarino, e si è salvato per miracolo. Quant'è grande! Quant'è grande Salvador Dali!
Narciso Monturiol è l'inventore del primo sottomarino che abbia mai
navigato sott'acqua. Illustre figlio di Figueras, gli hanno dedicato un monumento in città, e, per quanto ricordo, ho sempre provato una violenta gelosia nei suoi riguardi. Tutta la mia ambizione consisteva nell'inventare anch io qualcosa di molto importante.
La passeggiata.
CAPITOLO SECONDO
LA « C O S A »
STUDI FILOSOFICI
AMORE INSAZIATO
ESPERIMENTI TECNICI
IL MIO « P E R I O D O DELLA PIETRA»
FINE DI UN ROMANZO D'AMORE
MORTE DI MIA MADRE
Stavo crescendo. Nella tenuta che il senor Pichot possedeva a Cadaqués c'era un cipresso piantato in mezzo al
cortile, e anche lui cresceva.
Portavo allora le basette, lunghe fino a metà guancia, e abiti scuri, quasi sempre in morbidissimo velluto nero; passeggiando, tenevo in bocca una pipa di schiuma, sottratta a
mio padre, decorata con la testa ghignante di un arabo, che
scopriva tutti i denti nella smorfia.
Avevamo in casa una medaglia greca, in argento, con un
profilo di donna, dono del sovrintendente agli scavi greci di
Ampurias. Mi faceva piacere immaginare fosse Elena di Troia,
e l'avevo fatta montare in una spilla da cravatta, che non lasciavo mai. E non mi separavo mai neppure dal mio bastoncino; ne avevo già avuti molti, e il più bello si fregiava di
un'aquila d'oro a due teste, simbolo imperiale, la cui morfologia si adattava perfettamente alla stretta possessiva della
mia mano sempre avida e scontenta.
Io crescevo, si è detto, e la mia mano con me. C'era una
« cosa » che conoscevo solo attraverso i discorsi dei miei compagni, e non direttamente. Una sera, nel giardino dell'istituto, la «cosa» capitò anche a me. Ne fui deluso, e pieno di rimorsi. Credevo che la «cosa» fosse totalmente diversa! Ma
nonostante delusione e rimorsi, ricominciai, sempre ripetendomi che sarebbe stata l'ultima volta. Ci furono tre giorni di
calma, e la tentazione mi riprese, e dopo aver resistito un
giorno e una notte ricominciai a fare la « cosa » ancora, ancora, ancora, sempre.
La «cosa» non era tutto, però... Imparavo a disegnare, e
in questa attività ponevo la vera intensità dei miei sforzi, della mia attenzione, del mio fervore. Il senso di colpevolezza
per aver commesso la « cosa » accresceva il rigore della mia
n4
LA MIA VITA SEGRETA
volontà. Ogni sera frequentavo un regolare corso di lezioni,
diretto dal senor Nùfiez, disegnatore eccellente e soprattutto
rinomato incisore, antico Prix de Rome, divorato da un autentico amore per le belle arti. Fin dall'inizio Nùfiez mi distinse fra cento altri studenti e mi invitò a casa sua, per spiegarmi i misteri del chiaroscuro e i «colpi selvaggi» (espressione sua) in un'incisione originale di Rembrandt, sua proprietà personale. Aveva un modo tutto suo di reggere tra le
dita l'incisione, quasi senza toccarla, che mostrava la sua
profonda venerazione.
Uscivo di lì con le guance accese dalle mie ambizioni artistiche, eccitatissimo, penetrato da un religioso, crescente rispetto per l'arte: rincasavo, mi chiudevo nel gabinetto e mi
abbandonavo alla «cosa». La «cosa» era sempre più piacevole, e io dovetti studiare un gioco dilatorio che mi permettesse di allungare gli intervalli tra una «cosa» e l'altra. Ormai non mi dicevo più: «Sarà l'ultima volta», sapevo troppo
bene, per esperienza, che non mi sarei mai più astenuto. Mi
limitavo a ripromettermi: «Domenica farò la "cosa"», o addirittura: «Può darsi che io faccia la "cosa" domenica». E la
certezza di tenere in serbo il mio piacere calmava le ansietà e
gli spasimi erotici, senza contare il nuovo godimento voluttuoso concessomi dall'attesa. Superata la mia severità, raggiunta la coscienza di raggiungere una « cosa » tanto migliore
in quanto più lungamente attesa, potevo prepararmi al grande momento con vertigini e agonie sempre più piacevoli e
prive di rimorsi.
I miei studi liceali all'istituto continuavano con mediocrità
immutata, e tutti, specialmente il senor Nùfiez, che aveva
molta fede nel mio avvenire, consigliavano mio padre di permettermi di divenir pittore. Mio padre esitava: il futuro di un
artista gli appariva preoccupante, e avrebbe preferito qualsiasi altra carriera. Comunque, faceva del suo meglio per
completare la mia educazione artistica: mi comprava i libri,
le riviste, i testi, gli strumenti di cui avevo bisogno, e anche
quanto poteva apparirgli un semplice capriccio: «Quando
poi avrà preso la sua licenza liceale, vedremo » ripeteva.
Quanto a me, avevo già deciso. Mi chiusi nel silenzio, e
cominciai a leggere con vera frenesia, senza alcun ordine: in
due anni, esaurii interamente la ricca biblioteca di mio padre. Il Dizionario filosofico di Voltaire fu l'opera che mi impressionò maggiormente, mentre Così parlò Zarathustra di
Nietzsche mi diede l'impressione che, in quel campo, avrei
potuto far di meglio. Il mio autore prediletto era Kant, ben-
PARTE SECONDA
11 5
che non capissi una parola di quel che leggevo: era probabilmente per questo che ne traevo tanta soddisfazione. Adoravo perdermi nel labirinto di ragionamenti che squillavano,
tra i cristalli in formazione della mia intelligenza tutta nuova,
come una musica celeste. Sentivo che un uomo come Kant,
capace di scrivere libri così importanti e così inutili, doveva
essere una specie di angelo, e la mia ansia di leggere la sua
prosa incomprensibile, superiore alla mia buona volontà, rispondeva certo al bisogno di quel nutrimento. Nello stesso
modo, la mancanza di calcio spinge irresistibilmente certi
bambini indeboliti a staccare la calce dai muri per mangiarla;
e io, per due anni, masticai e rimasticai quell'imperativo categorico che non potevo inghiottire.
116
LA MIA VITA SEGRETA
Ci riuscii, improvvisamente, e con estrema rapidità incominciai a comprendere i grandi problemi filosofici, passando
da Kant a Spinoza, che in quel periodo mi parve meraviglioso. Descartes venne molto più tardi, e lo utilizzai per costruire le basi delle mie ricerche personali. Avevo cominciato a
leggere i filosofi quasi per gioco, e finii per piangere sulle loro tesi. Io, che non avevo mai pianto per un racconto, per
una tragedia, drammatici o commoventi che fossero, piansi
leggendo la definizione di «identità» di uno di questi filosofi (non ricordo più quale). E ancor oggi, pur interessandomi
solo incidentalmente di filosofia, mi sento le lacrime agli occhi davanti a ogni esempio di speculativa intelligenza umana.
Uno dei giovani professori, all'istituto, aveva organizzato
un corso supplementare di filosofia, la cui frequenza non era
obbligatoria; ci si andava nel tardo pomeriggio, fra le sette e
le otto. Io mi ero iscritto subito, perché sapevo che molte lezioni sarebbero state dedicate a Platone. Si era di primavera,
ormai avanzata, l'aria della sera profumava, e noi sedevamo
all'aperto, contro un muro tutto rivestito di edera, sotto la
giovane luna. C'erano molte ragazze, tra noi, che non conoscevo, e mi sembravano tutte stupende. Ne scelsi subito una,
lanciandole un'occhiata, e anche lei mi guardava. Tutto era talmente chiaro, tra noi, che balzammo in piedi contemporaneamente, in un atteggiamento che significava: «Andiamocene!
Andiamocene!». E ce ne andammo. Uscendo dall'istituto
eravamo talmente agitati da non poter dire una sola parola, e
correvamo in silenzio, tenendoci per mano: bastava oltrepassare un breve tratto di periferia per raggiungere l'aperta campagna, e di comune accordo ci dirigemmo verso la zona più
solitaria, una stradina fra due campi di grano già alto, completamente deserta a quell'ora, e benaugurante...
La ragazza mi fissava negli occhi con selvaggia e provocante dolcezza; rideva, ogni tanto, e ricominciava a correre. Ma
io, che già all'inizio stentavo a parlare, mi sentivo ora completamente muto, e credevo di dover restare definitivamente
tale. Tentai di riprendermi, e non ci riuscii. Attribuii il mio
mutismo alla mia parossistica stanchezza piuttosto che al
mio stato emotivo. Lei, intanto, tremava violentemente, e
questo la rendeva anche più desiderabile, due volte, tre volte
più desiderabile ai miei occhi. E additandole una specie di
nicchia in quel campo di grano, articolai, con sforzo supremo: «Laggiù!». Lei corse e, giunta nel punto indicato, si
gettò in terra, sparì completamente nel grano. Quando la
raggiunsi, la trovai lunga distesa, e sembrava grandissima:
PARTE SECONDA
IIJ
non l'avrei mai creduta tanto grande. La vidi bionda, con
magnifici seni che guizzavano sotto la camicetta, quasi pesci
nella rete: me li chiusi tra le mani, e ci baciammo sulla bocca.
Lei socchiudeva le labbra, perché io potessi premere le mie
contro i suoi denti, e li baciai finché mi ferirono.
Era molto raffreddata, e teneva in mano un piccolo fazzoletto, già umido, cercando senza risultato di soffiarsi il naso.
Non avevo un fazzoletto con me, e non sapevo come fare... Lei
cercava di trattenere il moccio, ma era talmente copioso che
colava di continuo, e infine, volgendo vergognosa il capo, l'asciugò con un lembo della gonna. Mi affrettai a baciarla ancora, per dimostrarle che non provavo alcuna ripugnanza; del
resto era vero, il suo moccio somigliava solo alle lacrime, fluido, incolore, scorrevole. E la difficoltà di respirare le sollevava
il seno impetuosamente, confermando l'apparenza del pianto.
La guardai duramente negli occhi: «Non ti amo» le dissi.
«Non amerò mai nessuna donna. Vivrò sempre solo».
E intanto sentivo il moccio della bellissima ragazza asciugarsi sulla mia guancia. Una calma totale guidava i miei piani
minuziosi, con una così calcolata freddezza che sentivo la mia
stessa anima raggelarsi.
Come avevo potuto, in così breve tempo, riprendermi del
tutto? La ragazza, invece, era sempre più a disagio, e probabilmente anche a causa del suo raffreddore. Ora la tenevo stretta
fra le braccia, tornate sicure, in una posizione semplicemente
amichevole. Poi sentii il suo moccio, secco ormai sulla mia
guancia, prudermi irresistibilmente, ma invece di grattarmi
con le unghie strofinai il viso contro la sua spalla, con concentrata tenerezza. Così il mio naso si trovò all'altezza della sua
ascella, nel denso aroma del suo sudore che respirai serenamente; sublime fragranza, agnello ed eliotropio, e forse anche
qualche chicco di caffè tostato. Quando rialzai gli occhi per
guardarla, le vidi un sorriso deluso e sprezzante, una disincantata amarezza: « Dunque non vuoi tornare qui, domani sera? ».
«Domani sera sì,» le assicurai, aiutandola cerimoniosamente a rialzarsi « e per altri cinque anni, ma non un giorno
di più». Avevo anch'io il mio piano quinquennale!
E fu davvero la mia compagna per cinque anni, senza però
includere le estati che trascorrevo a Cadaqués. Mi rimase fedele con un fervore mistico, anche se non ci vedevamo che
nelle ore del tramonto e spesso le comunicavo con un biglietto il mio desiderio di rimanere solo. I nostri incontri ebbero
sempre la cornice della campagna, e un'aria casuale, e spesso
lei, per potermi raggiungere, doveva immaginare mille astu-
118
LA MIA VITA SEGRETA
zie; arrivava anche accompagnata da altre ragazze, le quali, a
loro volta, erano seguite da altri giovanotti. La promiscuità
mi annoiava e riuscivamo a essere quasi sempre soli.
Fu durante questo lustro di idillio che potei mettere in pratica tutte le invenzioni della mia perversità sentimentale. Ero
riuscito a creare in lei un così estremo bisogno di me, avevo
saputo regolare con tanto cinismo il ritmo dei nostri incontri,
il tono dei nostri discorsi, il rinnovarsi delle mie sensazionali
invenzioni (generalmente non le premeditavo affatto, ma le
concepivo all'ultimo momento), che potevo vedere, giorno
dopo giorno, i sempre maggiori sviluppi della mia potenza.
L'affascinavo metodicamente, pienamente, mortalmente.
Seppi, a un certo punto, che la mia ragazza era ormai
«matura», e cominciai a esigere sacrifici di ogni genere. Non
mi aveva forse ripetuto mille volte di esser pronta a morire
per me? E allora, benissimo! Stiamo a vedere! Quanto tempo abbiamo ancora, davanti a noi? Quattro anni? E, a proposito, devo dire, perché non si attribuisca tanta devozione
in un animo femminile alle mie particolari doti di dongiovanni, che dal punto di vista erotico non ci fu mai niente tra noi,
se non quanto ho già descritto del primo incontro. Baci sulla
bocca, occhi negli occhi, le mie carezze sui suoi seni... Ecco
tutto.
Credo, effettivamente, che ci fosse in lei un complesso di
inferiorità: quel raffreddore, quella mancanza di un fazzoletto asciutto le avevano procurato un tale scontento, un tale
continuo e violento desiderio di riabilitarsi ai miei occhi, che
durante tutta la nostra relazione, incapace sempre di ottenere da me dimostrazioni affettive particolari, e anzi ottenendo
risultati opposti (poiché la simulata freddezza costituisce
uno dei temi più allucinanti nella mitologia amorosa, e Tristano fu senza dubbio maestro nell'esasperare la sempre crescente tensione amorosa che invece di declinare, come le
passioni soddisfatte, di giorno in giorno si arricchisce per
nuovi, pericolosi, malsani desideri, sempre più sublime, sempre più irreale, sempre più vulnerabile alle crisi, orrendamente materiali, del delitto, del suicidio, del collasso nervoso. E da questa esperienza ho imparato a riconoscere, nell'amore non consumato, una mia potentissima arma) lei si
trovò a essere, come Isotta, l'eroina tipo in una tragedia di
amore sterile, qualcosa che, nel campo dei sentimenti, equivale al cannibalismo ferocissimo della mantide religiosa, che
divora il maschio nel giorno delle nozze, e durante lo stesso
atto d'amore.
PARTE SECONDA
119
Ma la chiave di volta, nella cupola di torture da me eretta
per proteggere lo sterile amore della mia innamorata, era
senza dubbio la nostra comune consapevolezza del mio assoluto distacco. Sapevo di non amarla, e lei sapeva di non essere amata. Peggio, sapevo che lei sapeva di non essere amata;
e lei sapeva che io sapevo che lei sapeva di non essere amata.
Non amandola, ero in grado di serbare intatta la mia solitudine, padrone, sì, di esercitare i miei «princìpi di azione sentimentale » sopra una magnifica creatura, ma soltanto da un
punto di vista estetico e sperimentale.
Sapevo che amare veramente - e avrei potuto adorare la
mia Galuchka, la mia Dullita rediviva - era qualcosa di ben
diverso, era l'annullamento dell'ego nell'assoluta fusione di
tutti i moti spirituali, era il crollo di ogni discriminazione cosciente, era la rinuncia a ogni metodica scelta, era una paradossale impossibilità di previsioni. Ella, al contrario, era un
bersaglio per me, un oggetto di studio che, lo sapevo, mi sarebbe « servito » più tardi. Sapevo bene che l'amore non lancia la freccia, ma la riceve. E colpivo, nella carne di lei, quel
san Sebastiano martire che sapevo benissimo di portar nascosto sotto la mia pelle; pelle di cui avrei voluto spogliarmi,
come fanno i serpenti.
Non l'amavo; potevo quindi continuare ad adorare le mie
Dullite, le mie Galuchke, le mie redivive, con un amore idea-
120
L A M I A VITA S E G R E T A
lizzato, assoluto, preraffaellita, dal momento che ora disponevo di una vera donna, sangue e carne, seni e saliva, e la istupidivo d'amore, e la serravo sulla mia carne, senza amarla...
Sapevo di non amarla e quindi evitavo il rischio di salire
con lei, insoddisfatto bisogno, sulla cima di una torre. Era
terrena, era reale, era divorata dal desiderio, e tutto questo le
dava un'aria di ammalata, e me la faceva apparire indegna di
salire sulla torre. Gracchiante, gracidante!
Talvolta, quando insieme giacevamo sull'erba, le ordinavo:
«Fa' finta di essere morta! ». Allora congiungeva le mani sul
petto, e cessava di respirare. Immobili le sue piccole narici,
sospeso per un lunghissimo tempo il suo respiro, e talvolta
perdevo la testa. Le schiaffeggiavo le guance per rianimarla.
Ma certo il suo straordinario pallore le veniva da un piacere
estremo, che io guidavo con le redini della delicata angoscia,
quasi un esausto cavallo, argenteo come la luna sotto la sua
scomposta criniera.
«E ora corriamo insieme, senza fermarci, fino al cipresso». Aveva una tale paura della mia collera che mi obbediva,
lasciandosi poi cadere ai piedi del cipresso-traguardo, quasi
svenuta dalla stanchezza.
PARTE SECONDA
121
« Tu vuoi farmi morire » mi diceva spesso, sapendo di farmi piacere, di meritare, per ricompensa, un lungo bacio in
bocca.
Venne l'estate, e partii per Cadaqués. Il senor Pichot mi
disse subito che il cipresso, nel cortile, era ancora cresciuto
di mezzo metro. Lo disegnai molto accuratamente, dal vero.
Lo avevo osservato con estrema attenzione, perché le sue
bacche somigliavano a piccoli teschi, specialmente per le scabre suture tra gli ossi parietali.
E intanto continuavo a ricevere dalla mia innamorata lettere esaltatissime; le rispondevo di rado, senza trascurare mai
una punta di veleno, che l'avvelenasse e l'illividisse.
Alla fine dell'estate piovve, per un giorno intero. Eravamo
gli ultimi villeggianti e, uscendo sotto l'acquazzone, mi trovai
assolutamente solo. Avevo dimenticato fuori una mia giacca
e, raccogliendola tutta fradicia, trassi fuori da una tasca il
pacco di lettere della mia innamorata: le tenevo lì perché,
durante le passeggiate, mi piaceva averle con me. Erano zuppe, i caratteri turchini si confondevano. Sedetti davanti al
mio cipresso, pensando a lei. Meccanicamente strizzai e premetti tra le dita quei fogli, utilizzandone alcuni per formare
122
L A M I A VITA S E G R E T A
una specie di palla: solo allora mi accorsi di aver voluto inconsciamente imitare le bacche dei cipressi, sovrapponendo i
diversi strati di carta in modo da ripetere le rozze suture tra
gli ossi parietali. Raggiunsi il cipresso, sostituii una bacca vera con un compatto groviglio di pagine, costruii una seconda
pallina, appesi anche quella, simmetricamente alla prima, e
continuai la mia passeggiata, sempre meditando su diversi
problemi. Poi, per un'ora intera, rimasi seduto sopra una roccia, così vicino ai marosi irrompenti da ritrovarmi poi il volto e le mani incrostati di sale; il gusto dell'acqua salata, sulle
mie labbra, evocò il mito dell'immortalità, dell'incorruttibilità, per me ossessionanti a quel tempo.
Ora la notte calava, ora non vedevo più dove i miei passi
mi portassero. E improvvisamente mi arrestai, rabbrividendo, come se qualcuno mi avesse morso: ecco, nel cipresso,
brillare bianche le due palline di carta, così vicine da poterle
toccare. Un atroce presentimento mi illuminò: è morta. E mi
sentii inondato di un sudore che non smise di colare fino a
quando, rientrato a casa, trovai una sua lettera, giunta allora,
che terminava con questa notizia: « Sto ingrassando, tutti dicono che sono molto bella. Ma mi interessa solo sapere quel
che tu penserai di me quando ritornerai, perché non posso
dimenticarti, eccetera, eccetera...». Che idiota!
Stavo preparandomi. Mio padre cominciava a cedere e io
sapevo che, finalmente, sarei stato autorizzato a divenire un
pittore: ci volevano, certo, ancora tre anni, ma già si parlava
in casa della scuola di belle arti, a Madrid, e, nel caso avessi
vinto qualche premio, di un soggiorno a Roma per completare i miei studi. L'idea di seguire ancora una volta i « corsi di
studio ufficiali», anche se di pittura, mi infastidiva profondamente, perché avrei desiderato una libertà d'azione assoluta, senza interferenze estranee. Non volevo testimoni, per
quel che desideravo realizzare. Del resto, il solo testimone
del mio lavoro a quel tempo, il senor Nùnez, aveva una vita
assolutamente difficile; mi ribellavo ai suoi insegnamenti
ogni giorno, e ogni giorno egli doveva poi ammettere che
avevo ragione.
Stavo iniziando le mie scoperte tecniche, che mi conducevano, tutte, agli stessi risultati: dovevo, per cominciare, fare
esattamente il contrario di quanto il mio professore mi suggeriva. Un giorno, ad esempio, stavamo disegnando il ritratto di
un vecchio, un mendicante, con una riccia morbida barba,
quasi una lanugine; il senor Nùnez, dopo avere esaminato il
mio lavoro, decretò che i segni della matita erano troppo vio-
PARTE SECONDA
123
lenti e non rendevano assolutamente l'effetto di quei peli delicatissimi. Dovevo usare due astuzie nel ripetere il tentativo:
innanzi tutto, scegliere un foglio di carta bianchissima, e utilizzarne il «candore»; inoltre mi era necessaria una matita
dolce, per tracciare segni che appena scalfissero il foglio.
Non appena il mio insegnante si fu allontanato, scelsi naturalmente il metodo opposto, e continuai a sciabolare violentissimi colpi di matita nera e dura, con tale passione che
gli altri allievi mi si raggrupparono intorno. Seppi, con l'abilità dei contrasti, creare una suggestiva illusione, ma, ancora
insoddisfatto, seguitai a scurire, ancora e ancora, il mio foglio, fino a ridurlo una massa incoerente di segni oscuri e poi
una compatta, uniforme distesa bruna.
Il giorno seguente, il professore lanciò un grido di orrore:
« Hai fatto giusto il contrario di quel che ci voleva! Ecco il risultato! ».
Risposi che stavo per risolvere il problema, e, afferrando
una bottiglia di inchiostro di china e un pennello, cominciai
a tracciare, sul mio disegno bruniccio, in vivido nero, tutto
quello che nel modello risultava bianco. Il professore credette d'aver capito: «La tua idea è di farne il negativo! ».
« La mia idea » replicai « è di tradurre quel che vedo! ».
Il professore si allontanò da me, scuotendo il capo: «Se
credi di poter rifinire il tutto col gessetto, sbagli, perché l'inchiostro di china non lo assorbirà! ».
Rimasto solo, presi un temperino e cominciai a grattare la
carta, con delicatezza estrema, ricavandone ben presto i più
abbaglianti toni di bianco. In altri punti, laddove volevo ottenere bianchi sommessi, sputavo sulla carta e poi, cancellando, ricavavo toni grigiastri. La barba del mendicante
emerse, dalle ombre del mio disegno, con stupefacente realismo, e ben presto raggiunsi un tale virtuosismo nello spellare
la carta fino alla polpa da ricavare realmente la lanugine,1 e
lavorando con la punta dell'unghia estrassi le fibre della carta, arricciandole leggermente. Era l'assoluta imitazione di
una barba. Quand'ebbi finito, illuminai il tutto con una lampada a luce radente, e il senor Nùnez rimase ammutolito, a
Più tardi, studiando gli acquerelli di Mariano Fortuny, inventore del
«colorismo spagnolo» e uno dei più intelligenti esseri che io conosca, riconobbi in lui l'uso di graffiare e grattare per raggiungere i bianchi davvero lucenti. Approfitta, come me, del risalto, dell'irregolarità, notevoli sempre in
questi bianchi, per chiuderne la luce nelle minuscole particelle in superficie
e accrescere, così, una luminosità stupefacente.
124
LA MIA VITA SEGRETA
tal punto lo stupore soverchiava la sua consueta ammirazione per me. Mi abbracciò in silenzio con tanta forza che temetti di restar soffocato tra le sue braccia atletiche, e quando
finalmente riuscì a parlare ripetè all'inarca quel che Martin
Villanova aveva detto un tempo (a proposito del mio controsottomarino): «Guardate quant'è grande, il nostro Dal!!».
Profondamente commosso, Nùnez continuava a battermi amichevolmente sulla spalla, mentre meditavo sulle particolarità
della luce, sul modo di imitarne gli effetti. Ricerche che prolungai per un anno intero, finché giunsi alla conclusione definitiva: soltanto il rilievo del colore, deliberatamente gettato
sulla tela, può produrre effetti di luce in grado di soddisfar
lo sguardo.
Si aprì così quello che venne definito dai miei genitori, e
anche da me, il « periodo della pietra ». E infatti, per riprodurre la luminosità di una nuvola o la lucentezza di un riflesso, cominciai a usare, affondandole realmente nel colore steso sulla tela, piccole pietre che mi era poi facile rivestir di
smalto. Uno dei miei trionfi, in questo genere, l'ottenni con
un grande Tramonto e nubi scarlatte: il cielo era tutto incrostato di sassi, alcuni grossi come mele.
Per un certo tempo i miei genitori lo tennero appeso in sala da pranzo, e ricordo perfettamente, durante i tranquilli
pasti familiari, il sonoro tintinnio di qualche pietra caduta
sul pavimento a mosaico. Mia madre smetteva, per un istante, di distribuir le porzioni, ma mio padre la rassicurava:
«Niente, niente, un'altra pietruzza si è staccata».
Fossero le pietre troppo pesanti o lo strato di vernice
troppo sottile e facile a screpolarsi, certo è che ogni tanto un
pezzo di nuvola illuminata dal sole cadente piombava a terra.
Mio padre finì per inquietarsi: « L'idea è stata eccellente, » mi
disse «ma chi vorrà mai acquistare un quadro che cade a
pezzi, mentre la casa si ingombra di pietrame? ».
I miei tentativi costituivano un divertimento continuo per
gli abitanti di Figueras. Si ripeteva, in giro, che «il figlio di
Dali sta ficcando ghiaia nei quadri! ». Eppure venni invitato
a esporre in una mostra collettiva che si sarebbe tenuta nel
gran salone di una società filarmonica.
Trenta artisti locali e regionali (ce n'erano anche di Gerona e di Barcellona) avevano inviato le loro opere e, fra le tante, le mie furono le più apprezzate. I due massimi esponenti
dell'intellettualità di Figueras, Carlos Costa e Puig Pujades,
dichiararono che ero destinato, senza alcun dubbio, a una
brillante carriera.
PARTE SECONDA
125
Il primo riconoscimento ufficiale della mia gloria impressionò vivamente la mia innamorata, e io ne approfittai per
dominarla con maggior durezza. Le proibii categoricamente
qualsiasi amicizia, con ragazze o con ragazzi, con adolescenti
o con adulti. Doveva restar sempre rigorosamente sola, come
lo ero io, e le permettevo di vedermi solo quando mi aggradava... Poteva così godere il privilegio di frequentare l'unica
creatura intelligente esistente al mondo, in grado di capire assolutamente tutto, aureolata di gloria dai giornali. Non appena scoprivo che stava per legarsi di amicizia a qualcuno, o soltanto che ne parlava con simpatia, subito lo svilivo, lo demolivo, lo annientavo. Ci riuscivo sempre: trovavo, infallibilmente, l'osservazione giusta, il paragone prosaico, la definizione realistica per cui la mia innamorata vedeva l'intruso,
maschio o femmina che fosse, esattamente come volevo lo vedesse.
Esercitavo un controllo implacabile sui suoi sentimenti, e
ogni infrazione doveva esser scontata con amarissime lacrime. Non ci voleva molto, bastava introdurre in un discorso
una nota, apparentemente casuale, di sprezzante fastidio
nei suoi confronti per gettarla nelle torture dell'agonia. Ormai non sperava più di conquistare il mio amore, ma si aggrappava alla mia stima come un naufrago che stia per affogare. La sua vita intera si concentrava nella mezz'ora della
nostra passeggiata, che peraltro le concedevo raramente.
Dovevo farla finita! Già il tempio madrileno dell'accademia
di belle arti mi splendeva dinanzi, con le sue scalinate, le sue
colonne, le sue promesse di gloria. Ripetevo spesso alla mia
innamorata: «Hai ancora un anno davanti a te, approfittane! ».
E lei consumava la sua vita a farsi bella nella speranza di
quella mezz'ora. Era persino riuscita a conquistarsi una salute esuberante, che soltanto le sue lacrime mi rendevano tollerabile. Durante le nostre passeggiate portavo con me qualche
numero della rivista «Esprit Nouveau», che ricevevo regolarmente, e lei chinava con umiltà la bella fronte sui quadri
cubisti lì riprodotti. Nutrivo allora una passione per quanto
definivo l'« imperativo categorico del misticismo », per Juan
Gris, e offrivo alla mia innamorata enigmatiche definizioni,
del tipo: «La gloria è un oggetto lucente, pungente, tagliente, un paio di forbici aperte... ».
Beveva avidamente le mie parole, cercava di tenerle a mente... «E cosa dicevi, ieri, a proposito di forbici?» dopo mi
chiedeva.
126
LA MIA VITA SEGRETA
Passeggiando, scorgevamo lontanissima la massa del Muli
de la torre, cupa contro il verde. Un giorno volli sedermi in
un punto da cui potevo vederla meglio, e additandola le dissi: «Vedi quel punto bianco laggiù? Era proprio lì che sedeva Dullita».
Guardò, senza distinguer nulla. Io strinsi fra le dita uno dei
suoi seni; da quando ci conoscevamo si erano induriti, ed erano ormai di marmo. «Fammeli vedere! » le intimai. Obbedì,
aprendo la camicetta. Erano meravigliosamente bianchi, bellissimi, con i capezzoli simili a fragole e, non diversamente
dai frutti, ombrati di una finissima, quasi invisibile peluria.
E quando fece per richiudere la blusa, le ordinai, con voce
turbata: «No, resta così! ». Lasciò ricadere le braccia, piegò
la testa, abbassò gli occhi, attese, respirando forte, finché le
dissi: «E ora andiamo! ». Si riabbottonò, si rialzò, sorridendo debolmente; io le presi una mano con dolcezza e ci avviammo verso casa.
«Sai,» ripresi «quando sarò a Madrid non ti scriverò
mai». Feci ancora dieci passi, calcolandoli esattamente per
darle il tempo di scoppiare in pianto. Allora l'abbracciai appassionatamente, sentendo sulle guance le sue lacrime roventi, grosse come nocciole. Nel centro del mio cervello brillava
un paio di forbici aperte. «Lavora, lavora, Salvador! » mi dicevo « Perché se è vero che fosti destinato alla crudeltà, è anche vero che sei votato al lavoro! ».
La mia dedizione al lavoro ispirò sempre il rispetto generale, sia che inserissi pietre nelle mie tele, sia che mi dedicassi con cura meticolosa al disegno, sia che consumassi giorni
interi nella soluzione di un enigma filosofico. Dal momento
in cui mi svegliavo, alle sette del mattino, sino a quando
PARTE SECONDA
IZJ
piombavo nel sonno, non lasciavo mai riposare il cervello un
solo istante, e anche le mie passeggiate idilliche furono un
duro lavoro di seduzione.
I miei genitori dicevano: «Non si ferma mai! Non si diverte mai! ». E mi esortavano: «Sei così giovane, approfitta della tua buona stagione! ». E io invece pensavo: «Presto, presto, affrettati a invecchiare, sei così orribilmente "acerbo",
così orribilmente "amaro"». E come potevo, prima di raggiunger la maturità, liberarmi della opaca e puerile infermità
dell'adolescenza?
Raggiunsi ben presto una certezza: avrei affrontato l'esperienza del cubismo, dovevo liberarmene, approfittandone per
imparar meglio a disegnare. Ma neppure il cubismo saziava
la mia sete di fare. Dovevo ancora finir di concepire e di scrivere un poderoso lavoro filosofico, su cui da più di un anno
mi tormentavo: La torre di Babele. Avevo già composto circa
cinquecento pagine, ma ero ancora al prologo. Aggiungerò
che le mie attività erotiche si erano interrotte, perché le mie
teorie filosofiche mi assorbivano totalmente.
Alla base della mia Torre di Babele stava la morte, perché
dall'idea della morte ha per me inizio qualsiasi costruzione
immaginativa. La teoria con cui spiegavo questo fenomeno
era antropomorfica, perché mi ritenevo vivo solo in quanto
stavo risuscitando dalla «inintelligenza amorfa» dell'infanzia, e giudicavo una precoce vecchiaia il prezzo da pagarsi
per ottenere l'immortalità. Alla base della mia Torre di Babele c'era dunque quel che gli altri comunemente chiamano
«vita comprensibile», mentre per me era solo morte-e-caos.
Alla sommità, invece, ponevo ciò che gli altri comunemente
considerano morte-e-caos, e che invece per me era l'antiFaust, ossia logos e risurrezione. La mia vita costituiva un'affermazione incessante e furiosa della mia personalità imperialistica, in continuo sviluppo, e ogni ora apportava nuove
vittorie dell'ego sulla morte.
Intorno a me osservavo continui compromessi con la morte. Io non li avrei accettati, mai!
Mia madre venne a morire, e per me fu un trauma tremendo. Non avevo mai provato nulla di simile. Adoravo mia madre, come qualcosa di unico. Sapevo che i valori morali della
sua anima santa erano superiori a qualsiasi possibilità umana, e non mi rassegnavo a perdere il solo essere in grado di
render invisibili le inconfessabili macchie dell'animo mio.
Era talmente buona che io pensavo: «La sua bontà conterà
anche perla mia! ».
128
LA MIA VITA SEGRETA
La morte di mia madre mi colpì come un affronto personale del destino: non era possibile che una cosa simile toccasse a lei, toccasse a me! Sentivo nel mio cuore il millenario
cedro del Libano, il cedro della vendetta, allargare i suoi rami giganteschi. Serrando i denti, giurai a me stesso che avrei
saputo strappare mia madre alla morte, al destino, con la
spada di luce selvaggiamente splendente sulla mia inevitabile
gloria!
CAPITOLO TERZO
APPRENDISTA DI GLORIA
PADRE CONSENZIENTE
ESAMI D'AMMISSIONE
SOSPESO DALL'ACCADEMIA DI
BELLE ARTI
DANDISMO E CARCERE
Così numerosi erano ormai
gli articoli dedicati alla mia arte, che mio padre cominciò a
ritagliarli incollandoli poi in
un grosso album; sulla prima
pagina scrisse una sorta di prefazione, che cercherò di riportare con la massima fedeltà:
Salvador Dall' y Domenech, apprendista pittore
Dopo ventun anni di preoccupazioni e di grandi sforzi sono finalmente in grado di dichiarare che mio figlio potrà guadagnarsi da
vivere dipingendo. Un padre ha doveri gravosi, è continuamente
costretto a concessioni, e in certi momenti deve rinunciare del tutto
ai suoi progetti. Continuo a credere che l'arte non dovrebbe esser
considerata un modo per guadagnarsi il pane... Questo album contiene i ritagli di stampa dedicati a mio figlio mentre era ancora apprendista pittore, e vi ho unito altri documenti, relativi ai diversi incidenti della sua vita scolastica, al suo imprigionamento, perché si
possa in seguito giudicarlo non soltanto come pittore, ma anche come cittadino, come uomo. E continuerò a raccogliere ogni cosa.
Chi, un giorno, avrà la pazienza di leggere tutto questo, potrà giudicare mio figlio con imparzialità.
Figueras, 31 dicembre 1925
Salvador Dali, notaio
Partii per Madrid con mio padre e mia sorella. Per essere
ammesso all'accademia dovevo sostenere un esame, che consisteva nel copiare un disegno dall'antico: nel mio caso, un
frammento del Bacco di Jacopo Sansovino. Disponevo di sei
giorni per completarlo, e tutto procedeva benissimo quando,
il terzo giorno, il bidello confidò a mio padre (che trascorreva ore intere ad aspettarmi, nell'atrio, e discorreva volentieri
con lui) il suo timore di vedermi bocciato: « N o n discuto affatto il talento di suo figlio, » spiegò « m a non osserva il regoSi riferisce a un'epoca posteriore alla mia biografia.
130
LA MIA VITA SEGRETA
lamento. È stabilito, infatti, che bisogna usare un foglio con
le esatte misure di Ingres, mentre suo figlio è il solo ad aver
collocato nel centro del foglio una figura talmente minuscola
che lo spazio bianco non può assolutamente venir considerato un margine! ».
Tanto bastò a turbare terribilmente mio padre. Non sapeva che cosa consigliarmi: ricominciare tutto da capo, o finire
il disegno così com'era, facendo del mio meglio? Il problema
lo angosciò durante la passeggiata del pomeriggio, durante
lo spettacolo teatrale della sera: « Ce la farai? Hai ancora tre
giorni! ».
Io mi divertivo a tormentarlo, però cominciavo a esser
preso dal panico, così l'indomani cancellai completamente
quanto avevo già fatto. Subito rimasi paralizzato dallo spavento davanti al mio foglio accuratamente ripulito da ogni
traccia di matita, mentre i miei compagni stavano già finendo
le ombreggiature. L'indomani avrebbero terminato, dedicando gli ultimi due giorni alle eventuali correzioni. Io, invece,
avevo sprecato una mezz'ora nelle cancellature, e quando mi
rimisi all'opera, misurando accuratamente tutto secondo il
regolamento, fui così maldestro da dover cancellare ogni cosa un'altra volta. All'uscita, ero così pallido che mio padre
capì al volo:
«Che hai fatto?».
«Ho cancellato tutto».
«E come ti viene il disegno nuovo? ».
«Nemmeno cominciato. Ho preso le misure, poi ho cancellato. Non voglio rischiare un altro sbaglio».
«È giusto, ma due ore per prender le misure! Ti restano
due giorni. Ah, non ti avessi mai consigliato di cancellare il
primo ».
Quella sera mio padre non mangiò, pur esortandomi a farlo, affinché recuperassi le forze. Anche mia sorella era sconvolta. E più tardi mio padre mi confessò di aver passato
un'altra notte insonne, torturato dal dilemma: «Doveva cancellarlo? Non doveva cancellarlo? ».
Giunse l'indomani. Il Bacco di Sansovino era così profondamente impresso nel mio cervello che mi buttai sul lavoro
come un lupo affamato. Ma questa volta lo feci troppo grande. Non c'era rimedio, i piedi scappavano fuori, colpa ancor
peggiore dei margini troppo larghi. Cancellai di nuovo tutto.
Uscendo, vidi mio padre cadaverico: «E allora?» chiese
con un sorriso incoraggiante e stravolto.
«Troppo grande».
PARTE SECONDA
13 I
« E che farai? ».
« Già fatto. Cancellato ».
«Via, via, hai ancora domani! Quante volte hai fatto un
disegno tutto di getto! ».
Ma sapevo benissimo che mi sarebbe stato impossibile. Ci
voleva almeno un giorno per il disegno, e un altro giorno per
l'ombreggiatura. E anche mio padre lo sapeva. Lui continuava a ripetermi che, nell'eventualità di una bocciatura, la colpa sarebbe stata tutta sua e dello stupido bidello, e io a mia
volta ripetevo che il mio primo disegno era, sì, piccolo, ma
non poi tanto, e così continuavamo all'infinito, torturandoci
vicendevolmente, nella stanza d'albergo, mentre mia sorella
piangeva.
Finalmente ce ne andammo tutti e tre al cinema, e nell'intervallo gli spettatori si volsero a guardarmi. Effettivamente
avevo un aspetto curioso ed esotico, con quella mia giacca di
velluto, i capelli lunghi come una ragazza, il mio bastoncino
smaltato, le basette lunghe a metà guancia; forse mi credevano un attore.
« Basta, » brontolava mio padre « non si può uscire con te.
Con quei capelli, con quelle basette! E intanto ce ne dovremo tornare a Figueras con la coda tra le gambe, come cani
bastonati! ».
Gli occhi turchini di mio padre erano colmi di tristezza, e
la ciocca di capelli bianchi, che torceva tra le dita nei momenti di sconforto, stava ora ritta e dura, corno bianco in cui
si condensavano tutti i problemi del mio futuro.
Il giorno definitivo sorse tetro, con la livida luce delle esecuzioni capitali. Ero pronto a tutto, e non avevo più paura,
tanto imminente era la catastrofe. Mi misi al lavoro, e in
un'ora soltanto finii anche l'ombreggiatura. Impiegai la seconda ora ad ammirare il mio disegno: non avevo mai fatto
nulla di così perfetto. Ma improvvisamente mi accorsi, con
terrore, che anche questo era troppo piccolo, molto più piccolo dell'altro!
Trovai mio padre intento nella lettura del giornale e troppo commosso per parlarmi: «Ho fatto proprio una bella cosa» annunciai calmo. «Piccola, però. Molto più piccola di
prima! ».
L'annuncio scoppiò come una bomba. E il risultato dell'esame non fu meno fragoroso. Fui ammesso all'accademia, con
la menzione seguente: « Sebbene il disegno non abbia le dimensioni prescritte dal regolamento, è così perfetto che la
commissione lo accetta, approvandolo».
132
LA MIA VITA SEGRETA
Mio padre e mia sorella tornarono a Figueras, e io rimasi
solo, in una comodissima stanza presso la casa dello studente, dov'erano ammessi solamente i giovani di eccellente famiglia. Mi buttai a studiare con vero furore, andando dall'accademia alla casa dello studente e dalla casa dello studente all'accademia, e nuU'altro: spendevo solo una peseta al giorno,
per il tram. Trascorrevo le domeniche al museo del Prado,
copiando la composizione dei diversi capolavori per chiuderla in schemi cubisti.
I miei familiari, informati di tanto ascetismo dal direttore
e dal poeta Marquina, si spaventarono, e mi pregarono di
svagarmi, di viaggiare, di spender soldi, ma non avrei assolutamente potuto farlo. Chiuso nella mia stanza stavo affrontando il mio periodo cubista, influenzato da Juan Gris; mentre i miei periodi precedenti erano stati coloristi e policromi;
ora mi ritrovavo una tavolozza quasi monocroma: bianco,
nero, terra di siena e verde oliva.
II mio aspetto restava, secondo la definizione generale,
«fantastico»: un gran cappello di feltro, una pipa che non
fumavo e non accendevo, ma che tenevo sempre in bocca,
una cappa impermeabile che mi giungeva ai piedi. Voltandomi, scorgevo sempre i passanti fermi a guardarmi. E io proseguivo, a testa alta, gonfio di orgoglio.
Ma nonostante la violenza genuina del mio entusiasmo, fui
presto deluso dallo stato maggiore delle belle arti. Capii ben
presto che quei vecchi professori, carichi di onori e di onorificenze, non potevano insegnarmi nulla. E non perché fosse-
PARTE SECONDA
133
ro legati a tradizioni accademiche, non perché peccassero di
aridità borghese, ma, al contrario, perché accettavano con
eccessiva disinvoltura qualsiasi novità. Laddove avevo sperato di trovare rigore, scienza, decisivi confini, mi si offriva libertà, pigrizia, approssimazione. I vecchi professori avevano
imparato da poco ad apprezzare l'impressionismo francese
attraverso esempi nazionali, e quindi sgargianti di «tipicismo» (colore locale): Sorolla era il loro Dio. Tutto era dunque perduto.
Mi trovavo già in aperta reazione contro il cubismo. I professori avrebbero dovuto vivere parecchie vite prima di giungere al cubismo, che io avevo superato da gran tempo. Per contro, quando chiedevo, ansiosamente, come amalgamare il mio
olio e con quali elementi, come ottenere una materia omogenea e compatta, quale metodo seguire per raggiungere un certo effetto, i miei insegnanti mi guardavano stupefatti, e rispondevano con frasi elusive, prive di un qualsiasi significato.
«Amico mio,» dicevano «ciascuno deve trovare il proprio stile. Non ci devono essere leggi, in pittura; interpreta!
Interpreta tutto, dipingi esattamente quel che vedi, e soprattutto mettici la tua anima. È il temperamento che conta, il
temperamento! ».
« Temperamento » pensavo amaramente tra me « te ne potrei vendere a iosa, caro professore mio. Ma intanto in che
proporzioni devo unire l'olio alla vernice? ».
«Coraggio, coraggio,» insisteva il professore «niente particolari, va' all'osso, semplifica, semplifica! Niente regole,
niente costrizioni! Nella mia classe ogni singolo allievo deve
lavorare seguendo il proprio estro! ».
Professore di pittura, bel professore! Bel matto! E quanto
tempo ci vorrà, quante rivoluzioni, quante guerre, per ricondurci alla suprema verità reazionaria? Quando ricominceremo a capire che il «rigore» costituisce il primo gradino di
qualsiasi gerarchia, che la costrizione rappresenta il vero
trionfo della forma? Professore di pittura, bel professore!
Nella vita, la mia posizione è sempre obiettivamente paradossale: io, in quel tempo il solo pittore cubista di tutta Madrid, reclamavo dai miei maestri rigore, coscienziosità, la più
esatta scienza del disegno, del colore, della prospettiva.
Gli altri studenti mi giudicavano un reazionario, un nemico del progresso e della libertà. E si credevano rivoluzionari
e innovatori perché improvvisamente venivano autorizzati a
dipingere come volevano, perché eliminavano il nero dalle
loro tavolozze definendolo « sporcizia » e lo sostituivano col
134
LA M I A V I T A
SEGRETA
rosso porporino. Ecco la loro suprema scoperta: la luce rende ogni cosa iridata, e dunque non più nero, ma ombre purpuree!
Ma io, a dodici anni, avevo già affrontato e risolto l'impressionismo, senza commettere, neppure allora, l'elementare errore di sopprimere il nero dalla mia tavolozza. Mi era
bastato lanciare uno sguardo a un piccolo Renoir, a Barcellona, per capir tutto in un baleno. Loro, invece, segnavano il
tempo, e l'avrebbero segnato per sempre, in quegli sporchi,
mal digeriti arcobaleni. Santo cielo, come si può essere così
stupidi!
Tutti si burlavano di un vecchio insegnante, l'unico che
possedesse una coscienza professionale, un'abilità piena e
precisa. Io stesso dovetti poi rimpiangere di non aver seguito
con maggior docilità i suoi consigli. Era famoso, in Spagna:
si chiamava José Moreno Carbonero, e certi suoi lavori, le
scene, ad esempio, tratte dal Don Chisciotte, più le guardo e
più mi piacciono.
Don José Moreno Carbonero si presentava sempre tra noi
in redingote, perla nera alla cravatta, guanti immacolati che
non toglieva mai per non sporcarsi le mani. Gli bastava tracciare due o tre segni, col carboncino, per rimettere miracolosamente a posto ogni disegno, per ristabilirne la composizione. I suoi occhi, piccoli, fotografici, incredibilmente penetranti, erano gli occhi di Meissonier, rarissimi.
Gli studenti aspettavano che se ne andasse per cancellare i
suoi ritocchi e rifar tutto a modo loro. Seguivano, naturalmente, il proprio «temperamento»: pigrizia, presunzione
senza scopo e senza gloria, mediocrità incapace di adeguarsi
al più comune buon senso come di sollevarsi alle vette di un
meraviglioso delirio.
Un giorno portai a scuola una piccola monografia di Braque. Nessuno aveva mai veduto un quadro cubista, nessuno
credeva alla possibilità di prendere sul serio il cubismo. Il
professore di anatomia, il più pronto ad accettare la disciplina dei metodi scientifici, ne sentì parlare e mi chiese il volumetto in prestito. Confessò di aver ignorato la novità fino a
quel momento, ma ammise che bisogna sempre rispettare
quanto non si capisce: se una teoria viene pubblicata, vuol
dire che merita di esserlo.
L'indomani lesse la prefazione, e la capì abbastanza bene;
mi citò, traendoli dal passato, parecchi esempi di rappresentazione non figurativa ed eminentemente geometrica.
Gli risposi, tuttavia, che commetteva un errore, poiché nel
PARTE SECONDA
135
cubismo non mancano elementi figurativi di rappresentazione manifesta.
Il professore riferì ogni cosa ai suoi colleghi, i quali cominciarono a giudicarmi un essere soprannaturale. Tanta attenzione mi fece correre il rischio di ricadere nel mio vecchio
esibizionismo infantile: giudicandoli incapaci di insegnarmi
qualcosa, fui tentato di mostrar loro clamorosamente quel
che poteva una vera « personalità ». Seppi resistere, seppi restare impeccabile: sempre presente, sempre rispettoso, e lavoravo dieci volte meglio, dieci volte più in fretta che non i
primi della classe.
