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Rapporto Speciale 2012
a cura di Rosamaria Sarno
FORMAZIONE
MANAGERIALE
INSERTO REDAZIONALE
RAPPORTO SPECIALE 2012
FORMAZIONE MANAGERIALE
Educare alla felicità si può.
E si deve
Le ultime ricerche mostrano la forte connessione tra lavoratori soddisfatti e migliore
performance di business. È quindi fondamentale che i manager apprendano e
coltivino lo spirito positivo con il quale contagiare i propri collaboratori, lavorando
sulla costruzione della loro solidità psicologica, emotiva e sociale
di Rosamaria Sarno
P
erché scrivere sulla felicità quando così
tanta parte dell’economia globale è tuttora
depressa e la gente ovunque nel mondo è
manifestamente infelice?”. La domanda era
stata posta nel numero di gennaio-febbraio
di Harvard Business Review, dedicato al
“fattore F” (così era stata più pudicamente definita la felicità). La risposta era nei risultati delle nuove
ricerche emergenti in neuroscienze, psicologia ed
economia che mostrano
la forte connessione tra
lavoratori soddisfatti e
migliore performance
di business. Nei vari
articoli dello Speciale dedicato al tema
veniva sottolineato
quanto la felicità, sulla
base di specifici studi,
sia importante in azienda
e come la performance
migliori a tutti i livelli – nella
produttività, nella creatività
e nell’impegno organizzativo –
quando le persone lavorano con un
approccio positivo. I ricercatori hanno
dimostrato che i messaggi positivi da parte dei leader possono avere effetti straordinari sul proprio team:
dipendenti coinvolti ed entusiasti generano entusiasmo in
se stessi e negli altri, si presentano regolarmente al lavoro,
è meno probabile che vadano via, fanno sempre più del
minimo obbligatorio e attirano persone altrettanto serie
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e motivate. Dunque, anche la formazione deve fare la sua
parte: è fondamentale che i manager apprendano e coltivino lo spirito positivo con il quale contagiare i propri collaboratori per poter raggiungere risultati notevoli anche in
tempi di crisi, così come rilevato dai ricercatori.
Ne è convinto Marco Masella, presidente
della Scuola di Palo Alto, che per il
prossimo marzo 2013 organizza a
Milano il “Positive Business Forum”, i cui relatori saranno i
più importanti esponenti
e studiosi della scienza
positiva (si veda riquadro a pag. 115). Anche
a lui abbiamo posto
la domanda: “Ma
è il caso di parlare
di felicità in un momento così poco felice?”. “Che si tratti di
un mezzo per raggiungere l’autorealizzazione
o dell’obiettivo ultimo
di un’azienda, oggi il concetto di felicità viene tenuto
in considerazione e propagandato nel mondo del business come
mai prima d’ora”, afferma. “Secondo una
ricerca portata avanti da BlessingWhite, istituto
di consulenza che opera a livello mondiale, meno di un
impiegato su tre si considera partecipe del proprio lavoro, mentre uno su cinque è totalmente e attivamente
distaccato e privo di qualsiasi coinvolgimento verso la
propria professione. In India i lavoratori sono maggior-
e delle neuroscienze hanno dimostrato senza ombra
di dubbio che il legame
tra successo e felicità
funziona all’inverso rispetto a quanto finora
sostenuto. Grazie a
questi due rami della
scienza all’avanguardia,
ora sappiamo che la felicità è il precursore del
successo, non meramente una sua conseguenza, e che la felicità
e l’ottimismo possono
Prima il successo e poi la felicità:
concretamente alimen- Marco Masella, presidente
una formula sbagliata
tare le performance e
della Scuola di Palo Alto
Ma il benessere è come il giro vita in una dieta, cioè i risultati quotidiani,
una condizione solo temporanea seguita da una ri- fornendoci quella sorta di impulso competitivo che è
caduta al solito malcontento o può essere attivato e chiamato il “vantaggio della felicità”.
