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nel sangue
NEL SANGUE
Matt Burns
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BIIP.
BIIP.
BIIIIIIIIP.
Lo sgobbo si svegliò in un bagno di sudore freddo, come al solito. Il transponder impiantato nel polso
emetteva il suo acuto grido di allarme a intervalli regolari di cinque secondi. Il capo, Ivan, stava
chiamando. Nuovo prodotto in arrivo.
L'istinto prese il controllo e cominciò a impartire ordini al corpo. Le ghiandole surrenali gemelle
iniziarono a pompare nelle vene la marca di stimpack prodotta da madre natura. I polmoni si
gonfiarono. Il battito cardiaco accelerò. Le cellule di sangue ossigenato risalirono attraverso il tessuto
muscolare mentre iniziava il rituale del risveglio.
Lo sgobbo scese dall’ammuffito sedile di guida su cui dormiva e s'infilò in una sudicia tuta rinforzata da
una sottile trama di neo-acciaio, a protezione dalle coltellate. Luci smorte gli tremolavano sulla testa,
illuminando la sua abitazione: la fatiscente cabina di pilotaggio di una navicella. Passò al setaccio i
rottami elettronici sparsi sul pavimento, alla ricerca di un pacchetto di razioni d'emergenza. Niente da
fare.
La necessità di andarsene, di obbedire alla chiamata di Ivan, era forte, ma il rituale non era ancora finito.
Strisciò fino al corroso pannello di controllo della navetta e raggiunse un vano aperto. La sua mano
emerse dal buio, stringendo un paio di ali d'oro da pilota attaccate a un cordoncino gommato. Lo sgobbo
se lo fece scivolare sopra la testa e sentìil metallo contro il petto, il suo freddo intenso e rassicurante.
Lentamente disse il proprio nome: "Vik". Era facile dimenticarlo, a volte, quando i giorni si disfacevano in
una lunga scia di esperienze di premorte. "Io non sono come loro... Io sono Vik".
Lo sgobbo di nome Vik saltò giù dalla navetta e si chiuse il portello alle spalle, sigillandolo con una serie
di lucchetti magnetici. Si concesse un breve momento per acclimatarsi con l'ambiente, mentre i suoi
organi sensoriali prendevano coscienza del nuovo giorno. Sopra di lui aleggiava un miasma grigio,
estendendosi a perdita d'occhio. La fioca luce del sole strisciava attraverso le carene contorte delle navi,
le travi in metallo e gli altri rottami di scarto che costeggiavano le strade principali di Deadman's Port.
Casa dolce casa.
Nella città-discarica l'attività ferveva, con il suo ronzio d'insetto che dava l'illusione del germogliare della
vita in un luogo intrappolato nella decadenza perpetua. Da qualche parte, dei contrabbandieri
caricavano un centinaio di chili di roba tagliata con solventi industriali in casse destinate ai ragazzini
ricchi di Turaxis II. Da qualche altra parte, dei rifugiati che pensavano di aver comprato un biglietto per il
paradiso sbarcavano dritti dritti nelle braccia di accoglienti schiavisti.
Semplicemente un altro giorno al Porto.
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Altri sgobbi stavano sbrigando le loro attività quotidiane, lavorando prodotti per i signori del crimine
locali, sbrigando faccende per sale da gioco e bordelli o rubando merci dallo spazioporto. La loro pelle
lurida e i vestiti lerci fungevano da mimetizzazione naturale nell'ambiente grigio scuro. La gente
chiamava quelli come Vik in un sacco di modi: ragazzi di strada, parassiti, sanguisughe. Lui non
protestava. Abbandonati e indesiderati in una città schiacciata sotto i talloni dell'umanità, erano dovuti
diventare animali per sopravvivere.
Io sono Vik, io non sono come loro...
Si muoveva per le strade polverose con passo misurato e con gli occhi ben fissi in avanti. Si arrischiava a
guardare i passanti, notando il leggero rossore del sangue sotto la pelle, inconsapevole segnale biologico
in grado di mettere in guardia da un attacco imminente. Inciampò in un cadavere brulicante di nerrat
rognosi dagli occhi rossi. Forse era lìda alcuni giorni. Nessuno veniva sepolto, nei vicoli.
Poco più avanti, ecco che apparve la rivendita di Ivan. L'ex raffineria di vespene torreggiava ai margini di
Deadman's Port. Lo sgobbo fece uno scatto in avanti, lieto di aver superato indenne la sfida, quando
qualcuno da dietro un angolo lo raggiunse e lo afferrò per il bavero.
Vik strinse le mani a pugno, pronto a difendersi, finché non vide l'aggressore: un altro sgobbo. Al pari di
Vik, e di tutti quelli come lui, l'aggressore indossava abiti logori e aveva la testa rasata segnata da morsi
di insetti. Sembrava pericoloso. Era l'unico amico di Vik.
"Sei ancora in ritardo, fanculo," disse Serj lasciando la presa.
"Fottiti." Un sorriso apparve sul volto di Vik mentre alzava lo sguardo sull'altro sgobbo.
Serj era enorme. Avrebbe potuto fare lo scagnozzo per qualche signore del crimine, ma aveva un
cervello, cosa rara al Porto. I due sgobbi si erano conosciuti sulla strada e avevano condiviso la loro
passione per l'ingegneria. Riparando e rimettendo in vendita prodotti, avrebbero potuto guadagnare
abbastanza crediti da comprare dei biglietti per andarsene. Avevano stretto un patto: lasciare quel posto
alle loro condizioni, senza diventare dei decerebrati su due gambe, com'era successo al resto degli
sgobbi. Poi Ivan aveva saputo del loro talento e li aveva "assunti", impiantando loro dei transponder
nelle braccia. Un impiego che non era negoziabile. Vik e Serj ogni tanto pensavano di fuggire, ma senza
soldi non si andava da nessuna parte.
"Fammele vedere." Serj indicò il petto di Vik.
"Le vuoi tu oggi?" disse l'altro sgobbo tirando fuori le ali da pilota. Serj le aveva trovate su un ragazzo
morto nei vicoli. Erano l'unica cosa che avesse permesso loro di pensare al futuro, negli ultimi anni.
Eppure, Vik non era più ottimista come un tempo. Ogni volta che riuscivano a risparmiare una buona
scorta di crediti, una banda di sgobbi li derubava, o finivano a corto di cibo e dovevano spendere i loro
risparmi per acquistarne. C'era sempre qualcosa che si metteva di mezzo. La vita al Porto riusciva a
macinarti, a ridurti l’ombra di ciò che eri. Ti sfiancava. Ti arrugginiva i sogni.
"No. Tienile. Hai detto le parole, stamattina?"
"Certo, e tu?"
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"Sono io che te le ho insegnate, scemo." Serj diede una pacca sulla spalla a Vik. "A proposito, tieni,"
aggiunse lo sgobbo grosso lanciando una razione d'emergenza al suo amico. "Si sentiva il tuo stomaco
brontolare fin dalla strada."
Vik scrollò le spalle, un po' imbarazzato, e fece un cenno di ringraziamento con la testa. "Non è che mi
stai dando l'ultima, eh?"
"Mangia," fu l'unica risposta di Serj. Vik sapeva che era meglio non mettersi a discutere con lui, non
serviva a nulla.
Mentre ingoiava il mix gelatinoso di nutrienti, notò i cerchi scuri sotto gli occhi del suo amico. Ogni
giorno Serj sembrava un po' più consumato, e Vik si chiedeva quanto fosse dovuto alla cura che si
prendeva di lui. Vik non aveva mai avuto una famiglia - nessuno sgobbo l'aveva - ma se il concetto di
"fratello maggiore" poteva esistere in quel posto, beh, Serj lo impersonava bene.
"Andiamo." Serj s'incamminò verso i portoni spalancati della rivendita. "È arrivato qualcosa di grosso."
