valli occitane - ATL del Cuneese

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valli occitane - ATL del Cuneese
guida delle
valli occitane
della provincia di Cuneo
NUOVO, DA SEMPRE.
La linea verde delimita la parte del territorio
che è di competenza dell’A.T.L. del Cuneese.
SOMMARIO
L’Occitania
Benvenuti nelle Valli Occitane della Provincia di Cuneo!
L’Occitania a piedi
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VALLI PO, BRONDA, INFERNOTTO
I nomi del Monviso
Dal Mombracco al Buco di Viso
Alla scoperta dell’alta valle
Pittori in cammino
Fede religiosa e leggende
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VAL VARAITA
Artigianato “solare”
Sotto il Colle dell’Agnello
Casteldelfino e il bosco dell’Alevé
Poesia e nastri colorati
Gigli e delfini
Mistà e danza
I suoni della valle
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VAL MAIRA
Un’inglese a Dronero
Grandi maestri
I ciciu del Santo
Musei di valle
Nel paese di Matteo Olivero
Mangiar d’oc
Uno “spazio” tutto occitano
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VALLE GRANA
Formaggio Castelmagno
Santuario di Castelmagno
Novè
Feste in Coumboscuro
Sulle tracce di Pietro
Caraglio: seta, musica e arte
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VALLE STURA
Musei in quota
Vinadio in movimento
Frontiere di burro
Memoria delle Alpi in guerra
Le meraviglie di Pedona
Percorsi letterari e leggende
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VALLE GESSO
L’orso e la segale
Memorie reali a Valdieri ed Entracque
Sulle tracce di lupi e gipeti
Le Parlate, teatro d’oc
Gastronomia di valle
Storie di pastori e migranti
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VAL VERMENAGNA
I Forti di Tenda
Ubi stabant cahtari
Pinocchio a Vernante
Il genio di Nòto e Jòrs
Paglia poesia parole
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VALLI AI PIEDI DELLA BISALTA
Stazioni botaniche
La certosa nei boschi
Collezione fotografica al Parco
Uomini illustri di Peveragno
Musica nuova con i Gai Saber
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VALLI DEL KYÉ
Itinerario partigiano
Montagne bucate e mestieri d’un tempo
L’arte di Giovanni Mazzucco
Civiltà e gusti dell’alpe
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BRIGASCO
Un santuario del neolitico
Foreste e villaggi arcaici
Paradiso di speleologi e botanici
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Indirizzi Utili
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Redazione dei testi: introduzione e Valli Po, Bronda, Infernotto, Valle Varaita, Valle Maira,
Valle Gesso a cura di Leda Zocchi (Ass. Arealpina); Valle Stura, Valle Grana, Valle Vermenagna,
Valli della Bisalta, Valli del Kyè, Valli del Brigasco a cura di Fredo Valla (Ass. Arealpina)
Materiale fotografico: A.T.L. del Cuneese, C.M. Valli Po, Bronda, Infernotto, C.M. Valle Varaita,
C.M. Valle Maira, C.M. Valle Stura, C.M. Valli Monregalesi, C.M. Alta Val Tanaro,
Ass. Culturale Marcovaldo, Chambra d’Oc, Coumboscuro Centre Prouvençal, Espaci Occitan,
Parco Naturale Alpi Marittime, Parco Naturale Alta Valle Pesio e Tanaro, Terme di Vinadio,
Tiziana Aimar, Elisa Bono, Massimiliano Fantino, Roberto Gaborin,
Laura Martinelli, Daniela Salvestrin, Marco Toniolo
Progetto grafico: Madisonadv - Cuneo - www.madisonadv.it
Stampa: TEC Arti Grafiche - Fossano - www.tec-artigrafiche.it
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L’Occitania
L’Occitania è uno dei più vasti spazi linguistici europei.
Si estende su tre stati, Francia, Spagna, Italia, con una superficie di circa
200.000 kmq e una popolazione che supera i 10 milioni di abitanti.
In Italia, oltre che nelle Valli occitane piemontesi delle province di Cuneo
e Torino, comunità occitane si trovano in Liguria, a Triora e Olivetta San
Michele. Un’isola linguistica occitana di antichissima emigrazione è in
Calabria, a Guardia Piemontese.
Il nome Occitania è molto antico: risale per lo meno al XIV secolo, citato in
vari documenti.Nel medievo la poesia dei trovatori diede lustro alla lingua
d’oc, che ebbe prestigio anche fuori dal suo territorio: in Galizia, Catalunya,
Italia, Germania, Ungheria. Dante Alighieri, ad esempio, l’ebbe in
grandissima stima: nel Convivio (I, 13) disquisisce sul “prezioso parlare di
Provenza”e nella Divina Commedia (Purgatorio, Canto XXVI) usa l’occitano
per far parlare il trovatore Arnaud Daniel, definito “il miglior fabbro del
parlar materno”.
Nei tempi moderni, Frederi Mistral (1830 -1914), poeta provenzale, ottenne
per la sua opera in occitano il Premio Nobel per la letteratura (1904).
Benvenuti nelle Valli Occitane
della Provincia di Cuneo!
Ci troviamo nell’estremo lembo orientale dell’Occitania, territorio
linguistico che si colloca per la maggior parte nel sud della Francia e si
estende fino alla piccola valle d’Aran in Catalunya (Spagna). Qui da noi
l’Occitania, con le sue tredici valli in territorio piemontese, con il suo
paesaggio aspro e montuoso, si differenzia dal resto del territorio
occitano. Arrivando dalla pianura padana, le valli si aprono a ventaglio
verso ovest: la corona di cime chiude l’orizzonte tingendosi di un tenue
rosa nelle prime luci del mattino e scomparendo in controluce nel cielo
della sera.
Rimaste poco accessibili per lungo tempo, le valli hanno sviluppato
peculiarità proprie, tanto nella lingua quanto nelle tradizioni. Ma chi
pensasse a questi luoghi come a dei mondi isolati sbaglia: sentieri e strade
sono state percorse incessantemente, fin dal Medioevo, da un versante
all’altro, sia in quello che oggi è territorio italiano, sia verso il territorio
francese.Prova ne sono la lingua d’oc che accomuna queste genti, il lascito
artistico dei pittori che vi hanno operato, i mestieri itineranti che
portavano le genti dal mare Mediterraneo alla montagna, da una valle
all’altra, dalle montagne alla pianura padana e oltre.
Le montagne richiedono un passo lento e costante nel risalire verso la
cima. Così ci vuole pazienza per scoprire, nei villaggi, nelle frazioni, nelle
vallette laterali, le bellezze di questo territorio che domanda di essere
percorso senza fretta, con occhio attento e passo silenzioso per cogliere
la natura del luogo e i segni dell’uomo che ha cercato di viverci.
Le tredici valli conservano un patrimonio di bellezze naturali, geologiche,
di carsismi, di flora, di fauna, di cultura architettonica, musicale, letteraria,
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di tradizioni culinarie.Purtroppo, a causa dello spopolamento vissuto dalla
fine della seconda guerra mondiale in poi, il mantenimento di queste
ricchezze è affidato a un numero fin troppo esiguo di persone. Spesso i
prati lasciano il posto alla macchia, i caprioli e i cinghiali si riprendono il
terreno destinato agli orti.
Una nuova consapevolezza del rispetto e della tutela sia dell’ambiente sia
delle tradizioni ha fatto sì che venissero costituiti parchi naturali e che
sorgessero musei del territorio per conservare la memoria di ciò che è
stato e ribadire che la montagna è una ricchezza che non dobbiamo
lasciarci sfuggire di mano.
(Info: www.chambradoc.it/cmgv/progettocmgv.page)
L’Occitania a piedi
Nel settembre 2008 è stato inaugurato un percorso in 60 tappe,
denominato Occitania a pè. La partenza è da Vinadio in Valle Stura e
l’arrivo è alla Vielha in Val d’Aran. L’itinerario supera le Alpi e i Pirenei, si
snoda per colline e valli, attraversa località storiche e trasmette l’emozione
della poesia dei trovatori e di una lingua che è patrimonio dell’umanità
(Info: www.chambradoc.it/LeAdesioni.page).
La bandiera dell’Occitania
Valli Po, Bronda, Infernotto
La Valle Po è una delle più corte valli occitane. Collocata al centro del
ventaglio che idealmente formano queste vallate, in poche decine di
chilometri raggiunge i 3841 m.s.l.m. con la cima del Monviso che domina
l’orizzonte verso occidente.
Si trova qui la parte più alta del Parco del Po Cuneese, posto a tutela delle
sorgenti del Po e della flora e fauna caratteristiche dell’ambiente
montano, ma anche di quello umido, che con le torbiere caratterizza alcuni
di questi alti pianori.
Già in epoche remote la valle conobbe insediamenti, di cui rimangono
ancora le incisioni rupestri che ci parlano di uomini e di donne in
preghiera verso il sole, la luna, le stelle. Alcune delle più significative si
trovano sul Mombracco, montagna dalla caratteristica forma arrotondata
che chiude la vallata nella parte più bassa. Altre testimonianze (coppelle)
si possono vedere sul versante opposto della valle a Bric Lombatera.
Numerosi siti ci parlano della civiltà contadina e pastorale, delle lotte di
religione che non risparmiarono neppure la valle Po, della devozione
religiosa che ha lasciato piloni, cappelle e luoghi di culto nei punti più
belli della valle, come il santuario di San Chiaffredo.
Il monachesimo medievale in Valle Po ha due siti di notevole pregio a
Staffarda e Rifreddo.
La storia ha segnato questi luoghi anche in epoche più recenti, ai tempi
della guerra partigiana, che in Valle Infernotto e in alta Valle Po iniziò
subito dopo l’8 settembre 1943. Alcuni dei sentieri percorribili ancor oggi
sono stati utilizzati dai partigiani, come in precedenza dalle carovane del
sale, dagli emigranti, dai pellegrini e dai cavatori di pietre.
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I nomi del Monviso
Il Monviso ha sempre suscitato nelle genti che lo hanno ammirato da
lontano e da vicino un certo reverenziale timore, tanto che gli antichi lo
credevano la montagna più alta del mondo.
Viene citato da Virgilio nell’Eneide, come Vesulus. Anche Dante, Petrarca e
Leonardo da Vinci ci raccontano la meraviglia che suscitava il Monviso. G.
Chaucer lo citò nei “Racconti di Canterbury” e Stendhal ne “La Certosa di
Parma”.
Il Monviso fu scalato per la prima volta dall’inglese Matthews nel 1861 e
nel 1863 da Quintino Sella che qui decise di fondare il C.A.I. Oggi nuovi
orizzonti per un turismo a misura d’uomo nascono dalla riproposta degli
antichi sentieri che attraversano boschi e borgate, che uniscono pascoli e
baite:“Orizzonte Monviso” è un percorso ad anello nell’Alta Valle Po con
deviazioni per scoprire realtà storiche e artistiche nascoste.
(Info: Ufficio Turistico Valle Po / Comunità Montana - www.vallipo.cn.it www.chambradoc.it/paesana/paesana.page)
Il Monviso
Dal Mombracco al Buco di Viso
Si accede al Mombracco dai comuni di Sanfront, Rifreddo, Paesana, Barge,
Envie, Revello.
Questa particolare formazione geologica dalla forma a cupola che la
caratterizza è chiamata anche Montagna di Leonardo perché il genio
italiano parlò con ammirazione delle sue cave di pietra. Ancora oggi la
montagna è sfruttata per la sua famosa quarzite rosa, di cui si può vedere
l’estrazione sulla cima.
Un percorso ad anello, denominato “Sentiero di Leonardo”, permette di
ritrovare su alcuni massi a mezza costa, che dominano la vallata, incisioni
e coppelle preistoriche. Infatti il Mombracco è stato abitato fin dal
neolitico, anche per la presenza di grotte e ripari sotto roccia che offrirono
rifugio ai pastori ed alle loro famiglie. L’ultimo di questi ripari, abitato fino
agli anni ’60 del secolo scorso, è Balma Boves, nel comune di Sanfront, le
cui case sono state da poco trasformate in museo del territorio. Qui sono
conservati attrezzi e strumenti utilizzati dalla civiltà contadina che viveva
di pastorizia e castagne, con piccoli orti sui pendii digradanti (Info:
www.marcovaldo.it).
Risalendo la valle si costeggia il Po, che qui scorre ancora impetuoso e
riceve il suo primo affluente, il Lenta, che scende da Oncino. Si giunge così
all’ultimo paese della valle: Crissolo. Una strada a tornanti (parzialmente
chiusa d’estate per evitare l’eccesso di veicoli nell’alta parte del Parco del
Po e percorribile con un comodo bus navetta) conduce fino a Pian del Re.
Qui si allarga la torbiera in cui il Po, uscito da sotto uno degli enormi massi
scesi dal Monviso, percorre i suoi primi metri e dove vive la salamandra
nera, simbolo di questo territorio. Da Pian del Re numerosi sentieri
conducono sulle cime circostanti: il Monviso, Punta Roma, Punta Udine e
Granero e ai laghi che si estendono ai loro piedi.
Incamminandosi da Pian del Re, un sentiero porta al Buco di Viso, primo
tunnel delle Alpi, risalente al 1478 quando il Marchese di Saluzzo per
potenziare il commercio del sale che arrivava dal delta del Rodano, decise
di facilitare il percorso alle carovane e di creare un passaggio più sicuro e
più breve sotto il Colle delle Traversette. In pochi anni il tunnel fu ultimato.
Purtroppo la decadenza del Marchesato e gli inverni più rigidi dei secoli
seguenti resero meno frequentato il Buco di Viso che solo recentemente
è stato riaperto al passaggio, seppur in parte difficoltoso sul lato francese
a causa di una frana non completamente rimossa.
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Alla scoperta dell’alta valle
A Crissolo sorge il Santuario di San Chiaffredo, in occitano Chafre, Jaufre
nel medioevo.
La festa del santo si celebra a settembre.La tradizione identifica Chiaffredo
con un soldato romano della Legione Tebea, come i commilitoni Maurizio,
Magno, Ponzio, Dalmazzo, Costanzo, Mauro, Pancrazio, santi tipici della
montagna occitana.
Alcuni fuggirono verso le valli del Monviso, dove Chiaffredo, inseguito dai
pagani, fu martirizzato. I numerosi ex voto esposti nel santuario
raccontano guerre, dolori e speranze del popolo di queste montagne.
Il ciclo della vita, il lavoro dei campi, la stalla, la scuola, le tradizioni sono
illustrati nel Civico Museo Etnografico di Ostana (Info: Comune di Ostana
0175.94915 – www.reneis.org), con attrezzi, oggetti, ricostruzioni di
ambienti e fotografie con didascalie in occitano e italiano.Da non perdere,
in giugno, la presentazione dei quaderni tematici del Museo, a cura
dell’Associazione “I Rënéis”.
A Ostana fervono iniziative comunitarie: feste campestri, canti corali,
concorsi di letteratura, raduni di alpini, mostre fotografiche e cura
dell’ambiente. Un lavoro attento ha trasformato il paese in un laboratorio
di architettura alpina e per queste caratteristiche Ostana ha ricevuto il
riconoscimento per “I Borghi più belli d’Italia”.
Sulla destra dell’asse vallivo, Oncino è stato per secoli il comune più
importante dell’alta valle, grazie ai pascoli e all’abbondanza di bovini. Nel
medioevo i monaci di Staffarda vi portavano le mandrie a pascolare.
Presso il lago dell’Alpetto sorse il primo rifugio del Club Alpino Italiano,
oggi affiancato da un nuovo edificio. Sui crinali c’è il Buco delle Fantine,
fate piccole e pelose, ma operose e pulitissime, che al mattino facevano il
bucato e i montanari, dalle case, vedevano i loro panni stesi ad asciugare.
Da Oncino partono numerosi sentieri che oltrepassano il crinale verso la
Valle Varaita.
Pittori in cammino
Paesi e borgate della Valle Po nascondono piccoli tesori di arte popolare.
Un artista originale operò fra Settecento e Ottocento: si firmava Giors
Boneto pitore di Paizana, dal nome del suo paese natale. Fu pittore
itinerante, esponente di quella schiera di artisti contadini che affrescavano
soggetti sacri sui piloni e sulle facciate delle case in cambio di pochi
denari, sovente della sola ospitalità.
Giors Boneto dipinse dalla natia Valle Po fino alle pendici della Bisalta.
Profonda fu la sua conoscenza della tecnica dell’affresco che si
accompagnava alla vastità dei soggetti: santi, Madonne, Cristo in croce,
deposizioni, cherubini, serafini… Il suo stile naïf, ma personale, è
riconoscibile a distanza di secoli.
In Alta Valle, opere di Boneto si possono vedere a Crissolo, Oncino, Ostana
e Paesana: 44 affreschi firmati o attribuiti a partire dal 1780. E ancora più
numerose sono le opere reperibili nella bassa valle Po e nelle vicine Varaita
e Maira. Dobbiamo allo studioso Gianni Aimar, il censimento e la
catalogazione del lavoro di questo artista.
Pittore di buona scuola accademica fu invece Giovanni Borgna “Netu”
(1854-1902). A Martiniana Po si trovano la casa natale, con lapide
celebrativa sulla facciata, e la tomba di famiglia da lui stesso affrescata.
Cresciuto sui banchi dell’Accademia delle Belle Arti di Torino, Borgna
affrontò cicli di affreschi complessi e impegnativi in cappelle e chiese delle
valli, della pianura vicina, fino al ponente ligure.
In valle Po, la sua opera si può ammirare a Pratoguglielmo, Paesana,
Sanfront, Envie, Calcinere, Rocchetta. Scorrendo l’elenco delle località e
delle opere dipinte nella sua breve carriera si rimane meravigliati
dall’attività frenetica del pittore: sono più di quaranta i luoghi delle
province di Cuneo, Imperia, Savona,Torino e Asti che conservano affreschi
dell’artista.
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Fede religiosa e leggende
Staffarda, Rifreddo, Revello e Barge furono sede di abbazie che oggi sono
tra i monumenti medievali di maggior rilievo e la cui visita ci trasporta
nell’epoca d’oro del Marchesato di Saluzzo.
Ancor più antico è il Monastero di Pagno, fondato dai Longobardi, asilo di
Beatrice, figlia del re Desiderio. Per lei i monaci dettarono un’epigrafe
ispirata ai versi di Virgilio. L’importanza di Pagno venne meno nell’825
quando l’abbazia fu affidata all’abate valsusino della Novalesa.
Dopo il mille, al termine delle scorrerie saracene, la famiglia marchionale
contribuì alla fondazione di nuovi centri monastici. Nel XII secolo
Manfredo I di Saluzzo chiamò i cistercensi a Staffarda, tra Saluzzo e
Revello. L’abbazia crebbe in possedimenti: un inventario della seconda
metà del XII secolo rivela la consistenza del suo scriptorium, comprendente importanti codici miniati. In seguito i marchesi patrocinarono la
creazione a Rifreddo del Monastero femminile di Santa Maria della Stella,
di cui sono visibili la facciata della chiesa e alcuni muri con pregevoli
manufatti in terracotta. A Revello, nel 1291, Tommaso I di Saluzzo e la
moglie Aloisia di Ceva istituirono il Monastero delle Domenicane di Santa
Maria Nova. Un monastero (il Convento della Trappa) sorse nel XIII secolo
ad opera dei Certosini sul Mombracco.
Oggi l’eredità delle abbazie del Marchesato è raccolta dal nuovo
Monastero Cistercense di Pra d’ Mill, immerso nei boschi di castagni sulle
montagne di Bagnolo Piemonte (Info: www.dominustecum.it).
La cristianizzazione del territorio, così evidente in chiese, cappelle e centri
monastici, cela credenze più arcaiche. La mitologia delle antiche società
agro-pastorali è sopravvissuta in forma orale con figure sovrannaturali,
alcune benigne, altre spaventose. Oltre alle fantine dell’alta valle, che
insegnarono alle donne a tessere e a cucire, alle masche pelose e
dispettose delle grotte del Mombracco, le leggende raccontano di uno
zoo fantastico che va dal gatto pitois, con gli occhi di fuoco, alla serpe
crestata di Envie, all’uccello pitapenas dei paesi dell’Infernotto, al terribile
ravas, mangiatore di uomini che viveva in una grotta nei boschi di Barge,
in una località dove nel Medioevo sorse una cappella intitolata alla
Madonna della Rocca.
Val Varaita
La Val Varaita è attraversata dall’antica strada per la Francia che porta al
Colle dell’Agnello. Si estende da Piasco a Chianale.
Il centro della valle è Sampeyre, cioè San Pietro, da Peire in occitano.
Un evento di grande richiamo è la Baia di Sampeyre: si celebra ogni cinque
anni nei giorni di carnevale per ricordare la cacciata dei Saraceni dalla Val
Varaita, avvenuta verso l’anno mille secondo la tradizione.