mantenuto in modo permanente? “Prima che la psicologia positiva vedesse la luce una decina di anni fa, L’Happiness movement,
la maggior parte degli psicologi era pessimista in me- la risposta all’impotenza appresa
rito a cambiamenti permanenti della felicità”, spiega Un altro concetto fondamentale è quello delMasella. “La speranza che condizioni esterne migliori l’“impotenza appresa”. Sono stati condotti esperimenti
potessero rendere le persone stabilmente più felici si su cani, ratti, topi e perfino scarafaggi: tutti diventano
era affievolita a causa di uno studio sui vincitori delle passivi e assumono un atteggiamento arrendevole nei
lotterie, che si scoprivano essere molto felici per i confronti delle avversità dopo aver vissuto esperienze
primi mesi successivi alla vincita fortunata, ma che terribili per le quali non hanno potuto fare nulla. In sepresto tornavano al loro livello abituale di sconten- guito alla prima esperienza di impotenza, si limitano
tezza o buonumore. I teorici sostengono che ci abitu- da quel momento in poi a starsene immobili, a subire
iamo velocemente alla fortuna, a una promozione sul rassegnati uno shock moderatamente doloroso, aspetlavoro o al matrimonio e vorremmo subito altre novità tando semplicemente che il dolore finisca, senza neme compiacimenti per aumentare la nostra felicità in meno provare a fuggire. Animali che invece subiscono
calo. Se il cambiamento avviene con successo, conti- esattamente lo stesso shock fisico, ma che riescono a
nuiamo a girare sulla ruota del piacere, ma abbiamo reagire, non diventano impotenti. È come se si immunizzassero dall’impotenza appresa. “Gli esseri umani si
sempre bisogno di aumentare le dosi”.
Masella sottolinea un elemento che solitamente viene comportano esattamente come tutti gli altri animali”,
valutato in maniera errata: “Se osserviamo coloro che spiega Masella, “come è stato dimostrato nell’esperici circondano, noteremo che la maggior parte delle mento umano prototipo, condotto da Donald Hiroto e
persone segue nella vita di tutti i giorni una formula ripetuto da allora diverse volte. L’Happiness movement
che è stata insegnata loro in modo più o meno sottile è nato proprio in risposta a questo tipo di consideradalla scuola che hanno frequentato, dall’azienda in cui zioni. Se l’impotenza può essere appresa, forse, ed è
lavorano, dai loro genitori o dalla società in generale. così, anche la potenza/padronanza lo può essere. Le riQuesta sorta di equazione afferma: se lavori sodo, cerche e le prove fornite in questi anni confermano che
otterrai il successo e, una volta ottenuto il successo, le persone, le organizzazioni e i Paesi possono svilupallora, e solo allora, sarai felice. Tale convinzione parsi e crescere seguendo delle linee strategiche che
spiega ciò che ci motiva maggiormente nella nostra portano alla felicità. L’ambizioso progetto degli orgaesistenza. Pensiamo: ‘Se riesco a prendere un buon nizzatori del ‘Positive Business Forum’ è quello di farsi
voto all’esame, sarò felice’; ‘Se perdo quei tre chili promotori di un nuovo modo di guidare le aziende, condi troppo, sarò felice’. E così via: prima il successo e vinti che un approccio positivo possa essere appreso
poi la felicità. C’è solo un problema: questa formula lavorando sulla costruzione della solidità psicologica,
è errata perché è alla rovescia. Oltre dieci anni di ri- emotiva e sociale dei propri collaboratori. La Scuola di
cerche innovative nei campi della psicologia positiva Palo Alto è onorata di essere stata scelta per organizmente entusiasti (il 37% del totale), mentre in Cina lo
è un misero 17%. La Gallup Inc., altra società di consulenza, completa questo quadro già non particolarmente
roseo con un’altra perla: il 72% dei lavoratori statunitensi
dorme letteralmente in piedi o rimane in un costante
stato di indolenza durante le ore di lavoro, un buco nero
di apatia che costa al Paese 416 miliardi di dollari (315
miliardi di euro) all’anno in termini di produttività persa.