Eppure i professori non riuscivano a giudicarmi un « artista nato». «È molto serio,» dicevano «molto intelligente,
abile in tutto. Ma freddo come il ghiaccio, senza emotività né
personalità... è un cerebrale! Diciamo pure un intellettuale,
ma l'arte vera deve sgorgare dal cuore! ».
« Aspettate, aspettate, » pensavo tra me « e vi farò vedere
io quel che può produrre una vera "personalità" ! ».
Una prima dimostrazione la poterono avere il giorno della
visita reale. Re Alfonso XIII sarebbe infatti venuto a visitare
hn
i36
L A M I A VITA S E G R E T A
ufficialmente l'accademia di belle arti. La sua popolarità era
già in declino, e l'annuncio della sua prossima venuta bastò a
dividere i miei compagni in due campi opposti. Molti si proposero di non presentarsi, quel giorno, ma la facoltà, per evitare ogni pericolo di sabotaggio, minacciò gravissime sanzioni per gli eventuali assenti.
Con una settimana di anticipo si cominciò a pulire radicalmente l'accademia, e si riuscì a riportarla in condizioni pressoché normali, dallo spaventoso stato di disordine in cui versava. Si studiarono piani accuratissimi: ad esempio, gli allievi
di una data classe dovevano precipitarsi, non appena il re si
fosse allontanato, in una classe diversa attraverso le scale di
servizio, e affollarne i tavoli, volgendo le spalle al re, per non
esser riconosciuti. Difatti in quel periodo la scuola aveva pochissimi allievi, per cui le aule avevano un'aria desolata, mentre bisognava che il re ne avesse un'impressione totalmente
diversa.
Le nostre massime autorità cambiarono inoltre le modelle
per la scuola di nudo: delle ragazzine brutte, e talmente mal
pagate da morir di fame, furono sostituite da adorabili fanciulle, che abitualmente, ne sono certo, esercitavano professioni assolutamente voluttuose. I quadri screpolati furono
coperti di vernice, alle finestre misero tende e gruppi di piante verdi negli angoli.
Quando fu pronto lo scenario per la commedia, ecco
giungere il corteo reale. Istintivamente, e forse soprattutto
per oppormi all'opinione generale, giudicai il nostro re affascinante.
Si diceva che il suo volto fosse quello di un degradato; vi
scoprii invece l'equilibrio assoluto dell'aristocrazia, una truculenta, assoluta eleganza, che lo isolava in mezzo alla gente
del suo seguito. Tutti i suoi movimenti erano così misurati e
perfetti da farlo credere un personaggio di Velàzquez.
Compresi subito che mi aveva notato, fra i miei compagni,
e non c'era da stupirsene, con quei capelli lunghi, con quei
basettoni che portavo allora; ma qualcosa di più decisivo si
era acceso tra le nostre anime. Ero stato scelto, con una decina di altri studenti di qualche merito, per accompagnare il re
da un'aula all'altra, e regolarmente, riconoscendo dall'uscio
la schiena degli stessi ragazzi che avevamo lasciato altrove e
si erano precipitati lì, bruciavo per la vergogna e per il timore che il re intuisse l'infame commedia di cui era vittima. Vedevo ridere i miei compagni, che spingevano il gioco fino a
cambiarsi la giacca, mentre il re veniva trattenuto dal nostro
PARTE SECONDA
137
corpo insegnanti davanti a qualche vecchia tela per permettere il travestimento, e avrei voluto gridare, denunciare la
menzogna, ma riuscii sempre a dominarmi. Una classe, un'altra classe, e la mia agitazione cresceva, e io mi ripetevo: « Sta'
attento, Dali, sta' ben attento! Presto succederà qualcosa di
inaudito! ».
Finita l'ispezione, cominciarono i preparativi per la fotografia che doveva immortalare gli allievi raggruppati intorno
al loro re. C'era una poltrona, per lui: sedette invece in terra,
con un atto di irresistibile naturalezza. Non solo, ma togliendosi di bocca la sigaretta la bilanciò un istante tra indice e
pollice, e con un colpetto dell'unghia, che le fece descrivere
una curva perfetta, la lanciò esattamente nel centro della
sputacchiera distante più di due metri. Uno scoppio di risa
amichevoli accolse quella prodezza, caratteristica specialità
dei chulos, i «bulli» di Madrid; era un modo squisito di lusingare gli studenti, e ancor più i bidelli che assistevano alla
scena: vedevano infatti eseguire alla perfezione una bravata
familiare a tutti loro, ma che non avrebbero mai osato azzardare in presenza dei professori e degli eleganti allievi.
In quel preciso istante ebbi la prova che il re mi distingueva fra tutti: infatti, proprio mentre la sigaretta raggiungeva il
bersaglio, lui mi lanciò una rapida occhiata, intesa di certo a
verificare le mie reazioni. Ma c'era qualcosa di più nel suo
sguardo indagatore: c'era il timore che qualcuno avesse potuto comprendere la profondità dell'adulazione offerta ai
suoi sudditi; quel qualcuno potevo essere soltanto io. Arrossii, e il re, guardandomi nuovamente, di certo se ne accorse.
Dopo la fotografia, il re ci salutò uno per uno. Io fui l'ultimo a stringergli la mano, e fui anche il solo a inchinarmi rispettosamente, spingendo l'ossequio fino a piegare un ginocchio. Rialzando il capo, osservai un fremito di emozione sul
famoso labbro borbonico. Non c'era più alcun dubbio: ci
eravamo vicendevolmente riconosciuti. Eppure, quando due
anni dopo quello stesso re, Alfonso XIII, firmò il decreto che
mi cacciava definitivamente dall'accademia di belle arti, non
avrebbe mai potuto supporre che fossi io l'espulso. O forse
sì, avrebbe potuto supporlo!
Le conseguenze della visita reale furono per me durature e
intense. La mia emozione, la mia tensione repressa dovevano
trovare uno sfogo; e via via che le ore passavano cresceva in
me il rimorso di non aver rivelato al sovrano l'ignobile farsa,
e una voce interna continuava a ripetermi: «Dali, Dali! Devi
far qualcosa di straordinario! ». Obbedii, e scelsi come tea-
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LA MIA VITA SEGRETA
tro della mia impresa la classe di scultura. Voglio raccontarvi
tutto, perché sono certo di divertirvi.
Avevo scelto l'aula dove studiavamo scultura per la sua
abbondanza di gesso; avevo infatti bisogno di molto, di moltissimo gesso, e lì ce n'era a sacchi. Cominciai il mio lavoro
poco dopo mezzogiorno, quando tutti se ne furono andati, e
per non esser disturbato chiusi la porta a chiave. In un angolo troneggiava l'enorme vasca dove si ammorbidivano, nell'acqua, vecchi pezzi di creta secca: aprii completamente il
rubinetto e versai nell'acqua il primo sacco di gesso, aspettando che il liquido lattiginoso così ottenuto cominciasse a
traboccarne. La mia idea era semplicissima: volevo inondare
l'intera accademia di gesso liquido. E ci riuscii senza alcuna
difficoltà, usando un sacco dopo l'altro. Rapidamente l'aula
ne fu invasa e ben presto l'inondazione bianca incominciò a
correre sotto gli usci, lungo i corridoi, e sentii con gioia un
fragore di cascata. Sonorità apocalittiche salivano infatti dalla tromba delle scale e finalmente potei misurare la vastità
della mia catastrofe personale. Preso dal panico, piantai tutto in asso e corsi verso l'uscita, imbrattandomi terribilmente
di gesso.
L'accademia era deserta, nessuno aveva ancora scoperto la
catastrofe, e l'effetto dello scalone ruscellante di liquido candidissimo risultava ancor più fantastico. Nonostante i miei timori, dovetti fermarmi per ammirare il tragico spettacolo,
paragonandolo all'incendio di Roma, ugualmente epico, seppure in proporzioni diverse. Mentre stavo lasciando il cortile
interno della scuola, mi scontrai con un modello, soprannominato El Segoviano (veniva da Segovia). Costui si era proprio allora accorto della valanga immacolata incombente, e
alzando le braccia al cielo, gridava con la sua voce contadinesca: «Per amor di Dio, che succede? ».
Una scintilla di umorismo mi brillò nel cervello e gli mormorai qualcosa all'orecchio.
«Ma signorino,» protestò lui «non può essere latte! ».
Arrivai alla casa dello studente più impolverato di un impolveratissimo muratore. Feci una doccia, mi cambiai da capo a piedi e mi lasciai cadere sul letto torcendomi in una crisi di ilarità che gradatamente si trasformava in triste presentimento: El Segoviano mi aveva visto uscire per ultimo dall'accademia e si sarebbe dunque saputo che ero io il colpevole. Eppure, fin da quando avevo deciso di provocare quel
cataclisma, mi ero sentito indifferente a qualsiasi castigo potessero infliggermi; ero anzi ben deciso a spiegare la mia
PARTE SECONDA
J
39
azione come un modo per render palese il torto dei miei superiori nei riguardi del re. Volevo perfino consolidare la mia
posizione minacciando di denunciare l'inganno per iscritto...
Solo allora mi accorgevo di quanto i miei piani fossero rimasti imprecisi e insufficienti per la mia coscienza. Nonostante i
miei tentativi di chiarire a me stesso i miei impulsi, l'inondazione gessosa restava un mistero. Seguitavo a torturarmi: ero
pazzo? Certamente no. E se non ero pazzo, perché avevo agito così?
All'improvviso risolsi l'enigma. La soluzione mi stava davanti, posata sopra un cavalletto, chiusa nei limiti di una tela
ancora immacolata. Subito mi alzai, mi calcai in testa il largo
cappello di feltro nero e mi collocai di fronte allo specchio dell'armadio. Lì, con gesti cerimoniosi, improntati a un'estrema
dignità, salutai me stesso, salutai la mia intelligenza, inchinando il capo. Non bastava ancora: piegando un ginocchio a
terra ripetei la genuflessione offerta al mio re.
Ora capivo di esser stato vittima di un sogno: l'intero episodio del torrente bianco era un'illusione, il mio genio però
si rivelava non tanto in questa scoperta, quanto nell'interpretazione1 luminosamente esatta. Ero ormai in grado di capir
tutto. Ecco quant'era accaduto.
Dopo che il re ebbe lasciato l'accademia di belle arti, presi il tram e, rincasato, mi coricai subito, sfinito dalle emozioni della mattina. Prima di addormentarmi, avevo osservato
con piacere le due tele pronte sui loro cavalietti, ai piedi del
letto. Sopraggiunse il sonno e il sogno (durato secondo i miei
calcoli al massimo un'ora) mi fece vivere con straordinaria
intensità di realismo le diverse vicissitudini dell'inondazione
di gesso.
Quattro mesi erano passati dal mio arrivo a Madrid e perseveravo in un ritmo di vita immutabilmente metodico, sobrio e studioso. Anzi, di giorno in giorno, la mia sobrietà, il
mio amore per lo studio, la disciplina quotidiana andavano
crescendo, sino al limite dell'ascetismo. Mi sarebbe piaciuto
vivere in prigione. Ero certo che, rinchiuso, non avrei rimpianto la libertà, e i miei lavori avrebbero assunto una severità monacale.
Stavo cominciando a leggere l'Interpretazione dei sogni di Sigmund
Freud. Questo libro rappresenta per me una fra le essenziali illuminazioni
della mia vita. L'interpretazione di me stesso divenne quasi un vizio, e non
cercavo di spiegarmi soltanto i sogni, ma tutto quello che mi accadeva, anche di apparentemente inutile.
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LA MIA VITA SEGRETA
SfMKvti. via H * s .
Purtroppo dipingevo su tele preparate a base di vernice
mescolata con colla. Ho detto «purtroppo», perché i due
quadri cubisti del mio primo periodo madrileno erano capolavori, impressionanti come autodafé: l'eccessiva imprimitura
produsse screpolature così gravi che le due tele cominciarono
a cadere in pezzi, e ormai si devono considerare totalmente distrutte. Tuttavia furono scoperte prima del loro sfacelo, e io
con loro. La casa dello studente si divideva in molteplici gruppetti, e tra questi si distingueva la pattuglia d'avanguardia, i
non conformisti, stridenti e rivoluzionari, impregnati di tutti i
miasmi caratteristici del dopoguerra. Avevano già una loro angusta, paradossale, negativa tradizione, più o meno legata al
dadaismo. Pepin Bello, Luis Bunuel, Garda Lorca, Pedro
Garfias, Eugenio Montes, R. Barrades ne erano gli esponenti
maggiori. Due soltanto erano destinati a raggiungere le altissime gerarchie dello spirito: Garcia Lorca, nella sostanza splendente di una retorica poetica post-Góngora, ed Eugenio Montes, scalinata spirituale, colonna di intelligenza. Il primo veniva da Granada, il secondo da Santiago de Compostela.
Un giorno, in mia assenza, la cameriera lasciò aperta la porta della mia stanza e Pepin Bello, passando, vide le mie due tele cubiste. Ne parlò subito ai suoi amici che mi conoscevano solo di vista, e anzi ridevano di me, chiamandomi «il musicista»
o « l'artista » o anche « il polacco ». Il mio modo antieuropeo di
vestirmi e di pettinarmi mi faceva giudicare sfavorevolmente:
PARTE SECONDA
I4I
un residuo convenzionale di romanticismi invecchiati. Inoltre, la mia operosità studiosa mi rendeva ai loro sarcastici occhi un essere deplorevole; le mie giacche di velluto, le mie cravatte svolazzanti contrastavano violentemente con i loro abiti
di taglio inglese; i miei lunghi ricci ricadenti sulle spalle si
contrapponevano alle loro chiome cortissime e ben curate dai
barbieri del Ritz o del Palace. Quando li conobbi, erano tutti
dominati da un complesso di dandismo e di cinismo così
ostentati da spaventarmi. Ogni volta che capitavano nella mia
stanza temevo di svenire; e ci capitavano spesso, perché lo
snobismo che già li dominava acuiva un'ammirazione, uno
stupore illimitati per il mio lavoro. Mai avrebbero supposto
che io fossi un pittore cubista! E con molta franchezza confessarono quel che in precedenza avevano pensato di me, scusandosene e offrendomi la loro amicizia. Assai meno generoso di loro, io mantenevo le distanze e mi chiedevo che cosa
potessi mai guadagnare nel frequentarli.
Letteralmente bevevano le mie idee, e bastò una settimana
a stabilire l'egemonia del mio pensiero. La loro conversazione era costellata di «Dali dice... », «Dal! pensa... », «Dali ha
risposto...», «È tipico di Dali...», «È daliniano...», «Bisogna chiederne a Dali... », « Dali dovrebbe vederlo... ».
E Dali su e Dali giù, Dali dappertutto.
Capivo chiaramente che i miei amici ricevevano tutto da me
senza restituirmi nulla, e non possedevano nulla che io già non
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LA MIA VITA SEGRETA
avessi, e in quantità mille volte superiore: solo la personalità di
Federico Garcia Lorca mi impressionava immensamente. Il fenomeno poetico nella sua integrità e nella sua crudità mi stava
dinanzi, in carne e ossa, confuso, sanguinante, vischioso e sublime, lucente di mille fuochi oscuri, di biologia sotterranea,
velato dall'originalità della sua forma. Reagii immediatamente,
e adottando una rigida severità contro il «cosmo poetico», mi
proposi di escludere tutto quel che mi apparisse indefinibile,
che mancasse di « contorni », che non ammettesse una « legge», che non si potesse «mangiare» (era, quest'ultima, la mia
espressione prediletta). E più sentivo le fiamme divampanti e
ammalianti della poesia salire nel selvaggio, disordinato fuoco
del grande Federico, più mi sforzavo di dominarle con l'olivo
della mia prematura vecchiaia. E intanto preparavo la griglia
della mia prosaicità trascendentale: mi sarebbe servita per friggere i funghi, le costolette, le sardine del mio pensiero (sapevo
che un giorno avrei potuto servirli, ben fritti, ben caldi, ben saporosi sulla immacolata tovaglia del libro che voi state leggendo), per placare nei secoli la fame spirituale, immaginativa,
morale, ideologica del nostro tempo. E invece soltanto braci
luccicanti rimarranno del gran fuoco acceso da Lorca.
Il nostro gruppo andava assumendo un atteggiamento
sempre più antintellettuale; ci mettemmo quindi a frequentare intellettuali di ogni genere, installandoci nei caffè di Madrid dove il futuro artistico, letterario e politico della Spagna
stava cuocendo con un forte odore di olio bruciato.
W
PARTE SECONDA
I43
I doppi vermut con olive contribuivano generosamente a
cristallizzare la confusione del dopoguerra con una dose di
sentimentalismo malamente dissimulato, che travestiva le cattive interpretazioni dell'eroismo, della malafede, della grossolana eleganza, delle digestioni ipercloridriche, il tutto condito di antipatriottismo; si sarebbe approdati così alla catastrofe della guerra civile, allora lontanissima.
Ho già detto che i miei nuovi amici non potevano insegnarmi nulla che io ignorassi; non è del tutto vero, perché
imparai da loro qualcosa di abbastanza importante da indurmi a continuare a frequentarli. Sotto la loro guida dedicai infatti due giorni al barbiere, una mattinata al sarto, un pomeriggio a cercar soldi, un quarto d'ora a ubriacarmi, una notte
intera a rimettermi dalla sbornia.
Mi presentai all'accademia trasformato, indossando il più
costoso abito sportivo di Madrid e una camicia di seta azzurro cielo con gemelli da polso in zaffiro. I miei capelli, intrisi
di una densa brillantina e tenuti in piega con l'apposita reticella, formavano un casco verniciato con vero smalto.1 La mia
chioma era una liscia, omogenea, inflessibile pasta modellata
sul mio capo, e a toccarla con un pettine faceva «toc», quasi
fosse stata di legno.
La mia completa trasformazione emozionò gli studenti di
belle arti e compresi subito che, dopo aver tentato di somigliare a un uomo qualunque con abiti e accessori acquistati in negozi elegantissimi, avevo ottenuto un effetto contrario, perché
la gente si voltava a guardarmi esattamente come prima.
Era poi difficilissimo togliere questa vernice. L'unico sistema per scioglierla consisteva nell'inondarla di trementina, pericolosa per gli occhi. Dopo di allora non l'usai più, se non in una certa occasione che racconterò a
tempo e luogo. Invece della vernice adoperai chiare d'uovo mescolate alla
brillantina.
E
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LA MIA VITA SEGRETA
Però la mia fama di dandy era saldamente stabilita. Il mio
primitivo aspetto anacronistico era sostituito da un miscuglio di elementi contraddittori e così costosi da suscitare una
curiosità ammirata e intimidita. Uscendo da scuola, assaporavo l'omaggio della strada, intelligente e spiritosa, già illuminata dalla primavera, e mi fermavo per acquistare una
flessibilissima canna di bambù appesa a un luminoso laccio
di cuoio. Poi sedevo al caffè bar Regina e bevevo tre Cinzano con olive, osservando i passanti, prevedendo il futuro riservato a quegli ignoti, persi in attività senza emozione né
gloria. All'una ritrovavo gli amici nel bar di un ristorante
italiano, chiamato Los Italianos, dove bevevo altri due vermut prima di prender posto al nostro tavolo riservato. I camerieri sapevano che le mie mance erano enormi, e vedendomi arrivare si mettevano sull'attenti. Ricordo ancora il
pranzo che scelsi la prima volta: antipasti assortiti, brodo in
gelatina, maccheroni gratinati e un piccione, il tutto innaffiato con vero Chianti.
Caffè, cognac, discussioni su Wagner, su Ludwig II di Baviera, sul Parsifal. Poi alla casa dello studente, per prendere
altri soldi, avendo già speso tutto, anche se non capivo come.
Ma era facilissimo rifornirmi, bastava passare in segreteria e
firmare una ricevuta; poi raggiungevo gli amici alla birreria tedesca, la sola dove la birra scura fosse genuina. E mangiavamo
gamberetti, ne succhiavamo le tenere giunture, ancora parlando del Parsifal, e dopo qualche migliaio di gamberetti era già
ora di andare al Palace, per l'aperitivo, ossia un paio di Martini, che scoprii allora: sarei rimasto fedele a loro per sempre.
Il tema della discussione cambiava: dove avremmo mangiato? Non mi veniva neppure in mente di tornare al sobrio
e lindo refettorio nella casa dello studente. Sono talmente
consuetudinario da lasciare un'abitudine soltanto per adottarne un'altra, e la nuova mi sembra sempre definitiva; per
cui gridavo: «Torniamo da Los Italianos! ».
E tutti approvavano: telefonavamo per farci riservare una
saletta e correvamo li, divorati dalla fame. La sala era piccola, con candele rosse e una scansia di bottiglie molto decorativa; mangiando bevevamo molto vino bianco, molto vino
rosso, poi io suonavo il Chiaro di luna con un dito solo, inventando anche un accompagnamento per la mano sinistra, e
mi dovevano strappare da lì, per condurmi al piccolo club
del Palace. Bunuel, il nostro maestro di cerimonia, ordinava:
«Prima un po' di whisky, poi qualche sciocchezza da mangiare, infine champagne! ».
V. MAGIA PERSONALE: I MIEI FETICCI FONDAMENTALI
Sfinge infissa nella sabbia, con una scarpa da donna e un bicchiere di latte
caldo sotto la pelle della schiena, i due feticci più attivi della mia vita.
Lydia la ben plantada di Cadaqués, madrina della mia follia.
Il mio talismano più efficace, un frammento di legno trovato in circostanze straordinarie a capo Creus nel 1933. (Per gentile concessione di Eric
Schaal-Pix.)
Una mia foto in compagnia del visconte di Noailles, il mio primo «mecenate».
Metamorfosi del narciso, il mio fiore magico preferito.
Lo spettro del Sex Appeal, i$}6, spauracchio erotico di prim'ordine.
VI. LE TRAGICHE IMPLICAZIONI DELLA SPAGNA
Un chìen andalou, il primo film surrealista di Dali e Buriuel: asini che imputridiscono su pianoforti.
Statua di Cristo, scultura di El Greco; i lealisti la chiamavano «El Rey de
los Maricones ».
La mia vita segreta, inciso sulla mia fronte. (Per gentile concessione di
Halsman.)
Uno dei famosi «amanti di Teruel» dissotterrato allo scoppio della guerra civile.
PARTE SECONDA
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Eravamo tutti d'accordo, e cominciavamo a parlare della
rivoluzione, assolutamente necessaria. Tra un whisky e l'altro
bevevamo menta ghiacciata, e dopo il quarto whisky diventavamo impazienti: «Quando arriva lo champagne? ».
Arrivavano le due di notte, avevamo di nuovo fame, io
mangiavo spaghetti caldi, i miei amici pollo freddo, e appena finiti gli spaghetti mi rammaricavo di non aver scelto il
pollo freddo, ma poiché gli amici me l'avevano invano consigliato mi sembrava deplorevole tornare sulle mie decisioni.
Lo champagne ci suggeriva nuovi spunti di conversazione, e
parlavamo di amicizia e di amore: l'amore, affermavo, somiglia a certe sensazioni gastriche, all'inizio del mal di mare,
con brividi e sofferenze talmente delicati e squisiti da lasciarci incerti: stiamo per innamorarci o per vomitare?
«E del resto, se tornassimo al Parsifal, potrei dire qualcosa di decisivo» aggiungevo, ma nessuno voleva più sentirne
parlare. «Pazienza, ne parleremo un'altra volta. Cameriere,
mettimi via un'ala di pollo, la mangerò fra poco, prima di andar via».
Erano le cinque, quasi la fine, quasi il principio. Orribile
andar via, proprio mentre tutto era sul punto di divenir migliore! Stappavamo malinconicamente un'altra bottiglia di
champagne, con gli occhi pieni di lacrime. Un'eccellente orchestra negra ci frugava le viscere con il cucchiaio e la forchetta dei suoi temi sincopati, senza darci tregua. Scoprivamo il jazz, e ne eravamo così impressionati da mandare, a più
riprese, buste piene di denaro ai suonatori, che si inchinavano mitragliandoci con i loro più abbaglianti sorrisi. Bunuel
fece offrire una bottiglia di champagne a quei negri, e ne bevemmo un'altra anche noi, scambiandoci inchini di saluto,
da lontano, perché gli uomini di colore non erano autorizzati a sedere con i bianchi. Eravamo munifici, eravamo generosissimi, con i soldi guadagnati dai nostri genitori.
La nuova bottiglia ci suggerì un sacro patto di amicizia. Ci
impegnammo reciprocamente con la più solenne «parola
d'onore» a ritrovarci in quello stesso locale, quindici anni
dopo, qualunque fosse la nostra opinione politica, qualunque difficoltà dovessimo superare, in qualsiasi luogo abitassimo. Se poi l'albergo fosse stato distrutto, l'appuntamento restava fissato nell'identico luogo, magari ricoperto di macerie.
•E sprofondammo in un'accesa discussione sulla possibilità di
rintracciare una certa area ben definita in una zona bombardatissima: la discussione divenne ben presto talmente noiosa
che mi distrassi e presi a osservare le donne che, agli altri ta-
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LA MIA VITA SEGRETA
voli, ci accerchiavano con eleganti carni ingioiellate. Mi sentivo il cuore stretto: ma era amore o, come avevo appena detto per ostentare il mio cinismo, voglia di vomitare?
Ancora incerto, mangiai il pollo che qualcuno mi aveva tenuto in serbo.
Un'altra bottiglia di champagne era indispensabile per
raggiungere gli ultimi accordi. Eravamo sei, e dividemmo in
sei pezzi il cartoncino che aveva contraddistinto il nostro tavolo (numero otto, me lo ricordo per il suo significato simbolico). Scrivemmo le due date sopra un lato, allineammo
sull'altro le sei firme: vidi subito un altro simbolo, nella successiva lacerazione del biglietto, ma gli altri non accettarono
le mie obiezioni, e ritennero valido un patto stabilito sopra un
foglio strappato. E poi ciascuno serbò il proprio frammento.1
Ancora una bottiglia, per concludere la cerimonia. E all'incirca quindici anni dopo la guerra civile sarebbe infuriata
in Spagna. Il Palace Hotel sarebbe stato trasformato in ospedale e bombardato. Che magnifico soggetto per Hollywood,
l'odissea di sei amici, per lunghi anni lontani o forse, più precisamente, uniti da odi terribili, da contrastanti fantasmi, che
per una sera reprimono tumultuose passioni, dimenticano i
contrasti e partecipano a un lugubre, drammatico, cerimonioso, nobile pranzo, tributo a una parola d'onore!
Comunque, non saprei proprio dirvi se il pranzo ci sia
realmente stato. Posso solo sussurrarvi, in un orecchio: io
non ci andai.
Poiché tutto finisce, a questo mondo, finì anche la nostra
serata al bar. Ma uscendo di lì trovammo un altro bistrot, che
restava aperto fino all'alba, frequentato da guardie notturne,
da facchini, e da strana gente avvezza a prendere treni impossibili. Lì bevemmo anis del mono, mentre già la luce dell'aurora e il canto del gallo entravano dalle finestre. Via, via,
andiamo a dormire, basta per oggi, domani è un altro giorno.
Domani comincerò il mio Parsifal.
Ed ecco cosa accadde: sveglia all'una, fra l'una e le due
cinque vermut con olive, alle due un Martini secco, con sottilissime fettine di prosciutto serrano, e acciughe. Dovevo
pure far qualcosa, aspettando gli amici. E poi la colazione;
Nove anni dopo ritrovai a Parigi uno di questi amici, che ammise di
aver sempre conservato, preziosamente, il suo angolo di cartone, per tener
fede al patto. Una volta di più rimasi attonito davanti alla puerilità endemica che ci sta attorno. Mentre gli animali, le piante, le architetture, le rocce
sanno benissimo invecchiare, l'uomo non ci riesce.
PARTE SECONDA
149
ma ricordo soltanto di aver bevuto, alla fine, moltissimi bicchierini di chartreuse, per ricordare il nostro pasto di famiglia, d'estate, a Cadaqués. E questo mi fece piangere.
Verso le cinque o le sei del pomeriggio eravamo di nuovo a
tavola, questa volta in una fattoria, nei dintorni di Madrid.
Il piccolo patio dominava un orizzonte magnifico, la Sierra
de Guadarrama, chiazzata di nere querce. E naturalmente ci
venne voglia di mangiar qualcosa, e io ordinai un enorme piatto di merluzzo con salsa di pomodoro: al tavolo accanto alcuni carrettieri mangiavano quello stesso merluzzo, ma usando il
coltello, e l'idea di accostare il gusto del pesce a quello del metallo mi colpì come straordinariamente delicata e aristocratica.
Chiesi una pernice. Non c'erano pernici. Eppure volevo
assolutamente mangiare qualcosa di succulento. La proprietaria mi offrì di scegliere tra un piccione e uno stufato di coniglio, da riscaldarsi, e si offese leggermente sentendomi preferire il piccione; spiegò che spesso le vivande riscaldate sono le migliori. Intanto si faceva tardi, tra due ore sarebbe stato il momento di pensare al pranzo; oppure si poteva mangiar subito qualcosa di sostanzioso e, a mezzanotte, una cenetta leggera: «E va bene, mi porti questo coniglio, se è tanto convinta della sua bontà ».
Se aveva ragione! Con l'intelligenza sensuale che custodisco nel tabernacolo segreto del mio palato, compresi immediatamente i misteri e i segreti della cucina riscaldata. La salsa aveva infatti raggiunto un'elasticità che la faceva aderire
all'interno della bocca, e la lingua ne schioccava da sola. Credetemi, questo suono apparentemente prosaico, simile all'altro, questo orrendo, di una bottiglia stappata, è il solo fenomeno che possa realmente esprimere la «soddisfazione».
Per farla breve, il coniglio mi «soddisfece» moltissimo.
Partimmo, e solamente allora mi resi conto di essere venuto lì con un corteo di macchine sontuose. Eravamo appena
entrati in Madrid che il nostro igienico progetto di una cena
leggera svanì e, ancora una volta, lo spettro del cibo ci abbagliò con la sua terribile, ineluttabile realtà.
« Cominciamo col bere qualcosa, » suggerii « non abbiamo
nessuna fretta. Poi vedremo ».
Era un discorso ragionevole, perché il vino, in campagna,
si era rivelato mediocre e ci eravamo dovuti accontentare
deU: acqua. Così bevemmo tre Martini e, al terzo, sentii avvicinarsi il momento del mio Parsifal.
Avevo un piano preciso. Mi alzai e, fingendo di andare al
gabinetto, mi allontanai da un'uscita secondaria. Respirai
150
LA MIA VITA SEGRETA
avidamente l'aria notturna e la gioia di ritrovarmi solo, poi
con un taxi tornai alla casa dello studente; ordinai all'autista
di aspettarmi per un'ora, esattamente il tempo che mi occorreva per farmi bellissimo. Doccia, barba, vernice sui capelli,
sebbene ne conoscessi i pericoli, ma il mio Parsifal meritava
questo e altro! Un poco di nero sotto gli occhi, per rendermi
più affascinante secondo lo stile «tango argentino», secondo
lo stile «Rodolfo Valentino», allora il prototipo della bellezza maschile. Calzoni crema, giacca grigia e infine la camicia,
che doveva coronare tanta raffinatezza, di seta cruda, sottile
quanto una pellicola di cipolla e talmente diafana che, osservando bene, si poteva scorgere, sul mio petto, la definitiva,
l'assoluta aquila imperiale della peluria. Tolsi dunque dal
cassetto la camicia stiratissima, la gualcii tra le mani, la pestai
con i pugni, la schiacciai sotto il baule, ci camminai sopra.
L'effetto fu squisito, accentuato dal colletto, appena inamidato e splendidamente bianco, che aggiunsi alla fine.
Quando fui pronto tornai al taxi, sostai dal fioraio per farmi appuntare una gardenia all'occhiello, diedi all'autista l'indirizzo del Florida, una sala da ballo elegantissima. Non c'ero mai stato, ma la sapevo frequentata dalla gente più importante di Madrid: volevo cenare lì, tutto solo, e scegliere, scrupolosamente, tra le donne più belle e più adorabili quelle che
mi erano necessarie a realizzare, costi quel che costi, l'impresa, impregnata ormai di erotismo, che dal giorno innanzi
avevo definito Parsifal.
Non avevo idea di dove si trovasse il Florida e, non appena il taxi rallentava, credevo di esser giunto e ne provavo
un'angoscia così forte da dover chiudere gli occhi.
Cantavo il Parsifal con tutta la forza dei miei polmoni: che
notte sarebbe stata, santo cielo! Sarei invecchiato di dieci
anni.
Però l'effetto dei tre Martini stava svanendo, e i miei pensieri divenivano gravi e severi, costringendomi a una nuova
decisione: avrei celebrato il mio Parsifal con l'aiuto dell'alcool, o senza? Il cielo, non ancora interamente notturno di
Madrid si affollava di nubi velenosamente turchine come si
vedono solo nei quadri di Patinir, e l'antico ricordo delle
ascelle depilate e turchine si mescolava al ricordo recente del
coniglio riscaldato. Riflettevo, calcolavo: mi servivano cinque
donne elegantissime, e una sesta per i lavori secondari. Nessuna avrebbe dovuto spogliarsi. Ancor meglio se tenevano
anche il cappello. Era solo essenziale che tutte, tranne due,
avessero le ascelle depilate.
PARTE SECONDA
I5I
Sebbene contassi molto sul mio potere di seduzione, avevo portato con me una grossa somma di denaro, ed essendo
giunto al Florida deplorevolmente troppo presto scelsi il tavolo migliore, per dominare la situazione e sentirmi le spalle
coperte. Non avevo ancora risolto il dilemma: bere o non bere? Per le operazioni preliminari, per prender contatto con le
donne, per metterle in rapporto tra loro, per trovare il posto
dove realizzare il Parsifal, forse era meglio pagar subito due
donne, e usarle come complici ben remunerate. Insomma,
per i diversi preparativi l'alcool sarebbe stato utilissimo,
avrei superato la timidezza iniziale. Ma dopo, dopo sarebbe
stato esattamente il contrario. Dopo avrei avuto bisogno di
lucidità, di prontezza, di uno sguardo inquisitore, di una severa perfidia, che mi rendessero capace di condannare, di assolvere, tra l'inferno e la gloria delle diverse scene, delle diverse situazioni orrende e desiderabili, magnifiche e umilianti per le sette protagoniste di quel Parsifal che io avrei diretto (e come!) fino a quando i galli dell'alba avessero svegliato
con le loro rugginose, agonizzanti note del primo canto rimorsi, rossi e festonati come creste, nelle nostre immaginazioni, esauste per troppo acuti piaceri.
« Cosa comanda il senor? » domandò il capo cameriere
strappandomi ai miei pensieri.
«Stufato di coniglio con cipolle,» risposi senza esitare
« ma che sia riscaldato ».
E invece dovetti accontentarmi di un insipido pollastro,
con due bottiglie di champagne. Intanto il locale cominciava
ad affollarsi, l'orchestra suonava, e una coppia di ballerini
professionisti mimava una specie di lotta danzante. Mi bastò
un'occhiata per capire che la ballerina non mi offriva alcuna
possibilità e che dovevo senz'altro escluderla dal Parsifal: era
troppo bella, terribilmente, spiacevolmente sana e priva in
modo assoluto di eleganza.
Non ho mai incontrato, in vita mia, una donna che fosse
contemporaneamente bellissima ed elegantissima: sono con
ogni evidenza due qualità che si elidono a vicenda. La donna
elegante deve armonizzare una moderata bruttezza a una
bellezza ancor più moderata, evidente, sì, ma tale da non oltrepassare mai precisi limiti. La donna elegante deve esser
priva di ogni splendore duraturo e persistente come uno
squillo di tromba, almeno per quanto riguarda il volto. Perché la donna elegante deve portare sul viso le stimmate, esattamente proporzionate, della bruttezza, della stanchezza,
dello squilibrio (che, aureolato di elegantissima arroganza,
152
LA MIA VITA SEGRETA
assumerà il carattere, sconcertante e attraente, del cinismo
carnale). Per contro, le mani, le braccia, i piedi, le ascelle saranno di una bellezza eccessiva e abbagliante.
I seni non hanno importanza alcuna, nella donna elegante.
Non contano. Se sono perfetti, tanto meglio. Se sono disastrosi, tanto peggio. Per quanto riguarda il resto del corpo,
un solo particolare è importantissimo: la conformazione delle anche deve esser tale da far sporgere, irrevocabili e aggressive, le ossa. Ossa puntute, sotto qualsiasi abito, sempre presenti, indimenticabili.
Pensate forse che la linea delle spalle sia importante?
Niente affatto. Ammetto ogni possibile disarmonia, e mi rallegro di venirne sconcertato. L'espressione degli occhi, questa sì, è essenziale. Intelligente, intelligentissima, o almeno
che lo sembri. Non si può concepire una donna elegante con
occhi bovini. Per contro, la bellissima abbia sguardo idiota.
La Venere di Milo è una dimostrazione perfetta della mia
teoria.
La bocca ha da essere, di preferenza, sgradevole e antipatica. Ma all'improvviso, e quasi per un miracolo, quasi per
un'estasi segreta, per un prezioso e raro impulso spirituale, si
socchiuda in un'espressione angelica, tale da rendervela irriconoscibile.
II naso... le donne eleganti non devono aver naso! I capelli siano sanissimi: la sola concessione della donna elegante alla salute.
Infine, la donna elegante sia totalmente tiranneggiata dalla
sua eleganza - dai suoi abiti, dai suoi gioielli -, unica e sola
raison d'ètre, giustificazione del suo sfinimento, del continuo
sperpero che farà di se stessa.
Per tutte queste ragioni la donna elegante è implacabile
nelle sue passioni sentimentali, ma quasi indifferente in quelle
amorose. Un selvaggio, avido, antisentimentale, raffinato erotismo si addice invece lussuriosamente alla sua lussuria, esattamente come i vestiti e i gioielli lussuriosi si addicono al suo
corpo lussurioso e in grado di accettare, logorandoli, erotismo
e ornamenti, con la suprema lussuria del disprezzo...
Questo esattamente cercavo: un ricco, vizioso, annoiato
disprezzo, perché il mio Parsifal rendeva indispensabile la
presenza di sei donne impeccabili e sprezzanti, disposte a
obbedirmi alla lettera, senza perdere il loro tono glaciale,
senza permettere alle nebbie delle emozioni erotiche di velare la lussuria dei loro volti, sei donne abili nel godere ferocemente la voluttà, e sempre spregiandola.
PARTE SECONDA
!53
Con occhi sbarrati, con dilatate pupille, mi guardavo attorno, e non potevo decidermi fra tante donne bellissime,
nessuna delle quali era, neppur lontanamente, elegante. Stavo perdendo la pazienza, anche perché la boìte era ormai
affollatissima, e non speravo più che giungesse ancora molta
altra gente. Insomma, per la prima volta dovevo accontentarmi di un Parsifal imperfetto: cominciai a operare concessioni, a stabilire paragoni, in modo da fare la mia scelta fra le
modeste possibilità del momento. E, nel profondo, sapevo
benissimo che nulla è peggio dell'« eleganza approssimativa». Esiste, poi? Non diversamente si incoraggia un bimbo a
prendere un purgante, dicendogli che è « quasi » un dolce.
Ed ecco che, d'improvviso, due donne realmente eleganti
entrarono insieme e, per colmo di fortuna, occuparono un
tavolo poco lontano dal mio, rimasto libero allora. Quel che
mi ci voleva: ora me ne mancavano solamente quattro. E intanto studiavo le mie due prescelte, chiedendomi come fossero i loro piedi, l'unico particolare ancora invisibile. Divini,
certo. Le mani erano esemplari e rivaleggiavano in compiutezza, tutte e quattro strettamente avvinghiate sulla tovaglia
in un groviglio tanto impudico da farmi perfino rabbrividire.
Una seconda bottiglia di champagne mi aveva restituito
una moderata ubriachezza, e i miei pensieri cominciavano a
disperdersi, esasperando in me il profondo senso dell'ordine
e della continuità. Dovetti ammonire me stesso:
«Sfammi bene a sentire. O sei Dali, o non lo sei. Avanti!
Serietà! Rischi di sciupare il tuo Parsifal. Sta' attento. È un
polso squisito, quello? Sì, ma si accorderebbe meglio a una
diversa bocca. Eccola laggiù! Quella è la bocca fatta per quel
polso! Polso, bocca, bocca, polso... se soltanto si potessero
fondere insieme, in una stessa persona! Del resto "si può",
perché non provi? Scegli bene, prima di cominciare. Raccogliti. Vediamo se ci riesci. Hai già trovato tre ascelle stupende. Fissale bene, una dopo l'altra, e poi, senza distrarti, vola
con lo sguardo a quella gelida espressione, a quella bocca insolente... Procediamo con ordine. Prendi un'ascella, un'altra
ancora, ora svelto alla bocca. No, hai dimenticato l'ascella numero due. Ricomincia, attento! La vedi bene, no, quell'ascella? Oh, sì, delicatissima ascella! Ora espressione, espressione,
bocca... Da capo, pianissimo: bocca, espressione, ascella,
ascella... Di nuovo, e concentrati sull'espressione! Ascella,
espressione, espressione, espressione, espressione, espressione, di nuovo ascella, di nuovo espressione... Soffermati un
istante sull'ascella, e ora ricomincia, in fretta! Ascella, espres-
154
LA MIA VITA SEGRETA
sione, espressione, ascella, ascella, ascella, ascella, espressione, bocca, espressione, bocca, espressione, bocca, espressione, bocca, espressione, bocca, espressione, bocca, espressione, bocca, espressione, bocca, espressione, bocca...».
La testa mi girava vertiginosamente, e un bisogno di vomitare, ora ben distinto dall'incerta, iridata sensazione di «stare per innamorarsi», mi suggerì di alzarmi, con movimenti
ben coordinati. Domandai cortesemente a una ragazza vestita da paggetto Luigi XIV dove fosse la toilette e lei mi rispose con un cenno che non compresi. Infatti giunsi rapidamente in una stanza ingombra di scrivanie, di macchine per scrivere, di grandi tavoli coperti di lettere e di fogli. Mi appoggiai al tavolo centrale e vomitai con tutte le mie forze. Poi respirai profondamente, ben sapendo di avere appena iniziato
il mio compito: dovevo in realtà «buttar fuori tutto». La ragazza in costume da paggio, con un vassoio pieno di sigarette mi aveva seguito, e ora se ne stava immobile, guardandomi, sull'uscio. La raggiunsi, posai cinquanta pesetas tra i pacchetti, e supplicai: «Mi permetta di finire! ».
Chiusi la porta a chiave, tornai al tavolo col passo solenne
e risoluto di chi è ben deciso a fare harakiri e, ripetendo il
gesto di prima, mi appoggiai alla superficie rivestita di documenti per vomitare ancora, con intensità crescente. Ero istupidito e tutti i diversi sapori dell'anima mia mi uscivano di
bocca, insieme con i sapori contrastanti delle mie viscere.
PARTE SECONDA
I55
I due ultimi giorni, confusi, intricati in grovigli di orgia e
di digestione, rivivevano in me alla rovescia, secondo la massima «gli ultimi saranno i primi». C'era tutto, il coniglio riscaldato, le delicatissime ascelle, i polsi, le nuvole di Patinir,
e ancora un frammento di ascella, e ancora una zampetta di
pollo e la gelida espressione, e il coniglio riscaldato, espressione, gelida espressione, coniglio riscaldato, ascella delicata,
coniglio, funghi, olive, monarchia, anarchia, acciughe, spaghetti, chartreuse, spaghetti, gamberi riscaldati, coniglio riscaldato, chartreuse, gamberi, coniglio, gamberi, ascelle, vermut, spaghetti, coniglio riscaldato, vermut, bile, vermut riscaldato, bile, bile, bile, coniglio, coniglio, coniglio, spaghetti, spaghetti, spaghetti, bile, bile, bile, gamberi, gamberi,
gamberi, vermut, vermut, vermut, coniglio riscaldato, bile,
bile, bile, gamberi, bile!
Mi asciugai il sudore dalla fronte, le lacrime dagli occhi,
mi ero liberato di tutto: della mia anarchia, del mio nostalgico, sublime, rimpianto Parsifal.1
Trascorsi il giorno dopo a letto, bevendo succo di limone.
Il giorno seguente andai, come di consueto, all'accademia di
belle arti, e trovai gli studenti agitatissimi: se mi fossi ricordato in tempo della bandiera bruciata a Figueras avrei probabilmente riconosciuto l'atmosfera, evitando il disastro. Ma
non lo feci e divenni testimone, partigiano, animatore di una
nuova ribellione.
Ecco cosa accadde: la cattedra di disegno era rimasta vacante e parecchi pittori di buona fama brigavano per ottenerla, inviando le loro opere a un'esposizione appositamente allestita. Tali lavori erano tutti mediocri, tranne quello di Daniel
Vàsquez Diaz, che corrispondeva esattamente al cosiddetto
postimpressionismo. Gli studenti, tutti direttamente influenzati da me, parteggiavano per Vàsquez Diaz come per il solo
che, pur non arrivando al cubismo, ne sentiva, in un certo modo, l'influsso. Io stesso, che avrei preferito un vecchio, classico, abilissimo professore - ma non ce n'era neppure uno, erano apparentemente tutti morti -, parteggiavo per Vàsquez
Diaz, il migliore tra i pessimi che ci stavano attorno.
Il mio Parsifal deve restare un segreto impenetrabile per i miei lettori,
segreto utilissimo per le prossime, accresciute e corrette edizioni di questo
libro. È cosi generoso, da parte mia, offrire il mio corpo e la mia anima alla
curiosità dei miei contemporanei, come un importantissimo documento
scientifico, che mi sento autorizzato ad anticipare gli sviluppi commerciali
della mia impresa cominciando subito a farmi pubblicità.
156
LA MIA VITA SEGRETA
Quello stesso pomeriggio i professori procedettero a una
loro votazione segreta e comunicarono poi, nell'aula magna
affollata di tutti gli studenti, una decisione così ingiusta come se ne possono prendere soltanto in Spagna. Io, in segno
di protesta, mi alzai, e senza una sola parola lasciai l'accademia e raggiunsi, al caffè bar Regina, un gruppo di repubblicani che si raccoglievano intorno a Manuel Azaria, il futuro
presidente della repubblica.
Il mio gesto era stato correttissimo e silenzioso, ma aveva
provocato nei miei condiscepoli una vera tempesta, al punto
che i professori avevano dovuto barricarsi nell'aula di disegno, e anche la porta sarebbe stata abbattuta senza l'intervento della polizia.
Io, ritenuto l'istigatore della manifestazione, venni sospeso per un anno dall'accademia, e nonostante le mie proteste
fui rimandato a Figueras.
Arrivai in un pessimo momento: un movimento insurrezionale catalano era stato appena represso duramente dal generale Primo de Rivera, le elezioni accrescevano il fermento
popolare, tutti i miei amici erano rivoluzionari e io, che ero
noto per confusi sentimenti monarchico-anarchici, fui subito
arrestato dalla guardia civile e rinchiuso nella prigione di Figueras. Di lì mi trasportarono in quella di Gerona, e vi rimasi un mese, finché mio padre non districò la strana matassa
delle accuse a mio carico, dimostrando la mia innocenza.
Questo periodo fu per me piacevolissimo. Ero ovviamente
in compagnia di altri detenuti politici, i cui amici, parenti,
ammiratori, ci inondavano di doni. La sera bevevamo sempre champagne (un pessimo champagne locale, a dire il vero). Avevo ripreso la mia Torre di Babele, e ne traevo nuove
conclusioni, aiutato dalle recenti esperienze di Madrid. Ero
felice, ricominciavo a scoprire il paesaggio della pianura
d'Ampurdàn, chiuso tra le sbarre del carcere, e mi accorgevo
di essere un poco invecchiato. Era un sentimento delizioso,
almeno quanto quello della «prigione vera». Mi permetteva,
finalmente, di abbandonarmi ai giochi della mia immaginazione.
CAPITOLO QUARTO
RITORNO A MADRID
ESPULSIONE DEFINITIVA
DALL'ACCADEMIA DI BELLE ARTI
VIAGGIO A PARIGI
INCONTRO CON GALA
DIFFICILE INIZIO DEL MIO SOLO,
UNICO AMORE
RINNEGATO DALLA FAMIGLIA
Uscii finalmente dal carcere
di Gerona, partii per Figueras,
giunsi in tempo per il pranzo,
mangiai melanzane, andai al
cinema, fui accolto da una vera ovazione. Ricordo tutto con
molta chiarezza.
Il giorno seguente ci trasferimmo a Cadaqués, dove divenni
come sempre «ascetico», lavorai moltissimo, e alla fine dell'estate mi trovai scheletrico,
simile a una fantastica figura di Hieronymus Bosch, di quelle
predilette da Filippo II, in realtà una specie di mostro, con un
occhio, una mano, un cervello e null'altro. E così trascorsi il
periodo stabilito dal consiglio di disciplina, e tornai a Madrid, dove il mio gruppo mi aspettava con impazienza.
