Rassegna stampa 20 luglio 2016

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Rassegna stampa 20 luglio 2016
RASSEGNA STAMPA di mercoledì 20 luglio 2016
SOMMARIO
“Quei corpi ammassati e denudati di ufficiali puniti da Erdogan perché considerati
golpisti - scrive Pierluigi Battista sul Corriere di oggi -. Che poi forse non è neanche
vero che lo siano stati. Chissà. Un autocrate non ha bisogno di prove, come in uno
Stato dove prevale il diritto, per schiacciare il suo popolo con il pugnodi ferro e per
inventarsi colpe mai commesse eppure da espiare come segno di feroce vendetta,di
spietata rappresaglia. Però, se si pensava che il rito dell’umiliazione sul vinto fosse
oramai un residuo arcaico liquidato dalla modernità, il ricordo di un passato buio,
tramontato come quello strumento di materiale sevizia, quella composizione oscena
di ceppi di legno con tre buchi e chiusi come una cerniera attorno al collo del reprobo
chiamata «gogna», dobbiamo purtroppo ricrederci. Perché la gogna oggi si fissa in
un’immagine, una foto, un video, un selfie, di sopraffazione esibita. Nel calpestare la
dignità dello sconfitto. E troppo di frequente: nella Bosnia martoriata dalle milizie dei
carnefici serbi con quelle colonne di esseri umani oramai diventati scheletri
semoventi. Nell’Iraq in cui i «liberatori» hanno sottoposto il dittatore Saddam Hussein
all’umiliazione di un prigioniero ispezionato, violato, deriso. A Donetsk dove i
separatisti filorussi hanno fatto sfilare in catene i soldati ucraini lealisti, laceri,
sporchi, sbeffeggiati e riempiti di sputi dalla popolazione aizzata dall’odio. Troppo,
troppe volte. In Turchia adesso: un potere violento che fa dei corpi degli sconfitti
tanti patetici manichini da dileggiare, impaurire, ostentare come monito e minaccia.
Non è lo scempio dei cadaveri degli sconfitti raffigurato una volta per sempre dal
corpo straziato di Ettore trascinato nella polvere da un furibondo Achille. Non è quella
escrescenza terrificante delle guerre in cui a piazzale Loreto hanno prima i potenti
fascisti di allora esibito i partigiani impiccati, e poi come crudele legge del
contrappasso, sono stati scempiati i corpi a testa in giù di Mussolini e di Claretta. E
non è nemmeno una di quelle fotografie disgustose dell’Alabama dei primi decenni del
Novecento in cui i bianchi orribili del Ku Klux Klan si felicitavano spudoratamente
sotto i corpi dei due neri che penzolavano senza vita dal ramo di un albero. No, qui
sono corpi vivi e però umiliati, messi in mostra, esibiti, portati sul palcoscenico per
essere esposti al pubblico ludibrio. Il rito dell’umiliazione di un pugno di soldati
americani senza onore che nel carcere di Abu Ghraib, in Iraq, si divertivano a
mostrare i prigionieri terrorizzati, nudi, ammucchiati in pose degradanti, con un cane
lupo che abbaiava per vedere i prigionieri paralizzati dal panico. Il rito della
degradazione pubblica che in quello stesso Iraq, ma stavolta sotto il tallone d’acciaio
di un dittatore sanguinario come Saddam Hussein, fu messo televisivamente in scena
durante una riunione del gruppo dirigente del partito Baath quando i «traditori»
presunti venivano chiamati uno ad uno ad alzarsi sotto lo sguardo severo del despota e
farsi trascinare nella più vicina prigione per essere giustiziati senza processo. Il potere
che umilia, calpesta, priva di dignità chi deve subire in silenzio la gogna e
l’umiliazione. Come quelle migliaia e migliaia di «borghesi», professori, intellettuali,
maestri, musicisti, costretti a sfilare durante la Rivoluzione culturale in Cina con
cartelli appesi al collo e in testa un cappello con le lunghe orecchie da somaro,
mentre nugoli di Guardie Rosse fanatizzate e sotto il comando degli alti papaveri del
partito maoista insultavano le loro vittime. Come i controllori del campo di
internamento di Coltano a pochi chilometri da Pisa che dopo il 25 aprile tennero
segregato in una «gabbia del gorilla», esposto come un «animale nello zoo» scrisse
una volta Truman Capote, il poeta Ezra Pound, reo di aver tradito la patria americana
sostenendo alla radio l’azione del nemico Mussolini. Come gli ufficiali giapponesi,
proprio loro che avevano trattato con una brutalità inimmaginabile i loro prigionieri,
che venivano fotografati e immortalati mentre l’imperatore, spogliato dei suoi
attributi divini, annunciava la resa disonorevole per il suo popolo. Come i processi
farsa dell’epoca di Stalin in cui gli imputati torturati confessavano i delitti più
inverosimili. Residui arcaici, tracce di un passato che nell’antichità contemplava la
gogna dei prigionieri costretti a sfilare sotto il giogo, faceva pronunciare lo spietato
«Guai ai vinti», costringeva gli sconfitti a trascinarsi nell’orrore delle forche caudine.
La lettera scarlatta del disonore, la colonna infame del linciaggio. Purtroppo ancora
attuale. A Istanbul, adesso. In Italia quando le Brigate Rosse esibivano le immagini dei
prigionieri umiliati, Taliercio, Moro, Roberto Peci ammazzato per punire attraverso di
lui il fratello «pentito». Il rito dell’umiliazione, della degradazione, l’ultimo sigillo di
un potere spietato e senza controlli”.
Sullo stesso giornale, poi, Paolo Di Stefano parla di “strage dei sorrisi” e ricorda così
le vittime di Nizza: “È stata la strage dei bambini: 2 anni, 4 anni, 6 anni, 8 anni, 11,
12, 13 anni... Più di cinquanta bambini ricoverati. E i ragazzini. I fuochi artificiali di
solito sono fatti per i bambini. Nessuno avrebbe potuto immaginare che fosse fatto per
loro anche il fuoco di un terrorista. E per le famiglie. È stata la strage delle famiglie,
dei padri, delle madri, dei nonni: la prima vittima era una donna musulmana madre di
sette figli. È stata anche la strage degli anziani, il primo italiano identificato aveva 90
anni. È stata la strage di tre generazioni, forse quattro. È stata la strage degli amici
che quella sera avevano deciso di andare a farsi un giro insieme sulla Promenade. È
stata la strage degli studenti (un ventenne italoamericano si trovava a Nizza per un
programma di scambio interuniversitario). È stata la strage dei francesi, ma anche
degli italiani, dei tedeschi (due liceali con l’insegnante), dei belgi, dei polacchi, degli
americani (un padre con il figlio appassionato di basket), degli algerini, dei tunisini,
dei marocchini, dei russi, degli ucraini, degli svizzeri, degli armeni, dei cinesi, dei
kazachi, dei brasiliani... È stata la strage dei cattolici, dei protestanti, degli ortodossi,
degli ebrei, dei musulmani (sono un terzo delle vittime) uccisi da un musulmano. È
stata la strage delle geografie e delle storie. È stata la strage dei nomi che ci suonano
familiari e di quelli che suonano esotici, nomi-casa, nomi-religione, nomi-fede, nomipoesia, nomi-paese, nomi-passato, nomi-presente: Maria Grazia, Mario, Laura, Silvia,
Sean, Magdalena, Fatima, Christiane, François, Jocelyne, Adib, David, Myriam, Olfa,
Kylian, Marzena, Michael, Marina... È stata la strage più plurale e più singolare, più
cieca e più mirata che si conosca. Perché in Promenade des Anglais passeggiava il
mondo intero, la bellezza e la felicità del mondo in cammino lento, in pausa-vacanza,
spensierato, con le sue età, le sue abitudini, le sue storie irripetibili. Lavori, attività,
affetti, pensieri lasciati provvisoriamente a casa per qualche ora di svago. È stata la
strage dei sorrisi, quello domestico di Léa, quello trattenuto di Igor, quello solare di
Rachel, quello nascosto dietro due lenti scure di Roman, quello dolce di Myriam,
quello appena accennato di Linda, quello felice e anche un po’ malinconico della
trentenne malgascia Mino in abito bianco da sposa. Sì, anche una strage di sorrisi”
(a.p.)
3 – VITA DELLA CHIESA
L’OSSERVATORE ROMANO
Pag 5 Non serve un’agenzia di pubblicità di Fran Otero
Intervista a Jorge Augusto Oesterherld sul rapporto tra Chiesa e media
Pag 7 La gioia dell’amore e lo sconcerto dei teologi di Rocco Buttiglione
In alcuni commenti dell’esortazione apostolica di Papa Francesco “Amoris laetita”
AVVENIRE
Pag 15 Neocatecumenali. Morta Carmen Hernàndez di A.Ga.
WWW.VATICANINSIDER.LASTAMPA.IT
Chi era veramente Maria Maddalena? di Cristina Uguccioni
Per volere di papa Francesco il 22 luglio, per la prima volta, si celebra la festa di santa
Maria Maddalena, che sino a oggi era memoria obbligatoria. La storia di questa donna
nelle parole dei Vangeli e nei commenti di Gianfranco Ravasi, Carlo Maria Martini,
Cristiana Dobner e Timothy Verdon
5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA E LAVORO
AVVENIRE
Pag 2 Se l’aiutino all’esame arriva dai docenti di Roberto Carnero
Invalsi e maturità, cattivi esempi ai ragazzi
7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA
IL GAZZETTINO DI VENEZIA
Pag V Giornata della Gioventù, il saluto dell’assessore
LA NUOVA
Pag 18 “Sconsigliati interventi fai da te” di Nadia De Lazzari
Crocifisso danneggiato, Soprintendenza critica sulla riparazione artigianale
8 – VENETO / NORDEST
CORRIERE DEL VENETO
Pag 1 La frattura fra élite e popolo di Luca Romano
Quale Veneto?
Pag 7 Amori, ville e peripezie di donna Clara. Quando l’Avvocato mise il veto
alle nozze di Michela Nicolussi Moro
Si è spenta ieri a Mestre, all’età di 96 anni, la sorella di Gianni Agnelli. Una storia
veneta: s’innamorò a Cortina, visse a Mogliano e poi Abano
IL GAZZETTINO
Pag 21 Clara Agnelli. La sorella “scandalosa” che fu esiliata a Mestre di Edoardo
Pittalis
Morta a 96 anni. donna elegante e caparbia, subì l’onta delle manette per la storia
d’amore con il Conte Nuvoletti. E accettò di ritirarsi sul Terraglio
LA NUOVA
Pag 14 “Veneto Banca, dal crac delle azioni ai tesori nascosti” di Renzo Mazzaro
Esposto di don Torta mette sotto accusa gli ex vertici
… ed inoltre oggi segnaliamo…
CORRIERE DELLA SERA
Pag 1 Il doppio volto del terrore di Stefano Montefiori
Violenza e religione
Pag 1 I corpi trattati come manichini. L’umiliazione dei vinti di Pierluigi Battista
Riti arcaici
Pag 1 Il programma di Trump: trasformare le paure in voti di Massimo Gaggi
Convention repubblicana
Pag 2 La strage dei sorrisi di Paolo Di Stefano
Quei morti sulla Promenade, di ogni età e religione (un terzo erano musulmani),
rappresentano tutto il mondo
Pag 9 La grande paura delle turche laiche: “La legge islamica sempre più
vicina” di Sara Gandolfi
Pag 15 Quei segnali degli alleati che preparano la via di fuga di Massimo Franco
Pag 24 Il marocchino rinato con un cuore italiano di Giangiacomo Schiavi
Hicham, 7 mesi in coma. “Salvato da un trapianto, ora so che tutto è possibile”
Pag 27 Il futuro dei moderati, centristi al bivio di Francesco Verderami
Scenari politici
AVVENIRE
Pag 1 Stefano è il mondo di Giuseppe Anzani
Un’insostenibile mancanza di giustizia
Pag 3 Il memoriale dell’odio di Marina Corradi
Insulti al killer di Nizza, bisogno di cristiani
Pag 3 Nella lotta alla prostituzione punire i clienti è il primo passo di Anna Pozzi
L’educazione al rispetto per dire no al commercio del corpo
IL FOGLIO
Pag 1 L’apatia dell’Europa di Matteo Matzuzzi
“Più che l’islam, scontiamo la debolezza del cristianesimo nel continente”, dice il card.
Koch
IL GAZZETTINO
Pag 1 L’ultima frontiera del terrore di Andrea Margelletti
LA NUOVA
Pag 1 I 5 Stelle e il ritorno di Grillo di Massimiliano Panarari
Pag 12 Migranti, il rischio del piano Ue di Vincenzo Milanesi
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3 – VITA DELLA CHIESA
L’OSSERVATORE ROMANO
Pag 5 Non serve un’agenzia di pubblicità di Fran Otero
Intervista a Jorge Augusto Oesterherld sul rapporto tra Chiesa e media
Il 19 luglio il numero di follower dei nove account Twitter di Papa Francesco ha superato
i 30 milioni. Il traguardo precedente, 29 milioni, era stato superato il 18 maggio, mentre
all’inizio dell’anno i follower erano 26 milioni. I follower sono distribuiti nel seguente
modo: l’account in spagnolo ne conta il 39,89 per cento, quello in inglese il 31,92 per
cento, quelli in italiano, in portoghese, in polacco, in latino, in francese, in tedesco e in
arabo il 15,69 per cento. Si prevede inoltre che nelle prossime ore l’account in arabo
supererà 300.000 follower. Al rapporto tra Chiesa e comunicazione è dedicato il libro di
Jorge Augusto Oesterherld «No basta con un click. Iglesia y comunicación» (Buenos
Aires, Ppc, 2016, pagine 120, con prefazione di Antonio Pelayo) presentato
sull’Osservatore Romano del 26 maggio scorso. Pubblichiamo in questa pagina
un’intervista all’autore uscita su «La Razón» del 19 luglio.
Sacerdote e giornalista argentino, direttore dell’edizione della rivista «Vida Nueva Cono
Sur», con Bergoglio non solo condivide il nome, ma ha anche lavorato fianco a fianco
con lui quando era arcivescovo di Buenos Aires e presidente della Conferenza episcopale
argentina, negli anni dal 2005 al 2011. In quel periodo è stato a capo della segreteria
della comunicazione e dell’ufficio stampa. Laureato in scienze politiche e sociali alla
Pontificia università di Salamanca, ha pubblicato numerosi libri. L’ultimo s’intitola No
basta con un click. Iglesia y comunicación.
La sua passione sono la stampa e la comunicazione. Legge tutto quello che gli capita tra
le mani. Durante questa intervista, legge «La Razón». Prima leggeva in quanto
responsabile di una istituzione ecclesiale; oggi dirige una rivista di informazione religiosa
in Argentina. Per lui è evidente che la Chiesa deve essere presente nei media.
Che cosa propone in questa nuova opera?
Il libro contiene la mia esperienza di lavoro quasi ventennale nel campo della
comunicazione nella Chiesa. In base a tale esperienza, vedo che ci sono tanti aspetti che
si possono migliorare. La Chiesa deve parlare delle questioni che preoccupano la gente
comune e smettere di parlare di se stessa, deve andare a fondo ai problemi e parlare
con un linguaggio comprensibile. Finché utilizzeremo il nostro linguaggio, lo capiranno
solo i preti e non saremo compresi dalla gente comune.
Perché No basta con un click?
Perché non basta inserire dati in internet e stare nei media. Bisogna starci in una
determinata maniera e stabilire rapporti, perché stare nei media presuppone anche un
modo di relazionarsi con il giornalismo che è proprio e speciale.
La Chiesa ha un cattivo rapporto con la stampa?
In generale, il mondo del giornalismo ha un rapporto difficile con tutti. La Chiesa deve
capire che i giornalisti non devono trattarla in modo diverso. Il giornalismo non è
un’agenzia di pubblicità della Chiesa, vuole sapere quello che i suoi lettori chiedono. Non
possiamo arrabbiarci per le domande dei giornalisti. Dobbiamo rispondere o dire che non
possiamo rispondere.
La comunicazione è una questione in sospeso?
Sì, lo è ancora. Ci sono grandi carenze comunicative in vescovi, sacerdoti, soprattutto
per la mancanza di formazione. E devo dire che comunicare è l’unico modo di
evangelizzare.
I vescovi e i sacerdoti sono preparati per la comunicazione di oggi?
In generale no. Non sanno come relazionarsi con la stampa. Si fugge dai giornalisti
invece di parlare con loro e manca professionalità negli uffici stampa.
Papa Francesco invece è un buon comunicatore?
È un uomo libero, che non ha nulla da nascondere, che dice quello che pensa, e lo dice
in modo che tutti lo capiscano. È conciso e preciso e ciò fa sì che le sue parole diventino
facilmente titoli giornalistici. Di fatto il suo linguaggio si adatta perfettamente a quello
della stampa e delle reti sociali.
È una strategia?
No, non lo è. È sempre stato così.
Che differenza c’è a livello comunicativo tra Bergoglio e Francesco?
Quando era presidente della Conferenza episcopale argentina parlava in rappresentanza
di oltre cento vescovi. Ora invece rappresenta se stesso, dice quello che pensa e quello
che fa, il che è molto diverso. Quando presiedi un organismo numeroso, devi
rappresentare tutti.
Prima aveva più limiti, vero?
Probabilmente sì. Ha voluto sempre essere com’è ora. In effetti molti dei gesti che
compie ora li compiva già a Buenos Aires.
Il Papa ha il suo libro?
Sì, glielo ho dato. Si è congratulato con me e mi ha detto: “Sempre con queste cose,
tu!”. Poi ha aggiunto che l’avrebbe letto e io gli ho risposto che non credevo che vi
avrebbe trovato qualcosa di nuovo. Tutto quello che so di comunicazione l’ho imparato
accanto a lui.
Che cosa pensa delle critiche nate all’interno della Chiesa contro di lui?