Le cifre sono ugualmente negative per l’Europa, dove gli
indolenti si attestano intorno al 68% del totale, con un
danno stimato di circa 300 miliardi di euro. Contemporaneamente, sempre più governi e organizzazioni stanno
inserendo il benessere nel proprio programma politico”.
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zare l’evento che lega per la prima volta il concetto di
Positività a quello di Azienda e che, attraverso gli interventi dei suoi qualificati relatori, spiegherà come le
aziende possono raggiungere risultati incredibili anche
in tempi di turbolenza aumentando la solidità e la resilienza dei collaboratori”.
Scoprire, o riscoprire, il piacere
di lavorare
Di recente, agli inizi di maggio, anche il guru del management Dave Ulrich, professore di business alla
Ross School of business dell’Università del Michigan,
e Wendy Ulrich, psicologa, hanno parlato dell’arte di
motivare i collaboratori nel corso del convegno “Sensedriven company - Come i grandi leader creano organizzazioni generatrici di senso e successo”, organizzato a
Milano da Cfmt e locap. Gli Ulrich, nel loro ultimo libro
II perché del lavoro, appena pubblicato in Italia per i
tipi di FrancoAngeli, sottolineano l’importanza della
gioia in azienda: “I dipendenti che provano gioia al lavoro sono spesso quelli che si fermano in azienda, che
fanno la differenza, che investono energie discrezionali
negli aspetti più creativi e più sfidanti al lavoro”.
Ma di felicità, e in particolare quella manageriale,
avevano parlato già diversi anni fa nel loro primo best
seller i nostri due guru della formazione manageriale,
Riccardo e Maria Ludovica Varvelli, dei quali è appena uscito l’ultimo libro Lavorare mi piace, edito dal
Sole 24 Ore. I due esperti non hanno dubbi: “Nessuno
spettacolo, nessun viaggio, nessuna vacanza competono con la pienezza offerta da un lavoro fatto con
interesse, svolto con responsabilità, migliorato con
impegno”. E sottolineano i vantaggi del pensare positivo. “Permette di potenziare il ruolo
dei collaboratori, di offrire fiducia ai clienti
e ai fornitori, di apprezzare famigliari, conoscenti e superiori per ciò che ognuno di essi
‘è’, sorvolando su ciò che ognuno di essi ‘non è’.
Pensare positivo aumenta l’energia ed eccita
la creatività, sviluppa la ricerca scientifica e
il miglioramento continuo. Pensare positivo è
molto più che essere semplicemente ottimisti. È decidere, con coraggio e lucida razionalità, che se le paure
si apprendono si possono anche disimparare e che,
pur essendo il dolore e il male dimensioni inevitabili
della esistenza, l’infelicità, invece, è un optional”.
Essi pongono l’accento su un elemento che in azienda
viene troppo spesso sottovalutato, anzi il più delle
volte avversato, il divertimento: “Vige ancora in molte
aziende italiane, come conseguenza di una diffusa
cultura vetero-cattolica o sabaudo-conservatrice, la
convinzione che il lavoro debba essere unicamente
sofferenza e dolore. E sussiste, nel pensiero di molti
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manager, la convinzione che l’esercizio della responsabilità comporti tristezza, difficoltà e preoccupazioni.
Insomma, ci si vergogna a dire che il lavoro, oltre che
un dovere, è anche un divertimento. Gli studi
sulle personalità
di successo considerano, come
fattore comportamentale di
base, la capacità
di appassionarsi
Riccardo e Maria Ludovica
e divertirsi in ciò
Varvelli
che si fa. E gli
scenari sociologici sulla qualità della vita dimostrano che la società
del Duemila fonderà la sua salute sull’armonica fusione del tempo occupato con il tempo libero e delle
sfere sociali con quelle professionali e famigliari. Urge,
dunque, che il manager e il professionista si aggiornino sul concetto di divertimento, lo riscattino, lo recuperino e lo applichino nelle sue diverse valenze. E
urge anche che la parola divertimento venga accettata e introdotta con piena legittimità nel lessico famigliare e organizzativo”.