Partecipano alla sfilata centinaia di figuranti, organizzati come un esercito
con comandanti, guardie, cavalleria, fanti e i sapeurs che abbattono le
barriere di tronchi lasciate dai Saraceni in fuga e bandiere (esposte nel
Museo etnografico - Info: www.comune.sampeyre.cn.it). Anche i personaggi femminili sono riservati agli uomini. Il tutto in un tripudio di nastri
ricamati a fiori, rosazze e coccarde di seta, accompagnati dalle musiche e
dai balli occitani.
A Bellino, Blins, più in alto nella Val Varaita, la baia si celebra ogni tre anni.
Il cerimoniale rimanda ai miti primaverili e solari, propri delle comunità
agricole arcaiche con i loro simboli di fertilità, mentre è pressoché assente
l’aspetto militare caratteristico della baia di Sampeyre.
Una baia minore si celebrava anche a San Maurizio di Frassino.
A Sampeyre, Casteldelfino e Pontechianale lo sviluppo turistico degli
anni Sessanta ha in parte alterato l’architettura originale, ma gli edifici
storici dei paesi e delle borgate mostrano ancora l’ampia varietà di
soluzioni architettoniche del passato. In località Tè-nòu, sopra Torrette di
Casteldelfino, presso un lariceto, sorge l’unica frazione con i tetti
parzialmente coperti a scandole (assicelle di larice).
Nella valle si trova il Santuario di Valmala, dedicato alla Madonna della
Misericordia e meta di pellegrinaggi, sul luogo dove la tradizione vuole
che il 6 agosto 1834 la Madonna si sia rivolta ad alcune innocenti
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pastorelle in occitano. Essa apparve come una “signora piangente”.
Punto di accoglienza turistica è la Porta di Valle (Info: Via Provinciale 12020 Brossasco - Tel. 0175.689629 - www.segnavia.piemonte.it), con
caffetteria, libreria specializzata in editoria locale, montagna, cartine del
territorio, prodotti locali, e sede dell’agenzia turistica Segnavia che fa
incoming e propone pacchetti turistici in valle Varaita, nelle altre valli
occitane e nel saluzzese.
Artigianato “solare”
Caratteristica valligiana è la produzione di mobili rustici in uno stile
ispirato al mobilio di un tempo e detto “Val Varaita” benché i decori,
risalenti ai culti primordiali del sole e delle acque, siano comuni a tutto
l’arco alpino e si ritrovino nelle civiltà antiche del Mediterraneo. Madie,
cassapanche, oggetti scolpiti del Queyras e della valle Varaita oggi sono
nei Musei di Grenoble, Gap e Cuneo e in molte collezioni antiquarie
d’Europa e d’America.
Architettura tipica a Chianale
Sotto il Colle dell’Agnello
Chianale, a pochi km dal confine con la Francia, è il più alto paese della
valle, dominato dal Colle dell’Agnello (2748 m). Il paese è stato
riconosciuto fra “I borghi più belli d’Italia”. La sua architettura alpina è
valorizzata dalle case in pietra, dalle lose dei tetti, dal ponte romanico che
unisce le due parti del paese, attraversato dal fiume Varaita e dalle chiese
risalenti agli anni del Delfinato.
A Chianale convissero abbastanza pacificamente cattolici e ugonotti: di
fianco alla chiesa romanica di Sant’Antonio si trova una casa medievale
indicata come tempio protestante.
Il paese conserva con orgoglio le sue caratteristiche occitane, i toponimi
e la parlata della gente. Nel Medioevo gravitò nell’orbita di Briançon,
facendo parte assieme agli altri comuni dell’alta valle, all’Alta Val Chisone,
alla Valle di Oulx e al Queyras, della Repubblica degli Escartons,
un’esperienza di autonomia sopravvissuta fino al 1713, allorché i territori
al di qua delle Alpi furono uniti ai possedimenti dei Savoia, oggi riproposta
dalla proficua collaborazione fra Comunità Montana, i Comuni e il Parco
del Queyras con progetti di tipo culturale, turistico ed economico.
Una ricetta tipica di Chianale e della Val Varaita sono le raviole,
preparate con patate e toma, formaggio fresco di latte di mucca.Ecco
come: cuocere 1,5 kg di patate, passarle e mescolarle a 500 g di toma.
Aggiungere un uovo e impastare. Aggiungere quindi 500 g di farina
fino ad ottenere un impasto consistente.Tagliare la pasta a fette di 3
cm. Infarinare la tornoira (tavola di legno dai
bordi alti) e formare dei rotolini di 2 cm
di diametro. Tagliare quindi a pezzetti
arrotolando con il palmo della mano
nella tipica forma a fuso delle raviòlas.
Disporle sul tavolo e cospargerle di farina. Cuocere
in acqua bollente salata e quando tornano a galla raccoglierle con la
schiumarola. Condire le raviòlas con panna e burro fuso.
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Casteldelfino e il bosco dell’Alevé
Si chiama Alevé il bosco di pini cembri, elvo in occitano, sui monti di
Casteldelfino e Sampeyre, fino ai 2700 m di quota: è una delle cembrete
più estese delle Alpi, percorsa da sentieri che fanno capo al lago Bagnour,
dove sorge un piccolo rifugio per escursionisti. Già nel 1387 gli statuti di
Casteldelfino vietavano lo sfruttamento del bosco. Una passeggiata
nell’Alevè può farci incontrare volpi,camosci,marmotte e lepri.Un animale
tipico, seppur difficile da incontrare, è la civetta capogrosso, mentre nelle
ore calde della giornata è possibile scorgere il volo lento della poiana.
I pinoli (garilhs) del cembro si mangiavano e davano olio per le lanterne.
Con le gemme si facevano suffumigi per le vie respiratorie e con la resina
si preparavano balsami e confetti medicamentosi. Il legno del cembro era
adatto alla fabbricazione delle suole in legno (seps) degli zoccoli, calzati
dai bambini e dagli anziani che ne apprezzavano la leggerezza e il calore.
Soprattutto veniva usato per il mobilio: madie, cofanetti, tavoli, sedie,
cassapanche. La sua pasta tenera si prestava all’intaglio dei motivi
tradizionali derivanti da primitivi culti solari: rosazze, serpentine, spirali.
Il Museo del Mobile, a Castello di Pontechianale (Info: tel. 348.7125650 –
349.1466050), allestito in una dimora tradizionale, raccoglie esempi di
mobili e decorazioni che i contadini della valle Varaita seppero sviluppare
nei secoli con fitti intagli simili a ricami.Ancor oggi la Val Varaita si distingue
per le numerose aziende artigiane specializzate nel mobile rustico con
attenzione sia alle forme tradizionali sia al moderno design.
A Casteldelfino, il centro visita dell’Alevè (Info: Parco del Po, tel.
0175.46505) offre un campione di foresta con gli animali tipici: gufo reale,
capriolo,marmotta,lepre,cinghiale e prepara all’escursione nella cembreta.
L’inverno è il periodo migliore per assaporarne i silenzi, rotti dai richiami
della nocciolaia, uccello che dimentica i nascondigli dove ripone i pinoli,
assicurando in questo modo la propagazione naturale del bosco. Accanto
al centro visita lo Spazio Escartons, dove è possibile ricevere informazioni
storiche. Nella chiesa di Sant’Eusebio, ai piedi dei ruderi del castello
delfinale, si trova il Museo della Religiosità Popolare, dedicato ai santi delle
valli occitane.
Poesia e nastri colorati
Alla letteratura occitana contemporanea la Val Varaita ha dato due poeti:
Tavio Cosio di Melle e Antonio Bodrero (Barba Tòni Baudrier) di Frassino
(Info: www.chambradoc.it/melle/melle.page).
Il comune di Melle dedica a Tavio Cosio una manifestazione annuale con
passeggiata letteraria nei luoghi che hanno ispirato la sua poesia e i suoi
racconti. La sua opera è reperibile nelle librerie locali.
Antonio Bodrero fu poeta, sostenitore della causa occitana e del
piemontese. Stupiva per il suo anticonformismo. Chi lo ha conosciuto lo
ricorda come un sapiente (barba appunto), ipnotico nel conversare di
lingua, religione, politica, origine e storia delle parole.
Alla apparente semplicità dei suoi versi si intreccia una grande profondità
di pensiero. Sono versi che attingono ai misteri della montagna, alle
divinità ancestrali e al mondo naturale. Poeta di paesaggi, pose sotto le
barme le dimore dei sarvanòts (fauni), nei ciliegi infiorati vide focolari
accesi alla gloria di Dio, nelle stelle i lumi delle baite dei trapassati…:
“Que de quiar, benèit i ouèi, quouro n’er’un per meiro
e la nouèch e i vitoun treiàven a fa’ stéle;
dihen encàa i estéle quouro grinoùr i bòouco:
Bafarà, mé pa tro; qui crè pa vène a vèire: nous sén i quiàr di meire, nove,
di vosti rèire”.
(Quante luci, benedetti gli occhi, quando ce n’era una per baita / e la
notte i montanari giocavano a far stelle; / dicono ancora le stelle
quando amore le guarda: / “Ridete forte, ma non troppo; chi non crede
venga a vedere: / noi siamo le luci delle baite, nuove dei vostri avi”)
Di Bodrero è in preparazione l’opera omnia.
In particolari giorni di festa le donne di Casteldelfino, Pontechianale,
Bellino e Sampeyre indossano il costume con cuffie lavorate al tombolo,
scialli e grembiuli di seta su pesanti abiti neri di foggia monacale. L’abito
è ornato da bindels (nastri). A Sampeyre e a Frassino la cuffia è spesso
sostituita da un fazzoletto (mochet de la testa). Caratteristico è l’abito
dell’alta valle detto gonela con tre piegoni sul lato posteriore. L’oreficeria
che completa l’abbigliamento è costituita da un lungo giro di grani dorati
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con cuore o croce in oro.Rare sono le occasioni in cui gli uomini indossano
l’antico costume: un abito nero con giacca a code, calze bianche al
ginocchio e feluca.
Gigli e delfini
Sono simboli che compaiono, incisi nella pietra, sulle fontane, sui capitelli,
sopra gli architravi nei paesi della Castellata: Casteldelfino, Pontechianale,
Bellino.
Il delfino ricorda il periodo in cui l’Alta Valle Varaita fu parte del Delfinato,
mentre il giglio allude al periodo successivo, quello del regno di Francia.
Casteldelfino - Chateau Dauphin in epoca delfinese - fu la capitale
dell’Escarton della Val Varaita. Del periodo delfinese il paese conserva i
ruderi del castello, gli affreschi della parrocchiale e, lungo la via maestra,
nobili dimore e una fontana medievale. La borgata che ancor oggi si
chiama Confine ricorda l’antica frontiera con il Marchesato di Saluzzo.
L’architettura rurale occitana ha il suo santuario nelle borgate di Bellino,
Blins in occitano, paese tra i più suggestivi. Pilastri rotondi, architravi
megalitici, bifore, passaggi coperti, meridiane affrescate, tetti in lose e têtes
coupées sono memoria del saper fare. Ma Blins è anche paese di scrittori.
Nelle librerie della valle si trovano le opere di Janò di Vielm, all’anagrafe
Giovanni Bernard, autore di “Steve”(primo romanzo in occitano delle Valli)
e de “Lou Saber”, dizionario enciclopedico con 12 mila termini nell’occitano
di Blins.Un altro libro importante è “Nosto Modo”, di Jean-Luc Bernard, che
fu la prima opera a descrivere in modo sistematico la cultura materiale e
orale di questo paese occitano.
Nell’antica scuola elementare di Celle di Bellino è allestito il Museo del
Tempo e delle Meridiane (Info: tel. 0175.95110 - comune.bellino@
tiscalinet.it ). La visita introduce all’itinerario tra le meridiane affrescate su
case e edifici religiosi in tutto il paese, che in passato ebbe alcune
botteghe di gnomonisti. Pannelli fotografici suggeriscono una riflessione
sul tempo, mentre un filmato scandisce lo scorrere delle stagioni con
dodici proverbi in occitano.
Mistà e danza
Nel Quattrocento il buon governo del Marchesato di Saluzzo e i rapporti
con il Delfinato favorirono il fiorire delle arti.Chiese, pitture e sculture sono
collegate da un itinerario artistico denominato Mistà, che in occitano
significa immagine sacra.
La scultura ebbe tra i principali interpreti la scuola degli Zabreri della Val
Maira con fonti battesimali e portali con colonnine e capitelli scolpiti.
Significative le chiese di Sampeyre, Villar, Casteldefino e Bellino. Le
scuole artistiche del brianzonese influenzarono l’arte della Castellata
dove, a Bellino, Casteldelfino e Chianale, si incontrano numerose teste di
pietra che risalgono alla consuetudine dei celto-liguri di appendere le
teste dei nemici uccisi in battaglia attorno alle
proprie case. Un caso a parte è il bel portale
quattrocentesco in stile flamboyant della
parrocchiale di Sant’Andrea a Brossasco. Cinquecentesca, e legata al ricordo della peste, è la cappella
di San Rocco a Brossasco.
In pittura, i fratelli Tommaso e Matteo Biasacci di
Busca lasciarono numerosi affreschi in Valle Varaita.
L’opera di questa famiglia di pittori itineranti, attivi
tra il Piemonte meridionale e la Liguria di ponente,
si può ammirare nella parrocchiale di Sampeyre
(Madonna del Latte, Strage degli Innocenti, Fuga in Egitto, Adorazione dei
Magi, Passione e Resurrezione del Cristo), nella chiesa di Casteldelfino e
a Valmala. Lo stile è arcaico, di passaggio fra il romanico e il gotico, come
le pitture della Parrocchiale di San Massimo a Isasca, e quelle sulla facciata
della Parrocchiale di Rossana, con un bel portale gotico fiorito in
terracotta. Le pitture di Rossana sono particolarmente curiose poiché
mostrano figure angeliche che suonano strumenti della tradizione
medievale, alcuni dei quali sono tornati in auge con la rinascita musicale
occitana della fine degli anni Sessanta del secolo scorso.In realtà la musica
in Valle Varaita non ha mai conosciuto momenti di vero oblio. Il repertorio
di danze ballate in occasione di feste o semplicemente per divertirsi
comprende decine di balli. I più noti sono: corenta, giga, contradança,
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borea,mescla,sposin… Sono danze a figure che impegnano anche decine
di ballerini contemporaneamente. Numerose sono le proposte di corsi di
danza aperti anche ai balli dell’Occitania d’oltralpe.
I suoni della valle
A Venasca, storicamente il centro più importante del fondovalle, con una
bella chiesa barocca e un mercato famoso per la commercializzazione
delle castagne, si trova la Fabbrica dei Suoni, il primo parco tematico
italiano incentrato sul suono e sulla musica. L’obiettivo della Fabbrica è
quello di avvicinare bambini e ragazzi al mondo musicale con un
approccio ludico-laboratoriale, suscitando curiosità ed interrogativi. I
laboratori, inseriti nel percorso di visita, consentono di distinguere fra
suono e rumore, di tradurre il significato delle caratteristiche del suono
con attività concrete, visibili o manipolabili, di sperimentare la vibrazione
dei suoni e la propagazione dell’onda sonora nello spazio. Una sezione
presenta strumenti musicali provenienti da tutti i cinque continenti.
Per la conoscenza dei principali strumenti musicali della tradizione
occitana la Fabbrica propone laboratori di ghironda, organetto diatonico,
galobet, tamburin e fifre, con informazioni sulla loro costruzione, un ascolto
dal vivo e l’esecuzione di canti e balli occitani (Info: tel. 0175.567840,
www.lafabbricadeisuoni.it)
All’ombra del robusto castello dei Signori di Sampeyre, a Piasco, a pochi
km da Venasca, si trova il Museo dell’Arpa (Info: tel. 0175.270511 www.museodellarpavictorsalvi.it) dove sono esposte le arpe storiche
raccolte da Victor Salvi, affermato arpista esibitosi sotto la direzione del
maestro Arturo Toscanini e fondatore di un’azienda che egli ha voluto qui
per la rinomata tradizione artigianale della Val Varaita e del Saluzzese nella
lavorazione del legno. La fabbrica di arpe da lui fondata oggi copre il 90
per cento del mercato professionale. La collezione racchiude ottantasei
pezzi costruiti a partire dal 1700 fino alla prima metà del ‘900, spaziando
dall’Europa all’Africa, all’Asia.È possibile vedere infatti l’evoluzione tecnica
ed espressiva di uno strumento spesso poco conosciuto.
Val Maira
In Val Maira la lingua occitana conserva sonorità trobadoriche, ma sono
il suo paesaggio e l’arte a fare la parte del leone. Da qualche anno il suo
territorio è scelto come scenario dal cinema e dalla televisione e un film
pluripremiato, “Il vento fa il suo giro” (in occitano L’aura fai son vir) del
regista Giorgio Diritti, vi è stato interamente girato.
La valle segue il corso del torrente Maira, da cui si dipartono suggestive
valli e combe, come quelle di Albaretto e Celle, di Marmora, Preit, Unerzio
ed Elva che salgono con sentieri e strade militari verso i crinali, i valichi
e le cime, con varietà di rocce e piante. In alcune località esposte a solatio
fioriscono essenze mediterranee come la lavanda.
La linea di frontiera che divide l’Italia dalla Francia fu valico per emigranti
e contrabbandieri. Durante il secondo conflitto mondiale venne
attraversata da partigiani italiani e maquis francesi che, tra il maggio e
il luglio 1944, al Col Sautron e a Saretto sul versante della Val Maira, e a
Barcelonnette in Francia, stabilirono un accordo politico-militare nella
lotta antifascista. Dell’accordo di Saretto rimane ancor oggi una lapidericordo.
La capitale della valle è Dronero (Draonier in occitano), che ha titolo di
città da due secoli e mezzo. Per scoprirla occitana è bene andarci il
giorno di mercato, orecchiare tra i banchi, nei caffè, sentire la gente
venuta da San Damiano, da Elva, da Acceglio, dalla vicina La Ròcha
(Roccabruna) che disinvolta parla occitano.
La sua storia parla di ugonotti e valdesi, ma anche di famiglie
aristocratiche, uomini di lettere, artisti, giornalisti e politici tra cui spicca
la figura di Giovanni Giolitti, primo ministro del Regno d’Italia, a cui è
dedicato un Centro Studi (Info: www.giovannigiolitti.it). Dronero è ricca
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di monumenti, palazzi e chiese che ricordano un medioevo fiorente. Si
caratterizza per l’arditezza del suo ponte merlato sul Maira e per il foro
frumentario ottagonale della prima metà del XV secolo.
Un’inglese a Dronero
L’esploratrice e scrittrice inglese Freya Stark (1893-1993), legata alle
personalità più in vista del suo tempo, come Churchill e il mitico
Lawrence d’Arabia, visse a Dronero parte dell’adolescenza e vi tornò nel
1919. Nell’autobiografia descrive Dronero “città fra due torrenti, in mezzo
a un’ampia e bella valle… ha una cattedrale medievale con fini lavorazioni
in cotto di stile gotico-lombardo… Il ponte, merlato e immensamente alto,
abbraccia l’intera valle che giace molto più sotto ricoperta di bianche pietre
di fiume, su cui tremuli pioppi e noci gettano morbide ombre azzurrine”.
Traversado - Passaggio al Passo della Gardetta
Grandi maestri
Scoprire Elva è come dischiudere una porta segreta, trovare i segni di un
mondo che è stato, rinvenire un libro scomparso che narra la vita di
quando le idee andavano a piedi e vivere in altitudine non era
isolamento dal mondo.
Lassù, sullo spartiacque con la Valle Varaita, Elva appare sospesa sulla
conca in mezzo ai prati falciati, circondata dalle cime del Pelvo, del
Chersogno e della Marchisa, montagne che superano i tremila metri.
La chiesa, dedicata a Santa Maria Assunta, è sopra uno sperone di roccia.
Figurazioni arcaiche decorano il portale: têtes coupées della tradizione
celto-ligure, mascheroni beluini, Atlante e la sequenza donna-catenaserpente. L’arco del presbiterio è ornato con i simboli dello zodiaco, una
sirena romanica che divarica le estremità, San Giorgio e il drago, il
calderone dei dannati che cuociono per i loro peccati.
L’interno ospita gli affreschi di Hans Clemer, pittore fiammingo attivo nel
Marchesato di Saluzzo tra la fine del ‘400 e il 1508, anno in cui partì per la
Provenza dove lavorò a Tarascon, Pertuis e Vinon… altre terre d’Occitania.
A Saluzzo Clemer si sposò e tenne bottega con allievi locali.
I suoi affreschi nella Parrocchiale di Elva sono il capolavoro delle valli
Elva - Chiesa di Santa Maria Assunta
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occitane. Nel territorio del Marchesato, fino ad allora fedele alle tendenze
artistiche tardo gotiche, lo stile di Hans Clemer rappresentò una vera
rivoluzione artistica per la sua contemporaneità e l’introduzione di
elementi della pittura italiana coeva.