Vik ipotizzò rapidamente su che tipo di tecnologia avrebbe messo le mani quel giorno. L'equipaggio di
Ivan aveva perfezionato l'arte della pirateria specializzata, dirottando le navi mercantili che
trasportavano beni di contrabbando. Di solito i ragazzi di Ivan recuperavano prodotti medici o
alimentari, ma ogni tanto s'imbattevano in tecnologia rara che Vik doveva decodificare cosìche il suo
capo potesse venderla al miglior offerente. Quelli erano i giorni migliori.
"Beh? Di che si tratta?" chiese Vik, ansioso.
Serj si voltò. C'era qualcosa nei suoi occhi... disgusto... fastidio... paura.
L'istinto di Vik ringhiò. Scappa.
"Zerg."
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Vik aveva già sentito parlare degli zerg. Tutti ne avevano sentito parlare. Alcuni anni prima erano apparsi
nello spazio terran e l'avevano devastato, distruggendo pianeti e massacrando milioni di coloni. Anche la
Confederazione terran - il più grande sistema di governo nel settore Koprulu a quel tempo - era caduta
in seguito all'invasione aliena. Gli zerg erano incubi. Erano i nemici di tutti i terran.
Se li era immaginati più grandi.
Tre delle creature, grandi circa la metà di Vik, se ne stavano sul pavimento nel cuore della rivendita.
Spessi carapaci pieni di aculei ricoprivano i loro corpi segmentati, sostenuti da file di piccole zampe.
Lunghe mandibole dentellate si estendevano dalla testa di ogni alieno, incorniciando un certo numero di
occhi sfaccettati opachi, quasi senza vita.
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Vicino alle creature era posata una cassa di neo-acciaio crivellata di colpi, lunga tre metri e profonda
due. Dal ghiaccio cristallizzato sui bordi, Vik dedusse che fosse una specie di congelatore o di
contenitore criogenico.
"Non mi sembrano cosìtosti." Hutchins, uno dei mercenari di Ivan, sollevò uno zerg in aria, mettendo in
mostra i tatuaggi luminescenti che guizzavano sui muscoli contratti per lo sforzo. Gli altri mercenari
circondavano gli alieni: un grande ammasso di cartucciere, coltelli, arti cibernetici e giubbotti
antiproiettile ammaccati.
Gli sgobbi si avvicinarono al gruppo per vedere meglio, superando le torri di contenitori per le
spedizioni. La sala centrale della rivendita era un enorme spazio ammuffito, illuminato da proiettori.
Motori arrugginiti penzolavano da catene ancora più arrugginite fissate alle travi sovrastanti nascoste
nell'ombra. Nel corso dei dieci anni alle dipendenze di Ivan, Vik lo aveva aiutato a riorganizzare e
sistemare la maggior parte della rivendita. Era la sua seconda casa: una prigione di sua progettazione.
"È una proprietà di Ivan. Mollalo." La voce roca di Jace sembrava un vecchio motore ormai giunto agli
ultimi giri. Era una bestia d'uomo che sovrastava tutti gli altri dipendenti, e si grattava una vecchia
cicatrice raggrinzita che gli attraversava il volto da un orecchio all'altro.
"Il capo non lo trova un compratore." Hutchins agitò lo zerg in aria. Vik si aspettò che l'alieno si animasse
e strappasse l'uomo a metà. Invece stava lìappeso, impotente. Che delusione. "Non trattiamo esseri
viventi. Questi cosi sono cibo per cani. Tanto vale divertircisi un po'."
"Ti sei già divertito abbastanza." Jace batté con lo stivale contro la fila di fori di proiettile sul congelatore.
Hutchins sbuffò. "Piantala di rompere. Il contrabbandiere ci ha sparato, e io ho risposto al fuoco. Non è
colpa mia se ha usato il carico come scudo."
"Voglio dire che potresti aver già fatto innervosire Ivan." Jace scrollò le spalle.
L'altro mercenario allora lasciò cadere lo zerg, e Vik sussultò quando l'alieno si schiantò sul pavimento di
metallo. Hutchins era un membro recente della squadra e si era già messo nei guai in altre occasioni. Ma
questa volta era diverso. Non mancare mai di rispetto a una proprietà del capo. Mai, mai, mai.
Ivan, però, non c'era. Probabilmente stava rintanato nel suo ufficio privato, a cercare contatti e scovare
potenziali acquirenti. Eppure, Vik si sentiva a disagio ad assistere a quei gesti di disobbedienza.
"Dovremmo andarcene," Vik sussurrò a Serj. Il suo amico non rispose: come i mercenari, stava fissando
gli alieni.
Vik si spostò e girò lo sguardo per la stanza. Qualcosa si mosse nell'ombra vicino alla porta che
conduceva nel cuore del negozio. Ivan... stava guardando. Una grande creatura a quattro zampe gli stava
accanto.
"Che ne dite di una scommessa tra gentiluomini?" Hutchins estrasse la pistola dalla cintura e la puntò su
uno degli zerg. "Io dico che un colpo della mia P220 gli attraversa la corazza. Chi ci sta?"
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Nessuno ebbe la possibilità di rispondere. Ivan mosse la mano verso il mercenario in un comando
silenzioso che solo Vik notò. La bestia vicino a lui ringhiò e poi scattò nella luce: era uno dei cani di scisto
del capo. L'animale fece un balzo e atterrò Hutchins.
"Tiratemelo via!" ruggìil mercenario mentre le fauci del cane gli addentavano il braccio. Hutchins batté
un pugno contro il fianco del cane, ricoperto di piastre arricchite di ferro, ma ottenne solo di farlo
infuriare di più.
Ivan avanzò lentamente verso il gruppo radunato, vestito con il suo solito abito nero. Sembrava una
persona buona, accanto a mercenari armati fino ai denti, tranne che per gli occhi: erano guardinghi e
freddi, del colore del ghiaccio. Il capo si sporse su Hutchins e il cane che lottavano sul pavimento.
"Io non ho fatto niente!" gridò il mercenario.
"Non è quello che hai fatto, è quello che stavi pensando di fare. Solo perché un cane rabbioso non
morde, non significa che sia sano. È solo una questione di tempo prima che una bestia del genere faccia
del male..."
"Ho capito, capo. Ho capito! Richiamalo!"
Ivan fece schioccare le dita e il cane abbandonò la sua preda.
"Cazzo, capo." Hutchins guardò il morso sanguinante sul braccio mentre si rialzava.
"Dovresti ringraziarmi, Hutch". Ivan afferrò la P220 del mercenario da dove era caduta. "Ti ho
risparmiato un po' di imbarazzo per quella scommessa."
"Che vuoi dire?"
"Questi qui sono zerg bastardi, piccoli ma molto resistenti. Si chiamano larve. Durante la guerra, persino
i fucili gaussiani dei marine confederati avevano difficoltà a fermarli. La tua P220?" Ivan guardò l'arma
con disprezzo. "Nessuna possibilità".
Il capo di Vik spostò lentamente la pistola verso uno degli zerg. "La pallottola sarebbe rimbalzata in
questo modo", disse toccando con la pistola l'alieno e disegnando poi un arco in direzione di Hutchins. Si
fermò con la P220 premuta contro il petto del mercenario. "E sarebbe finita qui."
Hutchins non disse una parola. Al capo piaceva tenere le persone in tensione a lungo. Giocava con loro.
Vik non sapeva mai quando era serio o quando scherzava. In una città in cui la sopravvivenza dipendeva
dal saper intuire la mossa successiva dell'avversario prima ancora che la compisse, l'imprevedibilità di
Ivan provocava un terrore costante.
"Capisci". Ivan sorrise e accarezzò il mercenario sulla spalla con la mano libera, rompendo la tensione.
"Saresti stato lo zimbello di tutti da qui fino a Moria. Mercenari di tutto il settore si sarebbero fatti una
grassa risata, raccontando la storia di come una larva zerg ti aveva accoppato."