Che cosa si può fare allora sul piano organizzativo
per essere meno tristi, cioè più allegri? “Abbandoniamo o riduciamo fortemente il modello cosiddetto
burocratico”, affermano con convinzione i Varvelli.
“Se burocrazia significa il potere delegato alle norme,
allora i manager debbono riappropriarsi del diritto
di gestire con responsabilità e discrezionalità la loro
fetta di organizzazione. La discrezionalità riaddebita
al singolo il rischio operativo, ma non lo aumenta;
anzi, essa crea più interesse per ciò che si fa e il maggior interesse attenua la possibilità di errore e, nel
contempo, diverte la persona. La ‘tristezza organizzativa’ deriva dall’ottusa e talvolta ridondante applicazione di regole e norme frequentemente obsolete
e inutili. Una organizzazione ‘allegra’ muta il proprio
carattere, cioè le proprie caratteristiche: modifica il
ruolo alle persone, cambia le persone di ruolo, muta
le proprie strategie quando mutano le condizioni di
mercato o di moneta o di legislazione. Lancia costantemente nuove sfide. Prova e riprova. Se vince,
brinda alla vittoria e, se perde, riprende con lena la
rincorsa. I suoi manager potrebbero a buon diritto
recitare quotidianamente la preghiera del cancelliere martire Tommaso Moro: ‘Dammi o Signore il
senso del ridicolo. Concedimi la grazia di comprendere lo scherzo affinché io conosca nella vita un po’
di gioia e possa farne parte anche gli altri’”.
Positive Business Forum: a Milano, per la prima volta in Europa,
esperti di fama mondiale
Si terrà il 27 e 28 marzo 2013 a Milano - John J. Medina, ricercatore in Bio- le sue ricerche sull’ossitocina dimoil “Positive Business Forum”, grande logia molecolare e direttore del Cen- strano come la produzione di questo
evento organizzato dalla Scuola di tro di Ricerche sull’Apprendimento ormone influisca sulla capacità di gePalo Alto. I relatori saranno i principali Neurale Applicato. Autore del best nerare fiducia all’interno di una orgaesperti del settore a livello mondiale: seller Brain Rules, studia da anni le nizzazione;
esporranno i risultati da loro ottenuti strutture cerebrali legate all’appren- - Shawn Achor, docente e ricercatore
in vari campi applicando questo ap- dimento: le sue ricerche dimostrano ad Harvard; Ceo e fondatore di Good
proccio positivo e spiegheranno come, come i sistemi che utilizziamo per Think Inc., autore di The Happiness
aumentando la solidità e la resilienza imparare nuove cose siano comple- Advantage, è stato tra i primi condei collaboratori, le aziende possono tamente slegati dal modo in cui la na- sulenti chiamati dai principali istituti
raggiungere risultati notevoli anche in tura ci ha insegnato ad apprendere; bancari per aiutare a far ripartire l’ecotempi di turbolenza. Saranno:
- Daniel Gilbert, professore di Psicolo- nomia dopo la crisi finanziaria del 2008;
- Martin Seligman, direttore del Cen- gia all’Harvard University, conosciuto - Michelle Gielan, esperta in Psicolotro di Psicologia Positiva dell’Univer- a livello mondiale per il best-seller gia positiva ed ex conduttrice del tesità della Pennsylvania e punto di Stumbling On Happiness. Studia in legiornale alla CBS, attualmente sta
riferimento mondiale del movimento maniera sistematica gli effetti delle svolgendo ricerche nel campo della
denominato “Positive Psychology”: politiche applicate alle Risorse Umane comunicazione positiva all’Università
supportato dalle ultime scoperte sulla produttività aziendale in termini della Pennsylvania. Nel 2009, dopo
scientifiche e da numerosi studi sta- di felicità e soddisfazione;
aver constatato quanto le news sulla
tistici, ha sviluppato negli ultimi anni - Barry Schwartz, psicologo, studia i recessione stessero danneggiando
un programma per aumentare la so- collegamenti tra economia e psicologia; emotivamente le persone, ha prodotto
lidità e la resilienza delle persone e - David Linden, professore di Neuro- Happy Week, un serie trasmessa dalla