La Crocifissione, le Storie del Cristo e della Vergine della chiesa di Elva
mostrano un forte senso drammatico e un’attenzione per il ritratto
psicologico, evidenti nei visi delle pie donne e degli apostoli sgomenti
attorno al feretro della Madonna. Altre opere di Clemer sono a Saluzzo,
Revello, Bernezzo, Pagno, ma qui in Val Maira il visitatore troverà a Celle
Macra, nella parrocchiale dedicata a San Giovanni Battista, un’altra sua
opera:la pala d’altare con la Madonna in trono circondata da Santi,su fondi
in oro, datata 1496, splendido amalgama fra cultura figurativa provenzalelombarda e tecnica pittorica tedesca.
Tra i boschi, poco discosto dal paese di Celle Macra, nella cappella di San
Sebastiano, si trova l’opera di un altro importante artista del Quattrocento
occitano, il pittore Giovanni Baleison (Johannes de Baleisonis), originario
di Demonte nella vicina Valle Stura, che operò in un territorio a cavallo
delle Alpi tra Piemonte, Liguria e Nizzardo. Il ciclo di affreschi comprende
un Dio Glorioso, il Martirio del Santo, il Limbo, la Città Celeste, le Virtù, il
Purgatorio e l’Inferno. Dello stesso autore sono la Madonna all’esterno di
un edificio di Bassura di Stroppo e gli affreschi nella Cappella dei Santi
Sebastiano e Fabiano di Marmora, raffiguranti il Cristo Glorioso, la
Madonna in Trono fra San Sebastiano e San Costanzo, gli Evangelisti, le
Storie dell’Infanzia di Cristo e dell’Infanzia di San Sebastiano.
L’itinerario pittorico in Alta Valle Maira si completa con gli affreschi di
Tommaso Biazaci nella parrocchiale dei Santi Giorgio e Massimo a
Marmora che mostrano San Cristoforo, San Girolamo e San Francesco che
riceve le stimmate. Di grande fascino è la Cappella di San Peire a Macra,
dove si può scoprire una Danza Macabra con testi in occitano mescolati
a francese antico, iconografia assai rara per questi territori.
Una visita che procura emozione per la collocazione e le proporzioni
dell’edificio in stile romanico è quella alla Chiesa di San Peire a Stroppo,
isolata su uno sperone, con gli affreschi dell’abside e una suggestiva
Adorazione dei Pastori di un pittore anonimo nella cappella laterale.
L’itinerario termina con una delle più antiche chiese della valle, San
Salvatore di Stroppo, con campanile a vela e affreschi altomedievali che
rappresentano episodi della Genesi e la Danza di Salomè e affreschi
quattrocenteschi con Cristo benedicente, gli Evangelisti, gli Apostoli e i
Santi Caterina e Antonio.
La scultura del Quattrocento in Val Maira conobbe l’importante bottega
dei fratelli Zabreri (Chabrier in occitano), originari di Pagliero, che
portarono la loro opera in numerose località del Marchesato di Saluzzo.
Agli Zabreri furono commissionati i portali delle parrocchiali di Dronero
e di San Damiano Macra. Capitelli figurati provenienti dalla loro bottega
sono nella Parrocchiale di Sant’Antonio a Pagliero. Fonti battesimali
“firmati Zabreri” sono a Canosio e Pagliero in Val Maira e in numerose
chiese delle valli occitane.Hanno forma di calice con un nodo al centro del
fusto. La tazza è poligonale, decorata sul bordo da iscrizioni. Negli spicchi
le foglie di acanto sono accompagnate dallo stemma dei committenti.
Ma l’arte in questa valle non è esclusivo appannaggio degli edifici religiosi.
La si trova anche nelle dimore civili, come nel lazzaretto di Caudano,
borgata di Stroppo, recentemente restaurato, che presenta sulla facciata
a vela delle interessanti bifore con teste scolpite e il caratteristico nodo
di Salomone, assunto come simbolo dalla locale comunità montana.
Motivi decorativi, opera di artisti locali, sono a San Damiano Macra e
Villar d’Acceglio, sede fra l’altro di un carnevale arcaico fra i più
interessanti delle valli occitane. Edifici signorili di epoca medievale con
alte facciate a vela e aperture monofore o bifore in pietra lavorata si
trovano a Castellaro, Combe, Vernetti, Unerzio, Preit. Furono dimora di
quella borghesia contadina e montanara di cui si ha notizia negli atti
notarili dei secoli XV e XVI.
I ciciu del Santo
Nel territorio pedemontano di Villar San Costanzo si incontrano tesori
artistici e ambienti rari. Nella Riserva naturale dei ciciu (pupazzi), fra
castagni, pioppi e betulle, si innalzano circa 400 formazioni geologiche
a forma di fungo, con un diametro variabile tra 2 e 7 metri e un’altezza
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che in alcuni casi raggiunge gli 8 metri. La loro formazione avrebbe
avuto inizio 12.000 anni fa, al termine dell’ultima glaciazione. I ciciu si
sarebbero formati per l’erosione delle acque che nei millenni dilavarono
il suolo lasciando, in corrispondenza di grossi massi di gneiss, colonne di
terra compatta sormontate da grandi pietre.
Nella bella stagione i ciciu appaiono di colore rossastro col buffo cappello
scuro; d’inverno si mutano in pinnacoli che emergono dalla neve.
L’escursione fra i ciciu avviene lungo i percorsi attrezzati, mentre
l’accoglienza è garantita dal Centro Visita all’ingresso della Riserva. L’area
esterna è un sito per il bouldering ma è vietato arrampicarsi sui ciciu
poiché si rischierebbe di rovinarli per sempre (Info: Ente di Gestione dei
Parchi e delle Riserve Naturali Cuneesi - tel. 0171.734021).
Una leggenda popolare
attribuisce il fenomeno dei
ciciu a un miracolo del martire
Costanzo: i nemici pagani che
lo inseguivano per ucciderlo,
furono pietrificati dalla volontà
divina. Costanzo, santo della
Legione Tebea, è avvolto nella
leggenda. Una lapide murata
nella chiesa parrocchiale
avrebbe ricoperto le reliquie del martire.In essa si legge in latino:“Qui riposa
Costanzo, martire del Signore, che appartenne alla Legione Tebea”. Attorno
al culto del martire,nel medioevo,sorse un complesso monastico.La Chiesa
di San Costanzo al Monte, nei boschi sopra il paese, fu eretta verso l’inizio
dell’VIII secolo per volontà del re longobardo Ariperto II,ricostruita dopo le
invasioni saracene da maestranze lombarde che vi portarono i loro modelli
nelle absidi,scandite da sottili lesene e abbellite in alto da gallerie.La cripta
costituisce una vera e propria chiesa inferiore.Risanata la piana acquitrinosa,
i benedettini eressero l’Abbazia dei Santi Pietro e Costanzo nel luogo
dell’attuale parrocchiale. Oltre alla cripta affrescata da Pietro da Saluzzo
(storie di San Giorgio,Madonna,Santi,Evangelisti),la chiesa conserva la torre
campanaria con fregi romanico-gotici e muri in pietra lavorata.
Musei di valle
A Elva troviamo la prova che un tempo la montagna assicurava più
che la semplice sopravvivenza con il lavoro dei campi, la cura dei
capi di bestiame, la lavorazione del latte. Nei periodi morti del lavoro
agricolo i montanari si ingegnavano a svolgere altri mestieri,
arrivando talvolta lontano. Gli uomini di Elva partivano in autunno a
raccogliere i capelli da lavorare nelle case elvesi e da vendere poi in
Francia, Germania, Inghilterra e anche Stati Uniti per farne parrucche.
A ricordo di questa attività, la comunità ha voluto collocare presso la
“casa della meridiana”, esempio di architettura contadina originale e
raro, il Museo dei Pelassiers, che attraverso gli attrezzi, le immagini e
un video racconta di questo mestiere che portò gli elvesi in giro per
il mondo.
Altro mestiere dell’emigrazione stagionale, tipico della valle, fu
quello degli acciugai, che partivano dalla valle Maira per comperare
le acciughe che poi rivendevano girando con un carrettino. Agli
acciugai è dedicato il Museo Seles di Celle di Macra. Altri musei sulla
vita d’un tempo sono La misoun d’en bot di Borgata Chialvetta ad
Acceglio (Info: tel. 0171 99017), il Museo della Canapa di Prazzo
Inferiore (via Nazionale 22) e L’escolo de mountanho di Borgata
Maschero a Stroppo (Info: 0171.999220 - 999112).
Più a valle, nella casa di Dronero, Luigi Mallé, originario della
cittadina e direttore dei musei civici di Torino, lasciò in eredità al
comune arredi, suppellettili, libri, dischi e fotografie. Inaugurato nel
giugno del 1995, il museo (www.marcovaldo.it) ospita una collezione
di arte antica e contemporanea con opere di grandi maestri che
rispecchiano il gusto eterogeneo di Mallé: si passa da dipinti e
disegni di autori piemontesi del Settecento, a soggetti religiosi di
gusto arcadico, a paesaggi e ritratti di fiamminghi - opere acquistate
dal Mallè presso il mercato antiquario - fino ai quadri di pittori
astratti contemporanei: Lucio Fontana, Umberto Mastroianni,
Adriano Parisot.
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Nel paese di Matteo Olivero
In un suo famoso autoritratto Matteo Olivero si mostra con foulard rosso
al collo, occhio attento, cappello nero, barba lunga e affusolata.
Nato ad Acceglio, nel 1879, in frazione Pra Rotondo, è stato nei tempi
moderni il più celebre pittore delle valli occitane. Olivero viene ricordato
non solo come “pittore delle nevi” o “tragico interprete delle sue
montagne”, così come lo chiamarono i critici d’arte alle mostre di
Grenoble, Roma, alla Biennale di Venezia e alle expositions di Parigi, ma
anche per aver saputo intuire le idee originali e i fermenti tumultuosi
della pittura a cavallo del Novecento.
La sua opera è presente in collezioni e musei. Numerosi suoi quadri sono
conservati nel Municipio di Saluzzo e prossimamente verranno esposti
in un museo a lui dedicato. Qui in Val Maira si possono ammirare i luoghi
che lo ispirarono. Ma nei suoi dipinti troviamo altri scorci della
montagna occitana delle valli Po, Grana e Varaita: furono per lui fonte
d’ispirazione i corsi d’acqua, il sole e la neve, le mattinate e le cime.
Nel 1902, in Svizzera, Olivero incontrò Segantini, cui lo unì non solo
l’amore per il mondo alpino, ma soprattutto la capacità di affrontare la
pittura attraverso la scomposizione dei colori nei loro elementi. Preso
dalla passione per il divisionismo, Matteo Olivero intrattenne, a partire
dal 1903, una nutrita corrispondenza con Giuseppe Pellizza da Volpedo,
autore del famoso “Quarto Stato”.
Rimasto orfano di padre ancora bambino, la madre Lucia Rosano rimase
per l’artista l’unico punto di riferimento. Ella lo seguì nei suoi molti
spostamenti, da Torino (1896) a Saluzzo (1906), a Calcinere (1923-26).
Uno dei soggetti più famosi di Olivero fu appunto il grandioso quadro
“L’attesa” che ferma l’incedere lento e il gesto stanco della madre.
Quando lei morì, anche il pittore decise di porre fine ai suoi giorni.
Mangiar d’oc
La ricchezza paesaggistica e storico-artistica della valle favorisce il turismo
escursionistico e culturale (Info: www.percorsioccitani.it) che riscuote
successo sia nei paesi di lingua tedesca, con l’afflusso di turisti da
Germania, Svizzera e Austria, sia nelle vicine regioni italiane.Ciò ha favorito
il rientro in valle di forze giovani: sia figli e nipoti dei montanari emigrati
negli anni Sessanta, sia giovani originari della città che sono venuti ad
abitare in Val Maira scegliendo uno stile di vita meno concitato di quello
urbano. L’inversione di tendenza ha fatto sì che i giovani valligiani, che
pensavano di emigrare per cercare fortuna in città, decidessero di restare.
Così si sono sviluppati nuovi mestieri agricoli, artigianali, turistici. Sovente
i nuovi arrivati hanno fatto propria la lingua occitana dando vita a
iniziative culturali, mostre, musei, itinerari, concerti. Numerosi sono i
ristoranti eccellenti, i bed&breakfast e le aziende agrituristiche sorte in
seguito a questa ondata di neo-ruralismo che ha visto crescere aziende
giovani, zootecniche e casearie, specializzate in formaggi bovini e caprini
di qualità (a Elva, Podio di San Damiano Macra, La Morra di Villar San
Costanzo), forni artigianali (a Roccabruna, Villar San Costanzo, Dronero,
San Damiano Macra), produzioni di sapori tradizionali (a San Damiano
Macra), infusi di erbe alpine, quali genepy e achillea erbarota (a San
Damiano Macra), vino biologico tra cui spiccano il Nebbiolo di Dronero e
altri vini, per ora coltivati fuori valle sulle colline del Saluzzese, che hanno
salvato dall’estinzione gli antichi vitigni della media Val Maira.Tra le tante
suggestioni gastronomiche, lo comaut (crema di zucca), macarons e trifolas
(maccheroni e patate con funghi), los fesqueiròls (piatto di pasta condita
con cipolla e pancetta, piselli e formaggio), los panets (calzoni di mele), la
torta dels Techs di Dronero. Alcuni ristoranti propongono menù occitani
completi in alcuni giorni della settimana.
Indirizzi e recapiti di ristoranti, aziende, bed&breakfast e informazioni sui
prodotti sono reperibili presso la Comunità Montana - www.vallemaira.cn.it
o presso l’Ufficio di Informazioni Turistiche di Dronero - iatvallemaira@
virgilio.it - tel. 0171.917080 - fax 0171.909784.
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Uno “spazio” tutto occitano
Espaci Occitan sorge a Dronero (via Val Maira 19) in una caserma
trasformata in moderno centro culturale (tel. e fax 0171.904075). Creato
da un’iniziativa della Comunità Montana Val Maira, ha l’ambizione di
collegare i territori occitani d’Italia con il grande “spazio” di lingua e
cultura d’oc dalle Alpi ai Pirenei, all’Atlantico, al Mediterraneo, e si
propone come primo polo culturale dedicato al mondo occitano in
Italia.
La sua realizzazione, resa possibile anche dal riconoscimento della
minoranza linguistica occitana da parte dello Stato Italiano con la legge
482 del 1999, ha rappresentato una svolta storica. Con Espaci Occitan,
infatti, per la prima volta gli enti del territorio si sono fatti carico della
tutela e della promozione della lingua e della cultura occitana, temi fino
ad allora svolti dall’associazionismo privato.
Oggi Espaci Occitan è un’Associazione di Enti pubblici del territorio
occitano alpino (Info: www.espaci-occitan.org). Comprende un Istituto di
Studi, un Museo Sonoro della Lingua (Sòn de lenga), uno Sportello
Linguistico e una Bottega dei Prodotti Occitani.
Il Museo Sonoro della Lingua Occitana, realizzato in forma multimediale
con suggestioni dinamiche adatte a tutte le età, vuole condurre il
visitatore attraverso la geografia, la storia, la civiltà d’Occitania.
Letteratura, musica, storia, vita materiale, folklore e organizzazione
sociale del territorio sono illustrate da postazioni audio-video che
accompagnano in un viaggio interattivo e virtuale nel mondo occitano.
Si può scegliere la lingua di navigazione fra italiano, occitano, inglese e
francese.
La Mediateca di Espaci Occitan raccoglie testi sulla letteratura occitana
e materiali multimediali sulla e in lingua occitana. Filmati e documentari,
cd rom, audiocassette e cd musicali sono disponibili per la consultazione
nei locali appositamente predisposti e suddivisi per aree tematiche.
L’Istituto di Studi Occitani viene costantemente implementato
quantitativamente e qualitativamente con nuove offerte di servizi, attività
rivolte a un pubblico eterogeneo, divulgazione tramite internet.Lo spazio,
aperto allo scambio e al confronto con le altre minoranze italiane ed
europee, è predisposto anche per convegni, proiezioni pubbliche, mostre,
presentazioni di libri e iniziative culturali.
È dotato di uno Sportello Linguistico on line e propone inoltre corsi di
alfabetizzazione a vari livelli, erogati con lezioni on line, fino al
conseguimento della capacità di esprimersi in lingua d’oc. Prodotti delle
valli, opere dell’editoria locale, artigianato e informazioni turistiche
trovano il loro spazio nella Bottega.
Espaci Occitan si colloca in un territorio che valorizza le proprie
caratteristiche linguistico-culturali. Oggi un percorso ad anello attraverso
la valle Maira viene proposto sul sito www.percorsioccitani.it.
Nel paese di Roccabruna, il comune ha dedicato vie e piazze a personaggi
della civiltà occitana con insegne bilingui italiano/oc. Sono ricordate le
regioni d’Occitania, Provenza, Delfinato, Guascogna, gli artisti del
Quattrocento glorioso, come il pittore Hans Clemer e gli scultori Zabreri,
personaggi eclettici come Giacomo Inaudi di Roccabruna, calcolatore
mentale di fama mondiale citato nell’Enciclopedia francese Larousse, il
Nobel Federico Mistral cantore della Provenza, l’ideologo umanista
François Fontan e i più celebri trovatori medievali tra cui Arnaud Daniel,
Peire Vidal, Marcabrun e la Contessa de Dia.
Poesia e prosa hanno sempre trovato nelle genti della Val Maira un
terreno fertile, dove coltivare racconti e rime. Di questa valle sono alcuni
tra i maggiori scrittori del risveglio occitano in Italia, avvenuto negli
anni Sessanta del secolo scorso. Le loro opere, pubblicate da editori
locali, si trovano nelle librerie, nelle biblioteche e sono disponibili
presso Espaci Occitan. Tema ricorrente è la nostalgia per un passato
popoloso e fiorente contrapposto all’attualità dei paesi spesso
abbandonati. Tra i nomi da ricordare: Pietro Ponzo di Preit, Pietro
Antonio Bruna Rosso (Tòni d’ l’Aura) autore di poesie brevi e del “Piccolo
Dizionario del Dialetto Occitano di Elva”, Piero Raina (Pietro d’Seze). Nel
cuore di questo poeta c’è la montagna, simbolo e archetipo: in basso il
mondo affannato, inquinato, cupo degli uomini soli nella folla; in alto il
mondo sano, puro, luminoso di una solitudine serena perché in
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contatto con la memoria e il trascendente. Per Raina la montagna
muore quando l’uomo l’abbandona. Celebre è la sua poesia “Cadranno
le case dei villaggi”:
Toumbaren i casei di vilage
Sla mountagno abandounà
Un al bot senzo tapage
I casei dle noste ruà
Bouch d’erbo biancho, rousier sarvage
Enfoungaren le bianque rei
Ai pe da c’les muraie
Esquiapa da l’auro e dal soulei
…
Troup d’sarvan la sero
Saiaren dai bosq tenebrous
Per viroundar sle quintaine silenziouse
A escoutar le vous misteriouse
Que dousse ancaro dapé i lindal
Desert di meisoun
Countaren le storie di minà.
…
Cadranno i casolari dei villaggi / Sulla montagna abbandonata /
Uno alla volta senza rumore. / I casolari delle nostre borgate /
Cespi d’assenzio, roseti selvaggi / Affonderanno le bianche radici /
Ai piè di quelle mura / Spaccate dal vento e dal sole
…
Torme di Silvani la sera / Usciranno dai boschi tenebrosi /
Per aggirarsi sui vicoli silenziosi / Ad ascoltare le voci misteriose /
Che soavi ancora, presso le soglie / Deserte delle case /
Racconteranno le favole di bimbi.
…
Valle Grana
Di tutte, la Valle Grana è la più vicina a Cuneo. All’imbocco di questa
piccola valle, ancora caratterizzata da una fervida vita agricola, si trova
Vignolo, alla testa Castelmagno, con le sue tredici frazioni e con un
santuario tra i più noti delle Alpi Occidentali.
Si possono ammirare splendidi paesaggi, caratterizzati da folti castagni,
faggi e conifere, che in alto lasciano il posto ai pascoli con rari esemplari
di flora protetta che hanno reso famoso il formaggio Castelmagno.
Centro economico importante nel fondovalle è Caraglio, antico
insediamento romano, oggi sede di iniziative culturali e culla della nuova
musica occitana di Lou Dalfin “esportata” in Italia e in Europa.
Significative sono le iniziative per la promozione della cultura occitana
che si svolgono annualmente nei Comuni di Monterosso Grana e
Castelmagno.
