appunti di storia delle relazioni economiche

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IL CICLO ECONOMICO, LE CRISI E LE POLITICHE KEYNESIANE
1. La teoria del ciclo economico.
Nel corso dell’Ottocento e fino alla prima guerra mondiale la crescita del
sistema del capitalismo nelle aree più evolute dell’emisfero settentrionale apparve
inarrestabile; un imponente elemento di modernizzazione economica, sociale e culturale
era apparso nella storia, e in poco più di un secolo aveva rivoluzionato in molti luoghi
della terra modi di produrre e di consumare antichi di millenni. Ma già nello stesso
secolo gli studiosi di economia politica cominciarono ad accorgersi che l’affermazione
del modello capitalistico della produzione e dello scambio, anche nelle situazioni più
positive, presentava sempre e comunque alcune contraddizioni interne che impedivano
al sistema di crescere in modo lineare e progressivo. Gli economisti si accorsero che
queste contraddizioni, che provocavano gravi squilibri sociali, erano di tipo
propriamente economico e provocavano una forte discontinuità nel funzionamento
dell’economia: la storia dello sviluppo industriale e della espansione dei mercati era
costituita da un susseguirsi di momenti di forte crescita della produzione e dei redditi,
cui seguivano fasi di ripiegamento e di caduta dei profitti e degli investimenti. Questo
sviluppo non lineare ma caratterizzato piuttosto da un andamento ad ondate aveva
interessato
tutti
i
paesi
che
si
erano
avviati
alla
modernizzazione
e
all’industrializzazione.
L’osservazione di queste fasi di accelerazione e di rallentamento dello sviluppo e
la ricerca delle ragioni che le producevano spinsero gli studiosi ad elaborare il concetto
di ciclo economico. Ci si accorse, cioè, che ogni fase di crescita degli investimenti, della
produzione, del consumo e del volume degli scambi raggiungeva sempre e
inevitabilmente un momento culminante, definito crisi, che segnava l’inversione della
tendenza; la crisi era a sua volta seguita da una fase di caduta dei dati economici e
quindi da un’altra ancora di ristagno. Il periodo di ristagno o di depressione preparava a
sua volta una nuova fase di crescita, e il ciclo tendeva così a riprodursi continuamente,
perché queste fasi non si succedevano semplicemente l’una dopo l’altra, ma erano l’una
causa dell’altra. In altre parole, la fase di crescita aveva in sé le ragioni del
sopraggiungere della crisi, e il periodo di ristagno aveva in sé le condizioni che
preparavano la nuova fase di sviluppo.
Nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento questo
andamento ciclico dell’economia fu oggetto di importanti dibattiti, nel tentativo di
comprendere i meccanismi che agivano in esso, e con lo scopo di intervenire per
attenuare gli aspetti dolorosi delle fasi di crisi. Il cambiamento della cultura economica
e soprattutto il sorgere di una mentalità statistica, ovvero l'idea che lo studio
dell'economia potesse raggiungere livelli di maggiore scientificità mediante una raccolta
organica e ordinata di dati economici, metteva inoltre gli economisti in condizione di
misurare i livelli di questi continui ondeggiamenti del sistema. Si cominciò a calcolare,
ad esempio, quanti beni venissero prodotti e quanti consumati in un dato periodo di
tempo, e ciò costituiva già un buon criterio per stabilire il succedersi di fasi espansive e
di altre recessive; ma lo strumento migliore di misurazione della realtà economica era
certamente quello costituito dall’osservazione dei prezzi. L’andamento dei prezzi era,
infatti, il segnale più evidente delle variazioni che intervenivano di volta in volta nel
funzionamento del sistema: cominciarono ad essere presi in considerazione e misurati
non solo i prezzi delle merci, ma anche quello del lavoro, cioè il salario, e il costo del
denaro, cioè il tasso di interesse applicato alle operazioni di credito. Anche questi valori
avevano un andamento oscillante e dai loro dati si poteva ugualmente dedurre
l’esistenza di fasi alterne di sviluppo e di regresso.
Di fronte all’andamento ciclico dell’economia dei paesi industriali, gli studiosi
presero posizioni assai diverse. Alcuni economisti che si richiamavano ai principi della
scuola classica inglese, e che perciò vennero definiti neoclassici (tra questi gli inglesi
Alfred Marshall e William Jevons, il francese Léon Walras, l’italiano Vilfredo Pareto),
ignorarono in realtà quasi del tutto il concetto di ciclo e di crisi economica e
affermarono che il sistema del capitalismo sarebbe riuscito a trovare spontaneamente un
suo equilibrio; anche per questo motivo essi in politica economica predicavano quasi
sempre il classico principio del laissez-faire (in francese: “lasciate fare”), riprendendo le
idee di Adam Smith sulla assoluta necessità e convenienza del non intervento dello
Stato in materia economica.
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Nella seconda metà dell’Ottocento, Karl Marx fu, invece, tra i primi ad osservare
e descrivere l’andamento ciclico dell’economia come un fatto normale e costante,
presente non solo nel sistema del capitalismo ma anche in qualsiasi altro sistema
economico, anche di tipo preindustriale. Secondo Marx, dunque, la presenza di una fase
di crisi non rappresentava un'anomalia, ma piuttosto la normalità del funzionamento
dell’economia; per di più la crisi risultava estremamente utile, perché spingeva a
rinnovare il funzionamento del sistema. Dopo Marx, uno dei più acuti studiosi del ciclo
economico fu certamente Joseph Schumpeter che nei primi anni del Novecento elaborò
una teoria dello sviluppo economico che aveva il suo fondamento nel concetto di ciclo
economico e nella funzione delle innovazioni. Semplificando il suo pensiero, si può dire
che secondo Schumpeter quando un imprenditore riesce ad innovare la tecnologia
produttiva, riesce di conseguenza a contrarre i costi di produzione e va incontro ad una
fase di raccolta di profitti; tutto ciò accresce la propensione ad investire e spinge in
avanti lo sviluppo economico. Ma quando la stessa tecnologia si è ormai diffusa e
dunque non c’è più il vantaggio comparato (cioè il vantaggio di un imprenditore o di un
settore produttivo rispetto agli altri) derivato dal saper produrre a costi minori, allora
cadono i profitti e diminuisce la propensione ad investire. In questo caso il
funzionamento del sistema entra in una fase di crisi; da questa si esce al sopraggiungere
di un'ulteriore ondata di innovazioni che rechi nuovi profitti, e così via ciclicamente. Sia
per Marx che per Schumpeter, dunque, le ragioni del continuo sopraggiungere delle crisi
risiedevano non in qualcosa che dall’esterno veniva a turbare l’equilibrio economico,
ma negli stessi meccanismi del funzionamento e nelle stesse modalità dello sviluppo del
sistema capitalistico.
2. Il mercato monopolistico e le crisi economiche.
L’andamento ciclico dell’economia, caratterizzato a scadenze abbastanza
costanti e prevedibili da fasi di crisi, accompagnò dunque il sistema del capitalismo fin
dal suo sorgere e interessò tutti i paesi che si avviarono alla modernizzazione. Il segnale
dell’insorgere della crisi era quasi sempre dato dal cattivo funzionamento del mercato,
sia interno che internazionale: in esso si verificava una forte caduta della domanda, che
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portava al blocco della produzione e al conseguente licenziamento degli operai. Il
fenomeno della disoccupazione di massa fece, dunque, il suo ingresso nella storia già
nel corso del XIX secolo e si rafforzò ancora di più nel corso del Novecento, quando
divenne, come vedremo, il simbolo stesso del sopraggiungere di una fase di crisi. In una
società preindustriale di tipo ancora prevalentemente agricolo, la disoccupazione era un
fatto ignoto o assai marginale: la popolazione era sempre scarsa e il lavoro agricolo
richiedeva le braccia di intere e numerose famiglie insediate sulla terra. Nella società
industriale di massa dei paesi più avanzati, con la popolazione crescente di numero e
sempre più concentrata nelle città, la caduta della produzione, la chiusura delle
fabbriche o degli uffici, la cessazione delle attività commerciali o artigianali, erano tutti
fenomeni che avevano ripercussioni immediate sui redditi degli individui: cadevano
certo i profitti, ma le conseguenze più disastrose si riversavano soprattutto sui lavoratori
dipendenti, i quali, venendo licenziati, perdevano il salario, che rappresentava quasi
sempre la loro unica forma di reddito disponibile. E quando le crisi economiche erano di
una certa gravità, il fenomeno della disoccupazione andava a colpire masse sempre più
numerose di lavoratori.
Quali erano le ragioni del fatto che la produzione si bloccava a scadenze cicliche
abbastanza costanti, creando crisi economica e disoccupazione? Riprendendo alcuni
elementi già individuati da David Ricardo, e in seguito ripresi dallo stesso Marx e poi
da Schumpeter, gli economisti si accorsero che in un mercato concorrenziale, cioè in un
mercato caratterizzato dal fatto che molti imprenditori offrono i propri beni in una
situazione di rivalità reciproca, il saggio del profitto, cioè la resa del capitale investito,
tende inesorabilmente a diminuire, e ciò accade perché ogni imprenditore per vendere di
più deve presentare prodotti di qualità crescente a prezzi più bassi possibili. I prezzi
bassi limitano il profitto cosicché sopraggiunge un momento in cui non è più
conveniente allargare gli investimenti perché il rendimento atteso sarebbe troppo basso.