Hutchins forzò una risatina nervosa. "Sì, sì. Ho capito."
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"Ora, almeno, diranno solo che sono stato io."
La pistola ruggìnelle orecchie di Vik quando Ivan premette il grilletto, aprendo un buco nel petto di
Hutchins, nonostante il giubbotto antiproiettile. Il mercenario senza vita cadde all'indietro su di una pila
di casse, come una bambola di pezza.
Ivan indicò il corpo del mercenario e fece schioccare la lingua. Il suo cane accorse e cominciò addentare
Hutchins. "Non è un concetto difficile, ragazzi," disse. "Voi portate qui il prodotto, io lo vendo. Fino ad
allora, nulla deve essere toccato."
I mercenari annuirono, senza degnare Hutchins di un altro sguardo. Perché non avrebbero dovuto?
Erano vivi. Erano sopravvissuti un altro giorno. Null'altro importava.
"Lo troverai un compratore, capo?" chiese Jace, grattandosi pigramente la cicatrice.
Ivan batté le nocche contro il congelatore. "È saltato fuori che il contrabbandiere su cui voi ragazzi vi
siete avventati stava portando questa roba a un topo di laboratorio di nome Branamoor. Ho dovuto
chiedere un sacco di favori anche solo per avere queste informazioni."
"Un privato?" chiese Jace.
"Improbabile", rispose Ivan. "Non era la prima volta che i contrabbandieri gli facevano una consegna.
Deve avere le tasche gonfie. Un governo, probabilmente, ma non sono riuscito a scoprire quale. Forse
Umoja, ma più probabilmente il Dominio. Sono sempre immersi fino al collo in qualche schifezza, quelli.
Comunque, non m'importa." Ivan allontanò un paio di mosche che già svolazzavano sul cadavere
Hutchins. "Ciò che conta è che sono riuscito a contattare Branamoor attraverso un intermediario. Lui è
fermamente intenzionato a mantenere tutta questa faccenda segretissima. Se lavora davvero per il
Dominio, l'ultima cosa che vuole è un rapporto della UNN sul suo traffico segreto di zerg. Ma li vuole
terribilmente, questi cuccioli... li vuole talmente tanto che sta mandando uno dei suoi assistenti qui a
prenderli. Tra quattro giorni."
"Quanto?" Jace diede voce alla domanda sospesa nella mente di ogni mercenario: loro venivano pagati
in percentuale sul valore che i beni rubati avevano al mercato nero. Un carico prezioso avrebbe potuto
significare una piccola fortuna.
"Lo scoprirai quando faremo lo scambio, come sempre. Al lavoro." Ivan si voltò verso Vik e Serj non
appena i mercenari si rivolsero ad altri prodotti che avevano rubato. "Voi due. Gli acquirenti vogliono
che questo gioiellino terran sia perfettamente funzionante al momento della consegna. Vorrei
soddisfare le loro richieste."
Perché il topo di laboratorio non sa che sono stati tirati fuori, pensò Vik. Conosceva le regole del gioco:
mai scoprire le carte. Probabilmente l’acquirente s'immaginava la merce ancora al sicuro nei
congelatori. Lo sgobbo si chiese quale fosse la differenza, a meno che gli alieni fuori dai contenitori non
fossero pericolosi.
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"Chiudete gli zerg in una delle gabbie dei cani vuote," continuò Ivan. "Teneteli d'occhio mentre
sistemate il congelatore. Se succede qualcosa, se qualcuno si avvicina, chiamatemi."
"Certo, capo." Il solo pensiero di essere in una gabbia con degli zerg fece accapponare la pelle a Vik.
"L'acquirente li vuole vivi. Capito?"
Serj si riprese dal suo stordimento e distolse lo sguardo dagli zerg. "Ci pensiamo noi, capo."
Vik annuìcon convinzione mentre spostava gli occhi sul cane. La lingua della bestia usciva attraverso file
di denti gialli e leccava il sangue che si stava coagulando accanto al cadavere di Hutchins. Quando Ivan si
voltò e fischiò, il cane scodinzolò al suo fianco, lasciando lìil resto del suo pasto.
Bravo cagnolino.
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Il canile si trovava lungo un corridoio sul retro della rivendita, e l'unico ingresso era una porta arrugginita
che dava sul cuore della struttura. Era un posto pieno di vecchi prodotti per i quali il capo non aveva mai
trovato un acquirente. Casse piene zeppe di granate a frammentazione e munizioni dell'epoca delle
Guerre di Gilda, pezzi di ricambio, forniture mediche e beni industriali si ammassavano lungo tutte le
pareti. Un lato della stanza era interamente occupato da rastrelliere con pezzi di caccia Avenger distrutti
e di moduli da trasporto. Vik aveva lavorato su tutti quei mezzi e aveva dato a ciascuno di essi un nome.
Gli erano sempre piaciute le macchine. A parte plateali errori di progettazione o influenze esterne,
facevano sempre ciò che dovevano fare.
Le forme viventi, invece... era impossibile prevederne le mosse.
Dopo aver trovato una gabbia vuota, gli sgobbi ci misero dentro il congelatore e gli zerg. Vik decise di
occuparsi delle riparazioni, nella speranza che il lavoro sul congelatore gli avrebbe permesso di ignorare
gli alieni fino a quando non fossero usciti dalla sua vita per sempre. Senza nulla da fare, Serj si appoggiò
a una parete, prese una console e si mise a cercare su hypernet informazioni sulle larve. Schemi militari
e documenti governativi segreti - per lo più spazzatura dei tempi della Confederazione - erano sparsi in
tutta la rete. Se si sapeva dove guardare, e Serj sapeva farlo, si poteva trovare di tutto.
Lìaccanto, dieci cani abbaiavano furiosamente, digrignando i denti e lanciandosi con i corpi metallici
contro le gabbie. Dovevano aver fiutato l'odore degli zerg. Vik sospirò e cominciò a picchiare sulle pareti
della sua gabbia, ma i cani non smisero. Aveva sentito dire che quegli animali, nativi di Korhal IV, un
tempo erano state creature dolci e amabili. I migliori amici dell'uomo. Poi la Confederazione aveva
devastato il pianeta ribelle con un migliaio di testate nucleari Apocalisse, friggendo all'istante oltre 35
milioni di terran. Alcuni dei cani, però, erano sopravvissuti. Deformati e contaminati, si erano
sparpagliati nella desolazione deserta di scorie e vetro. Mangiavano qualsiasi cosa il loro sistema
digestivo mutato fosse in grado di assimilare. Erano veri sopravvissuti, induriti dall'essere stati a un
passo dall'estinzione. Era una loro caratteristica che a Ivan piaceva molto.
Vik pensava che fossero solo fastidiosi. Lasciò perdere i loro guaiti, indossò un paio di visori termici e si
accovacciò sopra il congelatore per valutarne i danni. Le lenti cambiarono ciò che vedeva in un mare di
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linee di calore mobili. Flussi blu di gelo serpeggiavano fuori dal contenitore attraverso otto fori di
proiettile. L'impatto dei proiettili aveva causato anche delle fratture, invisibili a occhi analogici, lungo
l'involucro esterno del congelatore.
Il contenitore all'apparenza non sembrava granché, eppure era ricco di tecnologia avanzata. C'era un
motore che utilizzava onde sonore di grande ampiezza per pompare fuori il calore e portare gli zerg fino
alla temperatura di congelamento. Sensori trasmettevano indicazioni dettagliate sulle condizioni delle
larve a tre piccoli schermi collegati alla parte superiore del contenitore. Una singola cella energetica
alimentava tutto il sistema. Roba delicata. Eppure, da quello che Vik poteva vedere, era sopravvissuta
alla sparatoria di Hutchins contro il proprietario originale. Serviva solo qualche rattoppo, niente di più.
Un lavoro di pochi giorni.
Vik accese una torcia al plasma e iniziò. Ogni tanto sentiva l'audio della console di Serj.