È possibile ammirare, nei paesi della valle, esempi di architettura alpina
che si è conservata nel tempo, visitare il Museo Etnografico di Sancto Lucìo
de Coumboscuro e a Castelmagno in fraz. Chiappi il Muzeou dal travai d’isi
(Museo del lavoro locale) e in fraz. Colletto il Pichot Muzeou, allestito in
una stalla.
Oltre alle testimonianze storico-artistiche di origine romanica e gotica, è
possibile cogliere negli affreschi di cappelle e parrocchiali il mecenatismo
dei marchesi di Saluzzo, che qui hanno dominato per secoli.
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Formaggio Castelmagno
Questo particolare formaggio “erborinato” è singolare per l’aroma e la
delicatezza, che gli vengono conferiti dall’alimentazione del bestiame, che
si nutre della ricca flora, delle particolari erbe, di piante aromatiche e di
fieni profumati. Il formaggio ha un’antichissima origine: infatti lo si
menzionava già nel 1277 come tributo ai Marchesi di Saluzzo in cambio
dell’usufrutto dei loro pascoli.
Oggi il Castelmagno è il simbolo di un’economia montana che sfrutta al
meglio le particolarità del luogo. Con l’obiettivo di mantenere i legami fra
uomo e territorio e una memoria indispensabile per le nuove generazioni,
si è sviluppato il progetto ecomuseale “Terra del Castelmagno”. Il progetto
intende tutelare il processo produttivo del Castelmagno illustrandone la
ricaduta sull’economia e sulle abitudini di vita locale. Il progetto
ecomuseale prevede anche il ripristino dei sentieri che portano alle
frazioni alte e la visita all’interno di un caseificio dove si lavora il formaggio.
Nel programma intervengono sinergicamente quattro ambiti fondamentali: il formaggio Castelmagno, l’architettura alpina, il lavoro, il paesaggio.
Il Santuario di Castelmagno
Santuario di Castelmagno
Castelmagno prende nome da un castello di forma quadrata, con
quattro torrioni agli angoli, di cui rimangono poche tracce nella borgata
Colletto. Il luogo era già stato interessato da un’occupazione romana
per la sua posizione strategica, infatti ci sono i resti di un’”arula”dedicata
a Marte. Il paese possiede un santuario dedicato a San Magno, a 1760
metri di quota, tappa di un itinerario religioso che, partendo da
Sant’Anna di Vinadio, si snoda attraverso le valli Maira e Varaita (santuari
di Valmala e Becetto) e raggiunge, in alta valle Po, il Santuario di San
Chiaffredo.
San Magno è ritenuto martire della Legione Tebea. Nel periodo di
iniziale evangelizzazione di queste terre, realizzatasi in gran parte nella
prima metà del terzo secolo, 6666 soldati furono richiamati
dall’imperatore Massimiano Erculeo dall’Egitto per frenare il
cristianesimo nelle Gallie. L’intera legione, tuttavia, in gran parte
d’origine tebea, si era nel frattempo convertita alla fede cristiana. Così i
soldati si rifiutarono di perseguitare i fratelli nella fede e, come
ritorsione, furono sterminati. Di loro c’è traccia all’ombra dei campanili
e dei piloni di tutto l’arco alpino, nonché nei nomi della gente delle valli:
Costanzo, Chiaffredo, Vittore, Magno, Dalmazzo, Maurizio, Felice,
Alessandro, Clemente, Vitale, Ottavio, Damiano, Defendente, Isidoro,
Mauro, Pancrazio.
Da tempo immemorabile si è consolidata la devozione popolare delle
genti della valle per San Magno, considerato protettore delle mandrie e
dei pascoli alpini. Nella ricorrenza del santo patrono, il 19 agosto, si
svolge fin dal 1700 una processione in alta quota: la statua del Santo in abiti da guerriero - viene condotta al santuario da una decina di
membri della baia, con abiti a coda e feluche, ornati di coccarde e nastri
di seta di vario colore (es livrees) legati alle alabarde. A differenza di altre
baias o abadie delle valli, che conservano un carattere popolare e
talvolta anche pagano con riferimenti stagionali quali il risveglio della
primavera, questo corteo mantiene un carattere cristianizzato (Info:
[email protected]).
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Il Santuario di San Magno, come lo si vede oggi, fu edificato tra il 1704
e il 1716, ma conserva documenti artistici precedenti di notevole
interesse. Oltre alla cappella affrescata da Pietro da Saluzzo è possibile
visitare la “Cappella Vecchia” del santuario, dove si possono vedere gli
affreschi di Giovanni Botoneri di Cherasco risalenti al 1514. Gli affreschi
occupano 17 scomparti che narrano l’ingresso trionfale di Gesù in
Gerusalemme, la sua condanna e la Passione.
A Castelmagno opera il Centro Occitano di Cultura “D. Dalmastro”,
un’associazione che da oltre trent’anni si adopera per la tutela e la
valorizzazione della lingua occitana. Il Centro pubblica anche un
periodico, La vous de Chastelmanh. Nell’ultimo decennio sono altresì
comparsi laboratori artigianali specializzati nella scultura del legno e
nella produzione dei biscotti artigianali.
La montagna attorno a Castelmagno parla ancora dello spopolamento
che la colpì nel dopoguerra. Alcuni dei villaggi e delle frazioni sono meta
di escursioni per gli amanti dell’architettura alpina, poiché mantengono
intatto l’aspetto delle realtà abitative del secolo scorso. Fra queste, le
più rimarchevoli sono l’antico villaggio di Narbona e le borgate di
Valliera, Battuira e Campofei, insediamenti montani che conservano
imponenti colonne circolari e caratteristici comignoli coi bocchi dei
fornelli decorati con pietre a raggiera.
Per gli amanti dell’alta quota è possibile risalire lungo i sentieri tracciati
ai monti Tibert e Tempesta, dai quali, nelle giornate di cielo terso, si può
osservare il grandioso paesaggio dell’arco alpino e della pianura
piemontese.
Poco distante “Lou Pertus d’la Patarasa”, dal nome di una fata gentile che
si dice abitasse nelle caverne, è una grotta con formazioni di cristalli di
calcite e ghiaccio perenne. Questo ci ricorda che in tempi passati tutto
veniva ricavato dalla natura.
Novè
La cultura occitana possiede nelle proprie corde un’attenzione particolare
al canto natalizio. Le cerimonie e le rappresentazioni popolari collegate a
questa festività hanno una duplice connotazione: di festa religiosa, ma
anche di festa pagana del solstizio d’inverno, che preannunciava la
rinascita della natura. La cultura occitana, sempre molto attenta al mondo
naturale, ha conservato nella propria tradizione un ricco repertorio di Novè
che venivano cantate in queste occasioni, dove il popolo partecipava in
prima persona e non da spettatore. I Novè, ispirati ai testi delle Sacre
Scritture, hanno fatto riferimento anche ai racconti apocrifi e si sono
arricchiti nel tempo di ampliamenti originali: elementi di vita quotidiana,
situazioni comiche, personaggi contemporanei… Essi vengono eseguiti
ancor oggi nelle chiese delle valli nel periodo di Natale.
I più noti sono i Novè de Nòsta Dama dei Dòms di Avignone e i Novè de
Sabòli, scritti da Micolau Sabòli (1614-1675) nel XVII secolo.
Esperienze originali delle valli sono quelle dei gruppi L’Escabòt (Info:
0171.986142), formatosi nel 1999 con nove cantori delle valli Stura e
Grana, e La Cevitou, (Info: www.lacevitou.it - tel. 0171.988103), il più antico
coro polifonico delle valli occitane, che ripropongono brani attinti dal
ricco filone della tradizione popolare occitana, diretta discendente
dell’ispirazione trobadorica.
Sancto Lucio de Coumboscuro - Roumiage
Feste in Coumboscuro
Si va a Sancto Lucìo di Coumboscuro come in pellegrinaggio.All’inizio degli
anni Sessanta, in questa frazione di Monterosso Grana il risveglio, che
qui si definisce “provenzale”, mosse i primi passi grazie alla passione di
Sergio Arneodo, insegnante, poeta, autore di teatro e divulgatore
carismatico. Come il poeta Tòni Baudrier e il pensatore François Fontan in
valle Varaita, Arneodo infiammò le valli, rivelando che il patois che si
parlava era figlio della lingua dei trovatori e della lirica di Frederì Mistral.
Risale a quegli anni il periodico “Coumboscuro” e la nascita di un
laboratorio di scultura del legno.
Coumboscuro suscitò una generazione di poeti, cresciuti nell’ammirazione
della poesia provenzale. Una delle realizzazioni più importanti del
movimento di pensiero che si creò in Coumboscuro fu la scuola dove,
ancora oggi, l’insegnamento è in lingua d’oc. Così, tra gli alunni, nascono
nuovi piccoli poeti:
Nuèch
Soufîo l’auro enrabià:
i-arbou soun tuchi coujà,
i fuéie vòlen desperà.
En chan japo aval,
elouégn envers lou bial.
Tout es quiét,
la luno espouncho sal sarét.
S’èstegnen i quiar ent’i ruà
e mi istou souléto a pensar…
Notte
Soffia il vento arrabbiato:
gli alberi sono tutti piegati,
le foglie volano disperate.
Un cane abbaia laggiù,
lontano, verso il torrente.
Tutto è silenzioso,
la luna spunta sul dosso.
Si spengono le luci nelle borgate
ed io rimango sola a pensare….
A Coumboscuro si svolgono manifestazioni culturali tra cui il Festenal,
incontro di musiche e tradizioni europee, mostre e convegni sulle lingue
minoritarie.La seconda domenica di luglio si tiene un’originale processione
religiosa dedicata alla Madonna. Particolarmente formativa, per la
conoscenza della cultura materiale delle valli occitane, è la visita al Museo
Etnografico (Info: www.coumboscuro.org - tel. 0171.98707), con sezioni
dedicate ai lavori agricoli,alla canapa,al latte,al ciclo del pane,all’artigianato
(tessitura, falegname, bottaio, arrotino, intagliatore, tombolo), ai trasporti,
all’arredamento tradizionale, al vestiario e ai passatempi.
Da ricordare, nella parte più antica di San Pietro di Monterosso Grana, un
suggestivo museo all’aperto, perciò sempre visitabile, che ripropone scene
domestiche e antichi mestieri. I personaggi chiamati babaciu in dialetto,
sono a grandezza naturale.
Sulle tracce di Pietro
La valle conserva numerose opere di Pietro da Saluzzo che i documenti
dicono nato nella famiglia dei Pocapaglia.
Suoi gli affreschi della cappella di San Magno, nel santuario di
Castelmagno, eseguiti tra il 1475 e il 1480, quelli della cappella di San
Bernardo e Mauro a Valgrana (Madonna in Trono, San Bernardo da
Mentone, il Battista, gli Evangelisti, i Dottori della Chiesa e
un’Annunciazione) e nella cappella di San Sebastiano a Monterosso.
Pittore sensibile alle dolcezze cortesi, Pietro da Saluzzo non esprime
drammi ma si abbandona all’eleganza dei panni drappeggiati, al tono
pacato e disteso delle scene, ai gesti controllati dei suoi personaggi.
Fu,ai suoi tempi,un artista ricercato da committenti del Marchesato e delle
terre circostanti.Tenne bottega ed ebbe numerosi allievi.Lavorò per chiese
e confraternite. In pittura accolse le influenze lombarde, ma respinse la
lezione dello Jaquerio che nel Marchesato aveva prodotto opere di grande
valore, quali gli affreschi del Salone Baronale nel Castello della Manta.
Per chi volesse seguire un itinerario tra le sue opere, oltre a quelle descritte
in Valle Grana, si segnalano il ciclo già citato della Cappella di San Giorgio
a Villar San Costanzo in Val Maira, la Cappella di San Ponzio a Castellar in
Val Bronda, l’Annunciazione a San Bernardo di Ostana in Val Po, il Transito
della Vergine in Santa Maria in Nives a Centallo, l’Annunciazione in San
Giovanni Battista a Savigliano, il ciclo nella cappella della SS. Trinità a
Scarnafigi, gli affreschi nell’antica Parrocchiale dei Santi Filippo e Giacomo
a Verzuolo, le pitture della Cappella di Sant’Anna e in San Giovanni a
Piasco in Valle Varaita, la Santa Cecilia nella Cappella di Santa Maria della
Spina a Revello, l’affresco staccato di San Nicola da Tolentino in mostra
nel Museo Civico di Casa Cavassa a Saluzzo.
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Caraglio: seta, musica e arte
Sbocco naturale delle valle verso la pianura agricola, Caraglio è, con Borgo
San Dalmazzo, l’unica cittadina delle valli occitane della provincia di
Cuneo a mostrare tracce di fondazione romana.
In frazione San Lorenzo sono stati rinvenuti i basamenti di un edificio
termale, laterizi, epigrafi e monete.
L’impianto urbanistico e l’architettura della cittadina conservano memorie
delle diverse epoche,dal medioevo romanico-gotico (ruderi del castello del
1128 abbarbicati sulla collina, palazzo dell’Antico Municipio, dimore di via
Brofferio, campanile della Chiesa dei Santi Pietro e Paolo, Chiesa di San
Giovanni Battista) al barocco (Chiesa di Santa Maria Assunta, Chiesa dei
Cappuccini),all’Ottocento con dimore aristocratiche,fontane e monumenti.
Nel 1198, la rivolta dei caragliesi contro il marchese di Saluzzo concorse
alla fondazione di Cuneo sul picco compreso fra i torrenti Gesso e Stura.
La ricchezza passata derivò in gran parte dall’essere Caraglio un crocevia
al centro di una fertile regione agricola e dal suo sviluppo protoindustriale
con cinque filande e filatoi per la produzione della seta.
Negli anni recenti Caraglio è diventata sede di attività culturali
all’avanguardia nel Piemonte sud-occidentale, organizzate e gestite
dall’associazione culturale Marcovaldo. Il calendario dell’associazione è
fitto di mostre internazionali d’arte contemporanea, di esposizioni
fotografiche, manifestazioni storico-letterarie e convegni tematici, ospitati
nel suggestivo Convento dei Cappuccini e nel Filatoio Rosso, edificio
seicentesco recuperato e restaurato, fra i più originali delle valli occitane,
con torri angolari cilindriche, due cortili interni e decorazioni in stucco e
in cotto (www.marcovaldo.it - tel. 0171.610258).
Il Filatoio, eretto dall’industriale della seta Giò Gerolamo Galleani, fu al
contempo opificio e dimora raffinata, testimone di un’epoca in cui nelle
campagne di Caraglio la seta dava lavoro a più di seicento persone.
La vivacità culturale odierna sembra riproporre il ricordo del grande
fermento di idee che vi fiorì nel XVI secolo, quando la Riforma protestante
si diffuse nella bassa Val Grana e la popolazione di Caraglio aderì
massicciamente, favorita dai Signori del luogo, i Solaro di Villanova, i cui
membri più influenti si erano convertiti alla fede valdese.
A Caraglio vive il musicista più famoso dell’Occitania italiana: Sergio
Berardo, suonatore di ghironda, organetto, fifre, cornamusa e vari
strumenti elettrici, leader del gruppo Lou Dalfin, in italiano “il delfino”.
Berardo, artista carismatico, ha saputo reinventare la tradizione, aprirla alle
mescolanze di musiche e stili, creando un genere nuovo, un linguaggio
musicale coinvolgente in cui convivono suoni contemporanei e arcaici,
ritmi da discoteca, melodie millenarie ed echi di canzoni d’autore. Gli
strumenti in parte sono rimasti quelli della tradizione occitana alpina:
ghironda, organetto, cornamusa, violino, scacciapensieri, piffero, clarino.
Altri, come il fifre, il galobet, i tamburi di Provenza, si sono aggiunti
attingendo al patrimonio d’oltralpe, mescolati ai moderni strumenti
elettrici del rock contemporaneo.
Di Berardo si dice che impugni la ghironda come Jimmy Hendrix
impugnava la chitarra elettrica. La sua notorietà va ben al di là delle valli
occitane e gli appassionati che seguono i suoi concerti (migliaia di
giovani) e ascoltano i cd de Lou Dalfin (Info: www.loudalfin.it) scoprono
una cultura musicale antica interpretata con sonorità e linguaggi attuali.
Berardo ha allargato gli orizzonti della musica occitana che rischiava di
rimanere confinata all’interno degli spazi stabiliti dalla tradizione e dal
folk revival, rendendola in questo senso modernamente popolare. Ai
concerti egli ha affiancato l’attività didattica e moltissimi suonatori sono
cresciuti alla sua scuola. Sulla sua scia sono nati Lou Seriol della Valle Stura,
Lhi Jari della Val Vermenagna e i Gai Saber di Peveragno, Les Fuines della Val
Maira, i Chare Moulà e gli Aire d’Oustano della Val Po. In questo panorama
si distinguono anche altri gruppi musicali, Trobairitz d’òc, A fil de ciel,
Senhal, Troubaires de Coumboscuro, e sono attivi molti fisarmonicisti,
violinisti, clarinettisti e cantori popolari.
L’incontro e lo scambio di esperienze con i musicisti dell’Occitania è
diventata una consuetudine nella festa annuale de Lou Dalfin a
Castelmagno. In questa e in altre occasioni non manca l’esecuzione corale
dell’inno Se Chanta, l’unica canzone d’amore, e non di guerra, a cui è
capitato di diventare inno di un popolo, cantato ai quattro angoli
d’Occitania dalla Val Grana alla lontana Guascogna.
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Se chanta
Denant de ma fenestra i a un aucelon
Tota la nuech chanta, chanta sa chançon
Se chanta, que chante
Chanta pas per iu
Chanta per m’amiga
Qu’es luenh de iu
Aquela montanhas que tant autas son
M’empachon de veire mieis amors ont son
Autas, ben son autas, mas s’abaissarèn
E mas amoretas vers iu tornarèm
Baissatz-vos montanhas, planas levatz-vos
Perqué pòsque veire mieis amors ont son
Trad.
Davanti alla mia finestra c’è un uccellino / Tutta la notte canta, canta la sua
canzone / Se canta, che canti / Non canta per me / Canta per la mia amica
/ Che è lontano da me / Quelle montagne che tanto alte sono /
Mi impediscono di vedere i miei amori dove sono / Alte, son ben alte, ma si
abbasseranno / E i miei amorini torneranno da me / Abbassatevi montagne,
alzatevi pianure / Affinché possa vedere i miei amori dove sono
Caraglio - Filatoio Rosso
Valle Stura
È una delle più lunghe e suggestive valli occitane, antica via romana verso
la Provenza e il Nizzardo attraverso il Colle della Maddalena (m 1996 s.l.m.)
e il Colle della Lombarda (m 2351 s.l.m.).
Quando i Romani conquistarono questi territori tennero conto delle
affinità etniche fra le popolazioni dell’uno e dell’altro versante: così la valle
Stura, assieme alle vicine Gesso e Vermenagna, fu aggregata alla Provenza,
che per grado di civiltà fu la provincia romana per antonomasia. Indizi
toponomastici, Piano Quarto e Piano Quinto a Gaiola, cippi, iscrizioni a
Marte, a Diana e alle divinità protettrici dei carri e delle strade mostrano
il tracciato della strada romana verso la Provenza.
La parlata occitana è ancora ampiamente diffusa su tutto il territorio fino
alle porte di Borgo San Dalmazzo. Nei paesi in quota la lingua d’oc è tra
le più arcaiche e meglio conservate dell’intera Occitania alpina.
La valle possiede paesaggi duri e spigolosi, con magnifici valloni laterali
(Arma, Bagni, Lombarda, Neraissa, Ferriere), imponenti opere militari come
il Forte Sabaudo costruito nell’Ottocento a Vinadio e severi campanili
romanici ad Aisone, Vinadio, Sambuco e Pietraporzio.
Per il suo carattere strategico di via di transito, fu spesso contesa e vide
passare numerosi eserciti. Nella valle si trovano anche originali costruzioni
di tronchi a blockbau a San Bernolfo (Bagni di Vinadio), con i tetti in paglia
nel vallone di Neraissa e con tetti a scandole a Ferriere.
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Musei in quota
La fama della Val Stura è oggi legata anche alla pecora sambucana, dal
caratteristico profilo camuso, il cui allevamento è stato rivitalizzato da
alcuni anni. Si tratta di un ovino autoctono, apprezzato innanzitutto per la
carne, per il formaggio e anche per la lana.
La pastorizia transumante era una delle attività più frequenti. Questo e
altro racconta il percorso museale Na draio per vioure (Una strada per
vivere) allestito dall’Ecomuseo della Pastorizia di Pontebernardo di
Pietraporzio che valorizza il patrimonio culturale, naturalistico ambientale
(Info: tel. 0171.955555 - www.vallestura.cn.it).