Per investire sempre di più e mantenere il più possibile inalterati i livelli del loro
profitto, gli imprenditori possono allora ricorrere a tre meccanismi economici
fondamentali: a) possono investire in tecnologie e macchinari, che contraggano i costi
della produzione, potenziando la produttività del lavoro degli operai, e permettano così
di ottenere gli stessi risultati utilizzando una minore quantità di forza lavoro; b) possono
cercare di far scendere direttamente il costo del lavoro, tentando di mantenere più bassi
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possibili i livelli dei salari; c) possono creare aziende sempre più grandi o accorpare
varie aziende in un unico sistema produttivo; in altre parole, possono cercare di
dominare il mercato creando un monopolio dell’offerta di un determinato bene: in tal
modo risparmiano sui costi generali di produzione e impongono ad un mercato
monopolistico, cioè totalmente controllato da un unico produttore, i prezzi per loro più
convenienti. Ma questi rimedi sono in qualche misura peggiori del male che vogliono
curare; ed infatti essi provocano i seguenti fenomeni: a) gli investimenti in nuove
tecnologie accrescono la capacità produttiva e fanno aumentare il numero dei beni
prodotti e offerti al mercato; b) la diminuzione dei salari e la conseguente stagnazione
della loro capacità di acquisto, in assenza di una significativa esportazione di beni verso
l’estero, rende, al contrario, impossibile la crescita parallela della domanda di beni di
consumo; c) la creazione di un monopolio produttivo, eliminando la libera concorrenza,
spinge a sua volta a mantenere alti i livelli dei profitti quasi esclusivamente tenendo alti
i livelli dei prezzi. Si viene a creare, dunque, una situazione in cui l’offerta è sempre più
potenziata, e la domanda è sempre più indebolita, e i prezzi di conseguenza tendono a
cadere; tutto ciò spinge gli imprenditori, e soprattutto i monopolisti, a bloccare la
produzione e a licenziare la forza lavoro. Da ciò si deduce che in un sistema di tipo
capitalistico la fase critica è destinata a insorgere ciclicamente come conseguenza dello
squilibrio che inesorabilmente si crea tra la capacità crescente di produrre e di offrire
beni al mercato (sostenuta dall’espansione degli investimenti e della tecnologia) e la
capacità stagnante di domandare e consumare gli stessi beni da parte di salariati, la cui
capacità di acquisto, cioè il salario, cresce in misura costantemente minore della crescita
della produttività. Si tratta, dunque, in linea di massima, di una crisi da
sovrapproduzione, cioè dovuta ad una capacità di produrre troppo forte e ad una
produzione effettiva troppo abbondante rispetto alla domanda di beni di consumo; e
quando l'offerta è troppo più alta della domanda, i prezzi cadono, i profitti scompaiono e
gli imprenditori smettono di investire. Naturalmente quando diminuiscono gli
investimenti, la produzione si ferma e non vengono più distribuiti salari, con
conseguenti licenziamenti e disoccupazione.
Nel corso dell’Ottocento gravi crisi di sovrapproduzione si realizzarono
ciclicamente in tutti i paesi industrializzati o avviati all’industrializzazione, ma i ritmi di
crescita complessiva del sistema erano talmente forti che il mercato da solo quasi
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sempre riusciva prima o poi ad assorbire la disoccupazione che si veniva a creare, in
modo tale che il numero dei senza lavoro restava ragionevole, cioè non pericoloso per il
funzionamento del sistema. Quando, ad esempio, gli operai inglesi nei primi decenni del
XIX secolo distruggevano i nuovi macchinari (fenomeno che prese il nome di luddismo,
dal nome del tessitore inglese Ned Ludd che nel 1799 aveva distrutto un telaio
meccanico), lo facevano perché ritenevano che essi togliessero posti di lavoro a
numerosi individui; ma in quell’epoca i loro timori non erano giustificati perché i ritmi
dell’espansione degli investimenti erano talmente forti che coloro che venivano
licenziati in un settore trovavano quasi subito lavoro in un altro. Se questo non
accadeva, subentrava il fenomeno dell’emigrazione di massa a raffreddare la pressione
dei disoccupati. Si può dire, insomma, che nel corso del XIX secolo, per molti decenni
la dinamicità dell’economia industriale è stata tale da consentire al mercato di assorbire
gli squilibri, talora anche forti, che pure di volta in volta si producevano nelle nazioni
più avanzate, e di rilanciare la crescita degli investimenti.
Ma fra la fine del XIX secolo e l’inizio del primo conflitto mondiale, durante la
cosiddetta belle époque – l’«epoca bella», appellativo giustificato dal benessere di cui
godeva solo la florida borghesia europea e americana –, il livello delle contraddizioni
sia sociali che economiche cominciò pericolosamente a crescere e l’intervento dello
Stato in economia cominciò ad apparire sempre più un elemento indispensabile di
ricostituzione dell’equilibrio messo in crisi.
3. La crisi del 1929.
Ai primi del Novecento e durante la prima guerra mondiale (1914-1918), un
importante elemento intervenne a bilanciare lo squilibrio crescente tra offerta e
domanda: il bisogno che i governi avevano di potenziare e armare gli immensi eserciti
che si preparavano a scontrarsi sui campi di battaglia. La corsa agli armamenti e la
guerra che immediatamente scoppiò riuscirono ad evitare la crisi di sovrapproduzione,
perché le spese militari costituivano una grande occasione di potenziamento dei
consumi. Tutto questo vale naturalmente sul piano astratto del ragionamento
economico, perché la guerra ha un tale costo in termini di sofferenze e di tragedie
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umane, che non può neanche essere presa in considerazione neanche in teoria come
soluzione dei problemi economici.
Nel 1918 e negli anni appena successivi, la fine della fase di intensi consumi
provocata dalla guerra riaprì per le strutture economiche del mondo industrializzato, e
soprattutto
d'Europa e d'America, il problema delle crisi economiche cicliche. Le
industrie che avevano lavorato a pieno ritmo per rifornire gli eserciti combattenti
dovettero essere riconvertite alla produzione di nuovi beni non militari; questo voleva
dire per la maggior parte degli imprenditori il ritorno ad un libero mercato senza la
comoda protezione della domanda pubblica; non tutti vi riuscirono e molte aziende
cominciarono a fallire, e spesso i fallimenti delle imprese portavano al fallimento delle
banche che le avevano finanziate e che non riuscivano a far rientrare i capitali prestati.
A sua volta la massa dei soldati che erano stati mobilitati (si trattava di molti milioni di
uomini) ritornava alla vita pacifica e si trasformava in un esercito di disoccupati in cerca
di una possibile sistemazione. La situazione era aggravata dal fatto che tutti i paesi
europei, anche i vincitori, uscirono dalla guerra economicamente stremati e tutti più o
meno fortemente indebitati nei confronti degli Stati Uniti d’America, la cui crescente
potenza economica aveva di fatto finanziato gli sforzi bellici dell’Inghilterra, della
Francia e dell’Italia. Negli anni venti del Novecento, dunque, mentre i paesi sviluppati
europei si avviavano ad una ripresa economica assai lenta e difficile, le strutture
industriali americane conobbero una crescita produttiva vertiginosa senza precedenti.
Facendo propri i principi del taylorismo, le grandi imprese americane erano ormai
indirizzate verso la produzione in serie di beni di consumo: automobili ed
elettrodomestici come frigoriferi, aspirapolvere e soprattutto apparecchi radio (alla fine
degli anni venti ne erano stati venduti 10 milioni nei soli Stati Uniti) si andavano ormai
diffondendo in ogni casa del ceto medio. L'aumento costante dei consumi faceva
apparire inarrestabile il processo di crescita dell'industria americana. In tal modo gli
Stati Uniti avevano ormai di fatto soppiantato l’Inghilterra nel ruolo di potenza
regolatrice e guida delle economie internazionali, anche se presero coscienza troppo
lentamente del ruolo che la storia stava loro assegnando.
Ma la fase bellica aveva provocato dei forti cambiamenti non soltanto nella
collocazione internazionale delle strutture produttive, nelle quali gli Stati Uniti ormai,
come si è detto, primeggiavano, ma anche nel peso che i singoli paesi avevano nel
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sistema internazionale degli scambi e negli stessi mercati finanziari. Per quanto riguarda
il commercio internazionali, sia delle merci che delle materie prime, gli Stati Uniti
acquistarono sempre più un ruolo di paese esportatore, e cominciarono a rifornire sia di
beni di consumo che di capitali, i paesi europei che avevano subito nei propri territori la
guerra e che ne erano usciti stremati e impoveriti. Una consistente quota di aiuti e di
finanziamenti statunitensi, quasi sempre composta da capitali privati, si riversò in
particolare sulla Germania, in vista dei profitti attesi dalla ricostruzione dell’economia
tedesca. Questo flusso si interruppe attorno al 1928, quando in Germania cominciarono
a sorgere i primi segnali di una fase di crisi, e questa stessa interruzione provocò
l’ulteriore aggravamento della crisi. Per di più questi capitali non più inviati in Europa
si riversarono sulla borsa di New York, contribuendo alla formazione della bolla
speculativa destinata a scoppiare nel 1929.
Per comprendere questi passaggi, è necessario tener conto che in questo stesso
periodo un altro aspetto dell’economia mondiale cominciava a modificarsi
profondamente, quello dei mercati finanziari. Nei paesi capitalistici avanzati l’economia
finanziaria, basata sulle operazioni speculative, cioè sull'investimento di capitali
nell'acquisto e nella vendita di azioni di società quotate in borsa – le società per azioni,
appunto – diveniva sempre più potente e si avviava a esercitare il predominio sulle
strutture produttive industriali, cioè sulla cosiddetta economia reale. Si trattava di un
fenomeno assai importante, che era destinato in seguito a rafforzarsi sempre di più. Tra
le caratteristiche fondamentali dell’economia finanziaria bisogna ricordare: a) che si
presta ad operazioni estremamente veloci, a causa della forte mobilità dei capitali che
possono facilmente essere spostati da un settore all’altro, al contrario delle strutture
produttive che solo con difficoltà possono essere riconvertite; b) che può facilmente
attivare operazioni di tipo speculativo, cioè produttrici di profitto nel breve periodo, al
contrario di una struttura industriale che richiede tempo e notevoli capacità
organizzative per produrre redditi.
Il movimento dei capitali aveva già da molti secoli nella borsa valori un mercato
estremamente rapido di collocamento e di investimento, e tutte le grandi capitali
europee e americane avevano già una borsa, cioè un luogo dove era possibile acquistare
o vendere rapidamente e facilmente sia le azioni come anche i titoli di credito emessi
dallo Stato o dagli altri enti pubblici (ad esempio i titoli del debito pubblico, cioè i
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certificati che danno diritto alla restituzione dei capitali che i privati cittadini hanno
prestato allo Stato e consentono di riscuotere i relativi interessi). Negli anni venti del
Novecento ci fu negli Stati Uniti, e in parte anche in Europa, una vera esplosione degli
investimenti in borsa, dovuta principalmente a ragioni di speculazione; in altre parole, si
acquistavano le azioni non per riscuotere al momento opportuno i dividendi, cioè la
parte spettante ad ogni azione del profitto globalmente prodotto dall’attività
dell’impresa, ma quasi esclusivamente nella speranza di poterle rivendere al più presto
ad un prezzo maggiore e lucrare quindi sulla differenza tra valore d’acquisto e valore di
vendita. Il valore delle azioni è infatti sottoposto alle leggi della domanda e dell’offerta:
cresce con la pressione della domanda e viceversa si abbassa quando prevale l’offerta di
chi vuole vendere. Così, nel corso degli anni venti, quasi tutti i capitali prodotti in
eccesso negli Stati Uniti furono convogliati verso il mercato borsistico, furono cioè
diretti all’acquisto di azioni delle imprese americane, e il valore delle azioni, sotto la
spinta di una crescente domanda, salì progressivamente a livelli che non avevano più
nulla a che fare con il valore reale delle aziende e con la loro concreta possibilità di
produrre profitti; e la bolla speculativa, cioè il rigonfiamento artificioso dei prezzi, era
pronta a scoppiare da un momento all’altro.