Ogni istituzione della Chiesa ha le sue preoccupazioni, temi e modi di affrontare le cose.
È inevitabile che ognuna presenti un’immagine del Papa, per così dire, a partire dalla
propria linea.
Crede che le resistenze al suo Pontificato aumenteranno?
Probabilmente aumenteranno man mano che andrà avanti la trasformazione che il Papa
sta proponendo. Alcuni si vedranno costretti a dire che non sono d’accordo, ma è un
bene che ci sia opinione pubblica all’interno della Chiesa. È il Papa stesso a promuoverla.
Pag 7 La gioia dell’amore e lo sconcerto dei teologi di Rocco Buttiglione
In alcuni commenti dell’esortazione apostolica di Papa Francesco “Amoris laetita”
Ricordo di aver visto, molto tempo fa, una vignetta su un giornale francese, credo
«L’Aube». Un gran numero di teologi, ciascuno su una collinetta tutta sua, scruta
l’orizzonte alla ricerca di Cristo. A valle, dei bambini Gesù invece l’hanno trovato. Lui li
ha presi per mano e passeggiano insieme tra i teologi, che non lo riconoscono. I teologi
guardano lontano, lui invece è in mezzo a loro. Mi veniva in mente questa vignetta di
tanti anni fa mentre leggevo alcuni commenti su Amoris laetitia e, più in generale, sul
pontificato di Papa Francesco. Il sensus fidei del popolo cristiano lo ha immediatamente
riconosciuto e seguito. Alcuni sapienti invece fanno fatica a intenderlo, lo criticano,
l’oppongono alla tradizione della Chiesa e in modo particolare al suo grande
predecessore san Giovanni Paolo II. Sembrano sconcertati per il fatto di non leggere nel
suo testo la conferma delle loro teorie e non hanno voglia di uscire dai loro schemi
mentali per ascoltare la novità sorprendente del suo messaggio. Il Vangelo è sempre
nuovo e sempre antico. Proprio per questo non è mai vecchio. Tenteremo di leggere la
parte più controversa di Amoris laetitia con gli occhi di un bambino. La parte più
controversa è quella in cui il Papa dice che, a certe condizioni e in certe circostanze,
alcuni divorziati risposati possono ricevere l’eucaristia. Quando ero bambino ho studiato
il catechismo per fare la prima comunione. Era il catechismo di un Papa sicuramente
antimodernista: san Pio X. Ricordo che spiegava che per ricevere l’eucaristia bisogna che
l’anima sia libera dal peccato mortale. E spiegava anche cosa è un peccato mortale.
Perché ci sia un peccato mortale sono necessarie tre condizioni. Ci deve essere una
azione cattiva, gravemente contraria alla legge morale: una materia grave. Rapporti
sessuali al di fuori del matrimonio sono senza dubbio gravemente contrari alla legge
morale. Era così prima di Amoris laetitia, continua a essere così in Amoris laetitia e
naturalmente anche dopo Amoris laetitia. Il Papa non ha cambiato la dottrina della
Chiesa. San Pio X ci dice però anche altro. Per un peccato mortale altre due condizioni
sono necessarie, oltre la materia grave. È necessario che vi sia piena avvertenza della
malvagità dell’atto che si commette. Piena avvertenza significa che il soggetto
dev’essere convinto in coscienza della malvagità dell’atto. Se è convinto in coscienza che
l’atto non è (gravemente) malvagio l’azione sarà materialmente cattiva ma non potrà
essere imputata come un peccato mortale. Inoltre il soggetto deve dare all’azione
malvagia il suo deliberato consenso. Questo significa che il peccatore è libero di agire o
non agire: è libero di agire in un modo oppure in un altro e non si trova in una
condizione di soggezione o di timore che lo obbliga a fare qualcosa che preferirebbe non
fare. Possiamo immaginare circostanze nelle quali una persona divorziata risposata può
trovarsi a vivere una situazione di colpa grave senza piena avvertenza e senza
deliberato consenso? È stata battezzata ma mai veramente evangelizzata, ha contratto il
matrimonio in modo superficiale, poi è stata abbandonata. Si è unita con una persona
che l’ha aiutata in momenti difficili, l’ha amata sinceramente, è diventata un buon padre
o una buona madre per i figli avuti dal primo matrimonio. Potrebbe proporle di vivere
insieme come fratello e sorella, ma che fare se l’altro non accetta? A un certo punto
della sua vita tormentata questa persona incontra il fascino della fede, riceve per la
prima volta una vera evangelizzazione. Forse il primo matrimonio non è veramente
valido, ma non c’è la possibilità di adire un tribunale ecclesiastico o di fornire le prove
della invalidità. Non proseguiamo oltre con gli esempi perché non vogliamo entrare in
una casistica infinita. Cosa ci dice in casi del genere Amoris laetitia? Forse sarà bene
cominciare con quello che l’esortazione apostolica non dice. Non dice che i divorziati
risposati possono tranquillamente ricevere la comunione. Il Papa invita i divorziati
risposati a iniziare (o proseguire) un cammino di conversione. Li invita a interrogare la
loro coscienza e a farsi aiutare da un direttore spirituale. Li invita ad andare al
confessionale a esporre la loro situazione. Invita i penitenti e i confessori a iniziare un
percorso di discernimento spirituale. L’esortazione apostolica non dice a che punto di
questo percorso essi potranno ricevere l’assoluzione e accostarsi alla eucaristia. Non lo
dice perché troppo grande è la varietà delle situazioni e delle circostanze umane. Il
cammino che il Papa propone ai divorziati risposati è esattamente lo stesso che la Chiesa
propone a tutti i peccatori: va a confessarti e il tuo confessore, valutate tutte le
circostanze, deciderà se darti l’assoluzione e ammetterti all’eucaristia oppure no. Che il
penitente viva in una situazione oggettiva di peccato grave è, salvo il caso limite di un
matrimonio invalido, sicuro. Che porti la piena responsabilità soggettiva della colpa è
invece da vedere. Per questo va a confessarsi. Alcuni dicono che dicendo queste cose il
Papa contraddice la grande battaglia di Giovanni Paolo II contro il soggettivismo
nell’etica. A questa battaglia è dedicata l’enciclica Veritatis splendor. Il soggettivismo
nell’etica dice che la bontà o la malvagità delle azioni umane dipende dall’intenzione di
chi le compie. L’unica cosa di per sé buona al mondo è, per il soggettivismo nell’etica,
una buona volontà. Per giudicare l’azione dobbiamo dunque considerare le conseguenze
volute da chi la compie. Ogni azione può essere buona o cattiva, secondo questa etica, a
seconda delle circostanze che l’accompagnano. Papa Francesco, in perfetta sintonia con
il suo grande predecessore, ci dice invece che alcune azioni sono di per se stesse cattive
(per esempio, l’adulterio) indipendentemente dalle circostanze che le accompagnano e
anche dalle intenzioni di chi le compie. San Giovanni Paolo II non ha mai dubitato, però,
che le circostanze influissero sulla valutazione morale di chi compie un’azione,
rendendolo più o meno colpevole dell’atto oggettivamente cattivo che commetteva.
Nessuna circostanza può rendere buono un atto intrinsecamente cattivo ma le
circostanze possono aumentare o diminuire la responsabilità morale di chi lo compie. Di
questo appunto ci parla Papa Francesco in Amoris laetitia. Non c’è dunque in Amoris
laetitia nessuna etica delle circostanze, ma il classico equilibrio tomista che distingue il
giudizio sul fatto dal giudizio su chi lo compie in cui vanno valutate le circostanze
attenuanti o esimenti. Altri critici oppongono direttamente Familiaris consortio (n. 84) ad
Amoris laetitia (n. 305, con la famigerata nota 351). San Giovanni Paolo II dice che i
divorziati risposati non possono ricevere l’eucaristia e invece Papa Francesco dice che in
alcuni casi possono. Se non è una contraddizione questa! Proviamo però a leggere il
testo più in profondità. Una volta i divorziati risposati erano scomunicati ed esclusi dalla
vita della Chiesa. Con il nuovo Codex iuris canonici e con Familiaris consortio la
scomunica viene tolta ed essi vengono incoraggiati a partecipare alla vita della Chiesa e
a educare cristianamente i loro figli. Era una decisione straordinariamente coraggiosa
che rompeva con una tradizione secolare. Familiaris consortio ci dice però che i divorziati
risposati non potranno ricevere i sacramenti. Il motivo è che vivono in una condizione
pubblica di peccato e che bisogna evitare di dare scandalo. Questi motivi sono così forti
che sembra essere inutile una verifica delle eventuali circostanze attenuanti. Adesso
Papa Francesco ci dice che questa verifica vale la pena farla. La differenza fra Familiaris
consortio e Amoris laetitia è tutta qui. Non c’è dubbio che il divorziato risposato sia
oggettivamente in una condizione di peccato grave; Papa Francesco non lo riammette
alla comunione ma, come tutti i peccatori, alla confessione. Lì racconterà le eventuali
circostanze attenuanti e si sentirà dire se e a che condizioni può ricevere l’assoluzione.
San Giovanni Paolo II e Papa Francesco certamente non dicono la stessa cosa ma non si
contraddicono sulla teologia del matrimonio. Usano invece in modo diverso e in
situazioni diverse il potere di sciogliere e di legare che Dio ha affidato al successore di
Pietro. Per capire meglio questo punto proviamo a porci la domanda seguente: c’è
contraddizione fra i Papi che hanno scomunicato i divorziati risposati e san Giovanni
Paolo II che ha tolto la scomunica? I Papi precedenti hanno sempre saputo che alcuni
divorziati risposati potevano essere in grazia di Dio a causa di diverse circostanze
attenuanti. Sapevano bene che l’ultimo giudice è solo Dio. Insistevano però sulla
scomunica per rafforzare nella coscienza del popolo la verità sulla indissolubilità del
matrimonio. Era una strategia pastorale legittima in una società omogenea come quella
dei secoli passati. Il divorzio era un fatto eccezionale, divorziati risposati erano pochi, ed
escludendo dolorosamente dalla eucaristia anche quelli che in realtà avrebbero potuto
riceverla si difendeva la fede del popolo. Adesso il divorzio è un fenomeno di massa e
rischia di trascinare con sé un’apostasia di massa se di fatto i divorziati risposati
abbandonano la Chiesa e non danno più un’educazione cristiana ai loro figli. La società
non è più omogenea, è diventata liquida. Il numero dei divorziati è molto grande ed è
cresciuto ovviamente anche quello di coloro che si trovano in una situazione “irregolare”
ma possono essere soggettivamente in grazia di Dio. È necessario sviluppare una nuova
strategia pastorale. Per questo i Papi hanno cambiato non la legge di Dio ma le leggi
umane che necessariamente l’accompagnano, dato che la Chiesa è una compagnia
umana e visibile. Crea problemi la nuova regola e comporta rischi? Certo. Esiste il rischio
che alcuni si accostino in modo sacrilego alla comunione senza essere in stato di grazia?
Se lo faranno mangeranno e berranno la loro condanna. Ma la vecchia regola non
comportava anch’essa rischi? Non esisteva il rischio che alcuni (o molti) si perdessero
perché lasciati privi di un sostegno sacramentale a cui avevano diritto? È compito delle
conferenze episcopali dei singoli paesi, di ogni vescovo e in ultima istanza di ogni singolo
fedele adottare le misure opportune per massimizzare i benefici di questa linea pastorale
e minimizzare i rischi che comporta. La parabola dei talenti ci insegna ad accettare il
rischio avendo fiducia nella misericordia.
AVVENIRE
Pag 15 Neocatecumenali. Morta Carmen Hernàndez di A.Ga.
È morta ieri a Madrid Carmen Hernández, iniziatrice insieme a Kiko Argüello del
Cammino neocatecumenale. Aveva 85 anni e nell’ultimo anno e mezzo le sue condizioni
di salute erano notevolmente peggiorate. L’ultima uscita in pubblico era stata lo scorso
18 marzo, all’udienza che il Papa aveva concesso alle famiglie missionarie del Cammino.
Il 1° luglio, ricevendo in udienza Arguello e padre Mario Pezzi – che insieme a Hernández
costituivano l’équipe responsabile internazionale del Cammino – Bergoglio le aveva
telefonato. «Carmen, che grande aiuto per il Cammino! Mai mi ha adulato, sempre
pensando al bene della Chiesa. Che donna forte! Non ho mai conosciuto nessuno come
lei» sono state le parole di Kiko in un comunicato. «Carmen è stata per me un
avvenimento meraviglioso: la donna, il suo genio grande, il suo carisma, il suo amore
per il Papa e, soprattutto, il suo amore alla Chiesa». «Per me è stato commovente che
abbia atteso che io giungessi, la baciassi e le dicessi: “Animo”. E dopo averle dato un
bacio è spirata». Carmen Hernández era nata a Olvega, in Spagna, nel 1930. Dopo una
laurea in chimica e un diploma in teologia, si era dedicata al servizio ai poveri e fra le
baracche delle periferie di Madrid aveva conosciuto Kiko Argüello. Da quell’incontro
prese vita un progetto di evangelizzazione a cui fu dato il nome, negli anni Settanta, di
Cammino neocatecumenale.
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Chi era veramente Maria Maddalena? di Cristina Uguccioni
Per volere di papa Francesco il 22 luglio, per la prima volta, si celebra la festa di santa
Maria Maddalena, che sino a oggi era memoria obbligatoria. La storia di questa donna
nelle parole dei Vangeli e nei commenti di Gianfranco Ravasi, Carlo Maria Martini,
Cristiana Dobner e Timothy Verdon
Lo scorso 3 giugno la Congregazione per il Culto Divino ha pubblicato un decreto con il
quale, «per espresso desiderio di papa Francesco», la celebrazione di santa Maria
Maddalena, che era memoria obbligatoria, viene elevata al grado di festa. Il Papa ha
preso questa decisione «per significare la rilevanza di questa donna che mostrò un
grande amore a Cristo e fu da Cristo tanto amata», ha spiegato il segretario del
Dicastero, l’arcivescovo Arthur Roche. Ma chi era Maria Maddalena, che Tommaso
d’Aquino definì «apostola degli apostoli»?
Magdala - Nei Vangeli si legge che era originaria di Magdala, villaggio di pescatori sulla
sponda occidentale del lago di Tiberiade, centro commerciale ittico denominato in greco
Tarichea (Pesce salato). Qui, negli anni Settanta del Novecento è stata condotta
un’estesa campagna di scavi dai francescani dello Studium Biblicum Franciscanum di
Gerusalemme: è venuta alla luce una vasta porzione del tessuto urbano comprendente,
fra gli altri, una grande piazza a quadriportico, una villa mosaicata e un completo
complesso termale. Con successivi scavi i francescani hanno riportato alla luce anche
importanti resti di strutture portuali. In un’area adiacente, di proprietà dei Legionari di
Cristo, una campagna di scavi avviata nel 2009 ha invece permesso di rinvenire la
sinagoga cittadina, una delle più antiche scoperte in Israele: per la sua posizione, sulla
strada che collega Nazaret e Cafarnao, si ritiene che probabilmente sia stata frequentata
da Gesù.
Gli equivoci sull’identità - Maria Maddalena fa la sua comparsa nel capitolo 8 del Vangelo
di Luca: Gesù andava per città e villaggi annunciando la buona notizia del regno di Dio e
c’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da
infermità e li servivano con i loro beni. Fra loro vi era «Maria, chiamata Maddalena, dalla
quale erano usciti sette demoni». Come ha scritto il cardinale Gianfranco Ravasi, «di per
sé, l’espressione [sette demoni] poteva indicare un gravissimo (sette è il numero della
pienezza) male fisico o morale che aveva colpito la donna e da cui Gesù l’aveva liberata.
Ma la tradizione, perdurante sino a oggi, ha fatto di Maria una prostituta e questo solo
perché nella pagina evangelica precedente – il capitolo 7 di Luca – si narra la storia della
conversione di un’anonima “peccatrice nota in quella città”, che aveva cosparso di olio
profumato i piedi di Gesù, ospite in casa di un notabile fariseo, li aveva bagnati con le
sue lacrime e li aveva asciugati coi suoi capelli». Così, senza nessun reale collegamento
testuale, Maria di Magdala è stata identificata con quella prostituta senza nome. Ma c’è
un ulteriore equivoco: infatti, prosegue Ravasi, l’unzione con l’olio profumato è un gesto
che è stato compiuto anche da Maria, la sorella di Marta e Lazzaro, in una diversa
occasione (Gv 12,1-8). E così, Maria di Magdala «da alcune tradizioni popolari verrà
identificata proprio con questa Maria di Betania, dopo essere stata confusa con la
prostituta di Galilea».
La liberazione dal male - Afflitta da un gravissimo male, di cui si ignora la natura, Maria
Maddalena appartiene dunque a quel popolo di uomini, donne e bambini in molti modi
feriti che Gesù sottrae alla disperazione restituendoli alla vita e ai loro affetti più cari.
Gesù, nel nome di Dio, compie solo gesti di liberazione dal male e di riscatto della
speranza perduta. Il desiderio umano di una vita buona e felice è giusto e appartiene
all’intenzione di Dio, che è Dio della cura, mai complice del male, anche se l’uomo (fuori
e dentro la religione) ha sempre la tentazione di immaginarlo come un prevaricatore
dalle intenzioni indecifrabili.
Sotto la croce - Maria Maddalena compare ancora nei Vangeli nel momento più terribile e
drammatico della vita di Gesù. Nel suo attaccamento fedele e tenace al Maestro Lo
accompagna sino al Calvario e rimane, insieme ad altre donne, ad osservarlo da lontano.
È poi presente quando Giuseppe d’Arimatea depone il corpo di Gesù nel sepolcro, che
viene chiuso con una pietra. Dopo il sabato, al mattino del primo giorno della settimana
– si legge al capitolo 20 del Vangelo di Giovanni – torna al sepolcro: scopre che la pietra
è stata tolta e corre ad avvisare Pietro e Giovanni, i quali, a loro volta, correranno al
sepolcro scoprendo l’assenza del corpo del Signore.