Sambuco ha realizzato presso le ex scuole elementari il Centro di
Documentazione di Valle. La struttura, attiva dal 1988, ha lo scopo di
documentare il patrimonio storico e culturale della valle e di valorizzare
le iniziative locali. Il centro ospita una mostra permanente dei costumi e
degli oggetti tradizionali de “Le Abbadie della Valle Stura”, con particolare
riferimento a quelle di Festiona e Sambuco, esempi significativi di baie
“cristianizzate”. Funge anche da punto di accoglienza dei visitatori e ha
uno spazio vendita di libri, pubblicazioni e materiali vari.
Pietraporzio - Fraz. Pontebernardo, sede dell’Ecomuseo della Pastorizia
Vinadio in movimento
Grazie al recupero effettuato dalla Regione Piemonte, si può visitare a
Vinadio il Forte di Carlo Alberto, capolavoro di ingegneria e tecnica, uno
degli esempi più significativi di architettura militare delle Alpi occidentali.
La costruzione, iniziata nel 1834, impegnò fino a 4000 persone e si
concluse quattordici anni dopo. All’interno tre livelli di camminamento
ospitano la mostra interattiva “Montagna in Movimento” organizzata con
acuto senso spettacolare. Si definisce come una serie di ”percorsi
multimediali attraverso le Alpi meridionali. Un invito a rileggere il passato
per riflettere sul presente ed esplorare il futuro delle vallate alpine”. La
montagna, quindi, vista non come
frontiera e periferia, bensì come
cerniera,nodo di scambio.Attraverso
quaranta video-ambientazioni,più di
sessanta programmi video e
quattordici leggii interattivi, ci viene
resa l’immagine di una montagna
dinamica e flessibile, dove l’uomo ha
saputo coniugare adattamento
all’ambiente e creatività. (Info: Forte di Vinadio - tel. 0171.959151 www.fortedivinadio.it)
L’ultima domenica di ottobre si tiene a Vinadio la tradizionale Fiera dei
Santi. Fino agli anni Ottanta del secolo scorso la fiera ruotava attorno alla
vendita delle patate (bòdis in occitano), dei bovini e degli ovini. Poi si è
affermata la Mostra della Pecora Sambucana, cui si affiancano concerti,
mostre e spettacoli per valorizzare le tradizioni del mondo pastorale,
nonché la degustazione dell’agnellone sambucano secondo varie ricette
della tradizione. (Info: Comunità Montana Valle Stura - tel. 0171.955555).
In frazione Bagni è possibile anche effettuare cure presso le terme che
utilizzano acqua ricca di zolfo, che sgorga a 55°C e viene utilizzata per
bagni, aerosol, inalazioni. Vengono praticati anche massaggi, fanghi e
fisioterapie. (Info: tel. 0171.959395 - www.termedivinadio.com)
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Frontiere di burro
...non avevo ancora sedici anni,sono partito per la Francia,a piedi attraverso
il Colle di Ciriegia; con altri abbiamo marciato fino a San Lorenzo del Var oltre
Nizza, e da lì siamo andati a Saint Raphaël, alla ventura...
... a dodici anni sono andato la prima volta a Barcellonnette. Dal mio paese
partiva un carro con i bambini sopra... ci portava fino a Pianche. Poi da
Pianche a Barcellonnette andavamo a piedi. A Barcellonnette, nel mese di
aprile, ogni giovedì, c’era il mercato dei bambini... Poi ho preso ad andare
dalle parti di Grasse...
Sono due testimonianze della Valle Stura di un tempo, tratte dal libro “Il
Mondo dei Vinti” dello scrittore Nuto Revelli. L’emigrazione stagionale
portava a Marsiglia,Tolone, la Crau, la Camargue, Nizza, Arles, Aix, Nîmes e
Avignone, raramente prendeva la direzione contraria verso la pianura
padana. Un tempo era normale viaggiare per le montagne. I bambini
venivano portati alle fiere per essere “affittati” come pastori.
Una particolarità della Valle Stura erano i migranti che sulla costa della
Provenza facevano ballare le marmotte chiedendo pochi soldi in cambio
di questo piccolo circo. Le frontiere erano di burro per chi conosceva i
passaggi sulle montagne e andare in Francia serviva a sbarcare il lunario
in un paese che ai più era familiare, dove si parlava la stessa lingua.
La conoscenza dei colli favoriva il contrabbando. Si portavano riso e
tabacco, si prendeva sale che costava poco e nelle valli si rivendeva
quindici-venti volte più caro. Al contrabbando la Comunità Montana Valle
Stura ha dedicato un museo a Ferriere, 1900 m di quota. Ambientato in
una casa ristrutturata, si chiama La mishoun de la couòntrabando (La Casa
del Contrabbando – Info: tel. 0171.96715) e prende le mosse da questa
pratica di frontiera, per mostrare la vita nella borgata, completata da un
filmato che raccoglie le testimonianze di chi svolse quest’attività
certamente illegale ma utile alla sopravvivenza in altitudine.
Memoria delle Alpi in guerra
Le tracce sulle Alpi del secondo conflitto mondiale - guerra contro la
Francia, Resistenza e persecuzioni razziali – sono una rete ecomuseale
transfrontaliera (www.memoriadellealpi.net ).
In provincia di Cuneo si dipanano oltre quaranta “Sentieri della Libertà”,
che collegano luoghi e itinerari significativi per recuperarne la memoria
storica. Centri informativi sono a Cuneo, Borgo San Dalmazzo, Boves,
Dronero, Roccabruna e Sambuco, Ormea, con spazi, iniziative e materiali
per rivivere, con la mente e col cuore, pensieri, progetti, scelte,
sentimenti ed emozioni dei protagonisti di quegli anni. Si ricorda ad
esempio che nel 1940 il territorio della valle Stura fu occupato da
numerose divisioni alpine e di fanteria, cannoni e reparti di camicie nere
a cui Mussolini aveva affidato il compito di sfondare le linee francesi. La
Francia, già sconfitta dai Tedeschi, considerò l’attacco italiano “una
pugnalata alla schiena”.
Un Memoriale presso la stazione ferroviaria di Borgo San Dalmazzo
ricorda gli Ebrei di tutta Europa giunti a piedi dalla val Vésubie. Molti
furono accolti dalla popolazione ma alcune centinaia furono catturati e
avviati con le tradotte ai campi di sterminio tedeschi.
Nei giorni successivi all’8 settembre del 1943, sulle montagne occitane
si organizzarono i primi gruppi di resistenza. Un gruppo di antifascisti,
guidato da Duccio Galimberti, Dino Giacosa, Dante Livio Bianco, si riunì
a Madonna del Colletto, tra le valli Stura e Gesso, formando la “Banda
Italia Libera”. Essendo la postazione di Madonna del Colletto difficile da
difendere, la banda si spostò alla borgata Paralup, in cima al vallone di
Rittana tra le valli Stura e Grana, oggi interessata da un progetto di
conservazione architettonica ideata dalla Fondazione intitolata allo
scrittore partigiano Nuto Revelli. a (CN 12 P1)
camminare nella storia
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Le meraviglie di Pedona
Le origini romane di Borgo San Dalmazzo sono un enigma affascinante.
Ancora ci si chiede dov’era esattamente collocata Pedona “dalle bianche
torri”, municipium già nel primo secolo d.C. e sede di una statio doganale
che conservò a lungo una notevole rilevanza, in quanto posizione di
controllo sulle vie verso la Liguria e verso la Francia, ma non sfuggì alla
decadenza e alle incursioni saracene del X-XI secolo, come si legge nel
“Planctus super Pedonam” (Pianto per Pedona).
Tra i reperti archeologici, un’epigrafe, che attesta l’esistenza della
stazione della Quadragesima Galliarum, una necropoli del II-III secolo
vicina all’odierna abbazia e nuclei di tombe romane in altri punti della
città. Di particolare pregio è il rilievo funerario di due coniugi (metà del
I sec d.c.) conservato nel Museo Civico di Cuneo e la stele Victorina di
fine marmo bianco, dedicata a una donna, ma curiosamente decorata
con scudo e frecce.Testimonianza dei collegamenti con il mare troviamo
anche in un’ara dedicata a Nettuno dai piscatores, conservata a Mondovì
presso il seminario vescovile.
La prima menzione dell’Abbazia di San Dalmazzo è contenuta in un
diploma del 902 nel quale Ludovico III di Provenza la pose alle
dipendenze del vescovo Eilulfo di Asti.
Incerte sono anche le origini di San Dalmazzo o Dalmazio, patrono della
città. C’è chi lo ha indicato come evangelizzatore dell’antica Pedona.
Secondo un’antica versione, il Santo, soldato della Legione Tebea, fu
martirizzato dai sacerdoti d’Apollo.
La chiesa abbaziale di San Dalmazzo conserva una vasta cripta con
pregevoli decorazioni in stucco e marmi e capitelli altomedievali. Nella
cosiddetta Cappella Angioina si trovano affreschi dei fratelli Biasacci di
Busca e di Giovanni Baleison di Demonte (Info: www.sandalmazzo.com
e in particolare il Museo dell’Abbazia - www.sandalmazzo.com/museo/
index.htm ).
Ai primi di dicembre si tiene la tradizionale Fiera Fredda, istituita da
Emanuele Filiberto nel lontano 1569. Si chiama così poiché è l’ultima
occasione di festa prima dell’inverno. L’esposizione è divenuta assai
rinomata per la degustazione e vendita della lumaca bianca, Helix
Pomatia Alpina, dalle carni bianche apprezzate dai buongustai, che ha il
suo habitat naturale nelle vicine valli alpine. Oggi la lumaca viene
allevata e cucinata in varie ricette più o meno tradizionali.
Percorsi letterari e leggende
Una delle più importanti scrittrici italiane del Novecento, Lalla Romano,
nacque a Demonte nel 1906, in una famiglia sensibile alle arti ed alle
scienze. Durante gli anni universitari a Torino conobbe e frequentò
scrittori e intellettuali del calibro di Vincenzo Monti, Cesare Pavese, Mario
Soldati, Franco Antonicelli, Arnaldo Momigliano.
Tra i suoi romanzi, “La penombra che abbiamo attraversato” (1964) è
ispirato alla sua infanzia in Valle Stura. Gli anni trascorsi a Demonte
appaiono anche in un libro particolare,“Lettura di un’immagine”, che la
Ferriere, sede della Casa del Contrabbando
scrittrice dedicò al padre Roberto e costituito da fotografie incise su
lastre in bianco e nero da lui scattate fra il 1904 e il 1914.
Ma Lalla Romano (scomparsa a Milano nel 2001) fu anche apprezzata
pittrice, frequentò la scuola torinese di Felice Casorati ed espose le sue
opere in mostre collettive e personali. A ricordo di ciò Demonte le ha
dedicato uno spazio, situato nel seicentesco Palazzo Borelli, dimora tra
le più prestigiose, eretta dai visconti Bolleris, Signori della valle fin dai
tempi di Giovanna d’Angiò (1376).
Lo “Spazio Lalla Romano” comprende una mostra permanente che
documenta paesaggi, atmosfere, forme e colori dei luoghi che hanno
esercitato un’influenza decisiva sulla formazione della sensibilità
artistica di Lalla Romano, a partire dai suoi quadri e dai disegni giovanili,
luoghi che traspaiono anche nei suoi libri. A fianco della mostra, una
biblioteca, un laboratorio didattico per promuovere la conoscenza e la
coscienza dell’opera letteraria di Lalla Romano coinvolgendo le scuole
e gli insegnanti, a cominciare da quelle locali per allargare il campo alla
regione transfrontaliera; quindi un centro studi sul paesaggio che ha
funzione di laboratorio permanente e multidisciplinare per indagare il
rapporto tra le diverse espressioni artistiche, la letteratura, la poesia, la
pittura, la fotografia e il paesaggio (Info: tel. 0171.618260 raffaella.degioanni@ marcovaldo.it).
Diversa è la storia di un poeta in lingua d’oc della Valle Stura, Giuseppe
Rosso, Bep Rous dal Jouve, uno dei migliori del Novecento occitano. Nato
a Borgo San Dalmazzo da una famiglia di margari originaria della media
valle, ebbe modo durante l’infanzia e la giovinezza di seguire le mandrie
di famiglia negli itinerari di transumanza dalla Valle Stura alla Valle Po.
Ciò gli valse una grande esperienza sulla civiltà montanara che seppe
sublimare nei versi della sua poesia.
Educatore e studioso eclettico, Bep Rous dal Jouve pubblicò anche studi
di toponomastica, architettura, storia, arte religiosa, pittura, tradizioni
locali e folklore. Oratore suadente, apprezzato critico d’arte, musicologo
e corista, appassionato fotografo, fu pure scultore su legno e poeta in
piemontese.
La sua opera poetica raccoglie versi in un occitano particolarmente ricco
sia come vocabolario sia come espressione delle proprie emozioni.
Purtroppo la sua produzione non fu mai sistematicamente raccolta e
pubblicata, sebbene meriti di essere ritrovata per meglio comprendere
il genius loci della valle. Queste poche righe vogliono essere un omaggio
a un cantore della montagna occitana con l’augurio che la gente delle
valli e chi viene da fuori voglia riscoprire la sua opera.
Abou la chamiso bioncho
N’ai mec pus uno, de chamizo bioncho,
e ren la sortou per calar en villo.
Mi me la vestou per anar amount
entourn se làrguen i cavial di suco
trempà de sàouvo chardo énte l’erbasso,
adéou despoutentà di questaniha
que mouéren quiet dins lou darrìe bouòsc.
Con la camicia bianca / Ne ho solo più una, di camicie bianche, /
e non la uso per scendere in città. / La indosso per andare lassù, /
ove s’allargano le mandrie dei ceppi / fradici di linfa rossastra tra
l’erbaccia, / addio disperato dei castagni / che muoiono silenziosi
nell’ultimo bosco.
Letteratura e poesia in oc si nutrono di miti e leggende. Uno dei testi
poetici tradizionali più suggestivi della Valle Stura tramanda il passaggio
della Regina Giovanna d’Angiò, diretta a Napoli:“Nòstra Rèina Jana, tuchi
corrion al siu passatge, tuchi venion a lhi far omatge.Viva la rèina de nòstra
montanha e tot lo monde qu’aicì l’acompanha! (Nostra Regina Giovanna,
tutti accorrevano al suo passaggio, tutti venivano a renderle omaggio.
Viva la regina della nostra montagna e tutto il seguito che qui
l’accompagna)”
Le cronache che tramandano la figura della regina di Napoli e signora di
Provenza, la dicono donna di grande fascino, però dissoluta e crudele.
Giovanna ebbe quattro mariti e numerosi amanti e, accusata di omicidio,
fu strangolata nel 1382.
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Qui in valle invece è ricordata come dama benevola e un piccolo pianoro
a picco sulla stretta delle Barricate, barriera di roccia tra Bersezio e
Pontebernardo, viene ancora oggi ricordato come il “giardino della
Regina Giovanna”. Fa eccezione una leggenda della bassa valle in cui la
Rèina Jana torna quell’essere indiavolato tramandato dalle cronache del
medioevo. Qui si racconta che la bella Giovanna, in viaggio da Napoli
verso la Provenza, si stabilì sopra un monte dal clima particolarmente
salubre e vicino a una fresca sorgente. Ma di lì a poco venne una terribile
pestilenza, interpretata dagli abitanti del luogo come un castigo divino
per la presenza della peccatrice. Il popolo pregò quindi Giovanna di
andarsene: la regina acconsentì, ma in cambio pretese un paio di scarpe
adatte ai suoi piedi. Così si scoprì che aveva “piedi di gallina”, ossia che la
Rèina Jana era una strega.
Relax alle Terme di Vinadio in frazione Bagni
Valle Gesso
Il Parco Naturale Alpi Marittime, di circa 29.000 ettari attorno al massiccio
dell’Argentera, è il più grande parco del Piemonte. Confina con il Parco
Nazionale francese del Mercantour, con cui è gemellato dal 1987. Così,
100.000 ettari di prezioso territorio alpino vengono protetti e nel 1993
hanno ottenuto il Diploma europeo per l’ambiente.
Il Parco ha come nota distintiva la vicinanza del mare, seppure numerose
cime con alcuni ghiacciai superino i tremila metri. Nel Parco sono state
classificate circa 1.900 specie di piante superiori con numerosi e preziosi
endemismi, ventisei dei quali di tipo esclusivo. Ricca è la fauna, con lo
stambecco in primo piano, camosci, mufloni provenienti dal Mercantour,
lupi, aquile, gipeti e falchi pellegrini. I Centri Visita della Valle Gesso si
trovano ad Entracque e Terme di Valdieri.
Tra i carsismi di rilievo della zona troviamo le grotte di Roaschia,
caratterizzate dalla risorgenza della Dragonera, con un sifone esplorato
fino a -35 metri, e le grotte del Bandito, sfruttate anche per l’estrazione
dell’oro alla fine del XIX secolo, ma famose soprattutto per il rinvenimento
di ossa dell’orso delle caverne (Ursus spelaeus), una specie di tre metri di
altezza e del peso di una tonnellata circa, estintosi 15.000 anni fa.Nel tratto
più a valle della gola del Rio Bedale si può osservare anche una profonda
incisione che forma un canyon con alte pareti rocciose.
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L’orso e la segale
L’orso si ritrova come figura principale anche nell’antico carnevale alpino
di Valdieri. Un orso di paglia di segale incatenato viene condotto per le
vie del centro storico da un domatore. L’orso tenta di aggredire le donne
e quando riesce a liberarsi ne sceglie una per un ballo. Infine fugge
lontano dalla gente e, sostituito da un pupazzo di segale, viene bruciato.
Partecipano al corteo anche i chiassosi “peroulier”, “i frà” che declamano
“epistule” scherzose e i simpatici “magnin”.
Il tema della segale è centrale per l’Ecomuseo della Segale, che si trova
nell’antica borgata di Sant’Anna di Valdieri: permette di scoprire abitudini,
curiosità sulla vita quotidiana e i lavori della gente di un tempo.Il progetto
museale ha recuperato alcune case e i tetti in segale nelle borgate di Tetti
Bartola e Tetti Bariau. Il Centro di documentazione propone percorsi
etnografici, come il sentiero cultura “Lou Viol du Tàit”, escursioni, laboratori
sulla cultura locale e sul tema della segale.
(Info: Comune Valdieri - tel. 0171.97109)
Pian del Valasco
Memorie reali a Valdieri ed Entracque
L’area del Parco delle Marittime è un luogo di selvaggia bellezza. Nel 1855 i
Savoia vennero in visita in Valle Gesso e Vittorio Emanuele II ne rimase tanto
affascinato che i comuni di Valdieri ed Entracque,consapevoli dei vantaggi
che la presenza reale avrebbe portato,cedettero al futuro re d’Italia parte dei
propri terreni come riserva ad uso privato di caccia e pesca.
Vittorio Emanuele II scelse la Valle Gesso come dimora estiva e tra il Re
Galantuomo e la popolazione si stabilì un rapporto privilegiato. Il re
impegnò numerosa manodopera locale: guardie, portatori e battitori, che
durante le cacce spingevano i branchi di camosci a tiro del fucile regale, e
uno stuolo di servitori,cuochi e camerieri impiegati nelle palazzine di caccia,
in cui il re accoglieva monarchi di mezza Europa con le loro corti, amici ed
amanti.
A ricordo delle scappatelle amorose del Re Galantuomo rimane, alle Terme
di Valdieri, l’originale chalet della “Bela Rosin”decorato con legni traforati e
svolazzi in stile svizzero, che Vittorio Emanuele II fece costruire per ospitare
la giovane popolana Maria Rosa Vercellana, poi nobilitata con il titolo di
Contessa di Mirafiori.
Terme di Valdieri - Chalet della Bela Rosin
Per favorire la frequentazione delle vicine terme dove sgorgano acque
a 25-29 gradi vennero edificati numerosi alberghi e lo stesso Vittorio
Emanuele II inaugurò nel 1857 il grandioso Hotel Royal. Una dimora
reale di caccia sorse a Sant’Anna di Valdieri, un’altra a San Giacomo di
Entracque. Da qui iniziano vari sentieri che conducono fino a Pian del
Rasur, con la possibilità di incontrare camosci e marmotte e godere dello
spettacolo dei ghiacciai del Monte Gelàs.
Tra i luoghi più suggestivi vi è il Piano del Valasco, ampio pianoro
circondato da cime a 1760 metri, attraversato da un torrente che forma
due bellissime cascate, dove Vittorio Emanuele II fece erigere una delle
più importanti e caratteristiche case di caccia: un solitario castello
quadrangolare munito di torri di guardia. Con una lapide del 1882, il
Club Alpino Italiano ricorda Vittorio Emanuele II che “le alte cure del
regno, qui nei gioghi delle Alpi Marittime, nel ludo di alpestri cacce ogni
anno riposava”.