Nel 1929 entrambi i nodi non sciolti del sistema capitalistico in atto, quello
dell’economia reale e quello dei mercati finanziari, provocarono la grande crisi, come
fu subito definita dagli osservatori. Il valore delle azioni, gonfiato solo dalla
speculazione, cominciò necessariamente a diminuire, e la corsa alla vendita che
immediatamente si scatenò (perché si tentava di dar via le azioni prima che perdessero
troppo valore) lo fece crollare ancora di più, gettando nel panico milioni di piccoli
azionisti americani che nel giro di alcuni giorni, tra il 24 e il 29 ottobre 1929, persero
tutti i loro risparmi. Ma a monte di questo fenomeno le ragioni della crisi finanziaria
vanno rintracciate nel blocco dell’economia reale provocato dalla crisi di
sovrapproduzione: le strutture produttive industriali americane erano troppo forti
rispetto alla capacità che il mercato interno aveva di assorbire i loro prodotti, a causa
della crisi in atto nel settore agricolo che diminuiva la capacità di acquisto dei ceti
rurali. Va aggiunto, inoltre, che la ripresa economica europea, funzionale alla crescita
del mercato americano che trovava nei paesi d'oltreoceano uno sbocco ulteriore per i
propri prodotti, era finanziata da ingenti prestiti e investimenti di capitale americano.
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Quando gli investitori statunitensi si rivolsero verso le più redditizie operazioni
borsistiche anche il tasso di crescita dell'economia europea subì una battuta d'arresto e le
importazioni dei prodotti dell'industria americana diminuirono sensibilmente.
La debolezza della domanda provocò allora tutte le conseguenze disastrose
caratteristiche della crisi di sovrapproduzione: il crollo del valore delle azioni, che colpì
i piccoli risparmiatori, fu accompagnato dalla caduta a picco dei prezzi agricoli e
industriali, e naturalmente anche di quelli delle materie prime non più richieste dalle
strutture produttive; questo da un lato gettò nella miseria milioni di piccoli coltivatori e
dall’altro portò al fallimento un altissimo numero di imprese produttrici di manufatti. Le
imprese fallite ovviamente licenziarono le maestranze, cioè smisero di distribuire salari,
e questo a sua volta indebolì ancora di più la domanda, aggravando ulteriormente le
condizioni critiche dell’economia.
Il culmine di questo processo fu rapidamente raggiunto quando i tentacoli della
crisi raggiunsero le banche. Negli Stati Uniti, accanto ad alcune grandi banche
nazionali, vi era un altissimo numero di banche locali o regionali che finanziavano la
produzione agricola dei piccoli coltivatori o quella industriale delle imprese di interesse
locale; tutto questo apparato creditizio entrò in uno stato di forte sofferenza (sofferenze
è il termine con il quale le banche designano i crediti non riscossi) perché i debitori
falliti non erano più in grado di restituire alle banche i capitali ricevuti in prestito. Il
fallimento delle banche aveva a sua volta un altissimo impatto sociale, perché colpiva la
massa dei semplici risparmiatori, cioè di coloro che non avevano acquistato azioni e che
quindi si sentivano al riparo dal rischio. Infatti, in quelle epoche le banche erano
considerate a tutti gli effetti imprese come tutte le altre, e quindi il risparmio non era
ancora protetto da speciali leggi, per cui il fallimento di un istituto di credito portava
alla pura e semplice perdita dei fondi conferiti dai risparmiatori, senza alcuna possibilità
di restituzione o di rimborso. I nuovi poveri si aggiunsero ai milioni di disoccupati
creati dall’interruzione delle attività produttive, e le città americane cominciarono ad
essere punteggiate da lunghe file di individui ormai privi di lavoro e di qualsiasi altra
fonte di reddito che attendevano di essere nutriti dalle istituzioni della assistenza
pubblica o religiosa.
Insieme alle strutture produttive e agli istituti di credito entrò in crisi anche il
sistema degli scambi internazionali. Il volume e il valore dei beni trasportati e scambiati
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fu fortemente ridimensionato dalla caduta del credito al commercio, dalla diminuite
necessità di materie prime da parte delle strutture produttive e in generale dalla
diminuzione dei redditi dei consumatori. Il mercato americano si rinchiuse in se stesso e
con una legislazione fortemente protezionistica bloccò l’arrivo di prodotti provenienti
dalle industrie europee, inducendo i governanti europei ad adottare le stesse misure per
proteggere il proprio mercato. Anche per questa via la crisi economica giunse in
Europa, con gli stessi effetti deleteri che abbiamo osservato negli Stati Uniti: la
debolezza della domanda provocò anche in Europa la caduta a picco della produzione,
che nel periodo compreso tra il 1929 e il 1932 diminuì complessivamente di oltre il 30
per cento. La perdita di ingenti profitti industriali ebbe conseguenze altrettanto
distruttive sui sistemi bancari dei principali paesi del vecchio continente. Andarono
incontro a fallimenti o a grandi disagi sia gli istituti di credito che finanziavano il
commercio sia le banche che avevano conferito grandi quantità delle proprie risorse alle
imprese industriali: i capitali così immobilizzati furono, infatti, rapidamente perduti a
causa dei fallimenti industriali e in generale per la caduta dei profitti delle aziende in
precedenza finanziate.
4. La risposta alla crisi: l’economia keynesiana.
Di fronte al sopraggiungere della crisi i governi dei grandi paesi occidentali non
si resero conto immediatamente che era necessario ricorrere a misure straordinarie di
politica economica e monetaria. I principi teorici classici erano sempre dominanti, e in
particolare si pensava: a) che la moneta nazionale dovesse essere tenuta ad un livello
stabile di valore di fronte all’oro e di fronte alle altre monete; b) che il bilancio dello
Stato dovesse essere mantenuto in pareggio. Si trattava di due principi basilari
dell’economia classica, sui quali tradizionalmente si misuravano la solidità e
l’affidabilità di una nazione; ma nelle condizioni create dalla grande crisi del 1929,
erano divenuti invece due forti ostacoli alla ripresa della produzione e alla rinascita
dell’economia.
Nell’ottobre del 1929, quasi tutte le nazioni occidentali erano ormai tornate,
dopo l’intervallo della guerra, a mantenere il valore della propria moneta ancorato
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all’oro: il cosiddetto gold standard. La stabilità del valore di tutte le monete di fronte
all’oro, cioè la certezza di poter convertire la propria moneta in una quantità prefissata e
costante di oro, portava di conseguenza, come si è detto, ad un sistema di cambi
altrettanto stabili tra una moneta e l’altra (e infatti si parlava più propriamente di gold
exchange standard, per indicare la finalità di un rapporto stabile nel cambio tra le
monete). In una situazione di normale crescita economica tutto ciò favoriva gli scambi
internazionali, perché eliminava il rischio del cambio; ma in una fase di crisi il
mantenimento del gold standard, che richiedeva forti politiche di difesa della moneta
contro l’inflazione, cioè contro la perdita della capacità di acquisto della moneta,
danneggiava ulteriormente la situazione. Infatti, per difendere la capacità di acquisto
della moneta in termini di oro le banche centrali alzavano il tasso di sconto, cioè il tasso
di interesse con il quale il denaro veniva prestato dalla banca centrale alle altre banche;
ma in questo modo il denaro veniva a costare di più e gli imprenditori investivano di
meno e smettevano di assumere salariati: anche per questa via, dunque, la
disoccupazione tendeva ad aumentare. Si instaurava in questo caso una situazione di
deflazione, cioè di valore troppo alto della moneta rispetto agli altri beni, che aggravava
la situazione della crisi economica. Alla crisi di sovrapproduzione si aggiungeva,
quindi, una crisi di deflazione. La definizione di questo concetto è molto importante
perché in esso sono riassunti gli elementi essenziali della situazione critica che si era
andata creando nell'economia occidentale: bassi salari e disoccupazione, e conseguente
insufficienza della domanda; alti tassi di interesse che producono il crollo degli
investimenti; alto valore della moneta che conduce alla caduta dei prezzi.
Negli Stati Uniti d’America, paese che ormai era diventato il leader dell’economia occidentale, tra il 1929 e il 1932 il presidente Hoover, esponente del partito
repubblicano, cercò di governare la fase di depressione, caratterizzata da punte di 14
milioni di disoccupati (in Europa raggiunsero i 15 milioni), appunto con i
provvedimenti dell’economia classica: la difesa della capacità di acquisto della moneta,
il pareggio del bilancio, il non intervento dello Stato. I risultati furono inconsistenti. Ma
nel 1933 divenne presidente un esponente del partito democratico che intendeva
introdurre importanti innovazioni nella politica economica, Franklin Delano Roosevelt.
Questi intuì che la situazione era talmente grave che il mercato da solo non avrebbe mai
potuto risolvere le grandi contraddizioni in cui il sistema era caduto, e decise di
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sviluppare un forte intervento dello Stato a sostegno della domanda. Fu elaborato,
pertanto, un New Deal («nuovo corso» o «nuovo patto») che in sostanza consisteva in
un insieme di provvedimenti con i quali lo Stato entrava nella vita economica e la
guidava pesantemente. Anzitutto il dollaro fu abbandonato alla svalutazione: la moneta
americana perse molta della sua capacità di acquisto, ma questo rese i prodotti
statunitensi meno costosi all’estero e favorì la ripresa delle esportazioni. Il sistema
bancario fu riorganizzato: la ristrutturazione, quando era necessario, fu finanziata con
denaro pubblico, e questo diede nuova fiducia ai risparmiatori. Fu messa in circolazione
una notevole quantità di moneta: come sussidio ai disoccupati, ma anche soprattutto
sotto forma di prestiti a tassi agevolati a favore dei cittadini indebitati verso le banche o
verso le società edilizie, e in tal modo anche queste aziende venivano rifinanziate.
Furono emanati provvedimenti di riorganizzazione della produzione agricola, cercando
di limitarla proprio per evitare nuove forme di sovrapproduzione che avrebbero
depresso i prezzi. Furono inoltre varate importanti riforme fiscali e di sicurezza sociale.