« Senza di te » dicevano « tutto era diverso ».
Letteralmente mi adoravano, mi vezzeggiavano, mi compravano le scarpe, mi ordinavano cravatte a disegno unico,
mi prenotavano le poltrone a teatro, mi preparavano le valigie, sorvegliavano la mia salute, si preoccupavano per il mio
umore e combattevano, con la violenza di uno squadrone di
cavalleria, le difficoltà pratiche che mi impedivano di realizzare una qualsiasi fantasia.
Mio padre, dopo l'esperienza dell'anno precedente, mi
versava soltanto un modestissimo mensile, ma con molto
candore continuava a pagare tutti i miei conti. Al resto supplivano gli amici, chi impegnando un magnifico anello di famiglia, chi ipotecando una proprietà appena ereditata, chi
vendendo un'automobile per garantire le stravaganti spese di
due o tre giorni. Eravamo tutti circondati dall'alone di «figli
di papà», e ottenevamo prestiti da chiunque, rimborsando
noi stessi, ogni tanto, i nostri creditori, i quali, generalmente,
venivano poi interamente risarciti dai nostri genitori.
158
LA MIA VITA SEGRETA
Le vere vittime non erano certo gli uomini d'affari che ci
aiutavano professionalmente, ma i nostri modesti, i nostri generosi amici che ci prestavano i loro risparmi per simpatia,
per affetto, per ammirazione, e noi facevamo pagare a caro
prezzo qualsiasi colloquio amichevole, producendoci in uscite istrioniche: «Siamo stati derubati!» gridavo cinicamente
intascando «Solo la mia osservazione a proposito del realismo e del cattolicesimo vale cinque volte questa misera somma! ».
Una sera, un infelice artista riversò nel mio seno la piena
dei suoi dolori, una storia di povertà pecuniaria uguagliata
soltanto dalla sua povertà spirituale. Sperava certo di stabilire così una comunione d'anime quando, alla fine, mi chiese,
sospirando, come me la cavassi io. «Io?» replicai sdegnosamente «Io ho stabilito per me un elevatissimo prezzo».
Ricordo che stavamo passeggiando fra le torri del palazzo
postale, e da un'altissima finestra spalancata precipitò, proprio allora, un oggetto bianchiccio. Il mio compagno non
parlava, ma col volto affondato in un fazzoletto sporco sin-
PARTE SECONDA
l
59
ghiozzava. Gli posai la mano sulla spalla, coperta di forfora:
«E perché non ti impicchi? perché non ti butti dall'alto della torre? ».
Lo lasciai lì, ripensando all'oggetto biancastro che precipitava dall'alto del palazzo postale. Era forse il conte di Maldoror? L'ombra di Maldoror si proiettava allora sul mio spirito
così come, in una diversa e breve eclissi, l'ombra di Federico
Garcia Lorca aveva pesato sul mio spirito e sulla mia carne.
Conobbi, in quel periodo, diverse donne eleganti, necessarie al mio odioso cinismo come alimento erotico e morale.
E di conseguenza evitai Federico Garcia Lorca e il gruppo,
che stava diventando il « suo » gruppo. Fu il momento culminante della sua influenza personale. Fu anche il solo momento, nella mia vita, in cui soffrii la tortura della gelosia.
Passeggiavamo talvolta tutti insieme, lungo il paseo de la
Castellana, diretti al caffè che ospitava le nostre discussioni
letterarie, e improvvisamente Lorca cominciava a risplendere
come un selvaggio, come un pazzo diamante. Fuggivo, improvvisamente, e per tre giorni nessuno mi rivedeva... Nessuno ha saputo strapparmi, finora, il segreto delle mie fughe e
non lo svelerò certo ora. O, almeno, non ancora...
Aggiungerò soltanto che il mio passatempo prediletto era,
allora, tuffar banconote nel whisky e scioglierle così, con un
160
LA MIA VITA SEGRETA
cerimoniale lungo e complicato che sbalordiva gli eventuali
testimoni. Mi piaceva, soprattutto, distruggere denaro in questo modo discutendo, con raffinata avarizia, il prezzo di una
modesta demi-mondaine, una delle tante donne che vi offrono anima e corpo, mormorando: « Mi darai quel che vorrai ».
Alla fine di un anno denso di libertinaggio, fui espulso definitivamente dall'accademia, con un decreto ufficiale, apparso sulla «Gaceta» il 20 ottobre 1926, firmato dal re. Ho
già narrato molto fedelmente le ragioni della mia cacciata,
nel mio autoritratto aneddotico. Non ne fui affatto stupito,
sapevo che qualsiasi professore, in qualsiasi paese, avrebbe
condiviso l'indignazione dei miei esaminatori. In realtà il
mio subcosciente desiderava l'espulsione, desiderava il distacco da Madrid, dall'accademia, dalla vita dissipata. Volevo passare ancora un anno a Figueras, e lavorare da solo, per
poi convincere mio padre a lasciarmi continuare gli studi in
Francia. A Parigi, con la massa di lavoro che mi sarei potuto
portar dietro, avrei conquistato la vera potenza.
Ma prima di lasciare Madrid, volli godermi l'ultima sera,
in perfetta solitudine. Vagai attraverso cento strade ancora
nuove per me, spremendo, in un estremo pomeriggio, fin
l'ultima goccia della sostanziosa città, dove popolo, aristocrazia e preistoria non conoscono transizioni. Osso nudo,
vagamente colorato di rosa sangue, Madrid mi splendette dinanzi, nell'essenziale e limpida luce d'ottobre. Più tardi sedetti nel mio angolo prediletto, al solito bar, e contrariamente alle mie abitudini bevvi semplicemente due whisky. Uscii
però tra gli ultimi, e venni assalito da una vecchia, tremula
mendicante coperta di stracci, che mi perseguitò con le sue
suppliche insistenti. Non le diedi retta, e proseguii per la mia
strada; all'altezza della Banca di Spagna, con quella disgraziata sempre alle calcagna, mi imbattei in una bellissima giovane che mi offrì le sue gardenie. Le acquistai tutte, pagandole cento pesetas, poi mi volsi e le donai alla vecchia, che rimase immobile, impietrita, una vera statua di sale.
Mi allontanai, adagio. Quando mi voltai nuovamente vidi,
nel chiarore della luna, una piccola macchia nera che stringeva sul ventre una piccola macchia bianca, il cesto colmo di
fiori che avevo affidato alle sue mani contorte come viti secche e coperte di piaghe.
Il giorno dopo mi sentii troppo pigro per preparare le valigie, e me le portai dietro interamente vuote. Il mio arrivo a
Figueras costernò la mia famiglia: espulso e senza una sola
camicia pulita! Santo cielo, dove sarei andato a finire? Per
PARTE SECONDA
lèi
consolarli, continuavo a ripetere: «Vi giuro che ero convinto
di aver riposto per bene tutta la mia roba! Si vede che mi son
confuso con la volta precedente! ».
Mio padre era letteralmente fulminato dal dispiacere, e
vedeva compromesse tutte le sue speranze di vedermi coronato dal successo. Posò con mia sorella per un disegno: si
scorge chiaramente, sul suo viso, la patetica amarezza provocata dalla mia espulsione.
Mentre ero intento a realizzare disegni rigidamente classici, eseguivo anche una serie di quadri mitologici, cercando di
trarre frutti positivi dalle mie esperienze cubiste, piegando le
recenti certezze geometriche agli eterni princìpi della tradizione. Partecipai a diverse esposizioni collettive di Madrid e
di Barcellona, ed ebbi anche una personale nella galleria di
Dalmau, che era il patriarca dell'avanguardismo artistico di
Barcellona, e che sembrava appena disceso da una tela di El
Greco.
Pur non muovendomi mai dal mio studio di Figueras, tutto questo movimento provocò una viva agitazione e le polemiche raggiunsero le attente orecchie di Picasso, che aveva
visto, a Barcellona, il mio Dorso di fanciulla, lodandolo. Di
conseguenza Paul Rosenberg mi scrisse, chiedendomi l'invio
di riproduzioni fotografiche; per pura trascuratezza dimenticai di rispondergli, ma comunque sapevo che mi sarebbe bastato giungere a Parigi per metter tutti quanti nel sacco. Un
giorno ricevetti un telegramma da Joan Mirò, allora già famoso a Parigi. Mi annunciava che sarebbe venuto da me, a
Figueras, con il suo mercante, Pierre Loeb. Mio padre ne fu
favorevolmente impressionato, e cominciò a prendere in
considerazione la possibilità di mandarmi a Parigi per continuare i miei studi.
Mirò apprezzò molto i miei lavori, e con vera generosità
mi prese sotto la sua protezione. Pierre Loeb, al contrario,
manifestò il più profondo scetticismo e allora Mirò, per consolarmi, approfittando del fatto che il mercante aveva preso
a conversare con mia sorella, mi mormorò all'orecchio, stringendomi il braccio: «Detto fra noi, questi parigini sono ancora più bestie di quel che tu possa immaginare! Te ne accorgerai presto».
E infatti una settimana dopo la loro partenza ricevetti
una lettera di Pierre Loeb, che non mi offriva un sontuoso
contratto, come avevo sperato, ma mi confortava più o meno in questi termini: «Mi dia notizie del suo lavoro. Sono
costretto a dirle che per il momento la sua produzione è an-
162
LA MIA VITA SEGRETA
cora confusa e priva di personalità. Sia paziente, e lavori,
lavori! I suoi innegabili doni devono ancora maturare. Se
accadrà, forse un giorno potrò trattare la vendita dei suoi
quadri».
Quasi contemporaneamente Joan Mirò scrisse a mio padre, esortandolo ad accordarmi il permesso di trasferirmi a
Parigi, concludendo testualmente: « Sono assolutamente certo che l'avvenire di suo figlio sarà radioso! ».
Sempre in quel periodo Luis Bunuel mi espose una sua
idea: voleva fare un film, finanziato da sua madre, di cui aveva
già il soggetto. Lo lessi, e mi colpì per la sua ingenuità addirittura grottesca: mediocrissima avanguardia, basata sull'idea di
un giornale improvvisamente animato, con tanto di cronaca
e di vignette comiche. Alla fine, un cameriere accartocciava il
giornale e lo gettava sul marciapiede, spingendolo poi in un
rigagnolo con gran colpi di scopa. Era una conclusione addirittura rivoltante, del più piatto sentimentalismo, e così comunicai a Bunuel che il suo soggetto era inutilizzabile e che
io avevo già pronto un copione cortissimo, fulminante, tutto
impregnato di genialità e tale da rivoluzionare la cinematografia contemporanea.
Ricevetti subito un telegramma da Bunuel che mi annunciava il suo imminente arrivo a Figueras: fu entusiasta del
mio progetto e decidemmo di metterci al lavoro per svilupparlo. Da quella collaborazione nacquero diverse idee minori, ma soprattutto trovammo insieme il titolo del film, Un
chien anàalou. Poi Bunuel partì, con tutto il materiale. Si sarebbe incaricato della realizzazione pratica, della scelta degli attori, degli accessori, e così via. Dopo non molto lo raggiunsi a Parigi, e potei così dirigere il film attraverso le quotidiane conversazioni con lui, che immediatamente e senza
la minima obiezione accoglieva tutti i miei suggerimenti. Sapeva benissimo che io non potevo sbagliare, in nessun caso,
mai!
Facendo un passo indietro, devo riferire che rimasi ancora
due mesi a Figueras, preparando il mio viaggio, e che prima
della venuta di Mirò e di Pierre Loeb mi ero recato a Parigi,
con mia sorella e mia zia. Fu un soggiorno brevissimo, di una
settimana, e ne approfittai per vedere tre cose decisive: Versailles, il museo Grevin e Picasso.
Fu Manuel Angelo Ortiz, pittore cubista di Granada e
grande amico di Federico Garda Lorca, a presentarmi con
una lettera a Picasso, il cui lavoro seguiva da vicino.
Profondamente commosso, e pieno di rispettoso zelo,
PARTE SECONDA
I63
quasi dovessi recarmi dal papa, giunsi alla casa, in rue de La
Boétie, dove Picasso abitava allora.
« Sono venuto a trovar lei » dissi « ancor prima di visitare
il Louvre».
« E hai fatto benissimo » mi rispose lui.
Avevo portato con me un quadretto, ben involtato, La ragazza di Figueras. Picasso lo studiò per un quarto d'ora, senza commenti. Poi mi condusse al piano superiore e per due
ore mi mostrò una gran quantità di quadri, posandoli uno
dopo l'altro sul suo cavalletto, dandosi enormemente da fare, spostando gigantesche pile di quadri appoggiati ai muri.
E ogni volta che mi presentava qualcosa di nuovo mi lanciava un'occhiata così intelligente e così viva da farmi tremare,
ma anch'io non feci commenti.
Sul pianerottolo, al momento del congedo, ci scambiammo semplicemente un'occhiata, che significava:
«Hai capito?».
«Ho capito! ».
Fu dopo questo fulmineo viaggio che ebbi la mia seconda
e la mia terza esposizione, alla galleria Dalmau e al Salon degli artisti iberici di Madrid. La mia popolarità in Spagna ne
fu definitivamente consacrata.
Giunsi a Parigi dicendo a me stesso: «O Cesare, o nulla!». Presi un taxi, e chiesi all'autista: «Conosce un buon
bordello?».
« Si accomodi, signore, » replicò quello, con un tono di orgoglio leggermente ferito, ma ancora paterno «e non si
preoccupi. Li conosco tutti».
In seguito non li visitai di certo tutti, parecchi sì, però. Alcuni mi piacquero immensamente, ad esempio lo Chabanais,
nella via omonima, che era di una classe superiore, con la
poltrona costruita su espressa volontà dell'imperatore Francesco Giuseppe per soddisfare i suoi particolari bisogni erotici, con le vasche da bagno ornate di cigni in bronzo, con le
scale, ombrate di false grotte in pietra pomice, di specchi, di
candelabri, di tutta una pompa rosso dorato, molto Napoleone III.
E qui chiuderò gli occhi, per scegliere in vostro onore le
tre diverse perfezioni che mi hanno dato, finora, le più
profonde, le più contrastanti, le più inattese certezze di mistero. La scala dello Chabanais rappresenta per me un'acme
di erotismo segreto e sordido; il teatro del Palladio, a Vicenza, un'acme di divino estetismo; l'ingresso alle tombe dei re,
all'Escoriai, un'acme di funebre e meravigliosa potenza. Di
164
LA MIA VITA SEGRETA
conseguenza l'erotismo dev'essere, per me, sordido, l'estetismo divino, la morte meravigliosa.
Mentre le decorazioni interne dei bordelli mi piacevano
immensamente, le ragazze che vi abitavano mi sembravano
del tutto inadeguate. La loro volgarità, il loro carattere prosaico si contrapponevano al prototipo di eleganza che costituisce la prima condizione delle mie fantasie libidinose. Condannavo quelle ragazze, banali anche se talvolta bellissime,
che comparivano a qualsiasi ora in salotto con l'aria di aver
appena interrotto, rimpiangendolo, un buon sonno, e ancora
ne masticavano gli ultimi pezzi fra i denti. Ci sarebbe stato un
solo modo per utilizzarle, e nemmeno tutte. Solo quelle che
rappresentavano un convenzionale tipo di creola, sempre con
un sorriso animalesco sulle labbra, solo quelle avrebbero potuto servire da « aiutanti ». Le vere donne bisogna cercarle altrove. In ogni caso frequentai abbastanza bordelli da saziarmene per il resto della vita, e ne trassi una quantità di sfondi
e di pretesti tale da arredarmi convenientemente, in meno di
un minuto, qualsiasi fantasia erotica, anche la più estenuante.
Esaurite le visite ai bordelli, andai da Joan Mirò.1 Facemmo
colazione insieme; fu molto laconico, pressoché muto: « Stasera » mi promise lasciandomi « ti presenterò a Marguerite ».
Ero certo che si riferisse al pittore belga René Magritte,
che stimavo come il più «misteriosamente equivoco» fra i
pittori del tempo. L'idea che il pittore fosse una donna e non
un uomo, come avevo sempre creduto, mi sconvolse e decisi
che, anche se non fosse stata proprio bellissima, me ne sarei
senz'altro innamorato.
«È elegante?» chiesi.
«No, semplice, semplicissima! ».
La mia impazienza divenne enorme. Semplice o no, l'avrei
condotta allo Chabanais con qualche aspri bianco e nero in
testa. Sì, ne avrei cavato fuori qualcosa di buono, non lo dubitavo.
La sera Marguerite venne a prenderci nello studio di
Mirò, in rue Tourlaque. Era una ragazza esilissima, con un
piccolo viso mobile, simile a un teschio nevrastenico. Rinunciai immediatamente a ogni speranza di esperimenti erotici,
Joan Mirò mi ricorda sempre il gufo della famosa storia marsigliese. Un
tale promette a un amico di portargli, tornando dall'America del Sud, un bel
pappagallo; però se ne dimentica, e, giunto a Marsiglia, cattura un gufo, lo
tinge di verde, lo regala. Qualche tempo dopo rivede l'amico e gli chiede:
« E il mio pappagallo, parla? ». « Parlare, no. Ma pensa, pensa moltissimo ».
PARTE SECONDA
i65
ma ne fui completamente affascinato: che strana creatura! E,
per completare il mio stupore, non parlava affatto.
Uscimmo per cenare, in place Pigalle: vino passabile ed
eccellente foie-gras. Fu, senza alcun dubbio, il pasto più silenzioso e sconcertante della mia vita, poiché nessuno dei
commensali pronunciò una sola parola. A dire il vero Mirò
aprì bocca, una volta, per chiedermi, con tono preoccupatissimo: «Hai uno smoking? ».
Io intanto cercavo, sulla scorta dei loro quadri che rammentavo benissimo, e dei loro «tic» che scoprivo lentamente, di immaginare i loro pensieri, apparentemente indecifrabili, e soprattutto tentavo di cogliere, attraverso il loro mutismo, il rapporto ideologico che indubbiamente li legava. Ma
non potevo fare alcun progresso in tal senso e, lasciandomi,
Mirò ripetè soltanto: «Devi farti lo smoking. Bisogna andare
in società».
Solo alcuni giorni dopo seppi che non v'era alcun rapporto tra Marguerite e il pittore Magritte. Nel frattempo avevo
già ordinato uno smoking dal piccolo sarto all'angolo di rue
Vivienne, dove, come poi seppi, aveva abitato Lautréamont.1
Non appena lo smoking fu pronto Mirò mi condusse a
pranzo dalla duchessa de Dato, vedova del ministro conservatore ucciso in rue Madrid. C'erano moltissimi invitati, ma
ricordo solamente la contessa Cuevas de Vera che, qualche
anno dopo, sarebbe diventata una mia grande amica.
Seguiva da vicino il movimento artistico di Madrid, e discutemmo insieme su diversi argomenti che, con ogni evidenza, annoiavano gli altri commensali. Mirò, imprigionato in
una camicia inamidatissima, implacabile come un'armatura,
seguitava a tacere, osservando e riflettendo, come un gufo!
Dopo il pranzo andammo al Bateau Ivre per bere una bottiglia di champagne. Fu là che scoprii il fantasmagorico, fosforescente, interamente notturno essere chiamato Jacoby: lo
avrei ritrovato, lungo il corso della mia esistenza, nell'immutabile, propizia penombra di mutevolissimi locali notturni. Il
pallido volto di Jacoby sarebbe divenuto, senza che io ne capissi il motivo, una fra le tante ossessioni della mia vita parigina. Era una vera lucciola, quello straordinario Jacoby!
Mirò pagò il conto del Bateau Ivre con una disinvoltura
che mi colmò di ammirazione, e ce ne tornammo verso casa,
lui e io: « Sarà difficile per te, » spiegò «ma non scoraggiarti.
Isidore Ducasse, detto conte di Lautréamont (1846-1870). I suoi Chants
de Maldoror ebbero un'enorme influenza sul surrealismo.
l66
LA MIA VITA SEGRETA
Non parlare troppo» (compresi allora che probabilmente i
suoi silenzi facevano parte di una tattica) « e non trascurare
la ginnastica. Io ho un allenatore, e ogni mattina mi esercito
alla boxe».
Tra una frase e l'altra contraeva le labbra, in una smorfia
piena di energia.
« Domani faremo visita a Tristan Tzara, il capo dei dadaisti.
Ha una grande influenza. Forse ci inviterà a un concerto. Dobbiamo rifiutare. Dobbiamo evitare la musica come la peste».
Un lungo silenzio, e poi: «Una cosa sola è importante, nella vita. Bisogna essere ostinati. Quando non riesco a esprimere quel che sento, in un quadro, batto la testa contro il
muro finché non vedo il sangue sprizzar fuori e macchiarlo ».
E poi ancora, al di sopra della spalla: «Salud! ». E se ne
andò.
Per un attimo ebbi la visione della parete insanguinata.
Quel sangue era il mio e, sebbene già allora Mirò tendesse,
in pittura, verso ideali che rappresentavano esattamente
l'opposto dei miei, quel sangue coagulato era lì, vivido e presente.
Il giorno seguente feci colazione a casa di Pierre Loeb con
una mezza dozzina di colts:1 tutti avevano in mano il loro
bravo contratto firmato che equivaleva a una piccola, modesta gloria, di effimero splendore, mai realmente calda e di lì a
poco del tutto raffreddata.
Quasi tutti avevano la bocca segnata dal solco amaro imposto dalla prospettiva di dover mangiare per il resto della
loro vita gli avanzi, eternamente riscaldati, di una fama defunta. E le carnagioni erano verdastre, per colpa delle loro
orge di bile, delle loro viscere continuamente torturate dall'invidia.
La sola personalità che spicchi ancora nella mia memoria
sopra quel mucchio di volti già svaniti è il pittore Pavel
Tchelitchew: fu lui a insegnarmi l'uso della metropolitana.
Per nulla al mondo avrei voluto servirmene e il mio terrore
era così evidente che Pavel ne rise fino alle lacrime. Mi costrinse ad accompagnarlo nel treno sotterraneo e lì mi annunciò che doveva scendere a una fermata prima della mia.
Io mi afferrai terrificato al suo cappotto: «Tu scendi alla
prossima stazione,» mi ripetè lui parecchie volte «vedrai
Nel gergo degli artisti americani colt equivale al francese poulain, cioè
l'artista stipendiato dal mercante di quadri che ne assorbe quasi interamente la produzione.
PARTE SECONDA
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scritto "sortie", in grosse lettere. Scenderai dal vagone, salirai alcuni gradini e sarai fuori. In fondo, basta che tu segua
gli altri viaggiatori che escono con t e » .
E se nessuno fosse uscito?
Ma arrivai, scesi, salii e fui fuori. D o p o la tremenda oppressione del metrò, tutte le difficoltà mi parvero insignificanti. Tchelitchew mi aveva insegnato il cammino delle tenebre e la formula esatta del mio successo. Da allora in poi
avrei sempre saputo utilizzare i neri e profondi meandri dello spirito.
Perfino i miei più intimi amici si sarebbero in futuro chiesti, durante i miei lunghi periodi di assenza: « M a dov'è Dali?
Che sta facendo? ». Dali stava semplicemente viaggiando
sotto terra e di colpo, quando meno lo si aspettava, risaliva,
usciva, arrivava! Poi di nuovo sparivo e di nuovo arrivavo,
scendevo, salivo, ero fuori. E il rumore quasi asfissiante del
metrò riprendeva il suo ritmo furente, ripetendo con voce
monotona e cesarea: «Veni, vidi, vici; veni, vidi, vici; veni, vidi, vici».
Ma nonostante tutto preferivo prendere un taxi, facendolo attendere ore intere e dando agli autisti mance inaudite che
mi mandavano in rovina. Arrivo! arrivo! sono arrivato in
tempo! Un chien andalou entrava in lavorazione. Pierre Bacheff era esattamente il fanciullo che avevo immaginato, il
mio protagonista perfetto. Già allora era completamente drogato e odorava sempre di etere; appena finito il film si uccise.
Ecco una sintesi di quello che Eugenio Montes scrisse nel
1929 a proposito di Un chien andalou:
Bunuel e Dali si sono risolutamente posti al di là della barriera
definita buon gusto, al di là di quanto è gradevole, epidermico, frivolo, francese. Un passaggio del film è sincronizzato con la sinfonia
del Tristano: sarebbe stato meglio preferire la Jota della Pilórica, di
colei che non volle esser francese, ma aragonese, spagnola di Aragona, dell'Ebro, questo iberico Nilo. (Aragona, tu sei un Egitto, tu
erigi alla morte piramidi di Jotas.)
Barbara, elementare bellezza, la luna e il deserto dove il sangue è
più dolce del miele riappaiono al cospetto del mondo. No! No, non
guardate le rose di Francia! La Spagna non è un giardino, lo spagnolo non è un giardiniere! La Spagna è un pianeta e le rose del deserto sono asini imputriditi. Lo spagnolo è essenza, non raffinatezza. Lo spagnolo non può dipingere tortorelle, o mascherare asini
putrefatti. Perfino i Cristi scolpiti sanguinano in Spagna, e quando
li portano in processione due file di gendarmi li accompagnano.
l68
LA MIA VITA SEGRETA
E concludeva:
Un chien anàalou stabilisce una data nella storia del cinema, una
data scritta col sangue secondo il gusto di Nietzsche, secondo il costume spagnolo.
Il film produsse esattamente l'effetto che desideravo e
affondò come una spada nel cuore di Parigi, uccidendo in
una sera dieci anni di falsa avanguardia intellettuale del dopoguerra. L'arte astratta ci crollò davanti, per non rialzarsi
mai più, dopo aver visto « un occhio di fanciulla tagliato dalla lama di un rasoio ». Era così che il film cominciava. E non
ci sarebbe più stato spazio in Europa per le piccole, maniacali losanghe di Monsieur Mondrian.
Gli organizzatori di un film hanno generalmente la pelle
dura e non si stupiscono di nulla, ma io riuscii a sbalordire il
nostro, benché il film fosse breve e abbastanza semplice. Ecco una piccola lista di accessori, assolutamente indispensabili, che presentai: una donna nuda che tenga nell'incavo delle
braccia due ricci di mare vivi; una maschera per Bacheff,
senza bocca, e una seconda, in cui la bocca sia sostituita da
peli disposti all'incirca come quelli delle ascelle; quattro asini in avanzato stato di decomposizione, ognuno collocato sopra un grande pianoforte; una mano molto naturale tagliata,
un occhio di mucca, tre nidi di formiche.
Fu meraviglioso girare l'episodio degli asini decomposti
sui pianoforti. Io «truccai» la putrefazione degli asini usando grandi barattoli di colla, prodigalmente sparsa su di loro.
Poi allargai le loro orbite tagliandole con le forbici; spaccai
furiosamente anche le loro bocche affinché i denti spiccassero meglio, e alla fine aggiunsi a ogni asino un certo numero
di mascelle supplementari perché sembrassero vomitar fuori
la loro morte, accompagnandole a quelle altre dentature abbaglianti, i tasti bianchi dei pianoforti neri. L'effetto complessivo era più lugubre di cinquanta bare ammucchiate le
une sulle altre.
Un chien andalou interruppe per qualche tempo la mia
carriera mondana e rispondevo alle insistenze di Joan Mirò
dicendogli: «Preferisco cominciare con asini putrefatti. È il
lavoro più urgente; tutto il resto verrà da sé».
Avevo perfettamente ragione.
Nel frattempo una sera incontrai Robert Desnos alla Coupole; mi invitò a casa sua, e io ci andai portando come sempre un quadro sotto il braccio, un campione della mia arte.
PARTE SECONDA
169
Desnos avrebbe voluto comprare il primo che vide, intitolato Il primo giorno di primavera, poiché ne capì l'originalità,
la sorprendente violenza dei simboli scelti a rappresentare il
piacere libidinoso. «Non v'è nulla di simile a Parigi» ripeteva: ma non avendo soldi, non potè acquistarlo. Cominciò invece a parlare interminabilmente di Robespierre, con un nervosismo automatico e tremendo, una poesia inesauribile e intensa: mi venne una voglia irresistibile di dormire.
Ho notato con stupore che appena qualcuno mi parla
troppo lungamente della Rivoluzione francese, io mi ammalo. Anche quella volta mi si infiammarono le tonsille, ed ebbi
una forte angina. Trascorsi il periodo della malattia tutto solo nella mia camera d'albergo che cominciò a sembrarmi lurida; seguivo sul soffitto le passeggiate di insetti che erano
forse scarafaggi, forse cimici. Una mattina, svegliandomi, vidi il soffitto libero dalle loro ombre nere e immaginai fossero
caduti sul mio letto. Corsi allo specchio, mi guardai lungamente e scorsi in mezzo alla schiena una piccola macchia
bruna. Era certo una cimice che mi si affondava nelle carni e
come impazzito presi una lametta da barba e tagliai, tagliai,
fino a provocare una violentissima emorragia. Il dottore accorso nella mia stanza inondata di sangue capì subito che
avevo estirpato così non una cimice, ma un minuscolo neo di
cui avevo dimenticato l'esistenza.
Dopo la convalescenza mi trovai debolissimo e depresso.
Il bilancio della mia esistenza mi sembrava in passivo: Un
chien andalou non otteneva, per mancanza di pubblicità, il
successo finanziario che speravo, e rimpiangevo di non aver
aggiunto al film un'altra dozzina di asini putrefatti. Che altro? Ero stato qualche volta in società, ma la mia timidezza
mi aveva paralizzato, impedendomi di brillare. Il mercante
di quadri Camille Goemans mi prometteva vagamente un
contratto, ma ne rimandava di giorno in giorno la firma, fino
a lasciarmi intendere che avrebbe forse acquistato la mia
produzione dell'anno successivo.
E infine non trovavo la donna elegante a cui consacrare le
mie fantasie erotiche: per dirla tutta, non trovavo donne, eleganti o meno. Eppure trascorrevo interi pomeriggi in questa
inutile caccia, esplorando i caffè, percorrendo i viali, seguendo quelle che, sia pur vagamente, mi interessavano, salendo
sui tram per sfiorare col ginocchio quello delle più attraenti
(che, immediatamente, si alzavano e cambiavano posto).
«Volevi metter Parigi nel sacco! » dicevo a me stesso con
la gola disseccata da insoddisfatti desideri. «Ed ecco che ci
170
LA MIA VITA SEGRETA
sei finito tu, li dentro! Nessuna donna, neppure la più brutta, ti degna di uno sguardo! ». E ritornando nel mio albergo,
infinitamente prosaico, le gambe molli di stanchezza, sentivo
l'amarezza della frustrazione colmarmi il cuore. Avvilito per
non aver saputo raggiungere quegli esseri inaccessibili, mi
mettevo davanti allo specchio dell'armadio e lì, con la mano,
compivo il ritmico, solitario sacrificio che prolungavo fino a
riassumervi tutte le donne intraviste nel pomeriggio. Spesso
vagavo nei giardini del Luxembourg, sedevo sopra una panchina e piangevo.
Una sera Goemans, il mio futuro mercante, mi condusse al
Bai Tabarin e mi mostrò un uomo accompagnato da una signora lucente di paillette nere.
«Vedi, quello è Paul Eluard, il poeta surrealista» mi disse.
« È molto famoso, e per di più compra quadri; sua moglie è
in Svizzera, e quella è una sua amica».
Andammo a salutarlo e bevemmo insieme parecchie bottiglie di champagne. Eluard mi parve un essere leggendario.
Beveva tranquillamente e sembrava totalmente concentrato
nella contemplazione delle stupende donne che ci circondavano. Lasciandomi, mi promise che sarebbe venuto nel corso
dell'estate a Cadaqués.
La sera dopo presi il treno per la Spagna. Prima di partire
mangiai i vermicelli in brodo alla stazione, e per la prima volta dopo la mia malattia mi accorsi di avere ancora fame.
Ogni vermicello, scivolandomi in bocca, sembrava bisbigliarmi: «Non devi esser malato anche se non hai messo Parigi nel sacco». Da allora seppi che se qualcuno vuol mettere
il suo prossimo nel sacco e non ci riesce, si ammala.
Lasciai quindi la mia malattia alla stazione di Parigi, come si
lascia un vecchio cappotto, mi arrampicai nella mia cuccetta
per svegliarmi l'indomani nella pianura soleggiatissima di Ampurdàn. Esattamente come i temporali rendono limpidi i cieli,
le mie infermità parigine mi donarono una salute « trasparentissima »: mi sentivo realmente trasparente e talvolta mi guardavo le unghie col timore di veder nascere sotto una bianca
peluria, e mille vaghi presentimenti mi annunciavano che nel
corso dell'estate mi sarei innamorato, che Galuchka rediviva
mi sarebbe apparsa con un nuovo corpo di donna.
Fin dal momento del mio arrivo ero ritornato in piena infanzia: i sei anni di studi normali, i tre anni di accademia a
Madrid, il viaggio a Parigi, tutto scivolava vaporosamente
sullo sfondo della mia vita, o persino svaniva. Di nuovo infinite immagini intraviste da piccolo passavano dinanzi ai miei
PARTE SECONDA
IJ1
occhi estatici, di nuovo le teste dei conigli, con occhi di pappagallo che subito si trasferivano in una testa di pesce, mi si
allineavano dinanzi, complesse e condensate. Dopo aver trascorso qualche tempo nel pigro godimento delle reminiscenze infantili, decisi di cominciare un quadro che restituisse
con la massima fedeltà quelle apparizioni1 senza alcun intervento del mio gusto personale.
Opera insolita ed estremamente sconcertante, opposta ai « collage dadaisti » e anche alla pittura di de Chirico: qui infatti lo spettatore è sempre
costretto a credere nella realtà terrena del soggetto, di natura elementare e
limitatamente biologica. Infine, opera opposta anche alle poetiche mollezze
delle pitture astratte che stupidamente continuano, farfalle cieche, a cozzare
contro le lampade spente delle luci neoplatoniche. Io solo ero il vero pittore
surrealista, almeno secondo la definizione che ne dava André Breton, capo
ufficiale del surrealismo. Tuttavia, quando Breton vide poi questo mio quadro, esitò davanti ai suoi elementi scatologici: il quadro rappresentava infatti una figura vista da tergo, con le mutande chiazzate di escrementi. L'aspetto involontario di questo elemento, caratteristico nella iconografia psicopatologica, avrebbe dovuto illuminare Breton. Io invece fui costretto a giustificarmi dicendo che si trattava di un simulacro.
172
LA MIA VITA SEGRETA
1929. Eccomi nella Cadaqués della mia infanzia e della
mia adolescenza. Ero un uomo, ormai, e stavo cercando con
tutte le mie forze di impazzire: o meglio, usavo tutte le mie
energie nell'attesa di una follia che mi avrebbe elevato al di
sopra di me stesso. «Ahi! Ahi! » gridava l'anima mia.
Fu allora che cominciai ad avere scoppi di risa isterici.
Ridevo tanto, da solo, in camera mia, da dovermi buttare
sul letto, esausto. Ridevo tanto da soffrirne con violenza
estrema. E di che ridevo? Di tutto, o quasi. Ad esempio, immaginavo tre pretini in fila che correvano disperatamente
lungo una passerella. L'ultimo era il più piccino, e proprio
mentre stava per lasciare la passerella, gli vibravo un colpetto sul sedere. Lui si fermava come un topo in trappola, poi
tornava indietro e, sempre correndo, percorreva la passerella
a ritroso, allontanandosi così dagli altri due pretini. Il suo
terrore mi procurava una ilarità irresistibile.
Un altro esempio, tra mille: immaginavo uno qualsiasi fra i
miei conoscenti con un piccolo gufo sulla testa. A sua volta il
gufo aveva sulla testa un escremento, un mio escremento. L'efficacia del piccolo gufo non era però costante e dipendeva dalla persona che lo portava sul capo: dovevo cercare lungamente l'espressione di un volto che si addicesse al mio gufo. Quando ci riuscivo, esplodevo in così spasmodiche risate che i miei
familiari, anche in stanze lontane dalla mia, si spaventavano:
«Che succede? ». «È il ragazzo che nuovamente ride! ».
PARTE SECONDA
173
Fu in queste condizioni che mi sorprese il telegramma del
mio mercante Camille Goemans: annunciava una sua visita.
Infatti, con l'aiuto e il consiglio di mio padre, avevo condotto a buon fine le trattative per il contratto. Si era stabilito che
Goemans mi avrebbe dato tremila franchi per il diritto di
trattare la vendita della mia produzione estiva. I quadri sarebbero stati esposti nella sua galleria al principio dell'inverno, ne avrebbe scelti tre per sé, riservandosi l'un per cento
sugli altri. Mio padre ne era soddisfatto e io non me ne curavo particolarmente perché mi mancava il senso preciso del
denaro. Pensavo ancora che cinquecento franchi in biglietti
di piccolo taglio potessero durare molto più a lungo di una
sola banconota da mille. Questo apparirà improbabile ai miei
lettori, ma i miei amici possono testimoniare che dico il vero.
Quando Goemans venne a trovarmi fu entusiasta del mio
quadro II gioco lugubre, peraltro ancora incompleto. Qualche
giorno dopo giunse René Magritte con sua moglie, Luis
Bufiuel lo seguì da presso ed Éluard scrisse annunciando la
sua prossima venuta. Tutti questi surrealisti venivano a Cadaqués, cittadina priva di ogni comodità se non si aveva una casa propria, unicamente attratti dalla mia personalità inaudita.
Le mie risa li sorprendevano molto, e il loro stupore aggravava ancora l'intensità dei miei accessi. Quando la sera restavamo sdraiati sulla sabbia a goderci il fresco, io cominciavo un discorso profondamente filosofico che interrompevo
subito per scoppiare a ridere. Ben presto abbandonai ogni
tentativo di conversazione, limitandomi a ridere. I miei amici
accettavano questo fatto con rassegnazione poiché veniva da
un genio par mio.
« Non chiedete a Dali la sua opinione in proposito, » dicevano «naturalmente scoppierebbe a ridere e non potrebbe
smettere per una decina di minuti».
Talvolta cercavo di spiegarmi con loro, commosso dall'avida curiosità di quei volti: « Fate conto di vedere una persona
rispettabilissima. Ecco, ci siamo! E ora immaginate un piccolo gufo sulla sua testa, un gufo stilizzato, ma con un muso
realistico. Mi sono spiegato? ».
Tutti, serissimi, cercavano di rappresentarsi l'immagine che
avevo evocato e rispondevano in coro: «Sì, sì! ».
«E ora immaginate sulla testa del gufo un mio escremento! Mio, lo ripeto! ».
Tutti restavano in attesa, e ancora non ridevano.
«Ecco, è tutto! » gridavo.
E finalmente ridevano, ma fiocamente, per farmi piacere.
174
LA MIA VITA SEGRETA
«No, no! » protestavo. «Non avete capito, lo vedo bene!
Se aveste capito vi rotolereste in terra come faccio io! ».
Proprio mentre mi torcevo dalle risa, una mattina la macchina del poeta surrealista Paul Eluard e di sua moglie si
fermò davanti alla nostra casa. Erano stanchi del lungo viaggio poiché giungevano dalla Svizzera dove erano stati ospiti
di René Crevel. Mi lasciarono quasi subito per andarsi a riposare e stabilimmo che li avrei raggiunti verso le cinque nel
loro albergo, il Miramar.
La moglie di Eluard, Gala, mi colpì per il suo viso intelligentissimo, però mi parve di pessimo umore e seccata di trovarsi a Cadaqués. Verso le cinque ci trovammo tutti intorno
agli Eluard e bevemmo insieme all'ombra dei platani. Io presi un Pernod ed ebbi una piccola crisi. Il mio caso fu spiegato a Eluard, che parve molto interessato. Ma gli altri, avvezzi
a mie crisi molto più gravi, ebbero l'aria di dire: «Questo è
niente; aspetta e vedrai ».
La sera, durante la passeggiata, discussi con Gala questioni intellettuali e la meravigliai per il rigore che sapevo imporre alle mie idee. Mi confessò più tardi che sulle prime mi aveva giudicato una creatura insopportabile, perché i capelli
laccati e un'eleganza eccessiva mi davano un'« untuosità da
professionista di tango argentino ».
Effettivamente il periodo madrileno mi aveva lasciato un
frenetico gusto dell'ornamento. In camera mia stavo sempre
nudo, ma se soltanto dovevo andare in paese impiegavo
un'ora a farmi bello, incollandomi i capelli, rasandomi con
cura maniacale, indossando sempre pantaloni bianchi stiratissimi, sandali fantasia e camicie in pura seta. Portavo anche
una collana di perle false e intorno al polso un braccialetto di
metallo. Per la sera, poi, avevo disegnato e fatto confezionare con molta cura alcune camicie di tessuto pesante, scollate
e con amplissime maniche, che mi conferivano un'aria assolutamente femminile.
Facendo un passo indietro, dirò che riconobbi subito in
Eluard un poeta della categoria di Lorca, vale a dire un poeta autentico e grandissimo. Aspettavo con impazienza di sentirgli lodare il paesaggio di Cadaqués, ma lui «non lo vedeva
ancora». Allora provai a sistemargli un piccolo gufo sulla testa: non risi. Lo collocai sulla testa di Lorca: non risi. La virtù
particolare del mio gufo sembrava scomparsa e invano lo misi su teste che abitualmente producevano le più efficaci combinazioni. Finalmente situai il gufo sul marciapiede con la testa all'ingiù, saldata al cemento dalle mie stesse feci. L'effetto
PARTE SECONDA
175
fu talmente irresistibile che dovetti buttarmi in terra rantolando, prima di riprendere la passeggiata con gli Eluard.
Alla fine li riconducemmo al loro albergo e stabilimmo di
ritrovarci tutti, l'indomani mattina verso le undici, davanti a
casa mia, per fare il bagno insieme sulla mia spiaggia. Agitato dall'idea che i surrealisti, e specialmente gli Eluard, sarebbero venuti, quella notte dormii appena, e mi rammaricai, irritatissimo, della mattinata perduta. Avrei dovuto, infatti, interrompere il mio lavoro un'ora prima del solito, e quindi
tanto valeva non cominciarlo neppure. Incorniciata dalla mia
finestra, la mattina intonava per me il canto dell'impazienza,
e lo scricchiolio della ghiaia, sotto i piedi dei primi passanti,
mi faceva rabbrividire. Oh, poter fermare la corsa del sole,
poterlo respingere nel mare, poter evitare l'incerta battaglia
che i miei presentimenti mi annunciavano !
Ma quale battaglia? Già il mattino raggiava con la placidità consueta, più intensa, forse, del solito, poiché preannunciava eventi portentosi. Intorno al mio cuore ansioso si
raggrumavano, ridestandosi, i rumori quotidiani: la porta
della cucina aperta dalla domestica, il passaggio del pastore
con il suo gregge. Chiusi gli occhi per concentrarmi meglio,
e fui investito dal conturbante, drogato, sinfonico afrore del
gregge, dominato dal più forte odore degli escrementi, che
penetrò le mie narici come una dominante nota genitale. Allo stesso modo potei distinguere, dieci minuti dopo, nel passaggio di molte altre barche, il caratteristico ritmo che Enrique, il pescatore, sapeva imporre al suo remo. Cronologicamente, tutto scivolava via come gli altri giorni. Eppure... Che
sarebbe accaduto? Mi ero seduto davanti al cavalletto, ma mi
alzavo continuamente. Provai e riprovai gli orecchini di mia
sorella. Mi stavano benissimo, ma forse mi sarebbero stati di
impaccio nel nuotare. Però non rinunciai alla mia collana di
perle. Avevo deciso di abbagliare gli Eluard: sarebbe stato
preferibile, dal momento che dovevo esser nudo, o quasi,
presentarmi spettinatissimo, con i capelli gonfi e ricci. Del
resto, il giorno innanzi mi avevano visto con i capelli lisci e
laccati.
Dunque, non appena li avessi sentiti, di lontano, giungere,
sarei sceso, ricciutissimo, imperlato, la tavolozza e una raggiera di pennelli in mano. Nero di pelle com'ero, abbronzato
fino a sembrare un arabo, avrei prodotto un effetto sensazionale. E tuttavia non ero ancora interamente soddisfatto. Rinunciai definitivamente all'idea di lavorare per dedicarmi solo alle mie civetterie. Presi la mia migliore camicia e ne tagliai
176
LA MIA VITA SEGRETA
irregolarmente i bordi, fino a renderla talmente corta da lasciarmi l'ombelico scoperto. Poi l'indossai, e cominciai a lacerarla accuratamente: uno strappo lasciò nuda la mia spalla
sinistra, un altro scoprì i peli neri del petto, un'altra lacerazione, a destra, mise in mostra il mio capezzolo quasi nero.
Restava un problema: il colletto. Aperto o chiuso? Né l'uno,
né l'altro. Lo abbottonai accuratamente e poi lo tagliai, tutto
attorno, con le forbici. I pantaloni rappresentavano un enigma insolubile, ma solo apparentemente: erano, infatti, troppo sportivi per completare il miscuglio arabo-picaresco cui
aspiravo. Li rivoltai: erano foderati di cotone bianco, macchiati della ruggine dalla mia cintura, proprio quel che ci voleva. Che altro potevo ricamare sul «tema obbligato» dei
calzoncini da bagno? Un'ultima parte della mia apparizione
mattinale andava curata. Mi rasai i peli delle ascelle, che però
non divennero affatto azzurrine come quelle delle eleganti
madrilene; allora presi un po' di turchinetto nella lavanderia,
lo mescolai alla cipria e me ne cosparsi le ascelle. L'effetto fu,
momentaneamente, incantevole, ma quasi subito il sudore
cominciò a scorrermi lungo i fianchi in rivoletti celestini. Mi
lavai, mi strofinai, e la pelle, già arrossata dal rasoio, divenne
anche più rossa. Una nuova idea mi folgorò, finalmente degna di me. Non l'artificioso azzurro, non il sano rosso della
strofinatura! Sangue coagulato ci voleva, per una parte del
corpo così preziosa! Già mi ero fatto un taglietto, rasandomi, e la macchiolina di sangue fu un campione convincente.
Ripresi la Gilette, ricominciai l'operazione della rasatura in
modo da graffiarmi profondamente. Ben presto le ascelle furono piene di sangue, e io, prima di lasciarlo coagulare sui
graffi, ne raccolsi qualche goccia che sparsi sul petto e sulle
ginocchia: qui, soprattutto, erano meravigliose a vedersi!
Non resistetti alla tentazione di scalfirmi anche, leggermente,
un ginocchio. Un capolavoro! E non avevo ancora finito: le
mie trasformazioni mi sembravano sempre più adorabili, e
stavo davvero innamorandomi di me stesso. Con straordinaria abilità mi fissai dietro l'orecchio un grande geranio rosso
fuoco.
E ora, un profumo! Possedevo solo acqua di colonia, che
mi dava il voltastomaco. Dovevo inventare qualcos'altro.
Oh, se soltanto avessi potuto profumarmi con gli escrementi
caprigni poc'anzi respirati! Cercavo, cercavo, senza trovar la
soluzione. Un momento! Salvador Dali balza in piedi in atteggiamento risoluto. Ha dunque trovato: altrimenti, quale
sarebbe la causa di tanta agitazione?
PARTE SECONDA
177
Mi precipitai a cercare i fiammiferi. Accesi un fornelletto a
spirito che utilizzavo per le mie incisioni, misi a bollire l'acqua, vi disciolsi alcuni fogli di colla di pesce. Nel frattempo
volai in una rimessa, dietro la casa, dove sapevo di trovare alcuni sacchi pieni di concime caprigno: spesso, negli umidi
crepuscoli, quando l'odore si faceva più intenso, l'avevo respirato con gioia pur riconoscendolo imperfetto. Rientrato
in studio, gettai una manciata del concime nell'acqua glutinosa e bollente, e mescolai, mescolai, fino a ottenere una pasta omogenea. La colla di pesce spegneva il concime, ma io
sapevo che, una volta « depositati» entrambi gli odori, quello caprigno sarebbe stato onnipotente. La perfezione fu raggiunta con una bottiglietta di aspic oil, utilizzato anch'esso
per le mie incisioni: ne versai tutto il contenuto nel tegamino
e, oh miracolo! ecco il desiato lezzo! Quasi per magia, mi
sentivo circondato di capre, e non appena il composto si fu
raffreddato me ne stropicciai l'intero corpo.
Eccomi pronto. Pronto per chi? Il campanile di Cadaqués
suonava le undici. Mi affacciai. Lei era già sulla spiaggia. Lei
chi? Non mi interrompete. Ho detto che « lei » era lì, e dovrebbe bastarvi.