"...le larve sono la spina dorsale dello Sciame, strumenti indispensabili per costruire un’armata zerg.
'Casse di risorse biologiche' potrebbe essere una definizione adatta per queste creature. Essi contengono
il DNA dell'intera collettività aliena. È per questo motivo che si possono trasformare in quasi tutte le
sottospecie zerg."
"Nessuno stupore che quel topo di laboratorio li voglia, eh?" Serj toccò la gamba di Vik con uno stivale.
"Con tutte quelle informazioni dentro... devono valere una fortuna."
Vik annuìassente per far piacere all'amico, nella speranza che si stancasse di guardare quei filmati. Ma
lui continuò.
Poche ore dopo, Serj strappò i visori dalla faccia di Vik e gli mise sotto gli occhi la console. "Questo devi
vederlo." Un mosaico di video apparvero sullo schermo: le larve si stavano trasformando in mucchi di
carne pulsante. Poi i bozzoli esplodevano e ne strisciavano fuori i mostri che Vik aveva visto sulla UNN:
idralishe, zergling, mutalische e altre bestie grottesche. Creature da incubo.
"I sorveglianti zerg inviano comandi psionici alle larve, dando il via alla metamorfosi" ronzava una voce
sorda in sottofondo. "La durata della fase d'incubazione è condizionata dalla complessità dell'organismo
finale."
Vik guardò le larve e si spaventò. Avevano rivolto i loro corpi lunghi e seghettati verso di lui. Le loro
mandibole schioccavano. Le loro zampe lunghe ed esili raschiavano il pavimento. A Vik venne la pelle
d'oca.
"Pensavo fossero solo dei grossi lumaconi, sai?" disse Serj. "Invece sono pericolose."
"Non si sono ancora trasformate. E non pensare che lo faranno." Vik volse lo sguardo altrove.
Serj rivolse la console verso le larve, mostrando i video sulla trasformazione. "Sì, beh... Forse hanno solo
bisogno di vederla. Non sanno ancora come si fa."
"Piantala." Vik diede un calcio al suo amico. "Vuoi che si trasformino?"
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Serj alzò le spalle. "Mi sembra solo uno spreco. Non so... potrebbero essere molto più di quello che
sono."
"Sì. E allora potrebbero anche mangiarci."
"Forse..." Serj lasciò cadere le parole, come in un sogno. Si sistemò meglio contro la parete della gabbia
e guardò i video sulla trasformazione delle larve, ripetendoli più e più volte.
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"Mangiate, ragazzi." Serj svuotò due razioni davanti agli zerg. Lunghi tentacoli rossi saettarono fuori
dalle mandibole delle larve, toccarono con cautela il cibo per alcuni istanti ma non lo mangiarono.
"Hai sprecato un buon pasto," grugnìVik.
"Coraggio, non è cosìcattivo." Disse Serj rivolto agli zerg.
Click. Vik trasalìa quel suono. Jace e due dei suoi compagni mercenari stavano accanto alla gabbia, a
scattare foto degli alieni con i loro telefoni.
"Che dolce. Davvero davvero dolce." Jace sorrise.
Vik li ignorò come faceva sempre. Alla fine si sarebbero annoiati e se ne sarebbero andati. Volevano solo
ricordare a se stessi che non c'erano loro sul gradino più basso della scala.
Il metallo gemette quando Jace aprìla porta della gabbia e vi entrò. Si inginocchiò e allungò la sua mano
enorme verso gli zerg. "Tutte quelle chiacchiere sulla UNN su quanto cazzute fossero queste cose..."
Serj allontanò il braccio di Jace con una spinta. Vik si girò lentamente, urlando dentro di sé. Idiota. Che
gli era preso?
"Ti ridurrebbero in brandelli, se fossero nelle loro vere forme," disse lo sgobbo grosso. "Possono
trasformarsi in altri zerg".
"Abbiamo uno scienziato qui con noi," disse ridendo uno dei mercenari.
Jace non stava sorridendo. Si alzò, sovrastando Serj. "Come cazzo ti sei permesso?"
Invece di ritirarsi come avrebbe dovuto, anche Serj assunse una postura minacciosa. "Non ricordo Ivan
dire che avevate qualcosa da fare qui."
I due uomini rimasero uno di fronte all'altro per un lungo istante, in attesa di scoprire chi si sarebbe
arreso per primo.
"Pensavo di essere stato chiaro: gli zerg sono intoccabili fino alla consegna!" La voce di Ivan rimbombò
per la stanza. Quando il capo di Vik si avvicinò a passo sicuro alla gabbia, i mercenari si rannicchiarono in
un angolo.
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"Volevo solo dare un'occhiata, capo." Jace si toccò la cicatrice. "Non capita tutti i giorni di vedere uno
zerg."
"L'hai già visto abbastanza."
I mercenari se ne andarono senza discutere. Quando se ne furono andati, Ivan disse, "Situazione?"
"Presto," rispose Serj.
"'Presto?"
"Presto, capo," disse Vik, correggendo la negligenza del suo amico.
Ivan diede un manrovescio allo sgobbo più piccolo. Il dolore cominciò a pulsare a un angolo della bocca.
Il suo capo, però, non staccava gli occhi da Serj, fissandolo con uno sguardo duro. Vik vide i muscoli del
suo amico tendersi, ma dopo un attimo le spalle s'incurvarono.
"Presto, capo," disse infine.
"Presto era ieri. Avete ventiquattro ore." Ivan se n'era andato prima che gli sgobbi potessero rispondere.
"Stai bene?" Serj mise una mano sulla spalla di Vik.
"Non grazie a te." Si leccò il labbro ferito. "Cosa t’è preso?"
"È che... sono stanco di sopportare le loro stronzate."
"Anch'io. Per questo non gli do occasioni per farne," disse Vik. Nessuno di loro si era mai scagliato contro
uno dei mercenari. Se l'erano sempre giocata bene, questione di sopravvivenza. Confondersi,
nascondersi, obbedire. Queste erano le regole.
"Lo so. Ma poi vedo queste cose..." Serj indicò le larve. "Non sembrano niente, vedi, ma con tutto quello
che hanno nel DNA potrebbero essere qualsiasi cosa. E questo mi ha fatto pensare... Ah, lasciamo
perdere."
Serj si sistemò contro il muro e riprese a guardare la console. La rabbia di Vik si raffreddò, mentre
tornava al lavoro. Dopo qualche altra ora di ritocchi, aveva finito di rattoppare i fori di proiettile e le
microfratture del congelatore con pezze in neo-acciaio. Le cose stavano migliorando. Ma generalmente
al Porto ciò accadeva quando qualcosa in agguato dietro l'angolo ti rovinava la festa.
Vik avviò il congelatore, ma lo accolse il silenzio. Imprecando, ispezionò nuovamente il contenitore e
trovò una piccola foratura nella cella energetica che gli era sfuggita in precedenza. Una scheggia di una
P220 l'aveva attraversata proprio al centro. Riparare il nucleo della cella sarebbe stato possibile, ma ci
sarebbe voluta almeno una settimana. Lo sgobbo si precipitò nel magazzino e si mise a cercare tre
batterie di vecchia generazione, pensando di riuscire a infilarle nel contenitore. Era un lavoro pericoloso:
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un passo falso e le celle avrebbero potuto esplodergli tra le mani. Cosa comunque preferibile al mancare
una scadenza di Ivan.
"Vik..." borbottò Serj più tardi, quella notte. "Quanto pensi che ci vorrà ancora?"
"Mezza giornata." Vik ritrasse un microsaldatore dalle celle energetiche. Si asciugò il sudore e la
sporcizia dalla fronte. "Un sacco di tempo prima della consegna."
"Non credo che abbiamo cosìtanto tempo." Lo sgobbo girò la console verso Vik. Sullo schermo apparve
del viscoso terreno viola. Le larve vi strisciavano sopra come nerrat sulle carogne.