L’incontro con il Risorto - Mentre i due discepoli fanno ritorno a casa, lei rimane, in
lacrime. E ha inizio un percorso che dall’incredulità si apre progressivamente alla fede.
Chinandosi verso il sepolcro scorge due angeli e dice loro di non sapere dove sia stato
posto il corpo del Signore. Poi, volgendosi indietro, vede Gesù ma non lo riconosce,
pensa sia il custode del giardino e quando Lui le chiede il motivo di quelle lacrime e chi
stia cercando, lei risponde: «“Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e
io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria!”» (Gv 20,15-16). Il cardinale Carlo Maria
Martini al riguardo commentava: «Avremmo potuto immaginare altri modi di
presentarsi. Gesù sceglie il modo più personale e il più immediato: l’appellazione per
nome. Di per sé non dice niente perché “Maria” può pronunciarlo chiunque e non spiega
la risurrezione e nemmeno il fatto che è il Signore a chiamarla. Tutti però comprendiamo
che quell’appellazione, in quel momento, in quella situazione, con quella voce, con quel
tono, è il modo più personale di rivelazione e che non riguarda solo Gesù, ma Gesù nel
suo rapporto con lei. Egli si rivela come il suo Signore, colui che lei cerca». Il dialogo al
sepolcro prosegue: Maria Maddalena, «si voltò e gli disse in ebraico: “Rabbunì!”, che
significa: “Maestro!”. Gesù le disse: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al
Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e
Dio vostro”. Maria di Magdala andò ad annunziare ai discepoli: “Ho visto il Signore!” e
anche ciò che le aveva detto» (Gv 20, 16-18).
La maternità della Maddalena - «La Maddalena è la prima fra le donne al seguito di Gesù
a proclamarlo come Colui che ha vinto la morte, la prima apostola ad annunciare il
gioioso messaggio centrale della Pasqua», osserva la teologa Cristiana Dobner,
carmelitana scalza. «Ella esprime la maternità nella fede e della fede ossia quella
attitudine a generare vita vera, una vita da figli di Dio, nella quale il travaglio
esistenziale comune ad ogni uomo trova il suo destino nella risurrezione e nell’eternità
promesse e inaugurate dal Figlio, «primogenito» di molti fratelli (Rom 8,29). Con Maria
Maddalena si apre quella lunga schiera, ancor oggi poco conosciuta, di madri che, lungo i
secoli, si sono consegnate alla generazione di figli di Dio e si possono affiancare ai padri
della Chiesa: insieme alla Patristica esiste anche, nascosta ma presente, una Matristica.
La decisione di Francesco è un dono bello, espressione di una rivoluzione antropologica
che tocca la donna e investe l’intera realtà ecclesiale. L’istituzione di questa festa, infatti,
non va letta come una rivincita muliebre: si cadrebbe stolidamente nella mentalità delle
quote rosa. Il significato è ben altro: comprendere che uomo e donna insieme e solo
insieme, in una dualità incarnata, possono diventare annunciatori luminosi del Risorto».
Nella storia dell’arte: la mirofora - Maria Maddalena, nel corso dei secoli, è stata
raffigurata principalmente in quattro modi: «Anzitutto – afferma monsignor Timothy
Verdon, docente di storia dell’arte alla Stanford University e direttore del Museo
dell’Opera del Duomo di Firenze – è spesso ritratta come una delle mirofore, le pie
donne che la mattina di Pasqua si recarono al sepolcro portando gli unguenti per il corpo
del Signore. Fra loro la Maddalena è riconoscibile per il fatto che, a partire dalla fine del
Medioevo, viene raffigurata con lunghi capelli sciolti, spesso biondi: questo fa capire che
gli artisti, secondo una tradizione affermatasi in Occidente (e non condivisa nell’Oriente
cristiano), la identificavano con la donna peccatrice che aveva asciugato i piedi di Gesù
con i propri capelli. I capelli lunghi sono quindi un’allusione a questo intimo contatto e
alla condizione di prostituta: le donne per bene non andavano in giro con i capelli
sciolti».
La penitente - Nell’arte del tardo Medioevo Maria Maddalena compare anche come
penitente perché – spiega Verdon – secondo una leggenda ella era una grande
peccatrice che, dopo la conversione e l’incontro con il Risorto, era andata a vivere come
romitessa nel sud della Francia, vicino a Marsiglia, dove annunciava il vangelo: «Il culto
della Maddalena penitente ha affascinato molti artisti, che l’hanno considerata il
corrispettivo femminile di Giovanni Battista. In genere viene raffigurata con abiti simili a
quelli del Battista oppure è coperta solo dai capelli. La bellezza esteriore l’ha
abbandonata, il volto è segnato dai digiuni e dalle veglie notturne in preghiera, ma è
illuminata dalla bellezza interiore perché ha trovato pace e gioia nel Signore. La statua
della Maddalena penitente di Donatello, scolpita per il Battistero di Firenze, è un
autentico capolavoro».
L’addolorata - Sovente la Maddalena è ritratta anche ai piedi della croce: una delle opere
più significative, a giudizio di Verdon, è un piccolo pannello di Masaccio (esposto a
Napoli) nel quale la Maddalena è ritratta di spalle, sotto la croce, le braccia protese a
Cristo, i lunghi capelli biondi che cadono quasi a ventaglio su un enorme mantello rosso:
«Un’immagine di forte drammaticità. Non di rado il dolore composto della Vergine è
stato contrapposto a quello della Maddalena, quasi senza controllo. Si pensi ad esempio,
alla Pietà di Tiziano, nella quale la donna avanza come volesse chiamare il mondo intero
a riconoscere l’ingiustizia della morte di Gesù, che giace fra le braccia di Maria; oppure si
pensi al celebre gruppo scultoreo di Niccolò dell’Arca, nel quale fra le molte figure la più
teatrale è proprio quella della Maddalena che si precipita con la forza di un uragano
verso il Cristo morto».
Chiamata per nome - Vi sono inoltre molte raffigurazioni dell’incontro con il Risorto:
«Esemplari e magnifiche sono quelle di Giotto, nella Cappella degli Scrovegni, e del
Beato Angelico nel convento di san Marco», conclude Verdon. «Maria Maddalena ha
vissuto un’esperienza di salvezza profonda per opera di Gesù: quando si sente chiamata
per nome in lei si accende il ricordo dell’intera storia vissuta con Lui: c’è tutto questo
nell’iconografia della scena che chiamiamo “Noli me tangere”».
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5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA E LAVORO
AVVENIRE
Pag 2 Se l’aiutino all’esame arriva dai docenti di Roberto Carnero
Invalsi e maturità, cattivi esempi ai ragazzi
Non c’è pace per l’Invalsi: intervistata da Paolo Ferrario su 'Avvenire' di domenica 10
luglio, la sua presidente, Anna Maria Ajello, lamenta un fatto grave: l’Istituto nazionale
per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione (questo il
significato dell’acronimo per i non addetti ai lavori) ha rilevato, nelle prove
somministrate quest’anno, un incremento del cheating (soprattutto nelle regioni in cui il
fenomeno era già diffuso in precedenza, e cioè in Calabria, Campania e Sicilia).
L’anglismo indica – banalmente – il fatto di copiare. Alcuni insegnanti, insomma, forse
preoccupati dall’obbligatorietà, da quest’anno, della pubblicazione dei dati Invalsi nel
Rav (il rapporto di autovalutazione approntato dai singoli istituti), hanno pensato bene di
consentire ai propri alunni di copiare tra di loro, in modo che i più bravi potessero
aiutare quelli meno bravi, o addirittura di suggerire in prima persona agli alunni le
risposte esatte ai quesiti (le due materie testate – ricordiamolo – sono Italiano e
Matematica). Si tratta chiaramente di un comportamento scorretto dal punto di vista
della deontologia professionale: l’insegnante che si comporta in questo modo offre un
pessimo esempio e non comunica certo ai ragazzi quell’educazione alla legalità che è
parte delle competenze di cittadinanza che la scuola è chiamata a trasmettere. Va detto
però che tali condotte non riguardano solo le prove Invalsi. Si presentano spesso anche
agli esami di maturità (che si stanno concludendo in questi giorni), laddove i membri
interni delle commissioni tendono troppo spesso a 'fiancheggiare' atteggiamenti
scorretti, quando non ad esserne essi stessi promotori. Parlo di quei docenti che
assurgono ad avvocati difensori degli studenti, difensori 'a prescindere' (come avrebbe
detto Totò), in quanto i 'loro' ragazzi vanno a tutti i costi protetti da una commissione
d’esame brutta e cattiva nella sua componente esterna. Eccoli allora aggirarsi tra i
banchi generosi di consigli durante le prove scritte, suggerire agli alunni in anticipo i
quesiti della terza prova (quella preparata dalle singole commissioni) o le domande che
verranno poste all’orale. E spesso si trovano a difendere l’indifendibile, quando si tratta,
alla fine, di stabilire se promuovere o bocciare. Se il presidente di commissione non è
accorto, abitudini di questo tipo rischiano di compromettere irrimediabilmente la serietà
dell’esame. E guai a chi si sottrae a tale andazzo! Da presidente di commissione, mi è
capitato qualche anno fa di dover difendere un membro interno da attacchi molto duri da
parte degli altri suoi colleghi, soltanto perché aveva osato votare per la bocciatura di un
alunno, rispondendo – come dovrebbe essere sempre, ma quasi mai è... – non a una
logica 'di squadra', bensì alla propria coscienza professionale. Spesso l’irresponsabilità di
tali condotte non è determinata tanto da malafede quanto dall’umana e comprensibile
volontà di aiutare i ragazzi, quelli che magari hai avuto in carico dalla prima e hai
seguito per cinque anni, durante i quali li hai visti crescere, pur magari con tanti limiti,
eppure svolgendo un percorso positivo. Ecco allora la tentazione di 'aiutarli', di evitare
che si espongano a 'brutte figure' (meno nobile è, invece, il pensiero che, aiutando gli
studenti, sei tu docente che ti eviti una brutta figura, nel caso non li abbia preparati
adeguatamente...). Tuttavia questo non è il modo di aiutare i giovani a crescere
responsabilmente. Tutto l’aiuto possibile fino al giorno prima, ma all’esame è bene che
imparino a cavarsela da soli.
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7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA
IL GAZZETTINO DI VENEZIA
Pag V Giornata della Gioventù, il saluto dell’assessore
Sono tanti i ragazzi e le ragazze veneziani che stanno partendo in questi giorni alla volta
di Cracovia per la Giornata mondiale della Gioventù. Centinaia di ragazzi e ragazze
veneziani che, accompagnati da decine di sacerdoti, di religiosi e di animatori,
prenderanno parte a questo importante momento di incontro, di gioia e di preghiera con
Papa Francesco. A loro, l’assessore alla Coesione Sociale Simone Venturini ha voluto
rivolgere il saluto della città. «Un sincero augurio da parte della Città di Venezia - ha
detto - affinché viviate pienamente e gioiosamente questa esperienza unica. Ho ancora
ben impressi nella mente i ricordi e le canzoni della Giornata Mondiale della Gioventù di
Colonia, a cui ho preso parte nel 2005, e penso di conoscere le emozioni che vi
accompagnano nel momento della partenza. Sappiate che la nostra città è orgogliosa di
voi e vi aspetta al vostro ritorno, carichi di un bagaglio più prezioso di quello con cui
siete partiti, fatto di incontri, di amicizie internazionali, di nuove melodie, di preghiere e
di forti emozioni. Con l'occasione desidero ringraziare anche i numerosi sacerdoti, i
religiosi e gli animatori, oggi al vostro fianco in questo importante appuntamento, per il
loro preziosissimo impegno quotidiano. Senza la loro dedizione la nostra società sarebbe
sicuramente più povera, più frammentata e più fredda».
LA NUOVA
Pag 18 “Sconsigliati interventi fai da te” di Nadia De Lazzari
Crocifisso danneggiato, Soprintendenza critica sulla riparazione artigianale
Venezia. C'è preoccupazione in Soprintendenza dopo l'intervento artigianale con colla e
nastro adesivo sul braccio sinistro dell'antico Cristo del 1700 spezzato da un giovane
vandalo e riattaccato dall'amministratore parrocchiale don Renzo Scarpa. Sulla
riparazione "fai da te" da parte del sacerdote veneziano interviene la storica dell'arte
Amalia Donatella Basso, referente del sestiere di Cannaregio. «Personalmente non ho
ancora visto l'antico crocifisso» premette «Andrò a vedere subito l'opera danneggiata.
Quando è successo il fatto ero in ferie ma so che il giorno successivo al fatto sono andati
i miei colleghi con il fotografo. Dal punto di vista del culto e come oggetto artistico ha un
certo valore, come d'altronde tutte le opere esposte nelle chiese». Sul versante del
restauro la storica dell'arte sottolinea che «bisognerà che il proprietario dell'opera, che è
il Patriarcato, trovi i fondi e provveda a farlo restaurare. Spetta infatti alla chiesa
veneziana disporne l'intervento che deve essere fatto da persone competenti, non certo
con colla e scotch. Ogni intervento sulle opere antiche, quale quello del sacerdote, è
vivamente sconsigliato». La vicenda, accaduta nella chiesa dei Santi Geremia e Lucia, ha
scosso l'intera città. Nelle persone ha suscitato sdegno, tristezza, solidarietà e l'arrivo di
uno sponsor per il restauro. L'Ordine militare del Collare della casa d'Aragona ha infatti
inviato una mail a don Renzo Scarpa. Carabinieri e funzionari della Soprintendenza
hanno fintanto effettuato un sopralluogo per verificare l'entità dei danni al crocifisso
danneggiato. Nei giorni successivi allo sfregio è passata anche una pattuglia della polizia
di Stato, gesto che è stato molto apprezzato dai parrocchiani.
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8 – VENETO / NORDEST
CORRIERE DEL VENETO
Pag 1 La frattura fra élite e popolo di Luca Romano
Quale Veneto?
Dopo il Mose i fatti di Abano, l’incredibile annientamento delle due banche popolari, la
scoperta di ripetuti reati contro l’ambiente, con il corredo delle infiltrazioni criminali
nell’economia. Il Veneto è su una china pericolosa. Il fatto, tremendamente nuovo, è che
la crisi riguarda contemporaneamente sia le élites che il popolo. Costringe sempre più le
prime a riorganizzarsi secondo logiche di interessi particolarissimi, se non addirittura di
vera e propria sopravvivenza. Nel popolo, invece, si espande di giorno in giorno
un’identificazione con sentimenti sempre più negativi, risentimento, fiducia tradita,
rabbia e senso di frustrazione e di isolamento. Si badi: non sono rappresentazioni che
racchiudono tutta la realtà. Ma l’importanza assunta dalle produzioni di immaginario
collettivo confina nell’ombra e nel silenzio la componente straordinariamente operosa del
Veneto, affiancata con quella solidale. Ne deriva un’immagine altamente schizofrenica
della nostra regione. Un polo positivo, per cui molti giovani laureati entrano come
«innovatori molecolari» nelle aziende, nei servizi e nelle professioni ma non ne parla
nessuno. E per contro il polo contrario, c’è allarme per la fuga di cervelli, ogni giorno in
cronaca. Una buona pratica come il sistema dell’accoglienza diffusa dei profughi
sperimentata nell’Alto Vicentino finora ha meritato qualche trafiletto, mentre su giornali,
tv, per non parlare dei social network, impazzano i titoloni sulle caserme, le rivolte, gli
abusi, l’insicurezza. In buona sostanza la schizofrenia è tra una polarità positiva, il
Veneto del miracolo che si sente già oltre la crisi. E una negativa, il Veneto della sfiducia
che si sente in una crisi senza fine. Nessuna élite oggi è portatrice di una visione per
ricomporre la frattura. Una schizofrenia che condanna anche i continuatori del miracolo,
le eccellenze frequentemente mappate da impegnati inserti giornalistici, a un
drammatico, immeritato, corto respiro: «se sei bravo, se innovi, se ti dai da fare esci di
scena e diventi invisibile». La Lega, nel suo ruolo di governo regionale, ha portato a
sistema un suo meccanismo originario di legittimazione: fare delle passioni economiche
immediate la base dell’agire collettivo. Per contro si amplia un ceto, anche giovane e
scolarizzato, caratterizzato da individualismo che si disintermedia dal «sistema», ignora
le rappresentanze, per incorporarsi nella Rete. Un cambiamento capitalizzato da forze
politiche come il M5S. La frattura verticale tra élite e popolo incrocia quella orizzontale
tra protagonisti del miracolo che continua e vittime della crisi senza fine. I vecchi
steccati non fanno altro che inchiodare a un declino inesorabile. È tempo di coraggio per
romperli per ricollegare élite realmente dirigenti con quella parte di popolo operoso e
solidale che non si spaventa di fronte al cambiamento.
Pag 7 Amori, ville e peripezie di donna Clara. Quando l’Avvocato mise il veto alle
nozze di Michela Nicolussi Moro
Si è spenta ieri a Mestre, all’età di 96 anni, la sorella di Gianni Agnelli. Una storia
veneta: s’innamorò a Cortina, visse a Mogliano e poi Abano
Venezia. Donna Clara Agnelli se n’è andata. In silenzio e senza clamori, a 96 anni, la
stessa età che aveva l’amatissimo secondo marito, il conte Giovanni Nuvoletti, quando le
aveva detto addio per sempre nel 2008, chiudendo gli occhi all’ospedale di Abano. La
sorella maggiore dell’Avvocato, da qualche settimana ricoverata in Geriatria all’ospedale
dell’Angelo di Mestre, l’ha raggiunto ieri, portandosi dietro la sfumatura «più brillante,
passionale e imprevedibile dell’unica vera grande dinastia italiana», dicono gli amici.