Gala, la moglie di Eluard. Era lei. Galuchka rediviva! La
riconobbi, vedendole la schiena nuda. Il suo corpo era rivestito di un'epidermide assolutamente infantile, ma le spalle, i
muscoli surrenali mostravano la tensione, in qualche modo
atletica, dell'adolescenza. Aveva peraltro un vitino sottilissimo, che accentuava il contrasto tra la volitiva, orgogliosa, superba snellezza del torso e la delicatissima floridezza dei fianchi, resi ancor più desiderabili da tante opposizioni.
Come avevo potuto trascorrere con lei tante ore, il giorno
precedente, senza capire, senza sospettare? Ma non avevo
realmente avuto alcun sospetto? E allora, perché mi sarei dato tanta pena? Oscuramente preparavo, per Gala, la mia eleganza nuziale, per lei laceravo la mia miglior camicia di seta,
mi insanguinavo le ascelle, mi profumavo di concime! Mi
guardai allo specchio, e trovai l'effetto generale miserabile:
« Hai l'aspetto di un vero selvaggio, » dissi a me stesso « e ti
detesto! ».
Era vero. Abbandonai rapidamente i miei ornamenti, mi
lavai come meglio potei per liberarmi di ogni odore, infatti
emanavo un fetore soffocante. Tuttavia tenni le perle. E tenni il geranio, che però ridussi a meno della metà.
E corsi fuori per raggiunger Gala. Ma proprio mentre ero
sul punto di salutarla fui assalito da una crisi di ilarità, crisi
I78
LA MIA VITA SEGRETA
che si ripetè più e più volte, unica risposta alle sue domande.
Non potevo assolutamente parlare, e gli altri amici, avvezzi
ormai alle mie stranezze, sembravano dire: « Ci risiamo, e ne
avremo per l'intero giorno! ». E, indifferenti ormai, scagliavano sassolini nel mare. Bufiuel era seccatissimo: era venuto
a Cadaqués per gettare con me le basi di un nuovo film, mentre io ero completamente intento ad alimentare la mia follia
personale: non pensavo che a essa e a Gala.
Non essendo in grado di parlarle, cercai di circondarla
con mille piccole attenzioni. Correvo a cercarle un cuscino,
un bicchier d'acqua, le indicavo, in silenzio, il punto da cui
avrebbe dominato meglio il paesaggio. Mi sarebbe piaciuto
sfilarle e infilarle un'infinità di volte le scarpe. Se per caso la
sua mano mi sfiorava, i miei nervi si irrigidivano e sentivo
piovere su di me i frutti, non ancora maturi, della mia illusione, come se un gigante scuotesse su di me l'ancor fragile albero del mio desiderio.
Gala, che con intuizione unica al mondo coglieva appieno
il mio stato d'animo, era tuttavia ben lontana dal sentirmi furiosamente innamorato di lei. La sua curiosità avanzava, stranamente, in una direzione del tutto pratica. Mi considerava
un genio - mezzo matto, ma capace di un grandissimo coraggio morale. E voleva qualcosa da me, qualcosa che completasse finalmente il proprio mito, qualcosa che io, io solo potevo darle.
Il mio quadro II gioco lugubre (il titolo fu trovato da Paul
Eluard e io lo approvai interamente) costituiva per i miei
amici una preoccupazione di giorno in giorno più viva.
Quelle mutande insozzate di escrementi erano descritte con
una compiacenza così realistica e minuta da torturare il piccolo gruppo surrealista: «Dali è forse coprofago?». La possibilità che io avessi già ceduto a un'aberrazione tanto repulsiva creava tra me e gli amici un imbarazzo sempre maggiore.
Fu Gala che decise di troncare ogni dubbio, e un bel giorno
mi chiese di darle un appuntamento, nel luogo e nell'ora che
io ritenessi migliori per la nostra solitudine e per la mia calma. Le risposi che, pur non potendo assolutamente controllare le mie crisi, le garantivo di ascoltarla molto seriamente e
di risponderle con pari serietà.
Ci lasciammo, sulla soglia dell'albergo Miramar, stabilendo che la sera dopo sarei andato a prenderla per condurla
agli scogli, dove avremmo parlato liberamente. Mentre le
spiegavo l'impossibilità di dominare il mio isterismo, Gala
assunse un'espressione intenta, che provocò in me un irresi-
PARTE SECONDA
I J<)
stibile bisogno di ridere, ma, con uno sforzo sovrumano, mi
dominai, le baciai le dita, e corsi via. Subito mi abbandonai a
un riso convulso che durò finché giunsi a casa: dovetti più
volte sedermi sopra una panchina o su dei gradini, per riprender fiato, e Camille Goemans, che con sua moglie mi
aveva osservato di lontano, mi corse incontro per dirmi:
«Devi riguardarti! Sei troppo nervoso, negli ultimi tempi.
Dev'essere il lavoro eccessivo ».
Il giorno seguente condussi Gala in un luogo roccioso e
tutto imbevuto di malinconia planetaria. Aspettai che lei
parlasse, e poiché non lo faceva condussi io stesso la conversazione, per evitarle la pena di rammentarmi che il tema del
nostro discorso doveva esser serio. Lei mi manifestò la sua
gratitudine, pur dimostrandomi, con la fermezza del tono
con cui l'espresse, di non aver alcun bisogno di aiuto. E ora
cercherò di trascrivere la mia prima conversazione con Gala.
«Vorrei chiederle del suo quadro, Il gioco lugubre» disse.
E tacque. Io rispettai il suo silenzio, e ne approfittai per riflettere: avrei potuto rispondere senz'altro alla sua domanda
sottintesa, ma non lo feci per discrezione.
«È un'opera estremamente importante. Proprio per questo Paul, tutti gli amici e io vorremmo sapere quale significato hanno per lei certi elementi del suo quadro. Se si riferiscono direttamente alla sua vita privata, allora non possiamo
aver nulla in comune: infatti noi li consideriamo ripugnanti e
inconciliabili con il nostro modo di vivere. Se poi lei intende
180
LA MIA VITA SEGRETA
sfruttare i suoi quadri come mezzi di proselitismo e di propaganda, posti al servizio di quella che lei forse giudica una
idea ispirata, allora lei corre il rischio di compromettere la
forza del suo lavoro, per ridurlo a un mero documento psicopatico».
Fui improvvisamente tentato di risponderle con una bugia. Mi sospettavano di coprofagia: confermando i loro sospetti mi sarei reso anche più interessante e fenomenale ai loro occhi. Ma l'espressione di Gala era così limpida, il suo
volto, esaltato dalla purezza di un'onestà intera e ansiosa, risultava così commovente che dovetti dirle la verità: « Le giuro che non sono coprofago. Detesto, in tutta coscienza, questo tipo di aberrazione, tanto quanto può detestarlo lei. Per
me la scatologia è una forza macabra, una fonte di orrore,
come il sangue, come le cavallette».
Ero convinto che la mia risposta avrebbe rasserenato totalmente Gala. Invece l'accettò come qualcosa di rassicurante, che si assimila subito, senza per questo sentirsi completamente tranquilli. C'era un'altra domanda, ancora taciuta, oltre a quella già formulata. La vera ragione del nostro colloquio tormentava ancora il suo piccolo volto inquieto. Una
sottile, comunicativa angoscia increspava la delicata superficie della sua pelle olivigna, e ne sentivo il mormorio, simile a
una brezza crepuscolare. Avrei voluto, a mia volta, chiedere:
«E tu? Che pensi tu? Parla! Liberiamoci per sempre! ».
Invece tacqui, sopraffatto dalla realtà della sua carne. Che
bisogno c'era, tra noi, di confessioni? Forse che la fragile
bellezza di quel volto non garantiva l'eleganza del suo corpo? La guardai allontanarsi, con l'incedere solenne di una
Vittoria, guardai la sua figura orgogliosa e mi dissi, con una
punta del mio antico umorismo: «Dal punto di vista estetico
le Vittorie hanno sempre il volto aggrondato. Dunque, non
desiderare alcun mutamento! ».
La raggiunsi, ero sul punto di toccarla, di circondarle con
un braccio l'esile cintura, quando, con un piccolo gemito
soffocato che le saliva direttamente dall'anima, Gala mi strinse una mano nella sua. Era il momento di ridere, e io risi, con
un nervosismo acuito dal rimorso che, lo sapevo, sarebbe poi
rimasto in me. Gala, invece di sentirsi ferita, ne fu alleviata:
con uno sforzo certamente atroce strinse le mie dita invece
di respingerle, come qualunque altra donna avrebbe fatto.
Le strinse più forte! Con l'intuizione di medium comprese la
ragione della mia ilarità, inesplicabile a tutti. Seppe, finalmente, che il mio riso differiva da ogni riso «gaio»: non era
PARTE SECONDA
I8I
scetticismo, ma fanatismo. Non era frivolezza, ma cataclisma,
abisso, terrore. E quella mia crisi, quell'omaggio che le offrivo, era la più catastrofica di tutte, era quella che mi squassava ai suoi piedi.
«Piccolo bambino mio!» mormorò. «Non ci lasceremo
mai».
Era destinata a essere la mia Gradiva,1 « colei che avanza»,
la mia Vittoria, la mia donna! Ma prima doveva curarmi, e
infatti mi curò.
Fu una cura concepita, studiata, portata a termine dall'eterogeneo, indomabile, fatale amore di una donna. E la sua
chiaroveggenza biologica fu così raffinata e miracolosa da superare, per profondità di invenzione e per rilevanza di risultati, i più famosi metodi psicoanalitici. In effetti l'inizio della
mia relazione sentimentale con Gala fu accompagnato dal carattere permanente delle mie anomalie, da sintomi psicopatologici sempre più pronunciati e chiari. I miei accessi di riso,
che all'inizio erano stati piuttosto euforici, divenivano di
giorno in giorno più spasmodici e penosi, e sebbene mi procurassero ancora una certa soddisfazione erano per me fonte
di una profonda preoccupazione. Il mio ritorno all'infanzia si
accentuò, poiché io riconoscevo in Gala la protagonista delle
mie false memorie infantili, la bimba che fin qui ho chiamato
Galuchka, diminutivo appunto di Gala. Con crescente intensità soffrivo di vertigini, e desideravo gettare me stesso, o il
mio prossimo, dall'alto delle rocce. Durante le nostre escursioni a capo Creus insistevo, spietatamente, perché Gala si
inerpicasse sui massi più pericolosi, e lo facevo certo con intenti criminosi, soprattutto il giorno in cui scalammo l'Aquila, un gigantesco blocco di granito rosa, che si allarga in ali
pietrose. Lassù inventai un gioco: si trattava di scagliare dall'alto grandi frammenti di granito, in modo che, rimbalzando
di dirupo in dirupo, finissero nel mare. Insistetti perché Gala
giocasse con me, e solo il timore di buttar giù lei invece di un
macigno mi costrinse a evitare quelle altezze che mi davano
un'eccitazione gaia e tremante, funesta per la mia energia.
Cominciavo a provare per Gala lo stesso rancore che da
bambino mi aveva spinto contro Dullita. Era giunta per di-
Gradiva è un romanzo di J.W Jensen interpretato da Freud {Der Wahn
und die Tràume in W. Jensens « Gradiva »). Gradiva è la protagonista del racconto e cura, psicologicamente, il protagonista uomo. Quando cominciai a
leggere la storia, e ancora non conoscevo l'interpretazione datane da Freud,
esclamai: «Gala, mia moglie, è una Gradiva per eccellenza».
182
LA MIA VITA SEGRETA
struggere e annullare la mia solitudine, e cominciai a formulare rimproveri assolutamente ingiusti: mi impediva di lavorare, si introduceva furtivamente nel mio cervello, mi « spersonalizzava». Inoltre ero convinto che mi avrebbe fatto del
male; spesso, quasi morso alla nuca dall'aspide della paura,
la supplicavo: «Soprattutto, non farmi male! Anch'io non
voglio fare male a te. Non dovremo mai farci vicendevolmente soffrire! ».
E le proponevo di venire con me, verso il tramonto, su
qualche geologica collina, che ci consentisse un panorama
migliore. E su quella collina voglio invitare anche voi, miei
lettori, perché possiate riposarvi con me, dopo le faticose
ascese cui vi ho costretto. Già avete letto più della metà del
mio libro, e tra poco dovrete riprendere a salire, sempre più
in alto, verso più elegiaci luoghi, con il filosofico passo suggerito dalle recenti esperienze fatte sulla via percorsa insieme. Lettori, che fin qui mi siete stati compagni, sediamoci,
contempliamo la perfezione panoramica di Cadaqués che ci
sta dinanzi, e mentre i vostri corpi riposano, lasciate che io
ancora una volta agiti i vostri animi con la favola narratami,
un tempo, dalla mia balia, Llucia. E mentre riconoscerete
nella protagonista femminile la personalità di Gala, riconoscerete me nel protagonista maschile della fiaba che io ho
suggestivamente intitolato:
PARTE SECONDA
183
IL MANICHINO COL NASO DI ZUCCHERO
C'era una volta un re, che ogni giorno sceglieva una bellissima sposa per la notte. La fanciulla eletta giungeva verso il
crepuscolo al palazzo, splendidamente ornata, e si sdraiava
sul giaciglio del re. Lui le sedeva accanto, e fino all'alba la
contemplava, senza mai toccarla. All'alba afferrara la sua
spada, e le tagliava la testa.
Giunse una sera al palazzo la nuova sposa. Era una fanciulla straordinariamente bella e intelligente, e infatti era arrivata più tardi delle altre e, diversamente da loro, drappeggiata in un ampio mantello bianco. Stretto contro il petto teneva un manichino di cera, che posò sul letto del re, ornandolo di splendidi gioielli. Poi si nascose sotto il letto e attese
l'arrivo del re, che come al solito giunse, si spogliò e fino all'alba contemplò quella che credeva una fanciulla dormiente.
All'alba impugnò la spada e tagliò la testa del manichino: ma
il suo naso, che era di zucchero, si staccò per il gran fendente e saltò in bocca al re che, succhiandolo, cantò:
Dulcetta en vida.
Dulcetta en mor
Si t'agues coneguda,
No t'auria mort!
Subito la fanciulla uscì dal suo nascondiglio e svelò la verità al suo re che, abbracciandola, pianse perché era guarito
dal suo male. La sposò, e furono per sempre felici.
Interpretando questa storia con i metodi della psicoanalisi, si può facilmente comprendere che la cera rappresenta qui
la morte: ne ha il livido colore e l'attraente morbidezza. Io ho
scritto nel 1929 un profondo Studio della candela, in cui si vede come essa si presti a una serie di situazioni simboliche, in
cui le rappresentazioni (inconsce e non terrificanti) di metafore digestive e intestinali conducono all'apoteosi dello
spreco umano: la defecazione. Si comprende inoltre che i
sentimenti del re sono quelli di un necrofilo (l'atteggiamento
delle fanciulle dormienti e ornate evoca in lui dei cadaveri) e
di un cannibale (desidera mangiare le sue vittime, e il naso di
zucchero lo guarisce dal suo vizio).
Per me, che fin dall'infanzia sono stato un re (non soltanto ne avevo indossato le vesti, ma mi ero sviluppato nel senso dell'assoluta autocrazia), il grande problema della pazzia
184
LA MIA VITA SEGRETA
e della lucidità si situava esattamente nel distacco tra la vera Galuchka e quella delle mie false memorie, mille volte uccisa nelle mie inconsce aspirazioni alla solitudine. Tutto
questo è rappresentato, con il simbolismo materializzato di
un «oggetto surrealista», 1 nella favola che ho appena narrato. Il manichino di cera finisce, il naso di zucchero comincia, così come nel romanzo Gradiva finisce e Zoe Bertrand
comincia.2
Gala intanto faceva ripetute allusioni a « qualcosa » che sarebbe accaduto « inevitabilmente » tra noi, qualcosa di « molto importante», di decisivo nei nostri «rapporti». Ma poteva fidarsi di me, che di giorno in giorno mi abbandonavo alle manifestazioni più evidenti di follia? Inoltre, il mio stato
psichico sembrava contagioso, sino a compromettere l'antico
equilibrio di Gala.
Camminavamo lungamente tra gli alberi di olivo, attraverso le vigne, senza parlarci, in un penoso, intenso stato di reEffettivamente la protagonista, inventando il manichino di cera con il
naso di zucchero, crea un sorprendente «oggetto surrealista in funzione
simbolica» sul tipo di quelli che io avrei reinventato nel 1930, a Parigi. Quest'oggetto antropomorfo era destinato a venir «reso attivo» da un colpo di
spada, dall'esplosione che avrebbe condotto il naso nella bocca del necrofilo assassino, e avrebbe così liberato i fantasmi, e ammesso la vita fra i nostalgici sentimenti dell'inconscio copro-necrofilo.
Zoe Bertrand è la protagonista vera, il doppio della mitologica Gradiva,
nel romanzo di Jensen (vedi nota a p. 181).
PARTE SECONDA
18 5
ciproca costrizione, e pareva volessimo stroncare, con la violenza fisica delle passeggiate, il groviglio dei nostri sentimenti repressi. Ma non si può dominare con la stanchezza anche
lo spirito! Non sfinimento, non logorio, non esausta pace per
lo spirito o per il corpo finché gli istinti rimangono crudelmente insoddisfatti! Sarebbe stato curioso vederci durante le
nostre passeggiate, noi, i due pazzi! Talvolta mi buttavo in
terra e baciavo disperatamente le scarpe di Gala. Quali furori segreti potevano conferire al mio rimorso la forma di una
così scatenata umiliazione?
Una sera Gala vomitò a due riprese, e fu colta da penose
convulsioni. Erano fenomeni nevrogenici, e mi spiegò che si
riallacciavano a una lunga malattia psichica sofferta durante
l'adolescenza. Gala del resto vomitò soltanto poche stille di
bile, chiare come il suo spirito, di un dolce color miele.
Io cominciavo allora a dipingere ^adattamento dei desideri. I desideri avevano terrificanti teste di leone.
«Presto saprai cosa voglio da te» ripeteva Gala.
E io immaginavo che le sue volontà non dovessero differire dalle mie teste di leone, e mi preparavo, con atroci fantasie, ad accettare qualsiasi rivelazione con fermezza. Ma non
insistevo mai perché Gala mi rivelasse i suoi pensieri. Aspettavo, come si aspetta un'irrevocabile sentenza. Mai, fino ad
allora, avevo veramente «fatto all'amore»: mi sembrava un
impegno tremendo, del tutto superiore alle mie forze fisiche,
«non adatto a me». Approfittavo di tutte le possibili occasioni per ripetere a Gala, con un tono ossessionante che doveva irritarla: «Soprattutto, ricordati, abbiamo giurato di
non farci mai male vicendevolmente! ».
Così si prolungava il nostro idillio. Si era già in settembre,
gli amici erano tornati a Parigi, e con loro Eluard. Gala soltanto rimaneva a Cadaqués e, a ogni nuovo incontro, sembrava ci promettessimo scambievolmente: «Dobbiamo farla
finita! ». Già le colline si rimandavano l'eco dei fucili che i
cacciatori scaricavano lontano. Ai morbidi, sereni, esasperati
cieli dell'agosto succedevano i lunghi crepuscoli autunnali,
densi di nuvole mature, e la nostra passione era simile alla
stillante, succosa vendemmia.
Seduta sopra una roccia, Gala mangiava uva nera, e ogni
chicco sembrava renderla più bella. E, lungo il corso di pomeriggi aureolati di silenzio, io sentivo Gala farsi più dolce,
come più dolci si facevano le viti cariche di grappoli. Anche
il corpo di Gala aveva assunto la carnosa consistenza del moscato d'oro. «Domani? » pensavamo insieme. E io le portavo
i86
LA MIA VITA SEGRETA
sempre due grappoli diversi, per offrirle la possibilità della
scelta: bianco o nero?
Era vestita di bianco, nel giorno decisivo. Un vestito leggerissimo, e così lieve, nel vento, da « farmi sentir freddo ». E
via via che salivamo sui roccioni, il vento era più forte e tagliente, e mi servi di pretesto per evitare le alture, per scendere al mare, e rannicchiarci in un incavo della roccia dove ci
sentivamo interamente protetti. Era, quello, uno dei luoghi
più deserti, più selvaggi, più minerali di Cadaqués; il settembre versava su di noi «l'argento moribondo» e la luna nuova, simile a uno spicchio d'aglio, ravvivava il primitivo gusto
delle lacrime, nella gola chiusa di Gala e nella mia. Ma non
volevamo piangere, volevamo farla finita, e il volto di Gala
era stranamente risoluto: « Che cosa devo farti? » le chiesi,
stringendola fra le mie braccia.
L'emozione le impedì di parlare. Dopo vani sforzi, scosse
il capo, mentre le lacrime le inondavano le guance. E finalmente, poiché insistevo, mormorò con una lamentosa voce di
bimba: «Se non potrai ubbidirmi, mi prometti almeno di
non parlarne a nessuno? ».
La baciai sulla bocca, la baciai nella bocca. Era la prima
volta che lo facevo, e fino ad allora non avevo neppure sospettato che si potesse baciare così. E d'improvviso tutti i
miei Parsifal, tutte le mie ansie erotiche, dominate e tiranniz-
PARTE SECONDA
l87
zate, risorsero, destate dalla violenza della carne. E quel primo bacio, umido di saliva e di lacrime, punteggiato dallo
scontro sonoro dei denti, delle lingue furiosamente attive,
sfiorava appena la frangia di quella fame libidinosa che ci
spingeva a mordere, a divorare. E già divoravo quella bocca,
il cui sangue si mescolava al mio. Già mi spersonalizzavo, mi
annullavo, in quel bacio senza limiti, che spalancava dinanzi
al mio spirito il turbinoso abisso dove volevo urlare tutti i
miei delitti, dove volevo affondare per sempre.
Afferrai il capo di Gala, le tirai i capelli, le ordinai tremando di assoluto isterismo: « Ora dimmi che cosa debbo farti.
Dimmelo lentamente, guardandomi negli occhi, scegliendo
le parole più crude, più ferocemente erotiche, più degne di
farci provare vergogne atroci! ».
Senza respiro, pronto a bere la rivelazione in ogni minimo
particolare, spalancai gli occhi per comprender meglio, per
meglio sentirmi morire di desiderio. Allora, assumendo la più
splendida espressione di cui un essere umano può esser capace, Gala si accinse a parlare, e io seppi che nulla mi sarebbe
stato risparmiato. La mia passione stava per divenire follia, e
sapendo che disponevo ormai di un tempo limitatissimo le ripetei, deliberatamente, tirannicamente: « Che devo farti? ».
Gala, trasformando la sua ultima luce di piacere nella dura lucentezza della tirannia, rispose: «Voglio che tu mi uccida».
Non c'era possibilità di fraintendere le sue parole. Significavano esattamente quel che Gala voleva.
«Lo farai?».
Ero così profondamente deluso e furioso, nel sentirmi offrire « il mio stesso segreto », mentre ero pronto ad accogliere ardentissime possibilità erotiche, che tardai a rispondere,
perduto in un groviglio di perplessità.
«Lo farai? » ripetè Gala, e già il tono della sua voce tradiva il disprezzo del dubbio. Mi ripresi, sferzato dall'orgoglio.
Non volevo distruggere la fede che Gala aveva riposto nelle
mie potenzialità di coraggio morale e di follia. Di nuovo la
strinsi fra le braccia, e con la massima solennità possibile
promisi: «Sì», e di nuovo la baciai, duramente, sulla bocca,
giurando intanto a me stesso: «No! Non l'ucciderò!». E il
mio secondo bacio, che era un bacio di Giuda per l'ipocrisia
della mia tenerezza, servì, contemporaneamente, a salvare la
vita di lei e a risuscitare l'anima mia.
Gala cominciò a spiegarmi minuziosamente le ragioni della sua richiesta; e improvvisamente compresi che anch'ella
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L A M I A VITA S E G R E T A
aveva un suo mondo interiore, composto di desideri e di frustrazioni, e oscillante, secondo un suo proprio ritmo, fra la
lucidità e la follia. Cominciavo a prendere in considerazione
il suo «caso», e cercavo di convincermi che, eventualmente,
avrei potuto anche ucciderla. Nessuna difficoltà di ordine
materiale o morale mi avrebbe impedito di mettere in scena,
con il suo consenso, una morte che avesse tutte le apparenze
del suicidio. Sarebbe bastato che Gala mi scrivesse una lettera tale da render credibile quell'ipotesi.
PARTE SECONDA
I 89
Lei mi stava descrivendo il suo invincibile ribrezzo per
l'«ora della nostra morte». Ne era stata torturata fin dall'infanzia, e voleva morire senza saperlo, senza affrontare il gelo
degli ultimi istanti, e «pulitamente». Subito proposi di buttarla giù dal campanile della cattedrale di Toledo. Era un luogo dove io avevo ritrovato i miei antichi istinti, quando vi ero
salito con una bellissima ragazza di Madrid. Ma l'idea non
piacque a Gala, perché cadendo avrebbe avuto il tempo di assaporare ogni possibile terrore. Del resto anch'io abbandonai
subito il progetto: come avrei potuto giustificare la mia presenza sul campanile proprio mentre Gala precipitava? Il sistema del veleno, infinitamente più semplice, non m'interessava, e tornavo di continuo ai miei «viziosi precipizi». Seguendo questo filo suggerii l'Africa, che all'inizio mi parve un
teatro indicatissimo, e pieno di atmosfera. Ma poi lo rifiutai:
in definitiva non amo l'Africa, il suo clima è torrido.
Poiché i diversi progetti mi si sfacevano tra le mani, concentrai la mia attenzione su Gala, che parlava con una tale
eloquenza di voce e di gesti che non sapevo decidermi se fosse preferibile guardarla o ascoltarla. Gala voleva morire in un
istante sereno e felice, non per un capriccio infantile o romantico, come potrebbe supporre un ascoltatore meno pronto di quanto fossi io allora a riconoscere l'intonazione giusta
della sua preghiera. Solo la sua vita segreta poteva rivelarmi
le vere ragioni del suo proposito, e benché io ora le conosca,
benché Gala mi abbia autorizzato a rivelarle, io non lo farò.
Questo libro è dedicato alla vivisezione di un altro, ossia di
Salvador Dali! E io l'ho intrapresa per narcisismo, semplicemente, non per sadismo.
Avevo sentito Gala vivisezionarsi in mia presenza. Eppure
era ancora lì, sempre più precisa nei suoi contorni, rifiorente
di nuovi, molteplici muscoli, che sembravano incarnare la
ariosa, fiera, anatomica importanza del suo spirito. «Certo,»
mormoravo a me stesso «Gala ha ragione, e le obbedirò...».
Il settembre maturava quelle che erano state le tenere lune,
le tenere vigne di maggio. E con loro maturava il mio maggio,
e l'età matura preparava le vendemmie della passione... Nella giovane roccia del mio cuore l'amara adolescenza ombreggiata dalla torre di Cadaqués aveva inciso l'ordine: «Approfitta di lei, e uccidila! ». Pensai: «Mi insegnerà l'amore, e poi
io tornerò indietro solo, come ho sempre desiderato! E lei
che lo vuole, è lei che lo vuole, è lei che me l'ha chiesto! ».
Ma qualcosa vacillava nella mia determinazione, e la sentenza di morte anziché risuonare contro la mia machiavellica
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L A M I A VITA S E G R E T A
corazza con il sonoro prestigio del bronzo, tintinnava appena, fiocamente, con la sgradevole frivolezza dello stagno.
Che ti succede, Dali? Non capisci che dopo aver tanto desiderato il delitto, non lo desideri più perché qualcuno te lo
offre? Sì, Gala, la sposa sapiente, la Gradiva della mia vita,
ha con un colpo di spada tagliato il naso al manichino di cera, quel manichino che fin dall'infanzia stendevo sul letto
della mia solitudine, quel manichino cesellato a imitazione
della chimerica Galuchka, falsamente ricordata! E il suo naso morto è esploso, saltandomi in bocca nel delirio zuccherino del mio primo bacio.
Questa fu la cura di Gala che mi guarì dalla follia e mi distolse dal crimine. Ti ringrazio! Ti amerò per sempre! Ti voglio sposare!1
Uno dopo l'altro, miracolosamente, i sintomi della mia
follia scomparvero. Ridivenni padrone del mio riso, del mio
sorriso, dei miei gesti, e una salute nuova, fresca come una
rosa, germogliò nel centro del mio spirito.
Eppure, quando rincasai dalla stazione di Figueras, dopo
aver salutato Gala che tornava a Parigi, mi fregai le mani
soddisfatto, dicendomi: «Finalmente solo! ». E difatti, mentre le vertiginose inclinazioni agli impulsi omicidi erano
scomparse da tempo, mi restava, dall'infanzia, un bisogno di
solitudine assai più lento a guarire. «Tu sei carne, Gala! » dicevo spesso, contrapponendo la tangibile esperienza della sua
realtà alle idealizzate immagini dei miei chimerici pseudoamori.
Io chiamo mia moglie: Gala, Galuchka, Gradiva (perché è stata la mia
Gradiva); Oliva (per la forma del suo volto e il colore della sua pelle); Olivette, il diminutivo catalano di Oliva, e i suoi derivati deliranti, Olihuette,
Orihuette, Buribette, Burihueteta, Sulihueta, Solibubulete, Oliburibuleta,
Cihueta, Lihuetta. La chiamo anche Lionete (perché appena si arrabbia ruggisce come il leone della Metro Goldwyn Mayer); Scoiattolo, Tapiro, Piccolo negus (perché rassomiglia a un vivace animaletto delle foreste); Ape (perché scopre tutte le essenze che, gettate nel crogiolo del mio cervello, diventeranno il magico miele dei miei pensieri). Fu lei a porgermi il prezioso libro
magico che avrebbe alimentato la mia magia. Fu lei a donarmi il documento
storico, che irrefutabilmente confermò la mia tesi, in pieno processo di elaborazione, la paranoica immagine desiderata dal mio subcosciente, la fotografia degli ignoti quadri che avrebbero rivelato nuovi estetici enigmi, i consigli che salvarono dal romanticismo una mia immagine troppo soggettiva.
Inoltre, io chiamo Gala Noisette poilue (perché una finissima peluria le rende il volto vellutato); e ancora Campanella di pelliccia (perché, mentre dipingo legge per me ad alta voce, e la sua voce ha il soffice mormorio di una
campanella di pelliccia, che mi permette di apprendere quanto, senza di lei,
sarei destinato a ignorare).
PARTE SECONDA
I91
Ma affondavo il volto in un suo costume da bagno, di lana
lavorata ai ferri, per ritrovarvi il suo odore. Volevo sentirla
viva e vera, ma volevo anche, di tanto in tanto, esser solo.
La mia nuova solitudine era più autentica dell'antica. Per
un mese restai chiuso nel mio studio di Figueras, terminai il
ritratto di Paul Eluard cominciato nel corso dell'estate, e due
grandi quadri, uno dei quali sarebbe poi divenuto famoso.
Rappresentava una grande testa, livida, cerea, ma con guance
vividamente rosa, lunghissime ciglia e un naso impressionante, premuto contro la terra. Questo volto aveva, al posto della bocca, una cavalletta gigantesca. Il ventre della cavalletta
era putrefatto e pieno di formiche. Altre formiche sottolineavano i contorni di quella che avrebbe dovuto essere la bocca,
e la testa si concludeva in un'architettura ornamentale stile
1900. Lo intitolai II grande masturbatore.
Una volta finiti questi quadri, li feci incorniciare e imballare con « cura maniacale » da un falegname di Figueras che
devo annoverare fra le mie cento vittime anonime. Spedii
tutto a Parigi. L'esposizione si sarebbe aperta il venti novembre per concludersi il cinque dicembre, nella galleria Goemans.
Andai a Parigi. Per prima cosa entrai nel negozio di un fioraio, a comprare fiori per Gala. Chiesi naturalmente cosa
avessero di meglio, e mi offrirono rose rosse, di cui io non
capii bene il prezzo. Ne ordinai una tale quantità che avrei
dovuto pagare, con mio enorme stupore, tremila franchi,
mentre in tasca ne avevo solo duecentocinquanta. Mandai
così a Gala duecentocinquanta franchi di rose rosse.
Trascorsi l'intera mattinata vagando per le strade, e all'una
mi limitai a bere due Pernod. Nel pomeriggio passai alla galleria Goemans, e vi trovai Paul Eluard. Seppi da lui che Gala era irritatissima con me perché non ero ancora andato a
trovarla. Ne fui molto stupito: mi ero vagamente ripromesso
di trascorrere ancora diversi giorni in un'attesa assolutamente deliziosa.
Verso la fine del pomeriggio mi presentai dunque da Gala,
e accettai di restare a cena. La collera di Gala si manifestò fugacemente, e servì unicamente a stimolare la fame generale.
Sedemmo intorno a un tavolo carico di tutte le bottiglie possibili e immaginabili, di tutti i liquori russi. L'alcool bevuto
un tempo a Madrid si ridestò nel mio palato, come il cadavere di Lazzaro. «Cammina! » gli ordinai. E l'alcool camminò,
e la sua risurrezione mi rese eloquentissimo. Fu una sorpresa
per tutti scoprire che non ero soltanto capace di dipingere,
192
LA MIA VITA SEGRETA
ma anche di parlare: tutti mi giudicavano un genio un po'
scemo e solo Gala, con il suo devoto e violento fanatismo,
aveva cercato di convincere i nostri amici surrealisti che io
sapevo dipingere, parlare e perfino « scrivere », producendo
documenti la cui importanza filosofica avrebbe sconcertato il
nostro gruppo.
Effettivamente Gala aveva riunito una gran quantità di
scarabocchi disorganizzati e inintelligibili che avevo tracciato nel corso dell'estate. Con la sua inflessibile scrupolosità,
aveva conferito ai miei geroglifici una forma, sino a renderli
comprensibili. Era un capitale di annotazioni interessanti
che, dietro suggerimento di Gala, ripresi e utilizzai per una
opera teoretica e poetica poi pubblicata con il titolo di La
donna visibile. Fu il mio primo libro. La «donna visibile»
era Gala. Le idee che vi esposi erano quelle che poi avrei
sempre difeso, in una lunga battaglia contro la costante, sospettosa ostilità dello stesso gruppo surrealista.
Gala inoltre doveva innanzi tutto vincere la propria battaglia, perché le idee espresse nelle mie note potevano esser
prese sul serio solo parzialmente, anche dagli amici che più
mi ammiravano. Come vedremo nella terza parte di questo
volume, era inevitabile (e tutti lo avevano vagamente presentito) che avrei finito con l'annullare la loro opera rivoluzionaria, ricorrendo a mezzi infinitamente più formidabili e
acuti di quelli usati in precedenza.
Già nel 1929 io ero in piena reazione contro la dilettantesca ansietà del dopoguerra: il gruppo surrealista mi era sembrato il solo in grado di offrire uno sfogo alla mia attività, anche perché giudicavo André Breton insostituibile nella sua
parte di capo ufficiale. Io, destinato al potere effettivo, dovevo conservare un'influenza occulta, opportunistica. Misuravo con precisione ogni cosa, le mie capacità, le mie manchevolezze, le colpe dei miei amici, proprio perché erano miei
amici.
« Se decidi di lanciarti in guerra per stabilire la supremazia del tuo spirito, » decretai « devi cominciare col distruggere inesorabilmente quanti ti sono più prossimi, più affini.
Ogni alleanza ti spersonalizzerà. Tutto quello che conduce al
collettivismo ti condurrà alla morte. Servitene, come esperimento, e poi scatta, e rimani solo! ».
Ero di continuo vicino a Gala e l'amore mi rendeva generoso e in un certo qual modo sprezzante. Improvvisamente,
la battaglia ideologica che già si preparava nel mio cervello
con un incessante movimento di truppe, con uno schiera-
PARTE SECONDA
193
mento difensivo, mi parve prematura. Io, il più ambizioso fra
tutti i pittori contemporanei, decisi di partire con Gala per
un viaggio d'amore due giorni prima che la mia esposizione
si inaugurasse a Parigi, la capitale artistica del mondo! Così
non vidi i miei quadri appesi al muro, non vidi la mia prima
esposizione, e confesso che, durante il viaggio, Gala e io
fummo talmente avidi dei nostri corpi da dimenticare interamente l'esposizione (quell'esposizione ormai «nostra»).
Il nostro idillio ebbe come teatro Barcellona prima, Sitges
poi, un piccolo villaggio poco distante dalla capitale catalana, che ci offrì la desolazione delle sue spiagge, appena attenuata dal brillante, mediterraneo, sole invernale. Da un mese
non scrivevo più ai miei familiari, e ogni mattina ne provavo
un vago senso di colpa. E dissi a Gala: « Così non si può andare avanti! Tu sai che io devo viver solo! ».
Gala mi lasciò a Figueras e proseguì da sola per Parigi.
Nella sala da pranzo di casa mia la tempesta scoppiò, non
appena mio padre si permise un piccolo appunto critico. Era
desolato che io trattassi con tanta leggerezza la famiglia. Si
parlò anche di denari: io avevo, sì, firmato un contratto di
due anni con la galleria Goemans, ma non riuscivo a ricordare su quali basi, e improvvisamente non ricordai neppure se
la scadenza fosse a due anni, oppure a tre, oppure a uno solo! Mio padre mi esortò a consultare il documento, e fui costretto a rispondergli che non sapevo dove l'avessi messo, e
che comunque l'avrei cercato quando mi fossi installato a
Cadaqués. Spiegai poi di aver speso tutto il denaro versatomi
come anticipo da Goemans. I miei familiari ne furono sconvolti. Cominciai allora a frugarmi in tutte le tasche, pescando
ogni tanto una banconota, ma erano così gualcite che di certo nessuno le avrebbe accettate. Dovevo avere anche moltissimi spiccioli, ma all'improvviso ricordai di averli buttati nel
giardinetto prospiciente la stazione, poiché mi infastidivano
con il loro peso. Quando le mie tasche furono interamente
esplorate, risultò che possedevo ancora tremila franchi.
194
LA M I A V I T A
SEGRETA
Il giorno seguente arrivò a Figueras Luis Bunuel. Il visconte di Noailles desiderava che facessimo un film a sue
spese, ma interamente a nostro gusto e arbitrio. Seppi inoltre
che il visconte aveva anche acquistato il mio Gioco lugubre, e
che quasi tutti gli altri quadri della mia mostra erano stati
venduti, a prezzi variabili dai seimila ai dodicimila franchi.
Partii per Cadaqués esaltato dal mio successo, e iniziai a
scrivere il soggetto dell'-Age d'or. Volevo dare consistenza ai
più violenti amori, impregnandoli di miti cattolici. Ero già
allora abbagliato e ossessionato dalla grandezza, dalla sontuosità del cattolicesimo.
«Per questo film» spiegai a Bunuel «voglio una quantità
di arcivescovi, di ossa e di ostensori. Soprattutto voglio grandi arcivescovi, con le loro tiare luccicanti, e faranno il bagno
fra i cataclismi rocciosi di capo Creus ! ».
Bunuel, con la sua ingenuità, la sua ostinazione di vero aragonese, era sempre pronto a trasformare le mie ispirazioni in
un piatto, volgare anticlericalismo. Dovevo sempre frenarlo,
dicendo: «No, no! Niente commedia! Mi piacciono gli arcivescovi! Mettici pure alcune scene blasfeme, se proprio ci tieni, ma che siano impregnate del fanatismo in grado di esprimere la grandiosità di un vero, di un autentico sacrilegio! ».
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PARTE SECONDA
195
Burìuel partì, carico delle note prese insieme. Avrebbe iniziato lui la produzione, affinché io potessi ritardare il mio
viaggio a Parigi.
Rimasi solo, nella casa di Cadaqués. Facevo colazione, nel
sole invernale, con tre dozzine di ostriche, buon vino, cinque
o sei cotolette fritte su un fuoco di viti. La sera, una zuppa di
pesce e poi merluzzo con pomodoro, o un gran pesce fritto
con contorno di finocchi.
Pochi giorni dopo ricevetti una lettera di mio padre, che
mi scacciava dal seno della famiglia.
Non voglio rivelare qui il segreto che provocò una tale decisione; è il segreto di mio padre, è il mio segreto, e ci tenne
divisi per sei dolorosi anni.
La mia prima reazione alla lettera fu di tagliarmi i capelli. E
non mi limitai a tagliarli, ma addirittura mi rasai la testa. Seppellii, in un buco appositamente scavato, la massa nera dei
miei capelli e i gusci vuoti delle ostriche mangiate a colazione.
Poi mi arrampicai sopra una collinetta, da cui si domina l'intero paesaggio di Cadaqués, e là, seduto sotto gli alberi di olivo, trascorsi due lunghe ore, contemplando il panorama della
mia infanzia, della mia adolescenza, del mio presente.
La sera stessa prenotai un taxi che l'indomani mattina mi
avrebbe portato alla frontiera. Là avrei preso il treno per Parigi. Prima di partire feci colazione: pane tostato, ostriche,
un poco di vino rosso, molto amaro. Mentre aspettavo il taxi
scorsi, di profilo, la mia ombra sulla parete imbiancata a calce. Mi misi in testa un guscio di ostrica, ed eccomi sull'attenti davanti a me stesso: Guglielmo Teli!
La via che da Cadaqués conduce al passo alpino di Peni è
tortuosa, e a ogni tornante si vede, sempre più velato, il villaggio di Cadaqués. Il viaggiatore che lascia la Spagna si volge, all'ultimo tornante, per salutare il paese, ormai minuscolo, e lanciargli, con un ultimo amichevole sguardo di congedo, la promessa di un prossimo ritorno. Io non avevo mai
trascurato questo estremo saluto alla mia Cadaqués. Ma
quella volta continuai a guardare diritto dinanzi a me.
CAPITOLO PRIMO
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DEBUTTO IN SOCIETÀ
lo dovevo tornare immediatamente in campagna. E poi volevo portarmi via definitivamente Gala. L'idea che una donna
potesse vivere nella mia stanza di lavoro, una vera donna, capace di muoversi, con sensi, corpo, capelli, peli, gengive, mi
parve improvvisamente irresistibile. D'altra parte Gala era
decisissima a partire con me, e dovevamo solo decidere quale sarebbe stato il luogo della nostra reclusione. Ma prima
lanciai, timidamente e quasi casualmente, un certo numero di
spavalde definizioni nel cuore dei surrealisti: volevo soltanto
sperimentare il loro effetto demoralizzante durante la mia assenza. Lanciai, ad esempio: «Raymond Roussel contrapposto
a Rimbaud; lo stile moderno contrapposto allo stile africano;
la delusione della natura morta contrapposta all'arte classica;
l'imitazione contrapposta all'interpretazione».
Tutto questo, lo sapevo, sarebbe bastato ad agitarli per parecchi anni, e io volutamente diedi pochissime spiegazioni.
Non ero ancora divenuto un « conversatore » e articolavo solo le parole strettamente necessarie a infastidire il mio prossimo. Mi restava ancora, della mia patologica timidezza, qualche particolarità che innervosiva i miei ascoltatori, non appena aprivo bocca. Allora riassumevo, con un'osservazione terribilmente volgare e impregnata di fanatismo spagnolo, quel
che la mia eloquenza aveva accumulato durante i penosi e
lunghissimi silenzi, durante il martirio sofferto dalla mia impaziente polemica. Non tollero, infatti, la conversazione
francese, così scintillante di esprit e di buon senso da mascherare spesso una mancanza di ossatura e di concretezza.
200
LA MIA VITA SEGRETA
In una certa occasione dovetti subire un critico d'arte che
aveva la mania di vantare la « materia » di Courbet, e come
Courbet si spargesse attorno la sua materia, e come Courbet
dominasse perfettamente la sua materia.
« E ha mai provato a mangiarla? » domandai finalmente, E
poi, diventando diabolicamente francese, aggiunsi: «In fondo io digerisco meglio la materia di Chardin».
Una sera fui invitato a pranzo da Noailles. Era una casa
che mi intimidiva moltissimo e fui lusingato nel vedere il mio
quadro II gioco lugubre appeso tra un Cranach e un Watteau.
Gli altri commensali erano artisti o gente di mondo, e io
compresi subito di attrarre l'attenzione generale: sono certo
che i Noailles furono profondamente commossi dalla mia timidezza. Ogni volta che il maggiordomo si chinava per mormorarmi all'orecchio il nome e l'annata del vino che stava
per servire, con un'aria di tremenda segretezza, io credevo
che fosse venuto a comunicarmi qualcosa di terribilmente serio: forse Gala era stata travolta da un taxi, forse un surrealista furioso stava arrivando per massacrarmi... Illividivo, mi
alzavo a metà, pronto a lasciare la tavola. Ma con una voce
più profonda, quasi rassicurante, e abbassando gli occhi dignitosamente sulla bottiglia ben adagiata nel cestello, il maggiordomo ripeteva: «Romanée 1923 ». Con un sol sorso buttavo giù il vino che mi aveva tanto spaventato e che mi restituiva ora la speranza di superare il mio panico e di essere in
grado di conversare.
Durante il mio primo pranzo in casa Noailles scoprii due
cose. La prima fu che l'aristocrazia, genericamente definita
buona società, era infinitamente più vulnerabile alle mie idee
di quanto non lo fossero gli artisti, e specialmente i cosiddetti intellettuali. Effettivamente la «buona società» è rimasta
profondamente attaccata, per atavismo, a quegli ideali di civiltà e di raffinatezza che le classi medie hanno invece gaiamente sacrificato in olocausto alle «giovani» ideologie con
tendenze collettiviste. La seconda cosa che scoprii fu l'esistenza degli arrivisti mondani, i piccoli pesci voraci, furiosamente ansiosi di successo che si riuniscono intorno a tutte le
mense coperte di cristalli e di argenti preziosi, con le loro instancabili lusinghe, la loro ansietà pettegola e gelosa. Decisi
che in avvenire avrei dovuto sfruttare le mie due scoperte: la
buona società mi avrebbe accolto, gli arrivisti mondani
avrebbero rinnovato di continuo il mio prestigio, con le sempre nuove calunnie dettate dalla loro gelosia.
Stando così le cose, decisi di unire le mie forze a quelle de-
PARTE TERZA
201
gli invalidi il cui snobismo spronava un'aristocrazia decadente e però fedele alle proprie attitudini tradizionali. Ed ebbi
l'idea geniale di non presentarmi a mani vuote, ma di giungere con le braccia cariche di grucce! Sapevo fin dal principio
che avrei dovuto preparare enormi quantità di grucce che
conferissero una certa saldezza all'insieme. E inaugurai la
«gruccia patetica», ricordo del primo delitto commesso nella mia infanzia: doveva essere l'onnipotente, l'unico simbolo
del dopoguerra! Grucce per sorreggere lo sviluppo mostruoso di certi crani, grucce per immobilizzare l'essenza di certi
atteggiamenti elegantissimi, grucce per rendere architettoniche e durevoli le grazie fuggevoli di un balzo coreografico,
grucce per irrigidire la farfalla effimera di una danzatrice, in
eterno. Grucce grucce grucce grucce.
202
LA MIA VITA SEGRETA
Inventai perfino una piccola gruccia facciale di oro e di rubini, con biforcazione flessibile che sorreggesse, accogliendola, la punta del naso. L'altra estremità era morbidamente
arrotondata in modo da affondare nella fossetta che sovrasta
il labbro superiore. Insomma, una gruccia per il naso, oggetto del tutto inutile e tale da sedurre lo snobismo di certe donne criminalmente eleganti. Allo stesso modo taluni portano il
monocolo senza averne bisogno, ma soltanto per sentire il
sacro pegno del loro esibizionismo incrostarsi nella carne.
Il mio simbolo si addiceva con tanta precisione agli inconsci miti della nostra epoca che questo feticcio, invece di stancare, sempre più piaceva. Strano a dirsi, più grucce spargevo
attorno a me e più ognuno, con rinnovata curiosità, mi chiedeva: «E perché tante grucce? ».
Quando feci il mio primo tentativo di puntellare l'aristocrazia con mille e mille grucce, la guardai bene in faccia e le
dissi onestamente: «E ora, aristocrazia, le darò un terribile
calcio».
L'aristocrazia tirò un po' indietro la gamba ripiegata e rialzata simile a quella delle cicogne: «Fai pure» rispose, stringendo i denti per sopportare la sofferenza stoicamente, senza
gridare.
PARTE TERZA
203
Allora, con tutte le mie forze le vibrai un colpo tremendo.
L'aristocrazia neppure vacillò: l'avevo puntellata troppo bene.
« Grazie » mi disse.
«Niente paura,» risposi baciandole la mano per prendere
congedo «tornerò presto. L'orgoglio della sua unica gamba e
le grucce della mia intelligenza la rendono più forte della rivoluzione preparata dai miei amici intellettuali, che io conosco intimamente. Lei è vecchia, esausta, decaduta, ma il punto preciso in cui il suo piede preme la terra simboleggia la tradizione. Se lei dovesse morire, accorrerei subito per posare il
mio piede nell'orma che è stata sua, ripiegando immediatamente l'altra mia gamba, nella postura della cicogna. Sono
pronto a invecchiare in quest'atteggiamento senza stancarmene».