"La sopravvivenza delle larve dipende dal biostrato, una biomassa che alimenta gli alveari zerg. Senza
biostrato, la durata della vita di una larva diminuisce drasticamente. Si calcola un tempo di
sopravvivenza che va da poche ore a qualche giorno."
"Ore," disse Serj. "Per questo l'acquirente le voleva nel congelatore."
Vik rabbrividìripensando all'immagine del cane di Ivan che leccava il sangue sul pavimento e rosicchiava
la carne di Hutchins. Senza dire una parola, si chinò sopra la cassa e riprese a saldare le celle
energetiche. La sua attenzione si concentrò sul compito che aveva davanti e il mondo intorno a lui si
spense. Continuò per tutta la notte, con gli occhi annebbiati e alimentato dal terrore. Fu il miglior lavoro
della sua vita. A mezzogiorno del giorno successivo, il congelatore era a posto e le sue mani intatte. Lo
accese. Tutte le spie verdi. Pronto.
"Ce l'abbiamo fatta, Serj. Anzi, io ce l'ho fatta," scherzò Vik. Un altro lavoro fatto, un altro disastro
evitato, un altro giorno di sopravvivenza. Alzò i pugni in segno di trionfo girandosi verso le larve. Serj era
chino su una di loro.
"È morta," disse il suo amico in tono asciutto. "Le zampette hanno appena smesso di muoversi."
****
"Lo scoprirà." Il microsaldatore tremava nella mano di Vik. "Lo scoprirà."
Avevano inserito le larve nel contenitore, mettendo quella morta sulla sinistra. Gli schermi con i segni
vitali in cima al congelatore erano relativamente grossolani. Ognuno riportava una luce verde o rossa a
seconda che il campione dentro fosse vivo o morto. Erano facili da modificare. La domanda era se Ivan
se la sarebbe bevuta. Il capo di Vik era piuttosto meticoloso con i suoi prodotti.
"Lascia perdere." Serj camminava intorno alla gabbia. "Non importa."
"Lasciar perdere?" Vik diede il tocco finale sullo schermo del display sopra la larva morta. E di colpo
passò dal rosso al verde. "Abbiamo due opzioni: glielo diciamo o lo facciamo fesso. Io sconsiglio il
primo."
"O ce li prendiamo e li vendiamo noi." Serj s'accovacciò vicino all'altro sgobbo e cominciò a parlare a
bassa voce. "Pensaci. Parliamo sempre di andarcene da questo sasso, giusto? Ecco l'occasione. Le larve
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valgono una fortuna. Altrimenti, perché l'acquirente verrebbe fino in questa discarica a prenderle? Se è
vero che è un topo da laboratorio del governo, allora non dovrebbe avere nulla a che fare con gente del
calibro di Ivan... a meno che non sia disperato."
"Sono proprietà di Ivan."
"Le ha rubate. Sono sue tanto quanto nostre."
"Cos'hai che non va? Un giorno stai bene e il giorno dopo sei..."
Serj fece una risata fredda e triste. "Sono che? Sono uno che non vuol più fare il cane? Non sto
rannicchiato guardando in basso ogni volta che sento il suono degli stivali di Ivan dietro di me? Ogni
mattina facciamo il nostro rituale per ricordare a noi stessi che non siamo animali. Poi veniamo qui e ci
lasciamo trattare come loro. Sono stanco... sono davvero stanco..."
"Noi teniamo un profilo basso. Aspettiamo e risparmiamo crediti. Ecco quello che facciamo. Ecco quello
che mi hai insegnato a fare."
"Abbiamo lavorato per anni e che cosa c'è rimasto? Nulla. Se solo..."
"Sgobbi!" gridò Ivan. Si voltarono entrambi verso il capo mentre si avvicinava alla gabbia. "Situazione?"
"Appena finito, capo," disse Vik. Forse per la prima volta nella sua vita fu sollevato di vedere Ivan.
Sperava che la presenza del capo avrebbe fatto ragionare Serj. "Gli zerg sono dentro ben chiusi."
Ivan aprìil contenitore e sbirciò all'interno le tre larve immerse in un nuovo strato di gelo. Vive o morte,
sembravano tutte uguali. I tre display sul coperchio del congelatore brillavano verdi.
Vik trattenne il fiato finché il capo annuì. "Bene. Qui è tutto fatto."
Lo sgobbo aspettò che Ivan fosse abbastanza lontano da non sentire e disse: "Andiamo. Ne ho avuto
abbastanza delle tue assurdità."
"No." Serj non si mosse. "L’assurdità è vivere come noi. Avremmo potuto fare qualsiasi cosa... essere
qualsiasi cosa... ma abbiamo accettato di essere trattati in questo modo. È da troppo tempo che va
avanti così. Insomma, hai intenzione di aiutarmi o no?"
"Io... è troppo pericoloso, amico. È..."
Serj raggiunse la tuta di Vik e tirò fuori le ali da pilota. Tirò con forza, fino a strappare la cordicella di
gomma. "Perché porti queste, se ti sta bene di vivere tutta la tua vita come uno dei cani di Ivan?
Lavorerai e lavorerai e poi morirai. A nessuno fregherà nulla comunque. Nasci sgobbo, muori sgobbo."
Basta. Ne aveva avuto abbastanza. L'emozione ebbe la meglio su Vik, e lui si scagliò contro Serj. Il suo
amico lo afferrò per il bavero e lo scagliò contro la recinzione.
"Vai. Corri a casa." Serj si mise in tasca le ali. "Aspetta la chiamata di Ivan, come un bravo cagnolino."
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E Vik lo fece, salendo l'edificio della rabbia un passo dopo l'altro. Serj... Che cosa gli era successo? Se
voleva uccidersi, libero di farlo. Ma come avrebbe fatto anche solo a portare gli zerg fuori dalla
rivendita? Dove avrebbe trovato un acquirente?
Quando Vik raggiunse la sua navicella, gli occhi gli bruciavano. Ci si chiuse dentro, dove nessuno poteva
vederlo, prima di lasciar correre le lacrime. Il pianto lo fece arrabbiare ancora di più. Prese una brugola e
si mise a sfondare la vecchia console della navicella, dove lui e Serj avevano trascorso ore e ore a fingere
di essere piloti, sognando di sorvolare qualche giungla esotica e parlando dei loro progetti di andarsene
dal porto.
Quando la console fu completamente distrutta, cominciò a fare a pezzi il materasso polveroso. Poi, si
rannicchiò sul sedile del pilota. Strinse la vecchia schiuma di lattice con i pugni dalle nocche bianche e
seppellìil viso nel tessuto umido. La cosa più difficile era ammettere che Serj aveva ragione. E l'aveva.
Vik era corso a casa come un cane bastonato, in fuga al primo segno di pericolo, per salvarsi la pelle.
Nasci sgobbo, muori sgobbo.
****
Non andare. Ignoralo. Magari smette.
Era notte. Il transponder di Ivan sul polso di Vik stava suonando.
Non andare.
Invece andò.
Vik entrò nella rivendita aspettandosi di vedere il cadavere scorticato di Serj penzolare dalle catene... ma
niente sembrava diverso dal solito. Alcuni mercenari gironzolavano riorganizzando casse di spedizioni
nel cuore del magazzino. Jace stava guardando la UNN su una console. Gli altri erano tutti seduti a un
tavolo a giocare a carte, aspirando sigari e tracannando una bottiglia di Scotty Bolger's Old No. 8.
Tutti si voltarono a guardare Vik, quando entrò nella struttura. Non l'avevano mai fatto prima.
Apparve Ivan e, senza dire una parola, lo condusse nella stanza sul retro. Erano accese solo un paio di
plafoniere, il che rendeva difficile guardarsi intorno. Vik, tuttavia, riuscìa distinguere il congelatore
orizzontale, nello stesso posto in cui l'aveva lasciato.