Clara, primogenita di Edoardo Agnelli e Virginia Bourbon del Monte, era un ossimoro
vivente: riservata, raffinata, amante della casa che seguiva personalmente e cuoca
eccellente, per nulla incline al pettegolezzo e alla mondanità, aveva però trascorso gran
parte della sua esistenza sotto i riflettori. Prima per il matrimonio, appena diciottenne,
celebrato nel 1938 con il principe Tassilo von Fürstenberg, allora 34enne, dal quale ebbe
i figli Ira, attrice, Egon, lo stilista morto nel 2004, e Sebastiano, a capo della Banca Ifis.
E poi per il colpo di fulmine con Giovanni Nuvoletti, amante della dolce vita, della cucina
(è stato per dieci anni il presidente dell’Accademia italiana della cucina e presidente
onorario dell’Accademia internazionale di cucina di Parigi), e della moda, giornalista,
scrittore, perfino attore. E’ il vecchio primario nel film di Luciano Salce e con Alberto
Sordi «Il prof. dott. Guido Tersilli, primario della clinica Villa Celeste convenzionata con
le mutue». Un amore, quello nato a Cortina tra la contessa e il gentiluomo figlio di
contadini, capace di superare ogni ostacolo, fino alle nozze del 1974. Trovò la sua degna
cornice in Veneto, terra cara alla contessa, a villa Papadopoli poi von Fürstenberg di
Marocco di Mogliano Veneto, dono di nozze di Edoardo Agnelli, insieme a «Villa Bella» di
Cortina. «Il legame fra Clara e Giovanni fu più forte di tutto - ricorda Piero Fracanzani,
delegato dell’Accademia della cucina dei Colli Euganei - della contrarietà di Gianni Agnelli
(e della Fiat, ndr) e della Chiesa, poiché entrambi erano già sposati (furono arrestati
all’aeroporto di Tessera, mentre scendevano dall’aereo, per il reato di adulterio ndr).
Nuvoletti raccontava spesso un aneddoto: un giorno di dicembre, all’inizio della storia
con Clara, aveva incontrato l’Avvocato in piazza San Marco, a Venezia. Agnelli l’aveva
redarguito duramente e sembra che gli fosse scappato un ceffone». «Dovemmo
scappare, fare la fuitina - raccontò la contessa ai giornali negli anni Ottanta - mio fratello
ci trovò ad Arosa, nei Grigioni. Giovanni se lo trovò di fronte nella hall dell’albergo: era
venuto a prendere me, per riportarmi a casa. Indossavano la stessa giacca, la stessa
cravatta e la stessa camicia. Mio marito gli disse: Gianni, prima di litigare dimmi una
cosa: ti sei guardato allo specchio? Mio fratello gli rispose: ho persino il paltò uguale al
tuo». Fu l’inizio dell’armistizio. E di una «seconda vita», che donna Clara e il conte
Nuvoletti trascorsero tra la villa sul Terraglio, Venezia (la famiglia possiede un palazzo
sul Canal Grande che ora frequentano i nipoti), Cortina (lui fu uno dei vip che ne inventò
il mito e lei la presidente della sezione locale dell’Accademia della cucina) e Padova.
Nella vecchiaia la coppia si trasferì ad Abano, prima all’hotel Ritz e poi in una residenza
per anziani. «Amavano la buona cucina - ricorda ancora Fracanzani - tra i loro locali
preferiti c’erano la Trattoria dall’Amelia a Mestre e Al Capriolo in Cadore. E poi erano
appassionati di letteratura. Erano sempre presenti ad una rassegna ambientata a
Cortina, tra il Grand Hotel Savoia e il cinema Eden, che vedeva tra i relatori un giovane
Vittorio Sgarbi. E tra i vip anche Giulio Andreotti, ospite della suore orsoline, Francesco
Cossiga, Luca Cordero di Montezemolo e Giovanni Spadolini, nel cui partito repubblicano
militò Susanna Agnelli, poi diventata sottosegretario e ministro degli Esteri». Insomma,
una vita piena, con qualche acciacco ogni tanto, che costrinse Clara Agnelli a un breve
ricovero all’ospedale di Padova. Fino alla vecchiaia, quando la coppia decise di lasciare la
villa di Marocco e di trasformarla nella sede della Banca Ifis, controllata da Clara e dal
figlio Sebastiano, tuttora presidente. «Hanno fatto un dono bellissimo alla comunità riflette Marina Salamon, azionista Ifis - prima ristrutturando la villa e dotandola di un
parco e poi mettendola a disposizione di centinaia di dipendenti e quindi creando posti di
lavoro. Perfino il teatrino interno, costruito per il matrimonio di Ira, ora è diventato sala
riunioni. Clara era una presenza di eleganza, discrezione, libertà e modernità al di là del
tempo e della storia. C’è un suo ritratto all’ingresso della banca, che io guardo sempre».
«Era una gran signora, amante della casa - concorda Ivano Taccori, amico di Egon, che
fu il testimone di nozze della moglie - a Cortina aveva una splendida collezione di
bicchieri antichi. Era acuta e spiritosa, raffinata e amante della cultura e del Veneto».
«Somigliava molto al fratello Gianni - dice la stilista padovana Rosy Garbo - aveva una
classe e un’eleganza innate. La moda la faceva lei. Io la ricordo a qualche sfilata: alta,
non un gesto fuori posto, una charme indimenticabile ma mai altera». Era lei, Donna
Clara.
IL GAZZETTINO
Pag 21 Clara Agnelli. La sorella “scandalosa” che fu esiliata a Mestre di Edoardo
Pittalis
Morta a 96 anni. donna elegante e caparbia, subì l’onta delle manette per la storia
d’amore con il Conte Nuvoletti. E accettò di ritirarsi sul Terraglio
Settant’anni fa per la sua storia d’amore le misero le manette appena scesa dall’aereo.
Oggi nessun ministro dell’interno può arrestare gli ultimi sogni di una vecchia contessa.
Clara Agnelli se n’è andata a 96 anni in una stanza dell’ospedale di Mestre, confusa negli
ultimi tempi dall’Alzheimer. Prima ha pagato il debito al destino tragico degli Agnelli: le
donne seppelliscono i maschi della famiglia; fratelli, mariti, figli. Clara nella sua vita non
aveva costruito macchine, non aveva fatto politica, nemmeno scritto libri, ma non ha
mai scordato neppure una volta di essere una Agnelli. Apparentemente remissiva, non si
è mai piegata. Sorrideva ma con malinconia, ha dato scandalo in un’Italia bigotta pur di
stare con l’uomo che amava. Ha accettato le condizioni dettate dal fratello famoso
Gianni, si è ritirata nella villa sul Terraglio e ha atteso che il tempo le desse ragione. Una
vita impegnata a sfuggire ai riflettori, ma senza far niente per non essere notata.
Condannata dal cognome importante a essere sempre in primo piano nelle fotografie che
raccontano l’Italia. Primogenita della coppia allora più discussa d’Italia: lui, Edoardo,
rampollo della dinastia industriale degli Agnelli uscita dalla Grande Guerra più ricca e
potente; lei, Virginia, principessa romana con sangue americano. Tre figli in tre anni, poi
altri quattro. Il fascismo la premia come famiglia prolifica, le regalano anche la tessera
del tram, ma Virginia in vita sua non è mai salita su un mezzo pubblico. Clara nasce il 7
aprile 1920; undici mesi dopo arriva Gianni. Si è sempre considerata quasi una gemella,
si somigliavano molto, era attaccatissima, provava per lui una profonda tenerezza.
Edoardo, che da presidente della Juventus ha vinto cinque scudetti di fila, muore a 43
anni nel 1935 alla guida dell’idrovolante che si rovescia e l’elica lo decapita. Virginia
muore nel 1945 su una Fiat che sbanda e rotola sulla strada per Forte dei Marmi, dove
l’attende Curzio Malaparte. Clara si è sposata a 17 anni col principe Tassilo von
Furstenberg della Foresta Nera, aristocrazia tedesca. Quando Tassilo, quasi
quarantenne, si presenta al vecchio senatore Giovanni Agnelli chiedendo un ruolo alla
Fiat, si sente rispondere bruscamente: “Al’è n’ prinssi? Ca fassa el prinssi”. Le automobili
sono una cosa troppo seria. Per farsi perdonare regala alla nipote una grande villa
veneta del ‘700 alle porte di Mestre, quella che era stata dei Papadopoli, 21 ingressi,
nascosta alla vista da bossi potati a cupola. E’ la villa dove nel 1849 Radetzky aveva
fatto firmare la resa alla Repubblica di Venezia di Daniele Manin. Nascono tre figli: Ira,
Egon e Sebastian; l’attrice, lo stilista e l’uomo d’affari. La donna che mette al collo solo
perle, veste abiti eleganti mai sgargianti, gioca con i bambini nel grande giardino
all’italiana e sta attenta perché non si avvicinino al laghetto coperto di fiori di loro,
decide di colpo di cambiare vita. Nel 1948 conosce Giovanni Nuvoletti Perdomini, nove
anni più grande, s’innamorano e se ne accorgono in molti: il principe Fustenberg sa
tutto, si consola col Martini al bancone dell’Harry’s Bar. Gli amanti fuggono insieme,
vanno in Svizzera dove li raggiunge Gianni Agnelli: “Avevamo la stessa giacca, stessa
cravatta, stessa camicia e persino stesso paltò”. Il fratello la convince a rientrare in
Italia dove è attesa come adultera. In quel dopoguerra l’adulterio è reato, più si famosi e
più si paga. Naturalmente paga la donna, toccherà qualche anno dopo clamorosamente
alla “Dama Bianca” di Fausto Coppi. Clara Agnelli all’atterraggio all’aeroporto di Venezia
trova due questurini che l’aspettano con le manette pronte. La salva dal carcere il
marito. “Nei primi quindici anni abbiamo avuto contro tutti: la Chiesa, la Dc, la Fiat e il
ministro Scelba che ci faceva pedinare dovunque andassimo”. I due si sposeranno
civilmente nel 1974 e in chiesa nel 1989. Ci sono tutti per le nozze di Ira, settembre
1955, un avvenimento mondano che richiama fotografi e giornalisti come per i divi del
cinema: a soli 15 anni sposa il principe Alfonso di Hohenlohe, il corteo di gondole sfila
sul Canal Grande. La coppia finisce sulle copertine dei settimanali mondiali, dal “Life” a
“Oggi”. Quella con Nuvoletti si rivela un’unione destinata a durare tutta la vita. Dirà lui:
“E’ stato un matrimonio d’amore, per stare insieme Clara ha firmato un atto in cui si
accontentava di un vitalizio modesto. Ma ci vogliamo bene come il primo giorno.
Litighiamo continuamente ma non ricordiamo perché”. Intanto, i giornali con ironia lo
chiamano “il Lord Brumel della Padania” e anche “l’auto-nobile Fiat”. Lui si ritaglia uno
spazio come scrittore non banale, come attore in film satirici e come presidente
dell’Accademia della Cucina. Nell’amore per la cucina trascina Clara che nel 2000
partecipa al concorso enogastromico del Gazzettino con una ricetta particolare: “I ravioli
di fagioli”. Al ristorante all’Amelia di Mestre li ricordano sempre seduti allo stesso tavolo.
Lei sembra assente, lui le parla continuamente, sempre con dolcezza. Si sono protetti e
amati contro tutti. Superano insieme una notte terribile nella loro villa nel marzo 1985,
quando i banditi fanno irruzione per una rapina, qualcuno ha pensato che volessero
sequestrare la signora Agnelli. Gli ultimi tempi sono anche segnati da contrasti tra gli
eredi per il patrimonio, la vicenda finisce davanti ai giudici padovani. Ma ormai la signora
Clara non aveva più interessi o ricordi da proteggere o da conservare.
LA NUOVA
Pag 14 “Veneto Banca, dal crac delle azioni ai tesori nascosti” di Renzo Mazzaro
Esposto di don Torta mette sotto accusa gli ex vertici
Treviso. Di chi la colpa nel dissesto di Veneto Banca: delle quote precipitate a 0,10
centesimi o della finanza allegra all’epoca di Vincenzo Consoli amministratore delegato e
Fabio Trinca presidente? Chi pensa ad una regia occulta nel “salvataggio” rivendica
alcuni dati fattuali: le azioni di Veneto Banca sono state fissate a 0,10 centesimi perché
corrispondevano al denaro che il fondo Atlante era disposto a sborsare. Elementare,
direbbe Watson. Con il corollario che le banche che compongono il fondo e hanno
stanziato un miliardo per l’aumento di capitale, incasseranno adesso i proventi di una
rivalutazione astronomica, mentre i soci che detenevano 5 miliardi sono andati a zero.
Un esproprio, come definirlo altrimenti, che aveva nel Cda uscente la quinta colonna:
questa la tesi di chi postula una regia occulta. Da vedere la misura effettiva
dell'esproprio, perché tramite strumenti come warrant i vecchi soci potrebbero essere in
qualche misura rimborsati in futuro. Al presente, hanno perso tutto. La gestione di
Consoli e Trinca è tutto meno che innocente, almeno a leggere un esposto presentato
alla procura della repubblica di Treviso. Lo firma don Enrico Torta, il prete della periferia
di Mestre nella cui parrocchia si riuniscono avvocati e associazioni di soci truffati.
L’esposto denuncia la presenza di «un’associazione per delinquere che ha operato per
anni con lo scopo di ricavare ingentissimi utili personali a danno della banca, dei soci e
dei clienti, a discapito di una intera comunità che è stata inesorabilmente colpita non
solo nei propri interessi economici (assai spesso sudati risparmi frutto di anni di
economie) ma anche nella fiducia in una istituzione profondamente radicata nei cuori e
nelle menti». «I protagonisti dell’epopea negativa di Veneto Banca», si legge, «sono
alcune figure che in tempi diversi hanno rivestito ruoli apicali nella direzione dell’istituto
di credito, nonché un uomo dello Stato. Anche altro soggetto, che ha rappresentato la
Repubblica a livelli elevatissimi, è meritevole di interesse. Tutti costoro, a meno che non
si tratti di sorprendenti omonimie, hanno costituito e detengono attività fuori dall’Italia,
con una rilevante propensione per paesi fiscalmente esotici». I nomi sono: Vincenzo
Consoli già amministratore delegato e Flavio Trinca già presidente della banca; Franco
Antiga, ex vice presidente della Holding e presidente della dipendente banca italoromena, che da sola ha lasciato un buco di 500 milioni; Giuseppe De Maio, già
comandante della Guardia di Finanza di Treviso; Franco Bassetto e Gino Pozzobon,
persone utilizzate - secondo l'esposto - per fare la cresta su transazioni immobiliari;
Annibale Dal Verme, rappresentante a Panama di Bsi Bank (banca della Svizzera
italiana) inquisita per riciclaggio dalle autorità elvetiche; Federico Tessari, ex presidente
della Camera di commercio di Treviso e titolare di varie proprietà all’estero, situazione in
cui si trovano anche l’attuale vicepresidente della banca Giovanni Schiavon (che per anni
ha presieduto il Tribunale di Treviso) e Cristiano Carrus, attuale direttore generale.
Come titolari di un numero impressionante di attività all’estero risultano Consoli, Trinca
e Antiga. Messe in piedi con denari stornati da Veneto Banca, è l’assunto, sul quale si
chiede alla magistratura di fare luce: «È legittimo interrogarsi sulla provenienza dei fondi
con i quali sono state acquisite le descritte proprietà, sulla funzione delle società riferibili
ai nominativi indicati, sulla intervenuta segnalazione al fisco italiano delle disponibilità
patrimoniali». L’omonimia cui l’esposto accenna, sembra più che altro un artificio
retorico, comunque un’eventualità remota: nomi, cognomi, date di nascita e codici fiscali
(quando i documenti li richiedono) coincidono sempre, nelle oltre 100 pagine di allegati.
Nella documentazione ricorre anche il nome di Rodrigo Rato, già vice primo ministro
spagnolo e ministro dell’economia, nonché direttore del Fondo Monetario Internazionale,
arrestato l’anno scorso per frode fiscale. Rato sarebbe collegato a Consoli attraverso una
società panamense, di cui è uno dei sottoscrittori del capitale. Per l’esportazione di
denaro all’estero la dirigenza di Veneto Banca si sarebbe servita della banca
commerciale Eximbank, che faceva parte del gruppo, con sede in Moldavia. Non
mancano nomi di imprenditori veneti clienti della banca, come il presidente di Save
Enrico Marchi e il suo socio nella Finanziaria Internazionale Andrea De Vido, Fabio
Biasuzzi e altri, che avrebbero goduto di trattamenti di favore, non solo da Veneto Banca
ma anche dalla Popolare di Vicenza, grazie a «un complesso di prestiti, crediti deteriorati
e pegni incrociati» su cui si chiede di indagare. Ci sarà il coraggio di andare fino in
fondo? Questo è un punto rovente: l’esposto è stato inviato in copia al Consiglio
superiore della magistratura, per il sospetto di interessi in conflitto tra i giudici trevigiani
e i possibili indagati. Nel mirino c’è la sezione fallimentare del tribunale di Treviso: alcuni
magistrati sarebbero palesemente inadeguati, in particolare uno, legato a Veneto Banca
attraverso uno studio di notai che ne cura gli interessi.