Si dette avvio anche ad un vasto programma di lavori pubblici che creavano nuovi posti
di lavoro e assorbivano parte della produzione industriale. In sostanza lo Stato
interveniva là dove la capacità di acquisto dei privati era scarsa o nulla; in tal modo
aumentava il numero dei consumatori, si rinforzava cioè la domanda di salute, di
istruzione, di consumi di base o voluttuari e così via. Tutto questo implicava che la
spesa pubblica crescesse molto e che il bilancio dello Stato non fosse più in pareggio;
ma i risultati economici erano tali da controbilanciare con gli enormi vantaggi della
ripresa della produzione l’eventuale crescita dell’indebitamento pubblico. La
svalutazione del dollaro e l’espansione dell’offerta di moneta portarono ovviamente ad
una situazione di leggera inflazione; ma questo si rivelò un dato ulteriormente positivo,
perché permetteva di superare la crisi di deflazione: i prezzi cominciarono a risalire e gli
imprenditori furono nuovamente stimolati ad investire.
Dunque, con il rafforzamento dell’intervento pubblico, venne eliminata la causa
stessa della crisi e della successiva depressione, cioè la debolezza della domanda. Ed è
importante sottolineare che questa politica congiungeva la ripresa economica ad una
serie di importanti riforme sociali, perché il rafforzamento della domanda avveniva
migliorando la qualità della vita, cioè il livello dei consumi, delle classi meno abbienti.
Tali provvedimenti ebbero una notevole ripercussione sulla produzione
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industriale. In questo settore gli Stati Uniti avevano conquistato il primato mondiale già
prima della guerra del ‘14-18; durante il conflitto e negli anni successivi questo primato
si era andato rafforzando, anche perché il territorio americano non aveva subito alcun
danno non essendo stato teatro di battaglia; soltanto il sopraggiungere della crisi aveva
bloccato la crescita della produzione. Nel corso degli anni trenta la ripresa della
domanda, finanziata dall’intervento pubblico, spinse di nuovo in avanti i livelli della
produzione e il mercato americano fu letteralmente inondato da prodotti industriali utili
per migliorare il benessere e la qualità della vita. I settori che andarono incontro alla
maggiore espansione furono quello dell’automobile (nel 1938 negli USA le vetture
circolanti raggiunsero il numero di 30 milioni), dell’edilizia, degli elettrodomestici (è
l’epoca in cui cominciarono a diffondersi il frigorifero, lo scaldabagno, le cucine a gas,
la radio). Ebbero inoltre un significativo incremento l’industria cinematografica, che era
già sorta prima della guerra, ma che negli anni Trenta divenne un fenomeno anche
culturale di massa; l’industria aeronautica, che era stata in realtà poco utile negli anni
del conflitto, ma che si sviluppò enormemente quando cominciò a produrre aerei civili
in grado di attraversare l’Atlantico e collegare gli USA con il vecchio continente.
Ciò che accadeva contemporaneamente in Francia e in Inghilterra confermava
l’esistenza dei meccanismi economici fin qui descritti. In Francia la crisi economica
giunse in ritardo rispetto al resto del mondo; la banca centrale francese aveva fortissime
riserve di oro e questo le permise di difendere a lungo la convertibilità del franco senza
che fosse necessario prendere provvedimenti speciali di politica monetaria, ma alla fine
di una lunga serie di tentativi di resistenza, nel 1937, anche la Francia dovette svalutare
la propria moneta. Anche in Gran Bretagna si cercò inizialmente di fronteggiare la crisi
con i metodi, qui sopra esaminati, delle politiche economiche classiche; ma ben presto
prevalse il pragmatismo economico britannico, e già nel 1931 la sterlina fu fatta uscire
dal gold standard e svalutata. Questo diede il segnale dell’inizio dell’inversione di
tendenza e il Regno Unito uscì rapidamente dalla situazione critica. A queste manovre
monetarie si aggiunse l’introduzione, nello stessa Gran Bretagna, delle politiche di
Welfare State, cioè di uno stato che promuove il «benessere» — welfare in inglese —
generalizzato attraverso una serie di riforme sociali che garantiscano il cittadino a
livello salariale, sanitario, pensionistico, con caratteristiche simili a quelle già esaminate
per gli Stati Uniti. Anche in questo caso, infatti, lo Stato interveniva pesantemente nel
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mercato e, attraverso la riforma delle pensioni, l’assistenza medica gratuita, l’istituzione
dell’istruzione pubblica, e così via, finiva per sostenere la capacità di acquisto dei ceti
meno fortunati, dei disoccupati, dei pensionati. La produzione industriale inglese
divenne immediatamente più competitiva e la ripresa fu avviata, anche se c’è da
aggiungere che ciò fu ulteriormente favorito dal fatto che l'Inghilterra possedeva un
mercato di sbocco privilegiato, quello costituito dal Commonwealth, cioè dall’insieme
dei mercati dei paesi coloniali ed ex coloniali collegati da accordi commerciali stretti e
privilegiati, istituito nel 1926 nella Conferenza imperiale di Londra.
Il paese europeo in cui gli effetti della crisi si fecero sentire più pesantemente fu
la Germania, che era anche gravata dall'onere delle riparazioni, cioè di risarcimenti in
denaro nei confronti dei paesi aggrediti durante la prima guerra mondiale. Il sistema
economico tedesco andò incontro alla fase critica già a partire dal 1928, e ciò che
accadde l’anno successivo non fece che aggravare una situazione già precaria. Invece
che con un aumento della spesa pubblica, il governo tedesco tentò di superare la crisi
economica con una politica di sacrifici che ebbe come conseguenza un ulteriore
peggioramento della situazione ed un vertiginoso aumento del numero dei disoccupati,
che andò ad inasprire le tensioni sociali già innescate dalla sconfitta subita in guerra.
Il grande teorico delle politiche di intervento pubblico a sostegno alla domanda,
come strumento per battere le crisi cicliche del capitalismo industriale, fu l’inglese John
Maynard Keynes. In due importanti volumi usciti rispettivamente nel 1930 (Trattato
della moneta) e nel 1936 (La teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della
moneta), Keynes segnava una svolta teorica e pratica nell’analisi del sistema del
capitalismo. Egli riprendeva da Marx e da Schumpeter l’idea che la crisi ciclica fosse
una componente strutturale in un sistema produttivo di tipo capitalistico, e nello stesso
tempo si accorgeva dell'astrattezza del principio neoclassico che assegnava al mercato il
compito di ricostituire spontaneamente l’equilibrio temporaneamente perduto. L’equilibrio, cioè la piena occupazione della forza di lavoro, non era concepibile in un sistema
capitalistico, e dunque era compito dello Stato intervenire, governare la situazione di
squilibrio, impedire la distruzione del sistema. Questo doveva accadere, appunto,
attraverso il sostegno pubblico alla domanda: Keynes teorizzava ciò che in America e in
Gran Bretagna già si cominciava a realizzare.
La grande crisi del 1929 e la necessità di uscirne segnava, dunque, anche
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teoricamente la fine del capitalismo liberista o "selvaggio" e il prevalere di un nuovo
modello di capitalismo, nel quale lo stato non era affatto assente e il mercato non era
abbandonato a se stesso: era sempre libero, ma regolamentato. Non era certo compito
dello Stato, e soprattutto di uno Stato democratico, dirigere l’economia, ma le pubbliche
autorità potevano e dovevano imporre le regole del gioco, in modo tale che non si
creassero situazioni di predominio economico di gruppi organizzati. Cominciò, dunque,
a sorgere il principio che un mercato tanto più è libero quanto più la libertà degli
operatori economici è regolamentata dalle leggi. Sorgeva, inoltre, la consapevolezza che
il benessere dei cittadini-consumatori, ovvero la possibilità che anche le classi più umili
disponessero finalmente di beni di consumo sufficienti e di una qualità della vita
decorosa in termini, ad esempio, di istruzione o di cure mediche, non costituisse un
dono fatto ai poveri e ai disoccupati dalla generosità dello Stato e delle classi ricche, ma
fosse invece una impellente necessità economica, perché la crescita dei consumi era la
condizione della stessa ripresa e dello sviluppo dell’economia.
C’è da considerare, infine, che l’intervento pubblico di tipo keynesiano si
conciliava assai bene, nei paesi occidentali fin qui esaminati, con un'impostazione della
vita politica basata sulla libera elezione dei gruppi dirigenti, e con un sistema
economico basato sul principio della libertà di iniziativa. Si trattava, insomma, pur con
le varianti di ogni singola situazione, di un modello di tipo liberale-democratico, che
aveva il suo protagonista nel cittadino-elettore. Il benessere di questo cittadino, che oltre
ad essere elettore era anche consumatore, doveva dunque essere il primo pensiero dei
gruppi dirigenti politici, perché dal grado di realizzazione di questo benessere dipendeva
il giudizio sulle loro capacità di continuare a guidare lo Stato.
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IL MERCATO GLOBALE NEL MONDO CONTEMPORANEO
1. Il commercio internazionale e lo sviluppo economico.
Il ruolo del commercio internazionale in un processo di sviluppo economico ha
sempre costituito un importante tema di riflessione tra gli economisti e gli storici
dell’economia. Agli inizi della fase espansiva del capitalismo mercantile, soprattutto nel
corso del XVI secolo, i teorici delle politiche economiche del mercantilismo già
pensavano che fosse possibile mantenere e incrementare la ricchezza di un mercato
nazionale (allora il concetto di sviluppo era ancora ignoto) attraverso gli strumenti
forniti dal commercio internazionale, e più precisamente ritenevano che un sistema
economico nazionale dovesse mantenere in attivo la bilancia degli scambi commerciali
con l’estero, perché questo avrebbe portato all’accumulazione di capitali monetari e alla
crescita degli investimenti.
Il sorgere dell’industrializzazione nell’Inghilterra del Settecento ha in seguito
radicalmente mutato i termini del problema. Adam Smith nel 1776 dimostrava che solo
il libero scambio, nel contesto di un sistema di libero mercato, era in grado di garantire
la migliore allocazione possibile dei capitali (cioè la migliore collocazione degli
investimenti nei settori più convenienti) e quindi potevano creare occasioni di progresso
economico per tutti. Per raggiungere questo scopo non era affatto necessaria una
bilancia dell’interscambio con l’estero in attivo, perché la semplice organizzazione di un
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sistema di scambi costituiva già di per sé una occasione di arricchimento e di progresso
per tutti coloro che vi partecipavano.
Su questa stessa linea si collocava, qualche decennio dopo Smith, sempre in
Inghilterra, anche il pensiero di David Ricardo, che in un fondamentale trattato di
economia, intitolato Sui principi dell’economia politica e della tassazione, pubblicato
nel 1817, studiava le ragioni che rendevano la libertà del commercio uno strumento
indispensabile per realizzare il progresso economico. Lo studio di Ricardo ha costituito
un momento essenziale nelle elaborazioni attorno al significato economico del
commercio internazionale, soprattutto perché a lui si deve la formulazione più famosa
della cosiddetta teoria dei costi comparati. Si tratta di una teoria basata sul dato
evidente che una stessa tipologia di merce non è mai prodotta a costi uguali nei diversi
paesi del mondo: c’è sempre un paese che riesce a produrre la stessa merce a costi
inferiori rispetto agli altri e che quindi la può vendere a prezzi più bassi; perciò sarà
interesse di tutti acquistarla là dove essa costa di meno, senza che lo Stato intervenga a
distorcere il mercato imponendo dazi e gabelle sull’importazione o sull’esportazione.