I successori Umberto I e Vittorio Emanuele III vedranno confermati i loro
diritti sulla riserva, così, per oltre ottant’anni, la Riserva Reale ebbe il
merito di conservare, seppur a scopo venatorio, la fauna selvatica,
proteggendola dal bracconaggio e introducendo nel 1920-22 lo
stambecco portato dal Gran Paradiso. Scomparsa infine la monarchia,
dall’ex riserva nascerà parecchi anni più tardi l’attuale Parco delle Alpi
Marittime (Info: www.chambradoc.it/cmgv/progettocmgv2004.page).
Per una più approfondita conoscenza delle opportunità offerte dall’area
protetta e della Valle Gesso in generale è possibile visitare uno dei centri
di accoglienza che il Parco delle Marittime ha realizzato nei punti di
accesso di Entracque e Terme di Valdieri. (Info: Centro Visita Entracque tel. 0171.978616; Terme di Valdieri - tel. 0171.97208 - www.parco
alpimarittime.it).
Presso le Terme è stato aperto il Giardino Botanico Valderia, dal nome
della viola valderia endemica di questo territorio. Il giardino raccoglie
più di 450 specie degli ambienti naturali della zona: rocce silicee e
calcaree, prateria, torbiera, greto, pascolo, arbusteto.
La necropoli di Valdieri, aperta alla visita, e le incisioni rupestri del lago
del Vei del Bouc testimoniano la presenza di popolazioni preistoriche. La
valle fu nota ai Romani per le sue sorgenti termali e, nel medioevo, fu
transito per le carovane del sale che giungevano dalla Provenza.
Medievali sono gli affreschi della Madonna del Gerbetto ad Andonno e
della cappella di San Giovanni a Valdieri. Il marmo bardiglio grigio cavato
nei pressi di San Lorenzo fu impiegato in epoca barocca nelle
parrocchiali di Valdieri ed Entracque. In quest’ultimo paese, il Museo di
Arte Sacra espone oggetti liturgici e quadri di scuola caravaggesca.
Paesi e frazioni hanno mantenuto in parte l’aspetto di un tempo ed è
possibile osservare tracce di antiche coperture in paglia; caratteristici
sono gli alpeggi con i recinti in pietra, chiamati “parc”, il “casot” in
pietrame che funge da abitazione del pastore e la “truna” con copertura
in terreno vegetale dove si conservano i formaggi. Il tutto prende il
nome di “gias” dal latino “iacere” (giacere) e rispecchia uno stile di vita
rustica.
La val Gesso non è tuttavia solo memorie reali, natura, storia e cultura
materiale. Spettacolare è l’impianto idroelettrico di Entracque, entrato in
funzione nel 1982, il maggiore d’Italia. Si articola in due salti distinti:
Chiotas-Piastra e Rovina-Piastra.
La sua costruzione, iniziata nell’ottobre 1969, ha richiesto tredici milioni
di ore lavorative e un complesso cantiere comprendente trentacinque
imprese fra edili ed elettromeccaniche, parte in quota per la
realizzazione delle dighe del Chiotas (130 metri di altezza) e del Colle
Laura, parte per la realizzazione dei fabbricati esterni, parte in galleria
per i canali di derivazione e le condotte forzate.
Con il trascorrere degli anni il mastodontico muraglione della diga della
Piastra è diventato una divertente e inconsueta palestra di roccia per gli
appassionati dell’arrampicata. Per soddisfare le curiosità dei visitatori,
sulla strada per San Giacomo di Entracque è stato creato il Centro
Informazioni “Luigi Einaudi”, dove è ospitato un modello degli impianti
collocati in alta montagna ed è visitabile con un trenino la centrale in
caverna con le gigantesche condotte e turbine (Info: Centro
Informazioni “Luigi Einaudi” - tel. 0171.978811 - fax 0171.078811).
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Sulle tracce di lupi e gipeti
Il Parco delle Marittime, che nel 1993 ha ottenuto il Diploma Europeo per
l’Ambiente, è ricco di camosci e stambecchi.Ospita inoltre due animali rari,
il lupo e il gipeto, di cui fino a pochi decenni fa si era persa traccia.
Il lupo è tornato risalendo a tappe l’Appennino e proprio in Valle Gesso,
verso il confine con il Parco francese del Mercantour, i segni della sua
presenza sono risultati particolarmente numerosi. Il suo arrivo ha creato
preoccupazione tra i pastori che ora devono difendere le greggi dagli
attacchi del predatore.
Ad Entracque, presso il Centro del Parco delle Alpi Marittime, i ricercatori
studiano il comportamento dei nuovi arrivati. Dopo aver contato gli
esemplari dalla Valle Vermenagna alla Valle Varaita, seguono d’inverno le
loro tracce sulla neve, d’estate “ululano”per le combe e i crinali, imitando il
richiamo del lupo o diffondendo ululati registrati. I lupi rispondono ai
ricercatori e in questi modo è possibile capire quanti sono (Info:
www.regione.piemonte.it/parchi/lupo/progetto/monitor.htm).
Avvistare un gipeto in volo è emozionante. Questo rapace ha un’ampia
apertura alare e compie tragitti lunghissimi, volando dalle Alpi Marittime
alle Cozie e sorvolando il mare fino alla Corsica.
Il Parco, frequentato da greggi, fornisce cibo abbondante a questi spazzini
d’alta quota, in grado di inghiottire le ossa intere (anche il femore di un
camoscio) e digerirle con succhi gastrici potentissimi.
I gipeti non sprecano nulla, si nutrono delle ossa e dei tendini degli animali
morti, quindi non hanno competitori alimentari. Sono intelligenti: a tarda
primavera volano puntualmente sopra i resti di slavine e valanghe,sperando
di trovare animali morti. Quando le ossa sono troppo grandi, per romperle
si alzano in volo e le lanciano sulle rocce da cinquanta metri di altezza.
Sulle Marittime i rilasci di gipeti sono cominciati nel 1993: da allora gli
avvistamenti sono continui e ogni segnalazione viene raccolta in una banca
dati. I rapaci rilasciati sono “marcati”e si riconoscono per le penne delle ali,
remiganti e timoniere,più chiare.Un gipeto delle Marittime è stato visto nei
cieli dell’Olanda e dopo circa tre mesi è stato osservato in Alta Savoia.
Le Parlate, teatro d’oc
A Entracque ogni cinque anni si può assistere alla rappresentazione de “le
Parlate”(l’ultima si è tenuta nel 2005). Questa rievocazione della Passione
e Morte di Gesù viene fatta rivivere da attori e personaggi locali su un
palcoscenico presso la Confraternita di Santa Croce.Tutta la rappresentazione, dalla preghiera nell’orto di Getzemani fino alla Sepoltura, è recitata
nella lingua occitana del luogo.
L’usanza risale al medioevo e si tiene nella Settimana Santa,ma particolare
suggestione riveste la giornata del Venerdì Santo, quando compaiono i
personaggi locali:al Timbajer (l’araldo) che fin dal primo mattino attraversa
le borgate annunciando il programma, al Capitani (il capitano), che nella
Domenica delle Palme è stato investito della carica da parte del parroco
priore. Al Capitani assieme a al
Tenenti (il Tenente) presenta i
personaggi al sindaco e chiede
l’autorizzazione allo svolgimento de
“le Parlate”. Ricevuta l’autorizzazione,
davanti alla confraternita di Santa
Croce si rappresentano la Passione e
Morte di Gesù, quindi la celebrazione prosegue con una processione accompagnata dai canti del Miserere e dello Stabat Mater lungo le
vie del paese, illuminate con lumi e torce. Ad accompagnare l’Urna Sacra
con il corpo del Cristo, ci sono i Trëzë Cavajer (i tredici Cavalieri) in frac e
feluca con una bandiera decorata di una croce d’argento in campo nero,
in rappresentanza dei tredici rioni, guidati da “al trezë”, il loro comandante.
La processione si conclude con la deposizione del Cristo nella chiesa
parrocchiale dove è convenuta l’intera popolazione.
Le Parlate, nate da una forte motivazione religiosa, rappresentano un
momento di fede, di storia e di tradizione, che richiede molto impegno
alla comunità del piccolo paese, posto ai piedi di suggestive falesie
calcaree e di aspre montagne.
(Info: www.chambradoc.it/cmgv/progettocmgv2004.page).
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Gastronomia di valle
Le ricette delle valli si rifanno alle coltivazioni ed ai prodotti tipici: gli
gnocchi di spinaci, il riso al latte con patate, porri e zucca, le trote con i
funghi porcini freschi, le cipolle ripiene di bietole e salsiccia, la torta di
ricotta. In queste preparazioni non manca la patata, risorsa primaria
nell’alimentazione delle Alpi occitane. In realtà la patata arrivò su queste
montagne abbastanza tardi, verso la fine del Settecento. Il suo nome in
occitano conosce diverse varianti: c’è chi la chiama trufa, chi tartifla, chi
trifola e diversissimo dagli altri è il nome bòdi in uso nelle valli Gesso e
Stura.
Terra, altitudine, acqua e clima fanno delle patate di montagna un
prodotto molto apprezzato. Nella cucina tradizionale delle Valli si trovano:
fritte, in padella, lessate con la
buccia per mantenerne il
sapore, schiacciate in forma di
purea e come ingrediente
essenziale per vari tipi di
gnocchi, raviolas, calhetas,
donderets, tondirets, con il riso
e con l’aioli, e persino in certe
torte salate.
Alcuni attrezzi tradizionali per la coltivazione della patata sono ancora
largamente impiegati: la zappa a due punte, il magau, importato sulle
montagne occitane dalla Provenza, e l’originale picha o bichard che di
punte ne ha una sola. Tuttavia si va diffondendo una rapida
meccanizzazione della produzione.
Fra le ricette tradizionali, e dal gusto particolare, troviamo anche los
talharins de Roascha, i taglierini alla moda di Roaschia, una pasta preparata
a mano. Il condimento è preparato con sei etti di cipolle affettate e
rosolate in 80 grammi di burro e quattro cucchiai di olio d’oliva assieme
a due etti di pancetta a dadini. Quando tutto è ben dorato, si aggiungono
due bicchieri di vino rosso e si fa cuocere per altri otto minuti. In questo
sugo si fanno saltare i taglierini precedentemente lessati.
Storie di pastori e migranti
Le storie di emigrazione sono “la grande avventura” delle Valli occitane.
“... Non avevo sedici anni, sono partito per la Francia, a piedi attraverso
il Colle di Ciriegia. Con altri abbiamo marciato fino a San Lorenzo del Var,
oltre Nizza, e da lì siamo andati a Saint Raphaël, alla ventura...”: è una
testimonianza raccolta da Nuto Revelli nel suo libro “Il Mondo dei Vinti”.
L’emigrazione stagionale portava lontano, sul mare di Marsiglia, a
Tolone, nella Crau, nella Camargue, sulla riviera di Nizza, ad Arles, Aix,
Nîmes, Avignone e fino a Parigi.
I pastori di Roaschia andavano nella direzione opposta, verso la Pianura
padana, seguivano il corso del fiume Po. Uomini, donne e bambini
muovevano dalla Valle Gesso con centinaia di pecore, seguiti da un carro
con le masserizie essenziali, per una vita spartana… di giorno
camminare, la notte sotto le stelle.“Rubavano”l’erba dei pascoli lungo gli
Parco Naturale Alpi Marittime - Lago Valscura Inferiore
argini e le lanche del fiume, perciò ebbero il soprannome di “gratta”, che
in dialetto vuol dire ladruncolo. Tornavano a primavera inoltrata
portando nella valle natia oggetti, usanze, canzoni e il buon vino delle
colline astigiane.
In una intervista filmata del 1996, conservata nell’archivio della
Ousitanio Vivo Film (Info: via Marconi - 12020 Venasca – tel. 0175.567606
- ousitanio. [email protected]), Lorenzo Giraudo detto Lencho d’ Charùa di
Roaschia, raccontò la sua storia:
“Scendevamo con il gregge, circa 180 pecore, e andavamo a piedi a
Fiorenzuola d’Arda in provincia di Parma, mio padre, mia madre e la
famiglia. Partivamo d’autunno, fine settembre, con il carro. Passavamo
per Cuneo, Bra, Alba, Asti, Alessandria,Tortona,Voghera, poi a Casteggio
e Stradella, dove fanno le fisarmoniche, fino a Castel San Giovanni,
Piacenza e San Giorgio Piacentino”.
I “gratta”erano nomadi in un mondo di sedentari. Ciò imponeva qualche
cautela e per non farsi capire i pastori di Roaschia si inventarono un
gergo: la bartolina e lo bartolòt erano la pecora e l’agnello, la bëjja la
toma, la donna la tubera, la ragazza la marmalha.
Le donne partecipavano a questa vita durissima:“Giorno dopo giorno alle
intemperie, pioggia e neve. Il carro era la nostra casa, le donne dormivano
sul cassone, gli uomini sotto il carro, coricati su una pelle di pecora”.
Parco Naturale Alpi Marittime - Strada
ex militare per il Colletto di Valasco
Parco Naturale Alpi Marittime Il Monte Matto
Val Vermenagna
Nel medioevo la Valle è stata un’importante via di transito per le carovane
del sale e le comunicazioni dal Piemonte alla Liguria occidentale e al
Nizzardo.
La Val Vermenagna è certamente la valle dei balli e dei canti. D’estate si
susseguono feste patronali e campestri, vissute con forte partecipazione
popolare. In particolare a Robilante e Vernante i giovani mostrano un
grande attaccamento ai balli tradizionali occitani. Sia la danza figurata, al
suono della fisarmonica e del clarino, sia il canto hanno sviluppato forme
tipicamente locali, con uno stile canoro che tende verso i toni alti e un
passo di danza velocissimo, quasi impossibile da imitare.
Oggi la valle è l’unica della provincia di Cuneo percorsa da una strada e da
una linea ferroviaria internazionali, che collegano Torino e Cuneo a Nizza.
Limone P.te, in cima alla valle, è considerata il più importante centro
sciistico delle Alpi sud-occidentali. Le prime piste da sci sorsero nel 1907.
Nel 1936 si iniziarono gli impianti di risalita e i primi alberghi. Nel
dopoguerra le sue nevi diventarono meta di sciatori e turisti provenienti
dal Cuneese, dalla Liguria e dal Nizzardo (Info: www.limonepiemonte.it).
Nonostante l’intenso sviluppo turistico ed edilizio, il paese conserva una
notevole identità comunitaria e un dialetto d’oc con alcune curiose
peculiarità fonetiche. Una tradizione tipicamente occitana è la Baija,
celebrata in estate con una processione religiosa seguita da musiche e
danze.
Il tunnel stradale di Tenda, scavato nel 1883 per il traffico delle diligenze
postali, misura 3,3 km e fu tra i primi delle Alpi. La sua presenza favorisce
l’apertura verso il Nizzardo e la Provenza. Una rete viaria così sviluppata
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spiega anche, in parte, la presenza nella bassa valle di industrie estrattive
che assicurano molti posti di lavoro, limitando il fenomeno dell’emigrazione.
I Forti di Tenda
A fine Ottocento l’Italia eresse sul colle di Tenda (1850 m di quota), tra le
valli Vermenagna e Roya, un sistema di forti collegati da strade militari,
oggi trasformati in percorsi escursionistici di grande valore ambientale. Il
Forte Colle Alto, costruito dal 1888 al 1891, fu il perno di questo
schieramento contro la Francia.
Dai Forti di Tenda non fu mai sparato un colpo: allo scoppio della prima
guerra mondiale le loro artiglierie vennero infatti smantellate e utilizzate
sul fronte austriaco. Nel 1947, quando l’alta valle Roya passò alla Francia,
anche i Forti di Tenda cambiarono proprietario.
Escursione in MTB ai Forti di Tenda
Ubi stabant cathari
Ad Rocavion, et est locus apud Cuneum, ubi stabant cathari qui venerant de
Francia ad habitandum... scriveva nel Duecento l’inquisitore Anselmo da
Alessandria.L’arrivo dalla Linguadoca dei primi eretici catari a Roccavione risaliva al 1165.Essi avevano attraversato,come molti fuggitivi,il Colle di Tenda.
Roccavione risultava collocata alla confluenza di più strade, con un castello
dell’XI secolo di cui rimangono pochi ruderi. Partendo da qui, i catari
predicarono in Piemonte, Lombardia, Toscana e Veneto. Numerosi
personaggi vi transitarono: trovatori, nobili e cavalieri, tra cui alcuni
difensori della rocca di Montsegur, in cui si consumò il massacro dei catari,
episodio miliare nella storia dell’Occitania.
In giugno a Roccavione rivivono, alla luce delle torce, i fondamenti della
religione catara, i riti, il dramma della persecuzione, il sacrificio finale, con
musiche e scene di vita quotidiana del basso medioevo. Un centinaio di
persone in abito d’epoca ripercorrono gli eventi descritti nel Tractatus de
heretici dell’inquisitore Anselmo.
Che la Val Vermenagna sia una delle più antiche vie di transito attraverso le
Alpi, lo conferma il ritrovamento presso Roccavione (Bec Berciassa a 962 m
s.l.m.) di un insediamento dell’Età del Ferro. Il Colle di Tenda fu attraversato
anche per fini commerciali. I mestieri legati al traffico e ai trasporti hanno
trovato un proprio protettore in Sant’Eligio.Ancor oggi ricorre a Limone P.te
la tradizionale Baija ‘d sant Aloi, protettore dei carrettieri, fabbri-ferrai,
maniscalchi, sellai. Si festeggia l’ultima domenica di agosto: l’Abbà, personaggio che guida la Baija sostenendo l’insegna del patrono,e i suoi confratelli
sfilano vestiti d’un ricco abito alla napoleonica,montando cavalcature cariche
di fiocchi, pennacchi e sonagliere, condotte da eleganti mulattieri che
impugnano un’asta sormontata di nastri e fiori.Giunti alla chiesa parrocchiale
del 1363,la più antica della Val Vermenagna con la facciata in pietra e portale
a sesto acuto, avviene l’investitura del nuovo Abbà.
Il corteo si ripete due volte nella giornata, accompagnato da corenta e
balet, danze tradizionali diffuse in tutta l’area occitana, e dal rimbombo
della polvere da sparo delle castagnette.
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Pinocchio a Vernante
A soli 6 km da Limone Piemonte si trova Vernante, che conserva un
centinaio di murales dedicati a Pinocchio. Accadde che negli anni ‘20 la
vernantina Margherita Martini prese servizio a Torino in casa di Attilio
Mussino, famoso illustratore di Pinocchio. Dopo aver perso il figlio e la
moglie, il pittore si ritirò a Vernante e vi trascorse gli ultimi anni di vita. Nel
1989, Bruno Carlet e Meo Cavallera ebbero l’idea di affrescare i muri delle
case con la storia di Pinocchio.
Si è creata così una suggestiva visione della famosa storia lungo il paese.
All’entrata nord è stato eretto un monumento a Pinocchio, opera di
artigiani locali (Info: www.comune.vernante.cn.it).
Fiore all’occhiello dell’artigianato di
Vernante sono anche gli ormai rari
“vernantins”, coltelli in acciaio temprato,
con manici di corna bovine e la
particolare chiusura a chiodo.Ne esistono
sia di diritti sia di ricurvi per i lavori
agricoli.
Una parte del territorio è inclusa nella
Riserva Naturale del Bosco e dei Laghi di
Palanfrè, compresa nel Parco delle Alpi
Marittime. L’area protetta si trova nella parte alta della Val Grande, sopra
l’abitato di Palanfrè,dove le praterie appaiono contornate da bianche rocce
calcaree.Pur non essendo molto vasta (1070 ettari circa),la riserva presenta
una varietà di microclimi che spiega l’enorme ricchezza faunistica sia di
uccelli sia di mammiferi, fra cui camosci, marmotte, martore e tassi.
La piccola frazione di Palanfrè, con il suo bosco di faggio a monte delle
case tutelato sin dal Settecento, ha conservato la fisionomia di una
borgata tradizionale. Le case sono state ristrutturate rispettando
l’architettura alpina di questi luoghi. Il Parco delle Alpi Marittime, che si
estende fin qui ed ha aperto un piccolo Centro Informazioni anche a
Vernante, propone il Sentiero Natura, una passeggiata nella faggeta ricca
di esemplari antichi e contorti.
Il genio di Nòto e Jòrs
Il genius loci della Valle trova la sua rappresentazione nel “Museo della
Fisarmonica, della Musica e dell’Arte Popolare”di Robilante con le fisarmoniche a semitons e il banco da lavoro di Giuseppe Vallauri (nato a Robilante
nel 1896, morto nel 1984), conosciuto con l’appelativo di Nòto Sonador.
Suonatore di fisarmonica, ottimo esecutore di corenta e balèt, Vallauri fu
anche riparatore di fisarmoniche.La storia del folclore occitano lo annovera
tra i più grandi testimoni del patrimonio musicale di danza popolare.
A Nòto Sonador è dedicata la Festa della Fisarmonica organizzata in maggio.