Il regime aristocratico è stato sempre una delle mie passioni, e già allora esaminavo la possibilità di restituire a queste
classi superiori la coscienza storica del destino cui sarebbero
state chiamate se l'Europa fosse uscita dalla Seconda guerra
mondiale con una coscienza ultraindividualista.
Se io avessi scritto le mie previsioni degli avvenimenti che
stavano per sconvolgere il mondo, tutti si sarebbero convinti
dei miei rari doni profetici. I miei amici in buona fede possono testimoniare che fin dal 1929 io predissi esattamente quanto poi realmente accadde.
Mentre attendevamo che tutto assumesse forma e consistenza, Gala e io partimmo per la Costa Azzurra. Gala conosceva un piccolo albergo dove nessuno sarebbe venuto a disturbarci: era l'Hotel du Chàteau a Carry-le-Rouet. Prendemmo due grandi stanze e ne trasformammo una in studio.
Affinché nei nostri caminetti ardesse sempre il fuoco, facemmo accatastare legna nel corridoio, in questo modo nessuno ci avrebbe disturbato con il pretesto di portarne altra.
Installai una lampada fortissima che illuminava unicamente
il mio cavalletto e il mio quadro lasciando il resto della
stanza nel buio. Avevo dato ordine di non aprir mai le imposte; i pasti ci venivano portati su vassoi; raramente scendevamo in sala da pranzo, e per due mesi non uscimmo mai
all'aperto!
Questo periodo è rimasto impresso nella memoria di Gala e nella mia come uno dei più attivi, dei più eccitanti e dei
più frenetici della nostra vita. Anche ora, quando viaggiamo in treno e sembriamo entrambi immersi in remoti pensieri, ci accade di esclamare all'unisono: «Ti ricordi Carryle-Rouet? ».
204
LA M I A V I T A
SEGRETA
Dopo due mesi di volontario isolamento, durante i quali
io conobbi e feci l'amore con lo stesso fanatismo che ponevo
nel mio lavoro, l'Uomo invisibile era finito solo a metà. Ma
nel suo sorriso Gala riconosceva quella strada, irta di difficoltà e approdante al successo, che le carte le predicevano
ogni volta. Io credevo ciecamente nelle carte interpretate da
Gala. Ogni sera la pregavo di leggerle per me e subito svanivano anche le più lievi tracce di ansietà che talvolta minavano la mia gioia.
Da parecchi giorni le carte annunciavano la lettera di un
uomo bruno, e del denaro. La lettera giunse: era del visconte
di Noailles. La galleria Goemans stava per fallire e lui si offriva di aiutarmi finanziariamente in un momento certo difficile. Mi suggeriva di fargli visita; che stabilissi io stesso il
giorno, e avrebbe mandato la sua macchina a prendermi.
Proprio quel giorno si compivano due mesi dal nostro arrivo
all'Hotel du Chàteau, e decidemmo di uscire per una breve
passeggiata che ci avrebbe permesso di esaminar meglio la situazione. Ricordo che fummo abbagliati dallo splendore dell'assolato mattino invernale. I nostri volti erano cadaverici e
ci riabituavamo con fatica alla luce, dopo due mesi di penombra continua. Il calore del sole ci parve una delizia inaudita e decidemmo di far colazione all'aperto. Per la prima
volta, inoltre, bevemmo un po' di vino mangiando. In quel
caffè decidemmo ogni cosa. Gala sarebbe andata a Parigi per
tentare di recuperare i denari che la galleria ci doveva, mentre io avrei raggiunto il visconte di Noailles nel suo Chàteau
PARTE TERZA
205
de Saint-Bernard a Hyères, per offrirgli un quadro importantissimo e chiedergli un anticipo di ventinovemila franchi.
Con questi, e col denaro raccolto da Gala, ci saremmo costruiti a Cadaqués una piccolissima casa, dove ci fosse posto
soltanto per noi due. Lì avremmo lavorato, allontanandoci di
tanto in tanto da Parigi: io amo solo il paesaggio di Cadaqués, tutti gli altri non li guardo nemmeno.
Gala si recò a Parigi, e io andai dai Noailles, che accolsero
con gioia la mia proposta. Tornai a Carry-le-Rouet da Hyères
contemporaneamente a Gala: lei portava il denaro, io avevo
l'assegno. Trascorsi un pomeriggio intero a guardarlo, e per
la prima volta capii che il denaro poteva essere molto importante. L'indomani partimmo per la Spagna.
Cominciava la brutale battaglia contro la vita, quella battaglia che avevo sempre creduto di poter evitare. Fino ad allora avevo infatti conosciuto soltanto gli ostacoli creati dalla
mia immaginazione. Anche l'amore mi era stato utile, guarendomi dall'incombente follia, e io l'adoravo. Ma ora dovevo ritornare a Cadaqués, dove non sarei più stato il diletto figlio del notaio Dali, ma il figliol prodigo, rinnegato dalla famiglia, legato da concubinaggio a una russa!
E come ci saremmo organizzati a Cadaqués? C'era una sola persona su cui contare: Lydia, la ben plantada, una donna
del paese, vedova di Nando, «il buon marinaio dagli occhi
azzurri e dallo sguardo sereno ». Lydia era sulla cinquantina,
aveva due figli che abitavano una misera capanna a Port Lligat, un piccolissimo porto, a circa un quarto d'ora da Cadaqués, oltre il cimitero. Port Lligat è uno dei luoghi più aridi,
più minerali, più planetari che esistono al mondo. Le mattine sono gaie e selvagge, ferocemente analitiche e costruite; le
sere sono morbidamente malinconiche, e gli alberi di olivo
2o6
LA MIA VITA SEGRETA
fino ad allora allegri e animati divengono immobili e grigi.
L'ebbrezza del mattino sveglia nel mare piccole onde brillanti; la sera l'acqua diventa immobile come quella di un lago e
rispecchia il dramma del precoce crepuscolo.
Arrivammo a Cadaqués in pieno inverno. L'albergo Miramar, che parteggiava per mio padre, rifiutò di ospitarci con il
pretesto delle riparazioni invernali e dovemmo accontentarci
di una modesta locanda, dove una nostra antica domestica
fece del suo meglio per aiutarci. Del resto io desideravo soltanto la stima dei pescatori di Port Lligat, i quali, più indipendenti d'animo della gente di Cadaqués, pur accogliendoci all'inizio con riserva, furono ben presto affascinati dai modi irresistibili di Gala e dall'aureola del mio prestigio. Sapevano che i giornali si occupavano di me. «È giovane,» dicevano « i denari di suo padre non gli servono e spenda come
vuole la sua gioventù».
I figli di Lydia ci proposero di comprare la loro capanna, e
io decisi di acquistarla e di renderla abitabile: mi sembrava il
solo luogo al mondo dove desiderassi vivere, e Gala era d'accordo con me, come sempre. Convocammo un capomastro, e
Gala e io studiammo tutti i particolari della nostra futura casa, dal numero dei gradini alle misure della più piccola finestra. Ludwig II di Baviera costruendo i suoi palazzi di certo
provò solo la metà delle emozioni che ci procurò la progettazione della nostra capanna.
Avremmo avuto un'unica stanza, di quattro metri quadrati, come camera da letto, entrata, studio e sala da pranzo.
Poi, salendo pochi gradini, ecco un minuscolo corridoio, con
tre usci, la doccia, una piccola cucina, il gabinetto. Tutto piccolissimo, tutto intrauterino. Facemmo venire dal nostro appartamento di Parigi i vetri e il nichel, e applicammo sulle
pareti parecchi strati di smalto. Io non ero certo in grado di
realizzare tutte le mie deliranti idee decorative, e dovevo
quindi accontentarmi di una perfezione dimensionale. Volevo esattamente lo spazio necessario a noi due, e nulla più. Il
solo ornamento stravagante sarebbe stato un dente da latte,
un piccolo, piccolissimo dente da latte che non era mai stato
sostituito dal dente vero, e che avevo perduto recentemente.
Era bianco, trasparente, simile a un chicco di riso, e ci avrei
fatto un buchino per poi appenderlo al centro matematico
del soffitto. La decisione di utilizzare così il mio dente da latte mi aiutò a sopportare facilmente tutte le difficoltà pratiche
che si leggevano già sul volto tormentato di Gala.
«Non crucciarti... » le dicevo «acqua, luce, camera per la
PARTE TERZA
207
domestica... Il giorno in cui vedrai il mio dente pendere dall'alto, dominando ogni cosa, sarai tanto entusiasta quanto lo
sono io! E non avremo né fiori né cani, solo aridità intorno
alla nostra passione! E l'intelligenza ci invecchierà rapidamente, e insieme. Io scriverò un libro per te, su di te, e tu diventerai una di quelle mitologiche Beatrici che la storia deve
portarsi in groppa. E la storia mi obbedirà, dominata dalla
furia del mio frustino, pur sputando fuoco nella sua rabbia
impotente ».
Una volta decise le migliorie da apportare alla nostra casa
di Port Lligat, andammo a Barcellona. I contadini della regione hanno un loro proverbio: «Barcellona è buona con te,
se il tuo borsellino tintinna! ». E noi avevamo già versato, in
anticipo, agli operai di Cadaqués tutto il nostro denaro, tranne 1 assegno del visconte di Noailles. Andammo in una banca
per incassarlo, e fui sorpreso quando il cassiere mi chiamò,
208
LA MIA VITA SEGRETA
ossequiosamente, per nome. Non mi rendevo conto di essere
ormai molto popolare a Barcellona, e la cortesia dell'impiegato, anziché lusingarmi, mi insospettì: «Lui mi conosce, ma
io non lo conosco! ».
Una simile dimostrazione di infantilismo ostinato doveva
necessariamente irritare Gala: mi dichiarò bruscamente che
sarei sempre rimasto un contadino catalano. Io firmavo, intanto, l'assegno; ma quando il cassiere volle ritirarlo, rifiutai:
«Figuriamoci! » dissi a Gala «Gli darò l'assegno solo quando lui con l'altra mano mi darà i soldi! ».
«Ma cosa credi che ne faccia del tuo assegno? ».
«Potrebbe anche mangiarselo! ».
«E perché dovrebbe farlo? ».
«Perché io, al suo posto, me lo mangerei senz'altro! ».
« Ma anche qualora lo mangiasse tu non perderesti il tuo
denaro! ».
« Lo so, ma questa sera non potremmo andare a mangiare
torts e rubellons a la llaunaì ».'
Il cassiere ci guardava incerto, senza capire la nostra conversazione perché ci eravamo allontanati di qualche passo.
Gala finì per convincermi, e io tornai con passo risoluto allo
sportello e porsi sdegnosamente l'assegno: «Avanti, ne faccia
un po' quello che vuole! ».
Non mi sono mai abituato alla sconcertante, terrificante
« normalità » degli esseri che mi circondano e che popolano
il mondo. Mi ripeto spesso: «Nulla di quel che dovrebbe accadere, in realtà accade! ». E non so capire come gli umani
siano così privi di individualità, così pronti a comportarsi
con tanta monotonia. Ad esempio, cosa potrebbe esserci di
più divertente del far deragliare treni? Centinaia di migliaia
di chilometri di rotaie, attorno alla Terra; l'Europa, l'America, l'Asia, solcate da infinite rotaie! E non c'è il minimo rapporto tra i rarissimi individui che si tolgono una così preziosa soddisfazione e gli infiniti che preferiscono viaggiare!
Quando il deragliatore Marouchka fu catturato in Ungheria,
se ne parlò come di un caso unico.
Non capisco davvero tanta mancanza di fantasia. Perché i
guidatori di filobus non irrompono, ogni tanto, nelle vetrine
dei grandi magazzini, acchiappando al volo qualche sciocchezzuola da portare in dono alle loro mogli, qualche giocattolino da distribuire fra i bimbi che passano per strada?
Due fra i miei prediletti piatti catalani: i torts sono piccoli uccelli, e i rubellons molluschi fritti.
PARTE TERZA
209
Perché gli idraulici non installano, negli sciacquoni dei
wc, piccole bombe che scoppino proprio mentre illustri uomini politici tirano la catena?
Perché le vasche da bagno hanno sempre, più o meno, la
stessa forma?
Perché non s'inventano dei taxi con un congegno, disposto intorno agli sportelli che simuli la pioggia, in modo che il
passeggero debba, per entrarci, indossare l'impermeabile anche nelle giornate di bel tempo? (Non tutti i taxi dovrebbero
esser provvisti di simile raffinatezza, ma solo i più lussuosi.)
Perché, quando chiedo un'aragosta all'americana in un ristorante, non mi portano mai un telefono alla griglia? E perché lo champagne viene sempre servito ghiacciato, mentre i
telefoni, sempre tiepidi e sgradevolmente appiccicosi, non
sono mai offerti in un bel secchiello, appannato e velato di
ghiaccio?
Telefono frappé, telefono alla menta, telefono afrodisiaco,
telefono all'aragosta, telefono drappeggiato nel visone, per i
boudoir delle sirene dalle unghie fasciate d'ermellino, telefono alla Edgar Allan Poe, con un topo morto nascosto dentro,
telefono alla Bòcklin, installato in un cipresso (con una piccola allegoria della morte, in argento sbalzato, sulla parte posteriore), telefono al guinzaglio, ma capacissimo di passeggiare da solo, telefono applicato alle spalle di una tortorella
in buona salute... telefoni... telefoni... telefoni...
Mi pareva incredibile che un cassiere non avesse mai desiderato inghiottire un assegno; non meno incredibile che un
pittore non avesse mai dipinto un «orologio molle».
Naturalmente incassai con estrema facilità l'assegno del
visconte di Noailles, e quella sera ci godemmo un pasto interminabile, con champagne e conversazioni tutte imperniate
sulla nostra casa di Port Lligat. Io mangiai due dozzine di uccelletti.
210
LA MIA VITA SEGRETA
L'indomani Gala si ammalò di pleurite, e io per la prima
volta sentii tremare il massiccio edificio del mio egoismo al
sotterraneo terremoto dell'altruismo sentimentale. Avrei dunque finito con l'amare veramente Gala?
Durante la malattia di Gala accettai l'invito di un amico
dei tempi di Madrid, che mi chiedeva di raggiungerlo con lei
a Malaga. Tutte le spese del nostro soggiorno sarebbero state
a suo carico, e inoltre mi avrebbe comprato un quadro. Decidemmo quindi di recarci a Malaga, ma giurando di non
spendere un soldo, depositando anzi nella cassaforte dell'Hotel de Barcellona la somma ricavata dall'assegno: doveva
esserci sacra, in quanto destinata alla casa di Port Lligat.
Io trascorrevo ore intere facendo progetti per la convalescenza di Gala, elencandomi i doni che le avrei offerto. La
malattia l'aveva resa fragilissima, e nella sua camicia da notte
rosa tea somigliava a una delle fate disegnate da Raphael
Kirchner, una di quelle creature irreali che sembrano in procinto di morire, estenuate nello sforzo di respirare una gardenia gigantesca, infinitamente più ampia, più greve, delle
loro teste. Un sentimento di tenerezza per Gala, mai provato
prima, mi sopraffece; ogni suo movimento mi dava il desiderio, dolce quanto il miele, di piangere. Ma era una soavità
non esente da impulsi sadici. Di tanto in tanto balzavo in
piedi, pieno di amorosa premura, e gridando: «Sei troppo,
troppo bella!», cominciavo a baciarla furiosamente, stringendola, squassandola sempre più forte, e via via che la sentivo irrigidirsi per difendersi debolmente dalla mia violenza,
cresceva in me il desiderio, per così dire, di stritolarla fra le
braccia. Sentivo che era sempre più estenuata, e non sapevo
resistere alla tentazione di prolungare, per tutto il pomeriggio, i miei giochi di strangolamento e di compressione finché
Gala, esausta, scoppiava in pianto. Allora mi dedicavo al suo
volto: cominciavo eoi baciarlo dolcemente, cento e cento
volte, poi le carezzavo il nasino, poi le succhiavo le labbra,
costringendole a una smorfia che giudicavo irresistibile. Poi
le succhiavo il naso, poi la bocca, poi il naso e la bocca insieme, e contemporaneamente, con entrambe mani, le premevo
le orecchie in avanti. Le mie carezze assumevano una frenesia crescente, e finivo per torturare quell'incantevole volto
con una durezza che sentivo pericolosa, quasi volessi schiacciare, agitare, rivoltare, frugare una pasta informe da cui
trarre il pane. Non l'avevo affatto consolata delle sue lacrime, anzi, la facevo piangere di nuovo: «Usciamo! Usciamo! » alla fine le dissi.
PARTE TERZA
La sistemai in una macchina, e la condussi all'Esposizione
internazionale di Barcellona. La costrinsi a salire una lunghissima scala, con gli occhi chiusi dallo sfinimento. L'aiutavo stringendola alla vita, ma era talmente debole che dovevamo fermarci ogni tre o quattro gradini. Così la guidai,
provvisoriamente cieca, fino a una terrazza da cui si dominava l'intera esposizione: sullo sfondo le fontane luminose, monumentali, come non ne ho mai viste di simili in vita mia. Salivano altissime, si allargavano in ventagli iridati, cambiavano
forma e colori con sconcertanti effetti magici.
Mille fuochi artificiali esplodevano in cielo, e il livido viso
di Gala, con le palpebre serrate, mi si abbandonava sul petto: «Ora guarda! » le dissi.
Nessun bimbo fu mai così attonito. Le sardanas scandivano intorno a noi il loro ritmo malinconico. Gala sussurrò:
« Solo tu sai di cosa ho bisogno! E mi fai piangere sempre! ».
La folla anonima strisciava, con piedi pesanti, lungo i sentieri dell'inevitabile fiasco rappresentato da un'esposizione
internazionale. Miseria di tutte le miserie! Nessuno, fra loro,
piangeva!
Due giorni dopo partimmo per Malaga. Quel lungo viaggio di tre giorni era prematuro per Gala, ancora sofferente.
Rimase ore e ore, nel nostro scompartimento di seconda
classe, con la testa posata sul mio petto, e io mi stupivo che
una piccola testa, apparentemente composta unicamente di
espressioni, potesse pesare quanto il piombo. Cominciai a
meditare sul suo teschio: lo vidi, bianchissimo e pulito, con
quei meravigliosi denti, perfetti, regolari, categorici, gloriosi,
brillanti, come se specchiassero la verità della sua lingua rossa, emersa dal pozzo salivare della sua laringe. Paragonavo il
suo teschio, senza lingua, senza saliva, senza laringe, armato
unicamente della verità dei suoi denti, alla menzogna del
mio. Io avevo già la bocca di un vecchio. Nessun dentista ha
mai saputo svelare il mistero della mia struttura dentale,1 che
provocava in loro esplosioni di stupore. Non ho ancora capito se ne fossero atterriti oppure ammirati, l'unica cosa certa è
che nessun dentista ha trascurato di rallegrarsi con me per
1 incomparabile, inimitabile disastro della mia dentatura.
Non uno solo fra i miei denti è al suo posto giusto. Mi mancano due molari, che non sono mai spuntati, e due incisivi
y e un indubbia rispondenza fra i denti e gli organi sessuali. Perdere i
enti in sogno è una chiara allusione all'onanismo; in certe tribù africane si
'ostitmsce la circoncisione con l'estrazione di un dente.
212
L A M I A VITA S E G R E T A
inferiori, che caddero quand'erano da latte e non furono mai
sostituiti. E poi altri denti, nei luoghi più impensati...
E immaginando il mio teschio accanto a quello di Gala, ne
vidi tutto l'orrore: non soltanto i miei denti sono un caos, ma
il mento, pochissimo pronunciato, si oppone al deciso sviluppo delle arcate sopracciliari che, prive allora di pupille,
sarebbero state anche più ansiose di quanto ora non siano. E
infine, non riuscivo a immaginare il mio teschio bianco; sarà
sempre giallo, putrefatto, simile alla terra troppo concimata,
mentre quello di Gala, l'ho già detto, bianchissimo e quasi
azzurrino, avrà la lucentezza dei lisci, trasparenti, preziosi
ciottoli che sua madre raccolse, per lei, sulle rive del Mar Nero, e che oggi riposano in una scatoletta imbottita di ovatta.
Pensavo al funerale di Gala e al mio, sepolti insieme, la
mano nella mano, ed ecco che il capo di Gala, appesantito
dal sonno, mi cadde in grembo. Lo rialzai, lo appoggiai alla
mia spalla, già indolenzita dallo sforzo. Di fronte a noi, avvitati sul corpo di viaggiatori anonimi, altri crani sobbalzavano
secondo le scosse del treno, e le mosche ci sgambettavano sopra tranquillamente. Arrivammo a Malaga in un treno affollato da gente «morta di sonno».
Una calura africana già dominava l'Andalusia, con spettrale, sovrana, suprema maestà. Inciso a lettere di fuoco sulla
superficie liscia e compatta del cielo, lessi chiaramente l'araldico motto: «Qui il caldo è re». Il nostro autista, per svegliare un facchino addormentato in un angolo, lo colpì a più
PARTE TERZA
21 3
riprese con un piede, finché lui, uscendo dal dormiveglia,
alzò le braccia in un gesto degno del cerimoniale egiziano,
per dirci: «Certamente non oggi! ».
Già si preparava il gran festival della morte, con le orgiastiche processioni di fiori. Un autobus si era fermato davanti
a un bar, perché il guidatore voleva bersi un anis del mono:
glielo portarono, bevve e rimise la vettura in moto cantando.
La strada era piena di Picasso (il suo tipo morfologico è comunissimo a Malaga, sua città natale), tutti con un garofano
dietro l'orecchio, tutti con occhi brillanti di graziosa intesa e
di criminale intelligenza. Il programma delle corride era importante e la sera, invece delle solite brezze tanto « carine »,
un bruciante vento africano ci giunse dai deserti.
Noi spagnoli ci troviamo benissimo in sere simili. È proprio l'ora che scegliamo per far l'amore, quando l'aroma dei
garofani e del sudore si inasprisce, quando il leone africano
della civilizzazione spagnola comincia a ruggire!
A Torremolinos, un piccolo villaggio a pochi chilometri da
Malaga, prendemmo in affitto una capanna di pescatori, che
da un lato dominava i campi di garofani, dall'altro una scogliera a strapiombo sul mare. Luna-di-miele-di-fuoco! Ci abbronzammo come i pescatori, dormimmo su durissimi materassi (c'era da credere che non contenessero lana, ma pan
secco), e all'inizio non era piacevole: ben presto i nostri corpi si coprirono di lividure e di contusioni, piacevolissime,
queste, perché davano veramente la sensazione di avere un
corpo, e di averlo nudo.
Gala, che aveva il corpo di un fanciullo, dorato dal sole,
attraversava serenamente il villaggio con i seni nudi, e io avevo ripreso l'abitudine di portare la mia collana. I pescatori
del luogo non avevano pudori superflui e spesso, a pochi
passi da noi, abbassavano i pantaloni per le loro funzioni naturali. Scoppiavano spesso risse furiose, che si concludevano
con crani spaccati e le donne, perpetuamente in lutto, accorrevano invocando Gesù e la Vergine immacolata. In tutto
questo non c'era mai un'ombra di malinconia o di squallore,
e le loro collere violente erano gaie, biologiche, come bianche lische di pesce disseccate al sole.
Fu allora che io manifestai una passione per l'olio d'oliva.
Ne mettevo dovunque, cominciavo, la mattina, col tuffare il
mio pane tostato in una scodella d'olio, con qualche acciuga,
e bevevo poi fino all'ultima goccia quel che il pane non aveva assorbito. Se ne restava qualche stilla me la versavo sul capo, sul corpo, massaggiandomi vigorosamente. I miei capelli
214
LA M I A V I T A
SEGRETA
ricrebbero con tanta abbondanza da spezzare tutti i pettini.
Continuavo a dipingere il mio Uomo invisibile e scrivevo la
versione definitiva della mia Donna visibile.
Di tanto in tanto ricevevo la visita di alcuni amici surrealisti locali: si odiavano appassionatamente fra loro, ed erano
già in parte divorati dal cancro delle ideologie di destra o di
sinistra. Io compresi subito che, non appena questi cancri
avessero raggiunto le proporzioni di veri serpenti, la guerra
civile sarebbe stata, in Spagna, qualcosa di ferocemente
grandioso, una testa di Medusa, con un ventre al posto del
volto e i serpenti al posto degli intestini, iliaca passione di
erezione e di morte.
Un giorno ricevemmo diverse lettere che contenevano,
tutte, cattive notizie. La galleria Goemans, che ci doveva ancora un mese di arretrati, aveva dichiarato bancarotta. Luis
Bunuel aveva deciso di assumersi la produzione dellVlg;?
d'or, estromettendomi. Il capomastro di Cadaqués, annunciando di aver quasi completato la casa di Port Lligat, chiedeva altri soldi, per un totale doppio di quello contemplato
nei preventivi. E, come se ciò non bastasse, il nostro ricco
amico di Malaga partiva, per ignota destinazione, lasciando
detto che sarebbe tornato tra una ventina di giorni!
Avevamo ormai speso i pochi risparmi portati a Malaga e
ci restava, sì e no, di che vivere per quattro o cinque giorni.
Gala suggerì di scrivere all'Hotel de Barcellona affinché ci
spedissero i soldi lasciati nella cassaforte, ma io rifiutai, non
volendo toccare il sacro, e ormai insufficiente, denaro destinato alla casa. Decidemmo di telegrafare a diversi amici parigini perché ci anticipassero piccole somme su quadri che
avrei consegnato in seguito. Ma nessuno ci rispose, e altri
giorni passarono.
La sera raccogliemmo gli spiccioli sparsi nelle mie tasche e
li affidammo a un amico, di tendenze comuniste, capitato lì
per caso, perché telegrafasse all'Hotel de Barcellona. Promise di farlo, ma un giorno passò, poi un altro, e non ricevemmo nulla. Faceva terribilmente caldo, nella casa accanto un
ragazzo aveva massacrato sua madre, con le molle del fuoco.
L'esattore delle tasse trascorreva i tardi pomeriggi sparando
alle rondini. E non avevamo domestica, e in casa non c'era
assolutamente nulla da mangiare. Io capivo benissimo che la
colpa di tutto era mia, della mia ostinazione: sarebbe bastato
scrivere in tempo a Barcellona!
Gala tentava vanamente di spiegarmi che la situazione era
seccante, ma niente affatto tragica, potevamo trasferirci in
PARTE TERZA
2I5
un buon albergo di Malaga e attendere lì il denaro da Barcellona, che non poteva tardare. Dopotutto il telegramma era
stato spedito un sabato, giorno di chiusura per le banche. O
forse l'amico comunista non aveva affatto telegrafato...
Ma io non volevo lasciarmi convincere, anzi, desideravo
sfruttare, fino in fondo, la possibilità di recitare il dramma
della mia collera, la collera tenuta in serbo fin da quando la
prima difficoltà finanziaria mi si era parata dinanzi. Non volevo ammettere l'affronto, l'ingiustizia, la mostruosità del
fatto che io, Salvador Dali, dovessi interrompere la stesura
della mia Donna visibile, perché io, Salvador Dali, ero senza
denari, e che la mia Galuchka si trovasse nella mia stessa degradante situazione, e questa era la goccia che fece traboccare il vaso.
Uscii di casa, sbattendo la porta e con il rammarico di lasciare Gala triste, sola, affaccendata a preparar bagagli. Raccolsi un ramo secco che mi sarebbe servito come bastone, e
con quello mi avviai lungo le piantagioni di garofani, furiosamente falciando i fiori che mi schizzavano intorno come decapitate teste dipinte da Carpaccio.
Nelle grotte che fiancheggiavano il mare vivevano certe
zingare, brune come olive, che in quel momento friggevano
il pesce in grandi calderoni pieni d'olio bollente, sibilante,
ruggente, come le vipere del mio furore. Per un attimo esaminai l'assurda possibilità di trasportare lì i bauli di Gala e
di vivere con lei tra gli zingari. L'idea della promiscuità con
tante magnifiche donne che, seminude, allattavano i bimbi fu
per me un afrodisiaco violento, esaltato dall'incredibile sporcizia della loro pelle. Mi rifugiai in un anfratto solitario, e il
ricordo dei seni gonfi di latte si mescolò, in me, alla visione
della groppa lucente, davvero una groppa di cavallo nero,
che una delle zingare piegava sontuosamente dinanzi al fuoco. Le gambe mi cedettero e, cadendo in ginocchio sul suolo
roccioso, mi sentii un anacoreta in estasi, un anacoreta di Ribera. Con la mano libera accarezzavo e graffiavo la pelle calcinata del mio corpo, e avrei voluto potermi toccare contemporaneamente ovunque, con gli occhi inchiodati a una nuvola spaccata che lasciava precipitare in raggi obliqui la scatologica pioggia d'oro di Danae. La mia rabbia dominava anche il tremito, anche i sussulti della mia carne. Ah sì, ero senza soldi? Ah sì, le mie tasche erano vuote? Ma potevo ancora
spender questo! E sparsi in terra le grosse e le piccole monete della mia vita preziosa, tratta dai più profondi, dai più
oscuri recessi del mio corpo.
216
LA MIA VITA SEGRETA
Una volta svanito il piacere, la mia nuova, inutile «spesa»
accentuò in me, con un sentimento intensificato di desolazione, l'intollerabile realtà di quanto mi accadeva. Il mio impulsivo rancore si rivolse totalmente contro me stesso, e per punirmi di aver commesso la « cosa » guardai la mano, recentissimo strumento del mio peccato, la strinsi a pugno, me ne
percossi senza pietà la faccia. Battei e battei, fino a sentire il
gusto del sangue in bocca; lo sputai proprio là dove, un
istante prima, avevo versato il tesoro della mia voluttà. Mi
ero tolto un altro dente da latte. Era scritto: dente per dente!
Tornai a casa eccitatissimo ma raggiante, e mostrai vittoriosamente a Gala le mie dita serrate: «Indovina! ».
«Una lucciola! ».
«No! Un dentino! M'è caduto. Dobbiamo subito tornare
a Cadaqués per appenderlo al centro del soffitto della casa
nuova, della casa di Port Lligat! ».
Ma non tornammo a Cadaqués neppure quando, due giorni dopo, ricevemmo il denaro da Barcellona e un piccolo aiuto dall'amico comunista. Andammo invece a Parigi.
Non potevo dimenticare la nuvola che, mentre spandevo il
mio fluido vitale, si era aperta per spander su di me la sua
pioggia d'oro. Avevo scoperto il «grandioso mito di Danae».
Dovevamo andare a Parigi e tornarne con le mani piene d'oro
per terminare la casa di Port Lligat.
Così tornammo a Parigi, sostando solo lo stretto necessario
a Barcellona e a Madrid, e due ore a Cadaqués per giudicare
l'effetto della nostra casa. Era anche più povera e più angusta
PARTE TERZA
217
di quanto avessimo temuto: praticamente non esisteva. Ma già
in questo «nulla» si poteva notare il nostro comune fanatismo, e per la prima volta fu possibile distinguere la personalità
chiara, concreta e tagliente di Gala dalla delirante incapacità
della mia. C'erano, di Gala, le proporzioni della porta, della finestra e le quattro pareti: qualcosa di eroico.
Ma il vero eroismo ci aspettava a Parigi, dove Gala e io
dovemmo affrontare il più tenace, il più orgoglioso, il più
duro sforzo per difendere noi stessi. Tutti, intorno a noi, tradivano, e senza grandiosità alcuna. L'aneddoto divorava la
categoria, e via via che il mio nome si affermava con l'implacabilità di un cancro nel seno della società ostile, la nostra vita pratica incontrava difficoltà sempre più gravi. Per difendersi dal tremendo morbo del mio prestigio intellettuale, i
miei contemporanei cercavano di contagiarmi con la loro
malattia: il logorio continuo delle «preoccupazioni finanziarie». Ma era un fastidio trascurabile, sapevo che ne sarei
guarito.
Bunuel aveva appena finito L'Age d'or. Ne fui terribilmente deluso, perché rappresentava un'abietta caricatura delle
mie idee. Il «lato cattolico» era diventato volgarmente «anticlericale», privo della biologica poesia che avrei desiderato.
Comunque il film produsse un'impressione notevole, soprattutto nella scena dell'amore insoddisfatto, quando l'eroe, devastato da vani desideri, sviene succhiando l'alluce di marmo
di Apollo. Bunuel era frettolosamente partito alla conquista
di Hollywood e non assistette alla prima rappresentazione. Il
pubblico di eccezione, che simpatizzava per i surrealisti, non
provocò veri e propri incidenti, si udì solo qualche rumorosa
risata, qualche sommessa protesta, subito soffocate dagli applausi generali. Ma due giorni dopo fu tutt'altra storia. In
una certa scena si vedeva arrivare una macchina lussuosissima; ne scendeva un domestico in livrea che, preso un ostensorio, lo innalzava sul marciapiede. Subito dopo dalla stessa
macchina sbucavano due bellissime gambe femminili. In quel
preciso istante, e come per un segnale convenuto, un gruppo
di Camelots du roi1 cominciò a scagliare contro lo schermo
bottigliette d'inchiostro, e subito dopo quei bravi giovani,
gridando: « A bas les boches », presero a scaricare in aria le rivoltelle, a lanciare bombe asfissianti e lacrimogene, e alla fine
picchiarono diversi spettatori con gli sfollagente. La proieLes camelots du roi, organizzazione di giovani nazionalisti, cattolici, monarchici, affiliata all'Action Francaise.
2l8
L A M I A VITA S E G R E T A
zione ovviamente fu interrotta; tutte le vetrate vennero infrante, e l'annessa mostra di quadri e di libri surrealisti completamente devastata. Uno degli inservienti salvò miracolosamente un mio quadro, portandolo, ai primi disordini, nello
stanzino del gabinetto. Tutto il resto fu letteralmente calpestato dalle suole dei Camelots.
Il giorno seguente lo scandalo esplose sui giornali, e non si
parlò d'altro a Parigi. Scoppiarono polemiche, intervennero
commissariati di polizia e il film fu proibito. Per qualche
tempo temetti addirittura di venir cacciato dalla Francia, ma
ben presto il pubblico reagì favorevolmente all'Age d'or, eppure questo non impedì che mi fosse tolto ogni lavoro:
«Non si sa mai, con Dali! Potrebbe ripetere lo scherzo dell'Age d'or».
Lo scandalo dell'Age d'or mi restò sospeso sul capo come
una spada di Damocle, ma mi insegnò a evitare qualsiasi collaborazione. Accettavo la responsabilità dello scandalo per
sacrilegio, sebbene questo non corrispondesse alle mie intenzioni e alle mie ambizioni. Avrei sopportato uno scandalo
mille volte più grave, ma per «ragioni importanti»; avrei voluto far nascere disordini, certo, ma per un eccesso di fanatismo cattolico, e non per un ingenuo anticlericalismo. Capivo
comunque che il film possedeva un'innegabile forza evocativa e che, rinnegandolo, non sarei stato compreso. Accettai le
conseguenze dell'incidente1 e passai all'Apologia di Meissonier in pittura: nessuno era in grado di stabilire quali fossero
i limiti tra il mio umorismo e la mia serietà congenita e fanatica e mi lasciavano fare, dicendo, con una scrollata di spalle:
« È tipico di Dali».
Più tardi Bunuel, quando abbandonò il surrealismo, riprese L'Age d'or,
purgandolo dei suoi passaggi più arrischiati e introducendovi una quantità
di scene diverse, senza chiedere la mia opinione. Non ho mai visto questa seconda versione.
PARTE TERZA
2I
9
Ero giudicato il più pazzo, il più rivoluzionario, il più violento, il più surrealista, di conseguenza il mio classicismo sarebbe stato, un giorno, più surrealista del romanticismo altrui. E il mio reazionario tradizionalismo più sovversivo di
quel loro aborto di rivoluzione.
Tutto lo sforzo verso la modernità compiuto nel primo dopoguerra era falso e destinato a scomparire. Bisognava tornare alla tradizione, inevitabilmente, in pittura come in tutto
il resto. Ormai nessuno sapeva più come si disegnava, come
si dipingeva, come si scriveva. Tutto era livellato, uniformato, internazionalizzato. La bruttezza e la mancanza di forma
erano le divinità del momento. Il vacuo, fallace pettegolezzo
filosofico dei caffè soffocava l'onesto lavoro dei pittori-artigiani. Ormai ci si aspettava che le muse ispiratrici, invece di
rimanere nei loro Parnasi come le avevano immaginate e dipinte Raffaello e Poussin, scendessero nelle strade, sui marciapiedi per abbandonarsi al libertinaggio di assemblee più o
meno popolari. Gli artisti fraternizzavano con i burocrati,
parlavano il linguaggio volgarmente opportunistico dei demagoghi e impudentemente si univano alle aspirazioni di imborghesimento delle masse che, sorrette dallo scetticismo e
dal progresso meccanico, ingrassavano nel nauseante benessere di una vita senza rigore, senza forma, senza tragedia,
senz'anima! E tutti mi erano ostili e mi davano addosso.
CAPITOLO SECONDO
LA MIA BATTAGLIA
LA MIA PARTECIPAZIONE E LA MIA
POSIZIONE NELLA RIVOLUZIONE
SURREALISTA
«OGGETTI SURREALISTI»
VS «SOGNI NARRATI»
ATTIVITÀ CRITICA VS AUTOMATISMO
LA M I A BATTAGLIA
Contro la Semplicità
Contro l'Uniformità
Contro l'Egualitarismo
Contro il Collettivo
Contro la Politica
Contro la Musica
Contro la Natura
Contro il Progresso
Contro il Macchinismo
Contro l'Astratto
Contro la Giovinezza
Contro l'Opportunismo
Contro gli Spinaci
Contro il Cinema
Contro Buddha
Contro l'Oriente
Contro il Sole
Contro la Rivoluzione
Contro Michelangelo
Contro Rembrandt
Contro gli Oggetti selvaggi
Contro l'Arte africana moderna
Contro la Filosofia
Contro la Medicina
Contro le Montagne
Contro i Fantasmi
Contro le Donne
Contro gli Uomini
Contro il Tempo
Contro lo Scetticismo
Per la Complessità
Per il Multiforme
Per la Gerarchizzazione
Per l'Individuale
Per la Metafisica
Per l'Architettura
Per l'Estetica
Per la Perennità
Per il Sogno
Per il Concreto
Per la Maturità
Per il Fanatismo machiavellico
Per le Lumache
Per il Teatro
Per il Marchese di Sade
Per l'Occidente
Per la Luna
Per la Tradizione
Per Raffaello
Per Vermeer
Per gli Oggetti ultracivilizzati 1900
Per l'Arte del Rinascimento
Per la Religione
Per la Magia
Per la Costa
Per gli Spettri
Per Gala
Per Me
Per gli Orologi molli
Per la Fede
Sapevo benissimo, giungendo a Parigi, che il successo ottenuto alla galleria Goemans mi era valso l'ostilità coalizzata
dei miei nemici, che si erano moltiplicati come funghi d o p o
la tempesta provocata dall'/ìge d'or.
222
LA MIA VITA SEGRETA
Chi, dunque, mi era nemico? Tutti, tranne Gala. La cosiddetta arte moderna era in armi, allarmata dalla mia potenza
demoralizzante e distruttrice. Il mio lavoro era violento, era
audace, e non era «attuale!». Questo lo capivano tutti: io
odiavo la mia epoca! Il mio spirito antifaustiano si opponeva
decisamente all'assurda apologia della giovinezza, del dinamismo, della spontaneità, della pigrizia, incarnata dai degradati superstiti del cubismo poetico, delle arti più o meno plastiche, che devastavano gli sterili, nauseanti caffè di Montparnasse! «Cahiers d'Art», rassegna così gaia e così moderna, mi avrebbe serenamente ignorato fino all'ultimo, mentre
già i vecchi signori, con le loro ghette tarmate, arricchite dalla polvere delle tradizioni, con i loro baffi induriti dal tabacco, con il nastrino della Legion d'Onore all'occhiello, si mettevano l'occhialetto per meglio studiare i miei quadri, e avevano una gran voglia di portarseli subito via, sotto braccio,
per appenderli in sala da pranzo, accanto a un Meissonier!
Chiunque abbia oltrepassato la cinquantina e sappia ancora
vedere mi sa comprendere, mi ha sempre compreso, i cinquantenni sanno che io sono al loro fianco. Non che abbiano
bisogno di esser difesi da me, perché sono, in realtà, fortissimi, e io mi sono schierato nelle loro file sapendo perfettamente che la vittoria andrà sempre alla tradizione. La mia
crociata è in favore della civiltà greco-romana.
Gli elementi intellettuali erano allora corrotti dalla nefasta e
già declinante influenza di Bergson, il quale, esaltando l'istinto
e Yélan vital, conduceva alle più crudeli rivalutazioni estetiche. Ma già un'altra influenza alitava dall'Africa, a devastare
i cervelli parigini con una frenesia incresciosa. Tutti adoravano i deplorevoli prodotti istintivi dei veri selvaggi. Picasso e i
surrealisti inauguravano ufficialmente il regno dell'arte negra
e io ne arrossivo di vergogna e di rabbia. Dovevo trovare immediatamente un antidoto, e schierai contro gli oggetti negri
quelli europei, ultracivilizzati, decadenti, modem style. Ho
sempre considerato il periodo 1900 come il risultato estremo
della decadenza greco-romana, e mi sono detto: poiché i miei
contemporanei non capiscono nulla di estetica e sono in grado di eccitarsi solo attraverso le «agitazioni vitali», io mostrerò loro come il minimo dettaglio ornamentale di un oggetto 1900 contenga più mistero, più poesia, più erotismo,
più follia, più perversità, più pathos, più tormento, più grandezza, più profondità biologica di un intero arsenale di orrendi feticci dotati di anime e di corpi semplicemente e selvaggiamente stupidi!
PARTE TERZA
223
C.C/C
E un bel giorno, nel cuore stesso di Parigi, scoprii gli ingressi alla metropolitana, quegli ingressi in puro stile 1900
che purtroppo cominciavano a venir sostituiti con orribili costruzioni « funzionali ». Il fotografo BrassaT ne scattò una serie di immagini, e ci si stupì nel riconoscere, attraverso la mia
rivelazione, il lato surrealista del modem style. Subito cominciò la caccia agli oggetti 1900 al marche despuces, e si vide, accanto a una collezione di ghignanti maschere della Nuova
Guinea, emergere, nei salotti, qualche incantevole testa femminile, in terracotta colorata di verde luna o di verderame. La
moda cambiava: si rinunciò a modernizzare Chez Maxim, che
ritrovò l'antica popolarità, si ripresero gli spettacoli teatrali e
le canzoni 1900, si lanciarono film e romanzi dove l'umorismo
e il sentimento si accostavano con ingenua malizia. Qualche
224
LA M I A V I T A
SEGRETA
anno dopo, la voga del 1900 culminò nelle collezioni della
couturière Elsa Schiaparelli, la quale riuscì perfino a imporre
la pettinatura all'insù, che non dona affatto, ma si addice alla morfologia 1900, quale io l'ho sempre annunciata.
Parigi si trasformò, a un mio cenno, ma il movimento fu così vasto, così rapido, che mi sarebbe difficilissimo dimostrare
la mia decisiva influenza. Qualcosa di simile m'accadde più
tardi, durante il mio secondo soggiorno a New York, quando
riconobbi in tutte le vetrine l'influenza surrealista, ossia la mia
influenza. Il guaio è che, ogni volta, le mie invenzioni mi sfuggono di mano, e io non posso né canalizzarle né sfruttarle.
Tutta Parigi beneficiava delle mie idee, e io non ero in grado
di avere un modestissimo ruolo in uno dei tanti film che venivano realizzati con incredibile prodigalità di mezzi; e pensare
che senza di me nessuno se li sarebbe neppure sognati! Il periodo delle mie invenzioni fu per me scoraggiante. La vendita
dei miei quadri era di continuo ostacolata dalla massoneria
della pittura moderna e il visconte di Noailles mi aveva scritto
una lettera, adombrandomi difficoltà anche peggiori. Così
compilai un lungo elenco di invenzioni che ritenevo infallibili:
unghie artificiali di specchietti riduttivi da potervisi specchiare
tutti interi; manichini trasparenti per vetrine, con un vasto sistema venoso in cui far circolare acqua ed eventualmente pesciolini rossi; mobili in bachelite disegnati in modo da accogliere esattamente il corpo dell'acquirente; sculture-ventilatori
rotanti; maschere fotografiche destinate ai giornalisti; giardini
zoologici con sculture animate; occhiali caleidoscopici o spettrali da usarsi durante i lunghi viaggi in automobile, per rinnovare un paesaggio non appena avesse incominciato a stancare;
maquillage accuratamente studiati per nascondere tutte le ombre; scarpe provviste di molle, per accrescere il piacere di passeggiare; il cinema tattile per permette allo spettatore, grazie a
un meccanismo semplicissimo, di toccare quel che vede, ossia
seta, pelliccia, ostriche, sabbia, carne.
E poi oggetti destinati a segretissimi piaceri fisici e fisiologici: ninnoli di pessimo gusto da lanciare contro un muro
frantumandoli in mille pezzi, per calmare i nervi; agglomerati di punte, talmente piacevoli da far allegare i denti, da esasperare il desiderio di fracassare altri oggetti più consistenti,
che si infrangono con un simpatico suono: pop! 1
Recentemente, sfogliando la rivista «Life», ho scoperto che oggetti del
genere vengono attualmente venduti nei grandi magazzini americani, per
pochi centesimi, e sono chiamati, mi sembra, whackaroos.
PARTE TERZA
225
Inventai inoltre altri oggetti che nessuno avrebbe saputo
dove collocare, perché stonavano ovunque e provocavano
una fastidiosa ansietà di cui ci si liberava solo scaraventandoli lontano; e poi abiti con imbottiture impreviste, disposte
strategicamente in modo da creare un tipo di bellezza femminile quale lo sogna l'immaginazione erotica dell'uomo; falsi seni, erti a metà schiena, che avrebbero potuto (e tuttora
possono!) rivoluzionare la moda per almeno cento anni; una
quantità di vasche da bagno assolutamente insolite, di bizzarra squisitezza e di strana utilità, e perfino una vasca senza
vasca, delineata da un quadrato di zampilli, nel quale bastava
entrare per esser subito bagnatissimi; automobili di gran lusso, di linea aerodinamica, che precisamente vennero definite
aerodinamiche, una decina di anni dopo.
226
LA MIA VITA SEGRETA
Tali invenzioni rappresentarono il mio martirio e, cosa ancor peggiore, il martirio di Gala. Con la sua fanatica fede in
me, ella trascorreva i suoi pomeriggi in frenetiche corse attraverso Parigi, offrendo ovunque, e sempre vanamente, i
miei progetti, per rientrare a tarda sera, verde in faccia per lo
sfinimento, ma illuminata dal sacrificio della passione. Ho il
rimorso di non aver saputo, talvolta, apprezzare il suo sacrificio, al giusto valore, e infatti spesso litigavamo, piangevamo
insieme e ci riconciliavamo soltanto nel narcotizzante buio
del prossimo cinema.
Nessuno volle accettare le mie invenzioni, nonostante la
disperata eloquenza di Gala, dichiarandole anticommerciali.
Poi, presto o tardi, vennero tutte realizzate, ma così male da
farle precipitare immediatamente nell'anonimato. Non ci fu
donna elegante che ignorasse le false unghie da sera. Non ci
fu uomo elegante che non sognasse la macchina aerodinamica. Nel migliore dei casi, qualcuno diceva: «Mi ricordano
Dali! ».
Era il massimo che si faceva per me. E mentre da un lato
mi si accusava di copiare, nei miei quadri, ispirazioni altrui,
dall'altro si amavano le mie idee solo quando, passando per
altre mani, avevano perduto le loro qualità magiche per acquistarne di miserabili.
Ero conosciutissimo, ma la mia fama mi tornava a danno,
perché il francese medio mi giudicava uno spauracchio.
«Dali è "straordinario", ma folle; non durerà». E io volevo
invece durare, volevo strappare a quell'ammirante e atterrita
società il minimo d'oro che liberasse Gala e me dall'assillante bisogno di denaro, fantasma ormai familiare per noi da
quando lo avevamo visto apparire, per la prima volta, sulle
rive africane di Malaga.
Ma mentre io non riuscivo a guadagnar nulla, Gala realizzava il miracolo di farci vivere col pochissimo che avevamo.