delle aziende alle crisi e alle avver- scienza alla Johns Hopkins University, CBS sulla promozione della felicità
sità. Finora un milione e ottocento- affronta temi come l’assuefazione agli nelle relazioni, nell’ambiente di lavoro
mila persone si sono registrate al suo stimoli piacevoli che derivano dai e nella vita privata durante momenti
sito, www.authentichappiness.org e nostri vizi, quali il gioco d’azzardo, il economicamente difficili. Nel corso
hanno fatto il test “V.I.A.” che indivi- sesso e gli sport estremi;
del Forum illustrerà le tecniche fondadua i punti di forza del carattere degli - Paul Zak, fondatore e direttore del mentali per avere una comunicazione
individui. Ogni giorno si registrano tra i Centro di Studi Neuroeconomici positiva che porti risultati. www.posi500 e i 1.500 nuovi iscritti;
della Claremont Graduate University: tivebusinessforum.com
La felicità generativa
Ma attualmente, nelle aziende italiane, che tipo di approccio c’è nei confronti della tematica “felicità”? Abbiamo
posto la domanda a Paolo lacci, vicepresidente di Aidp
- Associazione Italiana per la Direzione del Personale, che
ci ha parlato di “felicità generativa”. Ci ricorda che “sono
passati poco più di dieci anni da quando H3G lanciava la
ricerca di un Direttore della Felicità. Da allora nelle imprese anche italiane si sono sviluppate una serie di iniziative che vanno sotto il nome di welfare aziendale: asili nido
per i figli dei dipendenti, vacanze aziendali, servizi di tintoria, mutue integrative e così via. L’elenco delle iniziative
è composito: queste si basano sull’assunto che un dipendente soddisfatto è un dipendente che produce di più e
meglio. Quest’assunto, a mio avviso, è falso. La soddisfazione in sé non implica miglioramento della performance.
Uno o più dipendenti evidenziano un bisogno e questo tal-
volta è meglio soddisfatto attraverso l’offerta di servizi che
non con un miglioramento economico, molto costoso per
l’impresa e di scarso impatto per il lavoratore. Altra cosa è
la motivazione al lavoro, intesa come stimolo interiore che
porta l’individuo ad applicarsi con impegno nel lavoro. La
motivazione è correlata a due fattori: la valenza, che è riferita all’importanza che la persona dà al conseguimento di
un obiettivo, e l’aspettativa, che è costituita dalla probabilità riconosciuta dalla persona di riuscire a conseguirlo.
La valenza può essere positiva (quando si vuole qualcosa)
o negativa (quando non si vuole qualcosa), mentre l’aspettativa può avere solo valore positivo: se, infatti, la persona
non riconosce alcuna probabilità di conseguire l’obiettivo,
l’aspettativa è pari a 0 e così anche la sua motivazione. A
questi due elementi occorre aggiungere un ulteriore fattore:
il valore della ricompensa, che si riferisce alla ricompensa
possibile derivante dal conseguimento dell’obiettivo”.
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lacci sottolinea che la ricompensa non deve necessariamente essere di carattere economico e che, una volta assolte
le necessità basilari, non è
mai il denaro, la molla decisiva alla base della motivazione al lavoro. “Ma la
motivazione al lavoro da
sola non determina una migliore performance”, fa notare. “Occorre passare alla
mobilitazione, intesa come
attivazione autonoma del
soggetto atta a contribuire
alla performance collettiva
dell’intera organizzazione.
Paolo Iacci,
Perché questo avvenga, ocvicepresidente di Aidp
corrono una cultura “forte”
e un ambiente organizzativo che consenta e solleciti tale apporto individuale. Solo a queste condizioni si può parlare di
felicità generativa di performance significative. Ogni attività
HR (formazione, performance management, sistema premiante) ha allora senso solo se finalizzata alla costruzione di
quest’assetto, individuale e organizzativo al tempo stesso”.
Dai T-group degli anni '60
al coaching di oggi
Ma che tipo di formazione può essere veramente efficace
per trasmettere la capacità di essere positivi e di diffondere questo stato d’animo tra i propri collaboratori?