Arricchiscono il museo, oltre ai costumi d’epoca e alle numerose foto, le
riproduzioni delle opere dello scultore contadino Giorgio Bertaina, Jòrs de
Snive (nato nel 1902, morto nel 1976), vissuto sulla montagna di Robilante
presso le Piagge.
Jòrs scolpiva su legno con il coltello, in uno stile che sembra emergere dai
tempi del romanico.Sono sculture ispirate al suo mondo:animali domestici
e selvatici, vacche al pascolo, suonatori di fisarmonica e clarino, l’osteria, gli
sposi che ballano.
Jòrs de Snive fece anche decine di bastoni da passeggio,ornati con scene di
vita, veri racconti scolpiti a 360° per tutta la lunghezza del bastone.
Particolarmente interessanti alcune sculture che rappresentano il braccio
severo della legge: carabinieri a cavallo che trascinano uomini in catene,
forse montanari presi con la bricolla del contrabbando.
Una storia vera quella del contrabbando nei paesi al confine con la Francia:
portavano riso e tabacco e prendevano sale che di là costava poco.
Contrabbandavano anche fisarmoniche; tornavano con lana, mucche e
pecore. Quando non c’erano carabinieri e finanza in agguato, le frontiere
erano inesistenti per chi conosceva i passaggi sulle montagne!
La visita al museo è piacevolmente accompagnata da pezzi tradizionali
eseguiti alla fisarmonica e da un sottofondo di suoni naturali, quasi a
immergere il visitatore tra sentieri e borgate di questa valle che, per i modi
di fare della sua gente, alcuni vogliono la più “marsigliese” delle Valli
Occitane (Info: Museo - tel. 0171.78101 - fax 0171.789103 - www.
chambradoc.it/ cmgv/progettocmgv2004.page).
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Paglia poesia parole
Il genius loci della Valle si vede anche nella costruzione delle case: alcune
borgate di Robilante (Tetti Rescasso, Snive e Merciandun) e di Vernante
(Tetto Serre e Val Grande di Palanfré) conservano l’usanza dei tetti di
paglia di segale, diffusa anche nelle vicine valli Gesso e Stura. A Robilante
con caratteristiche capriate in legno di castagno ricurvo, che si ritrovano
identiche soltanto in Inghilterra e Germania.
Genius loci è la lingua d’oc.
Limone P.te, il suo passato di centro agricolo, l’attualità del turismo che ha
inciso sull’assetto urbanistico sono, assieme alla patria occitana, il nucleo
ispiratore della poesia in oc di Giacomo Bellone, Dzacolin Bortela:
…
Lè turna dzurn:
gi ommi is disvaggiu,
i s’ sparu acol,
i fan piurar li framme…
lè turna dzurn:
li framme i gi an la smans
cügiüya ‘nt la nöts,
pur bröjar d’autri ommi…
...
È di nuovo giorno:
gli uomini si svegliano,
si sparano addosso
fanno piangere le donne…
è di nuovo giorno:
le donne hanno con sé il seme
raccolto nella notte,
per far germogliare altri uomini…
Fin dagli anni Settanta, raccogliere la propria parlata occitana in un
dizionario è stato il grande merito di alcuni ricercatori spontanei.
L’occitano tra Robilante e Roccavione oggi è in un dizionario di tredicimila
voci (Info: www.chambradoc.it/CatalogoGenerale.page), realizzato con
passione dai ricercatori locali Lorenzo Artusio, Piermarco Audisio, Gianni
Giraudo, Eliano Macario.Un lavoro durato circa vent’anni.Il risultato fa dire
agli estensori che la parlata di entrambi i paesi ha “mantenuto un’ottima
dizione occitana e presenta interessanti corrispondenze con Boves,
Peveragno e Roccasparvera. L’influenza del piemontese è già forte, ma vi
si percepiscono le radici occitane, che conferiscono una apprezzabile
identità linguistica a coloro che ne fanno uso comune”.
Valli ai piedi della Bisalta
La Bisalta, o Besimauda, sovrasta la città di Cuneo. Ha due cime, una di
2231 m, l’altra di poco più bassa. Ai suoi piedi sorgono le cittadine di
Boves, Peveragno, Chiusa Pesio e scendono i torrenti Colla e Josina.
La parlata locale mostra influenze dal piemontese, accentuate negli ultimi
decenni per l’abbandono delle frazioni montane. I fondamenti lessicali
del vocabolario rurale rimangono tuttavia occitani, come l’universo delle
leggende, costellato di personaggi mitici - u magu (il mago), u dràà (il
drago), le mäsque (le masche), u servägn (l’uomo selvatico), le fäie (le fate)
- che si ritrovano in tutto il territorio alpino di lingua d’oc.
La carta dei sentieri “Intorno alla Bisalta” descrive gli itinerari a piedi, a
cavallo e in mountain bike tracciati nel territorio (Info: Comunità Montana
- tel. 0171.339957 - [email protected]; Parco Naturale Alta Valle
Pesio e Tanaro - tel. 0171.734021 - www.parks.it/parchi.cuneesi).
Nell’Ottocento Chiusa Pesio, Peveragno e Boves furono centri di attività
industriali: filande, laboratori di ceramica, lanifici, fornaci, concerie e
industrie per l’estrazione del tannino. Il Museo della Regia Fabbrica dei
Cristalli e della Ceramica, nell’antico Palazzo Comunale di Chiusa Pesio, ha
l’obiettivo di far conoscere il ruolo svolto da queste proto industrie nello
sviluppo del paese. Oggi le tre cittadine sono culturalmente vivaci, con
associazioni impegnate nella riscoperta delle tradizioni locali, le attività
sociali e la storia (Info: Scuola di Pace di Boves - www.scuoladipace.it), le
iniziative cinematografiche (Info: Associazione Ipotesi Cinema Piemonte
- tel. 0171.735341).
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Stazioni botaniche
La parte più alta del comune di Chiusa Pesio, verso il massiccio calcareo
del Marguareis, è compresa nel Parco Naturale Alta Valle Pesio e Tanaro,
territorio interessante per numero di specie vegetali e per la presenza del
lupo.
La strada carrozzabile termina al Pian delle Gorre (1032 m), attrezzato a
Centro Visita. Da qui si sale al Rifugio Garelli, 900 m più in alto. Su un’altura
vicina c’è la stazione botanica dedicata agli studiosi Clarence Bicknell ed
Emile Burnat.
La stazione ospita una zona umida, con esemplari di Drosera e Pinguicola,
affascinanti carnivore delle Alpi, che “mangiano” insetti per assumere
sostanze azotate. Con mezz’ora di cammino si raggiunge una seconda
stazione botanica, posta presso un laghetto sotto l’imponente muraglia
del Marguareis (2651 m s.l.m.). Vi alligna una bella orchidea, la Scarpetta
di Venere (Cypripedium calceolus), assunta come simbolo del Parco.
La Certosa di Pesio
La certosa nei boschi
Si trova nel comune di Chiusa Pesio la Certosa fondata nel 1173, quando
i consignori di Morozzo donarono i terreni dell’alta valle all’ordine
certosino. I frati vi conservarono molte opere d’arte, tanto che già nel
Cinquecento si rese necessario un ampliamento. Nel Seicento vennero
realizzati il loggiato,che ancor oggi colpisce per la sua maestosità,e la scala
monumentale. I frati decisero l’edificazione di alcune grange per la
coltivazione dei terreni circostanti. Nel 1802 il governo napoleonico
soppresse la Certosa e i suoi tesori furono dispersi. L’edificio funzionò
nell’Ottocento come stabilimento idroterapico, finché fu chiuso nel 1915.
Soltanto dal 1934 sono iniziati i lavori di ristrutturazione che hanno
riportato allo splendore questo ammirabile edificio, luogo di meditazione
e pellegrinaggio, raccolto fra i castagni (Info: www.certosadipesio.org).
Al castagno,che tanto peso ha avuto nel sostentamento della popolazione
di queste zone,è dedicato il Museo della Castagna a Boves.Inaugurato nel
2000,occupa una parte della cascina Martinengo Marquet.Il museo è nato
nell’ambito di un progetto internazionale di valorizzazione di questo frutto.
All’interno si trovano una raccolta di attrezzi per la coltivazione della
castagna e dell’agricoltura tradizionale. Il museo propone anche percorsi
didattici per permettere un avvicinamento ai modi di lavorare di un tempo
(Info: Cascina Marquet - Via Roncaia, 24 - Boves - tel. 335.6777905).
Un notevole peso nella gastronomia locale hanno le diverse specie di funghi
che si trovano nei boschi ai piedi della Bisalta. A loro è dedicato il Museo
del Fungo e di Scienze Naturali di Boves, realizzato grazie al dottor Mario
Strani.Nelle otto sale che lo compongono sono raccolti oltre mille esemplari
di funghi in gesso o resina per mostrare le 250 specie che si trovano nella
zona,fossili,minerali,animali imbalsamati,conchiglie e una preziosa raccolta
di oltre 130 specie di farfalle del cuneese e alcune invenzioni tra Otto e
Novecento. Il Museo dispone anche di testimonianze sulle cave e fornaci
della provincia di Cuneo e un plastico del territorio. (Info: Comune di Boves
- tel. 0171.391834 - fax 0171.391856 - www.musei.provincia.cuneo.it)
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Collezione fotografica al Parco
Presso la sede del Parco Naturale Alta Valle Pesio e Tanaro di Chiusa Pesio
è allestita un’esposizione permanente dedicata a un grande maestro della
fotografia contemporanea, Michele Pellegrino, nativo di questo paese.
Il percorso si articola in otto sezioni con trecento fotografie in bianco e
nero: Luoghi dell’Acqua, Incanti Ordinari, Visages de la Contemplation (vita
monastica), Alta Langa, Scene di Matrimonio, Alpi Liguri, Marittime e Cozie,
Monte Bianco e Tracce nel Tempo. Il significato della collezione è anzitutto
artistico-documentario.
Pellegrino si è dedicato alla fotografia dapprima come autodidatta,
riuscendo a cogliere gli sguardi degli uomini e la bellezza talvolta tragica
delle Valli, prima del grande spopolamento che negli anni Sessanta svuotò
paesi e borgate. Nel 1972,
Michele Pellegrino pubblicò il
suo primo libro di fotografie,
“Gente di Provincia”, seguito da
“Profondo Nord” sul tema
dell’esodo dalle montagne.
Tra le opere più recenti, a partire
dagli anni ’90: “Le Montagne
della Memoria”, “Il Tempo della
Montagna”, “Il Silenzio Magico
della Montagna”, “Una Traccia nel Tempo” e nel 2002 “Elva, un paese
occitano”.
La sua attenzione è stata catturata anche da un fiore, un sasso, l’acqua dei
ruscelli perché dice “l’importante è vedere non in modo freddo,meccanico,
ma con l’anima”. I suoi ritratti sono quasi uno studio psicologico degli
abitanti delle valli, di cui ha condiviso la vita e la miseria. Essi ci parlano di
gioie, malinconie, dignità e povertà di una popolazione prostrata, “un
mondo di vinti”come scrisse Nuto Revelli,un territorio marginale che,poco
per volta,sul finire degli anni Sessanta,riscoprì la propria identità.(Info:Parco
Naturale Alta Valle Pesio e Tanaro - tel. 0171.734990; www.vallepesio.it;
www.chambradoc.it/cmgv/ progettocmgv2004.page)
Uomini illustri di Peveragno
Vie, piazze e monumenti di Peveragno ricordano i suoi uomini illustri. Tra
costoro Pietro Toselli,eroe delle guerre coloniali,e lo scrittore Vittorio Bersezio.
Nato nel 1856,Toselli morì in Etiopia nella celebre battaglia dell’Amba Alagi
del 1895. Con lui caddero diciotto ufficiali e circa duemila soldati.
Ai suoi ufficiali che lo sollecitavano a mettersi in salvo, rispose impavido,
sedendosi ad aspettare l’assalto delle truppe avversarie. Meritò la medaglia
d’oro con questa motivazione: “Trovandosi di fronte a 20-25mila nemici,
combatté strenuamente per ben sei ore e coll’eroico sacrificio della propria
vita e di quasi tutto il suo distaccamento, cagionò al nemico perdite enormi
che contribuirono efficacemente a ritardare l’avanzata”.
Il nome di Vittorio Bersezio brilla nelle lettere piemontesi. Fu giornalista,
scrittore e deputato. Nato nel 1828, morto nel 1900, combatté nella prima
guerra di indipendenza. Nel 1865 fondò la Gazzetta Piemontese che
diventerà il quotidiano “La Stampa”. Scrisse una quarantina di romanzi.
L’Enciclopedia Treccani lo definisce autore “ora di intrico e tenebrose
avventure, ora di semplice intreccio sentimentale”. Tra le sue commedie
dialettali, spicca “Le miserie d’ monsú Travet” del 1863, storia di un ligio
impiegato dello Stato che si ribella quando la sua dignità è messa in dubbio.
La vita di un terzo personaggio della tradizione locale affonda nella leggenda.
Charles de Gontaut,duca di Biron in Dordogna (1562-1602),localmente detto
Birùn, è il tragico protagonista di un’antica canzone rappresentata a
Peveragno nei giorni di carnevale. Questa probabilmente fu importata dai
peveragnesi che si recavano a Lione e Marsiglia per il mercato dei bozzoli.
Birùn,maresciallo di Francia,fu uomo bello e valoroso.Durante le guerre galloispane si guadagnò l’amicizia del re. Più tardi, accusato di fellonia, venne
giustiziato.
La ballata, recitata e cantata a cura della Compagnia del Birùn, associazione
peveragnese, narra che egli rifiutò la grazia poiché unda a i è pa‘d faiansa a i
è pa‘d pardun (dove non c’è colpa, non c’è perdono). Al boia che lo bendava
prima di giustiziarlo intimò di non toccarlo se non con la spada (Info:
www.compagniadelbirun.it).
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Musica nuova con i Gai Saber
Sono un gruppo di musicisti occitani di Peveragno.Tengono concerti nei
quattro angoli d’Occitania. Hanno fans in Italia e in Europa. Di loro parlano
le riviste specializzate.
Il loro fare musica non prescinde certo dall’appartenenza: la lingua d’oc è
utilizzata nelle canzoni; il protezionismo tuttavia si ferma qui. I musicisti
del Gai Saber ritengono che la tradizione lasciata a se stessa e riproposta
fedelmente risulti sterile, non produca più nulla, perciò s’industriano a
tradirla senza mai offenderla.
Occitania que t’en vas è il titolo della canzone guida del cd La fàbrica
occitana del 2007, in cui narrano i sogni della loro gente, un pople mesquiat
e bastard, inno agli abitanti di questa parte di mondo che la storia ha reso
meticcia sovrapposizione di liguri, celti e romani, di visigoti, arabi ed ebrei,
di italiani e francesi… Un popolo che nella mescolanza, e nonostante le
persecuzioni e l’ostracismo degli stati nazionali, ha saputo conservare
l’identità della lingua.
Nel gruppo convivono strumenti della tradizione occitana (fisarmonica a
semitons, fifre, ghironda, chabreta, arpa, tamborin e galobet) e sound
contemporanei con batteria, chitarra elettrica ed elementi elettronici. Il
repertorio mescola temi tradizionali e invettiva sociale, liriche trobadoriche e arie da danza, canzonette e melodie sacre, in un caleidoscopio
di ritmi mediterranei, street-dance, drum’n’bass e suggestione latine.
Grazie ai Gai Saber e a decine di altri gruppi musicali oggi attivi nelle Valli
Occitane, la musica è diventata un importante elemento di aggregazione,
di creatività e di propagazione della lingua e cultura d’oc. Oggi i gruppi
musicali sono tra i migliori ambasciatori dell’Occitania nel mondo.
(Info: Associazione Culturale Gai Saber - via del Gavotto, 6 - 12026 Peveragno - www.gaisaber.it - [email protected])
Valli del kyè
L’area comprende i comuni di Roccaforte Mondovì con Prea, Rastello e
Baracco, Villanova Mondovì nelle sue propaggini montane, le due
Frabose, Sottana e Soprana, con Miroglio in val Maudagna e la frazione
di Fontane in val Corsaglia.
Questa zona dall’orografia piuttosto articolata ha visto piccoli insediamenti stabili già dal Neolitico, testimoniati dal ritrovamento di lame
levigate in pietra verde.
Il nome deriva da “kyé”che indica “io”, forse derivante dal latino quid + ego
e affine alle forme occitane “ieu”o “iu”. Lo svuotarsi delle borgate ha influito
sulla conservazione della lingua, studiata per la prima volta alla fine degli
anni Sessanta e mantenuta da associazioni quali “Artusin” di Roccaforte e
Villanova Mondovì ed “E Kyè”di Fontane. Quest’ultimo sodalizio ha curato
la pubblicazione di una grammatica del kyé e costituisce un importante
centro di documentazione etno-linguistico.
Per conservare le tradizioni c’è anche l’impegno nell’allestire i presepi
viventi, che mostrano i mestieri alpini di una volta. La tradizione artigiana
è molto viva, orientata alla lavorazione di legno, ceramica, ferro battuto e
al “filet”. Sintomo di un ritorno alla montagna è la ricomparsa nei campi
più alti del grano saraceno, ingrediente fondamentale per la tipica
polenta.
Queste valli, e alcune località come Frabosa Soprana, sono conosciute da
decenni per un intenso turismo estivo invernale, soprattutto in provenienza dalla Liguria.
Altre occasioni di visita le grotte di Bossea in val Corsaglia, destinate a
diventare, assieme all’Ecomuseo del Marmo di Frabosa Soprana, uno dei
fulcri di un’inedita offerta turistica basata sulla geologia del territorio.
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Itinerario partigiano
Su progetto dell’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo, questo
itinerario collega località, edifici, cappelle e valichi che dal settembre 1943
all’aprile 1945 furono teatro della lotta partigiana. Tocca le borgate che
ospitarono i distaccamenti partigiani. Sono evocati il ripiegamento degli
uomini del Capitano Cosa nella primavera ’44 dalla Val Pesio, l’eccidio di
Pellone sopra Miroglio, i primi scontri con il nemico del gruppo di Enrico
Martini Mauri nel dicembre 1943 in Val Maudagna.
Si ripercorrono i luoghi delle bande autonome “Rinnovamento”nelle valli
Ellero e Corsaglia: Prea, centro delle operazioni della Brigata Valle Ellero
nell’estate del ’44, e Rastello, sede del comando della III Divisione Alpi. Si
giunge a Baracco, base operativa della Missione Alleata, poi a Fontane,
rifugio nel febbraio ’44 della banda di Ignazio Vian. Nel comune di
Villanova Mondovì si visita il Santuario di Santa Lucia che diede asilo ai
ribelli e ospitò la tipografia clandestina del giornale “Rinascita d’Italia”.
Roccaforte Mondovì - Pieve di San Maurizio
Montagne bucate e mestieri d’un tempo
I fenomeni carsici, grotte e abissi creano, presso il gruppo montuoso
formato dalla Cima delle Saline, dal Mondolé, dal Mongioie e dal Pizzo
d’Ormea, un’area speleologica, che, assieme al vicino complesso
montuoso del Marguereis, è fra le più rilevanti d’Europa con centinaia di
km di gallerie già esplorate. Da questo sottosuolo emergono le acque
dell’Ellero, del Maudagna e del Corsaglia.
Nell’ambito di questo comprensorio esistono anche grotte turistiche,
come tali aperte al pubblico e non riservate soltanto alla stretta cerchia
degli specialisti. La grotta dei Dossi, presso Villanova M.vì, mostra una
successione di corridoi e sale con concrezioni variopinte e sfumature
colorate. Tracce di unghiate dell’orso delle caverne sono visibili nella
grotta del Caudano in val Maudagna. Qui d’inverno, le diverse
temperature fra esterno ed interno creano stalattiti e colonne di ghiaccio
con un gioco di colori e riflessi particolarissimi. Una particolarità di questa
grotta è il piccolo presepe ipogeo che vi viene allestito a Natale. Ma la
regina delle grotte delle valli del Kyé è senza dubbio Bossea in Val
Corsaglia, nel comune di Frabosa Soprana, aperta al pubblico dal 1874. È
la sola grotta viva e in pieno sviluppo nel panorama del turismo
speleologico italiano, ricchissima d’acqua, con un fiume perenne e i resti
dell’orso delle caverne. Bossea è sede di ricerca scientifica a livello
internazionale.
Una visita nel periodo natalizio in queste valli più appartate permette di
scoprire interessanti presepi, come quello di Prea, che prende vita nelle
piccole stradine medioevali raccolte intorno alla chiesa parrocchiale, e
quello di Pianvignale. Entrambi sono un’occasione per riscoprire i vecchi
mestieri: riecco allora gli attrezzi del früciau, il malgaro addetto alla
lavorazione del latte, i ciarbunè, ovvero i carbonai, e i mulattieri con il fuet
(frusta), che trasportavano il carbone a valle e gli intagliatori del legno, le
füsere (fusi) e i vindu (arcolai) per filare la canapa, i pîrò di rame (paioli) per
fare il bucato con la cenere, il cumandin e il sapin, attrezzi del boscaiolo per
trascinare i tronchi.