Le sporche orecchie della « vita di bohème » non si affacciarono mai alla nostra soglia, né le sue lunghe, tremanti gambe
di ranocchia, né i suoi luridi panneggi, composti di sporche
lenzuola, incrostate di riso freddo e di patate fritte gelate, appiccicati e induriti da un fiotto di champagne dolciastro,
sparso due mesi innanzi. Mai fummo esposti alla degradante
insistenza di domestiche drammaticamente appoggiate agli
usci della cucina vuota, eppure traboccante di una lunghissima fame. Mai cedemmo di un pollice alla tentazione di ignorare quanto ci circondava, alla voglia di chiuder gli occhi sull'indomani semplicemente dicendoci che comunque la situa-
PARTE TERZA
227
zione non sarebbe potuta peggiorare. Gala era divenuta uno
stratega di prim'ordine: grazie a lei, quand'eravamo in miseria, mangiavamo sobriamente, ma bene, a casa, e non uscivamo mai. Lavoravo più duramente di un qualsiasi pittore debuttante, per le mie prossime esposizioni. Se mi riusciva di
ottenere un'ordinazione modestissima mettevo nell'assolvere
il mio compito un tale furore, un tale zelo che Gala quasi se
ne rammaricava, trattandosi di un lavoro mediocre, pessimamente remunerato. Le rispondevo che, essendo io un genio,
era già un miracolo ottenere incarichi di infimo ordine: il nostro destino classico sarebbe stato quello di morir di fame.
Intorno a noi, artisti oggi completamente dimenticati vivevano riccamente, sfruttando e banalizzando le idee daliniane.
Se Dali, il vero re, era inaccettabile e inassimilabile, come un
v*cluJU>< uje.
228
LA MIA VITA SEGRETA
cibo troppo violentemente condito, bastava rubare una briciola di questo cibo ed ecco che un qualsiasi piatto d'avanzi
diveniva appetitoso. Un pizzico di Dali nel paesaggio, un
pizzico di Dali nelle nuvole, un pizzico di Dali nella malinconia, un pizzico di Dali nella fantasia, un pizzico di Dali nella
conversazione, ma proprio un pizzico, ed ecco il più piccante, il più eccitante dei sapori.
La nuova merce si faceva sempre più vendibile, mentre
Dali, Dali in persona, era sempre più difficilmente collocabile. « Pazienza, » dicevo a me stesso « pazienza, l'importante è
resistere». Il buon senso mi avrebbe suggerito di arretrare di
un passo, e io invece, sostenuto dal mio abituale fanatismo e
incoraggiato da quello di Gala, ne facevo cinque in avanti,
nell'intransigenza delle mie opinioni e del mio lavoro. Sarebbe stata dura, ma ce l'avremmo fatta, un giorno avremmo visto ai nostri piedi tutte le orecchie sporche della bohème, e
tutte le guance rosate della ricchezza. Mentre il rigore, la severità continua e la passione davano consistenza alla nostra
vita, la vita di quanti ci vedevamo attorno si disfaceva nella
felicità. Cocaina, eroina, oppio, alcool, pederastia ovunque.
La massoneria del vizio coalizzava i suoi componenti in un
comune orrore della solitudine e tutti vivevano insieme, sudavano insieme, si facevano iniezioni a vicenda, si spiavano,
aspettando il reciproco crollo per piantarsi reciprocamente
un pugnale nella schiena.
Gala e io, al contrario, continuavamo a vivere soli, come io
avevo vissuto solo durante l'infanzia e l'adolescenza. Eravamo distanti o per meglio dire equidistanti dagli artisti di
Montparnasse, dagli intossicati, dagli eleganti, dai surrealisti,
dai comunisti, dai monarchici, dai paracadutisti, dai pazzi,
dai borghesi. Eravamo al centro, e per restarvi era necessario
disporre di uno spazio libero, dove rifugiarci ogni tanto: per
noi quello spazio era Cadaqués, e correvamo lì non appena ci
era possibile, lasciando Parigi come si lascia una pentola piena di trippa: cibo che, com'è noto, deve cuocer lungamente.
E così offrivamo a Parigi, fuggendola, les tripes à la mode
de Caen della mia densa fantasia. Senza contare i molti piattini particolari, ben preparati: per i surrealisti gli slogan indispensabili contro il soggettivismo e il meraviglioso; per i pederasti un buon romanticismo classico tipo Palladio, ma rimodernato; per i drogati una teoria di immagini ipnagogiche,
e la speranza di certe maschere che consentissero di vedere i
sogni colorati; per gli eleganti i conflitti sentimentali, alla
Stendhal, e, ben lisciato, il frutto proibito della rivoluzione.
PARTE TERZA
229
Mettemmo da parte un minimo di denaro, dedicammo
l'ultima giornata alle visite: un cubista, un monarchico, un
comunista durante la mattinata, qualche persona di mondo
nel pomeriggio (sceglievamo quelle che si odiavano veramente tra loro) e, la sera, una cena di lusso, per Gala e per me,
nel miglior ristorante di Parigi. Nulla avrebbe potuto irritare
altrettanto i nostri nemici, i quali si chiedevano, scoprendoci
in un angolo appartato, dinanzi a vivande squisite e a vini
prelibati, di che mai stessimo parlando con l'impetuosa freschezza degli innamorati. Parlavamo di Cadaqués, della felicità di ritrovarci insieme da soli.
Viaggiammo carichi come api: dieci valigie almeno, piene di
appunti, libri, fotografie di morfologie, insetti, architetture;
inoltre portammo qualche mobile dell'appartamento di Parigi,
collezioni di farfalle sotto vetro, per decorare le pareti della
230
LA MIA VITA SEGRETA
nuova casa, e lampade a petrolio perché a Port Lligat non c'era
luce elettrica; infine tutti i miei strumenti di pittore.
Da Cadaqués a Port Lligat non c'era neppure una strada
carrozzabile, e si dovettero trasportare le nostre masserizie a
dorso di mulo. Ci vollero due giorni per sistemarci, due giorni febbrili, ma finalmente potemmo sdraiarci sull'ampio divano, che di notte era il nostro letto, e ascoltare l'urlo della
tramontana e la voce di Lydia, la ben plantada, che in cucina,
spennando abilmente un pollo, commentava con altrettanta
abilità l'ultimo articolo di Eugenio d'Ors, dove credeva di
leggere complimenti rivolti a lei.
« Nessuno vuol credere che io, e solo io, sono la ben plantada, e anche Picasso mi voleva bene, avrebbe dato il suo
sangue per me...». 1
Ma Lydia ci rendeva solo occasionalmente qualche servizio, perché avevamo una domestica fissa dal volto leonardesco e dagli occhi pazzi. Era veramente pazza e lo dimostrò in
seguito drammaticamente. Del resto ho spesso avuto occasione di osservare che una violenta anormalità spirituale attrae la
follia, se la raggruppa intorno, quasi potesse proteggerla. Dovunque io vada, i pazzi e i votati al suicidio sono pronti a formarmi una guardia d'onore. Mi riconoscono per uno di loro:
ma io so che una differenza profonda ci divide, perché io non
sono pazzo, solo i miei « effluvi » li attirano. A Port Lligat, vere orde di pazzi si riunivano davanti alla mia soglia, che io
proibivo loro perché volevo lavorare indisturbato dalle sette
del mattino in poi: li lasciavo entrare solo la domenica.
Spesso lavoravo anche tutta la notte, fino alle cinque del
mattino. I primi pescatori, rientrando al calar della luna, ci offrivano il loro pesce migliore: «Ho visto la luce accesa e ho
pensato di entrare a portarle questo pesce persico. E questa
pietra è per Madame Gala, so che le piacciono le pietre strane.
Ma il senor Salvador lavora troppo, anche ieri notte rientrando
ho visto la luce accesa. Forse soffre di insonnia perché ha mal
di stomaco, e dovrebbe purgarsi. Il cielo è chiaro quanto un occhio di pesce. Che luna! Avremo buon tempo. Felice notte».
Eravamo di nuovo soli e io supplicavo Gala di coricarsi:
«No, ti aspetto, ho ancora mille cose da catalogare prima di
addormentarmi ».
Picasso aveva trascorso un'estate a Cadaqués, con Derain. Ramon Pichot ve li aveva condotti. Si erano entrambi interessati alle stranezze di Lydia e le avevano prestato due libri, dello stesso autore ma di soggetto diverso. Lydia riuscì a trasformare l'uno nella continuazione dell'altro.
PARTE TERZA
231
Instancabilmente, Gala tesseva e ritesseva la tela di Penelope del mio disordine e viveva il dramma della mia pittura
con ansietà spesso più intensa della mia; perché io spesso
esageravo la mia sofferenza per il piacere di soffrire e di vederla soffrire.
«È con il tuo sangue che dipingo, Gala» le dissi un giorno. E da allora ho sempre firmato i miei quadri con il suo nome, ancor prima che col mio.
Gala e io passavamo ogni anno a Port Lligat tre mesi interi. Intorno a noi rocce taglienti, terra arida, vento, gatti affamati, pazzi, vigne secche, mendicanti elegantissimi e coperti
di mosche, nobili pescatori con le unghie incrostate di scaglie
di pesce e i piedi coperti di calli color assenzio. Mio padre
abitava, durante l'estate, a un quarto d'ora di distanza, e durante le mie passeggiate io vedevo la sua casa bianca come
una zolletta di zucchero, isolata nella sua ostilità.
Poi giungeva ogni anno il momento di tornare a Parigi,
perché avevamo esaurito il denaro. Ma un giorno, a tavola,
avevo appena finito di mangiare i fagioli alla catalana, cotti
con lardo, butifarra, una salsiccia locale, foglie d'alloro e un
pochino di cioccolata, quando osservai un lungo pane posato sulla nostra tovaglia. Lo presi in mano, ne baciai l'estremità, la succhiai leggermente in modo da inumidirla, e lo posai di nuovo sul tavolo, ma questa volta ben diritto sulla sua
base ammorbidita. Avevo riscoperto l'uovo di Colombo: il
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LA MIA VITA SEGRETA
pane di Salvador Dali. Avevo risolto l'enigma del pane: poteva stare in piedi senza esser mangiato. Io, proprio io, avrei
reso inutile e puramente estetica la cosa più tirannicamente
legata alla necessità. Ne avrei potuto fare oggetti surrealisti:
ad esempio, scavarci due buchi ben precisi, dove collocare
due calamai. Quale degradazione squisita! L'inchiostro e le
briciole, i seccarelli usati come nettapenne. Sarebbe bastato,
al mattino, cambiare il pane, come si cambiano le lenzuola.
E difatti, non appena giunsi a Parigi, dissi a quanti volevano ascoltarmi: «Pane. Null'altro che pane».
Era un nuovo enigma. Sarei forse diventato comunista?
No, il mio pane era ferocemente antiutilitario, la rivincita
della lussuria immaginativa sul mondo pratico e funzionale,
era il pane aristocratico, paranoico, sofisticato, gesuitico, fenomenale, paralizzante, superevidente, impastato dal mio
cervello nella solitudine di Port Lligat. Là dove avevo dipinto, amato, scritto, studiato, sottoposto il mio spirito alle torture di dubbi infinitesimali, e finalmente, poco prima di partire, avevo riassunto le esperienze spirituali del lungo periodo nel semplice gesto di rizzare il pane sul tavolo.
È la mia originalità. Un bel giorno io dico: « Ecco una gruccia! ». E tutti credono si tratti di uno scherzo. Dopo cinque
PARTE TERZA
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3 3
anni capiscono che «era importante». E allora dico: «Ecco
un pane! ». E subito il pane diventa importante, perché io ho
il dono di dare consistenza al mio pensiero, e dopo mille riflessioni, studi, meditazioni, conferisco un carattere magico
agli oggetti che addito. Un mese dopo il mio ritorno a Parigi
con il pane, firmai un contratto con George Keller e un altro
con Pierre Colle, nella cui galleria esposi Donna addormentata con cavallo e leone invisibili, frutto delle mie contemplazioni sulle rocce di capo Creus: fu acquistato dal visconte di
Noailles insieme a un Sogno. Jean Cocteau comprò un lavoro
di ispirazione cattolica, Profanazione dell'ostia, e André Breton U enigma di Guglielmo Teli. I critici d'arte cominciavano
a manifestare un certo interesse per me, ma non così vivo come quello dei surrealisti e dei raffinati. Il principe FaucignyLucinge mi comprò la Torre dei desideri, un uomo e una donna nudi sopra una torre, presso una testa di leone, chiusi in
un abbraccio carico di delitto e di erotismo.
Fu in quel tempo che Gala e io cominciammo a esser spesso invitati, e ricordo che proprio a casa della principessa di
1 olignac lanciai il progetto per una società segreta del pane.
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L A M I A VITA S E G R E T A
Le belle donne all'inizio mi ascoltarono ridendo, ma a poco a
poco si entusiasmarono al punto da far prevedere che prestissimo miracoli di ogni genere si sarebbero prodotti. Pani alti
sessanta metri sarebbero apparsi nei giardini di Versailles, dinanzi ai più lussuosi alberghi americani, in modo che nessuno
potesse discutere l'efficacia poetica della confusione, del panico, della follia collettiva, assolutamente inevitabili.
Le donne più splendide, più raffinate d'Europa bevevano
le mie parole come champagne: in breve, adottarono le mie
espressioni catalane, esuberanti e crudeli. Dicevano, ad esempio: « Cara, ho un fenomenale desiderio di cretinizzarti »; « Per
due giorni non ho saputo localizzare la mia libido! »; « Il concerto di Stravinskij era magnifico, ignominioso ! »; « Gli ultimi
Braque sono semplicemente sublimi! ». Tutto divenne «commestibile» oppure «non commestibile» e, per contagio, il
mio vocabolario colmò i vuoti tra i vari pettegolezzi mondani. Continuavano a chiedermi: «Che significa questo? Che significa quello? ».
Un giorno vuotai interamente un pane della sua mollica, ci
misi dentro un Buddha in bronzo, tutto coperto di mosche
morte, chiusi l'apertura con un pezzo di legno, la saldai col
cemento, ne feci un'urna funeraria e ci scrissi sopra, su consiglio di René Magritte: «Horse Jam».
VII. LA STRANA DISTORSIONE DELL'INTERA STORIA DELL'ARTE
Il fantasma di Vermeer, potrebbe esser utilizzato come tavolo.
L'arpa invisibile.
10 stesso a dieci anni, quand'ero il bambino-cavalletta.
11 enigma di Guglielmo Teli.
Scultura di « donna aerodinamica ».
Oggetto incomprensibile.
Leone d'Africa. Udendo ruggire un leone allo zoo di Barcellona concepii
1 idea di queste distorsioni che prolungano le appendici e che rappresentano, all'interno del mio sistema estetico, qualcosa di simile al «cavernoso
fuggire della forma». (Per gentile concessione dell'American Museum of
Naturai History, New York.)
Vili. TIRANNIA E LIBERTA DELLO SGUARDO UMANO
Erodiade, 1936, dipinto sotto l'influenza dello sguardo di Gala.
Il momento sublime, ispirato dallo sguardo di Gala.
Telefono - sardine grigliate alla fine di settembre, ispirato dallo sguardo di
Gala.
Lo sguardo di Gala, definito da Paul Eluard «il piglio che perfora i muri».
Il tenebroso appartamento di Parigi, 88, rue de l'Université, dove conobbi la fenomenale intensità dello sguardo di Gala.
PARTE TERZA
237
Un'altra volta ricevetti in dono dal mio caro amico Jean
Michel Frank, il decoratore, due seggioline in purissimo stile
1900. Ne trasformai una, sostituendo al suo sedile di cuoio
uno di cioccolata, applicando una maniglia Luigi XV sotto
un piede e immergendo l'altro in un bicchiere pieno di birra.
Bastava camminare nella stanza con passo pesante o sbattere
un uscio per farla crollare a terra. L'intitolai Seggiola atmosferica. Che significa?
Volevo trasformare in realtà il mio slogan dell'oggetto surrealista - l'oggetto irrazionale, l'oggetto simbolico, da contrapporsi ai sogni narrati, alla scrittura automatica... Decisi di
lanciare la moda degli «oggetti surrealisti», ossia rigorosamente inutili da un punto di vista razionale, e materializzanti, con furore feticista, idee e fantasie di carattere delirante.
Ben presto gli appartamenti di Parigi (quelli, s'intende,
vulnerabili al surrealismo), si gremirono di tali oggetti, all'inizio sconcertanti, ma in virtù dei quali i loro possessori non
dovevano più limitarsi a parlare delle loro manie, fobie, desideri, sentimenti, ma potevano addirittura toccarli e manovrarli. Se davvero il paesaggio è uno «stato d'animo», gli oggetti surrealisti erano uno «stato di grazia».
La loro voga1 screditò e seppellì la mania precedente dei
«sogni». Niente, ormai, di più antiquato, di più noioso, del
narrare i sogni, dello scrivere fantastiche e incongrue fiabe
imperniate sull'incongruo. L'oggetto surrealista creava un
nuovo bisogno di realtà, poiché dava sostanza al «meraviglioso » e lo rendeva palpabile.
Ormai le figure viventi, ma decapitate, le diverse sovrastrutture botaniche e zoologiche, gli sfondi marziani e abissali, le viscere volanti divenivano insopportabili, e solo i surrealisti dell'Europa centrale, i giapponesi, i ritardatari di tutte le nazioni si impadronivano di queste forme facili per abbagliare i loro concittadini. Anche certi negozi pretenziosi se
ne servivano ancora.
Gli oggetti surrealisti mi servirono per ammazzare definitivamente la pittura moderna e particolarmente la pittura
surrealista. Mirò l'aveva decretato: «Voglio uccidere la pittura! ». E la assassinò, abilmente, discretamente aiutato da me,
che vibrai il colpo mortale, immergendo fino all'elsa, nella
schiena del toro, la spada del matador. Ma credo che Mirò
Uno dei più tipici oggetti surrealisti fu la tazza, con piattino e cucchiaino, in pelliccia, inventata da Meret Oppenheim. Si trova attualmente nel
Museo di arte moderna, a New York.
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LA MIA VITA SEGRETA
non avesse ben capito una cosa: la pittura che noi volevamo
uccidere era soltanto la pittura moderna. Recentemente, all'esposizione della raccolta Mellon, ho incontrato l'«altra»
pittura, e mi sembra che non fosse morta per niente.
Proprio mentre la mania per gli oggetti surrealisti era al
culmine, dipinsi alcuni quadri apparentemente normalissimi,
ispirati dagli enigmi congelatissimi di certe fotografie, cui aggiunsi un tocco daliniano di Meissonier. Sentivo che il pubblico, già stanco di singolarità, avrebbe abboccato facilmente all'esca: «Aspetta,» gli dicevo fra me «e ti darò realtà e
classicismo. Aspetta, non aver paura! ».
La mia fama, a Parigi, era divenuta solidissima. Ormai si
divideva il surrealismo in due epoche ben distinte: ante-Dali
e post-Dali. Si vedeva, si giudicava unicamente in funzione
di Dali. Tutte le forme che presentavano qualche caratteristica 1900 (i morbidi, deliquescenti motivi ornamentali, ma anche l'estatica scultura di Bernini, il grumoso, il biologico, il
putrefatto) erano daliniane. Il bizzarro, medioevale oggetto
apparentemente senza utilità pratica era daliniano. Una certa
angosciosa singolarità scoperta nei quadri di Le Nain era daliniana. Un film «impossibile», pieno di arpiste, di adulteri e
di direttori d'orchestra, piaceva perché avrebbe potuto piacere a Dali.
Una sera, alcuni amici pranzavano all'aperto in un bistrot,
all'angolo di place des Victoires; nessuno pensava a niente di
particolare e, quando il cameriere posò sul tavolo un comunissimo pane, tutti, in coro: «Sembra un Dali! ».
Il pane di Parigi non era più il pane di Parigi, ma il mio
PARTE TERZA
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pane, il pane di Salvador, il pane di Dali. I fornai cominciavano a imitarmi.
Continuavamo a esser poverissimi. Ormai vivevamo continuamente tra persone estremamente ricche, ma non possedevamo nulla, o quasi. Sapevamo tuttavia che la nostra forza
consisteva nel non confessare tanta miseria, perché la pietà
del prossimo uccide. Potevamo morire di fame, ma nessuno
lo avrebbe saputo, era il nostro pundonor.
C'è una storiella che spiega bene il significato dello spagnolo pundonor. Appena suonano le campane del mezzogiorno, il
cavaliere spagnolo se ne torna a casa e siede davanti alla sua
tavola vuota, senza pane, senza vino, senza cibo di alcuna sorta. E aspetta, aspetta che i vicini abbiano finito di mangiare.
24O
LA MIA VITA SEGRETA
La piazza, su cui si affacciano tutte le case del paese, è deserta e accecante di sole. Finalmente, quando ritiene giunto il
momento, il cavaliere si alza ed esce tenendo in bocca uno
stuzzicadenti, perché tutti possano giurare che ha mangiato.
Se mangia, c'è ancora da aver paura dei suoi denti!
E noi, non appena gli affari andavano male, raddoppiavamo le mance. Potevamo adattarci a vivere «senza» le cose,
ma non volevamo adattarci « alle » cose. Potevamo benissimo
rinunciare a mangiare, ma non accettavamo di mangiar male.
A Malaga ero divenuto l'allievo di Gala, e lo ero rimasto
definitivamente. Mi aveva rivelato la scienza del piacere e la
scienza della realtà. Mi insegnò a vestire, a scendere una scala senza cadere trentasei volte, a non perdere continuamente
i soldi dalle tasche, a mangiare senza poi gettare contro il soffitto le ossa spolpate, a riconoscere i nemici. Mi chiarì inoltre
il «principio delle proporzioni», che brancolava ancora nel
mio cervello. Era l'Angelo dell'equilibrio, era l'Annunciazione del mio classicismo. E non mi spersonalizzava, anzi mi liberava dalla polverosa tirannia dei sintomi, dai tic. Stavo diventando padrone della sempre più cosciente violenza dei
miei atti. E se le ossa spolpate della mia eccentricità volavano
ancora, talvolta, contro il soffitto, lo facevano ragionevolmente.
Anziché indurirmi, come avrebbero voluto le leggi della
esistenza, Gala riuscì a costruirmi, con la pietrificata saliva
della sua fanatica devozione, un guscio che proteggesse la
mia nudità eccessivamente tenera. Così il mondo poteva giudicarmi invulnerabile quanto una fortezza, perché esternamente lo ero, ma all'interno restavo morbido, maturavo dolcemente. E il giorno in cui decisi di dipingere orologi, dipinsi orologi molli.
Una sera vennero a pranzo alcuni amici, con cui avremmo
poi dovuto andare al cinema. Ma io, che non ne soffro abitualmente mai, avevo mal di testa, e volli restar solo. Avevamo concluso il nostro pasto con un fortissimo formaggio Camembert, e io meditai lungamente sui problemi filosofici della mollezza, suggeritimi appunto dal formaggio. Poi tornai
nel mio studio, accesi la luce per lanciare un'ultima occhiata
al quadro che stavo dipingendo, un paesaggio di Port Lligat,
con rocce illuminate da un trasparente crepuscolo e, sullo
sfondo, un albero di olivo senza foglie e con i rami tagliati.
Sapevo che l'atmosfera del quadro attendeva un'idea, ma
ignoravo ancora quale, e stavo per spegnere il lume per andare a letto. Fu allora che «vidi». Vidi i due orologi molli,
PARTE TERZA
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uno dei quali pendeva dai rami recisi, e mi misi immediatamente al lavoro, sebbene la mia emicrania fosse ormai dolorosissima. Quando Gala rientrò, due ore dopo, il quadro,
che sarebbe stato poi famosissimo, era quasi pronto.
La costrinsi a sedere con gli occhi chiusi di fronte al cavalletto: «Un, due, tre! E ora apri gli occhi! ».
Riconobbi sul suo viso uno stupore e un'ammirazione infiniti. La mia nuova immagine era dunque valida, perché Gala
non sbaglia mai.
«Credi che, da qui a tre anni, avrai dimenticato i miei orologi? ».
«Nessuno che li abbia visti potrà mai dimenticarli».
«Allora andiamo a dormire. Ho mal di testa. Prenderò
un'aspirina. Che film hai visto? Bello? ».
«Non so... non me ne rammento».
Quella stessa mattina una società cinematografica mi aveva respinto un soggetto, dicendolo « di interesse troppo particolare».
Alcuni giorni dopo, un uccellino giunto dall'America con
un cappello panama acquistò i miei «orologi molli». Il quadro si intitolava Persistenza della memoria, e l'uccellino era
Julien Lévy, che avrebbe poi fatto conoscere la mia arte in
America. Mi disse che giudicava il mio quadro «eccessivamente straordinario » e che l'avrebbe tenuto in casa perché
era inutile esporlo nella sua galleria: nessuno lo avrebbe
comprato. Fu invece comprato e venduto molte volte: ora
appartiene al Museo di arte moderna. Ne ho vedute moltissime copie, eseguite da dilettanti di provincia su fotografie in
bianco e nero e poi rivestite di stranissimi colori. Lo si usò
anche per propaganda commerciale, nei negozi di mobili e di
verdure.
Quanto al soggetto respintomi dalla società cinematografica, esso apparve poi a mia insaputa sullo schermo, ma talmente devastato e mutilato da risultare irriconoscibile.
Plagiato, derubato e celebre, ripartivo con Gala per Port
Lligat; mio padre, sempre furente verso di me, cercava di
renderci impossibile la vita laggiù, giudicando la mia vicinanza una sventura, così mi posi sul capo la mela del figlio di
Guglielmo Teli, simbolo dell'appassionata ambivalenza cannibalistica che presto o tardi conclude la paterna vendetta.
Non diversamente Saturno divorava i figli, Abramo sacrificava Isacco, Guzman el Bueno levava la spada sul figlio.
Dipinsi un ritratto di Gala, con un paio di bistecche crude
in equilibrio sulle spalle. Come capii soltanto in seguito, vo-
242
LA MIA VITA SEGRETA
levo simboleggiare che, pur desiderando mangiare lei, mi sarei limitato alle bistecche. Per le stesse ragioni dipinsi me
stesso, a otto anni, con una fetta di carne sul capo, che offrivo a mio padre in sostituzione di me stesso.
Le mie realizzazioni commestibili, intestinali, digestive assumevano un carattere sempre più insistente, e fu allora che
inventai il tavolo di uova sode, di cui vi darò la ricetta: fatevi
fare uno stampo di tavolo in celluloide, preferibilmente in stile Luigi XV. Versate nello stampo la quantità necessaria di
bianchi d'uovo, e tuffate il tutto nell'acqua calda, affinché i
bianchi si rassodino. A questo punto, servendovi di cannucce, sistemate ordinatamente sulla massa i rossi d'uovo. Non
appena la consistenza sarà raggiunta, togliete lo stampo, che
potete anche rompere, e sostituitelo con una cornice di gusci
d'uovo sbriciolati e amalgamati per mezzo di qualche sostanza resinosa. Infine, levigate con pietra pomice la superficie.
Allo stesso modo, e preparando lo stampo necessario, potrete confezionare una Venere di Milo interamente di uova
sode.1
Immaginate un uomo vittima di una tremenda « sete contenuta» che esalti la sua perversione impedendosi di bere
durante un lungo giorno estivo, e che poi, al tramonto, immerga un cucchiaio nei seni bianchi e duri della Venere, e
scavando estragga un rosso d'uovo ancora liquido, meravigliosamente brillante nella luce dell'ultimo sole.
Io stesso, a Port Lligat, soffrivo sempre una sete da arabo,
forse perché durante l'inverno a Parigi dovevo bere troppo
alcool per vincere così la mia rinascente timidezza. Un medico mi aveva prescritto una medicina che avrebbe « cementato» le pareti del mio stomaco, e così, quando bevevo, mi
sembrava di sentir salire, dal mio patio interno, il mormorio
dell'Alhambra di Granada.
Ero assetato come un arabo, e come un arabo pugnace.
Con Gala mi recai a Barcellona per tenere una conferenza in
un circolo di anarchici, tutta brava gente venuta lì con mogli
e figli per ridere alle spalle di un piccolo borghese farneticante. Mi presentai, infatti, così elegante da provocare, al
mio apparire, una salva di fischi. I fischi che vennero dopo
ebbero invece ragioni diverse: feci, infatti, un'esaltazione del
marchese di Sade così violenta e libera, usando parole così
Della Porta, un napoletano di origine catalana, vissuto nel sedicesimo
secolo, dà nella sua già da me menzionata Magia naturale la ricetta per creare un uovo di qualsiasi grandezza.
PARTE TERZA
243
crude e vivaci, che un anarchico, maestoso come un san Gerolamo, si alzò per rammentarmi la presenza di molte donne
oneste tra il pubblico: credevo forse di trovarmi in un bordello?
«Non ho mai ritenuto un comizio di anarchici una chiesa,» risposi «e inoltre, poiché mia moglie, la donna che al
mondo io stimo maggiormente, è qui e mi ascolta, non vedo
perché non dovrebbero ascoltarmi anche le altre».
Ottenni con le mie parole un momentaneo vantaggio, ma
lo persi immediatamente lanciando altre frasi limpidamente
oscene, che fecero ruggire l'uditorio come un leone. Allora
ordinai che mi si portasse il pane: ci vollero due persone per
sorreggere l'enorme pagnotta, che superava le mie stesse speranze; me la posi sulla testa e cominciai a urlare, con tutte le
forze, il mio famoso poema dell'asino putrefatto. Un vecchio
medico, a cui la barba bianca e il viso rosso conferivano un
aspetto bòckliniano, fu colto da un accesso incontenibile di
delirio, e tutti gli si buttarono addosso, con le orecchie ancora ronzanti delle mie turpi definizioni, per immobilizzarlo in
qualche modo.
Gli organizzatori erano molto soddisfatti e si rallegrarono
con me: « Forse lei si è spinto un po' troppo in là, » mormorarono « ma è stato eccellente ».
La confusione ideologica della Spagna evocava la torre di
Babele: c'erano tre diversi partiti comunisti, tre o quattro diverse sfumature di trotzkisti, i sindacalisti politici, i socialistisindacalisti, gli anarchici, i separatisti, la sinistra repubblicana
e
una quantità di altri partiti, del centro o di destra, ugual-
244
LA M I A V I T A
SEGRETA
mente numerosi, attivi, agitati. Diceva un contadino di Figueras: «Se Gesù Cristo in persona scendesse in terra, con un
orologio in mano, neppure lui potrebbe dirci che ore sono».
A Parigi traslocammo da rue Becquerel, al sette, a rue
Gauguet, sempre al sette, in un edificio modernissimo e funzionale, di quel tipo che io chiamo autolesionista, un'architettura per gente povera; dal momento che noi eravamo poveri, e non potevamo offrirci bureaux Luigi XV, tanto valeva
vivere tra immense finestre, tavole di alluminio e una quantità di cristalli e di specchi. Gala ha il dono di far «risplendere» tutto, e non appena entra in una stanza ogni cosa comincia a mandar scintille. Tuttavia tanta monastica rigidità
accresceva in me il gusto del lusso. Mi sembrava di essere un
cipresso costretto a crescere dentro una vasca da bagno.
Per la prima volta in quell'anno, rientrando da Port Lligat,
mi ero accorto di essere atteso; la mia assenza creava un desertico vuoto che nessuno sapeva colmare. Tutti contavano
su di me perché insegnassi loro il modo di « continuare », ma
quella volta rifiutai, volevo che se la sbrigassero da soli, liquidando ogni nuova illusione. Quanto a me, volevo soltanto
andare in America, entrare in contatto con una « carne nuova», con un paese nuovo, non ancora corrotto dalla putredine del dopoguerra europeo. Volevo portare laggiù il mio pane, sentirmi chiedere, laggiù: « Che significa? ».
Julien Lévy mi aveva mandato i ritagli di giornali che si riferivano a una mia piccola mostra estiva, con gli orologi molli di sua proprietà e con altri quadri, da me prestati. Le vendite erano state modeste, ma gli articoli dei giornali rivelavano una comprensione cento volte maggiore di quella che ottenevo in Europa, dove, ad esempio, un critico che ha cominciato la sua carriera difendendo il cubismo spenderà la
sua intera vita a difenderlo. A Parigi ognuno giudica secondo il punto di vista estetico del suo egoismo personale, e io
mi trovavo circondato unicamente da partigiani.
L'America è diversa. L'America sceglie con la forza elementare e fatale della sua unica, immacolata biologia. Conosce
perfettamente quel che le manca, e io le avrei portato proprio
quel che le mancava, sul piano spirituale, materializzando l'integra e delirante mescolanza del mio lavoro di paranoico, perché potesse tutto vedere, tutto toccare, con le mani e con gli
occhi della libertà. Sì, quel che mancava all'America era precisamente l'orrore dei miei asini spagnoli putrefatti, e gli spettrali Cristi di El Greco, e i turbinosi, superbi girasoli di Van
Gogh, e la qualità vaporosa delle scollature alla Chanel, e la
PARTE TERZA
245
metafisica dei manichini surrealisti di Parigi, e l'apoteosi delle architetture wagneriane e sinfoniche di Gaudi, e Roma, e
Toledo, e il cattolicesimo mediterraneo...
L'idea che mi facevo dell'America assunse in me una consistenza anche maggiore quando, a un pranzo in casa del visconte di Noailles, conobbi Alfre H. Barr jr, direttore del
Museo di arte moderna a New York. Giovane, pallido, apparentemente molto malato, aveva gesti rigidi e lineari che rammentavano un uccello intento a becchettare cibo; e infatti
becchettava i valori artistici del momento, scegliendo con
estrema abilità sempre i grossi grani rotondi, e mai gli stenti
granellini avvizziti. La sua cultura nel campo dell'arte moderna era enorme. In contrasto con i nostri direttori di musei
moderni, molti dei quali ignoravano ancora Picasso, la cultura di Alfre Barr era quasi mostruosa. La signora Barr, che
parlava benissimo il francese, intuì che avrei avuto in America un brillante avvenire, e mi incoraggiò a partire.
Gala e io eravamo già decisissimi, ma mi mancava il denaro... Ah1'incirca in quel periodo conoscemmo una signora
americana, la proprietaria del Moulin du soleil, nella foresta
di Ermenonville. Fu lo scrittore surrealista René Crevel che
ci condusse un giorno a far colazione nell'appartamento che
questa signora aveva a Parigi. Era estate e nella sala da pranzo tutto era bianco, tranne la tovaglia e le porcellane, per cui,
qualora se ne fosse fatta una fotografia, la negativa sarebbe
apparsa positiva. Tutto quel che mangiammo era bianco. Bevemmo latte. Le tende erano bianche, il telefono bianco, il
tappeto bianco. La signora vestiva di bianco, con orecchini,
sandali e braccialetti bianchi: si interessò subito alla mia società segreta del pane.
Decidemmo immediatamente di far costruire, nella foresta
di Ermenonville, un forno lungo quindici metri, per cuocervi il mio pane d'eccezione. La signora si era già accorta che il
fornaio locale tendeva al «bizzarro» e sarebbe quindi stato
facile ottenere la sua complicità. Questa signora americana
così bianca, che avrebbe costituito un negativo così nero, era
Caresse Crosby.
Prendemmo l'abitudine di trascorrere il fine settimana al
Moulin du soleil. Mangiavamo nelle antiche stalle, piene di
pappagalli impagliati e pelli di tigre. Al secondo piano c'era
una libreria assolutamente sensazionale e, in tutti gli angoli,
un'enorme quantità di champagne in secchielli di ghiaccio,
con ramoscelli di menta. Moltissimi amici surrealisti e anche
gente di mondo accorrevano intuendo, da lontano, che solo
246
LA MIA VITA SEGRETA
lì, al Moulin du soleil « accadeva qualcosa ». In quei giorni il
grammofono non cessava mai di suonare Night and Day di
Cole Porter, e per la prima volta in vita mia potevo sfogliare
il «New Yorker» e «Town and Country». Respiravo, fiutavo, per così dire, ogni immagine dell'America: non altrimenti si respira, si fiuta, l'aroma di un cibo meraviglioso, che tra
poco ci sarà dato di gustare.
Voglio andare in America, voglio andare in America... stava diventando un capriccio infantile, e Gala mi consolava come meglio poteva: saremmo partiti non appena avremmo potuto mettere insieme qualche soldo. Ma tutto stava andando
di male in peggio. Il mio contratto con Pierre Colle era scaduto e il mercante, per difficoltà finanziarie, non poteva rinnovarlo. Le nostre preoccupazioni assumevano carattere endemico, poiché tutti i collezionisti parigini interessati all'acquisto di un Dali lo avevano già acquistato, e quindi le nostre
possibilità di vendita erano minime. Inoltre, dedicavamo le
nostre minuscole economie alla casa di Port Lligat, e in occasione di qualche affare eccezionalmente fortunato Gala stampava a sue spese i miei libri, che venivano poi regolarmente
acquistati da quei pochi che già possedevano i miei quadri, e
di conseguenza mi trovavo da un lato influentissimo e dall'altro poverissimo.
Ma non sono tipo da rassegnarmi. A Malaga avevo deciso
di arricchirmi, e non c'ero ancora riuscito; passeggiavo per
strada ribollente di rabbia, strappandomi i bottoni dalla
giacca per morderli, pestando con tanta forza il piede in terra da farmi temere di sprofondare, una volta o l'altra.
Una sera, rincasando dopo molti inutili tentativi, incontrai
all'inizio del boulevard Edgar Quinet un cieco senza gambe,
che spingeva con le mani il suo carrozzino dalle ruote di
gomma: avanzava gaiamente, arrogante e quasi civettuolo.
Quando fu il momento di attraversare la strada, trasse di sotto al suo cuscino di cuoio un bastoncino, e con quello cominciò a pestar forte in terra, sicuro di sé fino a rendersi ripugnante. Con intollerabile insistenza chiedeva al suo prossimo di aiutarlo fraternamente.
La strada era deserta, soltanto una ragazza bionda, in lontananza, avrebbe potuto vedermi. Allora mi chinai, e con
tutta la mia forza spinsi il carrettino, o per meglio dire lo scagliai oltre il boulevard, fino al marciapiede opposto. Nell'urto il mendicante sarebbe certo caduto se non si fosse prudentemente aggrappato con le mani alla spalliera. Rimase lì,
immobile, contro un fanale, e certo riconobbe i miei passi,
PARTE TERZA
M7
non appena mi accostai, perché vidi stendersi sul suo volto la
ragnatela gialla della paura; seppi che mi temeva, e nonostante la sua indubbia, la sua disperata avarizia, mi avrebbe
dato anche il suo denaro, se gliel'avessi chiesto.
Ecco il sistema per attraversare l'Atlantico! Non ero mutilato, io, non ero cieco, né degradato, né miserabile, ma al
contrario raggiante di gloria. Nessuno mi avrebbe aiutato, e
io non potevo contare su alcun aiuto: anche morendo di fame non si chiede cibo alle tigri. Avrei dovuto strappare al
mendicante il suo bastone e servirmene come di un'arma.
Col pochissimo denaro che avevamo, prenotammo le cabine sul Champlain, il primo piroscafo in partenza per New
York: ci restavano tre giorni di tempo per completare il pagamento e i preparativi. E per tre giorni corsi Parigi, menando dovunque colpi furiosi con il bastone di miserabile: ancora, ancora, ancora, tanti colpi, tanti urtoni, quanti ne saranno necessari per costringerti: dammi, dammi, dammi, ora,
subito, dammi tanto, dammi tutto! In tre giorni, il mito di
Danae si rinnovò, e io mi ritrovai estenuato, come se avessi
fatto l'amore sei volte di seguito.
Mi prese il terrore di perdere il piroscafo; andammo alla
stazione tre ore prima che il treno partisse, e, quando i fotografi mi pregarono di scendere per ritrarmi sulla banchina,
dovettero accontentarsi di vedermi sul predellino: « Non c'è
paragone tra le locomotive e me, » dissi, per giustificare la situazione « loro sono troppo piccole, oppure io sono troppo
grande».
Gala mi teneva continuamente una mano tra le sue, per
calmarmi, ma una volta imbarcati fui vinto da altri timori:
quello del naufragio, ad esempio, e costringevo Gala a prendere con me tutte le precauzioni possibili - salvagenti, esercizi - facendola talvolta arrabbiare, talvolta ridere fino alle
lacrime. Ogni volta che entrava nella mia cabina mi trovava
sul letto, intento a leggere, ma con la cintura di salvataggio
ben legata alla vita. Mi aspettavo continuamente di sentire
l'urlo delle sirene, non potevo sopportare l'idea di una catastrofe meccanica, e guardavo i cordiali ufficiali di bordo come si guardano i carnefici.
Bevevo continuamente champagne per tranquillizzarmi e
per evitare il mal di mare, di cui però non ebbi a soffrire. Calesse Crosby, che viaggiava sul nostro stesso piroscafo, e si
rammaricava di non aver potuto realizzare il progetto del
torno lungo quindici metri, pregò il capitano di farle cuocere
a
bordo un pane della massima misura. Fummo presentati al
248
LA MIA VITA SEGRETA
fornaio, che ci promise un pane lungo due metri e mezzo (e
bisognò costruire un'impalcatura interna per evitare che il
pane al momento della cottura si spezzasse). Il fornaio mantenne la parola e io ricevetti il pane, nella mia cabina, sontuosamente fasciato di cellophane.
Pensai che sarebbe stato un oggetto interessante per i
giornalisti, se fossero saliti sul Champlain a intervistarmi.
Tutti parlavano con orrore e con disgusto di loro: « Quell'orribile gente maleducata,» si lamentavano «che senza nemmeno togliersi il chewing gum di bocca vi fa tante domande
indiscrete! ».
E ciascuno si vantava di aver trovato un modo astutissimo
per sfuggire loro; ma si capiva bene che desideravano solo
accordare interviste e si premunivano, col discorso dell'«uva
acerba», da ogni possibile delusione. Io, per contrasto, ripetevo ben forte: « Adoro la pubblicità e, se per mia fortuna i
giornalisti mi riconosceranno e vorranno occuparsi di me,
offrirò loro il mio pane, come san Francesco agli uccelli».
I miei ascoltatori torcevano la bocca davanti a una così
grave prova di cattivo gusto e io insistevo: « Quale sarà il modo migliore di presentare il mio pane? ». Era un problema
che mi ossessionava, e infine decisi di abolire il troppo lussuoso involucro di cellophane per sostituirlo con semplice
carta di giornale, trattenuta da spaghi. Le due estremità dovevano uscire nude, rendendo evidentissima la qualità semplice e assoluta del pane. Inoltre, avrei potuto fare e disfare
da solo il mio pacco.
Giungemmo a New York, e mentre si sbrigavano le ultime
formalità mi fu comunicato che i giornalisti desideravano
parlarmi. Corsi in cabina e, armato del mio pane, mi presentai loro.
E qui mi accadde qualcosa di inaudito. Mi trovai nella situazione di Diogene, se mai gli fosse capitato di uscirsene a
passeggio interamente nudo, e nessuno gli avesse chiesto
spiegazioni. Non un solo giornalista mostrò il minimo interesse per il pane che durante il nostro colloquio io tenni vistosamente in mano, o appoggiai al suolo, come un bastone
qualunque. D'altra parte, mi conoscevano benissimo, me e la
mia vita intera. Mi chiesero se fosse vero che avevo dipinto
mia moglie con due bistecche fritte sulle spalle. Risposi che
era vero, ma che erano crude, non cotte. Perché crude? Perché anche mia moglie è cruda. E perché le bistecche insieme
a sua moglie? Perché mia moglie mi piace e le bistecche pure, e non c'è ragione di non dipingerle insieme.
PARTE TERZA
249
Erano giornalisti superiori agli europei per un acutissimo
gusto del « nonsenso », per una perfetta conoscenza del loro
mestiere. Sapevano, fin dal principio, come ricavare una
buona « storia », fiutavano il sensazionale, sceglievano esattamente le vitamine necessarie ad alimentare giorno per giorno
la curiosità di infinite psiche morenti di fame. L'Europa ha il
talento della storia, non del giornalismo: e difatti i giornalisti
preparano le loro domande ancor prima di conoscere colui
che devono intervistare. Gli americani, invece, guidati da un
istinto biologico, ammazzano, infallibilmente, proprio quell'uccellino attuale che bisogna portare, ancora caldo, sul tavolo del direttore (tavolo coperto dal pallore dei bianchi fogli in attesa delle tenebre; la tenebrosa speranza di notizie, legate al nerissimo telefono).
Il giorno del mio arrivo, i giornalisti portarono ai loro direttori le mie sanguinanti bistecche, e quella stessa sera tutta
New York le mangiava, e ancora oggi, ne sono certo, in qualche angolo remoto si rosicchia, infaticabilmente, l'estrema
sostanza midollare contenuta nelle loro ossa...
Salii sul ponte del Champlain e possedetti New York. Mi
stava dinanzi, grigioverde, rosa, bianco crema, simile a un
immenso, gotico formaggio Roquefort. Io adoro il Roquefort
e gridai: « New York mi saluta! ». E subito il sangue catalano
di Cristoforo Colombo, che mi scorre nelle vene, mi gridò:
«Presente! »; e a mia volta salutai la cosmica grandezza, la
virginale originalità della bandiera americana.
250
L A M I A VITA S E G R E T A
New York, tu sei un Egitto! Ma rivoltato. Le tue piramidi
non celebrano la tirannia, ma la democrazia, sentinelle di granito erette contro l'Asia, Atlantide ritrovata, Atlantide dell'inconscio. Quale Piranesi ha inventato i riti ornamentali del
tuo Roxy Theater? Quale Gustave Moreau ha illuminato i velenosi colori che irradiano la sommità del Chrysler Building?
New York, le tue cattedrali siedono, facendo la calza, all'ombra delle tue banche. Preparano calzini e guantini di lana per i cinque gemellini negri che nasceranno nella Virginia, calze e guanti per le rondini, ubriache di Coca-Cola, cadute nelle sporche cucine del quartiere italiano, e rimaste lì
sul tavolo, simili a nere cravatte di ebrei fradice di pioggia,
ma basterà il contatto col ferro da stiro delle prossime elezioni per renderle nuovamente commestibili e appetitose come
fettine di lardo fritto.
New York, nelle tue vetrine i manichini si addormentano,
spandendo il loro sangue, e sulla Fifth Avenue Harpo Marx
ha dato fuoco alla miccia che lancerà in aria centinaia di giraffe piene di esplosivi. Le giraffe si spargono ovunque, mettono in fuga i cittadini che cercano rifugio nei negozi, i pompieri sono avvertiti, ma è tardi. Bum, bum, bum! Vi saluto,
giraffe esplosive di New York! E saluto tutti voi, precursori
dell'irrazionale, Mac Sennett, Harry Langdon, e anche tu, indimenticabile Buster Keaton, tragico e delirante come i miei
asini putrefatti, desertiche rose di Spagna!
Mi svegliai a New York il mattino dopo, alle sei, dopo un
lungo sogno erotico affollato di leoni. Abitavamo al settimo
piano dell'hotel St. Moritz e mi parve strano udire, anche da
sveglio, ruggiti misti a voci più roche come di anatre e di altri animali non meglio identificati. Seguiva un silenzio, così
completo, così inatteso in una città «moderna e meccanica»
da farmi sentire completamente sperduto. Poi il cameriere
canadese che mi portò la prima colazione mi spiegò in perfetto francese che oltre il viale, nel Central Park, c'era il giardino zoologico. Difatti, affacciandomi alla finestra, vidi le
gabbie e perfino le foche nella piscina.
Tutte le mie successive esperienze contraddissero le menzogne tante volte udite sulla città «moderna e meccanica»
che gli esteti d'avanguardia hanno cercato di imporre all'Europa, vantandone l'antisettica bellezza funzionale. No, New
York non è una città moderna. Anzi, per esserlo stata prima
di tutte le altre, serba un sacrosanto orrore per la modernità.
Cominciai il pomeriggio con una visita alla Fifth Avenue.
Una squadra di operai stava dirigendo lanciafiamme che
PARTE TERZA
25 I
emettevano fumo nero contro la facciata di un grattacielo
troppo nuovo per «invecchiarlo», dandogli la tinta caratteristica delle vecchie case parigine. A Parigi intanto, i moderni architetti « à la Corbusier » si rompono la testa per trovare
materiali nuovi, supremamente antiparigini, che non diventino mai neri imitando, così candidi e brillanti, il presunto
«fulgore moderno» di New York.
Superati i moderni dragoni emettenti fumo nero, entrai
nell'ascensore rischiarato da un'enorme candela. Sulla parete centrale la copia di un quadro di El Greco era incorniciata fastosamente di velluto rosso antico, autentico, e quasi
certamente del quindicesimo secolo. Dopo la facciata affumicata e l'ascensore-cappella di Toledo, sarà inutile descrivervi l'appartamento dei miei amici: sappiate solo che conteneva arredi gotici, persiani, del Rinascimento spagnolo, due
Dali e due organi. Dedicai il resto del pomeriggio ad altre visite, in case private e in camere d'albergo, passando instancabilmente da un cocktail-party a un altro, spesso senza uscire dallo stesso edificio. La mia assoluta ignoranza dell'inglese
rendeva ogni cosa più vaga e più piacevole, e fra tante immagini fuggevoli una sola mi è rimasta fortemente impressa:
« New York è una città senza luce elettrica ».