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… ed inoltre oggi segnaliamo…
CORRIERE DELLA SERA
Pag 1 Il doppio volto del terrore di Stefano Montefiori
Violenza e religione
In coda all’aeroporto o seduti in metropolitana, per gioco macabro o vera ansia, molti si
saranno chiesti almeno una volta: chi ha il volto dell’attentatore? Chi potrebbe farsi
esplodere, o tirare fuori un coltello? Il pregiudizio indurrebbe a fissare lo sguardo sul
devoto in djellaba e barba sul mento, segni visibili di lunga e convinta appartenenza
religiosa islamica. Ma sul treno in Germania a colpire è un 17enne autoradicalizzato di
recente, e a Nizza il tir lo ha guidato «il George Clooney del quartiere», come i vicini
chiamavano l’assassino: sorriso da attore, fisico scolpito in palestra, dedito all’alcol, al
sesso con uomini e donne, mai andato in moschea. Sull’orlo della follia, ma reclutato in
extremis da uno jihadista algerino dell’Isis. Terrorista islamico, quindi, anche lui. Gli
orrori di questi giorni mostrano che esiste il terrorismo dell’Isis, ma non un unico profilo
religioso, etnico, culturale, e poi operativo dei suoi adepti. La minaccia quindi è ancora
più grave. Per affrontarla, due posizioni - ugualmente ideologiche - si sono ormai
cristallizzate da anni: un campo tende a sminuire il ruolo dell’Islam, connotato in modo
sbrigativo come «religione di pace»; l’altro individua nel Corano i germi di una
inevitabile violenza, e accusa di cecità e sottomissione chiunque provi a distinguere tra
musulmani e fondamentalisti predestinati al terrorismo. «Benpensanti» contro
«islamofobi», secondo il lessico delle accuse reciproche. Gli eventi sembrano dimostrare
che entrambe le griglie non funzionano. Se l’obiettivo è capire il rapporto tra religione
islamica e radicalismo islamista, bisogna provare a mettere insieme i fatti, senza
processi alle intenzioni. La storia personale di Mohamed Bouhlel, l’attentatore di Nizza, è
importante e va raccontata non perché qualcuno potrebbe usarla per assolvere l’Islam
incolpando la malattia mentale (poveri malati mentali, tra l’altro), ma perché mostra chi
sono i nemici che abbiamo di fronte. L’Isis si avvale - lo ha sempre fatto ma adesso
appare più chiaro - di chiunque sia utile ai suoi scopi. Esseri umani lucidi e determinati,
così come personalità disturbate e ingestibili. Ubriaconi e delinquenti, magari rapper
amanti della musica tanto odiata dai predicatori salafiti, così come fedeli ligi ai precetti
delle cinque preghiere e del Ramadan. E bisessuali, che l’organizzazione accoglie come
suoi «soldati» a Orlando e Nizza con solennità postuma mentre a Raqqa, capitale del
Califfato, verrebbero fatti volare giù da un palazzo per punizione. È terrorismo islamico
quello del 13 novembre a Parigi: un’azione coordinata e complessa, ideata in Siria e
portata a termine da combattenti addestrati. Ed è terrorismo islamico pure quello del 14
luglio, un camion di 19 tonnellate che piomba sul lungomare di Nizza. Il fatto che
l’attentatore fosse un 31enne con problemi psichici che si è radicalizzato - o meglio
convertito - all’improvviso non toglie nulla al carattere terroristico, ideologico e politico
del suo gesto: ha compiuto un’azione invocata già dal settembre 2014, e rivendicata
adesso, dallo Stato islamico. Mohamed Bouhlel può non essere mai andato in moschea
in vita sua, ma l’Isis è stato comunque in grado di orientare la sua conversione e dargli
la copertura morale per la carneficina della Promenade des Anglais. E non importa se sia
«artigianale», dipinta a mano, la bandiera dello Stato islamico trovata a casa del ragazzo
afghano autore due sere fa dell’assalto sul treno in Germania. Quel simbolo gli ha fornito
comunque la forza per calare l’accetta sui passeggeri. Il punto è che la propaganda
dell’Isis è efficace quale che sia il percorso religioso e culturale dei suoi seguaci. Anzi,
prolifera soprattutto tra quanti, nelle giovani generazioni, hanno abbandonato l’Islam dei
padri. L’Isis arriva a colmare un vuoto, e fa presa persino su tanti europei che si sono
formati lontano dall’Islam. I famosi convertiti rappresenterebbero circa il 20 per cento
dei combattenti stranieri nel Califfato. Tra loro c’è Maxime Hauchard, un ragazzo dai
lineamenti delicati e gli occhi azzurri, nato e cresciuto non nelle «banlieue degradate»,
come si è soliti dire, ma in una famiglia cattolica del piccolo villaggio di Bosc Roger en
Roumois, tra le mucche e i cavalli della Normandia, e finito poi a tagliare teste in Siria
con il nome di Al Faransi («il francese»). Certe volte i predicatori islamici preparano il
terreno per il passaggio alla jihad. Più spesso la stessa religione - l’Islam - serve da
argine, riesce a trattenere giovani che altrimenti sarebbero tentati dall’Isis come da una
setta. Per questo lo Stato islamico tende a disprezzare i musulmani che continuano a
vivere in Europa (nella terra dei «miscredenti»): spesso sono di cultura islamica ma
ormai secolarizzati, quindi - nell’ottica del Califfato - vicini all’apostasia meritevole della
morte. Oppure, se religiosi praticanti, i musulmani europei restano in maggioranza fedeli
a un Islam tradizionale che non ha la portata rivoluzionaria auspicata dallo Stato
islamico. L’Isis sospetta i musulmani europei di connivenza con il nemico, teorizza che
siano vittime collaterali sacrificabili, e a Nizza lo ha messo in pratica. Attribuire al
terrorismo islamico gli attentati compiuti da individui con scarsi legami organici con l’Isis
non significa essere «islamofobi». Segnalare il rapporto spesso conflittuale tra religione
islamica e radicalismo islamista non è una tesi da «benpensanti» che non vogliono aprire
gli occhi. Le due realtà convivono. Lo dimostra l’attentato del 14 luglio a Nizza: sulle 84
vittime del terrorismo islamico dell’Isis, oltre trenta sono musulmane.
Pag 1 I corpi trattati come manichini. L’umiliazione dei vinti di Pierluigi Battista
Riti arcaici
Quei corpi ammassati e denudati di ufficiali puniti da Erdogan perché considerati golpisti.
Che poi forse non è neanche vero che lo siano stati. Chissà. Un autocrate non ha
bisogno di prove, come in uno Stato dove prevale il diritto, per schiacciare il suo popolo
con il pugnodi ferro e per inventarsi colpe mai commesse eppure da espiare come segno
di feroce vendetta,di spietata rappresaglia. Però, se si pensava che il rito dell’umiliazione
sul vinto fosse oramai un residuo arcaico liquidato dalla modernità, il ricordo di un
passato buio, tramontato come quello strumento di materiale sevizia, quella
composizione oscena di ceppi di legno con tre buchi e chiusi come una cerniera attorno
al collo del reprobo chiamata «gogna», dobbiamo purtroppo ricrederci. Perché la gogna
oggi si fissa in un’immagine, una foto, un video, un selfie, di sopraffazione esibita. Nel
calpestare la dignità dello sconfitto. E troppo di frequente: nella Bosnia martoriata dalle
milizie dei carnefici serbi con quelle colonne di esseri umani oramai diventati scheletri
semoventi. Nell’Iraq in cui i «liberatori» hanno sottoposto il dittatore Saddam Hussein
all’umiliazione di un prigioniero ispezionato, violato, deriso. A Donetsk dove i separatisti
filorussi hanno fatto sfilare in catene i soldati ucraini lealisti, laceri, sporchi, sbeffeggiati
e riempiti di sputi dalla popolazione aizzata dall’odio. Troppo, troppe volte. In Turchia
adesso: un potere violento che fa dei corpi degli sconfitti tanti patetici manichini da
dileggiare, impaurire, ostentare come monito e minaccia. Non è lo scempio dei cadaveri
degli sconfitti raffigurato una volta per sempre dal corpo straziato di Ettore trascinato
nella polvere da un furibondo Achille. Non è quella escrescenza terrificante delle guerre
in cui a piazzale Loreto hanno prima i potenti fascisti di allora esibito i partigiani
impiccati, e poi come crudele legge del contrappasso, sono stati scempiati i corpi a testa
in giù di Mussolini e di Claretta. E non è nemmeno una di quelle fotografie disgustose
dell’Alabama dei primi decenni del Novecento in cui i bianchi orribili del Ku Klux Klan si
felicitavano spudoratamente sotto i corpi dei due neri che penzolavano senza vita dal
ramo di un albero. No, qui sono corpi vivi e però umiliati, messi in mostra, esibiti, portati
sul palcoscenico per essere esposti al pubblico ludibrio. Il rito dell’umiliazione di un
pugno di soldati americani senza onore che nel carcere di Abu Ghraib, in Iraq, si
divertivano a mostrare i prigionieri terrorizzati, nudi, ammucchiati in pose degradanti,
con un cane lupo che abbaiava per vedere i prigionieri paralizzati dal panico. Il rito della
degradazione pubblica che in quello stesso Iraq, ma stavolta sotto il tallone d’acciaio di
un dittatore sanguinario come Saddam Hussein, fu messo televisivamente in scena
durante una riunione del gruppo dirigente del partito Baath quando i «traditori» presunti
venivano chiamati uno ad uno ad alzarsi sotto lo sguardo severo del despota e farsi
trascinare nella più vicina prigione per essere giustiziati senza processo. Il potere che
umilia, calpesta, priva di dignità chi deve subire in silenzio la gogna e l’umiliazione.
Come quelle migliaia e migliaia di «borghesi», professori, intellettuali, maestri, musicisti,
costretti a sfilare durante la Rivoluzione culturale in Cina con cartelli appesi al collo e in
testa un cappello con le lunghe orecchie da somaro, mentre nugoli di Guardie Rosse
fanatizzate e sotto il comando degli alti papaveri del partito maoista insultavano le loro
vittime. Come i controllori del campo di internamento di Coltano a pochi chilometri da
Pisa che dopo il 25 aprile tennero segregato in una «gabbia del gorilla», esposto come
un «animale nello zoo» scrisse una volta Truman Capote, il poeta Ezra Pound, reo di
aver tradito la patria americana sostenendo alla radio l’azione del nemico Mussolini.
Come gli ufficiali giapponesi, proprio loro che avevano trattato con una brutalità
inimmaginabile i loro prigionieri, che venivano fotografati e immortalati mentre
l’imperatore, spogliato dei suoi attributi divini, annunciava la resa disonorevole per il suo
popolo. Come i processi farsa dell’epoca di Stalin in cui gli imputati torturati
confessavano i delitti più inverosimili. Residui arcaici, tracce di un passato che
nell’antichità contemplava la gogna dei prigionieri costretti a sfilare sotto il giogo, faceva
pronunciare lo spietato «Guai ai vinti», costringeva gli sconfitti a trascinarsi nell’orrore
delle forche caudine. La lettera scarlatta del disonore, la colonna infame del linciaggio.
Purtroppo ancora attuale. A Istanbul, adesso. In Italia quando le Brigate Rosse esibivano
le immagini dei prigionieri umiliati, Taliercio, Moro, Roberto Peci ammazzato per punire
attraverso di lui il fratello «pentito». Il rito dell’umiliazione, della degradazione, l’ultimo
sigillo di un potere spietato e senza controlli.
Pag 1 Il programma di Trump: trasformare le paure in voti di Massimo Gaggi
Convention repubblicana
Donald Trump, poi il deserto. Sul palco della convention sfilano comparse che recitanoil
testo che scorre su uno schermo. La conclusione è sempre la stessa: «Se vuole tornare
grande, l’America deve affidarsi a Trump». Una giornata passata a discutere se alcune
frasi della moglie Melania sui valori di Donald e l’impegno per consegnare ai figli
un’America migliore siano state copiate dal discorso di Michelle Obama alla convention
democratica del 2008 dà la misura di questo vuoto pneumatico. Che è un effetto voluto
da un candidato allergico agli impegni programmatici, ma abilissimo nel trasformare
insicurezze e paure in consenso. La prima giornata della «kermesse» è stata dedicata
alla paura per la sicurezza perduta. La seconda, apparentemente più costruttiva, al «che
fare» per dare lavoro agli americani. In realtà, nonostante il tasso di disoccupazione Usa
sia più che dimezzato durante la presidenza Obama (ora è al 4,9 per cento), anche qui
domina il catastrofismo: economia malata, lavori precari, ceto medio in rovina. Che le
cose non vadano bene nonostante le apparenze è sicuramente vero: Trump cavalca un
malessere reale del ceto medio e del proletariato conservatore impoverito. Per capirlo,
più che ascoltare gli oratori della “convention”, bisogna uscire fuori dal suo perimetro
blindato e infilarsi nella folla variopinta di fan e avversari di Trump tra i quali spicca,
oltre a quella dei «bikers», i trumpiani arrivati a cavallo delle loro Harley Davidson , la
tribù dei «Truckers for Trump». È l’avanguardia arrabbiata e spaventata dei 3,5 milioni
di autisti di camion e autotreni d’America, i primi professionisti del volante che rischiano
di perdere il lavoro con l’avvento dei veicoli che si guidano da soli. Cosa promette loro
Trump? Il muro per bloccare gli immigrati messicani che si prendono i lavori più umili, la
fine del «free trade», il ritorno in America delle fabbriche emigrate in Cina. Misure che,
nella sostanza, hanno poco senso: i campionisti e molti altri perdono il lavoro per via
dell’automazione, non per colpa del libero scambio o della globalizzazione. E le fabbriche
che tornano negli Usa sono solo quelle che possono essere riempite di robot: di posti di
lavoro ne producono pochini. Ma il messaggio funziona comunque perché il
superimbonitore Trump sa porlo in modo seducente, sa stuzzicare i timori, giocare sulle
insicurezze, magari indirizzandole su bersagli fasulli. L’economista conservatore Tyler
Cowen, per dirne una, lega il malumore del ceto medio impoverito anche all’angoscia dei
«baby boomers» che oggi hanno dai 55 ai 64 anni: hanno un risparmio previdenziale
medio di 110 mila dollari e un’aspettativa di vita superiore ai 20 anni. Significa che
dovranno vivere, in media, con 23 mila dollari l’anno (16 mila di assegni della
previdenza sociale e 7 mila di pensione privata). Pensioni vicine alla soglia di povertà
che provocano rabbia e malessere ma delle quali non è certo colpevole Obama: sono
figlie della crisi finanziaria del 2008 (a sua volta figlia della «deregulation» reaganiana) e
della parziale privatizzazione del sistema pensionistico con la responsabilizzazione del
singolo lavoratore che doveva diventare l’assicuratore di sé stesso. Insomma, se si
comincia ad andare a fondo sui fenomeni le cose cambiano aspetto: allora meglio
restare in superficie facendo il surf sugli slogan populisti. Si spiega così questa
«convention» apparentemente sbilenca, disertata dagli esponenti repubblicani di
maggior peso (sbeffeggiati senza pietà dal team Trump: i due ex presidenti Bush definiti
«puerili, bambineschi», il governatore dell’Ohio John Kasich liquidato come un
personaggio «petulante e imbarazzante») e zeppa di mezze figure. Tanto che, a parte
Melania, il protagonista assoluto della prima serata è stato un vecchio arnese come Rudy
Giuliani, ripescato dalla soffitta della politica americana dopo i suoi falliti tentativi
presidenziali di quasi dieci anni fa. Quello che doveva essere il pezzo forte della serata,
l’attacco a Hillary sulla gestione della crisi di Bengasi con le testimonianze dei
sopravvissuti e dei parenti delle vittime, si è risolto in una narrazione confusa, prolissa,
ripetitiva alla quale nemmeno i delegati si sono appassionati. Ha scosso di più la platea
lo sceriffo nero di Milwakee, David Clarke, col suo «blue lives matter» contrapposto al
«black lives matter» degli attivisti afroamericani. Il richiamo alle divise blu dei poliziotti
ha suscitato l’ovazione più convinta della serata in una città nella quale per tutto il
giorno la folla della «convention» non ha fatto altro che ringraziare gli agenti. Il senatore
dell’Arkansas Tom Cotton, un emergente della nuova onda populista, è quasi invisibile
col suo intervento incolore, subissato dalla «verve» del sindaco della «tolleranza zero»
che promette un Trump capace di «fare in America quello che io ho fatto a New York».
Poi Giuliani rivela: «Donald ha un cuore grande, è un benefattore generoso, ma non
vuole che si sappia». Alla fine il dato politico più significativo viene dall’intervento di
Melania. Avrà pure copiato, ma in una serata di rabbia, frustrazione e America in rovina,
lei è l’unica a puntare su un messaggio positivo: Donald, il miliardario che ha voltato le
spalle a Wall Street, aiuterà i deboli, gli impoveriti. In realtà Trump sta per annunciare
nuovi tagli fiscali di cui dovrebbero beneficiare soprattutto i benestanti, ma a lui gli
elettori concedono assegni in bianco: è questa la chiave elettorale del successo del
«tycoon» che prova a travestirsi da Robin Hood.
Pag 2 La strage dei sorrisi di Paolo Di Stefano
Quei morti sulla Promenade, di ogni età e religione (un terzo erano musulmani),
rappresentano tutto il mondo
È stata la strage dei bambini: 2 anni, 4 anni, 6 anni, 8 anni, 11, 12, 13 anni... Più di
cinquanta bambini ricoverati. E i ragazzini. I fuochi artificiali di solito sono fatti per i
bambini. Nessuno avrebbe potuto immaginare che fosse fatto per loro anche il fuoco di
un terrorista. E per le famiglie. È stata la strage delle famiglie, dei padri, delle madri, dei
nonni: la prima vittima era una donna musulmana madre di sette figli. È stata anche la
strage degli anziani, il primo italiano identificato aveva 90 anni. È stata la strage di tre
generazioni, forse quattro. È stata la strage degli amici che quella sera avevano deciso
di andare a farsi un giro insieme sulla Promenade. È stata la strage degli studenti (un
ventenne italoamericano si trovava a Nizza per un programma di scambio
interuniversitario). È stata la strage dei francesi, ma anche degli italiani, dei tedeschi
(due liceali con l’insegnante), dei belgi, dei polacchi, degli americani (un padre con il
figlio appassionato di basket), degli algerini, dei tunisini, dei marocchini, dei russi, degli
ucraini, degli svizzeri, degli armeni, dei cinesi, dei kazachi, dei brasiliani... È stata la
strage dei cattolici, dei protestanti, degli ortodossi, degli ebrei, dei musulmani (sono un
terzo delle vittime) uccisi da un musulmano. È stata la strage delle geografie e delle
storie. È stata la strage dei nomi che ci suonano familiari e di quelli che suonano esotici,
nomi-casa, nomi-religione, nomi-fede, nomi-poesia, nomi-paese, nomi-passato, nomipresente: Maria Grazia, Mario, Laura, Silvia, Sean, Magdalena, Fatima, Christiane,
François, Jocelyne, Adib, David, Myriam, Olfa, Kylian, Marzena, Michael, Marina... È
stata la strage più plurale e più singolare, più cieca e più mirata che si conosca. Perché
in Promenade des Anglais passeggiava il mondo intero, la bellezza e la felicità del mondo
in cammino lento, in pausa-vacanza, spensierato, con le sue età, le sue abitudini, le sue
storie irripetibili. Lavori, attività, affetti, pensieri lasciati provvisoriamente a casa per
qualche ora di svago. È stata la strage dei sorrisi, quello domestico di Léa, quello
trattenuto di Igor, quello solare di Rachel, quello nascosto dietro due lenti scure di
Roman, quello dolce di Myriam, quello appena accennato di Linda, quello felice e anche
un po’ malinconico della trentenne malgascia Mino in abito bianco da sposa. Sì, anche
una strage di sorrisi.