Forse Serj aveva rinunciato al suo stupido piano. Forse aveva avuto il buonsenso di tornare nei vicoli e di
mettere a tacere qualunque sogno suicida l’avesse posseduto. O forse aveva avuto un incidente ed era
morto.
"Questi zerg valgono un sacco di soldi, lo sai vero?" gli chiese Ivan.
Vik rispose con cautela, temendo un altro dei giochi di Ivan. "Un sacco, sì, capo."
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Ivan si infilò una mano in tasca e ne tirò fuori una manciata di crediti. Tintinnarono, sul suo palmo. "I
ragazzi se ne prenderanno una bella fetta. Anche tu dovresti averne un po'."
Vik rimase senza parole. Il suo sguardo affamato fissava le monete, e si sentìsollevato. Serj... idiota. Noi
teniamo un profilo basso. Aspettiamo e risparmiamo crediti. Queste sono le regole.
"La lealtà viene sempre premiata," aggiunse Ivan, mettendo un braccio attorno alle spalle di Vik,
facendolo poi voltare verso la gabbia principale.
"Li vedi?" Il capo allungò il mento verso i cani. Avevano smesso di abbaiare. Lo facevano sempre quando
Ivan era vicino. Lo sgobbo strizzò gli occhi, cercando di guardare le ombre in movimento nella gabbia.
"La gente mi chiede sempre perché tengo dei cani. Pensano che io sia un amante degli animali. Non è
per quello. È perché sono fedeli. Tutto qua. Questo è ciò che ci differenzia da bestie come gli zerg."
Vik sentìle zampe dei cani schiacciare qualcosa di appiccicoso e bagnato.
"Se c'è una cosa che non sopporto, è l'insubordinazione. Tu lo sai."
Ivan spalancò la porta della gabbia e diede una gomitata a Vik per farlo entrare. Lo sgobbo fece qualche
passo esitante mentre i suoi occhi si abituavano al buio. I cani brillavano... No... luccicavano bagnati.
Tutto luccicava.
"La scorsa notte l'altro sgobbo ha cercato di rubare gli zerg. Il mio prodotto. Ma non è andato lontano.
Ha detto che stava lavorando da solo, che tu non ne sapevi nulla."
Sangue. Sangue ovunque sul pavimento. Sangue sui cani. Uno di loro stava rosicchiando un osso gigante.
Un osso umano. Vik indietreggiò mentre nel suo cervello prendeva forma una scena orribile, ma Ivan lo
afferrò per la collottola e lo scaraventò a terra. Le ginocchia dello sgobbo sbatterono sul pavimento e le
sue mani scivolarono in avanti. Sangue ovunque tra le dita.
E lì, proprio davanti a lui, in cima a un mucchio di carne lacera e cartilagini, ecco le sue ali da pilota
rosicchiate.
"Tu non ne sapevi niente, vero?" continuò Ivan.
"Io sono leale, capo. Io sono leale!" urlò Vik.
"Forse. Ma non posso distribuire nessuna ricompensa se non conosco tutti i fatti, giusto?" Ivan fece
scivolare i crediti nuovamente nella tasca. Si accovacciò e sussurrò all'orecchio di Vik, il suo fiato caldo e
puzzolente di fumo e di whisky. "La prossima volta che pensi che qualcuno mi si sta mettendo contro, tu
me lo dici."
Ivan gli diede un'ultima spinta, sbattendolo con la faccia nel sangue.
"Pulisci la gabbia, prima di andartene. Ti chiamerò quando arriverà la prossima spedizione." La porta
della gabbia si chiuse dietro a Vik. Il tintinnio metallico degli stivali del suo capo si allontanò lentamente.
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Lo sgobbo strinse la mano intorno alle ali e poi chiuse gli occhi, sperando di lasciare tutto fuori, ma nel
buio lo aspettava il sangue. Grandi ondate purpuree si rovesciarono nella sua mente, immagini residue
impresse nella sua corteccia visiva cui la paura dava nuova vita. Senza aprire gli occhi cercò di uscire
dalla gabbia, con le mani e i piedi che scivolavano sul pavimento lordo di sangue. L'odore caldo e
metallico gli entrò in gola. Vomitò e cominciò a tremare. Sbatté la testa contro la recinzione finché le
mani non trovarono la porta e poté tuffarsi fuori nel panico. Si accasciò a terra, il petto ansante per la
stanchezza. Il terrore, però, era scomparso. Ogni sentimento era scomparso, come se si fosse staccato
dal mondo esterno, nel debole tentativo di respingere le ondate d'urto del trauma. Vik fissava il soffitto
mentre il suo corpo s'intorpidiva.
Lentamente, in un angolo recondito nel profondo dello sgobbo, oltre la sua coscienza, si aprìuno
squarcio. Vik - il sognatore, l'amico, il terran - annegò nelle pozze di sangue che ancora gli popolavano la
mente. Tutto ciò che rimaneva era la bestia che aveva cercato di domare nel corso degli anni,
l'osservatore dietro i suoi occhi, governato da percorsi neurali bui e primordiali in cui la consapevolezza
di sé non aveva mai osato insinuarsi. Il rituale faceva parte del passato. La sopravvivenza passiva aveva
perso ogni valore. Lo sgobbo bramava qualcosa di più.
Sentìun dolore bruciargli il palmo della mano. La aprìe vide le ali di pilota mangiucchiate e un rivolo di
sangue fresco nel punto in cui avevano perforato la pelle. Guardò la linea rossa scendere lungo le pieghe
della sua mano, i dati di un'intera specie codificati nelle doppie eliche all'interno del liquido vermiglio.
Era lo stesso sangue di Ivan e di ogni altro bastardo di cui aveva sentito parlare. Solo che loro avevano
imparato a usarlo in modi diversi. Come le larve, pensò Vik mentre guardava da sopra la spalla il
congelatore. Esse possedevano una capacità di cambiamento ancora maggiore. Tutto quel potere
bloccato sotto i loro gusci spessi... tutto quel potenziale. Doveva essere stato quello, a devastare Serj:
un'idea di trasformazione cosìradicale da mutare la sua visione del mondo. Non più "Nasci sgobbo,
muori sgobbo."
Ma le larve non avevano la chiave per attivare il cambiamento. Non avevano quello che invece Vik
aveva, quello che Ivan gli aveva dato.
Lo sgobbo si succhiò la ferita, assaporandone la dolcezza. In lontananza udìun suono di risate provenire
dal centro del negozio, il tintinnio delle puntate del poker e i festeggiamenti per la paga in arrivo. Vik
guardò fuori dalla stanza, attraverso i pezzi di ricambio, i veicoli arrugginiti, le casse da spedizione, come
se fosse la prima volta, come se li vedesse con gli occhi di una creatura nata in una fossa di lamiere
contorte. Un tempo la considerava una prigione, ma ormai era un parco giochi pieno degli strumenti del
suo mestiere. La sua giungla in neo-acciaio.
****
Alle 9 in punto Ivan e il suo equipaggio entrarono a grandi passi nella stanza sul retro. Vik li osservava
dalle travi.
"Giorno di paga!" muggìJace.
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"L’acquirente sarà qui tra mezz'ora, ragazzi," disse Ivan mentre si avvicinava alle gabbie dei cani con gli
altri mercenari. "Carichiamo il contenitore e ci muoviamo tutti insieme. Facciamo la consegna e poi
torniamo qui a dividerci i guadagni. Una cosa pulita, come sempre. E poi..."
"Capo!" Jace si fermò appena fuori della gabbia principale. All'interno il contenitore, con il coperchio
spalancato. Lìvicino, un gigantesco buco nella recinzione, come se qualcosa l'avesse strappata per
passarci attraverso.
"Gli zerg. Hanno aperto il contenitore!" gridò un altro mercenario.
"Non sanno aprire dei congelatori," grugnìIvan. "Jace?"