Sia Smith che Ricardo immaginavano, insomma, una divisione internazionale
del lavoro tra le varie nazioni, ognuna delle quali forniva alle altre i beni che riusciva a
produrre a costi minori e a vendere a prezzi più bassi con conseguente vantaggio di tutti.
La crescita della divisione del lavoro avrebbe a sua volta potenziato il sistema degli
scambi e avrebbe accresciuto il volume e il valore dei beni scambiati. Sulla base di
queste premesse, dunque, l’intervento dello Stato e l’imposizione di eventuali dazi
doganali divenivano elementi di distorsione e di stravolgimento dell’andamento dei
processi economici: in altre parole, ponendo un dazio doganale sull’importazione di un
certo bene lo Stato creava sempre una situazione di privilegio che favoriva i produttori
interni di quel bene, ma che però danneggiava tutti gli altri cittadini, costretti a spendere
di più per acquistarlo.
Nel corso dell’Ottocento e poi ancora nella prima metà del XX secolo, la teoria
economica del commercio estero fece enormi progressi, ma alla base di ogni possibile
scelta politica rimaneva sempre l’alternativa tra il liberoscambismo e il protezionismo,
cioè tra il lasciare o il non lasciare la possibilità ai soggetti economici di commerciare e
di scambiare liberamente le merci sui mercati internazionali, e la discussione verteva sul
livello di libertà che era possibile o opportuno accordare ai singoli settori merceologici.
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Soltanto con la fine della seconda guerra mondiale cominciò ad affermarsi sempre più il
principio che il libero scambio fosse di per sé uno strumento insostituibile di sviluppo; e
questo principio si è andato sempre più imponendo da un lato con il sorgere del GATT e
da un altro lato con il mancato sviluppo dei sistemi economici socialisti, basati proprio
sull’assenza della libertà del mercato. Le statistiche relative al movimento commerciale
internazionale del secondo Novecento rivelano che in effetti si andò incontro ad una
fase di crescita del volume e del valore dei beni scambiati, anche se da questi accordi
restavano tagliati fuori i paesi del blocco comunista.
Negli ultimi due decenni del secolo, sopraggiunsero altri due elementi destinati a
rendere sempre più irreversibile la scelta a favore della libertà degli scambi. Il primo era
costituito dall’abbattimento dei costi di trasporto, di comunicazione e di scambio, cioè
dei costi che potevano rendere difficile o non conveniente il trasferimento di idee,
parole, immagini, merci, servizi, uomini o capitali da un mercato all’altro; questo fatto,
da un lato, aumentò enormemente la quantità dei beni scambiabili, dei beni, cioè, che
erano in grado di sopportare economicamente i costi di un lungo viaggio di
trasferimento; da un altro lato, rese sempre più difficile e antiquata l’idea di governare il
commercio attraverso le dogane (come si fa, ad esempio, a tassare un servizio che
viaggia su internet?). Il secondo elemento di trasformazione era rappresentato dalla fine
dell’esperimento economico socialista; l’abbattimento della cortina di ferro e la fine
della guerra fredda hanno migliorato ulteriormente il sistema internazionale degli
scambi e hanno recuperato alla possibilità di commerciare liberamente notevoli quote di
popolazioni e vaste estensioni di aree regionali o continentali. Anche in questi processi
politici la facilità e l’economicità delle vie di comunicazione e di scambio hanno avuto
un ruolo fondamentale. Come può un governo impedire, ad esempio, la penetrazione nel
proprio territorio di notizie trasmesse attraverso le antenne paraboliche televisive o
attraverso la diffusione della telefonia e degli altri strumenti di comunicazione di
massa? Può certo tentare di farlo, ma le difficoltà che incontra sono evidentemente
crescenti e persino insormontabili. Anche da questo punto di vista una compiuta
democrazia appare sempre più come la forma politica maggiormente funzionale ad un
processo di sviluppo economico
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2. La WTO e la formazione del mercato globale.
Il prevalere del sistema del libero scambio e del libero mercato, come regolatore
ultimo delle scelte economiche (ciò che può essere definito come pensiero unico in
economia), ha posto l’esigenza di realizzare il mercato globale, cioè il luogo teorico e
pratico, grande quanto il globo terrestre, in cui i soggetti economici si incontrano e
attivano le loro iniziative senza ostacoli insormontabili di natura politica o economica.
Per comprendere il processo di formazione di questo modello di mercato, è
necessario ripartire dal sistema degli accordi del GATT. Il GATT avviò una fase di
notevole sviluppo per tutta la seconda metà del XX secolo; numerosi sono stati gli
incontri (in inglese rounds) che periodicamente vedevano radunarsi un numero
crescente di paesi e che servivano a mettere a fuoco le nuove situazioni economiche e a
far crescere le occasione di liberalizzazione doganale degli scambi. Il più significativo
di questi incontri internazionali, quello da cui il principio del libero mercato, inteso
come strumento di sviluppo economico, è uscito pienamente vittorioso, fu tenuto il 15
aprile 1994; quel giorno ben 125 paesi del mondo intero firmarono il trattato di
Marrakech, dal nome della città del Marocco in cui si erano riunite le loro delegazioni,
che istituiva la WTO (World Trade Organization, cioè l’Organizzazione mondiale del
commercio), un ente che si presentava come prosecuzione e allargamento dello stesso
GATT. A differenza di quest’ultimo, la WTO è una vera e propria istituzione
internazionale permanente, costituita da strutture operative in grado di prendere
decisioni valide e applicabili a ogni livello, con il pieno coinvolgimento dei governi
nazionali; essa è abilitata anche a risolvere controversie che possono insorgere tra gli
stessi paesi membri: il suo obiettivo prioritario è, infatti, quello di favorire accordi sulle
tariffe doganali, sul commercio, sul trasferimento da un paese all’altro di beni e servizi
di ogni genere, nelle forme più economiche e nella massima sicurezza possibile. La
WTO non detta ai governi nazionali regole di comportamento in tema di politica
commerciale, né avrebbe l’autorità per farlo; in realtà le stesse regole del funzionamento
dei mercati internazionali sono decise dall’assemblea delle nazioni partecipanti e sono
sempre stabilite all’unanimità (perché nessun paese deve essere danneggiato); poi tocca
agli organi della WTO operare per favorire la loro attuazione. A questo scopo al vertice
dell'Organizzazione è collocato un direttore generale. Si tratta, in sintesi, d'una
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istituzione che punta alla realizzazione della massima liberalizzazione possibile dei
mercati, poiché questa libertà è riconosciuta come strumento di crescita economica,
purché ciò avvenga in condizioni di sicurezza e senza che si creino troppi squilibri tra le
diverse aree del mondo. Il modello di relazioni economiche che in tal modo si tende a
realizzare può essere appunto definito con la formula mercato globale.
La prima caratteristica del mercato globale consiste nella economicità e nella
facilità, non ostacolata dalle scelte politiche, del trasferimento delle merci, dei servizi,
delle parole e delle immagini da una regione all’altra del mondo. Tutto ciò ha il suo
punto di forza nell’abbattimento del sistema delle tariffe doganali; i dazi doganali si
sovrappongono, infatti, alla libera iniziativa degli imprenditori e la condizionano,
impedendo la migliore collocazione degli investimenti in vista del raggiungimento del
massimo profitto possibile in ciascuna area del mondo. Per realizzare questi obiettivi il
mercato globale richiede, dunque, e presuppone un significativo abbattimento dei costi
di trasporto e dei tempi dei trasferimento, sia che si tratti di spostare beni e servizi per
via terrestre, aerea o marittima, sia che si tratti di comunicare parole o immagini; in
quest’ultimo caso la comunicazione avviene ormai quasi sempre, grazie ai sistemi
telematici, in tempo reale: il destinatario riceve la comunicazione nello stesso momento
in cui il mittente la invia.
Ma il mercato globale presenta una seconda caratteristica: esso richiede la piena
libertà di movimento anche degli uomini, delle loro idee e della loro forza lavoro; esso
presuppone, dunque, la formazione di un libero mercato del lavoro, che permetta
l’incontro, a livello internazionale, della domanda e dell’offerta di lavoro. In alcune aree
del mondo, e soprattutto in quelle maggiormente sviluppate in Europa e in America, la
libertà degli spostamenti dei cittadini da una nazione all’altra è ormai una conquista
realizzata. Tuttavia si tratta di un fenomeno difficile da controllare e da regolamentare,
perché la libera circolazione degli uomini porta con sé conseguenze assai diverse dalla
libertà di movimentazione delle merci, dei servizi e delle idee: la quantità e la direzione
degli spostamenti planetari degli individui sono sempre, infatti, largamente condizionate
dalle vicende non solo economiche ma anche in senso stretto demografiche
dell’umanità.
Gli imponenti ritmi della crescita demografica mondiale, avviati e mantenuti
ininterrottamente dal XVIII secolo in avanti, hanno portato alla fine del millennio il
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numero degli esseri umani a superare i sei miliardi di unità. Ma soprattutto nell’ultimo
trentennio del XX secolo questa crescita non è stata uniforme: essa è stata assai forte nei
paesi maggiormente arretrati e in quelli in via di sviluppo, mentre è stata quasi del tutto
assente nei paesi industriali avanzati. In altre parole, il sopraggiungere di una fase di
significativo sviluppo economico ha avuto dappertutto come conseguenza il
rallentamento dell’espansione demografica. In alcuni paesi europei, come l’Italia, si è
avviato il processo addirittura opposto, la popolazione ha cominciato a diminuire di
numero, con la creazione di forti problemi relativi alla stessa possibilità di mantenere un
ritmo adeguato di crescita economica. In questi ultimi casi, solo la presenza di una
consistente immigrazione dai paesi sottosviluppati permette alla popolazione di non
crollare numericamente e al sistema economico di continuare a funzionare. Negli ultimi
anni del secolo i ritmi di crescita sono andati un po’ attenuandosi, anche nei paesi del
Terzo Mondo; ciò in parte è dovuto all'instaurazione di speciali politiche di
pianificazione familiare, ma certamente anche al fatto che grandi e popolosi paesi, come
la Cina o l’India si avviano verso un certo miglioramento delle condizioni di vita delle
popolazioni che li abitano; si è visto assai bene, insomma, che il trend della crescita
demografica è controllabile soprattutto attraverso serie politiche di sviluppo economico.