Pag 9 La grande paura delle turche laiche: “La legge islamica sempre più vicina”
di Sara Gandolfi
Istanbul. Alle sette di sera, su Istiklâl Caddesi, i top e le minigonne scompaiono. Da
venerdì notte, sulla via dello struscio di Istanbul, e poi su fino a piazza Taksim, cuore
passionale della città, vige una legge non scritta che le donne hanno imparato in fretta a
rispettare. Dopo una certa ora, meglio girare con braccia e gambe coperte, magari pure
con un velo a mascherare collo e capelli. La notte è del popolo di Erdogan, che resta
sveglio fino a tardi, cantando inni patriottici e inneggiando alla pena di morte. «All’inizio
siamo usciti anche noi, i “turchi bianchi”, così chiamano noi laici - racconta Alya,
commessa in un negozio “occidentale” -. In fondo, meglio una cattiva democrazia di una
dittatura militare. Ma ora le cose stanno prendendo una brutta piega, soprattutto per noi
donne. Da sabato vengo al lavoro con meno pelle in vista». A pochi metri, sfila il fervore
religioso dei sostenitori dell’Akp, il partito del presidente. Sono quasi tutti maschi, effetto
branco. Nell’atmosfera surreale del dopo golpe, si presentano come combriccole festose,
ma potrebbero diventare altro. Su Twitter girano storie di avvertimenti e minacce. Una
giovane racconta che qualcuno le ha urlato da un’auto: «Uccideremo anche quelle come
voi». Il pericolo è nell’aria. Lo confermano gli sguardi sconcertati delle passanti «laiche»
e le parole di alcune donne coraggiose. Come l’avvocatessa Ceren Akkawa, volontaria di
«Mor çati», prima Ong turca contro la violenza sulle donne: «Sulla carta la Turchia ha
una legislazione molto avanzata sulla parità di genere ed è il primo Paese firmatario
della Convenzione di Istanbul (contro la violenza sulle donne, ndr) - dice, ma nelle
strade, nelle stazioni di polizia, nei tribunali, la prassi è di tutt’altro tipo. Da almeno
quattro anni il governo spinge verso un conservatorismo sempre più marcato: la legge
islamica si avvicina ogni giorno di più». Il Sultano Erdogan non ha mai fatto mistero
delle sue opinioni sul ruolo della donna, dal numero dei figli che dovrebbe avere (3) al
tipo di impiego, «non è uguale all’uomo, non può fare lo stesso lavoro». Uno dei primi
decreti è stato il via libera al turban in scuole e uffici pubblici (il velo islamico turco, che
copre il capo ma lascia scoperto il volto, era vietato dal 1924 per volere di Atatürk). Le
islamiche, o «turche nere», sono uscite poco alla volta: non solo in strada, ma pure nelle
aule universitarie e in quelle giudiziarie. Con le purghe, sussurra qualcuno, sarà anche
peggio. «Ormai sono maggioranza - dice Akkawa -. E tante donne oggi mettono il velo
perché è socialmente più “comodo”. Io stessa mi sono accorta che sto cominciando ad
autocensurarmi nel modo di vestire». Poi è venuto l’attacco alla legge sull’aborto: «un
omicidio», disse Erdogan nel 2013. Non riuscì a renderlo illegale, ma da allora si sono
moltiplicati i medici «obiettori»: ad Istanbul solo tre ospedali lo praticano. Tra le
proposte avanzate dalla «Commissione parlamentare sul divorzio», c’è la
depenalizzazione dell’abuso sessuale sui minori se viene seguito da cinque anni di
matrimonio «sotto controllo governativo». Ufficialmente un modo per condonare le
«fuitine», ancora molto diffuse nelle zone rurali. «È disgustoso, incoraggiano i matrimoni
forzati delle bambine», commenta Ayse Arman, editorialista del quotidiano Hurriyet.
«Vogliono infilare le vittime di violenza nello stesso letto dello stupratore. Non è degno
della Turchia contemporanea», le fa eco la femminista Canan Güllü. Di fatto, nella prassi
è già così: secondo fonti giudiziarie, sono 3.000 i casi di stupratori che hanno evitato il
carcere sposando le proprie vittime. Di recente, poi, la Corte costituzionale ha abolito
l’articolo 103 che punisce gli abusi sessuali sui minori, sostenendo che la punizione per i
reati sui bambini fra i 12 e i 15 anni non può essere uguale a quella che coinvolge gli
under 12. I legislatori hanno tempo sei mesi per riformulare la legge, dopodiché si
creerà un vuoto legislativo. E la pedofilia sarà, di fatto, legale in Turchia.
Pag 15 Quei segnali degli alleati che preparano la via di fuga di Massimo Franco
A incuriosire non è tanto il contrasto in sé. Osservato dall’esterno, lo scontro nella già
piccola area centrista ha un’eco minima. È condito da personalismi e opportunismi. E
finisce solo per confermare lo sgretolamento di un centrismo che non ha più né strategia
né leadership. Ma se quanto avviene è osservato dal versante del governo, lo
smottamento assume contorni diversi. Diventa la metafora di una molecola del potere
che non sa più se e quanto l’alleanza con Matteo Renzi durerà. E dunque si scinde per
preparare la via di fuga di qui a un referendum istituzionale incerto. Sotto questo
aspetto, i tormenti di Udc e Ncd, divisi tra «Sì» e «No», tra lealtà e defezione, diventano
il termometro della salute dell’esecutivo. Sono una sorta di avanguardia parlamentare
della disaffezione che una parte del Paese comincia a mostrare verso la politica di
Palazzo Chigi. È come se alcuni esponenti del ceto politico alleato avessero interiorizzato
i dati deludenti dell’Istat sulla ripresa; quelli dell’Inps sulla disoccupazione; le resistenze
trasversali sulla riforma elettorale; e la parabola discendente dei sondaggi referendari.
D’istinto, si sono cominciati a defilare in anticipo, non sapendo più come andrà a finire.
Renzi rivendica di avere «tolto di mezzo l’agenda del passato. Ora», annuncia, «c’è il
passaggio chiave del referendum che sancisce tutte le riforme. Poi potremo affrontare il
punto: come sarà l’Italia dei prossimi 30 anni». È un’enfasi comprensibile e obbligata.
Serve a rilanciare un «Sì» indebolito, anche se è presto per definirlo perdente. Ma certo,
il racconto dell’Italia di Renzi avviene tra perplessità crescenti. Lo contestano Beppe
Grillo col M5S, e Silvio Berlusconi che prepara «il manuale per il No» al referendum.
Entrambi contano di utilizzare un’eventuale sconfitta governativa per avere maggiore
voce sulla modifica del cosiddetto Italicum: un sistema elettorale che sembra destinato a
non entrare mai in vigore. E il M5S comincia a puntare sul bersaglio grosso di Palazzo
Chigi, perché le truppe grilline crescono tra le difficoltà renziane. Il premier non riesce a
riprendersi dai ballottaggi di un mese fa: un’umiliazione per il Pd. Lo stesso terrorismo di
matrice islamica, che dovrebbe unire, rischia di dividere. Renzi ha convocato a Palazzo
Chigi i gruppi parlamentari per parlarne. Ma ha collezionato critiche per avere violato, è
l’accusa, il galateo istituzionale: in primo luogo da una Lega che pure rispetta le regole
caso per caso. Il Carroccio gli attribuisce una vena autoritaria, che le riforme
rifletterebbero. Il problema è che la adombra implicitamente anche Roberto Speranza
del Pd. «L’architettura istituzionale e l’equilibrio tra i poteri restano fondamentali. Lo
dimostrano le drammatiche vicende turche», dice. Le riforme di Renzi come apripista di
un Erdogan italiano: un’iperbole polemica, e l’indizio di un clima.
Pag 24 Il marocchino rinato con un cuore italiano di Giangiacomo Schiavi
Hicham, 7 mesi in coma. “Salvato da un trapianto, ora so che tutto è possibile”
Hicham Ben ‘Mbarek è nato due volte. La prima con il suo cuore. La seconda con quello
di un altro. La generosità che spiazza i luoghi comuni gli ha offerto di essere il testimone
di un’amicizia che supera ogni confine. Cinque anni fa era morto. Un trapianto a Siena
gli ha ridato la vita. «Non c’era un modo migliore per dire che siamo tutti fratelli»,
racconta. Hicham è un marocchino. Ha fatto la fame, ha dormito sulle panchine, ha
incrociato la faccia dura della povertà. Quando è arrivato in Italia da Tangeri, via
Gibilterra, sul gommone dei disperati, lasciandosi dietro il mare e la sabbia del deserto,
quelli come lui si chiamavano vu cumprà: il capolinea era un semaforo. Nel 1988, a sette
anni, era già grande. Così le avversità le ha vissute nella consapevolezza che prima o poi
sarebbero finite, perché con le cicatrici si impara a sopravvivere e perché così gli aveva
detto sua madre, rimasta sola dopo la morte del padre: «Noi non siamo scappati dal
nostro Paese, questo lo devi sapere. Abbiamo fatto una scelta, perché avevamo un
sogno». Il sogno di cambiare, di avere una vita diversa, di pensare a un futuro di libertà,
per Hicham era questo: diventare uno stilista. Per esserlo non c’è stato niente di
regalato: fatica, impegno, lavoro, creatività. Nel suo negozio a Firenze oggi si respira
passione, entusiasmo, felicità. Ma nel marchio c’è una storia nella storia, la metafora di
un dialogo possibile che la carica di odio di questi giorni vuole rendere impossibile:
BenHeart, il cuore di Ben. «Sono un musulmano orgoglioso di avere un cuore cristiano,
italiano, europeo. Sono un marocchino con il cuore di un Paese al quale posso soltanto
dire grazie». L’integrazione dell’ex immigrato clandestino che oggi vende capi a Firenze
Roma, Tokyo, New York, è passata attraverso il lavoro, il rispetto delle regole e il gesto
grandioso di una mamma che cinque anni fa ha detto ok all’espianto. «Non ha chiesto a
chi donava, non ha domandato se chi riceveva gli organi di suo figlio era bianco o nero,
cristiano o islamico. Nel suo dolore ha offerto a un altro una vita. Con un semplice sì».
Hicham non aveva bisogno di un altro cuore per dire quel che pensa dei macellai che
affettano le teste dei prigionieri e fanno saltare in aria uomini, donne e bambini inermi.
«Io sono islamico e difendo la mia religione, ma la mia religione non è torturare,
sparare, uccidere. Non si può mai, in nessun modo, essere d’accordo con chi ammazza
le persone indifese. Quelli dell’Isis sono semplicemente delinquenti». Per Hicham ci sono
i buoni e i cattivi, quelli che sognano e quelli che lottano, chi ha un cuore, un’anima, una
moglie, dei figli, una madre, un padre, un Dio. Sua moglie è italiana, «mangia il maiale e
io non soffro», i figli portano nomi che riassumono la sua storia, Chadia, Hamid Matteo,
Francesco Adam, e il suo Dio «ascolta le preghiere come quello cristiano». Se può, a
volte interviene. Nell’ospedale di Siena, la sera prima del trapianto, Massimo Maccherini,
il cardiochirurgo che lo deve operare, gli chiede: «Di che religione sei?». «Musulmano»,
risponde. «Allora inshallah» lo saluta e aggiunge: «Anch’io ho bisogno di pregare...».
Ricorda Hicham: «Al risveglio ho pensato che il Dio di ognuno di noi aveva fatto il 50 per
cento per la buona riuscita dell’intervento». Del suo cuore, Hicham non si era mai
curato. Né da ragazzino a Empoli, con la madre colf nella casa di un medico. Né da
adolescente, garzone nella pasticceria Giorgio, a Firenze. Nemmeno sui campi di calcio,
quando dribblava il futuro difensore della Juve e della nazionale, Andrea Barzagli. A
trent’anni, ormai stilista, bottega avviata, nove dipendenti, correva ancora dietro il
pallone: centrocampista nel Ponte a Greve, terza categoria. Un pomeriggio in
allenamento è andato giù come un sasso. Sette arresti cardiaci in meno di un’ora. Lo
portano a Siena. Rianimazione. Terapia intensiva. Sette mesi così. A guardare il soffitto.
La speranza: un cuore nuovo, compatibile. È arrivato. Da quel giorno, cinque anni fa,
Hicham ha cancellato la voce impossibile dal vocabolario. Il logo dell’azienda oggi è una
chiave nel cuore. Per aprire le porte, non per chiuderle. «Come fa papa Francesco»,
dice. Il suo socio è un toscanaccio, si chiama Matteo. No, non è Renzi. Ma un giubbotto
di pelle firmato BenHeart, se vuole, c’è anche per lui.
Pag 27 Il futuro dei moderati, centristi al bivio di Francesco Verderami
Scenari politici
Più si avvicina il referendum più le spinte centrifughe stanno scardinando le forze di
governo: accade nel Pd - dove la minoranza si muove in aperta conflittualità verso Renzi
- e succede soprattutto dentro Ap, un contenitore svuotato della sua funzione, se è vero
che i partiti fondatori hanno assunto posizioni contrapposte sulle riforme costituzionali.
Inutile inseguire la razionalità, tentare di capire com’è possibile ora per l’Udc dichiararsi
per il No davanti al Paese dopo aver votato sempre per il Sì nelle Camere. Il punto è che
l’approssimarsi del voto referendario impone una scelta, dietro cui si nascondono i timori
di ogni parlamentare per il proprio destino. E per quanto l’ansia dei singoli di giustificare
una posizione personale disveli marchiane contraddizioni, per Ncd c’è un interrogativo
politico collettivo da sciogliere, legato al futuro di un’area che tre anni fa consentì di non
far naufragare la legislatura: proseguire nel rapporto con il Pd vorrebbe dire modificare il
proprio dna; abiurare rispetto a quella decisione sarebbe come rinnegare se stessi.
Eppure al bivio non c’è solo Ncd, che ieri ha registrato le dimissioni del suo capogruppo
al Senato Schifani. Al bivio ci sono tutte le formazioni nate dopo la morte del Pdl. C’è
anche Forza Italia dove non a caso si tenta di ricostruire il Pdl, di ricomporre la diaspora
berlusconiana che comprende anche fittiani e verdiniani, cioè quanti - dopo Alfano decisero per altri motivi di lasciare il Cavaliere. Se così stanno le cose, se il governatore
ligure Toti lavora al progetto, significa che nel gruppo dirigente azzurro si è presa
coscienza di rimediare a un errore. Pensare di rimettere insieme algebricamente i pezzi
di quel vaso non avrebbe però senso: più che una reunion sarebbe una parata di reduci
votata alla sconfitta. Anche perché le condizioni sono cambiate, la centralità che aveva il
Pdl è andata persa, e la stessa Forza Italia fatica a gestire i rapporti con Salvini. Gli
ultimi due episodi sono eclatanti: lo «strappo» del Carroccio, che ha deciso di non
partecipare al vertice dei capigruppo convocato dal governo dopo la strage di Nizza, e la
presa di posizione del segretario leghista a favore dei golpisti in Turchia. È evidente il
disegno egemonico di chi mira ad assoggettare al fronte lepenista un partito del
popolarismo europeo. Può darsi che Salvini non ce la faccia, può darsi che Maroni
restituisca una Lega di governo, però non basta declamare il «modello Milano» come un
mantra, peraltro nemmeno condiviso da tutta Forza Italia. Anche perché un conto è
l’intesa per l’amministrazione di una città, altra cosa un programma di governo. Senza
dimenticare che il Pdl 2.0 dovrebbe fare i conti con una diversa visione sulle riforme
costituzionali tra le varie anime che dovrebbero comporlo. Ecco il motivo per cui tutti
attendono il referendum, perché quel voto stabilirà i criteri di un accordo che avverrebbe
comunque per annessione e non per concertazione. Ncd deve darsi una prospettiva
prima di un nome, cosicché anche il «tagliando» con Renzi sarebbe un fatto secondario.
Forza Italia deve riproporsi nel ruolo di partito moderato, immune alle spinte populiste,
per farsi perno di un altro centrodestra. In ogni caso servirebbe un colpo d’ala per dare
un senso politico alla costruzione di un nuovo Pdl. E servirebbe Berlusconi. Nell’attesa
del domani si resta all’oggi. Con le torsioni dei centristi, che sono ormai una categoria
dello spirito, incapaci di valorizzare ciò che hanno fatto. E con le preoccupazioni dei
forzisti, timorosi di dover condividere ciò che resta del patrimonio, riottosi ad aggiungere
posti a tavola. Anche perché di posti ne sono rimasti pochi. L’idea che una modifica della
legge elettorale possa da sola riattaccare ciò che è stato rotto, alimenta illusioni
soggettive mentre si assiste a spettacoli tra il ridicolo e il grottesco. Anche nel Pd.