L'ascensore illuminato a candela non era un'eccezione, ma
la regola. Ovunque la luce elettrica era accortamente dissimulata: sottane Luigi XVI, policrome pergamene gotiche,
spartiti di Beethoven trasformati in paralumi. Si aveva l'impressione che l'edera crescesse negli angoli, che pipistrelli,
ancora invisibili, stessero volando sui tenebrosi soffitti dei
corridoi e delle sale. La sera andammo in un'incredibile sala
cinematografica, decorata da contrastanti bronzi, la Vittoria
di Samotracia e Carpeaux, e con quadri ultraneddotici, in
grosse cornici dorate, e nel centro una fontana, illuminata
dagli iridescenti ventagli del cattivo gusto. E ancora organi e
organi, organi ovunque, sempre più monumentali!
La sera, prima di andare a letto, presi con Gala un ultimo
whisky e soda al bar del nostro albergo, in compagnia di un
cerimonioso quacchero con un lucido cilindro in testa. Lo
avevo incontrato poco prima, mentre si abbandonava con discrezione ai piaceri dell'alcool in un sordido circolo di Harlem, e ora sembrava deciso a non lasciarci più. Parlava francese abbastanza bene da farmi intuire che desiderava confessarmi qualcosa, per cui Gala gli domandò in tono provocante: «Non crede che il suo stato d'animo sia straordinariamente vicino al surrealismo? ».
252
LA MIA VITA SEGRETA
Difatti, il quacchero apparteneva a una setta spiritualista
estremamente segreta: non aveva fiducia nei suoi più intimi
amici, ma ne ebbe in me, il pittore dei pianoforti appesi ai rami dei cipressi. «Ogni sera» confessò «attacco al muro, con
un cerchietto di gomma, una specie di trombettina d'ottone,
e così parlo con mio padre, morto due mesi fa».
Prima di coricarmi ripassai mentalmente le immagini raccolte nei miei due primi giorni trascorsi a New York, rimaste
fino a quel momento come avvolte in una fitta nebbia. No,
mille volte no, la poesia di New York non è, come gli abominevoli esteti europei vorrebbero far credere, quella di un orrendo frigidaire. No, New York è antica e violenta come il
mondo, e ogni sera i suoi grattacieli assumono la forma di giganteschi Angelus alla Millet, ma Angelus del periodo terziario, immobili, pronti a compiere l'atto sessuale, pronti a divorarsi vicendevolmente. I grattacieli sono immense mantidi religiose prima dell'accoppiamento. È il sanguinario, insaziato
desiderio che li illumina, che ne accende il riscaldamento
centrale, e una poesia ugualmente centrale circola nelle loro
farraginose strutture ossee di diplococchi vegetali.
La poesia di New York non è un'estetica serena: è qualcosa di interamente biologico; non è nichel, ma polmone di vitello. E la ferrovia metropolitana non corre su rotaie d'acciaio, ma su rotaie di vitelli, come scoprì Raymond Roussel. È
PARTE TERZA
2
53
poesia autentica, il ruggito del leone che vi sveglia al mattino,
è un organo, una nevrosi gotica, una nostalgia dell'Oriente e
dell'Occidente, un paralume di pergamena, una facciata annerita, un vampiro artificiale, una poltrona artificiale.1 La
poesia di New York è una digestione persiana, una trombetta attaccata al muro per parlare con i morti, un organo di nazionalità, un organo di Babele, un organo del cattivo gusto attuale,2 un organo di abissi virginali e nuovi. New York non è
prismatica, non è bianca, ma rossa e rotonda. Una tenda a
forma di piramide rossa.
Durante certe mattine brillanti di sole novembrino, me ne
andavo a passeggio con il mio pane tra le braccia. Qualche
volta entravo in un drugstore della 57th Street, chiedevo un
uovo fritto e me lo mangiavo con una fettina del mio pane,
tagliato accuratamente. Venivo circondato dalla folla, tempestato di domande, ma rispondevo stringendomi nelle spalle e
sorridendo timidamente.
Un bel giorno, durante una di queste passeggiate, il pane,
ormai molto secco, si spezzò all'improvviso in due, così decisi di abbandonarlo. Mi trovavo sul marciapiede di fronte al
Waldorf Astoria, ed era mezzogiorno, l'ora dei fantasmi
diurni. Decisi di attraversare la via e di far colazione nella
sert room, ma proprio in quel momento inciampai, caddi, e i
due pezzi di pane rimbalzarono lontanissimi. Un policeman
accorse a rialzarmi e io, avviandomi zoppicante verso la sert
room, cercai con gli occhi i due frammenti del pane. Erano
scomparsi.
E un enigma che non ho mai risolto, e una volta o l'altra
presenterò il risultato dei miei studi alla Sorbona, sotto il titolo di II pane invisibile.
La mia mostra alla galleria Julien Lévy mi valse un gran
successo: quasi tutti i quadri furono venduti e la critica, pur
serbando un tono polemico, riconobbe unanime i miei doni
di tecnica e d'invenzione.
Dovevamo ripartire per la Francia a bordo del Normandie,
e Caresse Crosby organizzò in nostro onore il primo «ballo
surrealista» che, pur preparato nel corso di un solo pomeriggio, superò in eccentricità ogni speranza degli organizzatori.
Una poltrona che respira, con un sistema di pompe e cuscini pneumatici- Ottima per fare addormentare vecchi, bambini e snob.
Ho sempre pensato che il «buon gusto» abbia provocato la crescente
sterilità dei cervelli francesi, e sostengo la superiorità del fertile e biologico
« cattivo gusto » di Wagner, Gaudi, Bòcklin.
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L A M I A VITA S E G R E T A
Io stesso rimasi esterrefatto dinanzi al Sabba delle streghe
che per una sera animò il Coq rouge. Signore della buona società apparvero quasi interamente nude, la testa imprigionata in una gabbia. Altre si erano fatte dipingere sul corpo tremende ferite, con un'infinità di spille di sicurezza, apparentemente conficcate nelle carni. Una dama, estremamente spirituale ed eterea, mostrava, sul ventre rivestito di satin chiaro, una bocca larghissima e ghignante. Occhi si allargavano,
come repellenti tumori, sulle guance e sulle spalle. Un uomo,
con la camicia da notte insanguinata, reggeva sul capo un comodino, dal quale, a un certo punto, sfuggirono mille uccellini colorati. Un'enorme vasca da bagno, traboccante d'acqua, dondolava nel vano della scala, e in un angolo c'era un
grande bue spellato e sanguinolento, con il ventre aperto e
imbottito di sei grammofoni.
Gala era vestita da « cadavere squisito », e portava sul capo una bambola molto realistica, con la testina divorata dalle formiche e chiusa nella morsa di un'aragosta fosforescente. Il corrispondente francese del « Petit Parisien » telegrafò
a Parigi che la moglie del famoso pittore Dali aveva provocato un grande scandalo, con la sua lugubre rievocazione di
«Baby Lindbergh». Non c'era stato il minimo scandalo a
New York, ma ce ne fu uno piccolo a Parigi.
Non ero più padrone della mia leggenda, e il surrealismo
si identificava ormai in me e soltanto in me. Rientrando a Parigi, scoprii che il gruppo dei surrealisti, mescolandosi a gen-
PARTE TERZA
2
S5
te di mondo, si era completamente disgregato. Preoccupazioni di natura politica spingevano molti dei miei amici verso
sinistra, e alcuni, obbedendo agli slogan di un piccolo e nervoso Robespierre, ossia Louis Aragon, accettavano incondizionatamente il comunismo. La crisi definitiva divenne inevitabile quando proposi una « macchina per pensare » composta da una poltrona a dondolo, tutta aureolata da bricchetti
di latte caldo, e Aragon scattò, indignatissimo: «Basta con le
fantasie di Dali! Diamo il latte caldo ai figli dei proletari! ».
Breton, riconoscendo in Aragon il pericolo dell'oscurantismo, decise di cacciare lui e i suoi simpatizzanti, Bunuel,
Unic, Sadoul e altri, dal gruppo surrealista. L'unico comunista puro, tra loro, era René Crevel, il quale tuttavia non seguì
Aragon in questa scissione, ma poco dopo si uccise, incapace
di conciliare le drammatiche contraddizioni tra i problemi
ideologici e intellettuali tipici del primo dopoguerra.
Crevel fu il terzo suicida fra i surrealisti, rispondendo così
alla domanda posta da «Revolution surrealiste» in uno dei
suoi primi numeri: «È il suicidio una soluzione? ».
Io avevo risposto di no, affermando la mia incessante attività spirituale.
La politica è sempre stata lontana dai miei interessi, e in
quel periodo più che mai. Avevo invece intrapreso lo studio
sistematico della religione cattolica, che sempre più mi appariva come «la perfezione architettonica». Mi isolai dal gruppo e presi a viaggiare di continuo: Parigi, Port Lligat, New
York, Londra, e poi ricominciavo. Approfittavo dei soggiorni a Parigi per frequentare la società elegante, che mi ha sempre interessato, così come mi interessano i miserabili, o i pescatori di Port Lligat. La classe media mi annoia. Intorno ai
surrealisti si raccoglieva, ormai, una vera fauna di piccoli
borghesi mal lavati. Li fuggivo come la peste. Visitavo André
Breton tre volte al mese, Picasso ed Eluard due volte alla settimana. Non vedevo mai i loro discepoli. Frequentavo, ogni
giorno e ogni sera, uomini eleganti.
Molti di loro erano stupidi, ma le loro mogli portavano
pietre preziose dure come il mio cuore e profumi voluttuosi,
e adoravano le musiche che io detestavo. Restavo il contadino catalano di sempre, ingenuo e tagliente, un re travestito. E
non potevo scacciare dalla mia mente l'immagine (molto cartolina pornografica) di una donna raffinatissima, nuda, carica
di gemme, con cappello piumato e prostrata ai miei piedi...
La mia mania di indossare abiti eleganti, che sembrava limitarsi al primo periodo madrileno, tornava ora a impadro-
256
LA MIA VITA SEGRETA
nirsi di me, e io capivo finalmente che l'«eleganza» è l'espressione concreta del raffinamento materiale di un'epoca, e che
proprio per questo diventa il simulacro tangibile, lo squillo
di tromba della religione.
Nulla di più tragico e vano della moda, e proprio come
per un'intelligenza di prim'ordine, quale la mia, la guerra del
1914 fu feticisticamente rappresentata da Mademoiselle Chanel, così la guerra incombente, che avrebbe liquidato le varie
rivoluzioni in corso, era simboleggiata non dalle discussioni
tra surrealisti, al caffè di place Bianche, o dal suicidio del
mio amico René Crevel, ma dalla casa di moda che Elsa
Schiaparelli stava per aprire in place Venderne.
Era qui che esplodevano gli autentici fenomeni morfologici, qui si transustanziava l'essenza delle cose. E qui sarebbero discese le lingue infuocate del daliniano Spirito Santo. E
poiché io ho, sfortunatamente, sempre ragione, pochi anni
dopo le truppe tedesche avrebbero invaso Biarritz travestite
esattamente nello stile Schiaparelli-Dali, con le uniformi mimetizzate con ramoscelli fronzuti che, appena strappati al
devastato suolo di Francia, spuntavano dalle loro chiome impolverate, selvagge, come nordici germogli di una Dafne crocifissa. Ma la vera anima, la vera biologia di Schiaparelli, era
Bettina Bergery, una delle donne di Parigi più altamente dotate di fantasia. Somigliava esattamente a una mantide religiosa, e lo sapeva. Bettina e Roussie Sert (nata principessa
Mdivani), incantevoli spettri di snellissima poesia, e Chanel,
France de France, aprono la processione di coloro che, nonostante la separazione e la morte, restano i miei migliori amici.
PARTE TERZA
257
Londra offrì a Parigi un bagliore di preraffaellismo che fui
il solo a riconoscere e a godere. Peter Watson aveva un gusto
infallibile per i mobili e per l'architettura e acquistava dei Picasso che, a sua insaputa, somigliavano soprattutto a dei Rossetti. Edward James, il poeta colibrì, ordinava afrodisiaci telefoni-aragoste, acquistava i migliori Dalì, perché era, naturalmente, il più ricco. Lord Berners era sempre tra noi, impassibile nel suo scafandro di umorismo, ai magnifici concerti organizzati dalla principessa di Polignac nel suo grande salone decorato da José-Maria Sert, con risse di embrioni di elefanti, allegoria dell'Europa e della futura Lega delle nazioni.
In casa di Missia Sert, la prima moglie di Sert, cuoceva e
rosolava il più nutriente pettegolezzo di Parigi. Nel salotto
social-letterario di Marie-Louise Bousquet, posto sulle rive
di un vero lago in pietra grigia (place Palais Boubon) vidi incredibili cortocircuiti tra ciliegie vere e false ciliegie, evocate
dai raggi del sole calante, che davano la scalata al morbido e
fantomatico naso di Ambroise Vollard e di Paul Poiret. Sull'altra riva del lago di pietra grigia, Emile Terry custodiva recentissimi Dali tra le migliori ragnatele di Madrid.
In primavera si stava benissimo nel giardino della contessa
Marie Bianche de Polignac, ascoltando il quartetto di archi
che suonava nella casa infiammata dalle candele, dai Renoir e
dalla malefica coprofagia di un insuperabile pastello di Fantin-Latour. Il tutto accompagnato da petits fours, canditi e
dolci vari.
Diametralmente opposto era il salotto della viscontessa di
Noailles. Contrappunto in pittura e in letteratura. La tradizione di Hegel, Ludwig II di Baviera, Gustave Dorè, Robespierre, Sade, Dali e un tocco di Serge Lifar.
258
LA MIA VITA SEGRETA
C'erano anche i balli di Reginald Fellowes. Qui una sola
delusione, o forse due, poteva addolorare gli invitati: talvolta, la signora «non» indossava un abito disegnato da Cocteau, talvolta Gertrude Stein « non » pronunciava un discorso. Il tutto, fortunatamente, era sempre accompagnato da
uno snobismo e da un'eleganza di prima qualità.
Il principe e la principessa di Faucigny-Lucinge avevano
un innegabile istinto del «tono»: il loro «tono» era quasi
tanto violento e sostenuto quanto la «figura» degli spagnoli.
Era la conseguenza diretta, anche se talvolta sfumata di gioco, dei quadri, esotici ed elegantissimi, di Aubrey Beardsley.
La principessa sceglieva sempre le cose «antiquate», e se ne
serviva per tiranneggiare la moda. Il suo anacronismo era
sempre modernissimo, e lei era senza dubbio una delle donne che meglio possedevano il senso dell'eleganza parigina.
Il conte e la contessa di Beaumont custodivano la chiave
teatrale di questo mondo. Entrare nella loro casa era come
entrare in un teatro, un teatro dove i Picasso del periodo grigio erano appesi alle argentee canne di un organo. Etienne
de Beaumont parlava esattamente come chi ha la vocazione
del teatro e calzava buffe scarpette di vitello. Tutti gli intrighi, più o meno criminali, che si annodavano tra le diverse
compagnie dei balletti russi che Diaghilev aveva affidato ai
Beaumont germinavano, crescevano e inevitabilmente scoppiavano nel loro giardino, dai cui alberi spesso pendevano
fiori artificiali. Là si poteva impunemente incontrare Marie
Laurencin, il cardinale Verdier, il colonnello La Roque, Leonida Massine, Serge Lifar (sfinito di stanchezza e cadaverico), il maragià di Kapurthala, l'ambasciatore di Spagna e
qualche esemplare di surrealista.
La «società» di Parigi si andava involgarendo; lo spettro
della sconfitta del 1940 si poteva già riconoscere nelle nuvole
bordeaux che incupivano l'orizzonte della Francia, e anche
nella catastrofica simpatia agrodolce ispirata dalle popolari,
realistiche e vischiose gengive di Fernandel,1 che offriva uno
strano contrasto accanto allo squisito, aristocratico, fantomatico pallore della principessa russa Natalie Paley, meravigliosamente vestita da Lelong e velata da una polvere di palcoscenico 1900. Un altro tocco era dato dall'inimitabile smorfia
di Henry Bernstein, quando concludeva un profetico pettegolezzo con denouement cinico-sentimentale, senza smettere
Fu Jean Renoir a scoprire quest'attore; soltanto la guerra impedì a Dali
di ritrarlo in abito di menino, o paggio di corte.
PARTE TERZA
259
di mangiare spaghetti, nella penombra animata dal galante
formaggio parmigiano, anima del ritrovo notturno Casanova,
un parmigiano sempre pronto ad accendersi come una crèpe
suzette.
E c'era anche la barba di Bébé Bérard, i cui peli erano, dopo i miei baffi, quelli del miglior pittore di Parigi; odorava di
oppio e di decadenza alla Le Nain-Roman, in quella Parigi
matura per il rasputinismo, per il Bébé-dandismo, per il Gala-dalinismo, e mostrava la stessa, ambigua, lusinghevole sicurezza, architettonicamente romantica che si leggeva negli
sguardi di Piero della Francesca. A parte i suoi quadri, Bérard ha tre cose che io considero bellissime e commoventi: la
sporcizia, lo sguardo, l'intelligenza.
Quanto a Boris Kochno, la sua barba, perpetuamente rasata, continuava a crescere con un coraggio e una perseveranza da barba cosacca. Boris «illuminava» i balletti russi,
mangiava in tutta fretta e quasi sempre scappava prima del
dessert (doveva precipitarsi verso un altro dessert). Talvolta,
la sua carne si arrossa, si congestiona, e il colore azzurrino
della sua ostinatissima barba rasata crea un contrasto tale,
con la camicia inamidata, che l'osservatore superficiale può
scambiare il tutto per un tricolore francese.
Il pittore José-Maria Sert, che possiede la vera immaginazione gesuitica, alla spagnola, splendida armatura che lo riveste d'oro, aveva una casa a tre ore da Port Lligat, il Mas
Juny, il luogo più fastoso e più miserabile d'Europa. Ci andavo spesso, con Gala, per restarci intere settimane e, sul finire
dell'estate, ci ritrovavo tutti gli amici di Parigi. Fu al Mas
Juny che gli ultimi giorni felici dell'Europa anteguerra trascorsero beati e, talvolta, anche intelligenti.
Questo periodo di incantesimi estivi, sullo sfondo delle
sardanas catalane, dei festival provinciali lungo la Costa Brava, si concluse con l'incidente in cui in una Rolls-Royce morirono, tra Palamos e Figueras, il principe Alexis Mdivani e
la baronessa von Thyssen. Roussie, la sorella di Alexis Mdivani, ne morì di dolore, quattro anni dopo; per spiegarvi
quanto io amassi questa giovane donna, vi dirò semplicemente che rassomigliava, come una «perla di morte» rassomiglia a un'altra «perla di morte», al Ritratto di fanciulla di
Vermeer che si trova al museo dell'Aia.
Non bisogna giudicare troppo frivoli i protagonisti di
questa «insolubile» ed eccessivamente romantica Europa. Si
dovrà attendere un secolo perché simili individui tornino a
nascere. Surrealisti e donne di mondo, morti per amore! Po-
2ÓO
LA MIA VITA SEGRETA
chi uomini politici furono capaci di fare altrettanto, durante
i processi che seguirono la guerra. L'Europa che amavamo
stava crollando, tra le rovine della storia contemporanea: rovine senza memoria, senza gloria, nemiche di noi tutti, supremamente antistorici; e pochissimi, tra noi, erano destinati a sopravvivere.
CAPITOLO TERZO
GLORIA TRA I DENTI, PAURA TRA
LE GAMBE
GALA SCOPRE E ISPIRA
IL CLASSICISMO DELL'ANIMA MIA
Il mio secondo viaggio in
America celebrò, ufficialmente, l'inizio della mia gloria. Tutti i quadri esposti vennero venduti. Il «Time» pubblicò una
mia fotografìa fatta da Man
Ray, in copertina, con la didascalia che diceva: «Il surreali.sjsgwssi^rr—^"""1 •- — sta Salvador Dali: un pino in
fiamme, un arcivescovo, una
giraffa e una nuvola di piume scapparono fuori dalla finestra». Numerosi amici mi avevano vantato il «Time», ma
quando lo ricevetti ne fui deluso: mi parve un «piccolo giornale», e solo in seguito compresi la sua grandezza.
Non ho mai capito come io sia divenuto così popolare in
America da esser spesso fermato, per strada, da gente che mi
chiedeva un autografo, inoltre ricevevo montagne di lettere e
proposte di ogni genere. Tanto per citarne una, quella di decorare le vetrine di Bonwit-Teller, che accettai: vi collocai un
manichino con la testa composta di rose rosse e le unghie rivestite di ermellino bianco. Sul tavolo misi un telefono rinchiuso in un guscio di aragosta. Appesa a una seggiola, la
mia celebre «giacca afrodisiaca», una comune giacca da
smoking decorata con ottantotto bicchierini da liquore che
la ricoprivano tutta, colmi fino all'orlo di una verdissima crème de menthe, e in ogni bicchierino una cannuccia e una mosca morta.
Avevo già sfoggiato questa « giacca afrodisiaca » a Londra,
in occasione di una conferenza che tenni stando in uno scafandro da palombaro. Era stato Lord Berners a prendere in
affitto per me lo scafandro, e telefonò a una serissima ditta
che gli chiese di specificare a quale profondità il signor Dali
volesse scendere. Lord Berners spiegò che intendevo esplorare il subcosciente per poi tornare subito a galla.
« In questo caso » gli risposero con gravità « sostituiremo
il casco con un modello speciale».
z6z
LA MIA VITA SEGRETA
Comunque, rischiai di morire per asfissia, nello scafandro,
e Gala con Edward James mi salvarono facendo saltar le viti
di saldatura a colpi di martello, in presenza di un pubblico
foltissimo, che sulle prime non immaginò trattarsi di una tragica realtà. Forse questo nuovo drammatico evento accrebbe
la mia popolarità, non meno della mostra organizzata per me
dal signor Mac Donald nella sua London Gallery, dove i miei
quadri figurarono accanto a quelli di due illustri predecessori: Cézanne e Corot.
Mentre tutto andava così bene, fui colto da una depressione invincibile: ne avevo abbastanza, volevo tornare immediatamente in Spagna. Basta con gli scafandri, basta coi telefoniaragosta, basta con le clips diamantate, i piani molli, gli arcivescovi, i pini in fiamme scagliati dalle finestre, basta con la
pubblicità, basta con i cocktail-party! A Port Lligat, nella solitudine che Gala e io ci eravamo meritati con uno sforzo comune durato sei anni, senza impazienza, con tenacia inaudita, avrei finalmente potuto fare «cose importanti».
Arrivammo a Port Lligat sul finire di uno splendente pomeriggio di dicembre, e mai il paesaggio mi era parso così
bello. Volevo, disperatamente, essere felice, ma un'angoscia
misteriosa mi serrava il plesso solare, e non potevo dormire,
e dopo una notte insonne camminavo lungo la riva del mare,
e la mia vita stravagante e brillante mi sembrava remotissima,
priva di realtà.
Che ti succede? Hai tutto quello che desideri. Sei a Port
Lligat, il luogo che prediligi, con Gala, la persona che più
ami. Non soffrirai più l'avvilente angoscia della povertà; con
lusso enorme di tempo potrai iniziare opere grandiose. La tua
salute è perfetta. Basterà un tuo cenno, e potrai tentare qualsiasi esperienza teatrale e cinematografica... Gala sarebbe perfettamente felice se tu non ti torturassi così... senza ragione.
Giacevo nudo al sole, caldo come l'astro estivo. Ma non avevo il coraggio di gettarmi nell'acqua gelida, ne temevo il contatto come di un fantasma: non era forse il ricordo della storia
della morta Marieta, che mi raccontava la mia balia Llucia?
Marieta torna a casa dal suo sepolcro, per spaventare il marito:
«Ahi, ahi, sono sul primo gradino! ».
«Marieta! Marieta! Torna alla tua tomba, lasciami in pace! ».
«Ahi, ahi, sono sul secondo gradino! ».
«Marieta! Marieta! ».
«Ahi, ahi, sono sul terzo gradino! ».
«Marieta! ».
PARTE TERZA
263
Alla fine della storia, quando la morta è sull'ultimo gradino, Llucia mi afferrava una spalla, urlando con sempre inattesa violenza: «Ti ho preso! ».
Mentre Gala, di lontano, mi chiamava a colazione, respiravo, sul mio corpo, l'odore della morte.
Si levò la tramontana, la nostra domestica impazzì e se ne
andò a passeggio sulle rocce con i seni nudi e un cappello
fatto di spaghi e di giornali vecchi. Un figlio de la ben plantada morì di fame, perché la sua pazzia gli suggeriva di non
mangiare: io vivevo nel terrore di impazzire e di morire, e
non potevo inghiottir nulla. Restavo sulla spiaggia, tra i pescatori che si scrostavano il sudiciume di dosso a colpi di
temperino, e la loro rogna veniva a posarsi sull'ultimo «Vogue» che Gala mi aveva messo accanto, per distrarmi: c'era lì
una donna elegantissima, fotografata a un garden party, con
una goccia di rugiada in brillanti posata sul cuore di una rosa vera! Il suo rossetto era «Real Dali Red», da applicarsi sopra altri due strati di « Dali Red » liquido.
Ordinavo qualche bottiglia di champagne, che poi bevevamo con i pescatori mangiando ostriche.
Un giorno mi addormentai sulla spiaggia nel sole di mezzogiorno, mentre Gala mi stringeva una mano tra le sue. Svegliandomi, vidi Gala1 china su di me, come il divino animale
dell'ansietà, intenta a spiare la «crisalide Lazzaro». Poiché,
simile a una crisalide, mi ero avvolto nel mio bozzolo, il seriGià una volta Gala-Gradiva aveva guarito la mia follia, con la corporea
realtà del suo amore, e ora doveva aiutarmi a uscire dalla mia angoscia.
264
LA MIA VITA SEGRETA
co bozzolo della mia immaginazione e dovevo lacerarlo affinché la paranoica farfalla del mio spirito ne emergesse trasformata, viva e vera.
Le mie « prigioni » costituivano il riscatto delle mie metamorfosi. Ma senza Gala sarebbero divenute dei sepolcri, e
ogni volta lei doveva lacerare con i denti le bende tessute dalla secrezione del mio terrore, altrimenti mi sarei putrefatto lì
dentro.
«Alzati e cammina! ».
Le obbedii. Per la prima volta assaporavo il gusto della
tradizione appoggiando a terra la pianta del piede.
«Salvador, non hai ancora fatto nulla! Non puoi ancora
morire! ».
La mia gloria surrealista era priva di ogni valore. Io dovevo incorporare il surrealismo nella tradizione. La mia fantasia doveva ridiventare classica. Avevo, dinanzi a me, un compito così lungo che la vita intera non mi sarebbe bastata, e fu
Gala a darmi la fede nella mia missione. Anziché ristagnare
nel miraggio aneddotico del mio successo, dovevo lottare
per qualcosa di «importante». Dovevo render classiche le
mie esperienze di vita, rivestirle di una forma, di una cosmogonia, di una sintesi, di un'architettura di eternità.
CAPITOLO QUARTO
METAMORFOSI
MORTE
RISURREZIONE
Din, don, din, don, din,
don...
Che c'è?
È la campana della Storia che
squilla.
E cosa dice la campana della
Storia, Gala?
>\
Jsrffvk «w <iru
Dice che, dopo il quarto d'ora
degli «ismi», l'ora individuale
sta per suonare. La tua ora,
Salvador!
Din, don, din, don, din, don! L'Europa del primo dopoguerra stava per morire: di anarchia, di «ismi», 1 di mancanza di rigore politico, estetico, morale. L'Europa stava per
morire di scetticismo, di secchezza, di mancanza di forma, di
mancanza di sintesi, di mancanza di cosmogonia, di mancanza di fede. L'Europa non credeva a nulla, ma accettava tutto,
perfino l'anonima flaccidità della «vita collettiva».
Gli escrementi dipendono sempre dai cibi. L'Europa del
dopoguerra si era nutrita di «ismi» e di rivoluzioni: i suoi
escrementi sarebbero quindi stati la morte e la guerra. Le
sofferenze collettive sopportate dal 1914 in poi conducevano
all'infantile illusione di un benessere collettivo, basato sulla
rivoluzionaria abolizione di ogni disciplina, e si ebbe così la
miseria di un periodo che sostituì la meravigliosa libertà della vera fede con la tirannia di utopie unicamente monetarie.
La storia dimostrerà che il materialismo di Karl Marx costituì il veleno di odio concentrato a causa del quale i nostri
contemporanei agonizzarono e morirono nelle fetide e bombardate gallerie delle metropolitane. Al contrario, quelle che
secondo Marx erano «religiose illusioni» o anche «oppio
Cubismo, dadaismo, simultaneismo, purismo, vibrazionismo, orfismo,
futurismo, surrealismo, comunismo, nazionalsocialismo, per citarne solo alcuni che accompagnarono il primo anteguerra e il primo dopoguerra. Ognuno ebbe i suoi capi, i suoi partigiani, i suoi eroi.
266
LA MIA VITA SEGRETA
per il popolo» condussero i contemporanei di Leonardo, di
Mozart e di Raffaello a esaltarsi sotto le perfette cupole architettoniche dell'animo umano.
Gala stava risvegliando il mio interesse per l'Italia. Il Palladio e il Bramante mi apparivano di giorno in giorno con
maggior chiarezza i più perfetti realizzatori di compiutezze
umane nel campo dell'estetica, e cominciavo a desiderare di
veder da vicino questi prodotti di un'intelligenza materializzata, prodotti concreti, misurabili e perfettamente inutili.
Gala aveva anche deciso di aggiungere un altro piano alla nostra casa di Port Lligat, per distrarmi da ogni possibile ricaduta nell'angoscia e canalizzare la mia attenzione verso problemi concreti.
Giorno dopo giorno, mi ripetevo: «È impossibile, anche
astrologicamente, imparare dagli antichi una tecnica ormai
perduta! Non mi resta nemmeno il tempo di imparare a disegnare come loro! Non potrò mai superare Bòcklin! ». E Gala, ardendo di entusiasmo, mi dimostrava, con mille argomentazioni, che non dovevo restare soltanto « il famoso surrealista». Ci estenuavamo di ammirazione per Raffaello; si
trova tutto in lui, e quanto i surrealisti si illusero di aver scoperto costituiva per Raffaello soltanto un frammento della
sua latente, ma consapevole, comprensione delle cose nascoste, insospettate e manifeste. Raffaello fu così completo, così
sintetico, così unico da eludere i nostri contemporanei: la
miopia analitica e meccanica del dopoguerra si è, effettivamente, specializzata nelle infinite molecole che costituiscono
PARTE TERZA
267
il capolavoro classico, analizzandole, piantandoci una bandiera sopra ed escludendo tutto il resto a cannonate.
La guerra ha trasformato gli uomini in bruti. Dopo una
lunga dieta a base di nitroglicerina, si ritrovavano incapaci di
osservare una qualsiasi cosa che potesse esistere senza esplodere. Capirono attraverso de Chirico la malinconia metafisica che non sapevano più riconoscere nel Perugino, o in Raffaello, o in Piero della Francesca. Eppure in tutti questi pittori avrebbero potuto cogliere, tra mille altre meraviglie, la
soluzione offerta in ritardo dal cubismo ai problemi della
composizione e, per quanto riguarda i sentimenti, il senso
della morte, il senso della libidine materializzata in ogni frammento colorato, il senso della istantaneità. Che si poteva inventare dopo Vermeer? Il classicismo significava integrazione, sintesi, cosmogonia, fede, in luogo di frammento, esperimento, scetticismo.
Tutte queste idee si andavano cristallizzando in una conferenza da tenere a Barcellona. Avrebbe dovuto avere vaste ripercussioni storiche, poiché il mio caso non era quello, frequente, di uno scoraggiato «ritorno alla tradizione», ma al
contrario la battagliera affermazione della mia esperienza, la
sintesi della mia «conquista dell'irrazionale» e l'affermazione della fede estetica restituitami da Gala.
Lasciammo dunque Port Lligat per Barcellona, che trovammo lacerata dagli « ismi » come dalle bombe disposte un
po' ovunque dalla Federación anarquista ibèrica. Lo sciopero generale venne dichiarato proprio il pomeriggio del nostro arrivo, e la città assunse un'aria sinistra. Dalmau, il vecchio mercante di quadri al quale si doveva l'ingresso dell'arte moderna a Barcellona e l'organizzazione della mia conferenza, bussò due volte, con la mano ossuta, alla porta della
nostra camera d'albergo. Potevano essere le cinque.
«Avanti! » gridai, e Dalmau fece un'apparizione memorabile, con i capelli grigi sconvolti, la barba al vento e un numero della «Revolution surrealiste» infilato nell'ampia
apertura dei pantaloni. Benché la sua aria trafelata pareva
esser di uno che in tutta fretta deve rivelare notizie urgentissime, lui indugiò sull'uscio, per farci assaporare la sua sbottonatissima apparizione: «Dovete partire immediatamente
per Parigi, » articolò finalmente « qui tra poco si scatenerà
l'inferno».
Cominciammo a cercare un autista che ci portasse al confine, e chiedemmo subito i visti necessari per la partenza. Le
strade si affollavano di armati, che reciprocamente ignorava-
268
LA MIA VITA SEGRETA
no e venivano ignorati dalle guardie civili, quasi neppure si
vedessero. Al Ministerio de la Gobernación le dattilografe
lasciavano le macchine da scrivere per osservare le mitragliatrici che venivano collocate davanti a ogni finestra; ognuna
teneva in bocca un ago con il filo nella cruna, perché stavano
preparando i bracciali con la bandiera catalana e la stella separatista. Si diceva che Companys fosse sul punto di dichiarare la Repubblica catalana. La tempesta preconizzata da
Dalmau sarebbe scoppiata non appena l'esercito avesse deciso di entrare in azione.
Mentre aspettavo il mio passaporto, vidi i Badia, i due fratelli che guidavano il movimento separatista. Sembravano
due Buster Keaton, avevano gli stessi tragici gesti, e dal loro
pallore compresi che erano vicini alla fine. Vennero infatti
uccisi pochi giorni dopo.
Finalmente ci ritrovammo con Dalmau, che ci presentò un
autista anarchico. Chiusi in un gabinetto per uomini, discutemmo con lui il prezzo della corsa, e, dopo aver raggiunto
l'accordo, l'autista trasse di tasca due diverse bandierine:
«Questa, se vinceranno i separatisti; questa, se vinceranno
gli altri. I litigi tra catalani e spagnoli non interessano affatto
noi anarchici. Il nostro momento non è ancora venuto, ma
tutte le bombe sono già le nostre bombe, tocca a noi fare
sempre chiasso ovunque ».
Ci vollero dodici ore per compiere un tragitto che normalmente ne richiede tre, perché ci fermavano di continuo per
chiederci i salvacondotti. A metà strada facemmo una sosta
per rifornirci di benzina: sotto un grande envelat1 una piccola folla stava ballando al suono del Danubio blu e, tutto intorno, giovanotti e ragazze passeggiavano tenendosi a braccetto. Dall'uscio aperto di un'osteria si vedevano due uomini
giocare a ping-pong e il nostro autista, fatto il pieno di benzina, si fermò a bere un bicchierino di anis del mono e a giocare due partite di ping-pong, con molta calma e abilità. Poi
tornò di corsa verso la macchina dove l'aspettavamo.
«Via, presto, » gridò «la radio annuncia che Companys ha
proclamato la Repubblica catalana, si combatte già nelle
strade di Barcellona».
Ma dentro Yenvelat i suonatori ripetevano, per la terza
volta il Danubio blu, e tutto era tranquillissimo: solo, in un
angolo, un gruppo di uomini discuteva ad alta voce se fosse il
Tenda elaboratamente decorata che durante le feste campagnole serve
di sala da ballo.
PARTE TERZA
269
caso di fucilarci o no. Erano particolarmente impressionati
dal voluminoso bagaglio di Gala, che consideravano prova di
un lusso eccessivo. Ma il nostro autista, spazientito, prese a
bestemmiare con così ispirata violenza da provocare il rispetto generale, e potemmo ripartire.
Ci risvegliammo, l'indomani, a Cerbère, una cittadina di
frontiera, e apprendemmo dai giornali che la rivolta era stata
domata e i capi imprigionati o uccisi. La Repubblica catalana
durò infatti una sola notte, la storica notte del sei ottobre, che
mi servì per configurarmi definitivamente le «notti storiche».
Una « notte storica » è per me stupidamente simile a tutte
le altre notti, con moltissimo Danubio blu, un po' di pingpong e un qualche rischio di venir uccisi. Dalmau, infatti, ci
scrisse che il nostro autista era stato ammazzato durante il
viaggio di ritorno da una scarica di mitragliatrice, nei sobborghi di Barcellona.
Non sono un uomo storico. Sono, al contrario, antistorico.
Forse sono molto più avanti, forse molto più indietro, ma
non mi sento mai contemporaneo agli ometti che giocano a
ping-pong. Il ricordo di aver visto due spagnoli indulgere a
questo gioco imbecille m'empiva di vergogna, e lo consideravo un pessimo presagio. Le palline del ping-pong sono piccoli teschi, vuoti, senza peso e catastrofici nella loro frivolezza. E nel minaccioso silenzio scandito dal loro toc, toc, toc,
toc, sentivo avvicinarsi il grande cannibalismo armato della
nostra storia, l'incombente guerra civile.
Tornato a Parigi, dipinsi un grande quadro intitolato Presentimento della guerra civile. V'era un grande corpo trafitto
da mostruose escrescenze di gambe e di braccia, che gli si avvinghiavano addosso come per strangolarlo. Quale sfondo a
tanta carne divorata da catastrofi biologiche e narcisistiche,
scelsi un paesaggio geologico, vanamente sconvolto durante
migliaia di anni da drammi tellurici. Abbellii la mollezza della massa carnosa con alcuni fagioli lessi, perché non si poteva
neppure immaginare di inghiottire tanta carne senza la presenza (scarsamente suggestiva, lo ammetto) di un malinconico e familiare contorno.
Il mio presentimento della guerra civile ebbe ben presto
una conferma ufficiale. In quel preciso momento mi trovavo
a Londra e, dopo aver ascoltato un concerto da camera,
pranzavo al Savoy. Avevo chiesto un uovo alla coque, e mi
bastò vederlo per rammentare le palline del ping-pong che,
per così dire, mi ossessionavano a intervalli.
Spiegai al compositore Igor Markevitch come sarebbe sta-
27O
LA MIA VITA SEGRETA
to triste e demoralizzante giocare a ping-pong usando, invece della pallina, un uovo alla coque, divertimento persino
più atroce di quello di giocare a tennis usando invece di una
palla un uccello morto. E subito l'uovo alla coque mi legò i
denti: era pieno di sabbia! Sono certo che lo chef del Savoy
non ne avesse alcuna colpa: era la sabbia africana della storia
di Spagna che si sollevava tra le mie labbra. Contro la sabbia,
champagne! Ma non ne bevvi. Un periodo di rigore ascetico,
una quintessenziale violenza di stile avrebbero da allora dominato il mio pensiero, la mia vita, illuminati soltanto dal
fuoco religioso della guerra civile, dagli estetici fuochi del
Rinascimento, in virtù dei quali ogni giorno l'intelligenza
può rinascere.
La guerra civile era cominciata. Gli anarchici spagnoli
brandivano le loro bandiere nere, con sopra scritto «Viva la
muerte! ». E gli altri agitavano l'antichissima bandiera della
tradizione, rossa e oro, con le due sole lettere: «Fé! ». E tra la
fede e la morte, nel mezzo del cadaverico corpo, divorato dai
vermi di ideologie esotiche e materialiste, della Spagna si vedeva l'enorme erezione iberica, immensa cattedrale colma
della bianca dinamite dell'odio. Seppellire e disseppellire!
Disseppellire e seppellire! Qui si riassumeva l'intera guerra
civile, l'intera Spagna, troppo lungamente docile verso gli
umilianti giochi di vili ping-pong politici e aneddotici! O
terra di Spagna, tu che fecondasti la religione!
La carne risuscitava nei disseppelliti amanti di Teruel, e si
imparava ad amarsi uccidendosi. Nulla è così vicino all'amplesso come l'abbraccio della morte. Il miliziano entrava in
un caffè portandosi in braccio la mummietta, appena dissepolta, di una suora morta nel dodicesimo secolo. Voleva portarla con sé legata al suo zaino, nelle trincee di Aragona, e
morire con lei, se morir doveva. Un vecchio amico dell'architetto Gaudi mi assicurò di aver visto il cadavere dissepolto di
quest'uomo geniale trascinato, con una cordicella stretta intorno al collo, da un bimbo piccolissimo per le vie di Barcellona. Gaudi, mi assicurò il narratore, era stato perfettamente
imbalsamato, e sembrava assolutamente vivo, anche se un
poco malandato in salute: fenomeno sin troppo naturale, se
si pensa che Gaudi era stato sepolto per vent'anni. A Vie, i
soldati giocavano a calcio usando come pallone il cranio dell'arcivescovo di Vie, a Vie...
Da tutti gli angoli della Spagna martirizzata saliva odore
d'incenso, di pianete, di grassi curati arsi vivi, di carne spirituale squartata, misto ad altri odori, di capelli sudati, di car-
PARTE TERZA
271
ni concupiscenti e parossisticamente fatte a pezzi, di fornicazione e di morte. Gli anarchici vivevano il sogno a cui non
avevano mai fino in fondo creduto. Infatti entravano negli
uffici dei notai e defecavano sui tavoli, che stavano lì come
simboli della proprietà, e in alcuni villaggi, in cui era stato
instaurato un libertarismo integrale, davano fuoco a tutte le
banconote.
Un anarchico andaluso salì con la grazia raffinata di un torero i gradini crollanti di una chiesa incendiata e profanata,
per accostarsi a un gigantesco Cristo di legno, ornato di lunghi capelli neri: lo insultò atrocemente, gli strappò i capelli,
sputandogli in faccia. A questo punto il Cristo di legno perse
una delle sue braccia articolate, e la grande mano di legno
piombò pesantemente sulla testa dell'anarchico, che cadde a
terra morto. Quale credente!
Nei primi giorni della rivoluzione, il mio grande amico, il
poeta della mala muerte, Federico Garda Lorca, venne fucilato a Granada, occupata dai fascisti. La sua morte fu sfruttata dalla propaganda, ignobilmente, perché chi lo conosceva sapeva benissimo che Lorca era per natura apolitico.
Lorca non simboleggiò, morendo, un'ideologia politica,
morì semplicemente come la vittima espiatoria della confusione rivoluzionaria. La guerra civile, infatti, uccideva un uomo non « per le sue idee », ma per « motivi personali », e poiché Lorca, come me, aveva personalità da vendere, era, più
di ogni altro spagnolo, destinato a venir ucciso dagli spagnoli stessi. La sua morte e le sue ripercussioni crearono un'atmosfera soffocante nel cuore di Parigi e a Port Lligat. Decisi
di partire per l'Italia; mentre il mio paese attendeva il responso della distruzione e della strage, volevo interrogare
una ben diversa sfinge, il Rinascimento. Sapevo che, dopo la
Spagna, l'Europa intera sarebbe precipitata nelle rivoluzioni
fasciste e comuniste, e che dalla miseria delle dottrine collettiviste doveva fatalmente formarsi un nuovo Medioevo, che
reintegrasse i valori individuali, spirituali e religiosi. Volevo
essere in grado di dirigere e governare, per primo, i nuovi
medioevi, con una così piena comprensione di ogni legge
estetica (vita e morte) da poter rinnovare il Rinascimento.
Il mio viaggio in Italia apparve ai più una nuova prova
della mia leggerezza, della mia frivolezza. Solo i pochi amici
che seguivano il mio lavoro veramente da vicino capirono
quali decisive battaglie l'anima mia affrontasse laggiù. Mi aggiravo per Roma, tenendo in mano un volume di Stendhal, e
mi indignavo, con Stendhal e per Stendhal, della mediocrità
V^
LA MIA VITA SEGRETA
borghese con cui la Roma moderna stava trasformando la città
dei Cesari in una qualunque città dei nostri tempi. Morivano
così i miti divini, moriva l'altra Roma, la Roma eterna, viva e
vera, anarchica e paradossale sovrapposizione, cattolica nell'aspetto e nella sostanza. Non bisogna cercare lo splendore di
Roma nelle spolpate ossa delle vecchie colonne cesaree, ma
nella carne spavalda e trionfante di cui il cattolicesimo ha rivestito la barbara carcassa delle architetture celebranti vittorie terrene. Proprio allora si era finito di abbattere un labirinto di stradine e stradette squisitamente sordide che costituiva
la migliore barriera al Vaticano, per lanciare in direzione di
San Pietro una larga « arteria » moderna: e così anziché sbucare da complicati meandri di fronte alla chiesa, ed essere colpiti al cuore dalle sue proporzioni sublimi, la si scorgeva un
quarto d'ora prima, inquadrata banalmente dalla ignorante
solerzia tipica degli organizzatori di brutte esposizioni internazionali. San Pietro di Roma, tu che fosti costruita per quell'unico e irripetibile spazio chiuso tra le braccia del colonnato
berniniano, o per tutto il cielo e per tutta la terra! Trascorsi alcuni mesi a villa Cimbrone, presso Amalfi, ospite del poeta
Edward James, a pochissima distanza dal giardino che ispirò
PARTE TERZA
273
il Parsifal. Fu lì che concepii il mio spettacolo wagneriano, Tristanfou. In seguito mi trasferii nello studio che Lord Berners
possedeva al Foro romano; ci restai due mesi, e dipinsi Impressioni d'Africa, conseguenza diretta di un breve viaggio in
Sicilia, dove avevo trovato, unite e confuse, reminiscenze della Catalogna e dell'Africa. Gala e io vivevamo appartati, senza alcun contatto sociale, in compagnia di pochi amici inglesi.
Una famosa attrice soggiornava nello stesso periodo in Italia, con un noto musicista, e una sera l'incontrai, sola, nel
museo etrusco di Villa Giulia. Fui stupito dal suo aspetto
inelegante e. dal suo misero cappottino, ma proprio il giorno
innanzi si era parlato, in casa Berners, della sua assoluta
mancanza di stile.
Non la conoscevo personalmente e quindi non la salutai.
Lei, tuttavia, prese l'iniziativa e mi rivolse un sorriso così incantevole che m'inchinai profondamente; poi ripresi a visitare le sale dei gioielli etruschi. Uscendo dal museo mi avvidi di
esser seguito, e per quanto scegliessi un itinerario curioso e
strano, sempre dietro di me, a sei o sette passi, sentivo camminare l'attrice. Era una situazione ridicolissima; che dovevo
fare, voltarmi o tirare diritto?
Un'immensa folla stava dirigendosi verso piazza Venezia,
dove Mussolini avrebbe pronunciato un discorso, e presi
dal torrente umano fummo divisi e trascinati via separatamente. Mussolini finiva allora di parlare, e scorgendo l'attrice di lontano osservai stupefatto che con molto entusiasmo
levava il braccio nel saluto fascista. E continuava a fissarmi,
quasi rimproverandomi di non unirmi al tripudio generale.
«Quanto sei noioso,» sembrava dirmi «che differenza c'è
tra il saluto romano e un altro? ». Poi, improvvisamente, abbandonando il broncio (lo manifestava con quel corrugare di
sopracciglia, caratteristico in lei), mi fissò con irresistibile
cordialità, scoppiò a ridere e tagliò decisamente la ressa per
venirmi vicino. Ci sarebbe riuscita, se un gruppo di romani
panciutissimi non le avesse sbarrato il passo, ma vidi con
chiarezza che, alzando una mano, mi mostrava una serie di
cartoline illustrate, con diversi paesaggi romani. Era evidente che voleva attirare il mio interesse sulle cartoline e la situazione assumeva per me una piega sempre più strana e angosciosa. Guardavo, stupidamente, le «vedute di Roma» allargate a ventaglio, e improvvisamente rabbrividii: ecco una
scena erotica, e un'altra ancora! Poi, con un timido gesto,
l'attrice nascose le cartoline pornografiche tra le altre, innocenti, accentuando la sua preziosa impudicizia con un atteg-
274
LA M I A V I T A
SEGRETA
giamento di falsa innocenza che doveva render buffa la sua
incomprensibile esibizione di poc'anzi.
La scrutai avidamente, ed ecco che il velo dell'illusione
cadde: non era assolutamente la famosa attrice, e anche la
sua somiglianza era vaga, inawertibile per molti, ma alla mia
inquieta fantasia era apparsa assoluta. Era semplicemente
una modella, amica di un'altra che lavorava per me, e quest'ultima le aveva detto che facevo collezione di fotografie
oscene, riferendosi a una serie di meravigliose diapositive acquistate durante il mio viaggio in Sicilia1 fissate con spilli sulle pareti del mio studio. Incontrandomi nel museo di Villa
Giulia, aveva pensato di offrirmi la sua merce e mi aveva seguito, cercando di attrarre la mia attenzione per vendermela.
L'equivoco mi tormentò per parecchi giorni, perché mi
pareva confermare un qualche mio squilibrio mentale. Difatti, nel corso degli ultimi mesi, ero stato colpito da un'epidemia di errori e di confusioni sempre più allarmanti. Ero esaurito; Gala mi condusse in montagna, a Tre Croci, e mi lasciò
lì da solo, perché doveva recarsi a Parigi.