Gli squilibri economici internazionali e l’alto tasso di crescita della popolazione dei
paesi poveri giustificano, d’altra parte, l’imponente movimento di trasmigrazioni di
massa dai paesi poveri verso i paesi maggiormente sviluppati che è attualmente in
corso, e a cui anche l’Italia è interessata, seppure non nella stessa misura in cui sono
coinvolti altri paesi europei o americani. Queste emigrazioni di massa sono
economicamente necessarie ma politicamente non facilmente governabili, poiché lo
spostamento di ingenti masse di popolazione crea spesso situazioni di squilibrio
economico a livello internazionale ed implica la soluzione, ancora troppo lontana, di
problemi di convivenza culturale, linguistica ed etnica che sono spesso causa, negli
strati economicamente e culturalmente più deboli delle popolazioni dei paesi sviluppati,
anche di nuove forme di razzismo.
Una terza fondamentale caratteristica del mercato globale, è quella relativa alla
libertà e facilità di trasferimento dei capitali e in generale delle risorse finanziarie; da
questo punto di vista esso costituisce un grande ed unitario mercato finanziario. E
bisogna, infatti, considerare che nei due decenni finali del secolo XX il settore più
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significativo e più sviluppato dei mercati internazionali è divenuto proprio quello delle
attività finanziarie. Si è detto che gli investimenti finanziari sono andati ampliandosi e
diffondendosi in modo imponente grazie alla velocità degli spostamenti dei capitali e
alla rapidità, in taluni casi di tipo speculativo, dei profitti che essi riescono a fornire.
Ebbene, non c’è paese al mondo che chiuda le proprie frontiere all’ingresso dei capitali
che sopraggiungano alla ricerca di attività finanziarie (soprattutto quelli che sono diretti
all’acquisizione di azioni di società quotate in borsa e di titoli del debito pubblico), e
inoltre si è visto che non solo non è conveniente, ma che è in larga misura praticamente
impossibile, chiudere le frontiere per impedire, al contrario, l’uscita di tali capitali. In
questo segmento del mercato il maggiore problema con cui i governi devono
confrontarsi non può più essere quello delle proibizioni e delle limitazioni (tranne
ovviamente che non si verifichino situazioni straordinarie), quanto piuttosto quello di
fornire quelle opportune regolamentazioni, che in ultima analisi servono a facilitare,
non certo a scoraggiare gli investimenti.
3. L’unificazione del mercato europeo e l’introduzione dell’euro.
L’esempio più eclatante ed economicamente significativo di realizzazione in una
area continentale di un mercato unico libero e concorrenziale si è verificato negli ultimi
due decenni del Novecento in Europa, e ha condotto alla unificazione del mercato
europeo e alla creazione di una nuova moneta unica europea circolante, l’euro.
Dopo la fase iniziale di entusiasmo politico, che aveva condotto nel 1957 alla
firma del Trattato di Roma, gli anni sessanta e settanta del Novecento hanno presentato
un certo rallentamento del processo di integrazione europea, anche a causa delle
difficoltà economiche che i paesi membri hanno attraversato in quei decenni. La ripresa
del cammino verso un'Europa unita si ebbe nel 1979, quando si decise a livello
comunitario di creare un mercato monetario caratterizzato da cambi il più possibile
fissi, o comunque dotati di oscillazioni limitate e controllate; nacque così lo SME,
ovvero il sistema monetario europeo, basato su una moneta teorica, non effettivamente
coniata e circolante, l’ECU (European Currency Unit, cioè unità di conto europea), il
cui valore teorico nasceva dalla media dei valori delle monete nazionali dei paesi
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membri. I passi successivi furono compiuti dopo la nomina, nel 1985, a presidente della
Commissione Europea, cioè del governo europeo (sia pure dotato di poteri ancora assai
limitati), di un convinto europeista, Jacques Delors; questi nel 1988 lanciava il progetto
di una Unione economica e monetaria, mentre cominciava ad imporsi il termine Unione
Europea in luogo di Comunità Europea, anche per indicare un livello più profondo di
coinvolgimento economico e politico reciproco tra i vari paesi che intendevano
collegarsi in un unico mercato. Il numero dei paesi aderenti al progetto di unificazione
europea andava nel frattempo crescendo e nel 1995 gli stati membri raggiunsero il
numero di 15 (Irlanda, Gran Bretagna, Danimarca, Svezia, Finlandia, Germania,
Austria, Francia, Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi, Italia, Spagna, Portogallo e
Grecia), mentre numerosi altri, soprattutto dell’area europea orientale, ponevano la loro
candidatura ad entrare nell’Unione.
Il progetto di Unione economica e monetaria aveva in sé ben visibile l’idea di
costruire un mercato unico europeo; e questo obiettivo richiedeva l’attivazione di
meccanismi che andavano ben al di là di un puro e semplice accordo monetario: un
mercato unico, infatti, per poter funzionare in modo efficiente, richiedeva la presenza di
regole comuni di carattere giuridico, economico e perfino politico, perché un mercato
deve essere regolamentato, guidato e diretto, proprio per essere mantenuto nella
massima libertà e concorrenzialità possibile. Dunque non c’è discorso sulla moneta
unica europea che possa essere circoscritto a dati puramente economici: quando si parla
di moneta e di unione monetaria, il ragionamento conduce sempre ed inevitabilmente
anche alla necessità di una unione politica.
Nel 1992, con il Trattato di Maastricht, dal nome della cittadina olandese in cui
venne firmato, si decise di procedere verso la vera e propria integrazione tra le
economie dei paesi aderenti, e i processi di avvicinamento a questo modello di mercato
furono insieme politici ed economici. Nel corso degli anni novanta si è giunti, perciò, a
potenziare sempre più il ruolo politico degli organi comunitari fondamentali, soprattutto
il Parlamento Europeo e la Commissione Europea, e si è progettato di creare, attraverso
scadenze certe e verificabili, un mercato unico europeo che prevedesse la piena libertà
di movimento degli uomini, delle merci e dei capitali fra i paesi aderenti;
contemporaneamente sono stati fatti i passi necessari per creare una unità monetaria
comune, l’Euro, destinata ad essere coniata e a divenire la moneta effettivamente
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circolante in tutti i paesi dell’Unione a partire dall’anno 2002. Accanto a questo
potenziamento dei poteri effettivi degli organismi politici comunitari, la creazione della
nuova moneta richiedeva un processo di convergenza tra i dati economici dei paesi
membri della comunità: in altre parole, essendo prevista la circolazione effettiva di una
moneta comune era necessario che tutti i paesi della Unione Europea avessero un
comune tasso di sconto, un identico limite consentito di deficit del bilancio pubblico,
una quantità di debito pubblico non superiore a certi limiti stabiliti di comune accordo,
un trattamento fiscale dei beni e dei servizi il più possibile omogeneo, un tasso di
inflazione contenuto entro limiti comuni ben determinati e così via. La moneta comune,
per esistere e sopravvivere, richiedeva, insomma, un patto economico e finanziario
rispettato da tutti, perché la crisi di un paese si sarebbe riversata inevitabilmente sul
valore della moneta stessa, danneggiando tutti gli altri. Naturalmente non è difficile
comprendere che la questione della convergenza economica racchiuda in sé tutti i
presupposti necessari per giungere ad una unificazione della sovranità politica. Già da
soli i criteri di convergenza obbligano gli Stati contraenti a rispettare vincoli di bilancio
e scelte di politica economica che sono stabiliti da una autorità sovranazionale; inoltre,
in tutti i settori economici (dall’agricoltura all’industria, dal mercato interno al
commercio estero) le legislazioni nazionali non possono essere in contrasto con i
principi generali stabiliti dagli organismi comunitari, e questo rappresenta un limite alla
stessa sovranità dei parlamenti nazionali.
Un chiaro esempio di questi condizionamenti, proprio nel settore della
regolamentazione del mercato, è costituito dal fatto che gli organismi comunitari
vigilano affinché i singoli governi non concedano aiuti alle proprie strutture produttive
nazionali, perché questo creerebbe un vantaggio del tutto incompatibile con un sano
criterio di leale concorrenza tra le aziende europee. La questione della salvaguardia del
principio della libera concorrenza è stata ritenuta così importante, che un membro della
Commissione Europea, dunque un ministro del governo dell’Europa unita, è stato
incaricato di vigilare sulla sua attuazione e in generale sul rispetto delle regole del
corretto funzionamento del mercato.
Ma il caso più eclatante di perdita della sovranità nazionale sulla gestione dei
mercati è offerto ancora dalla questione della politica monetaria, e precisamente dalla
indispensabile creazione di una Banca Centrale Europea. Già nel 1994 era stato messo
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in funzione un Istituto Monetario Europeo, dotato del compito di coordinare le politiche
monetarie nazionali; ma la nascita dell’euro ha richiesto l’istituzione, avvenuta tra il
1998 e il 1999, di una vera e propria Banca Centrale Europea che si facesse carico della
politica monetaria comune (livelli dell’offerta di moneta, tassi di sconto e di interesse, e
così via) a livello europeo; ebbene, l’esistenza di una tale istituzione sottraeva ai singoli
Stati, ai singoli governi e alle singole banche centrali una parte importante della propria
autonomia nazionale (e, infatti, la Gran Bretagna ha tardato ad aderirvi anche per motivi
di prestigio politico), per trasferirla ad un organismo comunitario, proprio nel settore
della politica monetaria, cioè in uno degli ambiti tradizionalmente costitutivi della
indipendenza e della sovranità di uno Stato. La moneta, del resto, è sempre stato uno dei
simboli più concreti della sovranità politica, e una moneta europea deve
necessariamente portare il segno di una nuova sovranità, quella europea.
È difficile calcolare in modo preciso quanto abbia influito sullo sviluppo
economico realizzato dai paesi europei negli ultimi due decenni del secolo la
formazione di un mercato interno europeo unico, libero e concorrenziale, ma è indubbio
che alla fine del millennio l’insieme dei paesi aderenti all’Unione Europea
rappresentava, per numero di abitanti e per volume di beni prodotti e commerciati, la
maggiore entità commerciale mondiale. L’Europa risultava sempre più profondamente
inserita nel sistema internazionale degli scambi. Le statistiche degli anni finali del
secolo indicano un significativo sviluppo nell’interscambio intraeuropeo, cioè nei
rapporti che collegavano tra loro i singoli paesi che aderivano all’unione economica e
monetaria, segno della crescita del processo di integrazione tra le varie economie
nazionali. Ma anche il commercio europeo con il resto del mondo ha avuto un
significativo incremento; gli Stati Uniti restavano il principale partner commerciale dei
15, ma l’Unione Europea manteneva forti posizioni economiche e commerciali anche
nell’area orientale del continente europeo, tra i paesi dell’ex blocco socialista, e in
generale nei paesi del Mediterraneo. Erano ugualmente crescenti le relazioni
commerciali con la Cina e con i paesi in forte espansione economica del Sud-Est
asiatico. Più debole appariva, invece, la posizione commerciale europea nell’America
centrale e meridionale e nei paesi del Medio Oriente.