Dev’essere per una visione ottimista delle cose se il Palazzo si mostra impermeabile agli
eventi: non c’è Brexit, non c’è atto terroristico, non c’è crisi geopolitica o rischio di
default bancario che ne modifichi gli atteggiamenti. Come se intorno non stesse
accadendo nulla, un mondo sempre più piccolo e sempre più antico quasi non si accorge
di essere minacciato dal nuovo che avanza e che preannuncia di spazzarlo
definitivamente via.
AVVENIRE
Pag 1 Stefano è il mondo di Giuseppe Anzani
Un’insostenibile mancanza di giustizia
Stefano Cucchi non è morto per colpa dei medici dell’ospedale Pertini, dice daccapo la
Corte d’Assise d’appello di Roma in fase di rinvio. Accusati di aver lasciato in abbandono
quell’uomo incapace dal povero corpo stremato, condannati in primo grado per omicidio
colposo, poi assolti in appello con una formula ricavata dalla «mancanza di certezze sulla
causa della morte», rimessi ancora alla sbarra dalla Corte Suprema che aveva cassato la
sentenza, imponendo un nuovo processo, escono ora di scena (salvo ennesimo ricorso) i
sanitari, i camici bianchi ai quali è affidata la salute degli uomini. Non conosciamo ancora
il percorso argomentativo col quale i giudici hanno risposto al puntiglioso dettato della
Cassazione, i cui princìpi ancora si stagliano: il medico è il garante della tutela della
salute per ogni paziente, il medico è tenuto a fare «tutto ciò che è nelle sue capacità per
la salvaguardia dell’integrità del paziente», il medico di cui non è mai giustificabile,
neppure nelle situazioni complesse, l’inerzia o l’errore diagnostico. Non abbiamo ragioni
nostre per dire che questa rinnovata assoluzione è giusta o sbagliata. È ribadita e ferma.
E così la morte di Stefano Cucchi resta un grido che chiede ancora perché. Un grido che
non si spegne nel segmento terminale delle ipotesi fatte dai periti e dai vari consulenti di
parte (tutti di chiara fama, ma così divergenti); ben prima di incrociare responsabilità
personali dirette, ora escluse, interroga il senso dell’ingresso in una struttura di ricovero
e di terapia, da parte di un uomo in vinculis, infragilito e a rischio di morte, col corpo
ferito. Senza che quel 'sistema' lo scampi dal morire, pur senza la colpa penale di
nessun camice bianco. È questo lo scacco, il fallimento inaccettabile, che la cronaca ha
unito alla crudeltà burocratica della solitudine del ragazzo rispetto ai genitori in attesa di
permesso, cui fu dato accesso il giorno dell’autopsia. Il riverbero dell’esclusione della
colpa dei sanitari rilancia l’immagine del corpo sfinito per le percosse. Gli agenti di
polizia penitenziaria mandati a processo sono stati assolti, in primo secondo e terzo
grado. Ma le botte ci sono; la Cassazione commenta persino la «disarmante sicurezza e
semplicità di un carabiniere» che testimonia: «Era chiaro che era stato menato». Quelle
botte sono un delitto vergognoso, commesso all’interno degli apparati dello Stato. Di
quel delitto nessuno sta rispondendo, e il colpevole non si trova e forse non si troverà. È
vero che c’è in corso un’altra inchiesta, riguardo ai carabinieri che ebbero tra le mani
Stefano Cucchi dall’arresto in poi. Dico 'tra le mani' di proposito, come figura di ciò che
l’arresto, il fermo, la cattura fisicamente produce, sul piano del possesso o della
padronia di un corpo in ceppi, quando legge e forza si fanno tutt’uno. Da quel momento
deve scattare una cautela che ha in sé qualcosa di sacro, una salvaguardia per la dignità
umana dell’arrestato, una garanzia per la sua incolumità e sicurezza, una responsabilità
dello Stato che lo ha in custodia. Purtroppo non accade sempre così, e le trasgressioni
sono difficili da smascherare, e talvolta è persino rischioso denunciarle, c’è chi preferisce
tenersi l’occhio pesto perché «caduto dalle scale» piuttosto che rischiare una
controdenuncia per calunnia. Ci vuole un salto di civiltà, un soprassalto di coscienza. La
morte di Stefano Cucchi ha sparigliato molte carte, c’è qualcosa di più importante da
fare, che macinare altre doverose sentenze su cenci residui. C’è da rifare luce nel mondo
della legge, togliendo ogni opacità e ipocrisia. La vita d’un uomo vale la vita del mondo.
Pag 3 Il memoriale dell’odio di Marina Corradi
Insulti al killer di Nizza, bisogno di cristiani
Sei vittime italiane, è il responso, dopo molti giorni, dalla morgue di Nizza, e quattro di
queste anziane: uomini e donne che non hanno avuto l’agilità per correre, mentre il Tir
piombava loro addosso. Così come non l’hanno avuta i bambini, e molti genitori con un
passeggino. Bambini e vecchi, dunque, le vittime d’elezione del massacro. Forse per
questo la strage di Nizza lascerà un segno addirittura più profondo di quella del
Bataclan: per la gioiosità inerme delle famiglie, colte e falciate in una notte di fuochi
d’artificio. Come conferma la folla immensa che ha partecipato alla commemorazione
delle vittime, sulla Promenade des Anglais. Ma proprio in margine a quella
commemorazione sono comparse in tv e sul web delle immagini inconsuete: sul
lungomare, un piccolo cumulo di rifiuti che di ora in ora si andava ingrossando. Lattine,
sassi, cartacce deposti là dove una linea di vernice disegna il punto esatto in cui
Mohamed Lahouaiej Bouhlel è morto sul suo camion. Abbiamo visto i passanti sfiorare
questo piccolo memoriale dell’odio, e alcuni andarsene perplessi, altri, non pochi, gettare
altri rifiuti, o sputare per terra; o lasciare vergato in rosso su un cartone: 'Crepa
all’inferno'. La vista di questo contromemoriale, accanto a quelli dei fiori e delle candele,
ci ha fatto sussultare: prima di tutto perché non ricordiamo di avere visto cose analoghe,
almeno in tempi recenti, in Europa, sui luoghi di attentati. Quegli insulti e sputi a un
morto, sia pure il peggiore degli assassini, a un italiano suscitano memorie scolastiche di
quel che accadde a piazzale Loreto a Milano nell’aprile del ’45, quando i corpi di
Mussolini e della sua giovane amante vennero esposti a testa in giù al ludibrio e agli
insulti della gente. Ma allora c’erano anni di guerra e di morte alle spalle, e poi la fuga
del Duce, ed era un altro contesto e un’altra storia. Oggi, invece, non abbiamo l’animo
esasperato da una guerra, anche se ci sentiamo sempre più vulnerabili e minacciati, e
soprattutto così si sente la Francia; eppure quella piccola piramide di spazzatura, e il
gesto di sputare là dove è morto un uomo, non devono essere sembrati sconvolgenti a
Nizza, tanto che almeno per ore e ore nessun agente è intervenuto a rimuovere il
mucchio di rifiuti. Quasi che, a fronte della atrocità perpetrata da quell’uomo, sputare sul
luogo della sua morte fosse giusto, e perfino lodevole. E noi che stavamo a guardare
siamo rimasti sbalorditi: non ci eravamo accorti che già un tale odio albergasse fra noi.
Abbiamo pensato allora che l’idea del 'memoriale dell’odio' fosse del gruppone di elettori
del Front National, che al momento della commemorazione ha fischiato vigorosamente il
premier Valls. Ma i filmati sul web mostrano gente di ogni tipo che getta cartacce in quel
punto della Promenade: ragazzi, donne, coppie a braccetto, tranquilli turisti. Perché ci
turba questo gesto, così piccolo a fronte della enormità perpetrata a Nizza? Mohamed
Lahouaiej Bouhlel, assassino, forse in cerca di una presunta gloria da martire, non ha
compiuto quanto di peggio possa fare un uomo? Certamente sì. Eppure, eppure ci sono
codici non scritti, fra noi, che abitualmente si rispettano. La pietà, o almeno la non
aggressività verso i morti, è fra questi codici del nostro Occidente in pace; nella
memoria, magari vaga, di una tradizione cristiana che affida chi muore al giudizio e alla
pietà di Dio – cose in cui è meglio che noi uomini non mettiamo voce. Qualcosa dunque
normalmente ci frena nel lanciare insulti su una tomba; in qualcuno ancora, forse in
pochi, perfino un senso di umiltà di fronte alla immensità del mistero del Male, che,
come a Nizza, a volte si impadronisce degli uomini, e li muove come spietati burattini.
Ma tutto ciò non c’è stato l’altro giorno sulla Promenade des Anglais, qualcosa dei nostri
codici non ha funzionato. E questo ingenera smarrimento, all’idea di cosa potremmo
diventare; ma anche paura, perché quel piccolo focolaio di odio ne alimenta altro, e c’è
qualcosa di peggio perfino degli attentati o del terrorismo: l’odio nel cuore di un popolo,
che insinua germi di guerra civile. Verrebbe da dire, guardando quelle immagini di sputi,
quel fiore di odio, che in quest’ora c’è più bisogno che mai di cristiani. Che non sputino,
non insultino i morti, e nemmeno gli assassini; che non promettano vendetta, che non si
lascino travolgere e stravolgere, nel sospetto e nella paura, dall’accecamento che vede
nemici in chiunque è diverso. C’è bisogno, per continuare a vivere in questi giorni di
buio, di cristiani che non smettano di riconoscere in ciascuno un uomo, e un fratello.
Pag 3 Nella lotta alla prostituzione punire i clienti è il primo passo di Anna Pozzi
L’educazione al rispetto per dire no al commercio del corpo
La proposta di legge presentata nei giorni scorsi, che prevede sanzioni per chi si avvale
di prestazioni sessuali da parte di prostitute, ha riaperto il dibattito sul tema della
prostituzione in Italia, spostandolo sulla faccia meno 'sorvegliata' del fenomeno: quella
della 'domanda'. Ovvero dei milioni di clienti che ogni giorno acquistano sesso a
pagamento. Non è più solo questione – come altri continuano a proporre – di riaprire le
'case chiuse' o di creare zone a luci rosse nelle città, magari facendo pagare le tasse alle
prostitute. Ma di porre l’attenzione su chi contribuisce allo sfruttamento di migliaia di
donne sulle nostre strade o in locali e appartamenti, acquistandole come se fossero
merci 'usa e getta'. Ribaltando la prospettiva, emergono con più evidenza due aspetti
sostanziali che spesso sono messi in secondo piano: da un lato, il fatto che lo
sfruttamento della prostituzione in Italia si lega a doppio filo con il fenomeno della tratta
e della riduzione in schiavitù di migliaia di giovani donne immigrate, costrette a vendere
il proprio corpo; dall’altro, quello appunto della 'domanda', stimata attorno ai 9-10
milioni di prestazioni sessuali acquistate ogni mese. Ecco perché è importante – nell’uno
come nell’altro caso – affrontare il tema nella sua complessità, promuovendo
innanzitutto un discorso culturale che crei maggiore conoscenza e sensibilizzazione
rispetto al traffico di persone per lo sfruttamento sessuale, ma che contribuisca anche
alla riduzione della 'domanda'. In questo senso, la riflessione va necessariamente
allargata alle questioni relative alla relazione tra i generi, l’affettività, l’educazione a una
sessualità responsabile a partire dalla famiglia e dalla scuola, la crisi dei ruoli, il rapporto
tra denaro e potere, nonché all’immagine e all’uso spesso degradante del corpo della
donna a fini commerciali e, infine, alla mancanza di reali pari opportunità tra i sessi. La
proposta di legge depositata in Parlamento si ispira al cosiddetto 'modello nordico',
ovvero ai quei Paesi come Svezia, Norvegia e Islanda (e, più recentemente, Francia),
che ha hanno introdotto pesanti sanzioni contro i clienti per scoraggiare il fenomeno
della prostituzione. Ma accanto alla penalizzazione dell’acquisto di sesso a pagamento, la
Svezia ha cominciato per prima, già nel 1999 – quasi vent’anni fa! – a portare avanti un
preciso percorso di tipo culturale, che ha prodotto anche un cambiamento di mentalità.
Il concetto di base è che la compravendita del sesso è una forma di violenza, svilisce
l’essere umano e mina la parità di genere. E se nel 1996, il 45 per cento delle donne e il
20 per cento degli uomini erano favorevoli alla criminalizzazione dei clienti, nel 2008 la
percentuale delle donne è salita al 79 per cento e quella degli uomini al 60 per cento.
Secondo la polizia svedese, il provvedimento avrebbe contribuito anche a ridurre il
numero di persone che si prostituiscono e avrebbe esercitato un notevole effetto
deterrente sulla tratta a fini di sfruttamento sessuale. S e lo guardiamo dall’interno della
nostra società, il tema della prostituzione andrebbe affrontato pure qui a partire da uno
sguardo più ampio innanzitutto su certi retaggi culturali di tipo maschilista e paternalista
ancora ben presenti, e poi scandagliando soprattutto le relazioni tra uomo e donna,
profondamente cambiate con il progressivo processo di emancipazione della donna.
Processo che ha cambiato sostanzialmente anche il modo di vivere la sessualità e il
rapporto della donna con il proprio corpo. E che ha messo in discussione il ruolo
dell’uomo. Negli ultimi decenni, gli uomini hanno perso la tradizionale situazione di
dominio che avevano acquisito anche nelle relazioni di genere. Alcuni, la ricercano e la
ritrovano nel rapporto mercificato e a pagamento con la prostituta, accompagnato
talvolta da un sentimento di trasgressione, ma anche e soprattutto dalla sensazione di
completo dominio su una persona disponibile e ubbidiente. In molti casi, vi si annida
anche un sentimento di rivalsa nei confronti di donne che chiedono maggiori attenzioni,
complicità e intimità, e che non sono sempre disponibili né tanto meno assoggettate al
maschio-padrone. Ma chi sono i 'clienti' delle prostitute? Impossibile fare un identikit del
'cliente tipo'. Anche perché, in questi ultimi anni, l’acquisto di sesso a pagamento è
diventato un vero e proprio Q fenomeno di massa, che riguarda tipologie di uomini molto
diverse. E, molto più di quanto si creda, persone con un elevato livello di istruzione, una
buona posizione sociale e un buon lavoro, professionisti e manager, che pensano di
potersi permettere di acquistare anche questo genere di 'servizi'. Che in qualche modo li
riconferma nella loro posizione di 'potere' (anche da un punto di vista sessuale). Quasi
sempre l’aspetto economico è centrale nella relazione. Anzi, ne determina la natura
stessa, che è meramente strumentale. Il denaro dà il potere di 'acquistare' l’altro e
dunque di dominarlo, di imporre le regole del gioco e di ottenere ciò che si vuole, di
'usare' la 'merce', a prescindere dai bisogni o dai desideri dell’altra persona. Che peraltro
non viene neppure considerata come tale: non persona, ma corpo-oggetto, da
'consumare' esclusivamente per il soddisfacimento di un proprio bisogno. La
rappresentazione del corpo, specialmente di quello femminile, da parte dei mass media
non aiuta certo a far passare un’idea di donna nella sua completezza e complessità. Il
corpo femminile è uno degli 'strumenti' privilegiati di un meccanismo di
rappresentazione, in cui viene separato dalla persona per farne un mero oggetto di
piacere o che dà piacere. Basti guardare l’utilizzo che ne viene fatto nella campagne
pubblicitarie, in cui 'serve' per vendere qualsiasi cosa e – più o meno implicitamente –
viene percepito come in vendita. Oltre a ciò, i media troppo spesso esaltano modelli di
riferimento e stili di vita e di consumo che fanno apparire tutto facile, accessibile,
acquistabile. Mentre, in parallelo, si creano scenari di relazioni sempre più virtuali (o
superficiali) che moltiplicano e alimentano un sistema di contatti epidermici e
occasionali, spesso privi di un confronto reale e che producono processi di
spersonalizzazione. E così il rapporto con l’altro si riduce al luogo della prevaricazione e
della manipolazione, che non avviene solo nel mondo della prostituzione, ma spesso
anche in quello della vita di tutti i giorni in forme più subdole, ma non meno pericolose.
Non solo in Italia, ma in tutte le società occidentali, si sono consolidati processi di
'sessualizzazione' delle società sulla base di relazioni di potere. I rapporti umani sono
sempre più sottomessi alla legge del denaro e della mercificazione di qualsiasi cosa.
Persone comprese. Specialmente le più vulnerabili, ovvero donne e bambini, spesso
provenienti da contesti svantaggiati, usati come 'prodotti' sui mercati sessuali – ma
anche per lo sfruttamento lavorativo o in altre varianti delle moderne schiavitù – dove
possono essere acquistati, venduti, affittati, posseduti, scambiati, secondo una logica
mercantile dell’'usa e getta'. Punire i clienti può servire a cambiare questa mentalità? Sì
e no. O meglio, non basta. Il fenomeno della prostituzione è talmente complesso che
non può essere affrontato solo attraverso la criminalizzazione dei clienti. Ma chiedendosi
il 'perché' delle cose. E lavorando molto di più soprattutto con e sui giovani. Per
prevenire e ridurre la 'domanda', ma anche per promuovere un modello di società in cui
i rapporti uomo-donna siano basati sul riconoscimento della dignità e della libertà
dell’altro, su una reale uguaglianza e sul reciproco rispetto.
IL FOGLIO
Pag 1 L’apatia dell’Europa di Matteo Matzuzzi
“Più che l’islam, scontiamo la debolezza del cristianesimo nel continente”, dice il card.