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L’arte di Giovanni Mazzucco
Tra le testimonianze della pittura medievale troviamo gli affreschi di
Giovanni Mazzucco, protagonista del secondo Quattrocento nel
Monregalese.La sua biografia è incerta.Nel 1475 manda il figlio Domenico
a bottega dal pittore Roux ad Aix-en-Provence, episodio che allude a
rapporti anche artistici fra quest’area delle valli occitane meridionali e la
Provenza. Come pittore, il Mazzucco intervenne più volte in cantieri
domenicani, segno di uno stretto rapporto con la committenza di
quest’ordine monastico. Il suo linguaggio pittorico chiaramente
espressionista è caratterizzato da fisionomie bonarie e innocenti. A
Roccaforte Mondovì nella Pieve di San Maurizio, una Madonna del Latte
del 1486 gli è attribuita; gustose scene di vita agreste a margine di temi
religiosi dipinse nel Cascinale dei Frati presso i casali Bertini e nella
cappella dell’ex convento dei Domenicani di Peveragno del 1487, dove è
ancora leggibile la firma “Mazuchi”.
Altre opere sicuramente a lui attribuite, corrispondenti alla fase matura
della sua pittura, sono in un’area che si allarga alle valli circostanti ed alla
vicina pianura: il ciclo dell’Oratorio del S. Sepolcro di Piozzo del 1481, la
Madonna tra i SS. Pietro e Antonio Abate nella Cappella di S. Pietro in
Roncaglia a Bene Vagienna del 1485, il ciclo del S. Bernardo di Castelletto
Stura del 1488. Nel 1491 sigla gli episodi della vita della Madonna nel
Santuario del Brichetto a Morozzo, assai suggestivi per la gentile ingenuità
di vaga ispirazione giottesca.
Vengono invece riconosciute come opere giovanili del Mazzucco la
Madonna nel Santuario del Pasco a Villanova Mondovì, la Vergine col
Bambino della Madonna di Guarene, gli affreschi della Madonna della
Neve a Pian della Gatta, quelli della navata e della controfacciata del S.
Fiorenzo di Bastia Mondovì e infine la Crocifissione nell’antica sacrestia
della Parrocchiale di Niella Tanaro.
Civiltà e gusti dell’alpe
Per fermare la memoria di un tempo, nelle terre del Kyè sono sorti vari
musei che formano una rete fra loro: il Museo Etnografico Cesare Vinaj,
nato nel 1981 e situato in località Fontane-Serra a Frabosa Soprana, è
dedicato al primo ricercatore linguistico in val Corsaglia. Vari i temi
illustrati: la carbonaia, la canapa, la coltura della castagna, la fienagione, il
bosco, la cucina, con la possibilità di approfondire i singoli argomenti sulle
numerose pubblicazioni monografiche edite dal museo stesso.
Il Museo della Montagna di Miroglio di Frabosa Sottana offre uno
sguardo sulla vita quotidiana di un tempo, il duro lavoro nei campi e nei
boschi. Viene sottolineata l’interazione tra l’uomo e gli animali, l’abilità
manuale artigiana del ciabattino, vengono presentati il torchio per l’olio
di noci, i sistemi di pesatura e gli attrezzi per la lavorazione della canapa.
Nella vicina val Casotto, in località Serra di Pamparato, il Museo degli Usi
e Costumi della Gente di Montagna è collocato in un ex convento
seicentesco, di cui conserva i pavimenti in pietra e i soffitti a cassettone.
Vi si possono vedere una cucina di una volta, un’aula di scuola e il processo
di lavorazione della canapa e del lino. (Info: http://musei.provincia.
cuneo.it/). Nel territorio di Ormea si segnala il Museo Etnografico Alta Val
Tanaro, fedele ricostruzione degli ambienti di vita e del lavoro contadino.
In queste valli il castagno ha sfamato generazioni di montanari e ha
costituito la base alimentare delle popolazioni rurali. Ha riscaldato i
casolari, ha fornito tannino per usi industriali e fogliame per il bestiame.
Le castagne hanno rappresentato una possibile alternativa ai cereali,
come cibo prevalentemente popolare, in virtù della facile reperibilità. Più
tardi l’alto valore alimentare è valso loro il nome di “ pane dei poveri”
perché portavano alle popolazioni meno abbienti energia e proteine. Le
castagne venivano arrostite o bollite in acqua o latte, consumate con latte
o vino come minestra; macinate servivano a preparare polenta, purè,
focacce, zuppe. Costituiscono ancor oggi un’importante voce di
produzione agricola ed hanno ottenuto il marchio IGP. Numerose fiere ed
eventi autunnali sono legati in particolare alle castagne bianche, dalle
quali si ricava la farina per molte ricette.
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Un elemento così caratterizzante la vita degli abitanti delle valli non
poteva non ricevere attenzione in un apposito spazio: l’Ecomuseo del
Castagno è sviluppato su tre siti: Monastero di Vasco, Fontane di Frabosa
Soprana, Serra di Pamparato. A Monastero di Vasco la sede è nella Crusà,
edificio religioso sconsacrato e recentemente ristrutturato. Nello spazio
antistante si possono ammirare alcune varietà di castagno e alcune specie
del sottobosco quali ribes, mirtilli e more. A Serra di Pamparato la
presentazione è incentrata sull’estrazione e l’uso del tannino e sulle
antiche fabbriche, primi esempi di industrializzazione delle vallate alpine.
La collocazione è nel Museo degli Usi e Costumi della Gente di Montagna.
Infine a Fontane un sentiero nel castagneto porta verso Case Ubbè, dove
è possibile vedere i tipici seccatoi per le castagne, osservare il rapporto
uomo-ambiente nei muretti a secco, nei terrazzamenti, nelle architetture
alpine.
Sinonimo quasi di montagna, conosciuti per i loro profumi e gusti
particolari sono i formaggi d’alpeggio. Nelle valli del Kyè, per antica
consuetudine, verso la fine di settembre, i margari scendevano dai pascoli
alti portando le grandi forme di Raschera per venderle durante le fiere e
i mercati.Il Raschera d’Alpeggio proviene da latte di vacche che pascolano
oltre i 900 metri. È un formaggio semigrasso, stagionato per un minimo di
trenta giorni.Il suo profumo ed aroma si caratterizzano per la stagionatura
nelle “selle”, locali ricavati direttamente nella terra per la stagionatura. Nel
tempo si sono affermate le sagre del Raschera e dei formaggi d’alpeggio
che si tengono a Frabosa Soprana e a Ormea ad agosto e settembre.
Altro prodotto che, con la patata, ha segnato la vita di queste terre è il
grano saraceno, introdotto al tempo delle incursioni saracene della fine
del primo millennio. Si semina in primavera e si raccoglie a fine estate,
perciò giunge a maturazione anche sopra i mille metri. Dal grano
saraceno, o furmentin, si ottiene una farina che ha il suo migliore utilizzo
nella polenta. In autunno a Pamparato si tiene la Fiera del Grano
Saraceno, mentre sagre della polenta saracena si tengono a Garessio, ad
Ormea capoluogo e nella frazione Barchi dove la polenta viene preparata
secondo la ricetta tradizionale a base di patate, farina di grano saraceno
e frumento, latte con panna, porri e funghi secchi.
Brigasco
Quando nel 1947 l’Italia e la Francia firmarono il Trattato di Pace, il
Brigasco, prima esteso su entrambi i versanti delle montagne, fu diviso tra
i due stati lungo il crinale: in val Roya,Tenda divenne francese come Briga
capoluogo che assunse il nome di La Brigue. All’Italia rimasero le frazioni
Piaggia, Upega e Carnino che formano il comune di Briga Alta, in provincia
di Cuneo, mentre il borgo di Realdo fu aggregato al comune di Triora, in
provincia di Imperia.
Il Saccarello (2200 m) è la montagna madre di queste terre aspre e
selvatiche con la bellissima foresta Navette, vasto tappeto di larici e abeti
bianchi esteso sulle pendici dei monti Bertand e Missun, sopra il villaggio
di Upega alla testata della Val Tanaro.
La parlata locale risente di influssi provenzali e liguri. Sono sicuramente
occitane le parole della terra, della famiglia e della pastorizia, che
storicamente fu l’attività più diffusa. Le popolazioni brigasche si
incontravano con quelle del vicino Nizzardo durante i pellegrinaggi al
Santuario di Laghet, presso La Turbie, e alla Vergine del Fontano (Nôtre
Dame des Fontaines), poco sopra La Brigue, che è detta la Cappella Sistina
delle Alpi per gli affreschi di Giovanni Canavesio di Pinerolo, eseguiti nel
1492. Accanto al Canavesio, si ammirano gli affreschi di Giovanni Baleison
della Valle Stura, a ricordo di un’epoca in cui i pittori scalcavano le
montagne portando colori e pennelli nelle bisacce.
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Un santuario del neolitico
La grande meraviglia di questi luoghi sono le quarantamila incisioni
rupestri, del monte Bego (2872 m), frequentato già nella preistoria.
Furono scoperte a partire dal 1897 dal botanico e archeologo inglese
Clarence Bicknell (1842-1918). Si trovano figure a corna, aratri, pugnali,
ruote solari, mappe, animali e figure antropomorfe. Chi volesse sapere di
più su questo grandioso distretto di arte rupestre, visiti i calchi esposti nel
Museo Civico di Cuneo e il Musée des Merveilles di Tenda.
Alle pendici del Bego, in località Casterino (frazione di Tenda), Bicknell
costruì uno chalet laboratorio, visitabile solo all’esterno. Bicknell ci saliva
per le sue ricerche. I comfort erano ridotti al minimo, l’ospitalità francescana, la vita regolata dalla luce del sole. Clarence vi decorò personalmente le stanze, dipinse motivi di fiori, figure dell’arte rupestre e cartigli
con sentenze in esperanto.
Briga Alta - Fr. Upega - Madonna della Neve
Foreste e villaggi arcaici
Il Bosco delle Navette, percorso da una strada militare che porta a Tenda
in Val Roya e a Limone in Val Vermenagna, deve probabilmente il suo
nome agli imponenti larici usati per la costruzione delle navi. Numerosi
sentieri risalgono i crinali da cui godere la vista delle Alpi Liguri e
Marittime e del mare. Oggi il Bosco delle Navette è qualificato come SIC
(Sito di Interesse Comunitario) per le caratteristiche ambientali, ma già
nella Statistique des provinces de Savone, d’Oneille, d’Acqui, del periodo
napoleonico, si calcolò che contenesse 300.200 larici e 23.700 abeti.
Il territorio dell’alto bacino del Tanaro conserva esempi interessanti di
cultura materiale: villaggi distesi
lungo le curve di livello, costruiti in
pietra, talora con disposizione a
schiera o, come nel caso di Viozene,
alti e a più piani con diverse file di
balconi sulle facciate. In rari casi, per
esempio a Carnino, i tetti sono ancora
coperti di paglia di segale, come la
gran parte delle case di un tempo. Per
secoli l’attività prevalente fu
l’allevamento della pecora brigasca;
d’inverno le greggi migravano verso
la Liguria, spesso fino ai paesi costieri.
Qui si trovano toponimi che alludono
alle vie del sale e dell’olio, Passo e Cima delle Saline, Pian dell’Olio…
A Viozene sono conservati due quadranti solari, uno dipinto sulla “casa
del prete”, l’altro sulla facciata della chiesa di San Bartolomeo.
Una leggenda riguarda Pian Ballaur (2603 m), fra Upega e Carnino, dove
la tradizione vuole che si dessero convegno le streghe. Una pastorella,
non vedendo il padre tornare dal pascolo, decise di andargli incontro. Ma
fu rapita dalle masche che la condussero a Pian Ballaur per partecipare a
un ballo demoniaco. Parecchi giorni più tardi la pastorella fu ritrovata in
un fienile, con i piedi verdi per il gran ballare che aveva fatto sull’erba.
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Paradiso di speleologi e botanici
Verso ovest, a cavallo fra l’Italia e la Francia, lo sguardo corre dalla cresta
della Rocca dell’Abisso (2755 m) all’imponente muraglia calcarea del
Marguareis (2651 m). In questa zona le Alpi Liguri sono composte da
potenti strati di rocce (calcari e dolomie) che, essendo solubili all’azione
dell’acqua, hanno permesso lo sviluppo di immense reti di condotti
sotterranei.
Sono diversi i sistemi carsici conosciuti: quello del Marguareis, delle
Carsene con la sorgente del Pis del Pesio, della Mirauda, delle Masche, del
Mongioie, con alcune cavità tra le più importanti d’Italia, quali il sistema
di Piaggiabella con 13 ingressi e circa 40 km di sviluppo. Si tratta in
genere di grotte con andamento verticale nella prima parte e quindi
accessibili solo a speleologi esperti che fanno base alla Capanna
Morgantini, rifugio a 2219 m di quota. Sono invece facilmente visibili i
grandiosi segni esterni del carsismo: doline, campi solcati, pozzi, risorgive.
Tra gli spettacoli più suggestivi vanno segnalate le Vene del Tanaro.
Partendo da Viozene, passando per Carnino inferiore, lungo il sentiero
naturalistico si sale alla Colla di Carnino (1597 m) e si prosegue fino alla
risorgiva carsica, sovrastata da un robusto ponte tibetano.
In queste valli poco lontane dal mare, eppure immerse in un paesaggio
tipicamente montano, il botanico inglese Clarence Bicknell scoprì una
flora rara, tra cui il Rhaponticum scariosum bicnelli che lo ricorda nel nome,
una composita gigante, alta più di un metro e mezzo, con grossi capolini
simili alle infiorescenze di carciofo. Cresce in quattro località al mondo,
tutte sulle Alpi Liguri: sul versante sud del monte Fronti, sul monte
Toraggio, alle Salse di Mendatica, a nord di Monesi e nel vallone di Carnino.
Nel suoi taccuini Bicknell ritrasse la Saxifraga florulenta che deve
accumulare per 15-20 anni le sostanze necessarie alla fioritura, dopo di
che, assicurata la riproduzione, muore. A lui si deve il primo ritrovamento
in Italia del Sempervivum calcareum, specie endemica delle Alpi sudoccidentali che si può osservare presso la Capanna Morgantini. Sui
ghiaioni calcarei alligna la Berardia subacaulis, specie veterana che risale
all’epoca della formazione delle Alpi.
indirizzi utili
Per informazioni generali su territorio, mete storiche e d’arte, zone protette, escursioni, gastronomia,
ospitalità e per ricevere materiale illustrativo:
A.T.L. (Azienda Turistica Locale) del Cuneese - Valli Alpine e Città d’Arte
Via Vittorio Amedeo II, 8 A - 12100 Cuneo - tel. 0171.690217 - fax 0171.602773
www.cuneoholiday.com - www.autunnocongusto.com - [email protected]
GAL “Terre Occitane” - Valli Po, Varaita, Maira, Grana, Stura
Via Cappuccini, 29 - 12023 Caraglio (Cn) - tel. 0171.610325 - fax 0171.817981
www.tradizioneterreoccitane.com - [email protected]
Comunità Montana Valli Po, Bronda e Infernotto
Via Santa Croce, 4 - 12034 Paesana - tel. 0175.94273 - fax 0175.987082
Ufficio Turistico: tel. 0175.94273 - www.vallipo.cn.it - [email protected]
Comunità Montana Valle Varaita
Piazza Marconi, 5 - 12020 Frassino - tel. 0175.970611 - fax 0175.970650
www.vallevaraita.cn.it - [email protected]
Comunità Montana Valle Maira
Via Torretta, 9 - 12029 San Damiano Macra - tel. 0171.900061 - fax 0171.900161
www.vallemaira.cn.it - [email protected]
Ufficio Turistico: Dronero - tel 0171.917080 - fax 0171.909784 - [email protected]
Comunità Montana Valle Grana
Via San Paolo, 3 - 12023 Caraglio - tel. 0171.619492 - fax 0171.618290
www.vallegrana.it - [email protected]
Comunità Montana Valle Stura di Demonte
Via Divisione Cuneense, 5 - 12014 Demonte - tel. 0171.955555 - fax 0171.955055
www.vallestura.cn.it - [email protected]
Comunità Montana Valli Gesso e Vermenagna
Piazza Regina Margherita, 27 - 12017 Robilante - tel. 0171.78240 - fax 0171.78604
www.cmgvp.org - [email protected]
Comunità Montana Bisalta
Via Madonna dei Boschi, 76 - 12016 Peveragno - tel. 0171.339957 - fax 0171.338229
[email protected]
Comunità Montana Valli Monregalesi
Via Mondovì Piazza, 1/d - 12080 Vicoforte - tel. 0174 563307 - fax 0174 569465
www.vallimonregalesi.it - [email protected]
Comunità Montana Valli Mongia Cevetta e Langa Cebana
Via Case Rosse, 1 - Reg. San Bernardino - 12073 Ceva - tel. 0174.705600 - fax 0174.705645
www.vallinrete.org - [email protected]
Comunità Montana Alta Val Tanaro
Via del Santuario, 2 - 12075 Garessio - tel. 0174.806721 - fax 0174.803714
www.cmaltavaltanaro.it - [email protected]
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Per informazioni sulla cultura occitana, lingua e letteratura, tradizioni popolari, cinema, libri e riviste:
Espaci Occitan - Via Val Maira, 19 - 12025 Dronero - tel. 0171.904075/904158
www.espaci-occitan.org - [email protected]
Chambra d’òc - Strada Arnaud Daniel, 18 - 12020 Roccabruna - tel. 0171.918971 - 328.3129801
www.chambradoc.it - [email protected]
Coumboscuro Centre Prouvençal
Sancto Lucìo de Coumboscuro - 12020 Monterosso Grana - tel. e fax 0171.98707
www.coumboscuro.org - [email protected]
Associazione Lou Soulestrelh - Via Roma, 27 - 12020 Sampeyre
Associazione Culturale La Cevitou - Frazione San Pietro, 89 - 12020 Monterosso Grana
tel. e fax 0171.988102 - www.lacevitou.it
Sito internet delle Valli occitane del Piemonte www.ghironda.com
Per informazioni su siti e luoghi della cultura occitana, musei, esposizioni d’arte, manifestazioni
culturali, feste:
Associazione Marcovaldo - Via Cappuccini, 29 - 12023 Caraglio - tel.0171.618260 - fax 0171.610735
www.marcovaldo.it - [email protected]
Provincia di Cuneo - Sito tematico dedicato ai musei: http://musei.provincia.cuneo.it
Laboratorio Ecomusei - Via Nizza, 18 - 10125 Torino - tel. 011.4323845
www.ecomusei.net - [email protected]
Atlante delle feste del Piemonte: www.atlantefestepiemonte.it
Per informazioni su parchi e riserve naturali:
Parco Naturale Alpi Marittime - Piazza Regina Elena, 30 – 12010 Valdieri - tel. 0171.97397
www.parcoalpimarittime.it - [email protected]
Ente di Gestione dei Parchi e delle Riserve Naturali Cuneesi
Via S. Anna, 34 - 12013 Chiusa Pesio - tel. 0171.734021
www.parks.it/parchi.cuneesi - [email protected]
Parco del Po Cuneese - Via Griselda, 8 - 12037 Saluzzo - tel. 0175.46505
www.parcodelpocn.it - [email protected]
Parco Fluviale Gesso e Stura - Piazza Torino, 1 - 12100 Cuneo - tel. 0171.444501
www.parcofluviale.cuneo.it - [email protected]
Sito dei parchi, riserve ed aree protette italiane: www.parks.it
Siti della Regione Piemonte su parchi, aree protette e rivista Piemonte Parchi
www.regione.piemonte.it/parchi - www.piemonteparchiweb.it
Gran parte dei Comuni citati nella guida dispongono di un sito internet con percorsi tematici.
INFO
A.T.L. Azienda Turistica Locale del Cuneese
Via Vittorio Amedeo II, 8 A - 12100 Cuneo
Tel. +39.0171.690217 - fax +39.0171.602773
199.116633 N. UNICO INFO TURISMO
[email protected] - www.cuneoholiday.com - www.autunnocongusto.com
INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI ALBERGHIERE
CONITOURS - CUNEO
TEL. +39.0171.698749 - FAX +39.0171.435728 - [email protected]
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TERRE DI EMOZIONI - MONDOVÍ / FRABOSA SOTTANA
TEL./FAX +39.0174.44343 - [email protected]
TURGRANDA / BLUPIEMONTE - CUNEO
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V.A.L. BED & BREAKFAST - CUNEO
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