"Ho fatto la ronda come mi hai ordinato tu, capo," disse l'uomo. "Nessuno se la sarebbe potuta svignare
con gli zerg."
Vik aveva visto Jace passare a intervalli regolari nella stanza. Lo sgobbo aveva lavorato tutta la notte,
nascondendosi nell'ombra ogni volta che il mercenario entrava per la sua ispezione.
Gli occhi di Ivan si mossero per tutta la stanza. "Allora sono qui dentro. Svuotare tutte queste casse!"
I tirapiedi si affrettarono nella stanza angusta, stretti nella morsa dell'incertezza. I cani di scisto
latravano più forte del solito. La saliva schiumava intorno alle loro mascelle. Percepivano l'odore della
paura.
"Qui ce n'è uno, capo!" Jace indicò con la grossa mano la sommità di una pila di contenitori. Il carapace
aculeato di una larva si affacciava oltre il bordo di una cassa, esattamente dove Vik l'aveva messo.
L'omone si arrampicò sui contenitori e strappò l'alieno dal suo nascondiglio. La creatura era raccolta in
una sorta di palla, il corpo incollato con adesivo industriale. Lo sgobbo era stato contento di aver trovato
un impiego per la Larva morta.
"Dev'essersi arrampicato lassù." Jace si voltò con l'alieno tra le braccia. "È tutto raggomitolato."
"Allora srotolalo e mettilo nel contenitore!" ordinò Ivan. "E trovate gli altri."
"Andiamo, piccolo bastardo." Jace afferrò ciascuna estremità della larva con le mani enormi. "Non ti
servirà a nulla nel posto in cui stai andando."
Vik indossò i visori termici e li impostò in modo da attenuare il calore e le luci. Lo spettacolo stava per
aver inizio.
Jace strattonò la Larva, cercando di srotolarla, e cosìfacendo innescò un gruppo di granate a
frammentazione che lo sgobbo aveva fissato all’addome della bestia. L'esplosione dilaniò il mercenario,
scagliandone le gambe in direzioni opposte e riducendo il resto del corpo a una pioggia di rottami
biomeccanici.
Vik raggiunse un pannello di controllo di fortuna che aveva cablato alle linee elettriche dell'impianto, e
premette una serie di interruttori. Il primo interruttore sovraccaricò il nucleo di alimentazione della
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struttura, disattivando i proiettori. Entrarono in funzione i generatori ausiliari, che illuminarono la stanza
con la loro luce stroboscopica rossa.
Quindi, il secondo interruttore fece esplodere una dozzina di granate sparse nei contenitori accatastati
contro la parete opposta. Palle di fuoco eruttarono nella stanza. Un rombo di tuono scosse i muri.
Schegge di metallo fuso sventagliarono in tutte le direzioni, uccidendo un terzo dei tirapiedi di Ivan.
"ZERG!" urlò qualcuno.
I mercenari si sparpagliarono in cerca di riparo. Pop! Pop! Pop! L'intero equipaggio scaricò sulle ombre
tutte le cartucce delle proprie armi - pistole, fucili e fucili d'assalto - con disperata angoscia.
Vik attivò l'ultimo interruttore. Cariche di termite incendiarono le recinzioni delle gabbie dei cani,
facendo sciogliere la struttura in un mucchio di sostanza fusa. Gli animali terrorizzati cercarono di saltare
fuori dal recinto, travolgendo chiunque si trovasse sulla loro traiettoria di fuga. Il caos era assoluto.
Lo sgobbo scivolò giù per una scala di manutenzione e andò verso la rastrelliera vuota dove aveva
lasciato le due larve rimanenti, caricate su un carrello mobile. Spingendolo di fronte a sé attraversò la
carneficina, aiutato dai visori termici che gli offrivano una visione soprannaturale.
Corse lungo un lato della stanza, mettendo il carrello tra sé, i mercenari frenetici e i cani. Una grandine
di proiettili vaganti sbatté sui carapaci delle larve, rimbalzando indietro verso la mischia.
Poco dopo, Vik fu fuori. Gettò i visori termici da una parte e spinse il carrello verso il centro di
Deadman's Port. Andò dritto verso lo spazioporto. Ripensando alla sua fuga, lo sgobbo notò che Ivan era
scomparso durante i combattimenti. Imprecò per non averci pensato prima. L'assenza del capo avrebbe
dovuto metterlo in allerta.
Un modulo di trasporto ringhiò dietro di lui, artigliando con le gomme la sporcizia. Vik si guardò alle
spalle e vide il suo capo, che lo caricava con quella bestia di metallo a quattro ruote. Lo sgobbo scivolò
nei vicoli familiari del suo quartiere. Dopo le prime due svolte perse di vista il modulo di trasporto, ma
sentiva vicino l'eco del rombo del motore attraverso i vicoli. Impossibile dire dove fosse.
Altri sgobbi sporsero la testa dalle loro abitazioni di fortuna, costruite dentro scarti di navicelle
abbandonate, per vedere cos'era quel putiferio. Vik li ignorò e strinse i denti, continuando a spingere il
carrello in mezzo alla strada. Stava correndo avanti quando il modulo di trasporto di Ivan comparve
sbandando da un angolo vicino.
Successe tutto cosìin fretta che Vik ebbe appena il tempo di fare un salto indietro quando il veicolo
sbatté contro il carrello. L'impatto fece a pezzi una delle Larve e sbalzò l'altra in aria. Vik cadde sul
terreno, ferito e malconcio, ma vivo.
Il trambusto attirò gli sgobbi. Comparvero da ogni angolo dei vicoli. Strisciavano e si arrampicavano in
cima agli scafi delle navicelle abbandonate e ai mucchi di rottami in neo-acciaio. Dozzine di occhi feroci
scavati in facce unte di sporcizia guardavano la strada. Non erano venuti per intervenire. Erano venuti
solo a guardare. Un combattimento significava una morte, e una morte significava possibilità di
recuperare qualcosa.
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Ivan uscìdal trasporto, impugnando una sparachiodi. Prese un pezzo della larva morta, la guardò per
qualche istante, poi la scagliò dall'altra parte della strada, urlando. Era la prima volta che Vik vedeva
un'emozione manifestarsi nel suo capo. Lo sgobbo provò una cupa soddisfazione nell'aver tolto la
maschera a quel signore del crimine.
"Quale parte del nostro discorso di ieri sera non hai capito?" chiese Ivan. "Sei immondizia, fin nelle ossa.
Un animale, come il resto di queste sanguisughe!" gridò, agitando la pistola verso gli sgobbi che stavano
a guardare.
A meno di un metro di distanza da Vik, la larva ancora viva grattò la strada sudicia con le sue zampe. Lo
sgobbo si tirò vicino l'alieno, usandolo come scudo, e si rimise a fatica in piedi.
Ivan cominciò ad avanzare a grandi passi, con la pistola alzata e puntata verso lo sgobbo, ma quando fu
vicino la abbassò. "No. Voglio fracassarti la testa come ho fatto con l'altro sgobbo. Piangeva, sai? Guaiva
come un cane. Nemmeno la dignità di morire da uomo."
La sua risata si trasformò in un colpo di tosse rauca, seguita da un fiotto di sangue che gli colò dalla
bocca. La frequenza cardiaca di Vik accelerò, a quella vista. Scrutò il suo nemico e scoprìuna chiazza di
sangue appena visibile all'altezza dello stomaco, in parte nascosta dalla giacca nera. Si è beccato un
proiettile durante il casino alla rivendita...
Le ghiandole surrenali di Vik pomparono nelle vene una nuova ondata di adrenalina. Il suo sguardo
divenne acuto come quello di un animale ferito nel proprio territorio. Il suo sangue ruggìe d'improvviso
si sentìinvincibile. Non era più uno sgobbo. Era l'espressione più pura della sopravvivenza, il portatore di
un codice genetico affinato dalla selezione naturale nel corso dell'intera esistenza dei terran.