Koch
Roma. "Il problema non è tanto nella forza dell'islam, quanto nella debolezza del
cristianesimo in Europa". A dirlo è stato il cardinale svizzero Kurt Koch, presidente del
Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, chiamato anni fa a Roma da Benedetto
XVI per succedere a Walter Kasper e confermato nell'incarico da Francesco. Koch ha
rilasciato un'ampia intervista al sito cattolico in lingua tedesca Kath.net, in cui tocca vari
argomenti, a cominciare dalle relazioni con la vasta e variegata realtà ortodossa. Ma è
su Europa, islam e cristianesimo che il porporato si sofferma in modo particolare, specie
dopo l'ennesima strage animata dal fondamentalismo islamico, che lo scorso 14 luglio, a
Nizza, ha lasciato distese sulla Promenade des Anglais ottantaquattro persone (decine
sono i feriti, molti dei quali ancora in gravi condizioni). "E' giusto aiutare i musulmani a
rendere possibile una vita secondo la loro fede nelle nostre società democratiche",
spiega il cardinale, che però aggiunge: "Ciò di cui mi rammarico un po' è piuttosto che
non si chieda con la medesima chiarezza un trattamento uguale per i cristiani nei paesi
islamici". Si può, insomma, chiedere in modo credibile la creazione di istituzioni
islamiche nelle nostre società occidentali solo se (al tempo stesso) si chiede, ad
esempio, che l'università greco-ortodossa di Halki, in Turchia, venga riaperta. "Si
dovrebbe insistere di più sulla reciprocità". Il cardinale Kurt Koch cita il caso del glorioso
seminario da cui sono uscite le classi dirigenti del patriarcato di Costantinopoli per più d'
un secolo e mezzo. Halki è chiuso dal 1971, quando Ankara decise che sul suolo
nazionale non potevano sorgere istituti superiori non pubblici (a meno che non fossero
emanazione delle Forze armate o della polizia). Tre anni fa, il presidente turco Recep
Tayyip Erdogan si disse disposto a valutare la riapertura della scuola, a patto che
rinunciasse al titolo e al conseguente valore legale di scuola di educazione superiore.
Proposta subito rispedita al mittente, essendo stata giudicata niente più che
provocatoria. La presenza dell' islam in Europa, osserva Koch, "mette in discussione un'
acquisizione fondamentale e problematica delle società occidentali, e cioè l'aver relegato
la religione nella sfera privata individuale. Tutt' al contrario - continua - l'islam si
concepisce come una religione pubblica, che vuole essere pubblicamente visibile". Ecco
perché "l'islam in Europa introduce la provocazione che l'ormai avanzato processo di
privatizzazione della religione debba essere rivista". Anche perché "una società che
relega la religione nella sfera privata non può favorire un dialogo interreligioso". Il
cristianesimo europeo, prosegue il porporato, deve insomma "riscoprire le correnti
'calde' che ancora scorrono al suo interno, rimanendo fedele alle sue radici, anziché
nasconderle con una falsa modestia". La questione delle radici era stata tirata in ballo
anche dal presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Angelo Bagnasco,
poche ore dopo l'attentato di Nizza, quando aveva detto che "siamo di fronte a una
miscela esplosiva di ideologia, di follia personale e di odio. Una miscela che esplode in
modo impazzito, seppure programmato e strategico, verso i paesi dell' occidente, verso
la nostra Europa e questo ci deve rendere molto più avvertiti circa la consistenza e la
vita della nostra cultura occidentale ed europea". "Dobbiamo - aggiungeva l'arcivescovo
di Genova - coltivare di più i valori europei, le radici europee che sono la cultura
cristiana che racchiude non una visione confessionale, ma dei valori universali, delle
esperienze che sono il distillato dell'umanità. Allora l'Europa, insieme a una sicurezza
crescente, alla fiducia e al coraggio, deve però anche rivedere la propria cultura perché
non sia ulteriormente svuotata dei valori fondamentali dello spirito e dell'etica, ma al
contrario deve recuperare se stessa, questa anima". Su quanto accaduto in Francia è
intervenuto, con un'intervista al quotidiano austriaco Der Standard, anche il cardinale
primate Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, a giudizio del quale sono
necessarie "prese di posizione più chiare da parte delle autorità musulmane". Anche
perché, ha sottolineato il presule, "che sia giusto o meno, il terrore ha in questo
momento un'etichetta islamica. I terroristi si definiscono aderenti all'islam non al
cristianesimo o ad altre religioni, e questo è un grande problema per l'islam, con cui
deve fare i conti". Certo, "non dobbiamo dimenticare che il maggior numero di vittime
del terrore sono musulmani, ma attendiamo parole molto più chiare da parte delle
autorità islamiche". Quel che serve è un profondo processo di rielaborazione e
contestualizzazione dei testi sacri. E' vero, ha ammesso il cardinale austriaco, che anche
l'Antico Testamento contiene "molti passaggi crudeli", ma è altrettanto assodato che il
cristianesimo ha saputo andare oltre l'applicazione letterale di quei passi. Cosa che
l'islam non ha ancora fatto, come più volte ha fatto notare - anche a questo giornale l'islamologo gesuita Samir Khalil Samir. Schönborn - che in un passaggio dell' intervista
ammette di comprendere la "preoccupazione" generata da "una migrazione dal medio
oriente e dall' Africa" che contempla "una differenza culturale e religiosa" - parla della
necessità di avviare "un processo di apprendimento", simile a quello che la religione ha
affrontato più volte nella sua storia, l'ultima delle quali dopo l'olocausto nazista" che ha
causato lo sterminio di milioni di ebrei.
IL GAZZETTINO
Pag 1 L’ultima frontiera del terrore di Andrea Margelletti
Il massacro di Nizza e il terribile incidente di Wurzburg, pur nella loro profonda diversità,
rappresentano la drammatica manifestazione di un fenomeno eterogeneo ma unitario, la
nascita di una frontiera del terrore che si estende ben oltre i confini geografici del
Califfato di al-Baghdadi e che riesce a distendere i propri tentacoli ben al di là delle
strutture ufficiali, delle cellule organizzate o delle affiliazioni individuali. Tale dilatazione,
fluidità e flessibilità costituiscono tra le principali differenze tra il terrorismo di vecchia
generazione, quello elitario e mecenatista della prima al-Qaeda, e il terrorismo di nuova
generazione, quello mediatico, trasversale e poliedrico dello Stato Islamico. Infatti, oltre
alla creazione di uno Stato perfettamente funzionante, con tanto di sistema economico,
capitale, burocrazia e welfare, il vero successo strategico di Daesh è stato quello di
superare i limiti della semplice organizzazione per diventare ideologia, sistema valoriale,
simbologia identitaria, risposta esistenziale. Centinaia di migliaia di persone possono
entrare a far parte dell’Esercito dello Stato Islamico in Siria e Iraq, migliaia di giovani
europei possono decidere di diventare foreign fighters e combattere il proprio jihad in
Medio Oriente, decine di movimenti e milizie possono decidere di giurare fedeltà al
Califfo e marchiare le proprie insurrezioni con il vessillo nero della Guerra Santa. Per
quanto altamente pericolosi, questi sono fenomeni controllabili, monitorabili, analizzabili,
contrastabili e, per certi aspetti, prevenibili. Tuttavia, Nizza e Wurzburg aprono nuovi e
inquietanti scenari sui meccanismi e sulle oscure potenzialità del processo di
radicalizzazione jihadista. Oltre al pesante giogo costituito dall’emarginazione sociale,
delle difficoltà economiche e dalla labirintite identitaria in cui vessano alcune sacche
della popolazione islamica europea, oggi il jihadismo ha imparato a sfruttare il disagio
individuale, la fragilità emotiva e le patologie psichiche che attanagliano le menti più
fragili. La forza del messaggio estremista è diventata così incisiva e permeante da
oltrepassare la semplice dimensione politica e diventare quasi un mantra purificatorio
per far dimenticare le brutture della propria esistenza e mondarsi dai peccati. In questo
modo, esiste il rischio che qualsiasi individuo debole, solo e disperato veda nel martirio
jihadista la via maestra per riscattare una vita dissoluta, per ottenere il presunto
perdono divino e per trovare, in paradiso, quella felicità e quel riconoscimento sfuggiti
sulla terra. Questa enorme e subdola trappola mistificatoria riesce a superare le barriere
geografiche e di razza e, soprattutto, appare completamente indipendente dalle
dinamiche e dalle fortune del Califfato. Per compiere stragi come quelle di Nizza non è
servito alcun addestramento militare, né alcuna esperienza diretta in Siria, Iraq, Libia o
Tunisia. La radicalizzazione non è avvenuta tramite le infiammate oratorie di un imam
salafita, né attraverso la lettura del Corano, bensì mediante qualche blog o qualche
video scovato in rete. Qui siamo di fronte a disperazione e odio allo stato puro,
l’ideologia è soltanto un illusorio e inconsistente velo di Maya. Qui il martirio non è né
atto di fede né atto politico, ma sfogo violento puro e semplice. Qui l’attacco terroristico
è la pugnalata non verso un complesso sistema valoriale, ma verso un mondo iniquo che
ha inflitto sofferenza. Il Califfato non fa altro che attribuirsi responsabilità e meriti che,
forse, ha soltanto in minima parte. Lo fa per metterci davanti alle nostre paure, per
sfruttare il terrore che, inevitabilmente, avvolge la nostra quotidianità e mina le nostre
certezze. Lo fa come una belva ferita che, sentendo vicina la fine, cerca di ruggire più
forte per nascondere il proprio deperimento. Il nostro Mondo deve essere consapevole di
questa debolezza e non cedere né alla paura né all’odio né al pregiudizio, bensì
proseguire nella difesa dei propri valori, nella fermezza del proprio impegno contro il
terrorismo e nella tutela di quelle libertà che il popolo europeo, e non solo il popolo
francese, festeggiava durante la notte di sangue di Nizza.
LA NUOVA
Pag 1 I 5 Stelle e il ritorno di Grillo di Massimiliano Panarari
Sembrava avere fatto un “passo di lato”. E lo aveva detto lui stesso per primo. Ora,
invece, Beppe Grillo è ridisceso fragorosamente in campo. Il suo sbarco in pompa magna
al Campidoglio – peraltro piuttosto irrituale sotto il profilo istituzionale, nonché curioso
per colui che afferma di essere unicamente “un cittadino” – aveva la finalità di mettere
fine alle “guerre romane” tra le correnti e di blindare la sindaca Virginia Raggi,
dimostrando quanto il ben figurare nell’amministrazione della capitale venga considerato
importante ai piani alti pentastellati (e negli uffici della Casaleggio Associati). Il
“manuale Cencelli” capitolino dei 5 Stelle non è infatti bastato a garantire la
pacificazione, segnale della difficoltà di tenere insieme le linee delle varie correnti che,
appunto, esistono a dispetto delle smentite e dei proclami “monistici” di unità. Un
ipotetico buongoverno romano – dopo i recenti disastri e insipienze che hanno
accomunato, seppure con gradi differenti di gravità, centrodestra e centrosinistra –
rappresenta per il Movimento la prova generale per la conquista del governo del Paese e
impone pertanto di “sminare” e ridurre al minimo i problemi interni. Ed ecco allora che il
“megafono” (in verità, come si vede, il leader vero…) Grillo ritorna a calcare la scena
dopo le numerose dichiarazioni passate sull’essere «stanchino» e il volersi fare da parte
per consentire l’emancipazione dei suoi «ragazzi». La posta in gioco, difatti, si rivela
troppo alta, così come risulta sempre a rischio la coesione interna – e una delle ragioni,
come evidenzia la scienza politica, risiede proprio nella mancata istituzionalizzazione del
M5S (con il relativo divieto per i suoi parlamentari di esplicitare e affrontare
pubblicamente la differenza di prospettive e progetti politici). Ed è anche per questo,
oltre che per l’enorme capacità di captare consenso che la contraddistingue, che i
pentastellati ribadiscono a ogni piè sospinto la centralità dell’issue dell’onestà nella vita
pubblica: il (facile e un po’ sloganistico) cemento, insieme alla polemica anticasta, senza
il quale l’ircocervo a 5 stelle, che è una formazione assolutamente postmoderna (e,
dunque, la più trasversale presente oggi sul mercato politico italiano), finirebbe per
rendere palese le divisioni interne tra le sue anime. Meglio allora spostare il tiro su un
altro piano, dal quale emerge, a partire dalla proposta del reddito di cittadinanza, l’idea
di offrirsi come sponda alla parte impaurita ed economicamente indebolita della nostra
società (e, di nuovo, le prove generali dovrebbero tenersi a Roma, dove il programma
prevede una sua versione ad hoc di 300 euro al mese per ogni disoccupato). Con la
politica, quindi, che si riappropria di spazi – una “stranezza” per chi non le riconosce
autonomia decisionale, come il grillismo – e una vision che si affianca a quella
tradizionalmente antipolitica; ma, giustappunto, il “partito-non partito” vive (e molto
efficacemente in termini elettorali) di paradossi postmoderni. La strada verso il paradiso
del M5S è disseminata di ostacoli, e sono questi in primo luogo a giustificare il ritorno in
campo di Grillo: dagli espulsi reintegrati dai giudici a Napoli all’eterno “affaire Pizzarotti”,
fino al mancato superamento di quegli “esami di politica internazionale” che sono i tour
all’estero di Luigi Di Maio (con il quotidiano israeliano “Haaretz” che ha bocciato senza
appello la sua visita in Medio Oriente). La strategia pentastellata appare chiara, e punta
sull’effetto vetrina di Roma e Torino e sull’utilizzo del “vantaggio competitivo” che
l’Italicum potrebbe dare al Movimento (stando ai sondaggi odierni). E lo schema di gioco
è quello dell’estate arrembante del grillismo di fronte al poco performativo e difensivo
governo balneare del renzismo (alle prese, per giunta, con le drammatiche e ripetute
emergenze internazionali).
Pag 12 Migranti, il rischio del piano Ue di Vincenzo Milanesi
Recenti fatti di cronaca, anche drammatici, ripropongono non solo il tema della
migrazione di masse enormi di popolazione in fuga dalla guerra e dalla fame, già entrate
in Europa, ma anche la questione delle centinaia di migliaia di migranti che sono alle
porte dell’Europa stessa, ormai pronti a partire per raggiungerne i confini a sud, quelli
dei Paesi mediterranei. Dove non ci sono muri da poter costruire, posto che lo si volesse
fare, ma solo sventurati da lasciar morire in mare. Il tema prioritario su tutti è quello dei
rapporti con i Paesi terzi da cui arrivano i migranti. Con l’intento dichiarato, a tutti i livelli
europei, di aiutare le popolazioni di quei Paesi a creare condizioni di vita migliori per loro
lì dove sono. Nobile intenzione, e, strategicamente, la migliore, sui tempi lunghi. Ma una
simile prospettiva, per essere attuata seriamente e non solo brandita come slogan,
richiederebbe una rivoluzione di tale portata nei rapporti tra Nord e Sud del mondo,
almeno qui nell’area mediterranea se non altrove, da essere assai difficilmente
realizzabile. Sarebbe necessario un programma di investimenti mirati di proporzioni mai
viste nella storia dell’umanità, probabilmente maggiori di quelli del piano Marshall del
secondo dopoguerra. Impensabile e irrealistico in un momento storico di grave crisi
economico-sociale nell’Unione, crisi che non poco contribuisce a far prevalere
atteggiamenti di chiusura verso i migranti negli stessi Stati europei, al di là dei buoni
sentimenti. È dunque probabile che il Partnership Framework con i Paesi terzi, come lo
definisce il documento preparatorio diffuso da Bruxelles, prima del vertice, iscritto
all’interno dell’Agenda Europea sulle migrazioni, e che in buona parte ricalca la logica del
cosiddetto Migration Compact renziano, finirà con l’essere un intervento tampone, con lo
stanziamento, ben che vada, di una manciata di miliardi, in aggiunta a quelli promessi
alla Turchia. Con un unico scopo, in realtà: trattenere quei disperati sulle coste sud del
Mediterraneo, presidiando meglio quei confini “liquidi” dell’Unione e rimandando a casa
in modo più sistematico e meglio organizzato quanti di loro non in possesso della
qualifica di rifugiato. La novità dovrebbe essere quella della costituzione di centri di
raccolta e “smistamento” in loco, anche per ridurre le tragedie delle morti, delle
vessazioni, e dello sfruttamento da parte degli ignobili scafisti. Meglio di niente, si dirà.
Se mai si riuscirà a realizzare questo programma. Perché bisognerà passare attraverso
accordi con i governanti di quegli Stati, almeno là dove ci sono, e non sono Stati
macroscopicamente “falliti”, esplosi come nel caso tragico, e tragicamente tuttora
insoluto, della Libia. E qui si pone un enorme problema. Di natura etica, prima ancora
che politica. Ma alla fine anche semplicemente pratica, operativa. L’Unione avrà qui a
che fare con governi che assomigliano assai di più a quei medesimi potentati locali che
coprono spesso o addirittura organizzano la tratta stessa dei migranti. O, ben che vada,
con governi che i diritti umani non sanno nemmeno cosa siano. La Turchia non fa
eccezione, da questo punto di vista. In mano a chi diamo quella manciata di miliardi?
Che uso ne faranno quei governi? Come garantirci che le somme erogate vengano
utilizzate per gli scopi per cui sono state stanziate? C’è il rischio assai concreto di finire
tra l’incudine di un immondo sperpero di fondi dell’Unione, secchielli d’acqua che
finiscono nella sabbia dei conti correnti dei potenti locali di turno, in banche sicure di
paradisi fiscali, e il martello di un linciaggio non solo morale, ma anche fisico, con
l’accusa di mire neocolonialiste se si volesse in qualche modo (ma come, se non con
forze militari messe a disposizione dagli Stati dell’Unione ?) garantire che le operazioni
finanziate da quei fondi vadano a buon fine. Auguri al Migration Compact, comunque. Ne
va della vita di migliaia di esseri umani. E della sicurezza, oltre che della stabilità
politica, dei popoli dell’Unione.
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