“Formare al pensiero positivo e contribuire al benessere
individuale e dell’organizzazione”, osserva lacci, “vuol dire
prima di tutto educare a una piena consapevolezza di sé e
del rapporto con gli altri all’interno del contesto organizzativo. La formazione, che non si risolva in semplice addestramento, ha come scopo la trasformazione diretta della
qualità dell’esperienza produttiva, sì da rendere pratica
concreta la centralità della persona nello sviluppo dell’organizzazione. È una formazione che, oltre a rafforzare le
competenze delle persone, si rivolge alla loro domanda di
significato e alle loro esigenze di motivazioni più profonde.
In questa concezione eudaimonica della formazione, possiamo ritrovare un filo diretto che lega le esperienze dei
T-group della fine degli anni ‘60 con le attività di coaching
di questi ultimi anni. Ma ciò che rende efficace tale attività
formativa non è tanto l’utilizzo di un particolare metodo,
quanto la sua fattiva integrazione con il performance management e i meccanismi del sistema premiante”.
Capire e amare il lavoro attraverso la letteratura
Di lavoro e feli- cessario, condanna metafisica”.
costituire un’appagante occasione di
cità, ma anche In ogni capitolo del volume l’autore ha vita piena e degna di essere vissuta, aldi lavoro e bel- affrontato un diverso concetto, ogni lora si aprono luminosi scenari all’idea
lezza, creazione, volta attraverso un personaggio lette- di una concretissima e realizzabilissima
identità, libertà, rario caratterizzato da un particolare felicità lavorativa”.
memoria, onore, mestiere e con un’esemplare vita la- Vi invitiamo alla lettura di questo testo
qualità e vari al- vorativa, ripercorrendone la vicenda e perché il risultato, come scrive Francetri concetti parla cercando di coglierne l’insegnamento. sco Varanini nella prefazione, “non è un
il bel libro di Al- Con “L’ingegner Cyrus Smith e compa- saggio filosofico, o di critica letteraria,
berto Peretti gni” da L’isola misteriosa di Jules Verne o di sociologia del lavoro, ma un roLa sindrome di ci parla di lavoro e felicità. “È il romanzo manzo”. Ognuno di noi, poi, seguendo
Starbuck e altre storie – Il lavoro attra- del lavoro che, svolto insieme, può ren- Peretti mentre ci porta a spasso con
verso la letteratura, appena pubblicato dere felici”. E nell’introdurci alla lettura Primo Levi, John Fante, Ernest Heda Guerini e Associati. Filosofo, counse- e all’analisi dei personaggi e della situa- mingway, Ermanno Rea, Nanni Balelor filosofico e formatore, docente di Fi- zione, ci fa riflettere su questo binomio: strini e tanti altri romanzieri, dovrebbe
losofia del Lavoro alla Scuola Superiore di “Lavoro e felicità: potrebbe sembrare cercare di crearsi via via la propria rete
Counseling Filosofico di Torino e Vicenza, un ossimoro. Basta intendersi. Se di testi. Perché, nonostante sia sempre
Perini si è posto l’obiettivo di trovare nelle pensiamo alla felicità come l’acme di più difficile concederci la lettura di un
opere letterarie parole e pensieri capaci una passione o il piacere derivante da romanzo (sembra che non ci sia mai il
di ridare voce diversa e rinnovato senso qualche appagamento dei sensi, allora tempo per questo), è solo liberando la
al lavoro umano. “Perché il lavoro at- le due dimensioni hanno poco a che mente, magari lasciandola vagare nella
tende una ventata di aria fresca. Il ro- spartire. Se invece, a partire da una lettura di un romanzo, che possiamo
manzo e il racconto aiutano a scoprire serie di considerazioni antropologiche, trovare soluzioni creative, quelle che ci
quanto sia stantia la visione del lavoro ci si domanda se il lavoro non possa permetteranno di affrontare efficacecome esperienza dolorosa, male ne- essere pensato e organizzato al fine di mente l’incerto presente.
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