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4. Il mercato mondiale della tecnologia, delle monete e della finanza.
Durante l’ultimo quindicennio del secolo, in una fase di ripresa e di
ristrutturazione economica, anche i mercati mondiali sono andati incontro ad un
processo di notevoli cambiamenti. Secondo calcoli attendibili, agli inizi degli anni
settanta, nella fase culminante dello sviluppo economico del secondo dopoguerra, i
paesi industrializzati (ad esclusione dei paesi ad economia pianificata e socialista)
fornivano ancora il 75 per cento di tutta la massa delle esportazioni mondiali, mentre i
paesi in via di sviluppo occupavano il restante 25 per cento, determinato soprattutto
dalla fornitura di materie prime industriali ed energetiche al resto del mondo. Questa
situazione si è andata modificando con il trascorrere degli anni fino a raggiungere un
maggiore e significativo equilibrio: molti paesi ex coloniali, quali quelli del Sud-est
asiatico, che in precedenza fornivano quasi soltanto materie prime a basso costo sono
divenuti a loro volta produttori di manufatti, mentre i paesi tradizionalmente
industrializzati hanno cominciato a loro volta ad importare non solo materie prime da
trasformare in beni di consumo, ma anche manufatti prodotti dai paesi in via di sviluppo
a costi particolarmente bassi di manodopera. Dalla supremazia assoluta degli Stati Uniti
nel mercato delle materie prime e in quello dei manufatti si è passato ad un modello di
mercato di tipo oligopolistico, cioè dominato da un gruppo sempre ristretto e tuttavia un
po’ più allargato di paesi produttori: dapprima il Giappone e l’Europa, a sua volta
dominata dall’economia tedesca, si sono affiancati alla dominante presenza degli USA;
in seguito, negli anni finali del secolo, si sono aggiunti (come si è visto appunto nel
capitolo decimo) i paesi del Sud-est asiatico. Dunque Stati Uniti, Europa, Giappone e
Sud-est asiatico sono divenuti i quattro poli fondamentali del sistema internazionale
degli scambi; e non a caso si trattava anche dei quattro poli mondiale della produzione e
della tecnologia, a riprova del fatto che il mercato è sempre in ultima analisi dominato
da chi riesce a produrre merci di migliore qualità a prezzi più bassi. Nel corso
dell’ultimo decennio del secolo questa situazione si è andata sempre più rafforzando a
causa della disgregazione del blocco dei paesi socialisti; la Russia perdeva il suo ruolo
di centro produttore di manufatti e di tecnologia, mentre i paesi dell’Est europeo
tendevano sempre più ad inserirsi alla periferia del mercato unitario europeo. Del tutto
particolare, in questa configurazione, restava il mercato cinese, che pur dotato di enormi
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potenzialità di sviluppo, restava ancora ancorato sul piano internazionale ad un ruolo di
sostegno e di integrazione delle economie dei paesi del Sud-est asiatico.
I quattro poli che costituivano alla fine del secolo il sistema oligopolistico del
mercato mondiale potevano svolgere i compiti della loro supremazia commerciale
fondamentalmente per il predominio che essi esercitavano non solo nel campo della
produzione e della commercializzazione delle materie prime e dei manufatti, ma
soprattutto in due settori strategici del sistema degli scambi internazionali: il mercato
della tecnologia e quello delle monete e dei prodotti finanziari.
Il mercato della tecnologia, collegato al mercato dei beni definiti science based
(basati sulla scienza) o più comunemente high tech (da high technology, cioè alta
tecnologia), è dominato dai sistemi economici che investono risorse significative in
Ricerca e Sviluppo (R&S). La tecnologia, come più volte si è avuto modo di dire, è già
in sé una merce che deve essere prodotta e che può essere quindi acquistata o venduta;
per questi motivi la tecnologia richiede la presenza di capitali di investimento, anche se
poi a sua volta essa moltiplica, con la crescita della produttività del lavoro, la possibilità
dell’accumulazione stessa dei capitali. Ma, detto questo, è necessario subito aggiungere
che la tecnologia è una merce del tutto particolare, perché è una merce che serve a
produrre in modo altamente competitivo altre merci; il risultato finale del processo
produttivo è dunque costituito da un bene che incorpora in sé un alto contenuto
tecnologico, e dal momento che compito della tecnologia è quello di abbattere i costi di
produzione a parità di prezzo del mercato, ne consegue che i prodotti high tech riescono
a procurare ottimi saggi di profitto ai loro produttori. E a questo si aggiunga che la
produzione di tecnologia è un’industria di base che a sua volta è in grado di potenziare
tutte le altre industrie, anche nelle attività più tradizionali; il suo sviluppo, infatti, non è
solo verticale (cioè da un prodotto al successivo migliorato e così via), ma anche
soprattutto orizzontale: ad esempio in uno dei settori high tech più avanzati, quello
dell’elettronica, una tecnologia escogitata per potenziare il comparto dei computers può
essere a sua volta vantaggiosamente utilizzata per fabbricare migliori automobili o
elettrodomestici più complessi e raffinati, e così via in tutti gli altri settori, con una
notevole espansione, appunto orizzontale, dei miglioramenti tecnici.
Nel corso degli ultimi due decenni del Novecento il commercio dei prodotti high
tech ha avuto uno sviluppo irresistibile, specialmente nel settore dell’industria
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elettronica. Questo mercato è stato dominato dai tre grandi produttori mondiali di
tecnologia, gli USA, la Comunità Europea e il Giappone, i quali a loro volta hanno
riversato le loro conoscenze tecnologiche sulle strutture produttive dei paesi del Sud-est
asiatico, che ai risparmi consentiti dalle nuove tecnologie aggiungevano il basso costo
della forza lavoro qualificata. Questa situazione ha accentuato la dipendenza
commerciale e produttiva del resto del mondo da questi quattro poli dominanti. Alcune
aree, come l’Europa orientale ex comunista, stanno faticosamente cercando una propria
collocazione nel commercio internazionale proprio importando capitali, macchinari e
tecnologia dai paesi avanzati (in questo caso dai paesi europei occidentali) e fornendo la
forza lavoro a basso costo; divengono in tal modo paesi esportatori di manufatti (sia
pure prodotti con capitali e tecnologie importate) e vedono aumentare la propria quota
di reddito sotto forma di salari distribuiti. Altre aree, come l’Africa nera o l’America
latina, sembrano ancora tagliati fuori da queste linee dello sviluppo commerciale, e si
presentano sui mercati come semplici fornitrici di materie prime, anche se le enormi
potenzialità presenti in stati come il Brasile o l’Argentina lasciano prevedere un
prossimo avvio di una fase di crescita.
Al centro del sistema, i quattro poli dominanti sono dotati tuttavia di un sistema
di interscambio reciproco di prodotti high tech spesso squilibrato. Nell’ultimo ventennio
del secolo il Giappone e i paesi asiatici hanno presentato un costante attivo nella
bilancia degli scambi con gli Stati Uniti, al punto da spingere talvolta le
amministrazioni americane ad operare in senso protezionistico nei confronti soprattutto
del Giappone; ne sono scaturite delle guerre commerciali che in genere si concludevano
con un tentativo di riequilibrio a vantaggio degli USA. Più grave è stata nello stesso
periodo la posizione europea, perché nell’ambito della Comunità solo la Germania era
in grado di presentare un bilancio in attivo negli scambi di prodotti high tech.
Queste reciproche posizioni commerciali hanno provocato degli importanti
sconvolgimenti anche sul mercato delle monete e dei prodotti finanziari. La forza di una
moneta e della sua capacità di acquisto dipende, infatti, come è ovvio, in larga misura
dalla potenzialità produttiva e commerciale del sistema che la produce e la mette in
circolazione. Dopo aver soppiantato la sterlina, il dollaro, come si più volte detto, ha
svolto nel corso della seconda metà del Novecento quasi da solo il ruolo di moneta degli
scambi internazionali; ma nei decenni finali del secolo ad esso si è affiancato lo yen
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giapponese, il cui ruolo internazionale è andato crescendo con il crescere dell’economia
di quello stato e dei suoi partners nel Sud-est asiatico. Man mano che si affermavano le
esportazioni giapponesi nel mondo e cresceva il saldo commerciale attivo di quel
sistema economico, aumentava anche la domanda di yen e dunque cresceva anche il
valore di quella moneta nei mercati internazionali. La crescita del valore dello yen si
alternava ciclicamente alla crescita del valore del dollaro, in quanto le due monete
apparivano direttamente rivali: quando l’una cresceva l’altra perdeva valore e viceversa.
Ma le conseguenze non erano identiche: il dollaro continuava, infatti, ad essere la
moneta con cui venivano commercializzate le materie prime, per cui la crescita del suo
valore, in termini di altre monete, rendeva immediatamente più costoso il petrolio e tutte
altre materie prime di base per la produzione industriale. Nel mercato globale ormai tutti
i fenomeni erano sempre più collegati tra loro.
In questa situazione si inseriva tra il 1998 e il 1999 il progetto e poi la creazione
dell’euro. La moneta europea nasceva con la pretesa di essere la terza divisa del
commercio e del risparmio internazionale, sulla falsariga del ruolo che in precedenza
aveva tentato di assumere il marco tedesco (l’unica moneta europea che era stata in
grado di competere con il dollaro e lo yen). Ma l’euro nel suo primo anno di vita, tra il
1999 e il 2000, subiva le conseguenze della debolezza congiunturale dell’economia
europea, veniva fortemente svalutato dai mercati e perdeva mediamente il 20 per cento
del suo valore di fronte al dollaro. Né la nuova Banca Centrale Europea interveniva a
difenderne il valore (alzando il tasso di sconto, ad esempio), nella speranza che la
svalutazione dell’euro potesse rendere più competitivi i prodotti europei sui mercati
internazionali e in special modo sul mercato statunitense. Ma i risultati non sono stati
pari alle aspettative.