"Che questo vi serva di lezione." Ivan afferrò la tuta di Vik e si rivolse agli altri sgobbi. "Il mio prodotto, è
m..."
Vik affondò i denti nella carne della mano di Ivan, strappandone un lembo. Balzò in avanti sulla punta
dei piedi e sollevò la larva. Il suo capo cominciò a sparare nel momento in cui il carapace aculeato calava
su di lui, strappandogli il vestito, la carne, le ossa.
E poi Vik bloccò Ivan a terra, picchiandolo con la larva ancora e ancora e ancora. Il carapace lo colpiva
squarciandone la carne e frantumandone le ossa. Il sangue di Vik ringhiava pretendendo altro sangue, e
allora lui si abbandonò all'istinto finché del signore del crimine non rimase altro che una poltiglia sulla
strada. Lo sgobbo si alzò, tenendo la larva sollevata. Il sangue gli ricopriva il corpo come una nuova pelle,
un simbolo di superiorità che raccontava molto di più di quanto minacce, titoli o crediti avrebbero mai
potuto fare.
La maggior parte degli osservatori si teneva a distanza. Alcuni addirittura si erano abbassati in
un'animalesca imitazione di un inchino. Ma uno di loro si lanciò in avanti, raggiungendo la pistola caduta
di Ivan, spinto dal desiderio di sconfiggere il nuovo campione e affermare il suo dominio.
Un urlo disumano esplose da Vik nel momento in cui colpìcon un calcio lo sterno dello sfidante. Lo
sgobbo gridò di dolore e rotolò in mezzo all'immondizia. Lentamente strisciò via, sconfitto, tenendo gli
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occhi bassi. Lo stavano facendo tutti, notò Vik. Non uno degli sgobbi aveva il coraggio di sostenere il suo
sguardo. Avevano paura. Erano in suo potere.
"La rivendita di Ivan è aperta! Chi primo arriva meglio alloggia!" urlò.
Gli sgobbi applaudirono, alzando i pugni sporchi verso il cielo, e poi si sparpagliarono in direzione della
struttura. Vik si sarebbe unito a loro, ma aveva la sua fortuna tra le mani. Le zampe della larva si
agitavano selvaggiamente nell'aria. Si chiese se essa potesse comprendere la sua vittoria, se potesse
rendersi conto del punto cui era arrivato.
****
Vik portò il modulo di trasporto di Ivan in una stazione al limite della polverosa zona di atterraggio che
fungeva da spazioporto della città. Saltò fuori del veicolo, indossando una camicia e dei pantaloni logori.
Si era tolto la tuta e l'aveva avvolta intorno alla larva per evitare di attirare l'attenzione dei frequentatori
abituali dello spazioporto. L'abbigliamento nascondeva interamente l'alieno, facendo sembrare Vik uno
sgobbo qualunque che si portava appresso dell'inutile robaccia.
Per poco non mancò la navicella del compratore. Il topo di laboratorio era stato intelligente. L'aspetto
anonimo della navicella era quello giusto. L'unica nota stonata era il manipolo di uomini all'esterno,
rasati di fresco e vestiti con tute nere nuove fiammanti. L'incaricato di Branamoor, come aveva detto
Ivan. L'uomo probabilmente sarebbe stato assalito, non fosse stato per le guardie armate - mercenari,
dall'aspetto - in piedi lìaccanto.
Vik stava trascinandosi verso la nave quando un'ondata di stanchezza lo colpì. Tutti i lividi e i graffi che si
era guadagnato nel corso delle ultime ventiquattro ore tornarono dolorosamente in vita. La larva
improvvisamente cominciò a pesare un migliaio di chili sulle sue braccia molli. Quando spostò la sua
presa sullo zerg, le ali da pilota scivolarono fuori dalle pieghe del suo vestito. Lo sgobbo le fissò per un
momento, non riconoscendole immediatamente.
Ma qualcosa dentro di lui le riconobbe. La nebbia che prima avvolgeva la sua mente si dissipò.
Frammenti del suo vecchio io, rinchiusi nel suo subconscio, si mossero. Lottò per rimandarli indietro:
erano elementi deboli e inutili, una maledizione per la sua sopravvivenza.
"Noi non siamo come loro: questo è ciò che conta. Noi non siamo animali", sentìdire alla voce di Serj.
"Sta' zitto..." ringhiò Vik. Calpestò le ali per mettere a tacere quella voce indesiderata. Dentro di lui, la
sua altra metà si arrampicava verso la superficie della coscienza, armata di ricordi, di responsabilità, di
sensi di colpa.
"Quando finalmente ce ne saremo andati da questo sasso, saremo persone vere. Saremo veri terran ".
Vik inciampò. Le immagini del giorno passato lo travolsero come un treno a levitazione magnetica: il
corpo di Jace a pezzi, i cani di scisto che azzannavano alla gola i mercenari terrorizzati, i resti di Ivan
sfracellati sulla strada. Lui non aveva visto niente di quanto era accaduto nel momento in cui stava
accadendo. Non era stato lui, ma qualcun altro. Qualcos'altro.
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"Vik..." disse lo sgobbo inginocchiandosi. "Io sono Vik."
L'incaricato dell'acquirente lo guardò con disgusto, ignaro del tesoro nascosto sotto la sua tuta
macchiata di sangue. Gli occhi dell'uomo, freddi e calcolatori, ricordarono a Vik quelli di Ivan. Lo sgobbo
strinse la larva in modo protettivo, pensando a impassibili figuri in camice bianco che maneggiavano e
analizzavano l'alieno con strani strumenti. La libertà era a pochi metri di distanza, e sarebbe costata solo
un'altra vita, per giunta aliena. Solo un ultimo sacrificio per porre fine a questa scia di sangue...
"Entrambi abbiamo dimenticato..." Vik prese le ali da terra e poi si allontanò dall'uomo di Branamoor.
"Entrambi abbiamo rovinato tutto. Sarei dovuto restare... tirartene fuori. Avremmo potuto trovare un
altro modo."
Si accasciò al confine dello spazioporto, il corpo inerte per la stanchezza. Per ore, rimase seduto lìa
guardare le navicelle che andavano e venivano. Alla fine la nave del topo di laboratorio decollò a mani
vuote.
La larva morìpiù tardi, quella notte stessa. Le sue zampe smisero di muoversi e il suo corpo s'irrigidì. Vik
scavò una buca nel terreno e vi mise dentro l'alieno. Si fermò sulla fossa, pensando a tutti i filmati della
UNN che aveva visto sugli zerg. Qualsiasi altro terran avrebbe chiamato quella larva un mostro, ma lo
sgobbo non lo fece. La piccola creatura non si era trasformata in un mostro. Gli zerg cambiavano pelle
quando diventavano macchine da guerra, ma i terran rimanevano gli stessi. Nascondevano le proprie
bestie dietro maschere di accurata normalità. Forse era questo che aveva reso la sua specie più
pericolosa di un milione di alieni assetati di sangue lanciati contro una colonia impotente. Almeno gli
zerg si poteva vederli arrivare.
Quando Vik iniziò a riempire la fossa, gli si formò un nodo in gola. Mentre si trovava nella sua forma di
distacco emotivo dovuto al terrore, non aveva provato nulla per la morte di Serj. Ma guardare giù verso
la larva mezza sepolta risvegliò quei sentimenti sopiti. Per la prima volta in vita sua vedeva qualcosa di
morto e si sentiva veramente triste... per la prima volta provava dei sentimenti come una persona vera.
La mattina dopo, Vik scambiò il modulo di trasporto di Ivan con un gruppo di contrabbandieri per un
passaggio nella stiva della loro navicella. Non chiese nemmeno dove fossero diretti. A parte i vestiti che
indossava e le ali di Serj in tasca, si era lasciato tutto il resto alle spalle. Era solo Vik che saliva la rampa
d'imbarco della navicella. Il sognatore. L'amico. Il terran.
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