I ragazzi nudi di Taormina.
PARTE TERZA
275
Ricevetti tragiche notizie da Cadaqués. Gli anarchici avevano fucilato una trentina di persone che conoscevo benissimo e tre pescatori di Port Lligat che mi erano amici. Non sarei dovuto tornare in Spagna e dividere la sorte dei miei cari?
Trascorrevo le giornate chiuso in camera, atterrito dall'idea
di prendere un raffreddore e di ammalarmi in assenza di Gala, senza contare che le Alpi mi deprimevano: troppe vette
intorno a me. Curavo la mia salute con rigore maniacale, mi
gargarizzavo con disinfettanti dopo i pasti, facevo inalazioni,
coprivo di unguenti la minima irritazione della pelle, e durante le lunghe insonnie spiavo nel mio corpo il manifestarsi
di dolori ancora inesistenti, ma temuti. Mi palpavo l'appendice e, benché la mia digestione fosse ormai regolare come
un orologio, scrutavo ansiosamente le mie feci, col cuore che
mi batteva furiosamente. Se dovevo tornare in Spagna, volevo offrire al sacrificio una vita piena e perfetta.
DRAWINGS SHOWING THE MOVEMENTS OF A LEECH
Ma l'esperienza più atroce mi fu procurata da un pezzettino di muco secco che per alcuni giorni guardai, affascinato e
inorridito, brillare sulle mattonelle bianche di quella grande
e pulitissima toilette. Non potevo ignorare la presenza di
quel muco, pulito, graziosissimo, di un grigio perla verdino,
leggermente più scuro al centro e con una specie di punta rigida e tagliente, che sembrava suggerirmi: « Basta che tu mi
tocchi e tutto sarà finito. Toccami e cadrò in terra e il tuo disgusto sarà finito».
Resistevo e uscivo di lì sbattendo l'uscio, ma rispettando
l'intatta verginità del muco; finché un giorno, dopo essermi
fasciato di carta igienica il dito indice della mano destra, diedi al muco il colpetto che consideravo decisivo. Contro ogni
mia attesa, la sua punta, dura come un ago, mi penetrò tra
276
LA MIA VITA SEGRETA
l'unghia e la carne, fino all'osso, per cui la mano mi si coprì
di sangue e gli occhi mi si riempirono di lacrime. Corsi in camera, mi disinfettai, ma non riuscii a estrarre l'estremità
pungente, e ben presto il dito cominciò a battere, a pulsare,
manifestando tutti i segni dell'infezione.
Mi confidai, ma solo in parte, con il cameriere che mi serviva a tavola. Avrei forse potuto dirgli che quell'infiltrazione
nera, sotto l'unghia, non era una spina, non era una scheggia,
ma un pezzetto di muco? Non l'avrebbe creduto. La mia mano si gonfiava, si faceva violetta, certo sarebbe stato necessario tagliarla: la mano del pittore Salvador Dali recisa per un
frammento di muco! No, anche se fossi dovuto marcire con
lei, non mi sarei separato mai dalla mia mano!
Fu in quella camera d'albergo, durante un pomeriggio alpino, che trascorsi le peggiori ore della mia esistenza, fino a
quando, alzandomi bruscamente, corsi nella toilette, mi inginocchiai a terra, cercai disperatamente quanto avanzava dell'incrostazione. Non era muco, ma semplicemente colla secca! E allora, selvaggiamente, mi frugai la ferita, ne trassi il
corpuscolo nero, mi disinfettai ancora, mi lasciai cadere sul
letto e mi addormentai. Fu come se morissi.
Svegliandomi, decisi che non sarei andato in Spagna. Vi ero
già stato. E come Des Esseintes, il protagonista di A rebours
di Huysmans, esplora le possibilità del suo viaggio a Londra,
del suo soggiorno laggiù, trovandosi nel caffè della stazione
di Parigi, e rinuncia a partire perché ormai sarebbe stato inutile, così io avevo vissuto tutta una «guerra civile» nel mio
corpo, sino a temere l'amputazione di una mano.
Le creature senza immaginazione viaggiano pigramente
per il mondo e hanno bisogno di una guerra europea per immaginare, pallidamente, l'inferno. Quanto a me, per raggiungere l'inferno mi era bastato un frammento di muco o
per meglio dire di falso muco. E d'altra parte la Spagna che
mi conosce sa bene la verità: dovunque io muoia, comunque
io muoia, per un muco falso o per un muco vero, morirò pur
sempre per la sua gloria! Non cresceva più erba, dov'era passato il piede di Attila; ma la terra che porta il peso del mio
piede diventa, immediatamente, il campo dell'onore.
CAPITOLO QUINTO
u<•&Tu
FIRENZE. MONACO A MONTECARLO
BONWIT-TELLER
NUOVA GUERRA EUROPEA
BATTAGLIA TRA MADEMOISELLE
CHANEL E MONSIEUR COLBET
RITORNO IN SPAGNA. LISBONA
SCOPERTA DELL'APPARECCHIO
PER FOTOGRAFARE IL PENSIERO
COSMOGONIA. PERENNE VITTORIA
DELLA FOGLIA DI ACANTO
RINASCIMENTO
Si deve a Paul Éluard la divisa araldica: «Vivere attraverso
errori e profumi ». Dopo il mio
« errore con la falsa attrice » e il
mio «errore con il falso muco », godetti l'imponderabile
profumo della chiaroveggenza,
quasi che una legge di compensazione psichica controbilanciasse la confusione della mia vita quotidiana, conferendomi
una straordinaria chiarezza per quanto riguardava vite lontane, vite future.
Ecco un esempio: avevamo preso in affitto una villa circondata di cipressi, nei dintorni di Firenze, e lì avevo ritrovato una relativa calma, ma una sera fui colpito dall'idea, improvvisa e gratuita, che la mia migliore amica, Mademoiselle
Chanel, allora occupata a esplorare la Sicilia, fosse stata colpita dalla febbre. Le scrissi immediatamente, dicendole:
« Ho una tremenda paura che tu abbia preso il tifo ». Il giorno seguente ricevetti un telegramma di Missia Sert: «Chanel
ammalatissima a Venezia».
Mi precipitai a Venezia. Si trattava di paratifo v, con febbri altissime che resistevano a tutte le cure possibili, e il ricordo di Diaghilev, morto appunto a Venezia in circostanze
analoghe, ci atterriva.
C'era, sul suo comodino, una grande conchiglia dipinta,
che qualcuno le aveva regalato a Capri. Io ho sempre associato l'idea di Capri a quella della febbre, ripetendo spesso:
«A Capri il paesaggio ha una febbre da cavallo» o anche
«Bisognerebbe guarire definitivamente Capri dalle sue grotte». Ordinai quindi di allontanare immediatamente la conchiglia dalla stanza e subito dopo misurai la temperatura di
278
LA MIA VITA SEGRETA
Chanel: era quasi normale. Da allora una domanda mi ha
sempre ossessionato: c'era forse una conchiglia di Capri sul
comodino di Diaghilev?
Credo fermamente nella magia e sono convinto che tutti i
nuovi sforzi per creare una cosmogonia e una metafisica dovrebbero basarsi sulla magia, per farci riconquistare lo stato
d'animo di un Paracelso, di un Raimondo Lullo. L'interpretazione critico-paranoica delle immagini che involontariamente colpiscono la mia immaginazione, o anche degli avvenimenti casuali, o dei fenomeni violenti e frequentissimi di
« stranezze obiettive » che proiettano enigmatici raggi di luce
sui più insignificanti atti della mia vita, l'interpretazione, ripeto, di questi familiari miracoli è semplicemente la lettura
esplicativa che conferisce coerenza ai segni, agli auspici, alle
trasformazioni, alle divinazioni, ai presentimenti, alle superstizioni, sostegno e sostanza di ogni «magia personale».
Se, durante certi periodi, io sono in grado di leggere chiaramente le conseguenze di avvenimenti immediati, Gala d'altra parte è un medium perfetto, nel senso scientifico della parola. Legge le carte con una sicurezza incredibile: descrisse a
mio padre il corso esatto della sua vita, annunciò la malattia
e il suicidio di René Crevel, e previde il giorno della dichiarazione di guerra.
Gala crede nel mio «legno», ossia un pezzo di legno che
trovai, per uno strano caso, poco dopo averla conosciuta, tra
le rocce di capo Creus. Da allora questo puro «feticcio daliniano» ci ha sempre accompagnato, benché l'abbia perduto
e ritrovato più volte. Una volta lo smarrimmo al Covent Garden di Londra, e ce lo riportarono l'indomani.
PARTE TERZA
279
Un'altra volta, in America, la cameriera lo portò via, sbadatamente, cambiando le lenzuola del nostro letto: bisognò
ispezionare minuziosamente tutta la biancheria dell'hotel St.
Moritz, e alla fine fu ritrovato. Il feticcio è divenuto, per me,
l'oggetto di una nevrosi convulsiva. Se all'improvviso nasce
in me il desiderio di toccarlo, non posso resistere, devo alzarmi e prenderlo. E in questo stesso momento sono costretto ad alzarmi, a toccarlo...
Ecco fatto! Ora mi sento meglio. Del resto, prima di concentrare nel mio legno tutte le mie diverse manie, vivevo malissimo. Andare a letto, tanto per citare uno solo dei miei riti
familiari, costituiva una lunga e complicata cerimonia; tutto,
nella stanza, doveva obbedire a leggi ben determinate: la
porta aperta esattamente così, le calze posate in quel dato
punto del bracciolo di quella data poltrona. La minima infrazione a queste regole mi obbligava a scendere dal letto,
anche se con rammarico, per ristabilire l'ordine irrevocabile.
E spesso mi alzavo parecchie volte, prima di sentirmi autorizzato a prender sonno. Dal 1931 il mio feticcio mi ha completamente liberato: è qui, qui, qui! È la mia preghiera...
L'equinozio di settembre ci portò la crisi di Monaco, e
benché le carte di Gala avessero predetto che non ci sarebbe
stata guerra, almeno per il momento, lasciammo prudentemente l'Italia recandoci a La Posa, sulle colline di Montecarlo, con Mademoiselle Chanel: stavamo letteralmente incollati
alla radio. L'equinozio doveva durare, per noi, quattro mesi,
trascorsi in casa di Chanel con il grande poeta Pierre Reverdy, il cui cattolicesimo, terribilmente elementare e biologico, mi impressionò profondamente. Reverdy è il poeta integrale della generazione cubista. È l'anima che possiede la
più bella dentatura; e ha anche il rarissimo dono della rabbia,
della collera spirituali. Massiccio, antintellettuale, costituiva
un contrasto perfetto rispetto a me e mi offriva l'occasione di
rafforzare le mie idee. Lottavamo, dialetticamente, come due
galli cattolici, e definivamo la lotta «esame della questione».
Preparavo allora la mia esposizione a New York, scrivevo
il piano generale della mia Vita segreta e dipingevo il difficilissimo Enigma ài Hitler, quadro diabolico a interpretarsi e
di cui, a dire il vero, non ho ancora trovato la soluzione: era
la cronaca condensata di molti sogni, provocati dagli avvenimenti di Monaco. L'ombrello di Chamberlain vi appariva, sinistro e simile quasi a un pipistrello, e io, dipingendolo, ne
soffrivo atrocemente...
Giunto a New York osservai con stupore che tutte le vetri-
280
LA MIA VITA SEGRETA
ne della Fifth Avenue cercavano, con maggiore o minor successo, di imitare Dalì. Ricevetti subito un'altra proposta di
Bonwit-Teller, per decorare due vetrine, e accettai volentieri,
ansioso di mostrare quanta differenza ci fosse tra Dali e i
suoi imitatori. Posi solo una condizione: dovevo esser libero
di operare interamente a modo mio. La condizione venne accettata e fui messo a contatto con un certo Mister'Lee, che
presiedeva alla sistemazione delle vetrine; persona sempre
gentilissima con me.
Ho sempre detestato i manichini moderni, orribili creature immangiabili, con quei nasetti all'insù. Io volli della carne,
artificiale, anacronistica, quella delle macabre bambolone
1900, che trovammo in una soffitta, con lunghi capelli femminili «veri». Erano meravigliosamente coperte di polvere,
di ragnatele, dopo i lunghi anni trascorsi in esilio, e raccomandai a Lee che nessuno le ripulisse: «Voglio servire questi
manichini come bottiglie di vecchio Armagnac, che si tolgono dalle cantine con mille precauzioni». Sapevo che lo spicco delle bambolone sopra un lussuoso sfondo di rasi imbottiti sarebbe stato emozionante.
Scelsi appositamente un tema banale: una vetrina era il
«Giorno», l'altra la «Notte». Nel «Giorno» un manichino
era in procinto di entrare nella «vasca da bagno pelosa» foderata di astrakan, piena d'acqua fino all'orlo. Un paio di
bellissime braccia ne usciva, reggendo uno specchio, a rinnovare il mito di Narciso. Narcisi naturali crescevano direttamente sull'impiantito e sui mobili.
Un letto simboleggiava la «Notte», coronato dalla testa
nera e assonnata di un bufalo, che nella bocca stringeva un
piccione insanguinato. Le quattro zampe del bufalo sorreggevano il letto. Le lenzuola, di satin nero, erano visibilmente
bruciate; attraverso i buchi si vedevano palpitare carboni accesi, che riempivano anche il cuscino: erano però artificiali,
perché il manichino potesse adagiarvi il capo. Accanto al letto sedeva il Sonno, concepito secondo lo stile metafisico di
de Chirico, e coperto dagli smaglianti gioielli del desiderio
che la donna provava dormendo. Era un manifesto di elementare poesia surrealista che offriva ai passanti un'autentica visione daliniana.
Uscendo dal Metropolitan, dove avevamo assistito a una
rappresentazione di Lohengrin, Gala e io ci recammo da
Bonwit-Teller per sistemare, durante la notte, le due vetrine.
Mille nuove ispirazioni liriche mi accesero e restammo lì
fino alle sei del mattino a lavorare; Gala lacerò completa-
PARTE TERZA
28l
mente il suo abito da sera, appuntando o inchiodando ovunque i gioielli. Stanchi morti, ce ne andammo finalmente a
dormire.
L'indomani fummo invitati a colazione da amici, e solamente verso le cinque potemmo andare a vedere, dalla strada, che effetto facessero le vetrine. Immaginatevi il mio furore nel vedere che tutto, assolutamente tutto, era stato cambiato: scomparse le bambole di cera, si vedevano ovunque gli
abietti manichini moderni, il letto era sparito, spariti i carboni, e del mio progetto iniziale restava soltanto lo sfondo di
raso imbottito, ossia l'elemento paradossale e burlesco! Il
mio pallore, il mio silenzio avvertirono Gala dell'imminente
pericolo: «Entra,» mi supplicò «e discuti con loro, ma sii
ragionevole. Vedrai che ti ascolteranno, e dimenticheremo il
loro torto».
Mi lasciò per tornare in albergo. Io spinsi la porta di
Bonwit-Teller, e fui ricevuto con la massima cortesia: mi si
disse che le mie vetrine avevano attratto una folla eccessiva e
si era dunque reso necessario correggerle.
«Se entro dieci minuti» risposi tranquillamente «tutto
non verrà rimesso a posto, prenderò provvedimenti drastici».
Ed effettivamente dovetti prenderli. Entrai tranquillamente nella vetrina «Giorno» e, in presenza di una vastissima
folla che mi guardava dalla strada, rovesciai la pesante vasca
di pelliccia, con la semplice intenzione di provocare un allagamento. La vasca, però, mi sfuggì di mano e, ribaltandosi,
urtò il lastrone di cristallo, che si infranse. Da quell'apertura
uscii direttamente nella Fifth Avenue, e serenamente, abbottonandomi il cappotto, mi allontanai. Dopo pochi passi, un
poliziotto mi raggiunse e con molta gentilezza mi condusse
in prigione, dove rimasi poche ore: un giudice, preoccupato
di nascondere dietro una maschera di severità professionale
la sua comprensiva ilarità, mi ammonì benevolmente e mi
condannò solamente a pagare il vetro rotto.
282
LA MIA VITA SEGRETA
La stampa si schierò tutta in mio favore, e da ogni angolo
dell'America mi giunse un diluvio di lettere e di telegrammi
che mi esprimevano solidarietà e riconoscenza: il mio gesto
affermava definitivamente l'indipendenza dell'arte, troppo
spesso soggetta, in America, alla incompetenza degli intermediari commerciali e industriali; avevo realmente toccato
una piaga sanguinante. Subito dopo l'incidente della vetrina,
fui invitato a comporre una mostra monumentale, a modo
mio in tutto e per tutto, per la World's Fair, che si sarebbe
inaugurata di lì a un mese. Firmai un contratto con la corporazione che mi garantiva « completa libertà di fantasia ». Mi
fu affidato un intero padiglione, che si sarebbe dovuto intitolare Sogno di Venere: ma ben presto scoprii che il sogno degli
organizzatori era semplicemente quello di sfruttare il mio
nome per lanciare le loro idee personali. Non parlavo una
parola d'inglese, e il mio segretario sudò sangue per condurre avanti le trattative, tra quotidiane esplosioni di rabbia. Ci
sarebbero state delle naiadi, e avevo disegnato per loro costumi leonardeschi, mentre la corporazione si ostinava a infilarci dentro orribili sirene, con lunghe code di gomma. Capii
subito che la storia sarebbe finita a coda di pesce, vale a dire
malamente! Mille volte ripetei di non voler sirene; mille volte mi fu risposto che dimostravo di non capire affatto la psicologia degli americani! Urlavo, perdevo la pazienza, sempre
tramite il segretario, e le sirene sparivano per due o tre giorni, ma riapparivano subito, simili al gusto amaro che resta in
PARTE TERZA
283
bocca a chi mangia cibi troppo grassi. Un bel giorno (poiché
il contratto mi garantiva l'assoluta supervisione dei lavori),
mi presentai armato di un enorme paio di forbici e tagliai
tranquillamente una dozzina e più di code di gomma, in modo da renderle inservibili. Tagliai anche le parrucche d'oro o
d'argento traslucido che la corporazione aveva creduto bene
di seminare ovunque. Ne feci striscioline minutissime e le sistemai dentro i larghi ombrelli spalancati che pendevano dal
soffitto: le parrucche erano divenute muschio spagnolo! E
con le forbici, tagliente simbolo della mia vendetta, recisi,
punzecchiai, distrussi ogni cosa, fino a quando l'intera corporazione non gridò «Ahi! », e si arrese, accettando di eseguire i miei ordini regali.
Subito dopo il «sabotaggio» cominciò. I miei ordini regali venivano eseguiti, ma così malamente che i risultati erano
irriconoscibili. Finii per pubblicare un manifesto: Dichiarazione di indipendenza dell'immaginazione, e diritto dell'uomo
alla sua propria follia (New York 1939), per liberarmi dalla
responsabilità morale di un'opera tanto adulterata, visto che
non mi era possibile spaccar vetrine tutta la vita. (Devo però
dire che, siccome il padiglione comprendeva un'enorme piscina, la tentazione di rompere quei vetri enormi e di inondare l'intera esposizione era davvero forte.)
Tornai in Europa, disgustato dal Sogno di Venere e non lo
vidi mai interamente finito. Seppi, però, che non appena il
mio piroscafo ebbe lasciato il porto, la corporazione si buttò
sul suo Incubo di Venere, e lo riempì di code per sirene, in
pura gomma, rendendo assolutamente anonimo quanto restava ancora di daliniano. Sul Champlain, che mi riconduceva in Europa, ebbi il tempo di rivedere e di catalogare meglio i miei sentimenti di ammirazione per la forza elementare
e biologicamente intatta della «democrazia americana», ammirazione che ho già più volte manifestato nel corso di questo libro. I casi sfortunati del mio ultimo soggiorno in America non avevano affatto alterato le mie simpatie, anzi, trovavo meraviglioso che si potesse condurre un dialogo con le
forbici in mano, e trovare carne per tutte le fami. Ebbi inoltre il tempo di riflettere su quell'altra America, un'America
segreta, fatta di intelligenze lucide e solitarie che avevano dato a noi europei tante lezioni di «didattica trascendente».
Certi musei, certe collezioni private, dimostravano che in
America si stava sviluppando un'atmosfera di tesi e di sintesi
ben lontana dal confuso eclettismo europeo.
James Thrall Soby (si erano rinsaldati tra lui e me i legami
284
LA MIA VITA SEGRETA
intellettuali stretti durante il mio primo soggiorno in America) era stato il primo a comporre un raggruppamento ideologico di valori estetici secondo Picasso, sotto il segno manifesto di una spietata esclusione: ossia escludendo l'astrattismo
e l'arte non figurativa, in un'aspirazione verso il Rinascimento latente nei settori ultrafigurativi del surrealismo paranoico
e del neoromanticismo. Tutto questo era ovvio, ma non ancora « classificato ». L'asse Bérard-Dali era infinitamente più
«reale», spiritualmente parlando, delle superficiali affinità
surrealiste che univano le diverse individualità con i convenzionali nodi della setta.
I quadri di Eugène Berman, « romantici con classicismo »
o «romanticamente classici», erano autenticamente misteriosi, ed esprimevano una fantasia superiore a quella dei miei
discepoli «diretti», dei «surrealisti ufficiali». La piattaforma intellettuale di Soby aveva molte affinità con quella di Julien Lévy, che guidò, fin dal principio, la sua galleria verso la
gerarchia e la sintesi. Soby fu inoltre il primo a capire che la
«attività critica paranoica» era destinata a sostituire gli
esperimenti automatici, ormai esauritisi in fastidiose ripetizioni, in inutili perdite di tempo.
Ebbi una conferma di tali « perdite di tempo » non appena
giunsi a Parigi; il gruppo surrealista non aveva trovato di meglio, in mia assenza, che opporre piccoli giochi di automatismo puro alle mie ricerche sulla gerarchia estetica da imporre alle immaginazioni irrazionali, io lottavo per le gerarchie:
loro mi rispondevano organizzando una mostra surrealista
dove la gerarchia degli artisti era stabilita secondo il criterio,
perfettamente collettivista, dell'ordine alfabetico! Non ho
mai potuto mandare a mente l'alfabeto, e se cerco qualcosa
sul dizionario lo sfoglio a casaccio, finché trovo la parola desiderata: ci riesco sempre. L'ordine alfabetico non mi riguarda, e decisi dunque di non entrare nell'ordine alfabetico del
surrealismo, dal momento che, volente o no, «il surrealismo
ero io».
Come sempre il Tristan fon, che considero il mio capolavoro teatrale, non potè venir rappresentato e fu trasformato
nel Venusberg, poi nel Bacchanale e in questa nuova versione
venne finalmente accettato. Era un balletto, creato per il Ballet russe di Montecarlo. Lavoravo volentieri con Leonida
Massine, un daliniano al cento per cento, a cui avevo dedicato col pensiero la coreografia della mia Danza delle grucce; e
il principe Chervachidze, colui che, con il visconte di Noailles, è oggi il più puro rappresentante dell'autentica aristocra-
PARTE TERZA
285
zia europea, realizzò le scene, prodigando le risorse di una
coscienza professionale totalmente scomparsa nella nostra
epoca (si fa tutto in fretta, malamente e a metà). Ebbi inoltre
la fortuna di convincere Chanel a incaricarsi dei costumi, e
Chanel lavorò con un entusiasmo totale, creando i più fastosi costumi che siano mai stati concepiti per il teatro. Usò ermellini veri, gioielli veri, e i guanti del re di Baviera, Ludwig
II, furono così fastosamente ricamati che tememmo pesassero troppo, impedendo al ballerino di muovere le mani.
Ma anche quella volta tutto andò a monte. Non appena la
guerra scoppiò, la compagnia dei balletti partì in tutta fretta
per l'America, prima che Chanel e io avessimo finito il nostro
lavoro: nonostante i cablogrammi spediti nel tentativo di ritardare la prima rappresentazione il Bacchanale andò in scena, al Metropolitan, con costumi improvvisati e senza che io
avessi assistito a una sola prova. Tuttavia ebbe ugualmente
un immenso successo.
Di ritorno dall'America, Gala e io ci eravamo recati sui Pirenei, per offrirci un breve riposo, il che significa, per me,
dipingere dodici ore al giorno. Alloggiavamo al Grand Hotel
di Font-Romeu, ma l'appartamento che avevamo prenotato
prima del nostro arrivo era stato poi destinato al generale
Gamelin, capo dello stato maggiore, giunto inaspettatamente
per un giro d'ispezione lungo il confine spagnolo. Aspettammo con impazienza che partisse per poter occupare le nostre
stanze, e fu proprio la sera in cui mi coricai nel letto lasciato
libero dal generale Gamelin che Gala predisse con le carte la
data della dichiarazione di guerra.
286
LA MIA VITA SEGRETA
Con la mobilitazione generale, il Grand Hotel chiuse e noi
rientrammo a Parigi. Consultai la carta geografica della Francia e studiai il piano della mia campagna invernale, cercando
di valutare le risorse gastronomiche dei diversi luoghi nel caso di un'invasione nazista. Avevamo mangiato malissimo a
Font-Romeu, ed ero assalito dalla voglia irresistibile di buoni
cibi. Finalmente la mia scelta cadde su Bordeaux, in parte
perché era vicina alla Spagna, ma soprattutto perché sta a significare vino di Bordeaux, fegato d'oca aux raisins, anatra
aux oranges, lepre a bagnomaria, ostriche di Arcachon... Arcachon! Avevo trovato! Ecco il luogo adatto, a pochi chilometri da Bordeaux, per trascorrere il periodo della guerra.
PARTE TERZA
287
E la guerra venne, infatti, dichiarata tre giorni dopo il nostro arrivo ad Arcachon; ci installammo nella villa di Monsieur Colbet, una grande dimora in stile coloniale, affacciata
sul famoso lago decorativo di Arcachon.
Monsieur Colbet possedeva probabilmente la più sciolta
parlantina del mondo. Ne ebbi una riprova durante il periodo che Mademoiselle Chanel trascorse in casa nostra: fino ad
allora l'avevo considerata la più instancabile parlatrice del
nostro tempo, ma quando la piccola Coco (è il nomignolo
che le danno i suoi amici più intimi) sedette a tavola con
Monsieur Colbet e con noi, per mangiare sardine fritte e bere Médoc, la vidi perder la battaglia, dopo una resistenza di
tre ore.
Solo alla quarta ora, infatti, Monsieur Colbet trionfò, probabilmente per la sua meravigliosa tecnica respiratoria: respirava infatti parlando, infaticabilmente, impercettibilmente. Chanel, al contrario, doveva ogni tanto tacere per riprender fiato, e, quando il discorso cadde sulle termiti, Chanel,
sfinita, e forse priva di opinioni precise sull'argomento, tacque, lasciando che Monsieur Colbet ci rovesciasse addosso
tonnellate di esperienze personali e di ricordi africani.
I tedeschi avanzavano. Coco, come un bianco cigno, chinava mollemente la fronte pensosa e navigava sull'acqua
della storia che ormai straripava da ogni lato con l'eleganza
e la grazia proprie dell'intelligenza francese. Tutte le migliori
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LA MIA VITA SEGRETA
qualità di «razza» della Francia si ritrovano in Coco, colei
che parla della Francia come nessun altro potrebbe e saprebbe, colei che ne ama l'anima e il corpo fino a non sapersene
staccare.
Coco Chanel è l'incarnazione vivente, come lo sono io, del
primo dopoguerra europeo, e l'evoluzione dei nostri spiriti è
similare. Durante i quindici giorni che trascorremmo insieme
ad Arcachon tutti i temi umani e divini furono da noi ripresi,
nel corso di interminabili conversazioni, e riproposti con
nuovo rigore, con più esigente originalità, perché ormai bisognava cominciare a giudicare anche la forma in modo del
tutto diverso.
Ma l'originalità di Chanel è assolutamente opposta alla
mia. Io ho sempre ostentato con aperto esibizionismo le mie
idee, oppure le ho nascoste con una segreta, gesuitica ipocrisia. Chanel non mostra e non cela le sue idee: le veste. Gli
abiti assumono, in lei, un significato biologico di modestia,
una mortale, una fatale violenza: è un significato tragico, non
cinico. E, soprattutto, Chanel è la creatura che possiede
l'« anima e il corpo » meglio vestiti del mondo.
Dopo la partenza di Coco, venne a trovarci Marcel Duchamp. Era terrorizzato dai bombardamenti su Parigi, che
ancora non avevano avuto luogo. Duchamp è un essere ancora più antistorico di quanto sia io: continuava a vivere la sua
vita meravigliosa ed ermetica e il contatto con la sua attività
era per me il miglior stimolo al lavoro. Del resto, non avevo
mai lavorato meglio che ad Arcachon, con la coscienza bruciante della mia responsabilità intellettuale. Mi dedicavo, totalmente, alla conquista della tecnica e della materia. Diventava alchimia. Disperatamente cercavo le mescolanze più
esatte dell'olio d'ambra, della gomma, delle vernici, delle imponderabili duttilità attraverso cui il mio spirito potesse tradursi in materializzazioni ipersensibili. Quante volte ho trascorso una notte insonne per aver versato due gocce di troppo nel mio impasto! Gala soltanto conosce le mie furie, le
mie disperazioni, le mie fuggevoli estasi, le mie ricadute nel
più nero pessimismo. Lei soltanto sa come la pittura sia stata, durante la guerra, la mia unica ragione di vivere e di amare lei, Gala, poiché solo Gala è reale, e i miei occhi potevano
vedere lei soltanto, e il suo ritratto sarebbe stato il mio lavoro, la mia idea, la mia verità.
Ma per completare il ritratto della mia Galarina (era cosi
che la chiamavo ormai), sarei forse dovuto crollare sfinito,
come un vero asino cattolico! E dai problemi della «cucina»
IX. ULTIMI GIORNI FELICI IN EUROPA
Gala in costume da marinaio a Cadaqués, quel giorno, nella sola mattinata, catturò quindici aragoste.
Pranzi omerici a Palamos. Da sinistra a destra: Charlie Beistegui, Roussie
Sert, Bettina Bergery, Salvador Dali, la contessa Madina Visconti, JoséMaria Sert, Gala Dali, la baronessa von Thyssen, il principe Alexis Mdivani.
René Crevel, scrutando una conchiglia, si prefigura l'angoscia provata in
Europa che lo condurrà al suicidio.
Mademoiselle Chanel, la mia migliore amica, a Rochebrune.
Port Lligat. La casa di Salvador e Gala Dali.
Roussie Sert e Dali a Palamos.
Gala: l'Oliva.
Dali, la principessa Nathalie Paley e Gala a Palamos.
X. LA MIA ETEROCLITA VITA IN AMERICA
Mentre disegno Harpo Marx a Hollywood.
Invento una maschera allucinatoria durante la colazione a letto al St. Regis Hotel a New York.
Da Caresse Crosby, in Virginia. Un pianoforte nero, cani neri e maiali neri assemblati sopra la neve, e negri che cantano mentre dipingo. Caresse è al
pianoforte. (Per gentile concessione di Eric Schaal-Pix.)
Su un mio progetto, il Sogno di Venere venne allestito nel parco giochi
della World's Fair a New York. (Per gentile concessione di Eric Schaal-Pix.)
PARTE TERZA
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psichica della pittura cadevo in quelli che erano stati i problemi di Leonardo: cosmogonia, cosmogonia! Bisognava integrare, architettare, morfologizzare «tutto». Era atroce! e
Gala soltanto mi restituiva la forza di vivere. Cercava, per
me, i migliori vini di Bordeaux; mi conduceva al Chàteau
trompette, o al Chapon fin, dove facevamo pranzi meravigliosi. Posava, sulla punta della mia lingua, un fungo à la Bordelaise, fragrante d'aglio, e mi diceva: «Mangia, è buono! ».
«È buono» rispondevo, mentre il mio cervello continuava
a ribollire: cosmogonia, cosmogonia, cosmogonia! Di tanto
in tanto, una lacrima mi inumidiva l'occhio, conseguenza del
giusto connubio tra la cosmogonia e l'aglio.
In confronto alle mie preoccupazioni d'artista, la guerra
era un gioco da bambini. Tuttavia un bel giorno i grandi, felici e taciturni bambini tedeschi furono troppo vicini, e poi
arrivarono, nei loro carri armati infantilmente ornati di disegnetti e mascherati di ramoscelli. Dissi a me stesso che la situazione stava davvero diventando troppo «storica», e, irritatissimo, piantai a metà il quadro a cui lavoravo, e passammo in Spagna due giorni prima dell'occupazione tedesca di
Hendaye. Gala si recò direttamente a Lisbona, dove l'avrei
raggiunta non appena i miei documenti fossero stati pronti e
mi avessero consentito di tornare in America.
Andai da Irùn a Figueras, attraversando tutta la Spagna,
coperta di rovine, nobilmente impoverita, ma fiduciosa nel
suo avvenire; ogni cuore portava il segno del lutto, inciso a
punta di diamante.
«Toc, toc! ».
«Chi è?».
«Sono io».
«Io chi? ».
« Salvador Dali, tuo figlio ».
E cosi bussai, una notte, alle due, alla casa di mio padre:
mi fu aperto, tutti mi abbracciarono e prepararono per me
acciughe, salsicce e insalata di pomodori. E io mangiai, ed
ero esterrefatto: nulla era cambiato.
Certo, mia sorella era stata torturata fino a impazzirne dai
CIM,1 ma ormai era perfettamente guarita. Certo, le cannonate avevano staccato dalla casa un balcone, ma da li nessuno si
affacciava mai. Certo, il pavimento della sala da pranzo era
tutto annerito dal fuoco che gli anarchici vi accendevano per
cuocere i loro pasti, ma il grande tavolo di legno massiccio naComitato militare che durante la rivoluzione governò Barcellona.
292
L A M I A VITA S E G R E T A
scondeva perfettamente la macchia. Certo, questo stesso grande tavolo era stato rubato, ma poi era tornato al suo posto.
Era come vedere, alla rovescia, il « documentario » che
aveva registrato la catastrofe: così, miracolosamente, ogni
cosa aveva ritrovato il suo ordine, nella casa di mio padre.
Potei anche abbracciare Lydia, la ben plantada, che stava benissimo. Durante tutta la guerra civile era stata la cuoca dei militari di passaggio di tutti, dal Tercio de Santiago ai marocchini. Li aspettava tranquillamente sulla spiaggia, accendendo un
buon fuoco di viti secche, e quelli, non appena giunti, cominciavano a sperare in un buon pasto e le consegnavano le prede
di guerra, bistecche e zampe di coniglio, agnelli e piccioni, che
col fuoco di Lydia si indoravano, odoravano, e tutti insieme
mangiavano sulla sabbia, finché i soldati ripartivano per andare a morire e Lydia aspettava quelli che avrebbero preso il loro
posto. Fu il suo segreto, e il segreto di tutta Cadaqués.
I pescatori di Port Lligat serbavano invece un ricordo da
incubo della guerra: «No, no, basta! Gli anarchici rubavano,
uccidevano, e nient'altro! Ora tutto è tornato come prima e
ciascuno è di nuovo padrone in casa sua». Non diversamente, un mio amico terrorista, che si era battuto fino all'ultimo
respiro per la causa dei rossi, mi mormorava, a voce bassissima e con evidente sofferenza: «La nostra Spagna deve ridivenire una monarchia costituzionale. Un re! ».
La nostra casa di Port Lligat era stata interamente saccheggiata. Tutto era scomparso, neppure un solo libro si era
salvato. Le pareti erano coperte di emblemi rivoluzionari
contraddittori, quasi tutti osceni, quasi tutti tracciati a matita, e segnavano il passaggio successivo degli anarchici, dei
comunisti, dei separatisti, dei repubblicani, dei trotzkisti: Viva la anarquia! FAI! Tercio de Santiago! Arriba Espana!
Trascorsi una settimana a Madrid, e incontrai casualmente
lo scultore Aladreu, il più giovane membro del gruppo che
avevo frequentato nei giorni della mia adolescenza a Madrid.
E nella casa del poeta Marquina ritrovai un quadro dipinto
durante il mio primo periodo classico, a Cadaqués. Entrai in
contatto con diversi intellettuali, tra cui Eugenio Montes, il
più severo e il più lirico fra i nostri filosofi del tempo: già da
dodici anni esistevano tra noi profonde affinità spirituali. Abbracciai affettuosamente il maestro, il «Petronio del barocco », l'inventore della mediterranea ben plantada, e gli recai il
saluto dell'eterna ben plantada di Cadaqués, la nostra Lydia:
Eugenio d'Ors, che veniva sempre più somigliando, sotto le
sue cespugliose sopracciglia d'argento, a Platone.
PARTE TERZA
293
Incontrai anche Dyonisio Ruidejo, un poeta giovanissimo,
di stile ardente e vigoroso. Quanto all'anti-Góngora, Raphael
Sànchez Moros, mi fu facile comprendere, dal suo modo di
respirare, così cattolico, e dal suo sguardo machiavellico, che
anch'egli si era avvicinato ai segreti del Rinascimento italiano
e, ancor meglio, a quelli del prossimo Rinascimento occidentale.
Ma, prima di poter dare alla luce quella cosmogonia che
per nove anni avevo sentito crescere e urgere in me, dovevo
continuare a percorrere il cammino della vita, evitando gli
ostacoli eretti dalla guerra europea; dovevo essere, inoltre, in
grado di soddisfare le mie «voglie» morali, materiali, capricciose di donna incinta. Tale io sono, tale continuerò a essere
per l'onore e la gloria di tutti.
Bisognava che mi allontanassi dal cieco e collettivo tumulto della storia, altrimenti il mio embrione antichissimo e semidivino, di intatta originalità, avrebbe corso il rischio di
morire prima della nascita; quali degradanti circostanze possono accompagnare un aborto filosofico, che abbia come
sfondo il marciapiede dell'aneddoto! No, non sono tipo da
fare figli imperfetti! Tradizione sempre, in tutto! Già mi
preoccupo della sua culla, delle sue lenzuoline, dei suoi cuscinetti. Tornerò subito in America a guadagnare molti soldi
per Gala, per me, per lui...
E così raggiunsi Gala a Lisbona. Fu, al canto estivo dei
grilli, un soggiorno assolutamente irreale. Si aveva continuamente l'impressione di incontrare volti familiari per strada, e
ci si voltava, ed erano proprio loro.
«Di', ma quella non somiglia a Schiaparelli?». Era Schiaparelli.
«Guarda se quello non sembra proprio René Clair! ». Era
René Clair.
Il pittore Sert stava uscendo in macchina dal giardino zoologico mentre il duca di Windsor attraversava la strada e Paderewski sedeva su di una panchina, di fronte, e prendeva il
sole. Accoccolato sul marciapiede, riparandosi i pantaloni
con un giornale aperto, stava il famoso banchiere, il re di tutti i banchieri, e ascoltava la canzone di un grillo, appena
comprato, chiuso in una gabbia d'oro. Così avreste giurato
che l'uomo senza gambe, con il naso triangolare e la fronte
accigliata, fosse Napoleone Bonaparte... E in fondo alla strada, in una lunga fila di persone in attesa di entrare negli uffici di navigazione, c'era un uomo vestito di marrone, che sembrava Salvador Dali...
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LA MIA VITA SEGRETA
Appena giunto in America, mi recai nella casa della nostra
amica Caresse Crosby: Hampton Manor, che aveva preso il
posto del Moulin du soleil e, tutti insieme, avremmo cercato
di ritrovare quel sole tramontato lontano, al di là di Ermenonville. Per cinque mesi vissi come un recluso, scrivendo e
dipingendo, nell'idillica contrada della Virginia, che mi ricordava la Turenna (io non conosco affatto la Turenna).
Gala mi rilesse tutto Balzac e, certe sere, lo spettro di Edgar Allan Poe venne da Richmond a farmi visita, nella sua comoda automobile decappottabile, chiazzata di inchiostro nero. In una serata particolarmente buia, mi portò in dono un
telefono nero intarsiato con pezzi di nasi neri, di neri cani, e
dentro il telefono, ben legato con stringhe nere, c'era un topo morto nero, e un calzino nero, stillante inchiostro di china. Nevicava. Posi il telefono sulla neve e l'effetto fu semplicemente e unicamente quello di un riuscito bianco e nero.
E cominciai a credere sempre più al buon senso di quella
meravigliosa cosa che è l'occhio! E, a furia di guardare il mio
occhio, con il mio occhio, sono giunto alla conclusione che è
possibile fotografare il pensiero. Non appena la mia invenzione sarà completata anche dal punto di vista meccanico, la offrirò in dono agli Stati Uniti e poi dedicherò il resto della mia
esistenza al perfezionamento della mia scoperta, ovviamente
con l'aiuto di alcuni scienziati, che mi saranno indispensabili.
Paese nuovo, pelle nuova! E un paese libero, se possibile,
un paese giovane, vergine, senza drammi, quale è appunto
l'America. L'attraversai tutta, ma invece di cambiar pelle come i serpenti, strofinandomi sul suolo rugoso, preferii spellarmi dentro il guscio di un lucente crostaceo nero, la Cadillac che offrii a Gala in dono. Tutti gli uomini che ammirano
e tutte le donne che amano la mia vecchia pelle potranno trovarne lembi di varia grandezza sparsi sulle spinose vegetazioni dell'Arizona, lungo le piste che percorsi a cavallo, liberandomi delle mie precedenti e aristoteliche «nozioni planetarie». Altri lembi posano, come tovaglie senza imbandigione,
sulle rocce che circondano Salt Lake: là i mormoni salutarono in me, con dura estasi, il fantasma europeo di Apollinaire.
Qualche frammento è sospeso sul ponte « antidiluviano » di
San Francisco, quel ponte che vidi bordato dalle diecimila
più belle vergini americane, interamente nude, canne d'organo di angelica carne.
La mia metamorfosi è tradizione, perché tradizione è precisamente questo: cambiar pelle, inventarsi una pelle nuova,
non chirurgia, non mutilazione, non rivoluzione. Rinascere!
PARTE TERZA
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Non rinuncio a nulla. Continuo. E continuo dal principio,
poiché ho cominciato dalla fine.
Invecchierò, finalmente? Ho sempre cominciato col morire, per evitare la morte. Morte e risurrezione, rivoluzione e
rinascita: miti daliniani della mia tradizione. Cominciai il
mio idillio con Gala desiderando ucciderla. Oggi, alla fine di
questo libro, al termine di sette anni vissuti con Gala, all'inizio di una metamorfosi nuova, ho deciso di sposarmi ancora,
ma non in modo rivoluzionario, con un'altra: voglio unirmi
nuovamente in matrimonio con Gala, mia moglie, ma questa
volta sotto il segno della chiesa cattolica.
Giungendo a Parigi volevo anch'io, come Mirò, assassinare la pittura. Oggi è la pittura che assassina me, perché io soltanto voglio salvarla, e non c'è tecnica al mondo che mi sembri degna di farla rivivere. Questo dimostra che Dali è sempre uguale a Dali, che io sono sempre lo stesso, che la mia paradossale tradizione è la vera forza della mia originalità.
Io continuo...
L'Europa continua...
Lasciatemi essere il primo precursore del nuovo Rinascimento!
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LA MIA VITA SEGRETA
Quando, agli albori della cultura, gli uomini che avrebbero posto le basi eterne dell'estetica occidentale scelsero, tra
l'informe molteplicità delle foglie esistenti, la forma unica,
lucente, della foglia di acanto, materializzarono così il simbolo occidentale eternamente opposto a quello dell'Estremo
Oriente, ossia alla foglia di loto. E la foglia d'acanto, resa divina, non sarebbe mai morta. Avrebbe vissuto in tutte le future architetture dello spirito, e attraverso le convulsioni dell'Occidente si sarebbe semplicemente allargata, arricciata, lisciata, appesantita, assottigliata, ma sempre per germogliare
ancora. E spesso, nelle tempeste, sarebbe scomparsa, ma
sempre per riapparire, più perfetta, nella serenità dei diversi
rinascimenti.
Gli uomini si uccidono a vicenda, mordono la polvere sotto il giogo dei vincitori, o si gonfiano di sangue immondo. Il
Medioevo, la rivoluzione sembrano distruggere l'antistorica
«piccola vita» della foglia di acanto, e nessuno pensa più a
lei. Ma, pur ignorata, la foglia rinasce, verde, tenera, brillante tra i crepacci di recentissime rovine. E la fine di una guerra, di un secolare disordine modificano appena il profilo della foglia di acanto, che si allarga sulla carne della nuova civiltà. Nata sui capitelli corinzi, morta sotto Cristo, rinata sotto il Palladio, nuziale a Roma, gloriosa con Luigi XIV, isterica con Luigi XV, orgiastica nel barocco, ghigliottinata dalla
Rivoluzione francese, modesta e altera intorno a Napoleone,
PARTE TERZA
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nevrotica e pazza con il modem style, confinata nel manicomio dal primo dopoguerra, dimenticata fino a oggi!
Ma non morta! perché vive, preparando la sua nuova gloria, nel cervello di Salvador Dali. Sì! Io vi annuncio la sua vita, vi annuncio la futura nascita di uno stile...
EPILOGO
XkM
Ho trentasette anni. È il 30
giugno 1941, giorno in cui
promisi di consegnare questo
manoscritto all'editore.
Mi trovo nella mia stanza di
Hampton Manor, solo e completamente nudo. Mi guardo
nello specchio dell'armadio. I
miei capelli sono ancora neri
come l'ebano, i miei piedi non conoscono l'ignominia di un
solo callo; il mio corpo è assolutamente immutato dall'adolescenza, solamente lo stomaco è ingrossato. Non mi preparo a
un viaggio in Cina, né al divorzio, né al suicidio, né al lancio
con un paracadute, né a un qualsiasi duello.
Desidero unicamente due cose: amare Gala, mia moglie, e
invecchiare, bene raramente ambito, inevitabile, prezioso.
E cosi possa, tornando, trovare anche te, Europa, un poco
invecchiata! Io sono cresciuto all'ombra del demonio, e ancora provoco, intorno a me, dolore. Ma da un anno so di
avere cominciato ad amare realmente la donna che mi è moglie da sette anni. L'amo come la chiesa cattolica apostolica
romana me l'ordina, e come Unamuno ha spiegato: «Se tua
moglie» dice «ha un dolore alla gamba sinistra, tu proverai
lo stesso dolore alla stessa gamba».
Ho appena finito di trascriver qui i segreti della mia vita;
la mia vita soltanto, infatti, mi conferisce l'autorità di farmi
ascoltare. Desidero essere ascoltato. Sono l'incarnazione più
rappresentativa del dopoguerra europeo, ne ho vissuto tutte
le avventure, tutti gli esperimenti, tutti i drammi. Protagonista della rivoluzione surrealista, ho seguito giorno dopo giorno gli incidenti intellettuali e le ripercussioni che il materialismo dialettico di dottrine pseudofilosofiche ha fondato sui
miti del sangue e della razza del nazionalsocialismo.
Ho studiato teologia seriamente. Ho pagato caro, con le
monete nere del mio sudore e della mia passione, il diritto alle diverse scorciatoie che mi sono state necessarie per giun-
300
LA MIA VITA SEGRETA
ger sempre primo. E mentre partecipavo a ogni ricerca, con
il lucido fanatismo dello spagnolo, ho sempre d'altra parte
rifiutato di iscrivermi a un qualsiasi partito politico. E come
potrei farlo ora, quando la politica sta per essere annientata
dalla religione?
Sin dal 1929 ho instancabilmente studiato le scoperte delle scienze, che caratterizzano il nostro tempo. Se anche non
ho potuto esplorare tutti gli anfratti di così mostruose specializzazioni, ne ho compreso tuttavia perfettamente il significato. Una cosa è certa: nulla, assolutamente nulla, nelle scoperte filosofiche, estetiche, morfologiche, biologiche, morali
del nostro tempo nega la religione. Al contrario, il tempio
consacrato alle «scienze specifiche» spalanca tutte le sue finestre per accogliere il cielo.
E, attraverso la densità della carne confusa e demoniaca,
attraverso la mia esistenza intera, questo solo ho cercato: il
cielo! Chi non lo ha ancora capito è uno sventurato! Quando, per la prima volta, vidi un'ascella di donna depilata, anelavo al cielo. Quando, con la gruccia, frugai la putrefatta,
verminosa massa del mio riccio morto, anelavo al cielo. E
quando, dall'alto del Muli de la torre, guardavo nel nero
abisso, cercavo ancora il cielo!
Gala, sei tu reale?
E cos'è il cielo? Dove trovarlo? «Il cielo non si trova né
sopra, né sotto, né a destra, né a sinistra, ma esattamente nel
centro del petto di chi ha fede».
FINE
In questo momento non ho ancora fede e temo di dover morire senza cielo.
. _
Hampton Manor
Mezzogiorno
BIBL COMUNALE"
CURNO
R.F.. 109%

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