Ma il segmento di mercato che è andato incontro negli ultimi due decenni del
secolo al maggior tasso di crescita è stato certamente quello dei prodotti finanziari
trattati nelle borse; e la consultazione quotidiana dei listini delle maggiori borse del
mondo, quella di New York, quelle asiatiche (Tokio, Hong Kong e le altre capitali degli
stati del Sud-est) e quelle europee, è divenuta una consuetudine di massa in precedenza
del tutto ignota. I prodotti finanziati più richiesti sono soprattutto quelli tradizionali,
costituiti dalle azioni delle società quotate in borsa, dai titoli del debito pubblico emessi
dagli stati e dalle obbligazioni emesse o dalle stesse pubbliche autorità o dagli operatori
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privati. Ma accanto a questi, altri prodotti si sono imposti rapidamente sul mercato, con
un velocissimo tasso di crescita, e precisamente le quote dei fondi comuni di
investimento e i prodotti assicurativi e previdenziali privati. I fondi comuni di
investimento sono posti sul mercato da società finanziarie private autorizzate a
raccogliere il risparmio delle famiglie. Queste società investono i capitali raccolti in un
paniere di titoli azionari e di titoli del debito pubblico, che appunto costituiscono il
patrimonio del fondo; questo patrimonio è a sua volta suddiviso in quote vendute
singolarmente, il cui valore di mercato varia in base alle variazioni del valore delle
azioni o degli altri titoli di credito che ne costituiscono il paniere. In tutti questi casi
l’obbiettivo è sempre di tipo speculativo, cioè si acquista una azione o una quota di un
fondo con l’obbiettivo di rivenderla ad un valore di mercato accresciuto. Altrettanto
forte è stata la crescita del mercato dei prodotti assicurativi e previdenziali. In molti
paesi, ad esempio negli Stati Uniti d’America, questi prodotti avevano già un mercato
consolidato, che si è ampliato con i dati stessi dello sviluppo economico; ma in altri
paesi, e questo è il caso di molti stati europei, e in particolare come si è visto dell’Italia,
l’espansione di questo mercato è invece da collegare alla minore copertura assicurativa
e pensionistica offerta dalle istituzioni pubbliche; si tratta, in questo caso, di una forma
di risparmio utilizzata per integrare la futura pensione alla fine dell’attività lavorativa. E
spesso sono le stesse società finanziarie a svolgere queste attività assicurative e
previdenziali, in vista della possibilità di investire nei prodotti finanziari i risparmi così
raccolti, potenziando il rendimento finale in termini di capitale o di pensione.
5. I mercati, le istituzioni, le regole.
Quali possono essere il ruolo, le funzioni e i compiti delle pubbliche autorità nel
modello dell’interscambio prefigurato come mercato globale? Alla fine della seconda
guerra mondiale tutta la riorganizzazione del sistema internazionale degli scambi fu
prodotta e appoggiata dalle pubbliche autorità dei singoli paesi; per due o tre decenni il
ruolo dello Stato, non solo nella organizzazione dei mercati, ma in generale nei vari
settori dell’economia andò sempre più crescendo, e molti paesi avviarono politiche
economiche di tipo nettamente keynesiano. Altri paesi, e questo è il caso italiano,
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svilupparono politiche di assistenzialismo, del tutto lontane dai modelli keynesiani, che
si limitavano a scaricare sul bilancio pubblico tutte le contraddizioni economiche di cui
lo Stato si faceva carico, mantenendo ad esempio in vita per motivi di opportunità
politica aziende non produttive o dando, sempre per motivi di clientelismo politico, a
numerosi lavoratori che erano ben lontani dall’età prevista dalla legge la possibilità di
andare anticipatamente in pensione. Negli anni ottanta si ebbe a livello internazionale
una svolta diffusa e significativa: il pensiero unico vincente in economia prevedeva non
solo che il libero mercato fosse l’arbitro definitivo del risultato di ogni iniziativa
economica, ma che lo Stato e in generale le pubbliche autorità dovessero fare un passo
indietro per lasciare piena libertà di iniziativa agli imprenditori privati; prevaleva di
nuovo, insomma, l’antico principio degli economisti classici inglesi, che ritenevano
inutile o dannoso l’intervento pubblico nei fatti economici.
Ma come eccessivo e antieconomico si era rivelato l’interventismo, altrettanto
negativo si è spesso presentato il totale liberismo. Il mercato globale, come ogni altra
forma di mercato, è infatti veramente libero quando è anche fortemente regolamentato
da pubbliche autorità che siano in grado di imporre norme generali di correttezza. Non
c’è contraddizione tra queste caratteristiche, perché la libertà del mercato, e in generale
lo stesso liberismo nel settore del commercio estero, richiedono una regolamentazione
assai forte dei comportamenti dei soggetti economici attivi, e soprattutto di quelli che
sono collocati in posizioni dominanti. Il rispetto e il mantenimento della libertà implica,
infatti, soprattutto l’imposizione e l’attuazione di misure antitrust, che impediscano la
formazione di cartelli, cioè di accordi tra i produttori ai danni del consumatore, e che
evitino il sorgere di posizioni monopolistiche che segnerebbero la fine della stessa
libertà. In questo senso quanto più il mercato è libero e concorrenziale, tanto più
autorevoli e democratiche devono essere le istituzioni politiche, economiche, giuridiche
o amministrative che lo governano, al punto che nel mondo che si incammina nel nuovo
millennio la democrazia politica, come abbiamo varie volte osservato, appare sempre
più come una delle condizioni stesse dello sviluppo.
Ma che cosa sono le istituzioni e in che modo possono regolamentare il
funzionamento del mercato? Nelle analisi degli economisti contemporanei, e soprattutto
in quelle del premio Nobel Douglass North, il concetto di istituzione si è affinato ed
ampliato (cfr. la lettura integrativa posta alla fine del presente capitolo). Istituzioni non
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sono soltanto gli enti preposti ad amministrare una società o un sistema economico (il
governo, ad esempio, o il parlamento o la magistratura e così via), ma più in generale
esse sono costituite dall’insieme delle regole del gioco che sono vigenti in un dato
sistema, e queste regole sono normalmente date anche dalle consuetudini sociali, dalla
mentalità, dai modelli di comportamento ritenuti corretti o utili. Dunque, quando si
afferma che è utile che il mercato sia guidato dalle istituzioni, non si sostiene che le
pubbliche amministrazioni debbano intervenire nei processi economici, ma che esse
debbano dettare le regole del gioco, alle quali tutti coloro che intendono accedere al
mercato si devono attenere.
Gli economisti hanno osservato che la regolamentazione del comportamento
economico di chi partecipa al mercato e il controllo esercitato sulla correttezza dei
soggetti in esso attivi: a) conducono più facilmente all’avvio di meccanismi di sviluppo,
perché gli investitori hanno più fiducia nel funzionamento del sistema e ritengono che i
capitali investiti, qualunque sia il risultato economico finale, siano comunque
legalmente salvaguardati e protetti; b) avviano l’utilizzazione di strumenti che servono a
controllare il sopraggiungere di fasi critiche, che comunque continuano a fare
ciclicamente la loro apparizione. Questo secondo obiettivo risulta particolarmente
importante, soprattutto se si considera il significato distruttivo che le crisi economiche
hanno spesso avuto nella storia del capitalismo; ma proprio da questo punto di vista la
capacità di analisi delle situazioni e di intervento nei mercati colpiti si è molto
sviluppata e affinata. Le maggiori borse dei paesi industrializzati, ad esempio, tra gli
anni ottanta e novanta del Novecento, sono andate varie volte incontro a cadute dei
valori dei titoli azionari ben più gravi di quella del 1929, e tuttavia la reazione degli
operatori economici è stata assai contenuta: questo risultato è stato in parte ottenuto
grazie alla dominante consapevolezza che un trend economico crescente può essere
rallentato, ma non annullato da una fase momentaneamente negativa; ma in misura
maggiore ciò è stato anche il risultato dei controlli che tutte le legislazioni nazionali
prescrivono che debbano essere esercitati sul sistema delle contrattazioni e sulla stessa
gestione del risparmio (in Italia questi controlli sono affidati alla CONSOB), al fine di
garantire il più possibile la correttezza degli operatori economici e la regolarità del
funzionamento dei mercati.
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L’imposizione di rigide regole di correttezza è apparsa soprattutto necessaria nel
mercato finanziario, che nei decenni finali del secolo è cresciuto velocemente e
spontaneamente; alcuni operatori finanziari privati hanno raggiunto un tale grado di
potenza da riuscire a determinare quasi da soli, con le loro scelte di investimento,
momenti di sviluppo o di crisi che sfuggono al controllo di chi dirige la politica
economica di uno Stato. Questo ha posto il serio problema della definizione e della
creazione di una forma di democrazia economica, che è importante quanto quella
politica. Nel settore della trasmissione delle notizie e della cultura, ad esempio, la
televisione è divenuto nel corso del tempo uno strumento assai forte di condizionamento
culturale e politico; dunque, l’assenza di precise regolamentazioni nel funzionamento
del mercato televisivo porterebbe alla formazione di posizioni dominanti o
monopolistiche e porrebbe in serio pericolo il pluralismo delle informazioni e delle
culture.
Accanto al compito della regolamentazione dei mercati, le istituzioni hanno altri
e più stringenti doveri: devono intervenire in modo diretto in alcuni settori strategici
della vita di uno Stato, la difesa, ad esempio, o la giustizia o la stessa assistenza dovuta
alle situazioni di vero disagio economico. In questo ultimo caso un vero e proprio
intervento pubblico è sempre apparso auspicabile, perché è sempre stato lo strumento
necessario per ricomporre un equilibrio sociale ed economico. In realtà, uno dei punti
più delicati nei quali le istituzioni devono far sentire la loro presenza, è costituito
proprio dalle forme della distribuzione dei redditi e dalle quantità dei redditi stessi
distribuiti ai singoli e alle classi sociali. Si è visto, infatti, che il funzionamento
spontaneo del mercato globale e, più in generale, il liberismo economico eccessivo
conducono ad una forte accentuazione delle diseguaglianze nella distribuzione dei
redditi, insomma rendono ancora più appariscente il limite storico del sistema del
capitalismo, quello di essere un modello economico che riesce ad accrescere la quantità
di reddito prodotto, ma che non sa e non può realizzare una distribuzione più equa del
medesimo. E gli stessi meccanismi di diseguaglianza sono realizzati nella distribuzione
internazionale dei redditi, che vede la coesistenza di paesi ricchissimi e di altri
poverissimi. Come già aveva intuito Keynes, in questi casi l’intervento riequilibratore
delle istituzioni non è di per sé un gesto di generosità o di correttezza morale, anzi non
assume mai queste forme e queste funzioni, è piuttosto l’autodifesa stessa del sistema
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che in tal modo cerca di evitare gli aspetti peggiori delle contraddizioni che potrebbero
porre a rischio la sua stessa esistenza e continuità nel tempo.
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